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16  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / IL CASO BULGARIA Bruxelles stringe le maglie per l’ingresso nell’Eurozona il: Luglio 16, 2018, 10:48:42
IL CASO BULGARIA
Bruxelles stringe le maglie per l’ingresso nell’Eurozona
Sofia dovrà stabilizzare il credito prima di accedere a Sme-2 e unione bancaria

Bruxelles

Il processo di allargamento europeo è diventato più lungo, più articolato, più complicato di prima. Qualche settimana fa, i Ventotto hanno consentito all’Albania e alla Macedonia di iniziare attesi negoziati di adesione, ma non da subito: tra un anno. Questa settimana, i ministri delle Finanze dell’unione monetaria hanno condizionato l’ingresso della Bulgaria nella zona euro a una serie di misure per mettere in sicurezza il settore creditizio.
Da tempo il governo bulgaro sta valutando l’ingresso del Lev, la moneta nazionale, nel sistema monetario europeo-2 (Sme-2), vale a dire nell’anticamera della formale adozione dell’euro. I trattati prevedono che questo passaggio duri almeno due anni e sia consentito in base al rispetto di una serie di criteri di convergenza: l’evoluzione del deficit e del debito, l’andamento dell’inflazione, la stabilità della valuta locale, il livello dei tassi d’interesse. A detta di tutti, la Bulgaria rispetta questi criteri.

Tuttavia, da quando i Trattati furono scritti all’inizio degli anni Novanta, l’assetto stesso della zona euro è cambiato. È nata l’unione bancaria, fondata su tre pilastri: un fondo unico di risoluzione bancaria, una vigilanza creditizia europea, e in futuro una garanzia unica dei depositi. In questo contesto, i ministri delle Finanze hanno deciso giovedì sera che l’ingresso di una valuta nello Sme-2 dovrà essere associato all’ingresso del Paese nella stessa unione bancaria.
Come sottolineava l’Istituto Jacques Delors in aprile, la Bulgaria è uno «studente modello, almeno secondo i criteri di convergenza previsti dai Trattati». Nel contempo, tuttavia, il centro-studi francese notava che queste condizioni potrebbero essere «necessarie, ma non sufficienti». Il Paese è appena stato oggetto di una analisi per la presenza di squilibri macroeconomici; ha sofferenze creditizie che pesano per oltre il 10% dei crediti totali; ed è ritenuto tra i più corrotti d’Europa.

La tabella di marcia decisa giovedì prevede la richiesta di entrare nell’unione bancaria da parte della Bulgaria nei prossimi giorni; l’adozione di misure per stabilizzare il settore creditizio bulgaro; e poi nel giro di un anno l’ingresso nell’unione bancaria e nello Sme-2. «Ci aspettiamo che quest’ultimo passaggio avvenga nel luglio del 2019», hanno spiegato il ministro delle Finanze Vladislav Goranov e il governatore della banca centrale Dimitar Radev.

In una conferenza stampa a Bruxelles, il banchiere centrale Benoît Cœuré non ha escluso che il periodo prima dell’ingresso nello Sme-2 possa durare più di un anno; dipenderà dalla rapidità con la quale il governo bulgaro introdurrà le misure richieste. La scelta dell’establishment europeo è legata sia alla fragilità economica della Bulgaria, sia al desiderio di evitare sorprese. Negli anni scorsi, la crisi economica e finanziaria ha mostrato la grave debolezza di alcuni sistemi bancari nazionali.
La diplomazia bulgara ha accettato la richiesta di impegni da parte comunitaria, ma a due condizioni (si veda Il Sole 24 Ore del 14 gennaio). Ha chiesto e ottenuto che l’ingresso nell’unione bancaria e nello Sme-2 fosse concomitante. Non voleva che surrettiziamente la prima diventasse un nuovo formale criterio di ammissione. Ha poi chiesto che lo stesso iter venga seguito per i prossimi paesi candidati all’euro, vale a dire probabilmente la Croazia e la Romania.

Le scelte relative alla Bulgaria non sorprendono. La crisi economica e la situazione politica inducono i paesi dell’Unione alla prudenza. Nello stesso modo in cui hanno chiesto all’Albania e alla Macedonia ulteriori sforzi prima dell’inizio dei negoziati di adesione, gli stessi governi hanno imposto a Sofia un allungamento della trafila (si veda Il Sole 24 Ore del 29 giugno). L’obiettivo è di evitare pericolose fughe in avanti in un contesto nel quale le pubbliche opinioni temono, tra le altre cose, nuovi arrivi di immigrati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Beda Romano

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180714&startpage=1&displaypages=2

17  Forum Pubblico / L'ITALIA Democratica, Laica, Indipendente è in PERICOLO. / SALVINI PARLA DI IMMIGRATI, DI MAIO DI LAVORO, IL PD DI SE STESSO... il: Luglio 16, 2018, 10:47:11
SALVINI PARLA DI IMMIGRATI, DI MAIO DI LAVORO, IL PD DI SE STESSO
   
JACOPO TONDELLI
14 luglio 2018
 
La fotografia perfetta del quadro politico del paese, la più precisa, forse, la restituiscono le coincidenze di un sabato pomeriggio di piena estate. Sta in pochi fotogrammi, in qualche dichiarazione, nella coincidenza che vuole, nelle stesse ore, alcuni fatti politici salienti prendersi la scena. Sono: l’ennesima nave carica di disperati che vaga nel sud del Mediterraneo in attesa che un porto l’accolga, dopo l’ennesimo “No!” pronunciato dal ministro degli interni Matteo Salvini; il “decreto dignità”, primo vero atto di governo firmato da Luigi Di Maio, che arriva all’approvazione accompagnato da una relazione tecnica del ministero che parla della perdita di ottomila posti di lavoro; e la discussione lunare, l’ennesima, che attraversa il Partito Democratico dopo la nomina della segreteria del segretario reggente Maurizio Martina.

Salvini fa sempre la stessa mossa. Dice “no” allo sbarco, dice che senza una redistribuzione in tutta Europa non se ne parla, di fatto rilancia la sfida all’interno della coalizione e anche all’interno delle istituzioni, dopo che il presidente Sergio Mattarella appena pochi giorni fa aveva esercitato la sua moral suasion, consentendo di fatto alla nave della guardia costiera Diciotti di attraccare in un porto italiano. Salvini parla di un tema sentito, iper percepito finche volete, terribilmente enfatizzato dalle propagande televisive e non, in alcuni casi cinicamente costruito per fare consenso e audience. Tuttavia, parla di una questione che esiste, di un nodo epocale che attraversa il nostro tempo che avrebbe bisogno certamente di ben altra profondità e saggezza politica ad ogni livello. Ma la questione esiste, e come tale è sentita e vissuta dai cittadini. L’obiettivo di Salvini pare ormai chiaro: azzerare le partenze dopo mesi di voce grossa, e poi incassare tutto il dividendo di una disperazione fermata al di là del Mediterraneo.

Di Maio faticosamente cerca di tenere il passo, svantaggiato nel breve periodo da ministeri che consentono meno propaganda, e pongono questioni serissime e durature, come lo sono i cicli economici e i modelli di sviluppo (o il loro declino). Affronta questioni non da poco, come il cambiamento del lavoro in tempi di automazione, algoritmi che governano migliaia di fattorini, il ruolo del cittadino, quello del lavoratore e quello del consumatore. Interviene con l’accetta, probabilmente, e con tante semplificazioni che sono sempre di troppo, quando le questioni complicate. Si muove dentro ad apparati grossi, che si muovono per conto loro da quando lui era bambino, e probabilmente mischia obiettivi giusti a ricette manichee e forse controproducenti. Tuttavia, non c’è dubbio, si occupa, prova ad occuparsi di un’altra questione centrale, fondamentale: il tema del lavoro, i diritti dei lavoratori.

L’unico partito di opposizione, quello che si era impuntato rifiutando ogni ipotesi di partecipazione al governo proprio perché era giusto lasciare che governassero “loro” (“quelli che hanno vinto le elezioni”, diceva sempre Matteo Renzi che, forse preso da un eccesso sicuramente temporaneo di autocritica aveva perfino dimenticato che comunque il suo scalcagnato Pd aveva preso più voti della Lega) risulta stabilmente fuori dal mondo. Sui migranti balbetta generiche affermazioni di diritti mentre incassa il plauso di Salvini per il buon lavoro di Minniti; sul decreto dignità riesce al massimo a dar man forte alle stesse critiche mosse da quel che resta di Confindustria. Per il resto da un paio di giorni è impegnatissimo a discutere litigiosamente delle nuove nomine dei membri della segreteria, chiedendosi se Marianna Madia vada bene o no, se Gianni Cuperlo vada bene o no, e per il resto si avvia verso un congresso col trito rito delle primarie in cui la principale faglia di divisione sarà tra quelli che “Renzi è ancora una risorsa”, “Renzi non lo è mai stata”, “Renzi non lo è più”. A dire l’una o l’altra o l’altra cosa ancora, peraltro, saranno persone sprovviste della quota minima dell’unica risorsa indispensabile nella politica di oggi, cioè a dire la credibilità.

Il tutto avverrà in un paese comprensibilmente sempre più indifferente ai destini di chi dovrebbe fare opposizione: e proprio adesso che ce ne sarebbe così tanto bisogno.

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/salvini-parla-di-immigrati-di-maio-di-lavoro-il-pd-di-se-stesso/
18  Forum Pubblico / Il GOVERNO del CAMBIAMENTO = Lega+5Stelle. 2 giugno 2018 / Claudio TUCCI La «stretta» sulle imprese, a rischio subito 80mila contratti ... il: Luglio 16, 2018, 10:45:44
Da oggi la «stretta» sulle imprese, a rischio subito 80mila contratti

Pubblicate le nuove norme.

Giro di vite esteso anche alla somministrazione Maresca: «Dopo i 12 mesi liberi le causali freneranno le stabilizzazioni»

ROMA

Prima vera spallata al Jobs act, con la riscrittura del decreto Poletti, che nel 2014 aveva liberalizzato i contratti a termine per tutti i 36 mesi di durata, e una iniziale scalfittura al nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, con l’incremento del 50% degli indennizzi monetari, minimo e massimo, in caso di licenziamento illegittimo, che dagli attuali 4 e 24 mensilità passano ora a 6 e 36 mensilità.

