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Perché l’Italia non si è mai liberata davvero del fascismo

Di The Vision

Podhum è una piccola località croata, 8 km a nord di Fiume. Intorno alle 7 del mattino del 12 luglio 1942 truppe regolari dell’esercito italiano entrarono nel villaggio, accompagnate dai Carabinieri e dalla milizia fascista. Avevano l’ordine di giustiziare tutti gli uomini tra i 16 e i 60 anni, e lo eseguirono con fucilazioni di gruppo.

Neanche cinque ore dopo gli italiani avevano bruciato quasi tutte le 320 case del villaggio, mentre il resto della popolazione, oltre 800 persone tra donne, vecchi e bambini, venne spedita nei campi di concentramento in Italia. Oggi a Podhum c’è un monumento che ricorda quell’eccidio, riporta 91 nomi di vittime.

L’eccidio di Podhum è uno degli episodi più tragici accaduti in Jugoslavia in quegli anni, e va inserito all’interno di un disegno generale, un’operazione preparata con cura dagli italiani, il cui scopo era lo sterminio delle popolazioni slave dei territori annessi della Slovenia e della Croazia. Gli ordini erano chiari.

Mario Roatta era il comandante della II Armata operante in quei territori, il suo soprannome era la “bestia nera”. Il primo marzo 1942 aveva diramato la Circolare (aggiornata e stampata il primo dicembre, in un opuscolo di circa 200 pagine distribuito a tutti gli ufficiali dell’esercito). Si trattava di un documento programmatico con il quale si dava il via alla cosiddetta Operazione Primavera.

Cardine di quella circolare era il principio di spopolamento attraverso la deportazione e il massacro. Bisognava attuare una pulizia etnica, bisognava colonizzare, e farlo usando i mezzi più brutali. In quella circolare venivano definiti da Roatta i dieci punti che i quadri dell’Armata dovevano tenere “costantemente presente”, due dei quali esemplari per comprendere la totale infondatezza del mito degli ”italiani brava gente”.

Un mito che lo stesso Roatta cercava di allontanare il più possibile: al primo punto della Circolare, infatti, si esigeva il “ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono taliano”. Gli italiani non potevano e non dovevano essere buoni. Per questo, come si specificava al punto 6, “il trattamento da fare ai partigiani” non doveva essere sintetizzato “dalla formula ‘dente per dente’ ma bensì da quella ‘testa per dente’!”

“So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Così scriveva nel 1943 Benito Mussolini ai soldati della Seconda Armata in Dalmazia. Per volere del duce – quello che, grazie al meccanismo di cancellazione della memoria, secondo troppi “a parte la guerra, ha fatto cose buone” – e guidate da generali come Roatta, Graziani, Badoglio, le nostre truppe hanno ucciso centinaia di migliaia di civili, usato gas tossici, deportato donne e bambini nei campi di concentramento, bombardato la Croce Rossa. Tutto per distruggere culture che ritenevamo inferiori, noi che eravamo “i discendenti dell’Impero romano”.

Se non bastasse, dopo aver commesso tali atrocità abbiamo fatto di tutto per cancellarle dalla memoria collettiva. Tutta la storia della giovane Repubblica italiana si fonda sull’inganno che ci ha permesso di considerarci vittime della guerra, anche quando eravamo carnefici. I crimini perpetrati durante e dopo la Seconda Guerra mondiale sono stati coperti, così come i responsabili.

Erano più di mille i presunti criminali di guerra, accusati dai Paesi dell’Africa e dei Balcani, ma nessuno di questi ha mai affrontato la giustizia, per due motivi: da una parte la volontà di creare un mito nazionale, quello degli “italiani brava gente”, che da decenni ormai ci permette di confrontarci moralmente – e autoproclamarci vincitori – con il “rigore” tedesco o lo snobismo inglese e francese. Perché alla fine “l’italiano ti aiuta sempre”. Dall’altra quella di scagionarci e assolverci per sempre, cancellando le atrocità compiute mentre si “onorava la patria”, passando alla storia come vittime della guerra e non carnefici. E in questo siamo stati aiutati dagli Alleati, in particolare da Stati Uniti e Gran Bretagna.

In seguito all’armistizio di Cassibile, con il quale il Regno d’Italia cessava le ostilità verso gli Alleati, dal 18 ottobre all’11 novembre 1943 si tenne la terza conferenza di Mosca: in quell’occasione i rappresentanti degli Alleati – il britannico Anthony Eden, lo statunitense Cordell Hull e il sovietico Vyacheslav Molotov – stipularono la Dichiarazione di Mosca. Gli Alleati dichiaravano di voler agire affinché “I capi fascisti e generali dell’esercito, noti o sospettati di essere criminali di guerra” venissero “arrestati e consegnati alla giustizia.”

Il 20 ottobre venne costituita presso le Nazioni unite la United Nations Crimes Commission, con la partecipazione di 17 Paesi alleati (Francia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Belgio, Cina, India, Nuova Zelanda, Lussemburgo): il suo compito sarebbe stato quello di creare una lista dei criminali di guerra per facilitare l’azione dei governi in tutto il mondo.

Nei suoi Crowcass (Central register of war criminals and security sospects) entrarono così un migliaio di presunti criminali di guerra italiani, richiesti da Jugoslavia, Grecia, Francia, Inghilterra – l’Etiopia aveva tentato di partecipare ai lavori della Commissione per denunciare i numerosi delitti perpetrati sul suo territorio dalle forze di occupazione fasciste, ma non era stata ammessa in quanto la War Crime Commission si occupava solamente dei crimini commessi durante la seconda guerra mondiale.

Eppure, proprio quel generale Badoglio che il 13 ottobre aveva dichiarato guerra alla Germania ottenendo dagli alleati lo stato di “co-belligeranza”, aveva, per esempio, pianificato e messo in atto vari bombardamenti con gas tossici durante le guerre di annessione del ‘35 in Etiopia. Lo stesso Badoglio che poi fu a capo del governo che firmò l’armistizio del ’43; lo stesso in onore del quale Grazzano Monferrato, paese natale del generale, cambiò il nome in Grazzano Badoglio.

Una discussione fra gli Alleati sulla figura di Badoglio si aprì, ma il caso venne abbandonato grazie anche alla pressione del Foreign Office inglese: in un telegramma cifrato spedito all’ambasciatore inglese a Roma nel settembre 1945, si legge: “Dovrebbe cercare di portare all’attenzione dell’onorevole Parri [allora Presidente del Consiglio dei ministri] in maniera confidenziale e ufficiosa, il prezioso contributo che Badoglio ha fornito alla causa alleata, esprimere la speranza che questo contributo venga sottoposto alla attenzione della corte prima dell’udienza”.

È comprovato che gli anglo-americani fossero a conoscenza dei crimini italiani e della loro crudeltà, ma negli anni che seguirono l’armistizio li coprirono, ritenendo utili e affidabili per la lotta anticomunista molti dei nomi compresi in quelle liste. Paese nemico arresosi senza condizioni, l’Italia dopo l’8 settembre 1943 stava subendo l’occupazione tedesca, con numerose vittime fra la popolazione civile; per contro, negli anni di guerra combattuta a fianco della Germania le truppe italiane si erano macchiate di gravi crimini e molti loro ufficiali erano richiesti da Paesi che appartenevano alle Nazioni Unite. E così, pressati dalla necessità di decidere, si decise di prender tempo.

Viste le continue proteste per la mancata estradizione dei criminali di guerra italiani degli ex Paesi occupati, in particolare quelle della Jugoslavia, nel febbraio del 1946 il ministro della Guerra Manlio Brosio propose al presidente del Consiglio De Gasperi di istituire una “Commissione d’inchiesta” che indagasse sui “presunti” criminali di guerra italiani, col fine di “poter giudicare, con i propri normali organi giudiziari e secondo le proprie leggi, quelli che risultassero fondatamente accusati da altri Stati”, onde “eliminare la possibilità di arresti e di consegne di italiani agli Stati richiedenti, senza il concorso dello Stato Nazionale”. D’altronde, come si dice, i panni sporchi si lavano in casa.

È chiaro che Alleati e governo italiano volessero attuare una resistenza passiva alle richiesta dei Paesi esteri. Per questo, nel febbraio del 1948, con la Jugoslavia che continuava a chiedere l’estradizione dei crimini di guerra italiani, l’allora segretario generale del ministero degli Esteri Vittorio Zoppi propose alla Presidenza del Consiglio di “guadagnare tempo evitando di rispondere alle richieste jugoslave, mantenendo un atteggiamento temporeggiante”. La risposta a nome del Presidenza arrivò il 16 febbraio, firmata dal sottosegretario Giulio Andreotti: “Concordiamo con le vostre conclusioni”.

Anche la Commissione italiana non prese neanche in considerazione le azioni svolte dai militari italiani in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, dove anche contro i civili vennero usate bombe a gas, torture ed esecuzioni sommarie, o la deportazione in campi di concentramento.

Sono parecchi gli italiani che si sono resi tragicamente celebri nei Paesi del Nord Africa, come il generale Rodolfo Graziani, soprannominato il “macellaio di Libia”: era uno che attaccava vecchi e malati disarmati e che poi si faceva fotografare con in mano le teste dei “nemici”. Non fu mai processato per questi crimini, perché nessun processo nei confronti delle centinaia e centinaia di criminali di guerra fascisti è stato mai celebrato.

Come sottolineato da Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer in un saggio del 2001 su Contemporanea, “nessuno dei criminali di guerra italiani fu mai giudicato. Nei confronti di alcuni fu spiccato un mandato di cattura da parte della magistratura italiana, ma venne dato a tutti il tempo di mettersi al riparo.”

Questa vicenda è solo parte dell’insabbiamento dei crimini nazifascisti, che vede un ulteriore, assurdo quanto oscuro, capitolo in quello che è stato rinominato da Franco Giustolisi “l’armadio della vergogna”. Nel 1994 venne ritrovato in via degli Acquasparta a Roma, dentro palazzo Cesi-Gaddi, sede della Procura generale militare, un vecchio armadio. Aveva le ante rivolte verso il muro. Così, per quasi 50 anni erano stati tenuti al segreto 695 fascicoli d’inchiesta e un Registro con 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista.

Quell’armadio era la manifestazione in legno, carta e inchiostro dell’occultamento degli orrori perpetrati dai nazifascisti, in Italia e fuori. E oggi più che mai dovrebbe far riflettere la motivazione che si addusse: quella di Stato. Stava infatti iniziando la Guerra fredda, vi era la necessità di evitare problemi alla Germania federale, che in quel periodo stava ricostituendo il proprio esercito e si sarebbe dovuta inserire in maniera forte nell’Alleanza Atlantica, e il governo italiano, così come gli alleati, aveva bisogno di ripulire il più possibile il passato fascista italiano, per utilizzare il Paese nella lotta al blocco sovietico.

Per questo hanno operato insieme per evitare sia di consegnare, ma anche di giudicare, i presunti colpevoli delle stragi.

L’Italia ha così consapevolmente rinunciato al diritto di richiedere la consegna e di perseguire i militari tedeschi accusati di strage in Italia: come sottolineato anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, “il governo italiano si trovava nell’imbarazzante situazione da un lato di negare l’estradizione di presunti criminali italiani, richiesta da altri Paesi, e dall’altro di procedere alla richiesta, proveniente dalla magistratura militare italiana, per l’estradizione di militari e criminali di guerra tedeschi”. Così si decise di non fare né l’una né l’altra cosa.

A prevalere fu quindi una particolare convergenza di intenti tra l’Italia e gli Alleati. Da una parte, infatti, questi comprendevano l’importanza della pedina italiana nella spartizione in blocchi del mondo. Da parte nostra invece c’era la necessità di difendere i presunti criminali di guerra italiani richiesti da altri Stati. Secondo la relazione della Commissione, la difesa a oltranza dei presunti criminali italiani attuata dal nostro Paese fino al 1948 “è responsabilità dei governi dell’epoca, che condivisero la difesa ad oltranza dei presunti criminali italiani, e sacrificarono sull’altare dell’onore dell’esercito italiano la punizione dei gravi crimini commessi dai nazifascisti in Italia.” Dal ’48 in poi a questo si aggiunse una necessità di carattere internazionale, “non mettere in imbarazzo la Repubblica Federale tedesca, tassello essenziale del blocco occidentale. Con la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, così, anche per l’Italia la stagione dei processi per crimini di guerra poteva dirsi conclusa.”

