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Zaia: "I miei 9 anni alla guida del Veneto"

Pubblicato il: 13/04/2019 15:07

Di Dario Converso

"Il bilancio è positivo. Va considerato che abbiamo preso in mano la Regione nel 2010 in un momento non facile, era appena iniziata la crisi per cui, come diremmo biblicamente, abbiamo dovuto occuparci degli anni delle vacche magre e non delle vacche grasse. Comunque sono stati anche anni entusiasmanti perché ci hanno consentito e permesso di guardare dentro ai processi e alla gestione, di riformare la spesa, di rendere virtuoso questo ente". Cosi in un'intervista all'Adnkronos Luca Zaia traccia un bilancio di nove anni da presidente del Veneto, sottolineando come il momento più bello sia stato il risultato del referendum sull'autonomia.

"Abbiamo pagato tutti i fornitori che era da anni che avanzavano i soldi, due miliari di euro, abbiamo sistemato i conti della sanità, insomma abbiamo fatto un sacco di cose. E soprattutto abbiamo dato il via alla grande stagione delle riforme: la riforma sanitaria, che oggi porta il Veneto ad essere la prima regione in Italia per sanità e molto altro ancora. È stato un grande impegno, l’impegno di una squadra che ha lavorato e si è trovata non poche emergenze -spiega-. Ricordo che ho esordito, ad esempio, con l’alluvione del 2010 quando 235 Comuni sono stati alluvionati con 10.040 famiglie e imprese con l’acqua in casa o in azienda. Abbiamo iniziato con quello per trovarci con il terremoto nel 2012 e, infine, con la tempesta Vaia nel 2018".

"Il mio greco è la lingua veneta", Zaia si racconta su Fb
"Si va avanti sempre con obiettivi sfidanti - sottolinea Zaia - sono stati gli anni dell’autonomia e delle grandi riforme . La riforma della sanità ha permesso di ridurre le aziende sociosanitarie da 21 a 9, ma soprattutto non abbiamo mai applicato l’addizionale Irpef sulla sanità dimostrandoci regione tax free, garantendo che circa un miliardo e 200 milioni di euro ogni anno rimanessero nelle tasche dei Veneti. Abbiamo chiuso accordi per avviare il progetto del nuovo policlinico universitario di Padova e già avviati i lavori per la nuova Cittadella della Salute di Treviso".

"Per quanto riguarda i Pfas - prosegue - abbiamo fatto raggiungere il parametro zero nei livelli dell’acqua, dato il via alla realizzazione del nuovo acquedotto e avviato il più grande screening sanitario della storia d’Italia, nel silenzio colpevole del Governo di centro-sinistra. Abbiamo messo in campo il grande progetto Anas per rifare tutta la viabilità regionale, per quanto riguarda la rete ferroviaria stiamo elettrificando tutto il Cadore ed entro il 2021 abbiamo raggiunto un accordo con Trenitalia per avere tutti treni nuovi".

Il governatore ribadisce quindi che "nonostante la crisi, abbiamo confermato la nostra posizione di Regione italiana con la percentuale più bassa di disoccupati e migliore regione per processi di reinserimento nel mondo del lavoro. Abbiamo investito 400 milioni di euro per portare la Banda Ultra Larga e la connessione veloce a tutte le imprese e le famiglie. Siamo la Regione record nel turismo con 70 milioni di presenze con 17 miliardi di fatturato e lavorato per superare il nostro record. Vorrei solo ricordare che, oltre all’impegno messo in campo per la candidatura alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, abbiamo ottenuto l’assegnazione dei Mondiali di sci a Cortina 2021".

E sui traguardi di fine mandato il governatore del Veneto spiega che "Gli obiettivi sono sempre quelli della virtuosità, la madre di tutte le battaglie resta l’autonomia. Abbiamo risolto tanti problemi: penso ai temi delle alluvioni, dei grandi cataclismi, ma anche aver sbloccato la pedemontana Veneta, la più grande opera oggi in cantiere in Italia: 2 miliardi 258 milioni di euro per 94,5 km in 36 Comuni ed un totale di 14 caselli. L’abbiamo sbloccata con un’operazione di alta trasparenza, coinvolgendo le istituzioni pubbliche: la Corte dei Conti, l’Avvocatura dello Stato, l’Autorità Nazionale Anticorruzione e nominando, ad esempio, per la Pedemontana, come Commissario il Vice-avvocato Generale dello Stato. E poi la grande sfida dell’autonomia che resta ancora irrisolta, ma per quale continuiamo a lavorare. Ricordo che per l’autonomia 2 milioni 328 mila Veneti sono andati a votare".

Quindi sul cambiamento del Veneto in questi nove anni Zaia sottolinea che "il Veneto resta il Veneto identitario che guarda però sempre più alla modernità, al progresso, alle nuove tecnologie. Siamo passati da un Veneto analogico ad un Veneto digitale in questi nove anni. È un Veneto che nel 2010 non conosceva internet così a fondo, non conosceva i social media, né i social network. Insomma un Veneto che è cambiato molto, che vede anche una nuova generazione affacciarsi, ma mantenendo un proprio profilo identitario. È un Veneto che guarda sempre più alla globalizzazione, mantenendo radici profonde e solide nella sua storia. È un Veneto che ha saputo, durante questi anni di crisi, riammodernarsi, ristrutturarsi, che esce anche dopo questi nove anni con 205.000 azionisti che hanno perso tutto nelle partite della Popolare di Vicenza e della Veneto Banca".

Nove anni di presidenza con momenti belli e brutti che il presidente ricorda così: "Il momento più bello, direi in assoluto, è stato il risultato del referendum perché corona l’impegno di una vita e ho pensato a tutti quei veneti, che hanno sempre sognato questo momento e non ci sono più. I momenti più critici sono stati l’alluvione del 2010 e la tempesta Vaia, che sono stati due catastrofi per la nostra comunità. Per Vaia siamo già in campo con oltre 350 cantieri in avvio, mentre per quanto riguarda l’alluvione del 2010 abbiamo messo in atto un piano idrogeologico con circa mille cantieri in tutta la Regione e 2 miliardi e mezzo di euro per realizzare il Piano D’Alpaos. Interventi grazie ai quali, nonostante l’eccezionalità della tempesta Vaia, i fiumi hanno tenuto".

