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Dallo stallo tedesco all’Ungheria xenofoba.
Tutte le crepe Ue che spaventano i mercati

La crescente instabilità rischia di allontanare gli investitori

Pubblicato il 23/02/2018

FRANCESCO GUERRERA
LONDRA

Il pericolo-Italia ritorna a spaventare l’Europa. A lanciare l’allarme è stato Jean-Claude Juncker in un’esternazione che ha fatto scalpore a Roma, innervosito Bruxelles e fatto paura ai mercati. 

Il presidente della Commissione europea si è detto preoccupato dello «scenario peggiore» nel dopo-elezioni, «cioè un governo non operativo in Italia». È un bell’eufemismo per spiegare la paura che aleggia nei corridoi del potere dell’Unione Europea e tra i trader delle banche d’affari. Dopo mesi in cui le varie, troppe, fazioni politiche avevano rassicurato alleati, investitori e connazionali che il 4 marzo non avrebbe portato al caos, è arrivato Juncker a guastare la festa. 

Ma l’Italia non è l’unica mina vagante nel panorama politico europeo. Il Vecchio Continente è pieno zeppo di governi, Paesi e partiti «non operativi», a dirla con Juncker. Facciamo due passi in Europa: Polonia e Ungheria sono in mano a regimi reazionari e beceri che trattano l’Ue come uno zerbino; il governo austriaco è puntellato dai militanti di estrema destra del Partito della Libertà, grande fautore di Vladimir Putin.

Nel Regno Unito, Theresa May traballa sul ponte del Titanic targato Brexit, mentre in Spagna Mariano Rajoy sta facendo l’impossibile per non soccombere alla forza centrifuga della Catalogna. Per fortuna che c’è la Germania. No, un momento. La locomotiva storica dell’Ue è paralizzata dal voto dei social-democratici su una «Grande Coalizione» che non sembra grande a nessuno. 

Una sfortunata coincidenza storica vuole che i risultati di quel plebiscito verranno rivelati poco prima delle elezioni italiane, creando un mix potenzialmente esplosivo per politica e mercati. Persino in Francia, la luna di miele dell’enfant prodige Macron sta per finire. 

La buona notizia, per il momento, è che l’economia dell’Ue è in condizioni decenti – thank you, Mr Draghi – e che gli altri grandi blocchi non stanno proprio benissimo, certo non gli Usa dilaniati dal trumpismo. Ma siamo ormai alla fine di un periodo di (relativa) tranquillità europea che dura da anni – dalla fine della crisi dell’euro nel 2012, passando per l’inizio dell’enorme stimolo della Banca centrale europea tre anni fa, fino alla rispettabile crescita economica attuale. Checché succeda nelle urne italiane, nel ballottaggio tedesco o nel ventre del partito conservatore inglese, stiamo per entrare in un periodo di turbolenza: l’intervento di Juncker è l’avviso del pilota ad allacciare le cinture di sicurezza. Come spesso accade, saranno i mercati a decidere se questo sia l’inizio di una nuova crisi europea o un semplice momento-no in un’Unione che fa dell’inquietudine la sua ragione d’esistere.
La dicotomia è ovvia e preoccupante: i politici amano l’incertezza perché è solo negli interstizi dell’incertezza che trovano lo spazio per compromessi e accordi. Gli investitori odiano l’incertezza perché non gli permette di calcolare con precisione i propri ritorni. E quando gli investitori non possono divinare il futuro, vendono. Basta guardare allo spread tra obbligazioni italiane e tedesche: dopo i commenti di Juncker, è salito di quasi il 4 per cento, un rialzo allarmante, soprattutto perché la Germania non è in salute perfetta. 

Gli ottimisti dicono che Juncker e i mercati stanno esagerando. Anzi, sostengono che sia positivo che le paure escano fuori adesso. Se i vari risultati sono migliori delle aspettative, gli investitori ritorneranno in massa a comprare beni ed obbligazioni dell’Ue. Non è certo impossibile. Warren Buffett, il più grande investitore del mondo, consiglia sempre di essere «avidi quando gli altri sono timorosi e timorosi quando gli altri sono avidi». E so di un gestore di hedge fund che sta comprando un po’ di tutto, allettato dai prezzi bassi e dalla convinzione che le cose miglioreranno sia in Italia sia in Germania.

