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31  Forum Pubblico / Il GOVERNO del CAMBIAMENTO = Lega+5Stelle. 2 giugno 2018 / Lega e 5Stelle -Permane il clima da (muscolare) campagna elettorale permanente. il: Luglio 14, 2018, 06:09:58
POLITICA
14 Luglio 2018 - Il Sole 24 Ore

L’ANALISI

Tensioni e assalto ai tecnici, è già campagna per le Europee

Permane il clima da (muscolare) campagna elettorale permanente. Venga dall'arrembante Salvini che non molla sulla retorica anti-migranti anche a costo di innescare tensioni col Quirinale o dal più levigato Di Maio che oscilla fra presunta lotta al precariato e crociata antivitalizi, l’obiettivo è tenere alto il volume della comunicazione. Tutto serve per l’audience: che un ministro degli interni voglia decidere al posto della magistratura chi va ammanettato o che un ministro del lavoro e dello sviluppo minacci di cacciare i funzionari che hanno osato essere a favore dell’accordo commerciale col Canada.

Eppure non sarà sfuggito che i ministri economici hanno trovato occasione per sottolineare che le riforme contenute nel famoso “contratto” di governo si devono fare, ma avendo ben chiaro che ci si deve muovere in un quadro di sostenibilità economiche. Lo ripete il ministro Tria insistendo che non si deve mettere a rischio la tenuta dei conti pubblici, ma anche il ministro Savona ha affermato, proprio mentre parlava della controversa ipotesi di un piano B sull’euro, che le nuove misure come flat tax, reddito di cittadinanza, riforma pensionistica e simili dovevano fondarsi sulla creazione di risorse finanziarie che le rendano tanto possibili quanto accettate dalla comunità economica interna e internazionale.

Il corollario è che ci vuole tempo e gradualità per fare i cambiamenti. Ma i leader politici dell’attuale governo sembrano poco inclini a sentire queste ragioni. Tanto Salvini quanto Di Maio vogliono vedere realizzazioni a breve. C’è da interrogarsi sul perché di questa ostinazione. I segnali di una messa sotto osservazione della situazione italiana che già si sta traducendo in una certa difficoltà tanto per l’economia finanziaria che per quella industriale sono rilevati da molti osservatori. Questi insistono che un messaggio capace di tranquillizzare sulla scelta per un passo lento e responsabile sui cambiamenti annunciati aiuterebbe molto a stabilizzare la situazione e a far riprendere fiato alla nostra ripresa. Difficile negare che siano fattori che contribuirebbero ad un certo tipo di legittimazione della nuova maggioranza gialloblu.

Perché questo non conta? L’attuale maggioranza non è certo insidiata da possibili agguati che conducano ad una caduta del governo: sia perché l’opposizione parlamentare è debole e spappolata, sia perché anche nel caso molto improbabile di un ritorno alle urne si vedrebbe una conferma del successo di questa maggioranza.

La spiegazione è semplice. L’orizzonte che tutti hanno in mente sono le elezioni europee della prossima primavera. Qui Salvini pensa di poter raccogliere la certificazione di essere ormai alla testa del maggior partito per consensi (cosa che a stare ai risultati del 4 marzo non è) e Di Maio di poter raccogliere la conferma che la scelta governista non ha messo in crisi il grande successo di M5S. Ma poiché quelle europee sono elezioni a ruota libera, cioè una specie di grande sondaggio d’opinione, si pensa che si pagherebbe un prezzo, forse salato, se nel paese si avesse la percezione che quanto annunciato in campagna elettorale e solennemente sottoscritto nel “contratto” era materia di promesse la cui realizzazione chissà quando avrebbe trovato compimento. Ci si aggiunga che in altre occasioni il bottino è stato magro: il vertice di Innsbruck ha suonato un po’ di gran cassa sull’Asse (brutto vocabolo che non porta bene), ma poco di concreto.

La paura di mancare l’incoronazione alle Europee agita sia Salvini, sia Di Maio, ma resta da vedere se l’insistere sulla retorica populista sia davvero quel che li mette al riparo da quel rischio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Paolo Pombeni

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180714&startpage=1&displaypages=2

32  Forum Pubblico / ECONOMIA / I dazi di Trump preoccupano alcune tra le principali famiglia del capitalismo... il: Luglio 14, 2018, 06:06:46
ECONOMIA
Venerdì, 6 luglio 2018 - 17:51:00

I dazi di Trump preoccupano alcune tra le principali famiglia del capitalismo

Gli eredi Agnelli, Bombassei, i Rocca e i Buzzi possono stare tranquilli, Colaninno, Farinetti, i Lunelli e le grandi famiglie del "pharma" made in Italy come...

Di Luca Spoldi

Mercati col fiato sospeso in attesa di capire se Cina ed Unione europea controbatteranno colpo su colpo ai dazi di Trump o se, almeno in Europa, vi siano spazi per trovare un'intesa concedendo qualcosa al presidente americano, in cerca di un risultato spendibile in chiave elettorale in ottobre, ma salvando nella sostanza i rapporti commerciali tra le due sponde dell'Atlantico, come ha già efficacemente sintetizzato Karl Rove sul Wall Street Journal.

Un'ipotesi quest'ultima che non dispiace ad Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partner, secondo cui "i margini per trovare un accordo ci sono tutti: l'Europa è più protezionista dell'America sulle auto ma è vero il contrario sui camion e sui Suv. Ad abbassare i dazi su tutta la linea ci saranno sicuramente dei perdenti, ma nel complesso i danni saranno inferiori rispetto alla chiusura dei mercati". Anzi secondo Fugnoli un accordo con l'America, "che richiederà comunque ancora del tempo", sarebbe un grande tonico per i titoli ciclici europei "e potrebbe regalare un recupero del 5% alle borse".

Ma quali sono le grandi famiglie del capitalismo italiano maggiormente esposte al rischio/opportunità rappresentato dall'attuale braccio di ferro commerciale tra Usa ed Europa? L'export italiano verso gli Usa pesa circa 37 miliardi di euro l'anno (il 2,17% del Pil nel 2017), con alcune grandi e medie aziende maggiormente esposte di altre. Nei trasporti più che gli eredi Agnelli, che grazie alla lungimiranza di Sergio Marchionne hanno saputo costruire una robusta testa di ponte negli Usa rilevando e risanando Chrysler (che ha portato in dote il marchio Jeep) qualche grattacapo potrebbe avercelo Sergio Colaninno, visto che la sua Piaggio, controllata con oltre il 53% del capitale, negli States ha una quota del 19% nel mercato degli scooter, un mercato peraltro in calo ormai ininterrotto dal 2012.

Nell automotive a rischio appaiono anche i produttori di componentistica, ma non Alberto Bombassei che con la sua Brembo è già presente con tre impianti a Plymouth, Homer (entrambi nel Michigan) e Mooresville (Carolina del sud), dove lavorano in tutto quasi 700 dipendenti, così come nel settore dell'acciaio potrebbero addirittura trarre qualche beneficio i Rocca, dato che Tenaris già nel 2012 annunciò un investimento da 1,8 miliardi di dollari per l'impianto produttivo da 600 mila tonnellate di capacità annua di Bay City (in Texas), entrato in produzione nell'ottobre dell'anno passato, o i Buzzi (Buzzi Unicem), a loro volta presenti negli Usa già da anni con otto impianti per una capacità produttiva di 10,2 milioni di tonnellate/anno corrispondenti a una quota di mercato del 9%.

Chissà se Trump rinuncerà alle sue cravatte Marinella: di certo per il settore moda-abbigliamento italiano, che da anni ha visto marchi come Kiton (Ciro Paone), Dolce&Gabbana (Stefano Dolce e Domenico Gabbana) o Isaia (dell'omonima famiglia di imprenditori napoletani) affiancare nomi storici come Giorgio Armani o Luxottica (Leonardo Del Vecchio), il rischio esiste, così come esiste per il settore calzaturiero (che ancora nel 2015 ha registrato esportazioni negli Usa per oltre 1,4 miliardi di dollari) che vede in Salvatore Ferragamo il suo marchio d'eccellenza.

Nel campo enogastronomico, finora altro cavallo di battaglia del "made in Italy" negli States, a rischiare sono da Oscar Farinetti (la sua Eataly è già presente a New York, Chicago e Boston), ma anche la famiglia Lunelli (Cantine Ferrari), che solo lo scorso anno a fronte di risultati record segnalava di voler ancora crescere nel Nord America, secondo Matteo Lunelli "l'area con i maggiori spazi di crescita" a livello internazionale, "perché gli Stati Uniti sono il primo mercato di importazione di vino e la cultura del vino ha raggiunto un buon livello di maturità, non solo nelle grandi città".

