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Le vite apocrife di san Francesco

Autore: Alessandra Piras un, 18/05/2020 - 12:30

Le vite apocrife di san Francesco Se c’è un personaggio entrato nell’immaginario collettivo come esempio di cosa significhi praticare la santità tanto da divenire nel 1939 Patrono del nostro Paese – proclamato da Pio XII con la motivazione «il più italiano dei santi, il più santo degli italiani» – è Francesco d’Assisi.

Un libro appena edito da Fazi ne ripercorre vizi e virtù con un ritmo e una struttura congegnati in tempi narrativi diversi.

Una storia ricca di fascino e mistero, tale da renderla – a dispetto del titolo il cui plurale ha un preciso e interessante significato – più simile a Il nome della rosa che a una biografia: Vite apocrife di Francesco d’Assisi e l’autore è Massimiliano Felli.

La presente opera si apre all'epoca degli scontri fra i Guelfi e i Ghibellini che dividono l’Italia per la spartizione di territori e poteri, e soprattutto prestigio, tra papato e impero. Nello specifico la Battaglia di Benevento del 1266. Ed è anche l'epoca dell'Inquisizione, dei processi per eresia e della caccia alle streghe.

Deodato da Orvieto è un giovane francescano amanuense che in una delle sue tappe fra i conventi d’Europa col suo maestro Bonaventura da Bagnoregio si trova in visita presso il convento dei Cordeliers – dal nome del legaccio utilizzato per cintura del saio – in territorio francese.

In un giorno qualunque della sua permanenza sente per puro caso una disputa tra padri capitolari all’interno della quale il ministro generale nonché suo maestro denuncia la presenza pericolosa degli ultimi discepoli di Francesco (morto quarant'anni prima) che vanno perpetuando alla lettera l’esempio del fondatore.

In particolare uno di loro, frate Leone, che non è però uno qualunque: è stato il più vicino a Francesco, depositario dei suoi segreti fungendo da segretario confessore e per giunta lo ha condotto nel luogo dove ha ricevuto le stimmate.

Costui, in preda al delirio senile, o alla possessione diabolica, va spedendo lettere mistificatorie da una località sconosciuta dove si è ritirato, destinate ai vertici della Chiesa, mettendo addirittura in dubbio la santificazione e minacciando la stabilità dell’Ordine. Un comportamento che il magister considera apostata, in quanto chi è depositario della purezza primigenia del Santo non può far altro che ammirarla e non certo imitarla. Significherebbe imitare le gesta di Cristo e solo al poverello questo sarebbe stato concesso da Cristo stesso. Disputa che ha come conseguenza quella di portare a divisioni interne, con riflessi su altri ambiti, come il modo di giudicare la costruzione della Basilica e i suoi scenografici affreschi, o esponendo la congregazione a calunnie e dicerie da parte di altri Ordini religiosi.

Accade quindi che al fine di porre un freno a tutto questo, Bonaventura:
«si era assunto l’onere di redigere la Vita del Santo definitiva e univoca, «de omnibus una bona», e decretava adesso – non essendo sufficiente proclamare il vero senza reprimere la falsità – che tutte le altre narrazioni agiografiche riguardanti Francesco fossero distrutte».

Tale «Legenda che negli intenti avrebbe dovuto costituire una summa dei documenti», di fatto si basava solo su una parte di essi entrando in contraddizione su alcuni punti.

Come ulteriore atto, manda l’allievo nella sua terra, l’Umbria, per trovare Leone e riferirgli tutto su di lui.

Il giovane Deodato, dunque, parte per il suo primo viaggio in solitaria portando con sé quelle carte e quelle pergamene – in particolare la prima biografia, redatta da Tommaso da Celano, più gli aneddoti e i resoconti di quei discepoli fedelissimi – che in realtà non ha bruciato come invece voleva il maestro.

Con questo espediente narrativo nasce e si sviluppa un dilemma forte ed esistenziale che ci restituisce un racconto non soltanto storico ma di formazione, tramite la voce in prima persona e onnisciente di Deodato: la Regola francescana va interpretata o solo seguita? E chi ha il compito come lui di trascrizione di testi, deve limitarsi a redigerli senza alcuna analisi critica, senza approfondire o ragionare? Oltre a un dubbio non meno atroce: cosa nasconde il suo maestro?

Venendo all'aspetto più prettamente biografico Vite apocrife di Francesco d’Assisi mostra – dosando con intelligenza e un pizzico di astuzia realtà e fantasia – l'uomo prima ancora che il santo, con le mille sfaccettature dell’essere umano.

Molte cose già le sappiamo, tramandate nei secoli, altre meno.
Condusse una giovinezza serena e potremmo dire gagliarda, dedito alle passioni dettate dall’età e dagli usi del tempo. Il suo carattere era ribelle, carismatico e determinato com'era suo padre Pietro di Bernardone che si rivede in quel figlio molto più che nell’altro, seppur obbediente e rispettoso. Primogenito di uno dei più ricchi mercanti di tessuti, era da questi predestinato al fondaco di famiglia o almeno ai riconoscimenti pubblici. Ma il carattere di Francesco era appunto poco incline ai dettami già confezionati. Voleva imitare le gesta dei cavalieri, pur essendogli formalmente impedito date le nobili origini. Partecipò alla battaglia tra assisani e perugini che infiammava le due fazioni opposte con la scelta poco felice dei primi di patteggiare per i Ghibellini e che condurrà alla disfatta di Collestrada.

In tale occasione venne fatto prigioniero. Momento cruciale per la sua conversione, che lo portò a un cambiamento radicale di ogni aspetto di sé e per cui si spinse verso territori e popoli lontani, fino all'Egitto dove contrasse una terribile infezione che più tardi lo condusse alla morte a soli quarantaquattro anni.

Vocazione che travolse numerosi compagni e amici, nobili o ricchi come lui. Uno l’abbiamo già citato, ora Beato Leone, ma ci sono i non meno rilevanti Egidio, Rufino ed Elia da Cortona a cui si deve la spinta per la realizzazione della Basilica nella cittadina adesso icona di pace.

E poi l’unica donna, Chiara, a cui Felli elargisce uno spazio emozionante e tenero.
Canonizzata anche lei, e futura fondatrice dell'Ordine della Clarisse, all'inizio denominato Povere Dame dal nome del monastero “simbolo” di San Damiano, dove vide la luce il celebre Cantico delle Creature.

