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6031  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI inserito:: Maggio 30, 2007, 10:56:15 pm
Maurizio Migliavacca: «Sicurezza e tesoretto, abbiamo disorientato gli elettori»

Andrea Carugati


Mettere un «punto fermo» alla discussione sulla leadership del Pd, «perché sarebbe deleterio trascinare questa discussione per mesi». Maurizio Migliavacca, coordinatore dei Ds, risponde così a chi, come Rutelli, ieri ha rilanciato sulla proposta di accelerare. «Io credo che vada eletta l’assemblea costituente e che spetti a questo organismo sovrano individuare chi dirigerà il partito. C’è effettivamente bisogno di un leader che dia voce al Pd, se ci sono altre ipotesi su come e quando eleggerlo discutiamone nel comitato promotore. Purché non si parli solo di organigrammi».

Onorevole Migliavacca, che giudizio dà del responso delle urne?

«È un risultato da non sottovalutare. Ma non c’è stata alcuna spallata, i risultati non chiedono al governo di andarsene: la sconfitta di Berlusconi nelle amministrative del 2002, quando si è votato nelle stesse città e province, fu nettamente peggiore. Ma stavolta l’astensionismo ha penalizzato soprattutto noi: questo voto chiede al governo di rimboccarsi le maniche e rilanciare il suo profilo riformatore».

È stato un voto locale o influenzato da un quadro nazionale?

«Ci sono entrambi gli aspetti. Ma quando perdi il Comune da Gorizia a Verona, da Monza a Alessandria c’è anche un segno politico più generale di insoddisfazione verso il centrosinistra».

Come intendete rispondere?

«Bisogna correggere alcune politiche di governo. Penso soprattutto alla sicurezza: dobbiamo intervenire anche sul funzionamento della giustizia perché si è fatta strada l’idea che ci sia nei fatti una sorta di impunità. Poi dobbiamo rispondere con una politica di redistribuzione al senso di vulnerabilità che inquieta anche parti della classi medie. La discussione sul cosiddetto tesoretto è l’esempio di un messaggio contraddittorio che disorienta gli elettori e danneggia il governo: servono scelte precise che rispondano a questo senso di vulnerabilità. Infine il fisco: nessun passo indietro sul rigore e la lotta all’evasione fiscale, ma c’è bisogno di una semplificazione. E ancora: c’è una insofferenza, soprattutto al Nord, rispetto ai tempi della politica e al funzionamento del sistema pubblico. La destra cavalca l’antistatalismo, a noi spetta rilanciare le riforme istituzionali, a partire da federalismo e riforma elettorale».

C’è chi dice che il Pd sia il vero sconfitto di questa tornata elettorale.

«Non è stata la prima prova elettorale del Pd: è un progetto che vive ancora una fase di passaggio. Questo voto conferma la necessità politica del nuovo partito e chiede una accelerazione, soprattutto per quanto riguarda la sua identità, il suo profilo sui grandi temi, la capacità di farli vivere nella società».

A proposito di sicurezza: rifarebbe tra i primi provvedimenti della legislatura l’indulto?

«Questo provvedimento ha aumentato l’inquietudine e l’allarme sul tema della sicurezza. L’errore è stato non accompagnarlo subito e incisivamente con misure sul funzionamento della giustizia e sulle politiche di sicurezza».

Da dove nasce la percezione di una politica che non decide?

«Il problema è la coesione della maggioranza: serve un’agenda condivisa delle priorità e poi su questa bisogna andare avanti senza esitazioni».

Pochi mesi fa è stato approvato un dodecalogo. Che fine ha fatto?

«Il tema è ancora quello: serve un’agenda più chiara, più incisiva e deve essere supportata da una volontà di decisione e poi da una adeguata comunicazione al Paese, che si basi soprattutto sui fatti».

Per fare questa agenda saranno necessari nuovi vertici?

«Per carità, evitiamo verifiche e altri riti della vecchia politica. Ci sono dei ruoli istituzionali, si esercitino».

C’è un problema di leadership nella maggioranza?

«Ci vuole più da parte di tutti più responsabilità e capacità di decisione».

Ma non potevate chiudere prima il contratto degli statali?

«Sarebbe stato meglio».

Pubblicato il: 30.05.07
Modificato il: 30.05.07 alle ore 9.00   
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6032  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / ESTERO inserito:: Maggio 30, 2007, 10:55:13 pm
«Così la guerra dei diamanti ci ha rubato la nostra terra»

Toni Fontana


Il passaggio di Roy Sesana nei corridoi del Senato, tra i parlamentari immersi nelle questioni della politica italiana, ha creato un po’ di sorpresa. Non è del resto cosa di tutti i giorni, anche in una città cosmopolita come Roma, vedere un personaggio come lui. Sguardo tagliente, un sorriso graffiante che ricorda quello di un altro figlio dell’Africa, Nelson Mandela, Roy Sesana è il leader di boscimani del Kalahari (Botswana), il testimone della resistenza di un popolo che rischia di essere sacrificato sull’altare del profitto e della sete delle grandi compagnie diamantifere. Roy parla nella lingua a schiocco del suo popolo e riassume in poche frasi il senso della sua battaglia: «La terra è madre, la terra è vita, nella terra sono sepolti i nostri antenati». «Nessun popolo al mondo - aggiunge l’avvocato Stephen Corry, direttore di Survival, l’associazione che ha adottato la causa dei boscimani - ha mai vissuto così a lungo nella propria terra».

I boscimani abitano le terre dell’Africa meridionale da 20mila anni. Solo uno speciale rapporto con la flora e la fauna ha permesso loro di sopravvivere. Da 200 anni sono vittime della violenza dei coloni bianchi e delle tribù Bantu. Solo alcune migliaia di membri delle tribù Gana e Gwi sono scampati al genocidio. Nel 1961 venne istituito il Central Kalahari Game Reserve, la più estesa riserva dell’Africa (52mila kmq), allo scopo di «tutelare» i 3-5000 boscimani Gana e Gwi che vi vivevano. Il proposito era quello di lasciare intatta la loro cultura, unica soprattutto per lo spiccato senso musicale di molti nativi. Ma i guai, iniziarono con la scoperta dei diamanti. A partire dal 1997 i boscimani hanno subito deportazioni in veri e propri campi di concentramento, violenze e stupri. I pozzi sono stati cementati, le riserve d’acqua disperse nella sabbia, la caccia è stata vietata. I boscimani, come gli indiani d’America, sono stati confinati in ghetti dove alcolismo e Aids hanno creato le condizioni per la «soluzione finale», cioè l’annientamento del popolo più antico del pianeta. Fin dal 1991 Roy Sesana, boscimane Gana (il vero nome nelle lingua locale è Tobee teori), all’incirca sessantacinquenne, ha assunto la guida del Fpk (First People of the Kalahari) che si batte per i diritti dei popoli nativi. Incarcerato e torturato più volte ha iniziato nel 2006 una battaglia legale contro il governo del Botswana. Il 13 dicembre 2006, dopo 134 giorni di udienza, e 19mila pagine di verbali, l’Alta Corte del Botswana, ha pronunciato una storica sentenza. Gli sfratti sono stati dichiarati «illegali» ed è stato riconosciuto il diritto dei boscimani a vivere nella terra dei loro avi. Ma i problemi non sono finiti. Come hanno spiegato ieri Roy e l’avvocato Corry solo i 200 attori della causa sono stati autorizzati a tornare nella riserva con le loro capre. Senza il bestiame i boscimani non possono sopravvivere nelle aspre terre del Ckgr. Neppure il conferimento a Sesana del Right Livelihood Award (il Nobel alternativo) avvenuto nel 2005 ha fermato la repressione e, nel 2005, altri militanti del Fpk sono stati arrestati e torturati.

