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EVOLUZIONE O INVOLUZIONE NEI 10 ANNI DEI 5 STELLE?
   
PAOLO NATALE
13 ottobre 2019

C’era una volta la piazza: migliaia di cittadini ci andavano per ascoltare e seguire Beppe Grillo, durante le mobilitazioni del 2007-2008 (i V-Day) per un Parlamento pulito o per un’editoria più libera. Il nascente movimento riusciva in quelle occasioni ad ottenere una visibilità significativa sui media, benché molti dei commenti cercassero soprattutto di ridicolizzare, sottolineandone il carattere effimero, l’iniziativa politica del comico (“prova tu a fondare un partito…”).

Dal punto di vista elettorale, in quegli anni, c’era invece poco o nulla. Qualche presenza a livello locale, senza incidere. I limiti di quelle esperienze fanno emergere la necessità di costruire un riferimento politico comune a livello nazionale. Nell’ottobre 2009, al Teatro Smeraldo di Milano, viene dunque fondato il MoVimento 5 Stelle. Beppe Grillo propone un non-programma con più di centoventi obiettivi da realizzare e un “non statuto” che stabilisce le regole di adesione e alcuni principi organizzativi. Il nuovo soggetto politico si presenta con un profilo diverso rispetto ai partiti tradizionali per le idee, le forme organizzative e il tipo di rapporto con i cittadini.

Ma è il 2012 l’anno della svolta. I risultati elettorali e le intenzioni di voto cominciano a sorridere al MoVimento: le adesioni crescono, e la sostanziale compattezza che caratterizzava i votanti per il M5s agli esordi del loro percorso politico tende a scemare. Precedentemente, nel movimento, si distinguevano due tipi principali: i delusi dalla sinistra, che avevano trovato qui un nuovo interesse per la partecipazione politica, e i neofiti, che avevano trovato qui l’occasione per iniziare a partecipare in prima persona alla vita politica del paese.

Le anime che popolano il movimento dal 2013 in poi, in occasione dell’impensabile successo elettorale (il 25% dei consensi), ancora migliorato cinque anni dopo (33%), sono alquanto più variegate, con una significativa crescita dell’area più di destra e quella più “qualunquista”, rispetto alla situazione esistente agli albori. Come diventa presto evidente, il potenziale elettorale di questa nuova formazione dipende dalla capacità di parlare alle diverse anime, con toni e accenti trasversali, per dare motivazioni a tutti. Una cosa relativamente semplice stando all’opposizione, ma piuttosto complicata quando si è al governo, prima a livello locale e poi, dal 2018, a livello nazionale.

Perché sottolineare specifiche parole d’ordine (troppo “di sinistra”, oppure troppo “populiste”) e avallare o adottare specifiche politiche ha come conseguenza immediata quella di allontanare una o più delle consistenti parti di questo elettorato non omogeneo, formatosi attraverso un percorso scaglionato nel tempo.

Così l’iniziale struttura “movimentista” e le proposte quasi da sommatoria di “single-issue parties” poco alla volta viene contraddetta dal ruolo che il M5s svolge nei governi centrali o periferici in cui è presente. L’evoluzione (l’involuzione) del Movimento è sotto gli occhi di tutti: alleanze con la destra e con la sinistra; politiche prima anti-europeiste e poi in accordo con la UE; assenza di leader (uno vale uno), poi personalizzazione e poi ancora “direzione collegiale”; strategie abbozzate e presto contraddette, in cerca di un contatto duraturo con i propri elettori, che da almeno un anno non capiscono più esattamente cosa sia la forza politica che li dovrebbe rappresentare.

Perché un cittadino dovrebbe scegliere oggi, al suo decimo compleanno, il M5s? Farlo diventare un brand politico “comprensibile” sarà dunque l’arduo compito che si appresta a sostenere la nuova direzione, pena il dissolvimento di un movimento che pareva invece destinato a mutare definitivamente il quadro politico-elettorale.

TAG: movimento 5 stelle
CAT: Partiti e politici

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/evoluzione-o-involuzione-nei-10-anni-dei-5-stelle/

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 inserito:: Ottobre 16, 2019, 01:01:51 pm 
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Manifesto per un governo vivo
Combattere il giustizialismo, opporsi a nuove tasse, respingere l’ambientalismo della decrescita, eliminare Quota 100, portare il sorteggio al Csm, non farsi inghiottire dal modello Casaleggio. Chiacchierata con Matteo Renzi sugli anni che verranno

Di Claudio Cerasa
30 Settembre 2019 alle 08:32

Il futuro del governo e i paletti di un movimento. Il perimetro degli amici e il profilo dei nemici. Il senso di una mossa e le contraddizioni di una svolta. La consapevolezza della sconfitta e le sfide alla maggioranza. E poi le confessioni sul domani, le idee sulla manovra, il progetto sul deficit, il sorteggio al Csm, gli elogi a Di Maio, le stoccate a D’Alema, il guanto lanciato a Salvini, il sogno della doppia cifra e una storia non ancora raccontata su quella domenica del 2018 che ci può dire qualcosa sulla scadenza del governo e sul destino della legislatura. Abbiamo passato un’ora con Matteo Renzi, per provare a capire qualcosa di più rispetto alla sua scissione, alla sua nuova strada, alla sua Italia Viva, e in un’ora di chiacchiere l’ex presidente del Consiglio, ed ex segretario del Pd, ha parlato di tutto e ha cercato di spiegare la ragione per cui la separazione dal Pd ha più a che fare con i nemici del Pd che con gli amici rimasti nel Pd. La chiave è tutta lì, nella vera divisione del mondo, nella frattura tra apertura e chiusura, nella capacità, in mezzo a mille contraddizioni e a mille difficoltà, di presidiare uno dei due terreni da gioco provando a far di tutto non per distinguersi con chiarezza dai vecchi amici ma per distinguersi con chiarezza dai nuovi nemici. Difficile dire dove potrà arrivare Renzi. Ma per provare a capire dove potrà arrivare il governo ascoltare l’ex presidente del Consiglio è utile.

Senatore Renzi, ma che differenza c’è tra Italia Viva e il Pd?
“Siamo un’altra cosa rispetto al Pd, abbiamo un altro entusiasmo. Ma il nostro avversario è Salvini, non Zingaretti”

“C’è una differenza di linguaggio, di stile, di liturgie interne. E di entusiasmo. Noi siamo felici di essere una squadra, non passiamo il tempo a cercare di attaccare il compagno di partito. Non viviamo di correnti e di fuoco amico. Poi, certo, abbiamo anche dei temi di contenuto: Zingaretti valorizza la classe dirigente che era contro il Jobs Act. Mette nella sua segreteria uno che era contro la riforma del lavoro, mette alle riforme istituzionali uno che era contro il nostro referendum. Quindi ci sono delle differenze programmatiche, di contenuto. Del resto la parola d’ordine della nuova segreteria era ‘Dobbiamo chiedere scusa’ per gli anni dei nostri governi. Io non chiedo scusa delle cose buone che abbiamo fatto, io non mi vergogno della stagione riformista di questo paese, io sono fiero di aver preso un paese che stava con Letta al meno 2 per cento e che abbiamo lasciato a Conte a +1.7 per cento. Ma più che sul passato, la differenza è sul futuro. Noi abbiamo creato un partito in cui la diarchia uomo donna è regola costitutiva mentre nella cultura dominante di questo paese quando valorizzi una donna c’è sempre chi si chiede: ‘Chissà cosa c’è sotto’. E quando una storia bellissima come quella di Teresa Bellanova arriva al Quirinale, la attaccano sul vestito: meschini! Abbiamo un partito in cui i coordinatori provinciali saranno spesso millennial, ragazzine e ragazzini. Se un ventenne entra in una sezione del Pd gli chiedono ‘Con chi stai? ’, noi dobbiamo chiedergli ‘Che cosa pensi? Che idee hai? Che cosa proponi? ’. Non me ne frega niente di farti iscrivere alla mia corrente, mi interessa sapere come vuoi cambiare il mondo. Ecco, con una battuta possiamo dire che noi non stacchiamo la spina al governo: noi stacchiamo le correnti, non la corrente. Naturalmente dico queste cose con una punta di amarezza perché avrei voluto cambiare il Pd e non ci sono riuscito. Paradossalmente la nostra azione di governo ha cambiato l’economia italiana più di quanto la nostra segreteria abbia cambiato il Pd. Ma forse le correnti del Pd sono ineliminabili se è vero che costituiscono il cruccio per tutti i segretari autenticamente riformisti. Detto questo, caro direttore, il mio avversario non è il Pd: il mio avversario è Salvini. Siamo un’altra cosa rispetto al Pd, abbiamo un altro stile, abbiamo un altro entusiasmo. Ma il nostro avversario è Capitan Fracassa Salvini, non Zingaretti. E forse anche il Pd senza più Renzi dentro vivrà meglio e senza alibi, mettiamola così”.

Non si può non ricordare però, senatore, che quello che lei ha fatto è in contraddizione con molte idee che lei ha rivendicato negli ultimi anni. Ricorda? “Dobbiamo dire no ai partitini”, “dobbiamo coltivare a tutti i costi la vocazione maggioritaria”, “dobbiamo ricordare che quando si perde si resta dentro, si lotta e si va avanti e non si scappa via con il pallone”. Come spiega anche a se stesso l’avere cambiato idea su tutti questi punti?
“Le critiche sono oggettive, certe. Abbiamo semplicemente dovuto cambiare idea, prendendo atto della realtà. Fare politica senza fare i conti con la realtà è la negazione della democrazia e della serietà: tu sei davanti a un mondo che cambia, non puoi interpretarlo sulla base dei tuoi desideri ma di ciò che hai davanti. Il principio di realtà è il fondamento della serietà. Io contesto chi vive di ideologia e non si arrende davanti alla realtà. Tutto cambia il 4 dicembre 2016. La mia sconfitta, certo. Ma dopo aver personalizzato la campagna elettorale, non personalizziamo anche l’analisi del voto. Io perdo, certo. E vado a casa, certo. Ma chi perde è innanzitutto l’idea che l’Italia possa diventare un luogo di stabilità politica. Tra il 2016 e il 2017 arriva uno tsunami sulla politica mondiale. E oggi paesi che erano strutturalmente stabili non lo sono più: il Regno Unito e la Spagna erano modelli di alternanza, oggi sono modelli di caos.

È viva l’Italia che si apre. “Lasciamo i muri a chi scimmiotta Orbán, e non si rende conto di fare un danno al paese”. “Non vogliamo far piangere i ricchi, vogliamo far star bene i poveri”

Quanto l’Italia, forse persino più dell’Italia. Negli ultimi quattro anni l’Italia ha votato una volta, la Spagna quattro volte. Chi lo avrebbe mai detto solo dieci anni fa? La Germania è potenzialmente il prossimo paese a rischio anche se a Berlino la cultura della grande coalizione e del compromesso costituiscono una base solida per evitare tensioni istituzionali. Rimangono solo Stati Uniti e Francia, che hanno un sistema in cui chi vince governa davvero. Io volevo questo, con quel referendum: far governare il vincitore. E dargli poteri veri, in un sistema di pesi e contrappesi costituzionalmente forte. Abbiamo tentato di scrivere una pagina nuova che partisse dalla riforma istituzionale. Se noi avessimo approvato una legge elettorale con il ballottaggio e un sistema senza il bicameralismo paritario avremmo avuto le condizioni per garantire la stabilità per cinque anni e avremmo indirizzato le forme della politica sul modello che io sogno, ovvero il modello francese o americano dove chi vince governa per cinque o quattro anni. Macron può fare Macron anche perché se arriva al 9 per cento di consenso con i gilet gialli nessuno gli toglie la fiducia fino al 2022: sembra banale ma è un punto decisivo.

“Vogliamo essere più forti rispetto alle previsioni… Questa nostra casa avrà a breve più di cinquanta parlamentari, centinaia di sindaci, una cinquantina di consiglieri regionali, migliaia di amministratori e soprattutto un sacco di comitati e semplici iscritti. Sarà una rivoluzione”

Quella del 4 dicembre è stata una sconfitta pazzesca perché non ha solamente segnato la fine dell’ultimo governo che aveva fatto leggi di bilancio espansive, è anche stata la sconfitta di un modello politico. Non c’è dubbio: aver detto di no il 4 dicembre ha segnato la mia sconfitta tre anni fa ma – contrappasso dantesco – paradossalmente i principali sconfitti di oggi sono il centrodestra e i Cinque stelle perché non possono immaginare di governare l’Italia sulla base dell’attuale sistema e devono per forza inventarsi qualche accordo. Loro che dicevano “Mai col Pd” ora stanno col Pd per colpa o grazie al loro No al referendum. Quelli che prima erano inciuci oggi si chiamano contratti di governo: cambia il nome, non la sostanza. Io ho tentato di scrivere una pagina nuova che partisse dalla riforma istituzionale. Adesso il principio di realtà ci dice che dobbiamo girare pagina. Fatta questa lunga premessa, posso rispondere. Certo, ho cambiato idea sul restare dentro il Pd. Ma il Pd che festeggia la notte del 4 dicembre o che mette alla guida delle riforme chi ha votato No il 4 dicembre non può più essere casa mia. Quanto al fatto di aver fondato un partitino, ho un unico modo per smentire questa idea. Farlo diventare un partitone: ci proveremo. E io dico che ci riusciremo. Se guardate le immagini delle prime riunioni di questi giorni, penso a quella di Milano ma non solo, vedrete che quel partito non è un partito del 5 per cento. E a bassa voce nei palazzi della politica lo ammettono tutti: chi con entusiasmo, chi con terrore. Questa nostra casa avrà a breve più di cinquanta parlamentari, centinaia di sindaci, una cinquantina di consiglieri regionali, migliaia di amministratori e soprattutto un sacco di comitati e semplici iscritti. Sarà una rivoluzione, mi creda”.

Lei, in modo forse ottimistico, ha detto che il suo partito ha le potenzialità di arrivare fino al 10 per cento. In vista del futuro, qual è il sistema elettorale che meglio si può adattare al profilo del vostro movimento?
“Non faremo alcuna battaglia politica sul sistema elettorale perché ci sentiamo vincolati dall’impegno che il presidente del Consiglio porterà in Aula. Siccome il premier ha parlato della riforma istituzionale in un pacchetto noi valuteremo ciò che egli offrirà. Non saremo noi a dire come farla. Io preferisco il maggioritario ma siccome non posso più decidere da solo mi va bene il proporzionale, il misto, il sorteggio, quello che vogliono. Quello che devono capire è che se qualcuno immagina di poter condizionare Italia Viva, dicendo che vuole fare una legge elettorale contro di noi, commette un duplice errore. Innanzitutto fare una legge elettorale contro qualcuno di solito porta sfiga. Poi l’attuale legge elettorale rafforzerebbe Salvini: quindi per fare un dispetto a Renzi farebbero un favore a Salvini. Ci hanno già provato quest’estate e non è andata benissimo. Il secondo punto è che Italia Viva non ambisce a essere un partitino, noi vogliamo essere oltre la doppia cifra. Siamo certi che essere stimati attorno al 5 per cento di partenza dai sondaggisti che non conoscono il logo e il brand è già un risultato sorprendente. Ma noi vogliamo essere più forti rispetto alle previsioni”.