Un banchiere della City mi ha persino detto che le parole di Juncker sono un classico caso di psicologia dei contrari: parlare del peggio per farsi sorprendere dalla realtà. Speriamo abbia ragione. Per il momento, chi guarda verso l’orizzonte europeo vede una nuvola a forma di stivale.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/02/23/esteri/dallo-stallo-tedesco-allungheria-xenofoba-tutte-le-crepe-ue-che-spaventano-i-mercati-rXyXkg8iu9EH4UKjVpH1dM/pagina.html

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Ue, a Bruxelles si discute di bilancio post Brexit e nomine.
L'Italia rischia di perdere fino a 50 miliardi
Oggi i capi di Stato e di governo terranno la prima discussione sul bilancio europeo 2020-2027.
Causa Brexit le risorse si restringeranno e in più sarà necessario finanziare le nuove politiche Ue come difesa, migranti e digitale.
Per finanziarle si pensa di tagliare i fondi di coesione e i sussidi all’agricoltura, con l'Italia che rischia di perdere fino a 50 miliari di euro.
Prime trattative anche sulle nomine dei prossimi leader dell'Unione

Dal nostro corrispondente ALBERTO D'ARGENIO
23 febbraio 2018

BRUXELLES - Soldi ed elezioni al centro del primo vertice europeo dell’anno. Oggi a Bruxelles, senza Theresa May, i capi di Stato e di governo terranno la prima discussione sul bilancio europeo 2020-2027. Causa Brexit le risorse si restringeranno e in più sarà necessario finanziare le nuove politiche Ue come difesa, migranti e digitale. Per finanziarle Bruxelles pensa di tagliare i fondi di coesione e i sussidi all’agricoltura, con l’Italia che rischia di perdere fino a 50 miliardi.

Partita ad alta tensione anche la volontà di legare i fondi Ue a diverse condizionalità: l’Est si scaglierà contro le proposte care a Italia, Francia e Germania di vincolarli al rispetto dei diritti (vedi Polonia) e all’accoglienza dei migranti (tutto il gruppo di Visegrad). Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, invece cercherà di respingere l’idea che i soldi non vadano a chi non rispetta i parametri sui conti pubblici. Siamo soltanto alla prima discussione, il dibattito entrerà nel vivo dopo maggio.

C’è poi la discussione sulla nomina del prossimo presidente della Commissione europea, nel 2019. Il Parlamento europeo difende il sistema degli Spitzenkandidaten usato nel 2014: il candidato presidente del partito europeo che vince le elezioni Ue (nel 2014 Jean-Claude Juncker con il Ppe) diventa automaticamente capo dell’esecutivo comunitario. Diversi leader, a partire dal presidente francese Emmanuel Macron, sono contrari per non perdere la loro prerogativa di scegliere il successore di Juncker (e di non regalarlo ai popolari, che anche nel 2019 saranno il primo partito europeo).

Si pensa a un compromesso: nella scelta i capi di Stato e di governo dovranno tenere conto del risultato elettorale. Di fatto il frontman del partito vincente sarà il primo a ottenere l’incarico, ma senza automatismi, passerà solo se troverà una maggioranza al Parlamento europeo e in seno ai governi. Altrimenti sarà scartato. Un modo per socialisti e liberali di sperare, magari con una alleanza già nei pensieri di Macron e Matteo Renzi, di scalzare il Ppe dal vertice di Bruxelles. Ma la giornata per Gentiloni potrebbe essere utile anche per un chiarimento politico a ridosso delle elezioni dopo che ieri Juncker ha lanciato l’allarme sul rischio mercati nel caso le urne non restituiscano al Paese un governo forte e stabile.

© Riproduzione riservata 23 febbraio 2018

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2018/02/23/news/vertice_ue_bilancio_post_brexit-189545722/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S1.8-T1

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 il: Oggi alle 12:43:28  
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Boldrini: "Tra Pd e Fi guanti bianchi e prove tecniche di intesa"

La presidente della Camera a Circo Massimo, in onda su Radio Capital: "Con il M5S sono più i punti che ci dividono da quelli che ci uniscono".

Martina (Pd) "Chi aiuta Forza Italia e Lega è chi, come Leu, divide il centrosinistra"

23 febbraio 2018

La presidente della Camera Laura Boldrini taglia corto sulla possibilità di un accordo tra Leu e il M5S: "Dal rapporto con il sindacato all'antifascismo, sono più i punti che ci dividono di quelli che ci uniscono", spiega a Circo Massimo in onda stamattina su Radio Capital.

"Il M5s - dice Boldrini - ha una determinata connotazione in senso negativo sull'immigrazione, ha lanciato una campagna denigratoria di delegittimazione delle Ong che dovremmo invece ringraziare perché hanno salvato decine e decine di vite". Senza dimenticare che "c'è stata una campagna violenta contro di me orchestrata dallo stesso Grillo"

Sono invece evidenti, per Boldrini, i segni di un'intesa vicina tra il Pd e Forza Italia: "Ci sono guanti bianchi tra Renzi e Berlusconi, il che fa pensare male. Pd e FI non si sfiorano neanche nel dibattito pubblico, ai maligni fa pensare che ci sia già un'alleanza. Ci fa pensare che questo voto utile di cui parla il Pd sia per un'alleanza tra Renzi e Berlusconi. Mi sembra che in questa campagna elettorale ci siano delle prove tecniche" in atto, come quando "Lorenzin e Bonino parlino di larghe intese".

