LA-U dell'ulivo
Dicembre 14, 2019, 08:36:29 pm *
Benvenuto! Accedi o registrati.

Accesso con nome utente, password e durata della sessione
Notizie:
 
   Home   Guida Ricerca Agenda Accedi Registrati  
Pagine: [1] 2 3 ... 10
 1 
 inserito:: Dicembre 12, 2019, 07:21:11 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Frase di Arthur Schopenhauer

 “La serenità e la vitalità della nostra giovinezza derivano in parte dal fatto che procedendo in salita non vediamo la morte, perché questa è ai piedi dell'altro versante.”

ARTHUR SCHOPENHAUER

Da – FrasiCelebri.it

 2 
 inserito:: Dicembre 12, 2019, 07:18:34 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
"Nel 2013 Casaleggio sottrasse dati personali attraverso Facebook".

La replica: "Agli utenti era richiesto consenso”

È l'accusa lanciata dal quotidiano online Linkiesta sulla base delle rivelazioni di Marco Canestrari, primo "whistleblower" dell'azienda-partito, oggi programmatore a Londra. La raccolta anticipava di tre anni i metodi di Cambridge Analytica e utilizzava una app per sottrarre informazioni, indirizzi, orientamenti. Anche degli amici Fb degli attivisti pentastellati

04 dicembre 2019

La Casaleggio Associati, il braccio aziendale del M5s che ha fondato e gestito il Movimento fino al 2016, avrebbe sottratto dati personali da Facebook. Anticipando di tre anni i metodi di Cambridge Analytica, la società britannica fondata da Steve Bannon che ha usato 87 milioni di profili per favorire l'ascesa di Donald Trump e la campagna pro-Brexit. È quanto si afferma in un articolo de Linkiesta, che cita un'unica fonte: Marco Canestrari, il primo whistleblower dell'azienda-partito, che ora fa il programmatore informatico a Londra.

Secondo la ricostruzione di Canestrari, nel febbraio 2013 il blog di Beppe Grillo diede l'annuncio del rilascio di una app per sostenere la campagna elettorale del Movimento. Bastava accedere all'applicazione Facebook dal blog, accettare le condizioni e l'utente poteva aggiungere il logo ufficiale alla sua foto profilo, promuovere lo "Tsunami Tour", diffondere il programma e appoggiare i candidati del M5s, raccogliere fondi. Solo che quella chiamata alle armi, secondo Linkiesta, celava una "gigantesca cessione di dati personali". Consentire l'accesso al proprio profilo a quell'app, e accettare le condizioni, significava fornire in automatico le proprie informazioni base: dall'indirizzo e-mail fino al proprio luogo di nascita, quello di residenza e l'orientamento politico e religioso. Insomma, il primo passo di una potenziale profilazione di massa di cittadini comuni e anche dei futuri parlamentari del Movimento 5Stelle.

Per Canestrari, "l'app consentiva agli amministratori di Casaleggio Associati una serie di operazioni. Tra cui monitorare le attività dell'utente attivista. Ora l'app non è più attiva, ma Web Archive conserva le informazioni che permettono di risalire ai permessi richiesti da Casaleggio Associati".

Secondo Linkiesta, Casaleggio "scelse di richiedere il maggior numero di permessi, ossia di dati, anche quelli non pertinenti all'attività politica. Ma non solo: come è successo con Cambridge Analytica, la srl milanese ha potuto ottenere ogni dato disponibile non solo sugli attivisti ma anche sui loro amici di Facebook, quindi chiunque avesse avuto tra gli amici un attivista del movimento che si era scaricato l'app potrebbe aver subito un accesso ai propri dati da parte della Casaleggio".

L'operazione sarebbe stata replicata anche nel 2014 e nel 2018, anche qui attraverso un'app di Facebook, ma la piattaforma, secondo Canestrari "aveva probabilmente già limitato la possibilità di accedere ai dati, proprio in seguito allo scandalo di Cambridge Analytica. Non possiamo sapere - dice l'ex braccio destro di Gianroberto Casaleggio - se li hanno effettivamente scaricati, né che cosa ne abbiano fatto. Bisognerebbe chiedere al Garante se hanno tabelle da poter confrontare, oppure indurlo ad aprire una nuova istruttoria ma credo sia passato troppo tempo".

La nota di Casaleggio Associati: "Agli utenti era richiesto il consenso"
In merito all'articolo pubblicato dal sito www.linkiesta.it, Casaleggio Associati precisa che in maniera completamente errata è stato comparato un caso in cui sono stati utilizzati milioni di dati senza il consenso degli utenti, a un caso profondamente diverso in cui legittimamente un sito chiedeva individualmente alle singole persone di poter utilizzare alcuni dati per verificare la propria classifica di attivismo (es. per aver cambiato la propria immagine di Facebook, o avere tanti amici che utilizzavano l'app). I dati raccolti nel 2013, spiega l'ufficio stampa, non sono stati utilizzati dalla Casaleggio Associati per altre finalità e sono poi stati cancellati alla fine dell'iniziativa, in piena sintonia con la legge, con le politiche di Facebook e con la normativa sulla privacy. Casaleggio Associati ha proceduto a tutelare la propria reputazione per vie legali già nella giornata di oggi nei confronti de Linkiesta.

Da - https://www.repubblica.it/politica/2019/12/04/news/casaleggio_dati_facebook-242578817/?ref=RHRS-BH-I242599237-C6-P8-S1.6-T1&fbclid=IwAR0LauP964t2FxEQdTJomDCTkIIHKAwowd1VWWf-P5Rar1sx9SpBh8Wotdw

 3 
 inserito:: Dicembre 12, 2019, 07:13:47 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
La Repubblica non nacque «bipolare» (1985)

GIOVANNI SPADOLINI · GIOVEDÌ 5 DICEMBRE 2019·7 MINUTI

«La Voce Repubblicana», 1-2 marzo 1985.

Uno spiraglio. È il titolo dell’articolo di fondo di Ugo La Malfa, il 17 ottobre 1944, sulla «Italia libera», l’organo di quel partito d’azione che nelle stesse giornate è protagonista della resistenza nel Nord, allo stesso titolo dei comunisti e dei socialisti e con forze di poco inferiori solo ai primi.

