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6016  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Se i bilanci regionali non sono sani (dove più si spreca più si muore) inserito:: Agosto 07, 2007, 11:34:27 pm
06-08-2007

Se i bilanci regionali non sono sani
Gilberto Turati


E’ uscito venerdì 20 luglio - commentato solo da qualche giornale - un rapporto di Moody’s sulle nuove regole introdotte nell’ambito delle gestioni sanitarie regionali, con alcuni giudizi sugli interventi di ripiano dei disavanzi pregressi che offrono lo spunto per un commento. Riassumo brevemente il contenuto del rapporto.

Innanzitutto, Moody’s suggerisce che il Patto per la Salute introdotto con la Finanziaria 2007 ha previsto un quadro di regole più stringenti per le Regioni con elevati disavanzi per la sanità.


Ridurre i costi…

L’aspetto principale di questo nuovo quadro viene riscontrato nell’adozione di meccanismi sanzionatori automatici basati sull’incremento dell’imposizione locale (di fatto l’aumento delle aliquote d’imposizione dell’addizionale IRPEF e dell’IRAP). L’incremento dell’imposizione a livello locale va chiaramente a colpire i soli elettori regionali; e tutto ciò dovrebbe quindi rendere i politici locali più attenti nel raggiungimento degli equilibri di bilancio. Peraltro Moody’s "prende atto" che la maggior parte degli interventi "automatici" sarebbero riferiti all’IRAP, una soluzione "controproducente e insostenibile sul lungo periodo poiché sfavorisce la crescita economica". Un’altra innovazione positiva che il rapporto sottolinea è la necessità per le Regioni con deficit elevati (pari o superiori al 7% dei rispettivi fondi annuali in base ad un accordo del marzo 2005) di adottare dei "Piani di rientro" dettagliati che dovranno essere approvati dal Ministero dell’Economia e dal Ministero della Salute. Nel rapporto sono analizzati i piani di Campania, Lazio, Abruzzo, Molise e Liguria (alcune di queste Regioni presentano peraltro disavanzi strutturali da anni).

Le due strategie di fondo comuni a tutti i Piani (al fine di azzerare i deficit pregressi e raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2010) sono, da un lato la possibilità di accedere a fondi aggiuntivi erogati a tal proposito dallo Stato, dall’altro la realizzazione di risparmi di spesa significativi. Per quanto riguarda la prima strategia, Moody’s parla di "intervento sistemico a sostegno del merito creditizio delle Regioni italiane", di "fase ultima del meccanismo di finanziamento della sanità in Italia, nonché una soluzione per poter garantire la ripartizione di opportuni fondi a ogni regione per garantire i LEA", da non considerarsi interventi di salvataggio straordinario, nemmeno nel caso del Lazio che ha ricevuto un prestito garantito di 5 miliardi di euro. Per quanto riguarda la seconda strategia, i principali interventi prefigurati per il contenimento dei costi nei Piani sono individuati nella razionalizzazione dei costi del personale, nella riduzione della spesa farmaceutica e della mobilità interregionale, nel miglioramento delle procedure di acquisto di beni e servizi, nella riorganizzazione dell’offerta di servizi sanitari con l’intento di migliorarne efficienza ed efficacia, nell’introduzione di tetti di spesa e nella revisione delle tariffe. Per dare un’idea dei risparmi attesi da questi interventi, Moody’s sottolinea che le Regioni coinvolte dovrebbero limitare la crescita dei costi al 2% circa per il triennio 2007-2009, quando lo stesso aggregato è cresciuto tra il 2001 e il 2005 del 6-7% annuo, "un impegno gravoso e un’ardua sfida".

La valutazione delle regole introdotte con la Finanziaria 2007 come un passo avanti in termini di trasparenza e di "irrigidimento" dei vincoli di bilancio regionali è certamente da condividere. Si tratta di un meccanismo che va nella giusta direzione per le ragioni discusse anche sopra, perché soprattutto fa cadere la responsabilità dei dissesti sugli amministratori locali. Ma soffre del limite evidenziato anche nel rapporto di Moody’s: potrebbe non essere sostenibile a lungo; o addirittura essere insufficiente (o impraticabile) in alcune Regioni con limitata base imponibile (le aliquote non possono essere innalzate all’infinito). Il meccanismo sanzionatorio automatico dovrebbe quindi prevedere (accanto alla leva fiscale) altri incentivi al raggiungimento dell’equilibrio finanziario. Come già discusso in un altro intervento sarebbe estremamente utile l’introduzione di una legislazione per il dissesto finanziario delle Regioni, che preveda anche – nei casi più gravi – la perdita di sovranità e la rimozione degli amministratori. Oggi abbiamo una legislazione simile ma è limitata agli Enti Locali.


…e gli interventi dello Stato

Considerare tuttavia la possibilità di accedere a risorse aggiuntive messe a disposizione dello Stato non come un intervento straordinario, ma come un elemento implicito nel sistema di finanziamento ex post della sanità regionale italiana sembra francamente una valutazione non condivisibile (anche se apparentemente sempre più di moda). Due sono le interpretazioni: o si ritiene che comunque lo Stato interverrà a sostegno delle Regioni sempre e comunque, indipendentemente dalla dimensione del deficit realizzato e dalle responsabilità oggettive degli amministratori regionali; e allora coerentemente non ha senso parlare di rating delle emissioni regionali: se lo Stato onorerà comunque i debiti regionali, il rating di tali emissioni deve essere quello applicato alla carta della Repubblica, ma allora anche la gestione della sanità dovrebbe tornare in mano allo Stato (nel rapporto peraltro c’è una frase sibillina su questo punto: "Moody’s ritiene che il più alto livello di coinvolgimento del governo centrale nelle decisioni delle Regioni in campo sanitario rifletta l’intenzione di armonizzare i sistemi sanitari regionali").

Oppure si ritiene che lo Stato non interverrà sempre e comunque, ma solo in casi eccezionali per evitare crisi di fiducia sistemiche; e allora coerentemente ha senso parlare di rating regionali, perché sono le Regioni che con i loro fondi e le loro risorse debbono onorare i propri impegni finanziari (e con le loro capacità gestire la sanità). In un momento nel quale il paese sta di nuovo provando a discutere un provvedimento sul federalismo fiscale, la seconda interpretazione mi sembra quella corretta. E l’intervento di 5 miliardi di euro a favore del Lazio (una cifra enorme) è un intervento straordinario per tappare il buco ed evitare il dissesto. Al di là dell’aspetto definitorio, l’interpretazione alternativa degli interventi di ripiano dei disavanzi ha anche un altro problema: tende a perpetuare il finanziamento delle inefficienze e degli sprechi nelle gestioni, evitando invece di metterli in luce.

E che ci siano sprechi e inefficienze sembra ormai accettato da tutti. A sostegno di questo punto si vedano comunque la tabella 1: il Lazio ha una spesa pro-capite per la sanità non inferiore a quella di altre Regioni, ma non c’è alcun legame tra la spesa pro-capite e la composizione della popolazione per classi di età, una delle determinanti principali della domanda di servizi sanitari. Sono quindi le strutture di offerta ad influenzare la spesa, non i bisogni dei cittadini.
Un ultimo aspetto merita di essere sottolineato: nella discussione di politica sanitaria (e anche nel rapporto) si parla spesso di riduzione attesa dei costi ma non si discute mai del livello dei servizi. Il problema da affrontare – se si vogliono davvero combattere le inefficienze e non fare un mero maquillage dei bilanci regionali – non è quello di ridurre i costi totali, ma di ridurre i costi medi di produzione e di fornitura del servizio. In altre parole, per fare un esempio, il problema non è quello di chiudere gli ospedali e ridurre i posti letto ma di riorganizzare le modalità di produzione dei servizi di assistenza ospedaliera in modo più razionale ed efficiente.

Questa è la vera sfida che attende gli amministratori regionali.

da lavoce.info/news
6017  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Il Giornale condannato, diffamazione. Cassazione Via Rasella fu atto di guerra inserito:: Agosto 07, 2007, 11:32:56 pm
CRONACA

I giudici condannano il quotidiano di Paolo Berlusconi

"Un atto rivolto contro un esercito straniero occupante"

Cassazione: "Via Rasella fu atto di guerra"

Il Giornale condannato per diffamazione

Il gappista Bentivegna: "E' la quarta sentenza che ci dà ragione"


 ROMA - Nel 1996 Il Giornale scatenò una vera e propria campagna contro i partigiani che compirono l'azione di via Rasella. Quell'attacco che provocò 33 morti e scatenò la rappresaglia delle Ss alle Fosse Ardeatine. Articoli che, in pratica, tendevano a "scaricare" sul gruppo dei gappisti guidato da Rosario Bentivegna, le responsabilità della strage che provocò 335 morti. Ora, però, la Cassazione, confermando la condanna al risarcimento per diffamazione (45 mila euro) a beneficio dei gappisti e di Rosario Bentivegna che li guidava, boccia quella campagna di stampa, ne sottolinea le falsità e condanna il quotidiano di Paolo Berlusconi.

La Cassazione parte da un dato di fatto: l'attentato contro i tedeschi del battaglione 'Ss Bozen', fu un "legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari". Militari che non erano, come aveva sostenuto Il Giornale "vecchi militari disarmati", ma "soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e pistole".

Ed ancora. Non è vero che il 'Bozen' "era formato interamente da cittadini italiani" in quanto, continuano gli ermellini, "facendo parte dell'esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica".

Poi la Cassazione si dedica alla contabilità delle vittime civili dell'attentato. Secondo Il Giornale erano sette. Ma non è così: "Ora nessuno più mette in discussione che le vittime civili furono due". Così come non era vero che dopo l'attentato erano stati affissi manifesti che invitavano gli attentatori a consegnarsi per evitare rappresaglie". Un punto, questo, portato avanti da una certa storiografia revisionista. Per smentire, la Cassazione parte dai fatti. "L'asserzione trova puntuale smentita nel fatto che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attentato - dicono i giudici - , e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si tenesse nascosta la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta".

Ad avviso dei supremi giudici, tutti questi fatti "non rispondenti al vero non possono essere considerati di carattere marginale". E anche se la Corte di Appello di Milano ha riconosciuto che si sarebbero potute esprimere "dure critiche sulla scelta dell'attentato, l'organizzazione, i suoi scopi", questo non basta per mettere in piedi un castello di inesattezze e falsità.

Per questo è da ritenersi "lesiva dell'onorabilità politica e personale" di Bentivegna "la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l'ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attentato di via Rasella e l'assimilazione tra Erich Priebke e Bentivegna". Un parallelo che Vittorio Feltri, allora direttore del quotidiano, aveva azzardato in un editoriale.

Soddisfatto il commento di Bentivegna: "E' la quarta sentenza di un'alta corte italiana, militare penale o civile che ci dà ragione con le stesse motivazioni, ma il il mondo è pieno o di imbecilli o di faziosi ancora disposti a sostenere il contrario. C'è poco da fare..".

(7 agosto 2007) 

da repubblica.it
6018  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Salam Fayyad: «L’Italia aiuti i Territori con un Piano Marshall» inserito:: Agosto 07, 2007, 11:30:34 pm
Salam Fayyad: «L’Italia aiuti i Territori con un Piano Marshall»

Umberto De Giovannangeli


Per l’Occidente è l’«Uomo dei conti» che tornano. Non solo in campo finanziario, ma ora anche in quello, non meno accidentato, politico. Salam Fayyad, 57 anni, primo ministro palestinese, ha una lunga frequentazione con l’Occidente e le sue istituzioni: laureato in Economia nella Texas University ad Austin, ha completato la sua preparazione all’Università Americana di Beirut: dal 1987 al 1995 ha lavorato presso la Banca Mondiale. Ministro delle Finanze nel governo di al-Fatah dal 2002, è stato nominato primo ministro dal presidente Abu Mazen dopo il golpe di Hamas a Gaza. Nel suo recente passato politico c’è anche la costituzione di un partito laico, progressista, «Terza Via», che ha come sua finalità la nascita di uno Stato di diritto in Palestina, che salvaguardi la pluralità in campo politico e religioso, garante del rispetto dei diritti umani e civili. «Sono convinto - afferma - che indipendenza e democrazia siano tra loro strettamente legate».

La pace con Israele, sottolinea Fayyad, «è una necessità per il futuro Stato palestinese» e ribadisce che gli obiettivi del suo governo sono la «costituzione di uno Stato palestinese indipendente, la giusta soluzione della questione dei rifugiati e dei confini, e la demolizione della Barriera di separazione». Per quanto concerne lo statuto di Gerusalemme, Fayyad fa sue le considerazioni espresse dallo scrittore israeliano Abraham Bet Yehoshua nell’intervista a l’Unità: «Gerusalemme -dice- deve essere concepita come città del dialogo e capitale di due Stati in pace fra loro. Una cosa è certa: nessun leader palestinese, neanche il più moderato, potrà mai sottoscrivere un accordo di pace che non contempli Gerusalemme Est come capitale dello Stato di Palestina».