Quindi sulle sfide da raggiungere prima di fine mandato il presidente del Veneto annuncia che "prima della fine del mandato abbiamo quattro dossier importanti aperti: il primo è la Pedemontana Veneta, con i cantieri da chiudere entro il 31 dicembre 2020, già adesso facciamo la consegna di un primo tratto. Il secondo è il dossier Milano-Cortina: spero proprio che il 24 giugno ci veda premiati ed arrivi la candidatura. Il terzo è un dossier che stiamo seguendo da dieci anni ed è è quello delle Colline del Prosecco Patrimonio dell’Umanità. A luglio a Baku, nell’Azerbaigian, anche qui avremo il verdetto e, quindi, la risposta. E, infine, l’autonomia. Non si può chiudere il mandato senza aver chiuso la partita dell’autonomia, averla impostata e avere già le carte in mano. È una partita laboriosa, complicata, ma servono provvedimenti ufficiali. E spero proprio che prima di chiudere il mandato arrivino".

Un Luca Zaia che proprio pochi giorni fa è risultato per la terza volta di seguito il presidente di regione più amato dai suoi cittadini secondo la classifica de Il Sole 24 Ore e che ovviamente si dice più che "soddisfatto. I sondaggi lasciano il tempo che trovano, ma un elemento credo lo si possa evincere. Penso che questo è un successo che condivido con la mia squadra. Dopo di che spero che i Veneti, sapendo anche che noi governiamo da qualche anno, abbiano apprezzato anche il fatto che si lavora con il cuore. Si cerca di fare il meglio per il Veneto. Si può sbagliare, perché quando si lavora si può anche sbagliare, ma una cosa deve essere chiara: quando diciamo una cosa la facciamo".

È anche per questo il presidente del Veneto assicura di non aver mai avuto la tentazione di tornare a fare il ministro: "Direi decisamente di no. Sono talmente concentrato sulla partita della Regione che non ho neanche tempo di distrazioni, non soltanto eventuali tentazioni a tornare a fare il ministro. L’impegno che abbiamo a livello regionale è un impegno importante ed è soprattutto una responsabilità nei confronti di 5 milioni di Veneti. Ovvio che resta sempre l’amore per l’agricoltura".

Infine, sul suo futuro Zaia spiega: "Sono un fatalista e lo sono sempre stato. Non mi sono mai posto il problema di cosa farò. Sono abituato a guardare la quotidianità e, quindi, a governare come fosse sempre l’ultimo giorno in maniera tale da dare sempre di più".

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  TAG: Luca Zaia, Veneto, governatore, autonomia, indipendenza

Da - https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2019/04/13/zaia-miei-anni-alla-guida-del-veneto_cSlzrlD3hTCCYrOCxIMs4M.html

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 inserito:: Aprile 16, 2019, 06:31:50 pm 
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"Il mio greco è la lingua veneta", Zaia si racconta su Fb

Pubblicato il: 13/04/2019 18:24

"Il mio greco è la lingua veneta". E' quanto scrive sul suo profilo Fb Luca Zaia, governatore del Veneto da 9 anni. Appassionato di mountain bike, laureato in Veterinaria, iscritto giovanissimo alla Lega Nord, Zaia è nato il 27 marzo 1968 a Conegliano (Treviso) ed è sposato con Raffaella dal 1998. Figlio di Carmela, ultima di undici figli, e Giuseppe, meccanico. "La mia - scrive su Fb - è una famiglia agricola e legata alla terra, a partire da mio nonno Enrico, nato in Brasile nel 1896, emigrato negli Stati Uniti a 19 anni e infine rientrato nel Trevigiano. Dopo il diploma alla Scuola enologica 'Cerletti' (la più antica d’Europa) mi sono iscritto all'università di Udine laureandomi alla Facoltà di medicina veterinaria in Scienze della produzione animale".

IL LAVORO - "L’etica della mia famiglia - scrive Zaia - è sempre stata incardinata nel valore del lavoro. Sono tante le estati che ho trascorso nell’officina di mio padre, ore di attività che mi sono servite per guadagnarmi quelle del divertimento e per imparare la manualità. La prima partita Iva l’ho aperta a diciotto anni per pagarmi gli studi. Anni in cui ho fatto di tutto, perché tutti i lavori sono dignitosi: cameriere, uomo delle pulizie, muratore, docente privato di chimica, istruttore di equitazione, operaio in un’impresa di pellami, pr in discoteca e organizzatore di feste. Dal punto di vista formativo, una tappa essenziale è stato il mio servizio civile ad Altivole (Treviso), portando i pasti ai bisognosi casa per casa, facendo con loro periodi di vacanza, lavorando con gli anziani del paese e con alcuni bambini sofferenti".

LA POLITICA - "Mi sono iscritto - si racconta - giovanissimo alla Lega Nord. Nel 1993 la mia prima campagna elettorale, alle amministrative per il Consiglio comunale di Godega di Sant’Urbano dove sono eletto con 61 preferenze e capogruppo. Nel 1995 sono stato eletto in Consiglio provinciale a Treviso con 3.961 preferenze, e sono diventato assessore all’agricoltura. Nel 1998, con una campagna elettorale in cui la Lega Nord Liga Veneta si è presentata 'solista' sono stato eletto Presidente della Provincia di Treviso, il più giovane d’Italia (rieletto poi nel 2002 con 240.211 preferenze)".

"Nel 2005 sono stato nominato vicepresidente della Regione del Veneto con delega all’agricoltura e al turismo, incarico che ho lasciato nel maggio del 2008 per diventare Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. Ho assunto come mio obiettivo di rimettere 'l’azienda agricola italiana' al centro dell’agenda nazionale; di difendere il made in Italy e la biodiversità da un malinteso principio liberista e globalista; di avere tolleranza zero verso le frodi alimentari; di incentivare la tracciabilità dei prodotti; di ridurre il peso della burocrazia sulle aziende agricole".

"Come ministro - continua Zaia - ho firmato il decreto di stop che, per la prima volta, proibiva la coltivazione di un mais OGM in Italia. Mondadori ha pubblicato il mio saggio 'Adottare la terra per non morire di fame' nella collana Strade blu. Nel marzo del 2010 sono stato eletto presidente della Regione del Veneto, votato da oltre il 60% degli elettori, risultando il candidato che in quella tornata elettorale ha ricevuto più voti di tutti in Italia. Alle elezioni del 31 maggio 2015, sono stato riconfermato col record di oltre il 50% dell’elettorato votante (risultando nuovamente il governatore eletto con il numero di voti più alto). Al referendum del 22 ottobre 2017 mi è stato assegnato da oltre 2.300.000 veneti il compito di portare avanti la trattativa col Governo per l’autonomia della nostra regione; un risultato storico, com’è storica la partita che si è aperta per il Veneto".

