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UNO NON VALE UNO

Massimiliano Panarari racconta le strategie comunicative del M5S: dalla piattaforma Rousseau, alla politica della scatola vuota. E a Salvini – Zelig

Di Michele Boroni

Massimiliano Panarari, sociologo della comunicazione, saggista, consulente di comunicazione politica e pubblica, docente della Luiss e della Bocconi, editorialista su La Stampa e su altri quotidiani. Nella neolingua del 2019 “quelli là” direbbero che è uno della casta.

Ultimo libro di Panarari per i tipi di Marsilio: Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi. Il volume smonta e analizza nel dettaglio il gergo populista e sovranista – che chiama in confidenza pop-sov – partendo proprio da uno dei suoi cardini.   

Uno non vale uno: sembra che anche molti attivisti pentiti dei 5 Stelle se ne siano accorti
Il fatto che “uno non vale uno” sta diventando sempre più chiaro anche a coloro che avevano pensato di trovare all’interno del MoVimento 5 Stelle, ma anche di altre formazioni neopopuliste, la possibilità di far valere quest’idea di una totale orizzontalizzazione. In pratica “uno non vale uno” perché, come nella Fattoria degli animali di Orwell, all’interno del MoVimento 5 Stelle esiste un centro di potere, una gerarchia non dichiarata, una filiera di comando che prende le decisioni.

La Casaleggio Associati
Naturalmente. È un inner circle di cui fanno parte dei soggetti privati e questo rende praticamente l’idea dell’impraticabilità dell’orizzontalizzazione. Quindi uno vale uno, tranne che per la Casaleggio Associati.

Però anche nei vecchi partiti c’erano le correnti
Sì, la politica del “correntismo” ha prodotto una serie di degenerazioni; tuttavia negli altri partiti vi erano sempre una condizione di dibattito e di conflitto palesi. Mentre sulla base de l’“uno vale uno” del MoVimento 5 Stelle diventa impossibile poter esprimere il dissenso. Nella discussione del decreto sicurezza e delle politiche migratorie si è visto chiaramente che un dissenso esiste, ma fatica a esprimersi e a trovare una posizione visibile e dichiarata.

La loro dichiarazione “uno vale uno” è di fatto un rifiuto alla diversità e al pluralismo che sono, per un verso, un dato di realtà e, per l’altro, il fondamento della civiltà occidentale e delle società socialdemocratiche. L’idea forzata, omologatrice e riduzionistica dell’“uno vale uno” intende soffocare tutto questo.

A proposito di omologazione: se è vero che “uno vale uno”, allora tutti sono sostituibili?
Esatto, i partiti neopopulisti dichiarano l’uno vale uno dei propri eletti in tema di interscambiabilità, ma anche di facile rimozione. Questo rafforza il fatto che il centro di potere che governa il decision making del partito neopopulista – la Casaleggio Associati – risulti ancora più forte e inscalfibile.

E in tutto questo la Lega come si pone?
La Lega, come del resto gli altri partiti della destra radicale a tendenza neocomunitarista e xenofoba che si stanno affermando in tutta Europa, richiama il valore de l'”uno vale uno” e dell’omologazione come forma di opposizione alla tolleranza e convivenza tra i diversi, ovvero il pilastro delle società aperte liberal-democratiche. In questo caso anche sulla base di un’idea di radici etniche e di un “uno vale uno” che si basa su chi sta all’interno di una comunità di sangue o di legami etnici.

Prima gli italiani, quindi?
Esattamente, ma anche prima gli americani. Il fenomeno è decisamente globale.

Il suo libro è organizzato come Miti d’oggi di Roland Barthes, in questo caso legato all’egemonia linguistico-politico e culturale dei pop-sov. Popolo, autenticità, tecnologia, disintermediazione e democrazia diretta sono i “miti” coinvolti. Ho l’impressione però che alcune di queste parole stiano franando, penso agli ultimi cambiamenti di rotta sul referendum. È così?
Nel caso del referendum propositivo deve obbligatoriamente prevedere un quorum: un’occasione di democrazia diretta senza quorum è una mitologia antitetica all’idea della partecipazione civica e mobilitazione delle persone. Tornando alla domanda, qui il mito si sta scontrando con la realtà: in questo confronto-scontro con il dato di realtà, la cronaca politica italiana ci sta restituendo l’immagine strumentale di questi miti – perché, non dimentichiamocelo, stiamo parlando di mitologie strumentali consensus oriented – come appunto la disintermediazione e la democrazia diretta, conseguenza della ipostatizzazione che “uno vale uno”.

Qual è la reazione dell’elettorato di fronte a questo confronto?
Generalmente disillusione e disincanto, un tipico passaggio dall’utopia alla distopia. Gli elettori si accorgono che la mitologia è irrealistica e non praticabile. Ma c’è anche la possibilità che le mitologie vengano rilanciate, ed è quello che vediamo della democrazia diretta nell’evoluzione del pensiero politico del MoVimento 5 Stelle, ovvero il fatto che ogni volta che sono costretti a recedere rispetto all’impianto originario, costruiscono altri miti collaterali o danno vita a una comunicazione che è un elemento strutturale della diversione e distrazione di massa. 

 Massimiliano Panarari © Vito Maria Grattacaso / LUZ
Anche il tema della tecnologia e della piattaforma Rousseau sta traballando: il potere logora la rete?
Il potere logora la rete quando la rete stessa è finalizzata alla conquista del potere. Se tutto emerge nella condizione di strumentalità e nella dimensione consapevole del rifiuto delle regole per impedire la tutela del pluralismo, il risultato è quello di generare alcune forme di disillusione. La vera questione è che nel momento in cui le istanze antisistemiche diventano sistema, comincia a diventare chiaro che una parte significativa di queste istanze avesse un presupposto di conquista del consenso e prescindesse da tutta una serie di dati concreti come il fatto che governare sia molto complicato.  Si è visto bene nella discussione della manovra di bilancio.

I 5 Stelle sono nella stanza dei bottoni ma comunicano come se stessero ancora all’opposizione, magari schierandosi con i gilet gialli
Già, ma c’è di più. La Casaleggio Associati, soggetto privato detentore della piattaforma Rousseau, attraverso un rappresentante delle istituzioni democraticamente eletto – Luigi Di Maio – ha messo a disposizione la piattaforma a un movimento ribellistico nei confronti di un altro politico alleato e democraticamente eletto – Emmanuel Macron – generando un cortocircuito devastante in maniera lucida e razionale.

Prima parlava di diversione e distrazione di massa. È in quest’ottica che si spiega il ritorno di Di Battista?
Il richiamo in servizio del riservista Di Battista, essenza del populismo movimentista barricadero, serve per ammaliare l’anima più pseudo-rivoluzionaria e contestatrice del movimento, cioè quella che ha garantito gran parte del consenso al MoVimento 5 Stelle.

Quale sarà secondo lei il suo ruolo nel futuro?
È difficile capire cosa succede e cosa succederà dentro il MoVimento 5 Stelle, dal momento che non esiste un dibattito pubblico, non ci sono correnti o sensibilità formalizzate. In fondo il Movimento fondato da Grillo è la cosa più vicina a un serial postmoderno. E come nella capacità degli showrunner di costruire caratteri o cambiare la sceneggiatura in relazione all’audience, in questo caso il richiamo di Di Battista corrisponde a un calo di consenso per l’esperienza governativa, così affiancherà il protagonista Di Maio e si dedicherà alla funzione di ristrutturare l’offerta di populismo movimentista e antisistemica del MoVimento 5 Stelle tenendo un piede dentro e un piede fuori.

Di Battista è il cliffhanger…
Esattamente. È precisamente questo, è l’esportatore del modello rivoluzionario ritornato dal sudamerica che si propone ai movimenti dei gilet gialli e rispetto ad altre realtà ribellistiche e insurrezionali. Una sorta di commesso viaggiatore della rivoluzione.

C’è da dire che tutto questo ha una sua logica perversa: funziona davvero?
Il lavoro che il MoVimento 5 Stelle fa sulla comunicazione, o meglio sull’istantaneità della comunicazione, è estremamente efficace.

In questo forte mutamento del clima di opinione, di grande confusione collettiva e di riduzione d’impatto del dato di realtà, i partiti pop-sov si propongono come scatole vuote nei quali ciascuno può scegliere l’istanza o l’elemento ritenuto curativo o che può sublimare le frustrazioni individuali.

In questo il MoVimento 5 Stelle è un esperimento fortemente riuscito che risponde al bisogno di autocomunicazione del narcisismo individualista di massa, come dice Castells, dove ciascun mittente appartenente alla massa elabora in modo autonomo il messaggio e lo trasmette alle sue reti di destinatari attraverso i social.

L’istantaneità della comunicazione ha contribuito a tagliare le gambe alla sinistra, che ha già i suoi problemi congeniti e assenza di leadership
Questo tipo di comunicazione ha in effetti soffocato il dibattito parlamentare, basato sul dialogo e sul compromesso. La sinistra è strutturalmente in difficoltà perché ha mancato l’appuntamento con la postmodernità.

Quali sono oggi gli elementi richiesti dalla postmodernità in politica?
Sono principalmente cinque: una leadership adeguata, una capacità di comunicazione in grado di reggere la comunicazione della società, efficacia ed efficienza rispetto ai processi e alle trasformazioni sempre più rapide, capacità di costruire una forma organizzativa e infine capacità di definire l’agenda non da inseguitore ma da precursore. Di fronte a tutte queste trasformazioni della postmodernità la sinistra è rimasta completamente spiazzata e la possibilità di restare oggi nel mercato politico richiede un’offerta che sia in grado di risultare forte rispetto a queste dimensioni.

Renzi ci aveva provato?
Renzi ha adottato modalità e tecniche di populismo soft. Ha intercettato il cambiamento, però la brevità di questa sua esperienza è legata al fatto che probabilmente il modello progressista in generale non è a proprio agio con queste trasformazioni.

Durante le presentazioni si è mai trovato di fronte interlocutori che confutavano le sue riflessioni e analisi? Penso che un potenziale rischio del suo libro, come altri del genere, sia quello del confirmation bias e che quindi venga letto e commentato da chi già è convinto di questo
Per adesso di presentazioni ne ho fatte davvero poche e tutte abbastanza in una dimensione di confirmation bias. Sono d’accordo con lei. Anche in questo caso l’America è stata l’apripista riguardo a dibattiti pubblici in cui non si riescono a confrontare posizioni differenti. La polarizzazione è la conferma dell’esattezza del direttismo tecnologico e che abita nelle filter bubble, un contesto in cui i partiti neopopulisti costruiscono varie e diverse isole di discorso e dibattito pubblico. Tornando alla domanda, da parte mia ovviamente c’è la massima disponibilità.

In un suo libro del 2010 L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip lei critica l’ideologia dominante di una sottocultura televisiva formata dai vari Ricci, Signorini, Vespa e Maria De Filippi. Qual è la situazione oggi?
La prima considerazione che mi viene da fare è che gli anni ’80 non sono mai finiti in Italia, e questo confermerebbe la tesi per cui oggi viene utilizzata la rete in una modalità neotelevisiva. L’utilizzo della rete di Grillo specie nel momento antecedente all’ascesa è stato un utilizzo fondamentalmente verticale. La tv degli anni ’80 ingloba il pubblico, ne fa un attore importante ma non primario, cioè lo introietta, ne apprende delle istanze, costruisce un meccanismo di rispecchiamento che però è già scritto, sceneggiato, controllato al suo interno.

Massimiliano Panarari intervista
Massimiliano Panarari © Vito Maria Grattacaso / LUZ

Esiste già un’egemonia mediatica?
La piattaforma Rousseau. È un’apparente dimensione di interazione che è la grande richiesta del web dal 2.0 alle numerazioni successive, ma in cui tutto è particolarmente controllato, dove gli spazi di libertà sono definiti nel loro percorso e rispetto all’esito finale.

È come il Bandersnatch di Black Mirror, tutto è scritto: quanto meglio è scritto, tanto più è possibile percepire e vivere una dimensione di libertà e di scelta da parte del consumatore /spettatore / fruitore. Non è un caso che Grillo venga dalla tv anni ’80 e che uno dei suoi principali autori sia Antonio Ricci.

Cosa c’entra Ricci?
Guardi, lungi da me qualunque dimensione vagamente dietrologica e complottistica, che è peraltro tipica dei pop-sov. Tuttavia quello che è avvenuto è una sorta di grande vittoria postuma del situazionismo: la tv berlusconiana è una tv in cui la componente ricciana è puramente situazionista, come ad esempio lo è oggi anche Freccero.

Il mondo e l’opinione pubblica neopopulista è immersa in una sorta di grande blob dove l’“uno vale uno” e l’orizzontalizzazione danno la sensazione dell’impossibilità di ordinare messaggi e contenuti.

Ed è quello che accade precisamente sulla rete: potremmo dire che la rete è una sorta di grande realizzazione dell’idea del Rizoma del 1977 e della punta finale del situazionismo. Mi pare che l’ecosistema mediatico odierno vada molto in questa direzione e in questo c’è la realizzazione delle premesse che c’era nella tv anni ’80, berlusconiana in particolare, anche con una dimensione nostalgica.

Erano gli anni delle grandi aspettative individuali, c’era un ottimismo di fondo
Quella dimensione ottimistica dell’autorealizzazione degli individui porta oggi a un contesto di totale individualizzazione con le premesse che sono venute a mancare, per cui rimane solo rabbia, rancore, l’impossibilità di realizzarsi e la possibilità di comunicare e di autocomunicare. Però secondo me, o meglio, secondo fonti più autorevoli di me, quello è il turning point, cioè non si può pensare l’Italia oggi senza il berlusconismo culturale, la trasformazione profondissima che ha impresso. Oggi l’Italia è il Paese in cui rispetto a certi indicatori la distanza tra realtà e percezione è il più elevato dell’intero UE. Questo è l’inevitabile effetto del berlusconismo.

Chiudiamo: e la comunicazione di Salvini – Zelig con le divise e testimonial-consumatore di prodotti di largo consumo?
In termini di plausibilità possiamo dire che c’è per un verso una dimensione di comunicazione molto attenta e forte e che ha prodotto il consenso che conosciamo. C’è sicuramente un talento individuale e una capacità di interpretare e di essere ricettivi rispetto allo spirito dei tempi.

È chiaro che il personaggio Matteo Salvini è un personaggio costruito, si capisce dalla sua evoluzione da giovane comunista padano che era fino al campione della destra europea che è diventato.

La sua caratteristica di Zelig nell’indossare con costanza le uniforme delle forze dell’ordine ci dicono che la forma è sostanza e che la divisa delle forze dell’ordine è la divisa di tutti: questi cortocircuiti comunicativi tendono a far coincidere il ruolo di capi politici, uomini di governo e istituzione. Ma il tema principale è quello del principio maggioritarista, cioè scambiare il governo non per l’esecutivo che ha la responsabilità del “corpo della nazione”, ma l’idea che il governo corrisponda alla maggioranza che lo ha eletto. Questo è il segnale più preoccupante.

Da - https://luz.it/spns_article/massimiliano-panarari-intervista/

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 inserito:: Febbraio 17, 2019, 10:59:31 pm 
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Chi vuole uscire dall'Euro? Italexit: serve un dibattito (serio)

 Scritto da Tortuga il 11 Febbraio 2019

DRAGHI E GNOMI
Tra pochi mesi le elezioni europee vedranno contrapposte le forze euroscettiche contro quelle europeiste. In molti pensano che questa tornata elettorale possa rappresentare uno spartiacque capace di determinare il futuro dell’integrazione o della disintegrazione europea. I giallo-verdi, forse spinti dalla responsabilità di governo, sembrano aver deposto le mire riguardo a un’uscita dalla moneta unica (Italexit), lasciando comunque trasparire la volontà di frenare il processo di integrazione dall’interno delle istituzioni comunitarie. Il fronte europeista pare invece diviso e impantanato, incapace di trovare la quadra per fornire risposte efficaci ai nuovi grandi problemi del tessuto sociale

In questo contesto fa eco un dubbio latente: esiste un’alternativa, una “exit option” all’integrazione europea? Sono queste le domande che Tortuga si è posta, in collaborazione con la Fondazione Ottimisti e Razionali, all’interno del report “Scenari di un’Italia senza Euro: il post Italexit”. Il lavoro verrà presentato all’Università Bocconi il 13 febbraio 2019 alle ore 18. Al nostro fianco ci sarà il professor Carlo Altomonte che modererà il dibattito tra Oscar Giannino, conduttore di Radio24, Andrea Roventini, professore associato di economia al Sant’Anna di Pisa, e Claudio Velardi.

Quali sarebbero gli effetti di una Italexit?
Lo scenario ipotizzato è il cigno nero paventato dal ministro Paolo Savona e inizialmente citato anche nella prima bozza del contratto di governo. Questo piano prevede un’uscita disordinata e improvvisa dalla moneta unica, da effettuare nel giro di una notte. I primi effetti sarebbero una fuga di capitali dal nostro paese e la ridenominazione del debito pubblico con conseguente forte svalutazione della “nuova lira”. Ma cosa accadrebbe alla bilancia commerciale, al mercato del lavoro, alle disuguaglianze e ai conti pubblici? Sono questi i quesiti a cui abbiamo tentato di dare risposta nel report, e le cui risposte anticipiamo brevemente di seguito.

Una prima domanda da porsi è se l’effetto positivo della svalutazione sulle esportazioni sarebbe in grado di compensare l’aggravio dei costi delle importazioni. Vivendo oggi in una società globalizzata con scambi commerciali cosi intensificati, che impatto avrebbe dunque una svalutazione competitiva sulla nostra bilancia commerciale? Nel report introduciamo il concetto di global value chains (GVCs), letteralmente “catene globali del valore aggiunto”, schematizzate dall’immagine 1.



Fonte: Altomonte, Sonno (2014).