Dopotutto, se fu difficile per Francesco portare avanti le proprie scelte spirituali e di vita di fronte ai congiunti e agli scettici, ivi compresi i vertici ecclesiastici che lo furono anche dopo la sua dipartita, per Chiara lo fu semmai di più, come si può intuire, in quanto donna.

Anch'ella col destino prestabilito, composto da dote e matrimonio combinato, venne coinvolta nel francescanesimo dal cugino Rufino, e al quale aderì «per non essere soggetta a vincoli ben più invalicabili». Quei vincoli a cui la Chiesa la obbligò, preoccupata di suscitare scandali, in special modo quando scomparve la guida fraterna. La nemica propaganda di Federico II poteva approfittarne per gettare discredito verso un'istituzione che lasciava pie donne operare per strada, femmineextra monasterium vagantes, che portò a un duro scontro tra Chiara e il papa.

Terminò così i suoi giorni al chiuso di un convento di clausura, ormai anziana. L’esatto contrario di quanto desiderava, avendo speso tutta se stessa al fianco di colui il quale capì la sua bontà d'animo al primo sguardo. Rimasero uniti da un sentimento d’amore elevato, come pochi ce ne furono nella storia dei venerabili, all'unico scopo di stare in mezzo agli ultimi, senza riserva alcuna.

Infine, con un balzo in avanti, siamo già quasi alle soglie del 1300, troviamo Deodato, ormai in là con gli anni, ritornare nelle medesime zone per partecipare a un processo per eresia che vede imputato un seguace degli Apostolici, setta che fece molti proseliti nell’Italia settentrionale e centrale. Con lo spirito critico che lo contraddistinse da giovane e che non venne mai meno, si trova a riflettere sull’ipocrisia degli uomini appartenenti al clero, e di cui nondimeno fa parte, i quali, con le parole e i riti di tali procedimenti mettono in atto una barbarie, contravvenendo in egual misura al volere di Dio.

Numerosi sono i fatti e i personaggi descritti con dovizia di particolari in Vite apocrife di Francesco d’Assisi ed è impossibile citarli tutti. Si lascia al lettore quell’attrazione che deriva dalla scoperta di piccoli e grandi intrighi di un passato lontano, ma che non sono poi così diversi dal nostro presente.

Per concludere merita la riflessione che fa il dignitario imperiale e grande scrittore Pier delle Vigne accusato di empietà con i suoi scritti:

«Io credo nella parola umana, mutevole, ineguale, come la vita stessa, la Natura, e non in quella divina, che si pretende una ed eterna. Alla mia scrittura manca l’essenza universale ed assoluta del Verbo, ne vorrei mai che l’avesse. Sono fiero, sì, della mia abilità nel suffragare una tesi con la mano manca e allo stesso tempo, con uguale persuasività, confutarla con la destra. L’arte mia giova a me soltanto, direte. E me ne fate una colpa. Avete ragione, tuttavia… Ah, sapeste con quanta gioia l’insegnerei all’umanità intera, per metà resa schiava da una sola parola e in guerra con l’altra metà, che chiama Dio con un nome diverso! Chi mi ascolterebbe, se andassi gridando che non esiste una Verità bensì molte, tante quante sono le bocche a pronunciare, i calami a scrivere?»

Da - http://www.sulromanzo.it/blog/le-vite-apocrife-di-san-francesco

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 inserito:: Maggio 26, 2020, 05:34:30 pm 
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Cittadini Italiani, oltre Udine, Treviso e Gallarate (tanto per nominare una City per ogni regione di scissionisti) esiste un Mondo vasto e potente che gioca con il fuoco, attizzato da interessi di potenze aggressive non poi tanto lontane dal nostro attuale poco e nulla.

ciaooo

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 inserito:: Maggio 26, 2020, 05:32:00 pm 
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Commento Fase 2 Coronavirus

Governo, a chi parla davvero il premier

21 MAGGIO 2020
L'appello di Giuseppe Conte non va inteso come rivolto a tutta l'opposizione, bensì a quel segmento che potrebbe essere disponibile a condividere il dividendo europeista

DI STEFANO FOLLI
La rissa sfiorata giovedì mattina alla Camera è in un certo senso la prima risposta all'intervista di Conte al quotidiano Il Foglio, in cui il presidente del Consiglio riproponeva la sua apparente mano tesa all'opposizione. Apparente perché l'offerta rimane, come in precedenti occasioni, piuttosto generica: si evoca una terza fase dedicata alla semplificazione burocratica, alla riforma della giustizia, al rilancio del modello economico. Tutti temi condivisibili, anzi prioritari, ma non si capisce in che termini dovrebbe prendere forma la collaborazione - parlamentare, s'intende - con il centrodestra. Sotto questo aspetto, non c'è una proposta concreta, un itinerario possibile per scendere dal cielo dei principi al terreno delle iniziative.

In ogni caso, a Montecitorio qualcuno tra i Cinque Stelle ha voluto creare un piccolo incidente utile a comprendere quali potrebbero essere i margini della cooperazione sinistra/destra: allo stato delle cose, si tratta di margini inesistenti. Se infatti anche i morti per il Covid in Lombardia diventano occasione, o meglio pretesto, per uno scambio di contumelie volgari con la Lega, si capisce che siamo all'anno zero, altro che "fase tre". Tuttavia il premier ha dimostrato fin qui di essere un uomo astuto. Difficile pensare che non sia consapevole di un dato politico: semmai fosse realistica - e oggi non lo è - una qualche forma di intesa parlamentare allargata tra maggioranza e opposizione, non sarebbe lui a gestirla. Vorrebbe dire che lo scenario è cambiato in modo radicale, per cui i firmatari dell'accordo chiederebbero ovviamente un altro premier, diverso da quello che ha governato prima con Lega e 5S e poi con 5S e Pd.

