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Comune di Cornedo Vicentino
Book Week è un ciclo di presentazioni di libri che coinvolge autori di primo piano della narrativa italiana, saggistica e varia, che si svolge nell’arco di un fine settimana all’insegna della promozione della lettura e diffusione della cultura. Ogni presentazione vedrà protagonista l’autore del libro, in dialogo con un giornalista, con un momento finale di coinvolgimento del pubblico, per lasciar spazio alle domande e interventi degli spettatori. La seconda edizione della Book Week di Cornedo Vicentino si svolgerà da venerdì 21 a domenica 23 giugno.

Di seguito il programma degli incontri.

Programma edizione 2024

Venerdì 21 giugno / ore 17.30-18.30
— Sala San Giovanni
Piazza Aldo Moro 27, Cornedo Vicentino (VI)

L’ORO E LA PATRIA. STORIA DI NICCOLÒ INTRONA, EROE DIMENTICATO (Mondadori)
Interviene
Federico Fubini, vicedirettore Corriere della Sera e autore del libro
Conduce
Filiberto Zovico, fondatore ItalyPost
---
Venerdì 21 giugno / ore 19-20
— Parco monumentale Pretto Cassanello (in caso di pioggia Sala San Giovanni)
Piazza Aldo Moro 31, Cornedo Vicentino (VI)

FA’ PRESTO, VAI PIANO. LA VITA È UN VIAGGIO PASSO A PASSO (Marsilio)
Interviene
Luca Zaia, presidente Regione Veneto e autore del libro
Conduce
Piero Erle, giornalista Il Giornale di Vicenza
---
Venerdì 21 giugno / ore 21-22

— Parco monumentale Pretto Cassanello (in caso di pioggia Sala San Giovanni)
Piazza Aldo Moro 31, Cornedo Vicentino (VI)

AFRICA, ANDATA E RITORNO. A cura di Medici con l’Africa Cuamm (Laterza)
Interviene
Don Dante Carraro, direttore Medici con l’Africa Cuamm e autore del libro
Conduce
Filiberto Zovico, fondatore ItalyPost
---
Sabato 22 giugno / ore 18-19
— Parco monumentale Pretto Cassanello (in caso di pioggia Sala San Giovanni)
Piazza Aldo Moro 31, Cornedo Vicentino (VI)

MALEFICI. COME ROMPERE GLI INCANTESIMI DEL PENSIERO UNICO (Signs Books)
Interviene
Francesco Borgonovo, vicedirettore La Verità, saggista e scrittore
Conduce
Maria Gaia Fusilli, redattrice VeneziePost
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Sabato 22 giugno / ore 21-22
— Parco monumentale Pretto Cassanello (in caso di pioggia Sala San Giovanni)
Piazza Aldo Moro 31, Cornedo Vicentino (VI)

MALEDETTA EUROPA. NON È UNO STATO, NON HA UN POPOLO, COMANDANO I BANCHIERI (Signs Books)
Interviene
Gianluigi Paragone, giornalista, conduttore televisivo, già Senatore della Repubblica Italiana e autore del libro
Conduce
Filiberto Zovico, fondatore ItalyPost
---
Domenica 23 giugno / ore 11-12

— Sala San Giovanni
Piazza Aldo Moro 27, Cornedo Vicentino (VI)

IL TEMPO DEL CORPO. IL SOLE, IL SONNO E IL RITMO DELLA VITA (Feltrinelli)
Interviene
Antonella Viola, scienziata, divulgatrice, docente di Patologia Generale Università di Padova e autrice del libro
Conduce
Nicoletta Martelletto, giornalista Il Giornale di Vicenza
---
Domenica 23 giugno / ore 16-17
— Sala San Giovanni
Piazza Aldo Moro 27, Cornedo Vicentino (VI)

CARA GIULIA. QUELLO CHE HO IMPARATO DA MIA FIGLIA (Rizzoli)
Interviene
Gino Cecchettin, autore del libro
Conduce
Chiara Volpato, docente di Psicologia sociale Università Milano-Bicocca
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Domenica 23 giugno / ore 17.30-18.30
— Sala San Giovanni
Piazza Aldo Moro 27, Cornedo Vicentino (VI)

DENTRO IL PALAZZO (Mondadori)
Interviene
Carlo Cottarelli, economista ed editorialista italiano, già direttore del dipartimento Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale e autore del libro
Conduce
Chiara Roverotto, giornalista Il Giornale di Vicenza
Testimonianze dal mondo dell'editoria
Venerdì 21 giugno / ore 15-16
— Sala San Giovanni
Piazza Aldo Moro 27, Cornedo Vicentino (VI)

IL RUOLO DELLA PROMOZIONE EDITORIALE IN ITALIA
Interviene
Stefano Barbetta, consulente editoriale, docente corsi ADEI e co-founder Bitt Editori
Conduce
Michelangelo Morello, collaboratore ItalyPost
Il successo di una casa editrice passa attraverso l’attività delle reti di promozione e distribuzione scelte: se il rapporto è virtuoso, se c’è sinergia, se la comunicazione è fluida, i risultati avranno maggiore possibilità di arrivare. È quindi importante, prima di tutto, dotarsi di partner in grado di valorizzare le proprie peculiarità, di arrivare al target ideale per tipologia di catalogo. Il libro parte proprio dalla scelta delle reti, per poi andare ad analizzare nello specifico le clausole presenti nei contratti di promozione e distribuzione: ciascun articolo viene analizzato dal punto di vista giuridico e delle conseguenze operative che ne derivano. Editore, promozione e distribuzione sono partner, non “nemici” ai quali addossare responsabilità per risultati inferiori alle aspettative: solo conoscendo le regole e sapendo dove si voglia andare si potranno avere compagni di viaggio adeguati.
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Venerdì 21 giugno / ore 16.15-17.15
— Sala San Giovanni
Piazza Aldo Moro 27, Cornedo Vicentino (VI)