Al giorno d’oggi, varie componenti delle stesse merci varcano numerose volte i medesimi confini, prima scambiate come beni intermedi e poi assemblate e rivendute come prodotti finali. Chiaramente questo complica notevolmente una valutazione sugli effetti reali delle svalutazioni competitive. Inoltre, come accennato precedentemente, i costi di produzione della nostra economia domestica salirebbero considerevolmente, considerata la grande quantità di beni intermedi che a nostra volta importiamo da paesi terzi (ad esempio, l’Italia importa circa il 90% del suo fabbisogno energetico).

A livello occupazionale, I proponenti dell’uscita dall’Euro prevedono una conseguente riduzione della disoccupazione. Il lavoro è senza dubbio uno dei temi più cari agli italiani e nel report identifichiamo le risposte che la letteratura accademica ha fornito riguardo all’effetto delle svalutazioni sul livello occupazione. Bisogna considerare, infatti, che una svalutazione deve essere spesso seguita da politiche di moderazione salariale atte a contenere la domanda interna. Così si intende evitare di innescare una pressione inflazionistica, dovuta al maggior costo dei beni di importazione. Inoltre, come spiegato da Paul Krugman, se le esportazioni nette crescono, ciò determina un aumento generalizzato dei prezzi domestici, attraverso l’aumento della domanda aggregata, con una perdita di competitività che determina un ritorno all’equilibrio precedente. Allo stesso tempo però è anche vero che stimolare la domanda può, a condizioni favorevoli, avere effetti positivi sull’occupazione.

L’elevato livello del nostro stock di debito pubblico comporterebbe un immediato scetticismo da parte dei mercati, che presterebbero denaro a maggiori tassi di interesse, mettendo a serio rischio il finanziamento della spesa corrente. Inoltre, dal 2013, l’Italia ha introdotto la Collective action clause (CaC), che consente un cambio di denominazione del debito solo con il consenso dei tre quarti dei titoli in circolazione. Quest’ultimi non sarebbero probabilmente favorevoli a un rimborso tramite la nuova moneta svalutata e, conseguentemente, l’ammontare di debito di circa 1000 miliardi di euro detenuto all’estero (circa la metà del totale) dovrebbe essere necessariamente restituita nella medesima moneta, l’Euro. Tuttavia, uscire dall’Euro ci consentirebbe di superare i parametri europei sul deficit, attraverso la monetizzazione. Però, come vedremo, questa scelta comporterebbe ugualmente un prezzo da pagare.

Infatti, bisogna chiedersi quali sarebbero i veri beneficiari degli eventuali vantaggi dell’uscita dalla moneta unica. Stampare più moneta, alla lunga, aumenta l’inflazione. Serve quindi considerare che un livello dei prezzi più elevato andrebbe a erodere il potere di acquisto di alcune tipologie di redditi più di altre (nell’ordine, redditi da lavoro dipendente, pensioni, redditi da lavoro autonomo, redditi da capitale). Questo verosimilmente impatterebbe maggiormente le fasce meno abbienti della popolazione, ma provocherebbe una redistribuzione di ricchezza dai creditori ai debitori non trascurabile. Inoltre, la svalutazione della nuova moneta favorirebbe quelle imprese che già esportano, che sono generalmente più produttive e localizzate al Nord, esacerbando la diseguaglianza territoriale tra Italia settentrionale e meridionale. Ecco i motivi per cui l’effetto netto sulle disuguaglianze sarebbe probabilmente un incremento, risultando in un’esacerbazione più che moderazione.

Discutere a proposito della moneta unica è di fondamentale importanza, e in particolar modo farlo a ragione veduta. Non servono schieramenti precostituiti che si insultano a vicenda, né al dibattito pubblico né all’Eurozona. In particolar modo è importante affrontare il confronto senza rifugiarsi nell’approccio del “there is no alternative”, per chi è contrario a una Italexit: anche la moneta è un tema di cui si può e si deve democraticamente dibattere. Con il maggior grado di informazioni possibili, sui possibili scenari e conseguenze di cui bisogna essere consapevoli.

L’evento del 13 febbraio ha proprio questo scopo: stimolare un dibattito serio su un tema che interessa i cittadini e su cui tutti gli elettori dovranno farsi un’idea prima delle elezioni europee. Metteremo in luce le dinamiche economiche potenzialmente innescate da un’eventuale uscita dalla moneta unica e spiegheremo in maniera semplice e chiara l’impatto che questa potrebbe avere sulla vita di tutti i giorni dei cittadini italiani. Vi aspettiamo numerosi all’Università Bocconi!

Twitter @Tortugaecon

Da - https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/02/11/euro-italexit-dibattito-bocconi/?uuid=96_AhOaKhbI

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 inserito:: Febbraio 17, 2019, 10:57:28 pm 
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Corte dei Conti: "In Italia infrastrutture inadeguate, pesano sulla vita dei cittadini"

Il procuratore generale Alberto Avoli: "Mancati investimenti fanno crescere gap tra Italia e altri Paesi Ue".

Preoccupazione per i conti pubblici: "I prossimi non saranno anni facili"

15 Febbraio 2019

MILANO -  "Il nostro Paese non dispone di un patrimonio infrastrutturale adeguato al suo sistema economico e produttivo". È quanto ha messo in evidenza procuratore generale della Corte dei Conti Alberto Avoli spiegando che questa inadeguatezza si riflette anche sulla qualità di vita dei cittadini in termini di trasporti, viabilità, rifiuti e manutenzione del territorio. Inoltre, ha rilevato Avoli, "la mancanza di congrui investimenti rischia di accrescere ulteriormente il gap" tra Italia e altri Paesi con un peggioramento non solo in termini di competitività ma anche di condizioni sociali della comunità.

Il procuratore ha messo anche in guardia sulla fase delicata per le finanze pubbliche che sta per aprirsi. "Il 2019 e gli anni successivi si presentano non facili per il governo dei conti pubblici", ha detto spiegando che il "ripiegamento" dell'economia internazionale rende "più stringenti i margini delle azioni di riequilibrio del disavanzo e del debito". "In sede programmatica, - ha aggiunto - gli spazi per garantire un percorso di seppur lenta riduzione del debito appaiono molto contenuti, ponendo il Paese in un crinale particolarmente stretto".

Avoli si è soffermato anche su una delle misure bandiera dell'ultima legge di Bilancio, quota 100.  "Le recenti disposizioni in materia previdenziale suscitano notevoli preoccupazioni circa le ricadute sulla organizzazione degli uffici per i vuoti negli organici che presumibilmente si apriranno copiosi nel breve termine". A proposito della misura che consente di anticipare il pensionamento ha spiegato che "tali vuoti tuttavia costituiscono un'occasione unica da non perdere per promuovere il ricambio generazionale nei quadri pubblici con l'immissione in ruolo di risorse portatrici di professionalità specifiche e maggiormente aperte all'innovazione".

Corte dei conti infrastrutture
© Riproduzione riservata
15 Febbraio 2019

Da - https://www.repubblica.it/economia/2019/02/15/news/corte_dei_conti_infrastrutture-219193986/?atier_id=00&ch_id=sfbk&fbclid=IwAR2n8MZ9mormTr0XQbGFNFmkyN_up46fYHP6gdIRXHcdDFuWRb8faS9NDtM&g_id=0&ktgt=sfbk8001000&ref=fbbr&src_id=8001

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 inserito:: Febbraio 17, 2019, 10:54:29 pm 
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Perché Varoufakis non è la soluzione ma parte del problema

di Paolo Gerbaudo
Dopo aver incontrato Corbyn, il leader di Diem25 si appresta a vedere Sanders per lanciare un'internazionale progressista che si contrapponga ai populismi di destra. L'iniziativa, che a prima vista sembra condivisibile, è velleitaria, senza radici e controproducente. Impossibile riformare l'esistente su base cosmopolita, meglio la proposta di rottura con l'UE teorizzata da Melenchon

Varoufakis diem25 Una grande internazionale progressista, dagli Stati Uniti all’India, passando per la Gran Bretagna e l’Italia. Questa la proposta altisonante lanciata nelle ultime settimane dall’ex ministro delle finanze greco durante il governo Tsipras Yanis Varoufakis. Una proposta che vuole controbattere a quell’Internazionale Nazionalista che Steve Bannon, l’ideologo di Donald Trump, ha messo in moto negli ultimi mesi e che si potrebbe concretizzare alle elezioni europee con un trionfo dell’estrema destra: da Marine Le Pen, e Viktor Orban alla Lega di Matteo Salvini. Quella di Varoufakis è un’iniziativa che a prima vista sembra condivisibile, anche visti gli indubbi meriti del carismatico politico greco nel costruirsi una nicchia nel dibattito mediatico, e nello svelare i meccanismi perversi della governance europea in diversi suoi libri di successo. Tuttavia questa proposta è la manifestazione più lampante dei limiti di Varoufakis e della sua avventura politica: un vero e proprio condensato di quello che la sinistra non dovrebbe fare per rispondere all’avanzata dei Trump di tutto il mondo.

L’appello lanciato dalle pagine del quotidiano britannico di area liberal The Guardian e poi diffuso da varie testate internazionali, tra cui il manifesto in Italia, vuol inserirsi in una fase storica che sembra incupirsi giorno dopo giorno, con l’ondata del populismo di destra che sta trionfando in diversi paesi, per ultimo in Brasile, con l’elezione del neofascista Jair Bolsonaro, che promette minacciosamente di “fare pulizia” della sinistra e dei movimenti popolari. Contro questi macabri figuri che approfittano della crisi della globalizzazione per dare linfa ad una agenda smaccatamente reazionaria, l’idea di Varoufakis è chiara: prendere la direzione opposta e rivendicare un internazionalismo cosmopolita, che vada all’attacco della xenofobia e dello sciovinismo che sembrano dominare il discorso politico.

È pur vero che nel suo appello Varoufakis annovera tra i nemici non solo i “fascisti”, ma pure i “globalisti”. Usando quest’espressione, il fondatore del movimento Diem 25, per la democrazia in Europa, intende chiarire che non ci sono alleanze possibili con persone come Hillary Clinton e Tony Blair. Tuttavia il suo discorso in fine dei conti propone un altro tipo di globalismo. Un globalismo certo più votato a politiche socialdemocratiche, come espresso nei continui riferimenti al New Deal roosveltiano; ma comunque convinto che la soluzione ai problemi attuali vada ricercata a livello globale, attraverso una riforma dell’esistente. Perché secondo Varoufakis lo spazio globale, a partire dal livello europeo, per passare al livello intercontinentale è l’unico luogo in cui si possono cambiare veramente le regole e di conseguenza la politica. “L'unico modo in cui i molti possono riprendere il controllo delle nostre vite, delle nostre comunità, delle nostre città e dei nostri paesi è coordinando le nostre lotte lungo l'asse di un New Deal internazionalista.” Quello che si suggerisce dietro le righe è che bisogna riformare l’esistente, invece che farlo saltare e costruire qualcosa di completamente nuovo, come proposto ad esempio da Melenchon con il piano B che prevede l’opzione di un’uscita dai trattati dell’Unione Europea, qualora non si riesca a cambiarli in maniera progressista.

Sicuramente c’è del giusto nella proposta di Varoufakis. È vero che la collaborazione internazionale è importante: per fare circolare capacità politiche e idee; proprio come sta facendo Bannon sul lato opposto dell’agone politico. Ma anche per avere alleanze utili una volta che eventualmente si sia conquistato il potere e che tocchi fare i conti con interessi delle oligarchie che niente cambi veramente: proprio quegli interessi che si sono palesati in maniera plateale durante la crisi greca del 2015 di cui Varoufakis è stato l’eroe mediatico. Certo quell’“eventualmente” non è cosa da poco. Ed è proprio quello il punto su cui casca l’asino dell’impresa di Varoufakis.

In linea con tante delle sue iniziative promosse da Varoufakis negli ultimi anni, a partire dal movimento Diem25, questa internazionale sembrata marchiata a fuoco con l’atteggiamento velleitario della sinistra postmoderna e l’insistenza della classe creativa, quella che una volta si sarebbe chiamata la “classe media contemplativa” che è la sua base sociale, rispetto alla bontà della globalizzazione. Si tratta di una visione che gode di un certo sostegno presso ampie fasce dell’opinione pubblica internazionale di stampo progressista. Ma pure di una visione che fino ad oggi pare essere stata alquanto funzionale alla vittoria di Salvini e soci, capaci ad ogni buona occasione i loro avversari come radical chic o “champagne socialist”: un personale politico privilegiato e autoreferenziale, senza comprensione delle difficoltà vissute da una popolazione massacrata dalla crisi. E inviperita con le élite non solo economiche ma anche intellettuali e culturali che Varoufakis rappresenta.

La presenza mediatica che ha già costruito Varoufakis negli ultimi anni, come scrittore di successo, ospite televisivo e leader politico sicuramente gode di grande simpatia presso le persone di credo progressista e di attitudine liberal, che ammirano l’intelligenza e carisma del politico greco. Ma lo stesso non vale necessariamente per un pubblico che tende ad accogliere con freddezza e un po’ di fastidio chiunque venga percepito come portavoce delle elite globali. Pensiamo ad esempio all’effetto che sortisce sul telespettatore medio vedere Varoufakis che critica la finanziaria italiana su Rai News 24, dicendo che l’Italia “sta facendo il bimbo viziato” e dicendolo in lingua inglese, quindi ponendosi automaticamente come altro rispeto alla cultura del pubblico di riferimento. O ricordiamoci ancora come Varoufakis non è uscito troppo bene da scontri con politici di destra in Italia e altri paesi, come successo ad esempio nel duello televisivo con Matteo Salvini a diMartedì su La7 nel maggio 2017.

Problemi simili di mancanza di radicamento sociale che fa il paio con una percezione di distacco dalla realtà sono visibili pure nel movimento Diem guidato da Varoufakis. Diem si è contraddistinto per eventi patinati, con presentazioni in stile Ted Talk tenute in piccoli teatri alternativi dei grandi centri metropolitani, da Berlino, a Barcellona, da Amsterdam a Milano, e con i palchi affollati da eroi dell’intellighenzia radical come Slavoj Žižek, Brian Eno e Julian Assange in diretta Skype. Con questo parterre e scenario questo movimento si appella a un pubblico ben preciso la classe media creativa, giornalisti, ricercatori, designer, persone impegnate nel mondo dell’associazionismo e dello sviluppo internazionale, ma con scarso appeal oltre questi settori.

Insomma più che l’associazione internazionale dei lavoratori, come quella di Karl Marx, quella di Varoufakis sembra l‘internazionale della società dello spettacolo; un’internazionale alla disperata ricerca di riflettori e celebrities, ma incapace - anche a causa della sua insistenza che l’unico vero cambiamento può avvenire a livello europeo - di radicarsi a livello nazionale o locale in movimenti capaci di vincere le elezioni.

Tali contraddizioni si rivelano ulteriormente quando muoviamo lo sguardo alle alleanze e i grandi preparativi in vista delle elezioni europee. Se Varoufakis va in giro per il mondo a proporsi come il nuovo leader dell’internazionale progressista, un Karl Marx redivivo, senza barba e con la giacca di pelle da motociclista, in Europa si trova molto isolato e piuttosto malvisto. La sua ambizione con Diem 25 era costruire il “primo partito transnazionale” europeao. Ma è probabile che non riuscirà a presentarsi come partito indipendente in nessun paese. Fatta eccezione forse per la Grecia dove sta cercando di creare un movimento chiamato MeRA25, fino ad ora con una eco piuttosto limitata stando agli ultimi sondaggi.

Inoltre è in cattivi rapporti con molti altri movimenti di sinistra europei e in particolare il cosiddetto patto di Lisbona, l’alleanza siglata da Podemos di Pablo Iglesias, da France Insoumise di Jean-Luc Melenchon, e dal Bloco de Esquerda portoghese di Catarina Martins. Stiamo parlando di forze che hanno ottenuto tra il 10 e il 20% nelle ultime elezioni, mica bruscolini, che contano nel loro paese, in un solo paese da 3 a 8 volte i membri che Diem ha in 28 paesi europei, e che godono di una presenza parlamentare significativa.

Invece di cercare di trovare un’intesa con questa alleanza, lo scorso maggio Varoufakis, ha chiesto a queste forze che esse entrassero in discussione con l’alleanza alternativa che lui propone, chiamata Primavera Europea. Si tratta di un’alleanza che esiste solo sulla carta visto che fino ad oggi comprende il movimento Generations del socialista François Hamon, massacrato alle ultime presidenziali francesi, i polacci di Razem, e poco altro. Non c’è quindi da sorprendersi se Podemos, France Insoumise, e Bloco de Esquerda hanno risposto a Varoufakis dandogli forfait.

Questa situazione ha conseguenze dirette anche per la politica italiana, visto il protagonismo di Varoufakis negli ultimi mesi nel nostro paese e le sue frequenti apparizioni a eventi, dibattiti, e collegamenti negli studi televisivi. In Italia Diem si appresta a entrare nella nuova “lista unitaria” per le elezioni europee, la quale dovrebbe riunire vari pezzetti della sinistra reduce da un ciclo infinito di scissioni e ricomposizioni temporanee a cui seguono immancabilmente nuove scissioni. Questa lista dovrebbe comprendere movimento DemA di de Magistris, Sinistra Italia e Possibile che sono appena dileguate da Liberi e Uguali, Rifondazione Comunista, da poco uscita da Potere al Popolo, e l’Altra Europa con Tsipras, la cui presenza servirebbe fondamentalmente ad evitare di dover raccogliere firme.

C’è già chi chiama questo listone unitario “L’Altra Europa Un’Altra Volta”, viste le similarità con la lista capitanata simbolicamente da Alexis Tsipras che riuscí a malapena a superare la barriera del 4% nel 2014. Una somiglianza che rischia di essere resa più evidente dal protagonismo di Varoufakis, che va a sostituire Tsipras nella parte del principe straniero progressista venuto a salvare la sinistra italiana incapace di farcela da sola. Questo tipo di presentazione potrebbe avere effetti molto negativi per la nuova lista unitaria di sinistra. Dando tanto risalto al ruolo di Varoufakis si rischia di darsi la zappa sui piedi dal punto di vista comunicativo. Invece di neutralizzare Salvini e company, evitando di fornire appigli alla loro narrazione. Persone come Varoufakis costituiscono un perfetto bersaglio per la rappresentazione salviniana della sinistra come una “buonista”, cosmopolita e fighetta, priva di alcun contatto con la realtà.

