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 inserito:: Giugno 25, 2019, 05:15:39 pm 
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USA
Soros e altri 17 miliardari: «Adesso fate pagare più tasse ai ricchi»
Di Angelo Mincuzzi
24 Giugno 2019

Questa volta non sono i reduci di “Occupy Wall Street” a sguainare la sciabola e a chiedere più tasse per i ricchi e più uguaglianza per tutti. No, questa volta la richiesta arriva da un insolito club di miliardari che vede schierati il finanziere George Soros e suo figlio Alexander, uno dei creatori di Facebook, il 35enne Chris Hughes, i fondatori del fondo d'investimento Blue Haven Initiative, Liesel Pritzker Simmons e Ian Simmons, e Abigail Disney, regista ed ereditiera della famiglia di Walt Disney.

GUARDA IL VIDEO / “Tassateci” appello miliardari americani a candidati dem
Con una lettera pubblicata sul web e rivolta a tutti i candidati alle elezioni presidenziali Usa del 2020, diciotto ultraricchi appartenenti a 11 famiglie dal pedigree ormai americano (più un anonimo) chiedono ai politici che si contenderanno la Casa Bianca di aumentare, per favore, le loro tasse.
In nome dell'etica, del patriottismo e del sogno americano i 18 firmatari della lettera chiedono l'istituzione di una tassa sulla ricchezza che colpisca lo 0,1% più benestante del paese, cioè quella parte degli Stati Uniti che custodisce - scrivono i miliardari - la stessa ricchezza posseduta dal 90% degli americani.

GUARDA IL VIDEO / Più tasse ai ricchi, la prima battaglia di Ocasio-Cortez
I “diciotto” si schierano al fianco di un progetto della senatrice democratica del Massachusetts Elizabeth Warren, che ha proposto una tassa sulla ricchezza delle 75mila famiglie più facoltose del paese. Si tratterebbe - scrivono i “diciotto” nella lettera - di tassare con un 2% aggiuntivo gli asset posseduti oltre il valore di 50 milioni di dollari e con una ulteriore imposta addizionale dell'1% sopra il valore di un miliardo di dollari.

«Se possedete 49,9 milioni di dollari - spiegano i firmatari - non pagherete questa tassa. Si stima che l'imposta potrà generare circa 3mila miliardi di introiti fiscali in dieci anni». I fondi, nelle intenzioni dei firmatari, dovrebbero andare a finanziare l'innovazione, le energie rinnovabili per limitare il climate change, potrebbero essere destinati a finanziare borse di studio per gli studenti, infrastrutture per modernizzare il paese, rendere migliore la sanità e ridurre le imposte per i meno abbienti.

GUARDA IL VIDEO / Bill Gates contro Trump, «più tasse per ricchi come me»
Non è la prima volta che dall’élite degli Stati uniti si levano proteste per l'aumento delle diseguaglianze fiscali. Gli stessi firmatari della lettera ricordano che in passato il miliardario Warren Buffet, fondatore Berkshire Hathaway, rimarcò il fatto di essere tassato meno della sua segretaria.

Nel 2019 - sostengono oggi i 18 miliardari - lo 0,1% più ricco degli Stati Uniti pagherà il 3,2% della sua ricchezza in tasse mentre il rimanente 99% degli americani verserà il 7,2% delle proprie. Ecco perché «il prossimo dollaro delle nuove entrate fiscali dovrebbe provenire dalla parte più economicamente fortunata, non dagli americani a reddito medio e a reddito inferiore», dichiarano nella lettera.

Ma non basta. I diciotto ultraricchi affermano anche che una misura del genere sarebbe utile per almeno sei ragioni. Le elencano punto per punto e sottolineano che un'imposta che finanzi gli investimenti pubblici innovativi e tecnologici avrebbe l'effetto di aumentare la produttività del paese sul lungo termine. Darebbe quindi un vantaggio competitivo all'America.

PER SAPERNE DI PIU’ / Nelle mani di 22 milioni di paperoni il 50% della ricchezza finanziaria mondiale
Ma avrebbe anche un effetto più “politico” riducendo le diseguaglianze che minano la democrazia e favoriscono la concentrazione del potere nelle mani di pochi plutocrati. I “diciotto” invocano il patriottismo e si appellano al sogno americano che, dicono, verrebbe rafforzato da una misura del genere.

«Divisione e insoddisfazione - scrivono - sono esacerbate dalla disuguaglianza, che porta a livelli alti la sfiducia nelle istituzioni democratiche. Questa è una delle ragioni per cui non consideriamo una tassa sulla ricchezza come un sacrificio da parte nostra: crediamo che istituire un’imposta porterebbe alla stabilità politica, sociale ed economica. Una tassa sulla ricchezza è patriottica».
La proposta dei diciotto ultraricchi è suffragata da un recente rapporto della Federal Reserve secondo la quale negli ultimi 30 anni l'1% più ricco degli Stati Uniti ha visto le proprie fortune crescere complessivamente di 21mila miliardi di dollari mentre il 50% inferiore ha perso 900 miliardi di dollari. Cifre che dimostrano un pericoloso allargamento della forbice sociale.
Secondo la Fed nel 1989 l'1% più facoltoso possedeva il 20,7% della ricchezza del paese, il 50 inferiore ne possedeva il 7,4%. Trent'anni dopo, nel primo trimestre del 2019, l'1% possiede il 27,7 delle ricchezze totali, il 50% inferiore il 5,8%. Nel 1989, inoltre, i più ricchi del paese investivano in azioni e fondi comuni solo il 16,7 della loro ricchezza: oggi questa percentuale è salita al 38,2%. «Quelli di noi che firmano questa lettera possiedono insolite fortune - scrivono i diciotto -, ma ognuno di noi vuole vivere in un'America che risolva le più grandi sfide del nostro futuro».

Chi l'avrebbe mai detto che gli indignati di Zuccotti Park avrebbero trovato degli adepti così importanti otto anni dopo le manifestazioni di “Occupy Wall Street”. Ma meglio tardi che mai.