NASCITA E SUCCESSO DELLE CASE EDITRICI ITALIANE: VIAGGIO TRA STORIE E STRATEGIE
Interviene
Roberto Cicala, docente di Editoria Università Cattolica e Università di Pavia, editore e giornalista
Conduce
Michelangelo Morello, collaboratore ItalyPost
L'editoria italiana è un arcipelago di luoghi, presidi della cultura, con belle storie da raccontare. Dai sestieri lagunari di Manuzio alle gallerie del centro storico di Milano; dalla Mole di libri torinesi tra Gobetti, Einaudi e don Bosco, alla Bologna del Mulino e alla Firenze dei caffè scelti dai poeti per le riunioni di redazione; dalla Roma di politica e santità alla Napoli delle bancarelle, alla Bari laterziana e alla Palermo della «Memoria» si incontra la storia di chi ancora oggi è animato dalla passione delle parole stampate. Scoprire i luoghi dove gli editori hanno le loro case e dove nascono amati libri significa anche ricostruire i contesti storici e la temperie culturale che li hanno motivati, e la proposta civile e formativa che ancora ci rivolgono. Conoscere le loro storie ci racconta come e perché si produca tanto sapere lungo tutta la penisola. Una bibliodiversità che è lo specchio della variegata identità del nostro paese.
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Sabato 22 giugno / ore 9.30-10.30
— Sala San Giovanni
Piazza Aldo Moro 27, Cornedo Vicentino (VI)

IL MESTIERE DELL’EDITORE (DI QUALITÀ)
Interviene
Giuseppe Cantele, fondatore e direttore Ronzani Editore
Conduce
Filiberto Zovico, fondatore ItalyPost
Giuseppe Cantele, co-fondatore e direttore editoriale di Ronzani Editore, racconterà il caso di un'impresa culturale che dal 2015, anno della sua fondazione, si è rapidamente affermata nella promozione dell'editoria di qualità. Quali sono state le strategie adottate per una crescita così virtuosa in così poco tempo?
In cosa consiste il mestiere dell'editore oggi e come è cambiato questo lavoro nel corso degli anni? Questi e molti altri temi saranno affrontati analizzando il percorso di una casa editrice che valorizza l'oggetto libro - a cui ha dedicato sin dai suoi esordi la collana "Storia e culture del libro" - e propone un catalogo di narrativa, poesia e saggistica, con particolare riguardo per le nuove voci della narrativa contemporanea.
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Sabato 22 giugno / ore 15-16
— Sala San Giovanni
Piazza Aldo Moro 27, Cornedo Vicentino (VI)

LA PASSIONE EDITORIALE TRA CULTURA E MERCATO
Interviene
Arianna Leonetti, coordinatrice Master Editoria Università Cattolica del Sacro Cuore
Conduce
Michelangelo Morello, collaboratore ItalyPost
A carriera ormai tramontata, Valentino Bompiani scrisse di aver scelto di fare l’editore perché il suo desiderio più grande – dopo una vita segnata da lutti e trasferimenti – era quello di vivere in una casa comune con quelli che amava. È la definizione più asciutta e sincera di cosa voglia dire fare (coscientemente) il mestiere dei libri. Un mestiere affascinante e insieme difficile, sempre diviso tra cultura e mercato, tra otium e negotium.
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Sabato 22 giugno / ore 16.30-17.30
— Sala San Giovanni
Piazza Aldo Moro 27, Cornedo Vicentino (VI)
COME SI SCRIVE UNA STORIA D'IMPRESA

Interviene
Marco Panara, giornalista
Conduce
Maria Gaia Fusilli, redattrice VeneziePost
Con una carriera ricca di esperienze internazionali, Marco Panara ci guiderà attraverso il mondo del giornalismo economico, raccontando come scrivere una storia d'impresa. Nel suo libro, Panara racconta la straordinaria ascesa del Gruppo Tonazzo, un'azienda che ha rivoluzionato il settore alimentare in Italia e Spagna grazie alla produzione di alimenti freschi a base di proteine vegetali. Marco Panara offrirà al pubblico una riflessione profonda su sostenibilità, innovazione e futuro dell'alimentazione: un'occasione unica per scoprire i segreti di una grande storia imprenditoriale e discutere su temi di attualità legati anche al tema della green economy.
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Domenica 23 giugno / ore 9.30-10.30
— Sala San Giovanni
Piazza Aldo Moro 27, Cornedo Vicentino (VI)
COME ENTRARE IN UNA CASA EDITRICE. TESTIMONIANZA DI ROBERTA SARTORI
Interviene
Roberta Sartori, responsabile editoriale Post Editori
Conduce
Filiberto Zovico, fondatore ItalyPost
Roberta Sartori, responsabile editoriale di Post Editori, ci porterà la sua testimonianza sul lavoro dell'editore. Come approcciarsi al mondo dell'editoria una volta terminati gli studi? Qual è il percorso da seguire per diventare responsabile editoriale e quali sono le principali mansioni che la professione richiede?
Roberta, dopo un master in Editoria, ha deciso di mettersi alla prova e iniziare un percorso di crescita in questo settore. Racconterà le tappe principali del suo percorso, partendo dal periodo formativo fino all'entrata nel mondo editoriale. Il suo intervento sarà un'occasione unica per comprendere meglio le dinamiche del settore editoriale e per ispirare tutti coloro che aspirano a intraprendere questa carriera.

Da - https://www.bookweekcornedo.it/

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 inserito:: Oggi alle 06:23:45 pm 
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Gianni Cuperlo
Oggi pomeriggio (sabato 15) si va alla Festa del Pd di Campo Bisenzio (alle 17.30, per chi può e ha voglia), ma è di domani – 16 giugno – che vorrei parlarvi (cioè, scrivervi qui sopra), e sarò grato davvero a chi tra voi avrà tempo e modo di seguirmi fino in fondo.

