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16  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / UGO MAGRI Premier politico e ministri tecnici, l’ultima carta del Colle per ... il: Aprile 25, 2018, 04:14:17
Premier politico e ministri tecnici, l’ultima carta del Colle per non tornare al voto
Al Quirinale perde quota l’ipotesi di un “governo-paracadute”. Cresce il rischio di nuove elezioni a settembre, se Fico fallisse

Pubblicato il 25/04/2018 - Ultima modifica il 25/04/2018 alle ore 07:11

UGO MAGRI
ROMA

Chi volesse attirarsi i fulmini del Quirinale, non dovrebbe fare altro che alimentare la chiacchiera sparsa da quanti, e non sono pochi, tentano di presentare il Capo dello Stato come se fosse lui il regista della trattativa M5S-Pd. Facile capire perché cercano di tirarlo per la giacca. I fautori dell’intesa non trovano di meglio che appellarsi all’autorità somma del Presidente («se è lui a domandarcelo, come potremmo rispondergli di no?»); agli avversari del patto grillo-dem, invece, fa comodo allontanare la colpa da se stessi e trascinare il Colle nella mischia. Peccato che Sergio Mattarella, in linea con il suo personaggio, se ne stia totalmente alla larga da questi giochi. I rari frequentatori del suo studio ne sintetizzano così l’atteggiamento: «Non commenta gli sviluppi, non formula giudizi, non manifesta sentimenti di ansia, di sollievo, di preoccupazione o di altro. Semplicemente ascolta. E osserva con attenzione». Tuttavia, proprio perché la visuale da lassù è parecchio migliore, certe novità non sono sfuggite.

Margini ristretti
Ad esempio, al Quirinale si è preso nota che Luigi Di Maio sgombera il terreno dai sospetti di doppio gioco. Dichiara solennemente che con Salvini ha chiuso. Comunque andrà l’esplorazione di Roberto Fico, il governo grillo-leghista non potrà essere riesumato. È defunto e stop. Altra svolta importante datata ieri: il capo politico dei Cinque stelle scarta con fermezza i governi «del Presidente, di garanzia, di scopo » (e avrebbe potuto aggiungere alla sua lista quelli di tregua, di transizione, balneari). La somma delle due novità fa sì che, se pure il tentativo con il Pd fallisse, Mattarella avrebbe serie difficoltà a mettere in campo soluzioni ulteriori. Compreso, appunto, un governo calato dall’alto come fece Giorgio Napolitano ai tempi di Mario Monti.

Torna il fantasma
Ecco come mai sta tornando a circolare il fantasma del voto bis. Non tra un anno, magari in concomitanza con le elezioni europee, e nemmeno a ottobre ma addirittura in settembre, con le liste dei candidati da presentare intorno a Ferragosto e le Camere sciolte ai primi di luglio: uno scenario da vero incubo per la nostra democrazia. Non sarebbe una scelta di Mattarella, la cui ostilità a nuove elezioni è stranota, ma la conseguenza del no leghista e grillino a un governo «del Presidente». Tradotto nel linguaggio di tutti i giorni, ciò significa che il tentativo messo in campo da Fico rappresenta davvero l’ultima spiaggia. Dopodiché non ci sarebbe più alcun paracadute, né potrebbe garantirlo il Capo dello Stato i cui margini di intervento si sono notevolmente ristretti.

Di nuovo al bivio
Chi, tra deputati e senatori, non vorrà tornare da dove è venuto, dovrà dunque incrociare le dita e sperare che tra M5S e Pd qualcosa maturi, magari nella formula che più sta prendendo piede in queste ore di confusione: un governo a guida politica, però con ministri «di area», in parte indicati dai «Dem» e i parte dai Cinque stelle. Lasciando fuori tutte quelle figure che potrebbero aggiungere motivi di discordia, come se non ce ne fossero già abbastanza.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/04/25/italia/premier-politico-ministri-tecnici-lultima-carta-per-non-rivotare-BXjLRyoAzQO7o2XWRnqexH/pagina.html
17  Forum Pubblico / ARLECCHINO - De' iCittadini di CentroSinistra. / L'Arlecchino di Picasso: un mito triste che racconta il Novecento il: Aprile 25, 2018, 04:12:04
Carlo Alberto Bucci, Venerdì di Repubblica, 27/07/2012

L'Arlecchino di Picasso: un mito triste che racconta il Novecento

Per essere un non finito l’Arlecchino seduto di Pablo Picasso è un quadro assolutamente completo. E di infinita bellezza. Perché capace di condensare nonostante lo sguardo spento del pittore Jacinto Salvado che posò per il maestro nel 1923, secoli di storia della pittura e della commedia dell’arte. Ora a tessere la trama delle vicende che, come nei rombi dell’abito di scena, si incrociano nel dipinto conservato al Centre Pompidou di Parigi, pensa Nicola Fano nel libro “La tragedia di Arlecchino. Picasso e la maschera del Novecento”. Come i prigioni di Michelangelo, l’Arlecchino seduto è imbozzolato ancora nella materia. Solo il volto malinconico è stato liberato. E interpreta la parte che Picasso, specchiandosi nella maschera, vuole recitare. “Il Novecento è stato il secolo di ‘tutti’, scrive Fano. ‘Arlecchino non è “tutti”: è uno. E’ un comico triste che prevede la tragedia; sa che sta per essere travolto”. Quale parte migliore allora, per l’artista, di quella del povero diavolo chiamato da quattro secoli, sul palco e nella vita, a prendere legnate? Eseguito a Parigi negli anni successivi alla Grande Guerra e secondo lo stile del ritorno all’ordine adottato in tutta Europa, il protagonista del quadro è fratello dei tanti Arlecchini dipinti da Picasso. A partire del 1901. E fino al 1936, anno in cui - con la sua Spagna alla vigilia della tragedia di Guernica – il pittore optò per una figura mitica altrettanto tragica e, per il sipario della commedia di Romain Rolland , dipinse la “Deposizione del Minotauro in costume di Arlecchino”. Giornalista, autore di teatro e studioso in particolare dell’avanspettacolo, Nicola Fano parte da Tristano Martinelli. E’ stato il primo Arlecchino e nel 1601, data dell’esordio a Londra di Amleto, diede alle stampe una sorta di libro dadaista, Composition de Rhétorique. Trecento anni dopo, nel 1901, Picasso vestì da Arlecchino uno dei Due saltimbanchi, oggi al Museo Pushkin di Mosca. Non siamo certi – ammette l’autore – che Picasso conoscesse Martinelli. Come non è sicuro che a Roma, nel 1917 – giuntovi per lavorare con Cocteau, Diaghilev e Massine al rivoluzionario balletto Parade – abbia visto Petrolini mettere in scena il suo spiazzante Nerone . Ma è ben documentata la sua passione per i clown del circo Medrano e per il cabaret a Parigi. E poi ci sono i dipinti a dimostrare il feeling con Arlecchino, che tante volte l’artista interpretò sulla tela senza mai indossare sul viso, la diabolica maschera nera. Tra gli studi per “Les demoiselles d’Avignon” c’è il disegno con un marinaio e un medico, poi espulsi dal capolavoro nel 1907. Si tratta di clienti di un bordello di Barcellona, frequentato forse, dal giovane Pablo. Davanti alle terrificanti maschere delle meretrici trasformate in “muse d’oltremare”, uno di loro ha in mano un teschio, come Amleto. Picasso è Arlecchino, il poveraccio che prende legnate. Ma è anche Amleto, il principe che si pone domande. Due parti in commedia. Ma in lui i due opposti caratteri si fondono.

Da - https://www.donzelli.it/reviews/1969
18  Forum Pubblico / ARLECCHINO - De' iCittadini di CentroSinistra. / Re: L'accordo da immaginare è tra due "non vincitori"! il: Aprile 25, 2018, 04:07:50
Prima "fratturano" il CentroDestra, adesso ci provano con il PD (il CentroSinistra ancora non c'è). 

Il progetto 5Stelle va avanti come da programma, gestito dall'algoritmo, ... fratturare l'Italia.

Signori del PD ricordatevi di Bersani (allora era un PD).

ciaooo
19  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / CARLO COTTARELLI I grillini limano le diversità per un accordo a tutti i costi il: Aprile 25, 2018, 04:03:12
I grillini limano le diversità per un accordo a tutti i costi
Della Cananea individua 53 punti in comune con Carroccio e dem.
Coincidono le priorità, come se il voto fosse stato inutile

Pubblicato il 25/04/2018 - Ultima modifica il 25/04/2018 alle ore 09:28

CARLO COTTARELLI

La lettura dei documenti commissionati dal Movimento 5 stelle a un gruppo di docenti universitari guidati dal professor Della Cananea per individuare elementi di convergenza e divergenza tra i programmi dei pentastellati, del Pd e della Lega (non del centrodestra, ma della sola Lega) suscita due reazioni.

