LA-U dell'ulivo
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 inserito:: Settembre 26, 2022, 05:33:55 pm 
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Jack Daniel
22 m  ·

Pensieri sparsi il giorno dopo.

A tutti coloro che si rallegrano per il fatto che la destra non abbia raggiunto i 2/3 per cambiare la Costituzione senza passare da referendum confermativo: avete ragione. Ma poi: siete sicuri che se venisse proposto un referendum di modifica della Costituzione in senso presidenzialista, questo sarebbe bocciato? Personalmente non ne sono affatto sicuro. Anzi.

La Lega ha perso, e ha perso nei suoi territori. Non solo è fallito il disegno di Salvini di creare una Lega nazionale, ma è ormai indietro anche nelle sue ridotte, il Veneto, la Lombardia, il Friuli. Molto facile prevedere che la Lega ricomincerà da qui, dai suoi territori e dalle sue antiche fondamenta, il federalismo, se non il separatismo. L'autonomia differenziata sarà quindi, è prevedibile, la prima istanza che la Lega porterà al Governo. Su questo si aprirà un braccio di ferro con la Lega da una parte e il M5stelle, ormai a trazione meridionale, dall'altra. In mezzo i partiti nazionali, FdI e PD (quello che ne rimarrà). La cosa divertente è che nel 2017 sia 5stelle che FdI votarono sì all'autonomia. Il PD fu più sfumato in Lombardia, ma in Emilia Romagna, dove non si tenne il referendum, ma da dove partì una richiesta di autonomia, anche se meno estrema di quelle lombardovenete, fu d'accordo e promotore. Sono curiosissimo di vedere come verrà affrontata la patata bollente in questa legislatura.

A tutti quelli che: ora bisogna cambiare la legge elettorale, perché è veramente orrenda. Ottimo, ma chi la cambia? Quelli che, grazie a questa legge, si ritrovano molti più parlamentari di quanto i voti esprimerebbero? Perché dovrebbero danneggiarsi? Sono loro la maggioranza, sono loro che hanno i numeri e la possibilità per farlo, e sperate che cambino proprio ciò che li ha fatti diventare maggioranza? Non ci spererei troppo. Lo faranno (o farebbero) solo se, nei prossimi anni, dovessero rendersi conto che non sono più maggioranza nel Paese e questa legge potrebbe favorire i perdenti di oggi. Ma sono discorsi eventuali e futuribili, per il momento nessuno cambierà niente.

La mia generazione tardo boomer aveva due incubi nella sua adolescenza: il ritorno del fascismo, in anni di strategia della tensione e di bombe, e la guerra nucleare, in un periodo di corsa al riarmo ante 1989. Questo tardo settembre 2022 mi fa ritornare giovane, anche se per questi aspetti l'avrei evitato volentieri.

DA - FB 26 settembre 2022

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 inserito:: Settembre 26, 2022, 11:30:32 am 
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Il voto del 25/9 ha dimostrato la fragilità culturale del 60% degli Italiani, mettiamo da parte per il momento questa tematica della ricerca della stima del Mondo.
Oggi l'abbiamo frantumata.

Imposteremo un nuovo tema:
Gianni Gavioli
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Il 25 settembre 2022 gli Italiani si sono messi a nudo.
A parte coloro che non hanno votato per protesta, che sono ben vestiti delle loro convinzioni.
Da questi non sporcati dal fango delle propagande di setta, deve partire il riscatto verso una Democrazia Completa, EUROPEA, OCCIDENTALE, Alleata con gli Usa e protetta dalla NATO.

Il presente è questo, ma noi pensiamo a immaginare il FUTURO, perché questa destra e questo centro sinistra inutili per risolvere i nostri problemi, sono il PASSATO!
ggiannig ciaooo
 
Gianni Gavioli

NON da oggi nasce la nostra IDEA di Arcipelago Italia, Compagnia tra Costruttori con Clemenza, della Repubblica dei Diversi e dei Differenti.

Da oggi l'Italia dei Diversi, è un Arcipelago, per coloro come noi ITALIANI Differenti.
Una Nazione da Ricomporre.

ggiannig

io su Fb del 26 settembre 2022

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 inserito:: Settembre 26, 2022, 10:06:56 am 
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L'Italia dovrebbe diventare il primo paese fondatore dell'Unione europea a essere guidato da un leader di estrema destra, dopo che Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni è diventato il primo partito nelle elezioni di ieri, trascinando alla vittoria la coalizione di destra con la Lega di Matteo Salvini e Forza Italia di Silvio Berlusconi. L'esito del voto in Italia conferma la rinascita dell'estrema destra in Europa, dopo il secondo posto ottenuto dai Democratici Svedesi appena due settimane fa in Svezia. Il fatto che un partito con origini neofasciste diventi azionista di maggioranza del prossimo esecutivo nel terzo paese più grande dell'Ue - nella terza economia della zona euro - costituisce un sisma nel quadro politico europeo. Solo due stati membri - Polonia e Ungheria - sono guidati da leader marcatamente nazionalisti e di estrema destra. Eppure a Bruxelles e nelle altre capitali europee lo choc è relativo. Il risultato di Fratelli d'Italia era già stato anticipato dai sondaggi e non costituisce una sorpresa. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha già detto di essere pronta a “lavorare” con un governo Meloni. Le elezioni del 4 marzo 2018 avevano prodotto un risultato considerato peggiore da Bruxelles: il primo governo tutto populista della storia dell'Ue, con la coalizione tra la Lega e il Movimento 5 Stelle.

Il Foglio ripubblica la visione dell'Europa secondo Giorgia Meloni, che la leader di Fratelli d'Italia aveva proposto lo scorso aprile: un modello confederale, che non travalichi i limiti delle sue competenze, senza avere paura della deterrenza militare. A parte un “la pacchia è finita”, durante la campagna elettorale Meloni ha evitato di attaccare direttamente l'Ue. Anche all'ultimo giorno, quando alcune dichiarazioni di von der Leyen sugli “strumenti” da usare se in Italia le cose andranno verso “una direzione difficile” sullo stato di diritto avevano spinto una parte del centrodestra ad accusare la presidente della Commissione di ingerenza. Sul Foglio abbiamo spiegato il significato delle parole di von der Leyen: nessuna ingerenza, ma il semplice richiamo alle regole e alle procedure per i paesi che violano i principi fondamentali. Del resto, lo scenario di un'Italia che si trasforma in una democrazia illiberale a causa di un governo Meloni non è quello privilegiato dall'Ue. La leader di Fratelli d'Italia ha abbandonato le posizioni più estreme sull'uscita dall'euro. La Commissione si sta preparando a cooperare attivamente con un governo di destra guidato da Meloni, anche se è consapevole di possibili scontri in alcuni settori specifici.

 “Ci saranno turbolenze, ma non un terremoto” è la frase che abbiamo sentito più pronunciare alla Commissione e al Consiglio dalle fonti che abbiamo interrogato sulla prospettiva di un governo Meloni. Sulla priorità attuale dell'Ue - la guerra in Ucraina - la leader di Fratelli d'Italia ha appoggiato la linea di Mario Draghi delle sanzioni contro la Russia e delle forniture di armi a Kyiv. Sulla situazione dei conti pubblici italiani, Bruxelles ha preso nota della volontà di Meloni di essere responsabile ed evitare ulteriori scostamenti di bilancio. Sulla richiesta di modifica del Pnrr, c'è la possibilità di trovare un compromesso per correzioni minime e di aggiungere un nuovo capitolo dedicato all'energia quando i governi approveranno il piano RePowerEu. L'Ue si attende potenziali scontri su altri temi, come il trattamento di rifugiati e migranti, i diritti degli omosessuali e delle donne e il nazionalismo economico. “La speranza è che Meloni abbia imparato la lezione del 2018: i populisti che vogliono spaccare tutto nell'Ue, alla fine spaccano tutto nel loro paese”, ci ha detto un diplomatico europeo.

L'ingresso di Meloni dentro al Consiglio europeo è comunque destinato a modificare gli equilibri interni politici all'Ue, ancor più se la Svezia avrà il conservatore Ulf Kristersson come primo ministro. Il Partito popolare europeo tornerebbe la prima forza dentro il Consiglio europeo con 8 capi di stato e di governo. I liberali di Renew hanno ancora 7 leader, appena davanti ai Socialisti & Democratici con 6. Il fronte sovranista si allargherebbe: Meloni sarebbe il terzo capo di governo del partito dei Conservatori e riformatori europei (Ecr) dopo il polacco Mateusz Morawiecki e il ceco Petr Fiala. Oltre a loro c'è Viktor Orbán, il premier ungherese, che formalmente siede tra gli indipendenti dopo la sua uscita dal Ppe. Il cambio di rotta dell'Italia è destinato a incidere soprattutto su specifici dossier d'attualità per il Consiglio dell'Ue: il Patto su migrazione e asilo, la possibilità di sospendere i fondi all'Ungheria per le violazioni dello stato di diritto o il lancio di una convenzione per modificare i trattati. Uno degli interrogativi a Bruxelles è quale posizione adotterà il nuovo governo sulla crisi dei prezzi dell'energia. L'Ue spera che Meloni scelga personalità europeiste per i posti di ministro delle Finanze e ministro degli Esteri.

Più che dalla vittoria di Meloni, l'Ue sarà scossa dalla perdita di Mario Draghi. Dal suo arrivo a Palazzo Chigi nel febbraio del 2021, Draghi è stato un protagonista assoluto della politica europea, modificando i rapporti di forza interni ai ventisette e dando un contributo decisivo su diverse scelte. Draghi ha convinto la Commissione ad adottare un approccio più duro sui vaccini, fino a spingersi ai limiti del protezionismo. E' stato in prima linea per chiedere la riforma del mercato dell'energia, sin dai primi segnali dello scorso anno di un aumento considerevole dei prezzi del gas. Sulla guerra in Ucraina ha lasciato nell'ombra gli esitanti Emmanuel Macron e Olaf Scholz, inventandosi il congelamento delle riserve della Russia e sostenendo da subito l'adesione di Kyiv all'Ue. Gran parte dei dibattiti che ci saranno nei prossimi mesi - compreso un nuovo strumento come Sure per gestire l'impatto economico della guerra - portano il marchio di Draghi. Per 17 mesi l'Italia è tornata a essere uno dei principali protagonisti in positivo dell'Ue, come non lo era mai stata negli ultimi 20 anni. Senza Draghi, l'Ue sarà più povera in termini di leadership e più incerta sulla strada da percorrere in tempi difficili.

Sono David Carretta e questa è
Europa Ore 7 di lunedì 26 settembre,
realizzato con Paola Peduzzi e Micol Flammini, grazie a una partnership con il Parlamento europeo.

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 inserito:: Settembre 25, 2022, 09:26:51 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Il gruppo Surprising Calabria - CalaBooking  ·

Roberto Sottile  ·
9 settembre alle ore 14:02
  ·
“Perché sei andata a vivere in Calabria?”
Hanno chiesto una volta alla scrittrice Ginevra Dell’Orso la quale, dopo anni dedicati alle Pubbliche Relazioni e all’Interior Design, decide di mollare la folle frenesia di Milano e di Los Angeles per trasferirsi in un magico paesino sulla costa jonica. Ecco la sua risposta.
La Calabria è una regione anomala, per certi versi “surreale”, che vanta numerosi primati, tra cui molte unicità.  È la regione con il più alto tasso di disoccupazione, ma al tempo stesso ha l’aria più pulita e la biodiversità più alta in Europa. Non c’è una folle corsa al turismo, ma possiede più di 800 chilometri di costa dalle quali si ergono alte vette di montagna, da cui si può persino sciare contemplando il paesaggio.
Ci sono pochissime industrie, pochi abitanti, ma una natura che regna sovrana e incontrastata… Ci sono canyon e cascate, città millenarie e megaliti.
Per non parlare del cibo: quest’anno il New York Times l’ha addirittura eletta la regione in cui si mangia meglio in Italia: non tanto per le ricette (che in realtà sono abbastanza povere) quanto per la qualità delle materie prime.
Ogni anno che passa, il mondo si accorge di questa regione dimenticata, e quasi timidamente cerca un approccio per nulla scontato.
Bisogna avere una visione del mondo un po’ particolare per amare questo posto.
Bisogna saper vedere e non guardare!
Bisogna cercare tra le piccole strade dei borghi antichi arroccati sulle colline che si affacciano sui due mari, senza paura di trovarsi proiettati in un mondo antico, ancora protetto, talvolta ingenuo, ma con tanta voglia di curiosare nel futuro.
Quando ho lasciato Milano per trasferirmi qui, ho incontrato sempre il disappunto della maggior parte dei miei conoscenti, che vedevano in questo mio trasloco una specie di fuga, di ritiro “spirituale” per scappare da un luogo frenetico e assatanato come la mia città.
In realtà, non ho nulla contro Milano: ci sono nata e cresciuta, ho incontrato le persone che ancora fanno parte della mia sfera affettiva, ed è da qui che partono le mie origini.
Ma la vita è breve e il pianeta è troppo grande per circoscrivere l’esistenza ad una piccola parte di mondo. Volevo crescere i miei figli in un luogo “incantato”, ma che non fosse necessariamente disconnesso dalla realtà. E volevo soprattutto rimanere in Italia perché, nonostante tutto, adoro questo paese!
Non è stato facile ricominciare tutto da zero: inventarsi un lavoro, cercare una casa in cui crescere due bambini, entrare nella psicologia del luogo, farsi accettare dagli abitanti e al tempo stesso accettare tanti aspetti culturali che sono distanti anni luce dai miei e dalla mia visione esistenziale.
Eppure, a distanza di quasi sette anni, eccomi qui a scrivere un capitolo della mia vita che vuole elogiare e ringraziare, questo luogo meraviglioso.
Perché, nonostante mille difficoltà, più guardo quello che succede nel mondo e più sono felice di vivere in questa terra. E non sono sola: sempre più persone decidono di staccarsi dal sistema dominante e optano per una scelta alternativa, fatta più di momenti e meno di cose. Chi ha fatto questa scelta come me, lo sa bene. Nel mio solo paese, in cui siamo poco più di 200, abitano personaggi che provengono dalle parti più disparate, e sembrano tutti usciti da qualche romanzo.
Del resto, per vivere qui serve fantasia, amore, incanto: bisogna sapersi ancora stupire davanti alla bellezza della natura quando, in primavera, selvaggiamente, ricopre ogni centimetro di terra di fiori di ogni tipo.
Bisogna riuscire a provare una sorta di riverenza, quando i venti di tramontana sbraitano in inverno e riempiono i cieli di arcobaleni.
Bisogna ancora riuscire ad emozionarsi quando le coppie di delfini solcano i mari e le tartarughe raggiungono l’acqua dopo che si schiudono le uova.
E poi c’è il cielo … un cielo che chiunque sia passato da queste parti non può dimenticare.
Tutte le declinazioni del blu si manifestano dall’alba al tramonto: persino le nuvole sembrano quelle dei cartoni animati. A volte soffici e spumose, a volte intagliate dai venti.
E poi c’è il mare… onnipresente, persino dalle vette più alte dei monti.
In fondo, la Calabria è una grande montagna che si tuffa in acqua: è verde, verdissima, sempre in fiore. È ricca di sorgenti, di fiumi e fiumare che scendono a valle a dividere i confini di ogni paesino.
Il borgo in cui vivo io, è forse uno dei più vicini al mare: dall’alto di una collina, incastonata tra due fiumi che, dalle montagne, danno origine ad una vallata, ho preso la mia casa. Una classica abitazione locale, costruita con pietre di fiume, con i muri spessi quasi un metro, circondata da alberi, querce secolari, e tanto, tanto verde. All’orizzonte il mar Jonio, alle spalle le montagne, intorno il paesino e il fiume. Ovunque si perda lo sguardo, è sempre un bel vedere. Neanche due chilometri, ed ecco la spiaggia, che per almeno sei mesi è il mio rifugio, la mia palestra, la mia meditazione, il mio referente quando si tratta di prendere decisioni importanti… il mio divertimento.
Un mare speciale, pulito, popolato da pesci, cristallino, profondo, molto profondo!
Per anni mi hanno chiesto: ma come fai a stare in un posto in cui non c’è niente? Niente? Questo “niente” è tutto! È tutto quello per cui valga la pena essere su questo pianeta.
No, non sono calabrese …, nessuno dei miei parenti è calabrese, e non ho sposato neanche un calabrese. Semplicemente, questo posto mi ha rapito con la sua bellezza, con la sua ostinazione, con il suo essere tanto cruda e al tempo stesso intrisa di magia.
Io l’ho scelta, l’ho affrontata, l’ho persino sfidata quando mi ha messo al bivio delle scelte che capitano solo rare volte nella vita … e sono ancora qui, felice di aver scelto quella più difficile, ma più emozionante.
Per questo non finirò mai di ringraziare questa terra, questo angolo di mondo ancora vero, palpitante, in cui si può ancora sognare e credere ai piccoli miracoli quotidiani.
Grazie a questo mare pieno di vita, al verde dominante, alla gente del mio piccolo paesino e di quelli vicini; grazie al fiume che mi fa addormentare ogni notte e grazie a quel pezzo di terra fertile in cui coltivo i migliori ortaggi del mondo. Grazie ai profumi inebrianti della primavera, che credevo fossero un’esclusiva di qualche isola esotica, e grazie a tutta questa natura che se ne frega dell’uomo e delle sue regole e si appropria di tutto ciò che vuole.

