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 il: Agosto 18, 2018, 03:37:13  
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Gualmini: Il Pd deve cambiare pelle. Servono un nuovo nome e una moderna idea di socialismo
Intervista alla vicepresidente dem dell’Emilia Romagna che chiede «un’altra Bolognina»: «Alle feste incontro gente che mi chiede perché abbiamo spinto il M5s nelle braccia della Lega. Già dalle regionali del 2019 un nuovo simbolo, e recuperiamo il socialismo», di Luca Telese, La Verità

Pubblicato il 13 agosto 2018 in News, Partito

Professoressa Elisabetta Gualmini, è vero che lei ha sostenuto che il Partito democratico debba cambiare nome?
«Come fa a saperlo? Ne ho parlato solo in Svizzera…».

Lei dovrebbe sapere che La Verità ha orecchie ovunque…
«Bene. Allora è importante dire che in quell’occasione, quando ho reso pubblica la mia riflessione, non ho fatto riferimento solo al nome. Ho fatto un ragionamento più complesso che riguarda l’identità del partito».

Non parlava in astratto, dunque.
«Si figuri. Io sono convinta che il Pd debba cambiare pelle e volto al più presto, fin dalle prossime elezioni regionali. Oppure rassegnarsi al rischio di scomparire».

Addirittura?
«C’è un malcontento profondo nella nostra base. C’è rabbia, incomprensione, delusione e scontento. Tutti questi sentimenti legati insieme. Questa volta, per salvarsi dal declino, non può bastare un semplice lifting».

Perché lo dice in termini così drastici?
«Perché dalla mattina alla sera parlo con i nostri militanti in quella che era la regione più rossa d’Italia. C’è ancora gente che mi chiede perché non abbiamo fatto il governo con il M5s!».

E lei cosa risponde loro?
«Non posso rispondere su quale sia stato il motivo della scelta, perché nel partito un serio dibattito politico su questo punto non c’è stato. Adesso si è sterilizzata ogni attività del Pd, nella speranza che passi la tempesta, e nell’interesse esclusivo delle correnti».

E questo non le piace.
«Scherza? Io credo che se il Pd resta in stato di catalessi politica non abbia la possibilità di sopravvivere alla crisi. C’è il rischio concreto di una dissoluzione del partito e se vuole le spiego perché».

Elisabetta Gualmini è vicepresidente della Regione Emilia Romagna. Ma è anche una studiosa, un’intellettuale che viene dal gruppo del Mulino, una persona che in passato ha studiato la politica con strumenti scientifici.
Ma oggi è anche un’amministratrice con antenne sul territorio, angosciata per il futuro del Pd. Sta partendo per pochi giorni di vacanza, ma spiega perché è convinta che al ritorno «non ci sia un minuto da perdere».

Lo sa che lei parla come una oppositrice interna?
«E di chi? Vorrei che la si finisse con queste etichette aprioristiche».

Sta con Andrea Orlando? Con Gianni Cuperlo? Oppure guarda a Pier Luigi Bersani?
«Veramente io ero una renziana. Ho creduto in Matteo Renzi finché è stato possibile. Ma siccome sono una persona seria, e realista, mi rendo conto che il discorso che sto facendo deve riguardare tutto il gruppo dirigente, nessuno escluso».

Pensa che la sconfitta sia stata colpa sua? O che ci sia stato un «errore di comunicazione» nei confronti dell’esterno, come dicono in tanti, a partire dal segretario Maurizio Martina?
«Non penso ci sia stato solo un problema di comunicazione sulle cose fatte. E non penso nemmeno che ci sia stata una colpa ascrivibile esclusivamente alla leadership di Renzi. Anche altri dirigenti di questo partito, probabilmente, al suo posto avrebbero ottenuto lo stesso risultato».

Come mai?
«Perché ci troviamo in uno scenario europeo. Da un lato, sono in crisi tutte le socialdemocrazie, davanti alle conseguenze negative della globalizzazione soprattutto per le fasce deboli, molto difficili e complesse da governare; dall’altro, non sono ancora arrivati gli effetti benefici delle riforme introdotte e della crescita economica che, seppure debole, è ripartita».

È stato proprio Renzi, però, a fare le barricate contro l’accordo con il M5s.
«Quella chiusura per me è stato un errore gravissimo. Abbiamo consegnato il paese al connubio M5s-Lega, con i risultati che sono davanti agli occhi di tutti».

Lei pensava davvero che fosse possibile aprire un dialogo con Luigi Di Maio?
«Conosco bene il M5s per averlo studiato a lungo, da accademica. È un movimento molto trasversale e chiaramente composto da persone e militanti provenienti dalla sinistra e da persone provenienti dalla destra. È un “partito” molto duttile e plastico, che tende ad adattarsi anche alle situazioni in cui si trova. Non c’è dubbio che interagire con la parte del Mss più orientata a sinistra sarebbe stata una strategia interessante, soprattutto all’interno di uno scenario proporzionale; il Pd ha invece spinto Di Maio tra le braccia di Salvini: un patto che porterà il Paese allo sfascio».

In Renzi, come in tanti altri, c’era l’idea della cosiddetta «strategia dei pop corn»: quella cioè che la nascita del governo gialloblù avrebbe fatto emergere rapidamente le contraddizioni tra i partiti che lo sostenevano.
«Non ho condiviso in nessun modo il ritiro sull’Aventino che è stato deciso dai dirigenti nazionali. Il secondo partito in parlamento aveva un obbligo politico».

Quale?
«Avrebbe dovuto almeno confrontarsi e scoprire le carte con il Movimento 5 stelle: evitare di fare il tifo per l’alleanza iper-populista tra Lega e grillini».

Non pensa che quell’accordo possa essere logorante per Salvini e Di Maio, come credono i dirigenti del Pd che si sono opposti?
«A me pare che ci stiamo logorando noi. Il voto del 4 marzo è stato un urlo, una richiesta di protezione sociale, di sostegno e aiuto alle famiglie. Proporre a gente che chiede altro, dibattiti astratti e fumosi, istituzionali o politologici che siano, mi pare suicida».

Non le è piaciuto il dibattito interno del Pd dopo il voto di marzo?
«Quale dibattito?».

Non sia sarcastica…
«No, è una domanda seria. lo vedo solo una cosa, che è stata avvertita anche dai cittadini. Perché nessuno dei dirigenti della prima linea si facesse male, in sostanza, si è deciso di non decidere: questo proprio nel momento in cui non bisognava attendere un solo minuto. Questa è stata la scelta che ha fatto e fa più male al partito».

Perché lei invece pensa a un gesto drastico come il cambio del nome?
«Perché vado esattamente nella direzione opposta a quella dei temporeggiatori. Bisogna cambiare subito, e bisogna dare l’immagine di un cambiamento forte, e radicale».

A cosa pensa?
«A un passaggio di rottura che sia paragonabile a quello di una nuova Bolognina. Ad un passaggio di discontinuità simile a quello della svolta di Achille Occhetto. Sono stata renziana, e lo ripeto, perché non amo i trasformismi, ma credo che ora si debba prendere atto che il Pd non è stato quello che noi immaginavamo. Oggi il Pd non viene percepito come un grande partito riformista che sta dalla parte dei più deboli».

Le piace più il nuovo gruppo dirigente di Martina o quello «vecchio» renziano?
«Non credo che noi possiamo presentarci con i volti dei soliti noti. E non ho avvertito grandi cambiamenti. Ma in questo caso sto parlando di identità politiche».

Quindi, in che direzione guarda?
«Credo che si debba tornare ad ancorare questa nuova identità a sinistra. E che, forse, in questo nuovo nome ci debba essere un moderno riferimento all’idea del socialismo».

Lei è convinta che si potrebbe collaudare questo progetto fin dalle regionali dell’Emilia Romagna?
«Assolutamente sì. E credo anche che pure un uomo come Stefano Bonaccini (il presidente della stessa Regione, ndr) condivida, se non tutta l’analisi che sto facendo, almeno queste mie preoccupazioni».

Le elezioni regionali sono fra circa un anno. Perché tanta fretta?
«Perché non abbiamo più molto tempo davanti a noi. Mentre il fattore tempo in politica è decisivo, necessario perché qualsiasi cambiamento non sembri un processo trasformistico. Bisogna che il cambiamento sia vero».