«La Repubblica ci unisce»: ha scritto, con uno di quegli slogan lampeggianti di cui è maestro Pietro Nenni, sull’«Avanti!» della domenica precedente.

Ed ha delineato, in quel suo linguaggio pieno e senza chiaroscuri, tre piattaforme in cui associare le forze socialiste e la sinistra democratica, di cui il partito d’azione è la punta di diamante (l’unico partito nuovo, anche nel lessico, rispetto all'Italia prefascista, di quel tentativo di contrapposizione al passato, di sguardo profondo nel futuro, quell'ansia post-fascista, oltre che antifascista, di uno stato nuovo che tenesse conto delle insufficienze nazionali, che ne avviasse la risoluzione su basi, appunto, nuove:
1) intransigenza istituzionale;
2) lotta per la riforma agraria;
3) lotta per il superamento del trust e dell’industria monopolistica, «oggi – sottolineava Nenni con accenti profetici – alla mercé dei pochi magnati che si sono costituiti Stato nello Stato».

E La Malfa, pronto, risponde: sì. Ma sottolinea che quell'opera non può essere «ecumenica», «unanimistica», che presuppone un «grande raggruppamento politico» capace di «lavorarvi tenacemente durante una generazione o due» (la sottolineatura non è nostra ma di La Malfa) «sul fondamento democratico al governo o fuori dal governo».

Siamo alla fine del 1944, ma già le speranze del rinnovamento strutturale della vita italiana si appannano. La vittoria del CLN, in quel famoso scontro al Grand Hotel di Roma nel giugno ’44, si è rivelata più nominale che reale. Bonomi – pur contrapposto a Badoglio – delude le ansie dei rinnovatori: di lì a poche settimane socialisti e azionisti usciranno dal governo.
E sarà quell'ultimo atto dell’intesa a sinistra, su schemi democratici e non frontisti, invano vagheggiata da La Malfa per evitare la polarizzazione dello scontro fra il nuovo partito cattolico – rappresentativo dei ceti medi svincolati dal fascismo – e il potente partito comunista, riconsacrato dalla lotta di liberazione nella sua legittimità nazionale, ben al di là del fantasmi di Livorno.

Lo «spiraglio» rappresentato da tutto ciò che possa avvicinare il partito socialista ai principi di rinnovamento democratico proprio del partito d’azione, da tutto ciò che sembri preludere a una centralità democratica del PSIUP; il partito di Nenni al suo distacco dal patto di alleanza col PCI, necessario per assicurare al partito socialista un ruolo-guida nel paese.

Pochi come La Malfa guardano lontano, intuiscono i possibili sbocchi per l’assetto futuro dello Stato, ai quali può portare il diverso modo di «liquidazione del fascismo nelle sue cause storiche ed economiche». Per La Malfa, la via da seguire è una soltanto, quella del metodo democratico e non marxista: «il problema di tale liquidazione – sono le sue parole – può e deve essere risolto nel quadro della democrazia, con provvide leggi e con graduali misure di riassestamento politico e sociale», e non «secondo la psicologia bolscevica».
Senza quella chiarificazione preliminare la lotta politica in Italia si sarebbe radicalizzata, il progetto di rinnovamento democratico della società affidato a forze di centro-sinistra sarebbe venuto meno, a una sinistra forte si sarebbe contrapposto un centro-destra ancora più forte e capace di attirare tutti i ceti moderati».

Quell'articolo di La Malfa è finalmente entrato nei libri di storia. Lo segnala Simona Colarizi, nel vasto affresco – oltre settecento pagine – che ha dedicato, nell’ambito della «Storia d’Italia» dell’UTET, a La seconda guerra mondiale e la Repubblica (in realtà il titolo dice meno del testo, l’opera parte dal 1938, quando l’intervento italiano non è ancora deciso, e arriva a ben dodici anni oltre la fondazione della Repubblica, quando tutto è così diverso, così lontano, al 1958: crisi del centrismo, scomparsa di Pio XII, avvio di un nuovo ciclo fra laici e cattolici).

Simona Colarizi, che ha dedicato tante e così importanti ricerche alla storia dell’antifascismo (e per prima a quelle dell’Unione democratica nazionale di Amendola), sottolinea, a commento di quello scritto di La Malfa: «È una lucida intuizione della successiva bi-polarizzazione del sistema politico italiano, destinato a svuotare la funzione politica delle componenti centriste».
Ma tutto il suo libro è la conferma che la bipolarizzazione non c’è stata. Il tema del bipolarismo sta tornando d’attualità ed è giusto che esso si rifletta anche nelle pagine e nelle polemiche degli storici. L’indagine della nostra autrice ci conferma però un punto fondamentale: l’Italia non nacque «bipolare» dalla lotta al fascismo e dalla resistenza.
L’Italia rinacque, almeno, «quadripolare»: con una forza cattolica, di cui pochi seppero valutare la portata («scambiammo la DC per il partito del Vaticano», amava confidare La Malfa); con un complesso di movimenti innestati sul filone liberal-democratico e portati a cimentarsi con una nuova realtà (il nuovo partito d’azione in primo luogo, ma con larghe influenze su partiti storici come repubblicani e liberali e non solo in quelli); una forza socialista, una forza comunista.

Ancora in quell’ottobre 1944 nulla era veramente deciso. Non l’egemonia democristiana; non il blocco socialista-comunista; non l’indebolimento della «terza forza» laica e democratica. Un complesso di errori portò a quelle situazioni, che parvero irreversibili e non lo furono mai.
Bonomi era un «ponte» fra la vecchia Italia prefascista e la nuova. Parri sarebbe stato la carta del futuro, giocata anzitempo e quindi destinata a logorare – La Malfa l’aveva capito – la rigogliosa ma tormentata adolescenza del partito d’azione. La scelta di De Gasperi presidente, nel dicembre 1945, nacque dall'impossibilità di una presidenza Nenni; ma il perché una presidenza Nenni non fu possibile è spiegato benissimo in queste pagine, da parte di una studiosa che pure non nasconde le sue inclinazioni socialiste, sempre riconoscendo come il partito socialista facesse il possibile, anzi l’impossibile, per non cogliere le occasioni che talvolta la storia non ripete due volte nel giro della stessa generazione.

