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SCIENZA E FILOSOFIA

La radici micenee dei greci

Di Guido Barbujani
01 settembre 2017

Misteri scientifici da indagare ce ne sono tanti, ma non si può certo dire che la Grecia è misteriosa. Dai tempi di Heinrich Schliemann e Arthur Evans riconosciamo nella civiltà minoica dell’isola di Creta (fra il 2000 e il 1450 a.C.) e in quella micenea della Grecia continentale (fra il 1600 e il 1000 a.C.) i fondamenti della nostra civiltà. È da lì, da Creta, che provengono i primi testi scritti europei, e sulla Grecia storici e archeologi hanno lavorato tanto, e spesso benissimo. Omero; Atene, Sparta e Tebe; Platone e Aristotele; Maratona, le Termopili, Salamina e Mantinea; Eschilo, Sofocle, Euripide, Tucidide, Erodoto e Senofonte: cos’altro ci sarebbe, da sapere? Be’, parecchio, in realtà. Per esempio: chi erano i greci antichi? Da dove venivano? E siamo sicuri che siano loro gli antenati dei greci di adesso? Hanno cercato risposte nel DNA, con seguito di polemiche su cui torneremo, Johannes Krause del Marx Planck di Jena e un genetista di Seattle, George Stamatoyannopoulos, il cui cognome basta a spiegare perché si sia tanto appassionato alla faccenda (http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature23310.html).

Nel 2015 un gruppo di Harvard aveva dimostrato che Luca Cavalli-Sforza, tanto per cambiare, aveva visto giusto: il DNA dei greci neolitici assomiglia a quello dei primi agricoltori anatolici, gli iniziatori della rivoluzione neolitica. Dunque, l’agricoltura è arrivata in Europa da sudest (questo ce lo dicono i reperti archeologici), e in Grecia ci è arrivata per migrazione (e questo ce lo dice il DNA). Poi, con le civiltà minoica e micenea, si passa dall’età della pietra a quella del bronzo, e dunque ci sono due possibilità: o le novità tecnologiche le ha portate un’altra migrazione (e allora minoici e micenei non assomiglieranno ai greci neolitici), oppure si sono sviluppate localmente (e allora troveremo molto DNA in comune fra minoici, micenei e neolitici). Naturalmente questi sono due estremi, fra cui si possono immaginare tante sfumature. Ma formulare le ipotesi in questa forma aiuta a capirsi.

Krause e i suoi hanno confrontato i DNA di greci neolitici, cretesi minoici e postminoici, e micenei. Hanno trovato che non sono identici, ma si assomigliano molto: hanno in comune tre quarti delle varianti del loro DNA (cioè tre quarti di quell’uno per mille del DNA in cui ci sono differenze fra noi umani). Questo fa pensare che il passaggio dall’età della pietra a quella del bronzo non sia stato accompagnato, in Grecia, da profondi cambiamenti demografici, e quindi da grandi movimenti migratori. È interessante il confronto fra minoici e micenei, questi ultimi subentrati a Creta con il declino della civiltà minoica. Quel quarto di varianti del DNA che i due gruppi non condividono assomiglia, a Creta, a quello di popolazioni asiatiche, del Caucaso e dell’Iran; viceversa, a Micene si trova una componente tipica del nordest europeo. Dunque, sembra che minoici e micenei abbiano avuto gli stessi antenati nel neolitico, ma poi abbiano ricevuto migranti di origini diverse, diventando così a loro volta un po’ diversi.

Altro dato interessante: i greci attuali sono più vicini ai micenei, di cui quindi sembrano discendenti più o meno diretti. Non è un risultato banale: nell’Ottocento uno storico austriaco (e un po’ nostro compatriota, di Bressanone), Jakob Phillip Fallmerayer, sosteneva che i discendenti degli antichi greci non ci sono più, si sono estinti nel medioevo: Krause, quindi, ha provato che si sbagliava. Insomma, lo studio del DNA dimostra come da millenni in Grecia si conservi la traccia di una continuità genealogica, ma anche come poi sia arrivata tanta gente diversa, e non la stessa in tutti i posti.
C’è motivo di credere che lo stesso valga per tante altre popolazioni. Anche chi ha vissuto per generazioni in condizioni di relativo isolamento, per esempio perché stava su un’isola, non è rimasto immune da fenomeni di immigrazione, magari minuscoli, ma frequenti. In questo modo, di regola le popolazioni umane sono diventate un mosaico genetico: con un po’ di fortuna, possiamo ancora riconoscere le tessere portate da tanti antenati differenti.

Dicevamo che il lavoro di Krause e collaboratori ha suscitato polemiche. Solo in Italia, a dire il vero; ma parliamone. «I risultati confermano quel che si sapeva già», dichiara ai giornali un filologo classico, Lorenzo Perilli. E come faceva? Cosa ne sapeva delle somiglianze e delle differenze fra minoici e micenei, prima di leggere lo studio di Krause? Mistero. Ma i suoi pregiudizi sono condivisi da altri colleghi. «Nel Mediterraneo, in epoca paleolitica, ci sono stati spostamenti enormi di popolazioni. È successo di tutto, e penso che le informazioni che ci arrivano dalla genetica siano irrilevanti» sentenzia bellicosamente un etruscologo famoso, Mario Torelli. Boh. Proprio perché può essere successo di tutto, proprio perché la gente migra, ma le fonti storiche non ci dicono (e non possono dirci) in quanti si sono spostati e se hanno lasciato qualche discendente, sembrerebbe utile servirsi anche (anche!) dei metodi e dei dati della genetica. No?

Senza dubbio, anche dopo questa bella analisi genetica, restano tante domande inevase sull’origine della civiltà minoica. Non c’è da preoccuparsi: nessuno in possesso delle proprie facoltà mentali proporrebbe mai di rimpiazzare lo studio della storia con quello del DNA. Tantissime questioni fondamentali, dalle origini della lingua e della scrittura di questi popoli, alle cause del loro successo e del loro declino, possono essere affrontate solo con i metodi dell’archeologia e della ricerca storica. C’è, insomma, lavoro per tutti. Detto questo, se gli anestesisti avessero avuto la stessa apertura mentale di questi accademici nostrani, saremmo ancora al sorso di whisky e al laccio di cuoio da stringere fra i denti, come nei film di cowboy. Gli studiosi del mondo antico avranno maggiori soddisfazioni quando, anche in Italia, capiranno che il progresso tecnologico non è un babau da esorcizzare.

© Riproduzione riservata

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-09-01/la-radici-micenee-greci-180417.shtml?uuid=AEroMeIC&cmpid=nl_domenica

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 il: Settembre 21, 2017, 04:48:18  
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Giovedì 21 settembre 2017

 Frasi di Mark Andrews
   
“La soddisfazione implica di non rimanere passivi: è l'emozione che si raggiunge quando si fa qualcosa per adattarsi ad una nuova situazione o per risolvere un problema.”