Ha già in mente il nome e il simbolo che le piacerebbe adottare?
(Sorriso). «No, le ho già detto troppo. Non sono decisioni che si possono prendere da soli, deve essere un percorso condiviso. E fin lì non sono ancora arrivata».

Da - https://www.partitodemocratico.it/news/intervista-gualmini-pd-cambio-nome/

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 il: Agosto 16, 2018, 05:58:14  
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PRIMO PIANO
11 Agosto 2018
Il Sole 24 Ore

Le imprese

«Situazione preoccupante ma non è il Venezuela»
Nel Paese circa 700 aziende italiane hanno una presenza diretta

«Ci aspettavamo un ulteriore indebolimento della lira turca, ma non con questa rapidità». Beppe Fumagalli, amministratore delegato di Candy Group, non nasconde qualche preoccupazione per la situazione generatasi in Turchia. Il gruppo di elettrodomestici, che ha inaugurato a fine maggio il suo terzo sito produttivo a Eski?ehir, è presente nel Paese da oltre dieci anni, conta 1.200 dipendenti e produce 2 milioni di pezzi l’anno. «Siamo netti esportatori dalla Turchia, quindi questa svalutazione ci avvantaggia. Ma certo preoccupa la tenuta del sistema nel suo insieme».
Il settore degli elettrodomestici è solo uno dei tanti in cui le aziende italiane sono protagoniste in Turchia: 1.410 sono le società del nostro Paese con una presenza produttiva o commerciale, secondo i dati del ministero turco dell’Economia, anche se l’agenzia del governo italiano Ice stima in 700 circa le imprese con una effettiva struttura industriale o con uffici, spesso in joint venture con partner locali. Dalle grandi aziende (come Ferrero, Barilla, Trevi o Astaldi), alle realtà medie e piccole attive soprattutto nella meccanica, nell’automotive, nella farmaceutica, nel tessile, nelle costruzioni e nei servizi finanziari. «In particolare, negli ultimi dieci anni ci sono stati importanti investimenti in infrastrutture», precisa Aniello Musella, responsabile dell’ufficio Ice a Istanbul.
Gli investimenti italiani in Turchia (l’1,2% degli investimenti esteri complessivi) hanno raggiunto l’anno scorso i 124 milioni di dollari, con un aumento del 42,5% rispetto al 2016 (dati Ice). Investimenti che potrebbero essere messi in discussione nei prossimi mesi, ma Musella rassicura: «Siamo tutti in attesa di capire che cosa accadrà, ma la Turchia non è l’Argentina, o il Venezuela: nonostante la forte svalutazione e l’inflazione, il sistema economico è solido ed è un Paese ideale per fare business, con una grande capacità produttiva e organizzativa e una manodopera preparata e competente».
Anche per chi esporta è un mercato rilevante, con un Pil cresciuto del 7,4% lo scorso anno e una popolazione con età media di 31 anni. La svalutazione potrebbe però colpire i consumi interni e dunque le esportazioni italiane che, nel 2017, hanno raggiunto gli 11,3 miliardi di dollari: tra i settori più interessati, quelli di macchinari e componenti, autoveicoli, materie plastiche e macchinari di precisione. «La situazione è preoccupante ma non allarmante – osserva tuttavia Andrea Maschio, socio della Maschio Gaspardo, che produce attrezzature agricole ed è in Turchia dal 2003 con una filiale commerciale e un giro d’affari di 10 milioni (su 324 milioni di fatturato nel del 2017) –. Chi come noi ha fatto un investimento nel Paese, ora forse avrà delle difficoltà, ma bisogna restare, perché sono certo che, quando la Turchia ripartirà, chi è presente fisicamente sarà avvantaggiato».
E c’è anche chi si vede favorito dalla situazione attuale: «Siamo qui da diversi anni e ora, con l’acquisizione dell’azienda Okida, abbiamo quasi 200 dipendenti spiega Pietro Iotti, ad di Sabaf, azienda di componenti per cucine e apparecchi per la cottura a gas –. Per noi la svalutazione è positiva, perché circa il 60% dei nostri costi è in lire turche, mentre tutti listini sono legati al dollaro o all’euro, perché esportiamo quello che produciamo qui oppure vendiamo alle imprese di elettrodomestici e con loro i contratti sono tutti in valuta forte».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Giovanna Mancini

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180811&startpage=1&displaypages=2

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 il: Agosto 16, 2018, 12:47:22  
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ATTUALITÀ

Gronda di Genova, storia di un’opera contestata (soprattutto dai Cinque Stelle)

Di Redazione online Twitter Facebook Email Img Description

«Ci viene poi raccontata, a turno, la favoletta dell'imminente crollo del Ponte Morandi». È quanto scriveva, in un comunicato stampa dell'8 aprile 2013, il Coordinamento dei Comitati No Gronda di Genova, che si opponeva alla realizzazione della Gronda di Ponente. «Rispetto al vuoto informativo che la cittadinanza sta subendo sulla realizzazione della Gronda di Ponente - si legge nella nota - vorremmo invitare i genovesi a diffidare da quanti negli ultimi tempi stanno in ogni modo cercando di vendere loro un elisir chiamato “Gronda”, come la panacea di tutti i guai della nostra città».

«Lo ha fatto per ultimo anche l'ex Presidente della Provincia, il quale dimostra chiaramente di non avere letto la Relazione Conclusiva del Dibattito Pubblico, presentata da Autostrade nel 2009. In tale relazione si legge infatti che il Ponte “...potrebbe star su altri cento anni a fronte di...una manutenzione ordinaria con costi standard”». Questo documento, datato appunto 8 aprile 2013, veniva rilanciato in bella evidenza anche sulle pagine internet del Movimento 5 Stelle, pagina poi prontamente rimossa nelle ore calde post crollo.

Cos'è esattamente la Gronda di Ponente, lo spiega con dovizia di particolari il sito di Autostrade per l'Italia :
La nuova infrastruttura, denominata la Gronda di Genova, comprende 72 km di nuovi tracciati autostradali e si allaccia agli svincoli che delimitano l'area cittadina (Genova Est, Genova Ovest, Bolzaneto), si connette con la direttrice dell'A26 a Voltri e si ricongiunge con l'A10 in località Vesima. Data la complessità dal punto di vista orografico del territorio attraversato, il nuovo sistema viario si sviluppa quasi interamente in sotterraneo e prevede 23 gallerie, per un totale di circa 54 chilometri, circa il 90% dell'intero tracciato, con sezioni variabili fino ai 500 metri quadri dei cameroni di interconnessione tra gli assi autostradali.

Le opere all'aperto comprendono la realizzazione di 13 nuovi viadotti e l'ampliamento di 11 viadotti esistenti. Le autostrade dell'area genovese svolgono oggi anche la funzione di tangenziale per il traffico urbano e di scambi con volumi di traffico molto elevati; in molti punti della rete si registrano flussi superiori ai 60.000 transiti giornalieri, con un'alta percentuale di veicoli commerciali. Diventa pertanto fondamentale dividere il traffico cittadino da quello di attraversamento e dai flussi connessi con il porto.

Il Progetto della Gronda di Genova si pone l'obiettivo di alleggerire il tratto di A10 più interconnesso con la città di Genova – cioè quello dal casello di Genova Ovest (Porto di Genova) sino all'abitato di Voltri – trasferendo il traffico passante sulla nuova infrastruttura, che si aggiungerà all'esistente, costituendone di fatto un potenziamento “fuori sede” .

Favorevoli e contrari
Il 4 dicembre 2012 fa scalpore una dichiarazione dell’allora Presidente degli industriali di Genova, Giovanni Calvini, a proposito della Gronda. Testuale: «Voglio essere chiaro. Questa giunta non può pensare che la realizzazione dell'opera non sia un problema suo. Perché guardi, quando tra dieci anni il Ponte Morandi crollerà, e tutti dovremo stare in coda nel traffico per delle ore, ci ricorderemo il nome di chi adesso ha detto “no”».