Eppure da queste pagine della Colarizi si deduce una conclusione confortante. Mai il regime repubblicano italiano si piegò a una stretta bipolare, nel corso del primo decennio (e quindi ancor meno dopo). È la situazione internazionale che radicalizza la lotta fra ’45 e ’48; la guerra fredda appare decisiva per spiegare gli sbocchi del 1948. Ma il «fronte popolare», invano combattuto dai socialisti dell’antica scuola come Pertini, non uccide le speranze dell’autonomia socialista. Né l’alleanza fra DC e partiti di democrazia laica, che non trova in queste pagine lo spazio obiettivo che merita, mai soffoca l’autonomia di forze, come le componenti repubblicana e socialdemocratica, che non a caso preparano le vie del centro-sinistra.
Neanche nella DC la partita è mai chiusa. Simona Colarizi sottolinea, con efficace acutezza, il trapasso da De Gasperi a Fanfani; ma non può non rilevare le complessità e drammaticità degli anni centristi, nell’opporre la visione rigorosamente antifascista di De Gasperi alle tentazioni di blocco d’ordine, come l’«operazione Sturzo» a Roma (anche quella fallita per merito di qualcuno e non di una vaga provvidenza). Ed è la prima volta, in un’opera storica, diciamo così, fatta da sinistra, che la legge elettorale maggioritaria del 1953 viene presentata più ancora come argine a destra che non come tentativo di compressione a sinistra.
Simona Colarizi ha visto molto materiale d’archivio di prima mano: specialmente i rapporti dei prefetti, dei questori, dei comandanti dei carabinieri. Ha potuto così affidare alla storia dei partiti una storia, o un principio di storia, dell’opinione pubblica. Lo ha fatto in modi che per i lettori ordinari non saranno facili a seguire: quasi con una lunga riflessione sui fatti, che talvolta prescinde dai fatti stessi o li dà per esauriti.

È storia critica, che presuppone un lettore non disarmato. Ma è soprattutto storia vivente: storia dei fallimenti di una generazione, delle tante occasioni perdute dalla sinistra. E il libro ci ricorda che senza l’attenzione meditata dei due partiti prevalenti nel versante della «terza forza», socialisti e repubblicani, il rischio del bipolarismo, finora in un modo o nell’altro evitato, potrebbe ripresentarsi domani.
E sarebbe il colmo dell’assurdo: rispetto a una società profondamente modificata. E modificata proprio nel senso della molteplicità, dell’articolazione, della diversità. Chi saprà accoglierla?
Giovanni Spadolini

Da - https://www.facebook.com/notes/giovanni-spadolini/la-repubblica-non-nacque-bipolare-1985/2649567215134867/

 4 
 inserito:: Dicembre 12, 2019, 07:02:55 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Lo strazio all'obitorio e i 50 anni senza giustizia.

Il figlio di una vittima racconta Piazza Fontana

16:18, 12 dicembre 2019

Di Maria Teresa Santaguida

Paolo Silva perse il padre, Carlo, ai cui piedi venne lasciata la valigetta che causò la deflagrazione. In quest'intervista all'Agi ricorda quel giorno, la perdita e i successivi anni passati a chiedere giustizia e a raccontare nelle scuole l'importanza della "memoria"

Piazza fontana 50 anni intervista figlio Carlo Silva


Il 12 dicembre 1969 Carlo Silva era seduto al tavolo di legno dellʼatrio principale, sotto al quale fu depositata la bomba. Aveva 71 anni ed era in pensione. Quel venerdì, come tutte le settimane, aveva preso il tram 13 (una linea che oggi non cʼè più a Milano) e si era recato in Piazza Fontana, poi era entrato nella Banca dellʼAgricoltura.

“Fin dal 1936 lì si svolgeva il mercato degli agricoltori. Voglio far capire che tipo di mondo era quello di mio padre, e che è stato colpito dalla bomba. Lo scambio e la compravendita avvenivano in modo estremamente semplice ed onesto: cʼerano il venditore e il compratore, che si davano la mano quando si accordavano sul prezzo; poi un mediatore sovrapponeva la sua per definire la vendita. Questo gesto aveva quasi valore notarile. Mio padre è stato per una vita agente di commercio per una grossa compagnia di lubrificanti, la MobilOil, nel settore agricolo, ecco perché andava lì per trovare vecchi clienti ed amici. Ci si beveva un caffé prima di andare in banca. Lʼagricoltura era il suo mondo, anche perché proveniva da una famiglia contadina”.

I ricordi di Paolo Silva, il figlio, hanno un ordine preciso, e bisogna seguirlo per capire a fondo le sue parole. Prima di arrivare a raccontare del giorno in cui dovette riconoscere allʼobitorio il corpo di suo padre, ridotto ad un unico pezzo di carne, ha bisogno di ripercorrere tutte le tappe di quellʼuomo. Un papà che ha perso quando era un giovane di 27 anni. “Quel giorno in Piazza Fontana cʼera un poʼ di pioggia. Allora mio padre entrò nella banca, appoggiandosi al tavolone di legno. Ai suoi piedi sarebbe stata lasciata quella valigetta... Penso che sarebbe morto comunque, ma forse non in quel modo”.

A distanza di 50 anni il rimorso non smette di bruciare: “A quei tempi avevo 27 anni, mio fratello Giorgio 28. Ero un giovane capo area per un’azienda svizzera e andavo spesso in missione. L’ultima volta che vidi mio padre eravamo alla stazione. Quel venerdì, alle 18, mi trovavo però in Galleria. Avvertii movimenti, sirene, ma erano gli anni delle contestazioni e degli scioperi, quindi non pensai a niente di drammatico.

Dalla Galleria di Piazza Del Duomo a Piazza Fontana ci sono 700 metri in linea dʼaria, eppure io andai a casa. Fu il benzinaio a dirmi: ‘Sa che è scoppiata un bomba, alla Banca dellʼAgricolturaʼ. Pensai subito ‘Papà”.