Da ilsole240re.com

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 inserito:: Giugno 25, 2019, 05:09:40 pm 
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Batracomiomachia

[ba-tra-co-mi-o-ma-chì-a]
SIGN Lotta delle rane e dei topi; contesa vana, futile e ridicola

Voce dotta, recuperata dal greco [Batrachomyomachía] 'battaglia delle rane e dei topi', titolo di un poema greco di genere epico-comico del VI secolo a.C. e tradizionalmente attribuito a Omero; è un composto di [bátrachos] 'rana', [mys] 'topo' e [máche] 'lotta'.

Gonfiagote, re delle rane dello stagno, incontra sulla riva Rubamolliche, figlio del re dei topi Rodipagnotte. Con l'immediato attrito che ci si aspetta fra teste coronate, Rubamolliche vanta le leccornie che lui e i suoi sono in grado di procurarsi fra gli umani; Gonfiagote lo rintuzza: non sa quali sono le meraviglie dello stagno. Insiste per farselo salire in groppa e fargli fare un tour delle acque, e Rubamolliche, sconsiderato, non ci pensa due volte. Quando sono nel mezzo delle acque appare una biscia mostruosa che spaventa Gonfiagote. Subito s'inabissa per sfuggirle, e il principe topo affoga lanciando una terrificante maledizione. La scena, vista da un suddito roditore da riva, viene riferita a re Rodipagnotte, che straziato dal dolore richiama il parlamento e lo muove a guerra contro le rane traditrici. Vengono spezzati baccelli e indossati come schinieri, indossate armature di pelle di gatto, elmi di noce, affilati gli aghi di bronzo, e inviato l'araldo. Ricevendo l'ambasceria, Gonfiagote nega pubblicamente ogni responsabilità: lo sciocco topo voleva nuotare ed è annegato da sé. Però le rane si preparano, attenderanno i topi e cercheranno di affogarli tutti, intanto con foglie di bietola e di cavolo fanno armature e scudi, calzano caschi di chiocciola, aguzzano lance di giunco. Gli dèi non parteciperanno parteggiando per una o l'altra fazione: i topi rosicano le loro offerte e i paramenti dei templi, le rane li tengono svegli la notte. Inizia la carneficina, i topi rapidamente si mostrano in vantaggio, ma lo stesso Zeus, mosso a compassione dall'imminente fine delle rane, interviene prima cercando di fermare lo scontro con un fulmine, poi richiamando in soccorso delle rane i granchi, che corazzati mutilano i topi finché non sono costretti alla ritirata.

Questo è lo svolgimento della Batracomiomachia, che gli antichi attribuivano a Omero. L'epica, in uno scontro così piccolo e insignificante di fronte alle altezze umane, si fa comicità. Infatti la batracomiomachia, lasciato il significato specifico (impiegato però anche nei titoli di altre opere, come i Paralipomeni alla Batracomiomachia di Leopardi) diventa la contesa non solo vana e futile, ma ridicola.

È però una parola da usare con ironia. Infatti la sofferenza delle rane e dei topi del racconto è autentica, e con un certo occhio anche la peggiore guerra umana può essere una batracomiomachia nello stagno: senza ironia diventa facilmente una parola superba. Così chi vuole trar vantaggio da un conflitto dissimula il suo interesse affermando che non c'è motivo di intervenire nelle batracomiomachie, il dittatore che copre una repressione armata può presentare uno scontro come una batracomiomachia di nessun conto, e il nuovo candidato si presenta come un'alternativa alla batracomiomachia fra i vecchi.

Se usata, pretende di essere il baricentro della frase. È ingombrante, anzi sesquipedale, eppure raffinata. E molto potente.

* * *
Questa parola è illustrata da Celina Elmi. Qui trovate la sua presentazione di questo progetto: https://unaparolaalgiorno.it/a/44/parole-illustrate



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 inserito:: Giugno 25, 2019, 05:02:34 pm 
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Stesura prima Bozza da completare …

La Repubblica degli Italiani è una Democrazia Autorevole.

Il “popolo” (Cittadinanza e Popolazione) non delega più, sceglie!

Con la Repubblica degli Italiani: cessa, si chiude l’inganno del “Potere al popolo”, il popolo non ha mai avuto nessun potere ha sempre subìto, è sempre stato condotto, usato, manipolato. Con la fine della delega alla politica e la possibilità di “scegliere il Governo” termina la falsità storica che è l’anima del populismo.

Il Popolo: non è una unità compatta di Umanità, ma un insieme di individui differenti che decidono di riconoscersi in una terra (Patria/Matria) comune ... chiamandola Nazione. Il modo simile, ma non uguale d’essere Patrioti distingue la Cittadinanza nella Popolazione.

La Democrazia Autorevole: riconosce alla Cittadinanza attiva i meriti a chi si dedica, in modi propri e indipendenti, al bene comune (P.e.: il volontariato sociale).
Questo avverrà senza discriminare la parte di Popolazione non impegnata attivamente, ma non inerte, che intende limitarsi ad esercitare il diritto al voto.
Il rispetto delle leggi e un giusto modo di agire con civismo, consentirà di mantenere ad ognuno il diritto al voto e al godimento dei servizi che lo Stato, riconosce al Paese Reale e al Paese Legale, che sono identici tra le due realtà.

Il Progetto: è un documento programmatico di Governo che i Partiti e le diverse Realtà sociali accettano di sottoscrivere e si impegnano a realizzare, nei 5 anni della legislatura dopo la sua approvazione da parte dei Cittadini Elettori, in regolari e democratiche elezioni politiche.

Il Governo: così formato e di fatto approvato dalla maggioranza della Popolazione entra in carica con il preciso compito di attuare il Progetto votato. Il Governo è l’espressione del Progetto e come tale deve essere approvato a maggioranza di 50 + 1, dal Parlamento.
Il Governo diventa in tal modo uno strumento del Popolo e della Politica e come tale deve impegnarsi soltanto nell'esecuzione del Progetto votato nelle Elezioni Politiche.
La quotidianità della vita sociale e delle diatribe politiche non devono in nessun modo intralciare o condizionare il lavoro del Governo.
La Centuria dei Giusti provvederà a continui aggiornamenti, contributi tecnici, consigli, portati al Governo per mantenerlo inserito nell'attualità, sia della politica e dell’evoluzione degli individui, sia delle trasformazioni a livello globale, sempre in movimento).