Faro sulle convergenze 
La prima è che questi documenti (tra cui la «nota riguardante le convergenze e le divergenze tra i programmi delle forze politiche considerate») sembrano volti a sottolineare più le prime che le seconde. Certo, il documento nota che esistono anche divergenze: sulle pensioni e sulla riforma dell’Unione economica e monetaria (e in parte su vaccini e pene per reati gravi), aree peraltro per le quali il documento non cita neppure i partiti per nome attribuendo le diverse posizioni a «una forza politica», «un’altra» forza politica e una «terza forza», come se si volesse evitare di proposito una personalizzazione dei contrasti. Ma è chiaro che l’enfasi è sulle convergenze. Il documento elenca 53 «priorità» che coincidono per i tre partiti. Sì, avete capito bene: ci sono 53 priorità che accomunano i programmi di tutti e tre i partiti. Il che suggerirebbe che, a parte diverse formulazioni lessicali, il programma dei 5 stelle coincide tanto con quello della Lega quanto con quello del Pd e, ancora più paradossale, che quello del Pd coincide con quello della Lega. C’è da chiedersi perché siamo andati a votare se le priorità erano uguali per tutti.

Questa apparente convergenza tra programmi è in parte il risultato della vaghezza dei programmi dei partiti. Per esempio tutti sono a favore della «green economy», della tutela dei prodotti bio e del made in Italy. In parte all’effettiva coincidenza di alcune proposte, soprattutto quando non vengono chiarite le fonti di copertura (assunzioni nelle forze dell’ordine, sostegni «al costo dei figli»). In parte però l’analisi sembra volutamente ignorare alcune differenze sostanziali. 

Tre esempi. 
Primo, si presentano le politiche di tassazione dei tre partiti come del tutto equivalenti. Insomma, sparisce la flat tax della Lega. In realtà, in quest’area i programmi del M5S e del Pd sono molto più vicini: entrambi prevedono una detassazione del ceto medio-basso con un aumento della progressività della tassazione, mentre la flat tax della Lega comporta una riduzione della progressività con un calo più marcato per i redditi più elevati. 

Secondo esempio: sparisce il reddito di cittadinanza. I tre partiti intenderebbero introdurre «politiche attive di sostegno al reddito e riforma centri impiego», come se non ci fossero differenze, qualitative e quantitative, tra le proposte delle tre forze politiche in quest’area. 

Terzo, non vengono citate alcune chiare aree di divergenza, tra cui la spesa militare: nel programma pentastellato se ne propone la riduzione, in quello della Lega un aumento non proprio irrilevante (una ventina di miliardi per portarla alla media della Nato). Insomma l’impressione è che il documento sia stato ispirato dalla volontà di far apparire come ugualmente ragionevole, sulla base dei programmi, un accordo dei 5 stelle sia con il Pd che con la Lega. Purché si formi un governo...

I conti pubblici 
La seconda reazione ai documenti presentati dal gruppo di lavoro guidato da Della Cananea riguarda la finanza pubblica, o meglio l’assenza di ogni analisi delle intenzioni dei partiti in campo di conti pubblici. Questa assenza riguarda sia la sopra citata parte dei documenti che confronta i programmi dei partiti, sia, cosa ancor più sorprendente, la parte che descrive un possibile accordo programmatico («Un accordo per il governo dell’Italia tra Movimento 5 Stelle e…»). 

Quest’ultimo elenca numerose aree che comportano maggiori spese (per esempio per infrastrutture, sostegno alle famiglie, povertà, sicurezza), ma nessuna fonte di copertura, tranne un generico riferimento alla lotta a evasione e elusione fiscale e alla riduzione degli sprechi e alla corruzione ma «evitando in ogni caso la riduzione delle prestazioni destinate ai cittadini». 

Quel che è però peggio è l’assenza di obiettivi definiti per saldi di bilancio e per il debito pubblico. Come è possibile avere un «accordo per il governo» senza indicare quali dovrebbero essere gli obiettivi di deficit e il sentiero di riduzione del debito? Anche qui si ha l’impressione di aver voluto scrivere una bozza di programma che evitasse ogni possibile area di contrasto, soprattutto, in questo caso, tra Movimento 5 Stelle (che ultimamente sembrerebbe orientato almeno a non aumentare il deficit pubblico) e Lega, su posizioni più favorevoli al suo aumento, anche eccedendo il vincolo europeo del 3 per cento (per non parlare degli altri vincoli europei quali quelli relativi alla riduzione del debito pubblico).

Ovviamente, trovare aree di accordo su possibili «priorità» senza tener conto del vincolo di bilancio (cioè senza dire cha accadrà al deficit pubblico) è molto più semplice. Forse il documento mira, anche in questo caso, a presentare un accordo dei 5 Stelle con Lega e Pd come più facile di quanto sia nella realtà. A meno che non si intenda, effettivamente, trovare un accordo di governo in cui le preferenze dei vari partiti per questa o quella spesa e per questa o quella detassazione siano risolte ignorando i vincoli di bilancio e aumentando quindi il deficit pubblico. Non vi ricorda la prima repubblica?

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Da - http://www.lastampa.it/2018/04/25/italia/i-grillini-limano-le-diversit-per-un-accordo-a-tutti-i-costi-vooZozbsuyfCVoVQqQWMqL/pagina.html
20  Forum Pubblico / MOVIMENTO 5STELLE: Valori e Disvalori / Luigi Di Maio scommette sul Pd, tra i mugugni della base e il timore del ... il: Aprile 25, 2018, 04:01:13
Luigi Di Maio scommette sul Pd, tra i mugugni della base e il timore del "trappolone" di Renzi

Il leader M5s prova a smontare il malcontento fra i militanti (e molti parlamentari): "Voterete su Rousseau".

Formalmente chiude alla Lega, anche se...

È una sorta di all inn quello che Luigi Di Maio piazza sul tavolo di chi si gioca il montepremi del governo: "Per me qualsiasi discorso con la Lega si chiude qui". Quando esce dall'incontro con Roberto Fico, esploratore incaricato dal Quirinale di sondare l'ipotesi di un governo tra M5s e Pd, il capo politico del Movimento usa parole nette. La sala stampa, prospiciente la sala della Lupa dove è avvenuto il faccia a faccia, è gravida di storia. Tra quelle quattro mura i deputati socialisti protestarono nel 1924 contro il governo fascista. E sotto la medesima volta affrescata i delegati della Corte di Cassazione proclamarono l'esito del referendum del 1946 che trasformò la monarchia italiana in Repubblica.

Il passaggio di un martedì d'aprile quasi qualunque della storia italica impallidisce di fronte a tali monumenti di storia patria. Eppure segna una svolta non indifferente sulla strada che conduce al prossimo esecutivo. Di Maio, sollecitato dal reggente del Pd Maurizio Martina qualche ora prima, si posiziona dietro i microfoni e da un podio istituzionale chiude definitivamente il forno con il Carroccio. L'atmosfera è scarica, l'afflusso di telecamere e giornalisti scarno rispetto ai pienoni dei giorni scorsi. Perché il leader M5s ha incontrato il compagno di tante battaglie Fico, non ci si aspettano novità rilevanti.

Ma Di Maio più che riferire del colloquio parla al Pd. Che poco dopo l'ora di pranzo aveva aperto a una possibilità di dialogo, sia pur dopo essere passato per una Direzione che definisse i se, i come e i cosa di un'eventuale trattativa. Indicando il programma presentato in campagna elettorale come ineludibile punto di partenza di qualsiasi dialogo, e i sigilli sulla porta di un esecutivo gialloverde come precondizione essenziale.

Ottenendo un via libera sulla seconda questione, quella qualificante, si sono aperte le danze. I 5 stelle non nascondono di puntare forte su un governo politico che pur comprenda l'appoggio del tanto vituperato Matteo Renzi e dei suoi. È forse l'ultima possibilità di partecipare a un governo politico. Probabilmente a un governo tout court. Il capo politico stellato lo mette in chiaro: "Voglio chiarire una cosa: non esiste per noi alcuna fiducia a governi tecnici, istituzionali, di scopo, di garanzia, del Presidente o altro. Quindi se fallisce anche questo tentativo, il paese dovrà affrontare nuove elezioni". Un suo fedelissimo spiega anche che "in quel caso si riproporrebbe una maggioranza tra noi e il Pd o tra noi e il centrodestra, ma con un esecutivo che ci vedrebbe fuori. Ma siamo matti?".

La strada è impervia. Per le oggettive condizioni politiche. Un dialogo con il Pd non è mai veramente decollato. E nonostante le concrete aperture di Martina la macchina fatica a carburare. Con il timore che Matteo Renzi butti acqua nel serbatoio per farla sbiellare. Una paura che lo stato maggiore grillino ha ben chiara: "In questa fase ci sono poche alternative. Ma chi ci dice che l'ex premier non mandi avanti il segretario reggente, ci faccia credere che ci siano margini d'intesa, e che poi invece non saboti tutto?".