Ecco su cosa si fonda il mito dell’Italiano brava gente, quello del simpatico colonizzatore, del docile conquistatore. Un mito che ha la necessità però di essere costantemente alimentato. E così negli anni il nostro Paese ha continuato a rifiutarsi di analizzare con serietà, con il dovuto distacco, gli orrori commessi in nome e per la gloria della Patria.

Uno degli esempi più grotteschi, quasi ridicoli, è datato 1991. Quell’anno nelle sale italiane veniva presentato Mediterraneo, di Gabriele Salvatores. Il film è uno spaccato di un’ipotetica occupazione italiana su un’isola greca: il contingente italiano, goffo e impreparato, familiarizza con gli abitanti dell’isola, fino ad affezionarcisi e decidendo, in alcuni casi, di abbandonare l’Italia stessa. Mediterraneo vincerà anche il premio Oscar, consacrando in patria e all’estero il mito del buon italiano. Quello che va a prostitute ma poi se ne innamora e torna le rende “donne per bene”. Quello che sì, magari è un po’ nazionalista, ma alla fine, se gli dai da fumare un po’ d’hashish diventa un compagnone, e poi si fa pure fregare i vestiti dai turchi. Quello che “una fazza una razza”, insomma.

Proprio nel 1991 la Rai decise di acquistare dalla Bbc un documentario. Lo comprò, ma non per mandarlo in onda, anzi per il motivo opposto. Una decisione incomprensibile, almeno fino a quando non si legge il titolo di quel documentario: Fascist Legacy.

Era andato in onda due anni prima in Inghilterra, e raccontava degli ottocento criminali di guerra italiani responsabili della morte di circa un milione di civili e di come fossero sfuggiti a qualsiasi processo perché inglesi e americani avevano bisogno di loro per mantenere i comunisti fuori dal governo. Raccontava gli orrori dell’occupazione italiana in Jugoslavia, Albania, Grecia, della Libia, Etiopia. Narrava in che modo questi erano venuti finalmente a galla grazie a un’indagine compiuta negli archivi diplomatici americani e inglesi e in quelli della Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra.

Già nell’89 il documentario aveva suscitato accese polemiche: l’allora ambasciatore italiano a Londra Boris Biancheri inviò addirittura una lettera di protesta al presidente della Bbc Marmaduke Hussey, accusando il programma di prendere di mira l’Italia su un tema che ha in realtà dimensioni ben più ampie; quando poi il consulente storico del programma, Michael Palumbo, chiese di discutere la sua trasmissione con l’ambasciatore italiano, questo si rifiutò sostenendo che i giudizi globali devono essere lasciati agli storici. Per questo era meglio che nessuno in Italia vedesse quel documentario. Solo nel 2004 La7 ne trasmise degli stralci durante il programma Altra Storia.

Come per le discariche sommerse di cui è pieno il nostro territorio, anche la storia dell’occultamento dei crimini nazifascisti ogni tanto torna a galla, attraverso episodi che sembrano marginali. Come quando, ancora nel 2001, l’Etiopia accusava l’Italia di non rispettare gli accordi internazionali rifiutandosi di comunicare la posizione dei suoi depositi segreti di armi chimiche risalenti al periodo dell’occupazione. Qualche settimana prima durante alcuni lavori in una scuola nella regione settentrionale del Tigray, i muratori avevano trovato un deposito nascosto con munizioni e granate. Avevano dovuto sospendere i lavori per paura che si trattasse delle armi con gas tossico.

È anche grazie a questa enorme operazione di insabbiamento che oggi un ministro può permettersi di dire che a lui “interessa poco il derby fascisti-comunisti”. Per questo può permettersi di non celebrare la Liberazione dell’Italia. Perché del fascismo in realtà l’Italia non si è mai liberata.

* Per ulteriori approfondimenti, Contropiano consiglia la lettura di Criminali di guerra italiani, di Davide Conti e Il caso Roatta, di Laura Bordoni, entrambi editi da Odradek.

27 Aprile 2019 - © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Da - http://contropiano.org/interventi/2019/04/27/perche-litalia-non-si-e-mai-liberata-davvero-del-fascismo-0114877?fbclid=IwAR1Rn-dA_VeiHTfpCYWnxaSlQ1QmTl7zSnwNXK_Dmi_0nhLX795ucfqaFzw

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 inserito:: Febbraio 20, 2020, 07:06:09 pm 
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Un’esperta di disruption spiega come Amazon, Google e Apple ‘smantelleranno’ la sanità: ‘Il cambiamento è già iniziato’


Joe Ciolli e Lydia Ramsey   

Amy Webb, futurologa quantitativa e professoressa di previsione strategica alla Nyu, si aspetta che colossi tech come Amazon e Apple “smantellino il settore dell’healthcare nella forma che conosciamo”

“Arriverei a sostenere che lo stiano già facendo” ha detto Webb a Business Insider al margine del World Economic Forum a Davos, in Svizzera
Leader tecnologici come Google, Amazon e Apple sono sempre più focalizzati negli Stati Uniti sull’espansione nel settore della sanità, mediante strategie che comprendono l’apertura di cliniche, lo sviluppo di dispositivi per il fitness in grado di monitorare i dati sulla salute e la creazione di team specializzati in scienze biologiche


DAVOS (Svizzera) — Le aziende tech si stanno preparando a “rubare il pranzo” ai player del settore sanitario.
A pensarlo è Amy Webb, futurologa quantitativa e professoressa di previsione strategica alla Stern School of Business della New York University (Nyu). Quando Business Insider le ha chiesto una previsione che a suo parere si materializzerà sebbene la maggior parte degli altri osservatori non lo credano, la sua risposta ha riguardato il rapporto fra le grandi aziende tecnologiche e l’healthcare.

“Amazon, Google e Apple smantelleranno completamente il settore sanitario nella forma che conosciamo” ha detto Webb a Business Insider a margine dell’incontro annuale del World Economic Forum a Davos, in Svizzera.

“Dalla diagnostica ai farmaci al rapporto medico-paziente, e arriverei a sostenere che lo stiano già facendo” ha aggiunto.

Leader tech come Google, Amazon e Apple sono sempre più focalizzati negli Stati Uniti sull’espansione nel settore della sanità. Hanno attuato strategie basate per esempio sulla creazione di divisioni specializzate nelle scienze biologiche e sull’offerta di hardware come i fitness trackers, e ci sono alcuni segnali del fatto che siano intenzionate a erogare assistenza sanitaria.

Le tech company godono di un vantaggio che i player consolidati del settore sanitario non hanno quando prendono iniziative per cambiare le modalità operative seguite al suo interno.

“Una parte del loro vantaggio riguarda il fatto che le questioni normative a cui i player tradizionali devono far fronte non valgono allo stesso modo per loro” ha detto Webb, facendo riferimento alle norme che tutelano la privacy in relazione ai dati dei pazienti all’interno degli studi medici e negli altri istituti sanitari consolidati. “Potremmo avere, fra vent’anni, un approccio completamente diverso con fornitori completamente diversi.”

L’esperta ha segnalato in particolare gli strumenti in via di sviluppo che raccolgono informazioni sulla nostra salute, per esempio dispositivi wearable come FitBit, che Google sta acquisendo, o l’Apple Watch e assistenti vocali come Alexa di Amazon.

In futuro, queste informazioni e altri sensori e strumenti potrebbero essere usati per tracciare un quadro migliore della salute di un paziente senza necessità di una visita in uno studio medico. Questo va al di là delle intenzioni iniziali nello sviluppo di dispositivi.

“Quello che sta succedendo in una sorta di modo trasparente — dato che questo non è l’utilizzo principale di tutte queste tecnologie — è la trasformazione delle nostre case in cliniche” ha osservato Webb.

Da - https://it.businessinsider.com/disruption-amazon-google-apple-smantellano-la-sanita-apple-watch-fitbit-alexa-controllo-salute/


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 inserito:: Febbraio 20, 2020, 07:01:28 pm 
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28 LUGLIO 1794: GHIGLIOTTINATO ROBESPIERRE

    Galli Gabriele
    28 Luglio 2016
   
Nato ad Arras, nella Francia del Nord, Robespierre rimase molto giovane orfano di madre. Abbandonato dal padre, fu cresciuto dal nonno materno e dalle zie. Lui stesso si prese cura dei tre fratelli più giovani. Brillante studente, si laureò in giurisprudenza e divenne avvocato. Per un breve periodo esercitò anche la professione di giudice ma la abbandonò ben presto perché si rifiutò di pronunciare una condanna a morte. Democratico, progressista, repubblicano rivoluzionario e seguace delle correnti filosofiche di Jean-Jacques Rousseau, Robespierre non appena eletto deputato negli Stati Generali nel 1789, come rappresentante del Terzo Stato fu subito tra i primi firmatari del giuramento della Palla Corda in cui il Terzo Stato si autoproclamò Assemblea Nazionale Costituente. Durante i due anni di vita 1789-1791 della Costituente, Robespierre si distinse per l’eloquenza e la combattività, battendosi con fermezza per la libertà di stampa, il suffragio universale e l’istruzione gratuita e obbligatoria e contro la pena di morte. Robespierre fece parte dal 1789, del club Bretone, diventato, in seguito allo spostamento del re e dell’Assemblea da Versailles a Parigi (6 ottore 1789), Club dei Giacobini. Nell’aprile del 1790 gli venne data la presidenza del Partito Giacobino, che egli spostò su posizioni rivoluzionarie (oggi si direbbe di estrema sinistra). Inoltre, in questa veste, egli chiese a gran voce l’abolizione della monarchia e l’approvazione di alcune riforme che abrogavano i privilegi della nobiltà e del clero. Si guadagnò così il favore delle correnti più estremiste che in quel momento realizzavano la Rivoluzione Francese. A comprova dell’insondabilità del personaggio Robespierre – colui che sarebbe stato in seguito il principale personaggio del cosiddetto periodo del Terrore – solo tre anni prima all’Assemblea Costituente intervenne contro la pena di morte con un appassionato discorso.

