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DAVIDE GRASSO - Anche pregare può essere una violenza.
Hagía Sophía a Istanbul

Venerdì si è svolta la prima preghiera musulmana nell’ex Basilica Hagía Sophía, ri-trasformata in moschea dopo una parentesi di destinazione museale durata 85 anni. La chiesa originaria, costruita tra il tardo Impero Romano e l’Alto Medioevo, era dedicata alla Divina Sapienza (scorretta l’usuale traduzione come “Santa Sofia”: non fu mai dedicata a una santa), ma nel 1453 il sultano ottomano Muhammad II se ne impadronì con la conquista di Costantinopoli. Eventi violenti e remoti – e vorremmo lo restassero – ma li ha richiamati apertamente il presidente turco Erdogan che, prima della preghiera, si è recato in visita alla tomba del sultano, venendo lui stesso osannato dagli astanti come “nuovo conquistatore”.

Una volta entrato nell’ex basilica (in cui tutti i mosaici di epoca cristiana, per l’occasione, sono stati coperti) ha recitato la sura coranica “Al-Fath” (“della vittoria” o “della conquista”): «E per chi non crede in Dio e nel suo Messaggero, per chi rifiuta la Fede, abbiamo preparato una vampa» (48:13); «Diranno i rimasti indietro, quando voi partirete a prendere il bottino di guerra: “Lasciate che noi vi seguiamo!”» (48:15); «Presto sarete chiamati contro un popolo dotato di valore possente, che voi dovrete combattere o essi si daranno tutti a Dio: se ubbidirete, Iddio vi darà mercede buona» (48:16); «È lui che ha inviato il Suo Messaggero con la Retta Guida e con la religione della Verità per farla trionfare sopra ogni altro culto» (48:28; trad. di A. Bausani, Rizzoli, 2016).

Questa concezione suprematista dell’islam è ascritta dai commentatori meno avvertiti esclusivamente a gruppi come l’Isis o Al-Qaeda, ma è propria, in realtà, anche di quel revival religioso meno oltranzista, ma più subdolo, sofisticato e paziente incarnato dal ramificato movimento globale di massa dei Fratelli musulmani – di cui Erdogan, con questo coup de théâtre, si è incoronato definitivamente leader di fatto – e dalla sua proverbiale ambiguità politica e doppiezza comunicativa. Erano presenti al fianco del presidente turco ad Hagía Sophía, non a caso, l’emiro del Qatar Tamim Al-Thani, punta di lancia finanziaria (e mediatica, grazie all’emittente Al-Jazeera) del movimento, e il presidente libico Fayez Al-Sarraj, interfaccia con cui la Fratellanza si sta impadronendo di un paese strategico come la Libia.

Per le destre europee, che identificano l’Europa con il cristianesimo e viceversa, umiliare un’eredità (anche) cristiana è, come è stato detto per l’ennesima volta, una “sfida all’occidente”. Tuttavia è difficile opporsi a quelle logiche se non in nome di una mentalità secolare, vero contributo storico, a ben vedere (e più originale), dell’Europa.

Il cristianesimo è tra l’altro un’eredità orientale extra-europea, e identificarlo con l’occidente farebbe dei tanti cristiani mediorientali, che patiscono, loro sì, persecuzioni agghiaccianti dai movimenti fondamentalisti, cristiani di serie B. Il nostro pensiero dovrebbe andare a loro: ai non musulmani, ai non credenti (o ai musulmani non sunniti, o ai sunniti infedeli a simili leader) della Turchia e dei territori esposti alle influenze dell’unilateralismo culturale incarnato da Erdogan. Il confronto in atto, in modo trasversale e realistico, dovrebbe essere individuato tra i processi di secolarizzazione globale e le conseguenti reazioni settarie, e non tra cristianesimo e islam. Tanto le destre islamiche quanto quelle cristiane cavalcano i simboli religiosi rinfacciandoseli come anatemi allo specchio.

Non è un agone spirituale. Il Gran Muftì, massima autorità religiosa turca, ha esibito una sciabola accompagnando Erdogan. La impugnava con la sinistra anziché con la destra, e secondo codici tradizionali questo esclude un’immediata dichiarazione di guerra ai non credenti – vivaddio – ma se questa estetica inquietante sarebbe appunto più gradevole in un museo o in una mostra, dalla realtà non si scappa: nel gennaio 2018 la diffusione attraverso i minareti della sura della Conquista fu imposta agli imam turchi dal Direttorato per gli affari religiosi (che ha adesso giurisdizione su Hagía Sophía) mentre i jet di Erdogan iniziavano a bombardare il cantone curdo di Afrin in Siria, colpevole di aver scelto per sei anni una forma di pluralismo religioso e autonomia delle donne.

L’ottobre scorso una seconda invasione del Rojava siriano, tra Tell Abyad e Ras al Ain, è stata accompagnata da un analogo “spettacolo”. L’operazione è iniziata con il bombardamento della popolazione civile di Bashiriye, il quartiere cristiano di Qamishlo.