Sul nostro giornale, Luigi Marattin ha scritto che il vostro progetto nasce dalla volontà di presidiare con forza il terreno di gioco dell’apertura. Si è mai chiesto perché il mondo della chiusura ha un suo eroe, ovvero Trump, mentre il mondo che si ispira all’apertura fatica a trovare un suo leader, che ha tutta l’aria di essere un politico come Macron?

“Gigi Marattin è molto bravo. E sarà una colonna di Italia Viva, insieme a tanti altri parlamentari e no che non hanno trovato purtroppo molto spazio in questi ultimi mesi nel dibattito politico ma che saranno una sorpresa per tanti. Ha ragione Marattin quando dice che noi siamo per l’apertura. L’Italia aperta vince, l’Italia chiusa muore. Non lo dicono i futurologi, lo dice la storia. L’Italia è diventata grande quando ha colto le occasioni di una società capace di aprirsi e contaminarsi, dall’Impero Romano al Rinascimento. L’Italia è terra di emigrazione e immigrazione da sempre e un piccolo paese di 60 milioni di persone oggi può essere luce in tutto il mondo, con la propria cultura, il proprio export, la propria bellezza. Noi siamo per l’apertura e lasciamo i muri a chi scimmiotta Orbán non rendendosi conto di fare un danno esistenziale al nostro paese.

“Ritengo Quota 100 un furto alle nuove generazioni. E un autogol per il bilancio del paese”. “Eliminare il reddito di cittadinanza sarebbe un’inutile provocazione ai Cinque stelle, cercare di trasformarlo sempre di più in un lavoro di cittadinanza può avere una logica positiva anche per le aziende”

Veniamo a Trump e Macron, domanda tosta questa. Trump oggi è il mito dei nuovi protezionisti. Ma la sua narrazione è decisamente zoppicante per vari motivi. Intanto perché laddove un leader populista ha sfidato e sfida le istituzioni non è detto che vinca. Magari fa il pieno di like sui social, ma non è detto che vinca. Negli ultimi due mesi i due leader populisti che hanno sfidato i propri parlamenti, Matteo Salvini in Italia e Boris Johnson nel Regno Unito, hanno raccattato sonore sconfitte. Con buona pace di chi profetizza la fine delle democrazie liberali, i presidi istituzionali parlamentari sono ancora garanzia e argine della democrazia. Cito questo fatto perché la vicenda del rapporto Ucraina-Trump contro il figlio di Biden rischia di essere decisiva per la Casa Bianca, molto più delle precedenti storie delle interferenze russe o di qualche pornostar. Lo ha scritto, acutamente come sempre, Giuliano Ferrara sul Foglio di sabato. E lo ha detto in modo rigoroso e austero la speaker Nancy Pelosi qualche giorno fa. Nelle prossime settimane in America si gioca la terza partita ‘Istituzioni versus Populismo’. E non è detto che Trump vinca: farà la vittima certo, i dem probabilmente non hanno i numeri. Ma attenzione: questa vicenda potrebbe anche rafforzare Joe Biden. E Joe non solo è un grande amico dell’Italia (spassosi i suoi ricordi dei pizzaioli del Delaware emigrati dal Mezzogiorno che lo votano da anni e lo ritengono uno di loro) ma è anche e soprattutto l’unico in grado di battere il presidente. Il sistema americano dipende da cinque-sei piccoli stati decisivi, gli swing states. E Biden in quegli stati può fare la differenza, mentre ragionevolmente la Warren no. Insomma: è vero che Trump che ha aperto la sua presidenza col discorso dell’inaugurazione tutto concentrato sul protezionismo è il campione del mondo chiuso. Ma è anche vero che la partita negli Stati Uniti è più aperta di quanto si racconti.

Macron è invece nel suo momento decisivo. Ha vinto, entusiasmato, poi ha ricevuto una gigantesca campagna ostile con i gilet gialli, ha saputo recuperare con il Grand Debat. Adesso che fa? Adesso deve implementare le riforme, deve dare concretezza al suo progetto. E può farlo, secondo me. Anche perché la nuova Europa di Ursula von der Leyen e Charles Michel è figlia della sua leadership come molti di noi avevano previsto proprio un anno fa, quando sembrava assurdo dirlo e quando il genio di Salvini arrivava al punto di andare a Mosca a tifare contro la Francia persino ai Mondiali. Fino a poco fa quattro paesi erano alla guida dell’Europa: Regno Unito, Francia, Germania e Italia. Il Regno Unito è fuori, l’Italia è stata fuori per oltre un anno. Una delle ragioni per cui mi sono convinto – nonostante i risentimenti personali – a fare l’accordo con i grillini è anche perché serviva ritornare, hic et nunc, a giocare un ruolo in Europa evitando che la storica e necessaria relazione franco-tedesca cancellasse tutti gli altri. Rispetto a questo scenario, la partita europea, la partita americana e i rapporti con la nuova Via della seta in Cina aprono degli scenari meravigliosi. Se l’Italia prova a gestire una partita e se Macron prova a essere leader europeo c’è da divertirsi per tutti. Ma sono due punti interrogativi. Macron deve implementare le sue riforme e l’Italia deve tornare al tavolo da protagonista, non da comprimaria”.

La prima manovra economica, “cacciare Salvini e bloccare l’aumento dell’Iva”. “Abbiamo fatto un partito No Tax. Quello che potremo fare per evitare l’aumento delle tasse lo faremo”. La necessità di sbloccare gli investimenti e di combattere il giustizialismo. Sì al sorteggio per il Csm: “Sono più d’accordo con Bonafede che con Orlando”

“La nuova maggioranza ha una forte componente giustizialista nei Cinque stelle. Ma le sensibilità personali sono spesso meno dure della linea ufficiale del partito. Molti di loro ammettono candidamente che il giustizialismo è un errore. Mi preoccupa paradossalmente di più la potenziale svolta giustizialista del Pd”

Abbiamo parlato a lungo negli ultimi mesi di spread, inteso come differenziale tra Btp e Bund, ma ci sono altri spread più importanti che andrebbero considerati, per studiare bene i deficit del paese. Pensiamo alla giustizia. Pensiamo alla competitività. Pensiamo alla crescita. Tempo fa, per provare a stimolare la crescita, lei propose l’idea di arrivare a un deficit al 2,9 per cento. Non potrebbe essere questo il momento per provarci? E non potrebbe essere questo il momento per provare a superare il fiscal compact in Europa?

“Se la mette così facciamo venire un colpo al mio amico Roberto Gualtieri. Che è forse il più ferrato di tutti noi nel calcolo del deficit giusto sulla base delle regole europee. Facciamo un passo indietro. Il primo punto fondamentale è che se noi non avessimo compiuto il capolavoro tattico di mandare a casa Salvini ad agosto oggi avremo un sistema economico in crisi profonda. Quella che hanno ironicamente chiamato ‘la zampata’ oppure ‘Operazione Machiavelli’ comporta il fatto che l’Italia ha comprato tempo in Europa. Abbiamo di fronte a noi un anno di relativa tranquillità ma tale è stato il sollievo di aver allontanato dal governo chi usava l’Europa come mezzo per regolare qualche conto interno che è come se ci fossimo comprati un anno di tempo. Se non si fosse fatto il governo avremmo avuto lo spread a 300, un leghista alla Commissione europea anziché Gentiloni, i mercati in tensione e il paese impegnato in una gara a colpi di slogan. La prima manovra economica è stata cacciare Salvini e bloccare l’aumento dell’Iva. L’aumento selettivo sarebbe una presa per il naso selettiva. La sfida è conformare la nostra politica di sviluppo a un piano quinquennale, che corrisponde al programma di governo di Ursula von der Leyen, che prevede l’economia verde, la sostenibilità, gli investimenti nelle periferie.

In questa fase il governo non ha intenzione di portare il deficit al 2,9 per cento e noi rispettiamo questa scelta. Si poteva fare nel 2017 se avessimo vinto il referendum e soprattutto questa è una cosa che fai se hai nel carniere delle riforme fatte, un premier che ci crede, una maggioranza solida, un paese in forma. Oggi aprire questo tema farebbe solo un danno a Gualtieri e Gualtieri va sostenuto e aiutato, punto”.

Per ottenere qualcosa di più in termini di flessibilità bisognerebbe evitare di utilizzare quei soldi in più per portare avanti politiche non espansive e forse persino recessive. Secondo lei Quota 100 e reddito di cittadinanza sono riforme da abolire?

“Ritengo Quota 100 un furto alle nuove generazioni. E un autogol per il bilancio del paese. Vedremo che cosa ci porteranno in Aula da votare e discuteremo ma Quota 100 è l’ennesima dimostrazione di come il populismo faccia danni a lungo termine. Il reddito di cittadinanza è una misura che io non amo, notoriamente. Alla Leopolda ho chiesto di intervenire al sindaco di Gabicce, Domenico Pascuzzi, che a inizio estate fece scalpore sottolineando come molti giovani rifiutassero di fare la stagione per colpa del reddito di cittadinanza. Ma è una legge che c’è, è un pilastro dei Cinque stelle e noi l’accordo l’abbiamo fatto coi Cinque stelle. Hanno già cambiato idea sulla Tav, sulla Tap, su Ilva, sulle Olimpiadi: non è che puoi imporre tutto tu. Giusto dunque che si lavori insieme sul reddito, partendo dal presupposto che questa misura non si può eliminare. Magari si può cercare di valorizzare i controlli della Guardia di Finanza visto che il 60 per cento dei controlli a campione che sono stati fatti hanno mostrato qualche problema. E si può aiutare la parte positiva del ‘lavoro di cittadinanza’ che deve essere implementata. Che non ci sia soltanto un sussidio ma che venga valorizzata anche la parte che riguarda la ricerca del lavoro. Eliminare il reddito di cittadinanza sarebbe un’inutile provocazione ai Cinque stelle, cercare di trasformarlo sempre di più in un lavoro di cittadinanza può avere una logica anche per le aziende. Abbiamo qualche nostra parlamentare bravissima su questi temi, sarà un piacere provare a migliorare le cose tutti insieme. Sul tema delle tasse rivendico ciò che abbiamo fatto: l’Irap costo del lavoro, l’Imu prima casa, l’Ires, il canone Rai, gli 80 euro. Oggi l’abbassamento delle tasse è più complicato perché i numeri sono stretti. Abbasserei tutte le tasse perché credo che la pressione fiscale sia eccessiva, però intanto pensiamo a non fare aumentare l’Iva.

Dopo di che spero che il ministro dell’Istruzione si preoccupi di rimettere in piedi l’Unità di missione sull’edilizia scolastica, non di attaccare la Ferrero dicendo che l’uomo più ricco d’Italia fa le merendine. Perché se vuoi aprire un dibattito sull’educazione alimentare, discutiamo e ragioniamo. Se vuoi mettere le tasse sulle merendine in nome dell’invidia sociale stiamo scendendo ai livelli bassi bassi di chi diceva ‘Anche i ricchi piangano’. Il mio obiettivo non è la punizione sociale per chi sta bene ma aiutare chi sta peggio. Noi non vogliamo far piangere i ricchi, vogliamo far star bene i poveri. Spero che il ministro dell’Istruzione si occupi di scuola, non di invidia sociale”.

È una promessa la sua? Ovvero: il suo partito dà la garanzia che nelle manovre di questa legislatura non ci sarà alcun aumento delle tasse?

“Il nostro obiettivo è questo, noi abbiamo fatto un partito No Tax. Qualcuno ha fatto il partito No Tav, qualcuno No Tap, noi facciamo il No Tax. Nella mia esperienza di capo di una giunta o di un governo non ho mai alzato una tassa. Oggi non sono più solo, non comando più io. Ma quello che potremo fare per evitare l’aumento delle tasse lo faremo. Ricordo che con il governo gialloverde la pressione fiscale è aumentata… Bisognerebbe fare un monumento al professor Marco Fortis, che costantemente sul vostro giornale fa la fatica di leggere i dati Istat e di spiegarli. Forse è per questo che i talk-show non lo chiamano mai. Preferiscono commentatori che spiegano dati che spesso neanche hanno capito. La narrazione di un’Italia debole e senza manifattura va avanti da 20 anni. Ma è falsa. E dire che nel nostro triennio le tasse sono diminuite”.

In Italia si parla da tempo della necessità di avere un partito del pil. Lei crede che quel partito possa corrispondere al profilo del suo movimento?

“Il partito del Pil significa nella mia testa il partito di chi non si rassegna. Mi hanno molto preso in giro per il nome Italia Viva. Vi devo confessare che appena ho proposto il nome nella prima riunione dei gruppi parlamentari mi hanno preso in giro quasi tutti. Qualcuno lo ha definito un tonno, altro che lo yogurt di Prodi. Ma questo dà il senso di una cosa importante: fuori dal Pd, siamo tornati a scherzare, a sorridere, a prenderci in giro, a vivere con leggerezza. Nel Pd ti alzavi la mattina e dovevi guardarti le spalle dal tuo compagno di stanza. Qui scherziamo, sorridiamo, ci prendiamo in giro. Ma poi marciamo insieme senza correnti e divisioni. E comunque alla fine Italia Viva piace a tutti. Perché basta vedere una riunione per capire perché abbiamo scelto questo nome. Noi siamo l’Italia Viva. E’ una definizione che include chi si alza la mattina presto, chi si fa il mazzo, chi lavora e ci crede. E’ anche il partito di chi fa associazionismo e volontariato, del terzo settore, dell’Italia che si mette in movimento. Poi dobbiamo considerare dei punti specifici come non alzare le tasse, sbloccare gli investimenti. Il piano per l’edilizia scolastica e il piano per il dissesto idrogeologico che stavano dentro l’operazione Italia sono stati bloccati dal precedente governo e credo abbia un senso tornarci. Ci sono 36 miliardi di euro di opere pubbliche da sbloccare subito con la pax burocratica che ha permesso ad esempio a Genova di bruciare i tempi e di lavorare bene sul nuovo ponte di Renzo Piano. E del resto ne ho parlato a lungo in questi giorni, ho scritto un articolo sul Sole 24 Ore, stiamo predisponendo con Maria Chiara Gadda un documento molto bello per la Leopolda. Così come ha un senso tenere vivo l’impianto di Industria 4.0 che ha consentito a molte aziende di cambiare il proprio modello aziendale ma che oggi ha bisogno di nuove professionalità formate. L’ultima cosa è recuperare, senza odio ideologico, i soldi di chi non paga le tasse. Lo abbiamo fatto con la fatturazione elettronica, con la dichiarazione precompilata, con lo scontrino digitale, con tutte le misure che sono le nostre misure. Sono misure made in Leopolda e solo chi è in malafede rifiuta di ammetterlo. Ma il tempo è galantuomo”.

