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Putin ha sepolto il liberalismo, ma la colpa è anche dei liberali –

Il commento di Dino Cofrancesco
da Fondazione Magna Carta | Lug 9, 2019 | News, Punti di vista


IL NAZIONAL-POPULISMO DEL PRESIDENTE RUSSO È UNA RISPOSTA ALLA CRISI DELLE CLASSI DIRIGENTI OCCIDENTALI CHE NON HANNO CAPITO QUANTO LE COMUNITÀ HANNO BISOGNO DI IDENTITÀ E DI PROTEZIONE

Hanno destato non poco scalpore le parole di Vladimir Putin sulla crisi del liberalismo, nel corso della sua intervista al Financial Time. «L’idea liberale» ha detto brutalmente il premier russo «ha superato il proprio obiettivo iniziale nel momento in cui la popolazione si è espressa contro l’immigrazione, i confini aperti e il multiculturalismo».

I liberali «non possono dettare niente a nessuno come hanno cercato di fare nel coso degli ultimi decenni».

Di qui l’elogio di Donald Trump per il suo tentativo di fermare il flusso di clandestini e di spacciatori provenienti dal Messico. La Casa Bianca non si rassegna all’ideale liberale che «presuppone che non ci sia bisogno di fare nulla» e all’idea che «i migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare impunemente perché i loro diritti devono essere tutelati».

Per Putin «ogni crimine deve avere una punizione. L’ideale liberale è divenuto obsoleto. E’ entrato in conflitto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione».

E il risultato è «uno spostamento nella bilancia del potere politico, dal liberalismo occidentale al nazional- populismo, quest’ultimo sempre più alimentato da un forte risentimento pubblico nei confronti dell’immigrazione, del multiculturalismo e dei valori secolari a danno della religione». Non meraviglia che il leader russo, che ha puntato tutto sul risveglio ortodosso e sull’orgoglio nazionale, lamenti che ci si è dimenticati di vivere «in un mondo basato su valori biblici».

E’ forse superfluo dire che Putin non ha alcun titolo per dare lezioni all’Occidente: il suo paese, nonostante il revival religioso post- 1991, vive immerso in una cultura “atea” dove solo Mammona è oggetto di culto, gli oligarchi mostrano un tenore di vita sfrontato, la corruzione è dilagante a riprova che sulle rovine dell’ideologia marxista di Stato è difficile ricostituire un tessuto di valori collettivi.

 Dopo tanti anni di governo post- comunista, la Russia si ritrova un’economia a crescita zero e una costante diminuzione dei redditi. «Il compito più importante da realizzare— ha riconosciuto nell’intervista— è cambiare la struttura dell’economia e promuovere una sufficiente crescita di produttività lavorativa attraverso le nuove tecnologie». Vaste programme!, per citare il Generale.

La Russia di oggi, va ricordato agli ammiratori italiani di Putin, non può essere considerata un modello in nessun campo: né in politica estera ( vedi l’appoggio a dittatori cinici come Bashar al- Assad, in una guerra civile che ha provocato 500 mila morti e più di 5 milioni di rifugiati, o come Nicolas Maduro o la noncuranza di certi principi elementari dell’etica e del diritto internazionale, come l’eliminazione delle spie scambiate con la GB), né in politica interna ( vedi la limitazione delle libertà politiche, il pugno di ferro usato contro la stampa d’opposizione, la concezione plebiscitaria della democrazia, il diniego dei diritti degli omosessuali etc. ).

 E’ vero che i nemici di Putin, dal canto loro, fingono di ignorare che la dissoluzione dell’impero sovietico— come del resto capita a tutti gli imperi della storia– ha lasciato venticinque milioni di russi fuori della Federazione e che un’operazione come l’annessione della Crimea, discutibile sotto il profilo del diritto internazionale non era priva di giustificazione alla luce di un “principio di nazionalità” che i governi fanno valere con molto juicio e sempre, comunque, con lo sguardo rivolto ai propri interessi politici e strategici ( vedi al riguardo l’illuminante saggio di Eugenio Di Rienzo, Il conflitto russo- ucraino. Geopolitica del nuovo ( dis)ordine mondiale, Ed. Rubbettino). Va segnalato incidentalmente che l’attenzione alle minoranze etno-culturali è riscontrabile nell’odierna Russia più che negli Stati ipernazionalisti sorti dopo il tracollo dell’URSS: emblematico è il caso dell’antica minoranza italiana della Crimea ignorata dall’Ucraina ma fatta riconoscere oggi per interessamento di Putin— un caso su cui ha richiamato l’attenzione il giornalista RAI Stefano Mensurati.

 Insomma qualche freccia al suo arco ce l’ha pure il Presidente russo– il consenso di larghe fette della popolazione non si ottiene soltanto con lo scudiscio— ma a dargli spago, facendogli assumere un ruolo di primo piano nell’ “immaginario collettivo” sono i problemi epocali da lui posti (e non risolti) e ignorati dai suoi superficiali avversari.

E’ vero, Putin non è né liberale, né democratico ma che senso ha scrivere, come fa il superficiale Bernard Guetta su Repubblica, che «vuole imporsi sulla scena internazionale puntando su tre paure: quelle dei più deboli e degli immigrati, dell’erosione del patriarcato e del venir meno della tutela sociale da parte dello Stato»?

In democrazia, le paure sono “interessi” e valori e gli interessi e i valori (quando non ledono principi iscritti nelle Costituzioni) stanno tutti sullo stesso piano. Ripetere stancamente che certi timori sono infondati e che sono suscitati ad arte dai populisti significa non comprendere nulla del processo politico e, quel che è peggio, disarmare quanti, prendendo sul serio quei timori, predispongono strumenti istituzionali atti a renderli vani— ad esempio. “ripensando e riqualificando la tutela sociale da parte dello Stato”.

 Intervenendo su Formiche, Corrado Ocone ha scritto che ad andare in crisi non è, come pensa Putin, il liberalismo («dottrina incompiuta, mai definita e sempre da ridefinirsi in base alle concrete sfide della storia e dei tempi») ma il dispositivo liberal-liberista. «Quelli che sono riapparsi sono i conflitti e, con essi, la volontà di agire nel mondo della forza, cioè nella politica, per far conquistar agli uomini sempre maggiori spazi di libertà».

Ocone ha colto un punto centrale: il ritorno della politica che una versione libertaria del liberalismo aveva azzerato e una lettura parziale dei liberali classici aveva fatto ritenere una dimensione estranea al mondo dei Montesquieu, dei Tocqueville, dei Mill, dei Croce, degli Aron.

In realtà, i padri della società aperta sapevano bene che la ricetta liberale significa maggiore libertà degli individui e minore inframmettenza del pubblico nel privato entro una comunità politica, lo stato moderno, segnata da una propria “ragione”, da una inevitabile chiusura all’esterno (i dileggiati confini) e da una “cura” per chi fa parte del “noi” non estensibile a chi sta fuori.

In fondo, è il bilanciamento tra la “comunità” e la “società”, tra l’universalismo dell’etica e del diritto— che conosce solo gli individui, tutti “figli della Terra”, da una parte, e il particolarismo e l’unicità dell’appartenenza— che alla res publica può sacrificare la vita e il benessere dei cittadini, dall’altra, che ha fatto la grandezza dell’Occidente.

Con i totalitarismi— di destra e di sinistra— si è avuto il discredito più assoluto dello Stato, strumento indispensabile del loro progetto di dominio mondiale e, a poco a poco, le libertà nello Stato sono diventate libertà dallo Stato sicché le parole di Margaret Thatcher (una nazionalista in politica estera, v. la guerra delle Malvinas) hanno conquistato persino quanti, un tempo, avevano una visione organicistica dei rapporti sociali e politici: «Non esiste la società, esistono solo gli individui».