La Centuria dei Giusti: è composta da Cento Professionisti attivi nella società e nella cultura con esperienze e conoscenze di alto livello e su tali considerazioni, saranno scelti dal Governo del Progetto.
Dovranno dare costante assistenza al governo nel realizzare il Progetto, dal punto di vista tecnico, sociale e umano, con contributi concreti di scienza e di esperienza, non vincolanti per le decisioni di Governo, ma sempre attentamente valutati.
Il Governo, prenderà decisioni autonome e coerenti al Progetto, solo dopo aver preso atto dei loro contributi alla Repubblica degli Italiani.
La Centuria dei Giusti avrà compito consultivi, fornirà contributi tecnico specialistici, che nella vecchia repubblica venivano consultati ma più spesso manipolati dalla politica incompetente nello specifico. (Seguono precisazioni e chiarimenti).

I Partiti e il Parlamento: continueranno ad esistere, sono indispensabili per il collegamento della Politica con il Paese Reale; come avrebbe dovuto essere già oggi, se non fossero stati distratti da interessi terzi non sempre onesti ma spesso – “dispersivi, improduttivi e controproducenti” (per l’intera comunità/popolazione)
...
ggiannig

Segue

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 inserito:: Giugno 24, 2019, 12:10:13 pm 
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Escono, nei Millenni Einaudi, i volumi dell'Istoria della Compagnia di Gesù dedicati alla presenza dell'ordine di Sant'Ignazio nel continente asiatico. E' l'occasione per leggere un'altra bella “lezione di storia” scritta da Massimo Firpo, docente di Storia moderna all'Università di Torino e alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Al centro della narrazione c'è la figura del gesuita Daniello Bartoli. Bartoli fu chiamato a Roma con l'incarico di scrivere l'Istoria e con la proibizione di predicare ulteriormente. Attese a tale compito dal 1649 al 1673. Divisa in sezioni secondo un criterio geografico adottato poi dalla storiografia gesuitica, l'opera era così divisa: L'Asia uscì nel 1653, ampliata nel 1656 e 1667 (8 libri, a parte fu pubblicata la Missione al gran Mogor del padre Rodolfo Aquaviva, 1653), Giappone (5 libri, 1660), Cina (4 libri, 1663), Europa (suddivisi in due parti: Inghilterra, 6 libri, 1667, e Italia, 4 libri, 1673). L'edizione de L'Asia che sta per uscire nei Millenni Einaudi è la prima concepita con criteri critici. E' curata da Umberto Grassi con la collaborazione di Elisa Frei, l'introduzione è di Adriano Prosperi.
Letterato più che storico, spiega Massimo Firpo ai lettori della Domenica, in trent'anni di instancabile lavoro Daniello Bartoli scrisse l'Istoria asiatica. E proprio perché il Bartoli fu letterato più che storico, quest'opera risulta di piacevole lettura in virtù di una prosa elegantemente barocca, ma al tempo stesso tenuta a freno dall'educazione classica dell'autore e dal suo genuino sentire religioso, una prosa raffinata, lucida e al tempo stesso creativa, ricca di grandi capacità evocative dei lontani mondi che l'autore non aveva mai visto, ma che nelle lettere inviate a Roma dai suoi confratelli aveva saputo percepire. Non a caso ne fu grande ammiratore Giacomo Leopardi, a giudizio del quale il Bartoli era stato addirittura il Dante Alighieri della prosa italiana. Inesauribile fu la ricchezza del lessico di Daniello Bartoli, «grande predicatore e docente di retorica prestato alla storia», come scrive Prosperi nella sua densa introduzione, che scaturiva anche dalla necessità di descrivere e raccontare cose nuove, nuovi paesaggi, nuovi modi di navigare, di vestire, di abitare, di organizzare la vita sociale, di praticare i culti religiosi.
Quella narrata dal gesuita ferrarese con profondo orgoglio di appartenenza alla Compagnia ignaziana era dunque l'epopea dei gesuiti in Asia, incentrata sulle eroiche imprese e gli strabilianti miracoli di Francesco Saverio, che dopo aver lasciato l'India, chiusa al cristianesimo dal suo rigido sistema castale, si era illuso che il Giappone avrebbe potuto essere terra di agevole conquista alla vera fede. Era però morto miseramente a 46 anni in un'isola al largo di Canton nel 1552, l'anno in cui nasceva in Italia Matteo Ricci, il suo più grande continuatore, per essere poi canonizzato nel 1622, insieme con Ignazio di Loyola. Un'epopea tuttavia i cui successi erano e sarebbero stati esili e precari, non solo per la crescente egemonia asiatica delle potenze protestanti, Olanda e Inghilterra, ma soprattutto perché alla fin fine la fede cristiana sarebbe stata respinta da culture troppo diverse e troppo ricche di storia e identità per poterla accettare.

Nel menu della Domenica molti altri argomenti. Ecco una selezione per i lettori del Sole 24 Ore

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 inserito:: Giugno 24, 2019, 12:07:52 pm 
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Pd plurale e unito?

Possibile dipende da noi - dal blog di Marina Sereni

18 Giugno 2019

E’ stata una buona discussione, una riunione in cui tante persone hanno potuto prendere la parola in un clima di normale confronto tra idee e posizioni anche diverse. Dopo giorni di tensione, Zingaretti è riuscito a dimostrare che il Pd – se vuole – può essere un partito al tempo stesso unito e plurale. La sua relazione ha contribuito non poco a creare le condizioni per un dibattito vero, non diplomatico, ma privo di quelle asprezze che tanti nostri militanti ieri ci hanno detto di non sopportare più. Una parte delle minoranze congressuali ha apprezzato esplicitamente toni e contenuti del ragionamento che oggi il segretario ci ha sottoposto.

Abbiamo di fronte una nuova destra, radicale e demagogica, che ha saputo raccogliere consensi anche in vaste aree popolari. Le ricette che propongono sono nella maggior parte dei casi illusorie e sbagliate e il messaggio culturale che mandano al Paese è di chiusura e di arretramento su molti fronti. I risultati elettorali – tra luci e ombre – ci dicono che c’è ancora molto da fare ma anche che il Pd è l’unica forza attorno alla quale si può costruire un’alleanza alternativa alla destra di Salvini. Banalmente un Pd che su ogni scelta si dividesse e si lacerasse al suo interno, anziché trovare i luoghi per confrontarsi e trovare punti di sintesi, sarebbe inservibile rispetto a questo obiettivo.

