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31  Forum Pubblico / ICR Studio. / TRUFFALDINO IL SERVITORE DI DUE PADRONI - COMMEDIA GIOCOSA il: Gennaio 14, 2018, 12:05:08
Teatro Toniolo Stagione di prosa 2004 - 2005

TRUFFALDINO IL SERVITORE DI DUE PADRONI COMMEDIA GIOCOSA
Mestre Teatro Toniolo

Domenica 16 Gennaio 2005 - 16:30
 
Truffaldino il servitore di due padroni - Foto di scena
di Carlo Goldoni Regia di Roberto Giglio una produzione Ensemble Vicenza Teatro TURNO E Biglietti

"Ho riflettuto molto prima di cimentarmi con questo capolavoro di C. Goldoni. Dopo le recenti versioni di successo della Locandiera e del Burbero Benefico (Commedie Borghesi), ho deciso di riprendere con la Commedia dellArte, cos com nella mia e nella storia della Compagnia, di cui oggi sono il Direttore Artistico. Una sfida come piace a me, con un cast di giovani attori, coccolati e portati per mano in palcoscenico da un nutrito numero di 'consumati' attori del teatro vicentino. Decidere di affrontare un canovaccio come questo, non stato facile, con la 'gloria' che si porta appresso da secoli, le infinite versioni che ne sono seguite e il debutto italiano con stesura definitiva di Carlo Goldoni, (il grande Antonio Sacchi nella parte di Truffaldino in seguito Arlecchino, Milano 1746). Realizzare questo spettacolo quindi riprendere la Commedia dellArte che fa parte delle mie radici artistiche, portata da anni con successo anche oltre i confini nazionali, e dare la possibilità giovani attori/allievi di respirare direttamente la polvere del palcoscenico, che io amo definire scuola di vita E allora?... allora pronti al via, nonostante i vari, ma... se ... per... E dico io, ma perch no?!.Questa l Ensemble Vicenza Teatro con la sua storia, i suoi giovani e storici attori, determinati e tenaci con quel tanto di sano narcisismo che non guasta mai. Vi presentiamo quindi il nostro Il servitore di due padroni, come da canovaccio di Goldoni, e riprendiamo pure il nome di prima stesura, Truffaldino e non Arlecchino. Il resto regia con criteri di collegialit, attenta e critica com nella mia natura.' Roberto Giglio
Il canovaccio fu scritto a Pisa nel 1745, da unidea di Antonio Sacchi, attore celebre, che gi impersonava in scena le maschere di Truffaldino e di Arlecchino e fu ispirato allo scenario francese Arlequin valet matre de deux valete di Jean Pierre des Ours de Mandajors e rappresentato a Parigi nel 1718 dalla compagnia di Luigi Riccoboni al Thatre de la Comdie Italienne, quindi pubblicato a Parigi nel 1729. Lo stesso Sacchi invio il canovaccio al Goldoni, che lo riscrisse, presentando la commedia interamente scritta, conservando la struttura del canovaccio. Il Sacchi la rappresenta nel 1746 con grande successo, un successo che continuer fino ai giorni nostri. Lo stesso Goethe la fece rappresentare in traduzione a Weimar per diciannove sere, un grande successo. In questo lavoro, Goldoni riesce con straordinario equilibrio a trovare una sintesi fra gli elementi patetici e sentimentali che attraversano tutta la commedia e le irresistibili gesta del "servitore di due padroni". Carlo Goldoni la Commedia dalle sue memorie (da Carlo Goldoni, Memorie ed. Niccol Zanon Bettoni, Padova 1811): "Eccomi dunque sempre pi attaccato ad una professione, che recavami nel tempo stesso molto onore, molto piacere e molto proffitto. In mezzo alle mie occupazioni ed ai miei lavori, venne da Venezia una lettera di Sacchi a distrarmi ed a mettermi tutto il sangue e tutti gli spiriti in moto. Questo Comico tornato in Italia, e sapendo ch'io mi trovava in Pisa, mi dimandava una Commedia, e davami anche il soggetto, su cui lasciavami la libert di lavorare a mio senno. Oh che tentazione per me! Sacchi era eccellente Attore, e la Commedia era stata la mia passione. M'intesi a risvegliarsi nell'animo l'antico gusto, ilsolito fuoco, il solito entusiasmo. Il soggetto che mi proponeva era il Servitore di due Padroni. Vedeva qual buon uso poteva fare dell'argomento della Commedia, e dell'Attor principale che doveva rappresentarla. Moriva di voglia di provarmi di nuovo, e non sapeva come fare, perch le liti ed i clienti venivano in folla da me. Ma il mio povero Sacchi?... il Servitore di due Padroni?... Ors, ancora per questa volta... ma no... ma s... Scrivo finalmente la mia risposta, e m'impegno. Il giorno lavorava pel Foro ( Avvocato), e la notte per la Commedia. Finisco quest'ultima, e la mando a Venezia. Nessun lo sapeva, e nessuno era a parte di questo secreto, fuorch mia moglie, che vi aveva patito al pari di me. Vi passava le notti intiere. Sacchi dopo qualche tempo mi partecip la buona riuscita della mia Commedia. Il servitore di due Padroni era applaudito, aveva un concorso che non poteva esser maggiore, e mi mand un regalo che non mi aspettava."
L'autore a chi legge: Commedia Giocosa Troverai, Lettor carissimo, la presente Commedia diversa moltissimo dall'altre mie, che lette averai finora. Ella non di carattere, se non se carattere considerare si voglia quello del Truffaldino, che un Servidore sciocco ed astuto nel medesimo tempo ci rappresenta: sciocco cio in quelle cose le quali impensatamente e senza studio egli opera, ma accortissimo allora quando l'interesse e la malizia l'addestrano, che il vero carattere del Villano. Ella pu chiamarsi piuttosto Commedia giocosa, perch di essa il giuoco di Truffaldino forma la maggior parte. Rassomiglia moltissimo alle Commedie usuali degl'Istrioni, se non che scevra mi pare ella sia da tutte quelle impropriet grossolane, che nel mio Teatro Comico ho condannate, e che dal Mondo sono ormai generalmente aborrite. Impropriet potrebbe parere agli scrupolosi, che Truffaldino mantenga l'equivoco della doppia sua servit, anche in faccia dei due Padroni medesimi, soltanto per questo, perch niuno di essi lo chiama mai col suo nome; che se una volta sola, o Florindo, o Beatrice, nell'Atto Terzo, dicessero Truffaldino, in luogo di dir sempre il mio Servitore, l'equivoco sarebbe sciolto e la Commedia sarebbe allora terminata. Ma di questi equivoci, sostenuti dall'arte dell'Inventore, ne sono piene le Commedie non solo, ma le Tragedie ancora; e quantunque io m'ingegni d'essere osservante del verisimile in una Commedia giocosa, credo che qualche cosa, che non sia impossibile, si posa facilitare. Sembrer a taluno ancora, che troppa distanza siavi dalla sciocchezza all'astuzia di Truffaldino; per esempio: lacerare una cambiale per disegnare la scalchera di una tavola, pare l'eccesso della goffaggine. Servire a due Padroni, in due camere, nello stesso tempo, con tanta prontezza e celerit, pare l'eccesso della furberia.Ma ecco appunto quel ch'io dissi a principio del carattere di Truffaldino: sciocco allor che opera senza pensamento, come quando lacera la cambiale; astutissimo quando opera con malizia, come nel servire a due tavole comparisce. Se poi considerar vogliamo la catastrofe della Commedia, la peripezia, l'intreccio, Truffaldino non fa la figura di Protagonista, anzi, se escludere vogliamo la supposta vicendevole morte de' due amanti, creduta per opera di questo Servo, la Commedia si potrebbe fare senza di lui; ma anche di ci abbiamo infiniti esempi, quali io non adduco per non empire soverchiamente i fogli; e perch non mi credo in debito di provare ci che mi lusingo non potermi essere contraddetto; per altro il celebre Molire istesso mi servirebbe di scorta a giustificarmi. Quando io composi la presente Commedia, che fu nell'anno 1745, in Pisa, fra le cure legali, per trattenimento e per genio, non la scrissi io gi, come al presente si vede.
A riserva di tre o quattro scene per Atto, le pi interessanti per le parti serie, tutto il resto della Commedia era accennato soltanto, in quella maniera che i Commedianti sogliono denominare a soggetto; cio uno Scenario disteso, in cui accennando il proposito, le tracce, e la condotta e il fine de' ragionamenti, che dagli Attori dovevano farsi, era poi in libert de' medesimi supplire all'improvviso, con adattate parole e acconci lazzi e spiritosi concetti. In fatti fu questa mia Commedia all'improvviso cos bene eseguita da' primi Attori che la rappresentarono, che io me ne compiacqui moltissimo, e non ho dubbio a credere che meglio essi non l'abbiano all'improvviso adornata, di quello possa aver io fatto scrivendola. I sali del Truffaldino, le facezie, le vivezze, sono cose che riescono pi saporite, quando prodotte sono sul fatto dalla prontezza di spirito, dall'occasione, dal brio. Quel celebre eccellente Comico, noto all'Italia tutta pel nome appunto di Truffaldino, ha una prontezza tale di spirito, una tale abbondanza di sali e naturalezza di termini, che sorprende: e volendo io provvedermi per le parti buffe delle mie Commedie, non saprei meglio farlo che studiando sopra di lui. Questa Commedia l'ho disegnata espressamente per lui, anzi mi ha egli medesimo l'argomento proposto, argomento un po' difficile in vero, che ha posto in cimento tutto il genio mio per la Comica artificiosa, e tutto il talento suo per l'esecuzione. Affaticato mi sono a distendere tutti i lazzi pi necessari, tutte le pi minute osservazioni, per renderla facile quanto mai ho potuto, e se non ha essa il merito della critica, della morale, della istruzione, abbia almeno quella di una ragionevole condotta e di un discreto ragionevole gioco. Prego per quei tali, che la Parte del Truffaldino rappresenteranno, qualunque volta aggiungere del suo vi volessero, astenersi dalle parole sconce, da' lazzi sporchi; sicuri che di tali cose ridono soltanto quelli del vil plebe, e se ne offendono le gentili persone Carlo Goldoni scrive del Sacchi: Antonio Sacchi conosciuto sulle scene d'Italia sotto il nome di Truffaldino, aggiungeva alle grazie naturali del suo burlesco, uno studio ordinato sull'arte della Commedia e su i Teatri differenti d'Europa. Antonio Sacchi aveva la fantasia viva e brillante. Nel rappresentare le Commedie dell'arte, se gli altri Arlecchini non facevan che ripeter sempre le parole medesime, Sacchi al fondo della scena sempre attaccato, dava co' suoi nuovi sali e colle sue inaspettate risposte una cert'aria di novit alla Commedia I suoi motti ridevoli e le sue arguzie non eran tirate n dal linguaggio del popolo, n da quello de' Comici. Aveva messi gli autori delle Commedie a contribuzione, i poeti, gli oratori, i filosofi. Nelle sue scappate improvvise si conoscevano i pensieri di Seneca, di Cicerone, di Montagne; ma egli aveva l'arte di appropriare le massime di questi grandi uomini alla semplicit del balordo; e la proposizione medesima che nell'autor serio era ammirata, faceva ridere sortendo dalla bocca di questo celebre attore. Dopo la stesura de Il servitore dei due padroni, C.Goldoni invier al Sacchi una commedia dal titolo Figlio d'Arlecchino perduto e ritrovato, che in Francia avr un grande successo presso il Teatro parigino della Commedia Italiana. Il figlio di Arlecchino perduto e ritrovato, stato con successo internazionale, riportato in scena, per la prima volta in epoca moderna dallEnsemble Vicenza Teatro nel 1993, Ricerca e regia di Roberto Cuppone. Home page Toniolo