Cosa ne pensa Renzi dell’idea di non penalizzare chi usa il contante ma di agevolare le transazioni elettroniche?

“E’ meglio agevolare che penalizzare gli altri. E’ una delle ipotesi alle quali sta lavorando il governo e vedremo cosa ne verrà fuori. Quando ci mostreranno le carte, diremo la nostra. Noi abbiamo fatto una grande operazione con il fisco telematico e adesso Ernesto Maria Ruffini sarà alla Leopolda a presentare la seconda parte di questo progetto. Anche se spero che Ruffini venga richiamato in servizio all’Agenzia delle Entrate: il suo lavoro ha dato frutti, non vedo ragioni per non ripartire da lui”. Non esiste un’economia competitiva senza avere una giustizia all’altezza delle sfide dell’Italia. E per parlare di giustizia non si può non parlare di magistratura. E di Csm. Cosa farà Italia Viva per combattere il profilo giustizialista del governo?

“Il problema della giustizia sono innanzitutto i tempi che vanno accorciati, su questo concordo con Bonafede. Non è possibile che l’imprenditore Tonino Angelucci sia costretto a 16 anni di processi prima che sia dichiarata la sua innocenza. Non è possibile che la vicenda Papa-P4 finisca nel nulla dopo aver costituito l’apertura dei giornali per mesi. Non è pensabile che Silvio Berlusconi sia indagato per anni come mandante delle stragi mafiose o dell’attentato a Costanzo. Dico: hai prove sul fatto che Berlusconi voleva uccidere Costanzo? Vai a processo e condannalo. Ma siccome le prove non ci sono, tenere sotto schiaffo per anni un qualsiasi cittadino è ingiusto, un ex premier è addirittura incredibile. Rispettare le istituzioni significa rispettare la magistratura, rispettare la giustizia, ma significa innanzitutto rispettare la realtà. Io sono garantista. Per me contano le sentenze passate in giudicato, quelle della Cassazione insomma. Le aspettiamo con fiducia. Ma combattere il giustizialismo significa combattere la filosofia per la quale un magistrato apre un’indagine, un direttore di giornale decide di fiancheggiarla, poi si arriva alla Cassazione che magari assolve e nessuno fa il conto dei danni che il povero malcapitato imputato deve subire. Io ho firmato un centinaio di azioni di risarcimento danni in sede civile e conto di pagarmi il mutuo di casa con quei soldi. Ma un cittadino semplice che finisce stritolato in questo meccanismo che fine fa? La nuova maggioranza ha una forte componente giustizialista nei Cinque stelle. Ma devo ammettere che parlando con molti deputati e senatori grillini mi rendo conto che le sensibilità personali sono spesso meno dure della linea ufficiale del partito. Molti di loro ammettono candidamente che il giustizialismo è un errore. E questo mi fa pensare che potremo mitigare certi toni e certi insulti. Mi preoccupa paradossalmente di più la potenziale svolta giustizialista del Pd. Quando sono stato segretario ho tenuto in minoranza l’ala giustizialista. Vediamo se gli amici che adesso guidano il Nazareno a cominciare da Andrea Orlando che è comunque un amico e una persona seria riusciranno a contenere le varie spinte interne”.

E rispetto alle proposte sulla giustizia annunciate venerdì scorso dal governo?
“Vediamo che testo ci porteranno. Al momento si stanno vedendo solo loro e forse è meglio così. Non mi preoccupano i vertici di maggioranza tra Bonafede e Orlando senza di noi. Perché senza di noi possono fare i vertici ma non possono fare la maggioranza. Specie sui temi della giustizia”.

Se il ministro Bonafede dovesse proporre il sorteggio per il Csm, che è un’idea che abbiamo sentito anni fa alla Leopolda, lei potrebbe prendere in considerazione la proposta?
“Vi sorprenderò: per me sì. Io sul Csm sono più d’accordo con Bonafede che con Orlando. Con Andrea ricordo una bella discussione a Palazzo Chigi in cui io proponevo il sorteggio, ispirato da Gratteri e lui che mi spiegava la sua contrarietà e l’impossibilità tecnica di farlo. Se si arriva al sorteggio per il Csm personalmente ci sto. Anche perché è ipocrisia pura fingere che solo qualche corrente facesse le cene per accordarsi sugli incarichi direttivi. Le correnti sono un danno sicuramente nei partiti. Ma per me sono un problema anche dentro la magistratura. In ogni caso, quando avranno la bontà di confrontarsi anche con noi discuteremo. Gli obiettivi di Bonafede di diminuire i tempi della giustizia e di arrivare al sorteggio del Csm mi sembrano interessanti. Faccio una previsione: Bonafede non avrà mai il coraggio di andare fino in fondo, scommettiamo? Chi tocca certi equilibri nella magistratura ne paga le conseguenze. Non dico altro. Italia Viva non ha ancora discusso di questo, lo faremo liberamente, tutti insieme, senza pregiudizi o decisioni precostituite”.

Se dovesse spiegare agli interlocutori stranieri cosa sono i Cinque stelle, che cosa direbbe?
“Saremo alleati seri e affidabili adesso perché è giusto dare stabilità al governo e tranquillità al paese. Ma noi non abbiamo fatto questo governo per diventare alleati in pianta stabile di Casaleggio, sia chiaro. Salvare il paese è un dovere, salvare la Rousseau no. Alla fine della legislatura torneremo liberi e felici competitor”

“Sono maturati, dato che sono partiti per distruggere tutto e adesso si rendono conto che così facendo distruggono solo loro stessi. L’immagine che ho in mente è quella di un coriaceo Luciano Nobili che in una delle trasmissioni del mattino disintegra Paragone sulle banche al punto che l’ex anchorman delle critiche sulle banche è costretto a dare ragione al deputato iper-renziano. Divertente, molto divertente. Quanto a Di Maio si gioca la partita della vita. Devo ammettere, obtorto collo, che l’inizio del suo lavoro mi è sembrato molto saggio. Ha scelto una bella squadra, è circondato da persone di grande qualità a cominciare da Ettore Sequi che si è scelto come capo di gabinetto, e si è mosso senza sbagliare nulla. Almeno per il momento. Detto questo, noi saremo alleati seri e affidabili adesso perché è giusto dare stabilità al governo e tranquillità al paese. Ma noi non abbiamo fatto questo governo per diventare alleati in pianta stabile di Casaleggio, sia chiaro. Salvare il paese è un dovere, salvare la Rousseau no. Alla fine di questa legislatura torneremo liberi e felici competitor. E certo non ci possono chiedere di votare a favore delle fallimentari esperienze di Virginia Raggi e di Chiara Appendino: due giovani donne politiche che rispetto e a cui va tutta la mia solidarietà per gli attacchi personali che hanno ricevuto. Ma le ritengo esempi di due amministrazioni fallimentari. Dunque, patti chiari amicizia lunga. Lavoriamo insieme al governo fino al 2023. Poi ognuno per la propria strada. Una bella stretta di mano e via, non un abbraccio per sempre”.

È vero o no che nel marzo 2018 sarebbe stato possibile fare l’accordo con i Cinque stelle?
“Allora non c’erano le condizioni politiche per fare l’accordo perché i Cinque stelle erano molto più forti. La loro agenda era totalmente contro la nostra stagione riformista, contro l’Ilva, contro la Tav, contro la Tap, contro i vaccini e andare al governo con loro sarebbe stato il suicidio del Pd. Chi non lo capisce, o fa finta di non capirlo, e paragona marzo 2018 con settembre 2019 lo fa in malafede. Chi conosce l’abc della politica sa che di mezzo non ci sono solo 14 mesi ma un’èra geologica, segnata dal trionfo del salvinismo. Le loro avance furono molto sulla sinistra radicale al punto da definire il Jobs Act come un grande problema. Le proposte che Di Maio mandò al Corriere della Sera il giorno della mia intervista da Fazio erano incentrate sul ripristino dell’articolo 18, non un gran segnale per me. Oggi è cambiato tutto perché dopo un anno sono più deboli elettoralmente, meno centrali dal punto di vista della presenza nel dibattito politico e il nemico comune Salvini permette di fare un’operazione a tutela degli interessi degli italiani, non semplicemente un’operazione di Palazzo”.

Quand’è stata la prima volta che ha pensato a questa operazione?
“L’8 agosto, quando Salvini ha fatto la follia. Ne avevamo parlato prima, più volte, però avevamo convenuto che non ne valesse la pena. Ero a casa a Firenze, appena rientrato da Roma. E dovevo andare all’unica Festa dell’Unità cui ho partecipato quest’estate, la prima, l’unica, l’ultima, a Santomato, vicino a Pistoia. Mi arriva l’agenzia con cui Salvini chiude ufficialmente l’esperienza di governo. Respiro. E mi vedo il film. Papeete, tour nelle spiagge, caccia all’immigrato, mojito, dichiarazione contro Macron, cubista che balla, mercati che ballano, spread che aumenta, dichiarazione di Borghi o Bagnai contro i mercati, caccia a chi la spara più grossa, populismo esasperato dei Cinque stelle per tenere botta contro Salvini, dati devastanti della produzione industriale, recessione, fuga dei capitali, scontri verbali e odio sui social, polemiche sui bus contro i ragazzi di colore. Tutto avrebbe subito un’accelerazione. E a quel punto il 10 settembre alle 23 la Maratona Mentana – ormai una presenza istituzionale di questo paese – avrebbe raccontato un paese dilaniato, in ginocchio, diviso. E forse persino senza maggioranza o con i sovranisti pronti a cambiare la Costituzione. Con o senza pieni poteri Salvini avrebbe distrutto l’economia italiana. Mi vedo questo film, mi mordo la lingua pensando all’idea di votare la fiducia a un governo con dentro Di Maio, e mando un sms a Andrea Orlando. Perché era il vicesegretario del mio partito, quello con il quale parlavo, visto che con altri dirigenti era più complicato: ‘Andrea, se fossimo seri ora sarebbe il momento di fare politica. Sentiamoci’. Poi prendo la Mini di mia moglie e guido fino a Santomato: sono uno di quelli che quando ha bisogno di riflettere, ama guidare. La scelta era ardita ma non avevamo alternative. Mi fa ridere chi dice che l’ho fatto per salvare i parlamentari renziani: è vero che per la seconda volta in cinque anni salviamo la vita di una legislatura e mi ha fatto ridere un parlamentare dell’opposizione che mi ha detto ‘grazie, mi hai salvato il mutuo’. Il punto è che io non l’ho fatto per i miei parlamentari, tanto è vero che il giorno dopo il giuramento del governo i ‘miei’ parlamentari sono passati quasi tutti con Zingaretti. La leadership non dipende da quanti parlamentari hai, ma dalla forza delle tue idee. E questo purtroppo i signori delle correnti, i signori delle tessere non lo capiranno mai”.

Italia Viva: “Mi rivolgo a tutti. E’ il momento di mettersi in gioco, di dare una mano”. L’ambiente: “Se vuoi difenderlo devi investire in tecnologia e infrastrutture, non rifugiarti nei boschi”

Quali sono state le volte in cui in passato ha pensato di volere fare un proprio partito?
“Il giorno dopo le elezioni europee del 26 maggio 2014, ma sarebbe stato un atto di egoismo. Avrei vinto le elezioni ma avrei fatto un danno al paese. In un certo senso io capisco Salvini che voleva riscuotere il consenso: ma prima dell’interesse individuale c’è il bene comune, il servizio alla comunità. Salvini ha cercato di fare ciò che io avrei potuto fare e non ho voluto fare. Quanto a Italia Viva è chiaramente il partito che ho ispirato. Ma non è solo Renzi, anzi. E’ la diarchia, con una donna e un uomo in tutti i posti di responsabilità. Sono tantissime ragazze che in tutte le città stanno prendendo le redini di Italia Viva. Sono le parlamentari bravissime che stanno lavorando con noi: anche i maschietti sono bravi, ma le donne di più. E meno male che Rosato non è entrato al governo: è una macchina da guerra nell’organizzazione”.

In questi giorni avete proposto delle misure complessive per favorire l’occupazione delle donne. Può dirci qualcosa di più?
“La Leopolda quest’anno sarà una bomba. Queste proposte che lei cita faranno parte del Family Act su cui sta lavorando Elena Bonetti, una professoressa universitaria bravissima ma anche una bravissima ministra. Noi abbiamo in squadra un’altra fuoriclasse, Teresa Bellanova, che è strepitosa e tutte le volte che la vedo all’opera mi chiedo come sia stato possibile non candidarla alla guida del Pd nel 2019: chi le ha detto di no, si sta mangiando le mani. Sarebbe stata straordinaria. Ma sulle donne lavoreremo molto. Saremo davvero il primo partito femminista in un’accezione diversa dal passato: non ideologica ma straordinariamente concreta”.

C’è la possibilità che nei prossimi mesi arrivino ancora nel suo partito persone provenienti da altre esperienze politiche?
“Serve coraggio, noi abbiamo comprato un anno di tempo in Europa ma o lo riempiamo di progetti e proposte credibili oppure il rischio è quello di regalare ai nostri avversari a cominciare da Salvini un match point. Mi rivolgo a tutti, il mio è un appello ai naviganti. E’ il momento di mettersi in gioco, di dare una mano. E’ il momento zero, esattamente come lo è stato la Leopolda degli inizi e infatti sono convinto che quest’anno ci sarà un sacco di gente che ha voglia di impegnarsi e di iscriversi. Abbiamo ricevuto 10 mila euro al giorno per cinque giorni di fila con piccole donazioni sul sito dei Comitati. Siamo bombardati da email, da richieste di collaborazione, da proposte intelligenti. Venite a prendervi l’Italia Viva, venite a darci una mano. Basta polemiche sul passato, costruiamo il domani. Tutti insieme”.

