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 inserito:: Giugno 30, 2026, 07:16:28 pm 
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Il funerale di Carlin Petrini. Moni Ovadia: «Noi sognavamo la rivoluzione, lui l'ha fatta. Grande uomo in quest'epoca di omuncoli». Finale sulle note di Cielito Lindo

di Marcello Pasquero

Gran folla e tanta commozione a Pollenzo per le esequie del fondatore di Terra Madre. Presenti anche il governatore Cirio, il sindaco di Torino Lo Russo, Moni Ovadia, Don Ciotti e Oscar Farinetti. «Raccoglieremo la tua eredità»

Il funerale di Carlin Petrini. Moni Ovadia: «Noi sognavamo la rivoluzione, lui l'ha fatta. Grande uomo in quest'epoca di omuncoli». Finale sulle note di Cielito Lindo
Moni Ovadia ricorda l'amico Carlin Petrini

Lacrime e canti per l'addio a Carlin Petrini. Migliaia di persone si sono radunate a Pollenzo, nel cuneese, per i funerali del fondatore di Slow Food e di Terra Madre, morto a 76 anni. Sin dalle prime ore del mattino tanti amici hanno assiepato il Cortile di ingresso dell'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

«Parlava in piemontese col Papa»
Presenti anche il presidente della Regione Alberto Cirio e il sindaco di Torino Stefano Lorusso, Don Ciotti, Moni Ovadia, l'imprenditore Oscar Farinetti. Non ha voluto mancare il vescovo di Verona, monsignor Domenico Pompili, che con Petrini ha fondato la comunità Laudato Sì. «Ricordo i dialoghi tra Carlin e Papa Bergoglio. Parlavano in piemontese e ho imparato il termine "Mugna cuacia". Carlin è stato un uomo di grande cuore e che parlava di intelligenza emotiva prima che di intelligenza artificiale».


Gallery: I funerali di Carlin Petrini a Pollenzo: le immagini

Il rettore: «Questo non è funerale direbbe Magritte»
Quando il feretro arriva alle 11.30 la commozione prende il sopravvento e si scioglie in un lunghissimo applauso. Nicola Perullo rettore dell'università di scienze gastronomiche è il primo a salire sul palco «Come direbbe Maigritte questo non è un funerale, a Carlo sarebbe piaciuto» e aggiunge: «Era un uomo difficile da incasellare, un grande rivoluzionario con un carisma incredibile. Ma lui aveva anche una generosità che abbinata al carisma ha fatto sì che le opere che ha realizzato potessero penetrare tra la gente».
E ancora: «Carlo era l'uomo di tutti, dal pescatore al re».

L'amico di sempre
Sul palchetto anche Vincenzo Ercolino, l'amico di sempre: «Petrini non aveva mai cercato solo il cibo, ha cercato l'umanità. Non l'umano astratto ma quello concreto dei gesti, il contadino che custodisce un seme, l'anziano che consegna una memoria, il giovane che ritrova una strada. Mai nostalgia del passato ma possibilità di futuro».

Edward Mukiibi: «Il tuo sogno vive»
Toccante il discorso del presidente di Slow Food Internazionale, l'agronomo ed educatore ugandese Edward Mukiibi. «Cari amici di Carlo, questo silenzio che sento oggi è assordante, noi dobbiamo rispondere al silenzio lavorando sodo, insieme, per mantenere viva la sua visione. Tutti noi - prosegue - in ogni parte del mondo dobbiamo unirci e collaborare ancora di più per onorare la dedizione di Carlo. Dobbiamo farlo in suo onore e per la Terra Madre che ha tanto amato e curato. Ora riposa caro amico, il tuo sogno continua a vivere».

Don Ciotti ricorda l'ultimo incontro con Carlin Petrini, due giorni prima della scomparsa

Moni Ovadia e Don Ciotti
Anche Moni Ovadia ha voluto salutare Petrini: «Noi sognavamo la rivoluzione, lui l'ha fatta. Se guardo al mondo lo vedo governato da omuncoli insignificanti mentre Carlin era un titano. Carlin ha fatto il più grande collegamento, portare il mondo nel tuo luogo e il tuo luogo nel mondo». E continua: «Ha dimostrato che puoi essere uno sbandato cazzeggiatore e diventare uno dei più grandi uomini di questa epoca».

Don Ciotti invece ricorda l'ultimo incontro: «Due giorni prima di lasciarci, ero in casa con lui e sua sorella Chiara. Ho visto le lacrime ai suoi occhi e lui ha visto le mie. Poi con un filo di voce mi ricorda che quando aveva detto al Papa di non essere credente, poi il pontefice gli aveva risposto che avrebbe pregato sempre per lui. E poi mi fa "Luigi prega per me, io sto morendo". Allora ho pregato per lui, e certo il mio pensiero ora va a Carlin e a quanti raccolgono la sua eredità».

Funerali di Carlin Petrini, le prove dei canti per salutare il fondatore di Slow Food

Le studentesse Lucia e Camilla
Grandi applausi anche per le parole pronunciate da Lucia e Camilla, studentesse dell'Università di Scienze Gastronomiche, da lui fondata: «Ci hai aperto le porte del mondo, ci hai dato valori con cui avanzare nella vita. Tocca a noi, ora, essere ambasciatori delle tue idee, prendiamo questo impegno con responsabilità ma anche con un po' di paura di non riuscire a fare abbastanza. Ma se tu - proseguono - sei riuscito a fondare in un piccolo paese d'Italia un'organizzazione che cura il cibo in un'epoca in cui il cibo stava diventando sempre più standardizzato, perché noi dovremmo lasciarci prendere dall'ansia tanto diffusa di questi tempi, perché credere a ciò che il sistema di potere vuol farci credere ovvero che non c'è più nulla da fare? Noi studenti di Pollenzo infonderemo ogni energia per fare espandere questo movimento in ogni angolo del mondo».

Cielito Lindo
La cerimonia si è chiusa intorno alle 13:20. Come «arrivederci» tutti i presenti hanno intonato «Cielito Lindo», la canzone preferita di Carlin. «¡Ay! ¡ay! ¡ay! ¡ay!, Canta y no llores! porque cantando se alegran, Cielito Lindo, los corazones».
Canta e non piangere, perché quando si canta si rallegrano i cuori.

«Canta e non piangere», le note di «Cielito Lindo» per l'ultimo saluto a Carlin Petrini

LEGGI ANCHE
Giuseppe Lavazza: «Il mio amico Carlin cantava con i Mau Mau per farci capire che il cibo è una cosa seria. Slow Food? È in buone mani» di Christian Benna

«Ciao Carlin, le tue idee ci guideranno». A Pollenzo la camera ardente per Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e Terra Madredi Marcello Pasquero

da corriere.it

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 inserito:: Giugno 30, 2026, 07:05:05 pm 
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Giuseppe Ravera