Ma indipendenza si coniuga anche con un altro concetto caro a Fayyad, quello di benessere: «Una delle priorità del mio governo -afferma in proposito il premier- è la lotta alla povertà, al blocco dell’economia, che significa anche favorire lo sviluppo degli aiuti e garantire una gestione trasparente degli affari nazionali». Oggi Fayyad incontrerà il segretario dei Ds Piero Fassino, impegnato, in qualità di copresidente del Comitato per il Medio Oriente dell’Internazionale Socialista, in una missione in Israele e nei Territori. È l’occasione per fare il punto dei rapporti con l’Italia: «Le nostre relazioni -sottolinea Fayyad- sono improntate all’amicizia e alla cooperazione. Tutti i palestinesi sanno di poter contare sul sostegno del governo, del parlamento e del popolo italiani. Ed è per noi importante che sia il primo ministro Prodi che il ministro degli Esteri D’Alema abbiano ribadito più volte che una svolta di pace in Medio Oriente passa necessariamente per una soluzione della questione palestinese fondata sul principio di due popoli, due Stati».

Con il premier indicato da Abu Mazen è inevitabile toccare anche il tasto-Hamas. Al movimento islamico che definisce illegale il governo da lui presieduto, Fayyad ribatte seccamente: «La rottura è stata consumata da chi ha usato le armi per conquistare il potere a Gaza. È Hamas ad aver imboccato la strada dell’illegalità. L’impegno del mio governo è quello di ripristinare la legalità in tutta la Striscia, senza legalità non c’è spazio per uno Stato ma solo per una terra di nessuno dominata dalla logica della sopraffazione. Vorrei che i palestinesi guardassero al governo che presiedo come al governo della legalità». Il premier rivendica il diritto di resistenza all’occupazione israeliana, ma la resistenza non s’identifica con la pratica terroristica né con la deriva militarista della seconda Intifada: per questo nel programma del governo Fayyad non c’è alcun riferimento alla «muqawama», la resistenza armata all’occupante israeliano.

Signor primo ministro, dopo il golpe di Hamas a Gaza, c’è chi ha evocato la prospettiva di due Stati palestinesi. È una ipotesi realistica?
«Assolutamente no. Questa prospettiva non esiste né ora né mai. Il colpo di mano militare di Hamas non deve oscurare una verità storica: esiste un unico popolo palestinese e nel futuro c’è spazio per un solo Stato di Palestina».

In una recente intervista a l’Unità, il vice premier israeliano Haim Ramon, ha affermato che Israele può porre fine all’unilateralismo perché finalmente può contare su partner affidabili: il riferimento è a Lei e al presidente Abbas.
«Quella di Ramon è una considerazione importante ma che deve essere sostenuta da atti concreti e da una chiara strategia di pace. È importante che vadano avanti come è avvenuto oggi (ieri, ndr.) gli incontri tra il premier Olmert e il presidente Abbas per definire i punti di un Accordo di principi, ma è ancora più stringente la necessità di entrare nel merito, e senza pregiudiziali, di tutte le questioni cruciali: la politica del rinvio non si è rivelata una buona politica».

Tra le questioni cruciali c’è la definizione dei confini. Qual è in merito la sua posizione?
«Il mio riferimento sono le risoluzioni 242 e 338 dell’Onu e quanto delineato dalla Road Map. Lo Stato indipendente di Palestina deve nascere sui Territori occupati nel 1967: vi potranno essere delle correzioni concordate, sulla base della reciprocità, ma la sostanza è questa».

Lo Stato di cui Lei parla ha Gerusalemme Est come sua capitale?
«Non potrebbe essere diversamente, Gerusalemme può essere, deve essere una città condivisa. Per Gerusalemme non vedo altro futuro che quello di divenire capitale di due Stati».

In questo passaggio cruciale nel dialogo israelo-palestinese cosa si sente di chiedere all’Italia?
«Di esserci a fianco, sostenere gli sforzi del mio governo e del presidente Abbas per ripristinare la legalità nei Territori: un impegno che s’intreccia fortemente con l’accelerazione di un negoziato globale di pace».

E nell’immediato?
«L’immediato è la condizione di sofferenza che segna decine di migliaia di famiglie palestinesi, nella Striscia di Gaza come in Cisgiordania. Occorre affrontare questa emergenza umanitaria e sociale, attraverso un Piano straordinario di aiuti. Anche così si investe sulla pace: perché laddove regnano frustrazione e malessere, la parola "pace" perde di senso. Per questo confido in un impegno dell’Italia, che in parte è già avviato, perché verso il popolo palestinese si mostri una solidarietà concreta».

È ancora sul tappeto la richiesta di una forza internazionale a Gaza?
«Per quanto mi riguarda, sì».

Hamas è decisamente contraria.
«Una forza internazionale sotto egida Onu contribuirebbe a porre fine all’assedio della Striscia e a garantire gli aiuti alla popolazione civile. Il no di Hamas perpetua la sofferenza della gente di Gaza oltre che un regime di illegalità». (ha collaborato Osama Hamdan)

Pubblicato il: 07.08.07
Modificato il: 07.08.07 alle ore 10.14   
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6019  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Alfredo Reichlin La congiura del silenzio inserito:: Agosto 07, 2007, 11:29:34 pm
La congiura del silenzio
Alfredo Reichlin


I complicati patteggiamenti tra i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita volti a condizionare la composizione della futura Assemblea Costituente del Partito Democratico non mi piacciono ma non mi stupiscono più di tanto. Ciò che invece mi preoccupa, e molto, è altro. È il silenzio. La impressionante mancanza di un qualsiasi dibattito sulle idee, sulla sostanza del nuovo partito, sui suoi fondamentali. Eppure l’abbiamo avuta la prova che le idee contano e di queste c’è bisogno come il pane. Si è visto quale boccata d’ossigeno ha rappresentato il discorso di Veltroni al Lingotto.

È incredibile. Ciò a cui stiamo assistendo non è riducibile a un episodio, sia pure importante, della cronaca politica italiana. È un passaggio della storia repubblicana. E, aggiungerei, anche della storia di molti di noi come persone, di quelli almeno che la politica l’hanno vissuta come milizia e come passione. Proprio chi ha molto ragionato sulla necessità di questa scelta cruciale non può non sentire tutta la responsabilità che ci assumiamo. Io non so se la sinistra è sottorappresentata. So però che questo non è solo un problema di numeri. Ciò che è preoccupante è che non si stanno facendo i conti con qualcosa che non è riducibile a una lista di ecologisti o di ex gruppettari ma è una forza che è stata così importante non solo per il cammino che ha fatto compiere alle classi subalterne ma per il segno profondo impresso sulla vicenda della nazione: la difficile costruzione dell’Italia Repubblicana.

La forma partitica e la cultura politica che avevano caratterizzato questa sinistra si erano andate esaurendo? Penso di sì. E penso che ne dovevamo prendere atto. Ma ciò (per piacere, basta con i pentimenti) non per rassegnazione bensì per l’idea stessa storicista e laica che il meglio del Pci ci aveva insegnato: secondo cui un partito non è una categoria dello spirito e la sua identità è la sua funzione storica. Per cui il solo modo perché questa forza possa rivivere non come semplice nome ma come fattore politico culturale determinante è che resti al centro della lotta di oggi tra progresso e reazione. Questo è il punto. Non ridursi a una piccola fetta di nostalgici ma ricollocarsi in una formazione politica nuova, più capace di rappresentare l’Italia moderna e di tenere aperta la prospettiva riformista di governo, ben inteso il governo come ricambio della classe dirigente del Paese non dei titolari delle poltrone. Ecco perché mi colpiscono certi silenzi. Questa non è una pratica burocratica che si chiude, né una conta tra capi corrente. È un passaggio storico. E se io sento la necessità di salvaguardare ciò che si chiama sinistra non è per una qualche nostalgia del passato ma perché penso che proprio la novità e la grandezza delle sfide del presente ci spingono a ripensare il «che cosa sono» gli italiani per chiederci se ci sia in essi qualcosa che ci consente di guardare con più fiducia a un futuro così carico di interrogativi.

Ecco la necessità che sento di dare un contributo alla nascita del Partito Democratico con uno scritto più ampio di cui questo è solo un anticipo. Ma un contributo vero, non verticista, il contributo di chi cerca di ragionare su una nuova sintesi e non su una annessione. E perciò si chiede in che modo una sinistra nuova possa essere parte integrante del Partito Democratico. Lo è - io credo - per una ragione che non appartiene al passato ma al presente. Sono le «cose», le grandi cose che chiedono un soggetto politico nuovo una forza che non può essere moderata per la semplice ragione che la sua stessa esistenza dipende dalla capacità di compiere una «rivoluzione democratica». E ciò per un fatto essenziale. Perché il Paese non può più essere governato dall’alto e dal sistema politico e dal tipo di organizzazione della cosa pubblica ereditato dalla Prima Repubblica. Questo è il punto a cui siamo arrivati, il solo modo di evitare una risposta autoritaria è affrontare il fatto dominante (che poi è il problema posto da Veltroni) che consiste nella circostanza che il Paese si sta disarticolando. E ciò, sia nel senso che la distanza tra Nord e Sud sta diventando abissale, sia nel senso che il capitale sociale fisico ed umano si sta impoverendo. Sembriamo ricchi perché una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito immenso (il secondo del mondo) che si è accumulato senza costruire scuole, laboratori scientifici, servizi moderni, ferrovie, interventi per salvaguardare l’ambiente, la cultura, la bellezza del Paese.

Prevedere il futuro dell’Italia non è semplice. Ma le cifre e i dati obiettivi sono impietosi. L’Italia negli ultimi anni è scivolata da un livello del reddito per persona superiore del 10% a quello europeo a un livello che è già caduto sotto quella media. Non ce ne siamo accorti ma è impressionante come ci siamo impoveriti. La Spagna sta per superarci. La Francia, l’Inghilterra e la Germania si allontanano sempre più da noi. Non basta quindi la ripresa in atto. La nostra crescita è infatti del 2% ma la loro è del 2,5%. Per riagganciarli dovremmo produrre il 3% e questo per la bellezza di almeno 20 anni consecutivi se volessimo tornare allo standard di 10 anni fa quando marciavamo in testa. Questa è la dimensione del problema. L’alternativa è scivolare in una condizione di esclusione dai grandi circuiti dello sviluppo moderno, condannando i nostri figli a non contare niente. Oppure per i migliori (come già avviene) a crescere e studiare all’estero, a cercare di affermarsi altrove. Come nel Seicento.

Il fatto davvero drammatico è che la politica (in concreto questa architettura della politica, la cultura di fondo del ceto politico, gli strumenti e i linguaggi con cui comunica con la gente, il modo di essere dei partiti) non è in grado di riorganizzare le forze del Paese e di guidarle nel futuro. Per tante ragioni ma essenzialmente niente affatto per quelle che continuano ad alimentare le nostre dispute (perché ci siamo spostati troppo a destra oppure troppo a sinistra oppure perché non parliamo al centro). La verità, mi sembra, è che la politica dovrebbe collocarsi altrove: là dove sia possibile rappresentare i nuovi bisogni e i nuovi diritti della gente cessando di essere come ora un sottosistema provinciale di una economia globalizzata.

Si dirà che non è realistico porre tematiche di questo genere nel dibattito sul nuovo partito, io penso il contrario. A me non sembra realistico che un partito possa nascere senza aprire un dibattito sulla necessità di un nuovo pensiero il quale comincia a rispondere a quel vasto mondo soprattutto giovanile al quale non interessa tanto difendere un grande passato quanto ritrovare la ragione stessa per cui ci si schiera a sinistra, che dopotutto è quella di credere che è possibile e giusto lottare per un mondo migliore.

Il Partito Democratico deve quindi essere, direi che è costretto ad essere (pena l’irrilevanza) un partito nuovo. Dice Scoppola: una realtà diversa. E perché diversa? Perché si pone problemi, affronta sfide così diverse da quelle su cui si modellarono e si combatterono tra loro le grandi forze politiche del passato così da motivare le ragioni di un nuovo riformismo e di un nuovo processo unitario. Di questo stiamo parlando. Di una svolta rispetto alla vecchia storia, non di rimettere insieme i cocci di ciò che resta del Pci e della Dc.

Pubblicato il: 07.08.07
Modificato il: 07.08.07 alle ore 10.13   
© l'Unità.
6020  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / L’italiana che tifa per Bin Laden inserito:: Agosto 07, 2007, 11:28:34 pm
5/8/2007 (14:16)

L’italiana che tifa per Bin Laden
 
La moglie dell'imam di Carmagnola apre un sito Internet

MASSIMO NUMA
TORINO


Magdi Allam? Un «cialtrone». Dadullah, il capo Talebano ucciso dalle forze Isaf, colui che ha fatto sgozzare l’autista-interprete di Mastrogiacomo? «Un martire» a cui dedicare una poesia. L’Afghanistan? È L’Emirato Islamico «occupato» dagli Usa. Poi: attacchi contro il governo «reo» di cacciare dall’Italia gli islamici solo per «le chiacchiere della stampa»; la lettera di Fatimah, prigioniera di Abou Graib che inneggia al «martirio»; l’appello di Khadija, moglie di Kassim Britel, detenuto in Marocco per terrorismo. Citazioni illustri: «InshaAllah, la fine dell’America è imminente e questa fine non dipende dal povero schiavo. Che Usama muoia o resti, il risveglio è giunto». Firmato: shaykh Usama bin Ladin. Sono solo alcuni dei proclami, messaggi di sostegno per gli estremisti arabi impegnati nel Jihad, lanciati da un’italiana, musulmana convertita. È la milanese Barbara ‘Aisha Farina, 36 anni, moglie dell’ex Imam di Carmagnola, lo shaykh Abdelkader Fadl’Allah Mamour (espulso dal Viminale nel 2003 e ritornato in Senegal, dove ha fondato il Partito Islamico Senegalese, roccaforte dell’integralismo più intransigente). Ormai, ‘Aisha non nasconde più di essere un’aperta fiancheggiatrice di Al Qaeda, dei Taliban dell’Afghanistan e di tutto il sistema jihadista mondiale, dalle Filippine all’Europa.