«Ci hanno deportato caricandoci sui camion - ha detto ieri Roy - ora ci negano ogni aiuto per tornare». La De Beers, che firma una parte consistente dei diamanti del pianeta, ha nel frattempo concluso lo sfruttamento di una miniera nella riserva, ma le ricerche di altri siti proseguono e non è solo la sete della multinazionali a minacciare i boscimani, ma anche il razzismo di un parte dei neri e dei bianchi del Botswana. E, mentre i boscimani rischiano di sparire il presidente del paese africano, Mogae, viene regolarmente ricevuto a Londra e nelle capitali dell’Occidente. L’associazione Survival ha appunto adottato la loro causa attuando anche clamorose iniziative. Quando la De Beers ha aperto il primo negozio a Londra le gigantografie pubblicitarie con la modella Iman sono state coperte con manifesti con la scritta: «I boscimani non sono per sempre». Ora Survival si batte affinché venga ratificata la Convenzione Ilo 169 sui popoli indigeni e tribali. Solo quattro paesi europei l’hanno fatto. Survival ha diffuso ieri una lettera del presidente Zapatero che annuncia la ratifica da parte della Spagna (poi effettuata). In Italia l’associazione ha inviato una lettera a D’Alema. In Senato l’iniziativa è stata presa dal senatore Francesco Martone (Verdi).

Pubblicato il: 30.05.07
Modificato il: 30.05.07 alle ore 8.59   
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6033  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI inserito:: Maggio 30, 2007, 05:39:22 pm
I furbetti di palazzo vogliono silurare Prodi per la seconda volta.

ciaoooooooooooooo



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Pd, Ds e Margherita: serve una guida politica accanto Prodi

Simone Collini


Né il Governo, nè il Partito democratico possono continuare così. Lo dicono i vertici di Ds e Margherita all'indomani del voto, che sarà pure amministrativo ma segnala una difficoltà nel rapporto col Paese che non può essere sottovalutata. Serve uno «scatto» sia nell'azione di governo che nella costruzione del Pd, dice Piero Fassino, bisogna «rispondere alle attese di modernizzazione e riforme» con «determinazione e tempestività». E bisogna correggere la rotta a un governo che finora non ha brillato per «capacità di decisione e qualità della comunicazione» anche per Francesco Rutelli, che giudica inoltre necessario «accelerare i tempi della leadership del Pd». Un argomento che si impone nel dibattito post-voto suscitando qualche fastidio a Palazzo Chigi, e che verrà riproposto alla riunione del Comitato promotore per il Pd convocato per lunedì sera.

Il leader della Margherita sostiene sia giunto il momento di dotare il nascente partito di «una leadership piena», che sia in grado di «mettere in pista idee, proposte ed energie per corrispondere tempestivamente e meglio a quanto ci chiedono i cittadini». Anche per i Ds «non si può rimanere in mezzo al guado» e serve una guida politica a tempo pieno per il Pd, ma Fassino giudica rischioso far eleggere il leader con le primarie del 14 ottobre. Il ragionamento è che indicare una personalità, quale che sia, con il voto di un milione e più persone (è la cifra a cui si punta per l'elezione dell'Assemblea costituente) rischia di indebolire Prodi. La soluzione su cui stanno ragionando al Botteghino è di far designare dalla Costituente un segretario che «affianchi» Prodi, inevitabilmente impegnato nell'azione di governo. Che tanto per i Ds quanto per la Margherita ora va rilanciata.

Fassino e Rutelli riuniscono gli organismi dirigenti dei loro partiti quando ormai è chiaro il quadro completo del voto. L'umore attorno a entrambi i tavoli è tutt'altro che buono. Si prende atto di un esito elettorale deludente e sia al Botteghino che al Nazareno si giudica ora necessario il massimo impegno per ottenere buoni risultati ai ballottaggi. Ma soprattutto si ritiene a questo punto indispensabile «una agenda chiara delle priorità» del governo, che dovrà poi essere «concretizzata» in tempi certi. E si deve ora anche, perché no?, puntare ad ottenere consensi tra gli elettori. Sintomatica l'uscita di Rutelli aprendo i lavori della Direzione diellina: «Bene l'accordo sui dipendenti pubblici, ma non si poteva ottenere prima delle elezioni invece che a urne chiuse?».

Il problema di «selezionare gli obiettivi» e di «prendere le decisioni necessarie» al loro raggiungimento è una questione che Fassino solleva di fronte alla Presidenza del comitato politico, e che in serata ribadisce con i segretari regionali: «Già dopo la Finanziaria avevo detto che serviva un cambio di passo...». Insieme a Massimo D'Alema, Walter Veltroni, Pierluigi Bersani e a tutti gli altri dirigenti il leader della Quercia ribadisce che «sarebbe errato sottovalutare» il risultato di un voto che è un chiaro «campanello d'allarme», per la maggioranza ma non solo. Il calo dell'affluenza alle urne è per i Ds un segnale da leggere su più livelli. Da una parte è questo calo il principale responsabile delle basse percentuali ottenute da un po' tutte le forze del centrosinistra. E questo vuol dire, come fa notare Bersani, che non c'è stata una «migrazione» di voti verso il centrodestra ma «una disaffezione del nostro elettorato» su cui si può e si deve lavorare. Ma dall'altro lato vuol anche dire che se non si corregge la rotta si rischia di dare fiato all'antipolitica, che come dimostra il voto di domenica e lunedì premia il centrodestra (e in particolare la Lega), non il centrosinistra. «La disaffezione dei cittadini verso la politica matura quando i tempi delle decisioni sono più lunghi dei tempi della società», sottolinea Fassino facendo sempre riferimento alla necessità di mostrare una maggiore capacità decisionale: «O la politica si adegua o la crisi crescerà». E decisioni vanno prese per la Quercia innanzitutto sul terreno della sicurezza e delle infrastrutture, vanno prese per favorire una riduzione della pressione fiscale e una semplificazione burocratica.

Non diversa è l'«agenda di priorità» prospettata dalla Margherita. Siccome chi sta al governo parla agli elettori con «la qualità dei risultati» e siccome in questi dodici mesi «sono stati aperti troppi temi, spesso troppo a lungo, e troppo frequenti sono stati i ripensamenti», a questo punto è arrivato il momento per Rutelli di concentrare l'azione di governo su pochi, precisi punti: «È importante che il governo batta un colpo dando il primo segnale di riduzione della pressione fiscale», dice nella relazione alla Direzione della Margherita, «dobbiamo saper leggere bene i segnali che nei giorni scorsi hanno sottolineato il tema della insopportabile crescita della pressione fiscale». È di nuovo sull'Ici che punta il dito Rutelli, che per quanto riguarda gli altri obiettivi su cui il governo deve concentrarsi mette il via libera alla Tav Torino-Lione e la messa in campo di misure che garantiscano la certezza della pena.

Tutte questioni che verranno discusse al vertice del Comitato promotore del Pd convocato per questa sera. Era stato Veltroni, all'incontro di mercoledì scorso, a proporre di riunire oggi i 45 per esaminare il voto amministrativo. «La questione settentrionale non è che una variante di un problema nazionale di rapporto con il paese», dice il sindaco di Roma intervenendo alla riunione al Botteghino, «il risultato delle amministrative merita una riflessione molto seria, molto approfondita e molto realistica».


Pubblicato il: 30.05.07
Modificato il: 30.05.07 alle ore 8.31   
© l'Unità.
6034  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI inserito:: Maggio 30, 2007, 05:37:22 pm
Berlusconi, il voto e la democrazia

La forza dei numeri

di Piero Ostellino


Questa tornata di elezioni amministrative e il successo del centrodestra sgombrano definitivamente il campo da tutte le illazioni che, negli ultimi tempi, erano emerse intorno ai Palazzi della politica e sulla natura delle inquietudini della società civile. L'intervista di Massimo D'Alema al Corriere, nella quale il vice- presidente del Consiglio e ministro degli Esteri aveva parlato di «crisi della politica», era stata interpretata come un tentativo non solo di stornare l'attenzione dalle difficoltà del governo, ma soprattutto come una sorta di auto-candidatura alla successione di Romano Prodi alla guida del Paese.

