LA-U dell'ulivo
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1  Forum Pubblico / La DEMOCRAZIA Incompleta se attaccata, deve DIFENDERSI. / Cosa ci “offrono”, i supermercati della GDO, di “strano sui loro banchi. inserito:: Luglio 07, 2020, 11:28:18 pm
Cosa ci “offrono” i supermercati della GDO di “strano sui loro banchi. 

Tranci di Parmigiano Reggiano Doc e di Grana Padano Doc con l'incisione fresata (cancellata) provvedimento di legge da praticare sulle forme difettose (quindi non Doc), vendute a prezzo pieno e pagate dalla Grande Distribuzione a prezzi molto scontati.

Prodotti Italiani con la marca italiana, con incarti o confezioni “multi-nazioni” (ovvero destinate anche a mercati esteri) il prodotto può essere diverso perché “fabbricato” per l’estero (in genere di qualità diversa).

Alimentari conservati in vetro o latta con marchi Italiani, ma prodotti in paesi stranieri (Est Europa) con scritte microscopiche della provenienza non nazionale.   
Sono soltanto alcuni esempi delle furberie in cui può incappare il compratore italiano di prodotti alimentari, oltre ad altre truffe, olio straniero venduto come Italiano a prezzi assurdi, oppure pasta anemica di colore e molliccia dopo la cottura, fabbricata con grani scadenti etc. etc.   
 
Una inchiesta giornalistica che, al fianco delle forze dell’ordine antisofisticazione, ricerchi e ci faccia capire cosa comperare e cosa no sarebbe impegnativa, ma di grande utilità per la popolazione.

Sono miliardi l’anno.
ggiannig
2  Forum Pubblico / "CLUB dei DIFFERENTI" e L'OTTAGONO luogo virtuale d'incontro. / Leader, Personalismi e Ideologie bloccate nel passato, non servono alla ... inserito:: Luglio 07, 2020, 11:23:35 pm
Leader, Personalismi e Ideologie bloccate nel passato, … non servono alla rinascita del paese.

"Uniti in un Progetto di Governo" è la sola possibilità del Centro e delle Sinistre di battere il male delle Destre.

Servono anche politici di rango, ma solo se di provata credibilità.

ggiannig
3  Forum Pubblico / ARLECCHINO EURISTICO scrive per i FUTURI FAN. / La mia presenza in FB: in 2 settimane mi hanno ammutolito, come non esistessi! inserito:: Luglio 05, 2020, 11:31:48 pm
Miei Collegamenti rapidi - al 4 luglio 2020

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 Arlecchino Euristico.

 Il Monitore in uno Stato Democratico.

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4  Forum Pubblico / Il MONITORE di Cittadini in uno Stato Democratico. / Il nostro Sdegno di Cittadini non basta ed è coperto, da sempre, dal ... inserito:: Luglio 03, 2020, 06:00:20 pm
Il nostro Sdegno di Cittadini non basta ed è coperto, da sempre, dal menefreghismo politico e dall'ironia dei malfattori-predatori delle nostre coscienze.

Ricercare una eco presso qualificati giornalisti e dare sostegno a testate indipendenti dai poteri più o meno deviati, può essere più efficace nelle battaglie civili e democratiche che dovremo attivare per difendere il nostro Paese e la sua Democrazia.

ggiannig
5  Forum Pubblico / Il "DOMANISMO" è dei GIOVANI che FARANNO DIVERSO il "DOMANI". / Cari Giovani corazzatevi contro le crisi di ogni tipo, che incontrerete nella... inserito:: Luglio 03, 2020, 05:57:53 pm
Cari Giovani corazzatevi contro le crisi di ogni tipo, che incontrerete nella vita, cercando di non subirle complici le lagne che per propaganda ipocrita vi metteranno davanti, i testimoni ignavi delle difficoltà di una Nazione.

Ogni crisi è un cambiamento e ogni cambiamento crea opportunità che dovrete cogliere, lasciando le lagne ai poveri di spirito dalle spalle curve sotto il peso del loro essere il nulla.

ggiannig
6  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. / Una destra reazionaria e nazionalista siede ai vertici dei Paesi più potenti ... inserito:: Luglio 02, 2020, 12:59:32 pm
Identità e mercato, le radici neoliberali del sovranismo
L'intervista.
Parla lo storico canadese Quinn Slobodian, docente al Wellesley College di Boston, autore del saggio «Globalists». La particolarità dell’attuale ritorno della destra nell'intreccio tra linguaggio economico e nazionalista. «Questi reazionari non sono contro la globalizzazione, propongono un modello alternativo: libertà di movimento per le merci e il capitale, restrizioni per gli esseri umani»

Annette Lemieux, «Left Right Left Right» (1995)
 Niccolò Barca

EDIZIONE DEL
30.06.2020
PUBBLICATO
29.6.2020, 23:59

Una destra reazionaria e nazionalista siede ai vertici dei Paesi più potenti al mondo, trovandosi ad affrontare una crisi sanitaria ed economica le cui conseguenze sono ancora incerte. Per cominciare a intravedere qualcosa del futuro, diventa ancora più urgente conoscere le forze politiche che ne gestiranno lo svolgimento. Quinn Slobodian, professore al Wellesley College di Boston e autore di Globalists: The End of Empire and the Birth of Neoliberalism (Harvard University Press, pp. 381, euro 26) ha contribuito a sfatare alcuni miti che circondano la cosiddetta destra populista, in particolare la sua rottura con il periodo neoliberista che l’ha preceduta.

Molti commentatori, riferendosi alle varie formazioni della destra populista contemporanea, sottolineano una rottura con il neoliberismo così evidente da rendere il termine obsoleto. In che modo la sua ricerca contrasta questa lettura?
Penso che parte dell’errore derivi dal fatto che spesso il termine «neoliberismo» viene usato come una categoria analitica che descrive il periodo che va dagli anni ‘80 ad oggi. Questa semplificazione non permette di cogliere le sfumature e le contraddizioni interne al neoliberismo, legandolo a doppia mandata con i grandi cambiamenti del capitalismo internazionale di quegli anni: dalla nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a quella dell’Unione Europea. L’opposizione della destra populista nei confronti di queste istituzioni ha portato molti a concludere che stavamo osservando qualcosa di radicalmente diverso dal neoliberismo. È da qui che nasce la dicotomia, amata dai media, tra la nuova destra – chiusa e nazionalista – e il neoliberismo – aperto e globalizzato. La verità è che questa apparente contraddizione nasconde il fatto che il sovranismo contemporaneo non si oppone in alcun modo alle ambizioni neoliberiste – libero mercato, privatizzazioni e competizione sfrenata a livello globale – visto che è nelle ambizioni neoliberiste che ha le sue radici.

