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6001  Forum Pubblico / ESTERO: Il Mondo, la politica, i personaggi, le news. / Kenya, finire in cella per le armi giocattolo inserito:: Agosto 09, 2007, 04:59:57 pm
Kenya, finire in cella per le armi giocattolo
Francesco Papa-Silvano Scasseddu


Io e Silvano Scasseddu siamo arrivati in Kenya con la troupe il 23 giugno per girare un film per la tv dal titolo The African Game con protagonista Luca Ward, prodotto dalla Dania Film di Luciano Martino.

Il regista e produttore esecutivo Massimo Tarantini era già sul posto dal 9 giugno con il direttore della fotografia, l’assistente operatore, l’aiuto regista, l’ispettore di produzione e la costumista.

Con noi viaggiava anche gran parte delle attrezzature tecniche di ripresa: circa 50 colli per un peso di 700 kg.

Dopo aver iniziato il 24 giugno le riprese allo Tsavo Park e proseguito a Mombasa, siamo arrivati a Malindi mercoledì 4 luglio per terminare le restanti 3 settimane di produzione in Kenya. Il giorno 6 luglio, è un venerdì, io e Silvano, responsabile degli effetti speciali e delle armi di scena, veniamo prelevati dall’albergo e portati alla stazione di polizia di Malindi, dove veniamo accusati di aver importato senza permesso armi da fuoco! Le armi in questione sono delle repliche di plastica usate come «props» (oggetti di scena), che sono state regolarmente spedite via cargo in Kenya dall’Italia e che incautamente la dogana ci ha rilasciato, non avvertendoci che le armi finte o giocattolo per la legge keniota sono equiparate a quelle vere.

Il nostro service locale, una società dal nome Waas, omette inoltre di fornirci le necessarie informazioni tali da garantire il regolare andamento della produzione del film. Oltre alle armi finte avevamo con noi anche armi vere da usare per le riprese del film, armi ovviamente modificate dalla balistica per poter sparare solo colpi a salve e comunemente usate nei film. Tali armi, vere, sono state regolarmente esportate con l’autorizzazione del ministero degli Interni e hanno ottenuto i necessari permessi in Kenya. Nei giorni delle riprese sono state custodite da tre ufficiali di polizia e tutte le sere consegnate all’armeria della locale stazione di polizia. Appena i poliziotti che scortano le armi vere ci fanno notare che anche quelle finte hanno bisogno di un permesso le consegniamo immediatamente a loro. Da quel momento saranno sempre in loro custodia. Alla stazione di polizia, dopo una intera giornata di interrogatori estenuanti e di via vai generale, veniamo finalmente rilasciati su cauzione e i nostri passaporti ritirati, dopo l’intervento di Marco Vancini (proprietario del Coral Key dove alloggiamo e di altri alberghi in Kenya, nonchè co-produttore del film), del console Roberto Macrì e di altri esponenti locali. Mercoledì 11 luglio i nostri passaporti e la cauzione vengono restituiti e la nostra accusa fatta cadere, attraverso una comunicazione della polizia investigativa al nostro avvocato Tukero Ole Kina che ci aveva assistito dal primo momento.

Ci assicurano che tutto è risolto, noi possiamo continuare nel nostro lavoro e anzi ci viene anche permesso di ritirare le armi finte per utilizzarle sul set. Il permesso per queste armi viene nel frattempo richiesto e la pratica avviata grazie anche al rappresentante del governo keniota presente sul nostro set, Patrick Allan Sua. Giorno dopo giorno Sua ci informa che il permesso è pronto, che il fax da Nairobi è in arrivo da un momento all’altro. Purtroppo sono solo parole. Noi stiamo ancora aspettando.... Le riprese continuano con difficoltà ma vanno avanti fino al 18 luglio, quando sia io che Silvano veniamo di nuovo convocati in polizia, dove ci viene comunicato che siamo in arresto e che dobbiamo andare immediatamente in Corte per il processo! L’avvocato che ci aveva assistito, Ole Kina, è a Dubai. Viene trovato allora un sostituto. Alcuni ci invitano a dichiararci colpevoli, così da ottenere una lieve condanna pecuniaria e la fine del caso. A noi la storia sembra poco credibile e soprattutto non di facile soluzione, dal momento che eravamo riusciti a leggere gli articoli della legge, secondo la quale per il reato di importazioni di armi da fuoco si prevede una condanna fino a 6 mesi che può essere commutata in pena pecuniaria. Silvano ed io seguiamo il consiglio dell’avvocato sostituto e ci dichiariamo davanti alla corte «not guilty», non colpevoli.

Il processo sembra una farsa, il giudice fissa l’udienza successiva il 17 settembre e ci commina una cauzione di 500.000 scellini (6.000 euro) a testa. Veniamo sbattuti in una cella schifosa e maleodorante di urina insieme ad altri disgraziati africani in un contesto di degrado e soprusi. Si scatena la corsa a trovare la maniera di pagare la cauzione, che la Corte non vuole in denaro ma con libretti di circolazione di autoveicoli. Trascorriamo la giornata nella cella del tribunale, fino a che non veniamo portati nella stazione di polizia per passare la notte nella prigione attigua. Riusciamo ad evitare le celle che sono in realtà una latrina, convincendoli a farci passare la notte nella stanza antistante dove soggiorna una nuvola impressionante di zanzare. La produzione riesce a farci avere del cibo che distribuiamo anche ai detenuti e ai poliziotti. A un certo punto riusciamo a convincere il capo della polizia a farci dichiarare malati e a spedirci sotto scorta all’ospedale St. Peter dove riusciamo a dormire qualche ora su un vero letto. Il giorno dopo veniamo riportati prima in polizia, poi caricati con altri 20 disperati su un pick-up e trasportati di nuovo in tribunale, dove veniamo sistemati sempre nella cella dove eravamo già stati, questa volta in compagnia di tre giovani prostitute. Cominciano le ore di attesa per riuscire a chiudere la pratica della cauzione. Le cose sembrano complicarsi ancora. Il giudice non c’è e la cauzione non può essere firmata. È tardi e siamo ormai rassegnati.... Finalmente alle 19 veniamo rilasciati, giusto in tempo per evitare la prigione di Mtangani, vero girone dantesco, 60 per cella di 4 metri per 4. La cauzione è stata pagata e il giudice ha firmato. Ma dei nostri passaporti nemmeno l’ombra: sono stati sequestrati.

Torniamo in albergo, per il giorno dopo è fissata una nuova udienza, dove ci viene chiesto da tutti di dichiararci colpevoli al fine di ottenere solo una condanna pecuniaria. La cosa ancora una volta non ci convince. Abbiamo l’impressione di essere un po’ una gallina dalle uova d’oro, che non vedono l’ora di raccogliere...siamo sempre meno convinti di dichiararci colpevoli. Ci sembra tutto troppo improvvisato e rischioso. Arriviamo al tribunale, ma il tempo passa e il giudice ritarda l’udienza. Venuto a sapere della nostra tragedia, l’avvocato Ole Kina interrompe il suo viaggio a Dubai e ci raggiunge in tribunale. C’è molta confusione. Gli avvocati vengono chiamati dal giudice che non riesce a trovare la gazzetta ufficiale con gli emendamenti alla legge in oggetto promulgata nel 2003. Non si può procedere. Il tutto viene rimandato. Passiamo il pomeriggio con Ole Kina, cercando di aiutarlo a preparare il documento in nostra difesa da presentare allo State Council per convincerlo ad adoperarsi presso la loro Procura Generale al fine di far cadere le accuse nei nostri confronti. Scopriamo inoltre che secondo un emendamento all’articolo sul quale si fonda la nostra accusa, la pena prevista non è di 6 mesi di carcere, bensì va da un minimo di 7 anni fino ad un massimo di 15, oltretutto non commutabile in una pena pecuniaria!!

Ora siamo qui, prigionieri dello Stato del Kenya, con un’accusa molto grave in attesa di essere processati. Il reato in questione non può essere ascritto né a me né a Silvano. Quando è stata sdoganata la spedizione, che conteneva le armi finte, era il 19 giugno e noi ancora non eravamo in Kenya, siamo arrivati solo il 23. Se reato c’è stato, è stato commesso alla dogana di Nairobi il 19 giugno da chi ha omesso di verificare il contenuto delle casse, che avrebbe impedito l’entrata in Kenya delle armi di plastica di scena, in attesa di ottenere il necessario permesso, esattamente come è accaduto per quelle vere, che sono state regolarmente utilizzate e già rispedite in Italia. Si tratta di un grave atto di discriminazione e di violazione dei più elementari diritti della persona, perpetuato nei confronti di italiani che come unica colpa hanno avuto quella di essere venuti in Kenya a lavorare per la produzione di un film.

Denunceremo, appena possibile, alla Corte internazionale dell’Aja questo abuso nei nostri confronti, chiedendo un risarcimento per l’ingiusta confisca dei passaporti e della violazione dei diritti umani subita. Il dramma è che al momento non sappiamo quando ci saranno restituiti i nostri passaporti e quando quindi potremmo fare ritorno in Italia. Il rischio è che il processo potrebbe anche durare mesi, durante i quali continueremo ad essere prigionieri in Kenya.

Pubblicato il: 09.08.07
Modificato il: 09.08.07 alle ore 14.19   
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6002  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / BERLUSCONI: NUOVO PARTITO? FANTASIE DI FERRAGOSTO? No Confermato! inserito:: Agosto 09, 2007, 04:55:24 pm
«Il programma della Cdl? Da buttare»

Natalia Lombardo


Destra «Ho telefonato a Tremonti: mi ha ribadito che non c’è un lavoro a quattro mani con Bossi, a settembre riparte “Officina” per elaborare insieme un programma del centrodestra. Questo è stato un anno di stasi», spiega Gianni Alemanno, ex ministro e ora deputato di An, in vacanza a Cortina.