La sconfitta del centrosinistra fa ora apparire intempestivi, per non dire incauti, quei giudizi sulle intenzioni attribuite al presidente dei Ds. Analogamente, il discorso del presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, era stato accolto, oltre che come un’anticipazione della sua personale «discesa in campo» analoga a quella di Berlusconi nel 1993-94, anche come una obliqua congiura del mondo economico-finanziario nella prospettiva di un governo «tecnocratico » e neo-centrista che, in qualche modo, facesse giustizia di politici inefficienti e di un sistema bipolare male in arnese. Il successo del centrodestra e la sconfitta del centrosinistra ripristinano il principio dell'alternanza che presiede anche a un bipolarismo come il nostro.

I media avevano riferito dell'una, dell'altro e delle interpretazioni che ne erano seguite, finendo essi stessi col diventare oggetto di una maliziosa curiosità che trascendeva la loro funzione istituzionale — che è quella, appunto, di dare le notizie — e attribuiva loro poteri e disegni di natura politica che non potrebbero coltivare, e tanto meno manifestare, anche se lo volessero, senza cadere nel ridicolo. La puntuale registrazione, da parte di tutti i media, dell'esito elettorale e i giudizi da essi pressoché unanimemente espressi cancellano ogni dubbio. La verità è che, con il successo del centrodestra, ha vinto la democrazia, esattamente come avrebbe vinto la democrazia se a vincere fosse stato il centrosinistra. Gli interpreti dei Palazzi della politica, quelli del mondo economico-finanziario e degli stessi media, nell'ipotesi che essi si avventurassero su un terreno che non è loro proprio, possono dire quello che vogliono e abbandonarsi alle più spericolate speculazioni, ma resta il fatto che, alla resa dello spoglio delle schede elettorali, in democrazia, contano i numeri, i voti.

Conta, per usare, un’espressione abusata, ma corretta, «la gente».

Che piaccia o no, Silvio Berlusconi è nuovamente e saldamente in sella dopo essere stato sconfitto solo un anno fa alle elezioni politiche semplicemente perché la maggioranza della «gente», nei comuni e nelle province dove si è votato, non solo al Nord, ma anche in larga parte del Sud, ha eletto i candidati del centrodestra. Si dice che, nei regimi illiberali e antidemocratici, l'autocrate che non piace al popolo si ingegna di cambiare il popolo, magari chiudendolo in un lager. In democrazia non è fortunatamente possibile.

Suscita, perciò, qualche legittima perplessità anche il dibattito che di tanto in tanto affiora dentro il centrodestra sulla futura leadership della coalizione. Mentre sarebbe piuttosto interessante che, invece di pestare l'acqua nel mortaio della leadership, il centrodestra, con Berlusconi in testa, provasse a elaborare, e farci conoscere, una «certa idea dell'Italia» nella quale vorrebbe farci vivere.

30 maggio 2007
 
da corriere.it
6035  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI inserito:: Maggio 30, 2007, 05:36:45 pm
Pd, Rutelli: «Anticipare a giugno la scelta del leader»


«Accelerare la scelta del leader». Così Francesco Rutelli nella relazione alla direzione della Margherita, convocata per un'analisi del voto. Per Rutelli il risultato delle amministrative spinge Ds e Margherita «a imprimere una vigorosa accelerazione» sui tempi della costruzione del Partito democratico e sulla scelta del leader del Pd».

Secondo quanto riferiscono alcuni dei partecipanti alla riunione, Rutelli ha sottolineato che «un leader serve subito, già dall'assemblea costituente» e che «aspettare fino al 2008 sarebbe troppo rischioso». A suo avviso, infatti, non si può «rimanere sul bagnasciuga» perché occorre garantire una guida al nuovo partito.

Il vice premier ha rivendicato la validità della sua proposta di qualche tempo fa di anticipare la costituente a giugno e ha dato atto a Franceschini di avere ragione nel proporre un'accelerazione sulla leadership. Una posizione - tutta interna agli apparati - già espressa, all'inizio di maggio, dal vice premier e diversa rispetto a quella di Fassino e di Prodi. Quest'ultimo aveva detto: «Io penso a una grande assemblea costituente a metà ottobre, nella quale si eleggeranno ben 200, 500 o mille membri con il principio "una testa, un voto"».

Rutelli sembra dunque voler riproporre la sua idea di far scegliere il capo del Pd dagli apparati e propone di nuovo di anticipare l'assemblea costituente a giugno. «Ma non sarà una minaccia per il governo», ha assicurato.

Pubblicato il: 29.05.07
Modificato il: 29.05.07 alle ore 21.23   
© l'Unità.
6036  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI inserito:: Maggio 30, 2007, 05:36:14 pm
Dopo voto, Romano Prodi: «La priorità è guarire il Paese»

Napolitano: «Politici, più moralità»


«È chiaro che non sono soddisfatto», ma l'esito delle amministrative era «un risultato atteso», perché «un premier serio non si aspetta i risultati dopo il primo anno, ma a fine legislatura». Romano Prodi tira le somme all'indomani del voto, ma difende l'operato del suo governo: la priorità «è guarire il Paese» e per farlo occorrono «sacrifici». Del resto, «non mi interessa una effimera popolarità» afferma, e soprattutto «non voglio avere la responsabilità» di sfasciare l'Italia. Certo, riconosce Prodi, dal voto delle amministrative si evidenzia «una difficoltà del Nord», che «per noi è una priorità, ci lancia una bella sfida ed io sono tranquillo». Quanto alla richiesta di dimissioni arrivata da Silvio Berlusconi, Prodi la rispedisce al mittente: «lui avrebbe dovuto darle per quattro volte nella sua legislatura».

Ma sull´analisi del voto ci sono opinioni diverse nella maggioranza: mentre per l'ala radicale dell'Unione viene premiata la sinistra e dato uno smacco al Pd, per Ds e Dl si evidenzia proprio la necessità di accelerare sulla nascita del Pd. Dice infatti Fassino: «È un voto che sarebbe errato sottovalutare e che sollecita governo e centrosinistra a uno scatto. E serve uno scatto nella costruzione del Pd». Dello stesso avviso Rutelli: «Non c'è stato alcun premio alla sinistra radicale. Certo il risultato dell'Ulivo è stato insoddisfacente», ma il voto dice che bisogna «imprimere una vigorosa accelerazione» sulla costruzione del Pd e sulla scelta del suo leader.

Per il segretario del Prc, Franco Giordano, «non si può più andare avanti così, c'è bisogno di un salto di qualità e l'Italia ha bisogno di una sinistra alternativa mentre il Pd viene colpito al primo vaglio elettorale». Ancora più duro il leader di Sd Fabio Mussi: «È stata una debacle per il Pd, e se vale come una consolazione le liste e i candidati che hanno un chiaro profilo di sinistra hanno avuto in tutta Italia dei buoni risultati». E il segretario del Pdci Diliberto avverte: «Serve un vertice di maggioranza, non voteremo un Dpef a scatola chiusa». Il leader dei Verdi Pecoraro Scanio rincara la dose: «L'area arcobaleno, che ha parlato di programmi e temi concreti e non di contenitori, esce rafforzata da questo voto. Si deve riflettere su questo dato e bisogna evitare tentazioni egemoniche da parte del Pd».

Per il leader Idv Antonio Di Pietro «piaccia o no, il risultato ha una valenza politica», mentre il segretario dell'Udeur, Clemente Mastella, chiosa: le elezioni amministrative dimostrano che il Pd è un «partito che non c'è». Infine, anche il socialista Boselli chiede un vertice «perché la macchina non ha funzionato a cominciare da quello che avrebbe dovuto rappresentarne il motore principale costituito dal nascente Pd», e Angius sferzante: «Il nascente Pd indebolisce l'Unione».