Da - http://www.culturaspettacolovenezia.it/node/1295

32  Forum Pubblico / L'ITALIA Democratica, Laica, Indipendente è in PERICOLO. / Frode fiscale da 1,4 miliardi di euro: il pacchetto “all inclusive” di uno ... il: Gennaio 14, 2018, 12:00:53
Frode fiscale da 1,4 miliardi di euro: il pacchetto “all inclusive” di uno studio di Milano per evadere (bene) le tasse
Il titolare, morto durante le indagini, era "ministro del Governo di Antarcticland", paradiso fiscale nell’Antartide in uno Stato mai riconosciuto.
Ma nel mirino degli inquirenti è finito comunque il figlio, arrestato oggi insieme ad altre 16 persone. La rete era diffusa in tutto il Nord. Gli indagati sono 84

Di F. Q. | 11 gennaio 2018

Uno studio commerciale di Milano forniva ai propri clienti un pacchetto “all inclusive” per evadere le tasse. Completo di notaio, domiciliazione fittizia in un virtual office, prestanome, tenuta della contabilità, assistenza nell’emissione di false fatture e altrettanti falsi modelli di versamento F24. Insomma, tutto il necessario per evadere le tasse attraverso società off-shore. Una maxi frode da 1,4 miliardi di euro, che ha visto indagate 84 persone: 17 sono state arrestate, otto in carcere e nove ai domiciliari. Per altre 8 è scattato l’obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria.

Il titolare dello studio, morto durante le indagini, era “ministro del Governo di Antarcticland “, paradiso fiscale nell’Antartide in uno Stato mai riconosciuto. Ma nel mirino degli inquirenti è finito comunque il figlio, arrestato oggi. Delle 176 società clienti, i cui veri amministratori sono quasi tutti bresciani, principalmente dell’area di Palazzolo, Orzinuovi, Castrezzato, Rovato, Chiari e della bergamasca, 132 sono risultate fittiziamente domiciliate e 164 hanno annotato fatture false, illecite compensazioni e nascosto la contabilità aziendale. In un caso l’indirizzo di una società coincideva con la sala comandi della Stazione ferroviaria di Rovato, nel Bresciano.

Le indagini sono partite da una segnalazione della Guardia di Finanza di Chiari che, con la Procura di Brescia, ha portato avanti una complessa indagine nel settore dell’edilizia. Sono ancora in corso le perquisizioni e i sequestri dei beni: al momento sono state eseguite 25 misure di custodia cautelare eseguite nelle province di Brescia, Bergamo, Parma, Varese e Lodi e sono stati confiscati beni per oltre 180 milioni di euro. Sono stati confiscati 58 veicoli, 199 immobili e 22 terreni, tutto dislocato in una ventina di Comuni tra le province di Genova, Cremona, Milano, Bergamo, Brescia, Pavia, Varese, Verona e Catania.

Gli inquirenti hanno dimostrato l’esistenza di una serie di “reiterate condotte fraudolente” da parte di consulenti che hanno fornito ai propri clienti una vera e propria assistenza frodatoria fiscale e previdenziale. “Gli imprenditori edili cercavano volutamente questo studio perché sapevano che potevano pagare poco o addirittura nulla allo Stato” ha spiegato il comandante della Guardia di Finanza di Brescia, Salvatore Russo.

“Indagini come queste hanno una valenza sociale perché viviamo in una realtà che chiede ai cittadini sacrifici e poi ci troviamo davanti a professionisti che tradiscono il loro mandato agendo contro gli interessi della collettività” ha commentato il procuratore di Brescia, Tommaso Buonanno. I reati contestati a vario titolo sono numerosi: dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture false, dichiarazione infedele, omessa dichiarazione, occultamento e distruzione di documenti contabili, indebita compensazione, truffa aggravata, bancarotta fraudolenta, impiego di denaro, beni od utilità di provenienza illecita, sostituzione di persona, falsa dichiarazione ad un pubblico ufficiale sulla propria od altrui identità e, soprattutto, l’associazione a delinquere a carico dei responsabili dello studio e dei loro prestanome

Da - https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/11/frode-fiscale-da-14-miliardi-di-euro-il-pacchetto-all-inclusive-di-uno-studio-di-milano-per-evadere-bene-le-tasse/4086721/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2018-01-11
33  Forum Pubblico / ARLECCHINO e le altre REALTÀ De' iSEMPLICI. / Arlecchino mi ha insegnato che nella vita non bisogna mai vantarsi troppo. il: Gennaio 14, 2018, 11:57:43
"Arlecchino, servitore ingenuo"

Goldoni scrive il canovaccio per l’attore Antonio Sacchi, che portava in scena la maschera di Arlecchino.
Lo scrittore nelle sue Memorie racconta questo episodio. Si trova a Pisa, dove sta svolgendo la tranquilla professione di avvocato, quando, a distrarlo e a mettergli tutto il sangue e tutti gli spiriti in moto, giunge una lettera di Sacchi che dimandava una Commedia di cui proponeva solo il soggetto: Servitore di due Padroni; per il resto gli lascia totale libertà (la libertà di lavorare a mio senno). Goldoni è combattuto fra mille dubbi…

Oh che tentazione per me! Sacchi era eccellente Attore, e la Commedia era stata la mia passione. M'intesi a risvegliarsi nell'animo l'antico gusto, il solito fuoco, il solito entusiasmo…Moriva di voglia di provarmi di nuovo, e non sapeva come fare, perché le liti ed i clienti venivano in folla da me. Ma il mio povero Sacchi? ... il Servitore di due Padroni? ... Orsù, ancora per questa volta... ma no... ma sì... Scrivo finalmente la mia risposta, e m'impegno.
Il giorno lavorava pel Foro, e la notte per la Commedia. Finisco quest'ultima, e la mando a Venezia. Nessun lo sapeva, e nessuno era a parte di questo secreto, fuorché mia moglie, che vi aveva patito al pari di me. Vi passava le notti intiere.


La commedia avrà un grande successo che durerà fino ai nostri giorni e verrà messa in scena da grandi attori e registi di teatro, in particolare da Giorgio Strehler. Sarà lui a cambiare il nome di Truffaldino in Arlecchino e a rappresentarlo per la prima volta al Piccolo teatro di Milano nel 1947. Il personaggio di Arlecchino venne affidato a Marcello Moretti e poi a Ferruccio Soleri. Dal 1947 ad oggi le repliche sono state più di 2000.Soleri, di certo l’Arlecchino più famoso, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera (4 dicembre 2012) paragonando se stesso al suo personaggio afferma:

Sono un ingenuo come lui e credo di averne ripreso il senso di umiltà: Arlecchino mi ha insegnato che nella vita non bisogna mai vantarsi troppo.
 
Carlo Goldoni


Opere:
"Il servitore di due padroni"
"Mémoires"

Da - http://www.viv-it.org/schede/arlecchino-servitore-ingenuo
34  Forum Pubblico / L'ITALIA di oggi VALORI e DISVALORI / Måneskin: Avanti a testa alta. Non chiedeteci di essere umili. ROBERTO PAVANELLO il: Gennaio 14, 2018, 11:45:10
Måneskin: “Avanti a testa alta. Non chiedeteci di essere umili”
La band-fenomeno travolge Torino, lunghe code per un autografo. «Stiamo scrivendo nuove canzoni, non siamo solo schitarrate»

Pubblicato il 12/01/2018

ROBERTO PAVANELLO
TORINO

Hanno la forza tranquilla di chi sa che sta facendo «la cosa giusta», per dirla alla Spike Lee. «È quello che volevamo» ripetono più volte i Måneskin durante l’intervista. È come se dicessero: perché dovremmo stupirci? «Volevamo essere dei musicisti professionisti, oggi abbiamo l’opportunità di esserlo». Facile facile. Damiano David ha compiuto 19 anni l’8 gennaio, Victoria De Angelis, Thomas Raggi ed Ethan Torchio ne hanno appena 17. La loro vita da liceali romani innamorati della musica è cambiata quando sono saliti sul palco per la prima audizione di X Factor 11. E pazienza se non hanno vinto, il successo li ha raggiunti lo stesso, impetuoso. Quanto effimero, non è dato saperlo. A guardarli e a sentirli parlare (e suonare/cantare), vien voglia di dar loro tutto il credito possibile: i Måneskin («chiaro di luna» in danese) sono arrivati per restare. 

Se tornano a quel 14 dicembre, finale di XF al Forum, sorridono: «Noi eravamo contenti per Licitra. Aveva vinto un amico» dice Damiano, che dei quattro è quello che risponde per primo alle domande, forse conta l’età, forse il ruolo di frontman. «Ci spiace non avere vinto? Ma va, per noi non è cambiato proprio nulla», dice Victoria. E come puoi dar loro torto? Le ventuno date del tour sono andate tutte esaurite. Hanno fatto sold out in quattro ore e hanno dovuto aggiungerne altre: biglietti polverizzati in un amen di nuovo. L’inedito di XF Chosen è stato certificato disco di platino, l’ep che contiene un altro inedito e le cover fatte durante la gara, è disco d’oro. Ad ogni firmacopie si presentano centinaia di ragazze e ragazzi. 

Måneskin: “La scuola può aspettare, adesso facciamo i musicisti”
Oggi si può, a ragione, parlare di fenomeno Måneskin, ma Damiano & Co. vorrebbero soprattutto che si parlasse della loro musica: «Stiamo scrivendo le canzoni per il disco». Non ci sono date di uscita, né di ingresso in studio: «Non vogliamo fare uscire un disco. Vogliamo fare un disco che spacchi». La Sony crede molto in loro. Canteranno in italiano, assicurano, «a X Factor serviva l’inglese per arrivare a bomba. Ora vogliamo scrivere testi più riflessivi, perché non è che siamo solo schitarrate e palo della lap dance, siamo anche teste pensanti. Non vediamo l’ora di far sentire le nostre cose. Anche nel live». Che partirà il 17 febbraio da Perugia, una settimana dopo la fine del Festival di Sanremo. Due mondi lontanissimi? «Quest’anno non ci hanno cercati, ma un giorno ci piacerebbe andare, quello è un palco importante». 