Lo storico Quinn Slobodian
Lei ha scritto che bisogna interpretare il neoliberismo non come un dogma monolitico, ma come una domanda la cui risposta cambia a seconda del contesto politico e sociale.
I neoliberisti sono sempre stati ossessionati dalle condizioni extra-economiche nelle quali far fiorire il libero mercato e la competizione necessari per il capitalismo. L’impossibilità di comprendere l’economia globale, un lascito dello shock degli anni ‘30, aveva convinto i padri fondatori del neoliberismo come Friedrich Hayek e Ludwig Von Mises che bisognava concentrarsi sul costruire e promuovere istituzioni e costituzioni in grado di proteggere il capitalismo dalle forze capaci di distruggerlo: la volontà irrazionale delle masse e gli eccessi pericolosi del nazionalismo. Ai loro occhi, i trattati internazionali come il Wto o i processi di integrazione sovranazionale come l’Ue servivano esattamente a questo scopo.

Un ordine economico globale… non è contro questo che si scaglia la destra populista di oggi?
Ci sono due risposte a questa domanda. La prima è che già negli anni ‘90 prendeva piede tra i neoliberisti stessi la paura – sempre presente – che queste istituzioni potessero finire sotto il controllo dei socialisti. Nel caso dell’Ue, ad esempio, temevano che potesse diventare un cavallo di Troia per i nuovi collettivisti, ora incarnati nei burocrati dell’integrazione e nel movimento ambientalista, permettendogli di promuovere politiche sfavorevoli al mercato. La sfiducia verso queste istituzioni non è assolutamente in antitesi al pensiero neoliberista. Tra i fondatori dell’Alternative für Deutschland, partito tedesco di estrema destra, vi sono pensatori neoliberisti che già negli anni ‘90 si scagliavano contro il governo per il suo coinvolgimento nel processo di integrazione europea. L’euroscetticismo della destra italiana ha radici nel pensiero di Antonio Martino, tessera numero 2 di Forza Italia e ministro di Berlusconi, nonché presidente della Mont Pelerin Society, la più influente delle organizzazioni neoliberiste.

E la seconda risposta?
Sta nel fatto che la destra populista odierna non si oppone in alcun modo alla globalizzazione, semplicemente ne propone un modello alternativo: piena libertà di movimento per le merci e il capitale, restrizioni per gli esseri umani. Le tariffe di Donald Trump non sono un tentativo di ritirarsi dal mercato globale di merci e capitale, vogliono solamente rendere più competitivi i prodotti americani su quel mercato. E lo stesso vale per la Brexit, sostenuta come un ritiro dall’asfissiante mercato europeo, ma in nome di un ritorno alla golden age del libero mercato a livello internazionale. Il coronavirus non cambierà questo modello. Le destre attribuiranno la pandemia ai «globalisti» e all’immigrazione con una mano mentre continueranno a promuovere lo spostamento senza vincoli del capitale con l’altra. In questo senso mi preoccupa particolarmente un’esplosione di teorie cospirazioniste riguardo le origini del virus volte ad alimentare una sinofobia politicamente strumentale a contenere la crescita cinese.

È nelle retoriche xenofobe e nazionaliste della destra contemporanea che possiamo vedere la rottura maggiore con il passato?
Sicuramente queste retoriche irrompono nel dibattito mainstream, ma anche in questo caso è importante respingere l’idea di una rottura completa con il passato. La voce della destra più radicale aveva avuto poca influenza negli ambienti neoliberisti, ma dagli anni ‘90 inizia invece a diffondersi oltre i margini cui era stata rilegata. I suoi esponenti erano ugualmente devoti al capitalismo e alla competizione, ciò che li differenziava era che lo scetticismo nei confronti delle istituzioni sovranazionali li aveva convinti della centralità dello Stato-nazione come base su cui organizzare il capitalismo globale. Ma le discussioni di quel periodo non si fermavano lì. Illustri intellettuali neoliberisti, preoccupati anche dai cambiamenti demografici, iniziarono ad interrogarsi se tra le condizioni necessarie per il miglior funzionamento del libero mercato e della competizione internazionale non ci fosse la necessità di un’omogeneità culturale, o se certe culture e «razze» non fossero intrinsecamente più adatte all’economia di mercato rispetto ad altre.

A suo giudizio è proprio in questo incontro tra il linguaggio economico e quello nazionalista che sta la particolarità di questo ritorno della destra…
Per quanto sia vero che ripropone e adopera idee di omogeneità, la destra contemporanea porta avanti questi argomenti soprattutto in termini economici e secondo me il suo successo deriva esattamente da questo. Penso che dobbiamo concepire la politica di estrema destra oggi come una specie di strategia di investimento, sia nel senso simbolico che letterale del termine. Le persone si chiedono come possono massimizzare il valore di quello che hanno nel loro conto in banca, ma anche simbolicamente, in quello che Steve Bannon chiama «valore della cittadinanza», inteso come un valore culturale ma anche «razziale». Per costoro, i processi di integrazione che sono stati egemoni dagli anni ‘90 hanno svalutato l’essere bianchi – o italiani – e l’unico modo per dargli un nuovo valore è riattivando dei processi di esclusione.

E più l’investimento economico è senza ritorni, più ci si affida all’asse identitaria?
Sì, e l’intuizione della destra è stata quella di capire che i due assi non corrono separatamente. Noi ci stiamo battendo contro quello che ho chiamato volk capitalism, capitalismo del popolo, che vede la nazione come un contenitore di virtù economicamente utili, innate, essenziali, storiche e non-riproducibili. Il rischio presente è che le destre vedano nel nuovo atteggiamento verso le politiche monetarie un’occasione per espandere un sistema di welfare diretto esclusivamente al popolo inteso in senso identitario, giustificando un atteggiamento sempre più punitivo nei confronti degli immigrati come una necessità per contenere le spese dello stato. Penso in particolare agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna ma non escludo che il modello possa espandersi anche altrove. Troppi commentatori gioiscono all’idea di un ritorno della centralità dello Stato senza preoccuparsi di che tipo di Stato stiamo parlando. La destra ha gli strumenti, la retorica e, apparentemente, i numeri per spiegare questa crisi e mostrare come uscirne. Puntando il dito contro i nemici esterni, negando il riscaldamento globale e i problemi strutturali che hanno portato alla pandemia, privilegerà ristretti interessi economici mentre porta avanti l’erosione delle fondamenta delle nostre democrazie. Mai come oggi è importante offrire una strada alternativa.

Da - https://ilmanifesto.it/identita-e-mercato-le-radici-neoliberali-del-sovranismo/?fbclid=IwAR3xd0CDse1Oz5QrENX_hAjBsAKUIZz4fWZsekKLXb2cEjCA7P0Ao3CnYxM
7  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. / GIORGIO CADONI. Machiavelli e il modello repubblicano: una risposta ad inserito:: Luglio 02, 2020, 12:55:18 pm
«Marx e Bourdieu: pratiche della critica Dalla produzione alla riproduzione e ritorno: il socialismo di Nancy Fraser e i suoi problemi»

Machiavelli e il modello repubblicano: una risposta ad Andrea Guidi
Di GIORGIO CADONI

In un intervento con cui intende trarre dai Discorsi di Niccolò Machiavelli alcune lezioni per i «presenti tempi», Andrea Guidi non si è accorto che quello della distribuzione della ricchezza è l’unico problema che la Repubblica romana non seppe risolvere.

