LA-U dell'ulivo

Forum Pubblico => OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. => Discussione aperta da: Admin - Settembre 25, 2007, 04:20:26 pm



Titolo: Gian Antonio STELLA -
Inserito da: Admin - Settembre 25, 2007, 04:20:26 pm
La replica

Tanto tempo buttato via

E ci vuole l'accetta, non la lima



Ringraziamo Gabriele Albonetti per il tono cortese della sua replica.

Gli diamo atto di essere uno dei pochi che a ridurre le spese del Palazzo ci stanno almeno provando. Ci rallegriamo per il fatto che non rettifichi neppure una delle nostre cifre, peraltro contenute nel bilancio ufficiale di Montecitorio. Prendiamo per buone le sue rassicurazioni circa il fatto che i lodevoli impegni assunti dalla Camera possano produrre effetti concreti nel futuro prossimo.

Ma ce lo lasci dire: in nemmeno un anno e mezzo, il tempo già trascorso dall'inizio di questa quindicesima legislatura, l'Assemblea costituente riuscì a stendere la carta fondamentale della Repubblica.

Allora forze politiche che pure si combattevano aspramente e che erano divise da alti steccati ideologici avvertirono l'urgenza e la necessità di risollevare il Paese dopo una sanguinosa guerra civile. E in tempi straordinariamente brevi scrissero il patto costituzionale. Lo stesso senso di urgenza non sembra sia avvertito oggi, quasi che la classe politica nel suo complesso non si renda conto fino in fondo di quanto sta accadendo.

Eppure proprio su questo giornale un esponente di primo piano della maggioranza ora al governo, come il presidente dei Ds Massimo D'Alema, aveva ammesso allarmato il 20 maggio: «È in atto una crisi della credibilità della politica che tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che negli anni 90 segnarono la fine della prima Repubblica».

Da allora i segnali che la situazione si stia facendo sempre più seria e che il fossato fra il Paese reale e la politica (accusata di aver smarrito il senso dell'interesse generale e di non saper dare risposte adeguate) si vada approfondendo sempre di più, si sono moltiplicati. Nemmeno l'estate, cui forse qualcuno aveva affidato le speranze che la marea montante evaporasse sotto il solleone, ne ha attenuato l'impeto, mentre dal Palazzo non arrivavano che reazioni deboli. Contraddittorie.

Impalpabili. Un taglietto qua, un aggiustamento là. Si andava dalle alzate di spalle all'annuncio di provvedimenti che poi non riuscivano nemmeno a superare i veti politici degli enti locali, rimanendo sepolti (e lo sono ancora) nei cassetti del governo. Al punto che i pur lodevoli impegni assunti dal Parlamento sui vitalizi e altre marginali voci di spesa (impegni previsti come sempre «dalla prossima legislatura») sono stati spacciati addirittura come svolte epocali.

Ci si deve accontentare? No. Tanto più che la loro portata è ancora tutta da valutare. E il Parlamento che li dovrà digerire è lo stesso che il 17 maggio 2006, mentre il governo Prodi prestava giuramento, prendeva come prima decisione (prima!) della nuova legislatura quella di aumentare molto generosamente i contributi per i gruppi parlamentari.

Ha detto Fausto Bertinotti, cercando di menar vanto dei ritocchi: «Abbiamo lavorato di lima». Questo è il punto: la gravità della situazione, come è nella convinzione anche dei lettori che hanno scritto ieri al «Corriere» un diluvio di lettere, imporrebbe di lavorare di accetta.

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
25 settembre 2007
 
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA -
Inserito da: Admin - Novembre 10, 2007, 10:12:00 am
SCIENZA E SOLDI

Quando i fondi per la ricerca vanno a chi li merita

Alla Giornata nazionale contro il cancro gli appelli di Napolitano, Draghi e Veronesi


Si può vincere una guerra mandando al fronte i vecchi? Solo un vecchio di grande fascino come Umberto Veronesi poteva lanciare questa domanda, che domina oggi la Giornata per la ricerca sul cancro. La dedica ai giovani di questo appuntam ento annuale dell'A.i.r.c., infatti, non è affatto rituale.

Quella in corso contro i tumori, ha spiegato il grande oncologo, è una «una vera e propria guerra contro un nemico che uccide nel nostro Paese 150 mila persone». Un nemico contro il quale schieriamo pochissimi ricercatori. E di questi solo una manciata di giovani. Non lo denuncia solo il Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi che ieri, al Quirinale, ha ricordato con scandalo come l'Italia investa da anni nella ricerca poco più dell'1% del Pil, quota bassissima e per di più sprecata con una distribuzione dei soldi talora così assurda («non sempre riflette la qualità dei risultati conseguiti») che non avrebbe senso investire di più senza «l'adozione di criteri di assegnazione fondati sul merito».

Lo dimostrano, inequivocabili, i numeri ufficiali. In linea con quelli generali dell'Università italiana. Se i professori ordinari in cattedra con meno di 35 anni sono 9 (nove!) su 18.651, cioè lo 0,05 (zero virgola zero cinque) per cento contro il 16% in Gran Bretagna, il 7,3% in America, l'11,6% in Francia (dove al contrario i docenti con più di 65 anni, che da noi sono il 30,3%, scendono rispettivamente all'1%, al 5,4% e all'1,3%), anche nella fascia dei ricercatori il panorama è sconfortante. Il 52,6% dei 21.639 addetti italiani ottiene il titolo di dottore di ricerca tra i 30 e i 34 anni, uno su tre accede alla carriera verso i 38 e l'età media è di 46. Per non parlare di realtà come il Cnr. Dove, come denunciava mesi fa il Corriere, 32 su 107 dei direttori (o facenti funzione) di istituto hanno più di 67 anni (uno passa l'ottantina), l'età più frequente è 68 anni e solo 14 stanno sotto i 55. Di più: una trentina sono allo stesso tempo docenti a tempo pieno in qualche ateneo e direttori a tempo pieno (prodigi dell'ubiquità) al Cnr. Di più ancora: oltre la metà occupano la posizione da più di dieci anni e diversi addirittura da più di venti. Il tutto in un contesto nerissimo. Su mille occupati, quelli che lavorano nella ricerca scientifica sono circa il 6% in Francia e in Germania, il 5% nel Regno Unito, il 6% nella media europea, il 9,5% negli Stati Uniti, il 10% in Giappone, il 7% nei Paesi dell'Ocse e il 2,8% in Italia.

In termini assoluti, stando ai dati del Ministero dell'Università e della Ricerca, abbiamo 70 mila persone impegnate sul fronte della ricerca in Italia contro le 160 mila in Francia, 240 mila in Germania, 150 mila in Gran Bretagna, un milione e 200 mila negli States, 650 mila in Giappone. C'è poi da meravigliarsi se, come ha denunciato giorni fa il direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis, «al Cnrs, il Cnr francese, quasi un terzo dei ricercatori sotto i 30 anni è italiano» perché «noi li formiamo e loro se ne vanno»? Costa almeno mezzo milione di euro formare, con almeno 21 anni di studio dalle elementari al perfezionamento, un dottore di ricerca. Un investimento massiccio. Sul quale uno Stato serio, consapevole di quanto sia vitale per il proprio futuro, dovrebbe scommettere. Macché. Spiega una ricerca di Giovanni Peri sulla base di dati della Eurostat Force Labor Survey, che «paragonando la percentuale di laureati italiani che lavorano all'estero con la percentuale di laureati stranieri che lavorano in Italia l'anomalia del caso italiano è evidente ». Germania, Francia o Regno Unito, per non dire degli Usa, «hanno ben più laureati stranieri nel loro Paese che laureati emigrati all'estero». Noi no: «La percentuale di laureati emigrati è 7 volte maggiore di quella di laureati stranieri presenti nel nostro Paese».

Apri il giornale e leggi che è italiano Paolo De Coppi, lo scopritore delle staminali «amniotiche» (benedette come «etiche» dal Vaticano) che dopo essere stato ricercatore in Olanda e negli Stati Uniti è diventato a 35 anni primario di chirurgia pediatrica al Great Ormond Street Hospital di Londra. E poi che è italiana Valentina Greco, che a 34 anni è una delle ricercatrici di punta della Rockefeller University di New York, salita agli onori per avere pubblicato sulla rivista dell'Accademia americana delle scienze i risultati d'una ricerca sulla clonazione di topi con l'uso del nucleo di diversi tipi di cellule staminali. E poi ancora Ilaria Falciatori, che dopo aver lasciato la Sapienza di Roma ha fatto parte con un altro italiano andatosene ancora giovane in America, Pier Paolo Pandolfi, direttore del laboratorio di ricerca dello Sloan-Kettering Cancer Institute di New York, del gruppo scopritore un paio di mesi fa della «sorgente delle staminali». Tutta «crema» sciaguratamente lasciata sfuggire. E certo non recuperabile con progetti quali quello del '99 per il rientro dei «cervelli in fuga» vanificato dalle resistenze di troppi baroni universitari. Resistenze così rocciose (e svillaneggiate dal caso del 62enne «docente» di una fantomatica università mongola rimosso dalla cattedra solo grazie alla decisione di Fabio Mussi) che l'anno scorso, dei 460 giovani faticosamente riportati in Italia, solo una cinquantina erano riusciti a superare le forche caudine del Cun, il Consiglio universitario nazionale.

Come aggirare quelle forche? Come recuperare, quelle intelligenze? Come fermare l'emorragia? L'Airc ci prova, per quanto può, con varie iniziative. Una settantina di borse di studio da 20 mila euro l'anno per giovani con laurea di eccellenza mandati per tre anni in laboratori di prestigio. Un'altra decina di borse di studio per i più bravi perché possano fare un'esperienza all'estero. E poi un paio di progetti l'anno (totale in corso: dieci) battezzati «Start up»: se il giovane trova un grande centro italiano disposto a dargli uno spazio fisico e le attrezzature con cui lavorare, l'Airc per 5 anni gli paga una parte o tutto lo stipendio più il materiale di consumo più l'aiuto di 2 assistenti. Quelli che se la sentono di navigare da soli, infine, possono provare col «My firts A.i.r.c. grant»: presentano un progetto e vengono finanziati. Tutti soldi privati. Donati da banche, imprese, singole persone. E lo Stato? Qualcosa, se passa la Finanziaria (tocchiamo ferro...), forse si muove.

 Merito di un progetto fortissimamente voluto tra i primi dal professore-senatore Ignazio Marino che, scottato lui stesso dall'emigrazione forzata, ha messo a punto una serie di meccanismi per aprire almeno un pertugio ai giovani ricercatori. A quanti hanno meno di 40 anni e le carte in regola per rispondere al bando di concorso che verrà pubblicato entro il mese di novembre, sarà infatti destinato il 5% (dal prossimo anno il 10) dei fondi per la ricerca del Ministero della Salute. Sedici milioni di euro che, suddivisi in finanziamenti tra i 400 mila ed i 600 mila euro per ogni progetto, andranno non all'ente di ricerca ma al ricercatore stesso, che «potrà iniziare a lavorare portando con sé non solo le proprie idee e la propria competenza ma anche i fondi propri, rappresentando quindi un interesse maggiore per il centro di ricerca ». E chi deciderà, su questa distribuzione di denaro? Una commissione di «dieci membri tutti al di sotto dei 40 anni e metà dei quali provenienti da centri di ricerca stranieri». E i baroni? Fuori. Ma basterà, per vincere la guerra?

Gian Antonio Stella
10 novembre 2007

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA -
Inserito da: Admin - Novembre 15, 2007, 06:13:51 pm
Costi della politica

Senato, si va in pensione a 53 anni

131.000 euro di reddito medio per i dipendenti

 
ROMA - I questori del Senato, decisi a tagliare i privilegi, stanno per proporre ai sindacati interni un immenso sacrificio: da gennaio tutti in pensione a 53 anni. Chiederete: è uno scherzo? Per niente: mentre il resto del Paese discute sul limite dei 61 anni (dal 2013) e la Germania ha già alzato l'asticella per arrivare a 67 anni, i dipendenti di Palazzo Madama possono ancora ritirarsi (in gran parte) quando sono sulla cinquantina, belli e aitanti.


Andando a prendere fino al 90% dell'ultima busta paga. E facendo marameo (fino a quando non verrà fatta una riforma seria) all'introduzione del sistema contributivo introdotto per tutti gli altri lavoratori italiani da oltre dodici anni. Il tema dell'innalzamento dell'età pensionabile, in realtà, è solo una delle questioni più spinose. E Dio sa se i senatori non preferirebbero evitare ogni possibile scontro, sia pure vellutato, con quel personale che così ossequiosamente li accudisce. La situazione, però, si è fatta insostenibile: la spesa per i dipendenti, compresi quelli a tempo determinato, è salita quest'anno a 158.407.000 euro. Il doppio (esattamente il 101% in più) rispetto al ‘97. Con un aumento reale, tolta l'inflazione, del 66,2%. Ci hanno detto e ripetuto in questi anni che siamo in tempi di vacche magre e che i cittadini tutti devono stringere la cinghia?


Bene: dal 1997 (quando erano 884 contro i 1.053 di oggi: più 169) gli addetti alla camera alta, dal magazziniere al segretario generale, hanno visto mediamente crescere la loro retribuzione netta del 46,58% in termini monetari e del 21,64% in termini reali, senza l'inflazione. Un trattamento deluxe, pari a circa il doppio del parallelo aumento registrato nello stesso decennio dagli stipendi degli altri dipendenti pubblici (più 12,5% reale) e quasi al quadruplo dei ritocchi (più 6,4%) strappati sempre dal 1997 al 2007 dai lavoratori delle industrie private. Neppure lo scandalo intorno ai costi esorbitanti della politica e dei Palazzi, esploso un anno fa dopo una serie di servizi del Corriere, è servito ad arginare l'onda lunga. Ricordate l'irritazione alla scoperta che un dipendente medio guadagnava nel 2006 la bellezza di 118 mila euro? Bene: adesso ne guadagna 131.124. Cioè 13.000 in più. Con un aumento dell'11%. Sei volte e mezzo l'inflazione. Risultato: perfino i dati sparati da L'Espresso a luglio, quelli che fecero strabuzzare gli occhi agli italiani nel leggere che il segretario generale Antonio Malaschini coi suoi 485 mila euro prendeva molto più del doppio del presidente della Repubblica, che uno stenografo arrivava a guadagnarne 254 mila e un barbiere 133 mila (pari a 36 mila più che il Lord Chamberlain della monarchia inglese William Peel) sono oggi vecchi. Da aggiornare in rialzo. E il bello è che, salvo una svolta, continueranno a crescere.

Le regole dicono infatti che se i questori del Senato non spediranno una disdetta ai sindacati dei dipendenti (una decina e piuttosto combattivi) entro il prossimo 31 dicembre, il contratto si intenderà automaticamente rinnovato per altri tre anni. E per capire come sia fatto, quel contratto d'oro zecchino, è sufficiente spiegare un dettaglio: ventidue anni dopo il referendum del 9 giugno 1985 sull'abolizione della scala mobile per tutti gli altri italiani, i lavoratori di Palazzo Madama possono ancora contare su una scala mobile tutta loro. In base alla quale il loro stipendio cresce ogni anno dello 0,75% oltre al recupero dell'inflazione programmata. Questa era stata fissata al 2%? L'aumento è del 2,75%. Con un regalino ulteriore. Nel caso l'aumento del costo della vita sia superiore a quello programmato, questo aumento viene tutto recuperato (inflazione reale al 3%? Aumento del 3,75) ma nel caso sia inferiore, vale la quota programmata: inflazione reale all'1%? Aumento del 2,75. Chiamiamola col suo nome: è un'indecenza. Offensiva nei confronti di tutti i cittadini italiani. A partire da quelli pronti a sottoscrivere la tesi di Franco Marini e Fausto Bertinotti, che dopo la deflagrazione del dossier stipendi spiegarono come il Parlamento dovesse avere un personale di eccellenza. Cittadini disposti a pagare profumatamente i funzionari indispensabili al funzionamento dello Stato. Ma non a riconoscere certi privilegi.

 Come il diritto degli addetti alla Camera alta ad accumulare cinque giorni di ferie l'anno perché gli siano liquidati alla fine in base all'ultimo stipendio. O il regalino annuale di 2 milioni di euro distribuiti a pioggia come premio. O la progressione delle retribuzioni che, come avrebbe denunciato in una drammatica e segretissima lettera a Marini il questore Gianni Nieddu, possono impennarsi dall'assunzione alla pensione del 368%: tre volte quelle dei professori universitari, che non sono nemmeno gli statali meno pagati. Financo il rimborso dei taxi e dei permessi per entrare nel centro storico di Roma: 50 mila euro. C'è poi da stupirsi se, con regole così, il personale costa oggi uno sproposito? Pesava, dieci anni fa, per il 37,1 per cento sul costo complessivo del Senato. Oggi è salito di oltre sei punti: 43,2 per cento. Per un totale di 236 milioni di euro. Compresi, come si diceva, i soldi che finiscono ai pensionati. I quali sono oggi 656, costeranno nel 2007 ben 77 milioni e mezzo di euro e incassano mediamente 118 mila euro a testa. Quanto la cosa sia esplosiva lo dice il confronto col 1997: in dieci anni la spesa pensionistica di palazzo Madama è cresciuta dell'80,7%. Tolta l'inflazione, del 49,4%. Un'impennata mostruosa. Dovuta anche, come dicevamo, al fatto che i dipendenti assunti dopo il 1998 possono andare in pensione a 53 anni (purché la somma dell'età, dei contributi, minimo 30 anni, e dell'anzianità di servizio, minimo 21 anni, faccia almeno 109) e con l'eventuale ricongiungimento contributivo interamente a carico del Senato. Cioè quattro anni prima di chi ha la salute minata da lavori usuranti quali i minatori, i palombari, gli operai chimici che si calano nelle autoclavi, i fuochisti che lavorano agli altoforni. Cinque in meno di splendidi sex symbol del cinema come Fanny Ardandt o Richard Gere. Eppure in gran parte, se assunti prima del 1998, possono andare in pensione anche prima. Il tutto dodici anni dopo la riforma che porta il nome di Lamberto Dini. Alla faccia di chi si scanna sullo scalone, lo scalino, i quarant'anni di contributi…

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
15 novembre 2007

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA -
Inserito da: Admin - Novembre 19, 2007, 07:15:26 pm
La nuova sfida del Cavaliere

La seconda discesa in campo contro i politici «parrucconi»


Silvio «Pa-Peròn» Berlusconi, come lo battezzò Cossiga, ha estratto dal cilindro una nuova sorpresa: il Partito del Popolo Italiano delle Libertà. Diranno gli scettici che, dati ufficiali alla mano, è il 157˚. In coda a creature lillipuziane quali il «Patto Cristiano Esteso» o il «Movimento Ultima Speranza». Ma lui ne è sicuro: diventerà il punto di riferimento di decine di milioni di italiani. Così grande che Forza Italia vi si «scioglierà dentro». Così ecumenico che spera «aderiscano tutti, nessuno escluso ». Così adatto ai tempi, spiega nella prefazione a un libro di «Magna Carta», da stare «nel solco dei valori del cristianesimo, del liberalismo, del socialismo democratico, della laicità». Un partito-tutto. Contro i partiti e i partitini. Ma soprattutto contro «i parrucconi della politica ».

Certo, c’è chi avrà buon gioco a ridacchiare sulla eccentricità di un pelato che, sia pure sottoposto alla messa a dimora di folte chiome luccicanti, dichiara guerra ai parrucconi. Per non dire del brevilineo che muove battaglia ai nani. Ma nel lanciare la sua nuova sfida, indifferente a questi dettagli, il Cavaliere mostra una volta di più di avere una caratteristica forse unica nel panorama della politica italiana: il coraggio spericolato di giocarsela. Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e perfino Umberto Bossi, dopo l’ennesima spallata annunciata e poi fallita al Senato, sembravano avergli rubato finalmente la palla? Lui se l’è ripresa di forza, è uscito dall’area in cui pareva asserragliato e si è catapultato all’attacco con una di quelle «ripartenze» da lasciare a bocca aperta anche il «suo» Arrigo Sacchi. Se arriverà in porta è da vedere. Rispetto alla prima «discesa in campo», ha una zavorra finanziaria in meno, dato che i conti aziendali vanno bene e i manager non gli suggeriscono più come Franco Tatò di «portare i libri in tribunale » (parole di Marcello Dell’Utri), ma alcune zavorre politiche in più. Che almeno sulla carta potrebbe appesantire molto la sua corsa. Spiegava allora agli italiani di non «avere intenzione di mettere in piedi una forza politica di vecchio tipo», di volere «un partito liberale di massa» che coinvolgesse uomini «nuovi alla politica, campioni nelle proprie professioni, i migliori», di essere deciso a rimanere estraneo alla «vecchia politica degli agguati e dei trabocchetti, delle congiure e delle manovre di Palazzo». Offriva il ministero degli interni all’«eroe di Mani Pulite», Antonio Di Pietro.

Chiedeva agli aspiranti candidati forzisti di sottoscrivere le seguenti parole: «Dichiaro 1) di non avere carichi pendenti 2) di non aver ricevuto avvisi di garanzia 3) di non essere stato e di non essere sottoposto a misure di prevenzione e di non essere a conoscenza dell’esistenza a mio carico di procedimenti in corso...». Sono passati, da allora, quasi quattordici anni. Tre più di quelli passati da Nikita Krusciov alla guida del Pcus, due più di quelli trascorsi da Helmut Kohl alla testa della Germania, due più di quelli vissuti da Franklin Delano Roosevelt alla Casa Bianca. Per carità, nessun parallelo. Ma tre lustri sono un’era geologica, in politica. Lasciano il segno. E se Forza Italia è rimasto un partito legato al «centralismo carismatico », come spiegò un giorno Cesare Previti, è difficile sostenere che non sia rimasto infettato da quelli che un tempo il Cavaliere considerava virus della «vecchia politica». Quella che gli faceva dire: «Torno a Roma. Torno nella cloaca». Basti ricordare come, dopo l’iniziale richiesta di immacolatezza, siano stati via via imbarcati uomini come Gianstefano Frigerio, vecchia volpe dicì milanese che, condannato a vari anni di carcere in diversi processi di Tangentopoli, fu eletto tra gli azzurri in Puglia dopo un lifting anagrafico con cui si era dato il nome d’arte di Carlo Frigerio. O Alfredo Vito, il famigerato «Mister Centomila Preferenze» cui Paolo Cirino Pomicino ricorda 22 condanne per corruzione. O ancora Gaspare Giudice, del quale i magistrati di Palermo chiesero invano l’arresto considerandolo «a disposizione» del presunto boss di Caccamo, Giuseppe Panzeca. Certo, lui si considera ancora, come disse un giorno, «Biancaneve in un mondo che non è una fiaba». E non ha perso occasione, in questi anni, di sfogarsi contro i riti della rappresentanza che, «tra convegni, congressi e funerali » lo facevano stare male perché gli pareva di «pestare l’acqua nel mortaio».

Contro i «faniguttun », gli sfaccendati (avversari, ma anche compagni di strada) che «non hannomai lavorato in vita loro» e che «non possono permettersi le barche e le case che esibiscono, dunque non c’è che una spiegazione: rubano». Contro i «politicanti » che arrivò ad attaccare 14 volte in un solo comizio nell’anniversario della «vittoria mutilata» del 1994. Ma come cavalcare, oggi, l’ondata di indignazione popolare contro i costi della politica se c’era la «sua» maggioranza al Senato quando i costi sono cresciuti del 39% oltre l’inflazione e c’era lui a Palazzo Chigi quando il governo spendeva 65 milioni di euro in un anno in voli di Stato, pari a 2.241 biglietti andata e ritorno al giorno Milano-Londra con RyanAir? Come chiamare la gente a imbarcarsi su una nuova «nave di sognatori» (così chiamò un giorno Forza Italia) per dare «nuovo futuro della politica italiana» se a 71 anni suonati è già stato alla guida del governo poco meno di De Gasperi o Andreotti ma già oltre un anno più di Amintore Fanfani, due più di Bettino Craxi, tre più di Mariano Rumor? Insomma: come rinnovare la sua nuova immagine di uomo «nuovo»? Questa è la grande scommessa. Qui deve venir fuori il «mago delle emozioni». Che va a giocarsela da solo, direttamente col «suo» popolo. Certo di conoscerlo come non lo conosce nessuno. E di poterlo convincere: se il cielo non sempre è stato blu, è stata solo colpa degli altri.

Gian Antonio Stella
19 novembre 2007

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La favola finita male del Re e dei due eredi
Inserito da: Admin - Novembre 24, 2007, 05:04:25 pm
Destini politici Guerra dentro la ex Cdl

La favola finita male del Re e dei due eredi

Fini e Casini da una parte, Berlusconi dall'altra: dalle cartoline tropicali alla minaccia delle fogne



La favola dei principi zucca e della fata Smemorina pare avere un finale diverso dal previsto. Ricordate cosa disse Silvio Berlusconi tanti anni fa, parlando degli alleati? «Sono stato come la fata Smemorina di Cenerentola: erano zucche e li ho trasformati in principi». Conclusione sognata: «E vissero tutti felici e contenti». Macché...

Oddio, avendo cominciato a lavorare «quando gli altri giocavano con le figurine », il Cavaliere faceva un po' di confusione tra topi, gatti e ortaggi. Ma una cosa l'aveva chiara: Fini e Casini li aveva creati lui. Promuovendoli e insieme ingessandoli nel ruolo di principi ai quali lui solo, con un tocco di bacchetta magica, avrebbe potuto consentire un giorno l'ascesa al trono. Quando, maestà? Quando avesse deciso lui. «Ho capito», rise acido Pierferdy all'ennesimo e sorridente rifiuto del Cavaliere di prendere in considerazione anche l'ipotesi di un passaggio di consegne, «finirò per andare fuori tempo massimo io...».
Bisogna ripercorrere una storia lunga quasi tre lustri per capire quanto sia lacerante, a destra, lo scambio di coltellate di ieri. Di qua i principi ribelli a firmare per la prima volta un documento comune contro il Re del Popolo: «La gravità della situazione italiana impone di elaborare progetti che nulla hanno a che fare con l'improvvisazione propagandistica né con estemporanee sortite populistiche ». Di là l'istrionico monarca a rispondere sprezzante: «Vorrà dire che io mi tengo gli elettori e loro i progetti».

Certo, in 14 anni di percorso comune (lui davanti, gli altri dietro) non erano mancati i momenti di reciproca insofferenza. Basti ricordare certe battute di Berlusconi sui compagni di strada, Bossi compreso: «Io ho fatto un mare di battaglie in vita mia mentre i miei alleati hanno fatto solo politica». Come poteva, al di là dell'assioma astratto dell'eguaglianza, accettare l'idea di trattare con loro da pari a pari? Lo ammetteva lui stesso: «Ho un complesso di superiorità che devo tenere a freno». «Il suo principio è uno solo: qui comando io», spiegò Stefano Podestà, che nel primo governo azzurro era stato ministro dell'Università. Le sue collere verso gli alleati che non lo assecondavano, improvvise e furibonde come uragani tropicali, restano leggendarie. Fin dagli anni più lontani. Contro Casini che voleva dire la sua sul governo: «Chi dice che tra i cattolici del Polo e Pannella ci siano state divergenze sui valori mente spudoratamente. Al tavolo delle trattative non ho mai sentito parlare né di valori cattolici né di principi ». Contro Fini che si era irrigidito nella Bicamerale: «È sleale e ingrato: se non ci fossi stato io lui non sarebbe qui».

Per non dire delle scenate nella seconda fase del suo quinquennio a Palazzo Chigi. Una volta sbottò: «Uno come me, che ha un patrimonio di 20 mila miliardi, deve perdere tempo con voi! Vorrà dire che, quando mi sarà passata, visto che sono una persona gentile, vi scriverò qualche cartolina dalle Bahamas!». Un'altra, all'ennesimo tentativo dell'Udc di smarcarsi da certe scelte, investì Bruno Tabacci come un tornado: «Voi ex democristiani mi avete rotto il ca... (censura). Basta con la vecchia politica. Conosco i vostri metodi da irresponsabili. Fate favori di qua e di là e poi raccogliete voti, ma io vi denuncio, non ve la caverete a buon mercato, vi faccio a pezzi. Io le televisioni le so usare e le userò. Chiaro? Mi avete rotto i co... (censura)».Fino all'ultima sfuriata, rivelata dal Giornale (e svogliatamente smentita) contro quel Fini che gli aveva rinfacciato l'errore di aver garantito mille volte la spallata e di averla fallita: «Dalle fogne li ho fatti uscire e nelle fogne li faccio tornare». Le reazioni dei due alleati erano state altrettanto dure. Certo, non quanto quelle di Bossi che nei momenti di polemica più aspra era arrivato a dire che Berlusconi era «un brutto mafioso che guadagna i soldi con l'eroina e la cocaina », però... Però Casini, alla vigilia del voto del 1996, arrivò a dire che «a correre con Berlusconi per Palazzo Chigi ci andremmo a impiccare in una polemica sul conflitto d'interessi». E Fini si era battuto per andare subito alle elezioni, quell'anno, nella convinzione di poter subentrare all'uomo che lo aveva sdoganato. Mai, però, i rapporti erano stati pessimi, anche sul piano umano, quanto oggi. Mai.


Sullo sfondo, anzi, riemergeva sempre la voglia, il bisogno, la necessità di smussare, tamponare, ricucire. E l'antica promessa del Cavaliere di cedere un giorno lo scettro all'erede che lui avrebbe designato. Prima il segretario dell'allora Ccd: «Caro Pierferdinando, perché non fai tu il segretario di Forza Italia?».
Poi il leader di An. Testimonianza di Gustavo Selva: «Silvio mi ha confidato: non ho alcuna gelosia per Gianfranco, proprio nessuna. Lavoro per farne il mio erede». Obiettivo ribadito mesi fa dopo il progressivo smarcamento dell'Udc: «Se andiamo a fare il partito delle libertà, Fini è il più prestigioso e autorevole per guidarlo». Sì, maestà, ma quando? Sempre lì, a quella domanda, si finiva. Finché i due «principi zucche» si sono stufati. Prima Casini: «Non aspetto che qualcuno mi batta la spada sulla testa e mi dica "sei l'erede". Io sono un uomo libero». Poi Fini: «Berlusconi non è mica il re!». Ed ecco la rottura.
La ribellione aperta. Il regicidio politico. Tutte cose che in qualche modo, oltre che dai politologi più accorti, erano state previste anche da Roberto Benigni. Il quale aveva spiegato: «Il fatto è che Berlusconi, sentendosi un po' Gesù (a Torino dov'è la Sindone girava chiedendo: "Dov'è il mio asciugamano?") non trova un erede col quale costruire una frase come quella di Gesù con Pietro: "Pietro, su questa pietra costruirò la mia chiesa". Ci ha provato con Fini, ma quando ha detto: "Fini, su questa fine..." ci ha rinunciato. Poi con Casini: "Casini, su questo casino..." e ha rinunciato anche con lui». E poi, perché mai doveva cedere la corona se il suo medico Umberto Scapagnini gli ha assicurato che è immortale? Gian

Gian Antonio Stella
24 novembre 2007

da corriere.it


Titolo: Mega struttura e il buco milionario. La Corte dei conti condannò il governatore
Inserito da: Admin - Gennaio 06, 2008, 11:41:15 pm
La mega struttura e il buco milionario

Il «call center spazzatura»

E la Corte dei conti condannò il governatore


Sapete quanta diossina hanno liberato ieri, nel cielo (ex) azzurro di Napoli, i 65 cassonetti di pattume bruciati nelle rivolte di piazza? Poco meno di 9 mila microgrammi. Pari a quanta ne butta fuori l'inceneritore di Marghera in 546 giorni a pieno ritmo. E quante polveri nocive si sono levate, da quei cassonetti? Quante ne espelle il termovalorizzatore di Brescia in 441 giorni. Lo dicono i dati dell'Istituto superiore di sanità basati su numeri del governo svedese. Dati ripresi anche da un ambientalista al di sopra d'ogni sospetto quale il presidente onorario di Legambiente Ermete Realacci.

Certo, lo sa benissimo anche lui che l'ideale sarebbe fare a meno degli inceneritori grazie a una virtuosa riduzione dei consumi, a una raccolta differenziata capillare, al recupero di tutto ciò che è riciclabile, all'uso di nuove tecnologie come quel «dissociatore molecolare» che Alfonso Pecoraro Scanio descrive con l'entusiasmo che Giovanni da Pian del Carpine metteva nel descrivere la residenza del Gran Khan Guyuk. Quello è il punto di arrivo. Ma intanto? Cosa fare, della esondazione di «munnezza» che sta allagando Napoli e le sue disperate periferie? Come rimuovere il bubbone di oggi così da poter approntare le cure di domani? Cosa fare di quelle 95 mila tonnellate di spazzatura che traboccano sulle strade e delle 7 milioni di fetide «ecoballe» («testate» all'inceneritore di Terni, lo hanno bloccato per mesi rivelandosi gonfie di sostanze radioattive) oggi accatastate in oscene piramidi così ingombranti da avere paralizzato l'attività perfino dell'impianto Cdr di Caivano? Il piano Bertolaso Sempre lì si torna: al piano di Guido Bertolaso. Che aveva proposto di guadagnare un anno di tempo scaricando tutto ciò che si poteva nella grande cava dismessa di argilla di Serre, in provincia di Salerno, e usare quel tempo per concludere i lavori al termovalorizzatore di Acerra e insieme avviare sul serio la raccolta differenziata così da permettere ai nuovi impianti di bruciare «ecoballe» vere.

Progetto saltato per l'ennesima ribellione di piazza e sostituito, con la benedizione dello stesso Pecoraro, con la sventurata creazione a pochi chilometri di una discarica nuova, ottenuta a costi esorbitanti abbattendo centinaia di querce secolari. Misteri ambientalisti. E adesso? C'è chi dice che non c'è scampo, piaccia o non piaccia, alla riapertura della orrenda cloaca di Pianura. Chi non vede alternative a caricare decine di treni per la Germania o la Roma nia. Chi suggerisce, come Walter Ganapini, già protagonista di quel «miracolo» che vide Milano risolvere l'annoso problema delle discariche e passare in quattro settimane dal 3 al 33% di raccolta differenziata, di tamponare l'emergenza usando siti dello stato soggetti a servitù militari. Ciò che è certo, è che quelle cataste di spazzatura stanno causando non solo a Napoli ma a tutto il Paese un danno di immagine inaccettabile. Che si aggiunge al danno fatale: l'inquinamento della terra, delle falde, dei pascoli che non solo, come ha ricordato Roberto Saviano, ha fatto impennare del 24% i malati di tumore nelle aree a rischio. Ma ha fatto abbattere migliaia di pecore, mucche, bufale perché il loro latte, come denuncia Realacci, «doveva essere trattato come un liquido tossico da smaltire».

Lo scaricabarile


 Cosa sarà deciso? Soprattutto: chi prenderà queste decisioni? E sarà disposto a raccogliere davvero la sfida dichiarando guerra frontale alla camorra? Boh... Lo scaricabarile di questi giorni tra Antonio Bassolino e il governo, Rosa Russo Iervolino e Alfonso Pecoraro Scanio, assolutamente convinti che la colpa non sia affatto loro (o perlomeno vada spartita con tutti) e che dunque ogni richiesta di dimissioni sia pretestuosa, la dice lunga. Tutti colpevoli? Nessun colpevole. La Corte dei conti però, almeno in un caso, è convinta che un colpevole ci sia. E lo ha individuato nel governatore campano. Fu lui, infatti, nel ruolo di Commissario, a dare vita alla Pan (Protezione, ambiente e natura: sic) creata nel 2002, con un capitale di 255 mila euro poi trasferito gratuitamente alla Provincia di Napoli e all'Arpac (l'agenzia regionale di protezione ambientale), per dare un servizio informativo sull'emergenza ambientale ma rivelatasi un carrozzone clientelare. Venti mila dipendenti Non l'unico carrozzone, sia chiaro. Come ha scritto sul Corriere del Mezzogiorno Simona Brandolini, con la scusa dell'emergenza i dipendenti dei 18 consorzi di bacino sono via via aumentati fino a diventare ventimila: «Uno ogni 300 abitanti. La Lombardia produce più immondizia della Campania ma per ogni netturbino lombardo risultano esserci 25 netturbini campani ».

Di più: «Quelli che devono raccogliere la "sfraucimma" (cioè il materiale di risulta dei cantieri) sono allergici alla polvere, quelli che devono selezionare il cartone non possono sollevare più di due chili causa un mal di schiena ben certificato». Per non dire di quanti hanno denunciato il Commissariato perché «non lavorando, si sono giocati lo stipendio a tressette». Tornando al Pan, la sentenza della Corte dei conti dice che assunse senza motivo 100 lavoratori socialmente utili. In realtà, stando al bilancio della società, al 31 dicembre 2006 gli Lsu erano 180. Su un totale di 208 lavoratori. Che facevano? In 34, come abbiamo raccontato, «lavoravano » a un call center dove ricevevano mediamente una telefonata a testa alla settimana. Gli altri seguivano non meglio precisati progetti degli enti locali, in particolare della Provincia di Napoli, il cui presidente è quel Riccardo Di Palma che del commissariato per l'emergenza (dettaglio stigmatizzato della commissione parlamentare presieduta da Paolo Russo, anche per i 400 mila euro di compensi) era consulente.

Risultati? L'anno scorso ha incassato 4,3 milioni di euro di fondi pubblici (insufficienti perfino a pagare gli stipendi: 5,6 milioni) chiudendo con un buco di 1,2. L'anno prima, nel 2005, ne aveva persi il doppio: 2,3. Un disastro tale che due mesi fa, quando stava per arrivare la sentenza di primo grado (in appello si vedrà: auguri) la società è stata cancellata. Meglio, è stata fusa in un'altra, l'Arpac multiservizi, controllata dall'Arpac, l'Agenzia regionale di protezione ambientale. Troppo tardi, però, per evitare la stangata dei giudici contabili. Che chiedono a Bassolino di risarcire 3,2 milioni di euro.

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
06 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio Stella - Sanità e tessere, così fan tutti
Inserito da: Admin - Gennaio 10, 2008, 07:36:30 pm
Da Dickens a De Sade

'A nuttata che non passa

L'incubo della munnezza


'A nuttata che non passa «D a quanti anni non viene qui un sindaco, un assessore? Da quanti anni non si lavano, queste vie? Da quanti anni non si spazzano? Tutto il letame delle bestie e delle persone e delle case, tutto è qui e nessuno ce lo toglie». Non sono parole di un teppista ribelle napoletano ai microfoni delle tivù ma di Matilde Serao, la scrittrice che Carducci salutava come «la più forte prosatrice d'Italia». Parole di 120 anni fa.

Ed è questo che, oltre ai fetori nauseabondi che salgono dai cassonetti, toglie il fiato a tantissimi napoletani sgomenti: possibile che "'a nuttata" non debba passare mai? Possibile che tanta intelligenza, tanta cultura, tanta bellezza, tanta buona volontà spese con generosità nei decenni da un mucchio di cittadini, imprenditori, artigiani, politici, intellettuali per restituire dignità, decoro e onore alla loro città, debbano essere annientate da questo incubo della 'munnezza? Quanto tempo ci vorrà, ancora, per tornare a rimuovere tutti quei maledetti stereotipi che sono stati rianimati? Certo, anche in questo caso non mancano le responsabilità di settentrionali che a lungo hanno usato le discariche della camorra per buttarci i loro veleni. Ed è insopportabile il tono di certi razzisti nostrani. Ma stavolta no, anche i più accorati difensori del buon nome partenopeo sanno che non possono prendersela come Edoardo Scarfoglio solo con certi «imbecilli e scellerati fratelli del Nord pronti ad accodarsi ad ogni mascalzone che getta bava e fango contro di noi». Né come Carlo Alianello con la piemontesizzazione che fece ricadere «sul Napoletano il sonno grave, carico di tanti secoli, il sonno di Aligi».

Né coi cronisti critici come quando Domenico Rea sbuffò su Giorgio Bocca: «Ho scritto venti libri su Napoli, migliaia di articoli, sono napoletano da 5.000 anni: resto sempre molto sorpreso quando arriva un giornalista dal Nord che in pochi giorni o in pochi mesi pretende di scoprire quel che io non ho visto in 72 anni». No, stavolta l'incubo è riconoscere nelle cronache di oggi quelle, immutabili, di ieri. Come appunto quelle della Serao: «Case crollanti, vicoli ciechi, ricovero di ogni sporcizia: tutto è restato come era, talmente sporco da fare schifo, senza mai uno spazzino che vi appaia, senza mai una guardia che ci faccia capolino. (...) Un intrico quasi verminoso di vicoletti e vicolucci, nerastri, ove mai la luce meridiana discende, ove mai il sole penetra. Ove per terra la mota è accumulata da anni, ove le immondizie sono a grandi mucchi, in ogni angolo, ove tutto è oscuro e lubrico».

Un passato che non passa mai. Una melma nel quale hanno intinto il pennino decine di viaggiatori, scrittori, polemisti. Ammassando via via, in buona o in mala fede, cataste di stereotipi ardue da rimuovere quanto le cataste di immondizia. Come i sospiri sul letto di morte del Cavour: «Nous sommes tous Italiens; mais il ya encore les Napolitains...». O lo scetticismo di Roberto D'Azeglio, senatore del regno e fratello del più famoso Massimo: «C' est un cadavre qu'on nous colle», è un cadavere che ci incollano addosso. O la sconfortata diagnosi della commissione parlamentare sulla miseria condotta da Stefano Jacini che, a proposito di tante abitazioni del Napoletano, scriveva di «nauseabonda sozzura» Montesquieu, che nel 1729 già irrideva alla giustizia partenopea («Non c'è un Palazzo di Giustizia in cui il chiasso dei litiganti e loro accoliti superi quello dei Tribunali di Napoli. Lì si vede la Lite calzata e vestita. I soli scrivani formano un piccolo esercito, schierato in battaglia») raccontava di un popolo «ridotto all'estrema miseria» e di «50 o 60 mila uomini, chiamati Lazzi» così poveri da vivere di ortaggi e da lasciarsi «facilmente sobillare». «Gli uomini più miserabili della terra», li chiamava. Spiegando: «Si può ben dire che la plebe napoletana è molto più plebe delle altre». Per non dire di tanti altri stranieri intrisi di pregiudizi.

Come l'inglese William Hazlitt che, in aggiunta alle descrizioni di sporcizia, letame e pidocchi, spiegava nel 1825 che «il bandito napoletano» è naturaliter criminale: «Toglie la vita alla sua vittima con scarso rimorso, poiché (di vita) ne ha a sufficienza in se stesso, anzi, da vendere. Il suo polso continua a battere tiepido e vigoroso; mentre il sangue di un più mite nativo del freddo Nord raggela alla vista del cadavere irrigidito». O Il tedesco Heinrich von Treitschke il quale, come scrive Mario Costa Cardol nel libro "Ingovernabili da Torino", attribuiva la caduta del regno napoletano «non tanto all'ardore guerresco delle poche migliaia di garibaldini in camicia rossa, quanto alla smisurata corruzione del Mezzogiorno». E se Stendhal ("la città più bella dell' universo") riuscì a vedere "dietro" tutto questo, scoprendo con Goethe ("il tempo è trascorso tutto nella contemplazione di cose magnifiche") una Napoli straordinaria, non fu così per altri. Come il marchese de Sade che denunciava come via Toledo fosse «una delle più belle che sia dato vedere» però «fetida e sudicia» e davanti a tanta bellezza esclamava: «In quali mani si trova, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?»

O come Charles Dickens, nella lettera all'amico Forster: «Che cosa non darei perché solo tu potessi vedere i lazzaroni come sono in realtà: meri animali, squallidi, abietti, miserabili, per l'ingrasso dei pidocchi; goffi, viscidi, brutti, cenciosi, avanzi di spaventapasseri!». O ancora come Mark Twain: «La gente è sudicia nelle abitudini quotidiane e ciò rende sporche le strade e produce viste e odori sgradevoli. Non vi è popolazione che odi il colera quanto i napoletani. Ma hanno le loro buone ragioni. Il colera di solito sconfigge il napoletano, perché, voi capite, prima che il medico possa scavare nel sudiciume e raggiungere il male, l'uomo è morto». Giudizi sferzanti, feroci, razzisti. Dispensati allora, da quei viaggiatori, anche su tante altre città italiane. Basti ricordare le cose terribili che Dickens scrisse su Livorno ("ricettacolo di malandrini"), Piacenza ("I suoi abitanti sono imbroglioni e devoti, come dappertutto in Italia") o Ferrara, bollata come "torva". Altri tempi. Ma è questo il punto, che angoscia tutti i napoletani che amano davvero la loro città: quando passerà, anche a Napoli, 'a nuttata?

Gian Antonio Stella
10 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio Stella La città di monnezza e bellezza sopravviverà ...
Inserito da: Admin - Gennaio 12, 2008, 03:07:17 pm
Taccuino partenopeo

La città di monnezza e bellezza sopravviverà a chi la giudica

Questo è un luogo dalle mille frequentazioni.

Cultura e tradizione la terranno a galla


A leggere la pagina del Corriere dove Gian Antonio Stella ripesca e riporta frasi e opinioni su Napoli di Montesquieu, Dickens, Twain, Hazlitt, sembra quasi che i viaggiatori che vennero a Napoli vennero per scoprire la Monnezza e non la Bellezza. Ma è vero il contrario. Scoprirono una luce che aprì loro una nuova visione del mondo, scoprirono opere d’arte meravigliose che aprirono loro una nuova visione dell’Antichità Classica, sentirono al San Carlo la musica di Pergolesi, di Paisiello, di Cimarosa, scoprirono una civiltà che cambiò il loro gusto e la loro idea della vita, scoprirono tante cose oltre la monnezza. E poi non erano così scemi da scrivere interi volumi sulla monnezza. La letteratura del Grand Tour, come fu detta, ci parla di ben altro, perché quello era un viaggio di formazione, un viaggio di cultura. Senza contare che nei loro Paesi, nei Paesi di quei viaggiatori, di monnezza ce ne stava abbastanza per non meravigliarsi della monnezza napoletana. La Londra di Dickens, lo scrive lui, era sporca di nebbia fuliggine e carbone, e i bambini uscivano neri dalle miniere dov’erano condannati a lavorare. I nobili di Versailles non brillavano per igiene, spesso emanavano odori sgradevoli e nelle loro parrucche c’erano i pidocchi. Perciò, per favore, ridimensioniamo, anche se della monnezza di Napoli io e la maggioranza dei napoletani siamo nemici accaniti.

Non ci piace la monnezza, né la nostra né quella che ci hanno mandato le fabbriche di lassù. Così mi è venuta la voglia di offrire, dopo quello di Stella, ai lettori del Corriere un altro «menu », meno deprimente, di pensierini tratti da un mio taccuino di qualche anno fa. «A proposito dei viaggiatori che visitarono Napoli nel corso dei secoli per ammirarla o denigrarla, c’è da dire che non sono stati solo loro a misurare la città col loro metro, ma anche Napoli li ha misurati col suo. E ancora oggi è così. Loro gli occasionali visitatori vengono, guardano, criticano, approvano, disprezzano, emettono giudizi e covano pregiudizi. "Sterco di migratori" ha scritto con bell’immagine il mio amico De Luca. Uno sterco che di solito concima il terreno su cui cade. Questo andirivieni di celebrità ha contribuito a confermare Napoli nella sua reputazione di città puttanesca, dalle molte frequentazioni, ad attribuirle tono e nonchalance cosmopolita, e anche quello scetticismo, quell’aria di chi le ha viste e sentite tutte per stupirsi ancora di qualcosa, che è proprio delle città capitali. Senza stupirsi, con questo spirito cosmopolita, Napoli misura estimatori e spregiatori. Perché ognuno, parlando di Napoli, con le sue stesse parole ha involontariamente dato conto di sé, ha detto chi è rispetto a questa pietra di paragone rivelatrice di grandi spiriti, come Goethe e Stendhal, di menti da lei ottenebrate o illuminate, di anime leggere o pesanti, e così via.

Un confronto in fondo temibile con un’entità vasta e sfuggente, sconcertante e complessa, dotata di qualche potere attinto dalle sue forze infere. Un confronto che divide sempre gli ospiti di passaggio in due categorie, in due tipi di natura e umanità differente: quelli istintivamente aperti a lei e quelli istintivamente chiusi a lei, al genio del luogo. E così Napoli diventa una macchina della verità, cui senza saperlo anch’essi ai nostri occhi si sottopongono ». «Occhio di straniero occhio dì sparviero ». Ma è preferibile quest’altro proverbio, di Machado: «L’occhio che tu vedi non è/ occhio perché tu lo veda/ È occhio perché ti vede». «Molti vanno a Napoli come se non sapessero dove vanno, pretendendo di vedere e riportare cose che si sa benissimo che non ci sono, oppure con l’intento di veder confermate e magari ingigantite quelle che si sa benissimo che ci sono. Come se, mettiamo, uno andasse nella civilissima India per trovare le cose che si trovano nella civilissima Svizzera, e poi giudicasse l’India col metro svizzero.

Che viaggiatore sarebbe costui? Un viaggiatore dev’essere sempre curioso e disponibile, e dev’essere senza bagaglio, senza un’idea fissa di come dovrebbe essere il mondo ficcata nella testa». «Svevi, Normanni, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Francesi, e infine Americani: gli occupanti. Napoli è stata un crocevia di incontri internazionali, in questo senso è una città cosmopolita. E se tra i tanti occupanti mettessimo anche gli italiani? Questo lo pensano ancora molti soci anziani dei Circoli Nautici, e non solo loro. Tra i tanti occupanti gli italiani sono stati i peggiori? Sì, sono stati i peggiori, dicono. Non c’è disgrazia peggiore che essere occupati dagli italiani. E sognano i Borboni. Dicono che erano meglio i Borboni». «Che fa Napoli? È viva, è morta, passerà la nottata? Ha sette vite, come le lucertole. Ma è possibile viverci? Si vive male, ma è "avventurosa", e la preferisco alle vostre ordinate piccole città, tutte malinconia e discoteca. Ma affonda o non affonda? Non lo so. So che le grandi navi affondano lentamente. Hanno molte sacche d’aria nella chiglia. E molte sacche di cultura, tradizione, civiltà, ha Napoli che la tengono a galla, e la terranno chissà per quanto. Ma se dovesse affondare attenti al risucchio! Quando una grande nave affonda attira con sé nel naufragio tutto quel che galleggia intorno per un largo raggio».

Ultimo pensierino, dopo aver visto ancora una volta Porta a Porta. Fuori è notte, nel buio si vedono fiamme, si sentono botti, ombre nere che corrono allo scontro, c’è la monnezza, gente disperata che grida in piedi rivolta a Bruno Vespa (in quel momento è lui il tramite col Palazzo), gente che si sente abbandonata, che dice che il cancro l’aggredisce, che ha decimato la famiglia, dice che ha paura; dice che le campagne sono inquinate. Dentro ci sono le luci dello studio televisivo, gli ospiti seduti, ben vestiti, con lucide cravatte intonate. Quella folla che è fuori in piedi nel buio li guarda, si aspetta una parola. Essi intanto litigano educatamente, dicono col loro linguaggio le proprie opinioni, ma si sente che c’è qualcosa di stonato, perché la tragedia di quelli là fuori al buio è troppo grande, non può raggiungerli se loro stanno a discutere nel solito modo. Come si può comunicare con quelli là fuori se non si sente nello studio la puzza della discarica, la presenza nell’aria della diossina, se nessuno ha paura per sé e per i propri cari? L’Italia crede di poter tenere così Napoli, a distanza, di poterla guardare come da uno studio televisivo. Tutto questo mi ricorda un racconto di Poe, «La mascherata della Morte Rossa». Fuori c’è la peste che miete vittime con la sua falce tagliente, dentro ci sono gli abitanti del Castello, i ponti levatoi sono alzati, nessuno può entrare, nessuno deve portare il contagio. Intanto c’è un ballo in maschera, tutti ballano... Ma chi è quella maschera rossa che avanza tra i ballerini: tutti la guardano, tutti s’aspettano qualcosa, la maschera cade, ed è la Morte Rossa, la Peste, che è entrata nel castello. Attenti, non lasciamo Napoli in questo momento, non scriviamo sui giornali le solite accuse, che sono tutte vere, ma non «azzuppiamoci il pane», per favore. Se la morte entra nel Castello nessuno si salverà.
Raffaele La Capria

 
È bellissimo riconoscere parola dopo parola quanto amore porti, un uomo come Raffaele La Capria, verso la sua città, magica e dannata, dannata e magica. Ma devo dire, con dispiacere, di non essere d’accordo con lui. Certo, avrei potuto citare anch’io un sacco di altri viaggiatori stregati da Napoli. Questi non sono però momenti in cui cercare consolazioni: sono momenti in cui è meglio chiedersi perché certe cose, nei secoli, non sono cambiate da come le descrissero non solo viaggiatori distratti e prevenuti ma anche napoletani devoti alla propria terra come Matilde Serao o più recentemente Antonio Ghirelli, il quale ha raccontato senza veli pietosi passaggi storici come quello della peste del 1656 quando troppi approfittano della tragedia con «furti, truffe, intrighi, falsificazioni di ogni genere». Certo, la Londra di Dickens era orribile: ma è cambiata. Le altre città italiane da lui descritte erano spaventose: ma sono cambiate. Ed è bene parlare di queste cose proprio per amore. Napoli è come la donna amata: se non l’amassimo perdutamente, che ci importerebbe di vederla sprofondare?

Gian Antonio Stella


12 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio Stella - Love story da Long Island a Ceppaloni
Inserito da: Admin - Gennaio 17, 2008, 03:18:30 pm
Il ritratto

Poltrone e torroncini

Le «armi» di lady Sandra

Love story da Long Island a Ceppaloni

 
«Nella buona e nella cattiva sorte»: non poteva che andare così, la love story di Clemente & Alessandrina, sancita quando lui diede a lei il primo bacio sulla spiaggia newyorkese di Oyster Bay, Long Island. Insieme al catechismo, insieme nella gioventù cattolica, insieme all'altare, insieme nella scalata al potere, insieme nei guai giudiziari. Roba da fotoromanzi d'altri tempi. Quelli in cui lui dice a lei: «Salvati! Sono perduto!» E lei: «Mai! Piuttosto morta!» Certo, non è la loro l'unica coppia della politica italiana. Basti ricordare Palmiro Togliatti e Nilde Jotti (contro i quali i parroci affiggevano perfidi manifestini: «Non solo Togliatti ci ha l'amante / ma la ricopre di pellicce e brillanti») oppure sul fronte opposto Raffaele Jervolino e Maria de Unterrichter, ministro lui e sottosegretario lei. O ancora, in tempi recenti, Piero Fassino e Anna Serafini. Clemente e Alessandrina («Così mi chiamo: il segretario comunale era fissato coi diminutivi e registrava tutte le neonate così: Franceschina, Carmelina, Assuntina...») hanno però qualcosa di speciale. Lui ammise un giorno: «Io non sono Clinton e Sandra non è Hillary». Per anni, però, dopo averla svezzata portandosela dietro ai congressi democristiani («Stavo seduta in prima fila per un'intera settimana») ha cercato d'imporla nel «suo» mondo. Prima piazzandola su poltrone come quella di commissario straordinario della Croce rossa regionale o di amministratore dell'Azienda di soggiorno di Capri. Poi tentando di farla eleggere alla Camera, quindi ipotizzando lanciarla come sindaco di Benevento («La gente mi vorrebbe ma al Nord non capirebbero») e infine sistemandola non solo come consigliere ma addirittura alla guida dell'assemblea regionale. Familismo? Fece spallucce: «La verità è che senza Sandra il Consiglio sarebbe rimasto imballato. Ringraziassero il cielo con la faccia per terra».

Lei ricambiò compiendo a Ceppaloni il primo viaggio ufficiale da presidentessa, accolta dal marito ministro e sindaco del paesello sannita con la fascia tricolore: «Signor sindaco...», «Signora presidente...». Non bastasse, non ha perso occasione in questi anni di dipingere il consorte con toni agiografici non si sa quanto venati di ironia: «È il più grande statista del mondo». Ne parla, ha scritto Aldo Cazzullo, come se parlasse di Adenauer. E giura che non è amore: «Lo stimo». Quando hanno letto il provvedimento giudiziario firmato dal giudice per le indagini preliminari Francesco Chiaromonte, quelli che conoscono un po' Clemente & Alessandrina, il loro entourage familiare, la loro rete di rapporti politici hanno sorriso. Perché, se in Internet c'è chi esulta, a partire da www.mastellatiodio.com e dal blog di Beppe Grillo che mette in primo piano un video mastelliano con la canzone «Vaffanculo» di Marco Masini, è fuori discussione che almeno una parte delle accuse contestate appaiono a prima vista sconcertanti anche al più incallito degli anti-mastelliani. Una multa stracciata? Un'interrogazione parlamentare presentata per dare fastidio al direttore generale dell'ospedale Caserta Luigi Annunziata? Una pressione su Bassolino perché «desse loro una utilità consistita nell'assicurare loro la nomina a commissario dell'Area Sviluppo Industriale di Benevento di una persona designata dal Mastella»? Per carità, può darsi che i magistrati abbiano in mano prove schiaccianti di reati non ancora rivelate. Come può darsi che la scelta di cedere subito l'inchiesta a Napoli riconoscendo la propria incompetenza ma solo «dopo» avere spiccato gli ordini di cattura e avere terremotato la politica italiana sia formalmente corretta. Si vedrà. Una eventuale forzatura, però, sarebbe devastante. Perché ciò che i critici rimproverano a Clemente e Alessandrina, fermo restando l'obbligo di colpire i reati, ha a che fare più con la sanzione morale che con i provvedimenti giudiziari. Mai negato, Clemente, il suo modo di fare politica. Lo scrisse anche in un vecchio diario spiegando come occupa i momenti liberi: «Ne approfitto per sbrigare qualche pratica clientelare: pensioni, richieste di trasferimento, assunzioni, sussidi vari, orfani e invalidi civili». E ammiccava: «Mi raccomandano i figli che devono fare gli esami di maturità. Rispondo di sì a tutti, in realtà non mi impegno». Cos'è poi una raccomandazione? «Un peccato veniale. Per molto tempo servita a riequilibrare le ingiustizie nord-sud». Per lui la politica è questo: «Non può essere testimonianza od oltranza». Se lo sfidano risponde: «Sono Mastellik, sulle poltrone non mi fregano». Vogliamo dirlo? Nella sfrontatezza con cui parla di potere, sindaci, ministeri o sottosegretariati, c'è un candore che fa di lui un politico meno ipocrita e più trasparente di tanti altri. La moglie, che Dagospia incoronò come «femmina d'irreparabile bellezza », è uguale. Parola di Clemente: «È Sandra che tiene per me i contatti con la gente comune. Da lei capisco quello che pensa. Partecipa a comunioni e matrimoni. Cinquanta regali solo in giugno. Ci vorrebbe un'indennità supplementare per i deputati del Sud». Lei manda torroncini natalizi a centinaia di persone e lei si batte per la Falanghina e il caciocavallo di Castelfranco in Miscano e le provole affumicate del Matese e lei porta il marito al Columbus Day per incontrare gli emigrati di New York che possono tornare comodo e ancora lei organizza spettacolari serate a casa con decine di invitati («A mio marito per i 25 anni di matrimonio non ho chiesto l'anello col brillante ma una cucina da ristorante ») ed elettori e amici e clienti. Perché, certo, anche ieri ha ripetuto che lei e Clemente fanno politica in difesa «dei valori cattolici». Ma come li difendi, questi valori, senza un po' di primari, di assessori, di consiglieri comunali, di caporedattori o direttori nelle Asl?

Gian Antonio Stella
17 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio Stella - Sanità e tessere, così fan tutti
Inserito da: Admin - Gennaio 18, 2008, 03:01:47 pm
Padiglione per padiglione, reparto per reparto, corsia per corsia

Sanità e tessere, così fan tutti

Dalle intercettazioni su Mastella la conferma che la politica ha allungato le mani sulla sanità


«Cercasi radiologo targato Ds». «AAA. Cercasi pediatra vicino An». «AAA. Cercasi neurochirurgo convintamente Udc».

Dovrebbero avere l'onestà di pubblicare annunci così, i partiti: sarebbero più trasparenti. Perché questo emerge dalle intercettazioni della «Mastella Dynasty»: la conferma che la politica ha allungato le mani sulla sanità. Padiglione per padiglione, reparto per reparto, corsia per corsia. A donna Alessandrina, che oltre a preparare cicatielli con ragù di tracchiole si diletta di spartizione di poltrone, sarebbero servite «due cortesie: una in Neurochirurgia e una in Cardiologia». Il marito invece, a sentire lo sfogo telefonico del consuocero Carlo Camilleri, si sarebbe arrabbiato assai per «l'incarico di primario a ginecologia al fratello di Mino Izzo... Ma ti pare... Proprio il fratello di uno di Forza Italia che è di Benevento ed è contro di me... Ma non teniamo un altro ginecologo a cui dare questo incarico?». Vi chiederete: che se ne fa Clemente d'un ginecologo «suo»? E poi, con nove milioni di processi pendenti e i tagli folli ai bilanci dei tribunali e i giudici che si portano la carta igienica da casa, come faceva il ministro della Giustizia a trovare il tempo di occuparsi della bottega clientelare?

Ecco il punto: è in corso da anni, ma diventa sempre più combattuto e feroce, un vero e proprio assalto dei segretari, dei padroni delle tessere, dei capicorrente al mondo della sanità. Visto come un territorio dove distribuire piaceri per raccogliere consensi. Vale per il Sud, vale per il Nord. Per le regioni d'un colore o di un altro. Nella Vibo Valentia in mano al centrosinistra ardono le polemiche sulla decisione di distribuire 40 primariati (di cui 38 a compaesani vibonesi: evviva l'apertura alle intelligenze mondiali), 85 «primariati junior» e 153 bollini d'«alta specializzazione» in coincidenza con le primarie del Pd e il consolidamento del Partito Democratico Meridionale di Loiero, capace di folgorare un uomo noto in città come il primario del 118 Antonio Talesa, prima con An. Nel Veneto divampano quelle sull'«arroganza» (parola del capogruppo leghista in Regione Franco Manzato) di Giancarlo Galan. Il quale è messo in croce da un paio di settimane dai suoi stessi alleati del centro-destra per le nomine dei direttori generali nelle Asl. «Poltrone per la Lega, una. Per An, zero. Per l'Udc, zero. Per i fedelissimi del presidente, tutte le altre», ha riassunto un giornale non sinistrorso come Libero. «Un sistema feudale», secondo Raffaele Zanon, di An. In pratica, accusa Stefano Biasioli, il segretario della Cimo, la più antica delle sigle sindacali dei medici ospedalieri, additata come vicina ai moderati, «Galan ha nominato 23 fedelissimi su 24 direttori. Tranne che a Bussolengo (lì ha dovuto cederne uno al sindaco di Verona Tosi) sono tutti suoi. Di Forza Italia...».

Ma non diverse sono le accuse, a parti rovesciate, contro la gestione delle Asl «unioniste» toscane, umbre, emiliano-romagnole, «solo che lì il "partito" è così forte che se ne stanno tutti quieti e zitti», rincara Biasioli. Per non dire dei veleni intorno alla distribuzione di cariche nella sanità campana, cuore delle inchieste di oggi. O degli scontri interni alla destra per l'accaparramento dei posti in Sicilia, dove su tutti svetta l'Udc di Totò Cuffaro. Il quale non casualmente è un medico in una terra in cui i medici (compresi quelli legati alla mafia come Michele Navarra o più recentemente Giuseppe Guttadauro) hanno sempre pesato tantissimo. Quanto questo peso sia attuale si è visto, del resto, alle ultime comunali di Messina. Quando tra i candidati c'erano almeno 111 medici. In buona parte ospedalieri. Tra i quali, in particolare, una ventina del «Papardo», la più importante struttura peloritana: il primario di oculistica e quello del laboratorio analisi, il primario di medicina e quello di neurologia, il primario di pneumologia e quelli di chirurgia vascolare, cardiologia, rianimazione. Quasi tutti schierati con An. E indovinate a che partito apparteneva il direttore generale? Esatto: An. «Li hanno militarizzati tutti», accusò indignato Nunzio Romeo, il candidato del Mpa. Peccato che lui stesso fosse medico e presidente dell'Ordine dei Medici e guidasse a nome del medico Raffaele Lombardo una lista con 41 medici.

Pietro Marrazzo, il governatore del Lazio, dice che basta, per quanto lo riguarda è ora di finirla: «Se vogliamo marcare una svolta di sistema io ci sto. Sono qui. Disposto a rinunciare già domani mattina alla facoltà di nominare i direttori generali». Ma quanti colleghi lo seguirebbero? E cosa direbbero i partiti che sostengono la sua giunta all'idea di rinunciare alla possibilità di incidere su un settore chiave come questo? E' una tentazione comune a tutti, accusa Carlo Lusenti, segretario dell'Anao: «Se non sempre, la politica mette il naso 9 volte su 10. Per carità, non c'è solo la politica. Ci sono le lobby universitarie, le cordate, i sindacati... Però...». «E' un'intrusione massiccia. Capillare», conferma Biasioli, presidente della Società ligure di chirurgia Edoardo Berti Riboli: «Nel nostro ambiente si procede soltanto grazie al partito. Fra destra o sinistra non faccio differenze. Hanno la stessa voracità, solo che la sinistra è molto più strutturata». Capita nell'«azzurra» Lombardia dove la stessa Padania scatenò due anni fa una campagna contro «lo strapotere di Comunione e Liberazione negli ospedali regionali». Arrivando a pubblicare un elenco di «primari ciellini» e un'indimenticabile lettera di Raffaele Pugliese. Lettera in cui il primario del Niguarda ricordava ai «suoi» pazienti quanto fosse fantastica la sanità lombarda. Quindi? «Mi permetto di suggerirLe di sostenere la rielezione dell'attuale presidente della giunta regionale Roberto Formigoni». E torniamo al tema: alcuni saranno bravi, altri geniali, altri straordinari. Ma perché dovremmo affidare la nostra pelle a un medico scelto per la tessera? E se il «mio» chirurgo fosse un fedelissimo trombone?

Gian Antonio Stella
18 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio Stella - Giustizia condannata
Inserito da: Admin - Gennaio 22, 2008, 06:15:12 pm
Dentro le aule

Processi che non finiscono mai: 3.612 istruttorie contro le toghe e 3.612 assoluzioni

Giustizia condannata

Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo


Cosa avete in agenda il 27 febbraio 2020? «Che razza di domanda!», direte voi. Eppure un paio di braccianti pugliesi, quel giovedì che arriverà fra dodici anni abbondanti, quando sarà un vecchio rottame (calcisticamente) perfino il baby Pato, hanno dovuto segnarselo su un quaderno: appuntamento in tribunale. Così gli avevano detto: se il buon Dio li manterrà in salute (hanno già passato la settantina: forza nonni!), se quel giorno non verranno colpiti da un raffreddore, se il giudice non avrà un dolore cervicale, se il cancelliere non sarà in ferie, se gli avvocati non saranno in agitazione, se l’Italia non sarà bloccata da uno sciopero generale con paralisi di tutto, se non mancherà qualche carta bollata, se non salterà la corrente elettrica, Sua Maestà la Giustizia si concederà loro in udienza. E potranno finalmente discutere della loro causa contro l’Inps.

Dopo di che, auguri. Di rinvio in rinvio, col ritmo delle nostre vicende giudiziarie, già immaginavano una sentenza tra il 2025 e il 2030. Magari depositata, cascando su un giudice pigro, verso il 2035. Già centenari.Ma niente paura: sulla base della legge Pinto avrebbero potuto ricorrere in Appello contro la lentezza della giustizia. E ottenere l’«equa riparazione » per avere aspettato tanto. Certo, avrebbero dovuto avere pazienza: da 2003 al 2005 i ricorsi di questo tipo sono infatti raddoppiati (da 5.510 a 12.130) e in certi posti come Roma ci vuole già oggi un’eternità (due anni) per vedersi riconoscere di avere atteso un’eternità. Quanto ai soldi del risarcimento, ciao… Le somme che lo Stato è costretto a tirar fuori ogni anno continuano a montare, montare, montare…

E per quella lontana data non è detto che ci sia ancora un centesimo. Il presidente di Cassazione Gaetano Nicastro, del resto, l’ha già detto: «Se lo Stato italiano dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi finanziarie». Diagnosi infausta confermata il mese scorso dal ministero dell’Economia. Secondo il quale i cittadini che hanno «potenzialmente diritto all’indennizzo» per i processi interminabili sono «almeno 100mila» l’anno. Mettete che abbiano diritto a strappare in media 7 mila euro ciascuno e fate il conto. Erano già rassegnati, i due braccianti, a darsi tempi biblici quando il Tribunale, per evitare una figuraccia, li ha in questi giorni richiamati: era tutto un errore, l’appuntamento è solo nel 2013. Ah, solo nel 2013! Solo fra cinque anni! Ecco com’è, il libro sulla giustizia italiana scritto da Luigi Ferrarella e titolato, con un malizioso richiamo alla dannazione eterna, «Fine pena mai»: un libro sospeso tra il ridicolo e l’incubo.

Un formidabile reportage su un pianeta che tutti pensiamo di conoscere e che scopriamo di non conoscere affatto. Almeno non fino in fondo. Fino agli abissi di numeri e situazioni incredibili. Un racconto che trabocca di storie, aneddoti, personaggi curiosi e surreali ma che allo stesso tempo non concede un grammo al populismo, alla demagogia, al qualunquismo. E che proprio grazie a questa sobrietà ricca di humour ma esente da ogni invettiva caciarona, in linea con lo stile di Ferrarella che i lettori del Corriere bene conoscono, rappresenta la più lucida, netta e spietata requisitoria contro un sistema che rischia di andare a fondo. E di tirare a fondo l’intero Paese. Sia chiaro: non ci sono solo ombre, nella giustizia italiana. Di più: se ogni giorno si compie il miracolo di tanti processi che arrivano in porto, tante udienze che vengono aperte, tanti colpevoli che finiscono in galera e tanti innocenti che ottengono l’assoluzione, è merito di migliaia di persone perbene, giudici, cancellieri, impiegati, fattorini, che si dannano l’anima in condizioni difficilissime. Se non proprio disperate.

Ma certo, anche le luci mostrano quanto sia buio il contesto. Bolzano, che nonostante un buco del 45% negli organici riesce ad aumentare la produttività, ridurre l’arretrato e insieme dimezzare le spese abbattendo addirittura del 60% i costi delle intercettazioni fa apparire ancora più scandalosi i contratti stipulati separatamente dai diversi tribunali per l’affitto delle costose apparecchiature necessarie al «Grande Orecchio », affitto che configurava «uno sconcertante ventaglio dei costi da 1 a 18 per lo stesso servizio». Torino, «capace tra il 2001 e il 2006 di ridurre di un terzo il carico pendente del contenzioso ordinario civile: una performance che, se imitata da tutti i tribunali italiani, in cinque anni avrebbe ridotto di 238 giorni il tempo medio di attesa di una sentenza civile» dimostra quanto siano incapaci di una reazione all’altezza la stragrande maggioranza degli altri uffici, dove si è accumulato un «debito giudiziario» spaventoso: «4 milioni e mezzo di procedimenti civili e 5 milioni di fascicoli penali». Una «macchina» sgangherata e infernale. Che «consuma più di 7,7 miliardi di euro l’anno» e per cosa? «Per impiegare in media 5 anni per decidere se qualcuno è colpevole o innocente; per far prescrivere da 150 a 200mila procedimenti l’anno, record europeo; per incarcerare ben 58 detenuti su 100 senza condanne definitive; per dare ragione o torto in una causa civile dopo più di 8 anni, per decidere in 2 anni un licenziamento in prima istanza; per far divorziare marito e moglie in sette anni e mezzo; per lasciare i creditori in balia di una procedura di fallimento per quasi un decennio; per protrarre 4 anni e mezzo un’esecuzione immobiliare».

Ma certo che ci sono raggi di sole. A Milano, per esempio, dall’11 dicembre 2006 si possono «emettere decreti ingiuntivi telematici. Il risultato del primo anno è stato fare guadagnare a cittadini e imprese richiedenti dai 12 ai 14 milioni di euro: cioè i soldi fatti loro risparmiare, nella differenza tra costo del denaro al 4% e tasso di interesse legale al 2,50%, dal fatto di poter disporre con quasi due mesi d’anticipo dei 700 milioni di euro che costituiscono il valore dei circa 3.500 decreti ingiuntivi emessi. Un effetto leva pazzesco: 100mila euro spesi per investire nella tecnologia, ma già 12-14 milioni di euro di ritorno per la collettività nel primo anno». Qual è la lezione? Ovvio: occorre assolutamente investire sulle nuove tecnologie. Macché. «Fine pena mai» dimostra che, dovendo tagliare e non avendo il fegato di tagliare là dove si dovrebbe ma dove stanno le clientele, le amicizie, le reti di interessi, hanno via via deciso di tagliare in questi anni perfino le email, gli accessi a Internet, l’acquisto di programmi elettronici, la messa a punto di software specifici, l’assistenza informatica.

L’ultimo somaro sa che se non puoi contare su un’assistenza efficiente, addio: il tuo computer può improvvisamente diventare inutile come un’auto senza ruote. Bene: su questo fronte «la disponibilità del ministero per il 2006 copre appena il 5% del fabbisogno annuale ». Auguri. Per non dire del casellario ancora aggiornato in larga parte manualmente e che dovrebbe diventare totalmente informatico quest’anno (e vai!) nonostante dovesse esserlo già dal 1989 (diciotto anni fa) e per questa sua arretratezza ha consentito ad esempio a una nomade «fermata in varie città 122 volte per furti o borseggi, e condannata a segmenti di pena di 6/9 mesi per volta» di totalizzare «in teoria 20 anni di carcere senza mai fare nemmeno un giorno in prigione». Colpa dei ministri di destra e di sinistra che si sono succeduti ammucchiando «troppe riforme» spesso in contraddizione l’una con l’altra. Del Parlamento che ha via via affastellato leggi su leggi votando ad esempio 19 modifiche alla custodia cautelare in tre decenni.

Dei politici che non hanno mai trovato la forza, il coraggio, lo spirito di servizio per dare «insieme» una nuova forma a un sistema giudiziario che ormai è così sgangherato che riesce a recuperare «soltanto dal 3% al 5%» delle pene pecuniarie, con una perdita secca annuale di 750 milioni di euro, cioè sette miliardi in un decennio, «nonché di 112 milioni di euro di spese processuali astrattamente recuperabili ». Così cieco che, taglia taglia, offre per le spese agli uffici giudiziari di Campobasso 138 mila euro e poi ne spende un milione, sette volte di più, per risarcire i cittadini vittime della giustizia troppo lenta anche per mancanza di fondi. E i magistrati? Tutti assolti? Ma niente affatto, risponde Ferrarella. Il quale non fa sconti a nessuno. E se riconosce qualche buona ragione a chi tende a inquadrare certi ritardi «nel contesto», contesto che è «il migliore avvocato difensore » del giudice sotto accusa, non manca di denunciare assurdità che gridano vendetta. Possibile che perfino chi si «dimenticò » in galera 15 mesi un immigrato se la sia cavata con una semplice censura perché «era la prima volta»? Che non abbia pagato dazio neanche chi ha depositato sentenze «riguardanti cause decise più di sette anni prima»? Che 3.612 istruttorie aperte per accertare la responsabilità delle «toghe» in 3.612 casi di indennizzo per processi troppo lenti si siano concluse con 3.612 assoluzioni?

Gian Antonio Stella
22 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Romano e le liti, dagli spinelli a Bush
Inserito da: Admin - Gennaio 24, 2008, 09:35:56 am
Venti mesi di «maggioranza sexy»

Romano e le liti, dagli spinelli a Bush

L’ottimismo contro tutto: «Mediazioni? Mai. I comunisti? Folklore. E Mastella sarà una sorpresa»


«Fine de’a gita». Gli ultimi ed esausti respiri del governo Prodi, con quel malinconico applausino nell’aula deserta alla lettura dell’inutile fiducia ottenuta alla Camera, fanno venire in mente al diessino Gianni Cuperlo uno striscione allo stadio di Treviso all’epilogo dell’unica avventura in A chiusa con 23 sconfitte: «Fine de’a gita». Mai si era visto, in realtà, un gruppo di «gitanti» così rissoso. Fin dall’inizio. Da quella interminabile notte in cui, stremato dalla delusione per la «vittoria mutilata», quella vittoria che i sondaggi per mesi avevano dato come larghissima ed ora si rivelava sottile come carta velina, il Professore era apparso per dire: «Le elezioni le abbiamo vinte. Di un soffio, ma vinte». Al diavolo i dubbi e le offerte berlusconiane di una grande coalizione: «Posso governare cinque anni. La legge me lo permette». E via così. Con le citazioni di Bush che perfino al momento di decidere la guerra in Iraq (pur contando su un certo consenso trasversale) aveva al Senato un solo voto in più dei democratici e quelle di Churchill e Adenauer e «tanti altri che avevano un solo voto di maggioranza». E guai a ricordare che qui da noi la situazione era diversa perché dalle altre parti non capita che una coalizione sia costretta a contare sulla salute di sette senatori a vita: «Come va, caro, quel dolorino al nervo sciatico? ». Lui tirava dritto. Facendo coraggio a se stesso per far coraggio agli altri. Certo di durare? «È una squadra, la nostra, coesa e omogenea, dureremo cinque anni».

Proprio sicuro? «C’è l’impegno di tutti affinché questa coalizione vada avanti nei prossimi cinque anni. La coalizione è questa. Non cambia. Dura l’intera legislatura». E le risse interne? «Ogni motore va collaudato, vi assicuro che fra poco si sentirà armonia, come a sentire una Ducati o una Ferrari. Una Feraaaaari! ». E l’incapacità di decidere? «I ministri non possono esprimere opinioni, debbono esternare le decisioni, le conseguenze e le implementazioni ». E il rischio quotidiano di una caduta? Al che, lui allargava le mani come un Cristo Pantocratore per abbracciare nella benedizione tutti gli elettori delle circoscrizioni estere: «Abbiamo avuto l’incarico di governare dagli elettori di cinque continenti. Quindi governeremo». Il giorno dopo la vittoria uscì di casa a Bologna, per la sgroppatina quotidiana sotto i portici con una tuta azzurra attillatissima con scritto «Italia» sulla schiena e sprizzava il buonumore di chi era convinto che l’impresa più difficile, vincere le elezioni, fosse stata compiuta: il resto, bene o male, sarebbe stato meno complicato. Del resto, aveva già spiegato a Giampaolo Pansa come vedeva il futuro: «A me non piace mediare. Voglio governare. Ogni volta che si riunirà il Consiglio dei ministri, non si discuterà, ma si deciderà». Sì, ciao. Una tensione dopo l’altra. Tutti i giorni. Sulla scelta di confermare la decisione berlusconiana di concedere agli americani l’aeroporto «Dal Molin», con Massimo D’Alema che diceva che «una retromarcia sarebbe stata letta come un atto ostile» e Manuela Palermi, capogruppo dei comunisti italiani in Senato, che tuonava: «Il governo deve dire no».

Sulle impronte digitali, che Luciano Violante invocava contro i clandestini che si cancellano i polpastrelli e Paolo Cento avversava perché «invece di fare leggi per acchiappare i potenti che evadono e che delinquono ce la prendiamo con qualche povero diavolo di immigrato ». Sulla droga, col ministro Livia Turco da una parte e la mamma Turco Livia dall’altra: «Il più stupefatto, quando ho aumentato la dose minima consentita per uso personale, è stato mio figlio. Mi ha detto: "Mamma, non ti capisco". Gli ho detto: "Adesso ti spiego: come madre, se provi a farti uno spinello ti riempio di botte". Poi c’è la mia posizione come ministro. Gli ho domandato: "Secondo te è giusto che un tuo compagno di scuola al quale i genitori non hanno fatto una capa tanta come tuo padre e io l’abbiamo fatta a te, e che magari pensa che fumare uno spinello non sia pericoloso, corra il rischio di venire arrestato?». Una via crucis. Nella prima stazione si contempla... Nella seconda... Per venti mesi, in mezzo ai flutti, agli scossoni, agli uragani, alle grandinate, Prodi non ha perso occasione per sottolineare d’esser il perno di tutto. Ironico: «Berlusconi dice che domani cadiamo? Lo dice tutti i giorni...». Tranquillo: «Sono sereeeeno. Fermo e sereeeeno». Sicuro: «Il nostro è un governo seeerio e coeso, coeso e seeerio!». Le bufere sui costi della politica? «Mo quello è un tema che ho inventato io! Entro giugno vareremo un disegno di legge!». Perplessità sull’obesità di un esecutivo di 102 persone? «Abbiamo dovuto cedere qualcosa... Ma nei punti chiave ho deciso io: Amato agli interni, Padoa Schioppa all' economia, D’Alema agli esteri... Squadra buonissima!».