Da Ravenna, dove si trova per un appuntamento elettorale, arriva la replica del vicesegretario del Pd, Maurizio Martina: "Vorrei dire a Laura Boldrini che i fatti sono più chiari delle parole. Chi divide il centrosinistra aiuta la destra nei collegi territoriali e purtroppo Leu ha scelto questa via, aiutando nei fatti Forza Italia e Lega contro il centrosinistra unito che in ogni realtà si batte per vincere su Berlusconi, Salvini e Di Maio".

In ogni caso, se le larghe intese passassero attraverso un accordo con il M5s, impossibile da lasciare fuori in caso di scorpacciata elettorale, l'ipotesi di lasciare la presidenza della Camera a Di Maio non entusiasma affatto Laura Boldrini.  "Voleva fare il presidente del consiglio, no? Non ho capito come hanno fatto le liste, ora spunta un candidato a Potenza indagato per riciclaggio, c’è chi abbandona prima ancora di essere eletto… Mi pare che Di Maio non sia stato molto capace, ha accentrato su di sé e il risultato è negativo".

"La presidenza della Camera - continua Boldrini - vorrei lasciarla a qualcun altro, magari con più rispetto per le istituzioni. Durante questa legislatura abbiamo tagliato 350 milioni di euro, e spesso il M5s era contrario. Li abbiamo visti presiedere l'aula e poi uscire con l'altoparlante ad aizzare le persone davanti a Montecitorio. Sono incongruità".
 
Molto critica anche sulla posizione - "Più turisti, meno migranti", espressa da Roberta Lombardi sui manifesti pubblicitari: "Sono manifestazioni di grettezza e mancanza di visione, ai migranti devi dare la possibilità di integrarsi nel tessuto sociale. In Italia ci sono 5 milioni di migranti, contribuiscono all'8% del Pil. Poi ci sono gli irregolari, e gestire il fenomeno è molto complicato. Contrapporre i turisti ai migranti è molto squallido".
 
E' ottimista, infine, sulla possibilità che Leu esca dalle urne con un risultato a due cifre: "Me lo aspetto, sì. Girando in Lombardia vedo sempre tanta partecipazione, anche da persone non dell’ambiente strettamente di sinistra".

© Riproduzione riservata 23 febbraio 2018

Da - http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni2018/2018/02/23/news/boldrini_a_circo_massimo-189542524/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

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 il: Oggi alle 12:41:06  
Iniziato da Arlecchino - Ultimo post da Arlecchino
Nel PD s'insiste nell'errore, grave, di considerare CentroSinistra chi non vuole avere nulla a che vedere con quel pensiero socio-politico.

La Sinistra massimalista non è la Sinistra progressista. La Sinistra riformista non è la Sinistra rivoluzionaria.

Chi ha come scopo finale la rivoluzione e la conquista del potere con il rovesciamento del "Sistema socio-politico" attuale (più o meno pacifico) non si considera e non lo si deve considerare di CentroSinistra.

Dai governi Prodi lo stanno dimostrando (per non parlare degli anni 20 del secolo scorso).

Da Fb del 23 febbraio 2018 (Boldrini)

ggiannig

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 il: Febbraio 22, 2018, 06:06:07  
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L'economista King: "Bassa crescita e disuguaglianze: così la globalizzazione è entrata in crisi"

Consulente economico di Hsbc, Stephen D. King è autore di "Il nuovo mondo", saggio sul tramonto del mito dell'infallibilità dell'economia globalizzata.

Ma il futuro non è già scritto: "Non c'è solo la Cina, il rischio è un ritorno alle antiche rivalità regionali"

Di FLAVIO BINI
04 Febbraio 2018

L'economista Stephen D. King, autore di Il Mondo nuovo - La fine della globalizzazione e il ritorno della storia
MILANO – Forze populiste che esplodono incontrollate, organizzazioni sovranazionali abbandonate per via referendaria, la patria del neoliberismo mondiale che si riscopre inaspettatamente protezionista. Qualcosa nel mito inesorabile e infallibile della globalizzazione si è rotto, e un nuovo scenario va delineandosi. È questo "Il mondo nuovo" descritto da Stephen D. King, consulente economico di Hsbc nel suo libro, un saggio che ha già fatto molto parlare di sé all'estero e da poco arrivato anche in Italia edito da Franco Angeli.