La scorsa settimana abbiamo visto di fronte ai nostri occhi in azione il fenomeno Greta, anche nelle piazze italiane. Greta ha avuto certamente il merito di averci costretto a porci delle domande sull’ambiente. Non ha però paura che l’ambientalismo possa diventare una maschera dietro la quale nascondere i valori della decrescita?
“Il rischio esiste, però ci sono due fatti. Primo, c’è una generazione di ragazzi che si è messa in moto e chi ironizza su Greta deve avere il coraggio di ammetterlo. Potenza di quello che i greci chiamavano kairos: migliaia di persone hanno detto prima di Greta le cose che dice Greta. Al Gore ci ha vinto un Nobel e un Oscar, Obama ci ha costruito una intera narrazione a Parigi 2015, tante associazioni ci si sono spese. Eppure nessuno ha ottenuto la visibilità di questa ragazzina scandinava. Il secondo è che la politica non può mettere ‘mi piace’ in modo ipocrita sulle provocazioni di una sedicenne e poi girarsi dall’altra parte. Il nostro Piano Verde alla Leopolda sarà più ambizioso di quello della Merkel per la Germania. Su questo chiederemo di essere giudicati dal popolo delle piazze giovanili. Poi è chiaro: se vuoi difendere l’ambiente devi investire in tecnologia e infrastrutture, non rifugiarti nei boschi. E devi scommette su un ecosistema imprenditoriale e sociale che l’Italia già possiede ma che va migliorato. Servono le metropolitane e le tramvie per migliorare la vita nella città, servono i treni e le piste ciclabili, non la retorica e la demagogia”.

Tre ragioni per cui oggi può affermare con ragionevolezza che Salvini è un leader pericoloso.
“Non è pericoloso per la nostra democrazia ma per il nostro portafoglio. Perché se chiedi pieni poteri e poi scegli Borghi e Bagnai i mercati si agitano e a noi questo meccanismo ci massacra. Non è pericoloso per la nostra democrazia ma per la giustizia del nostro paese perché non fa chiarezza su questioni su cui ha il dovere di essere trasparente, ovvero la vicenda dei 49 milioni e la tangente da 65 milioni proposta dai russi. Non è pericolo per la democrazia ma per la convivenza civile. Poi Salvini ha creato un clima di tensione sociale per cui è normale che una ragazza di colore violentata nei lager in Libia si senta dire che la pacchia è finita. Se lo dice il ministro dell’Interno, chiunque pensa di poterlo ripetere senza problemi”.

Si è mai chiesto perché Salvini è ancora così popolare?
“Inviterei tutti a dare meno importanza ai sondaggi, che lasciano il tempo che trovano. Salvini è sempre più un personaggio e meno una personalità. E’ un personaggio quando va a fare la lotta nel fango da Barbara D’Urso e su questo costruisce la sua narrazione. E’ un personaggio con mille sfaccettature, è quasi complicato da definire. Lui è il nostro avversario principale, guai a sottovalutarlo. Sarà un piacere confrontarsi con lui il 15 ottobre davanti alle telecamere di ‘Porta a Porta’, con Bruno Vespa. Ma la popolarità va e viene, io ne so qualcosa”.

Qual è secondo lei oggi il principale ostacolo all’evoluzione dell’Europa?
“La Brexit è il più grande labirinto mai immaginato dalla mente politica. Come va a finire? Con Boris tutto è possibile. In questo scenario, l’Italia è fondamentale e molti ministri mi raccontano di essere accolti calorosamente ai vertici europei. Avere fatto tornare l’Italia in Europa è la strategia di fondo del cambio di governo perché togli di colpo l’idea che in Italia ci sono i populisti. Il sovranismo alle vongole di Meloni e Salvini ignora che il loro modello Orbán sta accogliendo molti migranti economici (almeno cinquantamila) ma utilizza i soldi del contribuente italiano per dire di no alle nostre richieste di solidarietà. Se l’Italia fosse un paese forte oggi direbbe con chiarezza che non accetteremo mai di dare soldi a chi ci dice di no. Ma Meloni e Salvini non sono fratelli d’Italia, sono nipotini d’Ungheria”.

La sentenza della Consulta sul fine vita interpella la nostra coscienza prima ancora che la nostra politica. Qual è il suo giudizio sulla sentenza?
“Su questo tema ho una lettura peculiare. Il cristiano che non vede nella morte la fine di tutto ovviamente non può legittimare il suicidio ma deve fare i conti con la morte, che è il momento chiave dell’esistenza tant’è che i teologi parlano di una nuova nascita, della nascita al Cielo. Tuttavia pretendere di eliminare la morte o semplificarla è disumano, per cristiani e no. La morte è la morte. Leggevo l’acuta riflessione di chi dice che ormai la morte è l’unico tabù rimasto: parlarne fa male, pensarci ancora di più. Ecco, su questi temi dovremmo fare una riflessione seria, articolata, profonda. Penso a me: dovessi trovarmi in condizioni devastanti vorrei che per me scegliessero i miei, mia moglie, i miei figli. Perché so che loro prenderebbero la decisione giusta per me. Non mi farebbero soffrire inutilmente e non mi farebbero morire per togliersi il problema. Ciascuno di noi ha un parente, un genitore, un nonno, un amico che ha dovuto vivere questa scelta. Questa scelta può essere codificata? Difficile farlo, difficile capire i paletti, difficile dare torto ai medici che chiedono che ci sia un pubblico ufficiale. Tutto è difficile su questi temi. Ma per forza, parliamo della morte, non di una corrente del Pd o di un tweet del Capitano: sono cose serie queste. Nella civiltà contadina da cui proveniamo, i piccoli erano portati sul letto di morte dei vecchi perché la morte faceva parte della vita. E andava guardata in faccia. E non era un tabù, ma un dolore. Il dolore più grande, certo. Ma un dolore da affrontare, non da rimuovere. Il Parlamento deve legiferare con lo spirito giusto: altrimenti commettiamo lo stesso errore commesso con i Dico, cioè ideologizzando una questione, e risolto con le unioni civili dopo anni. Bisogna ascoltarsi, dialogare. Accogliere le idee degli altri e rispettarsi”.

Lo Ius soli si può fare in questa legislatura?
“Se ci sono i numeri, e Di Maio ci sta, facciamo lo Ius Culturae. Se non ci sono i numeri, perché i Cinque stelle non ci sono, prendiamone atto. Ma non trasformiamolo in un tormentone come è stato fatto dal governo nel 2017, con un tragico errore. Io sono per lo Ius Culturae. Ci sono i numeri? Si fa. Non ci sono i numeri? Se ne parla la prossima volta. Intanto abbiamo sconfitto in Parlamento chi seminava odio e questo è già un passo avanti”.

Qual è un battaglia di cui ancora non ha parlato e che si vuole intestare come Italia Viva?
“Quella sull’autonomia. Salvini forse sarà sconfitto dai guai giudiziari della Lega, dai suoi errori, dai suoi colonnelli che sono pronti a farlo fuori. Ma noi non risolveremo mai il problema Salvini se non affronteremo in modo serio il nodo dell’autonomia. L’autonomia alle regioni è solo un nuovo centralismo. L’Italia deve scommettere sulle autonomie ma sulle autonomie dei sindaci, non dei governatori. Devi portarti dietro il Nord, a cominciare dal Veneto. Ma anche i tanti bravi sindaci del Sud. Devi scommettere su un modello in cui il sindaco non è stretto in una morsa tra la Corte dei conti che ti chiede i danni per qualsiasi errore e le Autorità centrali che ti bloccano ogni investimento. Liberare i nostri sindaci, liberare i nostri comuni, liberare i nostri territori. Se lo fai partendo dalle città sei forte e credibile, se lo fai partendo dalle regioni fai un nuovo centralismo. Italia Viva sarà il partito dei sindaci. Quelli di ieri, quelli di oggi e quelli di domani. Ma Italia Viva sarà anche il partito che chiede più autonomia in un quadro di solidarietà nazionale, non di egoismo. Ne parlerò venerdì prossimo con Matteo Ricci al Festival delle città, ma devo dire che su questo tema hanno già detto parole di saggezza Beppe Sala e altri ex colleghi. Torno da dove siamo partiti: contrastare il salvinismo è possibile sui contenuti, non con i tweet. Lo abbiamo sconfitto nel Palazzo, adesso va sconfitto nelle piazze. Italia Viva è nata anche per questo. E la Leopolda lo dimostrerà”.

Il Foglio quotidiano - P.Iva 03231770961
Da - https://www.ilfoglio.it/politica/2019/09/30/news/manifesto-per-un-governo-vivo-277280/?fbclid=IwAR21bLqRKCeEAJeE8jpxOd5y65I8RMH-0cG6aL43jkyDvnokqas2tC6q_78

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 inserito:: Ottobre 16, 2019, 12:59:47 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Sono anni che con la maschera virtuale di Arlecchino esprimo opinioni critiche e sollecitazioni inascoltate, in merito a una delle due colonne portanti della nostra vita individuale e sociale: il Sistema Sanitario Nazionale. (L'altra colonna è il mondo del Lavoro).

Da persone in salute molto non si vede dall'esterno, altri lo intuiscono per incontri occasionali con il Sistema, anche perché poco e in modo superficiale ci informano i Media.

Quindi per la Popolazione riesce difficile rendersi conto del lavorio quotidiano dei “vertici” e del personale sanitario comandato a cui è richiesto di “sgretolare”, senza perdere i contributi statali, il Sistema Sanitario nelle mani delle Regioni.

Sono i malati che vivono le nefandezze dell’assistenza medica pubblica ad averne esperienza e soffrirne, soprattutto sono i malati cronici, gli anziani, i poveri che rifiutati o beffeggiati trascurano di curarsi perché senza mezzi per pagarsi il privato, poi i timidi ben educati che subiscono arroganze o si accontentano delle furbe spiegazione, degli addetti comandati ad eseguire metodiche e tecniche di dissuasione indegne, (dismissioni immediate dai P.S. se non in condizioni pessime, respingimenti scaricati sui parenti, dimissioni da reparti ospedalieri troppo precoci, che hanno generato anche casi con esiti letali, etc. etc.)

La volontà di scaricare sul Cittadino il costo del curarsi, è gestito in modo infame e nella peggiore ipocrisia, la strategia di spostare nel servizio privato la gestione della salute pubblica la si è portata avanti in modo subdolo, alzando piccole ma costanti e crescenti barriere ostacolando le procedure, con prenotazioni a distanza di mesi o addirittura di un anno (mammografie e visite di controllo in genere), oppure con dirottamenti in ambienti sanitari lontani o con evidenti manchevolezze del compito, con visite mediche superficiali e frettolose (anche in regime a pagamento per ottenerle subito nell'ospedale stesso) etc. etc.).

Hanno fatto mancare i letti in ospedale, hanno chiuso reparti che non “rendevano” economicamente (tanto ci dirottano nel Privato, quando c’è posto che spesso è riservato ai “raccomandati”), hanno eliminato medici ospedalieri ma non per abbattere i costi o per fare spazio a nuovi medici, ma per rimpolpare con le squadre di medici ospedalieri il settore privato. Ci sarebbe molto altro da dire.

Ma che lascia interdetti i più informati, se non sono distratti, il notare la stupidità (narrata bene dal Prof. Cipolla) di molti di noi che si forzano nel dirci che abbiamo anche buoni medici (ovviamente esistono e non sono pochi) e che abbiamo una buona sanità.

A parte il fatto che se quella attuale esprime ancora buona sanità, figuriamoci come starebbero i fatti positivi se si sfruttasse l’italico DNA (mischiato con cento popoli) che potrebbe permetterci infiniti record di buona salute, da offrire al Mondo.

Il punto è un altro è la presa d’atto con delusione di come la categoria sindacale dei medici, affondata nella melma della Sanità attuale preferisca farsi passare da vittima, senza fare nulla per denunciare il "denunciabile" del malaffare nel Sistema Sanitario Regionale (soprattutto in certe regioni anche del Nord).

In tal modo dimostrano soltanto (e la gente comincia a capirlo) quanto sia facile che le vittime divengano carnefici o nei casi meno peggiori complici, è sufficiente subire in silenzio situazioni da denuncia, … o peggio esserne corrotti.

ciaooo

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 inserito:: Ottobre 16, 2019, 12:57:45 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
CATEGORIA: TASCHE VOSTRE

Trading sui titoli di stato e Alice nel paese delle meraviglie!

 Scritto da Econopoly il 07 Ottobre 2019

L’autore di questo post è Marco Gallone, investment manager attivo nel campo della finanza e delle valutazioni d’impresa dal 1989 –
“I BTP rendono sempre meno? Compra, vendi (e guadagni) come i trader”. È il titolo di un articolo che compare sull’inserto economico di uno dei principali quotidiani nazionali.

Come fare ce lo spiega l’autore, non sappiamo se giornalista ma di sicuro operatore finanziario di lungo corso che, quindi, dovrebbe conoscere quello che dice. Basta che disponi di 10 mila euro e non ti innamori dello strumento immesso in portafoglio ma lo acquisti e vendi più volte: il guadagno non è garantito ogni volta ma la redditività complessiva può trarre benefici.

Con quale strumento farlo? E qui viene il bello! Perché l’autore non fa riferimento ad azioni speculative, valute di paesi esotici o bond spazzatura, che metterebbero subito sul chi va là l’accorto risparmiatore, ma suggerisce di utilizzare niente meno che un titolo di Stato: il BTP, un titolo a reddito fisso da sempre sinonimo, almeno per noi italiani, di approdo sicuro per i nostri sudati risparmi.

Come? Semplice. È noto che il prezzo di un’obbligazione sale quando i tassi d’interesse scendono. Che è quanto sta succedendo da più anni a questa parte. E più è lontana la scadenza del titolo maggiore sarà l’aumento del suo prezzo. Muovendo da queste premesse, l’autore snocciola dati che fanno venire l’acquolina in bocca al lettore: in soli nove mesi quest’anno (da gennaio a settembre) chi avesse acquistato un BTP quinquennale avrebbe guadagnato l’8,29%, il 18,98% se si fosse trattato di un decennale e il 47,37% per il trentennale! Tra fine luglio e settembre, osserva per completezza l’autore, i prezzi hanno subìto cali sempre però inferiori agli aumenti, la somma algebrica tra profitti e perdite è stata positiva, quindi… teoria confermata.

Ci viene poi anche consigliato quanto destinare al trading sui BTP: un 15/20% per i portafogli più prudenti fino ad arrivare al 30% per quelli più aggressivi. E niente paura: perché – spiega l’autore anche se acquistate il titolo a più lunga scadenza (il cinquantennale che scadrà nel 2067), potrete venderlo “a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno dell’anno senza difficoltà”. Naturalmente, nota incidentalmente l’autore, il valore di scambio muterà in continuazione, anche nella stessa giornata ma questo è… come dire? soltanto un dettaglio.

Ecco, in sintesi, l’articolo pubblicato alcuni giorni fa, proprio nel mese dedicato all’Educazione Finanziaria! Ma qui di educazione finanziaria non c’è traccia; anzi, c’è l’esatto opposto. Ed è un articolo deleterio, non solo inutile, perché induce chi legge a fare passi falsi che potrebbero costargli caro.