(Ginevra Dell'Orso)
In foto  Veduta da Montebello Ionico - Angelo Cavallaro — con AnnaSelma BoscoGervasi e Ginevra dell'Orso.

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 inserito:: Settembre 25, 2022, 07:03:09 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
7 di 2.064
Fine vita: chi lo affronta in campagna elettorale

"Luisa, la newsletter La 27 ora – Corriere della Sera" <corrieredellasera@publisher-news.com>

13 SETTEMBRE 2022   LEGGI SUL WEB

Ciao,
ieri  è finito il Tempo delle Donne. Abbiamo passato quattro giorni davvero belli. Torniamo in redazione con tante idee e nuove connessioni –Luisa Pronzato ne sarebbe fiera –che portiamo anche qui.
A dodici giorni dalle elezioni, continuiamo con le inchieste sui diritti affrontati nelle campagne elettorali. Dopo l'approfondimento sui diritti lgbt+, e quello sulla genitorialità, oggi trovate l'inchiesta di Silvia Morosi sul fine vita con l'intervista a Filomena Gallo, avvocata cassazionista e Segretaria dell'Associazione Luca Coscioni, ospite del Tempo delle Donne.
Tornando al nostro Tempo, vi lasciamo con un commento di Vera Gheno, sociolinguista e protagonista della nostra festa-festival che quest'anno ci ha aiutato a riflettere sulle parole chiave per la nona edizione.

Infine, la rubrica Appunti per cambiare rotta, dove Silvia Morosi consiglia due libri e una canzone.
 
SCRIVETECI mandandoci suggerimenti, spunti, racconti a questo indirizzo mail: la27ora@corriere.it

a cura di Virginia Nesi e Greta Privitera
La27ora

Fine vita, il diritto (quasi) dimenticato nei programmi elettorali
di Silvia Morosi
Di economia, lavoro, imprese, energia promettono di occuparsi tutti. Tanto che, come ricordato sul Corriere della Sera anche da Sabino Cassese nell’editoriale di domenica 4 settembre, «un cittadino che leggesse i diversi programmi elettorali, senza conoscerne la provenienza, potrebbe con molta difficoltà stabilire da quale forza politica sono stati scritti». Difficile, invece, confondersi sul fronte dei diritti civili, grandi assenti non solo nei dibattiti organizzati in vista del voto del 25 settembre, ma anche nella maggior parte dei programmi. Pensiamo — ad esempio — alla dignità della morte e al fine vita, temi portati all’attenzione dell’opinione pubblica dalle battaglie di singoli e di associazioni, che vengono affrontati solo da uno degli schieramenti, mentre sono dimenticati, e in alcuni casi frenati, dagli altri.
Prima di osservare nel dettaglio quanto scritto dai singoli partiti, abbiamo chiesto a Filomena Gallo, avvocata cassazionista, Segretaria Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, di aiutarci a fare il punto sui principali cambiamenti normativi verificatisi nel panorama italiano intorno alle scelte di fine vita negli ultimi anni (qui le battaglie più celebri).

 Dalla richiesta di una legge sull’eutanasia del 2006 da parte di Piergiorgio Welby, co- presidente dell’Associazione Luca Coscioni, i cambiamenti ottenuti nel nostro Paese sono legati alle battaglie che l’Associazione ha condotto con le persone che hanno voluto rendere pubblica la loro battaglia. Il non luogo a procedere nei confronti di Mario Riccio, il medico che nel rispetto della volontà di Welby previa sedazione, sospese i trattamenti di sostegno vitale che mantenevano in vita Piergiorgio ha fatto giurisprudenza, così come la battaglia di Beppino Englaro per affermare la volontà di sua figlia Eluana non più in grado di manifestarla perché in stato vegetativo da anni. Situazioni diverse ma con un unico obiettivo: essere liberi fino alla fine. Da quel momento in poi, evidenzia Gallo, «il dibattito innescato nel Paese ha fatto emergere la necessità di libertà delle persone in ogni fase della vita.
Circa 70mila persone hanno firmato nel 2013 una proposta di legge popolare per legalizzare l’eutanasia. Marco Cappato, Mina Welby e Gustavo Fraticelli nel 2015 dichiararono che avrebbero aiutato chi non vedeva affermata la propria scelta nel fine vita, per poi autodenunciarsi. Una disobbedienza civile. Fabiano Antoniani (Dj Fabo), con l’aiuto di Cappato ha raggiunto la Svizzera per essere aiutato a morire. Cappato, a seguito della sua autodenuncia, ha rischiato la reclusione fino a 12 anni e ha dovuto affrontare un processo perché imputato di istigazione e aiuto al suicidio (art. 580 del Codice penale). Chiaro ed inequivocabile è emerso che non vi era stata istigazione, ma solo aiuto».
Così, la Corte di Assise di Milano ha sollevato la questione di legittimità costituzionale su quell’aiuto fornito a persona capace di autodeterminarsi, malata irreversibile, dipendente da sostegno vitale. «Nel contempo — prosegue Gallo — la grande attenzione del Paese su di una vicenda che vedeva coinvolti noi tutti perché parlava di vita ha portato (finalmente!) nel 2017 il Parlamento ad approvare la legge sul testamento biologico. La Corte costituzionale, pur invitando il Parlamento a legiferare su tutte le scelte di fine vita, nel rispetto della persona, dinanzi al silenzio del legislatore è intervenuta rendendo non punibile l’aiuto al suicidio a determinate condizioni. Questi cambiamenti hanno visto riscontro nelle vite delle persone che depositano le loro Dat (Disposizioni anticipate di trattamento) per dichiarare le loro scelte in materia terapeutica anche quando non potranno esprimerle.
Federico Carboni a giugno ha potuto procedere con il suicidio assistito a Senigallia grazie alla sentenza Cappato e alla nostra Carta costituzionale. Fabio Ridolfi a Fermignano avrebbe voluto procedere come poi ha fatto Federico ma i ritardi nelle risposte dell’Asl lo hanno portato a rifiutare i trattamenti di sostegno vitale in corso previa sedazione. “Antonio” sempre nelle Marche ha concluso il percorso di verifica previsto dalla sentenza Cappato e quando vorrà potrà procedere con il suicidio assistito».
Un quadro che permette di comprendere non solo cosa è possibile e cosa non è possibile fare oggi nel nostro Paese, ma anche quali concetti e argomenti avrebbero potuto essere citati nei programmi. «Perché vi sono diritti fondamentali che devono essere rispettati, affermati, e la giurisprudenza in questi anni ha creato diritto nel rispetto delle carte fondamentali. Il legislatore italiano ha la tendenza a non voler riconoscere che le libertà personali sono inviolabili e vanno rispettate e che le buone leggi garantiscono sia il diritto di chi vuole esercitare una scelta sul fine vita e nel contempo il diritto di chi quella scelta non vuole farla perché nessuno potrà imporre nullas», chiarisce Gallo. La legge 219/2017 sulle DAT ha disciplinato la possibilità per il malato di accettare, rifiutare o sospendere qualsiasi terapia, incluse quelle salvavita. Il medico, avvalendosi di mezzi appropriati allo stato del paziente, deve adoperarsi per alleviarne le sofferenze. A tal fine, la legge prevede che sia sempre garantita un’appropriata terapia del dolore, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente.

 
«Anche in Italia — evidenzia Gallo — è possibile richiedere al medico l’accesso al suicidio assistito. A seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 242 del 2019, è stato dichiarato “non punibile chi, con le modalità previste dagli artt. 1 e 2 della legge 22 dicembre 2017, n. 219 agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente». È vietata l’eutanasia attiva, punita ai sensi dell’articolo 579 del Codice penale che configura il reato di omicidio del consenziente.
Lo scorso anno un milione 240 mila persone hanno firmato per indire referendum al fine di rendere possibile anche questa scelta. Attualmente tale divieto esclude il rispetto della volontà di scelta dei malati totalmente immobili e impossibilitati ad autosomministrarsi un farmaco letale. Il referendum non è stato ammesso dalla Corte Costituzionale che nella sentenza ha evidenziato un intervento del legislatore con una legge. Vediamo, quindi, cosa dicono (o non dicono) i singoli partiti.

ALLEANZA VERDI E SINISTRA
Nel quinto punto (dei 18) del programma dell’Alleanza Verdi e Sinistra dedicato a «L’Italia libera» si ricorda la necessità di «una legge sul fine vita che ascolti le disperate richieste di tante e tanti di poter mettere fine alla propria vita con dignità».

 PARTITO DEMOCRATICO
«Vogliamo approvare una legge sul fine vita, per permettere a tutte e tutti di decidere per sé. La brusca interruzione della legislatura, a pochi mesi dal suo naturale completamento, ha impedito di portare a termine una serie di proposte legislative su questi temi. Da lì ripartiremo, nei prossimi cinque anni», si legge nella prima parte del programma del Pd, nel paragrafo dedicato al terzo pilastro del Piano Italia 2027 (1. Sviluppo sostenibile e transizioni ecologica e digitale; 2. Lavoro, conoscenza e giustizia sociale; 3. Diritti e cittadinanza). Intenzione che trova spazio anche nella Parte II del programma (Italia 2027: il Paese che vogliamo) quando viene ricordata l’intenzione di approvare «una legge sul fine vita, per difendere fino all’ultimo dignità e autodeterminazione, in linea con le indicazioni della Corte Costituzionale. Tutte le democrazie avanzate discutono del tema, abbiamo il dovere di fare lo stesso. La società ha dimostrato di essere più avanti della politica ed è nostra responsabilità dimostrare di essere in grado di interpretare un sentire diffuso».

+ EUROPA
Al secondo punto (di 18) del programma di Emma Bonino dedicato a “Diritti e cittadinanza” trova spazio il tema del fine vita, dopo una premessa nella quale si ricorda che quanto accade in Europa – in Paesi come Polonia e Ungheria, dove i diritti delle persone LGBTI+, delle donne e lo stesso Stato di Diritto sono sotto attacco – rappresenta l’ennesima conferma di quanto diritti e libertà individuali «continuino a essere a rischio e non possano essere mai dati definitivamente per scontati», ribadendo la necessità di creare «uno spazio in cui le diversità siano considerate un valore aggiunto e le responsabilità individuali sempre ribadite, dall’inizio alla fine della vita della persona». Quello che si propone il partito è allora «una legge che garantisca la possibilità di ricorrere all’aiuto medico alla morte volontaria e all’eutanasia per le persone capaci di intendere e di volere affette da patologie irreversibili che siano fonte di sofferenze insopportabili. Tale legge è necessaria per dare seguito alle pronunce della Corte Costituzionale nn. 207 del 2018 e 242 del 2019, senza introdurre ulteriori limitazioni alla libertà di scelta ma al contrario rafforzandola, permettendo di fare ricorso anche alle persone che rispecchiano gli altri criteri ma non sono tenute in vita tramite trattamenti di sostegno vitale, come i malati oncologici in fase terminale e inguaribile».