A stretto giro gli risponde Paolo Putti, consigliere comunale del Movimento Cinque Stelle. Anche lui testuale, dal verbale del Consiglio comunale del 4 dicembre 2012, pagina 28:
«Io allora colgo l'occasione per manifestare il mio sentimento di rabbia rispetto a questa affermazione e devo dire anche un po' di stupore e poi, per facilitare la cosa, indicando il mio nome e cognome: Paolo Putti, consigliere del Movimento 5 Stelle, uomo libero che non ha voglia di fare carriera politica, non è questa la mia ambizione, che non ha interessi personali o di bottega, ma il solo interesse di fare il bene della comunità in cui vive e tra le persone che vivono nella mia comunità ci sono anche quegl'imprenditori che io, credo, fra 10 anni, andranno a chiedere come mai si sono sperperati 5 miliardi di euro che si potevano utilizzare per fare delle cose importanti per l'industria. Aggiungo. Magari questa persona dovrebbe, prima di utilizzare questo tono, un po' minaccioso (diciamo così) perché testualmente dice “Ci ricorderemo il nome di chi adesso ha detto no!”, informarsi perché dice che il Ponte Morandi crollerà fra 10 anni. A noi Autostrade, in quest'aula, ha detto che per altri 100 anni può stare in piedi...»

Quattro anni dopo, un articolo del Secolo XIX del 27 maggio 2016 dal titolo “Doria sulla Gronda: ora non serve più” descrive bene il dibattito pubblico a Genova sul tema infrastrutturale a cominciare, appunto, dalla posizione contraria dell’allora sindaco Marco Doria.

Giovanni Toti (presidente della Regione Liguria, Forza Italia): «Opera importante e necessaria. Avere rinviato ogni decisione sulla realizzazione della cosiddetta Gronda autostradale di quasi vent'anni è frutto di una serie grave di errori e omissioni da parte delle amministrazioni che si sono succedute in questi anni. Anzi, mi verrebbe da affermare che certi ritardi sfiorano ormai il dolo. L'opera non solo è importante, ma è necessaria».

Raffaella Paita (Capogruppo Pd in Regione Liguria): «Sulla Gronda di Genova la penso in maniera radicalmente opposta rispetto al sindaco Doria: quest'infrastruttura serviva cinque anni fa, serve oggi e servirà per il futuro della città. Non possiamo rinunciare a un'opera così importante per la crescita di Genova e della Liguria».
Alice Salvatore (Portavoce M5S in Liguria): «Come un pugile suonato, il sindaco Doria prende atto a distanza di 5 anni di come la Gronda sia un progetto inutile, dannoso e non necessario, come il Movimento 5 Stelle ripete da sempre. È l'ennesimo voltafaccia di un sindaco che ormai la faccia l'ha persa davanti ai cittadini».

Il legame tra il Ponte Morandi e la Gronda:
Il viadotto sul Polcevera era praticamente “a termine”: costruito negli anni Sessanta, si programmava quantomeno di declassarlo (il ministero delle Infrastrutture ha smentito che dovesse essere demolito) proprio dopo la costruzione della Gronda, la tangenziale da scavare tra le montagne dietro Genova per bypassare l'attuale nodo composto da pezzi di tre autostrade (A7, A10 e A12) le prime due delle quali sono particolarmente strette e tortuose nell'area urbana.
Dopo decenni di polemiche mai finite, come si legge sopra, l'operazione Gronda ha avuto l'ok della Ue, necessario per la sua architettura finanziaria. Vista la mancanza di soldi pubblici, l'opera verrebbe costruita da Autostrade per l'Italia, in cambio di quattro anni di proroga della sua concessione in vigore: la scadenza si sposterebbe dal 2038 al 2042. Un modo per mitigare i rincari tariffari dei pedaggi necessari per la Gronda e le altre opere “minori” (in prevalenza terze e quarte corsie) previste dall'accordo Governo-Aspi.
L'ok Ue è necessario perché l'operazione prevede che la concessione, invece di essere riassegnata con gara alla sua naturale scadenza come previsto dalle norme europee sulla concorrenza, venga prorogata a favore dell'attuale concessionario. Un meccanismo già applicato dall'Italia, che per questo era stata già più volte censurata dalla Ue. Non solo. Per evitare ulteriori problemi, nel 2014 è stato avviato un percorso per concordare con la Ue una deroga alle norme comunitarie. La Commissione Ue ha dato l'ok, ponendo alcune condizioni, come scrive in questo articolo Maurizio Caprino.

Ovviamente sono condizioni che valgono per tutte le opere autostradali prospettate dal Governo, tra cui le più importanti sono la Gronda di Genova e il completamento della Asti-Cuneo (della Satap, gruppo Gavino), con investimenti totali per 10 miliardi. Ora in base a queste condizioni l'Italia deve decidere se proseguire rispettandole, bloccare tutto o violarle rischiando altre procedure d'infrazione. Sulla scelta stava pesando la contrarietà espressa in passato dal M5S alla Gronda. Ora si vedrà come la tragedia del crollo sul Polcevera influirà sulle delicata vicenda, che coinvolge interessi ai massimi livelli…

Da - http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2018-08-14/gronda-genova-storia-un-opera-contestata-anche-cinque-stelle-174955.shtml?uuid=AE6nE7aF

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 il: Agosto 16, 2018, 12:44:38  
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L’oggi in versi.

Febbraro e Galaverni non si sono lasciati scoraggiare dall’enorme quantità di autori e dalla loro debolezza e hanno pubblicato due interessanti antologie