Cos’è che l’autore ha omesso di dire o non ha debitamente sottolineato? Due cose, essenzialmente.
La prima è che non ci viene spiegato cosa succederebbe se i tassi, invece di scendere, salissero. La relazione inversa tra tassi e prezzi, infatti, gioca anche in questo caso generando tuttavia perdite, anziché guadagni. Che saranno, anche stavolta, tanto più alte quanto più lunga è la durata del titolo. Solo una piccola parentesi sulla menzionata relazione inversa tra prezzo di un titolo e tassi di mercato: se compro a 100 un titolo che rende il 5% a tempo indefinito (per semplicità di calcolo) e il tasso corrente scendesse al 4%, il prezzo del titolo salirebbe a 125 perché è questo il prezzo al quale la cedola annua di 5 darebbe al suo compratore esattamente un rendimento del 4% (5/125=0,04). E viceversa.

State dunque attenti. Ipotizzando l’aumento di un punto percentuale dei tassi di mercato, il prezzo di un BTP a 10 anni scenderebbe del 7,5%, quello di un BTP a 30 anni del 22% e quello del cinquantennale di quasi il 40%. Quasi il 40% vuol dire che se aveste investito i famosi 10.000 euro in un cinquantennale, ve ne ritrovereste in tasca solo 6.000, chiaro?
È quella che si chiama “volatilità” di un titolo o, in gergo tecnico duration, da non confondere con la durata pura e semplice perché è funzione del tempo e del valore delle cedole. In pratica e senza addentrarsi in tecnicismi, in un titolo senza cedole (ad esempio un BOT o un CTZ, duration e durata coincidono, in uno con cedole la duration sarà inferiore alla durata e lo sarà tanto più quanto maggiori saranno le cedole. Detto in altri termini, un CTZ ha una duration che non può mai essere inferiore a quella di un BTP di uguale scadenza.

E dalla duration si passa alla cosiddetta “duration modificata” che è quella che abbiamo usato sopra per misurare la variazione percentuale del prezzo di un titolo per una variazione di 100 basis points (1 punto percentuale) del tasso.

La seconda cosa per la quale l’articolo citato è non solo tecnicamente incompleto ed approssimativo ma estremamente PERICOLOSO è che non avverte che la discesa dei tassi è ormai prossima al capolinea, tant’è che in certi comparti essi sono diventati addirittura negativi! Quindi, potranno rimanere così ancora un po’ ma è altamente improbabile che continuino a scendere in misura tale da generare apprezzabili guadagni in conto capitale. Anzi, è probabile che prima o poi succeda il contrario! Nel qual caso, per guadagnare col trading, bisognerebbe vendere allo scoperto (andare short, come suol dirsi) anziché comprare. Ma questa è tutta un’altra storia. E, a proposito di trading, se proprio – come direbbero a Roma – t’avanzano 10.000 euro e te ce voi diverti’ coi BTP, compra o vendi non i titoli ma i futures, che – com’è noto – sono contratti standardizzati negoziati in mercati regolamentati appositamente concepiti per chi vuole “speculare” su un determinato strumento finanziario, con la possibilità di sfruttare anche l’effetto “leva”, per amplificare guadagni (e perdite).

Per concludere, cari lettori, occorre molta attenzione su temi come questo: il trading non si può fare così, su due piedi, richiede conoscenze tecniche che non s’improvvisano, un minimo di strumentazione informatica per monitorare l’andamento di non pochi vari parametri e prontezza d’azione. Certo che col trading si può guadagnare ma si può perdere anche molto di più. E non è che se lo fai con i titoli di stato il rischio è inferiore. A meno che non sei disposto ad aspettare la scadenza per farteli rimborsare al valore nominale. Ma…se l’hai comprati a un prezzo maggiore? Ci siamo capiti.

Col senno del poi, siamo tutti analisti infallibili e trader di successo ma …chiederei al nostro autore: oggi, 7 ottobre 2019, che facciamo? Ce lo compriamo questo BTP o no? Facciamola veramente questa educazione finanziaria ma… anche a chi scrive, oltre che a chi legge!

Twitter @MarcoGallone_

Da - https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/10/07/trading-titoli-alice/?uuid=96_yPefgMK1

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 inserito:: Ottobre 16, 2019, 12:55:33 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Alberto Rizzi Un'analisi complessivamente corretta, che dimentica però di considerare come l'ISIS sia stata di fatto attivamente supportata dall'Arabia Saudita e dagli altri Stati del Golfo, proprio in funzione anti Iraniana (guerra di religione) e anti Assad (guerra contro una società laica); questo sia per allargare le proprie sfere di influenza, sia per favorire l'economia degli USA e della NATO in quell'area, soprattutto a scapito di quella russa.
Anche la Turchia (Stato fulcro della NATO assieme a Israele in quell'area) fece affari direttamente con l'ISIS, finché Putin non sputtanò pubblicamente Erdogan, mostrando le chilometriche file di autobotti col greggio estratto di contrabbando dall'ISIS, che varcavano il confine turco. Indirettamente pure gli U.S.A. (e Israele) diedero sostegno all'ISIS, bombardando "per sbaglio" postazioni e basi di Assad, favorendo la diffusione di fake news sull'impiego di aggressivi chimici da parte di Assad e nascondendo la cattura di foreign fighters ISIS, potenzialmente coinvolti in attività coi servizi segreti occidentali.
Mi è abbastanza difficile capire – per il poco che ne so e la complessità della situazione, rimarcata anche dall’articolo in questione – come si evolverà la cosa: i Curdi starebbero tentando un’alleanza con Assad: e visto che uno dei motivi dell’aggressione turca è quella di tenere sotto pressione il suo regime, in attesa – per NATO ecc. – di “tempi migliori”, è un’opzione che potrebbe funzionare, se non altro per rendere il progetto turco di più dura realizzazione.
Un altro scopo di questo attacco (uno scopo secondario, ma non tanto), potrebbe essere quello di liberare e “riposizionare” le migliaia di combattenti dell’ISIS detenuti dai Curdi in quell’area. C’è la guerra in Yemen da alimentare, la situazione in Libia che è ancora fluida; e non dimentichiamo che, negli ultimi proclami, l’ISIS indicava come principali nemici da colpire la Russia e l’Iran.

Da Fb del 9 ottobre 2019

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 inserito:: Ottobre 16, 2019, 12:53:07 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Cosa è successo alla festa per i 10 anni del Movimento 5 stelle
07:51, 13 ottobre 2019

Di Marvin Ceccato

Di Maio, Casaleggio e Grillo sottolineano come il M5s abbia cambiato la politica italiana. Conte: "Il Movimento è il trionfo della politica". Ma sullo sfondo resta il nodo delle alleanze col Pd

Il Movimento 5 Stelle ha cambiato la politica dell'Italia ora, al governo, è pronto a cambiare il Paese. Luigi Di Maio sale sul palco dell'Arena Flegrea dopo un bagno di folla in mezzo agli attivisti, fra selfie e strette di mano per 'salutare i dieci anni compiuti dal Movimento 5 Stelle. Annuncia una nuova stagione di riforme.

Dopo il taglio del numero dei parlamentari, avanti con la semplificazione dello Stato per fare uscire i cittadini dall'inferno degli enti pubblici. E sulla manovra: stop tasse e taglio del cuneo fiscale. L'obiettivo è mantenere tutte le promesse fatte ai cittadini: ci sono tre anni davanti per essere la prima forza politica che porta a compimento tutto il programma elettorale. Ricorda di aver fatto due passi indietro quando gli hanno chiesto di fare il presidente del Consiglio, prima con una coalizione con Silvio Berlusconi, poi con la Lega, quest'estate, dopo che il partito di via Bellerio ha mandato a casa, di fatto, l'esecutivo.

Ma è "contento" perché ora alla guida dell'esecutivo c'è Giuseppe Conte. E il premier oggi ha avuto un'accoglienza da star. Ressa di gente al ritmo di 'presidente presidente' nel giro fra gli stand della festa di 'Italia a 5 Stelle' e standing ovation nell'Arena Flegrea infatti, per il capo del Governo che ha infiammato la platea con il suo intervento.

"Vi hanno chiamato rivoluzionari solo perché avete voluto rispettare la Costituzione", "vi hanno voi siete l'antipolitica ma siete il trionfo della politica, della buona politica, onorate le istituzioni con i comportamenti onesti, la trasparenza e la correttezza", ha detto il presidente che non si è sottratto alle domande sul Russiagate, rispondendo 'istituzionalmente' che riferirà al Copasir e dopo spazzerà via "una serie di fesserie che sono state scritte".

Conte risponde poi a chi gli chiede se è sua intenzione fondare un nuovo partito: "Ci sono già molti soggetti politici, dobbiamo lavorare con quelli che ci sono. Lavoro benissimo con il Movimento. Dobbiamo lavorare con le forze politiche che sostengono questa maggioranza". Davide Casaleggio elogia il Movimento: esiste perché fa la differenza e gli ostacoli lo hanno fortificato.

Li ha superati e ha portato a casa riforme importanti. Beppe Grillo, come sempre, non lesina le battute: l'unico difetto di Conte? "Le adenoidi", dice. Sullo sfondo resta il tema delle alleanze rilanciate dal segretario Dem, Nicola Zingaretti: il Movimento 'frena': si decide caso per caso. Il Movimento 5 stelle procede con i piedi di piombo sulla prospettiva di un'alleanza futura con il Pd ventilata ieri dal segretario Dem, Nicola Zingaretti. Sono in tanti a non voler premere sull'acceleratore. Alleanza? "Che vuol dire alleanza... accordo, cominciamo a verificare come va l'esperimento della lista civica in Umbria", sottolinea un esponente pentastellato.

"Noi stiamo facendo insieme qualcosa a livello nazionale", spiega il neo Questore della Camera e già capogruppo M5s, Francesco D'Uva: "Lo stiamo facendo per fare le cose giuste per il Paese. In Umbria abbiamo messo da parte gli interessi di lista per il bene del territorio", osserva. Intanto, il capo politico di M5s torna sul tema in tv ed esclude che al momento siano all'ordine del giorno altri patti regionali nè tantomeno nazionali con il Pd. E, a Napoli, fra gli attivisti, c'è chi osserva: "Le alleanze non si fanno. Abbiamo sempre detto che le idee non sono né di destra né di sinistra. Se le idee sono buone si parla con tutti. Se continuiamo a parlare di Lega, Pd, M5s, non ne usciremo mai fuori. Per esempio, nel settimo municipio di Roma con il Pd c'è un rapporto fallimentare e paradossalmente si lavora meglio con FdI".
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Da agi.it

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 inserito:: Ottobre 16, 2019, 12:49:56 pm 
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IMPEACHMENT E IMPERO: COME CAMBIA LO SCENARIO POLITICO AMERICANO
   
ENRICO CERRINI
30 settembre 2019

Sebbene la proposta di impeachment formulata dal partito democratico statunitense quasi certamente non destituirà il Presidente Donald Trump, la procedura è destinata a scuotere notevolmente lo scenario politico. Coinvolge, infatti, i principali candidati alle primarie democratiche, le quali entrano pian piano nel vivo, in una fase di sondaggi elettorali instabili. Fino a poche settimane fa, era pronosticabile la vittoria di Joe Biden, ex vice presidente di Barack Obama, alle primarie e l’affermazione di un qualsiasi candidato democratico contro Donald Trump alle elezioni generali. Nelle ultime settimane entrambe le ipotesi non sono più sicure.

Il candidato favorito alla nomination democratica sconta il peso di essere un politico di lungo corso, esponente dell’anima tradizionalista del partito, considerata dall’opinione pubblica più vicina a poteri forti e multinazionali che alla classe media. Argomenti usati sia da Trump che dall’ala sinistra del partito democratico. Quest’ultima si è mostrata capace di accumulare numerosi piccoli finanziamenti dei militanti, da contrapporre agli assegni milionari staccati a favore del front runner. La strategia della sinistra pare efficace, tanto che Joe Biden rimane favorito solo perché Bernie Sanders e Elizabeth Warren corrono separati (mentre alle scorse primarie la senatrice del Massachusetts sosteneva il senatore del Vermont).

La procedura di impeachment favorisce i due candidati di sinistra perché spinge il partito a un’opposizione dura nei confronti del Presidente, effettuata da un partito che mostra il suo volto più barricadero. Inoltre, agli occhi de popolo statunitense, le vicende legate all’impeachment inguaiano forse più Biden che Trump. Il Presidente potrebbe infatti sostenere che la richiesta di indagare il proprio principale avversario, effettuata alla controparte ucraina Volodymyr Zelens’kyj, sia stata accennata per mero spirito di giustizia Al contrario, il front runner democratico dovrà giustificare la rimozione di un alto procuratore ucraino che indagava sul figlio.

Il Presidente incontrerà maggiori resistenze tra gli apparati burocratici, dai servizi segreti al congresso, abituati a pensare agli Stati Uniti come un impero. Ogni impero che si rispetti non può appaltare la giustizia ad altre nazioni, in particolare quella effettuata da stati considerati vassalli verso i propri cittadini più importanti. Agli occhi degli apparati, il Presidente ha tradito la concezione stessa degli Stati Uniti come primo attore geopolitico mondiale. Probabilmente, l’attrito con i servizi segreti, i quali hanno come obiettivo principale la difesa dello status imperiale, ha rappresentato la molla che ha permesso alla vicenda di vedere la luce.

Non è detto che questo scontro con gli apparati sia deleterio per Trump, il quale ha spesso solleticato l’idea di smantellare lo status imperiale, causa di costi eccessivi per la classe media, derivati in particolare dalle delocalizzazioni produttive dettate dal libero mercato. Il Presidente ha vinto contro la sfidante Hillary Clinton anche perché ha preferito una narrazione economica a quella geopolitica, più vicina alle esigenze della popolazione che ai fasti imperiali. Un’eventuale sfida con Joe Biden avrebbe riproposto una contrapposizione già rodata. La telefonata a Zelens’kyj mostra che il tycoon newyorchese teme maggiormente l’ex vicepresidente che i due alfieri della sinistra democratica, i quali potrebbero combatterlo sullo stesso piano. Forse il presidente pensa di batterli semplicemente additandoli come pericolosi socialisti? Se così fosse, non sarebbe sintomo di una pericolosa sottovalutazione degli avversari?