 IMPEGNO CIVICO
Nel programma di Impegno Civico non si trova alcun accenno al tema del fine vita. Il paragrafo dedicato a “Più sviluppo più diritto alla salute” fa riferimento — infatti — all’importanza di avere un sistema sanitario nazionale diffuso e radicato nel territorio, anche sull’onda della pandemia vissuta, sulla prevenzione e promozione della salute, l’investimento sulle politiche sportive e l’attenzione a nuovi fenomeni amplificati dal Covid come quello della Dca (Disturbo del Comportamento Alimentare), che colpisce in particolare i giovanissimi.

MOVIMENTO CINQUE STELLE
Nessun riferimento al tema del fine vita nemmeno nel programma del Movimento 5 Stelle, nonostante la proposta sul ddl fine vita del 2021 portasse la firma di centrosinistra e M5S.

 AZIONE- ITALIA VIVA
Nessun riferimento al fine vita si trova, poi, nel programma di Azione-Italia Viva.

FRATELLI D’ITALIA
Non stupisce non trovare nessun riferimento nemmeno nel programma di Fratelli d’Italia (come in quello della coalizione di centrodestra). Già lo scorso anno il fronte del centrodestra si era dimostrato compatto e contrario in occasione della discussione alla Camera del ddl, rafforzato anche dallo stop della Corte costituzionale al referendum sull’eutanasia attiva

FORZA ITALIA
Nessun riferimento al fine vita si trova, poi, nel programma di Forza Italia.

 LEGA
Nessun riferimento al fine vita si trova, poi, nel programma della Lega.
 
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Insomma, l’idea di Pd, +Europa e Verdi-Sinistra è quella di continuare il percorso legislativo iniziato nel 2019 per estendere la possibilità di ricorrere all’aiuto medico alla morte volontaria e all’eutanasia. Mentre né M5S, né Azione-Italia Viva e neppure il centrodestra inseriscono un punto a riguardo nei loro documenti. Pur nella concomitanza di valori difficili da conciliare, non è (più) auspicabile sfuggire alla discussione. «Quello che dicono i partiti sui programmi è poco rilevante, quello che hanno fatto in questi anni lo è molto di più. Cioè da una parte avversano qualsiasi tipo di riforma, dall’altra si muovono senza convinzione riducendo le possibili riforme a piccole modifiche che finiscono per non dare una risposta concreta sulle situazioni di fine vita che le persone vivono», conclude Gallo.
«Le persone vivono con consapevolezza la propria condizione. Quello che non accettano, e per questo non si può aspettare, è il dover emigrare per poter esercitare il diritto di scegliere su come morire. Se il diritto di scelta sul proprio corpo non rientra nel dibattito politico, vuol dire che la politica abdica alla propria funzione. Sarebbe utile che i politici che ci chiedono un voto per essere legislatori nel prossimo Parlamento, parlassero con le persone, con i malati, in modo da poter dare loro tutti gli strumenti per vivere al meglio la propria condizione, per vivere liberi anche alla fine della loro vita».

Parole e realtà devono restare sulla stessa dimensione
di Vera Gheno
Impatto. E divisivo, fluidità, sostenibilità, equità, cura. Sei termini che sanno di contemporaneità: sono le parole chiave scelte per descrivere questa edizione del Tempo delle Donne. Per me che ho potuto analizzarle una per una, si tratta di sei gemme linguistiche: sei ganci verso mondi di significati, concetti sui quali oggi è doveroso riflettere, come esseri umani singoli e come collettività.
Quando si parla di certi temi, succede che determinate parole diventino «di moda»; per un certo periodo, sembra che non abbiano sinonimi, che siano imprescindibili. Talvolta, in conseguenza a ciò, succede che tali termini inizino a risultare indigesti perché inflazionati: pensiamo alla reazione di fronte a resilienza. Nella scelta di una serie di parole chiave, il rischio che questo succeda è ancora più alto. A mio avviso, l’unico modo per evitarlo, a parte non abusare delle parole (e quindi usarle in maniera responsabile, come se fossero spezie dal sapore intenso), è quello di mantenerle fermamente intrecciate alla realtà, senza separare i due piani.
In un presente che tende a creare discussioni polarizzate su qualsiasi argomento (sì/no, bianco/nero, giusto/sbagliato), una delle tante dicotomie create a tavolino è quella tra fatti e parole. Per me, che sono linguista e quindi mi occupo di parole per lavoro, l’accusa di stare perdendo tempo in cose poco rilevanti perché «sono i fatti a contare» è giornaliera. In realtà, non esiste alcuna opposizione tra realtà e lingua; anzi, queste si alimentano a vicenda, si influenzano, in un circolo che può essere vizioso oppure, al contrario, virtuoso.
La realtà influenza la lingua, ma la lingua ha il potere di influenzare il modo in cui vediamo determinati aspetti della realtà, dato che quando qualcosa viene nominato, semplicemente lo si vede meglio: ne possiamo parlare. Dunque, prendiamo queste parole chiave come punto di partenza: non forniamo risposte, ma cerchiamo di creare il desiderio di farsi più domande; infatti, è solo a partire dalla comprensione dei limiti della propria conoscenza che si può ambire a costruire altro sapere.

Appunti per cambiare rotta

di Silvia Morosi
Oggi, due libri e una canzone
Le parole, di per sé, non sono sbagliate. Il modo in cui le mettiamo insieme e le usiamo per esprimere i nostri pensieri, può - però - trasformarsi in un’arma di offesa. Il rispetto passa anche dall'uso che facciamo delle parole. Le parole sono dei corpi attraverso cui passa il potere. Le parole hanno un corpo. Buona lettura.
 
Toni Morrison, La misura delle nostre vite, Sperling & Kupfer, 2020
Già con Luisa avevamo pensato di raccontare quest’autrice incredibile, e questo testo-antologia di poco più di cento pagine mi dà la possibilità di rispettare quella promessa. Al centro, infatti, ci sono le parole – non ostili – e il loro valore, un tema caro a La27ora (qui il nostro decalogo, scritto insieme in un pomeriggio del 2017). Parole da utilizzare con cura, quasi chirurgica, per evitare che l’impoverimento del lessico favorisca il diffondersi non solo di superficialità, ma anche di diseguaglianze. Non a caso la Premio Nobel per la Letteratura nel 1993, l’autrice - tra le più importanti voci femminili della cultura afro-americana contemporanea – ha sempre sottolineato il ruolo e il potere degli scrittori che con la penna possono rendere un servizio all’umanità. Dando voce anche al dolore della segregazione, alla lotta per l’emancipazione, al valore inestimabile della libertà. «Moriamo. Forse è questo il significato della vita. Ma produciamo il linguaggio. E forse è questa la misura delle nostre vite». Qui il ricordo di Morrison scritto da Zadie Smith.
 
Antoine Dole (illustrazioni di Magali Le Huche), Bruttina a chi?, Rizzoli, 2022
A scuola dicono che Claudia è bruttina, anzi, che è la più brutta di tutte. I compagni l’hanno soprannominata «Claudia Skiffer». Lei, però, non si abbatte e affronta ogni giorno con il sorriso. Quando si guarda allo specchio vede una bimba piena di talento, idee e sogni da realizzare. Che si tratti – lo raccontano bene le immagini – di diventare una scienziata geniale, una dottoressa, un’astronauta, una domatrice di belve feroci, una pasticciera o una pittrice visionaria. Perché la ricchezza sta nella diversità e nell’imparare ad amarsi, senza farsi influenzare da giudizi e cattiverie. In libreria da oggi… grazie alla casa editrice per l’anteprima di lettura!

 Aretha Franklin, Respect
Composta nel 1965 da Otis Redding, questo brano è diventato un successo senza tempo nella versione del 1967 di Aretha Franklin. Se nel testo originale l’autore chiede alla propria compagna di essere rispettato e preso in considerazione, la «Regina del Soul» reinterpreta la canzone che diventa un inno universale della battaglia per i diritti delle donne e delle minoranze in generale. E così, solo per fare un esempio, parole vagamente maschiliste come «Ti chiedo solo un po’ di rispetto quando torno a casa la sera» si trasformano in una rivendicazione di uguaglianza, dentro e fuori le mura domestiche («Ti chiedo solo un po’ di rispetto quando torni a casa la sera»). Lasciamo che quella straordinaria voce fluisca ed esploda ancora, senza freni.

da – corriere della sera

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 inserito:: Settembre 25, 2022, 06:56:09 pm 
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Anna Luridiana

Molto interessante. Io non lo sapevo.
Tartus, la testa di ponte russa in Siria

16/09/2022
di Lorenzo Trombetta

È a Ṭarṭūs, l’antica Tortosa dei crociati, l’unica base militare russa fuori dei confini dell’ex Unione Sovietica. La base è composta da tre moli, un’officina galleggiante, magazzini e baracche per i militari e il personale di servizio. Nei pressi corre la linea ferroviaria che la connette al resto del paese. La struttura è inoltre collegata via terra con la base di Ḥumaymīm (quartier generale russo), con il centro russo a Damasco (da cui si dirama il collegamento con Dar‘ā e Suwaydā’), con gli aeroporti militari di Ḥamā (dove sono dispiegati militari russi) e Nayrab (Aleppo, dove sono acquartierati altri militari russi e da dove partono i collegamenti con gli avamposti Ḥimṣ, Palmyra, ‘Ayn ‘Arab/Kobane e ‘Ayn Dīwār).
Il porto è classificato «commerciale d’altura», in grado di movimentare merci da navi cargo fino a 120 mila tonnellate. La funzione civile genera il grosso del traffico: le banchine possono ospitare tutte le navi militari russe eccetto l’Admiral Kuznecov, l’unica portaerei russa attualmente in servizio, che deve ancorare al largo (sempre in acque siriane). Malgrado il potenziamento, il ruolo principale della base resta quello di rifornire le navi russe di acqua, cibo e carburante. Non ci sono strutture di comando e controllo, quindi la Marina russa non può dirigere le operazioni da lì. La base costituisce uno scalo fondamentale per la Flotta del Mar Nero che da Sebastopoli fa la spola con il Golfo di Aden.
Ṭarṭūs serve inoltre a sostenere il governo centrale siriano. Per la base transitano armi, munizioni e militari russi dispiegati altrove, inclusi la fanteria marina, i consiglieri militari di alto rango, gli esperti dedicati ai sistemi anti-aerei (mai «accesi» da Mosca in accordo con Israele), equipaggiamenti, veicoli, elicotteri da guerra, carri armati. Se la Russia dovesse evacuare i circa centomila russi in Siria, Ṭarṭūs sarebbe il valico d’uscita principale.
La genesi della base risale al 1971: dopo l’avvento al potere del presidente Ḥāfiẓ al-Asad, Mosca e Damasco si accordano per realizzare la struttura a sostegno della Squadra mediterranea della Marina sovietica, composta principalmente da sottomarini e navi. Dal 1977, con la perdita delle basi egiziane di Marsā Maṭrūḥ e Alessandria, il Cremlino conserva Ṭarṭūs come unica base mediterranea. Dal 1984 la struttura è promossa a «base logistica navale», ma parziali adeguamenti infrastrutturali si avranno solo dal 1988. Dopo il crollo dell’Urss, i russi mantengono una presenza simbolica a Ṭarṭūs.
Bisognerà attendere il 2012, con l’operazione russa «Syrian Express» a sostegno delle forze governative siriane impegnate nella guerra civile, perché la base torni al centro degli interessi di Mosca. L’anno successivo vede la luce la Forza russa del Mediterraneo, con Ṭarṭūs al centro delle operazioni in stretto collegamento con le flotte del Mar Nero e del Baltico. Nel 2017 Russia e Siria firmano un accordo per l’espansione e la cessione per 49 anni (rinnovabili per altri 25) delle basi di Ṭarṭūs e di Ḥumaymīm, secondo cui Mosca gestisce autonomamente la struttura e può ospitarvi fino a 11 navi, compresi i sottomarini classe Kilo.
La base è ora esclusa dalla giurisdizione siriana, le truppe russe e i loro familiari godono dell’immunità diplomatica. Nel 2021 sono terminati i lavori che consentono alla Forza russa del Mediterraneo di proiettarsi oltre Gibilterra e Suez. Ṭarṭūs è considerata da Mosca asset essenziale e strategico per la propria Marina per la tattica di aggiramento della Nato sul fianco Sud.

da Fb del 19 settembre 2022

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 inserito:: Settembre 25, 2022, 06:43:37 pm 
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Post della sezione Notizie

Roberto Cocchis

Ieri, surreale e inevitabile discussione con un gruppo di aficionados di Tremonti. Affrontare altrettanti ultrà tratti di peso dal film di Risi mi avrebbe sicuramente offerto un confronto più costruttivo. Livello degli argomenti non zero, ma zero assoluto. Complottismo a gogò. Tutta la difesa dell'idolo si basa unicamente su due punti, peraltro del tutto svincolati dalla sua azione come ministro economico. Uno è che l'Italia non doveva entrare nell'euro. L'altro che la maggioranza del 2011 fu abbattuta da un golpe orchestrato a livello internazionale.
Dovrei limitarmi a ridere davanti al pensiero che gente adulta, non so quanto effettivamente indipendente (i profili non danno indicazioni sulle attività svolte e la sintassi degli interventi non fa pensare a chissà quale formazione specialistica) ma comunque titolare di diritti politici, che continua allegramente a credere a fiabe e favole come se nulla fosse. Ma cedo alla tentazione e oppongo i miei dubbi al nocciolo di queste teorie.
Il senso del sostenere Tremonti e al tempo stesso rifiutare l'entrata nell'euro, quando nelle elezioni decisive del 1996 anche la coalizione di cui Tremonti era esponente di punta aveva l'entrata nell'euro al primo punto del programma politico?
Qui si comprende quanto sia stato intenso il lavaggio del cervello che certi mass media hanno imposto ai cervelli deboli e vulnerabili di chi li seguiva. Sebbene l'euro non sia stato mai causa di alcun problema per l'Italia, anzi abbia evitato problemi inimmaginabili, la gestione della transizione valutaria (che non fu compiuta da chi aveva negoziato l'ingresso nella moneta unica) presentò più ombre che luci. Situazione che poi, effettivamente, comportò qualche problema, peraltro grandemente esagerato in modo da assorbire anche altri problemi coevi, pure dovuti esclusivamente alla malapolitica del tempo e del tutto indipendenti dalla moneta unica. Per i responsabili di questo, però, l'euro rappresentò il capro espiatorio ideale. E per portare avanti questa narrazione riscrissero la Storia recente a posteriori, negando spudoratamente di aver mai pensato all'ingresso nella moneta unica, facendo quindi passare questa decisione (avallata da oltre il 90% degli elettori italiani, ossia quelli che si divisero tra le due coalizioni che avevano questo ingresso al primo punto del programma elettorale) come l'imposizione di una élite al soldo di Francia e Germania al popolo ignaro o recalcitrante, comunque innocente delle conseguenze che sarebbero seguite.
Perché ovviamente nella loro mitologia sono tutti vittime e mai colpevoli.
Mi torna in mente un'altra discussione di una decina di anni fa, e il modo in cui si presentò un tale: "Io, commerciante rovinato dall'euro!", alla quale risposi: "Tu, commerciante rovinato dal fatto che durante la transizione lira-euro hai raddoppiato i prezzi e fatto così fuggire i clienti!"
Mi rispondono, ovviamente, che sono io quello che si è lasciato fare il lavaggio del cervello dalla narrazione mainstream. Uno strano lavaggio del cervello, a dire il vero, che ricorda il racconto "Total recall" di P. K. Dick. Perché non ho nessun bisogno che qualcuno venga a spiegarmi cosa è successo nella campagna elettorale del 1996 e dopo l'introduzione della moneta unica nel 2002. Da elettore, lavoratore, contribuente, capofamiglia e tante altre qualifiche che mi obbligavano a stare molto attento, certe questioni le seguivo assiduamente e direttamente. Non ho mai avuto bisogno che arrivasse il Feltri o il Belpietro o il Porro di turno a spiegarmi ciò che già vedevo con i miei occhi e vivevo sulla mia pelle. Chissà invece dove e come vivevano certi soggetti che hanno tutta l'aria di aver passato quel periodo in coma profondo o in viaggio verso Marte.

