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Addio a Liu Xiabo, il Nobel dissidente
L’attivista cinese è morto ieri in ospedale a 61 anni. Da Tiananmen a Charta ’08 ha sfidato il regime chiedendo riforme democratiche.
Il Comitato di Oslo: Pechino è responsabile per la sua fine

Pubblicato il 14/07/2017

Francesco Radicioni
Pechino

Tutta la vita di Liu Xiaobo è stata quella di un uomo in rivolta. Intellettuale, attivista democratico e premio Nobel per la Pace. Nel dicembre 2008, quando la polizia va ad arrestarlo per l’ultima volta, Liu sta lavorando a Charta ’08. Solo due giorni dopo sarebbe stato reso pubblico questo manifesto politico che - fin dal nome - trae ispirazione da Charta ’77, il documento dei dissidenti nella Cecoslovacchia sotto l’influenza sovietica. «La Cina deve andare verso un sistema di libertà, di democrazia, di stato di diritto». 

Centinaia di accademici e attivisti cinesi hanno firmato il documento in cui si chiede a Pechino di garantire quei diritti che nella Repubblica Popolare rimangono tabù: fine del monopolio politico del Partito Comunista, separazione dei poteri, libertà di espressione e una riforma costituzionale in senso federale. Per le autorità cinesi è troppo. Il giorno di Natale 2009 - al termine di un processo che dura una manciata di ore - Liu Xiaobo viene condannato a 11 anni di carcere con l’accusa di «incitamento alla sovversione dei poteri dello Stato». Nel 2010 il comitato di Oslo assegna a Liu Xiaobo il premio Nobel per la Pace: un riconoscimento per la «lunga e non-violenta battaglia per i diritti umani fondamentali in Cina». L’ira di Pechino si abbatte sul Nobel. Definisce il premio a Liu Xiaobo «un grave errore» e annuncia ripercussioni nelle relazioni con la Norvegia. A monito per le altre capitali europee, i rapporti con Oslo vengono congelati per alcuni anni. 

Nonostante gli appelli internazionali, la Cina non consente a Liu Xiaobo di uscire dal carcere neanche per andare a ritirare il premio: alla cerimonia di consegna l’attivista è rappresentato da una sedia vuota. Intanto, a Pechino, finisce agli arresti domiciliari Liu Xia, sua moglie, sebbene nei suoi confronti non siano mai state mosse delle accuse formali. 

Le radici dell’attivismo democratico di Liu Xiaobo devono però essere cercate indietro nel tempo. Pechino, metà degli Anni 80. Liu è un giovane docente di letteratura all’Università Normale in un periodo in cui il mondo accademico cinese ribolle di dibattiti e idee. Quel professore è capace d’incantare i ventenni perché parla con audacia e passione di politica, in una Cina da poco uscita dalla Rivoluzione culturale di Mao. È polarizzante. Una volta disse che «le principali guerre combattute dagli Stati Uniti sono tutte eticamente difendibili». Nel conflitto in Medioriente sceglie di stare dalla parte di Israele. 

Nella primavera del 1989 Liu sta facendo ricerca a New York, quando a Pechino gli studenti marciano su piazza Tienanmen per chiedere democrazia. Il professore non perde tempo e fa rientro a Pechino per partecipare alle manifestazioni. Dopo l’imposizione della legge marziale, tenta una mediazione in extremis con l’esercito per consentire agli studenti di lasciare la piazza prima che - nella notte tra il 3 e 4 giugno 1989 - scatti la repressione. «Se non fosse stato per Liu e per pochi altri - ricorda la giornalista Gao Yu - quella notte il bagno di sangue avrebbe avuto dimensioni maggiori».

Per il ruolo avuto nella primavera di Pechino, le autorità condannano Liu Xiaobo a quasi due anni di carcere per «propaganda contro-rivoluzionaria». Quando esce di prigione l’Australia gli offre asilo politico. Liu rifiuta di lasciare il Paese, per continuare la sua battaglia per la democrazia in Cina. 

È nei circoli degli artisti della Pechino degli Anni 80 che, oltre alla politica, Liu Xiaobo incontra la compagna di tutta una vita. Anche Liu Xia è un’intellettuale: poetessa e con una solida famiglia alle spalle. Nel 1996 vanno a vivere insieme. Pochi mesi dopo per Liu Xiaobo si aprono le porte di un campo di lavoro per alcuni suoi scritti su Taiwan. L’amore tra la poetessa e il «nemico dello Stato» resiste e la coppia si sposa mentre Liu Xiaobo sta scontando questa nuova condanna a tre anni. «Xia è stata provata - fisicamente ed emotivamente - da questi anni trascorsi lontano dal marito e sotto l’invadente presenza della polizia cinese», raccontano gli amici. «Questa è però la vita che Liu Xiaobo ha continuato a scegliere, anche quando la paura e la corsa al denaro riduceva al silenzio un’intera generazione di attivisti democratici in Cina». Il 26 giugno era stato scarcerato per permetterne le cure in ospedale. Nei giorni scorsi Usa e Germania aveva fatto un appello per permettergli di essere curato all’estero, ma Pechino non ha ceduto. Lo avevano anche visitato due dottori stranieri.

La notizia della sua morte ha infiammato i social network. I leader del movimento di Tiananmen hanno duramente condannato il governo cinese: «Spero che il mondo ricordi per sempre come il partito comunista cinese, questo nuovo gruppo nazista, abbia brutalmente torturato a morte Liu Xiaobo», ha scritto su Facebook, uno dei leader del movimento studentesco del 1989, oggi in esilio negli Usa. Anche il Comitato per il Nobel ha puntato il dito contro Pechino: «Il governo cinese ha la pesante responsabilità della morte prematura di Liu». Il segretario di Stato Usa Tillerson ha invece chiesto di liberare la vedova Xia «consentendole di lasciare la Cina, un desiderio che ha già espresso».