E Mastella alla Giustizia? Rispondeva ficcandoti il dito indice nelle costole per rafforzare il concetto: «Io dico che Mastell a s a r à una s o r p r e s a . Una sor-pre-sa!». «Ma c’è o ci fa?», si chiedevano i corrispondenti esteri che non capivano fino a che punto questo suo marmoreo ottimismo fosse un modo per caricare gli amici e irridere agli avversari o se ci credesse davvero. Il massimo lo diede quando l’inviato del tedesco Die Zeit gli chiese: «La nostra signora Merkel fa già fatica a guidare una coalizione di due soli partner. Ci spieghi come farà a tenerne insieme nove ». E lui: «All’interno dei vostri due partiti di coalizione esistono quaranta diverse correnti, non solo nove! I tedeschi, mi perdoni la franchezza, hanno impiegato molto più tempo a stringere il patto di coalizione rispetto a noi. Ci hanno messo due mesi! In un mese io ho fatto eleggere i presidenti delle due Camere, un presidente della Repubblica, formato il governo e superato il voto di fiducia. Siamo italiani, ma mi sembra che da voi il tutto proceda con molta più fatica. Noi abbiamo solo più folklore, Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani...».

 Mai una concessione a chi gli ricordava come il suo governo fosse sempre sull’orlo della crisi. Anzi, un giorno con Gianni Riotta si permise una battuta che gli sarebbe stata rinfacciata: «Ci sono stati quattro casi di coscienza sull’Afghanistan, è vero. Ma siamo ancora qui, mi pare. Avessimo vinto le elezioni con più agio sarebbe stato più facile ma così è più thrilling, c’è più avventura. Vuole la verità? È più sexy!». Dieci anni fa, nel 1998, andò uguale: sorrise dell’ipotesi di andarsene fin quasi all’ultimo. Sempre ottimista a costo d’apparire giulivo: «Non è ancora l’epoca delle vacche grasse ma la stiamo preparando!», «Abbiamo l’attivo primario più alto del mondo!», «Ho il fiato corto? Durerò vent’anni! », «Problemi? Sono come quel personaggio del Carosello, "Ercolinosempreinpiedi". Solo che lui dondolava e io no». Anche ieri sera, mentre dai banchi del governo si avviava verso l’uscita, assicurava agli amici che lui non dondolava: «Andiamo fino in fondo». Anche molti dei suoi però, ieri sera, hanno spento la luce sospirando sullo slogan ulivista della campagna vincente di due anni fa e un millennio fa: «Domani è un altro giorno».

Gian Antonio Stella
24 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Applausi ai «traditori» Clemente e Lamberto
Inserito da: Admin - Gennaio 25, 2008, 04:52:25 pm
Cusumano e gli altri, l'aula è un'arena

Applausi ai «traditori» Clemente e Lamberto


C'è è chi insulta, chi sputa, chi sviene, chi urla, chi avvampa, chi sbanda, C'è chi mena: se Romano Prodi voleva sbattere la porta mostrando agli italiani come un Parlamento possa trasformarsi in un rissoso bordello in cui strillano cesso e checca e merda, ce l'ha fatta.

Se invece sperava sul serio di portare (politicamente) a casa la pelle, gli è andata perfino peggio di quanto temesse. E sotto le macerie del suo governo, o se volete delle sue macerie personali, rischia ora di restare l'intera sinistra. Non ha voluto sentire ragioni, il Professore. Non i consigli di Giorgio Napolitano, che dal Quirinale gli aveva detto che forse non era il caso di sfidare il mondo intero sull'alternativa secca «o con me o contro di me».

Non gli ultimi avvertimenti, quasi accorati, di chi come Domenico Fisichella lo implorava: per favore, non costringermi a votarti contro. Non le invocazioni dei compagni di viaggio, preoccupatissimi all'idea di una sorta di ordalia parlamentare dopo la quale sarebbe stato difficilissimo tentare ricuciture capaci di evitare un'immediata corsa alle urne con l'Unione in pezzi, Walter Veltroni scardinato dal piedistallo sul quale era stato issato dalle (per quanto contestate) primarie e questa legge elettorale. Non le parole sferzanti di avversari come Francesco D'Onofrio: «Lei ha fatto un discorso livido questa sera, livido contro parti della sua maggioranza, livido contro quest'Aula». Niente da fare. Voleva cadere così, in Parlamento. Con la conta. Ed è caduto. «C'è qualcosa di magico, nella caduta», disse un giorno Giuliano Ferrara. E forse l'ormai ex presidente del consiglio è convinto davvero che un giorno, chissà, anche questa sua scelta verrà rivista col senno di poi come una solenne prova di fedeltà alle istituzioni. Di dignità. Di ossequio alle regole. Fino all'ultimo. Ma il «modo» in cui è andata la giornata di ieri, i toni, le parole, i sudori, le beffe («Lei, Presidente, prenderà tutte le ecoballe della Campania su di sè e con esse andrà a casa») hanno offerto l'impressione di una cosa diversa. Come se il Professore non fosse uscito solo battuto, cosa messa nel conto. Ma fosse stato sottoposto a una specie di «luxtratio simplex et tecnilocolorata». La «lezione» a base di pittura sulla faccia e sui capelli e sui vestiti, che gli studenti più anziani come lui infliggevano alle matricole in quegli anni Cinquanta in cui studiava alla Cattolica di Milano dove era stato avviato dal professore di italiano al Liceo che si chiamava Ermanno Dossetti, il fratello di Giuseppe.

C'è chi dice tra i suoi amici, come Angelo Rovati, che no, quello di ieri non è stato un atto di superbia intellettuale e politico da parte di chi ha dato mostra di essere talora po' ganassa («E-si-go!», «Parlo solo io!», «Ci metto un po' a decidere, ma poi vinco: ho sempre vinto») e si era convinto di essere l'unico collante capace di tenere insieme i cattolici e i trotzskisti, gli anticlericali e i focolarini, i gay esuberanti e le cattoliche penitenziali col cilicio ma piuttosto l'ultimo gesto di «amore per le istituzioni ». C'è chi invece, come Roberto Castelli, arriva a paragonare l'orgogliosa rivendicazione dei meriti del governo battuto («Mi rendo conto che il paragone per alcuni versi è ardito, perché allora eravamo in presenza di un'enorme tragedia e oggi alla più classica delle commedie all'italiana») al discorso di Mussolini al Lirico nel dicembre 1944: «Quando disse: "Qualunque cosa accada, il seme è destinato a germogliare" oppure "Il mio lavoro sta producendo ogni giorno frutti e sono certo che ne darà in futuro"». Certo è che il passo d'addio di quello che è stato per una dozzina di anni il punto di riferimento di una metà degli italiani, da quel giorno del '95 in cui Massimo D'Alema si alzò dalla terza fila del Teatro Umberto per incoronarlo («Lei è una persona seria e noi abbiamo deciso di conferirle la nostra forza »), è stato occasione per scattare istantanee indimenticabili. Che hanno mostrato come il Parlamento sia sul serio lo specchio del Paese. Nel bene e nel male. Ecco la piccola vanità intellettuale del professore Fisichella, che ammette certo di essere stato candidato dalla Margherita e di essere perciò grato a Rutelli ma aggiunge piccato «mi permetto di ricordare che non ero e non sono un tizio qualunque cui viene regalato un seggio parlamentare». Ecco il tormento comunista di Franco Turigliatto, che spiega che proprio non può, lui, votare per un governo come questo dopo che «la Sinistra ha ingoiato tutto senza riuscire ad ottenere nulla» al punto che «la crisi si materializza nella forma più politicista espressa dalla rottura dell'Udeur».

È stravolto, il trotzkista piemontese. E ancora più stravolto sarà al momento del voto, quando il suo «no» verrà accolto da urla di gioia e di approvazione dai banchi di tutti quelli che lui non sopporta. Applausi beffardi. Che sa gli verranno rimproverati al ritorno a Torino, da dove il capogruppo regionale dei comunisti italiani gli ha già fatto avere via Ansa il benvenuto: «Turigliatto: il miglior amico di Confindustria, chiesa e americani. Presto tornerà nella sua Torino e potrà fare solo danni minimali alla classe lavoratrice». Ecco gli slanci retorici del neo-democristiano Mauro Cutrufo che, forse per mostrarsi degno della laurea (taroccata) che sbandiera honoris causa alla «University of Berkley» (da non confondere con la vera Berkeley: tre «e») spiega a Prodi: «Ammiriamo la sua caparbietà e la volontà di una parlamentarizzazione della crisi, tuttavia, nel concreto e per il Paese, ha consentito solamente che si potesse mettere in scena una plateale morte del cigno: come il cigno, orgoglioso, sicuro dei propri mezzi e del proprio potere, ha provato strenuamente quanto inutilmente a dibattersi, ma le fauci della volpe che si nascondeva proprio tra le fila della sua maggioranza... ». E come dimenticare l'intervento di Francesco Nitto Palma? Timoroso che i colleghi abbiano scordato che un tempo fu magistrato, il senatore azzurro sversa sentenze latine una dietro l'altra. Meglio: parte col francese («"Après moi, le déluge!", "Dopo di me, il diluvio!", che mi auguro per lei la storiografia assegni a Luigi XV invece che a madame Pompadour »), poi si sfoga: «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur», «obtorto collo», «Acta est fabula », «Acta est tragedia»... E la rifondarola Rina Gagliardi? Dopo avere implicitamente chiesto scusa al Professore di averlo fatto cadere dieci anni fa riconoscendo le buone ragioni di chi allora non era d'accordo («il futuro si prospetta, ahimè, molto peggiore del pur non splendido presente») la senatrice comunista non trova di meglio che affidarsi, in qualche modo, al buon Dio.

E «sperare nel miracolo che quest'Aula stasera dia la fiducia a questo Governo». Il meglio però, arriva quando parla Nuccio Cusumano. Siciliano di Sciacca, figlio come Pierluigi Bersani di un benzinaio, è un parlamentare di lungo corso, giacché entrò in Senato nel 1992, quando apparteneva alla Dc di Salvo Lima, ma è vistosamente emozionatissimo. Sbanda, si accartoccia, riprende fiato, va in affanno, si arrabatta in analisi sulla «complessiva ripartenza rispetto ad un quadro sfilacciato ed appesantito vistosamente dalle permanenti e intense iniziative dell'opposizione» e finalmente, dopo essersi lagnato di quei maligni che hanno confidato ai giornali che lui starebbe sul punto di piantare Mastella per restare fedele al governo a causa di un piacerino fatto a Filippo Bellanca, il suo segretario tuttofare, finalmente si decide: «Scelgo in solitudine, scelgo con la mia libertà, scelgo con la mia coerenza, senza prigionie politiche, ma con l'esaltante prigionia delle mie idee, della mia probità, scelgo per il Paese, scelgo per la fiducia a Romano Prodi». Non l'avesse mai detto! Dai banchi di An, elegantemente agghindato con un maglione rosso buttato con studiata nonchalance sulle spalle della giacca come il suo grande amico Franco Zeffirelli butta le sciarpe e i foulard, salta su Nino Strano. Che urla: «Cesso! Sei un cesso! Cesso!». E poi «Merda! Sei una merda! Merda!». Franco Marini tenta disperatamente di calmare gli animi sbattendo la capanella: «Colleghi senatori! Colleghi senatori!» L'assemblea è un inferno. «Checca!», strilla Strano, «Checca! Checca! Sei una checca squallida!». In quel momento scatta Tommaso Barbato, il capogruppo Udeur che si fionda sul collega ribelle urlandogli: «Vergogna! Vergogna! ». C'è chi giurerà: «Gli ha sputato. Uno sputo alla Totti». Sputo tentato o sputo consumato? «Consumato, consumato!», conferma Gerardo D'Ambrosio: «Consumato e aggravato». Cusumano sbianca, si piega su un fianco, si accascia... «Sta male!», urla qualcuno. «Fate largo, sono un medico», si offre un vicino senatore.

E via così, tra urla belluine. Destinate a ripetersi al momento del voto. Quando il «traditore», masticando una gomma americana per ostentare d'avere recuperato la padronanza di se stesso, passerà sotto la presidenza per dire il suo «sì». A proposito: «traditore» chi? Eh già, negli applausi e nei fischi finali c'è infatti una piccola contraddizione. Fischi e schiamazzi e insulti a Cusumano. Boati di entusiasmo per Lamberto Dini e Franco Turigliatto e Clemente Mastella e Domenico Fisichella che votano contro il governo nel cui nome erano stati eletti. Bizzarrie della storia. L'esatto contrario di quanto accadde dieci anni fa. Quando lo stesso Mastella e quelli come lui che avevano deciso di spostarsi a sinistra per far nascere il governo D'Alema, furono investiti da un uragano: «Ma come! Contro il popolo che li ha eletti! Contro chi li ha votati!». Il più sobrio fu Gianfranco Fini: «Siete dei puttani». Il più bellicoso Gianfranco Micciché: «Saltimbanchi, truffatori, massoni, boiardi, vermi!» Un'incoerenza? Boh, dettagli... «Prodi, accattate sta mortadella!», grida felice Nino Strano mangiandosi una bella fetta di roseo salume. E ammicca: «Io a Cusumano non volevo mica offenderlo chiamandolo checca. Sono quarant'anni che danno della checca a me... L'offesa era "checca squallida". Squallida...».

Gian Antonio Stella
25 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Binetti, Turigliatto e il popolo ulivista tra i protagonisti
Inserito da: Admin - Febbraio 05, 2008, 09:09:44 am
Binetti, Turigliatto e il popolo ulivista tra i protagonisti

Tormenti e poi tradimenti

La legislatura dei tre cilici

Dalla lite Luxuria-Gardini alle lacrime di Cusumano


E chi se la scorda, questa legislatura dei tre cilici? Breve ma intensa. Penitenziale e insieme sadomaso. Ruotata tutta intorno a tre sofferenze. Il cilicio di Paola Binetti, il cilicio di Franco Turigliatto, il cilicio del 
Vladimir Luxuria (Ansa)
popolo di sinistra. Tre cilici diversi. Portati con spirito diverso. Paola Binetti, psicologa vicina all'Opus Dei, convinta che l'omosessualità sia «una malattia da curare», sarà ricordata soprattutto per la sua invocazione al cielo quel giorno in cui si apprestava a negare la fiducia al «suo» governo piuttosto che votare l'articolo che puniva chi «incita a commettere o commette atti di discriminazione» fondati su religione o tendenze sessuali: «Mi auguro solo che lo Spirito Santo scenda su quest'aula perché non so proprio se, alla fine, potrò votare il decreto». Votò contro. Decisa a sopportare fino in fondo le ironie dei compagni della maggioranza intorno a un paio di interviste in cui aveva confidato di dormire su una tavola di legno e di portare appunto il cilicio: «La vita di ognuno di noi è esposta a prove e difficoltà e ci vuole un certo "allenamento". Le privazioni, lo spirito di mortificazione, un domani mi aiutano ad affrontare cose più grandi».

E fa male? «Non più che portare il busto come facevano le donne in altri tempi. O girare in inverno con l'ombelico di fuori». Sempre meglio, aveva precisato successivamente, «che i tacchi a spillo». «Il sadomasochismo è un modo di godere. Purché ci sia libera scelta», commentò feroce Franco Grillini, storico leader gay e deputato della stessa Unione. E mai come in quel momento, in un Paese come il nostro che vede atei devoti come Marcello Pera corteggiare il Papa e cristiani ricchi di fede come Oscar Luigi Scalfaro battagliare in difesa della laicità, si è visto quanto fosse assurdo tenere insieme tutte le anime di un centrosinistra che per anni, all'opposizione, s'era illuso che per fare squadra bastasse l'antiberlusconismo. Come se questo potesse tenere insieme un teorico delle liberalizzazioni come Pierluigi Bersani e un no-global come Francesco Caruso, capace di portare alla Camera due finte molotov e marchiare Tiziano Treu e il povero Marco Biagi come «assassini». Il cilicio di Franco Turigliatto era un cilicio autoflagellatorio sul genere di quello di Mara «d'Arco» Malavenda, la pulzella rossa di Pomigliano, che per il senso di colpa di chiamarsi Assunta tra i disoccupati aveva cambiato nome e nella legislatura ulivista scaricava in Parlamento decine di migliaia di emendamenti tesi a intralciare il governo della sinistra «borghese» traditrice del proletariato. Affetto da sensi di colpa operaisti dolorosi come una colica addominale e più cupo di un vedovo in lutto stretto, Turigliatto fu il primo ad abbattere Prodi, sparandogli contro sulla missione di pace in Afghanistan. E spiegò tra i sospiri a Jacopo Jacoboni de La Stampa che lui non poteva porsi il problema della precarietà del governo: «Non ho mai avuto uno stipendio regolare, io. La pensione non l'avrò neanche, credo; quella vita senza certezze la conosco bene perché l'ho vissuta su di me». Al che, perfida, arrivò una lettera del rifondarolo Rocco Papandrea che spiegava come il compagno, dopo aver lavorato al Comune di Torino «con un contratto dirigenziale », fosse stato sistemato in Regione fin dal '99: «Fui io ad assumerlo e firmare il contratto...».

Espulso dal partito, sospirò. Durissimo, purissimo, levissimo. Come nel '98 lo erano stati i trotzkisti di Livio Maitan: «Oooh! Erano decenni che aspettavo di abbattere un governo borghese!». Il terzo cilicio l'ha portato per due anni, patendo e sanguinando a ogni stazione del calvario, dalle spaccature sulla base di Vicenza a quelle sui Dico, il popolo ulivista. Quello che aveva riempito il Circo Massimo con Cofferati ed era andato entusiasta a votare alle primarie per Prodi e per anni aveva sognato «un grande governo» come quello promesso dal Professore per ritrovarsi con una maggioranza scheletrica e un governo grasso. Di cotica pesante. Così obeso, con quei 102 ministri e viceministri e sottosegretari, da imbarcare panchinari della politica provinciale come il mitico Pietro Colonnella, che si vantava sul sito governativo d'essere stato protagonista, come presidente della Provincia ascolana, dell'«apertura del Traforo di Forca Canapine» e dell'avvio dei lavori per il «polo scolastico del Pennile di Sotto». Come dimenticarle, certe istantanee? Fausto Bertinotti che, eletto presidente della Camera, solca il Transatlantico tra un'ala di commessi come non avesse fatto altro in vita sua e si installa dedicando la vittoria «alle opevaie e agli opevai ». E poi lo schiamazzo a Montecitorio di Elisabetta Gardini, che esce stravolta dai bagni femminili, dopo averci incrociato la deputata transgender Vladimir Luxuria manco se l'avesse palpeggiata un maniaco: «Sono entrata, l'ho visto e l'ho vissuta come una violenza, una violenza "sessuale", mi sono proprio sentita male». Per non dire di Clemente Mastella, che appena conquista la poltrona di ministro della Giustizia («Vedrete», confida Prodi ai cronisti, «Sarà una sorpreeesa! ») prende di petto la catastrofe di dieci milioni di processi arretrati spostando la sede della scuola superiore per la magistratura da Catanzaro alla «sua» Benevento. Nobili motivi: «Avere la presenza di 2500 magistrati ogni settimana significa persone che vengono qua. Alloggeranno negli alberghi della città, mangeranno nei ristoranti della città, andranno a cena... Un indotto interessante... Qualcuno comprerà un vestito, comprerà una camicia, comprerà un prodotto dell'artigianato locale...».


 E come scordare Sergio De Gregorio? Neanche il tempo d'essere eletto tra gli anti- berlusconiani diepietristi e, in cambio della poltrona di presidente della Commissione Difesa, diventa un berlusconiano di ferro e mette a disposizione del nuovo capo il suo micropartito, «Italiani nel Mondo», nato dal commercialista cambiando la ragione sociale di un grossista di ombrelli e pellami. E Luigi Pallaro? El hombre de la pampa, arrivato direttamente dall'Argentina, si presenta con un misterioso paso doble: non è di destra, non è di sinistra, che farà? «Non butterò mai giù io un governo». E il giorno della mancata spallata sulla politica estera mantiene la promessa. Regalando a Francesco Storace l'opportunità di una battuta: «Du' ggiorni perzi a parla' der monno e bbastava chiede' a Pallaro: 'a Palla', che voti?». E resterà la legislatura di Vincenzo Visco, accusato d'essere un «Vampiro delle tasse» e di avere rimosso il generale Roberto Speciale non perché si faceva portare sulle Dolomiti i branzini appena pescati ma perché insisteva a volere indagare sul caso Unipol. E quella delle polemiche sui costi e i privilegi della politica, polemiche ereditate dal passato ma ravvivate da episodi come quello di Gustavo Selva che, per aggirare il traffico bloccato e raggiungere La 7 per una comparsata, al posto di un taxi prese un'ambulanza. E quella delle risse volgarissime su Rita Levi Montalcini e gli altri senatori a vita, bollati da maturi settantenni come «senatori pannoloni». Insomma, una legislatura tragica e ridicola, drammatica e insensata, di buone volontà e esasperanti furbizie, di virtuosi risparmi e sventurati sprechi. E chiusa così come si doveva chiudere. Con quello svenimento in diretta dell'ex mastelliano Stefano Cusumano, crollato su un fianco tra gli insulti e gli sputi come l'avesse fulminato Giove pluvio. Un colpo di teatro perfetto, per un teatrino.

Gian Antonio Stella

05 febbraio 2008
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Lambertow e gli altri, Silvio perdona tutti
Inserito da: Admin - Febbraio 09, 2008, 11:48:51 am
Andata e ritorno: Gli alleati del Cavaliere tra insulti e marce indietro

Lambertow e gli altri, Silvio perdona tutti

Due mesi fa Fini diceva del partito unico: altro che teatrino, siamo alle comiche finali


«Vabbe' che l'Italia è il Paese del trasformismo ma tutto ha un limite», sbottò Berlusconi all'idea che Dini voltasse gabbana. Gli amici di destra, però, si rilassino: la frase non è di ieri.

E il Cavaliere non ce l'aveva, ovvio, con il «Lambertow» che ieri è accorso nel nuovo Pdl passando dopo 12 anni da sinistra a destra, ma con il «Lambertow» che passò da destra a sinistra.

Si sa: chi se ne va è un ributtante opportunista, chi arriva un amato figliol prodigo. È la politica, baby. Certo, a sinistra c'è chi dirà che solo una manciata di settimane fa l'ex ministro degli esteri di Prodi, D'Alema e Amato aveva fondato il suo movimento liberaldemocratico spiegando che si collocava «naturalmente nel centrosinistra ». E chi ricorderà come lo stesso Cavaliere avesse a suo tempo marchiato Dini come «il maggiordomo di Scalfaro» che mascherava «il governo dei comunisti», Francesco D'Onofrio come «un ermafrodito» sulla via di diventare «transessuale», Umberto Bossi come un burattino in mano alle sinistre e Gianfranco Fini come «il ventriloquo di D'Alema». Ma perché rinvangare? Bentornato, Lambertow! La sinistra, del resto, sospettava che sarebbe finita così dai tempi in cui Cuore, per dare il benvenuto all'ex ministro del Tesoro berlusconiano, aveva intonato: «Compagni, dai cambi e dalle officine...».

La nascita anche a destra di una nuova forza politica per semplificare come il Pd a sinistra un panorama da incubo, con 157 partiti registrati (o 158 con quello di Bruno Tabacci: ma ormai anche gli appassionati hanno perso il conto) ha questo di buono: costringe i cacicchi a decidere. Dentro o fuori. A costo di mettere da parte certe contrapposizioni, certe forzature, certi insulti che mai come ora appaiono curiosi. Prendete Alessandra Mussolini.

Accusò Berlusconi di averla «accoltellata nella schiena» e piantò in asso Fini fondando un partitino suo («Ha osato definire il fascismo, cioè mio nonno, male assoluto! ») irridendo agli ex camerati «neo-democristiani che scodinzolano davanti alla porta del Ppe per un lasciapassare nel salotto buono».
Ieri, contrordine camerati: «Va reso merito a Berlusconi e Fini dello sforzo per tentare di dare corpo e sostanza a qualcosa che sembrava un sogno irrealizzabile, ora vicino a diventare realtà». E gli scodinzolanti del Ppe? Boh...

Il Cavaliere sorride. L'ha sempre detto, lui, che vorrebbe andare d'accordo con tutti: «Per non litigare mi posso fare concavo o convesso ». E pur avendo denunciato mille volte il ribrezzo per un certo teatrino della politica («Torno a Roma, torno nella cloaca »), ha imparato da un pezzo come gira. Ai tempi in cui il leader della Lega lo chiamava «Berluscaz», Fini confidò: «Silvio odia Umberto con tutto il cuore, io non so odiare quanto odia lui». Deciso a vincere, però, si fece davvero concavo e convesso: «Per tornare con Bossi abbiamo dovuto gettarci dietro le spalle tante frasi spiacevoli. Solo io con lui avevo 18 cause giudiziarie ». E se era riuscito allora a gettarsi alle spalle insulti come «suino Napoleon» o «cornuto delinquente», poteva avere puzze sotto il naso con l'amico Gianfranco? È vero, dovranno ammettere entrambi che il passaggio dalla rissa all'abbraccio è stato svelto. Solo due mesi fa, come ricordava giorni fa Francesco Storace (seguito ieri da Teodoro Buontempo, che ha messo in guardia il Cavaliere dal fidarsi «dei cavalli di Troia che aspettano solo di indebolire la coalizione ») la decisione di Sua Emittenza di salire sul predellino della macchina per tenere il «proclama di San Babila» annunciando la nascita del nuovo partito, era stata accolta dal leader di An con irritazione: «Comportarsi nel modo in cui sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali. Da queste mie parole, volutamente molto nette, voglio che sia a tutti chiaro che, almeno per quello che riguarda il presidente di An, non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi». E giorno dopo giorno la collera era sembrata montare, fino a fargli dire: «Io sono il presidente di Alleanza nazionale, non una pecora». Traduzione: non entro nel gregge di nessuno.

Va da sé che, plaudito alla pace rapidamente fatta dopo la caduta di Prodi, anche i tifosi dell'idea di una lista comune si sarebbero aspettati che l'annuncio di un accordo venisse dato questa volta insieme. Tutti e due. Alla pari, o quasi. Macché. Il Cavaliere non solo è salito su un secondo predellino, quello della trasmissione Panorama del giorno condotta da Maurizio Belpietro su Canale 5, ma ha dato lui la notizia anche del consenso dell'amico Gianfranco. Al quale non ha lasciato che il compito di assentire: «Condivido la proposta di Berlusconi di dare al popolo del 2 dicembre, al popolo delle libertà un'unica voce in Parlamento... ».

E chi lo guiderà, questo popolo? Un consolato con due consules? Un presidente e un segretario? Un condottiero unico a staffetta? E Fini, dopo essere stato per venti anni il numero uno della destra, che peso avrà dentro questo contenitore più grande? Si vedrà...

Il rapporto tra i due, in realtà, è sempre stato piuttosto complesso.
Fin da quando Berlusconi, dopo avere sdoganato l'allora segretario missino appoggiandolo prima nella corsa per il Comune di Roma e poi nella fondazione di An, rivendicò l'alleato come una creatura sua: «Si è candeggiato: prima di me era il cavaliere nero sul cavallo nero adesso è il cavaliere bianco sul cavallo bianco».

Un'idea fissa. Ribadita con la sua battuta più famosa: «Sono stato come la fata Smemorina di Cenerentola: erano delle zucche e li ho trasformati in principi». E confermata mille volte con gli ammiccamenti sull'erede, l'eredità, il delfino, il successore... Mettetevi al posto di Fini: è dura, a cinquantasei anni, fare ancora la parte del principino che aspetta che il Re un giorno, quando ne avrà voglia, gli posi la corona in testa. E così l'ha detta, fuori dai denti: «Successore designato per via monarchica da Berlusconi? La monarchia è un'istituzione rispettabilissima ma io sono repubblicano dalla nascita».

 Ma la politica è la politica. E Gianfranco ha già detto come la pensa: «La politica presuppone che i sentimenti personali non siano al centro dell'azione dei partiti. Sono sfere diverse». Avanti col nuovo partito, dunque. E la successione? All'ennesima domanda sul tema, un giorno rispose canticchiando Lucio Battisti: «Berlusconi non è una stella / che al mattino se ne va...».


Gian Antonio Stella
09 febbraio 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Rifiuti a Pianura, come 35 anni fa
Inserito da: Admin - Febbraio 21, 2008, 10:49:44 am
La Regione approvò una «dichiarazione d’urgenza» e una legge per gli impianti di smaltimento

Rifiuti a Pianura, come 35 anni fa

Spazzatura, malattie e blocchi stradali: tutto ricorda i tempi del colera

 
Dalle viscere puzzolenti delle discariche campane, insieme con i rifiuti tossici, continuano a uscire sorprese. Come una lontana legge regionale che, dissepolta, fa retrodatare l'emergenza spazzatura al 1973: cioè 35 anni fa. E indovinate da cosa era stata motivata, quella legge? Dal colera e da una rivolta a Pianura. Prova provata che il nostro è un Paese più smemorato dello smemorato di Collegno. Quanto siano lunghi trentacinque anni è facile da dirsi. Ne bastarono ventuno a Gengis Khan per unificare le tribù mongole, trascinarle alla conquista dell’Asia, arrivare ai Balcani e fondare il più grande impero della storia. Ne bastarono ventisette a Wolfgang Amadeus Mozart, morto appunto trentacinquenne, per scrivere 22 opere liriche, 12 opere sacre, 17 sinfonie e un’altra infinità di concerti e sonate e duetti. Ne bastarono 32 a Pio IX per marcare il pontificato più lungo dopo San Pietro. Bene, in quel lontano 1973 in cui erano ancora vivi Julius Evola e Aldo Palazzeschi, Beppe Savoldi vinceva la classifica marcatori davanti a Paolino Pulici e a Sanremo trionfava Peppino Di Capri, Napoli venne colpita dal colera.

Era la fine di un agosto torrido. Il presidente del Consiglio Mariano Rumor declamava che i problemi del Mezzogiorno erano al primo posto nella sua agenda, le cozze morivano asfissiate negli allevamenti legali e in quelli abusivi, la città non aveva ancora smaltito la rabbia che a metà luglio, nell’incubo d’una crisi energetica, aveva scatenato addirittura una serrata dei panificatori seguita da medievali assalti ai forni. E quando furono segnalati i primi due morti dilagò il panico. Il 30 agosto i decessi erano già sette, i ricoverati negli ospedali oltre centocinquanta, gli americani cominciavano a vaccinare la gente con enormi siringoni. E mentre nel resto d’Italia gli anti-democristiani sorridevano del fatto che per l’Organizzazione mondiale della sanità l’epidemia era causata da un vibrione di tipo Ogawa (con immediato gioco di parole su quello che era allora il viceré doroteo: «’o Gava») in città e nei dintorni divampava la protesta con guerriglia nelle strade, incendi, attacchi alle farmacie.

Ed ecco infine arrivare le prime disposizioni igieniche: vietato vendere frutti di mare, vietato fare il bagno lungo tutto il litorale, vietato abbandonare l’immondizia per strada. I giornali, memori di quanto era accaduto nella storia, ripubblicavano le cronache della spaventosa epidemia di colera del 1884 (settemila morti) e di quella ancora più apocalittica del 1836/1837, quando le vittime erano state 18 mila. Il ministro della Sanità, Luigi Gui, arrivava sotto il Vesuvio dicendo di essere stato informato di quanto accadeva dalla radio e mentre il capo dello Stato Giovanni Leone faceva visita ai malati al «Cotugno», una folla di curiosi, come trent’anni dopo avrebbe ricostruito sul «Diario» Eugenio Lucrezi, assisteva dal lungomare «alla deriva di quintali di cozze senza padrone, sradicate dai tralicci da chissà chi, che fluttuavano libere su e giù per Mergellina e in balìa delle correnti» mentre i fotografi immortalavano gli allevamenti di frutti di mare dove aggallavano i topi morti.

Sul Mattino, riapparve anche un pezzo della combattiva lettera aperta che la grande Matilde Serao aveva indirizzato in quel 1884 al capo del governo Agostino Depretis: «La strada dei Mercanti, l’avete percorsa tutta? Sarà larga quattro metri, tanto che le carrozze non vi possono passare, ed è sinuosa, si torce come un budello; le case altissime la immergono durante le più belle giornate, in una luce scialba e smorta: nel mezzo della via il ruscello è nero, fetido, non si muove, impantanato, è fatto di liscivia e di saponata lurida, di acqua di maccheroni e di acqua di minestra, una miscela fetente che imputridisce. In questa strada dei Mercanti, che è una delle principali del quartiere Porto, v’è di tutto: botteghe oscure, dove si agitano delle ombre, a vendere di tutto, agenzie di pegni, banchi lotto; e ogni tanto un portoncino nero, ogni tanto un angiporto fangoso, ogni tanto un friggitore, da cui esce il fetore dell’olio cattivo, ogni tanto un salumaio, dalla cui bottega esce un puzzo di formaggio che fermenta e di lardo fradicio ».

 E tutti a dire: ecco, anche oggi è come allora! Basta! Basta! Era questa l’aria che tirava, quando scoppiarono le rivolte di piazza contro le discariche, a partire da quella di Pianura dove la gente organizzò esattamente come oggi furenti blocchi stradali. E fu nella scia di questi moti che il Consiglio Regionale della Campania (nel quale sedeva sui banchi comunisti il giovane Antonio Bassolino) decise di votare una «dichiarazione di urgenza ». E di varare una legge, la numero 23 del 19 novembre 1973, che portava un titolo quasi incredibile, a rileggerlo oggi: «Finanziamenti regionali per la costruzione, ampliamento e completamento di impianti per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani». E non si trattava solo, come ricorda Mario Simeone, già capo dell’Ufficio Stampa del Consiglio Regionale, di buoni propositi: per la sua attuazione venne previsto infatti uno stanziamento di 30 miliardi di lire, con i quali i comuni o loro consorzi avrebbero dovuto «costruire i necessari inceneritori nel quadro di un piano regionale di cinque anni di localizzazione razionale degli impianti». All’articolo 9, con minaccioso decisionismo, c’era scritto: «Qualora i Comuni o Consorzi non presentino i progetti esecutivi o non completino le opere nei termini stabiliti, provvede direttamente la Regione alla realizzazione degli impianti». All’opera! All’opera! Cinque anni dopo, al momento del bilancio, non era stata investita seriamente una sola lira. Da allora, mentre si accavallavano emergenze ad emergenze, si sono succeduti 5 presidenti della Repubblica, 9 legislature, 29 governi. E, come se quella legge non fosse mai stata fatta, si è sempre ricominciato da zero.

Gian Antonio Stella
21 febbraio 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La pazza idea delle scuole divise per tribù
Inserito da: Admin - Febbraio 28, 2008, 03:36:53 pm
Figli e politica Su «Avvenire»

La pazza idea delle scuole divise per tribù


La commissione per la Promozione della Virtù saudita è arrivata a suggerire il bando, tra le lettere latine, della «X»: somiglia a una croce. Un problema, se ci arrivassimo: come scrivi taxi, extra, xilografia, export o marxista?
E poi, come la insegni a un bambino, senza questa «X», la moltiplicazione «2 X 2»? La domanda è meno surreale di quanto appaia. E sorge davanti a una curiosa tesi lanciata da un editoriale di Avvenire. Secondo il quale lo Stato dovrebbe «garantire che i genitori di sinistra possano mandare i figli in scuole di sinistra, quelli liberali in scuole liberali, quelli cattolici in scuole di ispirazione cattolica». Principio che automaticamente dovrebbe essere esteso, salvo forzature costituzionali, ad islamici e buddisti, geovisti e «scientologisti », induisti e animisti e cultori del wudu. Secondo Giacomo Samek Lodovici, infatti, è in ballo «un valore non negoziabile come la libertà di educazione ». E «poiché la trasmissione culturale dovrebbe essere trasmissione della verità, la scuola dovrebbe trasmettere principalmente (non esclusivamente) la verità. Cioè quelle tesi e quei valori che essa e i genitori che l'hanno scelta considerano vere».

Un papà e una mamma sono di sinistra? Hanno diritto a una scuola di sinistra. Sono di destra? Scuola di destra. Certo, c'è un problemino: «quale» sinistra? Quella bertinottiana o pecoraroscania, veltroniana o pannelliana, dilibertiana o turigliattiana? Mica facile, trovare la scuola giusta. E «quale» destra? Berlusconiana o finiana, buttiglionesca o mussoliniana, rotondiana o santanchesca? Quanta dose di simpatie trotzkiste può essere tollerabile per un bravo genitore post-diessino? Quanti fez e gagliardetti e busti del Capoccione possono essere accettati sopra l'armadio in classe da un bravo genitore liberale? E può essere davvero democratica una scuola non perfettamente aderente alle specifiche «verità » di Franco Giordano e Marco Ferrando, Salvatore Cannavò e Livio Maitan, Francesco Caruso e Luca Casarini? Immaginiamo già il primo incontro dei genitori-insegnanti: «Scusi, professore, ma lei non è in linea con la mia verità». Certo, per venti, trenta o quaranta milioni di precari sarebbe un'occasione unica. Potrebbero smettere d'invocare sempre più allievi disabili, veri, semi-veri e smaccatamente falsi per allargare il numero degli insegnanti di sostegno, che in Sicilia sono arrivati ad essere quasi il 18% del corpo docente, per spartirsi ciascuno una fettina di questo nuovo mercato.

La scuola personalizzata. Su misura. Taglia 42 o taglia 58 drop sei a seconda di ciò che scelgono i papà e le mamme. E arriverebbe a compimento il percorso di un Paese dov'è ormai impossibile trovare un accordo anche sulla condivisione del punto e virgola. E dove finalmente, rinunciato una volta per tutte all'idea di una storia comune, ognuno potrebbe raccontarsi la «sua». Anzi, c'è chi dirà che non occorre neppure fare dei libri nuovi. Ci sono già. Siete genitori di sinistra? Ne «L'età contemporanea» di Ortoleva- Rivelli, i vostri figlioli possono leggere che la figura di Stalin «appariva rassicurante nella sua immensa autorità e nella sua salda permanenza al potere. Il timore da essa ispirato poteva quasi essere sentito positivamente, come il rispetto dovuto ad un'autorità dura ma giusta». Oppure, sul «Dizionario giuridico italiano- inglese» di Francesco De Franchis, che dopo il trionfo elettorale nel 2001 «il nuovo governo Berlusconi si presenta come una compagine all'altezza dei propositi, dal decreto salvaladri al condono edilizio, dal vecchio regime dei lavori pubblici alla virtuale abolizione del Secit: un free for all degno di Somoza». Per non parlare della differenza tra i lager nazisti e i gulag sovietici, spiegata negli «Elementi di Storia» di Camera- Fabietti, dove i primi furono la conseguenza «logica e necessaria» di un regime fondato «sulla sopraffazione e l'eliminazione delle "razze inferiori" », mentre l'«ignominia» dei secondi non va imputata al comunismo che «esprimeva l'esigenza di uguaglianza come premessa di libertà » ma al «tentativo utopico» di tradurre immediatamente «questo sacrosanto ideale» in atto o peggio ancora alla «conversione di Stalin al tradizionale imperialismo».

Quanto ai genitori di destra, stiano tranquilli anche loro. Basterà dare più spazio a manuali come «I nuovi sentieri della Storia» di Federica Bellesini. Dove la differenza tra destra e sinistra storica viene ricostruita così: «Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri. Essi facevano politica al solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi socialmente o arricchirsi» mentre quelli della Sinistra, «erano professionisti, imprenditori e avvocati disposti a fare carriera in qualunque modo, talvolta sacrificando perfino il bene della nazione ai propri interessi».

Troppo soft? Si può allargare a tutta la penisola la scelta fatta dalla professoressa Angela Pellicciari del romano «Lucrezio Caro» che ai suoi liceali, con il «Manifesto» di Marx e il Concordato, ha fatto adottare «Le conversazioni segrete» di Adolf Hitler, con commossa prefazione del neonazista Franco Freda: «Dinanzi alle parole e ai detti memorabili dei Capi e dei Maestri i semplici devoti devono stare in raccoglimento e osservare il silenzio». E perché non recuperare i buoni vecchi sussidiari di una volta? Lì sì che i bambini imparavano la meccanica! «Il passo romano è un esempio di moto uniforme». E pure la poesia: «Tu levi la piccola mano / con viso di luce irradiato / Tu sei quel bambino italiano, / che il Duce a cavallo, ha incontrato... ». «E noi?», diranno i genitori leghisti. Ma certo, avanti le scuole padane. Con libri come «La storia della Lombardia a fumetti » distribuita dalla Regione. Dove c'era sì qualche sventurato strafalcione («Verso il 3000 dopo Cristo la civiltà camuna era piuttosto evoluta... ») ma in compenso i rampolli celtici potevano leggere una nuova ricostruzione del Risorgimento: «alcune manovre e piccoli intrighi, certi eroismi e strani trattati avevano portato la penisola italiana a essere un unico regno...» O manuali come «Noi veneti » che, voluto e finanziato dalla Regione guidata da Galan, non aveva una riga su pittori come Giorgione o Tintoretto, Tiziano o Canaletto né su musicisti come Vivaldi o Albinoni o scrittori come Pietro Bembo o Ruzante, ma regalava una poesia di Catullo tradotta dal latino in dialetto: «Cossa de mejo gh'è del riposarse / infin, dal peso e dal strassinamento... ».

E poi spazio, ovvio, alle scuole musulmane. Dove i genitori, in nome della «loro» verità potrebbero chiedere lo stesso sussidiario su cui studiò Magdi Allam («L'imperialismo internazionale ha conficcato il cancro dell'entità sionista nel cuore del mondo arabo per ostacolare la nascita della Nazione araba accomunata dall'unità del sangue, della lingua, della storia, della geografia, della religione e del destino») o i manuali dei ragazzini palestinesi dove, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, su 28 carte geografiche non ce n'è una con Israele e puoi trovare ammonimenti come questo: «I vostri nemici cercano la vita, voi cercate la morte ». E poi ancora scuole cattoliche senza Darwin e i neo-darwiniani e magari, come sognava il ministro della cultura dei gemelli Kaczynski in Polonia, senza Kafka, Dostoevskij e Goethe. E poi ancora scuole luterane e scuole valdesi e scuole anglicane e scuole di ogni genere su misura della «verità» scelta dai genitori. Tra i quali avranno soddisfazione, si spera, anche i comunisti coreani che potranno finalmente allevare i figlioli nel culto dell'«Adorato Kim Jong-il», che nei libri di testo sale in cima al monte Yongnam e declama celeste: «Corea, ti farò brillare!»

Gian Antonio Stella
28 febbraio 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - E Silvio archiviò i miracoli
Inserito da: Admin - Marzo 03, 2008, 06:04:08 pm
La battuta a un collaboratore sull'età: «SONO VECCHIO Ma non sono ancora rinc...»

E Silvio archiviò i miracoli

Il leader cambia linea anche sulla pressione fiscale: ridurla sotto il 40 %


E la chioma? Deciderà anche di mostrarsi pelato e senza quei capelli arancioni tanto sagomati da sembrare un parrucchino? L'interrogativo non è così eccentrico dopo che ieri Silvio Berlusconi, rompendo un tabù, si è girato verso un collaboratore che gli parlava all'orecchio sbuffando divertito: «È inutile che suggerisci. Sarò vecchio ma non sono ancora rincoglionito». Stupore tra gli astanti: vecchio? Lui? La battuta in realtà, giura chi lo conosce, è tutta nel solco di una nuova strategia del Cavaliere. Lo spiegò benissimo, anni fa, don Gianni Baget Bozzo, che in questi anni è stato il cappellano militare di Forza Italia: «Le gaffes di Berlusconi non sono gaffes. Lui fa finta ma è tutto già pensato, già voluto. Sperimenta, cerca, manda messaggi, anticipa. Sono uno strumento di comunicazione e di direzione politica». Vale per le gaffes, vale per il resto. Anche se un giorno gigioneggiò sul suo essere «come Biancaneve in un mondo che non è una fiaba » e ancora insiste talora nel definirsi un imprenditore «costretto dalla storia ad assumersi questo ruolo», il leader azzurro ha imparato da un pezzo a «far politica». Anzi, non lascia niente al caso. Straordinario «annusatore» del mercato, ama dire che sa farsi «concavo e convesso». Un prodotto non va più? Lo cambia. Con una rapidità di decisione che gli altri politici italiani se la sognano. Ed è lì la chiave per capire le ultime svolte. Tre su tutte. La prima: abolizione dei sogni. Ci aveva giocato per anni, sul tema. Non solo nel messaggio con cui segnò il suo ingresso in politica. Si vantava di avere voluto lui preziose riedizioni de «L'Elogio della follia» di Erasmo da Rotterdam e de «L'Utopia » di Tommaso Moro.
Scriveva libri dal titolo «La forza di un sogno». Definiva Forza Italia «una nave di sognatori ». Assicurava che il suo governo «stava realizzando il sogno di cambiare l'Italia». E ancora due anni fa teorizzava: «Ai cittadini bisogna presentare un sogno, un progetto ambizioso per il futuro, e noi stiamo pensando a quello». Per non dire dei miracoli. Promessi e rivendicati: «Vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano». «Coi vincoli europei non possiamo fare una vera politica economica, tanto meno la vecchia politica dei cambi. Possiamo fare solo i miracoli quotidiani». «Abbiamo fatto semplicemente i miracoli. Nessuno ha fatto mai di più della coppia Berlusconi-Letta...». Bene: tutto cambiato. Al punto di lanciare questo messaggio: «La situazione è molto, molto difficile e gli italiani devono essere consapevoli di questo. Nel programma c'è una frase precisa, ossia: non promettiamo e non facciamo miracoli». Seconda svolta: l'impegno, tra le sette «missioni », a ridurre la pressione fiscale «sotto il 40 per cento ». Una sterzata poco notata da amici e avversari, ma clamorosa. Fin dal suo trionfale debutto, infatti, il Cavaliere aveva battuto e ribattuto su un punto: «Se i cittadini sentono che lo Stato non li rapina ma gli chiede il giusto saranno contenti di pagare le tasse e le entrate dello Stato aumenteranno ». Dunque, due sole aliquote: 23% fino a 200 milioni di lire, 33 per cento oltre. Tesi liquidata da Giulio Tremonti, pochi giorni prima di diventare un ministro berlusconiano, come una «panzana». Peggio: «Miracolismo finanziario». Ma cocciutamente perseguita dal Cavaliere per anni. Cavalcata nella campagna elettorale del 2001: «Per il Mezzogiorno, quando sarò al governo, chiederò al commissario Ue Monti gli stessi sgravi fiscali dell'Irlanda.

Ridurrò l'Irpeg al 25%». «Con buon senso e attenzione, nell'arco di tre-quattro anni ridurremo la pressione fiscale dal 47 al 35%. E taglieremo del 20% il prelievo Irpef». Controfirmata nel famoso «contratto con gli italiani»: «Punto primo: Abbattimento della pressione fiscale con l'esenzione totale dei redditi fino a 22 milioni di lire annui; riduzione al 23 per cento dell'aliquota per i redditi fino a 200 milioni; riduzione al 33 per cento dell'aliquota per i redditi sopra i 200 milioni».

E rilanciata quando già era a Palazzo Chigi da tre anni: «Se il cittadino percepisce le tasse come giuste, se gli si chiede il 33%, è invogliato a pagare, si convincerà che è doveroso far fronte alle richieste dello Stato, se invece gli si chiede il 50% del suo reddito si sente moralmente autorizzato ad evadere ». Terza svolta, sul giovanilismo. Ci ha sempre tenuto molto, il Cavaliere. Si faceva fotografare in tenuta da tennis mentre batteva il passo con Galliani, Dell'Utri, Letta alle Bermude. Gioiva a leggere che i compagni di una «corsa rigenerante» erano rimasti con la lingua a penzoloni e l'assai più giovane Antonio Tajani aveva dovuto mettersi a letto. Gongolava quando Michaela Biancofiore, bionda valchiria altoatesina, lo definiva «un figaccione».
Faceva lo sciupafemmine, fino a innervosire Veronica, confidando: «Sono andato a Cleveland per venire incontro alle sollecitazione dei miei che volevano che mettessi un salvavita. Ora mi sento forte, giovane e prestante e sono pronto a innamorarmi». Citava a suo vanto il medico e sindaco Umberto Scapagnini: «Assicura che sono 25 anni più giovane della mia età reale». Fino alle battute più recenti: «Mi sento giovanissimo». «Mi fa piacere stare qui tra coetanei, cari ragazzi di An».

«Gli anni? Tutto dipende da come uno si sente. Io per esempio, in tutti i campi, ne ho 35». Tema: come mai, ieri, ha rovesciato tutto? Autoironia, senz'altro: anche i nemici riconoscono che ce l'ha. Ma forse, come sulle tasse e i miracoli e i sogni, c'è appunto dell'altro. Una nuova strategia. La stessa che lo portò, tempo fa, a rinvangare con Veltroni una mitica battuta di Reagan contro Mondale che gli rinfacciava d'esser vecchio: «Non sfrutterò politicamente la giovane età e l'inesperienza del mio avversario». Resta quella curiosità iniziale: e i capelli? Il «nuovo» Berlusconi più prudente e meno sognatore e meno miracolista si mostrerà anche più anzianotto? E i tacchi? Rinuncerà un giorno a quelle formidabili zeppe che lo fanno svettare oltre il metro e settanta?

Gian Antonio Stella
03 marzo 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Lo strappo di Calearo
Inserito da: Admin - Marzo 07, 2008, 03:15:17 pm
VELTRONI E IL NORD EST

Lo strappo di Calearo

di Gian Antonio Stella


Dice il ministro rifondarolo Paolo Ferrero che l'idea di Veltroni della comunità del lavoro «è una classica idea di destra organicista, la traduzione del "siamo tutti sulla stessa barca" con i lavoratori che remano e Agnelli al timone». «Una stupidaggine», sentenzia: «La società è divisa tra chi sfrutta e chi è sfruttato». Quindi, come ha sancito Fausto Bertinotti, tra l'operaio scampato all'incendio della Thyssen e l'ormai ex presidente di Federmeccanica Massimo Calearo candidati insieme nel Pd, o è di troppo l'uno o è di troppo l'altro.

Per carità: potrebbero esserlo tutti e due. Nella prospettiva di un partito attento ai processi più nuovi della società, Antonio Boccuzzi ha oggi un altissimo valore simbolico dopo la catena di omicidi bianchi ma porterà in Parlamento la prospettiva di un lavoratore di un settore esausto e assai poco innovativo. Ed è fuori discussione che l'ex rappresentante degli industriali vicentini, che sono tra i pacchetti di mischia combattivi del Paese, è del tutto estraneo alla storia del centrosinistra. Non bastasse, ha sottolineato subito questa sua estraneità confidando di non aver «mai» votato da quella parte e infilando una serie di battute, a partire da «San Clemente» che hanno incendiato il dibattito come una torcia in un pagliaio.
Veltroni poteva trovare di meglio per aprire a quel Nord Est da decenni avaro di soddisfazioni per la sinistra? Può darsi. I mal di pancia dell'elettorato che si riconosce nel Pd sono forti. E nel rivangare un'infelice battuta del neo-capolista democratico sullo sciopero fiscale («a mali estremi...») crescono i sospiri di dissenso di quanti avrebbero preferito che Walter puntasse (ammesso e non concesso che accettassero) su altri cavalli, forse meno ruspanti e meno in sintonia con gli umori dei piccoli e medi imprenditori veneti, ma mai vissuti come «avversari», e tanto meno come «falchi»: Pietro Marzotto, Mario Carraro, Luciano Benetton.

Ma Veltroni voleva lo strappo. Netto. Carta vincente o carta perdente? Si vedrà. Al di là dei turbamenti democratici e dei veleni della destra che urla al «tradimento», le polemiche su Calearo dimostrano però ancora una volta tutti i limiti d'una certa sinistra nel capire il Nord Est. Basti leggere Liberazione.
Dove i settentrionali sono «prigionieri del benessere blindati nelle villette-bunker» contrapposti a «meridionali costretti a una nuova ondata migratoria verso i paesi di quelle villette». Uno stereotipo che fa il paio col modo in cui Alfonso Pecoraro Scanio sbertucciò le paure dei veneti dopo il massacro di Gorgo al Monticano: «Il tono del dibattito sulla sicurezza è ormai da barzelletta». E con l'idea di una società spaccata come una mela di Ferrero.

Sia chiaro: il mondo è pieno di sfruttati e sfruttatori. E gli uni e gli altri vanno chiamati col loro nome: sfruttati e sfruttatori. Ma questa sinistra è convinta di conoscerli davvero, i «suoi» operai del Nord Est? Dicono le tabelle delle ultime politiche che i risultati ottenuti da Rifondazione in alcuni paesi ad altissima densità operaia della provincia iper-industrializzata di Vicenza sono i seguenti: 2,7% ad Arzignano, 2,7 a Carrè, 2,0 a Rosà, 1,8 a Rossano Veneto, 1,6 a Zermeghedo... Come mai? Forse le cose sono un po' più complesse...


07 marzo 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Pizza e l’antica gaffe. Appese nel bagno quadro di Fanfani
Inserito da: Admin - Aprile 03, 2008, 05:33:38 pm
Ritorni / Quando la Balena Bianca diventò Acciuga

Pizza e l’antica gaffe

Appese nel bagno un quadro di Fanfani



«Dc chiede rinvio elezioni». Quando ha visto i titoli delle agenzie, il segretario della Sardina Bianca Giuseppe Pizza s’è commosso come ai bei tempi. La Balena Bianca sì, decideva la politica! Peccato che il segretario dell’Acciuga Bianca, Angelo Sandri, l’abbia subito attaccato: «Impostore!»

Come andrà a finire si vedrà. Avendo perfino già votato gli italiani in missione all’estero, è possibile che le elezioni vadano a monte per una molecola, sia pure appoggiata da un verdetto del Consiglio di Stato? Boh... Il ritorno di questi «eredi» della Democrazia cristiana, col loro strascico di sentenze, ricorsi, cavilli, appelli, denunce, diffide, ha però l’odore di certi vecchi ritagli che affiorano dai cassetti riportandoti indietro.

 
Milano, 6 giugno 1953 - Vigilia delle elezioni politiche: militanti della Democrazia cristiana si preparano per un giro di propaganda in città
Agli anni in cui il partitone scudocrociato era il contenitore di mille anime diverse e alcune non sopportavano le altre al punto che, racconta Guido Quaranta in Tutti gli uomini del presidente, Amintore Fanfani, all’inizio delle sedute del Consiglio dei ministri, pregava Oronzo Reale, repubblicano, di sedersi tra lui e Paolo Emilio Taviani «perché non voleva averlo vicino». Un’ostilità che Taviani ripagava: «Nella vita ci sono solo due cose belle, le donne e l’odio perenne per Fanfani».

Anche Giuseppe Pizza, che pure si definisce erede di De Gasperi e di tutti i padri del partito dopo di lui, finì in rotta con Fanfani. Il vecchio Amintore era un uomo così ricco di ironia che una volta arrivò a sorridere della propria statura dicendo a Giorgio Bocca: «Vile! Tu uccidi un uomo corto!». Aveva però una fissa sulla quale era permalosetto assai: la pittura. Narra dunque la leggenda che un giorno, paonazzo di rabbia, venne a sapere che Pizza, cui aveva cerimoniosamente donato un quadro da lui pittato, aveva appeso il capolavoro in bagno. Lo chiamò: «Caro Giuseppe! Perché non mi inviti?» «Una sera a cena?», rispose speranzoso quello. «No, devo fare la pipì...». Detto fatto, raccontano, commissariò i giovani democri stiani togliendo a Giuseppe la sola e unica carica che mai avesse avuto.

Ai tempi in cui la Dc era la «vera » Dc, infatti, Giuseppe Pizza era più nessuno di qualunque altro signor nessuno. Basti dire che l’Ansa, come rivela l’archivio, si accorse via via dell’esistenza di Paolo Cento o Aurelio Misiti, Pietro Folena o Carlo Giovanardi e perfino Enrico La Loggia fin dagli anni Ottanta. Di lui no. Mai una citazione. Una riga. Una virgola. Inesistente. Fino al dicembre 2003.

Spiega oggi Wikipedia, dove una mano generosa ha composto una pagina che dedica alla «sua» creatura, la nuova Dc, lo stesso spazio destinato a una grandiosa figura storica come papa Innocenzo III, che in realtà lui c’era. Ed era accanto a Flaminio Piccoli e al vecchio Giuseppe Alessi, ancora oggi in gamba nonostante abbia passato i cento anni, nei tempi in cui fondarono dopo la crisi dei primi anni Novanta e la trasformazione nel Partito popolare, i primi nuclei semi-clandestini di Rinascita della Democrazia cristiana. Quelli sui quali sarebbe stata imbastita un’accanita battaglia giudiziaria. Battaglia chiusa (pare) dalla contestatissima sentenza del giudice romano Francesco Manzo che il 15 settembre 2006 liquidò in 123 righe ogni pretesa di quello che era convinto di essere stato l’ultimo segretario del partito, cioè Rocco Buttiglione, diffidandolo dal «molestare» gli «eredi» del nome e del simbolo del grande movimento di Sturzo e De Gasperi, Moro e Fanfani, Dossetti e Andreotti, Cossiga e Scalfaro: i signori Armando Lizzi e Giuseppe Pizza.

Era il giorno della riscossa. Fino a quel momento, a cercare «Giuseppe Pizza» in internet, usciva una pizzeria di Warminster, Pennsylvania, aperta tutti i giorni, specialità «vegetariana» con broccoli, spinaci, funghi e cipolla, 15 dollari e 95 cent. «E questo da dove esce?», si chiese Gianfranco Rotondi, segretario di un’altra nuova Dc. E prese a diffidare tutti dal «dare notizia circa una sedicente Dc»...

Un tormento. Di qua c’era Buttiglione che sventolava le sentenze sue, di là Rotondi con le sue, di là ancora Casini con le sue... E per anni, sulla tomba della vecchia Dc, è stato tutto un fiorire di democristiani mastelliani e lombardiani, carolliani e folliniani, tabacciani e pezzottisti, d’antoniani e giovanardiani.

Rispettosamente: un delirio. Finito come doveva finire una grande tragedia sfociata in farsa: con l’immenso tesoro democristiano misteriosamente intestato dopo mille passaggi strani a uno scaricatore del porto di Trieste residente in una baracca delle campagne di Buje, in Croazia. E il lillipuziano scontro finale tra il segretario della rinata Dc Giuseppe Pizza e il segretario della rinata Dc Angelo Sandri che si accusano l’un l’altro di essere un maledettissimo usurpatore: «Io e io solo, sono l’erede della Balena Bianca!» Ieri a sinistra, oggi a destra, domani chissà... Un odio immortale. Eterno. Sardina Bianca contro Acciuga Bianca. Nei secoli dei secoli. Amen.

Gian Antonio Stella
03 aprile 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA -
Inserito da: Admin - Aprile 13, 2008, 04:34:43 pm
Elezioni 2008 La storia

Uova, fucili, sesso e calcio

La campagna del finto fair play

Gaffe, contestazioni e «sparizioni»: il film della lunga sfida


«Forza Roma», «Avanti Lazio», «Lista del Grillo Parlante». Deciso ad essere eletto, er candidato presidente sor Nardinotti ha messo dentro tutto, nel depliant elettorale. Che je frega de la coerenza? Se si può essere insieme democratici e fascisti, liberisti e statalisti, laici e papalini, leghisti e meridionalisti, realisti e sognatori, populisti ed elitari si potrà ben tifare insieme giallorossi e biancazzurri! Il ragionamento, diciamolo, non fa una piega. Ed è il degno cesello, sia pure in una competizione secondaria quale le «provinciali » romane, di una campagna elettorale che ha offerto davvero di tutto. Compreso il sexy manifesto della vetusta pornostar Milly D’Abbraccio che, stampato in caratteri cubitali sopra un fondo schiena con corredo di collant a rete, guanti e paillettes, intima: «Basta con queste facce da c...». Il bello è che la campagna elettorale, nonostante i momenti di volgarità del giorno in cui era caduto il governo di sinistra, quando l’ultimo giapponese prodiano Nuccio Cusumano si era beccato uno sputo dal compagno di partito Tommaso Barbato mentre il nazional alleato Nino Strano gli urlava «sei un cesso! checca squallida!», era partita con toni da club britannico.

Col Cavaliere da una parte e il sempre-giovane Walter dall’altra che, la mano ripiegata sul fianco e un fazzolettino di lino alla cinta, si scambiavano sorridendo educati colpi di fioretto. E tutti a dire: ah, finalmente, che garbo, come in Europa! Macché... Se Veltroni ha cercato fino all’ultimo di restare fedele al ruolo scelto («Per quanto aspro e offensivo sarà il loro linguaggio elettorale, io non risponderò») fino a tirarsi addosso l’incitazione a essere più grintoso, Silvio Berlusconi ci ha messo poco a riprendersi la parte che più gli piace. Quella di domatore del «suo» popolo. Che eccita e incanta e provoca e incendia toccando tutte le corde che sa essere più sensibili. «Anche oggi Veltroni dice tre bugie ogni due righe: è la vecchia ricetta stalinista sempre valida nella sinistra». «Ha detto 43 menzogne in una sola trasmissione!» «Dovrei ricordare che Veltroni disse che Stalin è un benefattore dell’umanità e che il comunismo è un’utopia positiva? No, sono cose non vere e io non me la sento di dire bugie. Noi siamo i nuovi, non vecchi comunisti riciclati che ricordano quei negozi che falliscono e mettono fuori il cartello nuova gestione ».

Il leader democratico parlava di «Rimonta spettacolare»? Risposta del Cavaliere: «Spettacolare bugia!». Macché, Veltroni sempre diritto. Senza azzannare mai: «E’ stata la più bella campagna elettorale che mi sia capitato di fare, soprattutto per gli incontri diretti, i pranzi a casa delle famiglie». E via a baciare bambini, abbracciare disabili, consolare anziani, sorseggiare analcolici con George Clooney («Avremmo potuto parlare di cinema, ma abbiamo parlato di politica, del Darfur, del Tibet, dell’Africa. Ci siamo molto stimati...») per chiudere infine la campagna sul palco di Roma cantando con Jovanotti «Mi fido di te» in mezzo a un coro di artisti che l’ufficio stampa si è premurato di contare per diffondere la lista. Settantuno: Roberto Andò, Zeudi Araya, Francesca Archibugi, Pippo Baudo, Margherita Buy... Silvio Berlusconi giura da anni di avere fondato «il partito dell’amore »? Walter Veltroni quello dell’amicizia. Andrea Vantini, il nuovo menestrello del Cavaliere, lancia un nuovo inno («Ci hanno provato / scrittori e comici / Un gioco perverso / di chi ha già perso / Presidente questo è per te / Menomale che Silvio c’è») intitolato «A Silvio»? Un gruppo di milanesi risponde con un inno scanzonato imbastito sulle note di "Ymca" dei Village People con mamme, pargoli, giovani sorridenti: «Cantiamo tutti insieme / I am pd / I am pd / Senza Silvio ma / neanche Dini perché / una nuova stagione c’è / I’m Pd».

E un discolo sinistrorso completa la controffensiva con una parodia dell’inno forzista: «Certe notti si mangia pesante / la peperonata con le capesante...» Chiunque vinca, cosa resterà? Intanto, i vuoti. Come quello lasciato da Clemente Mastella, che ha visto di colpo sgretolarsi il suo campanile e dopo esse re stato affettuosamente omaggiato al momento di buttare giù il governo è stato scaricato con la qualifica di impresentabile e confida che a tornare indietro ci penserebbe «dieci volte». O quello lasciato da Michela Brambilla, la rossa salmonata che dopo essere stata pompata per mesi dal Cavaliere (si prendeva così sul serio da dire cose tipo «col mio pedigree nessuno può giudicarmi») è scomparsa come aveva previsto Marcello Dell’Utri bollandola come «una sottomarca». O ancora quello lasciato da Alfonso Pecoraro Scanio e Oliviero Diliberto praticamente spariti alle spalle di un Fausto Bertinotti tornato a dilagare sugli schermi per comunicare il nuovo messaggio che fa inorridire il custode dell’ortodossia Marco Rizzo: «Quella comunista in futuro sarà soltanto una "tendenza culturale" all’interno della Sinistra arcobaleno».

Per non dire delle sedie vuote a Palermo per Gianfranco Fini, così irritato dal flop da spiegare a Fabrizio Roncone: «Allora, sia chiaro un punto: An è fortissima e il legame che i militanti hanno con me, beh, mi pare straordinario. Detto questo, ho ritenuto opportuno fare un passo indietro, lasciando che prevalesse l’interesse della patria». A costo di rimetterci: «Mediaticamente sì, non c’è alcun dubbio, ci ho rimesso. Sebbene io potrei stare tutti i giorni in prima pagina...». Resterà la campagna bellicosa di un Pierferdinando Casini mai visto prima, schieratissimo contro Veltroni ma più ancora contro il Cavaliere («ha una concezione padronale della politica») fino a usare parole mai sentite in bocca sua: «Fa schifo chi ha abbandonato Mastella dopo aver utilizzato i suoi servigi. Chi ritiene che Mastella sia la causa di tutti i guai del Paese non doveva firmargli dei fogli che gli garantivano la presenza in Parlamento di diversi parlamentari».

E poi resteranno il camerata pregiudicato Giuseppe Ciarrapico («’sta destra macchiata è ’na monnezza») ma più ancora la Danielita Santanché, versione fascio-cuneese di Evita e Isabelita e altre condottiere peroniste. Una che si vantava di portar a spasso il figlio, Lorenzino il Magnifichino, con una carrozzina da quattro milioni («Che c’entra? Era bella: se ne fosse costati dieci l’avrei presa lo stesso») ma chiama a raccolta la plebe contro i politici che «devono guadagnare non più di 1.200 euro al mese». Che sfida Berlusconi dicendo «è ossessionato da me, ma tanto non gliela do...». Che urla ai comizi: «Siiiiii! Rivendico di essere fascista se fascista vuol dire cacciare a pedate nel sedere gli irregolari e i clandestini!» Che gongola alle maschie battute del suo nero pigmalione Francesco Storace: «Meglio una destra figa che una destra fighetta...».

E resterà lo scambio di manganellate con la camerata Alessandra Mussolini: «Credo che suo nonno si rivolti nella tomba a vederla fare la valletta di chi come Fini ha definito il fascismo il male assoluto». Risposta: «Proprio stanotte ho sognato mio nonno Benito che mi ha detto cosa pensa di lei...». «Te lo rivelo io cosa ti ha detto tuo nonno... ». Immortali. E poi ancora la minaccia dei fucili di Umberto Bossi «contro la canaglia centralista italiana, romana» e le battute poco cavalleresche del Cavaliere sulle sostenitrici della «sezione menopausa» e l’opportunità di «candidare le babbione» e l’elogio dellutriano e berlusconiano al mafioso Vittorio Mangano che non avendo accusato loro come volevano i giudici «è un eroe, a modo suo». E l’assalto teppistico a Giuliano Ferrara con un lancio di uova che spinse Maurizio Crippa a un omaggio irresistibile: «Ovazioni».

Gian Antonio Stella
13 aprile 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Bossi: «La Lega l’hanno votata i lavoratori»
Inserito da: Admin - Aprile 15, 2008, 04:09:40 pm
Addio lista Arcobaleno. E Bertinotti lascia

La notte terribile della gauche italiana

E gli operai fanno festa con la Lega

A Valdagno il Carroccio batte la Sinistra Arcobaleno 30 a 2,1.

Bossi: «La Lega l’hanno votata i lavoratori»


«Cercate l’orso bruno "JJ3"», aveva ordinato l’altro ieri Alfonso Pecoraro Scanio. Ciò detto, spiegava un comunicato, il ministro dell’Ambiente aveva «aperto tavoli di confronto con alcuni Paesi dell’Arco alpino» chiedendo preoccupato dove fosse finito lo Yoghi sparito dal parco dell’Adamello. Da ieri, però, ha altri problemi per la testa: con l’orso è sparita la sinistra radicale. Comunista e verde. Almeno dal Parlamento. Non un rappresentante al Senato, non uno alla Camera. O almeno così pareva ormai certo mentre calava la notte più straziante, tormentata e insonne che la «gauche» italiana abbia mai vissuto. Una notte resa ancora più cupa, agli occhi dei protagonisti attoniti del mondo arcobaleno, dal trionfo di Silvio Berlusconi, dal dilagare della Lega e da quella rivendicazione del segretario del Carroccio Umberto Bossi che non ammetteva repliche: «La Lega l’hanno votata i lavoratori». Pausa. Rilancio: «I lavoratori non votano più la sinistra: è la Lega il partito nuovo dei lavoratori».

Hai voglia, adesso, ad alzare il sopracciglio ridacchiando. A fare spallucce. A buttarla sul ridere. Perché i dati che emergono questo dicono. Basta prendere la provincia di Vicenza. Provincia industriale. Metalmeccanica. Manifatturiera. Provincia bianca. Per decenni democristiana. Mariana e bisagliana, cioè fedele a Mariano Rumor e Toni Bisaglia. Obbediente a Monsignor Carlo Zinato, il vescovo che Camilla Cederna chiamava «La Wandissima» per come voleva essere sempre al centro di tutto. Bene: anche a quei tempi la sinistra aveva sempre tenuto in alcune roccaforti. Sempre. I dati di ieri sono nettissimi. E dovrebbero rappresentare per Fausto Bertinotti, che si insediò alla presidenza della Camera dedicando il suo trionfo «alle operaie e agli operai», una spina nel cuore. La Lega straccia la Sinistra Arcobaleno a Valdagno (Valdagno: dove quarant’anni fa i ribelli tirarono giù la statua di Gaetano Marzotto) 30 a 2,1%, la distrugge a Schio (la Schio della Lanerossi) 25 a 2,6%, la polverizza ad Arzignano (dove pure c’è un sindaco di centrosinistra) 37 a 1,5 e la annienta in due paesi storicamente strapieni di Cipputi come Chiampo (41 contro 0,9) e San Pietro Mussolino, dove una popolazione in larga parte composta da tute blu e dalle loro famiglie consegna al Senatur uno stratosferico 49,8 per cento e a quella che forse un po' presuntuosamente si era autodefinita «l’unica sinistra», un umiliante 0,6.

Certo, Bertinotti e Pecoraro e Diliberto, potrebbero cercare qua e là per l’Italia qualche motivo di incoraggiamento. Del resto la storia ci ha consegnato esempi formidabili di sconfitte disastrose spacciate per flessioni. Immortale, ad esempio, resta il caso del democristiano Vito Napoli che, sotto le macerie fumanti del crollo della Democrazia Cristiana nelle disastrose «comunali» del 1993 disse: «Abbiamo perso Roma, Milano, Napoli, Venezia, Palermo... Ma ci sono anche segnali incoraggianti. Penso ai successi di Gerace, Pizzo Calabro, Praia a mare...». Né si può dimenticare il buttiglioniano Maurizio Ronconi dopo una batosta generalizzata al Cdu: «Gli elettori riconsegnano Valfabbrica al Polo, nonostante la presenza di una lista di disturbo. E con Valfabbrica sono nostre anche Parrano e Attigliano... ». Mai, però, si era vista sparire così di colpo, come fosse stata inghiottita da un abisso, un’intera area. Basti dire che soltanto due anni fa Rifondazione Comunista aveva preso il 5,8 per cento, i Comunisti Italiani il 2,3, i Verdi il due abbondante. Per un totale del 10,2 per cento. Per non dire delle elezioni europee del 2004, quando insieme arrivarono a passare l’undici. Di più: non c’era discorso, dibattito, confronto in cui l’uno o l’altro, nella scia delle grandi adunate di piazza antiberlusconiane, non rivendicassero i sondaggi che li davano, tutti insieme, intorno al tredici per cento.

Solo una manciata di mesi fa, nella fase più dura di tensioni sulla Finanziaria dentro quella che allora era la maggioranza, Fabio Mussi minacciava: «Siamo una forza imponente, quindi se non si prestasse orecchio alle nostre proposte si farebbe un errore grave, molto grave». «L’8,7% ottenuto dalla sinistra unita in Germania sarebbe per voi una vittoria o una sconfitta?», chiesero qualche settimana fa al sub-comandante Fausto. E lui: «Siamo uomini di grande ambizione, mai porre limiti alla provvidenza rossa». Erano cinque, i partiti, partitini e micro-partitini, che si presentavano alle elezioni sventolando ancora (nonostante lo stesso Bertinotti avesse spiegato che dentro l'alleanza il comunismo sarebbe stato «una corrente culturale») la bandiera con la falce e il martello. E non uno è stato preso sul serio dagli elettori. E il risultato è una svolta inimmaginabile. Per la prima volta nella storia, dopo la fine della dittatura fascista, il Parlamento italiano non avrà tra i suoi banchi, dove anche la nascita della Costituzione venne salutata da un gruppo di camicie rosse, un solo «rosso». «E' una sconfitta netta dalle proporzioni nette e questo la rende più acuta», ha spiegato l’anziano leader annunciando che il suo ruolo «termina qui».

Neanche il tempo che le prospettive più fosche si concretizzassero e già a sinistra si aprivano come scontato le liti, gli sberleffi, gli insulti, i conati di veleno, i processi ai colpevoli. Certo, niente a che vedere con le purghe di un tempo, quando Antonio Roasio schedava i compagni rifugiatisi in Russia per scoprire se meritavano di farsi un giretto nel carcere Taganka o con la «kista », l'autocritica dei propri errori che veniva chiesta alla scuola quadri delle Frattocchie per fortificare lo spirito comunista. Ma il processo sarà lungo, tormentato, duro. Perché ha perso dappertutto, questa sinistra rancorosa e sognatrice, pacifista e bellicosa che in questi anni ha detto no alla Tav e no all’eolico, no alle missioni di pace e no alla riforma delle pensioni e no a tutto o quasi tutto. E si ritrova sgominata a Taranto (dove soltanto un anno fa aveva incredibilmente vinto le «comunali» dopo un crollo del 46% delle destre ieri risorte) e in tutta la Puglia che le aveva regalato il trionfo di Vendola, in Sicilia dove candidava Rita Borsellino, in Campania dove è finita sotto le macerie del bassolinismo a dispetto delle battaglie contro gli inceneritori e in Piemonte a dispetto dell'opposizione all'Alta Velocità in Val di Susa. E sullo sfondo, mentre loro malinconicamente ripiegano le bandiere, sorride il Cavaliere trionfante e sorride Gianfranco Fini e sorride soprattutto lui, Umberto Bossi. Tra operai in festa ai quali la sinistra non riesce più a parlare.

Gian Antonio Stella

15/04/2008

da corriere.it


Titolo: STELLA - RIZZO Il paese degli sprechi
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2008, 07:52:35 pm
Il paese degli sprechi

«Emergenza» e le leggi si aggirano

Dai restauri ai vertici ci pensa la Protezione civile


Duecentomila euro il restauro del David di Donatello li vale tutti. Ma perché li abbia dovuti tirare fuori la Protezione civile non si sa. La pesante statua in bronzo rischiava di crollare improvvisamente al suolo mettendo a rischio l’incolumità dei visitatori del museo fiorentino del Bargello? No, era solo il modo più rapido per trovare i soldi. Direte: d’accordo, ma l’«emergenza»? Non ci vuole un’emergenza per decretare un’emergenza? Certo. Infatti l’ordinanza firmata nell’estate 2006 da Romano Prodi spiegava che il «contributo straordinario» alla Sovrintendenza per il David era necessario «per il proseguimento delle iniziative finalizzate al recupero del patrimonio storico-artistico danneggiato dagli eventi alluvionali che hanno colpito Firenze il 4 novembre del 1966». Un’emergenza di quarant’anni prima.

Ci sarebbe da ridere, se non fosse ormai la prassi. In un Paese dove fare ogni cosa, dall’asfaltare una strada a organizzare una gara podistica, è un’impresa, la Protezione civile è diventata un grimaldello. Certo, uno Stato serio davanti alla paralisi dovuta al mostruoso traboccare di norme e cavilli, risse ideologiche e veti sindacali, cambierebbe le regole. Da noi no: scorciatoia all’italiana. Lo Stato che fotte le regole dello Stato. Geniale. Così l'istituto nato nel 1982 dopo il terremoto in Irpinia e la tragedia di Vermicino, quando l’Italia scoprì traumatizzata dall’agonia di Alfredino che non esisteva neppure una lista di chi aveva questo o quel mezzo di soccorso per aiutare un bambino caduto in un pozzo, ora è la chiave per fare in fretta e aprire ogni porta. La bacchetta magica si chiama «emergenza». Anche la ricostruzione della cattedrale di Noto, gravemente danneggiata dal terremoto del 1998, è finita nell’elenco delle opere fatte grazie ai soldi (e alle deroghe) della Protezione civile. E tutto sommato, viste le condizioni in cui si trovavano le strutture della chiesa dopo il sisma, ci potrebbe anche stare. Se al commissario per l’emergenza non fosse stato affidato anche, testuale, «il restauro delle vetrate artistiche, degli oggetti e dei corredi sacri, delle sculture e delle opere lignee, dei metalli e argenti, dei dipinti su tela e su carta, delle pale d'altare; il restauro conservativo degli altari della navata e del transetto sinistri, del fonte battesimale e dell'acquasantiera, delle cappelle di San Corrado, del SS. Sacramento e della Madonna con Bambino; il restauro della scalinata e del portone in bronzo della navata centrale...». Tolta la salvaguardia dei merletti di Burano, dei torroncini messinesi e della foca monaca di Capo Carbonara, non c’è problema che non sia stato affrontato negli ultimi anni con la dichiarazione dello stato di emergenza, l’affido formale alla struttura diretta dal 2001 dal padovan- romano Guido Bertolaso e la nomina di un commissario straordinario.

Prendete Napoli. Scriveva Donatien-Alphonse- François marchese de Sade a proposito di via Toledo: «Questa strada sarebbe, senza dubbio, una delle più belle che sia dato vedere in una qualunque città europea, se non ci fossero a guastarla le botteghe che si allungano fin quasi alla metà della via, tanto più che si tratta in genere di botteghe di macelleria e di altri generi commestibili, che la rendono fetida e sudicia. (...) Le carrozze vi stanno in perpetuo su due o tre file; i calessi e i piccoli cabriolets, leggerissimi, che a Napoli sono usati come vetture pubbliche, si sono moltiplicati all’infinito; e tutti questi veicoli s’incrociano ininterrottamente». Insomma: il problema dei rifiuti e del traffico infernale con parcheggi in terza fila c’era già negli anni Settanta del Settecento. Due secoli fa. Eppure, oltre che per la spazzatura, anche per il caos nelle strade è stata dichiarata, manco fosse cascato a sorpresa un meteorite, l’emergenza. E la Protezione civile ha emanato nel marzo 2007 un’ordinanza nominando il sindaco Rosa Russo Iervolino commissario straordinario con poteri speciali per «individuare misure efficaci per la disciplina del traffico, della viabilità, del controllo della sosta», ma anche per «la realizzazione di parcheggi, anche a tariffa» e «l’incremento dei livelli di sicurezza stradale» e il «potenziamento dell’efficacia operativa del Corpo di polizia municipale ». (…) Sempre lì si finisce: perché affaticarsi a cambiare le regole, se si possono aggirare? Ed ecco che si ricorre all’«emergenza» per completare i lavori all’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma e all’ospedale Sacco di Milano. Per «delocalizzare» gli sfasciacarrozze nel territorio capitolino. Per rimuovere il relitto della nave Margaret, affondata nel golfo di La Spezia. Fino all’organizzazione dei Grandi eventi. Un’idea di Berlusconi. Che appena insediato nel 2001 a Palazzo Chigi, pragmatico com’è, capì al volo le potenzialità del «grimaldello». E dopo il disastroso G8 di Genova, cancellata quella che allora si chiamava Agenzia della Protezione civile, riportò tutte le competenze a un dipartimento di Palazzo Chigi. Per averla sottomano e affidarle appunto tutti i nuovi compiti aggiuntivi, assai distanti da quelli istituzionali di aiutare la popolazione in caso di calamità naturali e rischi di varia natura. La visita del papa ad Assisi? Emergenza.