In pratica, è il trionfo assoluto dell’universalismo: sono reali solo gli interessi individuali e gli scambi sul mercato (oggi liberalizzati dalla globalizzazione), illuminismo anglosassone, A. Smith, e i diritti spettanti ad ogni uomo indipendentemente dal colore della pelle, dal credo religioso, dal sesso etc, illuminismo francese, Voltaire. La logica dell’economia e la logica del diritto sono rimaste le sole arbitre della Vita.

Ne deriva, come ci dicono le cronache di questi giorni, il conflitto stucchevole tra Antigone, che fa valere gli agrafoi nomoi, le leggi non scritte sulla carta ma nel cuore degli uomini, e Creonte, il bieco tiranno che sacrifica alla “ragion di Stato” ogni forma di pietas.

Sennonché il primato del diritto “superiore” e il discredito delle ragioni della politica rischia di sprofondare la società europea in una guerra civile assai più devastante di quelle del passato giacché la posta in gioco non sono più “le forme di governo”— quali norme imporre ai condomini di uno stabile— ma l’erosione del terreno istituzionale in cui competono per il potere i loro portatori.

Contrapporre, con diritto di invalidazione, alle leggi emanate dal governo e approvate dal Parlamento ( da un libero Parlamento, in democrazia) le sentenze dei tribunali, in quanto depositari di una verità più alta delle prime, significa minare alla base la concezione moderna della democrazia, che non è il regime che intende realizzare il bene e la felicità di tutti ma il regime che conta le teste e porta alla guida dello Stato i partiti che rispecchiano le opinioni della maggioranza (che potrebbero, benissimo, essere sbagliate e mutate, qualora ispirassero politiche disastrose). Questo rimettersi al diritto comincia a preoccupare, e non poco. anche esponenti della sinistra più avanzata.

Lo storico della Columbia University, Mark Lilla, ha scritto in proposito un saggio, L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica (Ed. Marsilio) su cui non si è meditato abbastanza. «La sfiducia nel processo legislativo— vi si legge— e il crescente affidamento ai tribunali per raggiungere gli obiettivi ha allontanato l’élite liberale da una base più ampia.|…| ha infuso nei liberal l’abitudine di trattare tutto come una questione di diritto inviolabile, senza lasciare spazio per un negoziati e dipingendo gli oppositori alla stregua di mostri immorali, invece di considerarli cittadini con opinioni diverse». Senza un sentimento civico, «le democrazie sono soggette all’entropia». Solo sul «noi universale e democratico» si può «costruire la solidarietà, instillare il senso del dovere e ispirare l’azione».

Questo, però, comporta la riconquista della dimensione comunitaria e statale del vivere in società e se lo Stato nazionale non può essere più il riferimento privilegiato della politica, si pensi pure, e ci si batta pure, per una comunità più vasta— lo Stato federale europeo— ma che sia una comunità non la societas di tutti gli abitanti del pianeta. Forse prima di dare troppo addosso (come, d’altronde, merita ampiamente) a Putin si dovrebbe riflettere su un passo dello Zibaldone citato da Giulio Tremonti, ne Le tre profezie. Appunti per il futuro (Ed. Solferino)– e molto evidenziato nella ponderata recensione che Danilo Breschi gli ha dedicato nel suo blog: «Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto». E’ la sorte che ci riserva il “diritto cosmopolitico”.

LO ZAR NON PUÒ DARCI LEZIONI MA LA SUA STRATEGIA È STATA COERENTE: LOTTA AI GLOBALISMI E ALL’IMMIGRAZIONE, RISCOPERTA DELLO STATO, DELLA SICUREZZA E DELLA RELIGIONE CRISTIANA

(Articolo pubblicato su Il Dubbio del 6 luglio 2019)

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Venezuela, le 3 chiavi per capire il golpe di Trump e il ritorno degli Stati Uniti all'imperialismo del Novecento
L'intervento statunitense in America Latina è sia un déjàvu vu del secolo scorso che l'inizio di una nuova preoccupante fase, plasmata dai tratti distintivi del presidente USA
Come interpretar l'intervento di Trump in Venezuela
Come inquadrare l'intervento statunitense in Venezuela WIRED Staff; Getty Images

Donald Trump non è certo il primo presidente americano a guardare a sud degli Stati Uniti con mire espansionistiche. Nell'ultimo secolo, diversi suoi predecessori hanno abbracciato la convinzione che la democrazia e i profitti in America Latina fossero a un colpo di stato di distanza. Ma la peculiare forma di ambizione imperiale a cui Trump ha dato il la con l'incursione in Venezuela sembra al contempo profondamente atavica e unicamente trumpiana. E, soprattutto, non pare destinata a placarsi presto.

Poche ore dopo l'ardito sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte dell'esercito statunitense, la giustificazione dell'intervento fornita da Trump si era già spostata da una retorica vuota sulla democrazia e la lotta al narcotraffico al controllo delle vaste riserve di petrolio della nazione. "Comandiamo noi", ha detto il presidente statunitense ai giornalisti. "Controlleremo tutto noi. Controlleremo e sistemeremo". Prima ancora che Maduro comparisse in un'aula di tribunale a New York, Trump aveva iniziato a celebrare quella che definisce la sua "dottrina Donroe", minacciando esplicitamente una mezza dozzina di altre nazioni, dalla Colombia a Cuba, passando per Messico e Groenlandia.
NEW YORK NY JANUARY 5 Nicolas Maduro and his wife Cilia Flores are seen in handcuffs after landing at a Manhattan...

Nicolás Maduro in manette dopo l'atterraggio in un eliporto di Manhattan il 5 gennaio 2026, scortato da agenti federali statunitensi di New York Photograph: Getty Images
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L'impressione è che il regime autoritario di Donald Trump si stia avviando verso una nuova, pericolosa e destabilizzante fase. L'attacco in Venezuela è ampiamente considerato illegale sia per il diritto internazionale che per quello statunitense, ed è avvenuto senza consultare il Congresso, come da prassi per gli atti di guerra. Ciononostante, è fondamentale inquadrare gli ultimi sviluppi nel loro contesto.

La storia della regione e, cosa più importante, il modo in cui opera Trump – che sembra essere intrappolato nella mentalità dell'America degli anni '80 – evidenziano con chiarezza un punto: gli Stati Uniti rischiano di imbarcarsi in quella che un giorno potrebbe essere considerata l'ultima guerra del ventesimo secolo.

Tre elementi chiave aiutano a capire dove si trovano gli Stati Uniti in questo momento e perché in fondo – nonostante lo shock per l'operazione militare in Venezuela – gli ultimi sviluppi non devono sorprendere.
1. Gli Stati Uniti sono bravi nei colpi di stato, pessimi in ciò che viene dopo

Da un secolo, l'ingerenza statunitense in America Latina è caratterizzata principalmente da un successo militare tattico nel breve termine e da un fallimento strategico nel lungo periodo, due tratti profondamente radicati nel dna politico americano. Un esempio su tutti: molto prima di essere incriminato per il suo ruolo nel furto che diede inizio allo scandalo Watergate e nell'ingerenza nelle elezioni presidenziali del 1972, l'agente della Cia E. Howard Hunt era considerato uno dei migliori rovesciatori di governi dell'intelligence estera statunitense.