Allora, il 16 giugno.
Sarebbe (insomma, è) il Bloomsday, la giornata che celebra il ricordo del 16 giugno 1904, che poi sarebbero le 24 ore vissute da Leopold Bloom, l’Ulisse di Joyce.
In Irlanda, ma anche nella mia Trieste, l’occasione serve a ripercorrere le orme di quel capolavoro della letteratura (per alcuni, forse molti, il più grande romanzo del Novecento).
Come ho già confessato qui sopra, non posso annoverarmi tra gli eletti, nel senso che per due volte ho approcciato il testo senza portarlo a termine.
Un limite evidente e tutto mio che prima o poi spero di riuscire a superare (giuro che ci proverò col giusto impegno!).
Dunque, il 16 giugno non lo ricordo per il flusso di pensieri di Leopold Bloom.
Voglio ricordarlo, qui con voi, per un anniversario diverso che però, forse, parla a noi più di quanto avremmo immaginato soltanto qualche anno fa.
Ne hanno ragionato ieri, sulle pagine della cultura di Repubblica, Simonetta Fiori e Carlo Ginzburg, storico illustre e figlio di Leone e Natalia Ginzburg.
Dunque, il 16 giugno 1944 (domani saranno ottant’anni esatti) i nazisti fucilavano il più grande storico del secolo alle nostre spalle.
Accadeva vicino a Lione, in una località chiamata Saint-Didier-de-Formans.
Lui era Marc Bloch e, più o meno questa era la sua storia.
Bloch era un ebreo alsaziano.
Parliamo di quella Alsazia e Lorena che erano rimaste francesi fino al 1870 quando con la guerra Franco-Prussiana, Bismarck ebbe la meglio su Napoleone III.
Finiva l’impero francese e vedeva la luce quello tedesco (il secondo Reich) con gli abitanti di Alsazia e Lorena messi nella condizione di scegliere se rimanere sotto il nuovo dominio o “emigrare” (cioè, rimanere) in Francia.
I Bloch optarono per la cittadinanza francese e Marc Bloch quell’identità avrebbe rivendicato per sempre.
Lo strappo lasciò lunghe code e non si capiscono le insostenibili riparazioni di guerra imposte alla nazione tedesca alla conferenza di Versailles (siamo al termine della Prima guerra mondiale) se non come rivalsa verso quella vecchia pagina (mai sottovalutare i pericoli del nazionalismo europeo!).
Ma torniamo a Bloch. 
Nel 1914 si arruola volontario e termina la guerra col grado di capitano, giudicato da tutti un ufficiale di valore.
Per due volte venne ferito, si ammalò di tifo trascorrendo diversi mesi ricoverato, fu colpito anche da un’artrite reumatica alle mani che lo perseguitò per tutto il resto della vita.
Fu però da quella esperienza durissima e dolorosa (come sono sempre le guerre) che trasse pensieri e studi destinati a consacrarlo come un gigante della disciplina.
In particolare, si era convinto che della memoria bisogna sistematicamente diffidare perché fragile e facilmente condizionabile.
Lui stesso si rese conto di conservare dell’impatto con la guerra immagini diverse, e persino contradditorie, con grandi amnesie e qualche parvenza in bilico tra la realtà e qualcosa che realtà non era.
In altri termini, da giovane storico comprende quanto sia debole quel solo rivolgersi alla memoria e, come spiega Alessandro Barbero, si trova di fronte al problema degli storici e dei magistrati (che fanno lo stesso lavoro: ricostruire i fatti tramite la memoria e le testimonianze).
Salvo scoprire che della testimonianza non ci si può fidare senza limiti perché esiste anche una psicologia della testimonianza, per quanto espressa in buona fede.
Il risultato di queste riflessioni è condensato in un libro, “La guerra e le false notizie”.
Bloch si interroga su come queste false notizie prendano vita e si diffondano: lui si convince siano meccanismi psicologici del singolo individuo capaci, però, di estendersi alle masse.
Non è affatto una banalità o un concetto scontato: sino a lì nessuno aveva coltivato un approccio simile e si inaugura con lui un versante del tutto originale della ricerca storica.
Più o meno un diverso sentiero della storia: che indaga su come matura e si trasforma il modo di pensare di soldati, contadini, operai.
Il passo successivo è un altro libro, annoverato tra i suoi capolavori (per alcuni, il suo capolavoro).
Esce nel 1924, s’intitola “I re taumaturghi” ed è la parabola di una credenza collettiva.
Per secoli nel medioevo e fino all’età moderna i francesi avevano creduto che i re di Francia e Inghilterra semplicemente apponendo le loro mani sul malato potessero guarirlo dalla “scrofola” (una forma di tubercolosi delle ghiandole linfatiche).
Fino a Bloch si trattava di pure superstizioni popolari, lui si interroga sulle radici e ragioni di quella credenza, insomma come si formava nella coscienza della gente.
In questo sforzo di scavo, l’esperienza della guerra gli aveva insegnato a comunicare col popolo e a comprendere le trame del suo ragionare: monito che avrebbe seguito con costanza cercando di colmare la distanza tra la disciplina storica e le persone che quella disciplina doveva raccontare.
Per migliore chiarezza: aveva piena consapevolezza di appartenere a un ceto privilegiato, ma si sentiva altrettanto coinvolto da quanti – ed erano i più, allora come oggi – vivevano e capivano il mondo senza possedere biblioteche dentro casa.
Fu questo modo rivoluzionario di intendere la ricerca a spingerlo verso interessi all’apparenza preclusi alla Storia (con la maiuscola).
A interrogarsi sui motivi della forma dei campi, o “del modo di potare le viti in Provenza o Borgogna, o perché quel tipo di aratro”...domande assolutamente nuove che pone per la prima volta.
Nel ‘29 esce il primo numero della rivista Annales.
Anch’essa muterà il corso dello studio e delle ricerche, la concepisce assieme a un altro grande storico, Lucien Febvre (ma di quest’ultimo vi ho già parlato e lo trovate descritto nel mio “Rinascimento Europeo”).
L’idea è quella di una rivista mai pensata prima, dove si parla di lavoro, prezzi, salari, tutte cose che in precedenza interessavano al massimo una nicchia ristretta di affezionati esperti.
La rottura stava nell'abbattere i muri che separavano la ricerca storica dalle altre scienze sociali.
Tradotto, un bravo storico deve anche sapere di economia e di salari e moneta; di sociologia per conoscere i comportamenti dei diversi gruppi sociali; di antropologia così da indagare sulle credenze e i riti.
Insomma, il traguardo diveniva far cadere le barriere che impediscono al sapere di costruire la rete di legami tali da restituire una visione complessiva e critica della realtà.
Bloch si muove alla ricerca di temi e ambiti prima mai studiati.
Si occupa di alimentazione, della marmellata fatta in casa come rito borghese, ma la marmellata, scrive, “vuol dire zucchero”.
Nel ‘35 lo zucchero costava poco, ma prima costava molto e solo con la barbabietola (che non viene più dai Caraibi) si poteva fare la marmellata anche nelle case umili.
Amava il cinema, anche qui in controtendenza, col suo ceto: coglieva l’aspetto sociale del cinema, con gli operai che frequentano quelle sale, mentre i borghesi continuavano a bearsi dei loro teatri.
Ecco, tutto questo e tanto altro ancora è stato Marc Bloch.
Poi, la sera del 16 giugno del ’44 – dieci giorni dopo lo sbarco in Normandia – assieme ad altri 29 detenuti (era entrato nella Resistenza a Lione e qualche giorno prima era stato arrestato) viene portato dinanzi a una decina di SS.
Lui è il più anziano, ha 57 anni.
Il più giovane solamente 19.
Cadono sotto la prima raffica, poi una seconda sparata sui corpi a terra li finisce.
Due solamente si salvano fingendosi morti e racconteranno.
Che sia leggenda o meno (e trattandosi di Marc Bloch, pure se lo fosse avrebbe un significato unico), che sia o meno leggenda, dicevo, si racconta che sul camion che li portava a morire vedendo il ragazzo di fianco a lui disperarsi gli abbia detto, “No, petit, non farà male”.
Pare anche che cadendo a terra avesse detto soltanto “Vive la France!”.
Finiva lì la storia in vita di Marc Bloch.
E a me pareva giusto ricordarlo qui con voi per le ragioni che non debbo scrivere.
Perché le conoscete benissimo!
Buon fine settimana e un abbraccio

