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Autore Discussione: Gian Antonio STELLA -  (Letto 104408 volte)
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« Risposta #30 inserito:: Giugno 22, 2008, 06:35:43 pm »

RUMENI E CLINICHE

Quando il nord è amaro


di Gian Antonio Stella


Sarebbe ingiusto se i giornali di Bucarest scatenassero una campagna anti-italiana cavalcando la notizia di Verona, dove marito e moglie hanno ammazzato e bruciato un dipendente rumeno per i soldi dell'assicurazione. Tanto più se la collegassero col caso di Ion Cazacu, l'ingegnere rumeno che faceva il muratore a Gallarate e fu bruciato vivo dal datore di lavoro, che aveva venti operai, tutti in nero.

E a maggior ragione se sottolineassero la sproporzione tra lo spazio riservato a questi due delitti brutali e quello assai più vistoso dato alla tragedia di Vanessa Russo, la ragazza uccisa con una ombrellata in un occhio nella metro di Roma da una rumena che ha preso 16 anni di carcere. Quanti l'imprenditore che bruciò Cazacu. Non si può fare di ogni erba un fascio. Vale per i rumeni, vale per gli italiani. Lo spaventoso episodio veronese lascia però sgomenti. Anche perché si va ad aggiungere ad altre storie che in questi giorni hanno sfregiato l'immagine del Nord. O meglio: di quel Nord dipinto a volte in tinte pastello come una mitica terra serena, laboriosa, giusta. Esente (o quasi) dalle piaghe morali patite dal resto del Paese, soprattutto dal Mezzogiorno.

E dunque pronto, se solo potesse affrancarsi dal fardello, a spiccare lucente tra i lucenti. Non è così. Lo dice la selvaggia violenza sessuale commessa alle porte di Milano da un italiano su una bambina immigrata di 13 anni, violenza condannata dai cultori della «tolleranza doppio zero» con voce assai flebile. Lo dicono le inchieste sulle responsabilità di tanti imprenditori settentrionali nel criminale smaltimento di rifiuti tossici nelle discariche campane. Responsabilità respinte con sdegno, dopo il monito di Napolitano, dai guardiani dell'onore padano. Ma precise, accertate, sanzionate. E tali da spingere il direttore di Avvenire, Dino Boffo, a scrivere: «Sì, il mio Nord l'ha combinata grossa. Ha scaricato su altri quello che non vuole per sé e i propri figli. Ha accettato proposte infami di mediatori infami». Lo sfregio più doloroso a quell'immagine del Nord «guida morale del Paese», però, lo stanno facendo le indiscrezioni che emergono dalle indagini sulla «Santa Rita».

Certo, sono anni che certi ospedali sgarrupati del Sud offrono cronache da incubo: sale operatorie senza acqua corrente, topi, zecche, pazienti ammucchiati come nei lazzaretti medievali. Per non dire di scandali della sanità privata siciliana, in larga parte direttamente in mano ai politici, e su tutti quello di «Villa Santa Teresa» (povere sante...) dove la Regione pagava ad esempio la terapia per il tumore al seno 46.480 euro contro i 3.314 del tariffario piemontese. Mai, però, si era scoperta una clinica degli orrori come questa. Che col suo ossessivo obiettivo di fare soldi, soldi, soldi sulla pelle delle persone rischia di infangare irrimediabilmente quel sistema misto pubblico-privato lombardo fino a ieri sventolato come un modello da imitare. Per carità, alla larga dall' auto-flagellazione.

Ma se gli stessi meridionali più accorti trovano insopportabile un certo meridionalismo piagnone, sarebbe un peccato se il legittimo orgoglio di chi crede nelle virtù del nostro Nord cercasse di rimuovere i traumi di questi giorni come si scacciano le mosche fastidiose. Se è accaduto, vuol dire che poteva accadere. E val la pena di pensarci su.

12 giugno 2008

da corriere.it
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« Risposta #31 inserito:: Luglio 17, 2008, 07:31:35 pm »

DIETRO GLI SCANDALI
Il pantano della sanità


di Gian Antonio Stella


Per favore, lo stupore no. Almeno quello ci sia risparmiato. I nuovi scandali che squassano il mondo della sanità dall'Abruzzo alla Lombardia, al di là delle responsabilità delle persone coinvolte cui auguriamo di dimostrare una cristallina innocenza, sono frutti di un pantano da tempo sotto gli occhi di tutti.
Ma certo, esistono straordinarie professionalità, ospedali eccellenti e migliaia di medici e infermieri che lavorano benissimo. E ignorarlo sarebbe ingiusto. La ripetitività con la quale scoppiano certi bubboni, anche in realtà complessivamente virtuose, segnala tuttavia un'infezione profonda.
Dal famoso pouf riempito di banconote e gioielli dalla moglie di Duilio Poggiolini alle migliaia di analisi-fantasma pagate a Giuseppe Poggi Longostrevi, dai rimborsi a Villa Santa Teresa di Bagheria pagati 21 volte più che a Milano fino ai polmoni asportati a ignari pazienti della «Santa Rita» solo per aumentare il fatturato, un filo conduttore c'è: il caos. Il modo disordinato e spesso indecente col quale alcune Regioni hanno usato la crescente autonomia ottenuta nella gestione della Sanità. Un caos dentro il quale è successo e può succedere di tutto.

Il Libro Verde dell'Economia di qualche mese fa è ricco di esempi sconcertanti. Com'è possibile che un dipendente prenda in media 38 mila euro in Friuli-Venezia Giulia e 51 mila in Campania? Che un posto letto costi 455 euro al giorno negli ospedali lombardi e 897 (quanto una suite al Plaza di New York) al San Camillo di Roma? Che i parti cesarei siano il 23% in Alto Adige e il 59% in Campania? Che la Sicilia abbia da sola un quarto di tutti gli ambulatori e i laboratori privati accreditati? Che ci siano reparti, come chirurgia vascolare a Catanzaro, che vengono tenuti in vita anche se in un anno occupano il 4% dei posti letto? I grandi buchi nascono da lì. Dal caos anarchico e clientelare che in questi anni, nel nome di una autogestione male intesa, ha consentito a ciascuno di fare come gli pareva. Al punto che solo in queste ultime ore e solo dopo durissime polemiche i manager delle Asl campane hanno sospeso (per adesso) la decisione di auto- aumentarsi di 30 mila euro l'anno la propria busta paga. Un aumento indecoroso. Tanto più perché parallelo all'arrivo dei nuovi dati sul buco sanitario regionale. Sprofondato ormai a circa dieci miliardi di euro. Per non dire degli abissi finanziari del Lazio o della Sicilia, dove pochi giorni fa la Corte dei Conti ha demolito il bilancio consuntivo regionale sottolineando che con i suoi 8 miliardi e mezzo di euro la Sanità isolana pesa «il 30% in più di quanto si spende per la Sanità in Finlandia».

«Lei è un irresponsabile », ha detto gelido Giulio Tremonti a Roberto Formigoni che contestava i tagli imposti da Roma. L'impressione, però, è che sia tutto il sistema a non volersi assumere fino in fondo le proprie responsabilità. Basti ricordare che alla Sanità (il cui ministero è evaporato nella ridistribuzione dei posti di governo) erano dedicate sette righe nel programma elettorale del Pdl, sei in quello del Pd. Tutti e due centrati su una promessa: l'eliminazione delle liste d'attesa. Forse, con una spesa salita a oltre 102 miliardi di euro e uno scandalo al giorno, c'è da fare qualcosa di più.

17 luglio 2008

da corriere.it
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« Risposta #32 inserito:: Luglio 24, 2008, 04:03:04 pm »

Politica       IL CASO

Senato, saltano i tagli al bilancio: gruppi dimezzati, però la spesa sale

La mancata disdetta del contratto del personale annulla i cinque milioni di risparmi previsti



Quattro milioni l'anno: tanto il Senato avrebbe risparmiato grazie alla riduzione dei gruppi parlamentari. Il calcolo l'aveva fatto l'Ansa, quarantotto ore dopo le elezioni, citando «fonti parlamentari». Quattro milioni: sui circa 600 che ogni anno spendiamo per la Camera alta non è una gran cifra. Ma sarebbe stato sempre meglio di niente. Invece di quei quattro piccoli milioni, nel bilancio che il Senato approva oggi, non c'è nemmeno l'ombra. Anzi. Nonostante il numero dei gruppi si sia dimezzato, passando da 11 a sei, e quest'anno ce ne siano stati quindi cinque in meno per otto mesi (la nuova legislatura è iniziata il 23 aprile), spenderemo addirittura 750 mila euro in più. Il conto salirà dai 39 milioni 350 mila euro del 2007 a 40 milioni 100 mila euro: è scritto nero su bianco a pagina 65 del bilancio. L'aumento è dell' 1,91%, superiore anche a quell'inflazione programmata che doveva rappresentare il limite invalicabile delle spese. Chiamiamola col suo nome: un'autentica beffa.

Eppure ci avevano provato, alla fine dell'anno scorso, a contenere le spese del Senato almeno entro quel tetto. C'era voluta, è vero, la spallata di un emendamento alla Finanziaria presentato da Massimo Villone e Cesare Salvi, due senatori della sinistra rimasti senza seggio al pari dei loro colleghi di schieramento, per costringere l'amministrazione delle Camere, ma anche quella del Quirinale, ad assumere come riferimento l'inflazione programmata e non più, com'era stato fino ad allora, il prodotto interno lordo nominale, che consentiva agli organi costituzionali, in realtà, di fare i furbetti. Tagliare di oltre 5 milioni le previsioni di uscita del Senato per quest'anno, tuttavia, non era stato affatto facile. Ma alla fine il senatore del Pd Gianni Nieddu (non ricandidato dal suo partito) era riuscito a convincere la presidenza di Franco Marini a disdettare un contratto del personale che prevede scatti e automatismi tali da avere spinto le retribuzioni dei dipendenti del Senato a una media di oltre 131 mila euro lordi pro capite, e con un aumento di oltre mille euro al mese in un solo anno. Da quell'intervento dovevano arrivare risparmi per almeno 3 milioni e mezzo di euro, a coronamento di un impegno solenne assunto per iscritto dal consiglio di presidenza del Senato: quello di ridurre in modo significativo l'incidenza del costo del personale sulle spese correnti, che aveva ormai superato il 40%.

E la manovra sugli stipendi sarebbe stata appena l'antipasto, seguito da un piatto ancora più sostanzioso: l'innalzamento dell'età minima pensionabile per tutti i dipendenti di Palazzo Madama a 53 anni. Sappiamo com'è andata. La fine anticipata della legislatura ha mandato in soffitta quel progetto, così chi è entrato al Senato prima del 1998 potrà continuare a ritirarsi dal lavoro anche a 50 anni, infischiandosene di scaloni e scalini. E ha mandato in soffitta anche la disdetta del contratto del personale: lo ha deciso la commissione contenziosa, uno speciale organismo interno, motivando la revoca con un vizio di forma. Il risultato è che la spesa per gli stipendi, invece di diminuire, salirà ancora: dell'1,14%. E non basta. La somma dei costi per il personale in attività e per i pensionati, che beneficiano come i dipendenti degli aumenti retributivi, ha raggiunto il 42,92% delle uscite complessive, contro il 42,74% del 2007 e il 41,52% del 2006. Numeri che hanno indotto i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord) ad ammettere una resa senza condizioni: «Non è stato possibile conseguire l'obiettivo di inversione dell'andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida», hanno scritto nel bilancio.

