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16  Forum Pubblico / ECONOMIA / Quel deficit italiano che potrebbe piacere a Trump - da Francesco Mercadante il: Ottobre 14, 2018, 05:50:43
CATEGORIA: VENDERE E COMPRARE

Quel deficit italiano che potrebbe piacere a Trump

 Scritto da Francesco Mercadante il 08 Ottobre 2018

DRAGHI E GNOMI

È il caso di partire bruscamente, rievocando l’immagine dei festeggiamenti sul balcone di Palazzo Chigi: non perché ce ne sia un bisogno giornalistico né perché manchino i dettagli in merito né, tanto meno, per fare insensata opposizione, ma perché siamo alla ricerca della pertinenza ai fatti. Che cosa è successo e perché un ministro del lavoro s’è reso protagonista di quella scena da regime bolivariano? Per evitare giudizi affrettati è necessario volgere lo sguardo ai numeri di quel venerdì 28 settembre: il FTSEMib perde il 3,72%, mentre la maggior parte dei titoli bancari va incontro a una vera e propria emorragia; alcuni di essi vengono addirittura sospesi in più occasioni per eccesso di ribasso. Intesa Sanpaolo fa registrare un -8,44%, UniCredit -6,73%, BPM – 9,43%, BPER -8,34%, UBI -7,84%.

Frattanto, Di Maio s’affretta a dichiarare che “le opposizioni fanno terrorismo finanziario per fare schizzare verso l’alto lo spread e causare il dissesto”. La vicenda comincia a farsi inquietante e, soprattutto, sospetta. Primo interrogativo: che cosa s’è festeggiato? Secondo interrogativo: a chi giova questo stato di cose, dal momento che era tutto fin troppo prevedibile?

L’introduzione di un deficit al 2,4%, in contrasto sia coi Principi Costituzionali sia coi vincoli del Fiscal Compact genera le veementi e ‘decisive’ reazioni del Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, e del Commissario Europeo per gli Affari Economici e Monetari, Pierre Moscovici, tanto che il viaggio di Tria a Lussemburgo si conclude in anticipo. Allora, la nota di aggiornamento del DEF è una provocazione o una sorta di messaggio in codice? Se sì, a chi è rivolta? Trascorrono 48 ore, un weekend in pratica, e il nostro comparto bancario torna a tremare non solo per le quotazioni dei titoli di riferimento, ma anche per lo spread, che raggiunge i 283 punti. Il giorno delle contrattazioni è il lunedì 1 ottobre: Intesa Sanpaolo -3,91%, UniCredit -2,34%, BPM -5,75%, Mediobanca -3,05%, Banca Generali -1,17%, UBI -4,57%.

Nel tentativo di offrire al lettore un contributo di trasparenza, ci proponiamo, com’è accaduto in altre circostanze su Econopoly, di semplificare e alleggerire opportunamente alcuni capisaldi della vicenda bancaria. Secondo le stime della Banca d’Italia, le banche italiane hanno in portafoglio circa 370 miliardi di titoli di stato. Nel contempo, è ormai noto ai più che ogni banca per poter operare deve rispettare dei requisiti patrimoniali, il più delle volte espressi in parametri: la Cet 1 ratio, per esempio, serve a indicare la solidità dell’istituto preso in esame. È evidente che un titolo di stato giudicato poco rischioso svolge una funzione positiva all’interno del bilancio. Al contrario, un corpus di titoli di Stato valutato come rischioso appesantisce i bilanci e impone alla banca che ne è depositaria un’esigenza di capitalizzazione nel rispetto dei summenzionati requisiti.

Quando, a un certo punto, com’è accaduto, le banche sono costrette a vendere, le conseguenze evidenti e inconfutabili sono due: 1) la perdita di asset; 2) la messa in circolazione di una quantità talmente elevata di titoli di Stato da determinare l’aumento degli interessi. La Cet 1 ratio, infatti, si ottiene esattamente dal rapporto tra capitale ordinario e attività di rischio ponderato. L’area di pericolo o preoccupazione o – sospetto – si espande, se consideriamo che, quando l’aria comincia a farsi irrespirabile, gli investitori non esitano a vendere le azioni dei nostri istituti di credito, causandone la perdita di valore azionario. Anche in questo caso, gli addetti ai lavori sanno bene che basterebbe consultare l’EPS (…e non solo), ovverosia l’Earning per Share, per rendersi conto delle conseguenze per gli investitori.

L’analisi di questa deriva ‘borsistica’ non può finire qui. Tanto più si abbassa il valore delle azioni del comparto bancario quanto più gli istituti diventano facili prede di acquirenti ben patrimonializzati. A questo punto, facciamo una pausa e riproponiamo la stessa domanda fatta in apertura: a chi è rivolta questa manovra finanziaria? Escludiamo per principio che sia destinata allo sviluppo del paese perché nessun principio di macroeconomia la giustifica. Il dubbio è lecito, dato che un abbassamento dei requisiti patrimoniali coincide immediatamente con una minore erogazione di credito a vantaggio di famiglie e imprese.

Dunque: accade pure che alcuni dei grandi fondi assumano posizioni nette corte sulle nostre banche; in altri termini: si muovono al ribasso. Se lo fanno Bridgwater Associates, BlackRock investment et similia, le loro azioni lasciano il segno sia per il messaggio che lanciano ai mercati, dominandoli, sia perché la perdita di capitale per le banche italiane è ingente, come abbiamo notato, e difficilmente recuperabile, tranne che la BCE sia disposta a iniettare liquidità a oltranza.

Tutto questo lascia pensare che certe operazioni siano costruite quasi esclusivamente per alterare gli equilibri dell’UE in linea col più agguerrito dei trumpismi. Che vantaggio ne trarrebbe Trump?

Di fatto, il vantaggio non è subito evidente e non è esclusivamente legato alle performance anti-sistema del presidente americano: dalle minacce al WTO alla guerra commerciale. È indubbiamente vero che l’attuale establishment statunitense ha puntato molto sul riscatto dal considerevole deficit commerciale ed è evidente che i numeri danno torto ai sostenitori della strategia adottata finora: nell’ultimo anno dell’amministrazione Obama, il disavanzo era pari a 502 miliardi di dollari, laddove, adesso, cioè per il 2018, si stima un ‘aggravio’ di circa 80 miliardi.

Qui, tuttavia, le apparenze sovrastano i fatti, distorcendone la comprensione. Leggendo attentamente l’impeccabile contributo di Giovanni Caccavello, pubblicato da Econopoly il 2 ottobre scorso, possiamo fare dei passi avanti significativi: “Il deficit commerciale di una nazione è, prima di tutto, determinato dai flussi di investimenti in entrata e in uscita da quel paese. Quei flussi sono causati da quanto le persone di quella specifica nazione risparmiano e investono. Per comprendere come funziona la bilancia commerciale di una nazione bisogna, innanzitutto, capire cosa sia la bilancia dei pagamenti. Una volta compresi questi termini, si può arrivare a capire la seguente equazione: risparmi – investimenti = esportazioni – importazioni.”. Più avanti, Caccavello continua: “Questa manovra espansiva – con riferimento alla politica economica di Trump –, oltre ad aumentare il debito, sta aumentando sia la crescita del PIL sia le importazioni. Grazie al buon andamento dell’economia, i cittadini americani stanno acquistando più beni provenienti dall’estero”. In pratica, sta accadendo ciò che un lettore poco avvezzo al linguaggio della politica economica non s’aspetterebbe mai; sta configurandosi una dialettica paradossale tra l’insistente propaganda anti-deficit commerciale e l’aumento delle importazioni.

Proviamo a rifare la domanda chiave di questo articolo, ma questa volta in modo speculare: a chi si rivolge Trump?
La debolezza del nostro comparto bancario ridisegna degli asset aggredibili. O meglio: il pericolo proverrebbe non già e non solo dalle scalate che tanto c’inquietano, ormai da tempo, bensì dal venire meno di quei requisiti patrimoniali per la coesistenza finanziaria all’interno dell’Eurozona. Sappiamo ormai che una manovra finanziaria segnata dal 2,4% di deficit (o da correzioni più o meno adeguate) si traduce immediatamente in un’esposizione per le banche. Nello stesso tempo, non si può far finta di non sapere che le banche statunitensi sono esposte per quasi 2.000 miliardi nei confronti dei paesi europei, oltre a possedere quasi un miliardo e mezzo di derivati e obbligazioni delle banche dell’eurozona. I conti tornano. Anzitutto, ogni debito contratto in dollari, alla luce dell’apprezzamento della divisa statunitense, che abbiamo ‘passivamente’ registrato nell’ultimo semestre (EUR / USD: da 1,23 a 1,15, con punte di 1,13), diventa una spada di Damocle pendente sulla testa dei debitori; in secondo luogo, qualora l’identità monetaria e commerciale dell’Europa dovesse ulteriormente indebolirsi, multinazionali e banche americane avrebbero campo aperto, verrebbe meno forza di garanzia dell’euro e… lasciamo al lettore ogni ulteriore deduzione.

Certo, è strano constatare che il M5S e i suoi leader, i quali hanno ossessivamente costruito il consenso elettorale urlando a squarciagola contro i poteri forti, oggi creino le condizioni per agevolare i poteri forti.

Per onestà intellettuale dev’essere fatta un’ultima considerazione. La stretta del credito alle imprese, di recente, ha fatto nascere un apparato di finanziamento alternativo, il sistema bancario ombra (Shadow Banking), un fenomeno da tenere sotto controllo. In questa sede, non vogliamo entrare nel merito tecnico, che è stato trattato opportunamente da Corrado Griffa, ma è corretto dire che l’emissione di corporate bond alla ricerca di liquidità ha generato un eccesso di titoli sul mercato bancario, a tal punto da riprodurre una sorta di debito parallelo equivalente.

Ciò che deve suscitare la nostra preoccupazione è il grado di liquidità di queste emissioni obbligazionarie, dato che ormai si ritiene che i titoli illiquidi in circolazione siano certamente superiori a quelli liquidi. A ciò si deve aggiungere immediatamente non solo la questione della loro iscrizione in bilancio, che non è esattamente calcolabile secondo i parametri della BCE, ma anche quella dei bassi rendimenti dell’Eurozona per via dei tagli a zero dei tassi. In parole povere: se il contesto europeo offre meno in funzione dei tassi tagliati quasi a zero, verso dove si muovono i capitali? New York è accogliente.