Contrario all’esportazione frettolosa della Rivoluzione negli altri paesi (“si farà, ma con calma”, disse lui stesso in un circolo politico), si oppose con fermezza alla guerra che il Partito Girondino dichiarò (tra l’altro con risultati militari ottimi) all’Austria. Iniziò così la sua grande rivalità con i girondini, che erano nati proprio da una scissione a destra del Partito Giacobino. Preoccupato dagli eventi bellici, dai tentativi contro-rivoluzionari e deciso a dare un colpo mortale alla monarchia e all’antico regime, egli decise di sostenere la politica del cosiddetto “Terrore”. Il Terrore mirava ad eliminare fisicamente tutti i possibili rivali della Rivoluzione Francese. Il numero delle vittime causate dal periodo del Terrore (che peraltro durò un solo anno) è tuttavia difficilmente quantificabile, ma pare che sia intorno ai 70.000 uomini, prevalentemente appartenenti alla media borghesia. Altri storici parlano con le approssimazioni del caso di circa 35 000 esecuzioni, delle quali ben 12 000 senza processo e ricordano la metodica cancellazione di ogni forma di dissenso anche mediante l’incarcerazione di circa 100 000 persone (ma alcuni studiosi arrivano addirittura a 300 000) soltanto perché sospettate di attività controrivoluzionaria. Furono ghigliottinati, tra gli altri, Georges Danton e Jacques-René Hébert, popolari capi rivoluzionari e Olympe de Gouges che si batteva attivamente per i diritti delle donne, da sempre negati da Robespierre. Contrario a ogni affievolimento e a ogni tentativo moderato Robespierre, temendo la perdita di un controllo morale, proclamò religione dello stato il culto laico dell’Essere Supremo basato sulle teorie di Rousseau. Dal punto di vista filosofico, il culto dell’Essere Supremo derivano dal sincretismo degli ideali razionalisti degli illuministi, del deismo di Voltaire e soprattutto delle idee di Rousseau, a cui s’ispirava Robespierre. Essi volevano rappresentare una simbolica adorazione degli ideali di libertà (d’espressione, di pensiero, ecc.) e di uguaglianza nati con l’Illuminismo. Una nuova Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino fu emanata nel 1793, dopo quella del 1789. Dal punto di vista politico, questi culti erano emanazione del giacobinismo radicale, soprattutto nel caso del culto dell’Essere Supremo. Il suo estremismo gli attirò così le antipatie di vaste fasce della popolazione francese. Venuto meno il pericolo di un’invasione straniera (nel giugno 1794, l’esercito francese sconfisse definitivamente gli austro-prussiani), buona parte dei francesi cominciò a percepire Robespierre non più come una guida, ma come un pazzo sanguinario, soprattutto perché il crescente clima di delazione e terrore da lui voluto fece sentire ognuno possibile bersaglio e futura vittima della ghigliottina. Il 26 luglio 1794, Robespierre al cospetto della convenzione nazionale, proferì oscure minacce nei confronti di deputati accusati di essere anti-rivoluzionari. Fu duramente contestato: gli fu rimproverato di avere assassinato Danton. Stessa sorte toccò il giorno successivo al suo sodale Saint-Just. Alle cinque del pomeriggio del 27 luglio, Robespierre, Couthon e Saint-Just, con due altri giovani deputati, Augustin Robespierre (fratello di Maximilien) e Philippe-François-Joseph Le Bas, gli unici rimasti nella convenzione a sostenere Robespierre, furono arrestati. Il giorno successivo, stroncato un tentativo di liberazione organizzato da sostenitori di Robespierre, Rosbespierre e altre venti persone vennero ghigliottinate. Con la morte di Robespierre finisce il periodo del Terrore. Iniziò così il governo dei Termidoriani e il potere passò alla borghesia moderata.
Robespierre è una figura storica molto controversa, ma che comunque ha affascinato gli storici di tutto il mondo. Albert Soboul, ad esempio, ha sottolineato la bontà delle sue riforme a favore delle classi svantaggiate, ma ha anche ricordato la sua folle intransigenza durante il periodo del Terrore. Altri storici puntano il dito contro l’entourage di Robespierre del quale egli sarebbe stato sostanzialmente ostaggio nel periodo del terrore. L’Enciclopedia Britannica dipinge Robespierre come fanatico e incorruttibile. Secondo alcune moderne teorie storiografie la figura di Robespierre influenzò addirittura il sanguinario dittatore comunista cinese Mao Zedong, che in effetti lesse da giovane tutte le sue opere. Inoltre, il motto di Robespierre “imporre la virtù, anche con la forza” è diventato un caposaldo del maoismo.

Da - https://www.ilditonellocchio.it/28-luglio-1794-ghigliottinato-robespierre/

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 inserito:: Febbraio 20, 2020, 06:59:49 pm 
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Quel 9 febbraio

Davide Giacalone
8 febbraio 2020

“Roma. Repubblica. Venite”. Neanche più nei quiz lo si ricorda, forse è considerata una domanda troppo difficile. Il messaggio fu lanciato da Goffredo Mameli (sì, proprio quello che scrisse l’inno della nazionale di calcio) ed indirizzato a Giuseppe Mazzini. Era successo l’incredibile.
Poche settimane prima, a Milano, il copione era stato diverso. Ad agosto, del 1848, il coraggioso Carlo Alberto aveva chiesto ai milanesi di lasciarsi invadere dagli austriaci ed il popolo gli aveva gridato del traditore. Popolo non certo più coraggioso, se è vero che così si rivolgeva a Radetzky: “Heil Radetzky! Semm minga staa num, hin staa i sciouri”. Ma le Cinque Giornate avevano effettivamente mobilitato il popolo, e tutti popolani erano i trecento morti elencati da Carlo Cattaneo (trecento insorti, a fronte dei quattromila morti nelle fila austriache).
Mazzini non volle piegarsi alla resa, si unì a Garibaldi, poi riparò in Svizzera. Anche nella confederazione venne inseguito dalle proteste austriache ed espulso.  Sotto falso nome fu a Marsiglia, da qui s’imbarcò per Livorno. I giorni della riscossa erano vicini. L’oscurantismo papalino non tardò a reagire e Pio IX, da Gaeta dove era scappato si rivolse ai romani: “I liberali, i giacobini, i carbonari, i repubblicani non sono che sinonimi. Essi vogliono disperdere la religione e tutti i ministri. Noi dobbiamo invece disperdere sino le ceneri della loro razza”, che come dimostrazione d’amore cristiano, davvero, non c’è male.
I romani accolsero invece Mazzini, che per la prima volta metteva piede nella città sognata, entrando il 5 marzo dalla Porta del Popolo, il 9 febbraio l’Assemblea aveva proclamato la Repubblica Romana. Al centro della piazza, sull’obelisco, era stato posto il berretto frigio. La Roma che trovò ben rappresentava la sana amministrazione papalina, i cui emuli non si sono ancora estinti, benché non più papalini: era sporca, puzzolente, malsana, piena di mosche ed escrementi, con le rovine imperiali abbandonate a pascoli e vandalismi. Scrive Romano Bracalini che “Roma era una città di preti, di mignotte e di morti di fame la cui vita media non superava i trent’anni”. Lo Stato Pontificio aveva 2.732.000 abitanti, di questi 32.000 erano preti, i quali assorbivano un reddito di 85 milioni di scudi. Gli altri, i 2.700.000, dovevano dividersi 31 milioni. Giacomo Leopardi, pochi anni prima, aveva scritto al padre di sentirsi in pace ed al sicuro una volta giunto a Firenze, che a Roma, invece, non si poteva esser sicuri di rincasare vivi.
E se il papato non assicurava il benessere, le cose andavano anche peggio in quanto a giustizia. I preti non pagavano imposte e non potevano essere portati innanzi ad un tribunale, essendo quello ecclesiastico l’unico competente al loro riguardo. I cardinali, poi, non potevi neanche denunciarli al tribunale ecclesiastico, se non con il loro consenso. In questa situazione non è difficile comprendere il perché nessuno sentì la mancanza di Pio IX.
Certo, il papa manteneva una sua influenza internazionale, ed il primo sintomo preoccupante, per la Repubblica Romana, fu che un solo paese straniero la riconobbe: gli Stati Uniti d’America, che, però, non avevano l’influenza d’oggi.
Mazzini rifiutò i pieni poteri (era fumatore, ma non si hanno notizie sull’eventualità che abbia mai assaggiato il Mojito), non volle fare il dittatore e nacque il triunvirato, con Aurelio Saffi e Carlo Armellini. A Roma affluirono volontari e patrioti da ogni parte d’Italia e d’Europa. Cominciò il governo repubblicano, con il suo capo che lavorava a palazzo della Consulta e aveva preso casa a via Due Macelli, a due passi. Tutto in una modestia assoluta e maniacale, con ogni centesimo dedicato alla cosa pubblica, e con un unico elemento di dolcezza: fiori freschi tutti i giorni, sul tavolo, dono di una delle sue ammiratrici. Le prime decisioni furono simboliche ed importanti: abolita la pena di morte (il papa mandava volentieri gli oppositori al creatore); abolita la tortura; abolito l’arresto indiscriminato, possibile solo in flagranza di reato; abolito il tribunale del Sant’Uffizio, dispensatore generoso delle prime tre cose. Libertà d’espressione del pensiero e di stampa, naturalmente estesa ai giornali dell’opposizione che, difatti, non smisero mai di calunniare. Libertà religiosa, con rispetto dei cattolici e liberazione di quanti erano stati da loro perseguitati e rinchiusi, ebrei in testa. Pio IX reagiva dando a Mazzini del “comunista”, ma il triunviro rispondeva in modo più pacato e sensato di quanto non fecero poi altri, che comunisti effettivamente furono: “Il papa deve sapere che il comunismo (…) è avversato dai più fra i repubblicani e tenuto da noi siccome concetto antiprogressivo, ostile alla libertà umana”. Sapeva veder lontano, l’esule in Patria.
Dopo più recenti cerimonie ampollose e cretinerie profuse a sazietà, mi pare opportuno ricordare una decisione, diciamo così, extraterritoriale della Repubblica Romana: il Po fu dichiarato “fiume nazionale”.
La Repubblica fu tradita, dai francesi. Mazzini non lo avrebbe mai creduto possibile. Il papa li chiamò a difendere la cristianità e Luigi Napoleone, nipote del grande, sia pure affrontando una certa opposizione interna, accorse per garantirsi un impero. La storia lo ricorderà come “Napoléon le petit”. Le truppe francesi, capitanate da Oudinot, attaccarono il 30 aprile, ma a Porta cavalleggeri seimila francesi armati di tutto punto furono respinti e da Porta San Pancrazio Garibaldi uscì per attaccarli a colpi di baionetta. Una resistenza eroica, che costrinse i galli ad alzare bandiera bianca ed a ritirarsi. I romani caduti furono 69, mentre 250 i francesi, con 400 feriti e 300 prigionieri. Una disfatta. Ma qui Mazzini commise un errore di generosità, volendo credere alla lealtà di chi era anch’esso repubblicano ed anch’esso schierato sotto ad un tricolore.
Garibaldi avrebbe voluto inseguire i francesi e farli definitivamente a pezzi, Mazzini impose la moderazione, la trattativa, giunse a restituire i prigionieri, dopo averli curati ed assistiti, dopo averli rispettati come “bravi soldati della repubblica sorella”. L’eroe dei due mondi, imbufalito, si dedicò al fianco sud ed andò a sconfiggere i borboni di Napoli, che schieravano quasi solo mercenari.
I francesi finsero di trattare, presero tempo, mandarono spie a documentarsi sulle difese romane, alla fine, ed a tradimento, attaccarono la notte del 3 giugno. Morirono Dandolo, Masina, Mameli, Manara. L’eroismo dei romani non poté fermare il nemico del quale ci si era fidati, che tagliava le condutture d’acqua, che non si faceva scrupolo di colpire chiese ed ospedali. Il 3 luglio, dopo un mese furioso ed eroico, i francesi presero possesso della città. Conquistata, ma non domata, che seppe ancora parlare, come solo i romani sanno fare, per bocca di Pasquino:

Allons, enfants de sacrestie,
le jour de la hont est arrivé!
Par vous main de la tyrannie
L’étendard sanglant est sauvé …
Aux armes, sacristains! formez vos bataillons!
Marchons! Le pape est roi de droit de nos canons.

E nulla di peggio poteva cantarsi sull’aria della gloriosa marsigliese.
Il papa non brillò per coraggio, volle essere sicuro di non correre rischi e di non mettere a repentaglio il suo alto magistero, pertanto rientrò a Roma nell’aprile del 1850. Si congedò dal borbone Ferdinando chiamandolo figlio e ringraziandolo per la protezione. Ferdinando: un figlio degno del padre, un uomo che la storia ci consegna come “re bomba”, colui che nel 1848, per reprimere le rivolte siciliane, non aveva esitato a dar ordine di sbudellare i bambini, violentare le donne, distruggere le chiese, bombardare Messina, ridurre in macerie Catania.
Mazzini, al contrario del papa che tornò in ritardo, esitava ad andarsene, rimase anche dopo l’arrivo dei francesi, rimase per vedere quel che succedeva, per non separarsi dal sogno della Roma repubblicana. Temeva più per le proprie idee che per la propria pelle, al contrario del pontefice, che annetteva un sacro valore alla seconda.
Sì, lo sappiamo, son cose da polveroso museo risorgimentale, da visitarsi in gita scolastica e da dimenticare ancor prima di essere usciti. Onorare, al giorno d’oggi, la Repubblica Romana?  Ma è roba da pazzi!  Eccoci.

Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
@DavideGiac

Da - https://www.glistatigenerali.com/storia-cultura/quel-9-febbraio/

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 inserito:: Febbraio 20, 2020, 06:56:36 pm 
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Foa (università di Cambridge): la democrazia è in crisi, ma il populismo non è la causa ma l’effetto.

Mattia Sisti

Roberto Stefan Foa, University Lecturer del Department of Politics and International Studies (POLIS) presso l’Università di Cambridge.
Business Insider ha intervistato il Prof. Roberto Stefan Foa, University Lecturer del Department of Politics and International Studies (POLIS) presso l’Università di Cambridge riguardo alla crisi della democrazia. Questa intervista è un’approfondimento di un articolo sullo stesso tema pubblicato da Business Insider.