da Fb del 7 settembre 2022

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 inserito:: Settembre 25, 2022, 06:40:32 pm 
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Massimiliano Bondanini
Da leggere
Mikos Tarsis

Prendere atto di un esito inevitabile
Lungo art. di Paul Craig Roberts sulla strategia militare dei russi in Ucraina. Non sarà facile riassumerlo.
Parte dal presupposto che l'obiettivo principale dei russi è sempre stato quello di smilitarizzare l'Ucraina.
All’inizio della guerra le forze ucraine più capaci, esperte, ben armate e ben posizionate non erano a Kiev, ma nel Donbass e a Mariupol. Erano posizionate lì da mesi, con l’obiettivo finale di riconquistare il Donbass e la Crimea.
Infatti, ne parlavano apertamente e credevano fermamente che le loro forze armate, dopo otto anni di preparazione, avessero raggiunto un tale punto di forza da poter effettivamente raggiungere quell’obiettivo.
I loro benefattori nella NATO li avevano incoraggiati a crederlo, perché anche il sogno più grande della NATO era quello d'innalzare i propri vessilli sulla base navale di Sebastopoli e quindi dominare l’intero Mar Nero e il Bosforo.
In virtù di questo e di molti altri obiettivi geostrategici – primo fra tutti l’arresto della rinascita russa – per anni la NATO ha fornito armi all’Ucraina.
Decine di migliaia di truppe ucraine sono state addestrate all’uso di questi armamenti della NATO. E migliaia di agenti dei servizi segreti occidentali, forze speciali e mercenari (prevalentemente americani, britannici e francesi) sono stati incorporati nelle forze ucraine di prima linea, dove molti sono stati uccisi o catturati, anche se è ancora presente un sostanziale contingente.
Molte di queste truppe occidentali sono lì principalmente per coordinare la ricezione, l’interpretazione e l’uso “fattibile” di dati “ISR” (Intelligence, Surveillance & Reconnaissance) USA/NATO.
All’inizio del 2022 l’esercito costruito dagli Stati Uniti e dalla NATO in Ucraina era diventato la forza terrestre più grande e meglio armata d’Europa. In quasi tutti i suoi aspetti era più potente degli eserciti combinati di Germania, Francia e Italia.
L’esercito ucraino è stato costruito appositamente per servire gli interessi dell’Impero Americano nel suo obiettivo, da tempo stabilito, di paralizzare la Russia, anzi di smembrarla definitivamente, impedendole di esercitare un’influenza a livello globale.
La decisione russa d'invadere l’Ucraina alla fine di febbraio del 2022 è stata motivata da tutti questi fattori e accelerata dal continuo bombardamento dell’artiglieria ucraina sulla regione del Donbass, iniziato settimane prima.
Per raggiungere al meglio l'obiettivo di eliminare la minaccia esistenziale alle porte di casa, i russi hanno messo in atto un classico stratagemma per impedire alle forze posizionate nel nord dell’Ucraina di rinforzare quelle dell’Ucraina orientale e meridionale, una volta iniziati i combattimenti.
Questo è il motivo per cui avevano condotto l’elaborata operazione “fingi e blocca” a Kiev e dintorni. E, tutto sommato, aveva funzionato perfettamente.
Detto questo, è essenziale capire che le finte più grandi ed efficaci devono essere convincenti. E, per essere convincenti, molto spesso rischiano d'essere costose. Le migliori finte si basano su un’analisi costi/benefici il cui “beneficio” rappresenta spesso l’obiettivo principale di una guerra.
Nel caso dell’operazione “fingi e blocca” a Kiev, c’è stato un costo sostanziale, anche se non così elevato come i propagandisti di guerra occidentali han cercato di dipingerlo. Questo perché gran parte della finta consisteva in dimostrazioni di intenti, piuttosto che in azioni concrete.
Ad es. dopo aver ottenuto il dominio aereo nei primi giorni di guerra, i russi avevano messo insieme un’enorme colonna corazzata e l’avevano indirizzata come se niente fosse lungo l’autostrada principale dal nord verso Kiev. Poi, in pratica, l’avevano parcheggiata lì per molti giorni, fingendo di tanto in tanto di dirigersi in una direzione o in un’altra, prima di ritirarsi verso i propri confini e unirsi alle forze che si preparavano a lanciare l’offensiva principale nel Donbass.
Tutto ciò che avevano fatto a nord di Kiev era stato solo per fare scena. Anche la Bielorussia aveva partecipato alla prova di forza concentrando truppe e veicoli, spostandoli in modo aggressivo appena al di là del confine con l’Ucraina e minacciando velatamente di unirsi all’assalto russo a Kiev, ma un tale assalto non era mai stato previsto. Queste manifestazioni aggressive da parte della Bielorussia sono cessate quando i russi avevano concluso la falsa operazione e spostato le loro forze a sud-est.
Il risultato di questa finta operazione era stato che, nel corso di diverse settimane, i russi avevano, a tutti gli effetti, “bloccato” oltre 100.000 truppe ucraine e il loro equipaggiamento nelle vicinanze di Kiev, preso il controllo dei nodi e dei corridoi di trasporto chiave tra Kiev e il Donbass e, contemporaneamente, condotto una grande offensiva per accerchiare e annientare i 20.000 uomini dell’esercito ucraino dislocati a Mariupol, una città portuale altamente strategica sulla costa del Mare di Azov.
Le forze a Mariupol comprendevano il famigerato “Battaglione Azov” neonazista, il cui armamento e addestramento era da tempo una priorità degli Stati Uniti e della NATO, e che era considerato una delle componenti più temibili dell’esercito ucraino.
Le forze a Mariupol comprendevano anche molte decine di “consiglieri” della NATO (CIA, forze speciali e i cosiddetti “contractors”). Erano presenti anche circa 2.500 mercenari stranieri, la maggior parte dei quali veterani della NATO delle guerre in Iraq e Afghanistan.
Mentre i potenziali rinforzi erano rimasti inattivi e immobili a Kiev e dintorni, la potente forza di Mariupol era stata metodicamente circondata e sistematicamente annientata in un’operazione che sarà studiata nelle scuole di guerra per generazioni come uno dei più impressionanti combattimenti urbani mai eseguiti.
I russi hanno completamente invertito il rapporto di perdite generalmente accettato tra attaccanti e difensori, e lo hanno fatto contro un nemico protetto da fortificazioni massicce e complesse preparate per anni all’interno della tentacolare acciaieria Azovstal.
Si tenga presente che le forze ucraine nel Donbass avevano trascorso otto lunghi anni a costruire un’elaborata serie di fortificazioni nella regione con l’obiettivo di resistere a un attacco dei russi e di infliggere loro gravi perdite quando lo avessero fatto, anche a costo di usare i civili e le loro abitazioni come scudi.
Allo stato attuale, dall’inizio di luglio, è ormai incontrovertibile che l’operazione russa nel Donbass è stata una vittoria schiacciante. Si tratta della più impressionante gestione nella storia moderna di un campo di battaglia semi urbano. La forza originaria, composta da oltre 60.000 soldati tra i meglio addestrati ed equipaggiati dell’esercito ucraino, è stata effettivamente distrutta. Ha subìto perdite catastrofiche nei suoi quadri professionali più esperti e addestrati dalla NATO. Le massicce perdite di personale sono state parzialmente reintegrate da truppe della milizia territoriale scarsamente addestrate, ma le perdite ancora più importanti in armi pesanti non possono essere reintegrate.
Questo è il motivo per cui l’Ucraina ora subisce centinaia di morti in battaglia ogni singolo giorno. E perché, per mesi, i russi hanno subito pochissime perdite – almeno in rapporto di 1 a 10 – e molto probabilmente assai più basso.
L’artiglieria (con occasionali attacchi aerei e missilistici di precisione) sta facendo tutto il lavoro di combattimento.
L’obiettivo russo non è MAI stato quello di “prendere Kiev.” Il principale obiettivo russo è SEMPRE stato quello di distruggere l’esercito ucraino, i cui gruppi più potenti erano posizionati nel Donbass e a Mariupol. E lo hanno fatto in modo COMPLETO.
Sono altrettanto convinto che la “smilitarizzazione” continuerà a essere l’obiettivo russo in Ucraina fino a quando gli ucraini non imploreranno di arrendersi, accettando qualsiasi condizione proposta dai russi.
Solo allora la disposizione del territorio sarà decisa una volta per tutte: in definitiva la Russia unirà tutto il Donbass alla Transnistria dopo aver occupato Odessa (la Transcarpazia verrà concessa all'Ungheria).
Possiamo solo sperare che i disperati fanatici di Londra e Washington non commettano un errore fatale nei loro futili tentativi di mantenere l’egemonia di fronte al risorgere di un mondo multipolare.
Devo dire che di questa analisi condivido tutto, ma comincio a nutrire qualche dubbio sulla nuova ripartizione dell'Ucraina. Al momento penso che lo scenario proposto dall'analista militare Andrea Gaspardo sia il più vicino alla realtà in divenire: cioè quanto più le armi consegnate dagli occidentali agli ucraini sono in grado di colpire obiettivi della Federazione russa, superando anche gli attuali confini territoriali, tanto più i russi si prenderanno l'intero Paese, semplicemente per motivi di sicurezza. Gaspardo prevede che ciò avverrà entro la fine dell'anno.

Fonte:
I Russi stanno distruggendo l'esercito ucraino - Come Don Chisciotte
COMEDONCHISCIOTTE.ORG
I Russi stanno distruggendo l'esercito ucraino - Come Don Chisciotte
Paul Craig Roberts paulcraigroberts.org A differenza delle prostitute mediatiche occidentali, William Schryver fornisce un quadro accurato della distruzione da parte della Russia dell’esercito ucraino addestrato dall’Occidente: La logica dei Russi in Ucraina è proprio la “smilitarizzazione” ...

da Massimiliano Bondanini  - Fb del 1° settembre 2022

 9 
 inserito:: Settembre 24, 2022, 09:26:43 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
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20:55 (27 minuti fa)
a me


Che sia stata la campagna elettorale più brutta di sempre lo si dice a ogni campagna elettorale, almeno da un po’ di tempo a questa parte, no? È realistico pensare che lo si dirà di nuovo alla prossima, e con questo provare qualche sollievo rispetto a questa: che ha un pregio, in questi giorni. È finita.

A concorrere a questa valutazione negativa ci sono in effetti alcuni fattori: la debole qualità del dibattito e dei contenuti, la scarsa attenzione a temi globali e nazionali davvero importanti e complessi a favore di polemiche spesso capricciose e infantili, l’impegno dedicato a screditare gli avversari più di frequente che a promuovere se stessi, l’impressione che l’elettorato sia percepito – a torto o a ragione: nessuna delle due sarebbe una buona notizia – come orientato da dinamiche e considerazioni superficiali, egoiste e immature a loro volta, la narrazione mediatica che – a torto o a ragione, poco conta – ha tolto valore e senso al procedimento democratico e alla riservatezza del voto insistendo sulla scontatezza del risultato più che su ogni altra cosa.

Il Post ha cercato – e continuerà a farlo nelle prossime giornate campali e in quelle che verranno – di fare la sola cosa utile per arginare queste derive che considera disgraziate e per aggregare più persone possibili intorno a un modello diverso: dare informazioni accurate e chiare, spiegare, permettere di andare a votare senza scivolare nell’imbuto degli approcci elencati sopra, aggrappandosi alle pareti di un giudizio sulle cose e sulle prospettive, basato su un’idea di paese migliore e più sereno e non su egoismi sventati e ignoranza identitaria. Non abbiamo indicato più chiaramente quali partiti possano dare garanzie di rappresentare questa alternativa perché non li abbiamo trovati, ma questo non significa che non ci siano sulle schede nomi di persone serie e di buone intenzioni che ancora credono in un’idea letteralmente progressista del futuro, e non solo difensiva o combattiva, o peggio ancora retrograda. Quelle persone ci sono, se ci si informa e si applicano criteri ragionevoli: se si vota pensando a tutti e non solo a se stessi, considerando il voto uno strumento prezioso verso un’idea di futuro comune e non un modo di essere contenti o depressi a casa propria, come dopo la fine di una partita in tv.