Il pellegrinaggio di Sua Santità a Loreto costato 3 milioni di euro? Emergenza. Il vertice italo-russo di Bari? Emergenza. E via così. Tutte «emergenze»: la presidenza italiana del G8 nel 2009 per la quale la «Protezione» prevede anche l’assunzione degli interpreti. I Giochi del Mediterraneo. I Mondiali di nuoto. Quelli di ciclismo a Varese. Perfino le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, di cui si conosce l’arrivo da decenni, sembrano invece affacciarsi del tutto inaspettate come l’apparizione del marito cornuto nella camera della moglie traditrice: «Cielo, l’anniversario!». Emergenze, emergenze, emergenze. (…) Sempre così, da noi: non riusciamo a fare nulla di «normale ». Ci serve sempre uno stimolo straordinario. Oggi l’emergenza, ieri la «data catenaccio». Ricordate Gianni De Michelis? Ai tempi in cui era ministro degli Esteri e si batteva per portare l’Expo 2000 a Venezia, ne aveva fatto una teoria: «Punto primo: sappiamo che in questo Paese ci sono delle cose da fare. Punto secondo: sappiamo che è un Paese paralizzato dalla burocrazia, dai veti incrociati, dalla cultura del rinvio. Punto terzo: sappiamo che in questo Paese occorre uscire da questa paralisi. Dunque è necessaria una data catenaccio. Che ci costringa a fare le cose nei tempi stabiliti». (…) L’emergenza giustifica sempre tutto. Come giustificò a suo tempo, dopo il terremoto in Irpinia, l’allungamento abnorme dei comuni «danneggiati dal sisma» e quindi ammessi alle provvidenze: alla prima conta erano 36, all’ultima 687. Il sindaco di Castellabate, un paese sul mare del Cilento, spiegò al Mattino: «Ci accusano di sciacallaggio sostenendo che non abbiamo avuto danni dal sisma. Facciamo conto che ciò sia vero, per comodità di discorso. Ma mi dica lei però chi ci avrebbe salvato dall’accusa di omissione di atti d’ufficio per non aver fatto ottenere al paese quello che la legge gli concede». Tra i mille episodi indimenticabili, basti ricordare quello dell’area industriale di Balvano, in provincia di Potenza, costruita incredibilmente a mille metri d’altezza con un ulteriore spreco di soldi per fare la strada di accesso. «Come mai lassù in cima?», chiese Oscar Luigi Scalfaro, che presiedeva la Commissione parlamentare d’inchiesta. E il sindaco: «Ce l’ha chiesto la Ferrero per farci lo stabilimento. Dice che lassù le merendine lievitano meglio».

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
01 maggio 2008

da corriere.it


Titolo: STELLA - RIZZO Privilegi intoccabili e tagli impossibili
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2008, 07:53:47 pm
Dalle infrastrutture agli ordini professionali, dal turismo all’università

Dai bidelli agli onorevoli, un’Italia alla deriva

Privilegi intoccabili e tagli impossibili


C’erano una volta le impiraresse che perdevano gli occhi a infilar perline, le filandine che passavano la vita con le mani nell’acqua bollente e le lavandere che battevano i panni curve sui ruscelli sospirando sul bel molinaro.
 
Ma all’alba del Terzo Millennio, al passo col resto del mondo che produceva ingegneri elettronici e fisici nucleari e scienziati delle fibre ottiche, nacquero finalmente anche in Italia delle nuove figure professionali femminili: le scodellatrici. Cosa fanno? Scodellano. E basta? E basta. Il moderno mestiere, per lo più ancora precario, è nato per riempire un vuoto. Quel vuoto lasciato dalle bidelle che, ai sensi del comma 4 dell’art. 8 della legge 3 maggio 1999, n. 124, assolutamente non possono dare da mangiare ai bambini delle materne. Detta alla romana: «Nun je spetta».

C’è scritto nel protocollo d’intesa coi sindacati. Non toccano a loro le seguenti mansioni: a) ricevimento dei pasti; b) predisposizione del refettorio; c) preparazione dei tavoli per i pasti; d) scodellamento e distribuzione dei pasti; e) pulizia e riordino dei tavoli dopo i pasti; f) lavaggio e riordino delle stoviglie. Scopare il pavimento sì, se proprio quel pidocchioso del direttore didattico non ha preso una ditta di pulizie esterna. Ma scodellare no. Ed ecco che le scuole materne e primarie, dove le bidelle (pardon: «collaboratrici scolastiche») sono passate allo Stato, hanno dovuto inventarsi questo nuovo ruolo. Svolto da persone che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoperchiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1.500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media grandezza con duemila scolaretti: 300.000 euro.

Una botta micidiale ai bilanci, per i Municipi: ci compreresti, per fare un esempio, 300 computer. Sulla Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, hanno provato a offrire dei soldi alle bidelle perché si facessero loro carico della cosa. Ottocento euro in più l’anno? «Ah, no, no me toca...». Mille? «Ah, no, no me toca...». Millecinque? «Ah, no, no me toca...». Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? (...) E sempre lì torniamo: chi, se non la politica, quella buona, può guidare al riscatto un Paese ricco di energie, intelligenze, talenti straordinari, ma in declino? Chi, se non il Parlamento, può cambiare le regole che per un verso ingessano l’economia sul fronte delle scodellatrici e per un altro permettono invece agli avventurieri del capitalismo di rapina di muoversi impunemente con la libertà ribalda dei corsari? (...)

Giorgio Napolitano ha ragione: «Coloro che fanno politica concretamente, a qualsiasi schieramento appartengano, devono compiere uno sforzo per comprendere le ragioni della disaffezione, del disincanto verso la politica e per gettare un ponte di comunicazione e di dialogo con le nuove generazioni ». Ma certo questa ricucitura tra il Palazzo e i cittadini, necessaria come l’ossigeno per interrompere la deriva, sarebbe più facile se i partiti avessero tutti insieme cambiato quell’emendamento indecente infilato nell’ultimo decreto «milleproroghe» varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana, ma apprezzato dalla sinistra. Emendamento in base al quale «in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato». Col risultato che nel 2008, 2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai partiti per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finanziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legislatura entrante. Così che l’Udeur di Clemente Mastella incasserà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni. E con l’Udeur continueranno a batter cassa, come se fossero ancora in Parlamento, Rifondazione comunista (20 milioni e 731.171 euro), i Comunisti italiani (3 milioni e 565.470), i Verdi (3 milioni e 164.920). (...)

E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (anche quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando non ci sono: quest’anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un’enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali. (...) Certo che ha ragione Napolitano, a mettere in guardia dai rischi dell’antipolitica. Ma cosa dicono i numeri? Che la legge attuale, che nessuno ha voluto cambiare, spinge i partiti a spendere sempre di più, di più, di più. Per la campagna elettorale del ’96 An investì un milione di euro e fu rimborsata con 4, in quella del 2006 ne investì 8 e ne ricevette 64. E così tutti gli altri, dai diessini ai forzisti. Con qualche caso limite come quello di Rifondazione: 2 milioni di spese dichiarate, 34 incassati. Rimborsi per il 2008? C’è da toccar ferro. (...) «Un fantastilione di triliardi di sonanti dollaroni». Ecco a parole cos’hanno tagliato, se vogliamo usare l’unità di misura di Paperon de’ Paperoni, dei costi della politica. A parole, però. Solo a parole. Nella realtà è andata infatti molto diversamente. 
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Ap)

E si sono regolati come un anziano giornalista grafomane che stava anni fa al Corriere della Sera e scriveva ogni pezzo come dovesse comporre un tomo del mitico Marin Sanudo, il cronista veneziano che tra i 58 sterminati volumi dei Diarii e i 3 delle Vite dei Dogi e il De origine e tutto il resto, riuscì a riempire l’equivalente attuale di circa 150.000 pagine. Quando il vecchio barone telefonava in direzione per sapere della sua articolessa, il caporedattore sudava freddo: «Tutto bene il mio editoriale, caro?». «Scusi, maestro, dovrebbe tagliare 87 righe». «Togliete gli asterischi». Questo hanno fatto, dal Quirinale alle circoscrizioni, nel divampare delle polemiche sulle spese eccessive dei nostri palazzi, palazzetti e palazzine del potere: hanno tolto gli asterischi. Sperando bastasse spargere dello zucchero a velo per guadagnare un po’ di tempo. Per tener duro finché l’ondata d’indignazione si fosse placata. Per toccare il meno possibile un sistema ormai così impastato di interessi trasversali alla destra e alla sinistra da essere diventato un blocco di granito. (...)

Almeno una porcheria, i cittadini italiani si aspettavano che fosse spazzata via. Almeno quella. E cioè l’abissale differenza di trattamento riservata a chi regala soldi a un partito piuttosto che a un’organizzazione benefica senza fini di lucro. È mai possibile che una regalia al Popolo della Libertà o al Partito democratico, a Enrico Boselli o a Francesco Storace abbia diritto a sconti fiscali fino a 51 volte (cinquantuno!) più alti di una donazione ai bambini leucemici o alle vittime delle carestie africane? Bene: quella leggina infame, che avrebbe dovuto indignare Romano Prodi e Silvio Berlusconi e avrebbe potuto essere cambiata con un tratto di penna, è ancora là. A dispetto delle denunce, dell’indignazione popolare, delle promesse e perfino di una proposta di legge, firmata a destra da Gianni Alemanno e a sinistra da Antonio Di Pietro. Proposta depositata in un cassetto della Camera e lasciata lì ad ammuffire. Ma se non ora, quando?

Sergio Rizzo Gian Antonio Stella (1- Continua)

28 aprile 2008





Titolo: STELLA - RIZZO Nei porti italiani le navi non entrano più
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2008, 07:55:01 pm
Focus / Il Paese degli sprechi

Nei porti italiani le navi non entrano più

Vecchi per le portacontainer. Traffico a rischio


Siamo un popolo di poeti, santi ed ex navigatori. Certo, siamo pieni di yacht di lusso, motoscafi e barchette cacciapesca. E c’è da credere a quanto ha raccontato pochi anni fa Silvio Berlusconi: «Dalla mia villa in Sardegna ho un gran bel panorama, davanti a Punta Lada noto anche quest’anno molte barche. Se sono barche da ricchi vuol dire che ne abbiamo proprio tanti. Gli stipendi crescono più dell’inflazione, la ricchezza delle nostre famiglie non ha eguali in Europa». Sarà... Ma sulle navi grosse, quelle che dominano i mari di oggi e del futuro, quelle che hanno in pugno la polpa del traffico mondiale delle merci, siamo quasi tagliati fuori.

Un'operazione di carico di container nel porto di Genova in un'immagine d'archivio del 28 giugno 2005 (Ansa)
Fino a una dozzina di anni fa i bastimenti più grandi portavano duemila container standard da 13 metri che in gergo internazionale sono chiamati Teu. Dal 2000 ne portano quattromila e poi è partita una gara mostruosa a chi fa le navi più immense. Un rapporto di Brs-Alphaliner, una società di monitoraggio che tiene d’occhio l’evoluzione della flotta commerciale planetaria, riferisce che il mondo è pieno di giganteschi cantieri dai quali entro il 2010 usciranno complessivamente 311 bestioni in grado di portare oltre 7.500 Teu e 95 in grado di portarne oltre 10.000. Bene: non una di queste navi smisurate, che «pescano» più di 15 metri e mezzo sotto il pelo dell’acqua, potrà mai entrare, salvo che a Trieste sul quale però pesano altri handicap, in un porto italiano. Oddio, al molo di Genova ha attraccato la danese Emma Maersk, che è lunga 397 metri cioè quanto quattro campi da calcio e porta 11.400 container con 13 (tredici!) uomini di equipaggio.

Ma era solo una simulazione al computer: i fondali del porto ligure, infatti, non sono abbastanza profondi per accogliere l’Emma né le sue dieci sorelle che la Maersk ha messo in cantiere con capacità perfino maggiori. Una volta, quando il mare era «nostrum», le facevamo noi le navi più grosse. I romani arrivarono a dominare il Mediterraneo con le muriophortoi, alla lettera «portatrici di diecimila anfore», bestioni da 500 tonnellate. Per non parlare di certe imbarcazioni eccezionali come quella fatta fare apposta da Caligola per portare a Roma l’obelisco che oggi svetta in piazza San Pietro. Quanto ai veneziani, l’Arsenale è stato a lungo il più importante stabilimento industriale del mondo.

Così grande da impressionare Dante Alighieri che nella Divina Commedia magnifica la catena di montaggio: «Chi fa suo legno novo e chi ristoppa / le coste a quel che più vïaggi fece; / chi ribatte da proda e chi da poppa; / altri fa remi e altri volge sarte». Nei momenti di punta ci lavoravano in diecimila a ritmi tali che nel solo maggio 1571, alla vigilia della battaglia di Lepanto, riuscirono a varare 25 navi. Quasi una al giorno. E da lì uscivano le «galee grosse da merchado» lunghe 50 metri, dotate di tre alberi per vele latine e spinte nei giorni senza vento da 150 vogatori disposti a terzine su banchi a spina di pesce. Eravamo forti, allora. Commercialmente e militarmente. E lo siamo rimasti, con le nostre flotte e i nostri porti, fino a non molti decenni fa. Il declino, però, è stato rapidissimo. Nel 1971, ha scritto Bruno Dardani, che prima sul Sole 24 Ore e poi su Libero Mercato cerca da anni di lanciare l’allarme, «i quattro porti di Genova, Marsiglia, La Spezia e Livorno coprivano il 20% del traffico europeo» e di questa quota Genova rappresentava quasi i due terzi facendo da sola il 13% del totale continentale.

Tredici anni dopo, nel 1984, il traffico sotto la Lanterna era crollato al 4 e mezzo per cento. Scarso. Colpa dei costi: nel momento chiave in cui i porti dell’Europa del Nord si giocavano tutto per arginare l’irruzione della concorrenza orientale, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, movimentare un container pieno costava a Rotterdam il 56% in meno di quanto costasse a Genova. Colpa degli spazi perché, fatta eccezione per Gioia Tauro, i nostri porti sono antichi e hanno le case che incombono sulle banchine. Colpa dei partiti, che hanno occupato anche questi territori se è vero che almeno 18 sulle 24 autorità portuali sono in mano a persone di origine diessina. E colpa della sordità della nostra classe dirigente, che non ha ancora capito come sulle rotte marittime transiti quasi il 95% del commercio estero del continente. Commercio dal quale, nonostante ci riempiano la testa di chiacchiere sull’«Italia piattaforma portuale d’Europa», stiamo finendo progressivamente ai margini. Basti dire che nel 2005, dopo qualche anno di «ripresina» seguita alla legge che nel ’94 liberalizzò un po’ di banchine, siamo stati l’unico Paese Ue a perdere quote nel traffico dei container, calato di oltre il 3% mentre cresceva del 10% in Spagna e del 14% a Rotterdam.

Le statistiche del centro studi del porto di Amburgo sono implacabili. E dicono che dei primi venti porti del mondo nel 2006 neppure uno era italiano. E che anche il successo abbastanza casuale di Gioia Tauro, che era nato come polo industriale e si era ritrovato a essere tra i primi porti europei per container grazie ai fondali e agli spazi nonostante le sgarrupate infrastrutture di collegamento con la disastrata Salerno-Reggio Calabria, appare compromesso. Era arrivato a essere nel 2004 il 23˚ scalo mondiale con 3 milioni e 261.000 container. Ma da allora non ha fatto che arretrare fino a scendere sotto i 3 milioni, per essere via via sorpassato nel 2006 da Giacarta, Algeciras, Yokohama, Felixstowe per non parlare della cinese Xianem che allora stava 400.000 container indietro e adesso sta un milione abbondante più avanti. Certo, nel 2007 c’è stata una ripresa. Però... Ed è idiota maledire il cielo e i limiti della Vecchia Europa: è tutta colpa nostra. Dal 2000 al 2006 a Genova il traffico di container è aumentato del 10%. E intanto cresceva a Rotterdam del 54%, a Brema e ad Algeciras del 61%, a Barcellona del 65%, ad Anversa del 71%, a Valencia del 99% e ad Amburgo del 108%.

Cosa c’entra l’invettiva contro la Vecchia Europa? Niente. Solo che gli altri, coscienti che sul container si gioca il futuro, ci investono. E noi no. Prendi la Spagna. Mentre noi tagliavamo, spiega Bruno Dardani, loro in soli due anni, 2007 e 2008, hanno deciso di investire sui porti quasi 3 miliardi di euro. Risultato: loro sono in vertiginosa ascesa, noi sommando tutti e sette i principali porti italiani catalogati dall’ufficio statistico di Amburgo (Gioia Tauro, Genova, La Spezia, Taranto, Livorno, Venezia e Trieste) arriviamo a movimentare 7.818.974 container. Cioè poco più della sola Anversa e 2 milioni in meno della sola Rotterdam. O se volete un terzo del solo porto di Singapore. A Barcellona, consapevoli di essere obbligati ad ampliare il porto per tenere il passo del mondo, hanno deviato la foce del fiume Llobregat, preservato un’oasi faunistica per far contenti gli ambientalisti e creato spazi per 30 chilometri di banchine.

A La Spezia la richiesta di dragare i fondali è stata tenuta ferma per anni finché è stata sbloccata nel 2007 solo a una condizione: tutti i fanghi rimossi, considerati da certi verdi integralisti tossici e pericolosissimi, devono essere messi in migliaia di costosi sacchi speciali con l’interno in pvc assorbente e portati da un’altra parte. Risultato: li spediamo, pagando, ai belgi. Che incassano 100 euro a tonnellata, prendono i nostri «spaventosi» fanghi tossici consegnati a domicilio e li usano per fare nuove banchine ad Anversa con le quali aumentare il loro vantaggio già abissale su La Spezia e gli altri porti nostrani. Ridono di noi, all’estero. Ridono e si portano l’indice alla tempia: italiani picchiatelli! E come potrebbero non ridere, davanti a certi sproloqui? Le «autostrade del mare »! Il primo a parlarne fu addirittura Costante Degan, un vecchio democristiano veneto piazzato alla Marina mercantile. Ministero, tra l’altro, non solo abolito a partire dal primo governo Berlusconi ma scomparso perfino come delega a qualche straccio di sottosegretario. Come se il mare che bagna 7.458 chilometri delle nostre coste esistesse solo per scaricare liquami o farsi una nuotata nei giorni di solleone… (2 - Continua)

Sergio Rizzo
Gian Antonio Sella

29 aprile 2008(ultima modifica: 30 aprile 2008)

da corriere.it



Titolo: Intervista a Gian Antonio STELLA - «La casta? È rimasta dov'era»
Inserito da: Admin - Maggio 05, 2008, 11:02:13 pm
5/5/2008 - La Stampa pag. 10
 
«La casta? È rimasta dov'era»
 
Intervista a Gian Antonio Stella
 
ANDREA ROMANO
 

Gian Antonio Stella gira per Roma in sella ad un vecchio Vespone bianco, di aspetto popolare e assai poco morettiano. E con lo stesso understatement di marca veneta si porta dietro la responsabilità di aver contribuito a demolire l’immagine della politica italiana con un libro. «La Casta» non è stato solo uno dei più grandi successi della saggistica di sempre: 1.200.000 di copie e l’invidia perenne di ogni editore che non sia Rizzoli. Quel titolo è entrato anche nel nostro gergo quotidiano e nella cronaca di questi mesi, accompagnando il crollo del governo Prodi e la rinnovata ascesa di Berlusconi. Tanto che incontrandolo nel giorno in cui esce il nuovo libro che ha scritto con Sergio Rizzo («La deriva. Perché l’Italia rischia il naufragio», pp.308, euro 19,50) corre l’obbligo di chiedergli se non abbia l’impressione di aver vinto un po’ anche lui queste elezioni.

«Niente affatto, né io né Sergio Rizzo ci sentiamo tra i vincitori. Al contrario, sapevamo già che saremmo stati sconfitti con una legge elettorale che ha permesso ad una parte della casta di rimanere indisturbata in Parlamento, sia nel centrodestra che nel centrosinistra. D’altra parte ho l’impressione che la politica abbia sottovalutato l’energia esplosiva che si è sprigionata nel paese intorno al tema dei privilegi, soprattutto a sinistra dove pure avrebbero avuto molti argomenti da usare a proprio vantaggio. Uno tra tutti: l’aumento del 39% nelle spese del Senato è avvenuto nella legislatura 2001-2006, a guida berlusconiana. Invece la cecità ideologica di chi non riesce a distinguere tra i meriti e gli abusi del professionismo politico ha impedito di presentare una buona legge per la riduzione dei costi della politica, mentre il nostro libro è stato accusato di fomentare il qualunquismo».

Un’accusa che respinge?
«Assolutamente sì. Verso il qualunquismo provo ribrezzo. Io e Sergio non c’entriamo niente con quella roba là. Il nostro è un lavoro di inchiesta civile e giornalistica animato dall’amore per l’Italia, perché ci si addolora (e ci si arrabbia) solo verso ciò che si ama profondamente. Se non fossimo spinti dalla passione per il nostro paese, dalla convinzione che l’Italia possa tornare a farcela, ci saremmo dedicati a tutt’altro. La verità che i nostri libri sono mossi dalla richiesta di una politica più forte, autorevole, rispettata. Perché il problema non sono i privilegi di questo o quel politico, ma il bisogno di un’azione di governo che sia credibile. E non può essere credibile chi predica la necessità di una severa riforma delle pensioni – come è necessario di fronte all’aumento dell’aspettativa di vita – ma conserva la possibilità che un deputato vada in pensione a cinquant’anni e un dipendente del Senato a cinquantatre».

Il vostro nuovo libro è soprattutto la fotografia di un declino nazionale, collocato sullo sfondo di un passato spesso migliore del presente. Nostalgia di quando eravamo poveri?
«Nostalgia di quando eravamo dinamici. Tra gli anni Cinquanta e Settanta l’Italia ha conosciuto una stagione di straordinaria rinascita, in cui niente sembrava impossibile. Ricordo un titolo della Stampa: “L’ortopedico sconsiglia la danza del twist”, evidentemente temendo ripercussioni alle vertebre. Eppure l’Italia ballava eccome, rivelando un vigore incontenibile. Molte zone del paese che avevano conosciuto secoli di miseria crescevano a ritmi esponenziali. Da qualche anno siamo scivolati agli ultimi posti per produttività e il rischio che corriamo è quello di un declino inarrestabile. Quello che mi colpisce di più, di fronte a questo scenario, è l’incapacità della politica di rendersi conto della gravità della situazione».

Non sarà che anche i partiti non sono più quelli di una volta?
«Spesso ho l’impressione che i partiti abbiano rinunciato ad interrogarsi sulla realtà. Guardo alla mia amatissima Sicilia e ricordo come il PCI si riunisse a Palma di Montechiaro per domandarsi perché la mafia fosse così potente anche là dove i comunisti erano così radicati. Da quanto tempo la sinistra non riflette sulla propria incapacità di parlare ai siciliani? Oggi a Catania, in quella che era la Milano del sud per la sua tradizione industriale, tutta la sinistra nel suo insieme non riesce a superare l’otto per cento. Anna Finocchiaro sarà forse adatta per fare la capogruppo parlamentare ma come interprete della sinistra siciliana non sembra proprio aver funzionato. D’altra parte alle regionali di due anni fa Rita Borsellino, dopo una campagna all’insegna della moralità, è riuscita a vincere nella sola provincia di Enna e grazie al sostegno di quel Mirello Crisafulli che rimane – a torto o a ragione – uno dei protagonisti locali più discussi».

Lasciamo la politica, anche perché nel vostro nuovo libro ce n’è davvero per tutti: porti, scuole, ferrovie, sanità. E anche per coloro che dovrebbero essere i guardiani della legalità, quei magistrati di cui sottolineate mancanze e inadempienze.
«La giustizia funziona male come gran parte della macchina statale, anche qui per l’assenza di qualsiasi criterio meritocratico. Con un’aggravante fondamentale: le sue pecche si fanno sentire sulla pelle viva dei cittadini. Posso anche attendere per mesi una licenza edilizia senza esserne travolto, ma il rinvio di una sentenza per anni e anni rappresenta un’umiliazione intollerabile per la mia dignità di essere umano. Oltre ad ostacolare il buon funzionamento dell’economia: perché mai dovrei investire in un paese dove il bidonato non avrà mai indietro i soldi e il truffatore non farà un giorno di galera?».

Ma se dovesse indicare un tema dal quale ripartire per invertire la deriva?
«Partirei naturalmente dalla scuola, dal ripristino dell’educazione civica. Fatta sul serio. E lì che si può ricostruire il nostro senso di cittadinanza e responsabilità. Innanzitutto cancellando la logica delle sanatorie che ha dominato questi ultimi decenni. L’unico che ci ha provato è stato Luigi Berlinguer, che alla fine è stato scaricato persino dal proprio partito. Ricordo una manifestazione del sindacato Gilda contro il suo tentativo di introdurre criteri di valutazione meritocratica degli insegnanti. In una sola giornata alla Gilda arrivò la solidarietà di tutti i partiti, da AN fino a Rifondazione. Perché l’unica preoccupazione era e rimane quella di tutelare gli insegnanti come portatori di voti. Il risultato qual è? Che di tutti gli sforzi di introdurre un po’ di meritocrazia è rimasto un ridicolo sistema di autogiudizio volontario e provvisorio, per cui solo i dirigenti che lo desiderano possono compilare una scheda con cui darsi da soli dei voti. Oltre al fatto, tanto per fare un altro esempio, che le statistiche Ocse-Pisa valutano la preparazione dei ragazzi siciliani ad un livello quattro volte più basso dell’Azerbaigian. I loro professori evidentemente non se ne sono accorti, perché proprio in Sicilia i bocciati alla maturità 2006 sono stati solo l’1,3%. I più somari e più promossi, questo il risultato delle politiche scolastiche degli ultimi anni».

Riflettendo sul successo dei libri ispirati dalla Casta, Gianfranco Marrone ha scritto sulla Stampa che in Italia si è passati dall’opinione pubblica all’emozione pubblica. Non vede in giro una potente rinascita dell’antico vizio della lagna italica?
«È vero, sono anni di grandi lamenti collettivi. Ma non è stato sempre così, nemmeno in periodi in cui il paese stava peggio. Dinanzi alle macerie lasciate dal fascismo De Gasperi non si limitò ad accusare Mussolini. Si rimboccò le maniche e si diede da fare. Quella classe dirigente fu straordinaria. Pur essendo attraversata da conflitti politici devastanti, riuscì a mettersi d’accordo perché voleva mettersi d’accordo. Aveva l’autorevolezza necessaria e sapeva farsi rispettare. È ciò di cui oggi sentiamo maggiormente la mancanza. Dell’autorevolezza indispensabile per cambiare il paese, di una politica che sia in grado di farsi rispettare».

da lastampa.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il buon senso delle badanti
Inserito da: Admin - Maggio 17, 2008, 11:30:06 am
Editoriali       IMMIGRAZIONE

Il buon senso delle badanti


di Gian Antonio Stella


«Nel vocabolario del ministro dell'Interno non esiste la parola sanatoria », ha detto Roberto Maroni. Nei suoi dintorni, evidentemente, non ci sono disabili o vecchi in difficoltà. Buon per lui. I familiari di centinaia di migliaia di anziani e portatori di handicap si sono però sentiti mancare il fiato: come possono fare, senza una badante? Certo, se la macchina dell’assistenza girasse senza un cigolio, i problemi sarebbero limitati. Ma in una realtà come la nostra? Ogni centomila abitanti con più di 65 anni, dice il Censis, abbiamo 204 ospiti nelle strutture pubbliche. Pochissimi.

Tanto più in un Paese che ha una quota di anziani destinata a salire nel 2016 a nove milioni e mezzo di ultrasettantenni, pari a tutti gli abitanti della Lombardia. Non bastasse, questi posti sono ripartiti con disparità abissali: 313 nell'Italia settentrionale, 135 in quella centrale, 82 in quella meridionale e nelle isole. Per non citare i casi limite: 490 letti ogni 100mila anziani in Trentino, 46 in Campania. Undici volte di meno. Va da sé che le badanti, al di là delle ipocrisie, sono state una benedizione per centinaia di migliaia di famiglie. Al punto che lo stesso Umberto Bossi, dopo avere bellicosamente barrito un tempo che «un milione di prostitute clandestine» avrebbero cercato di «spacciarsi per colf ed essere regolarizzate », è diventato assai più prudente.

E se la cronaca regala rare storie di badanti che rapinano la vecchietta, non mancano esempi opposti. Come quello della moldava clandestina che a Venezia ha rischiato la vita per i «suoi» anziani colpiti da una fuga di gas pur sapendo che una volta scoperta sarebbe stata espulsa. Insomma, salvo eccezioni non sono le badanti ad agitare i sonni di tanti italiani che si sentono insicuri. Anzi. Tant'è che ieri, mentre il sondaggio di corriere.it dimostrava che l'81% dei cittadini è favorevole a una sanatoria per le collaboratrici extracomunitarie escluse da quote di accesso insensate (solo 6.199 su quasi 79 mila in provincia di Milano), lo stesso segretario dell'Ugl Renata Polverini, sul Secolo d'Italia, ha chiesto di usare il buon senso per far fronte alle «torrenziali richieste di permesso di soggiorno».

Né pietismo né permissivismo: buon senso. Lo suggeriscono vicende come quella di Maria Grazia Marzot, una teologa che affetta da sclerosi multipla non può portare il cucchiaio alla bocca ma un'alba si vide portar via dai carabinieri la rumena che le consentiva di vivere ma non aveva strappato uno dei 28 permessi contro 1.300 richieste provinciali. Lo suggeriscono gli studi del docente Alessandro Castegnaro secondo cui, come sostiene anche Giancarlo Galan, se la Regione dovesse farsi carico dei 30 mila vecchi che nel solo Veneto sono accuditi da badanti, dovrebbe spendere 440 milioni di euro in più, per non dire degli ospizi da costruire con un costo di almeno 150 mila euro a letto. Lo suggerisce infine il rispetto della nostra storia: anche le nostre nonne sono emigrate a centinaia di migliaia. Facevano le balie ai bambini e non ai vecchi. Ma erano badanti, spesso clandestine, anche loro.

17 maggio 2008


da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Livorno, indagato per peculato l'ex dirigente bruno lenzi
Inserito da: Admin - Maggio 23, 2008, 12:28:35 pm
Livorno, indagato per peculato l'ex dirigente bruno lenzi

Quadri d'autore, gioielli e massaggi

La «dolce vita» a spese del porto

Gli «acquisti di rappresentanza» dell'uomo voluto fortemente da Matteoli

 
 
Livorno, come tutti i porti italiani, prende legnate dagli scali stranieri? Il commissario all'Autorità portuale, ammaccato, ha deciso di fare dei massaggi. Anzi, già che c'era, si è tirato dietro i familiari, gli amici e i sodali: 46 mila euro in tre anni. A carico delle pubbliche casse. Come i mobili, gli orologi di lusso, i quadri d'autore, i vestiti dei nipotini... Tutte «spese di rappresentanza». Per un totale, stando alla richiesta di risarcimento danni del nuovo presidente, di due milioni e settecentomila euro.

Il protagonista della storia si chiama Bruno Lenzi, ha settantadue anni, è figlio di un fornaio del Pontino, uno dei quartieri più popolari, ed è un livornese livornesissimo tranne che per un dettaglio non secondario. Se la città è rossa, lui è nero. Al punto di essere stato al centro, fra il 2003 e il 2005, di un durissimo braccio di ferro tra l'allora ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, tirato per la giacchetta dal collega livornese Altero Matteoli, primo sponsor del «nostro », e tutti gli enti locali, dal sindaco al presidente della provincia fino al governatore regionale. Decisissimi i primi a imporre Lenzi per marcare una svolta nella gestione del porto da sempre in mano alla sinistra, decisissimi i secondi a non mollare di un millimetro su un principio: la legge, confermata da una sentenza della Corte Costituzionale, dice che la nomina alle autorità portuali va fatta sì dal governo ma d'intesa con gli enti locali. Valeva la pena di insistere cocciutamente su un uomo così, a costo di sfidare il verdetto della Consulta che, prima ancora della nomina a presidente poi evaporata, aveva bocciato l'investitura di Bruno Lenzi come commissario del porto?

È quello che i livornesi si chiedevano ieri mattina, leggendo sbigottiti Il Tirreno. Dove sotto il titolo «Shopping milionario con i soldi pubblici», si raccontavano gli ultimi sviluppi dell'inchiesta che la Procura ha aperto per peculato sull'ormai ex «uomo forte» della destra portuale e sui suoi principali collaboratori alla guida della «Porto 2000», la società che gestisce il movimento passeggeri ed è partecipata dall'«Autorità » e dalla Camera di Commercio.

Una cronaca da lasciare di sasso. Tanto più nella situazione in cui versa lo scalo toscano, che negli ultimi dieci anni, secondo il centro studi del Porto di Amburgo che monitorizza quel traffico di container che oggi copre il 95% del commercio estero, ha avuto un aumento appena superiore al 20%. Una crescita modestissima rispetto non solo a Shanghai, che ha moltiplicato di otto e mezzo la sua presenza sulla scena, ma a Rotterdam e Algeciras (che hanno quasi raddoppiato) o a Barcellona, che nel 1998 movimentava il doppio di Livorno, adesso quasi il quadruplo. Bene: in questo contesto, scrive il quotidiano livornese, «La Guardia di Finanza ha spulciato nei conti della "Porto 2000" e ha trovato 5 milioni di fatture relative a prestazioni inesistenti o estranee all'oggetto sociale, che in parte servivano a mascherare acquisti di carattere personale».

Un elenco sbalorditivo: coi soldi pubblici, scrive il cronista, «sono stati comprati quadri, vestitini per bambini, abiti per signore, salotti componibili e letti, costosi orologi svizzeri, gioielli, giocattoli, profumi, borse griffate; sono state onorate le rate di finanziamenti personali di Lenzi; pagate mediazioni per l'acquisto di case, tende da sole, pavimenti ». La scoperta più clamorosa è quella di quadri e sculture. Appassionatissimo di arte («Pur vedendo che sono opere piacevoli, i falsi d'autore non mi interessano: preferisco un dipinto originale», spiegò in una incauta intervista dell'epoca), Bruno Lenzi aveva messo insieme una collezione così ricca da spingere i finanzieri a scrivere nel loro rapporto che «la società si configura come una vera e propria casa d'arte». Con 350 quadri più una quindicina di sculture e opere varie contemporanee.

Roba buona, buonissima: quattordici opere di Mario Schifano, sei di Carlo Mattioli, quattro di Arman, una di Pietro Dorazio, due di Emilio Scanavino, una di Giulio Turcato, una di Mauro Reggiani, due di Tano Festa, nove di Mark Kostabi. Più 139 dipinti del pittore senese-livornese Mario Madiai. Come mai tutto questo ben-di-dio? Risposta del commissario: «Ci occupiamo di turismo, no? La società deve presentarsi bene». Cosa c'entrasse la carta igienica, con questa «mission», non si sa. Certo è che le Fiamme Gialle hanno scoperto qualcosa di anomalo anche su quel fronte. Tanto da imputare a un fornitore, Giorgio Parlagreco, «una sovrafatturazione di 600mila euro di rotoli di carta igienica e confezioni di sapone liquido». Interrogato, l'uomo avrebbe detto che «parte degli importi gonfiati (dal 50 al 70%) pagati dalla società venivano girati sotto banco ai suoi ex amministratori e ha chiamato in causa sei persone».

Non meno divertenti sono le ricostruzioni dei complessi giri di denaro che avrebbero portato all'acquisto di un Patek Philippe Oro Rosa (un orologio che su ebay.it è in vendita a 44.500 euro) e di un cronografo Frank Muller da 14mila. Per non dire di altre spesucce, come «un divano modello Sciarada, un tavolo Arman (10.950), una lampada da terra (1.650), una fioriera laccata (8.350 euro »), e persino «un letto modello Softland, della Lema, costato 1.353 euro ». Tutte «perle» di una serie di arredi per un totale di 350 mila euro che, secondo la Finanza, sarebbero in parte spariti: «Numerosi beni acquistati non sono fra quelli presenti nei locali aziendali». Nulla, però, eguaglia la scoperta dello shopping che «Bruno Lenzi, suo figlio e sua nuora», oltre a un certo numero di dipendenti di «Porto 2000», avrebbero fatto a carico della società in un negozio di abbigliamento per bambini. Comperando quattro capi in pelle per 2.600 euro, due completini da 1.643, tre da 1.900, due piumini da 500, vestitini vari della collezione primavera-estate 2004 (totale: 3.650 euro) e così via. Per un totale di 27 mila euro. «Spese di rappresentanza ». Ammettetelo: in-dis-pen-sa-bi-li. Se il pupo non è elegante che figura ci farà mai il porto?

Gian Antonio Stella
23 maggio 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - CASI DI VENEZIA E NAPOLI
Inserito da: Admin - Giugno 06, 2008, 10:10:35 am
I CASI DI VENEZIA E NAPOLI

Il rispetto delle regole


di Gian Antonio Stella


Roberto Castelli ha invitato Roberto Maroni a «usare la mano ferma» contro i «delinquentelli » che ieri hanno occupato un paio d’ore la sede della Lega a Mestre. Giusto. E giustamente l’irruzione, oltre che dalla destra, è stata condannata dalla sinistra, a partire da Massimo Cacciari, che tra i no global aveva un nipote: non si fa politica con la violenza. Mai. Neppure in dosi omeopatiche.

Proprio il ripristino del rispetto delle regole, indispensabile per riaffermare l’autorità dello Stato, svelenire il clima di insicurezza avvertito dai cittadini e imporre in modo più convincente le nostre leggi anche agli immigrati che delinquono, avrebbe però bisogno d’una cristallina coerenza di comportamenti. Che metta al riparo chi governa, nel caso sia costretto a usare la forza, dal sospetto di usare due pesi e due misure.

Silvio Berlusconi, parlando delle discariche campane, dei cassonetti incendiati e delle rivolte spesso infiltrate dalla camorra è stato chiaro: «Non succederà più che lo Stato faccia passi indietro. Noi siamo convinti che è nostro preciso dovere che lo Stato faccia finalmente e definitivamente lo Stato ». A costo di schierare l’esercito. Parole dure. Sulle quali il capo del Governo ha raccolto un diffuso consenso. Anche da parte di questo giornale.

Gli ammiccamenti, se non addirittura il pubblico plauso, al blitz di un manipolo di nemici dei rom incatenatisi a Mestre per bloccare i cantieri di 38 prefabbricati destinati dal Comune di Venezia a un gruppo di Sinti, segnala però, per quanto le sommosse partenopee siano ovviamente più gravi, una contraddizione. Aggravata dai barriti del capogruppo leghista a Bruxelles Mario Borghezio: «Siamo pronti in migliaia, Volontari Verdi, Camicie Verdi, Alpini Padani e Patrioti Padani a marciare su Venezia e ovunque necessiti per difendere le sacrosante iniziative della Lega in difesa della nostra gente dall'invasione di rom e clandestini. Il repulisti della Padania è cominciato». Il tutto, stando alle agenzie, senza purtroppo una parola di dissociazione. Anzi.

Ai guardiani della razza e a chi s’indigna per «le villette regalate ai rom invece che agli italiani», si potrebbe ricordare che i «sinti » in questione (i primi insediamenti risalgono al ‘400) sono italiani e veneziani da molto tempo, parlano in veneto, hanno a volte fatto la naja, portano cognomi tipo Pavan o Pietrobon. Che le «villette» costeranno meno di 3 milioni di euro contro i 120 destinati dal municipio a mille nuovi alloggi per gli altri veneziani, alloggi che si aggiungeranno alle abitazioni comunali dove già vivono 4.900 famiglie aiutate negli affitti con un milione di euro l’anno. Insomma: in un’Italia dove quattro milioni di cittadini vivono in case popolari affittate a 42 euro in Campania o riscattate per 43 mila in Lombardia, parliamo di una goccia nel mare. Non vale la pena d’usarla per tentare l’integrazione di italiani «sinti»?

Perfino prima ancora di questo, però, resta il punto centrale: anche lì, a Venezia, lo Stato dovrebbe affermare il diritto di essere Stato. E quello di una giunta eletta a vedere rispettate le proprie decisioni senza rivolte di piazza, sia pure di violenza omeopatica. La minoranza non è d’accordo? Voti contro: questa è la democrazia. Ma il ripristino delle regole, per imporsi davvero, deve essere uguale per tutti.

05 giugno 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA Veneto, sì ai portaborse a vita E Lega e Pd marciano insieme
Inserito da: Admin - Giugno 21, 2008, 04:38:28 pm
Voto all'unanimità: 52 neoassunti in Regione. Solo il governatore contro

Veneto, sì ai portaborse a vita

E Lega e Pd marciano insieme

Dopo i precedenti di Calabria e Sicilia la leggina che «stabilizza» i collaboratori approda al Nord

 

MILANO — Lo fanno in Calabria? «I soliti terroni». Lo fanno in Sicilia? «I soliti terroni». Lo fanno in Campania? «I soliti terroni». Facile, liquidare il tema così. Ma se capita nel Veneto? Ed ecco che l'assunzione dei «portaborse » come dipendenti regionali scatena mal di pancia mai visti. Al punto che il governatore Giancarlo Galan, per protesta, è arrivato a uscire dal gruppo di Forza Italia: «È una leggina vergognosa». Sono anni che i governi, di destra e di sinistra, promettono di mettere la parola fine a questo andazzo. E sono anni che va a finire così. Il punto di partenza è sempre lo stesso: chi viene eletto a una carica pubblica, deputato o presidente provinciale, governatore o sindaco, deve portarsi nella stanza dei bottoni collaboratori di cui si fida. Giustissimo: ognuno ha diritto di circondarsi di uno staff proprio.

Esattamente il motivo per cui i parlamentari vengono dotati di una somma mensile (4190 euro alla Camera, 4678 al Senato) per assumere «provvisoriamente» uno o due collaboratori, destinati a lavorare a Montecitorio o a Palazzo Madama. «Provvisoriamente », però. Fino alla scadenza del mandato. Sennò a ogni nuova legislatura ogni comunista che si ritrovasse uno staff di berlusconiani o ogni berlusconiano che si ritrovasse uno staff di comunisti dovrebbe chiedere nuove assunzioni. Di più: la macchina statale trabocca già di decine o centinaia di migliaia di dipendenti entrati senza alcuna selezione, alcun concorso, alcuna valutazione professionale. Assunti così, per anzianità di precariato. Nella scuola, nei ministeri, negli enti locali... Perfino al Quirinale, il cuore dell'Italia, non si fa un pubblico concorso (pessimo esempio che Napolitano si è impegnato a correggere) dal 1963, quando era ancora vivo Harpo Marx e Abdon Pamich si preparava alle Olimpiadi di Tokio. Il meccanismo, soprattutto in alcune aree del Paese, è sempre lo stesso.

L'amico dell'amico, l'elettore che ti ha promesso il voto o il militante di partito vengono assunti «provvisoriamente » senza concorso: perché mai farne uno, se si tratta solo di un «contrattino » di due mesi? Poi il «contrattino » viene rinnovato una, due, tre, quattro volte. E intanto passano i mesi, le stagioni, gli anni. Finché arriva il momento fatidico: i precari vanno stabilizzati. Insomma: l'argine alla periodica assunzione degli «staffisti» sembra puro buonsenso. Pena il rischio che a ogni svolta elettorale entrino senza concorso ondate di portaborse piazzati dai vincitori sulla sola base della tessera di partito. Eppure, le violazioni a questa regola elementare ci sono già state.

Un esempio? La Calabria. Dove nell'ottobre del 2001 il Consiglio regionale votò all'unanimità (neppure un voto contrario) per incamerare negli organici regionali, a carico delle pubbliche casse, 86 «collaboratori», divisi in due fette: una di funzionari di partito che dovevano essere forniti di uno stipendio fisso e una di fratelli, sorelle, cognati... Una porcheria tale da far insorgere perfino i vescovi calabresi, uniti nel denunciare il «terribile principio » che «l'appartenenza a certe forze » contasse nelle assunzioni «più della competenza». Quattro anni dopo, a maggioranza rovesciata (da destra a sinistra), ecco il replay. Tutto come previsto: «Non posso appoggiarmi solo allo staff messo a disposizione della Regione, mi servono persone di assoluta fiducia» dissero uno a uno tutti i consiglieri. E ottennero altre duecento assunzioni. Di nuovo figli, cognati, cugini... Il rifondarolo Egidio Masella andò più in là: nella prospettiva che un giorno o l'altro sarebbe stata «stabilizzata », assunse la moglie Maria.

Non meno incredibili e scandalose, al di là dello Stretto, sono state le ripetute «sanatorie» della Regione Sicilia. Una per tutte, quella di tutti i portavoce di Totò Cuffaro e dei suoi assessori decisa alla vigilia delle elezioni del 2006. Un'infornata che portò l'ufficio stampa della presidenza regionale ad avere la bellezza di 23 giornalisti. Tutti da allora pagati vita natural durante con soldi pubblici senza avere mai superato una selezione che non fosse quella della fedeltà di partito. La solita politica clientelare che ammorba il Mezzogiorno, si sono ripetuti per anni, davanti a casi come questi e altri ancora, i virtuosi teorici della «diversità morale» del Nord. Non è esatto. Basti ricordare la sanatoria per i portaborse del Friuli-Venezia Giulia, sistemati sei anni fa dal centrodestra con una leggina che permetteva di assumere in Regione, senza concorso, chi aveva avuto un contrattino lavorando 120 giorni consecutivi nell'arco dell'ultimo quinquennio. Leggina indigesta almeno a una parte della sinistra, che la denunciò come un sistema per dare una busta paga con soldi pubblici ai collaboratori dei gruppi politici, dei consiglieri e degli assessori. In Veneto no: tutti d'accordo.

Destra e sinistra. Meglio: quasi tutti. L'estensione ai 52 «portaborse» del progetto di assumere un certo numero di dipendenti indispensabili soprattutto nel mondo della sanità e di stabilizzare un po' di precari storici, era infatti assente nei piani della giunta. Tanto che, davanti all'insistenza dei partiti, l'assessore Flavio Silvestrin aveva chiesto un parere all'Ufficio legislativo della giunta. Il quale, sulla base della Finanziaria 2008 e di una serie di spiegazioni dell'ex ministro Luigi Nicolais (spiegazioni che avevano bloccato l'anno scorso lo stesso giochino alla Provincia di Napoli), aveva detto no: non si potevano assumere così i portaborse. Verdetto inutile. Perché, sulla base di un parere opposto dell'ufficio legislativo del Consiglio (sic!), i gruppi consiliari sono tornati alla carica. E davanti al rifiuto della giunta di allargare le assunzioni agli «staffisti» («facciano i concorsi, hanno già un 20% di quote riservate... », diceva Silvestrin) hanno promosso un emendamento, voluto in primo luogo da democratici e leghisti, con una sanatoria trasversale che fissa per i portaborse «un'apposita procedura selettiva riservata» che ha tutta l'aria di essere una foglia di fico. Voto in aula, unanimità: 33 voti su 33 presenti. Tutti contenti: basta con gli scontri all'arma bianca! Tutti meno Giancarlo Galan che, dicevamo, ha sbattuto la porta («vergogna!») uscendo dal gruppo forzista e chiedendo l'appoggio di Renato Brunetta. I maligni dicono che, dietro, ci siano anche rancori di altro genere. Sarà. Sui portaborse, però, ha ragione lui. A cosa serve parlare di merito, promettere un ritorno al merito, giurare su una svolta che premi il merito se poi si continua con l'andazzo di sempre?

Gian Antonio Stella
16 giugno 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Quando il nord è amaro
Inserito da: Admin - Giugno 22, 2008, 06:35:43 pm
RUMENI E CLINICHE

Quando il nord è amaro


di Gian Antonio Stella


Sarebbe ingiusto se i giornali di Bucarest scatenassero una campagna anti-italiana cavalcando la notizia di Verona, dove marito e moglie hanno ammazzato e bruciato un dipendente rumeno per i soldi dell'assicurazione. Tanto più se la collegassero col caso di Ion Cazacu, l'ingegnere rumeno che faceva il muratore a Gallarate e fu bruciato vivo dal datore di lavoro, che aveva venti operai, tutti in nero.

E a maggior ragione se sottolineassero la sproporzione tra lo spazio riservato a questi due delitti brutali e quello assai più vistoso dato alla tragedia di Vanessa Russo, la ragazza uccisa con una ombrellata in un occhio nella metro di Roma da una rumena che ha preso 16 anni di carcere. Quanti l'imprenditore che bruciò Cazacu. Non si può fare di ogni erba un fascio. Vale per i rumeni, vale per gli italiani. Lo spaventoso episodio veronese lascia però sgomenti. Anche perché si va ad aggiungere ad altre storie che in questi giorni hanno sfregiato l'immagine del Nord. O meglio: di quel Nord dipinto a volte in tinte pastello come una mitica terra serena, laboriosa, giusta. Esente (o quasi) dalle piaghe morali patite dal resto del Paese, soprattutto dal Mezzogiorno.

E dunque pronto, se solo potesse affrancarsi dal fardello, a spiccare lucente tra i lucenti. Non è così. Lo dice la selvaggia violenza sessuale commessa alle porte di Milano da un italiano su una bambina immigrata di 13 anni, violenza condannata dai cultori della «tolleranza doppio zero» con voce assai flebile. Lo dicono le inchieste sulle responsabilità di tanti imprenditori settentrionali nel criminale smaltimento di rifiuti tossici nelle discariche campane. Responsabilità respinte con sdegno, dopo il monito di Napolitano, dai guardiani dell'onore padano. Ma precise, accertate, sanzionate. E tali da spingere il direttore di Avvenire, Dino Boffo, a scrivere: «Sì, il mio Nord l'ha combinata grossa. Ha scaricato su altri quello che non vuole per sé e i propri figli. Ha accettato proposte infami di mediatori infami». Lo sfregio più doloroso a quell'immagine del Nord «guida morale del Paese», però, lo stanno facendo le indiscrezioni che emergono dalle indagini sulla «Santa Rita».

Certo, sono anni che certi ospedali sgarrupati del Sud offrono cronache da incubo: sale operatorie senza acqua corrente, topi, zecche, pazienti ammucchiati come nei lazzaretti medievali. Per non dire di scandali della sanità privata siciliana, in larga parte direttamente in mano ai politici, e su tutti quello di «Villa Santa Teresa» (povere sante...) dove la Regione pagava ad esempio la terapia per il tumore al seno 46.480 euro contro i 3.314 del tariffario piemontese. Mai, però, si era scoperta una clinica degli orrori come questa. Che col suo ossessivo obiettivo di fare soldi, soldi, soldi sulla pelle delle persone rischia di infangare irrimediabilmente quel sistema misto pubblico-privato lombardo fino a ieri sventolato come un modello da imitare. Per carità, alla larga dall' auto-flagellazione.

Ma se gli stessi meridionali più accorti trovano insopportabile un certo meridionalismo piagnone, sarebbe un peccato se il legittimo orgoglio di chi crede nelle virtù del nostro Nord cercasse di rimuovere i traumi di questi giorni come si scacciano le mosche fastidiose. Se è accaduto, vuol dire che poteva accadere. E val la pena di pensarci su.

12 giugno 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il pantano della sanità
Inserito da: Admin - Luglio 17, 2008, 07:31:35 pm
DIETRO GLI SCANDALI
Il pantano della sanità


di Gian Antonio Stella


Per favore, lo stupore no. Almeno quello ci sia risparmiato. I nuovi scandali che squassano il mondo della sanità dall'Abruzzo alla Lombardia, al di là delle responsabilità delle persone coinvolte cui auguriamo di dimostrare una cristallina innocenza, sono frutti di un pantano da tempo sotto gli occhi di tutti.
Ma certo, esistono straordinarie professionalità, ospedali eccellenti e migliaia di medici e infermieri che lavorano benissimo. E ignorarlo sarebbe ingiusto. La ripetitività con la quale scoppiano certi bubboni, anche in realtà complessivamente virtuose, segnala tuttavia un'infezione profonda.
Dal famoso pouf riempito di banconote e gioielli dalla moglie di Duilio Poggiolini alle migliaia di analisi-fantasma pagate a Giuseppe Poggi Longostrevi, dai rimborsi a Villa Santa Teresa di Bagheria pagati 21 volte più che a Milano fino ai polmoni asportati a ignari pazienti della «Santa Rita» solo per aumentare il fatturato, un filo conduttore c'è: il caos. Il modo disordinato e spesso indecente col quale alcune Regioni hanno usato la crescente autonomia ottenuta nella gestione della Sanità. Un caos dentro il quale è successo e può succedere di tutto.

Il Libro Verde dell'Economia di qualche mese fa è ricco di esempi sconcertanti. Com'è possibile che un dipendente prenda in media 38 mila euro in Friuli-Venezia Giulia e 51 mila in Campania? Che un posto letto costi 455 euro al giorno negli ospedali lombardi e 897 (quanto una suite al Plaza di New York) al San Camillo di Roma? Che i parti cesarei siano il 23% in Alto Adige e il 59% in Campania? Che la Sicilia abbia da sola un quarto di tutti gli ambulatori e i laboratori privati accreditati? Che ci siano reparti, come chirurgia vascolare a Catanzaro, che vengono tenuti in vita anche se in un anno occupano il 4% dei posti letto? I grandi buchi nascono da lì. Dal caos anarchico e clientelare che in questi anni, nel nome di una autogestione male intesa, ha consentito a ciascuno di fare come gli pareva. Al punto che solo in queste ultime ore e solo dopo durissime polemiche i manager delle Asl campane hanno sospeso (per adesso) la decisione di auto- aumentarsi di 30 mila euro l'anno la propria busta paga. Un aumento indecoroso. Tanto più perché parallelo all'arrivo dei nuovi dati sul buco sanitario regionale. Sprofondato ormai a circa dieci miliardi di euro. Per non dire degli abissi finanziari del Lazio o della Sicilia, dove pochi giorni fa la Corte dei Conti ha demolito il bilancio consuntivo regionale sottolineando che con i suoi 8 miliardi e mezzo di euro la Sanità isolana pesa «il 30% in più di quanto si spende per la Sanità in Finlandia».

«Lei è un irresponsabile », ha detto gelido Giulio Tremonti a Roberto Formigoni che contestava i tagli imposti da Roma. L'impressione, però, è che sia tutto il sistema a non volersi assumere fino in fondo le proprie responsabilità. Basti ricordare che alla Sanità (il cui ministero è evaporato nella ridistribuzione dei posti di governo) erano dedicate sette righe nel programma elettorale del Pdl, sei in quello del Pd. Tutti e due centrati su una promessa: l'eliminazione delle liste d'attesa. Forse, con una spesa salita a oltre 102 miliardi di euro e uno scandalo al giorno, c'è da fare qualcosa di più.

17 luglio 2008

da corriere.it


Titolo: Senato, saltano i tagli al bilancio: gruppi dimezzati, però la spesa sale
Inserito da: Admin - Luglio 24, 2008, 04:03:04 pm
Politica       IL CASO

Senato, saltano i tagli al bilancio: gruppi dimezzati, però la spesa sale

La mancata disdetta del contratto del personale annulla i cinque milioni di risparmi previsti



Quattro milioni l'anno: tanto il Senato avrebbe risparmiato grazie alla riduzione dei gruppi parlamentari. Il calcolo l'aveva fatto l'Ansa, quarantotto ore dopo le elezioni, citando «fonti parlamentari». Quattro milioni: sui circa 600 che ogni anno spendiamo per la Camera alta non è una gran cifra. Ma sarebbe stato sempre meglio di niente. Invece di quei quattro piccoli milioni, nel bilancio che il Senato approva oggi, non c'è nemmeno l'ombra. Anzi. Nonostante il numero dei gruppi si sia dimezzato, passando da 11 a sei, e quest'anno ce ne siano stati quindi cinque in meno per otto mesi (la nuova legislatura è iniziata il 23 aprile), spenderemo addirittura 750 mila euro in più. Il conto salirà dai 39 milioni 350 mila euro del 2007 a 40 milioni 100 mila euro: è scritto nero su bianco a pagina 65 del bilancio. L'aumento è dell' 1,91%, superiore anche a quell'inflazione programmata che doveva rappresentare il limite invalicabile delle spese. Chiamiamola col suo nome: un'autentica beffa.

Eppure ci avevano provato, alla fine dell'anno scorso, a contenere le spese del Senato almeno entro quel tetto. C'era voluta, è vero, la spallata di un emendamento alla Finanziaria presentato da Massimo Villone e Cesare Salvi, due senatori della sinistra rimasti senza seggio al pari dei loro colleghi di schieramento, per costringere l'amministrazione delle Camere, ma anche quella del Quirinale, ad assumere come riferimento l'inflazione programmata e non più, com'era stato fino ad allora, il prodotto interno lordo nominale, che consentiva agli organi costituzionali, in realtà, di fare i furbetti. Tagliare di oltre 5 milioni le previsioni di uscita del Senato per quest'anno, tuttavia, non era stato affatto facile. Ma alla fine il senatore del Pd Gianni Nieddu (non ricandidato dal suo partito) era riuscito a convincere la presidenza di Franco Marini a disdettare un contratto del personale che prevede scatti e automatismi tali da avere spinto le retribuzioni dei dipendenti del Senato a una media di oltre 131 mila euro lordi pro capite, e con un aumento di oltre mille euro al mese in un solo anno. Da quell'intervento dovevano arrivare risparmi per almeno 3 milioni e mezzo di euro, a coronamento di un impegno solenne assunto per iscritto dal consiglio di presidenza del Senato: quello di ridurre in modo significativo l'incidenza del costo del personale sulle spese correnti, che aveva ormai superato il 40%.

E la manovra sugli stipendi sarebbe stata appena l'antipasto, seguito da un piatto ancora più sostanzioso: l'innalzamento dell'età minima pensionabile per tutti i dipendenti di Palazzo Madama a 53 anni. Sappiamo com'è andata. La fine anticipata della legislatura ha mandato in soffitta quel progetto, così chi è entrato al Senato prima del 1998 potrà continuare a ritirarsi dal lavoro anche a 50 anni, infischiandosene di scaloni e scalini. E ha mandato in soffitta anche la disdetta del contratto del personale: lo ha deciso la commissione contenziosa, uno speciale organismo interno, motivando la revoca con un vizio di forma. Il risultato è che la spesa per gli stipendi, invece di diminuire, salirà ancora: dell'1,14%. E non basta. La somma dei costi per il personale in attività e per i pensionati, che beneficiano come i dipendenti degli aumenti retributivi, ha raggiunto il 42,92% delle uscite complessive, contro il 42,74% del 2007 e il 41,52% del 2006. Numeri che hanno indotto i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord) ad ammettere una resa senza condizioni: «Non è stato possibile conseguire l'obiettivo di inversione dell'andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida», hanno scritto nel bilancio.

Quest'anno, poi, c'è anche la ciliegina sulla torta dei nuovi vitalizi a 57 parlamentari non rieletti e dei 7 milioni 251 mila euro per pagare gli «assegni di solidarietà» (si chiamano proprio così) ai senatori che hanno perso il posto. Risultato: le spese correnti del Senato raggiungeranno quest'anno 570,6 milioni, 12 milioni 273.500 euro in più rispetto al 2007, con un aumento del 2,20%. Alla faccia di un'inflazione programmata dell'1,7%. Si dirà che il costo della vita è salito molto di più, e comunque nel bilancio c'è l'impegno a non far salire nel 2009 le spese oltre l'1,5% programmato dal Tesoro. Ma questo cambia poco. La sostanza è che le spese continuano ad aumentare, con poche eccezioni. Il costo per i servizi di ristorazione, per esempio cresce dello 0,76% a 2,8 milioni. Quello per le pulizie e il facchinaggio aumenta invece del 6,53%, da 4,3 a 4,6 milioni. La bolletta dell'acqua, poi, non si schioda dai 300 mila euro. Mentre la spesa per «servizi informatici e riproduzione » si incrementa addirittura del 13,44%, raggiungendo 9,3 milioni.

E continua anche l'espansione immobiliare. A pagina 44 del progetto di bilancio si parla di una trattativa che sarebbe stata in corso al momento in cui è stata predisposta la prima versione del documento contabile, a fine febbraio 2008, per «l'acquisizione in locazione dell'intero secondo piano di un immobile situato in piazza del Pantheon». Senza peraltro menzionare il costo dell'operazione. Soprattutto, come denuncia Antonio Paravia, che già si era astenuto sui precedenti bilanci, ci sono sempre i soliti problemi di trasparenza: «Il finanziamento dei gruppi, per esempio, non è sufficientemente dettagliato, e non si capisce bene come vengono impiegati i soldi. Il fatto è che i bilanci di Camera e Senato vengono scritti da tre questori, approvati dall'ufficio di presidenza, resi disponibili ai parlamentari quarantotto ore prima di essere portati in assemblea e ratificati dalle aule solitamente semideserte. Il che, per un bilancio come il nostro da 600 milioni, non è proprio un dettaglio». Si tranquillizzi, il senatore del Pdl. Comincioli, Adragna e Franco promettono una «rigorosa gestione delle risorse di bilancio, attenti all'obiettivo prioritario del contenimento della spesa». E se lo dicono loro...


Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
24 luglio 2008


da corriere.it


Titolo: Senato, saltano i tagli al bilancio: gruppi dimezzati, però la spesa sale
Inserito da: Admin - Luglio 27, 2008, 12:26:04 am
IL CASO

Senato, saltano i tagli al bilancio: gruppi dimezzati, però la spesa sale

La mancata disdetta del contratto del personale annulla i cinque milioni di risparmi previsti



Quattro milioni l'anno: tanto il Senato avrebbe risparmiato grazie alla riduzione dei gruppi parlamentari. Il calcolo l'aveva fatto l'Ansa, quarantotto ore dopo le elezioni, citando «fonti parlamentari». Quattro milioni: sui circa 600 che ogni anno spendiamo per la Camera alta non è una gran cifra. Ma sarebbe stato sempre meglio di niente. Invece di quei quattro piccoli milioni, nel bilancio che il Senato approva oggi, non c'è nemmeno l'ombra. Anzi. Nonostante il numero dei gruppi si sia dimezzato, passando da 11 a sei, e quest'anno ce ne siano stati quindi cinque in meno per otto mesi (la nuova legislatura è iniziata il 23 aprile), spenderemo addirittura 750 mila euro in più. Il conto salirà dai 39 milioni 350 mila euro del 2007 a 40 milioni 100 mila euro: è scritto nero su bianco a pagina 65 del bilancio. L'aumento è dell' 1,91%, superiore anche a quell'inflazione programmata che doveva rappresentare il limite invalicabile delle spese. Chiamiamola col suo nome: un'autentica beffa.

Eppure ci avevano provato, alla fine dell'anno scorso, a contenere le spese del Senato almeno entro quel tetto. C'era voluta, è vero, la spallata di un emendamento alla Finanziaria presentato da Massimo Villone e Cesare Salvi, due senatori della sinistra rimasti senza seggio al pari dei loro colleghi di schieramento, per costringere l'amministrazione delle Camere, ma anche quella del Quirinale, ad assumere come riferimento l'inflazione programmata e non più, com'era stato fino ad allora, il prodotto interno lordo nominale, che consentiva agli organi costituzionali, in realtà, di fare i furbetti. Tagliare di oltre 5 milioni le previsioni di uscita del Senato per quest'anno, tuttavia, non era stato affatto facile. Ma alla fine il senatore del Pd Gianni Nieddu (non ricandidato dal suo partito) era riuscito a convincere la presidenza di Franco Marini a disdettare un contratto del personale che prevede scatti e automatismi tali da avere spinto le retribuzioni dei dipendenti del Senato a una media di oltre 131 mila euro lordi pro capite, e con un aumento di oltre mille euro al mese in un solo anno. Da quell'intervento dovevano arrivare risparmi per almeno 3 milioni e mezzo di euro, a coronamento di un impegno solenne assunto per iscritto dal consiglio di presidenza del Senato: quello di ridurre in modo significativo l'incidenza del costo del personale sulle spese correnti, che aveva ormai superato il 40%.

E la manovra sugli stipendi sarebbe stata appena l'antipasto, seguito da un piatto ancora più sostanzioso: l'innalzamento dell'età minima pensionabile per tutti i dipendenti di Palazzo Madama a 53 anni. Sappiamo com'è andata. La fine anticipata della legislatura ha mandato in soffitta quel progetto, così chi è entrato al Senato prima del 1998 potrà continuare a ritirarsi dal lavoro anche a 50 anni, infischiandosene di scaloni e scalini. E ha mandato in soffitta anche la disdetta del contratto del personale: lo ha deciso la commissione contenziosa, uno speciale organismo interno, motivando la revoca con un vizio di forma. Il risultato è che la spesa per gli stipendi, invece di diminuire, salirà ancora: dell'1,14%. E non basta. La somma dei costi per il personale in attività e per i pensionati, che beneficiano come i dipendenti degli aumenti retributivi, ha raggiunto il 42,92% delle uscite complessive, contro il 42,74% del 2007 e il 41,52% del 2006. Numeri che hanno indotto i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord) ad ammettere una resa senza condizioni: «Non è stato possibile conseguire l'obiettivo di inversione dell'andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida», hanno scritto nel bilancio.

Quest'anno, poi, c'è anche la ciliegina sulla torta dei nuovi vitalizi a 57 parlamentari non rieletti e dei 7 milioni 251 mila euro per pagare gli «assegni di solidarietà» (si chiamano proprio così) ai senatori che hanno perso il posto. Risultato: le spese correnti del Senato raggiungeranno quest'anno 570,6 milioni, 12 milioni 273.500 euro in più rispetto al 2007, con un aumento del 2,20%. Alla faccia di un'inflazione programmata dell'1,7%. Si dirà che il costo della vita è salito molto di più, e comunque nel bilancio c'è l'impegno a non far salire nel 2009 le spese oltre l'1,5% programmato dal Tesoro. Ma questo cambia poco. La sostanza è che le spese continuano ad aumentare, con poche eccezioni. Il costo per i servizi di ristorazione, per esempio cresce dello 0,76% a 2,8 milioni. Quello per le pulizie e il facchinaggio aumenta invece del 6,53%, da 4,3 a 4,6 milioni. La bolletta dell'acqua, poi, non si schioda dai 300 mila euro. Mentre la spesa per «servizi informatici e riproduzione » si incrementa addirittura del 13,44%, raggiungendo 9,3 milioni.

E continua anche l'espansione immobiliare. A pagina 44 del progetto di bilancio si parla di una trattativa che sarebbe stata in corso al momento in cui è stata predisposta la prima versione del documento contabile, a fine febbraio 2008, per «l'acquisizione in locazione dell'intero secondo piano di un immobile situato in piazza del Pantheon». Senza peraltro menzionare il costo dell'operazione. Soprattutto, come denuncia Antonio Paravia, che già si era astenuto sui precedenti bilanci, ci sono sempre i soliti problemi di trasparenza: «Il finanziamento dei gruppi, per esempio, non è sufficientemente dettagliato, e non si capisce bene come vengono impiegati i soldi. Il fatto è che i bilanci di Camera e Senato vengono scritti da tre questori, approvati dall'ufficio di presidenza, resi disponibili ai parlamentari quarantotto ore prima di essere portati in assemblea e ratificati dalle aule solitamente semideserte. Il che, per un bilancio come il nostro da 600 milioni, non è proprio un dettaglio». Si tranquillizzi, il senatore del Pdl. Comincioli, Adragna e Franco promettono una «rigorosa gestione delle risorse di bilancio, attenti all'obiettivo prioritario del contenimento della spesa». E se lo dicono loro...


Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
24 luglio 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il grande affare degli arbitrati
Inserito da: Admin - Agosto 07, 2008, 11:19:38 am
Cronache

Le cifre Gli incarichi extra-giudiziari: dalle liti delle imprese ai compensi per l'insegnamento

E il giudice incassò 800 euro l'ora

Il grande affare degli arbitrati

Super incarico anche al vice segretario generale di Palazzo Chigi



Per i giudici amministrativi decisi ad arrotondare gli stipendi con lavori extra, a dispetto di tante polemiche e promesse di moralizzazione, si aprono infatti orizzonti luminosi. Cosa siano questi incarichi extra-giudiziari, da anni aboliti per i magistrati ordinari salvo rare eccezioni, lo lasciamo dire a una voce al di sopra di ogni sospetto e non ostile al governo Berlusconi: Franco Frattini. Il quale un tempo bollava la vergogna degli arbitrati con cui si arricchivano troppi magistrati come «indecorosa» e tuonava contro i suoi stessi colleghi consiglieri di Stato che accumulavano guadagni extra e voleva «l'incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi».

Lui stesso, che poi sarebbe caduto in tentazione accettando un lussuoso incarico abbandonato solo dopo una denuncia del Corriere, condivideva insomma un punto centrale: per fare bene il suo lavoro un magistrato deve fare solo quello. E comunque è inaccettabile che quella corsia preferenziale parallela ai processi amministrativi che sono gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così...) veda la presenza di giudici che magari decidono su cose che toccano lo stesso Ministero, la stessa Regione, la stessa Provincia sulle quali possono essere chiamati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Troppi conflitti d'interesse, troppi soldi, troppi scandali. Liquidati un giorno da Aldo Quartulli, allora collezionista di arbitrati e alla guida del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (il Csm dei magistrati amministrativi) con una battuta: «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l'amante». Un'amante generosa se Pasquale De Lise, che dovrebbe diventare il prossimo presidente del Consiglio di Stato, arrivò ad arrotondare nel '92 lo stipendio di 245 milioni di lire con 848 milioni extra, spiritosamente definiti «il guadagno legittimo di qualche soldo». Bene.

Alla faccia di quanto sosteneva il suo stesso ministro degli esteri, il governo Berlusconi ha finora compiuto tre mosse. La prima è stata l'abolizione del tetto di 289 mila euro fissato dal governo Prodi, sull'onda dell'indignazione popolare, per gli stipendi d'oro dei manager e degli alti burocrati di Stato. La seconda è stata la delega dei pieni poteri al presidente del Consiglio di Stato che d'ora in avanti potrà decidere a suo piacimento come montare o smontare, con questi o quei giudici, questa o quella sezione consultiva (cioè demandata a fornire pareri) o giurisdizionale (demandata a emettere sentenze), infischiandosene dell'opinione del Consiglio di presidenza e più ancora dell'obbligo costituzionale del «giudice naturale». La terza, pubblicata in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale, assegna ancora al presidente del Consiglio di Stato il potere di dare l'ok ai magistrati amministrativi che chiedono di essere messi fuori ruolo per assumere altri incarichi, anche qui senza più alcun potere di interferenza dell'organo di autogoverno.

Cosa significhi per un giudice dei Tar o del Consiglio di Stato esser messo fuori ruolo per fare il capo di gabinetto d'un ministro o il consulente legislativo d'un governatore regionale è presto detto. Significa andare a guadagnare un secondo stipendio spesso sfolgorante e insieme conservare non solo il posto ma anche lo stipendio e il diritto agli scatti di anzianità da magistrato amministrativo come se andasse tutte le mattine in ufficio. Due esempi? La promozione a Presidente di sezione del consiglio di Stato di Alessandro Pajno ai tempi in cui era sottosegretario del governo Prodi e quella del garante dell'Antitrust Antonio Catricalà, promosso per anzianità nonostante di fatto non vesta più la toga da quando diventò capo di gabinetto di Urbani tre lustri fa. Un altro esempio? La promozione a Presidente aggiunto del Consiglio di Stato (ruolo niente affatto onorario ma operativo) di Corrado Calabrò, il garante delle tele-comunicazioni che con decine di incarichi è stato per un trentennio la spalla di ministri di ogni colore, da Riccardo Misasi a Mimmo Pagliarini. Senza mai perdere un solo scatto di carriera. Va da sé che avere o no il via libera ad assumere questi incarichi extra-giudiziari, come spiegava nel 2005 Luigi Mazzella, ministro della Funzione pubblica del terzo governo Berlusconi («Ci sono dirigenti dello Stato che prendono mezzo milione di euro l'anno») può cambiare la vita. E per anni, prima di queste ultime norme che danno una sorta di potere assoluto al Presidente del Consiglio di Stato (qualcuno le ha ribattezzate ridendo «norme fasso-tutto-mi») si erano registrati scontri furibondi dentro l'organo di autogoverno, tra i magistrati convinti che fosse necessario fare pulizia abolendo i «lavoretti» extra e la possibilità di cumulare gli stipendi e quelli che invece non erano affatto disposti a rinunciare agli antichi privilegi. Sia chiaro: il tema è trasversale alla cattiva coscienza sia della destra sia della sinistra.

Tanto è vero che l'ultimo governo Prodi arrivò a sottrarre al Consiglio di Stato, nonostante questo avesse 20.465 cause da smaltire, la bellezza di 39 consiglieri su 122. Più quelli rastrellati da Comuni, Authority, Regioni. Con scelte stupefacenti come quella di Agazio Loiero di nominare capo di gabinetto e segretario generale Nicola Durante, che fino a poco prima lavorava al Tar di Catanzaro e si occupava proprio di quella Regione in cui lavorava come dirigente sua moglie Roberta. Certo è che a scorrere gli incarichi concessi nei primi sei mesi del 2008, dall'arbitrato su mezzo miliardo di euro assegnato a Luigi Carbone vice-segretario generale a palazzo Chigi e figlio del presidente della Cassazione alle lezioni universitarie da 800 euro nette l'ora a Francesco Caringella fino a certi ruoli di governo di indifferenza per i conflitti di interessi, c'è da sorridere amaro. Ma come: non si trattava di cose «indecorose»?

Gian Antonio Stella
07 agosto 2008


da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il campanilismo ospedaliero
Inserito da: Admin - Agosto 10, 2008, 04:58:09 pm
SANITÀ E POLITICA


Il campanilismo ospedaliero


di Gian Antonio Stella


«Dove potrà un infartuato in via del Corso trovare un soccorso efficiente per scansare insidie spesso fatali?». A sentire i cori di protesta che si levano in questi giorni a Roma contro la scelta di chiudere il San Giacomo, ipotesi apocalittica che ha spinto a mozioni di protesta con migliaia di firme, interrogazioni parlamentari, appelli disperati a Berlusconi e perfino all’incatenamento di un paio di consiglieri, pare che da domani la capitale sia abbandonata alle furie di una peste bubbonica. Che sarà della Città Eterna, senza il San Giacomo? Poi vai a vedere i numeri e scopri che il vetusto ospedale, di cui si vanta «un patrimonio genetico di settecento anni» (onestamente: mal portati) ha oggi 170 posti letto, ospita mediamente 115 ricoverati e tra medici, infermieri, impiegati vari dà lavoro a 748 persone: sei e mezzo per ogni letto occupato. Di più: il pronto soccorso, che comunque resterebbe aperto anche dopo la chiusura, assiste un terzo degli infortunati del San Giovanni e meno di un quinto dell’Umberto I e i casi critici sono 5,7 ogni mille. Di più ancora: il Santo Spirito è a meno di due chilometri, il Fatebenefratelli a due e mezzo, il San Giovanni a quattro. E allora?

Lo scontro tra il governo di centrodestra e la giunta regionale di centrosinistra è noto. Il governatore Piero Marrazzo dice di avere ereditato un buco colossale dal suo predecessore Francesco Storace e rivendica oltre due miliardi e mezzo di euro del Fondo sanitario nazionale da lui anticipati. L’esecutivo risponde che i soldi arretrati non gli sono stati dati proprio perché il Lazio (una delle «regioni canaglia » con la Campania, la Sicilia, la Puglia, la Calabria e l’Abruzzo) non ha rispettato l’impegno di abbattere i costi. Il tempo, se galantuomo, dirà chi ha ragione e chi torto. Certo è che anche la rivolta contro la chiusura del San Giacomo, che il celebre professor Ferdinando Aiuti invita ad accantonare per eliminare piuttosto «i piccoli presidi ospedalieri dislocati nei comuni con pochi abitanti», è tutta dentro una vecchia piaga italiana ormai purulenta: «tagliate ovunque, ma non a casa mia». Proprio contro il rifiuto campanilista di chiudere i «piccoli presidi ospedalieri dislocati nei comuni con pochi abitanti» si stanno infatti scontrando da tempo un po’ tutti i governatori italiani.

È successo nelle regioni dai conti in ordine come la Lombardia e il Veneto, dove Giancarlo Galan dopo avere chiuso o riconvertito varie strutture l’ha appena spuntata su una clinica convenzionata di San Donà che aveva visto la bellicosa resistenza del sindaco leghista e sette ricorsi al Tar. Ed è successo nelle regioni meno virtuose, come la Calabria, dove vari presidenti di destra e sinistra non sono mai riusciti a portare a termine, ad esempio, un riassetto dei sette-ospedali-sette della Piana di Gioia Tauro. Dove Palmi, secondo l’Annuario statistico sanitario, detiene un record duro da battere: 268 dipendenti per 28 letti utilizzati: 9 addetti e mezzo a ricoverato. Eppure proprio i dati dell’Annuario ministeriale dicono che una svolta è obbligatoria. Se in tutta la penisola esistono 1.295 ospedali pubblici o convenzionati, pari a uno ogni 45 mila abitanti, la sproporzione tra le diverse aree del Paese è abissale. Basti dire che ce n’è uno ogni 83mila cittadini nel Veneto e uno ogni 29 mila nel Molise.

Più ancora, però, sconcerta lo squilibrio della tabella delle strutture pubbliche in senso stretto. Come è possibile che ce ne siano una ogni 146mila in Emilia Romagna o addirittura ogni 165mila in Lombardia, con servizi nettamente sopra la media, e una ogni 40mila nel Molise? Una ogni 651 chilometri quadri in Piemonte e ogni 202 in Campania? Insomma, sempre lì torniamo. Alla necessità di mettere ordine uscendo dalle logiche dell’elettorato da accontentare, del bacino di influenza, della clientela. Ma soprattutto da quella logica del «n.i.m.b.y» («not in my backyard», non nel mio cortile) che rischia di paralizzare l’Italia sul fronte della sanità ma anche dei porti, degli aeroporti, dell’energia, della scuola... Una logica perversa che, davanti alle obiezioni di chi sostiene che non c’è senso ad avere a Roma sei ospedali generalisti nel centro storico contro i due di Parigi e i due di Londra, fa spallucce: non si possono fare paragoni. E invece val la pena di guardarli, i numeri. Valgono per la destra e per la sinistra. E dicono che a Roma ci sono oggi 21 presidi ospedalieri pubblici più 59 privati per un totale di 80 strutture più altre 34 in provincia. Somma finale: 114. Quanti teorizzano nei giorni pari la necessità di tagliare e nei giorni dispari erigono barricate contro i tagli che li toccano, dovrebbero pensarci su. Lo spirito tatcheriano e l’ospedale sotto casa non sono tanto conciliabili.

09 agosto 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Da Brescia a Reggio Calabria e la Gelmini diventò avvocato
Inserito da: Admin - Settembre 04, 2008, 06:54:55 pm
Nella città calabrese l'anno precedente il record di ammessi con il 93 per cento

Da Brescia a Reggio Calabria

Così la Gelmini diventò avvocato

L'esame di abilitazione all'albo nel 2001.

Il ministro dell'Istruzione: «Dovevo lavorare subito»


Novantatré per cento di ammessi agli orali! Come resistere alla tentazione? E così, tra i furbetti che nel 2001 scesero dal profondo Nord a fare gli esami da avvocato a Reggio Calabria si infilò anche Mariastella Gelmini. Ignara delle polemiche che, nelle vesti di ministro, avrebbe sollevato con i (giusti) sermoni sulla necessità di ripristinare il merito e la denuncia delle condizioni in cui versano le scuole meridionali. Scuole disastrose in tutte le classifiche «scientifiche» internazionali a dispetto della generosità con cui a fine anno vengono quasi tutti promossi.

La notizia, stupefacente proprio per lo strascico di polemiche sulla preparazione, la permissività, la necessità di corsi di aggiornamento, il bagaglio culturale dei professori del Mezzogiorno, polemiche che hanno visto battagliare, sull'uno o sull'altro fronte, gran parte delle intelligenze italiane, è stata data nella sua rubrica su laStampa.it da Flavia Amabile. La reazione degli internauti che l'hanno intercettata è facile da immaginare. Una per tutti, quella di Peppino Calabrese: «Un po' di dignità ministro: si dimetta!!» Direte: possibile che sia tutto vero? La risposta è nello stesso blog della giornalista. Dove la Gelmini ammette. E spiega le sue ragioni.

