LA-U dell'OLIVO
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 inserito:: Luglio 07, 2026, 07:27:16 pm 
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Lo scopo della manifestazione di Torino era la riapertura di Askatasuna ma, dopo quello che è successo, è ovvio ed evidente che Askatasuna non riaprirà mai più.
Altro scopo era opporsi al Governo Meloni ("Governo nemico del popolo"), del quale si invocava la caduta e le dimissioni ma, dopo quanto successo, è ovvio ed evidente che il Governo si sia rafforzato enormemente perché ha buon gioco nel presentarsi come il garante della moderazione contro oppositori violenti e seminatori di caos.
Ulteriore obiettivo era la protesta contro lo stato di polizia ma, dopo quello che è successo, il decreto sicurezza che verrà presentato in settimana sarà certamente molto più restrittivo.
Abbiamo quindi una manifestazione che ha ottenuto l'esatto contrario di ciò che si prefiggeva. Per colpa di una minoranza rispetto alla maggioranza dei partecipanti? D'accordo, ma il risultato finale non cambia: migliaia di persone hanno marciato sabato pomeriggio per ritrovarsi, in serata, in una situazione per loro peggiore di quella della mattina. Di ciò ringrazino gli stupidi che non desideravano altro che gli scontri al calar del sole.
E quindi, quelle centinaia che hanno cercato gli scontri sin dai giorni precedenti, costruendo scudi, andando alla manifestazione equipaggiati per difendersi da idranti e gas, portando petardi e altri mezzi contundenti e, infine, non rispettando il tragitto concordato, sono degli emeriti imbecilli? Ovviamente, ma non solo.
Sono stupidi, e lo sono nel senso di Cipolla di Allegro ma non troppo: fanno male a sé, vale a dire a ciò che vorrebbero ottenere e perseguire, e fanno male agli altri, a partire dalla città di Torino che conta i danni e i feriti. Ma, oltre l'idiozia, c'è la suprema presunzione di incarnare i partigiani che lottavano contro le SS e i repubblichini. Si autoinvestono del sacro ruolo di resistenti senza che nessuno gliel'abbia mai chiesto, si proclamano unica vera opposizione al governo Meloni e, annegando nella loro presunzione, non si accorgono di essere il suo migliore alleato, quell'alleato che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.
Idioti e presuntuosi. Persone che pensano seriamente che il miglior modo di opporsi ad un governo sia inimicarsi la popolazione del Paese e della città in cui vivono. Dice Cipolla, sommo Maestro "Lo stupido non è inibito da quel sentimento che gli anglosassoni chiamano self-consciousness. Col sorriso sulle labbra, come se compisse la cosa più naturale del mondo lo stupido comparirà improvvisamente a scatafasciare i tuoi piani, distruggere la tua pace, complicarti la vita ed il lavoro, farti perdere denaro, tempo, buonumore, appetito, produttività - e tutto questo senza malizia, senza rimorso, e senza ragione. Stupidamente".
Volevano creare un'opposizione di massa e sociale al Governo? Hanno ottenuto una ripulsa di massa e popolare nei loro confronti. Geni.

Autore
Jack Daniel
A Carlo Galeazzi e a tutti coloro che ripetono le parole di Cossiga sulla necessità di infiltrare i cortei con agenti provocatori per avere la scusa di "massacrare i manifestanti".
1) E' passato mezzo secolo dal '77.
2) Ciò che Cossiga in uno dei suoi tanti deliri auspicava non è successo né ieri né in ottobre all'Esquilino di Roma dopo la manifestazione per Gaza. Perché tanto ieri quanto ad ottobre chi era nel corteo, lungo il percorso autorizzato, non è stato coinvolto e meno che mai massacrato. I problemi sono nati a ottobre (e ne fui testimone oculare) e sabato quando alcune centinaia di persone, che erano nel corteo, si sono staccate da esso deviando dal percorso concordato. A quel punto hanno incontrato la polizia e sono partiti gli scontri.
A ottobre chi aveva fatto il corteo ed era arrivato a San Giovanni non ha avuto nessun problema.
Direi quindi che è inutile ricorrere a questa antiche citazioni per spiegare quello che è successo sabato o a ottobre. Sono dinamiche del tutto differenti.
1 h
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Francesco Zirollo
Jack Danielva beh dai, non vale la pena neanche più commentarti.
37 min
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Vittorio Roccabruna
A ognuno il suo: a sinistra citano Cossiga, a destra Pasolini. Gente che evidentemente non é mai stata a una manifestazione
50 min
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Antonio Pitrone
GIUSTO PERCHE' E' PASSATO MEZZO SECOLO, MA LE TATTICHE DEL POTERE SON SEMPRE LE STESSE
La testimonianza di Rita Rapisardi giornalista de il manifesto
“Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del "poliziotto martellato", soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l'abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall'altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un'altro batte sull'angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare "stampa", convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.
Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).

Segui @ossrepressione
Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l'hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, "basta, basta, lasciamolo stare". I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.
Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov'è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo "il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato".
Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l'ultima volta l'emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.
Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, quello lo facciamo di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli, o nei commenti.”
50 min
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Giorgio Guiotto
Antonio Pitrone giornalista del manifesto: mi è bastato questo per non leggere l'articolo.
37 min

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Fabrizio Illuminati
Temo che la premessa sia sbagliata. Non intendevano denunciare lo "stato di polizia" (che ovviamente non c'è), non volevano manifestare contro e far cadere il governo "fascista" (che ovviamente non c'è), non volevano chiamare a raccolta la società civile contro il potere "degenerato". Volevano fare esattamente quello che hanno fatto. Dal loro punto di vista, non sono né cretini né imbecilli. Non volevano fare nessuna delle cose più o meno dotate di senso che hai elencato nella premessa. Volevano fare più casino possibile, distruggere il più possibile, e menare le mani il più possibile. E, coerentemente, lo hanno fatto. Sapevamo tutti fin dall'inizio che sarebbe stato così. Sono quanto di più lineare e prevedibile ci sia.
11 h
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Carmine Scarf
La tua lettura confonde gli effetti con le responsabilità e finisce per fare lo stesso gioco della narrazione governativa.
Che dopo gli scontri il governo ne esca rafforzato è vero. Ma non è una scoperta né una dimostrazione di particolare acume analitico: è il copione standard di ogni gestione autoritaria del dissenso. Dire "avete rafforzato il governo" non spiega nulla, descrive solo un esito prevedibile.
Il punto rimosso è un altro: che tipo di piazza era quella di Torino. Non un manipolo di violenti, ma una manifestazione ampia, composita, partecipata, che esprimeva un disagio reale. Questo dato viene semplicemente cancellato, come se non fosse mai esistito. E invece è proprio ciò che rende politicamente rilevante quello che è successo dopo.
Attribuire alla manifestazione nel suo insieme la responsabilità degli scontri significa accettare – e rafforzare – la logica per cui una minoranza basta a delegittimare un conflitto collettivo. È una logica estremamente comoda per chi governa, perché consente di colpire il diritto di manifestare senza mai dover entrare nel merito delle ragioni della protesta.
Che ci fosse una minoranza che cercava lo scontro è evidente. Ma ridurre tutto a una questione di "idioti e presuntuosi" è una scorciatoia morale che evita la questione vera: quelle pratiche non rafforzano il conflitto, lo indeboliscono e lo rendono più facile da colpire. Non sono un incidente imprevedibile, ma nemmeno la causa unica di ciò che seguirà. Il decreto sicurezza non nasce a Torino: Torino è solo il pretesto.
Dire che "il risultato finale non cambia" è vero solo se si guarda all’esito immediato. In realtà cambia eccome: cambia perché migliaia di persone che erano in piazza legittimamente vengono cancellate dal racconto pubblico; cambia perché il dissenso viene ridotto a problema di ordine pubblico; cambia perché il messaggio che passa è che manifestare non serve o, peggio, è pericoloso.
Ed è qui che sta il vero successo del governo.
Non nel fatto che qualcuno sia sceso in piazza, ma nel fatto che bastino pochi scontri per far sparire una piazza intera dal dibattito politico.
4 h
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Brigida Venosa
Per vincere la riforma del referendum devono creare il caso e giustificare le azioni punitive che ci saranno nel futuro.
Non si potrà più manifestare, l' obiettivo sarà ' di limitare la democrazia e punire i manifestanti in ogni contesto .
#G8 #Docet
TESTIMONE OCULARE A TORINO :SUGLI SCONTRI DI TORINO, incolliamo la testimonianza della giornalista Silvia Rapisardi: “Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del "poliziotto martellato", soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque. La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione. Fortuna vuole che quella scena l'abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall'altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni. In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un'altro batte sull'angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare "stampa", convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.
Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un'asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l'hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, "basta, basta, lasciamolo stare". I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno. Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov'è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo "il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato".
Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l'ultima volta l'emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce. Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli, o nei commenti”.
Riportiamo le dichiarazioni di Francesco Cossiga: «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell`Interno». «Lasciarli fare (gli universitari). Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città». «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri». «Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì».
11 h
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Mino Panzetta
Sono mesi che assistiamo a manifestazioni organizzate dalla sinistra, i cui capi e rappresentanti politici, coadiuvati da personaggi come Landini, incitano apertamente alla “rivolta sociale”.
Manifestazioni caratterizzate da attacchi frontali alle forze dell’ordine, insulti e offese al Governo e in particolare alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, inneggiamenti a terroristi come Hamas, violenze verbali diffuse (praticate da tutti i partecipanti) e violenze fisiche messe in atto dalle solite frange, poi puntualmente derubricate a “minoranza”.
E ve ne accorgete solo adesso?
E solo perché un povero poliziotto ha rischiato seriamente di rimanerci?
E meno male che le forze dell’ordine non hanno reagito uccidendo qualcuno, avreste avuto il coraggio di fare di un delinquente l’ennesimo martire e santo, come Giuliani, ed oggi stareste parlando di un povero manifestante ammazzato dalla polizia fascista che vuol impedire il pacifico e democratico dissenso
9 h
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Modificato