Che cosa successe dopo?
Presi lʼauto e andai subito in piazza Fontana, con mille difficoltà perché cʼera un grande traffico. Parcheggiai là vicino e capii subito che era una catastrofe. Tutto era recintato, mi identificai e chiesi notizie di mio padre. Sarò stato a 10 metri dallʼingresso principale, ma quella visione mi devastò: cʼera ancora un odore acre di mandorle amare. Papà non risultava né tra i morti né tra i feriti, né sul posto né sugli ospedali. Non mi arrendevo ancora allʼidea della morte: “Un uomo di settantuno anni - pensai - in stato di shock, starà vagando per la città”. Andai in questura, e trovai mio fratello Giorgio. Fummo avvicinati da un funzionario: cʼera un vittima da identificare allʼobitorio.

Il momento dell’obitorio è quello più difficile da raccontare...
Trovammo il direttore, il professor Marrubini. Aprii quella porta e vidi una cosa che non so definire se non atroce, terribile, terrificante. I corpi di 13 vittime, uno accanto all’altro in condizioni penose: sangue, corpi bruciati, carne maciullata. Alzai il lenzuolo che copriva l’ultima vittima: era nostro papà Carlo. Quello che era rimasto del suo corpo erano poche decine di centimetri. Ricordo ancora che Marrubini ci disse: “Ho 57 anni, ho fatto la Seconda guerra mondiale, ma non ho mai visto una cosa del genere”. Ci abbracciò singhiozzando.

Vostra madre sapeva?
Andammo a casa e raccontammo a mamma che papà era morto per lo spostamento dʼaria. Decidemmo che non doveva venire allʼobitorio. Abbiamo fatto bene. Lei poi ci ha ringraziato, perché lo ha ricordato comʼera. Dopo, abbiamo anche preteso che non venisse ai funerali, ma che li guardasse con tutti i parenti che erano vicini a lei, alla televisione.

Arriviamo a quel 15 dicembre. I funerali, il silenzio in piazza Duomo, la reazione di Milano. Lei parla spesso di “rumore del silenzio”.

Il 15 dicembre ci siamo alzati molto presto, alle 5, per essere in obitorio e dare lʼultimo saluto a papà prima che venisse inserito nella cassa. Poi, ciascuno col suo feretro, siamo stati accompagnati a Piazza Del Duomo. Ricordo il cielo plumbeo, forse a sostegno di quello che era accaduto, la tipica nebietta milanese. Ci saranno state 300 mila persone anche nelle vie adiacenti. Tutti in diverso silenzio. Ragazzi arrampicati sui lampioni, sul monumento. Cʼera la più vasta espressione della cittadinanza, dalle massaie agli impiegati, ai dirigenti agli studenti. E cʼera in un angolo del Duomo la rappresentanza della Stalingrado italiana, ovvero gli operai di Sesto San Giovanni, ma senza un gagliardetto e senza nemmeno una bandiera. La risposta di Milano e dell’Italia è stata con quel silenzio: “Le bombe non riusciranno a modificare l’apparato democratico”. E io mi ricordo che sentivo i tacchi delle mie scarpe sui lastroni di porfido, e lì ho coniato l’espressione ‘Il rumore del silenzioʼ.

Incrociaste le istituzioni?
Le istituzioni arrivarono un’ora dopo. Quando lʼallora presidente del Consiglio, Mariano Rumor, venne da me e mio fratello Giorgio e ci tese la mano per le condoglianze non ricambiammo, nel modo più assoluto. Lui disse: “Vi assicuro che entro breve i responsabili saranno aggiudicati alla giustizia”. Sono passati cinquant'anni. Cinquant’anni. Io e mio fratello avevamo un lavoro. Ma pensate agli altri figli delle vittime: ne avevano massimo 17. Per molti di loro era morto lʼunico sostegno della famiglia. Questo è un aspetto che va chiarito, precisato, raccontato. Perché è un aspetto molto importante.

Lo Stato cosa ha fatto per loro?
A distanza di trentasei anni è stata emanata una legge per i figli delle vittime. Trentasei anni. Ma rientrare nella categoria per ottenere un aiuto non era automatico: bisognava fare richiesta.

La strage di Piazza Fontana è anche una storia di morti e depistaggi, di uno Stato che non seppe fare giustizia.

La cosa che ci ha sconcertato e ci ha fatto capire che non si trattava di un gesto di un dinamitardo, ma di un attentato preorganizzato è stata la morte di Pinelli e soprattutto la responsabilità inizialmente imputata agli anarchici. Quello ha definito in noi che c’era un disegno preciso. E da lì che cominciano i depistaggi. Il racconto del tassista Rolandi che racconta di aver preso a bordo l’anarchico Valpreda era molto inverosimile: lo avrebbe caricato sul taxi a 250 metri dalla banca, lo avrebbe aspettato vedendolo scendere con una valigia, lo avrebbe visto entrare in banca, e tornare senza valigia. Molto inverosimile.

Quando i ragazzi delle scuole e dell’università̀ le chiedono se crede ancora nelle istituzioni, come fa comunque a rispondere di sì̀?

Rispondo sì perché ci sono stati uomini delle istituzioni che hanno perso la loro vita nel cercare giustizia e verità, proprio per piazza Fontana: il giudice Emilio Alessandrini e il giudice Guido Galli. E tanti altri.

Nessuno però pagò davvero.
È una cosa che è stata lasciata a metà. Perchè cʼè una verità̀ storica, ma vi posso confermare che cʼè anche una verità giudiziaria. Non è ufficiale, forse, ma cʼè. Con la riapertura delle indagini nel 2001 grazie al giudice Guido Salvini è stata determinata ancora una volta la responsabilità di Ordine Nuovo, gruppo terroristico dell’estrema destra, e guarda caso sono ritenuti responsabili Franco Freda e Giovanni Ventura ma non piú̀ condannabili in quanto precedentemente assolti. La cosa che mi fa più male però è che a distanza di 50 anni per questioni anagrafiche molti testimoni non sono più in vita e cʼè addirittura il tentativo di derubricare questa strage come una brutta pagina del nostro Paese.

Freda scrisse libri, aprì una casa editrice. Ebbe voce, insomma, per parlare. Che cosa gli direbbe se lo incontrasse?
Freda è un pazzo. È un nazifascista che scrive di tutto e di più̀, ma non è perseguibile. A chi mi ha chiesto se avrei voluto incontrarlo, ho risposto che lo avrei fatto se si fosse pentito e avesse assunto le sue responsabilità. Guardandolo negli occhi gli avrei detto: “Io ho perso mio papà Carlo con la bomba in Piazza Fontana”. Avrei voluto vedere le sue reazioni. Questo non è stato possibile perché́ non si è mai pentito. Anzi, farnetica ancora sulle sue dottrine. Poi, chi avrei dovuto incontrare? I servizi segreti? Nessuno si è mai fatto carico di questa responsabilità. Nessuno fu davvero condannato.