La propaganda esplicita per Bin Laden e i suoi seguaci avviene attraverso il sito (in italiano) http://ummusama.splinder.com/. Tra le tante esternazioni, ‘Aisha, famosa a Carmagnola per il burka, i veli e i guanti neri, punta l’attenzione sul libro I soldati di luce della «meravigliosa sorella Malika Oum Obeyda, che Allah la protegga, vedova del fratello Shahîd Dahmane Abdessatar, che Allah abbia misericordia di lui», caduto in Afghanistan «sotto il piombo dei Crociati». Come pretesto, la recensione dal giornalista francese Jean Francois Mayer. Scrive ‘Aisha: «Anche un kâfir (infedele, ndr) che combatte contro l’Islam non può non dimostrare rispetto e stima per una sorella talmente coraggiosa, e deve ammettere che la verità riguardo all’Afghanistan, ai Talibani, ad Al-Qa’idah, e lo shaykh Usama, forse è lontana dalle menzogne degli occidentali. Il campo del bene e il campo del male si scambiano i posti, agli antipodi di ciò che ci va ripetendo il discorso della “guerra contro il terrorismo”». Nella recensione, Mayer riporta alcuni frammenti del libro, che ricostruiscono il percorso di una giovane belga di origine marocchina, che si trasforma (da laica, cioè «miscredente») in una combattente «fiera di essere moglie di combattente, amica di combattenti. Come potevo comprendere a 17 anni che il silenzio di mio padre dinanzi al mio abbigliamento svergognato e il fatto che egli mi seguisse silenziosamente con lo sguardo, nascondesse un vero grido di dolore davanti all’annientamento dei suoi valori e al suo stesso fallimento?». Poi, sulle sue radici occidentali: «Sono molto seria quando dico che sono Belga, e me ne vanto, io che non mi sono mai sentita marocchina, al punto tale da detestare il metter piede in questo paese che non ho mai considerato il mio». Ricorda le conversazioni con il marito ucciso in combattimento: «Il suo argomento preferito era parlare della gente musulmana oppressa nel mondo. Non aveva che l’imbarazzo della scelta.


Aveva paura di morire senza aver fatto il supremo sforzo nella Via di Allah. Il Jihad; e sentiva che era a lui, in particolare che Usama (bin Ladin) rivolgeva un messaggio. Lui, uomo musulmano in tutta la sua pienezza, si sentiva umiliato dinanzi alla propria impotenza, quella di vedere le donne della sua comunità farsi malmenare, violentare, fare a pezzi, come se l’insieme degli uomini del mondo musulmano fossero un solo uomo il cui onore fosse stato infangato, e lui, Abdessatar, fosse quest’uomo». Poi la «sorella» di Barbara Farina viene catturata dall’Alleanza del Nord e liberata dai Talebani. Che accettano - a malincuore - di lasciarla tornare in Belgio. Si chiude sui versi dedicati a Dadullah: «...Non compiangere un principe che è stato il signore della lotta!/Non compiangere un guerriero, un campione, un cavaliere!/Compiangi te stesso finché non romperai le tue catene/Compiangi te stesso finché non ti unirai alla battaglia/Ma non compiangere Dadullah!/Non era obbligato, eppure come uomo libero ha combattuto un impero/Dadullah, cammina con la tua sola gamba in Paradiso, era questo il tuo desiderio...».

da lastampa.it
6021  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Globalizziamo i bambini inserito:: Agosto 07, 2007, 11:27:46 pm
Globalizziamo i bambini

Maurizio Chierici


Quando ha comperato il Times scandalizzando Londra, Citizen Murdoch, l’editore australiano che sta mangiando ogni Tv e ogni giornale, si è giustificato con uno strano discorso: «È necessario internazionalizzare i media. Nell’era della globalizzazione e dei satelliti mi propongo di sottrarre i media agli egoismi dei notabili di ogni nazione, chiusi e propensi a piegarli ad interessi economici e politici locali. I lettori di Londra e i lettori di New York devono avere le stesse informazioni non inquinate da trame personali». Specie di crociata per difendere la lealtà globale dagli appetiti degli editori di provincia. Con un piccolo handicap: era e resta una internazionalizzazione privatizzata. Ogni decisione passa dalla sua scrivania. Citizen Murdoch è il gioco di Citizen Kane, film che Orson Welles ha dedicato cinquant’anni fa all’editore Hearst, signore della California con Hollywood, radio e giornali ai suoi piedi. Cinquant’anni dopo Hearst ha l’aria di un don Rodrigo di campagna.

Come tutti sanno, l’altro ieri Murdoch ha comperato il Wall Street Journal, conservatore ma corretto nel bilanciare le notizie, peso massimo dell’informazione economica che scuote le borse del mondo. Nel portafoglio americano di Murdoch le tribune dell’informazione sono tante, dal New York Post alla Fox Tv che ha combattuto in Iraq al fianco di Bush. Murdoc ha appoggiato ogni sospiro di Bush, di Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Tony Blair. Sta corteggiando Hillary Clinton. Hillary fa la ritrosa e per il momento lo sdegna ma prima poi la sventurata risponderà: non può buttar via una corazzata così. Internazionalizzare resta per Murdoch la scorciatoia verso il maneggio globale delle notizie. Piccoli fratelli impallidiscono. Bisogna dire che internazionalizzare per difendere gli interessi di tutti è la bugia al quale ricorrono gli speculatori di ogni professione. Internazionalizzare per esempio il petrolio, bene dell’umanità. Guerre e massacri nel nome di questa libertà. Internazionalizzare l’Amazzonia per far respirare il mondo, ma anche per aprire la cassaforte che nasconde sotto la pelle verde, oro, uranio, alluminio, ferro e un’infinità di materie strategiche che nessuno ha il coraggio di elencare nascondendosi dietro l’alibi della scienza e delle biodiversità.

Su questo tipo di internazionalizzazione è intervenuto a New York - 2001 - il professor Cristovào Buarque. Rispondeva alla domanda di uno studente neo-liberista. Chiedeva lo studente: «Vorrei mi dicesse, come brasiliano e come umanista, se è d’accordo sulla internazionalizzazione dell’Amazzonia». Mai come quell’anno stava bruciando. E il candidato alla presidenza Bush aveva lanciato l’idea di proteggerla con un’amministrazione superstatale, eserciti compresi. Buarque, professore e rettore di università a San Paolo, aveva insegnato negli Stati Uniti ed era stato governatore di Brasilia: si preparava a diventare ministro dell’Educazione del primo governo Lula. La sua fondazione «O mundo para todos», il mondo per tutti (tutti gli sventurati, soprattutto bambini raminghi) veniva indicata dall’Onu quale modello da seguire per strappare all’emarginazioni un miliardo e mezzo di tasche vuote. Risposta famosa che val la pena ricordare adesso che Murdoc spiega l’acquisto del Wall Street Journal con l’enfasi dell’apostolo impegnato a difendere l’informazione universale.

«Come brasiliano sono contrario all’internazionalizzazione dell’Amazzonia», risponde il professor Buarque. «Anche se il mio governo non riesce a proteggerla come sarebbe necessario, l’Amazzonia è terra brasiliana a meno che non cambino le regole internazionali in modo da dare sollievo all’umanità. Da umanista non sopporto il degrado e lo sfruttamento delle foreste amazzoniche. Non sopporto che vada in fumo una selva larga sei mila di chilometri. La bruciano per allevare animali che diventano bistecche sulle tavole del nord; non sopporto la coltivazioni di cereali e soia preziosi nella fabbricazione di energie rinnovabili necessarie al mercato delle automobili e alle strutture industriali che nutrono il progresso della società. Per dar respiro all’ umanità immagino eticamente che l’Amazzonia possa essere internazionalizzata, ma proprio nel nome dell’eticità che ogni paese dovrebbe rispettare con qualche sacrificio, non mi sembra logico internazionalizzare solo l’Amazzonia. Ogni bene che sfama, consola e arricchisce la vita di miliardi di persone dovrebbe essere internazionalizzato. Il petrolio è importante nella vita delle società così come è importante l’Amazzonia, polmone del mondo. Se è giusto che la mano internazionale impedisca la deforestazione, è altrettanto doveroso che i paesi guida non possano accettare il ricatto dei padroni delle riserve di petrolio: ne aumentano o ne tagliano l’estrazione, alzano e abbassano i prezzi calcolando la convenienza di gruppi ristretti quando gli interessi sono universali. Internazionalizziamo ogni riserva. Se l’Amazzonia è utile a tutti, anche i capitali finanziari e i depositi d’oro nascosti nei bunker delle nazioni potenti, sono indispensabili a miliardi di persone umiliate da fame e sottosviluppo. Bruciare l’Amazzonia è grave, grave come la disoccupazione manovrata dalle decisioni personali di speculatori globali. Non possiamo permettere che le riserve finanziarie servano a bruciare regioni e continenti nella voluttuosità arrogante delle speculazioni. Internazionalizziamole.

Ma il mondo nel quale viviamo non conta solo le ricchezze da godere nei bei palazzi, su barche o aerei che fanno sognare l’universo delle baracche. Come umanista propongo di internazionalizzare i grandi musei. Perché il Louvre deve appartenere solo alla Francia? Il Louvre e ogni museo sono i guardiani di stanze dove si raccolgono le opere di geni che hanno illuminato la storia. Impossibile immaginare che un patrimonio il quale accompagna nei secoli la vita di tutti - proprio come il patrimonio naturale amazzonico - venga lasciato all’orgoglio di un solo paese o di collezionisti che della bellezza hanno una percezione per lo più decorativa. Possono disporne con la libertà che la loro vanità suggerisce. Possono incenerire tele o sculture con gli sfregi delle guerre o egoismi ugualmente tristi. Qualche tempo fa un milionario giapponese si è fatto seppellire assieme al quadro che più amava, opera di un grande pittore. Un quadro sotto terra, rubato al piacere delle folle e degli studiosi i quali possono solo ammirarlo nei colori approssimativi delle riproduzioni? Non è giusto. Internazionalizziamo musei e collezioni.

Mi trovo a New York per gli incontri organizzati dalle Nazioni Unite in occasione della Fiera del Millennio. Mancano i presidenti di certi paesi. Altri hanno penato per arrivare al palazzo di vetro. Filtri sgradevoli li hanno bloccati alle frontiere. Direi che è necessario internazionalizzate New York, sede delle Nazioni Unite e metropoli guida del mondo. Se non proprio l’intera città, almeno Manhattam dovrebbe appartenere all’intera umanità. Anche Parigi, Venezia, Firenze, Roma, Londra, Rio de Janeiro sono città che hanno lievitato la cultura universale. Non rappresentano la sintesi di una sola nazione, ma il confluire creativo del mondo intero. Internazionalizziamole.

I candidati alla presidenza deli Stati Uniti (candidati anno 2001) propongono di internazionalizzare le riserve forestali del pianeta: per salvarle, dicono. L’idea non è male, ma l’allargherei. Cominciamo ad usare i miliardi dei debiti condonati alle nazioni che accettano di abbassare le frontiere per affidare alle mani di tutti la salvezza delle foreste; cominciamo ad usare questi miliardi per garantire ad ogni bambino del mondo la possibilità di mangiare almeno una volta al giorno e di andare a scuola. Internazionalizziamo i bambini, non importa i posti dove sono nati; trasformiamoli come l’Amazzonia o come il Louvre in un patrimonio dell’umanità in modo da proteggerli non tenendo conto dei colori, delle lingue, delle religioni diverse. Internazionalizziamoli per non permettere che lavorino quando devono studiare e che muoiano di malattie banali o sfinimento quando devono vivere.

Come umanista sono d’accordo sulla internazionalizzazione dei patrimoni del mondo, ma se mi si definisce brasiliano nella domanda che mi è stata rivolta, invitandomi ad internazionalizzare l’Amazzonia, resto brasiliano e ripeto che l’Amazzonia è solo nostra».

Crisovào Buarque ha rimodulato le stesse provocazioni in un articolo apparso sul Globo, grande quotidiano della famiglia Marinho. Cardoso, presidente del Brasile stava per lasciare. L’economia traballava e Roberto Marinho, nonno spirituale di Berlusconi (Tv, giornali, radio, profeta delle telenovelas), guardava a Lula, eterno nemico, come a un salvagente: la faccia giusta per frenare la rabbia dei dimenticati dai governi dell’oligarchia dei quali Marinho era il megafono. Soluzione che riteneva temporanea: invece... Ed ha aperto una finestra a Buarque, studioso inquieto, intellettuale impegnato. Nelle ultime elezioni ha voltato le spalle a Lula. Fa il senatore sui banchi della sinistra che contesta il governo.