L’inverno del nostro scontento

Da tempo sentivo l’esigenza di scrivere sulla triste parabola di quello che per molti anni è stato il mio giornale. (Scrivere è il modo migliore per riflettere: la parola scritta – letta, corretta e riscritta – costringe il pensiero ad attraversare la porta stretta della logica).
Provo a scriverne adesso a cadavere caldo, prima che la cassa venga chiusa e il caro estinto interrato. Perché sì, a dispetto di ogni evidenza, ho sperato che dopo la sciagurata stagione dei fratelli De Benedetti - poco avvezzi ai misteri dell’editoria quanto poco interessati al mercato dell’informazione, il business più indecifrabile e complicato al mondo - l’acquisto di Gedi da parte di Exor guidato da Jhon Elkann mi era parso l’epifania di una svolta se non radiosa almeno dignitosa e coerente con la storia del giornale.
“Repubblica” vede la luce il 14 gennaio 1976. Per lungo tempo ho conservato tra un trasloco e l’altro il primo numero di quello che per una buona quarantina d’anni è stato il “mio giornale”. Il web è pieno di racconti sulla storia del suo successo. Per quel che mi riguarda la storia di Rep è la biografia di una generazione, la mia. Mi sono laureato nel ’77, l’anno della contestazione a Lama, dell’avvento degli indiani metropolitani e dell’inasprirsi del terrorismo. L’anno dopo, con il sequestro Moro e l’omicidio della scorta, le Brigate Rosse, raggiungono il livello massimo di attività; l’inflazione nel decennio 1973-1984 non scende mai sotto il 10%. “Repubblica” si rivolge agli orfani del movimento: giovani e non più giovani accomunati da un anticapitalismo istintivo quanto generico, che aborrono la “via armata al comunismo” e nel Partito comunista italiano vedono nient’altro che una soffocante macchina di conformismo. Per la prima volta in edicola c’è un giornale laico e progressista, diverso in tutto a partire dal formato e dalla grafica, che fa dell’innovazione la propria cifra stilistica. Il grande merito di Scalfari: offrire a una generazione risvegliatasi dal sogno del comunismo, totalmente estranea dalle derive militari, un approdo alla democrazia liberale. La critica della realtà e la lotta per il cambiamento parevano diventare possibili. (Poi si scoprì che non era esattamente così, ma questa è un’altra storia).
Cos’è un giornale? L’altro giorno Ezio Mauro ne ha dato una definizione magistrale. Un pezzo che era al tempo stesso un addio alle armi e un avvertimento ai nuovi editori. Io che giornalista non sono e mi sono limitato ad apparecchiare periodici e stampati vari “pro domo clientes” mi limito a dire che fra tutti i prodotti di largo e larghissimo uso (utenze telefoniche, dentifrici, alimenti in scatola, detersivi, uova, latte, igiene personale e della casa, carne, pollame, pesce fresco, frutta e verdura…) i giornali sono i più difficili in assoluto. Mentre su qualsiasi altro prodotto di largo consumo, comprese persino le automobili, è possibile intervenire modulando le famose quattro leve del marketing mix (prodotto, prezzo, punto vendita, promozione) il giornale quotidiano è sensibile solo alla prima e ne è la quintessenza. Il giornale, contrariamente a qualsiasi altro prodotto, è un oggetto che ogni giorno devi inventare, produrre, distribuire e ritirare dal punto vendita l’invenduto. Inutile usare la leva del prezzo, rischioso quella della promozione. Ricordo quando il giovane Veltroni ebbe l’idea di abbinare la cassetta di un film famoso all’Unità, quotidiano persino più plumbeo della Pravda. Il risultato, facilmente prevedibile, fu che “i nuovi lettori” del quotidiano fondato da Antonio Gramsci gettavano il giornale e si tenevano la cassetta. In conclusione, se nel mercato delle maionesi (degli sciampo, delle pillole contro il mal d’auto, delle salopette per cani…) buon senso, esperienza e una adeguata cassetta degli attrezzi sono più che sufficienti per portare a casa il risultato, nel mondo dell’informazione non basta. Non basta il metodo, e a volte mi domando pure se il “metodo” esista pronto all’uso o te le deve inventare su misura.
E ancora. Di qualsiasi cosa puoi fare un sampling, ovvero tutto può essere trasformato in “offerta gratuita di campioni di prodotto” ad esclusione dei giornali. Il giornale non si regala (“copia regalata, copia sprecata”) semmai si annuncia, si presenta in road show impegnativi quanto costosi. Neppure la pubblicità funziona se il prodotto non è più che adeguato. Sono in molti a ricordare le brillantissime campagne de “Il Manifesto” (“la rivoluzione non russa”). Eppure non ha mai varcato l’originaria nicchia di appartenenza e tira a campare confinato nel recinto della marginalità insignificante. Eppure la ragione del successo (e dell’insuccesso) è semplice, Brecht direbbe “la semplicità difficile a farsi”: grandi giornalisti, grande scrittura, grandi inchieste, grandi corrispondenze, grande rigore nella ricerca della verità, grande accuratezza. Laddove la grandezza non si misura in dimensioni spaziali, massa e peso, ma altro non è che l’attributo in cui si declina la qualità. Diciamo che funziona come in una reazione a catena: i migliori giovani talenti sono pronti a buttarsi nel fuoco pur di lavorare nel miglior prodotto editoriale, quello più fresco, più innovativo, più trasgressivo fragrante e croccante; esattamente come le “grandi firme” sono pronte a un trasferimento che offrirà loro più denaro, più visibilità, più successo. Insomma, la buona vecchia regola del successo che produce successo e richiama a sé altro successo. Come diceva quel tale, la sfiga non è stata mai un buon partito.
Eppoi cos’è successo nonno, chiede il nipotino seduto accanto al fuoco del camino. Il nonno stuzzica le braci, aggiunge un altro ceppo e prosegue. È successo che, come anche Ezio Mauro ricordava nell’editoriale destinato a nuora perché suocera intenda, è passato il tempo dal tempo in cui s’aspettava la domenica per leggere la pastorale del Fondatore e Direttore, grazie al quale i bravi membri della borghesia riflessiva avrebbero saputo cosa sarebbe stato saggio pensare a proposito di Tizio, Caio e Sempronio. Il tempo non passa mai invano: se hai continuato a fare le cose come le hai sempre fatte – bene, se non addirittura benissimo – se pensi che possa bastare continuare a non fare nulla di nuovo, il tempo prima o poi ti bastona. Che è successo? Una bazzecola chiamata internet. Una bomba atomica che al Regno di Repubblica non fa neppure rosina. Succede che, narrano le leggende, Eugenio I, il sovrano assoluto conceda un par di stanzette nel sottoscala di via Po a “quelli del web”. Vera o falsa, la leggenda rende bene l’atmosfera che regna nel giornale in quegli anni; invece di studiare l’evento destinato a cambiare il paradigma dell’informazione, della lettura, della scrittura, delle relazioni sociali e dei più consolidati modelli di business, ci si crogiola al sole dell’onnipotenza. Eppure, non era così difficile: sarebbe bastato copiare il New York Times.
Tiriamo le somme. Nel 1991 il CERN rende pubblica la tecnologia World Wide Web rendendo semplice la navigazione e aprendo la rete a un pubblico più ampio. Cinque anni dopo il New York Times lancia il suo primo sito web ("The Web-based Times").
La piattaforma inizialmente offriva “notizie del giorno, articoli di approfondimento, la sezione annunci e l'accesso agli archivi della settimana precedente”. Alla fine degli anni ’90 nel nostro paese la diffusione dell’ADSL velocizza le connessioni rendendo più semplici gli accessi; contribuisce così allo sviluppo di una nuova specie di homo sapiens il cui denotato è l’abitudine alla gratuità. Si affacciano sul mercato generazioni di giovani consumatori convinti che l’informazione sia naturaliter gratis. Creature affatto disposte a versare neppure una cifra simbolica per l’acquisto di un giornale, di un periodico, di una rivista. Inizia la lenta, dolorosa, inarrestabile estinzione tutt’ora in corso. Meno lettori meno ricavi pubblicitari; meno ricavi meno investimenti; meno ricavi più tagli a costi ritenuti sacrificabili; nelle redazioni iniziano le speciali decimazioni chiamate pre-pensionamenti: più sei anziano più costi, quindi ti sostituiamo con un alacre stagista. Peccato che in un giornale anziano quasi sempre significhi “competente, esperto, affidabile” e stagista “sotto pagato, ignorante, inconsapevole”. Risultato: giornali zeppi di errori stampati su carta di merda con inchiostri di merda che lordano le mani degli sprovveduti che insistono a comprarli. Nel frattempo le edicole chiudono come i fiori notturni di pascoliana memoria, ma a differenza di questi per non più riaprire.
Conclusione. Se fossi amico di Jhon Elkan, amico di quelli che non hanno bisogno di incarichi, prebende e neppure consulenze, non gli chiederei perché ha deciso di vendere, proprio adesso e proprio al Greco. Sottovoce, in un sussurro appena sussurrato, gli chiederei perché mai un uomo saggio e avveduto come lui abbia comprato. 

http://www.lenuovemadeleine.com/linverno-del-nostro.../


Alberto Iardella
Elegante analisi come sempre le tue. Permettimi due appunti: John Elkann non so come sia come uomo ma come imprenditore non si è dimostrato avveduto, ha sbagliato con l'editoria come con Fiat, perché è andato a tentoni e non ha inventato uno straccio di idea da seguire, curando credo bene solo gli affari di famiglia. Scalfari ha sbagliato a misurarsi con le TV di Berlusconi e non gli è servita la lezione della Mondadori con retequattro. I giornali sono diventati serventi al pezzo del tubo catodico e non alternativa culturale e giornalisti vanitosi hanno ingrossato cominciato quel teatrino che oggi è in ogni canale ad ogni ora; e soprattutto quando per superare le vendite del Corriere si è inventato la lotteria. Lì ha cominciato a perdere credibilità e il.resto è cosa nota

 
Giuseppe Ravera
Alberto Iardella Valutare l'operato di J.E. è molto difficile. Ha ereditato la Fiat sul punto di portare i libri in tribunale e solo il coraggio e l'estrema abilità di Marchionne l'ha salvata. Quando ha J.E: è venuto a mancare il suo maestro è riuscito a costruire Stellantis, il solo modo per salvare gli asset dell'auto in un momento travagliato di una confusissima transizione. Quardando l'insieme dell'operato Exor mi sembra di poter affermare che il solo disastro (economico, istituzionale, occupazione etc etc) riguardi l'editoria. Davvero non si capisce perchè abbia comprato Gedi.