Twitter @FscoMer

Da - http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/10/08/deficit-italiano-trump/?uuid=96_BAic2a0H
17  Forum Pubblico / ECONOMIA / I mismatch tra economia e politica si accentua ogni giorno che passa. il: Ottobre 14, 2018, 05:48:37
Equilibrio economico e interessi elettorali

I mismatch tra economia e politica si accentua ogni giorno che passa. Il governo ha finalmente presentato la Nota al documento di politica di bilancio. Per il ministro dell’Economia e delle Finanze essa prefigura una legge finanziaria che sarà «coraggiosa e responsabile, in quanto punta alla crescita e al benessere dei cittadini, assicurando… un profilo di riduzione del deficit che passerà dal 2,4% del 2019 al 2,1% del 2020 per chiudere all’1,8% del 2021». Tuttavia, tra gli economisti (così come riportato anche da questo giornale), sono in molti ad avere dubbi sulle previsioni avanzate in quella Nota, anche perché il contesto economico internazionale non è favorevole e la Banca centrale europea sta tirando in barca i remi del quantitative easing. Ma i dubbi sulla sostenibilità della manovra finanziaria diventano ancora più forti quando si ascoltano i due vice-premier del governo, impegnati in una reciproca competizione elettorale per tirare la coperta delle spese verso l’uno oppure verso l’altro. Per loro, quella Nota sembra essere un manifesto elettorale piuttosto che un documento di politica di bilancio. Come è possibile che i leader del governo di uno dei Paesi più industrializzati al mondo non si pongano il problema delle possibili conseguenze economiche negative della manovra finanziaria che stanno mettendo in campo? Cercherò di spiegare che ciò non è dovuto alla carenza di cultura economica da parte loro, bensì alla strategia politica che perseguono.
I leader della Lega e dei Cinque Stelle sono impegnati a rovesciare un equilibrio politico europeo, prima che a costruire un nuovo equilibrio economico italiano. Hanno capito che non possono conseguire il secondo obiettivo se non hanno raggiunto il primo obiettivo.
L’interdipendenza europea è così stretta da vincolare l’autonomia decisionale nazionale. Anche se essi rappresentano elettorati e aree geografiche (relativamente) diversi, tuttavia convergono verso l’obiettivo di accrescere quella autonomia decisionale, senza la quale non potrebbero realizzare le politiche di spesa necessarie per consolidare il loro consenso interno. Entrambi hanno capito che è irrealistico raggiungere quell’obiettivo seguendo la strada di Nigel Farage, vista la drammatica complessità della fuoriuscita britannica dall’Unione europea (Ue). Così come è irrealistico raggiungere quell’obiettivo attraverso la strada indicata a suo tempo da Alexis Tsipras, viste le umilianti conseguenze indotte dal suo tentativo unilaterale di violare le regole dell’Eurozona. Di qui la loro strategia (condivisa da altri partiti sovranisti europei) di conquistare l’Ue dall’interno, per poterla quindi svuotare di competenze e controlli. Le elezioni per il Parlamento europeo del prossimo maggio 2019 sono un passaggio cruciale per realizzare tale strategia. Attraverso il meccanismo dello spitzenkandidat, le forze sovraniste potrebbero convergere con le componenti euro-scettiche del Partito popolare europeo per eleggere un presidente di Commissione sensibile alle loro rivendicazioni nazionaliste, così sconfiggendo l’asse europeista Merkel-Macron. Per dirla con Douglass North, l’Europa è in una “giuntura critica”, un periodo storico in cui vecchi equilibri sono stati indeboliti e nuovi equilibri potrebbero affermarsi (anche grazie al contributo dei partiti del governo italiano). Se la giuntura critica della fine della Guerra Fredda (1989-1992) aveva condotto alla nascita della nuova Europa (monetaria), l’attuale giuntura critica potrebbe condurre alla rinascita della vecchia Europa (doganale). Un’Europa, quest’ultima, che potrà accogliere i sovranismi al suo interno, al prezzo però di mettere in discussione il funzionamento del mercato unico.
Ecco perché i due leader del nostro governo sono interessati ad una manovra finanziaria che parli ai loro elettori (vecchi e nuovi) piuttosto che alla Commissione europea o ai mercati finanziari. Leggendo la Nota, si può vedere che non è stato dimenticato nessun gruppo sociale di una possibile coalizione sovranista. Ma per mobilitare quest’ultima, occorre avere un nemico, cioè la Commissione europea. Siccome è altamente probabile che la Commissione sarà costretta ad aprire una procedura di infrazione nei confronti del governo italiano (visto che la legge di bilancio 2019 non prevede una diminuzione, né nominale né strutturale, del rapporto deficit/Pil), ciò fornirà un assist formidabile ai leader dei due partiti di governo per la loro campagna elettorale del prossimo maggio (per di più, l’apertura della procedura avrà una scarsa efficacia pratica, essendo la stessa Commissione in scadenza). I nostri vice-premier avrebbero un nemico in carne ed ossa da combattere come il responsabile dei nostri guai sociali ed economici. Contemporaneamente, radicalizzando lo scontro con l’Ue, i due vice-premier potranno consolidare il controllo sui rispettivi partiti. Infatti, è bene tenere presente che la Lega nazionale (con i suoi istinti autoritari) non coincide con quella (di sentimenti autonomisti) che governa importanti regioni dell’Italia del nord. Così come non va dimenticato che l’attuale leadership nazionale dei Cinque Stelle è tutt’altro che solida (di qui, peraltro, la sua spasmodica celebrazione di successi politici inesistenti).
In conclusione, il mismatch tra interessi politici e logica economica potrebbe condurre ad esiti imprevedibili prima ancora delle elezioni europee. In questo contesto, le forze sociali ed economiche organizzate dovrebbero riaffermare le priorità delle politiche (per la crescita e l’inclusione) necessarie al Paese, creando un baricentro riformatore capace di contenere la deriva estremistica della politica elettorale. Collateralismi e politicismi indebolirebbero quel baricentro piuttosto che rafforzarlo. Come sa chi va a vela, si può andare avanti anche con il vento contrario.
I mismatch tra economia e politica si accentua ogni giorno che passa. Il governo ha finalmente presentato la Nota al documento di politica di bilancio. Per il ministro dell’Economia e delle Finanze essa prefigura una legge finanziaria che sarà «coraggiosa e responsabile, in quanto punta alla crescita e al benessere dei cittadini, assicurando… un profilo di riduzione del deficit che passerà dal 2,4% del 2019 al 2,1% del 2020 per chiudere all’1,8% del 2021». Tuttavia, tra gli economisti (così come riportato anche da questo giornale), sono in molti ad avere dubbi sulle previsioni avanzate in quella Nota, anche perché il contesto economico internazionale non è favorevole e la Banca centrale europea sta tirando in barca i remi del quantitative easing. Ma i dubbi sulla sostenibilità della manovra finanziaria diventano ancora più forti quando si ascoltano i due vice-premier del governo, impegnati in una reciproca competizione elettorale per tirare la coperta delle spese verso l’uno oppure verso l’altro. Per loro, quella Nota sembra essere un manifesto elettorale piuttosto che un documento di politica di bilancio. Come è possibile che i leader del governo di uno dei Paesi più industrializzati al mondo non si pongano il problema delle possibili conseguenze economiche negative della manovra finanziaria che stanno mettendo in campo? Cercherò di spiegare che ciò non è dovuto alla carenza di cultura economica da parte loro, bensì alla strategia politica che perseguono.
I leader della Lega e dei Cinque Stelle sono impegnati a rovesciare un equilibrio politico europeo, prima che a costruire un nuovo equilibrio economico italiano. Hanno capito che non possono conseguire il secondo obiettivo se non hanno raggiunto il primo obiettivo.

L’interdipendenza europea è così stretta da vincolare l’autonomia decisionale nazionale. Anche se essi rappresentano elettorati e aree geografiche (relativamente) diversi, tuttavia convergono verso l’obiettivo di accrescere quella autonomia decisionale, senza la quale non potrebbero realizzare le politiche di spesa necessarie per consolidare il loro consenso interno. Entrambi hanno capito che è irrealistico raggiungere quell’obiettivo seguendo la strada di Nigel Farage, vista la drammatica complessità della fuoriuscita britannica dall’Unione europea (Ue). Così come è irrealistico raggiungere quell’obiettivo attraverso la strada indicata a suo tempo da Alexis Tsipras, viste le umilianti conseguenze indotte dal suo tentativo unilaterale di violare le regole dell’Eurozona. Di qui la loro strategia (condivisa da altri partiti sovranisti europei) di conquistare l’Ue dall’interno, per poterla quindi svuotare di competenze e controlli. Le elezioni per il Parlamento europeo del prossimo maggio 2019 sono un passaggio cruciale per realizzare tale strategia. Attraverso il meccanismo dello spitzenkandidat, le forze sovraniste potrebbero convergere con le componenti euro-scettiche del Partito popolare europeo per eleggere un presidente di Commissione sensibile alle loro rivendicazioni nazionaliste, così sconfiggendo l’asse europeista Merkel-Macron.
Per dirla con Douglass North, l’Europa è in una “giuntura critica”, un periodo storico in cui vecchi equilibri sono stati indeboliti e nuovi equilibri potrebbero affermarsi (anche grazie al contributo dei partiti del governo italiano). Se la giuntura critica della fine della Guerra Fredda (1989-1992) aveva condotto alla nascita della nuova Europa (monetaria), l’attuale giuntura critica potrebbe condurre alla rinascita della vecchia Europa (doganale). Un’Europa, quest’ultima, che potrà accogliere i sovranismi al suo interno, al prezzo però di mettere in discussione il funzionamento del mercato unico.
Ecco perché i due leader del nostro governo sono interessati ad una manovra finanziaria che parli ai loro elettori (vecchi e nuovi) piuttosto che alla Commissione europea o ai mercati finanziari. Leggendo la Nota, si può vedere che non è stato dimenticato nessun gruppo sociale di una possibile coalizione sovranista. Ma per mobilitare quest’ultima, occorre avere un nemico, cioè la Commissione europea. Siccome è altamente probabile che la Commissione sarà costretta ad aprire una procedura di infrazione nei confronti del governo italiano (visto che la legge di bilancio 2019 non prevede una diminuzione, né nominale né strutturale, del rapporto deficit/Pil), ciò fornirà un assist formidabile ai leader dei due partiti di governo per la loro campagna elettorale del prossimo maggio (per di più, l’apertura della procedura avrà una scarsa efficacia pratica, essendo la stessa Commissione in scadenza). I nostri vice-premier avrebbero un nemico in carne ed ossa da combattere come il responsabile dei nostri guai sociali ed economici. Contemporaneamente, radicalizzando lo scontro con l’Ue, i due vice-premier potranno consolidare il controllo sui rispettivi partiti. Infatti, è bene tenere presente che la Lega nazionale (con i suoi istinti autoritari) non coincide con quella (di sentimenti autonomisti) che governa importanti regioni dell’Italia del nord. Così come non va dimenticato che l’attuale leadership nazionale dei Cinque Stelle è tutt’altro che solida (di qui, peraltro, la sua spasmodica celebrazione di successi politici inesistenti).
In conclusione, il mismatch tra interessi politici e logica economica potrebbe condurre ad esiti imprevedibili prima ancora delle elezioni europee. In questo contesto, le forze sociali ed economiche organizzate dovrebbero riaffermare le priorità delle politiche (per la crescita e l’inclusione) necessarie al Paese, creando un baricentro riformatore capace di contenere la deriva estremistica della politica elettorale. Collateralismi e politicismi indebolirebbero quel baricentro piuttosto che rafforzarlo. Come sa chi va a vela, si può andare avanti anche con il vento contrario.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Sergio Fabbrini