Con la pubblicazione ieri in Gazzetta ufficiale, 161, del decreto legge 12 luglio 2018, n. 87, scatta, da oggi, la stretta sulle imprese. Il contratto a termine “libero” potrà essere sottoscritto fino a 12 mesi; dopo si ripristinano le causali, vale a dire le ragioni che giustificano il ricorso da parte del datore a un rapporto a tempo determinato. In questi casi, si potrà attivare un contratto a termine solo per due motivazioni, cioè per «esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria; oppure per necessità «temporanee e oggettive, estranee all’attività ordinaria, o per esigenze sostitutive di altri lavoratori» (come nel caso, per esempio, di ferie o malattie). Non solo. La durata complessiva di un rapporto a termine scende da 36 a 24 mesi, sono ammesse quattro proroghe (finora, cinque), e «in occasione di ciascun rinnovo», anche in somministrazione, scatta un incremento contributivo di 0,5 punti percentuali, in aggiunta all’1,4% già previsto, dal 2012, dalla legge Fornero, e utilizzato per finanziare la Naspi (l’indennità di disoccupazione). Il giro di vite si estende pure al rapporto di impiego a tempo che lega agenzia per il lavoro privata (Apl) e lavoratore somministrato (lo staff leasing non viene invece toccato, come neppure, al momento, il contratto commerciale, tra risorsa e impresa utilizzatrice). La stretta si applica a tutti i contratti di nuova sottoscrizione, ma anche a quelli in corso, seppur limitatamente a proroghe e rinnovi.

La relazione tecnica al Dl stima, da subito, un impatto negativo sull’occupazione: in base a dati forniti dal ministero del Lavoro, infatti, su circa due milioni di contratti a termine attivati l’anno (al netto di stagionali, agricoli e Pa) il 4%, pari a 80mila rapporti, supera la durata effettiva di 24 mesi, e pertanto, da oggi, si pone in contrasto con le nuove previsioni (il 10% di questi 80mila, cioè 8mila, addirittura si considera che perderanno il posto ogni anno, fino al 2028).

Il decreto Conte, che sarà incardinato ufficialmente nelle commissioni Lavoro e Bilancio della Camera lunedì, allunga anche i termini, da 120 a 180 giorni, per impugnare un contratto a tempo; e conferma l’esclusione dalle nuove regole dei rapporti a termine stipulati dalla pubblica amministrazione, ai quali, pertanto, continueranno ad applicarsi le attuali disposizioni («un’altra occasione persa per equiparare i due regimi, che restano così differenziati, anche sotto il profilo sanzionatorio», commenta Sandro Mainardi, ordinario di diritto del Lavoro all’università di Bologna).

L’ultima versione del provvedimento salva, invece, i contratti per attività stagionali, con l’inserimento di una modifica specifica: a loro non si applicheranno le causali, neppure per proroghe e rinnovi (in pratica, rimane tutto com’è).

Per gli esperti le nuove regole rischiano, concretamente, di disorientare le aziende, aprendo a incertezze applicative e la possibile ripresa di contenziosi (più che dimezzati con il decreto Poletti). «L’obiettivo di contrastare il precariato è condivisibile - afferma Riccardo Del Punta, ordinario di diritto del Lavoro all’università di Firenze -. Il giro di vite sulla somministrazione è però sbagliato perché si colpisce un istituto di flessibilità buona. Il ripristino poi delle causali non è la soluzione, visto che storicamente non hanno mai prodotto il risultato atteso». Gli effetti, purtroppo, saranno altri: «I lavoratori occupati a termine già da 12 mesi difficilmente verranno stabilizzati o riassunti a tempo determinato - spiega Arturo Maresca, ordinario di diritto del Lavoro alla Sapienza di Roma -. Cosa lo impedisce? Proprio il ritorno delle causali».

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Claudio Tucci

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180714&startpage=1&displaypages=2

19  Forum Pubblico / Il GOVERNO del CAMBIAMENTO = Lega+5Stelle. 2 giugno 2018 / Di Maio: «Non ratificheremo il Ceta». Confindustria: «All'Italia il trattato... il: Luglio 16, 2018, 10:42:55
Di Maio: «Non ratificheremo il Ceta»
L’annuncio. Il vicepremier detta la linea e minaccia: «Saranno rimossi i funzionari che difendono l’intesa»

Le reazioni.
Confindustria: «Alitalia il trattato conviene»
Coldiretti: «È un pessimo accordo per l’alimentare»


È fuoco incrociato sul Ceta, il trattato di libero scambio tra Ue e Canada entrato in vigore il 21 settembre scorso e tutt’ora in fase di ratifica da parte dei Paesi Ue. La miccia è stata accesa ieri mattina dal presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, che nel corso dell’assemblea dell’associazione ha duramente attaccato l’intesa, colpevole, a suo giudizio, di non tutelare i prodotti italiani. «Avevamo fin dall’inizio denunciato l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada – ha detto Moncalvo - come un pessimo accordo per l’alimentare di qualità made in Italy. I nostri sospetti sono ora confortati dai dati. Nel primo trimestre 2018, l’export di Grana Padano e Parmigiano reggiano, due delle eccellenze che dovevano essere tutelate dal Ceta, è calato in valore del 10%. Numeri che fugano ogni dubbio, quell’intesa non è positiva per il food made in Italy e va respinta».

Richiesta recepita immediatamente dal vicepremier, Luigi Di Maio: «A breve – ha detto nel suo intervento all’assemblea di Coldiretti- l’accordo Ceta giungerà in Parlamento e la maggioranza non lo ratificherà. Siamo pronti a difendere gli interessi del Paese. Anzi dirò di più. Se, come mi è stato riportato, qualche funzionario italiano che opera nelle ambasciate all’estero o negli uffici Ice dovesse sostenere il Ceta o comunque tenere una linea contraria a quella del Governo, sarà rimosso». Sulla stessa linea il ministro delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio. «Il Ceta – ha detto – tutela solo 43 marchi Dop e Igp sui quasi 300 riconosciuti. Un aspetto per me inaccettabile perché sono il ministro di tutta l’agricoltura italiana e non solo di una parte».

Ma le perplessità di parte, non della totalità, del mondo agricolo non sono condivise dal resto dell’economia italiana. «Non ratificare il Ceta sarebbe un grave errore – ha commentato ieri il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia – all’Italia il trattato conviene perché siamo un Paese ad alta vocazione all’export e attraverso l’export creiamo ricchezza. Dobbiamo chiederci solo se con questo accordo l’Italia esporta di più, e quindi è nell’interesse nazionale, oppure no. Ma la valutazione dei dati va fatta in una logica di Paese e non di singola categoria». E i numeri dell’export italiano verso il Canada nei primi cinque mesi di entrata in vigore del Ceta (ottobre 2017-febbraio 2018) parlano chiaro: +8% i macchinari; +15% l’agroalimentare; +15% i mezzi di trasporto (fonte Ice Toronto). In media una crescita del 12,8 per cento.

«Non ho seguito il dossier – ha riconosciuto il ministro dell’Economia Giovanni Tria –. In linea di principio è sempre bene avere degli accordi commerciali. La mia opinione personale è che il libero commercio, che si estende anche attraverso queste intese, è sempre una buona cosa. Però bisogna vedere come si fanno questi accordi. Non conosco i contenuti e i particolari e, in genere, il diavolo sta nei dettagli».

Qualche dettaglio in più sull’impatto sull’agroalimentare lo ha fornito il presidente del Consorzio del Parmigiano reggiano, Nicola Bertinelli (presidente anche di Coldiretti Parma). «Se dovessimo valutare un prima e un dopo Ceta – ha detto – dovremmo concludere che oggi quei 43 marchi riconosciuti (che sono solo una piccola parte dei marchi Dop e Igp italiani), sono in una condizione migliore di prima, quando non avevano tutela. Il problema è che il Ceta è diventato un modello per accordi successivi, come quello con il Giappone, Paese nel quale i prodotti italiani godevano di condizioni più favorevoli e che ora subiranno un trattamento peggiore».

Il Ceta inoltre riconosce all’Italia un incremento in 5 anni della quota di formaggi esportati a dazio zero da 13.500 a 32mila tonnellate. Un successo che però nasconde anche dei problemi. «In realtà – spiega infatti Bertinelli – quel plafond è stato distribuito dal Governo di Ottawa non agli importatori tradizionali, ma a un numero elevato di operatori tra i quali ci sono anche piccoli negozianti. Soggetti non attrezzati a garantire una distribuzione efficace e che spesso stanno svendendo il prodotto per fare cassa oppure stanno subappaltando le licenze a terzi operatori generando un’ulteriore pressione al ribasso». E forse da qui il calo del 10% del fatturato. «Il punto – conclude il presidente del Consorzio – è che non basta siglare un accordo, ma occorre vigilare su come viene applicato. E su questo l’Italia sconta un deficit di rappresentatività sui tavoli internazionali al quale bisogna velocemente porre rimedio».

