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31  Forum Pubblico / DONNE OPINIONISTE e AUTRICI. / ODIO, INDIFFERENZA, INTOLLERANZA. Di Nadia NERI. il: Ottobre 10, 2018, 11:56:30
ODIO, INDIFFERENZA, INTOLLERANZA

Di Nadia Neri

I due minuti d'odio del film "1984" di Michael Radford, tratto dal libro di George Orwell
Pubblichiamo di seguito la riflessione di Nadia Neri, psicologa analista, a partire dall'editoriale di Gabriele Nissim "Guardiamo il mondo da un drone per contrastare la cultura del nemico". Il dibattito apre la strada alla seconda edizione di GariwoNetwork, che analizzerà il ruolo dei Giusti e dei Giardini di fronte alla crescente cultura dell'odio e del nemico.

Nel lontano 2007 ho ideato e curato un volume dal titolo L’odio. Irreparabile?
Riprendendolo in mano oggi, mi hanno molto colpito due cose: l’estrema attualità dei problemi trattati e soprattutto la constatazione che ora l’odio è quasi diventato un valore dominante.

Per me che lavoro da più di 40 anni come psicoanalista non è difficile individuare quali siano le dinamiche profonde in atto nella nostra società: si sono slatentizzati e quindi giustificati il risentimento, l’odio o il disprezzo verso il diverso e soprattutto viene considerato vincente un meccanismo che permette di non sentirsi mai responsabile o in colpa, perché il nemico è sempre fuori di noi. In modo scientifico, questo meccanismo viene messo in atto su ogni argomento o problema della nostra società, in una propaganda che sembra istintiva - ma non lo è affatto.

La storia ci insegna come sia facile convogliare sentimenti ostili verso un gruppo, un popolo, una religione, un pensiero politico; così si crea un capro espiatorio sul quale proiettare tutte le ostilità e il disprezzo. Oggi questi meccanismi hanno una diffusione pericolosissima e capillare attraverso Facebook e Twitter. Ognuno è bombardato da notizie, spesso false, senza alcuna possibilità di contraddittorio. Così le informazioni vengono manipolate e selezionate. Per esempio, se un italiano violenta una donna diventa una piccolissima notizia, se invece è un emigrato straniero a commettere lo stesso reato, l’annuncio viene amplificato al massimo. Ma potrei fare migliaia di esempi, talmente siamo inondati da questi meccanismi ormai quotidianamente.

George Orwell, nel suo famoso romanzo 1984, immaginava, nella descrizione della vita totalitaria, un teleschermo dotato di potere assoluto di controllo e formazione delle coscienze, la cui funzione era l’istituzione di ben due minuti di odio quotidiani. Riporto alcune brevi descrizioni dei due minuti d’odio perché le considero molto evocative per noi oggi. “Un istante appresso un fastidioso stridore, come d’un ingranaggio di qualche diabolica macchina non ben lubrificata, si fece sentire, con uno scoppio, dal grande teleschermo in fondo alla sala. Era un rumore che faceva drizzare i capelli in capo. L’Odio era cominciato. Come al solito, la faccia di Emmanuel Goldstein, il Nemico del Popolo, era apparsa sullo schermo…I programmi dei Due Minuti d’Odio variavano a seconda dei giorni, ma non ce n’era nessuno in cui Goldstein non fosse la figura principale. Egli era stato il supremo traditore... prima ancora che fossero passati una trentina di secondi d’Odio, incontrollabili manifestazioni di rabbia ruppero fuori da una metà del pubblico della sala...Durante il suo secondo minuto, l’Odio arrivò fino al delirio...La cosa più terribile dei Due Minuti d’Odio non consisteva tanto nel fatto che bisognava prendervi parte, ma, al contrario, proprio nel fatto che non si poteva trovar modo di evitare di unirsi al coro delle esecrazioni...Eppure la rabbia da cui ognuno si sentiva posseduto era una emozione astratta e indiretta che poteva mutare oggetto in un batter d’occhio, così come muta direzione il raggio di una lampada tascabile...” (dall’ed. Oscar Mondadori,1973, trad. di Gabriele Baldini, pp.35-37).

Noi oggi assistiamo in più a forme di indifferenza e apatia così radicate da lasciare sgomenti. Molto significative a questo proposito le considerazioni di Simona Argentieri: “quella forma di odio di stampo narcisistico, che mi pare tipica della nostra epoca: apatia senza passioni, che non riconosce l’esistenza degli altri, oppure la riconosce, ma senza attribuirvi né valore, né significato (la cattiveria senza odio, la crudeltà “innocente”, l’indifferenza narcisistica, la distruttività “dolce”, senza violenza).

Questa è l’atmosfera dominante oggi. Sembra vincente, ma siamo in tanti, sparsi, slegati, ma desiderosi di non farci sopraffare dal pessimismo o dalla disperazione e di trovare forme creative e vitali per manifestare un forte dissenso - insieme ai nostri valori.

Non posso non fare riferimento alla testimonianza che ci ha lasciato Etty Hillesum, perché ci può indicare la via. La Hillesum riporta in primo piano e vive personalmente virtù fondamentali, ora relegate a una minoranza esigua: l’indignazione come alternativa all’odio, la semplicità come essenzialità e la compassione. Si pensi al fatto che oggi operare il bene viene deriso come buonismo, con un superficiale e vergognoso tam tam propagandistico.

Etty Hillesum vive con coerenza ciò che scrive nei quaderni del suo Diario, e soprattutto riesce a testimoniare verità rivoluzionarie è perseguitata come ebrea dai nazisti. Mi ha sempre commosso la sua capacità di vivere e denunciare mentre è perseguitata e non dopo, alla fine della guerra. Due punti fondamentali sono testimoniati dalla Hillesum: innanzitutto un invito pressante a non odiare e a non vedere il nemico sempre fuori di noi. Se vogliamo un mondo migliore dopo la guerra, sostiene Etty, dobbiamo iniziare da un lavoro introspettivo, scoprire prima in noi l’esistenza di tutte quelle componenti psichiche che critichiamo negli altri, cioè fuori di noi. “Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver fatto prima la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove”.

Da questa affermazione forte che andava - e va - controcorrente, Etty ricava il secondo caposaldo del suo modo di vivere, la responsabilità individuale, base necessaria di ogni democrazia autentica. Nomino solo, non posso approfondire in questo articolo, la spiritualità della Hillesum aperta a tutte le manifestazioni religiose, al di là di ogni singola chiesa, in un colloquio ininterrotto e diretto con Dio.

Tanti apprezzano e lodano da anni Etty Hillesum, ma credo sia importante oggi passare da un’ammirazione meramente intellettuale ad una messa in pratica nella vita di ognuno di noi dei suoi insegnamenti e della sua testimonianza, consapevoli che sarà un percorso difficile, spesso doloroso, ma necessario se vogliamo veramente un mondo migliore, certamente lontanissimo da quello nel quale stiamo vivendo.

Nadia Neri, psicologa analista
Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

1 ottobre 2018

Da - https://it.gariwo.net/editoriali/odio-indifferenza-intolleranza-19375.html
32  Forum Pubblico / ECONOMIA / Liberismo e catastrofi: come fare soldi sulle sciagure altrui il: Ottobre 10, 2018, 11:49:17
CATEGORIA: VENDERE E COMPRARE

Liberismo e catastrofi: come fare soldi sulle sciagure altrui

 Scritto da Enrico Verga il 07 Ottobre 2018

VENDERE E COMPRARE

Amici liberisti e amiche liberiste volete fare soldi con le catastrofi ma non sapete come? Adesso vi do un paio di dritte.

I romani (gente saggia!) erano soliti dire “morte tua vita mia”; la loro frase è, a mio avviso, ancora estremamente attuale. Addirittura Tertulliano, un abitante di Cartagine del secondo secolo (anno più anno meno), sosteneva che “in realtà pestilenze, carestie, guerre, terremoti devono essere considerati come dei rimedi per le nazioni, come mezzi per mondare la lussuria della razza umana”. Cinico ma come vedremo in seguito imitato nel suo pensiero da politici e affaristi.

Ai tempi di Roma non ci andavano leggeri con le parole. Sono passati alcuni millenni e le tragedie umane o, ancor di più quelle naturali, sono divenute un ottimo strumento per fare soldi. Sia che l’evento catastrofico abbia luogo, sia che non abbia luogo, ci sono metodi, più o meno sofisticati, da utilizzare e soldi da guadagnare.

Finanza sofisticata
Il mondo della finanza, negli ultimi decenni, ha scoperto un modo estremamente efficiente di speculare sulle tragedie naturali. I catastrophe bond (in gergo cat bond) sono uno strumento ideale per investire in catastrofi. Il sistema è piuttosto semplice. Un ente o azienda (di solito gruppi assicurativi) emettono un bond. L’investitore lo compra (di fatto prestando i suoi soldi alla realtà emettitrice dell’obbligazione) e ne ottiene un interesse annuo fino a maturità del bond. In seguito otterrà indietro anche i suoi soldi. I cat bond, tanto per dare un’idea del fenomeno, emessi ad agosto 2018 hanno tranquillamente superato gli 11 miliardi di dollari, su un totale di mercato (tracciato) di oltre 36 miliardi di dollari.

Certo si potrebbe suggerire che speculare sulle sfortune altrui sia cinico e non etico. Da che mondo e mondo il concetto di etica e finanza non vanno (sempre) a braccetto. Torniamo al tema guadagni: la logica spingerebbe a credere che questi bond siano costosi e rischiosi. Dopotutto il “gioco” funziona se non ci sono catastrofi. Quando si verifica una catastrofe (tifoni, incendi, terremoti etc.) l’ente assicurativo che ha emesso il bond deve intervenire e quindi gli investitori saltano. Una percezione corretta ma l’arte della finanza è sottile. Prima di tutto osserviamo le rendite.

In continua crescita, ma come è possibile?
Dopo tutto qualche tifone o terremoto, che ha “shampato” (termine tecnico, cinico e irrispettoso) cittadini e edifici, lo abbiamo avuto nel mondo, negli ultimi anni. Il trucco, se così si può dire, è presto spiegato. Il rischio del bond di solito è legato a specifiche assicurazioni. Quindi non si parla di un bond legato (per esempio) a qualunque catastrofe naturale avente luogo in (poniamo) America, emesso da un assicurazione americana. I bond supportano specifiche polizze o sezioni di esse.

Per semplificare facciamo un esempio.
Consideriamo gli USA. Una delle ultime realtà ad aver approfittato di questa soluzione è la FEMA (Federal Emergency Management Agency americana) grosso modo l’equivalente, come funzioni e discrezionalità, della nostra Protezione civile.