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20181007&startpage=1&displaypages=2

18  Forum Pubblico / ECONOMIA / Gli statunitensi William Nordhaus e Paul Romer hanno vinto il premio Nobel per.. il: Ottobre 14, 2018, 05:47:15
Il Premio Nobel per l'Economia è andato a due teorie che riguardano l'ambiente

La carbon tax di William Nordhaus e la crescita endogena di Paul Romer hanno meritato l'ambito premio. Dietro c'è la lotta al cambiamento climatico e alcune teorie sull'ottimismo

09 ottobre 2018, 07:47
Premio Nobel economia ambiente
 
Gli statunitensi William Nordhaus e Paul Romer hanno vinto il premio Nobel per l'Economia 2018 per il rispettivo lavoro di integrazione nell'analisi macroeconomica degli effetti del cambiamento climatico e dell'innovazione tecnologica.

I due studiosi "hanno sviluppato metodi - ha spiegato la Royal Academy of Sciences di Stoccolma annunciando la sua decisione - che affrontano alcune delle sfide fondamentali e più urgenti del nostro tempo: combinare la crescita sostenibile a lungo termine dell'economia globale con il benessere della popolazione del pianeta".

Ecco chi sono i due vincitori del Nobel per l'economia 2018 e perché le loro ricerche sono state premiate.

Nordhaus e la carbon tax globale
L'economista del clima William Nordhaus ha 77 anni, è nato ad Albuquerque (New Mexico) e oggi insegna alla Yale University, dove ha anche studiato. è stato il primo a creare, negli anni Novanta, un modello quantitativo che ha descritto l'interazione tra economia e clima, combinando teorie ed esperienze di fisica, chimica ed economia.

Consulente economico durante l'amministrazione Carter, ha scritto con l'amico e collega Paul Samuelson (anche lui Nobel) uno dei più diffusi manuali Usa di economia. La ricerca di Nordhaus mostra che il rimedio più efficace per risolvere i problemi causati dalle emissioni di gas serra è lo schema di una carbon tax globale uniformemente imposta a tutti i Paesi.

L'umanità e il gioco ai dadi con l'ambiente
In questo modo viene condizionato il mercato, spingendo imprese e consumatori ad adottare soluzioni green o meno inquinanti, in quanto più convenienti, grazie anche a degli incentivi a favore dell'energia sostenibile. In altre parole, con l'aumento del prezzo dell'energia basata sul carbonio diminuisce la domanda verso questo tipo di prodotti, a vantaggio di altre soluzioni con un minore impatto ambientale.

"L'umanità sta giocano a dadi con l'ambiente - afferma Nordhaus - e immette nell'atmosfera gas e prodotti chimici che attaccano l'ozono, causando cambiamenti su larga scala dell'uso dei terreni con le deforestazioni ed eliminando l'habitat naturale di molte specie. Inoltre crea nuove specie transgeniche in laboratorio e accumula armi nucleari sufficienti per distruggere l'intera civiltà".

Romer e la Teoria della crescita endogena
Paul Romer, che ha 62 anni, è nato a Denver e insegna alla Stern School of Business della New York University, ha mostrato invece come le forze economiche governino la volontà delle imprese di produrre nuove idee e innovazione, gettando le basi per un nuovo modello di sviluppo, noto come 'teoria della crescita endogena'.

A inizio anno si è dimesso da capo economista della Banca Mondiale, in disaccordo con il presidente dell'istituto, Jim Yong Kim, e dopo un rapporto difficile - sin dal suo arrivo, nell'ottobre 2016 - con gli altri economisti della Banca Mondiale. La teoria della crescita endogena parte dall'assioma che la crescita si basa sulla dinamica del progresso tecnologico, inteso come processo endogeno che porta nel tempo allo sviluppo della produttività, e quindi all'aumento della ricchezza e della prosperità a lungo termine.

Primo teorico di questo modello fu Robert Solow, 'collega' di Romer visto che le sue ricerche gli valsero il Premio Nobel nel 1987. Il 'modello Romer' è un superamento di Solow e mostra come i mercati non regolamentati possano produrre cambiamenti tecnologici, ma tendono a sottostimare la R&S e i nuovi beni creati da essa.

L'ottimismo condizionale e quello compiacente
Affrontare questa tematica richiede interventi governativi ben programmati, come il sostegno e gli aiuti a ricerca e sviluppo, e la regolamentazione dei brevetti. La sua analisi punta a dimostrare che queste politiche sono vitali per la crescita a lungo termine, non solo all'interno di un Paese ma a livello globale.

"L'intuizione ci dice che ci sono due tipi di ottimismo molto diversi - ha twittato il Nobel per l'Economia - l'ottimismo compiacente è la sensazione di un bambino in attesa di regali. L'ottimismo condizionale è invece quello di un bambino che sta pensando di costruire una casa sull'albero. 'Se trovo un po' di legna e persuadono altri bambini a lavorare insieme possiamo costruire qualcosa di veramente bello'.

Alla base della teoria della crescita endogena c'è l'ottimismo condizionale, non quello compiacente. Invece di suggerire che possiamo rilassarci perché le scelte politiche non contano, suggerisce al contrario che le scelte politiche sono ancora più importanti di quanto suggerisca la teoria tradizionale".

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/economia/premio_nobel_economia_ambiente-4460879/news/2018-10-09/
19  Forum Pubblico / VATICANO, CRISTIANI e altre FEDI / SALVATORE IZZO. Il Papa ha spiegato perché Paolo VI e Monsignor Romero meritano il: Ottobre 14, 2018, 05:44:09
Il Papa ha spiegato perché Paolo VI e Monsignor Romero meritano di essere santi

Chi sono il Pontefice della Chiesa estroversa e l'arcivescovo martire del Salvador che sono stati canonizzati da Francesco.

"Il Signore ci aiuti a seguire i loro esempi"

Di SALVATORE IZZO
14 ottobre 2018, 11:51

La folla assiste in piazza San Pietro alla canonizzazione di Paolo VI e Monsignor Romero
 Papa Francesco ha proclamato santi Paolo VI e l'arcivescovo del Salvador, Oscar Arnulfo Romero. Dopo la lettura della petizione da parte del cardinale Giovanni Angelo Becciu, sono state recitate le litanie e il Papa ha proclamato santi tutti e sette i beati, mentre la piazza gremita di folla esplodeva in un lungo applauso.

 "Ad onore della Santissima Trinità - ha detto con voce solenne Papa Francesco - per l’esaltazione della fede cattolica e l’incremento della vita cristiana, con l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dopo aver lungamente riflettuto, invocato più volte l’aiuto divino e ascoltato il parere di molti Nostri Fratelli nell’Episcopato, dichiariamo Santi i Beati".

"Paolo VI ha speso la vita per il Vangelo di Cristo, valicando nuovi confini e facendosi suo testimone nell'annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri". Con queste parole Papa Francesco ha reso onore a San Paolo VI che - ha detto nell'omelia del rito di canonizzazione celebrato in piazza San Pietro con i 267 padri sinodali - anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità".

"E' bello - ha poi aggiunto il Papa - che insieme a lui e agli altri santi e sante odierni ci sia monsignor Romero, che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli. Lo stesso possiamo dire di Francesco Spinelli, di Vincenzo Romano, di Maria Caterina Kasper, di Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù e anche del nostro ragazzo napoletano Nunzio Sulprizio, il santo giovane che ha saputo incontrare Gesù nell'offerta di se stesso. Tutti questi santi, in diversi contesti, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l'ardore di rischiare e di lasciare. Fratelli e sorelle, il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi".

Da - https://www.agi.it/cronaca/papa_santi_paolo_vi_oscar_arnulfo_romero-4485920/news/2018-10-14/

20  Forum Pubblico / LA POLITICA - "ALTRA"! / Veneziani - L’altra faccia del “Che” il: Ottobre 14, 2018, 05:41:09
L’altra faccia del “Che”

Vorrei dire ai ragazzi di Gioventù Nazionale che sbandierano Che Guevara come loro mito, che li capisco ma non fate l’errore di noleggiare i miti politicamente corretti perché più facili e meno ostili al Racconto Globale. Capisco, la figura del Che piaceva anche a me, il suo romanticismo rivoluzionario, il suo spirito di intrepido comandante che sfida Golia e muore sul campo, l’ammirazione che suscitò per la lotta anti-yankee e che piacque pure a Peron… Però ricordatevi di un po’ di cose. Guevara piace perché è un eroe perdente. “La cosa peggiore che possa accadere ad un rivoluzionario è vincere una rivoluzione”, scriveva il poeta sudamericano Arzubide. Guevara aveva vinto la rivoluzione, a Cuba, ma fu costretto a fuggire da quella vittoria che stava pesando quanto una disfatta. “Ci sono mille modi di suicidarsi – ha scritto Jean Cau – Balzac scelse il caffè, Verlaine l’assenzio, Rimbaud l’Etiopia, l’Occidente la democrazia e Guevara la giungla”. È bello l’eroe ragazzo che viaggia per  il sud America in motocicletta, aiuta i malati e s’indigna per i soprusi. È bello l’eroe generoso che muore in battaglia contro gli yankee. Ma tra le due icone scorre la sua vita di guerrigliero, magari esaltante e un po’ esaltata, ma meno bella. Oltre il mito, c’è la sua storia. Guevara fu un fanatico rivoluzionario, uno spietato combattente, un fallimentare ministro dell’Industria e governatore della Banca. Introdusse a Cuba i campi di concentramento per i dissidenti. Come tutti i puri, il Che sarebbe diventato un feroce dittatore se avesse avuto in mano il potere; rispetto a lui Castro era un realista moderato. La sua salvezza fu la cerca della gloria che lo condusse, come Garibaldi e gli eroi romantici, a combattere per la causa della libertà di altri popoli.