Da cosa nasce la scelta di An di manifestare da sola?
«Dall’archiviazione del progetto di partito unico e di una federazione del centrodestra».

Da parte di Berlusconi?
«Non da parte nostra, da parte di FI, dell’Udc e di altre forze politiche. Noi vogliamo rilanciare la nostra presenza politica con delle iniziative che evidenzino il ruolo di An nel centrodestra».

Bondi ha proposto un replay del 2 dicembre a San Giovanni.
Ci sarete o scendere in piazza due volte è difficile?
«Non ci tiriamo indietro, Ma, al di là del protagonismo del nostro partito, facciamo notare una stasi del centrodestra, quest’anno. Andiamo in piazza per rompere il ghiaccio, perché la Cdl si è limitata a denunciare i fallimenti di Prodi ma non a lavorare a un progetto alternativo di governo, a un nuovo programma politico elettorale.
E questo può crearci dei problemi quando nel centrosinistra si sta preparando un cambio della guardia con Veltroni».

E An perde pezzi con l’uscita di Storace e Buontempo. Un bel problema?
«È una sfida da non sottovalutare, anche se il motore vero di questa uscita è di carattere personalistico. Però oggi c’è qualcuno che si dedicherà a rimarcare con molta puntigliosità i nostri errori o le nostre latitanze, quindi dobbiamo tenerne conto».

Non è curioso che FI, ma anche An, ci tengano a dire «non manifestiamo contro il Pd» e contro le primarie?
«Bondi ha avuto un atteggiamento da primo della classe. Per noi non si tratta di manifestare contro le primarie, ma di dimostrare agli italiani, nel momento in cui il Pd lancia un messaggio forte, che anche il centrodestra è in movimento. E farla il 13 ottobre rafforza questa messaggio».

Perché Bondi è preoccupato di non disturbare il Pd?
«È come se desse fastidio il fatto che An si rimetta in movimento, ma è sbagliato pensare che vogliamo dividere il centrodestra. Ecco, certe volte ascoltando alcuni esponenti di FI, sembra che sia sufficiente quello che abbiamo fatto nei cinque anni di governo, o che gli italiani ci giudichino meglio rispetto al governo Prodi. Non basta. Bisogna lanciare una nuova stagione politica».

«Libero» ha montato un «programma» scritto da Tremonti e Bossi, senza An.
«Ho appena telefonato a Tremonti, e lui mi ha ribadito che, al di là dell’uscita di Bossi e che Libero abbia pubblicato quel vecchio seminario, non c’è un lavoro comune di FI e della Lega per conto proprio. A settembre c’è la disponibilità di rimettere in piedi “Officina” e di cominciare a fare un lavoro esteso a tutto il centrodestra».

Il programma parlava della cacciata dei «fannulloni» del pubblico impiego, elettorato di An. Che ne dice?
«Ecco, un altro errore, almeno di Libero: affrontare le questioni in modo distruttivo: che ci sia un problema di meritocrazia non c’è dubbio, ma è inutile lanciare insulti generici a un’intera categorie. Su questi nodi dobbiamo trovare una sintesi: non possiamo parlare solo al popolo delle partite Iva, ma anche ai lavoratori dipendenti».

Berlusconi è convinto di votare nel 2008. È sempre lui il leader?
«Se si vota non ci tiriamo indietro. La leadership di Berlusconi è dettata dai numeri. Le ultime elezioni hanno parlato chiaro sui voti di Fi con il nome di Berlusconi nel simbolo. A questo non ci si può girare attorno».

Come legge elettorale si insiste sul sistema tedesco. An sostiene il referendum?
«C’era una convergenza, fra noi, Veltroni e Mastella, sul Sindaco d’Italia. Col modello tedesco si torna al centro mobile e alla politica dei due forni, con poca trasparenza».

Il Ppe è più lontano per Fini. Quali prospettive ha An?
«In Europa c’è un vento identitario, quello che ha fatto vincere Sarkozy in Francia. Senza cadere in messaggi xenofobi e identitari dobbiamo parlare alla destra profonda, dove credo ci sia uno spazio elettorale più vasto che al centro».

Prima che lo occupi Storace?
«Bisogna essere attrezzati...».

Il 2 dicembre andreste in piazza?
«Se è su temi chiari e propositivi, sì. La manifestazione del 13 è sulla sicurezza, un problema di Roma e dell’Italia».

E contro Veltroni sindaco?
«Anche, ma è nazionale».

Quante persone vi aspettate?
«Almeno 100mila».

Pubblicato il: 09.08.07
Modificato il: 09.08.07 alle ore 14.17   
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6003  Forum Pubblico / La Nostra CULTURA è un RECINTO dove Incontrare le ALTRE. / FERDINANDO CAMON - Ultimo dubbio sulla strage di Bologna inserito:: Agosto 09, 2007, 04:52:32 pm
Ultimo dubbio sulla strage di Bologna
Ferdinando Camon


Negli anni 70 c’era a Padova, vicino al Liviano, che è la Facoltà di Lettere, una libreria aperta solo al giovedì, dalle 22 alle 24. Aveva anche materiale proibito per legge. Mi ci sono recato tre volte. La libreria non aveva vetrina, ma una saracinesca sempre abbassata. Sul campanello, la sigla Ar. Come Ariani, Ares, aretè, aristocrazia: guerra, virtù, razza eletta. Suonavo il campanello, qualcuno veniva a prendermi, mi accompagnava per un corridoio semibuio, e di colpo mi trovavo nello stanzone dei libri: un paralitico su una sedia a rotelle m’interrogava, chi ero, che libri volevo, perché. Tra i libri che ho comprato ce n’era uno che spiegava perché chi vuole cambiare la storia ha bisogno di una strage. Stavo scrivendo un romanzo sul terrorismo, Occidente, e nella parte in cui esponevo l’ideologia del gruppo terrorista calai interi brani di quell’opuscolo. Anni dopo, con mio stupore, con mia paura, la polizia che indagava sulla cellula terroristica incriminata per la strage di Bologna, trovò un quaderno in cui eran riportati quei brani, undici pagine del romanzo, copiate a mano, tutte in caratteri maiuscoli. La polizia ritiene che la cellula neofascista si riunisse per discutere quelle ragioni e farle proprie. Lì starebbe «il movente» della strage di Bologna. Non è un movente «piccolo», non si tratta di punire un traditore o eliminare un avversario. Si tratta di «inginocchiare il popolo». Un popolo messo in ginocchio è disposto a cercare la protezione di chiunque abbia la forza e la potenza di garantirgli non più la giustizia o la democrazia, traguardi inferiori e scaduti, ma la protezione, nuovo traguardo immediato e necessario. La ragione principale per cui alcuni (e non sono pochi) dubitano che i condannati per la strage di Bologna (il Fioravanti e la Mambro) siano i veri colpevoli, è la distanza tra il livello della strage e il livello a cui quei personaggi vivevano la loro vita (vedo che è anche il dubbio dell’ultimo, e riassuntivo, libro sulla strage di Bologna, che esce adesso: Tutta un’altra strage di Riccardo Bocca, editore Bur, pagg. 261, euro 10,20. È questo il libro che mi suscita i ricordi che rievoco qui). Fioravanti e la Mambro sono personaggi da «regolamenti di conti». La strage di Bologna richiede molto di più. Richiede organizzazioni internazionali o Stati terroristi. Quelle 11 pagine furono inserite nell’arringa dell’accusa e nella sentenza di condanna all’ergastolo. La Mambro ha un fratello. Il fratello venne a casa mia per un colloquio. Lui non metteva in discussione che la sorella avesse ucciso diverse persone, ma affermava la sua assoluta innocenza riguardo a quella strage. Sui rapporti fra ideologia e morte, teorie stragiste e stragi eseguite, avevo avuto un incontro e un dialogo con un altro personaggio: il terrorista «nero», che descrivo nel romanzo. Era stato condannato all’ergastolo per la strage di Piazza Fontana, poi assolto, poi ri-condannato ad altre pene. In quel momento era agli arresti domiciliari a Brindisi, mille chilometri da casa mia. Mi chiede un incontro. Vado a Brindisi, quattro ore di colloquio, io seduto lui in piedi (è «l’uomo che non si siede mai»), io a far domande sul «diritto di strage», lui a ribadire che «il capo» ha questo diritto, è un diritto-dovere che il capo esercita perché il capo è lo strumento di un destino che lo scavalca, chi viene sacrificato da questo diritto trova il suo senso nel sacrificio. Era stato condannato per strage e poi assolto, ma avendo letto le sue opere mi ritenevo in diritto di porre di nuovo il problema, non come problema giuridico ma come problema etico. E gli chiesi: «Lei è innocente?». Lui mi passò alle spalle e mi sussurrò all’orecchio destro queste parole: «È innocente non colui che è incapace di peccare, ma colui che pecca senza rimorsi». Fu la sua ultima risposta. Mi torna in mente ogni volta che sento una strage, Eta, Ira, Al Qaeda, Afghanistan, Iraq, Palestina, kamikaze vari: la strage è possibile solo se colui che la fa porta dentro di sé un codice morale che lo assolve. Lo stragista è più sereno dopo che prima. Più «puro», più «santo». Più «in pace». Ora, è questo il problema per i due principali condannati per la strage di Bologna: tutto giustificano della propria vita, delitti su delitti (13 lui, 16 lei), ma rifiutano solo quella strage.

L’inchiesta di Riccardo Bocca propende per la tesi colpevolista: quei condannati sono i veri colpevoli. Ma non è una tesi fermissima. L’ultimo capitolo è un dialogo con Cossiga, che quella tesi la rifiuta in toto. Il problema sta qui: se le ragioni della strage sono quelle e se gli autori sono quelli, ora che hanno scontato la pena trarrebbero coerenza e grandezza dalla rivendicazione. Ma non l’hanno mai fatta. Non la faranno mai.
Perché?