Sarà innanzi tutto opportuno chiarire che le seguenti osservazioni non intendono aprire un dibattito ‒ che pure sarebbe necessario ‒ sull’analisi della situazione mondiale effettuata da Andrea Guidi nel saggio recentemente pubblicato su queste colonne sotto l’impegnativo titolo di Una bussola per una vera politica dei popoli: leggere Machiavelli nel terzo millennio (con una Exhortatio per l’Europa); e tanto meno discutere le sue proposte. Tuttavia, poiché tanto la prima quanto le seconde si pretendono ispirate dai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, sembra indispensabile dire qualcosa degli equivoci in cui, nel corso della sua corsiva lettura della maggiore opera di Niccolò Machiavelli, è caduto l’autore del saggio. E ciò, soprattutto, a causa degl’insegnamenti che anche oggi si possono e debbono trarre da un testo che appare a volte di una sorprendente modernità ed è stato così spesso mal compreso.

Se è lecito semplificare all’estremo la tesi del Guidi, diremo che, a suo parere, il grande Fiorentino presenta due «modelli» di società e di stato: quello, aristocratico, di Venezia, e quello, «inclusivista», di Roma. Attualmente quasi tutti i paesi si avvierebbero verso la catastrofe per aver adottato il primo; e l’unica possibilità di salvezza consisterebbe nel rovesciare prontamente questa scelta. Del modello romano, al quale le nazioni occidentali sono invitate ad adeguarsi, il Guidi scrive: «Il risultato è il giusto bilanciamento offerto da un autentico “vivere civile e libero” tra ricchezza individuale e pubblica secondo i tratti delineati dallo stesso quondam Segretario fiorentino in Discorsi III 1».

Sorprende il riferimento al celebre capitolo dei Discorsi dedicato alla spinosa questione della «riduzione al principio», dove, per quanto lo si legga e rilegga, non si riesce a trovare neppure un cenno che concerna il bilanciamento «fra ricchezza individuale e pubblica». Ben si comprende che in tempi tanto infelici e preoccupanti quanto quelli presenti si commetta qualche errore di distrazione e si indichi un capitolo diverso da quello che si aveva in mente.

Ma purtroppo non è tutto. Perché quello che di cui tratta il passo che è stato riportato è un motivo centrale e ricorrente del saggio, nel quale la struttura economica su cui poggia la società è elemento essenziale del nuovo assetto mondiale prefigurato dall’autore. E non è necessario leggere i Discorsi con particolare attenzione per accorgersi che quello della distribuzione della ricchezza è l’unico problema che la Repubblica romana non seppe risolvere; sicché, attraverso le lotte agrarie e le guerre civili, la portò infine alla morte, come narra I 37: «Tanto che per tali cagioni questa legge [agraria] stette come addormentata infino ai Gracchi, da' quali essendo poi svegliata, rovinò al tutto la libertà romana; perché la trovò raddoppiata la potenza de’ suoi avversari, e si accese per questo tanto odio intra la Plebe e il Senato che si venne nelle armi e al sangue, fuori d'ogni modo e costume civile. [...] Risuscitarono poi questi omori a tempo di Cesare e di Pompeio, perché fattosi Cesare capo della parte di Mario, e Pompeio di quella di Silla, venendo alle mani rimase superiore Cesare: il quale fu primo tiranno in Roma, talché mai fu poi libera quella città».

Come non vedere che la questione che il Guidi ha collocato al centro delle sue considerazioni fa di Roma un esempio negativo? Che non d’imitarla si tratta, ma di evitare di commettere l’errore che portò alla rovina la Repubblica? Lo sapeva bene Machiavelli, che, nel medesimo capitolo, non esitò a muovere una severa critica ai «suoi» Romani: «E perché le republiche bene ordinate hanno a tenere ricco il publico e gli loro cittadini poveri, convenne che fusse nella città di Roma difetto di questa legge».

A quest’estremistico principio si ispirarono, pur con notevole moderazione, i fratelli Semproni, che tuttavia, per aver agito quando le circostanze non consentivano più di porre rimedio all’errore commesso in passato, sono disapprovati dal geniale Segretario, che li accusa di aver dato inizio allo scontro terminato con la dittatura perpetua di Cesare: «Del quale disordine furono motori i Gracchi, de' quali si debbe laudare più la intenzione che la prudenzia. Perché a volere levar via uno disordine cresciuto in una republica, e per questo fare una legge che riguardi assai indietro, è partito male considerato; e, come di sopra largamente si discorse, non si fa altro che accelerare quel male a che quel disordine ti conduce: ma, temporeggiandolo, o il male viene più tardo, o per sé medesimo, col tempo, avanti che venga al fine suo, si spegne».

Le ultime parole del passo mostrano il disperato tentativo compiuto da Machiavelli per non rinunciare alla speranza che fosse possibile sottrarre le libere repubbliche al destino a cui sono condannate; speranza, non occorre dirlo, del tutto aleatoria, dalla quale, a ben guardare, trae origine anche la regola che impone alle «republiche bene ordinate» di «tenere ricco il publico e gli loro cittadini poveri». Infatti la regola non appare in grado di fermare il corso immodificabile della storia delineato dal seguente passo di I 37: «Tale dunque principio e fine ebbe la legge agraria. E benché noi mostrassimo altrove come le inimicizie di Roma intra il Senato e la Plebe mantenessero libera Roma, per nascerne, da quelle, leggi in favore della libertà, e per questo paia disforme a tale conclusione il fine di questa legge agraria, dico come per questo io non mi rimuovo da tale opinione: perché gli è tanta l'ambizione de' grandi, che,se per varie vie ed in vari modi ella non è, n una città, sbattuta, tosto riduce quella città alla rovina sua. In modo che, se la contenzione della legge agraria penò trecento anni a fare Roma serva, si sarebbe condotta per avventura molto più tosto in servitù, quando la plebe, e con questa legge e con altri suoi appetiti, non avesse sempre frenato l'ambizione de' nobili».

A chi apre per la prima volta i Discorsi a quest’altezza può sembrare che Niccolò sia in preda a un irrazionale fatalismo; ma basta andare ai «luoghi» da lui richiamati per comprendere che si tratta della sconsolata conclusione della sua innovativa lettura della storia romana. L’argomento non si presta a frettolose esposizioni; ma non sarà forse inutile indicare il percorso logico che conduce a quella conclusione, seguendo il sentiero tracciato dai primi capitoli Discorsi ‒ dai quali si potrebbero per altro trarre insegnamenti altrettanto utili quanto quelli che il Guidi ritiene di dover trarre da altri luoghi di tale opera. Posto che ogni società è divisa in due diverse classi sociali, patrizi e plebei, «grandi» e popolo, e che i primi di ciascuna di queste due coppie sono sempre intenzionati a rafforzare i loro privilegi opprimendo i secondi, che non intendono sopportare l’oppressione, il conflitto appare inevitabile e, nello stesso tempo, positivo, essendo l’unico generatore della «comune libertà».