Perché allora Conte ripropone uno schema che già nel recente passato ha avuto poca fortuna? Probabilmente perché non gli costa nulla e forse gli permette di guadagnare tempo. In fondo, l'appello a ridurre le tensioni e a collaborare sul piano parlamentare è tipico delle fasi di crisi. Lo stesso presidente Mattarella lo ha rivolto a più riprese alle forze politiche. Ma Conte non è il presidente della Repubblica: è un personaggio atipico che guida una maggioranza precaria dal futuro incerto. Da un lato, egli ritiene che questa maggioranza non possa dare molto più di quello che ha già dato; dall'altro, si sforza di creare qualche contraddizione nel centrodestra. Di sicuro Conte vede i sintomi di debolezza che solcano lo schieramento Salvini-Meloni-Berlusconi. E qui non si può dargli torto. Se fosse vero che l'Europa riverserà in tempi utili consistenti risorse finanziarie sul nostro Paese, si può immaginare che almeno Forza Italia sosterrà l'operazione.

Per cui l'appello del premier non va inteso come rivolto a tutta l'opposizione, bensì a quel segmento che potrebbe essere disponibile a condividere il dividendo europeista. Sempre che i finanziamenti ci siano e non arrivino fuori tempo massimo. Esiste peraltro un secondo aspetto in grado di confondere il quadro. In settembre o comunque ai primi di ottobre si andrà a votare per le regionali e le comunali rinviate, nonché per il referendum sul taglio dei parlamentari. Questo vuol dire che, nonostante il virus e l'estate, l'Italia sta per entrare in una nuova, peculiare campagna elettorale. Certo, il momento meno propizio per avviare esperimenti politici dai contorni poco definiti.

Da - https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/05/21/news/governo_a_chi_parla_davvero_il_premier_giuseppe_conte-257305408/

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 inserito:: Maggio 26, 2020, 05:29:29 pm 
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Giacomin: la paura non ci ha migliorati

Lucia Gangale
23 maggio 2020

Valentino Giacomin è un coraggioso pedagogista veneto che da anni lavora in India, utilizzando un metodo che ha sperimentato in Italia per dieci anni: il progetto Alice.

Trevigiano, classe 1944, ad un certo punto della sua vita, nel 1986, si trasferisce a Sarnath, città sacra per buddisti e giainisti, e compra un pezzo di terra con la sua liquidazione da maestro elementare andato in pensione. È l’inizio di una nuova entusiasmante avventura destinata a protrarsi fino ad oggi ed ammirata da più parti del mondo per la sua valenza pedagogica. I dettagli sono in un libro scritto dallo stesso Giacomin, dal titolo Manuale di Etica Universale, edito da Terra Nuova. Il suo è stato un cammino non certo privo di difficoltà. Oggi la sua scuola di Sarnath conta centinaia di alunni, di tutte le estrazioni sociali e religiose. Qui sono assenti episodi di bullismo e di violenza, vi si pratica meditazione, si impara il rispetto per il prossimo e per la differenza. Giacomin è stato chiamato “il maestro dei due mondi” ed è stato anche paragonato a Maria Montessori, la quale visse per un certo periodo in India, lasciandovi le sue scuole. Encomiabile è la sintesi pedagogica che Giacomin ha messo in atto tra oriente e occidente nel corso della sua lunga carriera.

Dall’India, Giacomin osserva il mondo e le sue trasformazioni ed ha postato queste riflessioni sulla sua pagina Facebook. Ve le proponiamo.

22 maggio 2020

Chiudere milioni di persone in casa per paura della morte significa attivare una regressione della coscienza: dalla ragione all’istinto di sopravvivenza. A questo livello, troviamo l’aggressione, la violenza, la rabbia. “Mors tua vita mea”. Avete presente che cosa succede quando la gente è in preda al panico a causa di un incidente? Si dice che le persone “perdono la testa”, “non sanno quello che fanno”. Infatti, compiono azioni che mai avrebbero pensato di fare in una situazione normale, non di emergenza. Si arriva a calpestare l’anziano, il bambino, la donna caduta… per mettersi in salvo. È la coscienza primitiva, l’istinto animale che domina la mente. Solo persone altamente realizzate e con pieno controllo della propria mente riescono a mantenere uno stato di presenza, di controllo emotivo, compiendo atti di coraggio e di eroismo. Un esempio: il musicista Giuseppe Girolamo che cedette la propria scialuppa ad un bambino, durante il naufragio della Costa Concordia. Un gesto raro. La maggior parte delle persone si comporta come Schettino, il capitano che, in preda al panico, abbandonò la nave per primo.
Le scene di accaparramento dei viveri nei supermercati, le liti tra vicini di casa, la violenza in famiglia… sono sintomi. Come abbiamo detto, di una regressione della coscienza causata dalla paura. Siamo vissuti nella paura per troppo tempo. Sarà difficile recuperare serenità e controllo emotivo. Si rischiano gravi problemi sia fisici che psicologici nel post emergenza. Tutto questo per dire che, forse, è mancata la saggezza a chi doveva compiere scelte politiche. La saggezza di stimolare non I nostri istinti peggiori – bombardandoci con stressanti messaggi di morte (un coro funebre nei giornali e nelle TV) – ma la solidarietà. Si doveva parlare in positivo, di vita, di futuro, di altruismo, di generosità, di apertura, di speranza… non di prigione, cimiteri, intubazioni! Avrebbero dovuto mostrarci la bellezza della solidarietà, della condivisione, della rinuncia, del sacrificio, dell’eroismo dei medici, infermieri e dei tanti che hanno offerto la scialuppa per permettere ad altri di vivere. Ci hanno propinato il peggio dell’informazione. Sembra che perfino la conta dei morti sia stata falsificata. Nel mucchio avrebbero messo anche i deceduti per cause diverse dal killer Corona. La paura, si sa, genera rabbia. Così, rischiamo di ritrovarci con una umanità intristita, rabbiosa, nervosa, intollerante, sull’orlo del collasso psicologico. Ora rischiamo di avere tanti… Schettino con sensi di colpa (forse).
Ecco perché il post Corona rischia di trovarci più poveri materialmente, psicologicamente e moralmente.
E la scuola? Invece di rimediare alla miopia (incompetenza) di chi ha compiuto scelte discutibili, ha continuato, come sempre, a fingere una normalità che non è mai esistita, chiedendo a ragazze e ragazzi già stressati di … ascoltare l’orchestrina del Titanic!