Forse non tutti sanno, poi, che uno dei settori di punta dell'export italiano è, negli Usa e non solo, la farmaceutica: così famiglie come i Menarini, i Chiesi, i Bracco, gli Angelini, ma anche i Dompé, i Marcucci (proprietari del gruppo Kedrion), i Del Bono (Mediolanum Farmaceutici) o i De Santis (Italfarmaco) non possono certo essere del tutto sereni, a differenza dei Recordati che avendo appena ceduto il controllo (51,8%) del gruppo al fondo britannico di private equity Cvc Capital Partners possono osservare l'evolversi della situazione con maggiore distacco.

Da - http://www.affaritaliani.it/economia/i-dazi-di-trump-preoccupano-alcune-tra-le-principali-famiglia-del-capitalismo-549742_pg_2.html
33  Forum Pubblico / iCITTADINI del PAESE REALE. / Con simili provvedimenti 5Stelle e Lega dopo aver spremuto la libertà di ... il: Luglio 14, 2018, 07:42:19
Negozi chiusi ma restano le strade infestate da spacciatori, delinquenti e nullafacenti cronici, il commercio viene visto come strumento di consumismo grigio, condizionato dalla crisi.   

Vogliono la negazione che l'andare per negozi in libertà di orari, sia un momento di socialità e di confronto tra Cittadini, a cui si è tolta la serenità.
Queste le prospettive che ci offrono i sacerdoti del "Cambiamento in peggio" (e di una certa opposizione ingrigita dalla loro nullità).

Con simili provvedimenti 5Stelle e Lega dopo aver spremuto la libertà di pensiero in chi ne difettava, intendono umiliare la libertà di movimento e di libera circolazione di tutti i Cittadini.
   
In poche parole iniziative come queste sono forme di persuasione occulta (subliminali) per sottomettere masse di insoddisfatti, rassegnati al meno peggio.

Tutti a casa in orari da coprifuoco sono strumenti del condizionamento della vita dei Cittadini.

ciaooo

da Fb del 13 luglio 2018
34  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / GIORDANO STABILE. Siria, raid sull’Isis: uccisi 28 civili il: Luglio 14, 2018, 07:40:07
Siria, raid sull’Isis: uccisi 28 civili

Colpiti anche miliziani sciiti al confine con l’Iraq

Pubblicato il 13/07/2018 - Ultima modifica il 13/07/2018 alle ore 09:00

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Almeno 28 civili sono stati uccisi durante un raid aereo su un’ultima sacca di territorio controllato dai jihadisti islamici nella provincia di Deir Ez-Zour, nell’Est della Siria. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, basato a Londra e vicino all’opposizione, potrebbe essere stato condotto dall’aviazione irachena, che ha un accordo con il governo siriano per poter operare nel suo spazio aereo contro i gruppi islamisti. Anche la Coalizione anti-Isis a guida americana conduce raid in appoggio alle Forze democratiche siriane che controllano lo spicco nord-orientale del Paese.

Jet non identificati hanno invece colpito ad Al-Bukamal, la cittadina al confine fra Siria e Iraq dove operano milizie sciite siriane e irachene. Nell’attacco sarebbero stati uccisi 35 miliziani, e almeno altri 50 feriti. E’ il secondo raid di questo genere in meno di un mese. Pochi giorni fa ad Al-Bukamal si erano incontrati l’ambasciato iracheno in Siria e il presidente del parlamento siriano, assieme a sceicchi locali, per lanciare l’effettiva apertura del valico di frontiera, ancora chiuso al traffico commerciale a otto mesi dalla liberazione dall’Isis. Ma attraverso il valico passano anche i rifornimenti di armi alle milizie sciite in Siria e a Hezbollah. Per questo è nel mirino dell’aviazione israeliana.

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Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2018/07/13/esteri/siria-raid-sullisis-uccisi-civili-IyooVMxqnZspvh6NK55XVP/pagina.html
35  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / CAPURSO e UGO MAGRI il: Luglio 14, 2018, 07:38:55
Si apre una frattura istituzionale. E il M5S si smarca dalla Lega
Braccio di ferro nel governo. L’anomalia di una nave militare italiana bloccata in un porto nazionale. Dopo l’intervento del capo dello Stato il premier telefona al leader leghista: “Facciamoli scendere “
Pubblicato il 13/07/2018

FEDERICO CAPURSO E UGO MAGRI
ROMA

«Facciamo almeno scendere a terra le donne e i bambini». È ormai sera quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte telefona al suo ministro dell’Interno, Matteo Salvini, per ottenere il via libera nei confronti delle tre donne e dei sei bambini presenti sulla Diciotti, la nave della guardia costiera bloccata dallo stesso Salvini al porto di Trapani da ieri mattina, con 67 migranti a bordo.

Il passo avanti è simbolico, ma decisivo per diverse ragioni. Prima fra tutte, per la difficile cura degli equilibri interni a Palazzo Chigi. Si è infatti alzata a livelli di guardia l’irritazione di alcuni ministri del M5S per l’atteggiamento con cui il leader della Lega, Matteo Salvini continua a trascinare l’intero governo (e l’attenzione mediatica) sul solco del suo aratro, «senza un coordinamento, né alcun rispetto per le competenze degli altri dicasteri». Tanto da far sbottare, in mattinata, il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, che avrebbe dato ordine alla Diciotti di attraccare, comunicando solo a operazione conclusa a Salvini che le responsabilità sarebbero passate interamente al ministero dell’Interno. Ma una volta nel porto, la nave non ha avuto il consenso allo sbarco dei migranti da parte del Viminale.

L’intervento del Quirinale 
Da qui lo stallo che ha spinto il Presidente della Repubblica a intervenire personalmente. E Mattarella lo ha fatto nella maniera più diretta, con una telefonata al presidente del Consiglio di cui il Colle, per carità di patria, non ha reso noto i contenuti; ma se ne possono intuire i presupposti: una nave militare italiana bloccata in un porto nazionale, le tensioni paralizzanti tra poteri dello stato, la totale contraddittorietà di direttive. Per farla breve, una confusione tale da mettere in allarme la massima carica della Repubblica che ne ha chiesto spiegazioni al presidente del Consiglio e, soprattutto, gli ha sollecitato uno sblocco immediato della situazione.

La reazione di Salvini 
Salvini, messo alle strette dalle richieste del Colle e del premier, cede e annuncia: «Spero che in nottata ci sia lo sbarco» degli altri 58 migranti. Ai suoi confida, «non ho sentito addosso le pressioni», ma dal Viminale trapela «lo stupore per l’intervento del Quirinale e il rammarico per la decisione della Procura di Trapani di non arrestare nessuno». 

Al centro delle rimostranze di Salvini c’è infatti il mancato arresto dei due migranti, il sudanese Ibrahim Bushara e del ghanese Hamid Ibrahim, indagati per concorso in violenza privata aggravata nei confronti del personale della nave Vos Thalassa, che li aveva salvati al largo delle coste libiche. È a causa di quelle minacce che si è reso necessario l’intervento della guardia costiera italiana e la conseguente presa in carico dei migranti sulla nave militare fino all’attracco nel porto di Trapani. Nel pensiero di Salvini resta lo scontento per il mancato arresto dei due «pur essendoci prove schiaccianti contro di loro». Per questo, di fronte alla prospettiva di una sconfitta politica, il leader della Lega è deluso: «L’unica cosa che provo in questo momento è amarezza e stupore».

Il sollievo dei Cinque stelle 

Il passo indietro di Salvini, più dell’imminente sblocco della situazione per i 67 migranti, fa tirare un sospiro di sollievo a Conte e agli uomini del Movimento. L’agitazione interna al gruppo parlamentare iniziava ad essere qualcosa di più di un fremito sottopelle. Quando proprio nel giorno dei loro festeggiamenti organizzati in piazza per l’approvazione del ricalcolo dei vitalizi, l’attenzione continuava ad essere catalizzata dall’alleato leghista e da quella che viene considerata, da una nutrita truppa di parlamentari, niente di più di una «politica migratoria rozza». 

Proprio in questo caso, infatti, il blocco dello sbarco dei migranti nel porto di Trapani sarebbe arrivato, come ammesso dallo stesso Salvini, senza che venisse firmato alcun provvedimento. «Ma fino a prova contraria siamo in uno stato di diritto e un comportamento del genere non è immaginabile», sottolinea Gregorio De Falco, senatore del M5S ed ex comandante della guardia costiera. E poi, ragiona il deputato Davide Tripiedi, c’è una questione politica: «Tra la copia e l’originale, l’elettore sceglie sempre l’originale. E noi, anche se per una buona causa, stiamo correndo dietro alla Lega».

