LA-U dell'ulivo
Maggio 21, 2018, 09:03:23 *
Benvenuto, Visitatore. Per favore, effettua il login o registrati.

Login con username, password e lunghezza della sessione
News:
 
   Home   Help Ricerca Calendario Login Registrati  
Pagine: [1] 2 3 ... 10
 1 
 il: Maggio 20, 2018, 12:07:01  
Iniziato da Arlecchino - Ultimo post da Arlecchino
Sono già in campagna elettorale per elezioni in autunno.

Dopo lo stop del Presidente Mattarella, Salvini rientra nel CentroDestra e inizia la conquista di spazi tra i grillini (in ogni caso lo farà anche solo come Lega, se molla Berlusconi).

Il giovane Di Maio passa la mano a ...

ciaooo

Da Fb 18 maggio 2018

 2 
 il: Maggio 20, 2018, 12:05:03  
Iniziato da Arlecchino - Ultimo post da Arlecchino
Rousseau, il marchio privato che invade il Senato. La denuncia dei dem

Carla Attianese @carlattian  · 18 maggio 2018


Focus

Presentata un’interrogazione urgente a Casellati per verificare legittimità e costi. Malpezzi: “Un soggetto privato è proprietario di un partito”

Come in “The Handmaid’s Tale”, dove al popolo viene presentata la nuova realtà in cui si trovano a vivere poco a poco, per creare quel senso di abitudine e assuefazione che farà apparire normali anche le cose più assurde, così nel “nuovo mondo” targato M5S-Lega, una goccia dopo l’altra, arrivano notizie che, in altri tempi, avrebbero suscitato come minimo qualche brivido.

L’ultima in ordine di tempo, dopo il “contratto di governo” siglato dai partiti e sottoposto al voto online prima che si sappia il nome del premier che dovrebbe attuarlo, e prima che se ne sia discusso con il Presidente della Repubblica (e tralasciandone per ragioni di spazio e di pietà i contenuti), l’ultima “goccia” in ordine di tempo arriva oggi dal Senato, dove in attesa che i gruppi iniziano finalmente a lavorare, i Cinque stelle non hanno perso tempo e hanno già sfruttato al massimo i fondi messi a disposizione dall’istituzione per la ristrutturazione degli uffici.

Solo che, fa sapere in una nota un gruppo di senatori del Pd, negli spazi al primo piano assegnati ai grillini è comparso in ogni dove non il simbolo del partito, ma quello di un soggetto privato, ossia l’associazione Rousseau.
“È legittimo che in una sede istituzionale siano evidenti ovunque i riferimenti ad una associazione privata come la Rousseau?”, si chiedono i senatori dem.

“Abbiamo inviato una interrogazione urgente alla presidente Casellati – fa sapere Simona Malpezzi, tra i firmatari della richiesta insieme a Stefano Collina, Eugenio Comincini, Davide Faraone e Dario Parrini – perché vogliamo sapere se è possibile che dentro al Senato ci sia il marchio di una società privata. E soprattutto vogliamo sapere quanto è costata l’intera operazione, messa a carico dell’istituzione con i soldi dei cittadini”.

Per Malpezzi la vicenda è di una “gravità allucinante”, perché non solo “una società privata si impossessa di un’istituzione pubblica”, ma si dimostra ogni giorno di più che “un soggetto privato è proprietario di un partito, i cui dipendenti sono dei parlamentari della Repubblica”.

Una denuncia, quella dei senatori democratici, che arriva nel giorno in cui su alcuni giornali è comparsa la notizia che, nella legislatura che vedrà il Movimento grillino al Governo, prima di presentare un’interrogazione i parlamentari Cinquestelle dovranno chiedere il permesso ai capigruppo nelle commissioni competenti, con tutta probabilità per un controllo preventivo che disinneschi possibili problemi o figuracce.

“Non è un caso che nello stesso giorno in cui gli uffici di un’istituzione pubblica vengono marchiati con un logo privato, scopriamo che i Cinquestelle potranno fare interrogazioni solo previa approvazione da parte di Rousseau. Sono queste le cose davvero pericolose”, sottolinea Malpezzi.

Vedremo quali altre bizzarre novità arriveranno nei prossimi giorni dal fronte grillo-leghista. La speranza resta quella, nel frattempo, di non fare la fine delle ancelle e di non ritrovarci, senza neanche accorgercene, in un mondo con regole e principi democratici capovolti e travisati.

da PD Democratica

 3 
 il: Maggio 20, 2018, 12:02:27  
Iniziato da Arlecchino - Ultimo post da Arlecchino
Umberto Minopoli @uminopoli ·
17 maggio 2018

La crisi dell’Ilva ci dice quanto sia arretrato l’M5S

Hanno irresponsabilmente deciso di agitare l’utopia velleitaria della fine della fabbrica, della produzione di massa e dell’avvento dell’economia soft, del turismo, delle produzioni leggere

Scampata l’insidia – l’impossibile e spericolato patto di governo Pd/5 Stelle – chiediamoci pacatamente: sarebbe, veramente riuscito il Pd nell’impresa, vagheggiata da alcuni, di correggere, riequilibrare, “costituzionalizzare” (come pomposamente si è detto) la natura e i propositi del movimento grillino? C’è da dubitarne.