La poesia ridotta a feticcio

Chi volesse focalizzare, rendere più chiara, varia e sfumata la propria immagine del Novecento poetico italiano per confrontarla, infine, con quanto si scrive oggi, dovrebbe leggere L’altro Novecento. Poeti italiani di Paolo Febbraro e Poesie italiane 2017 di Roberto Galaverni (uscite entrambe da Elliot). I due autori sono ben noti al nostro pubblico perché per anni hanno tenuto due ottime rubriche settimanali di poesia, su questo giornale e sul «Corriere della Sera».
Almeno da vent’anni, se non di più, in Italia la critica di poesia langue, è poco attendibile o poco motivata. Febbraro e Galaverni fanno eccezione. Non si sono lasciati scoraggiare né dall’enorme quantità degli autori, che non ha precedenti, né dalla sconfortante debolezza critica della cultura letteraria di chi produce versi e di chi li legge e li giudica. Domina un cerimonioso e accomodante fair play, che in mancanza di valutazioni argomentabili o di semplice capacità di lettura premia gli autori più abili nel sistemarsi nelle maggiori (un tempo autorevoli) case editrici.
Oggi non esistono più, per la poesia, case editrici più autorevoli di altre. Quanto a scelte e valutazioni, prevale poi il più sorprendente disaccordo perfino quando si tratta di fare l’elenco dei dieci o venti poeti più notevoli che hanno esordito dagli anni settanta in poi. Le certezze comunemente accettate senza discussione si fermano a Zanzotto, Giudici e Amelia Rosselli; già con Sanguineti e Raboni cominciano i dubbi e i disaccordi.
Questo per dire che se i lettori di poesia scarseggiano, se i libri di poesia non si leggono né si comprano, è perché la poesia è diventata un genere letterario di terz’ordine (almeno nel senso che viene dopo la narrativa e la saggistica). La poesia in sé e come nome è un feticcio ideale, neppure più teorizzato, quasi privo di contenuti sufficienti a giustificarlo.
Ecco perché sto richiamando l’attenzione sulle antologie di Febbraro e Galaverni. Il primo è un critico poeta o poeta capace di critica, uno dei rarissimi (ce ne sono altri due, mi pare). Il secondo è uno dei pochi critici che abbia scelto rischiosamente di impegnarsi su quello che è oggi il più problematico e svalutato dei generi. Quelle che ci vengono dalle loro antologie sono notizie da un presente consapevole del passato: un presente colto di sorpresa e selezionato antologicamente nel corso di un solo anno; e d’altro lato un presente che sente il bisogno di rileggere il secolo di poesia appena trascorso, per saggiarne di nuovo la “stoffa” attraverso singoli testi di autori trascurati o sottovalutati, laterali, messi da parte e oggi, per così dire, “fuori canone”.
La prima cosa che viene in mente leggendo le due antologie è che, se la nostra idea di Novecento può essere di nuovo corretta e integrata rileggendo il secolo a rovescio e in contropelo, lo statuto del presente è ovviamente ancora più fluido e il suo assetto del tutto provvisorio. L’altra cosa è che sarebbe interessante fare un esperimento. Le poesie novecentesche antologizzate da Febbraro sono accuratamente e acutamente commentate (succede che il commento sia non meno o più poetico del testo). Quelle antologizzate da Galaverni sono invece proposte al lettore senza istruzioni per l’uso.
Ma che cosa verrebbe fuori se Galaverni commentasse le poesie del 2017 verso per verso e Febbraro lasciasse a se stesse quelle del secolo scorso? Credo che un tale esperimento ci chiarirebbe le idee o forse le confonderebbe definitivamente. Ci sono poesie del 2017 che sono convincenti anche senza commento, ma che meriterebbero di essere commentate come altre del secolo scorso. Poesie brutte e malriuscite ne sono state scritte, sia nel Novecento che nel Duemila. Non sono poi molte le poesie novecentesche scelte da Febbraro che salverei, non più di venti su circa settanta. Spesso si tratta di versi liberi che fanno rimpiangere gli endecasillabi e i settenari della tradizione, mentre le strofe piuttosto informi fanno venire nostalgia di rime regolarmente distribuite. Quanto ai messaggi trasmessi, li ho trovati, salvo eccezioni, desolanti. La lingua è povera e insipida, le esperienze minime e goffamente indorate, la tecnica compositiva quasi assente o troppo esibita, la visione incerta e sfuocata. L’epigrafe di Renato Serra scelta da Febbraro per la sua antologia è paradossalmente distruttiva (non so se Febbraro se ne sia accorto), enuncia una verità sempre rimossa o arginata che però continuamente riemerge: «Niente e poi niente. Lasciamo stare i vecchi che meritano tanto rispetto e i giovani che dovrebbero suscitare tanta speranza: mettiamo da canto le convenienze, e la stima, e l’amicizia, e tante belle cose. Versi che si facciano leggere in Italia non ce ne sono».
Siamo nel 1913 e sorprende che nei due anni precedenti erano usciti libri di Corrado Govoni, Guido Gozzano, Marino Moretti, Arturo Onofri, Umberto Saba, Camillo Sbarbaro... Dunque, o Serra non si guardava intorno o parlava di autori del tutto spariti che però, al momento, facevano l’impressione di esistere e facevano atmosfera. Cosa che naturalmente accade anche oggi. Evidentemente il rapporto della critica migliore con la maggioranza, o massa, degli autori di poesia, è stato sempre difficile. È successo con Serra ma anche, più tardi, con Giacomo Debenedetti, Pasolini e Garboli, che negli anni cinquanta e sessanta, parlando della produzione poetica italiana, si pronunciarono in termini radicalmente negativi. Si trattò sempre, da Serra in poi, di leggibilità dei poeti rispetto ai narratori e ai saggisti. Come vengono letti i libri di poesia nel momento in cui sono pubblicati? Che tipo di lettore li legge? Qual è la sua cultura? Quali le sue aspettative?
Credo che Galaverni nella sua Premessa abbia chiaramente formulato il problema: «la moltiplicazione di coloro che scrivono versi si è accompagnata non solo o non tanto a una diminuzione qualitativa, quanto soprattutto a un abbassamento della competenza poetica e, più in particolare, della passione e della capacità di leggere poesia. In questi anni i buoni libri e le buone poesie in fin dei conti non sono mancati (...) Si è invece alquanto indebolita la cultura poetica: la competenza, il gusto, la capacità critica, l’orecchio, la consapevolezza, l’etica, cioè appunto la qualità dell’esperienza di lettura(...) il boom dei poeti ha coinciso infallibilmente con il restringimento del campo dei lettori e con l’atrofizzazione delle loro facoltà. Più si è scritto, meno si è letto e più si è scritto e letto male».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


Alfonso Berardinelli

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180805&startpage=1&displaypages=2


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 il: Agosto 14, 2018, 11:13:04  
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GLI INTERVENTI MILITARI DI OBAMA

Il Presidente guerriero

Nel suo primo messaggio sullo stato dell'Unione i l presidente Obama ha lasciato la politica estera in sordina ma ha ribadito, a proposito dell'Afghanistan, il progetto che sappiamo: nuove truppe oggi ma inizio del loro ritiro a metà del 2011. Capisco che questa logica distorta (se annunzi che te ne vai perdi più che mai) sia imposta dall’impopolarità della guerra, di qualsiasi guerra. La guerra è di per sé orribile. L'Occidente (salvo eccezioni balcaniche) lo ha capito e ne è profondamente convinto. Ma non è sempre evitabile. E dobbiamo tutti cominciare a capire che la guerra che resta inevitabile sarà diversissima da tutte le guerre che sono state combattute dall'inizio dei tempi.

Le vecchie guerre venivano combattute da eserciti identificabili per conquiste territoriali e anche per bottino, per saccheggio. È solo da pochi secoli che il bottino è venuto meno, ed è solo dopo le due ultime guerre mondiali che la conquista territoriale ha perduto senso.
Ciò premesso, qual è il senso, oggi, della classica distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta? Mi dispiace per i «ciecopacisti» — i pacifisti accecati dalla loro ossessione — ma un Paese che si difende dall'attacco di un altro Paese combatte una guerra giusta. Però la nozione di guerra giusta non include soltanto la guerra difensiva. Per esempio una guerra che si propone di abbattere un tiranno e di instaurare la democrazia è una guerra giusta? Questa è sempre stata l'ideologia missionaria degli Stati Uniti invocata da ultimo dal presidente Bush jr per giustificare, in mancanza di meglio, l'assalto all'Iraq. Ma è una dottrina che non ci possiamo più permettere; senza contare che in moltissimi casi è destinata a fallire. Nel caso dell'Iraq il successo è stato di abbattere un tiranno sanguinario e pericoloso per tutti; ma il «successo democratico» di quella guerra è molto dubbio.

E in Afghanistan? Anche lì guerra giusta per imporre democrazia? Per carità, scordiamocene. Lì si tratta di pura e semplice guerra necessaria resa obbligatoria ai fini della salvezza di tutto l'Occidente. Per decenni abbiamo temuto l'annientamento nucleare. Ma il pericolo delle armi atomiche è fronteggiabile. E comunque il pericolo maggiore è diventato quello delle armi chimiche e batteriologiche «tascabili». Qui la cattiva notizia è che mezzo chilo di tossina botulinica potrebbe uccidere un miliardo di persone. E l'Afghanistan conquistato (riconquistato) dai talebani, e al servizio di Al Qaeda, pone questo problema. Pertanto scappare non è una soluzione. Ma è anche vero che la guerra come viene combattuta oggi in Afghanistan, la guerra di occupazione e controllo del territorio contro un nemico invisibile, non può essere vinta.

Il problema è nuovo e impone soluzioni nuove. L'alternativa, propongo, è di abbandonare il territorio e di creare una zona militare fortificata (senza popolazione civile al suo interno) in grado di controllare e di distruggere dall'alto, con i droni militari americani, qualsiasi installazione sospetta di produzione di armi chimiche e batteriologiche. Questa «fortezza» dovrebbe essere collocata al confine con il Pakistan. E il punto è, in generale, che la tecnologia per difenderci dalla nuova tecnologia del terrorismo esiste. I generali, si dice, sono preparati a combattere la guerra del passato. Occorrono generali che si preparino alle guerre necessarie del futuro.