MARK ANDREWS

Da frasicelebri.it

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 il: Settembre 21, 2017, 04:45:49  
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"Approvare senza modifiche il codice antimafia"

Arci, Avviso Pubblico, Cgil, Cisl, Uil, Legambiente e Libera si rivolgono alle forze politiche: "È un atto di responsabilità in un momento storico nel quale le mafie e la corruzione hanno dimostrato la loro pervasività"
 
Di MONICA RUBINO
21 settembre 2017

ROMA - Un primo appello lo avevano rivolto all'inizio del 2017 a governo e Parlamento perché si desse alla luce la riforma del Codice antimafia entro la fine della legislatura. E oggi, Arci, Avviso Pubblico, Cgil, Cisl, Uil, Legambiente e Libera, si rivolgono di nuovo alle forze politiche, affinché il testo, passato a luglio al Senato, venga approvato in via definitiva a Montecitorio senza modifiche. In base alle ultime indiscrezioni, infatti, ci sarebbe un accordo nella maggioranza per dare l'ok al provvedimento la prossima settimana alla Camera. Ma assieme a un ordine del giorno che impegnerà il governo a "depotenziarlo", cancellando in tempi rapidi la parità piena tra corruzione e mafia. Come? Eliminando dal testo il punto più controverso della legge, ossia il sequestro preventivo dei beni ai corruttori che in questo modo verrebbero equiparati ai mafiosi.

 "Approvare il Codice Antimafia è un atto di responsabilità", affermano nell'appello sindacati e associazioni. "Chiediamo a tutte le forze politiche di approvare senza modifiche alla Camera il testo ricevuto dal Senato, dimostrando in tal modo di avere coscienza di compiere un atto politico di responsabilità, a distanza di 35 anni dall'approvazione della legge Rognoni-La Torre e in un momento storico nel quale le mafie e la corruzione hanno dimostrato la loro pervasività e la loro capacità di inquinare parti della pubblica amministrazione, dell'economia e della società".

 Secondo i sottoscrittori dell'appello, infatti, il nuovo Codice antimafia "non solo rafforza strumenti già esistenti", come appunto l'Agenzia per i beni sequestrati e confiscati, "ma migliora la normativa in vigore, in particolare per quanto riguarda le misure di prevenzione, tenendo conto dell'esperienza applicativa precedente alla riforma e di alcune criticità che si sono manifestate nella gestione degli immobili e delle aziende sottratte alle mafie e al crimine organizzato". A conforto di ciò, viene citato anche il riferimento a una specifica delibera del Csm dello scorso 13 settembre, in cui è stata chiesta al legislatore un'accelerazione sulla riforma.
 
© Riproduzione riservata 21 settembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/09/21/news/_approvare_senza_modifiche_il_codice_antimafia_-176088929/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P5-S1.4-T1

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 il: Settembre 21, 2017, 04:44:40  
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Manuale di manutenzione per il capitalismo verso l’autodistruzione

Pubblicato il 15-09-2017

Andrew Spannaus, analista americano residente in Italia, specializzato in geopolitica e macroeconomia, ha pubblicato su l’”Espresso” n. 28 l’articolo “Capitalismo. Manuale di manutenzione”, cui fa da spalla un’intervista, rilasciata dal sociologo-economista tedesco Wolfgang Streeck, anch'essa pubblicata sullo stesso periodico, col titolo “Morirà per overdose”. Nell'intervista, il sociologo-economista, rincarando le critiche dell’analista americano nei riguardi del modo capitalistico di gestire l’economia globale, formula un giudizio poco rassicurante sull'evoluzione futura del capitalismo, in quanto, a suo parere, l’ultima crisi ha messo in evidenza che il prevalente modo di produrre dei Paesi democratici economicamente avanzati è vittima di “una dinamica endogena di autodistruzione”, esposto al rischio di una “possibile morte per overdose da sé stesso”. Quali le cause?

A parere di Spannaus, la causa prima della crisi attuale del capitalismo deve essere rinvenuta nell’egemonia acquisita dai mercati finanziari e dalle procedure con cui questi hanno conformato alla loro logica di funzionamento l’allargamento e l’approfondimento della globalizzazione. L’egemonia dei mercati finanziari è stata la conseguenza dell’affermarsi dell’ideologia del “libero mercato”, condivisa dalle forze politiche democratiche di ogni orientamento; secondo questa ideologia, il mercato senza regole e vincoli è espressione del sistema delle democrazie, ovvero del “sistema che garantisce la libertà contro le dittature più o meno evidenti”. La condivisione di questo assunto ha radicato il convincimento che mettere in discussione il capitalismo significhi “mettere in discussione tutto”, per cui deve essere intrapreso e giustificato ogni sforzo volto alla difesa delle “democrazie liberali occidentali dalle forze del male, non solo esterne, ma sempre di più interne alle nostre società”.

Se la democrazia, e con essa la libertà, posta a fondamento del liberalismo, che premia i liberi mercati, ma depotenzia gli Stati, devono giustificare, attraverso la guerra, l’esportazione del modello organizzativo politico prevalente all’interno di Paesi ad economia di mercato, allora – afferma Spannaus – c’è un “primo inganno” da disvelare, in quanto i valori della democrazia e della libertà non possono essere “manipolati da un establishment intento a garantire la continuazione della propria supremazia” non in linea con i valori dell’ideologia che lo stesso establishment ha fatto propria.

Ora, l’ideologia neoliberista viene criticata, non solo per via degli esiti indesiderati prodotti dalla globalizzazione e dell’egemonia dei mercati finanziari che l’hanno promossa, ma anche e soprattutto per l’incapacità dei governi di contrastare di tali esiti. Sono ormai passati dieci anni dallo scoppio della Grande Recessione, ma la stentata ripresa risulta caratterizzata da livelli salariali bassi, da un’alta precarietà delle posizioni lavorative e, quel più conta, da una difficoltà a creare nuove opportunità occupazionali.

A parere di Maurizio Ricci, autore dell’articolo “Il mistero dei salari perduti. Robot, part time e qualifiche basse rivoluzionano lavoro e compensi” (in “la Repubblica” del 12.7 corrente anno), il problema della riduzione del monte salari “costituisce il thriller dell’estate”, perché mai “nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari”. Senza la spinta dei salari, manca lo stimolo dell’inflazione, mentre la deflazione mostra di persistere, aggravando maggiormente il fenomeno di una stagnazione pervasiva. Tale stato di cose induce a pensare che la debole ripresa, che caratterizza le economie colpite dagli effetti peggiori della crisi, in prospettiva non possa rafforzarsi; ciò perché – afferma Ricci –“il 70% dell’economia moderna è fatto di consumi”, per cui, se manca il potere d’acquisto per poterli effettuare, i sistemi economici stentano a riguadagnare la normalità.

