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4066  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / EUGENIO SCALFARI. La Francia, l'Italia, l'Europa e la grazia di Francesco il: Novembre 24, 2015, 06:57:15
La Francia, l'Italia, l'Europa e la grazia di Francesco

E' l'Europa l'obiettivo prescelto dal Califfato. E con essa la civiltà occidentale, le sue religioni, la sua economia, i comportamenti delle persone comuni e delle loro classi dirigenti. La Francia ha assunto il ruolo di guida del continente. E il governo italiano in tutto questo? Che cosa gli sarà proposto da Hollande? E Renzi a sua volta che cosa gli proporrà?
 
di EUGENIO SCALFARI
22 novembre 2015

IN questi giorni terremotati tutti ci poniamo molte domande: perché accadono fatti così orribili, eccidi di innocenti, decapitazioni trasmesse in televisione, paura della gente, servizi segreti mobilitati, bombardamenti a tappeto, sorveglianze inutilmente rafforzate, in Europa, in Belgio, in Iraq, in Siria, in Turchia, in Egitto, in Libano, nel Mali, in Bangladesh, in mezzo mondo, con previsioni di altrettanti orrori nell'Italia del Giubileo?

Anche io sono profondamente colpito e preoccupato, ma non sorpreso e la ragione è questa: so da tempo che la storia dell'umanità da quando esiste è dominata dal potere e dalla guerra. L'amore e la pace sono due sentimenti alternativi che di tanto in tanto interrompono i primi due, ma sono interruzioni brevi, pause di riposo presto travolte. Dentro molti di noi l'amore e la pace sono sentimenti permanenti, ma il potere e la guerra hanno sempre la meglio dovunque, in qualsiasi epoca, in qualunque paese e in qualsiasi tempo. E il motivo è semplice: noi, a differenza di altri essere viventi, abbiamo un Io.

E quell'Io non appena ci nasce dentro ha bisogno assoluto di avere un suo territorio, conquistarselo, difenderlo, ampliarlo. Ha bisogno di emergere a tutti i livelli sociali e cerca di farlo come può, che sia povero o ricco, di pelle nera o bianca o mulatta, uomo o donna.

Anche gli animali per soddisfare i loro bisogni primari devono combattere per conquistare la preda, preda anch'essi di altri animali. Potere e guerra sono anche per loro istinti dominanti, ma non ne sono consapevoli. Noi sì, noi siamo Io in ogni istante della nostra esistenza ed è quello il motore che ci anima e determina il nostro destino. Il Fato. Ricordate? Gli dei olimpici della cultura greca avevano la meglio non soltanto sugli uomini ma perfino su altri dei. Zeus sapeva di dover rispettare il Fato che era molto più di un dio: era la legge che domina il Cosmo e quindi potere e guerra, la legge di natura è quella. L'antidoto non è l'amore e la pace che come ho già detto sono intervalli brevi, pause di riposo; ma è la libertà, la libertà consapevole. E la bellezza, non come ideale romantico ma lirico e profondamente evocativo: la musica, la danza, la conoscenza.

Libertà e bellezza, questi sono i valori, dove l'Io non viene affatto spento ma anzi potenziato e allontanato dalla ricerca del potere, riscattato dalla turpitudine della guerra e guidato verso quell'oltreuomo che nello Zarathustra di Nietzsche è l'ultimo e più eccelso livello che la nostra specie può raggiungere e che dovrebbe mettere insieme tutti gli uomini di buona volontà.

***

L'Europa è oggi l'obiettivo del terrorismo guidato dall'Is che d'ora in poi chiameremo Califfato. Noi siamo soltanto il suo bersaglio, attaccano dovunque possono, ma è l'Europa il terreno prescelto e con essa gli Stati Uniti d'America. Insomma l'Occidente, la civiltà occidentale in tutte le modalità che quella civiltà esprime, nelle sue religioni, nella sua economia, nei comportamenti delle persone comuni e delle loro classi dirigenti.

Il Califfato è a sua volta una classe dirigente composta da poche persone, non più di un centinaio, in gran parte provenienti dall'esercito iracheno di Saddam Hussein, dai muezzin afghani, dai talebani indottrinati da Bin Laden e da Al Qaeda; arabi soprattutto ma anche pachistani e sauditi.

Bin Laden, a quanto si sa, era profondamente religioso ma i dirigenti che compongono il Califfato non lo sono affatto anche se fanno finta di esserlo. Le cellule che il Califfato dirige hanno forse una vernice di religiosità fondamentalista. Il loro grido di guerra è " Allah Akbar" e molti di loro arrivano fino al punto di farsi esplodere sognando un Aldilà dove le vergini li aspettano come premio. Ma la gran parte di quei terroristi disseminati in Europa non hanno alcuna vocazione religiosa. Sono i giovani delle periferie, la seconda o terza generazione delle banlieue che non hanno potuto o non hanno voluto integrarsi con la società con cui vivono. Alcuni hanno studiato, altri no, ma tutti si sentono defraudati, molti ricorrono alla droga e/o all'avventura, alla rabbia, alle armi e più sono questi i loro modi di sopravvivenza, più l'esclusione aumenta, più la polizia diventa il loro nemico, più è facile reclutarli per i messaggeri del Califfato.

Le banlieue sono il terreno di coltura dei terroristi e l'Io gioca qui la sua più segreta e perversa partita. L'Io degli esclusi reclama una sua soddisfazione, un suo territorio psicologico, la speranza di non aver paura ma di incuterla negli altri. Che gli altri siano cristiani o atei o islamici, ma integrati e non esclusi: questi sono i loro bersagli. Bersagli anonimi, non li conoscono ma sono comunque altri e diversi da loro e quindi da uccidere. Per diffondere la paura e soddisfare così il loro orribile Io.

Questa è la guerra in corso: terrore e paura sono gli obiettivi delle cellule che obbediscono al Califfato la cui classe dirigente è posizionata nel triangolo che include le zone confinarie tra Siria, Turchia e Iraq, con un distaccamento libico-tunisino che fronteggia direttamente l'Europa mediterranea.

Il Califfato ha i suoi soldati, sono qualche migliaio e bene armati. Il Califfato è ricco, ha petrolio, ha l'appoggio di uomini di affari degli Emirati e finanziamenti mascherati ma evidenti che garantiscono la tranquillità saudita e degli Emirati.

A guardar bene anche l'Io del Califfo e dei suoi compagni è assai sviluppato, vuole potere, ricchezza, piaceri. Deriva da Al Qaeda ma è tutt'altra cosa rispetto a Bin Laden. Crudele quanto lui e più di lui, ma estremamente più sofisticato. Non è escluso che divenga un vero e proprio Stato arabo sunnita. In fondo Ibn Saud cominciò così la sua carriera e trasformò una tribù in un Regno tra i più potenti del Medio Oriente. La sua famiglia conta ormai circa trecento persone, possiede molte banche, imprese, alleanze d'affari in tutto l'Occidente, in Francia, in Inghilterra, in Italia, in America, in Germania, ovunque. Detesta gli sciiti ma si distingue anche dai sunniti. Tra i capi del Califfato è un esempio da imitare e magari da conquistare. Senza sangue, possibilmente. Il sangue scorre altrove.

***

Poiché la Francia è il principale terreno di battaglia del Califfato e delle sue migliaia di cellule europee, quella Nazione, oltre a contare il maggior numero di vittime innocenti, ha assunto la guida dell'Europa. Il presidente Hollande ha capito subito che, purtroppo per i francesi, il ruolo di leader dell'Europa era l'aspetto politicamente ed anche economicamente positivo e lui ha dimostrato di saperlo perfettamente assolvere, a partire dai simboli fino alla concreta azione politica.

Tra i simboli ce n'è uno che personalmente mi commuove non da ora ma da sempre, ogni volta che mi accade di ascoltarla: la Marsigliese, inno nazionale finora, ma europeo ai tempi delle guerre contro le monarchie assolute d'Europa, quando la grande Rivoluzione guidata dai girondini e da D'Anton arrestò l'invasione dei monarchi europei e l'esercito repubblicano guidato da Kellerman vinse la battaglia di Valmy.

Ogni volta che in Francia c'è un attentato il popolo si raduna nelle piazze e intona la Marsigliese mentre contemporaneamente la canta l'Assemblea nazionale. Così avvenne dopo l'attentato a Charlie Hebdo ma ora è cantata dai giocatori di calcio prima dell'inizio delle partite in molti paesi europei, è stata intonata a Londra alla Camera dei Comuni nel salone di Westminster, in Italia in una sorta di plenum delle Camere, insomma si è trasformato in un inno europeo in luogo dell'Inno alla Gioia della sinfonia beethoveniana.

Ma accanto al simbolo - del quale tuttavia sarebbe sbagliato trascurare l'importanza - c'è la politica vera e propria. Hollande aveva già deciso di affiancarsi agli Usa bombardando per un paio di volte Raqqa, scelta dal Califfato come propria capitale. Ma dopo gli attentati recenti a Parigi dei terroristi provenienti dal Belgio, i bombardamenti con Raqqa si sono moltiplicati e ancor più lo saranno quando la portaerei francese che è già partita da Tolone incrocerà nel Mediterraneo orientale i bombardamenti diverranno perciò continui.

Questo per quanto riguarda la guerra guerreggiata, ma poi c'è la politica vera e propria. Il primo intervento di Hollande è stato di appellarsi al Trattato di Lisbona che prevede la collaborazione di tutti gli Stati membri dell'Unione europea. I ventotto paesi hanno approvato all'unanimità ciò che il Trattato dispone: una collaborazione tra tutti i firmatari di quel trattato senza però indicarne né la procedura esecutiva né i vari ruoli di ogni Paese. Hollande avrebbe potuto appellarsi all'articolo 5 della Nato che prevede la collaborazione immediata con quel Paese che abbia subito una grave aggressione, ma non l'ha fatto perché la Nato ha un suo proprio comitato di cui la Francia ovviamente fa parte ma non ne è il capo.

Hollande ha anche previsto che, sulla base del Trattato di Lisbona, consulterà gli Stati membri dell'Ue bilateralmente, per stabilire con ciascuno di essi il tipo di collaborazione che la Francia gli chiede. Tale consultazione avrà inizio ai primi del prossimo dicembre.

Nel frattempo la Francia avrà incontri con Obama e soprattutto con Putin per considerare i comuni interventi contro il Califfato.

Nel frattempo c'è stato l'attentato compiuto in un grande albergo nella capitale del Mali, un paese ex colonia dell'impero francese dove Parigi ha dislocato da tempo 37 mila soldati che sono intervenuti con alcuni corpi specializzati insieme ad analoghe forze del Mali e a un reparto di militari americani. Il blitz è stato condotto a termine dopo ventiquattr'ore di aspra battaglia, gli attentatori hanno ucciso e sono stati a loro volta uccisi.