Piuttosto che costruire le internazionali delle celebrità Twitter dell’attivismo e intellettualismo progressista sarebbe forse meglio pensare a radicarsi nella società, cominciando a costruire forze coerenti a livello nazionale, che vengano riconosciute dai cittadini come portatrici legittime delle loro istanze e che possano poi al momento al giusto di crescita allearsi con altre forze a livello internazionale. Ma facendo calare la cosa dall’alto come una trovata dell’intellighenzia della sinistra globalista si rischia di fare solamente torto a queste forze e alla loro legittimità di fronte agli occhi dei cittadini. Le internazionali, come quella dei lavoratori di Marx sono per definizione alleanze tra forze radicate su base nazionale. Quindi forse sarebbe meglio concentrarsi nel costruire queste forze, come è giá stato fatto in molti altri paesi in cui sono fioriti nuovi partiti dopo la crisi da Podemos in Spagna, a France Insoumise, al nuovo Labour di Corbyn. Solo quando queste forze saranno giunte a maturazione sarà il momento compiuto per cristallizzare un’alleanza a livello globale. Per il momento la battaglia per costruire una nuova sinistra post-crisi si deve fare soprattutto paese per paese. Perché volenti e nolenti lo spazio nazionale è ancora lo spazio principale delle identificazioni culturali, e dunque pure delle identità politiche.
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#6 Eros Barone 2018-11-21 14:36
"Per il momento la battaglia per costruire una nuova sinistra post-crisi si deve fare soprattutto paese per paese. Perché volenti e nolenti lo spazio nazionale è ancora lo spazio principale delle identificazioni culturali, e dunque pure delle identità politiche." Così afferma l'autore dell'articolo, e io condivido la sua tesi sul rapporto tra Stato nazionale, spazio delle identificazioni culturali e delle identità politiche. In effetti,le culture definiscono l’àmbito delle soggettività sociali: un àmbito che, se per un verso è più ampio di quello dell’ideologia ma più ridotto di quello della società, è per un altro verso più impalpabile di quello dell’economia ma più tangibile di quello della teoria. Da questo punto di vista, è opportuno osservare che il
post-modernismo (al quale Hanselmo mi sembra molto vicino per il suo approccio culturalistico) non è universalista ma cosmopolita, il che è cosa ‘toto coelo’ differente dall’internazionalismo (così come Varoufakis, che è un prototipo della piccola borghesia intellettuale radicalizzata, è una figura intellettuale e morale 'toto coelo' differente dal proletariato e ad esso antagonista). Infatti, mentre per l’internazionalismo operaio l’universale è compatibile col nazionale, talché la cultura universale è una ‘summa’ delle opere migliori delle culture nazionali, la cultura cosmopolita prescinde dai confini nazionali né più né meno di come fanno i soldi e le imprese transnazionali. Ma vi è di più: il cosmopolitismo appartiene alla cultura del capitale globale, mentre l’internazionalismo marxista è una forma di resistenza politica a questo mondo. Vi è un passo dei “Grundrisse” che merita di essere rammentato, poiché in esso Marx definisce sinteticamente il comunismo come “la forma della comunità”; ebbene, se è vero che questa “forma della comunità” è lo scopo e l’internazionalismo proletario (riassumibile nella parola d’ordine che conclude il “Manifesto del partito comunista”: “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”) è il mezzo, è altrettanto vero che, essendo i lavoratori sempre legati a un ‘luogo’, a differenza del capitale che è un ‘perpetuum mobile’, lo scopo può essere raggiunto e il mezzo può essere utilizzato solo in termini di locale e di particolare. Ciò comporta che il movimento operaio impari a coniugare il particolare e l’universale esattamente come ha tentato di fare la borghesia con lo Stato-nazione, ma in modo tale che il recupero del terreno fondativo dello Stato-nazionale - terreno su cui il movimento operaio è più forte - costituisca la ‘conditio sine qua non’ del suo superamento verso la ‘forma della comunità’, ossia verso la realizzazione dell’universalità a livello della specificità individuale (ossia verso il comunismo che, sempre nel “Manifesto”, è definito come “società di liberi e di eguali”). In conclusione, è possibile affermare che, se il cosmopolitismo postmoderno è un particolarismo universalizzato, la visione del socialismo è quella di un universalismo diventato particolaristico, vale a dire di un universalismo per cui la molteplicità delle diverse culture rappresenta la necessaria premessa di una cultura universale. Si potrebbe obiettare, magari appellandosi alla legge di Hume, che ciò che per il capitalismo è un fatto diventa per il comunismo un valore, ma a questo riguardo occorre sottolineare che Marx, ponendosi dal punto di vista del materialismo dialettico, respinge l’idea di ‘astrarre’ l’universalità dalle differenze, così come l’idea di scindere il “citoyen” dal “bourgeois” o il valore di scambio dal valore d’uso. In breve, per il pensiero comunista l’universalità è insita nel locale, non alternativa ad esso.
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#5 Mario Galati 2018-11-20 17:44
Non credo che ci possa essere qualcuno a sinistra che non sappia che la rivoluzione francese è stata una rivoluzione borghese e che le rivoluzioni borghesi hanno liberato lo sviluppo capitalistico sino ai monopoli ed all'imperialismo, con gli stati nazionali condizione e strumento di tutto ciò. Ma da ciò ad affermare che la rivoluzione francese è stata soltanto un episodio isolato ce ne passa. Mi sembra un po' troppo schematico e per nulla dialettico non considerare il suo posto nella storia e trascurare completamente l'apporto delle masse popolari (contadine, prevalentemente) e la sua carica emancipatoria universale (nei limiti borghesi, ovviamente, che dialetticamente si tramutano in seguito in legacci oppressivi). Come altrimenti collocare l'abolizione della schiavitù nelle colonie operata dai giacobini? E come giudicare le punte più avanzate e radicali del pensiero giacobino, che arriva a sfiorare e prefigurare uno sviluppo in senso socialista e comunista della rivoluzione? E come trascurare il carattere progressivo della tradizione rivoluzionaria (sempre valorizzata da Marx, Engels e da tutta la tradizione comunista), diffusa anche tra le masse popolari? Tutto ciò è soltanto, in se stesso, germe del dominio borghese? La storia, le forze storiche in campo, le classi e gli interessi in gioco sono così unilaterali e uniformi, senza contraddizioni, tutte tese verso l'imperialismo capitalistico, o, piuttosto, la loro omologazione avviene a posteriori in certi ragionamenti ? Il significato di certi avvenimenti storici, come la realtà, è sempre contraddittorio.
Ora, mi pare di notare nel suo intervento, che Hanselmo critichi Melenchon per la sua agitazione della tradizione repubblicano-giacobina nazionale (da Hanselmo collocata, tra l'altro, su di un filo di continuità con la tradizione socialdemocratica di collaborazione con l'imperialismo capitalistico nazionale, di partecipazione delle aristocrazie operaie occidentali ai superprofitti capitalistici di origine coloniale), non invece per l'aspetto di populismo aclassista (o, almeno,quasi aclassista. Tendente a mettere in secondo piano il discorso classista) di Melenchon.
E questo perchè, mi sembra, anche il suo è un discorso populista: il discorso del 99% (Noi) contro l'1% (Loro) e della lotta alla finanza globale, non al capitalismo. Il discorso del popolo di Seattle, nel quale l'analisi classista e marxiana sfuma. In questo populismo ci farei rientrare anche le visioni negriane moltitudinarie e cognitarie. In fondo l'unico soggetto della trasformazione o della rivoluzione che Negri riesce ad individuare è una indistinta moltitudine. O meglio, la moltitudine dei cognitari cosmopoliti, motore della trasformazione, che confliggono con “l'impero” anch'esso cosmopolita. Se quello populista nazionale è un wishful thinking, non vedo come altrimenti definire le fantasie cognitarie e del popolo di Seattle. E' stata forse la sinistra sovranista a impedire ai cognitari ed al popolo di Seattle di costruire un vero soggetto rivoluzionario e di combattere la lotta sul terreno cosmopolita da loro individuato? E' questa la causa del fallimento della sinistra, ovvero, del loro stesso fallimento?
Credo sia un tantino presuntuoso spacciare per novità assoluta della storia e del capitalismo “la capitalizzazione dell'intelletto come merce”, come se questa capitalizzazione non faccia parte del capitalismo in sé, anche di quello ottocentesco. Ho la sensazione che questo risalto “cognitario” che si dà alla conoscenza, all'attività intellettuale, al lavoro nel campo informatico, ecc. non sia altro che l'"autosovrarappresentazione" di un ceto “intellettuale” (i cognitari, il cosiddetto “proletariato cognitivo”, a loro detta, e così via) che non si sente più organico agli altri strati di lavoratori (i quali, non hanno altrettanta voce e mezzi per farsi sentire. Da ciò la loro scomparsa), che intendersi distinguersi dalla "plebe" operaia. Da ciò la tendenza a sminuire, a trascurare il lavoro nelle altre sue determinazioni (che non è affatto scomparso. Tutt'altro) e a mettersi al centro del mondo. Da questa loro posizione nel terziario e nelle reti informatiche deriva anche la tendenza al cosmopolitismo, non all'internazionalismo. Mi sembrano tendenze tutto sommato piccolo borghesi, “bias cognititivi del wishful thinking” cosmopolita cognitario, “serve utili del capitale globale”.
E' chiaro che il sovranismo nazionalista come chiave di lettura del conflitto è di destra e va avversato. Ma è anche chiaro che si pone su questo medesimo piano, sul medesimo terreno, sullo stesso livello di lettura, chi individua nel “nazionalismo”, quasi fosse una categoria indipendente, la causa e non gli effetti di un certo equilibrio economico-sociale.
Ora, secondo Marx, i proletari senza patria, sono internazionalisti e si “elevano a classe nazionale” per conquistare il “dominio politico”. Non c'è nessun interdetto e tabù verso il terreno di lotta nazionale (altra cosa è il fine della lotta), che, anzi viene individuato come il più adeguato. Il più adeguato in quel momento storico, potremmo aggiungere. Le cose potrebbero stare in modo diverso adesso, come sostengono i teorici dell'”impero”, della fine degli stati nazione, ecc. D'accordo, ammettiamolo pure.
Ma bisogna dimostrare concretamente che le cose stanno davvero così. Invece, l'esperienza degli ultimi decenni ha sancito l'esaurimento dei movimenti (No global, Seattle, ecc.) che si ponevano su quel piano. E il bello è che si sono dissolti senza lasciare nessuna traccia, neppure organizzativa. Attualmente si possono anche elencare i problemi del mondo (“global warming”, sicuramente più avanzato e cosmopolita di “riscaldamento globale”, crisi ecologica, capitalizzazione dell'intelletto come merce) e prendersela col nazionalismo che impedisce la nascita di “veri movimenti democratici”, ma mi sembra un po' poco. Occorrerebbe indicare con più precisione i soggetti del conflitto e le forme organizzative possibili sul terreno di lotta globale, dopo aver fatto un bilancio degli ultimi due decenni. A meno che non intendiamo semplicemente accontentarci di qualche movimento che ogni tanto nasce e muore così come è nato: spontaneamente.
In caso contrario, la nostra, cioè della sinistra, sarebbe una lamentazione impotente che pretende di dare lezioni.
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#4 Hanselmo 2018-11-20 12:43
"Perché volenti e nolenti lo spazio nazionale è ancora lo spazio principale delle identificazioni culturali, e dunque pure delle identità politiche."

Come riportato da Laclau, le identificazioni culturali non sono la base dei progetti politici, ma gli interessi di una classe sociale sono la base della politica di interesse.

Gerbaudo, come al solito gioca con il fuoco, diventando per l'ennesima volta il servo utile del capitale globale, senza mai confrontarsi con i bias cognitivi del wishful thinking "sovranista di sinistra". Unendo l'identificazione culturale all'identità politica come unica soluzione, replica per l'ennesima volta gli errori delle vecchie socialdemocrazie del XX secolo, che sono fallite perché basate su una gigante contraddizione di fondo, e la negazione della stessa. Gli stati socialdemocratici del XX secolo hanno goduto di privilegi sociali (welfare, economici, etc.) grazie ad un imperialismo soft e allo sfruttamento di risorse provenienti dalle proprie ex-colonie (vedasi soprattutto la Francia, appunto). In questo Mélenchon rappresenta il perfetto esempio di post-capitalismo francese in chiave nazionalista. JLM descrive la Francia come un principio universale che non è, appellando al sovranismo del "popolo francese", ma tralasciando quello che la cultura francese è veramente. La Francia è imperialismo, colonizzazione, capitalismo e patria del neoliberismo. La rivoluzione francese, un episodio isolato che ha portato alla formazione di un impero (nonché alla cessione del nord-est all'Austria per dirne una) . Ignorare queste "chiavi identitarie" appellando ad un "sovranismo popolare" significa traghettare ancora una volta verso l'imperialismo ed il nazionalismo dei secoli scorsi (cosa che la Cina capitalista ha ben capito e sta applicando da 20 anni). Parafrasando l'opera di N.Srnicek (che forse Gerbaudo dovrebbe considerare di più, visto che entrambi al King's C.), Gerbaudo spaccia concetti di folk politics ed identitari come progressisti, non capendo che il "localismo sovranista" che promuove è la causa del fallimento della "sx", nonché un mezzo con cui non si potrà mai risolvere la crisi mondiale (global warming in primis). Una crisi che nasce perlopiù dall'avvento dell'automazione, la capitalizzazione dell'intelletto come merce (capitalizzazione del terziario, data business, machine learning) e la crisi ecologica.

Per concludere, le uscite di Gerbaudo, Fazi e Fassina spostano le forze verso il nazionalismo, impedendo per l'ennesima volta la nascita di veri movimenti democratici che auspichino alla costruzione di una vera lotta al 1% ed alla finanza globale.
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#3 Geopardi 2018-11-17 12:40
La tua analisi è da tenere in conto Lorenzo, grazie.
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#2 Geopardi 2018-11-17 12:38
Quoting Lorenzo:
Ovviamente all'autore non passa per la mente di chiedersi se "la rappresentazione salviniana della sinistra come una buonista, cosmopolita e fighetta, priva di contatto con la realtà" possa essere corretta. La (ex-)sinistra ha assorbito così profondamente lo spirito anarcoide e narcisistico del Sessantotto da aver completamente dimesso le sensibilità socialiste (cioè centrate sul primato attribuito alla società, al collettivo, rispetto alla tutela dei diritti individuali) che le avevano consentito di diventare una grande forza politica.

Ma Varoufakis è migliore dei suoi seguaci. Sa perfettamente che il suo progetto di un internazionalismo sinistrorso è velleitario e che una riforma dell'eurodittatura dall'interno è irrealizzabile. E' perfettamente conscio che tutto ciò che fa non serve a niente. Lo fa perché è consapevole che l'unica alternativa realistica al neoliberismo è il trionfo delle nuove destre identitarie, e preferisce l'ancient regime alla weimarizzazione del panorama politico europeo.

La sua è la battaglia di retroguardia di chi, pur sapendo che il neoliberismo gli ha distrutto metà del suo Manitù umanista ed egualitario, preferisce tenerselo stretto piuttosto che rendergli la pariglia, con il risultato di farsi distruggere anche l'altra metà del totem.


Un'analisi da tenere in conto la tua. Grazie
Quote
#1 Lorenzo 2018-11-15 22:16
Ovviamente all'autore non passa per la mente di chiedersi se "la rappresentazione salviniana della sinistra come una buonista, cosmopolita e fighetta, priva di contatto con la realtà" possa essere corretta.
La (ex-)sinistra ha assorbito così profondamente lo spirito anarcoide e narcisistico del Sessantotto da aver completamente dimesso le sensibilità socialiste (cioè centrate sul primato attribuito alla società, al collettivo, rispetto alla tutela dei diritti individuali) che le avevano consentito di diventare una grande forza politica.

Ma Varoufakis è migliore dei suoi seguaci. Sa perfettamente che il suo progetto di un internazionalismo sinistrorso è velleitario e che una riforma dell'eurodittatura dall'interno è irrealizzabile. E' perfettamente conscio che tutto ciò che fa non serve a niente. Lo fa perché è consapevole che l'unica alternativa realistica al neoliberismo è il trionfo delle nuove destre identitarie, e preferisce l'ancient regime alla weimarizzazione del panorama politico europeo.

La sua è la battaglia di retroguardia di chi, pur sapendo che il neoliberismo gli ha distrutto metà del suo Manitù umanista ed egualitario, preferisce tenerselo stretto piuttosto che rendergli la pariglia, con il risultato di farsi distruggere anche l'altra metà del totem.

Da - https://www.sinistrainrete.info/europa/13699-paolo-gerbaudo-perche-varoufakis-non-e-la-soluzione-ma-parte-del-problema.html

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 inserito:: Febbraio 17, 2019, 10:51:21 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Secondo il commissario per la Tav l'analisi costi-benefici è da buttare

Nel suo ultimo giorno di incarico, Paolo Foietta si scaglia contro il documento del ministero dei Trasporti che boccia la Torino-Lione.

E ne ha per chi l'ha redatto e per il ministro Toninelli


Di CHIARA CARATTO
14 febbraio 2019, 19:57

 “Omertosa”, fatta seguendo “una metodologia non idonea” con “dati non aggiornati”.  Questa, in sintesi, la “Lettura critica” dell’analisi costi-benefici redatta dal gruppo di lavoro presieduto dal professor Marco Ponti, contenuta nel Quaderno 13 dell’Osservatorio della Torino-Lione e presentata a Torino dal commissario di governo Paolo Foietta, nel suo ultimo giorno di incarico.
“L’analisi costi benefici sulla Tav è omertosa" ha detto Foietta "presenta dei numeri ma non dice come sono stati costruiti. Un documento in cui il valore non è ricostruibile vuol dire che, o è incompleto, e a me non sembra, oppure che si è voluto fosse molto difficile ricostruire da dove arrivavano queste cifre”.