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Giorgio dell’Orefice

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180714&startpage=1&displaypages=2

20  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / AMEDEO LA MATTINA E UGO MAGRI La vera storia della telefonata fra il Capo ... il: Luglio 16, 2018, 10:38:31
Il richiamo di Mattarella al premier: “Adesso basta conflitti fra poteri”

La vera storia della telefonata fra il Capo dello Stato e il presidente del Consiglio dopo il primo stop alla nave Diciotti: Salvini aveva già deciso di concedere l’attracco, ma al Viminale hanno preferito che la responsabilità ricadesse sul Colle

Pubblicato il 14/07/2018

AMEDEO LA MATTINA E UGO MAGRI
ROMA

Il governo ha fretta di voltare pagina. Pur di chiudere il «caso Diciotti», Di Maio e Salvini sono pronti a riconoscere che l’intervento di Mattarella è stato di aiuto, ha consentito di sbloccare una situazione da cui gli stessi protagonisti non sapevano come uscire. La versione che 24 ore dopo si raccoglie dalle parti del Viminale è quasi spiazzante. Pare infatti che il ministro dell’Interno, nelle stesse ore in cui Mattarella chiamava il premier per sollecitare una soluzione, avesse già deciso di dare il via libera allo sbarco dei 67 migranti. Si era reso conto di combattere da solo contro i mulini a vento rappresentati, ai propri occhi, dai colleghi della Difesa e delle Infrastrutture, per non parlare dei pm di Trapani. Se nessuno fosse sceso dalla nave con le manette ai polsi, l’effetto propaganda sarebbe stato pari a zero, anzi mediaticamente un boomerang. Per fortuna, dicono nel giro leghista, il Quirinale ha imposto la sua visione umanitaria, togliendo Salvini dall’imbarazzo di una retromarcia. Addirittura il ministro si è consentito il lusso di criticare Mattarella («stupore» per il suo intervento), salvo poi ridimensionare tutto in attesa del prossimo barcone.

Rispetto dei ruoli 
Di questi giochi tattici sul Colle nessuno si scandalizza. Lassù hanno imparato a convivere con la doppia natura del vice-premier. In privato, Jekyll-Salvini è gentile, amichevole, confidenziale al punto che nell’ultimo pranzo di governo al Quirinale (racconta con il sorriso sulle labbra un ministro di peso) Matteo ha passato tutto il tempo a chattare sul telefonino, incurante della conversazione, un po’ come usava un altro Matteo prima di lui. Salvo trasformarsi pubblicamente in un Mr.Hyde che tenta di far indossare al Presidente la maglietta rossa dell’accoglienza ai migranti, presentandolo come un capofila. Nella realtà, tiene a sottolineare chi lo conosce, Mattarella ha posto una questione istituzionale che va molto oltre l’accoglienza delle donne e dei bambini trattenuti a bordo. Nella telefonata al premier, intorno alle 18 di mercoledì, il Presidente ha chiesto come fosse possibile che a una nave militare italiana venisse impedito di attraccare in un porto nazionale, in base a quali norme e su disposizione di chi. Senza chiamare in causa Salvini, Mattarella ha preteso rispetto per la Procura di Trapani e, in futuro, per tutte le Procure cui spetterà di decidere su eventuali arresti. Ha sollecitato un po’ d’ordine tra i poteri coinvolti nella vicenda, in quanto ognuno deve stare al proprio posto senza invasioni di campo. E soprattutto, Mattarella ha esortato Conte a esercitare senza indugio la leadership connaturata al ruolo, lasciando all’interlocutore la sensazione che, in caso contrario, il Colle avrebbe pubblicamente manifestato un vivo disappunto.

Fuga di notizie 
Un’ora più tardi, stando ad autorevoli ricostruzioni, Conte si è rifatto vivo per assicurare che i migranti sarebbero sbarcati di lì a poco, la controversia si era risolta con sua personale soddisfazione mista a sollievo. Lo scambio di telefonate doveva restare segreto perché rientra nella cosiddetta «moral suasion» presidenziale, che tanto più risulta efficace quanto meno filtra all’esterno. Tuttavia qualcuno ha ritenuto che convenisse scaricare sul Colle la responsabilità dello sbarco, in modo da creare un alibi ai campioni della fermezza. Cosicché il segreto è durato al massimo un paio d’ore. Su chi possa essere la «talpa», sul Colle si sono fatti un’idea. Però non lo diranno mai.

 Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2018/07/14/italia/il-richiamo-di-mattarella-al-premier-adesso-basta-conflitti-fra-poteri-oOwx7bQL1ngfXarpseVYtK/pagina.html
21  Forum Pubblico / DONNE e AUTRICI nel MONDO. / Silvia PIERACCINI. Next generation, tessile in allarme Servono 50mila tecnici... il: Luglio 16, 2018, 10:35:43
ECONOMIA E IMPRESE
14 Luglio 2018 Il Sole 24 Ore

FORMAZIONE

Next generation, tessile in allarme Servono 50mila tecnici qualificati
Il turn-over interesserà il 12% degli addetti nei prossimi cinque anni

Sistema Moda Italia in campo per l’orientamento e l’alternanza scuola-lavoro
L’emergenza è dietro l’angolo, e in alcuni distretti si può già toccare con mano. Nei prossimi cinque anni l’industria italiana del tessile-abbigliamento avrà bisogno di 50mila nuovi addetti solo per effetto del normale turn over (senza contare le esigenze delle aziende in espansione): andranno in pensione coloro che hanno costruito la storia pionieristica e avvincente di uno dei settori più creativi del Paese, bandiera del made in Italy, e dovranno essere sostituiti da figure giovani, con una formazione e un approccio assai diversi da quelli di 40-50 anni fa. Figure specializzate – prima di tutto tecniche - che conoscono l’inglese e le tecnologie digitali, la filiera produttiva, le fibre, i tessuti, la chimica.
Cinquantamila posti da coprire nel tessile-abbigliamento significa più del 12% degli occupati attuali (400mila addetti 2017 stimati da Confindustria Moda), e dunque un “pacchetto” capace di condizionare l’andamento del settore. Un pacchetto che sul mercato oggi non c’è: nelle scuole tecniche e professionali gli iscritti ai corsi dedicati al sistema moda sono largamente insufficienti a coprire la domanda delle imprese. In ballo c’è dunque la competitività e lo sviluppo di quello che è diventato uno dei settori più importanti del Paese (46mila imprese, 54 miliardi di fatturato 2017 per il 57% all’export, un saldo commerciale di 9,6 miliardi).
Per questo Sistema Moda Italia (Smi) - l’associazione che riunisce l’industria tricolore del tessile-abbigliamento - ha deciso di giocare d’anticipo dando vita a una “macchina” che avrà il compito di stimolare il ricambio generazionale strategico per il futuro. La macchina si chiama Comitato Education e alla guida c’è Paolo Bastianello, imprenditore vicentino della moda, che lavorerà insieme a imprenditori e funzionari delle Confindustrie dei principali distretti della moda, da Biella a Como, da Prato a Varese, da Bergamo al Veneto, Umbria, Campania e Puglia. Il Comitato si è riunito per la prima volta tre giorni fa alla fiera tessile Milano Unica e ha varato il progetto “Obiettivo 50mila”.
«La prima cosa da fare è lavorare sull’orientamento – spiega Bastianello – perché è fondamentale riuscire a convincere i genitori dei ragazzi di 13-14 anni che fare il perito chimico, il perito tessile o il modellista non vuol dire fare un lavoro di serie B. Il sistema moda è il biglietto da visita dell’export italiano e ha una cultura tecnologica che deve essere valorizzata».
È un problema di appeal, prima di tutto: negli ultimi anni il tessile (e in misura minore l’abbigliamento) è stato percepito come un settore “vecchio”, in crisi, incapace di offrire posti di lavoro allettanti. I numeri di Smi ora dimostrano il contrario: le necessità di manodopera delle imprese della moda, nei prossimi cinque anni, saranno concentrate nel Centro Italia (32%) e nel Nord-ovest (28,8%), seguiti dal Nord-est (23,7%) e dal Sud (15,5%). Dei 50mila posti da rimpiazzare, circa il 7% saranno coperti da laureati. «Le figure che le aziende chiedono sono soprattutto tecniche», sottolinea Bastianello contestando la convinzione che i salari del tessile siano bassi: «Siamo nella media».
Per facilitare l’orientamento verranno individuati anche i canali digitali più adatti per catturare l’attenzione dei giovani. Le altre iniziative già varate dal Comitato sono un’indagine nelle industrie più rappresentative, per avere il quadro delle funzioni mancanti, e la nascita di un gruppo di presidi che possano aiutare nell’impresa di rivitalizzare la cultura delle professioni tecniche.
In alcuni distretti della moda l’emergenza ha già fatto capolino: a Biella non si trovano tessitori, a Prato si cercano tecnici dispositori, chimici, cardatori, ramosai, responsabili della qualità e della sostenibilità, tecnici informatici, addetti al controllo di gestione, capi reparto, tecnici di maglieria e tecnici tessili di nuova generazione. Per questo Confindustria Toscana Nord (Prato, Pistoia, Lucca) si appresta a riproporre una delle più grandi operazioni mai tentate in un distretto industriale per orientare i ragazzi delle scuole medie e superiori (500 quelli coinvolti nella prima edizione) attraverso incontri, visite in azienda, laboratori, concorsi, video e comunicazione social sotto lo slogan «È di moda il mio futuro».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Silvia Pieraccini

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180714&startpage=1&displaypages=2
22  Forum Pubblico / L'ITALIA Democratica, Laica, Indipendente è in PERICOLO. / MARCO GRITTI Ma è possibile un mondo senza carceri? Il sogno di Grillo, le ... il: Luglio 16, 2018, 10:32:17
Ma è possibile un mondo senza carceri? Il sogno di Grillo, le tesi di Christie

“Visto che la prigione rappresenta l’università del crimine, dovremmo trovare soluzioni alternative al carcere”, professava il teorico dell'abolizionismo carcerario.

Oggi il garante del M5s rilancia

Di MARCO GRITTI
15 luglio 2018, 09:00

Ma è possibile un mondo senza carceri? Il sogno di Grillo, le tesi di Christie
 “Un mondo senza carceri”, lo sogna Beppe Grillo che sul suo blog ha attaccato il sistema punitivo definendolo “antico come il mondo e non funzionante”. Per Grillo “il vero problema sono i recidivi”, cioè i detenuti che tornano in carcere dopo esserci già stati. Persone che, dopo aver scontato una pena, commettono cioè un nuovo crimine per il quale vengono nuovamente reclusi. In Italia, dove i carcerati sono 58.223, succede in quasi due casi su tre. Il 63% delle persone che si trova in un istituto penitenziario lo aveva già frequentato in precedenza. La reclusione, per Grillo, è un metodo che “non funziona”.

