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4066  Forum Pubblico / VATICANO, CRISTIANI e altre FEDI / Il Vaticano, il Papa ... e dintorni. il: Giugno 01, 2007, 11:54:56
Monsignor Fisichella: tristezza.

La Cdl: squallidi attacchi alla Chiesa

Preti pedofili, in onda il video Santoro: solo casi singoli.

La Sir (vescovi): sciacallaggio. Poi precisa: giudizi non nostri

 
ROMA - «Chiudevo gli occhi, voltavo la testa dall'altra parte e aspettavo solo che tutto fosse finito». È la voce di un ragazzo abusato da bambino da un sacerdote quella che scuote lo studio di Annozero. È la parte più scioccante del documentario sui preti pedofili, trasmesso dalla Bbc nell'ottobre del 2006 che fino a ieri sera molti non volevano che fosse trasmesso in Italia. Polemiche durate giorni e andate avanti oltre il termine della trasmissione.
«Un'operazione di sciacallaggio mediatico contro la Chiesa e il Papa» lo definiva ieri la Sir, agenzia dei vescovi, precisando, dopo repliche polemiche, di aver citato parole del Copercom (il Coordinamento di 23 associazioni per la comunicazioni).

Mentre dalla Cdl c'era chi parlava di «squallidi attacchi alla Chiesa» o di «mele marce raccattate in tutto il mondo». E dal centrosinistra c'era chi denunciava invece una voglia di «censura preventiva». A confrontarsi in modo serrato in studio, assieme al prete anti pedofili don Di Noto e Luigi Odifreddi, Colm O'Gorman autore del documentario, convinto che la Chiesa abbia la responsabilità di aver girato la testa troppo a lungo, e monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia università lateranense che ha smentito la presunta «omertà»: «Si prova una profonda tristezza» di fronte a casi come questi, «ma dire che la Chiesa finora ha vissuto solo di bugie è una grossa menzogna».

Santoro arriva in studio con il vento in poppa. «È solo grazie a Fini che siamo andati in onda. L'aver detto a Ballarò che non ce l'avremmo fatta ci ha favorito» ha appena ironizzato in camerino. L'ha spuntata. E si sente tornato «ai tempi della staffetta con Costanzo sulla mafia. L'ho anche chiamato. Si è un po' commosso. Anche allora c'erano attacchi duri. Ma nessuno si sognava di chiederti prima la scaletta». Si preoccupa più volte di precisare che quelle del video sono «storie singole». Ma quelle descritte dal documentario sembrano tutte tragicamente uguali. In Irlanda, negli Stati Uniti, in Brasile. A volte a raccontare i sorrisi di invito, la violenza e il segreto imposto sono le stesse vittime. In un caso lo stesso stupratore reo confesso. Ci sono nomi di chi abusava e dei vescovi che proteggevano i violentatori. Ma sotto accusa è la Chiesa. E la direttiva «Crimen sollicitationis» che, accusa Odifreddi, «prevedeva la scomunica per chi rivelava gli abusi».

«Un grande fraintendimento — spiega monsignor Fisichella —, è solo un segreto processuale ed equivale al silenzio che il magistrato chiede quando è in atto un'inchiesta». E poi, rispondendo alle critiche che continuamente vengono fatte alla direttiva dell'allora capo della Congregazione, il vescovo Ratzinger: «Dire che Ratzinger non ha fatto nulla è profondamente falso. Quelle persone sono state tolte dalla Chiesa». E altre storie le offre Santoro in studio. Le vittime di don Cantini, un sacerdote ora ultraottantenne, che convinceva i bambini di essere gli eletti di Dio. «Non voglio sentire la loro tristezza, voglio che mettano in atto qualcosa perché non accada più», reagisce Colm O' Gorman, autore del documentario.

Virginia Piccolillo
01 giugno 2007
 
4067  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: POLITICA il: Giugno 01, 2007, 11:53:17
Intervista a Fabio Mussi pubblicata su La Stampa il 31 maggio 2007

Rimpasto subito, dimezzare i ministri

di Riccardo Barenghi


«E' una sconfitta elettorale brutta e seria, un colpo durissimo per tutta l'Unione e il governo.  Al Nord e non solo al Nord.  Bisogna reagire subito, reagire con un colpo di reni».   
<Mussi, ministro dell'Università e Ricerca, nonché leader della Sinistra democratica che ha appena abbandonato i Ds, non fa sconti.

E quale sarebbe il colpo di reni?

«Non possiamo stare fermi sulle gambe come il pugile che ha appena preso un cazzotto in faccia.  Dobbiamo muoverci.  E allora io chiedo un'immediata riunione di tutta l'Unione, insomma un vertice di maggioranza che lanci un forte messaggio al Paese».

Di messaggi ne parlano tutti i leader tutti i giorni, il suo quale sarebbe?

«Il mio è molto, molto concreto. propongo una ristrutturazione del governo, un vero e proprio rimpasto.  Ma con l'obiettivo di ridurre drasticamente il numero di ministri e sottosegretari.  Una pletora da vergognarsi mentre in Francia Sarkozy ha formato un esecutivo di 15 ministri, con dentro sette donne.  Questo è il modello che dobbiamo seguire.  Ma subito».

E lei sarebbe disposto a lasciare il suo ministero?

«Assolutamente sì, sono a disposizione.  Il lavoro che faccio mi piace, ma bisogna che ognuno di noi si metta in gioco se vogliamo reagire».

E questo sul piano dell'immagine, invece sulla sostanza politica cosa cambierebbe?

«Intanto si tratta di un'immagine piuttosto sostanziosa.  In ogni caso, mi pare che il governo abbia i motori fermi, trova grandi difficoltà a tenere aperto il dialogo con la società, a sollevare consensi e energie.  Penso allora che dovremmo cambiare radicalmente la linea di politica economica e sociale.  Contrastando la povertà, sostenendo il lavoro in tutte le sue forme (gli operai hanno salari da fame e i giovani sono tutti precari, ancor di più le donne), spingere sull'innovazione, cioè scuola, ricerca, tecnologia, e riformare la politica, dai suoi costi alla legge elettorale».

Lei parla di cambiamento radicale della politica economica, in altre parole il ministro Padoa-Schioppa deve lasciare?

«Io penso che lui abbia fatto un eccellente lavoro per risanare il bilancio del Paese, è la cosa migliore del nostro governo.  Ma non si può restare piantati a custodire il tesoretto, è un esercizio deprimente.  Il bilancio risanato non è un feticcio che sta lì e tutti lo guardiamo incantati.  Serve a fare altro, aiutare il lavoro, l'impresa, risarcire chi ha di meno, investire sulla formazione...  Dopo di che io non faccio questioni di uomini e di nomi, parlo di scelte politiche da compiere.  E che devono essere molto diverse da quelle compiute finora».

A proposito di scelte e di uomini, il premier Prodi nell'intervista di ieri a «Repubblica» accusa gli alleati di non lasciarlo governare e avverte: o decido io o me ne vado.

«Questa sua sfida agli alleati mi turba.  Il braccio di ferro non mi pare fertile, piuttosto cerchiamo di ritrovare una coesione ridefinendo il Programma, il Progetto che oggi non sono affatto chiari.  Io non so chi abbia impedito a Prodi di decidere, ma penso che per evitare mille voci che si sovrappongono dopo aver preso le decisioni, ne occorrono cento che parlino prima di prenderle, le decisioni.  Non esistono governi monocolore a voce unica, neanche negli Stati Uniti.  Governare significa comunque governare il pluralismo».

A proposito di pluralismo, lei e i suoi compagni ex diessini, abbandonata l'avventura del Partito democratico, avete già stampato 150 mila tessere della vostra Sinistra democratica.  Dica la verità: volete fare un altro partito?

«Premetto che i risultati elettorali ci danno ragione, il nascente Partito democratico proprio non attira.  Anzi perde.  Ma a me un altro Partito proprio non interessa, vogliamo misurare la nostra forza - e i primi segnali, anche elettorali, sono piuttosto incoraggianti - con l'obiettivo di unire la sinistra radicale.  Il vertice di domani (oggi, ndr) con Giordano, Pecoraro Scanio e Diliberto serve intanto a mettere giù un'agenda di questioni, soprattutto sociali, sulle quali muoversi uniti.  Ma il mio progetto è di arrivare a un'aggregazione di queste forze e di altre, penso anche ai socialisti di Boselli, che possa presentarsi insieme agli elettori già alle amministrative dell'anno prossimo».

