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6031  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO INVESTIGATIVO E D'INCHIESTA. / EUGENIO SCALFARI. Lei è già stato corrotto? Non ancora, ma se c'è vita, c'è ... inserito:: Novembre 09, 2015, 05:05:07 pm
Lei è già stato corrotto? Non ancora, ma se c'è vita, c'è speranza

Di EUGENIO SCALFARI
08 novembre 2015
   
SUL NOSTRO giornale di ieri Marc Lazar ha scritto un articolo di grande interesse intitolato "Il virus dell'antipolitica e il rischio autoritario". Il 3 novembre Ilvo Diamanti ne aveva scritto un altro dal titolo "La controdemocrazia". Tuttavia entrambi affrontano lo stesso tema, desumendolo dall'orientamento della pubblica opinione che si manifesta da qualche anno in tutti i paesi europei senza alcuna eccezione: la gente è stufa dei partiti politici.

In Italia, in particolare, nei sondaggi, già da tre anni e forse anche più, viene negata quella fiducia nei partiti dal 97 per cento degli interpellati, e solo il 3 per cento dunque concede il proprio consenso. Di fatto significa fiducia nei partiti zero.

Ho affrontato anche io questo tema molte volte, insieme ad altri osservatori, tra i quali appunto Diamanti e Lazar, ma ora quel tema ha assunto caratteristiche che stanno generando comportamenti abbastanza diversi l'uno dall'altro. La negazione della fiducia ai partiti può infatti avere come effetto le seguenti decisioni da parte dei cittadini che messi insieme costituiscono il cosiddetto popolo sovrano: 1: astensione dal voto. 2: voto in favore di movimenti o partiti che si oppongono senza eccezione alla situazione politica esistente ma non propongono alternative concrete. 3: odio verso la democrazia e consenso ad un leader che ha o mira di avere pieni poteri. 4: odio verso ogni fase di immigrazione e misure per impedire l'accesso. 5: desiderio d'una rivoluzione che mandi a gambe all'aria tutte le istituzioni.

Ma non con il voto, bensì con la violenza rivoluzionaria, per instaurare al loro posto una dittatura di sinistra radicale oppure di destra reazionaria, soluzioni che del resto si sono verificate in Europa nella prima metà del Novecento in Russia, in Italia, in Germania, in Spagna, in Portogallo, in Irlanda, in Ungheria, in Serbia, in Grecia, cioè di fatto in tutta Europa con le sole eccezioni di Francia e Inghilterra.

Questa fu la parte più tragica della nostra recente storia, ma ora si stanno creando condizioni che in qualche modo ci riportano ad una fase che rimette in discussione la democrazia, sia pure (e per fortuna) senza quei pericoli di estrema tragedia che caratterizzarono l'epoca del fascismo, del bolscevismo, del nazismo, del franchismo, del salazarismo e delle dittature militari.

Questa nuova fase coinvolge, anche questa volta, molti paesi europei, ciascuno con proprie caratteristiche ma tutti in presenza di una situazione mondiale totalmente diversa da quella novecentesca: la società globale, le grandi potenze continentali, la tecnologia estremamente avanzata, un capitalismo strutturalmente diverso da quello di mezzo secolo fa.

Ma poiché ogni paese ha le sue proprie caratteristiche e i suoi propri problemi, esaminiamo ora la situazione italiana che direttamente ci interessa, senza mai dimenticare però che facciamo parte dell'Europa e dei suoi specifici problemi.

***

Ho più volte scritto che il nostro paese politicamente è caratterizzato da un forte partito di centro, con alle ali formazioni sbriciolate che hanno quote di potere molto modeste. Questa situazione non esiste in nessun altro paese europeo dove governano partiti di destra oppure di sinistra mentre il centro praticamente non esiste.
Il Partito democratico renziano sostiene, nel cerchio magico del suo segretario Matteo Renzi, che il Pd è un partito di centrosinistra e anche la minoranza di Bersani e di Cuperlo lo sostiene, ma non è così. Il famigerato partito della Nazione è ormai il partito renziano e il governo che ne risulta  -  guidato appunto dal partito renziano  -  gestisce quella situazione centrista che esiste soltanto in Italia.

Renzi, segretario e premier, riscuote un notevole consenso nella pubblica opinione, è bravo, sa parlare, persegue e in parte attua riforme. La sua parola d'ordine è: "cambiamento". Governa da solo.

Quest'ultimo particolare gli procura quella notevole fiducia di cui gode proprio perché molti italiani detestano i partiti e molti se ne infischiano perfino della democrazia. Dunque: scarsa fiducia al Pd, molta fiducia al premier. È un fatto strano? Certamente lo è, ma questa è la situazione. Del resto non è una novità, in Italia è avvenuto spesso e l'esempio più recente è stato Berlusconi: per vent'anni  -  sia pure con alcune interruzioni  -  ha avuto un consenso personale di massa. Nel suo caso il partito Forza Italia di fatto non esisteva sul territorio, non faceva quasi mai congressi, gli organi collegiali non avevano alcun peso, Berlusconi decideva tutto, consultando non più d'una dozzina di persone.

In questo il caso di Renzi presenta una notevole differenza: il Partito democratico esiste e lui in qualche modo deve tenerne conto. La cosa strana è proprio in questa contraddizione: lui comanda da solo come premier e in quanto tale gode di ampio consenso dei cittadini, ma ha dietro di sé un partito che riscuote assai minore fiducia ma è quello che gli assicura il potere parlamentare. Alla Camera con una maggioranza assoluta, ottenuta con una legge elettorale fornita di un premio; al Senato invece ha bisogno di altri voti perché non c'è premio e la sua minoranza spesso gli vota contro; Renzi la contrasta ottenendo i voti d'una parte della destra che sale sul carro vincente.

Comunque, dover gestire un partito o pezzi di partiti non è il forte di Renzi e mette comunque in discussione quel comandare da solo che sta bene a molti italiani ma non ai partiti che gli si oppongono in Parlamento né alla sua minoranza. Per questo ha abolito il Senato, dove elettoralmente non esiste il premio di maggioranza. Ha vinto per il rotto della cuffia riuscendo ad ottenere anche il voto della sua minoranza teoricamente dissidente ma di fatto consenziente avendo ottenuto molto poco in contropartita.

Tuttavia le elezioni ancora esistono, la democrazia c'è ancora, sia pure in forma alquanto attenuata. Ci sono elezioni amministrative imminenti ed ecco che si sta facendo largo una tentazione del tutto nuova nella fervida mente di Renzi: ricorrere a figure indipendenti dai partiti, funzionari dello Stato (prefetti), tecnici di provata competenza, manager di importanti imprese. Per ora è una tentazione, peraltro abbastanza comprensibile e forse perfino buona. In un capitalismo nuovo e in un mercato che esercita un peso notevole, l'esperto proveniente da una classe dirigente basata sulla competenza non è una soluzione da scartare.

Ma ci sono anche altri fattori da considerare, anche questi dovuti al peso del capitale, della società globale, da un'Europa confederata, guidata dai ventotto paesi che la compongono. Questi fatti richiedono governi che decidano rapidamente, dotati pertanto di poteri forti. Richiedono un esecutivo assai più potente del legislativo e un comandare da soli abbastanza diffuso. Una situazione del genere dà a Renzi una valida motivazione (o se volete una valida giustificazione) al suo potere tendenzialmente autoritario. Questo significa condannare a morte la democrazia, al di là delle apparenze? Significa allinearsi all'astensione di molti italiani o alla simpatia di molti altri verso un potere personale e autoritario?

No, così non si può e non si deve fare per chi sente la necessità che l'interesse generale sia tutelato e quello personale giustificato ma controllato.
La strada da seguire è abbastanza chiara, se non facile, in un paese come il nostro. Occorre rafforzare i contropoteri che già esistono e crearne anche altri la cui funzione non dipenda da chi esercita a piena forza il potere esecutivo personalizzato.

La Corte costituzionale dovrebbe essere eletta in un modo diverso, individuando i suoi grandi elettori non tanto nel Parlamento quanto nel presidente della Repubblica, nei magistrati della Cassazione e in quelli della magistratura amministrativa e del Consiglio superiore della magistratura.

Un nuovo organo di controllo dovrebbe essere istituito, che esercitasse tale controllo sulla coerenza, l'efficacia e la legalità dell'azione di governo, affidando i risultati del proprio lavoro al presidente della Repubblica, al presidente della Camera e ai senatori o deputati nominati dal capo dello Stato. Pareri non vincolanti ma resi pubblici e nelle mani di presidenti di istituzioni dotate di prerogative costituzionali.

Insomma un esecutivo personale e dotato di poteri forti per essere controllato da un organismo neutrale e terzista, che assicuri una funzione moderna della democrazia.

Naturalmente bisognerebbe anche puntare sulla trasformazione dell'Europa da Confederazione in federazione. Tutte le forze vive e consapevoli dovrebbero battersi per questo obiettivo e così dovrebbero operare le istituzioni che hanno il diritto di farlo. Includo tra queste ovviamente il presidente della Repubblica, il presidente della Camera e quello del Senato (fin quando esisterà), il presidente del Consiglio (che però non lo farà perché non vuole essere declassato). Ma anche gli organi di stampa e i "media" in generale, che condividano questo obiettivo e lo accreditino nella pubblica opinione. Ci vorrebbe un'intesa tra i "media" di tutta Europa che condividano l'evoluzione europea; un'intesa che di fatto realizzi un fronte di stampa e televisione europeista che stimoli efficacemente istituzioni, opinione pubblica, forze sociali ed economiche su quell'obiettivo degli Stati Uniti d'Europa che non è soltanto opportuno ma indispensabile.

***

Nel frattempo un'istituzione e in particolare una persona ci sono e già stanno operando su questa linea. La Banca centrale europea e il suo presidente Mario Draghi.

Il presidente della Bce ha pronunciato due discorsi nei giorni scorsi, uno a Francoforte, giovedì e l'altro il giorno seguente all'Università Cattolica di Milano, dinanzi ad un folto pubblico di economisti, operatori finanziari, rappresentanti e manager di imprese e anche di una nutrita rappresentanza studentesca. Ha affrontato il tema della debolezza dei prezzi dovuta ad un'inflazione troppo bassa ma le sue affermazioni più importanti sono state tre.

La prima riguarda la sua decisione di proporre a tutti i paesi europei, anche a quelli che sono fuori dall'Eurozona, di garantire i depositi bancari di tutti i 28 paesi. Una garanzia che la Germania ha già (ma non ufficialmente) respinto, ma che gli altri e la Commissione europea hanno (non ufficialmente) visto con favore. Uno dei membri della Commissione, per convincere la Germania, ha anche proposto una riassicurazione da parte della Bce, garantita dal suo portafoglio titoli. Insomma la discussione è aperta è sarà affrontata tra pochi giorni.

La seconda: Draghi ha affermato che sono soprattutto i giovani a soffrire di più della mancata occupazione stabile e quindi privi di speranze del futuro. "A questa situazione bisogna che con urgenza i governi interessati mettano riparo".

La terza infine è del tutto eccezionale: "La Bce ha preservato l'integrità della moneta, ha raggiunto la quasi parità del tasso di cambio euro-dollaro con notevole incoraggiamento delle esportazioni europee verso l'area del dollaro. Ma questi risultati non sono sufficienti a raggiungere prosperità e piena occupazione. L'Europa ha bisogno di un nuovo patto per impedire che la crisi si ripresenti e deve rafforzare l'architrave istituzionale dell'euro senza ritardi ingiustificati e dandosi un'agenda celermente definita".

Da queste parole e dagli interventi effettuati si vede che Draghi vola alto ed ha in mente un obiettivo politico molto preciso, usando gli strumenti in suo possesso monetari e finanziari. Ha in mente un obiettivo politico ma vede anche la necessità che quest'operazione compia un salto vero e proprio in avanti. Un nuovo patto politico, questa è la sua definizione. Forse un'Europa a due velocità? Sarebbe un modo per smuovere la Germania e agganciare sempre di più all'Ue i paesi fuori dall'euro.