La cosa più pericolosa, dei depistaggi, è che ha lasciato, soprattutto in chi non c’era allora, il vago ricordo di quegli anni e la convinzione che l’unico terrorismo che assediò l’Italia fu quello delle Brigate Rosse.

È questa la cosa più grave. Tanto che nell’indagine che abbiamo fatto tra studenti universitari, il 40 per cento rispondeva che Piazza Fontana fu opera delle Brigate Rosse, che al tempo non c’erano neanche. L’Italia è una nazione giovane e senza memoria.

Come si vive quando per 50 anni non si ottiene giustizia per aver perso il proprio padre?
Cʼè un tentativo di rimozione, a volte quellʼimmagine torna, a volte tornano i sogni. Ma soprattutto da quando siamo diventati narratori di questa triste vicenda e andiamo nei licei e nelle Università, in giro per l’Italia e per il mondo, sembra sempre il giorno dopo. Ma devo dire con grande soddisfazione che i ragazzi e gli studenti apprezzano molto la nostra testimonianza.

Avverte un pericolo di ritorno del fascismo o di recrudescenza dell’odio?
No. Io non avverto un pericolo del ritorno del fascino, assolutamente. Ma cʼè un pericolo serio, che molti dei nostri giovani, non avendo avuto una cultura, si lascino irretire in gruppi che negano ad esempio la Shoah. Questo è molto grave. Il cancro di questo Paese degli ultimi quarant’anni è proprio l’indifferenza. Ai ragazzi dico: le istituzioni non sono inamovibili, starà a voi, se avrete la fortuna di vivere in un Paese democratico, votarle. Ma prima di tutto quello che dovete fare è difendere la Costituzione.

Da - https://www.agi.it/cronaca/piazza_fontana_50_anni_intervista_figlio_carlo_silva-6722567/news/2019-12-12/

 5 
 inserito:: Dicembre 10, 2019, 09:33:33 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Movimento delle Sardine, chi è Mattia Santori? Biografia, curriculum e notizie sul 32enne

 23-11-2019  17:51
 Ultimo aggiornamento: 27-11-2019  18:29
 
Chi è Mattia Santori, ideatore del movimento delle Sardine contro Salvini? Biografia e curriculum vitae del fondatore
Il Movimento delle Sardine è spuntato fuori dal nulla, e così dal nulla sembra essere spuntato anche uno dei suoi ideatori, che come sappiamo sono in quattro. Mattia Santori però è visto come il principale punto di riferimento dell'iniziativa che sta riempiendo le piazze di tutta Italia di gente e di "sardine".
 Ma chi è alla fine Mattia Santori? Sappiamo che ha 32 anni, che è bolognese e che ha avuto questa geniale trovata che come ha detto in una intervista su La7 ha fatto diventare "un po' un inferno" le sue giornate. Da quanto dice, nemmeno lui si aspettava una risposta simile all'iniziativa nata come: "6000 sardine contro Salvini", da cui è poi nato il cosiddetto movimento delle sardine, o comitato delle sardine.
Ora Mattia Sartori è diventato il simbolo della protesta, ma non ha organizzato l'evento di piazza Maggiore a Bologna tutto da solo, lo ha fatto coi suoi tre amici e coetanei: Giulia Trappoloni, Andrea Garreffa e Roberto Morotti, tre normalissimi ragazzi che come lui non sono, o non erano a seconda dei punti di vista, impegnati politicamente fino ad ora.
Giulia Trappoloni è una fisioterapista originaria di Sansepolcro, Andrea Garreffa è laureato in Scienze della Comunicazione, mentre Roberto Morotti è un ingegnere ambientalista. Sono tutti e tre amici di vecchia data di Mattia Santori.
Vediamo però chi è di preciso Mattia Santori, diamo un'occhiata alla sua biografia, e al suo curriculum vitae. Vediamo anche che lavoro fa, e come riesce a gestire la notorietà che gli è letteralmente piombata addosso all'improvviso. Notorietà che come vediamo lo ha portato a ricevere svariate interviste, da radio e Tv, e richiesto la sua partecipazione dal vivo in trasmissioni in cui alla fine si parla proprio di politica.
Chi è Mattia Santori, ideatore del movimento delle Sardine
Di Mattia Santori praticamente non aveva mai sentito parlare nessuno prima di un paio di settimane fa, quindi ancora molte informazioni che lo riguardano non sono state rese note. Insomma i media e il web ce lo stanno facendo conoscere proprio in questi giorni. Non abbiamo una biografia ufficiale di Mattia Santori, ma sappiamo quali sono il suo percorso di studi o il suo impiego lavorativo grazie a fonti differenti.
Abbiamo detto che Mattia Santori ha 32 anni, è nato a Bologna, dove tutt'ora sta vivendo, ed ha conseguito una laurea in Economia e Diritto, presentando una tesi dal titolo "Il fantasma del Tav spaventa le grandi opere italiane. Consenso e partecipazione nelle politiche infrastrutturali del nostro Paese".
Su Mattia Santori sappiamo anche che è profondamente ambientalista, e che per lavoro si dedica alla ricerca per i mercati energetici. Lavora infatti per il Rie, (Ricerche Industriali ed Energetiche) una società privata impegnata nel mondo dell'energia attraverso attività di consulenza e ricerca. A cura della stessa società troviamo una testata che affronta il tema delle energie rinnovabili, ed è proprio qui che appare la figura di Mattia Sartori, che è uno dei redattori di Rie online.
Mattia Santori ci viene presentato come un ragazzo impegnato anche nello sport, più specificamente come insegnante di atletica, frisbee e basket di alcune classi di bambini, ma anche di universitari e disabili. Dalla sua pagina Facebook riusciamo ad attingere altre informazioni in merito, e vediamo ad esempio che collabora con CUS Bologna Ultimate Frisbee - Bodsic, che sono squadre agonistiche di frisbee di Bologna.
Mattia Santori ideatore del movimento delle sardine: il curriculum vitae
Come abbiamo detto Mattia Santori lavora per la testata online del Rie (Ricerche Industriali ed Energetiche), impiego che lo vede attivo dal 2014 nel campo dei mercati energetici come analyst. Poi, tre anni fa è diventato redattore di contenuti per RiEnergia - Ambiente e risorse punto per punto.
Intanto, già dal 2010 Mattia Santori è attivo in ambito sportivo come istruttore e responsabile dello UISP, e dà corsi di atletica rivolti a bambini delle scuole elementari e medie.
Tra le precedenti esperienze lavorative troviamo la collaborazione con ISTAT dall'ottobre del 2010 al gennaio del 2012, per la partecipazione attiva al censimento dell'agricoltura del 2010 e a quello della popolazione del 2011. Mentre andando a ritroso troviamo anche una collaborazione iniziata nel luglio 2007 che si protrae fino al settembre 2009 come esattore per Autostrade per l'Italia.
Quanto alla sua attività di redattore, Mattia Santori ad oggi ha collaborato già con diverse testate online. Ecco alcuni dei titoli che si possono trovare online.
Carbone: la fine è vicina?
Ambiente ed Energia: Intervista a Legambiente e al Rie (Ricerche Industriali Energetiche)
Coesistenza tra Idrocarburi e Agricoltura, Pesca e Turismo in Italia
Non solo Nimby, in Basilicata c'è chi dice sì
Sblocca Italia e trivellazioni. Novità, rivendicazioni, dati di fatto
I primi giorni di notorietà per Mattia Santori
Con la nascita del movimento delle Sardine, e l'importanza mediatica che questi eventi in piazza stanno assumendo negli ultimi giorni con l'ormai imminente confronto politico delle regionali, specie quello molto atteso dell'Emilia Romagna, Mattia Santori si è ritrovato improvvisamente nell'occhio del ciclone.
Per lui sono subito iniziati i contatti da parte dei media, con interviste e apparizioni in trasmissioni radio e Tv. E' stato recentemente ospite di Omnibus su La7, dove ha dichiarato di non avere alcuna "mira politica", ma di aver contribuito all'organizzazione dell'evento in piazza Maggiore a Bologna per "mandare un messaggio alla politica".
"Io credo che ci stanno ascoltando molto sia da destra che da sinistra" ha dichiarato Mattia Santori "il messaggio è questo: ritornate a parlare ai cittadini con dei toni educati e civili. Senza usare stratagemmi comunicativi perché non siamo più la gente degli anni '90. Avete davanti una generazione che sa riconoscere le bugie dalla verità".

