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 il: Novembre 20, 2017, 06:02:47  
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Alleanze nel centrosinistra, Prodi: “Lungo colloquio con Renzi”.
Fassino vede Pisapia

Pubblicato il 18/11/2017 - Ultima modifica il 18/11/2017 alle ore 21:35

«Non vi sarà nessuna lista intestata a Romano Prodi o all’Ulivo. La preoccupazione del Presidente Prodi - fa sapere il suo ufficio stampa - è allargare e tenere insieme un campo largo di centro sinistra. Questa è stata la prospettiva e il senso degli incontri che in questi giorni si sono svolti tra il Presidente e Piero Fassino, Giuliano Pisapia e con altri interlocutori del centro sinistra. In questo contesto, prima di partire per gli Stati Uniti, il Presidente ha avuto un lungo e cordiale colloquio con Matteo Renzi». 

Intanto, in un comunicato congiunto, il leader di Campo progressista e l’incaricato del Pd per la verifica delle alleanze scrivono: “Giuliano Pisapia e Piero Fassino hanno avviato un percorso politico e programmatico per una nuova stagione del centrosinistra. L’incontro è stato positivo». 
 
«Consapevoli delle rilevanti difficoltà che si frappongono ad una piena ricostruzione di un rapporto con l’elettorato di centrosinistra, il confronto proseguirà nei prossimi giorni con approfondimenti rigorosi e costruttivi, già a partire dall’iter parlamentare della legge di bilancio», spiegano i due uomini politici.
 
«È stato un incontro molto utile e positivo, è stato l’avvio di un confronto e di un approfondimento. Per me, si è fatto un passo importante e positivo», ha commentato il vicesegretario del Pd, Maurizio Martina.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/18/italia/politica/centrosinistra-allargato-incontro-positivo-tra-pisapia-e-fassino-jBDGsZboxQuFAYigRGqNlN/pagina.html

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 il: Novembre 20, 2017, 06:00:23  
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Un partito democratico e aperto per fermare i populismi
L’Italia d’oggi è affetta da un populismo dilagante ma di nature profondamente differenti

Di EUGENIO SCALFARI
19 novembre 2017

Il socialismo democratico è in decadenza in tutta Europa e in tutto il mondo occidentale, compresi l’Inghilterra, gli Stati Uniti e le due Americhe del Centro e del Sud. Resta da capire il perché, ma occorre anche comprendere che cos’è la democrazia socialista.

Quando trionfò in quasi tutto il mondo il comunismo bolscevico, il socialismo di fatto aveva cessato di esistere. Quel poco che ancora sopravviveva era una sorta di piccola appendice del comunismo bolscevico. Parlando della situazione italiana fu tipico, da questo punto di vista, il partito d’Azione con il suo slogan “Giustizia e Libertà”. La decadenza attuale ha varie cause. La più importante è quella che identifica i liberali con il capitalismo, che usa la libertà ma assai poco la giustizia.

Una motivazione altrettanto importante è l’ondata di immigrazione che proviene soprattutto dall’Africa e ha l’Europa come principale meta da raggiungere. La terza infine è la pessima distribuzione della ricchezza e per conseguenza l’aumento della diseguaglianza economica e sociale. Quest’ultima in teoria dovrebbe favorire la crescita nei ceti più deboli ma ha invece generato un fenomeno relativamente nuovo cui gli studiosi di scienze sociali hanno dato il nome di populismo: il popolo è una massa che si ribella a tutto ma al tempo stesso ha bisogno di un capo che la guidi.

Quindi la situazione è un’anarchia con tendenze dittatoriali che rischiano in tempo breve di trasformarsi in una vera e propria dittatura.
Anche le dittature possono avere forme diverse l’una dall’altra. Nell’America del Sud e in particolare in Argentina ci fu la dittatura peronista: Peron le dette un ampio impulso a sfondo sociale e dopo la sua morte la vedova lo portò avanti con ancora maggior vigore.

Nel Centro America trionfò dopo lunghe battaglie la dittatura comunista di Fidel Castro a Cuba e il castrismo, declinato in varie forme e movimenti, oltre che a Cuba si diffuse in gran parte dell’America del Sud, dall’Uruguay al Cile al Venezuela e alla Colombia. Questo è il quadro generale del populismo.

Se vogliamo approfondire la situazione italiana, anche da noi nacque il populismo che risale al fascismo di Benito Mussolini. All’inizio della sua carriera politica era un socialista rivoluzionario, poi divenne guerrafondaio e incitò dal suo giornale Il Popolo d’Italia all’intervento italiano nella prima guerra mondiale dove avemmo come nemici tradizionali l’Austria e la Germania. Alla fine di quella guerra, gli ex combattenti che erano centinaia di migliaia fondarono un’associazione per rivendicare un particolare riguardo economico: molti avevano subito profonde ferite la cui guarigione era stata tuttavia parziale. Il sostegno economico doveva essere rivolto ai mutilati in particolare e a tutti gli ex combattenti in generale.

Mussolini si appoggiò molto agli ex combattenti e spronò il popolo a sostenerli e ad aderire al fascismo che per l’appunto aveva fatto di loro la sua base principale. I Fasci, fondati nel 1919, erano decisamente anticomunisti e proprio per questa ragione furono anche finanziati dal capitalismo delle grandi imprese a cominciare dalla Fiat e non soltanto: anche dalle associazioni degli Agrari particolarmente forti nell’Italia adriatica.

Mussolini metteva soprattutto in rilievo gli interessi dei reduci e dei Fasci di combattimento, che volevano la Repubblica. Si allearono invece con i nazionalisti che misero come condizione il mantenimento della monarchia. Tutto ciò venne fuori al congresso a Napoli del Partito fascista nel 1922. È inutile ricordare cosa avvenne dopo: la marcia su Roma, la conquista dell’Etiopia e dell’Albania, il Re imperatore e Mussolini il Duce. La domanda da farsi è: come mai quando cadde il fascismo tutti gli italiani si proclamarono antifascisti? Era il populismo che aveva sostenuto prima il fascismo e poi quando cadde in massa lo sconfessò. E adesso siamo ancora populisti? E come e con chi?