da FB
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Da tempo sentivo l’esigenza di scrivere sulla triste parabola di quello che per molti anni è stato il mio giornale. (Scrivere è il modo migliore per riflettere: la parola scritta – letta, corretta e riscritta – costringe il pensiero ad attraversare la porta stretta della logica).
Provo a scriverne adesso a cadavere caldo, prima che la cassa venga chiusa e il caro estinto interrato. Perché sì, a dispetto di ogni evidenza, ho sperato che dopo la sciagurata stagione dei fratelli De Benedetti - poco avvezzi ai misteri dell’editoria quanto poco interessati al mercato dell’informazione, il business più indecifrabile e complicato al mondo - l’acquisto di Gedi da parte di Exor guidato da Jhon Elkann mi era parso l’epifania di una svolta se non radiosa almeno dignitosa e coerente con la storia del giornale.
“Repubblica” vede la luce il 14 gennaio 1976. Per lungo tempo ho conservato tra un trasloco e l’altro il primo numero di quello che per una buona quarantina d’anni è stato il “mio giornale”. Il web è pieno di racconti sulla storia del suo successo. Per quel che mi riguarda la storia di Rep è la biografia di una generazione, la mia. Mi sono laureato nel ’77, l’anno della contestazione a Lama, dell’avvento degli indiani metropolitani e dell’inasprirsi del terrorismo. L’anno dopo, con il sequestro Moro e l’omicidio della scorta, le Brigate Rosse, raggiungono il livello massimo di attività; l’inflazione nel decennio 1973-1984 non scende mai sotto il 10%. “Repubblica” si rivolge agli orfani del movimento: giovani e non più giovani accomunati da un anticapitalismo istintivo quanto generico, che aborrono la “via armata al comunismo” e nel Partito comunista italiano vedono nient’altro che una soffocante macchina di conformismo. Per la prima volta in edicola c’è un giornale laico e progressista, diverso in tutto a partire dal formato e dalla grafica, che fa dell’innovazione la propria cifra stilistica. Il grande merito di Scalfari: offrire a una generazione risvegliatasi dal sogno del comunismo, totalmente estranea dalle derive militari, un approdo alla democrazia liberale. La critica della realtà e la lotta per il cambiamento parevano diventare possibili. (Poi si scoprì che non era esattamente così, ma questa è un’altra storia).
Cos’è un giornale? L’altro giorno Ezio Mauro ne ha dato una definizione magistrale. Un pezzo che era al tempo stesso un addio alle armi e un avvertimento ai nuovi editori. Io che giornalista non sono e mi sono limitato ad apparecchiare periodici e stampati vari “pro domo clientes” mi limito a dire che fra tutti i prodotti di largo e larghissimo uso (utenze telefoniche, dentifrici, alimenti in scatola, detersivi, uova, latte, igiene personale e della casa, carne, pollame, pesce fresco, frutta e verdura…) i giornali sono i più difficili in assoluto. Mentre su qualsiasi altro prodotto di largo consumo, comprese persino le automobili, è possibile intervenire modulando le famose quattro leve del marketing mix (prodotto, prezzo, punto vendita, promozione) il giornale quotidiano è sensibile solo alla prima e ne è la quintessenza. Il giornale, contrariamente a qualsiasi altro prodotto, è un oggetto che ogni giorno devi inventare, produrre, distribuire e ritirare dal punto vendita l’invenduto. Inutile usare la leva del prezzo, rischioso quella della promozione. Ricordo quando il giovane Veltroni ebbe l’idea di abbinare la cassetta di un film famoso all’Unità, quotidiano persino più plumbeo della Pravda. Il risultato, facilmente prevedibile, fu che “i nuovi lettori” del quotidiano fondato da Antonio Gramsci gettavano il giornale e si tenevano la cassetta. In conclusione, se nel mercato delle maionesi (degli sciampo, delle pillole contro il mal d’auto, delle salopette per cani…) buon senso, esperienza e una adeguata cassetta degli attrezzi sono più che sufficienti per portare a casa il risultato, nel mondo dell’informazione non basta. Non basta il metodo, e a volte mi domando pure se il “metodo” esista pronto all’uso o te le deve inventare su misura.
E ancora. Di qualsiasi cosa puoi fare un sampling, ovvero tutto può essere trasformato in “offerta gratuita di campioni di prodotto” ad esclusione dei giornali. Il giornale non si regala (“copia regalata, copia sprecata”) semmai si annuncia, si presenta in road show impegnativi quanto costosi. Neppure la pubblicità funziona se il prodotto non è più che adeguato. Sono in molti a ricordare le brillantissime campagne de “Il Manifesto” (“la rivoluzione non russa”). Eppure non ha mai varcato l’originaria nicchia di appartenenza e tira a campare confinato nel recinto della marginalità insignificante. Eppure la ragione del successo (e dell’insuccesso) è semplice, Brecht direbbe “la semplicità difficile a farsi”: grandi giornalisti, grande scrittura, grandi inchieste, grandi corrispondenze, grande rigore nella ricerca della verità, grande accuratezza. Laddove la grandezza non si misura in dimensioni spaziali, massa e peso, ma altro non è che l’attributo in cui si declina la qualità. Diciamo che funziona come in una reazione a catena: i migliori giovani talenti sono pronti a buttarsi nel fuoco pur di lavorare nel miglior prodotto editoriale, quello più fresco, più innovativo, più trasgressivo fragrante e croccante; esattamente come le “grandi firme” sono pronte a un trasferimento che offrirà loro più denaro, più visibilità, più successo. Insomma, la buona vecchia regola del successo che produce successo e richiama a sé altro successo. Come diceva quel tale, la sfiga non è stata mai un buon partito.
Eppoi cos’è successo nonno, chiede il nipotino seduto accanto al fuoco del camino. Il nonno stuzzica le braci, aggiunge un altro ceppo e prosegue. È successo che, come anche Ezio Mauro ricordava nell’editoriale destinato a nuora perché suocera intenda, è passato il tempo dal tempo in cui s’aspettava la domenica per leggere la pastorale del Fondatore e Direttore, grazie al quale i bravi membri della borghesia riflessiva avrebbero saputo cosa sarebbe stato saggio pensare a proposito di Tizio, Caio e Sempronio. Il tempo non passa mai invano: se hai continuato a fare le cose come le hai sempre fatte – bene, se non addirittura benissimo – se pensi che possa bastare continuare a non fare nulla di nuovo, il tempo prima o poi ti bastona. Che è successo? Una bazzecola chiamata internet. Una bomba atomica che al Regno di Repubblica non fa neppure rosina. Succede che, narrano le leggende, Eugenio I, il sovrano assoluto conceda un par di stanzette nel sottoscala di via Po a “quelli del web”. Vera o falsa, la leggenda rende bene l’atmosfera che regna nel giornale in quegli anni; invece di studiare l’evento destinato a cambiare il paradigma dell’informazione, della lettura, della scrittura, delle relazioni sociali e dei più consolidati modelli di business, ci si crogiola al sole dell’onnipotenza. Eppure, non era così difficile: sarebbe bastato copiare il New York Times.
Tiriamo le somme. Nel 1991 il CERN rende pubblica la tecnologia World Wide Web rendendo semplice la navigazione e aprendo la rete a un pubblico più ampio. Cinque anni dopo il New York Times lancia il suo primo sito web ("The Web-based Times").
La piattaforma inizialmente offriva “notizie del giorno, articoli di approfondimento, la sezione annunci e l'accesso agli archivi della settimana precedente”. Alla fine degli anni ’90 nel nostro paese la diffusione dell’ADSL velocizza le connessioni rendendo più semplici gli accessi; contribuisce così allo sviluppo di una nuova specie di homo sapiens il cui denotato è l’abitudine alla gratuità. Si affacciano sul mercato generazioni di giovani consumatori convinti che l’informazione sia naturaliter gratis. Creature affatto disposte a versare neppure una cifra simbolica per l’acquisto di un giornale, di un periodico, di una rivista. Inizia la lenta, dolorosa, inarrestabile estinzione tutt’ora in corso. Meno lettori meno ricavi pubblicitari; meno ricavi meno investimenti; meno ricavi più tagli a costi ritenuti sacrificabili; nelle redazioni iniziano le speciali decimazioni chiamate pre-pensionamenti: più sei anziano più costi, quindi ti sostituiamo con un alacre stagista. Peccato che in un giornale anziano quasi sempre significhi “competente, esperto, affidabile” e stagista “sotto pagato, ignorante, inconsapevole”. Risultato: giornali zeppi di errori stampati su carta di merda con inchiostri di merda che lordano le mani degli sprovveduti che insistono a comprarli. Nel frattempo le edicole chiudono come i fiori notturni di pascoliana memoria, ma a differenza di questi per non più riaprire.
Conclusione. Se fossi amico di Jhon Elkan, amico di quelli che non hanno bisogno di incarichi, prebende e neppure consulenze, non gli chiederei perché ha deciso di vendere, proprio adesso e proprio al Greco. Sottovoce, in un sussurro appena sussurrato, gli chiederei perché mai un uomo saggio e avveduto come lui abbia comprato. 

http://www.lenuovemadeleine.com/linverno-del-nostro.../


Alberto Iardella
Elegante analisi come sempre le tue. Permettimi due appunti: John Elkann non so come sia come uomo ma come imprenditore non si è dimostrato avveduto, ha sbagliato con l'editoria come con Fiat, perché è andato a tentoni e non ha inventato uno straccio di idea da seguire, curando credo bene solo gli affari di famiglia. Scalfari ha sbagliato a misurarsi con le TV di Berlusconi e non gli è servita la lezione della Mondadori con retequattro. I giornali sono diventati serventi al pezzo del tubo catodico e non alternativa culturale e giornalisti vanitosi hanno ingrossato cominciato quel teatrino che oggi è in ogni canale ad ogni ora; e soprattutto quando per superare le vendite del Corriere si è inventato la lotteria. Lì ha cominciato a perdere credibilità e il resto è cosa nota

 
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Alberto Iardella Valutare l'operato di J.E. è molto difficile. Ha ereditato la Fiat sul punto di portare i libri in tribunale e solo il coraggio e l'estrema abilità di Marchionne l'ha salvata. Quando ha J.E: è venuto a mancare il suo maestro è riuscito a costruire Stellantis, il solo modo per salvare gli asset dell'auto in un momento travagliato di una confusissima transizione. Quardando l'insieme dell'operato Exor mi sembra di poter affermare che il solo disastro (economico, istituzionale, occupazione etc etc) riguardi l'editoria. Davvero non si capisce perchè abbia comprato Gedi.

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 inserito:: Giugno 30, 2026, 07:00:11 pm 
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Cina sempre più forte, Stati Uniti meno presenti: il Sud-Est asiatico accelera il riarmo

di Raffaele Crocitti

01 giugno 2026, 11:10
Ultimo aggiornamento: 11:15
Tokyo elimina restrizioni sull'export di armi, promuovendo una collaborazione più stretta tra i Paesi della regione, per garantire capacità difensive adeguate e prontezza operativa in caso di necessità
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Non una posizione semplice all’interno dello scacchiere internazionale quella di Paesi come Giappone, Singapore, Malesia, Filippine e Nuova Zelanda.

Incastrati tra una Cina sempre più forte da un punto di vista militare e il minor impegno nell’area da parte degli Usa, partner storico che però ora ha altre grane a cui far fronte, i Paesi dell’area dell’Indo-Pacifico danno il via alla loro strategia di difesa volta all’insegna della sicurezza, come è ovvio, ma anche dell’autonomia dalle altre super potenze.

Come riporta Reuters, la prima spinta verso questa strategia è arrivata proprio dal segretario della Difesa Usa Pete Hegseth, intervenuto in occasione dello Shangri-La Dialogue di Singapore, il principale forum asiatico sulla sicurezza che riunisce ministri della Difesa, alti ufficiali militari e responsabili dell’intelligence provenienti da tutto il mondo.

Hegseth ha infatti lanciato un appello rivolto ai Paesi della regione del Sud-Est asiatico affinché questi si assumano una quota maggiore di responsabilità nella difesa dell’area. Un segnale chiaro, sebbene abbia poi ribadito l’impegno degli Usa nel garantire supporto militare: «Possiamo fare due cose contemporaneamente».