Redazione Borsainside
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - https://www.borsainside.com/news/71662-movimento-delle-sardine-chi-e-mattia-sartori-biografia-curriculum-e-notizie-sul-32enne/

 6 
 inserito:: Dicembre 10, 2019, 09:24:33 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
NUOVI TEMI POST SARDINE e POST ULTRA-DESTRA salviniana.

 7 
 inserito:: Novembre 21, 2019, 12:06:24 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Admin
Papa Francesco: “la persona fragile, vulnerabile, si trova indifesa davanti agli interessi del mercato”

16 Novembre 2019

Di: RICCARDO CRISTIANO

Bergoglio e la giustizia, un tema appassionante e grande dall’inizio del suo pontificato. Non sorprende che il Papa che alla chiusura del giubileo della misericordia ebbe il coraggio di dire ai carcerati che ogni volta che entra in un penitenziario si chiede “perché loro e non io” abbia esordito sottolineando che il diritto penale non è riuscito a preservarci dalle minacce che, ai nostri giorni, incombono sulle democrazie. È uno dei punti centrali del discorso che ha pronunciato davanti ai partecipanti al XX Congresso dell’Associazione internazionale di diritto penale. Per Bergoglio i grandi problemi sono due: l’” idolatria del mercato” e i “rischi dell’idealismo penale”.

L’idolatria del mercato per noi italiani dimostra tutto il suo orrore in questi giorni con la tragedia di Venezia, sulla quale si tace che per facilitare l’accesso alla città delle grandi navi da crociera si è modificata la profondità della laguna. Si sono scavati metri e metri in profondità per consentire alle grandi navi, una media di due al giorno, di arrivare nel canale della Giudecca. E così la laguna ha perso il suo equilibrio, le sue barriere e le ondate d’acqua di questi giorni dimostrano che non siamo davanti alla solita acqua alta. E infatti per Bergoglio non devono rimanere impunite tutte le condotte che richiamano il nuovo peccato che il catechismo dovrebbe recepire, l’ecocidio: “la contaminazione massiva dell’aria, delle risorse della terra e dell’acqua, la distruzione su larga scala di flora e fauna, e qualunque azione capace di produrre un disastro ecologico o distruggere un ecosistema”. Il Papa ha infatti soggiunto che durante il sinodo per la Regione Panamazzonica i padri sinodali hanno proposto di definire “il peccato ecologico come azione oppure omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente”.

Quando Bergoglio denunciò che questa “economia uccide” parlava di sfruttamento, nuove schiavitù, riduzione di fasce intere di popolazione alla fame, ma forse vedeva anche l’ecocidio. Quello che si è verificato con l’incendio dell’Amazzonia cosa sarebbe altrimenti? E il non parlare delle scelte che hanno rovinato la laguna? La verità per Francesco è che “la persona fragile, vulnerabile, si trova indifesa davanti agli interessi del mercato”. “Oggi, alcuni settori economici esercitano più potere che gli stessi Stati”. Questa è una minaccia per la democrazia e l’umanità! E’ già tanto, ma Francesco non si è fermato qui, ha denunciato anche un altro dramma del tempo presente. “Una delle maggiori sfide attuali della scienza penale è il superamento della visione idealistica. L’imposizione di una sanzione non può giustificarsi moralmente con la pretesa capacità di rafforzare la fiducia nel sistema normativo e nella aspettativa che ogni individuo assuma un ruolo nella società e si comporti secondo ciò che da lui ci si attende”.E i delitti dei più potenti, la macro-delinquenza delle corporazioni?