In questa fase a prevalere è tuttavia l'ottimismo della volontà. Insieme alla convinzione che sia proprio il Colle a esercitare quella moral suasion sui Dem che potrebbe essere il discrimine tra un successo e un fallimento. Certo, Di Maio ha ribadito che non svilirà i "valori e le più grandi battaglie" del Movimento. Elencandoli: "Costi della politica, ambiente, reddito di cittadinanza, lotta al business dell'immigrazione, pensioni e aiuti alle imprese, lotta alla corruzione". Facendo capire che sull'eventuale programma ci sarà molto da discutere. Glissando, fra l'altro, sul nodo della sua premiership. Argomento per ora prematuro da affrontare, ma che se le cose procedessero nella direzione sperata si porrà con forza.

C'è un altro terreno che rende il campo di gioco scivolosissimo. Ed è fotografato da una base e da un gruppo parlamentare in gran subbuglio. Perché il Pd è stato per cinque anni considerato il nemico da combattere e smontare con tutti i mezzi. E si fatica molto a digerire una partnership con il nemico di sempre. Di Maio ne è consapevole, e ha messo in campo una serie di contromisure. Per giovedì è stata convocata un'assemblea, nella quale il capo politico darà conto ai parlamentari delle mosse degli ultimi giorni e tratteggerà un orizzonte degli eventi. E ha lanciato un altro segnale preciso: "Sottoporremo anche ai nostri iscritti sulla piattaforma Rosseau" il contratto di governo. È la prima volta che nei cinquanta giorni della crisi viene tirata in ballo la rete. Non un elemento nostalgico. Nemmeno un modo per rispondere alle critiche su verticismo e accentramento. Ma un segnale di coinvolgimento lanciato alla base, tentando di calmierare, almeno per il momento, il disagio percepito. "Condivido anche io le perplessità – dice chi ha sentito Di Maio nelle ultime ore – ma che facciamo, ci arrocchiamo nel nostro castello e buttiamo via 11 milioni di voti? La nostra gente deve capire che l'alternativa è l'irrilevanza".

La via per un governo giallorosso è stretta e accidentata. Si dovrà camminare in equilibrio tra due voragini, rischiando di scivolare al minimo refolo di vento. E la Lega? Sentite cosa dice uno dei massimi vertici 5 stelle: "Certo che con loro è chiusa; in queste ore è chiusa, in questi giorni è chiusa. Ma tu hai mai visto una cosa definitivamente chiusa in politica?".

"It ain't over 'til it's over", amava ripetere il grande allenatore di baseball Yogi Berra. "Non è finita finché non è finita".

Da - https://www.huffingtonpost.it/2018/04/24/luigi-di-maio-scommette-sul-pd-tra-i-mugugni-della-base-e-il-timore-del-trappolone-di-renzi_a_23419310/?utm_hp_ref=it-homepage
21  Forum Pubblico / AUTRICI DONNE, nel MONDO. / FRANCESCA SCHIANCHI. Ma Renzi blocca il negoziato: “Martina sbaglia ad aprire co il: Aprile 25, 2018, 03:59:15
Ma Renzi blocca il negoziato: “Martina sbaglia ad aprire così”
La provocazione dei falchi: allora Matteo ministro dell’Economia Il Pd rischia la scissione dopo la resa dei conti in Direzione

Pubblicato il 25/04/2018 - Ultima modifica il 25/04/2018 alle ore 07:15

CARLO BERTINI, FRANCESCA SCHIANCHI
ROMA

Inchiodare i grillini e fargli rimangiare, anche simbolicamente tutti gli attacchi subiti per quattro anni: ponendo pure una condizione capestro irricevibile sulla carta, il riconoscimento dell’azione di governo di Matteo Renzi, fino al punto di pretendere nel caso una sua presenza di primo piano nell’ipotetico esecutivo guidato da Di Maio. Questa suggestione che aleggia nei discorsi dei colonnelli del «giglio magico» renziano, fa capire bene come l’approccio sia quello di chiedere una sorta di abiura sapendo che non arriverà, per complicare, se non sabotare in partenza il tentativo di costruire un governo politico con i 5 Stelle. Una richiesta che in questi termini non è stata posta ieri a Fico, ma che verrebbe messa sul tavolo dai renziani se si sviluppasse una trattativa. Nell’incontro burrascoso ieri al Nazareno prima del colloquio con Fico tra i quattro della delegazione Martina, Orfini, Marcucci e Delrio, presente Guerini, sono volate urla captate a distanza da tutti: tra Martina, che avrebbe aperto ai grillini senza condizioni sul passato e Marcucci, che invece ha preteso fosse rivendicata l’eredità dei governi Renzi-Gentiloni. «Così è una follia», gli ha ribattuto il capogruppo al Senato, «e per tenere insieme il rispetto che si deve a Mattarella e l’orgoglio del Pd, dobbiamo andare da Fico con i cento punti del nostro programma elettorale, solo quelli possono essere la base di partenza di un dialogo». 

Renzi infatti bolla come sconsiderata la gestione di Martina e avrebbe condotto la partita in tutt’altro modo: con un percorso più lungo, senza accelerazioni, col metodo adottato per l’elezione di Mattarella al Colle. Convinto che si possano superare dubbi e perplessità del partito solo con una sua conduzione del gioco, e dopo aver fatto maturare nel tempo il divorzio tra 5 Stelle e Lega. Conscio di aver perso di credibilità in vari passaggi, dall’ascesa a Palazzo Chigi senza passare per il voto, fino alle dimissioni a metà dopo il referendum, ora l’ex leader si rimangerebbe il suo no ai grillini solo per una mission più alta e non sotto il ricatto delle urne. Che secondo lui è la vera arma di pressione sui «governisti» del Pd.

Il segretario dimissionario non vuole un governo con una maggioranza politica, altra cosa sarebbe un governo istituzionale. Per questo prova a mettere una zeppa tra le ruote del carro. «Per noi - alza il tiro un falco renziano - è arduo far digerire un accordo con i grillini ai nostri e il solo modo sarebbe se Matteo facesse da garante assumendo un ruolo centrale nel governo, come quello di super ministro dell’Economia».

E siccome le voci girano, pure i big del «partito dei governisti» del Pd sono preoccupati della piega che possono prendere gli eventi. Dario Franceschini ne parlava l’altro ieri con un politico di lungo corso che da mesi tesse la tela con il mondo grillino: dopo aver pronosticato lo «scongelamento» del Pd, il ministro della Cultura spiegava appunto che il problema sta in Renzi che vorrebbe condurre la partita rivestendo un ruolo da protagonista, addirittura come vicepremier. Di fatto, una sorta di reciproco riconoscimento politico tra l’ex segretario e Di Maio, che a quel punto verrebbe sdoganato come premier. 

Ma al di là di questa che suona come minaccia per far saltare il tavolo, il confronto con i 5 Stelle deve passare il fuoco della Direzione Pd: dove i renziani dispongono di una maggioranza, a sentir loro blindata, per dire no all’insegna dell’hashtag «#senzadime». Su 209 componenti, Renzi ne avrebbe 117, Orfini 8 e Delrio 3, Martina 9, Franceschini 20, Orlando 32 ed Emiliano 14, più altri sparsi. Insomma, la strada del governo 5 Stelle-Pd è una via crucis. Un bagno di sangue che rischia di produrre un’altra scissione nel Pd.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/04/25/italia/ma-renzi-blocca-il-negoziato-martina-sbaglia-ad-aprire-cos-PehO9DBHt3sNXneqhqZv8H/pagina.html
22  Forum Pubblico / POLITICA di CENTROSINISTRA. / Giorgio Fabretti. "Partito della Nazione" è un concetto nuovo o vecchio? il: Aprile 24, 2018, 05:17:11
"Partito della Nazione" è un concetto nuovo o vecchio?

    Giorgio Fabretti
    Antropologo della storia e dell’archeologia

Parlare delle parole è come una barca senza timone: non c'è contatto con la realtà, tra marinai e mare, e lo scafo è abbandonato alle correnti. Quando si leggono certi arzigogoli dialettici su "Il Partito della Nazione", quelli che hanno una certa memoria si sentono come turaccioli trascinati dalle "correnti".

Anche "Yes we can", "Podemos!", significano solo che "tutto potrebbe essere", ovvero "non controlliamo nulla", "siamo in balia delle onde", "la speranza è l'ultima a morire", "Viva l'Italia autoreferenziale!", ecc. Sono slogan da coda dell'Idealismo romantico ottocentesco, sempre buono in tempi di virtualismo, in cui si vendono più sogni che realtà. Sono Anacronismi contro le scienze, che contengono le uniche novità degli ultimi due secoli.

Dopo la sconfitta genocida di ogni nazionalismo, a questo serpente a cento code rispuntano i tentacoli anche in tempi di globalizzazione galoppante. "Partito della Nazione" è una parola fuori tempo massimo, come lo è la concezione che la sottende. Non ci sarebbe niente di male a parlare di "Destra contro Sinistra", se non ci fossero tutte le prove di fatto e statistiche che la partita è "Conservatori contro Progressisti" in senso lato tecnologico e bioetico.