All'inizio degli anni ‘50, la United fruit company, la potente multinazionale americana specializzata in frutta tropicale che oggi si chiama Chiquita, temeva le riforme agrarie che il presidente guatemalteco Jacobo Árbenz, eletto democraticamente, avrebbe potuto mettere in atto. Così, l’azienda convinse le amministrazioni Truman ed Eisenhower che il nuovo leader centroamericano avrebbe potuto abbracciare il comunismo. Se la Cia, fondata nel 1947, aveva relativamente poca esperienza di ingerenze in America centrale e meridionale, lo stesso non si poteva certo dire degli Stati Uniti: che per esempio avevano occupato il Nicaragua a fasi alterne dal 1912 al 1933, invaso e occupato Haiti dal 1915 al 1934 e occupato Cuba dal 1906 al 1909, per poi tornarvi dal 1917 al 1922, con lo scopo di proteggere le piantagioni di zucchero di proprietà statunitense.
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Hunt era una spia decisamente mediocre di stanza a Città del Messico, dove aveva aiutato a reclutare un altro aspirante giovane ufficiale, William F. Buckley Jr. La sua carriera tuttavia prese slancio quando contribuì a gettare le basi per il rovesciamento di Árbenz. "Quello che volevamo fare era una campagna di terrore per spaventare Árbenz e le sue truppe", avrebbe raccontato decenni dopo. Dal momento che quello in Guatemala fu uno degli unici colpi di stato promossi con successo dalla Cia negli anni Cinquanta, quando poi l'agenzia iniziò a pianificare l'invasione della Baia dei porci, coinvolgere Hunt fu naturale.
UNITED STATES JANUARY 01 New Yorkers Holding Such Banners Don'T Touch To Cuba The Us Anticommunist Obsession Threatens...

Manifestanti a New York protestano contro l'invasione della Baia dei porci Photograph: Keystone-France; Getty Images

Una differenza importante (e alla fine determinante) rispetto alle precedenti operazioni statunitensi nel ventesimo secolo fu che, nel tentativo di rovesciare il regime di Fidel Castro, questa volta il governo americano non si affidò ai Marines, bensì a un esercito di esuli cubani: Hunt fu incaricato di creare un governo provvisorio e amico degli Stati Uniti sull'isola, che sarebbe subentrato una volta che le forze d'invasione addestrate dalla Cia avessero rimosso Castro. L'invasione, partita a poche settimane dall'inizio della presidenza di John F. Kennedy, fallì in modo spettacolare: più di un centinaio di freedom fighter morirono sulle spiagge cubane quando l'appoggio aereo degli Stati Uniti non si concretizzò. Nel giro di pochi giorni, 1.200 furono catturati e si arresero; seguirono altre centinaia di esecuzioni.
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Il presidente Kennedy espone la bandiera di combattimento della brigata di sbarco cubana Photograph: Corbis; Getty Images

La débâcle tuttavia non rallentò la voglia della Cia di rovesciare governi in giro per l'America centrale e meridionale. Nel 1961, l'agenzia fornì le armi per assassinare il leader della Repubblica Dominicana. Nello stesso anno appoggiò un colpo di stato in Ecuador; e non contenta, nel 1963 sostenne una giunta diversa in un altro colpo di stato, quando il nuovo leader si rivelò ancora meno amico degli Stati Uniti di quello appena rimosso.
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Negli anni successivi, la Cia favorì altri golpe – tra gli altri, quelli in Brasile e in Cile nel 1964 e 1973 – e si dilettò a sostenere rivolte militari armate e ribelli di destra in tutta la regione. La maggior parte delle amministrazioni americane in realtà voleva spingersi addirittura più in là; il segretario di Stato di Ronald Reagan, Alexander Haig, lo supplicò di invadere Cuba: "Basta una tua parola. Trasformerò quella cazzo di isola in un parcheggio", disse al presidente.

Quasi sempre, quello che arrivò dopo l'ingerenza degli Stati Uniti fu peggio di ciò che c'era prima. In Cile, Salvador Allende fu sostituito dalla brutale dittatura militare di Augusto Pinochet, che sarebbe durata 17 anni. Dopo il tacito sostegno americano al colpo di stato del 1976 in Argentina, che depose Isabel Perón, il paese venne governato per decenni da un esercito brutale, che si macchiò di orrori come il lancio di dissidenti dagli elicotteri. E tutto questo senza prendere in considerazione gli esempi di questo secolo in Iraq e Afghanistan.

L'instabilità e i regimi autoritari nella regione sono stati favoriti dall'addestramento d'élite garantito dall'esercito statunitense. Il dipartimento della Difesa ha formato decine di migliaia tra militari, funzionari dei servizi segreti e membri delle forze dell'ordine latinoamericane nella famigerata School of the Americas in Georgia; molti di loro sono stati poi accusati di terribili violazioni dei diritti umani, come nel caso di ex allievi che, secondo l'indagine di uno studioso dell'università Duke, sono diventati “dittatori, operatori degli squadroni della morte e assassini”: come Manuel Noriega a Panama, il dittatore boliviano Hugo Banzer Suárez, l'autocrate haitiano Raoul Cedras, il capo della polizia segreta di Pinochet e anche il generale scelto da Maduro come ministro della Difesa in Venezuela, per citare solo alcuni degli esponenti di spicco di questa galleria degli orrori.

Per decenni gli Stati Uniti, un presidente dopo l'altro, hanno giustificato questi interventi e il sostegno politico alle dittature con la scusa della Guerra fredda, sottolineando che appoggiare regimi terribili in questi paesi fosse meglio che correre il rischio di vederli cadere in mano al comunismo. Ironia della sorte, sono stati proprio la forza, il dominio e l'abilità mostrati delle forze armate e dell'intelligence statunitensi a far apparire questi interventi molto più allettanti del dovuto agli occhi dei presidenti americani, da Eisenhower a Reagan passando a Trump. Se nel breve termine la vittoria è quasi sempre assicurata – deponendo, rovesciando o sequestrando leader stranieri scomodi –, i risultati sul lungo periodo rappresentano una scommessa.
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Non a caso, le conseguenze indesiderate a lungo termine di queste azioni si sono riverberate nella politica interna americana per decenni, plasmandola più di quanto la maggior parte delle persone comprenda.

Da una parte, i collegamenti sono evidenti: fu per esempio durante la pianificazione dell'operazione nella Baia dei porci che Hunt incontrò i quattro cubani che avrebbe poi reclutato per l'effrazione che diede inizio allo scandalo Watergate. Ma ci sono anche legami meno ovvi, a partire dall'ingerenza degli Stati Uniti in luoghi come il cosiddetto "Triangolo del Nord" formato da Honduras, Guatemala e El Salvador, che ha portato alla nascita di forze destabilizzanti che hanno contribuito alle ondate migratorie verso il confine meridionale statunitense. Nell'ultimo decennio, l'arrivo di milioni di migranti negli Stati Uniti ha esacerbato le paure nativiste e contribuito a portare Donald Trump alla Casa Bianca prima nel 2016 e poi di nuovo nel 2024. Molte di queste persone sono state spinte a nord quando i cambiamenti climatici e la deforestazione hanno colpito l'agricoltura nei loro paesi d'origine, causando il collasso delle aziende nel settore e delle economie locali. In posti come il Guatemala, tutto questo è successo dopo che i militari hanno bruciato ampie porzioni delle regioni montuose per eliminare i rifugi dei gruppi ribelli. Come ha sottolineato il giornalista Jonathan Blitzer nel suo libro pluripremiato Everyone Who Is Gone Is Here, dopo la guerra civile a El Salvador degli anni '80, più di un quarto degli abitanti del paese sarebbe finito a vivere negli Stati Uniti come rifugiati.

Il che ci porta al secondo punto fondamentale della questione.
2. Donald Trump non ha un piano.