E il governo italiano in tutto questo? Che cosa gli sarà proposto da Hollande? E Renzi a sua volta che cosa gli proporrà? Che cosa ha in mente il nostro presidente del Consiglio, leader del più importante partito italiano e capo della maggioranza parlamentare, che ormai governa e comanda da solo, come del resto avviene da tempo in tutti i Paesi d'Europa e di Occidente?

La risposta a questa domanda è abbastanza facile perché è già stata anticipata dal nostro ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, dal ministro della Difesa e dallo stesso Renzi: appoggeranno la Francia in tutto ciò che è possibile, ma non hanno alcuna intenzione di compiere interventi militari né con aerei né con truppe di terra.

È giusta questa posizione? Personalmente credo di sì, ma quello che non si vede è in che cosa può consistere la collaborazione con la Francia. Forse con risorse economiche? Non ci verranno chieste e comunque non ne abbiamo. Di fatto avremo una posizione neutrale. Con quali contraccolpi? Un Paese neutrale non avrà alcun peso sulla politica e sull'economia europea.

Se è lecito dare un suggerimento, Renzi dovrebbe riservarsi un ruolo in Libia. Non per partecipare alla guerra contro il distaccamento dei seguaci del Califfato né alla guerra tra il governo e le tribù di Bengasi e Tobruk contro il governo di Tripoli, ma per allestire campi di accoglienza dei migranti che provengono dai Paesi subsahariani, in fuga verso le coste mediterranee e in particolare verso l'Italia.

Campi d'accoglienza che li trattengano in Libia in modo decente e confortevole, ne controllino l'identità e la provenienza, esaminino le loro eventuali richieste di asilo politico e li aiutino a partire verso l'Europa su navi italiane e di altri Paesi europei o ne favoriscano il rientro opportunamente negoziato con i loro Paesi di origine.

È un ruolo molto importante che richiede non solo risorse economiche e competenze diplomatiche ma anche di truppe, navi da guerra e aerei di ispezione affinché quei campi d'accoglienza siano opportunamente difesi da tribù e/o da terroristi presenti in quelle zone. L'Egitto dovrebbe appoggiare questo " sistema" e sarebbe anche suo interesse farlo. Ancor più evidente sarebbe l'interesse francese. Hollande guida ormai l'Ue nel tandem con la Germania, regredita ormai in un ruolo minore rispetto al tradizionale tandem franco-tedesco. Col tempo forse la situazione cambierà, ma oggi è questa ed è la Marsigliese che predomina in Europa.

Ho già scritto più volte che l'esplosione di terrorismo dovrebbe affrettare l'avvio verso gli Stati Uniti d'Europa, ma si tratta comunque di un percorso che richiede a dir poco un decennio purché cominci subito. E il modo per farlo cominciare subito è la cessione immediata di sovranità dei Paesi europei, almeno quelli dell'Eurozona, della politica estera e di quella militare alle Istituzioni europee. Hollande sarebbe contrario, ma la Merkel? Non sarebbe proprio questo il modo per riconquistare la posizione prioritaria nell'Ue o almeno nell'Eurozona?

Ma Renzi, il nostro Renzi, sarebbe d'accordo e si batterebbe affinché questa cessione di sovranità avvenisse? Acquisterebbe un ruolo essenziale in Europa, ma lo capirà? Temo proprio di no, ma spero d'essere smentito. Se è politicamente intelligente dovrebbe accollarsi questi due ruoli, in Libia e in Europa. Spero di non essere il solo a suggerire questa posizione.

***

C'è infine un altro personaggio che è fondamentale per superare questa tragica situazione: papa Francesco. Non c'è mai stato un Papa come lui. Dico di più: un Pastore, un Profeta, un rivoluzionario: in nome della sua fede e in circa due miliardi di cristiani che abitano il pianeta, dislocati in quasi tutti i continenti.

Francesco si appella al Dio unico. Tutte le religioni monoteistiche si debbono affratellare in nome dell'unico Dio che non è e non può essere un Dio vendicativo ma è un Dio misericordioso e come tale va adorato dai credenti di quelle religioni a cominciare ovviamente dai cristiani, dai musulmani, dagli ebrei.

Il Corano parla di " morte degli infedeli" e offre ai fondamentalisti un pretesto per coprire le loro azioni delittuose con alcuni passi coranici. Ma dimenticano che il loro profeta Maometto, costruttore della religione islamica, mise come primo punto di riferimento Abramo. Al vertice dell'islam c'è dunque Abramo che ascoltò dalla voce del Signore l'ordine di sacrificare suo figlio Isacco. Quell'ordine sconvolse il cuore di Abramo nel profondo, ma la sua fede lo costrinse all'obbedienza: portò il figlio con sé su una collina e lì, guardando il cielo sopra di lui, estrasse dalle sue vesti un coltello per uccidere il figlio come gli era stato ordinato da Dio. Ma a quel punto la voce di Dio lo fermò: "Volevo vedere la forza della tua fede, ma io voglio che Isacco viva felice, come me e con te. Accarezzalo, educalo, e tutti e due sarete da me amati e illuminati".

Questo è il Dio di Abramo e di Isacco ed è un Dio misericordioso. Perciò sono blasfemi e condannevoli i terroristi del Califfato che invocano Allah e nel suo nome uccidono centinaia di Isacco, figlio di Abramo e amato da Allah Akbar. L'unico Dio, che gli ebrei chiamano Jahvé o Elohim e i cristiani chiamano Padre. Questo predica Francesco e questo è il tema del Giubileo della misericordia. La sua parola, in un momento come questo, è diretta soprattutto agli islamici affinché riconoscano il loro Dio misericordioso che è il medesimo che tutte le religioni monoteistiche dovrebbero venerare.

Spero che Francesco riesca ad affratellarle in un unico slancio di misericordia alla quale anche i non credenti si associano.

© Riproduzione riservata
22 novembre 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/11/22/news/la_francia_l_italia_l_europa_e_la_grazia_di_francesco-127895860/?ref=HRER2-1
4067  Forum Pubblico / AMBIENTE & NATURA / Veneto, interferenti endocrini nell’acqua potabile hanno contaminato la catena.. il: Novembre 24, 2015, 06:56:09
Veneto, interferenti endocrini nell’acqua potabile hanno contaminato la catena alimentare.
I risultati dei campionamenti in decine di comuni del vicentino, veronese e padovano


Beniamino Bonardi 12 novembre 2015   
I Pfas sono presenti in tutta la catena alimentare ma soprattutto nei pesci

Una sessantina di comuni veneti situati in una vasta area tra Vicenza, Verona e Padova, sono vittime da anni di un inquinamento che interessa le acque potabili e di falda probabilmente causata da attività industriali.  Il problema è talmente diffuso che è stato adottato un programma di analisi del sangue su uomini e animali, oltre a un campionamento di alimenti di produzione locale alla ricerca di sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) riconosciute come interferenti endocrini correlate a patologie riguardanti pelle, polmoni e reni. Le Pfas sono definite “microinquinanti emergenti” perché sono frutto di un’industria chimica recente e per questo motivo non vengono monitorate dalle indagini di laboratorio condotte di routine.

Le analisi sono state effettuate dai servizi veterinari e di igiene delle aziende sanitarie locali e i risultati dovranno essere ora valutati dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità. La difficoltà di una valutazione effettiva del rischio alimentare e ambientale sta nel fatto che, allo stato attuale, non esistono disposizioni di legge, non solo a livello comunitario, ma anche nazionale o internazionale, che disciplinino la presenza di Pfas negli alimenti. Sono stati individuati valori soglia solo per le acque potabili che però differiscono da paese a paese.
Acqua rubinetto pubblico 87735043
L’acqua inquinata ha veicolato ovunque i Pfas

Il consigliere regionale veneto del Pd Andrea Zanoni ha ottenuto dalla Regione i risultati di 210 campionamenti alimenti, dove i Pfas, che dovrebbero essere assenti, risultano presenti in quasi tutta la catena alimentare, segno che probabilmente l’acqua inquinata le ha veicolate ovunque. Le analisi, focalizzate in particolare su Pfoa (acido perfluoroottanoico), Pfos (perfluorottano sulfonato) e Pfba (Acido PerfluoroButanoico), sono state effettuate su: foraggi, pesci di diverse specie (carpa, trota, cavedano, pesce gatto, scardola, carpa carassio), volatili (pollo, tacchino, fagiano, faraona, anatra), mammiferi (bovini, ovini e vaprini); verdure (insalata, bieta, carote, patate, pan di zucchero, asparagi, ravanelli, radicchio) e uova di gallina.

Nella risposta delle autorità sanitarie indirizzata a Zanoni si legge: “Da una prima valutazione i valori riscontrati per Pfos e Pfoa si presentano più elevati rispetto ad alcuni dati presenti in bibliografia, peraltro ascrivibili a scenari diversi e non associati a specifiche criticità ambientali”. Dalle tabelle allegate emerge che le analisi con valori superiori al livello di attenzione (relative a una contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche con concentrazioni superiori a 1 microgrammo per chilo), si riferiscono in particolare ai Pfos presenti su 33 campioni, mentre gli sforamenti per i Pfoa riguardano 4 campioni e 3 per Pfba.

I campioni positivi al Pfba, per un valore variabile da 1 a 57,4 microgrammi/kg (ug/kg), riguardano: 11 campioni di uova, 10 campioni di pesce, 9 campioni di bovini, 2 campioni di insalata, 1 campione di bieta, foraggio, pollo, fagiano, capra.

Sorprendono in particolare i 57,4 ug/kg di residui trovati in una scarola (pesce) prelevata a Creazzo nel fiume Cassacina, i 18,4 ug/kg di una carpa prelevata a Creazzo, i 33,9 ug/kg di un pesce prelevato nel fiume Fratta a Cologna Veneta e i 21,2 ug/kg su un uovo di un allevamento domestico munito di pozzo di Cologna Veneta.
Interferenti endocrini
La causa della contaminazione potrebbe essere una locale industria

In un’interrogazione rivolta alla Giunta regionale del Veneto, Zanoni ricorda che “l’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale (Arpa) del Veneto avrebbe a suo tempo individuato la fonte della contaminazione negli scarichi di una locale industria. I composti del fluoro vengono infatti utilizzati per impermeabilizzare tessuti, carta, contenitori per alimenti”, e chiede “quali azioni urgenti intende avviare la Regione del Veneto affinché siano accertate e rimosse le cause della suddetta fonte inquinante nonché individuate le relative responsabilità al fine di tutelare la salute della popolazione coinvolta e di risarcire i costi sostenuti dalle amministrazioni locali per l’attuazione degli interventi di emergenza ambientale già effettuati”.