Tornando a Murdoch: il Daily News dà un consiglio ai redattori del Wall Street Journal: «Chiunque di voi creda che Murdoch possa rispettare l’indipendenza della testata, capirà nel tempo di essere stupido. Murdoch vuole solo far crescere ricchezza e potere politico». Le sue promesse somigliano alle promesse che nella campagna elettorale 2001 il giovane Bush distribuiva a proposito dell’internazionalizzazione dell’Amazzonia. Per il bene dell’informazione, per il bene dell’umanità, per salvare le foreste. In realtà è solo il bene di chi cerca il controllo globale. Con la gente normale fuori dalla porta, a mani vuote.

mchierici2@libero.it



Pubblicato il: 06.08.07
Modificato il: 06.08.07 alle ore 8.52   
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6022  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Luciano Gallino: Ora vogliono ammazzare i sindacati (qualche sberla la meritate) inserito:: Agosto 07, 2007, 11:26:25 pm
Luciano Gallino: «Ora vogliono ammazzare i sindacati»
Roberto Rossi


Attacco residuo premoderno, istituzione demodé, struttura in ritardo irrimediabile sui tempi. Adesso anche casta. Il sindacato in Italia è sottoposto a un pesante attacco come mai prima d’ora. E che ricorda quello che subì, negli anni 80, quello inglese. «È lo stesso piano inclinato» spiega il sociologo Luciano Gallino. Per ora cambia solo la pendenza.

Professore, tra le affermazioni più in voga oggi c’è anche quella di considerare il ruolo del sindacato come troppo invadente nella vita politica del Paese. Concorda?

«È un’affermazione fuori da ogni realtà. Se il sindacato avesse tale potere non si spiegherebbe come i salari dei lavoratori dipendenti in Italia siano fermi da oltre dieci anni, ormai quasi 15, mentre sono cresciuti in termini reali in Francia, Germania e altrove».

Qual è la forza, la presa del sindacato nella società?

«Il vantaggio del sindacato è che ha una presa diretta con il mondo che lo circonda. Molte persone, forse anche i redattori dell’Espresso, pensano che il sindacato sia fatto da 30-50 signori che stanno seduti in Corso Italia o da altre parti e che da lì sragionino sulle sorti dei lavoratori. Il sindacato è fatto da decine di migliaia di persone in contatto con le forze produttive del Paese, con le crisi aziendali, le delocalizzazioni, giorno per giorno. Hanno un contatto con la realtà superiore ai partiti che una volta avevano sezioni, club, scuole dove si studiava la società, ma che oggi sono spariti».

Perché secondo lei il settimanale l’Espresso, voce rappresentativa di una parte della sinistra, ha dipinto i sindacati come casta proprio ora? In fondo sono gli stessi di dieci anni fa. C’è un motivo contingente?

«Non lo so. Ma se ci fosse mi pare che la cosa si profili un po’ preoccupante. Quello che il sindacato ha fatto fino a questo punto è resistere, non molto tutto sommato, sulla questione delle pensioni. E ha finito col firmare un protollo dove le pensioni vengono riformate con differenze minime rispetto al piano del centrodestra. E nel quale si sono presi impegni nel mercato del lavoro che potrebbero essere stati scritti benissimo dal governo Berlusconi. Io mi sono guardato il protocollo Damiano. Il fatto di averlo sottoscritto è per i sindacati un segno di debolezza. Altro che casta! Un documento del genere 10 anni fa non sarebbe stato proponibile».

Anche in Gran Bretagna, negli anni ‘80, il ruolo del sindacato fu pesantemente messo in discussione e poi ridimensionato. C’è un parallelismo?

«Purtroppo il piano inclinato è il medesimo. Lì i sindacati sono stati eliminati dalla scena politica ed economica licenziando decine di migliaia di lavoratori. In Italia non siamo allo stesso livello, per fortuna».

Il piano inclinato è l’ideologia liberista?

«Direi proprio di sì, ma non solo. Aggiungerei, come ricorda Warren Buffett, il secondo uomo più ricco al mondo, che le forze delle grandi imprese, delle corporation, i loro modelli, hanno vinto. Hanno perseguito un tale successo che contrastarlo appare sempre più difficile».

Ha vinto il concetto di modernismo?

«Sì, ma in una concezione molto povera, molto deforme del modernismo. Perché, il modernismo o, meglio, la modernità, mirava alla sintesi, la più alta possibile, tra esigenze individuali e interessi collettivi. Il concetto moderno così come si è è malamente affermato ha sostenuto e sta sostenendo solo il primo aspetto. E cioè un liberismo sfrenato che permette notevoli sviluppi della ricchezza privata a scapito di quella pubblica».

Questo progetto di modernismo di basso profilo ha fatto breccia anche a sinistra?

«Ahimè sì. Naturalmente bisogna fare i conti con la storia. Con il fatto che il capitalismo non abbia più antagonisti reali e credibili».

Attaccare il sindacato torna ciclicamente di moda. Era successo con Berlusconi, torna in auge oggi. Perché?

«Perché la vittoria di cui parlavamo prima è forse più ampia di quanto non ci potesse aspettare. E, per la verità, non ha trovato grosse resistenze. Sono le capacità critiche che sono venute meno. La capacità di fare fronte ai dati e ragionarci sopra. Gran parte del discorso politico attuale è ideologico, rispetto al quale i fatti e le cifre non esistono più. Mi sembra molto caratteristico quanto è avvenuto sul fronte delle pensioni ma anche sul fronte del mercato del lavoro».

Il segretario della Cgil Epifani ha parlato più volte di un ritorno di un “diciannovismo”, cioè il tentativo di delegittimazione delle istituzioni tra queste anche i sindacati?

«Per ora il termine mi sembra forte anche se credo che ci sia qualcosa di vero. Perché così come si attacca il sindacato si attacca anche la politica in quanto tale o le stesse istituzioni della democrazia. Spero che fra quattro o cinque anni non si riveli un termine pienamente azzeccato».

Rispetto a dieci anni fa, diciamo quando il protocollo Damiano non sarebbe stato preso in considerazione, come è cambiato il sindacato?

«Potremmo dire che ha qualche acciacco in più. Uno dei problemi principali è una difficoltà di rappresentanza. La frammentazione dell’attività produttiva ha anche frammentato e distribuito sul territorio le forze di lavoro. Inoltre le tecnologie e i nuovi modelli di organizzazione del lavoro hanno moltiplicato e differenziato interessi materiali e ideali dei lavoratori. Però il loro ruolo è ancora vitale. Basta dare un’occhiata a quello che succede nel mondo e uno scopre che dove i sindacati non ci sono di fatto i lavoratori vengono pagati 70 centesimi di dollaro l’ora o fanno 60-70 ore alla settimana».

Pubblicato il: 06.08.07
Modificato il: 06.08.07 alle ore 8.51   
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6023  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Yehoshua: «Anche da confini certi nascerà la pace» inserito:: Agosto 05, 2007, 11:30:57 pm
Yehoshua: «Anche da confini certi nascerà la pace»

Umberto De Giovannangeli


«La pace è anche una sfida con se stessi, con le paure, le diffidenze, che abbiamo interiorizzato. La pace è liberarsi di queste paure, scrollarsi di dosso il fardello della memoria, ed è anche riconoscere le ragioni, e non solo l’esistenza, degli altri. Ma la pace è anche liberarsi dall’ossessione della propria forza. La pace, quella vera, che è ben altra cosa dall’assenza di guerra, non potrà nascere solo da una iniziativa dall’alto, ma dovrà radicarsi nella mente e nei cuori dei due popoli». Un estate fa, di questi giorni, lo scrittore israeliano Abraham Bet Yehoshua viveva, da cittadino di Haifa, l’incubo quotidiano dei razzi katyusha che si abbattevano sulla città. Eravamo nel pieno della guerra tra Israele e Hezbollah. All’inizio di quel conflitto, lo scrittore israeliano si era schierato a favore di una risposta ferma all’attacco delle milizie sciite libanesi: «Non bisogna dimenticare - ricorda Yehoshua - che il 12 luglio Hezbollah sferrò un attacco a Israele, uccidendo otto soldati, rapendone due e bersagliando con i suoi razzi i centri israeliani del Nord. Quella risposta era necessaria e giustificata anche sul piano morale, ma poi…». Dietro quel «poi» c’è il ripensamento dello scrittore, il suo gridare «basta», un appello rivolto alle autorità di Israele: «Qualcuno - riflette a un anno di distanza lo scrittore - si illuse o fu portato a credere che con la guerra avremmo potuto "pacificare" il Libano. Quell’illusione si rivelò un tragico errore». E l’errore più grande «è credere che esista una scorciatoia militare all’affermazione del nostro sacrosanto diritto alla sicurezza. Le armi non potranno mai sostituire la politica nella ricerca di un compromesso che ridisegni il volto di un nuovo Medio Oriente».

Yehoshua guarda con favore e con cauto ottimismo alle aperture del premier Olmert nei riguardi del presidente palestinese Abu Mazen: «Per una volta - osserva - due debolezze riescono a fare una forza…». Ma la pace, quella vera, non può riguardare solo israeliani e palestinesi. «Resto convinto - afferma Yehoshua - che occorra estendere il nostro orizzonte fino comprendere la Siria. A Olmert dico: metti alla prova Bashar Assad. Aprire a Damasco significherebbe anche provare a spezzare la pericolosissima alleanza fra la Siria e l’Iran». Presente e passato s’intrecciano nelle riflessioni del grande scrittore israeliano, che oggi si gode il successo del suo ultimo romanzo «Fuoco amico», che presto uscirà anche in Italia per Einaudi. Al centro del nostro colloquio c’è sempre lo sforzo di definire al livello più alto il concetto di pace. Che nella visione di Yehoshua è anche rivisitazione critica della storia nazionale: «La pace - dice - potrà dispiegarsi solo quando tutti noi, israeliani e palestinesi, avremo compreso l’essenza di questo conflitto, nel quale a scontrarsi non sono il Bene e il Male, la Ragione e il Torto, Bios e Thanatos ma due ragioni, due diritti egualmente fondati». La pace, dunque, «è anche l’ammissione da parte nostra che la nascita di Israele si fonda su un atto vissuto da un altro popolo come un sopruso».

Un anno fa di questi tempi, le armi tuonavano in Medio Oriente. Un anno dopo, come definirebbe la situazione?

«Haifa ha ripreso a pulsare di vita. I locali sono animati, il dialogo tra la comunità ebraica e quella araba che rende culturalmente ricca Haifa non si è mai spezzato. Il che non significa chiudere gli occhi di fronte alle incognite del futuro…».

Quali sono queste incognite viste da Haifa?

«Il Libano è un Paese tutt’altro che stabilizzato. Hezbollah non ma mai cessato di riarmarsi e ora sembra che nel Sud si siano insediate anche cellule qaediste. La vigilanza è d’obbligo, ma proprio per questo ritengo di straordinario significato l’impegno di quei caschi blu dispiegati ai confini tra Libano e Israele: senza di loro, non vi sarebbe stata stabilizzazione. E noi israeliani non dovremmo dimenticare che se ciò è avvenuto, molto è dipeso dalla determinazione dell’Italia. Dodici mesi dopo, non siamo all’anno zero: si sono generate dinamiche che hanno anche risvolti positivi».

A cosa si riferisce?

«Penso al piano di pace saudita e alla disponibilità manifestata da Riad a essere parte della conferenza internazionale lanciata da Bush. Mi paiono segnali incoraggianti dietro ai quali emerge la consapevolezza, non solo saudita ma anche di altre nazioni arabe, che la pace con Israele - e la fine del conflitto israelo-palestinese - sia uno strumento strategico per arginare la marea fondamentalista sciita».

Dal Libano al fronte palestinese. C’è chi parla di un nuovo feeling tra Olmert e Abu Mazen.

«Non credo che sia scoppiato l’amore tra i due; penso invece che forse per una volta due debolezze possano fare una forza. Ciò che conta, per Israele, è riconoscere di avere finalmente un partner credibile con cui negoziare un accordo globale di pace. Abu Mazen lo è. E negoziare la pace, è questo che Olmert dovrebbe dire chiaro e forte in un discorso alla Nazione, non significa per noi israeliano cedere al nemico; negoziare non è una resa, non è una concessione, ma è l’unica via percorribile se si vuole davvero preservare i due pilastri su cui si fonda Israele: la sua democrazia e l’identità ebraica».

Negoziare la pace. Qual è la questione davvero cruciale tra le tante ?

«La definizione dei confini. Questo è il punto di svolta. Perché la mancanza di confini fra due nazioni è una delle cause principali del sangue versato in tutti questi anni. La divisione fisica, territoriale, è il mezzo per porre fine al disegno del Grande Israele e della Grande Palestina. Mi lasci aggiungere che la definizione dei confini non è solo un esercizio diplomatico ma è, per noi israeliani, anche qualcos’altro, di molto più profondo».

In cosa consiste questo «altro»?

«Definire i confini ci impone di ripensare noi stessi, rivisitare la storia di Israele e tornare agli ideali originari del sionismo, per i quali l’essenza dello Stato di Israele non si incentrava nelle sue dimensioni territoriali né in un afflato messianico, bensì nella capacità di fare d’Israele un Paese normale. Lei mi chiedeva cos’è per me la pace? La risposta è semplice e al tempo stesso terribilmente difficile da realizzare: la pace è la conquista della normalità. E quando ci sarà la pace e il quadro normale dello Stato d’Israele consentirà il riconoscimento definitivo del consesso dei popolo, e in particolare dei popoli dell’area in cui ci troviamo, ci renderemo conto che "normalità" non è una parola spregevole ma, al contrario, l’ingresso in una epoca nuova e ricca di possibilità, in cui il popolo ebraico potrà modellare il proprio destino, produrre una propria cultura completa. Si dimostrerà il modo migliore per essere altri e diversi, unici e particolari - come lo è ogni popolo - senza preoccuparci di perdere l’identità».