Quando il rischio di una catastrofe naturale diventa reale e colpisce il sopra menzionato bond della Fema, la cosa diventa interessante (anche un po’ tragica potremmo dire). Dal link possiamo osservare che le caratteristiche di questo bond sono molto specifiche e circoscritte. A rischio di sbagliarmi (il mio inglese potrebbe non essere madrelingua) cito il passaggio che spiega che “il cat bond di Fema non implica una copertura (perdita in caso di evento) sull’intero concetto di allagamento, ma specifica allagamenti causati da tempeste (quindi per esempio tempeste tropicali e uragani)”. La transazione di Fema copre le perdite di Fema causate da eventi di allagamento che sono direttamente o indirettamente causati da una specifica tempesta che colpisce gli Stati Uniti, Puerto Rico e il DC.

Questa soluzione, ampiamente applicata a tutto il settore, è un vantaggio per ogni gruppo interessato nella transazione. Per i sottoscrittori questa specificità dei bond riduce il rischio che i loro soldi vengano bruciati. Per gli assicuratori (che emettono i bond) i cat bond non sono ovviamente l’unica soluzione per supportare e diversificare il danno, il debito emesso è solo un altro sistema per compensare eventi di scala devastante. L’interesse medio che pagano ai sottoscrittori è di solito inferiore al 5%, ottimo e stabile. Non è quindi una sorpresa che le banche, che ci tengono ad essere sempre avanti, come Goldman Sachs, si siano gettate a capofitto. Consideriamo le parole di Michael Millette, ex manager di GS per la finanza strutturata che ha aiutato a creare il mercato dei cat bond, parlando del 2017 diceva che “l’evoluzione del mercato dei cat bond ha ecceduto le mie aspettative”.

Un altro aspetto positivo da non dimenticar dei cat bond è il completo disancoramento da eventi umani. Crisi economiche, guerre etc. non influiscono (se non in minima parte, per quel che concerne i sistemi di prevenzione e protezione, vedi Katrina e le dighe di contenimento di Bush) sugli eventi climatici. Tradotto in parole semplici icat bond sono un ottimo strumento per speculare sulle sfortune altrui diversificando, all’interno di un portafoglio strutturato. C’è da ammettere che non tutti possono speculare con icat bond. È necessaria una discreta conoscenza del mercato. I più investono in pacchetti che includono anche icat bond, di fatto maggior riduzione del rischio di esposizione ma nel contempo anche del guadagno.

Vi sono, comunque, alternative per far soldi con le catastrofi, giocando con la semplice Borsa.

Finanza Spicciola
Dove non arrivano i prodotti sofisticati arrivano le normalissime azioni (o opzioni) di aziende che fanno soldi grazie alle catastrofi. La cosa bella di una catastrofe è che quando “shampa via” (termine volutamente cinico, critico e politicamente scorretto) uomini, animali e edifici (sia grazie a un terremoto, tsunami o semplice tempesta tropicale) c’è tanto da ricostruire. In un mondo ideale le grandi agenzie ONU insieme ad altre realtà nazionali si impegnano a far sì che i soldi da esse raccolte finiscano in buone mani. La domanda è… le buone mani di chi? Vi sono casuali coincidenze, in numerosi eventi, dove un numero ristretto di aziende (sempre le stesse oppure un giro comunque circoscritto) vincono appalti, magari senza bandi (sono aziende molto fortunate), per “sistemare le cose”. Sviluppatori immobiliari, costruttori, grandi appaltatori per opere pubbliche, compagnie energetiche: dopo una catastrofe naturale c’è ciccia per tutti.

Facciamo alcuni esempi per dare un’idea. Quando il terremoto, nel gennaio 2010, colpì Haiti poveri e ricchi vennero interessati in egual modo. Milioni di dollari piovvero sull’isola caraibica (che ancora un po’ rischiava pure di affogare sotto ‘sta pioggia incessante di dollari di aiuti). Tuttavia, come riporta il Center for Economic Policy and Research (il cui blog su Haiti, continuamente aggiornato, suggerisco di leggere, in quanto molto illuminante), “di 1500 progetti di ricostruzione di Haiti solo 23 furono assegnati a aziende haitiane, in totale solo il 2,5% circa dei 195 milioni di dollari (stando alle cifre ufficiali del tempo) finirono nelle mani dei locali. Tutti gli altri (che sorpresa) furono assegnati ad aziende basate nell’area di Washington (famoso distretto di Haiti immagino?). Molto spesso questi soldi vennero assegnati senza veri bandi, diciamo in amicizia.

Ma non fermiamoci alle Americhe, ci son soldi da fare anche in Asia. Quando un ciclone colpì il Myanmar nel 2008, pianti i morti e raccolti soldi dalle agenzie internazionali, il governo locale (famoso allora come oggi, per l’elevata trasparenza e civiltà, persecuzione dei Rohynga docet) pensò ad una soluzione illuminata per gestire i terreni appena resi liberi dalla tragedia. Tecnicamente non erano liberi ma molti dei proprietari delle aree costiere erano morti quindi, mors tua vita mea (il famoso motto romano, estremamente noto anche in Myanmar). Le organizzazione internazionali ovviamente lamentarono, ancora nel 2010, che il governo locale se ne sbatteva (termine volutamente cinico ma vero) dei suoi cittadini. Le scelte del governo, a seguito dell’evento furono molto interessanti. In un modo del tutto legale (o meglio, velocemente legalizzabile) il governo espropriò gli agricoltori e i pescatori delle aree colpite (insomma quelli sopravvissuti). Il sistema fu la creazione del Vacant, Fallow and Virgin Lands Management Act, che interessava tutte le aree colpite dalla tragedia (inclusa la Irrawaddy Delta). Una soluzione dalla fragranza vagamente liberista (curioso considerando che un governo nazionalista fosse così innamorato di una soluzione così liberista). Non sorprende che negli ultimi anni il governo del Myanmar, possessore di molte aree esteticamente attraenti per gli investimenti turistici (e rese libere dalla catastrofe), sia in giro a batter cassa per raccogliere investimenti stranieri per rilanciare il turismo nazionale (un’analisi interessante sul tema la trovate qui).

Ma torniamo nelle Americhe, patria del liberismo passionale ed eterno (Friedman è nato qui!). Un altro grande affare fu creato dal famoso uragano Katrina che colpì nel 2005 Louisiana, Mississippi e Alabama. Soldi per tutti e grandi strette di mano. I 10 casi tragici del post Katrina sono stati ben evidenziati da questa analisi di Politico, da cui si evince che anche il governo aveva le sue colpe (certamente non nello scatenare l’uragano ma con situazioni e infrastrutture la cui gestione era stata un poco allegra).

Dopo oltre 10 anni le cose sono migliorate (per chi vuole speculare si intende!) a New Orleans. Innanzitutto un po’ di poveri si sono rilocalizzati (leggasi non ci sono più). I poveri hanno la deprecabile abitudine di non comprare o affittare immobili di lusso, quindi se volontariamente se ne vanno, lasciano “spazio vitale” (parafrasando un decaduto politico tedesco) per costruire edifici più edificanti (leggasi per classi medie o medio alte che han soldi da spendere). Le entrate medie annuali dei possessori di casa afroamericani sono del 54% più basse dei loro equivalenti vicini bianchi. Anche in questo caso un potenziale vantaggio per gli speculatori edilizi: se i poveri se ne vanno ci saranno altre case libere (di poveri) da abbattere per fare condo’s per ricchi o benestanti. Oltre 1/3 degli affittuari spendono oltre la metà delle loro entrate in affitti (leggasi “se siete poveri perché non ve ne andate, vi stiamo pure gentilmente alzando gli affitti per farvelo capire!”). Il sistema scolastico ampiamente privatizzato post Katrina (privatizzato chissà perché? Un grande successo del compianto padre indiscusso del liberismo sfrenato Friedman) ha raggiunto molti dei suoi obbiettivi di qualificazioni nei test scolastici (un parametro importante nelle statistiche nazionali e statali in Usa) escludendo gli studenti appartenenti alla classi economiche più disagiate (leggasi poveri. Come dire “adesso non vi ammettiamo nemmeno i vostri figli poveri, quando lo capirete che dovete andarvene”).

Ma cosa si potrebbe fare una volta rimossi i cadaveri dei poveri, le loro case da poveri, e cacciati quelli che non sono annegati (ma che restano poveri)? Beh, uno dei grandi palazzinari americani (anche là hanno i palazzinari) una mezza idea di cosa fare di quei terreni fangosi e di quei ruderi (poveri!) l’aveva. Poco dopo l’evento catastrofico Joseph Canizaro disse che la “shampata” (lui usò il termine più politicamente corretto “pulizia”) data da Katrina avrebbe rappresentato una grande opportunità. Un’altra persona (particolarmente sensibile si direbbe) della locale sezione repubblicana di Baton Rouge, Mr Baker, disse che “abbiamo finalmente ripulito New Orleans dalle case di edilizia pubblica. Noi non potevamo farlo, lo ha fatto Dio” (un Dio liberista palazzinaro? Non ho letto nulla in merito sulla Bibbia, salvo forse la grande alluvione di Noé).

Un piano per sviluppare di nuovo New Orleans, BNOB (Bring New Orleans Back), fu creato e nel panel di advisor ci finì (per caso, si potrebbe pensare) lo stesso Canizaro. Nel piano ci si focalizzò su riattivare le aree dei ricchi mentre quelle dei poveri subirono molti ritardi (tanto che come scritto sopra i poveri non ci rimisero piede). Quali aziende presero molti soldi per dare una mano nella ricostruzione? Una tra tutte Halliburton, che si portò a casa contratti per milioni tramite la sua controllata KBR (a quanto pare, senza bando pubblico). Un’altra azienda, la Blackwater (sì, proprio i mercenari usati nelle guerre dell’era Bush), vinse un super appalto da oltre 70 milioni per difendere i lavoratori della FEMA durante le operazioni post Katrina. Si penserà, forse bastavano le forze della polizia o dell’esercito (per la precisione la guardia nazionale), ma vabbè vuoi mettere un simpatico mercenario, armato come Rambo, che fresco di Afghanistan e Iraq (dove aiutava l’esercito Usa a pacificare i poveri locali) si rende disponibile, portando i suoi gentili metodi di persuasione, nei confronti dei poveri di New Orleans, forse (magari giustamente) un poco nervosi?