Se una "Nazione" trascura di studiare i beni comuni dell'ambiente e della natura, quale efficacia può avere nella lotta contro la povertà? Se sposta la logica da "Indietro o Avanti" a "Ricchi o Poveri" sarà una barca senza timone. Se sposta verso "Globale o Nazionale" sarà ancor meno in controllo: sarà un turacciolo sulle onde.

Del neo-neocolonialismo nel nascente ordine mondiale si capiscono ancora solo poche cose. Una di queste è che gli egoismi locali è meglio che ragionino da "nazioni", affinché facciano meno danno possibile e non disturbino i manovratori. È un modello antico dei monarchi verso i vassalli, ma si è rinnovato con la Guerra Fredda, quando ai localismi si consentiva di diventare Comunisti, ovvero impotenti aggressivi autolimitantisi.

A sentire "Partito della Nazione", come prima "Forza Italia", a uno storico verrebbe da ridere, se non fosse anche antropologo che osserva gli stadi pieni e gli indici d'ascolto dei programmi sportivi. Allora commisererebbe darwinianamente la specie umana. Ad Hitler veniva attribuito un altro concetto inesistente, quello di "darwinismo sociale": un controsenso in termini, giacché il neodarwinismo è "logico" e tutt'al più "naturale". Dire "darwinismo" significa il contrario di "sociale".

Il nazismo era invece "nazionalismo sociale". Era una concezione della "Nazione", perdente e da non ripetete neppure a parole. Sarebbe quindi da cancellare la parola "Nazione" dal vocabolario della politica, per la sola ragione che di "nazionale" ormai ci sono solo le squadre sportive, i muri finti, le bislaccherie identitarie, e giù via dicendo.

Il concetto che ha di fatto già cancellato quello di "Nazione" è quello di "Natura", ovvero qualcosa di spietato ma reale, dal cui studio si possono trovare rimedi alla prepotenza di chi ha ignorato la natura umana e ambientale, causando buona parte dei fallimenti e delle catastrofi che ci affliggono, a cominciare da inquinamento, tossicità, obesità, fame, depressione, ecc. A questi mega-problemi molto poco "sportivi", esiste un rimedio meramente "nazionale" o "sociale"? Oppure il rimedio è piuttosto "naturale" e "globale"?

Allora, se dobbiamo usare le parole per guidare i fatti e non solo nasconderli, abbandoniamo la fuorviante "Nazione" e il velleitario "Sì, io posso", in quanto puerili anacronismi contro la partecipazione educata e matura alla democrazia. La linea politica dei tempi nuovi può solo partire da cosa ci dicono le istruzioni contenute nei Dna, ovvero cosa sia o non sia "sostenibile", in una proporzione molto biologica e un po' meno etica.

Per chi ama le inutili definizioni, si tratterebbe molto più di "ambientalismo alla Laudato sì" che di inesistente "socialismo darwiniano", come pensano alcune menti che mentono. Il mondo ingenuo post-Lennon di "Imagine" e di "Podemos", meglio farebbe a capire che il loro pensiero è un tentativo puerile di fare riferimento ad una "naturalezza" contenuta nei Dna di piante, animali ed uomini, che si manifesta con una certa "spontaneità" anticasta, contraria alla burocrazia dei socialismi e delle nazioni.

La politica del nostro secolo biotecnologico e bioetico ha dunque una direzione da seguire, che è quella della riscoperta scientifica di una "naturalità" abusata e calpestata da un industrialismo primitivo e inconsapevole.

Dunque se "Partito" e "Nazione" puzzano di Novecento velleitario e sanguinario, meglio sarebbe usare "Movimento" per la "Naturalità", che perlomeno ha qualcosa di durevolmente fisiologico. "Naturalità" è inoltre una parola più diffusa e globale di "Nazionalità", ed è compresa con piccole varianti da gran parte dell'umanità. In Inglese si dice "Naturalness", in spagnolo "Naturalidad", in tedesco "Naturlichkeit", in francese "Naturalitè", ecc.

Per i nostalgici degli idealismi ottocenteschi, la "naturalité" è quel diritto umano che le Rivoluzioni Illuminista, Francese, Sovietica, non hanno aggiunto a "Liberté, Egalité, Fraternité", e la cui mancanza le ha fatte fallire. Adesso tocca al Consumismo che ignora la Naturalità, di fallire storicamente.

Troppa teoria? Si entri in un grande supermercato e si vedrà fisicamente che i poveri mangiano mondezza (trash food), mentre in altri angolini c'è il cibo "bio", che per ora fa il verso alla "naturalità". È solo l'inizio. Dna di tutto il pianeta unisciti! E la via è scientifica all'evoluzione. La politica è servizio alla "naturalezza". Parola di antropologo.

Da - https://www.huffingtonpost.it/giorgio-fabretti/partito-della-nazione-e-un-concetto-nuovo-o-vecchio_b_8174668.html?utm_hp_ref=it-matteo-renzi-partito-della-nazione
23  Forum Pubblico / POLITICA di CENTROSINISTRA. / MATTEO RENZI Enews 524, giovedì 19 aprile 2018 il: Aprile 24, 2018, 05:10:18
Enews 524, giovedì 19 aprile 2018

19 aprile 2018

Ben ritrovati, care amiche e cari amici.
Ho saltato un paio di settimane nel nostro filo diretto e spero che possiate perdonarmi.
Ho iniziato a viaggiare in giro per il mondo, come un ex premier deve fare, compatibilmente con gli impegni da Senatore. Viaggiare serve per restare aggiornato, per aiutare le realtà italiane, per imparare. La visita in Qatar è stata dovuta all’inaugurazione di una splendida Biblioteca Nazionale voluta dalla Sceicca Mozah che avevo incontrato a Palazzo Chigi: ricordate il nostro slogan “per ogni euro investito in sicurezza, un euro investito in cultura”? Lo trovo più attuale che mai. La difesa della cultura, l’investimento nella conoscenza: questo è il primo modo per prevenire il terrorismo, per combattere la povertà educativa, per affermare una visione diversa della nostra società. Ci credo molto. E del resto, come diceva Marguerite Yourcenar, “fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro l’inverno dello spirito”.
Vedere bambini e soprattutto bambine stare in biblioteca con un libro in mano è il gesto più rivoluzionario per il Medio Oriente e per il mondo intero.
Non posso aggiornarvi sull’attività parlamentare perché fino a quando non si forma il Governo le Commissioni non partono. E l’Aula procede a rilento. D’altro canto eravamo stati facili profeti nel dire che dopo la bocciatura della riforma costituzionale formare un Governo sarebbe stato molto complicato per chiunque. Non faccio dunque polemiche: questa situazione era stata largamente annunciata da chi come noi aveva combattuto per quel referendum. Adesso, come abbiamo detto dal primo giorno, tocca ai vincitori delle elezioni. E vediamo se saranno in grado di farcela. Tocca a loro, come diciamo da sempre.
Nel 2014, quando siamo andati al Governo, non avevamo tempo. Avevamo l’acqua alla gola. Nel giro di qualche settimana abbiamo dovuto dare la svolta. Nei primi 45 giorni – gli stessi che ci separano dal voto del 4 marzo – avevamo già approvato le misure di urgenza: gli 80 euro, il tetto ai dirigenti pubblici, la diminuzione dell’Irap per le aziende, i primi decreti legge su PA e Lavoro.
Avevamo del resto un PIL a meno 2%, il Fiscal Compact senza flessibilità in agguato, la questione immigrazione esplosa e una crisi aziendale dopo l’altra.
Non potevamo permetterci il lusso di rinviare.
Oggi la situazione del nostro Paese è migliore. E bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscerlo. Il Fondo Monetario ha appena rivisto al rialzo le stime sul PIL, gli occupati crescono secondo i dati INPS, i flussi migratori sono in netto calo. Persino su alcuni argomenti poco piacevoli come il pagamento delle tasse, chi in queste ore è alle prese con la dichiarazione precompilata tocca con mano le novità dei nostri mille giorni.
C’è ancora moltissimo da fare. Ma l’Italia sta meglio rispetto a quattro anni fa grazie alle riforme. E se anche non ci viene riconosciuto dalla grande maggioranza dei commentatori, tutti sanno che questa è la verità.
Chi in queste ore sta trattando per formare il Governo sa di non avere la spada di Damocle come avevamo noi quattro anni fa. Da italiano sono contento. Perché per noi l’Italia viene prima di tutto.
Vi leggo sempre volentieri: matteo@matteorenzi.it
A quelli che sentono la mancanza delle nostre iniziative politiche (e magari mi contestano di essere troppo lontano come mi hanno scritto in tanti dopo la pubblicazione di questo post) vorrei inviare un abbraccio grande. E l’invito a sbarrare nell’agenda le date 19-20-21 ottobre 2018. Quel fine settimana tornerà la Leopolda. Si chiamerà “La prova del Nove” e il titolo non ha bisogno di molte spiegazioni. Sarà il nono anno, certo. Ma non solo per questo sarà la prova del Nove.
Sto ricevendo molte segnalazioni del popolo delle E-News su argomenti specifici da portare all’attenzione del Senato. Vi sto leggendo e vedo che ci sono molti stimoli. Ci sono molti colleghi bravissimi e cercherò d’accordo con il capogruppo Marcucci di farmi aiutare da loro per affrontare i tanti spunti che mi state ponendo. Ai sindaci, soprattutto, dico che ci sono dei bravissimi colleghi – sia alla Camera che al Senato – che hanno fatto esperienza come primi cittadini. Vorrei che i sindaci di tutta Italia, di qualsiasi colore politico, sapessero che siamo a disposizione per cercare di affrontare insieme le questioni delle singole comunità. Proporrò che si costituisca un gruppo di lavoro su questi temi, coordinato da un ex sindaco.
Per quello che riguarda il mio meraviglioso collegio, segnalo una bella iniziativa del Sindaco di Firenze sull’educazione civica, che mi impegno a portare avanti insieme ai colleghi appena iniziati i lavori. Segnalo anche un paio di date: il millenario dell’abbazia di San Miniato che parte il prossimo 27 aprile e il prossimo 7 maggio una bella iniziativa sull’Aeroporto organizzata al teatro Puccini. Sul fronte sanitario ho partecipato all’inaugurazione della Fondazione Paolo e Marlene Fresco a Fiesole con la nuova sede che sarà centro di iniziative per la lotta contro il Parkinson, in collaborazione con New York University e istituzioni italiane.
Pensierino della sera. Vorrei che arrivasse un abbraccio grande a Paolo Borrometi e a Federica Angeli. Sono due giornalisti, minacciati per ciò che hanno scritto. Minacciati cioè per aver fatto il loro lavoro. Vorrei che sentissero forte l’affetto del popolo delle E-News ma anche di tutte le donne e gli uomini di buona volontà del nostro Paese. Vivere sotto scorta non è piacevole nonostante la professionalità degli agenti che ti aiutano. Farlo perché sei un giornalista è inaccettabile. Mi sono lamentato spesso del modo con il quale molte testate ci trattano (e continuerò a farlo, naturalmente   ). Ma vedere due ragazzi più o meno della nostra generazione rischiare la vita per quello che hanno scritto è inaccettabile. Un abbraccio a Paolo, un abbraccio a Federica, noi siamo con voi. Comunque e ovunque.