Cosa ha scritto Beppe Grillo sul suo blog:
Di tutti i detenuti, circa il 35% sono in custodia cautelare. Cioè quasi 20.000 persone. Aumentano anche chi viene arrestato preventivamente ed è ancora in attesa di una sentenza di primo grado. Oggi sono più di 10.000 persone. Sono numeri incredibili, allarmanti.

Inoltre rinchiudere una persona per anni dentro una stanza, oltre ad essere una tortura senza senso, non porta a nulla e non capisco quali risultati dovrebbe portare. Oggi è chiaro. Se non fosse chiaro abbiamo i dati a dircelo.

É chiaro che servono mezzi alternativi.
E non sono l’unico che sta cercando di far capire che il sistema non va così come è costruito. Nils Christie è un criminologo norvegese e ha dedicato gran parte del suo impegno accademico a far emergere le distorsioni del sistema penitenziario.

Sono pienamente d’accordo con lui quando dice che le carceri sono una struttura progettata per infliggere legalmente dolore, uno strumento di controllo sociale e un vero e proprio business.

Un business fantastico, perché continua a crescere e se si ferma, non c’è che fare una nuova legge e creare altri criminali.

Dobbiamo capire che lo stato delle nostre prigioni non solo è il prodotto del crimine, ma dello stato generale della cultura di un paese.

Dobbiamo tendere a un mondo a carceri zero, o almeno, al minimo possibile. Come il Canada che con il welfare ha dimostrato come sia possibile limitare il ricorso alla detenzione e indirizzare il denaro verso lo stato sociale invece che verso lo stato penale.

Quindi in questa prospettiva, la soluzione penale diventa una delle possibilità, non più la sola. La punizione diventa una, ma solo una, tra diverse opzioni.  La pena non è mai la riposta adeguata al crimine per la sua soluzione; anzi si limita a fabbricarlo.

La prigione, il più delle volte, è dannosa per gli individui. La cosa importante nella politica carceraria di un qualsiasi paese civile sarebbe cercare misure alternative al carcere e molto spesso questo significa accompagnarli verso uno standard di vita accettabile: provare a cercare un’abitazione, cercare alternative nei periodi di disoccupazione, rieducare, reintegrare, far si che si possa ricreare una vita. Per davvero.

A supporto dell’ipotesi di un mondo senza carceri Grillo cita Nils Christie, criminologo morto nel 2015 e padre dell’abolizionismo penitenziario.

“Ridurre il carcere”, il pensiero di Christie
Professore all’Università di Oslo dal 1966, Christie ha scritto diversi libri che trattano di crimini, tra cui quello del 2004 intitolato ‘A suitable amount of crime’, una modica quantità di crimine. Al centro della sua teoria c’è il ripensamento del sistema penitenziario: “Visto che la prigione rappresenta l’università del crimine, dovremmo trovare soluzioni alternative al carcere”, diceva Christie durante il Vaffa-day di Genova del primo dicembre 2013, a cui era stato invitato proprio da Grillo.

In Norvegia, spiegava cinque anni fa il professore, “stiamo creando una forma di comitato per risolvere i principali conflitti sociali”. Niente carcere per chi mi ha rubato la bicicletta, per esempio: “Non voglio provocare altro dolore a chi ha commesso un simile crimine, preferisco parlargli, capire cos’ha fatto con la mia bici, eventualmente farmi pagare le riparazioni necessarie”. Un meccanismo che in Norvegia si chiama ‘Conflict solving board’, e che prevede la risoluzione dei danni attraverso il dialogo e il confronto tra persona offesa e responsabile. Senza bisogno della reclusione: per Christie le carceri “sono sistema per somministrare intenzionalmente sofferenza alle persone”, diceva invitando a tornare a essere “più gentili gli uni con gli altri”.

In un altro video pubblicato da Beppe Grillo poco prima dell’evento di Genova, Chistie ribadiva che “in carcere le persone soffrono” ed è compito dei Paesi “cercare di ridurre le prigioni e trovare alternative”. Motivo per cui è necessario ripensare al “numero di persone in carcere” e al tipo di reato per cui si può finire reclusi.

Ridurre il carcere e ripensare il modello, accompagnando “le persone verso uno standard di vita accettabile”. Non si tratta di un’amnistia totale, spiegava Chistie secondo cui “esistono persone per cui serve comunque l’autorità statale”, quelle che ha commesso atrocità.

Che ne sarà della riforma della giustizia di Orlando?
La scorsa estate il Parlamento approvava la riforma della giustizia dell’ex ministro Andrea Orlando, la legge numero 103 del 23 giugno 2017, voluta dal governo di centrosinistra. Il 16 marzo di quest’anno entravano in vigore alcuni decreti legislativi, tra cui quello sulla riforma della giustizia penale: il Consiglio dei Ministri scriveva che “il provvedimento ha principalmente l’obiettivo di rendere più attuale l’ordinamento penitenziario previsto dalla riforma del 1975, per adeguarlo ai successivi orientamenti della giurisprudenza di Corte Costituzionale, Corte di Cassazione e Corti europee”. In particolare “riducendo il ricorso al carcere in favore di situazioni che, senza indebolire la sicurezza della collettività, riportino al centro del sistema la finalità rieducativa della pena indicata dall’art. 27 della Costituzione”.

Ma è possibile un mondo senza carceri? Il sogno di Grillo, le tesi di Christie
Beppe Grillo
Sul tavolo anche il tema del numero di carcerati: il governo si muoveva nel tentativo di “diminuire il sovraffollamento, sia assegnando formalmente la priorità del sistema penitenziario italiano alle misure alternative al carcere, sia potenziando il trattamento del detenuto e il suo reinserimento sociale in modo da arginare il fenomeno della recidiva”. Il tentativo del governo, insomma, sembrava andare – seppur lentamente - nella direzione indicata anche da Nils Christie. La riforma della giustizia, dopo l’insediamento del nuovo governo pentaleghista, è stato delegato ed è stato bocciato da Camera e Senato, anche se non in termini definitivi visto che dovrà essere discusso entro la deadline del prossimo 3 agosto. “Altrimenti il testo decadrà”, spiega ad Agi Michele Miravalle dell’Osservatorio di Antigone, l’associazione che si occupa dei diritti dei carcerati. Alla stesura di quel testo aveva partecipato, in una fase iniziale, proprio Antigone.

AssociazioneAntigone
@AntigoneOnlus
 Nel nome della sicurezza Senato e Camera hanno bocciato la riforma dell'ordinamento penitenziario. Demagogia pura. Lo sa anche Grillo che, con un post che condividiamo totalmente, sconfessa l'operato del 'suo' governo e del ministro della giustizia del M5S https://bit.ly/2ulJujO

13:04 - 13 lug 2018
Un mondo senza carceri | Il Blog di Beppe Grillo
di Beppe Grillo - Il sistema punitivo che stiamo adottando è antico come il mondo, ma soprattutto non funziona. Non funziona e mi pare che sia sotto gli occhi di tutti. Senza fare molta retorica, mi...
beppegrillo.it
La bocciatura della riforma è un atto di “pura demagogia”, ha scritto Antigone su Twitter commentando il post di Grillo. Per l’associazione quanto scritto dal comico genovese ex leader dei cinque stelle “sconfessa l’operato del suo governo e del ministro della Giustizia del M5S”. “La riforma Orlando poteva aiutare”, aggiunge Miravalle, anche perché se verrà stracciata si tornerà al testo del 1975. Una legge vecchia di oltre quarant’anni, con la spiacevole conseguenza che una serie di aspetti sono oramai superati: visto che nelle carceri italiane il 39% delle persone sono straniere, si rendono necessarie alcune modifiche strutturali.

“Per esempio il diritto di essere in contatto con il detenuto – spiega Miravalle -: perché tecnologie come Skype sono utilizzate in altri ambiti ma non in per avvicinare i parenti dei carcerati che vivono magari lontanissimi, fuori dall’Italia?”. La riforma Orlando, spiegano da Antigone, non era perfetta: aveva aspetti positivi e altri negativi. Però poteva rappresentare un tassello per ammodernare la situazione italiana, anche per evitare di incorrere in nuove condanne da parte della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo per maltrattamenti e torture, come accaduto nel 2013. Cancellare una riforma lunga anni potrebbe essere anche, secondo Miravalle, uno spreco economico, esponendo l’Italia a nuovi risarcimenti nei confronti dei detenuti, oltre che un passo indietro sul piano internazionale.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

 Da - https://www.agi.it/cronaca/carceri_emergenza_beppe_grillo_m5s-4157098/news/2018-07-15/
23  Forum Pubblico / ECONOMIA / BOCCIA: aziende familiari patrimonio di tutto il Paese il: Luglio 16, 2018, 10:29:24
ECONOMIA E IMPRESE

14 Luglio 2018 - Il Sole 24 Ore

LUISS

Boccia: aziende familiari patrimonio di tutto il Paese
Conclusa la prima edizione del corso in «Family Business Management»

«Le aziende familiari rappresentano un patrimonio fondamentale del nostro Paese. Nel momento più acuto della crisi hanno saputo fronteggiare le difficoltà facendo ricorso a tutte le proprie risorse ed è anche per questo che l’Italia resta la seconda manifattura d’Europa e conquista nuove posizioni nell’export». Così il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ieri ha salutato a Villa Blanc a Roma i diplomati della prima edizione del corso in «Family Business Management» alla Luiss Business School – nella stragrande maggioranza figli di imprenditori, in alcuni casi anche di dinastie imprenditoriali arrivate alla quinta generazione – che da febbraio scorso hanno approfondito tutti quegli aspetti del management (dalla governance alla finanza) che possono favorire la crescita dimensionale, l’internazionalizzazione e soprattutto non rendere traumatico uno dei momenti più delicati: il ricambio generazionale.