L’Italia d’oggi è affetta da un populismo dilagante ma di nature profondamente differenti. C’è un populismo motivato dall’immigrazione che ispira soprattutto la Lega di Salvini. Il populismo di Berlusconi riflette invece il fascino con il quale lui ha incantato una notevole quantità di persone. In che modo? La politica di Berlusconi somiglia molto al gioco delle tre carte che attrae e raduna molta gente; il capo del banco a volte fa vincere qualcuno della folla che si addensa attorno al suo tavolo ma il vero risultato è che intasca tutto lui. Non parlo qui di denaro, parlo di seguito elettorale. Lui è un attore e autore contemporaneamente, non ama la dittatura: ama vincere come tutti i giocatori.

I grillini (non sopportano di venire chiamati così ma questo è il nome con cui sono nati e tale rimane) sono i populisti per eccellenza: raccolgono gran parte di quelli che odiano non solo i politici ma la politica, non fanno alleanze con nessuno, i loro obiettivi sono la distruzione di tutti gli altri partiti o quanto meno la loro sonora sconfitta elettorale. Se andranno al governo dopo aver realizzato l’obiettivo numero uno, che è appunto la messa in mora della forma partito, decideranno (lo dicono sin d’ora) di corrispondere un aiuto economico a tutti i cittadini dei ceti popolari più bassi e medio-bassi imponendo un’imposta patrimoniale sui ceti molto ricchi, con la quale finanziare l’aiuto agli altri.

Ci sono poi coloro che si astengono dal voto. L’astensione definita naturale è quella che riguarda le persone anziane o indisposte o quelle già maggiorenni ma ancora troppo giovani per essere interessate alla politica. In termini numerici l’astensione naturale è valutata al 20 per cento del corpo elettorale ma noi siamo al 40-45 per cento il che significa che il 20-25 per cento è un’astensione a sfondo populista: cittadini che forse militavano in un partito che poi li ha delusi. Non avendo un altro partito che li attraesse si sono rifugiati nell’astensione o nel grillismo. I due flussi si equivalgono come intendimento, solo che gli astenuti furono delusi da un partito che amavano e la storia del costume ci insegna che chi è deluso da un amore assai difficilmente ci ritorna. E Renzi?

Il Pd non è populista, qualche passo sulla buona strada l’ha effettuato: Renzi ha escluso ogni abiura del suo passato di leader, ma nel futuro che comincia da subito e diventa quindi anche presente è disposto ed anzi desideroso di aprire il Partito ai dissidenti usciti dal partito. È desideroso che rientrino ed ha proposto che, una volta rientrati, si apra con loro una discussione sui temi di maggiore attualità sociale ed economica ed essi, anche se relativamente pochi di numero, avranno un peso particolare nelle decisioni da prendere. Carta bianca da scrivere insieme: questa è la proposta. Ed ha incaricato Piero Fassino — uomo di particolare impegno e autorevolezza — di consultare uno per uno i dissidenti che hanno a loro volta formato piccoli gruppi politici avversari del Pd, nel quale avevano lungamente militato ma che con il suo arrivo, a loro avviso, era diventato politicamente invivibile.

Fassino ha cominciato con l’incontrare i presidenti delle due Camere e Grasso in particolare, il quale sta per essere eletto Capo dei dissidenti. Poi Fassino ha proseguito nel suo giro e ormai ha incontrato quasi tutti ma i soli che hanno in qualche modo aperto alla discussione sono Pisapia ed i suoi seguaci. Almeno per ora c’è una chiusura netta da parte di tutti gli altri. Pisapia a sua volta ha posto una condizione che, almeno a quanto abbiamo capito, consiste nella creazione da parte del Pd di una nuova carica il cui nome potrebbe essere quello di moderatore, o almeno qualche cosa di simile. Il compito del moderatore sarebbe quello di presiedere le discussioni tra Renzi da un lato e gli ex dissidenti rientrati nel partito dall’altro.

Il moderatore sarebbe dunque una figura di notevole importanza, necessaria secondo Pisapia per guidare la discussione, nella quale Renzi è una parte in causa e che quindi non può presiedere. Sono stati anche formulati i nomi dei possibili moderatori: Veltroni, Prodi, o addirittura Gentiloni con l’autorità che gli deriva dall’essere presidente del Consiglio di un governo in gran parte formato con ministri provenienti dal Pd. Resta da vedere se Renzi accetterà. La proposta di Pisapia, a nostro avviso, è decisamente accettabile e non intacca affatto la carica di segretario del partito cui Renzi fu eletto con le Primarie.

Debbo fare un’ultima osservazione che ritorna su quanto già scrissi domenica scorsa. Riguarda la permanenza dei presidenti del Senato e della Camera indicati anche come i nuovi leader dei gruppi della sinistra dissidente.

Il parere che ho espresso domenica scorsa è che le due cariche parlamentari sono incompatibili con la guida di movimenti politici molto combattivi nei confronti del partito di provenienza.
Questo mio parere è stato in parte preso in considerazione da Luciano Violante, il quale è un costituzionalista e un politico di grande esperienza. In un’intervista su Repubblica Violante ha detto che se quanto sta avvenendo si fosse verificato a metà legislatura, Grasso e Boldrini avrebbero certamente dovuto dimettersi, ma poiché è avvenuto a legislatura pressoché terminata, la loro posizione è accettabile.

Mi fa piacere che Violante abbia previsto la necessità di dimissioni se ci trovassimo a metà legislatura, ma a differenza di quello che lui sostiene, il finale legislatura avverrà tra sei mesi e forse anche tra sette, e le dimissioni sono ancora più necessarie. Gli ultimi sei mesi saranno di piena campagna elettorale e quindi l’incompatibilità tra le due cariche diventerà ancora maggiore. Mi auguro che queste dimissioni ci siano, in realtà avrebbero dovuto già averle date. Se le daranno avranno le felicitazioni di molte e molte persone alle quali mi permetterò di aggiungere anche le mie.

© Riproduzione riservata 19 novembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/11/19/news/un_partito_democratico_e_aperto_per_fermare_i_populismi-181493148/?ref=RHPPRB-BH-I0-C4-P1-S1.4-T1

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 il: Novembre 20, 2017, 05:58:16  
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Riina, caccia al tesoro. “Il figlio conosce i segreti stia lontano da Corleone”
Le intercettazioni del Ros sul patrimonio nascosto dal padrino Per i pm l’erede Salvo è ancora pericoloso: no al ritorno in Sicilia

Dal nostro inviato SALVO PALAZZOLO
19 novembre 2017

CORLEONE. Ora che Totò Riina è morto, i suoi fedelissimi in libertà aspettano che in paese torni presto Salvuccio. Così lo chiamano il terzogenito del capo dei capi, in segno di affetto e di rispetto. Ma Salvuccio, Giuseppe Salvatore Riina, quarant’anni di cui otto passati in carcere per mafia, non potrà tornare a Corleone. Almeno per un altro anno. Le indagini della procura di Palermo dicono che resta in una situazione di «persistente pericolosità sociale», nonostante lui scriva su Facebook di essere soltanto uno scrittore (di un solo libro, una biografia alquanto addolcita).