Foto: Insegniamo ai nostri figli e studenti a rendere … fiorita la loro vita, in qualunque situazione si trovino. Forse, invece di stressarli con le lezioni on line, sarebbe stato molto meglio se gli insegnanti avessero chiesto agli studenti di dedicare qualche tempo a coltivare un mini-orto sulla terrazza, o piantare dei semi di fiori, oppure meditare sul silenzio della mente, o ascoltare il respiro, o anche le proprie emozioni. Poi avrebbero potuto chiedere di scrivere, raccontare la propria esperienza… Sono idee…

E in un commento precisa
Volevo solo sottolineare una cosa: con la paura non si ottiene un cambiamento. Questo è quello che mi insegnarono alla scuola di giornalismo Rezzara, di Vicenza, tanti anni fa. Se vuoi convincere un fumatore a non fumare, non devi mostrargli le foto dei polmoni carbonizzati, ma foto che richiamano la vita, la bellezza. Il motivo? Semplice. Il fumatore fuma, spesso, per calmare l’ansia. Se tu gliela fai aumentare con la paura, quello fuma ancora di più.

20 maggio 2020
I BAMBINI SALVERANNO IL MONDO…

Insegnanti, genitori, preti, educatori, politici, sindaci… mettete nei vostri programmi – come prioritaria – l’educazione all’empatia, alla simpatia, all’amore, alla condivisione, alla solidarietà, all’etica, alla moralità, all’ecologia mentale.
Tutto questo si otterrà soltanto se verrà coltivata l’intelligenza cognitiva: “Tu sei quello!”.
Ascoltate, dopo tanti anni, l’appello di Alice!
Non bastano per convincervi i disastri che state vedendo intorno a voi?
Non vedete la sofferenza che ci circonda?
Non vedete la tristezza dei nostri bambini incarcerati senza colpa (e, forse, senza ragione), costretti a comunicare attraverso un computer per imparare nozioni che non saranno di alcun aiuto e utilità per la loro vita?
Gli abbiamo tolto gli amici, gli insegnanti, i compagni di classe, I nonni, I parchi, l’aria!
Gli abbiamo tolto il senso dell’appartenenza al mondo, il piacere della condivisione di quel poco o tanto che abbiamo con gli altri. Non gli abbiamo raccontato che al mondo esistono bambini come quello della foto qui sotto. Un bimbo in paziente attesa di qualcuno che comperi le sue povere cose così da permettergli di portare a casa qualche spicciolo per la fame della famiglia.
Abbiamo fatto credere ai nostri figli di essere al centro del mondo, come la terra ai tempi del geocentrismo.
Nessuno gli sta insegnando come liberare l’anima dal lockdown dell’ignoranza!
Peggio, il mondo là fuori ha messo in dubbio perfino che esista dentro di noi un Castello dove rifugiarci: l’anima, appunto!
Come possiamo aspettarci di vedere i nostri figli felici?
Eppure, avrebbero molto da dare queste generazioni tradite da una educazione fallimentare e alienante!
Se li mettiamo alla prova, questi figli … orfani di sicurezze dimostreranno di avere molto da dare, un mondo di speranza e responsabilità.
Quei mondo di valori sta solo aspettando l’occasione per manifestarsi.
Insegnanti, genitori, preti… voi avete la chiave di quell’Universo fatto di umanità.
Non buttate quella magica chiave!

Da - https://www.glistatigenerali.com/diritti-umani_qualita-della-vita/giacomin-epidemia-paura/

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 inserito:: Maggio 26, 2020, 05:15:03 pm 
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Per tornare a crescere alla Lega non bastano più slogan di ribellione

Paolo Natale
23 maggio 2020

Riflessioni sul futuro di Salvini e della Lega e sulla gestione italiana dell’emergenza sanitaria da Coronavirus, raccontati alla radio tedesca Deutschlandfunk, emittente del servizio pubblico nazionale.

Per Salvini le misure del governo erano troppo rigide. All’inizio, ha persino negato la minaccia. Nei Paesi Bassi, Wilders e Baudet erano costruttivi. In Austria per l’FPÖ tutto era ancora troppo rilassato. I partiti dell’estrema destra hanno qualcosa in comune in relazione alla crisi della corona?

Per certi versi la minaccia rappresentata dal Coronavirus è stata inizialmente sottovalutata un po’ da tutti, a destra come a sinistra, in Italia come nel resto d’Europa, e molti sono passati velocemente da una libertà solo di poco limitata ad un blocco totale, al lockdown generalizzato, come Zaia in Italia o il governo austriaco, senza le opportune distinzioni né dal punto di vista territoriale né con riferimento ai maggiori luoghi del contagio, come le case di riposo per anziani e alle caratteristiche socio-anagrafiche, l’età ad esempio, dei soggetti più a rischio. Il vero conflitto tra i cosiddetti “sovranisti” dei vari paesi è legato invece al tema degli aiuti europei, agli eurobond, all’utilizzo del Mes, o al Recovery Fund, che ovviamente hanno visto contrapposti i paesi più vicini alla Germania, da una parte, e i paesi latini, Italia soprattutto, dall’altra. Le dichiarazioni di Baudet in particolare quando disse che “L’Olanda non sarà il bancomat del sud”, oltre che la volontà anche di Wilders di agganciare i prestiti ad un Mes più rigido, potrebbero probabilmente incrinare i loro rapporti nel futuro con Salvini e Meloni.

Per un osservatore dall’estero, sembra che la Lega abbia perso parte della sua attrattività nella crisi della Corona: Salvini oscillava tra negazione e drammatizzazione. Il comportamento di Attilio Fontana è ovviamente considerato un disastro ovunque. Come saranno le conseguenze? Danni permanenti per l’estrema destra?

La Lega ha avuto un comportamento piuttosto ambiguo: inizialmente i suoi governatori, come Zaia e Fontana e lo stesso Salvini erano abbastanza “liberisti”, per non far affondare l’economia, ma bisogna dire che anche alcuni sindaci di sinistra, come Sala a Milano e lo stesso Gori a Bergamo erano della stessa opinione. La paura dei territori settentrionali era legata più ai possibili danni economici che alle conseguenze sanitarie. Poi però le cose si sono comprese, e da quel momento c’è stata una forte differenziazione nella gestione del contagio: Zaia da una parte, nel Veneto, come peraltro Bonaccini, il governatore del Pd in Emilia, è intervenuto in maniera precisa e puntuale per mantenere sotto controllo il problema, Fontana dall’altra, in Lombardia, e lo stesso Salvini a livello nazionale, non sono stati in grado il primo di gestire l’emergenza, il secondo di proporre soluzioni politiche utili per il paese, sia pur dall’opposizione. La destra di Salvini è stata molto penalizzata al livello di consenso elettorale, perdendo oltre 5 punti in un paio di mesi nei sondaggi, mentre però contemporaneamente cresceva il partito della Meloni, che è apparsa più incisiva e meno “ballerina”. Si registrano molti passaggi di voto dalla Lega a Fratelli d’Italia, ma il peso complessivo della destra sovranista non pare mutato in maniera sostanziale.