Oggi le imprese con Dna familiare sono quasi 800mila (il 59% con fatturati oltre 50 milioni) ed è cresciuto anche il loro peso specifico a Piazza Affari (il 64% delle quotate sono possedute da famiglie). Ma quasi la metà di queste imprese familiari sono prossime ad affrontare il passaggio generazionale, una sfida che richiede accortezza e una formazione specifica. «Qui si costruisce un ceto dirigente che ha una cultura della complessità», ha aggiunto Boccia rivendicando il ruolo delle imprese familiari: « I nostri padri e i nostri nonni ci hanno insegnato che nei momenti difficili la famiglia si compatta e c’è. È la famiglia al servizio dell’impresa e non l’impresa al servizio della famiglia. Altro che capitalismo amorale». Ai neo-diplomati il presidente della Luiss Business School Luigi Abete, ha lanciato la sfida di «aggiungere uno zero alle tante multinazionali tascabili di questo Paese» illustrando un progetto con Confindustria per aprire le imprese familiari ad azionisti di minoranza.

Anche il presidente del Corporate Advisory Board (e di Intesa Sanpaolo), Gian Maria Gros-Pietro, che ha ideato questo corso insieme al direttore Fabio Corsico, ha sottolineato i meriti delle imprese familiari dove «quando c'è tempesta tutti si impegnano a salvare la nave invece di domandarsi se sono sulla nave giusta». Mentre per l’ad di De Agostini, Lorenzo Pelliccioli, la prima regola per affrontare il passaggio generazionale è «non farlo per dovere, ma per passione». Rispetto al passato ha ricordato infine il presidente dei Giovani imprenditori, Alessio Rossi, «la formazione è ancora più importante, non possiamo più fare impresa come la facevano i nostri nonni». E Rossi ieri ha presentato anche un premio ad hoc - «Un affare di famiglia» - dei giovani di Confindustria rivolto agli imprenditori, almeno di seconda generazione, che negli ultimi 5 anni hanno acquisito ruoli amministrativi nell'impresa e contribuito a farla crescere. Per candidarsi ci sarà tempo fino al 31 ottobre (www.unaffaredifamiglia.it).

Ieri Corsico insieme al direttore della Luiss Business School Paolo Boccardelli hanno anche anticipato una novità per la prossima edizione del master: 2 dei 9 moduli del corso si svolgeranno in Francia.

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Mar.B.

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180714&startpage=1&displaypages=2
24  Forum Pubblico / ECONOMIA / Maximilian CELLINO. La riforma dei benchmark Dal nuovo Euribor oneri per banche il: Luglio 16, 2018, 10:27:49
FINANZA E MERCATI
15 Luglio 2018 - Il Sole 24 Ore domenica

La riforma dei benchmark
Dal nuovo Euribor oneri per banche e clienti


Il passaggio potrebbe costare per alcune società oltre 100 milioni di dollari
Eonia, Euribor, Ester e il risk-free rate pronto a entrare in campo in caso di «infortunio» di uno dei tassi precedenti. La rivoluzione dei parametri che regolano i mercati interbancari è in pieno svolgimento in Europa e nel resto del mondo: le novità si succedono con cadenza quasi settimanale, al ritmo delle riunioni dei vari organismi deputati a ridisegnare il mondo «post Libor» e delle consultazioni pubbliche fra gli operatori chiamati a dare un parere sui cambiamenti.
La scadenza è del resto davvero vicina, perché a fine 2019 il «vecchio» Eonia andrà in pensione e anche l’Euribor dovrà farlo se non rispetterà i requisiti fissati dal regolamento Ue sugli indici di riferimento (Bmr, Benchmarks Regulation) per garantire maggior trasparenza e solidità, ma soprattutto per evitare il ripetersi degli scandali che hanno caratterizzato gli anni recenti. Nonostante la scadenza ormai alle porte non tutte le banche sembrano però ancora aver messo a fuoco la questione e anzi qualcuna stenta a organizzarsi, col rischio di farsi trovare impreparata all’appuntamento e di dover pagare lei stessa (e forse i suoi clienti) un conto piuttosto salato. Anche perché in ballo ci sono, secondo le stime della Bce, strumenti finanziari per quasi 22mila miliardi di euro fra derivati, prestiti e titoli di debito, oltre 6mila miliardi dei quali saranno ancora attivi al momento del passaggio di consegne.
«La transizione verso nuovi tassi di riferimento non sarà semplice - conferma Claudio Torcellan, partner Oliver Wyman - soprattutto considerando che gli operatori di mercato sono già alle prese con gli effetti della migrazione dal Libor». Anche per questo le banche devono agire in fretta e prepararsi, per quanto possibile, ai cambiamenti perché «per alcuni il passaggio potrebbe costare oltre 100 milioni di dollari e tergiversare farà solo aumentare le spese, amplificando i rischi finanziari, operativi e reputazionali». Certo, gli istituti italiani non dovranno fronteggiare nello specifico tutti questi rischi. La transizione dal vecchio al nuovo Eonia, il tasso overnight, riguarda soprattutto il mercato dei derivati al quale le banche del Nord Europa sono generalmente più esposte, e in parte anche la gestione del collaterale. Sull’eventuale sostituzione dell’Euribor, che regola una fetta consistente dei mutui in essere nel nostro Paese, il lavoro da fare è invece maggiore e il rischio quindi più elevato.
«Occorrerebbe anzitutto creare un inventario di tutti i prodotti e processi che utilizzano questi tassi, valutando gli impatti e le difficoltà che potrebbero derivare dalla transizione», spiega ancora Torcellan. Un lavoro certosino e minuzioso che comporta l’analisi di ogni contratto nelle parti in cui si parla dell’utilizzo del benchmark interessato, contemplando l’eventuale passaggio a un’alternativa. E che, soprattutto, si accompagna a una dettagliata informativa nei confronti della clientela al momento ignara della vicenda.
«Finora - è questo il pericolo che paventa Torcellan - la questione non sembra essere in cima alla lista di pensieri di molte banche italiane, che sono ancora alle prese con problemi quali le sofferenze». La sensazione, insomma, è che ci sia un generale ritardo sia da parte dei singoli operatori, sia da parte dell’industria stessa, che rischia di ripercuotersi a sua volta sulla clientela. Non è detto che i maggiori costi ricadano necessariamente su famiglie e imprese, proprio perché si tratta di oneri da sostenere una tantum e non strutturali. L’assenza di una comunicazione tempestiva e accurata riguardo ai futuri cambiamenti e il mancato adeguamento della contrattualistica potrebbe però provocare danni altrettanto rilevanti.

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Maximilian Cellino

Da – ilsole24ore.com
25  Forum Pubblico / ECONOMIA / VITO LOPS. Ultima corsa ai mutui in saldo, tasso fisso all’1,4% il: Luglio 16, 2018, 10:25:25
FINANZA E MERCATI
15 Luglio 2018 Il Sole 24 Ore domenica

Le banche offrono ancora il variabile allo 0,5% per finanziamenti inferiori al 50% del valore dell’immobile Possibile negoziare il fisso con uno spread dello 0-0,1%, l’Euribor a tre mesi atteso sopra l’1% solo nel 2023

Ultima corsa ai mutui in saldo, tasso fisso all’1,4%

La Bce ha annunciato che la politica espansiva (quantitative easing) terminerà con il 2018. Ma se il Qe è stato la molla principale che ha spinto le banche ad allentare gli spread sui mutui e a praticare tassi nominali prima d’ora mai così bassi, la sua fine non sembra genererà l’effetto opposto. Almeno nell’immediato. Dalle ultime offerte si evince che i tassi da saldo proseguono e sono addirittura più bassi ora rispetto a quelli proposti in primavera. Oggi è possibile stipulare un tasso variabile, nelle migliori condizioni (quando il mutuo è inferiore alla metà del valore dell’immobile), allo 0,5%. I migliori fissi sono intorno all’1,4%. La cosa sorprendente è che sui fissi è ancora nutrito il numero di banche che – nonostante Draghi abbia annunciato la fine del piano espansivo – applica spread tra lo 0 e lo 0,1%. Essendo lo spread il margine lordo che la banca si prefigge di ottenere dal mutuo ed essendo in molti casi prossimo allo 0 significa: 1) che molte banche considerano oggi il mutuo un prodotto ponte per attirare clienti a cui vendere successivamente prodotti più profittevoli; 2) che nel futuro le banche immaginano di acquistare il denaro all’ingrosso a tassi più bassi rispetto a quelli attuali e di trasformare la differenza di questa operazione di “tesoreria” in un utile da agganciare indirettamente al mutuo. Comunque sia, vista dal lato dei mutuatari – tanto quelli che si apprestano a chiedere un nuovo finanziamento quanto quelli che giustamente valutano un cambio in corsa delle vecchie condizioni attraverso le modalità della rinegoziazione (con la stessa banca) o della surroga (con un’altra banca) – si tratta di ottime notizie. Perché se la fine del Qe può essere un segnale in apparenza restrittivo, ci sono altri fattori che allontanano il momento in cui i tassi torneranno a salire con forza e quindi a costituire una fonte di preoccupazione per la categoria dei debitori. A partire dalla politica monetaria. Il governatore della Bce ha fatto capire che resterà accomodante. Dal 2019 la Bce non acquisterà più nuovi titoli sui mercati aperti (è questo il Qe) ma continuerà a ricomprare quelli che detiene in portafoglio e che andranno in scadenza. L’operazione di reinvestimento (cedole comprese) indica che la liquidità finora immessa non sarà drenata ma, molto semplicemente, non sarà incrementata. La seconda “buona” notizia – che spiega perché la stagione dei saldi dei mutui prosegue – arriva dall’inflazione. Quella “core”, depurata dai prezzi dei beni più volatili, ovvero alimentari ed energetici, a giugno dovrebbe scendere all’1% rispetto all’1,1% di maggio. Questo livello di inflazione è molto lontano dal target della Bce (vicino al 2%) e pertanto rappresenta un freno a future manovre restrittive.
Tutto ciò si riflette nei valori dei contratti “future” degli indici Euribor. Un mese fa gli investitori ipotizzavano che l’Euribor a 3 mesi – a cui è agganciata la maggior parte dei mutui a tasso variabile – sarebbero tornati sopra la soglia dell’1% a dicembre 2022. A distanza di un mese invece lo scenario è cambiato a favore dei mutuatari. Le aspettative ora danno l’Euribor a dicembre 2022 allo 0,83% e solo a giugno 2023 oltre l’1%.
Le dichiarazioni di Draghi, il dato sull’inflazione e altri dati macro che evidenziano un rallentamento della crescita dell’economia dell’Eurozona (a luglio l’indice Zew che misura la fiducia degli investitori in Germania è crollato ai minimi dal 2012) hanno spostato di sei mesi l’asticella rialzista dell’Euribor. Questo non potrà che salire – da oltre 1.000 giorni viaggia sottozero e in settimana quotava a -0,32% - ma lo farà ancor più lentamente di quanto si ipotizzava appena un mese fa.
Lo stato di quiete riguarda anche l’universo del tasso fisso, soluzione oggi preferita dalle banche nel momento in cui erogano o surrogano (perché sono consapevoli che a questi tassi così bassi non rischiano più di perdere in futuro il cliente attraverso surroghe di primo livello o la oggi molto gettonata “surroga della surroga”). In questo caso dobbiamo osservare come si stanno muovendo gli indici Eurirs. In settimana l’indicatore a 20 anni è tornato all’1,39%, livello che non vedeva da fine maggio, ovvero da quando la crisi politica italiana (il “caso Savona”) aveva spinto gli investitori a rifugiarsi sul Bund tedesco facendone scendere il rendimento e indirettamente anche il valore degli Eurirs, ad esso collegati.
La notizia è che ora la crisi politica sembra in parte rientrata ma gli Irs sono su quei livelli. Per le stesse ragioni (Draghi accomodante, inflazione in calo e dati macro dell’Eurozona deludenti) che stanno allontanando rialzi significativi dell’Euribor. Le famiglie non sono indifferenti alla nuova fase di saldi. Secondo Crif, infatti, a giugno, dopo 15 mesi consecutivi di calo delle richieste, le domande di mutui (sia nuovi che surroghe) sono aumentate del 3,6%