Vedremo in futuro. Intanto è cominciato il processo a "Mafia Capitale" e sono stati repressi o indagati molti altri casi di corruzione che riguardano perfino ufficiali della Guardia di Finanza, questori, funzionari pubblici e, in Vaticano, vescovi ed altre cariche religiose. "Dalle stelle alle stalle". Oppure, come dice Altan nel suo disegno pubblicato nell'ultimo numero dell'Espresso facendo parlare due suoi personaggi: "Lei è già stato corrotto?", dice uno, e l'altro risponde: "Non ancora, ma finché c'è vita c'è speranza".

© Riproduzione riservata
08 novembre 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/11/08/news/lei_e_gia_ancora_corrotto_non_ancora_ma_se_c_e_vita_c_e_speranza-126872169/?ref=HRER2-1
6032  Forum Pubblico / ITALIA VALORI e DISVALORI / Alessandro Barbera. La spesa per la salute è sotto controllo ma gli sprechi ... inserito:: Novembre 09, 2015, 04:56:03 pm
La spesa per la salute è sotto controllo ma gli sprechi negli uffici salgono del 40%
In Molise, Calabria, Campania e Lazio gli esborsi per beni e servizi in rialzo dal 200 al 340%.
Consulenze, convegni e immobili, i costi più alti. Il governo chiederà di tagliarli del 5%
La spesa pubblica e privata 2014 ha assorbito il 9,2% del Pil, appena un decimale meno della media europea


05/11/2015
Alessandro Barbera
ROMA

«C’è un’esigenza generale di migliorare l’efficienza delle Regioni». Il ministro del Tesoro Padoan non prende posizione sulla polemica in corso, ma - dice- «mi limito ad osservare che in alcuni casi c’è una efficienza più elevata, e mi sembra quasi di buon senso immaginare una convergenza verso le buone pratiche di chi è lontano», visto che «sono adottate e quindi adottabili dalle altre». Il titolare di Via XX settembre contesta le «critiche selettive», sulle singole misure avanzate da Bankitalia e Corte dei Conti e ribadisce che non si fanno passi indietro sulla lotta all’evasione. Infine il debito: «Dopo otto anni di aumento il rapporto tra debito e Pil scenderà dal 2016 ed è previsto in continuo calo». 

Ronald Reagan amava dire «abbi fiducia, ma verifica». A forza di assistere al rituale del governo che taglia e delle Regioni che si lamentano, il lettore potrebbe essere assalito da un dubbio: che abbiano ragione i Chiamparino, i Maroni, gli Zaia? Il dubbio è legittimo, tutto dipende dall’angolo di osservazione. Prendiamo la sanità: pur avendo fatto marcia indietro sugli aumenti promessi, dal 2000 a oggi i trasferimenti sono aumentati di oltre il 60 per cento. Eppure quel numero non dice granché. Occorre considerare l’inflazione, il tasso di invecchiamento della popolazione, la qualità dei servizi. Prendiamo allora un indicatore più chiaro: l’andamento della spesa in percentuale alla ricchezza prodotta dal Paese. Se il metro è questo non si può sostenere che la sanità italiana sia fra le più costose: la spesa pubblica e privata nel 2014 ha assorbito il 9,2 per cento del Pil, appena un decimale in meno della media europea e della Grecia. In termini assoluti erano 110 miliardi quest’anno, saranno almeno 111 l’anno prossimo. Poiché il bilancio dello Stato ne vale oltre 800, dedicare un ottavo delle nostre tasse alla salute è un compromesso ancora accettabile. Ma allora perché i governi di ogni colore tartassano le Regioni? 

 I CONTI NON TORNANO 
Una tabella dell’ultimo rapporto della Corte dei Conti lo spiega bene: se prendiamo la spesa totale - quella corrente, per gli investimenti, il pagamento dei debiti arretrati, e i trasferimenti che le stesse Regioni fanno a Province e Comuni - scopriamo che fra il 2011 e il 2014 è salita di ben dieci miliardi di euro: da 201 a 211 miliardi di euro, quasi il 5 per cento in più. In mezzo a questo turbinio di trasferimenti - ricorda il rapporto - il governo Monti ha peraltro distribuito 45 miliardi per il pagamento dei debiti arretrati. Soldi - denuncia la Corte dei Conti - spesso usati per fare altro. Il Piemonte quest’anno ha un bilancio in rosso per sei miliardi di euro e senza un decreto del governo (arriverà a giorni) finirebbe in dissesto.

LE ALTRE SPESE 
Intendiamoci: non è che anni e anni di tagli lineari non abbiano prodotto alcun effetto. La tabella per studi, consulenze, indagini e gettoni di presenza dice ad esempio che fatta eccezione per Liguria (+25 per cento), Marche (+18 per cento) e Abruzzo (+11 per cento) e lo striminzito calo in Calabria (-3 per cento) tutte le Regioni dal 2011 in poi segnano (sulla carta) un taglio a due cifre. La tabella sull’andamento dell’intera spesa corrente, escluse sanità e investimenti, ci riporta alla dura realtà. Quella è la voce che indica meglio di ogni altra quanto ci costa tenere in piedi le Regioni: nel 2014 hanno speso poco meno di 36 miliardi di euro, 1,3 in più del 2011. È un aumento del 3,8 per cento, tutto sommato accettabile. Per inciso, con la manovra per il 2016 il governo gli chiede di rinunciare a circa 1,8 miliardi di quella spesa, il 5 per cento del totale. 

GLI SPRECHI 
Indovinate ora dove sono concentrati i rincari? Ebbene sì, «spesa di acquisti per beni e servizi». Fra il 2011 e il 2014 è salita da 5,1 a 7,2 miliardi, il 40 per cento in più. Se nel triennio quella voce è scesa quasi del 30 per cento in Valle D’Aosta, del 13 in Emilia e dell’11 a Bolzano ed è salita solo del tre per cento in Piemonte, nel Molise è volata del 341 per cento, in Calabria del 286 per cento, in Campania del 200 per cento, in Lazio del 194 per cento. E cosa c’è dentro la voce «beni e servizi»? Fra gli altri, «studi, consulenze, indagini e gettoni di presenza», ma anche «combustibili», «cancelleria», «manifestazioni e convegni», «manutenzione di immobili». A proposito di immobili, basti qui citare un aneddoto su una delle amministrazioni considerate fra le più efficienti: da uno studio di Salvatore Vassallo sull’organizzazione della Regione Emilia è emerso che i dipendenti e consulenti in servizio nella sola Bologna, oggi sparsi in otto uffici (otto), potrebbero essere concentrati negli spazi delle due torri della sede centrale, nel quartiere della Fiera. Una norma di legge gli chiede di farlo dal 2011. 

Twitter @alexbarbera 

Da - http://www.lastampa.it/2015/11/05/economia/la-spesa-per-la-salute-sotto-controllo-ma-gli-sprechi-negli-uffici-salgono-del-3D3u1A5LCY3GuUhWAqJVMO/pagina.html
6033  Forum Pubblico / ARLECCHINO C'E' dal 1995 nel Web. / ARLECCHINO C'E'... Jacopo Fo, ma in Mozambico non ero io inserito:: Novembre 09, 2015, 04:54:08 pm
Jacopo Fo: «In Mozambico ho incontrato Arlecchino»

A cura di Eni Foundation

«Mai avrei pensato di trovare Arlecchino in Mozambico, invece…». Jacopo Fo racconta che, lavorando al progetto il Teatro fa bene per Eni Foundation, si è imbattuto in Trickster, una figura comica teatrale per molti versi assimilabile al nostro Arlecchino. Il Mozambico non è affatto arretrato dal punto di vista teatrale: nel solo distretto di Palma, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, una delle zone più difficili del paese, su 25 mila abitanti operano più di 20 compagnie teatrali.

«È la loro unica fonte di informazione – spiega Fo – non hanno energia elettrica, dormono per terra, non sempre mangiano, ma assistono alle rappresentazioni teatrali dove vengono informati di ciò che accade non solo nel mondo, ma anche nei villaggi vicini». E per questo, per la sua facile comunicazione e penetrazione tra i villaggi, che Eni Foundation ha pensato al teatro come mezzo di comunicazione per trasmettere alla popolazione del distretto di Palma, conoscenze su buone pratiche igienico-sanitarie e alimentari, con particolare riguardo alla maternità e alla cura dei neonati, in un modo più efficace di quanto consentano le forme di divulgazione tradizionali. Nella zona Eni Foundation, anche con la collaborazione di Cuamm, Medici con l’Africa, attraverso la ristrutturazione e la costruzione di presidi sanitari, garantisce un’assistenza sanitaria di qualità ma - a causa del retaggio di secoli di colonialismo - c’è ancora diffidenza verso la medicina occidentale e le strutture moderne, spesso le medicine ricevute vengono buttate.

«Per questo motivo siamo stati invitati dai medici che lavorano sul campo a immaginare la possibilità di fare attraverso il teatro un discorso che dia maggiore informazione sulla validità della medicina moderna». Così è stato fatto un vero e proprio casting tra un centinaio di attori: ne sono stati scelti 7 che parlassero sia portoghese sia swahili, la lingua franca in quella zona dell’Africa, soprattutto quella più parlata e compresa nei villaggi lontani dalle grandi città.

«Sono venuti in Italia e assieme abbiamo scritto il testo, cercando un canone comico che facesse ridere in Mozambico, senza imporre la nostra comicità. Ci hanno raccontato le loro storie, le loro esperienze, le trame degli spettacoli più conosciuti nel loro paese e abbiamo scoperto che la comicità è uguale alla nostra: il gioco delle parti, i fraintendimenti, il grottesco e, soprattutto l’esistenza di Trickster, il loro Arlecchino. Così abbiamo scritto un testo comico, dove tra i personaggi c’è una donna che deve partorire e un medico, e dove – tra le risate - si veicola la giusta e corretta informazione sanitaria. Attenzione, però, il tutto senza sbeffeggiare o sminuire le loro tradizioni: non solo nella commedia ma anche nella realtà, cioè nelle strutture sanitarie di Eni Foundation, si è riusciti a fare un’integrazione tra medicina tradizionale e medicina moderna; cioè tra i medici e i curandeiros locali, gli sciamani. Trovo che sia stata un’impresa colossale».

Lo spettacolo debutta tra poco a Maputo, la capitale del Mozambico, e poi sarà rappresentato nei villaggi del distretto di Palma ma - visto che è recitato in swahili - non è escluso che possa anche uscire dai confini del Mozambico. «Perché in Africa – conclude Jacopo Fo - l’informazione sanitaria non è mai abbastanza».

I CONTENUTI DI QUESTO ARTICOLO SONO STATI PRODOTTI DA ENI FOUNDATION

29 ottobre 2015 (modifica il 29 ottobre 2015 | 11:30)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/native-adv/eni-foundation-01.shtml
6034  Forum Pubblico / AUTORI. Altre firme. / ILVO DIAMANTI - Il forzaleghismo al test ballottaggio: la sfida ai democratici inserito:: Novembre 09, 2015, 04:51:31 pm
Il forzaleghismo al test ballottaggio: la sfida ai democratici in 4 punti
Nel sondaggio Demos la "finalissima" Renzi-Salvini ha un esito netto a favore del centrosinistra.
Ma con l'asse Lega-Forza Italia la partita è sul filo.
Perché in quel caso si muoverebbero un quarto degli astenuti al primo turno


Di ILVO DIAMANTI
09 novembre 2015
   
La manifestazione che si è svolta ieri a Bologna ha saldato l'intesa tra Lega e Forza Italia. Tra Salvini e Berlusconi. Nonostante le incertezze delle ultime settimane, quando pareva che Berlusconi non avrebbe partecipato. Nonostante le polemiche interne ai partiti, soprattutto in Forza Italia. Nonostante tutto: Salvini e Berlusconi si sono presentati insieme. A marcare l'identità del Soggetto Politico Forza-leghista. O, meglio, Lega-forzista. Perché molti commentatori hanno visto in questa manifestazione una sorta di sottomissione di Berlusconi e di FI alla "nuova" destra, riunita da Salvini a Bologna. Dov'era presente anche Giorgia Meloni con i suoi Fratelli d'Italia. D'altronde, Salvini aveva scelto di non esibire marchi, né bandiere di partito. Perché, come ha ribadito dal palco, a Piazza Maggiore: "Qui nasce qualcosa di nuovo guidato da noi". E, quindi, da lui. Da parte sua, Silvio Berlusconi non pare intenzionato a farsi da parte. Ha, infatti, scandito, in modo inequivocabile: ‘Con Matteo, Giorgia e il ritorno di Silvio non ce ne sarà più per nessuno''. Sollevando fra i militanti presenti più di qualche dissenso. D'altronde, i rapporti fra i gruppi dirigenti e la base dei due partiti non sono mai stati particolarmente caldi. Troppo diversi, per storia e identità. La Lega: sorta come partito "dei" Nord. Radicato nelle classi popolari e nel lavoro autonomo. Indipendentista. Organizzata sul territorio. Identificata e rappresentata dalla figura del leader. Umberto Bossi.