Per ragioni che Machiavelli non rende esplicite, ma che è facile intuire, la libertà consente alle repubbliche di fare dei loro cittadini dei coraggiosi e disciplinati combattenti che divengono un valido strumento della politica espansionistica alla quale nessuno stato può impunemente rinunciare (Discorsi I 4-6). Ma la conquista significa, in termini machiavelliani, ricchezza; e la ricchezza muta il carattere del conflitto sociale, poiché «gli uomini stimano più la roba che gli onori»; talché la nobiltà senatoria, che «sempre negli onori cedé sanza scandoli straordinari alla plebe», (Discorsi I 37), si chiuse in un’assoluta intransigenza, da cui discesero le ben note conseguenze. Se è così, non vi è modo di trovare nel commento liviano alcun suggerimento sulla maniera di realizzare il giusto equilibrio tra ricchezza individuale e ricchezza pubblica auspicato dal Guidi. Bisogna aggiungere che, sebbene in I 37 si mostri consapevole della grande estensione raggiunta dai latifondi della nobiltà senatoria, l’antico Segretario non sembra preoccuparsi della sperequazione economica, e imputa l’aspra ostinazione con cui i plebei pretesero di avere parte delle terre strappate ai vinti all’inesauribile «ambizione» degli uomini della quale tratta all’inizio del capitolo.

Quanto sia fuorviante forzare il dettato machiavelliano per estrarne delle considerazioni riguardanti un campo di attività di cui l’autore, nella lettera a Francesco Vettori del 9 aprile 1513, dichiara di non avere alcuna conoscenza, è dimostrato anche da ciò che il Guidi dice dei «gentiluomini», che, a suo parere, erano detestati da Machiavelli perché «impedivano il libero sviluppo dell’economia fondata sulla produzione e sullo scambio». Aggiunge il saggista: «Rappresentando un blocco di potere alternativo allo stato, un’aristocrazia che vive di rendite di posizione e – spiega Machiavelli – per difenderle riesce a influenzare il governo di una comunità politica, nel lungo periodo è causa di processi politici e istituzionali degenerativi causati dal perseguimento e dalla promozione di una legislazione che inevitabilmente tende a tutelare privilegi fiscali e autonomie d’azione a scapito della equità e potenza della cosa pubblica».

La prima affermazione può trovare fondamento in Discorsi I 55, soprattutto se lo si legge parallelamente all’elogio della libertà celebrato in II 2; ma che sia questo il motivo dell’avversione di Machiavelli nei confronti dei «gentiluomini», dei quali offre per altro un accurato ritratto, è una congettura di cui nessun testo fornisce un serio indizio. Quanto alla spiegazione che sarebbe offerta da Machiavelli circa l’influenza esercitata sul governo dai «gentiluomini» al fine di difendere le loro «rendite di posizione», si desidererebbe sapere in quale capitolo dei Discorsi sia possibile trovarla. La ragione per cui il grande Fiorentino ritiene la presenza di «gentiluomini» tanto nefasta è infatti immediatamente politica; ed è costituita dalla loro insopprimibile tendenza a servirsi del potere di cui dispongono per infrangere impunemente le leggi; talché soltanto l’eccezionale energia di una «mano regia» è in grado di porvi freno.

Al mondo occidentale, ma forse all’intero pianeta, il Guidi propone un modello di alleanze che vorrebbe fondato sul metodo di «farsi compagni», mediante il quale i Romani avrebbero creato «quel prototipo di federazione ineguale proposto da Machiavelli nel quarto capitolo del secondo libro di quell’opera [cfr. Discorsi II 4], ovvero quella più volte evocata politica di alleanze e di espansione fondata sulla primazia politico-militare di uno stato, eppure fondata su quel rispetto del diritto delle genti che Roma applicò al caso delle masse dei popoli italici». Di Discorsi II 4 il Guidi deve aver letto, o almeno considerato, solo l’inizio; altrimenti si sarebbe accorto dell’«inganno» che si celava sotto quell’abile decisione di «farsi compagni» e non sudditi, e dell’assoggettamento contro cui coloro che erano stati «compagni» dei Romani tentarono una disperata rivolta. La citazione riuscirà lunga, ma merita senz’altro il tempo necessario per leggerla e, se possibile, di meditarla:

E perché [Roma] la è stata sola a vivere così, è stata ancora sola a diventare tanto potente; perché, avendosi lei fatti di molti compagni per tutta Italia, i quali in di molte cose con equali leggi vivevano seco; e dall'altro canto, come di sopra è detto, sendosi riserbata sempre la sedia dello imperio e il titolo del comandare, questi suoi compagni venivano, che non se ne avvedevano, con le fatiche e con il sangue loro a soggiogare sé stessi. Perché, come ei cominciarono a uscire con gli eserciti di Italia, e ridurre i regni in province, e farsi suggetti coloro che, per essere consueti a vivere sotto i re, non si curavano di essere suggetti, e avendo governatori romani ed essendo stati vinti da eserciti con il titolo romano, non riconoscevano per superiore altro che Roma, di modo che quegli compagni di Roma che erano in Italia si trovarono in un tratto cinti da' sudditi romani e oppressi da una grossissima città come era Roma. E quando ei s'avviddono dello inganno sotto il quale erano vissuti, non furono a tempo a rimediarvi, tanta autorità aveva presa Roma con le provincie esterne, e tanta forza si trovava in seno, avendo la sua città grossissima e armatissima. E benché quelli suoi compagni, per vendicarsi delle ingiurie, le congiurassero contro, furono in poco tempo perditori della guerra, peggiorando le loro condizioni, perché, di compagni diventarono, ancora loro, sudditi.

È chiaro che disgiunta dal contesto la teoria del «farsi compagni» muta radicalmente significato, e poco ha in comune con la teoria machiavelliana, perché quella teoria trae origine dall’intento d’iniziare, malgrado la relativa debolezza della città, una politica espansionistica che le permetterà di estendere il suo dominio su un’area sempre più vasta, nella quale verranno infine inclusi anche gli antichi alleati. Sulla finalità imperialistica di quella teoria non possono infatti esservi dubbi, come è dimostrato dalla precauzione di riservarsi «sempre la sedia dello imperio e il titolo del comandare», che è parte integrante di essa.

Prima di terminare queste sommarie osservazioni, pur nella certezza che non sarà sfuggita all’attenzione del lettore, a un’ultima cosa è forse opportuno conferire il rilievo che non ha ottenuto nel saggio del Guidi, ossia al fatto che, secondo il repubblicano Machiavelli, l’inevitabile transizione dalla Repubblica all’Impero, significò, per i cittadini di Roma, irrimediabile caduta nella «servitù» e, per la città, l’inizio di un lungo declino.

Giorgio Cadoni è stato Professore di Storia della filosofia politica all'Università La Sapienza di Roma.