Il Ministero dell’Ambiente avverte che Pfos e Pfoa sono due composti chimici persistenti, possono accumularsi e occorrono anni prima che siano eliminati.

© Riproduzione riservata

Da - http://www.ilfattoalimentare.it/veneto-interferenti-endocrini-alimenti.html
4068  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / ALDO GRASSO. Fiorella Mannoia, il copione usurato della cantante radical il: Novembre 24, 2015, 06:52:12
Fiorella Mannoia, il copione usurato della cantante radical
La musicista non crede alle notizie della «stampa ufficiale» su Parigi: la responsabilità degli attentati di Parigi è dell’Occidente, secondo l’usurato copione di certa sinistra radicale

Di Aldo Grasso

Di fronte agli avvenimenti drammatici che stiamo vivendo, meglio non cercare verità nascoste, ma, voltairianamente, dire verità palesi. E invece straparliamo, alla ricerca di alibi reconditi. È successo di recente a una cantante famosa, Fiorella Mannoia, intervistata da una radio di un’università telematica romana.
Per la Mannoia, che non crede alle notizie della «stampa ufficiale», la responsabilità degli attentati di Parigi è dell’Occidente, secondo l’usurato copione di certa sinistra radicale: è colpa dell’Occidente se in Medio Oriente ci sono islamisti che reagiscono con la guerra santa e sterminano i cristiani, è colpa dell’Occidente se in Europa alcuni estremisti uccidono nel nome del Profeta: «Non voglio difendere quei vigliacchi che fanno attentati, anzi. Io sono molto impaurita... Ma non sono vittime anche i civili morti durante i bombardamenti fatti dagli Usa o da altri Paesi occidentali?». Poi bordate contro Oriana Fallaci: «Esaltarla oggi è un mezzo per fare propaganda elettorale. Non è che siccome una sia stata una grande giornalista e una grande scrittrice avesse capito tutto». Chi ha capito tutto, invece, è Fiorella Mannoia: pochi dubbi, molte certezze.

È contro il Giubileo di papa Francesco, ritiene che i pentastellati siano l’unica vera forza di cambiamento. Resta di sinistra, «semmai si sono spostati gli altri».
Credere di parlare a nome delle vittime e dei poveri, solo perché si è vittima delle povere idee.

22 novembre 2015 (modifica il 22 novembre 2015 | 11:28)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/cronache/15_novembre_22/fiorella-mannoia-stragi-parigi-copione-usurato-cantante-radical-724496fc-90e8-11e5-bbc6-e0fb630b6ac3.shtml
4069  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / Massimo NAVA La solitudine francese il: Novembre 24, 2015, 06:47:01
Su due fronti
La solitudine francese
La Francia è diventata interventista in un pantano in cui l’America di Obama ha tentato di sfilarsi e che dal Medio Oriente è tracimato nell’Africa subsahariana

Di Massimo Nava

Sembra molto lontano il tempo in cui il presidente Jacques Chirac diceva forte il suo no alla guerra americana in Iraq. Allora, la Francia fu un riferimento per quanti nel mondo pensavano - e pensano - alla guerra come a una soluzione estrema.
Il nuovo attacco terroristico in Mali, dopo la carneficina di Parigi, ci racconta quanto le cose siano cambiate e in peggio. Per l’Europa che vive il suo 11 settembre e soprattutto per la Francia, invischiata in un’offensiva a tutto campo, con alleati riluttanti o di convenienza e senza la potenza di fuoco degli Usa, arma peraltro spuntata che negli anni ha destabilizzato lo scenario e moltiplicato i terroristi d’esportazione. La Francia è diventata interventista, in un pantano da cui l’America di Obama ha tentato di sfilarsi.

Un pantano che dal Medio Oriente è tracimato nell’Africa subsahariana e che ha colpito il cuore dell’Europa. Ma l’interventismo francese non nasce oggi, con la comprensibile risposta muscolare nel Daesh. È la percezione collettiva dei nemici interni ed esterni ad avere provocato un cambiamento di rotta. Ieri con Nicolas Sarkozy, oggi con François Hollande: rivali nella corsa all’Eliseo, ma entrambi risoluti nelle decisioni estreme. Di fatto, la Francia combatte su due fronti. Quello interno delle periferie, dell’«apartheid» territoriale, etnica, culturale e religiosa che ha prodotto proselitismo radicale e terroristi pendolari e ha favorito la crescita del Front National, fattore di ricatto del quadro politico, anche nel rapporto con l’Europa. E quello esterno delle ex colonie africane e dello scacchiere mediorientale, di un mondo arabo e musulmano che le è diventato ostile e che influenza le comunità che vivono in Francia.

Dal lungimirante progetto di Unione per il Mediterraneo (quando Assad era invitato d’onore a Parigi assieme a Gheddafi) si è passati all’appoggio ondivago alle primavere arabe, al bombardamento della Libia, alle operazioni quasi solitarie nell’Africa subsahariana dove la crisi libica è sfociata, travolgendo fragili strutture statali e delicati equilibri religiosi ed etnici. In questo quadro, sono cambiate anche posizioni e alleanze, non senza qualche disinvoltura e incertezza. Oggi la Francia bombarda il Califfato a fianco della Russia e in sostanza puntella il regime di Assad che fino a ieri voleva abbattere. Intanto, Hollande vola a Washington per sollecitare l’impegno americano e spera nel sostegno dell’Europa, a oggi improbabile sul piano militare.

Sarebbe importante, di fronte all’offensiva terroristica, avanzare sulla strada della difesa comune, di una maggiore integrazione, di accordi concreti per la sicurezza interna. L’Europa ha mezzi economici e tecnologici, tra l’altro con la possibilità di sforare il patto di Stabilità. Manca una sostanziale volontà politica. La Germania resta refrattaria a operazioni militari. La Gran Bretagna allenta i legami con l’Europa. La stessa Francia non ha ancora scelto fra concertazione imposta dal suo status di media potenza e ambizioni interventiste dettate anche da interessi strategici ed ex coloniali. L’Italia sembra più convinta della necessità del concerto europeo e di soluzioni globali che convincano tutti gli attori a fare un passo indietro. Ma non basta. L’attacco terroristico a Parigi ha provocato una commovente ondata di solidarietà, ma è bene non coltivare illusioni cantando la Marsigliese.

21 novembre 2015 (modifica il 21 novembre 2015 | 07:19)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/cultura/15_novembre_21/solitudine-francese-dbdaae4e-9016-11e5-ac55-c4604cf0fb92.shtml
4070  Forum Pubblico / AUTRICI DONNE, nel MONDO. / Fiorenza SARZANINI. COME CAMBIA IL TRATTATO DI SCHENGEN il: Novembre 24, 2015, 06:45:04
COME CAMBIA IL TRATTATO DI SCHENGEN
L’Unione si blinda, verrà schedato ogni cittadino che rientra in Europa
Alfano: serve un approccio comune tra Stati in modo che si sia sempre interconnessi.
Le esitazioni Il ministro francese Cazeneuve: dobbiamo uscire dagli indugi o l’Europa si perderà

Di Fiorenza Sarzanini

DALLA NOSTRA INVIATA A BRUXELLES Al momento di annunciare l’accordo raggiunto il ministro dell’Interno francese Bernard Cazeneuve lancia la sfida: «Dobbiamo essere in grado di uscire dagli indugi, altrimenti l’Europa si perderà». Parigi non torna indietro, conferma di voler tenere chiuse le frontiere e costringe l’Unione Europea a fare altrettanto. Non c’è alcuna dichiarazione ufficiale, ma il trattato di Schengen è sospeso di fatto. Controlli ai valichi già attivi e nel prossimo mese molto altro si farà. Perché saranno schedati tutti i cittadini che rientreranno negli Stati europei - anche se sono comunitari - e saranno inseriti in banca dati tutte le informazioni su chi viaggia in aereo, con l’archiviazione del Pnr (il codice passeggeri) per almeno un anno.

Controlli «sistematici»
Finora le verifiche venivano fatte a campione, soltanto in casi sporadici. Il consiglio dei ministri europei ha invece chiesto alla commissione di modificare l’articolo 7 e questo vuol dire, come conferma il vice premier e ministro dell’Interno del Lussemburgo Etienne Schneide, che «ai confini esterni dell’Unione devono essere effettuati immediatamente controlli sistematici e coordinati, anche su cittadini europei che godono della libertà di movimento». Vuol dire che sarà registrato il passaporto di chi va all’estero e poi rientra, come finora avveniva solo per gli extracomunitari. Una misura restrittiva, ancor più drastica nei confronti dei migranti «che dovranno essere tutti registrati e fotosegnalati». Il progetto è a lungo termine, ma non è stato escluso di poter creare squadre di polizia di intervento rapido che si occupino esclusivamente di questo.

Banca dati per un anno
Entro la fine dell’anno dovrebbe essere invece operativa la registrazione del Pnr che consente l’accesso anche ai dati sensibili: stato di salute, religione e poi notizie personali sui compagni di viaggio, sui luoghi frequentati a destinazione, sui metodi di pagamento. La novità riguarda sia la durata del periodo di archiviazione delle informazioni che passa da un mese a un anno e soprattutto il fatto che l’accesso sarà possibile anche per i voli interni all’Unione consentendo la creazione di una vera e propria «banca» per le forze di polizia e intelligence che potranno così avere ogni notizia in tempo reale. Finora la direttiva era stata bloccata dalle resistenze di numerosi europarlamentari preoccupati per la violazione della privacy. Adesso, come ribadisce il capogruppo dei socialisti Gianni Pittella «l’impegno è di votare i provvedimenti nel più breve tempo possibile, per rispondere a esigenze non più rinviabili».

Scambio d’informazioni
L’Europa si «blinda» e cerca di mettere a punto la strategia di prevenzione sui traffici illeciti, primo fra tutti quello delle armi. Nel Sis, il sistema informativo di Schengen, saranno inseriti tutti gli esiti delle investigazioni effettuate e i dati relativi ai «foreign fighters», cittadini che vanno a combattere oppure ad addestrarsi in Medio Oriente e poi rientrano in patria. Per il traffico di armi e sul tema del controllo del commercio di armi da fuoco il Consiglio accoglie positivamente le proposte presentate mercoledì dalla Commissione Ue e invita Frontex ed Europol ad assistere gli Stati membri che confinano con i Balcani occidentali «nei maggiori controlli per individuare il traffico illegale di armi».