 
31 Maggio 2007
4068  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: POLITICA il: Giugno 01, 2007, 11:52:00
Il prete politico aveva parlato dell´ex moglie del sindaco.

Dopo questa gaffe ha bloccato anche la "Costituente"

"Chiedo perdono a Cofferati"

Silvia Bignami


Il mea culpa di don Nicolini: riconosco di aver sbagliato  «Viviamo in una società che è più portata ad accusare che a chiedere scusa. Per me è il momento di chiedere umilmente scusa».

Fa pubblica ammenda, Don Giovanni Nicolini. Contrito, addolorato, il parroco della Dozza china il capo e domanda perdono all´amico Sergio Cofferati per quell´infelice riferimento alla ex-moglie e al fatto che «quando un uomo perde la donna della sua vita può incontrare difficoltà». Un accenno alla vita privata del primo cittadino - la cui nuova compagna aspetta un bambino - culminata in una lite al telefono e nel gelo tra i due. Una ferita non ancora sanata. Una pace non ancora fatta. «Sono ore difficili - dice Nicolini a occhi bassi - bisogna lasciarle passare. Certamente farò qualcosa per rimediare, ma la situazione è delicata, e va lasciata nell´ambito della riservatezza».

Parla a margine della Festa della Cgil, al Parco di Cà Bura, il parroco «politico» della Dozza, dove è intervenuto su un dibattito sull´immigrazione. Prima uscita pubblica, dopo lo scontro con il sindaco. «Io riconosco di avere sbagliato - esordisce - e mi assumo tutta la colpa di una ferita e di una offesa. Qui il fatto è che una persona è stata colpita al di là della mia volontà. Per questo è giusto che ora ci si fermi a riflettere, che ci sia una pausa». Pausa per tutto, compreso il battesimo della «Costituente per Bologna», l´iniziativa-movimento promossa dal parroco insieme alla rete solidale Bandiera Gialla della Cgil, che era fissata per sabato in parrocchia e che dopo la lite con il sindaco è saltata.
Per scelta di Don Nicolini, preoccupato che venisse interpretata come un ulteriore attacco al sindaco. Scelta definitiva? «Non lo so - dice Nicolini - ma per ora non si fa. Per me al primo posto c´è sempre il rapporto personale. Senza questo, non c´è nulla. Il resto passa in secondo piano».
Priorità assoluta, insomma, ricucire con il Cinese. Come, Don Nicolini non lo dice - «è riservato» - ma lascia intendere che tenterà, a voce o per iscritto, di ricomporre il rapporto, «con pazienza, perché quando si ha il sospetto di aver generato conflitto bisogna avere l´umiltà di cercare di recuperare». Posto che, conclude, «se non riusciamo a volerci bene, non si va da nessuna parte».

Resta dunque in stand-by il tavolo su «pace, solidarietà e lavoro» che avrebbe dovuto aprirsi sabato alla Dozza. Forse rinviato, forse cancellato. «In questo momento il clima non ci permette di continuare» ammette Fausto Viviani, della rete Bandiera Gialla della Cgil. Troppo grosso il rischio di essere «strumentalizzati» in funzione anti-Cofferati. Di passare per «l´ennesimo gruppo di dissidenti». «Noi non siamo come i 43 di Bonaga. Non ci poniamo sul piano politico. Il nostro era un semplice forum di discussione, un contributo alla città». Ma certe dichiarazioni di Don Nicolini, fanno capire quelli di Bandiera Gialla, hanno passato il segno: «Rifondazione parla di primarie, noi abbiamo parlato di sindaco donna. Siamo andati oltre». E allora indietro tutta. Anche se, aggiunge Cesare Melloni, segretario della Cgil bolognese «è un peccato, perché la Costituente non era un nuovo partito, ma una semplice riunione di cittadini. Una cena tra amici per parlare di lavoro». (31 maggio 2007)

da espresso.repubblica.it
4069  Forum Pubblico / SALUTE, BENESSERE (ricerca di una buona qualità di vita). / Re: NEWS - (SCIENZA - SALUTE) il: Giugno 01, 2007, 11:51:16
A Firenze 3.100 nuovi casi l´anno:+5% del resto d´Italia

Aumentano i tumori colpa dello stile di vita

Allarme Società della Salute: fumo in crescita fra i giovani "Urge laboratorio"  «Ogni anno 3.100 nuovi casi di tumore a Firenze, il 5 per cento in più della media nazionale, un dato comune alle altre aree urbane. Le cause: peggiori stili di vita e, solo in parte, inquinamento. Le forme più frequenti sono la mammella per le donne e la prostata per gli uomini. Per ambedue i tumori le probabilità di sopravvivenza è molto buona: per esempio per quello alla mammella è del 90% a cinque anni per quello alla mammella, un risultato dovuto sia alla diagnosi precoce che alle migliori terapie». Questo dice Marco Rosselli del Turco, direttore del Centro di studio e prevenzione oncologica, che ieri in Palazzo Vecchio ha presentato la Giornata mondiale senza tabacco (è oggi) insieme all´assessore alle politiche sociosanitarie e presidente della Società della Salute Graziano Cioni, il direttore generale dell´Azienda sanitaria di Firenze Luigi Marroni, Francesca Cirauolo, responsabile dipartimento educazione alla salute dell´Asl fiorentina, Riccardo Poli presidente della sezione fiorentina della Lega italiana per la lotta ai tumori. «Il fumo è una delle cause che contribuisce all´insorgenza del tumore. E dalle ricerche emerge un aumento dell´uso delle sigarette tra le donne e i giovani, con tutto quello che ne consegue a livello di salute», dice Cioni.

Secondo i dati dell´Azienda regionale sanità in Toscana fuma il 22,9 per cento della popolazione: il 28 per cento dei maschi e il 18 per cento delle femmine e questa percentuale è più elevata rispetto al dato nazionale. E la predilezione delle donne toscane per il fumo è testimoniata anche nella tendenza, registrata negli ultimi 25 anni, di una riduzione dei maschi fumatori e una stabilità invece tra le donne. Ed è in aumento anche il fumo tra i giovani: non solo la percentuale più alta tra i fumatori (il 30,7%) si riscontra tra i ragazzi dai 20 ai 29 anni ma fra gli adolescenti toscani (14-19 anni) la quota di fumatori è in aumento con una percentuale del 17,9 per cento (22,7% maschi, 11,2% femmine). Un fenomeno confermato anche da una ricerca effettuata nel 2005 in 56 scuole superiori toscane da cui emerge che il 65 per cento dei giovani ha provato almeno una volta a fumare. Rosselli Del Turco insiste sull´importanza della prevenzione. Per quanto riguarda l´attività di prevenzione oncologica, Firenze e il territorio della Asl è interessata da tre programmi di screening: quello per i tumori a mammella, collo dell´utero e colon-retto. (31 maggio 2007)

da espresso.repubblica.it
4070  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ESTERO il: Giugno 01, 2007, 11:50:05
31/5/2007
 