Il suo omologo giapponese, Shinjiro Koizumi, ha affermato di ritenere «incrollabile» l’impegno degli Stati Uniti nella regione, ma per altro verso, «tutti i ministri della Difesa presenti concordano sulla necessità di accelerare in modo rapido ed efficace il rafforzamento delle rispettive capacità difensive nazionali», ha dichiarato a Reuters il Segretario alla Difesa delle Filippine, Gilberto Teodoro.

Leggi anche: Nato, gli Usa valutano tagli «sostanziali» al loro contributo militare in Europa
Il Giappone prende in mano la leadership
Il ruolo di leader tra i Paesi dell’Indo-Pacifico è sicuramente rivestito dal Giappone. Shinjiro Koizumi ha spiegato che Tokyo intende fungere da «punto di raccordo» per una collaborazione più stretta tra i Paesi della regione, al di là delle dinamiche legate alla Cina.

Una mossa concreta in ambito militare il Giappone l’ha fatta ad aprile. Tokyo ha messo in atto la più importante revisione delle proprie regole sull’export di materiale militare degli ultimi decenni, eliminando le restrizioni sulle vendite di armamenti all’estero e aprendo la strada all’esportazione di navi da guerra, missili e altri sistemi d’arma.

«Il Giappone assumerà un ruolo ancora più proattivo nella cooperazione nel settore degli equipaggiamenti per la difesa», ha dichiarato Koizumi durante il forum. «Il nostro obiettivo è garantire che ciascun Paese disponga delle capacità di cui ha bisogno e che queste possano essere messe a disposizione quando necessario».

Sono molti i Paesi della regione ad affermare tale comunione di intenti. Il ministro della Difesa di Singapore, Chan Chun Sing, trova necessario «sviluppare partnership flessibili con Paesi che condividono gli stessi valori, formando coalizioni tra coloro che hanno la capacità e la volontà di agire». Un approccio che permetterebbe di «colmare le lacune, sperimentare nuove idee e individuare percorsi in ambiti ancora inesplorati e privi di precedenti».

Leggi anche: L’ombra di Taiwan sul vertice Cina-Stati Uniti
Il Canada può essere il nuovo partner di riferimento?
Chi potrebbe beneficiare di questo arretramento degli Usa è il Canada, che potrebbe diventare un interlocutore prezioso per l’area. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa canadese, Jennie Carignan, ha dichiarato che le forze armate del Paese stanno ampliando la propria presenza nell’Indo-Pacifico, collaborando con il Giappone e le Filippine in materia di cybersicurezza ed esercitazioni marittime, oltre a fornire supporto alle controparti indonesiane attraverso programmi di formazione linguistica in inglese.

«C’è ancora molto lavoro da fare nella regione indo-pacifica. Ed è per questo che stiamo probabilmente assistendo a un rafforzamento generalizzato delle partnership», ha dichiarato Carignan a Reuters.

Nel frattempo, la Nuova Zelanda sta valutando un ulteriore approfondimento dei legami strategici e nuovi investimenti nel settore della difesa. Il ministro della Difesa, Chris Penk, ha confermato che Wellington sta esaminando attivamente offerte giapponesi e britanniche per la sostituzione delle proprie fregate classe Anzac, ormai prossime alla fine del loro ciclo operativo.

Chris Penk ha partecipato a una cena con i suoi omologhi di Singapore, Malesia, Australia e del Regno Unito a margine del forum, nell’ambito del coordinamento delle crescenti interazioni previste dal Five Power Defence Arrangements, accordo di difesa multilaterale attivo da 54 anni. Secondo Penk esiste spazio per portare il patto «a un livello più intenso».

Leggi anche: Summit Trump-Xi, tensione su Taiwan: gli Usa pronti a discutere con la Cina della fornitura di armi
L’Australia crede nell’alleanza con gli Stati Uniti
Nonostante l’intensificarsi dei legami tra i Paesi della regione, diversi funzionari asiatici hanno ribadito che l’impegno degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico resta solido, nonostante il conflitto in Medio Oriente e la politica America First del presidente Donald Trump.

«La nostra fiducia non è scossa, ad esempio, dal coinvolgimento degli Stati Uniti in Iran o in altre aree», ha dichiarato il ministro della Difesa filippino, Gilberto Teodoro.

Per l’Australia, il ministro della Difesa Richard Marles ha descritto i rapporti con Washington come «assolutamente fondamentali per la nostra sicurezza nazionale».

«Per entrambe le parti, l’amministrazione Trump e il governo Albanese in Australia, ci consideriamo custodi di una relazione che va ben oltre le nostre rispettive amministrazioni», ha dichiarato Marles a Reuters. (riproduzione riservata)

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Da Milano Finanza

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 inserito:: Giugno 30, 2026, 06:52:50 pm 
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Caro Marco fai la prova a ridefinire la tua analisi ridefinendola solo agli Italiani e con gli immigrati a casa loro. Prima rileggi quello che dice Rizzo, un comunista che ragiona, su come gli immigrati hanno determinato la distruzione del welfare, l'insufficienza sanitaria, la povertà salariale, il sovraffollamento delle carceri, l'insufficienza delle forze dell'ordine, il favorire lo sfruttamento lavorativo, l'aumento della violenza giovanile


Carlo, mi obblighi ad aprire i dati statistici che non amo scrivere, perché so che pochi li leggono e molti preferiscono insulti e argomentazioni false costruite ad arte da xenofobi e razzisti a caccia di voti. Sul welfare i conti dicono l'opposto di una distruzione. Nel 2023 lo Stato ha speso circa 34,5 miliardi di euro per servizi e prestazioni destinati ai cittadini stranieri residenti, ma nello stesso anno gli immigrati hanno versato 39,1 miliardi tra tasse e contributi, con un saldo positivo di 4,6 miliardi per le casse pubbliche. Hanno dichiarato 72,5 miliardi di redditi e pagato 10,1 miliardi di Irpef, e proprio perché sono in grande maggioranza in età lavorativa pesano meno su sanità e pensioni, tanto che anche il confronto entrate-uscite più stretto chiude con un surplus di 1,2 miliardi. Questo non è un dettaglio. Il valore aggiunto prodotto dai lavoratori immigrati nel 2023 è stato di 164 miliardi di euro, pari all'8,8% del Pil nazionale, e i soli contributi sociali versati sfiorano i 25 miliardi, risorse che vanno direttamente a sostenere l'Inps e quindi le pensioni di tutti. Sulla sanità l'idea di un'insufficienza causata dagli stranieri non trova base normativa né contabile. La legge prevede l'obbligo di iscrizione al Servizio sanitario nazionale per chi ha un permesso regolare, con parità di trattamento e di doveri contributivi rispetto agli italiani. Gli stranieri pagano il ticket, pagano le tasse, e mediamente usano meno ospedali proprio perché sono più giovani. Per i salari la povertà salariale non è importata, è prodotta qui.
Gli immigrati sono sovra rappresentati nei lavori poveri perché accettano i contratti che il nostro mercato offre, ma il loro lavoro genera ricchezza che resta in Italia. Senza quel lavoro molti settori, dalla logistica all'agricoltura alla cura degli anziani, si fermerebbero. Veniamo alle carceri e alla sicurezza, i temi più usati. Al 31 dicembre 2024 i detenuti presenti erano 61.861 a fronte di una capienza regolamentare di 51.312 posti, quindi il sovraffollamento c'è ed è grave, ma non è creato dagli immigrati. Gli stranieri in carcere erano 19.694, circa il 31,8% del totale, mentre gli stranieri residenti in Italia sono 5,56 milioni, cioè il 9,4% della popolazione. La sovra rappresentazione esiste ed è legata a fattori noti, età più giovane, maggiore esposizione a reati di strada, difficoltà di accesso a misure alternative, patteggiamenti dettati dalla mancanza di risorse economiche, non a una propensione naturale alla violenza ma alla mancanza di programmi di accoglienza che non lascino allo sbando le persone che arrivano. E in termini assoluti i reati restano commessi in maggioranza da italiani, in un Paese dove nel 2024 gli omicidi sono stati 327, con un tasso di 0,55 ogni 100.000 abitanti, tra i più bassi d'Europa.
Sullo sfruttamento lavorativo e sulla violenza giovanile i dati dicono che le vittime principali dello sfruttamento sono proprio i lavoratori stranieri irregolari, lavoratori sfruttati da italiani (brava gente). E attribuire agli immigrati l'insufficienza delle forze dell'ordine è un salto logico, gli organici si decidono con le leggi di bilancio, non con i flussi migratori. Non ho alcuna stima di Marco Rizzo ma credo ciò che tu affermi non sia vero. Rileggere Rizzo può essere utile, ma le sue frasi, se davvero ha detto che gli immigrati hanno distrutto il welfare, non sono confermate da nessun dossier pubblico. Il Dossier statistico immigrazione 2024, l'Istat, il ministero della Giustizia e i dati Inps raccontano un'altra storia, quella di una popolazione che paga più di quanto riceve e che tiene in piedi pezzi interi del nostro stato sociale proprio mentre la popolazione italiana invecchia e fa meno figli. Se vogliamo fare un'analisi solo sugli italiani, come proponi, il quadro peggiora, non migliora. Senza l'apporto migratorio avremmo nel 2025 un saldo naturale di meno 296.000 persone, e la popolazione, che l'Istat stima in calo a 54,8 milioni nel 2050, scenderebbe ancora più in fretta. Mandare gli immigrati a casa loro significherebbe togliere 4,6 miliardi netti all'anno al bilancio pubblico, perdere l'8,8% del Pil prodotto e far saltare il sistema pensionistico ancora più in fretta. La destra e una parte della sinistra che insegue la destra possono raccontare un'altra storia, i numeri però restano questi.

Massimo Guggia

Marco Maria Freddi quanta pazienza a fronte di tanta tracotanza

Maria Provini
Quello che scrivi è la fotografia di un Paese che vive anche grazie al lavoro degli immigrati. Quello che mi preoccupa è la possibile perdita di identità culturale che contraddistingue un Paese come la nostra Italia.