Secondo il dibattito in corso a livello mondiale, il fenomeno della riduzione del potere d’acquisto è imputabile al fatto che coloro che sono responsabili dell’affermazione dell’ideologia neoliberista non sono stati all’altezza di prevedere e, conseguentemente, di prevenire gli effetti del diffondersi della globalizzazione attraverso il contino approfondimento capitalistico delle attività produttive. Queste modalità di allargamento della globalizzazione sono responsabili – ricorda Ricci – dei tre quarti del declino del contributo del lavoro sul PIL prodotto in Paesi come l’Italia e la Germania. Gli effetti dell’approfondimento tecnologico sono forse più gravi dell’allargamento della globalizzazione, come sta a dimostrare la previsione che quest’anno le imprese della robotica tedesca aumentino il proprio fatturato del 7%, a fronte del quale, però, si prevede che per ogni robot che “entrerà in fabbrica saranno cancellati sei posti di lavoro”: tre dentro la fabbrica e tre tra le attività dell’indotto.

La previsione è confermata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che raccoglie tutti i Paesi economicamente sviluppati; l’organizzazione ha analizzato l’impatto negativo dello sviluppo tecnologico sul mercato del lavoro, appurando che i salari, ormai non più collegati all’andamento della produttività, per un terzo sono diminuiti perché i posti di lavoro perduti nell’industria manifatturiera sono stati sostituiti da posti di lavoro nel settore dei servizi a basso valore aggiunto; mentre, per altri due terzi sono diminuiti a causa della sostenuta riduzione dei posti di lavoro un tempo ricoperti da quella che solitamente era indicata come “classe media”, quasi totalmente scomparsa, con effetti negativi, non solo sul piano economico, ma anche si quello politico.

Il dibattito internazionale individua la causa della contrazione del potere d’acquisto, che un tempo sosteneva la domanda finale dei sistemi economici avanzati, non solo nel fatto che “le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso”; ma anche nel comportamento delle grandi imprese, operanti a livello internazionale, che aumentano la loro dimensione attraverso l’”assorbimento” di quelle più piccole a più alta intensità di lavoro, estendendo pure a queste ultime la loro stessa logica organizzativa interna, risparmiatrice di posti di lavoro.

La riduzione del monte salari viene connessa dunque alla continua diminuzione di posti di lavoro, ma viene accentuata dalle disuguaglianze distributive, un fenomeno quest’ultimo, valutato tanto grave da indurre il sociologo economista Wolfgang Streeck a prevedere che il capitalismo sia destinato a morire “per over dose da sé stesso”. Ciò perché, secondo Streeck, la crisi che affligge il capitalismo attuale “non è un fenomeno accidentale, ma il culmine di una lunga serie di disordini politici ed economici che indicano la dissoluzione di quella formazione sociale che definiamo capitalismo democratico”; il suo manifestarsi corrisponde al processo col quale il capitalismo si è liberato dai “lacci e laccioli” con cui si era tentato di “addomesticare” gli “animal spirit” di keynesiana memoria dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Questo processo ha liberato l’economia capitalistica dal keynesismo del dopoguerra, per trasformarla in un’economia opposta, “di stampo hayekiano, che punta – afferma Streeck – alla crescita attraverso la redistribuzione dal basso all’alto, non più dall’alto al basso”. Si tratta di una transizione che produce una democrazia azzoppata dal libero mercato, che ha ribaltato il patto sociale post-bellico che aveva consentito alla democrazia di regolare il funzionamento del mercato.

Il capitalismo democratico del dopoguerra aveva trovato un proprio equilibrio, conciliando gli interessi del capitale con quelli del lavoro; ma negli anni Settanta, interrottasi la crescita, complici le crisi, inizialmente dei mercati delle materie prime e di quelli delle valute, ma proseguite negli anni successivi, il conflitto tra capitale e lavoro è stato affrontato attraverso espedienti politici, quali inflazione, debito privato e debito pubblico; tali espedienti, però, sono serviti al capitalismo, non già per riformarsi, ma solo per “guadagnare tempo, peraltro divenuti nel tempo “problemi di per sé”.

La prima crisi è degli anni Settanta, quella dell’inflazione globale, alla quale ha fatto seguito la crisi dovuta all’esplosione del debito pubblico, negli anni Ottanta, e quella dovuta all’indebitamento privato degli anni Novanta, culminata poi con la crisi dei mercati immobiliari americani dei subprime, che ha dato luogo alla Grande Recessione iniziata nel 2007/2006. Da quattro decenni – osserva Streeck – lo stato di crisi dell’economia dei Paesi democratici economicamente avanzati è diventato la norma; ma lo è diventato anche per il capitalismo inteso come “ordine sociale”, i cui principali sintomi dei mali che lo affliggono sono il declino della crescita, l’aumento dell’indebitamento e la crescente disuguaglianza; a questi si aggiungono – afferma Streeck – “cinque disordini sistemici: la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio del dominio pubblico, la corruzione e l’anarchia”.

Esiste un rimedio ai mali del capitalismo? Secondo Sreeck, il fatto che il capitalismo sia finora riuscito a sopravvivere alle previsioni della sua fine, non significa che possa continuare a farlo indefinitamente; il suo salvataggio è sempre stato realizzato attraverso un costante lavoro di “manutenzione”. Oggi, però, le tradizionali forze che l’hanno sempre supportato sono depotenziate, per cui il capitalismo si trova in uno stato di “coma cosciente”, che lascia presagire una sua morte, in quanto esso (il capitalismo) è “divenuto più capitalistico di quanto gli sia utile. Perché ha avuto troppo successo, sgominando quegli stessi nemici che in passato lo hanno salvato, limitandolo e costringendolo ad assumere forme nuove”; in altre parole, Streeck ritiene che il capitalismo debba la sua agonia attuale al fatto di avere avuto troppo successo, che lo ha condotto ad essere vittima di una “dinamica endogena di autodistruzione, a una morte per overdose da sé stesso”, appunto.

La fine del capitalismo non avverrà improvvisamente, ma sarà l’esito di un lungo processo di trasformazione, durante il quale, sempre a parere di Streeck, i Paesi che ne saranno colpiti vivranno un periodo “di entropia sociale e di disordine”. Per contrastare il disordine e contenere i costi sociali del processo di trasformazione del capitalismo, sarà forse necessario ridimensionare la globalizzazione e semplificare – come afferma Spannaus – la “catena di valore” che attualmente la giustifica: cioè, ridimensionando i flussi di beni intermedi che a livello globale costituiscono una parte importante degli scambi commerciali. “Molti beni sono prodotti non in un singolo Paese, ma passano più luoghi nel percorso di realizzazione”. L’accorciamento della “global supply chain”, a vantaggio delle singole economie nazionali, potrà garantire maggiori opportunità socio-politiche, ma anche comportare maggiorazioni dei prezzi dei beni consumati, compensate queste ultime dal fatto che prezzi bassi non sono necessariamente indicatori di benessere, essendo, al contrario, il “motore” che promuove a livello internazionale l’approfondimento capitalistico delle imprese, quindi causando disoccupazione tecnologica e difficoltà nella creazione di nuovi posti di lavoro.