C’è di tutto al supermercato globale intorno a Che Guevara. L’immagine del Che serve a vendere sigari cubani e bustine di zucchero, bottiglie di vino rosso, musica in cd e spartiti che cantano le sue imprese, come i cantastorie di una volta. Il Che è entrato nel mondo dei fumetti e negli orologi che battono l’ora della rivoluzione. Ci sono pellegrinaggi turistico-ideologici sulle tracce del Che; le compagnie aeree trasformano El Che in uno stewart col basco per sogni esotici a prezzi rivoluzionari. Il Che è stato usato come testimonial per la compagnia telefonica cubana; vanno a ruba le banconote con la sua effigie e la sua firma. C’è persino un Guevara di cera che sembra rubato ai presepi napoletani. Troviamo il Che anche in versione araba e islamica. Tra i santini del Che ce n’è uno con la corona di spine, trasformato in Gesù Cristo. E infine il Che usato come testimonial per fumare le erbe e farsi le canne. E’ lui il Padrepio della Revoluciòn.

Oggi le sinistre italiane lo celebrano, ma da vivo il Che subì una truffa dai comunisti italiani. La cosa migliore che possa accadere ad un rivoluzionario è morire giovane, in battaglia, prima che la sua rivoluzione si realizzi, per restare caro agli uomini e agli dei. Da vinti si riesce meglio in fotografia per i posteri.  E poi, detto tra noi, ma non avevate altri Che Guevara a disposizione, magari a voi più affini? Gabriele D’Annunzio e il Comandante Borghese, Berto Ricci e ; e poi Mishima, e il Comandante Codreanu, e José Antonio? Mitizzare per mitizzare, meglio chi sognava rivoluzioni nazionali e tradizioni di civiltà, piuttosto che comunismi e dittature del proletariato…

MV, 11 ottobre 2018

Da Fb del 11/10 2108
21  Forum Pubblico / DISTINGUERSI TRA CITTADINI DIVERSI, SENZA FARSI DIVIDERE. / Il CentroSinistra "sgarrupato" da chi se ne riempiva le fauci ... per nutrirsene il: Ottobre 13, 2018, 08:44:09
Il CentroSinistra "sgarrupato" da chi se ne riempiva le fauci ... per nutrirsene, non c'è più.

Il PD che doveva essere la colonna vertebrale del CentroSinistra, ne ha subito le negative conseguenze, "meritatamente".
Adesso finalmente c'è chiarezza, "volendo", Comunismo e Socialismo Democratico devono decidere ognuno il proprio abito politico, assodato che un Fronte Popolare come nel dopoguerra, non è il caso si ripeta. Nenni e Togliatti sono ormai nella Storia.

Allora Nenni sbagliò e Togliatti (che aderì di malavoglia) ne trasse beneficio, ma non come la Dc e il Vaticano che stravinsero le elezioni.
Oggi sono cambiate le situazioni: Comunismo e Socialismo Democratico sono all’angolo e due movimenti antieuropei pur non avendo vinto singolarmente le elezioni, si sono uniti in un Contratto. Millantando una volontà popolare non espressa con il voto, si sono uniti in un “insieme” anomalo che ha carpito i mal di pancia di Cittadini “incazzati” e disorientati.
Tra i vari polveroni che circondano l’operazione di disgregazione del Sistema Italia, da qualche tempo si tende a far passare per “moderna” la considerazione che riferirsi rispettivamente a posizioni di Sinistra, di Centro e di Destra, non sia più valido socialmente e politicamente.

Una delle peggiori bufale propinate (date da bere) ai Cittadini strumentalizzando il giusto malcontento con un cambio epocale che nessuno con un minimo di cervello può auspicare, per se e soprattutto per i propri figli.
Cioè la fine dei Partiti e l’eliminazione dei valori etico-morali e storici, per sostituirli con una continua transumanza di greggi e mandrie, teleguidati a distanza da poteri non tanto occulti per chi sa guardarsi intorno, fuori dal cortile di casa.

Cercare di capire cosa s’intende per Destra, Centro e Sinistra, ha ancora più senso e valore, oggi, visto cosa è accaduto nel recente passato e cosa accade a paesi di tradizioni democratiche antiche, come l’Italia e la Grecia.
La politica, non da oggi, ha trattato i Cittadini come bestie da soma, come entità da irretire e gestire per propri scopi leciti e illeciti, in ogni caso dispersivi dei valori personali nella tradizione famigliare (già disgregata nei fatti) e dei potenziali beni e bellezze Nazionali e Europei. 

Oggi la situazione pur grave e in prospettiva pericolosa per la pace e le democrazie minacciate, è ancora possibile sia fermata, grazie al degrado politico finalmente rivelatosi ai più.
Se solleviamo il tappeto dell’ipocrisia sotto cui abbiamo permesso nascondessero i nostri rispettivi valori, sia nel mondo Cattolico, nei Partiti Liberali, nei Movimenti civili, nei Movimenti Radicali non violenti, sia nelle due Sinistre, si può ritrovare molto materiale etico per costruire una Nuova Resistenza Democratica, che ci liberi dalle manovre in corso da parte di una destra rapace, con mire ed elementi diversi tra loro ma convergenti nel distruggere l’esistente.

La loro missione abbattere il Sistema Italia e contemporaneamente puntare decisamente alla disgregazione dell’Europa. 
I valori del Risorgimento e della Resistenza, rafforzati dalla nostra Costituzione, possono fermarli.
Ma solo a patto siano presi come elementi storico-morali d’ispirazione e base culturale diffusa tra i Cittadini, ma al solo scopo di disegnare un futuro non demagogico, affatto nostalgico, determinato alla costruzione di un futuro giusto verso tutte le categorie e realtà di una Nazione Italia composta di Cittadini Diversi Ma Non Divisi.     

ggiannig
22  Forum Pubblico / DISTINGUERSI TRA CITTADINI DIVERSI, SENZA FARSI DIVIDERE. / NON E’ MAI TROPPO TARDI! il: Ottobre 13, 2018, 12:09:02
SE SAI SEI.

Le attenzione della Società e della Politica verso gli ultimi e i bisognosi di sostegno, devono rivedere tutte le loro azioni.
Ultimi un tempo erano solo i poveri e gli oppressi oggi a loro si devono aggiungere gli ignoranti, nel senso di chi ignora le conseguenze delle proprie azioni (non escluse quelle delittuose).

Accantonato ogni possibile intesa con la Destra xenofoba che vuole distruggere l’esistente, è indispensabile che il Centro socio-politico Cattolico e la Sinistra Marxista (ben distinti tra loro e finalmente senza reciproche ipocrisie) rivedano le loro strategie, da decenni confuse su percorsi complessi e devianti sino ad arrivare verso il Caos attuale.

Senza escludere dal Nuovo Dialogo Democratico, la Destra Laica Liberale e i Radicali.

Percorso complesso e non semplice da realizzare.
Vista la situazione in cui siamo scivolati si potrebbe ripartire dalla promozione della Cultura.

NON E’ MAI TROPPO TARDI!

ggiannig
23  Forum Pubblico / EVOLUZIONE SOCIOPOLITICA PROGRESSISTA e RIFORMISTA / SE SAI SEI. Ultimi sono anche gli ignoranti, non solo i poveri! il: Ottobre 13, 2018, 12:02:50
SE SAI SEI.

Le attenzione della Società e della Politica verso gli ultimi e i bisognosi di sostegno, devono rivedere tutte le loro azioni.
Ultimi un tempo erano solo i poveri e gli oppressi oggi a loro si devono aggiungere gli ignoranti, nel senso di chi ignora le conseguenze delle proprie azioni (non escluse quelle delittuose).

Accantonato ogni possibile intesa con la Destra xenofoba che vuole distruggere l’esistente, è indispensabile che il Centro socio-politico Cattolico e la Sinistra Marxista (ben distinti tra loro e finalmente senza reciproche ipocrisie) rivedano le loro strategie, da decenni confuse su percorsi complessi e devianti sino ad arrivare verso il Caos attuale.

Senza escludere dal Nuovo Dialogo Democratico, la Destra Laica Liberale e i Radicali.

Percorso complesso e non semplice da realizzare.
Vista la situazione in cui siamo scivolati si potrebbe ripartire dalla promozione della Cultura.

NON E’ MAI TROPPO TARDI!

ggiannig
24  Forum Pubblico / EVOLUZIONE SOCIOPOLITICA PROGRESSISTA e RIFORMISTA / Valori del Risorgimento, della Resistenza, rafforzati dalla nostra Costituzione. il: Ottobre 12, 2018, 06:02:46
Il CentroSinistra "sgarrupato" da chi se ne riempiva le fauci ... per nutrirsene, non c'è più.

Il PD che doveva essere la colonna vertebrale del CentroSinistra, ne ha subito le negative conseguenze, "meritatamente".
Adesso finalmente c'è chiarezza, "volendo", Comunismo e Socialismo Democratico devono decidere ognuno il proprio abito politico, assodato che un Fronte Popolare come nel dopoguerra, non è il caso si ripeta. Nenni e Togliatti sono ormai nella Storia.