Lo spettacolo di questi giorni ha dimostrato l’insostenibilità di questo generoso proposito. Non è bastata la sbianchettatura dei programmi elettorali, nei loro aspetti più cervellotici, per colmare il gap evidente tra il programma di governo di cui l’Italia avrebbe bisogno oggi- per consolidare la ripresa economica, irrobustirla e completare le riforme avviate dai governi del Pd- e l’allarmante agenda populista. Che realizza, purtroppo, le peggiori profezie: la paura dei mercati, la diffidenza dei nostri partners, il timore di un peggioramento di tutti gli indici, la compromissione dell’avviata ripresa dovuta all’azione dei governi del Pd.

Ma c’è un motivo più di fondo che rende poco plausibile, anzi pressoché inverosimile e velleitario, il proposito vagheggiato di una supposta funzione pedagogica e correttiva del Pd in un governo con i 5 Stelle: una parte della sinistra avrebbe contrastato questo sforzo. E avrebbe, ne sono sicuro, spalleggiato e supportato i 5 Stelle nella resistenza a non farsi cambiare e ad imporre la propria agenda. E’ allarmante dirlo. Ma il Pd farebbe bene a guardare in faccia ad un fenomeno che si va manifestando e che è parte dell’astruso dibattito, quasi una cristologia, sulla presunta natura di sinistra dei 5 Stelle.

C’è una parte di questa – politica, sindacale, di governo locale, di opinione – che, in qualche modo, si è già arresa ai paradigmi populisti, ne ha introiettato analisi, visioni, narrazioni della realtà. Ne ha sussunto i linguaggi, i codici di lettura politica, le agende. E’ qualcosa, a mio avviso, che può dividere ancora a sinistra. Ma, stavolta, in modo persino più grave della stessa sciagurata scissione del 2017. Perché tocca la prospettiva del Paese, del suo futuro economico e di potenza industriale. Stavolta è peggio. Non si tratta più, come nel caso della scissione, del vagheggiamento nostalgico e minoritario dei riti antichi, del perenne fantasticare, del consueto refrain, massimalista e conservatore, del “passato che non passa” della sinistra eterna. No. Oggi c’è qualcosa di più: un cambio culturale, una mutazione genetica, una permuta, una variazione di pelle.

C’è una posizione diffusa a sinistra che accredita l’equivoco populista, lo comprende e, in qualche caso lo sostiene. Questa posizione sopravvivrà alla sciagurata, e per fortuna abortita, ipotesi di un governo Pd/5 Stelle. E costituirà, temo, un problema – ma forse il problema – del confronto nel Pd sulla ripresa del partito.

E, speriamo di no, condizionerà la stessa condotta della nostra opposizione al governo dei populisti. Esagero? Prendiamo il caso dell’Ilva. E’ la metafora, il paradigma del cambiamento in atto in una parte della sinistra. E non solo di quella antica e nostalgica.

C’è, purtroppo, un mondo articolato – di sinistra politica, sindacale, di opinione, di ceto di governo locale – che, nella vicenda Ilva ha mostrato una sostanziale accettazione, ormai, dei valori, dei codici interpretativi, delle priorità programmatiche del populismo pentastellato. Uno su tutti: la detronizzazione del lavoro industriale, la deposizione della sua centralità, in nome di altre gerarchie (la salute, l’ambiente), la presunta incompatibilità tra industria e ambiente.

Sull’Ilva si è giocata una partita emblematica, espressione di due approcci, diversi e alternativi, al tema dell’industria, del lavoro e dell’ambiente. E in un’area del Mezzogiorno che vede crescere disoccupazione e desertificazione industriale. Da un lato, l’approccio riformista – la scommessa sul rilancio della fabbrica, il punto fermo della natura progressiva e migliorativa della presenza della grande industria, come motore di sviluppo e fattore propulsivo, la facilitazione concessa agli interventi di grandi gruppi privati che, nel caso di Ilva, garantiscono quantità e qualità degli investimenti, il risanamento ambientale dei processi produttivi attraverso le tecnologie, la tenuta dei livelli occupazionali e dei trattamenti retributivi – dall’altro un approccio di indifferenza, di fastidio e di sostanziale rigetto del rilancio industriale. Una parte di sindacato e di sinistra ha scelto di giocare un’altra partita. Che non è quella di scommettere sull’Ilva.

Il colosso siderurgico di Taranto (ma anche di Genova ed altre località) è oggi è un abisso di perdite (30 milioni al mese). Arretra progressivamente in termini competitivi. Eppure resta un settore promettente dell’export nazionale, un fattore significativo del Pil del Paese (quasi 4 miliardi nel 2013) in un comparto, quello metallurgico e siderurgico, pervasivo e pro-attivo per l’intera economia nazionale, in termini di prezzi e garanzie delle forniture. Ilva, inoltre, è il cuore di un subsistema occupazionale calcolato in 50.000 addetti collegati, in vari modi, al ciclo produttivo di Taranto. Salvare si può.