Per i Paesi europei, perché il processo di trasformazione del capitalismo risulti meno costoso in termini sociali, occorrerebbe rendere meno globale il processo di integrazione nel mercato mondiale delle economie nazionali; a tal fine, a parere di Streeck, non sarà possibile fare affidamento sull’Europa, poiché non vi è alcuna disponibilità da parte degli establishment di ritornare alla “socialdemocrazia europea”, come sta a dimostrare la conclusione dell’ultimo G20 di Amburgo. Il tema all’ordine del giorno consisteva nello stabilire come assicurare una migliore “forma a un mondo interconnesso”; rispetto a questo tema, però, i rappresentanti dei Paesi europei si sono solo impegnati a dare sicura attuazione alle riforme neoliberali all’interno dei propri Paesi. Ciò significa che non sarà possibile attendersi un governo europeo, socialmente condiviso, dell’eventuale processo di trasformazione del capitalismo.

Il ritorno alla “socialdemocrazia europea”, perciò, non varrebbe a garantire una governance democratica del disordine connesso al processo di trasformazione del capitalismo; dalla riunione di Amburgo è emerso che la futura governance europea dell’evoluzione del capitalismo sarà solo complementare al governo dell’Eurozona, strumentale al mantenimento delle attuali forme assunte dalla globalizzazione, causa della crisi del capitalismo e non già di una crescita globale qualitativamente più condivisa, accompagnata dalla creazione di più alti livelli occupazionali.

Gianfranco Sabattini

 Da - http://www.avantionline.it/2017/09/il-capitalismo-verso-lautodistruzione/#.Wb0EPMhJaUk

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 il: Settembre 20, 2017, 10:40:23  
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SCENARIO
Il rebus del nuovo premier
Il sistema elettorale e il panorama partitico rendono azzardata ogni ipotesi reale di governo

  Di Paolo Mieli

Beppe Grillo ha annunciato che il «candidato premier» dei 5 Stelle sarà anche il capo politico del movimento. Lodevole intenzione per quel che concerne la loro leadership. Superflua per quel che riguarda la designazione del futuro presidente del Consiglio. E non solo perché, a norma di Costituzione, questa scelta spetta al capo dello Stato. Né per il fatto che Luigi Di Maio, secondo quel che prescrive l’articolo 7 del regolamento pentastellato — è vietata la presentazione nelle liste di una persona nei cui confronti penda un procedimento penale, «qualunque sia la natura del reato contestato» — sarebbe addirittura non candidabile. Di Maio, è vero, dovrà presentarsi in un’aula di tribunale in occasione di due processi per diffamazione (senza contare che — a detta del loro ex ideologo, Paolo Becchi — ne è in arrivo un terzo). Ma non è per questo che l’annuncio di Grillo è, parzialmente, superfluo. I veri motivi per cui la candidatura di Di Maio a premier è di natura esclusivamente formale, sono altri. Uno in particolare: con il nuovo sistema elettorale, quale che esso sia, sarà impossibile che i votanti contribuiscano in modo determinante alla scelta di chi verrà poi nominato primo ministro, come invece accadeva nel ventennio di Silvio Berlusconi e di Romano Prodi. Ripetiamo: sarà pressoché impossibile.
Non esiste in natura, infatti, un sistema elettorale che possa garantire in entrambe le Camere (sottolineiamo: tutte e due le Camere) l’elezione del 51 per cento di quei parlamentari a cui dovrebbe essere poi affidata la missione di portare a Palazzo Chigi il «candidato premier». Eccezion fatta per un impensabile ballottaggio nel quale, con un unico voto, si decida la maggioranza nei due rami del Parlamento. E anche in questo caso il responso delle urne potrebbe riservarci qualche sorpresa in quanto tale risultato verrebbe prodotto da corpi elettorali differenti (per le due Camere si vota a partire da età diverse: 18 anni per Montecitorio e 25 per Palazzo Madama). Discorso chiuso dunque. Durante la campagna elettorale sentiremo ancora parlare di «candidati premier», ma sarà solo per coazione a ripetere gli slogan della ventennale stagione del maggioritario. Nessuno dei primi ministri designati dai partiti avrà qualche ragionevole possibilità di entrare a Palazzo Chigi. Anzi, proprio perché saranno candidati di vessillo, a loro specificamente sarà con ogni probabilità precluso di essere scelti come capi di un eventuale governo di coalizione. Diciamo «loro», dal momento che il discorso vale non solo per Di Maio, ma anche per Matteo Renzi e Matteo Salvini, gli altri due leader di partito che, ad oggi, si sono presentati sulla scena come «candidati premier». Né Di Maio, né Renzi, né Salvini saranno dunque presidenti del Consiglio nella prossima legislatura.
Si obietterà: potrebbero lo stesso essere chiamati alla guida di un governo, ad esempio un governo di coalizione (non mancano precedenti in Europa dove, a cominciare dalla Germania, è accaduto qualcosa del genere). Improbabile, perché negli altri Paesi europei le condizioni sono diversissime e in ogni caso i capi partito che guidano coalizioni si alleano con formazioni di consistenza assai minore. Qui da noi, invece, le ipotesi di «alleanza per un governo» sono tre. La prima (dichiarata) tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia alla quale nessun sondaggio assegna più del 35 o 36% . Né è pensabile che partiti dell’ultim’ora come quello «animalista» di Michela Vittoria Brambilla o quello «rinascimentale» di Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti riescano a colmare il gap che divide il 36 (percentuale di voto assegnata dalle rilevazioni demoscopiche) dal 51 (percentuale dei parlamentari necessari a dar vita a una maggioranza). Tra l’altro i primi due partiti di questa coalizione sono tra loro in stato di esplicita ostilità e in condizioni di sostanziale parità, anche se è dato per probabile che nel rush finale Berlusconi conquisti un bottino più consistente.
La seconda ipotesi di «alleanza per un governo» (non dichiarata, anzi esclusa) è quella tra Cinque Stelle e Lega alla quale è assegnato un risultato non dissimile dal precedente e dunque ben lontano dalla soglia che può consentire l’ingresso a Palazzo Chigi. C’è qui una carta segreta a favore di questa ipotesi: parte dei movimenti a sinistra del Pd si sono pronunciati (esplicitamente sul quotidiano Il Fatto) per un sostegno a un governo dei Cinque Stelle, ma non hanno fin qui specificato se compirebbero quel gesto anche in compagnia di Matteo Salvini. Comunque la carta è sul tavolo. La terza ipotesi di «alleanza per un governo» (quasi dichiarata, pur se destinata in campagna elettorale a essere esorcizzata e deprecata) è quella tra Pd e Forza Italia, che con opportune correzioni del sistema elettorale in senso maggioritario e con qualche «conquista/acquisto» di neoeletti nel prossimo Parlamento, potrebbe condurre i due partiti in prossimità della meta. Può darsi che questo accada. Ma a noi appaiono tutte e tre coalizioni assai improbabili e di dubbia stabilità. C’è da notare, in ogni caso, che solo due partiti, Forza Italia e Lega, sono fungibili per due delle tre alleanze prefigurate. E da ciò si nota una qualche superiorità, sulla scacchiera, del giocatore di centrodestra.
E un’alleanza di centrosinistra è davvero impossibile? A sinistra ci sono due incognite che rendono assai complicato ogni scenario. La prima: il Pd arriverà alle urne così come è oggi o subirà una nuova scissione? Qui entra in scena l’unico vero, abile oppositore che Renzi ha da anni all’interno del suo partito: Dario Franceschini. Alleato, quantomeno pro forma, del segretario, il ministro della Cultura è assai più scaltro dei suoi incontinenti predecessori. Si è guardato bene dal dissanguarsi in una estenuante serie di dichiarazioni antipatizzanti nei confronti di Renzi. E anzi, con una classe che è mancata agli antirenziani di provenienza comunista, nel momento in cui la pm di Modena, Lucia Musti, ha denunciato al cospetto del Consiglio superiore della magistratura alcune macchinazioni a danno del capo del Pd, ha alzato la voce contro tali episodi definendoli «di enorme gravità istituzionale». Ciò che ne ha rafforzato ruolo e prestigio anche all’interno del partito, ma che non può essere considerata un pietra definitiva sull’ipotesi di una sua rottura con Renzi.
C’è poi la seconda incognita fino a oggi presa sottogamba dai sondaggisti: quella costituita dalla sinistra alternativa al partito renziano. Le rilevazioni ufficiali assegnano a questa/e formazione/i (ammesso che riescano a prendere forma solida) meno del 5%. Ma loro sostengono che riusciranno a ottenere grandi consensi facendosi interpreti degli astenuti e dei fuorusciti dal Pd. Sicché, stando alle loro dichiarazioni (e a sondaggi di cui dicono di disporre), alla fine il risultato sarà di molto superiore al 10%. Forse attratti da questa prospettiva si muovono in direzione di tale raggruppamento molti parlamentari Pd in scadenza. A loro si stanno avvicinando anche parte, solo una parte beninteso, di quelli che furono i radicali di Marco Pannella. Ed è forse anche in questa chiave che va letta la polemica particolarmente vivace di Emma Bonino contro il ministro dell’Interno Marco Minniti e la sua politica sui migranti. Polemica certo non strumentale ma che si avvale di molti argomenti fatti propri da Mdp. Va anche registrato un parziale ammorbidimento dei toni ostili a Pisapia dei «referendari» Anna Falcone e Tomaso Montanari. E un’attenuazione, pur quasi impercettibile, dell’ostilità contro l’ex sindaco di Milano da parte dell’erede di Vendola, Nicola Fratoianni. Se davvero riuscissero a mettersi insieme — e al momento del voto potessero contare sulle percentuali che garantiscono i loro sondaggisti — nascerebbe anche a sinistra un raggruppamento di consistenza pari a quella della Lega. Una formazione che, al momento delle alleanze, potrebbe giocare su due tavoli: quello del Pd e quello di Cinque Stelle. Ma su quel che riguarda il loro futuro a oggi sono solo loro stessi a scommettere. E sarebbe alquanto imprudente affidare un vaticinio di stabilizzazione del sistema politico italiano all’avverarsi delle profezie che vengono fatte alla sinistra del Pd.