Il sì dell'Onu al tribunale per la morte di Hariri
 

 Sulle guance ben rasate del giovine Bashar al-Assad da poche ore rieletto a stragrande maggioranza Rais cioè Presidente della Siria, è arrivato un sonoro schiaffo, proprio uno schiaffone. A dispetto dell'opposizione forte insistita di Russia e Cina, gli Stati Uniti e l'Europa sono riusciti a strappare al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, una risoluzione vincolante. La risoluzione 1757 instituisce infatti il Tribunale Internazionale che dovrà processare i presunti assassini tutti siriani dell'ex premier libanese Rafic Hariri. La notizia è arrivata nella notte in una Beirut semideserta coi nervi tesi ed è arrivata la notizia curiosamente insieme con la rituale brezza che, da che mondo è mondo giunge da Cipro col primo buio della sera. Ora è giusto dire e scrivere che l'assassinio di Hariri deve assolutamente avere nome e cognome perchè giustizia sia fatta e le Nazioni Unite non possono una volta ancora perdere la faccia? Ma è altresì onesto dire che la risoluzione al 1757 potrebbe avere paradossalmente effetti devastanti nei già felici paesi dei Cedri, che da produttore di benessere rischia di diventare e per sempre stavolta, produttore di cadaveri. Effetti devastanti perchè il piccolo democratico paese detto la Svizzera del Medio Oriente è in piedi per scommessa, avendo un presidente Emile Lahoud che considera illegittimo il governo del "maronita signora" il quale coraggiosamente indica nei servizi segreti di Damasco i mandanti e gli esecutori dell'assassinio di Hariri. La morte di Hariri fu definita una disgrazia benefica perchè provocò quella primavera di Beirut in forza della quale sotto la spinta dell'opinione pubblica e internazionale la Siria fu costretta a ritirare le sue truppe dal Libano. Il fatto è che la Siria ha sempre considerato il Libano una sua provincia sicchè ha sempre rifiutato di scambiare rapporti diplomatici. Non si scambiano ambasciatori dentro lo stesso paese, diceva Hafez el Assad dittatore padrone della Siria il padre dell'attuale presidente Bashar. Il Libano è una creazione di imperialismo tuonavano a Damasco. Durante i trent'anni la Siria ha "morgonaticamente" occupato il Libano sfruttando la sua economia e dominando la sua politica con la scusa di difendere il piccolo paese dei Cedri contro Israele. La Siria grande e bel paese subisce da decenni una implacabile dittatura che il giovine Al Assad Pascià cercò di allentare, subito dissuaso dall'esercito e da quella realtà politica chiamata Hezbollah cioè il Partito di Dio che Khomeini dopo la cacciata dello Scià creò nella Beca, la splendida valle libanese dominata da solenni rovine romane. La presenza siriana e lo stato nello stato palestinese han fatto del Libano un facile bersaglio per Israele, lo sappiamo. Il mitico generale Dayan e lo stesso morto vivo Sharon, han sempre tentato l'avventura militare che sottomettesse un Libano e questo perchè il Libano viene considerato benedetto, benedetto dalle acque del fiume Litani. C'è un terribile conto aperto fra Gerusalemme e Beirut lo abbiamo visto di recente quando l'aviazione israeliana ha polverizzato la Beirut nuova, frutto di un'annosa ricostruzione dopo una guerra civile durata sedici anni. Oggi come oggi, il Libano è spaccato in due. La minoranza Maronita teme la prepotenza di Hezbollah intrecciata la longa manus siriana, teme di pagare il prezzo di una auspicata trattativa tra Gerusalemme e Damasco con la regia di Washington. Il Libano è più di un paese disse Giovanni Paolo II, il Libano è un messaggio, sì un messaggio al mondo arabo, al mondo intero, un messaggio di civiltà. Ma un vecchio adagio mediorientale dice: "Per far la guerra ci vuole l'Egitto, per far la pace ci vuole la Siria". Buonasera

Igor Man

da lastampa.it
4071  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: POLITICA il: Giugno 01, 2007, 12:19:59
Prodi e l’ultimatum dopo la sconfitta elettorale

Un partito e la sua guida

di Sergio Romano

 
Dall’intervista di Prodi a la Repubblica emerge un quadro impietoso della situazione politica italiana. La maggioranza è divisa e litigiosa. Gli alleati sono inaffidabili. Il premier non ha il potere di imporre la propria linea. Il Paese rifiuta di comprendere le proprie reali esigenze e di accettare i sacrifici necessari al futuro della nazione. L’opposizione, quando era al potere, ha fatto solo disastri e non ha il diritto di proporsi come «alternativa di governo». Il presidente di Confindustria ha dato prova di scarso equilibrio. I sindacati non hanno compreso che il Paese deve cambiare. Si direbbe il messaggio d’addio di un uomo politico deluso, amareggiato, incompreso, ormai convinto che i suoi connazionali non meritino il suo impegno e la sua dedizione alla cosa pubblica.

Ma da questo quadro, così drammaticamente negativo, Prodi trae conclusioni opposte. Sostiene che «così non si può andare avanti», ma rifiuta di farsi da parte. Quando dichiara che è pronto ad andarsene, lo fa con toni e argomenti da cui emerge la convinzione che soltanto lui, Romano Prodi, sia l’uomo adatto a salvare l’Italia. Non so se questa combinazione di pessimismo e fiducia in se stesso possa servire a recuperare consenso. Forse sarebbe stato preferibile prendere atto del voto, ammettere gli errori fatti, spiegare pacatamente al Paese che i tempi esigono decisioni impopolari, chiamare gli alleati a un maggiore senso di responsabilità. Dopo tutto Prodi non ha torto quando sostiene che un voto amministrativo non può segnare la fine di un governo espresso da una maggioranza parlamentare, sia pure modesta. Se i suoi giorni sono contati è meglio che cada in Parlamento con un voto da cui possano trarsi conclusioni utili per il futuro.

Se il presidente del Consiglio, con la sua intervista, voleva dire che il governo ha il diritto di governare, non rimane che prenderne atto e aspettare il seguito. Ma l’intervista non concerne soltanto il governo e le condizioni del Paese. Nell’ultima parte Prodi affronta il problema del Partito democratico e dell’uomo che dovrà guidarlo. Non approva coloro che vogliono eleggere subito, insieme alla costituente, anche il leader. Prodi sa che la scelta cadrebbe in questo momento su un’altra persona e sostiene che «l’idea di scindere il leader dal premier è assolutamente inaccettabile». E’ meglio quindi nominare un coordinatore o un reggente, destinato a farsi da parte quando, in prossimità delle prossime elezioni, i Democratici saranno chiamati a scegliere una persona che sia contemporaneamente leader del partito e candidato premier.

E’ probabile che Prodi non voglia avere di fronte a sé, di qui ad allora, un interlocutore forte e spesso scomodo. Ma sembra dimenticare che un partito nuovo ha bisogno, sin dal primo giorno della sua esistenza, di una guida entusiasta ed energica. I prossimi mesi saranno quelli in cui occorrerà disegnare gli apparati, scegliere i segretari locali, conciliare ambizioni contrastanti, creare le condizioni per una vita unitaria. E’ difficile immaginare che questo compito possa essere svolto da un reggente privo di autorità e di futuro.

E, francamente, è ancora più difficile comprendere perché le esigenze del partito debbano essere sacrificate a quelle di un uomo politico imbronciato e deluso che finirebbe per scaricare sulla formazione appena nata, insieme ai suoi personali malumori, le difficoltà del governo. Prodi ha avuto grandi meriti nella nascita del Partito democratico. Ne avrà ancora di più se lascerà che cammini con le sue gambe.

31 maggio 2007
 
da corriere.it
4072  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: Brutte storie... Vogliamo dibatterne? il: Giugno 01, 2007, 12:19:24
31/5/2007 (8:26) - IL CASO SULLE FIAMME GIALLE

Visco, allarme per la maggioranza
 
Tutta la vicenda è iniziata quando il comandante della Gdf Speciale aveva denunciato pressioni da parte di Visco per il trasferimento di quattro ufficiali che indagavano sulle scalate dell'Unipol

«Via la delega sulla Gdf», si allarga il fronte a Palazzo Madama


GUIDO RUOTOLO
ROMA

I segnali ci sono tutti perché al primo significativo appuntamento parlamentare del dopo elezioni amministrative, il governo inciampi, scivoli, si faccia male insomma. E l’appuntamento - al quale dovrebbe intervenire lo stesso presidente del Consiglio, Romano Prodi - è quello di mercoledì al Senato, quando l’Aula discuterà l’ordine del giorno dell’opposizione che chiede al governo di ritirare le deleghe sulla Guardia di finanza al viceministro Vincenzo Visco. Palazzo Chigi non può più contare su una maggioranza compatta. Dopo i quattro senatori di Italia dei Valori, ieri si sono aggiunti tre dell’Ulivo (Bordon, Manzione e D’Amico) hanno chiesto ufficialmente al viceministro di fare un passo indietro.

A questo punto, è l’appello a fine giornata di Giovanni Russo Spena, Rifondazione, «il presidente del Consiglio deve convocare per lunedì un vertice di maggioranza». Avverte Russo Spena: «Il rischio è che una pallina si trasformi in una valanga che sommerge tutti. Sono stupefatto dell’inerzia assoluta di fronte a un esito che oggi è scontato».