Prima occorre continuare a crescere. Sanno che c’è tanto da fare, e non si spaventano: «Già dall’inizio di XF siamo cresciuti tantissimo». E fondamentale è stato il lavoro fatto con Rodrigo D’Erasmo e Manuel Agnelli, che non ha dispensato consigli da vecchio saggio, rock ma saggio: «Il più importante, e che continua a ripeterci, è di non cambiare, di restare come siamo». Facile a dirsi, molto meno a farsi. Intanto anche la scuola «è passata in secondo piano per forza di cose. Per molti può essere una cosa folle, ma noi adesso stiamo lavorando: fare il musicista non è un gioco».

C’è, invece, una cosa che non vogliono sentirsi dire: «”Non montatevi la testa, state con i piedi per terra...”, in tanti ci dicono “devi essere umile, tieni la testa bassa” - ragione Damiano -. Ma noi non siamo di quella scuola: quando entri in un posto la testa devi tenerla alta, far vedere chi sei. Se sai fare qualcosa, hai un talento o qualche tipo di dono, devi metterlo a disposizione degli altri. In fin dei conti noi facciamo quello che ci fa emozionare e lo mettiamo a disposizione degli altri affinché si emozionino con noi». Ed eccola la filosofia dei Måneskin: Diamo tutto noi stessi, perché dobbiamo abbassare la testa?». «E comunque siamo sempre in netto miglioramento», gli fa eco Ethan, il batterista, che a dispetto dello strumento suonato, sembra il più riflessivo della band.

Il viaggio è appena iniziato. Nessuno era uscito dal talent di Sky provocando un simile fragore. Ora starà a loro mantenere salda la rotta. E non restare solo un fugace chiaro di luna. 

 Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2018/01/12/spettacoli/musica/mneskin-avanti-a-testa-alta-non-chiedeteci-di-essere-umili-C3E34yyrxLHBjyppA9XFLI/pagina.html
35  Forum Pubblico / ARLECCHINO e le altre REALTÀ De' iSEMPLICI. / Occorsero determinazione, cultura per le belle idee, tempo e molto lavoro, ... il: Gennaio 14, 2018, 11:35:48
Occorsero determinazione, cultura per le belle idee, tempo e molto lavoro, per costruire Venezia, … sarà indispensabile molto impegno, da parte di tutti, per mantenerla “in bellezza”, nell'Italia e nel Mondo.

ggiannig
36  Forum Pubblico / SCRIPTORIUM 2017 - (SUI IURIS). / Scrive Luigi MAINOLFI: Modernismo non è modernità il: Gennaio 14, 2018, 11:24:50
Scrive Luigi Mainolfi: Modernismo non è modernità

Pubblicato il 09-01-2018


Dopo aver letto, su Il Quotidiano, l’articolo del Vescovo di Avellino, il cui titolo era “Rallentare o accelerare”, ho sfogliato L’Espresso e a pagina 82 ho trovato un articolo, del sociologo Wolfgang Sachs, dal titolo “Parola d’ordine: ridurre”.
Le mie convinzioni non potevano non spingermi a leggere con interesse i due articoli, che mi hanno suggerito qualche considerazione. Il mio libro “Parla la natura”, i miei richiami a non distruggere le risorse ambientali e alla valorizzazione delle risorse dell’economia irpina, l’impegno per la creazione di cooperative agricole e di casse di mutualità o rurali sono la dimostrazione di una mia preferenza per un’economia tesa a far migliorare le condizioni della società, senza distruggere i valori dei nostri padri. I miei ispiratori sono stati i politici dell’Emilia e Romagna, dell’800, che organizzavano i contadini in cooperative e costruivano Teatri per produrre cultura. Conciliavano progresso e sviluppo (non sono la stessa cosa). Avevano capito la differenza tra modernismo e modernità. Aiello ha utilizzato i bei versi di Arminio per costruire il suo “traguardo” concettuale, che è quello di non correre verso il consumismo e di conservare la cultura contadina. Addirittura, attribuisce ad Arminio un ruolo sacerdotale. Secondo me, la posizione del Vescovo è affascinante sul piano poetico, ma inefficace sul piano pratico. E’ bello immaginare la società di una volta, ma resta un’immagine. E’ poi, perché bisogna pensare che l’alternativa sia solo tra il mondo di una volta e quello essiccato attuale, che ha distrutto i “centri di gravità” de territori? Perché non cerchiamo di capire le cause di questo essiccamento? Scopriremmo che l’aver lasciato per secoli nell’ analfabetismo la società (nel 1860, al Sud l’86,5% dei meridionali era analfabeta), la fece diventare preda del Fordismo, comandamento del liberismo e del consumismo (padre dell’usa e getta). Questo comandamento portò effetti diversi, nelle diverse culture, che sono il prodotto della storia dei vari territori. Nelle società, con una mentalità come la nostra, ha fatto maturare l’idea che la crescita del PIL misurasse il grado di “perfomance” economica, come sostiene il sociologo Sachs. Fuggire dalla società rurale, nella quale, come imparai a Bisaccia, erano tre le occasioni per un lauto pranzo: quando si sposava Zita, quando si uccideva ‘o puorc e quando moriva Tato, diventò quasi obbligatorio. Sachs sostiene che “Dalla fine della Seconda guerra mondiale, viviamo in società contrassegnate dalla Grande Accelerazione, che oltre a fare aumentare il carico umano sulla Natura, ha fatto sì che alcune zone espellessero ed altre attraessero”. Dal 1945, il numero degli abitanti delle città è cresciuto da 300 milioni a 3,7 miliardi. Nelle nostre zone, tra il cambiamento, difficile da concretizzare, e la fuga ha prevalso l’abbandono del territorio, che è continuato, fino a far temere l’estinzione demografica di molti comuni. Per evitare che ciò si verifichi, c’è bisogno di un rivoluzione culturale, condita dai valori a cui faceva riferimento Aiello, ma anche di altro. Chi deve far diventare i cittadini refrattari rispetto ai persuasori occulti, armi nelle mani dei poteri forti?
La famiglia, la scuola e anche la Chiesa devono riprendere il ruolo di agenzie culturali attive. Inoltre, il popolo deve essere meno ipocrita e meno mendicante e dare sostegno a chi fa capire che ha un progetto per il bene comune e la capacità di concretizzarlo. Non più mestieranti politici, per interessi personali, che quasi mai coincidono con il bene comune. La politica è la concretizzazione di idee funzionali allo sviluppo. Come Diogene, cerchiamo chi ha dimostrato di avere idee alla Rossi-Doria, alla De Sanctis e alla Sullo. Quando ci fermiamo, per valutare il risultato, il pessimismo si amplifica.
Nelle cose che leggiamo e sentiamo, troviamo solo improvvisazione e proposte per fare intrallazzi e clientelismo spicciolo, quasi da mendicanti. Faccio un esempio: amministratori provinciali e del Comune di Avellino hanno proposto tre distretti per il turismo, perché gli appartenenti a ogni distretto cercano soldi da spendere o per fare sagre paesane, anche se illuminate. Un solo distretto, capace di unificare le risorse, sarebbe più produttivo. Per creare un attrattore turistico provinciale, occorre creare una sola calamita potente, capace di attrarre, persone. Ci sono alcuni che, rasentando il ridicolo, hanno dichiarato che gli enoturisti (ubriaconi) faranno la fortuna dell’Irpinia.
Siamo alle sceneggiate. Le forze vanno unite, non diluite. Perché la Provincia non resuscita il Comitato Provinciale per lo sviluppo, da me proposto, che riuscimmo a creare verso la fine della Presidenza Maselli. Purtroppo, la miopia, di noti dirigenti politici, ha avuto la meglio e il Comitato è stato sotterrato.

Luigi Mainolfi

Da - http://www.avantionline.it/2018/01/scrive-luigi-mainolfi-modernismo-non-e-modernita/#.Wlo4e6jiaUk
37  Forum Pubblico / ECONOMIA / Emanuele FELICE e le origini storiche delle disuguaglianze sociali il: Gennaio 14, 2018, 11:21:53
Emanuele Felice e le origini storiche delle disuguaglianze sociali

Pubblicato il 12-01-2018

Emanuele Felice, docente di Storia economica, ha pubblicato di recente il volume “Storia economica della felicità”, dalla cui lettura è possibile ricavare, non tanto la possibilità di valutare se nei secoli è aumentata o diminuita le felicità (intesa, in astratto, come miglioramento o peggioramento di un generico senso della vita), quanto la consapevolezza del come, nel “corso della storia umana”, è cresciuto progressivamente il divario “tra il potere di cui dispone l’Homo sapiens e la sua dimensione etica”; divario, che è diventato un abisso negli ultimi due secoli, a seguito della Rivoluzione industriale, per via della profonda contraddizione della quale essa è stata, e continua ad essere, portatrice: “Da un lato, il progresso tecnologico ha posto gli esseri umani nelle condizione di distruggere il pianeta, se stessi. Dall'altro, l’assenza di un significativo cambiamento sul piano etico ha comportato che l’umanità di fatto corresse, e ancora corra, proprio questo rischio”. Il divario, però, non ha aperto per l’umanità un abisso dal quale sia impossibile salvarsi; ciò, perché esso lascia intravedere flebili segnali che “potrebbero aiutare a risalire dal fondo”.

Secondo l’autore, il lungo cammino del genere umano è stato contrassegnato da tre grandi rivoluzioni, ognuna di portata millenaria, che hanno causato profonde trasformazioni, culturali innanzitutto, ma anche sociali ed economiche. La prima è la Rivoluzione cognitiva, quella che ha dotato gli uomini di tratti che sono serviti a trasformarli in esseri umani moderni e a distinguerli dai loro antenati e da altre linee estinte di ominidi; dalla Rivoluzione cognitiva hanno tratto origine i cacciatori-raccoglitori, che hanno cambiato il modo di pensare, di vivere e di produrre. La seconda è la Rivoluzione agricola, occorsa 11-10 mila anni fa, che ha trasformato il modo di vivere nomade ed erratico in stanziale ed ha consentito agli uomini di produrre direttamente ciò di cui avevano bisogno per la sopravvivenza. Infine, la terza è la Rivoluzione industriale, avvenuta nel corso del Settecento, che ha portato alla sostituzione della fatica umana e animale con il lavoro delle macchine, il cui svolgimento, ancora in corso, caratterizzerà la storia dell’umanità nei secoli successivi.
Considerando i profondi mutamenti avvenuti a seguito del succedersi delle tre rivoluzioni, viene spontanea la domanda: come sia stato possibile che, dopo millenni di stagnazione, abbia avuto inizio un processo cumulativo che ha dato origine al crescente divario tra il potere e le disponibilità materiali di cui gli uomini hanno potuto disporre (a partire soprattutto dalla Rivoluzione agricola) e la dimensione etica che ha regolato il modo in cui è stata attuata la distribuzione intersoggettiva delle disponibilità che venivano acquisite. L’inizio del divario ha tratto origine dalla nascita dell’agricoltura; questa però, secondo alcuni antropologi e storici economici, avrebbe dato luogo a una “trappola”, perché si è trasformata nel motore che ha alimentato il processo cumulativo delle disuguaglianze tra gli uomini. Com’è potuto accadere?
La risposta all'interrogativo può essere formulata nei termini che seguono: nelle società agricole si è affermata “una medesima disposizione esistenziale”, supportata da istituzioni analoghe; queste, ovunque hanno regolano la disuguaglianza che si è formata tra i vari gruppi creatisi durante il lento processo di divisione sociale del lavoro, indotta dal continuo aumento della popolazione, reso possibile dal miglioramento delle condizioni materiali. Si è trattato, afferma Felice, di un modello di vita deterministico, che ha promosso un processo inevitabile, senza ammettere alcuna scelta da parte dell’uomo, se non quella, inconsapevole, operata a monte, di lasciare che aumentasse la popolazione.