Cosa non va nella relazione
Il Quaderno dell’Osservatorio, in ventisette pagine, affronta le discordanze ed anche, quelli che Foietta definisce “errori macroscopici” contenuti nell’analisi del Governo. Si comincia con il metodo utilizzato “che non corrisponde pienamente alle linee Guida Mit (ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ndr) e che quindi rende il risultato dell’analisi non idoneo a costituire validamente il passaggio istruttorio richiesto dal nuovo codice dei contratti pubblici”; si prosegue con “i dati non aggiornati, discordanti con quanto espresso in modo analitico e documentato nei più recenti Quaderni dell’Osservatorio, senza che questa discordanza sia stata in alcun modo motivata”.

Il dossier di Agi: Tav, la verità dei fatti
Si affronta il tema dei costi di investimento, partendo da “una stranezza”, ossia che “la tratta considerata è quella Torino-Saint Jean de Maurienne, perché manca qualsiasi riferimento e stima di costo per la tratta da questa località a Lione”.  “Probabilmente" ha osservato il Commissario Foietta  "non c’erano numeri ed elementi utili per la parte degli accessi francesi. Ma allora non capisco perché in questi conti devono rientrare i costi che non sopporta l’Italia, quelli che sopportano i francesi e quelli che sopporta l’Unione Europea. Questo non mi sembra corretto, è la solita insalata russa”.

Scarica: La "Lettura Critica"
“E’ assurdo" ha osservato Foietta “pensare che questo sia un documento dirimente su scelte pensate. Non si capisce di cosa si parla, si usano, a seconda delle convenienza parametri di riferimento diversi. I numeri non tornano. Se questa è un’analisi terza ed ineccepibile, mi sembra proprio si stia ragionando sull’assurdo”.

Cosa Foietta pensa di Ponti
Nel suo “ultimo giorno di scuola” come lui stesso lo ha definito, Paolo Foietta chiarisce che l’obiettivo delle critiche non è la persona del professor Ponti: “è un personaggio che trovo anche simpatico dal punto di vista personale. E’ uno, come me, che non ha peli sulla lingua; che dice quello che pensa; dopodiché il problema non è Ponti, ma quello che pensa il professor Ponti. La sua, infatti, è una teoria assolutamente legittima, che va bene discutere in sede universitaria, ma che se fosse applicata dallo Stato italiano , nella modalità definita in questa analisi, costituirebbe la fine del trasporto ferroviario delle merci in Italia”.

E nella sua ultima conferenza stampa da Commissario non manca anche qualche ironia nei confronti del ministro Toninelli: “dire ‘chi se ne frega di andare a Lione’ è come quelli che dicono che da Milano nessuno va a Rogoredo, peccato che tutti i treni che vanno a Roma passino da Rogoredo. Il ministro Toninelli dovrebbe ripassare la geografia e viaggiare un po’ di più. Tutte le merci che vanno nell’occidente d’Europa – ha aggiunto – che valgono in termini di interscambio 205 miliardi di euro all’anno, passano per Lione e passeranno per Lione. Oggi passano per Ventimiglia, ma sappiamo tutti che quello è un valico che ha migliaia di problemi e che, soprattutto i francesi, avrebbero idee diverse di come utilizzare la Costa Azzurra piuttosto che farne un corridoio infrastrutturale”.

E concludendo con la presentazione di questo documento l’attività di Commissario Straordinario di Governo, Paolo Foietta, sottolinea, infine, ancora una volta, “lo spirito di leale collaborazione“ con cui è stato prodotto e ribadisce “la piena disponibilità, anche dopo la fine del mio mandato, al confronto ed alla discussione di merito su tutti gli argomenti trattati”.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.


Da - https://www.agi.it/politica/tav_analisi_costi_benefici_da_buttare-5002687/news/2019-02-14/

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 inserito:: Febbraio 17, 2019, 10:25:39 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Dal 1° marzo in Piemonte abolito il costo del ticket sui farmaci

Stamane la Giunta regionale guidata da Chiamparino ha deciso di cancellare la quota fissa di compartecipazione farmaceutica a carico dei cittadini, che era in vigore dal 2002

Pubblicato il 15/02/2019
Ultima modifica il 15/02/2019 alle ore 15:10

Dal 1 marzo i piemontesi non dovranno più pagare il ticket sui farmaci. Questa mattina, infatti, la giunta regionale ha deciso di cancellare la quota fissa di compartecipazione farmaceutica a carico dei cittadini, che era in vigore dal 2002.

«Il Piemonte diventa una delle prime regioni italiane ad aver completamente abolito il ticket sui farmaci - sottolineano il presidente della Regione Sergio Chiamparino e l’assessore regionale alla sanità Antonio Saitta -. Cancelliamo una tassa sulla salute: un vantaggio per i cittadini che non devono più sostenere un costo, ma anche una riduzione della burocrazia per gli stessi cittadini e per la pubblica amministrazione».

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«D’altronde - precisa l’assessore Saitta -, il ticket sui farmaci era stato pensato con l’obiettivo di controllare e calmierare la spesa farmaceutica. I dati degli ultimi anni ci dicono invece che non esiste alcuna correlazione fra le due cose: la spesa nelle singole regioni è variata in modo indipendente dall’applicazione dei ticket. Nei fatti era diventata soltanto una tassa».

Nel corso degli anni la Regione aveva già introdotto una serie di esenzioni in base al reddito e alle patologie (oltre ad aver eliminato la quota di compartecipazione sui farmaci non coperti da brevetto). Ad oggi il ticket doveva comunque essere corrisposto da 1,1 milioni di piemontesi, per un costo di 1 o 2 euro per ogni confezione di medicinale.

«Siamo nelle condizioni di effettuare questa operazione grazie ai risparmi consistenti ottenuti in questi 5 anni sulla farmaceutica, anche attraverso l’apertura al mercato delle gare di acquisto e l’introduzione della concorrenza, che ci hanno permesso di reinvestire risorse nel sistema sanitario regionale e nella cura dei pazienti» aggiunge Saitta.

 Licenza Creative Commons

Da - https://www.lastampa.it/2019/02/15/scienza/dal-marzo-in-piemonte-abolito-il-costo-del-ticket-sui-farmaci-aSo1o4MQtFtDMjHWPfgEGM/pagina.html

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 inserito:: Febbraio 17, 2019, 10:21:28 pm 
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I cinque errori della democrazia e perché puntare sul merito vuol dire salvarla

 Scritto da Alessandro Magnoli Bocchi il 29 Ottobre 2018

RES PUBLICA

La democrazia rischia di soccombere. L’idea che la democrazia[1] sia l’unico sistema possibile (e l’autoritarismo superato) ha perso plausibilità. Anche le democrazie più consolidate – in affanno nel gestire globalizzazione[2], disuguaglianza e immigrazione – sono a rischio sopravvivenza. Il mondo è in “recessione democratica”.

Ascesa e declino
La democrazia, per cinquant’anni considerata punto di arrivo … Nel 1941, solo 11 paesi al mondo erano organizzati secondo principi democratici. Ritenuta il sistema di governo cui aspirare, dopo la seconda guerra mondiale si è diffusa velocemente. Nel 2000 ben 116 paesi (il 69 per cento del totale) erano considerati democrazie.

… nell’ultimo decennio ha iniziato a perdere terreno … La tendenza ha iniziato a rovesciarsi nel 2006: negli ultimi dodici anni, molti paesi sono diventati meno democratici. La crisi del 2008 ha accentuato il trend. Alla fine del 2017, erano democrazie 97 paesi su 167 (il 58 per cento del totale).

… e oggi è in crisi. “Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia”: l’aforisma di Leo Longanesi ben descrive l’attuale stallo. Già nell’Antica Grecia c’era scetticismo[3]. Socrate venne condannato a morte con un voto di maggioranza. Platone[4] preferiva il governo dei saggi, la “sofocrazia”. Aristotele[5] temeva la degenerazione in oclocrazia (tirannide delle masse). Oggi, la sopravvivenza della democrazia liberale è messa in dubbio dal: 1) trasferimento di decisioni a livello sovranazionale; 2) l’aumento delle diseguaglianze; 3) la corruzione dell’establishment[6]; 4) la debolezza dei partiti politici, venuti meno al loro compito principale: portare persone capaci alla guida della res publica; 5) il rigetto di competenza e autorità da parte di chi vota; e 6) le tendenze autoritarie[7] del populismo.

Sotto scacco, in tutto il mondo
Nel mondo, la democrazia è delegittimata top-down dalle élite e sfiduciata bottom-up dai cittadini. Per decenni, le classi dirigenti tradizionali hanno: 1) presidiato le istituzioni chiave (e.g.: i tribunali, i media e le forze armate); 2) rimosso le funzioni di controllo e garanzia (checks and balances); 3) governato a proprio vantaggio; e 4) sfuggito la meritocrazia e raggiunto un grado di mediocrità tale da suscitare reazioni antidemocratiche. Di conseguenza, i cittadini non si sentono né rappresentati né protetti – convinti che:
1) il potere sia in vendita a chi ha i soldi per comprarlo (democrazia prona alla plutocrazia);
e 2) la volontà popolare sia diventata secondaria rispetto alla volontà dei mercati e delle istituzioni internazionali (democrazia prona alla globalizzazione).

Nei paesi industrializzati, il sistema democratico appare rissoso e inconcludente … L’antipolitica è rampante. I partiti tradizionali, ricchi di privilegi e risorse pubbliche, hanno perso legittimità sociale e il polso della situazione. I cittadini sono confusi, non si sentono rappresentati – e votano “contro” piuttosto che “per”. I sistemi elettorali non riescono ad aggregare le preferenze individuali e la democrazia è incapace di costruire un consenso[8]. Le risultanti coalizioni (spesso incoerenti, fragili e sfilacciate) portano all’impasse politica e alla paralisi[9], rafforzando le fazioni nazionalsocialiste – la cui frangia più estrema è intransigente, antidemocratica e xenofoba. Il populismo, promettendo soluzioni semplici a problemi complessi, mina ulteriormente il dibattito politico[10] e ridesta desideri di “uomo forte”.

… molti cittadini sono convinti che non funzioni. La democrazia, prigioniera di dinamiche demografiche sfavorevoli ai più giovani, ha mal gestito l’evoluzione della società. Nonostante vivano in nazioni ricche e pacifiche, i cittadini sono scontenti, preoccupati di perdere lavoro e identità a causa di globalizzazione e cambio tecnologico. La divisione tra chi ha garanzie e chi non le ha è lacerante: alcuni sono remunerati anche se non generano risorse (i.e.: a prescindere dalla loro produttività), mentre altri – esposti senza garanzie al mercato – soffrono ogni decelerazione della congiuntura. I politici, eletti in loco, fanno promesse su temi che rispondono a dinamiche globali – e dunque impossibili da mantenere.

In molti paesi emergenti, i regimi autoritari guadagnano terreno … I paesi in cui il potere è concentrato nelle mani di pochi appaiono più efficienti e moderni[11]. In Asia, la Cina, il Vietnam e altre nazioni – raggiungendo tassi di crescita superiori ai paesi occidentali[12] – hanno dimostrato che non è necessario essere una democrazia per svilupparsi. In Medio Oriente e nell’Europa dell’Est, il passar del tempo ha dimostrato che la cacciata di un dittatore non implica l’avvento della democrazia; anzi, può generare instabilità: spesso il governo non funziona, l’economia soffre e il paese rapidamente peggiora[13]. In Europa, iI nazional-populismo autoritario di Viktor Orbán[14] – sino a pochi anni fa considerato un’eccezione – è oggi ritenuto precursore.

… la democrazia è considerata di facciata.
Spesso la democrazia legittima i regimi autoritari – soprattutto quando:
 1) il suffragio è universale a patto che il vincitore sia deciso ex ante[15];
 2) la “volontà popolare”, specie se plebiscitaria, giustifica e dà potere all’uomo forte; e 3) gli spazi per la manifestazione del dissenso esistono solo formalmente, ridotti al minimo[16].

Limiti seri, responsabilità importanti
La democrazia è di difficile definizione. È come l’Araba Fenice: “che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa”. Nel novembre 1947, in un discorso alla Camera dei Comuni, Winston Churchill ne diede una definizione rimasta nella storia: “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le forme che si sono sperimentate fino ad ora”.

… impossibile in teoria …
La promessa essenziale della democrazia è che gli elettori controllino il policy making. Eppure, disegnare norme di voto che rispettino tale promessa – aggregando scelte individuali in preferenze sociali – è quasi impossibile[17].

… e quasi irrealizzabile in pratica. Il policy making è influenzato dall’accesso diseguale alle informazioni, dal controllo dei media, dall’attività di lobbying e dal voto di scambio – soprattutto in contesti socioeconomici caratterizzati da: i) asimmetrie di potere preesistenti; ii) divisioni etniche e religiose; e iii) istituzioni inadeguate. Nel processo democratico: a) la maggioranza tende ad opprimere le minoranze[18]; b) le minoranze – specie se potenti (e.g.: le lobby) – fanno il possibile per sottomettere e sfruttare la maggioranza, concentrando i benefici (su se stesse) e spalmando i costi (sulle masse) [19].

In quanto sistema di governo, la democrazia ha importanti responsabilità. La lista delle manchevolezze non è corta. In ordine di gravità:

1. Si è rivelata incapace di lungimiranza e non ha promosso la sostenibilità.

– Ha sacrificato sistematicamente il “domani” all’ “oggi”.

– Non ha rappresentato le generazioni future – soprattutto nei paesi in cui la popolazione invecchia[20].

– Non ha programmato la gestione di risorse sempre più esigue rispetto all’aumento della popolazione.

– Non ha impedito l’insostenibilità economica, sociale e ambientale.

 2. Non ha selezionato statisti di valore, leader visionari capaci di prendere decisioni per il bene comune.

– Non ha preteso la competenza dei candidati, né prima né dopo le elezioni, e ha mandato al governo dei dilettanti[21].

– Ha permesso la “scalata al potere” a chi non ha cuore l’interesse del paese.

– Ha consentito l’elezione a chi promette “tutto a tutti” e non ha squalificato chi ha preso impegni irrealizzabili – senza preoccuparsi delle conseguenze.

– Ha dato ai politici incentivi fuorvianti, in cicli elettorali troppo corti: i governanti sono concentrati sul “farsi rieleggere”, e sulle esigenze del proprio elettorato nella mera durata del mandato[22].

– Ha chiesto agli elettori di assumersi responsabilità politiche tramite referendum.

 3. Non ha regolamentato il capitalismo, non ha gestito la globalizzazione[23], non ha evitato le crisi economiche e non ha punito i responsabili.

– Ha favorito – e legittimato con le elezioni – l’oligarchia e la plutocrazia.

– Ha accettato la trasformazione del processo elettorale in clientelismo, e non ha impedito il crescere del potere delle lobby[24] sulla politica, anzi ne ha favorito gli interessi.

– Ha accettato la perdita di sovranità nazionale e identità locali – e dunque il proprio indebolimento.

– Non è stata in grado di gestire il sorpasso economico da parte di nazioni non-democratiche, Cina su tutte.

– Ha accumulato debiti senza investire, senza preoccuparsi di generare le risorse per saldarli, mettendosi alla mercé dei mercati globalizzati.

– Ha accettato che importanti decisioni di policy vengono prese da “esperti non eletti” in assenza di un dibattito politico aperto[25].

– Non ha tutelato i diritti, non ha protetto le conquiste del welfare state (stato del benessere) e non ha dato garanzie a chi non le ha.

– Non ha impedito che i diritti (di tutti) si trasformassero in privilegi (di pochi), e ha permesso l’aumento delle disparità sociali, la disuguaglianza socioeconomica e la marginalizzazione politica.

 4. Non è stata in grado di gestire il progresso tecnologico;

– Non ha impedito la diminuzione della privacy.

– Non ha regolamentato l’avvento della robotizzazione e della nanotecnologia, affinché non creino disoccupazione.

– Non ha gestito la perdita di rilevanza della democrazia rappresentativa e non ha disciplinato la democrazia diretta[26]: i cittadini votano per eleggere candidati in parlamento così come eliminano i concorrenti di un programma televisivo o firmano petizioni online.

 5. Ha istituzionalizzato l’impasse decisionale, e aumentato la disillusione e il distacco dei cittadini verso la politica;

– Non ha impedito che le istituzioni chiave siano controllate dall’élite e da gruppi di potere in competizione fra loro.

– Ha accettato l’aumento del potere di entità senza accountability elettorale (e.g: le istituzioni transnazionali, le banche centrali, gli enti regolatori), e la mancanza di trasparenza della loro complessa governance[27].

– Ha sovraccaricato i governi – le cui burocrazie non riescono a far fronte all’“eccesso di democrazia” – di richieste dal basso[28], da parte di comunità locali, regioni autonomiste, enti e poteri minori come ONG e lobbisti.

Che fare?
La democrazia va difesa … Secondo Norberto Bobbio “La democrazia è il più grande tentativo di organizzare una società per mezzo di procedure non violente”. È sistema di governo migliore[29] della dittatura o dell’oligarchia, perché, rispetto a questi: 1) è meno impegnata in attività belliche; 2) offre alla generazione presente e a quelle future maggiori libertà e opportunità; 3) è più in grado di combattere la corruzione; 4) in media e nel lungo periodo, porta a una maggior ricchezza, e più condivisa; e 5) se ben gestita, è in grado di autocorreggersi.