Forza Italia. Partito "personale", inventato e costruito da Silvio Berlusconi. A immagine del "capo". Imprenditore mediale. Proprietario del principale gruppo televisivo privato. Oltre che di aziende del settore immobiliare, finanziario, pubblicitario. Forza Italia: ha attratto il voto dei ceti popolari, oltre che dalla piccola borghesia. Ma, soprattutto, ha occupato lo spazio lasciato vuoto dai partiti di governo dopo la fine della (cosiddetta) Prima Repubblica. Intercettando la sfiducia politica, diffusa in Italia, dopo Tangentopoli. Berlusconi. Ha coalizzato soggetti politici per molti versi lontani. Accomunati anche dal radicamento nel Nord. A Milano e nel Lombardo-Veneto. E dal sentimento (anti)politico. Berlusconi: ha canalizzato il voto dei "poli esclusi" (come li ha definiti Piero Ignazi). La Lega nel Nord, la Destra nel Sud. Li ha trasformati in maggioranza di governo. Per quanto instabile. Perché le componenti anti- politiche di questi gruppi dirigenti ostacolavano la "continuità".

Lo stesso problema, in fondo, si ripropone oggi. Anche se molto è cambiato, da allora. La Lega di Salvini ha, ormai, raggiunto Forza Italia, sul piano elettorale (almeno, nei sondaggi). Soprattutto, a causa del declino di Berlusconi e del suo partito personale. Ma anche per l'ascesa, parallela, della Lega, che Salvini ha trasformato in un soggetto politico di destra. Personalizzato. Xenofobo e antieuropeo. Che mira a espandersi a Centro-Sud. "Noi con Salvini". Una Ligue Nationale, sulle tracce del FN di Marine Le Pen. Anche se è difficile, per Salvini, affermarsi davvero su base Nationale. Perché, comunque, la storia nordista del suo partito gli impedisce di sfondare a Sud. E perché la Lega di Salvini è percepita dagli elettori come un soggetto anti-politico, più che politico. La nuova legge elettorale, l'Italicum, fatta approvare da Renzi, accentua queste difficoltà. Lo possiamo verificare dalle stime ricavate dal sondaggio di Demos di alcune settimane fa.

In caso di ballottaggio, infatti, la Lega Nord non sembra avere possibilità di successo. Risulta, infatti, distanziata di quasi 20 punti dal PD di Renzi. Il PdR. Oltre ai propri elettori, infatti, nel secondo turno potrebbe intercettare il consenso di 6 elettori di FI su 10. Mentre gli altri sceglierebbero il PdR oppure l'astensione. Otterrebbe, inoltre, il voto di quasi 3 elettori su 10 del M5s. E di un terzo di coloro che, al primo turno, si asterrebbero. Mentre raccoglierebbe poco o nulla dagli elettori dei partiti di Centro -  e di Centro-Destra. Troppo poco per ambire alla vittoria. Lo scenario, però, cambierebbe in modo significativo se Salvini e Berlusconi, Lega e Forza Italia, si presentassero uniti. Sotto le bandiere del Lega-forzismo, parafrasando la formula coniata da Edmondo Berselli, circa dieci anni fa. Allora diverrebbero sicuramente più competitivi. Secondo le stime di Demos (ottobre 2015), il PdR sarebbe ancora avanti. Ma di poco: 52% a 48%. Ciò significa: una partita apertissima e incerta. Il maggiore differenziale di consensi, rispetto alla Lega solitaria, giungerebbe, appunto, dalla base elettorale di FI.

Il Nuovo Soggetto Lega-Forzista otterrebbe anche il 27% degli astenuti del primo turno. E "convertirebbe" un quarto degli elettori del M5s. Infine, esprimerebbe maggiore capacità di attrazione verso gli altri partiti di Destra e, in qualche misura, di Centro. Ma, al di là delle dinamiche dei flussi, contano le dinamiche politiche. La Lega di Salvini, come prima quella di Bossi, fatica a legittimarsi come soggetto di governo. A intercettare il voto dei moderati. A causa di un linguaggio e un messaggio sempre più estremi. Il contrario della strategia condotta da Marine Le Pen in Francia. Così, Berlusconi, per quanto indebolito, diventa, come in passato, un lasciapassare. Un "mediatore". Perché è la figura che ha contrassegnato la politica italiana degli ultimi vent'anni. Il Berlusconismo: il marchio di un'epoca che continua, ancora oggi, a proiettare i suoi riflessi.

Naturalmente, si tratta di un passaggio complicato. Anche se i due partiti condividono circa metà del loro bacino di simpatizzanti, non è detto che farli marciare dietro alla stessa bandiera e allo stesso leader possa funzionare. Oggi, questa via è intrapresa non per confidenza, ma per - reciproca -convenienza. Per "stato di necessità". Domani è un altro giorno: si vedrà.
 
© Riproduzione riservata
09 novembre 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/11/09/news/il_forzaleghismo_al_test_ballottaggio_la_sfida_ai_democratici_in_4_punti-126937849/?ref=HRER2-1
6035  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO INVESTIGATIVO E D'INCHIESTA. / Angelo PANEBIANCO. Tocca anche a noi Il terrore (e qualche risposta) inserito:: Novembre 09, 2015, 04:50:08 pm
Tocca anche a noi
Il terrore (e qualche risposta)

Di Angelo Panebianco

Vivere al tempo del terrorismo. Sembra quasi certo che sia stata una bomba a fare esplodere sul Sinai l’aereo russo che riportava a casa i turisti da Sharm el Sheikh. Ma se anche così non fosse (se anche, a dispetto degli indizi, fosse stato un incidente), non avrebbe più molta importanza: lo Stato islamico, l’organizzazione che al momento batte qualunque altra per capacità propagandistica, e che si è attribuito - ufficialmente per rappresaglia contro la presenza militare russa al fianco della Siria - la responsabilità dell’attentato, ha ottenuto una vittoria (contro l’Egitto). Il presidente Putin, bloccando i voli russi per quel Paese, ha fatto ad Al Sisi, il nuovo rais, una richiesta che sembra un ultimatum: rimetti sotto controllo il Sinai, riporta la sicurezza negli aeroporti e nei cieli o pagherai un conto economico salato. Se Al Sisi vuole continuare a usare il rapporto con i russi per non ritrovarsi alla mercé degli americani, dovrà darsi molto da fare. Magari anche chiedendo l’aiuto degli israeliani per tentare di riprendere il controllo del Sinai. Nonostante i tentativi egiziani di negare l’attentato, la mossa russa, che segue la cancellazione dei voli per Sharm decisa da molte compagnie europee, colpisce al cuore l’industria turistica egiziana. Rimediare non sarà facile. Il Califfato si è dunque aggiudicato il round .
Contro lo Stato islamico le chiacchiere sono tante ma i fatti degni di nota pochissimi. Più il tempo passa, più sarà arduo toglierlo di mezzo. È difficile che l’inerzia americana termini prima che ci sia un cambio della guardia alla Casa Bianca .
Per conseguenza è quindi difficile che la grande (sulla carta) coalizione contro il Califfato riesca a sconfiggerlo. Nato dalla confluenza di due Stati in cui i sunniti erano sottomessi agli sciiti da sempre (Siria) o dal momento della fine di Saddam Hussein (Iraq), lo Stato islamico, con la sua stessa esistenza, segnala l’impossibilità di tornare alla situazione precedente, quella di Stati artificiali i cui confini vennero tracciati nel ventesimo secolo dalle potenze europee. E se così è, il quesito diventa: sarà possibile che in quell’area i sunniti riescano a darsi un regime e un volto diversi da quelli dello Stato islamico, rinunciando al radicalismo e alla guerra santa? Se anche questo prima o poi accadrà, dovrà comunque passare molto tempo.

Nel frattempo, il mondo sarà costretto a convivere a lungo con una minaccia ancor più grave di quella a suo tempo rappresentata da Bin Laden e da Al Qaeda. Si tratti di giustiziare con spettacolare ferocia gli infedeli, schiavizzare migliaia di donne, distruggere patrimoni artistici, resistere sul terreno a una coalizione che se esistesse di fatto, e non solo nominalmente, dovrebbe averlo già spazzato via da un pezzo, lo Stato islamico continua a fare proseliti e a far sognare giovani musulmani insoddisfatti della propria condizione in ogni parte del mondo. Eccellenti qualità propagandistiche a parte, per il solo fatto di durare, dimostrando la sua capacità di resistere ai nemici, lo Stato islamico diventa un moltiplicatore di minacce terroriste.
Come sempre è avvenuto quando le minacce si fanno gravi è la libertà che ci va di mezzo. Non solo la libertà di movimento ma anche quella libertà - dai controlli del governo - che le democrazie liberali ben funzionanti un tempo tutelavano. Danilo Taino (sull’ultimo numero di Sette , il supplemento settimanale del Corriere ) elenca varie proposte di legge avanzate in Germania, Austria, Finlandia e altri Paesi, tese a limitare la privacy e a rendere pervasivi i controlli governativi sui cittadini in funzione antiterrorismo. Lasciamo da parte il fatto che da noi, in Italia, quelle proposte di legge non possono fare una grande impressione: la nostra infatti, retorica a parte, è una democrazia poco liberale nella quale gli abusi delle intercettazioni giudiziarie hanno da tanto tempo spazzato via il diritto alla privacy . Specificità italiana a parte, resta però vero, come scrive Taino, che le minacce spingono a rinunciare a molte libertà le quali, in seguito, quando la minaccia sarà svanita, diventerà difficile riprendersi.


L’alternativa è purtroppo chiara: o si riesce a riportare a livelli relativamente bassi la minaccia oppure sarà difficile impedire una sensibile contrazione degli spazi di libertà. Anche in un Paese apparentemente spensierato come il nostro non si potrà continuare a fingere a lungo che il problema non ci riguardi. Un campanello d’allarme deve pur suonare anche in Italia nel momento in cui fallisce la mediazione dell’inviato dell’Onu Bernardino León in Libia, e il León medesimo, nella costernazione (si spera almeno che siano costernati) di coloro che qui da noi tanto mitizzano l’Onu, va a farsi stipendiare dagli Emirati, una delle parti in causa nel pasticcio libico.

A partire da novembre, Roma dovrà vedersela con il Giubileo straordinario voluto da papa Francesco. Il Giubileo precedente, quello del 2000, fu gestito con successo dallo Stato italiano e dal Comune di Roma in accordo con il Vaticano. Allora però non c’erano i problemi di sicurezza di oggi. Persino un Paese spensierato dovrebbe rendersene conto.

8 novembre 2015 (modifica il 8 novembre 2015 | 08:18)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_novembre_08/terrore-qualche-risposta-3de0fcc6-85e8-11e5-af91-bb1507114fbb.shtml
6036  Forum Pubblico / AUTRICI e OPINIONISTE. / Antonella BACCARO. Mineo e le frasi sessiste, dov’è finito il progressista ... inserito:: Novembre 07, 2015, 10:01:15 pm
Il commento
Mineo e le frasi sessiste, dov’è finito il progressista delle battaglie civili?
Il linguaggio allusivo del senatore-giornalista («lui sa che io so»), ovvero il pettegolezzo come arma dialettica


Di Antonella Baccaro

A un esperto di comunicazione, come Corradino Mineo, che da una vita fa un uso professionale delle parole, non si può concedere nemmeno il beneficio del dubbio. Quando lui dice, come ha fatto ieri rivolgendosi a Matteo Renzi, «lui sa che io so», dobbiamo credere che voleva esprimersi proprio così. Cioè con un’espressione tipica di ambienti in cui l’allusione è usata come strumento di minaccia. E il pettegolezzo, come arma dialettica. Non propriamente un agone politico di primo piano, dove invece correttezza vuole che ci si esprima con chiarezza su temi di interesse generale.