Il centrodestra continua a cantare vittoria. Addirittura secondo il leghista Roberto Calderoli il risultato delle urne «ha svelato l'inganno del 9 aprile dell'anno scorso». Bisogna staccare la spina al governo, invoca Maurizio Gasparri. Perciò non è escluso che il Cavaliere vada davvero al Quirinale. A caldo Silvio Berlusconi ha contestato che si possa dire che il centrodestra ha vinto solo al Nord, come titolano la maggior parte dei quotidiani del dopo elezioni. La Cdl, per lui, e soprattutto Forza Italia, hanno vinto ovunque.

Pubblicato il: 29.05.07
Modificato il: 29.05.07 alle ore 21.22   
© l'Unità.
6037  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI inserito:: Maggio 30, 2007, 05:35:45 pm
30/5/2007 (7:13)

L'Unione accerchia Prodi
 
Dopo la sconfitta, affondo di Rutelli: subito il leader del Pd.

I Ds: cambio di passo. Il premier pronto a correre per le primarie

AMEDEO LA MATTINA
ROMA

Ds e Margherita in rotta di collisione con Prodi.

Il premier non minimizza i risultati della Amministrative ma neanche ne fa un dramma. Gli alleati invece si sono presi una grande paura. «Sarebbe sbagliato - ha spiegato Piero Fassino al comitato politico della Quercia - sottovalutare il voto. Il governo e il centrosinistra sono sollecitati a uno scatto. E’ necessario rispondere alle attese di modernizzazione e riforme». Ma Ds e Margherita hanno un problema in più che si chiama Partito Democratico che rischia di essere risucchiato negativamente dall’immagine del premier e dai contrasti della coalizione che al Nord è stata umiliata. «Sottovalutare il messaggio che viene da questa parte del Paese sarebbe un grave errore», annota Dario Franceschini che rilancia con forza la necessità di una leadership nuova e forte del Pd in coincidenza con l’elezione dell’Assemblea costituente d’ottobre. Prodi considera questa idea una sua deminutio e un ulteriore indebolimento dell’esecutivo. Stasera, alla riunione del Comitato dei 45 si discuterà anche di questo e di come reagire alla batosta elettorale.

Il punto centrale tuttavia rimane l’azione del governo, perché da questa passa il vero recupero di consenso. Francesco Rutelli è stato il più esplicito e il più critico. Chiedendo di eleggere già a ottobre il leader del Pd: «Serve una leadership piena che non sia il frutto di un’intesa tra i gruppi dirigenti dei partiti fondatori». Attaccando il ritardo di certe decisioni, a cominciare dall’Ici: «E’ sacrosanta l’indicazione di destinare l’extra-gettito nella direzione degli armonizzatori sociali e alle pensioni più basse, ma è altrettanto importante che il governo batta un colpo dando un primo segnale di riduzione della pressione fiscale. Ecco perché sosteniamo l’intervento sulla casa che tocca i ceti medio-bassi e che è subito percepita dalle famiglie». Per Rutelli poi è stato «un errore» chiudere il contratto degli statali a urne chiuse: «Da tempo avevamo chiesto di risolvere questa controversia prima delle elezioni». Le sue accuse hanno un chiaro indirizzo: Prodi e Padoa-Schioppa.

Decidere e comunicare, cambiare passo, «altrimenti ne prenderemo atto», spiega minaccioso il deputato veneto della Margherita Fistarol. «Tra qualche settimana avremo le partite Iva del Nord - aggiunge Fistarol - inferocite per l’adeguamento degli studi di settore. Ecco, dalle mie parti non capiscono perché devono pagare più tasse se poi a Roma litighiamo sul tesoretto». Insomma i due alleati maggiori di Prodi non ci stanno ad aspettare la fine della legislatura, come ha detto ieri il premier, per fare un bilancio dell’azione del governo. Per Ds e Margherita se il toro non viene preso subito per le corna, travolgerà tutti e tutto. Anche il Partito democratico le cui sorti Fassino e Rutelli vogliono distinguere da quelle dell’esecutivo. Nei vertici della Quercia e dei Dl si è acceso l’allarme rosso: per questo non è più possibile aspettare il 2008 per avere alla guida del Pd un leader saldo in sella. «Scegliere subito il leader del Pd è ormai l’orientamento prevalente», osserva Antonello Soro. Alla stessa conclusione sono arrivati i big Ds. Veltroni, Bersani e D’Alema non hanno dubbi, più prudente invece Fassino: non è convinto dell’opportunità di aprire ora un dibattito sulla guida del Pd.

Resiste a questa ipotesi Prodi che vede come fumo negli occhi lo sdoppiamento della leadership del partito da quello della premiership. «Credo - spiega sempre Soro - che siamo maturi i tempi per una coabitazione tra leader del partito e leader del governo. La situazione delicata ce lo impone». Nomi non ne sono stati fatti alle riunioni dei Ds e dei Dl dove è chiara l’idea che il leader del Pd non sarà il candidato a Palazzo Chigi. Questo dovrà essere deciso nel 2010, un anno prima delle elezioni politiche, sempre che a quella data il governo Prodi arrivi. Sì, perché a margine degli incontri di ieri non veniva esclusa l’ipotesi di una crisi di governo. «Anche perché - diceva un ministro della Margherita - Prodi purtroppo è molto, molto debole». C’è un punto su cui i due partiti non sono d’accordo. La Margherita vorrebbe che il segretario venga scelto con delle vere e proprie primarie, mentre la Quercia sostiene che questo indebolirebbe troppo Prodi e propone di far eleggere il leader dai delegati dell’assemblea costituente. Ma di fare presto ormai parlano tutti, anche il nuovo arrivato Marco Follini: «A questo punto l’accelerazione sul Pd ci sta tutta».


da lastampa.it
6038  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI inserito:: Maggio 30, 2007, 05:34:53 pm
E Santagata: «Romano si candida»

Rutelli: subito il leader del Pd «Voto deludente.

Sugli statali si poteva firmare prima».

Il ministro prodiano: il Professore o corre o fa il nonno

 
ROMA - Cercasi leader disperatamente. Ora anche Francesco Rutelli cambia passo, propone di eleggere il 14 ottobre non solo la Costituente ma anche il capo del Pd e, dopo aver denunciato il deficit di «decisione» e «qualità di comunicazione» che ha paralizzato l'azione di Prodi, imprime una «vigorosa accelerazione» all'unità dei riformisti.

«Guardo con favore alla sollecitazione di Dario Franceschini» fa sua la road map del capogruppo dell'Ulivo.

Un'accelerazione che ha il via libera dei deputati ds e dl e che potrebbe costringere Prodi a raccogliere il guanto di sfida. «Se si fanno le primarie — svela la tentazione del premier Giulio Santagata — Prodi correrà. O sta a casa a fare il nonno o si candida».

Quasi un processo al governo, quello che Rutelli interpreta davanti alla Direzione del suo partito. Una lunga e severa relazione che prende le mosse dalla lettura impietosa di un risultato «insoddisfacente» per il Pd, soprattutto al Nord. Quanti errori ha inanellato l'esecutivo... Un mese e più a discutere del «tesoretto», elenca Rutelli, troppi temi aperti e troppi «ripensamenti», una Finanziaria che è stata «comunicata e percepita in maniera confusa», e poi, errore capitale, la firma a urne ormai chiuse del contratto con gli statali. E ora bisogna riflettere.

L'astensione? «Clamoroso il differenziale di circa 15 punti tra partecipazione al voto nelle Province e quello nei Comuni».

