LA-U dell'ulivo
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4066  Forum Pubblico / Evoluzione Sociopolitica Progressista / Arlecchino. Da FB del 30/5 il: Giugno 18, 2016, 12:24:08
Neppure menti eccelse comprendono che l'Italia ha necessità di cambiamento culturale profondo. Come il sindacato obsoleto (capace solo di ricattare con gli scioperi) e allo stesso modo degli esagitati (naturali o comandati) che fanno sassaiole contro le forze dell'ordine schierate a nostra difesa, anche queste degne persone colte usano un tipo particolare di violenza, scrivono una giusta protesta motivata e si dimettono. Rinunciano a battersi sul posto per la loro giusta battaglia e voltano le spalle alla realtà da modificare per il meglio. Anche loro se ne infischiano che in tal modo offendono, scappando, noi Cittadini.

Da FB del 30/5 sulle biblioteche trascurate.

Allora da cosa si dimettono? I Cittadini degni di questo nome si battono democraticamente, motivando le loro ragioni o le ragioni del miglior vivere da raggiungere restando "sul pezzo".
Dal governo si deve pretendere ma con il governo si deve cooperare. Noi non abbiamo ideologie da soddisfare ma un benessere per tutti da raggiungere. ciaooo
4067  Forum Pubblico / Evoluzione Sociopolitica Progressista / Arlecchino. Da FB del 13/06/2016 ... il: Giugno 18, 2016, 12:18:58
Dopo i vari ventenni sofferti dagli Italiani (compreso quelli capaci di commenti da giovanile d'oratorio) dovremmo avere imparato che il problema non sono gli anni in cui un leader domina la scena politica ma la sua qualità di persona e di statista. Che una mezza calza (magari intrallazzata) duri poco a noi poco importa non li vogliamo.

Se Renzi porta risultati positivi perchè smettere! Non essere tifosi di tizio o di caio ci permette di ragionare soltanto sui risultati ottenuti non sui polveroni creati ad arte per confonderci. Ciaooo

Da FB del 13/06/2016
4068  Forum Pubblico / Evoluzione Sociopolitica Progressista / Celentaneggiare. Imitare, scimmiottare il modo di fare, muoversi, cantare e ... il: Giugno 18, 2016, 12:09:45
Celentaneggiare
Vocabolario on line


Celentaneggiare v. intr. (scherz.) Imitare, scimmiottare il modo di fare, muoversi, cantare e parlare del cantante e intrattenitore Adriano Celentano. ◆ Per la prima volta Jovanotti-Gino Latino si muove a tutto palco, celentaneggia, balla e lancia i suoi ululati da idiota del villaggio spalleggiato da una vera band. (Giacomo Pellicciotti, Repubblica, 7 dicembre 1989, p. 20, Musica) • «Tutti quelli che arrivano alla sua corte tendono a celentaneggiare e finiscono fuori posto e fuori tempo, come il mio amico Claudio Bisio. Per non parlare dell’intervista ‘dalemiana’ che si è fatto fare dalla Neri. Un messaggio a Celentano? Acqua in bocca» [Antonio Ricci]. (Piero Degli Antoni, Quotidiano.net, 30 ottobre 1999) • Erano più trascinanti i tredicenni che salivano sul palco leggendo parole altrui contro il regime. Serena Dandini con The Show Must Go Off e Daria Bignardi con Le invasioni barbariche si ritrovano spiazzate. Gli ospiti della compagnia di giro celentaneggiano e perdono mordente. (Mariarosa Mancuso, Corriere.it, 18 marzo 2012, Cultura, Il club della Lettura).
Derivato dal nome proprio (Adriano) Celentano con l’aggiunta del suffisso-eggiare.

Da - http://www.treccani.it/vocabolario/celentaneggiare_%28Neologismi%29/
4069  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / GOFFREDO DE MARCHIS. Olimpiadi a Roma Renzi prepara un nuovo affondo contro i 5S il: Giugno 18, 2016, 12:06:25
Olimpiadi a Roma, Renzi prepara un nuovo affondo contro i 5 stelle
Il premier inaugura la nuova sede del volley, occasione per attaccare ancora Virginia Raggi e Beppe Grillo.
Presto andrà a Rio de Janeiro per i giochi brasiliani accompagnato dalla famiglia. Arrivo il 3 agosto, ritorno il 7.
Vedrà le gare dei suoi "amici" Nibali e Fiamingo


Di GOFFREDO DE MARCHIS
09 giugno 2016

ROMA - Che c'azzecca, nell'agenda di un presidente del Consiglio, l'appuntamento di oggi a mezzogiorno: inaugurazione della nuova sede della Federazione Italiana Pallavolo? C'entra molto se Matteo Renzi ha deciso di puntare tutte le carte, per rimontare la sfida della Capitale, sulla candidatura olimpica del 2024.

Il premier prepara dunque un nuovo affondo contro i "no" dei 5Stelle. Il sogno delle Olimpiadi viene individuato da Palazzo Chigi come il tema forte che consentirà a Roberto Giachetti di colmare lo svantaggio prima del secondo turno di domenica 19. Obiettivo: trasformare il ritorno alle urne in un "referendum" olimpico. La politica del "sì" contro i dubbi di Virginia Raggi, la politica dello sviluppo (posti di lavoro, Pil, riassetto urbano) contro la decrescita felice sempre sostenuta da Beppe Grillo.

Secondo Renzi questo è l'unico argomento in grado di spostare gli equilibri a Roma. "Tutti dicono che sono matto, ma penso che Roberto ce la possa fare", ripete continuamente il premier. E l'appuntamento di oggi è uno dei passaggi della sua campagna per i ballottaggi. Lontano dai candidati, con i quali non farà più manifestazioni pubbliche, ma vicino ai programmi che possono aiutarli a conquistare la vittoria.

La scelta della Federazione Pallavolo non è casuale. Il volley porterà alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, che cominciano il 5 agosto, ben 30 atleti, il record assoluto di partecipazione per quello sport. Gareggeranno sia la squadra maschile sia quella femminile e per la prima volta l'Italia ha tre coppie nel beach volley: 2 maschili e una femminile.

Insomma, la pallavolo è un fiore all'occhiello della spedizione azzurra. Renzi ha stabilito un filo diretto con il presidente della Fipav Carlo Magri che è a suo modo un simbolo dell'anti-rottamazione: ha 76 anni e guida la pallavolo italiana da ben 21 anni. Ma tra i due c'è feeling. All'inaugurazione della nuova sede sarà presente anche il presidente del Coni Giovanni Malagò.

Roma 2024, Malagò: "Incontro con Raggi? Molto positivo, lei non è prevenuta"
Le Olimpiadi sono una scommessa di Renzi, a prescindere dal voto comunale. Il premier infatti volerà a Rio de Janeiro per i Giochi brasiliani. Arriverà il 3 agosto per l'inaugurazione di Casa Italia dove sono invitati tutti i membri del Cio (comitato olimpico internazionale), gli stessi che avranno l'ultima parola sulla città che organizzerà le gare del 2024. Il 4 assisterà all'alzabandiera nel villaggio olimpico e la sera vedrà il capo di Stato brasiliano. Il 5 c'è la cerimonia d'apertura, il 6 invece è giorno di sport.

Renzi vedrà dal vivo le prove di Vincenzo Nibali, il vincitore del giro d'Italia, e di Rossella Fiamingo, spadista catanese, campionessa mondiale, destinata a diventare uno dei volti più belli di questa edizione dei Giochi. 

© Riproduzione riservata
09 giugno 2016

Da – repubblica.it
4070  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / Angelo PANEBIANCO. I rischi della Ue tra Brexit e Trump il: Giugno 18, 2016, 12:02:42
Scenario
I rischi della Ue tra Brexit e Trump
Nel giro di due mesi ci potrebbe essere l’uscita della Gran Bretagna e la vittoria del repubblicano alla Casa Bianca.
O ci si rassegna alla propria definitiva implosione o ci si impegna in una radicale riorganizzazione

Di Angelo Panebianco

Ipotizzare il peggio può aiutare ad aguzzare l’ingegno, a ricercare le soluzioni se il peggio si realizzasse. In questo momento, l’Europa è con il fiato sospeso in attesa del referendum britannico del 23 giugno. Ma le tegole che potrebbero cadere in testa all’Europa nel giro di pochi mesi sono due. Nello scenario più cupo, la Gran Bretagna abbandona l’Unione Europea e pochi mesi dopo Donald Trump viene eletto presidente degli Stati Uniti. Se questi due eventi si realizzassero entrambi, l’Europa si troverebbe a fare i conti con un mondo completamente diverso rispetto a quello fin qui conosciuto e dovrebbe molto presto scegliere fra rassegnarsi alla propria definitiva implosione o impegnarsi in una radicale riorganizzazione di se stessa.

Le conseguenze di una vittoria dei fautori dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione — tutti gli osservatori concordano — sono imprevedibili. I danni economici per la Gran Bretagna sarebbero, presumibilmente, ingenti ma lo sarebbero anche per gli altri Paesi europei data la stretta interdipendenza esistente. I danni politici sono ancora meno calcolabili. È vero che l’Unione sarebbe forse tentata di trattare con la massima durezza la Gran Bretagna allo scopo di farle pagare un prezzo economico salatissimo cercando così di scoraggiare il contagio, di rendere il più possibile difficile la vita agli imitatori, a tutti coloro che in giro per l’Unione vorrebbero seguire le orme del Regno Unito È anche vero che la Gran Bretagna non è la Grecia e che colpirla troppo duramente potrebbe rivelarsi un boomerang, provocare danni altrettanto gravi ai Paesi membri, come hanno giustamente osservato Alesina e Giavazzi sul Corriere di due giorni fa.

In ogni caso, le conseguenze di Brexit sarebbero di vasta portata. Il prestigio e la reputazione dell’Unione, già piuttosto bassi di questi tempi, diminuirebbero ancora nel momento in cui uno Stato membro così importante se ne andasse sbattendo la porta. Lungo tutta la loro storia, le istituzioni europee avevano potuto contare sul fatto che i vari Paesi facessero la fila per entrare, non per uscire. Inoltre, la Brexit modificherebbe i rapporti di forza dentro l’Unione facendo venire meno un contrappeso, che comunque esisteva, rispetto alla potenza tedesca. Da ultimo (ma questo pare interessare solo ai pochi europei che ancora hanno a cuore l’economia liberale), verrebbe meno un elemento di resistenza a quegli eccessi di dirigismo economico sempre troppo apprezzati e praticati sul Continente. In ogni caso, la natura dell’Unione cambierebbe.