A novembre, nel bel mezzo della campagna di attacchi letali condotta dalle forze armate statunitensi contro quelle che sono state descritte come imbarcazioni di narcotrafficanti – che hanno ucciso oltre cento persone e sono stati giudicati illegali secondo quasi tutti gli standard internazionali – ho intervistato John Bolton. Il falco neoconservatore è stato il più longevo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump durante il suo primo mandato, ha sostenuto per anni un cambio di regime in Venezuela e ha appoggiato gli sforzi dell'opposizione locale per rovesciare Maduro nella precedente presidenza Trump. “Penso che il nostro fallimento nel rovesciare Maduro nel primo mandato sia stato il nostro più grande fallimento”, mi ha confidato.
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Ma Bolton si è anche detto perplesso dal modo in cui negli ultimi mesi Trump ha gettato le basi per l'operazione contro Maduro. Gli attacchi alle navi sono arrivati senza alcun tentativo di ottenere il sostegno del Congresso o di sviluppare collaborazioni solide con l'opposizione venezuelana (in questi giorni, anzi, Trump ha liquidato con disinvoltura la leader dell'opposizione venezuelana, María Corina Machado, che in autunno ha vinto il premio Nobel per la pace a lungo inseguito dal presidente americano. E che, secondo il Washington Post, potrebbe essere stata messa da parte proprio per questo). "Non c'è alcuna comprensione, credo, di ciò che è necessario per sostituire il regime di Maduro", ha commentato Bolton.
TOPSHOT Nobel peace prize laureate Maria Corina Machado addresses a press conference at the Grand Hotel in Oslo Norway...

Il premio Nobel per la pace María Corina Machado a Oslo, in Norvegia, l'11 dicembre 2025. Photograph: Odd Andersen; Getty Images

Il problema, ha continuato Bolton, è che Donald Trump non pensa mai oltre il passo successivo. L'ex consigliere – uno dei principali artefici della guerra in Iraq – racconta che la maggiore difficoltà incontrata nel suo periodo alla Casa Bianca fu dettata dal fatto che Trump non ha una visione del mondo definita né posizioni politiche nel senso tradizionale del termine. Ogni cosa era transazionale ed effimera.

"Non gli interessano le grandi strategie", mi ha detto Bolton. "Quando si parla di una dottrina Trump negli affari internazionali, pensare che ci sia una qualche coerenza è una fantasia assoluta. Tutto passa attraverso la lente di ciò che giova a Donald Trump".

Su qualsiasi tema, l'approccio di Trump è finalizzato a imporsi a livello mediatico. Raramente i suoi ragionamenti si spingono oltre l'immediato. Il fatto che gli Stati Uniti non sembrino avere alcun piano per ciò che accadrà oggi, questa settimana e il mese prossimo in Venezuela non è un caso: la mancanza di un piano è una caratteristica dello stile di governo di Trump, non un'aberrazione.
3. Questa guerra riguarda il passato, non il futuro.

Secondo alcuni opinionisti, il cervello di Donald Trump sarebbe bloccato agli anni '80 e ai primi ‘90. Gli anni della sua formazione come imprenditore immobiliare a New York nel periodo di Reagan hanno cementato la sua visione del mondo, la sua politica, le sue icone, ma anche la sua definizione di successo (l’oro ovunque) e le sue politiche (vedasi i dazi). Lo stesso slogan Make America Great Again originariamente era di Reagan.
Ronald Wilson Reagan the 40th president of the United States. A former actor and president of the Screen Actors Guild he...

Ronald Reagan, 40esimo presidente degli Stati Uniti Photograph: MPI; Getty Images

Questa visione del mondo ferma agli anni '80 spiega perché la cattura di Maduro e il rovesciamento del governo venezuelano acquistano più senso se inquadrati non come un conflitto del ventunesimo secolo bensì come sforzo retrò e nostalgico: l'ultima guerra del ventesimo secolo.
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    di Mara Budgen

Sappiamo già come saranno le guerre del futuro. I droni stanno rivoluzionando il campo di battaglia in Ucraina e l'esercito statunitense sta cercando di attrezzarsi per combattere agilmente nel Pacifico, nel caso in cui la Cina decidesse di invadere Taiwan. L'operazione in Venezuela, che è stata denominata Absolute resolve e ha ucciso decine di persone, ha suscitato immediatamente paragoni con l'invasione statunitense di Panama del 1989, l'operazione Just cause, che portò alla cattura del dittatore Manuel Noriega. Come Maduro, anche Noriega – che era stato appoggiato dalla Cia prima che gli Stati Uniti gli si rivoltassero contro – fu processato negli Stati Uniti.
US troops patrol the streets and clear debris in the area of the Panamanian Defense Force headquarters in Panama City...

Le truppe statunitensi pattugliano Panama City durante l'operazione Just cause, nel 1989, conclusasi con la resa di Manuel Noriega. Photograph: Manoocher Deghati; Getty Images

Ma il mondo è cambiato e il fatto che Donald Trump non sembri aver pensato alle prossime fasi in Venezuela mette in luce l'ironia della situazione: gli Stati Uniti sono entrati in guerra per un petrolio che nessuno sembra volere davvero. Il presidente americano continua ad abbracciare i motori a gas, a dire banalità sull'industria del carbone e a invertire la rotta del governo statunitense sull'energia solare, mentre il resto del mondo si sta rapidamente allontanando dai combustibili fossili. Negli ultimi anni, le energie rinnovabili sono cresciute di quasi il 30% all'anno e, nella prima metà del 2025, per la prima volta hanno prodotto più energia del carbone a livello mondiale. La Cina nel frattempo sta adottando rapidamente le rinnovabili – nel 2025 ha aggiunto circa 360 gigawatt di capacità solare ed eolica in più rispetto al totale degli Stati Uniti –, al punto da essere sulla buona strada per ridurre le emissioni di carbonio senza interrompere la propria crescita. E i costi dell'energia stanno scendendo rapidamente in diverse parti del mondo: come in Australia, che a novembre ha annunciato che da quest'anno tutti i cittadini avranno tre ore di elettricità gratis al giorno.

Invadere un paese per il suo petrolio all'inizio del 2026 potrebbe sembrare anacronistico tanto quanto il tentativo degli Stati Uniti di assicurarsi decine di piccole isole ricche di guano di uccelli, un ingrediente chiave per i primi fertilizzanti agricoli, nell'Ottocento. Eppure la storia ci insegna che il mondo continua a girare e che gli imperi sorgono e cadono in base a quelle che i gamer oggi chiamerebbero "missioni secondarie". Dopotutto, come spiega Daniel Immerwahr nel suo libro L'impero nascosto, fu proprio la spinta a rivendicare rocce incrostate di guano in giro per il mondo a porre per la prima volta le basi giuridiche per l'espansione globale degli Stati Uniti oltre il continente nordamericano. Da lì a pochi anni, il paese avrebbe iniziato a invadere regolarmente l'America Latina.

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Nel modo di ragionare improntato al qui e ora di Trump, la conquista dell'accesso al petrolio oggi profuma ancora di profitto. Una cosa che dovrebbe davvero preoccupare gli americani e non solo è che nel suo secondo mandato Trump è stato piuttosto schietto sui suoi obiettivi. Dopo un primo governo in cui molti opinionisti invitavano a prenderlo "sul serio ma non alla lettera", un punto chiave della sua seconda amministrazione è che Washington e la comunità internazionale ora devono prenderlo sul serio e alla lettera. In quest'ottica, il fatto che la moglie di Stephen Miller, uno dei principali collaboratori di Trump, abbia postato su X una foto della Groenlandia coperta da una bandiera americana dovrebbe essere visto non come una boutade ma come un enorme campanello d'allarme per l'Europa.
This 7200000 check from the United States to USSR is for purchasing Alaska on March 30th 1867.