Ma la cosa più promettente che abbiamo cercato di fare – tutti quanti – è di aggregare, rassicurandoci gli uni e le une con gli altri e le altre, chi questa idea del futuro e del paese possibile la condivida e la arricchisca, tra mille sfumature e visioni accessorie: quelle si conciliano, se siamo d’accordo sul metodo e sulla direzione. Verranno tempi migliori, e verranno per merito delle persone di buona volontà che si saranno informate bene e avranno provato a capire meglio le cose, e saranno tempi migliori anche per tutti gli altri: quello che chiamiamo, appunto, un paese. “Grande” non sappiamo, ma forse non ha importanza: più unito, più aperto, più solidale e giusto, più fiero dei progressi civili, culturali e scientifici della sua modernità e desideroso di aggiungerne, che nostalgico delle inciviltà del suo passato e più chiuso. Più fiducioso che spaventato. Ce ne sono tante, di persone di buona volontà, tra chi va a votare; e ce ne sono anche tra i candidati e le candidate: informarsi meglio, informare meglio, conoscere, serve ad aumentare le possibilità che si incontrino. Domani, e tutti i giorni che verranno.

Da  il Post
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 10 
 inserito:: Settembre 24, 2022, 09:21:34 pm 
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https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Nagorno_Karabakh?fbclid=IwAR1PbhE3n9Avw1zpeDw6GMbKGIB-xry_CCwYH91f7dklV44FvG5hgPoNyDo#:~:text=Guerra%20del%20Nagorno,Statistiche

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Guerra del Nagorno Karabakh

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando la guerra nel Nagorno-Karabakh del 2020, vedi Guerra nell'Artsakh del 2020.

Guerra del Nagorno Karabakh
Karabakhwar01.jpg

Da sinistra a destra, dall'alto in basso: 2005 carro armato azero abbandonato; 1993 profughi azeri; 1994 truppe del RNK sulle montagne; 2007 memoriale della guerra
Data   20 febbraio 1988 - 16 maggio 1994
Luogo   Nagorno Karabakh e Azerbaigian
Casus belli   Dichiarazione d'indipendenza del Nagorno Karabakh
Esito   Vittoria delle forze armate del Nagorno Karabakh e dell'Armenia
Modifiche territoriali   Il Nagorno Karabakh diventa una repubblica de facto indipendente; l'Azerbaigian perde il controllo di un'ingente porzione del proprio territorio
Schieramenti
Armenia Armenia
Artsakh Repubblica dell'Artsakh
Armenia Volontari armeni della diaspora
Fornitura di armamenti:

Russia Russia[1]   Azerbaigian Azerbaigian
Flag of Afghanistan (1992-1996; 2001).svg Mujaheddin afghani
Flag of Chechen Republic of Ichkeria.svg Repubblica cecena di Ichkeria
Flag of the CIS.svg Mercenari del CIS
Fornitura di armamenti:

Russia Russia[2]
Comandanti
Artsakh Samvel Babayan
Artsakh Monte Melkonian†
Armenia Hamayak Haroyan
Armenia Vazgen Sargsyan
Artsakh Arkady Ter-Tatevosyan
Artsakh Anatoly Zinevich   Azerbaigian Isgandar Hamidov
Azerbaigian Surat Huseynov
Azerbaigian Rahim Gaziyev
Flag of Chechen Republic of Ichkeria.svg Šamil Salmanovič Basaev
Flag of Afghanistan (1992-1996; 2001).svg Gulbuddin Hekmatyar
Effettivi
Flag of Armenia.svg 20.000
Flag of Nagorno-Karabakh.svg 20.000   Flag of Azerbaijan.svg 40.000
Flag of Afghanistan (1992-1996; 2001).svg Flag of Chechen Republic of Ichkeria.svg circa 3.000
Perdite
Morti 4.592
Dispersi 196
Feriti 25.000   Morti circa 25.000
Dispersi 4.210
Feriti 60.000
Perdite civili:
* 1264 civili armeni uccisi, tra questi anche cittadini della Repubblica armena
* Il numero dei civili azeri morti è sconosciuto in quanto non è mai stato reso ufficiale. Probabilmente è incluso nel numero di morti complessivi e/o in quello dei civili dispersi.
Civili dispersi:
* 400 civili armeni secondo la Karabakh State Commission
* 769 civili azeri secondo la Azerbaijani State Commission
Voci di guerre presenti su Wikipedia
Manuale
V · D · M
Conflitti negli Stati post-sovietici
V · D · M
Guerra del Nagorno Karabakh
La guerra del Nagorno Karabakh è stato un conflitto armato che si è svolto tra il gennaio 1992 e il maggio 1994, nella piccola enclave del Nagorno Karabakh, nel sud-ovest dell'Azerbaigian, tra la maggioranza etnica armena del Nagorno Karabakh, sostenuta dalla Repubblica Armena, e la Repubblica dell'Azerbaigian.

Preceduto, a partire dal 1988, da atti di violenza e di pulizia etnica compiuti da entrambe le parti, il conflitto scoppiò in seguito al voto del parlamento del Nagorno Karabakh il quale, facendo leva su una legge sovietica allora vigente, dichiarò la nascita della repubblica del Karabakh Montagnoso (Nagorno Karabakh)-Artsakh.

In base a tale legge del 3 aprile 1990 (Registro del Congresso dei deputati del popolo dell'Urss e Soviet Supremo, n.13 pag 252) se all'interno di una repubblica che decideva il distacco dall'Unione vi era una regione autonoma (oblast'), questa aveva diritto di scegliere attraverso una libera manifestazione di volontà popolare se seguire o meno la repubblica secessionista nel suo distacco dall'Urss. Il 30 agosto 1991, l'Azerbaigian decise di lasciare l'Unione e diede vita alla repubblica di Azerbaigian. Il 2 settembre il soviet del Nagorno Karabakh decise di non seguire l'Azerbaigian e votò per la costituzione di una nuova entità statale autonoma. Il 26 novembre il Consiglio Supremo dell'Azerbaigian riunito in sessione straordinaria approvò una mozione per l'abolizione dello statuto autonomo del Karabakh ma la Corte Costituzionale sovietica due giorni dopo la respinse, in quanto non più materia sulla quale l'Azerbaigian poteva legiferare. Il 10 dicembre 1991 la neonata repubblica del Nagorno Karabakh-Artsakh votò il referendum confermativo al quale fecero seguito le elezioni politiche per il nuovo parlamento.

Il 6 gennaio 1992 venne ufficialmente proclamata la repubblica, il 31 dello stesso mese cominciano i bombardamenti azeri sulla regione. Alla fine della guerra, nel 1994, il Nagorno-Karabakh si consolida come repubblica de facto non ancora riconosciuta peraltro dalla comunità internazionale. L'Azerbaigian lamenta la perdita del suo territorio e rivendica il principio di integrità territoriale, mentre dal canto loro gli armeni rivendicano quello di autodeterminazione dei popoli.

Per gli armeni del Nagorno-Karabakh il territorio ricompreso nei confini dell'oblast' sovietico e dal quale è nata la nuova repubblica non ha mai fatto parte ufficialmente della nuova repubblica dell'Azerbaigian la quale peraltro nel suo Atto Costitutivo del 1991 (art. 2) rigettava l'esperienza sovietica e si richiamava alla prima repubblica armena (1918-20) nella quale il Karabakh non fu mai compreso perché venne assegnato all'Azerbaigian (sovietico) solo nel 1921. Rimangono non eseguite le quattro Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (n. 822, 853, 874 e 884, tutte del 1993 mentre era in corso il conflitto) sul “ritiro delle forze di occupazione dalle aree occupate appartenenti alla Repubblica dell'Azerbaigian”. Dalla fine della guerra, i rapporti tra Armenia e Azerbaigian sono ancora molto tesi. Nel 2008, il presidente azero Ilham Aliyev ha dichiarato che "il Nagorno-Karabakh non sarà mai indipendente, questa posizione è sostenuta dai mediatori internazionali, nonché l'Armenia, deve accettare la realtà".

I due paesi sono ancora tecnicamente in guerra e il governo dell'Azerbaigian minaccia di riconquistare il Nagorno-Karabakh con la forza militare, se la mediazione dell'OSCE, Gruppo di Minsk, non riuscirà nel suo compito[3].

Le zone di confine tra il Nagorno-Karabakh e l'Azerbaigian rimangono militarizzate in un regime di "cessate il fuoco" spesso violato da entrambe le parti[4].


Indice
1   Antefatti
1.1   Guerra armeno-azera
1.2   Divisione sovietica
2   Il risveglio della questione del Karabakh
2.1   Askeran
2.2   Pogrom di Sumgait
2.3   Nuovo scontro politico
3   Violenze interetniche
3.1   Gennaio nero
3.2   Scontri di Qazak
3.3   Operazione Anello
3.4   Primo tentativo di mediazione
4   Verso la guerra
4.1   Dichiarazione di autodeterminazione
4.2   La situazione negli ultimi giorni dell'URSS
5   1992
5.1   Inizio della guerra
5.2   Khojaly
5.3   Maragha
5.4   Presa di Shushi
5.5   Conquista di Lachin
5.6   Operazione Goranboy
5.7   Offensive di Martakert e Martuni
6   1993
6.1   Stato del conflitto
6.2   Battaglia di Kelbajar
6.3   Liberazione di Martakert
6.4   Caduta di Agdam
6.5   Fizuli, Jibrail e Zangilan
7   1994
7.1   Ultime offensive
8   Accordo di Bishkek
9   Conseguenze del conflitto
10   Post conflitto e negoziati
10.1   Violazioni del cessate il fuoco
10.2   Trattative di pace
10.3   Ripresa ostilità
11   Note
12   Bibliografia
13   Voci correlate
14   Altri progetti
15   Collegamenti esterni
Antefatti
Il tema della potestà territoriale sul Nagorno-Karabakh è un argomento di forte dibattito tra armeni e azeri. La storia del Nagorno-Karabakh - l'antica provincia armena di Artsakh - attraversa due millenni, nei quali è passato sotto il controllo di diversi imperi. Il conflitto odierno però nasce dagli eventi verificatisi dopo la prima guerra mondiale; poco prima della fine dell'Impero ottomano, l'Impero russo collassò nel 1917 e passò sotto il controllo dei bolscevichi. Tre nazioni del Caucaso, Armenia, Azerbaigian e Georgia, precedentemente sotto il controllo russo, dichiararono la propria indipendenza per formare la Repubblica Federale Democratica Transcaucasica, la quale si dissolse dopo tre mesi dalla sua nascita.

Guerra armeno-azera
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra armeno-azera e Pogrom di Shushi.
Tra il 1918 e il 1920 si ebbero degli scontri tra la Repubblica democratica armena e la Repubblica democratica azera in tre regioni specifiche: Nakchivan, Zangezur (l'attuale provincia armena di Syunik) e nel Nagorno-Karabakh. Alla base del conflitto c'erano delle dispute riguardanti i confini. Già il primo Congresso del popolo del Karabakh (22 luglio 1918) aveva proclamato la regione indipendente. Analoghe richieste vennero avanzate nei Congressi successivi sino al Decimo (26 maggio 1920) mentre nel frattempo (1919) il comando britannico di stanza nel Caucaso meridionale e in Persia, in seguito alla capitolazione dell'Impero ottomano, aveva affidato in maniera provvisoria il Karabakh e Zangezur al funzionario azero Khosrov bey Sultanov, il quale divenne governatore-generale delle due province, lasciando la decisione finale alla Conferenza di pace di Parigi.

Divisione sovietica
Nagorno Karabakh03.png
Nell'aprile del 1920 l'Unione Sovietica, con l'11ª Armata, invase il Caucaso creando nel 1922 la RSSF Transcaucasica che divenne una delle repubbliche sovietiche. Successivamente venne formato un comitato composto da sette membri che prese il nome di Ufficio Caucasico, più spesso indicato come Kavburo. Sotto la supervisione del Commissario del popolo per le nazionalità, ruolo ricoperto al tempo da Iosif Stalin, il Kavburo venne incaricato di dirimere le questioni riguardanti il Caucaso. In data 4 luglio 1921, il Kavburo prese la decisione, con una maggioranza di 4 a 3, di concedere la sovranità territoriale del Nagorno-Karabakh alla neonata RSS di Armenia ma il giorno successivo il Kavburo mutò la decisione presa e la regione venne assegnata alla RSS Azera il cui Soviet peraltro aveva riconosciuto (telegramma del 30 novembre 1920) l'armenità della regione ed il diritto dell'Armenia (ora divenuta essa pure sovietica) ad amministrarla. L'Oblast' Autonoma del Nagorno Karabakh venne creato nel 1923, la capitale venne spostata da Shushi a Stepanakert; il 94% della popolazione era di etnia armena.

Studiosi armeni e azeri hanno considerato il comportamento sovietico come un'applicazione russa del principio Divide et impera. Altri hanno visto la decisione sovietica sul Nagorno Karabakh come un atto per mantenere buon rapporti con la Turchia di Atatürk. Durante i decenni successivi di dominio sovietico, gli armeni mantennero sempre forte il desiderio di unificare il Nagorno Karabakh con l'Armenia, alcuni esponenti del Partito Comunista Armeno tentarono di porlo in essere, tra questi Aghasi Khanjian. Gli armeni sostenevano che i loro diritti nazionali fossero stati soppressi e le loro libertà culturali ed economiche ridotte.

Mentre la regione del Nakhichevan (dove gli armeni all'inizio del Novecento erano oltre il 60% della popolazione) aveva progressivamente perso tale etnia, nel Nagorno Karabakh la percentuale di armeni era rimasta altissima in virtù di una particolare configurazione del territorio e non da ultimo per il fatto che esso non aveva alcuna contiguità territoriale con l'Armenia.

Il risveglio della questione del Karabakh
Michail Gorbačëv salì al potere nel 1985, iniziò ad attuare i suoi piani per riformare l'Unione Sovietica. Piani che si possono riassumere in due politiche, perestrojka e glasnost'. Mentre la perestroika aveva più a che fare con la riforma economica, la glasnost' o "apertura" fu una libertà concessa ai cittadini sovietici per manifestare dissenso circa il sistema comunista e il suo stesso leader.

Il 20 febbraio 1988, alla luce di queste nuove riforme, il Soviet Regionale del Karabakh decise di votare un testo al fine di unificare la regione autonoma con l'Armenia. Il soviet del Karabakh lamentava il fatto che le scuole della regione non avevano libri di lingua armena e che il Segretario generale azerbaigiano Heydar Aliyev (futuro presidente dell'Azerbaigian) stava adottando delle misure politiche al fine di aumentare numericamente l'etnia azera nella regione del Nagorno Karabakh. Nel 1988, infatti, la popolazione armena del Karabakh si era ridotta a quasi i tre quarti della popolazione totale[5].