Ma l’attenzione spasmodica per la possibile tegola numero 1, la Brexit, non dovrebbe farci dimenticare la possibilità che ci arrivi in testa, nel giro di pochi mesi, anche la tegola numero 2. Forse (qualunque europeo dovrebbe augurarselo) Hillary Clinton vincerà le elezioni presidenziali americane. E forse no. Data la scarsa simpatia che l’ex segretario di Stato riscuote persino fra gli elettori democratici, date le affinità di fondo (il comune sentire economicamente protezionista e politicamente isolazionista) che esistono fra l’elettorato che ha votato Sanders e quello che vota Trump, una vittoria finale di quest’ultimo non può essere esclusa. Fuori dagli Stati Uniti, chi più potrebbe rallegrarsi per il trionfo di Trump sarebbe Vladimir Putin. Trump significherebbe il definitivo affossamento del trattato di libero scambio fra Europa e Stati Uniti. Ma significherebbe, soprattutto, l’apertura di una crisi, la più grave da quando l’organizzazione esiste, della Nato. Gli Stati Uniti di Trump pretenderebbero, come egli ha già anticipato, un impegno finanziario assai più ampio dell’attuale da parte dei Paesi membri dell’organizzazione.

Ma l’America ha sempre accettato fino ad oggi di sopportare gli oneri finanziari maggiori in cambio del riconoscimento della sua leadership da parte degli europei. Un diverso atteggiamento significherebbe rinunciare alla leadership. E poiché i Paesi europei membri della Nato difficilmente potrebbero accedere alle richieste americane, la conseguenza sarebbe una crisi del sistema di sicurezza occidentale. Si sfregherebbero le mani soddisfatti tutti coloro che, da sempre, vogliono sbarazzarsi dell’«impero» americano. Ma si aprirebbe anche una voragine: chi potrebbe, e come, sostituire la Nato come garante della sicurezza europea? Nascerebbe finalmente il famoso «esercito europeo» sognato da sempre dai federalisti spinelliani? Chi conosce lo stato dell’Europa sa che questa è solo un’illusione. In materia di sicurezza, gli europei, senza gli americani, sono in grado di combinare poco o nulla. È anche la ragione per cui Putin brinderebbe a champagne in caso di elezione di Trump. La sua influenza politica sull’Europa (come sul Medio Oriente) si accrescerebbe. I gravissimi problemi economici della Russia non impedirebbero alla più grande potenza militare che incombe sui nostri confini orientali di sfruttare ogni occasione per condizionarci sul piano politico. Per la gioia dei tanti amici europeo-occidentali dell’uomo forte di Mosca.

Già duramente provati a causa dell’incapacità di trovare soluzioni condivise nel governo dei flussi migratori, gli europei si troverebbero a dover fronteggiare la peggiore combinazione possibile: i danni economici e politici provocati da Brexit e l’avvento di un presidente americano isolazionista e protezionista. Se ci arrivassero addosso tutte e due le tegole, l’Europa continentale dovrebbe decidere in fretta — prossime elezioni francesi e tedesche permettendo — come riorganizzarsi. Si noti per giunta che una riorganizzazione, che a quel punto dovrebbe anche farsi carico della sicurezza (un tema con cui l’Europa, nonostante Maastricht, non ha alcuna dimestichezza) in una Unione resa ancora più «tedesca» di oggi dall’uscita della Gran Bretagna, richiederebbe di essere condotta con grande tatto e abilità: per non alimentare sentimenti ancora più forti di quelli che già oggi circolano di ostilità per la Germania. Magari poi il fosco scenario sopra immaginato non si realizzerà. La Gran Bretagna resterà nell’Unione (i fautori del Remain vinceranno con un buon margine) e Trump verrà sonoramente sconfitto da Hillary Clinton. L’Europa, allora, continuerà a galleggiare restando così come è oggi ancora per un po’.

15 giugno 2016 (modifica il 15 giugno 2016 | 21:39)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/16_giugno_16/i-rischi-ue-brexit-trump-3d51b1b0-3330-11e6-a482-ab4404438124.shtml
4071  Forum Pubblico / Evoluzione Sociopolitica Progressista / Arlecchino. Da ... FB del 16/6 il: Giugno 18, 2016, 12:00:37
Ai terroristi non violenti di casa nostra dobbiamo aggiungere i vecchi responsabili dei nostri guai che pur di farsi notare combattono Renzi, i violenti ideologizzati che vorrebbero imitare in Italia le violenze accadute in Francia, i violenti "tanto chi se ne frega" (squadristi internazionali), ed altri ancora compresi gli indifferenti (tanto io non voto).

Ma nel sostenere il governo quando si mette a "fare" provvedimenti corretti non dobbiamo dimenticare la massa (ancora non ben definita in termini quantitativi) degli Italiani imbecilli.
Il nostro appoggio al governo? E' presto detto: è l'unico governo possibile oggi e i "non-ancora-renziani" non essendo tifosi aspettano provvedimenti a favore della gente. ciaooo       

Da FB Arlecchino del 16/6
4072  Forum Pubblico / DONNE OPINIONISTE e AUTRICI. / Adriana CERRETELLI Esorcismi finanziari ma la politica è senza scudo il: Giugno 18, 2016, 11:57:11
L’EDITORIALE

Esorcismi finanziari ma la politica è senza scudo

di Adriana Cerretelli - 17 giugno 2016

Non si vuole fare sorprendere, questa volta, l’Europa. E tanto meno soccombere a speculazione e isteria dei mercati. Per prevenire e al tempo stesso scoraggiare la grande paura di Brexit con la sua carica di destabilizzazioni al seguito, in queste ore e a tutti i livelli si stanno approntando gli strumenti dei più sofisticati esorcismi finanziari.

La mobilitazione è generale, coinvolge i Governi, con Bce e Fmi in prima linea. Ne hanno parlato ieri a Lussemburgo i ministri delle Finanze dell’Eurogruppo nell’ultimo incontro prima del referendum inglese del 23 giugno, per concordare gli ultimi dettagli delle operazioni. E ribadire l’invito a restare.

Con una ripresa fragile, la deflazione in agguato, le Borse in altalenante discesa, la vulnerabilità del settore bancario, bund e simili in territorio negativo, di sicuro nessuno può permettersi di rischiare lo scontro a mani nude con uno shock finanziario incontrollato.

Sullo shock politico, altrettanto inevitabile in caso di divorzio ma non altrettanto immediato, per ora si preferisce invece glissare: scaramanzia, malriposto senso del pudore, confusione di idee e di intenti, banale incapacità di reagire a breve, impotenza consapevole, difficile dirlo.

Forse la scarsa voglia di guardarsi allo specchio, di provare a penetrare le ragioni profonde della propria crisi di identità e delle spinte centrifughe che alimenta, non viene da una scelta di vigliaccheria e disimpegno collettivo ma nasce da un soprassalto di lucidità, di spietato cinismo.

In questo momento l’Europa sa di non essere in grado di riaggregarsi ma solo di disaggregarsi: sempre meno la fiducia reciproca, la solidarietà e i minimi comuni denominatori, sempre più le crepe nella stabilità politica dei suoi Governi, più populismo, nazionalismo e euroscetticismo nelle sue democrazie provate da una lunga crisi economica e sociale. Meglio dunque non scavare troppo tra gli istinti perversi generali, affidarsi alla corrente degli eventi e aspettare (anche le elezioni francesi, olandesi e tedesche dell’anno prossimo) per non rischiare, con un precipitoso esercizio di volontarismo a tavolino, di rompere il giocattolo invece di ripararlo. O di provocare tragici gesti inconsulti, come quello che ieri a Londra ha falciato la prima vittima politica di Brexit e dell’intolleranza che alimenta.

Questa inedia europea per certi aspetti virtuosa, in quanto figlia della brutale constatazione dei propri limiti, trova la sua giustificazione anche nella sorda guerra interistituzionale che da troppo tempo tormenta l’Unione. I suoi cittadini non riescono più a percepire l’Europa come il gigante buono che distribuisce pace e benessere. La vedono piuttosto come un Moloch invasivo e troppo esigente. Con un gran paradosso: i loro Governi hanno un atteggiamento identico verso le istituzioni comuni, che pure essi stessi si sono dati e alle quali hanno delegato poteri esclusivi e indipendenti.

È questa sconcertante identificazione di sentimenti tra base e vertici, l’ansia generale di riappropriarsi della sovranità fin qui ceduta e comunitarizzata, a paralizzare l’Unione sfaldandola a poco a poco. “Brexizzandola” a prescindere, indipendentemente dal destino di Brexit.

Gli esempi, quasi quotidiani, si sprecano. Il più eclatante è il rapporto tempestoso tra la Bce di Mario Draghi e la Germania, con il primo costretto a rintuzzare gli attacchi della seconda sventolando i Trattati e la propria indipendenza per statuto. Meno vistoso ma anche più insidioso il rapporto tra Governi e una Commissione Ue che negli anni, a differenza della Bce, ha ceduto terreno, trasformandosi da organo di iniziativa legislativa e di mediazione tra posizioni e interessi nazionali conflittuali in istituzione subalterna, notaio della deriva intergovernativa europea.

Quando prova a rialzare la testa, come spesso avviene con la squadra Juncker, viene subito richiamata all’ordine. Accadde l’estate scorsa nel pieno di Grexit. E ora con le critiche aperte alla sua gestione interpretativa, troppo libera e politicizzata a detta di tedeschi e olandesi, del patto di stabilità. Mano troppo morbida con Spagna e Portogallo che non rispettano le regole anti-deficit. Con l’Italia su flessibilità e debito, come pure il Belgio, accusa a voce alta il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. Meglio sostituirla con un organo indipendente che applichi automaticamente le regole, minacciano da tempo i tedeschi.

Non è solo il consenso: anche le strutture europee vanno dunque lentamente sfarinandosi nella complice distrazione dei più. Per questo gli ammortizzatori finanziari anti-Brexit oggi sono indispensabili ma non bastano: in assenza di quelli politici si limiteranno a tamponare i contraccolpi dell’ennesima crisi mal gestita, che andrà da aggiungersi all’arsenale europeo prossimo alla saturazione.