Siamo sempre stati abituati a pensare alla globalizzazione come a un fenomeno irreversibile. Il suo libro suggerisce il contrario. Che cosa dobbiamo attenderci esattamente dal futuro: la fine della globalizzazione o la fine di “questa” globalizzazione?
"La storia del mondo lascia intendere che la globalizzazione possa avere alti e bassi. Certamente è facile sostenere che il testimone della globalizzazione stia semplicemente passando dagli Stati Uniti alla Cina, ma in realtà, non è così semplice".

Perché?
"L’Occidente è nei guai in parte perché negli anni passati a causa della frenata della crescita e dell’aumento delle disuguaglianze per molto cittadini si è rotta la luna di miele con la globalizzazione. Molti paesi dubitano comunque delle reali intenzioni della Cina e non si trovano a proprio agio con una leadership non occidentale e che non sia portatrice dei valori liberal democratici. In conclusione: potrebbe delinearsi una competizione per la leadership globale, ma è più facile che questo porti più che altro a rivalità a livello regionale".

La Cina è l'unico Paese che può prendere il testimone degli Usa come guida della globalizzazione?
"No, e lo vediamo ad esempio dal tentativo delle altre nazioni di andare avanti con il TPP.

Anche se è difficile escludere che la Cina sia la nuova superpotenza in grado di contendere agli Usa la leadership mondiale. La sua forza di gravità è forte e cresce anno dopo anno. Sta creando nuove istituzioni per difendere i propri interessi, come il Partenariato Economico Regionale Globale, la Banca asiatica di investimento per le infrastrutture o l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai.  È sempre più aggressiva nel Mar cinese meridionale e attraverso la strategie Belt and Road sta proponendo uno scenario di vantaggi economici sotto una leadership cinese. Stiamo andando verso un mondo in cui si fronteggiano diverse versioni della globalizzazione".

Un po’ a sorpresa, Davos ha riservato un’accoglienza positiva a Trump. Le elite si sono giù riconciliate con il presidente Usa?
"La partecipazione di Trump a Davos è stata in parte pensata per dimostrare che la politica “dell’America First” non era in nessun modo incompatibile con un’economia globale integrata. Come ha spiegato lo stesso presidente 'America First non significa America alone' (sola ndr). Non vede l’ora di sottolineare che se corre l’economia Usa è un bene per il mondo intero. Ma questo approccio ha alcune criticità".
 
Ad esempio?
Prima di tutto vuole impostare relazioni bilaterali con i Paesi sul commercio e sulle dispute legate alla proprietà intellettuale, minando così le istituzioni che governano le regole del gioco internazionali. Se anche tutti gli altri si comportassero così, queste stesse regole sarebbero presto rimpiazzate dal caos. Inoltre l'economia Usa è molto più piccola di un tempo, pensare di legare il destino delle economia mondiali a quella degli Usa potrebbe semplicemente portare gli altri Stati a formare i propri accordi interazionali senza gli Stati Uniti.

Il presidente Usa di recente ha introdotto dazi su alcune categorie di prodotti. Come pensa che potrà rispondere l'Europa a questa accelerazione protezionistica?
"Le regole contano. Uno dei maggiori successi dell’equilibrio del secondo dopoguerra è stato un sistema di regole condivise che ha portato i Paesi a convivere in pace. Il protezionismo rischia troppo spesso di portare a ritorsioni, in un gioco che non è a somma zero. Il tema non sono tanto i dazi americani, ma piuttosto quanto le istituzioni della globalizzazione siano perennemente messe in discussione dai sentimenti nazionali. Tutti i Paesi possono finirne vittima, con il rischio di una corsa verso il basso sul piano economico".
 
Il presidente della Bce Draghi ha messo in guardia sulle turbolenze legate all’andamento delle valute. Siamo alla vigilia di una nuova guerra valutaria?
"Non credo che le guerre valutarie siano mai finite. In un mondo in cui gli stimoli monetari funzionano spesso attraverso i tassi di cambio, è abbastanza ovvio che le banche centrali abbiano cercato di ottenere un vantaggio. C’è di buono che al momento l’economia mondiale attraversa una fase di crescita diffusa e questo in teoria dovrebbe ridurre la necessità di ricorrere a svalutazioni competitive. La storia però in questo caso ci torna utile"
 
Perché?
"Tutte le volte in cui gli Stati Uniti hanno abbandonato la retorica del dollaro forte  sono sempre state associate a sconvolgimenti finanziari: la fine dei tassi di Bretton Woods nei primi anni ’70 e il crollo della Borsa nel 1987".