Con la Rivoluzione agricola, via via che la popolazione è aumentata, è stato necessario incrementare la produzione, per cui si sono imposte, da un lato, la specializzazione del lavoro e, dall'altro lato, una cultura che ha comportato la formazione di istituzioni che giustificassero la divisione della società in classi, alcune dedite all'esecuzione dei lavori più usuranti, altre alle attività di direzione e comando, o alle attività di “propaganda ideologica” per la conservazione dell’ordine costituito. Si è trattato di un processo durato millenni, che, pur in presenza di un continuo e lento miglioramento delle condizioni del “vivere insieme”, ha conservato l’uomo in uno stato di povertà che ha connotato l’esistenzialità di tutte le classi sociali, indipendentemente dal consolidamento delle disuguaglianze sociali che la Rivoluzione agricola era valsa ad affermare.

Le cose sono radicalmente cambiate con l’avvento, nel corso del XVIII secolo, della Rivoluzione industriale, verificatasi soprattutto in Europa e caratterizzata dal fatto che nella produzione di quanto era necessario per la sopravvivenza la fatica umana e animale è stata sostituita dalle macchine; ciò, grazie alla crescita del capitale umano, in termini di conoscenza e istruzione, verificatasi sin dal basso Medioevo, per la fede che l’uomo aveva interiorizzato sulla possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita con il progresso realizzabile attraverso riforme istituzionali.
Tuttavia, “come era accaduto millenni prima con la Rivoluzione agricola – afferma Felice -, inizialmente sembrò che anche la rivoluzione industriale non fosse un buon affare per le persone coinvolte”, a causa del peggioramento delle condizioni di lavoro ed esistenziali. Grazie al movimento resistenziale delle classi sociali subalterne, però, la situazione generale è cominciata a migliorare. Nei decenni successivi, dall'Ottocento sino a gran parte del Novecento, la popolazione dei Paesi nei quali maggiormente è cresciuta la capacità di produzione, pur vivendo l’esperienza negativa di dittature di diversa ispirazione e di due guerre mondiali, ha potuto godere dei benefici della dichiarazione dell’uguaglianza dei diritti e della nascita della “società del benessere”, nonché della costituzione del “villaggio globale”, formatosi a seguito del fenomeno della globalizzazione; tutto ciò è accaduto in virtù dei principi politici affermatisi, prima con la Rivoluzione inglese (1688-1689), poi con la Rivoluzione americana (1775-1783) e la Rivoluzione francese (1789).

La Rivoluzione industriale, quindi, ha segnato il momento, secondo Felice, a partire dal quale è iniziata la “grande fuga” dalla povertà e dall’indigenza dell’umanità; in linea di principio, è iniziata la fuga dalle ineguaglianze sociali. Queste ultime, infatti, hanno cessato di essere necessarie, come lo erano invece nelle società sorte dopo la Rivoluzione agricola; perciò, il paradigma fondativo, proprio della società agricola, è venuto meno, per essere sostituito da un nuovo paradigma espresso dall'affermata uguaglianza dei diritti, non solo tra tutti gli uomini, ma anche tra tutte le nazioni.
In realtà, è accaduto il contrario, nel senso che, con la Rivoluzione industriale, le ineguaglianze sono enormemente cresciute; sono cresciute soprattutto tra le nazioni, fra quelle che sono state le prime ad iniziare la “grande fuga” e quelle che sono rimaste “prigioniere del vecchio mondo”. Le conseguenze dell’approfondimento delle disuguaglianze è – sostiene Felice – che i divari tra gli esseri umani e tra le nazioni “non sono mai stati così evidenti, preoccupanti (per i ricchi) e sofferti (per gli altri)”; ciò ha rappresentato, e continua a rappresentare, per il principio dell’affermata uguaglianza dei diritti, una seria minaccia, nel senso che ne ha “messo a rischio” la possibilità della sua conservazione.
Da dove origina la contraddizione intrinseca al modo proprio di funzionare delle società industriali? Secondo Felice, deriva dal fatto che uno dei postulati su cui il funzionamento si regge, “incarnatosi nel capitalismo industriale”, è “l’arricchimento personale”, affermatosi con la nascita dell’economia politica classica. Il postulato è valso ad assumere che ogni singolo soggetto fosse lasciato libero di perseguire egoisticamente il proprio vantaggio personale e che solo in questo modo sarebbe divenuto possibile perseguire la massimizzazione del vantaggio complessivo di tutti, nel senso che l’interesse individuale, motore dell’’iniziativa di ogni singolo, avrebbe coinciso con quello dell’interesse collettivo.
Secondo Felice, il postulato è di natura utopistica, in quanto basato “sul convincimento di una fondamentale bontà dell’essere umano”, proprio dei padri fondatori dell’economia politica, i quali erano fermamente convinti che gli uomini fossero dotati di un’innata bontà, che però poteva essere corrotta da istituzioni sociali, le cui regole imbrigliassero o corrompessero gli esiti del libero operare del principio dell’arricchimento personale. Questo postulato, però, ritiene Felice, avrebbe potuto avere “esiti migliori” se fosse stato reso operante per tutti e non fosse affermato come riserva esclusiva solo per ristretti gruppi sociali privilegiati.
Nel mondo attuale, al fine di orientare diversamente il postulato dell’arricchimento personale, sarebbe necessaria una svolta culturale che, a livello globale, favorisse, sul piano istituzionale e sociale, la sua sostituzione con il nuovo postulato della “valorizzazione delle relazioni umane”; ciò renderebbe possibile il compimento di una “Rivoluzione etica” con cui rimediare agli esiti negativi della contraddizione che sinora ha contrassegnato la storia dell’umanità: crescita e sviluppo continui delle condizioni materiali di sopravvivenza che, in linea di principio, potrebbero consentire la fuga dalla povertà dell’intera umanità in condizioni di giustizia distributiva, da un lato, e reale peggioramento delle disuguaglianze tra gli uomini e tra le nazioni da rendere conflittuale, instabile e precaria la convivenza sociale, dall’altro.
Concludendo, Felice sostiene che proprio “la valorizzazione delle relazioni umane può arrivare a configurarsi come un nuovo pilastro di un diverso paradigma” che, pur sempre ispirato ai principi sanciti dalle moderne Rivoluzioni politiche (inglese, americana e francese, alle quali si può aggiungere sul piano del significato ideale anche quella russa del 1917), ma adattato a un mondo non più afflitto dal fenomeno della povertà e caratterizzato dal “diritto alla felicità” e al benessere, cioè all’uguaglianza sostanziale degli uomini e delle nazioni; un mondo cioè idoneo a “colmare il divario che si è spalancato tra sviluppo tecnologico e dimensione etica”.
Non è detto però che questo obiettivo sia facilmente perseguibile; ciò perché, come lo stesso Felice afferma, “l’essere umano è l’unico animale che non trova inscritto il suo comportamento nel Dna (se non in parte): lo assume dall’esperienza”; egli, perciò può rivelarsi altruista ed empatico oppure egoista, oltre che per la sua struttura genetica, anche e soprattutto per la cultura che lo plasma e per le istituzioni che ne orientano l’agire: se la cultura e le istituzioni “gli dicono di privilegiare l’arricchimento personale sulle relazioni umane, e comunque il proprio gruppo di appartenenza sull’idea di una fratellanza universale”, la conseguenza non può che essere un ulteriore allargamento e approfondimento delle disuguaglianze, la cui conseguenza è inevitabilmente il sacrificio della possibilità per l’intera umanità di vivere senza possibili conflitti in uno stato di felicità.
Considerando lo stato attuale del mondo (soprattutto di quella parte di esso rappresentata dai Paesi più avanzati sul piano della produzione materiale) e l’ideologia che lo pervade (quella neoliberista) l’auspicio e le speranze di Felice sono destinati a conservarsi nello stato di una irremovibile distopia. La dominante ideologia neoliberista, che predica l’arricchimento personale da perseguire a qualsiasi costo, anche al prezzo del sacrificio dei principi affermatisi con le grandi rivoluzioni politiche, non è di conforto al raggiungimento, sia pure in un tempo futuro remoto, di un possibile abbandono dell’attuale stato “infelice” del mondo.

Gianfranco Sabattini
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38  Forum Pubblico / AUTORI - Altre firme. / Alessandro DE ANGELIS Anche le agenzie di rating chiedono dell'asse M5S-Lega il: Gennaio 14, 2018, 11:19:07

Uno spettro turba i pensieri di Silvio Berlusconi: l'incarico esplorativo a Luigi Di Maio
Ragionamenti sul post-voto.
La best option larghe intese complicata dal crollo del Pd e dal boom dei 5 Stelle.
Anche le agenzie di rating chiedono dell'asse M5S-Lega

 12/01/2018 20:02 CET | Aggiornato 14 ore fa

Alessandro De Angelis Vicedirettore, L'Huffpost
C'è uno spettro che ha iniziato a turbare i pensieri berlusconiani: è lo spettro di un incarico "esplorativo" a Luigi Di Maio, in quanto leader del partito più votato. E poi, si sa, non tutto nella politica è prevedibile, nel senso che è spesso accaduto che i fallimenti annunciati diventino successi inattesi.

Lo spettro poggia sugli ultimi dati analizzati ad Arcore, che hanno mutato, e non poco, il clima di ottimismo di questo strampalato inizio di campagna elettorale. Perché, racconta chi ha raccolto qualche confidenza del Cavaliere, "non c'è niente da fare, siamo bloccati a quota 270". Nel senso di 270 parlamentari che eleggerebbe la coalizione di centrodestra. La sensazione, e questo spiega molto della campagna elettorale da separati in casa, è che si sia raggiunto il "pieno" come coalizione e che le oscillazioni sono tutte interne: quel che guadagna Forza Italia lo perde la Lega, o quel che guadagna la Lega lo perde Forza Italia che fa assai fatica a superare il 16 per cento, anche con una presenza mediatica di Berlusconi, segno che il marchio non è più quello di una volta.