LE MIE PASSIONI - "Amo lo sport in generale, pratico (per quanto possibile) la corsa, corro in mountain bike, amo il mare. Una mia passione da sempre - sottolinea su Fb - sono i cavalli, la storia e tutto quanto ricorda il passato della mia terra. Ho a cuore la sua lingua, il veneto. A riguardo cito spesso il mio libro preferito, le 'Memorie di Adriano' di Marguerite Yourcenar: 'Ho governato in latino, ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto'. Ecco, il mio greco è la lingua veneta".
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Da - https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2019/04/13/mio-greco-lingua-veneta-zaia-racconta_mlcNym7RfdRMWOavqEVcSN.html

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 inserito:: Aprile 16, 2019, 06:29:58 pm 
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SE UN PARTITO DIVENTA STATO: IL CASO DEL LIBRO ANTI-LEGA

LUIGI DANIELE
14 aprile 2019

Negli ultimi giorni, ha scatenato un certo dibattito un libro di testo adottato nella facoltà di Scienze Politiche di Bologna, nel quale gli autori definiscono la Lega una “formazione di estrema destra, con tratti razzisti, xenofobi, politicamente e socialmente violenti”. Il libro, titolato “La Lega di Salvini, estrema destra di governo” e scritto da G. Passarelli, docente alla Sapienza, e Dario Tuorto, associato di Sociologia Generale a Bologna, è finito subito nel mirino di diversi esponenti del Carroccio.

Marco Petazzoni, consigliere regionale della Lega, ha ad esempio presentato un’interrogazione in merito, accusando di mancanza di imparzialità “un testo che attacca un partito politico votato e voluto in maniera democratica dalla stragrande maggioranza degli italiani “e spingendosi a “ricordare che i Professori sono dipendenti pubblici e come tali sono tenuti a un dovere di lealtà verso lo Stato, indipendentemente dalla forza politica che si trovi al Governo”.

L’attacco di Petizioni ai due autori, seppur chiaramente legittimo, è in realtà utile per mettere in chiaro alcune idee e concezioni della democrazia che ne emergono. Prima di tutto, occorre notare che il fatto che la Lega sia stata votata democraticamente da molti elettori non può essere un argomento che la metta al riparo da critiche o visioni opposte: anzi, il grado di maturità di una democrazia si misura anche in base a quanto una minoranza può contestare una maggioranza. In quest’ottica è fin troppo facile per i due docenti difendere la loro libertà e la loro autonomia facendo riferimento alla Costituzione e alla libertà di ricerca. Soprattutto, non esiste la “stragrande maggioranza” di cui parla Petazzoni, dato che alle politiche del 4 marzo la Lega non ha superato il 50% dei consensi e non è nemmeno risultata primo partito: è, insomma, essa stessa tecnicamente una minoranza. Che la Lega sia oggi parte della maggioranza di governo è innegabile, ma questo non la rende automaticamente maggioranza del Paese. Anzi, questo modo di ragionare, che scambia la parte per il tutto, è proprio di quell’estrema destra che il testo dei due docenti associa alla Lega.

Ovviamente, è possibile sollevare qualche obiezione sull’opportunità politica di adottare un determinato testo in una facoltà, ma si entrerebbe così in tutt’altro ordine di ragionamento. Quale che sia la posizione in merito, però, risulta campata per aria la pretesa che il sapere debba essere imparziale. Non si capisce, infatti, come qualunque insegnamento, o docente, o scienza, tanto più se non si è nel campo delle scienze esatte, possa non essere in qualche modo portatore di una qualche visione del mondo.

La questione si fa ancora più spinosa quando Petazzoni si spinge a vedere nella critica alla Lega una mancanza di lealtà verso lo Stato di due docenti, e quindi di due dipendenti pubblici. Qui, infatti, la critica alla Lega viene letta come critica allo Stato. Il problema, però, è che (sempre in una democrazia matura, di cui prima) un partito non si identifica mai con lo Stato. Se infatti un partito è un’organizzazione che rappresenta determinati cittadini, nelle democrazie liberali lo Stato non si identifica mai con i singoli partiti, che anzi attraverso il Parlamento e le istituzioni tutte concorrono alla vita democratica. Non è un caso del resto che le uniche realtà in cui il Partito e lo Stato hanno coinciso sono stati i regimi totalitari del Novecento. Criticare un partito, anche se al Governo, non equivale in nessun modo a criticare lo Stato, e la confusione che emerge dalle dichiarazioni di alcuni leghisti in merito alla faccenda è abbastanza emblematica di un modo malsano di intendere la democrazia.

In effetti, le argomentazioni con cui si accusano gli autori del libro poggiano tutte su schemi di pensiero tipici della destra illiberale, in ciò confermando la tesi iniziale dei due docenti. Oltretutto, gli stessi schemi si attivano quando un leader di partito indossa divise di forze dell’ordine (che, sempre nelle democrazia liberale, tutelano tutti i cittadini e non sono strumentalizzatili da singoli) o quando si stabiliscono alleanze con partiti esteri che dichiarano espressamente di riconoscersi nell’estrema destra illiberale. Chiaramente, alla piena libertà dei docenti di criticare la Lega corrisponde la piena legittimità politica, da parte della Lega stessa, di prendere le sue posizioni, pur nei limiti e nelle forme della Costituzione. Ma in base a quale principio, criticare la Lega dovrebbe voler dire criticare lo Stato?

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/se-un-partito-diventa-stato-il-caso-del-libro-anti-lega/

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 inserito:: Aprile 16, 2019, 06:26:56 pm 
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Le ricette che non hanno funzionato

Il Def e l’Italia

Le due ore di pranzo di ieri tra il premier e i suoi due vice devono essere state incoraggianti. La soluzione per evitare l’aumento dell’Iva, per fare la flat tax, per scongiurare una manovra correttiva è stata individuata: «I soldi li troviamo dalla crescita», ha assicurato infatti Matteo Salvini. Solo che la crescita non c’è: a certificarlo è il governo stesso. Infatti il Def approvato in appena 35 minuti di Consiglio dei ministri inchioda l’aumento del Pil per l’anno in corso ad un misero 0,2 per cento.