Da FB del 15 giugno 2024

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 inserito:: Oggi alle 06:19:53 pm 
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Roberto Vannacci, il segretario della Lega di Silea (Treviso): «L’ho votato, rispecchia i nostri valori originari»

di Silvia Madiotto

Treviso, Moreno Vanzin: «Immigrati e gay, lui mi ricorda Gentilini. E non sarà un fuoco di paglia»
Moreno Vanzin e Roberto Vannacci
La Lega veneta in parte l’ha disconosciuto, dal segretario regionale Stefani al governatore Zaia sono stati in molti a dire «io voterò i veneti», ma il territorio l’ha premiato: primo nella Lega e 70 mila preferenze per Roberto Vannacci. E una buona parte del movimento è con lui. Moreno Vanzin è il segretario della sezione di Silea (Treviso) della Lega e non nasconde che lui, la campagna elettorale per Vannacci, l’ha fatta. «Anche per il nostro Manera, sia chiaro - premette - ma Vannacci rispecchia i valori della Lega degli inizi. Sono militante dal 1997, ho ritrovato quello spirito nelle sue affermazioni. Mi ricorda molto lo sceriffo Gentilini».
Vanzin, ma lei condivide anche i contenuti di ciò che dice Vannacci? Su immigrati, omosessuali, disabili…
«Molte volte viene frainteso. Ma quando afferma che in Africa non hanno i nostri caratteri somatici, dice una cosa sbagliata? Non mi pare». [an error occurred while processing this directive]
Per un leghista, votare un non leghista, e per di più un non veneto, va bene?
«Ho votato anche un trevigiano, infatti, ma Vannacci è un leghista nei contenuti, gli stessi in cui credevo e continuo a credere. Oggi, tanti altri non hanno più quei sani principi. Mi fido di lui, con coraggio dice le cose che noi leghisti dicevamo fino a qualche anno fa».
Anche sull’omosessualità? Non le sembrano concetti fuori tempo?
«Rispetto tutto quello che succede in camera da letto, ma non che invadano le città con i gay pride. Non sarò mai favorevole alle adozioni o all’utero in affitto. La mamma è una. L’ha pensato anche mezzo milione di italiani».

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•   Veneto, il Pd «partito della Ztl» vince a Padova con le sorprese Venezia e Treviso. Ma FdI è avanti a Vicenza e Verona (dove amministra il centrosinistra)
•   Le preferenze in Veneto: prima Meloni con 230.165 voti. La sinistra in massa su Bonaccini. Vannacci 71 mila voti

Allora Salvini ha fatto bene a candidarlo?
«La Lega avrebbe perso almeno due punti senza Vannacci. Io l’avrei votata lo stesso, credo nel movimento e so che ci sono ancora spazi di miglioramento, ma tanti non ci avrebbero votati senza di lui. Chi l’ha votato, l’ha fatto con convinzione».
Il sindaco di Treviso, Conte, dice che è un’operazione di marketing ben riuscita, ma che funziona solo a breve termine e bisogna ripartire dagli amministratori.
«Vero, ripartire dal territorio. Ma Vannacci non è un fuoco di paglia. Può fare quello che serve davvero: cambiare questa Europa. Non da solo, ma spero possa fare massa critica. Se lo facesse un veneto per me sarebbe meglio, sono sempre un uomo di partito».
Però come fa un leghista a votare chi è contro l’autonomia?
«Neanche i leghisti sono tutti a favore, alcuni sono andati in altri partiti e sono contrari. E non sono stato l’unico a votarlo, o farlo votare, fra i militanti della Lega».
Oggi molti leghisti dicono che il partito deve aprirsi di più, ascoltare la gente, interpretare i tempi. Lei non crede che sia necessario seguire le evoluzioni della società?
«Non quando stiamo esagerando, bisogna metterci un freno. La società sta cambiando troppo velocemente».
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da - il Corriere del Veneto


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 inserito:: Oggi alle 06:13:36 pm 
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Autonomia, la Lega alza la voce: «Tutti in piazza per sostenere la riforma»

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https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/politica/24_giugno_15/autonomia-la-lega-alza-la-voce-tutti-in-piazza-per-sostenere-la-riforma-7ab2f8e7-2cf6-4e2f-9860-1e8fccf4axlk.shtml

 5 
 inserito:: Oggi alle 12:08:12 pm 
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Un articolo da Il Giornale di Vicenza
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Un "fiume" di gasolio scorre in grotta da Roana a Oliero

https://www.ilgiornaledivicenza.it/territorio-vicentino/bassano/un-fiume-di-gasolio-scorre-in-grotta-da-roana-a-oliero-1.10738691