A un uomo di sinistra, come Corradino Mineo, che da una vita è schierato in prima linea in tutte le battaglie civili, tra cui quelle sulla parità tra i sessi, non si può consentire nemmeno l’attenuante (per così dire) di essere portatore di un pensiero retrogrado. Quando lui parla, come ha fatto ieri di subalternità alle donne come se questo fosse un insulto, una diminutio, qualcosa che degrada l’uomo e debilita in particolare quello che governa, rilancia un modo di pensare oscurantista e sessista che vorremmo venisse considerato per quello che è: un’aberrazione.

Si può anche essere molto arrabbiati, si può credere di avere subito molte ingiustizie ma il modo di rivendicare la propria ragione è sostanza e dice molto della persona che così si difende. In questo caso vogliamo pensare che il giornalista e il politico si siano spinti un po’ oltre. E che delle scuse gioverebbero anche alla causa, quale che sia, che in futuro vorrà pubblicamente sostenere.

5 novembre 2015 (modifica il 5 novembre 2015 | 09:49)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_novembre_05/mineo-frasi-sessiste-dov-finito-progressista-battaglie-civili-61155db4-8399-11e5-8754-dc886b8dbd7a.shtml
6037  Forum Pubblico / NOI, CITTADINI e POPOLAZIONE avversari della PARTITOCRAZIA. / Legge di Stabilità, i dubbi dei tecnici su tagli a sanità e Regioni e blocco... inserito:: Novembre 07, 2015, 09:59:32 pm
Legge di Stabilità, i dubbi dei tecnici su tagli a sanità e Regioni e blocco turnover: “A rischio livelli minimi di servizio”
Il dossier degli esperti di Camera e Senato spiega che compensare l'eliminazione di Imu e Tasi con l’aumento del fondo di solidarietà comunale "può determinare un irrigidimento dei bilanci" dei Comuni.
Punti di domanda anche sui ricavi dal rientro dei capitali e dal canone in bolletta. "Impossibile" valutare le conseguenze dell'innalzamento del tetto al contante


Di F. Q. | 2 novembre 2015

La stretta sul turnover nella pubblica amministrazione mette a rischio i livelli minimi dei servizi forniti ai cittadini. E i tagli da 17 miliardi di tagli in tre anni imposti alle Regioni potrebbero rivelarsi non praticabili. Ma suscita dubbi anche il mancato aumento dei fondi per la sanità e non mancano gli interrogativi sugli effetti dell’abolizione della Tasi, dell’Imu agricola e di quella sugli imbullonati per le casse dei Comuni, sul gettito che potrà effettivamente arrivare dal canone Rai in bolletta e sulla praticabilità di ulteriori sforbiciate ai patronati. A mettere in fila tutte le perplessità sui contenuti della legge di Stabilità sono i tecnici di Camera e Senato, in un corposo dossier reso pubblico nel giorno in cui la manovra inizia il proprio iter a Palazzo Madama. Il servizio Bilancio alza invece le braccia davanti all’innalzamento da mille a 3mila euro del tetto all’uso del contante: “non appare allo stato possibile formulare valutazioni precise e fondate in merito alle conseguenze sui saldi di finanza pubblica”, visto “il reiterarsi degli interventi in materia nel breve periodo ed il loro procedere in direzioni talvolta contrapposte” e “in assenza di valutazioni specifiche in merito all’impatto finanziario della misura”.

Con il blocco dei reclutamenti difficile garantire i livelli minimi di servizio – La Stabilità prevede che la pubblica amministrazione nel 2016, 2017 e 2018 possa spendere per le nuove assunzioni solo il 25% dei risparmi conseguiti l’anno precedente. Un “irrigidimento “, notano i tecnici, sulla cui “effettiva e piena sostenibilità” servirebbero “adeguate rassicurazioni”, visto che “negli anni più recenti, le amministrazioni hanno subito già un blocco drastico dei reclutamenti che potrebbe averle già messe nella condizione di non poter assicurare i livelli minimi di servizio “. Discorso simile per quanto riguarda la stretta sugli acquisti: nel dossier si evidenzia che andrebbe verificata la “comprimibilità” delle spese “e quindi la realizzabilità dei risparmi attesi”: c’è il rischio che “l’innalzamento dei risparmi da conseguire nel 2015 e dal 2016, risulti incompatibile” con i “fabbisogni necessari ad assicurare i livelli minimi di funzionamento”. In materia di pubblico impiego, riguardo allo stanziamento da 300 milioni per il rinnovo dei contratti degli statali “la relazione tecnica si limita ad indicare l’importo annuo lordo destinato al finanziamento degli aggiornamenti economici del personale cosiddetto “contrattualizzato”, distintamente da quello invece destinato al personale non contrattualizzato”, ma “sarebbe utile acquisire una prima stima dell’importo pro capite, lordo e netto, e in ragione mensile ed annua, degli incrementi retributivi che saranno consentiti”.

Il governo deve valutare la “praticabilità” dei 17 miliardi di tagli alle regioni – Nel triennio 2017-2019 “viene chiesto complessivamente alle regioni di conseguire nuovi risparmi per oltre 17 miliardi di euro“, notano i tecnici. Uno sforzo talmente titanico che “sarebbe utile una valutazione del governo in merito alla sua effettiva praticabilità”. I margini sono “ristretti”, perché i governatori sono “tenuti all’erogazione del contributo nel rispetto del finanziamento dei livelli essenziali di assistenza” in sanità. Tanto più, ricorda il servizio Bilancio, che già con il decreto Irpef dello scorso anno, “i cui effetti non sembrano venuti meno”, si è chiesto “un contributo” alle Regioni, cui si sommeranno “gli ulteriori risparmi di spesa che dovrebbero discendere dall’applicazione della regola del pareggio di bilancio“. Un ulteriore problema deriva poi dal fatto che le Regioni sono tenute ad accollarsi le funzioni non fondamentali di Province e Città metropolitane. “Tale circostanza potrebbe determinare in capo alle Regioni l’assunzione di oneri pur in assenza delle dovute risorse a copertura, con possibili effetti sugli equilibri di bilancio dell’ente”, scrivono i tecnici. Sul fronte delle società partecipate, poi, servono “approfondimenti” per quanto riguarda le “cinque fasce di limite massimo retributivo” previste per gli amministratori, dirigenti e dipendenti” e sulla “platea dei soggetti coinvolti con un’indicazione di massima dei possibili effetti di risparmio “.

Rischio di “tensioni” per la sanità. Sotto la lente le sforbiciate ai patronati – Per quanto riguarda il sistema sanitario, il documento rileva che il livello del Fondo per il 2016 era già stato “ridotto in misura pari a circa 2,5 miliardi di euro rispetto al tendenziale a legislazione vigente”. Di conseguenza “l’ulteriore decremento” nel 2016 “potrebbe creare tensioni lungo tale linea di finanziamento”. Tuttavia, viene evidenziato che “in valore assoluto la dotazione del Fondo sanitario nazionale crescerà di circa 1,3 miliardi rispetto al 2015 e che la centralizzazione delle procedure di acquisto di beni e servizi, prevista dall’articolo 31 del provvedimento, dovrebbe consentire la razionalizzazione di tale voce di spesa, facilitando il conseguimento di risparmi “. Andrebbe poi “attentamente ponderata la effettiva praticabilità di ulteriori riduzioni degli stanziamenti” per i patronati, per i quali la manovra riduce i fondi di 48 milioni, “alla luce dei ripetuti interventi già operati in precedenza sul medesimo stanziamento”.

Con taglio Tasi meno spazio di manovra per i sindaci – Quanto all’eliminazione della Tasi e dell’Imu agricola, non basta che i sindaci siano stati compensati con fondi equivalenti a quanto perderanno: questa scelta “può determinare un irrigidimento dei bilanci in quanto si limita la possibilità di manovra dei Comuni a valere sulle proprie entrate, a scapito della voce maggiormente rigida e fissa del fondo in esame”. In più, si legge nel documento, “andrebbe chiarito” se “l’utilizzo delle disponibilità in conto residui iscritte in bilancio per l’anno 2015, relative al Fondo per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili, per 390 milioni di euro, non determina l’alterazione di effetti d’impatto già scontati nei tendenziali di spesa”. In aggiunta, appaiono sottostimate le minori entrate che deriveranno dall’esenzione dei macchinari imbullonati dall’Imu: “Il valore di minor gettito complessivo, indicato in 530 milioni di euro, sembra approssimare per difetto l’importo della perdita di gettito che nella sua componente complessiva, nonché suddivisa in Imu e Tasi, fornisce una stima totale pari a circa 603 milioni di euro”, si legge nel dossier. I tecnici stimano invece “una perdita di gettito totale, a solo titolo di Imu, pari a circa 806 milioni di euro“.

Sul canone in bolletta rischio contenziosi - Non convince nemmeno la quantificazione del gettito atteso dal pagamento del canone Rai in bolletta. Nel dossier si richiedono dati “aggiornati in tema di evasione/inadempimento e morosità” sia del canone sia della bolletta elettrica, per “escludere eventuali ricadute sul gettito in dipendenza del grado di morosità nel pagamento delle utenze elettriche”. I tecnici, inoltre, chiedono di poter vedere le analisi in base alle quali è stato deciso di abbassare il canone da 113,5 euro a 100. “Sarebbe utile – sottolinea il servizio Bilancio – poter disporre della stima operata in merito, anche al fine di verificare se sia tenuto conto dell’impatto, sul gettito atteso, di eventuali contenziosi in relazione ad incertezze applicative che potrebbero derivare dalla nuova presunzione legale di possesso di apparecchio televisivo e dagli obblighi posti a carico di soggetti privati e non privi di rilevanza economica”, si legge nel dossier.

I dubbi sulle coperture – Infine non mancano i punti di domanda sulle coperture. Per quanto riguarda gli introiti della voluntary disclosure, la stima fatta nella relazione tecnica della Stabilità “non parrebbe avallata dalla previsione di una clausola di salvaguardia (un aumento delle accise su alcol e tabacco, ndr) che, di per sé, palesa il rischio che possano verificarsi scostamenti (in tutto o in parte) rispetto alla previsione di dette entrate”. “Appaiono quindi necessarie – scrivono i tecnici – maggiori informazioni in merito. In ogni caso si rappresenta che la prevista clausola di salvaguardia appare necessaria in ottica prudenziale” ma “si evidenzia che la materia delle accise è stata interessata da diversi interventi normativi recenti che, in alcuni casi, per far fronte agli oneri finanziari pluriennali associati, hanno disposto anche rimodulazioni delle aliquote, da determinarsi in futuro con provvedimenti attuativi e con impatto in esercizi finanziari a venire, in relazione ad obiettivi di gettito prefissati da conseguire”. Non convince neanche la stima sul gettito che dovrebbe arrivare dall’aumento del prelievo sui giochi: gli effetti finanziari si basano sul presupposto che “l’ammontare di raccolta che ha avuto luogo nell’anno 2014 sia destinato a rimanere costante nel triennio 2016-2018, pur in presenza del previsto aumento del Preu (prelievo erariale unico, ndr). In assenza di specifiche motivazioni atte a supportare tale assunto, si rileva che tale andamento non appare affatto certo”.

Clausole di salvaguardia basate su valutazioni superate - Quanto alle clausole di salvaguardia, cioè l’aumento automatico di Iva e accise che scatterà dal 2017 se il governo non troverà coperture alternative, “si osserva che l’impatto finanziario delle rimodulazioni delle aliquote si basa sulle stime operate nelle relazioni tecniche associate ai provvedimenti originari” e “la quantificazione, nella parte in cui assume il dato come costante nel tempo, non parrebbe tener conto dell’impatto che la significativa variazione delle aliquote Iva a regime (l’aliquota Iva ordinaria passa dal 22 al 25% e quella ridotta dal 10% al 13%) potrebbe determinare sulla domanda di acquisto dei beni per i quali l’imposta trova applicazione, e conseguentemente sul gettito atteso”. Un punto certo non secondario, visto che “la manovra riguarderà prezzi di beni e servizi relativi a quasi l’80% della spesa per consumi”.