L’ho fatta lunga ma la sostanza è: se non sapete come comprare i cat bond comprate le azioni o le opzioni delle aziende implicate nelle ricostruzioni. Sarà un caso ma dopo le news di Halliburton (datate intorno al 5 settembre 2005, che riportavano il nuovo contratto a New Orleans) le azioni della compagnia ebbero un bel balzo in su.hally7

Ovviamente queste sono solo due soluzioni con cui potete fare i soldi, o amici liberisti, grazie alle catastrofi naturali altrui. Se preferite sporcarvi le mani (nel senso vero del termine) potreste sempre imbracciare un fucile: lo stipendio medio dei mercenari della Blackwater durante Katrina era molto interessante, tanto che molti ex militari americani vi parteciparono, felici di difendere i ricchi di New Orleans. Dopo tutto tra prendersi un proiettile in Afghanistan o, per una paga più alta, difendere le zone ricche di New Orleans da quattro barboni poveri, era decisamente preferibile la seconda opzione.blackwater_ad

Vi lascio con un famoso proverbio. Ogni giorno, dopo una catastrofe, un povero si alza e sa che dovrà correre più veloce di un liberista, se vorrà sopravvivere. Ogni giorno, dopo una catastrofe, un liberista si alza e sa che dovrà correr più veloce del povero se vorrà sopravvivere. Ogni giorno, dopo una catastrofe, non è importante che tu sia un povero o un liberista: se vuoi sopravvivere comincia a correre perché la finanza è veloce.

Twitter @EnricoVerga

Da - http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/10/07/liberismo-e-catastrofi/?uuid=96_tvdT2yb8
33  Forum Pubblico / ECONOMIA / UN BRAVO MANAGER DIFFICILMENTE È UN BUON POLITICO il: Ottobre 09, 2018, 12:22:31
UN BRAVO MANAGER DIFFICILMENTE È UN BUON POLITICO

DI REDAZIONE IL LIBRAIO | 16.01.2015

Torna nelle librerie, Paul Krugman, Premio Nobel per l’economia e già autore di Fuori da questa crisi, adesso! Ora esce per Garzanti una sua breve, significativa riflessione, Un paese non è un’azienda. La tesi del libro? Molti sono convinti che un bravo manager o imprenditore, in virtù dei successi ottenuti dalle sue aziende, sia automaticamente un attendibile consigliere economico o addirittura un ottimo politico a cui affidare senza indugio le sorti di una nazione. È una falsità che continuamente si alimenta nonostante la storia recente in tutto il mondo, Italia compresa, ne abbia mostrato l’inconsistenza. Krugman smonta questo grande mito contemporaneo, dimostrando le enormi differenze tra il mondo aperto e aggressivo delle strategie imprenditoriali e quello chiuso delle grandi politiche nazionali. Su IlLibraio.it un estratto dal volume, pubblicato per gentile concessione di Garzanti In una società che rispetta il successo commerciale, i leader politici chiederanno inevitabilmente – e con buona ragione – il consiglio dei leader aziendali su svariati problemi, inclusi quelli finanziari. Possiamo solo augurarci che sia i consiglieri sia i consigliati abbiano le idee chiare su ciò che insegna e non insegna il successo commerciale ai fini dell’economia politica.
Nel 1930, quando il mondo stava entrando in depressione, John Maynard Keynes invocò una forte espansione monetaria per alleviare la crisi e suggerì l’adozione di una politica basata sull’analisi economica anziché sui consigli di banchieri legati al gold standard o di industriali che volevano alzare i prezzi riducendo la produzione. «Perché – anche se nessuno ci crederà – l’economia è una materia tecnica e difficile.» Se i suoi consigli fossero stati seguiti, si sarebbero potute evitare le peggiori devastazioni della Grande Depressione.
Keynes aveva ragione: l’economia è una materia tecnica e difficile. Essere un bravo economista non è più difficile che essere un bravo manager aziendale. (Anzi, probabilmente è più facile, perché la concorrenza è meno forte.) Ma l’economia e il business non sono la stessa cosa, e la padronanza dell’una non assicura la comprensione, e tantomeno la padronanza, dell’altra. Un leader aziendale di successo non è necessariamente più esperto di economia che, per dire, di strategia militare.
La prossima volta che sentirete dei manager esprimere delle opinioni sull’economia, domandatevi: «Si sono presi il tempo che occorre per studiare a fondo questo argomento? Hanno letto quello che scrivono gli esperti?». Se non l’hanno fatto, non tenete conto del successo che hanno avuto negli affari. Ignorateli, perché probabilmente non sanno nemmeno di cosa stanno parlando.

Fonte: www.illibraio.it

Da - https://www.garzanti.it/un-bravo-manager-difficilmente-e-un-buon-politico-166402/
34  Forum Pubblico / L'ITALIA Democratica, Laica, Indipendente è in PERICOLO. / Forse, oggi, Paul Krugman dovrà verificare se le nazionali" sono ancora chiuse.. il: Ottobre 09, 2018, 12:19:05
Forse, oggi, Paul Krugman dovrà verificare (dopo il 4 marzo 2018 in Italia) se le "politiche nazionali" sono ancora chiuse in loro stesse, ma soprattutto se hanno ancora ragione d'essere.

I due gruppi al potere in Italia sono in parte dirette dalla "strategia aggressiva di imprenditori di marketing", incaricati e determinati a raggiungere obiettivi precisi in tempi brevi, sinora senza usare violenza fisica, ma non fanno politica. Smontare l'esistente non è fare politica.

Infatti non intendono creare una “politica nazionale”, come affermano dietro la maschera populista e sotto l'ombrello Sovranista, ma vogliono smontare quella Italiana, per poi incrinare quella Europea.
Per arrivarci hanno usato tecniche sfacciatamente semplici, quasi da Commedia dell’Arte.

L’hanno fatto perché fuori dai piccoli nazionalismi, gli “Imperi” hanno capito che l’Europa è l’ultimo grosso e ricco boccone da inghiottire, per spartirsi il Mondo tra loro 5/6.
Ovviamente si parla di Imperi Economici con i piedi ben piantati nelle Nazioni più evolute o in rapida evoluzione. Quello di Putin è il più vicino a noi, al medio oriente e al Mediterraneo. Ma non è l'unico ad avere ambiziosi appetiti verso l'Europa.

Gli Imperi non si preoccupano di capire e condividere, politici, economisti o tecnici dell’economia … a loro basta sceglierli e usarli per i loro scopi, cioè raggiungere l'obiettivo più importante: arrivare a dimensioni tali per non uscire dal gioco di spartizione e di potere attualmente in corso, nel Mondo.

ggiannig
Da Fb del 9 ottobre 2018
35  Forum Pubblico / CULTURA / ODIO, INDIFFERENZA, INTOLLERANZA il: Ottobre 06, 2018, 06:02:38
ODIO, INDIFFERENZA, INTOLLERANZA

Di Nadia Neri

I due minuti d'odio del film "1984" di Michael Radford, tratto dal libro di George Orwell
Pubblichiamo di seguito la riflessione di Nadia Neri, psicologa analista, a partire dall'editoriale di Gabriele Nissim "Guardiamo il mondo da un drone per contrastare la cultura del nemico". Il dibattito apre la strada alla seconda edizione di GariwoNetwork, che analizzerà il ruolo dei Giusti e dei Giardini di fronte alla crescente cultura dell'odio e del nemico.

Nel lontano 2007 ho ideato e curato un volume dal titolo L’odio. Irreparabile?
Riprendendolo in mano oggi, mi hanno molto colpito due cose: l’estrema attualità dei problemi trattati e soprattutto la constatazione che ora l’odio è quasi diventato un valore dominante.

Per me che lavoro da più di 40 anni come psicoanalista non è difficile individuare quali siano le dinamiche profonde in atto nella nostra società: si sono slatentizzati e quindi giustificati il risentimento, l’odio o il disprezzo verso il diverso e soprattutto viene considerato vincente un meccanismo che permette di non sentirsi mai responsabile o in colpa, perché il nemico è sempre fuori di noi. In modo scientifico, questo meccanismo viene messo in atto su ogni argomento o problema della nostra società, in una propaganda che sembra istintiva - ma non lo è affatto.

La storia ci insegna come sia facile convogliare sentimenti ostili verso un gruppo, un popolo, una religione, un pensiero politico; così si crea un capro espiatorio sul quale proiettare tutte le ostilità e il disprezzo. Oggi questi meccanismi hanno una diffusione pericolosissima e capillare attraverso Facebook e Twitter. Ognuno è bombardato da notizie, spesso false, senza alcuna possibilità di contraddittorio. Così le informazioni vengono manipolate e selezionate. Per esempio, se un italiano violenta una donna diventa una piccolissima notizia, se invece è un emigrato straniero a commettere lo stesso reato, l’annuncio viene amplificato al massimo. Ma potrei fare migliaia di esempi, talmente siamo inondati da questi meccanismi ormai quotidianamente.

George Orwell, nel suo famoso romanzo 1984, immaginava, nella descrizione della vita totalitaria, un teleschermo dotato di potere assoluto di controllo e formazione delle coscienze, la cui funzione era l’istituzione di ben due minuti di odio quotidiani. Riporto alcune brevi descrizioni dei due minuti d’odio perché le considero molto evocative per noi oggi. “Un istante appresso un fastidioso stridore, come d’un ingranaggio di qualche diabolica macchina non ben lubrificata, si fece sentire, con uno scoppio, dal grande teleschermo in fondo alla sala. Era un rumore che faceva drizzare i capelli in capo. L’Odio era cominciato. Come al solito, la faccia di Emmanuel Goldstein, il Nemico del Popolo, era apparsa sullo schermo…I programmi dei Due Minuti d’Odio variavano a seconda dei giorni, ma non ce n’era nessuno in cui Goldstein non fosse la figura principale. Egli era stato il supremo traditore... prima ancora che fossero passati una trentina di secondi d’Odio, incontrollabili manifestazioni di rabbia ruppero fuori da una metà del pubblico della sala...Durante il suo secondo minuto, l’Odio arrivò fino al delirio...La cosa più terribile dei Due Minuti d’Odio non consisteva tanto nel fatto che bisognava prendervi parte, ma, al contrario, proprio nel fatto che non si poteva trovar modo di evitare di unirsi al coro delle esecrazioni...Eppure la rabbia da cui ognuno si sentiva posseduto era una emozione astratta e indiretta che poteva mutare oggetto in un batter d’occhio, così come muta direzione il raggio di una lampada tascabile...” (dall’ed. Oscar Mondadori,1973, trad. di Gabriele Baldini, pp.35-37).

Noi oggi assistiamo in più a forme di indifferenza e apatia così radicate da lasciare sgomenti. Molto significative a questo proposito le considerazioni di Simona Argentieri: “quella forma di odio di stampo narcisistico, che mi pare tipica della nostra epoca: apatia senza passioni, che non riconosce l’esistenza degli altri, oppure la riconosce, ma senza attribuirvi né valore, né significato (la cattiveria senza odio, la crudeltà “innocente”, l’indifferenza narcisistica, la distruttività “dolce”, senza violenza).

Questa è l’atmosfera dominante oggi. Sembra vincente, ma siamo in tanti, sparsi, slegati, ma desiderosi di non farci sopraffare dal pessimismo o dalla disperazione e di trovare forme creative e vitali per manifestare un forte dissenso - insieme ai nostri valori.