Le scelte dei due ultimi governi hanno garantito il contesto ottimale del rilancio dell’Ilva: la disponibilità di risorse per raggiungere gli standard ambientali e la gara competitiva per selezionare un grande gruppo privato in grado di realizzare gli investimenti necessari alla ricollocazione di Ilva sul mercato internazionale dell’acciaio. Quale contesto migliore, in una realtà pericolosamente compromessa, per esercitare un ruolo attivo del sindacato, della sinistra politica, dei governi locali? E, invece, una parte del sindacato, della sinistra politica e di governo locale, ha spregiudicatamente operato perché saltasse questa prospettiva. Prima agitando inesistenti, velleitarie e impossibili alternative- la nazionalizzazione dell’Ilva, la cervellotica conversione a gas (mentre si contesta il Tap) del ciclo di alimentazione del siderurgico- poi frapponendo ostacoli e resistenze alla chiusura delle trattative. Con quale alternativa? Domanda inevasa.

Per la prima volta un grande sindacato (con la lodevole eccezione della Fim Cisl) ha scelto di compromettere un disegno industriale, di salvataggio e rilancio, di un grande gruppo, di correre il rischio dell’abbandono degli investitori privati, di rinunciare a condizioni (occupazionali e di reddito) già acquisite, per un’altra prospettiva. Quale? Non è dato sapere ma si può intuire.

E’ la scommessa sull’avvento dei 5 Stelle alla guida del paese come una sorta – incredibile a dirsi – di governo amico: un esecutivo formato da un partito che considera il Mezzogiorno un’area di spreco da disciplinare e da un altro, i 5 Stelle, che considera la fabbrica siderurgica un mostro inquinante da chiudere. E che considera prioritario, nel Sud, la distribuzione di redditi da mantenimento a salari che paghino un lavoro. Una parte della sinistra e del sindacato hanno messo in conto tutto questo.

Hanno, irresponsabilmente, deciso di giocare l’alternativa all’industria (ma, vedrete il ragionamento si estenderà alle grandi opere, alle infrastrutture, ai grandi lavori), di agitare e titillare l’utopia velleitaria della fine della fabbrica, della produzione di massa e dell’avvento dell’economia soft, del turismo, delle produzioni leggere.

E’ il mito grillino della riconversione: dall’industria ai fasti (presunti) della decrescita felice. Sciocchezze. E tragiche. Si tratta di un progetto, al contrario, molto infelice. Un incubo per Taranto e il Mezzogiorno.

Senza quella grande fabbrica il motore di Taranto (e non solo di essa) si fermerà. Non ci sarà risanamento ambientale (se non trainato dagli investimenti migliorativi sui processi di Ilva). Non ci saranno risorse per reindustrializzare l’area. Che conoscerà una mortificante e prolungata agonia. Di certo il governo amico a 5 Stelle dovrà assicurare un reddito di cittadinanza, un sussidio a vita a decine di migliaia di “pensionati della storia” (Gramsci).

Non sarà poi questo il vero sogno nel cassetto, il vagheggiamento nascosto del sindacato e della sinistra della decrescita? Il sospetto è forte.

Da - https://www.democratica.com/focus/crisi-ilva-m5s-sindacati-sinistra/?utm_source=newsletter&utm_medium=testo&utm_campaign=nl28-17052018

 4 
 il: Maggio 20, 2018, 12:00:14  
Iniziato da Arlecchino - Ultimo post da Arlecchino
In posta privata mi si chiede se in questa pagina, intendo non si debba parlare (scrivere) di politica.

Rispondo, meglio di no:

prima di tutto perchè vorrei attirare l'attenzione e destare l'interesse dei lettori (Cittadini non istituzioni) fornendo loro elementi di riflessione sociale, da un punto di vista prossimo ai loro problemi e al loro vivere la nostra realtà;

inoltre, per il mio impegno di libero affiancamento ad un pensiero politico, ho da tempo aperto pagine, anche su Fb, che stimolano (vorrei stimolassero) interesse per quella che ritengo essere un’area capace di risolvere molti problemi dell’Italia di ieri e di oggi; le aree di Centro e di Sinistra unite in un Nuovo CentroSinistra da rigenerare, dopo cento anni di avversità contrarie (dal biennio rosso anni venti del 900 a ieri). Chi vuole in quelle pagine mi trova in veste partigiana (laica, socialdemocratica, riformista). In parole semplici Ulivista.

Io già mi sono occupato di vicinanza alle persone e ai loro (nostri) problemi, nelle suddette pagine in Fb e sul web, oggi vorrei disperdere di meno e concentrare in questa pagina, ciò che mi sembra utile segnalare.