Un passo indietro. È il 2001. Mariastella, astro nascente di Forza Italia, presidente del consiglio comunale di Desenzano ma non ancora lanciata come assessore al Territorio della provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è una giovane e ambiziosa laureata in giurisprudenza che deve affrontare uno dei passaggi più delicati: l'esame di Stato.

Per diventare avvocati, infatti, non basta la laurea. Occorre iscriversi all'albo dei praticanti procuratori, passare due anni nello studio di un avvocato, «battere» i tribunali per accumulare esperienza, raccogliere via via su un libretto i timbri dei cancellieri che accertino l'effettiva frequenza alle udienze e infine superare appunto l'esame indetto anno per anno nelle sedi regionali delle corti d'Appello con una prova scritta (tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) e una (successiva) prova orale. Un ostacolo vero. Sul quale si infrangono le speranze, mediamente, della metà dei concorrenti. La media nazionale, però, vale e non vale. Tradizionalmente ostico in larga parte delle sedi settentrionali, con picchi del 94% di respinti, l'esame è infatti facile o addirittura facilissimo in alcune sedi meridionali.

Un esempio? Catanzaro. Dove negli anni Novanta l'«esamificio» diventa via via una industria. I circa 250 posti nei cinque alberghi cittadini vengono bloccati con mesi d'anticipo, nascono bed&breakfast per accogliere i pellegrini giudiziari, riaprono in pieno inverno i villaggi sulla costa che a volte propongono un pacchetto «all-included»: camera, colazione, cena e minibus andata ritorno per la sede dell'esame.
Ma proprio alla vigilia del turno della Gelmini scoppia lo scandalo dell'esame taroccato nella sede d'Appello catanzarese. Inchiesta della magistratura: come hanno fatto 2.295 su 2.301 partecipanti, a fare esattamente lo stesso identico compito perfino, in tantissimi casi, con lo stesso errore («recisamente» al posto di «precisamente», con la «p» iniziale cancellata) come se si fosse corretto al volo chi stava dettando la soluzione? Polemiche roventi. Commissari in trincea: «I candidati — giura il presidente della «corte» forense Francesco Granata — avevano perso qualsiasi autocontrollo, erano come impazziti». «Come vuole che sia andata? — spiega anonimamente una dei concorrenti imbroglioni —. Entra un commissario e fa: "Scrivete". E comincia a dettare il tema. Bello e fatto. Piano piano. Per dar modo a tutti di non perdere il filo».

Le polemiche si trascinano per mesi e mesi al punto che il governo Berlusconi non vede alternative: occorre riformare il sistema con cui si fanno questi esami. Un paio di anni e nel 2003 verrà varata, per le sessioni successive, una nuova regola: gli esami saranno giudicati estraendo a sorte le commissioni così che i compiti pugliesi possano essere corretti in Liguria o quelli sardi in Friuli e così via. Riforma sacrosanta. Che già al primo anno rovescerà tradizioni consolidate: gli aspiranti avvocati lombardi ad esempio, valutati da commissari d'esame napoletani, vedranno la loro quota di idonei raddoppiare dal 30 al 69%.
Per contro, i messinesi esaminati a Brescia saranno falciati del 34% o i reggini ad Ancona del 37%. Quanto a Catanzaro, dopo certi record arrivati al 94% di promossi, ecco il crollo: un quinto degli ammessi precedenti.

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria».
I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.

Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l'esame? Com'è stato l'esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini. Da oggi, dopo la scoperta che anche lei si è infilata tra i furbetti che cercavano l'esame facile, le sarà però un po' più difficile invocare il ripristino del merito, della severità, dell'importanza educativa di una scuola che sappia farsi rispettare. Tutte battaglie giuste. Giustissime. Ma anche chi condivide le scelte sul grembiule, sul sette in condotta, sull'imposizione dell'educazione civica e perfino sulla necessità di mettere mano con coraggio alla scuola a partire da quella meridionale, non può che chiedersi: non sarebbero battaglie meno difficili se perfino chi le ingaggia non avesse cercato la scorciatoia facile?

Gian Antonio Stella
04 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La sobrietà smarrita
Inserito da: Admin - Settembre 22, 2008, 10:49:24 am
GOVERNO, AUTO-ELOGI E PROMESSE

La sobrietà smarrita


di Gian Antonio Stella



«L'Ulivo sgomina la cellulite!».
Quel titolone a tutta pagina di Cuore, che nella primavera del '96 rideva dei toni trionfanti con cui i ministri del governo di centrosinistra celebravano se stessi, resta un formidabile esempio di giornalismo sano. Così come la rubrica che la rivista satirica, imitandolecopertine della Domenica del Corriere, dedicava ai miracoli di San Tonino Di Pietro: «Fa arrivare in orario il Pendolino», «Elimina le stragi del sabato sera», «E' assunto in cielo senza raccomandazioni». Un governo che «se la tira», da che mondo è mondo, finisce per fare danni. A se stesso e al Paese che lo ha eletto.

Certo, perfino un uomo sobrio come Sylvius Magnago, il leader storico della Svp, teorizzava che per essere un leader e guidare un popolo occorrono tre cose. 1) Avere delle buone ragioni. 2) Crederci fermamente. 3) Metterci un pizzico di retorica perché «la merce bisogna anche saperla vendere ».

Per capirci: l'auto-incitamento che aiuta i ciclisti nelle imprese solitarie può spingere anche in politica. E sarebbe il colmo se non ci credesse il Cavaliere che, per dirla con le parole di un collaboratore stretto quale Niccolò Querci, «prima crea la "realtà virtuale" e poi lavora perché si avveri».
Mai si era visto però da decenni in qua, con rare eccezioni, un tale panorama di esibizioni muscolari, di promesse roboanti, di pavoni ansiosi di fare la ruota per esporla all'adorazione delle masse. Come se perfino i successi di immagine già incassati, dal dimezzamento dei membri del governo alla rimozione delle montagne di immondizia nel cuore di Napoli, dal ripristino del 7 in condotta fino all'offensiva contro i fannulloni, fossero insufficienti a placare la bulimia di nuovi peana. Come se mai prima fosse esistito un governo. Mai prima un progetto autostradale. Mai prima una nuova linea ferroviaria. Mai prima una politica estera. Ed ecco il Cavaliere lagnarsi che dopo l'uscita di scena di Blair, Aznar e Chirac «l'Europa ha perso personalità», sottolineare di avere approvato la Finanziaria in Consiglio dei ministri «in nove minuti e mezzo», vantarsi d'esser stato «determinante per fermare l'avanzata dell'esercito russo in Georgia » nonché il ritorno (due ore esatte prima che Putin annunciasse un aumento del 27% delle spese militari) «verso una guerra fredda», gongolare per sondaggi che gli danno «percentuali di consenso imbarazzanti» e definire l'Italia tecnicamente in recessione come «un Paese molto solido, con alto livello di vita e di benessere» col «72% del catalogo delle opere d'arte e di cultura d'Europa » e «la squadra campione del mondo di calcio».

Ecco Roberto Castelli dichiarare già a maggio ad Annozero, ignaro dell'arrivo di un'estate di massicci sbarchi quotidiani, che «da quando siamo al governo non ci sono più stati sbarchi di clandestini ».
Ecco Renato Brunetta, nella scia della benedetta lotta agli assenteisti, definirsi «la Lorella Cuccarini del governo » e sparare via via non solo sui troppi permessi sindacali ma su Nanni Moretti, i radical chic, i verdi, i professori sessantottini, i graffitari, i medici «macellai»... Ecco Altero Matteoli, subito seppellito dalle smentite dei colleghi, spiegare al meeting di Rimini che i dipendenti in esubero di Alitalia «verranno ricollocati alle Poste, all'Agenzia delle entrate o al Catasto ». Per non dire di Umberto Bossi che, vendendo per già introdotto il reato di clandestinità (successivamente rivisto per le proteste anche della Chiesa) offriva in un'intervista alla Padania il titolo «Clandestini, il reato sarà un muro».
Per carità, tutto già visto. Basti ricordare come perfino Romano Prodi, alla guida dell'esecutivo più obeso (centotré ministri, viceministri e sottosegretari), più litigioso e più instabile della storia repubblicana, figlio com'era di una vittoria striminzita, non perse occasione per fare il «ganassa»: «Vi assicuro che presto il governo sarà a punto e girerà come il motore di una Ducati o una Ferraaaari ». «E-si-go!». «Parlo-solo- io!» «Ci hanno votato tutti e cinque i continenti!» Non piacevano, agli elettori ulivisti, quelle ostentazioni di bicipiti e pettorali. E possiamo scommettere che, al di là della luna di miele, dei sondaggi luccicanti, della crisi della sinistra che non appare oggi in grado di disturbare il manovratore, anche chi ha votato la destra non apprezzi più di tanto la quotidiana distribuzione di promesse (la riduzione delle tasse, l'abolizione del bollo auto, la soppressione delle Province...) per il dopodomani.

Compreso il «bonus annuo fino 7mila euro lordi» a 250mila insegnanti assicurato a Tuttoscuola da Mariastella Gelmini a partire dal 2012, quando Alex Del Piero andrà per la quarantina. O quel federalismo fiscale di cui il presidente siciliano Raffaele Lombardo si è detto entusiasta: «Certo, avremo bisogno di una fase transitoria di almeno dieci anni...». Può darsi che scrivere come fece il Cavaliere sul famoso appunto mostrato alle telecamere «Al presidente n˚1.Al presidente più vittorioso nella storia del calcio. N˚1nella storia del calcio» aiuti a sentirsi più forti. Ma forse molti italiani, di tutte le convinzioni, apprezzerebbero di più un premier come Tony Blair capace, il giorno in cui ricevette le consegne di Downing Street, di rendere omaggio allo sconfitto John Major spiegando: «Mi rendo conto che la sua eredità richiede una colossale responsabilità». Bisogna saper perdere, diceva una vecchia canzone.
Giusto. Più difficile ancora, però, è saper vincere.


22 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La strage di Aigues-Mortes e il pregiudizio xenofobo
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2008, 11:59:22 am
Memoria
 
Quando erano italiani gli immigrati da linciare

La strage di Aigues-Mortes e il pregiudizio xenofobo

di GIAN ANTONIO STELLA


«Acque-Morte ci addita l'orrenda / Ecatombe di vittime inulte!/ No, jamais, sì ferale tregenda / In Italia obliata sarà» tuona indignata la poesia Il grido d'Italia per le stragi di Aigues-Mortes, scritta di getto da Alessandro Pagliari, nel 1893, a ridosso del massacro. Invece è successo. L'Italia ha dimenticato quella feroce caccia all'italiano nelle saline della Camargue, alle foci del Rodano, che vide la morte di un numero ancora imprecisato di emigrati piemontesi, lombardi, liguri, toscani. Basti dire che, stando all'archivio del Corriere della Sera, le (rapide) citazioni della carneficina dal 1988 a oggi sui nostri principali quotidiani e settimanali sono state otto. Per non dire degli articoli dedicati espressamente al tema: due. Due articoli in venti anni. Contro i 57 riferimenti ad Adua, i 139 a El Alamein, i 172 a Cefalonia… Eppure, Dio sa quanto ci sarebbe bisogno, in Italia, di recuperare la memoria. Che cosa fu, Maurice Terras, il primo cittadino del paese, se non un «sindaco-sceriffo» che cercò non di calmare gli animi ma di cavalcare le proteste xenofobe dei manovali francesi contro gli «intrusi» italiani? Rileggiamo il suo primo comunicato, affisso sui muri dopo avere ottenuto che i padroni delle saline, sotto il crescente rumoreggiare della folla, licenziassero gli immigrati: «Il sindaco della città di Aigues-Mortes ha l'onore di portare a conoscenza dei suoi amministrati che la Compagnia ha privato di lavoro le persone di nazionalità italiana e che da domani i vari cantieri saranno aperti agli operai che si presenteranno. Il sindaco invita la popolazione alla calma e al mantenimento dell'ordine. Ogni disordine deve infatti cessare, dopo la decisione della Compagnia».

Per non dire del secondo manifesto che, affisso dopo la strage, toglie il fiato: «Gli operai francesi hanno avuto piena soddisfazione. Il sindaco della città di Aigues-Mortes invita tutta la popolazione a ritrovare la calma e a riprendere il lavoro, tralasciati per un momento. (...) Raccogliamoci per curare le nostre ferite e, recandoci tranquillamente al lavoro, dimostriamo come il nostro scopo sia stato raggiunto e le nostre rivendicazioni accolte. Viva la Francia! Viva Aigues-Mortes!». È vero, grazie al cielo da noi non sono mai divampati pogrom razzisti contro gli immigrati neppure lontanamente paragonabili a quelli scatenati contro i nostri nonni. Non solo ad Aigues-Mortes ma a Palestro, un paese fondato tra Algeri e Costantina da una cinquantina di famiglie trentine e spazzato via nel 1871 da una sanguinosa rivolta dei Cabili. A Kalgoorlie, nel deserto a 600 chilometri da Perth, dove gli australiani decisero di «festeggiare » l'Australian Day del 1934 scatenando tre giorni di incendi, devastazioni, assalti contro i nostri emigrati. (...)

Ma soprattutto negli Stati Uniti dove, dal massacro di New Orleans a quello di Tallulah, siamo stati i più linciati dopo i negri. Al punto che un giornale democratico, ironizzando amaro sui ridicoli risarcimenti concessi ai parenti dei morti, arrivò a pubblicare una vignetta in cui il segretario di Stato americano porgeva una borsa all'ambasciatore d'Italia e commentava: «Costano tanto poco questi italiani che vale la pena di linciarli tutti». È vero, da noi non sono mai state registrate esplosioni di violenza xenofoba così. È fuori discussione, però, che i germi dell'aggressività verbale che infettarono le teste e i cuori di quei francesi impazziti di odio nelle ore dell'eccidio somigliano maledettamente ai germi di aggressività verbale emersi in questi anni nel nostro Paese. Anzi, sembrano perfino più sobri. Maurice Barrès scriveva nell'articolo Contre les étrangers su Le Figaro, che «il decremento della natalità e il processo di esaurimento della nostra energia (...) hanno portato all'invasione del nostro territorio da parte di elementi stranieri che s'adoprano per sottometterci ».

Umberto Bossi è andato più in là, barrendo al congresso della Lega di qualche anno fa: «Nei prossimi dieci anni vogliono portare in Padania tredici o quindici milioni di immigrati, per tenere nella colonia romano-congolese questa maledetta razza padana, razza pura, razza eletta». Le Mémorial d'Aix scriveva che gli italiani «presto ci tratteranno come un Paese conquistato » e «fanno concorrenza alla manodopera francese e si accaparrano i nostri soldi». Il sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini ha tuonato che «gli immigrati annacquano la nostra civiltà e rovinano la razza Piave» e occorre «liberare l'Italia da queste orde selvagge che entrano da tutte le parti senza freni» per «rifare l'Italia, l'Italia sana, in modo che non ci sia più inquinamento». (...) Per non dire del problema della criminalità. Quella dei nostri emigranti accecava i francesi che sul Memorial d'Aix denunciavano come «la presenza degli stranieri in Francia costituisce un pericolo permanente, spesso questi operai sono delle spie; generalmente sono di dubbia moralità, il tasso di criminalità è elevato: del 20%, mentre nei nostri non è che del 5». Quella degli immigrati in Italia, per quanto sia reale, fonte di legittime preoccupazioni e giusta motivazione al varo di leggi più severe, acceca certi italiani. Fino a spingere il futuro capogruppo al Senato del Popolo della Libertà, Maurizio Gasparri, a sbraitare dopo il massacro di Erba parole allucinate: «Chi ha votato l'indulto ha contribuito a questo eccidio. Complimenti. Ha fruito di quel provvedimento anche il tunisino che ha massacrato il figlio di due anni, la moglie, la suocera e la vicina a Erba».

L'europarlamentare Mario Borghezio riuscì a essere perfino più volgare: «La spaventosa mattanza cui ha dato luogo a Erba un delinquente spacciatore marocchino ci prospetta quello che sarà, molte altre volte, uno scenario a cui dobbiamo abituarci. Al di là dell'“effetto indulto”, che qui come in altri casi dà la libertà a chi certo non la merita, vi è e resta in tutta la sua spaventosa pericolosità una situazione determinata da modi di agire e di reagire spazialmente lontani dalla nostra cultura e dalla nostra civiltà». Chi fossero gli assassini si è poi scoperto: Rosa Bazzi e Olindo Romano, i vicini di casa xenofobi e razzisti. Del tutto inseriti, apparentemente, nella «nostra cultura e nella nostra civiltà». Insistiamo: nessun paragone. Ma gelano il sangue certe parole usate in questi anni. Come un volantino nella bacheca di un'azienda di Pieve di Soligo: «Si comunica l'apertura della caccia per la seguente selvaggina migratoria: rumeni, albanesi, kosovari, zingari, talebani, afghani ed extracomunitari in genere. È consentito l'uso di fucili, carabine e pistole di grosso calibro. Si consiglia l'abbattimento di capi giovani per estinguere più rapidamente le razze». (...) Per irridere amaramente a certi toni tesi a cavalcare l'odio e la paura, l'attore Antonio Albanese ha creato insieme con Michele Serra un personaggio ironicamente spaventoso: «Io sono il ministro della paura e come ben sapete senza la paura non si vive. (…)

Una società senza paura è come una casa senza fondamenta. Per questo io starò sempre qua, nel mio ufficio bianco, alla mia scrivania bianca, di fronte al mio poster bianco. Con tre pulsanti, i miei attrezzi da lavoro: pulsante giallo, pulsante arancione, pulsante rosso. Rispettivamente poca paura, abbastanza paura, paurissima». C'è da ridere, e si ride. Ma anche da spaventarsi. E ci si spaventa. Ecco, in un contesto come questo, in cui perfino un presidente del Consiglio come Silvio Berlusconi arriva a sbuffare a Porta a Porta sulla xenofobia imputata alla sua coalizione dicendo di non capire «perché questa parola dovrebbe avere un significato così negativo », il libro di Enzo Barnabà sul massacro dei nostri emigranti ad Aigues-Mortes è una boccata di ossigeno. Perché solo ricordando che siamo stati un popolo di emigranti vittime di odio razzista, come ha fatto il vescovo di Padova Antonio Mattiazzo denunciando «segni di paura e di insicurezza che talvolta rasentano il razzismo e la xenofobia, spesso cavalcati da correnti ideologiche e falsati da un'informazione che deforma la realtà», si può evitare che oggi, domani o dopodomani si ripetano altre cacce all'uomo. Mai più Aigues- Mortes. Mai più.


10 ottobre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - «Quota bontà» ultima beffa
Inserito da: Admin - Ottobre 17, 2008, 05:04:14 pm
L’8 PER MILLE ALLO STATO

«Quota bontà» ultima beffa


di Gian Antonio Stella


Parola del governo: i soldi per la fame nel mondo non finiranno nelle casse delle banche in crisi. Meno male, sull'8 per mille ne avevamo già viste troppe. Quando fu istituito la legge era chiara: i soldi raccolti dallo Stato (quelli alla Chiesa Cattolica, alle comunità ebraiche o agli Avventisti sono un'altra faccenda) andavano destinati a «interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali ». Doveva essere una specie di «quota bontà»: una fettina delle tasse veniva smistata a iniziative delle quali lo Stato spesso finisce per dimenticarsi. Una legge giusta. Accolta, fatta eccezione per un po' di laici (secondo i quali pure una parte del denaro «statale » finiva per essere girata ancora alla Chiesa) da un vasto consenso.

Cosa c'è di più consolante che pagare le imposte e sentirsi insieme più buoni? Col tempo, però, l'idea è stata stravolta. E nella saccoccia dell'8 per mille ha cominciato a infilare le mani chi voleva far quadrare conti che non quadravano. Fino al punto che una volta un terzo del gettito fu usato per la «missione umanitaria» in Iraq e un'altra volta per tappare un buco al comune di Catania che non riusciva a pagare i libri scolastici dati coi buoni sconto o una tournée di ballerini brasiliani. Solo in parte corretto dal governo Prodi, l'andazzo è ripreso con una accelerazione che, in commissione Bilancio, ha sconcertato gli stessi membri della maggioranza. Basti dire che, svuotata la cassa per otturare la voragine aperta dalla abolizione dell'Ici, degli 89 milioni originali di euro dell'8 per mille, togli qua e togli là, ne sono rimasti 3.542.043.

Un quinto dei soldi che i partiti di destra e sinistra, tra le proteste dipietriste, si sono spartiti un paio di settimane fa coi rimasugli della «legge mancia» varata nel 2004 per sparpagliare prebende nei collegi elettorali. Di più: il costo dell'istruttoria per spartire i fondi supera l'importo distribuito. Una follia. Fatti i conti, le 808 associazioni di volontariato, enti, e organismi vari le cui richieste erano state accettate avrebbero avuto 4.383 euro a testa. Coriandoli. Spazzati via da una scelta drastica: meglio concentrare i finanziamenti su sei comuni e una provincia colpiti da calamità naturali. E ai rifugiati politici? Zero. Ai beni culturali? Zero. Alla fame nel mondo? Zero. Diciamolo: così com'è, l'8 per mille allo Stato è meglio abolirlo.

La tassa resterà, ma almeno la pagheremo senza sentirci presi in giro. Tanto più che, in parallelo, venivano rosicchiati i soldi anche del 5 per mille. Per gli aiuti al Terzo Mondo erano previsti, quest'anno, 733 milioni. Macché: 322. Che faranno dell'Italia, a dispetto delle promesse del Cavaliere al G8 di Genova («Non basta lo 0,70 del Pil: gli stati ricchi dovrebbero dare ai poveri l'uno per cento!») il Paese più tirchio dell'Occidente con una quota dello 0,09. La più striminzita dal 1987. Un dato per tutti: coi soldi tagliati, secondo il C.i.n.i. che raggruppa le associazioni non profit, si potevano comprare 100 milioni di zanzariere contro la malaria in Africa o vaccinare contro la poliomielite 15 milioni di bambini. Ma non si era detto che per non essere invasi da disperati in fuga dalla miseria bisognava aiutarli a casa loro?

17 ottobre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - L'uso bipartisan dei bambini in piazza
Inserito da: Admin - Ottobre 19, 2008, 10:38:48 am
La polemica Il finto sdegno dei politici.

Quando Togliatti disse del piccolo D'Alema: è un nano

L'uso bipartisan dei bambini in piazza

Dagli «orsetti» leghisti ai minori in tuta bianca. E c'è chi li mette nei calendari


Giù le mani dai bambini. Ha ragione la destra, a scandalizzarsi per i piccini portati in piazza dalla sinistra a manifestare contro Mariastella Gelmini: non si fa. Che «la grande novità della contestazione studentesca stia proprio nei baby-scioperati», però, è una balla grande quanto la bolla di sapone da 32 metri con cui Alan McKey entrò nel Guinness dei primati. L'hanno sempre fatto, purtroppo, tutti. A partire da chi oggi si indigna.

Un esempio? Maurizio Gasparri. Ieri ha tuonato: «C'è molta malafede in queste contestazioni. Trovo sgradevole l'uso dei bambini nelle manifestazioni. È sbagliato strumentalizzare e disinformare i bambini portandoli nei cortei. È una cosa gravissima e chi lo fa è un cattivo genitore». Bene, bravo, bis. Peccato che una bella foto lo immortali con la figlioletta al «family day». Dirà: era un'altra cosa. Giusto. Ma al di là delle distinzioni, la bambina aveva un «pass» personale per l'accesso al «backstage » con la voce appartenenza riempita così: «Alleanza Nazionale ». Come fosse un'esponente politica (in miniatura) venuta lì a fare politica per un partito. Sia chiaro: non è una polemica solo italiana. Per citare un solo episodio, val la pena di ricordare la Marcia dei Bambini organizzata anni fa dal Children's Defense Found a Washington per protestare contro una serie di tagli. La Coalizione per i valori tradizionali fu durissima. E accusò gli organizzatori di essere dei «disonesti » che strumentalizzavano «l'amore per i bambini ai fini di gonfiare le dimensioni e il potere del governo federale ». Né si può dire che anche da noi le tradizioni non siano antiche. Ve li ricordate i pionieri comunisti? Erano così indottrinati che quando Palmiro Togliatti sentì l'infante Massimo D'Alema rivolgere il saluto al congresso sbottò: «Ma questo non è un bambino: è un nano! ».

E i manifesti elettorali della Dc nel dopoguerra? In uno, terrorizzante, una bimbetta scappava davanti ai cingoli del carro armato russo con lo slogan che barriva: «Salva i tuoi figli!». Un altro mostrava uno scolaretto col grembiulino che arringava i compagni di classe: «E se papà e mamma non andranno a votare noi faremo la pipì a letto!». Insomma, molto prima che Il Giornale sparasse ieri mattina il titolo «Che rabbia quei bimbi in corteo» e pubblicasse un commento sdegnato («Allora, mammine evolute che per le creature cercate la merendina "bio" e lo zainetto-trolley: siamo sicuri che l'esperienza del corteo sia così edificante?»), l'uso dei piccoli come testimonial politici di freschezza, gioventù, pulizia era già stato provato mille volte.

E se resta indimenticabile il corteo del 1˚ maggio 1969 per le strade di Milano, con decine di bimbi coi cappottini che portavano al collo il fazzoletto rosso e reggevano il «libretto rosso» maoista sotto le bandiere dell'Unione dei comunisti marxisti leninisti, sarà difficile scordare anche il «Baby club» azzurro fondato nel '94 dalla figlioletta di Maria Pia Dell'Utri: «Mi ha detto: "Mamma, posso essere anch'io presidente di un club di Forza Italia per bambini?" E io: "Ma certo amore, è una splendida idea, chissà come sarà contento papà" ». Strepitosa la motivazione: «La bambina ha voluto uno striscione con scritto "Silvio facci sempre vedere i cartoni", ha raccontato la mamma alla ragazza che la intervistava per il giornale dei quartieri, "Roma circoscrizione". La signora ha poi spiegato che i bambini temevano che se Berlusconi avesse perso le elezioni loro non avrebbero più avuto cartoni animati in tv». I Radicali, ad aprire un loro congresso, piazzarono una scricciola («tesserata di quattro anni», annotò ironico Filippo Ceccarelli) che si chiamava Altea: «In un bel vaso di porcellana/ era rinchiusa una bella cinesina/ che danzava una danza americana/ con il capitano della Marina». Quindi cinguettò in un diluvio di applausi: «Ciao e buon congresso». «Cari genitori, mi permetto di chiedere il vostro sostegno alla mia candidatura...», scrisse qualche anno fa ai papà e alle mamme dei suoi scolari Maria Paola Marinari, maestra elementare e candidata diessina. «È più bello nascere se si è desiderati», diceva un cartello sorretto da due bambine portate dalla mamma a una manifestazione a fav ore del l'aborto a metà degli anni Settanta.

E come spesso accade in politica, i casi di chi mostra di avere due pesi e due misure sono frequentissimi. Uno per tutti, quello di Alessandra Mussolini. Prima schifata dall'aver letto che Ugo Gregoretti ed Ettore Scola stavano preparando per il suo avversario, Antonio Bassolino, uno spot con una specie di «"talk show" con bambini e bambine». Poi soavemente serena nel dire a Klaus Davi che no, «non ci possono essere tabù» all'idea di portare le scolaresche in gita scolastica sulla tomba del Duce a Predappio: «I miei figli è chiaro che li ho portati». Sempre lì torniamo: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Vale per la sinistra radicale, che a una manifestazione contro il G8 arrivò a mandare incontro ai poliziotti schierati un bambino sul monopattino con la «tuta bianca » dei più accesi contestatori.

Vale per Silvio Berlusconi che non resistette alla tentazione di giocare con le scolaresche chiedendo: «Lo sapete l'inno di Forza Italia?».
Vale per An che in polemica col Bossi secessionista fece sfilare bambini con la maglietta che diceva «Io sono italiano». Vale per la Lega, che si è inventata gli «orsetti padani» e fa sfilare i figlioletti con le bandiere col sole delle Alpi e sul palco di Pontida affidò il microfono alla piccola Jessica perché, foulard verde al collo, intonasse il Va pensiero. Vale infine per la destra fascista, che nel solco della propaganda mussoliniana, la più spregiudicata di tutte con quella bolscevica nell'uso dei fanciulli, è arrivata a fare il nuovo calendario 2009 di Forza Nuova con un balilla che fa il saluto romano.

O a girare un video, finito su Youtube, in cui un baby squadrista di sei o sette anni, teso il braccio fascista, canta: «Le teste rosse cominciano a adere / sono tornate le camice nere / sono tornate con spranghe e manganelli / son tornati per l'amor dei miei fratelli / boia chi molla, un grido di battaglia / boia chi molla, là dove si scaglia / questa è la storia di un piccolo fascista / che ammazzò quel bastardo comunista ». Si dirà, a sinistra e a destra e al centro, che ogni papà ha diritto a educare il figlio come vuole. Contro Mariastella Gelmini o contro i «terroni», contro i sindacati o contro i comunisti. E c'è chi in nome della libertà educativa ha teorizzato perfino l'apertura di scuole di destra per i bambini figli di genitori di destra e di sinistra per i bambini figli di genitori di sinistra. Ma non sarà il caso che, su questo punto, facciano tutti un passo indietro?

Gian Antonio Stella
19 ottobre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La caccia bipartisan ai consensi facili
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2008, 10:58:13 am
Da An a Rifondazione e Cgil: l'abitudine di cavalcare i malumori della scuola

La caccia bipartisan ai consensi facili

Destra-sinistra, 9 anni fa l'alleanza contro Berlinguer. E Fini inneggiava alla piazza



Dilaga la rivolta nelle scuole? Tutti voti guadagnati. La battuta non è di Walter Veltroni, Antonio Di Pietro o Paolo Ferrero. La battuta è di Gianfranco Fini. E fu fatta in occasione dell'ultimo grande "incendio" scolastico prima dell'attuale. Quello scoppiato nel 2000 contro la svolta meritocratica tentata da Luigi Berlinguer. Disse proprio così, come ricorda una notizia Ansa, l'allora presidente di Alleanza Nazionale: «Dovrei ringraziare la Bindi e il suo collega Berlinguer, perché da medici e insegnanti verrà un consenso nuovo e fresco al Polo». E non si trattava di una strambata estemporanea. Il giorno in cui i professori ribelli erano calati a Roma «per dire no al concorso per gli aumenti di merito», il primo a portare la sua solidarietà ai manifestanti era stato lui, l'attuale presidente della Camera. Opinione solitaria? Per niente: l'onda dei contestatori, allora, fu cavalcata (fatta eccezione per la Lega, che non aveva ancora ricucito del tutto col Polo e preferì una posizione più defilata) da tutta la destra. Dall'inizio alla fine. Lascia quindi sbalorditi sentire oggi Mariastella Gelmini dire che «il disastro dell'istruzione in Italia è figlio delle logiche culturali della sinistra contro il merito e la competitività », che «per decenni scuola e università sono state usate come distributori di posti di lavoro, di clientele e magari di illusioni » e che la sola sinistra ha la responsabilità d'avere seminato «l'illusione che lo Stato possa provvedere a dare posti fissi in modo indipendente dalla situazione economica e dal debito pubblico».

Sia chiaro: la sinistra e il sindacato hanno responsabilità enormi, nel degrado non solo della scuola e dell'università, ma dell'intera macchina pubblica italiana. Fin dai tempi in cui lo psiuppino Lucio Libertini teorizzava che «l'attivo della bilancia dei pagamenti e la consistenza delle riserve non sono dati positivi in assoluto» e il segretario comunista Luigi Longo tuonava che «non è lecito al governo trincerarsi dietro le difficoltà finanziarie ». La caricatura feticista del garantismo che ha permesso di restare in cattedra a professori che insegnano voltando le spalle agli alunni o sono stati condannati per essersi fregati i soldi delle gite scolastiche è frutto di una deriva sindacalese. E così la nascita delle «scodellatrici » che devono dar da mangiare ai bambini perché «non spetta» alle bidelle. E tante altre cose inaccettabili. Che la situazione sia tutta colpa della sinistra e solo della sinistra, però, è falso. E lo scaricabarile, oltre a essere indecoroso, impedisce a una destra moderna di fare i conti fino in fondo con la storia, con i problemi del Paese e con se stessa. Perché forse è una forzatura polemica quella di Enrico Panini, segretario nazionale Cgil-scuola, quando dice che i precari «erano il serbatoio e lo spasso della Dc».

Ma le sanatorie per i professori non le ha inventate la sinistra: la prima porta la firma di Vittorio Emanuele II nel 1859. «In eccezione alla regola del concorso... ». Hanno radici profonde, i mali della nostra scuola: «Dal 1860 ci sono stati 33 ministri della Pubblica Istruzione, ciascuno desideroso di distinguersi rovesciando l'opera del predecessore. Il danaro è stato lesinato; e lo Stato e i Comuni, prodighi in ogni altra cosa, hanno fatta economia nel più fruttifero degl'investimenti nazionali», scrivevano nel 1901 H. Bolton King e Thomas Okey nel libro L'Italia di oggi. Cosa c'entra la sinistra se perfino Giovanni Gentile, del quale gli stessi antifascisti più antifascisti riconoscono la statura, durò come ministro della Pubblica istruzione solo una ventina di mesi? Se addirittura Benito Mussolini fu costretto a cambiare in quel ruolo più ministri di quanti allenatori abbia cambiato Maurizio Zamparini? Se la Dc per mezzo secolo ha mollato quel ministero-chiave solo rarissime volte e mai a un uomo di sinistra? Se la sanatoria più massiccia fu voluta dalla democristiana Franca Falcucci che nel 1982 propose alle Camere di inquadrare nel ruolo i precari della scuola e a chi le chiese quanto sarebbe costata rispose 31 miliardi e 200 milioni di lire l'anno, cifra che si sarebbe rivelata presto 53 volte più bassa del reale?

La verità è che sulla scuola, il precariato, il mito clientelare del posto pubblico hanno giocato, per motivi di bottega, praticamente tutti. E che l'egualitarismo insensato di un pezzo della sinistra e del sindacato si è saldato nei decenni col sistema clientelare democristiano e socialista, socialdemocratico e liberale e infine cuffariano e destrorso. Fino all'annientamento dell'idea stessa del merito. Annientamento condiviso per quieto vivere da tutti. Trasversalmente. L'ultima dimostrazione, come dicevamo, risale nella scuola a nove anni fa. Quando Luigi Berlinguer riuscì a recuperare 1.200 miliardi di lire per dare aumenti di merito ai professori più bravi: uno su cinque sarebbe stato premiato con 6 milioni lordi l'anno in più in busta paga. Uno su cinque era troppo poco? Può darsi. Dovevano essere definiti meglio i criteri? Può darsi. Il sistema dei quiz non era l'ideale? Può darsi. Ma l'obiettivo del ministro era chiaro: «Va introdotto il concetto di merito. Chi vale di più deve avere di più».

Fu fatto a pezzi. Dai sindacati e dalla "sua" sinistra, per cominciare. Basti ricordare il rifondarolo Giovanni Russo Spena («meglio distribuire i soldi a tutti e concedere a tutti un anno sabbatico a rotazione »), il verde Paolo Cento, la ministra cossuttiana Katia Bellillo («no alla selezione meritocratica dei docenti») o il leader dei Cobas Piero Vernocchi, deciso a far la guerra «contro ogni tipo di gerarchizzazione del sistema scolastico». Ma anche la destra cavalcò le proteste. Alla grande. Francesco Bevilacqua, di An, attaccò al Senato il ministro accusandolo di avere «stabilito per legge che il 20% dei docenti in Italia è bravo e che gli altri lo sono meno o non lo sono affatto ». Il suo camerata Fortunato Aloi sostenne alla Camera che quel «concorsaccio non poteva assolutamente non mortificare coloro i quali operano nel mondo della scuola» i quali avevano «giustamente mobilitato le piazze». Lo Snals, che certo non era un sindacato rosso, fu nettissimo. Punto uno: «Rifiuto di ogni forma di selezione fra gli insegnanti ». Punto due: «Riconoscimento della professionalità di tutti i docenti». E i primi ad appoggiare la lotta, con un documento che intimava al governo di «sospendere immediatamente il concorso», furono l'allora casiniano e oggi berlusconiano Carlo Giovanardi, la responsabile Scuola di An Angela Napoli e la responsabile Scuola di Forza Italia Valentina Aprea. La quale, vinta la battaglia contro il concorso meritocratico per i professori, ne scatenò subito un'altra sui dirigenti scolastici: «Sconfitto sul fronte dei docenti ora Berlinguer vuole prendersi una rivincita con i capi di istituto. I discutibili criteri di valutazione rimangono inalterati, con la conseguenza di creare il battaglione del 20% di super-presidi e conferendo la patente di mediocrità al restante 80%».

Parole inequivocabili. Dove non erano contestate solo le modalità ma l'idea stessa degli aumenti di merito che pure dovrebbe essere cara a chi si proclama liberale. Come sia finita, quella volta, si sa. Luigi Berlinguer fu costretto a rinunciare, dovette mollare la carica di ministro e il suo naufragio è stato la pietra tombale di ogni ipotesi meritocratica. E noi ci ritroviamo, dieci anni dopo, alle prese con gli stessi temi. Aggravati. Vale per la destra, vale per la sinistra. Le quali, come accusa uno studio di «Tuttoscuola » (www.tuttoscuola.com), non si fanno troppi scrupoli di cavalcare ciascuno la propria tigre anche «addomesticando » i numeri. Che senso ha? Come spiega il dossier della rivista di Giovanni Vinciguerra, «al nostro Paese serve un recupero di qualità del confronto politico e sociale in un momento di così profonda crisi del ruolo e della legittimazione sociale del sistema educativo nazionale, non guerre sui dati o sui grembiuli».

Gian Antonio Stella
28 ottobre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Lo scandalo delle false cremazioni
Inserito da: Admin - Novembre 02, 2008, 10:48:31 pm
Lo scandalo delle false cremazioni

Ceneri di defunti mischiate insieme e corpi spariti. Una cinquantina le aziende controllate
 
 
«Cessate d'uccidere i morti», invocava Giuseppe Ungaretti. Scriveva, il grande poeta, della carneficina della guerra. Ma mai come oggi quei versi sono apparsi attuali. Mai come oggi, infatti, la morte è stata stuprata. «È arrivato questa mattina il corpo di una bambina, che ne facciamo? Deve essere cremata», chiede in un'intercettazione il dipendente al titolare di un'azienda coinvolta in uno degli scandali più sconvolgenti. Risposta: «Mah... Niente cremazione, buttala via, nell'immondizia, tanto è poca roba».

Lo facevano sul serio, di buttare i corpi nel pattume. La cronaca di Nadia Francalacci su Panorama gela il sangue: «Quando le ruspe hanno iniziato a scavare, è spuntato un piede. Era di uno dei sei corpi saponificati abbandonati in un campo di 30 metri quadrati assieme ai resti di amputazioni ospedaliere, a feti abortiti per gravi malformazioni e a decine di sacchi di plastica neri che contenevano le ceneri di centinaia di persone cremate e mai riconsegnate ai familiari».

Non passa giorno, ormai, senza il trauma di una nuova inchiesta della magistratura o di una nuova ispezione dei carabinieri dei Noe, i Nuclei operativi ecologici. I quali, partendo da una indagine sul «riciclaggio» di maniglie di ottone, crocefissi, bare e perfino abiti dei defunti, hanno messo sotto esame una cinquantina di strutture che si occupano di cremazioni scoprendone di tutti i colori. È successo a Roma, dove i giudici indagano da tempo su diverse salme dimenticate nelle loro casse in un deposito anche per due anni mentre già i parenti portavano «mazzi di crisantemi al camposanto di Fiumicino, convinti che le ceneri dei familiari stessero definitivamente lì». È successo a Padova, dove qualche settimana fa sono state sequestrate le ceneri di tre persone buttate tutte insieme nello stesso contenitore dagli addetti alla cremazione di una ditta che si vantava d'avere ottenuto il riconoscimento di controllo di qualità «Iso 9000». È successo a Segrate, dove sono state trovate otto casse che contenevano ceneri mischiate di chissà quanti defunti e ottanta casse zincate con i resti ossei di centinaia di corpi ormai derubati della loro identità. È successo a Mirteto, Prato, Collecchio, Roccastrada, Vignola, Fornovo, Parma, Piacenza e, insomma, un po' in tutte le località in cui la «Euroservizi», una delle aziende più coinvolte, aveva vinto gli appalti per le cremazioni. Per non dire di Fidenza, dove la società aveva ammassato in 60 sacchi neri dell'immondizia una tale quantità di ceneri che, dice una stima, «potrebbero appartenere a circa 2 mila corpi cremati».

Tra i rifiuti, dicono le cronache, c'erano «un tronco umano saponificato e una bara bianca con un bambino al quale era stato tolto il nome». Tutti insieme. Tutti mischiati. Nell'indifferenza totale per l'impegno assunto (in cambio di soldi, tanti soldi) e per il dolore lancinante dei parenti, convinti che «quella» piccola urna con le ceneri loro consegnata contenesse davvero i resti del padre, della madre, del fratello, del figlio... Nella «A livella», la straordinaria poesia di Totò dedicata alla giornata che si celebra oggi («Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza / per i defunti andare al Cimitero... »), il «nobile marchese signore di Rovigo e di Belluno » lo sputa in faccia al vicino di tomba, il netturbino Esposito Gennaro: «la Vostra salma andava, sì, inumata / ma seppellita nella spazzatura! ». Il senso di quelle rime struggenti, la morte che come una livella mette tutti sullo stesso piano, dal nobile marchese fino a Gennaro «'o muorto puveriello», era però un altro. A mischiare le ceneri, nella sua misericordia, è Dio. Che però distingue una dall'altra ogni singola sua creatura. O se volete, laicamente, a mischiare tutto è la natura. Non l'ingordo padrone di un'impresa funebre che vuole risparmiare sull'accensione del forno, sulle bare, sui vestiti messi addosso ai morti da mogli, sorelle, figlie in lacrime.

Eppure, per millenni, il rispetto per i morti è stato uno dei cardini della cultura umana. In Occidente come in Oriente. Gli egizi cercavano con la mummificazione di conservare i corpi perché sopravvivessero nell'Aldilà e infilavano tra le bende del defunto un rotolo di pergamena col Libro dei Morti, chiamato serenamente il «Libro per uscire al giorno». Gli antichi greci lavavano e profumavano le spoglie mortali dei loro cari e ornavano le case con mirto e alloro e andavano in processione al cimitero accompagnati dalle melodie dei suonatori di flauto e gli adulti venivano seppelliti con i sigilli e i dadi e le donne coi gioielli più preziosi e i bambini coi loro giocattoli. E gli etruschi coprivano le pareti delle tombe con pitture che raffiguravano il defunto seduto a un grande banchetto presieduto da Ade e Persefone. E i romani custodivano in casa, nei «penetralia », le maschere di cera degli antenati che veneravano e invocavano a protezione della famiglia. E Polibio racconta nelle sue Storie pagine indimenticabili sui riti (la salma portata al Foro sui rostri, la Laudatio funebris dalla tribuna, il corteo con i parenti che indossavano le maschere funebri degli avi...) con cui le famiglie patrizie onoravano i loro cari nei giorni dello strazio. Per non dire di culture lontane come quella di Tana Toraja nell'isola indonesiana di Sulawesi, dove il morto non è davvero morto ma solo «addormentato» finché non viene sepolto e i funerali vengono dunque trascinati per mesi e mesi, anni ed anni, e tutti i parenti accorrono e si ritrovano intorno a chi «dorme» per cucinare e mangiare insieme il maiale e i polli e certe focacce fritte che sono una bontà.

Per questo, oggi, è il caso di fermarsi un attimo a riflettere sul senso di queste cronache oscene che ci tolgono il sonno. E di domandarci se, in fondo in fondo, non sia tutto «normale», che una società che troppo spesso non rispetta i vivi non possa poi rispettare i morti. Quanto agli immondi mercanti che trattano le salme fottendosene della loro sacralità e del dolore che dilania le mogli, i mariti, i figli, c'è solo da sperare che (al di là della giustizia nei tribunali degli uomini) avessero ragione gli antichi greci. Secondo i quali i malvagi che non portavano rispetto a un defunto venivano per anni perseguitati dalla sua anima, fino a renderli pazzi.

Gian Antonio Stella
02 novembre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Le battute di Silvio l'Incompreso
Inserito da: Admin - Novembre 07, 2008, 10:04:08 am
«Iccona pop« o gaffeur seriale: per il mondo il premier è un istrione a volte spiazzante

Dai «cinesi bolliti» alle corna

Le battute di Silvio l'Incompreso

La gag su Rasmussen, Veronica e Cacciari.

I finlandesi indignati per la leader «sedotta»
 

 
Convinto che grazie a lui l'Italia sia «il Paese più simpatico del mondo», Silvio Berlusconi si è lanciato ieri in una delle battute che lo fanno ridere assai. E nella scia dell'astuta diplomazia internazionale di due ministri come Umberto Bossi e Roberto Calderoli che da anni chiamano i neri «bingo bongo», ha ieri salutato Barack Obama come uno «che è anche bello, giovane e abbronzato».

Come prenderà la cosa il prossimo presidente americano, al quale il nostro premier si era già offerto di «dare consigli» come usavano i barbieri col «ragazzo spazzola» non si sa. È da quando era piccolo che come tutti i neri sente spiritosaggini del genere: «cioccolato», «carboncino», «palla di neve»... Non ci avesse fatto il callo non sarebbe arrivato alla Casa Bianca. Certo, se il Cavaliere voleva «sdrammatizzare» il primo commento del «suo» capogruppo al Senato Maurizio Gasparri dopo l’elezione («Al Qaeda sarà contenta») non poteva scegliere parole più eccentriche. Fatti i conti col contesto internazionale, è probabile che Obama farà spallucce: boh, stupidaggini all’italiana. Da prendere così, come le barzellette da rappresentanti di aspirapolvere sui lager, i malati di Aids, i froci... L’importante è non prendere sul serio chi le racconta. Esattamente quello che hanno fatto, in questi anni, molti dei protagonisti della scena mondiale. Spesso spiazzati dalle sortite di un uomo che secondo Giuliano Ferrara è «un’opera pop».

Nessuno è mai stato stato così contento di se stesso e così spesso «incompreso» sulla scena mondiale. Basti ricordare quando disse al parlamento europeo che avrebbe proposto a un amico che girava un film sui lager nazisti di dare al socialista Martin Schulz la parte del kapò. Gelo in aula. Interrotto dopo lo stupore da urla d’indignazione. E lui: «Era solo una battuta per cui è scoppiato a ridere l’intero Parlamento. Un’osservazione di venti secondi poiché volevo allentare l’atmosfera... La vicenda è stata enormemente gonfiata dalla sinistra». In realtà, spiegò, «in Italia tengono banco da decenni storielle sull’Olocausto. Gli italiani sanno scherzare sulle tragedie per superarle...». E a quel punto si incazzarono ancora di più gli ebrei. Che difficile, farsi capire... Non lo capirono i ministri degli Esteri europei quando a una riunione a Caceres fece le corna a un collega durante la foto ufficiale: «Volevo far ridere un simpatico gruppo di giovani boy-scout». Non lo capirono i giornalisti russi il giorno che, già ustionati dal numero di cronisti assassinati a Mosca, restarono basiti per il modo in cui reagì alla domanda di una giovane reporter che aveva osato chiedere a Putin se avesse una relazione con una gentile signorina: fece finta di imbracciare un mitra e di dare una sventagliata. Non lo capì il danese Rasmussen quando spiegò che «è anche il primo ministro più bello d’Europa... Penso di presentarlo a mia moglie, perché è molto più bello di Cacciari... Secondo quello che si dice in giro... Povera donna».

E poi non lo capì il giornalista del Times: «Nel bel mezzo del discorso di Chirac in Canada, Berlusconi si è alzato e ha cominciato a distribuire orologi agli altri leader, con un delizioso sprezzo politico». Non lo capirono i palestinesi quando ammiccò: «Arafat mi ha chiesto di dargli una tivù per la striscia di Gaza, gli manderò "Striscia la notizia"». E non lo capì il cronista del giornale russo Kommersant durante la visita di Berlusconi e Putin allo stabilimento Merloni di Lipetsk: «Il premier italiano era particolarmente attivo ed era chiaro che aveva un obiettivo: non sarebbe stato contento se non fosse riuscito ad avvicinarsi ad un gruppo di operaie. Poi rivolto a Putin: "Voglio baciare la lavoratrice più brava e più bella". Aveva già individuato la sua vittima. Si è avvicinato a una donna grande come la Sardegna e con tutto il corpo ha fatto il gesto tipico dei teppisti negli androni bui dei cortili, quando importunano una ragazza che rincasa. Lei s’è scansata ma il signor Berlusconi in passato deve aver fatto esperienza con donne anche più rapide di questa: con due salti ha raggiunto la ragazza e ha iniziato spudoratamente a baciarla in faccia».

Che male c’è? È estroso. Macché: non lo capiscono. Come quella volta che spiegò: «Mi accusano di aver detto che i comunisti mangiano i bambini: leggetevi il libro nero del comunismo e scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi». Non l’avesse mai fatto! Immediato comunicato del ministero degli Esteri cinese: «Siamo contrariati da queste affermazioni infondate. Le parole e le azioni dei leader italiani dovrebbero favorire la stabilità e lo sviluppo di relazioni amichevoli tra la Cina e l’Italia». Uffa, era una battuta... Sul cibo, poi... «Rimpasto? No, grazie, non mi occupo di paste alimentari... Poi, dopo la visita in Arabia Saudita, mangio solo riso in bianco...». E si indispettirono i sauditi. Uffa, che permalosi... Il massimo lo diede sulla sede dell’agenzia alimentare europea che rischiava di finire a Helsinki: «Parma sì che è sinonimo di buona cucina, mentre i finlandesi non sanno nemmeno cos’è il prosciutto. Come si può pensare di collocare questa agenzia in un Paese che forse va molto fiero della renna marinata o del pesce baltico con polenta? Per portare l’Agenzia a Parma ho rispolverato le mie doti di playboy con la presidente finlandese Tarja Halonen». Ed ecco l’incidente diplomatico. Con tanto di protesta ufficiale e convocazione dell’ambasciatore italiano: come si permetteva? Immediata rappresaglia delle associazioni dei produttori finlandesi: «Non compreremo più vini e oli italiani». E lui: «Ho fatto solo una battuta di galanteria. C’è una mancanza di sense of humour...». In fondo si tratta di strategia internazionale. «Cazzeggio strategy», diciamo. Mica le capisce, certe reazioni. Lui, quando a un vertice è saltata fuori la storia che è bassotto mica se l’è presa. Si è tolto una scarpa, l’ha messa sul tavolo e l’ha mostrata a tutti: «Visto? Non ce li ho i tacchi alti. È che mi dipingono così».

Gian Antonio Stella
07 novembre 2008

da corriere.it


Titolo: La «cura spagnola»: i partiti si autotagliano
Inserito da: Admin - Novembre 15, 2008, 11:20:28 pm
Il caso Per mantenere le forze politiche, il prossimo anno ogni spagnolo spenderà 2,58 euro, gli italiani 4,91

La «cura spagnola»: i partiti si autotagliano

Misure anticrisi, ridotti i finanziamenti di 17 milioni di euro. A noi costano più del doppio


Diciassette milioni di euro. Cioè 34 miliardi di lire. Davanti all’incalzare della crisi internazionale, in Spagna hanno deciso una cura dimagrante che noi ce la sogniamo. Partendo, col taglio citato, dai finanziamenti ai partiti. Prova provata che i nostri cugini iberici non sono più svelti solo nel fare treni ad alta velocità, porti e autostrade. Eppure, i soldi pubblici stanziati a sostegno delle forze politiche spagnole erano già prima nettamente più scarsi rispetto a quelli italiani. Nel 2009 erano previsti 136 milioni contro i nostri 295. Meno della metà. La riduzione a 119 milioni varata nella legge di bilancio accentua il divario. Confermato nel rapporto pro-capite: per mantenere i partiti ogni cittadino castigliano, andaluso o galiziano dovrà sborsare l'anno prossimo 2,58 euro. Ogni lombardo, pugliese o molisano 4 euro e 91 cent.

Una sproporzione abissale. Dovuta anche a quella leggina sulla legislatura monca che inutilmente i dipietristi hanno tentato l'altro ieri di cambiare con un emendamento che almeno dimezzasse le elargizioni. Leggina che per tutto il 2009, il 2010 e il 2011 continuerà a corrispondere ai partiti (oltre ai finanziamenti per la legislatura corrente) anche i soldi dovuti per quella precedente, infartuata e defunta con la caduta del governo Prodi, come se dovesse arrivare alla normale scadenza del 2011. Di più: continueranno a intascare quattrini pure i partiti che il voto popolare, a torto o a ragione, ha messo fuori dal Parlamento. Due esempi? Rifondazione comunista incasserà ancora 20 milioni circa in tre anni, l'Udeur di Mastella 2,7. E altri soldi, per questa legislatura, finiranno nelle casse di quelle formazioni che avevano presentato una lista alle elezioni di aprile e, senza superare lo sbarramento elettorale, avevano comunque ottenuto la magica soglia che consentiva comunque di accedere ai rimborsi: l'1%. Come La Destra di Francesco Storace che, orfana di Daniela Santanché, avrà circa 5,5 milioni in cinque anni o la sinistra arcobaleno che nel quinquennio ne avrà 7 e mezzo.

Ma il confronto fra i costi della politica in Spagna e in Italia è sconfortante su tutti i fronti. A parte la differenza tra i bilanci del Quirinale e della Casa Reale spagnola, di cui abbiamo già dato conto l'altro ieri nella risposta alla lettera del segretario generale della Presidenza Donato Marra, spicca l'abisso tra i parlamenti. Anche la Spagna ha, come noi, un parlamento bicamerale (Cortes Generales) sia pure con un mandato di quattro invece che cinque anni. Anche lì ci sono una Camera (il Congreso de los Diputados) e un Senato. Ma le somiglianze si esauriscono qui. Il «Senado» madrileno, composto da 264 membri, costa agli spagnoli 60,5 milioni di euro, Palazzo Madama (dove siedono 315 rappresentanti eletti volta per volta più i senatori a vita che ora sono sei, per un totale di 321) pesa sulla tasche degli italiani per 570,6 milioni. Il che significa che ogni senatore costa ai cittadini spagnoli 229 mila euro e a noi un milione e 775 mila: quasi otto volte di più. Il rapporto, del resto, è più o meno lo stesso alla Camera. Il «Congreso de los Diputados», con 350 eletti, ha un bilancio di 98,4 milioni, Montecitorio (con 630 onorevoli) ne ha uno oltre dieci volte più alto: un miliardo e 27 milioni.

Morale: ogni deputato spagnolo costa complessivamente alla collettività, tutto compreso, dagli affitti allo stipendio dei commessi, dalle segreterie alle spese di rappresentanza, 281 mila euro e ogni italiano un milione e 630 mila. Sentiamo già le obiezioni: sono paesi diversi, storie diverse, tradizioni diverse... Giusto. Anche costi diversi. L'indennità dei parlamentari spagnoli è identica per tutti: 3.020,79 euro al mese. Cifra alla quale vanno sommati 1.762,18 euro mensili per i deputati con residenza fuori da Madrid ridotti a 841,12 per gli eletti nella capitale. Complessivamente, quindi, un onorevole «peon» (che non sia presidente dell'assemblea, vicepresidente o a capo di una commissione), ha diritto a 4.783 euro al mese: lordi. A un collega italiano spetta una indennità di 11.703 euro lordi al mese più 4.003 euro di diaria più 4.190 euro per il «portaborse» (se vuole prenderne uno e pagarlo, sennò può mettersi il denaro in tasca) per un totale di 19.896 euro lordi al mese: netti sono 13.709,69 euro. Più 3.098 euro l'anno per le spese telefoniche. Più, oltre a una «tessera» di libera circolazione autostradale, marittima, ferroviaria ed aerea su tutto il territorio nazionale, un rimborso fino a 3.995 euro per raggiungere l'aeroporto più vicino.

Il sito internet del Congresso spagnolo precisa invece che lì i deputati hanno diritto, per i trasporti, ai seguenti benefit: una carta (come da noi) di libera circolazione su tutto il territorio nazionale e un rimborso chilometrico di 0,25 euro a chilometro nel caso di uso di auto privata e dietro precisa giustificazione. E se non hanno la macchina o comunque preferiscono non usarla? Dal maggio 2006 hanno una tessera di abbonamento al servizio taxi valida fino a un massimo di 250 euro al mese. Quanto ai gruppi parlamentari, il confronto è non meno imbarazzante: 9 milioni e mezzo di euro al congresso madrileno, 34 alla Camera romana. Ma è tutto l'insieme ad essere nei «Palacios» più virtuoso. Lo stipendio di Luis Zapatero è di 91.982 euro lordi annuali in dodici mensilità. Cifra che, sommando l'indennità parlamentare, lo porterebbe ad avere 149.377 euro ma per consuetudine il premier spagnolo (al quale spetta la casa e la totale copertura delle spese di servizio) rinuncia. Carte alla mano, il premier italiano, nonostante la riduzione del 30% disposta da Romano Prodi per gli stipendi dei componenti di governo, arriva a guadagnare, indennità e benefit parlamentari compresi, 324.854 euro lordi l'anno. Né la differenza è meno sensibile per i ministri.

Si dirà: sono paragoni da prendere con le molle. E' vero. Ma, con una ricchezza nazionale pro-capite identica (26.100 euro l'anno) nei due paesi, non può non spiccare la distanza perfino tra gli emolumenti che spettano a chi sta ai vertici di alcune istituzioni parallele ai palazzi delle politica. Solo un paio di esempi: a Madrid i presidenti del Tribunal Supremo (la nostra Cassazione) e del Tribunal Constitucional (paragonabile alla nostra Consulta) hanno uno stipendio lordo annuo di 146.342,58 euro. I loro omologhi italiani ne ricevono rispettivamente, sempre al lordo, 274mila e 444mila. Quanto al Tribunal de Cuentas, la Corte dei conti spagnola, costerà nel 2009 60 milioni di euro: vale a dire un quinto della nostra, che l'anno prossimo peserà sui cittadini per 281 milioni. Consoliamoci: fino a quest'anno ne costava venti di più.

Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo
15 novembre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il pasticcio sugli sgravi: ecologia «stop and go»
Inserito da: Admin - Dicembre 04, 2008, 11:22:03 pm
Ecologie

Il pasticcio sugli sgravi: ecologia «stop and go»


Quell'idea balzana di risparmiare sul risparmio energetico il governo se la poteva davvero risparmiare. Compriamo all'estero l'88% dell'energia, siamo schiavi dei capricci dei padroni del gas e del petrolio e consumiamo quanto Turchia, Polonia, Romania e Austria messe insieme.

E in questa situazione il pacchetto «anticrisi » va a togliere proprio le detrazioni fiscali a chi voleva consumare meno? Uffa, sbufferà qualcuno vedendo l'affannarsi di ministri a precisare che l'errore verrà corretto, può capitare a chi governa di pestare una buccia di banana. Verissimo. Basti ricordare gli avanti- indree nel corso della definizione della prima finanziaria del secondo governo Prodi, così incasinata che la stessa «Liberazione» la battezzò «Finanziaria in progress» e alla fine spuntò maligno perfino un catastrofico refuso nel titolo stesso del decreto: «Disposizioni urgenti in materia tributaria e penitenziaria ». Dove «penitenziaria» stava in realtà per «finanziaria».

Ma torniamo al pasticcio sulle detrazioni. Riassunto: costrette dal crescente costo dell' energia, dall'insostenibile livello dei consumi (ogni anno, tra imprese, uffici, negozi e famiglie i nostri contatori marcano 338 miliardi di Kilowattora: quanto consumano mezzo miliardo di africani), dalla progressiva dipendenza dai paesi che ci forniscono le materie prime e infine dalle pressioni europee, le autorità italiane hanno via via introdotto una serie di misure per risparmiare quanto più possibile. Cercando di spingere i cittadini a essere più sobri, a costruire case meno dispersive, a installare caldaie più sicure e dalla resa migliore, a cambiare gli infissi per arginare il gran freddo d'inverno e il gran caldo d'estate.

Un percorso virtuoso, accelerato di colpo dal governo Prodi con l'introduzione di un forte incentivo: uno sconto fiscale del 55%, da detrarre in vari anni, sui costi sostenuti per rendere la propria casa più «risparmiosa ». Certo, per lo Stato si trattava di rinunciare a incassare centinaia di milioni. Ma a quel punto chi decideva di dotarsi di un impianto fotovoltaico o del «cappotto» di materiali isolanti aveva tutto l'interesse a denunciare ogni centesimo che aveva speso per poterlo scaricare dalle tasse. Risultato: una emersione del lavoro nero e una parallela crescita delle entrate sul fronte delle aziende produttrici, degli idraulici, delle imprese edili. Proprio come era accaduto nei Paesi europei più impegnati nello sforzo energetico. Paesi che, dice una tabella elaborata da «Eurima», godono di situazioni nettamente migliori della nostra. Prendendo come unità di misura il «Megajoule» (Mj) pari a 0,025 metri cubi di metano, ogni casa svedese (col freddo che fa lassù!) consuma mediamente meno di 21 mila Mj, ogni casa irlandese poco più di 19 mila, ogni casa tedesca meno di 19 mila. Le nostre, per contro stanno oltre i 50 mila Mj.

E sono battute di un soffio, nel continente, solo dalle abitazioni del Belgio. Dove la temperatura media annuale, però, è ben diversa da quella di larga parte della Penisola.

Quanto ci sia bisogno di una svolta virtuosa, del resto, è confermato dai dati di Legambiente. Secondo cui il consumo medio annuale per metro quadro è di 70 Kilowattora in Danimarca (per un Kilowattora ci vogliono un metro cubo di gas o un litro di gasolio) e di 150 (con punte di 300) da noi. Per capirci: un appartamento di cento metri quadri di vecchio tipo può «divorare» da 2 a 3 mila litri di gasolio oppure dai 2 ai 3 mila metri cubi di metano.

Il che significa, dato che l'energia elettrica prodotta da noi costa il 60% più della media europea, due volte quella francese e tre quella svedese, un salasso micidiale. Per le famiglie e per il sistema nel suo insieme.

Va da sé che quando è stata loro offerta la possibilità di scaricare dalle tasse il 55% delle spese, gli italiani che dopo le prime diffidenze si sono via via avvicinati hanno cominciato a crescere e crescere. E i risultati, a fronte di interventi agevolati per 3,3 miliardi di euro con circa 1,8 di detrazioni, si sono visti: i metri cubi di gas per abitante, saliti da 372 nel 2000 a 415 nel 2005, sono poi scesi a 366. Vale a dire che una casa con quattro persone consuma oggi, in media, quasi duecento metri cubi di gas all'anno di meno. Con un risparmio di circa 140 euro.

Va da sé che, appena si era diffusa la notizia che il governo Berlusconi aveva deciso di abolire l'automatismo delle detrazioni stanziando per il 2009 una somma di 82,7 milioni di euro destinati ai primi che presentavano la domanda (e gli altri niente: zero carbonella), è scoppiato il finimondo. Dichiarazioni di fuoco del ministro ombra dell'Ambiente Ermete Realacci. Blog sommersi di messaggi furibondi. Rivolte online. Allarmi delle aziende produttrici: «Aiuto! Tutte le ordinazioni di pannelli solari sono state annullate! » Caselle postali dei deputati bombardate da e-mail: «Ma come, prima sono spinto a spendere i soldi per fare il bravo cittadino virtuoso e poi mi dicono che non ci sono più gli sconti fiscali? E' una truffa!» Finché anche dentro la destra, in Parlamento, ha cominciato a farsi largo l'idea che era stata fatta una frittata. E prima Giulio Tremonti ha precisato che la retroattività del provvedimento sarebbe stata abolita. Poi Stefania Prestigiacomo ha fatto sapere che chiederà di lasciare le cose come stavano. Come andrà a finire? Boh... Quel che è certo è che mai come in questi casi, per dirla con Metastasio, «voce dal sen fuggita poi richiamar non vale ».

Sarà dura, adesso, superare la diffidenza di chi si chiederà: ma se io faccio questi lavori, sarò poi rimborsato davvero?

Gian Antonio Stella
04 dicembre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Costose, inutili, incancellabili: le (finte) promesse ...
Inserito da: Admin - Dicembre 05, 2008, 09:39:31 am
In otto anni cresciute del 65% le spese di gestione

Costose, inutili, incancellabili: le (finte) promesse sulle province

Berlusconi disse: le aboliremo. Ma la Lega: non si toccano.

Frena anche il Pd
 

Cento e otto anni dopo la prima proposta di abolire le province, presentata dal deputato Gesualdo Libertini che le marchiava come enti «per lo meno inutili», destra e sinistra dicono che occorre ancora pensarci su. Auguri. Dice uno studio dell'Istituto Bruno Leoni che costano oggi il 65% in più di otto anni fa? Amen. Sono in troppi, a volerle tenere... La Lega, poi...
«Silvio, batti un colpo», ha titolato un giornale non ostile alla destra come «Libero», che in questi giorni ha rilanciato la battaglia per sopprimere quegli enti territoriali che il sindaco di Milano Emilio Caldara bollava già nel 1920 come «buoni solo per i manicomi e per le strade». Macché: non lo batte affatto. Nonostante solo pochi mesi fa, fiutando l'aria che tirava nel Paese sulla «casta», nella scia delle denunce del «Corriere», si fosse speso in promesse definitive.

C'erano le elezioni alle porte, il Cavaliere voleva stravincere e quando la signora Ines di Forte dei Marmi, durante la chat-line organizzata dal nostro giornale, gli chiese cosa avesse in mente per «abbassare finalmente i costi folli della politica italiana», rispose: «La prima cosa da fare è dimezzare il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei consiglieri comunali». E le Province? «Non parlo delle Province, perché bisogna eliminarle». Otto settimane dopo, già sventolava trionfante il primo successo, riassunto dai tg amici con titoli che dicevano: «Abolite nove Province». Sì, ciao. La notizia era un'altra: nove Province dovevano cambiare nome. D'ora in avanti si sarebbero chiamate «aree metropolitane ». Fine. Un ritocco non solo semantico, si capisce. Ma un ritocco. Presto smascherato da un anziano gentiluomo di destra come Mario Cervi che sullo stesso «Giornale» berlusconiano, dopo aver letto la bozza della riforma federalista di Roberto Calderoli, scrisse: «Alcune norme del disegno di legge hanno l'obiettivo di "riconoscere un'adeguata autonomia impositiva alle Province". Ma allora, dopo tanti annunci di abolizione, le Province ce le teniamo, e anzi ne avremo di nuove perché l'alacre fantasia dei notabili locali è sempre all'opera nel varare enti inutili? A occhio e croce si direbbe che questa sia una vittoria non del nuovo ma della vecchissima politica distributrice di poltrone». Parole d'oro. Che Francesco Storace, con brutalità gajarda, traduce così: «Bravi! Ci avevano promesso di abolire le Province e il bollo auto ed è finita che fanno gestire il bollo auto alle Province».
Insomma, chiede oggi il deputato del Pd Enrico Farinone, «la maggioranza è favorevole o contraria all'abolizione delle Province? I cittadini meritano un chiarimento».

Giusto. Non solo dalla destra, magari. Quindici anni fa, nella «Bicamerale» presieduta da Ciriaco De Mita, furono i pidiessini Franco Bassanini e Cesare Salvi a spingere Augusto Barbera a ritirare la proposta di sopprimere le Province in linea con quanto aveva deciso, alla Costituente, la Commissione dei 75: «L'argomento è di grande interesse, ma merita una riflessione ulteriore». Riflessione ancora in corso.

Al punto che quando Massimo Calearo ha rivelato che stava lavorando con altri parlamentari di sinistra e di destra all'abolizione dell'ente, qualche settimana fa, è stato bacchettato per primo dai suoi stessi amici di partito. Dal segretario regionale Paolo Giaretta («nel nostro Veneto, una delle Regioni più centraliste d'Italia, le nostre Province non sono enti superflui, anzi») al presidente della Provincia di Belluno Sergio Reolon: «L'unico inutile, qui, è lui, non le Province». Di più: il democratico Giorgio Merlo si è avventurato a dire che quella per l'abolizione delle Province è «una campagna qualunquista e demagogica».

Quanto a Walter Veltroni, naviga a vista: «Sì, penso ci si possa arrivare. Ma non sono un demagogo. E' facile dirlo in campagna elettorale, poi in genere chi lo dice è il primo a presentare proposte per istituirne di nuove... ». Lui sarebbe per «ridurre la sovrapposizione dei livelli di governo, a partire dall'abolizione delle Province, laddove vengano costituite le Città metropolitane». A farla corta: boh... E' a destra, però, che i mal di pancia sono più forti. Un po' perché il rilancio di Feltri e la sua raccolta di firme vengono vissuti da alcuni come sassate scagliate da mano amica («tu quoque, Vittorio: proprio adesso...») che rischiano di mandare in pezzi il quadretto di una destra felicemente compatta. Un po' perché le prime crepe si vedono già. E si allargano ogni giorno di più.

Gianfranco Fini è stato netto: «Nel programma del Pdl c'era l'abolizione delle Province ed è vero che a tutt'oggi non è stato fatto nulla. Personalmente non ho cambiato opinione». E così Ignazio La Russa: «Facciamolo. Con un percorso graduale. Che duri tre o quattro anni. E consenta alle Province di cedere le proprie competenze a Regioni e Comuni. In An questa opinione è largamente condivisa. Una riforma seria le deve abolire tutte». Gianni Alemanno fa sponda: «Sono sempre stato favorevole».

La Lega, però, non vuol sentirne parlare. Certo, uno come l'ex presidente Stefano Stefani, mesi fa, si era sbilanciato: «Sono d'accordo con coloro che propongono la prima, sostanziale rivoluzione, l'abolizione delle Province». Ma è stato subito stoppato dalla ex presidentessa leghista della sua stessa Provincia di Vicenza, Manuela Dal Lago: «Perché, piuttosto, non abolire subito i Prefetti e le prefetture?». «Le Province sono nella Costituzione! », ha urlato ad «AnnoZero» Roberto Castelli ergendosi a baluardo della Carta, dimentico di quando il suo partito voleva buttare il tricolore nel cesso. Finché è intervenuto Umberto Bossi che, memore che il suo partito non guida neppure una grande città ma controlla sei Province (su 109!), ha chiuso: «Finché la Lega è al governo, non si toccano». Fine.

Al punto che Renato Brunetta, accantonando la durlindana decisionista che da mesi mulina impavido, è stato insolitamente prudentissimo: «Le Province sono enti inutili, che non servono, ma che non riusciremo a cancellare in questa legislatura». Ma come: neppure con cento seggi di vantaggio alla Camera e cinquanta al Senato? E le promesse elettorali? Gli impegni solenni? Niente da fare. E' la politica, bellezza. Al massimo, ha detto ieri Giulio Tremonti, si può fermare la nascita di Province nuove. Come quelle di Aversa, Pinerolo, Civitavecchia, Sibari, Sala Consilina...


Gian Antonio Stella
05 dicembre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Violò la legge per la figlia, oggi va a Palazzo Chigi
Inserito da: Admin - Dicembre 10, 2008, 09:46:42 pm
Ristoc portò in Italia bimba senza permesso.

Il sottosegretario: stato di necessità

Violò la legge per la figlia, oggi va a Palazzo Chigi

Giovanardi sfida la Lega e riceve il macedone assolto in Cassazione: «Avrei agito come lui»


La signora Carmela Cimini, che da bambina passò due anni di incubo vivendo nascosta da clandestina in una casetta vicino a Zurigo, è oggi un po' più fiera d'essere italiana: il papà della bimba macedone appena assolto in Cassazione per aver portato la figlioletta nel nostro Paese senza permesso, viene ricevuto stamattina a Palazzo Chigi. Dove il sottosegretario Carlo Giovanardi gli dirà: «Avrei fatto la stessa cosa anch'io». Un piccolo gesto storico. Che sfida le ire degli xenofobi.

Piccolo riassunto delle puntate precedenti. Immigrato in Piemonte, il macedone Ilco Ristoc, 38 anni, di Stip, riesce anno dopo anno a inserirsi, a guadagnarsi la stima di chi lo conosce, a trovare un lavoro fisso e ottenere l'agognato permesso di soggiorno. Trovata una casa in affitto, la arreda e avvia finalmente le pratiche per portare in Italia la moglie e i due figlioletti. Il più piccolo ha otto anni, la grandicella dodici. Macché: niente da fare. Sulla base di una legge del 20 giugno 1896 (l'anno in cui scatta la corsa all'oro nel Klondike e i fratelli Lumière inventano il cinema proiettando per la prima volta l'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat), legge rivista e aggiornata ma di fatto ancora buona nel suo impianto generale, esistono regole rigidissime per i «requisiti igienico-sanitari principali dei locali di abitazione». Dicono queste norme, parzialmente riviste trentatré anni fa, che «per ogni abitante deve essere assicurata una superficie abitabile non inferiore a mq 14, per i primi 4 abitanti, ed a mq 10, per ciascuno dei successivi. Le stanze da letto debbono avere una superficie minima di mq 9, se per una persona, e di mq 14, se per due persone. Ogni alloggio deve essere dotato di una stanza di soggiorno di almeno mq 14. Le stanze da letto, il soggiorno e la cucina debbono essere provvisti di finestra apribile». E chi non sta dentro questi parametri? Niente abitabilità.

Certo, come ammette lo stesso Giovanardi, nessuno si è mai ottusamente impuntato a far rispettare queste regole per le famiglie italiane sennò sarebbero state fuorilegge a centinaia di migliaia. Ma la legge è legge. Ed è a quella che nel '98 si agganciarono le nuove norme per consentire agli immigrati il ricongiungimento familiare. Norme che, oltre a pretendere che lo straniero dimostri «un reddito annuo derivante da fonti lecite non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale (oggi pari a 5.142 euro) se si chiede il ricongiungimento di un solo familiare, al doppio dell'importo annuo dell'assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di due o tre familiari, al triplo dell'importo annuo dell'assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di quattro o più familiari», gli chiedono di avere un certo tipo di casa. Anzi: non bastano più i parametri della legge del 1975. Devono avere, loro, gli stranieri, «la disponibilità di un alloggio che rientri nei parametri minimi previsti dalla legge regionale per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ovvero che sia fornito dei requisiti di idoneità igienico sanitaria accertati dall'Azienda unità sanitaria locale competente per territorio».

Leggi regionali che a volte sono più restrittive. Morale: quando va a farsi dare il documento di idoneità, il comune cuneese di Rocca de' Baldi, dove Ilco Ristoc risiede, scrive nero su bianco che l'alloggio «rientra nei parametri minimi richiesti » ma solo «per un nucleo di tre persone». Un disastro: i figli sono due. Come fare? Rientrato in Macedonia, come metterà a verbale davanti al magistrato, l'immigrato cerca col cuore a pezzi di convincere la bambina più grande a restare lì, a Stip, con i nonni: «Possiamo andare in Italia solo in tre». Ma la piccola, che si chiama Silvana, scoppia in un pianto inconsolabile.
Finché il papà non cede, carica in macchina anche lei e partono tutti insieme. Attraversano senza problemi il confine a Trieste, raggiungono Rocca de' Baldi, parcheggiano. Dopo di che l'uomo, che evidentemente ha un senso della legalità più forte di tanti italiani, va dritto dai carabinieri a raccontare tutto: «Non me la sentivo di lasciare mia figlia là. Ha solo dodici anni. L'avrei fatta morire di dolore. Non lo si può chiedere a un padre ». Detto fatto, l'autodenuncia viene girata alla magistratura. La quale porta avanti il suo processo contro Ilco Ristoc in assise, in appello e pure in Cassazione. Dove il presidente Edoardo Fazzioli chiude finalmente la faccenda con l'assoluzione.

Causa di forza maggiore. Una sentenza sacrosanta. Obbligata dalla legge stessa. Ma che solleva le proteste di leghisti come Paolo Grimoldi («Mi chiedo se la magistratura sia ancora un baluardo della legalità oppure il fortino dell'eversione ») o forzisti come Isabella Bertolini, che bolla il verdetto come «un'altra mazzata alla legalità». E' lì che Carlo Giovanardi, sottosegretario con la delega alla famiglia, ha deciso di fare quel passo sorprendente: «È mio compito specifico difendere i principi fondamentali che attengono alla famiglia. Al primo posto c'è l'unità familiare. Tanto più se i figli sono minorenni. Ho letto questa storia e mi sono immedesimato nel dramma di quel genitore di dover abbandonare un bambino a migliaia di chilometri per un intoppo burocratico. Era una cosa insensata. Con gli stessi criteri non avrebbero l'abitabilità moltissime famiglie italiane. E non solo nei bassi napoletani.
Allora ho chiamato quel padre e gli ho chiesto di venire a Roma, a Palazzo Chigi. Perché voglio dirgli che l'Italia vuole distinguere i buoni e i cattivi. Certo, ha violato una legge. Ma forse è una legge da rivedere. E voglio dirgli che, al posto suo, io avrei fatto la stessa cosa». Quanto agli eventuali strepiti della Lega, fa spallucce: «Sono sicuro che non ce ne saranno. Siamo d'accordo o no che vanno colpiti gli spacciatori e i delinquenti ma vanno aiutati quelli che vogliono inserirsi?». Lassù in Svizzera, vicino a Zurigo, la signora Carmela Cimini che visse una storia uguale a quella oggi di Silvana Ristoc e ieri di decine di migliaia di bambini italiani clandestini in Svizzera, dice che oggi «è proprio un giorno bello».

Restò due anni senza uscire di casa, lei: «Vivevamo in tre in una stanza, ci facevamo da mangiare con un fornelletto nascosto nell'armadio. Non avevo il permesso di giocare, di ridere, di far rumore. Avevo il terrore di essere scoperta. Il giorno che finalmente mi fu permesso di uscire non lo dimenticherò mai. Era l'aprile del 1963. Una domenica di primavera. Andammo insieme a messa e poi a mangiare un gelato. Mai mangiato, da allora, un gelato più buono».

Gian Antonio Stella
10 dicembre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - L'Italia degli «atenei inutili»
Inserito da: Admin - Dicembre 11, 2008, 11:02:02 am
Le spese per il personale sono passate in cinque anni da 5,7 a 8 miliardi

L'Italia degli «atenei inutili»

In 33 nemmeno una matricola


Il caso limite di Celano, sui monti della Marsica: un corso di ingegneria agroindustriale con 7 prof per 17 ragazzi
Zero, zero, zero, zero, zero... È tutta lì, la fotografia della follia dell'Università italiana. Nella ripetizione per 33 volte, nella casella «immatricolati» di altrettanti «atenei» distaccati, del numero «0». Neppure un nuovo iscritto. Manco uno. Prova provata che la decisione megalomane e cocciuta di volere a tutti i costi almeno un corso di laurea sotto il campanile era totalmente sballata. Il dato, che conferma le denunce più allarmate, è contenuto nel Rapporto annuale 2008 sul nostro sistema universitario.
Il rapporto (i cui dati sono del 2007, qua e là aggiornati fino alla primavera scorsa) viene presentato oggi da Mariastella Gelmini. E possiamo scommettere che accenderà un dibattito infuocato. Perché delle due l'una: o queste cifre sono corrette (e se è così in molti casi serve un lanciafiamme) o lo sono solo in parte. E in questo caso il quadro sarebbe paradossalmente ancora più grave. Ogni numero del documento, infatti, risulta ufficialmente fornito alla banca dati del Miur dagli stessi atenei. Il rapporto, si capisce, offre una carrellata su un sacco di cose. Dice che gli studenti stranieri sono al massimo il 7,1% (a Trieste) e si inabissano allo 0,1 a Messina. Riconosce che la spesa media per ogni giovane iscritto negli atenei statali è di 8.032 euro contro i 15.028 che vengono spesi in Austria o i 23.137 in Svizzera. Spiega che siamo «al terzo posto al mondo, e addirittura al primo in Europa, per accessibilità, cioè per il numero di università (e relativi studenti) che si trovano tra le prime 500 università», ma che al contrario scivoliamo al 30˚ «per Flagship, ovvero per la qualità delle primissime università». Denuncia che le spese per il personale sono passate dal 2001 al 2006 da 5 miliardi e 764 milioni di euro a quasi 8 miliardi. Annota che l'età media dei docenti si è inesorabilmente alzata ancora.