Si legge spesso che nella crisi in Italia l’umore anti-europeo sarebbe aumentato enormemente. Se è vero: pensa che sia uno sviluppo sostenibile? E l’estrema destra ne trarrà beneficio?

È abbastanza vero. L’idea che non esista un’Europa unita nemmeno in situazioni così gravi come questa della pandemia non è certo qualcosa che faccia aumentare la fiducia nella UE. Il malumore per la difficoltà a concedere aiuti economici per la ripresa, nei paesi meridionali, e il parallelo malumore negli stati settentrionali, per aver comunque concesso qualcosa, non può che far diminuire in tutti i cittadini il senso e la fiducia in una Europa unita. Prevale al contrario la percezione che non ci sia alcuna unità europea, ma che tutti privilegino di gran lunga il proprio Stato di appartenenza. Paradossalmente, questo crescente euroscetticismo non favorisce i partiti euroscettici, dal punto di vista elettorale, quanto piuttosto fa incrementare la sfiducia generalizzata nella possibilità che si possa effettivamente costruire, nel medio periodo, una vera unità europea, dal punto di vista socio-economico, se non si cambia del tutto il modo di intendere gli Stati Uniti d’Europa.

In molti paesi, tra l’elettorato dei partiti dell’estrema destra ci sono due impulsi contraddittori: un impulso autoritario, fedele allo stato, e un impulso ribellistico. In caso di dubbio, a quale di questi due impulsi cederà la Lega? L’autoritario o il ribellistico?

Penso che in Italia il ribellismo, se così possiamo chiamarlo, al di là di qualche successo elettorale, non sia mai riuscito a diventare un’arma vincente, se non accompagnato da una buona capacità di governo, magari anche un po’ autoritario, ma all’interno della legge. Lo stesso Movimento 5 stelle, che ha vinto per la sua capacità di rappresentare la ribellione verso il potere dei partiti, verso la casta, contro l’establishment ha perso molti consensi quando si è vista la sua debolezza nel governare, mentre Salvini è riuscito ad emergere ancora di più. Zaia in Veneto è molto amato per le sue capacità di far funzionare la sua regione, ad esempio, mentre la Liga Veneta “ribelle” non aveva molti consensi. Se vuole tornare a crescere, nei prossimi mesi, Salvini e la Lega dovranno proporre politiche e visioni della società futura più accettabili dalla maggioranza, e non soltanto slogan per la ribellione contro lo Stato.

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/il-virus-in-italia-e-il-futuro-di-salvini-raccontato-ai-tedeschi/

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 inserito:: Maggio 26, 2020, 05:11:12 pm 
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Guerra ai giovani

Massimiliano Di Giorgio

23 maggio 2020

Nella fortunata serie di libri e poi di film Twilight, quella dei vampiri e lupi mannari adolescenti, che ormai risale a qualche anno anno fa, a un certo punto fa la sua comparsa anche l’Italia. Nel secondo volume, “New Moon”, il vampiro Edward Cullen, il foverer 17enne di cui si innamora la protagonista Bella Swan, si reca a Volterra, in Toscana, per cercare la morte per mano dei Volturi.

Edward vuole farla finita perché crede che Bella sia morta. Ma la trama, qui, non è importante. Sono importanti invece i Volturi: esseri millenari, dalla pelle diafana e dai poteri immensi che sono considerato un po’ come la casa reale dei vampiri. Insomma, un gruppo di vecchi, potenti e sanguinari, a metà tra una setta e la Mafia.

Credo che Stephanie Meyer, l’autrice, sia riuscita a sintetizzare perfettamente l’immagine dell’Italia contemporanea: un Paese affascinante ma decrepito, terra di congiure e misteri, dove vecchi potenti non vogliono cedere neanche di un po’ il loro potere. E dove i giovani hanno sempre meno spazio pubblico e più che raccontare, vengono raccontati.

Ovviamente la questione è più complessa. Non è soltanto la partita vecchi contro giovani, che qualche anno fa qualcuno provò a vendere per giustificare la riforma del sistema pensionistico, dando contro agli anziani che rubano il futuro alle nuove generazioni. Gli anziani ovviamente non sono tutti uguali, a partire dal reddito e dalle opportunità, dallo stato di salute.

E c’è anche da tenere in conto la questione dello sfruttamento economico di una generazione priva di garanzie, precarizzata, da parte di un sistema imprenditoriale che sembra anteporre la ricerca del profitto a qualsiasi considerazione sociale.

Ma una questione generazionale, anzi, una guerra contro i giovani, esiste, eccome. E oggi anche la vicenda dell’epidemia sta sottolineando questo conflitto, e la “resistenza strisciante dei giovani.

Partiamo da un dato: secondo l’Iss l’età media dei pazienti deceduti e positivi a SARSCoV-2 è di 80 anni (la mediana è di 81). Solo l’1,1% aveva meno di 50 anni (e in gran parte con altre patologie gravi preesistenti).

Questo non significa ovviamente che i giovani non si ammalino e non possano morire. Questo non significa che la vita delle singole persone non sia importante. E certamente senza il coronavirus sarebbero vissute più a lungo.
Ma il dato è che le vittime del virus sono in grandissima parte decisamente anziane (e spessissimo con altre patologie: cosa nient’affatto strana, in pazienti anziani). A ciò va aggiunta la circostanza che un’ampia fetta di queste persone sono morte in case di riposo.
Questo ovviamente, ripetiamolo, non deve indurre a sottovalutare la pericolosità del virus. Però non ha neanche senso – o meglio, ha un senso preciso: quello di fare allarmismo e di soggiacere alle proprie paure – descrivere il Covid come una catastrofe cosmica, inafferrabile, contro cui non si può nulla, un nemico invisibile e senza pietà.
Non è così, per fortuna. Per fare un confronto, l’influenza H7N9, uccide circa un terzo delle persone contagiate, l’H5N1 ancora di più.