 6 
 inserito:: Giugno 17, 2024, 12:01:02 am 
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Roberto Vannacci, il segretario della Lega di Silea (Treviso): «L’ho votato, rispecchia i nostri valori originari»
diSilvia Madiotto
Treviso, Moreno Vanzin: «Immigrati e gay, lui mi ricorda Gentilini. E non sarà un fuoco di paglia»reno Vanzin e Roberto Vannacci
La Lega veneta in parte l’ha disconosciuto, dal segretario regionale Stefani al governatore Zaia sono stati in molti a dire «io voterò i veneti», ma il territorio l’ha premiato: primo nella Lega e 70 mila preferenze per Roberto Vannacci. E una buona parte del movimento è con lui. Moreno Vanzin è il segretario della sezione di Silea (Treviso) della Lega e non nasconde che lui, la campagna elettorale per Vannacci, l’ha fatta. «Anche per il nostro Manera, sia chiaro - premette - ma Vannacci rispecchia i valori della Lega degli inizi. Sono militante dal 1997, ho ritrovato quello spirito nelle sue affermazioni. Mi ricorda molto lo sceriffo Gentilini».
Vanzin, ma lei condivide anche i contenuti di ciò che dice Vannacci? Su immigrati, omosessuali, disabili…
«Molte volte viene frainteso. Ma quando afferma che in Africa non hanno i nostri caratteri somatici, dice una cosa sbagliata? Non mi pare». [an error occurred while processing this directive]
Per un leghista, votare un non leghista, e per di più un non veneto, va bene?
«Ho votato anche un trevigiano, infatti, ma Vannacci è un leghista nei contenuti, gli stessi in cui credevo e continuo a credere. Oggi, tanti altri non hanno più quei sani principi. Mi fido di lui, con coraggio dice le cose che noi leghisti dicevamo fino a qualche anno fa».
Anche sull’omosessualità? Non le sembrano concetti fuori tempo?
«Rispetto tutto quello che succede in camera da letto, ma non che invadano le città con i gay pride. Non sarò mai favorevole alle adozioni o all’utero in affitto. La mamma è una. L’ha pensato anche mezzo milione di italiani».

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Allora Salvini ha fatto bene a candidarlo?
«La Lega avrebbe perso almeno due punti senza Vannacci. Io l’avrei votata lo stesso, credo nel movimento e so che ci sono ancora spazi di miglioramento, ma tanti non ci avrebbero votati senza di lui. Chi l’ha votato, l’ha fatto con convinzione».
Il sindaco di Treviso, Conte, dice che è un’operazione di marketing ben riuscita, ma che funziona solo a breve termine e bisogna ripartire dagli amministratori.
«Vero, ripartire dal territorio. Ma Vannacci non è un fuoco di paglia. Può fare quello che serve davvero: cambiare questa Europa. Non da solo, ma spero possa fare massa critica. Se lo facesse un veneto per me sarebbe meglio, sono sempre un uomo di partito».
Però come fa un leghista a votare chi è contro l’autonomia?
«Neanche i leghisti sono tutti a favore, alcuni sono andati in altri partiti e sono contrari. E non sono stato l’unico a votarlo, o farlo votare, fra i militanti della Lega».
Oggi molti leghisti dicono che il partito deve aprirsi di più, ascoltare la gente, interpretare i tempi. Lei non crede che sia necessario seguire le evoluzioni della società?
«Non quando stiamo esagerando, bisogna metterci un freno. La società sta cambiando troppo velocemente».
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da - il Corriere del Veneto


 7 
 inserito:: Giugno 16, 2024, 11:57:58 pm 
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Autonomia, la Lega alza la voce: «Tutti in piazza per sostenere la riforma»
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 inserito:: Giugno 15, 2024, 11:21:25 am 
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Azioni e bond, le 5 lezioni dal passato per costruire il portafoglio del futuro

di Francesca Gerosa

I settori protagonisti sui mercati cambiano in fretta. Fare market timing non sempre è la cosa giusta. Ecco quale può essere l’asset allocation ideale tra bond e azioni per ogni ciclo di mercato sulla base delle dinamiche del passato. I consigli dei gestori | Azioni, ecco i 28 titoli che beneficeranno maggiormente dei tagli dei tassi in arrivo
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Due lezioni di base per chi investe in azioni
Ciò che non è mai davvero cambiato è la capacità dei mercati azionari globali di recuperare il terreno perso nei momenti di maggior volatilità (si veda il grafico pubblicato in pagina). Ed è per questo motivo che Cosmo Schinaia, Country Head per l’Italia di Fidelity International, ritiene che l’azionario rimanga l’asset class da cui non si può prescindere per la costruzione di un portafoglio diversificato, nonché l’unico vero hedge all’inflazione nel lungo periodo. «A mio avviso sono due le lezioni importanti da trarre dalla storia economica degli ultimi 30 anni. La prima è che la chiave per rimanere sui mercati è la pazienza, anche quando i mercati registrano una volatilità elevata e i prezzi delle aziende fluttuano in modo repentino. D’altra parte, quando le cose vanno molto bene, è facile farsi trascinare dall’euforia e dalle mode del momento, e questa è la seconda lezione: è fondamentale rimanere razionali», indica Schinaia. Guardando al futuro, «penso che l’azionario rimarrà uno degli elementi costitutivi dei portafogli diversificati bilanciati, unito a un’elevata gestione del rischio».

Quando si pensa, in effetti, ai periodi passati di euforia e crisi dei mercati è sempre fondamentale collocare la loro performance nel contesto di lungo periodo. «Nel corso del tempo i mercati azionari sono cresciuti in media del 4%-6% all'anno in termini reali. Ci sono stati anni di rendimenti negativi, ma questi sono sempre stati più che compensati da rendimenti positivi», nota Nicholas Bratt di Lazard Asset Management. Perché? Il motore a lungo termine della performance del mercato azionario, spiega Bratt, è la creazione di ricchezza da parte delle società quotate grazie al successo delle loro attività e alla generazione di profitti. Il pil globale è stato creato in gran parte da aziende di successo e questo si è riflesso nell'aumento dei prezzi delle azioni.