Il movimento venne guidato da popolari personaggi armeni e trovò anche il supporto di intellettuali russi. Secondo il giornalista Thomas De Waal, membri della intelligencija russa, come il dissidente Andrej Sacharov, espressero un "supporto abbastanza semplicistico" per gli armeni che protestavano nelle strade di Erevan, dovuto alla vicinanza delle relazioni tra intellettuali russi e armeni. Le opinioni di Sacharov sulla questione del Karabakh furono controverse, inizialmente prese posizione a favore degli armeni, guidato dalla moglie armena, successivamente propose diverse e complesse vie d'uscita dal conflitto.

Un supporto più deciso per il movimento tra l'élite russa venne manifestato attraverso la stampa: nel novembre del 1987 L'Umanité pubblicò il commento di Abel Aganbegyan, un consigliere economico di Gorbačëv, nel quale si suggeriva che il Nagorno Karabakh fosse ceduto all'Armenia. Prima della dichiarazione, a Erevan, si ebbero delle proteste degli armeni e scioperi dei lavoratori con i quali si chiedeva l'unificazione con il Nagorno. Gli azeri a loro volta protestarono a Baku.

Dopo le dimostrazioni di Yerevan per chiedere l'unificazione con il Nagorno Karabakh, Gorbačëv incontrò i due leader del movimento armeno nel frattempo organizzatosi in un Comitato Karabakh, Zori Balayan e Silvia Kaputikian, il 26 gennaio 1988; Gorbačëv chiese una moratoria di un mese sulle dimostrazioni. Al suo ritorno in Armenia, la sera stessa, Silvia Kaputikian si rivolse alla folla affermando che "gli armeni avevano trionfato" mentre in realtà Gorbačëv non aveva fatto alcuna promessa concreta. Secondo Svante Cornell, questa azione era rivolta a forzare la decisione di Mosca.

Askeran
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Scontri di Askeran.
L'aumento delle tensioni determinò lo scoppio di scontri etnici tra gli armeni e gli azeri che vivevano nel Karabakh. Già verso la fine del 1987 i rifugiati azeri provenienti dai villaggi di Kapan e Meghri in Armenia protestarono affermando di essere stati obbligati a lasciare le loro abitazioni a causa delle tensioni. Nel novembre del 1987 due treni pieni di azeri arrivarono alla stazione di Baku. Successivamente, intervistati, i sindaci delle due città sostennero che all'epoca non vi fossero tensioni e che non vi fossero documenti che provassero le espulsioni forzate.

Il 20 febbraio 1988 due studentesse azere che effettuavano il praticantato presso l'ospedale di Stepanakert furono stuprate da armeni. Due giorni dopo si tenne un confronto diretto tra le due comunità presso la città di Askeran nel Nagorno Karabakh, la situazione degenerò in uno scontro durante il quale due giovani azeri furono uccisi, uno dei quali probabilmente per mano di un poliziotto del posto, forse azero. In data 27 febbraio 1988, il vice-procuratore sovietico Alexander Katusev mentre parlava alla Televisione centrale di Baku riportò la notizia che due abitanti del distretto di Agdam erano stati uccisi e citò due nomi islamici.

Pogrom di Sumgait
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Pogrom di Sumgait.
Gli scontri di Askeran furono il preludio ai pogrom di Sumgait, dove le notizie provenienti dal Karabakh diedero il via ad una serie di proteste a partire dal 27 febbraio 1988; parlando alle folle i rifugiati azeri provenienti dalla città armena di Ghapan accusarono gli armeni di omicidi e atrocità tra cui stupri e asportazione dei seni. Secondo i media sovietici, tali affermazioni furono smentite e molti di coloro che parlarono erano agenti provocatori. Nel giro di poche ore venne scatenato un pogrom contro gli armeni residenti a Sumgait, città posta 25 km a nord di Baku. Bande armate di azeri circolarono per la città, gli armeni furono pestati, stuprati e uccisi lungo le strade e all'interno delle loro abitazioni, le violenze diminuirono dopo tre giorni e solo in seguito all'arrivo delle forze armate sovietiche il 1º marzo. I pogrom portarono alla morte di 32 persone (26 armeni e 6 azeri) secondo fonti sovietiche, mentre secondo la fonte armena la reale entità delle vittime non fu calcolata. Dopo le violenze, tutta la popolazione armena di Sumgait lasciò la città.

I pogrom crearono una frattura netta, non più sanabile, tra le due etnie sia in Azerbaigian che in Armenia e negli anni successivi furono pretesto per azioni vendicative di rappresaglia.

Nuovo scontro politico
In data 10 marzo Gorbačëv decise che il confine fra le due repubbliche non sarebbe mutato in accordo con l'articolo 78 della Costituzione sovietica, affermando inoltre che diverse altre regioni sovietiche desideravano mutamenti territoriali e ridisegnare i confini del Karabakh avrebbe creato un pericoloso precedente. Gli armeni, che disprezzavano la decisione del Kavburo del 1921, vedevano nei loro sforzi la possibilità di correggere un errore storico, anche in base al principio di autodeterminazione dei popoli, principio garantito nella costituzione; gli azeri d'altro canto vedevano le richieste armene come inaccettabili e si allinearono alla posizione di Gorbačëv.

Il 12 marzo il Soviet supremo del Nagorno-Karabakh con una decisione presa all'unanimità dei presenti cambiò il nome ritornando alla antica denominazione armena di Artsakh: un gesto simbolico, privo di reale contenuto, ma dal significato fortemente politico.

Il 23 marzo anche il Soviet supremo dell'Unione Sovietica rigettò la domanda degli armeni di cedere la sovranità del Nagorno Karabakh all'Armenia. A Yerevan vennero inviate preventivamente delle truppe per sedare eventuali proteste. I tentativi di Gorbačëv per stabilizzare la regione furono inutili, poiché entrambe le parti rimasero intransigenti. In Armenia era forte la convinzione per cui ciò che era successo per la regione del Nakhichevan, prima del suo assorbimento da parte sovietica, avrebbe potuto ripetersi con il Nagorno Karabakh.

Violenze interetniche
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Miatsum.
Gli armeni rifiutarono un compromesso di Gorbačëv per calmare la situazione il quale includeva un pacchetto di 400 milioni di rubli per introdurre libri di testo e programmi televisivi armeni nel Karabakh. Allo stesso tempo gli azeri rimasero fermi nella loro posizione di non cedere alcun territorio all'Armenia. Le richieste di cedere il Karabakh si placarono, per poco tempo, quando un terremoto devastante colpì l'Armenia radendo al suolo le città di Leninakan (l'odierna Gyumri) e Spitak, uccidendo circa 25.000 persone. Il conflitto però esplose nuovamente quando gli undici membri del neonato Comitato Karabakh, (già "Comitato per la riannessione del Karabakh", KRUNK), incluso il futuro presidente dell'Armenia Levon Ter-Petrossian, furono incarcerati durante il caos successivo al terremoto. Le relazioni tra Armenia e Cremlino si raffreddarono ulteriormente, gli armeni disprezzarono Gorbačëv per la gestione dei soccorsi del terremoto e la per sua posizione sulla questione del Karabakh.

Nei mesi successivi ai pogrom di Sumgait si verificarono espulsioni forzate sia per gli armeni che vivevano in Azerbaigian sia per gli azeri che vivevano in Armenia: entrambi i gruppi furono costretti a lasciare le loro case. Secondo il governo azero tra il 27 e il 29 novembre 1988, 33 azeri furono uccisi nelle città di Spitak, Gugark e Stepanavan e 215 tra gli anni 1987 - 1989. Fonti azere riportano che una colonna di rifugiati azeri, espulsi dalle loro case sotto la minaccia della morte furono massacrati a Spitak il 28 novembre. Secondo il parlamentare e ricercatore Arif Yunusov, nello stesso anno 20 azeri provenienti dal villaggio armeno di Vartan vennero bruciati vivi. Le fonti armene invece riportano che nel periodo 1988-1989 le vittime azere furono 25.

Scontri etnici si verificarono anche nelle città dell'Azerbaigian, nel dicembre 1988 a Kirovabad dove pogrom anti armeni provocarono decine di morti e feriti, inclusi quattro soldati colpiti quando le truppe sovietiche intervennero per tentare di bloccare gli attacchi contro gli armeni. Vi sono varie stime sul numero di vittime registrate durante i primi due anni di conflitto; il governo azero sostiene che 216 azeri furono uccisi in Armenia mentre il ricercatore Arif Yusunov indica 127 morti solo nel 1988. Nell'ottobre 1989 un articolo del Time affermava che fino al febbraio 1988 si ebbero 100 morti tra Armenia e Azerbaigian.

Intanto, dopo che il Soviet supremo dell'Urss aveva sciolto (28 novembre 1989) l'Autorità speciale in Karabakh, rimpiazzata un paio di mesi dopo da un Comitato organizzativo repubblicano azero, il primo dicembre i soviet dell'Armenia e del Karabakh votarono per la riunificazione di questo con Yerevan. Tale deliberazione venne bocciata da Mosca la cui posizione venne tuttavia rigettata con fermezza dalle autorità locali.

Gennaio nero
Gli scontri interetnici che si verificarono con sempre maggiore frequenza cominciarono a pesare sulle popolazioni di entrambi i paesi, inducendo la maggior parte degli armeni dell'Azerbaigian e degli azeri dell'Armenia a spostarsi rispettivamente in Armenia e in Azerbaigian. La situazione del Nagorno Karabakh si fece così difficile che nel gennaio 1989 il governo centrale di Mosca prese temporaneamente il controllo della regione, un'azione ben accettata dagli armeni. Nel settembre '89 i leader del Fronte popolare azero e suoi sostenitori organizzarono un blocco ferroviario a danno dell'Armenia e dell'Oblast' Autonoma del Nagorno Karabakh; tale azione paralizzò l'economia armena dato che l'85% dei beni e materiali viaggiava su binari e qualcuno sostenne che questa fu una risposta all'embargo armeno contro la RSSA di Nakhichevan disposto l'estate precedente, il cui collegamento ferroviario fu di fatto interrotto a causa anche degli attacchi dei militanti armeni contro il personale ferroviario azero che entrava in Armenia, il quale si rifiutò di svolgere il servizio.

Nel gennaio 1990 un altro pogrom contro gli armeni a Baku con decine di morti spinse Gorbačëv a dichiarare lo stato di emergenza e ad inviare le truppe sovietiche per ristabilire l'ordine. All'interno del movimento independentista azero vennero inviati degli agenti per influenzare lo sviluppo della situazione. Le truppe sovietiche ricevettero l'ordine di occupare Baku alla mezzanotte del 20 gennaio 1990. I residenti, che videro i carri armati giungere intorno alle 5:00 del mattino, affermarono che furono i soldati sovietici i primi a sparare. Lo Shield Report, una commissione indipendente composta da militari sovietici dell'ufficio del procuratore, respinse le dichiarazioni dei militari che assumevano di aver risposto al fuoco non trovando le prove che le barricate poste nelle strade di Baku fossero armate. Venne stabilito il coprifuoco e violenti scontri scoppiarono tra soldati sovietici e ribelli azeri del Fronte popolare; in un caso si ebbero 120 morti tra gli azeri e 8 tra le truppe sovietiche. In questo periodo il Partito Comunista dell'Azerbaigian cadde e l'ordine impartito alle forze sovietiche era per lo più quello di mantenerlo al potere invece che proteggere la popolazione armena della città. Tali eventi vengono ricordati come il "gennaio nero" e determinarono un indebolimento delle relazioni tra l'Azerbaigian e il governo di Mosca.

Scontri di Qazak
L'Azerbaigian aveva diverse enclavi in territorio armeno: Yukhari Askipara, Barkhudarli e Sofulu nel nordest e la exclave di Karki nel Nakhchivan. Agli inizi del 1990 la strada che correva lungo il confine del villaggio di Baganis fu posta sotto continuo attacco da miliziani azeri. Nello stesso periodo, forze armene attaccarono le sopra citate enclavi azere in territorio armeno e i villaggi di confine di Qazak e Sadarak. Il 26 marzo 1990 diversi mezzi con paramilitari armeni giunsero nel villaggio di confine armeno Baganis, al crepuscolo varcarono il confine e attaccarono il villaggio azero di Baganis Ayrum. Circa 20 abitazioni furono incendiate e dagli otto ai dieci abitanti azeri del villaggio furono uccisi. I corpi dei componenti di una famiglia, compresi gli infanti, furono ritrovati carbonizzati all'interno della loro abitazione anch'essa bruciata. Giunsero le truppe del Ministero degli interni sovietico ma gli assalitori erano già fuggiti.

In data 18 agosto un grande assembramento di militanti armeni venne notato vicino al confine. Nei giorni successivi, il dipartimento dell'esercito nazionale armeno bombardò i villaggi azeri di Yuxarı Əskipara, Bağanis Ayrum, Aşağı Əskipara e Quşçu Ayrım e secondo le testimonianze visive furono utilizzati razzi a propulsione, granate e mortai. Il primo attacco venne respinto, una volta giunti i rinforzi da Erevan, le forze armene riuscirono a conquistare Yuxarı Əskipara e Bağanis Ayrum. Il 20 agosto, carri armati, cannoni contraerei ed elicotteri d'assalto dell'Armata rossa agli ordini del Maggior generale Yuri Shatalin arrivarono sul posto e alla fine della giornata tutte le posizioni armene si ritirarono. Secondo il Ministero degli interni sovietico, un ufficiale del ministero e due ufficiali di polizia vennero uccisi, mentre nove soldati e tredici residenti feriti. Secondo i rapporti armeni, ci furono cinque morti e venticinque feriti tra i miliziani; mentre secondo i media azeri si ebbero circa trenta morti e cento feriti.

Operazione Anello
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Anello (1991).
Nella primavera del 1991 il presidente sovietico Gorbačëv indisse uno speciale referendum a livello nazionale denominato Trattato dell'Unione, il quale avrebbe stabilito se le repubbliche sovietiche sarebbero rimaste unite. Da poco eletti, leader non-comunisti salirono al potere nelle repubbliche sovietiche, tra questi Boris El'cin in Russia (Gorbačëv rimase presidente dell'Unione) Levon Ter-Petrossian in Armenia e Ayaz Mutalibov in Azerbaigian. L'Armenia e cinque altre repubbliche boicottarono il referendum, l'Armenia tenne un proprio referendum e in seguito dichiarò l'indipendenza dall'URSS il 21 settembre 1991, mentre l'Azerbaigian votò in conformità al trattato salvo poi uscire dall'Unione ancor prima degli armeni (30 agosto).