Prof Foa, nel suo report lei sottolinea come l’insoddisfazione verso la democrazia riguarda anche quei Paesi che hanno istituzioni democratiche, come gli Stati Uniti e le nazioni che sono parte dell’Unione Europea. Può spiegare ulteriormente le sue conclusioni nonché le ragioni dietro questo fenomeno?

Il mio collega Andrew Klassen ha messo insieme dati provenienti da oltre 25 fonti differenti, dandoci così una serie di dati continui riguardo a 77 paesi dal 1995 a oggi. L’argomento della nostra ricerca è il livello di scontento verso la democrazia da parte del grande pubblico. Dai nostri dati si può facilmente ricavare come l’insoddisfazione nei confronti della democrazia sia aumentata, specialmente nel Sud Europa, nell’America Latina e nelle democrazie anglo-sassoni, come gli Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito e l’Australia. Le ragioni che possono spiegare questo fenomeno sono le più varie. Ma io credo ci siano due motivi principali:

• Il primo riguarda le democrazie in fase di transizione, come quelle dell’America Latina. Durante il periodo di transizione la democrazia era vista come una forza positiva, capace di ridurre la corruzione, dare servizi migliori ai cittadini e rafforzare lo stato di diritto. Nonostante grandi speranze, il risultato finale è stato una delusione perché i governi democratici non sono stati in grado di risolvere i problemi di questi paesi.

• Il secondo motivo riguarda l’Occidente. La dinamica che ha causato il malcontento verso la democrazia è dovuta ad un sentimento di privazione del benessere economico unito ad un generale senso di impotenza. Questo sentimento di rivalsa può essere ricondotto alla crisi finanziaria del 2008 ed alla crisi del debito dell’Eurozona. Il grande pubblico ha dovuto sopportare molti disagi economici, mentre i capi delle grandi banche, incluse quelle che sono andate in bancarotta come Lehman Brothers, sono stati salvati. Questo ha generato un diffuso senso di ingiustizia e risentimento nel grande pubblico verso le istituzioni democratiche le quali sono state ritenute colpevoli di aver imposto misure di austerity a large fette della popolazione ma non ad altri.

Focalizziamoci per un momento sui più importanti avvenimenti degli ultimi anni, come la Brexit, l’elezione di Donald Trump, la strategia politica di Bannon in Europa, la quale ha portato ad un ruolo di prominenza molti leader populisti come Salvini, ed, infine, il regno di Putin in Russia. Che ruolo pensa abbiano giocato questi eventi nel contesto dello scontento del pubblico verso le istituzioni democratiche?

Secondo me ci sono due fasi che possono spiegare questi fenomeni. L’insoddisfazione verso la democrazia, come ho sottolineato poco fa, è iniziata molto prima dell’ondata populista di Brexit e Donald Trump che sono apparse solo nel 2016. I populisti non rappresentano l’origine di questa frustrazione che è cominciata molto tempo prima. In questo senso il populismo non è una causa ma l’effetto dell’insoddisfazione del pubblico verso la democrazia ed è per questo motivo che può essere chiamata la seconda ondata in termini cronologici.

È interessante notare come ciò che possiamo derivare dai nostri dati è che, in molti casi, il sentimento di frustrazione diminuisce quando i leader populisti vengono eletti. Questo fenomeno non dura a lungo però. Una volta che i problemi iniziano a manifestarsi, questo sentimento ritorna, un effetto dovuto in ultima istanza ai populisti stessi. Da una parte, non è certo possibile vincere un’elezione con l’idea che le élite siano corrotte ed incompetenti se non c’è nessuno disposto a crederlo. Dall’altra, i leader populisti devono costantemente creare nuovi conflitti e risentimento al fine di mantenere il potere. Una metafora che può risultare utile per comprendere questa dinamica è quella della scintilla e del fuoco: il risentimento è la scintilla e il populismo è il fuoco. Anche la scintilla più piccola può generare un grande fuoco il quale, una volta iniziato a bruciare, è capace di generare internamente il suo stesso combustibile.

Ma esistono due aspetti ulteriori che sono degni di essere notati.
• Il primo è rendersi conto che i populisti rispondono ad un certo tipo di rabbia che viene poi rilasciata all’esterno. Il pubblico può essere insoddisfatto verso una serie di problematiche endemiche ai loro stessi paesi, come lo stallo democratico, ansie riguardo al crimine e allo stato di diritto e corruzione diffusa. Dunque, ciò che possiamo vedere nei nostri dati è un trend molto significativo, e cioè che una crescente fetta del pubblico preferisce “l’uomo forte”, ovvero qualcuno che sia chiaramente al comando e che abbia autorevolezza, piuttosto che “il parlamento e le elezioni”, in modo da risolvere una volta per tutte le problematiche prima menzionate. Il caso dell’Italia è particolarmente interessante: in un sondaggio piuttosto recente questo numero ha raggiunto il 50%. È a questo punto che possiamo vedere una crescita di slogan populisti come “prima la legge e l’ordine” (uno degli slogan di Salvini ndr.).

• Il secondo è che, una volta eletti, i populisti prendono alcune decisioni politiche il cui effetto è un aumento del discontento. La ragione di ciò è l’esistenza di uno stato di paralisi inerente ad un governo populista, come i continui litigi tra il governo e le corti di giustizia oppure una crescita economica stagnante. Un esempio di quest’ultimo è l’inflazione galoppante con Chavez in Venezuela e con Erdogan in Turchia. È a questo punto che avviene la regressione democratica, ovvero quando i leader populisti sono rimasti al potere da un po’ di tempo. La ragione solitamente è che le élite che circondano i populisti—un famoso esempio possono essere gli oligarchi russi—diventano sempre più preoccupate di che cosa potrebbe succedere loro una volta che il leader se ne sia andato. Avvenimenti allarmanti fanno la loro comparsa, come la censura della stampa e dei media, e restrizioni verso le libertà personali.

In conclusione, aveva torto Fukuyama quando ha affermato nel suo libro La fine della storia e l’ultimo uomo pubblicato nel 1992 che la storia era finita (traendo spunto da un famoso concetto hegeliano) e che per questo motivo, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, saremmo tutti vissuti sotto istituzioni democratiche liberali?

Ho notato che al giorno d’oggi va sempre più di moda affermare che Fukuyama abbia commesso un errore con “La fine della storia”. Al contrario, io credo che Fukuyama abbia ragione—perlomeno in alcuni ambiti. Il primo è che il totalitarismo è scomparso dal nostro mondo. Non solo non è più ritenuto credibile come alternativa ideologica e sistematica alla democrazia, ma anche le forme di governo non liberali, le cosiddette “democrazie illiberali”, seguono funzioni basilari di competizione tra più partiti così come un certo grado di dibattito pubblico riguardo alle sue politiche grazie all’avvento di Internet. Per fare una comparazione, è importante ricordare come tutte queste cose erano impossibili in un regime totalitario come l’Unione Sovietica negli anni ’50.

Certamente, le forme di governo totalitarie, come il fascismo o il comunismo, non sono ritornate, anche se la credibilità del liberismo si è erosa nel corso del tempo, cosa che può essere riconosciuta come il male del nostro tempo. Ma anche in questo caso le democrazie illiberali non sono un’alternativa alle loro controparti liberali. Inoltre, è importante ricordarsi che il fascino delle prime potrebbe sempre venir meno in futuro, o forse che lo sta già facendo sotto i nostri occhi. La ragione per cui siamo incapaci di percepire la scarsa appetibilità delle democrazie illiberali potrebbe essere collegata ad una delle frasi più celebri di Hegel: “la nottola di Minerva spicca il volo sul far del crepuscolo”. Il che significa: noi verremo a conoscenza di ciò solo dopo il suo essersi già verificato.

Da - https://it.businessinsider.com/foa-universita-di-cambridge-la-democrazia-e-in-crisi-ma-il-populismo-non-e-la-causa-ma-leffetto/

 6 
 inserito:: Febbraio 20, 2020, 06:52:23 pm 
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Non voglio essere un eroe.

Ho ancora i miei genitori, i miei figli,
la mia moglie incinta che sta per partorire
e ci sono ancora molti miei pazienti nel reparto.
Sebbene la mia integrità non possa essere scambiata con la bontà verso gli altri,
nonostante la mia perdita e confusione,
devo ancora continuare,
Chi mi ha lasciato scegliere questo paese e questa famiglia?
Quanti lamentele ho?
Quando questa battaglia sarà finita,
io guarderò il cielo,
con lacrime che sgorgheranno come pioggia.
Non voglio essere un eroe,
ma solo un medico,
non riesco a guardare questo virus sconosciuto
che fa del male ai miei pari
e a così tante persone innocenti.
Anche se stanno morendo,
mi guardano sempre negli occhi, con la loro speranza di vita.
Chi avrebbe mai capito che stavo per morire?
La mia anima è in paradiso,
guardando quel letto bianco di ospedale,
su cui giace il mio stesso corpo,
con la stessa faccia familiare.
Dove sono mio padre e mia madre?
E la mia cara moglie,
quella ragazza per cui stavo lottando fino all’ultimo respiro.
C’è una luce nel cielo!
Alla fine di quella luce c’è il paradiso di cui spesso la gente parla.
Preferirei non andare,
preferirei tornare nella mia città natale a Wuhan.
Ho la mia nuova casa lì appena acquistata,
per la quale devo ancora pagare il prestito ogni mese.
Come posso rinunciare?
Come posso cedere?
Per i miei genitori perdere il figlio quanto deve essere triste?
La mia dolce moglie, senza suo marito, come potrà affrontare le future vicissitudini?
Me ne sono già andato
Li vedo prendere il mio corpo,
metterlo in una borsa,
dentro la quale giacciono molti connazionali.
Andati come me,
spinti nel cuore del fuoco,
all’alba.
Arrivederci, miei cari.
Addio, Wuhan, la mia città natale.
Spero che, dopo il disastro,
ti ricorderai che qualcuno ha provato a farti sapere la verità il prima possibile.
Spero che, dopo il disastro,
imparerai cosa significa essere giusti.
Mai più brave persone
dovrebbero soffrire di paura senza fine
e tristezza profonda e disperata.
Ho combattuto la buona battaglia,
ho terminato la corsa,
ho conservato la fede.
Ora c’è in serbo per me la corona della giustizia” (Li Wen Liang).

Da: Cry Simo Negri Fiori
Fb del 16 febbraio 2020.


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 inserito:: Febbraio 20, 2020, 06:50:44 pm 
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FOIBE, TRA STORIOGRAFIA E PROPAGANDA. INTERVISTA A J. VENIER

MARCO VERUGGIO
12 febbraio 2020

Intervista a Jacopo Venier

Nel Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle foibe, si sprecano celebrazioni e polemiche, mentre scarseggiano i tentativi di ricostruire in modo circostanziato un episodio della storia italiana ancora controverso e oggetto di violente polemiche politiche. E’ sempre difficile comprendere un fenomeno storico complesso senza collocare i fatti all’interno di un contesto e meno che mai affrontandone la ricostruzione in termini moralistici o cercando di piegare i fatti a esigenze propagandistiche. Come ha osservato David Bidussa qui su GliStatiGenerali050220 ‘La storia è coerente solo nella testa di chi vuol raccontare solo la “sua versione” della storia’. A contestualizzare la vicenda delle foibe ci ha provato tre anni fa Internazionale pubblicando un lungo dossier (Internazionale100217) a cura del gruppo contro il revisionismo storiografico ‘Nicoletta Bourbaki’, in cui gli autori, a proposito della legge istitutiva del 10 febbraio, sottolineano che essa ‘allude en passant alla “complessa vicenda del confine orientale”, ma non vi è alcuna complessità nella vulgata che tale ricorrenza ha fissato e cristallizzato. Una vulgata italocentrica, a dispetto della multiculturalità di quelle regioni’. Una tesi confermata dalle parole di Jacopo Venier nell’intervista che segue. Venier, triestino, giornalista con una lunga militanza politica prima nel PCI poi in Rifondazione Comunista e nel PdCI, conoscitore ‘dall’interno’ delle dinamiche interne al movimento comunista internazionale, nazionale e locale che tanto peso ebbero in questa vicenda, esprime una posizione che cerca un punto di equilibrio tra negazionismo e sostenitori del genocidio. Poiché è citata nell’intervista segnaliamo come fonte anche la Relazione della Commissione mista italo-slovena (1993-2001). Il documento, pur condizionato dall’intento ‘politico’ di chiudere un capitolo difficile delle relazioni tra i due paesi, ha il pregio di dipingerne un affresco complessivo a partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo fino al ritorno di Trieste sotto la giurisdizione italiana.