Salvuccio dovrà restare ancora a Padova in libertà vigilata: non può allontanarsi dalla città, deve rientrare a casa entro le otto di sera e non può uscire prima delle otto del mattino. Perché Salvuccio Riina, l’erede, custodisce molti dei segreti del padre. Uno soprattutto, quello che interessa di più alla famiglia. Il segreto del tesoro. Case, terreni, aziende, conti correnti e forse pure una misteriosa cassetta di sicurezza custodita chissà dove all’estero.

Diceva Totò Riina in carcere, intercettato dai pubblici ministeri del processo Trattativa Stato-mafia: «Se recupero pure un terzo di quello che ho, sono sempre ricco». Eccola, la parola chiave. «Recuperare» il tesoro. Magari per aumentare i dividendi mensili che arrivano periodicamente a Corleone. O per fare nuovi investimenti. Un’indagine dei carabinieri del Ros, coordinata dalla procura di Francesco Lo Voi, sta cercando il tesoro di Riina.

La forza delle relazioni
Non è solo la caccia a un patrimonio, è un’inchiesta delicatissima sulle relazioni fra Cosa nostra e una rete di insospettabili professionisti. Le relazioni, il vero patrimonio della mafia siciliana. Perché solo buone relazioni possono far scomparire dalla contabilità della Curia di Monreale il milione e 100 mila euro di contributi inviato dall’Agea, l’agenzia per le erogazioni in agricoltura, all’azienda “Santuario Maria santissima del Rosario di Tagliavia”. Per anni, i terreni della Curia sono stati feudo personale di Totò Riina: 155 ettari di potere e di rispetto, tra la Ficuzza e Corleone, annaffiati con cospicui fondi europei. Unico dipendente, il figlio dell’autista di casa Riina. Adesso, l’azienda della Curia è sotto amministrazione giudiziaria e come primo atto il dipendente è stato licenziato.

Il professore insospettabile
Qualche anno fa, Salvuccio rassicurava un anziano professore in pensione, e non sospettava di essere intercettato: «Pure che ti fermano con 100 milioni in tasca, è normale, è regolare». Il professore era diventato un insospettabile intermediario, per fare arrivare in tempi brevi i soldi necessari alla famiglia. Per questo è stato arrestato, anni fa. Adesso, passeggia tranquillamente per la piazza Falcone e Borsellino. Alle nove e mezza del mattino, è seduto a un tavolino del Bar York e sfoglia il Giornale di Sicilia, poi all’improvviso si alza e si allontana velocemente. Come se fosse in ritardo a un appuntamento. Intanto, donna Ninetta, la moglie di Riina, è già partita con il genero Giuseppe Bellomo, il marito di Lucia, per l’aeroporto Falcone e Borsellino. Destinazione, Parma, dove sono arrivati Salvuccio da Padova e l’altra figlia, Maria Concetta, da San Pancrazio Salentino.

I colloqui registrati
I carabinieri del Ros e della Compagnia di Corleone stanno esaminando tutte le ultime intercettazioni del Capo dei capi in carcere e in ospedale. Soprattutto, le registrazioni dei colloqui con la moglie e i figli. A caccia di qualche ultima disposizione. Magari per quei beni che rischiano di andare persi. È il capitolo più singolare di questa storia. Negli ultimi tempi, Riina era preoccupato per «quelli che hanno i beni miei e se li tengono, se li godono». Il segno dei tempi, in una stagione in cui Cosa nostra non è più forte come prima. E può accadere che persino il Capo dei capi venga truffato o che perda i contatti con i vecchi prestanome. C’era, ad esempio, una farmacia che il padrino voleva recuperare a tutti i costi. «Era intestata a uno, a sua volta questo l’ha intestata a sua madre... io sto rimanendo un poco male... perché gli ho messo i soldi. Ci ho infilato qualche duecentocinquanta milioni».

L’attività di volontariato
Salvo Riina potrà accompagnare con un permesso la salma del padre a Corleone. Al ritorno, continuerà ad essere ospitato in un appartamento dell’Associazione “Noi famiglie padovane contro l’emarginazione” e a lavorare alla Cooperativa Diogene. «È addetto alla segreteria a tempo parziale», ricordano i giudici, che annotano pure: «In ambito lavorativo è riferito un comportamento corretto e rispettoso. Riina svolge attività di volontariato nella distribuzione dei viveri a famiglie indigenti». Mentre continua a scrivere su Facebook, osannato da centinaia di like.

© Riproduzione riservata 19 novembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/cronaca/2017/11/19/news/riina_caccia_al_tesoro_il_figlio_conosce_i_segreti_stia_lontano_da_corleone_-181493143/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P5-S1.8-T1

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 il: Novembre 20, 2017, 05:57:09  
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I cavalli di Troia del Cremlino: la rete d’influenza della Russia con i politici europei
Italia, Grecia, Spagna: un nuovo saggio dell’Atlantic Council mette in fila fatti, incontri, protagonisti. Da noi spiccano tuttora M5S e Lega

Pubblicato il 19/11/2017 - Ultima modifica il 19/11/2017 alle ore 20:44

FRANCESCA PACI
ROMA

D’accordo, lo hanno fatto tutti, a cominciare da quegli Stati Uniti che oggi, accampando un virginale quanto incredibile stupore, denunciano l’interferenza di Mosca nelle dinamiche d’oltreoceano. Ed è vero anche che le nuove tecnologie hanno solo semplificato il vicendevole sabotaggio politico in auge tra fazioni opposte sin dai tempi dell’antica Roma. Eppure, nel grafico delle interferenze russe in Europa illustrato dall’ultimo report dell’Atlantic Council (The Kremlin’s Trojan Horses: Russian Influence in southern Europe), c’è qualcosa di più. C’è soprattutto il concentrico e sistematico attacco al mondo che nel bene e nel male ha portato avanti finora l’eredità dell’illuminismo da parte di forze di matrice diversa - sovranista, populista, nazionalista, anti-globalista, passatista, neo-fascista, neo-comunista e via andare - accomunate dall’avversione ai valori liberali e da un multiforme richiamo all’ordine. C’è insomma la prova di quanto facile sia per chi debba compensare la propria debolezza con le difficoltà altrui (Putin oggi ma domani potenzialmente la Cina, la Turchia o qualsiasi altro attore geopolitico) approfittare della nostra società aperta e dunque permeabile, evoluta e un po’ annoiata, confusa dagli smottamenti del Novecento al limite della cupio dissolvi. 