Normalità e Gerusalemme: è un binomio possibile?

«Sì, a patto, però, che ognuna delle parti si liberi di quella bramosia da possesso assoluto in nome della quale tanto sangue è stato fatto scorrere. Ciò riguarda soprattutto il controllo della Città vecchia. Bisogna che Israele rinunci alla sua sovranità nell’area e che i palestinesi facciano altrettanto. Si tratta invece di chiedere all’Europa cristiana, più ancora che all’America cristiana, agli israeliani e ai musulmani, non solo palestinesi, di gestire in comune la Città vecchia. Gerusalemme non può che essere condivisa, non solo dai due popoli ma dall’intero genere umano, perché Gerusalemme è un patrimonio dell’umanità».

La pace e i vicini arabi. È ancora convinto della possibilità, oltre che dell’opportunità, di aprire alla Siria?

«Non si tratta di firmare assegni in bianco a Bashar Assad ma di esplorare con maggiore attenzione l’opzione siriana, verificando tutti quei punti che sono sul tavolo da decenni: un Golan smilitarizzato e aperto alle due popolazioni potrebbe essere la soluzione che metterebbe fine al conflitto israelo-siriano. Di una cosa resto convinto: Israele non ha speranza a lungo termine se non trova un accordo con gli arabi».


Pubblicato il: 05.08.07
Modificato il: 05.08.07 alle ore 9.10   
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6024  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Boemi: «Massoni e politici al tavolo della ’ndrangheta» inserito:: Agosto 05, 2007, 11:30:03 pm
Boemi: «Massoni e politici al tavolo della ’ndrangheta»
Enrico Fierro


Cos’è la ‘ndrangheta oggi? A che punto è la lotta alla mafia italiana ritenuta all’unanimità la più ricca e potente. I dati sono allarmanti: 36 miliardi di euro l’anno è il suo bilancio, il 3,4% del pil italiano, il 18% della ricchezza prodotta in Calabria, l’assoluto monopolio mondiale del traffico di cocaina. E poi: 132 cosche, 10mila affiliati,almeno 5mila nella sola città di Reggio. Una potenza militare che ha caratteristiche di massa. I dati elaborati dalla Direzione nazionale antimafia parlano di una «densità criminale» pari al 27% della popolazione. Uno Stato nello Stato, che uccide uomini politici (Fortugno), condiziona istituzioni e penetra finanche negli apparati, minaccia magistrati, l’ultimo, in ordine di tempo, Francesco Mollace della procura di Reggio. Ne parliamo con Salvatore Boemi, il procuratore da pochi mesi ritornato al vertice della Dda. Lo incontriamo in una giornata di luglio nel suo ufficio in Procura. I condizionatori sono rotti e gli impiegati ansimano. È impossibile ricevere telefonate dall’esterno perché il «passante» del centralino è saltato. Piccoli segni di come lo Stato combatte la mafia più ricca.

Dottor Boemi, lei torna in questo ufficio dopo anni e trova una ‘ndrangheta più forte di prima.

«Le darò una risposta controcorrente. Certo, la ‘ndrangheta è molto forte, ma si sappia che tutto ciò che negli anni Ottanta e Novanta rendeva ingestibile la lotta alla sua potenza, oggi è superato. La forza della ‘ndrangheta è data oggi solo dalla ricchezza, è potente ma è più vulnerabile, giudiziariamente attaccabile perché ha perso le sue peculiarità. Oggi sappiamo tutto della sua organizzazione, la ‘Ndrangheta non è più segreta, non è più protetta dall’omertà dei suoi affiliati. E tutto ciò grazie al lavoro di quegli anni: più di 90 cosche portate alla sbarra, condanne definitive per almeno 64 di esse, oltre mille condannati per associazione mafiosa. Non è poco, mi creda, soprattutto in un clima che puntava a dividerci, a mettere i magistrati gli uni contro gli altri. C’erano campagne di stampa, manovre, un inferno. Ora è diverso, siamo uniti e possiamo lavorare in altre direzioni».

Quali?

«Indagare sulla borghesia mafiosa, quella interna alle cosche - il potere che si tramanda di padre in figlio -, e quella esterna dei colletti bianchi che favoriscono l’impresa ‘ndranghetista e agevolano il passaggio da una economia criminale ad una economia pulita».

Lei ha parlato del rischio di una nuova guerra di mafia.

«Il pericolo c’è e lo vedo soprattutto a Reggio. Qui i baronati mafiosi non stanno più rispettando i patti, non dividono la ricchezza. C’è molto malcontento tra la base della ‘ndrangheta, questo può provocare una nuova guerra».

La forza della ‘ndrangheta è nei rapporti con la massoneria deviata. Qual è la situazione di oggi?

«La massoneria deviata non è mai scomparsa, né si è autosciolta in Calabria. ‘Ndrangheta e massoneria deviata fanno parte di uno stesso, identico sistema criminale. Si tratta di un modello integrato di capacità criminali individuali e collettive, una sorta di tavolo di lavoro dove siedono figure diverse, non tutte necessariamente mafiose. Questo “tavolo” ha sedute intense quando si tratta di decidere la spartizione di opere e fondi pubblici. E, come per il passato, il rapporto con politica e istituzioni dello Stato deviate costituisce la logica vincente per la ‘Ndrangheta. La mafia calabrese non avrebbe la quotazione che ha se non potesse presentare certe credenziali».

Mafia e politica: l’arresto del consigliere comunale di An Massimo Labate, l’ex poliziotto accusato di favorire la cosca Libri, è un punto di arrivo o è solo l’inizio?

«L’attenzione nostra sui rapporti tra mafia e politica è massima».

Omicidio Fortugno, il procuratore Scuderi dice che puntate ad un livello politico superiore.

«C’è una inchiesta Fortugno-bis che va in questa direzione».

Nell’operazione che ha portato ad importanti arresti di membri della cosca Labate dei 36 possibili arrestati, nove vi sono sfuggiti. Qualcuno li ha avvertiti in tempo, una talpa...

«Questo dimostra come la ‘ndrangheta riesca a penetrare dovunque. La talpa la stiamo cercando, non troveremo pace fino a quando non avremo dato un nome a chi ha tradito la fiducia dello Stato».

Dottor Boemi, la procura è unita?

«Sì, lavoriamo sodo e i risultati si stanno vedendo. Siamo uniti, speriamo che qualcuno non intenda dividerci. Farebbe solo il gioco della ‘ndrangheta».

Però si discute sulla composizione della Dda. Lei chi vorrebbe il dottor Francesco Mollace o il dottor Nicola Gratteri al suo fianco?

«Sono bravi entrambi, tutti e due possono dare un grande contributo di professionalità e di dedizione al nostro lavoro».

Pubblicato il: 05.08.07
Modificato il: 05.08.07 alle ore 9.09   
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6025  Forum Pubblico / NOI, CITTADINI e POPOLAZIONE avversari della PARTITOCRAZIA. / Furio Colombo Primarie aspettando il dibattito inserito:: Agosto 05, 2007, 11:29:07 pm
Primarie aspettando il dibattito

Furio Colombo


«Chi siete? Da dove venite?» chiede il gabelliere a Troisi e Benigni nell’indimenticabile film Non ci resta che piangere. «Siamo quelli di prima, siamo appena passati di qui» risponde l’ingenuo Troisi. «Un fiorino» esige il gabelliere che non voleva la risposta ma l’adempimento burocratico. Il buon Troisi ha già pagato tre volte. Ma il gabelliere è lì sul confine per applicare le regole. «Chi siete? Da dove venite? Un fiorino!», ripete subito dopo, implacabile.

Uno potrebbe dire che è un po’ quello che è successo quando alcuni sono passati di fronte al tavolo della segreteria tecnica del Partito democratico. Meno divertente di Troisi-Benigni, ma con lo stesso scatto di automatismo: o così o niente. Peccato, perché sarebbe stato utile rispondere alle domande se la prova fosse stata il dibattito e non il modulo. Peccato perché nel nascente Partito democratico ogni giorno, in tanti ormai, anche non partecipando alle primarie, descrivono nei dettagli le scelte politiche ed economiche, e lo fanno senza se e senza fax, come autorizzati da un “prima” che li esenta dal transitare di fronte al gabelliere.

Le elezioni del Partito democratico - specialmente se vi fossero stati dibattiti invece che moduli (ma speriamo ancora che ci siano, anche se sarebbero stati molto più ricchi e utili e aperti senza le preliminari, inspiegabili esclusioni politiche di Pannella e di Di Pietro) - devono per forza misurarsi con grandi questioni che non sono partitiche, non sono locali e non sono occasionali.

Penso al furibondo dibattito economico che sta lacerando il nostro Paese, tra una opposizione che non vuole niente tranne la liquidazione di Prodi e una pretesa linea del Piave che marcherebbe la differenza tra il saggio riformista e la sinistra sprecona. Teniamo presente che qui si parla di lavoro, non di sprechi della politica, dove la linea di confine è tra privilegio e cittadini. Dunque vediamo di non fare confusione.

Propongo un esempio americano. La Camera di quel Paese, a maggioranza democratica, ha appena votato (2 agosto) una legge definita “rivoluzionaria” (nel senso sovietico) e “pericolosa” (nel senso degli affari) dai più accaniti oppositori repubblicani. Però anche dieci repubblicani hanno votato quella legge, dimostrando che raccogli voti per le tue proposte se le tue proposte sono chiare, nette e alternative, non se cerchi di assomigliare un po’ di più all’altra parte, che ha già il suo programma. Dunque i democratici di Nancy Pelosi hanno conquistato l’assicurazione sanitaria che copre tutti i bambini degli Stati Uniti. Fino a ieri i bambini senza garanzie di cure mediche, nel Paese più ricco di mondo, erano milioni.

Dal 2 agosto la “legge comunista” sarà finanziata da una tassa sul tabacco e da una tassa sulle assicurazioni sanitarie private, che sono il fiore all’occhiello di George W. Bush, così come era stato il sogno di Clinton garantire la totale copertura sanitaria pubblica ai quaranta milioni di americani che ne sono tuttora esclusi.

Due mondi, dunque: tutto privato, e chi può se la goda. Oppure lo Stato partner e sostegno dei cittadini, quando i cittadini, che danno allo Stato tasse, lavoro e crescita, ne hanno bisogno (la garanzia delle cure mediche).

C’è un punto che vale la pena di essere ripetuto. La presidente democratica della Camera americana non ha scelto il percorso del venire incontro, almeno un po’, agli avversari repubblicani per cercare di conquistarne la simpatia. Ha scelto di drammatizzare il suo impegno per la salute chiamando i cittadini a testimoni delle posizioni opposte dei due partiti. E a quel punto un drappello di oppositori ha abbandonato la bandiera delle assicurazioni private per votare il demonio statalista della assicurazione pubblica.

Ma c’è un altro punto. Riformisti sono coloro che vogliono e ottengono le cure mediche per tutti. Conservatori sono coloro che si battono per gli interessi privati delle assicurazioni e del tabacco. Difficile dire dove si collocherebbero i “coraggiosi” nel partito italiano che nasce. Di certo spaccare le questioni in due invece che in quattro, otto, dieci parti (sperando che almeno una attiri la benevolenza degli elettori di destra) rende tutto più chiaro e imbarazza almeno un po’ gli avversari. È meglio tassare il tabacco o ignorare i bambini? A domanda chiara, risposta semplice. Non dovrebbe essere un buon esempio per tutti, in tutte le variegate sfumature della sinistra, e un interessante spunto per capire come si allarga il consenso nelle grandi democrazie bipolari?

* * *

Negli stessi giorni attira attenzione, nei quotidiani economici del mondo, la seguente notizia «Unilever taglia 20mila posti di lavoro». Vale la pena di guardare dentro questa notizia. Primo, Unilever è una grande multinazionale (Olanda, Stati Uniti, Inghilterra, Francia) che ha un immenso mercato nel mondo, dal sapone alla birra, dallo yogurt alle merendine. Secondo, Unilever non è in crisi. Ma i suoi esperti hanno notato che ha perso un po’ di terreno rispetto ai rivali. Perché? L’azienda risponde così: «Siamo lenti, indecisi, poco innovativi. Ma adesso, con le decisioni prese, saremo al passo».

Le "decisioni prese" sono ventimila licenziamenti. Sono il rito sacrificale per gli errori di guida di una delle aziende più solide e cariche di profitto del mondo. Infatti l’azienda stessa comunica: «Il profitto dell’ultimo quadrimestre è aumentato del 16 per cento, superando il bilione di euro (era di 900 milioni l’anno scorso), le azioni hanno avuto una impennata di quasi 4 punti, le vendite sono aumentate del 5 per cento». Alcuni manager (quelli «lenti, indecisi, poco innovativi») sono stati congedati con vertiginose liquidazioni. E 20mila lavoratori sono stati licenziati coinvolgendo nel loro destino non meno di centomila persone che non parteciperanno alla festa del rinnovato slancio di Unilever.