Marco Maria Freddi
Capisci Maria, capisco perché l'idea di identità tocca corde profonde. Ma se guardiamo alle storie concrete e alla Storia, la fotografia è diversa da quella di una cultura che si perde. L'Italia vive anche grazie al lavoro degli immigrati, ed è vero, ma vive anche grazie al loro contributo culturale, che non cancella l'italiano, lo rinnova. È successo sempre. La lingua che parliamo, la cucina che mangiamo, la musica che ascoltiamo sono già il risultato di secoli di incontri. Il dialetto veneto ha parole arabe, la pizza napoletana deve il pomodoro alle Americhe, il caffè viene dallo Yemen. L'identità non è un vaso chiuso, è un racconto che cambia restando riconoscibile. Oggi i numeri dicono che questo racconto continua. I figli dell'immigrazione nati o cresciuti qui non si definiscono stranieri. La rete nazionale G2, nata nel 2005 da ragazzi figli di immigrati, lo spiega bene, chi ne fa parte si autodefinisce come figlio di immigrato e non come immigrato, perché chi è nato in Italia non ha compiuto alcuna migrazione. Vivono in bilico tra due culture, ma scelgono l'italiano come lingua prima, studiano nelle nostre scuole, tifano per la Nazionale, aprono attività che mescolano tradizioni. L'Istat ci dice che gli stranieri residenti sono il 9,4% della popolazione, circa 5,56 milioni di persone, in gran parte giovani e in età lavorativa. Non sono una massa separata, sono coloro che tengono aperti i reparti di geriatria, i ragazzi che vincono le olimpiadi di matematica con cognomi non italiani, le seconde generazioni che chiedono la cittadinanza perché si sentono italiane a tutti gli effetti. La paura della perdita di identità nasce spesso dal vuoto di politiche, non dalla presenza degli altri. Dove mancano scuole aperte il pomeriggio, corsi di italiano gratuiti, percorsi di cittadinanza chiari, è normale che si creino sacche di isolamento. Dove invece l'integrazione è accompagnata, e i dati sul lavoro e sui contributi lo dimostrano, la cultura italiana non arretra, si arricchisce. Non si tratta di sostituire, ma di aggiungere. Nessuno chiede di rinunciare a Dante o a Verdi, si tratta di far sì che anche chi arriva possa leggerli, capirli e magari reinterpretarli. È già successo con gli oriundi, con gli italo-americani, con i tanti nuovi italiani che oggi insegnano, curano, fanno impresa.
La vera minaccia all'identità culturale non è l'immigrato che apre una rosticceria halal accanto alla trattoria, è un Paese che invecchia, che fa 355.000 nascite contro 652.000 morti in un anno, che rischia di non avere più giovani a cui trasmettere quella cultura. Senza l'apporto di chi arriva, non avremmo solo meno lavoratori, avremmo meno pubblico per i teatri, meno studenti per i conservatori, meno voci per tenere viva la lingua. Per questo, proteggere l'identità italiana oggi significa investire in scuola, in lingua, in cittadinanza, non alzare muri. Significa dare strumenti perché chi vive qui possa sentirsi parte della storia comune, non ospite temporaneo.

da FB

 5 
 inserito:: Giugno 30, 2026, 06:48:05 pm 
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GAVIOLI, Luigi
Tipologia Persona
Intestazione di autorità
    Intestazione
        ​GAVIOLI, Luigi

Date di esistenza
    Luogo di nascita
        Mirandola
    Data di nascita
        February 17 1902

    Luogo di morte
        Roma
Biografia / Storia

    Nasce a Mirandola (MO) il 17 febbraio 1902 da Geremia e Brigida Quarri, rappresentante di commercio. Nel 1918 si trasferisce a Gonzaga (MN), trovando lavoro come garzone di pasticceria, e aderisce al gruppo anarchico locale. Partecipa alle agitazioni del Biennio rosso e nell’agosto del 1921 subisce un’aggressione fascista nei pressi di Reggiolo (RE).
Poco tempo dopo i fascisti tentano di incendiare la sua casa. Nel 1930 si trasferisce a Verona, poi nel 1933 giunge definitivamente a Roma, vivendo anni di relativa tranquillità.
Dopo l’occupazione tedesca dell’Italia entra nel movimento clandestino antifascista.
Nel 1944 è attivo nei GAP romani, nella zona del quartiere Italia.
Nel suo appartamento trovano rifugio ebrei ed ex prigionieri alleati, nell’attesa di passare il fronte a Sud.
A causa di una delazione è arrestato con la moglie e il figlio all’inizio del marzo 1944. Portato in via Tasso, è torturato a lungo, per essere poi trasferito il 22 marzo nel carcere di Regina Coeli. Qui il 24 marzo è prelevato e portato con altri 334 uomini nelle cave in disuso sulla via Ardeatina, e ucciso dai tedeschi per rappresaglia per l’attacco partigiano di via Rasella.
Riposa nel sarcofago n. 102 del Sacrario nazionale delle Fosse Ardeatine. (C. Silingardi)

Fonti
    Bibliografia: N. Gavioli, Luigi Gavioli, «Rassegna annuale dell’Istituto storico della Resistenza in Modena e provincia», 7, 1966; C. Silingardi, Note, riflessioni e documenti per una storia dell’anarchismo a Modena, «Rassegna di storia», n. 1, 1982; A. Portelli, L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Roma 1999; A. Pirondini, Anarchici a Modena. Dizionario biografico. Milano, Zero in condotta, 2012.

Codice identificativo dell'istituzione responsabile
    181
Note
    Paternità e maternità: Geremia e Brigida Quarri
Bibliografia
    2003

da

 6 
 inserito:: Giugno 29, 2026, 04:55:36 pm 
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Un POLO Europa Unita non significa debba essere soltanto Europa, anzi, intorno ad essa creare una realtà socio/economica plurinazionale (di popoli) che dall'Europa tragga colonne portanti culturali antiche e valori Umanitari conquistati in questi ultimi decenni di Pace relativa, Occidentali, Democratici.

Valori entrambi da far evolvere dagli errori commessi.

ggiannig

 7 
 inserito:: Giugno 29, 2026, 04:52:40 pm 
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La Caduta di Salvini, davanti a tutti, ma nessuno ha riso.

Hanno preferito applaudire colei, Elly Schlein, che finalmente gli ha saputo rispondere da leader, . . . e lo stende.

ciaooo
da FB

 8 
 inserito:: Giugno 29, 2026, 04:40:18 pm 
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Azioni Leonardo, non solo rating Moody’s. Guerra tra fondi e Meloni per rinnovo CDA?
Laura Naka Antonelli

 27/04/2026

27/04/2026 - 11:09

Azioni Leonardo in preda alla volatilità tra premio Moody’s e grande attesa alla data clou. Tensione tra fondi e Meloni.
Azioni Leonardo, non solo rating Moody’s. Guerra tra fondi e Meloni per rinnovo CDA?
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Manca poco più di una settimana al grande giorno che deciderà il futuro di Leonardo: quello del 7 maggio 2026, quando l’assemblea ordinaria degli azionisti darà il suo voto, oltre che al bilancio del 2025, alle liste presentate per il rinnovo dei vertici.

Quotate sull’indice Ftse Mib di Piazza Affari, le azioni Leonardo oggi, lunedì 27 aprile 2026, hanno riportato inizialmente un trend positivo, per poi scivolare in rosso, nonostante l’upgrade sul rating annunciato dall’agenzia Moody’s.

Moody’s premia Leonardo con upgrade rating
La valutazione di Moody’s sulla posizione debitoria di Leonardo è passata da “Baa3” a “Baa2”, con il miglioramento del giudizio che è stato motivato con la solida performance operativa del gruppo e il costante miglioramento dei parametri di credito.

L’agenzia di rating ha fatto notare che Leonardo è riuscita a generare un flusso di cassa libero rettificato sulla base dei criteri di Moody’s di oltre 1,5 miliardi di euro, nel periodo 2023-2025, nonostante la crescita significativa delle spese in conto capitale, dei dividendi e delle scorte.

In evidenza il calo del rapporto di indebitamento lordo e del rapporto dell’indebitamento netto.

Moody’s ha fatto notare anche altri progressi di Leonardo che, rispetto all’ultima volta in cui l’agenzia ha migliorato il rating sul debito tre anni fa, è stata capace di far balzare il fatturato di un terzo circa e l’EBITDA rettificato del 40%.

Insomma, una bella promozione per Leonardo. L’outlook è stato confermato a positivo.

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Leonardo, data clou alle porte. Ma il proxy advisor boccia la lista di Meloni-MEF
Detto questo il momento clou della votazione dell’assemblea degli azionisti al nuovo CDA si avvicina e le novità non mancano.


Sotto i riflettori è il consiglio che il proxy advisor ISS Governance ha dato agli azionisti del gruppo: quello di votare per la lista di minoranza del nuovo consiglio di amministrazione, che include candidati che sono stati presentati dai gestori dei fondi che aderiscono ad Assogestioni.

La lista di minoranza è la lista n. 2, stilata da un gruppo di società di gestione del risparmio e da altri investitori istituzionali, complessivamente titolari dell’1,073% circa del capitale sociale di Leonardo, che propone come consiglieri Dominique Levy, Roberto Diacetti, Elena Grifoni, Maurizio Tucci, tutti candidati indipendenti.

No dunque alla lista presentata dal MEF, che detiene più del 30% del capitale di Leonardo, e in cui, come da rumor, risulta come grande assente il CEO Roberto Cingolani, che era stato scelto dallo stesso governo Meloni nel 2022.


La lista del MEF ha candidato alla carica di AD Lorenzo Mariani e Francesco Macrì a presidente oltre a Elena Vasco, Rosalba Veltri, Trifone Altieri, Enrica Giorgetti, Francesco Soro, Cristina Manara, per le posizioni di consiglieri.

Perché il proxy advisor ha detto no alla lista di Meloni
Il proxy ha motivato il consiglio ai soci di Leonardo di votare a favore della lista di minoranza sottolineando che, a fronte di un voto di lista classico e due sole liste, la scelta migliore è quella di sostenere la lista presentata dai fondi, al fine di rappresentare gli interessi degli azionisti di minoranza ed esercitare un controllo efficace sull’attività dei vertici.