L’unità dunque non è un orpello, o una concessione ai nostri militanti ed elettori arrabbiati e stufi. Ma l’unità non può essere finto unanimismo.

Su un punto oggi in molti hanno ripreso l’analisi del segretario laddove ha riaffermato che non intende rinunciare alla “vocazione maggioritaria” cioè a ricostruire un partito (perché il Pd ha bisogno di essere ricostruito) che non rinunci a parlare a tutta la società, complessa, articolata, frantumata di oggi. Tradotto un Pd che non vuole ritagliarsi un magari comodo ma piccolo spazio a sinistra ma che torna a pensare e a pensarsi come il luogo di incontro di diverse culture riformiste: quella della sinistra, quella del cattolicesimo popolare, quella liberaldemocratica e quella – oggi cruciale – ambientalista. Un partito “pivot” direbbero gli esperti, sufficientemente grande e forte da poter essere il perno di una alleanza. Penso che per raggiungere questo obiettivo abbiamo bisogno di ragionare più liberamente sulla forma organizzativa che deve assumere il nostro Pd. Non credo possa essere solo la somma di aree politico-culturali organizzate verticalmente come tante canne d’organo. Anche perché poi sul territorio spesso l’appartenenza a questa o quella area è più figlia di posizionamenti contingenti che non una adesione ad alcune idee e valori distintivi. Allora il pluralismo verso cui tendere – necessario se vogliamo parlare e convincere pezzi diversi della società italiana – deve forse assumere una forma più flessibile, descrivere un arcipelago, un partito davvero aperto a cui si aderisce, per esempio, non solo individualmente ma anche attraverso una associazione o una lista civica locale. Penso che la nuova segreteria possa e debba sviluppare una riflessione e un approfondimento su questi temi, anche ipotizzando eventuali modifiche allo Statuto.

D’altro canto, essendo passati da un sistema maggioritario ad uno proporzionale, è del tutto ovvio che il partito pivot ha bisogno delle ali, degli alleati. Anche questo è un tema che ci riguarda ma non nel senso che noi si debba “inventare” degli alleati, piuttosto è indispensabile essere pronti, aperti a costruire un campo più largo superando qualsiasi tentazione di autosufficienza. Tutto questo si può fare solo se abbiamo in testa l’Italia, i suoi problemi e le sue risorse. Se ci proiettiamo all’esterno, se ci confrontiamo con le persone nei luoghi di lavoro, nelle città, nelle imprese. Oggi Baretta ha usato una espressione molto efficace, che Zingaretti ha ripreso: dobbiamo essere il partito “per l’Italia che soffre e per l’Italia che cresce”. Le differenze tra noi sono utili se ci aiutano a fare questo, sono perniciose se ci rinchiudono nelle nostre beghe interne.

Plurali e uniti, è possibile. Dipende da noi. 

Da - http://www.areadem.info/adon.pl?act=doc&doc=38972

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 inserito:: Giugno 18, 2019, 10:30:27 am 
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Qual è la strategia dietro la mossa di Conte

A spigolare tra le pagine dei giornali qualche indizio lo si trova, insieme a qualche risposta.
Il discorso del premier ha già avuto delle conseguenze, a partire dal decreto 'sblocca cantieri'

Di ALBERTO FERRIGOLO 04 giugno 2019, 12:38

Giuseppe Conte strategia discorso
Ma cosa s’è messo in testa il premier? Cosa ha in mente? Qual è la sua strategia o dove intende andare a parare? Da “Avvocato del popolo” ad “Avvocato populista”? È questa la sua parabola dopo esser ricorso, per il suo discorso, alle telecamere anziché alle Camere? Vuole fondare un suo partito, varare una sua lista?

A spigolare tra le pagine dei giornali qualche indizio lo si trova, insieme a qualche risposta. Secondo Francesco Verderami il richiamo di Conte alla Carta costituzionale, si legge sul Corriere della Sera, “è un modo per trovar riparo sotto l’ombrello del Quirinale” e, visto che i suoi due vice non l’ascoltano, il farsi ascoltare attraverso gli italiani, “più che un’innovazione è una deviazione dalle regole, e la forzatura evidenzia la debolezza politica del premier. Tuttavia la scelta di "parlare agli italiani" lo mette in sintonia (anche) con quei cittadini, che il 26 maggio hanno dato un evidente segnale di disaffezione”.

 Anche per la Repubblica “c’è molto delle preoccupazioni di Sergio Mattarella” nell’intervento di ieri pomeriggio del premier a Palazzo Chigi. “Tutto il suo discorso è rivolto alla Lega” riottosa e recalcitrante a seguire le regole, ma poi “c’è anche un Conte inedito che si smarca dai 5 stelle, in maniera un po’ acrobatica”, che è sembrato andare “in cerca di popolo, di una legittimazione diretta mettendosi in posizione equidistante dai due litiganti e quindi nel ruolo del tecnico responsabile, sempre che gli elettori ne sentano il bisogno” scrive il cronista. Ma sulle stesse colonne l’analista Stefano Folli sostiene che Conte non è un ingenuo “e sa bene che non esiste alcuna «fase due» in vista per un governo tramortito e consumato. Esiste tuttavia un margine per frenare Salvini nella sua spinta verso le elezioni anticipate in settembre”.

 Dunque? “La maggioranza è in rovina, ma Conte è il premier in carica, forte della sua legittimità istituzionale” prosegue Folli, ma “in realtà “il premier si sente abbastanza forte, nonostante le apparenze, per tentare di mettere all’angolo il vincitore del 26 maggio. Obbligandolo, se davvero vuole rovesciare il tavolo del governo e avere le elezioni, a esporsi in prima persona. Senza aspettare che sia Di Maio a offrirgli l’occasione o il pretesto. Conte ha dunque soprattutto in mente il negoziato con la Commissione in vista dell’autunno. Se gli riesce, attraverso tutti gli equilibrismi necessari, userà l’Europa per tagliare le unghie al capo della Lega, l’autentico benché dissimulato bersaglio del suo intervento. La parola ora è al leghista” conclude il notista politico del quotidiano diretto da Carlo Verdelli.