Percentuali comunque ragguardevoli, impensabili fino a qualche settimana fa, che fanno dire, a mo' di battuta, che per la prima volta "ci sono più posti che persone". Eppure, il confine tra l'euforia per la risurrezione e il peggiore degli incubi è assai labile. E non tanto perché si allontana la prospettiva del governo con Salvini, anzi questo è un sollievo. Quanto perché si allontanano le larghe intese. In un modo in cui tutti parlano con tutti, alle orecchie del Cavaliere è arrivata una voce particolarmente inquietante. E cioè che parecchie agenzie di rating e fondi di investimento stranieri hanno chiesto alle più affidabili società di sondaggi quanto è concreta l'ipotesi di un governo Cinque Stelle-Lega.

Ecco il punto. Gianni Letta, nelle scorse settimane, ha rassicurato più di un ambasciatore dell'attuale premier sul fatto che la best option di Berlusconi restano le larghe intese. Non è un caso che sulla Fornero si sia smarcato platealmente da Salvini e che ha mandato qualche segnale dal salotto di Vespa sull'intesa col Pd "purché accetti il nostro programma". L'opzione però presuppone una tenuta del Pd che, secondo le antenne berlusconiane, non sembra esserci. L'altro giorno Paolo Romani, altro grande fautore del Nazareno, confidava a un suo collega del Pd: "Sono preoccupato dal boom dei Cinque stelle al Sud". In parecchie Regioni pare che siano a quota trenta, rendendo incerto il grosso dei collegi del Pd che, al momento, se dovesse prendere il 25 per cento raccoglierebbe non più di 160 parlamentari tra proporzionale e maggioritario. Numeri che rendono assai stretta la base parlamentare delle larghe intese. Sommando Pd e Forza Italia, anche in questo caso, si raggiunge più o meno "quota 270".

Poggia su questa quota la preoccupazione che, più volte, il Cavaliere ha condiviso con Gianni Letta e con l'avvocato Ghedini. Perché danno per scontato che, se così fosse, il primo incarico "esplorativo", il capo dello Stato non può non darlo a Di Maio, leader del primo partito. Fallito il primo giro si consumerebbe il tentativo col centrodestra, per poi arrivare a Gentiloni. Ma il primo passaggio è pieno di insidie. Perché, "chi lo ha detto che fallisce non è in grado di mettere su un rassemblement capace di calamitare consensi in Parlamento"? È presto per stabilirne i confini, in questa fase di riflessioni e scenari, ma non ci sono le preoccupazioni di agenzie di rating e fondi. Anche il Cavaliere è convinto che il grosso della Lega possa quantomeno "andare e a vedere", ma soprattutto teme che la leadership di Renzi possa essere travolta dalla sconfitta, spingendo la nuova gestione sulla prospettiva di un accordo con i pentastellati. Pare che gli siano arrivate voci di ragionamenti dalemiani che avrebbero come punto di caduta un accordo tra "Cinque stelle, Liberi e Uguali, e un Pd de-renzizzato". E allo spettro, che si aggira per Arcore, sono spuntati anche i baffi.

Da - http://www.huffingtonpost.it/2018/01/12/uno-spettro-turba-i-pensieri-di-silvio-berlusconi-lincarico-esplorativo-a-luigi-di-maio_a_23332118/?utm_hp_ref=it-homepage
39  Forum Pubblico / SCRIPTORIUM 2017 - (SUI IURIS). / La gente falsa (meglio le persone false) sono il contorno e lo sfondo "naturale" il: Gennaio 12, 2018, 12:42:01
A Marco M. La gente falsa (meglio le persone false) sono il contorno e lo sfondo "naturale" in ogni attività o contesto.

Nella mia esperienza ne ho incontrate centinaia e con decine di loro ho lavorato.

Esiste una "difesa armata" da questa genia diffusissima: ignorarle come persone e guardare ai contenuti.
Non curarsi del loro essere persone e occuparsi con pignoleria del loro "fare".

Questo vale, sia se si è in posizione di "comando", sia se si è loro sottoposti.

ciaooo
40  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / FEDERICO GEREMICCA - Matteo e l’opzione Gentiloni il: Gennaio 12, 2018, 12:37:11
Matteo e l’opzione Gentiloni

Pubblicato il 10/01/2018

FEDERICO GEREMICCA

Ora che le tessere del puzzle elettorale sono tutte sul tavolo (intendiamo liste, simboli, coalizioni e perfino candidati premier) sono forse possibili un paio di annotazioni che - intimamente connesse tra loro - tratteggiano bene il bivio di fronte al quale si trova Matteo Renzi nella sua veste di segretario del Partito democratico.

Il primo punto fa da premessa, e coglie l’ennesimo aspetto paradossale del sistema politico italiano: dopo aver approvato appena un paio di mesi fa una legge elettorale di segno proporzionale - che dunque non prevede premi di governabilità e indicazione del futuro presidente del Consiglio - anche gli stessi partiti che l’hanno votata hanno ora spensieratamente avviato la loro campagna elettorale nel segno dei candidati-premier. Lo fa la Lega, lo fanno i Cinque Stelle, lo fa il movimento di Pietro Grasso, e lo fa - ingannevolmente - perfino Forza Italia, indicando come presidente Berlusconi, che non può (per sentenza passata in giudicato) nemmeno esser candidato.

Ma così va. E se va così, la seconda annotazione è inevitabile: può il Pd partecipare alla contesa senza dire agli italiani quale sarà l’uomo che guiderà il governo in caso di vittoria della coalizione di centrosinistra?

La risposta parrebbe scontata, ma invece non lo è: Matteo Renzi, infatti, si limita a ripetere che il Pd offre agli italiani «una squadra» e che la scelta sarà fatta dopo. Si tratta di una posizione di grande debolezza, che rischia di frenare ulteriormente il Partito democratico e alla quale - per altro - non tutti credono, convinti che la genericità dell’indicazione nasconda la volontà di Renzi di tentare il ritorno a Palazzo Chigi, cosa oggi difficilissima. 

Il tipo di campagna elettorale avviata dagli altri e la linea fin qui scelta dal Pd, dunque, pongono Matteo Renzi di fronte a un bivio. Mantenere l’attuale posizione, mettendo a rischio lo stesso risultato del suo partito e della coalizione, oppure abbandonare la sottile ipocrisia della «squadra» per gettare nella mischia il nome del candidato-premier del Pd. Una faccia da contrapporre a quelle di Berlusconi e Di Maio, insomma; un profilo solido e rassicurante che dia appunto il volto a quella «forza tranquilla di governo» che è lo slogan col quale il Partito democratico intende proporsi agli elettori.

Quella faccia - quel profilo - esiste ed ha il nome di Paolo Gentiloni, il premier che sta accompagnando il Paese al voto e che in questo anno e passa a Palazzo Chigi ha centrato non pochi obiettivi grazie proprio - e non sembri paradossale - al lavoro e alle riforme incubate negli anni di governo di Matteo Renzi. Può il Pd fare una scelta diversa, rinunciando alla sua candidatura a premier e annegandola, genericamente, in una «squadra»? Solo Renzi può deciderlo, rompendo gli indugi, dando una scossa alla campagna del Pd e aprendo nuove prospettive per l’intera coalizione.

Ma Renzi non lo farà mai, si sente ripetere in giro. Può essere, e sarebbe un errore. Piuttosto che un inspiegabile punto interrogativo, la faccia tranquilla di Paolo Gentiloni affianco a quelle di Berlusconi, Salvini e Di Maio, potrebbe riaprire d’improvviso la partita, favorendo esiti meno scontati. Per un motivo o per l’altro, il premier in carica per l’ordinaria amministrazione ha ammaliato un buon pezzo di Paese: non tenerne conto sarebbe un incomprensibile segno di rassegnazione, difficile da spiegare sia in campagna elettorale che nelle discussioni che seguiranno il voto.

È anche per questo che non è detto che - giunto di fronte al suo bivio - Matteo Renzi finisca per scegliere la via più gettonata. Al di là del carattere spigoloso e delle frequenti guasconerie - che tanto hanno contribuito a consolidare il clima non favorevole che oggi lo accompagna - il leader del Pd ha dimostrato di saper vestire gli abiti del politico lungimirante e tessitore, quando è necessario (e quando non è lui personalmente in questione): l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale è lì a ricordarlo.

Accade spesso, in politica, che una rinuncia oggi si trasformi in un successo domani: e quando si ha il futuro davanti - come lo ha Renzi, alla vigilia dei suoi 43 anni - il tempo per scommettere e attendere certo non manca. Annunciare che è Paolo Gentiloni il candidato-premier del Pd, insomma, non sarebbe semplicemente uno stucchevole «gesto di generosità», bensì un investimento sul Pd e sul futuro: anche sul suo personalissimo futuro.

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41  Forum Pubblico / LEGA - M5STELLE - RADICALI, Così Diversi ... / Così BEPPE GRILLO lascerà il Movimento 5 Stelle ... il: Gennaio 12, 2018, 12:33:09
ANTICIPAZIONE

Così Beppe Grillo lascerà il Movimento 5 Stelle
Il comico fa i bagagli: sta per riprendersi il dominio del blog, che andrà in mano a una srl.
Le scelte di Luigi Di Maio «gli stanno strette» e «non è mai scattato l'innamoramento» con Casaleggio jr.

Lo anticipa L'Espresso in edicola da domenica 14 gennaio

DI GIOVANNI TIZIAN E SUSANNA TURCO
11 gennaio 2018

Sarà una scissione invisibile, ed è già cominciata. Beppe Grillo, il Movimento delle origini, la visione di Casaleggio senior di qua. Luigi Di Maio, Casaleggio junior e le nuove regole di là. Magari si trasformerà in una guerra, ora ha la forma di una marea: più che un'esplosione, è un discreto ritirarsi. Lo ha già fatto Alessandro Di Battista annunciando di non candidarsi.

Il prossimo sarà Beppe Grillo, come racconta l'Espresso in edicola domenica 14 gennaio, con un ampio servizio dal titolo: “Grillo non abita più qui”. È questo che dice chi al comico genovese è vicino davvero. Lo fanno trapelare anche a Milano, dalla Casaleggio Associati, dopo che le nuove regole hanno previsto per la prima volta che il Garante, cioè Grillo stesso, possa dare addio al Movimento.

La discreta ritirata doveva effettuarsi già un mese fa, ora si parla di gennaio ma i più dicono che sarà prudente spostarla a dopo le elezioni. Dopo averci pensato per mesi, il comico genovese ha infatti chiesto di riavere indietro la proprietà del blog, che ora è formalmente in mano a un militante di fiducia e sostanzialmente gestito dalla Casaleggio. Il dominio, secondo i piani, dopo lo switch off dovrà finire in mano a una srl unipersonale, cioè a socio unico. Insomma Grillo fa i bagagli.