Palazzo Chigi punta su misure in itinere per stimolare la spinta ai consumi e allo sviluppo.
Si vedrà. Tuttavia quegli stessi numeri – e mai più numeretti squadernano una realtà che dovrebbe preoccupare non poco, perfino togliendo loro il sonno, i due Lord protettori dell’esecutivo.

Perché il tasso di crescita stabilito originariamente dal ministro Tria era dello 0,1 per cento. E’ diventato lo 0,2 calcolando gli effetti del reddito di cittadinanza e di quota 100. In sostanza il peso di una piuma. Tradotto significa che i pilastri della narrazione gialloverde, i due totem issati sia nella campagna elettorale che nello scontro con la Ue fino al punto da rischiare la procedura d’infrazione, le due irrinunciabili misure scelte per testimoniare la bontà del “cambiamento”, di fatto non impattano nel corpo vivo del Paese. Non producono entusiasmi, non capitalizzano la fiducia dei cittadini né rassicurano i mercati visto che lo spread resta inchiodato a 250 punti.

Soprattutto quelle che nelle intenzioni dovevano testimoniare la concretizzazione delle promesse elettorali, alla prova dei fatti si dimostrano interventi che i cittadini e gli indicatori economici non considerano essenziali. Vuol dire che è stata sbagliata la lettura dei bisogni veri degli italiani.

Adesso in tanti aspettano il voto europeo per capire i possibili scenari. Ma qualunque sia il responso delle urne per governare sarà necessario ripartire dalla comprensione di ciò che è davvero urgente per l’Italia.

Da - https://ildubbio.news/ildubbio/2019/04/11/le-ricette-che-non-hanno-funzionato/

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 inserito:: Aprile 16, 2019, 06:24:58 pm 
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Un documento inedito innova, e per certi versi rivoluziona, quanto sappiamo sul metodo educativo di Maria Montessori (1870-1952).

Se grazie alle sue caratteristiche rivoluzionarie ha cambiato il modo di fare scuola, tuttavia il metodo Montessori non è del tutto improntato a una concezione laica come si potrebbe pensare. Come spiega Armando Torno sulla copertina della Domenica, a una prima e superficiale lettura il metodo sembra nato da concezioni illuministiche, convinte della bontà naturale dell'uomo, il quale commetterebbe il male a causa delle ingiustizie sociali. Un metodo che ha trovato applicazione in scuole di molti Paesi, anche extraeuropei (Usa, Canada, India e Giappone), e che già nella prima metà del ‘900 fu considerato il principale esperimento di una pedagogia nuova. Detto in breve, esso intende la scuola non come la casa “per” bambini, ma “dei” bambini; la trasforma in un ambiente adatto alla libera esplicazione della loro attività. La maestra non insegna ma assiste individualmente i suoi scolari, mentre si esercitano spontaneamente con il materiale didattico.

Ora la pubblicazione del testo inedito di una conferenza del 10 giugno 1921, dal titolo “La Storia - La Libertà – Il Peccato Originale” mostra come per la Montessori la dottrina cristiana del peccato originale non fosse in contraddizione con il suo metodo educativo. Nota con incisività la Montessori: “Non avremmo noi forse commesso l'errore di giudicare il bambino rispetto a noi stessi anziché rispetto al disegno divino? (…) Nella Creazione la Bibbia dice che l'uomo fu fatto a immagine ed a somiglianza di Dio; e il peccato originale ha scomposto questo divino disegno? Noi però dobbiamo coll'educazione assecondare la grazia redentrice dovuta al Cristo, per cercare di ricondurre l'uomo nei limiti del primitivo disegno, cioè all'immagine di Dio”. Più avanti: “Per lo stesso peccato la carne del bambino è soggetta al dolore della malattia, ma ciò non toglie che il suo corpo sia la più ammirabile fattura di Dio”.

Nel menu della Domenica molti altri argomenti.
Da – ilsole24ore.com

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 inserito:: Aprile 13, 2019, 02:06:06 pm 
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“Una follia i rimborsi a pioggia ai cittadini traditi dalle banche”

Versione integrale dell’intervista a Davide Serra (Algebris): «Temo che il Paese si schianti sul debito. Investiamo in Italia ma nel mondo ci chiedono perché. Il Creval? Due o tre anni per le nozze. Sì a Unicredit-Commerzbank. Sull’asse tra Cdp e Elliott in Tim non cambio idea: è un’onta per il Paese»

Pubblicato il 07/04/2019 - Ultima modifica il 07/04/2019 alle ore 07:00

FRANCESCO SPINI
INVIATO A CERNOBBIO (COMO)
«Rimborsare a pioggia indiscriminatamente chi ha perso i soldi nelle banche è una follia», scandisce Davide Serra mentre si prende una pausa dal Workshop Ambrosetti, a Cernobbio. Come la gran parte degli imprenditori e dei finanzieri presenti, anche il numero uno di Algebris manda siluri al governo: «Sono molto preoccupato, temo che l’aereo Italia vada a schiantarsi», dice.

Dottor Serra, perché è una follia ripagare tutti?
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«Se un risparmiatore subisce un torto è giusto che possa far valere i propri diritti di fronte a un arbitro, a una commissione. Ma rimborsare tutti, senza che sia provata un’anomalia nella vendita dei titoli, è aberrante. È populismo puro, significa comprare voti».

Ma i casi di risparmiatori caduti nelle vicende bancarie sono moltissimi.

«Ridare i soldi a tutti senza distinzioni significa incentivare il gioco d’azzardo. Come si fa a dire a chi paga le tasse che, con i suoi soldi, si rifonde magari un imprenditore che aveva messo diverse migliaia di euro in una banca perché rendeva molto? Se rendeva molto, è perché era più rischiosa. In molti casi si tratta di rimborsare scommesse perse. Sono coinvolti migliaia di risparmiatori? Anziché inutili “navigator”, il governo assuma gente per vagliare caso per caso».

Come finirà l’Italia dei gialloverdi?
«Con i governi Renzi e Gentiloni avevamo ogni giorno 725 nuovi posti di lavoro, con questi ne perdiamo 415. Il deficit prima saliva mediamente di 3 miliardi al mese, ora avanza di 6. La mia paura è che l’aereo si schianti».

Cosa può succedere?
«Nel momento in cui il debito non sarà più sostenibile il governo sarà obbligato a fare manovre correttive. Facendo i bulletti a Bruxelles non si va da nessuna parte, anche perché il voto non cambierà significativamente il quadro in Europa».