Carlo Galeazzi
Questa intervista è del 2008. La fece Andrea Cangini, oggi parlamentare di Forza Italia, a Francesco Cossiga.
- Presidente Cossiga, pensa che minacciando l'uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
«Dipende, se ritiene d'essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l'Italia è uno Stato debole, e all'opposizione non c'è il granitico Pci ma l'evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire?
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno».
Ossia?
“In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito...».
Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che...
«Nel senso che le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pieta e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine si. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio».
Quale incendio?
«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà ad insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate Rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale”.
Questo lo diceva un ex ministro dell'Interno democristiano, e ora al suo posto ne abbiamo uno di estrema destra.
Tirate pure voi le conclusioni
3 h
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Modificato

Andrea Masala
  ·
Sicuramente Meloni è molto più preoccupata di quelli che restano a casa a commentare.
Tra l’altro a commentare un pezzetto di un video. Perché se vedessero tutto poi dovrebbero ammettere che la polizia ha fatto molte più violenze dei manifestanti. Ma mica si può dire. Non è da moderni riformisti.
10 h
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Roberto D'Oriano
Che pena l'ennesima riproposizione della tesi degli infiltrati, che pena i distinguo tra manifestanti buoni e cattivi.
11 h
Rispondi

Alessandra Quattrocchi
Cristo, Jack Daniel. Come se ci fosse mai stata la speranza che Askatasuna o gli altri centri sociali chiusi potessero riaprire in questo clima e con questo governo. Come se la repressione (siamo al SECONDO pacchetto sicurezza in pochi mesi) fosse mai stata in dubbio. Sai cosa aiuta il governo Meloni in queste strategie? L’acquiescenza di persone “di sinistra” di cui sei un eccellente esempio. Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici, eccetera.
5 h
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Raffaele Falcone
Fuori da ipocrisia: geni anche i tanti, tantissimi che hanno partecipato alla manifestazione per un centro noto per avere in sé anche una componente violenta che li ha ripagati del tutto prevedibilmente con l'unica moneta per loro corrente.
4 h
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Modificato

Brigida Venosa
#G8 #Docet è stato creato un caso ad hoc
Ecco la ducetta dixit

 2 
 inserito:: Luglio 07, 2026, 07:06:42 pm 
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Marco Maria Freddi

Cara Elly,
ti scrivo perché guardare alla realtà con uno sguardo libero significa rifiutare le narrazioni che il potere usa per mantenere le cose come stanno.
Oggi il dominio non si impone solo con la forza, ma manipolando la paura e inventando nemici artificiali per distrarci dai fallimenti del modello neoliberista. Ti rivolgo questo appello affinché tu e tutto il Partito Democratico troviate finalmente il coraggio di essere una vera forza di sinistra, una sinistra di governo che abbia la forza di lasciarsi alle spalle le vecchie e fallimentari politiche del centrosinistra del passato.
Devi essere consapevole, Elly, che la nostra responsabilità come cittadini non finisce con il voto, ma si esercita ogni giorno, ed è la stessa responsabilità che oggi chiediamo a te come leader. Quando anche la politica rinuncia ad analizzare a fondo la realtà, quando ripetiamo acriticamente le tesi dei media dominanti o liquidiamo il dibattito con etichette superficiali, finiamo per fare il gioco di chi vuole conservare lo status quo. Costruire una vera alternativa progressista richiede proprio questo, ovvero rifiutare ogni fanatismo e dimostrare la capacità di portare avanti battaglie coraggiose e radicate nella giustizia sociale.
La strada da seguire ci viene indicata da quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove le vittorie della sinistra dimostrano che le istituzioni possono ancora rispondere ai bisogni concreti delle persone. A New York, il sindaco socialista Zohran Mamdani ha mantenuto le promesse elettorali introducendo il blocco biennale degli affitti per un milione di appartamenti, che ora è una splendida realtà. Ha fatto ciò che tutti i soloni dell'economia consideravano impossibile, dando priorità alla classe lavoratrice e proteggendo migliaia di famiglie dalla speculazione, offrendo al contempo sostegno ai piccoli proprietari. Il successo della sinistra sta trasformando la politica americana e, oltre a New York, le primarie democratiche vedono l'avanzata di candidati socialisti come Melat Kiros a Denver, che ha vinto con un programma basato su sanità universale e cura per le fasce più fragili.
Il socialismo non fa più paura perché parla all'emergenza reale del costo della vita. Anche a Washington la corsa della candidata Janese Lewis George sta scuotendo l'elettorato, nonostante gli attacchi di chi vorrebbe dipingere come distruttiva una politica che punta semplicemente a una maggiore giustizia nella distribuzione della ricchezza.
Questo vento di cambiamento deve soffiare anche in Europa, dove la nostra sinistra di governo deve rompere nettamente con le vecchie dottrine economiche liberiste. Servono scelte coraggiose, come una revisione profonda dell'alleanza Nato, la rimozione delle basi straniere, la creazione di un esercito e di una politica estera europei, e la ferma applicazione del diritto internazionale. Sul piano interno, dobbiamo intervenire direttamente sul mercato della casa per abbassare gli affitti senza ricorrere a inutili bonus ma seguendo la strada radicale già tracciata dall'esperienza americana e spagnola, in modo da tutelare chi studia e chi lavora, vietando al contempo quelle piattaforme di affitto turistico che stanno svuotando i nostri quartieri. Dobbiamo abolire la precarietà, garantire un salario minimo e combattere strenuamente il caporalato. La corruzione va stroncata escludendo dagli appalti pubblici chi non è trasparente e smettendo di finanziare la sanità e la scuola privata a scapito di quelle pubbliche. Un socialismo moderno deve tornare a nazionalizzare le aziende strategiche per pianificare l'economia nell'interesse di tutti.
Queste non sono utopie, ma l'unico terreno concreto su cui possiamo mobilitare le classi popolari e sconfiggere l'avanzata delle destre. Cara segretaria, la sfida che arriva dagli Stati Uniti deve diventare il nostro imperativo. Abbandoniamo le mezze misure di un centrosinistra che in passato è stato troppo subalterno al neoliberismo e che ha finito per spalancare le porte alla destra. Dobbiamo ricordarci che il nostro vero elettorato è quel cinquanta per cento di cittadini che ha smesso di votare e che non si fida più della politica, persone che possiamo riconquistare solo se dimostriamo che un’alternativa è possibile.
Dobbiamo avere l'audacia di essere una sinistra di governo radicale nei principi, appassionata nelle lotte e capace, finalmente, di cambiare la vita reale delle persone.
.