TAG: Bernie Sanders, Donald Trump, Elizabeth Warren, geopolitica, Joe Biden, ucraina
CAT: America, New York

Da - https://www.glistatigenerali.com/america-mondo_new-york/impeachment-e-impero-come-cambia-lo-scenario-politico-americano/

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 inserito:: Ottobre 06, 2019, 09:23:16 pm 
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Di Chiara Beghelli
05 ottobre 2019

COVER STORY
Il sapore della luce

La lampada Tetatet di Davide Groppi

Drammatica, romantica, deflagrante, enfatizzante: la luce è un po’ come uno strumento musicale, una base che si può suonare ottenendone diversi effetti. Un virtuosismo che anche i ristoranti conoscono bene e hanno trasformato in ingrediente protagonista dei propri menù. È stato anche grazie a Davide Groppi, imprenditore e light designer che ha lanciato il progetto “Luce nel piatto”, se molti ristoranti stellati italiani oggi sono apprezzati anche per la loro illuminazione. Come è grazie a Davide Oppizzi che esistono lampade che si abbassano gradualmente con il proseguire della cena. Questo incontro fra light design e cucina d’eccellenza dà vita alla cover story del prossimo numero di lifestyle, domani in edicola con Il Sole 24 Ore. A firmarla è Giovanna Mancini, che ha raccolto i consigli degli esperti per riprodurre effetti caravaggeschi anche sulla tavola di casa. Bonus track: i tre ristoranti scelti da Federico De Cesare Viola dove il menù è reso indimenticabile (anche) dalla luce che lo illumina.

Da – ilsole24ore.com

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 inserito:: Ottobre 06, 2019, 09:21:30 pm 
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 Created: 29 September 2019

 Non è una festa
Di Andrea Zhok

Greta vertice clima COP
Ieri vaste manifestazioni di matrice ecologista, in Italia e nel mondo, hanno suscitato impressione e grandi entusiasmi. Vedere tante persone, soprattutto giovani, mobilitarsi in massa per qualcosa di importante, qualcosa che va al di là delle immediatezze e superficialità di cui siamo prigionieri, è uno spettacolo confortante.

Francamente delle nuove generazioni è giusto temere chi si rimbecillisce davanti a uno schermo, chi fa a gara di selfie o chi si perde dietro a gadget e capetti firmati, ma non quelli che alzano la testa per guardare al di là del proprio presente individuale.

Dunque credo che l’attuale movimento vada accolto con apprezzamento, e anche se non mancano espressioni ingenue e talvolta semplicemente sciocche, bisogna ricordare che questo è fatale in ogni movimento di massa, e lo è sempre stato.

Ciò che però è importante capire, davanti alle usuali espressioni festose e ridenti, da scampagnata inattesa, è che il problema in oggetto è assai lontano dall'essere l'occasione per una festa.

1. I dubbi
I dubbi degli scettici verso questo movimento non sono privi di senso, per quanto spesso si appuntino su questioni irrilevanti (come le vicende biografiche della nota ragazzina svedese).

Il primo, fondato, dubbio nei confronti di questo movimento sta nel fatto di essere apparentemente sostenuto da quello stesso apparato capitalistico che è all’origine dei problemi ecologici. I sorrisi di capi di stato che invocano ulteriore crescita come unica soluzione, e il plauso di industrie private la cui moralità si risolve nel distribuire cedole corpose ai propri azionisti, sono indici assai sospetti.

Ora, il problema è che, se è vero che tutti i movimenti di massa possono essere manipolati, un movimento di questo tipo, con un orizzonte vastissimo e radicale, ma anche assai vago, può essere manipolato e fuorviato in modo estremo.

Il grande rischio, cui il tentativo di affrontare la tematica ambientale si presta con facilità, è quello di far convergere l’attenzione su questioni di dettaglio e soluzioni ‘sostitutive’ lasciando intoccato il problema di fondo. E il problema di fondo è uno solo, talmente radicale da far tremare vene e polsi di chi ne intraveda l’impatto: il problema è rappresentato da un sistema produttivo che per sua essenza non può che generare devastazione ambientale. Le caratteristiche di questo sistema, che è ciò che chiamiamo capitalismo, è quello di accelerare costantemente i processi di consumo delle risorse, di produzione di scarti e di concentrazione (di produzione e consumo).

Il sistema richiede crescita della produzione per sopravvivere (uno stato stazionario a crescita zero farebbe saltare l’intero sistema degli investimenti privati, non garantendo rese crescenti). E crescita della produzione significa crescita di tutte le attività che promettano dei margini di profitto, dunque processi trasformativi di materie prime, processi di combustione, processi di spostamento planetario di capitali, di persone, di beni intermedi e beni finali. Tutte queste tendenze, in crescita costante, decentrata e illimitata, aumentano la cosiddetta ‘impronta ecologica’ umana sul pianeta, creando condizioni che stanno già provocando un’ecatombe di specie animali e vegetali, e che coinvolge crescentemente la salute e la sopravvivenza della stessa specie umana.

Il sistema richiede inoltre la concentrazione continua sia dei fattori di produzione che di consumo, che è a sua volta un fattore gravemente destabilizzante: il sistema ottimizza le proprie attività se riesce a concentrare le risorse da utilizzare, la produzione e il consumo in singoli luoghi. Esempi di queste concentrazioni sono le aree industriali, e le megalopoli moderne.

È importante capire che i processi di concentrazione in un sistema in equilibrio producono fatalmente squilibrio e patologia. In un organismo vivente la concentrazione fuori controllo di una qualunque sostanza ordinariamente innocua produce avvelenamento (la variabile quantitativa è determinante nei processi naturali: per dire, il sale in certe quantità è indispensabile per la fisiologia dell’organismo umano, ma al di sopra di una certa quantità produce avvelenamento, disfunzioni organiche, morte). Questo accade per ogni sostanza in ogni sistema con caratteristiche di equilibrio organico, come gli ecosistemi. La stessa cosa avviene con le concentrazioni estreme di certi elementi naturali (es. fabbriche, industria chimica, nucleare) e della popolazione (concentrazioni di consumo e di scarti).

2. I problemi dell’imputabilità
Sul tema del ‘riscaldamento globale’ si tira fuori spesso la difficoltà di dimostrarne l’imputazione a cause umane. Ed indubbiamente ciò che abbiamo a disposizione sono sempre solo convergenze e concomitanze tra possibili cause e possibili effetti. Sono convergenze e concomitanze che parlano a netto favore di una certa ipotesi, ovvero il ruolo di alcune attività umane nell’indurre cambiamenti climatici, tuttavia si tratta di ipotesi ben corroborate, ma certo non di prove apodittiche.

In un laboratorio noi possiamo selezionare e variare singole cause, esplorandone le ripercussioni, ma quando ci muoviamo sul piano naturale, dove non possiamo tenere sotto controllo tutte le variabili del sistema, la stringenza dei nessi tra cause ed effetti può essere sempre messa in dubbio.

Ciò che è importante capire a questo proposito è che questo dubbio è irrilevante. È irrilevante perché non dobbiamo soffermare lo sguardo su una singola imputazione causale, ma sul funzionamento del sistema. Il problema di fondo sul piano dei processi di degrado ambientale è proprio questo: la produzione plurale, incontrollata, anarchica, su tutto il pianeta, di una miriade di cose, utili, superflue o senz’altro dannose, mette in circolo continuamente una vasta pluralità di sostanze inedite, prodotti di sintesi, sottoprodotti di scarto, e lo fa con procedimenti variegati e mutevoli. Tutto ciò rende la ricerca di un’imputabilità causale precisa di fronte al manifestarsi di uno squilibrio, di una patologia, assai difficile.

Noi possiamo registrare gli aumenti di tumori, allergie, intolleranze, crolli immunitari, infertilità, possiamo registrare la scomparse di specie naturali a blocchi, possiamo verificare la crescita di aree morte negli oceani, possiamo notare tutte queste cose, ma tra osservare l’effetto e riuscire a ricostruire una causa plausibile può passare moltissimo tempo, e anzi non è affatto detto che alla fine ci si riesca, proprio perché ci troviamo in un sistema complesso, multifattoriale, aperto, e dove le variabili a monte continuano a mutare proprio a causa dell’attività umana.

In questo senso i dubbi sull’origine antropica del riscaldamento globale sono buoni quanto mille altri dubbi - se il nostro intento è quello di cercare una causa univoca e precisa, qualcosa da poter portare in tribunale per ‘chiedere i danni’ a un colpevole. Ma sul piano del processo complessivo di degrado ambientale questa imputazione è superflua, perché mentre il colpevole in senso individuale può essere irrintracciabile, il colpevole in senso complessivo è chiarissimo, ed è un sistema produttivo che fa della crescita infinita, sulla base di iniziative anarchiche in competizione reciproca, il nerbo del suo funzionamento.

3. Le finte soluzioni
In questo contesto la tendenza dominante da parte del sistema economico, per conservarsi in vita e prosperare, è di procedere con soluzioni locali affidate in ultima istanza al sistema stesso di autoregolamentazione dei mercati. Perciò il modo in cui si pensa sempre di intervenire è attraverso incentivi-disincentivi di mercato e promuovendo ‘sostituzioni tecnologiche’. Questi interventi si limitano a riorientare la produzione in una direzione momentaneamente diversa, ma comunque sempre crescente, e dunque si tratta di fatto sempre di false soluzioni.

Ad esempio, il tema del controllo delle emissioni non è affatto nuovo. I primi provvedimenti a questo proposito sono stati presi molto prima che la maggior parte dei manifestanti di ieri nascesse. I provvedimenti proposti dagli economisti, e spesso implementati, consistevano nell’introdurre tasse sulle emissioni (carbon-tax), o di attribuire permessi di inquinamento trasferibili e a pagamento. L’idea in entrambi i casi è quella di fornire un incentivo-disincentivo alla riduzione delle emissioni, lasciando poi fare al mercato. Naturalmente entrambi gli interventi laddove sono stati usati sono falliti miseramente.

Il mercato ha come esigenza quello di aumentare i profitti e questa esigenza non è negoziabile, dunque la risposta all’introduzione di una tassa è semplicemente quella di aggirarla se possibile, o di scaricarla sugli acquirenti, se impossibile fare altrimenti.

Quanto ai permessi di inquinamento trasferibili, non essendo possibile in nessun modo definire (e misurare) una quantità totale di inquinamento accettabile, questi permessi sono stati distribuiti in maniera causale e soggetta a pressioni politiche, ed essendo trasferibili hanno tutt’al più spinto paesi sottosviluppati (a scarsa industrializzazione) a cedere le proprie quote a paesi sviluppati (dove i costi di produzione accresciuti vengono scaricati sull’acquirente, come nel caso della carbon-tax).

La verità è che tutte le soluzioni che ritengono di lasciar giocare la partita ai meccanismi di mercato sono fallimentari in partenza, perché si tratterà sempre soltanto di modi per indurre momentanei reindirizzi del mercato stesso, senza metterne in discussione il meccanismo di fondo: ma è proprio il meccanismo ad essere il problema, non le singole soluzioni. È il meccanismo a produrre incremento di consumo, di scarti e di concentrazioni. Tutte le soluzioni tampone sono di fatto operazioni di distrazione, che riposizionano semplicemente alcuni produttori sul mercato.

Pensiamo alle cicliche ‘rottamazioni’ indotte dalla rincorsa a prodotti sempre più ‘ecologici’. Invece di chiedere alle aziende di produrre macchine, trattori, lavatrici, ecc. capaci di durare 50 anni, si forniscono incentivi pubblici a cambiare tutto quanto ogni 5 anni in modo da ‘aggiornare ecologicamente’ tutti i nostri macchinari. E ciascuno di questi ‘momenti di progresso ecologico’ implica aumenti della produzione, e aumenti della rottamazione di scarti.

Così invece di avere una macchina che dura una vita, abbiamo l’occasionissima incentivata ecologicamente di cambiarne una decina: e ciò sembra a tutti una mirabile armonia prestabilita tra consumismo e ecologia, salvo che il primo prospera e la seconda soccombe.

Qualunque intervento estemporaneo su singoli settori si limiterà a creare uno sbilanciamento competitivo che danneggerà qualcuno favorendo qualcun altro, senza cambiare di una virgola il sistema.

Ieri risuonavano in piazza perentorie richieste al governo di ‘abolire gli incentivi al consumo di combustibili fossili’. Bellissimo, peccato che questo significhi, rebus sic stantibus, semplicemente mettere fuori mercato camionisti e veicoli agricoli italiani, per sostituirli con carriaggi est-europei a carbone o simili. Siccome l’esigenza di svolgere quell’attività produttiva rimane, modificarne le condizioni di agevolazione per certi agenti economici può soltanto riposizionare i concorrenti sul mercato, ma non cambierà affatto gli effetti ambientali negativi.

4. L’orizzonte delle soluzioni reali
Se ora veniamo all’orizzonte delle soluzioni reali e non fittizie, vediamo subito come ci si trovi di fronte a qualcosa di grandioso, epocale, i cui margini non sono, temo, minimamente percepiti da chi oggi manifesta pittandosi di verde.

La prima cosa da capire è che i processi di crescita incontrollata di consumi e scarti hanno due variabili fondamentali: il consumo procapite e la popolazione che consuma.

Trattare il problema in termini reali ha dunque alcune implicazioni che non credo siano intuitive, o almeno non per tutti. Mi limito qui a elencarne concisamente tre aspetti.

1) In primo luogo, un sistema che sia in grado di limitare e dosare a piacimento i tassi di crescita di produzione e consumo può essere solo un sistema in cui il controllo ultimo del sistema produttivo è affidato ad organismi centralizzati, di natura politica, sperabilmente democratica: un sistema per cui non credo vi sia altro termine utilizzabile se non ‘socialismo (democratico)’.

Questo significa che un sistema capace di tenere sotto controllo i processi autodistruttivi di cui sopra è un sistema dove meccanismi di mercato e libera iniziativa possono sì esistere in forma circoscritta, ma dove le leve ultime di controllo (a partire dal sistema finanziario) sono affidate allo Stato.

2) In secondo luogo, tale sistema, dovendo procedere ad un contenimento dei processi produttivi non può più contare sull’idea (di solito solo un’idea) che i ‘perdenti’ del sistema avranno la loro chance di rifarsi risalendo la china in futuro: un sistema produttivamente stazionario tende a non avere mobilità sociale (e già oggi ce n’è pochissima), dunque le differenze reddituali abissali che oggi esistono non sarebbero più tollerabili.

Con un esempio: se hai un sistema che produce masse infinite di carne a basso prezzo per operai a basso salario, puoi conservare salariati immiseriti, mentre tu acquisti palazzine con gli introiti dei tuoi allevamenti intensivi. Ma se devi produrre carne di mucche al pascolo brado, da un lato avrai carne costosa, inaccessibile ai working poor, dall’altro tu stesso avrai una produzione più contenuta, con riduzione degli introiti. Inoltre, se non vuoi che orde di affamati vengano a cercarti a casa, devi garantirgli un incremento di introiti capaci di acquistare quella carne che ora è più cara.