17 settembre 2017 (modifica il 17 settembre 2017 | 20:58)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

DA - http://www.corriere.it/opinioni/17_settembre_18/rebus-nuovo-premier-42a62820-9bd6-11e7-99a4-e70f8a929b5c.shtml

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 il: Settembre 20, 2017, 10:39:09  
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Caso Orlandi, la Santa Sede: "Documento falso e ridicolo".
Cardinale Re: "Mai visto quel conteggio spese"
Il porporato che all'epoca era assessore agli Affari Generali della Segreteria di Stato vaticana nega di aver mai ricevuto "alcuna rendicontazione su eventuali spese effettuate" per la vicenda della ragazza scomparsa nel 1983. Ma il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, su Facebook è ottimista: "Il muro sta cadendo", scrive

Di PAOLO RODARI
18 settembre 2017

CITTÀ DEL VATICANO - La Santa Sede definisce "falsa e ridicola" la documentazione su eventuali spese per oltre 483 milioni di lire affrontate per "l'allontanamento" di Emanuela Orlandi, risalente al 1998 e riferita all'arco di tempo compreso fra il 1983 e il 1997. La presa di posizione è stata espressa dal direttore della Sala stampa, Greg Burke. "Il muro sta cadendo", scrive invece su Facebook Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, in un post che rilancia la notizia.

"Non ho mai visto quel documento pubblicato da Fittipaldi, non ho mai ricevuto alcuna rendicontazione", aveva già affermato in mattinata a Stanze Vaticane, il blog di Tgcom24, il cardinale Giovanni Battista Re, porporato che risulta tra i destinatari del documento, pubblicato da Repubblica.it e dal Corriere della Sera. Il cardinale, Prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi, all'epoca era Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato.

Il documento integrale sul caso Orlandi - foto

Ai tempi della scomparsa di Emanuela Orlandi, Re era assessore agli affari generali e quindi "numero tre" della Terza loggia. Non era insomma uno qualunque. Sulla vicenda della Orlandi è lui il porporato sulla carta fra i più informati. Già lo scorso 20 giugno Re parlò della vicenda per dire che "la Segreteria di Stato non aveva proprio niente da nascondere". "Anzi - continuò il cardinale -, avrebbe desiderato rendere pubblico qualsiasi elemento, solo che non avevamo nulla di concreto".
 
E ancora: "Non sono mai riuscito ad avere in mano nessun riscontro, è solo una mia intuizione. Però, ripensando a quei giorni, mi sono convinto che dietro la scomparsa ci fosse un servizio segreto interessato a mandare messaggi ad Ali Agca, perché non dicesse la verità. Aveva cominciato a parlare e poi ha ritirato tutto".