L'assegno da 7.200.000 dollari con cui gli Stati Uniti hanno acquistato l'Alaska dall'Urss nel 1867 Photograph: Hulton-Deutsch; Getty Images

La Groenlandia e il Venezuela, dopo tutto, hanno almeno un elemento in comune che dovrebbe preoccupare: entrambi possiedono riserve di ricchezze naturali su cui gli oligarchi vicini a Trump vogliono mettere le mani. È da secoli – più precisamente dall'acquisto dell'Alaska da parte di Andrew Johnson – che un presidente degli Stati Uniti non guarda a nord con ambizioni di conquista. Ma l'appetito di Trump è indubbiamente maggiore e non si sazierà semplicemente ripetendo le follie in politica estera dei suoi predecessori nel ventesimo secolo.

Per un'amministrazione che sta costruendo la sua eredità sullo sconvolgimento dell'ordine mondiale per arricchire una cerchia ristretta di familiari, compari e tirapiedi nel breve termine – quella che Wired US ha definito la "enshittification del potere americano" – tra il petrolio del Venezuela e le terre rare della Groenlandia non ci sono grandi differenze. E le compagnie petrolifere e gli oligarchi della tecnologia che le bramano hanno probabilmente più cose in comune con la United fruit company e i baroni dello zucchero del secolo scorso di quanto pensino.

Questo articolo è apparso originariamente su Wired US.

 4 
 inserito:: Gennaio 12, 2026, 05:56:40 pm 
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Marco Maria Freddi
L’EUROPA HA PERSO LA GROENLANDIA.

E prima che si gridi all'esagerazione o si liquidino le mosse di Donald Trump come semplice spacconeria destinata a svanire nel nulla, è necessario guardare in faccia la realtà: la partita è già chiusa. È persa ancora prima di essere giocata.
Esiste, forse, un’opportunità piccola e fragile, ma con ogni probabilità l’Europa delle nazioni sovrane riuscirà a sprecarla.
Come siamo arrivati a questo punto? Com'è possibile che un Presidente spaccone e gradasso, maleducato e rozzo, possa minacciare l'annessione di un territorio di un alleato NATO? Come è possibile accettare che la peggior Presidenza della Commissione Europea nella storia dell’Unione possa rispondere con uno sterile comunicato e un’alzata di spalle?
Siamo sovranisti da sempre, difendiamo da sempre un'Europa delle Nazioni e, per difendere noi stessi — piccoli Paesi senza peso alcuno nello scacchiere mondiale — abbiamo delegato sistematicamente agli Stati Uniti la nostra difesa, la nostra tecnologia e la nostra politica estera. L'Europa ha scelto la comodità di essere un insieme di satelliti invece di una potenza; ha preferito pagare un tributo piuttosto che costruire un'autonomia. Ora che il padrone, perché di questo si tratta con Donald Trump, ha deciso di riscuotere il conto in territori, ci riscopriamo nudi. Senza nulla con cui pagare, né con cui resistere o negoziare.
Il Presidente statunitense non è un genio, ma ha trovato la strada spianata da ottant'anni di passività europea. Le sue giustificazioni sulla "sicurezza nazionale" o sulla protezione della NATO dalle minacce di Russia e Cina sono menzogne sistematiche. La realtà è molto più cinica.
Sotto il ghiaccio che si scioglie giace una fortuna. La Groenlandia detiene il 25% delle terre rare del pianeta, minerali indispensabili per produrre dai cellulari ai missili. Oggi quel mercato è in mano alla Cina, e Trump vuole scipparglielo, insieme a uranio, gas, petrolio e nichel. Tutto già pronto per essere saccheggiato dagli Stati Uniti. La Groenlandia è l’immobile più pregiato del pianeta. Con l’apertura delle nuove rotte artiche dovute al cambiamento climatico, chi la controlla domina l’accesso all'Atlantico del Nord e la rotta più breve tra America ed Europa. Trump, da palazzinaro qual è, ha riconosciuto l’affare.
Ha già persino nominato un incaricato, il governatore della Louisiana Jeff Landry, che si è detto "onorato" di fare il volontario per rubare territorio europeo mentre mantiene la sua carica. Lo dicono apertamente, e l'Europa continua a non reagire.
A Donald Trump della sicurezza europea importa quanto gli importi la democrazia in Palestina, Venezuela o Iran. Nulla. È solo un pretesto per un furto a piena luce del giorno. Non sta applicando alcuna raffinata strategia diplomatica, si sta comportando come un bullo di quartiere che minaccia il debole perché sa che non può difendersi.
E l'Europa è quel debole che ha passato anni a vantarsi del proprio "Soft Power" e del multilateralismo, solo per scoprire che queste parole non valgono nulla quando l’avversario usa l' "Hard Power" dei carri armati e hai lasciato al bullo di quartiere il compito della tua difesa.
Mentre Donald Trump minaccia la forza militare, l'Unione Europea lancia una "consultazione pubblica" per aggiornare la politica artica con scadenza a marzo. È burocrazia suicida. Mentre a Washington si parla di inviare truppe, a Bruxelles si chiedono pareri alla società civile. E se pacifisti, partiti antioccidentali e fautori dell'anti-riarmo ideologico non hanno capito nulla di come funziona il potere e la sicurezza nel XXI secolo, dalle Nazioni che aderiscono sovranamente all’Unione e dalla Commissione Europea ci si aspetterebbe più pragmatismo.
La dichiarazione congiunta di Francia, Germania, Italia e degli altri grandi è l'emblema dell'inutilità. Dire che "la Groenlandia appartiene al suo popolo" è come recitare una poesia durante uno scontro a fuoco. I leader sanno che queste parole sono carta straccia e che Donald Trump se ne fregherà, ma non hanno altro da offrire.
Abbiamo preferito dipendere sin dal dopoguerra da Washington per comodità, e oggi il prezzo di quella protezione è la nostra stessa dignità territoriale.
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 5 
 inserito:: Gennaio 10, 2026, 07:27:19 pm 
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Report rai tre
Vincenzo Siragusa

L'ultimo avvertimento di Putin al presidente francese Macron:

"Signore e signori, ho ascoltato attentamente le parole del presidente Emmanuel Macron, che ha sottolineato la fine dell'egemonia occidentale e l'emergere di un mondo multipolare. Ha ragione su un punto essenziale: il mondo sta cambiando profondamente, ma dimentica di spiegare perché e, soprattutto, dimentica di riconoscere che la Francia e l'Occidente stanno combattendo la Russia oggi proprio perché si rifiutano di accettare questa realtà. Oggi la Russia è bersaglio di sanzioni, attacchi diplomatici, economici, informativi e persino militari, come in Ucraina. Perché? Perché l'Occidente si rifiuta di accettare che la sua era di egemonia indiscussa sia finita. Perché l'Occidente si rifiuta di vedere altre nazioni difendere i propri interessi, valori e sovranità. L'Occidente parla di libertà e democrazia, ma cosa ha fatto per secoli? Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo, Belgio, Paesi Bassi: hanno tutti colonizzato quasi tutto il pianeta. Ditemi dove, in quale parte del mondo, l'Occidente non ha messo piede e imposto la sua legge? In Africa, la Francia ha disegnato Confini arbitrari, risorse sfruttate e milioni di persone costrette a... spostarsi. In Asia, gli inglesi hanno ridotto in schiavitù intere popolazioni, dall'India alla Cina. In America, le potenze europee hanno massacrato intere civiltà. E ancora oggi, attraverso la NATO, vogliono imporre il loro modello ovunque. Il signor Marcon parla dell'ispirazione politica dell'Europa. Ma dov'è questa ispirazione? L'Europa segue gli Stati Uniti in tutte le loro guerre, senza esitazione: Iraq, Libia, Siria. Ogni volta, causa centinaia di migliaia di morti. È questa ispirazione? E non ditemi che la Russia è un pericolo per il mondo. Per oltre duecento anni, l'Occidente ha cercato di distruggere la Russia: Napoleone venne a Mosca, convinto di poter soggiogare il nostro Paese. Se ne andò sconfitto nella neve. La Germania lanciò la più grande guerra d'invasione contro di noi. Fu sconfitta a Stalingrado, a Kursk e persino nelle strade di Berlino. Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti cercarono di soffocare la nostra economia, di accerchiarci, di provocare colpi di stato tra i nostri vicini, eppure siamo ancora qui. La Russia ha attraversato momenti difficili. prove, ma nessuno è riuscito a sconfiggerci. Perché stiamo combattendo non solo per la nostra terra, ma anche per... la nostra civiltà, i nostri valori e la nostra dignità. Oggi non è più solo la Russia a rifiutare l'egemonia occidentale; la Cina sta facendo un passo avanti; l'India sta affermando la sua visione del mondo; l'Africa si sta gradualmente liberando dalla tutela straniera; persino l'America Latina sta trovando la sua voce. Non è più un mondo dominato da una singola potenza o da un unico blocco: siamo entrati in un'era multipolare. E nessuno può fermarla. Ecco perché la Francia, l'Europa e l'Occidente sostengono l'Ucraina contro la Russia. Non per amore del popolo ucraino, ma perché vogliono usare questo Paese come pedina per cercare di indebolire la Russia, per limitare il nostro sviluppo e per impedire che questo mondo multipolare prenda forma. Voglio dire loro, dico al Presidente Macron e ai suoi colleghi europei: non potete nuotare controcorrente per sempre. Parlate di valori, ma rifiutate di rispettare le scelte del popolo, parlate di diritto internazionale, ma lo violate non appena non serve più ai vostri interessi, parlate di pace, ma seminate guerra ovunque interveniate. La Russia non è nemica di nessuno, ma non permetteremo mai a nessuno di decidere il nostro futuro. Vogliamo cooperazione, ma cooperazione a parità di condizioni. Vogliamo la pace, ma non a scapito della nostra libertà, della nostra identità. E sia chiaro: nessuno sconfiggerà mai la Russia. Abbiamo sopportato secoli di difficoltà, abbiamo visto imperi nascere e cadere, e siamo ancora qui. E saremo lì domani, in questo nuovo mondo multipolare che sta già nascendo.

#breakingnews #guerra #russia

 6 
 inserito:: Gennaio 10, 2026, 12:14:36 am 
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Giuseppe Ravera

L’inverno del nostro scontento

Da tempo sentivo l’esigenza di scrivere sulla triste parabola di quello che per molti anni è stato il mio giornale. (Scrivere è il modo migliore per riflettere: la parola scritta – letta, corretta e riscritta – costringe il pensiero ad attraversare la porta stretta della logica).
Provo a scriverne adesso a cadavere caldo, prima che la cassa venga chiusa e il caro estinto interrato. Perché sì, a dispetto di ogni evidenza, ho sperato che dopo la sciagurata stagione dei fratelli De Benedetti - poco avvezzi ai misteri dell’editoria quanto poco interessati al mercato dell’informazione, il business più indecifrabile e complicato al mondo - l’acquisto di Gedi da parte di Exor guidato da Jhon Elkann mi era parso l’epifania di una svolta se non radiosa almeno dignitosa e coerente con la storia del giornale.
“Repubblica” vede la luce il 14 gennaio 1976. Per lungo tempo ho conservato tra un trasloco e l’altro il primo numero di quello che per una buona quarantina d’anni è stato il “mio giornale”. Il web è pieno di racconti sulla storia del suo successo. Per quel che mi riguarda la storia di Rep è la biografia di una generazione, la mia. Mi sono laureato nel ’77, l’anno della contestazione a Lama, dell’avvento degli indiani metropolitani e dell’inasprirsi del terrorismo. L’anno dopo, con il sequestro Moro e l’omicidio della scorta, le Brigate Rosse, raggiungono il livello massimo di attività; l’inflazione nel decennio 1973-1984 non scende mai sotto il 10%. “Repubblica” si rivolge agli orfani del movimento: giovani e non più giovani accomunati da un anticapitalismo istintivo quanto generico, che aborrono la “via armata al comunismo” e nel Partito comunista italiano vedono nient’altro che una soffocante macchina di conformismo. Per la prima volta in edicola c’è un giornale laico e progressista, diverso in tutto a partire dal formato e dalla grafica, che fa dell’innovazione la propria cifra stilistica. Il grande merito di Scalfari: offrire a una generazione risvegliatasi dal sogno del comunismo, totalmente estranea dalle derive militari, un approdo alla democrazia liberale. La critica della realtà e la lotta per il cambiamento parevano diventare possibili. (Poi si scoprì che non era esattamente così, ma questa è un’altra storia).
Cos’è un giornale? L’altro giorno Ezio Mauro ne ha dato una definizione magistrale. Un pezzo che era al tempo stesso un addio alle armi e un avvertimento ai nuovi editori. Io che giornalista non sono e mi sono limitato ad apparecchiare periodici e stampati vari “pro domo clientes” mi limito a dire che fra tutti i prodotti di largo e larghissimo uso (utenze telefoniche, dentifrici, alimenti in scatola, detersivi, uova, latte, igiene personale e della casa, carne, pollame, pesce fresco, frutta e verdura…) i giornali sono i più difficili in assoluto. Mentre su qualsiasi altro prodotto di largo consumo, comprese persino le automobili, è possibile intervenire modulando le famose quattro leve del marketing mix (prodotto, prezzo, punto vendita, promozione) il giornale quotidiano è sensibile solo alla prima e ne è la quintessenza. Il giornale, contrariamente a qualsiasi altro prodotto, è un oggetto che ogni giorno devi inventare, produrre, distribuire e ritirare dal punto vendita l’invenduto. Inutile usare la leva del prezzo, rischioso quella della promozione. Ricordo quando il giovane Veltroni ebbe l’idea di abbinare la cassetta di un film famoso all’Unità, quotidiano persino più plumbeo della Pravda. Il risultato, facilmente prevedibile, fu che “i nuovi lettori” del quotidiano fondato da Antonio Gramsci gettavano il giornale e si tenevano la cassetta. In conclusione, se nel mercato delle maionesi (degli sciampo, delle pillole contro il mal d’auto, delle salopette per cani…) buon senso, esperienza e una adeguata cassetta degli attrezzi sono più che sufficienti per portare a casa il risultato, nel mondo dell’informazione non basta. Non basta il metodo, e a volte mi domando pure se il “metodo” esista pronto all’uso o te le deve inventare su misura.
E ancora. Di qualsiasi cosa puoi fare un sampling, ovvero tutto può essere trasformato in “offerta gratuita di campioni di prodotto” ad esclusione dei giornali. Il giornale non si regala (“copia regalata, copia sprecata”) semmai si annuncia, si presenta in road show impegnativi quanto costosi. Neppure la pubblicità funziona se il prodotto non è più che adeguato. Sono in molti a ricordare le brillantissime campagne de “Il Manifesto” (“la rivoluzione non russa”). Eppure non ha mai varcato l’originaria nicchia di appartenenza e tira a campare confinato nel recinto della marginalità insignificante. Eppure la ragione del successo (e dell’insuccesso) è semplice, Brecht direbbe “la semplicità difficile a farsi”: grandi giornalisti, grande scrittura, grandi inchieste, grandi corrispondenze, grande rigore nella ricerca della verità, grande accuratezza. Laddove la grandezza non si misura in dimensioni spaziali, massa e peso, ma altro non è che l’attributo in cui si declina la qualità. Diciamo che funziona come in una reazione a catena: i migliori giovani talenti sono pronti a buttarsi nel fuoco pur di lavorare nel miglior prodotto editoriale, quello più fresco, più innovativo, più trasgressivo fragrante e croccante; esattamente come le “grandi firme” sono pronte a un trasferimento che offrirà loro più denaro, più visibilità, più successo. Insomma, la buona vecchia regola del successo che produce successo e richiama a sé altro successo. Come diceva quel tale, la sfiga non è stata mai un buon partito.
Eppoi cos’è successo nonno, chiede il nipotino seduto accanto al fuoco del camino. Il nonno stuzzica le braci, aggiunge un altro ceppo e prosegue. È successo che, come anche Ezio Mauro ricordava nell’editoriale destinato a nuora perché suocera intenda, è passato il tempo dal tempo in cui s’aspettava la domenica per leggere la pastorale del Fondatore e Direttore, grazie al quale i bravi membri della borghesia riflessiva avrebbero saputo cosa sarebbe stato saggio pensare a proposito di Tizio, Caio e Sempronio. Il tempo non passa mai invano: se hai continuato a fare le cose come le hai sempre fatte – bene, se non addirittura benissimo – se pensi che possa bastare continuare a non fare nulla di nuovo, il tempo prima o poi ti bastona. Che è successo? Una bazzecola chiamata internet. Una bomba atomica che al Regno di Repubblica non fa neppure rosina. Succede che, narrano le leggende, Eugenio I, il sovrano assoluto conceda un par di stanzette nel sottoscala di via Po a “quelli del web”. Vera o falsa, la leggenda rende bene l’atmosfera che regna nel giornale in quegli anni; invece di studiare l’evento destinato a cambiare il paradigma dell’informazione, della lettura, della scrittura, delle relazioni sociali e dei più consolidati modelli di business, ci si crogiola al sole dell’onnipotenza. Eppure, non era così difficile: sarebbe bastato copiare il New York Times.
Tiriamo le somme. Nel 1991 il CERN rende pubblica la tecnologia World Wide Web rendendo semplice la navigazione e aprendo la rete a un pubblico più ampio. Cinque anni dopo il New York Times lancia il suo primo sito web ("The Web-based Times").
La piattaforma inizialmente offriva “notizie del giorno, articoli di approfondimento, la sezione annunci e l'accesso agli archivi della settimana precedente”. Alla fine degli anni ’90 nel nostro paese la diffusione dell’ADSL velocizza le connessioni rendendo più semplici gli accessi; contribuisce così allo sviluppo di una nuova specie di homo sapiens il cui denotato è l’abitudine alla gratuità. Si affacciano sul mercato generazioni di giovani consumatori convinti che l’informazione sia naturaliter gratis. Creature affatto disposte a versare neppure una cifra simbolica per l’acquisto di un giornale, di un periodico, di una rivista. Inizia la lenta, dolorosa, inarrestabile estinzione tutt’ora in corso. Meno lettori meno ricavi pubblicitari; meno ricavi meno investimenti; meno ricavi più tagli a costi ritenuti sacrificabili; nelle redazioni iniziano le speciali decimazioni chiamate pre-pensionamenti: più sei anziano più costi, quindi ti sostituiamo con un alacre stagista. Peccato che in un giornale anziano quasi sempre significhi “competente, esperto, affidabile” e stagista “sotto pagato, ignorante, inconsapevole”. Risultato: giornali zeppi di errori stampati su carta di merda con inchiostri di merda che lordano le mani degli sprovveduti che insistono a comprarli. Nel frattempo le edicole chiudono come i fiori notturni di pascoliana memoria, ma a differenza di questi per non più riaprire.
Conclusione. Se fossi amico di Jhon Elkan, amico di quelli che non hanno bisogno di incarichi, prebende e neppure consulenze, non gli chiederei perché ha deciso di vendere, proprio adesso e proprio al Greco. Sottovoce, in un sussurro appena sussurrato, gli chiederei perché mai un uomo saggio e avveduto come lui abbia comprato. 