Un sorriso, amici
E buon 25 aprile a tutti!
Matteo
P.S. Segnalo una bella intervista di oggi a Francois Hollande, la trovate qui.

24  Forum Pubblico / ARLECCHINO - De' iCittadini di CentroSinistra. / L'accordo da immaginare è tra due "non vincitori"! il: Aprile 24, 2018, 05:05:34
La politica non è un gioco.

Ai ragazzi della politica bisogna dirlo: il consenso di pancia lo può strappare ma a che scopo se non lo si sa gestire con il cervello per il bene comune.

ciaooo
25  Forum Pubblico / ARLECCHINO - De' iCittadini di CentroSinistra. / L'accordo da immaginare è tra due "non vincitori"! il: Aprile 24, 2018, 04:58:30
Andando oltre le premesse che nei 5Stelle domina la menzogna, la volontà di creare il Caos, che praticano da sempre l'odio per il prossimo e che il loro obiettivo è il potere fine a se stesso.

Un dialogo lo si può aprire ma soltanto per fissare punti fermi garantiti sulla parità nella gestione del governo.

L'accordo da immaginare è tra due "non vincitori"!

Quindi solo ipotesi di governo a due, con pari doveri e pari diritti nel governare.

Nessun appoggio esterno che, oggi, servirebbe ai 5Stelle per mantenere aperti i rapporti con Salvini e mettere sotto scacco (ricatto) il Pd ... che è loro ambizione distruggere.

ggiannig
26  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / FEDERICO GEREMICCA - Per Mattarella un puzzle che sembra incomponibile il: Aprile 24, 2018, 04:56:12
Per Mattarella un puzzle che sembra incomponibile
Le ipotesi restano due: governo dei “vincitori” o del Presidente
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 18 aprile ha affidato a Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, un mandato esplorativo per verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare tra Centrodestra e Movimento 5 Stelle per formare un Governo.
Due giorni dopo Casellati ha comunicato al capo dello Stato che il risultato è stato negativo

Pubblicato il 23/04/2018 - Ultima modifica il 23/04/2018 alle ore 07:18

FEDERICO GEREMICCA
ROMA

Le tessere del puzzle sono ancora tutte lì, incomponibili, sul tavolo di Sergio Mattarella. M5S non combacia con FI. Lega non si unisce con Pd. Le facce di Di Maio e Renzi restano inavvicinabili. E anche la tessera-jolly - governo del Presidente - non trova volti o sigle che, unendosi tra loro, la rendano per ora spendibile. È passato oltre un mese e mezzo dal voto del 4 marzo, e poco o nulla sembra esser cambiato. Il Capo dello Stato alterna pause, riflessioni e accelerazioni. È la sua crisi più difficile: e dentro questa crisi, quella che si apre è la settimana più dura da decriptare.

Sergio Mattarella non è un Presidente «tecnico», se si intende l’espressione: a differenza di Carlo Azeglio Ciampi, per dire, viene dalla politica, conosce i riti di Montecitorio e ci ha messo dunque un attimo - appreso il responso elettorale - a capire che la quadratura del cerchio stavolta non sarebbe stata facile. Le tessere sul suo tavolo raccontavano, infatti, di maggioranze numeriche difficili da trasformare in maggioranze politiche (centrodestra più Cinque Stelle o centrodestra più Pd) e di possibili intese politiche (per esempio Pd-Forza Italia) senza numeri capaci di dar vita a un governo.

Come se non bastasse, l’estrema chiarezza del responso elettorale imponeva necessariamente di partire dai «vincitori», definizione forse troppo frettolosa. 

Cioè da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, certamente - tra i leader in campo - i più distanti da lui, per linguaggio, cultura politica e (se si vuole) modo di intendere la responsabilità di fronte alle istituzioni. Questa distanza, infatti, qualche equivoco lo ha creato: soprattutto con la Lega, che la settimana scorsa ha addirittura interpretato come un tentativo di «fregatura» l’idea che un preincarico potesse venir assegnato a uno tra Salvini e Giorgetti. Il solo fatto che lo si sia pensato, è stato naturalmente ritenuto oltremodo offensivo lassù al Colle.

Nulla di facile, dunque, fino a ora. E probabilmente niente di facile anche da adesso in poi. Stamane dovrebbe esser annunciata un’esplorazione di Roberto Fico, con un mandato stringente e chiaro: verificare la possibilità di un’intesa di governo tra Cinque Stelle e Pd. Sergio Mattarella non si fa soverchie illusioni perché sa che è assai probabile che la missione produca lo stesso risultato partorito dall’esplorazione della presidente Casellati. Eppure, né il primo tentativo né l’altro - a ben vedere - possono essere considerati delle perdite di tempo.
Alla fine del doppio giro, infatti, i due presidenti avranno sgombrato il campo da ipotesi fantasiose e impercorribili, da finte piste e da alibi utili solo a prender tempo, mettendo tutti i volti e le sigle del puzzle di fronte a quelle che - ad oggi - appaiono le uniche due vie percorribili. Un governo dei «vincitori», cioè sostenuto dai soli Di Maio e Salvini, oppure un esecutivo del Presidente. Questa seconda ipotesi rappresenta, tradizionalmente, l’ultima carta nelle mani del Quirinale: ma stavolta nemmeno questa sembra essere una mossa vincente, considerata la ripetuta indisponibilità dei «diarchi» a partecipare a «governissimi» o governi tecnici «telecomandati da Bruxelles».

Due sole ipotesi in campo, dunque. La prima richiede ancora un po’ di tempo, perché Salvini - ammesso che alla fine decida di farlo - ha bisogno di far maturare la rottura con Berlusconi e il nuovo patto con i grillini così che non appaia (come forse è) una scelta maturata fin dalla sera del 4 marzo. La seconda - la più gradita al Colle - richiede invece dei radicali ripensamenti: ma perché mai Di Maio e Salvini dovrebbero annacquarsi in un «governissimo», se hanno dalla loro la forza dei numeri (ancora crescenti) e la spinta di un vento che non pare arrestarsi?

È dunque in un quadro così che si apre stamane l’ottava settimana di questo confuso post-voto, ed è inutile tornare a sottolineare la preoccupazione che assedia le stanze del Quirinale. Per altro, l’ipotesi di un governo «populista» suscita timori e perplessità crescenti, a maggior ragione dopo le posizioni assunte dalla Lega all’indomani dei bombardamenti su Damasco. 