 3 
 inserito:: Luglio 02, 2026, 12:50:24 pm 
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file:///C:/Users/Gianni/Downloads/zambolin%20per%20babbo.pdf


Copiate pure, ci sono 28 pagine di poesia che saranno pubblicate presto.

ciaooo

 4 
 inserito:: Luglio 02, 2026, 11:21:28 am 
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La legge elettorale truffa voluta dalla CATTIVA POLITICA ITALIANA.

Anche l'opposizione ne é responsabile.

L'Italia caduta nelle mani di una minoranza sbagliata, a causa di una legge truffa che toglie il diritto fondamentale agli italiani, cioè il contarsi per governarsi correttamente, di cui dobbiamo chiamare responsabile anche la opposizione complice/incapace.
ggg

 5 
 inserito:: Giugno 30, 2026, 07:16:28 pm 
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Il funerale di Carlin Petrini. Moni Ovadia: «Noi sognavamo la rivoluzione, lui l'ha fatta. Grande uomo in quest'epoca di omuncoli». Finale sulle note di Cielito Lindo

di Marcello Pasquero

Gran folla e tanta commozione a Pollenzo per le esequie del fondatore di Terra Madre. Presenti anche il governatore Cirio, il sindaco di Torino Lo Russo, Moni Ovadia, Don Ciotti e Oscar Farinetti. «Raccoglieremo la tua eredità»

Il funerale di Carlin Petrini. Moni Ovadia: «Noi sognavamo la rivoluzione, lui l'ha fatta. Grande uomo in quest'epoca di omuncoli». Finale sulle note di Cielito Lindo
Moni Ovadia ricorda l'amico Carlin Petrini

Lacrime e canti per l'addio a Carlin Petrini. Migliaia di persone si sono radunate a Pollenzo, nel cuneese, per i funerali del fondatore di Slow Food e di Terra Madre, morto a 76 anni. Sin dalle prime ore del mattino tanti amici hanno assiepato il Cortile di ingresso dell'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

«Parlava in piemontese col Papa»
Presenti anche il presidente della Regione Alberto Cirio e il sindaco di Torino Stefano Lorusso, Don Ciotti, Moni Ovadia, l'imprenditore Oscar Farinetti. Non ha voluto mancare il vescovo di Verona, monsignor Domenico Pompili, che con Petrini ha fondato la comunità Laudato Sì. «Ricordo i dialoghi tra Carlin e Papa Bergoglio. Parlavano in piemontese e ho imparato il termine "Mugna cuacia". Carlin è stato un uomo di grande cuore e che parlava di intelligenza emotiva prima che di intelligenza artificiale».


Gallery: I funerali di Carlin Petrini a Pollenzo: le immagini

Il rettore: «Questo non è funerale direbbe Magritte»
Quando il feretro arriva alle 11.30 la commozione prende il sopravvento e si scioglie in un lunghissimo applauso. Nicola Perullo rettore dell'università di scienze gastronomiche è il primo a salire sul palco «Come direbbe Maigritte questo non è un funerale, a Carlo sarebbe piaciuto» e aggiunge: «Era un uomo difficile da incasellare, un grande rivoluzionario con un carisma incredibile. Ma lui aveva anche una generosità che abbinata al carisma ha fatto sì che le opere che ha realizzato potessero penetrare tra la gente».
E ancora: «Carlo era l'uomo di tutti, dal pescatore al re».

L'amico di sempre
Sul palchetto anche Vincenzo Ercolino, l'amico di sempre: «Petrini non aveva mai cercato solo il cibo, ha cercato l'umanità. Non l'umano astratto ma quello concreto dei gesti, il contadino che custodisce un seme, l'anziano che consegna una memoria, il giovane che ritrova una strada. Mai nostalgia del passato ma possibilità di futuro».

Edward Mukiibi: «Il tuo sogno vive»
Toccante il discorso del presidente di Slow Food Internazionale, l'agronomo ed educatore ugandese Edward Mukiibi. «Cari amici di Carlo, questo silenzio che sento oggi è assordante, noi dobbiamo rispondere al silenzio lavorando sodo, insieme, per mantenere viva la sua visione. Tutti noi - prosegue - in ogni parte del mondo dobbiamo unirci e collaborare ancora di più per onorare la dedizione di Carlo. Dobbiamo farlo in suo onore e per la Terra Madre che ha tanto amato e curato. Ora riposa caro amico, il tuo sogno continua a vivere».

Don Ciotti ricorda l'ultimo incontro con Carlin Petrini, due giorni prima della scomparsa

Moni Ovadia e Don Ciotti
Anche Moni Ovadia ha voluto salutare Petrini: «Noi sognavamo la rivoluzione, lui l'ha fatta. Se guardo al mondo lo vedo governato da omuncoli insignificanti mentre Carlin era un titano. Carlin ha fatto il più grande collegamento, portare il mondo nel tuo luogo e il tuo luogo nel mondo». E continua: «Ha dimostrato che puoi essere uno sbandato cazzeggiatore e diventare uno dei più grandi uomini di questa epoca».

Don Ciotti invece ricorda l'ultimo incontro: «Due giorni prima di lasciarci, ero in casa con lui e sua sorella Chiara. Ho visto le lacrime ai suoi occhi e lui ha visto le mie. Poi con un filo di voce mi ricorda che quando aveva detto al Papa di non essere credente, poi il pontefice gli aveva risposto che avrebbe pregato sempre per lui. E poi mi fa "Luigi prega per me, io sto morendo". Allora ho pregato per lui, e certo il mio pensiero ora va a Carlin e a quanti raccolgono la sua eredità».

Funerali di Carlin Petrini, le prove dei canti per salutare il fondatore di Slow Food

Le studentesse Lucia e Camilla
Grandi applausi anche per le parole pronunciate da Lucia e Camilla, studentesse dell'Università di Scienze Gastronomiche, da lui fondata: «Ci hai aperto le porte del mondo, ci hai dato valori con cui avanzare nella vita. Tocca a noi, ora, essere ambasciatori delle tue idee, prendiamo questo impegno con responsabilità ma anche con un po' di paura di non riuscire a fare abbastanza. Ma se tu - proseguono - sei riuscito a fondare in un piccolo paese d'Italia un'organizzazione che cura il cibo in un'epoca in cui il cibo stava diventando sempre più standardizzato, perché noi dovremmo lasciarci prendere dall'ansia tanto diffusa di questi tempi, perché credere a ciò che il sistema di potere vuol farci credere ovvero che non c'è più nulla da fare? Noi studenti di Pollenzo infonderemo ogni energia per fare espandere questo movimento in ogni angolo del mondo».

Cielito Lindo
La cerimonia si è chiusa intorno alle 13:20. Come «arrivederci» tutti i presenti hanno intonato «Cielito Lindo», la canzone preferita di Carlin. «¡Ay! ¡ay! ¡ay! ¡ay!, Canta y no llores! porque cantando se alegran, Cielito Lindo, los corazones».
Canta e non piangere, perché quando si canta si rallegrano i cuori.