L'antipolitica? «Il governo non deve cavalcarne l'onda, ma deve governare bene». La priorità è tagliare l'Ici. «Il governo batta un colpo, dando un primo segnale di riduzione della pressione fiscale», scrive al primo punto della sua agenda programmatica. L'analisi del voto spacca l'Unione, mette gli uni contro gli altri, lacera il già fragile tessuto della coalizione di Prodi. La sinistra se la prende col Pd, Mastella e Boselli vogliono fare il «tagliando» al governo, Diliberto vuole un vertice o non voterà il Dpef, Mussi parla di «débacle»...

Dalla Margherita, Franceschini chiede a Prodi «più coraggio» e Antonello Soro sogna un esecutivo «collegiale e coeso». Ma è la Quercia il partito più scosso. «Un voto che sarebbe errato sottovalutare e che sollecita il governo a uno scatto sulle riforme» scandisce il segretario, presenti D'Alema e Veltroni. Il sindaco dirà la sua solo stasera, al vertice del Pd: «Il risultato deve essere affrontato con serietà e realismo. Ci vuole una riflessione molto seria, che va fatta collettivamente». E quando Fassino riunisce i segretari regionali Ds dà sfogo alla sua irritazione. «L'avevo detto che serviva un cambio di passo, non mi hanno ascoltato...».

M.Gu.
30 maggio 2007

da corriere.it
 
6039  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI inserito:: Maggio 30, 2007, 05:34:09 pm
Amministrative e partiti Ds e Dl meglio da soli.

Arretra Rifondazione

L'Ulivo crolla a Genova: meno della Quercia nel 2002

Nel centrodestra sono in crescita Lega e Forza Italia 

 
ROMA — Nella Cdl avanzano Forza Italia e Lega, nell'Unione arretra l'Ulivo e quindi il futuro Partito Democratico. A sinistra reggono o crescono i partiti più piccoli, come Verdi, Pdci, Udeur e, soprattutto, l'Italia dei Valori. Mentre Rifondazione comunista indietreggia. E a destra An e Udc nel complesso confermano il loro peso, registrando un progresso in alcune città e un calo in altre.

Stiamo parlando, è bene ricordarlo, di circa un quarto dell'elettorato, ma i dati di queste amministrative influiranno non poco sulle future scelte dei singoli partiti e delle diverse alleanze. Stando ai numeri elaborati da Forza Italia, là dove si è votato (non sono quindi cifre nazionali), il centrodestra avanza in modo sostanzioso, incassando il 57,72% alle provinciali contro il 38,28 dell'Unione e il 50,59% alle comunali contro il 46,08. Lo slancio della Cdl è avvenuto soprattutto al Nord, dove sia il partito di Silvio Berlusconi che quello di Umberto Bossi crescono un po' ovunque. Da segnalare, in particolare, la performance della Lega a Verona, dove tra la lista Tosi (il neoeletto sindaco leghista) e la lista vera e propria si arriva al 28,2%. Cinque anni fa aveva il 6,1%.

Nelle province del Nord Forza Italia è il primo partito e la Lega il secondo, alleanza che si conferma vincente. An è davanti a tutti a Lecce e Reggio Calabria. Ma per avere un quadro che renda con più obiettività il rapporto di forze esistente tra i partiti occorre guardare i dati delle provinciali, dove le liste civiche hanno un impatto minore. Dal confronto tra i numeri emerge subito un dato che riguarda il futuro Partito Democratico. In tutte le sette province dove si è votato la lista unitaria dell'Ulivo è andata peggio di quanto siano andati cinque anni fa i Ds e la Margherita messi insieme. E non di poco. In alcuni casi il solo voto diessino di allora era addirittura superiore all'attuale dell'Ulivo. È il caso della provincia di Genova dove Ds e Margherita prendono insieme il 30,2% mentre nel 2002 la Quercia aveva il 30,8 e i dl il 9. Oppure di La Spezia, dove l'Ulivo ha il 32,7% mentre la Quercia aveva il 33,5 e i diellini il 9,1.

Fenomeno confermato al Comune di Genova, con la lista ulivista che prende il 34,3% contro il 44,4% incassato nel 2002 (35,1 i Ds e 9,2 la Margherita). Persino nella rossa Ancona si passa dal 41,2% di cinque anni fa (26,6 ds più il 14,6 dl) contro l'attuale 30,1%. La stessa cosa accade, con percentuali diverse, a Varese, Vercelli, Vicenza e Como. Certo, si potrebbe fare anche un discorso su candidati più o meno azzeccati. Ma gli avversari del futuro Pd portano avanti la controprova dell'Aquila, dove i due partiti si sono presentati da soli: i Ds sono cresciuti dello 0,6% e la Margherita è calata solo dello 0,9%. Un altro dato significativo è rappresentato dal calo di Rifondazione comunista. Nelle sette province interessate dal voto avanza dello 0,2% solo a Vercelli mentre indietreggia in tutte le altre. Solo per fare due esempi: a Genova passa dal 7,9 al 5,8% e a Varese dal 6 al 3,6.

Roberto Zuccolini
30 maggio 2007
 
da corriere.it
6040  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI inserito:: Maggio 30, 2007, 05:33:29 pm
Il giorno dopo lo schiaffo del Nord «Chi ora accelera crea difficoltà al governo»

Il premier e il nuovo assetto dell'Ulivo: verrà dopo «Il Nord a disagio ci sfida. Abbasseremo le tasse»


ROMA - Tormenti elettorali, ma non solo. Il giorno dopo lo schiaffo del Nord, Prodi è costretto ad affrontare anche i nodi del Partito democratico. E lo fa con decisione, respingendo la proposta avanzata da Rutelli di anticipare la scelta di chi guiderà il nuovo soggetto. «Facciamo il nostro percorso — dice il Professore ragionando con i suoi — il problema della leadership verrà dopo. Chi vuole accelerare rischia di mettere in difficoltà l'attuale leader e il governo». Non cambia, quindi, il calendario per Prodi: le primarie il 14 ottobre dovranno servire a eleggere i componenti dell'assemblea costituente. Per il timoniere bisognerà aspettare il 2008. Altra questione, il voto amministrativo.

È stato un weekend da dimenticare per il Professore.

Che incassa la botta e non la nasconde: «È chiaro che non sono soddisfatto». Prende atto della protesta del Nord: «C'è un disagio evidente nei confronti della politica». Sforzandosi di convertirla in sfida positiva: «Abbiamo delle idee in cantiere, il Settentrione è una priorità, sono tranquillo». Consapevole che una spia rossa si è accesa, Prodi però non sconfessa le scelte del suo esecutivo, convinto di poter essere premiato sul medio periodo. Rispedisce al mittente l'idea delle dimissioni («Il governo va avanti»), liquidando con toni aspri l'offensiva delle opposizioni: «Dimissioni? Nelle passate elezioni locali, Berlusconi ha sempre preso delle stangate da olio santo. Eppure ho sempre detto che doveva governare fino alla fine: i cittadini lo hanno mandato via, vedremo tra 4 anni cosa succede...».