Davide Grasso

(29 luglio 2020)

Scritto mercoledì, 29 luglio, 2020 alle 13:50 nella categoria Davide Grasso. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.
11 commenti a “DAVIDE GRASSO - Anche pregare può essere una violenza. Hagía Sophía a Istanbul”
tremendo scrive:   
29 luglio 2020 alle 14:31

perfettamente legittima la traduzione "Santa Sofia" sapendo che Sofia è la sapienza, non una santa. Del resto quando diciamo filosofia non intendiamo amore di una che si chiama Sofia, ma amore della sapienza.
Alberto Dentice scrive:   
29 luglio 2020 alle 14:32

Complimenti all’autore. Intervento puntuale e chiarificatore. L’uso della simbologia da parte di Erdogan è purtroppo assai eloquente
Maria Cristina scrive:   
29 luglio 2020 alle 15:35

L'Islam serve esattamente come serve il cattolicesimo: da noi Papa e messe ad ogni ora, ogni suo respiro compare in ogni TG (soprattutto Tg3). Ogni giorno una esternazione, una benedizione e le solite ovvietà propagandate come parole epocali. Da qualche tempo ogni politico - soprattutto del PD, fateci caso - inizi la sua macchietta con le parole: "Come ha detto il Papa ..
Per usare le parole del Papa...". Non ci facciamo mancare nulla.
Santa Sofia è stata moschea per gli ultimi 500 anni, Bergoglio e critici vari se lo è dimenticati?Scommettiamo che se fosse tornata ad essere una basilica Cristiana - non lo è dal 1400 ed è stata nel frattempo profondamente modificata - di sarebbe fatto festa e parlato di ripristino di giustizia?
I tempi di Statura in Turchia sono finiti da un pezzo. Da noi non sono mai neppure iniziati.
Maria Cristina scrive:   
29 luglio 2020 alle 15:38

Maledetto correttore!
I tempi di Ataturk in Turchia sono finiti... ecc.
tremendo scrive:   
29 luglio 2020 alle 16:23

@MC
in Italia, Conte + Bergoglio = Ergogan. Paghi due prendi uno. Praticamente al posto di una dittatura ne abbiamo due che si sostengono a vicenda, solo che uno dei due ha il naso più lungo.
Gigi Marbas scrive:   
30 luglio 2020 alle 09:52

«Per quasi cinquecento anni, queste regole e teorie di un vecchio arabo e le interpretazioni di generazioni di religiosi pigri e buoni a nulla hanno deciso il diritto civile e penale della Turchia. Loro hanno deciso quale forma dovesse avere la Costituzione, i dettagli della vita di ciascun turco, cosa dovesse mangiare, l'ora della sveglia e del riposo, la forma dei suoi vestiti, la routine della moglie che ha partorito i suoi figli, cosa ha imparato a scuola, i suoi costumi, i suoi pensieri e anche le sue abitudini più intime. L'Islam, questa teologia di un arabo immorale, è una cosa morta. Forse poteva andare bene alle tribù del deserto, ma non è adatto a uno stato moderno e progressista. La rivelazione di Dio! Non c'è alcun Dio! Ci sono solo le catene con cui preti e cattivi governanti inchiodano al suolo le persone. Un governante che abbisogna della religione è un debole. E nessun debole dovrebbe mai governare.»
(Mustafa Kemal Atatürk)
Mustafa Kemal Atatürk, militare e politico membro della Massoneria, prese il potere nel 1923. Egli era anticlericale, e in favore di un forte nazionalismo, il suo modello di riferimento trovava radici nell'Illuminismo.
"Atatürk aveva l'ambizione di creare una moderna forma di civiltà turca. Durante tutto il periodo e anche oltre, l'esercito rimase il pilastro della nazione e la scuola fu riformata in modo da essere laica, gratuita e obbligatoria. La nuova capitale fu posta ad Ankara, scelta a scapito di Istanbul (due volte capitale imperiale: Impero Romano d'Oriente ed Impero Ottomano). La lingua fu riformata nello stile e nell'alfabeto: l'alfabeto ottomano di origine araba venne sostituito dall'alfabeto latino nel 1928. Nello stesso periodo la storia venne riscritta per dare radici alla nazione, e legarla all'occidente. Kemal, la cui ideologia è detta kemalismo, introdusse il cognome al posto del patronimico arabo: a lui il parlamento assegnò il cognome Atatürk, cioè "padre dei turchi". Usanze islamiche, come portare la barba lunga, i baffi "alla turca" o i copricapi arabi come il fez furono scoraggiate o vietate (ai militari fu proibito di portare i baffi e tuttora devono essere sbarbati).
Dalla rivoluzione del 1908, i diritti delle donne uscirono rinforzati. Nel 1919, sotto l'influsso dei militari, furono adottate misure per cambiare lo status delle donne: la parità con gli uomini fu riconosciuta nel codice civile, il matrimonio civile reso obbligatorio per chi volesse sposarsi, fu introdotto il divieto di poligamia, vietati il ripudio (divorzio unilaterale maschile) e l'uso del velo islamico nei luoghi pubblici (possibilità resa nuovamente lecita solo nel 2011), legalizzata la produzione e la vendita delle bevande alcoliche, resa obbligatoria l'iscrizione a scuola per le bambine, incentivata l'assunzione di donne in vari posti di lavoro e così dicendo. Nel 1934 fu riconosciuto alle donne il diritto di votare e nel 1935 furono elette delle donne al parlamento turco.
La Turchia kemalista era risolutamente laica. Il califfato fu abolito il 3 marzo 1924. Questo gesto fu considerato come un sacrilegio da parte del mondo arabo-musulmano. Nel 1928, primo paese del mondo musulmano, l'Islam non era più la religione di Stato e, nel 1937, il secolarismo venne sancito nella Costituzione. Fu adottato il calendario gregoriano, e la domenica divenne il giorno settimanale di riposo. Proseguendo la secolarizzazione delle leggi cominciata nel 1839 dalle Tanzimat (riforme) dell'Impero Ottomano, il regime kemalista adottò nel 1926, un codice civile sulla base del codice svizzero, un codice penale sulla base del codice italiano e un codice commerciale basato sul Codice tedesco. Furono abolite le pene corporali previste dalla legge islamica, i reati di apostasia e adulterio.
L'anticlericalismo del regime era pronunciato, ma lo spiritualismo musulmano non fu mai completamente abbandonato. L'Islam e le altre religioni, compreso il cristianesimo, erano inoltre controllate attraverso l'Organo per la Direzione degli Affari Religiosi, creato nel 1924. In tempi recenti l'avvento al potere di un partito islamico, anche se non ha abolito lo Stato laico, ha incrementato tuttavia la rinascita di movimenti e sentimenti "islamisti". Nel 2008 e nel 2016 i militari, guardiani del secolarismo secondo la visione di Atatürk hanno tentato un colpo di Stato, fallito, in difesa della laicità e contro il governo eletto di Recep Tayyip Erdoğan."
Da Wikipedia: Anticlericalismo (sezione "..negli stati islamici")
E Sem scrive:   
30 luglio 2020 alle 12:39