 Licenza Creative Commons
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Da - http://www.lastampa.it/2018/07/13/italia/si-apre-una-frattura-istituzionale-e-il-ms-si-smarca-dalla-lega-syvaoz7LlTlzquZvSD57LL/pagina.html
36  Forum Pubblico / ECONOMIA / Somministrazione, il bersaglio sbagliato del «decreto dignità» il: Luglio 12, 2018, 07:54:12
LAVORO

11 Luglio 2018 Il Sole 24 Ore

Le agenzie per il lavoro.
Occupano oltre 400mila addetti al mese con retribuzioni e welfare previsti dai contratti nazionali
Somministrazione, il bersaglio sbagliato del «decreto dignità»

«A fine febbraio ho perso il lavoro, perchè la ditta ha chiuso. Mi sono recata in un centro per l’impiego, dove mi hanno fatto firmare diversi moduli e invitato a leggere la bacheca all’ingresso, ma non c’era alcuna offerta per un’impiegata amministrativa. Così sono andata in un’Agenzia per il lavoro, mi hanno intervistato a lungo per capire le attitudini professionali, e per aiutarmi a trovare il settore più adatto. Con la giusta profilazione sono riusciti a ritagliare l’occupazione sulle mie competenze».
A raccontare la propria esperienza è Barbara Rocca che lavora in Seta, un’azienda di Piacenza, come impiegata dell’ufficio sanzioni, ed è anche una madre single: «All’agenzia Life In mi hanno trattato con professionalità e con umanità - spiega - hanno preso a cuore il caso, sarà perchè la gran parte delle impiegate sono donne. Mi hanno consigliato una diversa tipologia oraria rispetto a quella che avevo in mente, e con questo cambiamento sono riuscita a trovare un impiego full- time, quindi con uno stipendio più alto rispetto al part-time, riuscendo a conciliare la vita lavorativa con gli impegni familiari».
Barbara ha un contratto di somministrazione fino al 30 settembre, «il 15 di ogni mese ricevo lo stipendio con regolarità, cosa che quando lavoravo in piccole aziende non succedeva spesso - dichiara - e questa situazione mi ha restituito tranquillità».
Il caso di Barbara non è isolato, perchè sono milioni a rivolgersi alle Agenzie per il lavoro: nel 2017 hanno avuto accesso ad almeno un contratto di lavoro dipendente, con la retribuzione prevista dal Ccnl, in 702mila (erano 624mila nel 2016), la media mensile di lavoratori è di 439mila persone.
Ma non è solo chi ha perso il lavoro a recarsi all’Agenzia (rappresenta il 33%), ci sono anche i lavoratori in cerca di una posizione migliore o impiegati in aziende che non offrono prospettive per il futuro. Si rivolgono alle Agenzie anche le imprese, pmi, grandi e multinazionali, per trovare figure professionali medio-alte e assumerle solitamente con contratti stabili. Nel 2017 tramite la ricerca e selezione del personale da parte delle agenzie ci sono state 52mila assunzioni nelle aziende. «Si rivolgono a noi anche per liberarsi di adempimenti e concentrarsi sul loro core business», sottolinea la presidente di Life In, Patrizia Fulgoni.
Contratto costoso
Il contratto di somministrazione è oneroso, si versa il 4% per la formazione, lo 0,20% per Ebitemp destinato al welfare (0,30% per i tempi indeterminati), più il corrispettivo per l’Agenzia. Il lavoratore ha diritto ad un trattamento economico e normativo complessivamente non inferiore a quello dei dipendenti di pari livello, con contributi Inps e i premi Inail versati dall’Agenzia nella stessa misura dei lavoratori dipendenti dell’impresa utilizzatrice.
Adesso in nome di una condivisibile lotta alla precarietà, a finire nel mirino del nuovo Esecutivo è però la somministrazione.
Il Dl omnibus - primo atto di indirizzo politico del governo Conte -, l’ha equiparata ai contratti a termine, oggetto peraltro di una stretta. Risultato: per proseguire un contratto oltre i 12 mesi, vanno indicate le causali, la durata massima si riduce da 36 a 24 mesi. Le proroghe scendono da 5 a 4. E ogni rinnovo fa scattare un incremento contributivo dello 0,5 per cento. Contro queste modifiche si è mobilitata Assolavoro che rappresenta le Agenzie per il Lavoro che producono circa l’85% del fatturato complessivo legato alla somministrazione di lavoro e contano in tutta Italia oltre 2.500 filiali e 10mila dipendenti. Ma anche i sindacati si sono mobilitati per chiedere modifiche al Dl: la somministrazione non sarà tutta “rosa e fiori”, ma l’impressione è che il governo abbia sbagliato il bersaglio, sia pure in nome di un nobile fine, attaccando la flessibilità tutelata, invece di concentrare l’azione contro i finti tirocini, le false partite Iva e le collaborazioni mascherate.
D’accordo gli esperti: «È impossibile che ci sia una causale non programmabile nel contratto di somministrazione sia a termine sia commerciale perchè la temporaneità è troppo connaturale alla funzione stessa dell’istituto - avverte il giurista Raffaele De Luca Tamajo, professore emerito di diritto del Lavoro alla «Federico II» di Napoli e senior partner dello studio Toffoletto-De Luca-Tamajo -. Ancora una volta vengono ignorate le peculiarità del rapporto di somministrazione che è triangolare».
Welfare integrativo
I lavoratori temporanei tramite l’Agenzia possono beneficiare di un welfare di settore, aggiuntivo rispetto alle prestazioni previste per i lavoratori dipendenti dell’azienda utilizzatrice, tutto finanziato con risorse private. Con l’ente bilaterale Ebitemp -creato da Assolavoro e sindacati di categoria - sono state garantite ai lavoratori prestazioni di welfare per circa 10milioni di euro in un anno, che vanno dal contributo per l’asilo nido al sostegno alla maternità, da rimborsi e sussidi per indennità da infortuni e per la tutela sanitaria e odontoiatrica, ai piccoli prestiti a condizioni favorevoli. Ma la sfida principale per stare al passo con i continui cambiamenti del mondo produttivo è la formazione: nel 2017 Forma.Temp ha finanziato oltre 37.500 progetti formativi per un totale di 200 milioni di euro, i partecipanti ai corsi sono stati circa 243mila.
Un canale di ingresso nel mondo del lavoro
Il punto è che una alternativa alle Agenzie in questo momento non esiste visto lo stato d’abbandono in cui versano, da anni, i centri pubblici per l’impiego.
Certo, anche le Agenzie stanno cambiando. Intermediano, tuttavia, una fetta ancora limitata dell’occupazione, ma oramai rappresentano un canale stabile di ingresso nel mondo del lavoro. Più della metà (53,7%) dei lavoratori in somministrazione ha meno di 35 anni, quelli fino a 24 anni rappresentano il 20,1% del totale dei lavoratori in somministrazione (18,7% nel 2016), il 39% è costituito da donne. Almeno un lavoratore in somministrazione su tre, dopo aver lavorato con le Agenzie per il lavoro accede a una occupazione stabile. Ci sono poi i progetti di alternanza scuola lavoro: le Agenzie per il lavoro hanno facilitato in un anno percorsi per 450mila studenti di 500 scuole, attraverso 250mila ore di alternanza, puntando su orientamento al mercato del lavoro, compilazione del curriculum, e consigliando su come affrontare un colloquio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Giorgio Pogliotti
Claudio Tucci

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180711&startpage=1&displaypages=2
37  Forum Pubblico / ECONOMIA / A sorpresa il Nobel per l'Economia è andato a Richard H. Thaler, americano, ... il: Luglio 12, 2018, 07:52:59
di Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev-Agi |

09 ottobre 2017,13:38


A sorpresa il Nobel per l'Economia è andato a Richard H. Thaler, americano, classe 1945, uno dei massimi esperti mondiali in ricerche basate su psicologia ed economia comportamentale.

Non è la prima volta che gli esperti dell'Accademia di Stoccolma premiano questo tipo di studi, ma Thaler è diventato nel tempo sicuramente una delle voci più autorevoli nel campo.

Professore all'Università di Chicago, ama il golf e bere vino raffinato e, all'inizio della sua carriera, è partito dall'assunto che non è possibile che le decisioni del consumatore siano sempre razionali e informate.

Siamo cioè in grado di scegliere l'investimento più adatto a noi, oppure l'università migliore per i nostri figli ma siamo umani, e quindi soggetti a fare degli errori anche sbagliati dal punto di vista economico. Cosicchè, alla luce degli studi compiuti dagli anni Settanta, ha diviso il mondo in due categorie: gli Econs, uomini super razionali che sanno prendere la decisione perfetta e gli Humans ossia tutti gli altri.

E proprio sugli Humans, si sono poi concentrate le ricerche di Thaler con l'obiettivo di migliorare la loro vita e fino a concepire la famosa strategia del cosiddetto 'Nudging'.