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/07/14/esteri/addio-a-liu-xiabo-il-nobel-dissidente-hnFmvh6SDBevIfiFJdv3qO/pagina.html

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 il: Luglio 18, 2017, 04:56:42  
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Interviste

Beatrice Rutiloni @bearuti  · 14 luglio 2017

Gramsci, che parla di noi

#Democratica cover Gramsci-mostra
Sinistra, libertà, uguaglianza. La rinascita gramsciana secondo il presidente della Fondazione, Silvio Pons
 
C’è da dire che Antonio Gramsci è diventato un’icona pop. Come la Marilyn di Andy Warhol o il Che sulle t-shirt dei sognatori di tutto il mondo, così, con quella sua faccia da “intellettuale organico”, Gramsci è diventato il volto più noto della politica con la P maiuscola, quella che mescola pensiero, studio, serietà, passione. Sobrietà.

Gramsci come il nuovo idolo di una generazione un po’ nerd, che da ogni angolo del mondo ritrova in quel modernissimo sguardo la propria fuga dal presente. L’ultimo degli utopisti, con quegli occhialetti tondi che sono passati da John Lennon a Harry Potter, è oggi più celebrato di Lenin: quattro anni fa nel Bronx, l’artista svizzero Thomas Hirschhorn ha creato l’installazione The Gramsci Monument, un luogo di aggregazione che ha ospitato reading, lezioni, corsi per bambini, concerti e seminari. Dalla casa museo di Ghilarza, in Sardegna, dove Gramsci visse la sua infanzia, sino a New York, la miniera gramsciana sembra arricchirsi di anno in anno. A dimostrazione del fatto che l’eredità culturale, quando è viva, è come un classico: non muore mai, anzi, rinasce nella memoria.

A ottant’anni dalla scomparsa dell’uomo politico, definizione che nella sua massima espressione riunisce tutte le altre, quella di filosofo, storico, linguista, giornalista e scrittore, resta molto di Gramsci: restano le sue bellissime lettere private, che esprimono l’uomo, e restano i Quaderni, tradotti in tutto il mondo e aperti mille volte nella vita. Di quelle letture che prendi e riprendi perché sempre ti dicono, un po’ come la Recherche di Proust. E rimane l’impressione di Gramsci, la stessa cifra inquieta e ordinata del suo volto è nella sua pagina scritta, con quella indimenticabile grafia, piccolissima, precisa, di un uomo che sa che il tempo non si spreca e non si perde.

Uno dei più grandi conoscitori dell’opera gramsciana è Silvio Pons, storico dell’Europa orientale, tra i massimi esperti del comunismo internazionale e presidente della Fondazione Gramsci.

Viene da chiedere, oggi che è il 14 luglio, anniversario della Rivoluzione francese, quanto vale la libertà.

E’ un valore globale ed è più attuale che mai. Viviamo un’epoca di grande disordine mondiale in cui sono rimessi in discussione i principi fondamentali della democrazia. L’ultimo esempio di rivoluzione nel nome della libertà sono state le Primavere arabe che ormai abbiamo rimosse alla luce della catastrofe della Siria e di tutti gli eventi violenti che sono seguiti alla caduta dei regimi. Potremmo dire che tra la fine del Novecento e l’inizio del secolo molte comunità si sono mosse per rivendicare libertà. Non c’è stato solo il 1989 in Europa, di rivoluzioni pacifiche ce ne sono state molte altre tra i Balcani, il sud dell’Africa, fino all’Iran. Ci sono state intere comunità senza nome che hanno imposto nell’agenda mondiale una richiesta di libertà che va molto al di là della tradizione eurocentrica della rivoluzione francese.

L’egocentrica rivoluzione francese.

Dico che gli europei hanno monopolizzato alcuni valori, tra cui la libertà. La rivoluzione francese ha generato la modernità politica europea, l’evento genetico del nazionalismo occidentale. Ora siamo in un’epoca in cui Occidente e americanismo sembrano appartenere al passato e sono superati, ma una certa idea di libertà e anche di uguaglianza che può farsi riferire alla nostra storia moderna si è globalizzata. Ci sono tante rivoluzioni francesi, tra cui metto in testa la Primavera araba.

Che però è fallita.

Le rivoluzioni possono fallire ma anche il loro fallimento esprime significati importanti, soprattutto in relazione alla parte del mondo dove originano. Anzi, direi che proprio perché sono fallite dobbiamo fare ancora più attenzione. Il fantasma delle libertà moderne è ancora tra noi.

E quello dell’uguaglianza?

Molto meno, viviamo in un mondo diseguale: da una parte c’è la crescita della ricchezza globale – ma sono ferocemente contrario a chi accusa la globalizzazione di essere una portatrice di povertà – che ha seminato ricchezze nel mondo in modo diseguale. La Cina o l’India sono le nuove potenze, l’Occidente non controlla più, non influenza più. La redistribuzione delle risorse ha spostato l’asse della ricchezza da Occidente a Oriente con la dannosa conseguenza che da noi il benessere è polarizzato nelle mani di pochi e che assistiamo a un tendenziale impoverimento delle classi medie, vero fulcro della democrazia occidentale. Di fronte a tutto ciò continua a sorprendermi che la richiesta di maggiore equità non abbia ancora suscitato delle proteste sociali che era legittimo aspettarsi.

Forse è ancora presto?

Il punto è che le società oggi sono molto corporative e dunque si fa fatica a immaginare un blocco sociale e politico che ponga la questione di una maggiore uguaglianza .Vedo un fenomeno che porta sottrazione di uguaglianza ma non vedo emergere  sentimenti di protesta e contestazione, che rimangono chiusi e marginali oppure si esprimono sotto la forma dei populismi.

E che forma sociale sono i populismi?

Primitiva. Illusoria. L’idea che sia sufficiente conquistare quote di sovranità nazionale per migliorare la vita delle persone è un miraggio. Nel mondo di oggi il primato dei singoli Stati è limitato da una serie di forze che non sono contendibili dal potere di ciascuno. L’unica possibile forma di resistenza e di riforma, l’unica risposta positiva ai processi di globalizzazione è sovranazionale.