BIBLIOGRAFIA
Gennaro Sasso, Niccolò Machiavelli, vol. I, Il Mulino, nuova ed., Bologna 1993, pp. 479 ss.; Id. Machiavelli e i detrattori, antichi e nuovi, di Roma, in Machiavelli e gli antichi, vol. I, Ricciardi Milano-Napoli, 1957, pp. 401 ss.; Giorgio Cadoni, Contributo all’esegesi dei primi nove capitoli dei «Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio», in «Il Pensiero politico», 1/2013, pp. 9 ss.; Id., Machiavelli: corruzione, «inegualità», conflitti, in «La Cultura»,2/2017, pp. 207 ss.

(19 giugno 2020)
Scritto venerdì, 19 giugno, 2020 alle 18:41 nella categoria Archivio. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

Da - http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/06/19/machiavelli-e-il-modello-repubblicano-una-risposta-ad-andrea-guidi/
8  Forum Pubblico / La DEMOCRAZIA Incompleta se attaccata, deve DIFENDERSI. / L'Italia ha bisogno di politici "differenti" dai predatori di sempre, se ... inserito:: Luglio 02, 2020, 11:28:44 am
Chi rifiuta i denari Europei e le conseguenti, giuste, condizioni di impiego nella ricostruzione, non vuole le riforme perché preferisce seguitare a derubare o sprecare, senza controllo, le risorse degli Italiani.

L'Italia ha bisogno di politici "differenti" dai predatori di sempre, se vuole maggiore considerazione e migliore stima all'estero.
 
ggiannig

9  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. / Giorgio Cremaschi - (24 giugno 2020) bloccato dai sassi-in-tasca del passato... inserito:: Giugno 30, 2020, 01:01:41 pm
GIORGIO CREMASCHI

10 anni fa la svolta reazionaria di Pomigliano

Proprio in questi giorni, dieci anni fa, si svolgeva il referendum ricatto nello stabilimento di Pomigliano della FIAT, dove i lavoratori furono costretti a scegliere tra il licenziamento per trasferimento delle produzioni all’estero e la rinuncia al contratto nazionale. Un referendum voluto da Sergio Marchionne e gestito in un clima di intimidazione e ricatto degni di una dittatura, ma presentato dal sistema mediatico e da quello politico, tutti complici, come una grande scelta di democrazia.

Questo atto di violenza privata tramite voto, con gli operai che si esprimevano sotto l’occhio vigile dei capireparto, raccolse un dissenso imprevisto. Quasi il 40% disse NO, la maggioranza degli addetti alle catene di montaggio. Marchionne come tutti i tiranni si aspettava un 90% di sì e ne fu contrariato. Sarà per questo che la FIAT mise subito nel cassetto il tanto propagandato progetto chiamato Fabbrica Italia, che prevedeva 20 miliardi di investimenti. Tutti quei piani restarono sui titoli dei giornali e nelle menzogne dei politici che li avevano strombazzati, oggi la FIAT non esiste più, è una società americana che si appresta a diventare francese con sede legale in Olanda. Ma se quel referendum si rivelò essere quello che già allora chiaro, un imbroglio, enormi furono le sue conseguenze per i lavoratori ed il paese. Nel pieno della crisi economica allora scoppiata, Sergio Marchionne indicò la via da percorrere alla classe politica ed economica del paese: la distruzione dei residui diritti e libertà dei lavoratori per ottenerne il pieno asservimento all’impresa.

Allora i lavoratori venivano già da anni di sacrifici e sembrava dunque arduo pretendere ancora da essi, ma Marchionne aprì la via ad una nuova fase e dimensione dello sfruttamento. Le leggi di Monti e Fornero, quelle di Renzi, che distruggevano diritti che sembravano solidi e che fino ad allora erano stati difesi, poterono affermarsi perché a Pomigliano quella difesa era stata infranta. Così oggi la classe operaia italiana è quella più sfruttata ed oppressa d’Europa, quella che ha perso di più. Allora solo la Fiom ed i sindacati di base si opposero, con il sostegno di una minoranza di intellettuali, costituzionalisti, militanti della democrazia che avevano compreso l’enorme portata negativa del ricatto della FIAT. Oggi la Fiom è rientrata con la CGIL nel concerto confederale e siamo al dilagare di uno sfruttamento del lavoro che dieci anni fa era ancora impensabile.

Il referendum a Pomigliano segnò una svolta reazionaria che dalla fabbrica si estese nella politica e nella cultura del paese, alimentando la distruzione della solidarietà e la guerra tra i poveri. Anche Salvini deve ad esso le sue fortune. Oggi il nuovo presidente degli industriali Carlo Bonomi, di fronte alla catastrofica crisi economica, cerca di riproporre la stessa scelta di Marchionne, con lo stesso codazzo di intellettuali che abbelliscono di scenari futuribili l’orrore della realtà, di sindacalisti pronti a firmare qualsiasi accordo, di politici di tutti gli schieramenti al servizio dei padroni. Perché nonostante il degrado attuale delle condizioni di chi lavora, la fantasia perversa dei padroni ha già individuato nuove vie per farle scendere ancora più in basso. No dai questo non è possibile, si diceva allora come oggi, e invece sì perché il solo limite allo sfruttamento è quello della resistenza e della lotta contro di esso. E perché se non si costruiscono la rottura e l’alternativa al capitalismo liberista, questo continuerà ad imporre la propria ferocia come unica soluzione possibile.

Ricordiamo dunque il referendum di Pomigliano come un passaggio buio per la nostra democrazia e per la nostra Costituzione, che può oggi riproporsi con conseguenze ancora più gravi.

Giorgio Cremaschi
(24 giugno 2020)
Scritto mercoledì, 24 giugno, 2020 alle 13:10 nella categoria Giorgio Cremaschi. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

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10  Forum Pubblico / Il MONITORE di Cittadini in uno Stato Democratico. / Cittadini, Partiti Democratici e Progetto un unicum per salvare il paese. inserito:: Giugno 30, 2020, 12:10:28 pm
I veri Partiti democratici devono Progettare un loro Piano di Governo sino al 2023, non possono affidarsi alle "bizze preconfezionate" dei 5Stelle.

Il suddetto Piano dei Democratici reso noto con adeguata comunicazione esaustiva, deve poter contare sul consenso dei Cittadini e della parte più consapevole della Popolazione.

Cittadini, Partiti Democratici e Progetto un unicum per salvare il paese.
ggiannig
11  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. / Luca SOFRI. A che punto siamo - 26 Giugno 2020 inserito:: Giugno 30, 2020, 12:09:07 pm
Luca Sofri
A che punto siamo
26 Giugno 2020

Sul coronavirus, ovvero sulla questione di gran lunga più importante e universale di questi mesi, manca ormai da diverse settimane una lettura complessiva della situazione: a che punto siamo, cosa sta succedendo, che cosa dobbiamo pensare degli elementi che abbiamo, dei dati, di quello che percepiamo intorno o che ci viene raccontato.
Il vuoto di questa mancanza è quindi occupato da volatili e spesso contraddittorie considerazioni puntuali che vengano da questo o quell’esperto, opinioni in libertà di comunicatori o rappresentanti pubblici di vario genere, costruzioni personali che si fanno le singole persone e che oscillano tra l’immutata e ansiosa paura e l’idea che il peggio sia passato per sempre.