«Canta e non piangere», le note di «Cielito Lindo» per l'ultimo saluto a Carlin Petrini

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Giuseppe Lavazza: «Il mio amico Carlin cantava con i Mau Mau per farci capire che il cibo è una cosa seria. Slow Food? È in buone mani» di Christian Benna

«Ciao Carlin, le tue idee ci guideranno». A Pollenzo la camera ardente per Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e Terra Madredi Marcello Pasquero

da corriere.it

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 inserito:: Giugno 30, 2026, 07:05:05 pm 
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Giuseppe Ravera

L’inverno del nostro scontento

Da tempo sentivo l’esigenza di scrivere sulla triste parabola di quello che per molti anni è stato il mio giornale. (Scrivere è il modo migliore per riflettere: la parola scritta – letta, corretta e riscritta – costringe il pensiero ad attraversare la porta stretta della logica).
Provo a scriverne adesso a cadavere caldo, prima che la cassa venga chiusa e il caro estinto interrato. Perché sì, a dispetto di ogni evidenza, ho sperato che dopo la sciagurata stagione dei fratelli De Benedetti - poco avvezzi ai misteri dell’editoria quanto poco interessati al mercato dell’informazione, il business più indecifrabile e complicato al mondo - l’acquisto di Gedi da parte di Exor guidato da Jhon Elkann mi era parso l’epifania di una svolta se non radiosa almeno dignitosa e coerente con la storia del giornale.
“Repubblica” vede la luce il 14 gennaio 1976. Per lungo tempo ho conservato tra un trasloco e l’altro il primo numero di quello che per una buona quarantina d’anni è stato il “mio giornale”. Il web è pieno di racconti sulla storia del suo successo. Per quel che mi riguarda la storia di Rep è la biografia di una generazione, la mia. Mi sono laureato nel ’77, l’anno della contestazione a Lama, dell’avvento degli indiani metropolitani e dell’inasprirsi del terrorismo. L’anno dopo, con il sequestro Moro e l’omicidio della scorta, le Brigate Rosse, raggiungono il livello massimo di attività; l’inflazione nel decennio 1973-1984 non scende mai sotto il 10%. “Repubblica” si rivolge agli orfani del movimento: giovani e non più giovani accomunati da un anticapitalismo istintivo quanto generico, che aborrono la “via armata al comunismo” e nel Partito comunista italiano vedono nient’altro che una soffocante macchina di conformismo. Per la prima volta in edicola c’è un giornale laico e progressista, diverso in tutto a partire dal formato e dalla grafica, che fa dell’innovazione la propria cifra stilistica. Il grande merito di Scalfari: offrire a una generazione risvegliatasi dal sogno del comunismo, totalmente estranea dalle derive militari, un approdo alla democrazia liberale. La critica della realtà e la lotta per il cambiamento parevano diventare possibili. (Poi si scoprì che non era esattamente così, ma questa è un’altra storia).
Cos’è un giornale? L’altro giorno Ezio Mauro ne ha dato una definizione magistrale. Un pezzo che era al tempo stesso un addio alle armi e un avvertimento ai nuovi editori. Io che giornalista non sono e mi sono limitato ad apparecchiare periodici e stampati vari “pro domo clientes” mi limito a dire che fra tutti i prodotti di largo e larghissimo uso (utenze telefoniche, dentifrici, alimenti in scatola, detersivi, uova, latte, igiene personale e della casa, carne, pollame, pesce fresco, frutta e verdura…) i giornali sono i più difficili in assoluto. Mentre su qualsiasi altro prodotto di largo consumo, comprese persino le automobili, è possibile intervenire modulando le famose quattro leve del marketing mix (prodotto, prezzo, punto vendita, promozione) il giornale quotidiano è sensibile solo alla prima e ne è la quintessenza. Il giornale, contrariamente a qualsiasi altro prodotto, è un oggetto che ogni giorno devi inventare, produrre, distribuire e ritirare dal punto vendita l’invenduto. Inutile usare la leva del prezzo, rischioso quella della promozione. Ricordo quando il giovane Veltroni ebbe l’idea di abbinare la cassetta di un film famoso all’Unità, quotidiano persino più plumbeo della Pravda. Il risultato, facilmente prevedibile, fu che “i nuovi lettori” del quotidiano fondato da Antonio Gramsci gettavano il giornale e si tenevano la cassetta. In conclusione, se nel mercato delle maionesi (degli sciampo, delle pillole contro il mal d’auto, delle salopette per cani…) buon senso, esperienza e una adeguata cassetta degli attrezzi sono più che sufficienti per portare a casa il risultato, nel mondo dell’informazione non basta. Non basta il metodo, e a volte mi domando pure se il “metodo” esista pronto all’uso o te le deve inventare su misura.
E ancora. Di qualsiasi cosa puoi fare un sampling, ovvero tutto può essere trasformato in “offerta gratuita di campioni di prodotto” ad esclusione dei giornali. Il giornale non si regala (“copia regalata, copia sprecata”) semmai si annuncia, si presenta in road show impegnativi quanto costosi. Neppure la pubblicità funziona se il prodotto non è più che adeguato. Sono in molti a ricordare le brillantissime campagne de “Il Manifesto” (“la rivoluzione non russa”). Eppure non ha mai varcato l’originaria nicchia di appartenenza e tira a campare confinato nel recinto della marginalità insignificante. Eppure la ragione del successo (e dell’insuccesso) è semplice, Brecht direbbe “la semplicità difficile a farsi”: grandi giornalisti, grande scrittura, grandi inchieste, grandi corrispondenze, grande rigore nella ricerca della verità, grande accuratezza. Laddove la grandezza non si misura in dimensioni spaziali, massa e peso, ma altro non è che l’attributo in cui si declina la qualità. Diciamo che funziona come in una reazione a catena: i migliori giovani talenti sono pronti a buttarsi nel fuoco pur di lavorare nel miglior prodotto editoriale, quello più fresco, più innovativo, più trasgressivo fragrante e croccante; esattamente come le “grandi firme” sono pronte a un trasferimento che offrirà loro più denaro, più visibilità, più successo. Insomma, la buona vecchia regola del successo che produce successo e richiama a sé altro successo. Come diceva quel tale, la sfiga non è stata mai un buon partito.
Eppoi cos’è successo nonno, chiede il nipotino seduto accanto al fuoco del camino. Il nonno stuzzica le braci, aggiunge un altro ceppo e prosegue. È successo che, come anche Ezio Mauro ricordava nell’editoriale destinato a nuora perché suocera intenda, è passato il tempo dal tempo in cui s’aspettava la domenica per leggere la pastorale del Fondatore e Direttore, grazie al quale i bravi membri della borghesia riflessiva avrebbero saputo cosa sarebbe stato saggio pensare a proposito di Tizio, Caio e Sempronio. Il tempo non passa mai invano: se hai continuato a fare le cose come le hai sempre fatte – bene, se non addirittura benissimo – se pensi che possa bastare continuare a non fare nulla di nuovo, il tempo prima o poi ti bastona. Che è successo? Una bazzecola chiamata internet. Una bomba atomica che al Regno di Repubblica non fa neppure rosina. Succede che, narrano le leggende, Eugenio I, il sovrano assoluto conceda un par di stanzette nel sottoscala di via Po a “quelli del web”. Vera o falsa, la leggenda rende bene l’atmosfera che regna nel giornale in quegli anni; invece di studiare l’evento destinato a cambiare il paradigma dell’informazione, della lettura, della scrittura, delle relazioni sociali e dei più consolidati modelli di business, ci si crogiola al sole dell’onnipotenza. Eppure, non era così difficile: sarebbe bastato copiare il New York Times.
Tiriamo le somme. Nel 1991 il CERN rende pubblica la tecnologia World Wide Web rendendo semplice la navigazione e aprendo la rete a un pubblico più ampio. Cinque anni dopo il New York Times lancia il suo primo sito web ("The Web-based Times").
La piattaforma inizialmente offriva “notizie del giorno, articoli di approfondimento, la sezione annunci e l'accesso agli archivi della settimana precedente”. Alla fine degli anni ’90 nel nostro paese la diffusione dell’ADSL velocizza le connessioni rendendo più semplici gli accessi; contribuisce così allo sviluppo di una nuova specie di homo sapiens il cui denotato è l’abitudine alla gratuità. Si affacciano sul mercato generazioni di giovani consumatori convinti che l’informazione sia naturaliter gratis. Creature affatto disposte a versare neppure una cifra simbolica per l’acquisto di un giornale, di un periodico, di una rivista. Inizia la lenta, dolorosa, inarrestabile estinzione tutt’ora in corso. Meno lettori meno ricavi pubblicitari; meno ricavi meno investimenti; meno ricavi più tagli a costi ritenuti sacrificabili; nelle redazioni iniziano le speciali decimazioni chiamate pre-pensionamenti: più sei anziano più costi, quindi ti sostituiamo con un alacre stagista. Peccato che in un giornale anziano quasi sempre significhi “competente, esperto, affidabile” e stagista “sotto pagato, ignorante, inconsapevole”. Risultato: giornali zeppi di errori stampati su carta di merda con inchiostri di merda che lordano le mani degli sprovveduti che insistono a comprarli. Nel frattempo le edicole chiudono come i fiori notturni di pascoliana memoria, ma a differenza di questi per non più riaprire.
Conclusione. Se fossi amico di Jhon Elkan, amico di quelli che non hanno bisogno di incarichi, prebende e neppure consulenze, non gli chiederei perché ha deciso di vendere, proprio adesso e proprio al Greco. Sottovoce, in un sussurro appena sussurrato, gli chiederei perché mai un uomo saggio e avveduto come lui abbia comprato. 