Da - https://www.agi.it/video/cosa_leconomia_comportamentale_che_ha_conquistato_il_nobel-2233074/video/2017-10-09/

38  Forum Pubblico / ECONOMIA / «Subito investimenti, serve l’unione politica» il: Luglio 12, 2018, 07:51:39
POLITICA ECONOMICA
11 Luglio 2018
Il Sole 24 Ore

«Subito investimenti, serve l’unione politica»
Più forza alla Bce «A Francoforte pieni poteri sul cambio e come prestatore di ultima istanza. Chiederò un incontro a Draghi»
L’audizione di Savona «Prepariamoci a tutto, anche a uscire dall’euro qualora fosse qualcun altro a chiederlo. Così andava letto il piano B»
Nessun “piano B” per l’uscita dall’euro (ma potrebbero essere altri a deciderla), questione che gli costò la poltrona di ministro dell’Economia in quota Lega, nessuna concessione a spese per finanziare il reddito di cittadinanza ma soprattutto nessuna tentazione verso il «sovranismo». Semmai: rilanciare gli investimenti per far crescere il Pil, modificare lo statuto Bce con poteri pieni sui cambi e prestatore di ultima istanza, procedere speditamente verso l’unione politica. Insomma, è un Paolo Savona che confessa il suo «spirito europeo» («non europeista che è diventata un’ideologia») quello che ieri, davanti alle commissioni riunite delle Politiche Ue di Camera e Senato, elenca per la prima volta le linee d’azione del suo dicastero. E annuncia: dopo la legittimazione del Parlamento incontrerò Mario Draghi per chiedere la modifica dello statuto Bce. Qualcosa di simile a un «Giano bifronte» come lo definirà, alla fine dell’audizione, Alessia Rotta, vicepresidente vicaria dei deputati Pd.
«Mi sento cittadino europeo» esordisce Savona per poi dire di «non essere un sovranista» ma un «trattativista». Ma il punto al quale tiene di più è la governance Bce. «Occorre – afferma - attribuire alla Bce uno statuto simile a quello delle principali banche centrali dove gli obiettivi di stabilità e di crescita si integrino e gli strumenti siano i più ampi possibile». Questo vuol dire assegnare alla Bce poteri pieni sul cambio perché «ogni azione esterna all’eurozona si riflette sull’euro senza che l’Unione europea abbia gli strumenti per condurre un’azione diretta di contrasto». Alla Bce, inoltre, deve essere affidato, secondo Savona, «pieno e autonomo esercizio di prestatore di ultima istanza. È una lacuna che si riflette nello spread». E alla fine l’annuncio: «Mi recherò da Draghi appena terminato questo incontro. Prima volevo che la mia azione godesse della legittimazione democratica».
Un’altra questione essenziale per ridare forza all’economia europea, secondo Savona, passa dal rilancio degli investimenti, unico vero strumento per una crescita del Pil. Un obiettivo «tecnicamente possibile» e il «prestigio» del governo si gioca sul fatto che si riesca a rilanciare gli investimenti anche tenendo conto del fatto che esiste «un risparmio interno inutilizzato». Non sono mancate tuttavia riflessioni sull’euro. «Mi dicono – precisa - tu vuoi uscire dall’euro? Badate che potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione è di essere pronti a ogni evenienza. Una delle mie case, Banca d’Italia, mi ha insegnato a essere pronti non ad affrontare la normalità ma il cigno nero, lo choc straordinario».
Quanto alla spesa pubblica e al rispetto delle regole Ue secondo il ministro «le dichiarazioni rese ai massimi livelli che l’Italia non intende uscire dall’euro e rispettare gli impegni fiscali hanno rasserenato il mercato, ma lo spread non scende perché il nostro debito pubblico resta esposto ad attacchi speculativi». Lo spread, per Savona «resta elevato perché gli operatori attendono di conoscere come il Governo intende realizzare i provvedimenti promessi all’elettorato, soprattutto reddito di cittadinanza, flat tax e revisione della legge Fornero. La preoccupazione del mercato è che la spesa relativa causi un aumento del disavanzo di bilancio, ma giusto o sbagliato che sia, la politica del Governo ne deve tenere conto». Per evitarlo, subito gli investimenti, mentre altre parti del programma di governo che possono aumentare il debito, dovranno attendere gli effetti degli investimenti sulla crescita. E infine l’ideale per l’Europa a giudizio di Savona «è muovere verso l’unione politica».
In una nota i componenti M5S alla Camera passano sotto silenzio i caveat del ministro sulla spesa pubblica (e quindi sul reddito di cittadinanza) soffermandosi sulla visione politica che «mira a consolidare le istituzioni europee in un quadro di maggiore partecipazione economica e popolare». Le preoccupazioni di Savona per il rispetto di vincoli di bilancio sono sottolineate dal forzista Mario Siclari mentre Alessia Rotta del Pd non comprende «se Savona sia stato audito in veste di professore o di ministro e, in quest’ultimo caso, di quale governo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Gerardo Pelosi

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180711&startpage=1&displaypages=2
39  Forum Pubblico / ECONOMIA / Si rischia di chiudere per legge l’orizzonte delle imprese il: Luglio 12, 2018, 07:49:56
POLITICA ECONOMICA
11 Luglio 2018
Il Sole 24 Ore

L’ANALISI

Si rischia di chiudere per legge l’orizzonte delle imprese

Se ne parla quasi fosse una sorta di assassinio dell’occupazione nazionale, ma è vero solo in certi casi. Come di fronte a un’ipotesi di reato, anche per la delocalizzazione bisogna valutare le motivazioni e le circostanze. Alcuni esempi. La Harley Davidson ha annunciato di spostare fuori dagli Usa parte della produzione per aggirare i dazi imposti dalla Ue quale ritorsione a quelli di Trump. Verranno probabilmente spostate le fasi finali di assemblaggio. Tecnicamente è una delocalizzazione verticale, cioè solo di una fase produttiva. È la storia che si ripete. A partire da fine Ottocento molte delocalizzazioni sono state operate per continuare ad esportare prodotti intermedi, completando la lavorazione all’estero, evitando così i dazi ad valorem imposti improvvisamente sui prodotti finiti. Anche in passato ci fu chi temeva una riduzione dell’occupazione nazionale, ma i fatti dimostrarono il contrario. Come risulta anche oggi quando si analizzano, in media, le ricadute degli Investimenti Diretti all’Estero. Eppure, ciò che gli americani potranno continuare a fare, nonostante le ire del loro presidente, destreggiandosi nella guerra commerciale che lui stesso ha innescato, a noi sarà precluso. Per decreto. Un altro esempio. Mettiamo di operare nella catena del valore automotive. Il nostro principale cliente, una nota multinazionale delle quattro ruote, ci chiede di realizzare un impianto in Brasile, in prossimità di una sua catena di assemblaggio. Serve per migliorare le sinergie di fornitura. È un prendere o lasciare. Nel senso che, se non si accetta, il cliente si rivolgerà a un altro fornitore e i suoi acquisti presso di noi inevitabilmente scemeranno. Ovviamente, converrebbe investire anche all’estero, piuttosto che dover disinvestire solo in patria per carenza di domanda. Ultimo esempio. Siete titolari di un brevetto per realizzare un prodotto innovativo, apprezzato sul mercato nazionale, ma che ha un basso rapporto valore/peso. Come solitamente avviene nel beverage, o nelle malte cementizie. Gli affari vanno bene e si pone il problema di entrare in qualche mercato lontano, molto competitivo ma redditizio, come gli Usa, o la Cina. Produrre in Italia e trasportare colà il prodotto bell’e fatto significherebbe dover caricare un elevato onere aggiuntivo sul prezzo di vendita. La soluzione non può che essere la produzione in prossimità del mercato di sbocco, realizzando un nuovo insediamento greenfield. Come nel caso precedente, cioè, stiamo parlando di produzione aggiuntiva e non sostitutiva. In tutti i casi considerati le circostanze dipendono dal mercato e il movente sta nella difesa della propria posizione competitiva. Penalizzare ogni tipo di delocalizzazione, come sembra di capire leggendo il Decreto Dignità, è come mettere sullo stesso piano la legittima difesa e l’assassinio vero e proprio. Non solo: dare vita a una norma senza i necessari distinguo lascia covare il dubbio che ogni decisione imprenditoriale possa essere sottoposta a qualche penalizzazione ex post, anche a distanza di molti anni (cinque), quando le condizioni di mercato sono già cambiate nuovamente. Ciò rischia di spingere le imprese ad arretrare, anziché fare passi avanti. Proprio quando avremmo più bisogno di crescere, d’investire, sia sul fronte domestico, sia su quello estero. Senza dimenticare che per un Paese come il nostro, con un forte fabbisogno di materie prime, l’internazionalizzazione è una strada obbligata, sia essa leggera, fatta solo di esportazioni, sia di quella pesante, fatta anche di Investimenti Diretti all’Estero. È da questa sfida che dipende l’occupazione. Non dalla chiusura, per legge, dei nostri orizzonti.