© Riproduzione riservata

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-06-16/esorcismi-finanziari-ma-politica-e-senza-scudo-221249.shtml?uuid=ADRRodd
4073  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / JACOPO IACOBONI. Ovvero, che peccato, un giornalista capace diventato fazioso... il: Giugno 18, 2016, 11:55:14
Il comunista Piero dai gesuiti a Marchionne
Di Fassino restano le profezie tutte sbagliate contro l’M5S e lo storico ‘abbiamo una banca’ riferito allo scandalo Unipol. Negli anni è stato virtualmente candidabile a tutto – dalla Consulta fino al suo sogno inconfessabile: il Quirinale – alla fine si è dovuto accontentare della poltrona di sindaco del capoluogo piemontese: dalle giovanili del Pci alla Fabbrica, storia di un uomo che vuole blindare il sistema Torino. Un sistema dominato dalla subalternità alle banche e da un patto cinico tra il rottamatore Renzi e l’ex studente dei gesuiti.

Di Jacopo Iacoboni, da MicroMega 2/2016

Le profezie che si autoavverano

A Torino la chiamano la «Seconda profezia di Fassino». In una seduta molto accesa del consiglio comunale, durante la quale si discuteva del consuntivo di bilancio del 2015 del Comune, davanti alle obiezioni insistenti di Chiara Appendino – la consigliera di minoranza che oggi lo sfida come candidata sindaco del Movimento 5 stelle – a un certo punto il sindaco democratico sbotta in uno dei suoi classici scatti e le fa: «Io mi sono seccato dei suoi giudizi presuntuosi, e anche fondati sull’ignoranza. Un giorno lei si segga su questa sedia e vediamo se sarà capace di fare tutto quello che oggi ha auspicato di saper fare». Lo disse roteando le mani a palme distese, gli occhiali da presbite nella mano destra, un gesto che fa spesso come a dire «via via, toglietevi di torno seccatori». Il momento avrebbe dovuto esser grave o almeno teso, in realtà quasi tutti scoppiarono a ridere; persino i consiglieri di maggioranza seduti nelle vicinanze del sindaco. Il quale poco dopo concesse, un po’ da sovrano assoluto come nelle costituzioni octroyées: «E comunque lo decideranno gli elettori». Il fatto è che la battuta calata dall’alto era troppo simile alla più sciagurata profezia politica della storia recente della sinistra italiana, che passerà alla storia, appunto, sotto il nome di «Prima profezia di Fassino». Era il 2009, l’ultimo segretario dei Ds era ospite della Repubblica quando, intervistato su Beppe Grillo che aveva chiesto di prendere la tessera del Pd in Sardegna, rispose: «Un partito non è un taxi sul quale si sale e si scende, è una cosa seria. Se Grillo vuol fare politica, fondi un partito, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende! Perché non lo fa?». Dopo, pare di poter dire, l’ha fatto.

Ma sarebbe solo una battuta, quella di Fassino. Se non fosse che è sintomatica della sordità di un’intera generazione di dirigenti dell’apparato comunista italiano, e di un atteggiamento e un tic ca-ratteriale del sindaco del Pd. Alla fine il sindaco uscente si ricandida per guidare Torino, cosa che lui deve vivere già di per sé come una sconfitta, vista la considerazione che il personaggio ha di sé, e dopo esser stato virtualmente candidabile a tutto – dalla Consulta fino al suo sogno a qualcuno confessato: il Quirinale – ed esser rimasto con un pugno di mosche in mano; ma Fassino una forma di alterigia la eredita da tutta la storia, comunista d’apparato e poi postcomunista, da cui proviene: quella totale convinzione che «il partito siamo noi», «la sinistra siamo noi» e che «ciò che è fuori di noi è comunque nulla», nulla salus extra nostra moenia. A volte la declina in modi che possono far sorridere, oppure anche aggressivi verso chi gli capita a tiro, ma è un atteggiamento di fondo, che con il renzismo, in maniera solo apparentemente paradossale, si è sposato infine benissimo (i due si sono alleati in maniera singolare, ma persino naturale, e ci torneremo).

Questo atteggiamento riemerge ciclicamente nella vicenda personale di Fassino, un fiume carsico, qualcosa che non riesce mai a tenere a bada e assomiglia da vicino a una forma di arroganza del potere. Fassino del resto ci è nato, se per potere intendiamo naturalmente la segreteria del Partito comunista, quando ancora era una cosa seria e a suo modo anche un po’ terribile, o ancora prima le scuole frequentate, i gesuiti a Torino, oppure dopo, da ragazzo e poi da giovane funzionario comunista, il rapporto con la fabbrica e con il mondo della grande azienda: ovviamente, la Fiat. Fu la vicinanza alla segreteria del partito, che coltivò fin da quand’era piccolino – e forse prima ancora la scuola dei gesuiti a Torino – che gli insegnarono qual era la sua collocazione naturale; quale che poi fosse, di volta in volta, quel potere, fino ad arrivare nei momenti più involutivi della sua carriera a una forma di accorta ma anche implacabile conservazione di un sistema di potere, qual è quello che lascia la sua gestione torinese.

Un comunista ‘contro il comunismo’?

Enrico Berlinguer aveva già messo gli occhi addosso a quel ragazzo e lo voleva alla guida della Fgci, poi lui rifiutò, come ha raccontato nella sua biografia Per passione, «aprendo così la strada» a Massimo D’Alema (Fassino, particolare interessante sulla sua psicologia, ha scritto una sua biografia quando aveva 54 anni). Il suo avvicinamento alla politica avviene nel ’64, con il gruppo di Aldo Agosti, la rivista Nuova Resistenza e poi il movimento studentesco, anche se Fassino – come i suoi compagni di scuola – sulla sua iscrizione al Pci si è riraccontato la storia a cui voleva credere: «Mi iscrissi al Pci dopo l’invasione di Praga, che il partito condannò. In questo senso ho detto che mi sono iscritto “contro il comunismo”: se quella condanna non fosse venuta, forse io non sarei arrivato». Insomma, se Veltroni non era mai stato comunista, Fassino fu comunista «contro il comunismo».

E se è vero che è di Berlinguer ai cancelli della Fiat nel 1980 la foto che si porta più gelosamente dietro nei vari uffici che l’hanno ospitato, anche a Palazzo di città a Torino, bisogna pur dire che questa tendenza a riscrivere la propria storia lampeggia abbastanza spesso nella carriera di Fassino, assieme a quella parallela a cambiare opinione in base al mutare degli scenari. Il primo caso è abbastanza facile da illustrare: marcia dei quarantamila, Torino 1980. Il 26 settembre Berlinguer va a Torino e davanti ai cancelli a Mirafiori pronuncia la celebre frase sull’appoggio logistico del Pci una eventuale occupazione della Fabbrica. Il 27 ottobre cade il governo Cossiga e la Fiat trasforma i licenziamenti in cassa integrazione. Bene: se chiedete a Fassino, allora responsabile del Pci per le fabbriche, come andò quella trattativa, la sua risposta oggi è che «il Pci allora cercò di convincere il sindacato ad accettare l’offerta», una linea che «non passò per via del clima che si era creato». Insomma, come se lui fosse da sempre stato il grande riformista disposto al saggio dialogo coi poteri e la grande industria, «nell’interesse dei lavoratori». Se fate la stessa domanda a Fausto Bertinotti, che allora era segretario della Cgil piemontese, la storia diventa tutta diversa: «Se l’hanno pensato nelle segrete stanze del Pci se lo sono detto tra di loro. Io non l’ho mai sentito».

Il secondo caso – i cambi d’idea anche repentini di Fassino – può essere illustrato con un salto in avanti che ci porta d’imperio ai giorni nostri. Di Fassino su Grillo abbiamo detto, non ha cambiato idea ma è stato profeta di sventura; ma bisognerà dire anche qualcosa di Fassino e Renzi, e di Fassino su Renzi. Nell’autunno del 2012, durante le primarie tra Bersani e l’allora sindaco di Firenze in vista della candidatura a premier alle politiche del 2013, Fassino si schierò senza esitazioni con Pierluigi Bersani, guarda caso il vincitore praticamente certo di quella primarie, avendo dietro di sé le coop, le regioni rosse e tutto l’apparato; Fassino, allora, andava dicendo cose assai tranchant sul rottamatore: «Renzi? Ha una grande capacità mediatica, ma penso che il paese abbia bisogno di una guida esperta e forte. Io sono per Bersani, che ha queste caratteristiche». Poi, nella primavera del 2013 – non un secolo dopo – in seguito alla «non vittoria» di Bersani, e a metà del guado della sofferta esperienza di Enrico Letta, Renzi era diventato d’incanto «l’uomo forte che rappresenta la capacità di novità». Lo disse al Foglio, che parve il luogo migliore per registrare la conversione di Fassino sulla strada del renzismo. Grande esultanza dei berlusconiani di quel giornale, che vedevano infine sdoganata la loro storia e trasferita sul piano della presentabilità sociale a sinistra.

Il voto di Torino nella prossima primavera rappresenta l’ultimo capitolo di questa conversione, e di un patto di ferro tra Renzi e Fassino che ha fatto a un certo punto sperare, al secondo, nientemeno di poter giungere al Colle; ma a Renzi Fassino serve solo per blindare il sistema Torino, e questo è: prendere o lasciare. Se vogliamo ricercare e raccontare i prodromi, o almeno i segni anticipatori, di questo patto nella storia personale dell’ex segretario dei Ds, sono appunto in questa costante esperienza fassiniana dalla parte dell’esercizio del potere; unita a quella componente di esprit sabaudo che, anziché nella vocazione gobettiana o bobbiana, s’incarna nell’attitudine militare o militaresca, dunque nell’abitudine mentale all’obbedienza da ragazzi, e al dare ordini da vecchi. Fassino lavora tanto. Sgobba, anche. Il che lo rende piuttosto diverso dai comunisti e postcomunisti romani. Non si può dire sia refrattario ai potenti. La formula è «attitudine al dialogo»: «Io mi sono occupato di Fiat per diciassette anni, e ho sempre seguito la massima: “Quando in fabbrica c’è un problema o lo risolvi tu o lo risolve il padrone”. Insomma: mai tirarsi indietro e cercare sempre soluzioni».

L’esito finale di questo approccio è stato un rapporto diretto con Sergio Marchionne, con il quale capita che si vada anche a cena, sempre nello stesso ristorante, la saletta riservata al Vintage; ma insieme sono stati avvistati, non una volta sola, anche in piazza dei Mestieri, la sede della Compagnia delle Opere. La Fiat e Cl. A suo tempo vi fu, anche, un certo annusarsi – sia pure più a distanza – con Giovanni Agnelli. Quando nell’83 Fassino venne eletto capo della federazione del Pci a Torino, disse che «l’avvocato Agnelli volle conoscermi appena venni eletto. Fu una lunga chiacchierata, molto simpatica. Mi disse: “Senta Fassino, io capisco tutto. A Torino ci sono tanti operai e voi siete il partito che li rappresenta. Ci scontriamo, ci mettiamo d’accordo, capisco tutto: comunista Torino, comunista Milano, ci sono le fabbriche. Ma una cosa non capisco: perché ci sono i comunisti a Roma e a Napoli?”».