Certo da solo sarò forzatamente limitato nella cernita di cosa selezionare per comunicarvi fatti, sentimenti e sensazioni. Accetto cooperazione di chi volesse aiutarmi (dopo un serio esame di ammissione … ah ah ah). Grazie

ggiannig

su Fb mia nuova pagina (se i Cittadini ecc ecc)


 5 
 il: Maggio 20, 2018, 11:56:36  
Iniziato da Admin - Ultimo post da Arlecchino
Abbattiamo le ipocrisie e le mollezze buoniste fasulle.

Nessun segretario dall'assemblea e subito il Congresso.

Divisioni e scissioni salutari non vanno soffocate, anzi, favorite per fare chiarezza e partorire un Progetto di rilancio del Nuovo CentroSinistra.

Se non ci apriamo ad altre realtà di Centro e di Sinistra ci vorranno 10 anni di barbarie, prima che il PD da solo riemerga.

Specie se al vertice risiedono mollaccioni sonnolenti

ciaooo

Su Democratica del 18 maggio 2018

 6 
 il: Maggio 20, 2018, 11:54:20  
Iniziato da Arlecchino - Ultimo post da Arlecchino
M5S-Lega, il premier ai Cinquestelle. Terminato il vertice Salvini Di Maio: "Sul contratto tutto chiuso"M5S-Lega, il premier ai Cinquestelle.

I leader del Movimento e del Carroccio ora cercano un accordo sul nome del primo ministro.

Reddito di cittadinanza: c'è un limite temporale nonostante le richieste 5S. Confermato il voto online dei militanti grillini sul programma. Forse lunedì il ritorno al Colle da Mattarella

Di ANNALISA CUZZOCREA
17 maggio 2018

ROMA - In agenda resta il nome del premier. Perché l'incontro tra Di Maio e Salvini di stamattina - dalle 10 e 30 alle 13 e 30 - ha messo il punto all'accordo sul programma. Ora la trattativa va ad oltranza sul nome del premier. E Lega e Movimento 5 Stelle sarebbero in accordo sul primo paletto: un parlamentare Cinque Stelle come primo ministro. Secondo le ultime indiscrezioni i papabili sono: lo stesso Di Maio, Bonafede, Fraccaro, Crimi e Spadafora. In pole, proprio il capo politico del Movimento. Del tutto tramontata l'ipotesi staffetta tra il capo politico del Movimento e Matteo Salvini.
 
POLITICA
Lega-M5s, ecco i nomi per la premiership indicati dal Movimento
Di CARMINE SAVIANO
 Al segretario del Carroccio dovrebbe essere affidata la guida del ministero dell'Interno. Mentre per gli altri ministri "di peso" i nomi più probabili sono quello di Giampiero Massolo - presidente del cda di Fincantieri - agli Esteri e del grillino Bonafede alla Giustizia. Il leghista Giancarlo Giorgetti è in pole position per il ruolo di sottosegretario con delega ai Servizi mentre la Lega dovrebbe indicare i nomi per l'Agricoltura e il Turismo. Mentre il ministero dell'Economia e quello delle Politiche Ue potrebbero essere affidate a tecnici. Un altro parlamentare M5S entrato in alcune rose di papabili, Emilio Carelli, smentisce di essere indisponibile a ricoprire il ruolo di premier: "Non è vero, sono e resto a disposizione del movimento". Poi precisa: "Il candidato resa Di Maio".

Novità anche sul fronte del programma: nonostante le richieste dei Cinque Stelle c'è un limite temporale previsto per l'erogazione del reddito di cittadinanza: sarà di due anni. I due leader, si apprende da fonti M5s, hanno sciolto i nodi relativi ai punti rimasti in sospeso. Il programma, confermano dai 5Stelle, ora sarà votato su Rousseau.

Ritorno al Quirinale. Luigi Di Maio e Matteo Salvini potrebbero salire lunedì al Colle? "Una data realistica", fanno sapere dal Movimento 5 stelle. Non sarebbero peraltro previsti altri incontri dei due leader, che nei prossimi giorni saranno impegnati sul territorio per iniziative elettorali e per l'appuntamento con i gazebo per illustrare il Contratto di governo ai rispettivi iscritti e simpatizzanti.

Gentiloni: leader Ue preoccupati. Mentre si definiscono gli ultimi tasselli del puzzle giallo-verde, parole sempre più allarmate arrivano dal premier ancora in carica, Paolo Gentiloni. Tra i leader europei circolano "preoccupazioni che io personalmente sento" su "tre capitoli" del futuro governo italiano, ha detto parlando a Sofia, a margine del vertice Ue-Balcani. Preoccupano le "posizioni italiane sulle grandi scelte internazionali", finora "sempre condivise", anche da "Tsipras e Orban". E poi gli effetti "delle politiche a debito" e un possibile cambiamento delle "politiche migratorie".