Il Prodi del dopo-amministrative parla soprattutto agli alleati, delusi, divisi e spaventati dal responso delle urne. «Si tratta di un risultato assolutamente atteso» assicura, nel senso che non era questo il traguardo dal quale potevano giungere allori: «Un premier serio si aspetta il raccolto dopo 5 anni non dopo il primo». Era impensabile essere premiati dopo «una Finanziaria così dura» e i sondaggi avevano fotografato il malessere di larga parte dell'opinione pubblica: «Quando si governa seriamente, si scontentano i cittadini. Non mi interessa un'effimera popolarità...». Intanto però dal Nord giunge un segnale che assomiglia molto a un avviso di sfratto. Prodi assicura di aver recepito il messaggio, a partire dalla questione tasse: «Cominceremo subito il cammino di riduzione della pressione fiscale, ma prima occorre avere un equilibrio dei conti pubblici perché non voglio che il Paese vada in malora». Ma il Nord pretende anche altro. E il Professore, con il tono di chi ha capito che il tempo sta per scadere, promette interventi su opere pubbliche («Dopo un vuoto finanziario di anni»), sulla sicurezza, attraverso il piano-Amato, e «qualche altra cosetta che a giorni vi dirò»

Francesco Alberti
30 maggio 2007
 
da corriere.it
6041  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI inserito:: Maggio 29, 2007, 10:03:36 pm
Sollievo e timori

Antonio Padellaro


Il sollievo che si coglie nelle prime reazioni dei partiti dell’Unione spiega il risultato delle amministrative di ieri forse meglio di ogni altra analisi sul voto. Il centrosinistra ha pareggiato pur giocando fuori casa, come ha calcisticamente notato l’ulivista Soro. Cioè, nel momento più difficile per la maggioranza di centrosinistra. Cioè, dopo una legge finanziaria sicuramente impopolare e dopo un primo anno di governo difficile ma onestamente non esaltante. Perciò non ci sarà nessuna spallata per far cadere Prodi per il semplice motivo che la spallata è un’idiozia che Berlusconi seguita a ripetere per fomentare i fans e occupare i titoli dei tg. Lo sa anche lui che non si è mai visto un governo cadere per effetto di un test amministrativo che coinvolge un quarto del corpo elettorale Ma dire che è andata meglio del previsto come abbiamo ascoltato nelle prime dichiarazioni del centrosinistra non è una grande consolazione se la previsione era da brivido. Di positivo c’è che la sostanziale tenuta della coalizione consentirà adesso ai leader di riflettere serenamente e senza inutili nervosismi sulle buone ma soprattutto sulle cattive notizie che si possono leggere, se uno le sa leggere, su quei dieci milioni di schede elettorali.

Cominciamo da Genova, certo per la vittoria meritata di Marta Vincenzi ma anche per le dure parole e i giusti timori che la candidata diessina ha subito voluto esternare. Primo timore: l’assenteismo che ha penalizzato principalmente il centrosinistra; nel capoluogo ligure come nel resto d’Italia.

Secondo timore: che il grande distacco con la Cdl si sia ridotto non per ritrovata fiducia nei confronti del centrodestra che non c’è ma per delusione «verso il centrosinistra che sta governando Paese, Regione, Provincia e Comune». Terzo timore: che la delusione sia dovuta alle mancate promesse di cambiamento da parte del centrosinistra e che il segnale di astensione dica guardate, potremmo non darvi più credito se continuate così. Un’analisi che sottoscriviamo in pieno. Un messaggio che da oggi stesso dovrebbe essere all’esame dei leader di governo.

Rallegriamoci pure per i successi colti dall’Unione in città difficili come Agrigento (la prima volta), l’Aquila (strappata alla destra) e Taranto (dove si va al ballottaggio con il centrosinistra però diviso). Risultati, tuttavia, che non bastano a compensare la vera e propria frana che ha investito i partiti di governo in Piemonte e nel Lombardo-Veneto. A Verona, Alessandria, Asti, Monza l’Unione perde i sindaci che aveva. E sono batoste. Alla provincia di Vicenza c’è poi la Caporetto del centrosinistra il cui candidato raccoglie un misero 18 per cento. Solo a Cuneo il sindaco uscente dell’Unione vince bene ma purtroppo è l’eccezione.

Anche qui il messaggio è chiarissimo e preoccupante. Lo spiega bene nell’intervista che pubblichiamo il sindaco di Torino Chiamparino: quando si esce dalle aree metropolitane, al Nord c’è una distanza che il centrosinistra non riesce a colmare. Se è stato sempre così da più di dieci anni (con sola la parentesi del 2002) ci sono evidentemente ragioni di debolezza strutturale non solo nell’azione di governo ma nella credibilità stessa della coalizione. Nella parte più ricca e produttiva del paese, la sinistra viene vissuta esclusivamente come portatrice di nuove tasse oltre che di mentalità statalista e antiimprenditoriale. Sarà ingiusto, sarà sbagliato, ma è così. Per non parlare delle infrastrutture. Delle grandi strade di comunicazione che mancano. Dei famosi passanti (vedi Mestre) sempre promessi e mai realizzati. Della Tav, al centro di interminabili discussioni con le popolazioni locali mentre il governo non sa ancora che pesci prendere. La questione sicurezza, infine, che si risolve con interventi mirati ed efficaci. E non cercando di scimmiottare Sarkozy. Tutte sfide che dovrebbero essere raccolte dal nuovo Partito Democratico che sta nascendo dalle radici dell’Ulivo. Quanto forti e quanto da rafforzare lo vedremo oggi sulla base dei voti raccolti da Ds e Margherita.

L’ex Cdl ha poco da cantare vittoria. L’Unione ha i suoi problemi ma la destra appare sempre più un’accozzaglia di sigle tenute insieme dall’essere opposizione. Ha ragione però Roberto Maroni quando sottolinea il successo dei candidati leghisti nelle roccaforti padane come il valore aggiunto che consente a Berlusconi di gridare vittoria. Sindaci leghisti, come quello di Verona, dalla faccia truce e dai proclami intolleranti che non promettono niente di buono per il futuro della nostra democrazia. Un motivo in più perché l’Unione corra ai ripari aggiustando un’immagine che, ammettiamolo, oggi appare meno forte rispetto a un anno fa.

Pubblicato il: 29.05.07
Modificato il: 29.05.07 alle ore 9.06   
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6042  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / ELEZIONI inserito:: Maggio 29, 2007, 10:02:33 pm
Chiamparino: «Lontani dalle domande del Nord»
Andrea Carugati


Sindaco Chiamparino, qual è il significato di questo voto?
«A me pare ci sia la conferma di un trend che da tempo vede queste realtà del Nord a maggioranza di centrodestra. Certamente un governo con troppe voci e con la prevalenza, almeno in apparenza, di quelle voci che dicono sempre dei no ha influito ma c’è una questione di fondo: queste realtà sentono poco vicine le persone di centrosinistra».

Cosa significa, in concreto, non sottovalutare?
«Nei panni del centrosinistra, del governo e anche di chi deve costruire il Pd farei uno sforzo che va persino oltre quello che ci dicono questi dati. Questa provincia padana esprime una realtà produttiva e sociale che dobbiamo rappresentare di più».

Al governo cosa dicono questi risultati?
«Deve recuperare una univocità di intenti e di messaggio. Dopo la crisi hanno approvato un dodecalogo, mi pare sia già finito in un cassetto. Al mattino sui giornali su ogni cosa si trovano dieci opinioni diverse: questo è letale. Soprattutto se avviene su questioni particolarmente rilevanti».

Le prime cose da fare per recuperare al Nord?
«Penso alle infrastrutture e al fisco: nelle aree più densamente abitate muoversi è il lavoro più duro. E sulla Tav la percezione che arriva è quella di una maggioranza incerta che non sa cosa fare. Sul fisco, nonostante il cuneo fiscale, è passata l’idea che non si sia fatto a sufficienza. Poi bisogna lavorare affinché queste aree, che non trovano sufficienti spazi di rappresentanza nel centrosinistra come è strutturato oggi, li possano trovare in un cambiamento del sistema politico, ad esempio in un Pd che nasca con una esplicita base federalista».

Finora i partiti dell’Unione sono stati federalisti?
«Assolutamente no. Questi partiti sono figli del centralismo e restano tali: ci si può girare intorno ma nella loro struttura antropologica c’è il centralismo».

Anche se a volte ci sono leader del Nord...
«Non è un problema di leadership, ma una questione strutturale».

Lei lo ha detto nei giorni scorsi che il Pd stava trascurando il Nord: ad esempio nella composizione del comitato promotore.
«Per carità, non perdiamo certo perché in quel comitato ci sono poche persone del Nord. È vero il contrario: è la composizione di quel comitato che riflette una distanza da certe realtà del nord. Questo è il problema e su questo terreno dobbiamo recuperare nelle prossime fasi di costruzione del Pd».