LE CLASSIFICHE Riporta le classifiche mondiali elaborate dalla Quacquarelli Symonds, secondo le quali abbiamo solamente 10 università nelle prime 200 d'Europa (contro 47 del Regno Unito, 37 della Germania, 19 della Francia o 12 dell'Olanda, che ha un quarto dei nostri abitanti) e per di più queste, ad eccezione del Politecnico di Milano, di Padova e della Federico II di Napoli, perdono nel 2008 nuove posizioni rispetto alla già scoraggiante hit-parade dell'anno precedente. I numeri più impressionanti, però, sono forse quelli che dimostrano l'assurdità della moltiplicazione di «città universitarie». Cioè di paesotti, borghi e contrade a volte microscopici che hanno fortissimamente voluto qualcosa che potesse definirsi «universitario» come simbolo di riscatto o di promozione sociale alla pari di uno svincolo autostradale o di una circonvallazione. Una mania ridicolizzata dal costituzionalista Augusto Barbera con una battuta irresistibile: «Sogno di trovare all'ingresso dei paesi il cartello "comune de-universitarizzato"».
Un esempio per tutti? Poggiardo, seimila anime tra Maglie e Santa Cesarea Terme, in provincia di Lecce, dove il sindaco Silvio Astore non si è dato pace finché non ha avuto un distaccamento della Lum, Libera università mediterranea: «Il nostro paese è oramai una meravigliosa realtà accademica d'eccellenza e concorre a pieno titolo a un rilancio culturale del tessuto socioeconomico del territorio». Dice dunque il Rapporto annuale del ministero, liquidando questi «napoleonismi» campanilistici, che su 239 «città universitarie» inserite nel «catalogo» (anche se i conti non tornano con altri studi, come quello di Salvatore Casillo, Sabato Aliberti e Vincenzo Moretti, tre docenti salernitani autori mesi fa di un censimento che aveva contato 251 comuni che ospitavano almeno un corso di laurea) molte esistono ormai solo sulla carta. E dopo essere appassite in una manciata di anni, risultano somigliare a certi Enti Inutili che si trascinano dietro pendenze varie che ne ostacolano l'immediata soppressione.

SENZA STUDENTI Numeri ufficiali alla mano, 42 «atenei» hanno meno di cinquanta immatricolati, 20 ne hanno meno di venti (Moncrivello, Bisceglie e Pescopagano 12, Caltagirone e Andria 11, Figline Valdarno 5, Trani uno solo) e trentatré, come dicevamo all'inizio, non hanno più un solo studente che si sia aggiunto agli iscritti precedenti. Iscritti che in rari casi erano abbastanza numerosi (esempio: 480 ad Acireale), ma nella grande maggioranza dei casi erano già talmente pochi da fare impallidire chi si era incaponito sulla voglia di aprire una sede che potesse dirsi «universitaria». Venticinque studenti in totale al corso di «Tecniche erboristiche» a Bivona (dove non ci sono mense né pensionati né postazioni Internet né laboratori né biblioteche), 41 a Sanluri, che coi suoi 8.519 abitanti è il capoluogo della provincia sarda di Medio Campidano, 11 nell'emiliana Varzi, 4 a Corigliano Calabro e nella siciliana Vittoria. E poi un solo sopravvissuto a Spoleto, Città della Pieve, San Casciano in Val di Pesa... Al di là di questo e quel caso singolo, più o meno tragico o ridicolo, è un po' tutto il sistema da riformare. Lo dice, ad esempio, il presidente della Provincia di Agrigento Eugenio D'Orsi. Il quale, in crisi coi conti, ha sparato a zero sul modo in cui è stato costruito il polo universitario agrigentino, legato a quello di Palermo, dicendo che è del tutto «superfluo avere ben 17 corsi di laurea uno dei quali addirittura con un solo studente». Tanto più che un docente portato a insegnare nella valle dei Templi costa quasi il triplo più che nella città di santa Rosalia.

«MODELLO CELANO» - Al «modello Celano» è stata dedicata qualche settimana fa un'inchiesta del Messaggero. Che si è chiesto che senso avesse mettere su, in un «borgo montano sperduta nel nulla » con le aule affacciate sui monti della Marsica, un corso di laurea in Ingegneria Agro-Industriale. Corso partito quest'anno con 17 matricole e 7 professori. Uno ogni due studenti. Il tutto finanziato («Noi non ci rimettiamo un euro», ci tiene a spiegare il rettore dell'Università dell'Aquila Ferdinando di Orio) da un Consorzio voluto dal Comune, banche e alcune aziende locali. Il record però, probabilmente, è di Sorgono, un paese sardo che coi suoi 1.949 abitanti è meno popolato di certi palazzoni popolari nelle periferie delle metropoli. Senza una facoltà proprio non riusciva a stare. Adesso c'è un corso di laurea in Informatica. Se dovesse non essere sufficiente (nessun immatricolato nuovo, ma i vecchi iscritti sono 38: wow!), il panorama nazionale è in grado di suggerire un mucchio di corsi alternativi. Tra le migliaia e migliaia già offerti ai più fantasiosi studenti italiani, almeno alcuni meritano una segnalazione: «Scienze e Tecnologie del Fitness e dei Prodotti della Salute», «Scienze del Fiore e del Verde», «Etologia degli Animali d'Affezione»...

Gian Antonio Stella
11 dicembre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La soluzione sbagliata
Inserito da: Admin - Dicembre 19, 2008, 09:22:47 am
La soluzione sbagliata


di GIAN ANTONIO STELLA


«No San Vitur? Ahi ahi ahi ahi!» Pare passato un secolo da quando Cuore faceva il verso a uno spot televisivo sbeffeggiando chi non era ancora finito a San Vittore e pubblicava il «bollettino dei latitanti » e sparava titoli come «Scatta l’ora legale / Panico tra i socialisti». Da quando Massimo D’Alema liquidava le parole di Bettino Craxi su Mario Chiesa dicendo che dare del «mariuolo » a qualcuno era «un modo troppo semplice di cavarsela». Da quando la notizia di un avviso di garanzia all’ex premier Giovanni Goria fu accolta dall’assemblea diessina con un applauso.

Mal comune mezzo gaudio? Non hanno senso, a destra, certi commenti del tipo «chi di tangenti ferisce, di tangenti perisce». Sono forse comprensibili, da parte di coloro che per anni sono stati additati come i monopolisti della mala- politica. Ma non hanno senso. Così come appare insensato quel sollievo a sinistra nel sottolineare che nelle retate e negli scandali di questi giorni, tra tanti esponenti del Pd, è rimasto invischiato anche qualche protagonista della destra, quale ad esempio Italo Bocchino.

Il guaio è che il nodo della corruzione in Italia, al di là delle sorti giudiziarie degli indagati, cui auguriamo di dimostrare un’innocenza cristallina, è rimasto irrisolto dai tempi in cui Silvio Berlusconi racconta che «a Milano non si poteva costruire niente se non ti presentavi con l’assegno in bocca». Lo dicono decine di processi in tutto il Paese. Lo confermano gli studi di Grazia Mannozzi e Piercamillo Davigo che esaminando 20 anni di casellari giudiziari hanno accertato che la bustarella non è tramontata mai anche perché le condanne per corruzione (poi ci sono le assoluzioni, le prescrizioni...) sono nel 98% dei casi inferiori ai due anni. Lo denuncia la Banca Mondiale, secondo cui se ne vanno in tangenti, in Italia, 50 miliardi di euro l’anno, tutti soldi che poi, a causa dei rincari delle commesse, pesano sulle tasche dei cittadini. Così come pesano ancora sulle pubbliche casse le mazzette di una volta, che secondo il centro Einaudi di Torino incisero, soltanto negli anni Ottanta, «dal 10 a quasi il 15% del deficit complessivo».

Lo testimoniano infine le classifiche sulla percezione della corruttela elaborate da Transparency: nel 1993, in piena Tangentopoli, eravamo al 30˚posto tra i Paesi virtuosi. Nel 2007 stavamo al 41˚e quest’anno siamo precipitati al 55˚.Dietro (a parte la Grecia che di questo passo sorpasseremo a ritroso) abbiamo solo Paesi come la Turchia, la Tunisia, la Georgia, la Colombia... Davanti abbiamo il Portorico, il Botswana, Cipro... Qualcuno obietterà che si tratta di graduatorie da prendere con le pinze. Giusto. Ma certo la nostra reputazione, in questo settore, è pessima.

La tentazione che pare serpeggiare qua e là, a destra e a sinistra, è quella di uscirne dando una regolata alla magistratura: meno inchieste, meno arresti, meno scandali, meno indignazione popolare, meno astensione alle urne. Ma ammesso che qualche giudice abbia esagerato: sarebbe questa la soluzione?

19 dicembre 2008

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - In difesa dei clochard lasciati al gelo
Inserito da: Admin - Gennaio 09, 2009, 05:13:30 pm
Il caso

In difesa dei clochard lasciati al gelo

Da Mestre a Genova, la linea dura con gli emarginati. Stazioni chiuse di notte, coperte negate, «bravate»
 
 
«Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo», spiega Gesù nel Vangelo di Matteo. Eppure non passa giorno nel nostro (sedicente) cattolicissimo Paese senza che tanti (sedicenti) cattolici con la bocca piena di parole bellicose in nome delle tradizioni cattoliche mostrino un quotidiano disprezzo verso chi «non ha dove posare il capo». Un esempio? L'altolà della polizia ai volontari che portavano tè caldo ai clochard rifugiati nella stazione di Mestre: «Non avete l'autorizzazione».

FEROCIA BUROCRATICA - Degno cesello all'ottusa resistenza opposta dalla società Grandi Stazioni al Prefetto che in questi giorni di neve e gelo, segnati dalla morte di un clochard a Vicenza, ha dovuto fare la faccia dura per ottenere che gli androni delle due stazioni veneziane non fossero più chiusi e sbarrati dall'una di notte alle cinque di mattina. Quello della città serenissima, dove la Regione ha drasticamente tagliato negli ultimi due anni gli aiuti ai senzatetto (ai quali destina un quarto della somma stanziata per le feste di compleanno della Repubblica del Leon) è però soltanto l'ultimo di una catena di episodi che marcano una continua e progressiva indifferenza, se non proprio insofferenza, nei confronti degli «ultimi tra gli ultimi». Basti ricordare la morte di «Babu» sotto i portici del Teatro Carlo Felice di Genova dopo la sbrigativa operazione di «pulizia» (o «polizia»?) con la quale alla vigilia di Natale erano state buttate via le coperte «sporche» regalate ai senzatetto dalla Caritas. O la bravata criminale dei quattro teppisti riminesi che hanno dato fuoco a un clochard «per noia». O ancora la motivazione surreale della multa di 160 euro data a fine dicembre da certi poliziotti fiorentini a poveracci che passavano la notte all'addiaccio: «Dormiva in modo palesemente indecente».

DECORO - «Il decoro! Il decoro!». Questa è l'obiezione che si leva. La stessa che ha spinto il Comune di Verona, guidato da Flavio Tosi, a pretendere che la carta d'identità dei «barboni» venisse cambiata. Prima, alla voce «indirizzo », c'era scritto: «Via dell'Accoglienza». Un piccolo eufemismo, un po' ingenuo, per non marchiare il titolare del documento. Adesso no: «Senza indirizzo ». Per carità: ineccepibile. Però, «dietro», c'è tutta una filosofia. Sempre più tesa a tenere ben separati «noi» e «loro». Sempre più allergica a chi «rovina» l'immagine delle città. Sempre più sbuffante verso gli emarginati. Fino a spingere tempo fa l'allora sindaco di Vicenza Enrico Hullweck a vietare l'accattonaggio ai medicanti affetti da «deformità ributtanti». Una definizione che, al di là delle colpe di certi truffatori (da colpire: ovvio), suonava oscena e offensiva per ogni disabile. Eppure, quei «barboni» che oggi danno tanto fastidio a una società spesso indecente ma ringhiosa custode del feticcio della «decenza», sono una parte della nostra vita.

DA SEMPRE - Della vita religiosa, come ricorda la scena di San Francesco che dona il mantello a un povero nel ciclo di affreschi di Assisi attribuiti a Giotto. Della vita musicale, come ci rammentano le storie del suonatore di organetto che cammina scalzo nella neve, ne Il viaggio d'inverno di Franz Schubert, senza incontrare chi gli metta un centesimo nel cappello oppure della Frugola che ne Il tabarro di Giacomo Puccini, è «perennemente intenta a rovistare tra i rifiuti». Fanno parte della nostra vita letteraria, dal barbone Micawber nel David Copperfield di Charles Dickens all'Andreas Kartack de La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth fino a Il segreto di Joe Gould, il brillante intellettuale laureato ad Harvard che aveva deciso di vivere da clochard per scoprire l'essenza dell'uomo «tra gli eccentrici, gli spostati, i tubercolotici, i falliti, le promesse mancate, le eterne nullità» e insomma tutti quelli senza casa: «gli unici tra i quali mi sono sempre sentito a casa». Per non dire del cinema, dall'irresistibile Charlot il vagabondo al tenerissimo Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, da Archimède le clochard con Jean Gabin al Bodou salvato dalle acque di Jean Renoir fino a La ricerca della felicità, di Gabriele Muccino, benedetto da trionfali successi al botteghino. Prova provata di come in tanti riusciamo a palpitare e commuoverci e fare la lacrimuccia per le sventure di Copperfield o di Will Smith, costretto dalla corte a vivere come un barbone. E usciti dal cinema scansano l'ubriacone a terra sul marciapiede: «Dio, quanto puzza! ». Eppure, le cronache di questi anni ci hanno insegnato a conoscere un po' di più, i nostri «santi bevitori». Finiti spesso sotto i ponti, dicono i dossier, magari solo perché lo Stato, dopo aver abolito l'orrore dei manicomi, si è dimenticato di trovare delle alternative decenti per coloro che non ce la fanno ad affrontare da soli l'esistenza e non hanno una famiglia in grado di farsi carico del fardello. Oppure perché travolti da rovesci della vita. O sconvolti dal tradimento delle persone in cui credevano. O schiacciati da un dolore troppo grande.

PIRANDELLO, ODESCALCHI, BOBBO -Persone come Luigi Pirandello, che aveva capelli lunghi e barba, era omonimo dello scrittore di cui il padre era cugino, aveva studiato, parlava inglese e francese ma girava nel centro di Roma spingendo un carretto dove raccoglieva cartoni. O Filippo Odescalchi, figlio di don Alessandro Maria Baldassarre, principe del Sacro Romano Impero, discendente di papa Innocenzo XI, che abbandonò all'inizio degli Ottanta il palazzo di famiglia in piazza Santi Apostoli per andare ad abitare sotto il colonnato di Palazzo Massimo insieme con una donna e un barbone che indossava sempre il frac e il papillon, si presentava come «Ele D'Artagnan, attore cinematografico, figlio del grande Toscanini» e chiedeva a tutti un appuntamento con Federico Fellini: «Deve darmi una buona parte nel prossimo film perché poi ho deciso che mi ritiro». Persone come Eugenia Bobbo, che in gioventù era stata una bellissima ragazza di Chioggia e aveva fatto perdere la testa a un erede di José Echegaray y Eizaguirre, matematico, drammaturgo, politico, ministro spagnolo, insignito nel 1904 del Nobel per la letteratura. Rimasta vedova, si era lasciata andare. Quando morì, i giornali scrissero che «per trent'anni aveva vissuto da barbona sotto i portici di palazzo Ducale, tra una panchina di marmo e la quinta finestra al pianterreno », che «parlava quattro o cinque lingue, aveva una cultura impressionante e in trent'anni non aveva mai chiesto l'elemosina» e viveva delle premure di un po' di nobildonne, prima fra tutte la spagnola Duchessa di Alba e raccontava: «A teatro, quand'ero giovane, tutti i binocoli erano puntati su di me». Persone che, per i motivi più diversi, si lasciano alle spalle tutto. E alle quali, oltre a qualche coperta in questi giorni di gelo, una cosa almeno la dobbiamo: un po' di rispetto. Rifugio dal gelo La stazione di Mestre

Gian Antonio Stella
09 gennaio 2009

DA corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Bocciano i progetti e stiamo al gelo
Inserito da: Admin - Gennaio 11, 2009, 10:11:39 am
Polemiche

Bocciano i progetti e stiamo al gelo

Il no ai rigassificatori


Quale sia il problema è sotto gli occhi di tutti. Soprattutto in questi giorni di gelo polare e incandescenti polemiche sulla forniture di gas russo.
Un problema comune a tutta l'Europa, ma per noi assai più grave. Primo, perché consumiamo tanta energia quanto Turchia, Romania, Polonia e Austria messe insieme. Secondo, perché dopo aver abbandonato il nucleare senza imboccare sul serio le strade alternative (i termo-valorizzatori no perché «sono cancro-valorizzatori», l'eolico no perché le pale sono brutte, il geotermico no perché provoca «disastri ambientali », i pannelli solari no perché «rovinano i panorami dei tetti delle nostre belle città»...) ci ritroviamo a dipendere per l'88%, direttamente o indirettamente, dall'estero. Nessun Paese occidentale dipende dal gas quanto noi: nessuno. Basterebbe un guasto o una capricciosa chiusura «politica» dei rubinetti ai tre gasdotti oggi in funzione per un totale di 81,7 miliardi di metri cubi l'anno e resteremmo al gelo, con le fabbriche bloccate, i trasporti pubblici paralizzati. Unica alternativa: importare da altri Paesi gas stoccato allo stato liquido su grandi navi (quando è così occupa infinitamente meno spazio) per poi riportare il metano allo stato gassoso, appunto, nei rigassificatori. Eppure, nonostante il quadro riassunto, abbiamo un solo impianto, a Panigaglia, nel golfo di La Spezia. Contro i quattro della Corea, i sei della Spagna, i cinque degli Usa, i 24 del Giappone. In compenso, siamo pieni zeppi di progetti per un'altra quindicina. Per uno ormai ci siamo: la piattaforma già citata alla foce del Po. Costruita in Spagna e trascinata mesi fa da enormi chiatte da Algeciras fino alle acque di Porto Tolle, potrà rigassificare in tempi brevi 8 miliardi di metri cubi di gas l'anno: un decimo del fabbisogno italiano.

Che poi, oltre al governatore Giancarlo Galan, si vantino di averlo voluto e finanziato sia i governi di destra sia i governi di sinistra importa poco. Anzi: è un bene che entrambi gli schieramenti rivendichino per una volta la scelta. Dalle altre parti, infatti, le cose vanno diversamente. E ciò che sembra sensato, col consenso dello stesso leader locale dei Verdi Gianfranco Bettin, a venti miglia da piazza San Marco, appare mostruoso e criminale agli ayatollah ecologisti toscani, che si battono da anni contro il «bombolone» di Livorno, approvato da Palazzo Chigi, dalla Regione e dai comuni, come difendessero il Santo Sepolcro dalle orde del feroce Saladino. Sentiamo già le lagne: «I soliti ambientalisti nemici del progresso!». Magari, fosse solo quello il nodo. Non è così. Basti citare la posizione «laica» di Ermete Realacci: «Come diceva Diderot "non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene". Ma niente preclusioni: è solo questione di buonsenso». Tanto che Legambiente, in una nota, ha invocato martedì contro il nucleare proprio gli impianti invisi: «Secondo uno studio del Cesi ricerche anche costruendo 4 mega centrali Epr di terza generazione evoluta, da 1600MWciascuna, risparmieremmo appena 9 miliardi di metri cubi di gas all' anno, il contributo di un solo rigassificatore di media taglia». La verità è che, al di là delle legittime pretese di avere garanzie sulla massima sicurezza e delle giuste richieste di conoscere ogni progetto nei dettagli, mai come nel caso dei rigassificatori gioca l'effetto «nimby»: «not in my backyard», non nel mio cortile. Lo dimostra il caso spezzino, dove la decisione di raddoppiare la potenzialità dell'impianto di Panigaglia (nonostante l'impegno preso anni fa di sgombrare l'area per restituirla al turismo entro il 2013) vede fratture e mal di pancia non solo dentro la sinistra che governa il comune e la Regione, ma anche dentro la destra, nonostante il ligure Claudio Scajola, parlando in generale e non del Golfo dei Poeti, sia stato netto: «In attesa del nucleare si procederà speditamente coi rigassificatori». Lo conferma il caso di Brindisi. Dove il cantiere dell'impianto non solo è bloccato dalla magistratura che indaga sull' ex sindaco «rosso» Giovanni Antonino, ma spacca in due come una mela entrambi gli schieramenti. Nella squadra dei favorevoli si sono infatti via via arruolati i governi di destra e sinistra «romani ».

Di là, tra i contrari, con posizioni più o meno sfumate («ok, ma non lì») si sono messi tutti i «locali». Sia di destra, come il sindaco Domenico Mennitti, sia di sinistra, come il presidente provinciale Michele Errico o il governatore Nichi Vendola. Il caso più sconcertante però, è quello di Agrigento. Dove l'Enel ha cercato di spiegare che il nuovo rigassificatore per 8 miliardi di metri cubi l'anno è progettato in un'area degradata di Porto Empedocle dove oggi sorgono solo capannoni dismessi, che l'attracco con una diga foranea prevista dal 1963 (e mai realizzata) consentirà finalmente l'attracco alle navi da crociera, che i due enormi serbatoi sotterranei sporgeranno solo con due cupole più basse e meno vistose di tutte le ciminiere nei dintorni, che i criteri di sicurezza saranno i più avanzati al mondo e che nulla ma proprio nulla si vedrà dal più alto cucuzzolo agrigentino. Niente da fare: si sono schierati contro non solo la sinistra radicale, che sul manifesto ha strillato di «un mostro da 320 mila metri cubi d'acciaio in una delle aree archeologiche più belle del pianeta ». Ma anche Vittorio Sgarbi («progetto infame») e il sindaco destrorso poi sinistrorso e di nuovo destrorso di Agrigento, Marco Zambuto. Che ha presentato un allarmatissimo ricorso al Tar contro un impianto «così invasivo a ridosso della Valle dei Templi». Alla faccia perfino di un’ambientalista d.o.c. come la presidente del Fai Giulia Maria Crespi. Che dopo aver visto il posto ha scritto d'aver cambiato idea: nessun danno al paesaggio. Anzi: «Se a Porto Empedocle si bocciasse il progetto del rigassificatore sapete cosa si farebbe al suo posto? Niente di niente».

Gian Antonio Stella
10 gennaio 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA Battaglia anti-assenteisti, a Strasburgo il Pdl vota contro
Inserito da: Admin - Gennaio 15, 2009, 03:21:58 pm
Europarlamento

Il Pd compatto ha dato il suo appoggio al documento

Battaglia anti-assenteisti, a Strasburgo il Pdl vota contro

Passa la risoluzione del radicale Marco Cappato: l’attività dei politici sia resa pubblica sul web



«Basta assenteismo!», tuona da mesi la destra, nella scia del ministro Renato Brunetta. Giusto: al di là di certe forzature, è una battaglia che andava fatta. Ieri mattina però, a Strasburgo, il Pdl ha perso l’occasione per dare un segnale di coerenza. E si è schierato in massa contro una risoluzione, approvata a schiacciante maggioranza, che impegna il Parlamento europeo a mettere online le presenze degli eurodeputati per smascherare gli assenteisti.

Sono anni che sul tema della svogliatezza con cui i nostri deputati partecipano ai lavori dell’assemblea di Strasburgo si accendono improvvise fiammate polemiche. Tanto più per il contrasto abbagliante tra questa svogliatezza e le spettacolari buste paga che incassano. Basti rileggere la tabella dell’indennità di base pubblicata ne Il costo della democrazia da Cesare Salvi e Massimo Villone: un parlamentare polacco prende 28.056 euro, uno spagnolo 39.463, uno svedese 61.704, un francese 63.093, un britannico 82.380, un tedesco 84.108, un italiano 149.215. Quindici volte più di un ungherese, tre volte più di un portoghese, una volta e mezza più dell’austriaco, secondo classificato. E non basta: alla retribuzione base vanno aggiunti i benefit e le indennità di spese generali, di soggiorno, di viaggio e quelle per i portaborse che portano il totale, nel caso degli italiani, a una cifra fra i 30.000 e i 35.000 euro. Un sacco di soldi.

Il guaio è che i nostri europarlamentari non sono solo i più pagati. Sono anche, tradizionalmente, i più assenteisti di tutto il continente. Lo ricorda un’inchiesta dell’Europeo del ’93, dove si raccontava che in tutto l’anno precedente il pidiessino Achille Occhetto non aveva partecipato neppure a una seduta, il dc Antonio Jodice a 3, il Psdi Antonio Cariglia a 4, la rifondarola Dacia Valent a 7 e così via... Lo ribadiscono i reportage del Giornale del 1997 (occhiello ironico: «sulle tracce del nostri eurodeputati») o de l’Espresso del 2001: «Su 87 europarlamentari italiani, 26 hanno partecipato a meno di metà delle centouno sessioni plenarie, 15 non hanno mai preso la parola in aula, 27 hanno partecipato a meno del 20% delle sedute della propria commissione, 13 non hanno mai presentato un’interrogazione... ».

Nel 2004 l’Università tedesca di Duisburg si prese la briga di elaborare uno studio capillare sulla legislatura che si chiudeva: alle sessioni di voto la presenza italiana era stata del 56,2%, contro l’80,9 dei greci o l’82,5% dei tedeschi. Un’inchiesta delle Acli dava dati leggermente diversi, ma non meno disastrosi: ai primi posti per presenze c’erano i parlamentari finlandesi (89,5%), belgi (89,3%), olandesi (88,7%) e gli ultimi, come sempre, erano i nostri, col 68,6%: tredici punti sotto i penultimi, che risultavano francesi col 79,5%.

E adesso? Boh... Scottati dai dati che svergognavano gli eletti all’assemblea, i depositari delle informazioni sono diventati via via più avari di notizie. Al punto che quando l’eurodeputato radicale Marco Cappato, in ottobre, chiese ufficialmente di vedere le tabelle delle presenze per fare luce sulla realtà dopo mille polemiche (come quella che aveva visto Renato Brunetta, accusato da un sito Internet di essere stato lui pure un po’ discolo a Strasburgo, fare fuoco e fiamme spiegando di avere partecipato negli ultimi anni al 66,9% delle sedute) il segretario generale Harald Rømer gli rispose picche: poteva chiedere solo i dati suoi. Fine: «Non esiste alcun documento consolidato che riporti il numero totale di presenze per deputato alle diverse riunioni ufficiali» e il regolamento «non obbliga in alcun modo le Istituzioni a creare documenti per rispondere ad una richiesta».

Una risposta burocraticamente impeccabile, ma politicamente reticente. Ricevuta la quale il parlamentare, convinto che le democrazie «basate sulla preminenza del diritto sono tenute all’osservanza del principio della pubblicità», ha presentato una risoluzione per impegnare l’Europarlamento alla massima trasparenza. Quello centrale è il punto 5. Che sprona a «varare, prima delle elezioni europee del 2009, un piano d’azione speciale per assicurare sul proprio sito web, ad esempio nel quadro dell’iniziativa e-Parlamento, una maggiore e più agevole disponibilità di informazioni». Gli obiettivi nel mirino sono soprattutto due. Primo: «attività, partecipazione e presenza dei deputati europei ai lavori parlamentari in termini assoluti, relativi e percentuali, rendendo tali dati disponibili ed accessibili ai cittadini anche mediante criteri di ricerca». Secondo: «le indennità e le spese dei deputati, conformemente alla posizione assunta dal Mediatore», cioè il difensore civico europeo, «nonché tutte le dichiarazioni di interessi finanziari per tutti i deputati al PE, e tali informazioni sono rese disponibili in tutte le lingue ufficiali dell’UE ».

Bene: la risoluzione è passata. Con una maggioranza larghissima: 355 voti a favore, 195 contrari, 18 astenuti. Evviva. Ma è la lettura degli elenchi di come hanno votato questo e quel parlamentare a essere particolarmente istruttiva. Il centro- sinistra italiano, memore della legnata alle elezioni di aprile dove lasciò che il tema dei tagli ai costi della politica fosse impugnato dalla destra, è stato infatti compatto: dagli ex margheritini ai comunisti al cane sciolto Gianni Rivera. Tutti favorevoli e nessun contrario. La destra, invece, si è spaccata. E se i leghisti Erminio «Obelix» Boso e Mario Borghezio hanno votato a favore della trasparenza insieme coi «neri» Roberto Fiore e Luca Romagnoli, il «pensionato» Carlo Fatuzzo, il ciellino Mario Mauro e Jas Gawronski, i rappresentanti del Pdl si sono massicciamente trincerati sul no. Sia i forzisti berlusconiani (dall’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, da Guido Podestà a Elisabetta Gardini, da Lia Sartori fino a Beppe Gargani) sia i nazional- alleati Roberta Angelilli, Domenico Basile, Sergio Berlato, Antonio Mussa, Nello Musumeci, Salvatore Tatarella. Potete scommettere che oggi diranno in coro che no, il loro voto contro la risoluzione per la massima trasparenza non era contro la massima trasparenza e a favore del top-secret sugli assenteisti e che aveva delle serissime motivazioni e che la sinistra è stata compatta solo per motivi strumentali eccetera eccetera eccetera. Ma il punto resta: che messaggio arriva agli italiani, dopo mesi di furenti invettive contro l’assenteismo altrui?

Gian Antonio Stella

15 gennaio 2009
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Antisemitismo, l'«equivoco» a sinistra
Inserito da: Admin - Gennaio 18, 2009, 07:48:58 pm
E Fassino ricordò: da settori della sinistra pregiudizio ideologico verso israele

Antisemitismo, l'«equivoco» a sinistra

Dalle accuse di Stalin a Trockij all'eterno ritorno del sentimento antisionista


«Genocidio nazista a Gaza», spara il Partito Marxista Leninista intimando «lo scioglimento di Israele e la costituzione di un solo Stato per due popoli». Per carità, guai a prendere sul serio un gruppuscolo infinitamente minoritario che mette Stalin e Mao tra i Maestri: è il ruggito d'una mosca. Ma sarebbe un errore non vedere che nei dintorni di una certa sinistra stanno tornando a galla, sia pure arginati da una specie di pudore, sentimenti «antisionisti» dietro i quali si intravede l'ombra della solita bestia razzista.

Sono segnali, capiamoci: solo segnali. Facili da spacciare come casi isolatissimi all'interno di una reazione corale sobria e saggia. Un paio di bandiere con la stella di David sostituita dalla svastica al corteo di ieri della sinistra extraparlamentare. Un altro paio di bandiere israeliane bruciate nei giorni scorsi. E-mail immonde smistate da internauti «rossi» che incitano a ribellarsi contro «il mostro giudaico-talmudico-sionista che ci domina» e lanciano la parola d'ordine: «Distruggiamo quest'incubo razzista e genocidario infame!». Sventurate dichiarazioni alle agenzie dell'«esule» rifondarolo Marco Ferrando, fondatore del lillipuziano Movimento per il Partito comunista dei lavoratori secondo il quale chi brucia le bandiere israeliane non deve «vergognarsi di nulla» perché brucia «non la bandiera dell'ebraismo, ma la bandiera del sionismo: cioè di uno Stato coloniale nato dal terrore contro il popolo arabo e che si perpetua, da 50 anni, con i metodi del terrore». Frattaglie. Impossibili da spacciare, nemmeno in giornate come queste dominate dalle immagini spaventose di una guerra sconvolgente, per «antisemitismo di sinistra».

Come spiega Amos Luzzatto, a lungo presidente dell'Unione comunità ebraiche italiane e autore del libro «Conta e racconta. Memorie di un ebreo di sinistra», «l'antisemitismo "di sinistra" come atteggiamento innato e necessario di un'idea di sinistra non c'è. Ma certo, dell'antisemitismo esiste anche a sinistra. D'altra parte, se la sinistra appartiene a questa società...». Un paio di anni fa suo figlio, Gadi Luzzatto Voghera, docente di Storia dell'ebraismo a Venezia e certo estraneo alla destra, ha scritto un libro («Antisemitismo a sinistra ») per dimostrare che «sinistra e antisemitismo non sono incompatibili» fin dai tempi in cui il «mito dell'ebreo capitalista, ricco, usuraio» entra «nell'immaginario della sinistra nella seconda metà dell'Ottocento e non ne esce più». Tesi condivisa, ad esempio, da Shalom Lappin, del King's College di Londra, protagonista del «Manifesto di Euston», secondo cui «grandi fette d'una sedicente sinistra fanno causa comune con estremismo, totalitarismo ed antisemitismo». O ancora da chi in Francia, come racconta un'inchiesta di Paolo Rumiz, denuncia il triangolo perverso «fra tre antisemitismi: quello del nazionalismo arabo, quello dell'estrema destra e quello dell'estrema sinistra antimondialista».

Certo, siamo lontani dagli abissi ricostruiti da Riccardo Calimani in «Ebrei e pregiudizio». Dove si racconta, ad esempio, che quando Stalin (che pure favorì la nascita di Israele «prima con aiuti massicci di armi cecoslovacche all'Haganah, l'esercito clandestino ebraico, e poi con il voto all'Onu e il riconoscimento formale del nuovo Stato») scatenò «la sua offensiva con gli oppositori, gli agitatori politici alimentarono l'odio contro Trockij e contro Ztnovev lasciando intendere che non era un caso che entrambi complottassero e fossero ebrei». Alla larga dai paralleli.

C'è però un fastidiosissimo «link» tra gli orrori di ieri e le storture di oggi. Ce lo dice il libro «La confessione» dove Arthur London, un ebreo cecoslovacco, comunista, precipitato nell'incubo dei processi staliniani, ricorda il suo interrogatorio: «Il giudice istruttore mi domanda bruscamente di precisare per ognuno dei nomi che verranno citati nell'interrogatorio se si tratti o meno di un ebreo; ma ogni volta nella sua trascrizione sostituisce la designazione di ebreo con quella di sionista: "Facciamo parte dell'apparato di sicurezza d'una democrazia popolare. La parola giudeo è un'ingiuria. Perciò scriviamo sionista"». Assurdo, si ribella London. Il giudice fa spallucce: «Del resto anche in Urss, l'uso della parola giudeo è proibita». Basta sostituirla e, oplà, ecco l'antisemitismo politicamente corretto. Fatta la tara all'immensa diversità della situazione, è proprio così diverso, oggi, il gioco di un pezzo, minoritario, di sinistra?

Piero Fassino, qualche anno fa, rispose così: «Rappresentare Israele come uno Stato militarista, aggressore o, come qualcuno dice, fascista, è una sciocchezza, come lo è non riconoscere che Israele è una società democratica. Identificare la politica della destra israeliana con Israele tout court è un'operazione che non viene fatta con nessun Paese al mondo». Era, allora, il segretario dei Ds e riconosceva che «ci sono settori della sinistra che hanno parole d'ordine fondate su un pregiudizio ideologico e manicheo verso Israele, che spesso "coprono" il resto» e disse di riconoscersi nella tesi di Adriano Sofri. Il quale, denunciando i ritardi e le ambiguità di «tanta sinistra», aveva tagliato corto: «Non possiamo confidare nell'Europa e tanto meno amarla se non amiamo lo Stato di Israele (in nessun altro caso userei un'espressione come «amare uno Stato») e il suo popolo misto, coraggioso e spaventato. Il suo popolo, non soltanto le minoranze ammirevoli, i pacifisti che fraternizzano con gli arabi di Israele e di Palestina, i riservisti renitenti, le donne che difendono la vita e un'altra idea di coraggio, gli intellettuali che onorano la verità e non la sottomettono a una nazione».

C'è chi dirà: ma li avete visti, oggi, i bambini di Gaza? Immagini che fermano il respiro. Ma proprio per questo, a chi come l'ex deputato rifondarolo Francesco Caruso disse (in momenti diversi) che era «meglio essere uno di Hamas all'italiana, che un Mastella alla palestinese», vale la pena di ricordare quanto spiegò anni fa Giorgio Napolitano. Riconoscendo che «prima che nel Pci, a partire dagli anni 80, si affermasse una posizione politica coerente, se c'era antisemitismo si presentava nelle vesti di antisionismo». Ricordò, il futuro capo dello Stato, che «si protrasse a lungo l'equivoco di una contrapposizione al sionismo: come se questo costituisse un'ideologia reazionaria che nulla aveva a che vedere con la storia del popolo ebraico, e come se fosse l'incarnazione di un disegno di oppressione nei confronti dei palestinesi, un disegno di potenza dello Stato d'Israele». Ecco, possibile che quell'«equivoco» possa protrarsi ancora?

Gian Antonio Stella


18 gennaio 2009
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - E i controllori del governo finirono sotto controllo
Inserito da: Admin - Gennaio 30, 2009, 10:41:01 pm
Corte dei conti

E i controllori del governo finirono sotto controllo

Per il ddl dell’esecutivo, solo 4 eletti nel «Csm» dei giudici contabili: persa la maggioranza


«Mi ricorderò di te alle prossime elezioni! » sibila il solito prepotente al bravo sceriffo in ogni film di cowboy. Così era il Far West. Anche nella legge italiana, però, sta per essere infilato un tarlo simile. Che rischia di divorare l’autonomia della Corte dei conti fino al punto che il governo (il controllato) si sceglierà di fatto il controllore, cioè chi deve esaminare come sono spesi i soldi pubblici. Il tarlo, come tutti gli insetti che si rispettino, non è facile da scovare. Proprio come il dirottamento ad «amici» di un mucchio di soldi per lavori stradali marchigiani venne infilato anni fa in un decreto sulle «arance invendute in Sicilia», anche questo tarlo è stato nascosto dove poteva passare inosservato.

Nel disegno di legge 847 noto come «Brunetta»: «Delega al governo finalizzata all’ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico». L’ideale, nella scia della popolarità del ministro in guerra coi fannulloni, per collocare un boccone che, come tutti i bocconi avvelenati, è inodore e insapore. È l’articolo 9, dedicato al Consiglio di Presidenza della Corte dei conti. Il Csm, diciamo così, dei giudici contabili. Che costituzionalmente consente anche a questa magistratura, come a quella ordinaria e a quella amministrativa, di decidere da sé della propria vita, al riparo da interferenze politiche. Un principio ovvio e sacrosanto: chi comanda non può volta per volta scegliersi il controllore. Dice dunque quell’articolo, inserito da Carlo Vizzini (che come presidente della commissione Affari costituzionali del Senato ha di fatto agito per il governo), che quel Consiglio di Presidenza, composto oggi da 13 magistrati contabili (i vertici della Corte dei conti più dieci eletti dai circa 450 colleghi) più due esperti nominati dalla Camera e due dal Senato (totale: 17) non va più bene.

D’ora in avanti dovranno essere 11, con un taglio dei giudici eletti da 10 a 4 e le «new entry» del segretario generale della Corte e del capo di gabinetto, che in certi casi possono pure votare. Somma finale: i rappresentanti scelti dei colleghi precipiterebbero da 10 su 17 (larga maggioranza) a 4 su 13 (netta minoranza). Ma non basta. La perdita di potere del «Consiglio», sempre più esposto agli spifferi politici, sarebbe aggravata da una grandinata di poteri in più concessi al presidente. Come quello di stabilire l’«indirizzo politico-istituzionale ». Vale a dire: puntiamo di più su questi o quegli altri reati, concentriamoci di più su questi o quegli altri sprechi. Quindi meno su questo e quello. Peggio: il presidente «provvede» o «revoca» come gli pare «gli incarichi extraistituzionali, con o senza collocamento in posizione di fuori ruolo o aspettativa». Traduzione: diventa il padrone assoluto della distribuzione ai suoi sottoposti («tu sì, tu no») dei soldi extra e delle carriere parallele.

Cosa vuol dire? Moltissimo: il capo di gabinetto di un ministro cumula insieme lo stipendio nuovo (senza più il tetto di 289 mila euro inserito da Prodi e abolito da Berlusconi) con quello vecchio di magistrato «parcheggiato» altrove. E un solo «arbitrato» (quella specie di giustizia parallela, più veloce, su alcuni contratti pubblici) può regalare a un giudice guadagni di centinaia di migliaia di euro. Il che significa che il nuovo presidente, dicendo solo «tu sì, tu no», può cambiare letteralmente la vita dei suoi «dipendenti». Diventando il Dominus assoluto. Senza più il minimo controllo, scusate il bisticcio, dell’organo di autocontrollo, ormai esonerato. Poteri pieni. Totali. Un progetto pericoloso, attacca l’opposizione. Il controllo, denuncia Felice Casson, «verrebbe a essere asservito e subordinato ai governi centrali e locali ».

Il coordinamento dei magistrati ordinari, amministrativi e contabili, in una lettera mandata ieri a Napolitano, denuncia «un gravissimo vulnus ai quei fondamentali principi costituzionali che sono stati alla base della istituzione stessa degli organi di autogoverno». E l’Associazione nazionale dei magistrati contabili è arrivata a ipotizzare all’unanimità l’espulsione dello stesso presidente, Tullio Lazzaro. C’è chi dirà: allarmi esagerati. E giurerà che si tratta di «ritocchi» organizzativi che renderanno «efficiente» un organo che costa cinque volte più dello spagnolo Tribunal de cuentas. Che non limiteranno affatto le denunce sulla malagestione dei pubblici denari come gli sprechi della sanità in Sicilia, le troppe consulenze «conferite intuitu personae » (cioè a capriccio), i soldi buttati dalle regioni, dalle municipalizzate, dai comuni o perfino dalla Croce Rossa.

Sarà. Ma nel progetto c’è scritto proprio così: il presidente della Corte dei conti diventa «organo di governo dell’istituto» e il Consiglio di presidenza viene degradato a «organo di amministrazione del personale». Nero su bianco. E lo sapete quando è stato inserito, il «ritocco» che stravolgerebbe senza passaggi costituzionali l’autogoverno dei giudici contabili? Poco dopo che il procuratore generale aveva denunciato il surreale tentativo di introdurre nell’accordo sulla nuova Alitalia un codicillo che prevedeva «l’esonero preventivo e generalizzato» per i nuovi soci «da responsabilità astrattamente esteso fino a coprire eventuali comportamenti dolosi, con effetti retroattivi». Cioè l’assoluzione concordata prima ancora che fosse commesso l’eventuale peccato. Pensa un po’ che coincidenza...

Gian Antonio Stella
30 gennaio 2009


Titolo: Gian Antonio STELLA - «Giustizia, tempi da Terzo Mondo»
Inserito da: Admin - Gennaio 31, 2009, 11:58:01 am
La Cassazione lancia l'allarme processi e si divide sulle intercettazioni

«Giustizia, tempi da Terzo Mondo»

Apertura dell'anno giudiziario. «Nel civile siamo solo al 156˚ posto dopo il Gabon e la Guinea»
 
 
ROMA — Inaugurazione dell'Anno giudiziario: magistratura divisa sulle intercettazioni. Tutti d'accordo sulla lentezza dei processi: l'Italia è al 156˚posto dopo Guinea e Gabon. Altri 16 giorni di ritardi nella durata media dei nostri processi e supereremo a ritroso anche lo staterello incastonato tra l'Eritrea e la Somalia. Questione di tempo: nella nostra retromarcia andiamo già peggio dell'Angola, del Gabon, della Guinea Bissau... Certo, Berlusconi spara sui «disfattisti » che demoralizzano le plebi incitando tutti ad essere ottimisti. L'ultimo rapporto «Doing Business 2009», però, non lascia scampo.

LA CLASSIFICA - La classifica, compilata «confrontando l'efficienza del sistema giudiziario nel consentire a una parte lesa di recuperare un pagamento scaduto », dice che gli Usa stanno al 6˚ posto, la Germania al 9˚, la Francia al 10˚, il Giappone al 21˚ e i Paesi dell'Ocse, fatta la media dei bravissimi e dei mediocri sono al 33˚ posto. La Spagna, che tra i Paesi europei sta messa male, è 54˚. Noi addirittura 156˚. Su 181 Paesi. Un disastro. Tanto più che quell'elenco non rappresenta solo un'umiliazione morale. La Banca Mondiale la redige infatti per fornire parametri di valutazione agli operatori internazionali che vogliono investire in questo o quel Paese.

CONSEGUENZE ECONOMICHE - Il messaggio è netto: dall'Italia, in certe cose, è bene stare alla larga. Perché uno straniero dovrebbe venire a mettere soldi in un'impresa italiana davanti a certe storie esemplari? Prendete quella di una vecchia signora vicentina che aveva fatto causa alla banca perché l'aveva incitata a investire tutti i suoi risparmi in una finanziaria a rischio e nei famigerati bond argentini. Sapete per che giorno le hanno fissato la prossima udienza? Per il 17 febbraio 2014. Un piccolo imprenditore veronese si è visto dare l'appuntamento per il 2016. Per non dire del caso del signor Otello Semeraro, che mesi fa non s'è presentato al tribunale di Taranto dov'era convocato per assistere all'ennesima puntata del fallimento della sua azienda. Indimenticabile il verbale: «Il giudice dà atto che all'udienza né il fallito né alcun creditore è comparso». C'era da capirlo: come dimostravano le carte processuali della moglie, citata come «vedova Semeraro», l'uomo era defunto. Nonostante la buona volontà, non era infatti riuscito a sopravvivere a un iter giudiziario cominciato nel 1962, quando la Francia riconosceva l'indipendenza dell'Algeria, Kennedy era alle prese coi missili a Cuba e nella Juve giocavano Charles, Sivori e Nicolè. Quarantasei anni dopo, le somme recuperate dal fallimento sono risultate pari a 188.314 euro. Ma nel '62 quei soldi pesavano quasi quanto quattro milioni attuali. Forse, se la giustizia fosse stata più rapida, qualche creditore non sarebbe fallito, qualche dipendente non avrebbe passato dei periodi grami...

UNA «CATASTROFE» - Perché questo è il punto: la catastrofe ammessa ieri dal presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, a conferma della denuncia di giovedì del presidente della Corte Europea per i diritti umani, Jean-Paul Costa, durissimo nel ricordare che l'Italia è la maglia nera della giustizia europea («4.200 cause pendenti contro le 2.500 della Germania e le 1.289 della Gran Bretagna, quasi tutte per la lunghezza dei processi»), non tocca solo la dignità delle persone. Incide pesantemente sull'economia. Basti citare il libro «Fine pena mai» di Luigi Ferrarella: «Confartigianato, elaborando dati 2005 di Istat e Infocamere, ha proposto una stima di quanto la lentezza delle procedure fallimentari, in media 8 anni e 8 mesi, possa costare ogni anno alle imprese artigiane: un miliardo e 160 milioni di euro per il costo del ritardo nella riscossione dei propri crediti, e un miliardo e 170 milioni di euro di maggiori oneri finanziari per le imprese costrette a prendere in prestito le risorse». Totale: oltre 2 miliardi e 300 milioni di euro. Cioè 384mila di «buco giudiziario» per ogni impresa. Un sacco di soldi. Che in anni di vacche grasse possono azzoppare una piccola azienda. Ma in anni di vacche magre o magrissime, come questo, l'ammazzano.

SPIRALE PERVERSA - Di più: il sistema si è avvitato in una spirale così perversa che la «legge Pinto » per il giusto processo ha partorito altri 40 mila processi intentati dai cittadini esasperati dalla lentezza dei processi precedenti e cominciano già ad ammucchiarsi i processi che chiedono un risarcimento per la lentezza dei processi avviati per avere un risarcimento dei danni subiti da processi troppo lenti. Un incubo. Due anni fa la battuta dell'allora presidente della Cassazione Gaetano Nicastro («Se lo Stato dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi Finanziarie») pareva uno sfogo esagerato. Ieri è arrivata la conferma: avanti così e ci arriveremo. Dall'introduzione della legge Pinto fino al 2006 lo Stato aveva dovuto tirar fuori 41,5 milioni di risarcimenti ma «in due anni sono 81,3 i milioni già sborsati, più almeno altri 36,6 milioni dovuti ma non ancora pagati, per un totale di circa 118 milioni».

PATROCINIO GRATUITO AI MAFIOSI - Una emorragia devastante. Al quale si aggiunge un'altra ferita che butta sangue: il gratuito patrocinio concesso a decine di migliaia di persone. Ottantaquattromila sono stati, nel solo 2008, gli imputati che hanno ottenuto l'avvocato difensore pagato dallo Stato. Per un totale di 85 milioni di euro. Spesso buttati in un eccesso di garantismo peloso. Con l'assegnazione automatica di un difensore d'ufficio non solo a tutti gli stranieri «irreperibili» (che magari danno un nome falso e verranno processati inutilmente fino in Cassazione) ma addirittura a mafiosi che dichiarano un reddito inesistente (come Leoluca Bagarella e Antonino Marchese che, imputati dell'omicidio di un vicebrigadiere, chiesero la ricusazione della Corte d'Appello perché aveva loro revocato l'avvocato gratis) e perfino a latitanti. Ma in questo quadro, più nero di un quadro nero del Goya, sono davvero centrali la battaglia sulle intercettazioni o la separazione delle carriere? Giustiniano, di cui il Cavaliere disse di avere in camera un ritratto, forse si muoverebbe in modo diverso.

Gian Antonio Stella
31 gennaio 2009

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da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Bossi Jr, Milano e il clima caraibico
Inserito da: Admin - Febbraio 04, 2009, 10:49:59 am
Tuttifrutti

Bossi Jr, Milano e il clima caraibico

La nomina del figlio del Senatùr alla Fiera: una storia alla Gabriel Garcia Marquez


La Lega, giurava anni fa Umberto Bossi, «assicura assoluta trasparenza contro ogni forma di clientelismo». Di più: «Non si barattano i valori-guida con una poltrona!». Di più ancora: «Dobbiamo essere in primo luogo inflessibili medici di noi stessi se vogliamo cambiare la società!». Bene, bravo, bis. Ma i figli, come dice Filomena Marturano, «so' piezz'e core».

Così, quando si è trattato di dare vita all'«Osservatorio sulla trasparenza e l'efficacia del sistema fieristico lombardo », chi ha piazzato nel Comitato di presidenza? Suo figlio Renzo. Certo, l'approccio «mastelliano» alla raccomandazione («un peccato veniale», l'ha sempre definito Clemente) non è per il segretario della Lega una novità assoluta.

Qualche anno fa, infatti, l'uomo che aveva fatto irruzione in politica tuonando contro il familismo, aveva già piazzato a Bruxelles il fratello Franco e il figlio Riccardo. Assunti come portaborse, il primo a carico di Matteo Salvini e il secondo di Francesco Speroni, evidentemente lieti di spendere «in famiglia» la prebenda di 12.750 euro al mese che ogni deputato riceve per l'attaché. Quali competenze avessero l'uno e l'altro non si sa e non si è mai avuto modo di approfondire: dopo la scoperta della doppia sistemazione parentale, ufficializzata dalla pubblicazione sul sito Internet www2.europarl.eu.int/assistants, le due nomine furono precipitosamente annullate.

Meglio perdere un paio di stipendi che esporsi al rischio di mal di pancia dei leghisti di base allevati nel mito dei duri e puri.

Quanto alla competenza di Renzo Bossi nel nuovo incarico, il mistero è ancora più fitto. L'assessore regionale Davide Boni ha spiegato a Repubblica che la nomina del ragazzo è solo il primo passo: «Stanno scadendo i vertici e noi ci facciamo avanti perché la Fiera è troppo importante per Milano e l'intera Padania e perché la Lega esprime una classe politica di tutto rispetto». «E Renzo?» «Con lui la squadra non potrebbe essere più incisiva». L'affermazione, ovviamente del tutto estranea a ogni forma di leccapiedismo verso il Capo, è rassicurante.

Fino a ieri, infatti, sulla statura del figlio del ministro delle Riforme esistevano due sentenze. Una emessa dai professori che l'hanno bocciato agli esami di maturità la prima, la seconda e poi ancora la terza volta che si è presentato, rendendo inutili tutti i ricorsi. L'altra emessa dal padre stesso il giorno in cui gli chiesero se Renzo fosse il suo delfino: «Delfino, delfino... Per ora è una trota». Battuta che fece nascere all'istante, su Internet, un «Renzo Trota fans club».

Auguri, comunque. Al delfino salmonato e alla Fiera di Milano.

Dopo tutto, può essere l'inizio di una brillante carriera. Del resto, negli staterelli caraibici, cose così capitano da un pezzo. Avete letto l'Autunno del patriarca di Gabriel García Márquez?

Una delle scene indimenticabili è quella in cui la madre del dittatore, Bendicion Alvarado, nel vedere «suo figlio in uniforme d'etichetta con le medaglie d'oro e i guanti di raso» davanti al corpo diplomatico schierato al completo, non riesce a «reprimere l'impulso del suo orgoglio materno» e grida entusiasta: «Se io avessi saputo che mio figlio sarebbe diventato presidente della Repubblica lo avrei mandato a scuola!».


Gian Antonio Stella

04 febbraio 2009
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Tutti i trucchi per farsi trasferire al Sud
Inserito da: Admin - Febbraio 15, 2009, 11:16:24 pm
IL CASO- LE Guardie carcerarie

Tutti i trucchi per farsi trasferire al Sud


Cariche nei consorzi ed elezioni nei paesini. Il cambio di città è dovuto in caso di un incarico pubblico.
Chi canta le arie liriche? I cantanti lirici. Chi pedala in bicicletta? I ciclisti. Chi avvia le imprese? Gli imprenditori, direte voi. No: gli agenti carcerari. Almeno ad Agrigento. Dove i secondini (nominati dalla politica) sono quasi un terzo dei membri dell'Asi, il consorzio che dovrebbe sviluppare il sistema industriale locale.

Hanno scoperto un trucco: un dipendente pubblico che ricopre un incarico pubblico può chiedere d'essere trasferito vicino a casa sua. Sia chiaro: non dipende da questi furbetti se esiste da anni l'andazzo di segretari, impiegati, postini, tecnici catastali e lavoratori pubblici vari che, assunti per coprire i buchi di organico nel Nord del Paese, cercano appena possibile di tornare vicino alla famiglia. Diciamolo, il tentativo di rientrare nei dintorni dei luoghi in cui magari vivono i vecchi genitori, la moglie, i parenti è umanamente comprensibile. Che però debbano rimetterci il funzionamento dei pubblici uffici e i cittadini che se ne servono, è assai discutibile. Anzi, è inaccettabile. Tanto più quando la sproporzione nella copertura degli organici nelle diverse parti del paese grida vendetta. Prendiamo, appunto, le guardie di custodia.

All'estero, dicono i dati del Consiglio d'Europa elaborati dal Centro Studi dell'organizzazione non-profit «Ristretti Orizzonti », per ogni cento agenti carcerari ci sono 157 detenuti in Inghilterra, 165 in Olanda, 176 nella Repubblica Ceca, 199 in Scozia, 207 in Portogallo, 209 in Francia, 218 in Austria, 227 in Germania, 237 in Grecia, 283 in Spagna. Per non parlare di certi paesi ex comunisti quali la Russia (332) o l'Ucraina, dove ogni 100 secondini i carcerati sono addirittura 393. Bene: in Italia il rapporto è uno a uno: 101 detenuti ogni cento agenti. Questo sulla carta. In realtà l'enorme accumulo di persone finite in cella (o ritornateci dopo essere state rimesse in libertà con l'indulto del 2006 votato dalla sinistra e da una parte della destra, Forza Italia in testa) fa sì che i numeri siano del tutto sballati. A dispetto dei limiti fissati dall'Ue (8 metri cubi di spazio per ogni detenuto), limiti che imporrebbero all'Italia di avere nei penitenziari attuali non più di 43.102 «ospiti», i nostri carcerati sono già saliti, stando ai dati di tre giorni fa a 59.419. Sedicimila in più del consentito. Un esubero esplosivo. Al contrario, gli agenti di custodia effettivamente in forza dentro le 205 strutture penitenziarie (160 case circondariali, 37 case di reclusione, 8 istituti per le misure di sicurezza), al di là di tutti quelli che negli anni sono stati distaccati negli uffici ministeriali o addirittura in altre amministrazioni statali, sono scesi a 37.853. Cioè circa quattromila in meno rispetto alla pianta organica stabilita nel lontano 2001. Risultato: in questo preciso momento ogni cento secondini ci sono 156 detenuti.

Ma anche qui, solo sulla carta. Le differenze tra le diverse aree del Paese, e torniamo al tema iniziale, sono infatti fortissime. Per ogni cento agenti «virtuali» in organico, ce ne sono infatti 16 in meno in Emilia Romagna e in Friuli ma 15 in più in Molise, 17 in meno in Val d'Aosta ma 6 in più in Puglia, 20 in meno in Piemonte e in Liguria ma quasi 16 in più in Calabria. Quanto al rapporto tra agenti e detenuti, valga per tutti questo confronto: ogni cento guardie ci sono oggi 192 carcerati in Lombardia, 201 nel Veneto, 231 in Emilia Romagna e 100 nel Lazio. Uno squilibrio intollerabile. Che è ancora più vistoso contando non solo gli operatori che stanno fisicamente dentro i penitenziari ma anche quelli distaccati in uffici vari della capitale. Domanda: come si sono creati questi squilibri? Una risposta è, appunto, nella storia dell'Asi di Agrigento. Cosa sia lo lasciamo dire al sito internet ufficiale: è un «ente di diritto pubblico» che «mira a favorire l'insediamento delle piccole e medie imprese nelle aree già individuate della Regione Siciliana». Presieduto dall'avvocato Stefano Catuara, un ex-comunista di Raffadali che da anni è diventato uomo di fiducia del suo compaesano Totò Cuffaro (al punto che se gli chiedi di che partito è risponde: «Udc: Unione di Cuffaro»), il consorzio ha otto membri del comitato direttivo e 49 consiglieri, nominati da comuni, sindacati, alcune associazioni di categoria, partiti. Teste d'uovo scelte per la preparazione, gli studi alla London School of Economics e la capacità di aiutare la nascita di nuove imprese in un territorio difficile? Magari! Quindici dei 49 consiglieri, quasi uno ogni tre, fanno gli agenti di custodia. Cosa c'entrano con l'industrializzazione di aree disperate come quella di cui parliamo? Niente: zero carbonella. La poltrona serve però ai titolari per lavorare, invece che in Friuli o in Piemonte, nelle carceri di Agrigento e di Sciacca. La prova è in una sentenza di pochi giorni fa emessa dal Tar del Lazio che, come ha raccontato «Il Giornale di Sicilia», ha dato torto al Ministero di Grazia e Giustizia che inutilmente aveva cercato di smistare «alcuni agenti di polizia penitenziaria, componenti del consiglio generale del consorzio industriale di Agrigento» in penitenziari del Nord dove potevano essere più utili. Sono consiglieri del consorzio? Devono restare dove stanno, almeno per ora. Un'altra sentenza del Tar, stupefacente, aveva dato ragione poche settimane fa a un altro siciliano refrattario agli spostamenti.

Il tenente colonnello medico Aurelio Mulè, destinato a una missione in Afghanistan, aveva fatto ricorso al Tribunale amministrativo spiegando che proprio non poteva andare in missione laggiù perché aveva una missione quaggiù. Per la precisione a Cattolica Eraclea, dove è consigliere comunale. E' vero che, come hanno raccontato i quotidiani locali, l'uomo è tra i più assenteisti alle riunioni. Ma mandarlo a fare il suo lavoro all'estero, secondo il suo avvocato avrebbe «configurato una lesione del suo diritto all' espletamento delle funzioni elettive ». Funzioni non a caso appetite dagli stessi agenti di custodia. Un esempio? Alle ultime elezioni di Comitini, un paese piccolissimo dove bastavano 24 voti (un paio di famiglie, un paio di cugini) per entrare in consiglio comunale, erano presenti due liste. In una, su dodici candidati, c'erano quattro secondini. Nell'altra, sempre su dodici, quattro secondini, un poliziotto e un finanziere.

Gian Antonio Stella
15 febbraio 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Quorum a rischio col voto la domenica dopo le Europee.
Inserito da: Admin - Febbraio 25, 2009, 10:13:38 am
Il 6 e 7 giugno non si terrà la consultazione sui quesiti elettorali

Referendum fuori dall'election day Vittoria leghista, costo 400 milioni

Quorum a rischio col voto la domenica dopo le Europee.

Segni: presi per i fondelli.

Calderoli: ne uscirebbe un sistema per noi inaccettabile


Quattrocento milioni di euro: 112 volte la somma dell'8 per mille distribuita nel 2008 alle organizzazioni di assistenza umanitaria. Ecco quanto costerà, secondo gli economisti de lavoce.info, il rifiuto di inserire il referendum elettorale tra le varie consultazioni (europee, comunali, provinciali…) raggruppate nell'election-day del 6 e 7 giugno. Risultato: ci porteranno a votare molto probabilmente tre domeniche di fila.

Obiettivo, neppure tanto segreto: stufare gli elettori e far saltare il quorum. Così da conservare la legge attuale, definita dal suo stesso ideatore «una porcata». Peccato. Peccato perché la scelta del governo di rompere finalmente con l'andazzo che per decenni aveva sparpagliato le elezioni su una infinità di date diverse era stata apprezzata, sull'uno e l'altro fronte degli schieramenti, da tutti coloro che hanno chiari due punti. Il primo: lo Stato, specialmente in questi tempi di vacche magre, deve risparmiare più soldi possibile. Il secondo: lo stillicidio di continue scadenze elettorali ha troppo spesso frenato (a volte fino alla paralisi) chi stava al governo impedendogli di muoversi senza l'ossessione di essere punito al primo esame, volta per volta cavalcato dai vincitori di turno.

Erano anni che da più parti si invocava l'election day. E anni che, a seconda delle convenienze del momento, si mettevano di traverso questo o quel partito. Finché Roberto Maroni, qualche tempo fa, aveva spiegato: «Il Consiglio dei ministri ha approvato la mia proposta: si voterà insieme per le Europee, per oltre 4000 Comuni e per 73 Province. Per fare questo abbiamo anticipato al sabato la mezza giornata di votazioni che di solito è di lunedì, sia per le Amministrative sia per le Europee».

Alleluja. Ma il referendum? Ottocentoventimila persone, 320 mila più del necessario, avevano firmato ai banchetti in piazza di Mario Segni e Giovanni Guzzetta per cambiare il «porcellum», la legge elettorale che perfino il leghista Roberto Calderoli, suo promotore, aveva definito «una porcata». E intorno alle tre idee di base (premio di maggioranza alla lista più votata alla Camera, premio di maggioranza alla lista più votata al Senato e divieto delle candidature multiple, che consentivano ai leader eletti in più collegi di optare per l'uno o per l'altro scegliendo di fatto chi fare subentrare e chi no) si erano schierati in tanti. Di destra e di sinistra. Da Arturo Parisi a Gianfranco Fini, da Stefania Prestigiacomo ad Antonio Di Pietro.

Va da sé che Mario Segni, già scottato l'anno scorso dal rinvio della consultazione deciso per la caduta del governo Prodi, l'infarto della XV legislatura e le elezioni anticipate, vive la scelta del Viminale con rabbia e sconcerto: «L'election-day il 7 giugno col Referendum sarebbe stato un'ottima cosa, ma l'election day col Referendum una settimana dopo, stretto tra la prima tornata elettorale e il secondo turno delle Amministrative la domenica seguente, è una vera presa per i fondelli». Che alla Lega non piaccia il Referendum si sa: se passassero i «sì» ai quesiti studiati da Guzzetta il Carroccio rischierebbe di esser preso in mezzo. Calderoli, un mese fa, era stato chiarissimo: «Perché dovremmo accettare un sistema che forza tutti ad entrare in due soli listoni? Berlusconi ha già difficoltà a fare il Pdl, figuriamoci se ci obbliga a entrare in un unico cartello elettorale». Quindi, patti chiari amicizia lunga: «Se qualcuno dei nostri alleati volesse sostenere quei quesiti sappia che qualcuno nella maggioranza potrebbe anche votare contro il governo».

L'obiezione formale è nota: un referendum mischiato in mezzo ad elezioni europee, comunali e provinciali rischia di «confondere» gli elettori. Risposta dei referendari: ma non è forse la destra ad additare ogni giorno a modello gli Stati Uniti d'America? Bene: in trentasei degli States, in contemporanea con le ultime presidenziali che hanno visto il trionfo di Barack Obama, gli americani hanno votato su 153 referendum. Dal matrimonio gay (in California) all'assimilazione dell'aborto all'omicidio (Colorado), dall'abrogazione del diritto all'interruzione anticipata della gravidanza (South Dakota) all'uso medico della marijuana (Michigan) fino, nello stato di Washington, al suicidio assistito.

Lo stesso Roberto Maroni del resto, quando stava all'opposizione, la pensava in maniera diversa. Basti tornare all'aprile del 2001, otto anni fa, quando l'allora premier Giuliano Amato rifiutò di abbinare le elezioni in arrivo il 13 maggio, che avrebbero visto il trionfo del Cavaliere e della sua coalizione, con il referendum sulla famosa devolution lombarda indetto da Roberto Formigoni e caro alla Lega. «Una vendetta meschina », sibilò Ignazio La Russa. «Si voterà anche a costo di sistemare dei seggi in piazza», tuonò il futuro ministro dell'Interno, «se si inventasse un rinvio illegittimo per decreto, la Regione Lombardia è pronta ad installare altri seggi e altri scrutatori per i referendum regionali, vicini a quelli delle elezioni». Altri tempi, altri interessi. Formalmente legittimi, per carità. Purché sia chiaro: collocare il referendum elettorale nella domenica in mezzo tra le Europee e i ballottaggi delle Amministrative per puntare al fallimento del quorum costerà appunto agli italiani, stando ai calcoli di lavoce. info, circa 200 milioni di euro in più di spese dirette («quanto fin qui impegnato per la social card») più altri 200 di oneri indiretti. Totale: 400 milioni. Ottanta in più di quei 322 dati nel 2008 dall'Italia, il più tirchio dei Paesi occidentali, in aiuti al Terzo Mondo.

Gian Antonio Stella

25 febbraio 2009
da corriere.it


Titolo: Quelli del Corrierino
Inserito da: Admin - Marzo 11, 2009, 06:26:59 pm
Quelli del Corrierino

Il giornalino amato dai bambini si è sempre confrontato con la «Grande Storia».

Usando poesia e leggerezza


I 100 anni del Corrierino
La mostra di Milano
 
 
CORRIERE MILANO
I linguaggi dei ragazzi
 
Tesori e divertimento
 
L'avventura di un secolo
 
«Sbalilliamoci!». La nuova parola d’ordine, lanciata da «Sancio», marca la svolta a fine maggio del 1945. Dall’alba in cui Mussolini è stato appeso per i piedi a piazzale Loreto è passato meno di un mese e il «Corrierino», costretto per un po’ a cambiare nome ne «Il giornale dei piccoli», deve darsi una rinfrescata:

«Via le goffe cianfrusaglie,
schioppo fasci fez medaglie!
Via la grinta da zulù!
Il fanciullo italiano
torni schietto allegro sano:
un fanciullo, e niente piu».

Una scelta obbligata: dopo avere per un paio di decenni allevato bambini fascisti nel culto del Duce, deve ora «rieducarli» demolendo quel mito, strofetta dopo strofetta. Ed ecco avanzare un nuovo personaggio. Un energumeno tarchiato, prepotente e ridicolo fin dal nome che porta. Al posto della pelata ha i capelli lunghi da paggio, veste da caporione medievale, si muove tra castelli merlati e tende stile «Ivanhoe» ma il fez e la mascella volitiva non lasciano dubbi.

È lui, il Duce, preso per i fondelli in tutte le versioni. I bagni di folla:

«don Gradasso Sbudelloni
col pugnale e i pistoloni
pien di boria e d’albagia
passa tronfio per la via

Egli passa! Ecco tremanti
si discostano gli astanti
Reverenti, umili, muti

lo subissan di saluti
Ma fra tanti ossequi e inchini
Ser Libenzio a quei cretini
dà un’occhiata, ride e poi
se ne va pei fatti suoi».

La celeberrima foto a torso nudo per la battaglia del grano:
«don Gradasso Sbudelloni
delle spighe fra i covoni
ritto sulla trebbiatrice
“Do l’esempio al popol!”, dice».

La vanità agonistica e guerresca:
«don Gradasso Sbudelloni
il campion degli sbruffoni
è un campion, questo è notorio
pur nel campo aviatorio

Sul velivolo aitante
egli balza e fra un istante
temerario s’alzerà
tra il fragore degli urrà».

Non va persa, la mostra che si apre domani a Milano, alla Rotonda della Besana, per celebrare i cento anni del «Corriere dei Piccoli». I piccini perché resteranno incantati dalla magia dei colori, dei pupazzi, dei giochi interattivi. I grandi perché è un’occasione unica per rileggere un secolo di vita italiana con gli occhi di un bambino. Meglio: con gli occhi di un bambino «programmati» dagli adulti. Decisi ad «allevare» i cuccioli di italiani via via in linea con i passaggi storici.

Una specie di storia parallela, che ha plasmato l’infanzia di milioni di cittadini. L’Italia giolittiana si prepara all’avventura coloniale abboccando alle cronache di Giuseppe Bevione che in Africa diceva d’aver visto coi suoi occhi «gelsi grandi come faggi, ulivi più colossali che le querce» ed erba medica «tagliata dodici volte all’anno» e grappoli d’uva «di due o tre chili l’uno» e «poponi a venti e trenta chili per frutto»? Il «Corrierino» lancia, fin dal primo numero (27 dicembre 1908) il mitico Bilbolbul, che aiuta i piccoli veneti, laziali o calabresi a prender confidenza internazionale con un «simpatico negretto», le palme, i tucul, le dune sulle quali a migliaia moriranno poi, in divisa, con la faccia nella sabbia.

 
Il Signor Bonaventura di Sergio Tofano
L’Italia sbanda terrorizzata nei giorni di Caporetto? Il «Corrierino» fa esordire (quattro giorni dopo la rotta: una coincidenza ma straordinaria!) il personaggio simbolo dell’ottimismo, che per quanti guai possa passare riesce sempre a uscirne sventolando entusiasta l’assegno-premio da un milione: «Qui comincia l’avventura / del signor Bonaventura...» Il Duce saluta «dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma»? Il «Corrierino» mostra i piccoli coloni che salgono baldanzosi la scaletta della nave che li porterà alla quarta sponda: «Con l’elmo in testa, senza dir né ai né bai / fieri parton Trilli e Trulli pei Tigrai». Non c’è passaggio storico, come dimostrerà uno studio di Valentina Asioli, che il «Corrierino» non segua con una chiave di lettura per i più piccoli. L’astuto balilla Venturino partecipa alla guerra d’Etiopia. I pestiferi gemelli Bibì e Bibò nati dalla penna del tedesco Rudolph Dirks ne combinano di tutti i colori al capo indigeno. La Fata Autarchia consola bimbi e bimbe delle privazioni dovute alla necessità di «far da soli» dopo le «inique sanzioni». Pier Cloruro dei Lambicchi, lo stralunato inventore dell’«arcivernice», una la sua magica sostanza capace di dare vita a qualsiasi soggetto disegnato per scatenare le immagini di antichi legionari romani contro gli odiati ufficiali della «perfida Albione».

E sono ancora i personaggi del «Corrierino» a tentare di sdrammatizzare le difficoltà quotidiane della guerra: «Ma da quando razionato / fu il sapone da bucato / la signora ha un’ossessione / “Non sciupatemi il sapone!”» L’obbligo di oscurare le case sotto i bombardamenti. Le piccole vanità delle vicine di casa nella corsa notturna al rifugio anti-aereo: «La Bettina non vien giù / se non ha quel cencio blu / mentre invece zia Isabella / per discender s’ingioiella».

Tutta la piccola e lunga storia di quello che è stato il più amato dei giornalini per bambini può essere riletta alla luce della Grande Storia. E non c’è dubbio che, soprattutto in certi momenti, il «Corrierino» si sia prestato a plagiare i piccoli italiani, sia pure senza la protervia insana di certi manuali scolastici che incitavano a plaudire «i battaglioni della Patria fascista» in partenza per l'Africa orientale per «portare in mezzo a quelle razze nere, false e viziose, orgogliose e crudeli, feroci coi deboli e coi vinti; umili, vili e striscianti davanti ai forti, il verbo della civiltà latina». Ma sarebbe in qualche modo una forzatura.

 
La Stefi di Grazia Nidasio
Il «Corrierino» è molto, molto di più. E lo testimoniano proprio, con la poesia e la loro leggerezza, i personaggi che lo hanno reso popolare a tante generazioni di infanti. Da Fortunello, il tenero vagabondo che porta in testa una lattina rossa a Formichino, perennemente in lite col bieco Cicalone. Dal «bellissimo Cecè» (per il quale Sergio Tofano si ispirò alla commedia di Luigi Pirandello) ad Arcibaldo e Petronilla, gli arricchiti creati dall’americano George McManus. Da Italino, il piccolo italiano che riesce sempre a cavarsela contro l’austriaco tontolone Otto Kartoffel, a Valentina Melaverde e alla sua sorellina Stefi, inventate a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta da Grazia Nidasio. Fino alla Pimpa, la cagnetta a pois nata dalla matita di quel genio di Francesco Tullio Altan. Tutte creature che si sono prese un pezzetto del nostro cuore e ci hanno aiutato a crescere fin da quando i nostri padri e i nostri nonni impararono la geometria dalle filastrocche di Quadratino: «Il triangol si rodeva dall’invidia pel quadrato / perchè un angolo ed un lato più di lui questi teneva...». E chi mai può dimenticarla, Mamma Ipotenusa?

Gian Antonio Stella
20 gennaio 2009(ultima modifica: 21 gennaio 2009)

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Veneto e il piano inutile: case sufficienti fino al 2022
Inserito da: Admin - Marzo 20, 2009, 11:33:31 am
In cinque anni già dati permessi per 94 milioni di metri cubi

Il Veneto e il piano inutile: case sufficienti fino al 2022

Negli anni Ottanta si costruivano 10 milioni di metri cubi di capannoni, saliti fino a 38 milioni nel 2002
 

MILANO - Tirar su l'equivalente d'una palazzina di tre piani alta dieci metri, larga 10 e lunga 1.800 chilometri può davvero rilanciare l'Italia «nel pieno rispetto dell'ambiente», come dice Claudio Scajola? In un paese dove solo lo 0,97% degli abusi «non sanabili» è stato demolito? Auguri. Tanto più che una regione simbolo qual è il Veneto, stando a uno studio universitario, ha già oggi tante abitazioni e cantieri aperti da soddisfare la domanda di case, onda immigratoria compresa, fino al 2022. Se poi dovesse calare l'immigrazione, fino al 2034. Quando l'oggi giovanissimo Pato sarà già in marcia verso la cinquantina.

Prendiamo la tabella dei metri quadri a disposizione oggi degli europei. Ogni italiano ha in questo momento 36,3 metri quadri di casa. Cioè quasi il doppio di un ceco o di un ungherese, più o meno quanto un francese o uno spagnolo (che vivono in territori enormemente più vasti), un po' più di un greco o di un belga. Davanti a noi stanno più comodi i tedeschi (41,3 metri quadrati a testa), gli svedesi (43,6) gli olandesi (48,3), gli austriaci (50,4), i danesi (53) e gli inarrivabili abitanti del Lussemburgo, uno staterello urbanizzato che svetta con 62,7 metri pro capite, ma per la particolarità e dimensione non andrebbe manco messo nel mazzo. Si dirà: «Visto? Siamo nella media». Vero. Tutti gli europei che hanno case più grandi, però, hanno due caratteristiche. O godono di spazi molto maggiori dei nostri, come gli austriaci che hanno il doppio di territorio pro capite di noi o gli svedesi che ne hanno quasi il decuplo. Oppure, a differenza di noi che abbiamo il 33% della superficie montagnosa e forestale, vivono in territori molto più pianeggianti, quali i tedeschi, gli olandesi o i danesi, il cui cucuzzolo più alto, il Moellehoi, svetta a 170 metri e 86 centimetri sul livello del mare.

Per capire quanto pesino queste differenze basta rileggere gli atti di un seminario di qualche anno fa promosso tra gli altri dalla allora presidente provinciale leghista Manuela Dal Lago sul consumo del suolo in una delle province forti dell'Italia, Vicenza. Seminario dal quale emerse che l'uomo, in tutta la sua storia, aveva occupato dall'età della pietra ai primi anni Cinquanta 8.674 ettari. Per poi occuparne, nell'ultimo mezzo secolo, molto più del doppio: 19.463. Una colata di cemento che ha stravolto la campagna descritta da Goffredo Parise e Luigi Meneghello fino al punto che il calcolo della «impronta ecologica» (un indice che attraverso sistemi complessi misura il livello dei nostri consumi) ogni vicentino si ritrova oggi a disporre di poco più di tremila metri quadri di territorio, ma ne consuma per 39.000.

Una scelta obbligata per uscire da secoli di fame, miseria, emigrazione? In parte, se è vero che nella seconda metà del Novecento l'aumento della popolazione non ha superato il 32% e la superficie urbanizzata è aumentata dieci volte di più: 324%. Un'accelerazione spettacolare, ma accompagnata da contraccolpi sul paesaggio, sull'inquinamento, sulla viabilità. E addirittura accentuata nell'ultimo decennio del Novecento con un aumento della popolazione del 3% (52 mila abitanti in più dei quali 37 mila immigrati) e un'impennata dell'edilizia abitativa del 13%. Per non dire della parallela impennata industriale che, seminando dubbi perfino fra i più eccitati esaltatori del mitico Nordest, portò a un dato paradossale: ogni neonato vicentino arrivato nel decennio si ritrovava in dote un blocco di 3.718 metri cubi di calcestruzzo. Il tutto distribuito non uniformemente, ma quasi sempre in pianura. Esattamente come nel resto del Veneto dove, tolti quelli di montagna e larga parte di quelli collinari, i 444 comuni adagiati nell'ormai ex campagna hanno quattro o cinque aree industriali ciascuno se non, in certi casi, otto o nove.

Il prezzo? Elevatissimo, rispondono gli esperti: ogni miliardo di euro di crescita reale in più sarebbe costato un consumo di mille ettari di campagna. Il che significherebbe, appunto, che se avesse ragione il ministro Scajola a sostenere che il «piano casa» può mettere in moto 60 miliardi di euro, questo porterebbe a occupare come minimo 60 mila ettari di territorio con l'equivalente in cemento d'un mostro come quello calcolato all'inizio. Ne vale la pena? Mah... Una ricerca di Tiziano Tempesta, ordinario del Dipartimento Territorio dell'Università di Padova, lascia qualche perplessità. Almeno nel Veneto. E non solo sul piano dell'ambiente, del paesaggio, delle margherite e delle violette.

Spiega il professore che non solo una nuova colata di cemento rischia di dare il colpo di grazia a una pianura dove negli anni Ottanta si costruivano mediamente 10 milioni di metri cubi di capannoni l'anno saliti via via fino a una mostruosa quota di 38 milioni nel 2002, tirati su spesso solo per approfittare della Tremonti Bis e oggi malinconicamente vuoti. Ma che la case a disposizione sono già più che abbondanti. Se è vero che lo standard di riferimento per ogni programmazione di questi anni è stato di 120 metri cubi per abitante (cioè 40 metri quadri: quattro più dell'attuale media nazionale), «tra 2001 e 2006 sono state rilasciate concessioni edilizie per nuove abitazioni o ampliamenti per un volume pari a 94,6 milioni di metri cubi» contro un aumento della popolazione intorno all'1% l'anno. Risultato: sono già state costruite in questi anni «abitazioni sufficienti a dare alloggio a circa 788.000 persone». Il triplo delle 243.000 in più (in buona parte straniere) registrate.

Morale: se anche proseguissero (difficile, di questi tempi) gli «elevatissimi tassi d'immigrazione degli ultimi anni, le concessioni edilizie» già rilasciate saranno «sufficienti a soddisfare la domanda di case per i prossimi 13 anni». Con un tasso immigratorio ridotto a quello (che già era alto) degli anni Novanta, basterebbero per altri 25. Fino, appunto, al lontano 2034. Non basta. Nello studio di Tempesta si sottolinea una contraddizione che farà drizzare le orecchie a diversi: negli ultimi anni di risacca segnati da un calo del manifatturiero del 5,6%, «uno dei motori dell'immigrazione è stato il boom edilizio: il 65% dei nuovi posti di lavoro creati nel Veneto dal 2001 al 2006 ha riguardato il settore delle costruzioni».

Non basta ancora: «Analizzando i dati Istat sul rilascio di concessioni edilizie e sul valore aggiunto del settore costruzioni, si può stimare che nel Veneto, per aumentare dell'1% il prodotto interno lordo, sia necessario realizzare ogni anno non meno di 6,5 milioni di metri cubi di abitazioni, pari a una capacità insediativa aggiuntiva di circa 55.000 abitanti». Irreale, secondo i demografi. Tanto più se qualcuno puntasse a 55 mila neonati di «pura razza Piave». E allora? Allora «non sembra plausibile che, in una situazione di crisi del credito e di eccesso di offerta di abitazioni» la faccenda possa tradursi davvero in un affare. Se poi ci mettiamo anche le ferite che rischiano di essere inferte al patrimonio artistico e monumentale che è il tesoro dell'Italia...