Sulla necessità di avere un continuo scambio informativo insiste il ministro dell’Interno Angelino Alfano ribadendo che «gli Stati Ue daranno istruzioni alle autorità nazionali di condividere le informazioni e definire un approccio comune in modo che si sia sempre interconnessi, come impone la gravità della situazione». Le premesse ci sono, il rischio è che passata l’emozione per il massacro di Parigi, l’intero «pacchetto» venga rinviato a data da destinarsi. Proprio come accadde dopo gli attacchi a Charlie Hebdo e al supermercato Kosher.

fsarzanini@corriere.it
21 novembre 2015 (modifica il 21 novembre 2015 | 12:43)
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Da - http://www.corriere.it/esteri/15_novembre_21/unione-si-blinda-verra-schedato-ogni-cittadino-che-rientra-europa-f403261e-901f-11e5-ac55-c4604cf0fb92.shtml
4071  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / Franco VENTURINI L’incerta guerra di Putin il: Novembre 24, 2015, 06:43:55
EDITORIALE

L’incerta guerra di Putin
Lo zar Putin sta vincendo, ma questa volta lo zar Putin può perdere.

Di Franco Venturini

Lo zar Putin sta vincendo, ma questa volta lo zar Putin può perdere. Il paradosso è soltanto apparente, perché le stragi di Parigi, al netto delle emozioni del momento, stanno imponendo a tutti una riflessione strategica dall’esito incerto. Come si combatte l’Isis, come si arresta la sua continua espansione geopolitica, come può essere ristabilito un ragionevole livello di sicurezza nelle società che il Califfato ha messo nel mirino puntando alle stragi di massa? La Francia che bombarda Raqqa e chiede solidarietà ai soci europei indica una via che potrebbe non essere soltanto di breve termine.

Ma l’Isis è sofisticato, non bisogna cadere nelle sue trappole ispirate dall’Iraq e dall’Afghanistan. E allora quello che sin qui è stato per il capo del Cremlino un triste successo politico rispetto a noi occidentali può ancora diventare una sconfitta, di sicuro assai più grave del persistente congelamento della crisi ucraina.

I meriti di Putin, quando si parla di Siria e di Isis, vengono da lontano. Disponendo di una intelligence forgiata nei decenni dai rapporti privilegiati tra Mosca e Damasco, il Cremlino denunciò per primo, nel 2011, che gruppi jihadisti molto radicali e molto aggressivi si stavano formando in Siria. Nel 2013, quando un riluttante Obama mandò le sue navi davanti alle coste siriane per sanzionare con i missili l’utilizzo di armi chimiche da parte del regime, furono Putin e Lavrov a togliere le castagne americane dal fuoco strappando a Damasco l’impegno a distruggere il suo arsenale. E molto più di recente, il 30 settembre scorso, Putin prese di nuovo Obama in contropiede aprendo una sua campagna di bombardamenti aerei sulla Siria e suscitando a Washington reazioni almeno inizialmente scomposte.

Peraltro Putin, mentre con una mano premeva il grilletto, con l’altra proponeva all’America e ai suoi alleati di agire insieme contro «gruppi terroristi» spesso e volontariamente mal definiti. Così, nell’attesa di scoprire se Mosca e Washington avrebbero trovato una intesa minima, fu l’Isis a stabilire le regole del gioco con una serie di micidiali attentati volti alla strage indiscriminata, e in ciò molto diversi da quelli parigini di gennaio: la mattanza alla marcia per la pace di Ankara, la bomba sul charter russo da Sharm (ammessa da Putin proprio ieri, per inquadrarla nel clima guerresco del momento), il massacro dimenticato di Beirut, poi Parigi. Il verdetto è parso subito chiaro: l’Isis possiede una forte capacità di decisione e di attuazione, Putin è l’unico ad avere una strategia di risposta.

Una strategia, la sua, che passa anche dalla clamorosa denuncia, in pieno G20, dei finanziamenti che arriverebbero all’Isis da quaranta «entità di Stati» alcuni dei quali membri proprio del G20. Forse Putin ha esagerato come ritengono gli occidentali, forse si riferiva a Stati africani dove sono presenti filiali dell’Isis, forse alludeva alle Repubbliche del Caucaso e dell’Asia centrale, forse voleva ricordare i trascorsi (?) dell’Arabia Saudita e di altre monarchie del Golfo, di sicuro voleva ammonire la Turchia (che però tiene per il collo l’Europa sulla questione dei migranti) per i traffici anche petroliferi che tuttora vi si svolgono. Sta di fatto che il capo del Cremlino ha battuto il pugno sul tavolo molto più forte degli altri.

E allora, se contro l’Isis Putin ci ha preso quasi sempre, se Obama al G20 ha dovuto compiere una clamorosa marcia indietro elogiando i suoi bombardamenti prima definiti «controproducenti», perché il capo del Cremlino oggi vittorioso rischia di perdere domani, come tutti? La risposta è semplice: perché è molto difficile mettere a punto una strategia unitaria ed efficace per battere un Califfato che nel frattempo continuerà a colpire.

Un primo livello di difficoltà (e anche di speranza, s’intende) è quello che è stato affrontato a Vienna e lo sarà ora simbolicamente a Parigi: il tentativo, dopo aver fatto sedere attorno allo stesso tavolo avversari giurati musulmani e non musulmani, di riempire di contenuto la road map che dovrebbe portare in Siria a tregue localizzate (non certo con l’Isis), alla scelta dei gruppi della resistenza da coinvolgere nella trattativa, alla revisione costituzionale, infine alle elezioni e all’uscita di scena di Assad.

Ma per giungere a tanto, occorre superare qualche grosso ostacolo. Trasformare gli acidi sorrisi russo-americani in vera collaborazione, politica e militare. Ottenere dalla Turchia (membro della Nato) un comportamento anti Isis e non anti curdi come quello attuale. Ravvicinare davvero Iran e Arabia Saudita. Far scendere la scure sulla questione dei finanziamenti all’Isis. Rafforzare gli aiuti militari ai curdi, che sono, unitamente alle milizie sciite in Iraq, l’unica fanteria anti Isis esistente in attesa di un ipotetico recupero dell’esercito iracheno. Evitare un crollo del fronte interno europeo provocato dall’abbinamento immigrazione-terrorismo.

Tanti, tantissimi problemi. Ma manca ancora il principale. Se l’Isis accelera la sua campagna stragista, è perché vuole ottenere da un lato la rottura sociale e politica con le comunità musulmane moderate all’interno di alcuni Stati che contano (in Occidente ma anche in Russia), e dall’altro un sentimento di rivolta favorevole a un intervento punitivo di terra. Si tratta di una trappola che dovrebbe esserci nota: alla «crociata» si risponderebbe con la «guerra santa», lo scontro diventerebbe globale, i fronti interni occidentali cederebbero. Nelle stanze dei bottoni oggi si discute piuttosto di bombardamenti più massicci e coordinati, di incursioni di truppe speciali, di intelligence da mettere in comune, di curdi e ancora di curdi, forse di qualche dimostrativa bandiera araba. Così l’Isis può essere battuto in Siria come in Iraq, e formule non troppo diverse cominciano ad essere evocate per la Libia. Sarà una prova straordinariamente difficile. E se sarà vittoriosa, Putin avrà vinto due volte.

18 novembre 2015 (modifica il 18 novembre 2015 | 08:15)
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4072  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / ALDO CAZZULLO. L’INTERVISTA ANTONIO CAMPO DALL’ORTO il: Novembre 24, 2015, 06:42:41
Politica L’INTERVISTA ANTONIO CAMPO DALL’ORTO
«Manager, direttori, programmi Così voglio cambiare la Rai»
Il dg: troppi talk show la stessa sera. Lo scandalo tangenti? Diffonderemo la legalità

Di Aldo Cazzullo

Antonio Campo Dall’Orto, lei si è insediato in Rai ad agosto. Siamo quasi a Natale. Cos’ha fatto in tutto questo tempo?
«Ho iniziato la costruzione delle architravi per la grande trasformazione con cui porteremo la Rai nel mondo di oggi. Per fare solo qualche esempio ho istituito una direzione creativa che contaminerà tutte le attività, e una direzione digitale, che farà della Rai una media company. Ricordo l’accordo con Sky per portare Rai 4 sul satellite e quello con Netflix per la coproduzione di Suburra. Ci vuole più tempo a costruire una macchina nuova che a mettere il carburante in una vecchia. Noi stiamo costruendo una macchina del tutto nuova».

Una rivoluzione?
«Una rivoluzione presuppone la rottura con il passato. Diciamo una fortissima accelerazione al cambiamento, per portare avanti un percorso che si è interrotto. In passato ad esempio designer, creativi, artisti lavoravano per la televisione pubblica: dobbiamo ricominciare. In questi anni è come se l’azienda si fosse mossa in un tempo rallentato».

Quale Rai ha trovato?
«Mi ha colpito la grande passione di chi ci lavora. La sua identità. Più di quanto pensassi. Ma la Rai è ferma al modello tv, e basta».

È una tv. Cos’altro dovrebbe fare?
«Il tema è partire dal prodotto. Che si tratti di un programma di informazione, di una fiction o di un programma radio, questi vanno pensati fin dalla loro origine per tutte le destinazioni possibili, dalla tv allo smart phone a internet. Il tutto cercando di rendere evento tutto ciò che lo può essere».

In che modo?
«Lavorando sulla comunicazione e il coinvolgimento delle persone. Prenda le Olimpiadi: cominciano il 5 agosto, ma la promozione partirà a Natale, e riguarderà anche le Paralimpiadi. Prenda la storia di Lea Garofalo, donna coraggiosa e poco conosciuta, che abbiamo raccontato martedì scorso. Alla base c’è sempre il talento di chi racconta, ma abbiamo fatto promozione e collegamento con gli altri nostri programmi, creando un evento destinato a rimanere nell’immaginario di chi l’ha visto. Risultato: quasi il 20% di ascolti; quasi il doppio dei due talk show in programma contemporaneamente».

I talk sono morti?
«Non dico questo. Anzi, stanno migliorando, riconosco la volontà di diventare più comprensibili. Pe esempio la formula del sabato sera di Fazio funziona. Ma sono troppi. E non ha senso schiacciarli l’uno contro l’altro nella stessa sera. Credo molto nella tv scritta, che è maggior garanzia di qualità. Certo non si può scrivere tutto; ma la parte non scritta perde forza se manca la qualità degli interpreti».

Lei è considerato renziano della prima ora. Andava alla Leopolda. Qual è il suo margine di autonomia da Renzi?
«Autonomia totale. Ho un mandato chiaro: riportare la Rai a compiere in modo più alto il servizio pubblico, basandomi su due linee: competenza e meritocrazia».

Sta dicendo che non sente mai Renzi?
«L’ho sentito il 5 agosto, quando mi ha chiesto di fare il direttore generale, ma non mancheranno i momenti di confronto. Per il resto, i miei interlocutori sono soprattutto dentro l’azienda, non fuori».