Quest'anno, poi, c'è anche la ciliegina sulla torta dei nuovi vitalizi a 57 parlamentari non rieletti e dei 7 milioni 251 mila euro per pagare gli «assegni di solidarietà» (si chiamano proprio così) ai senatori che hanno perso il posto. Risultato: le spese correnti del Senato raggiungeranno quest'anno 570,6 milioni, 12 milioni 273.500 euro in più rispetto al 2007, con un aumento del 2,20%. Alla faccia di un'inflazione programmata dell'1,7%. Si dirà che il costo della vita è salito molto di più, e comunque nel bilancio c'è l'impegno a non far salire nel 2009 le spese oltre l'1,5% programmato dal Tesoro. Ma questo cambia poco. La sostanza è che le spese continuano ad aumentare, con poche eccezioni. Il costo per i servizi di ristorazione, per esempio cresce dello 0,76% a 2,8 milioni. Quello per le pulizie e il facchinaggio aumenta invece del 6,53%, da 4,3 a 4,6 milioni. La bolletta dell'acqua, poi, non si schioda dai 300 mila euro. Mentre la spesa per «servizi informatici e riproduzione » si incrementa addirittura del 13,44%, raggiungendo 9,3 milioni.

E continua anche l'espansione immobiliare. A pagina 44 del progetto di bilancio si parla di una trattativa che sarebbe stata in corso al momento in cui è stata predisposta la prima versione del documento contabile, a fine febbraio 2008, per «l'acquisizione in locazione dell'intero secondo piano di un immobile situato in piazza del Pantheon». Senza peraltro menzionare il costo dell'operazione. Soprattutto, come denuncia Antonio Paravia, che già si era astenuto sui precedenti bilanci, ci sono sempre i soliti problemi di trasparenza: «Il finanziamento dei gruppi, per esempio, non è sufficientemente dettagliato, e non si capisce bene come vengono impiegati i soldi. Il fatto è che i bilanci di Camera e Senato vengono scritti da tre questori, approvati dall'ufficio di presidenza, resi disponibili ai parlamentari quarantotto ore prima di essere portati in assemblea e ratificati dalle aule solitamente semideserte. Il che, per un bilancio come il nostro da 600 milioni, non è proprio un dettaglio». Si tranquillizzi, il senatore del Pdl. Comincioli, Adragna e Franco promettono una «rigorosa gestione delle risorse di bilancio, attenti all'obiettivo prioritario del contenimento della spesa». E se lo dicono loro...


Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
24 luglio 2008


da corriere.it
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« Risposta #33 inserito:: Luglio 27, 2008, 12:26:04 am »

IL CASO

Senato, saltano i tagli al bilancio: gruppi dimezzati, però la spesa sale

La mancata disdetta del contratto del personale annulla i cinque milioni di risparmi previsti



Quattro milioni l'anno: tanto il Senato avrebbe risparmiato grazie alla riduzione dei gruppi parlamentari. Il calcolo l'aveva fatto l'Ansa, quarantotto ore dopo le elezioni, citando «fonti parlamentari». Quattro milioni: sui circa 600 che ogni anno spendiamo per la Camera alta non è una gran cifra. Ma sarebbe stato sempre meglio di niente. Invece di quei quattro piccoli milioni, nel bilancio che il Senato approva oggi, non c'è nemmeno l'ombra. Anzi. Nonostante il numero dei gruppi si sia dimezzato, passando da 11 a sei, e quest'anno ce ne siano stati quindi cinque in meno per otto mesi (la nuova legislatura è iniziata il 23 aprile), spenderemo addirittura 750 mila euro in più. Il conto salirà dai 39 milioni 350 mila euro del 2007 a 40 milioni 100 mila euro: è scritto nero su bianco a pagina 65 del bilancio. L'aumento è dell' 1,91%, superiore anche a quell'inflazione programmata che doveva rappresentare il limite invalicabile delle spese. Chiamiamola col suo nome: un'autentica beffa.

Eppure ci avevano provato, alla fine dell'anno scorso, a contenere le spese del Senato almeno entro quel tetto. C'era voluta, è vero, la spallata di un emendamento alla Finanziaria presentato da Massimo Villone e Cesare Salvi, due senatori della sinistra rimasti senza seggio al pari dei loro colleghi di schieramento, per costringere l'amministrazione delle Camere, ma anche quella del Quirinale, ad assumere come riferimento l'inflazione programmata e non più, com'era stato fino ad allora, il prodotto interno lordo nominale, che consentiva agli organi costituzionali, in realtà, di fare i furbetti. Tagliare di oltre 5 milioni le previsioni di uscita del Senato per quest'anno, tuttavia, non era stato affatto facile. Ma alla fine il senatore del Pd Gianni Nieddu (non ricandidato dal suo partito) era riuscito a convincere la presidenza di Franco Marini a disdettare un contratto del personale che prevede scatti e automatismi tali da avere spinto le retribuzioni dei dipendenti del Senato a una media di oltre 131 mila euro lordi pro capite, e con un aumento di oltre mille euro al mese in un solo anno. Da quell'intervento dovevano arrivare risparmi per almeno 3 milioni e mezzo di euro, a coronamento di un impegno solenne assunto per iscritto dal consiglio di presidenza del Senato: quello di ridurre in modo significativo l'incidenza del costo del personale sulle spese correnti, che aveva ormai superato il 40%.

E la manovra sugli stipendi sarebbe stata appena l'antipasto, seguito da un piatto ancora più sostanzioso: l'innalzamento dell'età minima pensionabile per tutti i dipendenti di Palazzo Madama a 53 anni. Sappiamo com'è andata. La fine anticipata della legislatura ha mandato in soffitta quel progetto, così chi è entrato al Senato prima del 1998 potrà continuare a ritirarsi dal lavoro anche a 50 anni, infischiandosene di scaloni e scalini. E ha mandato in soffitta anche la disdetta del contratto del personale: lo ha deciso la commissione contenziosa, uno speciale organismo interno, motivando la revoca con un vizio di forma. Il risultato è che la spesa per gli stipendi, invece di diminuire, salirà ancora: dell'1,14%. E non basta. La somma dei costi per il personale in attività e per i pensionati, che beneficiano come i dipendenti degli aumenti retributivi, ha raggiunto il 42,92% delle uscite complessive, contro il 42,74% del 2007 e il 41,52% del 2006. Numeri che hanno indotto i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord) ad ammettere una resa senza condizioni: «Non è stato possibile conseguire l'obiettivo di inversione dell'andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida», hanno scritto nel bilancio.

Quest'anno, poi, c'è anche la ciliegina sulla torta dei nuovi vitalizi a 57 parlamentari non rieletti e dei 7 milioni 251 mila euro per pagare gli «assegni di solidarietà» (si chiamano proprio così) ai senatori che hanno perso il posto. Risultato: le spese correnti del Senato raggiungeranno quest'anno 570,6 milioni, 12 milioni 273.500 euro in più rispetto al 2007, con un aumento del 2,20%. Alla faccia di un'inflazione programmata dell'1,7%. Si dirà che il costo della vita è salito molto di più, e comunque nel bilancio c'è l'impegno a non far salire nel 2009 le spese oltre l'1,5% programmato dal Tesoro. Ma questo cambia poco. La sostanza è che le spese continuano ad aumentare, con poche eccezioni. Il costo per i servizi di ristorazione, per esempio cresce dello 0,76% a 2,8 milioni. Quello per le pulizie e il facchinaggio aumenta invece del 6,53%, da 4,3 a 4,6 milioni. La bolletta dell'acqua, poi, non si schioda dai 300 mila euro. Mentre la spesa per «servizi informatici e riproduzione » si incrementa addirittura del 13,44%, raggiungendo 9,3 milioni.

E continua anche l'espansione immobiliare. A pagina 44 del progetto di bilancio si parla di una trattativa che sarebbe stata in corso al momento in cui è stata predisposta la prima versione del documento contabile, a fine febbraio 2008, per «l'acquisizione in locazione dell'intero secondo piano di un immobile situato in piazza del Pantheon». Senza peraltro menzionare il costo dell'operazione. Soprattutto, come denuncia Antonio Paravia, che già si era astenuto sui precedenti bilanci, ci sono sempre i soliti problemi di trasparenza: «Il finanziamento dei gruppi, per esempio, non è sufficientemente dettagliato, e non si capisce bene come vengono impiegati i soldi. Il fatto è che i bilanci di Camera e Senato vengono scritti da tre questori, approvati dall'ufficio di presidenza, resi disponibili ai parlamentari quarantotto ore prima di essere portati in assemblea e ratificati dalle aule solitamente semideserte. Il che, per un bilancio come il nostro da 600 milioni, non è proprio un dettaglio». Si tranquillizzi, il senatore del Pdl. Comincioli, Adragna e Franco promettono una «rigorosa gestione delle risorse di bilancio, attenti all'obiettivo prioritario del contenimento della spesa». E se lo dicono loro...


Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
24 luglio 2008

da corriere.it
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« Risposta #34 inserito:: Agosto 07, 2008, 11:19:38 am »

Cronache

Le cifre Gli incarichi extra-giudiziari: dalle liti delle imprese ai compensi per l'insegnamento

E il giudice incassò 800 euro l'ora

Il grande affare degli arbitrati

Super incarico anche al vice segretario generale di Palazzo Chigi



Per i giudici amministrativi decisi ad arrotondare gli stipendi con lavori extra, a dispetto di tante polemiche e promesse di moralizzazione, si aprono infatti orizzonti luminosi. Cosa siano questi incarichi extra-giudiziari, da anni aboliti per i magistrati ordinari salvo rare eccezioni, lo lasciamo dire a una voce al di sopra di ogni sospetto e non ostile al governo Berlusconi: Franco Frattini. Il quale un tempo bollava la vergogna degli arbitrati con cui si arricchivano troppi magistrati come «indecorosa» e tuonava contro i suoi stessi colleghi consiglieri di Stato che accumulavano guadagni extra e voleva «l'incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi».

Lui stesso, che poi sarebbe caduto in tentazione accettando un lussuoso incarico abbandonato solo dopo una denuncia del Corriere, condivideva insomma un punto centrale: per fare bene il suo lavoro un magistrato deve fare solo quello. E comunque è inaccettabile che quella corsia preferenziale parallela ai processi amministrativi che sono gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così...) veda la presenza di giudici che magari decidono su cose che toccano lo stesso Ministero, la stessa Regione, la stessa Provincia sulle quali possono essere chiamati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Troppi conflitti d'interesse, troppi soldi, troppi scandali. Liquidati un giorno da Aldo Quartulli, allora collezionista di arbitrati e alla guida del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (il Csm dei magistrati amministrativi) con una battuta: «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l'amante». Un'amante generosa se Pasquale De Lise, che dovrebbe diventare il prossimo presidente del Consiglio di Stato, arrivò ad arrotondare nel '92 lo stipendio di 245 milioni di lire con 848 milioni extra, spiritosamente definiti «il guadagno legittimo di qualche soldo». Bene.

Alla faccia di quanto sosteneva il suo stesso ministro degli esteri, il governo Berlusconi ha finora compiuto tre mosse. La prima è stata l'abolizione del tetto di 289 mila euro fissato dal governo Prodi, sull'onda dell'indignazione popolare, per gli stipendi d'oro dei manager e degli alti burocrati di Stato. La seconda è stata la delega dei pieni poteri al presidente del Consiglio di Stato che d'ora in avanti potrà decidere a suo piacimento come montare o smontare, con questi o quei giudici, questa o quella sezione consultiva (cioè demandata a fornire pareri) o giurisdizionale (demandata a emettere sentenze), infischiandosene dell'opinione del Consiglio di presidenza e più ancora dell'obbligo costituzionale del «giudice naturale». La terza, pubblicata in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale, assegna ancora al presidente del Consiglio di Stato il potere di dare l'ok ai magistrati amministrativi che chiedono di essere messi fuori ruolo per assumere altri incarichi, anche qui senza più alcun potere di interferenza dell'organo di autogoverno.