Pubblicato il: 09.08.07
Modificato il: 09.08.07 alle ore 14.16   
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6004  Forum Pubblico / PROTAGONISTI (news varie su loro). / In una casa popolare la nipote segreta di Giacomo Puccini inserito:: Agosto 09, 2007, 04:45:00 pm
Pisa.

È una casalinga di 61 anni

Il regista Benvenuti ha trovato documenti preziosi e girerà un film

In una casa popolare la nipote segreta di Giacomo Puccini

Giovanni Parlato


 PISA. Nadia Manfredi ha 61 anni. Abita al terzo piano di un palazzo in piazza Caduti di El Alamein. È una piazza che raccoglie diversi edifici all’estrema periferia, sono questi gli ultimi palazzi di Cisanello. In questi palazzi popolari, vive questa persona con una storia famigliare piena di segreti. Sarebbe lei, Nadia Manfredi, la nipote segreta di Giacomo Puccini.

Il padre sarebbe nato da una relazione extraconiugale che il maestro di Torre del Lago ebbe con Giulia Manfredi.
Quest’ultima era la cugina di Doria, la governante di casa Puccini, che venne accusata da Elvira Puccini di essere l’amante del marito. Per questa accusa, Doria si uccise. La vera amante di Giacomo Puccini non era lei, ma sarebbe stata la cugina Giulia. Dalla relazione nacque un figlio, ribattezzato Antonio, di cui si sa pochissimo. Sappiamo solo che ebbe una figlia, appunto, Nadia Manfredi che ora vive a Cisanello e sarebbe la presunta nipote del maestro.
La signora, casalinga, è sposata con Fabio Di Sacco. La coppia ha avuto una figlia, oggi trentatrenne, sposata, con un bambino di 8 anni: sarebbe lui l’ultimo pro-nipote del grande maestro.

Abbiamo provato a parlare con la signora Nadia ma lei ha preferito non fare dichiarazioni mantenendo quella linea di riservatezza che per decenni tutta la famiglia ha fatto propria. Il marito invita caso mai a parlare col regista Paolo Benvenuti. È quest’ultimo che ha scoperto la storia e che avrebbe convinto Nadia a uscire, prossimamente, allo scoperto.

Il cineasta pisano sta scrivendo una sceneggiatura imperniata sulla vicenda di Doria Manfredi, la governante che poi si avvelenò. Nel cercare particolari utili per la sua storia, Benvenuti si è imbattuto su un’altra storia parallela, quella - appunto - del figlio segreto e, di conseguenza, della nipote segreta. Benvenuti - che al momento vuole tenere lontani i giornalisti dalla signora e da ogni curiosità che potrebbe nascere - avrebbe scoperto il mistero proprio in una cassa custodita nella casa di Nadia Manfredi, nel palazzo di Cisanello a Pisa. Avrebbe trovato un vero tesoro per un regista e per qualsiasi uomo di cultura. All’interno della cassa, sarebbero state custodite lettere autografe del maestro che testimonierebbero questa relazione. E poi fotografie dell’epoca oltre a un filmato forse diretto da Giovacchino Forzano (noto per avere poi fondato gli studios cinematografici Cosmopolitan a Tirrenia). In questo film inedito, della durata di una decina di minuti, si vede il maestro Giacomo Puccini mentre compone al piano e in gita sul lago. Un filmato che sarà presentato al prossimo festival del Cinema di Venezia dove si preannuncia come una vera chicca sia per gli appassionati di cinema che del maestro.
Intanto, nel giro di poco tempo, inizieranno le riprese del film di Benvenuti intitolato «La fanciulla del lago» ispirato alla morte di Doria Manfredi. La sceneggiatura è stata scritta dal regista pisano insieme agli allievi di scuola di cinema «Intolerance» di Viareggio.(08 agosto 2007)

da espresso.repubblica.it
6005  Forum Pubblico / ESTERO: Il Mondo, la politica, i personaggi, le news. / Sarkozy chiama Monti e chiede alla Bce di evitare una stretta inserito:: Agosto 08, 2007, 05:12:02 pm
Sarkozy, lo stile conquista aspettando la politica

Gianni Marsilli


Più che una presidenza, è un capogiro. Non si era neanche spenta l’eco della liberazione degli ostaggi bulgari in mano a Gheddafi, ed ecco spuntare la strepitosa ipotesi, per quanto non confermata, che anche il calvario di Ingrid Betancourt stia per finire. Ogni giorno sui giornali di tutto il mondo compare una foto di lui, l’onnipresente presidente, anzi l’onnipresidente, come l’ha chiamato François Hollande che voleva prenderlo per i fondelli ma gli ha creato invece nuova popolarità: a cavallo di uno scooter sulle acque del lago Winnepesaukee nel New Hampshire, a torso nudo mentre se ne va a pesca, in costume mentre se la prende con due fotografi.

Non è neanche esclusa una visita a Bush, che 80 km da lì possiede una residenza: amano ambedue pedalare, potrebbero farlo insieme. George non ha nulla da perdere a farsi vedere in giro con il successore di quella bestia nera di Chirac, Nicolas ha tutto da guadagnarci, tanto tra poco più di un anno di Bush resterà solo l’amaro ricordo. A pensarci bene, le vacanze estive della famiglia Sarkozy sono la vera rivoluzione culturale della nuova presidenza. I francesi erano abituati a ben altro stile. Jacques Chirac sulla francesissima spiaggia di Fort Bregançon agghindato come un turista nordico al supermercato: bermuda, mocassini e terrificanti calzini corti. Ma familiare, un vicino come un altro, il roulottista della porta accanto. François Mitterrand all’ombra dei platani della sua tenuta di Latche, nella Charente-Maritime, panama bianco in testa e tra le mani un libro, mentre annusa la brezza atlantica che ne rinfresca i pomeriggi di campagna profonda (in verità a Latche non ci stava molto, piuttosto a Gordes da Anne Pingeot e la piccola Mazarine, ma all’epoca era un segreto di Stato). E prima ancora il pur mondano e moderno Giscard d’Estaing, che in agosto aveva cura di non muoversi dal suolo vulcanico del suo Auvergne, e di bere volentieri un bicchiere con gli indigeni, con la noncuranza e gli abiti del «gentleman farmer». Per non parlare dell’intimità di Colombey-deux-Eglises, dove il Generale si ritirava a vergare le sue memorie, o per appisolarsi un momento, le mani intrecciate sul ventre da notaio. Profondissima vecchia e douce France, agostana e sonnolenta, mosche e rosé, autarchica nella pratica vacanziera.

Lui no, lui se ne è andato in America. «Come 900mila miei compatrioti fanno ogni anno», ha replicato risentito a chi s’interrogava sull’opportunità di soggiornare in un posto, di proprietà di un ex «executive» di Microsoft, che costa 20mila dollari la settimana. Ecco, il tempo di un agosto e tutti i suoi predecessori sembrano consegnati ad una storia antica e quasi dimenticata. E nel contempo sono serviti anche gli antiamericani in servizio permanente, che in Francia abbondano particolarmente, a sinistra come a destra: dagli «amerloques» si può portare la famiglia in vacanza, e buonanotte alle partite di «petanque», alle spiagge bretoni o alla lucente Costa Azzurra. La cosa non è leggera come sembra: lavorerà il Paese in modo subliminale, ne scuoterà le abitudini divenute provinciali. Lo sta già facendo, se i sondaggi agostani, per quel che valgono, regalano a Sarkozy livelli di popolarità ai vertici, 60-70%.

E poi c’è lei, Cecilia-D’Artagnan. È andata a Tripoli, l’aspettano a Caracas. Come il moschettiere, è donna da missioni speciali: l’infido Gheddafi, forse il tonitruante Chavez. Il suo ruolo non ha ancora contorni definiti, né del resto potrebbe averli. L’organigramma dell’Eliseo non prevede l’esistenza di un(a) coniuge del capo dello Stato. Una dimenticanza istituzionale che indignò Bernadette Chirac: «Ma il presidente non è vedovo!», esclamò nel ’95, quando divenne «la première dame de France» e scoprì che tra lei e un soprammobile non c’era alcuna differenza. Anche per Cecilia è utile un rapido raffronto con il passato. Yvonne de Gaulle vegliò sulle cucine e sulla polvere dei mobili, o così si crede. Danielle Mitterrand cercò un ruolo fuori dal Palazzo: creò una specie di Ong, France-Libertés, fece della causa curda la sua causa e di Fidel il suo amico, ma qualcuno vegliava sempre che i suoi passi non intralciassero quelli del Quai d’Orsay. Bernadette Chirac si ritagliò un altro genere di spazi: nella beneficenza, ma molto concreta, quasi imprenditoriale, e nel lavorio parapolitico, ma sempre franco-francese. Cecilia no, Cecilia vola qua e là per il mondo. Gheddafi voleva un «contatto diretto» con Sarkozy, ed eccola a Tripoli ad incarnarlo. Certo, si porta dietro l’ombra di un contratto di forniture militari, l’installazione di fabbriche di armamenti e l’export del notevole know-how francese in materia. Ma il risultato della sua missione è lì, fuori dall’ombra: medici e infermiere bulgare sono a casa, restituiti al loro Paese e ai loro affetti. Tutto lascia pensare che con le Farc colombiane la faccenda sarà più spinosa, ma intanto si spera, e la speranza porta il nome, più o meno abusivo che sia, di Cecilia.