Lei sostiene che le istituzioni sovranazionali stiano perdendo forza. Ma in Germania, Francia e molto probabilmente anche in Italia, solo forze chiaramente pro europeiste sembrano in grado di formare un governo. Paesi che ricevono un mandato elettorale forte ma diametralmente opposto, come la Grecia, poi finiscono comunque per dovere sottostare a regole sovranazionali. Se la globalizzazione è in crisi, la democrazia è in una crisi ancora più profonda?
"Non c’è dubbio che i Paesi europei dovrebbero sperare di non essere mai trattati come hanno trattato la Grecia. Ma questo ha a che fare con come storicamente la nazione creditrici trattano quelle debitrici. Le difficoltà di oggi penso abbiano a che fare con il fatto che non tutti i Paesi negli ultimi anni hanno sperimentato un netto miglioramento delle proprie condizioni di vita. Stiamo assistendo a un sempre più frequente scaricabarile nazionalista in cui si cerca di dare la colpa delle proprie difficoltà interna e influenze esterne. Potrebbe sembrare un segno di democrazia, ma di fatto minaccia di mettere in discussione un forte consenso globalista costruito dopo la seconda guerra mondiale".
 
Lei è molto critico nei confronti dell’euro nel suo libro. E l’euro sta diventando sempre di più un carburante che alimenta i populismi. Come pensa che debba essere riformato per restituire fiducia nel progetto europeo?
"È un tema da maneggiare con cura, non vorrei passare per il solito euroscettico anglosassone. Molte unioni monetarie hanno successo perché i cittadini dei vari Paesi riconoscono in qualche modo che sono politicamente ed economicamente dipendenti gli uni dagli altri".
 
Quindi cosa bisognerebbe fare?
"Primo, creare un ministero unico delle Finanze per l’Eurozona e un sistema fiscale federale. Secondo, creare un autorità di arbitrato per disciplinare le crisi legate alla bilancia dei pagamenti. Nel mio libro propongo di chiamarla Organizzazione Globale dei Flussi finanziari".

© Riproduzione riservata04 Febbraio 2018

Da - http://www.repubblica.it/economia/2018/02/04/news/stephen_king_intervista_globalizzazione-187656568/?ref=RHPPBT-VE-I0-C6-P11-S1.6-T1

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 il: Febbraio 22, 2018, 05:55:27  
Iniziato da Admin - Ultimo post da Arlecchino
Buon compleanno, candidato senatore

FRANCESCO LAFORGIA parla di nemesi della politica: “Il Senato che doveva essere cancellato dalla riforma costituzionale di Renzi, sarà la vera arena politica della prossima legislatura perché a Palazzo Madama si sono candidati Matteo Renzi e Matteo Salvini”.

E anche Laforgia è candidato al Senato per Liberi e uguali. Candidato per un pelo. Ha infatti appena compiuto l’età per presentarsi nelle liste del Senato: 40 anni, essendo nato il primo febbraio del 1978.

Ha fatto a braccio di ferro in Leu: il partito voleva mandarlo lontano dalla Lombardia in un listino della Camera sicuro in Puglia o altrove. Lui ha tenuto duro: “Preferisco Milano, grazie. Qui ho fatto attività politica da sempre”. E infatti Laforgia è stato coordinatore milanese del Pd, tessendo la tela che portò all’elezione di Giuliano Pisapia sindaco, prima di passare con Pierluigi Bersani e Roberto Speranza nel nuovo partito della sinistra. Quando sembrava che proprio a Milano, dove si è candidata Laura Boldrini alla Camera non ci fosse modo e maniera, Laforgia ha spiazzato i compagni alle prese con le liste: “Io vado al Senato”, ha chiesto. E carta d’identità alla mano, ha mostrato che i requisiti c’erano e anche le condizioni per farcela. E’ in due listini proporzionali capolista e anche nell’uninominale.

“Buon compleanno, senatore”: lo hanno salutato i compagni accettando la proposta prima di presentare le liste. Se sarà eletto, sarà il più giovane senatore della prossima legislatura.

Dice di sentirsi come un soldato alla campagna d’inverno: “C’è nel paese un clima di grande ostilità nei confronti della politica”. Giovedì a Milano con Piero Grasso e Laura Boldrini proveranno a convincere gli indecisi in una convention alla Camera del Lavoro alle 18.

Giovanna Casadio

da - http://politiche2018.blogautore.repubblica.it/buon-compleanno-candidato-senatore/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S2.5-T2


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 il: Febbraio 22, 2018, 05:53:16  
Iniziato da Arlecchino - Ultimo post da Arlecchino
Non so se occorre aumentare le risorse alla Sanità Regionale, già con servizi ai malati decimati.