Giovanni Sartori
29 gennaio 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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 il: Agosto 14, 2018, 10:44:35  
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FINANZA E MERCATI

11 Agosto 2018
Il Sole 24 Ore

FONDO SALVA-RISPARMIO

Ex popolari, sale l’attesa dei soci In Veneto quasi 5 miliardi in fumo
Il progetto di estendere i ristori agli azionisti apre un fronte miliardario
In bilico chi ha già accettato la transazione al 15% del valore effettuata nel 2017

VENEZIA.
«Sappiamo che aspirare a risarcimenti del 100% sarebbe illogico, basterebbe arrivare a una cifra dignitosa, come non si è fatto finora». Don Enrico Torta è il parroco di Dese, Venezia, che da quattro anni affianca i comitati dei risparmiatori travolti dal fallimento delle banche venete. «Quattro anni fa ho iniziato a interessarmi di questa vicenda, ho partecipato ad alcuni incontri: qualcuno ha pensato di mettere la mia figura, quella di un sacerdote, a garanzia di una lotta di onestà e trasparenza». Oggi le diverse associazioni e comitati di ex risparmiatori rappresentano oltre 80mila persone, per un danno che Unioncamere Veneto ha provato a quantificare due anni fa, dopo la grande batosta, incrociando le liste dei soci dei due istituti con dati Istat e Infocamere, per capire chi ha pagato e continua a pagare il conto.
Per questo sono state necessarie delle stime e delle semplificazioni: ipotizzando, ad esempio, che tutti gli azionisti abbiano acquistato nello stesso periodo e allo stesso prezzo. Il quadro mostra alcune duplicazioni, con soci di entrambe le banche popolari: si tratta di 2.483 famiglie (il 2,8% delle famiglie coinvolte dagli effetti delle crisi bancarie) e 764 imprese (il 4,6% delle imprese complessivamente coinvolte) per una cifra di almeno 4 miliardi persi dalle famiglie venete che possedevano quote di Veneto Banca e di Popolare Vicenza, meno di un miliardo quelli persi dalle imprese: a conti fatti almeno 5 miliardi per la crisi finanziaria che ha colpito l’economia veneta.
Nei giorni scorsi, a Roma, i rappresentanti dei comitati hanno incontrato i vicesegretari all’Economia, compreso il veneto Bitonci. La posizione non è omogenea: «C’è chi ha continuato a difendere il fondo Baretta, che stanziava 100 milioni in quattro anni, quando solo noi rappresentiamo danneggiati per 120-150 milioni - denuncia Luigi Ugone per “Noi che credevamo nella banca popolare di Vicenza e Veneto banca”, la prima associazione per rappresentanza. E poi ci sono i conflitti di interesse, «quelli di chi ha lanciato una sottoscrizione a 300 euro di quota ciascuno per aderire a quel rimborso, e adesso come farebbe a restituirli? Noi siamo invece per il superamento di quella proposta e per una nuova norma».
Difficile stimare quale sia questa dotazione, e a Roma non è stata portata una cifra richiesta. Molte sono le incertezze, a cominciare dal capitolo di chi - per la Vicentina oltre il 60% dei soci - ha accettato la transazione proposta dalla banca, recuperando una minima percentuale di quanto perso (9 euro per azione) e accettando così un «indennizzo corrisposto a fronte della rinuncia dell’azionista ad agire contro la Banca, o altre società del Gruppo BPVi, o loro amministratori, sindaci, revisori o dipendenti, attuali o pregressi, per qualunque ragione o causa, in qualunque sede». La questione, sottolinea Ugone, «sta nella validità di quel patto, ma è una questione molto tecnica. Quello che sta facendo crescere la speranza è avere incontrato persone molto preparate sull'argomento: non dimentichiamo che per avere accesso al fondo Baretta i soci avrebbero dovuto dimostrare di avere ricevuto informazioni scorrette al momenti dell’acquisto, cosa davvero ardua. Servirebbe insomma avere in mano una sentenza, o rimettersi all’Anac, con i tempi della giustizia italiana. Ricordiamo che nel caso delle venete, non ci sono ancora sentenze, né vittime né reati accertati».

@Ganz24Ore
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Barbara Ganz

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180811&startpage=1&displaypages=2

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 il: Agosto 14, 2018, 10:42:49  
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Giorgetti teme un attacco dei fondi speculativi all'Italia a fine agosto
Dice a Libero il sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio: "Abbiamo visto cos'è accaduto a fine agosto nel '92 e sette anni fa con Berlusconi".

12 agosto 2018, 10:51
 
GIANCARLO GIORGETTI FONDI SPECULATIVI

"A fine agosto i fondi speculativi ci aggrediranno, può accadere quello che è successo a Berlusconi sette anni fa. E l'opposizione, in crisi, farà di tutto per saltarci addosso". È L'allarme che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti affida alle colonne di Libero nella convinzione che "L'Europa e le èlite temono questo governo" legastellato. Giorgetti si dice "preoccupato il giusto. L'attacco - spiega - io me lo aspetto, i mercati sono popolati da affamati fondi speculativi che scelgono le loro prede e agiscono. Abbiamo visto cos'è accaduto a fine agosto nel '92 e sette anni fa con Berlusconi. In estate ci sono pochi movimenti nelle Borse, è un periodo propedeutico a iniziative aggressive nei confronti degli Stati, guardi la Turchia". Ma "se arriva il temporale, apriremo l'ombrello. L'Italia - ricorda Giorgetti - è un grande Paese e ha le risorse per reggere, anche grazie al suo grande risparmio privato. Quello che mi preoccupa è che, nel silenzio generale, gran parte del risparmio italiano è stato portato all'estero e quindi la gestione dei nostri titoli non è domestica".

Quindi l'Italia è alla mercè del fuoco straniero? "Gliel'ho detto, il governo populista non è tollerato. La Ue teme che, se funziona in Italia, altri Paesi possano imitarci”.

Il governo gialloverde "Durerà finché converrà agli italiani", certo è che "A Lega e M5s converrebbe tornare al voto subito, incassare il consenso e annientare Pd e Forza Italia, ma noi lavoriamo nell'interesse del Paese, non delle nostre botteghe, per questo credo che l'orizzonte non sarà di breve termine. L'accordo è saldo e ne abbiamo dato prova: M5s ci è venuto dietro sull'immigrazione e noi abbiamo tenuto duro sul decreto dignità", sottolinea Giorgetti.

A minacciare il destino dell'esecutivo c'è solo "l'imponderabile, qualche atto o situazione improvvisa alla quale non sappiamo reagire. Poteva accadere sull'immigrazione, se Salvini non avesse tirato fuori l'asso nella manica. È una situazione incredibilmente nuova. Basti pensare che all'inizio tutti erano convinti che la debolezza del governo sarebbe stata la politica estera, che invece si è rivelata il nostro punto di forza". Di qui l'allarme sugli attacchi speculativi esteri e la già sperimentata impennata dello spread.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/politica/giorgetti_fondi_specultativi_giorgetti-4261669/news/2018-08-12/

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 il: Agosto 14, 2018, 10:41:09  
Iniziato da Arlecchino - Ultimo post da Arlecchino
L'Europa e l'errore strategico di Rifondazione Comunista.

Di seguito l’intervento di Lucio Magri (19.02.1932 – 28.11.2011) contro la ratifica del Trattato di Maastricht sull'Unione Europea tenuto a nome di Rifondazione Comunista nella seduta della Camera del 29 ottobre 1992.

Nel prosieguo i risultati del voto, con i posizionamenti politici, e un commento critico.

IL DISCORSO DI LUCIO MAGRI

“Signor Presidente, i deputati del gruppo di Rifondazione Comunista voteranno contro il disegno di legge di ratifica del trattato di Maastricht. In questa scelta siamo, qui ed ora, molto isolati, una esigua minoranza a fronte di uno schieramento quasi unanime. Ancora qualche mese fa la nostra sarebbe apparsa una scelta di pura testimonianza, rilevante solo per chi la compie. […] Quali sono dunque, in sintesi, le ragioni del nostro «no»? Innanzi tutto, il rifiuto di una Europa che nasca con un segno marcatamente autoritario. L’unità nazionale è nata in connessione con i primi passi della democrazia moderna; non vogliamo che l’unità continentale corrisponda al suo declino. Ma è questo che sta accadendo, già nel modo in cui il trattato è stato discusso e definito — un accordo cioè tra Governi rispetto al quale i parlamenti nazionali possono solo dire «sì» o «no» —, ma ancora di più nella struttura di potere reale che l’accordo produce. I veri centri promotori e regolatori del processo di unificazione sono e saranno il consiglio delle banche centrali e l’integrazione delle strutture militari. E, se mai, del tutto parzialmente, resta in campo una sede politica che può avere influenza su di loro, tale sede è quella del concerto dei Governi.

A questo punto, dunque, si ratifica e si conclude un processo che durava da anni, che è un processo di trasferimento di potere non solo dallo Stato nazionale al livello sovranazionale, ma, attraverso questo, dalle istituzioni direttamente legittimate dalla sovranità popolare ad istituzioni politiche autonome o a puri poteri di fatto. Il ruolo di comparsa in cui è sempre più relegato il Parlamento europeo, proprio in quello che dovrebbe essere il passaggio dalla Comunità economica all’unione politica, simboleggia questa realtà rovesciata. E mi pare incomprensibile, anzi patetico, il discorso di chi vota il trattato augurandosi che si possa presto completarlo con istituzioni politiche democratiche: Maastricht va esattamente nella direzione contraria.