Cominciamo a spiegare di cosa stiamo parlando cercando di contestualizzare la vicenda.

Per prima cosa va detto che siamo in un territorio dove il confine negli ultimi 150 anni si è spostato molte volte. Qui si sono scontrati diversi nazionalismi e il nazionalismo italiano in particolare è stato molto aggressivo, razzista e particolarmente segnato da una volontà di conquista. E tra le ragioni di questa aggressività c’è il fatto che avendo un’identità nazionale debole, di confine, l’Italia è stata incline ad affermarsi per contrapposizione. Qui lo ha fatto tentando di annientare l’identità di Trieste, per sua natura cosmopolita e con una tradizione commerciale di porto costruito da identità di provenienze diverse e in parte non autoctone. Trieste e l’Istria sono luoghi dove nei secoli si sono confrontate diverse culture e identità nazionali e col passare del tempo il confronto è diventato più violento. Una realtà storica che in Italia non si racconta, perché l’Italia preferisce recitare la parte della vittima.

In che modo si è manifestata questo atteggiamento?

L’aggressività colonialista e imperialista nei confronti dei popoli slavi ha segnato tutto il primo dopoguerra arrivando all’apogeo con la proclamazione delle leggi razziali proprio aTrieste, durante un comizio di Mussolini a Piazza Unità d’Italia. L’Italia ha occupato e tentato di cambiare profondamente la realtà di queste terre ed è a partire da questa constatazione che andrebbe affrontato il Giorno del Ricordo. Le foibe sono cavità carsiche che per secoli sono state utilizzate come una sorta di discarica in cui gettare i rifiuti. Evocare le foibe come luogo dove far finire i propri avversari è un’abitudine introdotta dai fascisti e dalle forze di occupazione italiana in Istria. Furono scritti persino dei sonetti in cui si diceva in versi che ‘chi parla slavo finirà nelle foibe’. Per capire di cosa stiamo parlando però dobbiamo dividere la storia in due fasi: la prima è quella che riguarda il vuoto di potere creatosi dopo l’8 settembre in Istria a seguito dell’armistizio tra il governo Badoglio e gli Alleati. La seconda invece è la cosiddetta occupazione titina di Trieste.

Partiamo dalla prima fase.

Dopo l’8 settembre, col collasso dell’esercito italiano, c’è quasi un mese in cui le popolazioni istriane si ribellano e si innesca un processo che ha in sé elementi di lotta antifascista, di jacquerie contadina e anche di reazione contro gli italiani identificati coi fascisti, ma anche come artefici di una forma di oppressione sociale. E’ un atteggiamento che per essere compreso va storicizzato. L’Istria all’epoca ha una popolazione prevalentemente contadina, tenuta sotto scacco da possidenti spesso italiani, con una differenziazione di classe molto marcata. Nel momento in cui crolla lo status quo una parte della popolazione addirittura aiuta i militari italiani di stanza nella zona a trovare una via di fuga, una parte invece si ribella e prende il potere. Il movimento partigiano all’epoca è già presente ma non è ancora abbastanza strutturato per poter prendere il controllo di una situazione così caotica. Qualche settimana dopo arrivano i nazisti a rioccupare tutta la zona. Nel frattempo c’è un vuoto di potere in cui si manifestano anche episodi di violenza cieca, non circoscritta a padroni, latifondisti e gerarchi fascisti. La situazione esplode e avvengono anche uccisioni che sono frutto di vendette personali e beghe di paese, che la struttura partigiana non riesce a controllare. Sono i nazisti che appena arrivati in zona stigmatizzano questi episodi di violenza nei confronti della popolazione italiana e ne fanno una vera e propria campagna propagandistica. La propaganda della destra, che oggi parla di genocidio, inizia all’epoca.

Contare i morti può apparire sterile, ma quando si parla di genocidio, è opportuno capire anche i numeri.

In questo campo è stato fatto un lavoro importante da parte del Gruppo di Resistenza Storica, grazie a storiche bravissime come Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi, spesso accusate di ‘negazionismo’, come ha fatto nel discorso di ieri, pur senza citarle, lo stesso Mattarella. In realtà si tratta di due storiche di cui possiamo non condividere i giudizi politici, ma di grande attendibilità storiografica nella verifica delle fonti e per la precisione delle ricostruzioni. Fare delle stime è difficile perché parliamo di una situazione caotica, ma probabilmente siamo intorno a un migliaio di vittime. In ogni caso va detto che già nel ’43 già il fronte di liberazione yugoslavo e il partito comunista ammisero e condannarono alcuni episodi di violenza e si adoperarono per far sì che i processi si svolgessero in modo meno sommario.

Poi c’è la seconda parte.

Cioè i 40 giorni in cui i partigiani yugoslavi guidati da Tito entrano a Trieste, la liberano dai nazisti e prendono il controllo della città. La vulgata della destra dice che sparirono migliaia di persone e in questo caso il lavoro del Gruppo di Resistenza Storica è molto preciso sia per quanto riguarda i numeri sia per quanto riguarda le modalità del fenomeno. Secondo la sua ricostruzione in realtà scomparvero poco più di 500 persone, in larga misura funzionari in combutta coi nazisti, delatori della polizia, persone strettamente legate al regime fascista.

Oltre alla condanna da parte dei comunisti yugoslavi vi fu l’ammissione degli eccessi da parte del PCI.

Questa è un’altra questione interessante che ve inquadrata nella storia dei comunisti triestini. Durante la guerra di Liberazione il gruppo dirigente comunista in città fu azzerato due volte a seguito di delazioni e arresti che ne decimarono il gruppo dirigente. Tieni presente anche che prima di tornare italiana la città e il suo circondario assumono fino al ‘54 lo status di Territorio libero di Trieste, diviso in due zone – A e B – rispettivamente sotto il controllo degli Alleati e degli yugoslavi. Le organizzazioni comuniste e partigiane in città nel ‘45 sono strettamente legate al partito comunista yugoslavo ed i rapporti con il CLN di Trieste sono molto tesi proprio sulla questione della futura appartenenza della città alla Jugoslavia o all’Italia. Questa situazione si ribalta nel ’48 a seguito della rottura tra il Comintern e il Partito Comunista yugoslavo. La maggioranza dei comunisti triestini si schiera con Stalin e contro Tito e a Trieste ritorna Vittorio Vidali, il ‘comandante Carlos’, che diventa segretario del Partito Comunista di Trieste, che si relaziona principalmente col PCI, appoggiato in questa scelta dalla comunità slovena di Trieste, fatto abbastanza singolare e interessante. In altre parole il PCI a Trieste non è mai stato un partito benevolo nei confronti di Tito, almeno fino a quando Kruscev non ristabilisce le relazioni con la Yugoslavia a metà degli anni ’50, per cui non ha mai avuto interesse a coprire gli eccessi dei partigiani comunisti slavi.

Quale fu la posizione ufficiale del PCI?

Una posizione ufficiale viene formalizzata molto più tardi, nel 1981, quando a Cascina, un piccolo centro della Toscana, sotto l’auspicio della Direzione Nazionale si tiene un seminario sulla storia dei comunisti a Trieste con l’obiettivo di mettere un po’ d’ordine su questa complicatissima vicenda. Da questa riflessione, che avviene quando nel mondo c’è ancora il cosiddetto campo socialista, emerge una lettura del fenomeno delle foibe, che personalmente condivido. In sostanza si ammette che in quei momenti particolarmente concitati, ci furono eccessi e vittime innocenti, ma si afferma che le vittime erano in larga misura collaborazionisti e responsabili di crimini contro la popolazione e gli antifascisti, e che in quel momento non c’erano le condizioni per garantire quello che oggi chiameremmo un ‘giusto processo’. Ma soprattutto si dice che non c’è stato alcun genocidio né un tentativo di alterare la fisionomia etnica della regione. E, in ultimo, che l’esodo istriano-dalmata fu un fenomeno complesso, che non può essere spiegato in modo lineare come effetto delle foibe. Certo la campagna fondata sullo spauracchio che gli slavi avrebbero fatto pulizia degli italiani ebbe un effetto e fu in qualche modo legittimata dagli errori commessi. Ma pesarono anche altri fattori, tra cui la scelta tra il ‘campo socialista’ e il ‘campo capitalista’ e spinte economiche. Nel ’46-’47 c’è una crisi economica gravissima e molti triestini partono addirittura per l’Australia e altre parti del mondo in cerca di fortuna. Insomma c’è un intreccio tra tutti questi motivi, non una concatenazione lineare tra foibe ed esodo.

Per quale ragione un tradizionale cavallo di battaglia della destra è stato abbracciato anche dalle istituzioni?

Perché è un modo per dipingere l’Italia che un paese non ha mai avuto la forza di essere razzista, aggressivo e imperialista. Sul confine orientale invece l’Italia fu tutte queste cose e in modo esemplare. Ci furono le fucilazioni decise dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato fascista e la snazionalizzazione forzata, con la chiusura delle scuole di lingua non italiana, l’italianizzazione dei nomi, le aggressioni fisiche alla popolazione di origine slovena. Decine di migliaia di coloni italiani arrivarono in queste terre e furono aiutati dal fisco e dalle norme di pubblica sicurezza a strappare risorse, terreni e patrimoni alla popolazione non italiana. Col mito del genocidio ai danni degli italiani si vuol cancellare questa pagina della storia italiana. La realtà è che qui ci furono violenze inaccettabili, come del resto sul confine orientale tedesco e altrove, ma non una pulizia etnica. Negli anni ’90, tra l’altro, una commissione di storici italiani e sloveni voluta dai due governi scrisse una ricostruzione condivisa abbastanza equilibrata dei fatti, di cui lo Stato italiano, dopo averla commissionata, sembra essersi scordato.

La questione è tornata a galla negli anni ’90, quando la fine della Guerra Fredda e lo sgretolamento della Yugoslavia spinsero la destra prima addirittura a cercare di rimettere in discussione i confini, poi a ripiegare sul tema dei risarcimenti.

La destra fascista, che qui è ancora presente e ha contribuito alla stagione del terrorismo nero italiano, ha sempre fatto di tutto per rimettere in discussione tutti accordi e equilibri creatisi negli anni tra Yugoslavia e Italia, ma anche di delegittimare l’epopea partigiana yugoslava. Non bisogna dimenticare che la Yugoslavia fu l’unico paese europeo che si liberò di fatto con le proprie mani dall’oppressione fascista e nazista, un fatto straordinario con cui non si vogliono fare i conti. Quando ci fu il collasso della Yugoslavia alcuni esponenti della destra tentarono di approfittarne per rilanciare una loro battaglia storica. Addirittura alcuni deputati di AN spedirono oltre confine delle bandiere italiane promettendo di tornare e riprendersi l’Istria.

La sinistra come reagì?

Legittimando la destra. Violante venne a Trieste a fare un’iniziativa insieme a Fini sulla ‘storia condivisa’. Per entrambi fu un modo per suggellare la chiusura di una fase storica e presentarsi come nuova classe dirigente in una sorta di legittimazione reciproca. All’epoca AN cercava di rilanciarsi entrando nel nuovo arcipelago berlusconiano, mentre l’allora PDS tentava di far dimenticare il proprio passato comunista. Per il gruppo dirigente ex PCI quale argomento migliore delle foibe, dove si poteva dire che il PCI c’entrava poco e che la responsabilità pesava su un movimento di liberazione yugoslavo mai particolarmente amato? E così è nata la storia del genocidio, che neppure fior fiore di governi conservatori nei decenni precedenti erano riusciti ad avallare. Le stesse istituzioni si sono messe a raccontare la storia del genocidio. La foiba di Basovizza è un esempio di quanto i fatti e la verità ufficiale divergano. Ogni anno in questa ex miniera viene celebrata solennemente la Giornata del ricordo, con la presenza della massime cariche dello Stato a fianco degli striscioni della X Mas. Nel ’48 gli Alleati e il Comune di Trieste fecero degli scavi per verificare chi e cosa contenesse e scoprirono che i cadaveri più recenti al suo interno appartenevano a soldati tedeschi fucilati sicuramente prima dell’occupazione titina. Tant’è che fino agli anni ’50 le amministrazioni comunali triestine, perlopiù conservatrici, hanno continuato a usarla come discarica. Insomma si celebrano le vittime delle foibe in un luogo in cui è certo che non venne ‘infoibato’ nessuno.