Dalle chiacchierate «molto simpatiche» col sovrano al canale con Sergio Marchionne il passo è stato persino più breve del previsto. Torino si è sempre governata presidiando i vertici di questo triangolo: il Pci, la Fiat, la procura. La borghesia intellettuale della città non ha fatto altro che fare il pendolo, alternativamente, dentro questo triangolo. Gli anni del terrorismo hanno costruito uno schema che poi nel tempo s’è modificato, ma non distrutto; diciamo che s’è aggiornato. Ma a Torino la Procura ha rappresentato un elemento di questo scenario, più che un fattore di rupture, reale o possibile, come a Milano – dagli anni di Tangentopoli a oggi.

L’uomo-sistema

E dire che la partenza familiare del sindaco conteneva premesse potenzialmente diverse. Il nonno materno, Cesare Grisa, socialista, e sindaco di Almese, il padre, Eugenio, capo partigiano. Il nonno paterno, Piero, ucciso dalla Brigate Nere. Anche Eugenio, suo padre, morì giovane, nel ’66, quando Fassino aveva solo 17 anni. Lo avvisano i suoi insegnanti gesuiti, e la condizione di orfano non può non aver pesato, psicologicamente, in questa biografia. C’è però un altro particolare curioso, in questa provenienza così antifascista e valsusina, di cui indirettamente bisognerà tenere conto: Fassino ha raccontato al Corriere: «Papà è stato il mio maestro di politica. Era amico di Craxi ma militava nella piccola corrente giolittiana». Bettino Craxi di cui proprio Fassino – da segretario dei Ds – avviò una sciagurata riabilitazione a sinistra. Ida Dominijanni a inizio 2006 scriveva: «Piero Fassino ha ribadito in questi giorni la sua rivalutazione del “politico della sinistra”, del “rivitalizzatore del Psi”, del primo leader ad aver intuito “il bisogno di modernizzazione economica e istituzionale” dell’Italia, dell’uomo di Stato che seppe decidere su Sigonella e sulla scala mobile; una mole di meriti che rende davvero imperscrutabile perché, come lo stesso Fassino ammette, il Pci-Pds-Ds-Pd abbia reso possibile farne il “capro espiatorio” di quel sistema di finanziamento illecito dei partiti sul quale “mancò allora una seria riflessione”».

Lo studente dei gesuiti, il diciassettenne orfano di papà, il funzionario comunista, il politico di manovra, il segretario diessino, il rivalutatore di Craxi, l’alleato di Bersani e subito dopo di Renzi, il costruttore di una rete di potere che è quella della Torino 2016, delineano un prisma che però si unifica in un tratto: più che quello del «grande riformista», quello dell’uomo-sistema, e una fortissima ambizione sabauda, sia pure celata dai panni del gregario, dell’«onesto Fassino», del «Piero che a Roma arriva a Botteghe Oscure all’alba», o del Piero che a Torino negli anni Settanta aveva il vezzo di mettere le sedie a posto dopo le assemblee del Pci. Pochi lo ricordano, ma in tutti questi anni Silvio Berlusconi, di cui è stato straraccontato il celebre «inciucio» con D’Alema sulle riforme e sulla tv, è stato a un congresso postcomunista soltanto quando il segretario era Fassino. Accadde a Firenze, nel 2007. Fassino presentava la mozione «Per il partito democratico». Antiche amicizie – quella sua e soprattutto di D’Alema, per esempio, con Fabio Mussi o con Gavino Angius – si rompevano, e chi c’era quel giorno incredibilmente ad applaudire il segretario Piero? Silvio Berlusconi. Gli piacque molto il discorso di Fassino, il partito retto da quel piemontese di Avigliana gli riservò un’accoglienza discretamente calorosa e il Cavaliere alla fine sottolineò la «volontà coraggiosa» di Fassino, il tratto ormai compiutamente socialdemocratico dell’ormai imminente Pd che si delineava, fino a concludere: «Se è questo, al 95 per cento sarei pronto a iscrivermi pure io». Lo incrociammo mentre stava risalendo in macchina e il Cavaliere fu ancora più prodigo: «Vede, questa gente non mi odia, anche il loro segretario mi ha conosciuto e non mi odia più, chi mi conosce non mi può odiare».

‘Abbiamo una banca’

Che fosse in atto una mutazione politica del mondo del comunismo italiano era evidente da un pezzo, che ce ne fosse un’altra, per dirla pasolinanamente, antropologica, e dal punto di vista sabaudo, anche umana, non era così palese; almeno non nelle proporzioni. Nessuno in quei giorni ricollegò quegli elogi di Berlusconi, o la revisione del craxismo, col fatto che «l’onesto Piero» s’era incagliato, neanche un paio di anni prima, nel caso dell’«abbiamo una banca». Il 31 dicembre del 2005 il Giornale pubblicò il testo di alcune telefonate di Fassino con Giovanni Consorte, il manager Unipol che stava dando la scalata a Bnl (non distante da una parallela, grottesca scalata dei furbetti del quartierino Ricucci e Coppola nientemeno che al Corriere della Sera), e fece sensazione che Fassino – che non commise nessun illecito, non fu neanche indagato e anzi, si costituì parte civile e ottenne ragione per la pubblicazione della telefonata da parte del quotidiano di Paolo Berlusconi – con quell’«abbiamo una banca» si mostrasse anche linguisticamente così succedaneo e, ora sì, gregario, a miti e tic di un rampante capitalismo da razza padana, o addirittura razza furbetta.

Dieci anni dopo i tempi dell’«unica merchant bank dove non si parla inglese» (la Palazzo Chigi attorno a Massimo D’Alema, nella celebre battuta di Guido Rossi), la sinistra dell’«abbiamo una banca» aggiungeva una variante tragicomica e altrettanto suicida, con quella battuta. La destra ovviamente la cavalcò e ci andò a nozze. Ma in quel che restava di una sinistra che avesse ancora a cuore il concetto di democrazia radicale, la cosa non poteva piacere né esser scusata. Barbara Spinelli, che per D’Alema aveva usato l’espressione di «disincanto etico», per Fassino scrisse che era un caso di «inebetita ignoranza». Da un certo punto di vista, grave più di un reato. Fassino fu sempre restio ad ammettere l’errore. Disse, al massimo: «Penso che ci sia molta cattiveria e ingenerosità nel modo in cui vengono utilizzate delle telefonate del tutto innocue. Io posso forse accettare di discutere dell’opportunità di quelle telefonate, ma non costituiscono certo né un reato né alcuna forma di illecito». Posso «forse».

Le banche non erano un pallino di un momento. Se c’è una partita sulla quale, saltando per un momento all’oggi, il sindaco uscente si gioca tutto è appunto l’asse che dal comune porta a Intesa San Paolo, passando per la sua fondazione, Compagnia di San Paolo. Il comune che Fassino e soprattutto, prima di lui, l’assessore al Bilancio della giunta precedente, Gianguido Passoni, lasciano in dote al futuro è gravato di una mole preoccupante di debiti, che oggi è a quota 2,9 miliardi. Un indebitamento che grava tantissimo sulle casse del comune, costringendolo a tagli dolorosi anche nelle politiche sociali e ipotecando qualsiasi politica. Fassino ha motivato questa scarsità di risorse con la situazione di crisi generale, i vincoli di bilancio, i tagli dei trasferimenti decisi (anche) dal governo Renzi, senza mai menzionare o ridiscutere la politica di investimenti in derivati fatta dalle giunte precedenti del Pd. Ma è interessante notare come si è attrezzato per fronteggiarla: da una parte, rigorismo massimo nei conti e taglio drastico anche in servizi essenziali – perfino un’antica eccellenza torinese, come i nidi scolastici, è ormai assediata dalla carenza di risorse e con un rapporto educatori-bambini che comincia a sfiorare l’uno a sei. In alcuni nidi storici della città, per l’impossibilità economica e normativa di gestire il turn-over degli insegnanti, si può arrivare alla situazione limite: classi di 18 bimbi con due sole educatrici, uno stato di cose insostenibile e potenzialmente pericoloso.

Dall’altra, c’è stato un asse sempre più stretto e ormai sempre più amicale – considerando che stiamo parlando di una città che ormai non arriva al milione di abitanti, quindi un piccolo salotto, un bellissimo centro, circondato da periferie impoverite e spaesate – col grande potere bancario della città, la Compagnia di San Paolo, primo azionista della prima banca italiana, e il più grande investitore sul territorio. Le cifre le dà l’attuale presidente, Luca Remmert, quando dice che la «Compagnia anche nell’ultimo anno è stato attore fondamentale del territorio con oltre 153 milioni di euro di stanziamenti per il 2016».
In pratica non c’è quasi attività nella ricerca, nella formazione, nella scuola, persino nella salute, che a Torino di fatto non sia finanziata dalla Compagnia, anziché dal comune, la cui spesa se ne va di fatto quasi esclusivamente per la pura gestione ordinaria. Ecco perché detenerne le chiavi significa controllare il futuro politico del comune, quale che sia il sindaco che uscirà vincitore dalle urne. E qui, inesorabilmente, il sistema torinese si è compattato, facendo scudo all’idea che potesse non vincere il partito-sistema.

Col pretesto che il consiglio della Compagnia andava in scadenza, e sostenendo che fosse impossibile rimandare le nomine (l’indicazione del presidente spetta per prassi al sindaco di Torino), Fassino ha iniziato una serie di pour parler il cui risultato, espresso a qualche importante interlocutore cittadino, era l’intenzione di nominare alla guida della Compagnia Francesco Profumo, rettore del Politecnico, grande amico di Fassino, e jolly del Pd in tutte le partite di potere sabaude (a un certo punto si era anche pensato di poter candidare lui, nel 2010, poi prevalse Fassino).

Piccolo particolare: Profumo era già presidente di Iren, la potente società municipalizzata dell’energia di Torino, Genova e dell’Emilia, una spa quotata in Borsa (nel 2014 ricavi per 2,9 miliardi) ma anche, per vincolo statutario, a controllo pubblico. I comuni, con Torino in testa, ne decidono i vertici, e Iren a sua volta ne finanzia molte attività, con sponsorizzazioni e progetti di marketing territoriale (12 milioni nel 2014). Ecco perché il controllo di Iren e della Compagnia e l’influenza su Intesa Sanpaolo sono così strategici. Detenere, con Profumo, anche le leve dell’investimento cittadino della Compagnia avrebbe delineato un conflitto d’interessi improponibile, ma l’idea era di sondare la cosa, e magari tentarci nel più assoluto silenzio. Una denuncia di Giorgio Airaudo, che corre con una lista alternativa al Pd, e potrebbe «riaprire la partita» costringendo Fassino a un ballottaggio difficile – denuncia alla quale si è associata Chiara Appendino, la candidata 5 stelle – e soprattutto un’inchiesta della Stampa, hanno poi costretto Fassino ad annunciare che Profumo se voleva salire in Compagnia avrebbe dovuto lasciare la guida di Iren.