Qual è la sua idea di servizio pubblico?
«Aiutare a costruire il futuro. Lo sviluppo sociale. L’alfabetizzazione digitale degli italiani: l’agenda digitale europea impone di ridurre entro il 2020 i “digital divide” al 15% della popolazione. La Rai deve fare bene i suoi contenuti e distribuirli in tutti i modi che consentono questo salto culturale».

Cambierà tutti i direttori di rete e tutti i manager?
«Ci sarà un giusto equilibrio tra le competenze esterne e quelle interne. La direzione creativa e quella digitale non esistevano. Per la direzione digitale ho individuato un manager che proviene da esperienze internazionali. Per la direzione creativa sto facendo una ricerca che coinvolga sia interni che esterni. In altri ruoli valorizzeremo i talenti che sono già in Rai e sono disposti ad accettare la sfida della trasformazione».

Quant’è grave lo scandalo tangenti? Si parla di 38 milioni di fondi neri, di 37 dossier interni sequestrati dalla magistratura. Lei ha mandato via il capo dell’ufficio legale. Al capo dell’Audit hanno bruciato la macchina. Che succede in Rai?
«Ci sono cose coperte dal segreto istruttorio. Posso dirle questo: stiamo facendo tutto quello che serve per diffondere in Rai la cultura della legalità. Andremo avanti dritti, qualunque cosa possa essere accaduta. All’insegna della massima trasparenza, per supportare le tantissime persone perbene che lavorano giorno e notte per la tv pubblica».

Come cambierà l’informazione? Quante saranno le Newsroom? Perché se saranno tre, tanto vale tenere i tre tg.
«Il punto è usare meglio le risorse, e ancor di più le persone. Lo facciamo bene quando usiamo linguaggi diversi e dovremo farlo sempre di più in futuro. RaiNews 24 immagini e notizie; i tg racconti brevi; gli approfondimenti sono basati sul confronto tra opinioni. Abbiamo un brand molto forte sulle inchieste, Report , ma dobbiamo per esempio lavorare di più sugli approfondimenti. Dobbiamo lavorare sull’efficienza e sull’efficacia. Ci sono buone idee: il programma di Severgnini mi è piaciuto».

Cambierà il direttore del Tg1?
«Prima decideremo come cambiare l’informazione, poi guarderemo alle persone. A me pare però che l’informazione in Rai la sappiamo fare bene».

Vespa sarà ancora centrale nella sua Rai?
«Lo speciale di Vespa sui fatti di Parigi è andato bene. Nello stesso tempo se ne stava occupando Fazio, in modo molto diverso, e anche lui è andato bene. L’importante è trovare i toni giusti».

C’è un caso Rai3? La rete che fu di Guglielmi ha sbagliato troppe trasmissioni, non crede?
«È sbagliato inserire cose partendo dal nostro gusto, anziché dal gusto del pubblico. Le varie reti devono costruire spazi editoriali complementari, pensando anche ai giovani. Oggi per i giovani la Rai è un brand poco attrattivo. Sono stati fatti tentativi per innovare Rai3, ma ancora non si è trovata una strada che riesca a unire tradizione e innovazione».

Non comprate troppi prodotti fuori, anziché produrli facendo lavorare tutti i dipendenti?
«No. Ci sono aree in cui noi produciamo solo internamente, come l’informazione. Altre, come la fiction e il cinema, in cui finanziamo produzioni esterne. Nell’intrattenimento si deve trovare un equilibrio. Molte competenze negli ultimi 20 anni sono uscite dall’azienda, e vanno cercate fuori».

Gli agenti non hanno troppo potere?
«In tutto il mondo per ingaggiare gli artisti si tratta con i loro agenti. In Italia è tutto concentrato in troppe poche mani. Più l’editore ha chiara la propria missione, maggiore è la sua forza contrattuale».

Rai fiction e Rai cinema si fonderanno?
«No. Sono due modelli di business molto diversi».

Non ci sono un po’ troppe fiction edificanti, su santi e preti?
«La mia indicazione è privilegiare contemporaneità e, se possibile, ambizione internazionale».

Ad esempio?
«Una fiction come È arrivata la felicità, che racconta la società che cambia, è un buon esempio di servizio pubblico. Come Sotto copertura sull’arresto del boss Iovine. Su queste cose investiamo volentieri. Su prodotti melò come Grand hotel facciamo fatica. Non dico non si debbano fare; ma non vedo perché dovremmo spenderci soldi pubblici».

Ci saranno esuberi tra i dipendenti?
«Ci saranno efficienze. Alcune strutture sono superate; faranno altro, o saranno chiuse. Ma gli esuberi non sono certo la prima cosa da cui partirò».

Si va verso il canone in bolletta, con il governo che se ne tiene un po’?
«Il cambiamento che propongo è molto ambizioso, e richiede qualche risorsa in più. Investire sulla multipiattaforma digitale costa. Anche perché secondo me il servizio pubblico deve avere meno pubblicità. Dal primo maggio il canale Yo-yo per i bambini e i canali culturali come Rai5 non avranno pubblicità».

Dà per persa la battaglia degli ascolti?
«Tutt’altro. Io voglio una tv popolare che non abbia l’angoscia degli ascolti. E voglio anche una tv di qualità. Tornerà l’indice di gradimento. Il Qualitel darà la media mensile dei vari programmi. Quelli di Alberto Angela ad esempio hanno un buon riscontro».

Ne ha parlato con Ettore Bernabei?
«Certo. Mi ha raccontato com’era la sua Rai. Oggi la tv deve conquistarsi spazio in mezzo a mille offerte alternative. Ai tempi del monopolio il pubblico non poteva che seguirti. Oggi lo devi conquistare ogni giorno».

22 novembre 2015 (modifica il 22 novembre 2015 | 07:53)
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4073  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / Guido Olimpio Gli Usa lanciano l’allerta globale su tutti i voli per il ... il: Novembre 24, 2015, 06:40:29
Gli Usa lanciano l’allerta globale su tutti i voli per il pericolo terrorismo
I terroristi continuano a pianificare attacchi terroristici in diverse regioni.
Il Dipartimento di Stato dirama una nota per i cittadini americani


Di Guido Olimpio

WASHINGTON - Allarme su allarme. Il Dipartimento di Stato americano che lancia un avviso globale sui rischi di attacchi. La percezione è l’insicurezza totale. Ma come nascono queste situazioni di emergenza? All’origine due fattori. Il primo è la possibile raccolta di informazioni su possibili gesti terroristici. Ossia l’intelligence e la sicurezza intercettano segnali preoccupanti, di solito si tratta del “chatter”, le “chiacchiere” tra militanti che parlano di fare questo o quello. Non sono minacce specifiche ma potenziali. In certe situazioni — come in Belgio — c’è invece un pericolo immediato. Il secondo fattore di allerta è legato all’ambiente esterno e al momento: tensioni in un certo paese, rivolte, situazioni suscettibili di provocare violenze e dunque di coinvolgere anche turisti o viaggiatori. Doveroso consigliare di stare lontani. Il problema è che il ripetersi degli allarmi è controproducente.

Primo. È impossibile per una società vivere in queste condizioni per un periodo prolungato. Ora c’è il focus su Parigi-Bruxelles ed è naturale che sia così, ma come pensare di rimanere in stato d’assedio permanente?

Secondo. A volte alcuni dei dati raccolti sono generici. Nella loro nota gli americani hanno inserito Isis, al Qaeda, Boko Haram come potenziali assalitori. Tutti. Fazioni che hanno l’aspirazione a colpire in modo costante. Può essere oggi, domani o tra sei settimane.

Terzo. È necessario rendere consapevole l’opinione pubblica senza rincorrere ogni minimo episodio, non va data alcuna pubblicità alla miriade di segnalazioni, spesso infondate. Se c’è un fatto concreto le autorità e i media informino i cittadini, negli altri casi andiamo oltre.

Quarto. Suggerire che certi monumenti, siti e aree pubbliche possano essere dei target è inutile. Il terrorismo è una bestia antica, sappiamo che cerca attenzione prendendo di mira dei simboli. Cosa serve ricordarlo a meno che non esistono informazioni concrete? E’ più pericolosa la pizzeria vicino al rudere o il bar nei pressi dello stadio? Questo per dire che molti di questi moniti fanno il solo il gioco dei criminali e non aggiungono un briciolo di sicurezza. Siamo consapevoli del momento, non serve altro.

24 novembre 2015 (modifica il 24 novembre 2015 | 14:16)
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4074  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / Guido OLIMPIO. Distrutte le altre armi? o la versione data dalle forze ... il: Novembre 24, 2015, 06:36:41
Distrutte le altre armi? o la versione data dalle forze dell’ordine non È corretta?
Francia, il blitz dopo gli attentati e il mistero di quell’unica pistola
Rinvenuta solo una calibro 9 nell’appartamento di Saint Denis: eppure gli agenti che hanno preso parte al blitz hanno parlato di cinquemila colpi esplosi e di uno intenso conflitto a fuoco

Di Guido Olimpio

Senza cercare complotti o inseguire speculazioni, ma la domanda è legittima: i terroristi di Saint Denis hanno tenuto testa alla polizia con una sola pistola? Secondo le notizie trapelate sui media francesi gli investigatori hanno recuperato nell’appartamento solo una calibro 9. Non vi sarebbero tracce di Kalashnikov e munizioni di altro tipo. Sono andate distrutte a causa delle esplosioni? Per ora non c’è risposta precisa, anche se dopo così tanti giorni si doveva trovare qualcosa.

Cinquemila colpi esplosi
Le forze speciali, nella loro ricostruzione, hanno parlato di 5 mila colpi esplosi, hanno mostrato uno scudo segnato dalle pallottole, hanno raccontato che i militanti si erano protetti con una sorta di scudo mobile, una protezione definita «un sarcofago». Secondo la versione ufficiale gli agenti sono stati accolti da un tiro nutrito, tanto è vero che è stato ucciso anche uno dei loro cani, Diesel. La storia della pistola segue quella non meno confusa sulla fine di Hasna. Prima è stata presentata come una kamikaze, poi si è detto che è rimasta coinvolta dall’esplosione della carica attivata da un complice per ora non identificato.

Tre scenari
A questo punto restano tre scenari: 1) I fucili c’erano ma sono stati inceneriti dal blitz. 2) C’era solo la pistola e le autorità hanno fornito una versione non corretta. 3) La confusione è legata al caos del momento e alla situazione di grande tensione. O magari alla necessità di coprire aspetti investigativi. Speriamo che la polizia possa far chiarezza su un episodio importante.