L' uso delle religioni come arma politica interna ha sempre funzionato. Il sultanello ottomano, non in segno dispregiativo, ma considerando il peso politico personale mondiale, ( ex difensore del neoliberismo, ex difensore della laicita' turca, nemico-simpatizzante, forse finanziatore o finanziato, dello stato islamico) in questo momento abbastanza difficile per la sua sopravvivenza politica, probabilmente anche fisica, sta giocandosi le carte di riserva. La trasformazione del monumento bizantino a luogo per culto prive' per l' occidente comporta solo un cambio di programma per tour operator nostalgici dei fasti dell' orient express. Un contrasto efficacie per smontate le canevalate religiose attuali dei capetti pseudo monoteisti (normalmente adoratori del dio denaro) potrebbe essere il silenzio mediatico. Il contrasto efficace alle radicalizzazioni religiose delle masse mediorientali dovrebbe passare attraverso una scelta strategica di alleanze economica/militare rigida dei paesi che si definiscono democratici.
Maria Cristina scrive:   
30 luglio 2020 alle 14:42

Non capisco: per 500 anni moschea. Per alcuni decenni museo, cosa che certamente accontenta i laici ma non il potere religioso.
Facciamo il solito esempio: basilica di San Pietro. Facciamo finta che dopo subito l' Unità d'Italia, nel clima anticlericale di quei tempi, fosse diventata un museo, poi, con il Concordato, fosse stata resa al Papa. Sicuri che ci saremmo stracciati le vesti come ora contro Erdogan? O piuttosto non avremmo avuto tutti i media a plaudire per un "torto riparato"?
Suvvia, possibile che la propaganda obnubili tanto?
antonio pasini scrive:   
31 luglio 2020 alle 15:06

Quello che si continua ostinatamente a sottovalutare è l' aggressività di questo nuovo Islam, in quasi tutte le sue forme. Che poi tanto nuovo non è. Forse il suo anno di nascita è il 1947, con la formazione del Pakistan. L' atmosfera che portò a quella soluzione conteneva già tutti i germi del fondamentalismo odierno. Si insiste spesso in parallelismi con la Chiesa cattolica. Certo, finché ha potuto, la Chiesa cattolica non è stata da meno. Anzi, riusciva ad essere anche molto peggio. Ma da 150 anni a questa parte si è dovuta dare una calmata, grazie anche a Porta Pia. Impresa, quella, militarmente risibile, ma di enorme importanza storica. Ha posto fine ad un obbrobrio che durava da un millennio. Certo, la Chiesa cattolica è ancora invadente, specie qui da noi e più ancora nei paesi dell' Est Europa, quelli cattolici (in parte ex impero Austro-Ungarico). Ma è quasi nulla in confronto a quello che poteva fare quando era ancora una potenza. E che ha fatto.
Giuseppe scrive:   
31 luglio 2020 alle 17:46

L'Islam più arcaico, medievale interpreta in maniera estrema il Corano, per legittimare qualsiasi brama di conquista dei territori vicini, degli altri popoli. Nell'Islam, l'autorità religiosa è anche autorità politica, per cui tutto ciò che viene invocato nella religione, ha anche un significato politico e viene preso a pretesto dal potere, specie quello più dittatoriale, per imporsi. L'interpretazione delle sacre scritture, oscilla, quindi, tra quelle che sono più "democratiche" e quelle più "estremiste. Non dimentichiamo che anche la religione cattolica risente di tali interpretazioni; ad esempio ad una visione più dogmatica, tipica della Chiesa medievale, oscurantista, si contrappone una visione più di "sinistra" tipica dei paesi latino americani.
Maria Cristina scrive:   
1 agosto 2020 alle 02:50

Giuseppe, nessuna visione di sinistra. Cambia solo il tipo di pubblicità. Lo storytelling di adatta alle varie situazioni. Nei fatti la dottrina è la medesima, anzi.
È la sinistra che, per convenienza, e è diventata clericale, non viceversa. I soldi ed il potere sono lì.