Raccontano a Torino che un paio di giorni dopo, il sindaco fosse infuriato con Profumo, che gli aveva nascosto di essere, anche, candidato alla presidenza del Cnr. Mentre Profumo, che dopo l’inchiesta della Stampa s’è chiuso nel più totale silenzio, era arrabbiato perché Fassino non gli aveva detto niente di quell’uscita pubblica (che in effetti non era concordata) sul conflitto d’interessi del rettore. Quel giorno, a Torino, c’era con Remmert anche Giovanni Bazoli, che passeggiava ammirando le opere pittoriche della Quadreria all’educatorio Duchessa Isabella della Compagnia di San Paolo in piazza Bernini. E, un po’ distante, il segretario della Compagnia, Piero Gastaldo, legato a Sergio Chiamparino, desideroso di giocare anche lui una partita.

Il Partito della nazione in salsa sabauda

In generale, il sistema della fondazioni culturali rappresenta uno dei luoghi opachi dello spoils system della città: stipendi, superstipendi, criteri di nomine, tutto finisce quasi sempre appannaggio dello stesso giro di persone, più o meno dai tempi di Valentino Castellani: centoventi bocche che si spartiscono incarichi ben pagati, e non particolarmente faticosi. Chiara Appendino, la candidata dei 5 stelle, ha promesso: «Andremo a vedere tutto, il comune farà una conven-zione: per dare soldi alle fondazioni, loro dovranno rispettare criteri di trasparenza, bilancio, costi del personale. Oggi non esiste nulla, arbitrio puro. Inaccettabile, per dire, che un consigliere nominato prenda uno stipendio più alto dei manager comunali». In questi in-carichi di solito il 70 per cento va alla maggioranza (di centro-sinistra), ma un lauto 30 all’ormai palesemente finta opposizione di centro-destra. Finta perché questa volta Fassino – per fronteggiare il rischio di una perdita dei voti a causa della lista di Airaudo – ha spinto oltre ogni limite la sua disponibilità manovriera: si è alleato con una serie di liste che vanno da quella di «sinistra» (diciamo) dell’ex assessore al Bilancio, a quel che resta dell’Italia dei valori, fino al sostegno esplicito di Enzo Ghigo (l’ex proconsole di Berlusconi a Torino) e di Michele Vietti, l’amico di Angelino Alfano, crocevia degli studi avvocatizi della città. La versione torinese del Partito della nazione di Renzi.

Questa è insomma la Torino di Fassino, la Torino che Renzi non può permettersi di perdere perché in altre città rischia ancora di più, e perdere qui sarebbe una Caporetto definitiva; e queste alcune delle sue dinamiche non note allo sguardo più distratto, le tipiche dinamiche di un sistema di potere chiuso, che non riguarda però una bega cittadina, ma il controllo della prima banca italiana, sull’asse Torino-Milano, i conseguenti assetti di potere che ne possono derivare. Contestuale alla nomina in Compagnia ci sarà quella in Intesa San Paolo, dove l’idea è riconfermare Gian Maria Gros-Pietro.

In questo quadro le elezioni torinesi sono solo un elemento della fotografia, e neanche il principale. La scena è dominata dai soldi, ipotecata dalle nomine in scadenza di mandato, offuscata da un patto cinico tra il rottamatore e l’ex studente dei gesuiti, che ha scelto di farsene perno. Una sera di carnevale del 2002, in piazza Navona a Roma, Nanni Moretti pronunciò la sua invettiva politica più famosa, «con questi dirigenti non vinceremo mai!», e fece pure il gesto di indicarli. La frase, storicamente, fu appioppata a D’Alema, ma pochi sanno che in prima fila a Roma, quel giorno, in corrispondenza del dito di Moretti c’era proprio Piero Fassino.

(28 aprile 2016)

Da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-comunista-piero-dai-gesuiti-a-marchionne/
4074  Forum Pubblico / ITALIA VALORI e DISVALORI / Sul web se non paghi non leggi i quotidiani (costo almeno 1500 euro l'anno). il: Giugno 18, 2016, 08:59:00
Costituzione della Repubblica italiana
Art. 21

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.
Il tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali
di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denuncia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro si intende revocato e privo d'ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

_______________

La libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero, connotato fondamentale di ogni sistema democratico, va qui intesa in riferimento sia alla libertà di esprimere le proprie opinioni (pluralismo ideologico) sia alla libertà di informazione (cioè di informare e di essere informati). Perciò viene preso in considerazione non soltanto l'uso della parola e dello scritto, ma anche “ogni altro mezzo di diffusione” (quindi la radio, la televisione, il cinema, le riproduzioni audiovisive, Internet…). Tuttavia, l'articolo detta norme specifiche solo sulla stampa e mira, in sostanza, ad eliminare i controlli di tipo poliziesco (autorizzazioni, censure…) introdotti dal fascismo. Ciò spiega anche la particolare attenzione rivolta alla problematica relativa ai casi di sequestro.
Di speciale interesse è il penultimo comma, il cui dettato è in funzione della trasparenza dei mezzi di finanziamento della stampa periodica; si tratta di una norma tesa a salvaguardare il diritto del cittadino-lettore di conoscere quali interessi (economici, politici o di qualsiasi altra natura) sostengono il giornale che egli acquista, posto che gli assetti proprietari delle testate giornalistiche influiscono, com'è ovvio, sugli orientamenti che le stesse assumono. La norma tende altresì ad impedire eventuali finanziamenti occulti con finalità illecite. In questo medesimo ambito normativo si collocano le disposizioni legislative tendenti ad evitare la concentrazione delle testate giornalistiche e a regolamentare la diffusione delle emittenti radio e televisive, nel senso di impedire che l'informazione venga controllata da poche centrali, garantendo viceversa, in condizioni paritarie e di trasparenza, spazio, libertà e autonomia ai soggetti che fanno informazione, sì da realizzare il necessario pluralismo nel sistema dei mezzi di comunicazione.
Va detto che una disciplina compiuta dell'editoria è intervenuta solo nel 1981, con l'istituzione dell'autorità garante, cui spetta il potere di dichiarare nulle le cessioni di testate giornalistiche qualora determinino una posizione dominante nel mercato editoriale.
Inoltre, per quanto riguarda il settore delle comunicazioni radio-televisive, soltanto con la Legge n. 249 del 1997 è stata istituita l'Autorità per le garanzie delle comunicazioni con il preciso compito di vigilare sul rispetto del divieto di posizioni dominanti, considerate di per sé ostacoli al pieno realizzarsi del pluralismo dell'informazione.

Da - https://www.comune.bologna.it/iperbole/coscost/Costituzione/commenti_articoli/art_21.pdf
4075  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / Michele SALVATI - Che ci sia o no la Brexit la partita dell’Italia è aperta il: Giugno 18, 2016, 08:55:49
Scenario
Che ci sia o no la Brexit la partita dell’Italia è aperta
Roma deve continuare a chiedere più flessibilità e autonomia nazionale

Di Michele Salvati

Fra una settimana si terrà in Gran Bretagna il referendum sulla permanenza nell’Unione Europea o l’uscita dalla stessa: «Remain» o «Exit». Le istituzioni dell’Unione, i governi dei Paesi membri (e non solo questi), le istituzioni finanziarie pubbliche e private, le grandi imprese sono da tempo in agitazione: circola persino una leggenda metropolitana secondo la quale i numerosi funzionari britannici dell’Unione si appresterebbero a chiedere la nazionalità di Paesi che non sono a rischio di uscita. Al momento in cui scrivo i sondaggi non danno risposte chiare. E le conseguenze dei due possibili esiti sono difficilmente prevedibili. Più rassicuranti quelle del Remain, almeno nel breve periodo perché nel lungo tutto si fa incerto. Più preoccupanti quelle dell’Exit. L’onda d’urto non sarà facile da smorzare in un mondo finanziarizzato e interconnesso, anche se credo poco ai calcoli che presumono di quantificare le perdite in termini di crescita che conseguirebbero alla Brexit: nel breve-medio periodo saranno probabilmente serie per la Gran Bretagna; per l’Europa e nel lungo periodo è difficile dire.

Mi pongo solo una domanda. A seconda dell’esito del referendum, dovrebbe il nostro governo modificare la posizione che ha assunto nei confronti dell’Unione e degli Stati che maggiormente influenzano le decisioni europee, la Germania in primis? (Riassumo questa posizione in tre punti: (a) ottenere la massima flessibilità e autonomia nazionale di politica economica compatibile con i trattati e gli accordi che l’Italia ha sottoscritto. Si tratta di una richiesta accettabile se basata su (b) riforme strutturali che aumentino la competitività dell’economia e l’efficienza delle istituzioni pubbliche in tempi prevedibili: è solo se l’Italia si avvicinerà agli standard dei Paesi più forti che essa potrà reclamare un maggior peso nelle decisioni europee. (c) Insistere su politiche dell’Unione — se necessario attraverso riforme degli stessi trattati — che mantengano la rotta dell’«ever closer Union», di un’Unione sempre più stretta, tracciata dai padri fondatori). La risposta alla domanda di più sopra è un No convinto: la posizione italiana dev’essere mantenuta, quale che sia il risultato del referendum britannico. Anzi, dev’essere rafforzata: alle parole di riforma interna — il punto (b) — devono accompagnarsi fatti di riforma e conseguenze benefiche in tempi non biblici, che attenuino lo scetticismo dei Paesi della Ue e degli stessi cittadini italiani. Quanto al punto (c) — diverse politiche dell’Unione, senza escludere riforme degli stessi trattati — vedremo subito appresso.