Molti dati del report sono noti, almeno a chi frequenta i media. Il groviglio greco per esempio, dove, per un milione di validissimi motivi, non c’è neppure bisogno di seminare il malcontento perché l’antagonismo è mainstream e mette insieme destra, sinistra, monaci ortodossi, militari, tutti sulle barricate contro l’estremo avamposto dell’occidente trincerato a Bruxelles (vedi anche gli infiniti mal di pancia del governo Tzipras, costretto a fare i conti con le richieste della troika, la miseria reale del Paese e il tabù dei finanziamenti alla chiesa e all’esercito). Altre, come l’analisi del contesto spagnolo proposta da Francisco de Borja Lasheras e Nicolás de Pedro, suggeriscono quanto le forze centrifughe che agitano l’Unione Europea si nutrano di percezioni dissociate dalla realtà, quanto poco s’interessino alla sia pur debole ripresa economica del vecchio continente o ai dubbi tardivi del Regno Unito post Brexit, quanto agevolmente guadagnino terreno anche laddove (in Spagna) non erano attecchite finora ma possono all’occorrenza aggrapparsi a temi controversi come l’indipendentismo catalano. 
 
Da questo punto di vista il capitolo sull’Italia, curato da Luigi Sergio Germani e Jacopo Iacoboni (che ne scrive da mesi su La Stampa), è esemplare. Dopo aver documentato l’attivismo del Cremlino nello sparigliare le carte di un Paese impoverito, arrabbiato (con “la casta”) e confuso, gli autori disegnano uno schema della russofilia nazionale che vede giocare in favore di Putin fattori diversi, ideologici nel caso della Lega o del Movimento 5 Stelle, economici nel caso degli imprenditori che, a partire dall’entourage berlusconiano, fanno business a Mosca e mal digeriscono le sanzioni. L’impressione è che i trolls di San Pietroburgo, gli account fantasma, le fake news (di cui oggi tutti si dicono vittima, da Trump a Theresa May a Di Maio) abbiano trovato un terreno fertilissimo nell’Italia senza bussola, dove si grida all’invasione davanti a 180 mila migranti (siamo 60 milioni), le donne si dividono come in nessun altro Paese al mondo sul “molestie-gate” e si può commentare la morte di Totò Riina sostenendo che le campagne abortiste della Bonino abbiano ucciso più della Mafia (e dove il 40% non legge neppure un libro...).
 
C’è di che meditare sul materiale fornito dall’Atlantic Council. Con una riflessione finale. Oltre alla disinformazia virtuale diffusa da Mosca e alla sbandata compagine europea che la assorbe, bisogna considerare il fascino reale esercitato da Putin sul presente. Sul tempo presente più che sui suoi protagonisti, perché il presidente russo pare incontrare i gusti dello zeitgeist prima ancora di quelli di un determinato partito o popolo. Uno zeitgeist anti-illuminista e individualista, con le sinistre tiepide verso le Pussy Riot perché ree di lucrare sul dissenso, gli omosessuali terrorizzati dall’islam al punto di tollerare la Le Pen, gli ex rifugiati dell’Europa dell’est in trincea contro quelli africani. Putin è la forza antica e moderna, solida, rassicurante. «Quando i sogni della Perestrojka si sono scontrati con il baratro della bancarotta è arrivato Putin» dice in un’intervista alla Stampa il regista Andrej Konchalovskij spiegandone la popolarità nonostante tutto. 
 
Le interferenze russe in Europa funzionano anche perché coincidono con uno smottamento dei valori liberali sotto attacco da dentro e da fuori. Il soft power illuminista segna il passo. Chi ha seguito le primavere arabe del 2011 sa bene quanto rapidamente, prima ancora di maledire il fallimento storico dell’islam politico, la meglio gioventù emancipatasi sognando Voltaire abbia dirottato su Putin, il padre forte necessario perché popoli immaturi non scambiano il disordine con la democrazia. La rivoluzione siriana cadde allora vittima di questo equivoco prima ancora di scaldare i nostri cuori già stanchi di Tahrir (e molto prima di essere sequestrata dagli jihadisti). Oggi siamo qui. I cavalli di Troia del Cremlino forzano un fortino sgangherato: Putin guadagna punti perché fa Putin, l’Europa farebbe bene a rispondere con i valori europei.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/19/esteri/i-cavalli-di-troia-del-cremlino-la-rete-dinfluenza-della-russia-con-i-politici-europei-mTLpW72I6N3hwg90JXqVqK/pagina.html

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 il: Novembre 20, 2017, 05:54:57  
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Generale pronto a disobbedire a Trump: "Pronto a rifiutare di lanciare l'atomica"
John Hyten ha sotto il suo controllo l'intero arsenale nucleare degli Stati Uniti: "Il mio compito è quello di fornire consigli al presidente. Quando hai una responsabilità del genere, come si può pensare di non ponderare attentamente le proprie azioni?"

Di ALBERTO FLORES D'ARCAIS
19 novembre 2017

NEW YORK - "Lanciare l'atomica? Se l'ordine fosse 'illegale' direi no al presidente". John Hyten non è un generale qualsiasi, è il militare (dell'aviazione) che ha sotto il suo controllo l'intero arsenale nucleare degli Stati Uniti. Un uomo di poche parole, attento alle piccole sfumature e come ogni buon soldato è pronto a ubbidire agli ordini.

Donald Trump è il suo "Commander in Chief", ma rispondendo a una precisa domanda (durante la conferenza internazionale sulla sicurezza in corso ad Halifax, Canada) il comandante dell'Us Strategic Command ha ipotizzato una possibile insubordinazione.