L’unica risposta è l’Europa?

Il tema di una governance globale continua ad essere un grande tema ma molto lontano da noi. L’Europa è una risposta, certo. Il processo di integrazione europea nasce come il rigetto alle guerre tra stati-nazione che hanno contraddistinto la storia del Novecento. A questo si aggiunge la consapevolezza che solo una grande area sovranazionale in termini economici, democratici e produttivi può sostenere la globalizzazione.

Il problema sono leader?

I leader sono lo specchio della società. Il punto è che non si è creato uno spazio politico legittimato e accettato da tutti. Il livello nazionale continua ad essere più forte e questo determina continue tensioni tra i singoli stati e l’Europa. Aggiungiamo che in tempi di crisi con l’ Europa debole il populismo,con la sua dote di illusione, ha una porta aperta.

Gramsci, chiuso in cella, aveva intravisto i nostri giorni: nei Quaderni parlava di mondializzazione dell’economia contrapposta alla nazionalizzazione della politica. È impressionante.

In realtà questo processo era particolarmente visibile già dopo la Prima guerra mondiale: il tempo di Gramsci è legato al nostro. Noto due cose: che la globalizzazione inizia molto prima della fine della guerra fredda poiché una crescente interdipendenza inizia già dalla fine dell’Ottocento e  che non esisteva una forma di egemonia evidente. Con il linguaggio di oggi potremmo dire che non c’era negli anni Venti e Trenta una governance mondiale, e questa è anche una tendenza del nostro secolo.

Altra tendenza del nostro secolo è la crisi della sinistra un po’ ovunque. Come se la spiega?

È un tema che ci investe e assilla da tempo. Non è una crisi recente e dobbiamo fare dei passi indietro anche se è vero che la ricetta nessuno ce l’ha. Di ragioni, invece, ce ne sono molte: c’è stata l’idea che dopo la fine del comunismo fosse possibile fare una nuova sinistra democratica, era l’epoca della Terza Via, dei Blair e dei Clinton. Un’esperienza di sinistra riformista e anti-totalitarista che si arenò alla fine del secolo. Credo che quello fu l’inizio del declino. Siamo un po’ fermi lì e penso che la sinistra oggi non abbia ancora fatto i conti con il paradigma progressista secondo cui lo sviluppo è sempre lineare e inarrestabile. La sinistra è una delle vittime della globalizzazione, ed è entrata in crisi con l’esaurirsi del welfare state. E poi, si sa, quando la politica è in crisi lo è a maggior ragione la sinistra.

La destra ne risente meno?

La destra è più brava, da sempre, a fare leva sui sentimenti delle persone, sulla paura. La sinistra non ha questo tipo di possibilità e quindi in mancanza di Politica, quella con la famosa P maiuscola, soffre di più.

Un suo consiglio.

Siamo sempre lì: iniziamo a rivedere il paradigma progressista. La sinistra deve vivere e deve essere contrapposta alla destra. Facciamo un errore storico se pensiamo che questi valori non esistono più.

Ha ragione. Basta vedere le reazioni alla legge contro l’apologia di fascismo. Hanno detto che è liberticida. Ed è la cosa più gentile che hanno detto.

E’ un fatto preoccupante perché si basa su una perdita di memoria: dobbiamo conservare la consapevolezza che il fascismo fu una catastrofe. Non si tratta di antifascismo di maniera ma di riaffermare la neutralità della nostra storia. Anche i valori dell’Europa sono anti-totalitari e la perdita di memoria è visibile in quello che accade in Ungheria o in Polonia. Dire che è liberticida una legge che condanna l’apologia di fascismo è contraddittorio e lo è due volte se ad esprimersi così sono coloro che sino a qualche mese fa si intestavano la difesa della nostra Costituzione.

A chi si riferisce?

Al Movimento 5 Stelle che ha fatto le barricate per una Carta che è profondamente antifascista e che, allo stesso tempo, afferma che una legge che condanna l’esaltazione del ventennio sia liberticida.

Da - http://www.unita.tv/interviste/gramsci-che-parla-di-noi/

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 il: Luglio 18, 2017, 04:54:18  
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18LUG2017