 © Riproduzione riservata 17 maggio 2018

Da - http://www.repubblica.it/politica/2018/05/17/news/m5s-lega_nuovo_vertice_tra_di_maio_e_salvini-196604659/?ch_id=sfbk&src_id=8001&g_id=0&atier_id=00&ktgt=sfbk8001000&ref=fbbr

 7 
 il: Maggio 20, 2018, 11:48:34  
Iniziato da Admin - Ultimo post da Arlecchino
Pd, è partita la sfida a Renzi.

Verso una “semifinale” tra due ex Ds: Martina e Zingaretti

La platea del “parlamentino” saluta con due ovazioni il segretario reggente, che entra il lizza per la futura leadership, in concorrenza col governatore del Lazio Nicola Zingaretti.

Entrambi vengono dai Democratici di sinistra.

Pubblicato il 19/05/2018 - Ultima modifica il 19/05/2018 alle ore 16:30

Fabio Martini

Due ovazioni inattese e liberatorie hanno lanciato la volata verso la nuova leadership del Pd. All’Assemblea nazionale stava parlando Maurizio Martina, confermato reggente ancora per qualche mese, e dopo i compromessi tra i notabili del partito, che poco prima avevano rinviato l’ora delle scelte “irrevocabili”, tutti si aspettavano un intervento senza asperità. E invece Martina ha spiazzato (e acceso) la platea, quando ha detto: «Chiedo di poter lavorare insieme a voi per poter portare in maniera ordinata e forte il Pd a quell’appuntamento», quello del congresso, «senza la fatica dei detti e non detti anche tra di noi. Non ho l’arroganza di pensare di fare da solo questo lavoro. Ma se tocca a me, anche se sono poche settimane, tocca a me...». A quel punto è partito l’applauso e Martina, con un effetto scenografico per lui inusuale, ha ribadito: «Tocca a me, tocca a me». A quel punto l’applauso si è trasformato in ovazione. 

Un’ovazione liberatoria per quella parte di Assemblea che vive un rapporto conflittuale con l’ex segretario Renzi. E la “notizia” dell’Assemblea è proprio l’area sempre più estesa di “non allineati” sui vari territori che dopo la stagione renziana si stanno spostando. Come ha dimostrato il voto dell’Assemblea sul cambio dell’ordine del giorno: ha avuto molti più voti del previsto. E la conferma di quanto sia estesa questa area “non allineata” e non-renziana si è avuta appena Martina ha concluso il suo intervento. Dalla platea è partito un coro: «Se-gre-ta-rio, se-gre-tario». Un successo personale che può rilanciare proprio Martina verso una possibile “semifinale” dentro l’area anti-Renzi, che è formata da personaggi di sensibilità diverse: oltre agli oppositori “istituzionali” - Andrea Orlando e Michele Emiliano - ministri come Dario Franceschini, Marco Minniti, Carlo Calenda - ex leader di partito come Walter Veltroni e Piero Fassino - e in posizione defilata Paolo Gentiloni. Rispetto al quale Renzi fa sapere di aver concordato la regia dell’Assemblea. In realtà i due non si parlano da diverse settimane e il presidente del Consiglio si è più volte speso per sostenere Martina. 

Gran parte del fronte non-renziano ha già individuato in Nicola Zingaretti il personaggio in grado di sfidare alle Primarie il candidato “renziano” e, nel caso, lo stesso Renzi. Nel passato su Zingaretti, che viene dal Pci e dai Ds, ha pesato un deficit di carattere che gli è valso il soprannome di “saponetta” e anche tra i suoi amici c’è ancora chi dubita sulla sua determinazione nel momento in cui fosse chiamato a sciogliere la riserva. Anche Martina viene dai Ds: nelle settimane, probabilmente mesi, nei quali continuerà ad esercitare la “reggenza” si giocherà le sue chances per contendere a Zingaretti il ruolo di sfidante al candidato renziano.

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2018/05/19/italia/pd-partita-la-sfida-a-renzi-verso-una-semifinale-tra-due-ex-ds-martina-e-zingaretti-9b4aNglJOjJU59Y9CKAFfK/pagina.html

 8 
 il: Maggio 20, 2018, 11:46:31  
Iniziato da Arlecchino - Ultimo post da Arlecchino
Cosa significa che il Pd si è autocongelato e perché non c’è il nuovo segretario

Alla assemblea nazionale passa la linea dei renziani: no all'elezione di un nuovo segretario.

Ma il partito si spacca ancora di più

19 maggio 2018, 17:45

Primo round, Renzi. Apparentemente. I lavori dell’assemblea nazionale, che i suoi oppositori intendevano come luogo della resa dei conti, iniziano in forte ritardo, e con un colpo di scena. Prima che prenda la parola Maurizio Martina, segretario reggente ed aspirante cesaricida, il renzianissimo presidente del partito Matteo Orfini mette ai voti la variazione dell’ordine del giorno.

Il punto primo doveva essere l’indicazione di un nuovo segretario, ed invece a larga maggioranza si rimanda tutto sine die, o quasi. Poi il dibattito comincia, ma il Pd ne esce ancora più diviso di ieri, e con una geografia interna che non è quella di un anno fa.