Non posso non fare riferimento alla testimonianza che ci ha lasciato Etty Hillesum, perché ci può indicare la via. La Hillesum riporta in primo piano e vive personalmente virtù fondamentali, ora relegate a una minoranza esigua: l’indignazione come alternativa all’odio, la semplicità come essenzialità e la compassione. Si pensi al fatto che oggi operare il bene viene deriso come buonismo, con un superficiale e vergognoso tam tam propagandistico.

Etty Hillesum vive con coerenza ciò che scrive nei quaderni del suo Diario, e soprattutto riesce a testimoniare verità rivoluzionarie è perseguitata come ebrea dai nazisti. Mi ha sempre commosso la sua capacità di vivere e denunciare mentre è perseguitata e non dopo, alla fine della guerra. Due punti fondamentali sono testimoniati dalla Hillesum: innanzitutto un invito pressante a non odiare e a non vedere il nemico sempre fuori di noi. Se vogliamo un mondo migliore dopo la guerra, sostiene Etty, dobbiamo iniziare da un lavoro introspettivo, scoprire prima in noi l’esistenza di tutte quelle componenti psichiche che critichiamo negli altri, cioè fuori di noi. “Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver fatto prima la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove”.

Da questa affermazione forte che andava - e va - controcorrente, Etty ricava il secondo caposaldo del suo modo di vivere, la responsabilità individuale, base necessaria di ogni democrazia autentica. Nomino solo, non posso approfondire in questo articolo, la spiritualità della Hillesum aperta a tutte le manifestazioni religiose, al di là di ogni singola chiesa, in un colloquio ininterrotto e diretto con Dio.

Tanti apprezzano e lodano da anni Etty Hillesum, ma credo sia importante oggi passare da un’ammirazione meramente intellettuale ad una messa in pratica nella vita di ognuno di noi dei suoi insegnamenti e della sua testimonianza, consapevoli che sarà un percorso difficile, spesso doloroso, ma necessario se vogliamo veramente un mondo migliore, certamente lontanissimo da quello nel quale stiamo vivendo.

Nadia Neri, psicologa analista
Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

1 ottobre 2018

Da - https://it.gariwo.net/editoriali/odio-indifferenza-intolleranza-19375.html
36  Forum Pubblico / ECONOMIA / Il populismo eredità della crisi il: Ottobre 06, 2018, 12:50:35
10 ANNI DA LEHMAN

Il populismo eredità della crisi
In Italia la crisi finanziaria del 2008 verrà ricordata per la sua lunghezza e profondità. A 10 anni dal suo inizio il reddito degli italiani è ancora sotto il suo livello pre- crisi per circa 2.500 euro per persona.

Luigi Guiso

e la produzione industriale dista poco meno di 20 punti da quella del 2008. Ai ritmi di crescita correnti si ritornerà ai livelli di attività del 2008 forse nel 2023. Non è una novità che le crisi finanziarie siano diverse dalle normali recessioni provocate da un calo della domanda o da uno shock all’offerta proprio perché molto più protratte. Questo accade per diverse ragioni: perché creano scetticismo e sfiducia reciproca tra chi dà e chi prende credito e questa sfiducia è molto lenta da riparare. Nei primi anni 90 dopo la crisi delle Savings and loan associations negli Stati Uniti ci vollero 10 anni per riportare la fiducia verso il mercato finanziario ai livelli pre-crisi. Nell’Italia di oggi la sfiducia verso le banche è ai minimi storici e lontana dai livelli ante crisi. E senza (o con meno) fiducia e credito si blocca quel meccanismo vitale che consente di costruire oggi il futuro prendendo a prestito da esso. Le crisi finanziare perdurano anche perché creano traumi e paure che riducono la disponibilità a prendere rischi. A distanza di decenni, le generazioni cresciute durante la grande crisi del 1929 sono risultate più avverse al rischio di quelle, altrimenti simili, che non subirono quel trauma.
Ma il rischio è alla base dell’investimento e della crescita di un Paese. Lo strascico delle crisi finanziarie è talvolta anche il portato della repressione che a esse segue: la reazione alla crisi del 1929 fu una ondata di severa regolamentazione che finì per sopprimere la concorrenza nel mercato del credito. Ci vollero trent’anni per smantellarla, errando nella direzione opposta: una troppo rapida ed eccessiva liberalizzazione che ha prodotto non solo crescita economica, ma anche euforia e accumulo di debito che hanno reso le economie vulnerabili alla crisi successiva.
La reazione regolamentare alla crisi del 2008 è stata meno violenta, ma verosimilmente anche stavolta eccessiva: la complessità della regolazione è aumentata, i costi per ottemperarvi cresciuti notevolmente, il numero di regolatori e agenzie cui riportare pure. In parte questo è l’indispensabile adattamento al funzionamento dei nuovi mercati finanziari, in parte è la risposta più facile a una forte domanda di protezione da parte dei risparmiatori traumatizzati dalle perdite subite.
Quelli che ho descritto sono meccanismi economici. Ma le crisi finanziarie, quelle più acute e lunghe, possono avere effetti molto duraturi e costosi perché aprono lo spazio a strappi politici che, lungi dall’essere la soluzione dei malanni della crisi, ne possono estendere e prolungare gli effetti. L’incertezza economica che grava sulle persone, il bisogno di protezione che ne consegue, la necessità di soluzioni immediate che i cittadini-elettori lamentano e l’impossibilità di continuare a fronteggiare le necessità correnti con i propri risparmi, falcidiati dalla lunghezza e l’intensità della crisi, rendono gli elettori sensibili a promesse illusorie di soluzioni immediate.
Le normali recessioni creano un avvicendamento al governo dei partiti tradizionali; le crisi protratte fanno emergere nuovi soggetti. Provati a turno i diversi partiti tradizionali e verificato il loro fallimento nel trovare soluzioni immediate, si apre lo spazio per nuovi movimenti che, in nome del popolo e contro le élite, promettono immediata protezione. È quanto stiamo osservando in Occidente, con la crescita impetuosa di consenso verso i movimenti populisti, correlata con l’intensità della esposizione alla crisi (che non ne è comunque l’unica causa). L’avvento di nuovi partiti che soppiantano i precedenti quando questi falliscono è normale e utile. Ma se i nuovi fanno credere e lasciano i cittadini sperare che si possano risolvere problemi complessi in fretta e con ricette semplici, guadagneranno consensi ma renderanno la crisi ancora più lunga e grave. Nel suo splendido libro sulla storia della finanza, William Goetzman, professore a Yale, identifica in Urukagina l’esempio del primo populista della storia. Andò al potere quando la ricca città di Lagash, in Mesopotamia, fu colpita da una crisi finanziaria. Accusò il predecessore di corruzione e, con la promessa della cancellazione dei debiti che gravavano sui cittadini, ne ottenne il consenso e conquistò il potere. Onorò la promessa, ma con la cancellazione dei debiti scomparve anche la finanza. E con essa la prosperità di Lagash che non si riprese mai più.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Luigi Guiso

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180906&startpage=1&displaypages=2
37  Forum Pubblico / ECONOMIA / DAVOOD ABBASI Dopo una dura crisi economica forse l'Iran sta invertendo la rotta il: Ottobre 06, 2018, 12:43:00
Dopo una dura crisi economica, forse l'Iran sta invertendo la rotta

Il Rial si sta riprendendo sensibilmente grazie alla determinazione dell'Europa a non cedere alle sanzioni di Trump. E le autorità stanno intensificando la lotta alla corruzione

Di DAVOOD ABBASI
05 ottobre 2018, 07:13
È forse presto per cantare vittoria a Teheran ma in questi giorni pare proprio che l’Iran sia riuscito a invertire l’andamento negativo degli ultimi mesi, innescato dalle sanzioni di Donald Trump. In questi giorni la valuta nazionale, il Rial, sta velocemente riprendendo valore dinanzi al dollaro ed all’euro, il governo e la magistratura hanno dato inizio ad una lotta seria contro la corruzione e anche la popolazione, dinanzi alla ripresa, sembra aver preso coscienza di potercela fare contro le sanzioni; in tutto questo, non bisogna dimenticare il merito dell’Ue, che ha mostrato di voler rimanere fedele all’accordo nucleare e quindi di non voler abbandonare Teheran. Il vero punto di svolta, però, sembra la decisione della Corte internazionale di giustizia, che mercoledì scorso ha ordinato a Washington di sospendere le sanzioni su medicine, prodotti alimentari ed agricoli, così come sui pezzi di ricambio essenziali per la sicurezza dell'aviazione civile, accogliendo l'appello di luglio della Repubblica Islamica.

Cronaca di 10 giorni di fuoco
L’attentato terroristico contro la città di Ahvaz, nel sud-ovest dell’Iran, in data 22 Settembre, era stato probabilmente il culmine del nervosismo dei mercati in Iran. In quel giorno il dollaro e l’euro, che ogni giorno valevano sempre più rispetto alla moneta iraniana, avevano toccato rispettivamente il valore di 190,000 e 220,000 Rial, il record di tutti i tempi. La nazione era in una situazione tale che alcuni politici, avevano addirittura proposta la presidente Rohani di non partecipare ai lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu per risparmiare le spese del viaggio. Il presidente aveva risposto che in sua assenza, nessun altro paese avrebbe difeso i diritti dell’Iran.

Rohani e l’intervento alle Nazioni Unite
Nel suo discorso all’Assemblea Generale dell’Onu, il 25 Settembre scorso, Hassan Rohani è stato pacato e moderato e con toni decisamente diplomatici, ha messo in mostra la gravità del ritiro Usa dall’accordo nucleare ricordando che le rinnovate sanzioni americane contro l’Iran, e la minaccia ai paesi che vogliono mantenere vive le relazioni economiche con Teheran, sono una palese violazione della risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza. Più di ogni altra cosa, il presidente iraniano ha manifestato la voglia dell’Iran di essere in pace con il resto del mondo. Non ha convinto invece Donald Trump, addirittura deriso in una parte del suo discorso, che ha attaccato praticamente mezzo mondo, dando l’idea di essere un presidente difficilmente affidabile.

La fedeltà dell’Ue al JCPOA
Proprio nei giorni in cui la delegazione iraniana si trovava a New York, il commissario Ue per la politica estera Federica Mogherini ha annunciato la costituzione dell’SPV (Special Purpose Vehicle), un sistema alternativo al SWIFT che dovrebbe garantire la continuazione degli scambi bancari con l’Iran, aggirando le sanzioni degli Stati Uniti. L’ira delle autorità americane, che non hanno nemmeno celato il loro disappunto, ha avuto un importante effetto sul mercato interno iraniano. La corsa del dollaro e dell’euro si è momentaneamente fermata; complice anche una importante operazione (poco notata dalla stampa internazionale) alle frontiere orientali, quelle con il Pakistan, dove le forze di sicurezza hanno neutralizzato un tentativo di infiltrazione dei terroristi del gruppo Jaish al Adl, eliminando addirittura il numero due dell’organizzazione terroristica sempre di ispirazione qaedista.