La seconda ragione del nostro voto non è meno importante, ma anzi lo è ancora più ed è soprattutto più trascurata. Il trattato non fissa solo delle regole e dei soggetti abilitati ad applicarle; fissa anche, direttamente e indirettamente, un indirizzo. L’indirizzo è definito in estrema sintesi così: il funzionamento pieno di una economia di mercato, ma non nel senso — badate — ovvio e banale del riconoscimento del mercato, bensì nel senso di una radicale e sistematica riduzione di ciò che sussiste di non mercantile, cioè di tutti quegli strumenti attraverso i quali le democrazie europee nell’epoca keynesiana, cioè dopo gli anni Trenta e soprattutto dopo il 1945, avevano appreso a governare gli eccessi del gioco cieco del mercato.

Così è esplicitamente e rigorosamente stabilito che le banche centrali non possono finanziare il debito pubblico; che è vietato stabilire prezzi e tariffe privilegiate per imprese o amministrazioni pubbliche; infine, che si istituisce una moneta unica emessa da una banca centrale indipendente dalle istanze democratiche, così come lo erano prima della grande depressione o come lo è oggi la banca tedesca, di cui pure si critica l’ottusità deflazionistica. Ciò che si crea non è dunque solo un potere concentrato, ma un potere usabile in molte direzioni: è, nel contempo, una certa struttura ed una sua direzione di marcia.

Un discorso analogo, anche se meno pregnante, si potrebbe fare sull’unificazione militare. Anche qui, non c’è alcuna unificazione di progetti politico-economici, di politica estera, ma solo la creazione di un apparato che, per sua natura e composizione materiale, è rivolto a garantire possibilità di intervento per arginare crisi che nascono alla periferia dell’Europa e che non si sa come prevenire. Non meno conta, però, l’indirizzo che si definisce in modo indiretto. Ad esempio, con la perdita dell’autonomia monetaria restano allo Stato nazionale gli strumenti della politica di bilancio, ma solo in parte ed apparentemente, perché le politiche fiscali non unificate sono vincolate, anzi, dalla circolazione libera dei capitali a farsi concorrenza nel senso di essere più permissive per attirare risorse. Vincoli monetari e vincoli fiscali si sommano così nell’imporre la via obbligata del contenimento strutturale e non congiunturale della spesa pubblica, degli investimenti sociali o comunque a lungo termine.

Tutto ciò ovviamente non è del tutto nuovo. Ieri il Presidente Amato ha riconosciuto con insolita franchezza che l’Italia vive ormai in un regime di sovranità limitata, e non solo l’Italia, se è vero, com’è evidente, che anche paesi come l’Inghilterra, che non hanno un grande disavanzo pubblico, o come la Svezia ormai sentono il peso di un potere esterno cui non riescono ad opporsi. Ma di questa sovranità limitata Maastricht è una sorta di ratifica, di legittimazione definitiva, e il prossimo prestito che l’Italia otterrà dalla Comunità comincerà a definire già il primo protocollo delle sue clausole. Non è allora esagerato dire che disoccupazione e taglio dello Stato sociale sono inerenti al contenuto del trattato; il prezzo scontato della linea di politica economica in esso implicita ma molto rigorosa.

Vengo così alla terza ed ultima ragione del nostro «no». Nella logica di questo tipo di unificazione europea (ecco il punto che si dimentica) è non solo prevedibile, ma fatale, la prospettiva dell’aggregazione selettiva delle aree forti e dell’emarginazione ed esclusione delle periferie e semiperiferie. Non è vero, e soprattutto non è vero in questa fase, che il gioco di mercato, la supremazia dei parametri finanziari, la priorità del cambio tendano a promuovere un allargamento della base produttiva. Anzi, è evidente proprio il contrario: in assenza di politiche attive di sviluppo, le aree più deboli, financo all’interno dello stesso paese, regrediscono. E così, mentre si solidifica un centro forte che tende ad attrarre ed integrare regioni limitrofe anche fuori dalla Comunità, si emarginano interi paesi più deboli.

La linea di confine — lo sottolineo — tra i due processi attraversa nel profondo la realtà italiana, il nord e il sud. Cosicché, se da un lato è probabile che l’Italia nel suo insieme non sia in grado di rispettare gli esorbitanti vincoli posti da Maastricht per il 1997, e sarà dunque costretta ad una rincorsa insieme affannosa e perdente, dall’altro lato in questa prospettiva dell’Europa a due velocità troviamo una chiave di lettura ed un moltiplicatore travolgente delle spinte secessioniste nell’Italia, nel prossimo futuro.

Maastricht non promette allora l’unità dell’Europa, ma in compenso promuove la divisione dell’Italia e, più in generale, una moltiplicazione, che già si registra ovunque, di spinte, passioni, interessi localistici e di subculture nazionali. Non è un passo imperfetto e parziale verso l’unità europea, ma il rischio della sua crisi.

C’era e c’è un’altra strada? C’era, a mio parere, e c’è. È quella coraggiosa di una costituente politica europea che produca insieme istituzione e soggetti politici unitari e democratici. È quella, dall’altra parte, dell’unificazione delle politiche economiche effettive come strumento di sviluppo orientate sulla priorità dell’occupazione, del risanamento ambientale, dell’allargamento della base produttiva regionale.

Ma per percorrerla occorrerebbe costruire una sinistra politica e sindacale, riconquistare un’autonomia culturale rispetto alla genericità retorica dell’europeismo degli ultimi anni. Su questo terreno il ritardo è però grandissimo. C’è, e opera, un soggetto politico culturale forte, organizzato nel capitale internazionale. Esso ha i suoi strumenti nella circolazione dei capitali, addirittura una lingua propria: l’inglese impoverito dei manager.

La sinistra invece, e in generale le forze politiche democratiche, come soggetto europeo quasi non esiste. L’Internazionale socialista è ormai un involucro in gran parte vuoto. L’Internazionale comunista non c’è più, quella verde non è decollata, un’Internazionale cattolica non è mai esistita. Ecco, a maggior ragione, occorre per questo trovare un punto di partenza da cui invertire una tendenza, da cui risalire una china che porta ad una unità dimidiata e ad un’unità dai contenuti che ho descritto. Il problema, per noi, è allora proprio questo. Il «no» a Maastricht e la lotta contro le sue conseguenze nei prossimi anni saranno una battaglia che permetterà di cominciare a costruire un’Europa diversa, un Europa democratica nelle sue istituzioni, socialmente definita nei suoi traguardi e nei suoi obiettivi. Le ragioni del nostro «no» sono dunque contestuali ad un «sì» per un’Europa diversa. E constatiamo con grande stupore come tanta parte della sinistra italiana, su questo terreno, non abbia saputo trovare quanto meno gli accenti di una diversità, di un’alternativa. Come si fa a volere un'alternativa in Italia, con questa ammucchiata senza forma sui grandi temi delle prospettive dell’Europa?”

I RISULTATI DEL VOTO E I POSIZIONAMENTI POLITICI
Il risultato finale del voto alla Camera stato di 403 voti favorevoli, 46 contrari e 18 astenuti. Commento del giornalista Leopoldo Fabiani per “La Repubblica” da cui emergono anche le altre prese di posizioni politiche sulla questione: “se ieri il voto ha richiamato in Parlamento un numero notevole di deputati, non si può nascondere che nei giorni scorsi, durante il dibattito di merito a qualche deputato è capitato di parlare all'aula deserta. E sì che, dopo la decisione di partecipare alla guerra nel Golfo, questa è la più importante scelta di politica estera presa dall'Italia negli ultimi anni […]. Il governo ha respinto anche tutti gli ordini del giorno che comportavano emendamenti o "riserve" sul trattato che va "approvato o respinto così com'è" come ha spiegato anche il presidente della Camera Giorgio Napolitano.