"Credo che alcune persone pensino che noi siamo stupidi. No, non lo siamo. Quando hai una responsabilità del genere, come si può pensare di non ponderare attentamente le proprie azioni? Il mio compito è quello di fornire consigli al presidente, sarà lui poi, come 'Commander in Chief', a stabilire cosa fare. Se l'ordine però è 'illegale' indovinate che cosa succede? Che dirò 'Mr. President questo non è legale'. E se lui mi chiederà cosa sarebbe legale gli presenterò diverse opzioni, un mix delle nostre capacità di risposta a qualunque situazione di crisi. Questo è il modo in cui le cose funzionano, non è complicato. Del resto se obbedisci ad un ordine illegale finisci in prigione, puoi restare in carcere per il resto della tua vita".

Si tratta di capire cosa sia un ordine "illegale" che arrivi dal presidente Usa, nella dichiarazione di Hyten non è specificato e il Pentagono non ha voluto commentare pubblicamente le parole del generale dell'Air Force.

Negli Stati Uniti, alle prese con le provocazioni di Kim Yong-un, il dibattito sull'uso (o meno) dell'atomica è tornato di grande attualità mezzo secolo dopo la Guerra Fredda. Considerato che alla Casa Bianca vi è un presidente di cui qualcuno mette in dubbio (al Congresso, nell'Intelligence, tra i vertici militari) le reali capacità di affrontare una grave crisi, ecco che l'intervento del comandante delle forze nucleari Usa assume un certo rilievo.

Se e fino a che punto il presidente/Commander in Chief abbia o meno l'autorità per ordinare un attacco atomico ne hanno discusso nei giorni scorsi anche alla Commissione del Senato guidata dal senatore repubblicano Bob Corker, uno dei capofila del 'dissenso' verso la Casa Bianca nel Grand Old Party. E in molti hanno detto no: a un Dottor Stranamore del nuovo millennio i militari possono disobbedire.   

© Riproduzione riservata 19 novembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2017/11/19/news/generale_pronto_a_disobbedire_a_trump_pronto_a_rifiutare_di_lanciare_l_atomica_-181561748/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P5-S1.4-T1

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 il: Novembre 20, 2017, 05:51:47  
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Il candidato M5S in Sicilia arrestato per estorsione che diceva: “Da una parte gli onesti, noi, dall'altra tutti i partiti”
Fabrizio La Gaipa, imprenditore, aveva corso con i grillini nella lista di Cancelleri
Pubblicato il 14/11/2017 - Ultima modifica il 14/11/2017 alle ore 15:59

JACOPO IACOBONI
Fabrizio La Gaipa, 42 anni, imprenditore alberghiero di Agrigento, candidato alle scorse regionali con il M5S nella lista di Giancarlo Cancelleri, è stato arrestato per tentata estorsione ai danni di alcuni suoi dipendenti, e è ora agli arresti domiciliari. Secondo l’inchiesta - che nasce da sei esposti in Procura e, fanno sapere gli inquirenti, ha trovato riscontri solidi - avrebbe costretto alcuni dipendenti a firmare false buste paga, e in più avrebbe commesso seri illeciti nelle dichiarazioni al fisco. Non male, per un uomo del partito che gridava «onestà onestà» e vantava una sorta di presunta diversità morale.

Ma chi è La Gaipa? Il personaggio merita di essere raccontato meglio, amante di Pirandello e dei film di George Clooney, tutto dedito all’arte, al turismo colto e alla promozione della Sicilia «e del bello», proprietario di un albergo agrigentino di lusso, il “Costazzurra Museum&Spa”, dove facevano massaggi con antichi strumenti in terracotta, già presidente del Consorzio turistico Valle dei Templi. La Gaipa deve aver intrattenuto un buon rapporto con Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, ritratti in foto - ci viene in aiuto il profilo Facebook (attenti, a queste foto su Facebook) di La Gaipa - sorridenti e abbronzatissimi accanto a lui e a Giancarlo Cancelleri. La foto è stata pubblicata nell’ottobre scorso, quando i big del Movimento si sono felicemente fermati a chiacchierare con lui e a immortalarsi, a margine di un buffet, segno di una certa vicinanza di La Gaipa al gruppetto leader del Movimento, quello di Di Maio e Cancelleri, che ha ottenuto un buonissimo risultato in termini di voti in Sicilia ma non è riuscito a portare Cancelleri alla presidenza della Regione.
 Meloni commenta l’arresto di La Gaipa: “Del M5S i più impresentabili”

La notizia del suo arresto, con gravissime accuse, stride un po’ - va detto - col quadretto di La Gaipa che tendevano a consegnarci le sue patinate e pensose interviste pubbliche. Prendiamone una rilasciata ad “Agrigento Oggi”, di neanche un mese fa. La Gaipa vi appariva come l’imprenditore in camicia bianca tutto dedito a creare posti di lavoro «per il bene dei nostri figli»: «Assistiamo - diceva - a un gravissimo impoverimento sociale causato dalla fortissima emigrazione. Ormai praticamente ogni famiglia ha uno o più figli che sono dovuti andare a cercare una prospettiva migliore lontano da questa terra. Dobbiamo tornare a dare opportunità ai nostri figli. Bisogna creare posti di lavoro ed oggi l’unica opportunità è offerta dalle aziende, specie quelle piccole e medie che rappresentano la spina dorsale dell’economia dell’Isola». La Procura ritiene però che i metodi da lui usati non fossero il massimo bene dei nostri figli. La Gaipa si scagliava contro «decenni di malgoverno» che hanno costretto «tutta la Sicilia si trova a vivere una condizione di profonda crisi». Arringava contro «il totale abbandono» della provincia agrigentina. Sosteneva che solo il programma M5S, e il suo in particolare, avrebbero potuto risollevarla: si rinasce solo «ridando dignità ai cittadini dell’agrigentino attraverso il completamento delle opere pubbliche e il ritorno ad una cultura del bello. Solo in questa maniera si creeranno i presupposti per una rinascita sociale ed economica vera e duratura».
 