La reazione dei Pasdaran e l’azione della magistratura
Il 31 Settembre, tre pezzi grossi tra i multi-miliardari che avevano “giocato” nel mercato della valuta straniera e dell’oro, sono stati condannati alla pena di morte. Tra questi vi è anche Vahid Mazlumin, il cosiddetto “Sultano delle monete d’oro”, che nel corso del 2017 aveva acquistato qualcosa come 2 tonnellate di monete d’oro e che secondo gli inquirenti, avrebbe agito per far alzare artificialmente il prezzo delle monete nel mercato facendole sistematicamente mancare ai negozi. L’azione è suonata come un allarme per il ceto dei capitalisti che approfittando della situazione instabile sotto il profilo economico, avevano avviato una vera e propria opera di sciacallaggio ai danni dei ceti piu’ deboli, facendo salire i prezzi di diversi prodotti.

Il primo ottobre, l’operazione in pompa magna dei Pasdaran contro un covo di terroristi ad est dell’Eufrate (prima con sei missili balistici e poi con sette droni bombardieri), ha prodotto un effetto psicologico molto forte e nel giorno stesso dell’azione, il Rial ha riacquisito il 10% del suo valore nei confronti del dollaro e dell’euro.

La caduta libera del dollaro e dell’euro
Molti iraniani avevano deciso di tenere i propri risparmi sotto forma di dollari ed euro. La riduzione del valore delle monete di maggiore influenza in Iran ha generato il 2 ottobre una situazione di vero e proprio panico, dato che ora tutti vogliono vendere. Il dollaro è sceso fino a 100.000 Rial, quasi la metà del suo valore, solo 10 giorni fa, e l’euro si aggira sui 130,000 Rial. Il Rial riprende forza ogni istante e questo significa che il prezzo delle merci e l’inflazione si fermeranno ed addirittura alcuni prezzi potrebbero essere ridotti.

Intanto, l’attivazione del sistema europeo SPV, soprattutto per il pagamento del petrolio dell’Iran, sembra in grado di contenere l’effetto psicologico delle sanzioni americane di novembre che vieteranno anche l’acquisto del petrolio iraniano. India, Turchia e altre potenze asiatiche hanno annunciato che non aderiranno, il Giappone ha chiesto l’esenzione dalle sanzioni, Cina e Russia saranno i primi a cercare di sfruttare la situazione. Insomma, proprio mentre la situazione economica dell’Iran sembrava precipitare, il paese si sta riprendendo, come una fenice che rinasce dalle proprie ceneri.
 
Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/estero/iran_crisi_economica-4443875/news/2018-10-05/
38  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / UGO MAGRI Draghi a Mattarella: “Attenti alla manovra. Non sottovalutate lo ... il: Ottobre 06, 2018, 12:39:51
Draghi a Mattarella: “Attenti alla manovra. Non sottovalutate lo spread e le Borse”

Mercoledì mattina a Roma l’incontro riservato tra il presidente della Bce e il Capo dello Stato

Pubblicato il 05/10/2018

UGO MAGRI
ROMA
Non era la prima volta, ma certo non accade spesso. Mercoledì mattina Mario Draghi è salito al Colle per un incontro riservato con Sergio Mattarella. I due si consultano il più delle volte al telefono, ma con lo spread alle stelle e il governo sotto pressione hanno preferito vedersi a quattr’occhi. L’incontro non è stato reso noto, e la ragione è di prudenza: con un comunicato ufficiale si sarebbe data eccessiva enfasi a un momento già molto delicato di suo. Il presidente della Banca centrale europea ha voluto rappresentare di persona i rischi cui andrebbe incontro l’Italia, nel caso in cui i mercati iniziassero ad accanirsi contro i titoli pubblici, provocando un ulteriore aumento degli spread e dei tassi di interesse fino a livelli insostenibili. Draghi ritiene (e di sicuro al presidente ne avrà parlato) che nel governo italiano ci sia una forte sottovalutazione del contesto in cui si sta scrivendo la manovra.

Cartucce quasi esaurite 
Negli ultimi due anni e mezzo il «Quantitative Easing» della Bce ha contribuito a tenere basso il rischio Paese e il costo del debito. Dal primo di ottobre, però, il piano di Francoforte è entrato nell’ultima fase che terminerà il 31 dicembre. Partita da un totale di 80 miliardi al mese, la Banca centrale europea ora è autorizzata ad acquistare titoli per soli 15 miliardi. Il programma continuerà a calmierare i prezzi grazie al reinvestimento dei titoli già acquistati, ma si tratterà di effetti trascurabili rispetto ad una possibile ondata di vendite. Insomma, ormai gli strumenti a disposizione di Draghi sono terminati: dal primo gennaio l’Italia sarà senza rete. In caso di difficoltà avrebbe come unico salvagente il ricorso al cosiddetto «Omt», lo strumento di sostegno finanziario che costringerebbe Roma ad un programma concordato con la Commissione europea e il Fondo salva-Stati. Di fatto il commissariamento del Paese. 

Garanzie dal vice-premier 
Nel pomeriggio di mercoledì pure Matteo Salvini si è recato riservatamente da Mattarella, e l’oggetto del colloquio non si è limitato al decreto immigrazione. I ben informati sostengono che le preoccupazioni di Draghi sarebbero in qualche misura riecheggiate nella conversazione con il vicepremier. Sempre secondo fonti parlamentari, il leader della Lega avrebbe negato qualunque intenzione di causare fuoriuscite dall’euro, attribuendo semmai ad altri l’intenzione di alimentare la spesa facile. In che misura questi due incontri abbiano contribuito ad alzare il livello della consapevolezza politica, è impossibile dirlo. Fatto sta che nelle stesse ore si è consolidata a livello di governo la scelta di riportare il deficit su una parabola discendente. Non più un 2,4-2,4-2,4 nel triennio (che avrebbe contrastato con l’obiettivo di medio termine del pareggio, fissato nella legge 243, sollevando insuperabili problemi costituzionali), ma un più blando 2,4-2,1-1,8 che perlomeno evita un frontale con l’articolo 97 della Carta. L’Italia resterà fuori delle regole europee, la bocciatura di Bruxelles ci sarà comunque, ma per ora si sono evitate le conseguenze peggiori sui mercati.

Due tacche dal baratro 
La scommessa dell’ala più radicale della maggioranza sbaglia bersaglio: più che l’atteggiamento delle istituzioni Ue, l’Italia deve temere il declassamento da parte delle agenzie di rating. Tempo un mese, ce ne sono due che potrebbero prendere una decisione simile: Moody’s e Standard and Poor’s. L’Italia è ancora due «tacche» sopra il livello spazzatura e, per nostra fortuna, finché il giudizio dell’ultima delle quattro grandi agenzie - la canadese Dbrs - sarà «investement» il Paese non corre il rischio di essere tagliata fuori da tutto il sistema di finanziamento di Francoforte, fondamentale per l’operatività delle banche. Ma il singolo downgrading delle due agenzie più grandi sarebbe, già da solo, in grado di provocare danni incalcolabili, moltiplicando la sfiducia sui mercati. Per cui la prudenza del governo è d’obbligo.

 Licenza Creative Commons

Da - http://www.lastampa.it/2018/10/05/italia/draghi-a-mattarella-attenti-alla-manovra-non-sottovalutate-lo-spread-e-le-borse-48SUnozEMfuNExyhMYuaoL/pagina.html
39  Forum Pubblico / DONNE OPINIONISTE e AUTRICI. / LUCIA ANNUNZIATA - Confessione di una deficiente. il: Ottobre 06, 2018, 12:37:27
Confessione di una deficiente.

di Lucia Annunziata

Confesso, sono una deficiente. Pur avendo questo giornale scoperto il piano B del primo accordo di governo, l'ho poi lasciato da parte, cullata lentamente in uno stato di semicosciente ottimismo, perché poi, alla fine, chi mai davvero potrebbe esporre il paese alla destabilizzazione politica?
Una cosa sono le idee altro è la responsabilità di governo, mi sono ripetuta.
In fondo quale politico accetterebbe mai di giocare a carte con il Destino del Popolo in nome del Popolo?
Non lo avevo messo in conto. Questo azzardo non l'ho visto arrivare perché era sempre stato lì, nello stesso atto fondativo della coalizione di governo.
Il Def, presentato ieri da Luigi Di Maio (con tutti i mezzucci comunicativi di un partito che della comunicazione ha fatto il suo unico Dio), e definito come l'abolizione della povertà, è solo una povera misura elettorale.

L'asticella del deficit al 2.4, per i prossimi tre anni, non è infatti una manovra e nemmeno una proposta di manovra.
E' solo una sbruffonata, inaccettabile non tanto dall'Europa e dai mercati quanto, e innanzitutto, dai portafogli degli Italiani.
E' la bizzarra proposta di indebitare ulteriormente una famiglia che non riesce a liberarsi dei debiti. Difficilmente il modo per combattere la povertà.
Sono tutte cose queste di cui gli economisti discutono da tempo, e che lo stesso Di Maio (che deficiente non è) conosce bene.
Il suo Def è in realtà un mezzo per intraprendere un altro percorso, in base al quale l'Italia starà meglio solo se viene esposta oggi a un grande scontro: lo scontro frontale con l'Europa per ottenerne o le proprie condizioni (il 2.4) o lasciarla.
E' il piano B, appunto, che era in quella prima versione del contratto di governo, che, scoperto, fu cancellato.
L'idea dello scontro per liberarsi dai lacci europei venne attribuita allora soprattutto all'anima sovranista della Lega.
Lo scossa che si avvertì mise in dubbio persino la formazione del governo, e il professor Savona non divenne Ministro del Tesoro.

Di Maio in quelle ore si presentò invece come il paladino della continuità, l'interlocutore delle istituzioni, il contro bilanciamento di Salvini.
E siccome tutti crediamo solo alle cose in cui vogliamo credere, tutti gli credemmo, dimenticando l'originaria piattaforma dei Pentastellati a favore dell'uscita dall'Euro.
L'obiettivo, invece, è rimasto lì – la rottura con la Ue come elemento palingenetico di una sovranità nazionale, di una nuova economia, e di un nuovo popolo.
Il Def presentato, con i suoi numeri gonfiati, è l'avvio di questa rottura, anzi il mezzo scelto per "creare" in vitro il Cigno nero, l'evento imprevisto con cui giustificare l'avvio del conflitto.
Il discorso di ieri di Luigi di Maio davanti a Palazzo Chigi è dunque una dichiarazione di guerra, nemmeno tanto mascherata.