Sono stati invece accolti come "raccomandazioni" ordini del giorno presentati dall' opposizione, come quello del Pds firmato da Massimo D'Alema o quello dei Verdi di Francesco Rutelli. I Verdi si sono poi astenuti nel voto finale (altrettanto ha fatto la Rete) perché chiedono un maggiore impegno sulla democratizzazione della Comunità. Contrario il Msi: "Il trattato è un mostriciattolo giuridico e costituzionale che non salvaguarda gli interessi nazionali", ha detto Mirko Tremaglia. E anche Rifondazione comunista: "Nasce un’Europa autoritaria decisa dalle banche centrali e dalle strutture militari". Il gruppo di Marco Pannella, in nome di Altiero Spinelli, non se l'è sentita di votare contro né di astenersi. Ma ha lasciato in aula un solo deputato a votare a favore. Infine i deputati 'pacifisti' del Pds che hanno parecchie riserve sul trattato, si sono riconosciuti nella "sofferta decisione" di approvare annunciata dal capogruppo D' Alema. Ora che il trattato è approvato, l'Italia si è assunta un impegno tutt'altro che leggero. C'è il sentiero del risanamento finanziario, obbligatorio per rispettare i criteri previsti dall' Unione monetaria, stretto, ripido e molto faticoso, soprattutto per quello che riguarda il deficit pubblico.”

LA LOTTA REVISIONISTA PER LA DEMOCRATIZZAZIONE DELL'EUROPA
L'analisi di Magri è tuttora di grande attualità, mostrando come l'Europa che nascesse fosse un'Europa dei Capitali, della Borghesia. Un modello nato secondo linee anti-democratiche e che trovava il modo di far diventare paesi a sovranità limitata i suoi aderenti. Il tutto facendo presagire l'attacco allo Stato sociale e l'impoverimento relativo della grande maggioranza della popolazione italiana. Un'analisi di fase eccellente, seppur contingente e incapace di coglierne la natura profonda, ossia la controffensiva in atto da parte dell'imperialismo in ambito globale a seguito della caduta dell'URSS (1991). Questa carenza mina profondamente la parte finale del discorso di Magri, da cui scaturisce una proposta politica di lottare per la democratizzazione dell'Europa.

I comunisti votavano contro la costituzione dell'Europa imperialista e promettevano di avviare una lotta per la sua democratizzazione; non per la sua distruzione quindi, come insegnavano invece chiaramente Marx, Engels, Lenin e Gramsci. Per avanzare verso il socialismo le strutture e le sovrastrutture della Borghesia si possono solo distruggere, non certo riformare. Il revisionismo era però parte integrante da anni ormai del complesso del movimento comunista italiano, che aveva ripudiato in massa il marxismo-leninismo, pur nella protesta diffusa della base militante. Una delle massime espressioni politiche della candida “via italiana al socialismo”, la mente marxista di Lucio Magri, mostrava qui tutti i suoi limiti con una proposta politica utopistica che dimenticava gli insegnamenti della storia del movimento comunista internazionale.

La convinzione di dover e poter riformare l'Europa diventa negli anni successivi la tomba del movimento comunista italiano e della sua avanguardia politica. Il Partito della Rifondazione Comunista si rivela, sia nella sua fase parlamentarista (periodo Bertinotti, 1994-2008), sia in quella extra-parlamentare (periodo Ferrero, 2008-2017), sempre incapace di riscoprire la dottrina leninista dell'imperialismo, incappando così in disastrose analisi e nelle conseguenti proposte politiche sempre meno incisive. L'accumularsi degli errori politici ha avuto l'effetto di distogliere milioni di proletari, che avevano retto ideologicamente alla caduta dell'URSS, dal marxismo e dalla consapevolezza sulla necessità di avere un'organizzazione politica rivoluzionaria e marxista alla testa delle lotte di classe quotidiane.

Il PRC non ha perso quindi solo la fiducia delle avanguardie della classe lavoratrice, ma ne ha favorito con i propri errori un allontanamento popolare dalla teoria più avanzata a disposizione degli oppressi per la conquista della propria emancipazione politica e spirituale: gli insegnamenti del marxismo-leninismo e del socialismo “reale”. Alle nuove generazioni-avanguardia spetta ora il compito di ricostruire con calma e determinazione la connessione sentimentale tra la classe lavoratrice e la lotta di classe organizzata. Quando si avrà la forza di portare l'attacco al cuore per distruggere l'Europa imperialista, si avrà anche la forza per prendere il potere politico lanciando la rivoluzione socialista.

A cura di Alessandro Pascale
Milano, 11 agosto 2018

[Fonti: Partito della Rifondazione Comunista Bergamo, “Lucio Magri e il No di Rifondazione Comunista al Trattato di Maastricht”, 28 novembre 2017, disponibile su http://www.prcbergamo.it/…/28-11-2017-lucio-magri-e-il-no-…/, L. Fabiani, “L'Italia approva Maastricht”, “La Repubblica”, 30 ottobre 1992, disponibile su http://ricerca.repubblica.it/…/italia-approva-maastricht.ht…]

Notizia del: 11/08/2018

Da - https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_ciclone_wagenknecht_si_abbatte_sulle_sinistre_europee_alla_deriva/82_25054/

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 il: Agosto 14, 2018, 10:39:35  
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Il ciclone Wagenknecht si abbatte sulle sinistre europee alla deriva

In Germania dall'implosione della Linke sta per nascere un soggetto socialista, sovranista, euro-scettico e contrario all'immigrazione di massa

Di Omar Minniti

 In Germania si stanno scaldando i motori per dar vita ad una forza socialista, radicata nella classe operaia, non allergica alle masse popolari, sovranista, euroscettica e contraria all’immigrazione di massa. Una forza che mira a recuperare una parte consistente dell’elettorato tradizionale di sinistra, fagocitata dalle destre radicali, ad Est come ad Ovest. E’ il laboratorio a cui stanno lavorando Sahra Wagenknecht, portavoce del gruppo parlamentare della Linke, ed Oskar Lafontaine, storico rappresentante dell’ala antiliberista della socialdemocrazia, transitato nel medesimo partito.

Si chiamerà “Aufstehen”, che in tedesco significa alzarsi, svegliarsi, sollevarsi. Ufficialmente si tratta di un movimento trasversale, a cui hanno aderito anche esponenti delusi dei Verdi e del Spd, nato da un appello online già sottoscritto da decine di migliaia di cittadini. Un movimento che vuole condizionare l’agenda politica ed il dibattito di tutta la sinistra in Germania. Ma, in realtà, quello che nascerà all’inizio di settembre potrebbe essere un vero e proprio soggetto elettorale, alternativo alla stessa Linke. La tregua armata siglata dopo il congresso della formazione sembra, infatti, non reggere ed è sempre più evidente lo scontro tra due linee opposte. Da una parte quella governista ed europeista di Katja Kipping, Bernd Riexinger e Gregor Gysi, sensibile alle solite campane della sinistra continentale radical e liberal, favorevole ad un’unità d’azione con le dirigenze di Spd e Verdi sui temi come i diritti civili e le politiche dell’accoglienza; dall’altra quella guidata, appunto, dal duo Wagenknecht - Lafontaine, che ha lo zoccolo duro nei territori dell’ex Ddr ed avanza forti critiche verso Ue, euro, Nato, russofobia cronica e la strategia sull'immigrazione seguita dai governi Merkel, sostenuta anche da pezzi della stessa Linke.

Per i fondatori di “Aufstehen” è fondamentale compiere una forte autocritica e ridiscutere la rotta su rifugiati, frontiere aperte, sicurezza e sovranità nazionale. Sono questi i punti dolenti che, in presenza di una forte erosione dei diritti sociali e sindacali, hanno portato al progressivo allontanamento di operai, disoccupati, pensionati ed abitanti delle periferie dalle forze tradizionali di sinistra.  Per Wagenknecht e Lafontaine non basta agitare lo spauracchio del populismo ed organizzare presidi contro forze xenofobe come Alternative für Deutschland (Afd). Bisogna, invece, comprendere le ragioni che hanno spinto centinaia di migliaia di proletari ed esponenti del ceto medio impoverito a votare a destra, vedendo nell'immigrazione uno strumento per fomentare la competizione al ribasso nei luoghi di lavoro, un grimaldello utilizzato dalla grande finanza per scardinare il welfare e scatenare la guerra tra poveri.

Un ragionamento che ha lo stesso suono di un martello pneumatico per le orecchie della componente migrantista della Linke e di certi movimenti “Refugees welcome”. Puntuali e scontate sono le accuse di quest’ultimi soprattutto verso la Wagenknecht (tra l’altro, nata da un migrante iraniano ai tempi della Germania Democratica), oggetto in passato anche di feroci contestazioni: nel 2016, durante un convegno di partito a Magdeburgo, venne colpita in faccia da una torta al cioccolato.