 Ma c’è chi mette l’accento sulla “grammatica costituzionale” del percorso scelto da Conte, il quale avrebbe potuto o dovuto presentarsi in Parlamento e chiedere un voto di fiducia. “Sarebbe l’abc” annota Marcello Sorgi su La Stampa, “e se non l’ha fatto, preferendo rivolgersi al popolo a reti unificate, avrà avuto le sue ragioni”. Quali? La prima, a suo avviso, è che abbia concordato la sua mossa con Di Maio e il vertice pentastellato, dal quale formalmente, ma solo formalmente a confronto con i fendenti sferrati contro Salvini e La Lega, ha provato a prendere le distanze”, anche perché i 5 Stelle “sono quelli che affronterebbero il rischio maggiore in caso di elezioni anticipate”. Dunque, per Sorgi, la crisi che si è aperta, “extraparlamentare, virtuale, mediatica, fatta di domande destinate a non avere risposte, è la peggiore che un Paese ridotto com’è ridotto poteva aspettarsi. Se Conte non si dimette, il Quirinale non può intervenire. (…) La nave è senza nocchiero”. E dal ponte di comando di Palazzo Chigi “il comandante ha appena lanciato l’appello al ‘si salvi chi può’”.

 Conte governo lega m5s reazioni
Negli atteggiamenti e nel discorso del premier Conte, tuttavia, Il Messaggero, per la firma di Mario Ajello, non avverte “nessuna brama di attaccamento alla poltrona”, discorso “che vorrebbe sembrare ultimativo o penultimativo o terzultimativo e invece è crepuscolare ‘salvo intese’”. Semmai si avverte lo sforzo “di non uscire troppo male da questa esperienza in cui il Contratto che legittima la presenza di Conte in politica è sfarinato come metodo di governo”. Dunque il suo obiettivo, prima di tutto, sarebbe quello “di uscire di scena a testa alta, in modo da potersi giocare altre chance”. E di che tipo? “Non politico” sostiene il quotidiano romano. Semmai “accademico o notabilare”.

E così l’Avvocato del popolo, “dicendo a tutti come stanno le cose, e se sono andate così non è colpa mia diventa l’Avvocato di se stesso. È la metamorfosi che si è voluta rappresentare” conclude il quotidiano della Capitale.
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Da - https://www.agi.it/politica/giuseppe_conte_strategia_discorso-5596332/news/2019-06-04/

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 inserito:: Giugno 18, 2019, 10:25:19 am 
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Rimpasto e caso Garavaglia. Cosa c'è sul tavolo della Lega
C'è la casella delle politiche comunitarie da riempire ma calano le quotazioni di Borghi e Bagnai. E presto potrebbe scoppiare il caso del viceministro leghista dell'Economia, che rischia una condanna

   Di GIOVANNI LAMBERTI 11 giugno 2019, 22:38
"Alberto Bagnai e Claudio Borghi vogliono restare a fare i presidenti di commissione, non ambiscono ad altro". In questi giorni i 'big' della Lega vengono accostati a poltrone di governo ma qualificate fonti parlamentari del partito di via Bellerio smontano le ipotesi circolate in questi giorni. È vero che c'è la casella delle Politiche comunitarie da riempire ma l'operazione rimpasto è in stand by.

Dalla Lega ribadiscono che non è un tema all'ordine del giorno. Il presidente della Commissione Finanze del Senato non dovrebbe rientrare nella partita mentre risalgono le quotazioni del ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che potrebbe però anche essere 'dirottato' a Bruxelles nel ruolo di commissario Europeo. Nella rosa dei nomi c'è sempre anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti: "Faccio quello che serve, la mia storia è questa qua. Io non sono quello che comanda: quello che mi chiedono, faccio", ha detto il diretto interessato.

Bagnai? "Non sono stati avanzati nomi e al momento non commento il Fantacalcio. L'unica certezza - ha osservato Salvini - è che a breve si vada a riempire la casellina del ministero delle Politiche comunitarie, visto che sta nascendo la nuova Europa, non è questione di ore, ma il nome arriverà alla fine di un percorso che condivideremo con presidente del Consiglio e il vicepresidente Di Maio".

Garavaglia potrebbe non finire come Siri e Rixi
Ma nel governo potrebbe scoppiare una nuova grana, qualora dovesse essere condannato il viceministro Massimo Garavaglia nel mirino della Corte dei conti per la vendita di Palazzo Beretta a Milano, quando era assessore lombardo all'Economia. Chi ha sentito l'esponente della Lega riferisce della sua preoccupazione per la sentenza attesa per giovedì in tarda mattinata.

Per il momento la linea del Movimento 5 stelle è stata sempre la stessa: sia su Armando Siri che su Edoardo Rixi i pentastellati - a partire da Luigi Di Maio - sono stati netti nel chiedere le loro dimissioni. Ma Garavaglia occupa una casella delicata al ministero dell'Economia. Chiedere un suo passo indietro potrebbe mettere il governo di nuovo in fibrillazione, ecco perché c'è chi nel partito di via Bellerio ipotizza un atteggiamento più morbido del Movimento.

Commissariamento per le leghe regionali?
Venerdì intanto Salvini ha convocato il Consiglio federale. In origine la riunione avrebbe dovuto tenersi per lunedì scorso. All'ordine del giorno l'approvazione del bilancio del 2018 e l'analisi dell'esito delle europee e delle amministrative. È naturale che i big della Lega discuteranno anche come preparare sia le prossime battaglie - a partire dalle regionali emiliano-romagnole in programma in autunno - sia la manifestazione di Pontida, a settembre. Ma nella riunione il segretario del partito di via Bellerio potrebbe cominciare a discutere anche della nuova struttura della Lega, con le ipotesi di commissariamento delle 'Leghe regionali, già emerse in passato, e dare il via al tesseramento del 2019.

"Ci sarà una sorta di fusione tra la Lega nord e 'Lega Salvini premier", sottolinea una fonte parlamentare. Dovrebbe ripartire a breve la nuova fase del tesseramento e occorrerà - spiegano le stesse fonti - anche dare un segnale di discontinuità rispetto alla vecchia gestione, pure per evitare eventuali nuove fibrillazioni. In ballo anche l'ipotesi di una nomina - anche di questo si era vociferato nei giorni scorsi - del coordinatore dei Giovani della Lega Crippa a vice segretario federale.