Mantenere ed anzi rafforzare la posizione italiana presenterebbe però prospettive e difficoltà assai diverse a seconda dei due esiti del referendum britannico. Nel caso del «Remain» la situazione non sarebbe molto diversa da quella attuale, solo un po’ peggio. Come ci ha ricordato Paul De Grauwe (Lavoce.info, 26 febbraio), il potere frenante della Gran Bretagna nei confronti di una gestione più comunitaria dell’Unione non si annullerebbe certo per effetto di una risicata maggioranza di «Remain»: di riforma dei Trattati si cesserebbe di parlare e l’Unione resterebbe altrettanto o più intergovernativa di adesso. Diverse sono le prospettive e le difficoltà in caso di Brexit. Ammesso che le turbolenze economiche e politiche si limitino al breve periodo e non generino effetti domino, si potrebbe pensare che l’assenza della grande frenatrice consenta ai Paesi restanti, soprattutto quelli dell’Eurogruppo, decisi passi in avanti sulla strada di un’Unione sempre più stretta, mediante significative cessioni di sovranità ad un Parlamento e ad una Commissione rafforzati in materie sensibili come la gestione delle frontiere e dell’immigrazione, la politica estera e la difesa, le politiche sociali. Anche tra Paesi che a parole sostengono una maggiore integrazione e si dicono disposti a forti cessioni di sovranità nazionale, anche tra Germania e Francia — necessariamente il cuore di questa Ue rafforzata — le differenze sono molto forti ed emergerebbero chiaramente una volta che il comodo alibi della Gran Bretagna non fosse più utilizzabile. Una partita da giocare, certo, e molto più interessante di quella che conseguirebbe a un risicato «Remain»: ma il sogno di un’Europa unita, che con una voce sola si confronta in nome dei suoi valori e interessi con le grandi potenze mondiali, temo che rimarrà ancora tale per molto tempo.

Concludendo. Dei tre punti in cui più sopra ho riassunto la posizione del nostro governo, nel caso che la Gran Bretagna resti nell’Unione risulterebbe indebolito il terzo, quello della riforma dell’Unione in direzione più comunitaria. Gli altri due (la domanda di maggiore flessibilità e la necessità di riforme strutturali) risultano intatti, anzi rafforzati. Restare nell’Unione, per un Paese con il nostro debito pubblico e le nostre debolezze strutturali, è comunque meglio che esserne fuori, in balia dei mercati finanziari… e delle nostre classi politiche.

15 giugno 2016 (modifica il 15 giugno 2016 | 19:10)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/16_giugno_16/che-ci-sia-o-no-brexit-7c9dc0c6-331b-11e6-a482-ab4404438124.shtml
4076  Forum Pubblico / Evoluzione Sociopolitica Progressista / Re: Arlecchino. Da FB ... Alla gogna i Diffusori di Odio. il: Giugno 18, 2016, 08:52:53
Dell'antipolitica ce ne possiamo infischiare sono parolai senza progetto capaci solo di criticare e offendere l'avversario di turno.

Il vero pericolo da combattere, democraticamente ma decisamente, sono, tra questi, gli specialisti nella diffusione dell'odio. Odio di ogni tipo: razzista, ideologico, religioso, sportivo, mafioso.

Hanno impestato la nostra società tra il menefreghismo dei pavidi e il ritardo colpevole dei complici.

da - FB del 17/06/2016
4077  Forum Pubblico / ECONOMIA / Giuseppe Bianchimani Neoliberismo: il capro espiatorio che fa comodo a tutti il: Giugno 17, 2016, 08:39:12
Economia & Lobby
Neoliberismo: il capro espiatorio che fa comodo a tutti

Di Giuseppe Bianchimani
 9 giugno 2016

Contro ogni dato, statistica o curva d’incidenza, le cause del virus Ebola sono state individuate da Laura Boldrini nella “spinta al privato della Sanità mondiale “. L’11 settembre. Come dichiarò l’allora presidente della Commissione europea, Romano Prodi: “Quello che è successo a New York ci ricorda che non potrà più imporsi come dottrina una certa forma di pensiero unico che difende il liberismo sfrenato”. Questi sono solo due dei molteplici commenti che si possono ravvisare sul web, leggere tra le righe di giornale o apprendere in un dibattito televisivo. La scelta non ha come scopo attaccare i due personaggi in questione, bensì sfruttare la loro posizione autorevole per dare credito ad una tesi che si sta via via concretizzando: Vi è un male? La colpa è del neo-liberismo!

Penso che il problema principale sia definire che cosa si intende per neo-liberismo, poiché questa parola sembra dire tutto e niente. La mia idea è quella di chiarire quali sono le posizioni in merito per ciò che concerne la letteratura economica e quindi chiedersi: vi è effettivamente tra gli economisti teorici o tra i responsabili della politica economica una comunità ascrivibile al pensiero neo-liberista? E se la risposta dovesse essere affermativa, quali sono le implicazioni che ne discendono? Molti sostengono, che le cause della crisi risalgono al grande processo di deregolamentazione in materia finanziaria attuato dalla fine degli anni ottanta.

Questa iniziativa fu in gran parte dovuta e/o teorizzata da una classe di economisti, provenienti per lo più dall’università di Chicago, con a capo Milton Friedman, passati poi alla storia con il nome di neo-liberisti o Chicago boys. Secondo questa tesi, se oggi ci troviamo a sperimentare un periodo di scarsa crescita a livello globale (alcuni direbbero secular stagnation), un livello di diseguaglianze esacerbato ed una pesante incertezza diffusa nei mercati finanziari, circa la sostenibilità dei debiti pubblici, lo si può ricondurre per intero al neo-liberismo! Magari fosse così facile. Basterebbe invertire il mainstream dominante. La concezione comune è che in teoria economica vi siano due schieramenti, diametralmente opposti: i keynesiani da una parte ed i liberali dall’altra.

Uno scontro in cui i primi riconducono le cause della determinazione del reddito (ciò che si definisce comunemente Pil) a fattori di “domanda aggregata”, mentre i secondi sostengono che bisognerebbe attuare politiche di stimolo per “l’offerta aggregata”. In realtà queste sovrastrutture sono state abbandonate da tempo, in particolare dagli anni settanta in poi, con ciò che oggi viene definita la teoria dell’equilibrio. Riportando un caro esempio (si veda Monacelli), la macroeconomia moderna oggi non è composta né da “domandisti” né da “offertisti”; ma semplicemente da “equilibristi”. Ciò non vuol dire che vi sia una omologazione concettuale circa lo studio dei fenomeni socio-economici, al contrario vi è una sintesi di elementi dell’una e dell’altra corrente.

I modelli che fanno riferimento a questa impostazione teorica vengono definiti Dsge (per i più curiosi si veda Jordi Galì), un acronimo che sta per dynamic stochastic general equilibrium. Sostanzialmente, i Dsge cercano di spiegare fenomeni quali la crescita economica, fluttuazioni del ciclo economico (es. recessioni) e gli effetti della politica monetaria e fiscale, sulla base di modelli fondati da principi di equilibrio, ovvero l’interazione tra domanda ed offerta aggregata attraverso il sistema dei prezzi. Questa tipologia di modelli è ampiamente accettata, sia da economisti più vicini ad idee “conservatrici”, che da coloro che si sentono più prossimi alle idee “democratiche”.

È sorprendente inoltre sottolineare (come osservato da Gregory Mankiw qualche anno fa) che i consiglieri economici dei presidenti Usa e delle banche centrali sono quasi sempre reclutati tra le file dei “neokeynesiani”, cioè tra coloro che credono nell’efficacia della politica monetaria e fiscale (si pensi alle figure di Draghi, Bernanke oppure Olivier Blanchard, non proprio dei paladini del “liberismo sfrenato”). Come potrebbe essere altrimenti? I veri “mercatisti” non avrebbero salvato le banche, non le avrebbero parzialmente nazionalizzate e non avrebbero promosso gli stimoli fiscali.

Allora perché vi è tanto fervore ed accanimento verso il neo-liberismo? Probabilmente perché, e su questo la storia ha tanto da insegnare, l’utilizzo di un capro espiatorio fa sempre comodo per evitare ragionamenti più complessi. Con ciò non voglio asserire che le politiche economiche degli anni ottanta non abbiano influito sulla determinazione della crisi finanziaria, ma è oltremodo controproducente ragionare con delle categorie ormai desuete. Sembra quasi diventata un’ossessione, eppure oggi che cosa si intende per neo-liberismo? Forse è una domanda su cui in molti dovremmo riflettere.

Di Giuseppe Bianchimani | 9 giugno 2016

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/09/neoliberismo-il-capro-espiatorio-che-fa-comodo-a-tutti/2806635/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2016-06-09
4078  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / EZIO MAURO. Referendum, Zagrebelsky: "Il mio No per evitare una democrazia... il: Giugno 17, 2016, 08:11:50
Referendum, Zagrebelsky: "Il mio No per evitare una democrazia svuotata"
Per l'ex presidente della Consulta la riforma del Senato sommata all'Italicum "realizza il sogno di ogni oligarchia: umiliare la politica a favore delle tecnocrazie"


Di EZIO MAURO
26 maggio 2016

PROFESSOR Zagrebelsky, dunque più che a un referendum saremmo davanti a un golpe, come sostiene il fronte del "no" alla riforma che lei guida insieme a altri dieci ex presidenti della Consulta, e a molti costituzionalisti? Non lo avete mai sostenuto nemmeno davanti agli abusi di potere di Berlusconi e alle sue leggi ad personam: cos'è successo?
"Nel "fronte del no" convergono preoccupazioni diverse, come è naturale. Vorrei però che si lasciassero da parte le parole a effetto. L'atmosfera è già troppo surriscaldata. Contesto la parola golpe, non l'allarme. Come si fa a non vedere che il potere va concentrandosi e allontanandosi dai cittadini comuni? Non basta per preoccuparsi?".

Sono qui per sentire lei, e aiutare i lettori a capire. Dove vede questo disegno di esproprio del potere?
"Non penso a una "Spectre", per intenderci. Vedo un progressivo svuotamento della democrazia a vantaggio di ristrette oligarchie. Per ora le forme della democrazia reggono, ma si svuotano. Si parla di post-democrazia e, se subentra l'autoritarismo, di "democratura". Ripeto: non c'è da preoccuparsi?".

Tutto questo per il referendum sulla riforma del Senato?
"Il Senato è un dettaglio, o un'esca. Meglio se lo avessero abolito del tutto. È all'insieme che bisogna guardare. Rispetto ai mali che tutti denunciamo (rappresentanti che non rappresentano, partiti asfittici e verticistici e, dall'altro lato, cittadini esclusi e impotenti) che significa la riforma costituzionale unita a quella elettorale? A me pare di vedere il sogno di ogni oligarchia: l'umiliazione della politica a favore di un misto di interessi che trovano i loro equilibri non nei Parlamenti, ma nelle tecnocrazie burocratiche. La conseguenza è che viviamo in un continuo presente. Il motto è "non ci sono alternative", e così il pensiero è messo fuori gioco".