Cosa significhi per un giudice dei Tar o del Consiglio di Stato esser messo fuori ruolo per fare il capo di gabinetto d'un ministro o il consulente legislativo d'un governatore regionale è presto detto. Significa andare a guadagnare un secondo stipendio spesso sfolgorante e insieme conservare non solo il posto ma anche lo stipendio e il diritto agli scatti di anzianità da magistrato amministrativo come se andasse tutte le mattine in ufficio. Due esempi? La promozione a Presidente di sezione del consiglio di Stato di Alessandro Pajno ai tempi in cui era sottosegretario del governo Prodi e quella del garante dell'Antitrust Antonio Catricalà, promosso per anzianità nonostante di fatto non vesta più la toga da quando diventò capo di gabinetto di Urbani tre lustri fa. Un altro esempio? La promozione a Presidente aggiunto del Consiglio di Stato (ruolo niente affatto onorario ma operativo) di Corrado Calabrò, il garante delle tele-comunicazioni che con decine di incarichi è stato per un trentennio la spalla di ministri di ogni colore, da Riccardo Misasi a Mimmo Pagliarini. Senza mai perdere un solo scatto di carriera. Va da sé che avere o no il via libera ad assumere questi incarichi extra-giudiziari, come spiegava nel 2005 Luigi Mazzella, ministro della Funzione pubblica del terzo governo Berlusconi («Ci sono dirigenti dello Stato che prendono mezzo milione di euro l'anno») può cambiare la vita. E per anni, prima di queste ultime norme che danno una sorta di potere assoluto al Presidente del Consiglio di Stato (qualcuno le ha ribattezzate ridendo «norme fasso-tutto-mi») si erano registrati scontri furibondi dentro l'organo di autogoverno, tra i magistrati convinti che fosse necessario fare pulizia abolendo i «lavoretti» extra e la possibilità di cumulare gli stipendi e quelli che invece non erano affatto disposti a rinunciare agli antichi privilegi. Sia chiaro: il tema è trasversale alla cattiva coscienza sia della destra sia della sinistra.

Tanto è vero che l'ultimo governo Prodi arrivò a sottrarre al Consiglio di Stato, nonostante questo avesse 20.465 cause da smaltire, la bellezza di 39 consiglieri su 122. Più quelli rastrellati da Comuni, Authority, Regioni. Con scelte stupefacenti come quella di Agazio Loiero di nominare capo di gabinetto e segretario generale Nicola Durante, che fino a poco prima lavorava al Tar di Catanzaro e si occupava proprio di quella Regione in cui lavorava come dirigente sua moglie Roberta. Certo è che a scorrere gli incarichi concessi nei primi sei mesi del 2008, dall'arbitrato su mezzo miliardo di euro assegnato a Luigi Carbone vice-segretario generale a palazzo Chigi e figlio del presidente della Cassazione alle lezioni universitarie da 800 euro nette l'ora a Francesco Caringella fino a certi ruoli di governo di indifferenza per i conflitti di interessi, c'è da sorridere amaro. Ma come: non si trattava di cose «indecorose»?

Gian Antonio Stella
07 agosto 2008


da corriere.it
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« Risposta #35 inserito:: Agosto 10, 2008, 04:58:09 pm »

SANITÀ E POLITICA


Il campanilismo ospedaliero


di Gian Antonio Stella


«Dove potrà un infartuato in via del Corso trovare un soccorso efficiente per scansare insidie spesso fatali?». A sentire i cori di protesta che si levano in questi giorni a Roma contro la scelta di chiudere il San Giacomo, ipotesi apocalittica che ha spinto a mozioni di protesta con migliaia di firme, interrogazioni parlamentari, appelli disperati a Berlusconi e perfino all’incatenamento di un paio di consiglieri, pare che da domani la capitale sia abbandonata alle furie di una peste bubbonica. Che sarà della Città Eterna, senza il San Giacomo? Poi vai a vedere i numeri e scopri che il vetusto ospedale, di cui si vanta «un patrimonio genetico di settecento anni» (onestamente: mal portati) ha oggi 170 posti letto, ospita mediamente 115 ricoverati e tra medici, infermieri, impiegati vari dà lavoro a 748 persone: sei e mezzo per ogni letto occupato. Di più: il pronto soccorso, che comunque resterebbe aperto anche dopo la chiusura, assiste un terzo degli infortunati del San Giovanni e meno di un quinto dell’Umberto I e i casi critici sono 5,7 ogni mille. Di più ancora: il Santo Spirito è a meno di due chilometri, il Fatebenefratelli a due e mezzo, il San Giovanni a quattro. E allora?

Lo scontro tra il governo di centrodestra e la giunta regionale di centrosinistra è noto. Il governatore Piero Marrazzo dice di avere ereditato un buco colossale dal suo predecessore Francesco Storace e rivendica oltre due miliardi e mezzo di euro del Fondo sanitario nazionale da lui anticipati. L’esecutivo risponde che i soldi arretrati non gli sono stati dati proprio perché il Lazio (una delle «regioni canaglia » con la Campania, la Sicilia, la Puglia, la Calabria e l’Abruzzo) non ha rispettato l’impegno di abbattere i costi. Il tempo, se galantuomo, dirà chi ha ragione e chi torto. Certo è che anche la rivolta contro la chiusura del San Giacomo, che il celebre professor Ferdinando Aiuti invita ad accantonare per eliminare piuttosto «i piccoli presidi ospedalieri dislocati nei comuni con pochi abitanti», è tutta dentro una vecchia piaga italiana ormai purulenta: «tagliate ovunque, ma non a casa mia». Proprio contro il rifiuto campanilista di chiudere i «piccoli presidi ospedalieri dislocati nei comuni con pochi abitanti» si stanno infatti scontrando da tempo un po’ tutti i governatori italiani.

È successo nelle regioni dai conti in ordine come la Lombardia e il Veneto, dove Giancarlo Galan dopo avere chiuso o riconvertito varie strutture l’ha appena spuntata su una clinica convenzionata di San Donà che aveva visto la bellicosa resistenza del sindaco leghista e sette ricorsi al Tar. Ed è successo nelle regioni meno virtuose, come la Calabria, dove vari presidenti di destra e sinistra non sono mai riusciti a portare a termine, ad esempio, un riassetto dei sette-ospedali-sette della Piana di Gioia Tauro. Dove Palmi, secondo l’Annuario statistico sanitario, detiene un record duro da battere: 268 dipendenti per 28 letti utilizzati: 9 addetti e mezzo a ricoverato. Eppure proprio i dati dell’Annuario ministeriale dicono che una svolta è obbligatoria. Se in tutta la penisola esistono 1.295 ospedali pubblici o convenzionati, pari a uno ogni 45 mila abitanti, la sproporzione tra le diverse aree del Paese è abissale. Basti dire che ce n’è uno ogni 83mila cittadini nel Veneto e uno ogni 29 mila nel Molise.

Più ancora, però, sconcerta lo squilibrio della tabella delle strutture pubbliche in senso stretto. Come è possibile che ce ne siano una ogni 146mila in Emilia Romagna o addirittura ogni 165mila in Lombardia, con servizi nettamente sopra la media, e una ogni 40mila nel Molise? Una ogni 651 chilometri quadri in Piemonte e ogni 202 in Campania? Insomma, sempre lì torniamo. Alla necessità di mettere ordine uscendo dalle logiche dell’elettorato da accontentare, del bacino di influenza, della clientela. Ma soprattutto da quella logica del «n.i.m.b.y» («not in my backyard», non nel mio cortile) che rischia di paralizzare l’Italia sul fronte della sanità ma anche dei porti, degli aeroporti, dell’energia, della scuola... Una logica perversa che, davanti alle obiezioni di chi sostiene che non c’è senso ad avere a Roma sei ospedali generalisti nel centro storico contro i due di Parigi e i due di Londra, fa spallucce: non si possono fare paragoni. E invece val la pena di guardarli, i numeri. Valgono per la destra e per la sinistra. E dicono che a Roma ci sono oggi 21 presidi ospedalieri pubblici più 59 privati per un totale di 80 strutture più altre 34 in provincia. Somma finale: 114. Quanti teorizzano nei giorni pari la necessità di tagliare e nei giorni dispari erigono barricate contro i tagli che li toccano, dovrebbero pensarci su. Lo spirito tatcheriano e l’ospedale sotto casa non sono tanto conciliabili.

09 agosto 2008

da corriere.it
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« Risposta #36 inserito:: Settembre 04, 2008, 06:54:55 pm »

Nella città calabrese l'anno precedente il record di ammessi con il 93 per cento

Da Brescia a Reggio Calabria

Così la Gelmini diventò avvocato

L'esame di abilitazione all'albo nel 2001.

Il ministro dell'Istruzione: «Dovevo lavorare subito»


Novantatré per cento di ammessi agli orali! Come resistere alla tentazione? E così, tra i furbetti che nel 2001 scesero dal profondo Nord a fare gli esami da avvocato a Reggio Calabria si infilò anche Mariastella Gelmini. Ignara delle polemiche che, nelle vesti di ministro, avrebbe sollevato con i (giusti) sermoni sulla necessità di ripristinare il merito e la denuncia delle condizioni in cui versano le scuole meridionali. Scuole disastrose in tutte le classifiche «scientifiche» internazionali a dispetto della generosità con cui a fine anno vengono quasi tutti promossi.

La notizia, stupefacente proprio per lo strascico di polemiche sulla preparazione, la permissività, la necessità di corsi di aggiornamento, il bagaglio culturale dei professori del Mezzogiorno, polemiche che hanno visto battagliare, sull'uno o sull'altro fronte, gran parte delle intelligenze italiane, è stata data nella sua rubrica su laStampa.it da Flavia Amabile. La reazione degli internauti che l'hanno intercettata è facile da immaginare. Una per tutti, quella di Peppino Calabrese: «Un po' di dignità ministro: si dimetta!!» Direte: possibile che sia tutto vero? La risposta è nello stesso blog della giornalista. Dove la Gelmini ammette. E spiega le sue ragioni.

Un passo indietro. È il 2001. Mariastella, astro nascente di Forza Italia, presidente del consiglio comunale di Desenzano ma non ancora lanciata come assessore al Territorio della provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è una giovane e ambiziosa laureata in giurisprudenza che deve affrontare uno dei passaggi più delicati: l'esame di Stato.

Per diventare avvocati, infatti, non basta la laurea. Occorre iscriversi all'albo dei praticanti procuratori, passare due anni nello studio di un avvocato, «battere» i tribunali per accumulare esperienza, raccogliere via via su un libretto i timbri dei cancellieri che accertino l'effettiva frequenza alle udienze e infine superare appunto l'esame indetto anno per anno nelle sedi regionali delle corti d'Appello con una prova scritta (tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) e una (successiva) prova orale. Un ostacolo vero. Sul quale si infrangono le speranze, mediamente, della metà dei concorrenti. La media nazionale, però, vale e non vale. Tradizionalmente ostico in larga parte delle sedi settentrionali, con picchi del 94% di respinti, l'esame è infatti facile o addirittura facilissimo in alcune sedi meridionali.