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Da -https://www.agi.it/blog-italia/punto-politico/rimpasto_lega_borghi_bagnai-5639331/post/2019-06-11/

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 inserito:: Giugno 18, 2019, 10:18:29 am 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Pd, Zingaretti vara la segreteria.
Il capogruppo renziano al Senato Marcucci attacca: "Unica matrice identitaria “
 
Il capogruppo renziano al Senato Marcucci attacca: "Unica matrice identitaria"
ll leader dem annuncia le nomine. Una squadra "derenzizzata". Critiche dagli uomini dell'ex premier. Intanto l'area Giachetti si riunisce ad Assisi. E lancia l'affondo: "Il nuovo corso? Giustizialismo insopportabile"
15 giugno 2019
Via libera alla segreteria di Nicola Zingaretti. In ore difficili per il Partito democratico, scosso dal caso Lotti, il leader dem annuncia gli incarichi. Una squadra di quindici persone, 8 uomini e 7 donne. Il grosso delle nomine è espressione della maggioranza Di sicuro si tratta di una segreteria derenzizzata. Tanto che il numero uno dei senatori dem, Andrea Marcucci, subito insorge: "La segreteria non assomiglia al partito del noi. Vedo un'unica matrice identitaria in un partito che è nato per valorizzare i riformismi. È una scelta che non condivido". Mentre fonti del Nazareno fanno sapere che l'offerta era stata avanzata anche alle minoranze. Insomma, acqua agitate in vista della direzione convocata per martedì.

Ma ecco la squadra. Il coordinatore sarà Andrea Martella, parlamentare dal 2001 al 2013, vicino al vicesegretario Andrea Orlando. Agli Esteri va Enzo Amendola, già sottosegretario agli Esteri. Chiara Braga - urbanista e deputata della commissione Ambiente - va alla Sostenibilità. Alle imprese Pietro Bussolati, che è stato segretario provinciale del Pd a Milano e ora è consigliere regionale in Lombardia. Andrea Giorgis alle riforme istituzionali. Maria Luisa Gnecchi al Welfare. Alle Infrastrutture Roberto Morassut. Alle Politiche della sicurezza Roberta Pinotti, senatrice ed ex ministra della Difesa. Al Lavoro Giuseppe Provenzano, economista e direttore dello Svimez. A Nicola Oddati va il mezzogiorno. Agli Enti locali Marina Sereni. All'organizzazione Stefano Vaccari, che è stato sindaco di Nonantola, in provincia di Modena, e senatore in commissione Ambiente. Alla Pubblica amministrazione Antonella Vincenti. Alla scuola un'insegnante. Camilla Sgambato. Al Terzo settore Rita Visini. Si avvia poi la costituzione di "forum" aperti alla partecipazione di rappresentanti dell'associazionismo, del volontariato, delle forze sindacali, delle professioni e il coordinatore sarà Marco Furfaro. Maurizio Martina, sfidante di Zingaretti alle primarie, ha avuto l'incarico di occuparsi della riforma dello Statuto dem.

Intanto ad Assisi è in corso il raduno della corrente di Roberto Giachetti. Che si apre con l'affondo di Luciano Nobili, presidente dell'associazione Sempre Avanti. "Si parla di nuovo Pd, Zingaretti ci spieghi come funziona: vedo tanta nostalgia del passato, uno sguardo indietro alle 'gioiose macchine da guerra. Non vedo novità, solo un vecchio, insopportabile giustizialismo", dice. Un attacco al "giustizialismo" a poche ore dal passo indietro di Luca Lotti, coinvolto nel caso Csm, nelle intercettazioni sul mercato delle nomine per la procura di Roma e non solo. Nobili, che parla avendo accanto Roberto Giachetti e Anna Ascani - protagonisti alle ultime primarie del ticket contro Zingaretti e Martina - dice anche: "L'unica cosa nuova nel Pd è una minoranza che non fa il fuoco amico su chi ha vinto il congresso, diversamente dal passato. Ma la nostra lealtà ha un limite che si chiama pazienza".

APPROFONDIMENTO
Caso Lotti: Zingaretti vuole evitare la scissione, contro di lui i veleni renziani
DI GOFFREDO DE MARCHIS

Da giorni diversi renziani sono impegnati nella difesa di Lotti. È stato "oggetto di vergognose parole e comportamenti da compagni di partito", dice Nobili. Poi torna su quello che accadde dopo il tonfo elettorale della politiche del 2018. "Alcuni esponenti della maggioranza Pd dicevano in campagna elettorale 'dovremmo fare un accordo con M5S', mentre noi ci siamo concentrati sulla campagna. L'unico allargamento di 'Piazza Grande' e 'campo largo' sono stati D'Alema e Bersani. D'ora in poi saremo leali ma intransigenti".

Parla, ad Assisi, anche l'ex sottosegretario Sandro Gozi: "Occorre costruire qualcosa di più ampio. Finora il campo largo lo abbiamo visto solo verso sinistra, mentre secondo me c'è uno spazio centrale che va occupato".

Walter Verini, scelto da Zingaretti come commissario in Umbria dopo il caso che ha portato alle dimissioni della governatrice Marini, prende le distanze: "Gli incontri dove si discute di politica e di idee sono sempre positivi ma è una riunione di corrente. Io personalmente amo sempre discutere tutti insieme e queste riunioni le farei sempre senza intercapedini, solo dentro al Pd".

La convention è appena iniziata. Domani ci saranno, tra gli altri, anche Maria Elena Boschi, Ettore Rosato, Simona Bonafè. Di certo la riunione contribuirà ad agitare le acque nel partito.

 Rep Saperne di più è una tua scelta

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15 giugno 2019

Da - https://www.repubblica.it/politica/2019/06/15/news/assisi_renziani_giachetti_ascani_nobili_pd_partito_democratico_lotti-228844594/?ch_id=sfbk&src_id

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 inserito:: Giugno 13, 2019, 12:01:21 am 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Io penso che si possa ipotizzare una soluzione sociale e politica che ci liberi dal Caos-furbo attuale.

ggiannig

Dall'emergenza può nascere la nuova consapevolezza sui veri cambiamenti che necessitano, ad ogni parte dell'Italia Unita anche se segmentata in Regioni, Province e Comuni.