… ma ne vanno risolte le debolezze.
John F. Kennedy soleva dire che “una delle manchevolezze della democrazia è di cercare capri espiatori per la sua debolezza” [30].  Suggerire riforme e riscriverne le regole non equivale a (ri)proporre sistemi autoritari, bensì a riconoscerne e risolverne le vulnerabilità più importanti, in ottica di lungo periodo. Va ammesso: la democrazia è una costruzione fragile, è fallibile e può venir meno con facilit33].

La democrazia ha in sé i germi della sua scomparsa. Se affossata dalle prevaricazioni dell’élite e dal disprezzo dei cittadini, la democrazia cade nell’autoritarismo – proprio attraverso il suffragio universale. La democrazia muore nel voto che porta a governi[34] inadeguati, nelle politiche mediocri, nell’indebolimento delle istituzioni, nella perdite di certezze dei ceti medi, nella percezione dell’élite come casta privilegiata e corrotta, nella frattura tra establishment e i cittadini, nella bassa partecipazione politica[35], nella paura del futuro, nel risveglio di tendenze autoritarie. Affinché rimanga il sistema prevalente, le classi dirigenti devono essere: 1) competenti (e affinché lo siano, deve esserlo anche chi le vota); e 2) legittimate dal riconoscimento popolare.

Ridurre le rendite di posizione dell’élite, puntando sul merito. L’agenda è nota, le priorità ben conosciute: a) ridurre i monopoli e le rendite di posizione; b) rafforzare le funzioni di controllo e garanzia (checks and balances); c) agilizzare il sistema giudiziario e migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione – con particolare attenzione ai servizi pubblici (i.e.: educazione, sanità, acqua, rifiuti, energia, trasporti – soprattutto a livello locale); e – cosa ben più difficile – d) favorire la meritocrazia.

Ripensare il diritto di voto … Nelle democrazie a suffragio universale, ogni cittadino può eleggere chi legifera e governa[36]. De iure, la “titolarità” del diritto di voto (uguaglianza formale) implica “competenza” nell’esercitarlo (uguaglianza sostanziale). De facto, l’attribuzione del diritto non implica la capacità di servirsene: la maggioranza dei votanti non è in grado di riconoscere il miglior candidato, o la policy migliore. Per dirla con Harry Emerson Fosdick: “La democrazia è basata sulla convinzione che nella gente comune ci siano possibilità non comuni”. Il risultato è un indebolimento del sistema: se chi sceglie non ha le necessarie capacità, l’eletto è spesso inadatto a gestire i problemi collettivi[37]. Per rafforzare la democrazia, andrebbe invece riconosciuta la differenza di valore dovuta alla fatica individuale (disuguaglianza sostanziale) [38]. Il diritto al voto dovrebbe essere ricompensa. Senza pretesa di arrivare al modello platonico di “sofocrazia”, per poter scegliere i governanti dovrebbe esser necessaria una preparazione politica elementare, garantita limitando[39] il suffragio a un livello minimo di istruzione – come già succede in casi specifici (e.g.: immigrati legali e minorenni[40]). Tucidide ne “La guerra del Peloponneso” (I, 22) attribuisce a Pericle la seguente frase: “Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla”.

… ed esigere competenza da chi comanda.
L’elezione deve essere una designazione di capacità. Chi governa deve: 1) possedere requisiti di candidabilità – un misto di virtù (aretè) e competenza (episteme): preparato, lungimirante, coraggioso – capace di auto-determinazione[41] e dotato di quella “libertà di pensiero” che si conquista solo con la formazione permanente; ed 2) essere migliore – in quanto a merito individuale – di quant’altri ambiscano alla sua posizione. In altre parole, anche l’eleggibilità andrebbe limitata per: a) grado di istruzione; b) precedenti e dimostrate abilità (il curriculum); e c) esperienza nell’esercizio di funzioni pubbliche. Se no, a detta di Henri-Frédéric Amiel, si finisce per delegare “la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci”. Sempre Tucidide – nel “Discorso agli Ateniesi” (Storie, II, 34-38) – attribuisce a Pericle la seguente frase: “Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento”. Per entrare nell’élite, i candidati devono essere competenti. Se no si spacca tutto.

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Linkedin Alessandro Magnoli Bocchi

NOTE

[1] Potere (kratos) del popolo (demos) – un sistema di organizzazione politica in cui: 1) tutti i cittadini esercitano la sovranità attraverso il voto in un sistema pluralistico e pluripartitico; 2) l’informazione non è viziata da conflitti di interesse, il governo è liberamente eletto e i politici sono responsabili nei confronti degli elettori; 3) un insieme di regole, universalmente valide, porta a decisioni politiche vincolanti; 4) i poteri di chi governa sono limitati e controllati da istituzioni indipendenti (e.g.: tribunali, media e gruppi di pressione) e da un’opposizione costruttiva ed energica; 5) i cittadini godono di libertà e uguaglianza, i.e.: le garanzie dello stato di diritto (e.g.: libertà di parola e associazione, diritti individuali, tutela delle minoranze); e – di conseguenza – 6) è chiaro il confine tra Stato  e “partito al governo”. In altre parole, nel concetto di democrazia confluiscono l’accezione procedurale (i.e.: il rispetto delle regole del gioco) e quella sostanziale (i.e.: riconoscimento e garanzia dei diritti).

[2] Negli ultimi 50 anni, gli scambi e gli investimenti internazionali sono cresciuti a un tasso medio annuo del 6,0 per cento, circa il doppio rispetto all’economia mondiale (3,0 per cento). L’interdipendenza economica, politica, tecnologica, sociale e culturale di paesi e cittadini è aumentata costantemente.

[3] Il sistema democratico non sempre garantiva che i governanti: 1) avessero “conoscenza del bene” – requisito essenziale affinché “il governo sia finalizzato al bene”; e 2) facessero, anziché il loro, l’“interesse comune”.

[4] Platone ne scrive con dettaglio nel trattato Πολιτεία (La Repubblica), Capitolo VI, e nel dialogo Πολιτικός (Politico). Per Platone, la politica è un affare troppo serio e complicato perché possa essere lasciato “alla cura della gente comune”; il potere politico deve essere gestito da coloro che “sanno” e hanno le necessarie competenze; i.e.: Platone è fautore della sofocrazia: dovrebbero governare i filosofi, o “sapienti”;

[5] Aristotele ne scrive nel trattato Τὰ πολιτικὰ (Politica), Libro IV, e – pur ammettendo che l’essere umano è per natura “animale politico”, quindi portato a “realizzare il proprio bene insieme agli altri” – sottolinea come la guida della pόlis cada troppo facilmente “alla mercé di volizioni delle masse”.

[6] “Questa democrazia l’abbiamo conquistata col sangue e la galera. Non possiamo correre il rischio di perdere la libertà per colpa di chi la usa per rubare.” Sandro Pertini.

[7] “Ho la paura della perdita della democrazia, perché io so cos’è la non democrazia. La democrazia si perde pian piano, nell’indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi, e c’è chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui”. Liliana Segre.

[8] Nel 2018, l’Italia ha nominato il suo quinto primo ministro non eletto (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte). Nelle elezioni europee del 2014, il UK Independence Party (UKIP) ricevette il maggior numero di voti (27,49 per cento) di qualsiasi altro partito britannico e divenne il più grande gruppo politico del Regno Unito nel Parlamento europeo (PE). Nelle elezioni regionali del 2015, i socialisti e i repubblicani francesi si allearono al secondo turno per impedire che il Fronte Nazionale – il più grande gruppo politico della Francia all’interno del PE – controllasse le regioni in cui aveva vinto nel primo turno. I risultati delle elezioni nazionali del 2015 resero difficile la governabilità della Spagna. Dopo aver vinto le elezioni parlamentari in Ungheria (2014) e Polonia (2015), la destra religiosa e conservatrice ha dimostrato autoritarismo, atteggiamenti illiberali e la tendenza a indebolire la democrazia costituzionale. Nel 2015 il Partito popolare danese (Danish People’s Party) in Danimarca entrò a far parte della coalizione di governo e stabilì condizioni, tra cui l’adozione di un approccio più euroscettico verso l’UE, l’introduzione di controlli alle frontiere e restrizioni alla politica d’asilo del paese.

[9] I votanti, pur scontenti dello statu quo, non vogliono andare né indietro né avanti. Ad esempio, approvano l’Euro e vogliono mantenerlo. Eppure, si oppongono all’ulteriore integrazione necessaria a far funzionare l’unione monetaria. I partiti populisti di sinistra e di destra diventano più popolari se dimostrano ostilità alla globalizzazione, al libero scambio, alla migrazione, alle minoranze religiose e ai musulmani. La periferia dell’EZ – e membri dell’EU ma non membri dell’EZ come l’Ungheria e la Polonia – soffrono la fatica del rigore e delle riforme (austerity and reform fatigue), mentre il nucleo dell’EZ, guidato dalla Germania soffre di stanchezza data dai continui salvataggi (bailout fatigue).

[10] Agendo attraverso il processo democratico, il populismo fa uso della “tirannia della maggioranza (tyranny of the majority)” per: 1) collocare i propri interessi al di sopra di quelli delle minoranze, etniche o religiose; 2) sfidare la separazione dei poteri, l’indipendenza del sistema giudiziario, della Banca centrale e della stampa.

[11] Molti paesi emergenti – e.g.: gli Emirati Arabi Uniti, il Vietnam il Ruanda – sono più tentati dal modello cinese che da quello dei paesi democratici, che esigono garanzie sui diritti e offrono prospettive di minor successo. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha a più riprese espresso aperta ammirazione per presidenti longevi e autoritari: 1) Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa dal 7 maggio 2012, è al potere da 19 anni (dal 1999) alternando quattro mandati come primo ministro e presidente; 2) Xi Jinping, presidente della Cina, è al potere da 5 anni (dal 2013); nel 2018, con la rimozione del limite dei due mandati quinquennali è divenuto “presidente a vita”, e – secondo molti analisti – è più potente di Mao; 3) Recep Tayyip Erdoğan è al potere da 15 anni (dal 2003); è stato primo ministro della Turchia per tre mandati consecutivi dal 2003 al 2014, anno della sua elezione a presidente; e 4) Kim Jong-un, leader supremo della Corea del Nord.

[12] In pochi anni, a costo di limitazioni della libertà personale (e.g.: il diritto di opinione è limitato dalla censura, il dissenso viene sistematicamente represso) e grazie a rigidi controlli nell’arruolare dirigenti di talento, la leadership cinese è riuscita a superare problemi che le democrazie occidentali non riescono neanche ad affrontare: per esempio nell’estendere il suo sistema pensionistico a 240 milioni di cittadini abitanti delle zone rurali del paese.

[13] Nel 2003 dalla guerra in Iraq, nel 2004 dalla “rivoluzione arancione” in Ucraina e nel 2011 in molti paesi della “primavera araba”. La guerra in Iraq (2003), legittimata dal progetto di “promozione della democrazia”, ha convinto l’opinione pubblica che la democrazia stessa è spesso un alibi per ambizioni imperialiste.

[14] Primo Ministro dell’Ungheria dal 2010, carica che ha ricoperto anche dal 1998 al 2002. Nel 2018, Fidesz, il partito di Viktor Orbán, ha vinto per la terza volta consecutiva le elezioni ungheresi.

[15] “Possono votare tutti, a patto che vinca l’unico candidato”. È il caso di Russia, Turchia, Ungheria, Iran, Egitto, Venezuela, Zimbabwe e Myanmar – e di altri paesi. La lista dei presidenti eletti da tali sistemi di rappresentanza è lunga: Vladimir Putin in Russia, Recep Tayyip Erdoğan in Turchia, Viktor Orbán in Ungheria, Abdel Fattah el-Sisi in Egitto, Rodrigo Duterte nelle Filippine, Nicolás Maduro in Venezuela, Michael Sata in Zambia, Jacob Zuma in Sud Africa e Robert Mugabe in Zimbabwe. Come disse Efisio Melis: “Si può eliminare facilmente una vera dittatura, ma è difficilissimo eliminare una finta democrazia.”.

[16] “Quando la maggioranza sostiene di avere sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia.” Umberto Eco.

[17] È di fatto impossibile definire la “funzione di welfare sociale” – i.e.: una regola di aggregazione delle preferenze – che trasformi l’insieme delle preferenze individuali in una sola preferenza sociale. L’impossibilità teorica della democrazia procedurale e le contraddizioni del voto a maggioranza impediscono che le scelte individuali si aggreghino nella scelta del gruppo. Per l’impossibilità teorica della democrazia procedurale si veda il paradosso del voto (Condorcet), il teorema dell’impossibilità di Arrow (i.e.: non è possibile determinare, nell’ambito delle scelte collettive, una maggioranza stabile ed univoca) e il teorema Gibbard-Satterthwaite. Per le contraddizioni del voto a maggioranza si veda il dilemma discorsivo (Discursive dilemma).

[18] Per le decisioni dettate da interesse e prese da una maggioranza che opprime attivamente individui o gruppi di minoranza, si veda la Tirannia della maggioranza e la Tolleranza repressiva (Repressive Tolerance) di Herbert Marcuse. Blaise Pascal la definisce così: “non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto”. Secondo James Bovard, “La democrazia deve essere qualcosa di più di due lupi e una pecora che votano su cosa mangiare per cena”. (in Inglese: “Democracy must be something more than two wolves and a sheep voting on what to have for dinner”).

[19] Per le minoranze ben organizzate che affermano i loro interessi su quelli della maggioranza, si veda La logica dell’azione collettiva (The Logic of Collective Action) di Mancur Olson.

[20] L’Italia non è eccezione. Secondo i dati Istat, nel 2018 l’età media è di 45,2 anni, tre decimi in più che nel 2017, e tre anni in più rispetto al 2003. Le persone con più di 65 anni sono 13,5 milioni, il 22,6 per cento della popolazione totale; quelle over 80 anni sono invece 4,1 milioni, il 6,8 per cento del totale; gli ultranovantenni sono 727mila, l’1,2 per cento del totale.

[21] Il livello minimo di conoscenza necessario ad amministrare – ma anche a votare – è ormai alto. Il politico a digiuno della materia è di norma inadatto a gestire problemi complessi.

[22] La globalizzazione ha creato problemi (per esempio, la crisi finanziaria del 2007-2008) la cui soluzione richiede progetti che vanno al di là di un ciclo elettorale, hanno tempi più lunghi. I cinque anni della legislatura non sono sufficienti a risolvere la maggior parte delle sfide economiche.

[23] La democrazia è compatibile con una versione limitata di internazionalizzazione, e.g.: il regime di Bretton Woods del dopo guerra, caratterizzato da “capital controls” e “limited trade liberalization”. Con l’avvento della globalizzazione, le dinamiche sovranazionali – necessarie a gestire i flussi finanziari e commerciali, il progresso tecnologico e l’immigrazione – hanno progressivamente eroso: a) la sovranità nazionale (ora secondaria); e b) le identità locali. Le istituzioni della democrazia rappresentativa sono divenute irrilevanti. Le disparità sociali e il degrado ambientale sono aumentati, la privacy è diminuita. In poche parole: la globalizzazione crea vincitori e vinti, e la democrazia ha perso.

[24] Organizzazioni ed individui dotati di risorse si servono delle raccolte di fondi (fundraising) e donazioni per esercitare la loro influenza sull’agenda politica. Quando in qualità di principali contributori sono premiati con quid pro quo, la democrazia cede alle relazioni di patrocinio (relations of patronage) da parte di élite economiche con interessi commerciali.

[25] Nell’Unione Europea (UE), molti governi e cittadini hanno dovuto accettare che la politica nazionale importa meno dei mandati europei o delle richieste del mercato. Nel 2011, il bilancio dell’Irlanda è stato inviato in Germania prima che al parlamento irlandese. Italia e Grecia sono state costrette a sostituire leader eletti democraticamente con tecnocrati. Nel novembre 2011, durante la crisi del debito italiano (il rendimento dei titoli decennali salì al 6,74%; il 7% è il livello in cui l’Italia rischia di perder accesso ai mercati) il primo ministro Silvio Berlusconi fu costretto a dimettersi. Un economista, Mario Monti, che aveva servito come commissario europeo dal 1995 al 2004, fu nominato primo ministro di un governo di tecnocrati, composto interamente da professionisti non eletti. Nel corso degli anni, la Grecia ha ripetutamente ceduto sovranità in materia di politica economica al FMI, alla Commissione europea (CE) e alla Banca centrale europea (BCE). Nelle elezioni legislative del 2015 in Grecia, dopo aver promesso l’opposto, la coalizione di sinistra è entrata in un’alleanza con i populisti di destra e ha accettato le condizioni di salvataggio (bailout) dell’UE.

[26] Secondo Gianroberto Casaleggio: “la democrazia diretta è una rivoluzione prima culturale che tecnologica, per questo, spesso, non viene capita o viene banalizzata”. I partiti tradizionali verrano costretti a cambiare modus operandi. In passato, gli iscritti eleggevano la dirigenza di partito attraverso una capillare organizzazione. La digitalizzazione del rapporto ha sovvertito i rapporti tradizionali. Grazie alla Rete il cittadino può essere al centro della società sempre, non solo durante consultazioni ed elezioni. “La democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato (…) le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune scompariranno”.

[27] Per esempio, l’UE soffre di un “deficit democratico” cronico, perché: 1) ammette solo le democrazie: secondo i criteri di Copenaghen, i paesi candidati devono aver “raggiunto la stabilità delle istituzioni che garantiscono la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani, il rispetto per e la protezione delle minoranze, l’esistenza di un’economia di mercato funzionante (…)”; tuttavia, 2) non è una democrazia essa stessa – e al suo interno continua a crescere il potere di entità la cui complessa governance manca di: a) legittimità elettorale;  b) controlli (checks and balances) istituzionali; e c) trasparenza e accountability. Il Parlamento europeo è spesso ignorato. L’introduzione dell’euro è stata presa da tecnocrati. Durante la crisi pluriennale dell’euro e del debito, molti governi hanno delegato funzioni istituzionali e democratiche alla sovrastruttura burocratica europea. I populismi e gli estremismi locali ne sono usciti rafforzati. Nell’UE, il processo democratico richiede un ripensamento: 1) i sistemi elettorali nazionali dovrebbero favorire la governabilità (vale a dire diventare più maggioritari) sulla rappresentatività (meno proporzionali); e 2) le istituzioni europee devono poter prendere decisioni a maggioranza – anziché all’unanimità.