Il M5S è un esperimento creato in laboratorio
Già negli anni Novanta Gianroberto Casaleggio testava come manipolare il consenso con un team ristretto della sua azienda informatica. Dalla nascita del blog al primo Vaffa day. Sino alla normalizzazione dell'èra Di Maio
La versione più benevola del racconto sostiene che voglia tornare a fare il comico impegnato, l’attivista, il giramondo alla scoperta di tecnologie destinate a cambiare il futuro del pianeta; secondo un’altra, meno benevola - non a caso proveniente dall’area della Casaleggio - è stufo di beghe, polemiche, lotte fratricide e soprattutto querele.

Il vero motivo è nascosto nelle pieghe. Chi conosce bene il comico sa infatti che alcune scelte del nuovo leader Luigi Di Maio «gli vanno un po’ strette» (a esser gentili), mentre con Davide Casaleggio «non c’è mai stato l’innamoramento» che invece era scattato con il padre Gianroberto. Per lui, ormai, più che una passione, l'M5S è diventato l'assolvimento di un patto d'amicizia con il guru della Casaleggio.

Il presente gli sta stretto. È per questo che nell'illustrare come sarà il futuro, si usa come esempio proprio Di Maio: «Tutto quello che riguarda il partito sarà sul sito a Cinque stelle, mentre beppegrillo.it tornerà ad essere un laboratorio di idee che guarda fuori dal perimetro del partito. Il video di Luigi, che oggi va sul blog, domani andrà sul sito dei Cinque stelle». Insomma Di Maio finirà da un’altra parte. È questo il punto finale di una strategia che il front man storico dei grillini ha perseguito negli ultimi mesi, facendo «in modo che l’attività del Movimento fosse via via più slegata dalla sua figura». E quindi più autonoma, a partire dagli argomenti del blog.

E non è l'unica spina per il Movimento 5 Stelle, giunto ormai alla versione 3.0. Come racconta all'Espresso l'avvocato Lorenzo Borré, nel delineare uno scenario di un Movimento che si sdoppia: «Adesso i vertici hanno fatto una scissione dall'alto, creando una nuova Associazione. Ma la prima non è estinta, conta ancora degli iscritti: quindi al momento ci sono due Movimenti». Che potrebbero finire in lotta fra loro.

© Riproduzione riservata 11 gennaio 2018

Da - http://espresso.repubblica.it/palazzo/2018/01/11/news/cosi-beppe-grillo-lascera-il-movimento-cinque-stelle-1.316960?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P3-S1.4-T1
42  Forum Pubblico / ECONOMIA / MELEGATTI in stato di agitazione. A rischio la campagna di Pasqua il: Gennaio 12, 2018, 12:30:42
Melegatti in stato di agitazione. A rischio la campagna di Pasqua

–di B.Ga.  @Ganz24Ore 
12 gennaio 2018

Non ha avuto esito positivo l’incontro programmato ieri sulla vertenza Melegatti. Le Organizzazioni sindacali - Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil - hanno incontrato, nello stabilimento di S. Giovanni Lupatoto, l’ing. Sergio Perosa, subentrato in sostituzione di Luca Quagini con il ruolo di nuovo direttore e con piene deleghe di gestione dell’azienda.
«L’appuntamento era importante, non solo per conoscere Perosa, ma soprattutto per avere notizie e aggiornamenti sugli impegni prossimi e imminenti aziendali e sulle questioni specifiche legate ai dipendenti, come il pagamento puntuale delle loro retribuzioni - scrivono le tre sigle sindacali -. Per questo avevamo espressamente chiesto di avere la presenza al tavolo anche del dott. Castelletti, dei due Commissari del Tribunale e di una figura in rappresentanza del Fondo finanziario, per avere chiara la fotografia della tempistica della Campagna di Pasqua, notizie sull’accordo quadro tra vecchia proprietà e Fondo e per avere garanzie sull’occupazione degli stagionali».

LA CAMPAGNA DI SALVATAGGIO  15 dicembre 2017
Melegatti ritira la cassa integrazione: prossima sfida le colombe di Pasqua
A presentarsi è stato però solo Perosa «che non ci ha fornito alcuna delle informazioni richieste, adducendo che non era la sede adeguata per affrontare certe tematiche rifiutando di rispondere a domande precise, quali, ad esempio, se sarà ancora il fondo Abalone il soggetto finanziatore della campagna di Pasqua 2018, e di quali siano ad oggi le criticità evidenziate dal Tribunale dal non avere ancora, , dato il via libera alla ripartenza delle produzioni.
E' emerso solo che, la sua figura è stata scelta e incaricata da parte del Cda Melegatti, e non dal Fondo come era stato dichiarato nell’ultima riunione aziendale, a giustificazione anche delle dimissioni dello stesso Quagini».

#NOISIAMOMELEGATTI  22 novembre 2017
Melegatti e la campagna social che ha riavviato la produzione di pandori e panettoni
A questo punto i tempi previsti per la produzione non corrispondono più a quelli delle previsioni: «Considerando che il Tribunale, per la mini campagna di Natale era stato molto disponibile e veloce nelle delibere, abbiamo chiesto ripetutamente di capire i motivi che stavano causando questi ritardi, provando anche a fare delle ipotesi, ma escludendo ogni possibile implicazione del Tribunale stesso. A questa precisa domanda non è arrivata alcuna risposta da parte del nuovo direttore, eppure si tratta di una questione determinante a cui non possiamo rinunciare. Conoscere questo aspetto significa avere elementi per comprendere meglio le dinamiche e le prospettive per Melegatti, oggi e domani».
Della situazione di stallo sono stati informati le lavoratrici e i lavoratori nell’assemblea sindacale seguita all’incontro: «Insieme ai dipendenti si è deciso di proclamare lo stato di agitazione in cui ci riserviamo di valutare eventuali iniziative da mettere in campo qualora si ritenessero necessarie. In prima istanza si chiede di programmare un incontro urgente con tutti gli attori principali presso la Prefettura di Verona che ha seguito dall'inizio tutta la vicenda Melegatti e che si è fatta da garante affinché si trovasse una soluzione positiva».

RILANCI  12 dicembre 2017
Melegatti, bene la campagna di Natale Ora 120 giorni per evitare il fallimento
Fra i dipendenti, che dopo mesi di presidio e senza stipendio avevano votato per il ritorno al lavoro da cui è dipesa la campagna natalizia, ci sono «rabbia, delusione e preoccupazione. Le lavoratrici e i lavoratori sono stanchi di essere presi in giro, hanno diritto di sapere e di avere delle corrette informazioni. Le bugie e le mezze verità non aiutano e soprattutto riteniamo che sia estremamente necessario che ogni soggetto coinvolto debba portare a termine il proprio compito e assolvere all’impegno preso», conclude la nota sindacale.

Solo alla fine di dicembre la situazione sembrava a una svolta con l'arrivo di un partner industriale per Melegatti: la veronese Dal Colle aveva sottoscritto una quota del 30% nella società veicolo del fondo maltese Abalone, lo stesso che aveva finanziato la campagna natalizia dello storica azienda dei pandori e panettoni. Dal Colle era stata scelta per l'esperienza nel settore e la messa in produzione dei prodotti continuativi - le brioche - nella fabbrica acquisita e mai entrata a regime a San Martino Buon Albergo.

© Riproduzione riservata

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-01-11/melegatti-stato-agitazione-rischio-campagna-pasqua-175903.shtml?uuid=AE9QtagD
43  Forum Pubblico / ECONOMIA / Carlo Calenda e Marco Bentivogli Piano industriale per l’Italia delle competenze il: Gennaio 12, 2018, 12:27:33
Un Piano industriale per l’Italia delle competenze

Di Carlo Calenda e Marco Bentivogli

12 gennaio 2018

La fine degli stimoli della Bce, l’evoluzione, certo non orientata a maggior flessibilità, dell’Eurozona e la restrizione dei parametri di valutazione sugli Npl, renderanno il 2018 un anno potenzialmente critico per la tenuta finanziaria del Paese. L’unica strada percorribile è quella di continuare a muoversi lungo il “sentiero stretto” percorso in questa legislatura ovvero riduzione del deficit, aumento di Pil e inflazione. Per il 2019 il Documento di economia e finanza prevede un rapporto deficit/Pil allo 0,9%.

LE MINUTE SULLA GUIDANCE  11 gennaio 2018
Bce pronta a cambiare strategia, volano euro e tassi sui Bund
Eventuali margini di flessibilità si potranno negoziare solo a fronte di un convincente “Piano industriale per il Paese” focalizzato su crescita e investimenti. A tutto ciò si aggiunge la sfida di una rapidissima innovazione tecnologica che mette in discussione modelli produttivi e organizzazione del lavoro. Se l’Italia non saprà essere all’altezza andremo incontro a un secondo shock sistemico come quello vissuto nella prima fase della globalizzazione. Riteniamo che l’avvio della campagna elettorale mostri una diffusa mancanza di consapevolezza rispetto a questa situazione. La parola d’ordine sembra essere “abolire”, scaricando i costi sulla “fiscalità generale” e alimentando l’equivoco che essa sia altro rispetto ai soldi dei cittadini. Questo equivoco è alla base di decenni di irresponsabilità finanziaria che hanno portato l’Italia vicino al default nel 2011. Noi pensiamo invece che la parola d’ordine debba essere “costruire” un futuro fondato su tre pilastri: Competenze, Impresa, Lavoro.

1 | Competenze e Impresa: la situazione del Paese

Competenze
La rivoluzione digitale crea e distrugge occupazione e non è possibile prevedere con certezza quale sarà il saldo netto. Le dieci professioni oggi più richieste dal mercato non esistevano fino a 10 anni fa e il 65% dei bambini che ha iniziato le scuole elementari nel 2016 affronterà un lavoro di cui oggi non conosciamo le caratteristiche. Nella grande riallocazione internazionale del lavoro, l’occupazione crescerà nei Paesi che hanno investito sulle competenze digitali e si ridurrà in quelli che non le hanno acquisite in maniera adeguata ad affrontare la trasformazione del tessuto produttivo. In Italia ci sono profondi gap da colmare: solo il 29% della forza lavoro possiede elevate competenze digitali, contro una media Ue del 37%. Un divario che rischia di aumentare ulteriormente considerando la bassa partecipazione di lavoratori a corsi di formazione (8,3%) rispetto alla media Ue di 10,8% e a benchmark quali Francia 18,8% e Svezia 29,6%.