ISS Governance ha fatto però un’eccezione, dicendosi favorevole a votare per il candidato alla presidenza di Leonardo presentato dal MEF, ovvero per Francesco Macrì.


Rimane tuttavia la notizia della bocciatura della lista del governo Meloni da parte di un proxy advisor.

E, più in generale, la prospettiva della mancata riconferma di Cingolani da parte del MEF aveva già scosso le azioni a Piazza Affari ancora prima dell’annuncio ufficiale.



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Azioni

Piazza Affari
Esplode il caso Leonardo, l’attivista chiede indagine. Governo Meloni sotto attacco, “azionisti messi a tacere, l’Italia rischia”
Laura Naka Antonelli

 08/05/2026

08/05/2026 - 17:47

Azioni Leonardo sotto osservazione, esplode la rabbia dell’attivista. “Azionisti messi a tacere, l’Italia si comporta come un mercato emergente”.
Esplode il caso Leonardo, l’attivista chiede indagine. Governo Meloni sotto attacco, “azionisti messi a tacere, l’Italia rischia”
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Azioni Leonardo sotto la lente, dopo la rabbia dell’attivista USA Wyser-Pratte Management che, riferendosi alle modalità con cui si è svolta l’assemblea degli azionisti per il rinnovo dei vertici del colosso della difesa, ha deciso di chiedere formalmente un’indagine sul voto dato al nuovo CDA.

Nuovo CDA di Leonardo che si è riunito per la prima volta sempre ieri, giovedì 7 maggio 2026, nominando nuovo AD Lorenzo Mariani e decretando, così come era stato temuto dal mercato, la fine dell’era di Roberto Cingolani.

Quotate sull’indice Ftse Mib di Piazza Affari, le azioni Leonardo hanno chiuso la seduta di oggi, venerdì 8 maggio 2026, in calo del 3,17%, confermandosi tra i titoli peggiori del listino e scendendo a 53,16 euro.

Esplode la rabbia dell’attivista USA, “azionisti Leonardo messi a tacere in assemblea a porte chiuse”
L’attivista Wyser-Pratte Management - società fondata da Guy Wyser-Pratte, figura tra le più illustri dell’attivismo mondiale - ha praticamente gridato allo scandalo, scagliandosi contro le modalità con cui si è svolta l’assemblea degli azionisti (a porte chiuse).

Forte l’affondo contro l’intero governo Meloni che, a suo avviso, avrebbe messo a tacere gli azionisti.

L’accusa è grave, ed è tutta incisa nel comunicato:

“In più di 50 anni di attività come attivista azionario negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Austria e altrove, non ho mai assistito a un’assemblea degli azionisti condotta con modalità così restrittive e antidemocratiche come quella di Leonardo”

Wyser-Pratte Management ha denunciato che “ agli azionisti non è stata data alcuna possibilità di intervenire, porre domande o interagire con il management o il consiglio di amministrazione”, aggiungendo che “ l’assemblea si è svolta a porte chiuse, con una durata limitata a circa 60 minuti, e che si è svolta esclusivamente tramite un delegato designato dalla società”.

Ancora:


“Questa non è un’assemblea degli azionisti. È una formalità, orchestrata per ratificare un risultato predeterminato”.

“Un evento che danneggia la reputazione dell’Italia e dell’Europa”
La rabbia dell’attivista non si è fermata qui.

A essere messa in discussione è stata l’Italia intera nelle mani del governo Meloni che, secondo la società, starebbe mandando un segnale errato agli investitori di tutto il mondo:

“Quello che è accaduto oggi all’assemblea generale di Leonardo non è solo un fallimento in termini di governance aziendale. È un evento che danneggia la reputazione dell’Italia e dell’Europa. In un momento in cui l’Unione Europea cerca di attrarre capitali stranieri per finanziare il rafforzamento della difesa, la transizione energetica e la più ampia riorganizzazione industriale, un atteggiamento del genere manda un segnale decisamente sbagliato agli investitori internazionali. Le regole vengono aggirate. Le assemblee si tengono a porte chiuse. Gli azionisti vengono messi a tacere. Le votazioni vengono certificate in condizioni che non rendono possibile alcun controllo”.
L’attivista rincara la dose, l’Italia si comporta come mercato emergente, non avanzato
E ancora, secondo Wyser-Pratte Management, “ l’Italia si sta comportando come un mercato emergente, non come uno avanzato”.

Dito puntato contro il governo Meloni: “ Quando un governo usa i suoi poteri istituzionali per scavalcare i consulenti indipendenti a livello globale in materia di voto per delega, escludere gli azionisti di minoranza e imporre il rinnovo del consiglio di amministrazione in una riunione di 60 minuti senza dibattito, sta dicendo al mondo che le regole non si applicano in modo equo. Gli investitori stranieri se ne accorgeranno e ne trarranno le conclusioni ”.

L'azionariato di Leonardo, il MEF detiene una quota del 30,2% nel capitale del colosso della difesa L’azionariato di Leonardo, il MEF detiene una quota del 30,2% nel capitale del colosso della difesa L'azionariato di Leonardo. Così il gigante della difesa precisa: «In linea con la strategia di internazionalizzazione messa in atto dalla Società, l'azionariato è passato da un prevalenza domestica ad una internazionale. Attualmente ca. il 90% del flottante istituzionale è estero». (Fonte: Leonardo)

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La prima riunione del nuovo CDA che nomina AD Lorenzo Mariani
Ieri, giovedì 7 maggio 2026, a seguito del voto dell’assemblea degli azionisti, la notizia della prima riunione del nuovo CDA di Leonardo sotto la presidenza di Francesco Macrì, che ha nominato Lorenzo Mariani, candidato sostenuto dal governo Meloni, alla posizione di CEO e Direttore Generale del gruppo, conferendogli tutte le relative deleghe per la gestione della Società.

Ancora, il CDA ha approvato – a diretto riporto dell’amministratore delegato e direttore generale – l’istituzione della nuova Direzione Generale, affidando a Gian Piero Cutillo il ruolo di condirettore generale.

Azioni Leonardo ha puntualizzato di avere verificato per tutti i componenti del nuovo CDA il possesso dei requisiti di onorabilità e l’assenza di cause di ineleggibilità e incompatibilità.

Il Consiglio ha inoltre verificato la sussistenza dei requisiti di indipendenza in capo a tutti gli amministratori non esecutivi e, dunque, in capo al Presidente Francesco Macrì e ai consiglieri Trifone Altieri, Roberto Diacetti, Enrica Giorgetti, Elena Grifoni, Dominique Levy, Cristina Manara, Francesco Soro, Maurizio Tucci, Elena Vasco, Rosalba Veltri.

Riguardo al Presidente Francesco Macrì, il CDA ha accertato anche la qualifica di Presidente non esecutivo e amministratore indipendente.

In evidenza quanto stabilito per il consigliere Francesco Soro.

In questo caso il CDA di Leonardo ha osservato che il suo incarico presso il MEF, non è idoneo a incidere sulla sua indipendenza, sia a causa delle “caratteristiche personali e professionali” di Soro, sia considerando il fatto che “il Ministero dell’Economia e delle Finanze è neutrale ed estraneo alla gestione delle partecipate”.

In una successiva riunione, il CDA di Leonardo provvederà a ricostituire al proprio interno i Comitati endoconsiliari.

da Money.it

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Azioni Leonardo volano post utili e guidance. Tutti i numeri sul contributo della grande preda conquistata
Laura Naka Antonelli

 06/05/2026

06/05/2026 - 09:18

Il colosso della difesa italiano Leonardo ha annunciato i conti del primo trimestre 2026. Occhio alla guidance dopo la grande acquisizione.
Azioni Leonardo volano post utili e guidance. Tutti i numeri sul contributo della grande preda conquistata
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Il colosso della difesa Leonardo ha annunciato di aver chiuso il primo trimestre del 2026 con un utile netto su base adjusted pari a € 184 milioni (in rialzo del 60% su base annua) e ordini per 9 miliardi di euro, balzati del 31% “rispetto ai primi tre mesi del 2025 in tutti i business, a conferma del consolidato posizionamento del Gruppo nei mercati in cui opera, con un book-to-bill nel periodo pari a circa 2,0 ”.

Quotate sull’indice Ftse Mib di Piazza Affari, le azioni Leonardo salgono subito del 2,5% circa, a quota 54,73 euro, confermandosi tra i titoli migliori dell’indice benchmark della Borsa di Milano.


I titoli accelerano ulteriormente al rialzo, scattando del 4,6% circa, a 55,73 euro.

Leonardo annuncia conti I trimestre. Il trend dei ricavi, dell’EBITA, del flusso di cassa e dei debiti
Tornando alla trimestrale, il portafoglio ordini del gigante italiano ha superaato così la soglia degli €56 miliardi, anche per effetto del consolidamento del business IDV, che ha determinato un impatto pari a circa € 5,6 miliardi, assicurando una copertura in termini di produzione superiore a 2,5 anni.

I ricavi di Leonardo sono saliti a € 4,4 miliardi, indicando “un diffuso e generale miglioramento rispetto ai primi tre mesi del 2025”, che è stato “pari al 10%, al netto dell’effetto cambio negativo derivante dalla traduzione delle componenti statunitensi, principalmente Leonardo DRS nel settore dell’Elettronica per la Difesa (+7% ai cambi effettivi) ”.


L’EBITA di Leonardo è stato pari a € 281 milioni (+33% rispetto al periodo comparativo), beneficiando del “ sensibile aumento in tutti i settori di business ”, nello specifico delle performance dell’elettronica per la difesa - nonostante l’impatto negativo dell’effetto cambio - gli elicotteri e l’aeronautica, grazie alla conferma del positivo andamento dei Velivoli e dei parziali recuperi dell’Aerostrutture e della partecipata GIE-ATR.