[28] Ad esempio: Occupy, proteste studentesche anti-globalizzazione, movimenti anti-austerità, etc. L’adesione ai partiti politici istituzionali diminuisce per: 1) l’aumento della disaffezione dalla politica; 2) i bassi livelli di fiducia nelle istituzioni democratiche; e 3) la bassa approvazione dei governi e dei politici.

[29] Un sondaggio Pew in 38 paesi ha rilevato che: 1) il 78 per cento degli intervistati preferisce un sistema in cui “legiferano rappresentanti eletti”; 2) il 26 per cento apprezzerebbe “un leader forte, che può prendere decisioni senza interferenze del parlamento o dei tribunali”; 3) il 24 per cento vorrebbe un regime militare; e 4) l’autocrazia è più popolare tra i meno istruiti.

[30] Dalla tesi di laurea di Kennedy, pubblicata come saggio dal titolo Why England Slept nel 1940; citato in Arthur Schlesinger Jr., I mille giorni di John F. Kennedy, p. 105.

[31] Secondo Paul Ginsborg: “La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt’altro – populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c’è ambito in cui questa riforma sia più necessaria che in seno alla stessa Unione Europea.”.

[32] In campo monetario, esempi d’inconciliabilità tra globalizzazione e democrazia sono stati il “gold standard” del XIX secolo e la convertibilità del Peso argentino negli anni 1990.

[33] La crescita economica, l’incremento della concorrenza, i minori prezzi pagati dai consumatori finali, la velocità degli scambi e delle comunicazioni sono indispensabili allo sviluppo. Il processo di evoluzione della democrazia liberale e della globalizzazione non ha raggiunto il suo apice; non siamo arrivati a “The End of History”. Occorre progettare la democrazia in un contesto in cui: 1) le dinamiche più rilevanti sono globali; e 2) i confini nazionali vanno scomparendo. La democrazia va difesa e i benefici della globalizzazione sono irrinunciabili, ma i trade off e i costi devono essere chiari.

[34] Secondo Noam Chomsky, “Il modo più efficace di limitare la democrazia è quello di trasferire il potere decisionale dalla pubblica arena a istituzioni inaffidabili: re e prìncipi, caste sacerdotali, giunte militari, dittature di partito, o moderne corporazioni.” Oscar Wilde – Lord Illingworth, Act I. Kelvil: “May I ask, Lord Illingworth, if you regard the House of Lords as a better institution than the House of Commons?” Lord Illingworth: “A much better institution of course. We in the House of Lords are never in touch with public opinion. That makes us a civilised body”.

[35] In Italia, la partecipazione politica è bassa; quando ciò succede, le istituzioni della liberal-democrazia si indeboliscono, il potere si accentra, le sedi di partecipazione (elezioni, parlamento) si sviliscono, il “capo” entra “in rapporto diretto con il popolo”, e aumenta il rischio che venga manipolata la volontà dei cittadini.

[36] Il principio “tutti gli uomini sono nati eguali” nasce come rifiuto della “teoria del diritto divino dei re”; solo poi si è tradotto nella regola “one man-one vote”, fondamento della regola di maggioranza. Secondo Olof Palme, “I diritti della democrazia non sono riservati ad un ristretto gruppo all’interno della società. Sono i diritti di tutte le persone.”

[37] Le elezioni tendono a portare a scelte mediocri e – di conseguenza – le democrazie non scelgono i migliori leader (in proposito si veda l’effetto Dunning-Kruger). L’ipotesi chiave (i.e.: che i cittadini possano riconoscere il miglior candidato politico, o la policy migliore) è erronea, perché la maggioranza ammanca delle necessarie competenze. In altre parole, individui non qualificati sono intrinsecamente incapaci di giudicare la competenza di altre persone, o la qualità delle loro idee (e.g: sulla fiscalità, sulle pensioni o sulle riforme del mercato del lavoro). Secondo Indro Montanelli: “La democrazia è sempre, per sua natura e costituzione, il trionfo della mediocrità”. Il vantaggio della democrazia rispetto ad altre forme di governo è che di norma “impedisce efficacemente a candidati inferiori alla media di diventare leader”.

[38] Secondo Henri-Frédéric Amiel, se “il principio astratto dell’uguaglianza (…) dispensa l’ignorante di istruirsi (…) e il delinquente di correggersi”, la democrazia rischia di delegare “la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci”. È invece essenziale riconoscere “la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale”. Secondo Kierkegaard, “Le persone chiedono la libertà di parola come compensazione per la libertà di pensiero che usano raramente”. In Danese: “Menneskene ere dog urimelige. De bruge aldrig de Friheder, de har, men fordre dem, de ikke har; de har Tænkefrihed, de fordre Yttringsfrihed”. (In Italiano: “Gli esseri umani sono irragionevoli. Non usano mai le libertà che hanno, ma vogliono quelle che non hanno; hanno la libertà di pensiero, esigono la libertà di parola”). Søren Kierkegaard, Enten – Eller (Either – Or), 1843.

[39] Potere (kratos) del popolo (demos) non equivale a “popolo al governo”. In altre parole, nei regimi democratici il ruolo del “demos” (la maggioranza) non è quello di governare, bensì quello di: 1) scegliere tra vari politici (capaci e in competizione) a chi affidare il governo; e 2) controllarne l’operato. Secondo Sabino Cassese, che si rifà alla democrazia ateniese, il cittadino libero – attraverso l’ethos, la prassi e l’educazione – apprende arte e virtù della politica, il sapere di come si comanda e si obbedisce. John Stuart Mill, nelle “Considerazioni sul governo rappresentativo”, distingue tra “cittadini attivi e passivi, sia per cultura politica, sia per interesse”; a cittadini dotati di maggiori conoscenze potrebbero invece essere concessi voti supplementari.

[40] Gli immigrati legali ottengano il diritto di voto se superano un test di educazione civica; i minorenni – quasi il 20 per cento della popolazione – sono oggi esclusi per scarsa capacità di giudizio. La Costituzione italiana richiede “l’abilitazione all’esercizio professionale” (art. 33), dispone l’accesso “agli uffici pubblici e alle cariche elettive (…) secondo i requisiti stabiliti dalla legge” (art. 51), stabilisce che il Presidente della Repubblica “abbia compiuto cinquanta anni d’età” e “goda dei diritti civili e politici” (art. 84) e prevede il superamento di un concorso per l’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni (art. 97) e alla magistratura (art. 106).

[41] Per Kant, è libero l’individuo che riesce a determinare eventi in maniera autonoma rispetto alla sequenza meccanico-causale del mondo empirico (i.e.: la nozione di libertà è connessa a quella di causa). Secondo Isaiah Berlin la libertà “positiva” è “libertà di pensiero”, padronanza di se stessi e del proprio destino, potere sul proprio agire (self-mastery). Berlin preferiva la libertà “negativa”, ovvero l’assenza di limitazioni, restrizioni o interferenze nelle azioni di un soggetto.

Da - http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/10/29/cinque-errori-democrazia-merito/?uuid=96_rC9BPFHs

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 inserito:: Febbraio 17, 2019, 10:19:21 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
La falsa sfida di Lega&Cinquestelle all'Unione europea

E la vera sfida da lanciare al governo, all'Ue e ai "mercati"

Di Il cuneo rosso

Ci siamo: la Commissione europea boccia la finanziaria del governo Salvini/Di Maio e i due demagoghi a pettinfuori (o quasi) giurano: non retrocediamo di un millimetro. Su tutto possiamo transigere, sulla difesa dei poveri e dei pensionandi no. Prima i proletari! Salvini-Di Maio/Lega-Cinquestelle in armi contro la perfida UE, dunque. Avanti fino in fondo, sia quel che sia. E boia chi molla.

Che c'è di vero in questa sceneggiata meneghino/napoletana?
Per l'essenziale, nulla.

Perché:
1) il Fiscal Compact, il patto strangolatorio inserito in Costituzione che impone il pareggio di bilancio e il dimezzamento del debito di stato, non viene in alcun modo messo in discussione. Anzi non viene neppure nominato;

2) perché il Def (Documento di economia e finanza) del governo in carica garantisce per i prossimi anni l'avanzo primario; garantisce cioè, al pari dei precedenti governi, che lo stato spenderà meno di quanto incasserà. E lo farà per tutelare al meglio i suoi grandi creditori-piranha (quest'anno incassano 62 miliardi di interessi), cioè proprio i famigerati mercati e/o investitori, quelli di cui i "nemici" Juncker e Moscovici sono portaborse e portavoce;

3) perché lo stesso Def "sovranista" prevede, esattamente come impongono le regole europee, la riduzione progressiva del deficit annuale: 2,4% nel 2019, 2,1% nel 2020, 1,8% nel 2021. Con tanto di rassicurazioni da parte dei suddetti guerrieri di cartapesta che l'obiettivo è comunque quello di ridurre l'indebitamento statale nell'arco del triennio (da non dimenticare che i 5S si sono impegnati ad abbatterlo dal 130% al 90% del pil in due legislature, con tagli da 800 miliardi di euro);

4) perché nel Def è stata inserita una clausola di salvaguardia, che obbliga il governo a intervenire nel corso del 2019 se, com'è certo, non saranno rispettate le previsioni fatte e il deficit crescerà più del previsto. Ad intervenire con una manovra correttiva composta di nuove tasse (ad esempio l'aumento dell'Iva caro a Tria, e solo rinviato) e nuovi tagli al welfare (Libero del 15 novembre ipotizza addirittura un'altra "riforma" pensionistica più dura della odiosa Fornero);

5) perché si mette in cantiere una nuova megasvendita dei beni immobili di proprietà statale per l'ammontare di 18 miliardi di euro - la cifra è esagerata, l'intenzione però è reale. Ancora privatizzazioni, quindi, come impongono le direttive europee agli stati più indebitati. In ballo ci sono, oltre migliaia di immobili, terreni, spiagge, anche quote di Cdp, Poste, Ferrovie, Finmeccanica-Leonardo, Rai, Poligrafico, etc. In ogni caso, nuovi lucrosissimi affari in vista per i fondi di investimento, le banche e i grossi capitali esteri (a proposito di "sovranità"...) ed interni;

6) perché sulla scia dei vari Letta, Renzi e Gentiloni, che ottennero una flessibilità di 40 miliardi, anche gli attuali governanti pregano l'UE di considerare fuori deficit i 3,5 miliardi per gli interventi legati alle calamità naturali;

7) perché contestualmente al varo del Def, il governo lega-stellato annuncia, con il suo socio di maggioranza Salvini, che tutte le "grandi opere" infrastrutturali messe in cantiere dai precedenti governi d'accordo con l'Europa, si faranno, e che si faranno anche una caterva di inceneritori: altri affaroni per le mega-imprese italiane ed estere, e per la criminalità organizzata (l'ha detto Di Maio, e una volta tanto gli è scappato di dire il vero).

Il "modello di società" legastellato
Insomma, il Def e il governo Lega-Cinquestelle non rompono affatto con la logica del neo-liberismo a cui è ferreamente legata l'UE; tanto meno rompono con i meccanismi di funzionamento fondamentali della società capitalistica di cui la Commissione di Bruxelles è il presidio istituzionale - a cominciare dallo sfruttamento intensivo e dalla precarizzazione della forza-lavoro. La loro "sfida" si riduce a qualche modesta misura di provvisorio tampone del malessere sociale prodotto da decenni di politiche di sacrifici imposti ai lavoratori; misura pagata - lo vedremo - dalla classe lavoratrice nel suo insieme.

Sostiene invece Jacques Sapir, uno dei guru dei "sovranisti", che l'attuale confronto tra la Commissione europea e il governo italiano è qualcosa di molto serio: non è "un dibattito su cifre o percentuali", bensì "un dibattito fondamentale per determinare in che società vogliamo vivere". Bum! Nel chiacchiericcio del momento su sovranità e sovranismi alimentato dallo stesso Sapir e da altri dotti fessi o fessi dotti del suo genere (fate voi), nel frastuono che ne deriva, si fa fatica a restare sul terreno dei fatti che rimane comunque, per noi, il terreno decisivo. Se ci atteniamo ai fatti, nulla, proprio nulla, dei pilastri della legislazione anti-operaia degli ultimi 40 anni è stato toccato in questi mesi, né verrà toccato in futuro, dall'alleanza Lega-Cinquestelle: dalla soppressione della scala mobile al Jobs Act. Il tipo di società in cui vogliono vivere i Salvini&Di Maio non differisce da quella esistente oggi.

Al contrario, le misure fiscali prese nel Def con le quali si privilegiano le partite Iva, le piccole imprese, le start-up innovative (mentre c'è qualche piccola riduzione degli incentivi per le grandi imprese), confermano e perfino radicalizzano la scelta di fondo compiuta nei decenni passati dai governi di centro-destra (di cui la Lega era parte) e di centro-sinistra: il modello di società ultra-capitalistica dell'asse Lega-Cinquestelle punta sulla piccola-media impresa, in specie su quella esportatrice. Punta quindi sull'ulteriore abbassamento del costo medio della forza-lavoro, diretto e indiretto, e sulla scomparsa della conflittualità sui luoghi di lavoro e di ogni forma di organizzazione sindacale. In modo implicito ma chiaro, Lega&Cinquestelle hanno preso atto del ridimensionamento del capitalismo nazionale nel mercato mondiale avvenuto dai primi anni '90 in poi, e ritagliano per l'azienda-Italia un ruolo in cui gli investimenti e l'innovazione tecnologica avranno una parte di secondo piano rispetto allo schiacciamento sempre più feroce della forza-lavoro.

È proprio a questo che serve l'aggressione ai rifugiati, ai richiedenti asilo, ai proletari immigrati incarnata dal decreto-Salvini. Un decreto che si sposa totalmente con le direttive europee in materia, confermando il ruolo dell'Italia come avanguardia del razzismo di stato europeo, assunto con la Bossi-Fini che anticipò l'inasprimento delle politiche migratorie dell'intera Unione dopo il 2001. Per questa ragione slegare il Def dal decreto-Salvini è da galoppini, volontari o no, del governo Conte. O da esperti settoriali che, avendo i paraocchi tipici degli "specialisti", analizzano la politica del governo a spicchi, anziche come un tutto unitario quale in effetti è. E non riescono a vedere che il decreto-Salvini con i suoi dispositivi finalizzati a produrre immigrati irregolari e a stroncare le lotte, è inseparabile dal Def e viceversa.

Redistribuzione? No, è una partita di giro
Quanto allo sbandierato reddito di cittadinanza, hanno detto bene G. Commisso e G. Sivini: tanto rumore per poi finire con l'adottare, riveduto in peggio però, il sistema Hartz-IV. Infatti verrà introdotto un armamentario di norme che servirà ad allargare l'area del lavoro sotto-pagato e/o totalmente gratuito (vedi le 8 ore obbligatorie alla settimana per i comuni). E servirà anche a ricattare i disoccupati più deprivati che non potranno rifiutare più di tre lavoretti, avendo poi l'obbligo di cercare attivamente il lavoro per almeno due ore al giorno. Di più: se il burattino del padronato Renzi ha abolito anche formalmente, con l'art. 18, la giusta causa per i licenziamenti padronali, il suo degno erede Di Maio vuole introdurre la seguente clausola contro i proletari in gravi difficoltà di sopravvivenza: perde il reddito di cittadinanza il salariato che "a seguito di impiego o reimpiego receda senza giusta causa dal contratto di lavoro, per due volte nel corso dell'anno solare" (cfr. www.money.it/reddito-cittadinanza-come-funziona-date-importi). Dunque, ai lavoratori poveri con reddito di sudditanza sarà concesso di "auto-licenziarsi" solo per giusta causa. Se questo non è il più abietto ordoliberismo europeista declinato al ribasso, diteci cos'è.

L'impianto grillino di questa misura è poliziesco/repressivo, da sorvegliare-e-punire: ricordate la minaccia dei 6 anni di carcere fatta da Di Maio per abusi in materia di reddito di sudditanza e le sanzioni per le spese "immorali"? ricordate l'assicurazione della Castelli: "incroceremo le banche dati per impedire truffe"? Su un impianto del genere, per i marpioni della Lega è stato un gioco da ragazzi inserirsi per delineare le ancora fumosissime modalità di erogazione. Ed ecco Salvini proporre di conformarlo al reddito di autonomia della Lombardia che a suo dire "funziona bene" - 1.800 euro per 6 mesi da spendere in corsi di formazione, per i disoccupati da almeno 3 anni, privi di altra integrazione. Ma arrivati a questo punto, ha glossato il suo amico Siri, quello che ha al suo attivo una bancarotta fraudolenta, è meglio darlo direttamente alle imprese, che le truffe non sanno neppure dove stanno di casa, così si può essere certi che non sarà sprecato in videogiochi, sigarette elettroniche, coca cola, o divani su cui stravaccarsi, etc.