http://www.lenuovemadeleine.com/linverno-del-nostro.../


Alberto Iardella
Elegante analisi come sempre le tue. Permettimi due appunti: John Elkann non so come sia come uomo ma come imprenditore non si è dimostrato avveduto, ha sbagliato con l'editoria come con Fiat, perché è andato a tentoni e non ha inventato uno straccio di idea da seguire, curando credo bene solo gli affari di famiglia. Scalfari ha sbagliato a misurarsi con le TV di Berlusconi e non gli è servita la lezione della Mondadori con retequattro. I giornali sono diventati serventi al pezzo del tubo catodico e non alternativa culturale e giornalisti vanitosi hanno ingrossato cominciato quel teatrino che oggi è in ogni canale ad ogni ora; e soprattutto quando per superare le vendite del Corriere si è inventato la lotteria. Lì ha cominciato a perdere credibilità e il.resto è cosa nota

 
Giuseppe Ravera
Alberto Iardella Valutare l'operato di J.E. è molto difficile. Ha ereditato la Fiat sul punto di portare i libri in tribunale e solo il coraggio e l'estrema abilità di Marchionne l'ha salvata. Quando ha J.E: è venuto a mancare il suo maestro è riuscito a costruire Stellantis, il solo modo per salvare gli asset dell'auto in un momento travagliato di una confusissima transizione. Quardando l'insieme dell'operato Exor mi sembra di poter affermare che il solo disastro (economico, istituzionale, occupazione etc etc) riguardi l'editoria. Davvero non si capisce perchè abbia comprato Gedi.

da FB
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Da tempo sentivo l’esigenza di scrivere sulla triste parabola di quello che per molti anni è stato il mio giornale. (Scrivere è il modo migliore per riflettere: la parola scritta – letta, corretta e riscritta – costringe il pensiero ad attraversare la porta stretta della logica).
Provo a scriverne adesso a cadavere caldo, prima che la cassa venga chiusa e il caro estinto interrato. Perché sì, a dispetto di ogni evidenza, ho sperato che dopo la sciagurata stagione dei fratelli De Benedetti - poco avvezzi ai misteri dell’editoria quanto poco interessati al mercato dell’informazione, il business più indecifrabile e complicato al mondo - l’acquisto di Gedi da parte di Exor guidato da Jhon Elkann mi era parso l’epifania di una svolta se non radiosa almeno dignitosa e coerente con la storia del giornale.
“Repubblica” vede la luce il 14 gennaio 1976. Per lungo tempo ho conservato tra un trasloco e l’altro il primo numero di quello che per una buona quarantina d’anni è stato il “mio giornale”. Il web è pieno di racconti sulla storia del suo successo. Per quel che mi riguarda la storia di Rep è la biografia di una generazione, la mia. Mi sono laureato nel ’77, l’anno della contestazione a Lama, dell’avvento degli indiani metropolitani e dell’inasprirsi del terrorismo. L’anno dopo, con il sequestro Moro e l’omicidio della scorta, le Brigate Rosse, raggiungono il livello massimo di attività; l’inflazione nel decennio 1973-1984 non scende mai sotto il 10%. “Repubblica” si rivolge agli orfani del movimento: giovani e non più giovani accomunati da un anticapitalismo istintivo quanto generico, che aborrono la “via armata al comunismo” e nel Partito comunista italiano vedono nient’altro che una soffocante macchina di conformismo. Per la prima volta in edicola c’è un giornale laico e progressista, diverso in tutto a partire dal formato e dalla grafica, che fa dell’innovazione la propria cifra stilistica. Il grande merito di Scalfari: offrire a una generazione risvegliatasi dal sogno del comunismo, totalmente estranea dalle derive militari, un approdo alla democrazia liberale. La critica della realtà e la lotta per il cambiamento parevano diventare possibili. (Poi si scoprì che non era esattamente così, ma questa è un’altra storia).
Cos’è un giornale? L’altro giorno Ezio Mauro ne ha dato una definizione magistrale. Un pezzo che era al tempo stesso un addio alle armi e un avvertimento ai nuovi editori. Io che giornalista non sono e mi sono limitato ad apparecchiare periodici e stampati vari “pro domo clientes” mi limito a dire che fra tutti i prodotti di largo e larghissimo uso (utenze telefoniche, dentifrici, alimenti in scatola, detersivi, uova, latte, igiene personale e della casa, carne, pollame, pesce fresco, frutta e verdura…) i giornali sono i più difficili in assoluto. Mentre su qualsiasi altro prodotto di largo consumo, comprese persino le automobili, è possibile intervenire modulando le famose quattro leve del marketing mix (prodotto, prezzo, punto vendita, promozione) il giornale quotidiano è sensibile solo alla prima e ne è la quintessenza. Il giornale, contrariamente a qualsiasi altro prodotto, è un oggetto che ogni giorno devi inventare, produrre, distribuire e ritirare dal punto vendita l’invenduto. Inutile usare la leva del prezzo, rischioso quella della promozione. Ricordo quando il giovane Veltroni ebbe l’idea di abbinare la cassetta di un film famoso all’Unità, quotidiano persino più plumbeo della Pravda. Il risultato, facilmente prevedibile, fu che “i nuovi lettori” del quotidiano fondato da Antonio Gramsci gettavano il giornale e si tenevano la cassetta. In conclusione, se nel mercato delle maionesi (degli sciampo, delle pillole contro il mal d’auto, delle salopette per cani…) buon senso, esperienza e una adeguata cassetta degli attrezzi sono più che sufficienti per portare a casa il risultato, nel mondo dell’informazione non basta. Non basta il metodo, e a volte mi domando pure se il “metodo” esista pronto all’uso o te le deve inventare su misura.
E ancora. Di qualsiasi cosa puoi fare un sampling, ovvero tutto può essere trasformato in “offerta gratuita di campioni di prodotto” ad esclusione dei giornali. Il giornale non si regala (“copia regalata, copia sprecata”) semmai si annuncia, si presenta in road show impegnativi quanto costosi. Neppure la pubblicità funziona se il prodotto non è più che adeguato. Sono in molti a ricordare le brillantissime campagne de “Il Manifesto” (“la rivoluzione non russa”). Eppure non ha mai varcato l’originaria nicchia di appartenenza e tira a campare confinato nel recinto della marginalità insignificante. Eppure la ragione del successo (e dell’insuccesso) è semplice, Brecht direbbe “la semplicità difficile a farsi”: grandi giornalisti, grande scrittura, grandi inchieste, grandi corrispondenze, grande rigore nella ricerca della verità, grande accuratezza. Laddove la grandezza non si misura in dimensioni spaziali, massa e peso, ma altro non è che l’attributo in cui si declina la qualità. Diciamo che funziona come in una reazione a catena: i migliori giovani talenti sono pronti a buttarsi nel fuoco pur di lavorare nel miglior prodotto editoriale, quello più fresco, più innovativo, più trasgressivo fragrante e croccante; esattamente come le “grandi firme” sono pronte a un trasferimento che offrirà loro più denaro, più visibilità, più successo. Insomma, la buona vecchia regola del successo che produce successo e richiama a sé altro successo. Come diceva quel tale, la sfiga non è stata mai un buon partito.
Eppoi cos’è successo nonno, chiede il nipotino seduto accanto al fuoco del camino. Il nonno stuzzica le braci, aggiunge un altro ceppo e prosegue. È successo che, come anche Ezio Mauro ricordava nell’editoriale destinato a nuora perché suocera intenda, è passato il tempo dal tempo in cui s’aspettava la domenica per leggere la pastorale del Fondatore e Direttore, grazie al quale i bravi membri della borghesia riflessiva avrebbero saputo cosa sarebbe stato saggio pensare a proposito di Tizio, Caio e Sempronio. Il tempo non passa mai invano: se hai continuato a fare le cose come le hai sempre fatte – bene, se non addirittura benissimo – se pensi che possa bastare continuare a non fare nulla di nuovo, il tempo prima o poi ti bastona. Che è successo? Una bazzecola chiamata internet. Una bomba atomica che al Regno di Repubblica non fa neppure rosina. Succede che, narrano le leggende, Eugenio I, il sovrano assoluto conceda un par di stanzette nel sottoscala di via Po a “quelli del web”. Vera o falsa, la leggenda rende bene l’atmosfera che regna nel giornale in quegli anni; invece di studiare l’evento destinato a cambiare il paradigma dell’informazione, della lettura, della scrittura, delle relazioni sociali e dei più consolidati modelli di business, ci si crogiola al sole dell’onnipotenza. Eppure, non era così difficile: sarebbe bastato copiare il New York Times.
Tiriamo le somme. Nel 1991 il CERN rende pubblica la tecnologia World Wide Web rendendo semplice la navigazione e aprendo la rete a un pubblico più ampio. Cinque anni dopo il New York Times lancia il suo primo sito web ("The Web-based Times").
La piattaforma inizialmente offriva “notizie del giorno, articoli di approfondimento, la sezione annunci e l'accesso agli archivi della settimana precedente”. Alla fine degli anni ’90 nel nostro paese la diffusione dell’ADSL velocizza le connessioni rendendo più semplici gli accessi; contribuisce così allo sviluppo di una nuova specie di homo sapiens il cui denotato è l’abitudine alla gratuità. Si affacciano sul mercato generazioni di giovani consumatori convinti che l’informazione sia naturaliter gratis. Creature affatto disposte a versare neppure una cifra simbolica per l’acquisto di un giornale, di un periodico, di una rivista. Inizia la lenta, dolorosa, inarrestabile estinzione tutt’ora in corso. Meno lettori meno ricavi pubblicitari; meno ricavi meno investimenti; meno ricavi più tagli a costi ritenuti sacrificabili; nelle redazioni iniziano le speciali decimazioni chiamate pre-pensionamenti: più sei anziano più costi, quindi ti sostituiamo con un alacre stagista. Peccato che in un giornale anziano quasi sempre significhi “competente, esperto, affidabile” e stagista “sotto pagato, ignorante, inconsapevole”. Risultato: giornali zeppi di errori stampati su carta di merda con inchiostri di merda che lordano le mani degli sprovveduti che insistono a comprarli. Nel frattempo le edicole chiudono come i fiori notturni di pascoliana memoria, ma a differenza di questi per non più riaprire.
Conclusione. Se fossi amico di Jhon Elkan, amico di quelli che non hanno bisogno di incarichi, prebende e neppure consulenze, non gli chiederei perché ha deciso di vendere, proprio adesso e proprio al Greco. Sottovoce, in un sussurro appena sussurrato, gli chiederei perché mai un uomo saggio e avveduto come lui abbia comprato. 