Nella regione del Karabakh armeni e azeri incominciarono ad armarsi, Mutalibov si rivolse a Gorbačëv per chiedere un'operazione che disarmasse gli armeni; tra fine aprile e inizio maggio 1991 forze interne di sicurezza sovietica (OMON russi e azeri) intervennero nel nord del Karabakh (regione di Shahumian) e nei pressi del confine tra l'Azerbaigian e l'Armenia settentrionale.

Scopo ufficiale dell'operazione (conosciuta come operazione Anello o anche come "operazione controllo passaporti") doveva essere quello di disarmare le milizie armene che operavano in tali zone; in realtà l'intervento si trasformò in una sorta di pulizia etnica giacché la quasi totalità della popolazione armena venne trasferita altrove. Si registrano numerosi morti e feriti.

Primo tentativo di mediazione
Il presidente russo Boris El'cin e il presidente kazako Nursultan Nazarbayev furono i promotori del primo tentativo per giungere ad una pacificazione nel settembre 1991. Dopo i colloqui di pace a Baku, Ganja, Stepanakert e Erevan del 20 - 23 settembre, le parti si accordarono per firmare la Dichiarazione di Železnovodsk nella omonima città russa indicando i principi di: integrità territoriale, non interferenza negli affari interni di stati sovrani, osservanza dei diritti umani come base per un accordo. La convenzione venne firmata da El'cin, Nazarbaev, Mutalibov, e Ter-Petrosian al termine di un negoziato di dodici ore.

Gli effetti, però, terminarono quando un elicottero azero MI-8 venne abbattuto vicino al villaggio di Karakend nel distretto di Khojavend, al suo interno si trovava il gruppo di mediatori per la pace formato da: osservatori russi e kazaki e da alti ufficiali azeri.

Verso la guerra
Dichiarazione di autodeterminazione
Tre giorni dopo la decisione dell'Azerbaigian di lasciare l'Unione Sovietica, il soviet del Nagorno Karabakh (in seduta congiunta con i soviet distrettuali) vota la secessione dall'Azerbaigian in virtù della già ricordata legge del 1990 che gli consente di non seguire la repubblica nella sua decisione di separazione dall'Urss.

La situazione negli ultimi giorni dell'URSS
Il 26 novembre il Consiglio supremo dell'Azerbaigian vota l'abolizione dello statuto autonomo del Nagorno Karabakh e ribattezza il capoluogo Kankendi, senza tenere in alcun conto il pronunciamento di indipendenza del 2 settembre. Tale provvedimento è tuttavia rigettato dalla Corte Costituzionale dell'Urss in quanto lesivo dei diritti della Repubblica del Nagorno Karabakh.

Il 10 dicembre la neonata repubblica tiene un referendum per la convalida della decisione di autodeterminazione che si conclude con il 98% dei consensi. Vengono quindi tenute elezioni politiche, monitorate da osservatori internazionali, per la formazione del nuovo parlamento. Nel frattempo, il 26 dicembre il Soviet Supremo dell'Urss dichiara formalmente lo scioglimento dell'Unione.

1992
Inizio della guerra

Soldati azeri durante la guerra, 1992
A mezzogiorno del 31 gennaio inizia ufficialmente la guerra del Nagorno Karabakh: migliaia di soldati azeri, con l'ausilio di blindati, lasciano Agdam per dirigersi verso le montagne del Karabakh. Violenti bombardamenti colpiscono la capitale Stepanakert mentre si hanno notizie di conquiste azere nei villaggi di Nakhicivanik, Khramort e Farruk. I combattimenti più violenti si registrano nel distretto di Askeran e nei pressi della città di Shushi, l'unica di tutta la regione ad avere una forte componente azera. Dal canto loro gli armeni conquistano i villaggi di Malibayli, Karadagly e Aghdaban con un numero di quasi un centinaio di vittime.

Khojaly
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Massacro di Khojaly.
Il 25 febbraio la cittadina di Khojaly (nella provincia di Askeran lungo la strada che da Stepanakert conduce ad Agdam) è teatro del peggior massacro nella storia pur drammatica del conflitto. La località (con una popolazione stimata tra i 6000 ed i 10000 abitanti) è sede dell'unico aeroporto della regione nonché di una base di artiglieria azera che tiene sotto tiro Stepanakert. Secondo la parte azera, gli armeni dopo aver conquistato la città attuarono l'uccisione di alcune centinaia di civili che stavano evacuando la stessa attraverso un corridoio umanitario. Il governo armeno ha negato la responsabilità del fatto assumendo che l'unico obiettivo dell'operazione era quello di silenziare l'artiglieria nemica che colpiva la capitale. Un numero definitivo delle vittime non è mai stato fatto; stime cautelative hanno indicato in 485 il numero delle vittime che per le autorità azere furono 613: fra esse molte donne e bambini.

Maragha
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Massacro di Maragha.
Poco meno di due mesi dopo il massacro di Khojaly un'altra strage insanguina la regione. Il 10 aprile forze azere fanno irruzione nel villaggio di Maragha danno fuoco alle abitazioni, rapiscono un centinaio di persone e lasciano al suolo una cinquantina di cadaveri.

Presa di Shushi
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Shusha (1992).
L'8 maggio rappresenta una delle date più importanti nella storia del conflitto allorché le milizie armene conquistano la roccaforte azera di Shushi. Dopo la cattura di Khojaly la città, arroccata su una montagna ad una quota tra i 1400 ed i 1800 metri, è rimasta l'ultimo bastione azero. Proprio all'indomani dell'ennesimo tentativo di comporre pacificamente il contenzioso (Dichiarazione di Teheran), l'8 maggio una forza di alcune centinaia di uomini, spalleggiati da carri armati ed elicotteri, attacca la città. I combattimenti si sviluppano nelle stradine della città vecchia e il numero finale sarà di alcune centinaia di caduti. Al termine degli scontri, per quanto numericamente superiori, le forze azere si ritirano. La battaglia, che si conclude il giorno seguente, era cominciata con un'operazione che aveva sorpreso le difese azere: un gruppo di armeni, guidati da Arkady Ter-Tatevosyan, scala la parete di roccia e raggiunge la sommità della città creando scompiglio tra i difensori che non si aspettavano un attacco alle spalle e non avevano protetto quel fianco della montagna. La liberazione di Shushi è fondamentale per gli armeni giacché interrompe i bombardamenti sulla capitale Stepanakert e consente di puntare alla liberazione del Corridoio di Lachin.

Conquista di Lachin
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Corridoio di Lachin.
Il 18 maggio le forze armene (che dal 9 maggio sono ufficialmente organizzate nell'Esercito di difesa del Nagorno Karabakh) entrano nel villaggio di Lachin, conquistano il territorio circostante e rompono per la prima volta l'isolamento dell'enclave armena del Karabakh. Attraverso il collegamento con l'Armenia affluiscono aiuti militari e generi di prima necessità per la popolazione.

Operazione Goranboy
Verso metà giugno gli azeri lanciano una potente offensiva (denominata "Operazione Goranboy") finalizzata ad assumere il controllo dell'intero Nagorno Karabakh e porre una decisiva fine alla resistenza armena. Il 12 giugno vengono lanciati attacchi nella regione di Askeran con l'impiego di oltre 4000 uomini, divisi in due gruppi, che riescono a conquistare alcuni villaggi del distretto. Il 18 giugno il governo del Nagorno Karabakh dichiara lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale. Il 2 luglio gli azeri conquistano Martakert. L'offensiva azera su larga scala spinge il governo dell'Armenia a minacciare apertamente un suo intervento diretto in difesa della popolazione armena del Nagorno Karabakh; e mentre le milizie armene teorizzano di far saltare la diga di Sarsang circa trentamila armeni fuggono nella capitale Stepanakert. L'operazione consente agli azeri di conquistare in poche settimane quasi metà del territorio della regione.

Offensive di Martakert e Martuni
Contemporaneamente all'Operazione Goranboy, l'Azerbaigian pianifica un'altra offensiva più a sud, nella regione di Martuni. La forza d'attacco comprende alcune decine di carri armati spalleggiati da numerose compagnie di fanteria. Le forze di difesa armene, comandate da Monte Melkonian, riescono a resistere agli assalti del nemico. Tuttavia la situazione all'interno della repubblica del Nagorno Karabakh, alla luce delle difficoltà militari delle ultime settimane, è caotica ed il governo rassegna le dimissioni il 17 agosto. Il potere viene quindi assunto da un Consiglio denominato "Comitato di difesa dello stato" presieduto da Robert Kocharyan che avrebbe governato lo stato fino alla fine del conflitto. Nel frattempo gli azeri lanciano nuove offensive aeree bombardando obiettivi civili. Nonostante lo sforzo bellico, tuttavia, l'Azerbaigian non riesce ad avere la meglio sul nemico ed il 1992 si chiude con un sostanziale stallo delle attività militari.

1993
Stato del conflitto
Il Nagorno Karabakh e l'Armenia sono in ginocchio: il blocco delle frontiere (compresa quella unilaterale decisa dalla Turchia) hanno pesantissime ripercussioni economiche sulla popolazione, aggravate da un inverno rigidissimo e dalla chiusura della centrale nucleare di Metsamor a seguito del terremoto del 1988. A gennaio si registrano nuovi tentativi azeri di sfondamento nei distretti di Martakert e Martuni, ma il 5 febbraio parte una controffensiva armena che consente di guadagnare progressivamente terreno nel nord del paese: viene riconquistata la zona intorno al bacino idrico di Sarsang (con la relativa centrale idroelettrica vitale per l'approvvigionamento energetico del paese) e conquistata la strada che conduce al distretto di Kelbajar che rimane sotto controllo azero ma completamente isolato dal resto dell'Azerbaigian.

Battaglia di Kelbajar
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Kelbajar.
Il rajon di Kelbajar si trova stretto tra il Nagorno Karabakh e l'Armenia: conta circa 60.000 abitanti sparsi in alcune decine di villaggi. La conquista da parte degli armeni della zona intorno a Sarsang e della relativa strada di comunicazione isola di fatto il distretto. Tra il 27 marzo ed il 4 aprile si scatena una violenta battaglia, forse decisiva per le sorti finali del conflitto. In previsione dell'imminente scontro gli azeri avevano cominciato ad evacuare da metà marzo la popolazione facendola affluire verso i centri urbani o trasferendola attraverso l'impervio passo Omar. Gli armeni muovono sul capoluogo da quattro differenti direttrici: un gruppo proveniente dal Karabakh è guidato da Melkonian, un secondo formato da una cinquantina di uomini proviene dalla città armena di Vardenis attraverso i Monti Mrav (giungendo peraltro in ritardo a causa del copioso innevamento ancora presente), una terza unità muove da Aghdaban (all'interno dello stesso rajon) ed il gruppo principale muove da sud dal villaggio di Nareshtar. Il 31 marzo le milizie armene raggiungono il fiume Tartar, ad una ventina di chilometri dal capoluogo, e lanciano un ultimatum alla popolazione. Il 2 aprile cadono le ultime difese azere ed il 4 aprile gli armeni conquistano definitivamente la regione mentre a Baku viene dichiarato lo stato di emergenza e montano le polemiche per la sconfitta militare.

Liberazione di Martakert
La crisi politica e militare all'interno dell'Azerbaigian ha ripercussioni pesantissime sull'andamento del conflitto. Il 27 giugno dopo un anno di occupazione viene liberata Martakert, mentre ancora gli armeni piangono la morte del loro "Comandante Avo" (Melkonian) colpito in uno scontro a fuoco nei pressi del villaggio di Merzuli. Il 4 luglio gli azeri lanciano una nuova offensiva nello stesso distretto ed in quello di Askeran senza però riuscire a recuperare le posizioni perdute, mentre gli armeni di contro riescono a conquistare il villaggio di Shelly (distretto di Agdam) utilizzato come base di artiglierie verso Stepanakert.

Caduta di Agdam
Il 24 luglio cade Agdam, importante città nella pianura azera proprio sotto i rilievi del Karabakh. Da una ventina di giorni il capoluogo dell'omonimo distretto è sottoposto a pesanti bombardamenti che distruggono gran parte della città dalla quale la popolazione (circa 60.000 abitanti) è oramai fuggita. Il presidente azero Aliyev, prevedendo un collasso militare, tenta una mediazione con il governo del Nagorno Karabakh (ed è la prima volta che le autorità azere prendono contatto con il governo non riconosciuto) e con i mediatori del Gruppo di Minsk.

Fizuli, Jibrail e Zangilan
Conquistato saldamente tutto il nord del paese, le milizie armene possono rivolgere i propri sforzi verso sud. Ad agosto cadono, uno dopo l'altro, tutti i territori che si estendono tra il confine meridionale dell'oblast karabakho e la frontiera con l'Iran: Fizuli (24 agosto), Jebrail (26 agosto), Gubatly (31 agosto) e più tardi Horadiz (23 ottobre) e Zangelan (1º novembre) mentre una massa di profughi in fuga (circa centomila persone) preme sulla frontiera e preoccupa le autorità iraniane. A dicembre l'Azerbaigian tenta di sfondare il settore sud orientale ma senza esito.

1994
Ultime offensive

Soldati armeni nell'Artsakh settentrionale nel 1994 con dei fucili d'assalto AK-47
Il nuovo anno di guerra inizia così come si era concluso quello precedente: gli azeri tentano di riconquistare i territori che avevano perduto ma la sistemazione delle forze in campo (con gli armeni che controllano ormai tutti i punti chiave del territorio) rende vano ogni sforzo. Anzi, il 18 febbraio gli azeri perdono anche il presidio al passo Omar e nuovi tentativi compiuti tra fine mese e marzo nel sud (Fizuli) non ottengono alcun risultato. E quando, a partire dal 10 aprile sono gli armeni a lanciare un'offensiva nel settore nord orientale (Gulistan-Talish), a conquistare in pochi giorni numerosi villaggi (Talish, Chily, Madaghis e Levonark) e a prendere il controllo della strada che da Agdam conduce alla città azera di Barda si capisce che la guerra sta terminando.