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Meglio non fare market timing
Si è tentati di credere di poter approfittare di questi estremi, vendendo ai massimi e comprando ai minimi di mercato. «La storia, tuttavia, ci dice che si tratta di un approccio poco saggio. Non è possibile prevedere su base costante quali siano i momenti migliori e peggiori per investire. Questo fenomeno si ripete in tutta la storia dei mercati azionari, anche se le specificità variano, compreso il tempo necessario per recuperare le perdite. Il messaggio rimane lo stesso: non cercate di fare market timing sull'entrata e sull'uscita dal mercato azionario, anche se potreste prendere profitti parziali quando i mercati sembrano fortemente sopravvalutati e aggiungere posizioni quando gli investitori sono in preda alla disperazione», consiglia Bratt, individuando quattro dinamiche del passato da tenere in considerazione: il ritmo del cambiamento, soprattutto nel mondo della tecnologia e della farmaceutica, si è accelerato; il numero di mercati azionari nel mondo è aumentato con lo sviluppo dei mercati emergenti, ampliando il ventaglio di opportunità; l'investimento passivo è cresciuto di importanza relativa, mettendo sotto pressione le commissioni di gestione; la psicologia del mercato rimane la stessa: «la follia delle folle, la speculazione e la paura».

Inoltre, sin negli anni ‘70 gli investitori erano restii a operare a livello globale. Si chiedevano: perché dovrei investire in tutto il mondo se le migliori società si trovano tutte negli Stati Uniti? Oggi, osserva Rob Lovelace, gestore di portafoglio azionario di Capital Group, si percepisce un sentiment analogo. «Il concetto di investire a livello globale non era ampiamente accettato come oggi, ma ci sono stati alcuni fattori che hanno contribuito a renderlo più credibile», indica Lovelace.

L’importanza degli indici globali
A svolgere un ruolo importante in tal senso furono gli sforzi compiuti da Capital International per creare indici globali (Capital International corrisponde alle lettere C e I di quella che è oggi nota come Msci) e statistiche a sostegno di tali indici. Sebbene all’epoca ci fossero solo tre variabili (ovvero il rapporto prezzo/utili, prezzo/flusso di cassa e prezzo/valore contabile), l’analisi statistica fornì validità agli investimenti in Europa e Asia, contribuendo a far sì che gli investitori si sentissero più a loro agio a operare al di fuori del proprio mercato di riferimento. Il fatto che questi dati venissero pubblicati solo due volte all’anno, con uno sfasamento temporale di un anno, dava inoltre agli investitori fondamentali un enorme vantaggio informativo. Ecco perché «la storia di lungo periodo e la memoria contano davvero», dichiara Lovelace.

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La leadership può cambiare
Arrivando ai giorni nostri, a una prima analisi si potrebbe dedurre che, dopo il 2020, i mercati siano andati generalmente bene. Una considerazione che va, però, approfondita in quanto il mercato è molto polarizzato a livello globale, afferma Foà. «Dagli Stati Uniti con i suoi magnifici 7, al mercato europeo con le banche, abbiamo un mercato che guarda a pochi titoli concentrati, dimenticando tutto il resto, tendenza amplificata dalla rapida diffusione del fenomeno degli Etf», chiarisce il presidente di AcomeA Sgr, notando anche che sui mercati globali non è mai stato così ampio il divario di valutazione tra le large cap e le mid e small cap.

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«Con ogni giro di mercato cambiano i market leader, che ad oggi sono le magnifiche 7 statunitensi o le banche in Europa. Posizione di leadership e di concentrazione esasperata dai flussi dei gestori passivi, che come già detto, sono sempre più determinanti sui mercati. Tuttavia, come visto in tutti questi anni, la leadership può cambiare e anche molto in fretta. I vincitori del momento che hanno attirato tanta attenzione e tanta performance», avverte Foà, «potrebbero lasciare il posto ad altri attori».

I settori che prenderanno il posto del comparto tecnologico
Un’area che sta entrando in un periodo entusiasmante per Lovelace è quella del settore farmaceutico e sanitario: «non so se soppianterà il settore tecnologico a livello di predominio del mercato azionario, ma l’impressione è che ci troviamo all’inizio di un’era in cui si stanno presentando tutti insieme i benefici delle attività di ricerca e sviluppo svolte nell’ultimo decennio. Il comparto tecnologico», sostiene il gestore di Capital Group, «ha ancora molto da offrire e con ogni probabilità ci attendono interessanti sviluppi. L’informatica quantistica, ad esempio, sta portando con sé una gamma di opportunità totalmente nuova in grado di sovvertire lo status quo». Non solo.

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In un contesto di trasformazioni tecnologiche, forte concentrazione di alcuni indici, aspettative di cambiamento dei tassi e l'incertezza geopolitica, «una lezione del passato che è sicuramente di attualità sta nel fatto che decidere sin dall’inizio chi sono i vincitori di una rivoluzione tecnologica ancora agli esordi può essere prematuro; per questo motivo sul settore tecnologico e in particolare sul tema dell’intelligenza artificiale suggeriamo un approccio diversificato», dichiara Ilaria Romagnoli, ceo di Symphonia sgr e responsabile dell’asset management del gruppo Banca Investis.