Da - http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=30173

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DAVIDE GRASSO - Verità sul genocidio degli Ezidi: l’Italia stava coi curdi sbagliati

A fine luglio 2014, nella città irachena di Shingal, sei militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) avvertirono la popolazione che l’Isis stava per attaccarla. I musulmani maggiormente disposti a farsi guidare dal pregiudizio considerano gli abitanti Ezidi di Shingal, appartenenti a una setta monoteista di origine zoroastriana e lingua curda, “adoratori del demonio”. Gli abitanti compresero che nessuno sarebbe stato disposto a farsi portabandiera di quei pregiudizi più dell’Isis. Si recarono perciò da Kasim Shesho, comandante della milizia curda posta a protezione della città, i Peshmerga, che li rassicurò: l’Isis non avrebbe attaccato Shingal e, qualora lo avesse fatto, i Peshmerga l’avrebbero difesa.

Shesho era agli ordini del presidente del Governo regionale del Kurdistan in Iraq Massud Barzani, capo del Partito democratico del Kurdistan o Pdk, nazionalista e conservatore, ottimo dispensatore di petrolio agli alleati Turchia, Stati Uniti ed Unione Europea. I fatti che seguirono sono tra i più tragici di questo secolo. Tra il 2015 e il 2016 ho intervistato, nei campi di Turchia e Iraq, decine di profughi fuggiti da Shingal nei giorni successivi al 3 agosto 2014. Quella che segue è parte di una verità ancora sconosciuta, a sei anni di distanza, al grande pubblico italiano.

Shesho fece arrestare i militanti del Pkk che avevano dato la “falsa” notizia dell’arrivo dell’Isis. Il Pkk è avversato dal Pdk a causa della sua concezione internazionalista, socialista e secolare della liberazione curda; i due partiti sono in competizione rappresentando uno la destra e l’altro la sinistra in Kurdistan. Nei giorni successivi i Peshmerga sequestrarono armi alla popolazione Ezida e alle stazioni di polizia. La sera del 2 agosto salirono sui loro mezzi e abbandonarono i villaggi e la città, mentre i pick up dell’Isis, che già si avvicinavano, erano visibili all’orizzonte.

I miliziani entrarono a Shingal indisturbati. Scoppiò il panico. Mezzo milione di persone cercò di lasciare l’area a piedi o in auto, imbottigliandosi in ingorghi creati, a nord, dai Peshmerga appena partiti. Profughi di Dawodiye mi hanno raccontato di come sfollati siano stati bloccati a un checkpoint dei Peshmerga per diverse ore sotto la minaccia delle armi. I miliziani dell’Isis affiancavano nel frattempo, in città, i veicoli in fuga e uccidevano sul posto chiunque rivolgesse loro la parola. Nelle ore e nei giorni successivi fucilarono (o, in alcuni casi, seppellirono vivi) oltre 5.000 maschi adulti, deportando come schiavi quasi 8.000 tra donne e bambini.

I guerriglieri del Pkk si batterono sui monti Sinjar per aprire una via di fuga agli sfollati. Molti tra questi, soprattutto giovanissimi o anziani, morirono di fame e di sete sotto il sole d’agosto, accerchiati dall’Isis sulle montagne. Altri furono scortati dal Pkk nelle parti siriane e turche del Kurdistan, dove furono affidati alle municipalità gestite dal partito socialista curdo-siriano Pyd e da quello curdo-turco Hpd.

I media italiani raccontavano intanto tutta un’altra storia. «I curdi» – entità generica e indistinta – erano stati «lasciati soli contro l’Isis»; ma i curdi, per le nostre testate, erano i Peshmerga citati esplicitamente a tutto spiano come eroici ma sfortunati difensori dell’umanità. Il parlamento italiano votò per loro il 15 agosto l’invio di armi, mentre non una menzione fu fatta da istituzioni e stampa del ruolo e contributo del Pkk, che davvero si batté solo e abbandonato da tutti, ma che l’Italia considera tutt’oggi “organizzazione terroristica” per compiacere la Turchia di Erdogan.

Dopo sei anni tutto è rimasto immutato nella politica italiana verso il Pdk e il Pkk, che restano l’alleato d’affari e il terrorista scomodo, sebbene i fatti di Shingal siano stati riconosciuti dall’Onu, nel 2018, come genocidio. Nessuna rettifica si è avuta dai media nostrani, e naturalmente nessuna autocritica, per la scandalosa narrazione capovolta data sul massacro – per cui, ad ogni anniversario, quegli stessi media si stracciano puntualmente le vesti. Non è gradevole affermare che l’Italia ha aiutato chi aveva aperto la strada all’Isis per commettere un genocidio, e ha ignorato e diffamato chi si è battuto per impedirlo. La libertà di stampa, tuttavia, prevede oneri oltre che onori: che si dica apertamente la verità e che si dia voce alle vittime anche quando è scomoda. I crimini di una politica estera ricadono anche su chi sa; figuriamoci su chi è tenuto ad informare, e non lo fa.