23 novembre 2015 (modifica il 23 novembre 2015 | 23:03)
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4075  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / ALDO CAZZULLO. Ribellarsi nel nome di Valeria il: Novembre 24, 2015, 06:33:58
Ribellarsi nel nome di Valeria

Di Aldo Cazzullo

All’inizio era solo la vittima italiana. Poi ha avuto un volto, un nome, una storia. Infine Valeria Solesin è diventata un simbolo. In cui si è riconosciuta una generazione, la sua, e anche le altre, la precedente e le successive, che hanno visto in lei una sorella più grande, una figlia, una nipote. Per questo il dolore privato è diventato un lutto pubblico, e oggi piazza San Marco ne sarà giusto scenario.

Come sia avvenuta questa immedesimazione, è difficile dire. A poco a poco si è scoperto che Valeria era davvero una bella persona. Una giovane donna. Una volontaria. Una ricercatrice. Attraverso di lei non solo abbiamo sentito ancora più vicina la strage di Parigi. Abbiamo in qualche modo esorcizzato il senso di colpa che proviamo verso i ragazzi della sua età; ma questo non può essere una consolazione, deve essere un impegno. Il Paese delle pensioni e delle corporazioni, più ricco di rendite che di opportunità, abituato a considerare la cultura e la ricerca un costo più che un investimento, è molto avaro con i suoi giovani.

Valeria Solesin non ha piagnucolato, non si è chiusa in un lamento sterile contro il mondo intero. Il mondo l’ha affrontato, è andata all’estero, ha trovato lavoro in un’università di grande prestigio. Se i kamikaze avessero attaccato la Parigi dei turisti, di venerdì sera, gli italiani colpiti sarebbero stati molti di più. Invece hanno attaccato la Parigi popolare frequentata da Valeria: «l’Italienne » come l’hanno chiamata le tv francesi, che hanno trasmesso immagini di solidarietà da molti Paesi, ma non dal nostro.

L’Italia è stata rappresentata dal sorriso di Valeria e dalle dichiarazioni - riviste decine di volte - della madre.

I genitori sono stati all’altezza della figlia. Hanno avuto l’intelligenza di capire che la loro pena interiore era diventata comune, sono riusciti a farvi fronte, e hanno trovato nella solidarietà un elemento di conforto. Oggi in piazza non vedranno solo il presidente della Repubblica e il sindaco, il patriarca e l’imam, gli amici e i concittadini. Vedranno l’avanguardia di un Paese a cui, come ha detto la signora Solesin, Valeria mancherà.

Piazza San Marco non è solo un pezzo importante dell’identità italiana, un luogo di incontro tra culture e civiltà. Fu anche il teatro della prima manifestazione di donne della storia unitaria. Le veneziane accolsero il nuovo re con un corteo che chiedeva diritto di voto e di cittadinanza nel nuovo Stato; Vittorio Emanuele non capì e credette di tacitarle con il dono di un anello bianco rosso e verde. Cominciò quel giorno ad accumularsi il debito storico del Paese nei confronti delle donne. In passato le vite interrotte dalla violenza hanno suscitato in quelli che restano sentimenti di rimpianto anche rabbioso per chi «è morto senza dire l’ultima parola, senza dire addio a nessuno, senza concludere la sua opera, senza lasciarci un messaggio».

Altre volte è prevalsa l’idea che «qualcosa restava; erano morti i suoi amici, morti i suoi vent’anni, ma qualcosa viveva, qualcosa che non si era ancora spezzato». Il messaggio oggi non potrebbe essere più chiaro: piangere è inevitabile ma non basta, il male va combattuto e il male non è soltanto il nemico, è anche l’ignavia, la rassegnazione, il ripiegamento su se stessi, la resa alla violenza o anche solo al destino. Se sapremo ribellarci a tutto questo, qualcosa di Valeria Solesin resterà.

24 novembre 2015 (modifica il 24 novembre 2015 | 07:21)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_novembre_24/ribellarsi-nome-valeria-b23c6e52-9272-11e5-b7a6-66411f67f00e.shtml
4076  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / Ernesto GALLI DELLA LOGGIA Attentati a Parigi, la battaglia culturale che ... il: Novembre 24, 2015, 06:33:06
Attentati a Parigi, la battaglia culturale che dobbiamo lanciare (senza le solite ipocrisie)
Se i moderati hanno le mani legate, bisogna stanare gli autoinganni e le falsità storiche che nutrono l’estremismo radicale


Di Ernesto Galli della Loggia

Come faccia il terrorismo che tutti, ma proprio tutti, definiscono islamista a non avere nulla a che fare con l’Islam, è qualcosa che dovrebbe, mi pare, richiedere una spiegazione. Che invece non ci viene mai data dai tanti che pure ci ammoniscono con severità a tenere separate le due cose. L’unica spiegazione talvolta offertaci circa l’obbligo di tale separazione starebbe nel fatto che la maggior parte delle vittime del terrorismo suddetto - a Bagdad per esempio, o a Beirut o ad Aleppo o al Cairo - sarebbero in realtà proprio degli islamici. Il che è vero: peccato però che nessuno dei mille attentati commessi in quei luoghi sia mai stato rivendicato, che si sappia, con proclami a base di citazioni di «sure» del Corano e di relative maledizioni contro gli «infedeli»: come invece è la regola quando nel mirino è ieri Parigi o in genere l’Occidente. In realtà, a Bagdad o a Beirut, l’impiego del tritolo o del kalashnikov corrisponde semplicemente al modo oggi più comune da quelle parti di regolare i conflitti politici con gli avversari. L’impiego ad uso bellico dei testi sacri, insomma, è riservato soltanto a noi. Dunque, smettiamola di nasconderci dietro un dito: la religione c’entra eccome. Innanzi tutto perché islamici ferventi e religiosamente motivati sono i terroristi, e poi per un’altra importante ragione.

Perché ciò che lega le mani all’islamismo moderato - che senz’altro esiste ed è maggioritario - impedendogli regolarmente di farsi sentire e di opporsi alle imprese sanguinarie degli altri, è per l’appunto il ferreo ricatto della comunanza religiosa. Ed è sempre questo ricatto-vincolo che a suo modo crea nella gran parte dell’opinione pubblica islamica, nelle sterminate folle delle periferie come negli strati più elevati, se non una qualche tacita complicità, certamente l’impossibilità di dissociarsi, di schierarsi realmente contro. Ciò che a propria volta vincola in misura determinante anche l’azione dei governi di quei Paesi.

Ma se le cose stanno così, se per l’esistenza del terrorismo è decisiva l’esistenza di questo ampio retroterra costituito e cementato dal fortissimo ruolo identitario della religione, non è forse qui, allora, a proposito di questo ruolo, che l’Occidente dovrebbe impegnarsi in uno scontro, lanciare una sfida? Certe guerre non si vincono solo militarmente grazie alle armi (che pure sono importanti e vanno impiegate fino in fondo) ma anche con altri strumenti.

Non si tratta di dichiarare né una guerra tra civiltà né una guerra tra religioni. Bensì di iniziare un’analisi, una discussione dai toni anche aspri se necessario, sugli effetti che ha avuto per l’appunto il ruolo identitario della religione islamica sulle società dove essa storicamente è stata egemone, una discussione su che cosa sono queste società, e sulle vicende storiche stesse del mondo islamico, forse un po’ troppo incline all’oblio e all’autoassoluzione. Un confronto-scontro con quel mondo di carattere eminentemente culturale. In sostanza lo stesso confronto-scontro che la cultura laico-illuministica occidentale ha avuto per almeno due secoli con il Cristianesimo e con la sua influenza storico-sociale, ma che viceversa si mostra quanto mai restia ad avere oggi con l’Islam. Riducendosi così a menare scandalo, magari, per il mancato matrimonio dei gay a Roma ma in pratica a non dire nulla sulla loro impiccagione a Teheran, o sulla lapidazione delle adultere a Islamabad.
Il modo migliore per aiutare l’Islam moderato a liberarsi del ricatto religioso, delle sue paure di lesa solidarietà comunitaria, è proprio quello di incalzarlo a un confronto senza mezzi termini con un punto di vista diverso che non abbia paura della verità. Un punto di vista fatto proprio dai media, dagli scrittori, dagli intellettuali occidentali, che quindi chieda conto di continuo a quell’Islam del perché mai quasi sempre nel suo mondo le donne debbano essere tenute in una condizione di spaventosa inferiorità, perché nei suoi Paesi non si traduca un libro (tranne il Mein Kampf e I Protocolli dei Savi di Sion , con tirature da capogiro), perché non ci sia mai un’importante mostra d’arte, perché costruire una chiesa o una sinagoga debba essere vietato, perché essi non abbiano sottoscritto se non parzialmente le dichiarazioni sui diritti dell’uomo, perché in genere si faccia così poco per debellare l’analfabetismo. Un confronto che chieda il suo giudizio su ognuna di queste cose, e crei l’occasione per ascoltarlo e discuterne. Dare per scontata l’esistenza di un Islam moderato ma poi non cercare un confronto con esso non ha senso.

Un simile confronto potrebbe anche servire a dissipare l’unilateralità vittimistica con cui troppo spesso l’opinione pubblica islamica, anche quella moderata, è portata a vedere il rapporto storico tra il mondo islamico stesso e quello cristiano. Potrebbe servire a ricordare, per esempio, che le Crociate furono soprattutto una debole e caduca risposta (per giunta limitata alla Palestina e poco più) alle immani conquiste militari realizzate dall’Islam nei tre secoli precedenti di territori in parte cristiani come il Nord Africa. O ricordare, per fare un altro esempio, che i massacri compiuti nel 1945 e in seguito dal colonialismo francese in Algeria non hanno avuto certo nulla da invidiare a quelli, ancora più efferati, commessi dalla Turchia mussulmana ai danni dei cristiani in Bulgaria a fine Ottocento.

Il terrorismo islamista e il suo richiamo religioso si nutrono in misura notevole degli autoinganni, dell’ignoranza della realtà storica, delle vere e proprie falsificazioni, che hanno più o meno largo corso nelle società che gli stanno dietro, e che da lì arrivano anche alle comunità islamiche in Europa. È di questi succhi velenosi che si nutre la formazione elementare di molti dei suoi adepti. Se a costoro si riuscisse a svuotare un poco l’acqua in cui nuotano, o a chiarirgli appena un po’ le idee prima che imbraccino un mitra, non sarebbe un risultato da poco.