Allora Nenni sbagliò e Togliatti (che aderì di malavoglia) ne trasse beneficio, ma non come la Dc e il Vaticano che stravinsero le elezioni.
Oggi sono cambiate le situazioni: Comunismo e Socialismo Democratico sono all’angolo e due movimenti antieuropei pur non avendo vinto singolarmente le elezioni, si sono uniti in un Contratto. Millantando una volontà popolare non espressa con il voto, si sono uniti in un “insieme” anomalo che ha carpito i mal di pancia di Cittadini “incazzati” e disorientati.
Tra i vari polveroni che circondano l’operazione di disgregazione del Sistema Italia, da qualche tempo si tende a far passare per “moderna” la considerazione che riferirsi rispettivamente a posizioni di Sinistra, di Centro e di Destra, non sia più valido socialmente e politicamente.

Una delle peggiori bufale propinate (date da bere) ai Cittadini strumentalizzando il giusto malcontento con un cambio epocale che nessuno con un minimo di cervello può auspicare, per se e soprattutto per i propri figli.
Cioè la fine dei Partiti e l’eliminazione dei valori etico-morali e storici, per sostituirli con una continua transumanza di greggi e mandrie, teleguidati a distanza da poteri non tanto occulti per chi sa guardarsi intorno, fuori dal cortile di casa.
Cercare di capire cosa s’intende per Destra, Centro e Sinistra, ha ancora più senso e valore, oggi, visto cosa è accaduto nel recente passato e cosa accade a paesi di tradizioni democratiche antiche, come l’Italia e la Grecia.
La politica, non da oggi, ha trattato i Cittadini come bestie da soma, come entità da irretire e gestire per propri scopi leciti e illeciti, in ogni caso dispersivi dei valori personali nella tradizione famigliare (già disgregata nei fatti) e dei potenziali beni e bellezze Nazionali e Europei. 

Oggi la situazione pur grave e in prospettiva pericolosa per la pace e le democrazie minacciate, è ancora possibile sia fermata, grazie al degrado politico finalmente rivelatosi ai più.
Se solleviamo il tappeto dell’ipocrisia sotto cui abbiamo permesso nascondessero i nostri rispettivi valori, sia nel mondo Cattolico, nei Partiti Liberali, nei Movimenti civili, nei Movimenti Radicali non violenti, sia nelle due Sinistre, si può ritrovare molto materiale etico per costruire una Nuova Resistenza Democratica, che ci liberi dalle manovre in corso da parte di una destra rapace, con mire ed elementi diversi tra loro ma convergenti nel distruggere l’esistente.
La loro missione abbattere il Sistema Italia e contemporaneamente puntare decisamente alla disgregazione dell’Europa. 

I valori del Risorgimento e della Resistenza, rafforzati dalla nostra Costituzione, possono fermarli.

Ma solo a patto siano presi come elementi storico-morali d’ispirazione e base culturale diffusa tra i Cittadini, ma al solo scopo di disegnare un futuro non demagogico, affatto nostalgico, determinato alla costruzione di un futuro giusto verso tutte le categorie e realtà di una Nazione Italia composta di Cittadini Diversi Ma Non Divisi.   
 
ggiannig
25  Forum Pubblico / AUTORI. Altre firme. / RICCARDO LUNA. - Bill Nordhaus e Paul Romer. Nobel dell'Economia. il: Ottobre 11, 2018, 11:54:05
L'economista che ha bloccato "l'inflazione di congiunzioni" per combattere il deficit di chiarezza
Uno dei due Nobel dell'Economia 2018 fece scalpore qualche mese fa quando fissò il tetto del 2,6 al numero di "e" in un testo sostenendo che il "surplus" di "and" inficiava la chiarezza e quindi l'efficacia dei report della Banca Mondiale: "Scrivere in maniera chiara è il fondamento della fiducia nella scienza"

   RICCARDO LUNA
08 ottobre 2018 13:57

Paul Romer Nobel congiunzioni scrittura
Il Nobel dell’Economia del 2018 è andato a due studiosi ignoti al grande pubblico, come spesso accade: Bill Nordhaus e Paul Romer. Sono andato a cercare informazioni sul secondo perché la motivazione del suo premio cita come merito principale l’aver integrato, nelle analisi economiche, il ruolo fondamentale dell’innovazione tecnologica. Così ho scoperto che si tratta dell’economista che per primo ha sfidato l’abuso della congiunzione “e”, “and” in inglese, e l’ha fatto con una percentuale. L’ha sfidata al punto d’aver minacciato di bloccare i report della Banca Mondiale, dove lavorava, se il numero di “e” avesse superato il 2,6 per cento del testo totale.

Da buon economista infatti ha calcolato che nel tempo si era verificata una sorta di inflazione di “e”, che erano arrivate a pesare fino al 7 per cento dei testi economici. Avete presente quei testi in cui l’autore continua a elencare cose, apparentemente slegate ma che si insiste a congiungere, e quindi legare, aggiungendo al testo una congiunzione? C’è un surplus di “e” ha pensato il professor Paul Romer, che ha 62 anni, è nato a Denver, negli Stati Uniti, insegna alla New York University e deve essere un tipo gentile e pignolo se questa mattina su Twitter si preoccupava di avvisare i suoi follower perché il server del suo blog personale era letteralmente saltato per l’eccesso di richieste di accesso, invitandoli a riprovarci più tardi.

Normale, eravamo tutti lì in rete a cercare i suoi illuminanti articoli sulla crescita economica; eppure questa battaglia sulla crescita patologica delle congiunzioni ci dice molto sul personaggio. Perché non si tratta di una mera questione estetica, o stilistica, o retorica (è stato calcolato che nel Re Lear di Shakespeare le “e” sono molte meno, ma in Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, quasi il doppio della percentuale di Romer). Era ed è una questione di chiarezza, di farsi capire.

Un report della Banca Mondiale, diceva Romer nel maggio del 2017, deve essere affilato come un coltello per penetrare nelle menti di chi legge ed essere efficace. Quindi massimo il 2,6 per cento di “e”, sentenziò l’allora capo economista della Banca Mondiale, una roba inaudita, che già mi vedo certi economisti italiani a negoziare per avere più flessibilità e sforare il tetto di “e”; oppure battersi per un “italiano di cittadinanza”, un po’ di “e” e di “ma anche” per tutti quelli che non sanno bene cosa dire così riescono a dirlo lo stesso.

Questa esigenza Romer ha provato a trasporla anche alle comunicazioni interne: scrivete solo email brevi, ha detto più volte, risparmiate sulle parole, ne guadagnerà la chiarezza. E soprattutto: basta presentazioni interne prolisse.

Il tutto ha una motivazione che faremmo bene a tenere a mente in un periodo in cui il pensiero antiscientifico sembra guadagnare metri ogni giorno: “Scrivere in maniera chiara, lo dico senza esagerazioni, è il fondamento per la fiducia nella scienza”.
(Questo testo aveva 9 congiunzioni “e” su 492 parole, meno del 2 per cento).

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/blog-italia/riccardo-luna/paul_romer_nobel_congiunzioni_scrittura-4461023/post/2018-10-08/
26  Forum Pubblico / DONNE OPINIONISTE e AUTRICI. / Evelina Marchesini. Nel 2000 i residenti da altri Paesi erano 207mila: oggi sono il: Ottobre 11, 2018, 11:43:44
Mercato residenziale.
Da Paese in crisi a una crescita del Pil del 2,7% grazie anche agli sconti fiscali che hanno attirato acquirenti.

Nel 2000 i residenti da altri Paesi erano 207mila: oggi sono 416mila

Il Portogallo si rilancia con la casa

Il riscatto del Portogallo dalla crisi è un esempio da manuale di rilancio del Paese attraverso l'attrazione di investimenti internazionali nel settore residenziale e di residenti che dall'estero si trasferiscono in Algarve e a Lisbona. I prezzi delle case e il numero delle compravendite continuano ad aumentare. Il merito? Un mix ben congegnato di forti benefici fiscali, qualità dei nuovi sviluppi immobiliari, una situazione climatica privilegiata e il rilancio socioculturale che rende attraente vivere nel Paese. Per gli italiani, in particolare, è allettante la possibilità di ricevere gli assegni pensionistici al lordo della ritenuta fiscale praticata nel nostro Paese.
Il “Golden Visa Scheme”, che offre non solo consistenti sconti fiscali ma anche la facilità di ottenere i permessi di soggiorno in un Paese europeo, è attivo dal 2012 e ha attratto nel Paese più di 6.300 famiglie ad alto reddito, provenienti principalmente dalla Cina, la Russia e il Sudafrica: tutti nuovi residenti che hanno acquistato case di lusso. Più in generale, i residenti in Portogallo provenienti da altri Paesi sono passati, secondo i dati di Knight Frank, dai 207mila del 2000 ai 416mila di fine 2017 e se dieci anni fa i principali acquirenti dell'Algarve provenivano in gran parte dal Regno Unito, oggi si assiste a un mix assortito, con una diminuzione degli inglesi e un forte aumento di compratori dai Paesi del Nord Europa. Il Pil è passato da una variazione negativa del 3% nel 2009 al +2,7% del 2017.
Lisbona. Le transazioni nel settore residenziale della capitale sono aumentate del 24% nel 2017, con un aumento del fatturato del 30%. «In città il mercato si rivolge soprattutto agli appartamenti di piccole dimensioni, che costituiscono il 40% dell'offerta - spiega Carlotta Lancia, dell'ufficio studi di Scenari Immobiliari - mentre nel centro solo l'11% delle case ha una dimensione tra i 70 e i 120 metri quadri, con cifre di vendita che arrivano anche a 1,5 milioni di euro. Questo segmento riguarda soprattutto il mercato degli acquirenti stranieri che beneficiano del regime fiscale agevolato per non residenti, tanto che a Lisbona circa il 30% delle transazioni del 2017 ha riguardato compratori stranieri».
Il prezzo medio a Lisbona è di 6mila euro al mq, ma arriva a 7.500 per gli spazi più piccoli. «Lo scorso anno l'aumento è stato del 12,6% e per il 2018 è previsto un aumento del 17,8%» spiegano da Scenari Immobiliari. L'interesse dei compratori si sposta verso i Comuni dell'area metropolitana di Lisbona, con un aumento dei prezzi del 21,3% a Cascais/Estroil, appena fuori Lisbona e ottimamente collegato. Qui i prezzi a settembre 2018 arrivano a 12mila euro al mq. L'aumento maggiore si è visto a Parque das Nacoes, il quartiere più moderno della città in prossimità dell'aeroporto, in crescita del 26,5% con prezzi più moderati, compresi tra 3.500 e 5.500 euro al metro.
L'Algarve. In Algarve la variazione dei prezzi è più contenuta, con un aumento medio del 7,2% nell'ultimo anno e del 24% rispetto al 2012. I valori più alti si sono registrati a Quinta do Lago, che gode della vicinanza con l'aeroporto di Faro ma con una spiaggia migliore, con 12mila euro al metro. Seguono Tavira, Lagoa e Vale do Lobo, con 9mila e 8mila euro al metro come valore massimo. Vila do Bispos, Silves e Loulé sono le località con quotazioni minime: 2.500 al metro a settembre 2018.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Evelina Marchesini