A Trieste la questione rappresenta una ferita ancora aperta ed è ancora oggetto di scontro politico…

Certo, sia per le ragioni che dicevo, sia perché qui c’è l’unico campo di sterminio in territorio italiano, la risiera di San Sabba, dove sono morte e sono state bruciate 5.000-6.000 persone tra ebrei, antifascisti, slavi e nemici del Reich. Questo territorio dal ’43 al ’45 venne abbandonato ai nazisti dalla Repubblica Salò. Non c’erano le autorità italiane, ma un Gauleiter tedesco. Per una qualsiasi delazione si finiva bruciati in un forno e la città in qualche misura era complice. Alcuni triestini non sapevano che cosa succedeva nella risiera, tanti alti sì. Quando si parla di quei giorni dunque bisogna tener conto di tutti questi aspetti e non ha senso giudicare con le categorie giuridiche di oggi. Altrimenti quello che per noi certo rappresenta un problema etico da non rimuovere lascia spazio alla propaganda aggressiva della destra, che lo usa per rimuovere il ricordo di ciò che qui fecero fascisti e nazisti. In città oggi abbiamo una giunta di destra che ha appena installato in pieno centro una statua di D’Annunzio, fautore del razzismo antislavo, di cui la stessa impresa di Fiume fu espressione. E’ una vera e propria provocazione, che avviene a poca distanza dai Balcani, dove fino a pochi decenni fa l’aggressività a sfondo etnico ha prodotto guerre e morti.

L’intervista è tratta dalle newsletter di PuntoCritico.info dell’11 febbraio.

Da - https://www.glistatigenerali.com/storia-cultura/foibe-tra-storiografia-e-propaganda-intervista-a-j-venier/

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 inserito:: Febbraio 20, 2020, 06:43:31 pm 
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Oltre il revisionismo. Emilio Gentile e il fascismo preso sul serio

Di Marco Gervasoni
Martedì 01 Aprile 2003 02:00 Stampa

A scorrere le novità nella saggistica storiografica, ci si accorge che da tempo il fascismo costituisce uno degli argomenti più presenti, con dovizia e costanza, negli scaffali delle librerie. I documentari storici trasmessi in televisione, spesso anche in prima serata, mostrano sempre uno share più elevato quando sono diffuse immagini di Mussolini e di Hitler. Infine, tutti coloro che insegnano storia, nelle scuole superiori come nelle università, possono testimoniare di come l’attenzione degli studenti sia molto superiore allorché s’inizi a parlare del ventennio. Il «fascino dei totalitarismi», si potrebbe dire parafrasando un articolo del prestigioso «Journal of Contemporary History», che si interroga sulle ragioni del proliferare della produzione storiografica attorno a fascismo e nazismo, e anche sul relativo successo di pubblico riservato a volumi a questi temi dedicati.

Emilio Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Roma-Bari, Laterza 2002, 322 pp.

A scorrere le novità nella saggistica storiografica, ci si accorge che da tempo il fascismo costituisce uno degli argomenti più presenti, con dovizia e costanza, negli scaffali delle librerie. I documentari storici trasmessi in televisione, spesso anche in prima serata, mostrano sempre uno share più elevato quando sono diffuse immagini di Mussolini e di Hitler. Infine, tutti coloro che insegnano storia, nelle scuole superiori come nelle università, possono testimoniare di come l’attenzione degli studenti sia molto superiore allorché s’inizi a parlare del ventennio. Il «fascino dei totalitarismi», si potrebbe dire parafrasando un articolo del prestigioso «Journal of Contemporary History», che si interroga sulle ragioni del proliferare della produzione storiografica attorno a fascismo e nazismo, e anche sul relativo successo di pubblico riservato a volumi a questi temi dedicati.1 Come spiegare questo fenomeno con quello, altrettanto contemporaneo, denunciato da Emilio Gentile nelle parti introduttive e conclusive del suo volume, vale a dire una «defascistizzazione» del fascismo? Per Gentile, nella storiografia come nel dibattito pubblico italiani, si è assistito negli ultimi anni alla diffusione di un’immagine edulcorata del fascismo, privato dei suoi elementi caratteristici, prima di tutto il nascondimento dei caratteri totalitari del regime, accomunato ad una dittatura, certo, ma non così rigorosa come sarebbero state quelle tedesche e sovietiche, queste sì, davvero totalitarie. Fascino del totalitarismo e «defascistizzazione» del fascismo potrebbero andare ben in coppia, e del resto l’idea di un fascismo in fondo bonario e tollerante rappresenta proprio la lingua franca di tanti commenti che accompagnano buona parte dei documentari televisivi.

Gentile è il primo a riconoscere che, sia pure non in forme così schematiche e approssimative, una parte di quest’interpretazione è stata sostenuta, e con quale solerzia di prove storiografiche, dal suo maestro, Renzo De Felice. Dalla cui scuola sono in parte derivate tutte quelle interpretazioni che si sono ribattezzate revisionistiche. Ma che è anche la prima scuola, se così si può dire, ad avere studiato sul serio il fascismo e il cui luogo d’incontro principale, la rivista «Storia contemporanea», ha ospitato, fin quando è esistita, studi tra i più rilevanti e innovativi, sul fascismo italiano ma non solo. De Felice, come si sa, è stato poi soggetto ed oggetto di polemiche, dall’Intervista sul fascismo del 1975 fino al libro intervista Rosso e Nero, pubblicato poco prima della morte.2 Polemiche che lo hanno visto contrapposto soprattutto ad una certa parte della cosiddetta storiografia di sinistra, e di cui ha fatto le spese lo stesso Gentile, non trattato con guanti bianchi sul quotidiano dell’allora partito comunista. Si può ben affermare che tutto questo appartenga al passato. Non appartiene al passato solo la polemica, tipica degli anni Settanta, sul consenso del fascismo, ma anche, a nostro avviso, quella sull’uso politico del dibattito sul revisionismo. Come tutti i dibattiti storiografici che contano, questi partivano dalle sollecitazioni della sfera pubblica e rimandavano ai conflitti d’egemonie interni alle sfere della politica e della società. Ma essi vanno collocati, in un periodo, gli anni Ottanta e Novanta, in cui la crisi dei partiti fondatori del patto costituente andava di pari passo con la messa in discussione delle interpretazioni storiografiche che, in qualche modo, ne avevano legittimato l’esistenza. Infine, fenomeno molto apprezzabile, è venuta meno la partizione della storiografia per aree partitiche. Non è questa certo la sede per ripercorrere i caratteri di questi dibattiti, che pure un giorno andrebbero studiati. Si è solo voluto accennare a quest’argomento per mostrare come il libro di Gentile, che qui andiamo discutendo, appartenga già ad una stagione nuova, frutto della profonda ricomposizione del quadro culturale e politico, quindi anche storiografico. Una stagione in cui, certo, la storiografia non perde la propria politicità, ciò che sarebbe impossibile, ma in cui i clivages sono profondamente mutati, e non passano più attraverso una parziale e manichea contrapposizione tra revisionismo ed ortodossia, secondo cui, ad essere a nostra volta schematici, la destra sarebbe più vicina alla prima sensibilità, la sinistra a quella della difesa ortodossa. A testimonianza di ciò stanno anche le recensioni e le reazioni dei quotidiani alla pubblicazione del libro di Gentile, per cui, semmai la destra possiede la sensibilità dell’oblio (o del disinteresse). Ma su questo ritorneremo alla fine.

Non crediamo che la figura di Emilio Gentile richieda presentazioni.3 Tra i massimi studiosi internazionali del fascismo, la produzione dello storico si è sempre caratterizzata, nel panorama italiano, per un’attenzione e un’apertura alle metodologie e ai dibattiti internazionali, soprattutto verso i paesi di area anglosassone. Ciò ha condotto all’elaborazione di una cifra e di uno stile storiografici partiti dal solco degli insegnamenti di Renzo De Felice, ma poi arricchitisi di elementi davvero originali nell’ambito della storiografia italiana. Basta citarne uno, la padronanza dei concetti filosofico-politici e politologico-sociologici e un loro uso critico e al tempo stesso creativo, sfuggendo cosi da uno dei difetti di una parte della storiografia italiana, l’empirismo acritico e un piatto narrativismo. Il volume di cui trattiamo è costituito da una raccolta di saggi, pubblicati in vari periodi, ma profondamente rimaneggiati, tanto da fornire al lettore uno straordinario effetto di unitarietà, pur nella varietà degli argomenti proposti. Al tempo stesso, pur essendo stati pubblicati in periodi coevi ai lavori precedenti di Gentile, essi in alcuni punti rimettono in discussione, rivedendole in alcuni casi, chiarendole in altri, le stesse ipotesi avanzate in passato dallo studioso. S’intende che, data la ricchezza dei singoli saggi e l’importanza delle questioni affrontate, questo articolo non potrà entrare nel merito di ogni singolo punto, cosa che richiederebbe una sede specialistica e uno spazio tipografico anche maggiori. Si vuole qui offrire una presentazione, certo sommaria, delle questioni affrontate da Gentile, così da motivare la nostra affermazione iniziale, secondo cui il libro in questione apparterebbe ad una nuova stagione del dibattito storiografico.

Nella prima parte, il volume offre un profilo storico del fascismo, in origine pubblicato per la Piccola Enciclopedia Treccani, in cui, pur nelle rapide pagine, emergono i tratti dell’interpretazione gentiliana del fascismo: un movimento nato dalla «mobilitazione dei ceti medi» che, per primo nel XX secolo, ha prodotto una pratica politica incentrata sulla violenza. Da qui l’edificazione di un «partito milizia» che prima ha conquistato il potere, poi lo ha retto sotto forma di un regime «tendenzialmente totalitario», orientato ad «organizzare, mobilitare, plasmare» gli italiani per creare un «uomo nuovo» fascista. Una lettura che si confronta, nel secondo capitolo, con le altre interpretazioni del fascismo, poi, nel terzo capitolo, si misura con lo sforzo di una definizione teorica di questo fenomeno. Qui Gentile polemizza vivacemente con coloro che sostengono «una presunta affinità genetica di fascismo e comunismo», ma anche con chi, soprattutto nella storiografia statunitense degli ultimi anni, tende a rilevare del fascismo gli elementi di propaganda e di «politica come spettacolo», di «estetizzazione della politica», finendo così per porre in secondo piano il fatto che il fascismo era sì un movimento «irrazionalista», ma che quest’irrazionalismo al potere era sostenuto da una ferrea organizzazione tesa a mobilitare. «L’irrazionalità della cultura fascista, – scrive Gentile – i suoi miti, furono politicamente efficaci perché si coniugarono con la razionalità dell’organizzazione e dell’istituzione» (p. 61). Abbiamo qui, come in altri saggi del volume, un esempio d’innovazione storiografica. In una direzione che coniuga lo studio dei miti, delle culture e degli immaginari del regime con la dimensione organizzativa e politica, allorché, in passato, gli aspetti organizzativi sono stati studiati soprattutto dalla cosiddetta storia politica mentre la cosiddetta storia culturale si è occupata dei miti e dei riti, spesso acriticamente svincolati dai caratteri contestuali.