Davide Grasso

(3 agosto 2020)

Scritto lunedì, 3 agosto, 2020 alle 10:03 nella categoria Davide Grasso. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

Un commento a “DAVIDE GRASSO - Verità sul genocidio degli Ezidi: l’Italia stava coi curdi sbagliati”
E Sem scrive:   
3 agosto 2020 alle 13:45

In quelle terre martoriate da una instabilita' drammatica, in parte frutto delle strategie geopolitiche di " dividi per controllare" di matrice anglofona, il popolo yazida ha dovuto subire persecuzioni continue (il pretesto ufficiale il credo religioso, il vero motivo autoisolamento: inconcepibile e pericoloso per gli equilibri tribali liquidi di questa parte del mondo maledetta da Dio). I popoli curdi, hanno nel loro interno insanabili divisioni politiche e religiose. Le alleanze, in parte perfezionate con le missioni militari, degli stati occidentali sono basate sulle possibilità di profitto, il nostro paese non fa eccezione (solo la germania riesce in parte mantenere una equidistanza, vista la forte presenza di curdi, di turchi e di una piccola comunita' yazida sul suo territorio nazionale). La politica estera del nostro paese rimane limitata dalla strategia di alcune aziende di peso nostrane e di oltre oceano. Se non sbaglio il pkk non rientra piu' tra le formazioni terroristiche per ue. Per quanto riguarda i media nazionali e' fatica sprecata il cercare di allontanarsi dalle versioni di comodo, perche' cercarsi delle "gatte da pelare"?

Da - http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=30213

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Nel ricordo di Zavoli.

Impegniamoci per pretendere un giornalismo migliore anche per onorare chi lo ha svolto per una vita, ... e molti di noi non se ne sono accorti e restano ignari come le allodole.

ggiannig

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CATEGORIA: VENDERE E COMPRARE

Enrico Casati (Velasca): Così l’Italia può rimanere un’eccellenza produttiva

 Scritto da yezers il 30 Luglio 2020

Nel primo trimestre del 2020 le imprese del comparto calzaturiero in Italia hanno accusato una flessione media del fatturato pari al 38,4%, con una perdita complessiva stimata in 1,7 miliardi di euro. Il dato emerge da un’indagine relativa all’impatto del Covid-19, condotta da Confindustria Moda. Nel dettaglio si rileva come il 60% delle aziende calzaturiere campionate abbia registrato nei primi tre mesi del 2020 un calo del fatturato compreso tra il 20% e il 50% rispetto all’analogo periodo del 2019, mentre un ulteriore 20% degli interpellati ha rilevato una contrazione superiore al 50%. Analogo trend si è registrato sul lato ordinativi: il 46% delle aziende intervistate ha indicato un calo tendenziale della raccolta ordini nel primo trimestre compreso tra il 20% e il 50%, mentre il 37% ha subìto un arretramento superiore al 50%. Il risultato è stato un decremento medio degli ordinativi pari al 46.2%.

Questi pochi numeri sono sufficienti a indicare l’entità dell’impatto che il Covid-19 ha avuto sul settore. Ne abbiamo discusso con Enrico Casati, assieme a Jacopo Sebastio co-founder di Velasca, giovane marchio impostosi nel settore negli ultimi anni.

Fondata nel 2013, Velasca (che prende il nome dall'iconico grattacielo milanese) nasce per rispondere a un’esigenza: scarpe di qualità a prezzi accessibili. Negozi di proprietà, e-commerce, una comunicazione giovane – il tutto integrato in una perfetta strategia multicanale – hanno portato Velasca a scalare nelle maggiori città italiane, poi Parigi e Londra, con New York nel mirino. Team giovane, virtuoso, e forte value proposition hanno convinto anche rilevanti investitori italiani, con i quali nel 2019 è stato chiuso un nuovo round da 4,5 milioni di euro.

Questa intervista è il primo appuntamento della rubrica “Call Me Startup – Storie di giovani imprenditori ai tempi del Covid-19” che si svilupperà con cadenza settimanale lungo l’estate. Abbiamo voluto dare voce a donne e uomini che non si sono fatti piegare da questo nemico terribile, raccontando storie improntate alla speranza e al futuro. Questa serie di interviste sarà per noi di Yezers soprattutto lo spunto per comprendere, attraverso le voci dei diretti interessati, le problematiche e le dinamiche di questa fase economica per poter meglio articolare le nostre future proposte.

(In calce all’articolo il video dell’intervista completa)

Prima di venire al Covid-19 e ai suoi impatti, cominciamo partendo più da lontano: qual è stato il tuo percorso formativo e professionale prima di Velasca?

Ho frequentato la Bocconi, seguendo International Management come specializzazione, ma fin da subito con l’obiettivo primario di vivere tante esperienze all’estero. Durante il triennio sono quindi andato in America per un semestre; successivamente, nel 2009, mi sono iscritto ad una doppia laurea tra Shanghai e Milano: devo dire che quella cinese è stata un’esperienza stupenda.

Una volta tornato, ho frequentato l’ultimo anno di Bocconi a Milano, ma ancora una volta il mio obiettivo era andare all'estero. Sono entrato in HSBC, inserendomi in particolare in un programma di rotazioni in tre continenti. Sono stato prima a Londra, poi a Singapore e poi… il terzo step non l’ho fatto perché sono tornato indietro a fondare Velasca con Jacopo.

Perché a questo punto hai deciso di mollare tutto e fondare Velasca?

Devo premettere che la mia famiglia mi ha sempre supportato in ogni scelta e, guardandomi indietro, probabilmente questo mi ha permesso di prendere dei rischi con maggiore serenità. A 25 anni ho avuto la fortuna di poter scegliere quello che effettivamente mi piaceva e seguire le mie reali inclinazioni.

Quindi ho mollato tutto e sono tornato a Milano. In un primo periodo ho vissuto con i miei genitori per risparmiare i soldi dell’affitto e fare un “all-in” su Velasca. I primi due anni, io e Jacopo siamo partiti in modo molto umile, consapevoli che non eravamo esperti né di scarpe né di digital.