So per certo che bisogna eliminare la disorganizzazione (spesso pilotata per scopi terzi), bisogna migliorare la professionalità di molti medici "distratti" da fatti loro, so che bisogna eliminare la criminale tendenza a ritardare le prestazioni ai malati per spingerli a "prestazioni professionali" a pagamento (spesso in nero) ecc. ecc.

Non ho cognizione diretta e particolareggiata, su sprechi e corruzione, ma immaginare il peggio non richiede molta immaginazione.

Prima o poi la magistratura ci dirà regione per regione chi è il peggiore dei mali locali.   

ciaooo

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 il: Febbraio 22, 2018, 05:50:43  
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Un nuovo sistema elettorale per rilegittimare la politica e i partiti
Anche le prossime elezioni probabilmente non vedranno alcuno schieramento ottenere la maggioranza dei seggi.
Un modo per risolvere il problema potrebbe essere quello di adottare il sistema elettorale francese, il maggioritario a doppio turno con ballottaggio

Di PIERO IGNAZI *
22 febbraio 2018

Questo è un articolo dell'Atlante elettorale della Società Italiana di Studi Elettorali (Sise) che - in collaborazione con Repubblica - offre ai lettori una serie di uscite settimanali in vista delle elezioni politiche del 2018. La Sise promuove dal 1980 la ricerca nel campo delle elezioni, delle scelte di voto e del funzionamento dei sistemi elettorali. L'Associazione si avvale del contributo di giuristi, sociologi, storici e scienziati della politica, con l'obiettivo di favorire la discussione attraverso l'organizzazione di convegni di taglio accademico aperti anche al contributo di politici e commentatori.

È molto probabile che dopo le elezioni ci troveremo di fronte ad un impasse, in quanto nessuno schieramento avrà ottenuto la maggioranza dei seggi. A meno che non si registri, ancora una volta, qualche transumanza da uno schieramento all'altro nelle aule parlamentari.

Del resto, la pratica del cambio di casacca si è così radicata nel nostro parlamento da non suscitare più il minimo scandalo. Chi voleva partiti destrutturati e centrati sugli elettori ha avuto ciò che ha predicato anche se, forse, non si aspettava un esito così 'devastante'; ma con uno sguardo lungo, alla Carlo Tullio Altan, si poteva ben vedere quali sono le costanti del far politica in Italia. In fondo, i partiti organizzati sono stati una parentesi. Ed hanno resistito a lungo nel dopoguerra grazie - mi si permetta il paradosso - all'esperienza del totalitarismo fascista. Ma oggi, nell'era della fluidità e della liquidità, tutto ritorna, e così il notabilato d'antan si attaglia bene a strutture partitiche sempre più permeabili alle risorse individuali che ciascun dirigente può portare in dote. Come se ne esce per rilegittimare la politica e i partiti?

I punti su cui agire sono molti, da una più pervasiva intrusione della legge nell'attività dei partiti stessi a modalità di finanziamento premiali e non punitive (come invece è stato fatto con l'attuale norma: un cedimento al peggior populismo), da criteri vincolanti per la selezione della classe dirigente a meccanismi che rendano effettiva la responsabilità degli eletti. E l'elenco potrebbe continuare.

Qui mi limito a suggerire un intervento sul sistema elettorale riproponendo un'ipotesi che Luciano Bardi, Oreste Massari e il sottoscritto, sotto l'egida di Giovanni Sartori, presentammo all'attenzione dei politologi (con una ampia ricezione) e dei parlamentari (con qualche gentile attenzione, ma senza alcuna implementazione) alla fine del 2014. Si tratta della introduzione del sistema elettorale francese, il maggioritario a doppio turno con ballottaggio. Perché cambiare ancora? E perché rivolgersi proprio Oltralpe?

In primo luogo perché l'attuale sistema elettorale è del tutto screditato: viene disconosciuto anche dai suoi padri e si dimostrerà del tutto inadatto a garantire la rappresentatività e a favorire la governabilità. Tutti convengono che vada modificato.

In secondo luogo perché il sistema maggioritario a doppio turno, oltre ad aver dato buona prova di sé in Francia, presenta alcuno almeno quattro vantaggi:
- riduce la frammentazione partitica;
- favorisce la costruzione di maggioranze alternative;
- legittima l'eletto con una ampia percentuale di votanti;
- facilita un rapporto diretto e potenzialmente più "fiduciario" tra cittadini e rappresentanti.
 