Erano quei 20mila il peso morto? No, ma licenziare produce ricchezza (salvo poi domanarsi perché ci sono tanti pensionati che mettono a rischio di insolvenza i sistemi previdenziali).

Infatti l’impennata in borsa delle azioni Unilever (una impennata di valore immenso per una azienda di quelle dimensioni) si deve ai licenziamenti. Sono decenni, ormai, che le borse del mondo salutano con acquisti generosi le azioni di ogni azienda che licenzia.

La lezione è semplice. È stata la lezione di Roosevelt e Kennedy, di Carter e Clinton. Ai nostri giorni la ripetono premi Nobel per l’Economia come Amartya Sen e Joseph Stieglitz: il mercato è come la meteorologia. I venti non soffiano tutti dalla stessa parte e ogni fenomeno è fatto di spinte diverse, con risposte (e interessi) che non sono gli stessi. Per questo non può essere assente lo Stato. Contro le turbolenze ambientali è nata la protezione civile. Ma la protezione civile di chi lavora sono i parlamenti come quello americano, che recupera alle cure mediche milioni di bambini esclusi, tassando, in cambio, ricchezze. E quei legislatori e governi che invece di adorare il mercato lo regolano. Rifiutano di trattare il lavoro come le scorie di un prodotto che a un certo punto si scaricano perché non è bene tenerle in casa dopo l’uso.

Riformisti e partito riformista sono coloro che puntano tutta la loro attenzione sulla parte debole del mercato rifiutando che diventi l’ultima della lista. Senza il lavoro al suo centro, un partito non è riformista. Imprese e mercato si riformano continuamente da sole secondo i propri interessi. Ma senza il partner del lavoro, nelle sue condizioni più civili, il mercato diventa Cina, separa gli esclusi, tende a farne la riserva del basso costo, la discarica delle scorie. Tende a diventare autosufficiente e autoritario.

* * *

Ma un altro fatto esemplare viene dalla notizia economica che sta sconvolgendo il mondo, dall’Asia a Francoforte, e che ha come epicentro Wall Street. È esploso il mercato del debito, soprattutto il debito per comprare una casa. Vuol dire che, a ondate successive, diversi gruppi e livelli del mondo bancario e finaziario si sono venduti e rivenduti i loro crediti, lungo una scala che va dai più solidi a quelli ad alto rischio di non rimborso, lungo un percorso che ha fatto il giro del mondo esportando debiti di Paese in Paese. L’idea geniale è stata di avere creato una cultura del debito (sempre più gente compra senza poter pagare) poi di avere fatto del debito un prodotto, vendendolo e rivendendolo e accumulando somme immense. Quando il cerino acceso resta in mano all’ultimo della fila - ovvero i debiti restano non pagati - quelle somme immense sono ormai lontane e al sicuro, sono il tesoro accumulato nei mari finanziari dai nuovi pirati. Ma “il mercato” (le borse) si accorgono del buco dei debiti non pagati e si affrettano a vendere. Si verifica una corsa precipitosa a disfarsi di tutte le azioni che sembrano pericolose perché in qualche modo collegate con l’industria dei debiti.

Per giorni e giorni le borse del mondo hanno subìto scossoni e chiuso in perdita sopratutto a danno degli investitori sempliciotti del mondo, coloro che investono il risparmio del lavoro per partecipare al grande gioco. Ma divampa l’incendio (fuori dai santuari) e si mangia i risparmi, da Singapore a Milano. Di questa storia sappiamo l’inizio ma non come va a finire. Purtroppo, predicono molti esperti, non sarà un lieto fine.

Proprio in quegli stessi giorni (Il Corriere della Sera, 4 agosto) il prof. Giavazzi, nel suo editoriale, ammonisce sinistre e sindacati a non tirare la corda con la solita esosità. Dice, in sostanza: ma non lo vedono questi estremisti antimercato che la festa è finita, che chi lavora o ha lavorato deve abbassare la cresta? Non lo capiscono che su salari e pensioni bisogna avere senso della misura, e la dovuta, volonterosa flessibilità nel lavoro da giovani? Non si rendono conto del rischio che creano con le loro pretese?

***

Mentre riflettiamo su come il mercato si cura di se stesso, arriva un’altra notizia drammatica e altrettanto esemplare quanto quella dei debiti: è crollato il ponte di Minneapolis sul fiume Mississippi.

L’evento dovrebbe diventare l’11 settembre della vita civile americana, di quello che una volta si chiamava «il fronte interno». Il ponte ha ceduto a decenni di trascuratezza, non un dollaro perché il ponte è di Stato. È lo stesso percorso che ha portato un grande Paese come gli Stati Uniti ad essere quasi del tutto privo di ferrovie. Il trasporto di massa non fa profitto e quando lo Stato si modella sul mercato (ovvero uno dei pilastri della complessa civiltà moderna provvede quasi soltanto a pagare il costo delle forze armate) il paesaggio si deforma e il numero di esclusi tende a crescere. Non è un buon "business", per la politica a meno che la politica sia esclusivamente e solo l’avvocato del mercato.

Per questo esistono i partiti che dicono no a nome dei cittadini e invece di tagliare le tasse, le usano per fare ciò che il "business" non fa: strade, ponti, scuole, ospedali, trasporti di massa. E quella implacabile sorveglianza sulla legalità che impedisce Parmalat, la mafia, il conflitto di interessi, il mercato dei debiti. Non dovrebbe essere questo il partito dei riformisti? Non dovrebbe svolgersi qui il dibattito?

furiocolombo@unita.it


Pubblicato il: 05.08.07
Modificato il: 05.08.07 alle ore 9.06   
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6026  Forum Pubblico / NOI, CITTADINI e POPOLAZIONE avversari della PARTITOCRAZIA. / IL PD - Partito Democratico inserito:: Agosto 05, 2007, 11:28:15 pm
Chiti: «Fermiamo il verticismo o il Pd sarà un insuccesso»

Wladimiro Frulletti


Essere nuovi. «Un partito che ha l’ambizione di essere nuovo, di rappresentare la sinistra del XXI secolo non può essere vittima di meccanismi verticistici fatti a tavolino e calati dall’alto. Il Partito Democratico, lo stesso Veltroni, che io sostengo convintamente, ne uscirebbero mortificati». Per Vannino Chiti, ministro alle riforme, il Pd ha bisogno di una sterzata e di uno stop perché non può sbagliare partenza. Da qui la necessità di «cambiare rotta» nell’elezione dell’assemblea costituente dando realmente spazio alle energie della società civile e dei territori senza seguendo la logica spartitoria fra Ds e Dl. E poi la scelta di fermare qualsiasi ipotesi di un partito che nei suoi assetti da Roma fino alle sezioni (o come si chiameranno), sia precostituito. Parole che si incrociano con quelle, a tratti molto amare, che ieri il suo collega di governo e di partito Pier Luigi Bersani ha detto all’Unità.

Ministro Chiti, partiamo dal rischio che paventa Bersani e cioè di un Pd in cui la sinistra sia poco rappresentata. Lei che ne pensa?

«Condivido la preoccupazione di Bersani. E credo che questo potrebbe determinare un insuccesso del Partito democratico».

Perché?

«Perché meccanismi troppo verticistici, per così dire istituzionali, calati dall’alto non solo, come dice Bersani, possono non rappresentare per quello che è nel Paese, non per quello che si decide che sia a tavolino, il popolo della sinistra. Ma al tempo stesso perché ci fanno correre il rischio di non rappresentare il nuovo. Chi non è iscritto né ai Ds né alla Margherita e che guarda con interessa al Pd».

Lei cioè ritiene che andando avanti così si possa sprecare un’occasione?

«Dopo i congressi di Ds e Margherita e soprattutto dopo che Veltroni ha deciso di candidarsi alla segreteria nazionale del Pd, intorno a noi abbiamo sentito una grande attenzione e un grande entusiamo. È stata la prova che il Pd è stata la scelta giusta. Adesso tutto questo può venir mortificato. Le faccio un esempio».

Prego...

«In Toscana alle politiche l’Ulivo alla Camera ha preso il 43%. dentro c’era il popolo di sinistra che guarda ai Ds, gli elettori della Margherita e cittadini non iscritti né agli uni né agli altri. Se i meccanismi delle liste per l’assemblea costituente sono fatti a tavolino in modo verticistico e poi calati dall’alto per imbrigliare la realtà, quello che viene meno è la spinta propulsiva del Pd. Perché non dai cittadini, ma a tavolino la sinistra sarebbe sottorappresentata e così altre aree. C’è da cambiare strada se non vogliamo rischiare di perdere a causa di vecchi metodi la sfida del Pd».

Insomma ministro secondo lei il Pd potrebbe essere soffocato in culla da un verticismo burocratico che decide tutto a tavolino. Dove cioè i capi di Ds e Margherita si mettono d’accordo già ora per riempire tutte le caselle?

«Non so se qui sono capi o non capi. So che andando in giro per l’Italia da una parte si dice “qui il segretario regionale tocca a quell’area”, là dicono “qui è stato deciso che il segretario di quella federazione è di quell’area e quindi il vicesegretario è di quell’altra”, da un’altra parte gli equilibri magari riguardano i capigruppo. E come una gabbia che a cascata ricopre tutto. È anche peggio che se ci fosse un tavolo a Roma di capi che determina le candidature. Questo sarebbe già sbagliato, ma il rischio che corriamo oggi è ancora peggiore».

Ancora peggiore?

«Sì, qualcosa di più perverso. Gli equilibri decisi a tavolino e dettati sul territorio a cascata possono produrre un cortocircuito micidiale. Il 14 ottobre per far nascere bene il Pd occorre che ci sia una grande partecipazione di cittadini. E non può essere una sorta di consultazione per equilibri costruiti a tavolino. Perché la partecipazione, temo, sarebbe molto inferiore e alle aspettative, e poi la seconda volta la gente se ne starebbe a casa. È vero che il Pd non è ancora nato come partito con i suoi valori fondanti e le sue regole, ma non per questo possiamo tapparci gli occhi. Dobbiamo anzi lavorare perché le ombre che vediamo scompaiano. E abbiamo il dovere di dire che non nasce un partito nuovo per correnti personalistiche e verticistiche determinano la selezione dei suoi gruppi dirigenti e il suo modo di vivere. Non è questa la strada».

Lei cioè teme che le aspettative dei cittadini che possa nascere un partito veramente nuovo sarebbero deluse?

«Sì, perché non possiamo permetterci di costruire una facciata di regole che promettano di innovare la politica e poi dietro avere una gestione verticistica, burocratica e ristretta. L’esito sarebbe che gran parte del popolo della sinistra, quelli che fanno grandi feste, le campagne elettorali e i contatti e le iniziative politiche, ne sarebbe deluso. E sarebbero delusi altrettanto quelli che non hanno nessuna tessera in tasca ma vogliono scommettere sul Pd. E non sono pochi. In Toscana Ds e Margherita hanno iniziato delle pre-adesioni. Nei primi due fine settimana ne avevano raccolte oltre 18mila. Più della metà di persone che non hanno né la tessera dei Ds né quella della Margherita. È la prova delle grandi potenzialità che ha il Pd, ma anche che non possiamo procedere con metodi ristretti di sistemazione di caselle e di equilibri decisi a tavolini e poi calati sui territori. Se siamo già predeterminare i vicesegretari di federazione, il passo per arrivare a responsabili di quartiere è breve. Ma sarebbe un partito che delude i nuovi, delude il popolo della sinistra e non riuscirebbe a realizzare il suo obiettivo».

Quale obiettivo?

«Noi Ds e Margherita abbiamo deciso di bruciare le navi dietro di noi, ma non lo abbiamo fatto per costruire un partito che viva di correnti personalistiche. Ma per costruire qualcosa di radicalmente nuovo nel modo di nascere e nel modo di vivere. Un partito che sia la sinistra del XXI secolo».

Non è che questa preoccupazione è dettata dal timore che nell’assemblea costituente l’area della Margherita alla fine sarà più numerosa di quella proveniente dai Ds? E cioè Letta e la Bindi che corrono contro Veltroni porteranno in assemblea esponenti Dl, ma molti Dl saranno anche nel listone ufficiale che sostiene Veltroni perché la margherita vi dirà “se non siamo rappresentati adeguatamente i nostri elettori voteranno o Letta o Bindi“. E fatti i conti da tre strade diverse però gli esponenti Dl che entreranno nell’assemblea saranno più numerosi di quelli Ds.

«No, non è una questione di bottega. Bersani e io non vogliamo fare i sindacalisti dei Ds. Presto saremo tutti iscritti al Pd e la sigla “ex” dovrà scomparire per tutti. La questione è che se il meccanismo di costruzione delle liste è di di tipo verticistico che a piramide si riprodurrà sui territori e poi dai livelli regionali fino a quelli provinciali e comunali, sarà questo meccanismo a scegliere, non i cittadini. Il problema cioè non è se ci sono 7 Ds, 8 della Margherita o 3 iscritti a nessuno, ma che queste scelte siano costruite sui territori. Se no che vuol dire federalismo. Il Pd, abbiamo detto, dovrà nascere dal basso, dai cittadini che il 14 ottobre andranno a votare e si candideranno e dovrà essere un partito nazionale ma a struttura federale, dove i territori sono protagonisti. Il problema non è quanti Ds o Dl o non iscritti ci sono nelle liste, ma se queste liste sono fatte dall’alto o, come io credo sia necessario, nei territori, dal basso».