Gianni Gavioli

A tutti noi.

Siamo circondati da una politica folle con evidenti segni di sporcizia da fango della corruzione di varia natura, compresi schizzi mafiosi.

Non possiamo, come Cittadinanza Italiana, stare ad assistere a schermaglie liberatorie tra, elementi folli o peggio presenti in tutta la politica, senza fare nulla che ci difenda da costose depredazioni di beni personali che minacciano le famiglie Italiane.

Sappiamo con certezza che il Caos è da anni provocato dalla volontà, di una parte sostanziosa del governo, di farci uscire di fatto dall'Euro e farci cacciare dall'Europa compiendo e minacciando di compiere azioni folli, portati avanti da “guastatori” legati ad un Contratto che progetta di Sgretolare il Sistema Italia.

Soltanto una soluzione, sociale più che politica, ci può permettere di affrontare l’Europa e i gravissimi problemi nazionali e regionali: mettere una camicia di forza alla follia da Caos con l’immediata formazione di un GOVERNO DI EMERGENZA NAZIONALE.

Circondare l’attuale governo, o meglio una sua versione purificata, dal sostegno d'emergenza di tutta l’Opposizione disponibile (a sua volta depurata) per accompagnare la Nazione Italia fuori dalle acque torbide e fangose in cui siamo stati immersi.

Tutti “insieme” e “vincolati” dai contenuti emergenziali del Progetto di salvataggio ci dovrà, in un periodo predefinito di tempo, accompagnare a nuove elezioni politiche. Superata l’emergenza attuale.

ggiannig

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 inserito:: Giugno 11, 2019, 11:47:06 pm 
Aperta da Admin - Ultimo messaggio da Admin
NADIA URBINATI: L’ERA DEI PARTITI LIQUIDI È FINITA, SERVONO PARTITI ORGANIZZATI

VALENTINA SAINI
4 giugno 2019

Nadia Urbinati è tra le più note politologhe italiane. Docente di teoria politica alla Columbia University di New York, attenta studiosa del fenomeno populista (in uscita, a luglio, un suo saggio sul tema per la Harvard University Press), è convinta che i partiti organizzati siano cruciali per tener viva la democrazia, con buona pace di chi li dava per spacciati. Pensa anche che il populismo sia, prima di tutto, «una strategia di potere». Ma ammette anche che quando c’è uno scollamento tra «i principi di uguaglianza politica» alla base delle nostre democrazie e una realtà fatta di «evidente privilegio» per l’élite, «quando la sfiducia verso coloro che governano ed esercitano il potere è radicale», si apre la porta a scenari di vera e propria rivolta. Come quella dei gilet gialli in Francia.

Al Festival dell’Economia di Trento, la politologa ha cercato di dare una cornice alle tante declinazioni del populismo occidentale. Fenomeni come i gilet gialli sono, a suo parere, il risultato del collasso, o dell’indebolimento, dei partiti di massa. «Quando i molti non possono più contare sull’articolazione dei loro partiti, come succedeva nelle democrazie solide, allora trovano altre forme aggregative. Devono farlo se vogliono far sentire la loro voce. Un tempo i partiti organizzavano non solo la rappresentanza dentro lo Stato, ma la partecipazione fuori da esso. Questo non accade più, i partiti si sono trasformati in meccanismi per selezionare una classe dirigente. E quando succede questo, assistiamo all’affermarsi di forme plebiscitarie». Gli Stati Generali hanno intervistato Urbinati a margine dell’evento. Ecco cos’ha detto.

È un trend molto forte in tutto l’Occidente: le forze populiste conquistano le periferie urbane e le zone rurali, le forze liberali e progressiste resistono nei centri storici. Perché, professoressa?
Perché si tratta di aggregazioni diverse. Tra i grandi centri urbani e le periferie c’è un distacco antropologico, etico, morale. C’è anche la sensazione di non sentirsi a proprio agio a vivere insieme. E questo è terribile, perché significa che quella situazione di uguaglianza popolare in cui per tanti anni ci siamo trovati non esiste più. Tutto ciò è un fatto: possiamo parlarne, possiamo discuterne, ma servono delle contromisure. Quali? Occorrono partiti in grado di integrare centri storici e periferie, città e campagna, ma purtroppo in questi anni sono stati fatti dei passi avanti giganteschi nella loro separazione.

Giocano un ruolo essenziale le crescenti diseguaglianze socio-economiche.
Certo. Ma non si tratta solo di economia. Guardiamo, ad esempio, all’evoluzione della scuola dagli anni ’70 in poi, in particolare all’autonomia scolastica. Che doveva essere un grande obiettivo democratico, perché significava che finalmente scuole, genitori e studenti potevano auto-organizzarsi. In realtà questa autonomia è diventata un modo per separare le scuole tra loro. Per esempio una scuola in una zona popolare o periferica fa più fatica a ottenere maggiori finanziamenti privati per avere più attività, e per questo motivo riceve anche meno sostegno economico dallo Stato. Invece le scuole vicine ai centri storici o ai quartieri più abbienti hanno maggiori possibilità. Quindi l’autonomia scolastica, in teoria positiva, si è trasformata in una porta spalancata per le diseguaglianze.

Però c’è populismo e populismo. Come interpreta la crisi di forze venute dal basso come Podemos in Spagna, o il M5S in Italia?
Non sono forze venute dal basso. Sono piuttosto partiti nati come non-partiti. E questa è una precisazione importante, perché l’organizzazione è un elemento fondamentale: non esistono partiti senza organizzazione. Podemos, ad esempio, nasce così, in modo simile al M5S, con una fortissima leadership. La sfida per Podemos, oggi, è trasformarsi in un partito organizzato, non c’è alternativa, le elezioni lo hanno reso evidente. Il punto è che ha perso il rapporto con gli elettori, con le persone, e manca di un organismo interno per controllare il leader e limitarne il potere. Infatti l’organizzazione dei partiti non serve solo a organizzare i militanti, ma anche a fare in modo che chi governa il partito renda conto delle sue scelte, e non possa fare ciò che vuole. Al contrario, quando il leader guida un partito liquido, c’è il rischio che possa fare ciò che vuole.