16 novembre 2015 (modifica il 16 novembre 2015 | 17:45)
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Da - http://www.corriere.it/cultura/15_novembre_16/battaglia-culturale-db4528e2-8c29-11e5-b416-f5d909246274.shtml
4077  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / SERGIO RIZZO Il sindacato vince i ricordi e fa perdere la fiducia il: Novembre 24, 2015, 06:31:29
Il corsivo del giorno
Il sindacato vince i ricordi e fa perdere la fiducia
Se servivano altre ragioni per affossare di più la fiducia dei cittadini italiani nel sindacato, eccole

Di Sergio Rizzo

Si potrebbe tirare in ballo anche in questo caso la facilità con cui in Italia i Tribunali del Lavoro danno sempre ragione ai dipendenti. E di sicuro la storia raccontata da Ernesto Menicucci sul Corriere di giovedì scorso ne offrirebbe una facile occasione. Accade infatti che il suddetto Tribunale annulli il sacrosanto obbligo alla rotazione delle zone di competenza imposto ai vigili urbani di Roma dall’ex sindaco Ignazio Marino. Obbligo, peraltro, al quale si era arrivati anche in seguito a un pronunciamento dell’autorità nazionale anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone.

La ragione della rotazione è intuitiva: un vigile che presta servizio per troppo tempo nello stesso territorio può essere più facilmente indotto in tentazione. Si tratta dunque di una misura tesa non solo a ostacolare la corruzione spicciola ma anche a tutelare l’onorabilità degli stessi vigili urbani, preservando i valori etici. La cosa però non è piaciuta ai sindacati. I quali, non potendo per evidenti ragioni eccepire nel merito, si sono appigliati alla forma. E il giudice ha dato loro ragione condannando il Comune per «comportamento antisindacale»: non aveva informato il sindacato prima di approvare il Piano anticorruzione nel quale era prevista la rotazione dei vigili, ma soltanto il giorno dopo. Non fa una grinza.

Così ora si può festeggiare: per le vecchie e rassicuranti rendite di posizione il pericolo è cessato. Complimenti dunque al Tribunale. Ma complimenti anche a chi al Comune ha alzato il pallonetto ai sindacati, non rispettando per filo e per segno le procedure: un comportamento tanto maldestro da far pensare a una mossa studiata. Soprattutto, però, complimenti alla Uil che ha promosso il ricorso. Se servivano altre ragioni per affossare di più la fiducia dei cittadini italiani nel sindacato, eccole.

21 novembre 2015 (modifica il 21 novembre 2015 | 09:33)
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Da - http://www.corriere.it/cronache/15_novembre_21/sindacato-vince-ricordi-fa-perdere-fiducia-738c9326-9029-11e5-ac55-c4604cf0fb92.shtml
4078  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / Pier Luigi BATTISTA Valori da riconoscere Ora parole chiare dall’Islam il: Novembre 24, 2015, 06:30:12
Valori da riconoscere
Ora parole chiare dall’Islam

Di Pierluigi Battista

Scalda il cuore l’immagine dei musulmani delle comunità italiane che scendono in piazza per gridare «no al terrorismo» e per contrastare apertamente chi uccide in nome dell’Islam. Ed è ammirevole il coraggio degli imam francesi che si sono spinti a dirsi disgustati per gli «attentati criminali commessi in nome della nostra religione». Sono passi importanti, il risveglio di una battaglia culturale nel mondo islamico che vive in Europa e in Occidente in cui finalmente si pronunciano parole chiare e non ambigue sullo stragismo jihadista.

Ma con altrettanta chiarezza bisogna aggiungere che sono solo i primi passi. Che ce ne vogliono altri in cui si riconosca senza riserve l’accettazione di valori per noi imprescindibili come la tolleranza religiosa, la libertà dell’arte e della cultura, il pluralismo delle idee, la laicità dello Stato, l’eguaglianza tra uomo e donna e dunque il rifiuto netto, intransigente, assoluto di ogni consuetudine e di ogni comportamento sociale e familiare in cui la donna sia discriminata, minacciata, privata dei suoi diritti fondamentali.

Non è solo il terrorismo che deve essere isolato, ma ogni attacco alla libertà condotto nel nome della religione. Ognuno preghi e onori senza limitazioni il suo Dio. Ma tutti, senza eccezioni, rispettino la stessa cornice di valori che è l’ossigeno di una società aperta e tollerante. Ancora una volta: senza eccezioni.

Quindi le comunità musulmane inglesi non devono sentirsi offese se finalmente in Gran Bretagna il governo di David Cameron mette fine all’eccezione scandalosa dei tribunali islamici che pretendono di applicare un loro diritto ispirato alla Sharia su matrimoni, divorzi ed eredità, compreso il «talaq» ossia il ripudio della donna che è prerogativa esclusiva dell’uomo. Non devono pretendere che la diseguaglianza radicale tra i generi sia formalizzata in una forma di diritto parallelo a quello comune a tutti gli altri cittadini e cittadine. Non devono sentirsi offese perché in uno Stato libero e aconfessionale i diritti sono di tutti, l’eguaglianza di fronte alla legge non è un principio negoziabile e le donne non sono considerate proprietà degli uomini.

C’è un luogo comune molto diffuso secondo cui le forme di intolleranza e di integralismo religioso, e anche una pratica consuetudinaria in cui alla donna viene assegnato un rango inferiore, hanno caratterizzato in passato anche le società ispirate ai valori giudaico-cristiani. E che dunque bisogna aspettare fiduciosamente il futuro, quando le ombre del Medioevo saranno dissipate anche nel mondo islamico.

Purtroppo non è così. L’intolleranza, la violenza, l’integralismo, l’illibertà non sono nel mondo musulmano il residuo del passato, ma sono la novità, catturano i giovani, promettono una radicalizzazione fanatica come rimedio alla fede tiepida della tradizione. La predicazione violenta e fanatica, il bacino ideologico e culturale da cui trae alimento il terrorismo apocalittico di chi vede nello sterminio degli infedeli santificato dal proprio martirio l’unica via che porta al Paradiso, fa breccia principalmente tra i giovani, gli islamici dell’oggi e del domani.

A Istanbul, basta leggere i romanzi di Orhan Pamuk per capirlo, si infittisce la schiera delle donne giovani che indossano il velo e provano disprezzo per gli abiti «occidentali», considerati abominevoli e perversi, come la musica «satanica» suonata nel Bataclan di Parigi. Le fotografie dell’epoca raccontano come a Teheran, al Cairo e persino a Kabul, negli anni Sessanta e Settanta le donne non si distinguessero nel modo di vestire da una donna di Roma o di Parigi. Il radicalismo jihadista è il frutto del risveglio islamista, non di un Medioevo non ancora smaltito.

Le comunità islamiche dell’Occidente devono dire all’Europa laica e tollerante se considerano giusto, degno di esempio, il tumulto cruento, l’assalto alle ambasciate, le violenze, le bandiere bruciate che infiammarono le piazze musulmane quando papa Ratzinger tenne la sua lezione a Ratisbona contestatissima dall’Islam radicale, ma anche da quello moderato. Devono dire se sono preoccupate per la violenza antisemita che colpisce gli ebrei d’Europa con la scusa di un antisionismo amplificato anche nei Paesi islamici «moderati» da serie tv tratte dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion, un testo classico dell’antisemitismo idolatrato da Hitler e dai nazisti di ogni tempo e di ogni luogo. E che cosa pensano della persecuzione anticristiana nel mondo islamico (anche nell’Afghanistan «liberato» dai talebani, purtroppo): quella che in Arabia Saudita, non nei territori dell’Isis, comporta la condanna a morte se un cristiano viene scoperto in possesso di un crocefisso o di un rosario nascosti nel cassetto. Cosa pensano dei blogger che da Teheran a Riad, nell’islamismo sciita come in quello sunnita, vengono frustati se in dissenso con i loro governi. E se pensano che sia giusto che Ayaan Hirsi Ali, l’apostata, l’autrice di un libro bellissimo come Eretica , debba vivere blindata, bersaglio dell’odio dei fanatici jihadisti.

Passi necessari, che segnino una lunga durata della dissociazione dalla violenza omicida, e l’avvio di una battaglia culturale che prosciughi il campo dell’intolleranza e del fanatismo.

22 novembre 2015 (modifica il 22 novembre 2015 | 07:43)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_novembre_22/islam-parole-chiare-editoriale-battista-e17c55aa-90e3-11e5-bbc6-e0fb630b6ac3.shtml
4079  Forum Pubblico / AUTORI - Altre firme. / ILVO DIAMANTI - L'incertezza congela la politica. M5s vera alternativa a Renzi il: Novembre 24, 2015, 06:29:04
L'incertezza congela la politica. M5s vera alternativa a Renzi
Atlante politico, sondaggio Demos. La distanza tra il partito del premier e i pentastellati si sta riducendo a meno di 4 punti.
Per il presidente del Consiglio invece la partita sarebbe in discesa in caso di scontro con il centrodestra.
Spunta anche Diego Della Valle con una popolarità al 33 per cento. Controsorpasso della Lega su FI. SI al 5,5

di ILVO DIAMANTI
22 novembre 2015

I tragici avvenimenti di Parigi hanno "congelato" il clima d'opinione - politica - in Italia. Come se l'esigenza di "unità" avesse, in parte, stemperato le tensioni interne. Le polemiche fra leader e partiti, al proposito, sono apparse meno violente che in altre occasioni. Anche così si spiegano gli orientamenti emersi nel sondaggio dell'Atlante Politico di Demos, condotto nei giorni scorsi, in ambito nazionale. L'indice di gradimento del governo: sale al 46%, 4 punti più di un mese fa. Anche la fiducia personale nei confronti di Matteo Renzi risale al 48%. In entrambi i casi, un grado di consenso che non si osservava dalla scorsa primavera. Tuttavia, la richiesta di " tregua politica", nell'opinione pubblica, non favorisce solo il premier e il governo.

La fiducia nei confronti dei leader politici, infatti, fa osservare un miglioramento generalizzato. Tutti, infatti, rafforzano la loro immagine, agli occhi dei cittadini. Ad eccezione di Giorgia Meloni, il cui gradimento scende al 33%: 3 punti in meno, rispetto a un mese fa. Quando, però, aveva beneficiato del dibattito seguito alle polemiche "romane". Fra gli altri, risulta interessante la crescita di fiducia verso Salvini. Trainato, probabilmente, dalle polemiche sugli stranieri. E sul pericolo generato dai profughi in arrivo dal mare. Salvini, infatti, raggiunge il 38%: 5 punti più di un mese fa. Dietro di lui - e a Renzi - incontriamo i due leader del M5s: Grillo e Di Maio. Insieme a Bersani e, appunto, a Giorgia Meloni, compresi fra 32 e 34%. Unica novità: Diego Della Valle. L'ultimo arrivato sulla scena politica, insieme a un nuovo marchio: " Noi italiani". L'imprenditore marchigiano - presidente della Fiorentina - ottiene un buon grado di consensi: 35%. Meno di Salvini. Molto meno di Renzi. Ma (poco) più di Grillo, Di Maio e tutti gli altri. Tuttavia, come si è visto in passato, il vantaggio competitivo delle figure " nuove", provenienti dall'esterno, tende a sfumare quando " si scende in campo" e la novità finisce.