Gian Antonio Stella
20 marzo 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Zara, dopo 65 anni torna l'asilo italiano
Inserito da: Admin - Marzo 23, 2009, 11:17:07 am
I croati autorizzano l'apertura: un segnale di riconciliazione per entrare nell'Ue

Zara, dopo 65 anni torna l'asilo italiano

Dopo interminabili trattative il via libera nella città ex vanto della Serenissima: sarà inaugurato in autunno


«Din din. Chi xé? L'angiolin. Cossa el vòl? Un color. Che color? Bianco! Che color? Rosso! Che color? Verde!». Sessantacinque lunghissimi anni dopo, nei campielli di Zara i bambini torneranno a fare i girotondi con le filastrocche di un tempo. Ormai è fatta: ancora pochi mesi e in autunno, dopo interminabili trattative, nella città di San Simòn e Sant'Anastasia sta per aprire un asilo per bambini di lingua italiana. Una notizia piccola piccola. Eppure storica. L'anima veneziana di quella dolce contrada serenissima, infatti, pareva ormai irrimediabilmente perduta. Che l'antica Jadera voluta da Cesare Augusto con un cardo (la Calle Larga), un decumano (Via Roma) e un foro, fosse fino a pochi decenni fa la più veneziana di tutte le città dalmate lo sapeva anche l'imperatore Francesco Giuseppe che, sbarcato nel 1875 sull'isola lunga un po' più di un chilometro e larga mezzo e unita dal '600 con un ponte alla terraferma, salutò le autorità locali così: «Buon giorno, signori».

Era allora, la cittadina, una specie di sestiere serenissimo con 72 calli e 15 campielli protetto da mura nelle quali si aprivano due grandi porte. Quella di Terraferma aveva un Leone marciano che nel 1953, durante un'accesa manifestazione nazionalista anti-italiana, sarebbe stato amputato a martellate delle zampe anteriori, quella Marina aveva un San Grisogono a cavallo. Si parlava veneziano, si rideva veneziano, si mangiava veneziano. Come scrisse un secolo fa Luigi Federzoni, che sarebbe poi diventato presidente del Senato e dell'Accademia d'Italia, «Venezia non partorì mai, nella sua lunga e copiosa maternità, figliola più somigliante di questa, né più degna, né più devota. Zara è adorabile. Zara dovrebbe essere in cima ai pensieri di tutti gli italiani. Per il labirinto delle calli pittoresche formicola tanta festevole, graziosa e appassionata venezianità».

Uno scrigno prezioso, incorniciato dalla bellezza mozzafiato dell'arcipelago delle Coronate. «Nella via Larga - scriveva Giuseppe Madrich nel 1892 - vedete sfilare un mondo supremamente aggraziato: dame dal portamento principesco e maestoso, signorine vispe, gaie, slanciate come gazzelle, cavalieri galanti, perfetti, cortesissimi. Le mode più recenti, le stoffe più ricercate danno l'intonazione all'ambiente. È un gusto squisitissimo di toelette, da gareggiare con qualunque altro centro europeo. Perfino le sartine sfoggiano, nel loro vestitino, ricercatezza ed eleganza ». Ai tavoli dei caffè si sorseggiava il maraschino fatto con certe ciliegie squisite ed esportato ovunque: «Se ne beve alle tavole signorili della più alta aristocrazia d'Europa, se ne serve nei pranzi di gala a corte; se ne smercia in America, nelle Indie, nel Giappone, in China, in Egitto. Il suo grato profumo è una poesia, il suo sapore è un idillio...».

Era un piccolo mondo legato a Venezia da un amore che si può capire solo rileggendo lo straziante addio alla patria pronunciato nel 1797, ammainando la bandiera, da Giuseppe Viscovisch, Capitano di Perasto, l'ultimo baluardo della Serenissima a cedere alle truppe napoleoniche: «Par 377 ani le nostre sostanse, el nostro sangue, le nostre vite, le xe senpre stae par Ti, San Marco; e felicisimi sempre se gavemo reputà, Ti co nu, nu co Ti; e sempre co Ti sul mar». Un piccolo mondo sopravvissuto quasi intatto ai francesi e agli austriaci e spazzato via nell'inverno 1943-44 da 54 pesantissimi bombardamenti aerei anglo-americani che distrussero oltre l'85% degli edifici. Un bombardamento feroce e insensato, rispetto allo scarso valore militare o strategico della cittadina. Dovuto per alcuni all'insipienza, per altri a notizie false passate apposta agli alleati dai titini perché fosse spazzata via per sempre quell'isola venezianissima dalla Dalmazia destinata ad essere slavizzata.

Certo è che nel 1945, dopo un esodo di massa che aveva preceduto quello delle altre città istriane e quarnerine e aveva avuto un sanguinoso strascico di vendette, nella «Zadar» ormai slava erano rimaste in tutto, secondo qualche storico, dodici famiglie italiane. Pareva finita, la storia veneziana di Zara. Finita. Per decenni e decenni erano rimasti solo una giunta comunale in esilio che si era data come sindaco lo stilista Ottavio Missoni, alcune fabbriche di maraschino trasferite nel Veneto come la celebre Luxardo, i groppi in gola di tanti zaratini che sospiravano sulla patria perduta. E via via, con lo scorrere del tempo, gli ultimi bambini italiani che avevano giocato laggiù tra le calli di San'Elia o di Campo Castello, sono diventati vecchi.

Il tempo però, talvolta, medica davvero le ferite. Merito dell'aspirazione dei croati a entrare nella nuova comune casa europea a dispetto dell'ostilità degli sloveni che si mettono di traverso per una bacinella di acqua territoriale nel golfo di Pirano, merito di una maggiore serenità nei rapporti che puntano finalmente a una riconciliazione al di là dei torti dell'una e dell'altra parte, merito del paziente lavoro di ricucitura e di mediazione avviato da anni dall'Unione Italiana. Fatto sta che dopo un lungo percorso diplomatico perseguito soprattutto dal deputato istriano a Zagabria Furio Radin e dal presidente dell'Unione Maurizio Tremul, il «sogno impossibile» sta appunto andando in porto: 65 anni dopo, a Zara, riaprirà un asilo per piccoli italiani dove si manderanno a memoria le poesiole di una volta: «Ghe gera na volta / Piero se volta, / casca na sopa / Piero se copa / casca un sopin / fa un tombolin». Per ora sarà solo una sezione dell'asilo croato. Ma forse è meglio così: bambini slavi e italiani insieme. I loro nonni si sono già fatti troppo male.


Gian Antonio Stella
23 marzo 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - I casi dei bambini costretti a tornare in patria
Inserito da: Admin - Marzo 31, 2009, 03:36:43 pm
I casi dei bambini costretti a tornare in patria

Alidad, a 12 anni in fuga dai talebani

Ma l'Italia l'ha respinto: «Fuori!»

Il padre è stato assassinato, lui ha viaggiato per tre anni In Italia era arrivato a bordo di un Tir
 
Alidad Rahimi, 12 anni, afghano, respinto poche ore dopo essere sbarcato ad Ancona


Non l'hanno mica chiesto al piccolo Alidad, perché fosse scappato dal Paese degli aquiloni e dell'orrore. Avrebbero saputo che suo papà era stato assassinato dai talebani, che a 9 anni era scappato con la mamma e i fratellini in Iran, che aveva impiegato mesi e mesi per arrivare clandestinamente lì al porto di Ancona e insomma aveva diritto a essere accolto. Come rifugiato politico e come bambino. Ma non gliel'hanno chiesto. Come non lo chiedono ogni giorno a decine e decine di altri. L'hanno caricato su una nave e spedito via: fuori! A dodici anni.

Eppure le leggi italiane e quelle europee, come sarà ribadito oggi in un convegno a Venezia con Massimo Cacciari, Gino Strada, i rappresentanti di Amnesty International e altre organizzazioni umanitarie, sarebbero chiarissime: non si possono respingere alla frontiera tutti quelli che arrivano così, all'ingrosso. Certo, il questore (anche senza il via libera del magistrato, secondo l'interpretazione più dura) può decidere il «respingimento con accompagnamento alla frontiera nei confronti degli stranieri che sottraendosi ai controlli di frontiera, sono fermati all'ingresso o subito dopo», ma con eccezioni. Le regole «non si applicano nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l'asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l'adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari». Ovvio: non si possono ributtare le vittime in pasto ai carnefici. Così come la Francia, per fare un solo esempio tratto dalla storia nostra, non riconsegnò il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, agli assassini fascisti di Giacomo Matteotti.

Sui minori, poi, l'articolo 19 del Decreto legislativo 28 gennaio 2008, che neppure la destra al governo ha toccato (anche per rispettare la convenzione di New York sui diritti del fanciullo) è netto. Punto primo: «Al minore non accompagnato che ha espresso la volontà di chiedere la protezione internazionale è fornita la necessaria assistenza per la presentazione della domanda. Allo stesso è garantita l'assistenza del tutore in ogni fase della procedura per l'esame della domanda...». Punto secondo: «Se sussistono dubbi in ordine all'età, il minore non accompagnato può, in ogni fase della procedura, essere sottoposto, previo consenso del minore stesso o del suo rappresentante legale, ad accertamenti medico-sanitari non invasivi al fine di accertarne l'età». Punto terzo: «Il minore deve essere informato della possibilità che la sua età può essere determinata attraverso visita medica, sul tipo di visita e sulle conseguenze della visita ai fini dell'esame della domanda. Il rifiuto, da parte del minore, di sottoporsi alla visita medica, non costituisce motivo di impedimento all'accoglimento della domanda, né all'adozione della decisione».

E allora, chiede l'avvocato Alessandra Ballerini che con un gruppo di altri legali ha preparato un esposto alla Corte Europea dei diritti dell'uomo, come può l'Italia ignorare nei fatti, nei porti di Ancona, Bari, Brindisi o Venezia, quanto riconosce sulla carta? Come si possono respingere le persone caricandole sbrigativamente sulle navi, dalle quali sono sbarcati appesi sotto i Tir o assiderati nelle celle frigorifere, senza controllare neppure se sono in fuga da dittatori sanguinari? Come si possono buttar fuori uomini, donne, bambini senza neppure farli parlare con un interprete o un avvocato, così come dicono ad esempio decine e decine di testimonianze raccolte da giornalisti e operatori sociali quali Alessandra Sciurba, tra i disperati accampati nella baraccopoli di Patrasso? Risposta standard: mica li rimandiamo in Afghanistan o in Iraq, li rimandiamo in Grecia da dove erano venuti. Vero, in astratto. In realtà, spiega la denuncia, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati consiglia ufficialmente «i governi dei Paesi che hanno sottoscritto il Regolamento di Dublino di non rinviare i richiedenti asilo in Grecia» perché lì «nell'assegnazione dello status di rifugiato non sono garantite al momento le più basilari tutele procedurali». I numeri, accusa il Consiglio Italiano per i Rifugiati, dicono tutto: «La percentuale di riconoscimenti dello status di rifugiato in Grecia è prossima allo zero: nel 2007 è stata dello 0,4%, nel 2006 dello 0,5...». Le obiezioni di quanti sbuffano sono note: «Troppo comodo, spacciarsi tutti per rifugiati politici!». Sarà... Ma anche ammesso che qualcuno faccia il furbo facendosi passare per un perseguitato, le regole internazionali vanno rispettate.

E queste regole dicono che ogni singola persona ha diritto a essere «pesata». Succede? Prendiamo Venezia. Partendo dalle parole della Responsabile del Consiglio Italiano Rifugiati, Francesca Cucchi, a un convegno di qualche mese fa. Come mai le autorità portuali avevano denunciato dal gennaio 2008 ad allora 850 clandestini se il Cir era stato informato solo di 110? E gli altri 740? Tutti caricati sulle navi e ributtati indietro senza controllare se avessero o meno diritto allo status di rifugiati? Una cosa è certa: ammesso (e non concesso) che alcuni si spaccino per rifugiati, certo è che nessun adulto può spacciarsi per un bambino. Ed era un bambino quell'Alidad Rahimi scacciato a 12 anni dopo che ne aveva passati tre a sfuggire attraverso l'Iran e la Turchia e la Grecia ai talebani che gli avevano ammazzato il padre ed era sbarcato solo per poche ore ad Ancona dentro la pancia di un camion. Era un ragazzino Alisina Sharifi che a 14 anni era scappato ai guardiani della fede afghani ed era arrivato in Italia semiassiderato per essere buttato fuori appena ripresi i sensi. Era un ragazzino Salahuddin Chauqar, scappato dall'Afghanistan quando aveva sette anni e arrivato dopo mille odissee, nascosto in un Tir, a Venezia: «Il ricorrente continuava a ripetere di avere 15 anni e di voler chiedere asilo ma i poliziotti lo costringevano a firmare due fogli a lui incomprensibili (...) Il ricorrente veniva poi condotto a forza in una cabina di ferro all'interno di una nave diversa da quella con la quale era arrivata e rinchiuso con altri 3 minorenni, fino all'arrivo a Patrasso». Certo era più comodo commuoversi per il piccolo Marco in viaggio «dagli Appennini alle Ande»...

Gian Antonio Stella
31 marzo 2009

da cortriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La Terra impazzita e i giuramenti mai mantenuti
Inserito da: Admin - Aprile 07, 2009, 10:32:45 am
La Terra impazzita e i giuramenti mai mantenuti


di Gian Antonio Stella


«Bare. Mandate altre bare». «Ancora? ». «Ancora». Alle quattro del pomeriggio, tra i ciliegi e i meli in fiore di Onna, l’antica Villa Unda nota al papa Clemente III, è già chiaro che non bastano, tutte quelle casse di legno chiaro fatte arrivare a più riprese fin dalla mattina e allineate da una parte, sotto il tronco di una robinia. Un poliziotto stende sull’ultimo poveretto estratto dalle macerie, infagottato tra coperte e lenzuola, un pezzo di nastro adesivo da pittori. Ci scrive un nome col pennarello.

Non c’è un passero che voli, nel cielo azzurro di Onna. Non una rondine che sfrecci. Non una cinciallegra che canti. Solo il silenzio. Un silenzio gonfio di disperazione. Rotto solo dal pianto di qualche parente e dal rumore dei caterpillar che affondano le pale tra le rovine tirando su enormi cucchiaiate di quotidianità annientata. Frigoriferi sepolti sotto tonnellate di pietra con una confezione di uova rimaste miracolosamente intatte che si rompono rotolando via nella polvere. Stufe a gas. Credenze dai vetri scoppiati coi bicchierini del vermouth della domenica rovesciati tutti da una parte. Spalliere di ottone che emergono tra i travi e i mattoni luccicando gialle sotto il sole.

Silvio Berlusconi, che si è precipitato nel cuore di questo Abruzzo ferito annullando il viaggio in Russia dove era in programma una missione a fianco degli imprenditori, ha un maglioncino nero, la faccia nera e assicura che «nessuno verrà lasciato solo» ma la situazione è davvero pesantissima: «Per quanto riguarda il centro storico di L'Aquila c'è inagibilità assoluta: tutti gli edifici pubblici sono inagibili».

Invita «gli abitanti a non restare nelle case lesionate: se si ha la possibilità di portare famiglia e bambini da amici e parenti, è meglio dislocarsi altrove». Ammette che no, «non c'è nessuna possibilità di effettuare previsioni: non c'è nessuno che può dire che non ci saranno scosse nelle prossime ore o nei prossimi giorni».

Gli aquilani del centro storico e delle frazioni vicine si accoccolano spossati sui sedili delle auto parcheggiate il più lontano possibile dalle case e sospirano come don Mauro, il parroco della contrada di Sant’Elia dove il campanile si è piegato tutto da una parte e minaccia di cadere sulla canonica e la chiesa dedicata a San Lorenzo pare colpita da una granata che abbia buttato giù l’intera facciata a destra del portone e sventrato l’interno risparmiando solo la statua del santo, bianca come un fornaio.

«Si dovrà capire, poi, questa storia dell’esperto. Si dovrà capire perché non gli hanno dato retta». Ecco il dubbio che ronza nella testa di tutti: perché non è stato ascoltato Giampaolo Giuliani, il ricercatore che nei giorni scorsi aveva lanciato l’allarme avvertendo che sarebbe arrivato uno scossone devastante? «L’avevano perfino denunciato», borbotta don Mauro, sistemandosi il colletto bianco rigido slacciato, «Perfino denunciato. E invece aveva ragione lui».

Un vigile del fuoco sfatto di fatica tiene al guinzaglio un cane che tira di qua e di là annusando la morte. L’uomo si toglie la mascherina, risponde al cellulare, cerca di mettere insieme l’ennesimo bilancio. Cento morti, forse. Forse di più. Forse centocinquanta. Più di centocinquanta. A L’Aquila, dove si è accasciata la Prefettura e si è piegata tutta da una parte la Casa dello studente e si è schiantato su se stesso un condominio che svettava su un sereno giardino di pini il cui profumo si fa largo con un soffio, appena c’è un refolo di vento, tra la polvere sollevata dalle ruspe. A Paganica, la patria di Sallustio ai piedi del massiccio del Gran Sasso dove passava la via romana Claudia e dove è crollato il monastero di San Chiara ed è stata devastata la Chiesa grande. A San Pio delle Camere, che sta adagiato ai piedi del monte Gentile e prima di finire sui giornali il giorno in cui il suo paesano Franco Marini diventò presidente del Senato, era famoso per lo zafferano, che è così delicato ed esposto ai capricci del tempo che «un anno t’arricca e uno ti spianta».

La vecchia signora Rita viveva in via Massale, ai bordi di Onna. Una casetta come tante, a due piani. Prima di andare a letto, aveva accomodato ordinatamente la camicetta e la gonna su una sedia posata contro il muro della camera. La casa è venuta giù ma la sedia è rimasta lì. Al suo posto. Salda su un orlo del pavimento rimasto miracolosamente aggrappato alla parete azzurra. Dove spiccano un crocefisso e il quadretto di una madonnina. La ruspa scava sotto gli occhi dei figli, che assistono inebetiti. A un certo punto un pompiere fa un gesto. La ruspa si ferma. Un vigile si china e tira su una coperta. Poi una trapuntina. Poi un lenzuolo. Ci siamo, forse. «Indietro! Per favore, indietro », chiede un poliziotto. «È lei?» «È lei».

Il parco giochi della scuola materna, coi suoi castelletti e gli scivoli e i tavolini e i recinti gialli e rossi e verdi e blu è rimasta l’unica cosa colorata della contrada. Tutto il resto, nella devastazione che ha annientato in pochi istanti due terzi del paese sfregiando l’ultimo terzo con crepe e finestre accecate e cornicioni precipitati al suolo, ha assunto un uniforme colore grigiastro. Il vecchio Giuseppe, il viso segnato dal sangue di una ferita alla fronte che non è ancora riuscito a lavare via, mostra la distruzione della cascina e del cortile e delle tettoie dove teneva le macchine agricole: «Io e mia moglie ci siamo salvati per un pelo. Fortuna. Vuol sapere la cosa più assurda? Si è sentito uno schianto e ci tremava la terra sotto i piedi e venivano giù le pareti e io mi sono trovato a imprecare: “Le scarpe! Dove ho messo le scarpe?”».

Suor Lucia, che con le consorelle si è sistemata su alcune seggiole davanti a ciò che resta del «Pontificio Istituto Maestre Pie Filippini», si lagna per la gamba. Si è buttata sulle ginocchia una coperta ma dice che non è servita a molto. Dolori. Dolori forti. «Siamo qui da stanotte. Ormai sta scendendo la sera e non abbiamo idea di cosa fare». Dalla vicina Casa dello studente, quando già comincia a calare la luce, salgono urla di gioia. Hanno trovato i ragazzi che erano sotto. Vivi. Si rivelerà un’illusione, ma per un po’ sembra un miracolo. Suor Lucia pensa che è merito anche delle preghiere di santa Lucia Filippini, che è riuscita a rimanere dritta sulla sua colonnina mentre tutto intorno crollava e si è guadagnata un posto accanto al buon Dio grazie al fatto che, come dicevano i santini di un tempo, «scansava le amicizie delle compagne cattive che avvelenano coi loro vizi le anime innocenti e si guardava dalla vanità ».

Quel che è sicuro, a girare per le strade del capoluogo e dei borghi dei dintorni e a vedere come sono andati giù anche certi edifici costruiti dieci o venti anni fa, è che un Paese come il nostro non può affidarsi a santa Lucia o a sant’Emidio, protettore dai terremoti. Sull’elenco telefonico di Los Angeles appena aperto, come ricordò un giorno Giorgio Dell’Arti, c’è una frase: «Ci saranno sempre terremoti in California». A seguire, tutte le istruzioni su come comportarsi: tenere a portata di mano torce e radio con batterie, una valigetta con il materiale minimo di pronto soccorso, dieci litri d’acqua… Certo, tutto ciò non basta quando la terra, per usare la frase sentita ieri ad Onna in bocca a una ragazzina che trema come una foglia al ricordo, «comincia a sbattere come la coda di un drago impazzito». Ma i morti sì, possono essere limitati. I danni sì, possono essere contenuti, quando le case sono costruite con i progetti giusti e gli accorgimenti giusti e i materiali giusti. E nessuno dovrebbe saperlo meglio di noi italiani. Che viviamo in una terra tra le più inquiete di un mondo in cui avvengono ogni anno un milione di terremoti piccolissimi e tra questi almeno un centinaio del quinto grado della scala Richter, cioè uno ogni tre-quattro giorni e ogni tanto ne arriva uno che sconquassa tutto. E per giorni giurano tutti che basta, occorre cambiare le regole e bisogna adottare una volta per tutte i sistemi che aiutano a limitare i danni perché è stupido spendere i soldi come per decenni ha fatto lo Stato che secondo i dati del Servizio geologico nazionale è riuscito a spendere solo dal 1945 al 1990 per tamponare i danni di catastrofi naturali varie oltre 75 miliardi di euro e cioè quasi 140 milioni di euro al mese. Più quelli spesi dal 1990 in qua per il sisma nella Sicilia Orientale nel dicembre 1990 e per quello nell’Umbria e nelle Marche del settembre 1997 e per quello a San Giuliano di Puglia dell’ottobre 2002… Tutti lutti seguiti da una promessa solenne: mai più. E presto dimenticata sotto la spinta di nuovi condoni, nuove elasticità urbanistiche, nuove regole più generose…

Mentre cala la notte, nei paesi sotto il Gran Sasso la terra, ogni tanto, dà un nuovo scossone. Piccolo. Leggero. Sinistro. Così, tanto per ricordare chi comanda.

07 aprile 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Eroi e vecchi camion, le due Italie
Inserito da: Admin - Aprile 08, 2009, 12:31:06 pm
Il terremoto in abruzzo

Eroi e vecchi camion, le due Italie

Fantastica dedizione e piccoli egoismi, i contrasti (storici) di un Paese in emergenza


Il caposquadra dei pompieri Marco Cavagna ci ha lasciato la pelle, nel tentativo di salvare quella degli altri. Era partito coi colleghi da Bergamo per L'Aquila all'alba. La sera era già al lavoro tra le rovine della città fantasma. Una fitta e si è acca­sciato. C’è da sperare che almeno l’ambu­lanza fosse in ordine. Perché, insieme con tanti eroi ricchi di coraggio e generosità come lui, i vigili del fuoco arrivati da tutto il Paese sono stati costretti a portare in Abruzzo anche vecchi camion scassati.

Bestioni appesan­titi da venti anni di servizio o ancora di più. Che a volte, dopo un rantolo del mo­tore, si sono fermati in autostrada e, co­me certi muli di una volta, non han volu­to saperne di ripartire. Eccole qui, le due facce dello Stato sul fronte di quella che Guido Bertolaso ha chiamato «la tragedia del millennio». Due facce complementari, come tante volte accade. Da una parte l’Italia dei ve­tusti «Fiat Om 90», «AF Combi» o «APS Eurofire» in servizio dai tempi lontani in cui il centravanti della nazionale era Paolino Rossi, carrette di lamiera che do­po essere state lasciate «dieci anni nei ca­pannoni » (parole di un comunicato uffi­ciale del sindacato di base Rdb-Cub) so­no finite «fuori uso per problemi di ribal­tamento e rotture ai supporti del serbato­io dell’acqua» e abbandonate lungo il percorso.

Dall’altra l’Italia che nel giro di poche ore, in condizioni di assoluta emergenza, riesce a portare a L’Aquila un camion di computer nuovi di zecca, subito allacciati da una squadretta di si­stemisti per allestire una centrale operati­va d’avanguardia. E non puoi arrabbiarti con la prima Ita­lia senza guardare con ammirazione quel­­l’altra. Non puoi sentirti orgoglioso di co­me sgobbano i carabinieri e i poliziotti, le guardie di finanza e i forestali e tutti gli altri senza ribollire d’insofferenza a guardare la mattina, tra le macerie di On­na, la delusione dei volontari della Prote­zione civile del Friuli, che sono venuti giù coi loro cani e le loro tende e le loro attrezzature e stanno lì impotenti nelle loro divise nuove di zecca che non riesco­no a sporcare: «Sono già le dieci, siamo qua da ieri sera e nessuno ci ha ancora detto come possiamo renderci utili. Che modo è?».

È l’Italia. La «nostra» Italia. Piccoli ego­ismi e fantastica dedizione, efficienza e sciatteria, ripiegamenti individualisti e straordinario altruismo di uomini e don­ne accorsi da tutte le contrade a dare una mano. Nonostante le paure per uno scia­me sismico che pare non finire mai. I ca­ni, nel centro del capoluogo, sono nervo­si. Sembrano sentirli prima, loro, gli scrolloni della terra. Gli esperti dicono che è così da sem­pre. Che secondo Diodoro Siculo, pochi giorni prima che un sisma annientasse la città greca di Elice, nel Peloponneso, nel 373 a.C., i ratti e le donnole e i serpenti avevano abbandonato la città. E che tre giorni prima della spaventosa scudiscia­ta che qualche tempo fa sconquassò la ci­nese Mianzhu uccidendo duemila perso­ne, migliaia di rospi in fuga si erano ri­versati per le strade. E che gli etruschi, per capire, guardavano le vipere. Come noi oggi, mentre i sismologi si avventura­no tra i diagrammi, ci accorgiamo di but­tare un occhio, inquieti, su ogni bastardi­no che scodinzola tra i cornicioni sbricio­lati. Mentre una Volante passa per il cor­so principale con l’altoparlante a tutto volume per cacciare i rarissimi passanti che affrettano il passo: «Via da queste strade! Via da queste strade!».

Il gran Sas­so, lassù in alto, domina severo. L’impre­sario edile Bruno Canali, ai margini di quella Onna in cui le ruspe scavano sol­chi tra le montagne di macerie per rico­struire il tracciato delle vecchie strade, mostra il suo villino: «Non c’è una cre­pa ». Spiega che l’ha costruita seguendo «tutti i criteri antisismici». A pochi me­tri, le altre case si sono sgretolate. Da lui non è caduto un soprammobile. Come fai a non arrabbiarti, a guardare le foto­grafie della biblioteca della scuola ele­mentare crollata a Goriano Sicoli o, peg­gio ancora, dell’ospedale (l’ospedale!) dell’Aquila? Sono anni che si sa come si dovrebbe costruire, nelle aree a rischio. Non sono serviti a niente la durissima lezione del terremoto ad Avezzano né gli avvertimenti degli esperti che da decen­ni ricordano come le zone più esposte si­ano quella a cavallo dello Stretto di Mes­sina, la Sila in Calabria, il Forlivese, la Garfagnana e la Marsica né il disastro di qualche anno fa in cui morirono i piccoli di san Giuliano. A niente. «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani», disse furente Jean-Jacques Rousseau a proposi­to del catastrofico terremoto di Lisbona del 1755. L’uomo non può sfidare impu­nemente la natura: questo voleva dire. Non può contare, spensieratamente, so­lo sulla buona sorte. Eppure così è sempre stato, da noi. E decine di migliaia di persone hanno con­tinuato ad ammucchiarsi disordinata­mente intorno al Vesuvio nonostante sia­no passati solo pochi decenni dall’ultima eruzione del 1944 quando la gente pazza di paura prese a girare con la statua di San Gennaro perché fermasse la lava già bloccata quarant’anni prima dal santo a un passo da Trecase. E migliaia di sinda­ci e assessori e vigili urbani hanno chiu­so gli occhi per anni sul modo in cui, an­che nelle zone più pericolose, venivano tirati su spesso con cemento scadente e piloni gracili i condomini e le scuole e gli edifici pubblici. Per non dire di chi aveva le responsabi­lità più gravi. «Mai più», aveva giurato Silvio Berlusconi nel novembre del 2002, dopo la tragedia di san Giuliano di Pu­glia. Sono passati più di sei anni, da allo­ra. Ma, come accusava ieri mattina Il Sole 24 ore, il varo delle nuove regole si è via via impantanato di ritocco in ritocco, di rinvio in rinvio, di proroga in proroga. Colpa della destra, colpa della sinistra. Ba­sti ricordare che fu solo la Corte Costitu­zionale, tre anni fa, tra i lamenti e gli stril­li dei costruttori («Siamo molto preoccu­pati per il rischio di paralisi nei cantieri, si potrebbe bloccare l’edilizia!») a blocca­re una legge troppo permissiva della Re­gione Toscana spiegando che no, «in zo­na sismica, non si possono iniziare i lavo­ri senza la preventiva autorizzazione scrit­ta del competente ufficio tecnico».

Ed è sbalorditivo, oggi, tornare indie­tro soltanto di qualche giorno. E trovare la conferma che mai, prima dell’apocalis­se di lunedì notte, erano state nominate parole come sisma o terremoti nella pro­posta edilizia del governo alle Regioni del giugno scorso, mai nella prima bozza di un mese del «piano casa», mai nell’in­tesa del 31 marzo. Mai. Oggi Claudio Scajola detta alle agenzie che il piano ca­sa «dovrà essere utile anche per le prote­zioni antisismiche» e il nuovo documen­to dato alle Regioni, ritoccato l’altro ieri in tutta fretta, ha un «articolo 2» nuovo nuovo. Dove si spiega, sotto il titolo «misure urgenti in materia antisismica» che «gli interventi di ampliamento nonché di de­molizione e ricostruzione di immobili e gli interventi che comunque riguardino parti strutturali di edifici, non possono essere assentiti né realizzati e per i mede­simi non può essere previsto né conces­so alcun premio urbanistico sotto alcuna forma ed in particolare come aumento di cubatura, ove non sia documentalmente provato il rispetto della vigente normati­va antisismica».

Evviva. Ci sono voluti i lutti di Onna e la distruzione dell’Aquila e quelle file di bare allineate, però, per cambiare il testo originale dato alle Regioni solo una setti­mana fa. Dove l’articolo 6, precipitosa­mente soppresso dopo il cataclisma abruzzese, era intitolato «Semplificazioni in materia antisismica». Meglio tardi che mai. Purché fra una settimana, un mese, un anno, non torni tutto come prima. C’è un Galiani che for­se Berlusconi non conosce. Si chiamava Ferdinando e non Adria­no, aveva una «elle» sola, vestiva l’abito da abate ed era un dotto economista. Dis­se: «Molte volte le calamità distruggono le nazioni senza risorgimento, ma talvol­ta sono principio di risorgimento e di riordinamento di esse. Tutto dipende da come si ristorano». Sarà il caso di ricor­darlo.

Gian Antonio Stella
08 aprile 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - E il Carroccio dei record compie 25 anni
Inserito da: Admin - Aprile 16, 2009, 12:36:36 am
Sparite le sigle storiche, è il partito più «antico» presente in Parlamento

E il Carroccio dei record compie 25 anni

Passato e presente: quando il capo leghista scriveva slogan sui muri e scappava dalle pattuglie con Maroni


di GIAN ANTONIO STELLA


«Il sistema era questo: Maroni guidava l’auto, mi scaricava con vernice e pennelli, proseguiva e faceva inversione al casello successivo, per poi tornare a prelevarmi. (...) Quella volta arrivò una pattuglia, io me ne accorsi con un attimo di ritardo e quando scavalcai la rete mi avevano già urlato: 'Fermo o sparo' (...)». «Sentii i proiettili fischiare sopra la testa». Umberto Bossi non poteva im­maginare, allora, che un giorno lui sa­rebbe stato il ministro delle Riforme e Bobo il ministro degli interni.
Così co­me mai avrebbe potuto immaginare che la sua creatura sarebbe diventata il più «vecchio» dei partiti italiani. Almeno di quelli presenti in Parla­mento.

 
Primo giuramento di Pontida, 22 maggio 1990: Bossi lancia la Repubblica del Nord (Emblema/Sioli)
Certo, nel gruppo misto c’è chi rap­presenta la Südtiroler Volkspartei, il Pri o il Pli, che possono a ragione riven­dicare storie radicate in un passato più antico se non addirittura nel XIX seco­lo. Così come i pannelliani eletti coi de­mocratici vantano a buon diritto la lon­gevità del Partito Radicale, che parteci­pa alla vita politica dal 1955, quando Roberto Calderoli, Luca Zaia e Roberto Cota dovevano ancora nascere. È altrettanto vero però, come notò qualche mese fa il politologo Ilvo Dia­manti, che proprio il partito che stori­camente nacque per contestare radical­mente la politica, i partiti, il Parlamen­to e la capitale, proprio il partito anco­ra oggi percepito dal suo elettorato co­me l’alfiere dell’opposizione al «siste­ma », è paradossalmente, oggi, il parti­to insediato da più tempo, col suo sim­bolo, sui banchi della Camera e del Se­nato. Di più: è il partito guidato da più tempo dallo stesso uomo. Tanto da me­ritare ieri un titolone della Padania che diceva: «Buon compleanno, Lega Lombarda».

«La Lega Nord è al tempo stesso il più 'giovane' e il più 'antico' movi­mento politico del paese - esultava sul giornale del Carroccio Paolo Bassi -. Con i suoi 25 anni di storia, festeg­giati proprio l’altro ieri, il partito fonda­to da Umberto Bossi rimane il soggetto più dinamico e innovativo fra le forze che competono alle urne in Italia. E al tempo stesso, è il simbolo che vanta più anni di presenza sulle schede eletto­rali. Tutti gli altri sono scomparsi, mu­tati, trasformati...». Sono spariti la Dc, il Pci, il Msi, il Psi, il Psdi, il Pds, i Ds, il Ppi e perfino Forza Italia e Alleanza Na­zionale... Sono evaporati il Pdup e De­mocrazia Proletaria e la Nuova Sinistra Unita e la Rete e liste come «Federali­smo - Pensionati Uomini Vivi» e la Le­ga Alpina Lumbarda e l’Alleanza Demo­cratica e il Patto Segni e la Lega d’Azio­ne Meridionale e il Girasole e la Lista Emma Bonino. Per non dire delle deci­ne e decine di partitini spuntati dal nul­la ed eclissati nel nulla.

Loro, i leghisti, no. A dispetto non solo degli avversari storici ma degli stessi alleati di oggi. Come Silvio Berlu­sconi, che dopo la decisione del Sena­tur di buttar giù il primo governo del Polo delle Libertà, nel ’95, si avventu­rò in una diagnosi che si sarebbe rive­lata sbagliatissima: «Bossi è ormai un cadavere politico». Di più: disse che se­condo i suoi sondaggi era «precipitata dall’8 al 4 per cento», che si sarebbe spaccata e che all’ex amico Umberto, che l’aveva messo in croce fin dalla leg­gendaria «estate della canottiera», quando il segretario leghista si era pre­sentato tra i ricconi della Costa Smeral­da con una maglietta da operaio in gi­ta all’Idroscalo, sarebbe rimasto «uno zoccolo duro del 2 per cento». Previsio­ne sventurata. Che sarebbe stata smen­tita dai fatti e gli sarebbe costata la sconfitta alle Politiche del ’96.

Estate '94: Bossi da Berlusconi in Costa Smeralda. Nella foto Sestini la celebre apparizione in canottiera
È vero, nelle due paginate di rievoca­zione dedicate dal quotidiano leghista alla lunga cavalcata iniziata con quei ponti autostradali marcati con slogan bellicosi (la famosa notte delle pallot­tole finì così: «Poco dopo arrivò Maro­ni, non mi vide e si preoccupò. Sbucai dal mio nascondiglio solo dopo mez­z’ora, tutto imbrattato di vernice per­ché m’ero rovesciato addosso il sec­chio durante la fuga. Povero Maroni, come gli conciai i sedili della macchi­na nuova!») ci sono diversi vuoti di memoria. Vengono ricordati, ad esempio, l’amicizia nata nel 1979 tra il futuro lea­der del Carroccio (il primo che ne parlò a livello nazionale fu il Mondo, scriven­do che il capolista a Milano era «Umber­to Bossi, un dentista di 42 anni di Vare­se ») e l’allora consigliere regionale del­l’Union Valdôtaine Bruno Salvadori e poi la registrazione nel 1982 della testa­ta Lombardia autonomista e infine la nascita ufficiale, davanti al notaio Fran­ca Bellorini di Varese, il 12 aprile 1984, cioè un quarto di secolo fa, della «Lega autonomista lombarda», che i leghisti vivono un po’ come la madre di tutte le leghe ma non altri passaggi.

Non un cenno, ad esempio, come nelle fotografie comuniste delle ceri­monie militari sulla Piazza Rossa in cui venivano volta per volta rimosse le facce dei leader del Pcus caduti in di­sgrazia, ai tanti altri protagonisti degli esordi. Come Franco Rocchetta, che giura di essere stato il primo a parlare di autonomia «in polacco, nella chiesa di Santa Maria di Danzica, nell’agosto del ’68» e si considera «il padre della madre di tutte le leghe», quella Liga Ve­neta fondata quattro anni prima della sorella lombarda ma soprattutto la pri­ma forza autonomista a eleggere dei rappresentanti alle elezioni provinciali di Vicenza e comunali a Marostica e Valdagno. Per poi essere la prima, alle Politiche di fine giugno del 1983, a mandare due parlamentari a Roma: al Senato il trevisano Graziano Girardi, che col banchetto da ambulante in gi­ro per i mercati si era fatto la campa­gna elettorale vendendo mutande e ca­nottiere e alla Camera l’insegnante pa­dovano Achille Tramarin.

Un vuoto di memoria non seconda­rio. Che consente di scrivere oggi che alle politiche del 12 aprile 1987 arriva lo «sbarco» a Roma grazie al voto di 137.276 persone per il Senato e di 186.255 per la Camera che «fanno la croce sul simbolo del Guerriero di Le­gnano con la spada sguainata ed eleg­gono per la prima volta due parlamen­tari leghisti. Sono Umberto Bossi a pa­lazzo madama e Giuseppe Leoni a Montecitorio». Un «ritocco» che non cambia la so­stanza delle cose: al di là delle gelosie venete per la primogenitura, dei litigi dei primi anni, dell’equivoco spesso voluto tra «Lega Lombarda» e «Lega Nord», delle espulsioni a catena di chi non era d’accordo (dei dieci fondatori della Lega Nord dopo una manciata di anni ne restavano nel partito solo tre), è fuori discussione che il leader assolu­to è Bossi. Fine.

Lui spostò il partito dai rimpianti dialettali alla rivendicazione del «parti­to dei produttori», lui ne ha fatto un «movimento di raccolta» radicato sul territorio, lui ha rosicchiato giorno do­po giorno spazi alla sinistra fino a con­quistare roccaforti rosse che parevano imprendibili, lui è riuscito a conservar­ne per tre lunghi lustri l’autonomia del Carroccio battagliando giorno dopo giorno non solo con gli avversari ma anche con quel sorridente schiacciassi che è il Cavaliere. Col quale, come di­mostra anche il braccio di ferro di que­sti giorni, ha conservato sempre un rapporto di collaborazione guardinga fino a essere ringhiosa. Pronto perfino ai compromessi più scomodi (basti ricordare i mal di pancia leghisti il giorno del salva­taggio di Previti o il recente ap­poggio a Reggio Calabria area metropolitana) ma mai a cedere un millime­tro di libertà d’azione.

E proprio i «vuoti» nella ricostruzione di ieri, in fondo, mostra­no come sia cambia­ta la Lega. Non un cenno al ricordo del­la «secessione», non un cenno agli anni di insulti sanguinosi a «Berluscaz», non un cenno alle polemi­che più ringhiose con­tro i «terroni» o alle battute sulle «impron­te dei piedi da prendere ai negri»... È il passato. Punto. Dice tutto la carrella­ta di vecchi manifesti. Dove manca proprio quello più fa­moso, contro «Roma ladrona». Prova provata di come la Lega «di lotta e di governo» sia decisa ad es­sere realista fino in fondo. Anche se sotto sotto...


15 aprile 2009
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il vero nemico: se tutti diventano terremotati
Inserito da: Admin - Aprile 19, 2009, 04:39:14 pm
L'analisi

Il vero nemico: se tutti diventano terremotati

Ricostruzione, la prassi di allargare gli aiuti. In Campania i comuni salirono da 36 a 687


Chi spartisce gioisce, dice un vecchio adagio. Sarà... Ma certo non vale nel caso delle ricostruzioni dopo le catastrofi. Al contrario, la storia degli ultimi decenni dimostra che gli aquilani dovranno difen­dersi da un nemico più infido della peste: l'«occasionismo». Che con la scusa di «usare» il disastro come occasione per «una grande rinascita dell'area» potrebbe allargare a dismisura l'area terremotata e disperdere gli aiuti in migliaia di rivoli.Rivoli che, storicamente, hanno finito per premiare i furbi togliendo risorse ai ter­remotati veri. C’è chi dirà che è troppo presto per porre questo te­ma. Che questo maledetto sciame sismico non si è anco­ra placato. Che gli scienziati stanno registrando un conti­nuo spostamento degli epi­centri. Che non è ancora chia­ro cosa sarà della frattura del­la crosta terrestre che si è atti­vata ai piedi del Gran Sasso e dunque è impossibile defini­re oggi i confini della zona di­sastrata. Vero. Il passato, pe­rò, ammonisce che in questi casi occorre stare in guardia.

Perché, sul fronte della co­siddetta «economia della ca­tastrofe», ne abbiamo viste di tutti i colori. Due esempi? Li racconta Luciano Di Sopra, l'architetto che firmò la relazione sui danni del terremoto e il pia­no di ricostruzione in Friuli. «Primo caso: dopo la scia­gura del Vajont il governo concesse alle vittime dell'on­da che aveva spazzato via Longarone una serie di bene­fici tra cui l'esenzione plu­riennale dalle tasse e come fi­nì? Che la licenza d'una botte­ga di alimentari di Erto fu ce­duta, compresa la preziosa esenzione in allegato, a un grande supermercato di Li­gnano Sabbiadoro, a 120 chi­lometri di distanza, sul mare. Secondo caso: quale fu il co­mune che chiese il più alto ri­sarcimento danni in rappor­to agli abitanti per il terremo­to in Irpinia del 1980? C'è chi risponderà: Sant’Angelo dei Lombardi. No: Maratea. Che stava a più di centoquaranta chilometri dall'epicentro».

Di Sopra, dopo essersi oc­cupato di vari terremoti an­che all’estero, dall'Armenia a Città del Messico, si è fatto un'idea precisa: «Più gli inter­venti sono mirati, più alta è la probabilità di una ricostru­zione rapida, efficace, corret­ta. Più si allargano 'politica­mente' i confini dell'area in­teressata, più si rischia la di­spersione dei fondi, l'uso clientelare dei soldi, l'infiltra­zione di chi è interessato so­lo a speculare sulla sventura delle popolazioni.

Con danni gravissimi a chi è stato più colpito. Delineare correttamente l'area colpita è dunque la scelta fondamen­tale ». Le diverse vicende dei più luttuosi cataclismi degli ultimi decenni questo dico­no: la ricostruzione ha dato i risultati migliori là dove si sono concentrati gli sforzi. L'onda assassina del Vajont, il 9 ottobre 1963, devastò tre comuni: Longarone, Castella­vazzo ed Erto-Cassio. I morti furono 1.917, i senzatetto 9mila.

«I gera in leto drio dormir / no' s'à salvà gnanca un cus­sìn », canta Alberto D'Amico: erano a letto a dormire, non si salvò manco un cuscino. La politica fece una scelta: cogliere l'occasione per rilan­ciare la montagna bellunese minata da secoli di povertà ed emigrazione. Ampliando l’area interessata fino a 18 volte e riconoscendo danni a 42 comuni per un totale di 156mila abitanti. Senza mai rendere giustizia fino in fon­do, neanche in tribunale, co­me ricorda Marco Paolini, a chi aveva perso tutto. Cinque anni dopo, nel Beli­ce, la replica. I comuni deva­stati dal terremoto di 6,4 gra­di della scala Richter la notte del 15 gennaio 1968 sono 13, per un totale di 97mila abi­tanti. A Gibellina, Poggiorea­le, Salaparuta e Montevago i morti sono 370. Ma poco alla volta, in nome della solita «occasione» per «rilanciare» l'area, il perimetro viene al­largato di nove volte fino a interessare una buona parte della Sicilia occidentale per un totale di 850mila abitanti. Col risultato che trent’anni dopo, nella sola Santa Mar­gherita, ci saranno ancora 150 famiglie ospitate nelle baracche. Anche nel Friuli, piegato nel ’76 da un sisma che ucci­de 989 persone, devasta 94 comuni e demolisce 200 in­dustrie, rischia di passare la stessa scelta: perché non co­gliere l'occasione? I friulani dicono no. E Manzano, come raccontavamo giorni fa, arri­va al punto di deliberare in consiglio comunale la rinun­cia ad essere inserito tra i centri terremotati. Certo, la definizione dei confini dell' area colpita, a mano a mano che si verificano i danni pae­se per paese, anche qui si al­larga. Ma in dimensione più ridotta: da 94 a 137 comuni, da 256 a 570mila abitanti.

I risultati si vedranno: alla resa dei conti l'intera rico­struzione, sulla quale si inne­scherà il boom degli anni ’80 e ’90, costerà circa 10 miliar­di di euro. Poco più di quan­to verrà previsto, in questi giorni, per restituire la vita all'Aquila e all’Abruzzo. O di quanto sarà speso solo per il «piano Napoli» del 1980. Ed è infatti la gestione del­la ricostruzione in Campania dopo il terremoto del 23 no­vembre 1980 che più dovreb­be mettere in guardia, oggi, gli abruzzesi. Ricordate? Le due scosse di magnitudo 6,4 della scala Richter per una durata complessiva di un mi­nuto e venti secondi fanno 2.914 morti, circa 9mila feri­ti, 300mila senzatetto. Una catastrofe apocalitti­ca. Che sconvolge, secondo la prima stima, 36 comuni. Presto saliti a 280 e poi su su fino a 687. Per un’area tal­mente vasta, chiarirà un rap­porto di Legambiente, che non solo coinvolge massic­ciamente Napoli col progetto di fare «in diciotto mesi ven­timila alloggi» (ipotesi falli­mentare) ma «la punta più avanzata a nord diviene Tea­no, ai confini con il Lazio, la linea si chiude a sud con Sa­pri, sul golfo di Policastro, e a est con Ferrandina, nella piana che finisce sullo Jo­nio ».

Vista l’aria che tira il sinda­co di Grottolella, in provin­cia di Avellino, fa ricorso al Tar, «pur di vedere il suo pae­se incluso tra quelli che han­no subìto 'danni gravi'». Quello di Castellabate, sul mare del Cilento, spiega al «Mattino»: «Ci accusano di sciacallaggio sostenendo che non abbiamo avuti danni dal sisma. Facciamo conto che ciò sia vero, per comodità di discorso. Mi dica lei però chi ci avrebbe salvato dall'accu­sa di omissione di atti di uffi­cio per non aver fatto ottene­re al paese quello che la leg­ge gli concede». E Ciriaco De Mita, il presi­dente del Consiglio, arriva ad ammettere in Parlamento che sì, «le pressioni politiche e sociali» hanno condotto a «successivi allargamenti dei Comuni beneficiari delle provvidenze» che non rispet­tavano «la verità naturale dei fatti». I risultati, come denunce­ranno la Commissione Parla­mentare d’inchiesta presie­duta da Scalfaro e il rapporto Ecomafia, saranno disastro­si. «Per ogni vecchia abitazio­ne distrutta dal sisma si rico­struiscono due, qualche vol­ta tre appartamenti». Centi­naia di sindaci e assessori fanno contemporaneamente i progetti e i collaudi inta­scando miliardi. Vengono «inventate» aree industriali assurde come a Isca Pantanel­le: due assunti su 287 previ­sti, al punto che ogni posto «è costato la cifra record di 14 miliardi e 753 milioni». In­filtrazioni camorriste. Omici­di. Regalie incredibili a tanti «furbi» arrivati dal Nord per costruire imprese fantasma.

Morale: dieci anni dopo, dicono i dati ufficiali, tantis­simi terremotati sono ancora nei container: «a Calabritto (Av) gli interventi finanziati ultimati sono poco più del 10% (148 su 1.126), a Lioni (Av) sono meno del 5%, a Morra de Sanctis solo il 3%. A Sanza sono ultimati solo 4 interventi su 465 finanziati, a S. Mango sul Calore il 13% dei 389 finanziati, a S. Ange­lo dei Lombardi il 5,6% dei 1568 interventi finanziati». Vanno ricordate, queste storie. Tutte. Soprattutto og­gi. Per dire: mai più. Mai più.

Gian Antonio Stella
19 aprile 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Tra i 20 peggiori metà sono «nostri»
Inserito da: Admin - Aprile 22, 2009, 12:51:43 pm
europarlamento
Italiani a Strasburgo: assenze record

Tra i 20 peggiori metà sono «nostri»

La ricerca (privata) di un assistente parlamentare.

Basse anche le presenze in commissione


di GIAN ANTONIO STELLA

L’onore dell'Italia in Europa lo salva un tedesco. Si chiama Sepp Kusstatscher, è sudtirolese, fa parte del gruppo dei Verdi e su 270 sedute plenarie ne ha bucate 2. Evviva. Su gran parte degli altri è meglio stendere un velo. Basti dire che tra i primi cento eurodeputati più presenti a Strasburgo i nostri sono 3. Meno di un terzo dei tedeschi e degli inglesi, un quinto dei polacchi. In compenso, sono nostri 10 dei 20 più assenteisti. Da arrossi­re. I dati sono stati raccolti da Fla­vien Deltort, un giovane assisten­te che, dopo avere lavorato in pas­sato con Marco Pannella, si è mes­so cocciutamente a raccogliere uno dopo l’altro tutti i documen­ti ufficiali a disposizione. Con l’in­tento di metterli on-line.

Un lavo­ro certosino. Interminabile. Deci­so per supplire alla riluttanza di­mostrata dall’Europarlamento nel fornire i dati che potrebbero consentire ai cittadini dell’Unio­ne di vedere come lavorano i loro rappresentanti a Bruxelles e a Strasburgo. Riluttanza confermata nell’otto­bre scorso quando il radicale Mar­co Cappato chiese ufficialmente, per avere infine un panorama chiaro, le tabelle delle presenze di tutti gli europarlamentari. Richie­sta respinta dal segretario genera­le Harald Rømer, che gli spiegò: lei, come deputato, può chiedere solo i dati suoi. E basta: «Non esi­ste alcun documento consolidato che riporti il numero totale di pre­senze per Deputato alle diverse riunioni ufficiali» e il regolamen­to «non obbliga in alcun modo le Istituzioni a creare documenti per rispondere ad una richiesta». Una scelta da più parti contesta­ta. E corretta tre mesi fa, nelle in­tenzioni, dal voto di una risoluzio­ne presentata dallo stesso Cappa­to e approvata dall’assemblea a larga maggioranza: 355 a favore, 18 astenuti e 195 contrari, tra i quali quasi tutti i membri del Po­polo delle libertà. Si trattava solo di una dichiarazione d’intenti. Ma esplicita: impegnava infatti l’assi­se continentale a «varare, prima delle elezioni europee del 2009, un piano d’azione speciale per as­sicurare sul proprio sito web, ad esempio nel quadro dell’iniziati­va e-Parlamento, una maggiore e più agevole disponibilità di infor­mazioni ».

Ci si arriverà davvero? Difficile. Anzi: ormai, agli sgoccio­li della legislatura, sembra pratica­mente impossibile. Peccato. Perché solo quei dati ufficiali potrebbero spazzare via polemiche, contestazioni e accu­se di assenteismo e «fannulloni­smo » che si trascinano da anni un po’ in tutti i paesi. Ma soprat­tutto in Italia. Basti ricordare, tra i tanti, lo studio dell’Università tedesca di Duisburg che nel 2004 accertò co­me nella legislatura che si chiude­va, la presenza italiana alle sessio­ni di voto fosse stata del 56,2%, contro l’80,9 dei greci o l’ 82,5% dei tedeschi. Capiamoci: non c’è stata occa­sione in cui i dati siano stati ac­cettati senza rivolte corali. «Non contano le presenze alle assem­blee plenarie, conta il lavoro in commissione!». «Non conta il nu­mero degli interventi in aula, conta il loro peso politico!». «Non contano le interrogazioni in aula, contano i risultati che si ottengono magari con un solo dossier!». Per carità, osservazio­ni legittime. Come è legittima la prudenza nel maneggiare lo stu­dio dal quale attingiamo i dati di oggi. La sostanza delle cose, pe­rò, è inequivocabile. Prendiamo il lavoro nelle com­missioni. I deputati che ne fanno parte possono provare la loro pre­senza mettendo la firma su due diversi registri: quello della com­missione o quello generale. Ma tra i due c’è una differenza sostan­ziale. Il primo è pubblico e con­sultabile (con un po’ di pratica) da tutti, il secondo no: segreto.

Ri­sultato: ogni parlamentare becca­to con un numero di presenze basso può sempre cavarsela giu­rando di avere partecipato molto più di quanto risulti. Anche a prendere i numeri con le pinze, però, ci sono domande che non trovano risposta. Come è possibile che pur avendo l’Italia un decimo dei seggi europei (78, come la Francia e la Gran Breta­gna: solo la Germania coi suoi 82 milioni di abitanti ne ha di più: 99) ci ritroviamo con soli 6 rap­presentanti nella classifica dei 250 più presenti nelle varie com­missioni? Come mai possiamo schierare solo Vittorio Prodi (345 presenze), Umberto Guidoni (270), Patrizia Toia (255), il solito Kusstatscher (195), Pia Elda Loca­telli (192) e Pasqualina Napoleta­no (155) per un totale appunto di sei parlamentari contro 13 del­l’Olanda (che ha poco più d’un terzo dei nostri seggi), 22 della Spagna, 26 della Gran Bretagna e addirittura 49 della Germania? Gli italiani che in questa legislatu­ra fino al 31 dicembre scorso si so­no avvicendati sulle 78 euro-pol­trone (una girandola pazzesca, frutto del disinteresse che la no­stra classe politica prova nei con­fronti dell’Europa, vista troppo spesso soltanto come fonte di sti­pendi e prebende e benefit spetta­colari) sono stati 109: è un disgui­do se solamente 25 risultano fra i 500 (cinquecento!) deputati più presenti nelle commissioni?

È un disguido se su 921 euro-deputati transitati per Strasburgo in que­sta legislatura (anche negli altri paesi capita che alcuni scelgano di abbandonare, sia pure molto meno che da noi) quelli che risul­tano oltre la 800esima posizione sono addirittura 37 e oltre la 900esima ben 9? Quanto alle pre­senze alle sedute plenarie, come dicevamo all’inizio, la situazione è forse ancora più pesante. Non solo abbiamo solo tre parlamenta­ri (Kusstatscher, Francesco Ferra­ri e Pasqualina Napoletano) tra i primi cento più assidui ma ne ab­biamo soltanto 10 tra i primi tre­cento. Contro 17 spagnoli (che hanno ventidue seggi in meno), 25 britannici, 39 tedeschi. In com­penso dominiamo le posizioni di coda, quelle oltre il 900esimo po­sto, con Fabio Ciani, Gianni De Michelis, Gian Paolo Gobbo, Ar­mando Veneto, Alessandra Mus­solini, Rapisardo Antinucci, Pao­lo Cirino Pomicino, Raffaele Lom­bardo, Adriana Poli Bortone e Um­berto Bossi. Qualcuno, come ad esempio Pomicino e Bossi, può invocare problemi di salute. Altri no. «Pesati» i valori massimi e i va­lori minimi, i più presenti e i più assenti, i più loquaci e i più muti, i più attivi nel presentare interro­gazioni e i più pigri, le tabelle of­frono anche una specie di classifi­ca finale. Da cui viene fuori che, tra i primi cento deputati euro­pei, ne abbiamo otto. Con in te­sta, unica tra i primi dieci, Luisa Morgantini. Può bastare, insieme con la presenza di un po’ di «me­diani » che fanno dignitosamente il loro lavoro, per consolarci?


22 aprile 2009
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - E la Sicilia si concede 500 dirigenti in più
Inserito da: Admin - Aprile 26, 2009, 05:18:11 pm
Solo ai Beni Culturali sono 770, il triplo dell’intero parco dirigenziale lombardo

E la Sicilia si concede 500 dirigenti in più

La Regione autonoma sta per approvare un’infornata di assunzioni.

Risultato: un capo ogni 8,4 sottoposti

 
Ancora poche ore e la regione Si­cilia batterà un record planeta­rio: su 3.450 dipendenti, ai Beni Cul­turali, ci saranno 770 dirigenti. Il tri­plo dell'intero parco dirigenziale del­la regione Lombardia. Il tutto grazie a un'infornata di assunzioni e pro­mozioni che vedrà l'ente isolano re­galarsi, a dispetto della Corte dei Conti che aveva denunciato come ab­norme la presenza di un «colonnel­lo » ogni 8,4 «soldati semplici», altri 500 nuovi dirigenti in un colpo solo.

Certo, non è solo la Sicilia a esse­re di manica larga. Spiegava l’anno scorso uno studio dell’Università di Milano, che dai dati 2006 risulta­va una media nazionale di un diri­gente ogni 15 dipendenti ma che questa media era composta da real­tà assai differenti: da un minimo di un dirigente ogni 31 sottoposti in Puglia a uno ogni 7,7 nel Lazio. Numeri aggiornati meno di un me­se fa, sulla base dei dati della Ra­gioneria Generale dello Stato, dal Sole 24 ore: un dirigente ogni 25 dipendenti scarsi nelle Marche, ogni 22 in Emilia Romagna, ogni 17 circa in Lombardia e nel Vene­to, ogni 18 in Liguria, ogni 16 in Piemonte... Fino agli eccessi: uno ogni 8,3 in Molise e ancora ogni 7,7 nel Lazio. Vogliamo rileggere l’atto di accu­sa lanciato nel 2008 dalla Corte dei Conti alla Sicilia? «I dipendenti a carico del bilancio regionale rag­giungono la notevole cifra di 21.104 unità (erano 20.781 nel 2006), di cui 2.320 dirigenti (era­no 2.150 nel 2005, anno a cui risa­le l’ultimo rilevamento nazionale pubblicato in tabella), con un rap­porto di un dirigente ogni 8,4 di­pendenti.

Il confronto con altre re­altà regionali è improponibile sol che si consideri che in Sicilia vi è un dipendente ogni 239 abitanti, in Lombardia uno ogni 2.500 lom­bardi ». Conosciamo l’obiezione: la Sici­lia gode di uno statuto speciale quindi ha tutta una serie di compe­tenze che le regioni a statuto ordi­nario non hanno. Giusto. La stessa tabella del Sole riporta però il da­to, per fare un esempio, del Friuli Venezia Giulia. Anche quella è una regione autonoma. Ma ha un diri­gente ogni 28 dipendenti. Prova provata che l’autonomia forse c’en­tra con le competenze, e non c’è dubbio che le regioni a statuto or­dinario ne hanno di meno, ma non c’entra un fico secco con la ge­rarchia interna. Che nell’isola non è solo speciale ma specialissima. Basti dire che non solo la Sicilia ha tanti «regionali» quanto Pie­monte, Lombardia, Lazio, Veneto, Emilia Romagna, Friuli e Liguria messe insieme. Ma che oltre alle fi­gure di dirigenti prima e di secon­da fascia, la Regione ha inventato quella di terza fascia.

Il risultato lo spiega Marcello Minio dei Co­bas/ Codir, che insieme con altri due sindacati autonomi (Sadirs e Siad) ha denunciato l’infornata in arrivo di assunzioni e promozioni: su 18.508 dipendenti regionali (ai quali vanno aggiunti quelli a cari­co dell’Ars, l’assemblea regionale più altri ancora) ci sono oggi un di­rigente di prima fascia, 199 di se­conda e 2.146 di terza per un tota­le di 2.346. Vale a dire che c’è un colonnello ogni 7,8 «marmittoni». Ma questo solo se si contano i 4.571 precari. Tolti quelli, il rappor­to sarebbe ancora più assurdo: un dirigente ogni 5,9 dipendenti. Cosa farebbe, davanti a un pano­rama così, il «buon padre di fami­glia » tante volte invocato da Silvio Berlusconi? Cercherebbe di dare un «drizzone», per usare una paro­la sbandierata qualche mese fa dal Cavaliere. Macché.

La manovra in­titolata «Disposizioni programma­tiche e correttive per l’anno 2009» che è firmata dal presidente Raffae­le Lombardo e dall’assessore al Bi­lancio Michele Cimino e arriva do­mani in aula dopo avere ottenuto qualche giorno fa il via libera in Commissione Bilancio, allarga la manica ulteriormente. Avvia infatti la sistemazione co­me dirigenti di seconda fascia (un paradosso: quelli di terza fascia fu­rono inventati con l’impegno che si trattava di un provvedimento non rinnovabile, quindi non se ne possono fare altri) di 55 precari un tempo a busta paga di due aziende parastatali (Italter e Sirap) sciolte perché improduttive e rimasti per anni a carico prima dello Stato e poi della Regione. Più un’altra cin­quantina di dipendenti di altre am­ministrazioni da tempo distaccati all’Assessorato regionale al Bilan­cio. Più altre 250 persone dichiara­te idonee anni fa al concorso per storici dell’arte, architetti, fisici, ar­cheologi e archivisti. Più altri 150 vincitori di questo concorso già in­quadrati ai beni Culturali con con­tratti da funzionari direttivi. Per un totale, appunto, di circa 500 nuovi dirigenti. Che porteranno a un nuovo rapporto interno: un co­lonnello ogni 6,6 dipendenti. Tolti i soliti precari, che hanno anziani­tà di precariato a volte intorno ai venti anni, uno ogni 4,9. Numeri da brivido. Che diventeranno anco­ra più incredibili, come dicevamo, al diparti­mento dei Beni cultura­li: un dirigente ogni di­pendenti e mezzo.

«Un vero e proprio as­salto alla diligenza», de­nuncia il comunicato dei tre sindacati autono­mi, «che trasformereb­be la Regione Siciliana in una macchina cliente­lare al servizio d’una classe politica capace di varare soltanto norme per i propri accoliti». Ma passeranno an­che in aula queste scel­te, che il governo regio­nale motiva con la ne­cessità di chiudere col passato, sanare quanto va sanato e chiudere i contenziosi aperti? E’ probabile. Anche per­ché una parte non secondaria dei promossi sarebbe vicina alla sini­stra. Che avrebbe grosse difficoltà a mettersi di traverso. Si vedrà... Certo è che la scelta, accusa il presidente della commissione An­timafia siciliana Calogero Speziale, arriva in un momento in cui la Re­gione non trova la copertura finan­ziaria per la legge varata solo sei mesi fa per combattere la piovra mafiosa. «Non c’è un euro», come scrive Emanuele Lauria su Repub­blica, a sostegno degli sgravi con­tributivi e fiscali alle imprese che denunciano il racket. E non ci so­no risorse per diffondere la cultu­ra nelle scuole e alimentare il fon­do di rotazione per i beni confisca­ti alla mafia». E meno male che quella legge era stata salutata co­me «una svolta epocale»...

Gian Antonio Stella
26 aprile 2009

 


Titolo: Gian Antonio STELLA - Lombroso, il catalogo delle assurdità
Inserito da: Admin - Aprile 28, 2009, 06:05:59 pm
Una conferenza-spettacolo riporta alla ribalta il padre della fisiognomica

Lombroso, il catalogo delle assurdità

Illusioni, pasticci e paradossi dello scienziato che aprì le porte al razzismo. Una celebrità dell’800
 


Cosa c’entrano i cammelli coi camalli? Niente, si dirà. Eppu­re, partendo anche dall’asso­nanza dei nomi, che verrebbe­ro dall’arabo hamal, Cesare Lombroso si spinse nel 1891 a teorizzare che tra gli animali e gli scaricatori di porto ci fos­se una sorta di parentela dovuta alla gibbosità. Al punto che, con Filippo Cougnet, firmò un saggio dal titolo irre­sistibile: Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle Ottentot­te, cammelli e zebù.

La folgorante idea, scrive Luigi Guar­nieri nel suo irridente L’atlante crimi­nale. Vita scriteriata di Cesare Lombro­so (Bur), gli viene «esaminando un pa­ziente, di professione brentatore, il qua­le ha sulle spalle, nel punto in cui ap­poggia il carico, una specie di cuscinet­to adiposo. Vuoi vedere, almanacca prontamente Lombroso, che la gobba dei cammelli e dei dromedari ha la stes­sa origine del cuscinetto del brentato­re? Subito esamina tutti i facchini di To­rino e scrive a legioni di veterinari per­ché studino a fondo gli animali da so­ma, in special modo gli asini. Non pago dell’imponente massa di dati raccolti, Lombroso indaga con grande scrupolo i misteri del cuscinetto adiposo delle Ottentotte», cioè le donne del popolo africano dei Khoikhoi.

C’è da riderne, adesso. Come c’è da sorridere a rileggere gran parte del­l’opera dell’antropologo veronese. Ba­sti ricordare, tra gli altri, lo studio su La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, dove sosteneva, in base all’esame del­le foto degli scheda­ri del capo della po­lizia parigina, Go­ron (il quale scoprì poi che per sbaglio aveva mandato al nostro le immagini di bottegaie in lista per una licenza...), che «le prostitute, come i delinquenti, presentano caratte­ri distintivi fisici, mentali e congeniti» e hanno l’alluce «prensile». O quello su Il ciclismo nel delitto, pubblicato su «Nuova Antologia», nel quale teorizza­va che «la passione del pedalare trasci­na alla truffa, al furto, alla grassazio­ne ».

Non c’è opera lombrosiana in cui non sia possibile trovare, a voler essere maliziosi, spunti di comicità. A partire da certi titoli: «Sul vermis ipertrofico», «La ruga del cretino e l’anomalia del cuoio capelluto», «Fenomeni mediani­ci in una casa di Torino», «Sulla cortez­za dell’alluce negli epilettici e negli idio­ti », «Rapina di un tenente dipsoma­ne », «Il vestito dell’uomo preistorico», «Il cervello del brigante Tiburzio», «Perché i preti si vestono da donna»...

Nulla è più facile, un secolo dopo la sua morte avvenuta nel 1909, che ridur­re l’antropologo, criminologo e giuri­sta veronese a una macchietta. Un ciar­latano. Eppure, come scrisse Giorgio Ie­ranò, andrebbe riscoperta «la comples­sità di una figura che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno nella cultura italiana». Se non altro perché «c’era del metodo nella follia di Lombroso. C’era l’illusione di poter offrire di ogni aspet­to, anche minuto, dell’universo una spiegazione scientifica, la ferma convin­zione di poter misurare quantitativa­mente ogni fenomeno. Lombroso era un utopista che credeva nella missione redentrice della scienza».

Certo, spiega l’antropologo Duccio Canestrini, che insegna a Trento e a Lucca e per celebrare il centenario del­la scomparsa ha allestito una conferen­za- spettacolo (Lombroso illuminato. Delinquenti si nasce o si diventa?) al de­butto domani sera a Torino al Circolo dei lettori, era un uomo pieno di con­traddizioni: «Socialista, criminalizza di fatto i miserabili. Ebreo, pone le basi del razzismo scientifico. Razionalista, partecipa a sedute spiritiche nel corso delle quali una medium gli fa incontra­re persino la mamma defunta e spiega il paranormale con l’esistenza di una 'quarta dimensione'. Le sue teorie, affa­scinanti e spesso assurde, ebbero un successo internazionale, condizionan­do sia la giurisprudenza, sia la frenolo­gia».

Con Verdi e Garibaldi, fu probabil­mente uno degli italiani più famosi del XIX secolo. Le sue opere erano tradotte e pubblicate in tutto il mondo, dal­l’America alla Russia, dall’Argentina (dove lo studioso lombrosiano Corne­lio Moyano Gacitúa arrivò a rovesciare certe analisi contro i nostri immigrati: «La scienza ci insegna che insieme col carattere intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italia­ni c’è il residuo della sua alta criminali­tà di sangue») fino al Giappone. I con­vegni scientifici di tutto il pianeta se lo contendevano. Vittorio Emanuele III sa­lutava in lui «l’onore d’Italia». I sociali­sti lo omaggiavano regalandogli un bu­sto di Caligola. Émile Zola lo elogiava come «un grande e potente ingegno». Il governo francese gli consegnava la Legion d’Onore. Gli scienziati, i medici e i prefetti si facevano in quattro per ar­ricchire la sua stupefacente collezione di crani, cervelli, maschere funerarie, foto segnaletiche, dettagli di tatuaggi di criminali e prostitute e deviati di ogni genere, oggi raccolti al «Museo Lombroso» di Torino. Lo scrittore Bram Stoker lo tirava in ballo scrivendo Dracula. Il filosofo Hippolyte Adolphe Taine gli si inchinava: «Il vostro meto­do è l’unico che possa portare a nozio­ni precise e a conclusioni esatte».

E questo cercava Cesare Lombroso, misurando crani e confrontando orec­chie e calcolando pelosità in un avvitar­si di definizioni «scientifiche» avventa­te: l’esattezza. Capire il perché delle co­se. Così da migliorare la società. «Il tra­guardo che spero di raggiungere com­pletando le mie ricerche», dice in un’edizione de L’uomo delinquente del 1876, «è quello di dare ai giudici e ai pe­riti legali il mezzo per prevenire i delit­ti, individuando i potenziali soggetti a rischio e le circostanze che ne scatena­no l’animosità. Accertando rigorosa­mente fatti determinati, senza azzarda­re su di essi dei sentimenti personali che sarebbero ridicoli» .

Il guaio è che proprio quel «rigore scientifico» appare oggi sospeso tra il ridicolo e lo spaventoso. Il consiglio da­to al Pellegrosario di Mogliano Veneto di curare la pellagra con «piccole dosi di arsenico». Il marchio sugli africani: «Del tetro colore della pelle, il povero Negro ne va tinto più o meno in tutta la superficie, e in certe provincie, anche interne, del corpo, come il cervello e il velo pendulo». Il giudizio sulla donna che tende «non tanto a distruggere il nemico quanto a infliggergli il massi­mo dolore, a martoriarlo a sorso a sor­so e a paralizzarlo con la sofferenza». La ricerca «sul cretinismo in Lombar­dia » dove descrive una «nuova specie di uomini bruti che barbugliano, gru­gniscono, s’accosciano su immondo strame gettato sul terreno». Le parole sull’anarchico Ravachol: «Ciò che ci col­pisce nella fisionomia è la brutalità. La faccia si distingue per la esagerazione degli archi sopracciliari, pel naso devia­to molto verso destra, le orecchie ad an­sa». La teoria che «il mancinismo e l’ambidestrismo sensorii sono un po’ più frequenti nei pazzi».

Un disastro, col senno di poi. Gravi­do di conseguenze pesanti. Eppure a quell’uomo incapace di trovare il ban­dolo della matassa e liquidato da Lev Nikolaevic Tolstoj (che in base alla brut­tezza lui aveva classificato «di aspetto cretinoso o degenerato») come un «vecchietto ingenuo e limitato», una cosa gliela dobbiamo riconoscere. Non si stancò mai di cercare. A che prezzo, però...



Gian Antonio Stella
28 aprile 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La denuncia di Don Sciortino
Inserito da: Admin - Maggio 05, 2009, 11:21:11 am
La denuncia del prete-direttore: l'Italia ultima in Europa per il sostegno ai figli

La denuncia di Don Sciortino

La famiglia cristiana in macerie

«I francesi terranno aperti gli asili nido 11 mesi all'anno, nel nostro Sud è coperto appena il 6 % del fabbisogno»


Un'immagine di Virgilio toglie il sonno al direttore di «Famiglia Cristiana»: «Enea che fugge da Troia in fiamme porta l'anziano padre Anchise sulle spalle e tiene per mano il giovane figlio Ascanio. L'Enea del futuro, invece, avrà sulle spalle il peso di quattro vecchi genitori e non avrà accanto nessun figlio che gli assicurerà, un giorno, di portarlo in salvo». Per questo don Antonio Sciortino, spiegando come i francesi (che «non ci stanno a finire al tappeto») abbiano «deciso di tenere aperti gli asili nido 11 mesi all'anno per 11 ore al giorno» mentre da noi il Sud ha «un indice di copertura del fabbisogno di asili nido di appena il 6%» accusa chi è stato al potere in questi anni: «Assistiamo, impotenti, al fallimento. Sulla famiglia tutti i governi, di destra, di sinistra e di centro, finora hanno sempre fallito. Non hanno mai capito che è l'unico vero ammortizzatore sociale. Aiutarla serve innanzitutto allo stesso Paese».

Il libro «La famiglia cristiana», in vendita da questa mattina, infilza gli uomini del Palazzo fin dal sottotitolo: «Una risorsa ignorata dalla politica». Chi si aspettasse una nuova puntata della schermaglia che vede battagliare il prete-giornalista (che non a caso si firma «don», per sottolineare l'appartenenza alla Chiesa) con certi provvedimenti della destra come sull'immigrazione, avrà materia da riflettere. Perché, certo, non mancano le critiche, talora pesanti, al governo e al padrone della stessa Mondadori («nessun imbarazzo: sono venuti a cercarmi loro e ho scritto in piena libertà») che pubblica il saggio, cioè Berlusconi. E c'è da scommettere che qualcuno tornerà a dipingere il direttore del settimanale coi toni usati da uomini come l'azzurro Maurizio Lupi («Famiglia Cristiana sembra sempre ormai allineata sulle posizioni del manifesto») o il leghista Matteo Salvini, il quale arrivò a dire che «Se fosse per lui Famiglia Cristiana si chiamerebbe Famiglia musulmana». Ma sarebbe assai riduttivo.

Non solo don Sciortino se la prende anche con la sinistra, appaiando per esempio a Tremonti il suo predecessore Padoa Schioppa («quando nelle pieghe di bilancio si scova qualche "tesoretto", la priorità va sempre al debito pubblico. Alle famiglie solo poche briciole. I "tesoretti" vengono dispersi in mille rivoli, per ingraziarsi tutti») ma su tanti punti torna a ribadire cose che a sinistra non piaceranno affatto. Come l'opportunità di rivedere le norme sull'aborto («nessuna legge è tabù, intangibile, tanto meno il mito della 194») o il giudizio sui Pacs, i Dico e anche i Di.do.re. proposti da Brunetta e Rotondi: «In cima alle preoccupazioni dei pubblici poteri coscienti delle loro responsabilità non possono che esserci le famiglie "normali", quelle "vere" fondate sul matrimonio». Tutte cose che probabilmente tireranno addosso al direttore della rivista (buon segno, direbbe Indro Montanelli) i mugugni dei faziosi dell'una e dell'altra sponda. Al di là delle polemiche spicciole che solleverà, però, «La famiglia cristiana» è soprattutto un reportage accorato attraverso le macerie della famiglia. Un grido di dolore lanciato contro tutti quelli che non vogliono vedere quella miriade di cifre, episodi, annotazioni e dettagli che segnalano una crisi così profonda da togliere il sonno a tutti. Cattolici e laici, parroci e mangiapreti. «In Italia l'irrilevanza della spesa sociale si nota subito se consideriamo il tasso di povertà dopo l'intervento pubblico», scrive don Sciortino, «In media in Europa si riduce di 10 punti, in Norvegia scende di 19 punti, in Svezia di 17, in Germania di 14 punti, in Francia di 12 e in Olanda di 11.

In Italia abbatte di soli 4 punti la quantità di popolazione povera. Segno che la nostra spesa sociale è inefficiente e inefficace, oltre a non essere alta. Rimane sotto la media europea sia in termini di percentuale sul pil, sia in termini di spesa pro capite». Perché dunque si riempiono la bocca con la parola famiglia? «L'Italia sembra volere fargliela pagare cara a quei genitori che fanno più figli. Oltre a punire questi loro ragazzi che, nella vita, nel lavoro e nella società, avranno meno opportunità dei loro coetanei figli unici. Trenta famiglie su 100 con 3 figli sono povere (al Sud l'incidenza sfiora il 49%). È facile l'equazione: più figli si fanno, più poveri si diventa. Esattamente l'opposto di quanto avviene in Norvegia, dove avere più bambini corrisponde a un tasso di povertà più basso». «Se si analizzano i trasferimenti monetari e le misure fiscali a favore delle famiglie», insiste l'autore, «l'Italia si piazza al quartultimo posto tra i Paesi dell'Ocse. Molto indietro rispetto a Germania, Francia e Regno Unito. Se entriamo nel dettaglio, i Paesi scandinavi dedicano lo 0,6% del pil solo ai congedi parentali, percentuale che in Italia è talmente bassa da essere irrilevante... ».

Di più: «La Francia in pochi anni è tornata a superare i 2 figli per donna, grazie a una tenace e consistente politica di sostegno. Che è sopravvissuta ai ripetuti cambi di maggioranza». Da noi no: «vige la regola della "tela di Penelope": ogni maggioranza impegna le migliori energie solo per disfare quello che è stato fatto dal governo precedente». Risultato: «La Francia destina alla famiglia il 2,5% del suo pil, l'Italia si ferma a poco più dell'1%: una politica stitica e suicida verso la famiglia». Non solo «siamo la maglia nera» in Europa, in fondo alle classifiche, ma mentre «la Francia ha scelto la famiglia, e non l'individuo, come unità di misura per l'imposizione delle tasse (...) il bonus fiscale di Tremonti e Sacconi finisce, per l'82%, nella tasche dei single (unica categoria protetta del Paese) e di coppie senza figli». Una scelta, «che va contro la famiglia». La quale avrebbe invece bisogno, subito, di «una legge organica che la metta al centro di ogni processo, come forza di coesione sociale». Ma «questa Italia», si chiede, «è ancora cristiana, quando indebolisce e svaluta la famiglia?». Domanda scomoda. Molto scomoda...

Gian Antonio Stella
05 maggio 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - L’asilo negato senza verifiche
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2009, 10:25:18 am
IL CASO DEL «RESPINGIMENTO»

L’asilo negato senza verifiche


Il Consiglio dei rifugiati: a un centinaio spettava il soccorso. Tra Europa e Africa Tripoli non ha mai riconosciuto la Convenzione internazionale
ROMA - Chissà quanti erano, tra quei clandestini ributtati in Libia, ad avere diritto allo status di rifugiati. Uomini, donne e bambini in fuga da regimi assassini che forse sono già stati ammassati in un container e stanno ora viaggiando attraverso il deserto per esser scaricati in mezzo al Sahara. Bobo Maroni, fiero della scelta, ha detto che se vogliono chiedere asilo possono farlo lì.

Anche in Libia c'è un Cir, un centro italiano per i rifugiati, aperto a tutti», ha detto il ministro dell’Interno. Sapete quante persone ci lavorano? Una. E solo da lunedì. E senza mezzi. E senza il riconoscimento di Tripoli. Che del resto non ha mai riconosciuto manco la Convenzione di Gine­vra sui rifugiati. È chiarissima quella carta ginevrina del 1951. Ha diritto all'asilo chi scappa per il «giustificato timore d'essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua apparte­nenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche». Altrettanto netto è l'articolo 10 della Costituzione: «Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzio­ne italiana ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge».

Vogliamo prendere una storia a caso, dall'in­ferno dei campi libici? Ecco quella di una donna eritrea, cristiana, nel documentario «Come un uomo sulla terra» di Andrea Segre: «Ero in prigio­ne con un'amica eritrea incinta, la rabbia le ave­va deformato il viso. Il marito cercava di difen­derla perché il poliziotto le premeva la pancia col bastone dicendole: 'Hai in pancia un ebreo, andate in Italia e poi in Israele per combattere gli arabi'». Un'altra donna: «Preferivamo morire piuttosto che doverci togliere la croce al collo. Piangevamo, se questa era la volontà di Dio l'ac­cettavamo, ma la croce non la volevamo togliere. Cristiani siamo e cristiani rimarremo. E loro ci sbattevano contro il muro. Mentre gli uomini ve­nivano picchiati noi urlavamo. Gli uomini veni­vano frustati sotto la pianta dei piedi fino a per­dere i sensi».