Insomma, a due mesi dall’incoronazione, lo stato di grazia, o luna di miele, sembra perdurare per Nicolas Sarkozy. Ha imposto il suo stile, e il suo stile piace. Gli americani guardano a lui con nuovo interesse, gli europei con speranza, gli italiani con invidia. Da noi si sprecano le invocazioni per «un Sarkozy della destra» o «della sinistra», a scelta. Il suo stile politico è finora post-partitico. Ha imbarcato fior di socialisti, ha spedito Dominique Strauss Kahn al Fondo monetario. Ha irritato i vertici del Ps, ma anche i suoi, dell’Ump, perplessi se non incazzati davanti al suo ecumenismo presidenziale. Ma siamo, fino ad ora, sul terreno dello stile, appunto. Che ai tempi nostri è molto, ma non è ancora tutto. Sarkozy ha abbracciato più volte Angela Merkel, sempre con il suo stile irruente e affettivo, ma in verità le relazioni tra Parigi e Berlino si sono fatte malmostose. Non piace ai tedeschi l’insistenza di Sarkozy per un orientamento più politico della Banca centrale europea, non piace il suo adoperarsi per un euro più debole, in modo da favorire l’export francese. Noi, dicono, abbiamo la stessa moneta, e il nostro export vola alto come un falco. Non piace, a Berlino e in particolare alla Spd, che per liberare i bulgari si sia scomodata Eads, consorzio franco-tedesco, e che ai libici si siano offerte armi e soprattutto competenza militare. Non piace, a Berlino, la foga con la quale Sarkozy si oppone tuttora all’adesione della Turchia all’Ue: su questo tema i negoziati e gli equilibri interni alla Grande Coalizione sono delicati, fragili. Dovessero saltare, salterebbe il governo. Visto da Berlino, Sarkozy è al momento un sorvegliato speciale. E non solo da Berlino: non piace a tutti la sua insistenza per allentare i criteri del Patto di stabilità, la sua voglia di far correre debito e deficit. Piace in Francia, perché evoca l’idea di uno Stato grande e generoso, ma certo non a Bruxelles.

Anche a Parigi c’è molta gente che affila i coltelli in vista della rentrèe di settembre. Non tanto i socialisti, paralizzati dalla sconfitta e in attesa di un passo falso del presidente che li rilanci in orbita. Piuttosto gli studenti, qualora Sarkozy (o meglio il governo Fillon, che però assomiglia sempre di più ad un gabinetto presidenziale) dovesse riformare l’università in senso meritocratico. Naturalmente i sindacati, qualora la legge sul servizio minimo e sulle modalità degli scioperi dovesse limitarne l’influenza. E anche il mondo imprenditoriale, felice della sua elezione ma ancora in attesa di verificarne le scelte in materia di mercato del lavoro e di privatizzazioni. Che succederà, per esempio, quando tra pochi mesi la liberalizzazione dei servizi postali sarà una realtà europea? Di quale fibra farà mostra Sarkozy, di autentico liberale o di protezionista e colbertista? Non ci sono segnali in proposito. Non si sa se gli studenti o i postelegrafonici avranno a che fare con il sostanziale immobilismo che fu di Chirac e di Mitterrand o con un vero e tenace rinnovamento. L’ombra dello scontro sociale ha sempre fatto indietreggiare i predecessori di Sarkozy. E lui, cosa farà? Perché lì, quando si tratterà di metter mano al corpaccione nazionale, non sarà più questione di stile, ma di scelte concrete. Allora ne sapremo di più.

Pubblicato il: 08.08.07
Modificato il: 08.08.07 alle ore 10.00   
© l'Unità.
6006  Forum Pubblico / PROTAGONISTI (news varie su loro). / L'eclisse di Sottile: Le vallette? Mi hanno tolto tutto. inserito:: Agosto 08, 2007, 05:10:58 pm
8/8/2007 (7:43) - PERSONAGGIO

"Le vallette? Mi hanno tolto tutto"
 
L'eclisse di Salvo Sottile, desaparecido della politica: ma ora sta scrivendo un libro

MARIA CORBI
ROMA


Scomparso. Dal 16 giugno 2006, quando la polizia gli comunicò l’ordine restrittivo degli arresti domiciliari, Salvatore Sottile è un candidato perfetto per la trasmissione «Chi l’ha visto?». Inghiottito dallo scandalo di Vallettopoli, non ha più dato notizie di sè. Ha cambiato il cellulare, chiuso la email, azzerati i contatti con il mondo, il suo mondo, fatto, fino a quella mattina di un anno fa, da potenti, soubrette, amici veri (pochi) e amici falsi (molti). Un vortice che in 12 anni lo ha trascinato da oscuro cronista politico del Secolo d’Italia a braccio destro di Gianfranco Fini, e che poi il pm Woodcock ha disintegrato, come una tromba d’aria. Le intercettazioni sui giornali, le accuse di aver approfittato del suo ruolo per ottenere favori sessuali, poi la notizia che il fatto non solo non costituisce reato ma non è stato commesso. Ma anche così Sottile non è riapparso, non ha gridato la sua verità. «C’è tempo e Salvo non ha fretta», spiega un suo amico. Durà quello che deve dire dalle pagine di un libro». Un memoir che uscirà in autunno.

E infatti in questi giorni Sottile è in vacanza a Milazzo, a casa dei genitori, dove alle gita in barca alterna lunghe sedute di scrittura. Chi lo ha incontrato prima di partire per la Sicilia, solitario in una passeggiata ai giardini di piazza Cavour, racconta di un uomo distrutto, dimagrito di venti chili, che al saluto imbarazzato: «Ciao Salvo ti trovo bene...», risponde con amarezza: «Sto bene come chi ha perso il lavoro, la moglie, gli amici e anche se stesso». Un uomo solo che poggia la testa sulla spalle dell'amico, quasi lo abbraccia, senza vergognarsi di mostrare la sua disperazione. Certamente ha perso tutto, ha pagato più di altro, si è autopunito più di tutti.

Vicino ha la famiglia, il padre Nino, la madre, fratello e sorella, pochissimi gli amici e tra loro, oltre alla fidata assistente Cristina, anche Giuseppe Sangiovanni, il dirigente Rai coinvolto anche lui nell'inchiesta e nelle intercettazioni. Dei compagni, camerati, di politica gli sono rimasti vicino Francesco Storace, Domenico Nania, Fabio Sabbatani Schiuma. Non pervenuti Ignazio la Russa, testimone anche lui delle nozze con Deborah, che da subito ha preso le distanze. Imbarazzo con Gianfranco Fini che certamente non lo ha sostenuto come invece ha fatto Prodi con Sircana per lo scandalo delle foto della chiacchierata in auto con trans. E quando questo accadde, per Sottile è stato ancora più amaro rileggere la sua storia. Per lui non c'è stata presunzione di innocenza, ma una immediata cacciata dalle stanze del potere. Rimandato al mittente da dove iniziò, al Secolo D'Italia, dove ha il suo posto ufficiale oggi, ma dove sul computer ci sono le ragnatele. Nessuno ricorda neanche un trafiletto scritto da lui in questi mesi.

A ricostruire la sua vita fino ad oggi ci aiutano la moglie (che ha scritto un memoriale sulla tempesta familiare: «Io gli uomini non li capisco», edito da Mursia»), gli amici, i vicini di casa, l’edicolante, il barista. La casa in cui ancora vive a Roma è sempre quella, appartamento in un palazzo modesto, al primo piano, zona medaglie d’Oro. Niente di particolarmente lussuoso. Un salotto elegante, sempre ordinatissimo per volere della Signora, con un divano che è stato il compagno più caro nei giorni della detenzione e anche dopo in quelli della depressione. Salvatore Sottile è un uomo ruvido, a tratti duro, incapace di mostrare debolezze. E quanto gli sono costate le lacrime di quei primi giorni quando a inquisirlo c’era un giudice molto più determinato di Woodcock: il «pm Chiappini», sua moglie Deborah, trentacinque anni, bellezza bionda e appariscente. «Immagino che sarebbe stato più tranquillo in prigione», spiega lei. «Era più forte di me, avevo sete di verità, e lo pressavo continuamente anche se avevo paura delle risposte». La risposta è sempre stata la stessa: «Non riesco a comprendere le ragioni di questo terribile accanimento nei miei confronti... Cosa ho fatto di tanto grave? Quali sono le mie colpe? Ho soltanto scambiato qualche battuta nel corso di alcune telefonate... Una conversazione tra amici, nient'altro, lo giuro...».

Troppo poco per Deborah che lo insultava e poi lo amava. Sono stati prima giorni e poi mesi di sesso senza tregua, anche in Sardegna, al sud, dove si nascondono nell'agosto dopo lo scandalo: «Mai così intenso», giura Deborah che ancora chiede al marito «una dichiarazione pubblica d'amore, come quella che ha fatto Silvio a Veronica dopo la lettera di lei a La Repubblica». Chi conosce Salvo sa però che non potrà mai essere, non è nel dna di un orgoglioso siciliano. Anche se ha ammirato la signora Sircana quando uscì allo scoperto con una lettera in prima pagina difendendo con le unghie suo marito. Deborah, invece, ha scelto di raccontare quei maledetti 12 giorni di arresti domiciliari e il «dopo» con un libro. Salvo l'ha chiamata commentando come un vecchio cronista: «giornalisticamente funziona». Funziona anche come addio. «Il nostro matrimonio è ormai in coma irreversibile», scrive Deborah. Senza pietà. Ma nelle categorie di mogli tradite pubblicamente la cronaca ha individuato diverse tipologie: quelle che piangono e basta come la signora Mele, quelle che scrivono libri come Deborah e quelle che mandano lettere ai giornali credendo oltre ogni ragionevole dubbio al marito, come la signora Aimonino, moglie del portavoce di Prodi. E Salvo Sottile ha avuto anche questo motivo per invidiare il suo collega, Silvio Sircana. Stesse iniziali, stesso mestiere, destino diverso.

da lastampa.it
6007  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: BRUTTE STORIE... inserito:: Agosto 08, 2007, 05:08:49 pm
Una brutta storia

Vittorio Emiliani


Ogni volta che in Italia qualcosa non funziona, si grida al sabotaggio (in economia) o al complotto (in politica).