L’opposizione esulta, “vittoria comunque: Renzi è più debole”
Recita il testo approvato: l'assemblea del Partito Democratico prende atto delle "dimissioni irrevocabili" di Matteo Renzi dalla segreteria e rimanda a una nuova Assemblea la decisione fra segretario eletto nell'assise o eletto al congresso. I numeri sono stati 397 a 221. Che, tradotto, potrebbe suonare maggioranza per Renzi. Ma il risultato finale certifica che la maggioranza a disposizione dell'ex segretario è scesa da circa il 70 per cento di un anno fa al 57 per cento.

Dario Franceschini
"E' la fine dell'era Renzi nel Pd", si sottolinea fra i sostenitori di Martina, tra le fila dei delegati fedeli a Dario Franceschini e Andrea Orlando. Dove si fa notare che un aggettivo cambia tutto: le dimissioni di Renzi, infatti, sono “irrevocabili”. Come dire: è fuori dalla stanza dei bottoni. È il motivo per cui anche tanti dissidenti hanno votato a favore.

Martina attacca a testa bassa
A prendere la parola subito dopo la votazione è proprio Maurizio Martina, che prende di petto il tema delle liste: un errore da non ripetere. Il riferimento è alle liste elettorali delle ultime elezioni, a forte impronta renziana, che tante tensioni hanno provocato nel partito fino alla minaccia delle minoranze di ritirare i propri candidati. Assieme a questo, però, Martina ha voluto lanciare un avvertimento: "Il congresso si farà" e "sarà un congresso anticipato, ma non si può limitare ad essere una domenica al gazebo”.

Maurizio Martina 
“Il Pd non è superato”
Martina tocca, indirettamente, un altro tasto dolente: l’idea che qualcuno (leggi Renzi) possa portare il Pd verso derive macroniane, con un ulteriore cambiamento sia di denominazione, sia di collocazione politica.

"Il congresso e le primarie potrebbero essere una grande occasione, ma io trovo il dovere di confermare che non basta una domenica al gazebo, abbiamo bisogno di fare un congresso di tipo nuovo, profondo e costituente”, spiega, “Non credo che il Pd debba essere superato, che debba andare oltre o fare passi indietro. Dobbiamo confermare e aggiornare lo sforzo fatto dieci anni fa e credo a un centrosinistra alternativo a cinque stelle e a Forza Italia”.     

Parole sottolineate da una ovazione da parte della platea che, poi, accompagna la conclusione del discorso di Martina con il coro "segretario, segretario!". La partita è all’inizio.

Passa la relazione di Martina, e parte lo scontro prossimo venturo
Alla fine della relazione del reggente si passa ad una nuova conta. I vioti a favore sono 294, 8 gli astenuti e nessun contrario: l'assemblea del Pd approva.

Paolo Gentiloni (Afp)
"L'Italia ha di fronte un periodo ricco di incognite. Serve l'opposizione del #Pd. Faremo presto un Congresso per rilanciare il centrosinistra di governo. Ora fiducia in @maumartina", scrive immediatamente in un tweet il Presidente del Consiglio dimissionario, Paolo Gentiloni.

C'è però chi la vede in modo diverso. "Alle 13,30 gli accreditati con diritto di voto all'Assemblea nazionale del Pd erano 829. Alla fine dell'Assemblea hanno votato la relazione 294 persone: questo significa che senza i voti dei renziani la relazione del segretario reggente Maurizio Martina non sarebbe passata", sottolineato fonti vicine all'ex segretario Matteo Renzi. Il futuro del partito è ancora tutto da scrivere.

Da - https://www.agi.it/politica/pd_renzi_martina_franceschini_assemblea_segretario_primarie-3920665/news/2018-05-19/

 9 
 il: Maggio 17, 2018, 12:28:41  
Iniziato da Admin - Ultimo post da Arlecchino
Il rilancio del patto Salvini-Di Maio: via libera del M5S a un euroscetticismo forte, e un grillino per primo a Palazzo Chigi nella staffetta.

Così i due leader hanno rimesso in piedi un accordo che sembrava finito.

Intanto Di Maio ha convinto Grillo, che dice a Newsweek: «Il governo M5S-Lega? Ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma accadrà».

E Beppe elogia di nuovo Putin e Trump

Pubblicato il 16/05/2018 - Ultima modifica il 16/05/2018 alle ore 10:31


Jacopo Iacoboni

La notizia è che entrambi i contraenti del potenziale patto M5S-Lega, ieri sera tardi, sono tornati a dire che ci saremmo quasi, «siamo a un passo» (parole di Di Maio). Nonostante in realtà l’atteggiamento pubblico della Lega sia stato molto, molto critico e quasi pessimista per due giorni interi, lunedì (il giorno delle consultazioni al Quirinale) e ieri, e Salvini ripeta ancora che «se proprio non si riesce, si va al voto». Ma è successo qualcosa, è innegabile, e ce lo racconta una fonte molto bene informata su questa vicenda, che ha potuto avere accesso pieno ai ragionamenti in corso, e possiamo provare a ricostruire così. Di Maio ha accettato di spostarsi di nuovo - anche pubblicamente - su posizioni più radicali e critiche sull’Unione europea e i trattati, posizioni sostanzialmente euroscettiche. Salvini in cambio ha concesso che, nell’ipotesi di staffetta, il primo ad andare a Palazzo Chigi sarebbe un nome, «politico», grillino. E non è detto che siano i nomi dei due leader, potrebbero benissimo essere i numeri due, diciamo così.