Da investitore si tiene alla larga dall’Italia?
«Al contrario. Su 10 miliardi di dollari liquidi, ne abbiamo investiti 2 proprio in Italia, il 20%. Tantissimo, se conta che il Paese pesa per l’1,5% del Pil globale. Investiamo in titoli subordinati di Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali, oltre che in sofferenze bancarie da crediti immobiliari. Tutto questo però ci costa un supplemento di spiegazioni in giro per il mondo».

In che senso?
«Un esempio tra tanti: sei mesi fa a Tokyo ho dovuto passare il 40% del tempo a spiegare perché abbiamo una parte così rilevante delle nostre attività finanziarie investite in Italia».

C’è speranza che con Brexit Milano diventi un’alternativa a Londra?
«Chi può scappa da Londra e Milano è una città internazionale, proiettata oltre l’Italia. Ma le società che devono spostare i soldi cercano uno Stato che abbia un merito di credito a doppia o tripla A. L’Italia, invece, paga la sua tripla B e una minore capacità, rispetto ad altri, di sapersi proporre come alternativa».

Anche lei da settembre lei è tornato in Italia. Cosa l’ha indotta a tornare?
«Ricordo che il giorno di Brexit ero al “Wall Street Journal Ceo council”, che riuniva i primi 150 amministratori delegati inglesi a Londra. Il ministro dell’Industria fece questo commento: “In Inghilterra abbiamo molti premi Nobel, non tutti si chiamano Scott o Smith. Nonostante ciò, sono benvenuti”».

Nessuno è perfetto, anche tra i premi Nobel.

«Ma la cosa che più mi ha scioccato ha riguardato i miei bambini, inglesi al cento per cento, passaporto britannico, vincitori di borse di studio. Il giorno dopo il referendum la preside della loro scuola mi ha chiamato e mi ha detto: “Non vi preoccupate, per voi ci sarà sempre posto”. Evidentemente nella sua testa qualcosa era cambiato: noi siamo europei e di cognome non facciamo Smith. Londra è una città cosmopolita, ma è stata sdoganata una forma di discriminazione. Che colpisce anche i dual citizen, quelli che come me hanno una doppia cittadinanza».

Torniamo in Italia. Ritiene che i tempi siano maturi per un nuovo consolidamento bancario?
«In Italia ci sono quasi 20 mila sportelli, con il digitale però tutto è cambiato. Bisognerà ridurre i costi fissi, le filiali e, spiace dirlo, si dovrà trovare qualcosa da fare alle persone che vi lavorano. Prima del consolidamento, però, i bilanci dovranno essere in ordine».

Ora non lo sono?
«Il sistema ha superato l’emergenza, anche se per 5-10 anni dovremo continuare a pulire i bilanci, ancora gravati da 250 miliardi di esposizione tra sofferenze e inadempimenti probabili. Sono ancora pari a due volte e mezzo il capitale della banche, che è di 100 miliardi. Ma, ripeto, l’emergenza è passata».

Non crede che la possibile mossa di Unicredit su Commerzbank sia un modo di Mustier per spostare il baricentro della banca in Germania?
«Lo conosco da vent’anni: Mustier crede nell’Italia più degli italiani. In realtà un’eventuale aggregazione tra Commerzbank e Hvb (la banca tedesca del gruppo italiano, ndr) avrebbe senso industriale più che una combinazione tra Commerzbank e Deutsche Bank. Quest’ultima è un’operazione della politica tedesca per, in un certo senso, salvare Deutsche Bank e trovare un aiuto statale per 30-40 mila esuberi. Sotto il cappello di Unicredit, invece, in Germania nascerebbe un nuovo campione nazionale gestito dai manager di Commerz, con belle sinergie industriali».

Siete azionisti del Credito Valtellinese: il 2019 sarà l’anno buono per le nozze?
«Penso che il nuovo ad Luigi Lovaglio farà un buon lavoro, ma credo che ci vorranno due o tre anni perché la banca torni commercialmente valida. Ha però un vantaggio: sta in una bellissima zona geografica».

Dove peraltro c’è un’altra banca, la Popolare di Sondrio, che resterà cooperativa ancora per un po’, se non per sempre. Che cosa ne pensa del dietrofront di questo governo sulla conversione in Spa delle popolari?
«Se guardo alle recenti crisi bancarie, erano tutte popolari: Vicenza, Veneto Banca, le 4 banche, la stessa Credito Valtellinese. È un modello di governance che non funziona. Poi la Sondrio è una di quelle banche virtuose che ha fatto bene. Ma è un’eccezione. E comunque anche lei avrebbe vantaggi nel dotarsi di una diversa corporate governance. Perché se sei bravo, non temi nulla».

Ultima domanda su Tim. Un anno fa disse peste e corna sull’appoggio di Cdp al fondo Elliott per strappare il controllo ai francesi di Vivendi. Si è ricreduto?
«Ancora oggi penso che la decisione di Cdp di votare con Elliott resterà come una delle grandi onte del Paese. La politica industriale va fatta apertamente, non legandosi a un campione del mordi e fuggi, cui non importa nulla dell’Italia. Vivendi vive di Media e telecomunicazioni. Elliott non ha bisogno né dell’Italia né di alcun asset italiano».

 Licenza Creative Commons

Da - https://www.lastampa.it/2019/04/07/economia/una-follia-i-rimborsi-a-pioggia-ai-cittadini-traditi-dalle-banche-lWrBF83od2h6F9h6fPh2tN/pagina.html



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 inserito:: Aprile 13, 2019, 02:04:15 pm 
Aperta da Arlecchino - Ultimo messaggio da Arlecchino
Debito pubblico, l’Italia non cresce ormai da troppi anni. Ma una soluzione c’è (e non è convenzionale)

Economia & Lobby | 10 Aprile 2019

Enrico Grazzini
Giornalista economico e saggista
Durante l’ultimo Forum Ambrosetti, che all’inizio di aprile ha visto riuniti a Cernobbio molte delle personalità più illustri della politica e dell’economia italiana, è stato presentato uno studio sul debito pubblico italiano. Ma questo studio fornisce conclusioni fuorvianti se non totalmente sbagliate.