Che apre per il paese due scenari.
Il primo punta sull'effetto too big to fail : l'Italia è un paese troppo grande per potere essere davvero punita. In particolare da una Unione Europea molto indebolita ridotta a una collezione di Stati mai così disuniti.
Il cosiddetto motore dell'Europa è imballato; Macron e Merkel per diverse ragioni avvitati in una spirale discendente, l'Inghilterra fuori, e buona parte dell'Europa dell'Est in ribellione.
La disaffezione e il sovranismo sono galoppanti. Insomma l'Europa è in condizioni tali da poter essere sfidata, con una possibilità di vittoria – e in questo caso forse lo sfondamento del livello di deficit potrebbe accontentarsi di una messa a cuccia dei poteri deboli europei.

Il secondo scenario ci porta invece alla esposizione "senza se e senza ma" alla reazione dura dell'Europa, e dei mercati che, a differenza della politica, vivono e ingrassano nelle crisi.
Nel qual caso, si tratterà di una "vera guerra" come avrebbe detto oggi il Professor Savona a un think tank, "ll nodo di Gordio".
In entrambi i casi siamo entrati ieri in una nuova fase in cui nessuna opzione sarà indolore.
Il valore dei nostri risparmi, delle nostre case e delle nostre pensioni si abbasseranno.
La manovra di Luigi di Maio si rivelerà una specie di commedia dell'arte con un Pantalone che con una mano dà e con l'altra toglie.

Ma c'è terzo scenario, peggiore.
Qualcun infatti dovrebbe ricordare a Palazzo Chigi che il discorso sulla debolezza dell'Europa ha fatto il suo tempo.
Nelle istituzioni europee da tempo la fragilità del sistema ha convinto molti leader a cominciare a pensare a un modello nuovo, fondato sulla accettazione della fine di una Europa unita e paritaria.
C'è già al lavoro nei fatti lo sviluppo di doppie e triple velocità istituzionali, e persino abbandoni. Basta osservare la Brexit e alle delusioni di quella Gran Bretagna che ha guardato con sufficienza alla debolezza europea e ha sopravvalutato la propria forza negoziale.
Salvo trovarsi poi davanti a un conto miliardario da pagare presentatogli dalla Ue che si è impuntata contro ogni mediazione, ribaltando la sua crisi in una crisi interna degli stessi Tory.
O pensa la coalizione gialloverde che alla fine della guerra saranno capaci anche di non pagare nessun prezzo all'addio dell'Europa?
Se dobbiamo misurare dai festeggiamenti in piazza ieri sera, Palazzo Chigi non ha nessuna paura.
E perché averla dopotutto? Nell'attesa della guerra, la decisione presa è per la coalizione comunque win- win.

Qualunque sarà lo scenario Luigi di Maio potrà tessere nei prossimi mesi la narrazione che già da tempo è diventata la colla che tiene insieme questa fragile coalizione. Potrà sempre dire, "Vedete, noi siamo con voi, vi abbiamo dato tutto, vi abbiamo liberato dalla povertà. Ma i poteri forti, il grande capitale, quei burocrati dei ministeri, quei giornalisti venduti, quei giudici che si sono messi a servire la politica invece di affiancare il popolo, ci hanno fermato".
Una narrativa perfetta per sostenere la prossima campagna per le europee, alimentando il risentimento del Popolo e fare il pieno di voti alle prossime europee. Una soluzione perfetta.
Sempre che Salvini, che per ora segue lo schema, non metta in campo i suoi, di interessi. E sempre ammesso che le fake news dei 5 stelle, le caleidoscopiche balle create per fomentare questa narrazione, non vengano erose dalla realtà.
Perché dopotutto io sono una deficiente, ma il popolo italiano ha sempre dato prova di non esserlo.

Da Fb del 29 settembre 2018
40  Forum Pubblico / PROTAGONISTI (news varie su loro). / MATTARELLA: "La Costituzione chiede equilibrio di bilancio" il: Ottobre 06, 2018, 12:36:04

Manovra, Mattarella: "La Costituzione chiede equilibrio di bilancio"

Il presidente della Repubblica richiama l'articolo 97 della Carta. "Avere conti pubblici solidi e in ordine è una condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro"

29 settembre 2018

ROMA - La Costituzione chiede equilibrio di bilancio. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella interviene nel dibattito sulla manovra con un monito che lascia pochi dubbi. La Carta fondamentale "rappresenta la base e la garanzia della nostra libertà, della nostra democrazia" e all'articolo 97 "dispone che occorre assicurare l'equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico".

"Questo - dice il capo dello Stato in occasione dell'incontro con i partecipanti all'iniziativa 'Viaggio in bicicletta intorno ai 70 anni della Costituzione Italiana' - per tutelare i risparmi dei nostri concittadini, le risorse per le famiglie e per le imprese, per difendere le pensioni, per rendere possibili interventi sociali concreti ed efficaci.

E ancora: "Avere conti pubblici solidi e in ordine è una condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro".
"La Costituzione è la nostra casa comune"
"Voi - ha detto Mattarella - siete interpreti di una grande tradizione seguita con grande affetto dagli italiani. Alcune delle vostre maglie lo manifestano in maniera chiarissima. E quella di mettere questa tradizione in sintesi con la Costituzione è stata una scelta di straordinaria importanza come significato".

"Le tappe che avete fatto sono state certamente faticose. La Futa, e qualche altro passo, sarà stato impegnativo; ma le tappe che avete fatto sono state molto ben scelte, ben indovinate, con un significato importante: quello che fa capire a tutti (e il vostro contributo è stato significativo) che la Costituzione è la nostra casa comune".

"Stiamo tutti insieme, dentro la Costituzione, dentro il nostro Paese, come comunità. E questo lo dobbiamo sempre più ribadire. In fondo il ciclismo lo ha sempre dimostrato perché è uno sport di squadra, in cui il gioco di squadra è importante, lo è sempre stato. Ci sono le grandi personalità, i grandi protagonisti, ma c'è sempre stato intorno a loro un gioco di squadra, perché il ciclismo - ripeto - è uno sport di squadra, oltre che individuale".
"Recuperare nel Paese un gioco di squadra"
"E questa presenza di squadra è ciò che il nostro Paese deve costantemente rinverdire, recuperare, applicare e ritrovare in ogni circostanza. Aver ricordato la Costituzione, con i suoi settant'anni, è molto importante. Vi invito a venire dentro, dove c'è una bella copia della Costituzione, per vederla insieme", ha proseguito Mattarella.

"Avete chiamato questa vostra iniziativa 'Viaggio intorno ai settanta anni della Costituzione'. Questo - ha spiegato ancora il capo dello Stato - è il suo testo che rappresenta la base e la garanzia della nostra libertà, della nostra democrazia. Detta le regole della nostra convivenza e indica i criteri per i comportamenti e le decisioni importanti, come quelle da assumere in questi giorni".

Da - https://www.repubblica.it/politica/2018/09/29/news/manovra_mattarella-207695338/?ch_id=sfbk&src_id=8001&g_id=0&atier_id=00&ktgt=sfbk8001000&ref=fbbr
41  Forum Pubblico / ECONOMIA / Il gioco delle tre tavolette. CGIL Genova. il: Ottobre 06, 2018, 12:33:42

Il gioco delle tre tavolette.

“Allora Ur-Nammu, il possente guerriero, Re di Ur, re di Sumer e di Akkad, in accordo con il volere degli dei, stabilì la giustizia nel regno. Pose fine alla maledicenza, alla violenza ed al conflitto. L’orfano non fu più alla mercé del ricco, né la vedova alla mercé del potente, né colui che possiede solo un soldo alla mercé di chi ne possiede molti…”
Questo parole sono scritte nel codice di Ur-nammu, che risale al 2000 avanti Cristo.

Il Governo dovrebbe andare a lezione da quell’antichissimo legislatore, perché le sue azioni vanno esattamente in senso opposto. Il caso delle pensioni di reversibilità è solo l’ultimo in ordine di tempo. Ci dicono, forse per rassicurarci, che il trasferimento delle pensioni di reversibilità dalla previdenza all’assistenza riguarda “solo” le pensioni future e non quelle in essere e che quindi non ci dobbiamo preoccupare. Per altro, da chi ci accusa quasi ogni giorno di pensare solo ai garantiti e mai ai giovani, questa affermazione è “lievemente” contraddittoria, ma lasciamo perdere.

Invece, facciamo un po’ di conti. Le pensioni di reversibilità riguardano in larga misura le donne e quindi solo di donne parleremo. Infatti, su 3.791.027 pensioni di reversibilità vigenti, 3.342.600, pari all’88,17% sono percepite da donne. Incidentalmente è il caso di ricordare che l’importo medio delle pensioni di reversibilità è di 598 euro.

E per il futuro, cosa ci possiamo attendere?
In poche parole, un vero disastro.
Infatti il tasso di disoccupazione femminile in Italia è pari al 13,8%, che sale al 33,2% per le giovani donne di età compresa tra i 16 e i 29 anni. Ma non è questo il dato più grave. Infatti, su 100 donne in età di lavoro, solo 64 hanno un lavoro o lo stanno cercando. Le altre non lo cercano nemmeno.

Questo vuol dire che, nel futuro, anche nell’ipotesi improbabile che tutte le disoccupate trovino prima o poi un lavoro, ci saranno 36 donne su 100 che non avranno una pensione. Non bisogna poi dimenticare che, su 100 donne occupate, il 32% lavora a part time, quindi con retribuzioni basse che si trasformeranno in una pensione ancora più bassa e che la discontinuità lavorativa, che colpisce in modo particolare le donne, è un altro elemento che produce un reddito da pensione insufficiente a una vita dignitosa.

Quindi, riassumendo, le donne italiane stentano a trovare un lavoro e, se lo trovano, è spesso mal pagato e discontinuo e le condannerà, nel futuro a una pensione misera. Trasformare le pensioni di reversibilità in sussidio assistenziale e collegarle al reddito Isee familiare vuol dire quindi decidere –oggi, non domani! - che sia le lavoratrici, sia coloro che si dedicano al lavoro di cura, hanno di fronte un futuro di povertà.

E tutto questo non solo per far cassa, ma anche, ne siamo convinti, per poter scorporare le pensioni di reversibilità dalla spesa pensionistica generale e poter dunque risolvere una delle critiche che l’unione Europea fa all'Italia e cioè di spendere troppo per le pensioni e troppo poco per il sostegno alla famiglia.