L’effetto finale (che dev’essere governato a livello statale) è quello di una radicale compressione delle distanze reddituali. (E ho come l’impressione che già qui molti degli ecologisti di battaglia dei quartieri bene inizino a sudare freddo.)

3) In terzo luogo, ma almeno altrettanto importante, il controllo demografico dei paesi che sono ancora in crescita demografica deve divenire una priorità internazionale ed essere percepito come tale. Se i problemi di cui sopra sono prevalentemente a carico dei paesi ‘ricchi’, questo invece è un problema massivamente a carico dei paesi ‘poveri’.

Chi a tutt’oggi fa discorsi immalinconiti sulla crescita zero della demografia europea (e sul bisogno di afflussi di popolazione da altre parti del mondo) semplicemente non ha capito nulla.

I paesi occidentali, soprattutto europei, sono già in condizione di sovrappopolamento rispetto alle capacità dei loro territori, e la crescita zero (e magari anche un po’ calante) è esattamente l’unica cosa che possono permettersi (ecologicamente parlando).

Il meccanismo attuale crea continuamente una concentrazione di popolazione (producente-consumante) in aree sempre più affollate, mentre aree semivuote del pianeta continuano a produrre popolazione a ritmi palesemente insostenibili, popolazione che poi cercherà di accatastarsi nelle aree già sovraffollate. Questo folle meccanismo funziona perché deresponsabilizza tutti. Deresponsabilizza i paesi con crescita demografica tumultuosa, i cui governanti possono contare sulle valvole di sfogo dell’emigrazione per tenere a bada lo scontento locale, che esploderebbe se la popolazione dovesse trovare sostentamento là dove è nata. E deresponsabilizza i paesi ‘ricchi’, che vedono nell’incremento di popolazione ‘prodotta altrove’ un modo per drenare manodopera a basso costo, che consente di conservare la propria superiorità economica e di incrementare la produzione.

Questo sistema è congegnato in maniera tale che l’unica forma di contenimento contemplata è quella di ‘crisi malthusiane’, cioè di situazioni in cui ad un certo punto la produzione incontrollata di popolazione da parte dei meno abbienti venga arrestata da eventi tragici, carestie, ecc.

In assenza di questa forma di contenimento, il processo si limita a proseguire all’infinito, con aree di produzione-consumo di beni sempre più affollate e aree di ‘produzione umana’ stabilmente miserabili.

* * * *

Come credo sia chiaro, in questo quadro ce n’è per tutti. Ce n’è per i ricchi e per i poveri, per i progressisti e per i conservatori, per quelli di destra e per quelli di sinistra. Un sacco di comode menzogne vengono al pettine, e un sacco di scelte drastiche si profilano all’orizzonte.

Ecco, cari amici manifestanti, se la vostra grande mobilitazione sarà all’altezza di questi problemi, alla forza, radicalità, serietà che implicano, avrete l’occasione di fare la storia. Se invece pensate ci cavarvela con un flash mob fighetto, un po’ di raccolta differenziata e una tassa sui consumi puzzoni dei poveri, beh, lungi dall’essere la soluzione sarete un problema in più da superare.

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#2 Mario Galati 2019-09-29 15:27
Ottimo articolo. Mi permetto, però, di evidenziare che la soluzione di contenimento demografico proposta per le aree "sottosviluppate" è già una proposta malthusiana ed essa è in contraddizione con una delle premesse dell'articolo che individua nella concentrazione produttiva per le economie di scala una delle cause dell'inquinamento (il tema era già stato individuato da Engels, il quale per il sistema socialista prevedeva, ove possibile, una produzione delocalizzata e a dimensioni più ridotte, perciò meno inquinante). Se vogliamo armonizzare premessa e rimedio non dovremmo proporre la soluzione malthusiana della riduzione demografica per le aree povere, bensì, ipotizzare uno sviluppo produttivo diffuso che abbracci queste aree povere e che decongestioni le aree ricche: redistribuzione della produzione ed equilibrio sociale su base internazionale e mondiale. Innanzitutto, occorrerebbe ripartire dall'eliminazione dei meccanismi di sfruttamento coloniale e neocoloniale (che Andrea Zhok non tratta, quasi introducendo l'idea che la questione dei paesi poveri sottosviluppati possa circoscriversi alla naturalistica dimensione demografica), poi riequilibrare la produzione mondiale.

Da - https://sinistrainrete.info/ecologia-e-ambiente/15950-andrea-zhok-non-e-una-festa.html?fbclid=IwAR3bApnVvvu9P7zMslFmNZH55Qp7Ib86QTHt4YrZFLpyRfUFzYN-JWkPmko

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 inserito:: Ottobre 06, 2019, 09:18:23 pm 
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Luciano Neri, “Liberare dal vecchio il nuovo, ripercorrendo le rovine”

Pubblicato il 2 Ottobre 2019 by Grazia Calanna

Luciano Neri (1970) vive a Genova, dove lavora come insegnante nella scuola secondaria. Ha pubblicato “Dal cuore di Daguerre” (Firenze, 2001), opera prima, con prefazione di Mariella Bettarini. Suoi testi poetici, editi e inediti, sono apparsi in questi anni sulle principali riviste italiane di poesia, in cartaceo e su web, su antologie (“La poesia ligure e lombarda del XXI secolo” – Trivio n.1 a cura di Marco Berisso per l’area ligure e Antonio Loreto per quella lombarda) e su volumi collettanei (in “Nono quaderno italiano di poesia contemporanea” di MYM a cura di Franco Buffoni e con introduzione al testo di Fabio Pusterla). Nel 2010 e nel 2014 sono usciti “Lettere nomadi” (Novi Ligure) e “Figure mancanti” (Massa), che includono una scelta parziale e provvisoria di poesie legate ai temi del viaggio nel Mediterraneo. Introduciamo la nostra intervista con “Presente azione”, poesia scelta dal suo più recente libro di poesia, “Discorso a due”, edito da “L’arcolaio”, ne la “Collana ɸ”, diretta da Gianluca D’Andrea e Diego Conticello,

L’inerme
ha un profondo
tormento di figure
un inconscio
liquido
come scena
di un equipaggio
come una madre
sola al mondo

Un mezzo vuoto
ammutinato
un grumo
l’ultimo
con la parola fine

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia?

Ricordo perché ho iniziato a scrivere. L’urgenza di dare forma a qualcosa attraverso la scrittura si è manifestata durante la prima adolescenza, nell’estremo sud dell’Italia, in quella luce che è sola nel Mediterraneo. Ci andavo in vacanza con la famiglia e ogni anno ritrovavo quel calore umano e un po’ primitivo che ho sempre presente nel pensiero. Forse ho continuato a scrivere per ascoltare quel silenzio e rivedere quella luce. Mettevo in valigia i libri dei grandi poeti dell’800 e del ‘900, Baudelaire, Rimbaud, Mallarmè, Leopardi, Montale, Ungaretti, Saba, Quasimodo e altri, quei libri tradotti cosi e cosi della Newton and Compton. Li collezionavo e rappresentavano la biblioteca di casa. Verso le prime ore del pomeriggio andavo in spiaggia, mi rifugiavo sotto la chiglia di una barca, all’ombra, entravo in quei versi, in quelle letture, che mi aprivano a mondi sconosciuti. Era come andare indietro verso un’origine. Leggevo e rileggevo, accanto alla trasparenza dell’acqua, fino a quando qualcuno veniva a trovarmi, incuriosito, allora mi univo in gioco ai miei nuovi compagni. Quello è stato credo l’apprendistato più importante per me e non vedevo l’ora che arrivasse luglio, vivevo di quell’attesa. L’inverno era faticoso a Genova, lo è tuttora, mio padre nei primi anni ’60 vi si era stabilito per lavorare come operaio, precisamente nel 1961. La scuola non mi piaceva, ci andavo malvolentieri, mi sentivo spaesato, non capivo quello che mi veniva insegnato e perché, ero molto incostante nello studio. Dunque aspettavo l’estate. Proviene da lì credo quell’edonismo che mi avrebbe portato a viaggiare, anni dopo, in lungo e in largo, tra le isole del Mediterraneo, della Dalmazia, del mare Egeo. Edonismo inteso come ozio tra i paesaggi costieri, il piacere del cammino contemplativo come viene descritto da M. Bennis in un libretto del 2009 uscito in Italia presso Donzelli, tanto minuto quanto intenso, Il Mediterraneo e la parola. I versi dei miei primi autori non avevano frontiere per la mia curiosità, mi conducevano in una condizione di totale apertura, di sospensione, in un Mediterraneo altro. “Nell’arcipelago greco (…) nuove isole comparivano senza tregua sul cerchio dell’orizzonte. Il loro dorso senza alberi tracciava il limite del cielo, la loro sponda rocciosa si stagliava nettamente sul mare. Nessuna confusione; in quella luce giusta, ogni cosa era un punto di riferimento (…). Da allora la Grecia va alla deriva in qualche parte di me, sul filo della memoria, instancabilmente …”. Così scrive A. Camus ne “La caduta”. Ho iniziato a scrivere imitando quegli autori, seguendo i loro versi, cercando di sentire quel calore, entrando in quell’ombra.

Quale poeta e relativi versi non dovremmo mai dimenticare (e per quali ragioni)?

Tre poeti, oltre ai sopracitati, hanno avuto grande importanza per la mia ricerca poetica e di crescita come persona: Valerio Magrelli, Giorgio Caproni e Osip Mandel’stam. “Ora serrata retinae”, nella sua essenza straniante, mi aveva impresso come uno scatto di consapevolezza: l’io che enuncia era cosa tra le altre, nella sua inermità diventava come una sonda in grado di captare i movimenti del corpo e del senso più impercettibili. Mi ha dato coscienza che avrei desiderato scrivere con un impegno meno occasionale. La lettura di quel libro è stata decisiva, come cambiare dimensione, c’era un mondo percepito diversamente che ti parlava attraverso le sue linee, i suoi rimandi, i suoi echi, i suoi spazi umani che non avevo mai considerato in quel modo. Il libro, insomma, della mia generazione poetica. La vita considerata attraverso la malattia, che da allora sentivo anche un po’ mia, registrata nel diario poetico di un adolescente, mi aveva indotto a rallentare rispetto al sentire e all’essere, rispetto alle percezioni di sé e dell’altro. Il bildungsroman che ogni giovane poeta o aspirante tale avrebbe voluto scrivere. Di Caproni invece amo tutta l’opera, soprattutto la seconda parte e in particolare “Res amissa”, un libro che mi commuove ogni volta che lo rileggo, sempre allo stesso identico modo. Mi commuove per il suo stile, e perché mostra come in un poeta le forme che danno significato all’esistenza siano sempre un po’ più in là rispetto a se stessi, come se la scrittura giocasse in anticipo rispetto alla comprensione umana. E in questo caso ciò avviene fino al punto in cui l’autore, per superarsi, va a contrapporsi alla propria maniera. Un libro assolutamente unico e secondo me ancora insuperato nel ‘900, come testimonia il postfatore, che è Giorgio Agamben, non proprio uno qualunque. L’opera di Mandel’stam rappresenta il campo storico entro il quale una voce poetica è chiamata a misurarsi per necessità irriducibile di sopravvivenza, quando ti è stata tolta ogni cosa, per resistere a forze devastanti per l’uomo. In quella rovina, che è un abisso per chi ci si ritrova, in quella impotenza assoluta, la poesia può diventare l’unica salvezza e aprirsi a prospettive inaudite rispetto al significato di ciò che può essere l’uomo. L’equivalente è Primo Levi in narrativa. Entrare in quella frattura che è segno del limite e dell’umano e condurre la voce laddove la perdita del significato di sé è prossima alla morte, convive con essa. La frattura insanabile dell’epoca entro cui un poeta è costretto a scendere per dare voce autentica a ciò che l’epoca non vede, come si evidenzia spesso nell’opera filosofica di Benjamin. È qui che il poeta, insomma chi scrive, dovrebbe puntare il proprio sguardo. Prima di tutto un poeta è chiamato a confrontarsi con la storia e con il contemporaneo. Ma oggi è assai difficile questo confronto, siamo in un’altra epoca, dove tutto sembra disperso nell’ego social. Qualcuno la definisce post-storia. Io invece penso che ci siamo ancora in mezzo, fino al collo.

Riporteresti una poesia o una stralcio di testo altrui nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?

Non ho dubbi, scelgo dal Caproni di Res Amissa. La poesia si intitola

Tombeau per Marcella

Vedi come te ne sei andata
anche tu, Marcella…
In un soffio…Di me
tanto più giovane…Tu,
la mia sola sorella…

Ti sei alzata per prendere,
di là, uno scialle…
Non sei più ritornata…
La morte, di sorpresa,
ti ha colpito alle spalle…

Ora sono rimasto l’ultimo
della famiglia. E credimi,
Marcella mia, credimi,
tu quasi una mia figlia,
io mi vergogno, credimi,
d’essere ancora in vita…

La vecchiaia mi rimorde
come una colpa. E in un canto,
senza farmi vedere,
più di una notte ah se ho pianto
più per me che per te, Marcella…

Ma a che vale il lamento?
La legge è la separazione. E a stento
mi conforto pensando
che un giorno porterà pur via
anche me, il vento…

Saremo pari, allora.
In tutto. Tu. Piero. Io.
Pari nel più buio e assoluto
buio: nell’oblio…

Addio, Marcella. Addio.
Ti mando, anche se non l’udrai mai,
il mio «estremo» saluto.

Qual è la tua ‘attuale’ definizione/spiegazione di poesia?

Questa non è una domanda semplice, le risposte potrebbero essere diverse e nessuna di queste davvero esaustiva. Comunque sia, da un punto di vista etico e filosofico, per chi è in grado di comprendere il mondo in cui viviamo e di rappresentarlo attraverso la scrittura, la poesia dovrebbe, come accennavo, presidiare quella frattura in cui un tempo, un’epoca, volgendo al termine, sta lasciando spazio a qualcos’altro, a un altro inizio. È quando una fine e un inizio sembrano toccarsi in un punto del tempo. Lungo questa linea la scrittura poetica può dare evidenza a nuove forme di significato attraverso una lingua in grado di farsi carico di tutto ciò. Liberare dal vecchio il nuovo, ripercorrendo le rovine. Le rovine sono l’uomo, perché la scrittura sta in mezzo all’uomo, né sopra né sotto. La poesia è il contemporaneo, come dice un filosofo, “deve tenere lo sguardo nel suo tempo (…) per percepirne (…) il buio (…). Sa vedere questa oscurità, che non smette un istante di interpellarlo (…) intingendo la penna nella tenebra del presente”. In questa capacità di vedere le luci in fondo al buio dell’epoca e di ascoltarne le parole necessarie prende forma la scrittura. Cioè accedere al presente attraverso uno sguardo rivolto all’indietro, archeologico. Uno sguardo che sia rivolto non tanto al vissuto, ma al non vissuto o a quello che si sarebbe potuto vivere. Credo, almeno per quel che mi riguarda, che la poesia debba rappresentare, per quanto detto, quelle promesse mancate nel passaggio da un’epoca all’altra, per imbarbarimento ed oscenità, per disattenzione verso l’uomo, per noncuranza assoluta. Disinnescare, con una lingua poetica, i dispositivi di potere che hanno condotto a tutto ciò. I poeti dispongono in realtà di tanta materia su cui poter scrivere oggi.