L’unica incognita sul futuro riguarda lo spread deciso dalle banche. Se queste continueranno a tenerlo pressoché azzerato sui fissi e intorno allo 0,7% sul variabile (a cui però va sottratto l’Euribor se negativo, cosa che è sempre bene verificare) i saldi proseguiranno anche quando il Qe andrà in pensione.

@vitolops
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vito Lops

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180715&startpage=1&displaypages=2
26  Forum Pubblico / CULTURA / Adriano SOFRI. Non bisogna dare niente per scontato, questa è la disgrazia ... il: Luglio 16, 2018, 10:16:43
Nerina Garofalo.

Ha ragione Maurizio a postare questo nell'articolo di Adriano Sofri— Sofri ha spesso una sensibilità forte, una educazione all'attenzione.

Qui tutta da sentire, e condividere

Adriano Sofri
Ieri alle 09:29

Ha un amico negro

Non bisogna dare niente per scontato, questa è la disgrazia supplementare. Quando cede un argine quello che ancora un momento prima era un tabù diventa accettabile e anzi ostentato. Succede da bambini con le parolacce. Nell'Italia razzista del fascismo era impensabile per i più e pericolosissimo per i pochi non dirsi razzista. Chi volesse obiettare avrebbe potuto cautamente premettere la clausola: “Non sono antirazzista, ma…”. Chissà se anche l’ultimo rimasuglio dell’argine che fa dire oggi ai più “Non sono razzista, ma…” crollerà, e il razzismo tornerà a essere rivendicato e vantato. Intanto, quello che viene dopo i puntini del “ma” dilaga. Si fa a gara per vantarsene. Il ministro dell’interno tedesco, quello Seehofer entrato improvvisamente nelle nostre frequentazioni quotidiane, ha vantato l’espulsione di 69 afghani residenti in Germania alla volta dell’Afghanistan in coincidenza col compimento dei suoi 69 anni: si è fatto un regalo, che allegria. Uno degli espulsi, 23 anni, vissuto in Germania da quando ne aveva 15, arrivato “in patria” si è impiccato, guastando maleducatamente la festa del ministro. (Macché, non bastava nemmeno a rovinare la festa, ha sempre quell’espressione). L’Afghanistan, per l’Europa – compresa la migliore, compresa la Norvegia – è “un paese sicuro”. Il nostro Salvini – nostro, quello che è toccato a noi, che ci siamo inflitti – ha elencato le nazionalità dei 67 naufraghi tirati su dalla Vos Thalassa e sbarcati da una telefonata del Quirinale a Trapani (Trapani, dove Mattarella è di casa: dev’essergli pesato), eccole: 23 Pakistan, 4 Marocco, 4 Algeria, 1 Bangladesh, 1 Ciad, 2 Egitto, 1 Ghana, 10 Libia, 1 Nepal, 7 Palestina, 12 Sudan, 1 Yemen. Dove sono le guerre? – ha chiesto il callido Salvini. Naturalmente, si fa presto a dire dove non ci sono le guerre, in quei paesi. Vi chiederete se Salvini sia più ignorante o falso: le due cose, guardate. Nel 2015 recitò una gag formidabile. Avendo un amico nigeriano (oggi senatore della Lega), secondo la regola “non sono razzista, ho anche un amico negro”, “non sono omofobo, ho un amico frocio”, eccetera (unica eccezione, gli zingari: non hanno un amico zingaro), proclamò che avrebbe provveduto di persona a risolvere il problema della Nigeria. Ci sarebbe andato, avrebbe spiegato ai governanti che cosa dovevano fare, si sarebbe fatto dire da loro di che cosa avevano bisogno, e la cosa sarebbe stata sistemata. Non pensate che io stia scherzando o parodiando, è andata proprio così. Poi, dopo qualche slittamento nella data promessa della sua spedizione, finalmente comunicò (oltretutto smentito dal consolato nigeriano) che la Nigeria gli aveva negato il visto, e che evidentemente il suo viaggio “aveva fatto paura a qualcuno”. Siccome le buffonate si colorano volentieri precisò anche di aver fatto il vaccino per la febbre gialla – che è obbligatorio – e di essere perciò rimasto a letto per due giorni con la febbre: caso meritevole di attenzione dagli specialisti, e forse oggi recuperabile come anticipazione delle strategie no-vax. Salvini è solo una metà del problema, anzi il 49 per cento, direi. L’altra metà, anzi il 51 per cento del problema, direi, sono quelli che gli credono, o fanno finta. Salvini va in Libia, non occorre vaccinarsi, del resto va e torna in una mattinata, abbastanza comunque per rassicurare il pubblico italiano: “Ho chiesto di visitare un centro di accoglienza per migranti in costruzione, un centro all’avanguardia che potrà ospitare mille persone. Questo per smontare la retorica in base alla quale in Libia si tortura e non si rispettano i diritti umani”. Il centro in costruzione incaricato di smontare la retorica è gestito dalle Nazioni Unite, dall’UNHCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati. Il pubblico italiano, che guarda molta televisione, dunque moltissimo Salvini, ha però avuto sufficienti occasioni per vedere gli orrendi spettacoli di torture, vessazioni, stupri e infamie che si consumano nei centri di detenzione libici gestiti dalle bande rivali, comprese quelle legate al governo riconosciuto dall’Onu. Io, parte del pubblico italiano, ho visto giovedì sera nel programma In onda, sulla 7, due servizi di Francesca Mannocchi, in mare e in terra, e ho sentito la sua testimonianza in studio: bellissimi, impressionanti. Le donne ammucchiate come stracci coi loro piccoli, nati in quei centri (da quali padri, Mannocchi non ha avuto bisogno di dire): la retorica. La pacchia, la crociera. Salvini, e i suoi vili compagni di governo, sono il 49 per cento del problema: il 51, almeno, è il pubblico. Quello che crede, quello che non crede ma fa finta di sì, perché gli piace. Si evocano le analogie fra i nostri giorni e gli anni ’30 della Germania: più intimamente si dovrebbero ricordare gli anni ’30 dell’Italia. Quando per denigrare un oppositore o sbarazzarsi di un rivale lo si accusava di non essere razzista. L’epiteto più ingiurioso di quel tempo – anche questo è stato ricordato a ragione – era “pietista”. Denunciava inesorabilmente chi mostrasse qualche remora pietosa, qualche compassione, verso gli ebrei e – in subordine – i neri, gli zigani… Pietista, l’antenato del più vile ancora buonista. Io non sono buono, ma… E’ arduo essere davvero buoni, lasciatemi almeno essere buonista.

Da Fb del 15 luglio 2018 Post di Nerina.
27  Forum Pubblico / ECONOMIA / Con il Ceta l’export di formaggi crescerà di 900 tonnellate l’anno il: Luglio 16, 2018, 10:14:21
L’industriale

Ambrosi (Assolatte): una follia, buttati 8 anni

Con il Ceta l’export di formaggi crescerà di 900 tonnellate l’anno

«È una follia». Così Giuseppe Ambrosi, presidente di Assolatte, l’associazione lattiero-casearia che dà voce in Italia a una filiera da 14,5 miliardi di euro di fatturato e oltre 100mila lavoratori, reagisce a caldo alla notizia che il ministro Di Maio non intende ratificare il Ceta, l’accordo di libero scambio con il Canada in vigore, in via transitoria, dallo scorso settembre.

«Come tutti gli accordi è un compromesso e non è perfetto, ma nel tempo si può aggiustare e migliorare: è il fronte su cui siamo impegnati. Ma cancellare otto anni di lavoro (i negoziati sono iniziati nel 2009, ndr) che hanno portato al riconoscimento di 11 dei nostri formaggi Dop e Igp più importanti, all’abbattimento delle barriere e all’azzeramento di dazi è un nonsense. Non ci porterà alcun vantaggio, non certo nel settore lattiero-caseario», rimarca Ambrosi, dallo scorso anno alla guida di Assolatte ma dal 1994 presidente e ad dell’omonimo gruppo familiare di Brescia, leader nel segmento premium dei formaggi tradizionali italiani, anche all’estero.

E l’Italia è il primo paese europeo per esportazioni di formaggi verso il Canada (incide circa un terzo sull’export Ue complessivo) e i formaggi italiani rappresentano il 23% dell’import caseario canadese totale. Si tratta principalmente di Dop di alto valore: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Pecorino Romano e Asiago pesano da soli più del 90% del totale esportato in Canada. Con una domanda in costante ascesa.