Senza dubbio la pesante zavorra che rischia di affondare l’economia italiana è il debito pubblico, pari nel 2018 al 132% del prodotto interno lordo, ovvero a 2.317 miliardi. Ambrosetti rileva giustamente che “nel lungo periodo, la condizione fondamentale affinché un debito pubblico sia sostenibile è che il tasso di crescita dell’economia sia superiore al tasso d’interesse”. Il problema di fondo è che l’Italia non cresce da molti, troppi anni. Ambrosetti lamenta il fatto che l’Italia non cresce perché la produttività non aumenta, gli imprenditori fanno pochi investimenti e ci sono troppo pochi laureati. E indica che, se la crescita rimarrà pari a zero o quasi, allora il debito (che continua ad aumentare sia in valore assoluto che in percentuale sul Pil) prima o poi diventerà insostenibile. Siamo quindi sull’orlo di una nuova gravissima crisi.

Però Ambrosetti non spiega come dare una scossa per fare ripartire l’economia. Non comprende che il vero grande problema è la caduta verticale della domanda aggregata (composta da consumi, investimenti, spesa pubblica ed export) e non la carenza di capacità produttiva, come dimostra l’avanzo commerciale con l’estero. Alla fine il rapporto Ambrosetti consiglia di abbassare il debito grazie all’aumento dell’avanzo primario, come del resto suggeriscono anche Carlo Cottarelli, tutti gli economisti convenzionali e le istituzioni che hanno provocato la grave crisi in cui viviamo, come in primis Bankitalia, l’Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale. L’avanzo primario, nella contabilità nazionale, è la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse le spese per gli interessi sul debito pubblico. Le entrate dello Stato derivano prevalentemente dalle tasse e dai contributi sociali; le spese sono invece quasi totalmente per i servizi sociali (sanità, istruzione, sicurezza, pensioni, ecc). Per lo studio Ambrosetti la soluzione per diminuire il peso del debito pubblico è quella di tagliare “quelle parti della spesa corrente (al netto quindi della spesa sanitaria e previdenziale) che possono essere ridotte”.

Tutti sono evidentemente d’accordo a eliminare gli sprechi della spesa pubblica! Il problema è che in sostanza si suggerisce di tagliare la spesa pubblica corrente – cioè in pratica gli stipendi degli insegnanti, dei magistrati, dei poliziotti, dei militari, ecc. – mentre si dovrebbero invece aumentare gli investimenti pubblici. Implicitamente lo studio suggerisce la stessa vecchia e suicida ricetta dell’“austerità espansiva” recentemente rilanciata – dopo i grandiosi fallimenti del governo Monti – dal trio Alesina, Giavazzi, Favero nel loro ultimo libro intitolato Austerità. Una ricetta che ha già portato al disastro greco: tra il 2009 e il 2017 il rapporto debito/Pil in Grecia è salito dal 127% al 179% a causa del drammatico calo del Pil (-25%), nonostante “aiuti” della Troika per 310 miliardi di euro.


Austerità
Nel loro studio, i tre noti economisti bocconiani finalmente riconoscono che molto raramente le politiche di austerità mirate a ridurre i deficit pubblici hanno funzionato – negando implicitamente l’efficacia delle politiche di austerità espansiva che finora hanno suggerito – ma affermano anche che, se queste sono state in qualche caso efficaci, allora lo sono state non perché lo Stato abbia aumentato le tasse, ma perché ha tagliato la spesa pubblica corrente.

Queste tesi sono così tanto declamate da tutte le principali istituzioni nazionali e internazionali da essere diventate perfino banali. Ma sono sbagliate. E’ chiaro che gli sprechi dello Stato fanno male all’economia; ed è indiscutibile che il moltiplicatore degli investimenti pubblici sia più elevato di quello delle spese correnti. Ma il report Ambrosetti e il trio dei bocconiani tacciono su una questione fondamentale. L’Italia da 25 anni ha un saldo primario positivo: vale a dire che da 25 anni i contribuenti pagano più tasse di quanto lo Stato spenda per i servizi sociali a favore dei suoi cittadini. In sintesi, negli ultimi 20 anni, dal 1999 al 2018, lo Stato italiano ha realizzato saldi primari attivi per 650 miliardi (valori attualizzati al 2018) che però non sono bastati a pagare 1.650 miliardi di interessi agli operatori finanziari e alla speculazione.

Lo Stato, senza più sovranità monetaria, è continuamente costretto a chiedere soldi ai mercati finanziari per saldare il conto. Così il debito pubblico è passato da circa 1.770 a 2.310 miliardi di euro. I sacrifici e l’austerità non portano a nulla, anzi sono controproducenti (non per la speculazione, ovviamente!).

Il problema è un altro. Quello che lo studio Ambrosetti e il trio dell’austerità non dicono è che in Italia, per superare il loop mortale in cui siamo caduti – fare più debito per ripagare il debito -, occorre rilanciare urgentemente la domanda rimettendo in circolazione la moneta. Per creare ricchezza e fare ripartire le attività produttive occorre che ci sia un forte aumento dei redditi spendibili: senza domanda e senza consumi la produzione e gli investimenti non ripartono, e la produttività e la competitività decadono. Il problema è che in Italia tutti i canali convenzionali per aumentare la liquidità monetaria sono bloccati (a parte l’export, ma non si vive di solo export!). Lo Stato non può aumentare la sua spesa e fare più deficit perché altrimenti viene penalizzato dal mercato finanziario con l’aumento dello spread, e viene punito da questa Ue serva della disciplina teutonica.

La Bce per statuto non può finanziare gli Stati e le opere pubbliche. Le banche italiane, colpite dalla crisi che ha provocato montagne di crediti deteriorati, fanno credito con il contagocce, e anzi, non hanno ancora recuperato il livello pre-crisi dei prestiti. A questo punto al governo non resta che attuare una soluzione non convenzionale: quella di emettere dei titoli/moneta convertibili in euro da assegnare direttamente a famiglie, enti pubblici e aziende per aumentare il loro potere di acquisto, e per fare ripartire la domanda e quindi la produzione. Se la Bce non può fare helicopter money, è lo Stato che deve creare titoli/moneta (e può farlo senza uscire dall’euro).