A quali soluzioni pensa?

«Va superato, lo dico per Veltroni, questo vincolo di una sola lista tra virgolette “ufficiale” la sola autorizzata a sostenere Veltroni. Per questo sono importanti novità la lista di Melandri, Passoni, Della Seta e altri, e dall’altra quella dell’ex terza mozione e della sinistra. Liste altrettanto “ufficiali” e autorizzate a sostenere Veltroni. E sarà bene che visto che bastano 100 firme per presentare liste in un collegio che ci sia sul territorio la capacità di far nascere liste rappresentative di quelle realtà a sostegno di Veltroni. Ed è una scelta che dovrebbero fare anche Bindi, Letta e gli altri candidati. Non ci sono avversari, perché tutti dobbiamo essere impegnati a costruire un partito davvero nuovo. Non devono essere i misurini e le spartizioni a farla da protagonisti. Protagonisti devono essere quelli che sul territorio hanno idee e voglia di impegnarsi sia che vengano dai Ds, che dalla Margherita che da nessun partito».

Però il sistema elettorale delle primarie premia le liste più grandi con soglie di sbarramento molto alte. Che speranze hanno le liste locali?

«Ma ci possono essere i collegamenti, niente impedisce che ci siano liste legate ai territori che sostengono Veltroni che si collegano a altre liste di altri collegi. Ma anche la lista “ufficiale” deve essere costruita guardando alle realtà dei singoli territori e non esclusivamente agli equilibri di appartenenza. Non so quanto sia possibile cambiare del tutto la rotta la nave per le primarie, ma una correzione può e deve essere fatta, ma già ora dobbiamo comunque porci il problema del dopo».

Di cosa sarà il Pd?

«Certo, c’è l’assemblea costituente che dovrà scrivere la carta dei valori e le regole e il 14 ottobre si eleggono anche i segretari regionali e le assemblee regionali. E non è obbligatorio che in tutte le regioni italiane ci sia un candidato segretario o addirittura dei ticket che si riferiscono a Veltroni, Letta o Bindi. E poi mettiamo uno stop forte, lo chiedo a Veltroni, ma anche a Bindi e Letta, perché i congressi che si dovranno fare per dar vita alle unità di base ai club, alle strutture regionali e provinciali, partano dal basso, ex novo, senza alcun vincolo precostituito, senza alcuna fotografia già scattata e poi appiccicata sui territori facendola obbligatoriamente aderire. Questa è condizione irrinunciabile».

Perché irrinunciabile?

«Perché garantisce che siano protagonisti i cittadini e che siano rappresentate tutte le sue culture fondamentali: da quella ambientalista alla riformista e laica, da quella di sinistra alla cattolica, dal pensiero femminile a chi si batte in difesa dei diritti umani. Culture rappresentate in base ai consensi che hanno nella società. È per questo che non mi potrei trovare a mio agio in un partito che facesse sentire marginale o subalterna la sinistra. Anche perché il Pd deve guardare anche a quelle compagne e compagni che hanno fatto un altra scelta. Sinistra democratica non ha prospettiva in una “cosa rossa”, che è si importante per la semplificazione del centrosinistra italiano, ma che non a nulla a che vedere col Socialismo europeo. Ci sono cioè ragioni culturali e politiche perché la parola sinistra nel Pd non sia messa fra parentesi».

Pubblicato il: 05.08.07
Modificato il: 05.08.07 alle ore 9.07   
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6027  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Epifani: «Vogliono delegittimarci, ma reagiremo» (autocritica seria quando ??) inserito:: Agosto 05, 2007, 11:24:45 pm
Epifani: «Vogliono delegittimarci, ma reagiremo»

Oreste Pivetta


Caro Epifani, ci sentiamo accerchiati? La firma sotto il protocollo, le riserve a proposito del protocollo, Fassino che non comprende le riserve, la sinistra e i riformisti, i metalmeccanici e Bonanni.

Rifaccio la domanda, sfogliando l’ultimo numero dell’Espresso, quello con la copertina dedicata a Epifani, appunto, ad Angeletti e a Bonanni...

Accuse. Sotto il volto dei tre segretari il titolo è «L’altra casta». E ancora «Privilegi. Carriere. Stipendi. E fatturati da multinazionale. I conti in tasca ai sindacati». Nelle pagine interne, poi, un lungo elenco di malefatte, una somma di delitti sotto il segno del potere.

Che dire del titolo, “L’altra casta”. Senza dimenticare quello all’interno, “Così potenti, così arroganti”... Vi sentite percorsi da un brivido di indignazione?

«Sì, siamo indignati. Siamo indignati per un’operazione a freddo, senza argomenti, senza nessuna indagine, tra distorsioni intollerabili. Come se il proposito fosse: abbiamo fatto i conti con la politica, adesso tocca al sindacato. In un’altra intervista all’Unità, avevo accennato al rischio di un diciannovismo di ritorno... ».

Spieghiamo “diciannovismo”. Come novant’anni fa.

«Cioè, il tentativo di mettere alla gogna le istituzioni: prima si pensa alla politica e ai partiti, poi si passa al sindacato. Che senso vuole avere la sistemazione dentro una casta di sindacalisti e sindacati? Perché piegare a questo disegno la storia? Cito l’intollerabile dimenticanza che sta all’origine di quanto si scrive a proposito di patrimoni immobiliari. Una dimenticanza che rimuove la nostra storia e il fascismo, perché si cancella il fatto che il cosiddetto regalo delle sedi fasciste ai sindacati fu un risarcimento minimo di quanto i sindacati patirono dal punto di vista politico, umano e materiale nel ventennio. Vogliamo ricordare quante sedi sindacali vennero incendiate, devastate, distrutte? Occultare o dimenticare sono procedimenti che dovrebbero impensierire chiunque abbia coscienza democratica e quindi anche un settimanale come l’Espresso che nella costruzione di quella coscienza ha avuto sicuramente parte. Se tutto si rimuove, se tutto si azzera, si finisce con lo smarrire il senso di tante parole come “storia”, come “diritti”, come “solidarietà”... E naturalmente come “sinistra”... ».

Con argomenti che abbiamo letto e riletto sui fogli del centrodestra: i soldi dei Caf...

«Come se li avessimo cercati noi, i Caf, come se comunque non rappresentassero un servizio pubblico, utile a tanti. Un calderone inaccettabile, per concludere che il sindacato gode di un eccesso di potere. Se penso a questa accusa in rapporto al ruolo che abbiamo esercitato durante la complicata trattativa di questi mesi, devo dedurre che proprio questa forza espressa nel confronto con il governo e con le altre parti sociali si vuole colpire. Questa forza e questa autonomia... È evidente che qualcuno coltiva l’idea di una società semplificata, dentro la quale i poteri forti si contrappongono agli individui, senza più corpi di mezzo, senza più partiti o sindacati a mediare, fornendo alla affermazione del più forte sul più debole un modello tecnocratico, secondo un’ideologia liberista che riduce il mondo al mercato, spazzando via regole e rappresentanze, considerate un impiccio, un intralcio».

Se questa è la dimensione dello scontro, mi pare che la miopia non faccia difetto alla nostra sinistra, molto critica soprattutto dentro casa...

«C’è il vizio di cercare gli avversari tra i vicini, mentre probabilmente gli avversari stanno da un’altra parte. Ma in questo modo si smarrisce il senso di un’appartenenza e questo dovrebbe far riflettere la sinistra...»

Quando litigare diventa una malattia...

«Lo chiarisce Bersani...»

Quando sostiene che la parola sinistra non deve essere lasciata incustodita. È una raccomandazione che rivolge al nuovo Partito democratico...

«E a ragione. Sembra passare uno slogan: quello della contrapposizione tra sinistra riformista e sinistra radicale. Mentre dovrebbe finire in primo piano ciò che nella diversità delle posizioni comunque significa “sinistra”: e cioè solidarietà, senso della giustizia, difesa dei più deboli, concezione del lavoro. Valori, che mi auguro possano appartenere a un campo più vasto, ma che sono ancora il tratto della sinistra attraverso il quale ricostruire un linguaggio comune che sia libero da chiusure, schematismi, ideologismi. Ne dovrebbero discendere programmi e scelte, che, al di là delle articolazioni, riconducono a questo linguaggio. Dovrebbe valere anche per il futuro Pd».

Speriamo. Veniamo al presente del protocollo e della firma. Firma con riserve. Fassino ha detto di non capire. Non c’è il rischio che siano in molti a non capire, di fronte a un accordo giudicato comunque “buono”?

«Prima viene il dispiacere perché con poco sforzo si sarebbe potuto garantire un profilo riformatore più alto... Se penso a quei quattro punti che abbiamo indicato... Lo staff leasing: c’era l’impegno del governo a cancellarlo. La previdenza agricola: un progetto pronto è stato accantonato. Il lavoro a tempo determinato: si deve capire che bisogna affrontare il problema del “termine”, altrimenti si apre la strada a tutti gli abusi... Sono obiettivi importanti, ma non sono una montagna insuperabile per il governo. Spero che una risposta serena alle nostre domande comunque arrivi e mi pare che la discussione nel corso del consiglio dei ministri sia stata interessante, dal nostro punto di vista».

Queste le critiche. Anche la decontribuzione degli straordinari. Poi viene il buono... Sulle pensioni siamo tutti sensibili.

«Guai a sminuire il valore di questa intesa. L’aumento delle pensioni, l’aggancio al costo della vita... Cose note. Soprattutto bisogna ricordare che è il primo accordo che pensa ai giovani, dal riscatto della laurea alla misura dei coefficienti di rivalutazione. Per questo mi chiedo perché rinunciare a un passo avanti sui contratti a termine. Per questo, per tutte queste buone cose, malgrado le critiche, abbiamo firmato, assumendoci una responsabilità di fronte ai nostri iscritti, ai lavoratori, al paese. Come non hanno fatto tante altre grandi associazioni di interessi... Il sindacato ha cercato la difesa di un interesse collettivo, che riguarda il paese nella sua complessità, con un’attenzione che dovrebbe essere di tutti. Il senso della concertazione dovrebbe vivere in questa attenzione comune».

Che pensa allora del sì di Montezemolo, a condizione che non si tocchi nulla?

«Mi fa piacere, anche se non capisco il vincolo della immodificabilità. È assurdo pensare che non si possa più toccar nulla... Anche nel merito di questioni molto particolari. Ad esempio: non capisco perché Confindustria debba difendere lo staff leasing, non capisco perché non debba mirare ad una soluzione legislativa per il lavoro a termine, argomento che si ritroverà di fronte ad ogni discussione contrattuale, perché si capisce che non accetteremo mai situazione in cui il contratto a termine non torni alla sostanza chiara di contratto a termine».

Con la firma e con le riserve, andrete a chiedere il voto di lavoratori e pensionati...

«Il voto di tutti, insieme con Cisl e Uil. Vogliamo che la consultazione sia un momento di grande democrazia, di partecipazione, di coinvolgimento, perché non chiediamo soltanto un voto. Chiediamo di parlare e di spiegare, ma anche di ascoltare: vogliamo ascoltare le ragioni del malessere...».

Ma la Cisl si vorrebbe rivolgere solo agli iscritti.

«Legittimo che chieda un voto per sé. Del resto si devono riconoscere sensibilità diverse. Noi, unitariamente, vorremmo qualche cosa di più di un semplice voto. E torno da capo. Torno agli attacchi rivolti ai sindacati, ai tentativi di delegittimazione. Ai quali si deve rispondere».

A ridar forza al sindacato sarà anche la battaglia d’autunno. Si parla di iniziative diffuse, di una manifestazione a Roma...

«Vogliamo riproporre il tema dei migranti. In Parlamento stazionano quattro disegni di legge. Tutti fermi, mentre mi pare che non si possa attendere di fronte a un fenomeno sempre più vistoso, sempre più presente nella realtà italiana. Poi ci sono i giovani, poi c’è il lavoro precario. Tante iniziative locali, una grande iniziativa unitaria, la manifestazione... Queste sono le mie proposte».

Leggendo i giornali, al di là della “casta”, si scoprono contrasti dentro la Cgil, trame tra un sindacato e l’altro. Immagine non proprio di solidarietà.

«Ogni qualvolta la politica è scossa da un terremoto, anche il sindacato ne risente. Ma è sbagliato raccontare la discussione all’interno dei sindacati e della Cgil come fosse una trasposizione banale della discussione politica. La Cgil ha dentro di sé una forte convinzione della propria autonomia».

Ma della divisione tra cosiddetta “sinistra” e “riformisti” sapete qualche cosa anche voi.

«Ricordiamo che c’è stato un voto e che non è stato unanime. Una parte del direttivo ha votato contro. Rinaldini si è astenuto. Penso che questi compagni sbaglino, ma è legittimo sbagliare. La linea è però quella indicata dal voto».

Qualcuno, però, scrive che le parti si sono rovesciate: la Cgil in balia di questa insinuante e pervasiva sinistra, che pare il demonio e ha messo nell’angolo i riformisti. E rimpiange i tempi di Cofferati, quando le distinzioni erano nette.

«Mi sembra un’analisi profondamente sbagliata. che fa torto anche a Cofferati. Il pluralismo è un bene».