Quella di ieri è stata una giornata di «mobilitazione» dei dissidenti interni alla maggioranza e di una apparente immobilità dei vertici dell’Ulivo. Mentre Sinistra democratica, per il momento, continua a chiedere un (pre)vertice chiarificatore con il governo e fa sapere che potrebbe presentare una interrogazione parlamentare, Italia dei Valori ha reso noto il testo che presenterà in Aula. Non la mozione annunciata martedì sera, perché per farlo avrebbe avuto bisogno del sostegno di altri quattro senatori, e per evitare una «campagna acquisti» che avrebbe provocato una ulteriore fibrillazione nella maggioranza, - già aveva dato il suo assenso il senatore Sergio De Gregori - ha fatto un passo indietro, anche perché i tre dissidenti della pattuglia dell’Ulivo avevano fatto sapere che non l’avrebbero sottoscritta, non avendola concordata.

Una retromarcia solo da un punto di vista formale, perché il testo che Idv comunque presenterà mercoledì in Aula non è cambiato di una virgola: «Sarebbe opportuno che il ministro competente (Padoa-Schioppa, ndr) riprendesse in capo a se stesso la delega concernente la Finanza». Ma se non lo dovesse fare, Idv chiede al governo di revocare temporaneamente la delega al Visco, «al fine di evitare la permanenza di una situazione in cui potrebbe non risultare garantita la piena e totale imparzialità di tutti i soggetti interessati».

Se Nuccio Cusumano garantisce che la pattuglia dei tre senatori dell’Udeur (Mastella compreso) farà quadrato attorno a Palazzo Chigi e a Visco, pur chiedendo di «rimuovere le ombre» che ci sono, i mal di pancia nella maggioranza hanno contagiato diversi senatori. Non è un mistero, per esempio, che anche Lamberto Dini sia scocciato, anche se ieri non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione. Il problema, si interrogavano ieri sera autorevoli esponenti della maggioranza, a palazzo Madama, «è chi richiamerà all’ordine i dissenzienti?», «quale sarà la linea del governo?».

Per drammatizzare ancora di più il clima, c’era anche chi sussurrava che in queste ore Prodi avrebbe invitato Visco a valutare la situazione, insomma ad accogliere il suggerimento di fare un autonomo passo indietro. Ma delle intenzioni di Visco, per il momento, non trapela nulla ufficialmente, se non che sta preparando il suo dossier: un documento chiarificatori su tutti i punti «oscuri» della vicenda.

Se la situazione dovesse rimanere così come si presentava ieri sera, l’appuntamento di mercoledì si presenta con una grossa incognita. Perché è vero che Bordon-D’Amico-Manzione non voteranno mai l’ordine del giorno dell’opposizione, ma non è detto che il centrodestra non voti quelli della maggioranza critica. E a quel punto, gli sviluppi davvero sarebbero imprevedibili.


da lastampa.it
4073  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: SOCIETA' - FAMIGLIA il: Giugno 01, 2007, 12:15:13
Così ho visto uccidere Vanessa

di Fausto Biefeni Olevano


Era a due passi dalla ragazza colpita nella metro. E ora racconta a 'L'espresso' tutti i dettagli dell'aggressione  Vanessa Russo col fratelloHa visto partire quel colpo sferrato con l'ombrello che ha raggiunto Vanessa Russo al volto. Ha soccorso la ragazza ferita, le è stata vicina, ha cercato di tranquillizzarla e poi, quando finalmente è arrivato un medico, le forze dell'ordine l'hanno fatta allontanare. Solo il giorno dopo F. M., giovane professionista del Centro-sud trapiantata a Roma per lavoro, ha saputo che Vanessa era morta. A quel punto si è presentata agli inquirenti e ha raccontato agli uomini della Squadra mobile quello che aveva visto. Oggi, per la prima volta, rompe il suo riserbo e ricostruisce con 'L'espresso' la dinamica del delitto di cui sono accusate due rumene: Doina Matei, che ha inferto il colpo, e la minorenne Costanza I..

È il 27 aprile, F. M. sta raggiungendo la banchina della metro a Termini: il tempo di girare un angolo e vede arrivare i vagoni. "Si sono aperte le porte", racconta, "e ho visto scendere, per prime, le tre ragazze che stavano visibilmente litigando. Fra me e loro non c'era nessuno che mi coprisse la visuale. Non ho sentito cosa si stessero dicendo a causa del rumore, ma ho visto cosa è successo".

Secondo la difesa, Doina avrebbe colpito per difendersi da una aggressione da parte di Vanessa.
"Non è così. Io al contrario ho visto Vanessa allontanarsi da Doina, un po' come se le avesse lanciato l'ultimo improperio per poi piantarla lì, ed è a quel punto che è partita l'ombrellata. Vanessa era di profilo rispetto alla rumena e in quel momento ho incrociato il suo sguardo a pochi metri di distanza, una scena che non dimenticherò mai. L'ho vista girarsi verso Doina proprio nel momento in cui arrivava il colpo, subito dopo è caduta a terra. Il colpo è stato strano, all'inizio pensavo che l'avesse solo sfiorata poi, dopo aver saputo che era morta, mi sono resa conto che deve essere stato talmente forte che le ha praticamente spostato il viso".
 

Sempre secondo la difesa, Vanessa avrebbe dato uno schiaffo a Doina.
"Non so cosa sia successo prima sulla metropolitana, ma sulla banchina nessuno schiaffo, casomai come dicevo potrebbe esserci stata un'ultima aggressione verbale. Ma in ogni caso io poi ho visto Vanessa allontanarsi e non aggredire Doina. La mia impressione è che quella della rumena sia stata una reazione rabbiosa e violenta a un presunto insulto".

La rumena minorenne, che poi è stata scarcerata, ha detto di aver tentato di fermare il colpo.
"Anche se avesse voluto non ne avrebbe avuto il tempo. Si è svolto tutto molto rapidamente".

Doina MatteiLe due ragazze rumene si sono allontanate subito?
"Sì, se ne sono andate camminando, senza particolare fretta, e prima di sparire tra la folla Doina si è girata accennando un sorriso, come della persona soddisfatta di aver risposto a una provocazione verbale. Credo che neanche lei si sia resa veramente conto di quello che aveva fatto, tanto che quello che hanno dichiarato le due rumene, da quanto ho letto sui giornali, riguardo al fatto di non aver visto il sangue, è sicuramente vero. In sostanza, il colpo è stato intenzionale, anche se secondo me non è stato inferto con l'intenzione d'uccidere".

E lei cos'ha fatto?
"Ho visto Vanessa cadere a corpo morto, e istintivamente mi sono avvicinata. Come dicevo, ancora non aveva iniziato a sanguinare ed era a terra supina. Quando ha provato a girarsi, come per rialzarsi, ha cominciato a uscire il sangue".

Lei è stata la prima ad avvicinarsi?
"Sì, ho cercato di parlarle, di tranquillizzarla. D'altronde in quel momento pensavo che la botta le avesse rotto il setto nasale, dunque nulla di grave. Poi quando il sangue ha cominciato ad aumentare mi sono preoccupata, anche se non avrei mai pensato a un esito così drammatico".

Vanessa era ancora cosciente?
"Aveva un occhio aperto e l'altro tumefatto, ma il sangue usciva solo dalla bocca e dal naso. Credo che quando si è resa conto di quel grande flusso si sia spaventata perché ha cominciato ad agitarsi, tanto che ha provato a rimettersi supina. Ma in quel modo non riusciva a respirare, aveva uno zainetto che in qualche modo la bloccava, allora ho cercato di metterla di lato perché pensavo che potesse soffocare se continuava a inghiottire sangue. Nel frattempo intorno c'era il panico, gente con le mani nei capelli, che piangeva, ma nessuno è intervenuto, tranne un ragazzo che si è avvicinato e le reggeva la testa. Poi, finalmente, è arrivato un vigilante e insieme abbiamo tagliato le cinghie dello zaino per farla stare più comoda. Quando è arrivato anche un medico, nel frattempo la sicurezza mi aveva già fatto allontanare, ho pensato che a quel punto avrei creato solo intralcio e me ne sono andata".

Lei comunque pensava che la ragazza non fosse grave?
"Sì, ero tranquilla. Credevo che il danno fosse al naso".

Pensa che la sua testimonianza sia stata utile?
"Immagino di sì. Quando sono stata ascoltata la polizia ancora non sapeva come fosse stato sferrato il colpo, pensavano che l'ombrello fosse stato usato come una lancia. Mi hanno fatto mimare la scena, e questo mi fa pensare che probabilmente nessun altro ha visto quello che ho visto io".