E qui veniamo ai giovani, su cui l’incidenza di letalità del virus è certamente assai bassa, minima (il rischio zero come è noto non esiste). In questa fase sui giovani, che sono soprattutto giovani adulti, si sta abbattendo un’ondata di riprovazione perché accusati di comportarsi in modo irresponsabile, dandosi ritrovo in piazza dopo due mesi di confinamento, e di propagare così il virus.

Di altri giovani e giovanissimi, quelli che frequentano le scuole e che da due mesi fanno lezione online per qualche ora – e neanche tutti – invece non si parla quasi, ma non è che sia meglio: vengono considerati in ogni caso untori che mettono a rischio adulti e anziani. Oppure un peso per chi se ne deve occupare, cioè in gran parte le madri, allontanate così dalla produzione (che è un altro problema italiano, quello della disparità dei generi: per cui raccontiamo storie di donne in carriera e grandi professioniste, che però spesso non amano essere chiamata avvocata o direttrice, ma avvocato e direttore, perché temono di essere sottovalutate; mentre poi c’è un esercito di altre donne la cui vita ruota attorno prioritariamente alle necessità quotidiane della famiglia, al lavoro “riproduttivo”).
Insomma, le scuole non vanno riaperte.

I giovanissimi e gli adolescenti restano interessanti per la pubblicità, visto che orientano i consumi delle famiglie. Però se poi scendono in piazza per la questione del clima, come è successo nell’ultimo anno, gli si rinfaccia di non essere credibili perché sono troppo consumisti.
Pochi anni fa, invece, i giovani erano criticati perché apatici, non interessati a cause importanti, non come i loro fratelli maggiori (ormai nonni, a dire il vero) del 1968, del 1977, o anche di quegli sfigati del 1985 e della “Pantera” (movimento studentesco di cui praticamente non è rimasta traccia, come del mitico felino fuggito da uno zoo da cui aveva preso il nome). E quando però occupavano – e occupano ancora, più raramente – spazi abbandonati per farne centri sociali, quante critiche. Mentre i centri anziani, con il loro corredo di burocrazia, di serbatoi elettorali, etc. sono una necessità riconosciuta.

Contemporaneamente, questo è il Paese dove ci si straccia le vesti per la riduzione del numero di giovani e si propongono assurde politiche di natalità che non hanno alcun effetto. Perché quando in Italia la mediana dell’età è 46,3 anni, la più alta della Ue (il dato della Commissione Europea è del 2018, e mediana vuol dire che metà della popolazione era più giovane e metà più vecchia) significa che si vive certamente di più, ed è un bene, anche se bisognerebbe poi sapere anche come si vive, e non solo quanto.
Ma significa anche che la natalità non crescerà mai particolarmente. Perché poi, ricerche e report alla mano, i migranti che arrivano si adeguano rapidamente, anche per numero di figli, ai costumi locali.
Del resto, tutta la retorica sul necessario aumento dei giovani è soprattutto un riflesso sulla necessità di rimpinguare le casse dell’Inps perché i conti tengano e si paghino le pensioni, in quello che rischia sempre di più di assomigliare a un gigantesco schema Ponzi.

Il problema non è solo nostro, certo, è molto diffuso in Occidente (e in Giappone, dove non a caso si è sviluppato il fenomeno preoccupante degli hikikomori, che è insieme una forma di ribellione). Negli Stati Uniti, per dire, l’ultima competizione tra i Democratici per la nomination alle presidenziali sembrava una gara al centro anziani, pur se pochi anni fa la star era il “giovane” Barack Obama.

Al contrario di quanto prevedeva un fortunato romanzo di fantascienza del 1967 che ispirò anche un film, “La Fuga di Logan”, la percentuale di giovani fino a 24 anni sull’insieme popolazione mondiale non è arrivata a percentuali folli, nonostante i numeri di Africa e Asia, mentre cresce invece quella degli anziani. Il romanzo distopico prevedeva un futuro di sovrappopolazione, tale da imporre la regola dell’eutanasia obbligatoria a 21 anni. Non mi pare che ci sia alcun rischio. Ma che il terreno esista, per una ribellione giovanile, non lo escluderei.

Consentitemi di esagerare: la socialità per strada di questi giorni potrebbe essere letta come una forma di resistenza giovanile. Proprio la generazione che è cresciuta con Internet, con la cultura delle relazioni online (in fondo, anche di questo sono stati accusati negli ultimi anni: di estraniarsi, di dedicarsi troppo al virtuale e poco al mondo fisico), ha bisogno di incontrarsi in piazza, senza paura, anche solo per dimostrare di esistere.


Da - https://www.glistatigenerali.com/scuola_societa-societa/guerrai-giovani/

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 inserito:: Maggio 26, 2020, 05:06:29 pm 
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Rubrica L'amaca
Gli assembramenti sono tanti

21 MAGGIO 2020

DI MICHELE SERRA

La movida - specie se sotto le finestre di casa - ha tutte le caratteristiche per risultare odiosa a chi non ne sia parte. Rimanere impigliati con l'automobile in certi bivacchi giovanili di vicolo o di piazzetta mette ansia quanto incappare nelle greggi transumanti, non puoi avanzare e neanche retrocedere, devi solo spegnere il motore e aspettare che le pecore passino.

Ciò detto, e aggiunto che la movida è stata impareggiabile fonte di ispirazione della mia attività satirica di ieri, di oggi e di domani (un classico del ridicolo, insomma), non è giusto che la pubblica esecrazione, in fatto di assembramenti, si concentri sulla sola movida, ormai trattata alla stregua di proterva processione di devoti alla morte. Ci sono crocchi di anziani senza mascherina, davanti ai bar, che in pochi metri quadrati concentrano sputacchi quanti ne basterebbero per un congresso di epidemiologia. E festose riunioni di famiglia, grigliate multiple, bagordi tra congiunti, che meriterebbero la censura dell'Oms almeno quanto l'assalto al guacamole e alle olive ascolane nei baretti fighetti dei Navigli.

Il virus, a differenza di noi, non ha etica. Intacca indifferentemente le processioni religiose e lo struscio in cerca di seduzione, il concerto punk e il Tedeum affollato. Quale sia il movente dell'assembramento, lui è sempre invitato. E dunque la movida, in questo senso, non è più scellerata di un corteo di prefiche che accompagna il feretro, o di cinefili in coda per vedere Godard. Assembrarsi per futili motivi o per le ragioni più alte non cambia la ruvida sostanza igienica: non bisogna assembrarsi, né a vent'anni per tracannare porcate, né a ottanta per giocare a ramino.