© Riproduzione riservata 18 settembre 2017

DA - http://www.repubblica.it/vaticano/2017/09/18/news/caso_orlandi_cardinale_re_mai_visto_quel_documento_su_spese_per_emanuela_-175812348/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

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 il: Settembre 20, 2017, 10:37:53  
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La Lega oltre Bossi. E oltre la Padania
Le mappe.
Il nuovo programma del partito è: richiamo all'ordine. E Matteo Salvini vola nel consenso personale.
Ma appare difficile che il Carroccio senza il traino e la mediazione di Berlusconi possa candidarsi a guidare il Paese

Di ILVO DIAMANTI
18 settembre 2017

A Pontida, anche quest'anno si è celebrato il rito dell'identità leghista. Come avviene, ormai, dal 1990. Si tratta, infatti, di un appuntamento importante, per i militanti e gli elettori della Lega.

Ma non solo. Perché la Lega occupa un ruolo importante, nella politica italiana. Pontida costituisce, dunque, un'occasione utile per verificare le strategie di questo soggetto politico. Per molti anni ha sottolineato la natura movimentista e nordista della Lega. Raccolta e mobilitata, nel "sacro suolo", situato nelle valli bergamasche. Intorno al Capo. Interpretato, oggi, da Matteo Salvini. Che ha sancito, definitivamente, la rottura con il leader storico, Umberto Bossi. Il quale ieri, per la prima volta, a Pontida, non ha parlato. E ha commentato, acido, più che deluso: "È un segnale che devo andarmene via".
 
Bossi, d'altronde, era stato "allontanato" dalla Lega già da tempo. In fondo, Pontida, oggi, è un teatro situato "oltre" il territorio. "Oltre" la Padania. Un teatro dove recita un attore protagonista, un one man show, presente e visibile in molti e diversi media. Perché fa ascolti. Personalmente: ha un pubblico più ampio del partito. E ciò, in qualche misura, suscita qualche preoccupazione nel suo stesso partito. Fra gli stessi leader storici. Roberto Maroni, suo predecessore alla guida della Lega, ha criticato apertamente la decisione di "silenziare Bossi". Perché, ha scandito, "Pontida è Bossi". Ma, dietro alla dichiarazione di lealtà verso "il padre della patria padana", si coglie anche l'inquietudine nei confronti di un leader poco disposto ad ascoltare - e accettare - altri leader autorevoli, intorno a sé.

D'altronde oggi il programma, ribadito ieri da Salvini, indica orientamenti piuttosto chiari. Il richiamo all'ordine. Meglio: alle "forze dell'ordine". Alle quali ha promesso di dare "mano libera ". Quindi: l'abolizione dell'obbligo dei vaccini, ma anche della legge Fiano che punisce la propaganda del fascismo e del nazismo con immagini o contenuti di cui vieta produzione e vendita. Ancora, propone l'elezione popolare dei giudici. Infine, ma certo non per importanza: rivendica il contrasto all'immigrazione. All'invasione che minaccia la nostra società, la nostra vita, la nostra sicurezza. Si tratta di un discorso dai contenuti precisi. Anche sul piano simbolico e dei valori. Coerenti con l'azione e la comunicazione dei principali soggetti neopopulisti di destra, in Europa. D'altronde, non per caso, il modello - e interlocutore - politico privilegiato, di Salvini, è il Front National di Marine Le Pen. A sua volta, la leader verso la quale il "Capo" leghista dimostra maggiore confidenza. Puntualmente ricambiato. Per questo ho sostenuto, ormai da un paio d'anni, che la Lega Padana ha lasciato il posto alla "Lega Nazionale", un partito personale, più che personalizzato. Ben raffigurato dalla denominazione "Noi con Salvini", proposta nel Centro-Sud.

La Lega Nazionale di Salvini (LNdS), peraltro, oggi è stimata, dai sondaggi, intorno al 13-14%. Più o meno, come Forza Italia. Insieme a Fratelli d'Italia, di Giorgia Meloni, il Centro-destra supererebbe il 32%. Qualche punto sotto rispetto alle forze di Centro-sinistra. Che, tuttavia, hanno maggiori difficoltà e problemi crescenti a "coalizzarsi". Perché le tensioni e le divisioni, fra loro, sono molto più profonde. E meno superabili, anche in vista della competizione elettorale. Peraltro, Salvini, come abbiamo osservato, dispone di un livello di consenso personale elevato: 37% (Sondaggi Demos). Superiore a Renzi. E a Silvio Berlusconi. Matteo Salvini, secondo gli elettori di Centro-destra, costituisce, inoltre, il candidato premier migliore. Preferito allo stesso Berlusconi. Ulteriormente penalizzato perché, attualmente, non è candidabile, a causa della condanna definitiva (nel 2013) per frode fiscale. Tuttavia, Salvini fatica a intercettare consensi politici "personali" oltre i confini della Lega. La stessa Lega fatica a sfondare oltre i territori tradizionali. Oggi, infatti, appare forte e radicata nel Nord Ovest e ancor più nel Nord Est. Si è consolidata anche nelle regioni - un tempo "rosse" - dell'Italia centrale. Ma è ancora "straniera" (per quanto meno di un tempo) nel Sud e nelle Isole.

Il problema principale della Lega (e della LNdS), però, è che, senza il traino e la mediazione di Berlusconi, la sua candidatura alla guida del Paese, apertamente annunciata a Pontida, appare improponibile. Non ha possibilità di realizzarsi. Per la posizione anti-europea, ma soprattutto: anti-Euro. E perché non è in grado di "saldare" il Centro-destra. In quanto è troppo spostata a Destra. Silvio Berlusconi stesso, nella Convention azzurra, che si è svolta (anch'essa) ieri a Fiuggi, ha rammentato, in modo inequivocabile, che: "il Centro-destra l'abbiamo fatto noi e abbiam sempre avuto il leader per realizzare il programma. Siamo noi che abbiamo portato al governo forze che erano sempre state escluse ". Non per caso, l'interlocutore privilegiato della LNdS, fra i leader di Forza Italia, oggi è Giovanni Toti. Eletto governatore della Liguria. Insieme alla Lega ha "vinto tutto quel che c'era da vincere ". Come ha scandito ieri, a Pontida. Emozionato, perché (parole sue) è "il primo non-della- Lega a parlare da questo palco". Toti, per Salvini, è un interlocutore affidabile (e affezionato a Pontida, dove era già venuto, pur senza parlare). Con il quale è più facile negoziare.