Ci sono delle comprensibili ragioni per questa difficoltà di descrivere uno scenario con soddisfacente sintesi o raggiungendo qualche conclusione generale. La prima è che vale ancora oggi, quattro mesi dopo, quella condizione eccezionale e spiazzante per cui non sappiamo le cose. Non è dato saperle. Ci sono incognite e variabili decisive sul futuro immediato e su quelli successivi, che impediscono a chiunque di capire dove saremo domani, o dopodomani. Non si sa, punto.

La seconda invece riguarda capire dove siamo oggi: questo è in teoria più facile. Ci sono i dati, c’è la realtà visibile e c’è quella raccontata dai mezzi di informazione credibili (o sapendo orientarsi tra quelli un po’ credibili). È innegabile che – in Italia – la “fase 2” si sia sviluppata finora più positivamente di quanto si prevedesse e temesse (sto parlando del problema prioritario, quello sanitario). Un’attenuazione delle limitazioni decisa per ragioni economiche e sociali era stata presentata insieme alla probabilità di peggioramenti del contagio e delle sue conseguenze, e questo non è successo. Da una situazione di quarantena piuttosto rigorosa siamo passati a una generale libertà – con cautele e accorgimenti – e i risultati non sono cambiati. Vuol dire che le cautele e gli accorgimenti – compresa una maggiore consapevolezza – sono un fattore determinante? Probabilmente sì. Sempre tenendo presente che il virus c’è ancora, contagia persone, ne uccide, e rende indispensabili quelle cautele e accorgimenti. Ma oggi è ripresa quasi ogni cosa, pur con numeri e frequenze disastrosamente minori. C’è insomma una misura di convivenza col virus, nel quotidiano (più sul lungo, naturalmente no, ci arrivo).

Ma se queste considerazioni sul presente sono appunto più facili e condivisibili, ci sono dei fattori che le complicano di molto. Una è che sono considerazioni che appaiono legate molto a luoghi e momenti: in tutto il mondo ci sono condizioni diversissime, in queste settimane, con crisi gravi in alcuni paesi, seminormalizzazioni in altri, contagio mai divenuto drammatico in altri ancora. Questo dice piuttosto palesemente che dove le condizioni sono migliori è appunto per sviluppi locali puntuali, non per una diminuita pericolosità del virus. E siccome abbiamo imparato che questi sviluppi dipendono da buone strategie e consapevolezze quanto da accidenti imprevisti e inciampi di queste strategie, nessuno può sentirsi sicuro: siamo un po’ più preparati a gestire possibili peggioramenti.

Un altro fattore che complica la lettura della situazione è una tara della comunicazione tipica dei tempi di guerra, come notammo già mesi fa: abbiamo già detto che non si possono fare sintesi e previsioni, ma analisi e fatti e dati li abbiamo. Non conducono a conclusioni certe, ma dicono delle cose. Però l’impressione è che in ogni comunicazione pubblica ci sia ormai – in ragione anche di guai passati e sventatezze ma anche gogne eccessive – un terrore di “far passare messaggi sbagliati” che generino pericoli per le persone, oppure ritorsioni per chi li esprime (metteteci che oggi nessuno ha garantito che le sue parole siano riportate come le intende). È la comunicazione da tempi di guerra, col freno tirato, guardinga, in cui la chiarezza è amputata e censurata in nome della sicurezza: scelta che non è da disprezzare sbrigativamente, la sicurezza è una priorità, c’è una ragione per la comunicazione da tempi di guerra. Ed è vero che sappiamo della nostra umana inclinazione a semplificare messaggi complessi, a volere risposte univoche, a domandare “e quindi?” (inclinazione che invece molti media cercano di soddisfare con quotidiane titolazioni e sintesi perentorie, che saranno smentite e contraddette il giorno dopo o poche pagine più in là). Però tutto questo porta a una difficoltà a discutere del punto in cui siamo, delle cose che sappiamo, delle ipotesi e degli scenari possibili. Possibili, non certi.

E intanto, se anche possiamo vivere nel quotidiano le nostre vite private senza sapere dove stiamo andando, senza fare progetti (amen per quel viaggio), tutto il nostro mondo e le nostre economie invece non possono stare senza progetti: e le scelte che sono state fatte guardando a questo – come le aperture della “fase 2” – sono state fatte prendendosi dei rischi e sperando di poterli gestire. Quindi resterà questa contraddizione: dovremo fare programmi prendendoci dei rischi, e diventando bravi a gestirli e a ricalibrare i programmi.

Volendo fare una sintesi sbrigativa del momento, siamo persone con dei cerini accesi dentro allo stesso fienile: fino a che nessuno fa cadere il cerino acceso la situazione tiene e possiamo – dobbiamo – pure metterci a fare altre cose col cerino in mano, un po’ alla volta. Però è difficile, bisogna stare attentissimi, e avere estintori a portata di mano. Altri ordini di idee in cui mettersi, più chiari e certi, non li abbiamo.

DA - https://www.wittgenstein.it/2020/06/26/a-che-punto-siamo/
12  Forum Pubblico / Il MONITORE di Cittadini in uno Stato Democratico. / La Cattiveria distrugge la Società! inserito:: Giugno 30, 2020, 12:06:58 pm
La RAI non deve e non può essere di "parte".
La RAI è di tutti e non deve orientare o favorire alcuni a discapito di altri, … per partito preso.

La RAI deve offrirsi al pubblico con persone e programmi di alto valore, dare spazi adeguati a coloro che hanno veri meriti di buon livello, sia professionale, sia morale. 

In RAI dirigenti mediocri e/o condizionati da poteri partitocratici squallidi, sono incapaci di produrre alta qualità nella comunicazione o nell'intrattenimento.
La RAI non deve dare spazio alla CATTIVERIA, in qualsiasi modo abbia modo di esprimersi, soprattutto se sottotraccia e con metodi subdoli.

La Cattiveria distrugge la Società!
ggiannig

13  Forum Pubblico / Il MONITORE di Cittadini in uno Stato Democratico. / La strage di Bergamo provocata da industriali e istituzioni sottomesse ... inserito:: Giugno 30, 2020, 12:05:02 pm
La categoria (nel caso specifico gli industriali) o il Partito, che pretendono di dare e concretamente danno disposizioni o mettono sotto ricatto le Istituzioni Nazionali, Regionali e Comunali, compiono una azione antidemocratica sino ad arrivare alla sovversione.

Le Istituzioni che vi si sottomettono, ne sono complici e corresponsabili delle conseguenze sofferte dalla Popolazione.

Anche in questo senso la Magistratura dovrà agire.
ggiannig
14  Forum Pubblico / "CLUB dei DIFFERENTI" e L'OTTAGONO luogo virtuale d'incontro. / QUANTO È REVERSIBILE IL PRIVILEGIO (E QUANTO LO SVANTAGGIO) inserito:: Giugno 30, 2020, 12:01:57 pm
LETTERA DI UNA PROFESSORESSA: QUANTO È REVERSIBILE IL PRIVILEGIO (E QUANTO LO SVANTAGGIO)

Se “quando Pierino nasci, resti tale… il privilegio è dentro di te”, quando nasci disgraziato, allora, resti tale…? Lo svantaggio è irrimediabilmente dentro di te?