Da - https://rep.repubblica.it/pwa/rubrica/2020/05/21/news/l_amaca_gli_assembramenti_sono_tanti-257307396/

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 inserito:: Maggio 26, 2020, 05:03:38 pm 
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La Fiat non c’è più ma di soldi ne chiede ancora

Max Rigano
23 maggio 2020

La Fiat non c’è più ma di soldi ne chiede ancora “Non abbiamo una politica industriale in Italia. Con il Coronavirus abbiamo avuto l’opportunità di un rilancio che non c’è stato perché l’incompetenza in questo momento governa.” Marco Bentivogli, Segretario nazionale Fim Cisl e Alfredo Altavilla, ex Chief operating EMEA CFA, in un dibattito organizzato da Alleanza Civica a Milano, hanno fortemente polemizzato con l’Esecutivo Conte. La polemica nasce dalla richiesta che FCA, ha fatto al Governo italiano: 6,4 miliardi di Euro. Da qui, immediate le polemiche. Una società con sede legale a Londra e fiscale in Olanda, chiede soldi all’Italia?

Anche in questo caso è stato interessante nel dibattito ascoltare la risposta di merito di Altavilla: “Ogni impresa di automotive prima del Covid aveva un ammontare che poteva oscillare dai 13 ai 50 miliardi di Euro. Per ogni mese da Febbraio in poi le perdite sono state da un minimo di 4 a un massimo di 9 miliardi, al mese. Insomma fatti i conti manca il cash- flow, alle aziende.” “E se manca quello vuol dire che chi produce auto non potrà venderle alle concessionarie che hanno fatto registrare un -85% a Marzo e un -97% ad Aprile,” ha detto Costanza Musso Ad di Grendi. Insomma se non cambia il modo di gestire la nostra economia e la nostra politica industriale continueremo a non capire cosa sta accadendo sui mercati internazionali.

“L’Euro Diesel 6, ha aggiunto Bentivogli, inquina meno delle ibride e di molte macchine di nuova generazione: ma non è ‘cool’ dirlo. Anzi si nasconde che produce più CO2 un allevamento intensivo di mucche che non una macchina diesel. Per non parlare dell’elettrico in Italia. Sapete quante sono le pile di ricarica veloce (quelle che caricano le macchine in 15 minuti nda) in Italia per le macchine? In totale, quattro.” Insomma dal dibattito voluto da Franco D’Alfonso che rappresenta il mondo dei civici a Milano, appare controversa e ideologica la scelta di polemizzare su questa richiesta, che non guarderebbe ai numeri.

”Serve uno scatto di etica pubblica, un recupero della dottrina Olivetti, ha aggiunto ancora la Musso, in cui l’impresa si fa per le persone. Ricordando che un’azienda sceglie di stare nei contesti in cui gli permettono di stare meglio, per cui l’Italia dovrebbe domandarsi come fare a riportare in Italia FCA” Senza dimenticare il vero problema: “La fusione tra FCA e PSA è stata decisa senza sia stato interpellato il nostro governo”, aggiunge ancora Bentivogli. Il libero mercato, il capitalismo, ha preso il sopravvento. Andando oltre gli stessi governi. Il primato della politica non c’è più. E forse questo il punto da cui partire

Da - https://www.glistatigenerali.com/governo/la-fiat-non-ce-piu-ma-di-soldi-ne-chiede-ancora/

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 inserito:: Maggio 26, 2020, 04:59:18 pm 
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""Confido in intuizioni geniali, da parte della politica e della scienza. Anche come fare cinema dipenderà dalla scienza. E questo forse sarà il grande stravolgimento del post-Covid".""

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Io penso che anche la VITA-bella dipenderà dalla scienza, aspettare l'evoluzione degli umani fa correre troppi rischi.   

Anche questo ce lo ha insegnato il Coronavirus.

ciaooo

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 inserito:: Maggio 26, 2020, 04:53:10 pm 
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Commento Coronavirus

La mafia non vince sempre
21 MAGGIO 2020

Come combattere corruzione e usura: il rischio è che la criminalità organizzata approfitti della crisi da pandemia per espandersi anche nell’economia legale. Ma Stato e società civile hanno strumenti preziosi per impedire ai clan di trarre profitto dalle “nuove opportunità” emerse con il Covid

DI GIUSEPPE PIGNATONE

In queste settimane molti osservatori hanno segnalato il rischio che le mafie approfittino della crisi determinata dalla pandemia per espandere non solo le attività criminali, ma anche la presenza nell'economia legale, al fine di riciclare denaro e di sviluppare le loro "relazioni esterne", ovvero quella rete di rapporti con imprenditori, politici, amministratori, funzionari e altre categorie che definiamo di solito "area grigia". Una rete che costituisce la vera forza delle mafie e che è basata su precisi calcoli di reciproca e inaccettabile convenienza.

È chiaro che per contrastare questi rischi sarà decisiva innanzitutto l'entità, l'efficacia e la rapidità delle azioni di sostegno ad aziende e famiglie, già adottate o preannunziate anche a livello europeo.

Non si può però condividere l'idea che la mafia sia invincibile e che i mafiosi siano i più capaci nell'elaborare raffinate strategie, tali da anticipare e piegare a proprio vantaggio i cambiamenti. Come ha scritto di recente lo storico Isaia Sales, "non c'è un cervello criminale unico che indirizza i mafiosi ad aggiornare le strategie quando "cambiano i tempi". I cambiamenti delle mafie sono invece necessitati o dalle risposte repressive o dalle nuove opportunità che a esse si presentano". E infatti tutte le mafie hanno vissuto, nella loro lunga storia, anche periodi di profonda crisi.

Sappiamo cosa occorre fare sul piano repressivo: nel rispetto assoluto delle leggi, devono continuare senza cedimenti le indagini, i processi, le confische. Ma lo Stato e la società civile hanno altri strumenti preziosi per impedire alle mafie di trarre profitto "dalle nuove opportunità" determinate dagli effetti disastrosi che la pandemia sta avendo e avrà sulla situazione economica. A questo fine è utile prefigurare le linee lungo le quali si potrà sviluppare l'azione delle cosche.