Sulla edizione italiana di Jacobin, che a prima vista ci pare alquanto girondina, D. Corradi e M. Bertorello vedono nel Def alcuni aspetti di redistribuzione del reddito (dal capitale al lavoro). Non siamo d'accordo. Perché se assommiamo i molteplici condoni fiscali (che non beneficiano di certo i proletari), le agevolazioni fiscali per le imprese che investono in ricerca e/o assumono a tempo indeterminato, un primo assaggio di flat tax, la cedolare secca per le locazioni commerciali e industriali, non ci pare proprio che il carico fiscale complessivo sul capitale (grande, medio e piccolo) crescerà, nonostante la soppressione dell'Ace (se davvero resterà). Tutt'al più ci sono maggiori vantaggi per le piccole-medie imprese che per le grandi, le quali però si sono abboffate per decenni. La spesa per il reddito di sudditanza verrà fuori, quindi, da una partita di giro interna alla classe lavoratrice, sarà sottratta dalla quota complessiva del prodotto globale che va alla classe lavoratrice nel suo complesso. Misuriamone anzitutto l'esatto importo, ammesso che resti tale: si tratta di 9 miliardi di euro come sparano i professionisti delle fake news al potere? No. Perché bisogna sottrarre i 2,5 miliardi del Rei (il reddito di inclusione) e 1,5 miliardi della Naspi (l'indennità di disoccupazione). Si tratta perciò di 5 miliardi nuovi, il resto è già nel bilancio per decisione dei governi precedenti. Dai 5 miliardi va detratta la quota, presumibilmente non piccola, che andrà nelle tasche di tanti piccoli accumulatori che sono evasori totali - l'allarme l'hanno lanciato non i soliti tagliatori Boeri o Cottarelli, bensì il sindaco di Crotone, facendosi forse un autogoal nell'indicare un problema vero. L'Italia infatti è l'unico paese in cui - a stare alla dichiarazione dei redditi - gli operai hanno un reddito più alto degli imprenditori. Ovunque, e massimamente al Sud.

Ebbene, l'autorizzazione contenuta nel Def Lega-Cinquestelle ad accrescere i tributi locali, che sono i meno progressivi di tutti, si mangerà ampiamente questa cifra (i 5 miliardi scarsi). I tributi locali erano nel 1975 appena lo 0,9% del carico fiscale totale; sono cresciuti al 5,4% nel 1995, per poi esplodere fino al 16,5% nel 2014. Un percorso inverso a quello seguito dalle tasse incamerate dal governo centrale scese dal 62,7% del 2005 al 53,4% nel 2015 (il sole 24 ore, 30 novembre 2016). Si tratta della normale conseguenza del federalismo fiscale che comporta, attraverso i tributi locali, un aggravio fiscale sui lavoratori salariati. I tributi locali erano rimasti fermi per un triennio; il governo Conte ne ha deciso lo sblocco, ed è parecchio curioso che i commentatori di Jacobin analizzino il Def e i suoi effetti senza tener conto di questo "particolare", che inciderà, e come, sui bilanci delle lavoratrici e dei lavoratori.

Quanto alla quota 100 per andare in pensione, staremo a vedere come andrà a finire. Difficile che con le penalizzazioni previste (dal 5 al 34%) risulti appetibile agli operai comuni. È molto più probabile che lo sia invece per i dipendenti statali o para-statali con stipendi medio-alti (i medici delle Asl, per esempio). Di sicuro non dispiace a un certo numero di industriali che contano di disfarsi di dipendenti anziani con vecchi contratti collettivi di lavoro e produttività declinante per soppiantarli con stagisti o precari da superspremere e sottopagare. Una sostituzione che riduce comunque la massa totale dei salari operai a favore della massa totale dei profitti.

Quando parliamo di partita di giro, intendiamo dire che un certo numero di proletari/e in condizioni di povertà (vedremo quanti) riceverà qualche modesta integrazione, molto condizionata e molto condizionante, del proprio magrissimo reddito; alcune decine di migliaia di operai logorati dallo sfruttamento padronale potranno anticipare la loro meritatissima pensione (con una decurtazione della stessa); ma la copertura delle relative spese statali sarà comunque a carico della classe lavoratrice nel suo insieme, della massa totale dei salari, diretti e indiretti poiché il governo non ha accresciuto il prelievo sul capitale. Anzi, il dono alle partite IVA e i con-doni per gli accumulatori evasori seriali sono anticipi di futuri abbattimenti di tasse generalizzati per questa platea di non proletari, molto spesso aggressivamente anti-proletari.

E scommettiamo che nel passaggio in parlamento le lobbies dei grandi padroni, delle banche, delle assicurazioni sapranno ungere le ruote giuste per ottenere parte almeno dei "miglioramenti" che vogliono. Sentite cosa dice uno dei due demagoghi: "siamo pronti a dismissioni di immobili (...), siamo pronti a maggiori tagli agli sprechi, siamo eventualmente anche pronti a clausole di salvaguardia che mettano al riparo dallo sforamento del deficit. (...) Noi con la nostra ricetta stiamo cercando di andare incontro a quello che Draghi vuole come obiettivo: se riusciamo a abbassare il debito, riusciremo anche a tranquillizzare i mercati" (intervista di Di Maio al Corriere della sera, 18 novembre). Fin qui le parole, seguiranno i fatti. Si è già visto cos'è diventato, per strada, il celebre decreto-dignità che doveva incenerire il Jobs Act e ridare dignità ai lavoratori (!?) - a proposito, qualcuno se lo ricorda più?

Ma allora, perché tutto questo casino?
Se le cose stanno così, viene da chiedersi perché mai il FMI, la BCE, la Commissione europea, la ventina di banche e fondi di investimento che comandano sullo spread (insieme a Draghi), le agenzie di rating statunitensi, la Confindustria, Macron, il governo olandese, gli amici di Salvini Orban e Kurz, etc., abbiano inviato a Roma una serie di minacce, moniti e consigli.

La preoccupazione che unisce questi circoli e funzionari del capitale è la seguente: l'economia mondiale è seduta su un campo minato di bombe disseminate ovunque e pronte ad esplodere a catena - i segni che vengono da almeno un mese da Wall Street, e proprio dalle regine del web (Google, Facebook, Apple), sono inequivocabili. Il debito di stato italiano è una di queste bombe. La situazione generale globale è così critica che può bastare una manovra speculativa di una qualche entità sull'Italia per provocare una sequenza incontrollabile di reazioni tali da precipitare il mondo, che già soffre di una gigantesca sovrapproduzione nascosta, in una recessione globale più devastante di quella del 2008-2009. Per cercare di evitarlo, la ricetta quasi-universale è comprimere, comprimere, comprimere il valore e i diritti democratici della forza-lavoro. In questo modo, è fuori dubbio, si accresce la sovrapproduzione, che si può tentare, però, di tamponare con l'indebitamento privato, utile anche ad incatenare i salariati a una fatica crescente. Gli apprendisti stregoni si ingegnano a rinviare lo show down, non disponendo di altre soluzioni ai propri guai. Queste sono le leggi, sovrane (qui il termine è appropriato) e cieche, di funzionamento antagonistico del capitalismo. Leggi che non è dato cambiare con decisioni politiche, pure se portano con certezza matematica al caos generalizzato. Che è sempre più dietro l'angolo. Dunque il governo Lega-Cinquestelle deve stare molto attento a non essere l'innesco dell'esplosione a catena.

Fin qui la preoccupazione comune dei pescecani sopra elencati. Siamo tuttavia ben lontani da un assedio globale al farlocco "sovranismo" del duo Salvini-Di Maio per la loro difesa intransigente del "popolo italiano". Dalla Russia e dalla Cina sono arrivate aperture di credito, e caute disponibilità ad acquistare un po' di Bot (ma non certo per perderci). Da Washington, che conta ancora qualcosa nel mondo, giusto?, né minacce, né moniti, né consigli. Al contrario, un incoraggiamento. E un premio speciale: essere esentati per 6 mesi dalle sanzioni contro l'Iran. Forse l'amministrazione Trump è intervenuta anche sulle corrottissime agenzie di rating yankee perché non calcassero troppo la mano con gli Italian good boys dal momento che per Trump, Bannon e i sagaci ministri di Goldman Sachs sono un utile grimaldello per logorare e scassare l'UE. A tutt'oggi pure i padroni dello spread hanno agito con una certa moderazione. L'impennata vorticosa dello spread a 400 punti e oltre, invocata a gran voce da Repubblica, dal Pd e da Forza Italia, non c'è stata. Non c'è stata grazie anche alla posizione presa dalla BCE, dove Draghi sta dando un buon aiuto al governo italiano con il prospettare la continuazione del QE. Quanto al padronato di Confindustria, ha alternato aperture a posizioni più dure delle strutture provinciali del Nord che temono la rottura con il nucleo forte dell'UE dove esportano le loro merci. Una rottura che gli industriali del Nord Est non vogliono, ma potrebbe avvenire per effetto di processi che sfuggono di mano a chi li ha attivati.

Certo, c'è tensione tra Roma e la Commissione europea, in particolare con alcuni suoi membri. Ad esempio l'Austria del governo "sovranista" e fascisteggiante di Kurz è in prima fila nel chiedere sanzioni all'Italia perché aspira, nel caso il caos aumenti, a rimettere le mani sul Trentino-Alto Adige, mentre manovra per portare in Carinzia, con offerte di agevolazioni fiscali da sballo, intere fette dell'apparato produttivo del Nord Est. L'Olanda, che insieme al Lussemburgo è il paradiso fiscale n. 1 in Europa (è lì che la Exor della famiglia Agnelli ha trasferito la sua sede legale e fiscale), non intende permettere a Roma di contenderle tale primato facendo deficit. La Parigi di Macron, della Total, di Axa e Société Générale ha ingaggiato una lotta a coltello con l'Italia e l'Eni per il controllo della Libia e altri grandissimi affari di petrolio, e sogna, accrescendo la destabilizzazione della situazione italiana, di arraffare Mediobanca e, soprattutto, Generali.

In un'Europa in stagnazione, in continua perdita di colpi e di spazi sul mercato mondiale, in un'Europa che nonostante tutto continua a essere una giungla di nazionalismi, sono in molti a giocare contro il governo Lega-Cinquestelle. Ma l'oggetto del contendere non è lo scontro tra differenti politiche economiche, ordoliberismo contro keynesismo, e meno ancora tra amici dei padroni (la UE) e amici dei lavoratori (i fasciostellati): è tra interessi nazionali (dei rispettivi capitali nazionali) e delle grosse imprese/banche che sono divergenti e sempre più difficili da conciliare.

Se la Commissione di Bruxelles sanziona l'Italia dopo aver socchiuso gli occhi su simili violazioni da parte di Germania e Francia, è solo perché prevale al suo interno l'interesse di più paesi a creare tensioni in Italia. Noi "lavoriamo affinché ci sia pace sociale nella società", sostiene Di Maio nella sua intervista al Corriere. Lo dice in riferimento al vasto e profondo malcontento sociale che si è accumulato per decenni tra i proletari e in vaste aree dei ceti medi, e ne teme la possibile reazione nel caso in cui i due pilastri del successo grillo-leghista, reddito di sudditanza e superamento della Fornero, dovessero crollare. Ma l'identico problema, impedire che esploda lo scontento sociale diffuso ovunque e in via di acutizzazione (vedi Francia), turba i sonni degli altri governi europei. Quindi: mors tua, vita mea. La regola vale pure per i cosiddetti "sovranisti". Orban non accetta un solo immigrato approdato in Italia. Kurz strepita perché l'Italia venga punita (a vantaggio dell'Austria). Le Pen e Melenchon abbozzano ma - sia chiaro - in nome della Francia-prima-di-tutto, e così via.

Né "sovranismo", né europeismo...
Insomma ai due demagoghi professionali (Salvini fa politica di mestiere da trenta anni trenta, Di Maio è il figlioccio di un demagogo professionista quale Grillo, e pure lui non ha fatto altro nella vita) strepitare contro l'UE serve da un lato a difendere gli interessi del capitalismo italiano, dall'altro ad attribuire a nemici esterni la colpa per il mancato miglioramento della situazione degli "strati popolari" che li hanno investiti di fiducia. Per i lavoratori, invece, questo "sovranismo" da pagliacci è insieme truffa e veleno. Perché truffa ci sembra di averlo spiegato. Ma anche veleno perché serve esclusivamente a scatenare ostilità tra proletari autoctoni e immigrati, tra proletari italiani e proletari degli altri paesi europei, mentre abbiamo interesse ad unirci, per lottare insieme contro gli sfruttatori nazionali, la BCE, la Commissione UE, il FMI e quant'altri succhiano il nostro sangue. L'investitura di fiducia (in prevalenza passiva) data da molti proletari ai Salvini e ai Di Maio per la giusta disillusione verso tutti gli altri, e anzitutto verso il Pd, è mal posta. Il loro finto "sovranismo" gli farà solo del male. È il caso di rottamarlo il prima possibile.

Rottamarlo sia nelle versioni di destra che in quelle di sinistra. Abbiamo ascoltato la registrazione dell'intervento di Sapelli, un altro guru dei "sovranisti" nostrani, al convegno milanese di Patria&Costituzione dell'ex-Pd Fassina. Sembrava di stare negli anni '50 del secolo scorso. Ah, quanto è stata grave la perdita del Pci. Ah, quanto è attuale la politica di Togliatti e Amendola di blocco tra classe operaia e piccole-medie imprese. Ah, quanto sarebbe da recuperare il concetto rivoluzionario di patria. Peccato che il corso storico del capitalismo abbia spianato in Europa i partiti riformisti a base operaia ovunque; che la politica di Togliatti e Amendola abbia contribuito a questo risultato; che le basi di un "nuovo compromesso" tra capitale e lavoro in Europa, e in specie in Italia, siano venute meno per la concorrenza spietata degli Stati Uniti e per l'avanzata travolgente della Cina e dei nuovi capitalismi; che siamo entrati da decenni nell'era del capitale finanziario globale al cui feroce dominio non si può sfuggire creandosi un cantuccio protetto, da cosa poi, da barriere doganali? Il passato totalmente idealizzato da Sapelli e altri minori di lui, non può tornare, non tornerà. Il terreno dello scontro tra capitale e lavoro è più che mai internazionalizzato, e lungi dall'essere alla vigilia di un nuovo spettacolare "miracolo economico", siamo dentro la più profonda e sconvolgente crisi dell'intera storia del capitalismo, che un po' alla volta sta erodendo le basi anche del "miracolo cinese".

Del resto basterebbe vedere come sta affondando nel caos e nel ridicolo quella Brexit che, a stare ai suoi promotori, doveva riportare Londra ai fasti dell'impero coloniale. E si ritrova invece con ministri dimissionari o in lacrime, furiosi accoltellamenti nel partito conservatore, rinnovate pulsioni separatiste di Scozia e Irlanda del Nord, pil ai minimi in Europa, il crollo della sterlina, banche che traslocano a Francoforte, famosi atenei che temono perdite miliardarie, gente comune che comincia a fare scorta di medicinali, cibo, carburanti, con gli infermieri che scarseggiano a causa della stretta sull'immigrazione e la Spagna che s'impunta su Gibilterra. Ovviamente, è ciò che più ci interessa, dei formidabili benefici promessi ai lavoratori britannici non si vede neppure l'ombra. È stata una truffa in piena regola, come avevamo predetto. E sembra che settori di lavoratori se ne stiano rendendo conto.

Ripudiare allora il sovranismo per una qualche forma di europeismo? Un europeismo che abbia nel suo programma di democratizzare l'Europa, di trasformare l'autocratica e autoritaria Europa germano-centrica delle banche e delle super-burocrazie in una Europa dei popoli, rappresentativa, partecipata, federale, portatrice al mondo di un "New Deal internazionalista", capace di generare dalla propria testa, come Minerva, una nuova "Primavera europea", l'Europa mitica che è nei sogni di Varoufakis e De Magistris? Neanche per idea. Si tratta solo di illusioni senza sostanza e senza futuro, già bruciate dalla storia reale della costruzione europea degli ultimi 70 anni, andata non per caso nella direzione diametralmente opposta, e dalla storia del tardo-capitalismo reale che prepara e annuncia catastrofi, altro che primavere!

...internazionalismo di lotta!
A questo punto della storia dell'Europa e del mondo capitalistico la sola primavera possibile è quella della rivoluzione sociale anti-capitalista che sradichi i molteplici antagonismi di cui si nutre il capitale: l'antagonismo capitale-lavoro, capitale-natura, capitale-genere femminile, capitale imperialista-supersfruttati di colore. E la sola via che può realmente farci incamminare in questa direzione e uscire dall'interminabile tunnel dei sacrifici è quella della lotta: la lotta contro il governo Lega-Cinquestelle, contro l'Unione europea e contro i "mercati globali" incardinata nella prospettiva dell'internazionalismo proletario.

Fantasie? Ai nostri critici "sovranisti" a cui questa prospettiva appare come qualcosa di idealistico, di astratto, obiettiamo: orbi, non vedete che sono già iniziati gli scioperi internazionali dei lavoratori di Amazon, di Ryanair, di Google? non vedete che da due anni esiste un movimento internazionale delle donne partito dalle due Americhe? non vedete come si è internazionalizzata la marcia dei coraggiosi emigranti centro-americani che sta ora sfidando la fortezza di Trump? non vedete che in Italia il più energico movimento di lotta, quello dei proletari della logistica stretti intorno al SI Cobas, è internazionale già nella sua stessa composizione e sempre più si sta proiettando verso iniziative internazionaliste? non vi dice nulla che sei-sette anni fa, istintivamente, le masse oppresse del mondo arabo cercarono di muoversi insieme all'unisono contro i propri tiranni interni sostenuti dai satrapi del capitale globale, perché solo su questa grande scala possono avere chance di vittoria? e c'è forse una soluzione che non sia globale al precipitoso degrado dell'ambiente? si può fermare il montante militarismo altro che con una battaglia internazionalista delle classi sfruttate contro il montante pericolo di una nuova spaventosa cerneficina mondiale?

Venendo all'Europa di Bruxelles e alle sue pluridecennali politiche anti-operaie, come si fa a non capire che la battaglia per spezzare le catene del Fiscal Compact, del debito di stato, delle politiche di sacrifici senza fine, è una battaglia da dare unitariamente come proletari che vivono in Europa? All'europeismo che, in un modo o nell'altro, mette in concorrenza e contrappone i proletari dell'Europa a quelli degli Stati Uniti, della Cina, della Russia; al "sovranismo" che scaglia i proletari italiani contro i proletari immigrati, e accentua la loro concorrenza con i proletari delle altre nazioni, in Europa e fuori; opponiamo la prospettiva del fronte unico di lotta degli sfruttati internazionale e internazionalista per riconquistare il terreno perduto in termini di salari, orari, diritti, dignità, organizzazione della nostra forza.