Pensa che un partito fortemente federale, come lo ipotizza Cacciari, possa essere una soluzione?
«È la strada per aprire spazi, il modo per offrire a queste aree che hanno un rapporto critico con il centrosinistra degli spazi in cui si possano rappresentare, individuare dei leader. Non è la sola strada da percorrere, ma è importante».

La lista del Nord per la costituente del Pd, da lei proposta, trae forza da questo voto?
«Se fare o no una lista dipenderà da molte cose, anche da quali saranno le altre liste in campo. Non c’è nessuna conseguenza meccanica, ma è importante che questa possibilità ci sia. Io credo che alla fine la lista si farà: sarebbe un modo per scombinare un po’gli schieramenti codificati tra Ds e Margherita».

Gli altri interlocutori che lei ha citato nei giorni scorsi, da Illy a Mercedes Bresso, si sono detti favorevoli alla sua proposta di una lista del Nord?
«Trovo un grande consenso sull’idea che si possa fare, poi bisognerà discutere di contenuti. Il punto su cui il consenso è unanime è l’ipotesi di una base federale dell’assemblea costituente: e cioè liste che possono presentarsi solo in un certo numero di regioni e collegi. Liste locali: nè localistiche nè centralistiche. Sto ricevendo molte telefonate di persone che mi dicono “è ora di fare qualcosa”. E se si apre una speranza poi bisogna stare attenti a non disilludere».

Come valuta la ripresa della Lega Nord?
«Vedo quello che è successo a Verona. Ma in Piemonte questo fenomeno non c’è, il contributo della Lega è marginale. A Cuneo, dove la Lega ha sempre avuto uno spazio, il sindaco uscente del centrosinistra vince bene. Insomma, bisogna stare attenti a non mescolare realtà diverse. A non fare di tutta l’erba un fascio».

Pubblicato il: 29.05.07
Modificato il: 29.05.07 alle ore 9.05   
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6043  Forum Pubblico / LA STORIA, LA POLITICA, LE CULTURE, di OGGI e di IERI. / Napolitano: moralità e rigore per superare la crisi della politica inserito:: Maggio 29, 2007, 09:58:12 pm
POLITICA

Il capo dello Stato interviene sul dibattito in corso esortando la classe dirigente

"Pensare in grande, contro le manovre opportunistiche"

Napolitano: moralità e rigore per superare la crisi della politica

 
AVELLINO - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita ad Avellino, ha aspettato che si chiudessero le elezioni amministrative per entrare in merito alla crisi che ha colpito il mondo politico italiano. Con parole semplici e chiare, il capo dello Stato rifiuta la "denuncia della crisi fine a se stessa" e ha chiesto impegno, da parte di tutti: forze politiche e forze sociali.

Intervenendo ad Avellino in occasione delle celebrazioni per i 60 anni dalla scomparsa del meridionalista Guido Dorso, Napolitano ha sottolineato l'opportunità di "trasmettere la lezione di moralità e di rigore di Dorso", lezione che definisce "ancora sferzante e stimolante, da cui possono trarre ispirazioni le giovani generazioni, nell'avvicinarsi alla politica per rinnovarla".

Per Napolitano si tratta di "un tema scottante, su cui avrò modo di tornare in questi giorni. Un tema che dovrebbe sollecitare una riflessione costruttiva non solo di tutte le componenti dello schieramento politico ma di tutte le componenti della società italiana".

Per il presidente della Repubblica, infatti, "la soluzione ai problemi, sia delle riforme istituzionali sia del rinnovamento della politica, può venire soltanto attraverso un impegno conseguente delle forze sociali, culturali e politiche" anche se significativamente aggiunge subito dopo: "In particolare, di quelle rappresentante in Parlamento, siano esse di maggioranza o di opposizione".

Avverte a tal proposito Napolitano: "Al di fuori di tutto ciò, c'è solo la denuncia che, perdendo il senso della misura, può anche diventare controproducente e pericolosa". Il capo dello Stato fa suo quello che definisce "l'insegnamento che resta di Dorso, al di là delle speranze e della realizzazioni" ovvero "pensare idealmente e in grande la politica, contro la piccola politica delle manovre opportunistiche".

(29 maggio 2007)

da repubblica.it
6044  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: POLITICA inserito:: Maggio 29, 2007, 09:56:45 pm
Pd, Pezzotta: «Non entro, non c'è posto per i cattolici»


Nel Pd non c'è posto per i cattolici. Lo dice Savino Pezzotta, ex segretario generale della Cisl e ora portavoce del Family day, in una intervista al Corriere della Sera. In Italia, osserva, «l'esigenza che ci sia una presenza organizzata dei cattolici in politica esiste, eccome» e «mi pare proprio che il Partito democratico, per come si sta costituendo, non dia una risposta». Pezzotta guarda con preoccupazione alla fine del cattolicesimo democratico di marca sturziana e degasperiana. Teme, lo dice «senza volersi contrapporre a nessuno» che le tradizioni dei popolari finiscano nello stesso "baule" con Antonio Gramsci. E invita i suoi amici "teodem" alla «prudenza», avendo trovato «sorprendenti» gli interventi di Barbara Pollastrini e Giuliano Amato alla conferenza sulla famiglia a Firenze. Lui con quest'anima laica non ha intenzione di "convivere" e si siede «sulla riva del fiume». Non entrerà nel Pd, un partito che a Pezzotta sarebbe piaciuto più come contenitore di tradizioni culturali diverse, ma che invece vede ora troppo venato di «intransigenza» laicista.

Quasi all'unisono sullo stesso argomento interviene anche Giuseppe Fioroni, membro del comitatone che promuoverà la costituente del Pd oltre che cattolico vicino all'area "teodem" e al Forum Famiglie di Pezzotta. Fioroni in una intervista al La Stampa sostiene che «nel Partito democratico i cattolici dovranno sentirsi a casa loro e non essere trattati come ospiti indesiderati». Insomma, anche lui la mette al futuro. E non è l'unica, indiretta ma chiara critica. Sulla leadership del nuovo partito Fioroni usa una metafora enogastronomica: «È l'ora di scoprire la qualità dei vini novelli e non soltando quella dei vini stagionati». O invecchiati, per dir meglio.

Per Fioroni «occorre meno tattica e più strategia, meno formule, regolamenti, meccanismi elettorali che non appassionano nessuno». Quanto al leader «sono d'accordo con Franceschini, occorre un leader e presto», che sia «espressione di una classe dirigente plurale». Fioroni vorrebbe dunque un leader "novello", «primus inter pares». E sul come arrivare all'assemblea costituente -che lui stesso insieme agli altri 44 del comitato promotore dovrà organizzare a cominciare dalle regole - annuncia: «Dovranno essere presentate liste legate a un leader e a un programma». Insomma, vere primarie. L'assemblea costituente del Pd è fissata per il 14 ottobre ma entro il 30 giugno il comitatone dovrà definire le regole. La proposta di agenda dettata da Dario Franceschini, vorrebbe che il 14 ottobre- appunto -ci fosse un vero "election day", che riguardasse anche la leadership, insomma. E su questa linea si sono trovati anche la dalemiana Anna Finocchiaro e Walter Veltroni. Ma non altrettanto il prodiano Giulio Santagata, che a Veltroni manda una risposta di sette righe, domenica, in cui scrive: «Sono certo che Walter Veltroni concorda sul fatto che spetta all'Assemblea Costituente decidere le modalità migliori per assicurare al partito gli organi capaci di garantire ad esso il più efficace coordinamento operativo sino al primo congresso». Come dire, il leader c'è e non c'è nessuna fretta di cambiarlo.