Michele Tronconi è Consigliere Simest Spa

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Michele Tronconi

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40  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / Mozambico, il piano del progetto Rovuma Lng al vaglio del governo il: Luglio 12, 2018, 07:48:48
FINANZA E MERCATI
10 Luglio 2018 Il Sole 24 Ore

Eni: +0,8%

Mozambico, il piano del progetto Rovuma Lng al vaglio del governo

Il piano di sviluppo della prima fase del progetto Rovuma Lng, messo a punto da Mozambique Rovuma Venture - il consorzio di cui fanno parte Eni, ExxonMobil e Cnpc - è stato sottoposto al vaglio del governo mozambicano. Il documento, che tratteggia i prossimi step della produzione e commercializzazione del gas dei giacimenti di Mamba, situati nell’Area 4 (di cui il consorzio detiene il 70%), prevede la costruzione di due treni per la liquefazione della capacità ciascuno di 7,6 milioni di tonnellate l’anno di Gnl (gas naturale liquefatto). Secondo il cronoprogramma di Mozambique Rovuma Venture, il gruppo guidato da Claudio Descalzi si occuperà dello sviluppo e della gestione delle attività relative all’upstream, mentre la liquefazione del gas e la costruzione dei relativi impianti faranno capo a ExxonMobil.
«Lo sviluppo del progetto Rovuma Lng sta avanzando rapidamente», ha spiegato Stefano Maione, direttore del Mozambique Program per Eni. La decisione finale d’investimento è prevista nel 2019, con la produzione di Gnl che dovrebbe partire dal 2024. Ma sono già in corso le negoziazioni per la commercializzazione del gas e il financing del progetto.
Sempre ieri, poi, Eni ha annunciato una seconda scoperta a olio leggero nel prospetto esplorativo B1-X situato nel permesso di South West Meleiha, nel deserto occidentale egiziano. Il pozzo, il secondo rinvenuto nel bacino del Faghur, a sette chilometri dalla prima scoperta, è stato aperto alla produzione nelle arenarie della Formazione Dessouky con portate di 5.130 barili di olio equivalente al giorno di olio con basso gas associato. L’ulteriore scoperta conferma l’elevato potenziale esplorativo e produttivo delle sequenze profonde del bacino del Faghur. Il gruppo di Descalzi ha in programma, nel breve termine, la perforazione di altri prospetti esplorativi limitrofi alle due scoperte già effettuate con la possibilità che si apra un nuovo polo produttivo per Eni nel paese. L’azienda italiana è sbarcata in Egitto nel 1954 ed è il principale produttore equity dello Stato africano con 300mila barili di olio equivalente al giorno, destinati a crescere nell’anno grazie alla spinta assicurata dalla produzione del maxi-giacimento di Zohr.

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Ce.Do.

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41  Forum Pubblico / ECONOMIA / Da Olivetti a Steve Jobs L’Apple store? Nato nel ’54 dal genio di Adriano il: Luglio 12, 2018, 07:46:55
Nel 1954 Adriano Olivetti apre nella Quinta Strada quello che Time definirà il negozio più bello: vetri, marmo e acciaio comunicano perfezione tecnologica e funzionalità ma anche cultura

Da Olivetti a Steve Jobs L’Apple store? Nato nel ’54 dal genio di Adriano

Quando, nel 1954, Adriano Olivetti chiede agli architetti Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti e Ernesto Rogers del noto studio B.B.P.R. di progettare un negozio al numero 584 della Fifth Avenue di New York, nel cuore del «blocco dei miliardi», tra la 44esima e la 45esima strada, nessuno può sapere che quel negozio è destinato a diventare l’Apple Store più bello di sempre.
Steve Jobs non è ancora nato. La Apple nascerà 22 anni dopo, nel 1976. Ma quel negozio senza soluzione di continuità tra marmi, acciaio, vetrate trasparenti, opere d’arte e prodotti iconici, che il Time definisce «il più bello della Quinta Strada», mette in vetrina le visioni e le intuizioni che avrebbero scritto la storia dell’elettronica nei successivi cinquant’anni.
A cominciare dal modo di intendere lo «store»: un luogo capace di comunicare non solo l’eccellenza tecnologica e la funzionalità di una famiglia di prodotti, ma anche la bellezza e la cultura in tutte le sue dimensioni. Fino a ricomporre il tutto in uno stile inconfondibile. Rigore formale da desiderare, acquistare e stringere tra le mani. Valore riconosciuto dal consumatore e profitto certo per l’impresa (la Olivetti Divisumma arriverà ad essere venduta a un prezzo dieci volte superiore al costo di produzione).
Nel settembre del 1954 la rivista Domus scrive che il negozio Olivetti «è una invenzione, è pieno di inediti e di valori poetici». Colpisce la vetrina arretrata, con al centro un piedistallo di marmo verde - estratto dalla cava di Runaz, nel comune di Challand, in provincia di Aosta - sulla cui sommità poggia una Lettera 22. I passanti possono ammirarla ma anche provarla, usarla per scriverci un messaggio da lasciare lì, o da portare a casa. Per capire l’emozione suscitata nei consumatori di allora, non dobbiamo andare lontano: pensiamo a quello che abbiamo provato utilizzando per la prima volta un iPad esposto “ai passanti” sui banchi di un Apple Store.
«Think different», lo slogan identitario della Apple degli anni ‘90 è una facoltà innata per Adriano Olivetti. Che in anticipo capisce che non basta fare un buon prodotto. Deve essere anche bello. E lo si deve anche offrire al cliente in un bel negozio, che con le sue forme e architetture sappia esaltarne i caratteri innovativi. E stupire.
Difficile, dopo di lui, pensare davvero “differente”. Il design dei prodotti Apple - così come quello dei suoi negozi - è piuttosto l’incarnazione meglio riuscita di quelle intuizioni. L’evoluzione compiuta. «Picasso ripeteva che “i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano”. E noi non ci siamo mai vergognati di rubare grandi idee». Parola di Steve Jobs. Per uno come lui, che ai suoi collaboratori diceva «Meglio essere pirati, che arruolarsi in marina!», equivale a un sincero riconoscimento.
Molto più esplicito fu il tributo a Olivetti di Thomas J. Watson jr., presidente della Ibm tra il 1952 e il 1971, secondo la testimonianza dello scrittore Renzo Zorzi - che nel 1952 Olivetti volle per la direzione della rivista «Comunità» - giunta fino a noi grazie al paziente lavoro dell’Associazione archivio storico Olivetti.
Racconta Zorzi che quando, nel 1965, Watson riceve a New York il premio Kaufmann, massimo riconoscimento mondiale per il design, il presidente Ibm fa un breve discorso di ringraziamento nel quale ricorda di come, in una sera newyorkese di circa dieci anni prima, era stato attratto da un negozio sulla Quinta Strada, dove «le macchine per scrivere erano colorate, e non nere come quelle della Ibm». Era il negozio Olivetti, che lo studio B.B.P.R. aveva allestito con lampade in vetro di Murano e per il quale Adriano Olivetti commissionò a Costantino Nivola una scultura di arte contemporanea: un grande bassorilievo realizzato con la tecnica della sabbia modellata, che ricopriva un’intera parete e che oggi è ricomposto al Massachusetts Institute of Technology di Boston.
Watson ricorda di essere rimasto incantato dallo “stile” Olivetti, tanto da chiedere ai suoi designer di imitarlo. I prodotti Ibm che nacquero da quella “collaborazione” valsero all’azienda americana il premio Kaufmann. «La verità – ammise Watson ritirando il premio – è che si tratta di realizzazioni che provengono da una società chiamata Olivetti, da un uomo chiamato Adriano Olivetti. Per questa ragione io mi inchino rispettoso alla sua leadership».
Una leadership culturale, ma anche industriale e tecnologica. Nel 1959 la Olivetti - che controllava un terzo del mercato mondiale delle macchine per scrivere - realizza l’Elea 9003, il primo calcolatore italiano. Nel 1960 muore improvvisamente Adriano Olivetti. L’anno successivo, in un incidente stradale, muore anche Mario Tchou, il ricercatore visionario che aveva guidato il progetto Elea. Nonostante tutto, nell’ottobre del 1962 nasce la Divisione elettronica Olivetti (Deo) che sotto la guida di Roberto Olivetti, figlio di Adriano, e del progettista Pier Giorgio Perotto darà vita alla Programma 101, macchina unica nel suo genere che avrebbe potuto portare l’Olivetti e l’Italia ad aprire l’era dei personal computer, dieci anni prima dei ragazzi della Silicon Valley. Non andrà così, ma resta la consapevolezza che il lavoro fatto a Ivrea fu decisivo per lo sviluppo dei personal computer americani.
La città industriale di Ivrea è stata recentemente inserita nella lista Unesco dei siti patrimonio dell’Umanità. L’umanità di Adriano Olivetti, che per i suoi lavoratori volle formazione permanente, psicologi in fabbrica, fabbriche trasparenti immerse nel verde e attività culturali per ridistribuire bellezza a tutti i livelli aziendali. Una visione sociale dell’impresa che diventa causa del successo dei suoi prodotti. E non un effetto sterile della personale inclinazione filantropica del suo proprietario.
Bellezza e cultura mai fine a se stesse. Piuttosto, con forti significati pedagogici e simbolici: quando Adriano commissiona al pittore Renato Guttuso un dipinto per il negozio Olivetti di Roma, i due concordarono che l’artista sarebbe stato pagato a ore, con la stessa paga oraria di un operaio specializzato della fabbrica di Ivrea.
«In me non c’è che futuro», diceva Adriano Olivetti. E il futuro si è preso la briga di dargli ragione, con rigore e pazienza perfetti. Poco importa se «nel più bel negozio della Quinta Strada» oggi i dispositivi con schermi senza tasti hanno preso il posto di quelli con tasti senza schermi che li hanno ispirati.