Le uniche due tessere del puzzle che sembrano combaciare, insomma, sono anche i tasselli di una possibile ricollocazione dell’Italia sullo scenario internazionale? È una domanda dalla risposta non scontata. E una domanda, in verità, della quale Sergio Mattarella non vorrebbe nemmeno arrivare ad ascoltare la risposta. La speranza che maturi una soluzione diversa, infatti, non è stata abbandonata. Ma forse è solo perché un vecchio detto consolatorio ricorda a tutti che la speranza è l’ultima a morire.

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DA - http://www.lastampa.it/2018/04/23/italia/per-mattarella-un-puzzle-che-sembra-incomponibile-xV2VeAnH96hxS5dTFyCiYJ/pagina.html
27  Forum Pubblico / POLITICA di CENTROSINISTRA. / ENRICO PALUMBO. LE FALSE PREMESSE DELL’AVENTINO IMPOSTO DA RENZI il: Aprile 24, 2018, 04:54:19
LE FALSE PREMESSE DELL’AVENTINO IMPOSTO DA RENZI

ENRICO PALUMBO
23 aprile 2018

Conviene riflettere un po’ sulla storia, ma anche sull’attualità, con quegli esponenti democratici e i loro seguaci tra gli elettori che sono promotori della campagna per l’«Aventino» del Pd e che, slogan #senzadime in punta di tastiera, insultano gli esponenti del partito favorevoli al dialogo con il M5S.

In un sistema proporzionale non esiste il «mandato per fare opposizione», benché sia necessario tenere conto delle variazioni tra un’elezione e l’altra: un partito che ha perso il 7% rispetto al 2013 e oltre il 22% rispetto al 2014 non può pretendere che il dialogo parta dall’inappellabile difesa dell’eredità dei cinque anni trascorsi (“Jobs act”, “buona scuola”, bonus e mance varie, riforma costituzionale, banche…), perché si presume che proprio gli aspetti salienti e più contestati della precedente esperienza governativa siano le ragioni della sconfitta. Saggio sarebbe sedersi a un tavolo e verificare come questa eredità può essere conciliabile, con correttivi, con le istanze degli interlocutori.

Non si può nemmeno contestare al M5S la scelta di tenere aperti i “due forni”, cioè la possibilità di allearsi sia con la destra sia con la sinistra, enfatizzando alcuni aspetti o altri del proprio programma. Non è strano che ciò avvenga, né sarebbe la prima volta. Vent’anni di finto maggioritario ci hanno illuso che dalle urne possa sempre uscire una maggioranza chiara, ma non è mai stato così, nemmeno in questi vent’anni. Le coalizioni vincenti, dal 1994 in poi, sono sempre state coacervi complessi e confusi di liste e personalità quasi sempre in contrasto tra loro e spesso erano i risultati della parte proporzionale a determinare gli equilibri nei governi in formazione. La breve durata dei governi Prodi e la moltiplicazione delle accuse di “tradimento” nel campo berlusconiano sono gli esempi più evidenti che non abbiamo mai avuto vere e stabili maggioranze di governo.

Oggi siamo tornati quasi alla normalità, nella tradizione italiana ed europea: un sistema per lo più proporzionale che comporta l’apertura di tavoli successivi alle elezioni. E la necessaria ricerca di un compromesso. E’ in fondo meglio così: ora che il sistema è diventato tripolare (salvo che nel Pd prevalga la tentazione renziana di trasformare il partito in un circolo famigliare, seppur minuscolo, tipo il Pri di La Malfa), sarebbe squilibrato un premio a una coalizione che sia lontana dalla maggioranza assoluta di 10-15 punti.

Nel corso della storia repubblicana, il partito centrale del parlamento, la Democrazia cristiana, ha sempre avuto la possibilità di giocare su più tavoli, variando le alleanze: dopo la fine dei governi eredi del Comitato di liberazione nazionale (1947) e fino alla nascita del Pentapartito (1981), nei governi guidati dalla Dc erano alternativi i liberali e i socialisti e la maggioranza con gli uni precludeva la maggioranza con gli altri. L’ingresso di un partito o dell’altro al governo significava anche variazioni (a volte minime) di alcune scelte di politica economica o sociale, che però trovavano agganci in alcune componenti più conservatrici o più progressiste presenti nella stessa Dc: è la natura plurale dei partiti interclassisti e “nazionali”. Lo stesso Renzi aveva immaginato un destino simile per il Pd, con l’idea del “partito della nazione” pronto a ad aprire svariati forni con la destra o con la sinistra, salvo farsi soffiare l’idea e il successo dell’iniziativa dal M5S, forse anche perché in quel partito non aveva previsto il pluralismo necessario in un progetto a vocazione maggioritaria.

Certo, rispetto a oggi, la Dc doveva compiere passi spesso traumatici prima di giungere a un cambio di maggioranza, spesso con un combattuto congresso: si pensi al lungo e faticoso, ma fruttuoso, processo di apertura ai socialisti. Oggi al M5S basta una telefonata dalla Casaleggio Associati o una votazione su un blog. Ma che differenza c’è tra questo metodo, che i renziani contestano, e la convocazione di un’assemblea di corrente in una vecchia stazione ferroviaria, dove negli ultimi anni si sono tracciate le linee di governo e di leadership di partito?

Anche nell’Europa continentale si discute dopo le elezioni, con l’eccezione della Francia, dove la forma semipresidenziale accentua il successo del partito del presidente eletto. Ma anche lì del resto le liste vincenti sono a loro volta frutto di ampie aggregazioni, spesso contraddittorie. Altrove però il modello è molto più simile a quello che abbiamo oggi in Italia: partiti che, dopo essersene dette di tutti i colori nel corso della campagna elettorale e nella dialettica maggioranza-opposizione, dopo le elezioni sono costretti ad allearsi per governare. In Germania la Cdu ha governato nella sua storia sia con i liberali del Fdp sia con i socialdemocratici dell’Spd. In Spagna c’è un governo di centrodestra di minoranza che deve quotidianamente contrattare con la destra di Ciudadanos e con i socialisti del Psoe, entrambi pronti a farlo cadere. In Austria si sono sempre costituiti governi di coalizione tra forze spesso contrapposte. E così si potrebbe continuare citando i paesi minori.

Se il 18% degli elettori che ha votato il Pd avesse voluto dargli il «mandato per fare opposizione» avrebbe scelto di non votarlo, come hanno fatto gli elettori, ben più numerosi, che gli hanno dato questo mandato andandosene. Il culto della fierezza nella sconfitta – che ricorda l’orgoglio infervorato di Milošević nel commemorare la sconfitta militare del 1389 alla Piana dei Merli – e la pretesa purezza da preservare di fronte agli approcci del M5S ricordano proprio il grillismo della prima ora. Con la differenza che Renzi e tutta la corte dei miracoli che lo circonda non ha nessuna purezza da difendere, avendo per anni governato ed esercitato il potere in modo divisivo e in alcuni casi disinvolto.

Se c’è davvero un’eredità di questi cinque anni da difendere, il modo migliore è portare tale eredità al tavolo della trattativa; e se c’è un interesse nazionale e un prestigio internazionale da non mettere a rischio con un governo M5S-Lega, evitare che questa alleanza si crei e contribuire a temperare alcune posizioni del M5S è il modo migliore per svolgere un servizio al paese. Dialogo e mediazione. Ma forse, in questo gioco di potere tra correnti di un partito sempre più piccolo, a Renzi non interessa né la sua presunta eredità né il ruolo internazionale dell’Italia.

Da - http://www.glistatigenerali.com/governo_partiti-politici/le-false-premesse-dellaventino-imposto-da-renzi/
28  Forum Pubblico / POLITICA di CENTROSINISTRA. / Incarico a Fico, Martina: "Sì a dialogo se finiscono ambiguità". il: Aprile 24, 2018, 04:52:48
Incarico a Fico, Martina: "Sì a dialogo se finiscono ambiguità". Ma i renziani chiudono
Molti no al tavolo con i 5Stelle dal fronte vicino all'ex segretario.

E la minoranza insorge: "Dichiarazioni gravi e irrispettose, anche nei confronti di Mattarella".
Il reggente: "Ci confronteremo, ma no a trattative parallele con la Lega"

23 aprile 2018

Il Pd torna sulla scena delle consultazioni dopo l'esclusione per il mandato di Casellati, quando l'incarico era sondare un possibile governo centrodestra-Lega. Ma il partito rischia di andare ancora una volta in ordine sparso. Roberto Fico era appena uscito dal Quirinale e già fioccavano gli altolà del fronte renziano. "Un contratto? È fiction. Ascolteremo ovviamente con rispetto e attenzione Fico, per la funzione che rappresenta. Ma il mio parere resta quello dei giorni scorsi: eravamo, siamo e resteremo alternativi ai Cinque Stelle", dice il presidente dem, Matteo Orfini, a Repubblica tv.