Corvi e veleni annunciano la guerra

Di Enrico Bellavia - Giornalista di Repubblica

Giovanni Falcone, lo aveva chiaro, sugli scogli dell’Addaura si era combattuta una guerra tra chi nello Stato lo voleva morto e chi, nello Stato gli aveva salvato la vita. Ecco perché parlò di “menti raffinatissime” dietro la strage sventata. Sapeva che non era solo affare di manovalanza criminale. Su quella scogliera non c’era solo Cosa Nostra.
Dal 21 giugno 1989 il giudice non dormirà più nel suo letto. Ma sdraiato sul pavimento, sotto il cuscino una pistola. Al suo amico Francesco La Licata confida: «Non mi posso più permettere di dormire a sonno pieno».
E ai funerali di Nino Agostino sussurra al vicequestore Saverio Montalbano: «Questo è un segnale contro di me e contro di te».
I sospetti per l’Addaura si addensano sui boss Madonia, mafioso il padre Francesco e tre dei suoi quattro figli, Giuseppe, Nino e Salvino, sicari col diploma in tasca, fedelissimi di Totò Riina. I luogotenenti dei Madonia sono i Galatolo, solida famiglia della costa. Controllano il cantiere navale. E nel loro quartier generale, tra l’Acquasanta e l’Arenella, sono di casa anche alcuni "sbirri", tra cui quell'uomo con la "faccia da mostro" che era andato a cercare Nino Agostino a casa pochi giorni prima del suo omicidio.
Lorenzo Narracci, il numero due del Sisde a Palermo, fedelissimo del capo locale dei Servizi, Bruno Contrada, ha la barca ormeggiata proprio di fronte casa Galatolo.
Ma sugli scogli dell’Addaura, davanti la villa che Falcone, affitava ogni estate, più che indagare si smobilita. Ci si incarica di ripulire in fretta la scena del crimine da ogni traccia. Viene fatto brillare il congegno dell’innesco. E’ cancellato un elemento chiave per dare concretezza alla tesi che di una strage sventata e non di un avvertimento si era trattato.
E così intorno a Falcone inizia il valzer dei sospetti: la bomba?, una messinscena voluta da lui stesso per acquisire meriti e benemerenze, un viatico di carriera.
Il Corvo, l’anonimo estensore della lettera in cui la vulgata si tradusse in scritto, lo sostenne. Il resto fu un turbine che travolse il giudice Alberto Di Pisa come autore dell’anonimo – poi scagionato - fermò nei fatti una gigantesca istruttoria sul ruolo dell’ex sindaco Vito Ciancimino nel mondo degli appalti e confuse nella sabbia della maldicenza tutto e tutti. A occuparsi di indagini sulle indagini ci mise del suo l’apparato dell’Alto commissariato alla lotta alla mafia, un carrozzone di assoluta inutilità con il quale lo Stato si era lavato la coscienza relegando ancora una volta alla Sicilia il compito di sbrogliarsela con il suo male.
Giovanni Falcone per primo era convinto che così com’era non servisse a molto, tanto più che quando era stato in predicato di dirigerlo, a Roma avevano trovato il modo di impedirglielo. Perché l’Alto commissariato, nei fatti una succursale dell’allora Sisde - il servizio segreto civile - era il crocevia di un certo modo di acquisire informazioni che dovevano restare al sicuro. (3 continua)

Da - http://mafie.blogautore.repubblica.it/2017/07/814/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P2-S2.6-T1

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 il: Luglio 18, 2017, 04:49:26  
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Palazzi evacuati a Sciacca
Perché la mafia dei terreni incendia l'Italia

Di Roberto Galullo 13 luglio 2017

La mafia dei terreni – boschi e pascoli – colpisce ancora. Dietro i roghi che stanno devastando ettari ed ettari di terreno in Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia c'è quasi sempre la mano criminale dell'uomo. In attesa che la follia autodistruttiva colpisca anche altre regioni che tradizionalmente sono flagellate dal fenomeno – come la Puglia – è bene mettere in fila alcune ragioni per le quali la criminalità organizzata ha interesse ad attizzare gli incendi. Non esiste una classifica di demerito. Anzi, spesso, le ragioni folli viaggiano insieme.

Una ragione è la pervicacia di cosche e clan nel dimostrare che, di qualunque area, sono in grado di indirizzare destini, fortune e sfortune. Dimostrano ai proprietari (siano essi privati o demaniali) che possono fare il bello e il cattivo tempo. A maggior ragione – si badi bene – se i boschi e i pascoli incendiati sono assoggettati a vincolo di inedificabilità quindicennale. E' evidente l'intento del Legislatore di impedire la speculazione edilizia che deriverebbe dal mutamento di destinazione urbanistica dei terreni. Se il proprietario non si piega alle richieste estorsive dei criminali – ma ragionamento per altro verso analogo può essere fatto nei confronti delle amministrazioni che perdono entrate dalla mancata edificazione – ecco che scatta la furia incendiaria.

In Campania, Sicilia – ma anche sempre più in Lombardia – ciò che il fuoco arde può diventare terreno di sversamento illecito di ogni tipo di rifiuto. Se le aree sono impervie (ma non certo per le rodate organizzazioni malavitose) è meglio.

Cosa nostra in alcune aree siciliane – recentemente sono saliti alla ribalta i Nebrodi – è talmente ammanicata con i settori deviati delle amministrazioni pubbliche che è in grado di pianificare truffe redditizie ai danni dell'Unione europea o della stessa Regione. Per esempio, nelle assegnazioni di terreni pubblici a prestanome e/o a esponenti delle famiglie locali di mafia, che per quelle terre usufruiscono di finanziamenti per attività mai realizzate, praticando invece abigeato, macellazione di carni clandestine e infette e in varie altre attività economiche in nero.

LA CLASSIFICA DEGLI INCENDI DOLOSI-COLPOSI-GENERICI
Numero infrazioni accertate e percentuale sul totale nazionale. Dati 2016
E che dire della Calabria dove spesso operai infedeli appiccano volontariamente il fuoco perché sanno che in quel modo l'anno successivo hanno il posto assicurato nel ripascimento?

Del resto che la mafia dei terreni abbia un business lo dicono anche i numeri. Come quelli messi in fila dall'ultimo rapporto Ecomafia di Legambiente.
Lo scorso anno sono stati 4.635 gli incendi boschivi che hanno visto l'intervento dell'ex Corpo forestale dello Stato e dei corpi regionali, numeri ancora in crescita rispetto al 2015. Roghi che hanno mandato in fumo nel 2016 più di 27mila ettari di aree verdi. Esattamente quanto è stato devastato dal fuoco in questo assaggio di estate 2017. Di male in peggio.

Le persone denunciate, tra piromani, ecocriminali ed ecomafiosi nel 2016 sono state 322, mentre quelle arrestate sono state 14.

Gli incendi non vengono appiccati solo d'estate. Uno degli ultimi casi di fiamme invernali che, nonostante le temperature basse, in poco tempo divorano pezzi di superficie boschive, risale al mese di febbraio, quando è stato sfigurato un ampio tratto di bosco a Solcio di Lesa (Novara), oltre che in una riserva di caccia tra Oleggio e Gattico.