Il lavoro nell’impresa 4.0 dovrà superare il paradosso italiano per cui i giovani finiscono troppo presto di studiare, iniziano troppo tardi a lavorare e quando trovano un lavoro, interrompono completamente i loro rapporti con la formazione. A questo fine, proponiamo il riconoscimento del diritto soggettivo del lavoratore alla formazione in tutti i rapporti di lavoro e la sua definizione come specifico contenuto contrattuale.

Impresa
Dopo gli anni della grande crisi 2007-2014, gli investimenti industriali e l’export sono finalmente ripartiti. Nel 2017 la crescita dell’export si è attestata intorno al 7%, quella degli investimenti industriali, incentivati dal Piano Impresa 4.0, intorno all’11%. Una dinamica migliore di quanto registrato in Germania rispetto alla quale, però, i nostri investimenti industriali sono circa la metà in termini assoluti e il rapporto tra esportazioni e Pil resta inferiore di circa 20 punti. Un divario che dipende da alcune fragilità peculiari del nostro tessuto produttivo: 1) il numero limitato delle imprese pienamente integrate nelle catene globali del valore (20% circa del totale); 2) le differenze di performance territoriali e tra classi d’impresa; 3) condizioni di contesto - costo dell’energia, concorrenza, connettività - ancora spesso meno favorevoli rispetto ai competitor internazionali; 4) un mercato del lavoro ancora troppo centralizzato con modalità di determinazione delle condizioni salariali lontane dal contesto competitivo delle singole imprese.

Quello che proponiamo è una politica industriale e del lavoro non retorica, fortemente focalizzata su queste fragilità e in grado di produrre avanzamenti misurabili su ciascuno di questi temi. La base di partenza non può che essere quella delle politiche realizzate dagli ultimi due governi che hanno contribuito a determinare una dinamica positiva di occupazione, reddito, esportazioni e di saldi di finanza pubblica. Oggi, al termine della legislatura, questi risultati non appartengono più a questo o a quel governo, ma sono piuttosto un patrimonio comune di regole, leggi, provvedimenti che delineano un sentiero virtuoso di crescita e di nuove opportunità per gli investimenti.

2 | Priorità e azioni

Impresa 4.0
Il Piano nazionale Impresa 4.0 ha riportato la politica industriale al centro dell’agenda del Paese dopo vent’anni con una dotazione di risorse adeguate: circa 20 miliardi di euro nella legge di bilancio 2017 cui si aggiungono 10 miliardi di euro dell’ultima legge di bilancio. L’efficacia del piano è testimoniata dalla ripresa degli investimenti delle imprese - che durante gli anni della crisi hanno subito una riduzione di circa il 25% - e dalla crescita degli ordinativi interni nel corso del 2017.

Pur confermando l’impostazione generale del Piano, per gli anni a venire occorrerà procedere lungo due direzioni. Da un lato occorrerà rifinanziare per il 2019 il Fondo Centrale di Garanzia per 2 miliardi di euro, in modo da garantire circa 50 miliardi di crediti finalizzati agli investimenti delle Pmi. Dall’altro occorrerà sostenere l’investimento privato per l’acquisizione e lo sviluppo di competenze 4.0. In concreto: dovranno essere stanziati 400 milioni di euro aggiuntivi all’anno da destinare agli Istituti Tecnici Superiori con l’obiettivo di raggiungere almeno 100mila studenti iscritti entro il 2020 (in Italia attualmente gli studenti degli Its sono circa 9000 contro i quasi 800mila della Germania); i Competence Center dovranno essere rafforzati al fine di costruire una vera rete nazionale, per lo sviluppo e il trasferimento di competenze digitali e ad alta specializzazione (sul modello del tedesco Fraunhofer e dell’inglese Catapult); dovrà essere reso strutturale lo strumento del credito di imposta alla formazione 4.0, previsto attualmente in forma sperimentale.

Lavoro 4.0
L’impresa 4.0 ha bisogno, oltre alle tecnologie e alle competenze, di nuovi modelli di organizzazione del lavoro, che vanno quindi incentivati come ulteriore tassello del Piano.

Dal punto di vista contrattuale occorre rispondere ad una produzione che sarà sempre più “sartoriale” e quindi il Contratto nazionale ha senso non solo se ne riduce drasticamente il numero delle tipologie - che negli ultimi anni è esploso - ma anche e soprattutto se il suo ruolo resta quello di “cornice di garanzia” finalizzata ad assicurare il più possibile una dimensione di prossimità all’impresa. Va incoraggiato un vero decentramento contrattuale, utile anche ai programmi condivisi di miglioramento della produttività, a livello territoriale, di sito e di rete. Questo processo, unitamente ai nuovi contenuti della contrattazione (welfare, formazione, orari, flessibilità attive) possono rappresentare il nuovo “patto per la fabbrica” in grado di centrare la sfida della produttività e dell’innovazione a partire dalle Pmi per le quali la contrattazione territoriale può diventare una risorsa fondamentale. Permane in alcuni settori il rischio che i nuovi modelli organizzativi comportino una riduzione del valore del lavoro che va contrastato con la capacità di costruire nuove tutele e diritti sociali ma, soprattutto, con un salario minimo legale, per i settori non coperti da contrattazione collettiva.

Energia
La Strategia Energetica Nazionale definisce la strada per affrontare le grandi questioni della riduzione del gap di prezzo e di costo dell’energia; della sostenibilità degli obiettivi ambientali; della sicurezza di approvvigionamento e della flessibilità delle infrastrutture energetiche, rafforzando l’indipendenza energetica dell’Italia.

Al 2030, la Sen prevede azioni per 175 miliardi di investimenti, di cui oltre l’80% in energie rinnovabili ed efficienza, che devono dar vita a una nuova specializzazione industriale dell’Italia. Sul versante della competitività, il varo della normativa sulle imprese energivore a partire dal 1° gennaio di quest’anno ha risolto il problema dello svantaggio sul prezzo dell’energia elettrica per circa 3mila aziende. Analoga norma andrà adesso rapidamente attuata per le aziende gasivore, insieme al corridoio di liquidità per allineare il costo del gas a quello del Nord Europa.

L’abbandono del carbone nel 2025 nella produzione elettrica necessita, oltre che degli investimenti in reti e rinnovabili, anche di un deciso coordinamento operativo e di un focus forte sul rafforzamento e sulla diversificazione delle aree di approvvigionamento del gas.

Concorrenza
Negli ultimi anni l’Italia ha fatto passi avanti, ma molto ancora resta da fare. La faticosa esperienza della prima legge “annuale” per la concorrenza il cui iter parlamentare è durato quasi tre anni mostra chiaramente quanto la concorrenza sia ancora guardata con sospetto.

Occorre, da un lato fare della manutenzione pro-concorrenziale dell’ordinamento un’operazione sistematica e veramente annuale, dall’altro, focalizzare meglio gli interventi con iniziative “settoriali”. Nella prossima legislatura sono almeno due i capitoli su cui è necessario concentrarsi. Il primo è quello dei servizi pubblici locali ancora spesso poco efficienti mentre il secondo è quello delle concessioni: da quelle balneari alle autostrade. Anche qui è necessario disciplinare le modalità di affidamento competitivo evitando ulteriori proroghe e le caratteristiche della concessione (modalità di determinazione dei ricavi e durata) oltre ad assoggettarne i contenuti alla massima trasparenza, pur riconoscendo la possibilità di introdurre correttivi sociali e cautele a difesa dell’occupazione e degli operatori più piccoli.

Banda Larga
Come per le reti di trasporto di persone e merci e le reti energetiche e idriche, una rete di telecomunicazioni moderna ed efficiente rappresenta un fattore chiave di competitività per il sistema Paese ma anche un servizio essenziale.

Su questo fronte la situazione italiana attuale presenta un preoccupante ritardo rispetto alle economie con le quali ci confrontiamo. Un ritardo che abbiamo iniziato a colmare con il Piano Banda Ultra Larga del Governo, che prevede la copertura dell’85% della popolazione al 2020 con 100 Mbps. I dati dell’ultima consultazione pubblica del 2017 ci dicono che solo il 2% dei numeri civici nazionali è raggiunto da una connessione superiore a 100 Mbps, il 30% dispone di connettività oltre 30 Mbps, mentre quasi il 70% dei civici non è coperto dalla banda ultra larga.

Il carattere sistemico dell’infrastruttura Tlc, che ha bisogno di grandi investimenti di sviluppo e ammodernamento suggerisce di verificare la possibilità di concentrare lo sviluppo della rete in un unico operatore, valutando con tutte le cautele del caso un’eventuale remunerazione con tariffe regolamentate. In tal modo sarebbe possibile utilizzare al meglio le risorse disponibili pubbliche e private, evitando duplicazioni infrastrutturali e garantendo la massima concorrenza e neutralità nell’offerta di servizi retail.

Politica commerciale e internazionalizzazione
Occorre giocare la partita dell’internazionalizzazione contemporaneamente in attacco e in difesa. In attacco, gli accordi di libero scambio sono lo strumento principale attraverso il quale favorire l’accesso delle Pmi ai mercati esteri e vanno sostenuti a partire dalla ratifica della accordo con il Canada. Contemporaneamente, in difesa, dobbiamo perseguire l’obiettivo di creare un contesto di regole condivise necessarie a garantire la natura equa del commercio internazionale e a mitigare gli effetti di una globalizzazione squilibrata come abbiamo fatto, assumendo un ruolo guida in Europa, nel caso del mancato riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato. La prossima battaglia che dobbiamo portare avanti è quella per l’inclusione dei principi di sostenibilità ambientale e sociale negli accordi di libero scambio. La stessa strategia duale dovrà continuare ad applicarsi per l’attrazione degli investimenti diretti esteri. Da un lato, razionalizzazione e semplificazione della governance delle politiche di attrazione e definizione di nuovi strumenti nella convinzione che l’Italia ha bisogno di capitale di crescita. Dall’altro lato, tutela dell’interesse nazionale contro operazioni predatorie verso imprese ad alto contenuto tecnologico anche usando la nuova golden power varata dal Governo a questo scopo. Infine il Piano straordinario per il Made in Italy, che ha coinvolto oltre 17mila imprese, deve essere prolungato e potenziato in particolare nelle direttrici dell’e-commerce e dell’aumento delle imprese esportatrici.

3 |Gestire le trasformazioni
I processi di trasformazione dell’economia si sono fatti sempre più rapidi con l’accorciarsi dei cicli di sviluppo tecnologico che ha reso sempre più frequente l’emergere di tecnologie disruptive. La nuova condizione di normalità è dunque quella in cui segmenti o interi settori industriali sono costantemente spiazzati. Occorre attrezzare il Paese a prendersi cura degli “sconfitti”; di quei lavoratori e di quelle imprese che nel breve periodo sono vittime del cambiamento. Alcune iniziative sembrano aver dato risultati. È il caso della strategia di recovery settoriale attuata per i call center con salvaguardia salariale e il ritorno degli investimenti nei settori dell’alluminio e dell’acciaio.