antonio.larizza@ilsole24ore.com
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Antonio Larizza

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42  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / Il realismo adottato dal premier britannico Theresa May ha un prezzo: l’unità... il: Luglio 12, 2018, 07:44:29

PRIMA PAGINA
10 Luglio 2018

Il Sole 24 Ore
ANALISI

Assedio alla linea soft

Il realismo adottato dal premier britannico Theresa May ha un prezzo: l’unità del partito conservatore, ovvero la sua personale sopravvivenza politica e quella dell’esecutivo. Le dimissioni del ministro di Brexit David Davis sommate a quelle del ministro degli esteri Boris Johnson diventano il peggior guaio per Theresa May.
Continua a pagina 5

Continua da pagina 1
Peggiore anche della debolissima vittoria alle elezioni dello scorso anno che ebbe il sapore di sconfitta. Non basta riconoscere che le dimissioni di Davis fossero attese da tempo e che quelle di Boris Johnson fossero una minaccia immanente per ridimensionarne le conseguenze.
Theresa May scegliendo il brexiter d’antan Dominic Raab al posto di Davis e rispolverando il Cencelli - gettonatissimo anche Oltremanica - credeva di essersi “coperta” sul fronte degli euroscettici tories dopo aver chiaramente mostrato di optare per una strategia più morbida di quella che lei stessa aveva annunciato di volere perseguire e che David Davis fosse pronto a sostenere. Le dimissioni di Boris Johnson hanno ridotto in coriandoli la linea difensiva della signora May ed ora la prospettiva di una sfida alla leaderhip del partito e del governo è lo scenario dominante.
La saga della Brexit è così giunta a uno snodo-chiave, dopo due anni di defatiganti trattative intra-britanniche innescate dal referendum che annunciava la volontà popolare di uscire dall’Unione, ma non, ovviamente, i termini dell’addio. Fu Theresa May a voler interpretare nel modo più radicale il no degli inglesi a Bruxelles (Scozia e Ulster, lo ricordiamo, votarono a favore dell’Ue). Annunciò linee rosse invalicabili nel negoziato, tracciando il profilo di uno strappo con l’Europa che avrebbe lasciato Londra lontano anche da unione doganale e mercato interno. S’appiattì sulla linea dei brexiters ultrà che poi è stata abbandonata al vertice di Chequers di venerdì scorso.
Hanno ragione il ministro degli Esteri e quello per la Brexit: la strategia, non solo la tattica, di Downing street è cambiata, sferzata da realismo e pragmatismo, dinamiche a lungo fagocitate dall’ideologia dell’addio che ha tanto dominato la linea dell’esecutivo.
Il giro di walzer di Theresa - pronta ora a cedere, seppure parzialmente, anche sul fronte dell’unione doganale e del mercato interno - svelato a Chequers nasce tuttavia dalla spinta del mondo economico e finanziario, prima ancora che da quello della politica. Gli altolà dei produttori di auto, di agricoltori, dell’impresa manifatturiera hi-tech e naturalmente dei banchieri hanno finalmente trovato udienza all’uscio del governo. Le chance di una Brexit davvero morbida non sono mai state tanto elevate quanto in queste ore, ma annunciare l’alba di un’intesa è molto più di un azzardo. Per due motivi. In primo luogo i brexiters restano forti abbastanza per lanciare il guanto di sfida a Theresa May per la leadership del partito. Le dimissioni di David Davis andavano lette come il prologo a una possibile sollevazione. Quelle di Boris Johnson, ne sono la conferma.
Gli eurofobi hanno molte meno chance di qualche mese fa, ma non possono essere liquidati, soprattutto ora che il ministro degli Esteri ha messo in gioco sé stesso in una partita che potrebbe segnare la sua fine politica. In secondo luogo perché la proposta offerta da Londra a Bruxelles è base negoziale, ma non basta certo per chiudere la trattativa.
La visione di mercato interno e unione doganale adottata dalla Gran Bretagna ha ancora la forma di quel cherry picking dall’albero degli istituti comuni europei che i negoziatori Ue non ritengono accettabile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Leonardo Maisano

Leonardo Maisano

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Peggiore anche della debolissima vittoria alle elezioni dello scorso anno che ebbe il sapore di sconfitta. Non basta riconoscere che le dimissioni di Davis fossero attese da tempo e che quelle di Boris Johnson fossero una minaccia immanente per ridimensionarne le conseguenze.
Theresa May scegliendo il brexiter d’antan Dominic Raab al posto di Davis e rispolverando il Cencelli - gettonatissimo anche Oltremanica - credeva di essersi “coperta” sul fronte degli euroscettici tories dopo aver chiaramente mostrato di optare per una strategia più morbida di quella che lei stessa aveva annunciato di volere perseguire e che David Davis fosse pronto a sostenere. Le dimissioni di Boris Johnson hanno ridotto in coriandoli la linea difensiva della signora May ed ora la prospettiva di una sfida alla leaderhip del partito e del governo è lo scenario dominante.
La saga della Brexit è così giunta a uno snodo-chiave, dopo due anni di defatiganti trattative intra-britanniche innescate dal referendum che annunciava la volontà popolare di uscire dall’Unione, ma non, ovviamente, i termini dell’addio. Fu Theresa May a voler interpretare nel modo più radicale il no degli inglesi a Bruxelles (Scozia e Ulster, lo ricordiamo, votarono a favore dell’Ue). Annunciò linee rosse invalicabili nel negoziato, tracciando il profilo di uno strappo con l’Europa che avrebbe lasciato Londra lontano anche da unione doganale e mercato interno. S’appiattì sulla linea dei brexiters ultrà che poi è stata abbandonata al vertice di Chequers di venerdì scorso.
Hanno ragione il ministro degli Esteri e quello per la Brexit: la strategia, non solo la tattica, di Downing street è cambiata, sferzata da realismo e pragmatismo, dinamiche a lungo fagocitate dall’ideologia dell’addio che ha tanto dominato la linea dell’esecutivo.
Il giro di walzer di Theresa - pronta ora a cedere, seppure parzialmente, anche sul fronte dell’unione doganale e del mercato interno - svelato a Chequers nasce tuttavia dalla spinta del mondo economico e finanziario, prima ancora che da quello della politica. Gli altolà dei produttori di auto, di agricoltori, dell’impresa manifatturiera hi-tech e naturalmente dei banchieri hanno finalmente trovato udienza all’uscio del governo. Le chance di una Brexit davvero morbida non sono mai state tanto elevate quanto in queste ore, ma annunciare l’alba di un’intesa è molto più di un azzardo. Per due motivi. In primo luogo i brexiters restano forti abbastanza per lanciare il guanto di sfida a Theresa May per la leadership del partito. Le dimissioni di David Davis andavano lette come il prologo a una possibile sollevazione. Quelle di Boris Johnson, ne sono la conferma.
Gli eurofobi hanno molte meno chance di qualche mese fa, ma non possono essere liquidati, soprattutto ora che il ministro degli Esteri ha messo in gioco sé stesso in una partita che potrebbe segnare la sua fine politica. In secondo luogo perché la proposta offerta da Londra a Bruxelles è base negoziale, ma non basta certo per chiudere la trattativa.
La visione di mercato interno e unione doganale adottata dalla Gran Bretagna ha ancora la forma di quel cherry picking dall’albero degli istituti comuni europei che i negoziatori Ue non ritengono accettabile.

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Leonardo Maisano

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43  Forum Pubblico / POLITICA / IL NECESSARIO PARRICIDIO DI RENZI E LE DUE STRADE PER IL PD il: Luglio 12, 2018, 07:41:41
IL NECESSARIO PARRICIDIO DI RENZI E LE DUE STRADE PER IL PD
   
PAOLO MANFREDI.
9 luglio 2018

Per ottundermi i sensi nella sala d’aspetto del dentista ho guardato il video dell’intervento di Matteo Renzi all’Assemblea nazionale del PD. Mi è sembrato uno di quei calciatori che si vedono alle partite delle vecchie glorie, tocco di piede spettacolare ma pancia prominente a ricordare che il tempo passa inesorabile, anche se il suo tempo è stato addirittura più veloce della carriera di Adriano, per dire di un formidabile dissipatore del proprio talento.

Matteo Renzi è ancora un assoluto fuoriclasse per velocità di pensiero, contemporaneità, adesione spontanea e di animale naturalezza a tutti gli stilemi della comunicazione politica contemporanea, compresa l’inarrivabile citazione di Temptation Island. Eppure questo ragazzo più giovane di me e capace, lo ha ricordato, di fare del PD il partito più potente della storia repubblicana, sembrava un Keith Richards invecchiato male, un reperto storico della politica che tenta di rimanere aggrappato al potere e per questo risulta altrettanto patetico del novantenne De Mita Sindaco di Nusco.