(31 maggio 2007)
da espresso.repubblica.it
4074  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: SOCIETA' - FAMIGLIA il: Maggio 30, 2007, 11:05:32
L’informazione dimezzata

Gustavo Ghidini


Il decreto (del 30 gennaio 2007) che ha recepito l’accordo fra governo, sindacati e imprese, per l’avvio della previdenza complementare, prevede, in sintesi, che le somme corrispondenti al futuro trattamento di fine rapporto dei lavoratori (Tfr) possano essere a): mantenute in azienda e gestite dall’Inps, come sinora avvenuto, ovvero b) per aziende con più di 50 dipendenti, destinate ad un Fondo della Tesoreria dello Stato.

Fondo gestito - secondo le stesse regole sostanziali - dall'Inps; ovvero, ancora, c) devolute a «fondi pensione» operanti sul mercato finanziario. Se il lavoratore non esprimerà una scelta entro il giugno 2007, il Tfr verrà destinato ai fondi pensione (uno strappo rispetto al sistema del diritto privato, che non riconosce, se non marginalmente, il principio del silenzio-assenso, valevole viceversa nei rapporti fra privati e Pubblica Amministrazione). Infine, non si prevede la possibilità di una destinazione «mista» (parte alle gestioni Inps, parte ai fondi pensione): la scelta- quella volontaria o quella «automatica» in favore dei fondi in caso di silenzio del lavoratore - è secca. E qualora privilegi i fondi, anche irrevocabile.

Come si vede, il congegno normativo intende nettamente favorire il decollo della previdenza integrativa, ritenuta necessaria sia per evitare future eventuali «difficoltà» dell'Inps, sia per mobilitare risorse finanziarie che i fondi destinerebbero ad investimenti nel «sistema» economico. Non intendo né saprei discutere questa scelta, che vede forti ed eterogenee convergenze di concreti interessi (il Tfr «vale», nel 2007, quasi 20 miliardi di euro). Mi limito a esprimere due dubbi marginali. Il primo: il rischio di future difficoltà dell'Inps non si ridimensionerebbe forse decisamente se all'Istituto non fossero più addossati gravosi impegni sul fronte dell'«assistenza» (oltre che della «previdenza»), impegni che dovrebbero far carico alla fiscalità generale? Il bilancio strettamente «pensionistico» dell'Inps non è forse, tuttoggi, in attivo?

Il secondo: il servizio finanziario al «sistema» non è già svolto, e direttamente, dal regime tradizionale, in cui le somme del Tfr restano in azienda? La liquidità ex Tfr non costituisce forse, di fatto, uno strumento di finanziamento che consente alle imprese di ridurre la morsa creditizia?

Ma, come dicevo, il punto che qui vorrei trattare è un altro. Di fronte a quelle alternative di scelta, e alla destinazione per legge ai fondi in caso di silenzio dei lavoratori, l'informazione che viene rivolta a costoro - non certo tipicamente definibili come sofisticati investitori finanziari - si segnala per una vistosa carenza. Una carenza che purtroppo persiste anche nella recentissima «ripresa» della campagna di informazione istituzionale. Si avverte, sì, correttamente, dell'esistenza di profili diversi di convenienza delle singole soluzioni. Ma non si attira espressamente l’attenzione dei lavoratori sullo specifico profilo/problema delle garanzie. Non si esplicita, in particolare, che la forma di gestione attuale, da parte del datore di lavoro (così come quella che sarà svolta dall'Inps per il Fondo tesoreria dello Stato) è sostenuta da un apposito fondo di garanzia, istituito presso lo stesso Inps, che tutela il lavoratore nell'ipotesi di insolvenza dell'impresa, assicurandogli l'intero capitale e una certa, pur modesta, redditività. Si tratta di formale garanzia statuale (legge 29/5/ 82, n. 27), a «tenuta» assoluta. Viceversa, la restituzione delle somme che verranno conferite ai fondi pensione non è attualmente assistito da una altrettanto efficace garanzia. Il decreto legislativo 252 del 2005 prevede infatti che i fondi che gestiranno il Tfr investano nelle linee finanziarie a contenuto più prudenziale, «tali da garantire la restituzione del capitale e rendimenti comparabili... al tasso di rivalutazione del Tfr». Ora, quel «tali da garantire» corrisponde, in termini giuridici, solo ad un ragionevole affidamento, non tuttavia sostenuto da alcun fondo di garanzia in senso proprio. In breve: la disciplina attuale della previdenza complementare non sottrarrebbe il Tfr ai rischi del mercato finanziario. Se la gestione dei fondi fosse «sfortunata», causa di perdite ingenti, le perdite sarebbero del lavoratore (il fondo guadagnerebbe comunque le commissioni pattuite). La situazione potrebbe mutare se il lavoratore sottoscrivesse dei «prodotti» finanziari con restituzione garantita del capitale e di un (minore) interesse, offerti da taluni fondi di impronta assicurativa. Ma - a parte la insufficienza generale dell'informazione su siffatte diversificazioni (specie rispetto ad una platea di investitori tipicamente non esperta di mercati finanziari) - qualcuno di quei fondi potrebbe fallire. Improbabile? Certamente, ma altrettanto certamente non impossibile, specie in un arco di tempo che,per i giovani lavoratori, potrebbe essere di trent'anni. Diverso sarebbe il discorso in un'altra ipotesi : che i fondi assicurassero (con una polizza a favore dei lavoratori-investitori) il proprio rischio di non riuscire a restituire l'intero capitale e l'interesse convenuto. Per i cosiddetti grandi rischi, è abituale che le compagnie di assicurazione provvedano alla cd riassicurazione. Perché non pensarvi anche per il Tfr investito nei fondi pensione? Si tratta, non dimentichiamolo, di accantonamenti sul salario (il Tfr è «salario differito»). Sarebbe, certo, un sistema più costoso per azionisti e gestori dei fondi. Ma non sarebbe più costoso,per l'intero sistema-paese, se la fiducia dei lavoratori venisse tradita?


*Presidente onorario del Movimento Consumatori


Pubblicato il: 30.05.07
Modificato il: 30.05.07 alle ore 8.57   
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4075  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI il: Maggio 30, 2007, 11:04:45
Sconfitta collettiva

Gianfranco Pasquino


Prevedere le sconfitte elettorali e non fare niente per evitarle ovvero, quantomeno, ridimensionarle, non depone a favore di nessuno dei dirigenti del centrosinistra. Cercare di minimizzarle, mi pare, poi, un’operazione tanto ipocrita quanto controproducente. Certo, il Nord geografico include anche la Liguria e l’Emilia-Romagna (e dal ballottaggio di Parma potrebbe venire una gradevole sorpresa)... Ma fare spallucce dicendo che il Nord rappresenta un problema «non da oggi» per il centro-sinistra non riduce le proporzioni della sconfitta e non avvia in nessun modo a soluzione il problema. Neppure cercare i capri espiatori o, peggio, le bacchette magiche serve a salvare le coscienze e ancora meno a recuperare i voti.

Tutti gli studiosi sanno, e persino qualche politico ha imparato, che nei comportamenti elettorali, che includono anche la decisione di non andare a votare, entrano una pluralità di motivazioni. Pertanto, qualcuno degli elettori del centro-sinistra ha mostrato la sua disaffezione standosene a casa. È recuperabile mostrando loro che il governo di centro-sinistra sa prendere decisioni e attuare politiche. Qualcuno ha ritenuto che uno schieramento come quello del centro-sinistra dovrebbe contenere e ridurre i privilegi, ma, di fronte alla documentazione dei costi della politica, è stato preso, non soltanto dallo sconforto, ma anche dall’irritazione e ha deciso di dare una lezione ai troppi compiaciuti politici di mestiere che si ergono a casta. Qualcuno, infine, fra i molti che, probabilmente, oscillano fra centro-sinistra e centro-destra, ha deciso che su tematiche importanti, come la sicurezza, l’immigrazione, le tasse (la distribuzione del cosiddetto tesoretto), il centro-sinistra non ha le idee chiare e neppure le proposte giuste. Per quanto l’assunto democratico che l’elettore ha sempre ragione debba essere condiviso e tenuto fermo (altrimenti dovremmo affidarci, di volta in volta, ai cardinali, ai generali e agli imprenditori, e non ai professori che si fanno allegramente «prendere a prestito» dalla politica), questo assunto non suggerisce affatto che gli elettori abbiano posizioni giuste in tutte le materie né posseggano tutte le informazioni necessarie.