http://www.lenuovemadeleine.com/linverno-del-nostro.../



 7 
 inserito:: Gennaio 10, 2026, 12:08:10 am 
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Gianni Gavioli
Alessandro Magherini "accecato la mente" e "russofobia" sono valutazioni tendenziose riferite alla persona, quindi sono offese in pubblico.
E sono false nel mio caso. Correggiti!
---
Demone é una entità in eterno conflitto tra il bene e il male.
Una anima intellettiva che va curata e privata di turbamenti.
""... rimane la cura é di non insozzare il demone che ha preso dimora nel suo petto;
la cura di non turbarlo con impressioni confuse e molteplici;
di mantenerlo sereno e benigno, tributandogli rituale e onori come un dio;
e non dire nulla che sia contrario al vero;
non fare nulla contro giustizia"".
(Marco Aurelio, colloqui con sé stesso).
...
I demoni sono dotati di forza sovraumana, anzi sorpassano di molto per estensione
di potenza la nostra natura, ma non posseggono, per altro, l'elemento divino puro e incontaminato e tale elemento misto di duplice sorte é appunto la sorgente del turbamento ...
Tra i demoni, come negli uomini, sorgono differenze nella gradazione del bene e del male.
Un simile personaggio non dovrebbe guidare un impero su questa terra, . . .
(Pensieri ricavati copiando qua e là).
ggiannig

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Un Popolo forte nelle sue consapevolezze, in sintonia con il suo Vertice, non si fa sopraffare dal soffrire l'ingiustizia.
Noi occidentali siamo imbambolati da decine di Conati ed Emesi di informazioni fasulle, menzognere, tele-comandate da Poteri Intermedi, fetidi ma spesso anche stupidi. Come i microcefali della Propaganda Russa.
Noi dobbiamo ignorare ciò che ci viene propinato (informazioni avvelenate) ed invece, approfondire ciò che non conosciamo a sufficienza.
Nel caso specifico:
chi sono oggi i due popoli in Sofferenza, i Russi e gli Ucraini. Oggi, ma comprese le croste che si portano addosso dal loro diverso passato.
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Una Democrazia Autorevole sa riconoscere e combattere i nemici della Patria, sa contrastare il logorio dei traditori della Patria, sa avvisare e difendere i propri Cittadini dalle ipocrisie e menzogne sociali diffuse per Ideologie o Fideismi di Parte.
Libertà di stampa e di comunicazione non significa usare la parola scritta o parlata per ingannare il Popolo.
La Democrazia Autorevole una volta ottenuta per approvazione Costituzionale dal Popolo, deve essere inattaccabile!
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Noi occidentali siamo imbambolati da decine di Conati ed Emesi di informazioni fasulle, menzognere, tele-comandate da Poteri Intermedi, fetidi ma spesso anche stupidi. Come i microcefali della Propaganda Russa.
Noi dobbiamo ignorare ciò che ci viene propinato (informazioni avvelenate) ed invece, approfondire ciò che non conosciamo a sufficienza.
Nel caso specifico:
chi sono oggi i due popoli in Sofferenza, i Russi e gli Ucraini. Oggi, ma comprese le croste che si portano addosso dal loro diverso passato.
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Molti mancheranno, ma già oggi c'è troppa incapacità non solo tra artigiani improvvisati, ma anche in categorie di specializzati come i dentisti a livello ancora medievale, per esempio.
Conti salatissimi ma non danno la garanzia sui lavori eseguiti. Chiedetela sempre, invece, senza garanzia ci capitano inconvenienti e sofferenze gravi.
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Andare "Oltre Facebook" e le altre Multinazionali, egoiste e golose, è possibile.
Basta usarle con Intelligenza e Umanità.
Loro sono Disumane.
Ma occorre unirsi in Gruppi Organizzati e stare con le Persone e tra la Gente.
ciaooo