Di F. Q. | 2 novembre 2015

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/02/legge-stabilita-dubbi-dei-tecnici-da-tagli-sanita-eliminazione-tasi-e-imu-agricola/2180695/
6038  Forum Pubblico / AUTRICI e OPINIONISTE. / Fiorenza SARZANINI. Vaticano, nell’inchiesta sui corvi spunta anche un ex ... inserito:: Novembre 07, 2015, 09:57:35 pm
Le carte
Vaticano, nell’inchiesta sui corvi spunta anche un ex giornalista Rai
Già responsabile di Rai International, ora è funzionario a Palazzo Chigi.
Lavora nella segreteria di Gozi ed è consulente di Nardella


Di Fiorenza Sarzanini

Ci sono altri nomi nell’indagine sui «corvi» del Vaticano. Persone che avevano un legame stretto con Francesca Chaouqui e suo marito Corrado Lanino. Ma anche con numerosi alti prelati finiti al centro degli accertamenti sui documenti trafugati, primo fra tutti monsignor Lucio Angel Vallejo Balda, tuttora in stato d’arresto per ordine delle autorità giudiziarie della Santa Sede. Sono sospettati di aver avuto un ruolo proprio nella veicolazione delle carte segrete. Tra loro, il giornalista Mario Benotti, ex responsabile di Rai International e adesso funzionario di Palazzo Chigi perché nominato capo della segreteria del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi. Non solo. Da maggio è stato scelto come consulente del sindaco di Firenze Dario Nardella per i rapporti con le confessioni per il dialogo interreligioso. È coinvolto nell’inchiesta della procura di Terni che procede per i reati di intrusione informatica ed estorsione. Ed è sotto controllo nell’ambito degli accertamenti affidati alla gendarmeria vaticana. Si allargano dunque le verifiche sulle «spie» e sui ricatti che sarebbero stati compiuti grazie alla conoscenza di informazioni riservate. E si allunga l’elenco dei casi finiti «sotto osservazione». Uno riguarda i lavori di ristrutturazione dell’appartamento del cardinale Tarcisio Bertone che, si è scoperto, sono stati pagati due volte.

Intrusioni abusive
Chaouqui si conferma figura chiave dell’inchiesta che sta facendo tremare le gerarchie vaticane. Perché l’indagine sulla tela tessuta nel corso degli anni coinvolgendo politici, imprenditori, giornalisti, alti prelati dimostra che i rapporti servivano soprattutto a ottenere vantaggi professionali ed economici. Proprio in questo quadro si inserisce Benotti che, questa è l’accusa, sarebbe stato al corrente dell’acquisizione abusiva di alcuni atti grazie alle intrusioni nei sistemi informatici. Le intercettazioni tra i due fanno emergere un legame stretto e l’utilizzo dei documenti e delle informazioni per fare «pressioni» e così avere incarichi e favori. Il fascicolo di Terni sarà trasmesso a Roma per competenza la prossima settimana, ma numerosi elementi sono già a disposizione della gendarmeria, anche perché sul dissesto della Curia della cittadina umbra, all’epoca guidata da monsignor Vincenzo Paglia, era stata avviata un’inchiesta amministrativa. Adesso bisognerà però scoprire in quali ambiti siano stati sfruttati gli atti segreti, tenendo conto che il giornalista lavora a Palazzo Chigi, ma collabora anche con l ‘Osservatore Romano , è docente a la Sapienza e alla Temple University di Filadelfia. E in passato è stato consigliere della banca popolare di Spoleto.

I ricatti sullo Ior
Dopo la nomina alla Cosea, la Commissione referente per lo studio dei problemi economici e amministrativi voluta da papa Francesco, Chaouqui aveva a disposizione i dossier sulla gestione economica e finanziaria della Santa Sede, compresi quelli sullo Ior e sui conti cifrati. Le verifiche svolte finora hanno accertato che non tutte le carte trafugate sono contenute nei libri pubblicati nei giorni scorsi. Che uso ne è stato fatto? Nella girandola di contatti Chaouqui millantava di aver una soluzione per ogni problema, come quando si è proposta a monsignor Paglia proprio per aiutarlo a risanare i conti della Curia. Con il prelato aveva contatti assidui. Ieri, dopo aver respinto le accuse della magistratura di Terni «perché non ho mai compiuto un’intrusione abusiva in 15 anni di professione», il marito si è detto «pronto a spiegare ogni cosa». E tra le circostanze da chiarire ci sono proprio i rapporti con Benotti, le richieste e gli accordi presi attraverso sua moglie.

La casa di Bertone
Uno dei dossier rubati e poi «venduti» riguarda la ristrutturazione dell’appartamento del cardinale Bertone, il prezzo altissimo dei lavori che alla fine ha superato i 300mila euro. Nei giorni scorsi l’alto prelato ha smentito che i costi siano stati addebitati all’ospedale Bambin Gesù dichiarando di aver pagato di tasca propria la ditta Castelli dopo aver ricevuto la richiesta del Governatorato. L’indagine svolta dalle autorità della Santa Sede rivela invece che l’impresa ha recapitato due fatture: una al Governatorato e una all’ospedale. Entrambe risultano pagate per un totale che supera i 500mila euro.

7 novembre 2015 | 09:29
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Da - http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_novembre_07/vaticano-nell-inchiesta-corvi-spunta-anche-ex-giornalista-rai-81a70916-8528-11e5-8384-eb7cd0191544.shtml
6039  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO INVESTIGATIVO E D'INCHIESTA. / ALDO CAZZULLO. Forza Italia e l’alleato inevitabile inserito:: Novembre 07, 2015, 09:55:49 pm
Il rapporto con Salvini
Forza Italia e l’alleato inevitabile
Con il centro presidiato da Renzi, Berlusconi è «obbligato» a cercare Salvini

Di Aldo Cazzullo

Ma perché dovrebbe stupire, scandalizzare, dividere Forza Italia - o quel che ne resta -, il fatto che Berlusconi vada nella piazza della Lega a Bologna? Era il caso di montare uno psicodramma? Non vale neppure la pena rispondere a chi sta cercando di creare un clima da luglio 1960: è evidente che qualsiasi forza politica democratica ha diritto di espressione in qualsiasi città; e proprio da Bologna, con una manifestazione dal titolo molto esplicito, Grillo lanciò la sua rincorsa al 25 per cento. Più interessante è capire perché desti meraviglia e acrimonia, anche dentro Forza Italia, la circostanza che il fondatore manifesti con la Lega.

Non c’è dubbio che, se dovesse scegliere un commensale o un compagno di vacanze, Berlusconi preferirebbe Renzi a Salvini. Ma, dopo la fine delle larghe intese e dopo la rottura del patto del Nazareno, l’alleanza con i leghisti e la ricostruzione del centrodestra è per lui la via obbligata. Ogni leader politico ha uno schema in testa. E con quello gioca la sua partita. Lo schema di Berlusconi fin dal ‘94 è sempre stato unire tutti gli oppositori della sinistra, dai moderati ai radicali, senza arretrare di fronte a nulla: il Bossi secessionista, il Fini secondo cui Mussolini era il più grande statista del Novecento, e poi gruppuscoli e personaggi anche meno significativi. Non si vede perché non dovrebbe cercare anche ora l’alleanza con una Lega in salute, oltretutto in un momento in cui Salvini sembra aver rinunciato, almeno a parole, alla scorciatoia populista - l’uscita dall’euro, la guerra a Berlino e a Bruxelles - che la svolta greca ha dimostrato impraticabile.

Berlusconi rischia di sottomettersi a Salvini? Ma il consenso ormai è lì, lì ormai - anche a causa degli errori di questi anni - sono i suoi elettori, non al centro, presidiato da Renzi: un’area in cui sarà molto difficile che partitini nati da operazioni di Palazzo si trasformino in una forza politica autonoma e competitiva alle elezioni. E, se vuole conservare un ruolo di raccordo, Berlusconi deve stare dov’è il consenso; tentando di orientarlo in una prospettiva ragionevole di opposizione e di alternanza, anziché verso una deriva antisistema. Che poi nel ruolo di trait d’union che fu di Tremonti ci sia oggi il suo arcinemico Brunetta - grande sostenitore della flat tax, l’aliquota unica proposta dal Carroccio - è solo un’apparente bizzarria che conferma la regola della politica italiana degli ultimi vent’anni.

Non è impossibile che sia proprio la Lega a esprimere il candidato premier del centrodestra. Anche la Cdu - mutato il molto che c’è da mutare - nel 1998 lasciò che corresse per la cancelleria il capo degli alleati bavaresi della Csu: Stoiber però fu travolto dal socialdemocratico Schröder, il cui slogan era appunto «Die Neue Mitte», il nuovo Centro. Al di là della dimostrazione di forza a Bologna, per Salvini un ballottaggio contro Renzi sarebbe ostico; tanto più che il suo sbarco al Sud per ora è fallito, perché la Lega Sud non può nascere come una sottomarca di un prodotto del Nord. Ma se Salvini e Berlusconi trovassero insieme un uomo davvero nuovo, credibile e fuori dai giochi, come è stato Brugnaro per Venezia, allora l’esito finale potrebbe riaprirsi; perché il centrodestra in Italia ha una riserva di voti più ampia, e non è scontato che lo schema di Renzi - giocarsi la partita a tutto campo, ponendosi non come antiberlusconiano ma come postberlusconiano - porti i voti necessari a compensare l’emorragia a sinistra. Restare accanto alla Lega, per ricostruire un’alleanza credibile in futuro per il governo del Paese: al di là delle intemperanze verbali che certo ascolteremo domani da piazza Maggiore, Berlusconi non ha prospettive diverse da questa.

7 novembre 2015 (modifica il 7 novembre 2015 | 07:45)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_novembre_07/forza-italia-l-alleato-inevitabile-b4bfa78a-8515-11e5-8384-eb7cd0191544.shtml
6040  Forum Pubblico / AUTRICI e OPINIONISTE. / Susanna Turco Meteore dissidenti e promesse mancate: qualcuno ha visto questi.. inserito:: Novembre 07, 2015, 09:54:32 pm
Analisi
Meteore, dissidenti e promesse mancate: qualcuno ha visto questi onorevoli?
Morani, Moretti, Picierno e Bonafè nel Pd, Capezzone e Minzolini a destra, gli ex 5 stelle Currò e Rizzetto.
E poi ancora tanti altri. C'è stato un momento in cui il dibattito politico ruotava solo intorno a loro.
E adesso sembrano scomparsi


Di Susanna Turco
06 novembre 2015

Un Parlamento di meteore. Grandi o piccole come granelli di sabbia. Veloci come bolidi, oppure più lente: visibili giusto per il tempo del loro incendiarsi, dopo l’impatto con la notorietà o con il leader di turno, poi basta. Alcune magari torneranno a illuminare le prime pagine, chissà. Dipende.

Sta di fatto che mai come in questi anni, il fenomeno dello sciame di meteore è massiccio. Sarà anche colpa di un Parlamento sbilenco e inedito: nel quale il Pd è quello selezionato da Bersani, ma governa con Renzi; dove il centrodestra è entrato unito, per poi dissolversi nei tanti rivoli della decadenza berlusconiana; o i Cinque stelle, naïve delle Camere, hanno aperto la scatoletta di tonno della loro prima selezione sul campo.

Nell’insieme, comunque, non pochi. Come in una specie di Spoon River della rilevanza, giusto per cominciare dal Pd ci si può chiedere che fine abbia fatto una come Alessia Morani. Iniziale notorietà per un tatuaggio sul piede, poi responsabile giustizia del Pd, tanta tv e qualche gaffe, infine l’approdo alla vicepresidenza del gruppo alla Camera e la sostanziale sparizione. Una parabola terrificante, quasi brutale.