http://www.lenuovemadeleine.com/linverno-del-nostro.../


Alberto Iardella
Elegante analisi come sempre le tue. Permettimi due appunti: John Elkann non so come sia come uomo ma come imprenditore non si è dimostrato avveduto, ha sbagliato con l'editoria come con Fiat, perché è andato a tentoni e non ha inventato uno straccio di idea da seguire, curando credo bene solo gli affari di famiglia. Scalfari ha sbagliato a misurarsi con le TV di Berlusconi e non gli è servita la lezione della Mondadori con retequattro. I giornali sono diventati serventi al pezzo del tubo catodico e non alternativa culturale e giornalisti vanitosi hanno ingrossato cominciato quel teatrino che oggi è in ogni canale ad ogni ora; e soprattutto quando per superare le vendite del Corriere si è inventato la lotteria. Lì ha cominciato a perdere credibilità e il resto è cosa nota

 
Giuseppe Ravera
Alberto Iardella Valutare l'operato di J.E. è molto difficile. Ha ereditato la Fiat sul punto di portare i libri in tribunale e solo il coraggio e l'estrema abilità di Marchionne l'ha salvata. Quando ha J.E: è venuto a mancare il suo maestro è riuscito a costruire Stellantis, il solo modo per salvare gli asset dell'auto in un momento travagliato di una confusissima transizione. Quardando l'insieme dell'operato Exor mi sembra di poter affermare che il solo disastro (economico, istituzionale, occupazione etc etc) riguardi l'editoria. Davvero non si capisce perchè abbia comprato Gedi.

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 inserito:: Giugno 30, 2026, 07:00:11 pm 
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Cina sempre più forte, Stati Uniti meno presenti: il Sud-Est asiatico accelera il riarmo

di Raffaele Crocitti

01 giugno 2026, 11:10
Ultimo aggiornamento: 11:15
Tokyo elimina restrizioni sull'export di armi, promuovendo una collaborazione più stretta tra i Paesi della regione, per garantire capacità difensive adeguate e prontezza operativa in caso di necessità
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Non una posizione semplice all’interno dello scacchiere internazionale quella di Paesi come Giappone, Singapore, Malesia, Filippine e Nuova Zelanda.

Incastrati tra una Cina sempre più forte da un punto di vista militare e il minor impegno nell’area da parte degli Usa, partner storico che però ora ha altre grane a cui far fronte, i Paesi dell’area dell’Indo-Pacifico danno il via alla loro strategia di difesa volta all’insegna della sicurezza, come è ovvio, ma anche dell’autonomia dalle altre super potenze.

Come riporta Reuters, la prima spinta verso questa strategia è arrivata proprio dal segretario della Difesa Usa Pete Hegseth, intervenuto in occasione dello Shangri-La Dialogue di Singapore, il principale forum asiatico sulla sicurezza che riunisce ministri della Difesa, alti ufficiali militari e responsabili dell’intelligence provenienti da tutto il mondo.

Hegseth ha infatti lanciato un appello rivolto ai Paesi della regione del Sud-Est asiatico affinché questi si assumano una quota maggiore di responsabilità nella difesa dell’area. Un segnale chiaro, sebbene abbia poi ribadito l’impegno degli Usa nel garantire supporto militare: «Possiamo fare due cose contemporaneamente».

Il suo omologo giapponese, Shinjiro Koizumi, ha affermato di ritenere «incrollabile» l’impegno degli Stati Uniti nella regione, ma per altro verso, «tutti i ministri della Difesa presenti concordano sulla necessità di accelerare in modo rapido ed efficace il rafforzamento delle rispettive capacità difensive nazionali», ha dichiarato a Reuters il Segretario alla Difesa delle Filippine, Gilberto Teodoro.