Grazie,
Peter Gomez

Economia & Lobby | 10 Aprile 2019

Da - https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/10/debito-pubblico-litalia-non-cresce-ormai-da-troppi-anni-ma-una-soluzione-ce-e-non-e-convenzionale/5097331/?fbclid=IwAR1ybsqTDvBRIuvhHbEb-SCGtLTPto1x0Un1qRNE4k5E9OkjWmJJNiiPzQA

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 inserito:: Aprile 13, 2019, 02:02:14 pm 
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La diplomazia giuridica, una risposta alle sfide globali
L’esportazione di modelli organizzativi e sistemi di valori come pratica per rimettere l’Italia al centro della scena internazionale

Pubblicato il 09/04/2019 - Ultima modifica il 09/04/2019 alle ore 21:49

FRANCESCA SFORZA
La “good governance” delle nuove questioni globali richiede istituzioni rinnovate, non tanto nella sostanza, quanto nella capacità di interagire fra loro in un modo più funzionale. Per questo oggi a Roma si è parlato di “Diplomazia giuridica”, titolo di un libro firmato da Alfredo Durante Mangoni, diplomatico e Giovanni Tartaglia Polcini, magistrato, e oggetto di una discussione che ha attraversato alcuni snodi fondamentali delle nostre istituzioni, dimostrando - come ha osservato il direttore della Stampa Maurizio Molinari, che ha moderato il dibattito - come da un libro si possa partire per dar vita a un laboratorio di idee”.

Ne hanno discusso, a Palazzo Giustiniani, il segretario generale della Farnesina Elisabetta Belloni, la rappresentante speciale della Presidenza Osce per la lotta alla corruzione Paola Severino, il giudice costituzionale Francesco Viganò, il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, e il procuratore nazionale Antimafia ed Anti-terrorismo Federico Cafiero De Raho.

Inizia la giornata con la Cucina de La Stampa, la newsletter di Maurizio Molinari
«Il diplomatico non è un giurista - ha osservato Elisabetta Belloni, aprendo la discussione - e ricordo ancora quando agli inizi della mia carriera l’allora segretario generale mi disse che ’il diplomatico è colui che sa niente di tutto’... Era un modo per dire che ci vuole una competenza che tenga insieme le varie possibili declinazioni dei settori istituzionali e che le faccia interagire nel modo più virtuoso possibile».

Una delle applicazioni più evidenti della diplomazia giuridica - ha spiegato Paola Severino, che ha curato la prefazione del libro - è proprio il settore dell’anticorruzione: “L’importanza di rimettere l’Italia al centro nella scena internazionale nella lotta ai fenomeni corruttivi passa anche attraverso la sistematizzazione di una materia così importante e delicata”. La promozione della lotta alla corruzione, infatti, coincide con la promozione e la difesa del sistema paese, dalla Business Integrity delle aziende alla trasparenza di norme e leggi.

«Sono molte le doglianze e le accuse che si sentono nei confronti della giustizia italiana - ha detto nel suo intervento Francesco Viganò - ma è bene anche concentrarsi sui suoi punti di forza: abbiamo discipline normative che sono veri prodotti da esportazione, soprattutto in America Latina, e che si pongono come promozione di una rule of law globale per i diritti”. Secondo Viganò infatti, “inglobare la tutela dei diritti fondamentali della persona nelle giurisprudenze è la vera sfida se si vuole essere efficaci nella lotta alla corruzione».

«La diplomazia giuridica - scrivono gli autori nell’introduzione - permette di traslare, condividere ed esportare norme, istituti, modelli organizzativi e sistemi di valori. Nella misura in cui individua e studia le best practices che si sono diffuse in una realtà specifica consente di anticipare scenari. Spesso avviene che modelli nazionali – indicati o riconosciuti come termini di riferimento – assurgano a standard nelle sedi multilaterali e, attraverso meccanismi convenzionali, finiscano per condizionare, permeandola, la legislazione nazionale di domani». «Perché se è vero che siamo il paese della mafia - ha osservato al proposito Raffaele Cantone - è vero anche che siamo il paese dell’antimafia, così come siamo allo stesso tempo il paese della corruzione e dell’anticorruzione, i cui sistemi e meccanismi vengono studiati in tantissimi paesi del mondo». Nel ricordare le tappe fondamentali che hanno scandito la storia dell’antimafia, il procuratore nazionale Antimafia ed Anti-terrorismo Federico Cafiero De Raho, ha voluto rievocare l’esperienza di Giovanni Falcone, mettendo l’accento «sull’importanza del soft power» che grazie a quell’esempio si impose nelle istituzioni del Paese.
 Licenza Creative Commons

Da - https://www.lastampa.it/2019/04/09/italia/la-diplomazia-giuridica-una-risposta-alle-sfide-globali-YTD3cWAVIxWJkQhGWAUYvL/pagina.html


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 inserito:: Aprile 13, 2019, 02:00:41 pm 
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DOVE ABITA IL RADICALISMO?
   
GABRIELE AROSIO
6 aprile 2019

C’è un passaggio del Contratto di governo Lega-Cinque stelle che perentoriamente ordina “la chiusura immediata di tutte le associazioni islamiche radicali nonché di moschee e di luoghi di culto, comunque denominati, che risultano irregolari”.

Non è chi non veda che il termine “radicali” è assai generico applicato ad una religione.
Ci sono infiniti modi di declinarlo. Radicale è sicuramente chi predica il ritorno all’Islam delle “radici” o interpreta il Corano come “radice” della propria fede, ma questi sono modi che non costituiscono nessun reato.

Chi invece, dicendo di ispirarsi all’Islam, mette in essere atti violenti o terroristici non compie un reato perché “radicale”, ma perché attenta all’ordine pubblico.

Sarebbe stato più preciso l’uso del termine “associazioni islamiche fondamentaliste”?
Anche qui il termine non identifica immediatamente una religione che si fa minaccia concreta alla vita e alla libertà degli altri cittadini.

Però radicalismo e fondamentalismo sono sinonimi che si prestano a qualche considerazione.
Quando una religione diviene fondamentalista? Possiamo rispondere così: quando espunge la possibilità di un’interpretazione alla lettura dei propri testi sacri, ne compie una lettura letteralista priva di analisi e di argomentazione. E di conseguenza impone una sua verità cui ci si può solo adeguare. L’espressione più importante di una religione fondamentalista è il dogma.

Il fondamentalismo è nemico della cultura. Oliver Roy, grande conoscitore e interprete dei fenomeni religiosi del nostro tempo, parla di “santa ignoranza” [1] per classificare quelle religioni che avanzano “senza cultura”, senza intelligenza, prive di lettura simbolica del reale. Rifiutando ogni dialogo o contaminazione con l’arte, la letteratura, la poesia…viste come prodotti decadenti di un ateismo pericoloso.

Chiuso il convegno sulla famiglia di Verona e spenti i riflettori della polemica, qualche considerazione più pacata si può fare.

L’idea centrale è stata sicuramente questa: la famiglia è evento naturale.