È puntualmente successo col maxi-ingorgo dei bagagli all’aeroporto di Fiumicino. Ma una rapida inchiesta ha accertato che di sabotaggio non c’è stata neppure l’ombra: si è trattato di un disservizio bello e buono. E adesso? Adesso il presidente dell’Enac, Vito Riggio, che aveva evocato quello spettro inquietante a Gr Parlamento, e quanti l’hanno assecondato si ritrovano con una pessima figura in più di fronte a tutto il mondo, in primis di fronte ai poveri utenti, in tal caso bastonati due volte. L’emergenza-bagagli non è stata immane soltanto nel primo scalo aeroportuale italiano.

Quella stessa emergenza si è verificata anche anche nel primo scalo aeroportuale d’Europa, il londinese Heatrow (68 milioni di passeggeri contro i 30,3 milioni di Fiumicino). Tuttavia la concomitanza consola poco noi tutti, a partire dagli utenti aeroportuali. A Londra il più duro di tutti è stato, al solito, il polemico sindaco Livingstone. Ken il Rosso ha detto senza mezzi toni: «È una vergogna». Anche se gli addetti di Heatrow si sono trovati a maneggiare i nuovi sistemi del Terminal 5, per i quali sono risultati pochi e poco preparati. La sola British Airways ha dovuto rincorrere almeno 22.000 colli da smistare in tutto il mondo.

Ma là, almeno, nessuno ha gridato, improvvisamente, al sabotaggio (e di chi poi? Di qualche milanese infiltrato per screditare gli scali romani?). A Fiumicino il sistema di handling ha bisogno di investimenti e il personale addetto di potenziamenti. Troppi stagionali - ha spiegato lo stesso presidente dell’Enac, Riggio - «spremuti da carichi di lavoro il più delle volte eccessivi». Se così stanno le cose, perché si è aspettato il picco estivo delle vacanze agostane per fare qualcosa di utile, prima che il primo aeroporto italiano finisse in ginocchio sommerso dai bagagli?

Una volta era facile prendersela con la gestione pubblica di questi servizi. Era una sorta di tiro al piccione rappresentato dall’ente pubblico. Ma, adesso, i servizi di handling vengono svolti a Fiumicino da tre gestori privati, oltre che da Alitalia. Il primo è Flightcare Italia (ex Aeroporti di Roma Handling) con un terzo dei passeggeri assistiti, entrato a far parte - ci informa puntualmente Il Sole 24 Ore - del gruppo spagnolo Fcc, del quale azionista principale risulta «la nobildonna Esther Kaplovitz, sorella maggiore di Alicia, protagonista della finanza iberica e tra le donne più ricche del mondo». Gli altri due gestori privati sono l’Eas del gruppo Toto (cioè Air One) e i belgi di Aviapartner. Insomma, la pluralità dei soggetti c’è, e però non basta a curare il disservizio: mancano personale e infrastrutture.

Pare anche che le due sorelle Kaplovitz avessero litigato e che ora si stiano riconciliando. Caduta l’ipotesi-Riggio del sabotaggio, non ci resta che sperare, per il futuro, nella ritrovata intesa familiare fra le due principesse? Sempre meglio che gridare (senza uno straccio di prova) al sabotatore cercando così alibi un po’ penosi. Fra l’altro, non si può neppure dare la colpa al gran caldo: sulla costa di Fiumicino la massima è stata sui 32 gradi; soffiano venti abbastanza freschi, da Nord.

Pubblicato il: 08.08.07
Modificato il: 08.08.07 alle ore 9.48   
© l'Unità.
6008  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Valentino Rossi nel mirino del fisco - "Evasione per 60 milioni di euro" inserito:: Agosto 08, 2007, 05:06:57 pm
Il campione risiede dal 2000 in Gran Bretagna, e ha costituito varie società alle quali vengono intestate le entrate
per le sponsorizzazioni.

Ma per l'Agenzia delle Entrate ha ancora in Italia la sede principale di affari e interessi

Valentino Rossi nel mirino del fisco

"Evasione per 60 milioni di euro"
 

ROMA - Valentino Rossi ha evaso il fisco per 60 milioni di euro, dovuti per gli anni 2000-2004. La notizia è stata data dall'agenzia AdnKronos, secondo la quale il centauro, del quale in questi giorni si parla in particolare per la love story con Elisabetta Canalis, ha ricevuto un accertamento milionario dall'ufficio di Pesaro dell'Agenzia delle Entrate. E dato l'importo molto elevato scatterà, con tutta probabilità, una denuncia alla magistratura per il reato di omessa dichiarazione.

Rossi ha comunicato al fisco di aver trasferito la propria residenza in Gran Bretagna il 15 marzo del 2000. La ricostruzione effettuata sulla base delle indagini condotte dall'ufficio di Pesaro dell'Agenzia, in collaborazione con la direzione regionale delle Marche e la Direzione centrale accertamento, avrebbe certificato che Rossi in questi anni, e più precisamente dal 6 aprile 2000, ha presentato le dichiarazioni tributarie in Inghilterra, ma per cifre irrisorie, attestando di essere residente ma non domiciliato.

Una situazione che gli ha permesso di usufruire del regime dei 'resident but not domicilied' che consente al contribuente di dichiarare solo i redditi prodotti in Inghilterra. In questi anni, quindi, Rossi avrebbe dichiarato in Italia i soli redditi di fabbricati e in Inghilterra i redditi prodotti nell'isola, cioè quasi nulla. Scomparse, invece, le ricche sponsorizzazioni e il contratto con la Yamaha, la società per cui corre.

In effetti Rossi si era premunito, i suoi consulenti fiscali avevano costituito una seria di società estere alle quali sono stati intestati i vari contratti delle sponsorizzazioni. Tuttavia l'Agenzia delle entrate, secondo l'AdnKronos, è riuscita a ricostruire tutti i passaggi che hanno portato alla nascita di società a cui sono intestati i vari contratti degli sponsor con sedi di volta in volta a Dublino, Londra o altri paesi. E la lista degli sponsor è molto lunga: si va dalla Telecom Italia alla birra Peroni, dalla Atladis alla Dainese.

Dalla ricostruzione dell'Agenzia delle entrate sarebbe emerso che, oltre ad avere in Italia la sede principale degli affari e interessi economici, Rossi ha mantenuto un solido legame "di natura sociale e familiare" con il suo Paese, e quindi deve pagare le tasse. La mattina dello scorso 3 agosto i funzionari dell'Agenzia delle entrate hanno notificato a Rossi, nei pressi della sua abitazione di Tavullia (Pesaro Urbino) l'accertamento per il quinquennio, suddiviso per anno d'imposta.

(8 agosto 2007) 

da repubblica.it
6009  Forum Pubblico / FAMIGLIA, SOCIETA', COSTUME e MALCOSTUME. / Ubriaco al volante: nessuna sanzione... se il legislatore sbaglia nel legiferare inserito:: Agosto 08, 2007, 05:05:32 pm
8/8/2007 (8:1) - IL CASO

Ubriaco al volante: nessuna sanzione

Un buco nel decreto consente a chi viene sorpreso di farla franca. E' già successo a Torino

ALBERTO GAINO


TORINO
Il decreto legge varato per colpire con più efficacia gli ubriachi al volante rischia l’effetto opposto: è sufficiente che l’automobilista non riesca a gonfiare i due palloncini necessari a quantificare il suo tasso alcolemico o finga di non riuscirvi perché la magistratura non possa punirlo. Il primo caso torinese è di una solarità disarmante: 4 agosto, si applicano finalmente le nuove norme, i vigili urbani bloccano un ventisettenne al volante; sono le 4.40 e il giovanotto non si oppone al test del palloncino. Vi soffia dentro una prima volta. Tasso alcolemico altissimo: 1,6 grammi per litro, molto al di sopra del massimo consentito.

Il giovanotto dovrebbe essere la prima «vittima» del severo decreto legge: condanna sino a 6 mesi di carcere, ammenda sino a 6 mila euro (sostituibili entrambe con attività sociale utile e gratuita) e ritiro della patente anche per 2 anni. Invece non accadrà nulla di tutto ciò. Troppo ubriaco, 8 minuti dopo il primo test, l’automobilista non è riuscito a ripeterlo. Vani pure i due successivi tentativi dei vigili urbani. Si fa il verbale e ieri in procura si è preso atto che, senza l’«accertamento tecnico completo», non si può fare nulla. Dal comando della polizia stradale telefonano per avere chiarimenti. Un magistrato spiega che con le vecchie norme bastava accertare lo stato di ubriachezza: «Il palloncino non era indispensabile, adesso sì. Prima con la sintomatologia - l’alito vinoso, l’atteggiamento barcollante, l’eloquio sconnesso - si poteva dimostrare ugualmente la violazione e punire l’automobilista. Ora, fissate tre soglie di tasso alcolemico con relativa graduazione delle sanzioni penali e amministrative, si deve necessariamente accertare la quantità di alcol nel sangue delle persone sottoposte a controllo».

Caso successivo, del 5 agosto: i vigili urbani fermano un automobilista in «evidente condizione di alterazione: forte alito vinoso, eccessiva e sconnessa loquacità, stato confusionale». Prima del 4 agosto sarebbe stato loro sufficiente darne atto nel rapporto alla procura. Ora, invece, si deve passare per il test ripetuto del palloncino. L’automobilista si rifiuta. «Verrà comunque punito ma con una sanzione amministrativa di 2.500-10.000 euro e la sospensione della patente sino a 2 anni. Ma niente condanna penale. Chi fingerà di non riuscire a fare il test non avrà nemmeno quelle».