Ma è negli slogan finali, che La Gaipa si superava, mettendo da una parte gli onesti, lui e il M5S, dall’altra tutti gli altri: «Mi pare evidente che in queste elezioni si combatta una battaglia in cui da una parte ci sono i cittadini e dall’altra la vecchia politica che ci ha portato alla situazione insostenibile in cui siamo». Concludeva che «l’unico alleato del Movimento 5 Stelle sono i cittadini onesti e liberi». Parole onestamente profetiche.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/14/italia/politica/candidato-ms-in-sicilia-arrestato-per-estorsione-y3l2YnPt07JNMar2pTvBBJ/pagina.html

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 il: Novembre 20, 2017, 05:50:12  
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Renzi cambia e apre alle alleanze a sinistra
Il segretario unisce il Pd: «Forse c’è stato l’uomo solo al comando, ma non è più così». Poi lancia la palla ai bersaniani: «Chi si tira indietro si assume una pesante responsabilità»

Pubblicato il 14/11/2017

FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

«Chi si tira indietro dall'invito all'unità del centrosinistra si assume una pesante responsabilità». Nella frase con cui ieri sera il segretario Matteo Renzi ha chiuso la direzione del Pd c’è il senso di tutto il suo discorso. Atteso come l’oracolo, preceduto da caldi inviti della minoranza ad aprire a un’alleanza con le altre forze di sinistra, si è risolto in un appello agli ex compagni di strada di Mdp, Possibile e alla Sinistra italiana di Fratoianni, senza però accennare nessun passo indietro sui contenuti, dal Jobs Act alla politica sui migranti: quanto basta per poter dire che «chi vorrà rompere lo dovrà fare in modo trasparente perché da noi non troverà alcuna sponda». 
 
Una nuova chiamata a una «coalizione più larga possibile», considerato che con gli scissionisti di D’Alema e Bersani già si governa «in 14 Regioni» e «con le persone da cui siamo stati divisi da discussioni e polemiche c’è più sintonia che con gli avversari storici», ma partendo dalla rivendicazione delle politiche di questi anni di governo («Chi si esercita in richieste di abiura non si rende conto di dove eravamo tre anni fa», dice): abbastanza per compattare il partito su un documento unitario (resta scettico solo Orlando: insieme ai 15 della sua corrente si astiene), ma non per convincere Bersani e compagni: «Le chiacchiere stanno a zero».
 
Per cercare di dare impulso e sostanza alle dichiarazioni di buona volontà, per tentare di passare agli «atti concreti» che ieri ha evocato anche il solitamente taciturno Enrico Letta («positivi gli appelli all’unità, ma auspico che il Pd faccia anche proposte concrete»), Renzi incarica Piero Fassino «di darmi una grande mano con il mondo della sinistra»: sarà l’ultimo segretario dei Ds, che con D’Alema e gli altri ha condiviso un bel pezzo di strada, ad avere il ruolo di pontiere. Lui ieri ha cominciato dai Radicali di Magi, Emma Bonino e Benedetto Della Vedova, incontrati prima della direzione con il delegato alle trattative con le forze di centro, Lorenzo Guerini: «Credo sia cruciale che venga coinvolta l’area moderata così come i Verdi, Idv e i Radicali, con i quali c’è una discussione non scontata né chiusa». Una coalizione da lì a Campo progressista, e anche oltre, se si potesse, anche se, da Fratoianni a Civati, le premesse non sono incoraggianti. «Dentro Mdp si aprirà una discussione, vedrete. Ma nulla si muoverà prima della loro assemblea del 2 dicembre», prevedono ai vertici del Pd.
 
«Sulla rivendicazione del passato non faremo alcun passo indietro», garantisce il segretario dem - rinnegarlo «sarebbe assurdo, illogico e inspiegabile» - ma «il futuro è una pagina totalmente bianca da scrivere: o la scriviamo noi o la destra», avverte, convinto che «il M5S è ampiamente sovrastimato nei sondaggi». Un appello a tutti quelli che stanno fuori dal Pd a stare insieme se non per amore, almeno per fermare l’avanzata delle destre. Sgomberando il campo dal tema dei diritti («non è che facciamo lo Ius soli per fare l’accordo con Mdp, ma perché è un diritto: cercheremo di farlo senza creare difficoltà alla chiusura ordinata della legislatura»), e condendo la richiesta con una timida autocritica, consapevole di essere per gli scissionisti dem il vero ostacolo a un’alleanza: «Non c’è un uomo solo al comando: forse c’è stato in passato, forse, ma adesso c’è una pagina bianca da scrivere insieme», ripete. «Sono tre anni che mi dicono che ho fatto l’accordo con Berlusconi: i fatti dicono il contrario, non credo di essere esattamente la persona che gli sta più simpatica. Adesso dobbiamo agire in maniera unitaria e coesa» per essere «il primo gruppo parlamentare della prossima legislatura».
 
«Bravo segretario, mi hai convinto», interviene dalla minoranza Michele Emiliano. Soddisfatta anche la prodiana Sandra Zampa, come il ministro Dario Franceschini. Resta perplesso il leader della corrente più corposa di minoranza, Orlando: «Siamo in un vicolo cieco: abbiamo approvato una legge che prevede le coalizioni e al momento le coalizioni non le abbiamo», predica, chiedendo di smetterla con la riproposizione del passato («non mi interessa cosa pensa Speranza o Bersani, ma quelle 3-400 mila persone che non sono convinte che abbiamo fatto tutto bene») e chiedendo passi certi per costruire la coalizione. Per questo, pur non presentando ordini del giorno alternativi, lui e i suoi si astengono sul documento finale. Dove si legge di voler aprire un confronto su temi come lavoro, scuola e lotta alla precarietà, e si prende l’impegno a migliorare la legge di bilancio: 164 sì, nessun voto contrario. 

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 il: Novembre 20, 2017, 05:48:31  
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Alicudi, la scuola più piccola d’Europa: 3 alunni, 357 gradini e nessuna campanella.
E la maestra di matematica rinuncia

SCUOLA

Internet per fare video-lezioni a distanza, una scalinata come palestra. Ecco la microscuola delle Eolie, dove è il meteo a decidere se aprire o meno. E la classe guarda il mare

Di Alex Corlazzoli | 17 novembre 2017

Per arrivare nella scuola più piccola d’Europa ci sono 357 scalini da fare ogni giorno ma l’unica maestra che c’è e i suoi tre alunni li fanno senza lamentarsi e soprattutto senza l’assillo della campanella perché la scuola di Alicudi, una delle isole dell’arcipelago delle Eolie, non ha un bidello che la suona. Fa tutto l’insegnante.

E’ difficile immaginare questa scuola perché non ha aule né sezioni: è una tipica casa dell’isola affacciata sul mare, tra i colori di una vegetazione che è già una lezione di scienze. Beatrice Zullo, 57 anni, quattro figli e due nipoti, lì ha trascorso più di un anno. Poi è diventata di ruolo e quest’anno al posto del blu e del giallo del sole è finita a vedere il grigio della pianura modenese dove insegna. Non si lamenta ma il suo sogno è tornare nella scuola più piccola d’Europa. Nonostante fosse costretta a fare le pulizie, a percorrere ogni giorno quei gradini, a prendere un aliscafo per andare al collegio docenti a Lipari o a Salina, vorrebbe tornare sull’isola dove non si è mai sentita fuori dal mondo: “Mi sento più sola qui piuttosto che sull’isola di Alicudi”.