Il FOCF ha registrato un costante miglioramento, “ con riduzione dell’assorbimento di cassa , a dimostrazione dell’efficacia delle azioni intraprese”.

Di fatto, il Free Operating Cash Flow (FOCF) è stato negativo per € 411 milioni, migliorando del 29% su base annua, se si considera che nello stesso periodo del 2025 era stato pari a -€580 milioni. La riduzione del saldo negativo, ha spiegato Leonardo, è avvenuta grazie ai risultati positivi raggiunti con “le iniziative di rafforzamento della performance operativa e della gestione del capitale circolante ”.

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Leonardo ha reso noto infine che sull’indebitamento netto di gruppo, pari ad € 3,049 miliardi, in rialzo rispetto al 31 marzo 2025 del 43,5%, ha inciso “l’esborso sostenuto per le acquisizioni del business IDV, pari a circa € 1,6 miliardi”, e non solo, se si considera che l’azienda ha acquisito anche il restante 35% della società GEM Elettronica e il 100% di Enterprise Electronics Corporation (EEC) - attraverso la controllata Leonardo US Corporation.

L’indebitamento è stato in parte mitigato dal miglioramento del FOCF.

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Trimestrale Leonardo, il commento dell’AD Cingolani: “ottimi risultati”
Così il numero uno del gruppo, l’amministratore delegato Roberto Cingolani, commentando i conti:


Nel primo trimestre 2026 abbiamo conseguito ottimi risultati. Tutti i principali indicatori economico- finanziari registrano significativi progressi, a conferma dell’efficacia delle azioni commerciali e operative poste in essere dal Gruppo e della strategia tecnologica integrata alla base del Piano industriale. La revisione al rialzo sul rating, da parte di Moody’s, e sull’outlook, da parte di Standard & Poor’s,
rappresentano un ulteriore segnale sulla solidità finanziaria del Gruppo. La finalizzazione dell’acquisizione del business Difesa di Iveco Group costituisce un passaggio strategico rilevante che rafforza il nostro posizionamento nella difesa terrestre, completa il portafoglio e consolida il ruolo di Leonardo come Original Equipment Manufacturer capace di integrare software, hardware e servizi digitali per la sicurezza e la difesa.

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Guidance 2026 confermata. Occhio al contributo atteso della preda Iveco Defence Vehicles (IDV)
Il gigante della difesa ha confermato la guidance per il 2026, che mette in conto 21 miliardi di ricavi, nuovi ordini per 25 miliardi, un EBITA di 2,03 miliardi, un free cash flow operativo di 1,11 miliardi e un indebitamento netto a 800 milioni (al netto dell’esborso per IDV).

A tal proposito Leonardo ha sottolineato che,a partire dal 1° aprile, i suoi risultati di bilancio includeranno il contributo di Iveco Defence Vehicles che per i 9 mesi (aprile-dicembre) è atteso a 1,2 miliardi di ordini, 1,1 miliardi di ricavi, 0,12 miliardi di ebita e 0,22 miliardi di free cash flow operativo.

Leonardo ha rimarcato che lo scorso 18 marzo 2026 è stata perfezionata l’operazione di acquisto del business Difesa di Iveco Group (IDV) per un valore di € 1,6 miliardi, che ha rafforzato il suo posizionamento come “operatore di riferimento nel settore della difesa terrestre e il proprio ruolo di Original Equipment Manufacturer integrato, ampliando il portafoglio con piattaforme cingolate e ruotate e abilitando l’integrazione tra veicoli e sistemi elettronici ”.

DA MONEY.IT

 9 
 inserito:: Giugno 29, 2026, 04:27:37 pm 
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https://it.wikipedia.org/wiki/Crudele_gioved%C3%AC_grasso

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Indice

    Inizio
    Antefatti
        Il malcontento in Friuli tra XV e XVI secolo
        Le prime sommosse popolari
        Gli schieramenti alla vigilia del giovedì grasso 1511
    Esplosione della rivolta del Giovedì Grasso
    Proseguimento dello scontro
    Epilogo
    Note
    Bibliografia

Crudele giovedì grasso

Antonio Savorgnan con le sue Cernide all'esterno di Udine il 27 febbraio 1511 (disegno del XVIII secolo)
Data   febbraio - marzo 1511
Luogo   Friuli
Esito   Vittoria degli 'Strumieri'

Schieramenti
Zamberlani (nobiltà filoveneziana e popolo)   Strumieri (nobiltà friulana filoimperiale)
Comandanti
Antonio Savorgnan   Alvise e Isidoro della Torre
Giulio di Porcia

Effettivi Sconosciuti
Perdite Pesanti Sconosciute

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La rivolta del Crudele Giovedì Grasso (in friulano Crudêl Joibe Grasse, Crudel zobia grassa nel linguaggio tosco-veneto usato da Gregorio Amaseo) fu una insurrezione contadina scoppiata nel 1511 in Friuli, "la maggiore dell'Italia rinascimentale" (F. Bianco).
Antefatti
Il malcontento in Friuli tra XV e XVI secolo

A meno di cento anni dall'occupazione veneziana della Patria del Friuli dilagava fra la popolazione il malcontento, causato dai pesanti privilegi esercitati da clero e nobiltà; a peggiorare la situazione, le famiglie nobili erano poi in costante guerra fra loro, il che causava un aumento delle tasse, devastazione del territorio e l'obbligo di prestare servizio militare per il proprio signore.

Il governo veneziano non aveva mai considerato il Friuli allo stesso rango degli altri domini di terra, ma aveva interesse a mantenervi il suo predominio per tenere quanto più distanti da Venezia le truppe imperiali e turche. Questo atteggiamento si rifletteva anche nelle scelte politiche della "dominante", caratterizzate dalla mancanza di provvedimenti atti a migliorare la condizione della popolazione (principalmente rurale) sul piano sociale ed economico.

Ciò acuì l'isolamento della regione (anche dal punto di vista culturale e linguistico), impedendo lo sviluppo di ogni forma evoluta di governo popolare (che le comunità rurali chiedevano sempre più frequentemente) e quindi portando all'esasperazione i rapporti feudali di tipo suddito (contadino) – signore (nobile), ai quali i contadini friulani erano sottoposti da secoli; rapporti quanto mai precari anche per il fatto che la nobiltà, privata del suo antico potere dal governo di Venezia, cercava di mantenere il suo status sociale sfruttando i pochi diritti rimasti e i servigi dovuti dai contadini.
Le prime sommosse popolari

I primi tumulti cominciarono a verificarsi già il 30 luglio 1509, quando a Sterpo una folla di contadini armati, guidata da Asquino e Federico Varmo, capi delle cernide e clienti ben noti di Antonio Savorgnan, raggiunti in seguito da Ippolito Valvasone, Francesco Cortona e Vincenzo Pozzo, prese possesso del castello - in quel momento occupato solo da Nicolò Colloredo, figlio di Albertino, e quattro servitori - fece prigioniero Nicolò, che fu condotto a Udine, cacciò i servitori, e lo diede alle fiamme[1][2]. Era l'ultimo atto di uno scontro che si trascinava da tempo da parte degli abitanti di Virco, Flambro e Sivigliano contro i nobili Colloredo, proprietari del castello, accusati di usurpare i pascoli e i boschi della comunità per il proprio tornaconto.

Questo era stato l'evento che aveva maggiormente colpito l'opinione pubblica, ma da diversi anni tutta la regione era scossa da liti e scaramucce promosse dai contadini verso i nobili e i loro famigli, bravi, armigeri o rappresentanti (scontri si verificarono a Spilimbergo, Maniago, Valvasone, Portogruaro, Colloredo, Tarcento).

Nel 1510 un gruppo di nobili friulani, di ritorno da Venezia dove erano stati a chiedere maggiori provvedimenti per arginare la situazione, venne intercettato e messo in fuga da un gruppo di contadini armati, all'altezza di Zompicchia (agguato di Malazumpicchia).
Gli schieramenti alla vigilia del giovedì grasso 1511

I Savorgnan, famiglia della nobiltà udinese dichiaratamente filoveneziana, cavalcarono il malcontento inasprendo il conflitto sociale, allo scopo di approfittare della situazione per trarne vantaggi personali. La loro politica era basata su un sistema clientelare che li legava direttamente alla popolazione. Nelle loro giurisdizioni concedevano diritti ai contadini o confermavano come tali antiche usanze di sfruttamento dei terreni. In caso di cattivo raccolto, aprivano i loro magazzini alla popolazione affamata, concedevano prestiti, ascoltavano il parere dei rappresentanti delle vicinie. Questo sistema di protezione era mirato a creare un vero e proprio clan, i cui appartenenti presero il nome di "zamberlani" (o zambarlani, çambarlans), che si riconoscevano nella figura carismatica di Antonio Savorgnan, talmente vicino ai dominatori veneti, da essere nominato comandante generale delle cernide, le milizie armate contadine (che venivano richiamate in caso di guerra).

A questa fazione si opponeva il partito degli "strumieri" (strumîrs) cui aderì gran parte dell'antica nobiltà friulana che mal sopportava i tentativi della Serenissima di contenere i loro poteri; alla loro testa erano i membri della famiglia della Torre, nemici giurati dei Savorgnan già dal 1339. Gli strumieri ottennero l'appoggio del Sacro Romano Impero in chiave antiveneziana.
Esplosione della rivolta del Giovedì Grasso

Il giorno di giovedì grasso (27 febbraio 1511), secondo l'Amaseo, Antonio Savorgnan inscenò un attacco imperiale a Udine (secondo alcune fonti si sarebbe forse trattato di soldati cividalesi comandati da Luigi (Alvise) da Porto, suo nipote), chiamando a raccolta la popolazione per la difesa della città. Nel mezzo del caos creato dal mancato attacco, i bravi dei Savorgnan istigarono la popolazione in armi al saccheggio delle dimore cittadine dei della Torre cui seguirono, sull'onda della brama di bottino, quelle di tutta la nobiltà udinese (fatta eccezione per il palazzo dei Savorgnan, vero quartier generale della rivolta).