Le incongruenze non finiscono qui. Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello a un convegno sulla sicurezza ha richiamato l’attenzione su un’altra misura legislativa: «Con l’intesa del 2006 fra Stato e Regioni si è data attuazione a una legge di cinque anni prima, secondo cui i lavoratori con mansioni particolarmente delicate ai fini della sicurezza, loro e di altri, non possano assumere bevande alcoliche. Sono passibili di controlli da parte del medico di fabbrica o dell’Azienda sanitaria locale e sanzionabili anche penalmente, oltre che con provvedimenti disciplinari. Sono state individuate quattordici attività a rischio, fra cui quelle sanitarie e del trasporto». Risponderebbe della medesima violazione anche chi somministrasse loro, nelle mense aziendali, bevande alcoliche: rigore assoluto. Lo stesso che si pretenderebbe, a maggior ragione, per chi guidasse un’auto o un automezzo più pesante sotto l’effetto di stupefacenti.

Quando ci fu la sciagura di Vercelli, lo scorso maggio - 2 bambini morti e 21 feriti nel ribaltamento di un autobus - si scoprì che il conducente aveva fumato «erba» e fu un coro unico: «Ci vuole una legge per imporre controlli preventivi». Guariniello: «C’è, ed è del 1990, ma da diciassette anni aspettiamo il decreto interministeriale per attuarlo. Il datore di lavoro che disponesse quei tipi di controllo, sinora incorrerebbe in un reato. Com’è accaduto».

sa lastampa.it
6010  Forum Pubblico / ITALIA VALORI e DISVALORI / La ragazza del caso Mele: adesso la celebrità berlusconiana... inserito:: Agosto 08, 2007, 05:02:42 pm
Su Oggi la ragazza protagonista del festino all'hotel Flora

La ragazza del caso Mele: la coca era tanta

Parla per la prima volta Francesca «Pocahontas» Zenobi, 29 anni: «Potevo morire, mi hanno lasciata lì, nuda sulla moquette» 
 
Francesca Zenobi, 29 anni, si mostra per la prima volta su «Oggi»

MILANO — «Lui mi ha lasciata lì, nuda, sdraiata sulla moquette, potevo morire, forse non ha capito quanto stavo male». Eccola Francesca Zenobi, 29 anni. Lei è quella dell'hotel Flora. La ragazza che dopo una notte di sesso e cocaina con l'onorevole Cosimo Mele, ex Udc, si è sentita male ed è finita al pronto soccorso del San Giacomo di Roma per overdose. Cercata dai giornalisti di tutta Italia, rifugiata in un hotel-prigione, ha scelto di «confessarsi » in esclusiva con Oggi, in edicola da stamattina. Si giustifica: «Non sono una santa, ma non chiamatemi squillo. Ho avuto una vita difficile e speravo in un futuro ricco e felice. Volevo soldi, volevo successo, volevo una vita migliore». Ora sogna di fare un reality. Francesca ha una lunga chioma nera, gli occhi chiari. Piccolina e formosa. Gli amici la chiamano Pocahontas. Ammette: «Questo mio seno prorompente è opera di un chirurgo. Dopo l'intervento mi sono sentita più sicura e ho cominciato a frequentare persone importanti e danarose».

 
Francesca Zenobi
Accetta anche di farsi fotografare «adesso mostro la mia faccia e il mio corpo e vi racconto chi sono». Parte con la famiglia. La madre, tutta chiesa e rosari, piange in continuazione. Il padre e il fratello non le rivolgono parola e le hanno detto di sparire. «Ho avuto una vita difficile — ripete —. I miei si sono separati e hanno avuto un tracollo economico, la mia vita è cambiata. Ho cominciato a fare la barista, la commessa. Guadagnavo pochissimo, ho sofferto di anoressia e di depressione. A un certo punto ho detto basta. Mi son rifatta il seno e mi sono sentita più bella». Racconta anche della notte di sesso e cocaina con l'onorevole Mele, ma non vuole parlare dell'inchiesta in cui il deputato è indagato per cessione di sostanze stupefacenti e mancato soccorso: «Lui lo conoscevo già, l'avevo visto a una cena e gli avevo lasciato il mio telefonino. La sera di venerdì 27 luglio mi ha chiamata chiedendomi di raggiungerlo a una cena. Ho preso un taxi e sono andata. Abbiamo bevuto e dopo cena l'amico che era con lui se ne è andato. Noi due ci siamo spostati al Flora. Dopo due drink, siamo saliti alla suite e mi ha chiesto di chiamare un'amica. E' arrivata Maria e abbiamo fatto sesso in tre. C'era coca, tanta coca».

Tutt'altra la versione di Cosimo Mele: «Non sapevo che lei fosse una squillo, non ho visto cocaina e neppure l'altra ragazza, subito dopo mi sono addormentato». Le anticipazioni dell'intervista diffuse ieri hanno mandato su tutte le furie Stefano Pedica, deputato di Italia dei Valori che ha chiesto di bloccare l'uscita di Oggi: «Mi pare inopportuno che le dichiarazioni di una testimone chiave escano in edicola e il silenzio assordante dell'Udc desta preoccupanti interrogativi, per esempio sulla presenza di un altro deputato prima del festino». Francesca invece non nasconde i dettagli di sei ore di sesso sfrenato: «Verso le 5 del mattino Maria se ne è andata. Siamo rimasti noi due. Ero stanca, sfinita, cominciavo a stare male. Lui continuava. Chiedeva, voleva, pretendeva, faceva, non si fermava mai, non ne potevo più. Mi ha preso il panico. Ho pensato che mi stesse venendo un infarto, che sarei morta. Ho preso il cellulare e ho chiamato mia madre, è stata lei a mandare l'ambulanza. Lui era andato via».

C. Mar.

08 agosto 2007
 
6011  Forum Pubblico / VATICANO, CRISTIANI e FEDI ALTRE. / DON GELMINI, arrogante perde l'avvocato e non solo... inserito:: Agosto 08, 2007, 05:01:19 pm
Meluzzi: «Don Pierino è sereno, nessuna intenzione di lasciare»

Don Mazzi testimone d'accusa: frainteso

Il sacerdote ascoltato dal pm per il caso Gelmini: «Da parte mia solo un gesto di solidarietà a un ragazzo, nessuna accusa» 
 

Un intervento per frenare la valanga di polemiche. Don Mazzi ha reso noto di aver inviato una lettera, che verrà pubblicata sul Corriere della Sera di mercoledì, per precisare che da parte sua non c'è stato alcun atteggiamento accusatorio nei confronti di don Pierino Gelmini, ma soltanto un gesto di solidarietà nei riguardi di un «ragazzo disperato». Il riferimento è all'interrogatorio che il prete ha fornito al pm su un episodio che risale al 1993 (le confidenze di un giovane sulle violenze subite nella comunità di Amelia, ndr) e che si inquadra nell'inchiesta sugli abusi sessuali che vede coinvolto don Gelmini. «L'unico fatto che ho confermato a lui - continua Mazzi a proposito della deposizione - così come al magistrato, è che quattro anni fa ho risposto a una lettera di un ragazzo disperato, con parole di incoraggiamento, consigliando di rivolgersi a uno psicologo: non ho accusato né mi sento di accusare nessuno».

MELUZZI ALL'ATTACCO - Prima della sua precisazione era stato Alessandro Meluzzi, portavoce del sacerdote al centro della bufera, a ribadire che don Pierino va avanti per la sua strada e che «l'idea di dimettersi (come ha consigliato il cardinale Marchisano) «non l'ha neppure sfiorato».

GUERRA TRA DON - Su don Mazzi poi, Meluzzi aveva usato parole dure: «Non so cosa abbia detto don Mazzi ai magistrati, ma voglio sottolineare che come cattolico sono esterrefatto di fronte alla sua intervista: come può un sacerdote rilasciare interviste o comunque dichiarazioni pubbliche sulle confidenze raccolte, nel 1993, da un giovane fragile?». C'è chi ha parlato di una guerra tra don... «Guardi, io le posso assicurare - ha risposto Meluzzi - che da parte di don Pierino non c’è ruggine con nessuno e inviterei don Mazzi a rivolgersi in preghiera al santo protettore del segreto confessionale invece di rilasciare interviste».

LA FESTA PER GELMINI - Intanto è confermato che il 15 agosto si celebrerà il Gelmini day: «Stiamo ricevendo moltissime adesioni - conclude Meluzzi -. I politici? Ma no, non facciamo nomi però ribadisco che non si tratta di una mobilitazione politica, di un partito gelminiano, è invece una comunità che si ritrova in festa intorno al suo padre».

AVVOCATO RINUNCIA - L'avvocato Franco Coppi, pur convinto dell'assoluta innocenza di don Gelmini, ha comunicato di rinunciare alla difesa del sacerdote a causa della mancata condivisione da parte del penalista di alcuni commenti fatti da don Gelmini.

08 agosto 2007
 
da corriere.it
6012  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: DIARIO VICENTINO inserito:: Agosto 07, 2007, 11:40:07 pm
IL BOOM DELL’IMMIGRAZIONE

Secondo le previsioni della Provincia il tessuto sociale è destinato a cambiare radicalmente nei prossimi anni

Fra trent’anni famiglie padovane miste

Massimo Nardin


Diecimila stranieri in città negli ultimi 5 anni Oltre 50 mila in provincia, invasione nell’Alta  Sempre più matrimoni misti, un pullulare di neonati mulatti e, di conseguenza, scuole materne e classi elementari invase da bambini di origine extracomunitaria. Fra trent’anni Padova (che oggi ha una popolazione di 210 mila abitanti) e tutti i comuni della provincia (880 mila) saranno composti per il 30% circa da famiglie di origine straniera. In prospettiva, è questa la fotografia che emerge dall’ultimo focus sulla presenza di stranieri residenti in tutti i 106 comuni della provincia, elaborato dall’Ufficio Provinciale di Statistica, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze statistiche. L’universo di numeri e indicatori sociali tratti dai dati Istat all’1 gennaio 2006, è stato presentato ieri nella sede della Provincia.