A Pontida, dunque, è partita la campagna elettorale della Lega. In vista del voto politico del prossimo anno. Ma anche - e anzitutto - in vista dei referendum per l'autonomia del Veneto e della Lombardia. In caso di successo, la LNdS (la Lega Nazionale di Salvini) rafforzerebbe la propria immagine personale e politica. Ma, forse, indebolirebbe la nuova identità territoriale. Nazionale. Perché rischierebbe di riprodurre la tradizionale immagine. Nordista, se non (solo) Padana. Salvini-Zaia-Maroni-Toti, insieme, interpreterebbero "la marcia su Roma" del Lombardo- Veneto. Con la mediazione della Liguria.

© Riproduzione riservata 18 settembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/09/18/news/le_lega_oltre_bossi_e_oltre_la_padania-175818649/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T2

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 il: Settembre 20, 2017, 10:36:50  
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CITTADINANZA
Ius soli, la “non interferenza” del Papa e il discreto pressing dei vescovi

Di Carlo Marroni
18 settembre 2017

La linea della Santa Sede da quando è stato eletto è chiara: sulle faccende italiane «io non mi immischio» disse il Papa in aereo nel 2016 a proposito delle unioni civili, allora al centro dello scontro politico anche dentro il mondo cattolico. Legge che poi fu approvata nonostante il forte disappunto di larghi strati della Chiesa Italiana, che appoggiò il movimento di base culminato nel Family day del Circo Massimo. Disappunto e contrarietà, ma senza una linea ufficiale, come accaduto invece un decennio prima contro il governo Prodi per i Dico, quando la linea del cardinale Ruini per la Cei e del cardinale Bertone per la Santa Sede, fecero affondare quella legislazione.

La non interferenza “diretta” vale oggi anche per il fine vita e lo ius soli, anche questo non esclude che le gerarchie possano esprimersi sui temi sensibili della società. E adesso questo vale soprattutto per le questioni dell'immigrazione e dell'accoglienza. Su questo punto la Cei è molto presente, anche se la linea espressa dal cardinale-presidente Gualtiero Bassetti rispecchia in pieno quella del Papa (confermata di recente nel volo dalla Colombia) e cioè di una accoglienza “sostenibile”, che rientri in un quadro di regole chiare (anche per lo Ong) che tutelino anche chi accoglie, quindi nel rispetto della legalità. Di recente il Papa si è incontrato riservatamente con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ma c'è credere che i due – alla presenza del Sostituto, Angelo Becciu - non siano entrati nel delicato campo della “legislazione”, proprio per sgombrare il campo da possibili equivoci.

Naturalmente la posizione più generale della Chiesa italiana è quella di agevolare l'accoglienza, e quindi la legge sullo “ius soli” – pur nel quadro di precisi paramenti sia sui genitori e che sul percorso scolastico – rientra negli auspici, e uno specchio autorevole di questo comune sentire è il quotidiano Avvenire, di proprietà della Cei e diretto da Marco Tarquinio, che nell'edizione di domenica, una delle più vendute vista la capillare distribuzione nelle parrocchie italiane, ha pubblicato una sovracopertina con foto a colori di stranieri in attesa di cittadinanza. Il Pd e il governo spingono per una approvazione entro la fine della legislatura, anche se il sentiero e molto accidentato: tempi stretti e opposizione del centro destra, compreso il partito del ministro Angelino Alfano, tradizionalmente vicino alle posizioni dell'episcopato. Al di là di calcoli elettorali – ormai impossibili nella società liquida in cui si muovono i tradizionali blocchi d'opinione – il tema dello “ius soli”, ormai risolto in gran parte d'Europa, si pone come centrale in Italia proprio per esprimere il modello sociale a cui si intende puntare, guardando oltre la contingenza dei flussi dal Mediterraneo.

In questo quadro la Chiesa italiana conta su uno slancio di fine legislatura, magari sospinto, oltre che dal premier, anche dal ministro dell'Interno Marco Minniti, che da laico (e da ministro-pilastro del governo) ha un dialogo aperto con le gerarchie ecclesiali, come accaduto ieri nel convegno di Assisi organizzato dal cardinale Gianfranco Ravasi e dai frati del Sacro Convento.

Un momento importante per capire gli orientamenti dei vescovi italiani – da maggio guidati dal nuovo presidente Bassetti, votato in larga maggioranza e molto apprezzato dal Papa – su migrazione e ius soli sarà il prossimo consiglio permanente che dovrebbe riunirsi la prossima settimana a Roma, il primo della nuova gestione.

© Riproduzione riservata

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-09-18/ius-soli-non-interferenza-papa-e-discreto-pressing-vescovi--115854.shtml?uuid=AEoDCtUC

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 il: Settembre 20, 2017, 10:33:22  
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L’invito a Haftar irrita Sabratha.
Le milizie inondano il mare di barconi
La risposta del clan Dabbashi alla mossa italiana

Pubblicato il 18/09/2017

FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK

Sabratha non ci sta e i barconi riprendono il mare. Il consiglio militare della città della Tripolitania condanna l’invito dell’Italia a Khalifa Haftar, per il quale il generale è atteso a Roma il 26 settembre per incontrare il ministro della Difesa Roberta Pinotti, e alcuni alti ufficiali dello Stato maggiore. «Denunciamo l’invito giunto specie perché la Corte penale internazionale ha chiesto ripetutamente l’arresto degli affiliati (del generale) colpevoli di aver commesso crimini di guerra», spiega in una nota il Consiglio militare di Sabratha. Questa la reazione ufficiale di Sabratha. Venerdì intanto, il Mediterraneo centrale si affollava di gommoni come non accadeva da tempo: 15 interventi di salvataggio in poche ore, cui si devono aggiungere alcuni del giorno precedente e altri di ieri: circa 1800 persone salvate nel fine settimana, con l’aiuto delle navi militari e di quelle delle poche Ong rimaste davanti al mare della Libia e il coordinamento della Guardia costiera italiana. Oltre agli «sbarchi fantasma». 
 
«I due accadimenti non sono affatto slegati», spiegano fonti libiche a La Stampa secondo cui questa è la reazione «non ufficiale» di Sabratha alla notizia del «peggiore degli sbarchi» quello di Haftar a Roma, trapelata ad arte già prima del fine settimana da Bengasi. La città costiera è considerata l’hub per eccellenza del traffico dei migranti diretti in Italia, da qui sono partite le decine di migliaia di persone in fuga dal «serbatoio africano». Poi, a un tratto, il flusso è stato interrotto, in parte con la nuova missione italiana a sostegno della Guardia costiera libica. In parte con gli accordi «sotto traccia» tra italiani e figure di spicco che controllano quel tratto di costa (e di conseguenze i traffici che ospitano). «I Dabbashi hanno riaperto i rubinetti dopo aver saputo dell’invito», ci spiegano in riferimento alla «famiglia» che controlla Sabratha. 
 