Le vendite di formaggi made in Italy nella terra di Trudeau sono aumentate del 5% nel 2017, a quota 5mila tonnellate (ma +13% in valore, per 51 milioni di euro di export), e stanno continuando a salire: +3,5% nel primo trimestre 2018 e Assolatte si aspetta un aumento ancor maggiore nella seconda parte dell’anno. Si stima che con il Ceta il valore dell’export di formaggi italiani possa crescere di circa 900 tonnellate l’anno con un raddoppio dei volumi nel giro di un lustro. Se ancora si avanza al ralenti è perché il progressivo aumento delle quote di importazione dei formaggi europei a dazio zero non è finora andato a beneficio degli importatori specializzati, bensì delle associazioni di produttori e distributori canadesi, che non hanno interesse ad aumentare gli acquisti di prodotti top di gamma italiani o francesi, ma privilegiano piuttosto la fascia medio-bassa dei formaggi olandesi.

«Questa è la vera e unica criticità per il nostro comparto e stiamo lavorando con gli uffici di Bruxelles e con gli importatori canadesi per risolverla. La nostra crescita è limitata dalle quote esportabili a dazio zero, oggi insufficienti a garantire l’aumento della domanda. Ma l’accordo non è inciso sulla pietra, si può modificare. Buttarlo via in blocco sarebbe un gravissimo errore», ribadisce il presidente di Assolatte. Ricordando che senza il Ceta non ci sarebbe aumento dei contingenti e quindi crescita dell’export, bloccato da dazi altissimi, nessuna tutela per nessun nostro formaggio e la possibilità per i canadesi di utilizzare liberamente le nostre denominazioni di origine.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Ilaria Vesentini

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180714&startpage=1&displaypages=2

28  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / Trump, Putin e lo strano vertice che minaccia i valori occidentali. il: Luglio 14, 2018, 06:16:09
Trump, Putin e lo strano vertice che minaccia i valori occidentali

Tra due giorni, il presidente americano Donald Trump e quello russo, Vladimir Putin, si incontreranno a Helsinki per la prima volta bilateralmente in una congiunzione storica che può determinare le sorti dell’Occidente e spostare l’equilibrio tra democrazie liberali e potenze autocratiche.

Questo vertice storico avrebbe potuto svolgersi a Roma. Una proposta in tal senso infatti era stata avanzata dall’Amministrazione americana direttamente al presidente russo, a testimonianza di una personale sintonia di Trump con il nuovo governo italiano. Il Cremlino aveva invece già espresso una preferenza per Vienna. Alla fine di un breve confronto, la soluzione di compromesso è caduta sulla capitale finlandese, simbolo di neutralità dai tempi della Guerra fredda e quindi in grado di garantire a Putin una posizione di perfetta parità simbolica nell’incontro con il presidente degli Stati Uniti.

A una seconda riflessione, la scelta di Roma o di Vienna era parsa troppo rivelatrice dell’interesse di Putin e di Trump a sostenere due governi occidentali ostili agli obiettivi di integrazione politica dell’Unione europea. Partiti e personalità presenti nei due governi, vengono considerati punti di congiunzione degli interessi strategici della destra americana e di quelli russi. La collaborazione anche finanziaria con il partito di “Russia Unita” e gli interessi filo-russi di alcuni esponenti austriaci nell’area dei Balcani, sono elementi di un disegno strategico che si estende oltre il Mediterraneo, fino al Medio Oriente. Un equilibrio influenzato anche dal fatto che i governi austriaco e italiano stanno trattando insieme al ministro degli Interni tedesco - le cui posizioni sono più vicine a Vienna e Roma che non a Berlino - sul controllo militare del Mediterraneo e sulla collaborazione con i Paesi della sponda meridionale.

Gli accenti sovranisti che si levano a Vienna e a Roma risuonano molto favorevolmente a Washington e a Mosca dove si preferirebbe di gran lunga esercitare pressioni su una moltitudine di piccoli Stati europei anziché negoziare con un continente integrato non solo finanziariamente, attraverso l’euro, ma anche politicamente.

Le difficoltà nel rapporto con gli altri alleati europei sono emerse nel corso del vertice Nato dei giorni scorsi. Ma gli analisti di Washington temono che l’incontro di Helsinki possa allargare ulteriormente la faglia atlantica. Gli stessi consiglieri di Trump avevano tentato di dissuaderlo da un incontro faccia-a-faccia con Putin, temendo che l’esperto leader russo potesse aggirare il presidente americano. Ma, come nel caso del negoziato nord-coreano, Trump vede i vertici bilaterali tra i leader globali come il palcoscenico più ambito per comunicare la sua leadership personalistica. Un obiettivo tanto più importante alla vigilia delle elezioni di medio-termine.

In teoria l’agenda di Washington sarebbe ricca di obiettivi da ottenere da Mosca, a cominciare dall’estensione del nuovo trattato sulla riduzione delle armi strategiche e dalla richiesta a Mosca di rispettare il trattato sulle forze nucleari intermedie e di contribuire alla de-nuclearizzazione della Corea del Nord. Altre poste negoziali più complesse avrebbero visto Usa ed Europa perfettamente allineate nel chiedere a Mosca di cessare le interferenze nelle elezioni dei Paesi democratici e di fermare il cyber-terrorismo russo che in questo momento per esempio sta colpendo i media tedeschi. Proprio contro queste nuove strategie aggressive avrebbe dovuto impegnarsi la Nato, anche a seguito delle verifiche sulla disinformazione e sulle infiltrazioni russe in Crimea e nell’Ucraina orientale. Ma le divisioni emerse dal vertice e la minaccia di ritiro agitata da Trump hanno indebolito la Nato in questa fondamentale campagna per la difesa della democrazia.

Più in generale, l’isolazionismo strategico di Trump ha spostato l’America dagli interessi europei a quelli degli alleati in Medio-Oriente, Israele, Arabia Saudita ed Emirati arabi, per i quali il vero obiettivo da ottenere da Mosca è la presa di distanza russa dall’Iran e il contenimento della presenza iraniana in Siria. Per ottenere questo obiettivo, Trump è disposto a concedere a Putin ancor più di quanto non abbia già dato, indebolendo la Nato, aprendo una guerra commerciale con il resto del mondo ed esprimendo la propria simpatia agli autocrati e il proprio disprezzo ai leader delle democrazie.

A Helsinki, di fronte a Putin, il bilancio di Trump potrebbe peggiorare ulteriormente. Nonostante le nette condanne contenute nel comunicato del vertice Nato, da lui sottoscritto, Trump rischia di legittimare l’invasione militare della Crimea e di indebolire dall’interno la difesa dell’Ucraina attraverso il ritiro delle forze americane in Europa. La posizione europea rischia di uscire ancor più indebolita. La destra americana ha montato una campagna contro l’adesione all’accordo nucleare con l’Iran, considerata una manifestazione dell’ostilità europea nei confronti di Israele, mentre i democratici ritengono che l’Europa pretenda troppe attenzioni, e offra troppo poco, in un mondo il cui baricentro si è spostato nel Pacifico. Trump, inoltre, ha in mano un’arma potente per volgere l’opinione pubblica contro l’Europa utilizzando l’argomento secondo cui sono gli europei a causare il disavanzo commerciale Usa e di come ciò sia conseguenza del mancato acquisto di armi americane.

Rispetto alle istituzioni europee e ai leader di Francia e Germania, Trump vede alleati più interessanti negli euro-critici così come in autocrati come il leader turco Erdogan, il cui governo non a caso è membro della Nato ma non dell’Unione europea, e la cui filosofia di potere è certamente poco sensibile ai valori delle democrazie liberali.

Il vertice di Helsinki rappresenta un’eccezionale manifestazione storica della crisi dell’Occidente. Quale ne sia l’esito non è mai stato tanto incerto. L’unica cosa certa è che per Putin, se non esistesse un presidente come Trump, avrebbe dovuto inventarlo. E forse non è un caso che a Washington in tanti pensino che, in qualche misura, abbia contribuito a farlo.

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Carlo Bastasin

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29  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / Trump, Putin e lo strano vertice che minaccia i valori occidentali. il: Luglio 14, 2018, 06:14:56
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14 Luglio 2018 - Il Sole 24 Ore

LE SOMIGLIANZE TRA DUE «LEADER FORTI»

Aprirà una nuova era nelle relazioni Est-Ovest o sarà l’ennesima occasione per parlare delle presunte interferenze russe nelle elezioni del 2016 e discutere dei conflitti in Ucraina o in Siria?
Gli esperti si interrogano sull’incontro fra Trump e Putin.

La Russia non è una potenza mondiale come fu l’Urss. La sua economia è meno di un decimo di quella Usa; le sue forze armate possono disturbare i vicini, ma non proiettare la propria potenza su scala globale. Ma allo stesso tempo, Putin è diventato un’icona per i globoscettici contemporanei, assurgendo al rango di principale asset del Paese. Come disse nel 2014 il suo collaboratore Vyacheslav Volodin, «oggi non c’è Russia senza Putin». Senza Putin, la Russia conta poco.

Putin è il veterano di una nuova lega di statisti ossessionati dalla “sovranità”; che si sentono autorizzati a intervenire nel proprio “vicino estero”; che sono scettici riguardo alle virtù della democrazia, e preferiscono i valori “tradizionali” alla retorica sui diritti umani; e che si comportano in modo aggressivo perché si sentono a disagio in un mondo aperto, libero e governato da regole adottate da tutti i suoi membri con una procedura internazionalmente riconosciuta. Anche solo dieci anni fa sarebbe stato difficile credere che il presidente Usa avrebbe potuto condividere questa collezione di idee e princìpi. Ma oggi sembra che sia così. E questo apre al “Momento di Putin” la possibilità di farsi strada nella politica globale.

Sarebbe un errore sottovalutare l’influenza di queste idee sulle società occidentali. L’influenza delle forze populiste ultra-conservatrici cresce e potrebbe succedere che gli attuali governi, se riusciranno a sopravvivere, dovranno considerare certe affermazioni, fino a inserirne molte nelle agende politiche.