Molti membri delle famiglie della Torre, Colloredo, della Frattina, Soldonieri, Gorgo, Bertolini e altre furono trucidati, i loro cadaveri furono spogliati e abbandonati per le vie del centro, se non lasciati come pasto ai cani o trascinati nel fango e poi gettati in prossimità dei cimiteri. I rivoltosi indossarono poi gli abiti dei nobili inscenando una macabra mascherata e imitando i modi degli originari possessori incarnando di fatto lo spirito di "inversione delle parti" tipico del carnevale. I nobili che riuscirono a fuggire si ritirarono nei loro castelli o, al di là del Tagliamento, nel Friuli occidentale.

A questo punto si sarebbe concluso il piano di Antonio Savorgnan che, rimasto ufficialmente estraneo alle sommosse, aveva di fatto eliminato fisicamente gran parte dei nobili suoi avversari politici. Nel tentativo di evitare eventuali tradimenti avrebbe fatto assassinare due suoi uomini d'arme, tali Giovanni di Leonardo Marangone di Capriglie (detto "Vergon") e Bernardino di Narni, a conoscenza del suo coinvolgimento e ne fece gettare i cadaveri, assieme a quello di una terza testimone, tale "fantesca di Pietro Urbano"[3], nel pozzo di San Giovanni, benché i corpi ritrovati successivamente risultassero irriconoscibili[4].

Altre fonti dipingono l'accaduto come una perdita di controllo sui sottoposti da parte di Antonio Savorgnan, che in realtà contribuì a salvare alcune famiglie rivali dal massacro. Bisogna tener conto che la fonte principale dei fatti riportati è Gregorio Amaseo, ne La crudel Zobia Grassa. Per quanto dettagliata sia la relazione del suddetto, non bisogna tuttavia dimenticare che questi ha vissuto la vicenda in prima persona dalla parte degli Strumieri (ovvero tutti quei nobili che erano contro i Savorgnan), e dunque racconta la storia screditando ed insultando quel mostro che pare essere stato lo stratega carismatico che Antonio rappresenta. Altre fonti, vedi ad esempio Edward Muir ne Il sangue s'infuria e ribolle, riconsiderano l'operato del nobile Antonio, ritenendo che Amaseo lo abbia grandemente sopravvalutato[5].
Proseguimento dello scontro

Solo il 1º marzo arrivò in città un contingente armato di cento cavalieri proveniente da Gradisca e guidato da Teodoro del Borgo - "mentre anche il popolo si sollevava a vendetta" (P. Paschini)[6] - che riuscì a riportare l'ordine pubblico, ma non a interrompere la baldoria carnevalesca incentrata sullo scherno nei confronti dei nobili assassinati.

Nel frattempo la scia di violenze si diffuse a macchia d'olio ai territori limitrofi di Udine e pian piano a tutta la regione. Gli abitanti dei villaggi, per lo più contadini ed armati come per andare in battaglia, assediarono i castelli abitati dalla nobiltà: furono presi con la forza quelli di Spilimbergo, Valvasone, Cusano, Salvarolo e Zoppola. Dell'assedio di quest'ultimo ci rimane testimonianza scritta: presero il castello brusando e deturpando dalla cima al fondo, circumdata da ornatissime case, in mezzo della cui corte trassero nuda madonna Beatrice de Freschi de Cucagna, donna de Thomaso consorte, con madonna Susanna decrepita sua madre [...], conducendo fora de lì captiva Madonna Lunarda Thana, vedova de Alvise di Consorti [...], usando contra de lei mille rusticità et scherni a la tangaresca[7].[8]

Vennero distrutti i castelli di Zucco, Cergneu, Tarcento, Colloredo, Caporiacco, Pers, Mels, Brazzacco, Moruzzo, Fagagna, Villalta e Arcano. Saccheggi nei confronti delle dimore nobiliari si verificarono anche a Tolmezzo, Venzone, e Tricesimo.

A quel punto la fortuna dei Savorgnan cominciò a venire meno, e contrariamente ai loro desideri, anche nei loro stessi domini iniziò la protesta e furono presi d'assalto Buia e Pinzano, dove i contadini si rivoltarono contro i loro signori, principali fautori della rivolta, venendo sedati a fatica. Non bastando tale rivolta interna, le truppe degli strumieri riuscirono a riorganizzarsi presso il castello di Giulio di Porcia e suo fratello Federico, questa volta ottenendo il supporto dei veneziani attraverso il provveditore della Serenissima a Pordenone, Alvise Bondoniero, oltre che di alcuni sacilesi e di circa 800 contadini di Cordenons. Lo scontro decisivo avvenne presso il fiume Cellina, dove la cavalleria (circa 70 cavalieri) e il miglior addestramento degli strumieri ebbero la meglio, causando la rotta degli zamberlani non più sicuri dell'appoggio veneziano. Quale monito, Giulio di Porcia fece impiccare uno dei capi della rivolta presso il castello di Zoppola, obbligando i prigionieri ad assistere alla scena. Un documento dell'epoca ne fornisce un resoconto donde habiandoli posti in fuga como castroni spaventati dal lupo sariano preceduti più avanti, se non fossero stati desuasi da messer Alvise Bondoniero Proveditor de Pordenon, dicendoli non piaceria ala Signoria che se fessero ragione in se stessi.[9][10]

Il 26 marzo dello stesso anno, un violento terremoto devastò Udine e l'intera regione, che costò la vita a quasi 10 000 persone. In seguito gli stessi territori furono flagellati da peste, carestie e violenti eventi meteorologici nel mare Adriatico, tra Venezia e Trieste. Questi eventi tragici vennero interpretati dai contemporanei come il segno tangibile del giudizio divino.
Epilogo
Udine: Piazza Venerio e la chiesa di San Francesco. Il marmo lucido indica la planimetria del palazzo di Tristano Savorgnan, demolito nel 1549

Il governo di Venezia istituì un tribunale speciale che condannò a morte i maggiori esponenti della rivolta, senza però colpire il vero artefice, Antonio Savorgnan il quale, visto l'esito complessivamente negativo, decise paradossalmente di riparare tra le file degli imperiali che tanto aveva osteggiato, a Villaco, in territorio imperiale.

La vendetta però non tardò ad arrivare poiché una congiura di strumieri organizzò il suo assassinio che avvenne il 27 marzo 1512 all'uscita della chiesa di S. Giacomo di Villaco per mano dei nobili di Spilimbergo e di Colloredo. Il governo di Venezia confiscò i beni della casata nel 1549 - e distrusse il palazzo Savorgnan di Udine - dopo la vendetta perpetrata da Tristano Savorgnan a Venezia, in cui morirono Girolamo e Giovanni Battista Colloredo, Girolamo della Torre, Giacomo Zorzi e i famigli al seguito. I ruderi furono lasciati come monito in quella che venne poi chiamata place de ruvine (ovvero "piazza della rovina" in lingua friulana, attuale piazza Venerio).

La morte del Savorgnan non pose, quindi, termine all'insieme di vendette e di ritorsioni innescate dai fatti del giovedì grasso che avevano oramai perduto la dimensione collettiva della rivolta e acquistato il carattere della faida e del regolamento di conti personale. L'ultimo duello legato a queste vicende si verificò nell'aprile 1568 nella campagna mantovana tra Troiano d'Arcano e Federico Savorgnan, in cui morirono entrambi. Mesi dopo si celebrò a Venezia la pace con una cerimonia sfarzosa nella Chiesa di San Giovanni Battista, chiamata anche dai veneziani "San Giovanni dei Furlani", davanti al Procuratore di San Marco Alvise I Mocenigo[11].

La grande massa dei contadini che aveva partecipato ai moti riprese il lavoro dei campi nelle stesse condizioni di prima, ma il governo della Serenissima decise di prevenire possibili nuove rivolte andando parzialmente incontro alle richieste degli zamberlani e cioè istituendo l'organismo della Contadinanza, composto da rappresentanti dei contadini che potevano porre il veto alle proposte del parlamento friulano.

Note
 
Bibliografia

    Furio Bianco, La «Crudel zobia grassa». Rivolte contadine e faide nobiliari in Friuli tra '400 e '500, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell'Immagine, 1995, ISBN 84-9789-258-5. (Con, in appendice, la Historia della crudel zobia grassa di Gregorio Amaseo).
    Pro Loco del comune di Zoppola Quaderni zoppolani, Pordenone 2003-2009.
    Diarii udinesi dall'anno 1508 al 1541, con Leonardo Amaseo e Giovanni Antonio Azio, cod. Ambrosianus D 185 inf, editi da A. Ceruti, Venezia 1884, Gregorio Amaseo
    Historia della crudel zobia grassa et altri nefarii excessi et horrende calamità intervenute in la città di Udine et patria del Friuli del 1511, in «Diarii... », Venezia 1884, Gregorio Amaseo
    Edward Muir, Il sangue s'infuria e ribolle : la vendetta nel Friuli del Rinascimento, Verona, Cierre edizioni, 2010, ISBN 978-88-8314-580-3, OCLC 800012151.
    Pio Paschini, Storia del Friuli, 3ª ed., Arti Grafiche Friulane, 1975.
 
    Eventi del 1511 Repubblica di Venezia Rivolte popolari Storia del Friuli

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Crudele giovedì grasso

 10 
 inserito:: Giugno 29, 2026, 03:55:07 pm 
Aperta da Admin - Ultimo messaggio da Admin
Gianni Gavioli

Il mio giardino.

Il mio giardino.
Vorrei invitarvi nel mio giardino,
Ma non ho giardino.
Ho una siepe alta,
Fitta,
Che mi trattiene.
Ho alberi Vecchi, come me.
Con rami colmi di foglie.
Ho alberelli giovani, come fui,
Che partoriscono Rose.
Vorrei invitarvi nel mio giardino,
Ma è quasi il tramonto.
I Vecchi al tramonto
Hanno tanto da Pensare.

Brano di Gianni Gavioli

12 giugno 2023

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