Lei ha avuto responsabilità istituzionali, è stato presidente della Consulta: non ha mai sollevato questo allarme coi vertici dello Stato?
"Con "i vertici" ho poche occasioni d'incontro. Ma ne ricordo uno, al Quirinale col presidente Napolitano. Gli parlai dell'alternativa che si prospetta sempre, quando le condizioni sociali si fanno strette e il malessere aumenta, tra chiusure autoritarie e aperture democratiche: o la ricerca di nuove strade o l'insistenza su quelle vecchie che pesano sui gruppi sociali più deboli".
Ad esempio?
"Pensi al modo abituale di tirare avanti esponendosi ai creditori. Il debitore finisce per cadere totalmente nelle loro mani. Nel diritto antico potevi finire schiavo. Oggi puoi essere spogliato. Si canta vittoria quando la finanza internazionale rifinanzia il debito pubblico e non si vede il nodo del cappio che si stringe. Eppure c'è l'esempio della Grecia che parla chiaro. Lo stato sociale è allo stremo e si sono chiesti in garanzia spiagge, isole e porti, se non anche il Partenone".

Io sono più preoccupato per questi problemi che per la riforma del Senato: il welfare state, quella che abbiamo chiamato l'economia sociale di mercato, la democrazia del lavoro fanno parte della civiltà europea, non le pare?
"Anche per me questa è la vera posta in gioco. Guardi però che tutto nel nostro discorso si tiene, dal welfare al referendum. Sennò non si capirebbe, di fronte all'enormità dei problemi che abbiamo, tanto accanimento nei confronti del povero Senato. Il "sì" spianerebbe una strada; il "no" farebbe resistenza".

Insomma, dalla crisi si può uscire con meno o più democrazia?
"Sì. La prima strada porta alla rottura dei vincoli sociali, diciamo pure alla distruzione della società, condannando i più deboli all'impotenza e all'irrilevanza. La seconda passa per un grande discorso democratico, franco, sincero, che non nasconda le difficoltà e chiami tutti a uno sforzo di responsabilità, ciascuno secondo le proprie possibilità, mobilitando le energie civili del Paese e recuperando sovranità".

Anche lei pensa che l'Europa sia un nemico, come dicono ogni giorno gli opposti populismi?
"Per nulla. Ma l'Europa è una scelta, non un guinzaglio. L'articolo 11 della Costituzione prevede la possibilità che l'Italia limiti la sua sovranità a favore di organismi internazionali, ma a condizione che ciò serva alla pace e alla giustizia tra le Nazioni. Che cosa vuol dire? Che non è un'abdicazione incondizionata alla finanza, entità immateriale con conseguenze molto concrete, ma una partecipazione consapevole e paritaria a istituzioni democratiche sovranazionali. L'Europa dovrebbe significare più, non meno democrazia".

Sta dicendo che l'Europa è un destino democratico da scegliere ogni giorno, non un vincolo di cui si smarrisce la legittimità?
"È l'opposto della semplificazione brutale dei nazionalisti. Anzi, un recupero dello spirito di Ventotene, un "plebiscito d'ogni giorno" dei popoli, non dei mercati. Invece si è pensato che unendo i mercati la politica avrebbe seguito. Ma gli interessi economici spesso sono ostili alla politica, e la riducono a intendenza. Speriamo che non sia troppo tardi".

Ma secondo lei la politica accetta consapevolmente questa diminuzione di ruolo e di peso, o decide il rapporto di forza?
"C'è un pensiero unico in campo, tra l'altro responsabile della crisi. Perfino un riformista come Keynes è considerato un eretico. La politica, dicevo, si è ridotta a una dimensione puramente esecutiva, con interventi tampone, incapace di un pensiero autonomo e prospettico. L'implosione è sempre in agguato".

Professore, non è troppo pessimista?
"Non parlerei di pessimismo, ma di prudenza, una virtù che nel governo delle società non è mai troppa. A parte tutto, la riforma è scritta malissimo, illeggibile, talora incomprensibile".

Sta facendo un problema di forma?
"Di sostanza, prego, perché una costituzione democratica ha innanzitutto l'obbligo della chiarezza. Il linguaggio dei riformatori rivela due difetti: semplificazione e radicalità, brutalità e ingenuità".

Si può essere brutali e ingenui al tempo stesso?
"Certo. Prenda lo slogan: la sera delle elezioni si saprà chi ha vinto. Non le sembra che riveli una mentalità al tempo stesso sbrigativa e ingenua? In quel giorno ci saranno vincitori e vinti e vae victis! ".

Ma lo slogan non indica anche un rimedio alla palude, all'eterna tentazione del consociativismo?
"A patto di non considerare la vittoria come un'unzione sacra che permette di insultare chi non è d'accordo: sindacati, professori, magistrati, pubblici amministratori, con l'idea che siano avversari da spegnere. Un governante saggio non dovrebbe crearsi il nemico perché, appena le cose incominceranno ad andare male, sarà chiamato a pagare un conto salato".

Ma nel Paese dell'eterno democristiano, non è meglio un legame diretto tra il voto e il governo?
"Perché "diretto" sarebbe "non democristiano"? A me pare che proprio l'idea del vincitore e dello sconfitto alimenti una vocazione tipica da noi: il timore d'essere lasciati nel campo della sconfitta. Così, c'è stata e c'è una vocazione potente a salire sul carro del vincitore. E questa non è forse la forma peggiore del consociativismo, addirittura preventiva?".

Lei teme l'abuso del vincitore?
"Si è parlato della Costituzione vigente come il frutto ormai superato della "paura del tiranno". Il tiranno, nel senso del fascismo, oggi non c'è più. Ma il vento che tira in Europa e nel mondo non ci rende avvertiti di altri, nuovi pericoli? Tanto più che le istituzioni che saranno sottoposte a referendum varranno per il futuro e non sappiamo chi potrà avvalersene".

Ma ci sono costituzionalisti, come il professor Cassese, che non vedono nella riforma un rafforzamento dell'esecutivo: è così?
"Nessuno può essere certo delle sue previsioni, ma il gioco combinato della "velocità" nella politica e dell'elezione come investitura trasformerà chi vince in arbitro indiscusso del sistema. Già ora il Capo del governo è anche Capo del suo partito, e la minoranza interna è schiacciata sotto il ricatto permanente del voto anticipato".

Anche De Mita per un breve periodo fu segretario della Dc e capo del governo: perché nessuno lo paragonò a un tiranno?
"Semplice: perché c'erano i partiti e una legge elettorale proporzionale con le preferenze. Oggi i partiti sono dei monoliti, col solo compito di sostenere il Capo. E, di nuovo, tutto si tiene: con la legge elettorale vigente in Parlamento siederanno i fedelissimi".

Lei ritiene Renzi capace di tutto questo?
"Non voglio personalizzare. Tra l'altro oggi c'è Renzi, domani può venire chiunque. I governi passano, le istituzioni restano".

Ma la società non vuole un superamento del bicameralismo perfetto?
"Lo voglio anch'io, ma non in questo modo. Ridurre procedure e costi è positivo. Ma tutto ciò non va cavalcato in termini antiparlamentari, perché saremmo all'antipolitica. Di un parlamento vitale si ha sempre bisogno. Anzi avremmo bisogno che rappresentasse il meglio del Paese, come si diceva una volta: ridotto nel numero e più competente".

Le ricordano sempre che Ingrao si schierò a favore di una sola Camera: cosa risponde?
"L'idea di Ingrao era la "centralità del Parlamento". Voleva una Camera sola per promuovere la politica in Parlamento, non per umiliarli entrambi".

E' questa la vera ragione del suo "no"?
"E' fondamentalmente questa, unita a ragioni specifiche. Il Senato è ridotto, ma non abolito. Il bicameralismo rimane per una serie di materie che possono innescare seri conflitti. È previsto che siano risolti dalla trattativa tra i due presidenti. Ma è lecito patteggiare sul rispetto delle regole? Le incongruenze tecniche sono molte. Non invidio chi dovrà scrivere la nuova legge elettorale del Senato. Non si capisce da chi saranno scelti i nuovi senatori: se sono "designati" dagli elettori non possono essere "eletti" dai Consigli regionali. Sa cosa le dico? Non mi dispiace non insegnare più il diritto costituzionale il prossimo anno, perché non saprei come spiegare ai miei studenti non una materia, ma un guazzabuglio".

Più facile spiegare la fiducia al governo da parte di una sola Camera, non crede?
"Questo è giusto, e utile. Non sono affatto contrario a un governo che governi. Ma dentro un sistema che respiri democraticamente a pieni polmoni".

Dal governo non può venire niente di buono?
"Perché? Sono buone le unioni civili, l'autonomia dai vescovi, la prudenza sulla Libia, il rifiuto della politica del "a casa nostra" verso i migranti. Vede che non ho pregiudizi? Ma non mi piace che una discussione sulla Costituzione si trasformi in un plebiscito sul governo. La Costituzione non è a favore né contro qualcuno, non si vince in questa materia e non si perde. Nessuno si gioca tutto sulla Carta, tutti ci giochiamo qualcosa e forse molto".

Professore, non l'ho mai sentita richiamare i grillini, come fa con il Pd, ad una responsabilità comune sul destino del sistema: come mai?
"Potrei dirle che l'antipolitica è figlia della cattiva politica. Ma è giunta l'ora che i Cinque Stelle si emancipino dalle idee elitistiche e accettino la logica parlamentare. La vera arte politica sta nel creare le condizioni dello stare insieme. Il che non vuol dire rinunciare alle proprie ragioni, ma cercare di diffonderle oltre i propri confini. Dire questo non significa nostalgia del vecchio ordine, ma desiderio di buona politica".

A proposito di vecchio, cosa risponde a chi usa questo termine come un insulto contro di voi?
"Anche noi siamo stati giovani, senza averne merito, e anche loro diventeranno vecchi, senza colpe per questo. Ma, non era la destra che polemizzava coi vecchi?".

Sì, ricorda gli attacchi a Spadolini, Rita Levi Montalcini sbeffeggiata in Senato: dunque?
"C'è traccia di futurismo nella rottamazione. I giovani hanno sempre ragione, i vecchi devono tacere. Sono battute, dice qualcuno. Ma vede: così si smarrisce
il sentimento del passaggio generazionale, la trasmissione dell'esperienza. Si vuole rompere la tradizione in nome di un presunto Anno Zero. Certo, l'eccesso di tradizione spegne. Ma tagliare ogni radice per il peso della memoria espone al vento. Vivi nell'oggi e improvvisa".