Naturalmente si tratta di un accordo embrionale, non scritto col sangue, che può cambiare e è esposto ai venti, come avete visto fortissimi, di queste ore. Ma è un’intesa di fondo tra i due, che fino a oggi non c’era stata. Assieme a tutto questo, c’è un pacchetto di nomine su cui la quadratura si può trovare abbastanza facilmente, le nomine sono tante e, solo per fare un esempio, il M5S potrebbe avere una preminenza nel dettare tempi e nomi in Cdp, Cassa depositi e prestiti, mentre la Lega conquisterebbe una parola decisiva sul Tg1 Rai.

Nell’ipotesi di rilancio del patto che vi stiamo raccontando, ognuno cede qualcosa all’altro. Di Maio lo ha reso manifesto ancora in serata quando, lasciando la Camera, ha detto «io mi preoccupo degli italiani. Se c’è qualche eurocrate non eletto che si preoccupa è un problema suo». Non è una frase marginale, perché significa due cose. La prima rivolta alla Lega: che Di Maio condivide (sia pure con qualche diversità di toni) le critiche di Salvini alle intrusioni europee, e il governo che eventualmente dovesse partire comincerebbe proprio da qui: da una ridiscussione di trattati e clausole. La seconda, rivolta al mondo del Movimento, e soprattutto a Beppe Grillo: perché così facendo Di Maio spedisce un messaggio di forte rassicurazione a un Grillo inquieto, che era attanagliato da forti perplessità sulla natura di un governo che gli sembrava politicante e anodino, dettato solo dalla voglia di potere. Grillo sarà certamente contento di vedere un Di Maio di nuovo così ingrillato sull’euro e sulla Bce. A tanti simpatizzanti M5S non dispiace affatto l’alleanza con la Lega, anzi: semmai gli dispiaceva il moderatismo eccessivo, e l’aria da eterno compromesso. [update. Grillo in un’intervista a Newsweek che esce proprio oggi dice: «Il M5S al governo? Ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma accadrà. Se puntiamo a ridurre le imposte per le piccole e medie imprese, se puntiamo a un reddito di cittadinanza, se vogliamo migliorare la vita delle persone, allora possiamo trovare un accordo». Nell’intervista Grillo di nuovo elogia ampiamente Putin: «È certamente una persona che ha idee chiare. Non temo affatto Putin. La Russia vuole fare commercio, non la guerra. L’antiputinismo ci costa miliardi in sanzioni». E parla bene di Trump e Brexit, assimilandoli alla vicenda del M5s: «Ho osservato che i media mainstream erano così totalmente contro Trump che, alla fine, lo hanno aiutato. Lo stesso è accaduto con il Movimento Cinque Stelle. I media hanno ottenuto l’opposto di quello a cui miravano. Lo stesso è accaduto con la Brexit»].

 In questo quadro è assai rilevante anche la bozza di contratto svelata da Huffington Post ieri sera, con cose come procedure per mettere in discussione l’euro, la richiesta alla Bce di congelare il debito italiano di 250 miliardi (debito che in realtà è in grande parte nelle mani di Banca d’Italia, ma che volete che siano questo dettagli), l’abolizione immediata delle sanzioni alla Russia, e un comitato parallelo - organo del tutto fuori dalla Costituzione, che prevede la partecipazione anche di organi costituzionali - al consiglio dei ministri, per dirimere eventuali controversie. La smentita M5S-Lega (non è più la bozza attuale) è poco rilevante politicamente: importa che un testo del genere (datato lunedì mattina, peraltro, non un secolo fa) ci sia stato, che ci sia stato questo, nella discussione: il totale no euro e pro Russia. Che un testo di questo tenore sia uscito proprio ieri - il giorno delle bordate di Bruxelles contro il potenziale asse M5S-Lega - ha influito sulle dinamiche in corso, ha cioè prodotto l’effetto di ricompattare i due contraenti del patto, e di farlo in chiave fortemente euroscettica. Non è da escludere che si sia realizzato così uno dei desiderata di Salvini.

Ma anche Di Maio sblocca, con questo passo, un tassello chiave: Salvini sarebbe disponibile a far partire a palazzo Chigi un premier «politico», e grillino: è l’identikit appunto di Di Maio, o magari del suo delfino Vincenzo Spadafora? Il destino di questa scelta, forse per la prima volta, è nelle mani dell’abile leader di Pomigliano d’Arco, e del suo mentore Davide Casaleggio.