Nell’ambito della rottura consumata all’interno della Sinistra Europea, che vede contrapposti l’ex ministro greco Varoufakis (sostenuto in Italia dal sindaco di Napoli De Magistris) e il leader socialista sovranista francese Jean-Luc Mélenchon, “Aufstehen” si schiera apertamente dalla parte di quest’ultimo, per una critica più netta verso l’Ue e le politiche liberiste e di austerità in nome della moneta unica. Una decisione tutt’altro che indolore, oggetto anch’essa di aspro confronto nella Linke, e che porterà Wagenknecht e Lafontaine a compiere un pezzo di strada con inattesi compagni di viaggio, come gli italiani di Potere al Popolo. Vicini anch’essi a Mélenchon, ma che su immigrazione, sicurezza e sovranità suonano la stessa musica dei radical tedeschi alla Kipping, Riexinger e Gysi.


Quello di “Aufstehen” è un ciclone estremamente positivo, che scuote le sinistre alla deriva e senza nocchieri. E’ inevitabile che i temi posti all’ordine del giorno andranno a condizionare il dibattito di altre formazioni comuniste, socialiste ed anticapitaliste del continente. Può darsi che qualche timido venticello arrivi anche in Italia, dove – sebbene qualcosina qui e lì si muova nella giusta direzione – allo stato attuale dell’arte certi discorsi della combattiva Sahra Wagenknecht verrebbero senza mezzi termini tacciati di “rossobrunismo” e “filo-salvinismo” da molti sinistri. Nella Penisola siamo ancora agli apericena equosolidali, ai digiuni ed alle polo rosse per “i fratelli che fuggono dalle guerre” ed alla sovranità nazionale considerata un “feticcio” (Viola Carofalo), nonché alle invettive contro “gli operai analfabeti funzionali che votano Lega e M5S per sfogare i peggiori istinti xenofobi”. Quanto ci vorrebbe, pure dalle nostre parti, qualche voce autorevole e non autoreferenziale che invitasse a svegliarsi dal torpore di trent'anni di politicamente corretto…

Notizia del: 13/08/2018

Da - https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_ciclone_wagenknecht_si_abbatte_sulle_sinistre_europee_alla_deriva/82_25066/

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 il: Agosto 10, 2018, 06:05:01  
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Dopo la tragedia di Foggia

Dalla raccolta alle aste al «doppio ribasso» della Grande distribuzione: chi decide il prezzo del pomodoro

Di Nino Amadore 07 agosto 2018

C’è il pomodoro ciliegino e c’è quello a cuore di bue. C’è il San Marzano insalataro, quello da sugo e il pomodoro costoluto. Il pomodoro tondo a campo aperto e quello da serra. Sono nove le varietà considerate dalla tabella non destinata ai consumatori ma agli addetti ai lavori e pubblicata sul sito dell’Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare. È possibile trovare tutti i prezzi alla produzione, mese per mese, dell’ortofrutta (insieme tanti altri prodotti del settore) e tra questi i prezzi del pomodoro fresco, in questo caso, destinato alle nostre tavole: senza scendere nei particolari delle singole varietà il prezzo medio a luglio era di 68 centesimi al chilo. 

    i braccianti morti 07 agosto 2018
Salvini a Foggia: guerra al caporalato, svuoteremo i ghetti

Prezzi teorici ovviamente perché, come vedremo, il prezzo di vendita del prodotto non varia solo sulla base del rapporto tra quantità disponibile e domanda di mercato ma tanti altri fattori che coinvolgo la filiera: dal produttore, al trasformatore (sia che si tratti di pomodoro destinato all’industria che di prodotto fresco), al venditore finale. Perché quello che ci accingiamo a fare è un viaggio nell’incertezza che sembra avere un punto fermo: il venditore finale, la Grande distribuzione organizzata per essere più espliciti, ha sempre il coltello dalla parte del manico. Ci sono punti fermi, certo, ma sono abbastanza teorici (al netto sempre di condizionamenti ambientali che possono d’un tratto cambiare lo scenario). Un punto fermo, all’apparenza, è l’Accordo quadro che ogni anno viene firmato tra le Op (Organizzazioni di produttori) e l’Anicav (Associazione nazionale industriali conserve vegetali) aderente a Confindustria. Gli Accordi in verità sono due: uno per il Bacino del Centro-Sud e l’altro per il Nord.

    Prezzo oltre 200 euro/tonnellata 26 luglio 2018
Il caldo rovina i raccolti, grano al record da tre anni in Europa

Quest’anno l’accordo per il bacino del Centro-Sud prevede un prezzo di riferimento medio di 87 euro per tonnellata (0,87 centesimi di euro al chilo) per il pomodoro tondo e 97 euro a tonnellata (0,97 centesimi al chilo) per il pomodoro lungo. L’Accordo per il Nord prevede invece un prezzo di riferimento medio di 79,75 euro a tonnellata (solo per il pomodoro tondo perché quello lungo al Nord non viene prodotto). Fin qui la teoria, visto che poi la prassi è completamente diversa perché «in verità il prezzo del pomodoro è destinato a cambiare dopo le aste dei grandi acquirenti di prodotto (la Gdo appunto) che vengono fatte tra aprile e maggio quando le industrie si stanno mettendo in moto e il pomodoro è ancora nei campi lontano dall’essere raccolto», spiega Fabio Ciconte, giornalista e curatore insieme a Stefano Liberti, nell’ambito della campagna #Filierasporca, del rapporto “Spolpati - la crisi dell’industria del pomodoro tra sfruttamento e insostenibilità”, la cui quarta edizione sarà disponibile a ottobre. E dopo le prime battute d’asta, spiega, gli industriali possono seguire due strade: rinunciare a vendere alla Gdo oppure rivalersi sugli agricoltori costretti a rivedere al ribasso i prezzi del prodotto. Resta fuori da questo giro chi è alla ricerca di prodotto di qualità ed è disposto a pagare il giusto. In questa dinamica ci sono altri fattori che non vanno sottovalutati: nonostante il prezzo sia stato di fatto stabilito dalle aste può capitare, per esempio, che il prodotto a disposizione diminuisca improvvisamente (magari a causa delle piogge) e al quel punto si va a trattativa privata e il prezzo è destinato ad aumentare.

    Filiere 4 marzo 2017
Tetto al raccolto di pomodoro al Nord

Quello delle aste, quasi un gioco alla roulette per citare un articolo scritto da Ciconte per internazionale, è un sistema che, spiegano da Coldiretti, sta strangolando gli agricoltori: «Vanno bloccate con norme nazionali. Occorre intervenire al più presto - dice Ettore Prandini, vicepresidente nazionale di Coldiretti». Come funzionano queste aste? Sono al doppio ribasso e prevedono che i fornitori di un prodotto facciano una prima offerta di prezzo di vendita e che poi quel valore diventi la base di riferimento per una seconda asta online dove i partecipanti devono scendere ancora per aggiudicarsi la commessa. E così, racconta ancora Ciconte, «un imprenditore si è ritrovato con un prezzo di 31,5 centesimi per un barattolo di passata di pomodoro da 700 grammi e ha rinunciato. Quei 31,5 centesimi servivano a pagare anche la confezione, l’etichetta e tutto il resto». Un prezzo che anche agli occhi di un profano appare insostenibile.

    agroalimentare 25 novembre 2017
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Per rimanere alla teoria, visto che la pratica è cosa molto diversa, possiamo ancora dire che il prezzo del prodotto può dipendere dalla produzione c0mplessiva. Secondo Coldiretti quest’anno la raccolta del pomodoro da destinare a pelati, polpe, passate, concentrato e sughi pronti registrerà una riduzione del 9% rispetto all’anno scorso. Le aspettative per l’intera stagione in Italia sono di un raccolto attorno ai 4.750.000 tonnellate: benzina per un comparto che coinvolge circa 7.000 imprese agricole, oltre 100 imprese di trasformazione e 10mila addetti e che esporta in tutto il mondo derivati del pomodoro per due miliardi di euro. Ma il prodotto, insiste Ciconte, sta perdendo le sue peculiarità tutte italiane ed è diventato per il sistema commerciale una commodity, «una merce standardizzata che perde peculiarità e qualità tipiche del luogo di produzione».

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