Un esempio? Catanzaro. Dove negli anni Novanta l'«esamificio» diventa via via una industria. I circa 250 posti nei cinque alberghi cittadini vengono bloccati con mesi d'anticipo, nascono bed&breakfast per accogliere i pellegrini giudiziari, riaprono in pieno inverno i villaggi sulla costa che a volte propongono un pacchetto «all-included»: camera, colazione, cena e minibus andata ritorno per la sede dell'esame.
Ma proprio alla vigilia del turno della Gelmini scoppia lo scandalo dell'esame taroccato nella sede d'Appello catanzarese. Inchiesta della magistratura: come hanno fatto 2.295 su 2.301 partecipanti, a fare esattamente lo stesso identico compito perfino, in tantissimi casi, con lo stesso errore («recisamente» al posto di «precisamente», con la «p» iniziale cancellata) come se si fosse corretto al volo chi stava dettando la soluzione? Polemiche roventi. Commissari in trincea: «I candidati — giura il presidente della «corte» forense Francesco Granata — avevano perso qualsiasi autocontrollo, erano come impazziti». «Come vuole che sia andata? — spiega anonimamente una dei concorrenti imbroglioni —. Entra un commissario e fa: "Scrivete". E comincia a dettare il tema. Bello e fatto. Piano piano. Per dar modo a tutti di non perdere il filo».

Le polemiche si trascinano per mesi e mesi al punto che il governo Berlusconi non vede alternative: occorre riformare il sistema con cui si fanno questi esami. Un paio di anni e nel 2003 verrà varata, per le sessioni successive, una nuova regola: gli esami saranno giudicati estraendo a sorte le commissioni così che i compiti pugliesi possano essere corretti in Liguria o quelli sardi in Friuli e così via. Riforma sacrosanta. Che già al primo anno rovescerà tradizioni consolidate: gli aspiranti avvocati lombardi ad esempio, valutati da commissari d'esame napoletani, vedranno la loro quota di idonei raddoppiare dal 30 al 69%.
Per contro, i messinesi esaminati a Brescia saranno falciati del 34% o i reggini ad Ancona del 37%. Quanto a Catanzaro, dopo certi record arrivati al 94% di promossi, ecco il crollo: un quinto degli ammessi precedenti.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria».
I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.

Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l'esame? Com'è stato l'esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini. Da oggi, dopo la scoperta che anche lei si è infilata tra i furbetti che cercavano l'esame facile, le sarà però un po' più difficile invocare il ripristino del merito, della severità, dell'importanza educativa di una scuola che sappia farsi rispettare. Tutte battaglie giuste. Giustissime. Ma anche chi condivide le scelte sul grembiule, sul sette in condotta, sull'imposizione dell'educazione civica e perfino sulla necessità di mettere mano con coraggio alla scuola a partire da quella meridionale, non può che chiedersi: non sarebbero battaglie meno difficili se perfino chi le ingaggia non avesse cercato la scorciatoia facile?

Gian Antonio Stella
04 settembre 2008

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« Risposta #37 inserito:: Settembre 22, 2008, 10:49:24 am »

GOVERNO, AUTO-ELOGI E PROMESSE

La sobrietà smarrita


di Gian Antonio Stella



«L'Ulivo sgomina la cellulite!».
Quel titolone a tutta pagina di Cuore, che nella primavera del '96 rideva dei toni trionfanti con cui i ministri del governo di centrosinistra celebravano se stessi, resta un formidabile esempio di giornalismo sano. Così come la rubrica che la rivista satirica, imitandolecopertine della Domenica del Corriere, dedicava ai miracoli di San Tonino Di Pietro: «Fa arrivare in orario il Pendolino», «Elimina le stragi del sabato sera», «E' assunto in cielo senza raccomandazioni». Un governo che «se la tira», da che mondo è mondo, finisce per fare danni. A se stesso e al Paese che lo ha eletto.

Certo, perfino un uomo sobrio come Sylvius Magnago, il leader storico della Svp, teorizzava che per essere un leader e guidare un popolo occorrono tre cose. 1) Avere delle buone ragioni. 2) Crederci fermamente. 3) Metterci un pizzico di retorica perché «la merce bisogna anche saperla vendere ».

Per capirci: l'auto-incitamento che aiuta i ciclisti nelle imprese solitarie può spingere anche in politica. E sarebbe il colmo se non ci credesse il Cavaliere che, per dirla con le parole di un collaboratore stretto quale Niccolò Querci, «prima crea la "realtà virtuale" e poi lavora perché si avveri».
Mai si era visto però da decenni in qua, con rare eccezioni, un tale panorama di esibizioni muscolari, di promesse roboanti, di pavoni ansiosi di fare la ruota per esporla all'adorazione delle masse. Come se perfino i successi di immagine già incassati, dal dimezzamento dei membri del governo alla rimozione delle montagne di immondizia nel cuore di Napoli, dal ripristino del 7 in condotta fino all'offensiva contro i fannulloni, fossero insufficienti a placare la bulimia di nuovi peana. Come se mai prima fosse esistito un governo. Mai prima un progetto autostradale. Mai prima una nuova linea ferroviaria. Mai prima una politica estera. Ed ecco il Cavaliere lagnarsi che dopo l'uscita di scena di Blair, Aznar e Chirac «l'Europa ha perso personalità», sottolineare di avere approvato la Finanziaria in Consiglio dei ministri «in nove minuti e mezzo», vantarsi d'esser stato «determinante per fermare l'avanzata dell'esercito russo in Georgia » nonché il ritorno (due ore esatte prima che Putin annunciasse un aumento del 27% delle spese militari) «verso una guerra fredda», gongolare per sondaggi che gli danno «percentuali di consenso imbarazzanti» e definire l'Italia tecnicamente in recessione come «un Paese molto solido, con alto livello di vita e di benessere» col «72% del catalogo delle opere d'arte e di cultura d'Europa » e «la squadra campione del mondo di calcio».

Ecco Roberto Castelli dichiarare già a maggio ad Annozero, ignaro dell'arrivo di un'estate di massicci sbarchi quotidiani, che «da quando siamo al governo non ci sono più stati sbarchi di clandestini ».
Ecco Renato Brunetta, nella scia della benedetta lotta agli assenteisti, definirsi «la Lorella Cuccarini del governo » e sparare via via non solo sui troppi permessi sindacali ma su Nanni Moretti, i radical chic, i verdi, i professori sessantottini, i graffitari, i medici «macellai»... Ecco Altero Matteoli, subito seppellito dalle smentite dei colleghi, spiegare al meeting di Rimini che i dipendenti in esubero di Alitalia «verranno ricollocati alle Poste, all'Agenzia delle entrate o al Catasto ». Per non dire di Umberto Bossi che, vendendo per già introdotto il reato di clandestinità (successivamente rivisto per le proteste anche della Chiesa) offriva in un'intervista alla Padania il titolo «Clandestini, il reato sarà un muro».
Per carità, tutto già visto. Basti ricordare come perfino Romano Prodi, alla guida dell'esecutivo più obeso (centotré ministri, viceministri e sottosegretari), più litigioso e più instabile della storia repubblicana, figlio com'era di una vittoria striminzita, non perse occasione per fare il «ganassa»: «Vi assicuro che presto il governo sarà a punto e girerà come il motore di una Ducati o una Ferraaaari ». «E-si-go!». «Parlo-solo- io!» «Ci hanno votato tutti e cinque i continenti!» Non piacevano, agli elettori ulivisti, quelle ostentazioni di bicipiti e pettorali. E possiamo scommettere che, al di là della luna di miele, dei sondaggi luccicanti, della crisi della sinistra che non appare oggi in grado di disturbare il manovratore, anche chi ha votato la destra non apprezzi più di tanto la quotidiana distribuzione di promesse (la riduzione delle tasse, l'abolizione del bollo auto, la soppressione delle Province...) per il dopodomani.

Compreso il «bonus annuo fino 7mila euro lordi» a 250mila insegnanti assicurato a Tuttoscuola da Mariastella Gelmini a partire dal 2012, quando Alex Del Piero andrà per la quarantina. O quel federalismo fiscale di cui il presidente siciliano Raffaele Lombardo si è detto entusiasta: «Certo, avremo bisogno di una fase transitoria di almeno dieci anni...». Può darsi che scrivere come fece il Cavaliere sul famoso appunto mostrato alle telecamere «Al presidente n˚1.Al presidente più vittorioso nella storia del calcio. N˚1nella storia del calcio» aiuti a sentirsi più forti. Ma forse molti italiani, di tutte le convinzioni, apprezzerebbero di più un premier come Tony Blair capace, il giorno in cui ricevette le consegne di Downing Street, di rendere omaggio allo sconfitto John Major spiegando: «Mi rendo conto che la sua eredità richiede una colossale responsabilità». Bisogna saper perdere, diceva una vecchia canzone.
Giusto. Più difficile ancora, però, è saper vincere.


22 settembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #38 inserito:: Ottobre 10, 2008, 11:59:22 am »

Memoria
 
Quando erano italiani gli immigrati da linciare

La strage di Aigues-Mortes e il pregiudizio xenofobo

di GIAN ANTONIO STELLA


«Acque-Morte ci addita l'orrenda / Ecatombe di vittime inulte!/ No, jamais, sì ferale tregenda / In Italia obliata sarà» tuona indignata la poesia Il grido d'Italia per le stragi di Aigues-Mortes, scritta di getto da Alessandro Pagliari, nel 1893, a ridosso del massacro. Invece è successo. L'Italia ha dimenticato quella feroce caccia all'italiano nelle saline della Camargue, alle foci del Rodano, che vide la morte di un numero ancora imprecisato di emigrati piemontesi, lombardi, liguri, toscani. Basti dire che, stando all'archivio del Corriere della Sera, le (rapide) citazioni della carneficina dal 1988 a oggi sui nostri principali quotidiani e settimanali sono state otto. Per non dire degli articoli dedicati espressamente al tema: due. Due articoli in venti anni. Contro i 57 riferimenti ad Adua, i 139 a El Alamein, i 172 a Cefalonia… Eppure, Dio sa quanto ci sarebbe bisogno, in Italia, di recuperare la memoria. Che cosa fu, Maurice Terras, il primo cittadino del paese, se non un «sindaco-sceriffo» che cercò non di calmare gli animi ma di cavalcare le proteste xenofobe dei manovali francesi contro gli «intrusi» italiani? Rileggiamo il suo primo comunicato, affisso sui muri dopo avere ottenuto che i padroni delle saline, sotto il crescente rumoreggiare della folla, licenziassero gli immigrati: «Il sindaco della città di Aigues-Mortes ha l'onore di portare a conoscenza dei suoi amministrati che la Compagnia ha privato di lavoro le persone di nazionalità italiana e che da domani i vari cantieri saranno aperti agli operai che si presenteranno. Il sindaco invita la popolazione alla calma e al mantenimento dell'ordine. Ogni disordine deve infatti cessare, dopo la decisione della Compagnia».

Per non dire del secondo manifesto che, affisso dopo la strage, toglie il fiato: «Gli operai francesi hanno avuto piena soddisfazione. Il sindaco della città di Aigues-Mortes invita tutta la popolazione a ritrovare la calma e a riprendere il lavoro, tralasciati per un momento. (...) Raccogliamoci per curare le nostre ferite e, recandoci tranquillamente al lavoro, dimostriamo come il nostro scopo sia stato raggiunto e le nostre rivendicazioni accolte. Viva la Francia! Viva Aigues-Mortes!». È vero, grazie al cielo da noi non sono mai divampati pogrom razzisti contro gli immigrati neppure lontanamente paragonabili a quelli scatenati contro i nostri nonni. Non solo ad Aigues-Mortes ma a Palestro, un paese fondato tra Algeri e Costantina da una cinquantina di famiglie trentine e spazzato via nel 1871 da una sanguinosa rivolta dei Cabili. A Kalgoorlie, nel deserto a 600 chilometri da Perth, dove gli australiani decisero di «festeggiare » l'Australian Day del 1934 scatenando tre giorni di incendi, devastazioni, assalti contro i nostri emigrati. (...)