Incarico a Fico, Orfini: ''Per il Pd non cambia niente. E il contratto del M5s è fiction''
E subito dopo parla il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, anche lui renziano ortodosso: "Non ci sono le condizioni minime per una maggioranza politica tra Cinquestelle e Pd". E il senatore dem, Dario Parrini: "Le distanze con M5s appaiono invalicabili".  Un altro senatore, Francesco Verducci: "Siamo totalmente alternativi". Una raffica di no, insomma. Appena meno tranchant il vicepresidente della Camera, Ettore Rosato: "Pieno rispetto per il lavoro del presidente della Repubblica, ma se c'è ancora un tavolo operativo con la Lega, è giusto che i 5Stelle lo concludano. Quando avranno deciso sarà più facile confrontarsi. Nonostante le distanze siano enormi". Poi precisa: "Anche una eventuale chiusura del 'forno M5s-Lega' non significa automaticamente l'avvio di una trattativa con noi".

Finché a rompere il coro arriva un esponente della minoranza dem, Francesco Boccia, area Emiliano: "Esprimere giudizi sulla linea che dovrà tenere il Pd subito dopo le decisioni di Mattarella e senza attendere l'incontro istituzionale tra il presidente Fico e la delegazione del partito è grave e irrispettoso verso le più alte istituzioni dello Stato". E ancora: "Le minoranze sono state fin troppo pazienti per ben 3 giri di consultazioni in nome dell'unità. Ora si è superato ogni limite" e "diventa urgente e improcrastinabile un confronto politico in direzione" dopo le regionali.

Pd, Boccia contro Orfini: "Folle chiudere a Fico senza nemmeno averlo ascoltato"
Poi arriva la voce del segretario reggente, Maurizio Martina che sembra riassumere la posizione dell'ala dialogante, quella cui fanno riferimento tanti ministri dell'esecutivo Gentiloni: "Ci confronteremo con il presidente Fico con spirito di leale collaborazione secondo il mandato conferitogli dal presidente Mattarella. Lo faremo con serietà e coerenza a partire da una questione fondamentale e prioritaria: la fine di ogni ambiguità e di trattative parallele con noi e con lega e centrodestra. Per rispetto degli italiani, dopo 50 giorni di tira e molla, occorre su questo totale chiarezza".

E Piero Fassino: "Fallito e archiviato, per esplicita ammissione di Di Maio, il tentativo di dar vita a un governo Lega-M5S, si tratta adesso di raccogliere le indicazioni del presidente della repubblica. È dovere del Pd non sottrarsi a questa verifica, portando al confronto le proposte più utili per dare al paese un governo". Insomma, la partita dem sembra appena cominciata. Domani alle 14.30 il primo incontro con Fico.

© Riproduzione riservata 23 aprile 2018

Da - http://www.repubblica.it/politica/2018/04/23/news/incarico_a_fico_martina-194647260/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1
29  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / FRANCESCO SEMPRINI. Con gli italiani nella terra di Al Shabaab. La lotta sarà... il: Aprile 24, 2018, 04:50:23

Con gli italiani nella terra di Al Shabaab. “La lotta sarà lunga, c’è bisogno di noi”

Tra check point, clan in guerra ed esuli dell’Isis fino a Yaaqshid, regno degli islamisti. Ma a Mogadiscio i giovani cercano il riscatto: calcio in spiaggia e selfie sulle terrazze
Al mercato di Mogadiscio è possibile contrattare per l’acquisto di squali pescati nell’oceano Indiano e si fa criminosa incetta delle carni di testuggini spesso ancora vive

Pubblicato il 21/04/2018 - Ultima modifica il 21/04/2018 alle ore 07:59

FRANCESCO SEMPRINI
MOGADISCIO

Il rumore metallico della sbarra segna il passaggio nel «wild west». La colonna di automezzi «Lince» procede a passo spedito facendosi strada tra gli sciami colorati dei tuc tuc Piaggio. 

Dieci, cento, mille, una distesa infinita che congestiona le strade di asfalto deflagrato, fango e fogne a cielo aperto. Ieri notte è piovuto a Mogadiscio, per i somali è di buon auspicio. I «Lince» proseguono la marcia mentre gli uomini a bordo si tengono in contatto via radio. Sono gli Angeli Neri, il plotone di «Rangers» Alpini-Paracadutisti, l’unità di protezione che ci accompagna nel wild west. Così viene soprannominato tutto ciò che è al di fuori del Mogadiscio International Airport (Mia), un dedalo di basi, ambasciate e strutture di ogni genere. Una città nella città, la zona protetta nel cuore di tenebra dell’Africa orientale. 

Paese dal cuore di tenebra 
La Repubblica federale di Somalia è stata a lungo considerata lo Stato fallito, disintegrato da guerre e conflitti interni. Uno Stato non Stato, dove la logica dei clan prevale sul principio nazionale e istituzionale, causando avvicendamenti compulsivi di leadership. Il presidente Mohamed Abdullahi Farmajo, un passato come conducente di autobus durante gli studi in Usa, ha di recente azzerato lo Stato maggiore con le dimissioni di 19 generali. Mentre lo speaker della Camera alta, Muhammad Cusmaan Jawaari, ha dovuto lasciare sulle pressioni del primo ministro Hassan Khayra, nell’ambito di dispute «claniche» e di spartizioni di risorse. Denaro, appunto, di cui la Somalia viene inondata per cooptare chi conta, come i 9,6 milioni di dollari intercettati in una valigetta diplomatica proveniente da Abu Dabi. «Le vicende somale sono anche riflesso della crisi del Golfo», spiega l’ambasciatore Luciano Pezzotti, inviato speciale della Farnesina per il Corno d’Africa. Da una parte ci sono sauditi (primi partner commerciali) ed Emirati, pronti a fare incetta di porti per evitare la concorrenza a Dubai, dall’altra i qatarini allineati con Ankara, l’attore più audace. Parla da sola l’ambasciata turca sul porto, adiacente al minareto di ottomana memoria. Se si aggiunge la penetrazione commerciale della Cina e le insidie di Mosca, che tratta il riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland in cambio di una base militare, si capisce come le soluzioni proposte dall’Europa abbiano forza limitata. Oltre ai vuoti interni che mettono il Paese alla mercé di trafficanti e terroristi. Al Shabaab, appunto, eredi delle Corti islamiche che parlano il linguaggio delle bombe e della mafia: raccolgono tasse, amministrano la giustizia, assicurano protezione. C’è poi l’Isis della «jihaspora», quasi trecento miliziani arroccati tra le montagne di Possasso, nel Puntland.

 

Nel regno di Al Shabaab 
«Attenzione, camion sospetto», pericolo Shabaab. L’allarme arriva dal pick-up dove quattro guardie armate di Kalashnikov scortano la jeep civile su cui siamo a bordo. Il timore di autobomba è elevatissimo in questo tratto di strada vicino al ministero degli Esteri, dove il 14 ottobre 2017 un kamikaze si è fatto esplodere polverizzando sei palazzine e causando oltre 500 morti, il più sanguinoso attacco della storia della Somalia. Sulle tracce del terrore arriviamo in prossimità del Check point pasta, oggi Pasta Factory, teatro di battaglia per i militari italiani in quel fatidico 2 luglio 1993. Si trova in una delle zone ad alta intensità Shabaab, i militari italiani qui non c’entrano, vi arriviamo protetti dai «contractor» di Peace Security. Con loro ripercorriamo la storia, quella delle tante proprietà terriere italiane sparse per il Paese, riconosciute dal governo somalo ma non utilizzabili. E quella di Mogadiscio, la «Torino africana», ispirata alla planimetria urbanistica del capoluogo piemontese. Nei distretti di Waaberi e Hamar Weyne tutto parla tricolore, dall’arco di Umberto di Savoia al Milite ignoto, una rassegna dell’architettura coloniale di cui gli inglesi e le guerre hanno fatto scempio. Al mercato, sul pavimento fetido, si contrattano squali e si fa criminosa incetta delle carni di testuggini ancora vive. La cattedrale ridotta a scheletro ha crocifisso e affreschi ancora vivi, piantonati dalle colonne. «I jihadisti hanno provato a farle saltare in aria, inutilmente», spiega Shakur, esperto della sicurezza. Con lui arriviamo alle porte di Yaaqshid, il regno degli Shabaab animato da colonne di fumo e sentinelle velate, segnali di morte: «Oltre non si va». Ci lasciamo alle spalle il cuore di tenebra per cercare un po’ di luce nella Mogadiscio del riscatto. Quella dei ragazzi che giocano a calcio sulla spiaggia del Lido, dove il cappuccino si paga via cellulare con Hormoud, compagnia telefonica che ha il controllo di tante attività nella capitale. Quella dei selfie sulla terrazza dell’Hotel Dolphin che rimbalzano su WhatsApp o Instagram, in uno strano connubio tra tradizione e progresso raccontato dai vistosi make up incastonati nel velo delle giovani somale, che sotto il dirac indossano tacchi vertiginosi.