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26 maggio 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/05/26/news/referendum_riforme_zagrebelsky-140616373/?ref=HREC1-2
4079  Forum Pubblico / DONNE OPINIONISTE e AUTRICI. / MONICA RUBINO. Comunali, da Airaudo a Fassina la 'sinistra sinistra' non sfonda il: Giugno 17, 2016, 08:09:35
Comunali, da Airaudo a Fassina la 'sinistra sinistra' non sfonda
A Torino, Milano, e Roma le liste rosse anti-Pd non raggiungono i risultati sperati. Con l'eccezione di Bologna.
Incerta la strategia sui ballottaggi. A Roma l'ex viceministro delle Finanze: "Né Raggi né Giachetti, voteremo scheda bianca"

Di MONICA RUBINO

ROMA - Da Giorgio Airaudo a Torino a Stefano Fassina a Roma. Da Basilio Rizzo a Milano a Federico Martelloni a Bologna. La "sinistra sinistra" alternativa al Pd non buca lo schermo e non raggiunge i risultati sperati. Tutti si aspettavano qualcosa in più. Nessuno, a parte Martelloni, è riuscito a superare il 5%, una soglia "simbolica" che avrebbe reso il senso di una buona partenza. Non vale nemmeno più la militanza nei sindacati, come nel caso di Airaudo, ex segretario Fiom nella città della Fiat: “Sono anni ormai - afferma il candidato torinese di Sinistra italiana - che i voti dei sindacati non si ribaltano sui partiti. Personalmente sono un po' deluso, mi aspettavo qualcosa in più dei 14mila voti presi (pari al 3, 70%, ndr). Certo è un inizio, ma è un po' zoppicante. A Torino c'è stata una forte astensione e una buona parte degli astenuti sono voti persi dal Pd che noi non siamo riusciti a intercettare. Ci siamo battuti da soli a mani nude - conclude - ma lo spazio a sinistra c'è, la domanda è forte ma bisogna costruire una proposta credibile e unitaria sul piano nazionale". Alla domanda se SI al ballottaggio sosterrà o meno il sindaco Pd uscente Piero Fassino, Airaudo non risponde: "Non posso dirlo adesso. Nel pomeriggio terremo una conferenza stampa in cui spiegheremo a tutti la nostra strategia".

Sulla stessa linea anche Fassina, candidato sindaco a Roma, che si è fermato al 4,4%: "Una richiesta di discontinuità c'è ma non siamo riusciti a dirottare verso la nostra proposta il dissenso a Renzi, che invece si è spostato sul M5s". Rimane assolutamente convinto del progetto di Sinistra italiana e sull'ipotesi di appoggiare o meno il candidato del Pd Roberto Giachetti l'orientamento sembra quello di non sostenere né Raggi né Giachetti: "La mia indicazione è di votare scheda bianca, mi sembra la scelta più coerente", afferma l'ex viceministro dell'Economia. Anche se ultima parola spetterà all'assemblea del partito, prevista per domani pomeriggio.

LO SPECIALE ELEZIONI COMUNALI 2016

Per Basilio Rizzo, che con la sua lista Milano in Comune ha raggiunto il 3,56% dei consensi, "la sinistra c'è". Il presidente del Consiglio comunale del capoluogo lombardo, rappresentante di Prc e civatiani, si dichiara soddisfatto del quarto posto: "Una parte significativa dell'elettorato milanese non si è riconosciuta nelle candidature gemelle dei manager". Quanto al ballottaggio, Rizzo aggiunge che il candidato del Pd Giuseppe Sala "il nostro voto dovrà meritarselo. Al ballottaggio si devono proporre programmi che possano rispondere alle aspettative di una larga fetta della popolazione. Noi staremo ad ascoltare le proposte: non siamo a priori contro il governare".

A Bologna Coalizione civica, la lista a sinistra del Pd appoggiata da una parte di Sel dopo la rottura dei vendoliani con la giunta di Virginio Merola, non farà "accordi o accordicchi" con i dem in vista del ballottaggio fra il sindaco uscente e la leghista Lucia Borgonzoni. A dirlo è il candidato sindaco Federico Martelloni, più che soddisfatto del 7% raggiunto. Il professore di diritto del lavoro all'Alma Mater non si sbilancia sul secondo turno: "Ne discuteremo, il nostro non è un elettorato sul mercato politico, i nostri 12.000 voti non sono un pacchetto che spostiamo". Se è indubbio che "una distanza siderale ci separa dal populismo di destra della Lega Nord - continua il giuslavorista- non abbiamo nulla a che fare con il Pd di Renzi e di Merola, con il partito della nazione". Non si lavorerà dunque ad un accordo e "non daremo indicazioni di voto", continua Martelloni. Ma "discuteremo di cosa fare - aggiunge - come i nostri fratelli di Barcellona (il riferimento è a Podemos, ndr), perchè non ci sono uomini solo al comando". Toccherà al consiglio direttivo, alle assemblee e alle realtà consolidatesi nei quartieri durante la campagna elettorale prendere la decisione finale.

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07 giugno 2016

Da - http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni-comunali-edizione2016/2016/06/07/news/da_airaudo_a_fassina_la_sinistra_sinistra_non_sfonda-141480156/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_07-06-2016
4080  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / MARCELLO SORGI. La democrazia anomala dei frammenti il: Giugno 17, 2016, 08:07:20
La democrazia anomala dei frammenti

07/06/2016
Marcello Sorgi

Le elezioni amministrative rappresentano da sempre in Italia una sorta di mid-term, un test per gli equilibri politici presenti e quelli futuri. Fu così per le prime giunte di centrosinistra negli Anni Sessanta. E così per la svolta del 1975, che portò i primi sindaci comunisti alla guida delle grandi città fuori dal perimetro delle «regioni rosse», annunciando la svolta dei governi di unità nazionale ’76-’79. 

E ancora, con l’elezione diretta dei primi cittadini nel ’93, la definitiva esclusione dei democristiani dai ballottaggi e la prima legittimazione del bipolarismo, che doveva portare nel ’94 alla vittoria del centrodestra con Berlusconi. Sepolto, non a caso, dopo quasi un ventennio, dall’ondata dei sindaci arancione, da Pisapia a De Magistris, che nel 2011 avrebbe anticipato di pochi mesi l’uscita da Palazzo Chigi dell’ex-Cavaliere.

Con lo stesso criterio ci si potrebbe chiedere se il voto di domenica scorsa nelle città, la vittoria della Raggi e l’affermazione dell’Appendino e dei 5 Stelle a Roma e a Torino, il risultato in bilico di Sala a Milano, la rivincita dello stesso De Magistris nella Napoli in cui il premier era andato personalmente a lanciargli il guanto di sfida, anticipino la crisi di Renzi e del renzismo. Gli elementi per pensarlo ci sono, e lo stesso presidente del Consiglio, a caldo, ha ammesso la delusione del Pd, sebbene non la consideri decisiva per le sorti del governo. Né va dimenticato che si tratta del primo turno di un’elezione che prevede i ballottaggi, e solo allora, tra due settimane, si potrà fare una valutazione completa.

Al momento la svolta - se di svolta si può parlare - non ha nessuna delle caratteristiche che si erano palesate nel passato; non si sono insomma manifestati un nuovo quadro politico e neppure, per quanto provvisorio, un diverso equilibrio. Il successo, anche oltre ogni previsione, delle candidate M5S a Roma e a Torino non va confuso con il risultato di De Magistris (che è tutt’altra cosa, e già mescola, dopo cinque anni di potere, aspetti di trasformismo e clientele locali con il voto di protesta), e non basta a dire che si va verso un’Italia a 5 Stelle. La resurrezione del centrodestra, a Milano con il tecnico Parisi, a Bologna con la leghista Borgonzoni e a Napoli con l’usato sicuro Lettieri, dimostra che la coalizione ex-berlusconiana ha ancora delle prospettive, ma non risolve la sfida letale tra l’anima moderata del leader-fondatore e quella radicale salvinian-meloniana. Al dunque, l’unico vero obiettivo di Berlusconi era punire e far cadere la leader ribelle di Fratelli d’Italia, e a Roma questo è accaduto, anche al prezzo di una sorta di liquidazione dell’alleanza.

A conferma di questo insieme così frammentato, le percentuali dei partiti, ricavate finalmente ieri sera dopo un calcolo assai complicato, sono di una tale modestia che la nuova carta politico-geografica dell’Italia rivela sintomi di alopecia del potere locale assai difficili da curare e impossibili da riunificare in qualcosa che abbia l’ambizione di tornare ad essere di dimensione nazionale. Il Pd e Forza Italia, per dire del maggior partito della coalizione di centrosinistra e dell’ex-maggiore del centrodestra, si erano presentati con il loro simbolo in un’assoluta minoranza di casi, per il resto si erano camuffati e mescolati a un’indecifrabile ragnatela notabilare di piccolo cabotaggio. Temuto fin dalla vigilia, il guazzabuglio delle liste locali - diffuse ovunque, presenti in qualsiasi schieramento, con la sola eccezione del Movimento 5 Stelle, che dove si è presentato, non certo dappertutto, lo ha fatto da solo - lascia già presagire cosa diventeranno, al termine dei ballottaggi, le trattative per la formazione delle giunte, e subito dopo le vite precarie delle amministrazioni, tenute in pugno da ras locali che non hanno vincoli di appartenenza, né, figuriamoci, di obbedienza, ad alcun partito o organizzazione, si nascondono sotto le sigle più strane e rispondono, in realtà, solo a se stessi. I disgraziati elettori che domenica, malgrado tutto, sono andati a votare, grazie alle coalizioni locali che sostenevano i candidati sindaci, si sono trovati di fronte all’esatto contrario delle più collaudate offerte pubblicitarie dei supermercati. Lì, almeno, in certe stagioni, paghi una e ricevi tre confezioni del prodotto che avevi scelto. Qui, invece, votando un candidato sostenevi un intero schieramento e diventavi sostenitore di certi arnesi che mai avresti voluto avere al tuo fianco.

La crisi del Pd, che comunque, tolta Napoli, resta in gioco da Nord a Sud, lo scatto delle due donne 5 Stelle (non accompagnato da un successo complessivo, dato che alla fine il movimento andrà in ballottaggio in 20 comuni su 1300), e la rinascita isolata del centrodestra saranno pure gli aspetti più evidenti dei risultati. Ma il vero profilo del Paese che vien fuori dalle urne del 5 giugno è quello frastagliato appena descritto. Sarebbe ora che qualcuno in Italia - a cominciare da Renzi e almeno finché è possibile - s’impegnasse a pensare di riorganizzare dei normali partiti, come quelli che finora sono stati distrutti, per ricostruire una democrazia normale.

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