Ma soprattutto negli Stati Uniti dove, dal massacro di New Orleans a quello di Tallulah, siamo stati i più linciati dopo i negri. Al punto che un giornale democratico, ironizzando amaro sui ridicoli risarcimenti concessi ai parenti dei morti, arrivò a pubblicare una vignetta in cui il segretario di Stato americano porgeva una borsa all'ambasciatore d'Italia e commentava: «Costano tanto poco questi italiani che vale la pena di linciarli tutti». È vero, da noi non sono mai state registrate esplosioni di violenza xenofoba così. È fuori discussione, però, che i germi dell'aggressività verbale che infettarono le teste e i cuori di quei francesi impazziti di odio nelle ore dell'eccidio somigliano maledettamente ai germi di aggressività verbale emersi in questi anni nel nostro Paese. Anzi, sembrano perfino più sobri. Maurice Barrès scriveva nell'articolo Contre les étrangers su Le Figaro, che «il decremento della natalità e il processo di esaurimento della nostra energia (...) hanno portato all'invasione del nostro territorio da parte di elementi stranieri che s'adoprano per sottometterci ».

Umberto Bossi è andato più in là, barrendo al congresso della Lega di qualche anno fa: «Nei prossimi dieci anni vogliono portare in Padania tredici o quindici milioni di immigrati, per tenere nella colonia romano-congolese questa maledetta razza padana, razza pura, razza eletta». Le Mémorial d'Aix scriveva che gli italiani «presto ci tratteranno come un Paese conquistato » e «fanno concorrenza alla manodopera francese e si accaparrano i nostri soldi». Il sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini ha tuonato che «gli immigrati annacquano la nostra civiltà e rovinano la razza Piave» e occorre «liberare l'Italia da queste orde selvagge che entrano da tutte le parti senza freni» per «rifare l'Italia, l'Italia sana, in modo che non ci sia più inquinamento». (...) Per non dire del problema della criminalità. Quella dei nostri emigranti accecava i francesi che sul Memorial d'Aix denunciavano come «la presenza degli stranieri in Francia costituisce un pericolo permanente, spesso questi operai sono delle spie; generalmente sono di dubbia moralità, il tasso di criminalità è elevato: del 20%, mentre nei nostri non è che del 5». Quella degli immigrati in Italia, per quanto sia reale, fonte di legittime preoccupazioni e giusta motivazione al varo di leggi più severe, acceca certi italiani. Fino a spingere il futuro capogruppo al Senato del Popolo della Libertà, Maurizio Gasparri, a sbraitare dopo il massacro di Erba parole allucinate: «Chi ha votato l'indulto ha contribuito a questo eccidio. Complimenti. Ha fruito di quel provvedimento anche il tunisino che ha massacrato il figlio di due anni, la moglie, la suocera e la vicina a Erba».

L'europarlamentare Mario Borghezio riuscì a essere perfino più volgare: «La spaventosa mattanza cui ha dato luogo a Erba un delinquente spacciatore marocchino ci prospetta quello che sarà, molte altre volte, uno scenario a cui dobbiamo abituarci. Al di là dell'“effetto indulto”, che qui come in altri casi dà la libertà a chi certo non la merita, vi è e resta in tutta la sua spaventosa pericolosità una situazione determinata da modi di agire e di reagire spazialmente lontani dalla nostra cultura e dalla nostra civiltà». Chi fossero gli assassini si è poi scoperto: Rosa Bazzi e Olindo Romano, i vicini di casa xenofobi e razzisti. Del tutto inseriti, apparentemente, nella «nostra cultura e nella nostra civiltà». Insistiamo: nessun paragone. Ma gelano il sangue certe parole usate in questi anni. Come un volantino nella bacheca di un'azienda di Pieve di Soligo: «Si comunica l'apertura della caccia per la seguente selvaggina migratoria: rumeni, albanesi, kosovari, zingari, talebani, afghani ed extracomunitari in genere. È consentito l'uso di fucili, carabine e pistole di grosso calibro. Si consiglia l'abbattimento di capi giovani per estinguere più rapidamente le razze». (...) Per irridere amaramente a certi toni tesi a cavalcare l'odio e la paura, l'attore Antonio Albanese ha creato insieme con Michele Serra un personaggio ironicamente spaventoso: «Io sono il ministro della paura e come ben sapete senza la paura non si vive. (…)

Una società senza paura è come una casa senza fondamenta. Per questo io starò sempre qua, nel mio ufficio bianco, alla mia scrivania bianca, di fronte al mio poster bianco. Con tre pulsanti, i miei attrezzi da lavoro: pulsante giallo, pulsante arancione, pulsante rosso. Rispettivamente poca paura, abbastanza paura, paurissima». C'è da ridere, e si ride. Ma anche da spaventarsi. E ci si spaventa. Ecco, in un contesto come questo, in cui perfino un presidente del Consiglio come Silvio Berlusconi arriva a sbuffare a Porta a Porta sulla xenofobia imputata alla sua coalizione dicendo di non capire «perché questa parola dovrebbe avere un significato così negativo », il libro di Enzo Barnabà sul massacro dei nostri emigranti ad Aigues-Mortes è una boccata di ossigeno. Perché solo ricordando che siamo stati un popolo di emigranti vittime di odio razzista, come ha fatto il vescovo di Padova Antonio Mattiazzo denunciando «segni di paura e di insicurezza che talvolta rasentano il razzismo e la xenofobia, spesso cavalcati da correnti ideologiche e falsati da un'informazione che deforma la realtà», si può evitare che oggi, domani o dopodomani si ripetano altre cacce all'uomo. Mai più Aigues- Mortes. Mai più.


10 ottobre 2008

da corriere.it
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« Risposta #39 inserito:: Ottobre 17, 2008, 05:04:14 pm »

L’8 PER MILLE ALLO STATO

«Quota bontà» ultima beffa


di Gian Antonio Stella


Parola del governo: i soldi per la fame nel mondo non finiranno nelle casse delle banche in crisi. Meno male, sull'8 per mille ne avevamo già viste troppe. Quando fu istituito la legge era chiara: i soldi raccolti dallo Stato (quelli alla Chiesa Cattolica, alle comunità ebraiche o agli Avventisti sono un'altra faccenda) andavano destinati a «interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali ». Doveva essere una specie di «quota bontà»: una fettina delle tasse veniva smistata a iniziative delle quali lo Stato spesso finisce per dimenticarsi. Una legge giusta. Accolta, fatta eccezione per un po' di laici (secondo i quali pure una parte del denaro «statale » finiva per essere girata ancora alla Chiesa) da un vasto consenso.

Cosa c'è di più consolante che pagare le imposte e sentirsi insieme più buoni? Col tempo, però, l'idea è stata stravolta. E nella saccoccia dell'8 per mille ha cominciato a infilare le mani chi voleva far quadrare conti che non quadravano. Fino al punto che una volta un terzo del gettito fu usato per la «missione umanitaria» in Iraq e un'altra volta per tappare un buco al comune di Catania che non riusciva a pagare i libri scolastici dati coi buoni sconto o una tournée di ballerini brasiliani. Solo in parte corretto dal governo Prodi, l'andazzo è ripreso con una accelerazione che, in commissione Bilancio, ha sconcertato gli stessi membri della maggioranza. Basti dire che, svuotata la cassa per otturare la voragine aperta dalla abolizione dell'Ici, degli 89 milioni originali di euro dell'8 per mille, togli qua e togli là, ne sono rimasti 3.542.043.

Un quinto dei soldi che i partiti di destra e sinistra, tra le proteste dipietriste, si sono spartiti un paio di settimane fa coi rimasugli della «legge mancia» varata nel 2004 per sparpagliare prebende nei collegi elettorali. Di più: il costo dell'istruttoria per spartire i fondi supera l'importo distribuito. Una follia. Fatti i conti, le 808 associazioni di volontariato, enti, e organismi vari le cui richieste erano state accettate avrebbero avuto 4.383 euro a testa. Coriandoli. Spazzati via da una scelta drastica: meglio concentrare i finanziamenti su sei comuni e una provincia colpiti da calamità naturali. E ai rifugiati politici? Zero. Ai beni culturali? Zero. Alla fame nel mondo? Zero. Diciamolo: così com'è, l'8 per mille allo Stato è meglio abolirlo.

La tassa resterà, ma almeno la pagheremo senza sentirci presi in giro. Tanto più che, in parallelo, venivano rosicchiati i soldi anche del 5 per mille. Per gli aiuti al Terzo Mondo erano previsti, quest'anno, 733 milioni. Macché: 322. Che faranno dell'Italia, a dispetto delle promesse del Cavaliere al G8 di Genova («Non basta lo 0,70 del Pil: gli stati ricchi dovrebbero dare ai poveri l'uno per cento!») il Paese più tirchio dell'Occidente con una quota dello 0,09. La più striminzita dal 1987. Un dato per tutti: coi soldi tagliati, secondo il C.i.n.i. che raggruppa le associazioni non profit, si potevano comprare 100 milioni di zanzariere contro la malaria in Africa o vaccinare contro la poliomielite 15 milioni di bambini. Ma non si era detto che per non essere invasi da disperati in fuga dalla miseria bisognava aiutarli a casa loro?

17 ottobre 2008

da corriere.it
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« Risposta #40 inserito:: Ottobre 19, 2008, 10:38:48 am »

La polemica Il finto sdegno dei politici.

Quando Togliatti disse del piccolo D'Alema: è un nano

L'uso bipartisan dei bambini in piazza

Dagli «orsetti» leghisti ai minori in tuta bianca. E c'è chi li mette nei calendari


Giù le mani dai bambini. Ha ragione la destra, a scandalizzarsi per i piccini portati in piazza dalla sinistra a manifestare contro Mariastella Gelmini: non si fa. Che «la grande novità della contestazione studentesca stia proprio nei baby-scioperati», però, è una balla grande quanto la bolla di sapone da 32 metri con cui Alan McKey entrò nel Guinness dei primati. L'hanno sempre fatto, purtroppo, tutti. A partire da chi oggi si indigna.

Un esempio? Maurizio Gasparri. Ieri ha tuonato: «C'è molta malafede in queste contestazioni. Trovo sgradevole l'uso dei bambini nelle manifestazioni. È sbagliato strumentalizzare e disinformare i bambini portandoli nei cortei. È una cosa gravissima e chi lo fa è un cattivo genitore». Bene, bravo, bis. Peccato che una bella foto lo immortali con la figlioletta al «family day». Dirà: era un'altra cosa. Giusto. Ma al di là delle distinzioni, la bambina aveva un «pass» personale per l'accesso al «backstage » con la voce appartenenza riempita così: «Alleanza Nazionale ». Come fosse un'esponente politica (in miniatura) venuta lì a fare politica per un partito. Sia chiaro: non è una polemica solo italiana. Per citare un solo episodio, val la pena di ricordare la Marcia dei Bambini organizzata anni fa dal Children's Defense Found a Washington per protestare contro una serie di tagli. La Coalizione per i valori tradizionali fu durissima. E accusò gli organizzatori di essere dei «disonesti » che strumentalizzavano «l'amore per i bambini ai fini di gonfiare le dimensioni e il potere del governo federale ». Né si può dire che anche da noi le tradizioni non siano antiche. Ve li ricordate i pionieri comunisti? Erano così indottrinati che quando Palmiro Togliatti sentì l'infante Massimo D'Alema rivolgere il saluto al congresso sbottò: «Ma questo non è un bambino: è un nano! ».