Se vogliamo entrare più in dettaglio, il sistema francese:
- non deprime la competizione, perché nessuno parte necessariamente sconfitto: al primo turno un brillante candidato di un piccolo partito può superare la soglia di sbarramento, e poi se la "giocherà";
- pur consentendo una competizione equa anche ai partiti minori non favorisce la frammentazione, in quanto la soglia di sbarramento punisce le liste velleitarie; ovviamente la soglia di sbarramento deve essere elevata, pari almeno al 15% dei votanti;
- facilita le aggregazioni tra i partiti al fine di presentare un candidato comune tanto al primo turno (per superare lo sbarramento) quanto e soprattutto al secondo turno (per vincere);
- porta alla luce del sole e definisce prima del voto tali alleanze, prefigurando in tal modo le future coalizioni governative;
- rinsalda, con il voto a un candidato nel collegio uninominale, il rapporto tra elettori e rappresentanti;
- fornisce maggiore legittimazione ai parlamentari in quanto essi sono eletti, nei loro collegi, con una quota di consensi elevata e, come insegna il caso francese, spesso a maggioranza assoluta.
 
Il sistema maggioritario a doppio turno appare quindi il più adatto a contenere la frammentazione, a rafforzare i rapporti fiduciari con gli eletti, a favorire la formazione di coalizioni e a scegliere una coalizione per il governo, consentendo una competizione bipolare e una democrazia dell'alternanza. Tutte caratteristiche che molti elettori e molti politici dicono di perseguire. Eppure solo il Pd, come in precedenza il Pds e i Ds, si è schierato a favore di questo sistema. Mentre a destra, Lega e Forza Italia - ma non Alleanza Nazionale che sostenne nel 1999 il referendum per l'abolizione della parte proporzionale del Mattarellum - si sono sempre opposti perché venivano penalizzati negli scontri uninominali. Di qui lo stallo. Ora però c'è un altro attore, il Movimento 5 Stelle. Che tuttavia predilige un sistema proporzionale. Una predilezione incomprensibile visto che, come è stato detto, i 5 Stelle sono una "macchina da ballottaggio". Ma proprio per questo, forse, possono cambiare orientamento.
 
* Piero Ignazi è professore di Scienza Politica presso l'Università di Bologna

© Riproduzione riservata 22 febbraio 2018

Da - http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni2018/2018/02/22/news/un_nuovo_sistema_elettorale-189366797/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S2.5-T2

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 il: Febbraio 22, 2018, 05:48:39  
Iniziato da Arlecchino - Ultimo post da Arlecchino
Elezioni, Juncker: "In Italia governo non operativo".
Gentiloni: "Nessun pericolo di salto nel buio
Presidente Commissione Ue: "È lo scenario peggiore. Possibile forte reazione mercati".
Bonino (+Europa): "Non facciamo gran figura serietà".
Fratoianni (Leu): Ci faccia il piacere- conclude Fratoianni- di tacere".
M5s: "Ingerenza, stop diktat da Bruxelles".
Salvini: "Quando dice una cosa accade sempre il contrario"

22 febbraio 2018

BRUXELLES - "C'è un inizio di marzo molto importante per l'Ue. C'è il referendum Spd in Germania e le elezioni italiane, e sono più preoccupato per l'esito delle elezioni italiane che per il risultato del referendum dell'Spd" sull'accordo di grande coalizione con la Cdu-Csu di Angela Merkel. Lo ha detto il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, secondo cui "dobbiamo prepararci allo scenario peggiore. Il peggiore scenario potrebbe essere nessun governo operativo in Italia". Assieme all'incertezza in Spagna, ha aggiunto, é possibile "una forte reazione dei mercati nella seconda metà di marzo, ci prepariamo a questo scenario". "Non mi faccio illusioni sull'Europa", conclude poi Juncker, "meglio non essere troppo ottimisti". Secondo il presidente della Commissione, quella di "inizio marzo sarà una settimana molto importante nell'Ue".

 Una uscita, quella di Juncker, che ha suscitato la replica del premier italiano e reazioni negative da parte di +Europa, Leu, M5s e Lega.

"Tranquillizzerò Juncker - replica Paolo Gentiloni - a parte il fatto che i governi sono tutti operativi. I governi, governano". "Io - aggiunge il presidente del Consiglio - non sono d'accordo nel vedere queste elezioni come un salto nel buio. Non ho una paura del baratro".

"Juncker - commenta Emma Bonino a Corriere Live - al di là dei numeri, guarda anche alla legge elettorale che è pessima ed è stata fatta proprio per non avere una maggioranza. Non è che stiamo facendo una gran figura di serietà...".