Questi partiti non-partiti sono un po’ delle tigri di carta… o magari delle tigri digitali?
In parte sì, perché non durano. Solo l’organizzazione consente il radicamento, e un partito ne ha bisogno. Podemos, i 5 Stelle, Ukip, mostrano l’erosione che scaturisce dalla mancanza di organizzazione. La non-organizzazione, che sembra più elastica e capace di attirare, in realtà non sedimenta, e soprattutto implica la mancanza del controllo interno. Anche il PD ha avuto questa crisi interna di leaderismo individuale, con difficoltà nel contenere il potere del leader. Quindi è vero che senza organizzazione è difficile non solo mantenere il consenso nel tempo, ma anche tenere a bada il potere di chi dirige il partito. Ecco perché il partito organizzato è fondamentale in una democrazia.

A proposito di democrazia… ultimamente in Italia ci sono molte persone che chiedono più democrazia diretta, guardando al modello svizzero. Lei che ne pensa?
In Svizzera c’è un misto di democrazia diretta e referendaria, e di democrazia rappresentativa. Qui in Italia abbiamo i referendum, che però non sono (ancora) propositivi. E su questo si sta lavorando, se il governo non cade sarà uno dei temi sul tavolo. Ora, io non so se la democrazia diretta sia meglio o peggio, ma senza dubbio se la grande maggioranza dei cittadini avverte che le elezioni non bastano o non sono abbastanza rappresentative, servono degli altri spazi, come appunto i referendum propositivi. Ma sappiamo anche che in Italia non basta fare i referendum… è importante che chi governa rispetti i risultati e sia coerente con essi. Abbiamo fatto dei referendum che sono rimasti solo sulla carta, senza produrre nulla di ciò che avrebbero dovuto implicare. Quindi, non basta il referendum propositivo in sé; a monte, occorre una classe politica che ne attui il risultato.

I partiti sono strumenti che organizzano le masse, che convogliano verso l’alto le loro istanze, e che “dettano l’agenda”. Ma oggi, lei dice, i partiti si sono invece trasformati in strumenti di leadership. Nel PD, ad esempio, abbiamo quest’incessante produzione di leader: Renzi, l’intermezzo Minniti, Gentiloni, ora Zingaretti… Si tratta però di leader spesso effimeri.

E sono tutti singoli individui che non hanno nessuna connessione forte con l’organizzazione interna.

Che consiglio darebbe ai leader dei partiti italiani “tradizionali”, a partire proprio dal PD?
Di ricostruire questi partiti, negli organi dirigenti come nelle sezioni periferiche, dalla base fino ai livelli più alti. Sono le federazioni, bisogna andare dove i cittadini vivono e arrivare sino al centro. Bisogna ricostruire la piramide, che deve essere presente non soltanto nella Repubblica, ma pure nei partiti.

E del resto è un po’ questa la forza della Lega. I leghisti sono sempre rimasti nei territori, nelle periferie soprattutto rurali.

Certamente. E così era il PCI una volta, e i socialisti nel resto d’Europa.

Lei sostiene che il populismo sia prima di tutto “una strategia di potere”. Può spiegare ai lettori che cosa intende?
Nella democrazia dei partiti la strategia di potere si verifica all’interno di essi, e spesso per cooptazione: è complicata, avviene attraverso meccanismi che stabiliscono chi deve essere messo nelle liste e chi no, è un processo molto lungo. Nella situazione populista invece tutto il processo è molto più semplice; del resto il populismo è strettamente legato alla capacità strategica, decisionale e retorica del leader. Richiede anche la capacità di comprendere quali sono le questioni più problematiche e diffuse nella società, e trovare parole d’ordine in grado di unirle tutte, anche se alla fine nessuna di esse viene soddisfatta in primo luogo. Questo era Perón, questo era Chávez, tutti i leader populisti hanno queste capacità. Spesso legano la loro lotta a un nemico, che può essere l’establishment, gli Stati Uniti o altro. E poi riescono a collegare e unire le esigenze più diverse: da chi vuole una scuola più vicino a casa, a chi vuole un lavoro, unificandole in relazione a un nemico. Come fa Salvini quando tiene insieme il Nord e il Sud, che sono molto diversi. Lui però ci riesce, con cosa? Con l’immigrato, perché l’immigrato è quell’esternalità contro cui ci può essere un’unificazione.

Nel libro-intervista “La mutazione antiegualitaria” cita un vecchio caso assai attuale, quello del sindaco di Bologna Giorgio Guazzaloca. A pag. 20 si legge: “Anche se quel che dico può sembrare un’eresia, il fenomeno Guazzaloca fu un’espressione estrema del governo socialdemocratico, più che un suo rovesciamento. Non esprimeva una richiesta di sovversione da destra, o una svolta di tipo liberista per lo smantellamento del modello emiliano di stato sociale. Rappresentava, piuttosto, una revisione conservatrice di quello stesso modello, al fine di ricalibrarlo. Gli immigrati stavano diventando visibili, benché ancora non numerosi. Gli studenti universitari, non più politicizzati, erano percepiti sempre più come un elemento di disturbo”. Lei parla a riguardo di “appropriazione dei diritti”: da una parte “noi”, in questo caso i bolognesi, dall’altra “loro”, i “diversi”, gli “altri”. È così?

Certamente, ne parlo anche nel mio libro in uscita a luglio. Si tratta appunto di una concezione proprietaria dello Stato, delle leggi, dei diritti. Parlando di “nostri diritti” questi populisti non tolgono diritti, ma vogliono indicarli come solo “nostri”, solo per “noi”. Il diritto in genere è inclusivo, universale, i diritti umani ad esempio vanno ben al di là anche di quelli di un determinato popolo. I populisti invece dicono “sono nostri”, diritti italiani o francesi o di altri, a seconda del caso. E così si lega lo Stato all’entità etno-culturale di un determinato popolo.

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici_societa-societa/nadia-urbinati-lera-dei-partiti-liquidi-e-finita-servono-partiti-organizzati/

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