Tuttavia, una volta attribuita agli elettori una parte di responsabilità per la loro carente informazione, tutta la rimanente e preponderante responsabilità va assegnata ai politici, nel nostro caso ai politici e ai professori di centro-sinistra che stanno governando e che non si sono curati abbastanza di interagire con l’elettorato, tutto e non soltanto il «loro» poiché di elettori «sicuri» ne sono rimasti piuttosto pochi. Non mi soffermerò qui sul sufficientemente criticato atteggiamento complessivo di saccenza che troppi politici e non-politici di centro-sinistra emanano, abbastanza spesso senza accompagnarlo con reale competenza. Non c’è dubbio, però, che molti elettori, anche di sinistra, si sentono «snobbati» dai loro rappresentanti e, magari inconsciamente, trasmettono la loro delusione a parenti, amici, colleghi che finiscono per abbandonare ogni tentazione di, per dirla con Totò, «buttarsi a sinistra». Il peggio viene quando, invece di ascoltare una riflessione seriamente autocritica, gli elettori vengono messi di fronte a numerosissimi tentativi di scaricabarile. Questi tentativi prendono forma di un abbondante flusso di dichiarazioni che attribuiscono la sconfitta a qualche capro espiatorio che, rovesciato, diventerebbe bacchetta magica.

No, non credo che si possa provare che se il centro-sinistra avesse spostato il suo asse più verso sinistra le elezioni amministrative sarebbero andate meglio. Non penso neanche che l’elettorato avrebbe votato per il centro-sinistra se già fosse esistito il Partito Democratico e, ancora meno, che la soluzione consista nell’accelerarlo. Credo, invece, che, finito il flusso delle dichiarazioni, bisognerebbe ripensare come farlo il Partito Democratico. Con buona pace del sindaco Sergio Chiamparino, che continua ad avere tutta la mia stima, non posso credere che gli elettori di Verona, ma neppure quelli di Asti, Alessandria, Vercelli, non hanno votato a sinistra per protesta contro la sua esclusione dal Comitato Promotore del Pd, anche se il segnale mandato non includendolo è stato molto negativo e sarebbe stato meglio che lui ci fosse. In definitiva, sono colpevolista, anzi, giustizialista.

Tutti i dirigenti dell’Unione, del centro-sinistra, del Partito Democratico debbono essere considerati collettivamente responsabili quando perdono le elezioni. Qualcuno un po’ di più, in particolare, tutti coloro che prendono opportunistiche distanze dalle politiche del governo. Tuttavia, quello che, non soltanto, preoccupa, ma, personalmente, mi irrita è che, superato questo tornante, dopo i ballottaggi, l’Unione riprenderà a presentare il ventaglio delle sue articolate e rissose posizioni. Invece, bisognerebbe tornare a fare politica, esattamente quello che, nella maggioranza delle regioni del Nord, dopo le promesse di qualche anno fa di Fassino (e Bersani, la Margherita sembra non curarsene neppure), di insediare un organismo specifico a Milano, è clamorosamente mancato. Se Filippo Penati vince nella provincia di Milano, se Sergio Chiamparino vince e rivince a Torino, se Mercedes Bresso vince in Piemonte, se Massimo Cacciari torna a vincere a Venezia, se Riccardo Illy vince in Friuli, è soltanto per fattori occasionali, oppure perché sanno con le loro promesse, con i loro comportamenti, con le loro politiche convincere e conquistare consenso? Non sarebbe, dunque, opportuno che la Sinistra Democratica (Mussi, Salvi, Angius) e il Partito Democratico riflettessero, senza considerarsi né concorrenti né nemici, e suggerissero, con ragionevole urgenza, qualche seria innovazione alla politica del centro-sinistra?

Pubblicato il: 30.05.07
Modificato il: 30.05.07 alle ore 8.58   
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4076  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: SOCIETA' - FAMIGLIA il: Maggio 30, 2007, 11:03:17
Palestinese e giornalista: discriminata

Maurizio Debanne



Ala'a KarajhAla'a Karajh è una giornalista palestinese di 23 anni. Le qualità del mestiere le possiede tutte: di curiosità ne ha da vendere, la realtà sa bene che la si conosce solo per strada e non per sentito dire. L'umiltà poi la dimostra prendendo appunti in ogni incontro a cui prende parte. «Da tutti posso imparare qualcosa», dice a l'Unita.it. Ala'a ha fatto parte di un gruppo di 12 giornalisti, 6 israeliani e 6 palestinesi, che ha preso parte ad un workshop di 3 giorni presso la redazione di RaiNews24 sul ruolo dei media nel conflitto israelo-palestinese. Il progetto, finanziato dall'Unione europea, dal Comune di Roma e dalla Regione Lazio, è stato organizzato dal Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente e da due Ong, Keshev (israeliana) e Miftah (palestinese).

Dai lavori sono emerse fuori tutte le difficoltà che attraversa la stampa di ambo le parti. Ala'a non si sottrae a elencare le proprie. «Il giornalismo palestinese è ancora molto giovane e dunque manca a volte di professionalità», ammette. Tuttavia, le difficoltà non derivano solo dall'inesperienza e dall'estremismo di alcuni canali, come quello di Hamas. «Due anni fa durante il ritiro da Gaza voluto dal governo israeliano di Ariel Sharon le televisioni di tutto il mondo coprirono l'evento. C'erano anche le telecamere di Al Jazira e Al Arabya. Ma a noi giornalisti palestinesi non ci fu rilasciato il permesso dalle autorità di sicurezza dello stato ebraico di entrare a Gaza per raccontare lo sgombero degli 8mila coloni». «Una decisione incomprensibile», è il commento del capo della delegazione israeliana, Yitzar Be'er, direttore di Keshev.

E qui si apre allora il problema delle fonti. Se ai palestinesi non è concesso di vedere con i propri occhi ciò che accade in Israele, o un discorso del primo ministro o di altri membri dell'esecutivo dello stato ebraico, come possono svolgere appieno il proprio lavoro? «Siamo più volte costretti a ricercare le notizie guardando le tv satellitari arabe», confessa Ala'a. A questo quadro va aggiunto inoltre che per i palestinesi è difficile spostarsi anche all'interno della stessa Cisgiordania. A causa dei blocchi interni israeliani, recentemente criticati dalla Banca Mondiale in un rapporto sull'economia palestinese, è difficile coprire gli eventi nelle varie città della West Bank. Insomma, oltre alle difficoltà di sfondare in un settore molto competitivo, ancora giovane e a volte attaccato da un fanatismo, in Palestina essere giornalisti è davvero un'impresa. Al'a però non si scoraggia e non nasconde davanti a nessuno il suo sogno: diventare un giorno anchorman di una importante Tv araba.


Pubblicato il: 29.05.07
Modificato il: 29.05.07 alle ore 18.58   
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4077  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: SOCIETA' - FAMIGLIA il: Maggio 30, 2007, 11:02:45
Per 4 agenti l'accusa è di aver provocato il decesso del giovane Federico, svolta nell'inchiesta Ferrara, trovate altre prove nella cassaforte della polizia: sette tamponi con il sangue della vittima e documenti clamorosi 

 
FERRARA - Le sorprese erano chiuse in cassaforte. Ci sono novità sulla storia di Federico Aldrovandi, lo studente diciottenne che il 25 settembre 2005 morì a Ferrara dopo essere stato fermato dalla polizia. Tutto era pronto per l’udienza preliminare che il prossimo 20 giugno deciderà se mandare a processo quattro agenti accusati di omicidio colposo. Ed invece, dalla questura arrivano nuovi reperti, sconosciuti agli atti dell’inchiesta. Dagli «originali » delle telefonate ai tamponi imbevuti del sangue del ragazzo. E con essi affiorano dubbi e sospetti, ai quali dà corpo Alessandro Gamberini, legale della famiglia del giovane: «È la prova di come in questa inchiesta il materiale di indagine sia stato accuratamente selezionato, dato o non dato a seconda della convenienza. Per fortuna qualcosa è cambiato». Aldrovandi muore a Ferrara, in via Ippodromo, dopo aver trascorso la notte in un centro sociale di Bologna. Così ricostruiva i fatti una nota della questura: «Alle 6.25 personale di Polizia interveniva su segnalazione di alcuni cittadini che avevano riferito del comportamento strano di un giovane. Poco dopo, il giovane è stato colto da malore».