Alla fine del saggio, Gentile offre una definizione di fascismo, in cui sono posti in primo piano: a) l’elemento di «dominio politico»; b) il carattere «rivoluzionario» del movimento; c) tale movimento organizzato da «un partito milizia»; d) una concezione «mitica» della politica, tesa alla creazione di uno Stato nuovo; e) l’obiettivo di «plasmare l’individuo e le masse attraverso una rivoluzione antropologica, per rigenerare l’essere umano» (p. 68). Da notare che Gentile, rispetto alla letteratura sul totalitarismo, sia sul versante politologico che su quello storiografico, definisce il fascismo un «regime ad esperimento totalitario» a significare il «carattere dinamico del totalitarismo come processo continuo». Suggestione che si potrebbe estendere anche agli altri regimi cosiddetti totalitari, nazismo e stalinismo, per affermare che non esiste una società o uno Stato in cui il totalitarismo si sia prodotto in senso perfetto, ma che si danno livelli, strati e gradi d’estensione del totalitarismo diversi secondo il periodo e degli ambiti. Postura questa, ci sembra, tipicamente storiografica, almeno ad intendere la storia come la disciplina che descrive e narra il mutamento nel suo farsi, a dispetto di certe recensioni che hanno visto nella cifra argomentativa di Gentile un procedere più politologico, definitorio e normativo, che squisitamente storiografico. In realtà, in Gentile il ricorso ai concetti è sempre presente ma appunto per meglio descrivere, in maniera potremmo dire con Wittgenstein sottile, le dinamiche dei mutamenti.4 La seconda parte del volume è invece volta a mostrare come le definizioni offerte in precedenza si misurino con elementi specifici dell’ideologia e della pratica organizzativa del regime. I singoli saggi offrono così corposità e concretezza, attraverso l’evocazione d’esempi, alle considerazioni teoriche dei primi capitoli. Gentile affronta di volta in volta, vari argomenti, in primis quello della ideologia del fascismo. Appartiene agli anni Settanta il dibattito sulla esistenza di un’ideologia del fascismo, negata soprattutto da storici per i quali il fascismo era solo un regime a violenza organizzata, in cui gli elementi culturali erano puramente sovrastrutturali, propagandistici e manipolatori. Un libro, ormai classico, di Pier Giorgio Zunino ha chiarito il quadro, cosi come numerosi studi precedenti e coevi di Gentile.5

Il saggio di Gentile sulla ideologia del fascismo ripercorre questo dibattito mostrandone i tratti spontanei e descrivendo il fascismo come una sorta di spettro d’esperienze. Siamo molto vicini alle pagine in cui lo storico statunitense George L. Mosse, cui Gentile è su molti punti, anche se non tutti, molto vicino, parla del fascismo come «atteggiamento verso la vita».6 Uno degli elementi costanti dell’ideologia del fascismo era l’identità «rivoluzionaria», affrontata nel capitolo successivo, mentre il capitolo sesto offre un sintetico ma vivace quadro del «mito di Mussolini», un altro dei tasselli fondamentali dell’ideologia del fascismo. Qui, en passant, Gentile offre delle riflessioni assai pregnanti sulla qualità del carisma mussoliniano, e in genere, sulle caratteristiche del carisma dei dittatori totalitari. Proprio il mito di Mussolini è, per citare un saggio dello storico delle religioni Karoly Kereny, al tempo stesso «spontaneo» e «tecnicizzato», prodotto della macchina propagandistica dello Stato e del partito ma che, una volta avviato, si muove di vita propria per alcuni periodi e in alcuni strati della popolazione. «Mito» e «religione» sono termini che ritornano continuamente nelle pagine di Gentile. Come si è visto, uno dei quadri portanti della sua interpretazione rimanda al fascismo come movimento «che ha portato il pensiero mitico al potere», che si forma, agisce e si muove guardando il mondo attraverso le lenti di una «religione politica» e vivendosi come tale. A questi elementi sono dedicati i saggi successivi. Nel capitolo settimo Gentile mostra come sia stata fondamentale, per la diffusione del sistema mitico, l’organizzazione del partito nazionale fascista. Qui lo storico offre uno squarcio in cui prende sul serio tutta l’attività rituale di «fascistizzazione delle masse» organizzata dal partito e conclude definendo il «sistema politico fascista» un «cesarismo totalitario». Definizione che forse stride concettualmente con quell’offerta nella prima parte del volume, almeno a seguire tanto la nozione tradizionale di cesarismo quanto quella gramsciana, ma che al tempo stesso offre degli spunti interessanti di riflessione, fa pensare a certe pagine dei gramsciani Quaderni del carcere, quando si evoca un duplice ordine di dominio, coesistente nel regime, «cesaristici» (sub-specie gramsciana) e totalitario. Ma anche quest’ambito richiederebbe approfondimenti adeguati. Il prendere sul serio l’attività del partito fascista, nelle sue dimensioni istituzionali, nello sforzo di penetrazione all’interno delle altre istituzioni, per schiacciarle ed assorbirle, nelle sfere rituali e mitiche, è uno dei tratti più convincenti degli ultimi studi di Gentile, come ha mostrato anche l’analisi della penetrazione del PNF nel Senato, fino ad oggi considerato un’isola felice del liberalismo prefascista e della monarchia all’interno del regime.7 Con ciò Gentile intende mostrare appunto la vocazione e le tendenze totalitarie del regime, che, attraverso il partito, tendeva ad assorbire e schiacciare i corpi non ostili, ma neutri, come la Chiesa e la corona. Se ciò non si è potuto attuare è stato solo perché il regime è crollato prima, ma dal 1938 era ben presente una «accelerazione totalitaria».

In questo caso ci troviamo di fronte ad un problema epistemologico: lo storico deve occuparsi di ciò che è accaduto o anche delle tendenze, presenti in una certa situazione storica, ma non pienamente attuatesi? Alcuni critici di Gentile lo hanno rimproverato di enfatizzare certi fenomeni, quali ad esempio quello della penetrazione del PNF nel Senato o quelle delle mobilitazione rituali, che in realtà sarebbero state solo in nuce, e che non avrebbero penetrato né nel corpo delle istituzioni né nelle menti degli italiani. Intuirà il lettore che, epistemologicamente, siamo tra coloro che credono utilissimo studiare, di un certo contesto, le tendenze non attuatesi, fino a considerare la cosiddetta «storia controfattuale» o alternate history di matrice anglosassone un utile passo in avanti.8 Quanto al fatto che gli sforzi del partito, sia in senso istituzionale sia in senso dell’organizzazione rituale, non abbiano lasciato traccia negli italiani (la riprova ne sarebbe, tra l’altro, il modo in cui il regime è crollato), si tratta di un’argomentazione sostenuta da una parte della storiografia di stessa ascendenza defeliciana. Come ha mostrato uno studio ormai classico di Simona Colarizi, anch’ella, come Gentile, allieva di De Felice, gli italiani non presero sul serio le ritualità del regime già prima dello scoppio della guerra, e anche prima ne erano stati ora entusiasti ora diffidenti, con ampie variazioni d’ordine ciclico.9 Tuttavia, le ipotesi e le suggestioni di Gentile, oltre alla ricerche condotte dallo studioso, mostrano un altro lato della questione, sostenendo convincentemente tutta la consistenza dell’esperimento totalitario. Forse è ancora troppo presto per trancher sulla questione, ammesso che in storiografia si possa farlo. Lo spazio è quindi aperto per nuove ricerche, che intreccino, come suggerito da Gentile, la storia delle mentalità e delle rappresentazioni degli italiani con quella delle organizzazioni della dittatura, cercando di rispondere, ad esempio, alla seguente domanda: quanto del carattere subliminale e automatico delle ritualità non sarebbe rimasto negli italiani nati e cresciuti nel gran circo totalitario degli anni trenta, anche dopo la caduta del regime e anche nel campo antifascista? Un tema assai intricato, quello della continuità di mentalità e di rappresentazioni culturali tra fascismo, antifascismo e postfascismo, che non ci sembra sia stato più affrontato, dopo alcune pregnanti pagine di Zunino nel volume citato. Gli ultimi saggi del volume di Gentile si dedicano proprio ad approfondire quanto abbiamo accennato: studiano l’attività del Partito nazionale fascista come «grande pedagogo», il cui agire di senso consiste nel creare una «comunità di veri credenti»; analizzano la specificità della religione politica fascista, sia nei suoi aspetti mitici sia in quelli rituali; illustrano i tentativi, teorici ma anche concreti, del regime di creare un «uomo nuovo». Sono questi ultimi i saggi più innovativi e ricchi di spunti, tanto per chi voglia studiare in specifico la realtà fascista, quanto per chi voglia comprendere meglio il fascismo.

Prendere sul serio il fascismo, anni fa, avrebbe (come ha) mosso attorno a Gentile l’accusa di compartecipazione, quasi di giustificazione. Ma lo storico, per comprendere ed interpretare, deve entrare in relazione empatica con il proprio oggetto di studio, distanziandosene e avvicinandosene di volta in volta. Proprio questa compenetrazione rende intollerabili a Gentile tante tesi di una certa storiografia ed opinione pubblica, secondo cui il fascismo non sarebbe stato che una risposta, certo discutibile, ma necessaria, ad un pericolo ben maggiore, il comunismo al quale, in fondo in fondo, il fascismo (e il nazismo) avrebbero pure assomigliato. Prendere sul serio il fascismo non vuol dire, appunto, rivalutarlo, ma comprenderne i caratteri intriseci, individuali, non assimilabili a quelli d’altri regimi. Semmai, come si intravede nelle conclusioni del volume, dove Gentile accenna ad un oblio della questione del fascismo, proprio mentre paradossalmente tutti ne parlano e ne scrivono, un modo per rivalutare il fascismo sarebbe proprio quello di banalizzarlo, di considerarlo una parentesi (neo vulgata crociana, in realtà l’interpretazione di Croce fu assai più raffinata e, per molti aspetti, carica di elementi inquietanti), di privarlo degli elementi totalitari, fino a sostenere che il fascismo forse non sarebbe mai esistito, e che da Mussolini in giù, tutti sarebbero stati pervasi da una sorta di colossale falsa coscienza.

A testimonianza di questo oblio sta il silenzio con il quale il libro è stato accolto dai giornali dell’area di centrodestra, ad eccezione di un’intervista di Domenico Fisichella in cui appunto il politologo, esponente di AN, sostiene il carattere decisamente non totalitario del fascismo.10 La destra italiana ha fatto molto, forse troppo, rapidamente i conti con il fascismo, e la banalizzazione del ventennio è servita come un suo strumento straordinario di legittimazione. A ricordarle che il fascismo è esistito, ma anche a rimembrare a certi esponenti politici del centrosinistra che in passato superficialmente hanno rincorso questa vulgata, può anche servire la lettura del volume di Gentile.

Bibliografia

1 P. Betts, The New Fascination with Fascism: the case of Nazi modernism, in «Journal of Contemporary History», ottobre 2002.
2 R. De Felice, Intervista sul fascismo, Laterza, Roma-Bari, 1975; De Felice, Rosso e Nero, Baldini e Castoldi, Milano 1995.
3 Ci permettiamo di rimandare al nostro sintetico profilo: M. Gervasoni, Politica di massa e miti del XX secolo. La storiografia di Emilio Gentile, «Gli argomenti umani», febbraio 2002.
4 Per un approfondimento di questi aspetti, soprattutto da un punto di vista metodologico, cfr. M. Gervasoni, Le armi di Orfeo. Musica, mitologie nazionali e religioni politiche nell’Europa del Novecento, La Nuova Italia, Milano 2002.
5 P.G. Zunino, L’ideologia del fascismo, Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Il Mulino, Bologna 1995. Su questo aspetto, nella produzione di Gentile cfr. soprattutto E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, Il Mulino, Bologna 2001; Gentile, Il culto del littorio, Laterza, Roma-Bari 2001
6 G.L. Mosse, Verso una teoria generale del fascismo, in Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Laterza, Roma-Bari 1999, p. 191

7 E. Gentile (a cura e con un saggio di), Il totalitarismo alla conquista della camera alta. Inventari e documenti, Archivio Storico del Senato della Repubblica, Rubbettino, Cosenza 2002.
8 G. Rosenfeld, Why do we ask What If? Reflections on the Function of Alternate History, in «History and Theory», dicembre 2002, pp. 90-104.
9 S. Colarizi, L’opinione degli italiani sotto il regime 1929-1943, Laterza, Roma-Bari 2000.
10 P. Conti, Fisichella: Il fascismo? Regime sì, ma non totalitario, in «Corriere della Sera», 29 ottobre 2002.