Quest’anno nella casa-scuola ci sono tre alunni, due di quarta e una che si prepara all’esame della secondaria di primo grado. Quando lì insegnava Beatrice i ragazzi erano solo due delle elementari. Ogni anno non è facile “salvarsi”. Mirella Fanti, dirigente scolastico dell’Istituto “Lipari 1” da cui dipende il plesso di Alicudi, ce l’ha fatta grazie alla buona volontà delle istituzioni e delle famiglie che hanno accolto le sollecitazioni a non abbandonare il proprio territorio. E in effetti Alicudi senza la scuola sarebbe ancora più isolata, perché tra un insegnamento e l’altro nelle ore pomeridiane si praticano anche tante attività rivolte a tutte la comunità.

Essere maestri nella più piccola scuola d’Europa è diverso da ogni altra realtà: “Si inizia alle otto, un’alunna veniva con me, l’altra arrivava con la mamma. Una faceva la prima, l’altra la terza. Facevo tutte le materie a parte inglese per il quale veniva una ragazza esperta a fare lezione. Così anche per religione. Non c’è la campanella, nemmeno la bidella. Si sistema la classe tutti insieme. Le pulizie le facevo io aiutata dalle mamme”. Sull’isola senza auto, dove per muoversi esistono solo i muli, c’è la Rete: “E’ una realtà all’avanguardia da quel punto di vista. Si fanno video-lezioni con altri istituti. Con una scuola secondaria di secondo grado di Bergamo abbiamo fatto un lavoro online sulla Costituzione”.

Quando si chiede alla maestra Zullo della palestra sorride: “Non bastano i 357 gradini?”. Ad Alicudi anche la vita dei bambini è diversa: “Il pomeriggio vanno sulla spiaggia, raccolgono le conchiglie, vivono con i pescatori. Hanno un grande senso di comunità e sono innamorati della loro isola”. Tutto dipende dal mare, è lui il vero “dirigente” della scuola: “Andare ad una riunione o meno dipende dal clima così come raggiungere la scuola. Ero io a dover decidere che fare in caso di maltempo”. Una realtà, quella della scuola di Alicudi, tanto particolare e suggestiva da aver ispirato “L’ultimo giorno”, un documentario prodotto da ZaLab e dal Museo del Cinema di Stromboli. L’autore e regista, Alberto Bougleux, ha dedicato il film alla scuola di Alicudi, pur parlando a tutte le realtà scolastiche italiane: “Un film documentario dedicato a tutti i maestri e le maestre che si battono quotidianamente per difendere il diritto dei bambini a una scuola moderna, creativa e democratica, reso possibile da un rapporto unico di collaborazione e fiducia con l’istituto Scolastico Lipari 1”.

La vita alla scuola di Alicudi non è per nulla facile. Soprattutto in quest’anno scolastico che stenta a partire per l’assenza di insegnanti. Secondo Eolie News l’ultima maestra arrivata dopo appena un giorno sull’isola, ha comunicato di stare male e che sarebbe andata via con la nave di linea. Sarebbe dovuta rimanere sino a metà dicembre. La dirigenza scolastica del Comprensivo Lipari 1 sta facendo tutto il possibile per dare ai due scolari una adeguata istruzione ma si trova di fronte a continue rinunce. E anche per l’unica alunna del CPE (Corso di preparazione esami) scuola media andare a scuola diventa un’impresa: per ora fa solo delle lezioni d’italiano, impartite da una insegnante del luogo, nominata dalla dirigente scolastica. “La docente di matematica nominata nei giorni scorsi ha dovuto rinunciare in quanto il percorso fino alla scuola, con 350 scalini, le è risultato estremamente pesante” ha detto Bartolo Pavone, vicepreside della scuola elementare di Lipari, da cui dipende Alicudi. Le lezioni, quindi, continuano a non seguire un calendario preciso, per questo i genitori degli alunni protestano.

“Nel Centro preparazioni esami – ha spiegato Pavone – è stato dato incarico alla docente residente già insegnante di ruolo per una preparazione mirata alle materie letterarie, in vista dell’esame di fine anno, sempre come integrazione alla frequenza delle lezioni tenute in comune con gli alunni di primaria. La segreteria sta lavorando a ritmo serrato per individuare la nuova docente della primaria e un’altra docente di matematica per il Cpe. Per la scuola di Filicudi – ha continuato – sono state integrate le lezioni impartite per tutti gli alunni della primaria dalla docente di ruolo con lezioni di scuola secondaria”. “Riteniamo – ha concluso – che l’unica soluzione per risolvere anche i problemi scolastici nelle isole minori potrebbe essere una legge che dia la precedenza per l’insegnamento nelle isole dei docenti eoliani. Il paradosso è che una decina di insegnanti eoliani sono costretti a lavorare nel Nord Italia e pur avendo fatto richiesta anche per gravi motivi di malattia e di famiglia, non sono state autorizzati a rientrare nelle loro isole “.

Di Alex Corlazzoli | 17 novembre 2017

Da - https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/17/alicudi-la-scuola-piu-piccola-deuropa-3-alunni-357-gradini-e-nessuna-campanella-e-la-maestra-di-matematica-rinuncia/3948151/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2017-11-17

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 il: Novembre 20, 2017, 05:46:16  
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Chi sta con chi nel centrosinistra: le coalizioni e l'inizio della trattativa

Da Renzi a Bersani, da Pisapia a Fratoianni il risiko delle liste e dei partiti

Di MONICA RUBINO
20 novembre 2017

ROMA - Tentativi di dialogo, passi avanti e secchi rifiuti. La trattativa nel campo del centrosinistra in vista delle prossime elezioni si è rimessa in moto vorticosamente. Ecco, in  questa sintesi, lo stato delle possibili coalizioni.