Caso chiuso. Morto per cause naturali, durante il trasporto in ospedale. Overdose, si dirà poi. Tre mesi dopo Patrizia, la madre di Federico, apre un blog per chiedere nuove indagini. Emergono testimonianze che parlano di un controllo piuttosto energico da parte degli agenti intervenuti. Secondo i consulenti della famiglia ci sarebbe stata una violenta colluttazione tra quattro agenti e Aldrovandi, sottoposto ad una immobilizzazione forzata con schiacciamento della cassa toracica. Il 9 gennaio 2007 c’è la richiesta di rinvio a giudizio per quattro poliziotti. La partita giudiziaria si giocherà su perizie mediche e sulle diverse ricostruzioni degli orari. Anche per questo, è di grande onestà e pulizia la nota datata 2 febbraio 2007 della Squadra mobile di Ferrara che accompagna le nuove rivelazioni. Scrive il dirigente: «In data odierna ho avuto accesso, per la prima volta, al registro degli interventi del 113 relativo al periodo di indagine, fino ad oggi custodito nella cassaforte dell’Unità di polizia giudiziaria». Per una circostanza fortuita, si apre così, «per la prima volta», lo scrigno che contiene gli originali degli atti compiuti quel 25 settembre 2005.

Il catalogo è questo: ci sono tutti i brogliacci delle telefonate effettuate dagli agenti, e gli orari del loro intervento nel luogo dove Federico Aldrovandi cominciava la sua agonia. La Squadra mobile li mette a confronto con i documenti «puliti» che sono stati poi allegati agli atti dell’inchiesta. E scopre che tra la copia «in brutta» e quella in bella, ci sono differenze sostanziali. Sull’orario dell’arrivo della prima pattuglia, i cui agenti sono accusati di aver pestato Aldrovandi: «Doverosamente si deve rilevare come il foglio di intervento originale, annullato con dei segni trasversali a penna, è parzialmente difforme» da quello poi trascritto agli atti. «In particolare, la difformità è relativa all’orario in cui è stato dato l'intervento, e la correzione fatta a penna contrasta con i fogli successivi ». Il nuovo questore di Ferrara, Luigi Savina, uno dei poliziotti più stimati dal Viminale, mette per iscritto di non aver chiesto «per ora» una relazione sull’accaduto ai due ispettori che hanno firmato i rapporti solo perché consapevole che anche la Procura ha un procedimento in corso sui modi con i quali è stata effettuata l’indagine sulla morte di Aldrovandi. Dal carteggio custodito in cassaforte spuntano anche due lettere «manoscritte in originale», che sono riferibili alle attività di sopralluogo compiute la mattina del 25 settembre—Aldrovandi morì poco dopo l’alba—«ma non risultano finora essere state inviate alla autorità giudiziaria».

L'ultima scoperta è forse la più clamorosa. La questura comunica di aver ritrovato anche sette tamponi intrisi di sangue «relativi al giovane Aldrovandi» conservati da ormai due anni nei frigoriferi della Polizia scientifica, e mai messi agli atti. In una vicenda dove autopsie, perizie mediche e sopralluoghi contano molto, è un dettaglio che potrebbe avere la sua importanza.

Marco Imarisio
30 maggio 2007
 
da corriere.it
4078  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: POLITICA il: Maggio 30, 2007, 11:00:33
30/5/2007 (7:22)

Di Pietro, siluro a Visco

Mozione al premier: il governo gli ritiri la delega sulla Guardia di Finanza


GUIDO RUOTOLO
ROMA

Otto di sera. Si è appena conclusa la riunione dei senatori di Italia dei Valori con Antonio Di Pietro. Il ministro annuncia che stamani sarà depositata una mozione con la quale (anche) Italia dei Valori chiede al presidente del Consiglio, Romano Prodi, di ritirare («temporaneamente») la delega al vice ministro all’Economia, Vincenzo Visco, e la legge al telefono: «Sia Visco che il comandante generale della Guardia di finanza, Roberto Speciale, sono, per il ruolo che ricoprono, di per sé credibili ma le loro versioni dei fatti sono diametralmente opposte. Su questa vicenda - spiega Di Pietro - sono in corso inchieste della magistratura per cui è inopportuno che il viceministro Visco continui a mantenere la delega sulla Finanza, anche per non dare spazio a sospetti di interferenza. E’ questa la ragione che ci porta a chiedere al presidente Prodi la sospensione temporanea delle sue deleghe, in attesa degli esiti delle indagini della magistratura».

Si complica ancora di più l’«affaire» Visco-Speciale. Proprio ieri mattina la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama aveva fissato per mercoledì prossimo il dibattito sulla mozione presentata dall’opposizione, che chiede al governo di ritirare la delega sulla Guardia di finanza al vice ministro Vincenzo Visco. Proprio perché nella stessa maggioranza, in questi giorni, erano arrivati segnali di insofferenza e di perplessità sull’operato di Visco, Cesare Salvi (Sinistra democratica) e Giovanni Russo Spena (Rifondazione) avevano chiesto che, prima del dibattito in aula, il governo si riunisse con la maggioranza. «La posizione assunta da Italia dei Valori - commenta il capogruppo di Rifondazione, Russo Spena - rende ancora più urgente la riunione della maggioranza, per evitare che la vicenda possa destabilizzare la stessa tenuta e struttura del governo». Il vice ministro Visco per il momento tace. Sta lavorando a una memoria «difensiva» per chiarire ogni dubbio sul suo operato. Agli atti delle inchieste della magistratura, c’è anche la lettera datata 24 luglio 2006, e inviata al comandante generale della Finanza, Roberto Speciale. Nella lettera, Visco ricorda il primo incontro del 26 giugno, nel quale il generale annunciò diversi cambiamenti ai vertici della Finanza: «Il 13 luglio ho parlato della questione con i generali Pappa e Favaro e da questi incontri emerse l’opportunità di coinvolgere nei movimenti anche Milano». Visco, dunque, riconosce che il fascicolo Milano viene aperto con i suoi colloqui con i due generali.

Lo stesso giorno, Visco incontrò anche Speciale: «(La) invitai a procedere nei trasferimenti - ricorda il viceministro - inserendo anche Milano e decidendo, previa consultazione con i generali Pappa e Favaro, una proposta di avvicendamento che vi trovasse tutti d’accordo». Da quel momento esplode la polemica. La notizia di avvicendamenti a Milano viene lanciata dall’Ansa, monta la polemica politica perché gli annunciati trasferimenti vengono presentati come punitivi nei confronti della squadra che ha indagato su Unipol. Visco ricorda il 24 luglio al generale Speciale: «Dal Comando Generale non ho ricevuto più alcuna proposta, salvo quella relativa ai soli spostamenti di Milano, inviatami il 14 luglio e che è rimasta di fatto sospesa». Ecco il punto. La lista degli «epurandi», sembra di capire dalle parole di Visco, arriva dal Comando.

Chi ha ragione? Visco o Speciale? Ieri, intanto, il Cocer della Finanza, l’organismo di rappresentanza militare, è sceso pesantemente in campo, per difendere il «suo» comandante, il generale Speciale. Il Cocer ricorda che i movimenti interni furono stabiliti nel marzo del 2006, e Milano non c’era. Fino al 13 luglio scorso: «Nella vita pubblica l'unica cosa di rilievo tra marzo e luglio dello scorso anno è stata la nascita di un nuovo Parlamento e di un nuovo governo. Gli avvicendamenti sono allora la conseguenza del nuovo scenario istituzionale e politico?».

da lastampa.it
4079  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: ELEZIONI il: Maggio 30, 2007, 10:56:15
Maurizio Migliavacca: «Sicurezza e tesoretto, abbiamo disorientato gli elettori»

Andrea Carugati


Mettere un «punto fermo» alla discussione sulla leadership del Pd, «perché sarebbe deleterio trascinare questa discussione per mesi». Maurizio Migliavacca, coordinatore dei Ds, risponde così a chi, come Rutelli, ieri ha rilanciato sulla proposta di accelerare. «Io credo che vada eletta l’assemblea costituente e che spetti a questo organismo sovrano individuare chi dirigerà il partito. C’è effettivamente bisogno di un leader che dia voce al Pd, se ci sono altre ipotesi su come e quando eleggerlo discutiamone nel comitato promotore. Purché non si parli solo di organigrammi».