IL BUSINESS DEGLI INCENDI
In base agli eventi dolosi, colposi, generici nel 2016, in milioni di euro. (Fonte: elaborazione Legambiente su dati del Corpo forestale dello Stato)
Le stime complessive fatte dall'ex Corpo forestale sui danni ambientali causati nel 2016dai roghi ruotano intorno ai 14 milioni mentre i soli costi per l'estinzione sono stati quantificati in circa 8 milioni, per un totale di quasi 22 milioni.

r.galullo@ilsole24ore.com
© Riproduzione riservata

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-07-13/perche-mafia-terreni-incendia-italia-214116.shtml?uuid=AEAMPAxB

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 il: Luglio 18, 2017, 04:44:49  
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Mercoledì 12 luglio 2017

 Frasi di Michael Novak   

“La felicità non è un'emozione. Non è un sentimento. È una pratica – la pratica dell'eccellenza nell'azione.”

MICHAEL NOVAK

Da frasicelebri.it


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 il: Luglio 18, 2017, 04:42:45  
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Se cominciano a capirlo in diversi (noi da anni) forse evitiamo un ulteriore inganno di "quella" sinistra.

Basta non cadere nell'equivoco che loro cavalcano da anni di chiamarsi centrosinistra o peggio ulivo.

La sinistra del CentroSinistra è un pensiero diverso (socialdemocratico) del pensiero di “quella” sinistra radicale (marxista).

ciaooo

Da FB del 15 luglio 2017

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 il: Luglio 18, 2017, 04:39:39  
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Alfano: la collaborazione col Pd ormai s’è conclusa
«Ma continuiamo a sostenere lo stesso governo, Gentiloni corretto. Lo ius soli? Una legge giusta proposta nel tempo sbagliato»

Il leader di Alleanza popolare Angelino Alfano ha ormai rotto con il Pd

Pubblicato il 18/07/2017

FRANCESCO BEI
ROMA

Pd addio, «la collaborazione con loro si è ormai conclusa», annuncia il leader di Alternativa popolare Angelino Alfano.

 
Lei è appena uscito dalla riunione con gli altri ministri degli esteri dell’Ue dove si è parlato proprio di Libia e dell’ondata di migranti sulle nostre coste. La solita solidarietà a parole all’Italia? 
«Diciamo che tutti hanno ben chiara l’insostenibilità di questa situazione, sarebbe bene che tutti avessero il coraggio di fare insieme a noi seri investimenti in Africa per diminuire le partenze e applicassero quanto già sottoscritto in termini di ricollocamenti».
 
Intanto in Italia avete fatto questo sgambetto al Pd sullo ius soli. Si è vendicato di Renzi che l’ha trattata come un leader di un cespuglio senza voti? 
«Macché...Semplicemente: una legge giusta, se fatta in un modo o in un tempo sbagliato, rischia di diventare sbagliata al di là del merito». 
 
Voi lo ius soli l’avete votato alla Camera, adesso avete cambiato idea. Al di là della buona volontà di Gentiloni di approvarla a settembre, la legge è finita su un binario morto? 
«Noi abbiamo ribadito a Gentiloni che non siamo pentiti del voto favorevole alla Camera. Ma alcuni correttivi saranno necessari al Senato, anche su questioni delicate».
 
Per esempio? 
«La concessione della cittadinanza nei confronti di figli i cui genitori non l’abbiamo chiesta. Alcuni elementi di debolezza vanno colmati».
 
Ma così si rischia di non fare più in tempo a votarla, e poi ci sarà la sessione di bilancio... 
«Non abbiamo pregiudiziali ideologiche contro lo ius soli, ma ciascuno ha le sue priorità: noi per esempio, per questo finale di legislatura, chiediamo l’approvazione della legge sulla legittima difesa».
 
Insomma, proponete uno scambio al Pd: ius soli in cambio della legittima difesa? 
«Nessun baratto, ma vogliamo concordare un’agenda di fine legislatura con le forze che sostengono il governo». 
 
Intanto con il rinvio dello ius soli avete ottenuto gli applausi del centrodestra. State lavorando per tornare alla casa madre? 
«Con questa legge elettorale che non prevede alleanze, abbiamo la possibilità di costruire un’area autonoma, popolare e liberale. A questo soltanto stiamo lavorando. Non sono previste alleanze e noi non le stiamo cercando: sono gli altri, da Monza a Catanzaro passando per Genova, che alle ultime amministrative le hanno cercate con noi».
 
E dopo il voto? 
«Vedremo come si saranno espressi i cittadini».
 
Dopo la decisione di bloccare la fiducia sullo ius soli si è guastato il vostro rapporto con Gentiloni? 
«Il presidente del Consiglio è stato molto corretto, ha mostrato rispetto verso chi lo sostiene pur ribadendo che la legge la vuole fare. Il rispetto e la buona educazione talvolta sono un optional, come il metallizzato sulle auto, mentre Gentiloni le ha di serie. Ha esercitato inoltre una leadership di sua stretta competenza - in quanto premier - nel decidere di non mettere la fiducia».
 
A differenza di altri, come Renzi, intende? Con il segretario del pd ha più avuto modo di parlare dopo la rottura sulla legge elettorale? 
«Non ce n’è stata né l’occasione né la necessità».
 
Probabile che si vada al voto con queste leggi rimaste dopo il taglia e cuci della Consulta. Voi cosa farete? 
«Cercare alleanze è un modo per confondere gli elettori visto che non sono previste dal Consultellum. Io credo invece che occorra al più presto lanciare una proposta politica che unisca tutti coloro che sono distinti e autonomi dalla sinistra, ma che non vogliono andar dietro a chi, come Salvini, ci vuole portare fuori dall’Europa».
 
Addio Pd dunque? 
«La collaborazione con loro si è ormai conclusa, sosteniamo lo stesso governo, ma non facciamo parte della stessa coalizione: diciamo che abbiamo un parente in comune, di nome Gentiloni, ma tra noi e loro non c’è più alcun legame».
 
Con Berlusconi invece come vanno le cose? L’ha più sentito? 
«Sì, ci siamo incontrati al funerale di Kohl».
 
E...? 
«Ci siamo salutati ma non abbiamo parlato di politica».
 