E Simona Bonafè? Lanciata in orbita per le europee, agguantò un record di preferenze: oltre 288 mila, terza arrivata, prima tra le donne. Poi basta: come se non ci fosse. Eppure, era una delle fedelissime di Renzi, se la batteva con la Boschi e ne usciva persino meglio di lei. Sparita pure Pina Picierno, la terzina di sfondamento che esibiva i propri scontrini in tv, pur di dimostrare che gli ottanta euro di Renzi avrebbero cambiato la vita agli italiani. Alessandra Moretti? La sua scia luminosa è stata più lunga: prima con Bersani, responsabile della comunicazione poi renziana in lizza alle europee (230 mila preferenze, arrivò quarta) quindi in corsa per la Regione Veneto. Incarico per il quale ha mollato l’europarlamento. Dopo il flop contro Zaia, quasi nulla: fa la capogruppo dem in regione, dopo aver auspicato un profonda analisi nel partito sulle ragioni della sconfitta, e aver chiarito che un po’ è dipeso anche da look castigato da ferroviera.

C’è poi la massa sempre crescente dei cosiddetti dissidenti. Si illuminano più forte via via che si avvicinano all’annuncio di una scissione: poi si scindono (o decidono di non scindersi) ed entrano nell’emisfero nero. Che fine ha fatto Roberto Speranza? La grande partita del rinnovamento nella continuità, nel Pd, pareva potersi reggere sull’aria da ragazzino dell’uomo scelto da Bersani per fare il capogruppo alla Camera. Invece, poi, ci si è messa di mezzo la battaglia sull’Italicum: all’annuncio delle sue dimissioni di protesta, Renzi invece di aprire il “dibattito”, ha alzato le spalle ed è andato oltre.

Adesso, come certi grandi amici che si son persi di vista, ci si accorge che Speranza non è più tanto in giro solo quando capita di incrociarlo. Non poi tanto dissimile la parabola di Pippo Civati. Grande promessa dell’anti-Renzismo, da quando non sta nello stesso partito del suo antagonista filosofico, ha perso motivazione, si è come dissolto. Ma non è sparito. Certo, perché poi non tutte le meteore si dissolvono: alcune arrivano a terra, salvo diventare invisibili nel tratto terminale del percorso. E’ il cosiddetto “volo buio”. Una categoria cui si può dire appartenga Miguel Gotor: dopo sei mesi passati a parlare di derive autocratiche, è sparito. Sta ancora ben là, pronto a rispuntare, chissà quando.

In Forza Italia e dintorni, per non entrare nei casi meteoritici delle giovani promesse che paiono già bruciate prima di cominciare (vedasi Silvia Sardone e i fratelli Zappacosta), si hanno pure casi di “volo buio”. Dieci mesi fa, in piena epoca di elezioni quirinalizie, impazzava il duo Raffaele Fitto e Daniele Capezzone. Sembravano i padroni prossimi venturi del centrodestra. E invece si sono scissi e hanno smesso di diventare determinanti.

Spariti, fino al prossimo giro almeno. E che fine ha fatto Augusto Minzolini? L’ex direttorissimo del Tg1 dettava la linea nel partito di Berlusconi: poi si è fatto via via sempre più dissidente, fino a cadere nell’ombra. Maleficio oscuro sembra quello che ha avvolto Mario Mauro. Già possibile delfino di Berlusconi, poi montiano, quindi saggio di Napolitano e ministro con Letta, infine perno del Parlamento: fu estromesso dalla commissione Affari costituzionali, dopo che il suo voto era stato determinante per far passare l’ordine del giorno di Calderoli sulla riforma del Senato. Parlò di “purghe renziane”, poi finì a Gal. Le ultime notizie, a cercarle, lo danno partecipante al cosiddetto “gruppo di Rovereto”, insieme con Antonio Fazio, Raffaele Bonanni e Mario Tassone.

Perché poi fino a poco tempo fa, diciamolo, era più semplice. Se ti eri conquistato la tua fama, che fossi un Razzi o al contrario un Follini, poi nessuno ti toglieva il ruolo, almeno fino alla fine della legislatura. Finché c’era la poltrona, c’era lo spazio. Adesso, al contrario, la poltrona resta: è semmai la sua incidenza a sparire. E soprattutto, la faccenda si brucia in tempi rapidissimi, fulminei. Meteoritici, appunto.

La cosa prende un suo giro particolare tra i grillini. Qui il caso è un po’ diverso: entrati con lo slogan dell’uno vale uno, i Cinque stelle hanno attraversato il processo di selezione della classe dirigente quando erano già in Parlamento. Per questa via, si sono perse le tracce ad esempio di Vito Crimi, uno dei primi volti pentastellati quando insieme con Roberta Lombardi si incaricò da capogruppo delle estenuanti consultazioni di Bersani.

Pareva lui quello con più cartucce, e invece. Ma ci sono anche casi di promesse mancate: a inizio legislatura i bookmaker puntavano parecchio su Marta Grande da Civitavecchia, in predicato addirittura per diventare presidente della Camera, prima di svanire nella quotidianità parlamentare. Ci sono quindi i casi dei mezzi leader, la cui incidenza va in combinato disposto con la critica al capo: per mesi pareva che il futuro dei Cinque stelle dipendessero dalle mosse di Tommaso Currò o di Walter Rizzetto. Poi Currò è entrato nel Pd, Grillo ha fatto il direttorio con Di Maio e Di Battista, e molti saluti.

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06 novembre 2015

Da - http://espresso.repubblica.it/palazzo/2015/11/06/news/meteore-dissidenti-e-promesse-mancate-qualcuno-ha-visto-questi-onorevoli-1.237589?ref=HRBZ-1
6041  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO INVESTIGATIVO E D'INCHIESTA. / Dario DI VICO - Le scelte di Confindustria Quella sfida ai sindacati che ... inserito:: Novembre 07, 2015, 09:52:35 pm
Le scelte di Confindustria
Quella sfida ai sindacati che riguarda anche il capitale
La fase che si è aperta contiene l’opportunità di riformulare la pratica della rappresentanza e di metterla in sintonia con i mutamenti, ma anche il rischio di restare a metà del guado con aziende scettiche e il sindacato più ostile

Di Dario Di Vico

In teoria l’ultimo scorcio di una presidenza dovrebbe rappresentare per la Confindustria una stagione di ordinaria navigazione e, invece, a qualche mese dal suo avvicendamento Giorgio Squinzi si trova a gestire una fase di straordinaria discontinuità. Che, come è scontato che sia, contiene opportunità e rischi. L’opportunità è quella di riformulare la pratica della rappresentanza delle imprese e di metterla in sintonia con i mutamenti dell’economia post-crisi, il rischio è di rimanere a metà del guado con imprese scettiche e sindacato ancor più ostile. A spingere il gruppo dirigente confindustriale sulla strada della discontinuità è stato, sul piano della cronaca spicciola, l’atteggiamento irriducibile della coppia Barbagallo-Camusso ma se guardiamo alla sostanza dei problemi troviamo alla radice della svolta una certa insoddisfazione verso il tran tran, cresciuta in questi anni nelle associazioni territoriali più vivaci, in parallelo alla volontà di interpretare il sentimento delle aziende-lepri. Quelle che corrono per il mondo e potrebbero maturare l’idea dell’inutilità della rappresentanza. Quindi voler leggere le ultime mosse di Squinzi con la vecchia metafora della colomba diventata falco - per di più in zona Cesarini - è riduttivo, in gioco c’è un potenziale salto di qualità della cultura associativa d’impresa. Che non può essere più quella di sette anni fa, la Grande Crisi se ha cambiato molti dei meccanismi di funzionamento dell’economia reale non poteva, infatti, lasciare inalterata la rappresentanza.

Un dirigente sindacale leggendo queste parole potrà obiettare che non ci dovrebbe essere bisogno di passare da un azzeramento seppur temporaneo del rapporto con Cgil-Cisl-Uil per costruire un associazionismo di qualità. E invece, nella situazione data, è proprio così ma non per colpa degli industriali. La verità è che quello che una volta era il monopolio sindacale della tutela del lavoro oggi è diventato uno spazio contendibile. Nelle aziende globali è l’imprenditore a farsi avanti e a sfidare Cgil-Cisl-Uil, tra i facchini della logistica sono i Cobas, nel terziario metropolitano delle partite Iva è la Rete. In questa grande trasformazione dell’economia e del lavoro sarebbe un guaio se gli industriali restassero con le mani in mano, caso mai sarebbe auspicabile che anche i sindacati dessero prova di altrettanto coraggio e volontà di innovazione. Quando conosceremo il decalogo delle regole che Squinzi ha annunciato potremo valutare con maggiore precisione quanto la Confindustria sia cosciente di ciò che le sta accadendo intorno e quali sono i percorsi che propone, è chiaro comunque che allontanare la contrattazione da Roma e portarla più vicino al mercato e alle persone è una conditio sine qua non per tentare di armonizzare rappresentanza ed economia post-crisi.

Francamente non credo, come pure è stato scritto, che Squinzi stia facendo tutto questo per portare acqua al mulino di Matteo Renzi. Penso che in Confindustria ci si sia resi conto da tempo che il premier ha messo nel mirino i corpi intermedi (anche) per ampliare la tradizionale constituency elettorale del centrosinistra e di conseguenza si sia maturata in Viale dell’Astronomia la convinzione che star fermi sarebbe, quella sì, una scelta complice. Con rappresentanze giurassiche la comunicazione guizzante del premier va, e andrebbe ancora per lungo tempo, a nozze.

Mettendo in discussione le vecchie relazioni industriali Squinzi però deve sapere che si genera un effetto-domino su altri capitoli del rapporto tra la rappresentanza e gli associati. Prendiamo, ad esempio, un tema altrettanto cruciale: la dimensione delle imprese. E’ possibile continuare a sottovalutare come questo sia uno dei passaggi ineludibili per rimettere in corsa il sistema-Italia nella competizione globale? Un’associazione meno concentrata sulla gestione dei contratti nazionali di lavoro dovrà giocoforza fornire nuovi servizi ai suoi iscritti e non potrà che individuare come prioritari di questa fase quelli destinati a favorire la crescita.
Si potrà non amare la Borsa ma l’apertura dell’azionariato, con gli strumenti più vari, è una scelta che non si può rinviare per troppo tempo. Luigi Zingales tempo fa ne parlò come «l’articolo 18 del capitale» e continua a sembrarmi una sintesi efficace.

9 ottobre 2015 (modifica il 9 ottobre 2015 | 09:56)
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_ottobre_09/quella-sfida-sindacati-che-riguarda-anche-capitale-79b4734a-6e5a-11e5-aad2-b4771ca274f3.shtml
6042  Forum Pubblico / AUTRICI e OPINIONISTE. / MONICA RUBINO Coldiretti lancia la 'guerra del latte': gli allevatori protestano inserito:: Novembre 07, 2015, 09:50:07 pm
Coldiretti lancia la 'guerra del latte': gli allevatori protestano per il crollo dei prezzi
Il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina che interviene al presidio della Coldiretti davanti allo stabilimento di distribuzione dei prodotti della multinazionale francese Lactalis di Ospitaletto Lodigiano (Lodi).
Gli sono accanto il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo e il vice Ettore Prandini
Presidio con trattori e mucche alla Lactalis, vicino a Lodi. Il ministro Martina: "L'industria dia un segnale concreto". Nel 2015 chiuse mille stalle, il 60% in montagna


Di MONICA RUBINO
07 novembre 2015
   
LODI - Sono arrivati in migliaia da tutta Italia alle prime luci dell'alba, "armati" di mucche e trattori, per combattere la "guerra del latte". Gli allevatori della Coldiretti si sono dati appuntamento a Ospedaletto Lodigiano (Lodi), dove hanno preso d'assedio il centro di distribuzione dei prodotti della multinazionale del latte francese Lactalis, che dopo aver conquistato i grandi marchi nazionali Parmalat, Galbani, Invernizzi e Locatelli, è diventata il primo gruppo del settore.