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=LUNEDI&issue=20180924&startpage=1&displaypages=2
27  Forum Pubblico / DONNE OPINIONISTE e AUTRICI. / FEDERICA VALENTI. Salvini e Le Pen vogliono guidare un nuovo partito operaio il: Ottobre 11, 2018, 11:39:51
Salvini e Le Pen vogliono guidare un nuovo partito operaio
L'incontro tra i due leader davanti all'ex sede del Partito Comunista Italiano non è un caso: "Oramai a sinistra ci sono solo i banchieri"

Di FEDERICA VALENTI
09 ottobre 2018,15:32

Un fronte unico sotto la bandiera della "libertà dei popoli" che si presenterà con liste divise e nazionali ma probabilmente con un unico Spitzenkanditat, candidato alla commissione Ue. Matteo Salvini e Marine Le Pen lanciano da Roma la corsa 'sovranista' alle europee di fine maggio.


Il vice premier leghista e il segretario nazionale del Rassemblement national partecipano insieme a un incontro su crescita e lavoro organizzato nella palazzo del sindacato Ugl in via delle Botteghe oscure. E, proprio di fronte alla storica sede del Partito comunista italiano, Salvini e Le Pen si candidano ad accogliere "l'eredità sociale" della sinistra europea, i cui circoli - attacca il 'lumbard' - sono ormai affollati da "banchieri invece che da operai".

I leader dei due più grandi partiti euro-scettici europei puntano ad andare all'incasso a maggio e, se non a raggiungere la "maggioranza" come proclamano, a fare di 'Europa delle nazioni e delle libertà' quantomeno il secondo gruppo a Strasburgo. "I veri nemici dell'Ue sono quei Juncker e Moscovici asserragliati nel bunker di Bruxelles", scandisce Salvini, che, da vice premier, è impegnato da giorni in uno scontro con la commissione Ue sulla "manovra del cambiamento".

Con le europee del prossimo anno, assicura, porteremo a termine il percorso di "amicizia e politica" condiviso da anni con Le Pen (i primi contatti risalgono a fine 2013), che porterà la "rivoluzione del buonsenso" in Europa.

Niente liste comuni, ma volontà di spazzare via i popolari e i socialisti
"Bisogna sostituire l'alleanza Ppe-Pse per introdurre un nostro progetto che vuole radicalmente cambiare il volto di un'Europa che è in difficoltà", gli fa eco l'ex leader del Front national. "Noi siamo contro l'Ue, ma non contro l'Europa che anzi vogliamo salvare". Salvini e Le Pen spiegano che i loro partiti non presenteranno liste comuni alle elezioni, insieme alle altre formazioni che fanno parte del gruppo Enf (l'olandese Partito per la Libertà di Geert Wilders, del Partito della libertà austriaco, del polacco Congresso della nuova destra del belga Interesse fiammingo).

"Ovviamente non può esistere una lista unica" dei sovranisti alle prossime elezioni europee, "ognuno deve portare al Parlamento europeo rappresentanti che siano capaci di difendere i propri interessi", scandisce Le Pen. "Il Fronte della libertà lavorerà per avere un progetto comune e anche, se possibile, candidati comuni nei ruoli più delicati", precisa però il segretario leghista, lasciando intendere che si lavora a costruire una candidatura a commissario Ue. Salvini è anche chiamato a rispondere sul rapporto con 'Fidesz', il partito dell'alleato ungherese Viktor Orban, che a Strasburgo siede però insieme ai Popolari.

"Sugli ungheresi decideranno gli ungheresi, non decido io in campo altrui", dice. "So che c'è un congresso del partito popolare a novembre, spero che anche loro scelgano se continuare ad andare a braccetto con la sinistra o tornare alle radici in un'Europa che deve ripartire dai valori e dal diritto al lavoro", aggiunge, in una dichiarazione che appare un'apertura verso il Ppe.

"L'unica esclusione che faccio a priori è con i socialisti, che sono al servizio della speculazione internazionale", conferma. L'incontro si svolge in un clima di manifesta complicità e reciproci complimenti tra i due leader dei sovranisti europei, e prosegue a pranzo, a 'Casa Blevè, elegante ristorante vicino al Senato.
Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/politica/salvini_le_pen_fronte_sovranista-4462403/news/2018-10-09/
28  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / Paolo FLORES D´ARCAIS. Gli attacchi di Di Maio alla stampa sono un insulto... il: Ottobre 10, 2018, 12:28:12
Gli attacchi di Di Maio alla stampa sono un insulto alla Costituzione

Di Paolo Flores d’Arcais

Questo pomeriggio, martedì 9 ottobre 2018 alle ore 15, nella sede della FNSI, in corso Vittorio Emanuele II 349, a Roma si terrà una conferenza stampa dal titolo “Giù le mani dall'informazione!”. Iniziativa logica e doverosa, dopo gli spurghi di incontinenza antidemocratica con cui il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio ha creduto di insultare il settimanale L’Espresso e il quotidiano La Repubblica, insultando invece la Costituzione italiana e milioni di elettori che hanno votato il Movimento 5 Stelle, spesso proprio per i solenni richiami al rispetto e alla realizzazione della Carta che i suoi candidati andavano reiterando.

Chi ha un incarico di governo ha potere. Alle critiche della stampa che del governo metta in luce misfatti o omissioni ha dunque il dovere di rispondere con l’azione riformatrice, non con l’insulto che vuole intimidire. La democrazia è un sistema di poteri plurali che si limitano reciprocamente. Per dirla con il più grande storico del XIX secolo, Jules Michelet, “la stampa persegue una missione estremamente utile, estremamente seria e faticosa, quella d’una censura continua sugli atti del potere”. L’unica risposta legittima che il potere politico può dare è dimostrando con i fatti, con i buoni fatti, che l’accusa di misfatti e omissioni era infondata e pretestuosa.

Ma evidentemente sono proprio i buoni fatti ciò che Di Maio non è in grado di esibire. Fin qui gli unici fatti certi (non gli annunci) realizzati dal governo di cui fa parte sono tre o quattro miliardi di minor gettito fiscale per l’ennesimo condono garantito agli evasori (definito con perversione di neo-lingua orwelliana “pace fiscale”!), e l’ondata di razzismo che i beceri e disumani diktat del suo collega Salvini ha puntualmente diffuso nel sentire comune.

Pensare di occultare questa tragedia, per cui il M5S è attualmente solo un portatore d’acqua del governo Salvini, attraverso una escalation emetica di ingiurie contro la stampa, è francamente puerile. La funzione di pronubo di consensi e voti pro-Salvini, che Di Maio per dichiarazioni e omissioni va sempre più svolgendo, è disgustoso sotto il profilo democratico, ma sotto l’egoistico interesse di partito dovrebbe preoccupare in modo incombente e minaccioso gli altri dirigenti del M5S.

(9 ottobre 2018)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-attacchi-di-di-maio-alla-stampa-sono-un-insulto-alla-costituzione/
29  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / AMEDEO LA MATTINA. Salvini-Le Pen e il Fronte delle libertà: “Saremo le bestie.. il: Ottobre 10, 2018, 12:25:47
Salvini-Le Pen e il Fronte delle libertà: “Saremo le bestie nere dei partiti storici”
La leader della destra francese a Roma con il ministro dell’Interno.
L’obiettivo è allargare il gruppo sovranista e rivedere gli equilibri a Bruxelles
ANSA
Matteo Salvini e Marine Le Pen si sono incontrati ieri a Roma nella sede del sindacato Ugl. Poi i due sono andati a pranzo in un ristorante del centro
Pubblicato il 09/10/2018

AMEDEO LA MATTINA
ROMA
Matteo Salvini tesse la tela del network sovranista, puntando ad allargare il perimetro che oggi nel Parlamento europeo è rappresentato dal gruppo «Europa delle Nazioni e della Libertà». In prima fila a lavorare a questo progetto è Lorenzo Fontana, per nove anni europarlamentare e oggi ministro per la Famiglia: anche ieri ha avuto numerosi incontri a Bruxelles. Il gruppo di cui fa parte la Lega è stato annunciato nel giugno 2015 da Marine Le Pen, l’ispiratrice ante marcia che adesso è pronta ad aprire le porte ai nuovi movimenti identitari cresciuti in maniera esponenziale in questi anni. Di questo in particolare hanno parlato Salvini e la leader del Rassemblement National francese: ampliare i confini della forza d’urto populista per centrare l’obiettivo di una grande affermazione elettorale alle elezioni europee di maggio 2019. I due sono stati protagonisti nella mattina di un incontro organizzato dal segretario dell’Ugl Paolo Capone nelle sede nazionale di via delle Botteghe Oscure. Ma per discutere di come muoversi in Europa sono andati a pranzo insieme a Casa Bleve, un elegante ristorante vicino al Senato. 

Entrambi vogliono spalancare le porte al premier ungherese Viktor Orban, ma gli occhi sono puntati sugli scandinavi, soprattutto su Jimmie Akesson, il leader dei Democratici Svedesi fresco di un successo elettorale che ha mandato in tilt l’esperienza, lunga cento anni, del governo socialdemocratico. Sul giovane e fotogenico Akesson è rivolta l’attenzione per la ricerca del candidato comune alla presidenza della futura Commissione Ue che sarà il frutto del voto del 2019. «Sarà la bestia nera dei partiti storici, del Ppe e dei Socialisti», ha spiegato Salvini al termine del pranzo. 