“Il diritto penale non può rimanere estraneo a condotte in cui, approfittando di situazioni asimmetriche, si sfrutta una posizione dominante a scapito del benessere collettivo. Questo succede, per esempio, quando si provoca la diminuzione artificiale dei prezzi dei titoli di debito pubblico, tramite la speculazione, senza preoccuparsi che ciò influenzi o aggravi la situazione economica di intere nazioni”.

Ma non basta ancora. Francesco si è soffermato anche sull’uso improprio della custodia cautelare e sulla detenzione di massa come soluzione irrazionalmente punitiva. Per la detenzione preventiva Bergoglio denuncia che “la situazione si è aggravata in diverse nazioni e regioni, dove il numero di detenuti senza condanna già supera ampiamente il cinquanta per cento della popolazione carceraria”.

Così non poteva mancare l’altra drammatica emergenza del nostro tempo, che il Papa non poteva non sottolineare: “in diversi Paesi sono state attuate riforme dell’istituto della legittima difesa e si è preteso di giustificare crimini commessi da agenti delle forze di sicurezza come forme legittime del compimento del dovere”. Si tratta di “condotte inammissibili in uno Stato di diritto” e, in genere, “accompagnano i pregiudizi razzisti e il disprezzo verso le fasce sociali di emarginazione”. Quindi è arrivato quello che normalmente si chiama il monito, ma che questa volta è molto molto di più. Come ha scritto Avvenire “La cultura dello scarto, spiega inoltre Francesco, sta manifestando la grave tendenza a degenerare in cultura dell’odio. “Non è un caso – afferma il Santo Padre – che a volte ricompaiano emblemi e azioni tipiche del nazismo. Io vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hitler nel ’34 e nel ’36.”

Da - https://www.articolo21.org/2019/11/papa-francesco-la-persona-fragile-vulnerabile-si-trova-indifesa-davanti-agli-interessi-del-mercato/

 8 
 inserito:: Novembre 21, 2019, 11:58:17 am 
Aperta da Admin - Ultimo messaggio da Admin
“Negri, gay, terroni”. Razzismo o demenza sociale?

Opinioni 5 Novembre 2019

Di: BIAGIO MAIMONE

L’Italia diviene sempre più teatro di fenomeni legati al degrado civile ed ancor più morale. Forme di razzismo e rifiuto dell’altro in modo oltraggioso si affermano in modo crescente, non certo in nome di un’ideologia politica che, in ogni caso, non giustificherebbe assolutamente tali orrendi fenomeni, ma come espressione senza scrupoli della propria aggressività, ostentata con fierezza. Fa paura prenderne atto. C’è da chiedersi che cosa alimenta tale ondata di aggressività e di rozzezza umana? Vi è una responsabilità civile e politica? Riteniamo che nulla succeda per caso, soprattutto nell’ambito della vita sociale.

Difatti, osserviamo che le fonti diseducative, tuttora presenti nello scenario socio–politico, sono di varia natura.

Tra esse si annovera il linguaggio non certo raffinato dei mass media e di alcuni esponenti della vita politica divenuti veicolo di messaggi superficiali che fanno propria la libertà di parola e di offesa, anziché il dialogo ed il confronto costruttivo. La parola diventa “parolaccia”, in quanto deve offendere in malo modo l’altro che si ritiene ostacolo, in quanto la pensa in modo diverso o proviene da un luogo lontano. Pedate e solo pedate all’altro perché solo la violenza ratifica il proprio potere: questo è il messaggio che si legge, a volte apertamente, a volte in modo metaforico, tuttavia resta il messaggio predominante.

Alcuni giornali, alcune televisioni, alcuni partiti politici sembrano avallare l’odio sociale e le discriminazioni attraverso propagande squallide e di cattivo gusto. Ciò che è accaduto al calciatore Balotelli, fischiato a Verona dagli ultrà, perché di pelle nera, non è un caso isolato, in quanto anche altri giocatori di colore spesso sono derisi. Non passano inosservati i titoli riportati da un giornale presente nelle edicole di tutta Italia, che utilizza le parole “gay”, “terroni” e “negri” in modo offensivo e classista. Non si affittano immobili ai meridionali, si “fischiano” le persone di colore, si picchiano i clochard e gli inermi, finanche i vecchi e i bambini. Svastiche, inni razzistici, rievocazioni fasciste si osservano in tanti ambiti.

Sorge spontanea la domanda: “E’ stata istituzionalizzata la follia per caso?”, o meglio “E’ rinato l’oscurantismo?”.
Attenzione perché dal disordine sociale e dallo sbando sociale sono nate le dittature!

I giornali sappiano che non devono far propaganda dell’odio sociale per avere audience, perché in tal modo generano il terreno tanto caro al totalitarismo che si nutre dell’ignoranza dei popoli e dell’aggressività dei bulli!

Da - https://www.articolo21.org/2019/11/negri-gay-terroni-razzismo-o-demenza-sociale/

 9 
 inserito:: Novembre 21, 2019, 11:56:01 am 
Aperta da Admin - Ultimo messaggio da Admin
EM.MA in corsivo

L’UMBRIA, LA TURINGIA E IL MANTO DI DESTRA SUL MONDO

Domenica scorsa si è votata in Umbria ed ieri abbiamo commentato il successo della destra razzista e la sconfitta dell’alleanza Pd-M5S. Nello stesso giorno si è votato in Turingia, Regione della “Germania Est”. Ieri La Repubblica ne ha dato notizia con una corrispondenza di Tonia Mastrobuoni con questo titolo: “L’ultradestra tedesca sfonda in Turingia, la Linke primo partito”. Infatti la Linke, un partito formato da ex dirigenti e militanti della SED e da un pezzo della sinistra socialdemocratica, guidata da un prestigioso leader della SPD, Oskar Lafontaine, ha ottenuto il 32% dei voti. L’estrema destra di AFD ha ottenuto il 23,5%. Il capo di questo partito, Bjorn Hoeke, è un neonazista che definì il monumento all’Olocausto “una vergogna”. I due partiti che governano la Germania sono starti sconfitti e lo sono stati anche i Verdi. Del resto basta sommare i voti della sinistra e quelli della destra per constatare che sono ben oltre il 50% dell’elettorato votante. Il capo della Linkein Turingia, Bodo Ramelow, è stato presidente della Regione d ha governato con i voti dei socialdemocratici e della CDU. I quali sembra che non vogliano continuare a farlo anche s e, sul piano economico e sociale, quel governo regionale ha fatto bene.