E i manifesti elettorali della Dc nel dopoguerra? In uno, terrorizzante, una bimbetta scappava davanti ai cingoli del carro armato russo con lo slogan che barriva: «Salva i tuoi figli!». Un altro mostrava uno scolaretto col grembiulino che arringava i compagni di classe: «E se papà e mamma non andranno a votare noi faremo la pipì a letto!». Insomma, molto prima che Il Giornale sparasse ieri mattina il titolo «Che rabbia quei bimbi in corteo» e pubblicasse un commento sdegnato («Allora, mammine evolute che per le creature cercate la merendina "bio" e lo zainetto-trolley: siamo sicuri che l'esperienza del corteo sia così edificante?»), l'uso dei piccoli come testimonial politici di freschezza, gioventù, pulizia era già stato provato mille volte.

E se resta indimenticabile il corteo del 1˚ maggio 1969 per le strade di Milano, con decine di bimbi coi cappottini che portavano al collo il fazzoletto rosso e reggevano il «libretto rosso» maoista sotto le bandiere dell'Unione dei comunisti marxisti leninisti, sarà difficile scordare anche il «Baby club» azzurro fondato nel '94 dalla figlioletta di Maria Pia Dell'Utri: «Mi ha detto: "Mamma, posso essere anch'io presidente di un club di Forza Italia per bambini?" E io: "Ma certo amore, è una splendida idea, chissà come sarà contento papà" ». Strepitosa la motivazione: «La bambina ha voluto uno striscione con scritto "Silvio facci sempre vedere i cartoni", ha raccontato la mamma alla ragazza che la intervistava per il giornale dei quartieri, "Roma circoscrizione". La signora ha poi spiegato che i bambini temevano che se Berlusconi avesse perso le elezioni loro non avrebbero più avuto cartoni animati in tv». I Radicali, ad aprire un loro congresso, piazzarono una scricciola («tesserata di quattro anni», annotò ironico Filippo Ceccarelli) che si chiamava Altea: «In un bel vaso di porcellana/ era rinchiusa una bella cinesina/ che danzava una danza americana/ con il capitano della Marina». Quindi cinguettò in un diluvio di applausi: «Ciao e buon congresso». «Cari genitori, mi permetto di chiedere il vostro sostegno alla mia candidatura...», scrisse qualche anno fa ai papà e alle mamme dei suoi scolari Maria Paola Marinari, maestra elementare e candidata diessina. «È più bello nascere se si è desiderati», diceva un cartello sorretto da due bambine portate dalla mamma a una manifestazione a fav ore del l'aborto a metà degli anni Settanta.

E come spesso accade in politica, i casi di chi mostra di avere due pesi e due misure sono frequentissimi. Uno per tutti, quello di Alessandra Mussolini. Prima schifata dall'aver letto che Ugo Gregoretti ed Ettore Scola stavano preparando per il suo avversario, Antonio Bassolino, uno spot con una specie di «"talk show" con bambini e bambine». Poi soavemente serena nel dire a Klaus Davi che no, «non ci possono essere tabù» all'idea di portare le scolaresche in gita scolastica sulla tomba del Duce a Predappio: «I miei figli è chiaro che li ho portati». Sempre lì torniamo: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Vale per la sinistra radicale, che a una manifestazione contro il G8 arrivò a mandare incontro ai poliziotti schierati un bambino sul monopattino con la «tuta bianca » dei più accesi contestatori.

Vale per Silvio Berlusconi che non resistette alla tentazione di giocare con le scolaresche chiedendo: «Lo sapete l'inno di Forza Italia?».
Vale per An che in polemica col Bossi secessionista fece sfilare bambini con la maglietta che diceva «Io sono italiano». Vale per la Lega, che si è inventata gli «orsetti padani» e fa sfilare i figlioletti con le bandiere col sole delle Alpi e sul palco di Pontida affidò il microfono alla piccola Jessica perché, foulard verde al collo, intonasse il Va pensiero. Vale infine per la destra fascista, che nel solco della propaganda mussoliniana, la più spregiudicata di tutte con quella bolscevica nell'uso dei fanciulli, è arrivata a fare il nuovo calendario 2009 di Forza Nuova con un balilla che fa il saluto romano.

O a girare un video, finito su Youtube, in cui un baby squadrista di sei o sette anni, teso il braccio fascista, canta: «Le teste rosse cominciano a adere / sono tornate le camice nere / sono tornate con spranghe e manganelli / son tornati per l'amor dei miei fratelli / boia chi molla, un grido di battaglia / boia chi molla, là dove si scaglia / questa è la storia di un piccolo fascista / che ammazzò quel bastardo comunista ». Si dirà, a sinistra e a destra e al centro, che ogni papà ha diritto a educare il figlio come vuole. Contro Mariastella Gelmini o contro i «terroni», contro i sindacati o contro i comunisti. E c'è chi in nome della libertà educativa ha teorizzato perfino l'apertura di scuole di destra per i bambini figli di genitori di destra e di sinistra per i bambini figli di genitori di sinistra. Ma non sarà il caso che, su questo punto, facciano tutti un passo indietro?

Gian Antonio Stella
19 ottobre 2008

da corriere.it
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« Risposta #41 inserito:: Ottobre 28, 2008, 10:58:13 am »

Da An a Rifondazione e Cgil: l'abitudine di cavalcare i malumori della scuola

La caccia bipartisan ai consensi facili

Destra-sinistra, 9 anni fa l'alleanza contro Berlinguer. E Fini inneggiava alla piazza



Dilaga la rivolta nelle scuole? Tutti voti guadagnati. La battuta non è di Walter Veltroni, Antonio Di Pietro o Paolo Ferrero. La battuta è di Gianfranco Fini. E fu fatta in occasione dell'ultimo grande "incendio" scolastico prima dell'attuale. Quello scoppiato nel 2000 contro la svolta meritocratica tentata da Luigi Berlinguer. Disse proprio così, come ricorda una notizia Ansa, l'allora presidente di Alleanza Nazionale: «Dovrei ringraziare la Bindi e il suo collega Berlinguer, perché da medici e insegnanti verrà un consenso nuovo e fresco al Polo». E non si trattava di una strambata estemporanea. Il giorno in cui i professori ribelli erano calati a Roma «per dire no al concorso per gli aumenti di merito», il primo a portare la sua solidarietà ai manifestanti era stato lui, l'attuale presidente della Camera. Opinione solitaria? Per niente: l'onda dei contestatori, allora, fu cavalcata (fatta eccezione per la Lega, che non aveva ancora ricucito del tutto col Polo e preferì una posizione più defilata) da tutta la destra. Dall'inizio alla fine. Lascia quindi sbalorditi sentire oggi Mariastella Gelmini dire che «il disastro dell'istruzione in Italia è figlio delle logiche culturali della sinistra contro il merito e la competitività », che «per decenni scuola e università sono state usate come distributori di posti di lavoro, di clientele e magari di illusioni » e che la sola sinistra ha la responsabilità d'avere seminato «l'illusione che lo Stato possa provvedere a dare posti fissi in modo indipendente dalla situazione economica e dal debito pubblico».

Sia chiaro: la sinistra e il sindacato hanno responsabilità enormi, nel degrado non solo della scuola e dell'università, ma dell'intera macchina pubblica italiana. Fin dai tempi in cui lo psiuppino Lucio Libertini teorizzava che «l'attivo della bilancia dei pagamenti e la consistenza delle riserve non sono dati positivi in assoluto» e il segretario comunista Luigi Longo tuonava che «non è lecito al governo trincerarsi dietro le difficoltà finanziarie ». La caricatura feticista del garantismo che ha permesso di restare in cattedra a professori che insegnano voltando le spalle agli alunni o sono stati condannati per essersi fregati i soldi delle gite scolastiche è frutto di una deriva sindacalese. E così la nascita delle «scodellatrici » che devono dar da mangiare ai bambini perché «non spetta» alle bidelle. E tante altre cose inaccettabili. Che la situazione sia tutta colpa della sinistra e solo della sinistra, però, è falso. E lo scaricabarile, oltre a essere indecoroso, impedisce a una destra moderna di fare i conti fino in fondo con la storia, con i problemi del Paese e con se stessa. Perché forse è una forzatura polemica quella di Enrico Panini, segretario nazionale Cgil-scuola, quando dice che i precari «erano il serbatoio e lo spasso della Dc».

Ma le sanatorie per i professori non le ha inventate la sinistra: la prima porta la firma di Vittorio Emanuele II nel 1859. «In eccezione alla regola del concorso... ». Hanno radici profonde, i mali della nostra scuola: «Dal 1860 ci sono stati 33 ministri della Pubblica Istruzione, ciascuno desideroso di distinguersi rovesciando l'opera del predecessore. Il danaro è stato lesinato; e lo Stato e i Comuni, prodighi in ogni altra cosa, hanno fatta economia nel più fruttifero degl'investimenti nazionali», scrivevano nel 1901 H. Bolton King e Thomas Okey nel libro L'Italia di oggi. Cosa c'entra la sinistra se perfino Giovanni Gentile, del quale gli stessi antifascisti più antifascisti riconoscono la statura, durò come ministro della Pubblica istruzione solo una ventina di mesi? Se addirittura Benito Mussolini fu costretto a cambiare in quel ruolo più ministri di quanti allenatori abbia cambiato Maurizio Zamparini? Se la Dc per mezzo secolo ha mollato quel ministero-chiave solo rarissime volte e mai a un uomo di sinistra? Se la sanatoria più massiccia fu voluta dalla democristiana Franca Falcucci che nel 1982 propose alle Camere di inquadrare nel ruolo i precari della scuola e a chi le chiese quanto sarebbe costata rispose 31 miliardi e 200 milioni di lire l'anno, cifra che si sarebbe rivelata presto 53 volte più bassa del reale?

La verità è che sulla scuola, il precariato, il mito clientelare del posto pubblico hanno giocato, per motivi di bottega, praticamente tutti. E che l'egualitarismo insensato di un pezzo della sinistra e del sindacato si è saldato nei decenni col sistema clientelare democristiano e socialista, socialdemocratico e liberale e infine cuffariano e destrorso. Fino all'annientamento dell'idea stessa del merito. Annientamento condiviso per quieto vivere da tutti. Trasversalmente. L'ultima dimostrazione, come dicevamo, risale nella scuola a nove anni fa. Quando Luigi Berlinguer riuscì a recuperare 1.200 miliardi di lire per dare aumenti di merito ai professori più bravi: uno su cinque sarebbe stato premiato con 6 milioni lordi l'anno in più in busta paga. Uno su cinque era troppo poco? Può darsi. Dovevano essere definiti meglio i criteri? Può darsi. Il sistema dei quiz non era l'ideale? Può darsi. Ma l'obiettivo del ministro era chiaro: «Va introdotto il concetto di merito. Chi vale di più deve avere di più».