Insomma, un indegno gioco delle tre tavolette, sulla pelle delle lavoratrici e delle donne in generale
Ponte Morandi: la politica abbandoni le polemiche ed agisca in fretta per il bene della città
Martedì 28 Agosto 2018    

Comunicato stampa

Da - http://www.liguria.cgil.it/index.php?option=com_content&view=article&id=12672%3Ail-gioco-delle-tre-tavolette&catid=3%3Anotizie-spi-cgil&Itemid=1
42  Forum Pubblico / DONNE OPINIONISTE e AUTRICI. / Villa: “Numeri mai registrati prima” ... l'Italia non centra ma ne è vittima. il: Ottobre 06, 2018, 12:25:49
Migranti, con Salvini calano gli sbarchi ma aumentano i morti in mare.

Villa: “Numeri mai registrati prima”

Solo a settembre del 2018 il 19,1% di chi è partito dalla Libia non ha toccato riva: uno su cinque.

Mentre solo una persona su dieci partite dalla Libia nell'ultimo mese è riuscito ad arrivare in Europa: il 70% di loro è stato intercettato e riportato indietro

Di Roberta Benvenuto
2 ottobre 2018

Calano gli sbarchi di migranti sulle coste italiane, ma aumenta il numero di morti o dispersi. Anzi, non ci sono mai state così tante persone inghiottite dal Mediterraneo. Solo a settembre del 2018 il 19,1% di chi è partito dalla Libia non ha toccato riva. Uno su cinque. “Una percentuale mai registrata lungo la rotta del Mediterraneo centrale da quando si dispone di statistiche sufficientemente accurate”, afferma Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale, che ha elaborato un primo bilancio delle politiche di dissuasione dei salvataggi in mare. Mentre solo un migrante su dieci partiti dalla Libia nell’ultimo mese è riuscito ad arrivare in Europa. Il 70% di loro è stato intercettato e riportato indietro.

Meno sbarchi, più morti
Da quando Matteo Salvini si è insediato al Viminale, quattro mesi fa, e ha attuato la politica di chiusura dei porti alle navi delle organizzazioni non governative, in termini assoluti sono almeno 861 i migranti morti o dispersi. Se si includono le persone partite dalla Tunisia, si arriva a 970 migranti. Nel periodo preso in considerazione e definito dal ricercatore di “deterrenza totale nei confronti non soltanto delle Ong, ma di chiunque operi salvataggi in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale, incluse navi mercantili, assetti navali di Frontex e persino della Guardia Costiera italiana”, in mare il rischio di morte per i migranti provenienti dalla Libia è salito a 6.8%. Un numero più che triplicato se confrontato con il 2.1% del periodo che va dal 2014 al 2017. Tuttavia, il rischio di morte non è indicativo. Se, ad esempio, dalle coste libiche “partissero solo tre persone e una risultasse morta o dispersa, il rischio sarebbe altissimo (33%), ma la rilevanza politica dell’evento sarebbe molto bassa”. Il punto è nel “numero assoluto delle persone effettivamente morte o disperse in mare in un dato periodo di tempo”, ricorda il ricercatore.

L’Ispi ha messo in confrontano tre periodi: 16 luglio 2016 -15 luglio 2017, l’anno che ha preceduto il calo degli sbarchi; 16 luglio 2017 – maggio 2018, l’era Minniti; giugno – settembre 2018, il periodo di politiche salviniane. Ebbene, nei dodici mesi precedenti al calo degli sbarchi, in Italia sono arrivate dal mare in maniera irregolare circa 195mila persone, 532 al giorno. Con il passaggio alle politiche Minniti si è invece osservato un netto calo degli arrivi, del 78%, per un totale di 117 persone al giorno. Il periodo che va da giugno a settembre 2018 ha fatto registrare un’ulteriore riduzione degli sbarchi, circa 61 al giorno.

Nel mese di agosto, ad esempio, sono partite dalla Libia 1325 persone: “Il numero più basso per un mese estivo dal 2012, l’anno che ha preceduto l’inizio della ‘crisi migratoria’ in Italia”, sottolinea Villa. A settembre, invece, nonostante l’instabilità politica in Libia sia ulteriormente aumentata, le partenze dal Paese sono rimaste comunque molto basse. Si parla di 1200 persone circa. Numeri “in linea” con il calo iniziato la scorsa estate a seguito delle politiche attuate dall’ex ministro degli Interni e gli accordi presi in Libia. Ma è sul numero di chi non ce l’ha fatta che va l’attenzione.

Il periodo in cui Minniti era al Viminale è stato accompagnato da una netta diminuzione del numero assoluto dei morti, sceso a circa 3 persone al giorno. Nei soli quattro mesi di politiche Salvini, il numero di morti e dispersi ha avuto un’impennata raggiungendo le 8 persone al giorno. Un dato che ricorda i quasi 12 migranti al giorno che non riuscivano a raggiungere le coste tra il 2016 e il 2017. Numeri che, avverte Matteo Villa, possono anche essere sottostimati perché “sempre meno ‘occhi pubblici’ solcano o sorvolano il tratto di Mediterraneo al largo delle coste libiche”. Pertanto, è sempre più difficile contare il numero esatto di morti e dispersi.

Stretta sui salvataggi e politiche di dissuasione
Per capire come le politiche migratorie dei due governi che si sono susseguiti si siano tradotte in numeri e risultati e quale sia stato il prezzo pagato, l’Ispi ha proiettato i dati su un arco temporale di un anno. Le “politiche Minniti” avrebbero portato a un calo di circa 150.000 unità, da 194.000 a 43.000 sbarchi in Italia. Una diminuzione difficile da eguagliare persino da Salvini. Eppure, Matteo Villa spiega come i risultati dei primi quattro mesi di governo Conte “permettono di stimare sbarchi per circa 15.000 in un anno, e dunque un calo di circa 28.000 sbarchi”, “equivalente a meno del 20%” rispetto all’epoca Minniti.

Al di là della proiezione a un anno, dal momento che il calo degli sbarchi era già in gran parte avvenuto nel corso dei mesi precedenti al governo Conte, “in termini assoluti i ‘risultati’ delle politiche Salvini per quanto riguarda i minori sbarchi in Italia sono ancora più modesti”, afferma il ricercatore. A guardare il costo-opportunità, ovvero la convenienza della politica messa in campo, l’era Salvini ha visto un’ulteriore diminuzione degli arrivi (una contrazione equivalente al 48% rispetto al periodo delle politiche Minniti, e all’89% se confrontata con l’ultima fase della “crisi migratoria” in Italia) ma anche un forte incremento di annegati o scomparsi che sono più che raddoppiati. Se si vuole parlare di “risultati”, a guardare i dati “appare come minimo dubbia l’utilità delle politiche di deterrenza nei confronti del soccorso in mare che, a fronte di una riduzione relativamente modesta degli sbarchi in Italia, negli ultimi quattro mesi è coincisa con un forte aumento del numero di morti e dispersi”. Sappiamo che le attività di salvataggio in mare non hanno influito sulle partenze e sugli sbarchi, ovvero che non esiste nessun pull factor, nessuna correlazione tra le attività di soccorso in mare svolte dalle Ong e gli arrivi sulle coste italiane, e che i motivi della diminuzione dei numeri sono da cercare altrove, negli accordi presi in Libia. Allo stesso modo, guardando ai numeri, la politica dei porti chiusi, che ha visto un calo degli sbarchi che era già in atto nei mesi precedenti, ha avuto un solo vero risultato: un costo altissimo in termini di vite umane.

Da - https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/02/migranti-con-salvini-calano-gli-sbarchi-ma-aumentano-i-morti-in-mare-villa-numeri-mai-registrati-prima/4663045/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2018-10-02
43  Forum Pubblico / ECONOMIA / Il Polo del gusto di Riccardo Illy Sub holding per andare in Borsa il: Ottobre 06, 2018, 12:23:03
ALIMENTARE

Il Polo del gusto di Riccardo Illy Sub holding per andare in Borsa

La nuova società punterà su cioccolato, the, marmellate e i vini Mastrojanni

«Serve un partner che aiuti a consolidare il processo di crescita»

Definizione della governance, ingresso di un partner finanziario, quotazione delle singole società e reinvestimento del cash flow nel settore del vino. Il progetto di una sub holding che controlli le aziende minori del gruppo Illy, quelle non legate al caffè, e ne sostenga crescita e internazionalizzazione sta prendendo forma. Ma i tempi sono quelli di una visione lunga, di una realtà che, nonostante la dimensione globale, resta un’azienda a carattere familiare, abituata a ragionare in termini di generazioni. Il presidente del gruppo, Riccardo Illy, parla di un decennio per portare a maturità quel Polo del gusto che comprende, oltre al caffè (con Illycaffè), anche the (Dammann Frères), cioccolato (Domori), confetture (Agrimontana) e vini (Mastrojanni).
Primo passo, entro il 2019, la costituzione della nuova società del Gruppo Illy, che controllerà le «consorelle», che insieme rappresentano circa il 10% del fatturato consolidato di gruppo (516,3 milioni di euro nel 2017) e rispondono alla strategia di diversificazione avviata dal gruppo 14 anni fa. «I tempi sono maturi», spiega Riccardo Illy, uscito dalla governance dell’ammiraglia Illycaffè due anni fa per assumere la presidenza della holding e concentrarsi sullo sviluppo delle società minori. Tutte danno buoni segnali di crescita e hanno ormai, dice il presidente, una «dimensione discreta»: Dammann Frères (controllata al 77,09%) ha raggiunto l’anno scorso i 34,9 milioni di euro (+4,5%). Domori (controllata al 100%) ha un fatturato di 17,2 milioni e raggiungerà quest’anno il pareggio di gestione, assicura Illy. Mastrojanni, anch’essa controllata al 100%, nel 2017 ha raggiunto i 2,1 milioni di euro. Agrimontana (di cui la holding possiede il 40%) è cresciuta invece del 7,7%, con vendite per 19,7 milioni.
«Oggi anche le società più piccole si sono rese finanziariamente autonome e per questo è il momento giusto per dare vita a una sub holding e cercare un partner finanziario che le aiuti a crescere ulteriormente, a consolidarne il processo di internazionalizzazione e prepari lo sbarco in Borsa di ciascuna», spiega ancora Riccardo Illy. Tutto per gradi, senza strappi: «Non abbiamo fretta – precisa l’imprenditore –. Il nostro obiettivo è sul lungo termine, su quello che potranno portare a compimento le nuove generazioni».
Proprio la volontà di garantire un percorso imprenditoriale di crescita per le generazione successive (la quarta, con ben nove cugini, e la quinta, che al momento ne ha tre) è alla base della strategia di diversificazione che ha portato alla creazione del Polo del gusto: «L’alternativa poteva essere restare nel settore del caffè, scendendo di qualità e di prezzi – dice Illy – ma abbiamo scartato questa ipotesi, preferendo restare nel segmento Premium». Una risposta, dunque, anche a un mercato del caffè che va sempre più verso una concentrazione tra colossi internazionali (si pensi ai recenti accordi tra Nestlé e Starbucks, o tra Coca-Cola e Costa Caffè). Ma di caffè Riccardo Illy non vuole parlare: quella è materia del fratello minore, Andrea, presidente di Illycaffè. Il suo impegno è tutto rivolto alla creazione della nuova società, che ora fa un passo ulteriore, aprendo a una partner finanziario che, come accennato, possa spingere la crescita delle aziende e prepararle alla quotazione, approfittando anche di una situazione finanziaria europea che non durerà a lungo, vista la fine del Quantitative Easing a fine anno e la fine del mandato di Mario Draghi alla guida della Bce, nel 2019.
«Siamo stati contattati da alcuni investitori interessati a entrare, con una quota minoritaria che non dovrà superare il 40%, nella sub holding, e stiamo valutando le offerte – dice Illy – una arriva da Hong Kong, una dalla Gran Bretagna e due dalla Francia». Il partner dovrà essere in grado non solo di portare risorse finanziarie per lo sviluppo delle aziende, ma anche relazioni commerciali nel mondo, per favorire l’internazionalizzazione delle aziende che, precisa Riccardo Illy. «L’obiettivo è che ciascuna società del gruppo abbia una dimensione globale – spiega –: Illycaffè e Mastroianni generano circa i due terzi del loro fatturato all’estero. Per le altre immaginiamo un 60% di export».
Su un periodo più lungo l’idea è di reinvestire il cash flow generato dalle società ormai quotate nel settore vitivinicolo, ad alta intensità di capitale, ma ad altissimo potenziale. Inoltre, se servirà a favorire la crescita delle società già in portafoglio e aumentarne la dimensione globale, Illy non esclude ulteriori acquisizioni, anche all'estero, sempre in questi settori.
Entro l’anno i soci (i quattro fratelli e la madre Anna) dovranno arrivare a una decisione finale e alla delibera sul nuovo soggetto, per arrivare alla costituzione della sub holding nel corso del 2019. «A quel punto ci concentreremo sulla crescita e la quotazione delle società – spiega il presidente –: la prima potrebbe arrivare in Borsa già entro un paio d’anni, poi procederemo gradualmente. Nel giro di una decina di anni tutte saranno quotate». Resta invece per il momento esclusa da progetti di quotazione la più grande delle sorelle, Illycaffè.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Giovanna Mancini