Messaggio pervenuto il 26 giugno 2020 – Le altre lettere, commenti e recensioni de La casa nella pineta sono facilmente raggiungibili attraverso la pagina web dedicata al libro.

Buongiorno signor Ichino,
sto leggendo per la seconda volta La casa nella pineta. Raramente rileggo un libro ma questa volta mi è necessario.
Ascoltando quale è stata la sua vita nella sua famiglia non ho potuto fare a meno di paragonarla con quello che è stata ed è la mia, così diversa per luogo, estrazione sociale, rapporti. Eppure, in tanta distanza, alcune delle persone che ha frequentato lei, le ho frequentate anch’io, in modo diverso, e anche su di me hanno lasciato un segno.
Ho trovato il ritratto dello stile della sua nonna (pag. 77) del tutto sovrapponibile a quello della mia mamma nata e vissuta in condizioni del tutto differenti.

La parte che riguarda il suo lavoro al sindacato la sto rileggendo piano piano.

Il mondo del lavoro che conosco io oggi, attraverso l’esperienza di uno dei miei figli, mi farebbe aderire al pensiero di Don Milani sul licenziamento. Tuttavia il suo pensiero sui dipendenti della pubblica amministrazione non andava stroncato perché merita un dibattito serio.

Vorrei farla parte di un’emozione importante che ho vissuto quest’anno alla fine della scuola.
Lavoro in un professionale (per intenderci dove lo scorso anno uno studente ha lanciato la sedia all’insegnante).
Ebbene, ho sperimentato quanto è bello dare fiducia a chi non se la merita. Non le dico le acrobazie per introdurre gli studenti ad alcuni contenuti, eppure ci sono stati dei miracoli.
Ho visto alcune ragazze trasformarsi dare il meglio di sé, ancora con più verità dei ragazzi del liceo dove sono stata per anni. Mi sono commossa.

Ci sono insegnanti che mi hanno insegnato, con l’esempio, che anche questi ragazzi meritano fiducia.

Ma a pag. 262 del libro mi sono fermata e non mi ci ritrovo più. Se “quando Pierino nasci, resti tale… il privilegio è dentro di te”, quando nasci disgraziato, allora, resti tale…? Lo svantaggio è dentro di te? Non lo voglio credere.

Carla Maria Meroni

Il bello della cultura è che chi ne è dotato la può condividere senza perderne neppure una briciola. Questo spiega come possa accadere che anche una vita intera spesa nel tentativo di restituire questo privilegio non produca l’effetto di ridurlo; ma questo non significa che chi ne nasce privo non possa uscire dalla propria condizione di inferiorità.    (p.i.)
15  Forum Pubblico / "CLUB dei DIFFERENTI" e L'OTTAGONO luogo virtuale d'incontro. / È la massima tomistica su cui don Lorenzo Milani fondava il proprio “comunismo.. inserito:: Giugno 30, 2020, 11:59:50 am
È la massima tomistica su cui don Lorenzo Milani fondava il proprio “comunismo etico” completandola così: “se sei cristiano, per stabilire dove stia l’extremum devi metterti nei panni del povero che hai di fronte”

Intervista a cura di Emanuele Raco, direttore de ilcaffeonline, pubblicata su quel sito il 26 giugno 2020, nel 57mo anniversario della morte di don Lorenzo Milani – Le altre interviste e recensioni del libro La casa nella pineta, nel quale ho raccontato il mio incontro e la mia frequentazione con il Priore di Barbiana, sono facilmente scaricabili attraverso la pagina web dedicata al libro

Sono passati più di 50 anni dal 27 giugno in cui don Lorenzo Milani lasciava la sua terra e i suoi ragazzi. Il pellegrinaggio a Barbiana di papa Francesco del 20 giugno 2017 ha riconosciuto e offerto pubblicamente l’immagine di un uomo fedele al Vangelo e che non voleva che il suo impegno fosse letto e vissuto come un fatto privato. È tuttora un protagonista del dibattito pubblico italiano, ponendo alla nostra attenzione l’impegno per la dignità della persona e per l’educazione. Come è stato possibile che un uomo così osteggiato in vita influisca così a lungo sulla nostra società?
In realtà, don Lorenzo Milani è stato osteggiato, durante la sua vita, soltanto dalla gerarchia ecclesiastica di allora, ciò di cui tre anni fa il Papa ha chiesto scusa a nome della Chiesa intera. Ma già allora era ascoltato con grandissima attenzione dalla parte più aperta della società civile italiana: penso alla parte dei cattolici che già allora coglieva appieno la forza della sua predicazione, a cominciare da Davide Turoldo, Ernesto Balducci, Ranniero Lavalle, ma l’elenco sarebbe lungo; e anche al partito comunista che riprendeva la Lettera ai cappellani militari sul proprio settimanale, Rinascita, a costo di vedere il direttore del periodico incriminato insieme all’autore della lettera. Poi, subito dopo la morte, la sua Lettera a una professoressa venne assunta come una bandiera dal movimento studentesco. Ma va detto che non tutti ne capirono il senso profondo.

Ha mai pensato che don Milani, per alcuni, possa essere diventato un luogo comune? Uno di cui usare qualche citazione e a cui fare riferimento senza un confronto e uno studio approfondito della sua esperienza di vita?
Questo è accaduto a lui, come a molti altri grandi personaggi della nostra storia politica e culturale contemporanea. Ma nel suo caso va detto che una piena comprensione del suo messaggio non è affatto facile; e dunque il rischio che della sua eredità si diffondano soltanto alcuni aforismi, isolati dal contesto del suo pensiero, è elevatissimo.

Lettera di don Milani ai miei genitori, 26 aprile 1959, di ringraziamento per l’ospitalità a lui e ai suoi primi sei allievi durante una settimana a Milano (riportata in appendice ne “La casa nella pineta”)

Lei ha avuto modo di incontrare don Milani in un contesto familiare e di frequentarlo negli anni fondamentali della crescita giovanile. A distanza di tanto tempo, cosa ricorda con maggiore forza?
A rispondere a una domanda come questa ho dedicato un libro uscito due anni fa, La casa nella pineta. In estrema sintesi, io adolescente fui conquistato dal fascino della testimonianza integrale del Priore di Barbiana, consistente in quel che diceva ma soprattutto in quel che faceva. Del suo insegnamento sul piano della teologia etico-politica mi è rimasta impressa soprattutto la sua risposta a chi contestava la sua predicazione ricordandogli che la dottrina sociale della Chiesa cattolica riconosce il diritto di proprietà: lui replicava che rientra nella dottrina sociale della Chiesa anche il principio enunciato da San Tommaso d’Aquino, secondo cui in extremis omnia sunt communia; e, aggiungeva, “se sei cristiano, per stabilire dove stia l’extremum devi metterti nei panni del povero che hai di fronte”.