Rispondono ad Ahmed Al Dabbashi, detto Al Amnu (lo zio), a cui sono legate la Brigata Anas Al Dabbashi (nome di martire di famiglia) che fa capo al ministero della Difesa, e la Brigata 48 che fa capo agli Interni. Da loro dipende anche la sicurezza esterna dell’impianto libico dell’Eni di Mellita. Sono loro a fare il bello e il cattivo tempo a Sabratha come La Stampa ebbe modo di constatare, nell’aprile del 2016, incontrando proprio a Sabratha Fitouri El-Dabbashi, nipote dello zio che ebbe ruolo attivo nelle operazioni contro i rapitori dei quattro dipendenti italiani della Bonatti sequestrati dall’Isis. 
 
«È chiaro che la ripresa dei flussi è stata agevolata da loro, e potrebbe non essere finita qui», spiegano fonti libiche secondo cui già la missione lampo di Marco Minniti a Bengasi da Haftar aveva creato irritazione a Tripoli e Sabratha. Da Roma giungono rassicurazioni: per l’unità della Libia si dialoga con tutti, ma il Gna resta il governo riconosciuto e con cui il governo dialoga. Ma anche in seno all’esecutivo c’è maretta: «L’invito ha spiazzato qualche ministro». Per di più alla vigilia dei lavori dell’Assemblea generale, dove la Libia rimane il primo dei dossier portati dall’Italia all’Onu.
Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/09/18/esteri/linvito-a-haftar-irrita-sabratha-le-milizie-inondano-il-mare-di-barconi-gAEU4XCT68fuyfQIzQTh6J/pagina.html

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 il: Settembre 20, 2017, 10:31:38  
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La svolta di Mister italiano: "Dalle medie alla maturità meno temi e più riassunti"

Parla Luca Serianni, il linguista che guiderà la task force istituita del ministero per arginare le carenze degli studenti

Di ILARIA VENTURI
18 settembre 2017

MENO TEMI e più riassunti in classe. Per "allenare i ragazzi a strutturare un testo". E dare loro più parole a disposizione per "aumentare il loro lessico" ora compresso in un tweet e nel linguaggio abbreviato dei social e degli smartphone. Luca Serianni, tra i maggiori linguisti italiani, lancia la sfida nel suo nuovo incarico ministeriale come consulente per l'apprendimento della lingua italiana. "Per me sono queste le carenze più gravi a cui porre rimedio". Il docente di storia della lingua italiana a La Sapienza guiderà una task force del Miur, composta anche da esperti di Invalsi e insegnanti di liceo, per arginare le carenze linguistiche degli studenti alle medie e superiori, dopo l'allarme dei 600 intellettuali e universitari lanciato lo scorso febbraio: "Scrivono male in italiano, servono interventi urgenti".

Quali obiettivi vi siete dati professore?
"Partiremo dalla fine e cioè lavoreremo sulla rivisitazione delle prove d'esame: prima lo scritto di italiano di terza media, poi quello della Maturità. L'idea è quella di introdurre la tipologia testuale del riassunto".

Che senso ha riformare gli esami e non prima i programmi di italiano?
"Partiremo dalle prove d'esame perché è la condizione per orientare il percorso formativo degli insegnanti. Non posso fare l'elogio del riassunto se poi all'esame non c'è, indebolirebbe la sua introduzione nel programma scolastico".

Perché il riassunto secondo lei è la chiave da cui partire?
"Il riassunto non è un esercizio banale, ma ha un peso importante. Si tratta di rendere in modo efficace un testo di partenza senza sbrodolare, gerarchizzando le informazioni. Gli studenti hanno l'ingenua convinzione, quando fanno un tema, che più si scrive e meglio è. La sintesi invece è una dote importante, anche perché in genere il risultato di quanto scriviamo non è "Guerra e pace" di Tolstoj".

Dunque allenare i ragazzi alla sintesi di un testo per alzare il loro livello di scrittura?
"Voglio essere chiaro: non è che tutti i ragazzi devono diventare scrittori o usare la scrittura per professione. Saranno piuttosto chiamati a interpretare ciò che li circonda nel mondo, a comprendere un testo, sia esso un modulo, una circolare, un documento. La capacità di strutturare un discorso e di riconoscere se è ben fatto è fondamentale, ci sottrae dall'essere in preda del primo imbonitore. Per me un'urgenza è questa: daremo indicazioni su come sviluppare le capacità di argomentazione e cioè su come dominare i connettivi del discorso, l'uso dei quindi, degli infatti e dei perché ".
Come si può fare?
"Intanto occorre evitare di caricare i testi letterari di un compito che non hanno: non si fa il riassunto dell'Infinito di Leopardi. Semmai vanno introdotti testi differenti, anche articoli di giornali ".

I ragazzi mediamente leggono poco, è anche questa una causa della loro in capacità di scrittura?
"Non solo. È ingenuo pensare che leggendo molto si impari a scrivere e a riflettere sulla lingua, questo vale per adulti colti non per i ragazzi".

Lei parla anche di un'altra urgenza: il lessico.
"I ragazzi hanno un bagaglio limitato di parole. Conoscono forse il significato di evincere o di tergere? Non credo. Su questo occorre lavorare, ci sono esercizi specifici per abituarli a un lessico più centrato e ricco. Senza per questo demonizzare i nuovi linguaggi. Ma la scuola deve essere il luogo dove gli studenti vengono allenati a riflettere su quello che scrivono, cosa che nemmeno gli adulti fanno quando scrivono in Facebook. E gli effetti sono sotto gli occhi di tutti".

E l'ortografia non è un'urgenza?
"L'errore ortografico ti espone alla presa in giro, fa scattare una sorta di sanzione sociale. Non interverremo su questo nello specifico, daremo piuttosto qualche indicazione per fissare con nettezza quali regole, da apprendere alla primaria, sono irrinunciabili: penso all'uso degli accenti e dell'acca non fonetica, all'eliminazione di alcune forme dialettali. Da Roma in giù, per esempio, può capitare di scrivere legittimo con due "g". Ma è un lavoro da fare alla scuola primaria ".

Nel parlare di declino dell'italiano si è arrivati, a cascata, a dare la colpa proprio ai maestri di primaria.
"Trovo poco divertente il gioco dello scaricabarile. Ci sono più fattori che chiamano in causa un po' tutti. La giornata tipo di un adolescente è più ricca di impegni e attività, dobbiamo accettare che il tempo tradizionale di scuola si è ridotto. E si è allargata la platea di chi frequenta le superiori: questo ha qualche costo in termini di preparazione. Ma non parlerei di sfascio o declino, piuttosto di elementi di criticità che possono essere corretti. Per farlo ci siamo dati il tempo di un anno di lavoro".

© Riproduzione riservata 18 settembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/scuola/2017/09/18/news/la_svolta_di_mister_italiano_dalle_medie_alla_maturita_meno_temi_e_piu_riassunti_-175793181/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P3-S1.4-T1

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