Nel frattempo il Pd acquista anche dei punti. Mauro Zani ex cofirmatario insieme a Gavino Angius della terza mozione al congresso Ds, non lascia per il momento la Quercia. L'europarlamentare bolognese ha infatti scelto di entrare nell'ufficio di presidenza dei Ds dell'Emilia. Farà parte dunque di in un organismo politico, non esecutivo. Ma la sua disponibilità a seguire il percorso di nascita del Pd, viene salutata dal segretario regionale Roberto Montanari come un «ritorno a casa», una «disponibilità ad accettare, pur con accenni critici, un percorso comune».

A tre giorni dal varo del «comitatone», Montanari raccoglie poi l'invito del sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, e proclama: «costruiamo subito i comitati per il Pd al livello comunale, provinciale, regionale». organismi che il segretario delinea con il 50% di volti «rosa».

Pubblicato il: 28.05.07
Modificato il: 29.05.07 alle ore 8.46   
© l'Unità.
6045  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: POLITICA inserito:: Maggio 29, 2007, 09:56:06 pm
POLITICA

L'INTERVISTA. Il leader della Quercia: non sottovalutiamo i segnali che arrivano dalla parte dinamica del Paese, il risultato non ci soddisfa

Fassino: "Il paese chiede una politica che decida"

di GOFFREDO DE MARCHIS

 ROMA - Lui dice centrosinistra. Mai governo.

Eppure il "campanello d'allarme" che viene dal Nord suona anche per Romano Prodi e la sua squadra.

Segretario Fassino, nella maggioranza non si canta vittoria, ma ci si accontenta del pareggio. È contento anche lei?
"No. È vero che la spallata non c'è stata, ma il voto non ci può soddisfare. Per carità, la nostra coalizione segna parecchi punti a favore. Penso al risultato di Agrigento e di tanti comuni siciliani importanti come Alcamo, Niscemi ed Erice strappati alla destra. C'è il risultato positivo de L'Aquila da anni città moderata, e di molte città abruzzesi. Guardo all'esito davvero sorprendente di Parma dove si va a un ballottaggio del tutto aperto, a Taranto, alla conferma di Frosinone. Sfioriamo la vittoria al primo turno a Piacenza e a Cuneo ci confermiamo in una piazza non semplice. E sottolineo i successi di Ancona, Carrara e delle città toscane. Dati significativi: dicono che l'Unione è in grado di intercettare esigenze e domande dell'opinione pubblica".

Allora da dove nasce la sua insoddisfazione?
"Il voto manifesta, senza dubbio, una criticità nel Nord del paese. Sono positivi i risultati della Vincenzi a Genova e di La Spezia, ma quando si perde ad Alessandria, Asti, Verona, Monza e Crema non si può vederlo soltanto come un campanello d'allarme di natura locale".

Quello che diceva il Cavaliere alla vigilia, subito smentito da Prodi.
"Diciamo che la politicizzazione del voto voluta da Berlusconi ha fatto presa soprattutto al Nord".

Perché?
"Perché nel Nord è più forte la crisi di fiducia dei cittadini nei confronti della politica. Il Nord è la parte più dinamica del Paese, è abituata a competere sui mercati esteri, a paragonare la propria vita con quella delle società con cui si confronta quotidianamente. È anche la parte più sensibile alle esigenze di modernizzazione e proprio per questo misura con maggior senso critico una politica che appare lenta, distante e sorda. E che soprattutto non sa decidere. Quegli elettori hanno visto che in Francia in tre settimane si è votato due volte, chi ha vinto ha fatto il governo in 48 ore con soli 15 ministri, metà dei quali donne. E confronta tutto questo con una politica italiana che dai Dico al tesoretto si divide su tutto. Lei non ha idea di che impatto negativo abbiano avuto nelle città settentrionali le immagini dei cumuli di immondizia di Napoli. Paradossalmente, più che a Napoli stessa. Quella massa di spazzatura è, agli occhi dei cittadini del Nord, incomprensibile. Ed è, soprattutto, la dimostrazione di uno stato incapace ed imbelle".

È il caso di ricordare che la Campania è governata da voi, dal centrosinistra. Come il Paese.
"Il punto è questo: le aree in cui si è manifestato lo spostamento a destra sono quelle dove è più diffuso quel tessuto di piccole e medie imprese, di lavoro autonomo, di professioni nuove e vecchie che in questi anni non si sono sentite riconosciute e rappresentate dalla politica. E continuano a sentirsi così perché neanche l'Unione è riuscita a dare segnali che dimostrassero la sua capacità di raccogliere le domande di quei mondi e di dare risposte".

E i risultati sbandierati dal governo Prodi in questi dodici mesi?
"Ci sono. C'è una politica economica che nei suoi indirizzi fondamentali è giusta. Tanto è vero che il deficit scende, il debito pubblico si riduce e la crescita è sostenuta. Alcuni ceti questa politica giusta l'hanno condivisa. Ma pensano di averla pagata in prima persona senza che a un risanamento oneroso seguisse immediatamente una politica d'investimenti, di innovazione, di riforme capace di giustificare quegli sforzi. I terreni su cui matura la questione settentrionale sono sempre gli stessi: fiscalità, autogoverno locale e federalismo, modernità delle infrastrutture e qualità di una pubblica amministrazione che viene spesso percepita come opprimente e parassitaria. E il grande tema della sicurezza. Nodi su cui la politica, anche la nostra, non ha fin qui dimostrato di avere il coraggio e la determinazione necessari".

Lei vuole risposte per i settori della società che secondo la sinistra radicale hanno già avuto troppo.
"Io dico che il voto pone l'esigenza di ascoltare queste domande. Intendiamoci, c'è anche un altro aspetto da valutare, di segno diverso. Riguarda il lavoro dipendente, soprattutto operaio, che in questi anni ha vissuto sulla propria pelle la precarizzazione, anche dei redditi, e che vive con angoscia la discussione sulle pensioni. È un nodo leggibile nel voto della provincia di Genova dove il centrosinistra va al ballottaggio dopo tanti anni di successi al primo turno. Insomma, le amministrative sono un campanello d'allarme per l'Unione. Che va ascoltato e analizzato con grande lucidità".

Berlusconi vi propone la via più semplice: le dimissioni del governo.
"Questo voto non chiede al governo di andare a casa. Piuttosto gli elettori vogliono che chi guida il Paese si rimbocchi le maniche. Se l'esito delle amministrative fosse l'apertura di una crisi la gente si allontanerebbe ancora di più dalla politica".

Con questi risultati quindi il centrosinistra non smorza la denuncia di Montezemolo?
"No. Anzi. Credo che abbia pesato ciò che Montezemolo ha detto all'assemblea di Confindustria. Non a caso lo smottamento è avvenuto in quelle aree dove la presenza imprenditoriale è forte. A maggior ragione confermo il mio commento alle sue parole: guai a fare spallucce, a girare la testa dall'altra parte. Esprimevano lo stato d'animo di una parte del Paese che ieri ha scelto a destra, ma in altri momenti ha votato per noi".

Il Partito democratico è una risposta?
"Il voto è un'ulteriore sollecitazione a fare il Pd. A patto che sia all'altezza della domanda di cambiamento, di innovazione e di modernità".

E non serve subito un leader per dare un profilo al Partito democratico, come chiedono in molti?
"Se pensiamo di risolvere le questioni aperte dai risultati di ieri con un dibattito sulla guida del Pd, siamo fritti. Perché i cittadini di Varese vogliono sapere quando facciamo la Pedemontana e gli imprenditori del Nord Est quando gli riduciamo le tasse. Non rispondiamo al Nord in modo "romano" pensando che tutto si risolve nel politicismo di un confronto sulla leadership. Parliamo delle domande vere e dei problemi veri che la società settentrionale ci pone. E diamo delle risposte. In fretta, per favore".

(29 maggio 2007) 
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