A riguardarmi indietro, la cosa che più mi piace e di cui vado fiero è che ci siamo lanciati nel digitale e nell’e-commerce già nel 2012. Il mondo era diverso da oggi, non c’erano i Facebook ads e tutti gli strumenti come Analytics, newsletter e simili. Alcuni addirittura sostenevano che le email erano morte e allo stesso tempo i social non erano ancora esplosi. Insomma, era un internet promettente, certo, ma ancora acerbo.

Per la tua azienda a che tipo di modello aspiri? Hai più un’ideale da Silicon Valley, con il growth rate come mantra, o preferisci una crescita più alla Brunello Cucinelli, il quale dice di avere un orizzonte temporale di 2000 anni?

Il modello Brunello Cucinelli è molto interessante, però bisogna anche essere consapevoli che non esiste più l’Italia del 1970 dove c’erano praterie per fare impresa. Adesso se vuoi crescere hai bisogno di capitali esterni e allo stesso tempo se vuoi capitali esterni devi crescere abbastanza in fretta. E non vedo neanche un male nel favorire la crescita alla profittabilità, almeno nel primo periodo di un’azienda, a patto che sia una profittabilità consapevole e una crescita controllata. Magari fai degli investimenti per costruirti il pacchetto clienti, oppure investimenti in ricerca e sviluppo, o ancora costruisci un team strutturato per dei volumi di ricavi che sono cinque volte tanto quelli che fai adesso ma già impostato in un’ottica di crescita su un orizzonte pluriennale: ti assumi oggi il costo, ma sai che è funzionale alla crescita.

In conclusione, l’ideale è un po’ una via di mezzo, mi verrebbe da dire.

Qual è esattamente il business model di Velasca?

Noi volevamo lanciare un marchio di scarpe artigianali di alta qualità italiana – l’artigianato italiano che è famoso in tutto il mondo – ma senza intermediazioni: senza dover avere il distributore, lo showroom, la rete di agenti, il reseller internazionale e quant’altro. Per come è strutturata la catena del valore della distribuzione, ogni passaggio aumenta il prezzo senza aumentare la qualità del prodotto.

Velasca ha eliminato tutto questo: ha deciso di andare direttamente al consumatore finale. Quando diciamo che le scarpe Velasca le trovi solo da Velasca intendiamo proprio questo. Non puoi vendere una scarpa di qualità a 200 euro se non hai questo modello di business. Del resto le scarpe non le regalano neanche a noi: quando le compriamo nelle Marche costano parecchio, perché ci sono materiali e manodopera di qualità.

Con questo business model come avete affrontato il Covid-19?

C’è da dire che noi siamo cento volte più flessibili, reattivi e proattivi adesso che siamo ripartiti. Avendo tutto di proprietà (negozio, e-commerce e simili), siamo riusciti a ripartire immediatamente.  Praticamente siamo già tornati a registrare livelli di vendita simili allo scorso anno.

Detto questo, chiaramente nel periodo di lockdown la crisi l’abbiamo sentita molto forte. Del resto più della metà delle vendite noi le facciamo ancora in Italia: i nostri capisaldi sono Milano, Roma e Torino. E se le persone stanno due mesi chiuse in casa, comprare le scarpe non è esattamente una priorità. Insomma, è stata una bella botta.

Però devo dirlo: una grande forza di Velasca è l’aver a che fare con investitori che sono molto intelligenti e una visione di medio periodo, non focalizzati sull’immediato. Per questo ci hanno supportato e infuso tranquillità, consapevoli che Velasca non è un progetto per il 2020, ma di più lungo respiro. Abbiamo investitori che ci danno una grande forza, e anzi vedono delle opportunità anche in questo periodo.

Pensi che questa flessibilità dimostrata da Velasca nel business e nelle strategie di marketing sia un vantaggio competitivo delle startup rispetto alle corporate?

È una domanda difficile a cui rispondere in maniera generale perché molto dipende dal caso specifico.

Da un lato, una startup può avere una struttura di costi fissi leggerissima e quindi, anche se c’è uno shock di mercato e i ricavi vanno a zero, riesce a stringere la cinghia e resistere, mentre una corporate, pur potendo contare su strumenti come la cassa integrazione, ha costi fissi molto più elevati e può andare in difficoltà più facilmente. D’altro canto, può esserci il caso per cui una startup è sovradimensionata perché ha assunto molte persone, ha alte spese per supportare la crescita e si ritrova ad essere investita da questa crisi nel momento di maggiore vulnerabilità.

Un elemento che ho trovato molto interessante in questo periodo, però, è che c’è un maggiore interesse da parte delle corporate nei confronti delle startup. Sembra che ci sia stata un’accelerazione verso il digitale, spesso soddisfatta con operazioni di M&A. La recente acquisizione di Tannico da parte di Campari è un esempio. Capisco benissimo questa mossa: un’azienda che fattura 1,6 miliardi esborsa 26 milioni, quindi una cifra relativamente ridotta per un colosso di quelle dimensioni, per acquisire l’enoteca online migliore d’Italia, con tutto ciò che essa porta con sé, ossia un contatto diretto con il cliente, un’organizzazione logistica ottima, nonché un software interno di wineanalytics eccellente.

Quali strategie interne alla startup adottare e come gestire il team in questo periodo di crisi?