Un’ultima cosa, c’è molta polemica sulla missione Triton: la destra e M5s sostengono che Renzi abbia barattato la flessibilità sui conti con l’accettazione della clausola per cui i migranti sarebbero stati sbarcati nei nostri porti. È andata così? 
«Io all’epoca ero al Viminale, il negoziato sulla flessibilità non era, ovviamente, nelle mie competenze, ma mi sento di escludere scambi. E comunque Triton, per quanto riguarda le navi europee, conta solo il 10 per cento sul totale degli sbarchi».

Da - http://www.lastampa.it/2017/07/18/italia/politica/alfano-la-collaborazione-col-pd-ormai-s-conclusa-mgh8eJgFfDCEVyhZgGV2NK/pagina.html

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 il: Luglio 18, 2017, 04:36:46  
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Se i giovani non sperano nel Paese...
 
Tra i 15 ai 34 anni l'opinione generale è che per far carriera l'unica speranza è andare all'estero. Siete d'accordo? Raccontate la vostra esperienza

Di ILVO DIAMANTI
17 luglio 2017

L'ITALIA non è un Paese per giovani. Lo sappiamo bene, ormai da tempo. Infatti, ogni 100 ragazzi, sotto i 15 anni, ce sono quasi 160, oltre i 65. E nei prossimi 10 anni, secondo l'Istat, sono destinati a crescere in misura esponenziale. Fin quasi a 260. D'altronde, l'età mediana, nel nostro Paese, sfiora i 50 anni. Sono dati ormai noti, anche ai non addetti ai lavori. Basta guardarsi intorno, per accorgersi che i giovani e i giovanissimi sono una razza in via di estinzione.

Fino a qualche anno fa la nostra demografia era sostenuta dagli immigrati. Ma anch'essi si sono adeguati. Infatti, gli immigrati di seconda generazione hanno, in media, 1,9 figli per coppia. Un numero ben superiore rispetto agli italiani, ormai scesi a circa 1,3. Ma comunque in calo costante. E ormai al di sotto dell'equilibrio generazionale. Così invecchiamo, sempre di più. E diventiamo sempre più in-felici e scontenti, visto che è difficile essere ottimisti e soddisfatti quando si invecchia. E il futuro scivola dietro alle nostre spalle.

TABELLE - LE PAROLE DEL FUTURO

Aggiungiamo che i flussi migratori non ci vedono solo come un Paese di destinazione. Ma soprattutto di passaggio, visto che buona parte degli immigrati che giunge in Italia lo fa per andare altrove. In Germania e in Gran Bretagna, anzitutto. Peraltro, anche l'Italia è divenuta Paese di "emigrazione". Nell'ultimo periodo, infatti, sono espatriati, in media, oltre 100 mila italiani l'anno. Nel 2016: 106 mila. In maggioranza: giovani, fra 18 e 34 anni. Con titolo di studio e livelli professionali elevati. Se ne vanno dall'Italia perché qui non trovano sbocchi occupazionali adeguati.

Ormai, si tratta di una convinzione diffusa e consolidata: circa 6 persone su 10, infatti, pensano, realisticamente, che i figli - a differenza del passato - non riusciranno a riprodurre o, a maggior ragione, a migliorare la posizione sociale dei genitori. Mentre 2 italiani su 3 ritengono che, per fare carriera, i giovani se ne debbano andare altrove. E si comportano di conseguenza. Se ne vanno e non ritornano. Per questo, la rappresentazione del mondo delineata dai giovani appare sempre più ripiegata sul passato. Sempre meno aperta. Il linguaggio riflette e ripropone, in modo marcato, questa visione.

Lo conferma il sondaggio dell'Osservatorio di Demos-Coop, dedicato al Dizionario dei nostri tempi, condotto e presentato nei giorni scorsi su Repubblica.

Le parole dei giovani, infatti, si distinguono e si caratterizzano proprio per questo. Perché richiamano il passato più del futuro. I giovani: guardano indietro. Ancor più dei loro genitori. La parola "Speranza", nella popolazione, è proiettata nel "futuro", da quasi due persone su tre. Ma fra i giovanissimi (15-24 anni) la proporzione si riduce sensibilmente: 57%. E fra i giovani-adulti (25-34 anni) crolla al 41%. La nostra gioventù: ha poca speranza. Tanto più nella transizione verso l'età adulta. Più che in avanti, pare scivolare indietro. Verso il passato prossimo. Per questo i giovani non credono molto nella "ripresa". I giovani-adulti ancor di meno. Più che a "riprendere" pensano a "resistere". Perché sono disillusi. Secondo loro, il "merito" conta poco, nel lavoro. E, in generale, nella vita. Oggi. E tanto più domani. Per questo di fronte all'Italia appaiono disillusi. Anche se non delusi.
 
Il problema, per loro, non è la "democrazia". Soprattutto i giovanissimi: ci credono. Magari con un po' di distacco. Perché sono cresciuti nell'era dei "Social media". E per loro l'orizzonte è marcato dalla "democrazia digitale". Il problema, invece, è proprio il futuro. Che non riescono a disegnare, ma neppure a immaginare. La famiglia, l'istituzione che ha sempre fondato e radicato la nostra società, oggi non basta più. Non perché abbia perduto importanza e significato. Al contrario. È sempre il riferimento obbligato per gli italiani. Un marchio oltre che un centro del nostro sistema. Ma, appunto, non garantisce più sicurezza nel futuro. Fra i giovani: molto meno che per il resto degli italiani. È in grado di offrire protezione, ma non proiezione. Tutela, ma non spinta.
 