Lei cosa pensa di chi ha definito don Milani un catto-comunista? Lo era davvero?
Don Lorenzo era cattolico fin nel midollo, persino con alcune venature preconciliari: negli ultimi anni amava dire, in riferimento al pontificato di Giovanni XXIII e al Concilio Vaticano II, di essere stato “scavalcato a sinistra dal Papa”. Per altro verso, proprio sulla sua fede nel Vangelo si fondava il suo vero e proprio comunismo. Era un comunismo essenzialmente etico: si fondava proprio su quel in extremis omnia sunt communia, di cui abbiamo parlato prima. Dunque, sì: secondo me si può dire che fosse al tempo stesso un cattolico e – nel senso che ho precisato – un comunista. Da questo, però, ad affibbiargli l’etichetta di “catto-comunista” ci corre. Perché quell’etichetta è nata in un ambiente culturale socialista, a metà degli anni Settanta e in particolare all’epoca dell’abbraccio tra democristiani e comunisti nella politica dell’“unità nazionale”, per stigmatizzare in particolare la presenza di moltissimi cattolici nelle file del Pci; ma don Lorenzo non aveva una particolare simpatia verso il partito comunista: anzi, quando – in modo sempre molto riservato – si sbottonò su questo terreno, espresse semmai un atteggiamento favorevole all’impegno di alcuni suoi allievi proprio nel Partito socialista.

L’aula della Scuola di Barbiana

Don Milani ha sempre difeso la sua totale fedeltà al Vangelo, ma è diventato anche un riferimento forte dei laici non cristiani. Walter Veltroni ha scelto il suo “I care” come motto di un congresso di partito addirittura 20 anni fa. A chi parlava e parla ancora il prete toscano?
Parlava e parla ancora a chiunque abbia a cuore l’attuazione del programma contenuto nell’articolo 3 della Costituzione italiana, cioè l’eliminazione degli ostacoli all’uguaglianza sostanziale dei cittadini. E ciò di cui parla conserva tutta intera la sua attualità: all’origine delle disuguaglianze sta non tanto la proprietà dei mezzi di produzione in mano a pochi capitalisti, come insegna il marxismo, quanto il difetto di cultura di cui soffrono i poveri: il non saper leggere, capire, scrivere, esprimersi. Oggi, a mezzo secolo di distanza dal ’68 e a trenta dalla caduta del Muro, all’espressione “uguaglianza” sostituiamo volentieri “parità di opportunità”; ma il discorso è fondamentalmente sempre quello.

“I care”, frase inglese, significava anche l’attenzione di don Milani per lo studio delle lingue estere e la conoscenza del mondo. Tutti i nostri ragazzi sono oggi in grado di inserirsi nel mondo globalizzato o scontiamo ancora troppe differenze per la provenienza geografica e di classe sociale?
Oggi è molto più facile e meno costoso viaggiare, rispetto a mezzo secolo fa: questo consente a molti di sottrarsi alla povertà, anche a quella culturale. Ma la qualità della nostra scuola media, nel frattempo, è peggiorata drammaticamente: nella maggior parte dei casi essa – a differenza della scuola media dei ricchi precedente alla riforma dei primi anni ’60 – non insegna più a scrivere, e neppure a leggere, che è ancora più importante per combattere la povertà culturale. Al termine della scuola media i ragazzi hanno accesso a qualsiasi facoltà universitaria, ma per lo più difettano delle basi necessarie per affrontarla, se non c’è la famiglia a fornirle. In questo modo la scuola media tradisce la propria funzione di “cantiere” della costruzione della parità di opportunità. Della predicazione milaniana prende soltanto, opportunisticamente, il “non bocciare”, dimenticandone la parte più importante, che consiste nel dovere di insegnare a scrivere, leggere ed esprimersi soprattutto a chi non ha alle spalle una famiglia colta.

Il laboratorio della scuola di Barbiana

Il mondo scolastico oggi è messo a dura prova dalla pandemia e gli studenti italiani hanno completato l’anno senza rientrare in classe. Quali saranno le conseguenze? Chi sono i soggetti deboli che subiscono maggiori danni durante il tempo della quarantena?
Proprio in questi giorni i ragazzi francesi sono tornati a scuola, dopo il lockdown; da noi, invece, si discute se si tornerà a scuola a metà o a fine settembre; ed è ormai il quarto mese che il personale amministrativo e tecnico delle scuole non mette piede nel luogo di lavoro: davvero tutti smart workers come sostiene la ministra della Funzione Pubblica? In questa fase di emergenza nella quale lo Stato dispone di risorse straordinarie per il rilancio del Paese, non c’è un progetto per l’ammodernamento delle strutture scolastiche; e il Governo stanzia per la scuola la metà di quello che stanzia per tenere in vita Alitalia con la respirazione bocca a bocca. Un anno di scuola in gran parte svuotato costituisce una perdita gravissima per i figli delle famiglie più povere: quelle che non sono in grado di supplire alle carenze della scuola. E le disuguaglianze si aggravano.

Oggi potrebbe esserci da qualche parte una nuova Barbiana? Quel modello di scuola non è forse troppo esigente sul piano della partecipazione, sia dei docenti, sia degli studenti?
Il sistema scolastico dovrebbe consentire che al proprio interno – anche sul versante pubblico – fiorissero esperimenti di scuola diversa, sotto tutti i punti di vista: dalle modalità di reclutamento degli insegnanti a quelle di retribuzione, ai programmi e ai metodi di insegnamento. Con la clausola, ovviamente, secondo cui se le iscrizioni non arrivano l’istituto chiude e il suo personale va a casa. E con un sistema di monitoraggio serio e conoscibilità della qualità della didattica, sul tipo di quello svolto in Gran Bretagna dalla Ofsted, basato congiuntamente sullo studio degli esiti scolastici ed occupazionali, sui test standardizzati e sulle valutazioni delle famiglie. Tutte cose cui, nel nostro Paese, i primi a opporsi sono i sindacati del settore e conseguentemente la sinistra politica; ma per restituire alla scuola la sua funzione di ascensore sociale occorrerebbe che venisse dato più peso agli interessi degli studenti che a quelli del personale, didattico tecnico e amministrativo.

Può essere solo un esercizio retorico, ma oggi che qualcuno vorrebbe reintrodurre la leva obbligatoria, cosa direbbe don Milani? A chi scriverebbe?
Lui, a dire il vero, non era contrario tanto alla leva obbligatoria, quanto al militarismo, che è tutt’altra cosa.

L’impegno per la liberazione dai bisogni e dalla povertà oggi in quali programmi e posizioni politiche può trovare casa?
Il mondo politico degli anni ’50 e ’60, nei quali don Lorenzo ha vissuto la propria età adulta, è quasi completamente scomparso. Invece non è tramontata affatto l’idea politica centrale nel pensiero di don Milani, quella della scuola come strumento cardine della lotta alla povertà e alle disuguaglianze. Sarebbe bello che nascesse una forza politica capace veramente di centrare il proprio programma su questa idea. Ma per il momento non la vedo all’orizzonte.

Da - https://www.pietroichino.it/?p=56089
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