Gli allevatori chiedono il rispetto della legge 51 del luglio 2015, che impone che il prezzo del latte alla stalla debba commisurarsi ai costi medi di produzione. "Vogliamo difendere il lavoro, gli animali, le stalle, i prati ed i pascoli custoditi da generazioni", hanno spiegato i manifestanti. "È da sei o sette anni che il prezzo precipita - ha raccontato un allevatore lombardo - ormai siamo al collasso, non ce la facciamo più. Per farci sopravvivere basterebbe che le industrie ci pagassero 5 o 6 centesimi in più al litro". Molti hanno gridato un antico proverbio bergamasco "A la (v)àca a 's móns ol làcc, mia 'l sànch!", "alla vacca si munge il latte, non il sangue", altri hanno mostrato cartelli con le scritte "Made in Italy ostaggio di una multinazionale straniera", "Avete preso i nostri marchi non vi daremo le nostre mucche".

Al presidio della Coldiretti ha preso parte anche il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che ha ribadito, sul palco allestito per la manifestazione, quanto già anticipato nel corso di un videoforum su Repubblica Tv. Martina ha chiesto, infatti, all'industria lattiero-casearia di assumersi le sue responsabilità e dare un segnale concreto sul prezzo del latte alla stalla. "Con la legge di stabilità abbiamo cancellato Irap e Imu sui terreni delle imprese agricole e aumentato la compensazione Iva fino al 10% proprio per i produttori di latte - ha spiegato il ministro - Oggi abbiamo firmato il decreto attuativo del Fondo latte che attiva 55 milioni di euro per intervenire a sostegno della liquidità, per la ristrutturazione del debito e per gli investimenti delle imprese. Con il decreto 51 di luglio - ha ricordato ancora Martina - abbiamo introdotto norme per contrastare le pratiche sleali, con contratti scritti e annuali, che tengano conto anche dei costi medi di produzione nella formazione del prezzo. Il governo la sua parte la sta facendo. Chiedo con forza - ha concluso - all'industria lattiera di aiutare subito l'intera filiera. Nelle prossime ore devono arrivare risposte concrete e utili".
Martina, Prezzi latte in caduta: "Occorre industria lattiera più responsabile"

"L'Italia rischia concretamente di perdere per sempre la propria produzione di latte perché oggi - ha segnalato l'organizzazione agricola - quasi la metà del latte consumato in Italia, viene dall'estero, anche se viene spacciato come made in Italy, e la situazione è precipitata nell'ultimo anno con il taglio pesante nei compensi riconosciuti alla stalla, dove mancano anche quei pochi centesimi al litro necessari per garantire l'alimentazione delle mucche ed evitare la chiusura".

Nel 2015 hanno chiuso circa mille stalle, oltre il 60% delle quali si trovava in montagna, con effetti irreversibili sull'occupazione, sull'economia, sull'ambiente e sulla qualità dei prodotti. "La conseguenza è che - ha sottolineato la Coldiretti - sono sopravvissute a fatica appena 35 mila stalle che rischiano però di scomparire nei prossimi mesi perché l'industria ha deciso unilateralmente di tagliare i compensi per il latte alla stalla di oltre il 20 per cento".

Sotto attacco la Lactalis e le altre multinazionali del settore: "Il prezzo del latte riconosciuto oggi agli allevatori è inferiore a quello di venti anni fa - ha denunciato il vicepresidente di Coldiretti Ettore Prandini nel corso del presidio - e vengono proposti accordi capestro che fanno riferimento all'indice medio nazionale della Germania.  Dalle frontiere italiane passano ogni giorno 3,5 milioni di litri di latte sterile, ma anche concentrati, cagliate, semilavorati e polveri per essere imbustati o trasformati industrialmente e diventare magicamente mozzarelle, formaggi, yogurt o latte italiani, all'insaputa dei consumatori. Nell'ultimo anno - ha affermato ancora Prandini - hanno addirittura superato il milione di quintali le cosiddette cagliate importate dall'estero, che ora rappresentano circa 10 milioni di quintali equivalenti di latte, pari al 10 per cento dell'intera produzione italiana. Si tratta di prelavorati industriali che vengono soprattutto dall'Est Europa che consentono di produrre mozzarelle e formaggi di bassa qualità".

Considerato che a fronte di una produzione nazionale di circa 110 milioni di quintali di latte sono circa 86 milioni di quintali le importazioni di latte equivalente dall'estero, c'è il rischio concreto che il latte straniero possa per la prima volta superare quello tricolore. "E per ogni milione di quintali di latte importato in più - ha concluso il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo - scompaiono 17mila mucche e 1.200 occupati in agricoltura.
A rischio c'è un settore che rappresenta la voce più importante dell'agroalimentare italiano con un valore di 28 miliardi di euro con quasi 180 mila gli occupati nell'intera filiera".

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07 novembre 2015

Da - http://www.repubblica.it/economia/2015/11/07/news/coldiretti_lancia_la_guerra_del_latte_protestano_allevatori_per_il_calo_dei_prezzi-126817824/?ref=HREC1-2
6043  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO INVESTIGATIVO E D'INCHIESTA. / MASSIMO FRANCO Sul duo Balda-Chaouqui inserito:: Novembre 07, 2015, 09:48:42 pm
Sul duo Balda-Chaouqui
Balda-Chaouqui corvi in Vaticano Quell’indagine preventiva (ignorata) sul «signorotto» e la «signorina»
I canali istituzionali vaticani avevano espresso riserve fin dal 2013 sulle candidature del monsignore e della p.r.
Ma le obiezioni furono sottovalutate

Di Massimo Franco

I dubbi erano emersi fin dall’inizio: prima ancora che monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Maria Immacolata Chaouqui fossero inseriti nella Commissione istituita da Papa Francesco il 18 luglio 2013 per rivedere tutta la struttura economico-finanziaria della Santa Sede. Attraverso i canali istituzionali di sempre, il governo vaticano aveva svolto ricerche riservate per raccogliere informazioni sui candidati. E alcune avrebbero dovuto sconsigliare la cooptazione delle due persone che alla fine sono state arrestate con l’accusa di avere rubato e passato a due giornalisti documenti «sensibili». Fu contattato anche monsignor Alfred Xuereb, segretario di Francesco, delegato a riferire sull’attività sia della Commissione sullo Ior che sull’altra. Passare al setaccio le controindicazioni delle quali si era venuti a conoscenza non bastò a cambiare il corso delle cose.

Sembra che Xuereb ritenne che le preoccupazioni fossero eccessive: nel senso che la Commissione era sicura delle candidature e dunque intenzionata a procedere rapidamente. Erano passati poco più di quattro mesi dal Conclave che aveva eletto Jorge Mario Bergoglio al posto del dimissionario Benedetto XVI. Francesco si era trasferito a Casa Santa Marta da tempo. E il discredito che circondava l’allora «primo ministro» della Santa Sede, Tarcisio Bertone, era così profondo e diffuso che qualunque informazione riferibile agli ambienti ufficiali veniva accolta con sospetto e diffidenza. La linea della riforma avanzava in modo radicale e rapido. E uno dei capisaldi consisteva nel ridimensionamento del ruolo della Segreteria di Stato: una sorta di «vicepapato» negli anni di Ratzinger, per di più guidato da un Tarcisio Bertone pasticcione e chiacchierato: tanto che prima, durante e dopo il Conclave l’unico punto sul quale si registrava una sorta di unanimità dei cardinali era di impedire che il successore potesse fare danni come quelli seminati da lui.

Ma alcuni mesi dopo, in ottobre, fu nominato l’allora nunzio in Venezuela, Pietro Parolin: un diplomatico fine e esperto, «esiliato» proprio dalla cerchia bertoniana. A quel punto, tuttavia, la «Pontificia Commissione referente di studio e di indirizzo», come era stata chiamata nel documento autografo del Papa, aveva già cominciato a lavorare. E il duo Vallejo Balda-Chaouqui si muoveva con disinvoltura crescente in un Vaticano in piena effervescenza rivoluzionaria. Casa Santa Marta era una sorta di serbatoio di informazioni e visibilità da spendere e sfruttare all’esterno delle Sacre Mura. E l’accesso a notizie riservate poteva diventare un patrimonio da far valere come merce di scambio. Ma presto, quell’attivismo dei due commissari cominciò a dare nell’occhio. C’era qualcosa di esagerato, di inusuale nella girandola di contatti e di conoscenze che ostentavano. E soprattutto, si cominciò a intravedere il pericolo che le carte della Commissione potessero cadere nelle mani sbagliate. Francesco fu informato. Gli furono offerti i primi indizi. Ma cercò di evitare provvedimenti troppo duri.

Consigliò invece di arginare e neutralizzare il più possibile Vallejo Balda e la Chaouqui, proveniente dalla società di consulenza Ernst & Young. Passò qualche mese, e la giovane commissaria fu richiamata all’ordine dai vertici della Gendarmeria vaticana. E si cominciò a parlare del monsignore spagnolo e di lei con due nomi in codice: il «signorotto» e la «signorina». Quando a metà ottobre i sospetti sono diventati più corposi, e si è capito che c’erano documenti della Commissione trafugati e che era stato violato il computer di Libero Milone, dal giugno scorso revisore generale delle finanze vaticane, il cerchio si è stretto. Ma con le ultime, residue cautele. Per qualche giorno, è stata discussa l’opportunità o meno di procedere agli arresti.

L’ipotesi iniziale era di limitarsi a licenziare Vallejo Balda, per non fare troppo rumore e non riproporre le polemiche sulle celle vaticane non a misura d’uomo: una critica emersa ai tempi di Vatileaks dopo l’arresto del cameriere personale di Benedetto XVI, Paolo Gabriele. In più, qualcuno aveva fatto notare che proprio alla vigilia del Giubileo della misericordia, un provvedimento del genere poteva risultare stonato. Non bastasse, si sapeva che stavano uscendo dei libri coi documenti sottratti. Ci si è resi conto però, che i reati apparivano troppo gravi. Non si poteva non dare un segnale forte all’esterno. E soprattutto, dopo l’arresto del maggiordomo laico di Ratzinger, si temeva l’accusa di usare un doppio standard tra dipendenti non religiosi ed ecclesiastici: i primi imprigionati, gli altri mandati a casa. Il Papa è stato informato e, a malincuore, ha detto di procedere.

Così è scattata la richiesta di arresto per Vallejo Balda e Chaouqui. L’episodio dell’indagine preventiva ignorata riaffiora, adesso, come un altro presagio di pericolo. Sembra voler trasmettere indirettamente un messaggio in bottiglia: i filtri attraverso i quali selezionare chi è chiamato a collaborare con Francesco servono. E le filiere tradizionali, per quanto bistrattate e scavalcate, in fondo funzionano: nonostante la «cura Bertone». Mentre la rievocazione di quell’allarme sottovalutato tende ad accreditare che nella «corte parallela» creatasi intorno a Francesco sono visibili smagliature destinate a strapparsi; e a proiettare l’immagine distorta di un Vaticano in balìa degli eventi. Anche se il vero obiettivo delle indiscrezioni che filtrano non sembra tanto la cerchia papale, ma il cardinale australiano George Pell, «ministro dell’Economia». Oggi viene additato come emblema, e come il più naturale capro espiatorio, della confusione che regna nel governo della Chiesa.

7 novembre 2015 | 07:59
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Da - http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_novembre_07/vatileaks-obiezioni-inascoltate-balda-maria-chaouqui-83cf46d4-851b-11e5-8384-eb7cd0191544.shtml
6044  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO INVESTIGATIVO E D'INCHIESTA. / Dario DI VICO - Contratti e ripresa, viaggiamo con il freno tirato inserito:: Novembre 07, 2015, 09:46:16 pm
L’EDITORIALE
Contratti e ripresa, viaggiamo con il freno tirato

Di Dario Di Vico

Vendite di auto, esportazioni negli Usa e incremento del risparmio. Sono questi i tre soli indicatori che riescono a motivare un ottimismo della volontà dell’anno di grazia 2015. Perché se è vero che gli indici di fiducia delle imprese e dei consumatori sono tornati a livelli migliori, per ora non ci sono sufficienti evidenze che questo cambio di clima si sia tradotto in conseguenti decisioni d’impresa. D’altro canto capita spesso, al termine di un dibattito o di un’assemblea, di essere avvicinati da uno o più piccoli imprenditori che hanno voglia di fare un’unica e fatidica domanda: «Ma lei la vede davvero questa ripresa?». È un test di come nella vita di tutti i giorni sia difficile trovare, in buona quantità, imprese che stiano investendo significativamente: comprandone altre, allargando l’attività orizzontalmente o verticalmente, ampliando i luoghi fisici della produzione. Non si vede un fiume che sta portando alla crescita, tutt’al più scorrono dei rivoli. I macchinari, ad esempio, vengono cambiati a un buon ritmo e con i super ammortamenti previsti dalla legge di Stabilità lo saranno di più.