Occorre però sistematizzare queste modalità di azione, ingegnerizzando per così dire il modello e massimizzando la velocità di intervento. Funzionale allo scopo sarebbe la possibilità di potenziare nelle aree di crisi complessa soluzioni eccezionali: strumentazioni dedicate per le imprese beneficiarie di agevolazioni (deroghe alle regole del mercato del lavoro e ammortizzatori sociali, semplificazioni e accelerazioni burocratiche/autorizzative, supporto prioritario del Fondo di Garanzia, defiscalizzazioni) e iter accelerati per bonifiche e interventi infrastrutturali per poter rapidamente rilanciare l’attività d’impresa. Altro strumento fondamentale per ricostituire base manifatturiera sono i Nuovi Contratti di Sviluppo destinati per l’80% al Mezzogiorno che spesso vedono protagonisti grandi aziende multinazionali. Il rifinanziamento dei Contratti di Sviluppo costituisce una priorità per gli anni a venire. Occorre infine varare un fondo equivalente al “Globalization Adjustment Fund” dedicato alla riconversione di lavoratori e aziende spiazzati da innovazione tecnologica e globalizzazione.

Non esiste sviluppo, reddito e benessere senza investimenti, imprese e lavoro. Le scorciatoie conducono a vicoli ciechi e non di rado a veri e propri burroni. L’Italia è ancora fragile e le ferite della crisi ancora aperte. È fondamentale che chiunque governerà il Paese riparta da questa consapevolezza e da queste priorità.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-01-11/un-piano-industriale-l-italia-competenze-222533.shtml?uuid=AEcQ5JgD
44  Forum Pubblico / AUTORI - Firme scelte. / VLADIMIRO ZAGREBELSKY Il coraggio e le regole per i migranti il: Gennaio 12, 2018, 12:25:31
Il coraggio e le regole per i migranti

Pubblicato il 12/01/2018

VLADIMIRO ZAGREBELSKY

Il prossimo 14 gennaio sarà celebrata la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato istituita dalla Chiesa cattolica. Dopo la analoga promossa dalle Nazioni Unite, essa sarà occasione per nuovamente affrontare il tema, sperabilmente non in chiave di contrapposizione e propaganda elettorale. Le dimensioni e le cause del fenomeno mondiale odierno delle migrazioni e, in particolare, di quello verso l’Italia e l’Europa rendono insufficiente, anche se stringente, il richiamo al dovere individuale e nazionale di assicurare sempre umanità nel rapporto con gli stranieri che giungono in Italia. E con l’umanità, l’osservanza rigorosa delle prescrizioni costituzionali e delle Convenzioni internazionali in materia. Esse riguardano essenzialmente il rapporto con l’individuo che arriva nel territorio dello Stato. Ma quando si tratta di un fenomeno di massa, grandioso, diversificato e di lunga durata come quello che affronta ora l’Europa, la quantità modifica la qualità del problema. Alla realtà del problema, poi, si aggiunge una dimensione altra, anch’essa da non ignorare.

Si tratta della percezione del fenomeno, non importa quanto distorta da disinformazione o propaganda politica e da difficili esperienze personali o di intere fasce sociali più di altre a contatto con l’arrivo di migranti. La paura e l’adesione a proposte sempliciste e assurde richiedono un forte impegno per diffondere un’informazione corretta. È infatti reale il rischio che prevalgano posizioni potenzialmente antidemocratiche e xenofobe. A questo si riferiva la preoccupazione manifestata dal ministro Minniti, sui rischi che correrebbe la democrazia se la questione migranti non venisse affrontata e venisse lasciato campo libero a forze estremiste. Una paura esagerata e creata ad arte è certo sbagliata, ma resta un oggettivo dato politico e sociale di cui occorre responsabilmente tener conto. Alle regole del trattamento individuale del migrante deve dunque aggiungersi una chiara e realistica linea politica di gestione e governo del fenomeno. 

L’Europa e l’Italia hanno già conosciuto e non dovrebbe dimenticare gli effetti delle guerre su individui e su intere popolazioni. Per regolare il problema dei milioni di civili e militari dispersi in Europa alla fine della guerra nacque la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati. Ora un’analoga situazione, altrove nel mondo, è all’origine di molte fughe da zone di guerra; anche, ma non solo, verso l’Europa. Fughe di persone che cercano e, secondo la Convenzione, hanno diritto di ricevere asilo. Vi è però una tendenza a svalutare la differenza che esiste tra chi lascia il proprio Paese per cercare condizioni economiche migliori e coloro che fuggono dal pericolo cui sono esposti di persecuzioni e trattamenti inumani: tra migranti economici cioè e rifugiati. Tutti questi ultimi, ma non i primi hanno il diritto assoluto di essere accolti, protetti come rifugiati e non respinti. Certo è spesso difficile distinguere gli uni dagli altri, ma è necessario farlo poiché la confusione porta necessariamente ad attenuare o a rendere impraticabile la piena tutela delle vittime di guerre e persecuzioni. 

Coloro che arrivano non sono necessariamente quelli che più avrebbero bisogno di accoglienza e rifugio. In grande misura arrivano uomini giovani e sani. E gli altri? Quelli che, magari in condizioni peggiori, non riescono a partire e ad arrivare? Ora le dure e illegali modalità della fuga verso l’Europa hanno un grave effetto discriminatorio e le alternative sono del tutto insufficienti. Anche per questo motivo e non solo per prevenire le drammatiche traversate del mare, è necessaria una politica di immigrazione regolata; l’unica che possa dare risultati liberando l’Italia e l’Europa dalla rassegnata e sola gestione d’emergenza di vicende ineluttabili e da altri determinate. L’attivazione di regolari canali di immigrazione è anche il modo concreto di disincentivare il ricorso agli attuali pericolosi percorsi di migrazione verso l’Italia. I quali percorsi non si esauriranno se non si apriranno stabili e non solo simboliche vie alternative, legittime e controllate.

Ai governi spetta affrontare un problema che è ineludibile. Le azioni praticabili sono difficili e rischiose. I piani su cui intervenire sono necessariamente numerosi, di politica interna e di controlli e accordi internazionali. La sensazione di dover affrontare un problema troppo grande può spingere governi e forze politiche all’inerzia o ad atteggiamenti puramente propagandistici oppure, in Italia, vittimistici. Altri Paesi in Europa hanno ricevuto un maggior numero di migranti, senza parlare di ciò che avviene in altre parti del mondo. Occorre invece coraggio, concretezza e riconoscimento della necessità di distinguere all’interno del grande fenomeno delle migrazioni. È quel che sembra fare ora il governo anche con politiche di accordi con paesi africani la cui inevitabilità si accompagna però ad aspetti di pericolosità rispetto ai diritti umani delle persone dei migranti. La vigilanza deve essere massima, ma gli interlocutori necessari sono quelli che sono e non quelli che si preferirebbe fossero.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/01/12/cultura/opinioni/editoriali/il-coraggio-e-le-regole-per-i-migranti-I0BF5nZ9zinpSfqwIclcyO/pagina.html
45  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / Gian Enrico RUSCONI Il silenzio colpevole dell’Europa il: Gennaio 12, 2018, 12:20:46
Il silenzio colpevole dell’Europa

Pubblicato il 08/01/2018 - Ultima modifica il 08/01/2018 alle ore 09:24

Gian Enrico Rusconi

L’Europa deve reagire attivamente a quanto sta accadendo in Iran. Non può assistere impotente ad una repressione in atto con migliaia di arresti, compresi studenti e persone non coinvolte nelle manifestazioni di protesta iniziate nelle settimane scorse e arrestate a titolo preventivo. L’Europa deve essere ferma e netta nella disapprovazione, pur senza assumere l’atteggiamento di Trump che finisce in vero e proprio incitamento alla rivolta. 

Un incitamento che non solo avvalla la denuncia dei governanti iraniani che la rivolta sarebbe stata fomentata da potenze straniere, ma provoca un inevitabile deterioramento dei rapporti con il regime iraniano. Un circolo vizioso che servirà a Trump per giustificare la desiderata disdetta dell’accordo sul nucleare, raggiunto dalla amministrazione Barak Obama e convintamente condiviso dagli europei. 

A questo punto l’Europa deve scrollarsi di dosso l’accusa fatta dal vice di Trump, Mike Pence, di un «Europa pavida», che non prende posizione. Non può quindi accontentarsi della dichiarazione dell’Alto rappresentante per la Politica estera europea, Federica Mogherini, che «dimostrazioni pacifiche e libertà di espressione sono diritti fondamentali che si applicano a ogni Paese e l’Iran non fa eccezione». L’Europa deve fare una politica attiva autonoma, autorevole. Questa è l’occasione, proprio perché complicata e al di sopra della visione semplicistica di Trump. 

La situazione che si sta creando è ben peggiore di quella verificatasi mesi fa in Turchia, quando la reazione di Erdogan al denunciato «colpo di Stato» ha portato ad una indiscriminata e generalizzata negazione dei diritti civili fondamentali contro cui l’Europa si è limitata a protestare. 

La situazione iraniana attuale è molto più complessa. La protesta popolare delle settimane scorse, ha messo a nudo una profonda tensione all’interno del sistema politico iraniano. Era motivata da una situazione economica e sociale in drammatico peggioramento, causata da misure di austerity che hanno fatto esplodere i prezzi del pane, della benzina e di altri beni di prima necessità. Paradossalmente erano misure di un governo che si presentava come «riformatore». Ma chi è sceso in piazza protestava anche contro la corruzione e le speculazioni finanziarie di gruppi religiosi, che hanno bruciato per loro obiettivi particolari i risparmi di migliaia di famiglie a reddito modesto. Protestava anche contro il mancato mantenimento delle promesse in tema di libertà civili in particolare, ma non solo, per quanto riguarda le donne, e di riduzione del soffocante controllo da parte delle autorità religiose. La protesta ha investito la costruzione complessiva del regime, mescolando ragioni e obiettivi anche opposti: di chi vuole spingere per le riforme e di chi approfitta del malcontento per cercare di tornare indietro.

 
In queste ore in cui viene annunciato che «la sedizione» è stata vinta dalle forze conservatrici, i commenti degli osservatori esterni sono assai perplessi e di segno molto diverso. 

È finito il governo «riformatore» di Rohani, contro cui è scoppiata la rivolta? Che cosa faranno le forze conservatrici fedeli alla Guida suprema Khamenei che si attribuiscono il merito della repressione e che non hanno mai accettato di buon grado gli accordi sul nucleare con l’Occidente egemonizzato dall’America? O sono anch’esse divise al loro interno? Non potrebbe qui aprirsi uno spiraglio di una nuova intesa grazie alle potenze europee? Perché Bruxelles non prende una sua iniziativa?

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Da - http://www.lastampa.it/2018/01/08/cultura/opinioni/editoriali/il-silenzio-colpevole-delleuropa-C1PvTreWIpxxRLqSFirUIN/pagina.html
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