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 8 
 inserito:: Gennaio 09, 2026, 11:40:41 pm 
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Gianni Gavioli  su FB
 
Condiviso con Tutti

Penso di dedicarmi maggiormente a capire le logiche dei Ragni, che oggi, detengono sulla Terra il Potere Temporaneo di manovra e di comando nel fare e disfare le regole,
come Tele di Ragno (ragnatele) in ogni campo.
ciaooo
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Trump e Putin prima di lui, stanno facendoci vedere in modo lampante ciò che ha sempre caratterizzato la nostra convivenza, di esseri umani sulla Terra, le diverse sfumature di cattiveria.

Molti loro Asserviti giustificandoli, li mettono in paragone con altri malefici comportamenti e modi di agire predatori, commessi nel passato di ogni Nazione, forse addirittura provocando sofferenze maggiori di quelle sofferte oggi dai popoli ancora oppressi.
Ma noto due cose:
1) oggi la gente, sempre male informata, é un poco più attenta nel volere capire cosa accade.
2) contemporaneamente Uno massacrando intere nazioni, l'Altro rubacchiando bocconi sempre più grassi, stanno sgomitando per farsi spazi più ricchi di possibile refurtiva.
Uno di questi due é di troppo e contemporaneamente, ci sono già in fase di composizione e assemblaggio altri Predatori più o meno feroci.
Bottini meritevoli d'arrembaggio non mancheranno e c'é abbondanza di stupidi al comando di intere nazioni che renderanno più facile il loro compito.       
Ma tutto sarà PROVVISORIO e Precario.
Noi persone normali, possibili e probabili vittime del loro scorrazzare, abbiamo due compiti importanti:
1) fare Opposizione al loro dominio e
2) insegnare ai nostri giovani e alle loro generazioni come difendersi dal Male.
Male che esiste dal tempo di sempre e che tutti i potenti hanno praticato!
In ogni campo.
ciaooo   
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INTESA OLIVO POLICONICO di GOVERNO, invece che PARTITO DEMOCRATICO?
Gianni Gavioli  ·
Amministratore
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  · portesSodni9i569mla6li70230h13gf6h258al1hu2i630015hhc m1u7f6  ·
Tra poco sarà primavera, fare pulizia in casa diventa ESSENZIALE.
Più il pensiero politico e sociale si avvicina al concetto personale, più si allontana dalla verità.
Ma la Verità di chi governa dovrà essere soltanto a beneficio dei più. Quindi non di un solo Partito.
Per questo la Gente non pensa più ai partiti, ma molti di loro seguono, provvisoriamente, piccoli gerarchi del nulla.
Se non dell'essere capaci di predare ciò che farà comodo avere nelle proprie tasche, anche quelle mentali.
ciaooo.
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INTESA OLIVO POLICONICO di GOVERNO, invece che PARTITO DEMOCRATICO?
Gianni Gavioli  ·
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  · pernodstSo70h57990fm50m98htt1fh5g700al0lu34mi05f15l6gu 1gatl  ·
Noi Centro e Sinistra Democratica, dobbiamo essere una Alternativa all'attuale Governo, non un guazzabuglio di chiacchiere davanti alla camera da letto del prossimo inciucio infecondo!
Tra poco Trump, se non l'ha già concordato con la Meloni, ci chiederà tre Regioni: Veneto (per le sue Basi militari) Sicilia e Sardegna per le loro posizioni nel Mediterraneo.
Le servono per le "sue strategie predatorie".
Voi Opposizione che farete??
ggg

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 inserito:: Dicembre 20, 2025, 12:26:37 pm 
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Gianni Gavioli

Viaggio nella Storia
In un’Europa devastata dall’occupazione nazista, dove il terrore aveva preso il posto della speranza e le strade odoravano di paura, una ragazza di appena diciassette anni decise di non piegarsi.
Il suo nome era Lepa Radić.

Era nata nel 1925, in una piccola cittadina della Bosnia, in una famiglia contadina semplice e orgogliosa. Crebbe tra i campi, i monti e le voci antiche della sua terra. Amava leggere, studiare, sognava un futuro sereno. Ma la guerra le strappò via l’infanzia troppo presto.

Quando le truppe naziste invasero la Jugoslavia nel 1941, Lepa vide il suo paese frantumarsi sotto il peso dell’odio. Vide uomini deportati, case incendiate, bambini rimasti soli. E capì che il silenzio non era più possibile.
Aveva solo sedici anni quando si unì ai partigiani jugoslavi, il movimento di resistenza che combatteva contro l’occupazione tedesca.

Non portava un fucile sulle spalle ogni giorno, ma la sua missione era altrettanto rischiosa: trasportava armi e medicinali, curava i feriti, portava messaggi segreti da un villaggio all’altro. Ogni passo era una sfida alla morte.
Lepa non cercava la gloria. Cercava la libertà.
E lo faceva con una calma e un coraggio che molti uomini adulti non seppero mai trovare.

Nel febbraio del 1943, durante la battaglia di Grmeč, i tedeschi accerchiarono il suo gruppo. Dopo giorni di scontri feroci, Lepa fu catturata. La interrogarono, la picchiarono, cercarono di spezzarla.
Ma non ci riuscirono.

Quando le offrirono la vita in cambio dei nomi dei suoi compagni, Lepa li fissò con occhi limpidi e rispose:
“Non sono una traditrice del mio popolo.”

All’alba del 8 febbraio, la condussero nella piazza di Bosanska Krupa. Aveva il viso gonfio, i capelli disordinati, ma lo sguardo era sereno.
I soldati tedeschi prepararono la corda. La folla, terrorizzata, guardava in silenzio. Qualcuno piangeva.
Lepa salì al patibolo con passo fermo, le mani legate dietro la schiena. Si voltò verso la gente e gridò parole che ancora oggi restano scolpite nella memoria dei Balcani:

“Compagni, non temete per me! Il mio sacrificio servirà alla libertà! Combattete e vincerete!”
Poi sorrise.
Un sorriso lieve, quasi dolce.
Un sorriso che fece impallidire i suoi carnefici.

Pochi istanti dopo, la corda si tese. Ma quel sorriso rimase sospeso nell’aria, come una luce che non si spegne.

Lepa Radić non morì sconfitta: morì invincibile.
Aveva solo diciassette anni, ma il suo nome divenne leggenda. In Jugoslavia fu onorata come Eroina Nazionale — la più giovane del Paese a ricevere quel titolo.

La sua storia non è solo un ricordo di guerra: è un messaggio di coraggio, di lealtà e di dignità.
Ci ricorda che la libertà non è mai gratuita, e che a volte sono i più giovani a insegnarci cosa significa non arrendersi.

A diciassette anni, Lepa Radić scelse l’onore invece della vita.
E in quella scelta trovò l’eternità.

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Nella fotografia:

La Morte vide il tuo Viso Austero e si impauri', . . . lascio' fare al servo nazista!
ggiannig

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 inserito:: Dicembre 20, 2025, 11:29:58 am 
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Gianni Gavioli
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La destra militarista ringrazia.
Questa é Comunicazione Politica di Propaganda.
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