"La preoccupazione di Juncker - attacca Nicola Fratoianni, di Leu - si rivolge ai mercati, quelli su cui nessun controllo in materia fiscale e contro la speculazione è stato messo in atto. Ci faccia il piacere di tacere".

"Ogni volta che Juncker parla - è il sarcasmo di Matteo Salvini, leader leghista - purtroppo o per fortuna accade l'esatto contrario di quello che ha detto".

"Il presidente Juncker eviti dichiarazioni che appaiano come vere e proprie ingerenze nella vita politica di uno dei Paesi fondatori dell'Unioni europea - tuona l'europarlamentare pentastellato Fabio Massimo Castaldo - la politica dei moniti e dei diktat di Bruxelles è morta e sepolta. "Sarà il M5s ad assicurare all'Italia un governo stabile, responsabile e più forte in Europa".

♦ CONFERENZA SAHEL: "UE PRIMO PARTNER AFRICA"
Juncker, alla vigilia della conferenza di 'alto livello' sul Sahel in programma domani a Bruxelles, ha confermato che "l'Ue è il primo partner del Sahel e dell'Africa in generale. Vogliamo aiutare questa Regione a essere più sicura e più forte e offrire opportunità per il futuro dei suoi abitanti, in particolare dei giovani".

La commissione ospiterà l'incontro, che sarà copresieduto dallo stesso Juncker, dal presidente in carica del G5 Sahel e presidente del Niger Mahamadou Issoufou, dal presidente della commissione dell'Unione africana Moussa Faki Mahamat e dal sottosegretario generale della Nazioni Unite incaricato delle operazioni di mantenimento della pace, Jean-Pierre Lacroix.

© Riproduzione riservata 22 febbraio 2018

Da - http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni2018/2018/02/22/news/elezioni_juncker_prepariamoci_a_governo_non_operativo-189476644/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

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 il: Febbraio 22, 2018, 05:47:41  
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Gentiloni: "Pd unico pilastro per le riforme"

Il premier durante un incontro a Milano a sostegno del candidato dem Giorgio Gori alla presidenza della Lombardia: "Invece che buttare a mare i risultati raggiunti bisogna fare meglio"

20 febbraio 2018

ROMA - "Vogliamo che il Pd sia protagonista con i nostri alleati nella prossima legislatura" della "seconda fase di riforme". "L'unico pilastro per questa stagione di riforme sono il Pd e i suoi alleati". A dirlo è il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni durante un incontro a Milano a sostegno del candidato del Pd alla presidenza della Lombardia. "Questa - ha aggiunto - è l'unica possibile strada per Italia che non va indietro ma avanti con le sue sfide".

"Sarebbe una follia dopo gli sforzi fatti da lavoratori e imprese per tirarsi fuori dai guai, andare fuori strada e buttare a mare i risultati raggiunti in questi anni: non possiamo permettercelo come Paese". Le riforme fatte durante il governo passato "sono risultati che sono solo una base preliminare per gli obbiettivi che dobbiamo proporci - ha proseguito - guai se confondiamo le cifre del Pil con la situazione delle nostre periferie e comunità". Infatti, in quella che il premier definisce la "seconda stagione di riforme", "per quante cose siamo risulti a fare, anche straordinarie nel campo della di lavoro, ambiente, inclusione sociale e diritti, il catalogo delle cose da fare rimane comunque enorme". La sua esortazione è ad essere "impegnati in una prospettiva futura e non solo nella rivendicare dell'azione svolta fin qui".

Il premier ammette un ritardo culturale sui temi ambientali. "Dobbiamo recuperare un ritardo culturale che non può essere un ritardo del Pd. Il Pd è partito democratico se considera centrale i valori dell'ambiente nei nostri quartieri, con la mobilità sostenibile" porta ad esempio Gentiloni, evidenziando che "su questo temi sono i giovani più avanti di noi".

Sposta poi l'attenzione sulla sicurezza delle periferie. "La qualità del vivere nei quartieri periferici è la condizione fondamentale per recuperare il valore della sicurezza e per contrastare le paure che ci circondano". Le paure dei cittadini vanno "guardate in faccia: inutile immaginare che non ci siano", esse infatti non si limitano ad essere "solo una percezione", secondo il premier, che ha ribadito: "Guardiamole in faccia e diamo delle risposte". Gentiloni ha poi ricordato l'impegno del suo e degli altri governi a guida Pd "contro la criminalità e a favore delle forze dell'ordine sul tessuto urbano", e ha aggiunto: "Abbiamo cercato di sostenere e rafforzare le forze dell'ordine con provvedimenti mai presi prima".

© Riproduzione riservata 20 febbraio 2018

Da - http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni2018/2018/02/20/news/gentiloni_pd-189330806/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.6-T1

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