Leggi anche: Nato, gli Usa valutano tagli «sostanziali» al loro contributo militare in Europa
Il Giappone prende in mano la leadership
Il ruolo di leader tra i Paesi dell’Indo-Pacifico è sicuramente rivestito dal Giappone. Shinjiro Koizumi ha spiegato che Tokyo intende fungere da «punto di raccordo» per una collaborazione più stretta tra i Paesi della regione, al di là delle dinamiche legate alla Cina.

Una mossa concreta in ambito militare il Giappone l’ha fatta ad aprile. Tokyo ha messo in atto la più importante revisione delle proprie regole sull’export di materiale militare degli ultimi decenni, eliminando le restrizioni sulle vendite di armamenti all’estero e aprendo la strada all’esportazione di navi da guerra, missili e altri sistemi d’arma.

«Il Giappone assumerà un ruolo ancora più proattivo nella cooperazione nel settore degli equipaggiamenti per la difesa», ha dichiarato Koizumi durante il forum. «Il nostro obiettivo è garantire che ciascun Paese disponga delle capacità di cui ha bisogno e che queste possano essere messe a disposizione quando necessario».

Sono molti i Paesi della regione ad affermare tale comunione di intenti. Il ministro della Difesa di Singapore, Chan Chun Sing, trova necessario «sviluppare partnership flessibili con Paesi che condividono gli stessi valori, formando coalizioni tra coloro che hanno la capacità e la volontà di agire». Un approccio che permetterebbe di «colmare le lacune, sperimentare nuove idee e individuare percorsi in ambiti ancora inesplorati e privi di precedenti».

Leggi anche: L’ombra di Taiwan sul vertice Cina-Stati Uniti
Il Canada può essere il nuovo partner di riferimento?
Chi potrebbe beneficiare di questo arretramento degli Usa è il Canada, che potrebbe diventare un interlocutore prezioso per l’area. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa canadese, Jennie Carignan, ha dichiarato che le forze armate del Paese stanno ampliando la propria presenza nell’Indo-Pacifico, collaborando con il Giappone e le Filippine in materia di cybersicurezza ed esercitazioni marittime, oltre a fornire supporto alle controparti indonesiane attraverso programmi di formazione linguistica in inglese.

«C’è ancora molto lavoro da fare nella regione indo-pacifica. Ed è per questo che stiamo probabilmente assistendo a un rafforzamento generalizzato delle partnership», ha dichiarato Carignan a Reuters.

Nel frattempo, la Nuova Zelanda sta valutando un ulteriore approfondimento dei legami strategici e nuovi investimenti nel settore della difesa. Il ministro della Difesa, Chris Penk, ha confermato che Wellington sta esaminando attivamente offerte giapponesi e britanniche per la sostituzione delle proprie fregate classe Anzac, ormai prossime alla fine del loro ciclo operativo.

Chris Penk ha partecipato a una cena con i suoi omologhi di Singapore, Malesia, Australia e del Regno Unito a margine del forum, nell’ambito del coordinamento delle crescenti interazioni previste dal Five Power Defence Arrangements, accordo di difesa multilaterale attivo da 54 anni. Secondo Penk esiste spazio per portare il patto «a un livello più intenso».

Leggi anche: Summit Trump-Xi, tensione su Taiwan: gli Usa pronti a discutere con la Cina della fornitura di armi
L’Australia crede nell’alleanza con gli Stati Uniti
Nonostante l’intensificarsi dei legami tra i Paesi della regione, diversi funzionari asiatici hanno ribadito che l’impegno degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico resta solido, nonostante il conflitto in Medio Oriente e la politica America First del presidente Donald Trump.

«La nostra fiducia non è scossa, ad esempio, dal coinvolgimento degli Stati Uniti in Iran o in altre aree», ha dichiarato il ministro della Difesa filippino, Gilberto Teodoro.

Per l’Australia, il ministro della Difesa Richard Marles ha descritto i rapporti con Washington come «assolutamente fondamentali per la nostra sicurezza nazionale».

«Per entrambe le parti, l’amministrazione Trump e il governo Albanese in Australia, ci consideriamo custodi di una relazione che va ben oltre le nostre rispettive amministrazioni», ha dichiarato Marles a Reuters. (riproduzione riservata)

Leggi anche: La Cina potrebbe diventare più aggressiva. Come Hormuz sta cambiando i rapporti di forza tra Washington e Pechino

Da Milano Finanza

 8 
 inserito:: Giugno 30, 2026, 06:52:50 pm 
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Caro Marco fai la prova a ridefinire la tua analisi ridefinendola solo agli Italiani e con gli immigrati a casa loro. Prima rileggi quello che dice Rizzo, un comunista che ragiona, su come gli immigrati hanno determinato la distruzione del welfare, l'insufficienza sanitaria, la povertà salariale, il sovraffollamento delle carceri, l'insufficienza delle forze dell'ordine, il favorire lo sfruttamento lavorativo, l'aumento della violenza giovanile


Carlo, mi obblighi ad aprire i dati statistici che non amo scrivere, perché so che pochi li leggono e molti preferiscono insulti e argomentazioni false costruite ad arte da xenofobi e razzisti a caccia di voti. Sul welfare i conti dicono l'opposto di una distruzione. Nel 2023 lo Stato ha speso circa 34,5 miliardi di euro per servizi e prestazioni destinati ai cittadini stranieri residenti, ma nello stesso anno gli immigrati hanno versato 39,1 miliardi tra tasse e contributi, con un saldo positivo di 4,6 miliardi per le casse pubbliche. Hanno dichiarato 72,5 miliardi di redditi e pagato 10,1 miliardi di Irpef, e proprio perché sono in grande maggioranza in età lavorativa pesano meno su sanità e pensioni, tanto che anche il confronto entrate-uscite più stretto chiude con un surplus di 1,2 miliardi. Questo non è un dettaglio. Il valore aggiunto prodotto dai lavoratori immigrati nel 2023 è stato di 164 miliardi di euro, pari all'8,8% del Pil nazionale, e i soli contributi sociali versati sfiorano i 25 miliardi, risorse che vanno direttamente a sostenere l'Inps e quindi le pensioni di tutti. Sulla sanità l'idea di un'insufficienza causata dagli stranieri non trova base normativa né contabile. La legge prevede l'obbligo di iscrizione al Servizio sanitario nazionale per chi ha un permesso regolare, con parità di trattamento e di doveri contributivi rispetto agli italiani. Gli stranieri pagano il ticket, pagano le tasse, e mediamente usano meno ospedali proprio perché sono più giovani. Per i salari la povertà salariale non è importata, è prodotta qui.
Gli immigrati sono sovra rappresentati nei lavori poveri perché accettano i contratti che il nostro mercato offre, ma il loro lavoro genera ricchezza che resta in Italia. Senza quel lavoro molti settori, dalla logistica all'agricoltura alla cura degli anziani, si fermerebbero. Veniamo alle carceri e alla sicurezza, i temi più usati. Al 31 dicembre 2024 i detenuti presenti erano 61.861 a fronte di una capienza regolamentare di 51.312 posti, quindi il sovraffollamento c'è ed è grave, ma non è creato dagli immigrati. Gli stranieri in carcere erano 19.694, circa il 31,8% del totale, mentre gli stranieri residenti in Italia sono 5,56 milioni, cioè il 9,4% della popolazione. La sovra rappresentazione esiste ed è legata a fattori noti, età più giovane, maggiore esposizione a reati di strada, difficoltà di accesso a misure alternative, patteggiamenti dettati dalla mancanza di risorse economiche, non a una propensione naturale alla violenza ma alla mancanza di programmi di accoglienza che non lascino allo sbando le persone che arrivano. E in termini assoluti i reati restano commessi in maggioranza da italiani, in un Paese dove nel 2024 gli omicidi sono stati 327, con un tasso di 0,55 ogni 100.000 abitanti, tra i più bassi d'Europa.
Sullo sfruttamento lavorativo e sulla violenza giovanile i dati dicono che le vittime principali dello sfruttamento sono proprio i lavoratori stranieri irregolari, lavoratori sfruttati da italiani (brava gente). E attribuire agli immigrati l'insufficienza delle forze dell'ordine è un salto logico, gli organici si decidono con le leggi di bilancio, non con i flussi migratori. Non ho alcuna stima di Marco Rizzo ma credo ciò che tu affermi non sia vero. Rileggere Rizzo può essere utile, ma le sue frasi, se davvero ha detto che gli immigrati hanno distrutto il welfare, non sono confermate da nessun dossier pubblico. Il Dossier statistico immigrazione 2024, l'Istat, il ministero della Giustizia e i dati Inps raccontano un'altra storia, quella di una popolazione che paga più di quanto riceve e che tiene in piedi pezzi interi del nostro stato sociale proprio mentre la popolazione italiana invecchia e fa meno figli. Se vogliamo fare un'analisi solo sugli italiani, come proponi, il quadro peggiora, non migliora. Senza l'apporto migratorio avremmo nel 2025 un saldo naturale di meno 296.000 persone, e la popolazione, che l'Istat stima in calo a 54,8 milioni nel 2050, scenderebbe ancora più in fretta. Mandare gli immigrati a casa loro significherebbe togliere 4,6 miliardi netti all'anno al bilancio pubblico, perdere l'8,8% del Pil prodotto e far saltare il sistema pensionistico ancora più in fretta. La destra e una parte della sinistra che insegue la destra possono raccontare un'altra storia, i numeri però restano questi.