• LA COALIZIONE DEL PD
La prima gamba è appunto il Pd renziano. La seconda sono i centristi: Pier Ferdinando Casini sta cercando di compattare un gruppo composto da Idv, ex Scelta civica e probabilmente anche da Angelino Alfano. La terza è una lista frutto dell'unione dei prodiani con Campo Progressista di Giuliano Pisapia. La quarta gamba, per l'appunto, dovrebbe essere rappresentata dai Radicali italiani di Emma Bonino e Riccardo Magi e gli europeisti di Benedetto Della Vedova, che potrebbero fondersi in un unico cartello anche con Verdi e socialisti. Una lista che, secondo il coordinatore nazionale dei Verdi Angelo Bonelli, potrebbe chiamarsi "Europa, ecologia e diritti". Ma Bonino ai microfoni di Radio Capital per ora sconfessa l'esistenza di accordi con il Pd: "Siamo distanti su molti temi, dalla giustizia ai migranti".

• LA SINISTRA
Roberto Speranza, Pippo Civati e Nicola Fratoianni, leader rispettivamente di Mdp, Possibile e Sinistra italiana, hanno convocato per il 3 dicembre la grande assemblea dei delegati con lo scopo di definire la lista unitaria e il simbolo con cui correre alle elezioni a sinistra del Pd. Dalla coalizione, per il momento, si tirano fuori i civici del Brancaccio, il movimento di Tomaso Montanari e Anna Falcone in disaccordo con i metodi di spartizione delle quote nelle liste.

I tentativi di dialogo del "pontiere" dem Piero Fassino sono stati respinti dai demoprogressisti. Ieri a "in mezz'ora in più", Pier Luigi Bersani ha ribadito il no degli scissionisti all'offerta di un'alleanza larga di centrosinistra: "Con il Pd si parla dopo il voto". E l'assemblea di Mdp si è conclusa con l'approvazione all'unanimità della relazione del coordinatore Speranza, con cui si chiede di continuare il percorso con Si e Possibile.

• I RISCHI DELLA DIVISIONE
Il centrosinistra si presenterà così diviso alle elezioni, come accadde già nel 2001 (Ulivo da un lato e Rifondazione dall'altra) e nel 2008 (Pd e sinistra arcobaleno), rischiando di regalare a destra e M5s ben 40 collegi uninominali, corrispondenti ad altrettanti seggi, secondo la simulazione di Youtrend.
 
© Riproduzione riservata 20 novembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/11/20/news/bonino_centrosinistra_scheda_alleanze-181593987/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S2.4-T1

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 il: Novembre 20, 2017, 05:43:38  
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Quel passato che non è mai passato

Pubblicato il 14/11/2017 - Ultima modifica il 14/11/2017 alle ore 08:11

FERDINANDO CAMON

Ha soltanto 23 anni, è poco più che un ragazzo, deve aver capito da poco tempo che da piccolo veniva abusato da un adulto, ma non ha perso tempo: è corso a casa dell’uomo, in piena notte, e l’ha accoltellato. Chiudendo una litigata, che dalle parole è passata subito ai fatti. Per la verità a suo tempo c’era stata una denuncia contro l’adulto, per abusi sessuali, ma presentata dalla madre. Lui raccontava a lei cosa il medico gli faceva, e lei ha subito sospettato. 
 
C’era un processo in corso, ma subito fermato e poi ripartito. Non c’è ancora una sentenza, e il medico nega le colpe. Nel frattempo il bambino è diventato ragazzo e ora è uomo. Probabilmente adesso ha capito tutto quel che da piccolo non capiva, e non ha perso tempo. Colpito dalle sue coltellate, il medico è stato operato d’urgenza due volte, e adesso sta fra la vita e la morte. Si dice: «La vendetta va servita fredda». Ma ci sono oltraggi che bruciano, e l’abuso sessuale è fra questi. Di solito sentiamo di abusi sessuali che vengono vendicati dopo tanto tempo. E c’è una differenza tra la vendetta tardiva e quella rapida. Se un uomo, diventato grande, si vendica di abusi sessuali che ha patito da minorenne, accoltellando l’abusatore, noi siamo portati a interpretare il suo gesto come una vendetta che ha questo messaggio: «Mi hai rovinato la vita. Ti punisco perché mi hai fatto del male, mi vendico oggi per il male che mi hai fatto ieri». Ma la vendetta compiuta domenica a Pordenone ha un altro significato, perché colui che si vendica è ancora molto giovane. Con la sua coltellata non dice che l’abuso gli ha rovinato la vita, ma che gliela sta rovinando adesso. Un abuso sessuale «guasta» la sessualità di colui che lo patisce. Perché, appena può ragionare, si domanda se la colpa sia anche sua, se ci sia qualcosa di sbagliato in lui, se la sua sessualità, ancora in formazione, si stia formando in modo sbagliato. Se lui sia diverso dai suoi amici. Questo 23enne non ha passato le conseguenze dell’abuso che ha patito, ma le sta passando adesso. Se ha una ragazza, entra in crisi con lei. L’abuso non è per lui un tormentoso ricordo, è una bruciante attualità. È adesso che la sua personalità si forma. Da piccolo, non sapeva cosa gli capitava, subiva le attenzioni moleste (come pare) dell’adulto senza capirle, perché non sapeva cos’è la sessualità. Adesso lo sa. Adesso capisce. E adesso si vendica.
 
Quando un bambino vien abusato da un adulto, patisce un inganno, perché l’adulto sa tutto e lui non sa niente. Il bambino «si rimette» alla volontà dell’adulto, che considera buona, perché l’adulto è un parente, un patrigno (a volte addirittura un padre), un prete, un amico di famiglia… Uno legato da un rapporto di amore. Quando scopre, anni dopo, di essere stato abusato, il bambino diventato adulto si sente «tradito» nell’amore. La coltellata, o le coltellate, inflitte da questo 23enne al medico 48enne sono la punizione per il tradimento. Il piccolo che si rimette a un grande è come un figlio che si rimette a un padre: da lui non si aspetta che il bene. Questo medico aveva preso in casa propria questo ragazzo, dunque vivevano insieme, era proprio un rapporto tra padre e figlio: abusandolo il padre ha tradito il figlio, accoltellandolo il figlio ha punito il padre. Non sappiamo quanti anni fa sia avvenuto l’abuso, supponiamo pochi, visto che il ragazzo ha appena 23 anni. Dunque la vendetta è scattata presto. Ma prima o poi doveva scattare, la memoria degli abusi è difficile da liquidare o tenere a bada, resta nel cervello e fermenta.
 
fercamon@alice.it 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/14/cultura/opinioni/editoriali/quel-passato-che-non-mai-passato-Q2RV0Q83vp10OsmmpqeyFP/pagina.html

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