Chiaramente è stato fondamentale lo smart-working, così come una gestione dell’azienda per obiettivi. In Velasca questo c’era già perché abbiamo grandissima fiducia nel team e in questo forse abbiamo dimostrato maggiore flessibilità rispetto a una corporate.

Poi c’è il capitolo artigiani. Qui è avvenuto un confronto che ci ha fatto crescere e capire i nostri valori. Quando c’è uno shock esogeno di questo tipo, infatti, c’è il rischio che la produzione continui a livelli normali non rispettando il calo di mercato. Risultato: non riesci a pagare i fornitori e tutta la tua filiera produttiva salta. Noi ci siamo seduti al tavolo con i nostri artigiani e abbiamo discusso assieme quanto potevamo ridurre gli ordini. Abbiamo fatto un piano di ritiro degli ordini e un piano di pagamento in modo tale che noi potessimo sopravvivere a livello di cassa e loro potessero sopravvivere in quanto artigiani. Ci ha dimostrato che quella tra noi e gli artigiani è veramente una partnership.

Questi sono tutti intangibles che non si vedono ancora nei ricavi di Velasca ma ci sono a stato patrimoniale.

Nel medio-lungo termine come vedi evolvere questo dialogo con gli artigiani?

Ci piacerebbe diventare noi stessi produttori e integrare in modo completamente verticale. Dal negozio al pellame. Però è una cosa che non vediamo come immediata perché in definitiva produrre scarpe è un altro mestiere.

Con i nostri artigiani già collaboriamo per la pianificazione della produzione annuale, le scontistiche e i termini di pagamento più favorevoli a determinati raggiungimenti di volumi. La produzione è qualcosa che andiamo a progettare e implementare lentamente, del resto la qualità richiede i suoi ritmi.

Il nostro approccio è quello della compound growth, una crescita che accumula benefici nel tempo. Ogni giorno cerchiamo di migliorarci, ascoltiamo i nostri clienti, leggiamo con attenzione le recensioni, vediamo se il prodotto si può migliorare, ne parliamo con gli artigiani. È un circolo continuo. E così incrementiamo costantemente la qualità dei prodotti: non ci sono scorciatoie. Parlare con gli artigiani è il bello di questo mestiere perché ti rendi conto che l’Italia è un paese di grandissimi produttori.

Pensi che la salvezza del Made in Italy sia nel digital? Su cosa dovremmo puntare per valorizzare davvero il Made in Italy?

Chiaramente mi vien da dire nel digital – per la mia esperienza e per la mia appartenenza generazionale – però vorrei fare un discorso più ampio. Bisogna essere attenti ai cambiamenti: banalmente, internet negli anni ’90 era qualcosa di estremamente embrionale, ora è un obbligo aziendale.

L’Italia deve avere un orizzonte decisionale di 30 anni. Digitale significa anche innovare i processi e ingegnerizzare. Noi dobbiamo rimanere un Paese che produce cose: l’Italia deve rimanere un’eccellenza produttiva nel 2050. Certo, con logiche diverse rispetto al 1970, ma innovazione, cambiamento e tradizione non sono in contrasto: in Velasca sono un asset complementare.

Innovazione, tradizione e Made in Italy possono coesistere con la scalabilità di un’azienda? All’aumentare della produzione non vedi il rischio di perdere la componente più artigianale diventando un prodotto industriale?

Secondo me no, l’hanno dimostrato anche grandi brand internazionali che hanno mantenuto una qualità eccezionale. Prendiamo il fatto di avere un software a supporto della produzione: averlo o non averlo non cambia la cucitura della scarpa, però fa tutta la differenza del mondo in termini di competitività internazionale.

Qui non si parla di cambiamento in termini di come realizzi la scarpa ma come ti organizzi per produrla, e ciò è fondamentale. Non cambia la manualità della persona, la cucitura, cambia “solamente” l’organizzazione.

E poi anche l’approccio al consumatore finale cambia completamente. Ci sono aziende in Italia che non hanno neanche il sito internet: questo vuol dire farsi male…

Hai citato orizzonti decisionali di 30 anni: cosa pensi potrebbe fare lo Stato per sostenere le startup in questo periodo di crisi e dare un’ulteriore spinta alla loro crescita?

La mia visione è che servono due cose fondamentali.

In primo luogo, lo Stato non deve andare ad investire direttamente nelle aziende ma deve andare ad incentivare in modo molto aggressivo gli investimenti nelle startup da parte dei privati, siano essi singoli privati, persone giuridiche, SGR, assicurazioni, fondi pensione.

Secondariamente, introdurrei l’obbligo per assicurazioni e SGR di investire l’1% nei venture capital, in modo tale da fornire loro liquidità che poi vanno a investire nelle startup.

Il punto fondamentale è definire chi decide gli investimenti e chi seleziona le startup. Io preferisco siano i VC invece che il governo perché è il loro mestiere. E noi in Italia abbiamo dei VC sottocapitalizzati, se pensiamo che un VC da 100 milioni in Italia è reputato grosso: i VC dovrebbero avere un miliardo per un Paese che è nel G8.

Per concludere, che esperienze consigli a un giovane che in futuro vuole lanciare una sua iniziativa imprenditoriale?