Innanzitutto, specie nelle regioni meridionali, le cosche sfrutteranno le difficoltà dello Stato per proporsi con una sorta di welfare alternativo a sostegno alle famiglie in difficoltà. Le cronache hanno già registrato, nelle borgate palermitane e napoletane, episodi di distribuzione di cibo e di piccole somme di denaro per far fronte alle necessità più urgenti. È così che le cosche consolidano consenso sociale e acquisiscono la disponibilità di nuova manodopera per le loro attività criminali. Un altro fenomeno, che interessa tutta Italia, è costituito dall'usura, un settore in cui la presenza delle mafie è cresciuta sensibilmente negli ultimi anni.

Con riferimento a queste prime due aree di rischio, va detto che in Italia esiste una vasta e capillare rete di assistenza e solidarietà formata da parrocchie, associazioni confessionali e non, gruppi spontanei e altri riconducibili ai sindacati. È il cosiddetto Terzo settore, una risorsa preziosissima, formata da milioni di persone che conoscono capillarmente il territorio e i bisogni di chi lo abita e che perciò lo Stato può e deve valorizzare e sostenere.

Un'ulteriore linea d'azione delle mafie si basa sulla loro enorme riserva di liquidità, combinata con strategie più moderne e complesse.

Una strada già imboccata con la crisi del 2008 per finanziare, associarsi e infine impadronirsi con scalate apparentemente regolari, di imprese operanti anche in settori non tradizionali come la sanità e il marketing. Per evitare questo pericolo, gli imprenditori devono comprendere che interagire con le cosche non è un normale costo aziendale né una risorsa aggiuntiva e che, sia pure nella drammatica situazione attuale, non devono accettare questi anomali "finanziatori" nella speranza - infondata, come dimostrano le sentenze - di potersene liberare una volta migliorata la situazione dell'azienda. L'esperienza ci dice che, in casi come questi, è fondamentale per persone e aziende in difficoltà non essere lasciate sole a fronteggiare le avances dei mafiosi e che in più occasioni si è rivelato decisivo il ruolo di formazione, di supporto e di denuncia assunto dalle associazioni di categoria, molte delle quali hanno sottoscritto protocolli di legalità, e - per altro verso - dai sindacati, che pure conoscono la realtà in cui operano e hanno lo stesso interesse a non avere un mafioso come interlocutore.

Esempi di collaborazione tra istituzioni e soggetti economici, finalizzata a concordare le linee di condotta per minimizzare il rischio di contagio del virus sui luoghi di lavoro, si registrano già a livello territoriale. Sono iniziative ispirate alla trasparenza delle regole e al loro rigoroso rispetto, un metodo partecipativo che è uno strumento prezioso anche contro il contagio mafioso. Il Prefetto di una grande città del Nord ha indicato la "legalità a tutto tondo" come l'obiettivo di questa collaborazione, spiegando che "la responsabilità degli individui, nelle formazioni sociali, nelle organizzazioni del lavoro, nelle amministrazioni è determinante, ma è ugualmente vero che nessuno può pensare di farcela da solo". Ecco perché è necessario "trovare il coraggio di chiedere e offrire aiuto".

In questa prospettiva, sarebbe importante che le vittime dell'usura o quanti ricevano offerte sospette, denunciassero finalmente gli episodi che li riguardano, anche con l'appoggio delle associazioni antiracket e antiusura, specie in quelle aree del Paese, come il Centronord, libere dal controllo mafioso del territorio e dove, quindi, non si tratta tanto di vincere la paura, quanto di non abbassarsi a calcoli di convenienza. Forze di polizia e Procure hanno dimostrato di saper trattare con efficacia questi casi, secondo moduli idonei anche a tutelare il denunciante.

In questi contesti, è decisiva - come si è detto all'inizio - l'efficacia dell'intervento di sostegno. Il che porta a considerare gli ostacoli burocratici e il rifiuto di assumersi responsabilità da parte dei soggetti e degli enti preposti. Anche su questi temi giungono dalle cronache segnali contraddittori, spesso fuori dagli schemi usuali (Nord/Sud, pubblico/privato) e in genere tanto più positivi quanto più prevale il senso di un'azione comunitaria, che coinvolga il maggior numero dei protagonisti di una certa realtà sociale.

Su questo stesso terreno si colloca il tema dei controlli antimafia e anticorruzione. Bisogna uscire dallo schema - comodo perché deresponsabilizzante - secondo cui ogni erogazione di denaro pubblico debba essere preceduta e condizionata dall'espletamento di tali verifiche. Le drammatiche condizioni attuali chiariscono quanto sarebbe deleterio ritardare gli interventi, spesso d'importanza vitale per una famiglia o una impresa. I controlli previsti dalla legge dovranno però essere rigorosi e rapidi, così da consentire tempestivamente l'eventuale revoca degli aiuti e l'accertamento dei possibili risvolti penali.

Non meno importante sarà la semplificazione di adempimenti e procedure nella realizzazione delle opere pubbliche cui certo non si deve rinunziare per il rischio (concreto) di infiltrazioni mafiose. Vigilare per sbarrare la strada alle cosche, alle imprese da esse controllate o a esse vicine, spetta alla Pubblica Amministrazione, ma lo devono fare anche le grandi imprese aggiudicatarie degli appalti, che poi decidono subappalti e forniture. Si tratta di realtà economiche spesso di levatura mondiale, cui non dovrebbe essere consentito invocare la paura per giustificare cedimenti a mafiosi o a richieste tangentizie e che hanno strumenti normativi (codice antimafia, Modello 231) e operativi (collaborazione con lo Stato, indicatori di rischio, protocolli di legalità) per agire in totale correttezza. Naturalmente la legalità richiede investimenti, così come la sicurezza sul lavoro e la prevenzione sanitaria.

Come ogni crisi, la pandemia offre anche nuove occasioni. Lo Stato potrà coglierle per migliorare, o addirittura eliminare, leggi e prassi che ingessano il Paese e danno spazio a mafie e corruzione. I criminali, invece, tenteranno di aumentare ricchezze e potere sfruttando a loro vantaggio la crisi. Ma non è detto che debba andare così: dipende da noi.

Giuseppe Pignatone, Magistrato, ex procuratore capo di Roma, è presidente del Tribunale dello Stato Città del Vaticano

Da - https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/05/21/news/coronavirus_corruzione_usura_crisi_la_mafia_non_vince_sempre_pignatone-257309177/

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