Nel complesso, come abbiamo già osservato, il maggior senso di disagio pervade i giovani-adulti, fra 25 e 34 anni. Non più giovani. Non ancora adulti. Questo passaggio fra diverse stagioni della vita ne condiziona il sentimento. Perché i giovani-adulti non dispongono degli stessi strumenti per comunicare con gli altri. Per informarsi e per informare. La loro confidenza con i Social media, con il digitale: appare molto più limitata rispetto ai "fratelli minori". Cresciuti fra smartphone e tablet. Abituati a twittare prima che a parlare. Anzi, prima "di" parlare. Così, i giovani-adulti non riescono a vedere la "democrazia digitale" come metodo di governo di domani. Anzi, anche per questo, non sembrano molto convinti del futuro della democrazia.
 
L'orizzonte dei giovani e dei giovanissimi, d'altra parte, è oscurato dalla minaccia del terrorismo. Percepita in misura molto maggiore rispetto al resto della popolazione. Così, molto più degli adulti e dagli anziani, i giovani sembrano attratti dalle figure che riflettono e interpretano le paure del nostro tempo. I Nuovi Capi, che evocano Nuovi Muri. Popolari e populisti. Anzi, popolari perché populisti. Per tutti: Donald Trump.

Il Presidente degli USA, discusso per lo stile e i contenuti del suo messaggio, prima ancora che per le sue scelte politiche. Ebbene, secondo un quarto degli italiani, Trump è destinato ad avere più importanza. Domani. Nel futuro. Ma fra i giovani e ancor più fra i giovanissimi questa misura cresce ancora. Di più. Fino al 36%. Questi giovani: sembrano in difficoltà a orientarsi. A spingersi, a proiettarsi e a progettarsi. In avanti. A uno sguardo d'insieme, magari affrettato: evocano l'idea di una generazione che ha perduto la speranza. E non riesce a trovare buone ragioni per credere nel futuro. Questa generazione. Evoca un'ombra che incombe su tutta la nostra società. Perché i giovani sono il nostro futuro. E se i giovani perdono la speranza come possiamo sperare nel futuro della nostra società? Come possiamo sperare nel futuro?
 
© Riproduzione riservata 17 luglio 2017

DA - http://www.repubblica.it/politica/2017/07/17/news/se_i_giovani_non_sperano_nel_paese_-170953045/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2

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 il: Luglio 18, 2017, 04:34:59  
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La resistenza dei dirigenti di Stato, sono i più pagati d’Occidente
Nonostante il tetto ai compensi introdotto nel 2014 lo stipendio dei mandarini italiani è superato solo dagli australiani.
Intanto una pioggia di ricorsi blocca la pubblicazione dei patrimoni

Di SERGIO RIZZO
17 luglio 2017
 
L'ULTIMA rilevazione dell'Ocse sulle retribuzioni dei dirigenti pubblici dice quanto la trasparenza sia preziosa, e per alcuni versi anche dolorosa. Grazie a lei sappiamo che i mandarini italiani sono i più pagati del mondo sviluppato, con la sola esclusione dell'Australia.

Affermare tuttavia che con il tetto agli stipendi dei funzionari pubblici fissato tre anni fa in 240mila euro lordi l'anno non sia cambiato nulla sarebbe ingeneroso: qualche busta paga scandalosa (e immeritata) è stata per fortuna ridimensionata. Ma è sempre la media, con o senza quel tetto, che continua a fregarci.

I confronti parlano chiaro. La retribuzione media delle nostre figure burocratiche apicali è scesa fra il 2011 e il 2015 da 339.249 a 212.132 euro lordi. Il calo non è stato affatto trascurabile: meno 37,4 per cento. Nonostante una simile sforbiciata, però, siamo ancora ben al di sopra di quella dannata media dei Paesi sviluppati che aderiscono all'Ocse. Fissata, secondo la rilevazione di cui parliamo, in 160.627 dollari: 132.315 euro lordi.

Decisamente meglio è andata ai dirigenti di prima fascia, quelli immediatamente al di sotto del massimo livello apicale. Dopo l'introduzione del famoso tetto le loro retribuzioni medie, sempre secondo i calcoli dell'Ocse, sono infatti addirittura aumentate, seppur di poco: l'incremento dai 197.962 euro del 2011 ai 199.330 (lordi, ovvio) del 2015 è dello 0,7 per cento, che sale all'1,5 con la metodologia di calcolo Ocse, che tiene conto anche dei contributi previdenziali e dell'orario effettivo di lavoro. A questo proposito andrebbe ricordato che l'ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, prendendo proprio spunto dal raffronto internazionale aveva previsto risparmi di mezzo miliardo l'anno già a partire dal 2014. Ebbene, almeno in questo caso è accaduto il contrario. E qui siamo di nuovo al punto cruciale: la trasparenza. In questo nuovo studio, che peraltro ricalca i risultati della precedente analisi del 2013, l'Ocse precisa che non tutti i Paesi riportano nelle loro analisi i dati effettivi, come fa invece l'Italia. Da quattro anni, infatti, qui vige il principio della pubblicità dei compensi dei dirigenti pubblici. È la conseguenza di un decreto, il numero 33 del 2013, che però non è stato digerito da tutti gli interessati. Ma è nulla al confronto di ciò che è successo nel momento in cui si è deciso di estendere l'obbligo di trasparenza anche alle informazioni patrimoniali. Allora sono scoppiate improvvise allergie. Letteralmente incontenibili.

La battaglia comincia il 25 maggio 2016, quando la Funzione pubblica approva un decreto legislativo che impone ai dirigenti la pubblicazione della propria situazione economica e reddituale sui siti internet ufficiali di ogni singola amministrazione. E con le variazioni intervenute anno dopo anno. Nello stesso provvedimento viene specificato che la cosa riguarda tutti, ma proprio tutti, gli incarichi di livello dirigenziale: per capirci, anche quelli che vengono assegnati per decisione politica.