All’incontro erano presenti il presidente Vittorio Casarin, l’assessore provinciale alla Statistica Gino Gastaldo e il professor Silio Rigatti Luchini del Dipartimento di Statistica del Bo. Dall’età media dei nuovi residenti stranieri alla loro provenienza e al loro livello di integrazione nella scuola e in società, il corpus della ricerca fornisce una miriade di informazioni e curiosità non solo statistiche: dall’incrocio di alcuni indicatori, ad esempio, è già possibile scorgere quale futuro socio-aggregativo e relazionale attende gli attuali figli di seconda generazione fra qualche decennio.


Stranieri raddoppiati.
Ce ne sono quasi 9 ogni 100 abitanti. Nel comune di Padova la quota di stranieri sul totale dei residenti è vicina all’8,7% con la bellezza di 18.263 cittadini provenienti da Paesi extracomunitari. E se già questo dato non riuscisse a stupire, eccone un altro strettamente correlato: rispetto al censimento Istat del 2001 l’incremento della popolazione straniera residente al 10 gennaio 2006 è stato pari a 10.187 unità. Un’enormità. Lo stesso vale per molti comuni della provincia, dove si registrano trend di crescita demografica del 50% e del 100%. E’ il caso di Abano Terme, che conta 1.164 stranieri e un incremento di 594 persone. Analogo discorso a Cittadella, nell’Alta Padovana: rispetto agli attuali 1.200 stranieri residenti, cinque anni fa ce n’erano 623 in meno. In tutto, a livello provinciale, la popolazione straniera residente conta 52.755 unità con un incremento nell’ultimo quinquennio pari a 30.589 cittadini regolarizzati.

A scuola insieme. Rumeni e padovani. Marocchini e padovani. Ucraini e padovani. Filippini e padovani. Cinesi e padovani. Insomma, il mondo integrato entra sempre più nelle scuole e nelle istituzioni formative del territorio e del Veneto. Come sottolinea l’assessore provinciale alla Statistica, Gino Gastaldo, il mondo della scuola è un ambiente privilegiato dove verificare il tipo e l’intensità della presenza straniera sul territorio, ed è anche un momento di integrazione sociale e culturale insostituibile. Questo perciò assegna all’istituzione scolastica un ruolo di grande responsabilità». Diamo un occhio allora ai numeri da record dell’integrazione nelle scuole della città e della provincia. Sono innanzitutto decisamente in aumento i giovani stranieri di seconda generazione, da zero a 14 anni.

Ci sono sei comuni in cui la presenza di bambini stranieri nelle scuole dell’infanzia e primarie (materne ed elementari) supera il 20%: Pontelongo con il 43,5%, Castelbaldo con il 26,4%, Tombolo (22,1%), Piacenza d’Adige (21,9%), Gazzo Padovano (21,5%) e Santa Giustina in Colle (21,2%). Tutti gli altri comuni hanno presenze inferiori al 20%, con Padova ferma al 12,5%. Alle scuole medie invece le maggiori presenze di alunni stranieri si hanno nei comuni di Castelbaldo (15,5%), Camposampiero (15%), Santa Giustina in Colle (14,8%), Tombolo e Casale di Scodosia (14%). A Padova le scuole medie vedono invece un rapporto di un bambino extracomunitario ogni 10 alunni, mentre il livello medio provinciale è pari al 6,7% contro un trend nazionale fermo a 4,9 punti percentuali. Salendo alle scuole superiori, infine, spicca il 9% di presenze straniere negli istituti di Montagnana. Abano è al 6,1%, Camposampiero al 5,3% e Padova al 5,2%.

Come sottolinea il professor Silio Rigatti dell’Università di Padova, «i dati relativi al mondo scolastico sono aggiornati all’anno scolastico appena concluso e la notevole crescita della presenza di extracomunitari all’interno delle classi, è significativa sia per l’incremento delle immigrazioni in generale, ma soprattutto per la presenza di ricongiungimenti familiari e la nascita di nuove famiglie».
Uomini e donne. Fondamentale in quest’ottica è il riequilibrio tra numero di presenze maschili e femminili. Mentre nel 1993 erano presenti sul territorio della provincia di Padova 200 maschi stranieri ogni 100 donne straniere, alla fine del 2005 si è raggiunta la parità dei sessi: ogni 100 donne ci sono oggi 111 maschi. «Ovviamente - dice il professor Rigatti - alcune nazionalità evidenziano presenze femminili minori ed altre maggiori, ma la tendenza verso l’equilibrio è reale».

La programmazione. «L’ondata di nuovi immigrati è direttamente proporzionale all’adeguamento del Piano strategico provinciale per la programmazione degli interventi sul fronte urbanistico, scolastico e sociale nei prossimi anni». Firmato Vittorio Casarin. Il presidente della Provincia e il «suo» assessore Gastaldo non hanno dubbi: questi indici demografici «guideranno» le strategie di intervento.

(07 agosto 2007)

da espresso.repubblica.it
6013  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / La dinastia Rosolino. E lo "Shaker" era una trappola d´amore inserito:: Agosto 07, 2007, 11:39:32 pm
IL PADRE , I QUATTRO FIGLI, IL NIPOTE CAMPIONE DI NUOTO STORIA DI UNA FAMIGLIA CHE HA SEGNATO LA DOLCE VITA

La dinastia Rosolino

E lo "Shaker" era una trappola d´amore

Mimmo Carratelli


I luoghi Da "La Conchiglia" al "Putipù" oltre mezzo secolo di iniziative coronate da successo
 
L´esordio
Nel locale di via Partenope esordì nel 1948 Renato Carosone

Incendio
Il night andò in fumo negli anni Settanta per un corto circuito

L´attore
Ingrid Bergman lo chiamava "il mio barman sorridente" e gli diede una parte  Il padre Angelo li sovrastava i suoi figli, Antonio, Salvatore, Giorgio ed Enzo, i quattro moschettieri della dinastia dei Rosolino, e a ciascuno ha trasmesso uno dei suoi geni dell´ospitalità, tra night, ristoranti e alberghi, ma ha dovuto attendere la nascita del nipote Massimiliano, il ragazzo-pesce, perché nella dinastia qualcuno lo eguagliasse in altezza, un metro e 90; 47 di piede, come pinne olimpioniche.

Antonio Rosolino, col ristorante "Il posto accanto" di via Nazario Sauro, ha assorbito dal padre il gene della ristorazione e il gusto dello spettacolo proponendo artisti musicali e di cabaret nel salone del ristorante. Salvatore ha assorbito lo stesso gene (rivalutando, tempo fa, la ristorazione del Circolo Canottieri Napoli) fino al giorno in cui si è scoperto padre del più forte nuotatore italiano facendone il suo mestiere preferito. Giorgio, oltre a quello della ristorazione, patron de "La Cantinella", che ebbe il suo massimo fulgore al tempo dei tre viceré di Napoli, ha assorbito dal padre Angelo il gene del night aprendo il "Club della Cantinella" in via Cuma. Enzo è il proprietario del "Miramare", l´albergo alla sommità di via Nazario Sauro che resta legato ai fasti dello "Shaker", il locale notturno che fece epoca negli anni Cinquanta e Sessanta.

Per non disperdere l´eredità paterna, Antonio Rosolino ha costretto ultimamente le figlie Astrid, 29 anni, splendida bruna con riflessi di rame, e Monica, 24 anni, bionda con un appeal da fotomodella, ad aprire e gestire in via Lucilio il "Putipù", locale trendy e giovanile, alti sgabelli, drink e menù particolari in una elegante atmosfera bianco-avorio, luminosa e calda, col sottofondo di trentamila "pezzi" musicali computerizzati, da Frank Sinatra a Pino Daniele. Antonio avrebbe voluto imporre al locale la lunga denominazione di "Il posto accanto al posto accanto", bocciato dalle figlie che, scartato anche la troppa fascinosa denominazione di "Sherazade", hanno prevalso col veloce e sonoro nome del più allegro strumento musicale napoletano.

Il più scanzonato dei quattro moschettieri Rosolino è sicuramente Salvatore, corteggiatore impenitente che però, nel corso di una crociera sulla "Achille Lauro", si bloccò davanti ai capelli biondi, al sorriso luminoso e all´ironia di Carolyne, australiana di Montrose, che lo imprigionò in un felice matrimonio e lo rese padre di un bimbo quasi obeso che cominciò a nuotare nelle acque di Villa Beck prima di diventare Massimiliano Rosolino, il primo napoletano a vincere una medaglia d´oro nelle piscine olimpiche. Massimiliano ha la rispettabile altezza del nonno, la magrezza scattante della madre e il gene di Casanova del padre, catturando bellezze al bagno e showgirl con la stessa facilità con cui tocca e conquista i "blocchi" del nuoto. Uno splendore di ragazzo biondo, con le facili definizioni di "australiano di Napoli" e "napoletano di Melbourne", che si ritiene più bello di Weissmuller, il leggendario tritone della Pennsylvania, "nuotatore del XX secolo" e Tarzan sullo schermo, se non fosse che, nella famiglia di Max, la bellezza si chiama Vanessa, sua sorella, un vertiginoso schianto di ragazza, irraggiungibile con i tacchi.

Angelo, il capostipite, è stato un mito. Ci siamo persi più volte nel suo disordinato archivio di fotografie e ritagli di giornali, un lungo racconto che comincia negli anni Venti quando aprì il suo primo locale, una latteria-bar-biliardo al numero 21 di via Santa Teresa al Museo. Negli ultimi tempi della sua vita, sempre imponente e dritto nella persona, ci raccontava senza malinconia il suo lungo regno di seducente inventore di locali, dal lungomare alla collina di Posillipo, un impero di night e ristoranti entrati nella storia di Napoli. Il primo night lo aprì in via Morelli, dov´è oggi un negozio di antiquariato. Si chiamava "La Conchiglia", progettato dall´architetto Gino Avena, colonne bianche, un acquario e un´enorme conchiglia di gesso all´interno, la tana musicale del dopoguerra degli aristocratici e degli snob napoletani, belle donne e uomini di seduzione, ma anche ospiti che giungevano da ogni parte d´Italia.