Tutto questo “live fast and die young” sorprende e disorienta ma, riflettevo mentre la combinazione di anestesia e Orfini mi apriva le porte della percezione sulla poltrona del cavadenti, al tempo stesso racconta alla perfezione di una mutazione climatica profonda della politica e del comportamento dell’opinione pubblica che non può essere ignorata.

Come e molto più di Berlusconi, Matteo Renzi ha inaugurato e incarna la fase tropicale e monsonica della politica italiana. Leader fisici, giovani e velocissimi, che scalano il sistema politico con la stessa virulenza delle tempeste tropicali che stiamo conoscendo con i cambiamenti climatici. La politica come tessitura paziente di orizzonti e cursus honorum personale è gozzanianamente confinata fra i cimeli che ispirano tenerezza ma non funzionano più, ombrellino per le pioggerelle di aprile.

Si sarebbe potuto parlare di Renzi come di un would be dittatorello messo fuori gioco dal proprio delirio di onnipotenza se nel frattempo i monsoni non si fossero diffusi per tutto l’Occidente, finanche a suo modo nella civilissima Francia, e soprattutto se alla defenestrazione con pernacchie di un Matteo non fosse seguita la canonizzazione di un altro Matteo. Canonizzazione contraria ma uguale nella velocità dell’ascesa, nella trasformazione del leader politico in personaggio, nella commistione fra politica a e social network, e si spera nella rapida conclusione.

Da convinto elettore di Renzi (e della necessità del suo ritiro) ritengo ovviamente che un Matteo abbia governato bene e l’altro Matteo sia un pericolo pubblico, ma qui non stiamo parlando della qualità della musica ma delle regole (cannibali) dello star system politico, che sono appunto “live fast and die young”, ossia rottama, dichiara, sorridi, nuota, twitta, vinci, perdi, resisti, muori. Tutto in avanti veloce almeno 4x.

Qui sta il paradosso distruttivo del PD: non tanto contenere più linee politiche divergenti ma tenere insieme Renzi e Cuperlo (o Renzi e tutti gli altri esclusi i renziani, che senza Renzi semplicemente non esistono), modelli completamente opposti e inconciliabili di politica e antropologia, analogico e digitale.

Si discute di sinistra, di alleanze, di percorso congressuale e candidati alla Segreteria senza avvedersi che nel frattempo un uragano ha scoperchiato il tetto e quell’uragano è stato l’ascesa e declino della rockstar Renzi, che oggi ha ancora una mano sopraffina ma ha la pancia di birra e non regge più un concerto, gli impresari e i musicisti lo odiano e lui rompe le palle a tutti con i suoi ricordi (ha citato anche “Luci a San Siro”, tenero giovane vecchissimo). Peggio ancora, quel che resta del gruppo dirigente del principale partito italiano degli ultimi 20 anni pensa di sostituire la rockstar con degli anonimi turnisti promossi frontman.

Pensare che dopo i due Matteo si tornerà al tepore delle mezze stagioni è un’illusione che in politica è pericoloso coltivare, perché i vuoti si riempiono in fretta e con il materiale che c’è.

Le leadership riflessive alla Gentiloni possono rappresentare un buon intermezzo fra le guerre lampo, raffreddare la temperatura della società e soprattutto fare le cose dopo tanti tweet, ma non reggono e non reggeranno più alla prova del consenso, semplicemente perché non riescono a superare il rumore di fondo.

Anche il modello del governo dei mediocri inaugurato da 5 Stelle arranca di fronte alla comodità e alla prepotenza del leader monsonico, alla sua totale duttilità ideologica e comunicativa, alla sua giovanilistica ubiquità. In luogo della fatica democratica di comprendere i temi, farsi un’opinione e accettare l’altrui, l’elettorato occidentale sembra tornato a preferire l’adesione fideistica al leader, con la variante digitale della velocità, per cui si passa da giovane promessa a solito stronzo ancora prima di finire il liceo e non si campa mai a sufficienza per diventare venerato maestro.

Convinto come sono del carattere strutturale di questa mutazione mi spingo a dire che anche la Lega, passata la festa della crescita nazionale e salviniana, potrebbe trovarsi a fare i conti con questo stesso smarrimento quando Salvini sarà rottamato dal peso delle promesse mancate e soprattutto dalla noia degli elettori che dopo gli immigrati e la Kasta vorranno un nuovo nemico.

Tornare indietro dal cambiamento climatico oggi non è più possibile e, in politica come in ogni campo della società fondato sul consenso, attestarsi sulla difesa del passato (o essere troppo avanti) e un errore marchiano che si paga con cocenti sconfitte. Per questa ragione non è possibile mettere crocianamente Renzi tra parentesi, pensando che passata la sbornia si possa tornare tranquillamente a un prima fatto di Sinistra (lasciate in pace Bobbio e ditemi dov’è la Sinistra se la CGIL plaude al Decreto Dignità), caminetti di gestione del Partito e Ulivo.

Né è altrettanto possibile, ed esteticamente accettabile, pensare che l’egomaniaco e testosteronico Renzi si faccia placidamente da parte, gatto castrato che dormicchia in poltrona. L’unica fine letterariamente accettabile per quello che rimane il leader più sveglio, abile e intelligente del campo democratico, azzoppato dalla colpa imperdonabile di essere diventato sfigato, è (politicamente, s’intende) l’omicidio alla Borgia, magari per mano di qualcuno dei suoi cortigiani, cavalieri troppo improbabili per sedere alla Tavola Rotonda.

Oltre Renzi, per la cui uscita di scena mancano i dettagli, il PD deve evitare di trasformare la difficoltà momentanea nel peccato più grave per un partito politico, l’irrilevanza. Non credo che tutto sia perduto e la Storia ci ha abituato a grandi e repentini rivolgimenti. Lo stesso raduno di Pontida, quest’anno celebrato anche dai venditori di n’duja, non si tenne nel 2006 perché la Lega aveva perso il referendum sul federalismo e nel 2012 per solidarietà al compagno Belsito ingiustamente carcerato, mentre oggi celebra gli ungheresi al potere.

La stessa storia insegna però che stare fermi non è quasi mai una buona idea e dunque tocca che i democratici elaborino il lutto, regalino Emiliano a chi se lo viene a prendere e, se non vogliono diventare un museo della politica del ‘900, scelgano tra due strade.

La prima è aprire il casting per un altro Renzi, un altro condottiero e giocatore d’azzardo che si lanci in un’altra campagna di conquista. È difficile ma non impossibile, come non lo è che esca lo stesso numero due volte consecutive alla roulette.

La seconda è inventarsi un modello nuovo di leadership, che potremmo chiamare renzismo temperato. Il renzismo temperato riconosce che ormai la politica vuole bulimicamente facce e corpi e non pensa di sostituirli con l’assemblearismo. D’altra parte, con la presunzione di rappresentare nel campo democratico individui più sensibili e senzienti, invece dell’uomo solo al comando si lavora per dare vita ad una generazione di leader moderni, cazzuti e spendibili ma con un asset in più rispetto all’originale, ossia il radicamento territoriale.

Se Renzi ha colpevolmente disboscato al partito e a Governo ogni articolazione territoriale perché gli faceva ombra (e il suprematismo toscano altro non era che provinciale bisogno di clan), il renzismo temperato deve sposare il territorio (e il lavoro) come dimensione di senso. Una Camelot senza cavalli promossi Governatori di Regione ma fatta di sindaci e assessori e leader di comunità, che siano credibili e portino a casa il risultato, magari non col carisma di Mick Jagger ma nemmeno con quello di Frate Cionfoli.

Io un partito così lo voterei.

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/il-necessario-parricidio-di-renzi-e-le-due-strade-per-il-pd/


44  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / AMEDEO LA MATTINA. La nave Diciotti della Guardia costiera trasporta 67 migranti il: Luglio 12, 2018, 07:40:20
La nave Diciotti della Guardia costiera trasporta 67 migranti
Dall'Austria Salvini insiste: “Non autorizzo a sbarcare”
Il ministro dell’Interno da Innsbruck chiama il Viminale: «Quanti ne abbiamo beccati?»

Pubblicato il 12/07/2018 - Ultima modifica il 12/07/2018 alle ore 16:04

AMEDEO LA MATTINA
INVIATO A INNSBRUCK

«Io non voglio farmi prendere in giro. Finché non c’è chiarezza su quanto accaduto io non autorizzo nessuno a scendere dalla Diciotti: se qualcuno lo fa al mio posto se ne assumerà la responsabilità». Tiene la linea dura ministro Matteo Salvini sui migranti che secondo le ricostruzioni avrebbero minacciato l’equipaggio del rimorchiatore Vos Thalassa che domenica, dopo averli soccorsi in mare, era pronto a consegnare 67 persone alle motovedette libiche. Alla fine sono stati trasferiti sulla nave della Guardia costiera Diciotti che li ha condotti al porto di Trapani: «O hanno mentito gli armatori denunciando aggressioni che non ci sono state e allora devono pagare o l’aggressione c’è stata e allora i responsabili devono andare in galera».