Una prospettiva di attesa fin che non si decidono tutti i proletari a partire nello stesso istante con gli orologi sincronizzati? Che obiezione puerile (fu fatta da Cremaschi)! Sosteniamo al contrario che non sarà mai troppo presto tornare alla lotta per rompere la pace sociale cara a Salvini/Di Maio, al padronato italiano e alla UE, per imporre forti aumenti salariali egualitari sganciati dalla produttività e dalla competitività, per conquistare altrettanto forti riduzioni generalizzate di orario, per tagliare il nodo scorsoio del debito di stato, per rimandare al mittente l'assalto ai più elementari diritti strappati con la lotta dalle donne, per segare le spese militari e ritirare tutte le missioni di guerra attive nel mondo, per imporre la sola "grande opera" utile alla società, la messa in sicurezza del fragile territorio, e per tutto il resto.

Qualcosa ha iniziato a muoversi dopo la forte manifestazione del 27 ottobre a Roma. Non accontentiamoci di risposte parziali, della sola lotta al razzismo di stato o al ritornante patriarcalismo. Battiamoci per una risposta generale, unitaria all'intero fronte dei nostri nemici. Che stanno anzitutto lungo l'asse Roma/Milano, palazzo Chigi/Viminale/Borsa. E poi, certo, a Francoforte, a Bruxelles, a Washington, ovunque ci sono presidii militarizzati del capitale globale (i circoli dominanti di Mosca e Pechino ben inclusi nel mazzo). Una risposta, perciò, internazionale e internazionalista, che si saldi con le altre spinte di lotta che stanno in più paesi manifestandosi.

È questa la vera sfida da lanciare e da vincere!

#2 Fabio 2018-12-01 13:42
Rispetto all'articolo, mi permetto di sottolineare come il gruppo del "Cuneo Rosso" sia una delle voci più autorevoli che ha da sempre messo in discussione una rappresentazione idealizzata del governo Lega-M5S, rispetto alla quale molti "compagni" sono ancora oggi subalterni. Vedendo inoltre tutti i provvedimenti governativi (dal decreto Dignità a quello sull'immigrazione e sicurezza) mi pare che la linea complessiva del testo sia assolutamente corretta e puntuale. Vorrei inoltre far notare, che questi compagni sono sempre tra i pochissimi ad aver prodotto analisi aggiornate sulla nuova morfologia della classe lavoratrice italiana che si possono leggere a questo link: https://pungolorosso.wordpress.com/2016/12/17/la-classe-lavoratrice-oggi-in-italia/. In ogni caso, non penso che il nostro problema sia attualmente quello di riesumare il togliattiano blocco sociale tra classe operaia e ceti medi (ipotesi che mi pare emerga tra le righe dal commento del compagno Barone). A scanso di equivoci, non nego l'importanza di ragionare fin da ora su quali e quante frazioni distinte ritroviamo sotto l'etichetta generica dei "ceti medi", ma non la ritengo una necessità impellente. Il problema che al contrario abbiamo di fronte è quello di promuovere in prima istanza una ricomposizione sociale e politica del mondo del lavoro su basi rivoluzionarie ed internazionaliste. Per questo motivo dobbiamo secondo me da un lato smascherare il ruolo classista dell'attuale governo e dall'altro interrogarci su quali forme promuovere un'ampia alleanza tra tutti i lavoratori salariati (precari e non), i disoccupati ed i proletariati dei paesi europei ed extra-europei. Su questa linea mi pare si muovano correttamente i compagni del "Cuneo Rosso" e poche altre forze sociali, sindacali e politiche.
#1 Eros Barone 2018-11-28 13:54
Il tema trattato è molto impegnativo e richiede uno sforzo analitico di cui va dato atto all'autore dell'articolo. Sarebbe necessario, però, approfondire in modo scientifico e sistematico l’analisi di ciò che è oggi la classe operaia e di quale sia la sua reale situazione nel capitalismo monopolistico. Su questo specifico tema, che è essenziale in una prospettiva rivoluzionaria, si registrano due approcci diversi ma equivalenti per la loro inconsistenza cognitiva e per la loro sterilità politica: in buona sostanza, o si parla della classe operaia in modo astratto, prescindendo dalle trasformazioni che la classe ha subìto sia nella sua composizione che nei suoi livelli di coscienza, o se ne parla in modo liquidatorio, esaltando invece improbabili “nuovi soggetti” individuati in base al genere, alla professione o all’orientamento sessuale. Senonché, se andiamo a vedere le statistiche, risulta che, nonostante la sostituzione tecnologica e le delocalizzazioni, la classe operaia in Italia assomma, in tutti e tre i grandi settori dell'economia nazionale, a quasi 9 milioni di salariati, configurandosi come la classe sociale più corposa in quanto costituisce quasi il 50% dei lavoratori dipendenti. Esiste però una forbice, che rappresenta il tallone di Achille di questa classe: il basso livello di concentrazione dovuto al fatto che solo il 22,06% della forza-lavoro è impiegato in aziende con più di 250 dipendenti, mentre il 45,35% è disperso in piccole e piccolissime imprese con meno di 10 dipendenti. Il che rappresenta un grave fattore di debolezza per i motivi a tutti noti (dispersione, ricattabilità da parte del padronato e inapplicabilità dello Statuto dei Lavoratori nelle aziende che sono al di sotto della soglia dei 15 dipendenti). La conseguenza che da ciò deriva è che, stante la bassa concentrazione della forza-lavoro, il senso di appartenenza al territorio tende a prevalere sul senso di appartenenza alla classe (la Lega Nord è il frutto socio-politico di questa eterogenesi), laddove sono evidenti le difficoltà che da ciò parimenti discendono sul terreno dell'iniziativa politica e sindacale. Per quanto concerne l'aspetto retributivo, i salari hanno subìto una sensibile riduzione, aggravata di certo dalla crisi, ma connessa essenzialmente alla tendenza strutturale del capitalismo alla compressione del salario operaio, tendenza rafforzata dalla passività dei sindacati collaborazionisti. E' accaduto così che alla riduzione del salario reale si è sommata l'appropriazione degli incrementi di produttività da parte del capitale in virtù di un maggiore (o più intenso o più prolungato o più precario, a seconda dei casi) sfruttamento della forza-lavoro. Si può dire, quindi, che si è accresciuto il divario sociale tra la classe operaia, che si è impoverita, e i capitalisti, che si sono arricchiti nel corso della crisi. Quest'ultima, tuttavia, ha colpito in modo ancora più duro, in proporzione, ampi settori di piccola borghesia: i dati confermano, infatti, una caduta verticale delle retribuzioni di impiegati, quadri e dirigenti, dei redditi di artigiani, piccoli imprenditori e di alcune categorie di liberi professionisti, confermando la previsione scientifica marxiana circa la proletarizzazione dei ceti medi.
 La conclusione è, allora, che, pur in un quadro irto di difficoltà e di "contraddizioni in seno al popolo", si aprono all'azione dei comunisti praterie vastissime da percorrere e da sfruttare per un lavoro rivoluzionario che, contrapponendosi all'azione della destra fascista, xenofoba e razzista, tenda a costruire un blocco sociale alternativo a quello oggi dominante: un blocco che abbia il suo fulcro nella classe operaia e il suo obiettivo nell’abbattimento di un ordinamento politico e sociale sempre più putrido e di un modo di produzione sempre più rovinoso non solo per il proletariato ma per l'intera umanità.

Da - https://www.sinistrainrete.info/europa/13783-il-cuneo-rosso-la-falsa-sfida-di-lega-cinquestelle-all-unione-europea.html

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 inserito:: Febbraio 17, 2019, 10:16:44 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Storia della protesta dei pastori sardi per il latte che va avanti da 20 anni

Dalla delegazione mandata al G8 di Genova alla bufera sui social delle ultime settimane

Di ROBERTA SECCI 15 febbraio 2019, 11:08

Protesta per il latte
In Sardegna le proteste dei pastori dell'ultima settimana sono un film già visto, da circa una ventina d'anni. Era luglio 2001 quando una delegazione di un centinaio di allevatori sardi raggiunse Genova per trovare visibilità internazionale a sostegno della loro causa in occasione del G8. E, da allora, le azioni eclatanti si sono ripetute con cadenza regolare negli anni.
Sempre gli stessi i problemi denunciati con proteste di piazza, anche molto violente, blocchi stradali, schede elettorali restituite sotto elezioni, occupazioni di palazzi istituzionali, con pecore portate a pascolare a Cagliari davanti al Consiglio regionale da assediare coi trattori e, talvolta, da assaltare: prezzo del latte troppo basso, fragilità del comparto di fronte alla globalizzazione e alle calamità naturali, richiesta di sostegno con risorse regionali, statali e comunitarie per arginare una crisi senza fine, a tratti aggravata dalle periodiche epidemie di lingua blu, la febbre catarrale degli ovini.

Stavolta, però, la protesta è stata amplificata dai social, con i video virali del latte versato ovunque in Sardegna, le immagini dei camion aperti e i loro carichi rovesciati in strada, delle lunghe file di auto bloccate sulle principali arterie dell'isola.

Non solo: mentre in passato i pastori si affidavano alle organizzazioni di categoria e gruppi strutturati, dal Coordinamento pastori al Movimento pastori sardi (Mps) guidato da Felice Floris, la mobilitazione in corso, molto frastagliata e apparentemente spontanea, dilaga di paese in paese, di ovile in ovile mentre le organizzazioni di categoria faticano a contenerla.

Ecco alcuni delle tappe e degli episodi più clamorosi della lunga storia delle proteste del pastori in Sardegna, costellata da continui scontri con l'assessore regionale e i governi di turno, a prescindere dal colore politico, e tregue di breve durata raggiunte a colpi di milioni di euro di risorse pubbliche. Ma nessuno finora ha trovato una soluzione duratura per rafforzare le aziende del settore ovicaprino sardo.

NOVEMBRE 2003
Il centro di Cagliari è paralizzato dai pastori, che occupano l'Aula della Terza commissione consiliare del Consiglio regionale. In 5 mila si riversano in città nell'anno in cui il comparto risente della lingua blu e denuncia l'impatto della campagna di vaccinazione della Regione.

SETTEMBRE 2004
In 2000 bloccano la statale 131 Cagliari-Sassari, dove due camion con verdure e latticini vengono fermati e controllati. La protesta è per il prezzo del latte, pagato a 55 centesimi, a fronte di una richiesta di 85 a litro. Si troverà poi un accordo con la Regione per far avere 14 centesimi in più ai pastori sotto forma di incentivi pubblici allo sviluppo rurale.

NOVEMBRE 2005
Il Copas-Coordinamento pastori sardi porta le pecore sotto il palazzo della Regione. Nuovo blocco sulla Cagliari-Sassari, stavolta per chiedere 62 centesimi a litro contro i 51 proposti dagli industriali.

NOVEMBRE 2007
Coldiretti annuncia trattative con industriali e cooperative di Umbria, Marche e Lazio per vendere fra i 7 e gli 8 milioni di litri di latte ovini ad almeno 75 centesimi a litro.

AGOSTO 2010
Mille pastori protesta in Costa Smeralda, a Porto Rotondo e anche davanti all'aeroporto di Alghero

OTTOBRE 2010
Al porto industriale di Porto Torres 300 manifestanti del Mps forzano i blocchi delle forze dell'ordine. Nel piazzale degli sbarchi, aprono container con carne macellata all'arrivo di una nave da Barcellona. A Cagliari davanti al Consiglio regionale scontri con le forze di polizia, che caricano i manifestanti, e feriti: un pastore perde un occhio. Gli allevatori occupano per qualche giorno il palazzo. Alla manifestazione di Cagliari, la piu' violenta, segue un tavolo di crisi al ministero delle Politiche agricole.

NOVEMBRE 2010
Un migliaio di dimostranti blocca l'accesso alla raffineria della Saras a Sarroch (Cagliari).

DICEMBRE 2010
A Civitavecchia 200 pastori del Mps vengono bloccati dalla polizia per impedire che raggiungano il ministero delle Politiche agricole a Roma ed evitare problemi sulle strade. Scattano denunce per resistenza a pubblico ufficiale e per manifestazione non autorizzata, ma anche le polemiche nei confronti dell'allora ministro dell'Interno della Lega, Roberto Maroni. Nel 2017 i tre leader andato a processo, fra i quali Floris, vengono assolti dal giudice monocratico di Civitavecchia.

FEBBRAIO 2011
Sit-in di 200 pastori davanti alla Borsa di Milano.

LUGLIO 2011
Manifestazione congiunta a Cagliari di Movimento pastori sardi e Movimento artigiani e commercianti liberi, con la partecipazione di circa 2000 persone

AGOSTO 2011
Un centinaio di allevatori del Mps manifesta a Cagliari davanti alla sede delle agenzie Argea e Laore per denunciare le lungaggini burocratiche che bloccano l'erogazione dei fondi destinati al settore.

LUGLIO 2012
Blocco di circa 400 tir al porto di Olbia, per contestare la massiccia importazione di animali in Sardegna e chiedere maggiori controlli.

GENNAIO 2014
Il latte tocca la quotazione 'record' di 95 centesimi al litro, grazie alla tenuta del prezzo del Pecorino romano (7 euro al chilo), con un trend di crescita che porta il formaggio dop sardo a guadagnare 1,25 euro nel 2013 e oltre 2 euro nel biennio 2012-2013. Coldiretti invita gli allevatori che hanno firmato per remunerazioni inferiori ai 90 centesimi a litro a rinegoziare il proprio contratto.

SETTEMBRE 2014
Mps porta un migliaio di pastori in piazza, anche per denunciare la situazione negli ovili a causa della lingua blu. Il Movimento ne aspettava 10 mila.

GIUGNO-LUGLIO 2016
Manifestazione Coldiretti a Cagliari e blocco del Movimento pastori sulla statale 131 Cagliari-Sassari vicino a Oristano per contestare il ribasso del prezzo del latte

GENNAIO 2017
Coldiretti lancia un nuovo allarme dopo che il prezzo del latte crolla a 55 centesimi a litro. "E' a rischio la sopravvivenza dei pastori", avverte l'organizzazione di categoria"

APRILE 2017
Un attivista del Mps scrive a Bill Gates, fondatore di Microsoft, per chiedergli di investire nel comparto agropastorale della Sardegna. Nel frattempo Coldiretti Sardegna promuove il “Tour della Solidarietà del Pecorino romano”.

GIUGNO 2017
Coldiretti denuncia la "peggiore annata" degli ultimi 35 anni è chiede aiuto alla Regione, che nei mesi successivi finirà per concedere aiuti per 45 milioni di euro, dopo nove manifestazioni di protesta a Cagliari.

GENNAIO 2018
200 pastori restituiscono per protesta le schede elettorali in vista del voto per le politiche del 4 marzo successivo.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Da - https://www.agi.it/cronaca/latte_protesta_pastori_sardi-5004954/news/2019-02-15/

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 inserito:: Febbraio 17, 2019, 10:14:25 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Chalençon, "In Francia siamo pronti al golpe e alla guerra civile. Con i grillini ci rivedremo. Siamo alleati"

Il leader dei gilet gialli incontrato da Di Maio e Di Battista, intervistato da Piazzapulita, rivela i suoi piani. E annuncia piena sintonia con il M5S e un nuovo faccia a faccia probabilmente a Roma. "Quel colloquio ci ha dato legittimità internazionale"

14 febbraio 2019

ROMA - Christophe Chalençon, il leader dei gilet gialli incontrato da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista in Francia, rilancia la minaccia di un golpe in Francia in un fuori-onda realizzato a margine dell'intervista di Alessandra Buccini, trasmessa da Piazzapulita su La 7. "Abbiamo dei paramilitari pronti a intervenire perché anche loro vogliono far cadere il governo. Oggi è tutto calmo ma siamo sull'orlo della guerra civile. Quindi si trovino delle soluzioni politiche molto rapidamente, perché dietro ci sono delle persone pronte a intervenire da ovunque. Delle persone che si sono ritirate dall'esercito e che sono contro il potere", dice.

Chalençon dice anche che "la Francia è un bel paese, come l'Italia, ma serve rimetterle sulla retta via" e spiega che con il M5S "è previsto un altro incontro. Dovremmo venire noi a Roma". E alla domanda: "Quindi, alleati? È certo?", risponde: "Sì. Assolutamente". Il leader dei Gilè gialli indica anche Di Battista nella foto scattata nell'incontro francese e commenta: "E' bravo lui! E' un po' come me! ci siamo guardati. E anche se io non parlo italiano, ci siamo capiti al volo".

E sull'incontro Chalençon spiega che sono stati i grillini a contattarlo. "Esatto, E' questo il bello. - dice - Anzi, è straordinario. Il vicepremier del governo italiano che viene in Francia, a Montargis, e nessuno sapeva niente. Ha preso l'aereo ma non si è fermato a Parigi, il cuore del potere. Perché è venuto qui da noi. Abbiamo passato due ore insieme, ed eravamo d'accordo su tutto! Dopo la riunione abbiamo fatto le foto. Ma quando le abbiamo pubblicate: allarme rosso!".

Secondo Chalençon, quell'incontro "ha fatto saltare tutti gli equilibri! E penso che quello che ha fatto segnerà la storia della Francia. Ci ha dato un riconoscimento internazionale E ora altri ci stanno contattando. Ha aperto una breccia e ha fatto tremare Macron".

 © Riproduzione riservata
14 febbraio 2019

Da - https://www.repubblica.it/esteri/2019/02/14/news/chalenc_on_in_francia_siamo_pronti_al_golpe_e_alle_guerra_civile_con_i_grillini_ci_rivedremo_siamo_alletati_-219155590/?fbclid=IwAR3gbU9Edr-51FckiwlyiwPiDx1Mw2lh_VkyCHLEpGV66c6fgrZH3wsShhc

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