Accordo di Bishkek
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Accordo di Biškek.
Il 5 maggio a Biškek, capitale del Kirghizistan, viene firmato tra Armenia, Azerbaigian e Nagorno Karabakh quello che viene chiamato, appunto, "Accordo di Biškek". Il 12 maggio i rispettivi ministri della difesa si ritrovano per firmare un accordo di cessate il fuoco in vigore dalla mezzanotte del 17 maggio.

Conseguenze del conflitto
Un resoconto ufficiale sulle conseguenze del conflitto non è mai stato stilato con precisione. Oltre ai morti (circa 30000) e ai feriti (oltre 80000) vanno considerate alcune centinaia di migliaia di profughi che da una parte e dall'altra hanno dovuto abbandonare le proprie case (circa quattrocentomila armeni residenti nell'Azerbaigian e circa cinquecentomila azeri residenti in Armenia, Nagorno Karabakh e territori limitrofi). Al termine del conflitto la repubblica del Nagorno Karabakh ha esteso il proprio territorio avendo acquisito i sette rajon limitrofi amministrati precedentemente dall'Azerbaigian. Da un punto di vista strettamente numerico la superficie di tutti i rajon dentro e fuori l'oblast' del Nagorno Karabakh (Fizuli, Jibrayil, Zangilan, Qubadli, Lachin, Kalbajar, Tartar, Agdam, Khojaly, Khankendi e Shusha) interessava un territorio di 12193 km² per una popolazione complessiva di 816500 abitanti. Di questi almeno 160000 erano di etnia armena (abitanti nell'Oblast' o nei territori limitrofi); pertanto poco più di 650000 azeri (circa il 9% dell'intera popolazione che nel 1990 assommava a 7131000 abitanti) dovettero lasciare le proprie abitazioni. A questo numero si aggiungono i circa 80000 che avevano abbandonato l'Armenia all'epoca dei primi scontri etnici. Un flusso inverso si registrò per gli armeni che dovettero abbandonare l'Azerbaigian: dei circa 390000 censiti nel 1990, circa 230000 fuggirono in Armenia.

A conclusione delle vicende belliche la repubblica del Nagorno Karabakh aveva esteso il suo territorio fino a raggiungere gli attuali 11458 km²: 735 km² in meno rispetto all'intera superficie dei distretti sopra elencati, conseguenza dell'Operazione Anello nella regione di Shahoumian e di alcune perdite. I territori limitrofi all'oblast' (divenuto repubblica nel 1991) assommano a 7070 km² (pari a circa l'8% di tutto il territorio dell'Azerbaigian).

Post conflitto e negoziati
Violazioni del cessate il fuoco
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Incidenti tra armeni e azeri.
Dalla firma dell'Accordo di Biškek permane una situazione di latente conflittualità sulla linea di demarcazione tra la repubblica del Nagorno Karabakh e l'Azerbaigian. Con il tempo si sono intensificati gli episodi di cecchinaggio e, in diverse situazioni, le parti sono arrivate allo scontro aperto, inizialmente contenuto nei limiti di schermaglie isolate, poi fattosi sempre più pesante sia dal punto di vista di perdite di vite umane che di impiego di armi.

Tra gli episodi più gravi degli ultimi anni vanno registrati intensi combattimenti nel giugno 1999 nei pressi del villaggio di Karmiravan (Martakert) mentre nel marzo 2000 un tentativo di incursione di truppe azere nel medesimo distretto determina almeno una quindicina di morti fra le stesse. Nel giugno 2003 una decina di soldati azeri cade in una sortita in territorio nemico nei pressi del villaggio di Karakhambeili (Distretto di Füzuli), a marzo 2005 altrettanti periscono mentre tentano un avvicinamento lungo le postazioni di Ağdam. Non mancano inoltre scambi anche cruenti lungo la frontiera tra Azerbaigian ed Armenia.

A marzo 2008 nei pressi del villaggio di Levornarkh (che si trova sulla linea di demarcazione) vengono registrati scontri (chiamati convenzionalmente Schermaglie di Martakert) la cui responsabilità viene rispettivamente addebitata dalle parti al nemico: secondo gli azeri, gli armeni provocano gli scontri per distogliere l'opinione pubblica nazionale dalle polemiche scaturite dalle elezioni presidenziali appena svoltesi ed alle quali hanno fatto seguito gravi incidenti di piazza; a loro volta gli armeni accusano invece il nemico di aver voluto approfittare della situazione interna per saggiare i limiti di difesa delle postazioni avversarie. Per Yerevan a seguito degli scontri muoiono otto azeri, mentre per Baku cadono anche dodici armeni.

Il 18 giugno 2010 si registra nella medesima zona un altro scontro che sembra far precipitare la situazione in modo irreversibile. All'indomani di un ennesimo infruttuoso round di negoziati a Mosca, circa una ventina di soldati azeri tenta una ricognizione in territorio nemico nei pressi del villaggio di Chaylu (Martakert); il combattimento dura diverse ore e, secondo una stima non confermata, lascia al suolo quattro armeni ed un azero. In Armenia montano le polemiche perché il Gruppo di Minsk dell'OSCE stigmatizza genericamente l'accaduto senza una precisa indicazione di condanna verso l'Azerbaigian che nei giorni seguenti allestisce imponenti manovre militari proprio lungo la frontiera. A sua volta il presidente armeno Sargsyan vola a Stepanakert in una visita non programmata mentre alti esponenti del governo rilasciano dichiarazioni in cui si dichiarano pronti a qualsiasi scenario, anche bellico.

Soprattutto a partire dall'estate 2010 si moltiplicano le violazioni del cessate il fuoco e sono numerosi i soldati (prevalentemente armeni) ad essere colpiti da cecchini nemici lungo la linea di confine. A marzo 2011 il ministero della difesa del Nagorno Karabakh denuncia la violazione dello spazio aereo da parte di aerei nemici, mentre a settembre gli armeni abbattono un drone che sta sorvolando il territorio del Nagorno-Karabakh. Il 24 novembre 2011 le milizie armene avviano una massiccia operazione lungo la frontiera in risposta agli attacchi azeri che avevano provocato nei giorni precedenti la morte di due giovani soldati. Non sono stati diffusi i risultati di tale intervento preceduto da dichiarazioni, senza precedenti per la loro durezza, rilasciate dalle autorità dell'Armenia e del Nagorno Karabakh.

Il 2012 segna un ulteriore incremento delle violazioni del cessate il fuoco che interessano non soltanto la frontiera fra Nagorno Karabakh e Azerbaigian ma anche soprattutto il confine fra questo e l'Armenia (regione di Tavush) dove si segnalano numerosi tentativi azeri di penetrazione nel territorio oltre confine con numerose perdite da entrambe le parti. Per quanto riguarda l'area del Nagorno Karabakh il 26 aprile vengono indirizzati spari su un'autoambulanza con insegne della Croce Rossa Internazionale e due soldati armeni risultano feriti. Il 6 giugno un tentativo di penetrazione nei pressi di Horadiz viene respinto dalle forze armene che tuttavia accusano un caduto e due feriti. Fonti del ministero della difesa della repubblica riferiscono di gravi perdite inflitte al nemico[6], negate dagli azeri[7]. Tra il 4 ed il 6 giugno due tentativi di incursione azera nel territorio dell'Armenia (regione di Tavush) provocano, secondo stime ufficiose, la morte di otto soldati (tre armeni e cinque azeri); i fatti sono duramente condannati dal Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton in visita nella regione proprio in quei giorni.

Il 20 gennaio 2014 si registra un tentativo di incursione azera attuato in due diversi punti della linea di contatto[8]. Secondo fonti armene, non confermate dall'Azerbaigian, il numero è di otto morti e oltre venti feriti fra gli azeri e di un soldato armeno caduto[9]. Pochi giorni dopo un altro soldato dell'Esercito di difesa del Karabakh viene colpito da un cecchino nemico[10]. Nuovi violenti scontri si segnalano nel mese di agosto, mentre a novembre un elicottero armeno in volo parallelo lungo la linea di demarcazione viene abbattuto da un razzo azero.

Anche il 2015 fa registrare un crescendo di tensione soprattutto nei mesi di gennaio e da agosto sino alla fine dell'anno; proprio a dicembre si registra, per la prima volta dalla fine della guerra, l'uso di un carro armato (azero). L'anno è testimone dell'impiego di armi di medio calibro, lanciarazzi e mortai.

Trattative di pace
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Trattative di pace nella guerra del Nagorno Karabakh.

Mappa della Repubblica di Artsakh
Sin dal loro avvio le trattative di pace sono state coordinate dall'OSCE attraverso il Gruppo di Minsk. I primi colloqui, nel 1994 e nel 1995 non concretizzano alcun risultato per il sostanziale immobilismo delle parti. Nel 1996 la dichiarazione conclusiva del Summit OSCE di Lisbona non è firmata dall'Armenia che contesta la posizione espressa nel documento.

Nel maggio 1997 il Gruppo di Minsk presenta un nuovo documento che scontenta sia gli armeni che gli azeri. Altri tentativi e proposte nei mesi a venire non sortiscono alcun risultato. Nel 1999 il presidente armeno Robert Kocharyan e quello azero Ilham Aliyev si incontrano a New York a margine di lavori delle Nazioni Unite: sarà il primo di numerosi incontri tra le massime autorità dei due stati.

Anche i meeting di Parigi (gennaio 2001), Key West in Florida (aprile 2001), Rambouillet in Francia (gennaio 2006) si concludono senza risultati apprezzabili.

Nel 2007 un documento OSCE, i cosiddetti Principi di Madrid, getta le basi per le future discussioni nonostante il livello di insoddisfazione delle parti rimanga alto; il documento verrà rivisto nel 2009 dopo che anche l'incontro di San Pietroburgo (giugno 2008) non è andato a buon fine.

Il 2 novembre 2008 il presidente armeno (ora Serzh Sargsyan) e quello azero si incontrano al castello moscovita di Maiendorf ospiti del collega russo Dmitrij Medvedev e firmano una dichiarazione congiunta (la prima dall'Accordo di Biškek del 1994) in cinque punti che sembra rappresentare una concreta base di mediazione.

Nonostante questo passaggio significativo il negoziato non riesce ad andare avanti. Nuove proposte sono avanzate al G8 de L'Aquila a luglio 2009. Tutti gli incontri a livello ministeriale e presidenziale non sortiscono risultati concreti eccezion fatta per la Dichiarazione di Astrachan' del 2010. Ma tra frequenti violazioni del cessate il fuoco, minacce di ripresa dell'ostilità (soprattutto da parte azera) e nuovi vertici falliti la trattativa per la soluzione del contenzioso non riesce a sbloccarsi.

Ripresa ostilità
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra dei quattro giorni in Nagorno Karabakh.
Magnifying glass icon mgx2.svg   Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra nell'Artsakh del 2020.
A partire dal 2012 si registra un progressivo aumento della tensione non solo fra Nagorno Karabakh e Azerbaigian ma anche fra quest'ultimo e l'Armenia. La vicenda dell'estradizione, ad agosto 2012, dall'Ungheria di Ramil Safarov (condannato all'ergastolo per la uccisione dell'ufficiale armeno Gurgen Margaryan) e l'abbattimento a novembre 2014 di un elicottero armeno che volava prossimo alla linea di contatto tra Karabakh e Azerbaigian[11] sono solo alcuni degli episodi che inaspriscono ancor di più i rapporti fra le parti in causa. Sia nel 2014 che nel 2015 si registrano gravi incidenti che portano armeni e azeri a un passo dalla guerra. Il conflitto, limitato temporalmente a soli quattro giorni, arriva nell'aprile 2016, allorché l'Azerbaigian sferra un'improvvisa e massiccia offensiva contro il Nagorno Karabakh, che causerà centinaia di morti e scontri violentissimi, in quella che è stata ribattezzata la Guerra dei quattro giorni in Nagorno Karabakh od anche "Seconda guerra del Nagorno Karabakh". Solo l'intervento deciso della diplomazia internazionale (Russia e Stati Uniti in primo luogo) pone fine alla battaglia alla quale fanno seguito due incontri presidenziali a Vienna e San Pietroburgo.

Il 27 settembre 2020, le forze armate azere attaccano simultaneamente e pesantemente l'intera linea di contatto dando avvio a una nuova guerra che si concluderà quarantaquattro giorni dopo con un accordo-tregua firmato il 9 novembre. Questo nuovo conflitto, oltre a provocare migliaia di morti, determinerà una significativa modifica dei confini e della linea di contatto.

Note
^ de Waal, Thomas (2003). Black Garden: Armenia and Azerbaijan Through Peace and War. New York: New York University Press. ISBN 9780814719459, p. 215: "Toward the end of 1992, as Russia began supplying the Armenians with arms and fuel..."
^ de Waal, Thomas (2003). Black Garden: Armenia and Azerbaijan Through Peace and War. New York: New York University Press. ISBN 9780814719459, p. 200: "...the Russians also gave some assistance to Azerbaijan."
^ Azerbaijan military threat to Armenia - Telegraph
^ Viaggiare Sicuri - Armenia Archiviato il 31 dicembre 2010 in Internet Archive.
^ Si veda Demografia del Nagorno Karabakh
^ https://news.am/eng/news/108855.html Agenzia “News.am”
^ http://www.milaz.info/en/news.php?id=7904 Archiviato il 9 giugno 2012 in Internet Archive. Agenzia Milaz
^ News.am, 21.01.14
^ News.am, 31.01.14
^ News.am, 29.01.14
^ video, Helipress.it

Bibliografia
Emanuele Aliprandi, Le ragioni del Karabakh, Ed. &MyBook, 2010, ISBN 978-88-6560-000-9
Nikolay Hovhannisyan, Il problema del Karabakh, Ed. Studio 12, 2010, ISBN 978-88-96109-31-1
Markar Melkonian, Una vita per la libertà, pagg. 213-300, Ed. Clandestine, 2008, ISBN 978-88-95720-06-7
Voci correlate
Nagorno Karabakh
Repubblica dell'Artsakh
Armenia
Azerbaigian
Elman Məmmədov
Storia militare dell'Azerbaigian

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Collegamenti esterni
"La situazione del Nagorno Karabakh", su homolaicus.com.
articolo "Eurasia", 2011, su eurasia-rivista.org. URL consultato l'8 febbraio 2012 (archiviato dall'url originale il 10 agosto 2011).
sito in italiano sul Nagorno Karabakh, su karabakh.it.
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Conflitto del Nagorno Karabakh
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