Lanciare una startup viene dal fare. È un modo di pensare. Inizia a lavorare, fai qualsiasi cosa che ti piaccia ma tieni gli occhi aperti sulle esigenze che vengono fuori dal mercato. Ci sono tantissime altre competenze ma a 25 anni non avrai tutte le competenze che ti servono. La competenza più importante è avere un’intelligenza orizzontale, poter mettere più cappelli e riuscire a parlare con tutte le funzioni aziendali, dal marketing ai fornitori.

Poi penso che fare esperienze all’estero sia fondamentale. L’esperienza di vita è direttamente correlata alla capacità e all’esperienza lavorativa. Bisogna vedere con lenti diversi la realtà, e più ci si allontana da casa meglio è. Attraverso quelle esperienze, dal confronto, dalle differenze, perfino dalle delusioni capisci chi sei, cosa ti piace e cosa non ti piace.

Poi va detto che io ho incontrato persone le più diverse e ugualmente di successo, quindi non c’è una regola. Se devo però individuare un comune denominatore è che sono tutte persone molto sveglie, con gli occhi sempre aperti e capaci di prendersi rischi calcolati.

Andrea Eugenio Ramella
Studi economici all’Università Cattolica di Milano, alla Maastricht University ed esperienze lavorative in startup. In Yezers è Public Affairs Associate e nel founding team di AdVelo.

Samuel Carrara
È scientific project officer presso la Commissione Europea dove si occupa prevalentemente di industrial value chains per le tecnologie low-carbon. In Yezers è membro del board e responsabile editoriale.

Da - https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2020/07/30/call-me-startup-enrico-casati-velasca/?uuid=96_XXtGs3tS

 5 
 inserito:: Oggi alle 12:27:08 am 
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Gianni Gavioli

Cura dei pazienti malati e prevenzione di quelli sani devono essere posti al centro del sistema sanitario nazionale.

Basta sballottare i malati da una parte all'altra, da uno specialista ad un altro.

Sono i medici, sempre gli stessi, che curano un malato e che devono seguirlo sino alla guarigione o alla sua morte!

Mio post su Fb del 6 agosto 2020

 6 
 inserito:: Oggi alle 12:24:24 am 
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Stefania C.
 
A volte certi ricordi ti saltano davanti agli occhi per caso. Il 20 ero in ospedale per rifare la tossina agli adduttori (chiamatemi Stefania adduttori d’acciaio), e incontro G. A marzo, durante il ricovero, parlava molto più lentamente e per niente fluido. Il 20 luglio era molto migliorato e gli ho fatto i complimenti.
Tutto questo mi lascia una riflessione dolorosa e rabbiosa: in questo Paese la riabilitazione non ha il posto di rilievo che merita, fatichiamo a chiedere il diritto alla riabilitazione, ma di fatto è la strada primaria per la nostra qualità di vita.
•   
Giovanni Antonio F. Con una persona cara, fortemente impedita nella deambulazione e nell'equilibrio causa malattia neurodegenerativa, sono consapevole della necessità direi vitale della fisioterapia. Purtroppo essere inseriti per un ciclo di sedute è come vincere non un terno ma una cinquina al lotto.

Unica alternativa il privato.
Pagando

Da Fb del 6 agosto 2020

 7 
 inserito:: Oggi alle 12:20:06 am 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Torneremo ad essere una Unica Nazione, ma con mille diversità, di culture tradizionali, di aspetti ambientali e territoriali, tra le diversità dobbiamo tenere conto anche delle "Differenze", tra noi Italiani.
"Differenze" tra Popolazione e Cittadini, tra bella Umanità e non Umanità, tra Onestà da riconoscere e Disonestà da combattere, tra Politici del Realizzare e Politici-predoni portatori di Odio e di Disfattismo conto terzi, ecc. ecc.

Non siamo tutti Uguali!

Soprattutto dobbiamo scoprire e valorizzare le belle qualità che gli individui di questa bella Italia sanno dimostrare, sia in caso di bisogno, sia sempre vivendo e comportandosi con civismo. 

Infine dobbiamo diffidare e tenere ai margini della società i propagandisti della paura e dell’Odio per l’Altro, abilissimi MESTATORI che tendono soltanto ad ingannare i più semplici tra noi, per accaparrarsi potere e interessi di parte.

ggiannig

Mio post su Fb

 8 
 inserito:: Oggi alle 12:17:31 am 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Arlecchino Euristico.

Mai stare in paradiso a dispetto dei santi.

Se me ne vado mi trovate di la: - http://forum.laudellulivo.org/

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Gianni Gavioli Se deciderò in tal senso ne sarò dispiaciuto, ma dopo secoli di battaglie social, vedersi imporre disposizioni nevrotiche senza che ci sia la volontà di spiegarle mi diventa sempre più insopportabile.

ciaooo

Da Fb del 5 agosto 2020

 9 
 inserito:: Agosto 06, 2020, 09:41:28 pm 
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Gentismo in Vocabolario - Treccani

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ggiannig <ggianni41@gmail.com>
mer 5 ago, 18:49 (1 giorno fa)
a me

http://www.treccani.it/vocabolario/gentismo_res-3e42a3b8-89c4-11e8-a7cb-00271042e8d9_%28Neologismi%29/
 

 10 
 inserito:: Agosto 06, 2020, 09:34:16 pm 
Aperta da Admin - Ultimo messaggio da Admin
Un+hacker+professionista+rivela+come+creare+la+migliore+password+possibile

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Arlecchino Batocio

a me

-https://it.businessinsider.com/un-hacker-professionista-rivela-come-creare-la-migliore-password-possibile/

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