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati

Da - http://www.lastampa.it/2018/05/16/italia/staffetta-rilancio-del-patto-salvinidi-maio-via-libera-del-ms-palazzo-un-euroscetticismo-forte-chigi-un-grillino-per-primo-nella-1xnvt50XKz7xh6xe1GYe4M/pagina.html

 10 
 il: Maggio 17, 2018, 12:22:25  
Iniziato da Admin - Ultimo post da Arlecchino
Alle spalle del presidente

15 MAGGIO 2018

DI MICHELE AINIS

C'è una crisi, c'è un tira e molla che si prolunga ormai da troppo tempo, e c'è pure un presidente. Mestiere complicato, il suo. Perché gli tocca garantire il rispetto delle forme in questo tempo informe. Eppure la democrazia è forma, procedura. È un insieme di regole la cui osservanza permette la composizione dei conflitti per vie pacifiche, anziché muscolari. E la regola sulle crisi di governo si conserva in una minuscola norma della Costituzione. Articolo 92: "Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri". Qualcuno l'ha letta? Qualcuno se ne cura? Parrebbe di no, a misurare i comportamenti dei partiti durante questa vicenda elettorale.

La scelta dei ministri, innanzitutto. Spetta in condominio al Premier in pectore e al capo dello Stato. Uno propone, l'altro dispone. Ma la proposta andrebbe formulata a bassa voce, non sotto i riflettori. Perché altrimenti diventa un aut aut, un prendere o lasciare. E perché in quel caso al presidente riuscirebbe impossibile distribuire moniti e consigli, senza sbugiardare i suoi interlocutori. Non per nulla la Consulta vietò le intercettazioni di cui era stato vittima Napolitano: la moral suasion del capo dello Stato - si legge nella sentenza numero 1 del 2013 - "sarebbe destinata a sicuro fallimento, se si dovesse esercitare mediante dichiarazioni pubbliche". Qual è invece lo spettacolo rappresentato sulla scena? I 5 Stelle hanno annunziato la propria squadra di governo il 1º marzo, a urne ancora chiuse. E dopo il voto è cominciato il balletto dei nomi e dei cognomi, però non al Quirinale, non davanti al presidente, piuttosto alle sue spalle, nei conciliaboli dei capipartito.

Secondo: la scelta del presidente del Consiglio. Ossia il rebus da cui dipende la soluzione della crisi, l'accordo di governo fra Lega e 5 Stelle. I due leader ne stanno discutendo giorno e notte, ma ne verranno a capo, dichiarano all'unisono, e in ultimo detteranno un nome secco a Mattarella. Ma perché, lui agisce sotto dettatura? In passato, talvolta, succedeva. Specie ai tempi del maggioritario, quando la contesa elettorale si sviluppava fra due poli, quando il voto offriva un responso univoco, preciso. Così, il 9 giugno 2001 Berlusconi, uscendo dal Quirinale, dichiarò che il presidente Ciampi gli aveva assegnato l'incarico di formare il nuovo gabinetto, "conformemente al risultato elettorale". Come a dire: non avrebbe potuto fare altro. Ma adesso non c'è nulla di meccanico, di necessitato, nel quadro politico disegnato dalle urne. La situazione è fluida, pure troppo. E in questi frangenti il capo dello Stato recupera tutti i suoi poteri. Dimenticarsene è uno sgarbo, sia pure commesso in buona fede.

Terzo: i tempi. "Dammi solo un minuto, un attimo ancora", cantavano nel 1977 i Pooh. Quarant'anni dopo, lo stesso motivetto viene intonato da Salvini e Di Maio. Solo che i minuti scadono l'uno dopo l'altro, trascorrono ore, giorni, settimane. E ogni rinvio mette alla prova la pazienza: del presidente, oltre che degli italiani. Lui, indulgente, concede proroghe su proroghe. Sa che i suoi due interlocutori hanno qualche problema con il calendario, con le date. Lo sa da quando avevano decretato nuove elezioni l'8 luglio, benché quel decreto sia di competenza del capo dello Stato. Nel frattempo, tra una proroga e l'altra, ha dovuto riporre in un cassetto il suo governo "neutrale", pur avendolo annunziato a reti unificate. Nell'Italia repubblicana non era mai successo. Del resto, anche il doppio referendum sul programma di governo - che s'apprestano a indire Lega e 5 Stelle - è una novità procedurale. Ma il nuovo che avanza non dovrebbe calpestare il galateo del tempo che fu. Dopotutto, le nazioni muoiono d'impercettibili scortesie, diceva Giraudoux.

Da - https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2018/05/15/news/_l_analisi_alle_spalle_del_presidente-196494179/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_16-05-2018

Pagine: [1] 2 3 ... 10
Powered by MySQL Powered by PHP Powered by SMF 1.1.19 | SMF © 2006-2007, Simple Machines
Traduzione Italiana a cura di SMItalia
XHTML 1.0 Valido! CSS Valido!


Google visited last this page Maggio 20, 2018, 12:58:24