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Da - https://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/558-oltre-il-revisionismo-emilio-gentile-e-il-fascismo-preso-sul-serio.html

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 inserito:: Febbraio 20, 2020, 06:40:41 pm 
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FRANCESCO È UN GRANDE, VI SPIEGO PERCHÈ

ALESSANDRO MANFRIDI
13 febbraio 2020

Con l’Esortazione Apostolica post-sinodale QUERIDA AMAZONIA del 2.02.2020, presentata ieri (12 febbraio Ndr), Papa Francesco pare aver deluso le aspettative di quanti, ormai da settimane, si attendevano delle novità in merito all’ordinazione di uomini sposati, i viri probati, e all’accesso delle donne al Sacramento dell’Ordine nel grado del Diaconato.

In effetti, tali “mancate riforme”, sembrano aver messo alla prova non solo tutti quei vari movimenti di rinnovamento che si muovono nel panorama variegato dell’Orbe cattolico, ma aver, in qualche modo, negato tutto il lavoro profuso in maniera capillare da una vasta base ecclesiale nelle consultazioni prima, e dal Sinodo che ha avuto luogo a Roma tra il 6 e il 27 ottobre e che si è concluso con un testo intitolato Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale.

Francesco dunque non avrebbe avuto il coraggio di consumare uno strappo con gli ambienti più conservatori della Chiesa e, per buona pace e grande soddisfazione del cardinal Sarah, di Benedetto XVI e di quanti hanno difeso strenuamente la necessità della legge sul celibato obbligatorio nelle scorse settimane, avrebbe “sacrificato” riforme che sarebbero state storiche e clamorose (la legge disciplina da quasi mille anni il clero cattolico di rito latino; ancora più arretrata nei secoli è la memoria di un diaconato istituito femminile) riconsegnando la Chiesa allo STATUS QUO.

Io vorrei però proporre una lettura diversa, fuori del coro della generale delusione per le aspettative mancate.

Innanzitutto, davvero interessante, è il preambolo dell’Esortazione.

In esso, il Papa afferma che non intente né sostituire né ripetere i contenuti del Documento conclusivo stilato dai padri sinodali al termine dei lavori.

«Ho preferito non citare tale Documento in questa Esortazione, perché invito a leggerlo integralmente.

Dio voglia che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro, che i pastori, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici dell’Amazzonia si impegnino nella sua applicazione e che possa ispirare in qualche modo tutte le persone di buona volontà» (QR nn. 3-4)

Dalle parole citate pare evidente che Francesco, dopo aver affermato che non intende sostituire il Documento finale con la sua sintesi della Esortazione Apostolica, auspichi che pastori, consacrati, laici e persone di buona volontà possano applicare le conclusioni dei padri sinodali, che egli invita a leggere integralmente. Interessante invito, con conseguenze e sviluppi da considerare attentamente.

Francesco, evidentemente, come più volte ha indicato con il suo magistero, non intende “calare dall’alto” le soluzioni e le direttive in merito al governo della Chiesa,

Ma suggerire, col suo bagaglio esperienziale legato ad una pastorale presbiterale che deve “odorare delle pecore”, e ad una realtà ecclesiale sudamericana che ha vissuto le sue punte più profonde nell’opzione preferenziale per i poveri e nella condivisione della diffusa realtà delle comunità ecclesiali di base, che ciascuno di noi riscopra la categoria, ricordata dalla LUMEN GENTIUM, dell’azione e del protagonismo di quel Popolo di Dio che cammina comunionalmente, superando dunque gli inconvenienti, da lui più volte denunciati, del clericalismo e del clericocentrismo.

Traducendo: voi invocate una riforma che sia ancora una volta diretta dalle scelte clericali e calata dall’alto dal magistero papale? Imparate a camminare come Popolo di Dio (così come ci è stato mostrato nella consultazione e nei lavori sinodali) e sarà questo popolo stesso il protagonista della riforma da voi auspicata!

Ritengo che i tempi siano ormai maturi per un riconoscimento ministeriale dovuto alla preziosa ed infaticabile componente femminile; così come la questione dei “viri probati” non sia affatto chiusa. Non definirei in tal senso l’Esortazione Apostolica papale come una occasione persa ma solo come un invito a cambiare le prospettive e ad allargarle.

Qui sta, appunto, la grandezza della linea di Francesco.

Dove in queste ultime settimane il contenzioso si è consumato tra la questione celibato sì/celibato no e l’attenzione mediatica si è concentrata solo ed esclusivamente su questi punti, egli ci ha aperto il quadro su prospettive e tematiche ben più ampie, che chiamano in causa non solo la riflessione della Chiesa ma rivolgono un appello all’intera umanità.

Egli dunque, consegnandoci quattro sogni che corrispondono ad altrettante visioni (sociale, culturale, ecologica, ecclesiale) ci conduce per mano, in particolar modo nei primi tre capitoli, invitandoci a riconoscere le nostre responsabilità e ad adoperarci perché la distruzione della biodiversità dell’Amazzonia e lo sterminio, l’emigrazione, lo sradicamento culturale e l’impoverimento degli indios che si trasferiscono nelle città vengano affrontati con una presa di coscienza collettiva.

« […]dovremmo tutti insistere sull’urgenza di «creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia”. Se la chiamata di Dio esige un ascolto attento del grido dei poveri e, nello stesso tempo, della terra, per noi «il grido che l’Amazzonia eleva al Creatore è simile al grido del Popolo di Dio in Egitto (cfr.Es3,7). È un grido di schiavitù e di abbandono, che invoca la libertà» (QA n. 52)

« […]oltre agli interessi economici di imprenditori e politici locali, ci sono anche «gli enormi interessi economici internazionali”. La soluzione non sta, dunque, in una “internazionalizzazione” dell’Amazzonia, ma diventa più grave la responsabilità dei governi nazionali. Per questa stessa ragione, «è lodevole l’impegno di organismi internazionali e di organizzazioni della società civile che sensibilizzano le popolazioni e cooperano in modo critico, anche utilizzando legittimi sistemi di pressione, affinché ogni governo adempia il proprio e non delegabile dovere di preservare l’ambiente e le risorse naturali del proprio Paese, senza vendersi a ambigui interessi locali o internazionali». (QA n. 50)

Le frequenti citazioni della LAUDATO SI e la denuncia delle logiche capitalistiche che stanno depredando l’area amazzonica propongono la stessa Esortazione Apostolica come uno dei documenti del Magistero Sociale della Chiesa.

Preziosissime le indicazioni sulla necessità di rendere protagoniste le popolazioni indigene e mettersi in ascolto delle loro proposte.

L’analisi dei primi tre capitoli del documento porta tutti noi ad accogliere l’appello che Papa Francesco fa, in maniera accorata, perché il dramma che si sta consumando in Amazzonia possa essere riconosciuto ed affrontato.

Il Papa “venuto dall’altra parte del mondo” ci ha già abituato a decentrarci e ad assumere uno sguardo planetario, operando quella globalizzazione della solidarietà che deve contrastare la cultura dello scarto.

Ricordiamo come non solo Roma e il Vaticano si sono colorati durante il Sinodo panamazzonico della presenza e dell’apporto di donne e uomini indios ma anche come Francesco abbia personalmente invitato, già per la messa del suo insediamento al soglio pontificio, i rappresentanti e gli attivisti sudamericani di queste popolazioni.

Questa è la visione, questi sono i sogni e questa è la chiamata alla quale Francesco ci invita ad aprirci. Con una presa di coscienza collettiva e un’azione comune non più procrastinabili.

Da - https://www.glistatigenerali.com/america-mondo_clima/francesco-e-un-grande-vi-spiego-perche/

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 inserito:: Febbraio 20, 2020, 06:39:15 pm 
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RENZI E BETTINI, CI TOGLIETE L’ARIA. NOI VI ASPETTEREMO SOTTO CASA
   
MICHELE FUSCO : 16 febbraio 2020

Un mese e mezzo fa, nella settimana di conduzione a Prima Pagina su Radio Tre, mi è capitato di accennare a Goffredo Bettini. Rivolgendomi alle Sardine, ho consigliato quei bravi ragazzi di aspettarlo sotto casa, una mattina. Per dirgli tutto quello che da anni gli si dovrebbe dire. Con la forza violenta che solo le parole civili possono avere. Per indicarlo, urlandogli in faccia: sei tu che ci hai tolto l’aria! Ho persino aggiunto: a fine settimana, vi darò indirizzo e numero civico. Naturalmente scherzavo, ciononostante gli allegroni radiocomunisti di Raitre mi hanno dato dello squadrista. Se accennavo a Bettini, ed effettivamente ci sono almeno mille pensieri migliori di questo, è perché quel giorno il nostro aveva dato la solita intervista in cui dettava a Zingaretti la solita linea. La linea della conservazione al di là di ogni ragionevole decenza. Dimenticato come un robivecchi, Bettini ritorna sempre a galla come un corpo restituito dal mare. Con i suoi intrecci perversi, le sue licenze indecenti, con l’idea che la politica debba essere, al fondo, la cosa squallida che è diventata. Ecco, se era giusto e necessario il suo ritorno, è giusto e necessario adesso, che il tono della politica si è inabissato oltre una ragionevole dignità. Ieri Bettini, sentendo odor di crisi e di possibili elezioni – se Italia Viva si sfila – ha dettato di nuovo la linea con un lunghissimo post su Facebook, in cui se la mena con i soliti ghiribizzi, per arrivare al dunque e lanciare la sua proposta: se Renzi va via dalla maggioranza, cerchiamo un numero di “responsabili” per far vivere il governo. Per i meno avvezzi: ma cos’è questa figura del responsabile? È un sempreverde, e sempre abbastanza di merda per la verità, per definire un cambiacasacca à la carte, che sotto il cielo alto e nobile del delicato momento del Paese, assume su di sé l’onerosa condizione d’essere considerato un mezzo venduto della politica, che però salva un governo e viene pubblicamente ringraziato.
Bettini e Renzi sono lo stesso male. Il male del Potere. Che oggi siano contrapposti, su opposte sponde, non deve impressionarvi. Hanno lo stesso concetto del potere come conservazione. Hanno modi diversi, essendo generazioni diverse. Ma vivono in quel cono d’ombra in cui doversi smarcare dal buon senso comune, per la sola ragione che sul buon senso e sulla decenza non potrebbero costruire sostanzialmente nulla di quello che tramano abitualmente. Per cui, se la maggioranza degli italiani perbene ritiene che se cade quell’improbabile governo Lega- Cinquestelle, tornare alle urne sia una conseguenza non solo logica ma anche apprezzabile, no, arriva la mossa del cavallo, che a casa vostra definireste in modi meno gentili, per dire che con individui che avevi fin lì definito orrendi, ci si può tranquillamente maritare. E per fare cosa? No, mica solo un governo. Per darti il tempo di organizzarti il partito, lanciarlo, cercare di organizzarlo, farlo vivere, tutto in vista di future lezioni. Ma solo quando lo dirai tu, stile Giucas Casella, naturalmente tenendolo sempre sotto schiaffo, in modo da marcare una differenza che poi ti giostrerai in campagna elettorale.

E così Bettini, adesso. Come Renzi, uguale a Renzi, né più né meno. Lo stesso male. Italia Viva minaccia di far cadere il governo? La maggioranza degli italiani perbene considererebbe l’evento più che sufficiente per lucidare la scheda elettorale in vista di una radiosa domenica di voto. E invece no. Bisogna inchiavardarsi alla poltrona. È la storia di quella politica lì. Una grottesca conservazione, un eterno sott’olio, tipo il boccione di una volta pieno di farcitura per i toast. Si cerca un gruppettino di “responsabili” e il gioco sarebbe fatto.

Ma queste ormai sono figurine stinte e pensate che sono quelle che dominano le prime pagine (su questo, considerate anche il livello di autorevolezza della stampa). Quanto ancora potranno durare Renzi e Bettini con i loro piccoli, malinconici, eserciti? Molto, se davvero non li aspetteremo sotto una casa una volta per tutte, urlandogli finalmente quello che pensiamo dei loro intrugli. Ci state togliendo l’aria per vivere, ok, siamo in quarantena. Ma prima o poi ne usciremo.

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/renzi-e-bettini-ci-togliete-laria-noi-vi-aspetteremo-sotto-casa/

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