Come costruire un portafoglio bilanciato facendo tesoro delle lezioni passate
Per costruire un portafoglio bilanciato facendo tesoro di queste lezioni del passato, per quanto riguarda l’esposizione azionaria, Romagnoli vede con favore un sostanziale equilibrio fra azioni statunitensi e quelle degli altri paesi, in virtù delle elevate valutazioni raggiunte dal mercato americano, che rappresenta quasi il 70% degli indici di mercato globali. «Con l’indice S&P 500 in rialzo di quasi il 50% dai minimi di ottobre 2022, riteniamo che prendere qualche profitto su un’esposizione eccessiva alle grandi capitalizzazioni Usa possa essere prudente, sottopesare eccessivamente le allocazioni al mercato che stanno guidando la rivoluzione tecnologica di questo decennio potrebbe essere un errore», precisa il ceo di Symphonia Sgr. Per quanto riguarda la componente obbligazionaria (il 50% del portafoglio) «riteniamo che un’allocazione del 25% a titoli governativi a breve termine, 10% alla componente governativa a medio lungo termine e 15% ai subordinati finanziari possa essere adeguata alle attuali condizioni di mercato. Ora che il pricing di tagli accelerati è stato rimosso, la parte breve delle curve offre rendimenti elevati e attraenti. Nel credito, gli spread investment grade sono ormai molto compressi e anche se i rendimenti sono storicamente elevati, l’appeal rispetto ai governativi è ridotto. I bond subordinati finanziari sono la nostra asset class di credito preferita, in particolare gli AT1. La parte lunga delle curve potrebbe avere nuovamente un ruolo come bene rifugio per le strategie bilanciate, dopo la debacle del 2022».

L’asset allocation per un investitore con una media propensione al rischio
Il suggerimento di Foà per un portafoglio di un investitore con una media propensione al rischio nel contesto attuale prevede una quota azionaria massima del 40%, una componente obbligazionaria del 50% e una parte di liquidità remunerata al risk free del 10%. Per quanto riguarda le azioni, più che una scelta di area geografica, dove sovrappesare la sola area emergente rimasta molto indietro in relativo, il consiglio di Foà è quello di investire sulle sulle medie e piccole capitalizzazioni fortemente penalizzate dalla grossa concentrazione su pochi e mega titoli e quindi su valutazioni ai minimi storici, con un differenziale valutativo molto accentuato.

Bond, il cocktail migliore
«Sulle obbligazioni un buon mix tra governativi e corporate senza eccedere nella duration di portafoglio sembra essere sensato, con la presenza di alcuni paesi emergenti anche in local currency per avere un maggior rendimento. La presenza di liquidità», conclude Foà, «è utile per cogliere le eventuali opportunità di correzione dei mercati che dopo aver corso parecchio potrebbero rifiatare». A proposito di liquidità, avverte Bratt, cresce lentamente e spesso i tassi d'interesse sono in ritardo rispetto all'inflazione, per cui nel tempo la liquidità perde il suo valore reale. Al contempo le obbligazioni, spesso considerate investimenti sicuri e difensivi, possono essere molto volatili quando i tassi di interesse non sono stabili. Poi in quanto prestiti, non crescono di valore e quando vengono rimborsate il loro valore adeguato all'inflazione è tipicamente inferiore al prezzo di emissione originale.

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«Un immobile ben scelto può essere un ottimo investimento a lungo termine, ma soffre di una liquidità limitata. Mentre l'oro è l'investimento più antico della storia dell'uomo. Nel corso del tempo si è rivelato un efficace elemento di diversificazione, poiché», conclude Bratt, «spesso è inversamente correlato all'andamento del mercato azionario. Ha inoltre una caratteristica unica come strumento finanziario: non rappresenta una passività di un'altra entità». (riproduzione riservata)