L’agenda sociale 
Non è stato fatto nessun nome. Non potrà essere la stessa Le Pen, secondo i leghisti, perché troppo divisiva. Ad oggi non è nemmeno Salvini, che vuole rimanere in Italia per portare a termine l’esperienza del governo giallo-verde. Tuttavia non è detta l’ultima parola. I giochi sono tutti ancora da fare per l’individuazione del cosiddetto Spitzenkandidat da contrapporre a quello dei Popolari e dei Socialisti. Potrebbe accadere che a chiedere a Salvini di mettersi in gioco saranno tutti gli attori di quella che lui stesso ha chiamato «fronte della libertà», «un progetto comune per i prossimi 30 anni e anche candidati comuni in ruoli delicati». Al vertice della Commissione Ue, appunto. Un fronte che secondo il leader leghista addirittura dovrebbe raccoglie l’eredità della sinistra sui temi sociali visto che «nelle sedi del Pd e dei socialisti europei si vedono solo banchieri e non più operai». 

Le Pen ha spiegato che non ci sarà però una lista unica. «Siamo dei paladini delle Nazioni, ma poi lavoreremo per creare un parlamento dell’Ue in cui esista l’alternanza. Non possiamo pensare che Ppe e Pse impongano loro i rappresentanti. Una alternanza nel rispetto delle identità della nazioni», ha precisato la francese che non ha avuto parole di simpatia nei confronti di Steve Bannon. L’ex consigliere di Trump ha creato una fondazione per aiutare l’esplosione in Europa della «rivoluzione sovranista e populista». A questa fondazione «The Moviment» hanno aderito sia Salvini che Giorgia Meloni. Madame Le Pen ha però messo le mani avanti, esprimendo tutto la sua cultura francese: «Cerchiamo di essere chiari, Steve Bannon non è un cittadino europeo, ma americano, ha suggerito un fondazione, per fare analisi, tutto questo va benissimo, ma sia chiaro che la forza politica che uscirà da maggio siamo noi. Siamo noi che siamo estremamente attaccati alla nostra libertà e sovranismo, che mira veramente a salvare l’Europa. Noi siamo gli unici che possiamo farlo, non gli euroburocrati al servizio del mondialismo selvaggio. Vogliamo restituire il potere al popolo». 

Le battute su Saviano 
Con la Le Pen a fianco Salvini fa venire l’orticaria a Emmanuel Macron al quale ha scagliato una frecciata velenosa a proposito dell’incontro all’Eliseo tra il presidente francese e Roberto Saviano. «Che tristezza... Chi si somiglia, si piglia. Spero non abbiano fatto un selfie svestiti come usa fare Macron...». 

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Da - http://www.lastampa.it/2018/10/09/esteri/salvinile-pen-e-il-fronte-delle-libert-saremo-le-bestie-nere-dei-partiti-storici-Yo1e3jL7pakouIQz4JxM6H/pagina.html
30  Forum Pubblico / LA POLITICA RIFORMISTA, PROGRESSISTA. / Francesco Postorino. IL PROGRESSISTA POSTMODERNO il: Ottobre 10, 2018, 12:09:56
IL PROGRESSISTA POSTMODERNO

Di Francesco Postorino
   
Norberto Bobbio sostiene che il «liberalismo» è una determinata concezione dello stato limitato sia per quel che riguarda i suoi poteri («stato di diritto») sia rispetto alle sue funzioni («stato minimo»). Nel primo caso, si contrappone alle ambizioni del legibus solutus – si pensi al Leviatano di Hobbes −; nel secondo caso, il liberalismo contrasta la deriva interventista dei poteri pubblici1.

Le dichiarazioni dei diritti nella Virginia del 1776 e nella Francia del 1789 traggono origine dalla lezione di John Locke elaborata un secolo prima. L’individuo, suggerisce il padre del liberalismo moderno, dispone di tre diritti naturali: il diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà, «ai quali, con il passaggio allo stato civile, non può rinunciare, e anzi il governo, istituito con il contratto, ha come principale funzione quella di garantirli»2. Tali diritti spettano al cittadino universale.

Il marxismo nasce nel corso dell’Ottocento anche in esplicita contrapposizione alla figura illuministica del citoyen. Quest’ultimo, come viene detto da Karl Marx nella Questione ebraica, non esiste nella realtà effettuale. Crede di essere titolare di diritti eterni, ma nella terra delle ingiustizie si ritrovano puntualmente sfruttati e sfruttatori: i primi appartengono alla classe dei proletari, gli altri a quella dei borghesi. La libertà dei «moderni», lascia intendere Marx, è una libertà cerimoniale che si condensa nei cieli astratti e non sfiora la vita degli uomini-merce.

L’irruzione della questione sociale, scaturita dalla rivoluzione industriale, ha aggiunto, in effetti, alla dicotomia che intercorre tra la libertà degli «antichi» e quella dei «moderni» − illustrata, com’è noto, da Benjamin Constant all’Ateneo reale di Parigi nel 1819 −, il divario filosofico, storico e politico tra la libertà «negativa» e la libertà «positiva», “messe in luce” da Isaiah Berlin ad Oxford nel 1958.

La libertà negativa, accolta dal liberalismo tradizionale, si fonda sull’assenza di impedimenti esterni (la libertà da); la variante positiva sarà elogiata, seppur ad oltranza, dai movimenti comunisti, collettivisti e democratici (la libertà di).

Il filosofo John Stuart Mill, nel XIX secolo, cerca in proposito un compromesso ideale e si rivela il precursore della corrente liberal grazie al principio del neminem laedere, reimpostato in chiave liberale, e alla sua «indignazione per le condizioni di ingiustizia sociale e di depravazione»3. Mill vuole socializzare il liberalismo senza scivolare nel terreno social-comunistico.

Il liberalismo sociale di Mill influenzerà Leonard Hobhouse e il suo Liberalism del 1911. Quest’opera segnerebbe per certi versi l’inizio ufficiale di una nuova ideologia: un liberalismo che non archivia le libertà tipicamente liberali, anche se parimenti propugna con decisione l’intervento pubblico in economia e nelle formazioni sociali.

Di qui la tensione tra un liberalismo conservatore e una sensibilità liberal-progressista. Il primo, dal respiro «realista», s’intreccia sul piano storico con il patriottismo risorgimentale, con l’anticomunismo, la Destra storica, esprime una preferenza «umanistica» sulla cultura scientifica4 e, in futuro, aderirà a pieno titolo all’economia di mercato.

La seconda, più «utopica», trova un riscontro nelle socialdemocrazie europee e nel liberalsocialismo continentale, oltre che una ripresa significativa, negli Stati Uniti, con la teoria della giustizia come equità esposta da John Rawls nel suo A theory of justice del 1971, che avrebbe ispirato, per alcuni studiosi, le scelte politiche del presidente di centro-sinistra Bill Clinton e in generale della Third Way teorizzata da Anthony Giddens. Su quest’ultimo punto, a dire il vero, pare molto più attendibile la ricostruzione storico-critica di Serge Audier, secondo cui non vi sarebbe stretta compatibilità tra il socialismo liberale europeo (o appunto la corrente egalitaria di matrice rawlsiana) e la tradizione politica del riformismo democratico sbocciato alla fine del secolo precedente5. In ogni modo, Mill, Hobhouse e Rawls pongono in diverse epoche le basi filosofiche della prospettiva liberal.

Marcello Veneziani è dell’avviso che l’approccio liberal si consegna all’ideale, al piano normativo di una legge che s’intrufola per vie arbitrarie nel quotidiano. Il liberal, a suo parere, combina empirismo metodologico e idealismo morale, offre un’opzione laburista e democratica «fino ad accogliere come compagni di strada anche i radical e i comunisti»; si libera inoltre dai legami e punta tutto «sull’emancipazione dell’individuo dai vincoli sociali, territoriali, familiari, tradizionali»6.

All’indomani del Terzo millennio sembra, tuttavia, che sia svanito il sogno liberal intento a raddrizzare il legno storto dell’umanità. Alcuni socialisti riformisti contemporanei, come Monique Canto-Sperber, salutano con viva soddisfazione il consolidamento dell’economia e della cultura liberale in quanto «nous a débarrassés de l’utopie»7.

Kant, il messaggio illuminista e il senso musiliano della possibilità si mostrano impotenti di fronte ad Hegel, Burke e le puntuali repliche della storia.

L’utopista ha ceduto e la realtà ha vinto. Ha vinto l’idea che reputa improponibile non solo il tentativo di affidare a un meccanismo giacobino il compito di far tabula rasa, ma altresì la semplice opportunità di revisionare l’ente e il mondo.

La tensione fra l’ideale e il reale, tra il dover essere e l’immanente sembra, dunque, cancellata, con buona pace per la cultura liberal.

Pio XII denuncia la sfera del cambiamento, dichiarando che i ricchi e i poveri ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Questa «verità» non disturba la coscienza di un neoprogressista che ha trovato asilo in una società inginocchiata alla morte di Dio.

Se Dio muore, anche per la mente liberal, smette di avere senso la dimensione sociale della vita. Il collettivo, l’insieme, il bisogno di offrire narrazioni in favore del prossimo si sgretolano nel vasto oceano della retorica.

Così emerge il politically correct, si galleggia nella superficie delle cose, si riempiono gli spazi televisivi, si veste bene, si possiede lo yacht, si rivendicano cospicue somme di denaro in nome del libero mercato, si inseguono i modelli manovrati dal rito mediatico, si commercializzano beni dal significato morale8. Nel contempo, si fa fatica a incrociare, per dirla con Lévinas, il volto «nudo» dell’altro9, o quello che Habermas chiama «la persona dell’altro (degli altri) nella sua specifica diversità»10.

Il liberal alberga in un confuso pragmatismo che lo rende sempre più vicino ai centri di potere – spesso s’identifica con essi – e distante dalle masse, dagli uomini al plurale, da chi domanda con voce stanca sincere forme di tutela.

Il nuovo liberal non a caso familiarizza politicamente con i governi moderati. Considera superata la scelta di rilanciare la tematica della redistribuzione del reddito e segue le mode, l’agenda liberista. Finge di ascoltare la sofferenza sociale perché rincorre, anche lui, il vecchio modello del self made man.

Con l’annuncio profetico del Gott ist tot, viene meno l’empatia e irrompono il monologo, le solitudini, la giungla della competitività. Si cessa di parlare e si è parlati da strutture e sovrastrutture che celano la triste immagine del postmoderno. Che il liberal, come riferisce Raimondo Cubeddu, non accetti l’autonomia della sfera economica da quella politica ed etica, e le contrapponga «una concezione del mercato come organizzazione finalizzata al conseguimento di obiettivi etico-politici (giustizia sociale)»11, non sembra più attendibile.