Fu fatto a pezzi. Dai sindacati e dalla "sua" sinistra, per cominciare. Basti ricordare il rifondarolo Giovanni Russo Spena («meglio distribuire i soldi a tutti e concedere a tutti un anno sabbatico a rotazione »), il verde Paolo Cento, la ministra cossuttiana Katia Bellillo («no alla selezione meritocratica dei docenti») o il leader dei Cobas Piero Vernocchi, deciso a far la guerra «contro ogni tipo di gerarchizzazione del sistema scolastico». Ma anche la destra cavalcò le proteste. Alla grande. Francesco Bevilacqua, di An, attaccò al Senato il ministro accusandolo di avere «stabilito per legge che il 20% dei docenti in Italia è bravo e che gli altri lo sono meno o non lo sono affatto ». Il suo camerata Fortunato Aloi sostenne alla Camera che quel «concorsaccio non poteva assolutamente non mortificare coloro i quali operano nel mondo della scuola» i quali avevano «giustamente mobilitato le piazze». Lo Snals, che certo non era un sindacato rosso, fu nettissimo. Punto uno: «Rifiuto di ogni forma di selezione fra gli insegnanti ». Punto due: «Riconoscimento della professionalità di tutti i docenti». E i primi ad appoggiare la lotta, con un documento che intimava al governo di «sospendere immediatamente il concorso», furono l'allora casiniano e oggi berlusconiano Carlo Giovanardi, la responsabile Scuola di An Angela Napoli e la responsabile Scuola di Forza Italia Valentina Aprea. La quale, vinta la battaglia contro il concorso meritocratico per i professori, ne scatenò subito un'altra sui dirigenti scolastici: «Sconfitto sul fronte dei docenti ora Berlinguer vuole prendersi una rivincita con i capi di istituto. I discutibili criteri di valutazione rimangono inalterati, con la conseguenza di creare il battaglione del 20% di super-presidi e conferendo la patente di mediocrità al restante 80%».

Parole inequivocabili. Dove non erano contestate solo le modalità ma l'idea stessa degli aumenti di merito che pure dovrebbe essere cara a chi si proclama liberale. Come sia finita, quella volta, si sa. Luigi Berlinguer fu costretto a rinunciare, dovette mollare la carica di ministro e il suo naufragio è stato la pietra tombale di ogni ipotesi meritocratica. E noi ci ritroviamo, dieci anni dopo, alle prese con gli stessi temi. Aggravati. Vale per la destra, vale per la sinistra. Le quali, come accusa uno studio di «Tuttoscuola » (www.tuttoscuola.com), non si fanno troppi scrupoli di cavalcare ciascuno la propria tigre anche «addomesticando » i numeri. Che senso ha? Come spiega il dossier della rivista di Giovanni Vinciguerra, «al nostro Paese serve un recupero di qualità del confronto politico e sociale in un momento di così profonda crisi del ruolo e della legittimazione sociale del sistema educativo nazionale, non guerre sui dati o sui grembiuli».

Gian Antonio Stella
28 ottobre 2008

da corriere.it
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« Risposta #42 inserito:: Novembre 02, 2008, 10:48:31 pm »

Lo scandalo delle false cremazioni

Ceneri di defunti mischiate insieme e corpi spariti. Una cinquantina le aziende controllate
 
 
«Cessate d'uccidere i morti», invocava Giuseppe Ungaretti. Scriveva, il grande poeta, della carneficina della guerra. Ma mai come oggi quei versi sono apparsi attuali. Mai come oggi, infatti, la morte è stata stuprata. «È arrivato questa mattina il corpo di una bambina, che ne facciamo? Deve essere cremata», chiede in un'intercettazione il dipendente al titolare di un'azienda coinvolta in uno degli scandali più sconvolgenti. Risposta: «Mah... Niente cremazione, buttala via, nell'immondizia, tanto è poca roba».

Lo facevano sul serio, di buttare i corpi nel pattume. La cronaca di Nadia Francalacci su Panorama gela il sangue: «Quando le ruspe hanno iniziato a scavare, è spuntato un piede. Era di uno dei sei corpi saponificati abbandonati in un campo di 30 metri quadrati assieme ai resti di amputazioni ospedaliere, a feti abortiti per gravi malformazioni e a decine di sacchi di plastica neri che contenevano le ceneri di centinaia di persone cremate e mai riconsegnate ai familiari».

Non passa giorno, ormai, senza il trauma di una nuova inchiesta della magistratura o di una nuova ispezione dei carabinieri dei Noe, i Nuclei operativi ecologici. I quali, partendo da una indagine sul «riciclaggio» di maniglie di ottone, crocefissi, bare e perfino abiti dei defunti, hanno messo sotto esame una cinquantina di strutture che si occupano di cremazioni scoprendone di tutti i colori. È successo a Roma, dove i giudici indagano da tempo su diverse salme dimenticate nelle loro casse in un deposito anche per due anni mentre già i parenti portavano «mazzi di crisantemi al camposanto di Fiumicino, convinti che le ceneri dei familiari stessero definitivamente lì». È successo a Padova, dove qualche settimana fa sono state sequestrate le ceneri di tre persone buttate tutte insieme nello stesso contenitore dagli addetti alla cremazione di una ditta che si vantava d'avere ottenuto il riconoscimento di controllo di qualità «Iso 9000». È successo a Segrate, dove sono state trovate otto casse che contenevano ceneri mischiate di chissà quanti defunti e ottanta casse zincate con i resti ossei di centinaia di corpi ormai derubati della loro identità. È successo a Mirteto, Prato, Collecchio, Roccastrada, Vignola, Fornovo, Parma, Piacenza e, insomma, un po' in tutte le località in cui la «Euroservizi», una delle aziende più coinvolte, aveva vinto gli appalti per le cremazioni. Per non dire di Fidenza, dove la società aveva ammassato in 60 sacchi neri dell'immondizia una tale quantità di ceneri che, dice una stima, «potrebbero appartenere a circa 2 mila corpi cremati».

Tra i rifiuti, dicono le cronache, c'erano «un tronco umano saponificato e una bara bianca con un bambino al quale era stato tolto il nome». Tutti insieme. Tutti mischiati. Nell'indifferenza totale per l'impegno assunto (in cambio di soldi, tanti soldi) e per il dolore lancinante dei parenti, convinti che «quella» piccola urna con le ceneri loro consegnata contenesse davvero i resti del padre, della madre, del fratello, del figlio... Nella «A livella», la straordinaria poesia di Totò dedicata alla giornata che si celebra oggi («Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza / per i defunti andare al Cimitero... »), il «nobile marchese signore di Rovigo e di Belluno » lo sputa in faccia al vicino di tomba, il netturbino Esposito Gennaro: «la Vostra salma andava, sì, inumata / ma seppellita nella spazzatura! ». Il senso di quelle rime struggenti, la morte che come una livella mette tutti sullo stesso piano, dal nobile marchese fino a Gennaro «'o muorto puveriello», era però un altro. A mischiare le ceneri, nella sua misericordia, è Dio. Che però distingue una dall'altra ogni singola sua creatura. O se volete, laicamente, a mischiare tutto è la natura. Non l'ingordo padrone di un'impresa funebre che vuole risparmiare sull'accensione del forno, sulle bare, sui vestiti messi addosso ai morti da mogli, sorelle, figlie in lacrime.

Eppure, per millenni, il rispetto per i morti è stato uno dei cardini della cultura umana. In Occidente come in Oriente. Gli egizi cercavano con la mummificazione di conservare i corpi perché sopravvivessero nell'Aldilà e infilavano tra le bende del defunto un rotolo di pergamena col Libro dei Morti, chiamato serenamente il «Libro per uscire al giorno». Gli antichi greci lavavano e profumavano le spoglie mortali dei loro cari e ornavano le case con mirto e alloro e andavano in processione al cimitero accompagnati dalle melodie dei suonatori di flauto e gli adulti venivano seppelliti con i sigilli e i dadi e le donne coi gioielli più preziosi e i bambini coi loro giocattoli. E gli etruschi coprivano le pareti delle tombe con pitture che raffiguravano il defunto seduto a un grande banchetto presieduto da Ade e Persefone. E i romani custodivano in casa, nei «penetralia », le maschere di cera degli antenati che veneravano e invocavano a protezione della famiglia. E Polibio racconta nelle sue Storie pagine indimenticabili sui riti (la salma portata al Foro sui rostri, la Laudatio funebris dalla tribuna, il corteo con i parenti che indossavano le maschere funebri degli avi...) con cui le famiglie patrizie onoravano i loro cari nei giorni dello strazio. Per non dire di culture lontane come quella di Tana Toraja nell'isola indonesiana di Sulawesi, dove il morto non è davvero morto ma solo «addormentato» finché non viene sepolto e i funerali vengono dunque trascinati per mesi e mesi, anni ed anni, e tutti i parenti accorrono e si ritrovano intorno a chi «dorme» per cucinare e mangiare insieme il maiale e i polli e certe focacce fritte che sono una bontà.

Per questo, oggi, è il caso di fermarsi un attimo a riflettere sul senso di queste cronache oscene che ci tolgono il sonno. E di domandarci se, in fondo in fondo, non sia tutto «normale», che una società che troppo spesso non rispetta i vivi non possa poi rispettare i morti. Quanto agli immondi mercanti che trattano le salme fottendosene della loro sacralità e del dolore che dilania le mogli, i mariti, i figli, c'è solo da sperare che (al di là della giustizia nei tribunali degli uomini) avessero ragione gli antichi greci. Secondo i quali i malvagi che non portavano rispetto a un defunto venivano per anni perseguitati dalla sua anima, fino a renderli pazzi.

Gian Antonio Stella
02 novembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #43 inserito:: Novembre 07, 2008, 10:04:08 am »

«Iccona pop« o gaffeur seriale: per il mondo il premier è un istrione a volte spiazzante

Dai «cinesi bolliti» alle corna

Le battute di Silvio l'Incompreso

La gag su Rasmussen, Veronica e Cacciari.

I finlandesi indignati per la leader «sedotta»
 

 
Convinto che grazie a lui l'Italia sia «il Paese più simpatico del mondo», Silvio Berlusconi si è lanciato ieri in una delle battute che lo fanno ridere assai. E nella scia dell'astuta diplomazia internazionale di due ministri come Umberto Bossi e Roberto Calderoli che da anni chiamano i neri «bingo bongo», ha ieri salutato Barack Obama come uno «che è anche bello, giovane e abbronzato».

Come prenderà la cosa il prossimo presidente americano, al quale il nostro premier si era già offerto di «dare consigli» come usavano i barbieri col «ragazzo spazzola» non si sa. È da quando era piccolo che come tutti i neri sente spiritosaggini del genere: «cioccolato», «carboncino», «palla di neve»... Non ci avesse fatto il callo non sarebbe arrivato alla Casa Bianca. Certo, se il Cavaliere voleva «sdrammatizzare» il primo commento del «suo» capogruppo al Senato Maurizio Gasparri dopo l’elezione («Al Qaeda sarà contenta») non poteva scegliere parole più eccentriche. Fatti i conti col contesto internazionale, è probabile che Obama farà spallucce: boh, stupidaggini all’italiana. Da prendere così, come le barzellette da rappresentanti di aspirapolvere sui lager, i malati di Aids, i froci... L’importante è non prendere sul serio chi le racconta. Esattamente quello che hanno fatto, in questi anni, molti dei protagonisti della scena mondiale. Spesso spiazzati dalle sortite di un uomo che secondo Giuliano Ferrara è «un’opera pop».