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180925&startpage=1&displaypages=2
44  Forum Pubblico / ECONOMIA / ALBERTO FORCHIELLI "I dazi Usa alla Cina? Così l’Italia potrà guadagnarci" il: Ottobre 01, 2018, 09:17:20
INTERVISTA ALBERTO FORCHIELLI
«I dazi Usa alla Cina? Così l’Italia potrà guadagnarci»

Con tariffe al 25% si aprono spazi negli Stati Uniti per ceramica, mobili e macchine
«È illusorio pensare che ci saranno vantaggi per le nostre imprese sul mercato cinese, ma se l’acrimonia commerciale tra Usa e Cina aumenterà forse potremo provare a tornare, almeno in alcuni settori, quello che eravamo: i cinesi d’Europa, specialmente nei confronti degli Usa e dell’area Nafta». È la prospettiva delineata da Alberto Forchielli, presidente del fondo Mandarin Capital Partners, che - anche pro domo sua - sta guardando con molta attenzione all’escalation della guerra commerciale in corso. Un contenzioso che ieri ha fatto segnare una nuova svolta, con l’entrata in vigore di dazi Usa del 10% (che dovrebbero salire al 25% entro fine anno) su import dalla Cina per 200 miliardi di dollari – oltre a quelli già in corso su 50 miliardi -, ai quali Pechino ha replicato con tariffe immediate su altri 60 miliardi di dollari di import dagli Usa (con sospensione di una prevista ripresa delle trattative e rilascio di un voluminoso «Libro Bianco» che accusa gli Usa di «unilateralismo, protezionismo, egemonismo»).
Lasciata la base di Hong Kong tre anni fa, Forchielli ora fa la spola tra Bangkok e Boston, dopo aver riposizionato il fondo verso il Sud-est asiatico e gli Stati Uniti. Proprio sui dazi ha fatto una sua scommessa. «La mia decisione di promuovere un polo italiano nella ceramica alto di gamma – spiega – si è basata sia sulla tutela del settore arrivata dai dazi europei sull’import cinese, che hanno contribuito a preservare Sassuolo e dintorni, sia sulla previsione di quanto sta effettivamente accadendo. Al 10% non cambierà molto, ma se i dazi statunitensi arriveranno al 25%, allora la ceramica italiana potrà riconquistare sensibili posizioni sul mercato americano, dove il 30% dell’import, ossia 60 milioni di mq, viene dalla Cina».
Una evoluzione potenzialmente estensibile ad altri comparti. «La tendenziale divaricazione delle catene del valore tra una “occidentale” e una asiatica – afferma Forchielli – potrebbe favorire anche il settore dei macchinari, dove l’insidia cinese si è fatta molto forte: qui potremo tenere le posizioni e magari recuperare qualcosa, così come in alcune fasce del settore abbigliamento-calzature o nei mobili-arredamento, che tanto hanno sofferto».
A suo parere, invece, è da scartare l’idea che per noi si possano creare vantaggi competitivi sul mercato cinese: «Anzitutto, le esportazioni americane in Cina riguardano categorie come l’aerospace, l’elettronica e le commodity agricole, dove non possiamo entrare in senso sostitutivo – osserva –. In secondo luogo, altri sono meglio attrezzati di noi. Le imprese italiane sono piccole e piccolo in Asia non è bello, quando finisci in concorrenza con coreani, giapponesi, indiani, taiwanesi. E soprattutto cinesi». Quest’ultima è una dinamica più recente ma è il fattore più importante: «L’attrattiva del mito del miliardo e 400 milioni di consumatori è un miraggio: i cinesi hanno imparato a produrre sempre meglio le cose che servono loro. Ne è una riprova il fatto che ormai non sollecitano più joint venture, cosa che una volta era all’ordine del giorno. La competitività sul mercato è diventata altissima. E che può fare una qualsiasi azienda di Occhiobello da pochi milioni di fatturato?».
Lo scetticismo di Forchielli si estende alle attività pubbliche di promozione o a «fantasiosi» grandi disegni. Secondo lui - e lo dice con un linguaggio ancora più colorito del solito - in Cina le visite istituzionali possono produrre ben poco, visto che «il driver del nostro export non è certo politico. Sono, per quanto possono, le Pmi»: se la partecipazione alle numerose fiere commerciali difficilmente può sboccare in risultati all’altezza delle aspettative, l’idea di un efficace inserimento italiano nella maxi-iniziativa Belt & Road sarebbe ancora più aleatoria.
Infine, per Forchielli sarà comunque impossibile, per noi e per altri, minare il surplus commerciale di una Cina che è riuscita a salire nelle catene del valore e che non si metterà - come alcuni insistono a sperare - a importare a più non posso: «Se mai i cinesi riusciranno a correggere gli aspetti di squilibrio legati alla loro avanzata commerciale, sarà a livello di bilancia dei pagamenti, grazie a una forte crescita del loro turismo all’estero».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Stefano Carrer

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180925&startpage=1&displaypages=2
45  Forum Pubblico / EVOLUZIONE SOCIOPOLITICA PROGRESSISTA e RIFORMISTA / Le Province «rinate» tornano al voto. Il caos istituzionale il: Ottobre 01, 2018, 09:15:18
PRIMO PIANO
24 Settembre 2018 Il Sole 24 Ore lunedì

Le Province «rinate» tornano al voto

Se un ricercatore straniero fosse a caccia di un case history sull’Italia delle grandi incompiute gli converrebbe soffermarsi sulle Province. Che hanno rappresentato il bersaglio di tutti gli ultimi governi e che, numeri alla mano, sono ancora vive e vegete. Al punto che da qui a gennaio 2019 eleggeranno 47 presidenti e 70 consigli provinciali sui 76 ubicati nelle Regioni a statuto ordinario. Per un totale di 850 poltrone da assegnare con un voto di “secondo livello”. Che non riguarderà cioè i cittadini, ma i sindaci e i consiglieri comunali di zona. E in vista della prima scadenza elettorale, che il milleproroghe ha fissato al 31 ottobre, non mancano i problemi.

Il caos istituzionale

La macchina delle elezioni è partita venerdì scorso con la convocazione dei comizi. Entro dopodomani andranno certificati gli aventi diritto al voto. E qui cominciano le prime “grane”. In teoria, sono candidabili tutti i sindaci e i consiglieri comunali interessati. In pratica, potrà essere coinvolto solo il 38% dei primi cittadini. L’altro 62% non ha i 12 mesi di mandato ancora da svolgere previsti dalla riforma Delrio del 2014 (erano 18 in origine). A quella legge - la 56/2014 voluta dall’allora sottosegretario alla presidenza del Governo Renzi, Graziano Delrio - si deve anche la scelta di prevede una durata diversa per i consigli (2 anni) e i presidenti (4 anni). Risultato: l’election day del 31 ottobre consentirà di riempire tutte le caselle solo a 13 enti sui 47 coinvolti. Gli altri lo faranno a metà o in due tempi come illustra il grafico accanto. Senza contare che nei 29 restanti (per arrivare alle 76 Province delle Regioni a statuto ordinario) si voterà nell’arco dei prossimi 4 anni.

Le possibili vie d’uscita
Che la legge Delrio necessiti di un tagliando è evidente. Anche per il “peccato originale” che l’ha accompagnata. Trasformarle in un’assemblea di sindaci senza gettone era solo il primo tempo del film “Province 2.0”. Ma il secondo non è mai stato proiettato visto che la riforma costituzionale che le sopprimeva è stata respinta con il referendum del 4 dicembre 2016.
Da allora gli enti di area vasta vivono in un “limbo” che il presidente dell’Upi, Attilio Variati, chiede di abbandonare. Guardando avanti: «Non vogliamo tornare alla Provincia di ieri - dice - ma diventare un ente intermedio che assorba le decine e decine di enti intermedi esplosi nel frattempo come le autorità di bacino per l’acqua, l’energia e i rifiuti oppure gli enti di governo provinciale del trasporto pubblico locale». Istanze presentate nei giorni scorsi al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Che per ora si è limitato ad ascoltare.

In legge di bilancio è difficile che la maggioranza aggiunga un’altra spina alla rosa delle proposte su cui Lega e M5S si dividono. E forse non è un caso che il contratto di governo non dedichi neanche una riga alla vicenda Province.

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Pagina a cura di Eugenio Bruno

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=LUNEDI&issue=20180924&startpage=1&displaypages=2
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Traduzione Italiana a cura di SMItalia
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