«È giusto che vinca il più bravo!», esclama oramai dentro di sé quel progressista che ha scoperto la meritocrazia e l’individualismo. Piero Calamandrei si chiede perché non dovrebbe essere logicamente permesso, senza con questo toccare il sistema della libertà, inserire tra questi diritti di libertà che sono condizioni a priori del regime liberale, l’affermazione di un minimum di benessere economico considerato anch’esso come condizione perché i cittadini possano partecipare liberamente alle lotte politiche12.

Oggi questa pretesa rischia di non avere più senso logico e politico. Dietro l’impulso hobbesiano dell’homo homini lupus, quasi tutto è permesso. La scuola di don Milani si rivela un insulto, un sentiero pericoloso. Il liberal, che sfrutta la mano invisibile del mercato, diffida dell’egualitarismo. La retorica gli suggerisce la difesa formale della scuola pubblica, solo che lui e i suoi figli dovranno educarsi in prestigiose università private, coltivando diverse atmosfere.

La sua concezione cosmopolitica si piega a una lettura improntata all’«io minimo», a quell’«io narcisista» che svuota di senso qualsiasi contenuto, vivendo «giorno per giorno» senza alcun sentimento etico13.

Egli si trova a proprio agio nei luoghi «innocenti» del nulla, ovvero in una società liberale in cui, come scrive il marxista Jean-Claude Michéa, si riconoscono solo le relazioni fondate sullo «scambio commerciale» e sul «contratto giuridico», e dove il principio utilitaristico del do ut des ha cancellato «l’incontro autentico e disinteressato»14.

Spezzando il categorico, l’universale, il «sapere narrativo»15, il progressista postmoderno non riesce a vivificare il particolare: lo mortifica. La crisi istituzionale dell’epistéme16 è sfociata nell’assassinio di Dio, una morte che riflette sia la fine di un punto di riferimento sia l’annientamento della persona e crea uno spazio di libertà pronto a trasformarsi in un vuoto «che gli uomini, privati di una fede che dava senso alle loro vite, non sono ancora capaci di colmare»17.

Il soggetto del liberal, infatti, non è più la «persona», nel senso socratico e kantiano dell’espressione. Non è l’individuo innalzato a valore da Hobhouse o dalla corrente personalistica a cavallo tra le due guerre mondiali, quella che in Francia scopre le tesi di Emmanuel Mounier e in Italia la filosofia liberalsocialista del «lui» promossa da Guido Calogero. Il suo protagonista è, al contrario, il Dasein di Heidegger, l’Übermensch di Nietzsche, o qualunque superuomo che abbia distrutto dentro di sé il tribunale kantiano della raison e, come un «fanciullo innocente» che dondola in una «ruota ruotante da sola»18, riproponga una doxa ambientata nella scuola sofista.

L’opinione non è più il momento di uno scambio guidato dalla «persuasione», perché si è convertita in un «punto di vista» che si somma e si giustappone ad altri in un circuito senza senso, allenato a rimuovere la domanda (senza tempo) di Socrate e del suo allievo Jan Patočka. Così, il rispetto incondizionato per «il diritto degli uomini»19 diviene elemento facoltativo per le attività di governo e si nullifica entro le dinamiche neo-progressiste votate al senso del precario.

Il «punto di vista» si condensa nei labirinti della retorica, del fittizio, litigando con le direttive etiche e, dunque, con quella linea di demarcazione che divide lo spazio umanistico del possibile dal reale così com’è. Il progressista ha bruciato questo confine premiando i processi «fenomenici» della vita. Il noumeno non incanta più.

L’essenza che, ad esempio, Aldo Capitini identifica con l’universo sovrasensibile della «compresenza» viene dal nonviolento inserita nell’«ultimo presente» − quello che si muove al confine delicato tra la finzione del mondano e la severità heideggeriana della morte – al fine di spegnere questa storia e rilanciare il volto kantiano del Sollen, insediando un «nuovo presente».

Il progressista di oggi, per converso, ha spento la narrazione del tu devi in nome del giuoco concorrenziale e delle ipotesi del «nulla». Egli, coerentemente rimproverato dal proletariato, è divenuto «sterile e vuoto», consuma qualunque cosa e «finisce per consumare il consumatore, in una sorta di eccitazione fine a se stessa»20.

Il liberal dovrebbe trovarsi in imbarazzo nel mondo delle ingiustizie, della volontà di potenza, dell’ancien régime di ritorno e, invece, contribuisce a beatificare tutte le sfumature del modo di produzione capitalistico. Parafrasando Gilles Dauvé e Karl Nesic, si potrebbe dire che il vestito borghese del liberal si servirebbe, inoltre, delle istituzioni democratiche allo scopo di impedire la «riappropriazione collettiva delle condizioni di esistenza»21 e rinforzare il divario sociale.

Guido de Ruggiero, un liberale molto liberal, afferma che l’uomo non deve smettere di lottare fin quando permane l’ultimo privilegio. L’involontario seguace della Sorge cosmica ha rinunciato al conflitto e ha «eletto il si a proprio “idolo”»22, assoggettandosi a una «chiacchiera» esposta nel luogo dei consumi.

Non crediamo che i problemi del liberal siano la matrice illuminista, la mancanza di un disegno comunitario o il rifiuto metodologico dello storicismo hegeliano. L’illuminismo non ha ucciso Dio, essiccando «la sorgente di tutti i comandamenti e di tutti i limiti»23. Ha solo eliminato dogmi o valori precedenti. La nuova prospettiva universalistica, emersa nel secolo dei lumi, non funge, cioè, da necessario preludio a esiti nefasti quali la cultura dell’egoismo e del solipsismo.

L’«ospite inquietante»24, profetizzato da Nietzsche, è il nuovo spettacolo del non-senso istituito dall’uomo del disincanto: un individuo che, essendo «innocente», si colloca «al di là del bene e del male»25. Esemplificando con lieve paradosso, si può aggiungere che − nella direzione nichilistica inverata dal liberal odierno − i principi umanistici dell’89 si intrecciano con il teatro di Auschwitz, in quanto il bene e il male costituiscono il profilo intrinseco, e mai discusso, di un ente precario gettato nel nulla.

In assenza di un «giudice», di un ruolo terzo (i luoghi della coscienza) che sancisca senza tergiversare la vittoria del sentimento di giustizia, l’uomo postmoderno si svincola dagli imperativi e si deresponsabilizza nell’incontro con gli altri.

Vi è un Io (rigido) e un Tu (flessibile), mentre è sconfitto a priori il Lui calogeriano. Il Tra, indicato con eloquenza da Martin Buber, si converte in una resistenza inquietante, un ostacolo che preclude l’assoluto dominio sul Tu.

Il pensiero illuminista, restio all’«ospite inquietante», se bagnato nel mare della storia, può riscoprire il dono del rispetto e della dignità umana: le fonti dell’8926. Ciò dipende dalla fede, dal laico ritorno di Dio, del «giudice», di un autentico Tra o, se vogliamo, di tutti quei valori che, in quanto tali, non si lasciano imprigionare dal tempo o risucchiare dalla contingenza.

N. Bobbio, Liberalismo e democrazia, Milano, Simonelli, 2006, p. 37. ↩
N. Matteucci, Lo stato moderno, Bologna, il Mulino, 1997, p. 143. ↩
Egli, infatti, guarda «con molta simpatia al movimento socialista e cartista» e concede «ampio spazio alla critica socialista della proprietà privata nel suo capolavoro di teoria economica, che si iscrive nella linea di David Ricardo e di James Mill, i Principi di economia politica del 1848»: S. Petrucciani, Modelli di filosofia politica, Torino, Einaudi, 2003, p. 143. ↩
M. Veneziani, Comunitari o liberal, Roma-Bari, Laterza, 2006, p. 8. ↩
Cfr. S. Audier, Le socialisme libéral, Parigi, La Découverte, 2014. ↩
M. Veneziani, Comunitari o liberal, cit., pp. 8-9. ↩
M. Canto-Sperber, Le libéralisme et la gauche, Plon, Hachette, 2003, p. 358. ↩
Cfr. M. Sandel, Quello che i soldi non possono comprare. I limiti morali del mercato, Milano, Feltrinelli, 2013. ↩
E. Lévinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Milano, Jaca Book, 2004, p. 218. ↩
J. Habermas, L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 9. ↩
R. Cubeddu, Atlante del liberalismo, Roma, Ideazione, 1997, p. 94. ↩
P. Calamandrei, Non c’è libertà senza legalità, Roma-Bari, Laterza, 2013, p. 36. ↩
C. Castoriadis, C. Lasch, La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo, postfazione di J.-C. Michéa, Milano, Elèuthera, 2014, p. 10.  ↩
J. C. Michéa, I misteri della sinistra, Vicenza, Neri Pozza, 2015, p. 100. ↩
J. F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Milano, Feltrinelli, 2015. ↩
E. Severino, La filosofia dai greci al nostro tempo. La filosofia contemporanea, Milano, Rizzoli, 2015, p. 25. ↩
R. Bodei, Limite, Bologna, il Mulino, 2016, p. 116. ↩
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Milano, Adelphi, 2005, p. 25. ↩
I. Kant, Per la pace perpetua, pref. di S. Veca, Milano, Feltrinelli, 2014, p. 102. ↩
G. Zagrebelsky, Senza adulti, Torino, Einaudi, 2016, p. 30. ↩
G. Dauvé, K. Nesic, Oltre la democrazia, Napoli, Ed. Immanenza, 2016, p. 32. ↩
M. Heidegger, Essere e tempo, trad. it. di A. Marini, Milano, Mondadori, 2015, p. 520. ↩
R. Bodei, Limite, op. cit., p. 116. ↩
U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Milano, Feltrinelli, 2010. ↩
F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, Cuneo, Rusconi, 2006. ↩
Cfr. A. Martinelli, M. Salvati, S. Veca, Progetto 89. Tre saggi su libertà, eguaglianza, fraternità, Milano, Il Saggiatore, 2009.  ↩
di Francesco Postorino • categoria: Parole per il Terzo millennio

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