Nessuno è mai stato stato così contento di se stesso e così spesso «incompreso» sulla scena mondiale. Basti ricordare quando disse al parlamento europeo che avrebbe proposto a un amico che girava un film sui lager nazisti di dare al socialista Martin Schulz la parte del kapò. Gelo in aula. Interrotto dopo lo stupore da urla d’indignazione. E lui: «Era solo una battuta per cui è scoppiato a ridere l’intero Parlamento. Un’osservazione di venti secondi poiché volevo allentare l’atmosfera... La vicenda è stata enormemente gonfiata dalla sinistra». In realtà, spiegò, «in Italia tengono banco da decenni storielle sull’Olocausto. Gli italiani sanno scherzare sulle tragedie per superarle...». E a quel punto si incazzarono ancora di più gli ebrei. Che difficile, farsi capire... Non lo capirono i ministri degli Esteri europei quando a una riunione a Caceres fece le corna a un collega durante la foto ufficiale: «Volevo far ridere un simpatico gruppo di giovani boy-scout». Non lo capirono i giornalisti russi il giorno che, già ustionati dal numero di cronisti assassinati a Mosca, restarono basiti per il modo in cui reagì alla domanda di una giovane reporter che aveva osato chiedere a Putin se avesse una relazione con una gentile signorina: fece finta di imbracciare un mitra e di dare una sventagliata. Non lo capì il danese Rasmussen quando spiegò che «è anche il primo ministro più bello d’Europa... Penso di presentarlo a mia moglie, perché è molto più bello di Cacciari... Secondo quello che si dice in giro... Povera donna».

E poi non lo capì il giornalista del Times: «Nel bel mezzo del discorso di Chirac in Canada, Berlusconi si è alzato e ha cominciato a distribuire orologi agli altri leader, con un delizioso sprezzo politico». Non lo capirono i palestinesi quando ammiccò: «Arafat mi ha chiesto di dargli una tivù per la striscia di Gaza, gli manderò "Striscia la notizia"». E non lo capì il cronista del giornale russo Kommersant durante la visita di Berlusconi e Putin allo stabilimento Merloni di Lipetsk: «Il premier italiano era particolarmente attivo ed era chiaro che aveva un obiettivo: non sarebbe stato contento se non fosse riuscito ad avvicinarsi ad un gruppo di operaie. Poi rivolto a Putin: "Voglio baciare la lavoratrice più brava e più bella". Aveva già individuato la sua vittima. Si è avvicinato a una donna grande come la Sardegna e con tutto il corpo ha fatto il gesto tipico dei teppisti negli androni bui dei cortili, quando importunano una ragazza che rincasa. Lei s’è scansata ma il signor Berlusconi in passato deve aver fatto esperienza con donne anche più rapide di questa: con due salti ha raggiunto la ragazza e ha iniziato spudoratamente a baciarla in faccia».

Che male c’è? È estroso. Macché: non lo capiscono. Come quella volta che spiegò: «Mi accusano di aver detto che i comunisti mangiano i bambini: leggetevi il libro nero del comunismo e scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi». Non l’avesse mai fatto! Immediato comunicato del ministero degli Esteri cinese: «Siamo contrariati da queste affermazioni infondate. Le parole e le azioni dei leader italiani dovrebbero favorire la stabilità e lo sviluppo di relazioni amichevoli tra la Cina e l’Italia». Uffa, era una battuta... Sul cibo, poi... «Rimpasto? No, grazie, non mi occupo di paste alimentari... Poi, dopo la visita in Arabia Saudita, mangio solo riso in bianco...». E si indispettirono i sauditi. Uffa, che permalosi... Il massimo lo diede sulla sede dell’agenzia alimentare europea che rischiava di finire a Helsinki: «Parma sì che è sinonimo di buona cucina, mentre i finlandesi non sanno nemmeno cos’è il prosciutto. Come si può pensare di collocare questa agenzia in un Paese che forse va molto fiero della renna marinata o del pesce baltico con polenta? Per portare l’Agenzia a Parma ho rispolverato le mie doti di playboy con la presidente finlandese Tarja Halonen». Ed ecco l’incidente diplomatico. Con tanto di protesta ufficiale e convocazione dell’ambasciatore italiano: come si permetteva? Immediata rappresaglia delle associazioni dei produttori finlandesi: «Non compreremo più vini e oli italiani». E lui: «Ho fatto solo una battuta di galanteria. C’è una mancanza di sense of humour...». In fondo si tratta di strategia internazionale. «Cazzeggio strategy», diciamo. Mica le capisce, certe reazioni. Lui, quando a un vertice è saltata fuori la storia che è bassotto mica se l’è presa. Si è tolto una scarpa, l’ha messa sul tavolo e l’ha mostrata a tutti: «Visto? Non ce li ho i tacchi alti. È che mi dipingono così».

Gian Antonio Stella
07 novembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #44 inserito:: Novembre 15, 2008, 11:20:28 pm »

Il caso Per mantenere le forze politiche, il prossimo anno ogni spagnolo spenderà 2,58 euro, gli italiani 4,91

La «cura spagnola»: i partiti si autotagliano

Misure anticrisi, ridotti i finanziamenti di 17 milioni di euro. A noi costano più del doppio


Diciassette milioni di euro. Cioè 34 miliardi di lire. Davanti all’incalzare della crisi internazionale, in Spagna hanno deciso una cura dimagrante che noi ce la sogniamo. Partendo, col taglio citato, dai finanziamenti ai partiti. Prova provata che i nostri cugini iberici non sono più svelti solo nel fare treni ad alta velocità, porti e autostrade. Eppure, i soldi pubblici stanziati a sostegno delle forze politiche spagnole erano già prima nettamente più scarsi rispetto a quelli italiani. Nel 2009 erano previsti 136 milioni contro i nostri 295. Meno della metà. La riduzione a 119 milioni varata nella legge di bilancio accentua il divario. Confermato nel rapporto pro-capite: per mantenere i partiti ogni cittadino castigliano, andaluso o galiziano dovrà sborsare l'anno prossimo 2,58 euro. Ogni lombardo, pugliese o molisano 4 euro e 91 cent.

Una sproporzione abissale. Dovuta anche a quella leggina sulla legislatura monca che inutilmente i dipietristi hanno tentato l'altro ieri di cambiare con un emendamento che almeno dimezzasse le elargizioni. Leggina che per tutto il 2009, il 2010 e il 2011 continuerà a corrispondere ai partiti (oltre ai finanziamenti per la legislatura corrente) anche i soldi dovuti per quella precedente, infartuata e defunta con la caduta del governo Prodi, come se dovesse arrivare alla normale scadenza del 2011. Di più: continueranno a intascare quattrini pure i partiti che il voto popolare, a torto o a ragione, ha messo fuori dal Parlamento. Due esempi? Rifondazione comunista incasserà ancora 20 milioni circa in tre anni, l'Udeur di Mastella 2,7. E altri soldi, per questa legislatura, finiranno nelle casse di quelle formazioni che avevano presentato una lista alle elezioni di aprile e, senza superare lo sbarramento elettorale, avevano comunque ottenuto la magica soglia che consentiva comunque di accedere ai rimborsi: l'1%. Come La Destra di Francesco Storace che, orfana di Daniela Santanché, avrà circa 5,5 milioni in cinque anni o la sinistra arcobaleno che nel quinquennio ne avrà 7 e mezzo.

Ma il confronto fra i costi della politica in Spagna e in Italia è sconfortante su tutti i fronti. A parte la differenza tra i bilanci del Quirinale e della Casa Reale spagnola, di cui abbiamo già dato conto l'altro ieri nella risposta alla lettera del segretario generale della Presidenza Donato Marra, spicca l'abisso tra i parlamenti. Anche la Spagna ha, come noi, un parlamento bicamerale (Cortes Generales) sia pure con un mandato di quattro invece che cinque anni. Anche lì ci sono una Camera (il Congreso de los Diputados) e un Senato. Ma le somiglianze si esauriscono qui. Il «Senado» madrileno, composto da 264 membri, costa agli spagnoli 60,5 milioni di euro, Palazzo Madama (dove siedono 315 rappresentanti eletti volta per volta più i senatori a vita che ora sono sei, per un totale di 321) pesa sulla tasche degli italiani per 570,6 milioni. Il che significa che ogni senatore costa ai cittadini spagnoli 229 mila euro e a noi un milione e 775 mila: quasi otto volte di più. Il rapporto, del resto, è più o meno lo stesso alla Camera. Il «Congreso de los Diputados», con 350 eletti, ha un bilancio di 98,4 milioni, Montecitorio (con 630 onorevoli) ne ha uno oltre dieci volte più alto: un miliardo e 27 milioni.

Morale: ogni deputato spagnolo costa complessivamente alla collettività, tutto compreso, dagli affitti allo stipendio dei commessi, dalle segreterie alle spese di rappresentanza, 281 mila euro e ogni italiano un milione e 630 mila. Sentiamo già le obiezioni: sono paesi diversi, storie diverse, tradizioni diverse... Giusto. Anche costi diversi. L'indennità dei parlamentari spagnoli è identica per tutti: 3.020,79 euro al mese. Cifra alla quale vanno sommati 1.762,18 euro mensili per i deputati con residenza fuori da Madrid ridotti a 841,12 per gli eletti nella capitale. Complessivamente, quindi, un onorevole «peon» (che non sia presidente dell'assemblea, vicepresidente o a capo di una commissione), ha diritto a 4.783 euro al mese: lordi. A un collega italiano spetta una indennità di 11.703 euro lordi al mese più 4.003 euro di diaria più 4.190 euro per il «portaborse» (se vuole prenderne uno e pagarlo, sennò può mettersi il denaro in tasca) per un totale di 19.896 euro lordi al mese: netti sono 13.709,69 euro. Più 3.098 euro l'anno per le spese telefoniche. Più, oltre a una «tessera» di libera circolazione autostradale, marittima, ferroviaria ed aerea su tutto il territorio nazionale, un rimborso fino a 3.995 euro per raggiungere l'aeroporto più vicino.

Il sito internet del Congresso spagnolo precisa invece che lì i deputati hanno diritto, per i trasporti, ai seguenti benefit: una carta (come da noi) di libera circolazione su tutto il territorio nazionale e un rimborso chilometrico di 0,25 euro a chilometro nel caso di uso di auto privata e dietro precisa giustificazione. E se non hanno la macchina o comunque preferiscono non usarla? Dal maggio 2006 hanno una tessera di abbonamento al servizio taxi valida fino a un massimo di 250 euro al mese. Quanto ai gruppi parlamentari, il confronto è non meno imbarazzante: 9 milioni e mezzo di euro al congresso madrileno, 34 alla Camera romana. Ma è tutto l'insieme ad essere nei «Palacios» più virtuoso. Lo stipendio di Luis Zapatero è di 91.982 euro lordi annuali in dodici mensilità. Cifra che, sommando l'indennità parlamentare, lo porterebbe ad avere 149.377 euro ma per consuetudine il premier spagnolo (al quale spetta la casa e la totale copertura delle spese di servizio) rinuncia. Carte alla mano, il premier italiano, nonostante la riduzione del 30% disposta da Romano Prodi per gli stipendi dei componenti di governo, arriva a guadagnare, indennità e benefit parlamentari compresi, 324.854 euro lordi l'anno. Né la differenza è meno sensibile per i ministri.

Si dirà: sono paragoni da prendere con le molle. E' vero. Ma, con una ricchezza nazionale pro-capite identica (26.100 euro l'anno) nei due paesi, non può non spiccare la distanza perfino tra gli emolumenti che spettano a chi sta ai vertici di alcune istituzioni parallele ai palazzi delle politica. Solo un paio di esempi: a Madrid i presidenti del Tribunal Supremo (la nostra Cassazione) e del Tribunal Constitucional (paragonabile alla nostra Consulta) hanno uno stipendio lordo annuo di 146.342,58 euro. I loro omologhi italiani ne ricevono rispettivamente, sempre al lordo, 274mila e 444mila. Quanto al Tribunal de Cuentas, la Corte dei conti spagnola, costerà nel 2009 60 milioni di euro: vale a dire un quinto della nostra, che l'anno prossimo peserà sui cittadini per 281 milioni. Consoliamoci: fino a quest'anno ne costava venti di più.

Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo
15 novembre 2008

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