E comunque, si vedrà in autunno.

«Da una grande consultazione ci aspettiamo una grande legittimazione del sindacato, proprio quando il sindacato è sotto schiaffo. Recuperare una grande convalidazione democratica: questa è la sfida».

Pubblicato il: 05.08.07
Modificato il: 05.08.07 alle ore 9.08   
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6028  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / I vacanzieri difendono gli extracomunitari ... inserito:: Agosto 05, 2007, 11:21:47 pm
Domenica, 5 Agosto 2007
 
 
I vacanzieri difendono gli extracomunitari e si scagliano contro le forze dell’ordine: offese e strattoni ma gli stranieri vengono denunciati 

Blitz contro gli abusivi, agenti aggrediti 

Momenti di tensione a Caorle dove i turisti affrontano i finanzieri che avevano appena bloccato quattro clandestini
 
Caorle (Ve)
NOSTRO SERVIZIO

«Aiutando l'illegalità si aiuta la criminalità! Collaborate a "ripulire" le spiagge dai venditori abusivi» aveva detto l'assessore regionale al Turismo (e vicegovernatore) Luca Zaia presentando l'iniziativa dei due milioni di volantini anti-vu cumprà.

A poche ore di distanza da quell'appello una decina di turisti italiani hanno pensato bene di aggredire sulla spiaggia di Caorle un maresciallo della Guardia di Finanza che, durante un'operazione contro il commercio abusivo, aveva fermato un immigrato clandestino, già colpito da un ordine di espulsione. È accaduto ieri nella cittadina del litorale veneziano durante un blitz che ha visto impegnati la Guardia di Finanza, i Carabinieri, la Polizia municipale con il supporto della Guardia costiera.

Sulla spiaggia di Caorle erano stati fermati almeno 30 extracomunitari, tre dei quali irregolari e senza permesso di soggiorno. C'è stato un improvviso fuggi fuggi con l'abbandono della merce da parte dei magrebini uno dei quali, bloccato dalle forze dell'ordine, è stato appunto "difeso" dai turisti. Ci sono stati momenti di forte tensione, con alcuni uomini delle forze dell'ordine strattonati e insultati in modo pesante.

Nei confronti dei turisti è stato deciso tuttavia di non procedere a denunce.

Come previsto dal protocollo sulla sicurezza, stipulato dalle forze dell'ordine con la prefettura veneziana, sono stati ieri 32 agenti delle varie forze di Polizia, per l'intera giornata, a compiere i controlli richiesti peraltro da gran parte degli habituee della località balneare.

Nel solo tardo pomeriggio di ieri le forze di Polizia hanno sequestrato oltre 800 oggetti con il marchio contraffatto per un valore di circa trentamila euro. Sono state inoltre tre le multe elevate, per un totale di 2500 euro, e quattro, tutti extracomunitari che vendevano la merce, i denunciati.

Le forze dell'ordine stavano trasferendo proprio quei quattro irregolari clandestini in commissariato a Portogruaro per le verifiche e i provvedimenti del caso, quando un gruppo di turisti, tutti italiani, si è spinto ben oltre al normale dissenso.

In piazzale Columbus, i vacanzieri "garantisti" hanno apostrofato gli uomini delle Fiamme Gialle. Poi li hanno applauditi ironicamente finchè un turista, evidentemente un po' troppo esagitato, si è avvicinato a un maresciallo dando in escandescenze e prendendolo per il marsupio. Il suo in pratica è stato un tentativo di far scappare l'ambulante abusivo.

La concitazione del momento non avrebbe permesso di individuare i responsabili della clamorosa protesta e gli agenti hanno preferito chiudere entrambi gli occhi manifestando però il proprio disappunto nel vedere la reazione al loro lavoro.

In un comunicato stampa diffuso più tardi l'episodio è stato definito "un fatto increscioso". Proprio a seguito di un'analoga operazione svolta il mese scorso sempre a Caorle, altri turisti avevano ugualmente aggredito verbalmente la Polizia locale e gli uomini della Guardia di finanza.

«Continueremo i servizi di contrasto all'abusivismo e alla clandestinità - spiega le forze dell'ordine - rispettando il calendario concordato, mentre continua l'azione giornaliera di controllo iniziata ancora a maggio».

Intanto sulle spiagge stanno arrivando i due milioni di volantini voluti dalla Regione: basteranno per combattere un commercio abusivo che pare apprezzato da una buona parte dei turisti?

Marco Corazza
 

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Domenica, 5 Agosto 2007
 
 
LE REAZIONI 
Zaia: «Fatto vergognoso». Il sindaco Sarto: «Incredibile»
 
 
«Siamo il Paese delle contraddizioni, facciamo le fiaccolate contro la criminalità e poi contestiamo le forze dell'ordine quando fanno il loro lavoro: ciò che è accaduto a Caorle è una vergogna». Sono parole di Luca Zaia, vicepresidente della Regione Veneto, il quale in questo modo commenta l'episodio avvenuto sulla spiaggia di Caorle, dove alcuni turisti hanno difeso un extracomunitario irregolare mentre veniva bloccato dagli agenti; lo stranieri era stato sorpreso mentre vendeva merce contraffatta. È una costante - aggiunge Zaia - è accaduto altre volte e temo che accadrà ancora».
«C'è chi si diverte a filmare le scene dell'inseguimento - sottolinea - per metterle su Internet e spacciarle come atti di razzismo. Dico a questa gente di togliersi le fette di prosciutto dagli occhi e di guardare alla realtà per quella che è».

«Acquistando merce contraffatta - conclude il vicepresidente della Regione - non si aiuta un immigrato, regolare o meno che sia, in difficoltà, ma si alimenta un'industria criminale che vende, creando danni agli stessi ambulanti, lo stesso prodotto su tutte le spiagge d'Italia. Comprare merce contraffatta è un reato e va perseguito».

Stessi concetti espressi in serata dal sindaco di Caorle, Marco Sarto: «L'aggressione al maresciallo della Gdf ha dell'incrediile, un fatto davvero increscioso. Chiediamo ai turisti di collaborare, spero che la maggior parte ci segua, noi continueremo a combattere l'abusivismo».
 
 
da gazzettino.quinordest.it


6029  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / I pacificisti pregano nella piazza negata inserito:: Agosto 05, 2007, 11:17:53 pm
Domenica, 5 Agosto 2007
 
 
Il Comune vieta ai Beati i costruttori di Pace l’uso del suolo pubblico davanti Palazzo Chiericati.

Ma i promotori non cambiano idea: «Ci saremo, anche senza sedie» 

I pacificisti pregano nella piazza negata 



Don Bizzotto: «Poco rispetto per un gruppo di persone che si ritrova solo per una veglia»

 
Il Comune nega piazza Matteotti ai pacifisti ma la manifestazione "anti-atomiche" andrà in scena ugualmente, in versione "fai da te", senza sedie e con un gruppo elettrogeno invece dell'aggancio alla corrente di Aim. Venerdì l'amministrazione comunale aveva respinto la richiesta di plateatico degli organizzatori e così ieri i manifestanti si sono riuniti davanti all'ingresso di Palazzo Trissino per esprimere il loro disappunto e al tempo stesso l'intenzione di continuare la strada intrapresa. «L'amministrazione comunale di Vicenza ha dimostrato poco rispetto verso un gruppo di persone che aveva chiesto di poter utilizzare una piazza del centro storico semplicemente per pregare».

Don Albino Bizzotto dei Beati costruttori di pace non ha digerito né la sostanza né la forma della risposta ricevuta da Palazzo Trissino per l'utilizzo di piazza Matteotti quale luogo per pensare un mondo libero da armi nucleari. Una manifestazione che coinvolge anche Centro interconfessionale per la pace, Pax Christi, Gavci, Movimento internazionale della riconciliazione, proponendo un programma di quattro giorni da oggi (veglia ecumenica prevista per le 17.30) a mercoledì 8 agosto. Giovedì 9 è previsto il trasferimento davanti alla base Usaf di Aviano (Pn).

«Il 26 luglio abbiamo inoltrato al Comune di Vicenza la richiesta di occupare lo spazio davanti a Palazzo Chiericati per le nostre attività (letture, preghiere e veglie)», ha ricordato ieri don Bizzotto. «Ebbene l'amministrazione ci ha risposto, dopo varie sollecitazioni, solo venerdì 3 agosto. Le motivazioni con le quali il Comune ci risponde esprimendo parere negativo, senza peraltro indicarci un possibile sito alternativo, sono illegittime. Mi lascia perplesso il fatto che si sia tirato in ballo il fatto che piazza Matteotti sia luogo inserito nell'elenco di tutela dell'Unesco. Se è per questo, tutto il centro di Vicenza lo è, e non penso che saremo proprio noi a distruggerlo».

«Questi amministratori dovrebbero ricordarsi che la loro attività si svolge grazie ai contributi dei cittadini», ha precisato don Bizzotto davanti a Palazzo Trissino, mentre volavano chicchi di riso destinati alle teste di coppie fresche di matrimonio civile. Poi c'è la prevedibile motivazione legata al Dal Molin, cioè quella che riguarda la sicurezza: «In questo periodo () potrebbero scaturire particolari tensioni sociali dagli esiti non prevedibili e pericolosi», si legge nella risposta del Comune. «C'è sempre qualcuno che dice che pregare non serve a niente, ma adesso scopro che è anche pericoloso perché può contribuire ad alimentari tensioni sociali», è il commento amaro e ironico di don Bizzotto. «La tensione la alimenta chi ha paura della propria ombra». «E poi non è vero che piazza Matteotti (e siamo all'ultima motivazione della lettera, ndr) non è mai stata concessa dall'amministrazione per eventi di tale natura e durata», ha aggiunto Giancarlo Albera del Coordinamento dei comitati contro il Dal Molin. «Io ad esempio in quel luogo ho assistito a concerti di Vicenza Jazz».

«Se vengono a mancare le regole della democrazia, siamo finiti tutti», ha sottolineato Bizzotto. «Da ventidue anni portiamo avanti le nostre iniziative sempre senza ricorrere alla violenza. La nostra è una proposta religiosa e culturale».

Sulla pericolosità dell'evento il sindaco Hullweck è di tutt'altro parere rispetto al rappresentante dei Beati costruttori di pace: «Tra i presenti», ha spiegato il primo cittadino, «non si può mai sapere se c'è una testa calda che combina qualcosa». «Spetterà al questore garantire l'ordine pubblico», ha aggiunto il vicesindaco Valerio Sorrentino. «Noi, come amministrazione, possiamo negare il plateatico, ma non la manifestazione».

Enrico Soli
 
 
da gazzettino.quinordest.it
6030  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Critiche anche al sindaco di Vicenza: «Ha operato solo per svenderla» inserito:: Agosto 04, 2007, 10:34:11 pm
Sabato, 4 Agosto 2007
 
 
La portavoce Cinzia Bottene respinge qualsiasi collegamento tra gli autori del gesto criminale e chi frequenta il movimento contro la base Usa  «Attentato e Presidio? Nulla in comune» 

Critiche anche al sindaco che ha chiesto aiuto per la città : «Ha operato solo per svenderla»

 
(e.s.) «Non si possono mettere sullo stesso piano gli autori degli attentati e le persone che come me frequentano il Presidio Permanente». Cinzia Bottene non ha digerito l'ultimo commento del presidente della circoscrizione 5 Marco Bonafede all'indomani del fallito attacco all'oleodotto Nato.
«E' grave che un rappresentante delle istituzioni faccia di tutta un'erba un fascio invocando meno tolleranza e più repressione anche verso presidi e manifestazioni».

Per Bonafede infatti «è ora di finirla con il buonismo» e ritiene che la «matrice anarchica dell'ultimo attentato, nonostante le continue, scontate e automatiche prese di distanza, trova terreno fertile anche nell'ala movimentista vicentina». La portavoce del tendone di Rettorgole ha qualcosa da ridire anche sui commenti dell'onorevole vicentino dell'Udeur Mauro Fabris, che ha richiamato il fronte del 'no' a «non insistere su dietrologie complottarde» che richiamano la tragica stagione della strategia della tensione: «Il parlamentare ci ha invitati a rientrare nei binari della legalità ma noi da quei binari, contrariamente a qualcun altro, non siamo mai usciti - ha ribattuto la Bottene - Voglio poi ricordare a questi signori che la storia di questo paese ci insegna che spesso sono state le istituzioni a fomentare la violenza.

La vicenda dell'attentato all'oleodotto comunque sembra una barzelletta: forse è la prima volta che qualcuno fa una rivendicazione di un atto del quale non si era accorto nessuno».

La Bottene non risparmia critiche neppure al sindaco, che in questi giorni sta chiedendo rinforzi per garantire la sicurezza dei cittadini: «Hullweck chiede maggiore protezione per la città? Mi sembra ridicolo da parte di colui che non ha fatto niente per difendere la sua città ma ha operato solo per svenderla». La portavoce del presidio non era presente mercoledì sera all'incontro organizzato dal gruppo "Amici di Beppe Grillo" per far confrontare civilmente i rappresentanti del 'sì' e del 'no' alla base. «Non sono andata perché avevo altri impegni» ha spiegato la Bottene negando così di essere rimasta a casa per evitare il dialogo con il "nemico" Cattaneo.
 
 
da gazzettino.quinordest.it
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