MF - Numero pag. 59 del 22/04/2024
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Nazifascismo
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Nazifascismo è un termine che descrive unitariamente il nazismo e il fascismo in riferimento all'occupazione tedesca e al collaborazionismo repubblichino durante la guerra di liberazione italiana.[1][2] Talvolta è usato per descrivere latamente l'alleanza tra la Germania di Adolf Hitler e l'Italia di Benito Mussolini, nonostante tale utilizzo sia in parte anacronistico, poiché il concetto di nazifascismo venne coniato solo dopo l'8 settembre 1943, quando il fascismo fu subordinato al nazismo.
Il fascismo italiano nacque nel 1919 col nome di Fasci di combattimento, per poi diffondersi e consolidarsi al potere agli inizi degli anni venti in Italia, a causa della ingovernabilità che i simpatizzanti della Rivoluzione d'ottobre provocavano non solo in Italia, ma in tutta l'Europa e persino negli USA (settimane rosse). Il nazionalsocialismo tedesco, noto anche come nazismo ed emulo delle recenti dittature impostesi in Europa, nacque in Germania nel 1920, ma vi si diffuse solo nel decennio successivo, giungendo al potere nel 1933. I due fondatori ideologici, che hanno poi governato i rispettivi Paesi, furono Benito Mussolini per il fascismo ed Adolf Hitler per il nazismo. A seguito dell'armistizio di Cassibile e dell'operazione Achse nel 1943, l'Italia centro-settentrionale fu invasa dai tedeschi su ordine di Hitler che, nei territori occupati, mise a capo proprio il Mussolini decaduto il 25 luglio 1943 ed arrestato. Lo convinse a costituire la Repubblica Sociale Italiana, riproposizione del regime di Vichy e Stato fantoccio dei nazisti. Dopo l'8 settembre 1943 ebbe inizio la guerra di liberazione italiana, che portò alla sconfitta del nazifascismo nel 1945.
Il concetto è stato largamente utilizzato, soprattutto da parte delle forze politiche della Resistenza italiana e dagli ambienti culturali che ad essa si riallacciano[3]. La sua validità come categoria storica è tuttavia contestata da una corrente storiografica risalente a Renzo De Felice, che la ritiene "un’invenzione da tempo di guerra, inventata dagli americani come strumento di propaganda e legittimata poi dai partigiani"[4].
Connotazioni comuni e origine del termine
Questa voce o sezione sull'argomento storia è ritenuta da controllare.
Motivo: Ampie parti della voce sfuggono fuori dall'oggetto della stessa, sfociando in un "confronto tra fascismo e nazismo" che non è il titolo della voce e che è pura ricerca originale, oltre che del tutto impensabile da affrontare in una voce d'enciclopedia. È necessario surrogare il testo che tratta dell'uso del termine nazifascismo e delle implicazioni di tale termine in assenza di una categoria storica che ne pertiene, in modo da riaccostare la voce al suo oggetto
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Se il fascismo poté iniziare a realizzarsi compiutamente solo dopo la presa del potere da parte di Mussolini e del PNF nel 1922, il nazismo dovette attendere il 1933 ed il conferimento del cancellierato ad Hitler per arrivare al potere. Sulla scia del fascismo italiano e/o del nazismo tedesco, sorsero in tutte le nazioni europee movimenti e regimi che, sotto varie forme e in vario modo, si ispirarono ad essi.
Pur essendo questo termine contestato da più parti, esso trova tuttora un ampio e consolidato utilizzo, soprattutto sotto il profilo storico-politico e mediatico. Infatti, sia il fascismo sia il nazionalsocialismo ed i regimi cui dettero vita presentano alcune importanti connotazioni comuni:
•   la forma dittatoriale di governo, seppure nel caso del fascismo vigesse un totalitarismo imperfetto;
•   la concezione totalitaria dello Stato, molto più accentuata nel nazismo che nel fascismo;
•   il rigetto sia del marxismo sia del liberal-capitalismo, unitamente ai regimi che si rifacevano a tali ideologie;
•   l'esaltazione dell'identità nazionale;
•   il tentativo di realizzare un avanzato Stato sociale;
•   la ricerca dell'indipendenza economica dalle cosiddette demoplutocrazie;
•   la collaborazione di classe (interclassismo) in antitesi con la lotta di classe;
•   una concezione spirituale della vita in contrasto con quella materialista;
•   la ricerca di uno spazio vitale per il proprio popolo a spese di entità statuali generate da precedenti smembramenti degli Stati italiano e tedesco (la Venezia Giulia nel caso italiano, il porto di Danzica nel caso tedesco).
A causa di ciò si parla di nazifascismo, che include queste similarità e che indica l'unione sul piano ideologico e politico del fascismo italiano e del nazismo tedesco.
Fascismo
 Lo stesso argomento in dettaglio: Fascismo.
Il fascismo diede vita a un tipo di Stato definito a seconda degli storici o totalitario o totalitarismo imperfetto[5] che caratterizzò l'Italia dal 1925 fino al 1945. L'avvento al potere avvenne infatti nel 1922, anche se il fascismo assunse caratteristiche propriamente dittatoriali solo nel 1925 con la promulgazione delle cosiddette leggi fascistissime e si concluse definitivamente solo nel 1945 con la caduta della Repubblica Sociale Italiana.
L'Italia fascista mantenne l'istituto monarchico con un rispetto formale delle prerogative della casa reale ed un'esautorazione di fatto della stessa e del Parlamento. Nella realtà il potere venne infatti detenuto in massima parte da Benito Mussolini e su suo mandato da un ristretto numero di gerarchi. Il Duce, come veniva chiamato il fondatore del fascismo, si fece promotore di una politica estera imperialista che portò l'Italia alla conquista dell'Etiopia e dell'Albania e successivamente alla seconda guerra mondiale.
In politica interna si ebbe una graduale affermazione dell'autarchia, del corporativismo e del sindacalismo nazionale. Questi e più in generale la politica economica fascista avevano l'obiettivo di eliminare i conflitti e la lotta di classe in ottica di collaborazione interclassista, realizzando tra le varie categorie produttrici le sinergie necessarie a uno sviluppo organico dell'economia.
Nazionalsocialismo
 Lo stesso argomento in dettaglio: Nazionalsocialismo.
Il nazionalsocialismo sorse nella prima metà degli anni venti e raggiunse il potere in Germania grazie alla figura di Adolf Hitler, suo fondatore e capo carismatico, il quale, con il suo Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, governò il popolo tedesco dal 1933 al 1945 fino alla conclusione della seconda guerra mondiale in Europa.
Il totalitarismo nazionalsocialista si ispirò al fascismo per poi esercitare a sua volta (a partire dal 1938 circa) una notevole influenza sul regime mussoliniano, soprattutto in riferimento a temi afferenti alle legislazioni razziali ed all'antisemitismo.
Il nazionalsocialismo fu caratterizzato da una politica estera particolarmente aggressiva ed espansionista che dopo i successi iniziali (la conquista di Francia, Paesi Bassi, Balcani e tutta l'Europa centrale e orientale) ebbe come epilogo la distruzione e lo smembramento della Germania al termine della seconda guerra mondiale. In politica interna il regime fu caratterizzato da un appoggio prestato al grande capitale che a sua volta aveva finanziato l'ascesa di Hitler al potere.[6][7]
La politica economica del regime fu caratterizzata da soluzioni improntate su forti investimenti nelle infrastrutture pubbliche (la costruzione dell'Autobahn) e del Reinhardt Program, nazionalizzazione dei grandi complessi bancari e finanziari, introduzione di una moneta parallela (Metallurgische Forschungsgesellschaft) al marco basata sulle ore di lavoro realizzate e non sulle riserve d'oro e forti finanziamenti per l'abbattimento della disoccupazione (sei milioni di disoccupati nel 1933 vennero azzerati nel 1938).
Sia in Germania sia nelle zone conquistate vennero introdotte politiche basate sul razzismo biologico nei confronti di popoli considerati inferiori e/o inassimilabili (come ebrei e zingari) e di fasce sociali ben definite considerate dal nazismo dannose (come omosessuali[8] e affetti da malattie mentali).
Fascismo, nazionalsocialismo e nazifascismo
Fino alla vigilia della seconda guerra mondiale (1937–1938 circa), almeno in patria, il fascismo italiano aveva dato vita ad un tipo di regime più tollerante di quello nazista in Germania sia nei confronti delle minoranze etniche e religiose sia verso i propri avversari politici, generalmente sottoposti a sorveglianza o inviati al confino e solo nei casi più gravi incarcerati[9] o fatti assassinare[10]. Nel Corno d'Africa (futura Africa Orientale Italiana) e precedentemente in Libia vennero invece commessi numerosi crimini di guerra con uso diffuso di aggressivi chimici sui civili a partire dal 1928, nonché istituzione di campi di concentramento in cui morirono molti libici a causa delle tremende condizioni di vita[11][12].
A partire dalla seconda metà degli anni trenta ed ancora più a partire dagli inizi del decennio successivo[13] - con l'entrata dell'Italia in guerra (1940) e la costituzione della Repubblica Sociale Italiana (1943) - le atrocità commesse nei territori occupati, in particolare nei Balcani[14], un antisemitismo particolarmente virulento[15], la partecipazione attiva insieme all'alleato germanico ad azioni di efferata crudelt

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