Onorevole Migliavacca, che giudizio dà del responso delle urne?

«È un risultato da non sottovalutare. Ma non c’è stata alcuna spallata, i risultati non chiedono al governo di andarsene: la sconfitta di Berlusconi nelle amministrative del 2002, quando si è votato nelle stesse città e province, fu nettamente peggiore. Ma stavolta l’astensionismo ha penalizzato soprattutto noi: questo voto chiede al governo di rimboccarsi le maniche e rilanciare il suo profilo riformatore».

È stato un voto locale o influenzato da un quadro nazionale?

«Ci sono entrambi gli aspetti. Ma quando perdi il Comune da Gorizia a Verona, da Monza a Alessandria c’è anche un segno politico più generale di insoddisfazione verso il centrosinistra».

Come intendete rispondere?

«Bisogna correggere alcune politiche di governo. Penso soprattutto alla sicurezza: dobbiamo intervenire anche sul funzionamento della giustizia perché si è fatta strada l’idea che ci sia nei fatti una sorta di impunità. Poi dobbiamo rispondere con una politica di redistribuzione al senso di vulnerabilità che inquieta anche parti della classi medie. La discussione sul cosiddetto tesoretto è l’esempio di un messaggio contraddittorio che disorienta gli elettori e danneggia il governo: servono scelte precise che rispondano a questo senso di vulnerabilità. Infine il fisco: nessun passo indietro sul rigore e la lotta all’evasione fiscale, ma c’è bisogno di una semplificazione. E ancora: c’è una insofferenza, soprattutto al Nord, rispetto ai tempi della politica e al funzionamento del sistema pubblico. La destra cavalca l’antistatalismo, a noi spetta rilanciare le riforme istituzionali, a partire da federalismo e riforma elettorale».

C’è chi dice che il Pd sia il vero sconfitto di questa tornata elettorale.

«Non è stata la prima prova elettorale del Pd: è un progetto che vive ancora una fase di passaggio. Questo voto conferma la necessità politica del nuovo partito e chiede una accelerazione, soprattutto per quanto riguarda la sua identità, il suo profilo sui grandi temi, la capacità di farli vivere nella società».

A proposito di sicurezza: rifarebbe tra i primi provvedimenti della legislatura l’indulto?

«Questo provvedimento ha aumentato l’inquietudine e l’allarme sul tema della sicurezza. L’errore è stato non accompagnarlo subito e incisivamente con misure sul funzionamento della giustizia e sulle politiche di sicurezza».

Da dove nasce la percezione di una politica che non decide?

«Il problema è la coesione della maggioranza: serve un’agenda condivisa delle priorità e poi su questa bisogna andare avanti senza esitazioni».

Pochi mesi fa è stato approvato un dodecalogo. Che fine ha fatto?

«Il tema è ancora quello: serve un’agenda più chiara, più incisiva e deve essere supportata da una volontà di decisione e poi da una adeguata comunicazione al Paese, che si basi soprattutto sui fatti».

Per fare questa agenda saranno necessari nuovi vertici?

«Per carità, evitiamo verifiche e altri riti della vecchia politica. Ci sono dei ruoli istituzionali, si esercitino».

C’è un problema di leadership nella maggioranza?

«Ci vuole più da parte di tutti più responsabilità e capacità di decisione».

Ma non potevate chiudere prima il contratto degli statali?

«Sarebbe stato meglio».

Pubblicato il: 30.05.07
Modificato il: 30.05.07 alle ore 9.00   
© l'Unità.
4080  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / ESTERO il: Maggio 30, 2007, 10:55:13
«Così la guerra dei diamanti ci ha rubato la nostra terra»

Toni Fontana


Il passaggio di Roy Sesana nei corridoi del Senato, tra i parlamentari immersi nelle questioni della politica italiana, ha creato un po’ di sorpresa. Non è del resto cosa di tutti i giorni, anche in una città cosmopolita come Roma, vedere un personaggio come lui. Sguardo tagliente, un sorriso graffiante che ricorda quello di un altro figlio dell’Africa, Nelson Mandela, Roy Sesana è il leader di boscimani del Kalahari (Botswana), il testimone della resistenza di un popolo che rischia di essere sacrificato sull’altare del profitto e della sete delle grandi compagnie diamantifere. Roy parla nella lingua a schiocco del suo popolo e riassume in poche frasi il senso della sua battaglia: «La terra è madre, la terra è vita, nella terra sono sepolti i nostri antenati». «Nessun popolo al mondo - aggiunge l’avvocato Stephen Corry, direttore di Survival, l’associazione che ha adottato la causa dei boscimani - ha mai vissuto così a lungo nella propria terra».

I boscimani abitano le terre dell’Africa meridionale da 20mila anni. Solo uno speciale rapporto con la flora e la fauna ha permesso loro di sopravvivere. Da 200 anni sono vittime della violenza dei coloni bianchi e delle tribù Bantu. Solo alcune migliaia di membri delle tribù Gana e Gwi sono scampati al genocidio. Nel 1961 venne istituito il Central Kalahari Game Reserve, la più estesa riserva dell’Africa (52mila kmq), allo scopo di «tutelare» i 3-5000 boscimani Gana e Gwi che vi vivevano. Il proposito era quello di lasciare intatta la loro cultura, unica soprattutto per lo spiccato senso musicale di molti nativi. Ma i guai, iniziarono con la scoperta dei diamanti. A partire dal 1997 i boscimani hanno subito deportazioni in veri e propri campi di concentramento, violenze e stupri. I pozzi sono stati cementati, le riserve d’acqua disperse nella sabbia, la caccia è stata vietata. I boscimani, come gli indiani d’America, sono stati confinati in ghetti dove alcolismo e Aids hanno creato le condizioni per la «soluzione finale», cioè l’annientamento del popolo più antico del pianeta. Fin dal 1991 Roy Sesana, boscimane Gana (il vero nome nelle lingua locale è Tobee teori), all’incirca sessantacinquenne, ha assunto la guida del Fpk (First People of the Kalahari) che si batte per i diritti dei popoli nativi. Incarcerato e torturato più volte ha iniziato nel 2006 una battaglia legale contro il governo del Botswana. Il 13 dicembre 2006, dopo 134 giorni di udienza, e 19mila pagine di verbali, l’Alta Corte del Botswana, ha pronunciato una storica sentenza. Gli sfratti sono stati dichiarati «illegali» ed è stato riconosciuto il diritto dei boscimani a vivere nella terra dei loro avi. Ma i problemi non sono finiti. Come hanno spiegato ieri Roy e l’avvocato Corry solo i 200 attori della causa sono stati autorizzati a tornare nella riserva con le loro capre. Senza il bestiame i boscimani non possono sopravvivere nelle aspre terre del Ckgr. Neppure il conferimento a Sesana del Right Livelihood Award (il Nobel alternativo) avvenuto nel 2005 ha fermato la repressione e, nel 2005, altri militanti del Fpk sono stati arrestati e torturati.

«Ci hanno deportato caricandoci sui camion - ha detto ieri Roy - ora ci negano ogni aiuto per tornare». La De Beers, che firma una parte consistente dei diamanti del pianeta, ha nel frattempo concluso lo sfruttamento di una miniera nella riserva, ma le ricerche di altri siti proseguono e non è solo la sete della multinazionali a minacciare i boscimani, ma anche il razzismo di un parte dei neri e dei bianchi del Botswana. E, mentre i boscimani rischiano di sparire il presidente del paese africano, Mogae, viene regolarmente ricevuto a Londra e nelle capitali dell’Occidente. L’associazione Survival ha appunto adottato la loro causa attuando anche clamorose iniziative. Quando la De Beers ha aperto il primo negozio a Londra le gigantografie pubblicitarie con la modella Iman sono state coperte con manifesti con la scritta: «I boscimani non sono per sempre». Ora Survival si batte affinché venga ratificata la Convenzione Ilo 169 sui popoli indigeni e tribali. Solo quattro paesi europei l’hanno fatto. Survival ha diffuso ieri una lettera del presidente Zapatero che annuncia la ratifica da parte della Spagna (poi effettuata). In Italia l’associazione ha inviato una lettera a D’Alema. In Senato l’iniziativa è stata presa dal senatore Francesco Martone (Verdi).

Pubblicato il: 30.05.07
Modificato il: 30.05.07 alle ore 8.59   
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