Quando Trump elogia Putin come «leader forte», con cui pensa di poter stabilire un contatto personale, rimanda a somiglianze tra i due: ammirano la sovranità delle proprie nazioni, sono scettici verso un’ampia interpretazione dei diritti umani, non amano l’affermazione delle minoranze, prediligono valori sociali e culturali tradizionali. Il narcisismo li spingerà l’uno verso l’altro: considerano il potere come strumento di rinascita nazionale. Così Putin e Trump sono alleati naturali, e oppositori di altre potenze emergenti, come la Cina, e di istituzioni multilaterali “non tradizionali”, prima fra tutte la Ue. Potrebbero arrivare alla conclusione che Usa e Russia dovrebbero lavorare insieme per un mondo in cui la realpolitik e i valori tradizionali verranno nuovamente rispettati.

Negli Usa e in Europa, la rinascita del populismo spinge i politici più moderati ad adattare le politiche alle aspettative popolari: la tendenza a isolazionismo e tradizionalismo è forte, e su questa Putin e Trump capitalizzano. Per questo parlo di “Momento di Putin”: Putin rappresenta un gruppo di politici che respingono la globalizzazione e invocano la restaurazione dei valori tradizionali. Pensano di poter salvare le nazioni dal decadimento sociale ed economico instaurando un “potere forte” e perseguendo politiche economiche nazionaliste. Molti di loro non approvano Putin, o non lo rispettano, ma questo non cambia il quadro. È una tendenza: dove condurrà?

Il “Momento di Putin” potrebbe apparire una nuova edizione del nazionalismo, del protezionismo e del tradizionalismo: ci vorrà un enorme sforzo da parte dei movimenti politici tradizionali (soprattutto di sinistra) per riguadagnare terreno. Penso anche che il “Momento di Putin” potrebbe tornare utile all’Occidente. Il primo motivo per cui il “Momento di Putin” verrà meno sarà l’inevitabile collasso economico della Russia di Putin, tra 10-15 anni. Se va in rovina l’elemento centrale del sistema, la tendenza si fermerà. Inoltre, i sistemi come quello di Putin non riescono a ricrearsi, sono personalistici come i regimi fascisti degli anni 20. Mentre i politici occidentali diventeranno più consistenti, accettando alcune nuove realtà e ripensandone di vecchie.
La virtù cruciale del sistema tradizionalista instaurato da Putin è considerata la “stabilità”. Ma non si può fermare lo sviluppo del mondo: il “Momento di Putin” è come un orologio rotto che due volte al giorno indica l’ora giusta, mentre il tempo va avanti. Questo periodo sarà breve, e il compito di ogni politico occidentale è lasciarlo passare e cambiare in modo da non permettere alla società di innamorarsi ancora di fedi primitive e arretrate. Ci vorrà un grosso sforzo, ma la storia non può essere fermata. Il suo percorso è irregolare, e stiamo entrando in una fase di decelerazione.

Direttore del Centro di ricerca
post-industriale di Mosca e Senior Fellow
al Polish Institute for Advanced
Studies di Varsavia

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Vladislav Inozemtsev

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30  Forum Pubblico / Il GOVERNO del CAMBIAMENTO = Lega+5Stelle. 2 giugno 2018 / Lezzi: «Sui fondi europei Bruxelles dia più tempo» il: Luglio 14, 2018, 06:11:07
POLITICA
14 Luglio 2018 - Il Sole 24 Ore

Lezzi: «Sui fondi europei Bruxelles dia più tempo»

C’è un’ossessione al ministero per il Sud. Non dover restituire i fondi europei in scadenza. Il ministro Barbara Lezzi ha incontrato a Bruxelles Corina Cretu, commissario europeo per la Politica regionale. «Ho parlato con franchezza, ho avanzato alcune richieste ma riconoscendo le criticità accumulate negli anni e promettendo un cambio di passo nella quantità e qualità della spesa. Quando si tratta, è fondamentale essere credibili. I fondi europei non dovranno essere più sostitutivi della spesa ordinaria nazionale e anche per questo intendo estendere ad Anas e Rete ferroviaria italiana (Fs) l’obbligo della quota minima del 34% di investimenti dei ministeri al Sud. Proporrò di inserire la nuova norma già nel decreto dignità all’esame del Parlamento: dai primi conti potrebbe portare a 3-4 miliardi di spesa annua aggiuntiva».

Con il commissario avete quantificato le risorse che rischiamo di perdere a fine anno?
Il quadro che ho ereditato è di 3 miliardi rendicontati sui 9 prefissati al 31 dicembre 2018, ma va considerato che i pagamenti reali delle regioni sono decisamente superiori perché una parte non è stata ancora censita nella banca dati. Ho comunque chiesto al commissario Cretu di ottenere una deroga alla regola “N+3” per una parte di questi progetti, quelli che possono essere rendicontati con certezza dalle Regioni in tempi brevi, comunque nei primi mesi del 2019. Anas e Fs a loro volta dovrebbero fornire elementi puntuali alle Regioni e al Dipartimento circa l’avvio e l’avanzamento delle opere. Ci rivedremo a settembre e affronteremo la questione nel dettaglio.

Ma le Regioni sono in grado di accelerare?
Faccio una premessa. La politica di coesione non è riuscita a ridurre i divari del Mezzogiorno, infrastrutturali, sociali, ed economici. Per questo si deve cambiare registro. Ho avviato una cooperazione rafforzata con la Sicilia, ora procederò con l’Abruzzo e un’altra regione, poi le altre. I governatori non devono viverlo come un commissariamento, ma devono sapere che alcune cose cambieranno. Non accetteremo più i cosiddetti “progetti sponda” che vanificano l’addizionalità dei fondi Ue. So anche che c’è un problema di capacità progettuale delle amministrazioni, ne ho parlato con la Cretu. Su questo, in chiave nazionale però, il governo studia premialità e penalità per i dipendenti pubblici che rispettano o sforano i tempi.

A Bruxelles ha discusso del budget post 2020?
Anche in questo caso ho fatto una richiesta chiara al commissario, di rivedere i coefficienti della nuova politica di coesione che rischiano di penalizzarci: con il vecchio metodo avremmo 10 miliardi in più rispetto al 2014-2020, con i nuovi calcoli solo 2,5.

Sui fondi Ue continueranno a lavorare sia l'Agenza sia il Dipartimento per le politiche di coesione?
Per molti aspetti fanno le stesse cose e non ha molto senso. Per ora lavoriamo a dividere le competenze chiedendo all’Agenzia interventi fattivi sui territori. Poi valuteremo la situazione ed eventualmente se tornare al vecchio assetto che non prevedeva l’Agenzia.

Oltre alla norma sul 34%, ha ereditato dal precedente governo diverse misure da implementare. Le confermerà o cancellerà?
Ogni misura ha una storia a sé. Procediamo con le zone economiche speciali, soprattutto sulle semplificazioni per le quali tra poco vareremo il decreto attuativo: sta coordinando il tavolo direttamente il premier Conte. I finanziamenti agevolati di “Resto al Sud” potrebbero essere estesi ai professionisti innalzando l’età di chi può fare richiesta. Sul credito di imposta per gli investimenti ho chiesto alla Ue di ridiscutere il vincolo di destinazione previsto sulla quota dei fondi Pon, quasi 1 miliardo. L’obiettivo è aumentare il tiraggio: mi confronterò anche con Confindustria per estendere in modo condiviso il raggio d’azione oltre la “Strategia di specializzazione intelligente”. Intendiamo poi rivedere la norma che finanzia con 240mila euro ciascuno l’attivazione di cluster tecnologici: per avere le risorse dovranno essere già in rete con università, Cnr e distretti tecnologici.

Nel contratto di governo il Mezzogiorno è appena citato. La Lega ha dubbi sul 34%. E, dopo i referendum sull’autonomia, sul tavolo ci sono anche le possibili richieste di Lombardia, Veneto ed Emilia sul surplus fiscale.
Fa fede il contratto di governo: tutte le scelte politiche saranno orientate a uno sviluppo omogeneo per il Paese e il 34% risponde perfettamente a questa a logica. Anche la Lega capirà. In generale però devo dirle che non ho riscontrato ostilità, c’è collaborazione. Sull’altra questione le Regioni possono rivendicare competenze ma ricordo che il tema dei residui fiscali non è compreso nel contratto.

La stretta per chi riduce il lavoro riguarda in particolare chi ha ricevuto incentivi al Sud, ad esempio con il contratto di sviluppo. Non si scoraggiano gli investitori?
Perché? Una volta realizzato il nostro programma di sviluppo e infrastrutture troveranno un contesto più favorevole e alla fine chi ha business plan solidi, che non si basano sulla precarietà del lavoro, continuerà a investire.

La preannunciata Banca pubblica degli investimenti interverrà in modo diretto al Sud?
Avrà un’attenzione particolare per il Mezzogiorno, perché utilizzando il Fondo di garanzia favorirà linee di credito agevolate. Non è tollerabile che imprese con lo stesso rating di bilancio abbiano tassi diversi solo perché situate al Sud. È un tema che affronterò anche con l’Abi.
Intendete ancora finanziare parte del reddito di cittadinanza con i fondi Ue? Potreste utilizzarli per non più di qualche centinaio di milioni...

La ricognizione spetta al ministro del Lavoro, competente per l’Fse. Ma siamo pronti anche in questo caso ad andare a Bruxelles a chiedere di cambiare le regole se necessario.
Un’inchiesta del Sole 24 Ore ha documentato l’ampliamento dei divari nelle prestazioni sociali e infrastrutturali al Sud. Come si recupera?

Conosco bene questo disagio. Il 4 marzo in alcune zone del Mezzogiorno il nostro Movimento ha superato il 50% e quei voti non erano per richiedere il reddito di cittadinanza. C’è un lungo lavoro da fare, intanto partiremo approvando finalmente i Lep con il fondo di perequazione, i livelli essenziali delle prestazioni da erogare su tutto il territorio nazionale. Un percorso che, nel rispetto del dettato costituzionale, precede quello sulle autonomie.

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Carmine Fotina

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