La sfida dell’Europa 
All’International Village, all’interno del Mia, si celebra l’ottavo compleanno della missione militare europea in Somalia denominata Eutm-S, che ha l’obiettivo di fornire non solo capacità, ma un sistema di addestramento che diventi il modello di riferimento per il futuro. Ci sono gli Alpini che garantiscono la sicurezza degli addestratori e le attività di consulenza e supporto ai vertici delle forze armate e alla Difesa per armonizzare e coordinare gli sforzi. Occorre costruire uno staff, una struttura, cosa che manca in Somalia, dove vige il principio clanico «uno comanda tutti». «Le istituzioni locali si stanno tirando su dopo 25 anni di anarchia», spiega il generale Pietro Addis, comandante della missione. Ufficiale incursore, con un passato somalo nel 1994, Addis spiega come il Paese abbia oggi tanti giovani che non hanno riferimenti del passato, di uno Stato funzionante. E che i fallimenti locali generano flussi di migranti anche verso il Mediterraneo. Ecco l’importanza di assistere ed essere presenti per l’Italia, nazione leader di Eutm-S, che svolge una missione diversa da quella prettamente anti-terrorismo degli americani, tale da renderla più vicina ai somali. «Da parte loro c’è grande disponibilità e grande richiesta di italianità, perché ricordano tutti con ammirazione i periodi trascorsi con l’Italia, perché sono fieri di parlare italiano e di avere rapporti con il nostro Paese - chiosa il generale -. C’è una grande richiesta di maggior coinvolgimento italiano e di maggiore attivismo». «Le cose vanno meglio grazie al contributo europeo - conferma il colonnello somalo Mohamed Hassan Buney -. Ma per favore rimanete qui, abbiamo bisogno del vostro supporto, la lotta agli al-Shabaab durerà ancora a lungo».

Italiani in prima linea 
Monica parla italiano, è la responsabile del distretto di Shibis, con i militari dialoga costantemente su progetti congiunti. Come il «Mother and child health center», dove gli italiani hanno restaurato la struttura e donato materiale sanitario, perché è anche questo lo sforzo del Paese in Somalia. Uno sforzo che porta il nome Cimic, la Cellula di Cooperazione Civile e Militare del National Support Element IT guidato a Mogadiscio dal tenente colonnello Pino Rossi: «Si tratta di sostegno alle autorità locali, tramite interventi sul terreno con progetti specifici su sicurezza, sanità, istruzione e supporto umanitario». Come la ricostruzione della stazione di Polizia di Boondheere e del piccolo ambulatorio pediatrico adiacente. O il MCH, appunto, che ha da poco inaugurato un consultorio per aiutare le vittime di abusi domestici. Al nosocomio Forlanini, struttura del Ventennio, i militari italiani hanno dato supporto alla cura di malattie mentali e a piccoli interventi strutturali, come un pozzo in corso d’opera. La responsabile è Fadumo, cittadina americana figlia della diaspora che l’ha portata a Boston, dove ha lasciato i quattro figli per tornare ad aiutare il suo Paese. Anche lei parla italiano: «Alcuni ospiti sono affetti da patologie con alto livello di aggressività». Sono giovanissimi, come Ahmed: indossa la maglia della Juventus, piange, ride, ci fa il segno di vittoria. «Le uniformi italiane sono la speranza di questi ragazzi, il buon auspicio di questo Paese dimenticato - ci ripete Fadumo - lo dica». I Lince si rimettono in marcia, il rumore della sbarra accompagna il passaggio delle nuvole al tramonto. Questa notte a Mogadiscio è tornata la pioggia.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/04/21/esteri/con-gli-italiani-nella-terra-di-al-shabaab-la-lotta-sar-lunga-c-bisogno-di-noi-8eqw4ZO6BNrxKYr7TNLABJ/pagina.html
30  Forum Pubblico / CULTURA / ANDREA BOSCARO. L’INFLUENCER MARKETING È UNA BOLLA CHE PRIMA O POI SCOPPIERÀ? il: Aprile 24, 2018, 04:46:45
L’INFLUENCER MARKETING È UNA BOLLA CHE PRIMA O POI SCOPPIERÀ?
   
ANDREA BOSCARO
13 aprile 2018

Lo scorso gennaio un hotel di Dublino ha pubblicamente accusato una travel blogger pubblicando la sua offerta di visibilità in cambio dell’ospitalità presso la struttura: la circostanza ha avuto una certa eco per la reazione stizzita dell’albergo, ma anche per la necessità di comprendere meglio l’apporto dei cosiddetti influencer data la difficoltà a misurare le loro attività secondo i metodi classici del marketing digitale.

Anche nel rapporto con i loro follower, gli influencer rischiano di perdere credibilità: lo scorso autunno Sara Melotti, un’influente travel-blogger, ha raccontato come il cambiamento dell’algoritmo di Instagram abbia influito sulle sue scelte editoriali e – è la sua accusa – anche sul modo con cui altre influencer del settore abbiamo messo in secondo piano il racconto personale per sostituirlo con un atteggiamento più in linea con i requisiti dell’algoritmo e tale da mettere in luce più le attività di sponsorizzazione da parte delle imprese.

Se pensiamo a quello che avvenuto in settori come il fashion e il food, gli influencer hanno applicato al meglio le tecniche del marketing digitale come l’indicizzazione sui motori di ricerca e la predisposizione di un efficace storytelling su YouTube e sui social media, ma hanno soprattutto fondato il proprio successo sulla capacità di raccontare in presa diretta la propria esperienza personale intercettando il calo di fiducia che i lettori dimostrano nei confronti dei media tradizionali. Tale credito non è però dato per sempre: si fonda sulla autenticità con cui testimoniano il loro racconto in prima persona ed ogni attività pubblicitaria è una sfida alla loro credibilità.

Se gli influencer debbono quindi camminare su un sentiero sottile fra contenuti offerti ai propri lettori e valore prodotto per le aziende partner e se i social media stanno offrendo tecnologia crescente (pensiamo ai video live) e strumenti avanzati per monetizzare la loro audience (ad esempio i co-branded post su Facebook ed Instagram), le aziende debbono sviluppare sistemi efficienti per individuare, mappare e interagire con gli influencer nonché modalità sostenibili per valutarne il coinvolgimento.

Ecco qualche strumento con il quale le aziende possono individuare gli influencer più adeguati per loro:
– Buzzsumo.com, per individuare dove si parla di un tema e capire quale è il blog che ha prodotto post più virali sui social media;
– Facebook Audience Insights per analizzare le Pagine Facebook che il proprio target segue maggiormente;
– Followerwonk per comparare influencer su Twitter;
– Buzzole Finder per individuare influencer.


Di seguito invece qualche tool per osservarne l’apporto:
– i co-branded post su Facebook ed Instagram consentono l’accesso al partner commerciale a tutti i dati di rendimento dei post pubblicati dall’influencer;
– Socialblade per analizzare i rendimenti di un canale YouTube;
– Tweetreach per osservare la diffusione dell’hashtag della campagna e per osservare la visibilità ottenuta da chi su Twitter si è rivelato più efficace;
– molti sono poi i tool che analizzano gli account su Instagram più influenti fra i quali Sproutsocial;
– nel caso dei blogger, imprescindibile l’analisi delle Conversioni Indirette con i software come Google Analytics e l’osservazione dei link con Google Search Console e Open Site Explorer.

La diffusione dei social media ha introdotto, anche per aziende più piccole, la possibilità di interagire con il proprio mercato attraverso testate editoriali online, blog e protagonisti della Rete: sono nel contempo necessari strumenti e risorse avanzate per valutarne l’apporto per evitare che questo fenomeno tipico della Rete si sgonfi come una bolla.

DA - http://www.glistatigenerali.com/innovazione_internet-tech/influencer-marketing-e-una-bolla-che-prima-o-poi-scoppiera/

Commento

Marketing. Riguardo il Marketing, in Asia è studiato già dalle elementari, negli Stati Uniti nelle Università migliori mentre in Italia vedo che si fa ancora confusione fra marketing, vendita e promozione. Questo è un altro grosso problema perché siamo completamente indifesi nei contesti internazionali. La vendita soddisfa i bisogni del venditore, mentre il Marketing individua e soddisfa i bisogni del cliente. Le due figure sono completamente antitetiche. Il Marketing è un insieme di discipline come la micro e macro economia, la statistica, il diritto comparato, la psicologia, la sociologia, l’urbanistica ... e la conoscenza delle strategie di guerra. Il venditore generalmente non ha preparazione e cercando di vendere, promette cose non vere per cui si perde il cliente, il marchio e tutto il lavoro degli esperti di Marketing che nel mondo non sono molti, lavorano in gruppo avvalendosi di banche dati impressionanti e con queste conoscenze i giapponesi hanno conquistato il mondo. I fatti recenti di Facebook, sono cosa nota e vecchia.
Mauro Parilli (www.inta-aivn.org). America Marketing Association
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Traduzione Italiana a cura di SMItalia
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