Tanto basta per innescare l'immancabile ricorso al Tribunale amministrativo, che il 2 marzo sospende senza battere ciglio l'efficacia della nuova misura. Affermano i giudici che è necessario considerare la "consistenza delle questioni di costituzionalità e di compatibilità con le norme di diritto comunitario sollevate nel ricorso", specificando di aver preso la travagliata decisione dopo aver valutato "l'irreparabilità del danno paventato dai ricorrenti discendente dalla pubblicazione online, anche temporanea, dei dati per cui è causa". Non bastasse, ecco un altro ricorso, stavolta del sindacato al quale si associano pure quattro burocrati, che contesta le linee guida emanate dall'Autorità nazionale anticorruzione per l'attuazione della norma del 2013 che prevede la trasparenza degli atti relativi agli incarichi di natura politica e dirigenziale. A quel punto l'Anac di Raffaele Cantone non può che fermare le macchine e sospendere tutto, in attesa del sospirato giudizio di merito del Tar. Che si prende tutto il tempo necessario, e forse anche qualcosina in più: sette mesi.

I giudici amministrativi hanno fissato la relativa udienza per martedì 10 ottobre 2017. Ovvero, 222 giorni dopo aver deliberato la sospensiva e a quasi un anno e mezzo dal decreto che imporrebbe l'obbligo di far conoscere ai cittadini anche i patrimoni dei dirigenti pubblici e la loro evoluzione durante lo svolgimento dell'incarico. Mentre tutti continuano a ripetere che la trasparenza è il migliore antidoto contro il cancro della corruzione.

© Riproduzione riservata 17 luglio 2017

Da - http://www.repubblica.it/economia/2017/07/17/news/la_resistenza_dei_dirigenti_di_stato_sono_i_piu_pagati_d_occidente-170953043/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P6-S1.8-T1

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 il: Luglio 18, 2017, 04:30:48  
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La rivoluzione che serve alla sinistra

Pubblicato il 18/07/2017 - Ultima modifica il 18/07/2017 alle ore 07:00

GIOVANNI ORSINA

La sinistra italiana ha tutta l’aria di star sulla soglia d’un rivolgimento radicale. La svolta potrebbe forse avvenire prima delle prossime elezioni, o magari dopo, né si sa bene dove porterà. Mi sembra tuttavia difficile che l’assetto esistente possa durare ancora a lungo.

Le ragioni dell’instabilità corrono lungo tre cerchi concentrici: l’ideologia, il partito, il leader. Il cerchio più largo non è soltanto italiano: la sinistra è in difficoltà pressoché ovunque, perché sono venute meno le parole d’ordine con le quali, fra gli Anni Settanta e i Novanta del secolo scorso, aveva risposto al tramonto della tradizione progressista novecentesca, della classe operaia e del welfare state. A voler molto semplificare, quelle parole d’ordine sono due, cosmopolitismo e diritti. E non funzionano più perché è entrata in crisi l’antropologia sulla quale si fondano. Un’antropologia ottimistica fatta di tolleranza, solidarietà, fiducia nel prossimo e nel futuro, identità pacifiche e compatibili l’una con l’altra. 
 
Per almeno un trentennio le culture di segno progressista hanno cercato d’imporre questo modello antropologico come l’unico eticamente legittimo, e nel contempo si sono illuse che avesse ormai trionfato. I nostri tempi si stanno però incaricando di dimostrare che la vittoria di quel modello, se mai c’è stata, è stata ben più precaria e provvisoria di quanto non si pensasse o sperasse. E le élite progressiste sono di colpo messe di fronte a una realtà che non soltanto trovano ripugnante, ma da lungo tempo credevano fosse del tutto superata, e che non sanno quindi come affrontare. L’evidente contraddizione politica d’un Partito democratico che per un verso vuole aiutare i migranti «in casa loro», per un altro concedere lo ius soli – tanto per prendere un esempio –, è figlia anche di questo stato confusionale.
 
Ma le difficoltà del Pd – per venire al secondo dei cerchi concentrici – non sono soltanto ideologiche, e hanno profili specificamente italiani. Almeno tre. Il primo è la sua storica fragilità identitaria, dipendente per tanti versi dal peso della tradizione post-comunista, «croce e delizia» – ossia portatrice d’un saldissimo ancoraggio organizzativo, territoriale e morale, ma irrimediabilmente minoritaria. È una contraddizione che affligge la sinistra italiana fin dal 1994, che può spiegare molto della sua storia dell’ultimo ventennio, e che ha un peso ancora oggi – pure se siamo ormai giunti alla stretta finale, con ogni probabilità, il post-comunismo essendo sulla via del tramonto. Il secondo profilo specificamente italiano della crisi del Pd, e della sinistra in generale, è rappresentato da un’antica tradizione di frazionismo e litigiosità. Il logoramento evidente d’un partito che ha governato per anni il Paese, la maggioranza delle Regioni e dei Comuni – infine – è il terzo profilo.
 
Facendo forza sulla leadership (terzo cerchio), Renzi ha tentato di superare di slancio la crisi ideologica e di «sfondare» al centro, anche se lo ha fatto in maniera confusa e troppo palesemente strumentale. Ha cercato poi di rimediare all’incertezza identitaria e al frazionismo. Malgrado il disegno avesse indubbiamente un senso, tuttavia, Renzi ha fallito – col contributo determinante, per altro, del terzo fattore che ho menzionato sopra, il logoramento del potere. E, a più di sette mesi dal 4 dicembre, il suo fallimento appare con sempre maggiore chiarezza come un punto di non ritorno.
 
Nel non volerlo considerare tale, nel vagheggiare la rivincita, nella bulimia comunicativa, il segretario democratico pare comportarsi come quegli innamorati che, piantati dalla fidanzata, non si danno per vinti, implorano e insistono. E nel loro affanno crescente non si accorgono che stanno rendendo sempre più palesi proprio quei difetti per i quali la fidanzata li ha lasciati, e che la poveretta si va esasperando sempre di più. Non vedono insomma – o non se ne curano – che il loro comportamento non risolve e compone più, ma accresce il caos.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/18/cultura/opinioni/editoriali/la-rivoluzione-che-serve-alla-sinistra-UBQDn9C6xurkrpMT18gDqL/pagina.html

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