Lo "Shaker", annesso all´Hotel Miramare, fu il suo trionfo e accompagnò la nostra giovinezza nella felice Napoli degli anni Sessanta quando il lungomare era punteggiato di locali famosi, il "Trocadero" della principessa Maria Pignatelli che, un po´ miope, riconosceva le ospiti dal profumo che usavano, e il "Rosso e nero" per l´aperitivo elegante. Lo "Shaker" aveva panchette di legno e puff arancione disseminati sul pavimento. Lì esordì Renato Carosone, nel 1948. Angelo Rosolino gli fece firmare un contratto di 14 mila lire a sera su un pezzo di cartaccia buastra che si usava per avvolgere il pane e la pasta. Quando Carosone se ne scappò a Roma, Rosolino trattenne il chitarrista olandese Peter Van Wood che spopolò con "Butta la chiave" e "Tre numeri al lotto". Per la cronaca erano il 24, il 60 e il 38. Lo "Shaker" fu una trappola d´amore. Vi nascevano fidanzamenti e matrimoni. Vi debuttò Peppino di Capri. Vi cominciarono la loro carriera Sergio Endrigo e Fred Bongusto, Ettore e Guido Lombardi, due voci, una chitarra e tanta luna. Marino Barreto vi spopolò con la sua voce nasale cantando "A-a-arriverci". George Moustachi vi tenne un memorabile concerto.

Era un mondo di belle ragazze e affascinanti entraineuses. Una, spagnola, se la sposò Mario Gherarducci, amico carissimo con cui dividevamo le serate e il lavoro di giornalisti sportivi. I giornalisti erano di casa allo "Shaker": Giacomo Lombardi, Gianni Nicolini con i suoi capelli rossi, quello spilungone di Bruno Lucisano, Umberto Borsacchi, un´altra pertica di giovane uomo che lavorava all´Ansa. Allo "Shaker" incontravamo le più belle ragazze di Napoli, la rosseggiante Adriana Battaglia, Gigliola Fragola, Annamaria Volpe, Carlottina del Pezzo, le due sorelle Gregoretti, Maria Parisio Perrotti, Elena e Loretta Calvanese, Lucia Ummarino, Malì Morelli, Patrizia Mannaiuolo, Jole La Stella. Di loro scrivevano nei "Mosconi" Etta Comito, giornalista de "Il Mattino" che intervistò Margaret d´Inghilterra ed Evita Peron, e Settimia Cicinnati, dalla chioma fulva, che sul "Roma" si firmava "Cicin".

Allo "Shaker" passavano l´imprescindibile Pupetto Sirignano, Lucio d´Aquara, Livio De Simone, Augusto Cesareo e la sua "Luna caprese", Maurizio Barracco, Luigi e Peppino Leonetti, Fofò Buonocore, i pallanuotisti della Rari Nantes e tutti i boys e le girls di via dei Mille. Quando, negli anni Settanta, lo "Shaker" bruciò per un corto circuito finì un´epoca. Era la vigilia di Natale e furono fatali le scintille dell´intreccio di luci su un abete che prese fuoco.

Fu all´Hotel Miramare che intervistammo Coccinelle, il primo transessuale d´Europa. Era la primavera del 1959. Lei era una soubrette parigina che sul passaporto risultava di sesso maschile col nome di Jacques-Charles Dufresnoy. Era esile, capelli di seta di un biondo chiarissimo, pelle candida. Il chirurgo francese Georges Borou l´aveva "fatta" donna a Casablanca. Tre anni dopo, sposò un giornalista. Allo "Shaker" si fece palpare il seno e le natiche. Ed eravamo al "Miramare" quando a mezzanotte arrivò Aristotile Onassis, uno dei clienti più affezionati di Angelo Rosolino. Era affamato e divorò un piatto di pasta e fagioli di cui era ghiotto. Ad Angelo voleva un gran bene Ingrid Bergman che lo chiamava "il mio barman sorridente" e voleva farne un attore. Gli assegnò una particina nel film "Viaggio in Italia" con George Sanders.

Angelo Rosolino è stato un vulcano di idee. Ovunque organizzava locali alla moda. Alle "Axidie" di Vico Equense portò don Jaime de Mora y Aragon, famoso con l´appellativo di Fabiolo. Era il fratello della regina Fabiola del Belgio. Rosolino lo costrinse a suonare il piano che divenne poi un suo hobby. Dovunque c´era la "mano" di Angelo Rosolino. Al "Castello" di Ischia, al "Lido Azzurro" di Torre Annunziata nel suo periodo d´oro. Al "Giardino degli aranci", sulla collina di Posillipo, suonava Armando Trovajoli. Angelo ci diceva: «Non so quanti locali ho aperto a Napoli. Quando Xavier Cugat venne a suonare al Metropolitan con Abbe Lane, allestii un dopo-teatro con diciotto tavoli e a ognuno di essi suonava un violinista ungherese».
Il tempo è passato e ha cancellato la dolce vita napoletana. Ma la dinastia dei Rosolino continua con i quattro moschettieri Antonio, Salvatore, Giorgio ed Enzo. Il mondo è cambiato, il ballo sulla mattonella è finito, e su Napoli le stelle stanno a guardare. Meglio non sapere che cosa dicono.

(07 agosto 2007)

da espresso.repubblica.it
6014  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Scalfarotto spara a zero sull'ex pm che sul... (saprà l'inglese ma quanto conta) inserito:: Agosto 07, 2007, 11:38:14 pm
Scherzi della Rete Inglese maccheronico, ironie su Di Pietro

Scalfarotto spara a zero sull'ex pm che sul suo sito scivola sulla traduzione e diventa l'uomo delle «eggs in the basket» 

 
Ora c'è il rischio è che passi alla storia dei blogger come l'uomo delle «eggs in the basket».

Traduzione dall'inglese maccheronico: l'uomo che ha rotto le uova nel paniere, dove il paniere è inteso come il nascente Partito democratico e l'uomo in questione altri non è che Antonio Di Pietro, ministro e leader dell'Italia dei Valori. La storia è semplice: l'ex pm tiene un blog, universalmente riconosciuto come ben aggiornato, che viene tradotto anche in inglese. E fin qui nulla di male, anzi. Peccato però che un suo messaggio, postato nei giorni della sua esclusione dalle primarie del 14 ottobre, stia facendo il giro della Rete, scatenando ironie e sorrisetti di tutti i tipi.

A sollevare il caso è stato Ivan Scalfarotto, che on line ha sparato a zero sul sito dell'ex pm sottolineandone impietosamente gli errori di traduzione.

«Meno male che abbiamo un politico attento al futuro, uno che sta su YouTube e su Second Life, uno internazionale, uno che vive in Europa» ha intinto la tastiera nel veleno il manager, candidato alle primarie dell'Ulivo nel 2005. Che, avendo vissuto per anni a Londra, è sobbalzato dalla sedia quando alla sesta riga del post dipietrese intitolato «the Democratic Party has missed an opportunity» ha scoperto che Di Pietro è stato fatto fuori dai papaveri del Pd in quanto: «a true real competitor who would have broken the eggs in the basket». Appunto l'uomo che ha rotto le uova nel paniere.

Neoligismi a parte, Scalfarotto ha annotato altre stranezze linguistiche del post, nel quale "non esiste" diventa It does not exist, "formare un partito" si trasforma in To form a party e "riflettere" to reflect". Da qui l'invito finale che pesca nel puro dipietrese e sa di sberleffo: «Tonino, sorry, but all this really non c'azzecca. How would you say that? It doesn't stick, it really doesn't».


Luca Gelmini
07 agosto 2007
 
da corriere.it
6015  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Obesità pubblicitaria (Ogni tanto Grillo è... comico) inserito:: Agosto 07, 2007, 11:36:14 pm
7 Agosto 2007

Obesità pubblicitaria



Non è buono ciò che è buono. Se ha un marchio è buono. Se non lo ha è insipido. Il contenuto è indifferente. Mangiamo il contenitore. Mangiamo la pubblicità del contenitore.

Una ricerca dell’Università di Stanford sulla scelta del cibo da parte dei bambini ha provato che McDonald è più buona. Stesse patatine fritte, scelta tra confezione con il marchio e senza. Il 77% dei bambini ha preferito la patatina McDonald.

La pubblicità televisiva fa la differenza. La pubblicità dei cibi per i bambini, in cui i bambini sono l’oggetto, il target, l’ascoltatore plagiato. Trasformati in apprendisti consumatori. La merendina, le patatine, i biscotti, i wurstel, le bevande e tutto il resto. Questa pubblicità va vietata.

L’obesità infantile in Italia non esisteva, oggi è la norma. E’ un’obesità pubblicitaria. Il virus ingrassante è lo spot.

La pubblicità è pericolosa per gli adulti, ma per i bambini può essere letale. E’ pedofilia commerciale, abuso di menti in formazione. I bambini devono abituarsi a mangiare cibi, non brand. E se possibile senza contenitore. Il latte, ad esempio, deve tornare ad essere solo latte. Mucca, latte, bottiglia, bambino. Semplice. In alcuni paesi è possibile comprare il latte, solo latte e niente brand, da distributori automatici. Si arriva con una bottiglia e si fa il pieno. E il latte è locale e costa meno. Chiedetelo anche al vostro comune.

Secondo il libro bianco della Comunità Europea sull’obesità del 2007: “Negli ultimi trent’anni il numero degli obesi in Europa è cresciuto in modo drammatico, in particolare tra i bambini, dove il numero di obesi è stato stimato nel 30% nel 2006”. Dalla cucina mediterranea ai sofficini e alla carne in scatola. Mamme italiane dove siete? I vostri figli non devono ingrassare come me.

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