Il ministro dell’Interno ha liquidato il problema della necessità di un provvedimento della procura: «Basta una telefonata alla magistratura di Trapani» 

RETROSCENA Un patto Roma-Berlino per premere su Macron: “Riceva più migranti” 

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini questa mattina ha chiamato il Viminale per informarsi sull’individuazione dei migranti a bordo della nave Diciotti. «Quanti ne hanno beccati?», ha chiesto stamane alle 8,30 al suo interlocutore del Viminale mentre a piedi dall’hotel dove ha incontrato i suoi colleghi tedesco e austriaco si stava recando al centro congressi per la plenaria dei ministri europei dell’Interno. Poi ha aggiunto: «Guarda che io insisterò sul fatto che questi devono scendere dalla nave in manette». E gli è stato spiegato che ne sono stati individuati già due e altri quattro sono in fase di identificazione. 

Sembra che il suo interlocutore gli abbia fatto notare che per arrestarli è necessario un provvedimento della magistratura e Salvini ha liquidato così il problema: «Basta una telefonata alla magistratura di Trapani delle forze dell’ordine che hanno identificato i violenti e i dirottatori».

Dopo l’incontro con l’omologo tedesco Horst Seehofer e l’austriaco Hebert Kickl, il ministro è molto soddisfatto. Dice che finalmente le idee italiane stanno diventando quelle europee, quantomeno di molti Paesi europei. «Ora bisogna capire cosa vuole fare la Francia», osserva. Poi sorride quando parla dell’asse Italia-Germania-Austria. Ma è stato lo stesso padrone di casa austriaco a parlarne in questi termini. Anzi, Kickl ha usato un’espressione ancora diversa parlando di «cooperazione dei volenterosi che diventa di quelli che fanno». Di quelli, ha aggiunto Seehofer, che sono d’accordo nell’introdurre «un nuovo ordine nelle politiche sull’immigrazione». Proteggere le frontiere esterne, innanzitutto. «Con Salvini - ha detto Seehofer - siamo d’accordo che i piccoli problemi tra singoli Stati europei, cioè i movimenti di migranti che passano da un Paese all’altro, possono essere risolti se risolviamo il problema più grande dell’immigrazione esterna».

Salvini ha aggiunto di sperare che Italia, Germania e Austria siano «il nucleo di impulso europeo per dare ospitalità a chi scappa dalle guerre ma che riporti indietro chi dalla guerra invece non scappa».

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Da - http://www.lastampa.it/2018/07/12/italia/dallaustria-salvini-insiste-quei-migranti-devono-scendere-in-manette-coCGFL0QULi6vfBIFvLMLO/pagina.html
45  Forum Pubblico / VATICANO, CRISTIANI e altre FEDI / Papa Francesco telefona a Gianni Vattimo, il filosofo del “pensiero debole” il: Luglio 12, 2018, 07:37:45
Papa Francesco telefona a Gianni Vattimo, il filosofo del “pensiero debole”
Lo studioso italiano invia una copia del suo ultimo libro a Francesco che lo chiama per ringraziarlo.
Una conversazione breve e piacevole sulla Chiesa e la filosofia: «Con questo Papa non mi vergogno a dirmi cattolico».
Pubblicato il 09/07/2018 - Ultima modifica il 09/07/2018 alle ore 19:37

ANDRÉS BELTRAMO ÁLVAREZ
CITTÀ DEL VATICANO

Una conversazione spontanea, breve ma piacevole. Così è stata la chiacchierata tra Papa Francesco e Gianni Vattimo, avvenuta qualche giorno fa via telefono. Il Pontefice ha voluto ringraziare il filosofo italiano, ex politico di sinistra e “padre” del cosiddetto pensiero debole, per un libro regalatogli tramite un amico comune. «Questo Papa mi toglie la “vergogna” di dichiararmi cattolico», dice lo studioso a Vatican Inside r a cui racconta alcuni dettagli della conversazione con il Papa, con il quale condivide anche l’anno di nascita (1936).

«Il fatto che abbia trovato il tempo di chiamarmi ha un grande significato, sono commosso ed emozionato da questo, cosa posso fare...», dice Vattimo. «Il Papa è pur sempre il Papa, e poiché sono un credente e credo soprattutto nella Chiesa, è chiaro che aver parlato con lui mi ha profondamente colpito».

A far da tramite a questa particolare comunicazione è stato l’argentino Luis Liberman, fondatore e direttore generale della Cattedra del Dialogo e della Cultura dell’Incontro, passato prima a Torino e poi nella Casa Santa Marta, in Vaticano. Vattimo ne ha approfittato per inviare al Pontefice il suo lavoro più recente: così una copia di “Essere e dintorni” è giunta nelle mani di Bergoglio.

Francesco «l’ha preso, l’ha sfogliato, ne ha parlato con Luis che mi ha chiamato mentre era seduto accanto a lui e me l’ha passato al telefono. Abbiamo scambiato alcune parole. Mi ha detto che mi ringraziava per il libro, io ho cercato di spiegare che è un libro di filosofia su Heidegger. Sono molto felice che abbia riscosso l’interesse del Papa», racconta il filosofo. 

E si dice ancora più convinto che la teologia cattolica necessiti di un rinnovamento. Lui aveva già proposto, quasi in termini controversi, il pensiero del filosofo tedesco per guidare questo cambiamento, in particolare per le sue critiche alla metafisica. Questa critica, dice, oggi potrebbe essere utile alla teologia cattolica ai tempi di Francesco.

«Ho detto proprio questo al telefono al Papa, non so però se lui sia convinto di ciò o meno. Era abbastanza interessato ma, naturalmente, è un interesse relativo quello che un Papa può avere per questo genere di cose avendo molti altri pensieri per la testa. Non penso che ci sarà ancora un cambiamento nella teologia cattolica» spiega il professore, lucido e arzillo nonostante i suoi 82 anni e gli evidenti acciacchi dell’età.

Già ritiratosi dalla vita pubblica e intellettuale, il libro “Essere e dintorni” vuole essere una sorta di contributo finale. «Non so se è perfetto ma è il miglior apporto che possa dare adesso, considerando le mie forze», dice. Nel testo, Vattimo – sottolinea lui stesso – incita a «lottare per far sopravvivere l’umanità al potere livellatore della tecnologia e del capitalismo». 

Nonostante il suo passato di convinta militanza comunista e il suo impegno nei confronti della leadership nazionale per il “Coordinamento omosessuale” in Italia, lo studioso assicura di non aver mai smesso di essere cattolico. Anche quando giornalisti e osservatori lo hanno trasformato in un’icona agnostica. Ma Vattimo non ha mai dimenticato il suo tempo nella Gioventù studentesca dell’Azione cattolica e la sua infanzia in oratorio. Tantomeno nega la sua adesione al Partito Radicale, ai Democratici di Sinistra e all’Italia dei Valori con la quale è stato eletto deputato nel 2009, rivendicando sempre la sua appartenenza comunista.

Questa fase, tuttavia, è passata: il filosofo dice di sentirsi oggi più cattolico che mai perché, precisa, si identifica nel «cattolicesimo di Francesco». Invece in passato, ammette, non dichiarava apertamente la sua appartenenza religiosa perché la sentiva «come un peso». Ora è «contento» di appartenere alla Chiesa.

«Di Francesco mi colpiscono il suo modo di presentarsi al mondo, le sue novità come il fatto di chiamarmi al telefono ad esempio... È un Papa nuovo, senza mancare di rispetto a quelli che l’hanno preceduto. Io dico sempre che è un Papa che mi toglie la “vergogna” di dichiararmi cattolico, laddove dichiararsi cattolici rappresenti un problema. A volte mi si chiede: “Ma come fai a credere in certe cose?”. Con questo Papa non ho alcun imbarazzo a dire che ci credo». 

«Spero – conclude Gianni Vattimo - che le cose che sta facendo possano lasciare un segno importante nella Chiesa, il problema è che la Chiesa non è solo il Papa. Devo ammettere che non vedo una grande trasformazione nella Chiesa in generale, mi sembra che ci sia ancora una grande inerzia, una sorta di pigrizia nel grande corpo della Chiesa che richiede tempo per essere trasformata. Il Papa ha bisogno di avanzare ancora di più, mi sembra che sia un po’ lento nel dettare le novità. Ma lui è il Papa e io sono un semplice fedele “periferico”». 

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Da - http://www.lastampa.it/2018/07/09/vaticaninsider/papa-francesco-telefona-a-gianni-vattimo-il-filosofo-del-pensiero-debole-4AV3Iy0DLuP2UaEYhapFRJ/pagina.html
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