Il successo della destra estrema e anche della Linke da molti osservatori è spiegato co il fatto che la popolazione dell’est del paese avrebbe preso coscienza che nel 1990 non c’è stata unificazione ma “colonizzazione”. Dell’ovest rispetto all’est. In questi giorni è uscito anche in Italia un libro dello scrittore Ingo Schultz, “Autoritratto di un uomo felice”. Un libro che non solo parla della “colonizzazione” ma che sostiene che nella Germania est, comunista, si viveva molto meglio di come si viva adesso. Sulla “colonizzazione” dell’Est da parte dell’Ovest, il giovane economista Vladimiro Giacchè ha pubblicato un libro con molti dati ed argomenti per sostenere anche lui questa tesi. E nei giorni scorsi Milena Gabanelli, su La7, ha fatto un servizio sul tema.

Ho fatto queste considerazioni per dire che non solo in Italia, dove la destra ha un rilievo eccezionale, ma in Europa e nel mondo questo fenomeno si sta verificando in modo allarmante. Basti pensare cosa fa la destra al governo in Turchia, cosa è la cosiddetta “democrazia illiberale” in Russia e in quasi tutti i paesi europei orientali. Sistema molto lodato e agognato dalla Lega di Salvini. Ma bisogna anche pensare a cosa è oggi il governo in USA con Trump. Voglio dire che bisogna prestare attenzione al fatto che attraversiamo un momento difficile non solo in Italia ma in Europa e nel mondo. E ne siamo anche condizionati. A mio parere in Italia, il Pd e le altre forze di centrosinistra non riflettono abbastanza sul contesto europeo e internazionale e dovrebbero, invece, operare con più consapevolezza nei confronti di questa realtà che, come detto, ci condiziona in modo pesante.

(29 ottobre 2019)

Da – Fb del 29 ottobre 2019

 10 
 inserito:: Novembre 21, 2019, 11:52:15 am 
Aperta da Admin - Ultimo messaggio da Admin
17 novembre 2019
Non si sa se Salvini riesca anche a prendersi l’Emilia Romagna e Bologna la rossa alle prossime elezioni regionali.

Ma un dato è certo: le dodicimila anime di venerdì sera (15 novembre) a Bologna in Piazza Maggiore sono una ventata di area fresca; una rivoluzione silenziosa di giovani che
a) non si rassegnano alla demagogia,
b) alla semplificazione della politica degli slogan,
c) all’eterna campagna elettorale attraverso Facebook promossa dal leader della Lega e da Giorgia Meloni. Mentre costoro sono capaci di fasciare il popolo della destra ed anche avere la capacità di far rifluire le forze estreme nel loro seno, il popolo di sinistra è ormai disperso, senza una guida politica capace di offrire una proposta adeguata per sconfiggere il Salvinismo.

Salvini ha dalla sua una crescita nei consensi che è indubbia.
Solo questi ragazzi, che rappresentano il pensiero, la riflessione, la costruzione nel dialogo, il rispetto delle regole, hanno la Costituzione come guida, possono essere la speranza riorganizzata, per scuotere una sinistra che non c’è più, incapace di un disegno e di un progetto che possa fermare ed arginare l’onda nera, la destra populista che è quella pericolosa, capace di mandare alle ortiche la preziosa testimonianza di Liliana Segre ed ogni anelito di cultura.
Questi ragazzi sono commoventi, perché studiano, leggono, non si fanno influenzare dalle idiozie di Facebook ed utilizzano i social solo per comunicare un messaggio serio. Hanno il rispetto dell’altro, della civiltà del dialogo, sentono la politica come sintesi di un processo culturale.
Bologna la dotta non può essere di Salvini: sarebbe la fine. Vivremmo la stessa rassegnazione di aver perso Matteotti, Gramsci e ci avvieremmo all’oscurantismo ed alla barbarie della politica, quella che purtroppo si vede sui social.
Neanche l’attuale Partito Democratico riesce a catalizzare e contemplare il bisogno e le fulgide ambizioni di questi ragazzi per la sua inadeguatezza.
Già avvenne a piazza Navona anni fa quando Nanni Moretti gridò la sua insoddisfazione rispetto ad una classe dirigente che non riuscì a domare il cavaliere Berlusconi.
Oggi si ripete questo scenario: la piazza di Moretti sta alle sardine di Bologna, come Salvini a Berlusconi. Questo bisogna impedirlo.
Abbia il coraggio il Partito Democratico di mettere in discussione la sua stessa struttura organizzativa. Riscopra la questione sociale, riprenda il contatto con le periferie, rimetta a centro delle sue tematiche il lavoro, ricomponga un disegno ove campeggi lo Stato sociale e non assistenziale. Svecchi la sua anchilosata classe dirigente, faccia dimettere ministri che da una vita occupano le poltrone. Metta in minoranza dirigenti snobisti che hanno l’attico a Roma, conti in banca ragguardevoli e non sanno cosa significhi vivere con stipendi da fame o con un contratto di lavoro a tempo determinato.
Si faccia un congresso rifondatore non sulle tessere, ma su una proposta politica seria che tenga conto della parte più debole della società, quelli rimasti indietro, oggi ormai votati a destra e rifluiti nella demagogia di Salvini.

Almeno una speranza questi ragazzi ce l’hanno data.

Non siamo, per ora, rassegnati.
Le sardine sono piccoli pesci che si stringono fra di loro: sono comunque pesci e, come diceva Dalla, essi rappresentano il pensiero che non puoi recintare, non puoi bloccare.

Gramsci giovanissimo scriveva:” istruitevi, perchè avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perchè avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perchè avremo bisogno di tutta la nostra forza “(da L’Ordine Nuovo, anno I,n.1 primo maggio 1919),
Ma questo Salvini non lo potrà mai capire.

Biagio Riccio

Da - https://www.glistatigenerali.com/bologna_partiti-politici/il-pensiero-delle-sardine/

Pagine: [1] 2 3 ... 10
Powered by MySQL Powered by PHP Powered by SMF 1.1.21 | SMF © 2015, Simple Machines XHTML 1.0 valido! CSS valido!