Quando una poesia può dirsi compiuta?

Solo di recente ho iniziato a valutare l’idea di scrivere una poesia alla volta, dopo aver pubblicato “Discorso a due” con “L’arcolaio” di GF Fabbri. Della mia scrittura precedente non sono soddisfatto, a parte l’ultimo libro, e la considero, al momento, in continuo movimento, in esplorazione. La scommessa per me sarà sviluppare il materiale poetico passato, anche quello già pubblicato, con i temi su cui da anni mi concentro. Quindi ancora mi sto confrontando con la compiutezza e l’incompiutezza, sono parte costante della mia riflessione. Un testo, credo, può dirsi compiuto quando riesce a collocarsi innanzitutto in una costellazione ben precisa, in un’architettura, e che nel libro poi sia in grado di rappresentare lo sfondo culturale secondo le istanze di chi scrive e rispetto alle intenzioni per cui il testo è stato configurato come parte di un corpo, di un organismo, come ha detto qualcuno. Un organismo che dovrebbe far male in ogni punto in cui viene toccato. Quando ciò che viene alla presenza va a coincidere con ciò che si vuole far apparire. Avendo presente che in realtà ci si sta misurando più con quello che non si è scritto: da questa prospettiva l’opera risulta sempre incompiuta e ogni opera si alimenta con un’altra che avrebbe potuto essere, con un’opera fantasma. Allora diventa come un corpo a corpo, dove chi scrive tenta tutte le possibilità fino ad esaurirle. Un singolo testo, detto ciò, di per sé, può ritenersi compiuto quando infine risponde alle scelte formali, retoriche e di contenuto che stanno a fondamento di ciò che si vuole configurare, sapendo che il processo di scrittura può nascondere delle variabili non sempre calcolabili, verificabili, realizzabili appunto. Non si può sapere a priori quale testo nascerà e in quanto tempo. Dipende anche molto dall’urgenza rispetto alla volontà di considerare concluso il processo creativo che porta alla presenza ciò che per lungo tempo era li per essere scoperto. Anche se parlare di volontà un po’ mi stona. Non è una domanda semplice perché implica il rischio di banalizzare. Detto in altro modo ancora, ci provo, quando l’intenzione di ciò che si vuole comunicare arriva a compiersi nella trasmissione, quando l’autore comprende che il testo può essere compreso, avendo liberato e riunito in sé, formalmente, quelle energie linguistiche (poetiche) in una serie di immagini, al fine di attivare un senso, un significato profondo. Dall’intuizione di chi scrive alla formalizzazione di chi legge. Ci sono in gioco troppi aspetti nella scrittura di una poesia, aspetti tecnici, linguistici, culturali, sensibili e umani. Quando lingua e cultura, più in generale, irrompono attraverso il loro conflitto mettendo in gioco nuovi confini formali e di significato, trasgredendo rispetto ai dispositivi linguistici consueti ma ormai privi di forza.

La poesia necessita più di ascolto o di essere ascoltata?

C’è un libretto dello studioso P. Giovannetti che analizza con semplicità e accuratezza le tendenze della poesia oggi in Italia rispetto alla ricezione. È assai difficile delineare un quadro, perché la frammentazione e la dispersione hanno preso il sopravvento, complice la proliferazione dell’editoria a pagamento, che ha massificato gli aspiranti poeti, vendendo illusione. Anche la latitanza della critica accademica ha delle colpe, almeno rispetto alla poesia, essendosi concentrata su altre logiche e su altri generi (c’è un bellissimo scritto di Benjamin che le descrive perfettamente, soffermandosi soprattutto sul rapporto tra creatività artistica e “castrazione” accademica di tali energie). I presupposti teorici e ideologici su cui fanno affidamento alcuni poeti dei cosiddetti anni zero, a partire dalla prosa in prosa, che hanno tuttavia espresso un paio di talenti indiscutibili, non mi convincono molto, perché la poesia dovrebbe mantenere, per quanto possibile, le sue specificità, come da tradizione, diciamo. Altrimenti è giusto parlare d’altro. Senza voler divagare, esiste una poesia per l’ascolto uditivo e una per la lettura visiva, silenziosa, che pure implica un ascolto. Senza dimenticare, nella scrittura di ricerca soprattutto, una poesia che ha perduto tutte le specificità per poterla definire ancora tale e che risponde ad altre necessità formali e ricettive, la poesia cioè da guardare come un’installazione. Queste modalità, le prime due in particolare, che interessano ovviamente il modo di operare di tanti poeti, rispondono a finalità differenti e comportano un cambiamento di funzione rispetto allo strumento testuale poetico, che dovrebbe sollecitare la conoscenza profonda e l’appagamento estetico, per così dire, sia che si tratti di un lettore o di un ascoltatore. Ci sono casi in cui invece la scrittura tende a porre chi la riceve in una posizione privilegiata fino a farne perdere i connotati estetici basilari. È poi indubbio che durante il ‘900 questi modi abbiano trovato una coesistenza, anche in uno stesso autore, integrando forme dell’oralità all’interno di schemi espressivi più tradizionali. Tutto ciò deriva dalla rottura con le forme tradizionali operate dal verso libero, metricizzato o meno. Non a caso era la preoccupazione principale dei grandi poeti italiani del ‘900, Ungaretti, Montale e Fortini, prima delle neo avanguardie, la perdita delle specificità della poesia, come poi si sarebbe verificato. Per cui oggi si può notare come vi siano casi in cui l’oralità stia perseguendo forme che la avvicinano a una poesia più tradizionalmente intesa e casi in cui una poesia per la lettura vada cercando quegli elementi insiti nell’oralità in modo da renderla più viva sulla pagina per il lettore. Credo che la domanda nasconda un altro interrogativo, in effetti, forse più urgente e non risolvibile al momento, da quanto si vede nel panorama poetico italiano e considerate le forme e i gradi di scrittura così differenti anche in tanti autori tra i più conosciuti. Uno dovrebbe chiedersi per chi si scrive. È un interrogativo che dovrebbe far fronte ai molti equivoci dell’uno e dell’altro ambito, e in ogni caso non mi pare che esista oggi in Italia un pubblico di lettori e di ascoltatori al di fuori dei circoli cui fanno capo gli stessi poeti. Nessun poeta oggi ha un pubblico di lettori e di ascoltatori (anche se gli slam stanno riprendendo quota, ma come intrattenimento). Per questo penso sia una questione quanto mai aperta. Credo comunque che si sia interrotto il dialogo intergenerazionale, in primis, irreversibilmente e a tutti i livelli, e questo è il dato più significativo. È ciò rende ancora più indecifrabile il fenomeno della poesia come trasmissione da una generazione all’altra, tenendola in una marginalità sociale, per quanto sia praticata, come se ognuno perseguisse una propria particolare espressività senza ascoltare o leggere in profondità quelli da cui si può imparare o conoscere, avendo sollecitazioni ovunque, dal parlato e dalla tradizione; e ciascuno cerca di fare quello che può in una comunità dove il poeta, come figura sociale, ormai orfano di riferimenti (sia per privazione sia per bulimia) e in fondo in piena solitudine, finisce per concedersi espressivamente solo per imitazione, per clonazione, perdendo di vista il percorso della propria voce, della propria ricerca. Con il risultato che i poeti oggi scrivono più per se stessi. I libri interessanti e originali non mancano per fortuna, anche se è difficile accorgersene.

La parola poetica per preservare la propria efficacia comunicativa deve esprimersi usando il linguaggio del tempo in cui nasce e vive?

Direi di si. Per forza. Le forme poetiche che ci sono giunte dalla tradizione e che il ‘900 ha messo in crisi già a partire dai più grandi (Ungaretti, Montale, Fortini, ma prima ancora Carducci, D’annunzio e Pascoli), da cui quasi tutti oggi hanno abiurato, a parte qualche eccezione, in realtà sono in continua trasformazione, magari lenta, ma prima o poi quantificabile. Nel discorso vivo il poeta capta, riceve, come chiunque, una serie di dati linguistici (enunciati, significati, emozioni, gesti, etc…), è immerso, oggi più che mai, in una rete culturale fatta di relazioni, in apparenza, è portato in questa rete a rielaborare valutazioni, testi, aspirazioni, bisogni, tutto quello che gli arriva e contro cui si ritrova. È un urto continuo e sfiancante, oggi. Viene urtato. È, come ha detto qualcuno, in un universo verbale composto di continue e incessanti alterità, con il quale è chiamato a rispondere, a misurarsi giocoforza. Tutto ci raggiunge in qualche modo volenti o meno e si dirige,viene filtrato, alla coscienza, il mondo esterno nel mondo interno e viceversa, aperture e confini, limiti e soglie. Non si può scappare da tutto ciò. È necessario un ascolto differente, impegnativo, come indica il poeta Stefano Dal Bianco nel suo diario di riflessioni poetiche appena pubblicato da Quodlibet. La poesia si preserva rispetto alla comunicazione ordinaria per la natura che la contraddistingue, appunto, dall’ordinarietà dei messaggi, essendo, come ha spiegato Jakobson nella sua estrema sintesi, un linguaggio extraordinario. È la sua extra-ordinarietà quindi che la preserva rispetto all’universo verbale dei consumatori di messaggi, che hanno tanti volti e nessuno e convivono nella loro azione di mimetismo. La poesia si preserva da tutto ciò quando è poesia, cioè evidenziando il suo quid poetico, portando alla presenza di una forma i suoi messaggi autentici e profondi.

Qual è stato, ad oggi, il più grande insegnamento ricevuto in dono dalla poesia?

In linea di principio quello di poter stare in mezzo all’uomo e alle sue contraddizioni, l’incontro di quelle ombre che vagano in quell’area di silenzio, il tentativo di smarcarle attraverso il loro ascolto. Per citare ancora Bennis: “La poesia concorre a preservare l’umano”. Il poeta ha il compito di difendere strenuamente questo spazio amicale, ridurre l’ombra del nemico che può essere dentro o fuori, oggetto e soggetto, e trasgredirla, convertirla in qualche modo. Penso all’esperienza di Primo Levi o di Pavese. Penso all’amicizia come sostrato filosofico, intesa quale spazio di prossimità irriducibile all’ascolto e all’esperienza dell’altro nella mia, il permesso che gli concedo in una reciprocità, interrogando con la sua voce ciò che in noi è più profondo come senso. Come ripete una mia amica poetessa “la poesia è un modo di parlarsi, la ricerca della forma ha senso quando la scrittura poetica strappa al consumo facile del linguaggio un significato rivolto a schiarire un’area di noi che non si conosceva del tutto o mai nessuno l’aveva espressa in quel modo”. Questa è l’esperienza della poiesis: qualcosa che ancora è non-essere viene all’essere. Con l’avvento della praxis sotto il dominio della volontà la poesia ha perso nel tempo il proprio fondamento come spazio della verità. È un discorso un po’ impegnativo, estetico e filosofico. In ogni caso, ella dice, e concordo, “e’ la risposta ad un interrogativo profondo, ad un sapere che ancora non è stato appurato in presenza”, l’energia che ne disegna lo svelamento con il linguaggio extraordinario della poesia, non certo con la prosa, che risponde ad altri criteri e ha altre andature, e ancora meno con il prosaico. La poesia dovrebbe risarcire l’umano da ciò che esso non trova più o ha dimenticato, prendere le misure con l’inaccessibile, avvicinarsi ad esso. Rispondere all’amico nella verità prossima del loro dialogo.



Per concludere, ti chiedo di scegliere tre poesie dal tuo “Discorso a due”, per salutare i nostri lettori.

N1

Nell’intimo regredire
all’innocenza dell’unione
in ogni frase
degli amanti
era la loro immagine
che corrispondeva.
Due cornici sovrapposte
e nel fondo vuote
e all’interno due riflessi
allontanati dai corpi
senza ricordo
né illusione,
soli di una nascita
e di una perdita



Nascere alle soglie
di un’armonia celeste
e morire in un campo
grigio indurito di transfert
e voci dentro
sfiniti dal ripetersi
in se stessi – il padre
presente all’atto,
il bambino annichilito
da una stretta presa,
l’uomo spinto alle soglie
di un treno in corsa
rassegnato di esistere



Anniversario

Era splendido risvegliarsi
a un millimetro dal naso
adesso manca una porta
alla solitudine
respirare è quanto basta
un accesso
che non è una soglia –

Euridice che viene
spenta
da un’altra era
a mano dipinta
la coppia
sulla ferita –

e la frattura a scovarla
un istante alla volta
dilapidata la carne
tenuta a bada

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Scritto da
Grazia Calanna
Grazia Calanna
Grazia Calanna, giornalista, dal 2001 collabora con il quotidiano “La Sicilia” per il quale cura la rubrica di poesia “Ridenti e Fuggitivi”. Presiede l’associazione culturale “Estrolab” con la quale cura le “Edizioni EstroLab”, “Parole Estroverse” (incontri letterari itineranti), i “Laboratori dell’Estro” (corsi di formazione in scrittura specialistica e creativa). Dal 2007 dirige il periodico culturale “l’EstroVerso” (www.lestroverso.it). Ha curato per la rivista “ELLE”, numero Ottobre-2017, uno speciale di poesia intitolato "Nel verso giusto". Tra le pubblicazioni: “Crono Silente” (poesia, Prova d’Autore 2011); “William Shakespeare, Sonetti 1 – 48” con AA.VV. (traduzioni in italiano, Prova d’Autore 2013); “La neve altrove” di Giovanna Iorio (traduzioni in francese, FaraEditore 2017); “Poeti in Classe – 25 poesie per l’infanzia e non solo” con AA.VV. (poesia, italic pequod, 2017); “Zafferana Etnea. Suggestioni letterarie alle pendici dell’Etna”, in “Borghi di Sicilia” con AA.VV. (saggistica, Dario Flaccovio Editore, 2018). Per le edizioni Algra, con Orazio Caruso, dirige la collana “Quadernetto di Poesia contemporanea”. È responsabile dell’Ufficio Stampa del MacS (Museo Arte Contemporanea Sicilia) per il quale ha curato “PoetArte”, connubio contemporaneo tra arte e poesia.
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