Massimo Guggia

Marco Maria Freddi quanta pazienza a fronte di tanta tracotanza

Maria Provini
Quello che scrivi è la fotografia di un Paese che vive anche grazie al lavoro degli immigrati. Quello che mi preoccupa è la possibile perdita di identità culturale che contraddistingue un Paese come la nostra Italia.

Marco Maria Freddi
Capisci Maria, capisco perché l'idea di identità tocca corde profonde. Ma se guardiamo alle storie concrete e alla Storia, la fotografia è diversa da quella di una cultura che si perde. L'Italia vive anche grazie al lavoro degli immigrati, ed è vero, ma vive anche grazie al loro contributo culturale, che non cancella l'italiano, lo rinnova. È successo sempre. La lingua che parliamo, la cucina che mangiamo, la musica che ascoltiamo sono già il risultato di secoli di incontri. Il dialetto veneto ha parole arabe, la pizza napoletana deve il pomodoro alle Americhe, il caffè viene dallo Yemen. L'identità non è un vaso chiuso, è un racconto che cambia restando riconoscibile. Oggi i numeri dicono che questo racconto continua. I figli dell'immigrazione nati o cresciuti qui non si definiscono stranieri. La rete nazionale G2, nata nel 2005 da ragazzi figli di immigrati, lo spiega bene, chi ne fa parte si autodefinisce come figlio di immigrato e non come immigrato, perché chi è nato in Italia non ha compiuto alcuna migrazione. Vivono in bilico tra due culture, ma scelgono l'italiano come lingua prima, studiano nelle nostre scuole, tifano per la Nazionale, aprono attività che mescolano tradizioni. L'Istat ci dice che gli stranieri residenti sono il 9,4% della popolazione, circa 5,56 milioni di persone, in gran parte giovani e in età lavorativa. Non sono una massa separata, sono coloro che tengono aperti i reparti di geriatria, i ragazzi che vincono le olimpiadi di matematica con cognomi non italiani, le seconde generazioni che chiedono la cittadinanza perché si sentono italiane a tutti gli effetti. La paura della perdita di identità nasce spesso dal vuoto di politiche, non dalla presenza degli altri. Dove mancano scuole aperte il pomeriggio, corsi di italiano gratuiti, percorsi di cittadinanza chiari, è normale che si creino sacche di isolamento. Dove invece l'integrazione è accompagnata, e i dati sul lavoro e sui contributi lo dimostrano, la cultura italiana non arretra, si arricchisce. Non si tratta di sostituire, ma di aggiungere. Nessuno chiede di rinunciare a Dante o a Verdi, si tratta di far sì che anche chi arriva possa leggerli, capirli e magari reinterpretarli. È già successo con gli oriundi, con gli italo-americani, con i tanti nuovi italiani che oggi insegnano, curano, fanno impresa.
La vera minaccia all'identità culturale non è l'immigrato che apre una rosticceria halal accanto alla trattoria, è un Paese che invecchia, che fa 355.000 nascite contro 652.000 morti in un anno, che rischia di non avere più giovani a cui trasmettere quella cultura. Senza l'apporto di chi arriva, non avremmo solo meno lavoratori, avremmo meno pubblico per i teatri, meno studenti per i conservatori, meno voci per tenere viva la lingua. Per questo, proteggere l'identità italiana oggi significa investire in scuola, in lingua, in cittadinanza, non alzare muri. Significa dare strumenti perché chi vive qui possa sentirsi parte della storia comune, non ospite temporaneo.

da FB

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 inserito:: Giugno 30, 2026, 06:48:05 pm 
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GAVIOLI, Luigi
Tipologia Persona
Intestazione di autorità
    Intestazione
        ​GAVIOLI, Luigi

Date di esistenza
    Luogo di nascita
        Mirandola
    Data di nascita
        February 17 1902

    Luogo di morte
        Roma
Biografia / Storia

    Nasce a Mirandola (MO) il 17 febbraio 1902 da Geremia e Brigida Quarri, rappresentante di commercio. Nel 1918 si trasferisce a Gonzaga (MN), trovando lavoro come garzone di pasticceria, e aderisce al gruppo anarchico locale. Partecipa alle agitazioni del Biennio rosso e nell’agosto del 1921 subisce un’aggressione fascista nei pressi di Reggiolo (RE).
Poco tempo dopo i fascisti tentano di incendiare la sua casa. Nel 1930 si trasferisce a Verona, poi nel 1933 giunge definitivamente a Roma, vivendo anni di relativa tranquillità.
Dopo l’occupazione tedesca dell’Italia entra nel movimento clandestino antifascista.
Nel 1944 è attivo nei GAP romani, nella zona del quartiere Italia.
Nel suo appartamento trovano rifugio ebrei ed ex prigionieri alleati, nell’attesa di passare il fronte a Sud.
A causa di una delazione è arrestato con la moglie e il figlio all’inizio del marzo 1944. Portato in via Tasso, è torturato a lungo, per essere poi trasferito il 22 marzo nel carcere di Regina Coeli. Qui il 24 marzo è prelevato e portato con altri 334 uomini nelle cave in disuso sulla via Ardeatina, e ucciso dai tedeschi per rappresaglia per l’attacco partigiano di via Rasella.
Riposa nel sarcofago n. 102 del Sacrario nazionale delle Fosse Ardeatine. (C. Silingardi)

Fonti
    Bibliografia: N. Gavioli, Luigi Gavioli, «Rassegna annuale dell’Istituto storico della Resistenza in Modena e provincia», 7, 1966; C. Silingardi, Note, riflessioni e documenti per una storia dell’anarchismo a Modena, «Rassegna di storia», n. 1, 1982; A. Portelli, L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Roma 1999; A. Pirondini, Anarchici a Modena. Dizionario biografico. Milano, Zero in condotta, 2012.

Codice identificativo dell'istituzione responsabile
    181
Note
    Paternità e maternità: Geremia e Brigida Quarri
Bibliografia
    2003

da

 10 
 inserito:: Giugno 29, 2026, 04:55:36 pm 
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Un POLO Europa Unita non significa debba essere soltanto Europa, anzi, intorno ad essa creare una realtà socio/economica plurinazionale (di popoli) che dall'Europa tragga colonne portanti culturali antiche e valori Umanitari conquistati in questi ultimi decenni di Pace relativa, Occidentali, Democratici.

Valori entrambi da far evolvere dagli errori commessi.

ggiannig

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