Situazioni agghiaccianti. Denunciate già nel 2004 da una Missione tecnica in Libia dell'Unio­ne europea, dove si parlava di abusi, arresti arbi­trari, deportazioni collettive... Confermate nel febbraio 2006 dalla deposizione del prefetto Ma­rio Mori, il direttore del Sisde, in una audizione al Comitato parlamentare di controllo: «I clande­stini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di acco­glienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odo­ri nauseabondi...». La visita al centro di acco­glienza di Seba lo aveva turbato: «Prevede di ospitare cento persone ma ce ne sono 650, una ammassata sull'altra senza rispetto di alcuna nor­ma igienica e in condizioni terribili».

Per non dire di certe deportazioni nei contai­ner blindati come quella raccontata da Anna («Presto sotto il sole di luglio il container diven­tò un forno, l'aria era sempre più pesante, era bu­io pesto. I bambini piangevano. Due giorni di viaggio senza niente da bere, né da mangiare. Al­cuni bevevano le proprie urine») in «Fuga da Tri­poli / Rapporto sulle condizioni dei migranti in transito in Libia», a cura dell'Osservatorio sulle vittime delle migrazioni «Fortress europe». Os­servatorio secondo il quale in soli cinque anni «dal 1998 al 2003 più di 14.500 persone sono sta­te abbandonate in mezzo al deserto lungo la fron­tiera libica con Niger, Ciad, Sudan ed Egitto. Mol­ti deportati, una volta abbandonati nel deserto hanno perso la vita». E per non dire ancora degli stupri, come nella testimonianza di Fatawhit: «Ho visto molte don­ne violentate nel centro di detenzione di Kufrah. I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole, Molte di loro sono rimaste incinta e molte di loro sono state obbligate a su­bire un aborto, fatto nella clandestinità, metten­do a forte rischio la propria vita».

Forzature? Lasciamo la risposta al comunicato ufficiale del Servizio Informazione della Chiesa Italiana: «Non possiamo tollerare che le persone rischino la vita, siano torturate e che l'85 per cen­to delle donne che arrivano a Lampedusa siano state violentate». Per questo i vescovi non han­no dubbi: è «una vergogna» che siano state re­spinte persone che «hanno già subito delle perse­cuzioni nei rispettivi Paesi». Posizione ribadita dall'Osservatore Romano: «Preoccupa il fatto che fra i migranti possa esserci chi è nelle condi­zioni di poter chiedere asilo politico. E si ricorda anzitutto la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bi­sogno ».

Questo è il nodo: la scelta di tenere verso gli immigrati in arrivo una posizione più o meno du­ra, compassionevole o «cattiva», come ha teoriz­zato tempo fa Maroni, spetta a chi governa. Ed è giusto che sia così. La decisione di «fare di ogni erba un fascio», rifiutare ogni distinzione e re­spingere chi arriva senza neppure concedergli, per dirla coi vescovi, almeno la possibilità di di­mostrare che ha diritto all'asilo, è però un'altra faccenda. Che non solo rinnega una storia piena di esuli politici (da Dante a Mazzini, da Garibaldi ai fratelli Rosselli a don Luigi Sturzo) ma, secon­do Laura Boldrini e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, fa a pezzi le regole vigenti poiché «tutti gli obblighi internazionali» e anche la legge italiana «vietano tassativamente il respingimento di rifugiati o richiedenti asilo».

Quanti erano, su quella barca respinta, quelli che avrebbero avuto diritto ad essere accolti? Ri­sponde Christopher Hein, Direttore del Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati: «Generalmente tra i disperati che arrivano a Lampedusa quelli che chiedono diritto d'asilo sono il 70% ma di questi solo la metà ottiene lo status di rifugiato. Gli egiziani o i maghrebini, per esempio, difficil­mente lo chiedono. Del resto difficilmente lo ot­terrebbero. Gli stessi cinesi non lo chiedono mai. Ora, poiché tra i passeggeri di quella nave riportati in Libia non c'erano maghrebini, egizia­ni o cinesi, è presumibile che almeno il 70% avrebbe chiesto asilo. E di questi, con ogni proba­bilità, la metà ne aveva diritto. Il che significa che l'Italia ha respinto almeno un centinaio di persone alle quali la nostra Costituzione garanti­va il soccorso». Non possono farlo adesso? «La vedo dura. In tutta la Libia, dico tutta (non sap­piamo neppure quanti siano i centri libici di de­tenzione, pare 25) abbiamo una persona. Che si è insediata da quattro giorni. Senza avere ancora il riconoscimento delle autorità. Veda un po’ lei...».


Gian Antonio Stella
09 maggio 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Forti con i clandestini Deboli con i razzisti
Inserito da: Admin - Maggio 13, 2009, 04:20:05 pm
IL COMMENTO


Forti con i clandestini Deboli con i razzisti

Quegli insulti a Gad Lerner e la promessa (dimentica) del ministro Maroni

di Gian Antonio Stella


«Sono lieto di dire che ci costituiremo parte civile contro questa persona», aveva detto Roberto Maroni a un convegno rilanciato in tv davanti a centinaia di migliaia di telespettatori. Non poteva sopportare, lui, come ministro degli Interni e come leghista, che un conduttore di «Radio Padania Libera» si sfogasse con parole razziste e antisemite contro quel «nasone» di Gad Lerner. Quindi si impegnava ufficialmente: al processo intentato contro Leo Siegel, «voce» dell'emittente del Carroccio, lui sarebbe stato al fianco del direttore de «L'Infedele». È da tempo che Maroni batte e ribatte sullo stesso tema: «Sono anni che dicono che siamo razzisti. All'inizio mi dava fastidio. Ora non ci bado più. Lo vedo come uno stereotipo che non ha effetto nell'opinione pubblica che sa bene che non lo siamo». E le sparate di Bossi sui neri chiamati «bingo bongo»? «L'ha detto un secolo fa!». E i barriti di Borghezio contro i «marocchini di merda»? «Posizioni isolate dalle quali ci dissociamo». L'ultima volta l'ha detto tre giorni fa a Vicenza, ribadendo che la Lega vuole sì essere «essere padrona a casa propria» ma «non è razzista e xenofoba».

La decisione di costituirsi parte civile al fianco di Gad Lerner e contro il conduttore di «Radio Padania Libera» per quegli sfoghi razzisti (il testo è non solo agli atti del processo ma anche sul sito internet del giornalista) sarebbe stato insomma un gesto di svolta. La prova provata che il ministro degli Interni usa il pugno duro non solo coi clandestini che vengono da fuori ma anche con gli xenofobi intestini. Un gesto importante soprattutto in questi giorni in cui la linea durissima sul fronte dell'immigrazione, compresi coloro che avrebbero diritto all'asilo politico, rischia di essere come minimo «fraintesa». Macché. L'ultimo giorno utile per la costituzione è scaduto ieri. E come sia finita lo ha raccontato lo stesso Lerner in una lettera al presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna: «Mi duole segnalarti che oggi — nella prima udienza del processo cominciato davanti al giudice monocratico dell'ottava sezione penale di Milano — né il Viminale né l'onorevole Maroni hanno presentato richiesta di costituzione come parte civile. E ciò nonostante mi fossi premurato di ricordare per tempo al suo staff che si trattava dell'ultima scadenza utile per mantenere quella promessa». Titolo della lettera messa online: «La promessa del marinaio Maroni». Per carità, il ministro dirà che chi di dovere gli aveva spiegato che non era possibile tecnicamente. Può darsi. Ma ci poteva almeno provare. Poteva farsi dire di no dal giudice. A volte anche un gesto può avere un significato profondo. Un piccolo gesto, nei giorni giusti. E non è arrivato.


13 maggio 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Quando il premier disse: «Quelle navi non vanno fermate»
Inserito da: Admin - Maggio 17, 2009, 12:18:33 am
la tragedia del '97

Quando il premier disse: «Quelle navi non vanno fermate»

Berlusconi, la tragedia degli albanesi in Puglia del ’97 e le critiche a Prodi: no ai blocchi, il diritto non lo prevede


«Dov’è la cipolla, piagnina?» Erano i primi di aprile del ’97 e il leghista Daniele Roscia, sfot­tendo Silvio Berlusconi per le lacrime versate sugli albanesi morti sulla nave speronata da una corvetta della Marina italia­na, non poteva immaginare che un giorno il Cavaliere avrebbe blindato con la fiducia un decreto come quello di ieri fortissimamente voluto dalla Lega.

Rileggere quanto disse allo­ra il leader azzurro, deciso a sot­tolineare i contrasti dentro il governo Prodi che per arginare gli sbarchi in Puglia aveva vara­to il pattugliamento delle coste andando incontro alla spaven­tosa tragedia della «Kater I Ra­des » affondata con una mano­vra sbagliata dalla «Sibilla», è fonte di sorprese. Per comincia­re, secondo l’Ansa, il leader az­zurro accorso a Brindisi a in­contrare i sopravvissuti, ricor­dò che «l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugia­ti aveva espresso deplorazione su questa misura del blocco na­vale: ora dopo quello che è suc­cesso, dobbiamo riscattare la nostra immagine e dobbiamo fare tutto ciò che le nostre pos­sibilità ci consentono, non so­lo con il nostro esercito per pro­teggere gli aiuti, ma dobbiamo essere tutti noi generosi». Quindi, offerta ospitalità per­sonale a una dozzina di profu­ghi, espresse «le sue riserve sul pattugliamento» e smentì asso­lutamente a Repubblica che Ro­mano Prodi l’avesse preavverti­to: «Non sono stato informato né di blocchi né di pattuglia­menti. Prodi mi aveva informa­to dell’intervento finalmente possibile in Albania, dicendo­mi che era stato trovato un ac­cordo con i paesi di cui mi ha fatto i nomi — Portogallo, Fran­cia, Grecia ed altri — per una missione di pace. Su questo, io ho detto 'Sono pienamente d’accordo'. Tra l’altro ho stu­diato diritto della navigazione, a suo tempo: so che nessuno può fermare navi civili in ac­que non territoriali, non è pre­visto assolutamente un diritto di questo genere da parte di nessuno Stato. Se avessi senti­to parlare di blocco navale, avrei subito drizzato le anten­ne».

Di più, aggiunse all’Ansa: «Credo che l’Italia non possa ac­cettare di dare al mondo l’im­magine di chi butta a mare qualcuno che fugge da un Pae­se vicino, temendo per la sua vita, cercando salvezza e scam­po in un paese che ritiene ami­co. Il nostro dovere è quello di dare temporaneo accoglimen­to a chi si trova in queste condi­zioni ». E chiuse: «Dobbiamo la­vare questa macchia, che sarà pure venuta dalla sfortuna, ma che è venuta da una decisione che non si doveva prendere».

Il giorno dopo, mentre a sini­stra si sbranavano sul tema del­l’accoglienza e tentavano di ar­ginare l’indignazione svento­lando un sondaggio secondo cui, come avrebbe scritto Filip­po Ceccarelli, appena un quar­to degli intervistati giudicava il pianto berlusconiano «since­ro », il Cavaliere spiegava a Raf­faella Silipo, de La Stampa d’es­sere schifato dalle reazioni: «Vogliono strumentalizzare il mio gesto e trasformare una grande tragedia in una piccola e sciagurata polemica politica. D’altronde è inevitabile, quan­do si guarda con occhi sporchi a cose chiare e pulite». A farlo precipitare in Puglia, spiegò, era stata l’indifferenza degli al­tri: «Vede, io li ho visti, i super­stiti del naufragio. Erano dispe­rati. E nessuno era lì con loro, nessuno gli ha detto niente, ca­pito? Si parla di settanta morti, venti bambini, una tragedia pa­ragonabile a Ustica, e questi qui, dal presidente della Repub­blica al presidente del Consi­glio al ministro della Difesa, re­stano a casa loro? È drammati­co ». Dodici anni dopo, riesami­nati gli studi di «diritto della navigazione» a proposito dei pattugliamenti navali, ha cam­biato parere: «Fuori dai confini vale il nostro diritto, previsto dai trattati internazionali, di re­spingerli ». E il voto di ieri, mar­cato dal trionfo della Lega Nord, sigilla la conclusione di un percorso di progressivo av­vicinamento ai temi cari al Car­roccio.

Daremo a Silvio la tessera perché si è 'pontidizzato'», gongolava giorni fa Roberto Calderoli. Padano ad honorem. Una onorificenza che gli sareb­be stata difficile da guadagnare quel giorno in cui, nella intervi­sta citata a La Stampa dopo la tragedia della nave albanese, confidò pensieri che in bocca altrui gli suonerebbero, dicia­mo così, «buonisti» e «cattoco­munisti »: «Siamo stati chiusi nell’egoismo, non possiamo permettere che succeda più nel nostro Paese. Non possiamo chiudere le porte, 58 milioni di italiani che stanno bene non possono respingere povere per­sone che vengono qui per cer­care un po’ di libertà. Doman­diamoci se la tragedia non è an­che dovuta, almeno in parte a quel coro di ''gettateli a mare, sono tutti delinquenti'' sentito nei giorni scorsi».

Un monito antirazzista, iro­nizzerà qualcuno, arrivato do­dici anni prima di quello di Giorgio Napolitano...

Gian Antonio Stella

15 maggio 2009
da corriere.it


Titolo: G. A. STELLA - Al Veneto dei record nato dalla povertà serve un nuovo miracolo
Inserito da: Admin - Maggio 20, 2009, 10:53:34 am
RITRATTO D’AUTORE

Al Veneto dei record nato dalla povertà serve un nuovo miracolo

Una memoria di fame ed emigrazione; una capacità di lavoro straordinaria.

Il successo economico si è costruito così, in pochi decenni. Ma ora la crisi internazionale richiede un altro scatto


Gian Antonio Stella, 56 anni, giornalista del Corriere della Sera e scrittore, è nato ad Asolo (TV) ma è originario di Asiago (VI).
Autore, con Sergio Rizzo, del best seller «La casta» (2007, 1.200.000 copie), ha dedicato al Nord Est il libro «Schei» (1996).
Sulla storia degli emigranti italiani ha scritto «L’Orda - Quando gli albanesi eravamo noi» (2003)

 
Fandorin non c'entra proprio niente con Scapìn, Cadorìn, Trentìn, Bedìn, Padoìn e insomma con tutti quei cognomi veneti che finiscono con la «n» e l'accento sulla i. Non è un vicentino di esportazione come Federico Faggìn, che qualche anno fa inventò in California il microprocessore e fu salutato dalla rivista Forbes come «lo scienziato più importante d'Italia dopo Enrico Fermi». Non è stato adottato dai francesi come Piero Cardìn che, partito da Sant'Andrea di Barbarana, in provincia di Treviso, è diventato immensamente noto a Parigi come Pierre Cardin, à la française.

Eppure è Fandorin, che ha l'accento sulla «a» e di nome fa Erast Petrovic, il nuovo simbolo del Veneto che fa ancora «schei» perfino in un momento di crisi come questo. L'ultimo libro dello scrittore Boris Akunin, che racconta le avventure dell'infallibile investigatore Fandorin (una via di mezzo tra il commissario Montalbano, Sherlock Holmes e Steven Seagal per la passione verso le arti marziali) è stato stampato dalla Grafica Veneta di Trebaseleghe.
Dieci milioni di copie. In caratteri cirillici. Destinate interamente al mercato russo.

Fabio Franceschi, il presidente e amministratore unico della società, rilevò gli stabilimenti meno di sette anni fa. Primo libro stampato: 12 giugno 2002. L'azienda, in profonda crisi, aveva un bilancio di 1 milione e mezzo di euro e sette dipendenti. Sette anni dopo viaggia intorno ai 100 milioni di fatturato, ha 220 addetti e stampa libri non solo in italiano e inglese e francese ma anche in bulgaro, in greco, in portoghese... «È sufficiente che spediscano via e-mail il pdf e noi in 24 ore siamo in grado di consegnare 50.000 copie», spiega Franceschi. Se la consegna è in America, le ore diventano 48: «È così che abbiamo guadagnato la fiducia del New York Times che ci affida una serie di supplementi e tutti gli istant-book. Se ci danno il pdf alle otto di mattina del lunedì, alle otto di mattina del mercoledì noi consegnamo 50.000 copie a New York».

Ultimi mercati sui quali sono stati puntati gli occhi, quelli dell'editoria scolastica in Africa. Dal Kenia all'Angola. Possibile che agli africani convenga stampare all'ombra di Sant'Antonio nonostante la manodopera lì costi molto ma molto meno? «Certo. La nostra forza sono i macchinari d'avanguardia. Il costo del lavoro è un aspetto quasi secondario. Il suo peso è appena del 10%. Anche i supplementi dei maggiori giornali rumeni (parliamo di 12 milioni di copie di libri nel solo 2009) non ci conviene stamparli in Romania. La delocalizzazione a noi non interessa affatto. Molto meglio fare tutto qui, contando su una manodopera specializzata e straordinaria».

La storia della Grafica Veneta di Trebaseleghe è tutta nel solco del «miracolo» del Veneto e del Nord est. Vale a dire di una terra poverissima che nel giro di pochi decenni, a partire dal secondo dopoguerra, è riuscita a diventare la «locomotiva» d'Italia. Una storia che in questi ultimi tempi è un po' «ammaccata». Ma che ancora mostra di reggere meglio del resto del Paese la crisi finanziaria internazionale.

Merito della dimensione ridotta delle imprese, più agili nell'affrontare la navigazione senza un filo di vento a soffiare nelle vele. Di uno spirito d'avventura che ha infettato col virus dell'«imprenditorite» anche gli immigrati, al punto che nella sola provincia di Padova la Camera di Commercio ha contato oltre 3.300 imprese in mano a stranieri con punte del 17% nella moda (grazie ai cinesi), del 7,4% nel commercio al dettaglio, del 7,1% negli alberghi e nei ristoranti. Merito di una apertura alla integrazione dei nuovi arrivati che va oltre gli stereotipi e le battute xenofobe di qualche cattivo politico deciso a cavalcare cattivi sentimenti. Merito d'una amministrazione pubblica più attenta e più sobria che in altre parti del Paese, sia che governi la destra come in regione o a Treviso, sia che governi la sinistra come a Venezia o Padova. Merito infine di una capacità di sacrificio «addestrata» in secoli di vita dura. Così che anche in questi tempi difficili e di ordinazioni che non arrivano, tanti veneti si incaponiscono a lavorare come dovessero fare una consegna da lì a due ore. Fedeli al motto degli alpini del II° Reggimento Artiglieria da Montagna Gruppo Asiago: «Tasi e tira».

Taci e tira. Non puoi capire il Veneto se non parti da questo. Dalla memoria di un passato di fatica, di dolore, di fame. Quello cantato coi versi di Gigi Fossati: «Tera e aqua, aqua e tera / da putini e da grandi / "Siora tera, ai so comandi" / po' se crepa e bonasera...». Campagne, colline, montagne, lagune dove tutta la vita, per centinaia di migliaia di contadini, ruotava intorno a quel binomio: la terra e l'acqua, l'acqua e la terra. Una vita durissima. Segnata da malattie della miseria come la gastroenterite o la pellagra («polenta da formenton / aqua de fosso / lavora ti paron / che mi no posso») che uccidevano più che tutti i tumori messi insieme. Marcata dall'esodo di interi paesi verso le Meriche, l'Australia o tutte le contrade d'Europa, compresa la Romania, come spiega un libro appena uscito («Veneti in Romania») di Roberto Scagno, Paolo Tomasella e Corina Tucu e come già diceva una canzone di oltre un secolo fa: «Andiamo in Transilvania / a menar la carioleta / ché l'Italia povareta / no' l'ha bezzi da pagar».

Una storia rimossa dalla nostra memoria collettiva perché ancora sentiamo una fitta al cuore quando leggiamo il diario del medico condotto Luigi Alpago Novello che aveva lavorato, agli sgoccioli dell'Ottocento nelle campagne tra il Trevigiano e il Pordenonese: «Gli individui di una famiglia di contadini sono valutati in ragione dell'utile che apportano. La morte di quelli che sono impotenti o poco adatti al lavoro o giacciono a letto da qualche tempo è un fatto che ha minore importanza e cagiona molte volte minor dolore della morte, non dirò di un grosso animale bovino, ma anche di una semplice pecora». Partirono almeno in tre milioni, dal solo Veneto, a cominciare dagli anni della grande crisi contadina nella seconda metà dell'Ottocento fino alla metà degli anni 70 del Novecento. Mossi da una disperazione riassunta nella struggente poesia di Berto Barbarani intitolata «I va in Merica»: «Crepà la vaca che dasea el formaio, / morta la dona a partor 'na fiola, / protestà le cambiale del notaio, / una festa, seradi a l'ostaria, / co un gran pugno batù sora la tola / "Porca Italia" i bastiema : "andemo via!"».

Sono in tanti a non avere colto fino in fondo quanto sia stata importante la lunga stagione dell'emigrazione. Basti ricordare un libro di qualche anno fa fortissimamente voluto dall'allora assessore leghista alla cultura Ermanno Serrajotto, intitolato «Noi Veneti» e distribuito in tutte le scuole della regione. In 127 pagine c'era un po' di tutto, dall'origine leggendaria dei veneti in Paflagonia (una regione sulla costa turca del Mar Nero, da dove gli antenati dei Brustolon e dei Vianello sarebbero partiti inizialmente per difendere Troia dai greci per essere poi costretti dopo la sconfitta a emigrare coi barconi verso le coste dell'alto Adriatico) al boom economico degli anni Novanta, dal teatro dialettale alla «traduzione» in veronese di una poesia di Catullo dedicata a Sirmione: «Cossa de mejo gh'è del riposarse / infin, dal peso e dal strassinamento...». C'era di tutto: meno l'epopea dell'emigrazione veneta, alla quale erano dedicate in tutto otto righe, scarse, a corredo di un disegnino dal quale pareva che i veneti fossero emigrati solo in Brasile e in Argentina.

 
Il Titanic dei poveri - La famiglia di Felice Serafini, partita da Arzignano (VI) verso il Brasile, fu decimata dal naufragio del piroscafo Sirio avvenuto il 4 agosto 1906 davanti alle coste della Spagna. Si salvarono solo il padre e due dei bambini. Gli altri figli e la moglie incinta morirono annegati. La foto fu scattata pochi giorni prima di partire come ricordo da lasciare ai parenti
Eppure, il miracolo del Nord est di oggi, quel Nord est che dopo la formidabile accelerata degli ultimi decenni affronta un po' inquieto («che sarà di noi, che eravamo appena diventati ricchi?») gli anni di magra, è figlio di quei nostri nonni. Della loro forza d'animo davanti ai rovesci. Della loro dedizione. Del loro rigore. Ma più ancora, a vedere i poveri utensili di un tempo, utensili che si possono oggi ritrovare con ammirato stupore nel centro dedicato ai fondatori di «Cea Venessia» nell'australiano Queensland o in tanti altri musei dell'emigrazione sparsi per il mondo, è figlio della loro abilità artigianale. Della loro perizia nel maneggiare il martello, la pialla o lo scalpello. Della loro cura del dettaglio. Della loro precisione. Della loro capacità di individuare soluzioni semplici a problemi complicati. Certo, quella crisi che, come ha spiegato Marco Onado a un recente dibattito alla Bocconi, ha fatto scoppiare una bolla finanziaria 16 volte più grande del Pil mondiale, bruciato nei soli Stati Uniti 11 trilioni di dollari, ricacciato centinaia di milioni di abitanti del mondo sotto la soglia di povertà, ha avuto pesanti effetti anche nel Veneto. Che essendo tradizionalmente legato all'economia tedesca, soffre particolarmente per le difficoltà di Berlino.

Stando al rapporto Unioncamere sul 2008, le imprese manifatturiere con meno di nove addetti (l'ossatura del sistema Veneto col 92,2% delle partite Iva) hanno visto una flessione traumatica del 13,2%. La rete autostradale, che per anni aveva fatto ammattire gli abitanti, gli imprenditori e i trasportatori di mezza Europa, ha fatto segnare per la prima volta, proprio alla vigilia dell'apertura del passante di Mestre, un calo di traffico, segno inequivocabile delle difficoltà del sistema produttivo. Il porto di Venezia, nonostante un aumento intorno ai 15 punti del movimento container e del movimento passeggeri, non è riuscito a rosicchiare che un piccolissimo +0,1%. In provincia di Vicenza, protagonista nel recente passato di un boom industriale senza precedenti, sono andati in crisi perfino i tre settori che parevano più al riparo da ogni tempesta. Quelli della moda (-25%), dell'oreficeria (-15%) e della concia (-18%). Per non dire del settore edilizio, che dopo anni di espansione pagata a caro prezzo dalla campagna, qua e là devastata dal cemento (24 milioni di metri cubi di capannoni nel 2000, 27 nel 2001, 38 nel 2002, 24 nel 2003...), ha fatto segnare un calo del 3,8% con un crollo di quasi il 7% nel «nuovo non residenziale privato».

Perfino il turismo alberghiero, nonostante nella crisi le persone si concentrino là dove l'offerta è più forte, come nel caso della regione che è la prima in Italia, ha perso 4 punti delle presenze e 2 negli arrivi. Nonostante l'incanto delle città d'arte, la bellezza delle Dolomiti, le spiagge, il lago di Garda, le lagune che fanno del Veneto, probabilmente, una delle terre più generose di emozioni...

Insomma, è dura. E oggi più di prima si vede quanto sia stato un peccato non utilizzare gli anni delle vacche grasse, quando intorno ai Benetton, ai Del Vecchio, ai De Longhi, ai Marzotto, agli Zamperla, pareva quasi che tutte le cose che i veneti toccavano diventassero oro, per investire sul futuro. Intendiamoci, c'è chi l'ha fatto. Ce lo ricorda il caso della Grafica Veneta, coi suoi cento milioni di libri stampati nel 2008. O quello della Aprilia di Noale, dove Roberto Colaninno, sul terreno seminato da Ivano Beggio (che, prima di dover cedere, aveva costruito un'azienda tesa ad assumere più ingegneri che manovali) ha deciso di portare il centro di sviluppo tecnologico, ricerca, innovazione dell'intero gruppo Piaggio.

In linea di massima, però, la grande occasione è stata sprecata. E lo dimostra proprio un rapporto nato nel Veneto, quell'«Annuario Scienza e Società» a cura di Valeria Arzenton e Massimiano Bucchi, di «Observa», che studia lo stato della scienza e della tecnologia nella penisola. Gli studenti veneti sono i migliori in Italia, dopo i «cugini» del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia nelle scienze, segno che la scuola da noi è in condizioni migliori che altrove, ma tra le regioni italiane con più persone impiegate nel mondo della ricerca, il Veneto viene soltanto al quinto posto. E con 13.196 addetti è nettamente staccato non solo dalla Lombardia (37.150) e dal Lazio (30.578), ma anche dal Piemonte (20.451) e dall'Emilia-Romagna (19.625). La classifica delle regioni italiane che spendono più soldi in assoluto nella ricerca è ancora peggiore: qui il Veneto è superato anche dalla Campania e dalla Toscana. Eppure, c'è chi l'aveva detto. Negli anni del miracolo, dell'orgoglio per la spettacolare accelerata (un solo dato: l'escalation della provincia di Treviso cresciuta nell'export, dal 1968 al 1998, da 140 a 14.000 miliardi di lire, un prodigio per una terra che aveva visto negli anni 50 emigrare da paesi come Gorgo al Monticano quasi un terzo della popolazione), dell'improvviso benessere e della convinzione di essere la locomotiva d'Italia, c'era chi aveva avvertito: non basta lavorare tanto. Occorre puntare sul futuro, sulle nuove tecnologie, sulla ricerca, su un uso intelligente dell'ambiente, troppo spesso sprecato per costruire capannoni su capannoni.

Il più duro fu proprio quel Federico Faggin di cui dicevamo all'inizio, che dopo essere tornato nella «sua» Vicenza per fondarvi un'impresa avveniristica, se ne era rientrato deluso a Palo Alto, in California: «Io sono italiano e amo l'Italia, ma nelle tecnologie d'avanguardia c'è un buco inaccettabile», mi avrebbe poi confessato in un'intervista al Corriere: «Siamo i quinti al mondo? Bene: dovremmo essere i quinti anche nell'informatica. E invece siamo molto, molto, molto più indietro. L'Italia va bene per far camicie, non i prodotti d'avanguardia». Colpa dell'Università: «Troppo distacco tra la ricerca e le imprese. Troppa burocrazia. Troppi docenti chiusi nelle torri d'avorio. Quando cominciai a lavorare all' Olivetti eravamo tre o quattro anni indietro rispetto all'America. Oggi la distanza è abissale. Io mi tolgo il cappello davanti ai padroncini del Nord est. Sono bravissimi, costruiscono macchine straordinarie. La parte elettronica, però, è fatta da altre parti. Nulla è italiano: nulla di nulla».

Colpa della politica, disse: «Non aiuta chi fa ricerca». Ma anche degli imprenditori: «Non hanno coraggio, non credono nella cultura, vogliono tutto subito, non mettono i soldi per scommettere sul dopodomani come gli americani o i cinesi di Taiwan. Per carità: scelte. Ci sarà sempre bisogno di pasta, maglioni e sellini. Ma io resto qua».

Chissà che questi tempi di difficoltà non aiutino. «Una crisi come questa non va sprecata», ha detto Barack Obama. Se i veneti riuscissero a dare una nuova accelerata... In fondo, forse, fu più difficile per i nostri nonni partire dalle colline trevigiane oltre un secolo fa per la Nouvelle France, al di là del Borneo, e raggiungere dopo 368 giorni, decimati dalle malattie e dai lutti, il porto di Sydney...

Gian Antonio Stella
18 maggio 2009


da corriere.it


Titolo: I laureati stranieri snobbano l’Italia
Inserito da: Admin - Maggio 20, 2009, 03:41:27 pm
In un rapporto le cifre sulla competizione per la manodopera altamente qualificata.

I laureati stranieri snobbano l’Italia

Ne arrivano di più in Turchia

Sono lo 0,7% dei paesi Ocse. Molti di più i nostri «cervelli» andati all’estero


Xenofoba non per razzismo ma per pi­grizia, clientelismo, gelosia accademica e professionale. Risultato: su 20 milioni di laureati dei paesi Ocse che arricchisco­no i paesi nei quali si sono trasferiti, quelli che hanno scelto l’Italia sono lo 0,7%. Meno di quanti hanno scelto la Tur­chia. Un dato umiliante. Che emerge da un dettagliatissimo rapporto che animerà sabato a Pisa il convegno «Brain Drain and Brain Gain» (un gioco di parole sui cervelli in fuga e cervelli guadagnati) or­ganizzato alla Scuola Superiore «Sant’An­na » dalla fondazione Rodolfo Debenedet­ti con la partecipazione, tra gli altri, di Maria Stella Gelmini. Intitolato «La batta­glia dei cervelli: come attrarre i talenti» e curato da ricercatori di vari paesi (Her­bert Brucker della IAB, Simone Bertoli dell’Istituto Universitario Europeo, Gio­vanni Facchini della Statale di Milano), Anna Maria Mayda della Georgetown University e Giovanni Peri della califor­niana University of Davis), il rapporto esamina «le conseguenze della competi­zione internazionale per la manodopera altamente qualificata dal punto di vista dei paesi che ricevono i talenti». E i nu­meri, che sono sì del 2001 (ultimo censi­mento disponibile) ma sono inediti per­ché elaborati in questi mesi, ci fanno ar­rossire. Vi si spiega infatti che, a causa dell’«at­tuale sistema a quote» che «non mira a selezionare i lavoratori più qualificati», gli stranieri laureati che vivono da noi «sono il 12% del totale, di cui solo l’1,8% possiede anche una specializzazione post-laurea».

Si tratta della percentuale più bassa tra i paesi dei quali sono dispo­nibili i dati del censimento. Di più: «Gli stranieri che arrivano nel nostro Paese sono mediamente più istruiti degli italia­ni, ma meno degli immigrati che si diri­gono in altri Paesi europei, soprattutto in quelli che adottano politiche di immi­grazione selettive». Qualche esempio? In Italia ogni cento laureati nazionali ce ne sono 2,3 stranieri contro una media Oc­se di 10,45. Negli Usa ce ne sono 11 ab­bondanti, in Austria 12, in Svezia 14, in Olanda e Gran Bretagna 16, in Nuova Ze­landa 21, in Canada 25, in Irlanda 26, in Australia addirittura 44. Va da sé che il rapporto fra «cervelli» che esportiamo e importiamo è perden­te. I laureati italiani che se ne sono anda­ti a lavorare nei 30 paesi Ocse sono 395.229. Quelli che hanno fatto il percor­so inverso 57.515. Con un saldo negati­vo di 337.714 «dottori». Saldo che, an­che ad aggiungere gli 84.903 laureati arri­vati da paesi non Ocse, resta altissimo: ci mancano 252.811 «teste». Gente che, mentre importavamo mungitori di muc­che pakistani e raccoglitori di pomodori nigeriani, ha regalato intelligenza, prepa­razione, fantasia a università e istituti di ricerca e aziende e sistemi professionali meno arroccati dei nostri. Certo, non siamo i soli ad avere un sal­do in rosso. Anche la Francia per esem­pio, rispetto al panorama import-export all’interno dell’Ocse, è sotto di circa 70mila «cervelli».

La Spagna di 43mila, l’Olanda di 84mila, la Germania addirit­tura di 370mila. Ma tutte queste grandi nazioni (tran­ne la Gran Bretagna, sulla quale pesa la storica emorragia verso l’ex colonia ame­ricana) non solo attirano molti ma molti più laureati di noi ma recuperano con l’immigrazione qualificata dai paesi non Ocse fino ad andare in attivo. Peggio di noi stanno solo la Corea, il Messico e la Polonia. Quanto ai poli di attrazione, fanno in­vidia il Canada (che tra immigrati laurea­ti di paesi Ocse e non Ocse va in attivo di due milioni e 200 mila unità), l’Australia (in attivo di un milione e 520mila) e gli Stati Uniti, capaci di attrarre complessi­vamente quasi dieci milioni di «dottori» stranieri. Una forza d’urto intellettuale, scientifica, professionale impressionan­te. Che straccia ogni confronto. E che proprio in momenti di crisi quale questo rischia di pesare come l’enorme differen­za tra loro e noi. Con le nostre università piene di mogli, figli e cognati. I nostri istituti di ricerca asfissiati da conti­nui tagli di bilancio. Le nostre azien­de familiari dove il padre preferi­sce passare al figlio, magari un po’ «mona», piuttosto che affidar­si a «forestieri». I nostri Ordini sbarrati con i catenacci verso i giovani «intrusi».

Certo, quelle degli altri sono società «multietniche». Che qualcuno, da noi, guarda con fa­stidio. Ma ce la possiamo per­mettere una società ermetica­mente chiusa e protetta non so­lo dalle motovedette ma anche dai vigilantes degli orticelli scientifici e professionali in un mondo in cui, come spiegava l’al­tra settimana sul «Sole 24 ore» Giorgio Barba Navaretti, i lavoratori immigrati sono «uno ogni quattro in Australia, ogni sei negli Usa, ogni nove in Gran Bretagna e ogni quindici in Ita­lia »? Certo è che i risultati sono lì, nella tabella del rapporto di Pisa: dei 20.426.737 «cervelli» del gruppo Ocse che si sono sparpagliati per il mondo con­tribuendo alla ricchezza dei paesi prescel­ti, più della metà sono finiti negli Usa, un settimo nel Canada, un dodicesimo in Au­stralia. E solo 7 su mille (sette su mille!) hanno scelto la penisola di Leonardo Da Vinci, Antonio Meucci, Enrico Fermi che non a caso forse se n’erano andati loro pure all’estero. Fate voi i conti: di questo immenso patrimonio umano e intellet­tuale mondiale siamo riusciti ad attinge­re sette gocce: la metà della Svizzera, un quarto della Francia, un settimo della Germania, un nono della Gran Bretagna. E meno male che abbiamo il sole, Vene­zia, Capri, la pizza, il prosecco...

Gian Antonio Stella

20 maggio 2009
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Sicilia Centrodestra contro il «suo» Lombardo
Inserito da: Admin - Maggio 21, 2009, 10:13:48 am
Verso il voto Le Europee / I protagonisti

La (strana) campagna di Sicilia Centrodestra contro il «suo» Lombardo

Le rilevazioni danno il Pdl oltre il 50. Dispetti e liti con il leader dell’Mpa

di Gian Antonio Stella

 
«Bedda matri, chi cavuruuu!», sbuf­fa un ciccione nella pubblicità di una rivendita di congelatori: «Madonna, che caldo!». E fa caldo davvero, in Sici­lia. Caldissimo. Tutta colpa dello scon­tro incandescente che, con la sinistra mogia mogia a fare da spettatrice, è esploso tra Raffaele Lombardo e il Po­polo della Libertà che lo ha eletto. Scon­tro definito dagli stessi protagonisti co­me «una guerra termonucleare». Al ter­mine della quale il governatore teme addirittura di fare una brutta fine... Per capirci qualcosa, bisogna parti­re dall’inizio. Cioè da quel giorno del 2005 in cui, sull’ultima trincea delle comunali di Catania, dopo una prima­vera elettorale segnata da una catena di sconfitte disastrose, il centrodestra berlusconiano trovò nel baffuto medi­co catanese che aveva lasciato la segre­teria regionale dell’Udc per mettersi in proprio col Movimento per l’Autono­mia, il «mago» capace di bloccare l’avanzata del centro-sinistra. Grandi feste, complimenti, impegni di allean­ze sempre più strette. Finché, al mo­mento di andare al rinnovo del gover­no regionale dopo l’azzoppamento giudiziario di Totò Cuffaro, il Cavalie­re pagò la cambiale. Scelta vincente: don Raffaele passò a valanga, con 35 punti di vantaggio su Anna Finocchia­ro. E la destra inondò l’Ars con 62 de­putati contro 28 del centro-sinistra.

Un trionfo. Proprio lì, però, sarebbero comin­ciati i guai. Troppa abbondanza. Troppa sicurezza. Troppi appetiti. Diventati sempre più insaziabili col progressivo smottamento della sini­stra e l’inesorabile dilagare della de­stra nei sondaggi. Al punto che l’ulti­mo di Demopolis, pubblicato ieri da La Sicilia, dà il Pd al 18%, Di Pietro al 5%, Rifondazione all’1,5%, Sinistra e Li­bertà all’1,7% (totale: poco più del 26%!) e il Popolo della Libertà oltre il 50%, con un margine di miglioramen­to tale da poter sognare il 55%. Quan­to basterebbe ai berlusconiani per fare a meno non solo dell’Udc (data al 10%) ma anche dell’Mpa. Certo, le Eu­ropee non dovrebbero avere effetto sulle giunti locali. Ma perché spartire con altri se si potrebbe farne a meno? Fatto sta che di giorno in giorno i ge­sti di ostilità intestini si sono moltipli­cati. Soprattutto dal momento in cui, qualche settimana fa, il Pdl ha scelto come coordinatore regionale Giusep­pe Castiglione, cioè l’ex europarlamen­tare e attuale presidente della Provin­cia di Catania (toccò alla Cassazione di­chiararlo decaduto per incompatibili­tà dalla carica a Strasburgo perché non trovava il tempo di dimettersi...) che il presidente regionale considera come il suo avversario numero uno. Da quel momento, botte da orbi. Accuse reciproche di lottizzazione, oc­cupazione delle poltrone, sfacciato clientelismo. «Furti» ripetuti di depu­tati regionali e consiglieri comunali e assessori provinciali altrui. Guerri­glie nei comuni con esodi di massa. Fino allo scontro totale. Di qua Casti­glione che mentre ribadiva la «leale alleanza» con l’Mpa spiegava però che dopo le Europee («puntiamo al 51%») sarà «opportuna una verifica per rafforzare il governo regionale» poiché è l’Ars, controllata dal Pdl, il «vero motore della politica siciliana» dato che «ha varato più di 35 leggi, la maggior parte di iniziativa parlamen­tare e non governativa». Di là Lom­bardo a ribattere colpo su colpo bol­lando quelli che lo hanno piantato in asso per transitare nel Pdl, quale il suo ex-pupillo Salvatore Lentini, co­me uno «stigghiularu». Cioè un ven­ditore ambulante di budella. Fino al caos. «Questo è il peg­giore governo degli ultimi quindici anni», attacca il presi­dente berlusconiano dell’Ars Francesco Cascio, invelenito per il dispetto di Lombardo che gli aveva abbattuto il «suo» pre­sidente dello Iacp. «Su Cascio po­tremmo dire verità sgradevoli», ribatte velenoso il governatore. «Lancio un concorso internazio­nale di idee per il superamento del 'cuffarismo' come sinoni­mo di clientelismo», affonda per­fido Totò Cuffaro: «Come dimo­stra la leggina che distribuiva a piog­gia 78 milioni di euro, la politica clien­telare la fa Lombardo». «Eh no!», salta su l’accusato: «Quel­la leggina non è mia: l’ha votata l’Ars, alle otto di mattina, dopo due notti in­sonni. C’erano dentro delle cose serie, ma altre regalie no. Il mio governo ave­va presentato una legge stravolta in commissione come quella sui nuovi dirigenti. La guerra nucleare col presi­dente dell’assemblea Cascio è dovuta anche a questo. Siccome il commissa­rio dello Stato ha impugnato quella leggina, lui voleva che io ricorressi contro quella impugnazione davanti alla Corte costituzionale. Io gli ho ri­sposto: no, no, no». Botta di Cascio: «Stiamo valutando dopo il commissariamento dello Iacp, se ci sono le condizioni per denuncia­re Lombardo alla Procura della Repub­blica per abuso di potere». Risposta del governatore: «Credo che nel Pdl stia facendosi strada un delirio di on­nipotenza. Chi conosce la psichiatria sa bene di che cosa parlo. Basta legge­re i giornali. Io a Cascio l’ho detto: rac­cogliete le firme e buttatemi giù». Ne è convinto: «Dietro tutto c’è la guerra alla riforma sanitaria fatta dall’assesso­re Massimo Russo. Il dimezzamento delle Asl. La fine del sistema dello sfondamento dei budget. Dicono che il mio è il peggior governo degli ulti­mi 15 anni? Per i padroni dei laborato­ri, degli ambulatori, dei centri analisi «convenzionati» della sanità che era­no oltre 1.800 il mio è il peggior gover­no degli ultimi cinquant’anni. E così per i furbi che facevano pagare i vacci­ni per la prevenzione del virus del pa­pilloma oltre cento euro invece che 43 come adesso. E per quelli che voleva­no fare i soldi con le pale eoliche...».

«Questa poi: Lombardo moralizzato­re! », ridacchiano i nemici, sbarrando l’ipotesi d’un governo istituzionale con le parole usate pochi mesi fa da Anna Finocchiaro: «Lombardo è temi­bilissimo perché ha costruito un siste­ma di potere clientelare spaventoso che ha riportato la Sicilia al Medioe­vo ». Lui, don Raffaele, nega furente: «Abbiamo toccato troppi interessi. Ec­co la verità. Troppi. Ma vado avanti. Non c’è alternativa. L’alternativa è il baratro». E spiega: «La nostra grande colpa è di batterci, a differenza degli ascari della mia stessa maggioranza, per l’autonomia della Sicilia. La Sicilia ai siciliani, diceva Antonio Canepa. Fu osteggiato, denigrato e alla fine ucci­so. Non escludo possa succedere an­che a me...».


21 maggio 2009
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - L'assurda faida della Sicilia
Inserito da: Admin - Maggio 29, 2009, 12:23:39 pm
DAL TRIONFO AL NON GOVERNO

L'assurda faida della Sicilia


«Mi sto di­verten­do mol­to », ri­dacchia Raffaele Lombar­do. Certo si divertono me­no gli sbigottiti elettori del centrodestra. Che si chiedono: com’è possibi­le che proprio lì, nell’iso­la del mitico «cappotto» alle politiche del 2001 (61 parlamentari a 0), delle 9 province su 9 oggi in pu­gno ai «moderati», del trionfo (65%) alle ultime regionali, sia scoppiata nella coalizione, a pochi giorni dalle Europee, la «guerra termonucleare»? Perché così è stato defi­nito dai suoi stessi prota­gonisti lo scontro che sta squassando la traboccan­te maggioranza (61 seggi contro 29) che potrebbe dominare incontrastata l’Assemblea Regionale Si­ciliana: una «guerra ter­monucleare ». Dove da settimane i protagonisti si scambiano insulti d’ogni genere, da «slea­le » a «farabutto», da «de­lirante » a «stigghiularu», venditore ambulante di budella. Dove velenosi di­spetti avevano esclusi dal ricevimento in onore di Napolitano in visita perfi­no il presidente del Sena­to Renato Schifani e il Guardasigilli Angelino Al­fano. Dove un sotto-se­gretario alla presidenza del Consiglio, Gianfranco Miccichè, in rotta coi ver­tici del Pdl, arriva a dire: «Mi dovranno sparare per fermarmi».

Per non parlare dello stesso governatore che, vittima anni fa dell’intimi­datoria affissione di ma­nifesti listati a lutto, si è spinto a evocare la lonta­na e oscura uccisione del­l’indipendentista Anto­nio Canepa: «Non esclu­do di fare la stessa fine». Parole che, in una terra segnata da una spavento­sa catena di delitti «politi­ci », non vanno prese troppo metaforicamente. Cosa succede? Il nodo, forse, è proprio nell’ec­cesso di sicurezza d’una coalizione che da tempo, anche a causa di una sini­stra via via evaporata in un lamento vittimista («perché i siciliani non ci capiscono?») e ridotta qua e là a numeri di testi­monianza, vince ogni ele­zione a mani basse. E non sembra avere ormai altri avversari che se stes­sa. La rivendicazione del rapporto esclusivo con Roma. La voglia di affer­mare un tasso più alto di combattività sicilianista. Gli appetiti insaziabili di notabili che controllano ettari di territorio, bloc­chi di contrade, pezzi di partito, pacchetti di voti. Scommettiamo: anche per il Cavaliere sarebbe meglio un’opposizione più forte che una guerra tra galli per il dominio di un pollaio.

«Zucchero non guasta bevanda», ha detto mesi fa il sindaco uscente di un paese agrigentino con un «comunale» ogni 13,7 abitanti, spiegando che se avesse potuto avrebbe assunti altri dipendenti ancora. Ecco: può darsi che a ricandidare uomini così si possano vincere le elezioni. Ma poi? Non ba­sta vincere e neppure stravincere: poi occorre governare. Questa è la le­zione che arriva da Paler­mo. E in un momento di difficoltà come questo in cui più acute si fanno le gelosie dei «lumbard» sui soldi «dovuti» al Nord e di Lombardo per quelli «dovuti» al Sud, lo spettacolo indecente of­ferto dalla insanabile fai­da dentro la trionfante ma litigiosissima destra isolana, al di là delle ra­gioni e dei torti, esige una risposta. Che non va data solo ai siciliani.

Gian Antonio Stella
29 maggio 2009



Titolo: Gian Antonio STELLA - La «Presa del Veneto» era l’obiettivo del Carroccio
Inserito da: Admin - Giugno 08, 2009, 11:02:41 am
La «Presa del Veneto» era l’obiettivo del Carroccio

«Abbiamo espugnato Codognè»

La notte del Grande Sogno leghista

Esultanza dopo i primi risultati. La battaglia per la guida della Regione


«Espugnata Codognè!». I leghisti lo sanno bene che forse non basterà aspettare le ore piccole della notte per sapere se si realizzerà o meno il Gran­de Sogno: la Presa del Veneto. Sanno che non basta quel punto o punto e mezzo in più a livello nazionale per ca­pire se il Carroccio sia riuscito nelle «missioni» additate da Bossi di sorpas­sare il Pdl nelle terre di San Marco, ri­conquistare antiche roc­caforti perdute e rompe­re gli argini che fino a ie­ri gli impedivano di di­lagare nelle «terre infe­deli » a sud del Po. Basta un piccolo dettaglio, pe­rò, per seminare l’entu­siasmo: «Primi dati da Codognè, vicino a Cone­gliano: eravamo più o meno alla pari con i berlusconiani. Adesso siamo il doppio!!!». Esulta Luca Zaia, esulta Gian Paolo Gobbo, esulta Flavio Tosi: e vai!!! Co­me finirà è da vedere.

Ma in ogni caso la scommessa di otto anni fa, per Um­berto Bossi, pare questa notte vinta. «La Lega è ormai una forza agli sgoc­cioli, un movimento che va verso il dissolvimento. Non lo dico io, lo dico­no i numeri», sentenziava Marco For­mentini subito dopo la botta presa dal Carroccio alle Politiche del 2001. E' passata una manciata di anni, da allora. Eppure, questa sera, via via che arrivano i primi risultati, pare passato un millennio. La scelta bossiana di ab­bandonare l'isolamento secessionista per tornare ad allearsi con quel Silvio Berlusconi che solo poco tempo prima aveva marchiato come «quel brutto mafioso che guadagna i soldi con l'ero­ina e la cocaina» pareva non essere sta­ta digerita affatto dagli elettori. Frane in Lombardia, smottamenti in Piemonte, sfaldamenti in Liguria. Posizioni di trincea sempre più deboli nelle grandi città: da Genova a Torino, da Venezia a Milano. Perfino le rocca­forti storiche avevano ceduto di schianto: dalla maggio­ranza assoluta a meno del 30% in Val Bremba­na e in Val Seriana, 18 mila voti persi soltanto nella bergamasca Zo­gno, traumatico dimez­zamento in tutta la pro­vincia orobica: dal 43 al 21%. Perfino Pontida, là dov’era il «prato sacro» del giuramen­to, aveva «tradito» il Carroccio: da ol­tre il 50 al 28%.

Per non dire del Nordest. Dov’era nata, con la Liga Veneta del «Leòn che magna el teròn», la Madre di tutte le Leghe. Quindicimila voti persi nel so­lo collegio di Treviso-Mogliano consi­derato fedelissimo, 25 mila a Thiene, 21mila a Bassano, 22 mila ad Arzigna­no. Un disastro. Costato alla Lega il mancato raggiungimento del quorum del 4%. Umiliante. Non era facile, per Bossi, tenere la barra diritta sulla rotta che aveva scelto e pareva averlo porta­to sulle secche. La tenne: «Da oggi in avanti si gioca una partita importantis­sima. Ho scommesso sul cambiamen­to e ho pagato un prezzo tremendo. Non posso permettermi passi falsi». Otto anni dopo, ecco la rivincita. Che nella notte pare profilarsi più net­ta proprio in quel Veneto che ha avu­to spesso con il leader del Carroccio un rapporto tormentato, di grandi amori e grandi delusioni, sfoghi di ge­losia e ritorni di fiamma.

Non è stato semplice, per l’Umberto, «domare» la Liga che rivendicava la primogenitura delle battaglie identitarie, le prime conquiste di seggi comunali, la prima elezione di due parlamentari a Roma. Baruffe, scissioni, accuse velenosissi­me al Senatur («Ormai è come Hitler nel bunker con Erminio 'Obelix' Bo­so al posto di Eva Braun. Certo, Boso non ha la stessa femminilità ma ama il Capo con la stessa 'vis amandi'» si­bilò Franco Rocchetta). Non è stato semplice far digerire ai veneti l'egemo­nia politica dei varesotti e dei berga­maschi, riequilibrata solo da qualche carica più o meno onorifica a Stefano Stefani. Non bastasse, dopo aver vinto il braccio di ferro interno, Bossi si era ri­trovato a battersi col più ostico degli amici-nemici. Quel Giancarlo Galan che in questi anni, pur governando il Veneto con lo scomodo e irrequieto appoggio leghista, non ne ha rispar­miata una alla Lega. Basti ricordare gli scontri innumerevoli con Giancarlo Gentilini, come quello dopo l’incita­mento dello «sceriffo» trevisano a pro­cedere a una «pulizia etnica dei culat­toni ». I veleni contro Roberto Calderoli, reo di averlo liquidato come un gover­natore che «preferisce dedicarsi alla pesca del tonno»: «La storiella di me che passo il tempo a pescare i tonni è vecchia di circa vent'anni. Ad inventar­la sono stato io allo scopo di evitare i fastidi e le idiozie della politica dei vuoti a perdere e dei politici sconditi, senza nemmeno cioè un granello di sa­le ». Il rifiuto di appoggiare la battaglia «padana» per la Malpensa: «E' impen­sabile che un turista arrivi fino a Vare­se per venire a Venezia».

S’innesta lì, la battaglia tra Pdl e Le­ga per la supremazia nel Veneto, ante­prima della battaglia per la conquista della guida della Regione: nel duello che va avanti da anni tra il Carroccio e il Governatore azzurro. Il quale ha pre­so talvolta le parti del Carroccio perfi­no contro il proprio partito (come quando liquidò la scelta del candidato scelto per le Comunali di Verona: «Sia­mo pazzi? Meocci è un ottimo candida­to, Tosi è splendido») ma da tempo si batte sullo stesso terreno («Ho scosso per anni il pero da solo, i leghisti han­no colto i frutti») cercando di strappa­re spazi e quattrini e potere a Roma per proprio conto. Fino a teorizzare la fondazione, un paio di anni fa, di un partito territoriale sul modello della Csu bavarese, una specie di Forza Ve­neto. Fino ad attaccare recentemente lo stesso esecutivo berlusconiano sui soldi dati a Catania, a Roma o a Paler­mo: «Questo governo si sta meridiona­lizzando ». E fino a lanciare contro i le­ghisti, come ha fatto nel libro «Il Nor­dest sono io» sfogandosi con Paolo Possamai, accuse pesantissime per un alleato: «Usano a volte toni e parole di volgarità indegna, inaccettabile, a trat­ti bestiale». E' lì, ha confidato più vol­te agli amici in questi anni, che non si sente capito dai suoi. «Se i miei non capiscono — aveva confidato l'anno scorso a Possamai — la volta prossi­ma voterò Lega pure io».

Gian Antonio Stella
08 giugno 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La Lega Nord supera i «confini celtici»
Inserito da: Admin - Giugno 09, 2009, 10:36:44 am
Oltre la Padania L’onda di piena del Carroccio

La Lega Nord supera i «confini celtici»


«Sono un medico e da medico so che se la cancrena avanza occorre amputare l'arto: mi fermerei a Pesaro. Un colpo di forbice, e non necessariamente sterilizzata ».
Così Roberto Calderoli teorizzava anni fa i confini della Padania. Oggi, scommettiamo, non lo direbbe più. Tanto più che quello che pareva impossibile è successo: alle Europee l’onda di piena della Lega Nord ha cominciato ad allagare l’Emilia, la Romagna, la Toscana, le Marche e a bagnare perfino l'Umbria, l’Abruzzo, il Lazio. Umberto Bossi, in verità, aveva scommesso sulla conquista di Roma nel lontano ottobre 1993, quando Silvio Berlusconi non aveva ancora annunciato la discesa in campo. Riempì la sala convegni dell’Hotel Nova Domus e avvertì: «Abbiamo già la maggioranza in almeno dieci regioni italiane». Quindi annunciò: «Entro tre anni Roma sarà nostra ». Perché tre? «Perché è un bel numero ». Esulta oggi Calderoli: «Questo risultato elettorale rappresenta il record storico per la Lega Nord che supera persino la percentuale ottenuta nelle Politiche del 1996 e che va oltre il raddoppio dei voti rispetto alle precedenti Europee del 2004».

Certo, tredici anni fa, dopo una campagna elettorale incandescente condotta nel nome della secessione («Due Stati, due casse, due monete», tuonava l’Umberto: «Pur di avere la Costituente e il federalismo sono pronto a mandare a picco il Paese») il Carroccio era arrivato conquistare addirittura 3.776.354 voti: quasi 700mila (l’astensione fu allora meno massiccia di sabato e domenica) più di questa volta. Ma a parte il primato percentuale assoluto, la novità che fa gongolare i leghisti, inquieta i pidiellini e toglie il sonno ai democratici, è lo sfondamento oltre i confini tradizionali. Quadruplicati i voti nel Lazio (dallo 0,23 all’1,06%) e in Abruzzo (1, 3%: più della Destra di Storace), il partito del Senatur conquista il 3, 6% (come Sinistra e Libertà, molto più dei radicali) nell’ex «rossa» Umbria e addirittura il 5,5% nelle Marche: più di Rifondazione Comunista. O se volete quanto i vendoliani, i verdi e i pannelliani messi insieme. A parte i risultati in Liguria (9, 9%), Val d’Aosta (4,4%) e Trentino Alto Adige (9,9%) nonostante gli spazi per un partito autonomista siano lì ridotti dalla presenza di partiti di raccolta delle minoranze linguistiche, la grande sorpresa è costituita dall’irruzione sotto il Po. È vero, i leghisti hanno buoni motivi per festeggiare anche il recupero in Piemonte, dove nel 2001 erano ridotti a una forza marginale e oggi stappano bottiglie di spumante per celebrare il 15,7%. Così come hanno buoni motivi per consolarsi con il 17,4% in quel Friuli Venezia Giulia dove la loro Alessandra Guerra aveva perso male sei anni fa la sfida contro Riccardo Illy. Per non dire del 22,7 in Lombardia e dello strabiliante 28,4% nel Veneto.

Il governatore azzurro Giancarlo Galan può a buon diritto sorridere della vittoria sul filo di lana (poco meno di un punto percentuale di distacco) che gli consente di versare sale sulle ferite di quei leghisti come il sindaco di Verona Flavio Tosi («Supereremo il Pdl in modo assai più netto di quanto non si pensi») che si erano più sbilanciati sul sorpasso che avrebbe dovuto preludere alla successiva conquista della presidenza della giunta: «Vi ricordate di quel detto che canta "per un punto Martin perse la cappa"? — chiede sferzante Galan —. Quel punto in più, dalle nostre parti, è andato al Pdl del Veneto, e dunque il commento potrebbe essere: "è la democrazia, bellezza"». Giusto così: le gare si vincono e si perdono. E i numeri dicono che ha vinto lui. Che da tempo cerca di superare per proprio conto un handicap: reggere la sfida nella contrattazione con Roma anche se «ovviamente è molto più credibile sul terreno del federalismo e dell’autonomia un partito territoriale piuttosto che un partito, come per esempio anche Forza Italia, costretto a parlare la stessa lingua da Cefalù a Merano». Quegli stessi numeri veneti, tuttavia, dicono che l’onda di piena leghista ha travolto alcuni comuni con percentuali «bulgare». Che ricordano il record fatto segnare da Riva Valdobbia, la minuscola contrada della Valsesia che alle politiche 2008 vide la Lega raccogliere il 69,34% dei voti che sommati al 14,6% del Pdl portò il totale a uno stratosferico 83,94%. Basti pensare a Chiarano, che ha registrato alle ultime comunali la vittoria del candidato leghista, il senatore Giampaolo Vallardi, con il 76,7% contro il 23,4% del candidato ibrido sul quale avevano concentrato i voti sia i pidiellini sia le sinistre. Un trionfo tale che qualche avversario politico ha ribattezzato sovieticamente il paese, per la «dittatura democratica» leghista, «Chiaranov ». La grande svolta, però, come si diceva, resta l’irruzione in alcune aree che fino a poco tempo fa sembravano impenetrabili.

La Toscana, per esempio. Dove il Carroccio sa oggi d’avere il 4,3% su scala regionale (quanto l’Udc) con punte del 5,2 % a Pistoia, 5,4% a Massa Carrara, 5,7% ad Arezzo, 6% a Lucca e addirittura 6,2% in quella Prato dove più forte sono sentite la crisi e le difficoltà di confronto con la comunità cinese. Ancora più vistosa l'invasione in Emilia- Romagna. Dove la Lega Nord si incunea nella roccaforte rossa dell’Appennino bolognese arrivando quasi al 10% a Porretta Terme, sede ogni anno del celebre festival del jazz al quale spesso partecipato il tastierista del «Distretto 51» Bobo Maroni, al 14,2% a Monghidoro (il paese di Gianni Morandi), al 15% a Savigno, celebre per il tartufo. Ma se la provincia di Bologna riesce a contenere complessivamente l’incursione al 7,3%, molto più permeabili si rivelano i confini delle altre. In particolare quelli di Modena (10, 8%), Reggio Emilia (13,2%), Parma (14,9%) e soprattutto Piacenza. Dove il Carroccio arriva quasi al 17%. Con punte del 20% a Caorso, del 23,3% a Carpaneto, addirittura del 27,2% a Besenzone. Un allargamento che forse i protagonisti della Lega, quando discettavano anni fa su quale fosse la «loro» frontiera («Direi che i confini corrispondono più o meno alla zona in cui esisteva l’area celtica, diciamo da Senigallia a Lucca», sostenne Bossi a Mixer) non osavano neppure sognare. E che ripropone oggi quel tema caro ai cuori leghisti: fin dove arriva, esattamente, la mitica «Padania»? Memorabile resta la risposta che diede Erminio «Obelix» Boso: «Mi pare che Bossi e Borghezio allarghino troppo i confini. Io ho applicato il metodo del fagiolo. Ho fatto così: ho preso un fagiolo borlotto e l’ho messo sulla carta geografica: arrivava fino ai confini dell’Emilia». Macché. Il fagiolo, a questo punto, potrebbe perfino essere più grosso...

Gian Antonio Stella
09 giugno 2009

da corriere.it


Titolo: Re: Gian Antonio STELLA - I voti smarriti dal centrodestra
Inserito da: Admin - Giugno 10, 2009, 03:32:20 pm
Così il pdl non È il primo partito a Strasburgo

I voti smarriti dal centrodestra

Tra i veleni del caso Sicilia

Il rammarico del premier per le liti che gli hanno tolto quasi un milione di consensi.

Poi l'incontro con Lombardo
 

«A mmmia!». Se non fosse un milanese fiero della sua milanesità al punto di dire che «bisogna avere la scighera (nebbia) nei polmoni» e che a palazzo Chigi «l'è un laura' de la madona» e che i politici di professione sono dei «faniguttùn», Silvio Berlusconi potrebbe sintetizzare la sua collera contro i siciliani in due parole: «A mmmia!». Più ci pensa, dicono, più gli monta dentro la rabbia. L'aveva detto chiaro e tondo: voleva fare un figurone, alle elezioni. Testuale: «Dobbiamo dare un drizzone a questa Europa». L'aveva ripetuto nel messaggio video urbi et orbi fatto distribuire in campagna elettorale: «Abbiamo davanti una sfida: dobbiamo diventare il primo gruppo popolare nel Parlamento Europeo per incidere sulle sue decisioni». E com'è finita? I numeri sono impietosi: il gruppo più robusto nel Ppe sarà la Cdu di Angela Merkel con 42 deputati, il secondo sarà l'Ump di Nicolas Sarkozy con 30 e il Pdl non solo sarà terzo (come il Milan in campionato!) ma con un solo parlamentare in più rispetto alla Platforma Obywatelska del polacco Donald Tusk, nonostante alla Polonia spettassero 22 seggi in meno rispetto ai 72 assegnati all'Italia. Seccante.

Di più, aveva chiesto un acquazzone di voti personali: «Se dovessi raccogliere milioni di preferenze avrei ancora più autorevolezza, perché nessun altro leader europeo potrà contare sui voti che immagino di poter avere». E per essere sicuro che tutti capissero aveva precisato: «Non vorrei che gli elettori che hanno intenzione di votarmi si limitassero a barrare il simbolo: per votare Berlusconi va scritto il nome nell'apposito spazio e possibilmente in bella calligrafia». Mettetevi dunque al posto suo, in queste ore in cui ribolle d'ira convinto d'aver fallito i due obiettivi per colpa «di Veronica, di Kakà e della Sicili». La Sicilia! La regione del «cappotto» (61 parlamentari a 0) alle politiche del 2001! Delle 9 province su 9 governate dalla destra! Dei 61 seggi contro 29 all'Ars! Come è possibile, frigge il Cavaliere, che la Sicilia l'abbia tradito regalandogli solo 362mila preferenze e cioè quasi un milione in meno dei voti pidiellini (1.316.000) alle politiche 2008? Com'è possibile che, dopo quelle pubbliche sviolinate che lo mettevano «in imbarazzo», solo il 52% degli elettori isolani del Pdl gli abbia dato domenica la preferenza?

Perfino Rita Borsellino, in proporzione ai voti del proprio partito, lo ha battuto! La Borsellino! Per non dire del fastidio d'avere scoperto che la guerra intestina dentro il partito, combattuta a colpi di preferenze date agli amici e ai compagni di cordata, l'aveva esposto a battersi in quel di Catania, come ha notato Marcello Sorgi, con uno sconosciuto di nome Giovanni Lavia. Ma chi è, 'sto pidiellino che per ore ha osato avere quasi le stesse preferenze di Sua Emittenza? Il fatto è che il Cavaliere seduttore per una volta era stato sedotto lui da mirabolanti promesse. Basti rileggere quanto avevano detto poche settimane fa i potentissimi alfieri locali Carmelo Briguglio e Giovanni La Via, i quali discettavano trionfanti che «le regole della democrazia non consentono a un minuscolo partito, com'è quello del presidente Lombardo, di imporre scelte di governo non condivise» e dunque dopo le Europee si sarebbero fatti i conti dato che «l'unico grande impegno» del partito, data per scontata una schiacciante vittoria, era «quello di raggiungere il 51%». Obiettivo ribadito dal coordinatore regionale Giuseppe Castiglione: «Il Pdl avrà un grandissimo consenso». E confortato da sondaggi spettacolari come quello di Demopolis che due settimane prima del voto sentenziava: «Il nuovo Pdl siciliano, con le sue diverse componenti, ha oggi per le Europee un voto certo del 46%, ma un bacino potenziale senza precedenti, che sfiora il 55%».

Come osava, Lombardo, a mettersi di traverso a un partito del 55%? Macché: 36,6%. Quasi venti punti in meno che nei sogni. E solo 692.340 voti. Cioè oltre seicentomila meno che alle politiche 2008. Col risultato finale che il Pdl, da quell'isola considerata il «granaio azzurro», manderà a Strasburgo la miseria di due parlamentari. Due su sei euro-deputati siciliani. In una terra dov'era convinto di avere oltre la metà dei consensi. Cosa succederà, adesso? C'è chi è pronto a scommettere che Berlusconi, anche se non subito per non acuire le tensioni peggiorando l'immagine di rissosità interna, potrebbe tagliare qualche testa. A cominciare da quella di chi gli aveva fatto credere di avere in pugno un trionfo storico esponendolo nella roccaforte isolana (lui, «col gradimento del 75% degli italiani») alla figura non simpatica di raccogliere la preferenza di un votante siciliano su sei. Molto dipenderà comunque dal modo in cui andrà l'incontro che il leader del Pdl avrà oggi o domani con Raffaele Lombardo. Cioè l'uomo che prima lo ha tolto dai pasticci facendogli vincere le comunali di Catania nel momento in cui Forza Italia e la destra erano in crisi dopo aver perso a ripetizione tutte le elezioni della primavera 2005, poi gli ha fatto stravincere le Regionali dell'anno scorso e adesso lo ha inguaiato, proprio alla vigilia del «drizzone all'Europa», facendo saltare il banco, azzerando la giunta, spaccando il Pdl e buttando fuori i pidiellini legati da quello che Gianfranco Micciché chiama il «patto del pistacchio».

Vale a dire l'accordo anti-lombardiano stretto a Bronte, il cuore dell'«oro verde», da Renato Schifani e Giuseppe Castiglione. Il governatore siciliano l'ha già detto: «Non cederò di un millimetro». E tanto per non concedere spazio a equivoci, non lascia passare giorno senza sparare a zero sul governo. Prima sfogandosi con Famiglia Cristiana: «Si rende conto che, mentre il Sud è in ginocchio, viene sollevata la questione del Nord come unica questione nazionale? Ma siamo impazziti?». Poi infilzando il coltello là dove il Premier è più sensibile: «Il ponte di Messina? Ma come potrà essere posta la prima pietra se manca il progetto esecutivo? Basta con la politica degli annunci nei confronti del Sud!». Poi denunciando che «il Mezzogiorno è scomparso dall'agenda del governo» e avvertendo che darà vita a un «Partito del Sud» perché «è il momento di pensare solo al Mezzogiorno». Tutte parole che, dopo i trionfi della Lega al Nord, rischiano di gonfiare nuvoloni neri sul futuro della destra nonostante i larghissimi numeri parlamentari. Tema: è possibile accontentare insieme Lombardo e i Lumbard?



Gian Antonio Stella
10 giugno 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il popolo, le sedie e la democrazia
Inserito da: Admin - Giugno 12, 2009, 07:19:25 pm
Il popolo, le sedie e la democrazia


Più sedie per tutti! Invitato «dar rettore d’a Sapienza» Luigi Frati, in «roma­nesc-english» con auto-traduzione simulta­nea, a spiegare cos’è l’essenza della democra­zia, Sua Altezza Serenissima Muammar Gheddafi ha vinto l’immensa noia che pare­va inchiodarlo per concedere il suo pensiero. Punto primo, basta partiti: «Il partitismo è un aborto della democrazia». In realtà «il popolo si vuole sedere sulle sedie ». Faceva un caldo beduino, alle due del pomeriggio, nell’aula magna dell’ateneo romano. Aria pesante, effluvi di sudore, camicie appiccicaticce, cravatte slacciate. Telefonate impazienti al Senato: «Allora?». Niente. «Allora?». Niente. «Allora?». Niente. E via via che scorreva il tempo, si affollavano gli incubi. Mai stato puntualissimo, il Colonnello. C’è chi ricorda l’attesa inflitta a re Abdallah di Giordania, lasciato lì ai piedi della scaletta dell’aereo sotto un sole furibondo.

Chi le tre ore e mezzo in sala d’attesa imposte a Oriana Fallaci, che ne ricavò furente l’idea che Gheddafi «oltre ad essere un tiranno è un gran villanzone». Chi le cinque ore irrogate a Ilaria D’Amico. Per non dire del «bagnomaria » al quale fu sottoposto quattro anni fa il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Ángel Moratinos: dieci ore. E tutti a boccheggiare: dieci ore! Ma ecco che, con due ore soltanto di ritardo, in mezzo a una folla di decine di guardie del corpo, mentre nell’aula arrivano gli echi delle contestazioni all’esterno, il Raìs libico si materializza. Ampia veste gialla, capelli prodigiosamente neri, gesti lenti. L’hanno chiamato a tenere una «lectio magistralis»? Il figlio dell’appuntato dei carabinieri che, come scoprì un giorno Francesco Cossiga, era in servizio alla caserma di Zuara, non si sottrae. Anzi. Spiega che bisogna riscrivere i libri di storia per tutti gli studenti occidentali. Che «in Libia ogni famiglia ha avuto un parente ucciso, ferito, deportato». Che «il terrorismo è condannabile perché fa vittime innocenti ma occorre chiedersi: qual è il motivo? I residui del colonialismo ». Ricorda lo scontro sulle vignette su Maometto: «Cosa c’entrava la Scandinavia con Maometto? Se credi in Gesù devi amare Maometto perché Gesù disse: dopo di me verrà Maometto. Ed ecco che è spuntato il terrorismo». Un momento, dirà qualcuno: non sono venuti «prima» delle vignette gli attacchi alle Torri Gemelle e gli attentati a Madrid e quelli a Londra? Dettagli. «L’Europa ha colonizzato l’Africa, ha rapinato l’oro, i diamanti, il rame, la frutta... ».

Per questo, dice, il mondo occidentale dovrebbe seguire l’esempio dell’Italia: «Chiedere scusa e restituire quello che ha preso». Questo vuole dai grandi del G8: «Avete pompato tanti soldi nelle banche? Pompateli in Africa». Luigi Frati gongola, annuisce, consente. E porge infine la parola agli studenti. Si alza uno dall’aspetto perbenino e rassicurante. Macché, va diritto sugli immigrati respinti sui barconi: «Come vengono rispettati, in Libia, i loro diritti?». L’interprete: «Quali diritti?». «I loro diritti». «Quali diritti?». «I diritti!», gridano due o tre in sala: «I diritti politici». L’interprete si china sul Raìs, che si scuote: «Quali diritti?». E si avvita a spiegare che, per carità, la domanda fa onore a chi l’ha posta ma «gli africani sono degli affamati, non dei politici, gente che cerca cibo». E i dittatori? «Non ci sono dittatori, in Africa... La dittatura c’è quando una classe sta sopra un’altra. Se sono tutti poveri...». Stringe gli occhi a fessura e affonda: «Volete un milione di rifugiati? Ne volete venti? Cinquanta? Sarebbe una grande cosa...». Ma ecco una studentessa che dice d’aver letto il libretto verde. Plaude: «So che fate tanto, per le donne». Ah, dice il Raìs: grandi spazi! E invita a farsi avanti le «amazzoni » bellocce e grintose che gli fanno da body-guard. Ammazza!, sbotta er rettore: «Le abbiamo apprezzate molto! Purtroppo c’è qui mia moglie e...». Il massimo, però, arriva quando gli chiedono cosa pensa della democrazia e quando in Libia, finalmente, ci saranno libere elezioni. Risposta: «La democrazia è una parola araba che è stata letta in latino ».

Ma come, non viene dal greco demos (popolo) e kratos (potere) come studiamo da secoli? No: «Demos in arabo vuol dire popolo e crazi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie». Testuale sbobinato: «Se noi ci troviamo in questa sala siamo il popolo, che si siede su delle sedie, e questa andrebbe chiamata democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie. Se noi invece prendessimo questo popolo e lo facessimo uscire fuori, se avessimo invece preso dieci persone e le avessimo fatte sedere qua, scelte dalla gente che stava fuori, e loro invece sono seduti qua, quei dieci, questa non sarebbe da chiamarsi democrazia. Questa si chiamerebbe diecicrazia. Cioè dieci sulle sedie. Non è il popolo a sedersi sulle sedie, questa è la democrazia. Finché il popolo non si siederà tutto sulle sedie, non ci sarà ancora democrazia». Quindi? «L’alternanza del potere vuol dire che c’è gente che si prende e si trasmette il potere tra di loro. Se ci fosse democrazia non ci sarebbe un’alternanza di potere. La democrazia significa il popolo che detiene il potere. Come fa a consegnarlo a uno?». Quindi perché mai i libici, che hanno già quella democrazia piena di sedie, dovrebbero «regredire » al sistema occidentale? «Auguriamo che la raggiunga anche il popolo italiano...». Grazie, Colonnello. Troppo buono.

Gian Antonio Stella

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Quel rischioso gusto della battuta
Inserito da: Admin - Giugno 24, 2009, 10:39:39 pm
Tuttifrutti

Quel rischioso gusto della battuta

Il ruolo istituzionale prevalga sull'istinto guascone



Si sarà mangiato la lingua in questi giorni, Silvio Ber­lusconi, ripensando alla battuta fatta sulla Freccia Rossa nel viaggio inaugurale da Milano a Roma. A un certo punto, come scrisse Tommaso Abate sul Riformista poi ripreso senza smentite da «Dago­spia», si avvicinò con una piccola corte al seguito all’allora primo cittadino di Firenze Leonardo Domenici che era ac­canto a Vasco Errani: «Adesso facciamo divertire il sinda­co ». Si toccò il berrettino con la visiera col quale sarebbe apparso il giorno dopo su tutti i giornali e ammiccò: «Allo­ra, vi piace il presidente ferroviere?». E, mentre quelli ab­bozzavano una risposta, li fulminò con una risata: «Io inve­ce preferisco il presidente puttaniere». Parole che, a rileggerle adesso...

Per carità, era solo una battuta. Forse un po’ greve e scalo­gnata, visto il seguito, ma una battuta. E può darsi che, a dispetto di Domenici che sorridendo conferma tutto, il Ca­valiere si possa affrettare ora a smentire. Sono passati tre mesi? Niente paura. «Le smentite non hanno scadenza» dis­se qualche anno fa Gianfranco Fini negando a distanza qua­si di un decennio di aver mai detto alle Iene non solo che «Mussolini è stato il più grande statista del secolo» ma an­che che Berlusconi «per egua­gliare il Duce dovrà pedalare parecchio...». «Una smentita è una notizia data due volte» spiegava Giulio Andreotti: in genere lui preferiva lasciar per­dere. Il fatto è che il premier, que­sto suo amore per le battute do­vuto a un carattere che Gianni Baget Bozzo definiva «gioco­so », l’ha già pagato caro più volte. Basti ricordare le polemi­che seguite alle sue parole a Martin Schulz: «Signor Schulz, so che in Italia c'è un produt­tore che sta montando un film sui campi di concentramen­to nazisti. La suggerirò per il ruolo di kapo». Polemiche che liquidò, infischiandosene delle riprese televisive che mo­stravano lo sconcerto degli europarlamentari, dicendo: «Era solo una battuta per cui è scoppiato a ridere l'intero Parlamento».

Per non dire di altre sortite quali quella sui suoi sforzi per portare a Parma l’authority alimentare: «Ho rispolvera­to le mie doti di playboy con il presidente finlandese Tarja Halonen». Spiritosaggine seguita ancora da polemiche ro­venti: «Purtroppo c'è in giro una generale mancanza di umorismo». È possibile che lo dica di nuovo. È difficile però dissenti­re da quanto scrisse Giuliano Ferrara, che lo stima e gli vuo­le bene, dopo la battuta su Obama abbronzato: «Dovrebbe più spesso subordinare l'istinto guascone al proprio ruolo istituzionale, sedimentato sull'esperienza personale e sul consenso di chi lo ha votato perché faccia il premier e non il battutista. Quando insomma il Cavaliere la smetterà di credersi al di sopra della cretineria, sarà un vantaggio per lui e per tutti».

Gian Antonio Stella
24 giugno 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Nel dossier Usa sette righe su Silvio
Inserito da: Admin - Luglio 09, 2009, 12:20:05 pm
Il caso

Nel dossier Usa sette righe su Silvio

Nel kit ai cronisti americani: pagine di biografie per ogni leader ma non per Berlusconi


Laggiù, a Washington, qualcuno non lo ama. Ricordate lo sfregio dell’anno scorso, quando le note consegnate ai giornalisti americani al G8 in Giappone traboccavano di accuse, malignità e veleni al punto da costringere la Casa Bianca a scusarsi? Bene: qualche cosa, al Silvio Berlusconi, è andata storta anche stavolta. Proprio nel giorno in cui incassava i sorrisi e l'abbraccio di Barack Obama, portato in maniche di camicia tra le macerie di questa città così bella e gentile, il malloppo di fogli dato ai giornalisti Usa per «infarinarli» intorno ai protagonisti del viaggio presidenziale rifilava al Cavaliere una nuova stilettata. Sette-righe-sette di micro biografia. Data e luogo di nascita, nazionalità, professione, ultima vittoria elettorale, data d'inizio del nuovo governo. Fine.


Uno sberleffo, in rapporto allo spazio dato a tutti gli altri. Certo, la massima sintesi a volte può essere un segnale di sobrietà. Basti ricordare come Eugenio Montale, coprendo automaticamente di ridicolo tanti suoi colleghi che descrivevano le proprie piccole faccende con sdiluvianti ricostruzioni di pagine e pagine quasi avessero da raccontare le gesta di Alessandro il Grande, riassunse se stesso sulla «Navicella» parlamentare: «Montale Eugenio. È nato a Genova il 12 ottobre 1906 e risiede a Milano. Dottore in lettere, giornalista, scrittore, poeta, premio Nobel per la letteratura nel 1975». Questa asciuttezza ha un senso, però, se è scelta dal protagonista. Non se viene usata da una manina altrui per marcare maliziosamente un distacco. Per tentare di capirci qualcosa occorre appunto ripartire dall'anno scorso. Quando il «Press kit» preparato dall'ufficio stampa della Casa Bianca (con impresso in copertina il sigillo del presidente) a uso dei giornalisti americani al seguito di George Bush al G8 di Hokkaido, in Giappone, era piuttosto «inusuale» nel mondo ovattato dei vertici internazionali. Diceva infatti che il premier italiano «è uno dei leader più controversi nella storia di un Paese conosciuto per la corruzione e il vizio del suo governo». Lo liquidava come «un dilettante della politica che aveva conquistato la sua carica importante solo mediante l'uso della sua notevole influenza sui media nazionali», ricordava che era stato accusato di «corruzione, estorsione e altri abusi di potere che lo costrinsero a dimettersi nel 1994», rideva degli anni giovanili quando «aveva cominciato a fare soldi organizzando spettacoli di burattini a pagamento» e «faceva i compiti di scuola ai compagni di studi in cambio di denaro». Per non dire della iscrizione alla «sinistra loggia massonica P2 che aveva creato uno Stato dentro lo Stato». Parole pesanti. Soprattutto rispetto agli assai più moderati profili di certi presidenti africani al potere da decenni. Come il ritratto dedicato nel «Press kit» attuale all'uomo forte dell'Angola Josè Eduardo Dos Santos, di cui si racconta asetticamente che si è laureato in ingegneria petrolifera nell'Urss, che è diventato presidente dell'Angola dopo la morte di Agostino Neto nel 1979 (trent'anni fa: in un Paese martoriato dalla guerra civile...) e che è sposato con "lady Anna Paola dos Santos" che gli ha dato tre figli... Ma sproporzionate soprattutto rispetto a quello che era allora il capo della Casa Bianca, quel George W. Bush che aveva con l'«amico Silvio» un rapporto speciale. «I sentimenti espressi nella biografia non rappresentano il punto di vista del presidente, del governo americano o del popolo americano», si precipitò a scrivere Tony Fratto, il vice portavoce della Casa Bianca, riconoscendo che quel profilo usava «un linguaggio che insulta sia il premier Berlusconi che il popolo italiano».