Ecco questa è proprio un’idea fondamentalista. Priva di qualsiasi percorso culturale per leggere ad esempio i cambiamenti che nel corso della storia umana ha conosciuto la famiglia, la diversità del concetto di famiglia presso le infinite culture umane e religiose del mondo.

Massimo Recalcati, psicanalista e intellettuale, ha descritto così la riduzione di questa idea naturale della famiglia: “il mistero della generazione della vita e della sua accoglienza non può mai essere ridotto materialisticamente alle leggi della natura perché porta con sé quel miracolo della parola senza il quale l’umanizzazione della vita sarebbe semplicemente impossibile. Quale parola? Quella che davvero feconda la vita rendendola degna di vita, istituendola come vita di un figlio. Quella parola che nomina e riconosce in una vita particolare non la manifestazione anonima della natura, ma una vita umana, vita portata da un nome proprio. L’amore non è mai, infatti, amore generico per la vita, ma è sempre amore di un nome. Senza il miracolo della parola che adotta la vita del figlio non esiste né padre, né madre, non esiste quella responsabilità illimitata che istituisce la genitorialità ben al di là delle leggi della natura”.

Che cos’è la parola se non cultura? Che cos’è la parola se non interpretazione, immaginazione, creatività?

Vien da dire ai leghisti nostrani: proprio sicuri che il fondamentalismo/radicalismo abiti solo nell’orto del vicino (musulmano)?

[1] Olivier Roy, La santa ignoranza. Religioni senza cultura, Feltrinelli

TAG: fondamentalismo, lega nord salvini, radicalismo, Religione e politica
CAT: Governo, Religione

Da - https://www.glistatigenerali.com/governo_religione/dove-abita-il-radicalismo

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 inserito:: Aprile 13, 2019, 01:57:54 pm 
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In Algeria nuovo venerdì di mobilitazione di massa contro il “Sistema”
L’Algeria in piazza per urlare l’ennesimo no ai passi compiuti dal regime (Foto Francesca Paci)

Pubblicato il 12/04/2019 - Ultima modifica il 12/04/2019 alle ore 12:18

FRANCESCA PACI
INVIATA AD ALGERI

L’Algeria torna in piazza stamattina per urlare l’ennesimo no ai passi compiuti dal regime verso le richieste di oltre venti milioni di abitanti (su 43 milioni) che da 22 febbraio scorso, ogni venerdì, riempiono le principali città del Paese decisi a non mollare la presa sul loro futuro. Sin dalle 8 di stamattina, mentre l’elicottero delle forze di sicurezza iniziava a sorvolare la simbolica piazza della Gran Poste, donne e uomini di tutte le età e di tutte le classi sociali erano già qui, a comprare cappellini e braccialetti con la bandiera nazionale, a intonare slogan contro il «pouvoir» («pouvoir assassin»), a ripetere che no, quanto ottenuto non basta, che la nomina del presidente ad interim e ex presidente del Senato Bensalah è un prolungamento del vecchio sistema, che le elezioni annunciate dal capo delle forze armate Gadi Salah per il 4 luglio non s’han da fare, che l’esercito deve rompere gli indugi e schierarsi con il popolo algerino.

I blindati e gli agenti in tenuta anti sommossa sono ovunque, intorno alla piazza e nei vicoli che s’inerpicano verso la leggendaria Casbah. Compatti, armatissimi, molto giovani. Ma i loro volti non raccontano la tensione che in queste stesse circostanze, negli anni passati, si vedeva invece su quelle dei loro colleghi egiziani, il riferimento al quale gli algerini non vogliono essere assolutamente associati perché ripetono di aver imparato la lezione di piazza Tahrir e di averla elaborata insieme ai fantasmi della guerra civile. I poliziotti per ora, sembrano sorridere, si tolgono le mascherine, si guardano intorno. Fino adesso le proteste sono andate avanti pacificamente e la risposta delle forze dell’ordine è stata tranquilla, con l’unica eccezione di martedì scorso quando ai giovani inferociti per l’annuncio delle elezioni che non riconoscono la polizia ha replicato con idranti, gas lacrimogeni, tensione non compressa.

Basta aggirarsi per i giardini, sulle scalinate intorno alla piazza, nei caffé (aperti) delle strade laterali, per vedere famiglie, nonni e nipoti, eleganti signori con bastoni d’altri tempi e ragazze con i jeans strappati, hijab e capelli lunghissimi sciolti. C’è confidenza nell’aria. Per quanto da ieri sera si respirasse una cappa grave sul Algeri, al pensiero del venerdì annunciato come il più massiccio dall’inizio della rivolta, nata contro il quinto mandato del malatissimo ormai ex presidente Bouteflika, il sole bacia una distesa umana festante. La giornata è lunga, ammettono i manifestanti. E però si spera. Le cantilene si moltiplicano contro il «pouvoir» ma non ci sono sigle politiche, neppure dell’opposizione. Alcuni leader dei partiti, come Zouibra Assoul, hanno affiancato la protesta ma a titolo personale. La piazza rifiuta l’idea stessa di leader, anche perché ha paura di bruciarsi. L’unico «padre» riconosciuto per ora, è l’avvocato Mostefa Bouchachi, un dissidente interdetto dalla tv pubblica per 25 anni e ricomparso di colpo nelle ultime tre settimane sull’onda di «purificazione» dal passato che ha travolto anche i media di Stato.

Passano le ore e la Gran Porte si carica, riflettendo nel Mediterraneo volti e voci di questo popolo giovane, con gli under 30 che superano il 70%, con un posto fisso nella top 15 dei Paesi adagiati su gas e petrolio ma con un salario medio di 150 euro al mese compensato dai lauti sussidi per l’istruzione, l’elettricità e la salute con cui, si dice oggi tra la gente, si è comprato finora la pace sociale. «Qui non si muore di fame ma si muore di mancanza di dignità», dice Sabrina fotografando i connazionali con il telefonino. Nessuno vuole tornare indietro e confida in cuor suo che come si e’ rotto il muro della paura si stia sgretolando la compattezza del regime, che pian piano ha concesso l’impensabibile, poco ma impensabile nel passato. E’ un giorno storico, per Sabrina e per tutti questi algerini che sognano di iscrivere i venerdì dell’orgoglio nella Storia nazionale come una vittoria pacifica, merce rara nella regione.
 Licenza Creative Commons

Da - https://www.lastampa.it/2019/04/12/esteri/in-algeria-nuovo-venerd-di-mobilitazione-di-massa-contro-il-sistema-WiNu3QalwLzGXBGG1mIFVJ/pagina.html

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