Sul versante dei consumi svettano le vendite di auto, anch’esse sono effetto di una sostituzione ritardata e stanno comunque garantendo al Pil un contributo elevato. Si vendono di più le vetture del ceto medio, le Panda e le Punto, ed è una conferma che il reddito a disposizione delle famiglie è addirittura cresciuto, ma si rivolge ai consumi solo selettivamente preferendo in molti casi parcheggiarsi nei depositi bancari.

I nostri imprenditori che esportano negli Usa poi hanno il sorriso smagliante. Non c’è settore che non abbia saputo approfittare della svalutazione dell’euro per conquistare nuovi consumatori ed è un’ottima notizia anche in prospettiva, perché la nostra presenza negli States è ancora concentrata in pochi punti e ci sono dunque le classiche praterie da conquistare.

Si potrebbe continuare a lungo illustrando la fenomenologia dell’economia reale ma il giudizio non cambierebbe: è una ripresa che ha il freno a mano tirato. E onestamente non si vede una curva superata la quale la strada si possa presentare in discesa, mentre non mancano qua e là segnalazioni dell’apertura di nuove crisi aziendali, a dimostrazione se non altro che la capacità produttiva installata non è saturata. Con questi presupposti l’occupazione non poteva certo decollare innanzitutto per gli ingenti quantitativi di cassaintegrati ancora da riassorbire e subito dopo perché non ci sono grandi scelte di investimenti Labour intensive in atto. I provvedimenti governativi hanno sicuramente aiutato con generosità a stabilizzare quote di lavoro precario, ma di più non potevano produrre anche perché la letteratura economica suggerisce che l’occupazione è un’intendenza che segue, distanziata di qualche tempo.

È in questo contesto che oggi si apre la stagione contrattuale con il rinnovo dei metalmeccanici. Finora quella che doveva essere una fase rifondatrice delle relazioni industriali è partita in maniera pasticciata: i chimici si sono sfilati da qualsiasi impegno di sistema e hanno chiuso velocemente, gli alimentaristi prima si erano vestiti da colombe e poi hanno sfoderato gli artigli. I metalmeccanici sostengono di voler prevedere un doppio binario di comunicazione con i dipendenti, uno mediato dal sindacato e uno diretto e di conseguenza vogliono spostare il baricentro della contrattazione in fabbrica dove quel mix può funzionare meglio. Ci sarà tempo e modo per riferirne nel dettaglio; per ora l’unico errore da non commettere è trattarne come di un tema meramente sindacale. Ci riporta, invece, a quel freno a mano che dovremmo sbloccare.

5 novembre 2015 (modifica il 5 novembre 2015 | 07:17)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_novembre_05/contratti-ripresa-viaggiamo-il-freno-tirato-8bcc86f2-8382-11e5-8754-dc886b8dbd7a.shtml
6045  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO INVESTIGATIVO E D'INCHIESTA. / GOFFREDO DE MARCHIS. Bersani: “Chi se ne va sbaglia, senza Pd addio sinistra. inserito:: Novembre 07, 2015, 09:44:51 pm
Bersani: “Chi se ne va sbaglia, senza Pd addio sinistra. Nella manovra errori ma anche del buono”
L’ex segretario prende le distanze dalla mini-scissione.
Ma incalza il leader: “Darsi un profilo è importantissimo, non ci si rafforza pescando qua e là”


Di GOFFREDO DE MARCHIS
06 novembre 2015
   
ROMA -  Pier Luigi Bersani si accende un cigarillo. Non è il prezioso Romeo y Julieta donato da Matteo Renzi. "Forse sono demodè ma i regali fatti raccontandoli prima ai giornalisti non li gradisco. "Siamo uomini o caporali?" tanto per citare Totò che piace anche Renzi. L'ho lasciato a Speranza. Poi, i cubani sono dolciastri. Semmai mi fumo i toscani...". Dopo molto tempo l'ex segretario torna a parlare. Nel frattempo ha consegnato pillole del suo pensiero ipercritico con il premier: copia Berlusconi, l'abolizione della Tasi è contro la Costituzione, il Pd isolato e inconsistente. Insofferenza palpabile. Se ne sono anche andati via Fassina e D'Attorre, bersaniani in purezza. Come l'avvisaglia di qualcosa di più grosso. Ecco, premette Bersani, non è così. "Se io resto nel Pd non lo faccio perché ho una nostalgica passionaccia per la ditta, per motivi sentimentali. Lo faccio perché senza il Pd il centrosinistra non esiste perciò mi chiedo come fanno altri a pensare di costruirlo fuori dal Pd. La mia idea d'Italia sta qui. E se gli elettori abbandoneranno il partito, temo sia più facile che finiscano nelle braccia di Grillo piuttosto che in quelle di una sinistra che non è nel Pd".

Il "suo" Pd è ulivista, di centrosinistra, civico, diverso dal partito pigliatutto che sembra avere in mente il segretario. "Dare un profilo al partito è importantissimo. Lui pensa di rafforzarsi pescando qua e là, per me è il contrario. Più sei senza identità, più il tuo consenso è contendibile. Penso per esempio all'idea della Lorenzin: a Roma un bel patto trasversale dal Pd a Forza Italia intorno a Marchini. La via maestra per la vittoria dei 5stelle". Della manovra dice che non è il male assoluto. Ci sono cose "positive" e altre negative, a cominciare dal "balletto diplomatico e un po' ipocrita sulla sanità pubblica: duecento milioni sono tagli agli sprechi, dodici miliardi in tre anni sono il colpo di grazia, sparirebbe. Davanti alla salute per me non c'è nè ricco nè povero. Se un pensionato viene costretto a pagarsi la risonanza magnetica spende l'equivalente di due Tasi".

Il premier però spiega: non condanno il Pd al suicidio, la sinistra deve abbassare le tasse. La minoranza è il partito delle tasse?
"La legge di stabilità non si giudica con gli slogan. Chi sa leggere la manovra, dalla Corte dei conti a Bankitalia all'ufficio parlamentare del bilancio, esprime garbatamente una preoccupazione: oggi si fa una scommessa ardita ma dal 2017 può essere rimesso in discussione il percorso di risanamento. Allora, se vogliamo discutere sul serio, esiste un solo modo per mettere in sicurezza i conti: prendere, nel 2016, almeno un pezzo del programma antievasione proposto dal Nens. Solo così, tra clausole di salvaguardia, sovrastima dei tagli e andamento del deficit, proteggi i conti pubblici".

La crescita non basta?
"La crescita c'è, anche se a livello embrionale. Ma attenti agli slogan, ripeto, e all'ottimismo. Può diventare pericoloso anche a livello elettorale. Non basta dire: ho portato il bel tempo. Sa che fa la gente quando c'è il sole? Esce, si muove, si mette in libertà, va un po' dove gli pare. Proprio quando le cose prendono la piega giusta non è detto che gli elettori votino chi li ha messi in quelle condizioni favorevoli. In Polonia, che ha una crescita molto più alta, è successo proprio questo. Quindi bisogna rafforzare il proprio profilo, un profilo di centrosinistra. E occorre togliere gli impedimenti alla crescita. Si fa con investimenti pubblici e privati, il lavoro viene solo da lì. L'altro aspetto è la disuguaglianza, quella impedisce la crescita vera. In Parlamento, adesso, rafforziamo ciò che c'è di buono e correggiamo ciò che è sbagliato".

C'è del buono, quindi?
"Sì".

E' una notizia.
"L'ammortamento al 140 per cento sull'acquisto dei macchinari è un'ottima idea. Così come il ritorno dell'antico ecobonus. Se aggiungiamo qualche altra misura di questo tipo e la incentiviamo per il Sud, aiuteranno molto".

A proposito di disuguaglianza, viene introdotto il fondo per la povertà.
"Qualche soldino c'è, chi lo nega. Ma il vero contrasto alla povertà si regge su due gambe: welfare universale ovvero pensioni e salute, e fedeltà e progressività fiscali".

Si formerà un'asse contro il governo tra la minoranza e i governatori?
"Finora ho assistito a un balletto diplomatico mentre sarebbe giusto raccontare alla gente come stanno le cose: già nel 2016, ma ancora di più nel 2017 e nel 2018, i tagli previsti farebbero saltare il sistema sanitario. E' un punto interrogativo grande come una casa e bisogna uscire dall'ipocrisia".

Renzi dice che abolendo la Tasi si aiutano i pensionati non i benestanti. Lei invece parla di misura incostituzionale. Due mondi lontanissimi.
"Ho detto che è contro i valori della Costituzione. Ci vuole progressività: un terzo dei contribuenti quella tassa può pagarla a beneficio di altri interventi fiscali, come l'abolizione delle imposte sulle compravendite. In ogni caso, non mi piacciono certi slogan. Il centrosinistra non dice meno tasse per tutti. Dice meno tasse perché, a chi e per che cosa. Meno tasse per tutti è uno slogan da anarchismo dei ricchi. Meno tasse ok, ma per dare lavoro. E che le paghino tutti. Non puoi rubare il salario come cantava Pierangelo Bertoli, però non puoi nemmeno rubare agli altri italiani non pagando le imposte".

Renzi l'ha sfidata sul contante: vedremo se cambia qualcosa con il tetto a 1000 o a 3000 euro.
"Il tetto a 3000 euro facilita l'evasione a valle. Mi sembra quasi un insulto all'intelligenza spiegare che non è normale girare con 3000 euro in tasca. Chi lo fa o evade o ricicla. Dice Renzi: ma facciamo le banche dati. E io devo sentire un premier e un ministro del Tesoro che dicono queste cose? Il nero come fa a finire nella banca dati, su".

È una manovra di destra allora?
"Nell'insieme questa legge ha dentro degli spunti interessanti. Ma bisogna cautelarsi sulle prospettive e puntare di più su investimenti e riduzione delle disuguaglianze".

Voterà la fiducia?
"Non c'è bisogno della fiducia. Il Parlamento può migliorare la legge. Speranza e Cuperlo hanno presentato le correzioni necessarie".

La minoranza non rischia la sindrome del can che abbaia non morde? In fondo l'uscita di D'Attorre e Fassina si spiega anche così.
"Riconosco che la nostra posizione debba essere più netta, più visibile ma credo che l'alternativa noi dobbiamo costruirla nel Pd. Non sarò io, ovviamente. Sarà un altro e vedremo chi. L'alternativa è un Pd che non ammaina la sua bandiera, che non fa il partito della Nazione, che costruisce il centrosinistra ulivista, civico, riformista, moderno. Non sono contento, come invece sembra essere Renzi, del fatto che parecchi escano. In loro c'è un pezzo di forza del Pd. Ma ho anche qualcosa da dire a quelli che se ne vanno".

Cosa?
"Con Fassina e D'Attorre siamo d'accordo su ciò che serve all'Italia. Non serve un partito neocentrista. Loro escono dicendo che vogliono costruire un nuovo centrosinistra. Ma dove? Senza il Pd il centrosinistra non lo fai più. Se il Pd fosse irrecuperabile, quella prospettiva verrebbe cancellata, punto. E se è così la nostra gente va prima da Grillo che nella sinistra nascente".

Un bel viatico per il nuovo soggetto che nasce domani...
"Non lo dico con inimicizia, anzi spero che ci ritroveremo. Ma la penso così. E non credo che la sinistra nel Pd sia una ridotta indiana".

Se arrivano Verdini e altri forzisti può succedere.
"Per me è impossibile che il Pd perda la sua missione e cioè i suoi veri punti di forza. Pensare che la destra ti faccia fare il suo mestiere è alla lunga illusorio, velleitario. La destra esiste. Esiste ormai in maniera strutturale anche Grillo. Se non alzi le tue bandiere ti disarmi".

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06 novembre 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/11/06/news/bersani_chi_se_ne_va_sbaglia_senza_pd_addio_sinistra_nella_manovra_errori_ma_anche_del_buono_-126737952/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_06-11-2015
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