Così, in attesa che il clima internazionale si raffreddi - oppure, malauguratamente, si riscaldi ulteriormente - gli italiani guardano alle vicende e ai personaggi della scena politica interna con un certo distacco. Comprensibilmente. Le stime di voto lo confermano. E riproducono un profilo con pochi (anche se significativi) scostamenti, rispetto al mese scorso. Davanti a tutti, il PD di Matteo Renzi. Quindi, il M5s. Il PD: 31,6%, appena sotto un mese fa. Il M5s appena sopra: 27,4. La distanza fra i due partiti, dunque, si consolida, intorno a 4 punti. L'arretramento del PD di Renzi, peraltro, si spiega anche con l'avvio della Sinistra Italiana (SI), a cui hanno aderito SEL e altri gruppi, insieme agli esponenti della sinistra del PD usciti dal partito. SI, infatti, potrebbe intercettare una quota di elettori dalla base del PD. Non è detto che si tratti di un prezzo eccessivo, per Renzi. Il quale mira ad attrarre maggiormente gli elettori moderati. E, quindi, a distinguersi dalle posizioni di Sinistra più marcate. Ora interpretate ed espresse dalla SI.

Tuttavia, è interessante osservare come una maggioranza - limitata - di elettori del PD (53%) sosterrebbe l'ipotesi di un'intesa, in vista delle prossime elezioni politiche. Si tratta, tuttavia, di un consenso assai più ridotto rispetto a quello espresso dalla base elettorale di Sel-SI. La cui " sopravvivenza", senza il traino del PD, verrebbe messa seriamente in discussione dalla nuova legge elettorale. Un motivo in più, probabilmente, per spingere il premier a non tornare indietro. E ad " allontanare" il nuovo soggetto politico dal (sempre più) suo Pd(R).

Riprendendo le stime elettorali, l'unica vera novità appare la risalita della Lega di Salvini, oltre il 14%. E il parallelo arretramento di FI, sotto il 13%. Da ciò, il ri-sorpasso della Lega, che ri-supera, anche se di poco, FI. Da ciò, anche il consenso, largamente maggioritario, per una lista comune, che unisca Lega e FI. Una prospettiva sostenuta da circa 8 elettori su 10, in entrambi i partiti. Per necessità. Ma se il percorso unitario, a destra, appare con-diviso, le idee su chi lo debba guidare appaiono divise. Prevale, fra gli altri, Matteo Salvini. Oltre un terzo degli elettori di Centrodestra lo vorrebbe leader di una lista unitaria. Ma il 27% preferirebbe Silvio Berlusconi. Mentre il 17% punta su Giorgia Meloni. Le opinioni, al proposito, sono ovviamente influenzate dagli orientamenti di partito. E ciò potrebbe, al momento della scelta, complicare la confluenza degli elettorati dentro a un unico collettore politico. Dietro a un'unica bandiera. Per ora, osserviamo che, in caso di ballottaggio (come prevede la nuova legge elettorale, se nessuna lista superasse il 40%), il PdR prevarrebbe senza troppi problemi contro i soggetti di Centrodestra. Di larga misura (20 punti) contro la Lega - da sola. Ma in modo netto (più di 11 punti) anche contro una lista unitaria, che associasse la Lega di Salvini e il partito di Berlusconi.

Così, l'unica sfida veramente incerta appare (e sarebbe) quella fra il PdR e il M5s. Come si era già osservato un mese fa. Ma oggi l'incertezza appare ancora maggiore. Una distanza di poco più di 4 punti, 52% a 48%, si traduce, infatti, in una differenza di 2 punti. Perché ogni punto in più per una lista è sottratto, automaticamente, all'altra. In altri termini: ogni esito pare possibile. Anche perché il M5s non sembra più condannato al ruolo dell'opposizione " non alternativa". Certo, due terzi degli elettori pensano che non sarebbe in grado di governare, a livello nazionale. Ma quasi metà lo ritiene, al contrario, adeguato, in caso di vittoria, ad amministrare le grandi città dove si vota l'anno prossimo. Come Roma, Milano, Torino. Un'idea condivisa da quasi tutti gli elettori del M5s. Due anni fa non era così. Il M5s era " solo" un voto di protesta. Per quasi tutti gli elettori italiani. E per gran parte degli elettori del M5s. Ma i tempi cambiano. E il clima di insicurezza, alimentato dal terrorismo, vicino e lontano, contribuisce a modificare, ancora, e profondamente, il nostro sentimento politico. Anzi: i nostri sentimenti.

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22 novembre 2015

DA - http://www.repubblica.it/politica/2015/11/22/news/ora_nell_incertezza_i_cinquestelle_sono_la_vera_alternativa_a_renzi-127895859/?ref=HREC1-8
4080  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / Ernesto GALLI DELLA LOGGIA La violenza e noi europei smarriti il: Novembre 24, 2015, 06:26:33
Saperla riconoscere
La violenza e noi europei smarriti


L’editoriale del Corriere della Sera del 23 novembre 2015

Di Ernesto Galli della Loggia

C i sono molti modi con i quali una società può consolarsi dei mali che le piombano addosso. Uno dei più ovvi è la mistificazione: cambiare il segno di ciò che le è capitato, piegarne il significato specialmente idealizzandone alcuni tratti, accentuandone altri, sorvolando su altri ancora. Un’operazione nella quale, come si capisce, una parte decisiva oggi l’hanno i media. I quali diventano specchio ma anche fabbricanti della coscienza sociale.

È quanto è accaduto a proposito della strage di Parigi. Il senso del lutto è stato sublimato in un autocompiacimento al limite di un’insulsa arroganza culturale. L’obiettivo dei terroristi - uccidere il maggior numero possibile di persone: pertanto colpire nei luoghi pubblici (e dove se no?) - è stato trasformato in un attacco «al nostro modo di vivere», alla «nostra possibilità di uscire la sera per andare a un concerto, a un ristorante, a divertirci»: come se queste medesime cose non facciano parte della vita quotidiana di quasi tutto il mondo, Paesi islamici inclusi (e infatti in tutto il mondo, dall’Iraq alle Filippine, il terrorismo predilige esattamente gli stessi bersagli che ha colpito a Parigi). È seguito l’impegno roboante a base di «non ci farete cambiare le nostre abitudini»: nel momento stesso in cui nelle comunicazioni, per esempio, si restauravano barriere e controlli abbandonati da anni; in cui perfino un viaggio in treno stava diventando come attraversare un tempo la Cortina di ferro. Nel momento stesso in cui ritornava all’ordine del giorno delle società europee una quisquilia come lo «stato d’emergenza».

E poi i giovani, i giovani... Anche qui una trasfigurazione idealizzante del tutto irreale e autoconsolatoria. Una società di vegliardi, la quale vede la natalità cadere a picco, e che è di fatto organizzata tutta per sfavorire in ogni modo le classi giovanili, si è d’improvviso riconosciuta simbolicamente proprio nei giovani - vittime ovvie, ma certo casuali di sparatorie avvenute all’interno di locali pubblici in una sera di weekend -. Un’enfatizzazione simbolica che forse è servita a nascondere qualcos’altro da tenere nascosto: e cioè il nostro oscuro senso di colpa per il modo in cui trattiamo i giovani, da rovesciare nell’attribuzione di una responsabilità ben maggiore all’efferatezza jihadista; o forse, chissà, la consapevolezza angosciosa che ogni giovane vita sottrattaci costituisce una perdita irreparabile.

E ancora le parole di quel poveretto a cui hanno ucciso la moglie ed è rimasto solo con una figlia in tenerissima età, che i media ci additano mielosamente come esemplari, quasi il prototipo obbligatorio della reazione politicamente corretta: «Non vi farò il dono di odiarvi», «rispondere all’odio con la collera sarebbe cedere alla stessa ignoranza che vi ha reso ciò che siete».

Se s’intende che non bisogna scendere in strada a organizzare pogrom antislamici, non mi pare proprio che siano cose di cui fortunatamente (ripeto per chi non voglia capire: fortunatamente) esista la minima avvisaglia. Ma di fronte a certi crimini non esiste, non deve esistere, non è moralmente degna, una collera della giustizia? Non era forse giusto odiare i kapò dei campi di sterminio, i carnefici di Nanchino o gli organizzatori della carestia artificiale in Ucraina? E non si parla forse nella Bibbia di una collera di Dio contro i malvagi?

In realtà l’intera rappresentazione mediatica di quanto è accaduto e sta accadendo in Francia e altrove sembra avere soprattutto una funzione più o meno consapevolmente esorcistica del nostro smarrimento, di noi europei occidentali, di fronte a quello che è diventato per noi l’enigma della violenza. La nostra estraneità alla violenza - non a quella che, camuffata in mille modi, esiste pure da noi, bensì alla violenza in quanto uso della forza volontariamente accolto da una cultura nei suoi valori - è ormai tale che non riusciamo neppure a immaginare una società, una religione, che una simile estraneità non la condividano. Che non siano istituzionalmente favorevoli sempre e comunque alla «pace». Il solo pensare che invece esistano lo consideriamo, già in quanto tale, un fatto di violenza. Supporre o suggerire, ad esempio, che su questo punto cruciale della violenza le società islamiche non abbiano la nostra stessa sensibilità, anzi ne abbiano una assai diversa, viene stigmatizzato, già solo questo, come l’anticamera dell’«islamofobia».

Siamo, vogliamo sentirci, così «buoni», che non riusciamo a credere che qualcuno nel mondo possa invece considerarci «cattivi» . Fino al punto che ce la voglia far pagare ricorrendo a quella cosa che si chiama guerra: una cosa che al mainstream del pensiero che si dice democratico appare talmente inconcepibile da essere sottoposta, almeno qui in Italia, a un vero e proprio tabù semantico. Da noi la parola «guerra», come ha capito benissimo il nostro presidente del Consiglio, è diventata una parola impronunciabile. E se no del resto come potremmo sentirci così buoni?

Ma perché di guerra si tratti non è necessario essere in due. Basta che uno decida di spararti addosso. Certo, non è detto che ogni colpo di fucile debba rappresentare di per sé l’inizio di una guerra. Ammettiamo però che qualche migliaia di colpi e centotrenta morti possono far sorgere qualche ragionevole sospetto.

23 novembre 2015 (modifica il 23 novembre 2015 | 07:57)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_novembre_23/violenza-noi-europei-smarriti-08238b1c-91aa-11e5-98d3-3899a469cdf7.shtml
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