E proseguiva: «Ci scusiamo con l'Italia e col premier Berlusconi per questo spiacevole errore». Il Cavaliere accettò le scuse: pietra sopra. Tutto poteva immaginare, quindi, tranne il nuovo sgarbo di ieri. Che è tutto nel confronto coi ritratti degli altri protagonisti e comprimari del viaggio di Barack Obama a l'Aquila, a Roma e in Ghana. Una pagina e mezza viene dedicata al presidente della Commissione dell'Unione africana Jean Ping, del quale si ricorda che si è laureato a Parigi in scienze economiche, che ha lavorato all'Unesco ed è stato ministro delle poste del Gabon. Due al presidente algerino Abdelaziz Bouteflika. Due abbondanti al successore di Mandela alla guida del Sudafrica Jacob Zuma, quasi due e mezzo al turco Recep Tayyp Erdogan, due al brasiliano Luiz Ignacio Lula da Silva, tre al cinese Hu Jintao e all'egiziano Hosny Mubarak, compresa la lista delle medaglie, delle decorazioni militari e delle lauree ad honorem ricevute in giro per il mondo. Due al presidente del Ghana John Atta Mills, nel quale si specifica che è originario di Ekumfi Otuam, che si è diplomato alla scuola secondaria Achimota, che ha studiato a Stanford e pubblicato una dozzina di libri tra cui «L'esenzione dei dividendi dalla tassazione sul reddito: una valutazione critica». E Berlusconi? Come dicevamo: sette righe. Contro le tre pagine di Giorgio Napolitano. Con la precisazione, vagamente offensiva, che quelle poche note sono tratte da BBC News e da un'agenzia della Associated Press. Come se l'anonimo autore della schedina non si fidasse del sito Internet ufficiale di palazzo Chigi (dove l'epopea berlusconiana viene ripercorsa, diciamo così, record dopo record) neppure sulle date. Dirà forse il Cavaliere, facendo buon viso a cattivo gioco: sono così famoso da non avere bisogno di piccole biografie. Sarà. Ma anche il Papa è abbastanza noto. Eppure il «Press kit» ha ripreso integralmente quattro pagine biografiche del sito ufficiale vaticano: dalla madre cuoca alla tesi di laurea ("Popolo e casa di Dio nella dottrina della Chiesa di Sant'Agostino"), dalla fondazione della rivista di teologia "Communio" alla laurea ad honorem del College of St. Thomas in St. Paul in Minnesota...

Gian Antonio Stella
09 luglio 2009

da corriere.it



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RICORDATE.

LETTERA DEL PORTAVOCE del presidente: «uno sfortunato errore»

Gaffe Usa: «Berlusconi? Politico dilettante in un Paese corrotto». Poi Bush si scusa

Nel kit stampa della Casa Bianca «materiale insultante nei confronti del premier e degli italiani»

 

ROMA - Una gaffe senza precedenti al G8. Tanto che George W. Bush è stato costretto a porgere le sue scuse a Berlusconi e al popolo italiano. Per quale motivo? Per capirlo, basta leggere la biografia del presidente del consiglio pubblicata nel 'press kit' che la Casa Bianca ha distribuito ai giornalisti al seguito del presidente americano.

LA BIOGRAFIA - «Il premier italiano è stato uno dei più controversi leader nella storia di un paese conosciuto per corruzione governativa e vizio - si legge nel profilo -. Principalmente un uomo d'affari con massicce proprietà e grande influenza nei media internazionali. Berlusconi era considerato da molti un dilettante in politica che ha conquistato la sua importante carica solo grazie alla sua notevole influenza sui media nazionali finché non ha perso il posto nel 2006». La biografia pubblicata sul 'press kit' non si ferma qui: «Odiato da molti ma rispettato da tutti almeno per la sua 'bella figura' (in italiano nel testo) e la pura forza della sua volontà - afferma la biografia - Berlusconi ha trasformato il suo senso degli affari e la sua influenza in un impero personale che ha prodotto il governo italiano di più lunga durata assoluta e la sua posizione di persona più ricca del paese». La biografia di Berlusconi, che cita anche il fatto che da ragazzo «guadagnava i soldi organizzando spettacoli di marionette per cui faceva pagare il biglietto di ingresso», ricorda che il futuro premier italiano mentre studiava legge a Milano «si era messo a vendere aspirapolvere, a lavorare come cantante sulle navi da crociera, a fare ritratti fotografici e i compiti degli altri studenti in cambio di soldi». La Casa Bianca avrebbe prelevato la biografia di Berlusconi dalla 'Encyclopedia of World Biography' che risulta aggiornata al mese scorso.

LE SCUSE - In serata, il portavoce della Casa Bianca, Tony Fratto, ha inviato una lettera nella quale si scusa a nome della Casa Bianca: «Scrivo - si legge nella lettera - in relazione a certi documenti di background che sono stati distribuiti ai giornalisti in viaggio sull'Air Force One per il vertice del G8 che si tiene in Giappone. Una biografia non ufficiale del primo ministro italiano Berlusconi, inclusa nel materiale stampa, utilizza un linguaggio insultante sia nei confronti del primo ministro Berlusconi che del popolo italiano. I sentimenti espressi nella biografia non rappresentano le vedute del presidente Bush, del governo americano e degli americani. Ci scusiamo con l'Italia e con il primo ministro per questo errore davvero sfortunato. Come tutti coloro che hanno seguito il presidente Bush, il presidente ha per il premier Berlusconi e per tutti gli italiani la più alta stima e riguardo».

«ITALIA SI AUTOFLAGELLA» - Scuse accettate dal premier, a quanto pare. Tanto che il giorno dopo Berlusconi ha archiviato la gaffe sottolineando che l'Italia è un Paese che ama «autoflagellarsi» dando pubblicità a questo genere di cose. Nel corso di una conferenza stampa a margine del G8 in Giappone, sollecitato da un cronista, il presidente del Consiglio ha derubricato con un gesto della mano la faccenda aggiungendo solamente che l'Italia «è un Paese che ama flagellarsi e illustrarsi malamente» proprio dando spazio a queste cose.


07 luglio 2008(ultima modifica: 08 luglio 2008)
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Maschere, spaghetti e mafia
Inserito da: Admin - Luglio 10, 2009, 06:28:16 pm
IL CASO

Maschere, spaghetti e mafia

I (pre)giudizi sul Cavaliere

La stampa estera e quei luoghi comuni buttati addosso all'Italia
 
 
«Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?», si chie­deva Donatien- Alphon­se- François marchese de Sade. Oltre due secoli dopo, quel sen­timento di sottile pregiudizio verso gli italiani, di ammirazio­ne sempre smorzata da una cer­ta incredula ironia, di amicizia venata da un pizzico di diffiden­za, continua a riaffiorare anche dietro i giudizi degli stranieri su Silvio Berlusconi.

Intendiamoci: le critiche al Cavaliere, anche le più dure, so­no legittime. E i lettori sanno che questo giornale non ha mai fatto sconti. Ed è vero che qual­che volta lui stesso se le va a cer­care. Un esempio? L'invito agli imprenditori americani a inve­stire da noi perché c'è il sole e «oltre al bel tempo e alla bellez­za dell'Italia, abbiamo anche bellissime segretarie». Per non dire dell'insistenza sul nostro essere «i più simpatici del mon­do». Nessuno sceglie un dentista o un chirurgo perché è «simpa­tico ». E così il socio in un gros­so investimento industriale.

Detto questo, perfino gli av­versari più critici avrebbero buoni motivi per essere infasti­diti dal costante riemergere, at­traverso il berlusconismo, di vecchi, rancidi, insopportabili stereotipi che hanno fatto soffri­re e arrabbiare i nostri padri, i nostri nonni, i nostri bisnonni. Lo ammise tempo fa, proprio sul «Corriere», anche l'ex diret­tore dell'Economist Bill Em­mott: «Non vediamo l'ora di tro­vare una scusa per riproporre i soliti pregiudizi e luoghi comu­ni sull'Italia e gli italiani. Voglia­mo parlare di sesso e belle don­ne, e della mania italiana per il calcio. (...) gongoliamo addirit­tura se si tratta di menzionare la mafia».

Donne, sesso, calcio, mafia. Non c'è argomento usato con­tro il Cavaliere che non sia sta­to automaticamente buttato ad­dosso a tutti gli italiani, compre­si quanti berlusconiani non so­no. Ed ecco Der Spiegel fare una copertina sul leader della destra col titolo «Der Pate» (il Padrino) e bollarlo come «Al Ca­fone ». Ecco la Bbc dedicare un documentario all'Italia berlu­sconiana con la colonna sonora del film di Francis Ford Coppo­la.

Ecco Eva Erman, sul quoti­diano svedese «Dagens Nyhe­ter», scrivere che «la saga ma­fiosa di oggi, con Don Berlusco­ni nel ruolo principale, non ha lo stesso pathos nel racconto. Costui è semplicemente un 'pa­drinowannabe', un aspirante padrino. (...) Don Corleone per costruire il suo impero e proteg­gere la sua famiglia violava spesso la legge e corrompeva i politici, se non li ammazzava. Creava delle proprie regole e una propria morale. Don Berlu­sconi invece modifica la legge. Se è sotto processo per falso in bilancio fa modificare la legge sui tempi di prescrizione».
Conclusione: «Forse è davve­ro giunto il momento di un par­ricidio per cercare di fare entra­re un po' di aria fresca nello sti­vale dell'Europa e togliere l'odo­re del più puzzolente sudore del piede».

Puzza che il premio Nobel José Saramago avverte ancora più forte: «Ma nella ter­ra della mafia e della camorra, che importanza può avere il fat­to provato che il primo mini­stro sia un delinquente?» Va da sé che il giudizio sul Cavaliere ricade su chi lo ha messo in sel­la. «Ci sono Paesi che non si me­ritano i loro governanti. Quasi nessuno. Però l'Italia, per poco che stimi la politica, dovrebbe comportarsi più degnamente», accusa un giorno Antonio Gala su «El Mundo». Conclusione? «Impossibile credere in un po­polo che vota un simile mostro. A meno che non lo abbia eletto per scherzo...». «El País» concorda. E come titola un servizio sul nostro Paese? Tirando in ballo la pa­sta, i maccheroni, gli spa­ghetti. Titolo: «La espague­ti- democracia». Occhiello: «L'Italia rivive la sua leg­genda di anomalia euro­pea».

D'altra parte, cosa aspettarsi da un Paese che ha prodotto Pulcinella e Arlecchi­no e tante maschere che hanno reso grandi la nostra comme­dia, i nostri teatri dei pupi, la nostra letteratura? «Dobbiamo ammettere che i nostri scandali mancano di brio rispetto a quel­li dei nostri vicini. Per esempio noi potremmo cercare invano un personaggio così pittoresco come Berlusconi», spiega Ge­rard Dupuy su «Liberation» do­po il primo trionfo elettorale. Certo, ammette che «è un vez­zo francese quello di fare la mo­rale e guardare gli altri dall'alto. Il classico complesso di superio­rità. Lo facciamo anche con al­tri Paesi». Ma «con l'Italia è più facile, dato il personaggio al go­verno ». Qual è dunque l'aggetti­vo scelto anni dopo dal Times per schiaffeggiare il Cavaliere? «Buffone».

Sempre lì si finisce. Sui buffo­ni, le maschere, gli spaghetti, la mafia, il sole, il mandolino o se volete la chitarra di Apicella... E poi l'italiano furbo e magari a volte genialoide ma inaffidabile come quando Montesquieu scri­veva che «ognuno non pensa che a ingannare gli altri, a men­­tire, a negare i fatti». E poi Ro­dolfo Valentino e l'italiano ga­lante e l'italiano donnaiolo immer­so in una società ipocrita e corrotta come ai tempi in cui Flaubert mette­va nero su bianco che le donne napole­tane «sono sempre in eccitazione, fotto co­me un asino sbarda­to ».

E la mamma? Niente sull'Italia il Paese mam­mone, di cocchi di mam­ma e di mamme che «so­lo per te la mia canzone vola»? Ma certo: non ci è stato fatto mancare neppure questo. Ci pensò sei anni fa il New Yorker: «Nella letteratura ufficiale, que­sta straordinaria ascesa è trasfi­gurata, nella visione di Silvio, come la creazione di un mondo sicuro e libero per Rosella (...) Lei è l'emblema della mamma italiana. Spunta pressappoco in ogni conversazione con gli uo­mini della sua cerchia intima, una donna dalle omelie così im­probabili che potrebbe essere la June Allyson dei malinconici anni Cinquanta...». Di più: «Se è vero il cliché che le più dure­voli istituzioni dell'Italia - la Ma­fia e la Chiesa ne sono ovvi esempi - debbano il loro succes­so al prototipo della grande, au­toritaria famiglia italiana, piena di minacce e pietismi, allora do­vete guardare all'Italia di oggi come alla 'eredità di Rosella Berlusconi'».


Gian Antonio Stella
10 luglio 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il successo non cancella stizza e amarezza
Inserito da: Admin - Luglio 11, 2009, 04:07:49 pm
Bilanci

Il successo non cancella stizza e amarezza

Il Cavaliere e l’arte di saper vincere


«Ho fatto fare un figurone a tutti gli italiani. Compreso Franceschini. E perfino Di Pietro». E’ un peccato che chiudendo i lavori del G8 Silvio Berlusconi non abbia detto sorridendo una battuta del genere. Il suo successo sarebbe stato completo.

L’uomo era in grado di farlo. Anche se un giorno ammiccò ridendo a un complimento che «il più grande battutista in circolazione è D’Alema» (che ricambiò dicendo che il Cavaliere era «umanamente proprio simpatico») i suoi stessi avversari sanno che a volte, con una battuta, sa spiazzare tutti. Di più: forse nessun altro, nella politica italiana, è in grado di sdrammatizzare anche la situazione più tesa con due parole giuste buttate lì al momento giusto. E’ la sua arte. Mica per altro chi lo ama lo chiama il Grande Comunicatore. Capace anche di spiritose auto-ironie.

Come la volta che, stufo di critiche, disse: «Faccio come zia Marina, che ha 80 anni e siccome nessuno le dice che è bella un giorno si è messa davanti allo specchio con un vestito a fiori e si diceva: Marina, cume te se bela!» Ecco: dopo i giorni dell’Aquila, lui non aveva alcuna necessità di dirsi «cume te se bel!». Commenti favorevoli, salvo eccezioni, su un po’ tutti i giornali italiani e stranieri. Immagini sorridenti in tutti i telegiornali del mondo. Massima attenzione planetaria sulle macerie dell’Abruzzo. Complimenti pressoché unanimi (e meritati) per il modo in cui, con la sponda di «San» Guido Bertolaso e dei suoi giovanotti della Protezione Civile, era riuscito in poche settimane a trasformare una grande caserma della Finanza in una struttura capace di ospitare al meglio un vertice internazionale. Per non parlare del più spettacolare dei «colpi» messi a segno: la sciolta disinvoltura con cui, nel giro di poche ore, si era trasfigurato da grande amico di George W. Bush in prezioso alleato di Barack Obama, generoso con lui di lodi oltre ogni attesa.

Insomma: meglio di così forse non poteva andare. E non c’è italiano che, per come si era messa nelle settimane scorse, non debba oggi sentirsi sollevato. Di più: fiero della prova di orgoglio e professionalità fornita, tutti insieme, all’Aquila. E questo al di là di ogni opinione: come disse anni fa Giuliano Amato denunciando i rischi di esporre il nostro Paese ai ceffoni internazionali in nome della polemica politica intestina anti-berlusconiana, «guai se cominciano a trattarci come un materasso su cui saltare, perché in quel materasso ci siamo anche noi». Tutti.

Per questo è un peccato che il Cavaliere non abbia saputo godersi fino in fondo, senza quelle piccole stizze, il momento di trionfo personale. Diranno i suoi amici: più che comprensibile, dopo tutto quello che gli era stato scaraventato addosso... Può darsi. Come è comprensibile che abbia apprezzato in conferenza stampa certe domande al miele, come quella di Franco Gizzi, per pura coincidenza fratello del capo- ufficio stampa della Regione pidiellina, così entusiasta della scelta aquilana («favolosa intuizione», «ci ha fatto sognare », «grazie per dedicare a noi in agosto le sue preziose ferie...») da essere amabilmente punzecchiato dallo stesso presidente: «E’ sicuro di essere un giornalista?».

Fatto sta che, quando un collega dell’Ansa gli ha chiesto se i risultati del vertice «che lei stesso ha definito eccellenti possano aiutare a rilanciare la politica estera del governo e se a partire da questi risultati si possano gettare le basi per riannodare il dialogo con l’opposizione in politica estera e in politica interna », Berlusconi ha deciso l’affondo. E dopo avere liquidato la sinistra («se cambiamo l’opposizione certamente sì...») e rivendicato una serie di risultati, ha chiuso: «Se questo vi sembra un governo che ha bisogno di un rilancio, è un giudizio che si distacca dalla realtà oggettiva. Vi consiglio di leggere meno giornali».

Ed è stato lì che, rifiutando quel minimo di garbo, generosità e allegria che altri vincitori avrebbero concesso nel momento dell’esultanza agli avversari (veri o presunti), il Cavaliere ha deciso di tenersi il successo aquilano tutto per sé. Peccato. Se oltre a Erasmo da Rotterdam («come diceva lui le decisioni più rappresentative sono spesso frutto di una lungimirante follia») avesse riletto anche Polibio, vi avrebbe trovato una traccia di antica saggezza: «Coloro che sanno vincere sono molto più numerosi di quelli che sanno fare buon uso della loro vittoria».

Gian Antonio Stella
11 luglio 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - L’eterno ritorno della «Lega meridionale»
Inserito da: Admin - Luglio 12, 2009, 04:38:58 pm
La storia

Il tarantino Cito promise di «prendere a calci Bossi» e lo sfidò perfino a Milano

Da Finocchiaro Aprile a Mastella

L’eterno ritorno della «Lega meridionale»



Cosa c’entrano Raffaele Lombardo, Gianfranco Miccichè e Agazio Loiero col signor Salvatore Marino aspirante governatore alle Regionali abruzzesi per la lista «Maschio 100% — Lega Sud Ausonia» nata «contro i partiti insulsi di destra e di sinistra» e i «servi del nazi-omosessualismo»? Niente. Ma questo è il nodo: tutti e tre i politici, qualunque cosa abbiano in mente (insieme, divisi o addirittura l’uno contro l’altro) sono chiamati a un’impresa: smentire una lunga tradizione di partiti e partitini e gruppuscoli e clan e molecole meridionalisti troppo spesso così estemporanei tra risultare bizzarri o addirittura ridicoli.

Dice Lombardo che «stavolta sta nascendo una cosa seria». Che vuole «riequilibrare il peso schiacciante della Lega Nord». Ricorda che «Bossi difendendo gli interessi settentrionali fa il suo mestiere. Solo che è ora che nasca una forza che difenda fino in fondo gli interessi del Sud». Quindi? «Abbiamo 2 senatori e 8 deputati. Pochi. Ma non voteremo più un solo provvedimento che danneggi il Mezzogiorno. Mai più. Saremo intransigenti. C’era un patto con Berlusconi: non è stato mantenuto. Non tradiremo la maggioranza, ma difenderemo il Sud metro per metro». Rivela che anche Miccichè «sta mettendo su due gruppetti parlamentari, alla Camera e al Senato, con lo stesso obiettivo: riequilibrare il peso del Nord».

E assicura: «Non saremo soli. Anche Loiero, nel centrosinistra...». Poche anime inquiete? Ridacchia: «Quello che sta accadendo è rivoluzionario ».

Come andrà a finire? Boh... Certo l’ostacolo più grande, per quanti accarezzano il sogno d’una specie di Lega Sud, è che di «Leghe Sud» ne sono già nate negli anni a bizzeffe. Destinate l’una a essere risucchiata da un’altra. A scontrarsi in tribunale per il possesso del nome. A scatenare risse intestine meschinelle nel segno della guerra ai busti di Garibaldi, degli appelli a rimuovere le piazze Cavour, delle invettive contro Costanza d’Azeglio, rea d’avere esclamato contro l’annessione del Sud: «Qu’allons nous faire de ces gens-là, cosa faremo di quella gente? Confesso che penso con terrore alla fatica di ripulire quelle stalle d’Augia ».

Sono passati decenni, dal giorno in cui un cinegiornale della Settimana Incom spiegò: «Il movimento indipendentista siciliano ha presentato due liste per la costituente. Il presidente Finocchiaro Aprile ha inaugurato a Catania la campagna elettorale. Il leader viene portato in trionfo al teatro Sangiorgi. La decorazione del palcoscenico raffigura l’emblema della Trinacria. Il discorso di Finocchiaro Aprile è di netta opposizione. In esso si dichiara che i siciliani amano l’Italia e se vogliono dissociarsi da lei per creare la nuova Confederazione Mediterranea ciò non deve suonare offesa. In un’intervista concessa dal nostro inviato Finocchiaro Aprile ha accennato al programma che porteranno alla costituente. "Noi difenderemo" ha detto "un progetto di confederazione di Stati italiani sul tipo Nord americano. Ciascuno Stato potrà governarsi liberamente da se. alla Sicilia si sta già promettendo l’autonomia. Non ci basta. Vogliamo l’indipendenza».

Sono passati decenni e, dal tramonto di quella stagione, si è visto di tutto. La nascita nel 1984 a Palermo del «Movimento d’Azione Autonomista». La fondazione a Napoli, intorno a una pizza marinara («non la Margherita che, nata in onore dell’omonima regina, è sabauda») di un Movimento culturale fondato da Riccardo Pazzaglia, scrittore e giornalista celebre come «filosofo» di Quelli della notte, per «ristabilire la verità sul Regno delle Due Sicilie».

Il battesimo all’hotel Midas nel ’90 della Lega meridionale Centro- Sud-Isole (diffidata a sua volta per vie legali da un’altra «Lega Meridionale ») che si presentò offrendo la candidatura a Vito Ciancimino (che declinò) e Licio Gelli, che mandò un affettuoso augurio a «quanti si riconoscono nell’ideale di ricostruire un’Italia democratica, onesta, pulita per un suo futuro di prosperoso benessere». Lo sbocciare di «Noi Siciliani», capace di portare un deputato (Nino Scalici) all’Assemblea regionale grazie anche al peso del nome di Teresa Canepa, figlia di quell’Antonio che aveva fondato l’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia andando incontro a una fine tragica e misteriosa.

«Il Sud è una polveriera che può esplodere da un momento all’altro» tuonava allora Clemente Mastella: «Il clima è preinsurrezionale! Stanno togliendo le pensioni di invalidità in modo indiscriminato! ». Di più: «Io invoco la ribellione del Sud. La ribellione morale. Questi del Nord ci vogliono sotterrare, ci vogliono umiliati e servi. Dai cento lire all’Irpinia ed è scandalo, copri d’oro il Trentino ed è tutto giusto! Basta!». Di qui un annuncio in coppia con Francesco D’Onofrio: «Potremmo fondare la Lega meridionale. Abbiamo già pronto il nome: Unione Sud».

Al Mezzogiorno ci penso io, replicò l’irruento Giancarlo Cito. E dopo aver preso Taranto e tentato di sbarrare la marcia secessionista sul Po salendo con un manipolo di arditi fino a Chioggia («sono venuto a prendere Bossi a calci nel culo ») si candidò alla conquista del capoluogo lombardo alle comunali del ’97 alla testa della sua Lega d’Azione Meridionale con uno slogan indimenticabile: «Voglio tarantizzare Milano. Voglio che questa città diventi come Taranto, la Svizzera del Sud». I milanesi (chissà mai perché...) non lo apprezzarono.

«L’ora della storia batte sull’orologio del Sud» proclamò anni dopo Giulio Tremonti. Macché, risposero via via le regioni meridionali buttandosi una dopo l’altra a sinistra. Fu allora, in un momento di sconfitte azzurre a ripetizione, che spuntò nella riccioluta capa di Gianfranco Micciché l’idea di «una specie di sottogruppo parlamentare che tenga gli occhi aperti su tutto ciò che avviene alle Camere intorno ai temi cari al Mezzogiorno che faccia da contraltare a questa immagine di un governo attento prima di tutto agli interessi del Nord». Un progetto non così dissimile, pare di capire, da quello di oggi. Titoli sui giornali: «Nasce Forza Sicilia».

Insomma: fuochi d’artificio tanti, sbocchi politici pochi. Fino a una riunione, la prima in assoluto, a Cosenza, nel gennaio di quest’anno, con la benedizione di Lombardo, di un folto gruppo di gruppetti: dai Centri di azione agraria a Noi Meridionali, da Uniti per la Puglia a Uniti per Matera, dal Partito del Sud a Sicilia Libera, da Lega Sud Ausonia a Unione federalista meridionale fino a Uniti per Castrovillari o Noi Borbonici. Obiettivo: «Dare vita insieme a una ’"Lega del Sud"».

Risultati concreti? Zero, pare. Un pizzico di nervosismo a destra, tuttavia, sembra segnalare che, sotto sotto, qualcosa cova. Purché non vada tutto a finire come in un leggendario spot elettorale finito su YouTube. Quello di Giovanni Bivona, un tappetto mezzo calvo e dal capello lungo che col simbolo di «Patto Sicilia» avanza verso la telecamera strillando: «La politica è triste, facciamola diventare allegra. Protestate con me. Sto arrivando. Io sono qui per dirvi che dobbiamo votare tutti insieme, tutti per uno e uno per tutti perché non se ne può più di tutte queste cose che manca il lavoro, manca il turismo, l’edilizia, manca la serenità della gente in famiglia, nun si vuoli sposari più nisciuno pecché manca ’u travagliu così non ci saranno neanche produzione umana... Protestiamo. Protestiamo. Protestiamo».

Gian Antonio Stella
12 luglio 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Grillo: che fastidio sentirmi definire ostile.
Inserito da: Admin - Luglio 16, 2009, 11:57:46 am
Grillo: che fastidio sentirmi definire ostile.

Se non mi volete non mi iscrivo più

«Questo Pd è la polizza-vita del premier Ma al congresso vi farò una sorpresa»

Il comico respinto dal Pd: «Ho votato Di Pietro: è sempre stato con noi condividendo i nostri obiettivi»

   
«Se io fossi stato al posto loro...». Se fosse stato al posto loro? «Avrei detto: caro Grillo, lascia perdere, non possiamo tesserarti perché sono anni che ci prendi per il culo. Però se vieni al congresso sei un ospite gradito. Vieni e ci dici la tua. Sarebbe stata una risposta politica. Avrebbero fatto bella figura. Ma tirare in ballo il paragrafo tre dell'articolo nove! Quella non è una risposta politica: è burocrazia. Allora la politica non serve a niente. Basta un apparato con dei regolamenti. Boh...». Fallito l'assalto alla segreteria del Pd, Beppe Grillo affonda con appetito la forchetta in un piatto di gnocchetti sardi alla bottarga: «Perché ci ho provato? Perché mi fa rabbia vederli così...». «Glielo dico io perché», irrompe ridendo la moglie: «Beppe era in spiaggia, si annoiava, pensava e ripensava. Era una domenica. A un certo punto fa: quasi quasi mi candido a segretario dei democratici... Così è andata». Lui ride, e torna ad affondare la forchetta con l'allegria impiegata ad affondare il coltello nelle piaghe del Partito democratico.
Ma alle elezioni per chi ha votato?
«Domanda imbarazzante. Io sono un non votista. Vorrei che resettassimo un po' la nostra mente. Cos'è la destra, cos'è la sinistra? Parole. Cambiamole, queste parole».
L'ha votato mai, il Pd?
«Mai. Ma il punto non è questo. Di questa sceneggiata la cosa che mi ha dato più fastidio è sentire che io sarei a capo di un movimento ostile. "Ostile" è una brutta parola. Io non sono per niente "ostile" al Pd».
Il «Giornale» dice che ha lanciato addirittura un'Opa ostile per conto di Di Pietro.
«Io? Per conto di Tonino? Ma dai... Per dire che uno è ostile devi vedere il suo programma. Il mio programma qual è? L'acqua pubblica, le energie rinnovabili, la mobilità, il Wi-Fi gratuito, la raccolta differenziata... Questa, per loro, è l'ostilità. Perché il loro programma sono le discariche, il cemento, l'acqua privatizzata, gli inceneritori che fanno venire il cancro...».
Tornando alla candidatura...
«È nato tutto nel gennaio 2005, col mio blog. Adesso siamo tra i primi al mondo ma all'inizio non sapevo neanche che cosa fosse. Scrivevo una roba, cercavo di far parlare su questo argomento della gente... Ho cominciato a capire. La Rete è la grande trasformazione di questo secolo».
Eppure aveva cominciato spaccando il computer...
«E continuo a spaccarne. Ma perché mi fa rabbia quando non funzionano. I virus, i problemi... Non perché io sia un luddista. La Rete è fantastica. Sullo stesso argomento economico puoi far parlare un Nobel come Stiglitz e un operaio dell'Italsider. Da lì siamo partiti. Poi abbiamo deciso di calare le idee nel concreto. Renderle fisiche. Per attuare sul territorio le cose teorizzate sul blog. Parliamo di 560 gruppi. Circa 90mila ragazzi... Siamo in Australia, America, Giappone... Da lì è nato il V-Day. Voi dei giornali non ve siete neanche accorti».
Questa poi! Era su tutte le prime pagine...
«"Io" sono finito su tutte le prime pagine. E dopo, non prima: "dopo". Solo io e non il milione e mezzo di persone nelle piazze che hanno raccolto 350.000 firme per le nostre proposte di legge popolare: via i parlamentari condannati, non più di due legislature, voto di preferenza come base della democrazia. È stata la più grossa manifestazione degli ultimi trent'anni. E la sinistra, che cosa ha fatto?»
Vi ha dato dei qualunquisti.
«Esatto. Qualunquisti. Populisti. Demagoghi... Io non ho mica capito. Perché invece non ci ha abbracciato? Cosa c'era di sbagliato nelle nostre idee contro i pregiudicati, per una politica più pulita, per le preferenze, per una legge sul conflitto di interessi, per una riforma delle regole finanziarie? Un partito sveglio avrebbe dovuto capire. Purtroppo c'era Veltroni... Topo Gigio... Di politica non c'è più niente là dentro. Io ho cercato di riempire il nulla con un programma».
Cacciari dice che lei voleva solo sputtanare il Pd.
«Come fai a sputtanare una cosa che non esiste? Torniamo all'"ostile": come potrei essere ostile agli elettori del Pd? Il mio obiettivo era semplice: andare al congresso e parlare. Esporre il nostro programma. Dire: "Venite fuori, trentenni con le palle. Mandate via tutti quelli che non hanno più niente da dire"». E adesso? «Andiamo avanti. Facciamo le nostre primarie online invece che con la carta e la matita. Andiamo avanti con le nostre liste "cinque stelle". Dove i nostri sono entrati, prendendo dal 3 al 10%, hanno cambiato il modo di fare politica. Immagini solo cosa vuol dire trasmettere in diretta sul Web un consiglio comunale dove i cittadini vedono cosa dice Tizio, cosa vuole Caio... Questo è il controllo democratico. Se hai delle idee buone, sensate, a bassi costi, sono costretti a seguirti. Loro non hanno idee. Destra, sinistra... Non hanno più idee. Ma dicevo: io sono ostile a sei, sette, dieci persone».
Cioè?
«I soliti. D'Alema, Rutelli, Latorre, Fassino... I soliti che vediamo da anni. E che sono un tappo che frena le energie. Ci sono milioni di elettori nel Pd che condividono le nostre battaglie. Mi hanno votato in 270.000, sul Web».
Eppure anche la Serracchiani...
«All'inizio diceva d'essere d'accordo, poi deve aver avuto una telefonatina. Cosa vuole, è una suora in un bordello».
Non ha messo nell'elenco Bersani e Franceschini.
«Ma sì, anche loro... Come fai a votare Franceschini? Cosa vuole Franceschini? Qual è il programma di Franceschini? Non ce l'hanno, un programma. Io sono un comico ma un programma che l'ho. Degli obiettivi ce li ho».
Ma se lei voleva distruggere i partiti, perché tentare la scalata a una segreteria? Non è un'incoerenza?
«I partiti si sono distrutti da soli. Mica li ho distrutti io. Non hanno più senso. Nella democrazia della Rete, la democrazia dal basso, il partito non rappresenta più nessuno».
Anche Gheddafi dice che non è questa la democrazia, che è inutile eleggere un Parlamento...
«Lui è un despota. Dice che la democrazia non esiste: "La democrazia sono io". Io non dico questo. Dico che la democrazia rappresentativa è finita ed è cominciata la democrazia partecipativa. In Svizzera fanno dei referendum su ogni cosa, decidono i cittadini ed è fatta».
Sta teorizzando il rapporto diretto tra il leader e il popolo attraverso la rete senza l'ingombro del Parlamento? Un rischio mortale...
«No, no. Sulla Rete non puoi imbrogliare. Se non hai credibilità e reputazione ti massacrano. Ci vogliono le palle per reggere, in Rete. Parlo anche per me. Per questo Berlusconi non si sogna di affacciarsi online. Ci ha provato Clemente Mastella, a fare un blog contro di me. Ne è uscito con le ossa rotte. Lo hanno subito clonato con un blog quasi identico ma irresistibile: "Demente Mastella". Poveraccio...».
Fatto sta che questo rapporto diretto online tra il leader e il popolo...
«Cerchi di capirmi, Obama cosa fa? Prima di fare una legge la mette online per sentire cosa ne pensano i cittadini».
E sarebbe questa la nuova democrazia?
«Democrazia... Libertà... Parole. Sbandierate spesso da chi non ci crede più. Probabilmente la democrazia come la conosciamo è finita. Ci sarà qualche altra forma. Quando hanno messo in onda Annozero su YouTube la gente interveniva in diretta. Non puoi raccontare balle, online».
Oddio, magari ne puoi raccontare ancora di più...
«Ma vieni subito smascherato. Sta cambiando il mondo. E loro (loro) non l'hanno capito. Fanno ancora le primarie coi foglietti di carta. Fondano le televisioni coi soldi pubblici e non sanno cosa farne. Sono vecchi. Come è vecchio lo psico-nano».
Cioè Berlusconi?
«Murdoch, che è molto più bravo e ha dei figli più svegli, sta già investendo sulla rete. Compra "MySpace". Ha capito. Lo psico-nano insiste invece col digitale terrestre. Roba già morta prima ancora di essere diffusa. È come il Pd, il digitale terrestre. Ma lei ha visto cos'è successo alle Europee? Abbiamo eletto Sonia Alfano con 160.000 voti senza neanche un'apparizione televisiva. Fatto trionfare De Magistris. Raddoppiato i voti a Di Pietro...».
Perché dice «noi»?
«Perché Sonia Alfano appartiene un po' ai "grillini". Anche De Magistris ha ringraziato la Rete... Anche Di Pietro, quando con un po' di sforzo ha capito...».
E allora perché lei non ha investito sull'Italia dei valori, invece che sul Pd?
«Il partito di Di Pietro insiste sulla figura di Di Pietro...».
Insomma: lei ha votato lui?
«Sì. È sempre stato con noi, fin dalla nostra nascita, condividendo i nostri obiettivi».
Allora perché il Pd?
«È il secondo partito del Paese. Ma è guidato da fossili che non danno risposte su niente. Vogliono l'acqua pubblica o quella privatizzata? La raccolta differenziata o gli inceneritori? Il nucleare o l'energia rinnovabile? Rispondano. Io mi rivolgo ai giovani che sono dentro il Pd. Sono loro che devono impossessarsi del partito. Sono stato alla fiera di Verona del "solare", la più grande d'Europa dopo Monaco. Fantastica. Non c'era un politico. Erano tutti a inaugurare l'inceneritore di Acerra. Roba vecchia».
Fatto sta che la tessera non gliela danno. «Eh già...». Quindi non si iscrive più. «Non posso andare dove non mi vogliono. Prendo atto che per loro io sono un movimento ostile. Il fatto è che questi qui, quando tornano a casa, si tolgono i baffi, si tolgono i capelli e sono uguali a Berlusconi».
È quello che dicono i democratici: cosa viene a fare con noi se pensa che siamo tutti uguali?
«Allora lo ripeto: non ho detto che gli elettori del Pd e del Pdl sono uguali. Ho detto che sono uguali i dirigenti, la parte sinistrorsa del comitato d'affari nazionale. Io ce l'ho con quei dieci che guidano il partito, che le hanno perse tutte e sono la polizza-vita di Berlusconi. Il quale, finché ci sono loro, sta tranquillissimo. Io voglio non rinnovare più quella polizza. Sarebbe già morto, politicamente, con un'opposizione diversa. A partire da tutti gli errori di Veltroni. Un uomo solo aggettivi e sostantivi». Con Bersani sembra meno duro...
«Ma per carità... Ha fatto il ministro del tutto. Le farmacie... I tassisti... Basta. Non volete me? Benissimo. Ma pigliatevi dei giovani. Gio-va-ni. Basta con questa gente laureata trent'anni fa. Obama ha 46 anni e si circonda di ragazzi... Ci sono consiglieri delle banche online che hanno 15 anni! Quindici! Questi qui non hanno la sinapsi».
Prego?
«Sono lenti! Lenti! Lenti! Se non si libera di gente così, il Pd è morto. Pace. Noi andiamo avanti. Continueremo a presentare liste... A organizzare il terzo V-day per il 4 ottobre... A chiederci come fanno quelli del Pd a non capire».
Andrà lo stesso congresso?
«Ma no... Come fai ad andare dove non ti vogliono? Mi inserirò in contemporanea, online, mentre sta parlando Bersani...». Come un hacker? «Come un ologramma. Mah... Poveretti... Vorrei tanto consolarli. Offrire loro la mia spalla. Come si fa coi vecchi che non ci si raccapezzano più. Spiegargli con gentilezza: dai, non fare così, vieni via... È finita. Andiamo a casa...».

Gian Antonio Stella
16 luglio 2009


Titolo: Gian Antonio STELLA - Silvio-Carlomagno, ribelli e traditori
Inserito da: Admin - Luglio 28, 2009, 09:29:39 am
Dal «patto del pistacchio» alla sfida autonomista, ormai è «tutti contro tutti»

Silvio-Carlomagno, ribelli e traditori

In Sicilia va in scena l’opera dei pupi

Alfano e Schifani nel mirino dei «contestatori».

Miccichè guida i rivoltosi. La cautela di Dell’Utri

 
2009 -  Nasce l’alleanza tra Gianfranco Micciché (Pdl) e il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo sulla nuova giunta regionale e il partito del Sud 
Chi sia Nofriu e chi Virticchiu, chi Rusidda e chi Peppinino non è facile da stabilire. Perché, certo, Lui­gi Pirandello fa dire al cornuto Ciampa «pupi siamo, caro Signor Fi­fì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tut­ti ». Ma perfino un 'oprante' straor­dinario come Mimmo Cuticchio fa­ticherebbe a calare Lombardo e Mic­ciché, Dell'Utri e Martino e gli altri Paladini di Trinacria in rivolta nel nome del Sud nei panni di questo o quel personaggio. Poche volte, però, la politica sici­liana ha dato l'impressione come oggi di seguire gli antichi copioni della grande opera dei Pupi. Quella dove va in scena 'la più invisibile delle guerre invisibili'.

Dove Beltra­mo e Malagigi, Cladinoro e Gandel­lino, 'agìti' dal puparo che invisibi­le li sorregge, si muovono avanti e indré in un tale strepito di grida e sbattere di spade da spingere gli spettatori a sentirsi 'arizzari li car­ni'. Dove si affollano momenti epi­ci: «Cadde Grandonio / ed or pen­sar vi lasso / alla caduta qual fu quel fraccasso / Levosse un grido tanto smisurato...». Dove non sai mai fi­no a che punto l'eroe sia davvero un eroe e il traditore davvero tradi­tore. L'unica parte certa è quella che i ribelli siciliani di quella che era la Casa delle Libertà hanno cucito ad­dosso a Silvio Berlusconi. La parte di «Carrumagnu cu lu pugnu chiu­su », cioè Carlomagno col pugno chiuso. Onorato sì, perché potentis­simo. Ma avaro. Così tirchio da non volerne sapere di scucire quei famo­si fondi europei per le aree sottosvi­luppare «che spettano al mezzogior­no ». Da avere abolito l'Ici, stando all'accusa dell'economista Gianfran­co Viesti, «togliendo un miliardo e mezzo alle infrastrutture di Sicilia e Calabria». Da avere finanziato tutte le misure anticrisi «togliendo soldi al Sud» per un totale, secondo lo Svimez, di 18 miliardi. Di qui la ri­volta, che non si placa. E che divide il centro-destra isolano come mai prima. Da una parte, additati dai rivolto­si quasi come fossero dei traditori al pari dell'odiato Gano di Magon­za, ecco quelli che dicono che no, non è vero che il governo è succu­bo della Lega Nord e non è proprio il caso di creare problemi e addirit­tura minacciare secessioni. Come Renato Schifani, il presidente del Se­nato che sei anni fa scommetteva su un futuro trionfale ('Nel 2006 consegneremo al Paese un nuovo Mezzogiorno: il Mezzogiorno del benessere') e oggi è così inviso a Raffaele Lombardo da subire a fine maggio l'affronto più insolente: il mancato invito da parte del Gover­natore ('Minchia, m' u scurdai...') alla cena offerta a Napolitano in visi­ta.

O Angelino Alfano, lui pure quel­la sera «dimenticato» (insieme al sindaco Diego Cammarata e al presi­dente dell'Ars Francesco Cascio) ma soprattutto imputato dai ribelli di essere «più vicino ad Arcore che ad Agrigento» fin da quando lasciò trapelare una confidenza che oggi gli viene rinfacciata sulla sera in cui aveva conosciuto il Cavaliere. Il qua­le, per fargli un complimento, gli avrebbe detto: «Ma davvero lei è si­ciliano? La sento parlare in italia­no... ». O ancora il coordinatore del Pdl isolano Giuseppe Castiglione, presidente della Provincia di Cata­nia, che aveva stretto con Schifani e Alfano ('Renatino e Angelino', li chiamano i nemici) il 'patto del pi­stacchio' e non aveva fatto mistero di puntare alle europee alla mitica soglia (poi clamorosamente fallita) del 51%, che avrebbe consentito al partito di mettere in riga Lombardo e perciò bollato da Gianfranco Mic­ciché come «un farabutto che rac­conta minchiate a Berlusconi». Per non dire di Totò Cuffaro, che spara sì contro il Nord dicendo che «Malpensa vale dieci Casse del Mez­zogiorno » e che i fondi per le aree sottosviluppate «sono finiti al Par­migiano e non alla vite», ma si è schierato contro ogni ipotesi del partito del Sud ('Un grande flop') e in ogni caso pare avere oggi un obiettivo solo: farla pagare a Lom­bardo. Reo d'avere detto di volere 'decuffarizzare' la Sicilia. Al che 'Vasa vasa' sibilò gelido: «Non è più mio amico». Dove quel 'più' sottolineava un odio che manco Mandricardo verso Orlando dopo la morte di Manilardo.

Quanto a Silvio «Carlomagno» Berlusconi, i ribelli che si agitano sulla scena con sbatacchiar di spa­de e quelli che se ne stanno appa­rentemente un po' in disparte come Marcello Dell'Utri che forse più di tutti, a ragione o a torto, sembrereb­be adatto alla parte del puparo, pa­re non accettino su tutte due cose. Una è il modo in cui ha liquidato i problemi posti come frutto di in­quietudini di uomini frustrati e in­soddisfatti, una parte che Antonio Martino (che per anni ha sbandiera­to di avere 'la tessera numero 2 di Forza Italia' e oggi appare malinco­nicamente ai margini) e Gianfranco Micciché (il quale aveva a suo tem­po puntato al posto di governatore mettendo per iscritto che 'nessun sogno potrà essere oggetto di tratta­tiva, altrimenti diventa incubo') re­spingono con stizza. L'altra è l'uso di «due pesi e due misure» verso gli alleati. Se il Cavaliere rivendica il di­ritto di decidere a Roma o a Milano come vanno spesi i soldi dei Fas de­stinati al Sud, perché mai la tanto sbandierata bontà del federalismo dovrebbe valere per il Nord leghi­sta e non per il Mezzogiorno? Eppu­re dietro le minacce, gli strappi, le ricuciture, gli avvertimenti, le ma­novre, resta anche agli osservatori più attenti l'impressione di qualco­sa di non detto. Qualcosa che sfug­ge... Come se i protagonisti usasse­ro il 'paccaglio', quel linguaggio in­comprensibile ai non iniziati usato un tempo dai pupari per rappresen­tare storie 'proibite' di ribellione contro lo Stato senza mettere tutti in allarme. Così come sfuggono i 'tempi' di questa strepitosa vicen­da politica e umana che sta andan­do in scena. Il ciclo completo dei 'Paladini', una volta, durava 555 giorni.

Cinquecentocinquantacinque giorni di colpi di scena, passioni, tradimenti, duelli e carneficine. Au­guri. Ma va detto: forse sarebbe più fa­cile capire la «limpidezza cristalli­na » di questa «seria battaglia auto­nomista » se anche di questi tempi non avessero continuato a uscire sui giornali locali notiziole come quella di qualche giorno fa. L'assun­zione da parte della Regione di 160 precari per vigilare 24 ore su 24 il traffico dei quattro sottopassi pedo­nali della circonvallazione palermi­tana: 40 assunti a sottopasso...

Gian Antonio Stella
 
28 luglio 2009
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Battaglie giuste e sparate
Inserito da: Admin - Luglio 30, 2009, 09:14:52 am
LA LEGA E I DIALETTI

Battaglie giuste e sparate


«Non pubblicare articoli, poesie o titoli in dialetto», diceva una delle direttive ai giornali emanate nel 1931 da Gaetano Polverelli, capo ufficio stampa di Mussolini: «L’incoraggiamento alla letteratura dialettale è in contrasto con le direttive spirituali e politiche del Regime, rigidamente unitarie. Il regionalismo, e i dialetti che ne costituiscono la principale espressione, sono residui dei secoli di divisione e servitù». Un ordine insensato. Uno spreco di ricchezze.

Che Luigi Meneghello, autore di libri straordinari e stralunate filastrocche («potacio batòcio spuacio pastròcio / balòco sgnaròco sogato pèocio») avrebbe potuto disintegrare spiegando dall’alto della sua cattedra all’università di Reading che non solo «chi è padrone del proprio dialetto poi impara meglio l’italiano, l’inglese e pure il tedesco» ma che «"l’uccellino" italiano, con tutto il suo lustro, ha l’occhietto vitreo di un aggeggino di smalto mentre l’" oseléto" veneto che annuncia la primavera ha una qualità che all’altro manca: è vivo». Vale per il dialetto veneto e il siciliano, il sardo e il piemontese. Tutti.

Come dice Ferdinando Camon, lui pure devoto alla lingua davvero materna, i «putei» e i «picciriddi», i «pizzinnu» e i «cit» non sono solo «bambini». Ma qualcosa di più. Per questo è un peccato che una battaglia giusta, quella del recupero anche a scuola delle lingue locali usate da Verga e Pavese, Gadda e Fenoglio oggi stravolte da un impasto di tele- italiano «grandefratellesco», venga svilita in una sparata strumentale buttata lì dai leghisti, con accenti pesantemente anti-unitari, per ragioni di bottega. Come è un peccato che un problema legittimamente posto nel consiglio provinciale di Vicenza, quello delle graduatorie nei concorsi pubblici che al Nord hanno regole più rigide e al Sud più elastiche, venga tradotto in un attacco a tutti i docenti meridionali venato di vecchi rigurgiti razzisti che sembravano (sembravano) accantonati.

La scuola, come sa chi raggela davanti a certe classifiche internazionali che vedono il nostro Paese in drammatico ritardo (con la luminosa eccezione di alcune regioni settentrionali piene zeppe, a sentire il Carroccio, di docenti «terroni »), non ha bisogno di maestri e professori che sappiano recitare «sic sac de hoc sec iè car ac a cà» (sottotitolo per i non bergamaschi: cinque sacchi di legna secca costano care ovunque) ma di maestri e professori che conoscano e sappiano insegnare al meglio la matematica, la fisica, l’inglese, la storia, l’italiano... Ha bisogno, insomma, di un salto di qualità. Che recuperando un forte e comune sentire intorno all'idea della Patria, dell'Unità, del Risorgimento possa permetterci di ricucire senza derive campanilistiche con le nostre lingue di ieri che per Giacomo Leopardi erano le più vicine «all'espressione diretta del cuore».

E chissà che questa nuova scuola, italiana ma rispettosa dei dialetti, consenta ai deputati e ai senatori di domani di essere un po' più preparati di quelli di oggi, visto che ai microfoni delle Jene sono arrivati a collocare Guantanamo in Iraq e a definire il Darfur «un sistema di mangiare veloce», i baschi dell'Eta «un movimento irlandese» e Caino «figlio di Isacco». Per non dire della scoperta dell'America (oscillante tra il 1640 e il 1892) e altre amenità che ogni maestra da Sondrio a Crotone, inorridita, avrebbe segnato con la matita blu.

Gian Antonio Stella
30 luglio 2009

da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - I pasticci degli amministratori di Cosenza
Inserito da: Admin - Agosto 02, 2009, 04:01:05 pm
I pasticci degli amministratori di Cosenza

Autoassunzioni e «affitti d'oro»

L'allegra sanità calabrese

Stabile affittato a 420 mila euro l’anno. Ma è ancora incompiuto ed è al centro di una disputa con il Comune


C'è chi aveva assunto il figlio, chi la moglie, chi la cognata, il cugino o il fratello della morosa ma il signor Michele Fazzolari ha detto no, basta coi parenti. E ha assunto direttamente se stesso. Togliendosi la soddisfazione di firmare di suo pugno la delibera. È successo a Cosenza, in quella Calabria che negli ultimi anni aveva già registrato altri episodi indimenticabili. Ricordate? Egidio Masella, appena nominato assessore regionale al Lavoro per Rifondazione, assunse come responsabile amministrativo la moglie Lucia. Pino Guerriero, presidente sociali­sta della Commissione regionale anti­mafia, assunse come autista il nipote. E il capogruppo dell’Udc Gianni Nuce­ra tentò il capolavoro: l’assunzione a spese della Regione prima della moglie Felicia, poi del figlio Carmelo, poi del­l’altro figlio Francesco. Capolavoro bloccato all’ultimo istante, con lui che sospirava: «Volevo solo avere qualcu­no di cui fidarmi».

Anche Michele Fazzolari voleva qual­cuno di cui fidarsi. Lo avevano preso all'Azienda Sanitaria Provinciale con un contratto di tre anni con scadenza a febbraio 2011. Un lavoro precario. Ma, facendo pesare un passato di segreta­rio provinciale della Cisl, era riuscito a farsi affidare un incarico delicato. Lui, precario, doveva occuparsi della stabi­lizzazione dei precari. Detto fatto, ha istruito una bella pratica per stabilizza­re, con un contratto «individuale» a tempo indeterminato e la qualifica «ex 7˚ livello», l'uomo di cui più si fida: se stesso. Ha firmato la «determina» e l'ha passata per la controfirma al diret­tore generale, Franco Petramala. Che senza batter ciglio ha dato il suo okey. Tirandosi addosso un acquazzone di polemiche.

Ma era solo l’inizio. Neanche il tem­po di assorbire le prime accuse e su Pe­tramala, additato come uomo vicino al presidente della provincia di Cosenza, il democratico Mario Oliverio, è arriva­ta una nuova grandinata. Causata da un altro contratto. Quello firmato dal direttore generale dell’Asp per prende­re in affitto una palazzina in località Muoio, alla periferia della città, oltre l’autostrada. Una brutta e anonima palazzina co­me tante altre. Se non fosse per un det­taglio: è ancora «al grezzo» e, come ha scritto sul Quotidiano di Calabria Mas­simo Clausi, che già aveva dato la noti­zia dell’auto-assunzione di Fazzolari, lo stesso contratto di locazione ricono­sce che mancano gli intonaci e «non risultano ancora realizzati gli impianti tecnici e i solai e i laterizi per l’irrigidi­mento orizzontale si presentano an­ch'essi allo stato rustico».

Ma il meglio deve ancora venire: lo stabile è infatti al centro da un decen­nio di un braccio di ferro amministrati­vo, burocratico e giudiziario. Che vede da una parte la società dei costruttori, che si chiama «Edera srl» e ha come amministratore unico Fausto Aquino, e dall’altra il comune di Cosenza fin dai tempi in cui era sindaco Giacomo Man­cini. La storia si può riassumere in po­che parole: avuto il permesso per co­struire 16 appartamenti di edilizia po­polare, la «Edera» aveva presentato una variante per aggiungerne altri otto e arrivare a 24, il Comune non aveva risposto e la società aveva deciso di procedere lo stesso puntando a chiude­re con una sanatoria. Il vecchio Manci­ni, però, non aveva voluto sentire ra­gioni. E aveva mandato le ruspe con l’ordine di abbattere: sedici dovevano essere le abitazioni e sedici sarebbero state.

Oltre dieci anni dopo il tormentone, tra sentenze del Tar, verdetti del Consi­glio di Stato, ricorsi, contro-ricorsi, rinvii, rifiuti dell’amministrazione mu­nicipale di accettare la variante, richie­ste di risarcimenti danni per dieci mi­lioni di euro, non si è ancora chiuso. Nel frattempo, però, ecco la sorpresa. Mentre un pezzo del sistema pubblico (cioè il Comune) dava battaglia al­l’ «Edera», un altro pezzo (l’azienda sa­nitaria) si metteva d’accordo. E facen­dosi promettere che i lavori saranno fi­niti in pochi mesi ha preso in affitto lo stabile per sei anni. Il canone? Tenete­vi forte: 420mila euro l'anno. Per sedi­ci appartamenti di edilizia popolare. Totale complessivo: oltre 2 milioni e mezzo di euro. Per una palazzina di periferia desti­nata ad ospitare fino al 2016 un po’ di uffici, di archivi, di garage... Evidentemente la Sanità calabrese, nonostante le notizie catastrofiche, ha ancora soldi da spendere...


Gian Antonio Stella
02 agosto 2009
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Le insofferenze verso Carroccio e Cavaliere
Inserito da: Admin - Agosto 16, 2009, 04:29:25 pm
Autonomia veneta Le insofferenze verso Carroccio e Cavaliere

Le ribellioni del Doge Galan «Liberale, libertario e libertino»

Il soldato Galan dice di sentirsi «liberale, libertario e libertino» («nel senso Settecentesco del termine», ammicca per smarcarsi da certe polemiche con un richiamo più a Casanova che al Cavaliere). Ma che si senta anche libero di fare un accordo con il centro e la sinistra, è un altro paio di maniche.

Cosa pensi di quel Partito democratico tra le cui file c’è chi, come Paolo Costa, lo vorrebbe alla guida di una «grosse koalition» per arginare la Lega, lo disse con pa­role accese dopo la vittoria di Prodi nel 2006, salutata come la vittoria dell’«orrido partito dei conservatori, l’inquietante partito estremista non eletto dal popolo e composto dagli ex presidenti della Repubblica, il misero partito degli assistiti in eterno, il partito delle cooperati­ve e delle banche controllate dalla finanza rossa» desti­nato a «devastare l’economia e lo sviluppo industriale del nostro Paese». Un giudizio, diciamo, non lusinghiero. Ritoccato in questi giorni in varie interviste, dal Corriere del Veneto al Giornale : «Con quale dei tre Pd dovrei discutere? Con quello rozzo e ambiguo del sindaco di Padova Zanona­to, quello umorale e lagunare del sindaco di Venezia Cac­ciari o quello serio del sindaco di Montebelluna Laura Puppato, che stimo molto?». Per non dire degli omaggi al presidente della provincia di Trento Lorenzo Dellai e all’ex governatore giuliano-friulano Riccardo Illy.

Possono bastare per suggerire una rottura traumatica da parte di quel «Galan Grande» che è ormai alla guida della Regione dal lontano 1995? «Difficile», dice chi lo conosce bene. «Escluso», dicono gli amici-nemici della Lega. A seminare un pizzico di inquietudine a destra so­no due parole usate dal «Doge» padovano: «movimenti magmatici». Cosa vuol dire, quando ricorda che nella sua regione ci sono già stati «decine e decine di comuni, c’è chi dice addirittura cento, dove Pdl e Lega sono anda­ti soli o si sono alleati con il Pd, ma non sono insieme» e che non si può «negare che in Veneto ci siano movimen­ti magmatici in corso»? E quando gigioneggia sui confi­ni ideologici («Noi veneti non li abbiamo, siamo nati con Marco Polo che andava in giro per imparare») e but­ta lì che certo, lui è fiero di essere «tra i fondatori di Forza Italia» però «in politica, parafrasando Machiavel­li, da cosa nasce cosa»? Il fatto è Giancarlo Galan non fa mistero di due insofferenze. La prima (sottile) è verso Berlusconi dal quale, rivendicando di avere garantito nel Veneto «vittorie a ripetizione, stabilità assoluta e quindici anni di governo senza uno scandalo», si aspet­ta una parola netta dopo l’ipotesi di cedere la regione alla Lega.

La seconda (dichiarata) è appunto verso la Lega. Una insofferenza quotidiana. Ribadita. Callosa. Certo, riottoso al karakiri il governatore non perde oc­casione per ribadire, anche in questi giorni, che «la con­vivenza tra Pdl, Lega e Udc è positiva, più che posi­tiva ». Dietro l’ambiguità della definizione scelta (una cosa è la «convivenza», un’altra l’«alleanza») c’è però un progressivo accumulo di dissensi, bistic­ci, scontri frontali. Su un mucchio di temi diversi.

Primo fra tutti, la cultura. Scottato dall’esperienza precedente, quando il Carroccio aveva gestito l’asses­sorato con Ermanno Serrajotto manifestando più inte­resse per le «sagre del peocio» piuttosto che per il Giorgione, le canzoni popolari (tipo: «’e done de Rialto va via col taco alto / ’e done de San Polo ghe piase l’oso­colo ») piuttosto che per l’Albinoni, non ha ceduto di un millimetro: «La delega me la tengo io». E se l’è tenuta. Non che al governatore non interessino le tradizioni e il dialetto. Basti dire che per il compleanno ha mandato a Napoli­tano una splendida poesia di Romano Pascutto: «Pò da veci se acorzemo / che la feliçità spetada / no gera altro che viver, / cussì, ogni zorno un toc...». Non ha mai fatto mistero, però, del fastidio che prova, lui che viene dal partito liberale di Giovanni Malagodi, per l’esa­sperazione caricaturale di un certo «venetismo», di certi vessilli, certi proclami identitari.

Non è passato mese, in questi anni, senza una baruf­fa. Sulle nomine dei direttori generali delle Asl, che ha preteso di fare da solo (tirandosi addosso anche le invet­tive di An, oltre che quelle leghiste) per «sottrarli alla lottizzazione». Sulla «procedura selettiva riservata» voluta dal Carroccio (con l’appoggio del Pd) per assumere in Regione i portaborse: «È roba da stipendifici, mi ripu­gna ». Sulla cocciuta difesa di Malpensa: «Siamo la pri­ma regione turistica d’Italia: è impensabile che un turi­sta venga fino a Varese per andare a Venezia».

E poi ancora sulla necessità di una sanatoria per le badanti: «Una giusta quanto irrinunciabile politica di ri­gore nei confronti degli stranieri irregolari non deve tra­sformarsi in un danno per le famiglie che si prendono cura in casa propria di un anziano o di un disabile». Sui buoni scuola che i leghisti volevano dare solo a chi ave­va più di 15 anni di residenza: «Questa legge non passe­rà. Non la voterò mai». Sullo sbandieramento del federa­lismo fiscale come se fosse una cosa già acquisita: «Ho 52 anni, non credo che vivrò abbastanza per vederlo sul serio». Sulla prima versione delle ronde «fai-da-te»: «Mostruose». E via così. Contro Zaia. Contro Gentilini: «Credo di avere più affinità con Cacciari che con lui». Contro quelli che strillano contro gli immigrati («usano a volte toni e parole di volgarità indegna, inaccettabile, a tratti bestiale») e contro i gay: «Ci vuole misura, com­prensione, rispetto. In giro c’è una brutta aria che non mi piace».

Anni fa, per il compleanno, gli avevano regalato una specie di «remake» del film Il gladiatore nel quale lui, nei panni di Massimo Decimo Meridio, comanda le trup­pe contro le invasioni dei barbari guidati da un Massi­mo Cacciari dalla orrenda barba nera che barrisce: «Huantaskaullaaa!». Ecco, a distanza di un decennio, l’impressione è che il «Galan Grande», pur restando roc­ciosamente liberale, anti-comunista e ostile ai sinistror­si, si senta anche sempre di più, come avrebbe confida­to ad amici, una specie di «antemurale» contro la barba­rie.

Stavolta, però, quella di un certo leghismo.

Gian Antonio Stella
15 agosto 2009
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da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - L’eroina che sventò la truffa all’Inps
Inserito da: Admin - Agosto 19, 2009, 03:05:06 pm
La dirigente ha denunciato tutto ai magistrati, ora vive sotto scorta.

L’eroina che sventò la truffa all’Inps

Mogli, cognati, sorelle, fratelli, cugini, parenti e amici di uomini di rispetto si spacciavano per braccianti agricoli senza esserlo


C’è una piccola grande donna da proteggere, in Calabria. Una donna che sta rischiando grosso per aver fatto un gesto che da qualunque altra parte del mondo occidentale, da Helsinki a Vancouver, è ovvio e normale: ha passato ai giudici i documenti d'una truffa all'Inps. Truffa che per anni aveva fatto scrosciare acquazzoni di denaro su mogli, cognati, sorelle, fratelli, cugini, parenti e amici di uomini di rispetto che si spacciavano, senza esserlo, per «braccianti agricoli».

La signora, eroina suo malgrado in un pa­ese dove la semplice osservanza delle leggi può richiedere un coraggio straordinario (come quello che costò la vita a Giovanni Bonsignore, un funzionario regionale sici­liano reo di avere denunciato la truffa di una cooperativa) si chiama Maria Giovan­na Cassiano, è la dirigente della sede Inps di Rossano, sulla costa dello Jonio in provin­cia di Cosenza e da due mesi vive sotto scor­ta dopo essere stata pesantemente minac­ciata.

Non è una testa di cuoio, non è uno spe­cialista scelto dei carabinieri, non è un poli­ziotto delle squadre spe­ciali, non è un magistrato d’assalto in guerra con la mafia. È solo una funzio­naria di medio livello di un ente pubblico come l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale che ha fatto quanto le era stato chiesto da Roma: control­lare come mai nell’area della Sibaritide ci fossero così tanti braccianti agri­coli e come mai risultasse­ro così tante giornate di malattia e maternità e in­dennità di disoccupazione. Una procedura standard, in questi casi.

Prova ne sia che ieri le agenzie davano la notizia di un’altra indagine, per molti versi simile in provincia di Taranto, dove la Guar­dia di Finanza ha denunciato 363 persone per una truffa organizzata da un’azienda agricola che dal 2003 al 2007 avrebbe simu­lato una gran quantità di false assunzioni di braccianti agricoli fregando all’Inps, in in­dennità previdenziali e assistenziali varie, almeno un milione e 200mila euro.

L’inchiesta di Rossano condotta su dispo­sizione della magistratura dai finanzieri del capitano Giovanni D’Acunto, per quanto sia soltanto agli inizi, ha già sollevato il co­perchio su qualcosa di più profondo, di più malato, di più pericoloso di tante truffe tra­dizionali. Dietro alle tre cooperative sma­scherate fino ad oggi, la «San Francesco», la «Eurosibaris» e la «Meridionale» (altre so­no passate al setaccio in questi giorni) c’era infatti l’ombra, attraverso prestanome o ad­dirittura persone che sarebbero risultate del tutto ignare di essere state usate come copertura, di tre famiglie legate a uomini della ’ndrangheta. Uomini che, come dice­vamo, avrebbero arrotondato gli incassi di altri affari più o meno illeciti distribuendo La nei dintorni (mogli, fratelli, cognati, paren­ti...) la qualifica (e le prebende) di «brac­ciante agricolo».

Nella maggioranza dei casi, da quanto è emerso, era tutto falso. Falsi i poderi dove i falsi braccianti figuravano aver lavorato, fal­se le coltivazioni dove sarebbero stati impe­gnati, falsi i certificati catastali, false le pla­nimetrie e i timbri e tutti ma proprio tutti i documenti dei vari uffici. E quando un cam­po di pomodori o di meloni da raccogliere c’era sul serio, raccontano gli investigatori, le cooperative ci mandavano non quei lavo­ratori che risultavano all’Inps (poveretti, che scomodità...) ma immigrati pagati in nero e senza alcuna tutela previdenziale e sindacale.

Un quadro pazzesco. Concepito dagli or­ganizzatori nella convinzione della totale impunità. Un quadro nel quale spiccano sto­rie, nella loro perversione, assolutamente fantastiche. Come quella di una cooperati­va che nel giro di un solo anno avrebbe ra­strellato un monte salari di un milione e ot­tocentomila euro circa senza essere in gra­do di esibire un solo documento contabile. «Che storia è questa?», hanno chiesto al pre­sidente. E quello: «Ho sempre fatto tutto coi contanti».

Quanto siano riusciti a sottrarre all’Inps tutti quei falsi braccianti, che dopo aver fin­to di avere lavorato per un certo periodo si spacciavano per «cinquantunisti» (51 gior­ni l’anno di lavoro), «centunisti» (101 gior­ni) o «centocinquantunisti» (151) chieden­do quindi indennità varie di malattia, disoc­cupazione e maternità, non si sa ancora. In un solo anno, ha scritto il direttore del Quo­tidiano di Calabria Matteo Cosenza denun­ciando i tormenti di Maria Giovanna Cassia­no, si parla di «circa centomila certificati di malattia», di migliaia di persone coinvolte e di «somme stratosferiche per l’Inps: me­diamente 4-5 milioni di euro a cooperati­va » .

Domanda: può una situazione del genere gonfiarsi per anni e anni senza una qualche accondiscendenza di troppa gente che sape­va e faceva finta di non sapere? È dura da credere. Tanto più che esattamente lo stes­so scandalo era scoppiato non molti anni fa nell’area di Gioia Tauro. Dove i magistrati, interrogandosi su «come mai la Calabria ha un ventottesimo della popolazione italiana ma un bracciante stagionale su sette?» sco­prirono che «nove braccianti agricoli su die­ci » erano fasulli: motociclisti con Honda co­stosissime, mamme incinte al nono mese, detenuti che figuravano al lavoro mentre erano in cella, studentesse con le unghie laccate e i tacchi a spillo. Tutti «raccoglitori di olive» in uliveti che figuravano catastal­mente piantati perfino sulle banchine e nel­l’acqua del porto di Gioia.

Eppure, pare impossibile, contro la deci­sione dell’Inps di non sganciare più un eu­ro a tutti i soci delle cooperative taroccate fino alla chiusura delle indagini sono scoppiati nella Sibaritide focolai di rivol­ta. Le minacce che abbiamo detto alla si­gnora Cassiano. Un tentativo di blocca­re la festa patronale di Maria Santissi­ma Archiropita. Due blocchi, a fine lu­glio e poi di nuovo l’altro pomeriggio, dalle 12 alle 20.30, con ingorghi giganteschi e tu­risti inveleniti, della statale E 90 che costeg­gia lo Jonio da Taranto a Reggio.

Peggio, la rivolta è cavalcata da un pezzo del mondo politico. Porta voti, cavalcare queste ribellioni. Per informazioni, chiedete ad Antonio Caravetta, l’uomo forte dell’Udc. Consigliere comunale a Corigliano e record­man di preferenze in zona alle ultime pro­vinciali. Da sempre punto di riferimento dei «braccianti». Com’è scoppiato il casino, ha subito emesso un comunicato: «L’arrogan­za e l’insensibilità nei confronti dei tanti la­voratori agricoli della Piana di Sibari...».

Gian Antonio Stella
19 agosto 2009
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da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Quell’«aiutino» milionario del Superenalotto alla Sicilia
Inserito da: Admin - Agosto 20, 2009, 10:38:41 pm
Solo oltre lo Stretto lo Stato incassa meno per sostenere la Regione

Quell’«aiutino» milionario del Superenalotto alla Sicilia

Nelle prime settimane di agosto la norma contenuta in una legge del 1993 ha fatto entrare nelle casse di Lombardo 2,7 milioni di euro
 

Perché mai alla Sicilia (e solo alla Sicilia) va un ottavo di tutti gli incassi delle giocate al Superenalotto fatte nell’isola? Perché mai lo Stato non è altrettanto generoso con Lombardia, Toscana o Molise e neppure con le altre regioni a statuto speciale? La domanda, venata di irritazione, ha dilagato ieri on-line non appena è comparsa la notizia: l’erario lascia alla Regione il 12,25% della raccolta locale.

Un privilegio che ha consentito all’ente go­vernato da Raffaele Lombardo di incassare soltanto in queste prime settimane d’agosto 2,7 milioni di euro. Quasi quanto il governo ha distribuito in tutto il 2008 alle organizza­zioni di assistenza umanitaria con l’8 per mil­le. La notizia, a dire il vero, è l'ennesima di­mostrazione di quanto sia stato geniale, a suo tempo, il lancio sulla Settimana enigmi­stica di una fortunatissima rubrica: «Forse non tutti sanno che...». Dove da decenni si diffondono alla rinfusa le cose più curiose: «Forse non tutti sanno che... il canguro può fare salti di nove metri!», «Forse non tutti sanno che... Antonio Gramsci era alto un me­tro e mezzo». «Forse non tutti sanno che... il tennista Rafael Nadal ha vinto su terra 60 par­tite consecutive». Cose così: note agli specia­listi ma ignorate dal grande pubblico, che se le beve come ovetti freschi di giornata.

Spiegano dunque le agenzie che lo Stato incassa il 49,5% delle somme gioca­te agli sportelli Sisal di tutta l’Italia tranne al di là dello Stretto di Mes­sina dove questa sua percentuale scende a poco più del 37% dato che in base all’articolo 6 della leg­ge 599 del 1993 e del successivo de­creto 11 giugno 2009 («Misure per la regolamentazione dei flussi fi­nanziari connessi all’Enalotto») de­ve lasciare il 12,25% delle somme giocate nell’isola alla Regione. La quale incas­sa i soldi in aggiunta alla quota di diritto fis­so (0,052 euro per ogni colonna giocata) e al­l’aggio delle ricevitorie (8% della raccolta). «Una somma non di poco conto, visto che dalla Sicilia arriva il 6,8% circa della raccolta nazionale», precisa l’Agi. Visto che da genna­io ad oggi i siciliani hanno giocato oltre 143 milioni, «a Palazzo d’Orléans sono arrivati circa 15,6 milioni nel 2009, e già 2,7 milioni nel solo mese di agosto». Eppure forse non tutti sanno che l’articolo 6 di quella legge del 1993, in realtà, non riguarda solo l’Enalotto ma tutte «le riscossioni dei giochi di abilità e dei concorsi pronostici riservati allo Stato a norma dell’articolo 1 del decreto legislativo 14 aprile 1948, n. 496». Vale a dire che le pub­bliche casse girano alla Regione, stando alle norme, un ottavo di tutti gli incassi siciliani di tutti i giochi di questo genere.

C’è chi dirà che è giusto. Che si tratta di una cosa che alla Sicilia spetta perché il parla­mento isolano «è il più antico d’Europa», per­ché lo Statuto di Autonomia è nato prima del­la Costituzione italiana e magari perché la Si­cilia «avrebbe potuto diventare la 49 a stella della bandiera americana» come voleva il Partito per la Ricostruzione, che verso la fine della Seconda Guerra mondiale era arrivato ad avere oltre 40.000 iscritti dando battaglia per l’annessione della Sicilia agli Stati Uniti. Per non dire del «risarcimento» storico che sarebbe dovuto all’isola per lo sbarco di Garibaldi e dei Savoia, che qualche siciliani­sta fanatico ha ribattezzato sul web «na­zi- piemontesi».

Che la Sicilia sia economicamente nei guai è difficile da contestare. Il tasso di disoccupa­zione è doppio rispetto a quello nazionale, il 39, 3% dei giovani sotto i 24 anni non riesce a trovare lavoro, il tasso di attività (51,2%) è il più basso in Italia, le famiglie che secondo l’Istat sono ai limiti dell’indigenza sono qua­si una su tre e perfino il turismo, che secon­do prima Prodi e poi Berlusconi avrebbe do­vuto fare della Trinacria «la Florida d’Euro­pa », riusciva ad offrire nel 2007, ha scritto Maria Marchese, «appena 36,1 posti letto su 1.000 abitanti contro i 75,2 posti offerti dal­­l’Italia, e ad attrarre appena 2,9 giornate di presenze annue per abitante, contro una me­dia nazionale di 6,2». La scoperta di quella «quota superEnalotto» unica ed esclusiva, tuttavia, per quanto fosse già nota alla cer­chia ristretta degli addetti ai lavori, rischia di rilanciare una polemica che in questi mesi si è fatta via via più accesa non solo con il Nord (dove gli anti-meridionalisti hanno ora un nuovo spunto di polemica) ma con le altre regioni del Sud. Regioni che per bocca di vari amministratori, dal campano Antonio Basso­lino al pugliese Nichi Vendola, dal calabrese Agazio Loiero al lucano Vito De Filippo han­no già storto il naso su troppi «aiutini» fatti avere negli ultimi mesi dal governo di destra alla sua roccaforte isolana capace di regalarle anni fa il famoso «cappotto» di 61 parlamen­tari su 61.

Prima il regalo di 140 milioni a Catania per tamponare la catastrofe finanziaria comu­nale... Poi i 180 milioni a fondo perduto per ripianare i debiti di Palermo... Poi il via libe­ra di Roberto Calderoli alla pretesa della Re­gione («o passa la norma, o facciamo saltare il tavolo», chiarì l’allora assessore al bilan­cio) di trattenere sull’isola il gettito delle acci­se sui prodotti petroliferi, cosa che per ora è sospesa ma garantirebbe alla Sicilia nuovi in­troiti per circa 8 miliardi l’anno... Poi lo sbloc­co dei famosi 4 miliardi di fondi Fas, sblocco deciso per arginare l’offensiva sul Partito del Sud ma non concesso alle altre regioni che reclamano lo stesso trattamento... Non sarà facile, per Raffaele Lombardo, spiegare ai suoi stessi colleghi perché la sua regione deve avere questo trattamento «spe­ciale ».

Gian Antonio Stella
20 agosto 2009
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da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Silvio & Mike, così uguali
Inserito da: Admin - Settembre 10, 2009, 05:45:40 pm
La storia - I record, la pubblicità, il carisma.

Divisi solo dal calcio

Silvio & Mike, così uguali

E quell’ultimo minestrone

Insieme per 32 anni. «Poi neanche gli auguri a Natale»


«Solo io ho fatto 36 riforme e governato 1.412 giorni di fila!». «Solo io ho vinto 16 Telegatti e presentato 11 Sanremo!». Erano nati per capirsi, Silvio Mike. La stessa passione per i record, il calcio, la pubblicità, la chioma cotonata dai rifles­si arancione. Un «matrimonio» durato 32 anni. Fi­nito una sera di pochi mesi fa davanti a un mine­strone con lui, Mike, che era andato ad Arcore per farsi consolare e finì quasi per consolare Sil­vio: «Eravamo noi due, soli, nella grande sala vuo­ta. Era stanchissimo. Davanti a quel minestrone, cucchiaiata dopo cucchiaiata, diceva: 'Sono teso, dormo pochissimo, quattro ore per notte. Mi at­taccano da tutte le parti'. E pensavo: 'Ma guarda un po’, sono qui con l’uomo più potente d’Italia, il più acclamato, una cena che tutti m’invidieran­no e mi viene una gran tristezza. Quest’uomo mi sembra così solo!'…».

Si erano incontrati la prima volta nel 1977. Quando il presidente del Consiglio era Giulio An­dreotti, quello del Milan Felice Colombo, quello della Rai Paolo Grassi: «Mi telefona a casa uno sconosciuto. Mi fa: 'Lei ha lavorato in America, conosce la televisione commerciale, mi potrebbe aiutare a sviluppare un modello analogo in Ita­lia'. Gli dissi: 'Incontriamoci, ne parliamo, ma sappia che io faccio 25 milioni di telespettatori col mio programma'. 'Chi è ’sto Berlusconi?', chiesi in giro. 'Un palazzinaro che non capisce niente di televisione', mi risposero».

Si diedero appuntamento il 9 ottobre, al Club 44, in via Cino del Duca a Milano. «Eravamo solo io e lui», avrebbe raccontato a Luca Telese, del «Giornale»: «Fu la prima volta in cui mi illustrò la sua proposta: 'Lascia la Rai e vieni lavorare per me'.» Anche se Mediaset non esisteva ancora? «Non esisteva nemmeno TeleMilano, se è per questo. Non esisteva nulla. Berlusconi all’epoca aveva un canale via cavo che si vedeva solo a Mi­lano2 ». E che cosa rispose alla proposta di lavora­re per una tv 'condominiale'? «Dissi sì. Mi ritro­vai di fronte una persona che parlava come me, pensava come me, aveva un senso tutto america­no del fare impresa, che qui in Italia lo rendeva praticamente una mosca bianca».

Certo, pesarono i danée: «Tra me e me pensa­vo: per correre un rischio così deve propormi una bella cifra. E mi ero anche fatto due conti: alla Rai, in un anno, mi davano più o meno 26 milioni di lire lorde. (...) Mi guarda e improvvisamente mi fa: 'Io avrei pensato a 600'. Chiedo io: 'Seicento che?' E lui: 'Milioni, ovviamente'. Ero così incre­dulo che gli chiedo ancora: 'Oddio, per quanti an­ni di contratto?'. Mi fa: 'Per un solo anno, ovvio. Ma poi potrai arrotondare con le televendite e con gli sponsor'».

Leggenda vuole che per avere a tutti i costi l’uo­mo su cui aveva puntato, il Cavaliere non gli die­de tregua: «Gli dissi che dovevo parlarne con mia moglie Daniela e che stavo partendo per il Messi­co. E lui fece trovare un mazzo di rose al giorno a Daniela in ogni albergo in cui scendevamo e chia­mò me tutte le sere». Un assedio amoroso. Col fru­scio di banconote in sottofondo: «Non amo quelli che fanno le anime belle. Accettai perché era un’offerta che solo un matto avrebbe potuto rifiu­tare. E poi perché lui aveva avuto l’intuizione ge­niale che avrebbe cambiato tutto. La pubblicità».

Partirono in sordina: «Entravamo negli studi al­le 10 del mattino, uscivamo alle 10 di sera. Berlu­sconi era sempre lì, guardava, giudicava, portava le pastarelle...». Gli inserzionisti cresciuti col «Ca­rosello », avrebbe raccontato il presentatore, non capivano mica tanto, all’inizio, questa storia delle sponsorizzazioni: «Una mattina incontrammo il fior fiore dell’imprenditoria italiana, assieme ai di­rigenti delle più importanti agenzie di pubblicità. Saranno state trecento persone. Io e Berlusconi parlammo in piedi su due cassette di acqua mine­rale » .

Come potevano non andare d’accordo? Certo, li divideva il tifo. Perché Mike, a differenza di quan­ti nei dintorni del Cavaliere si sono via via infiam­mati d’amore per il Milan, non tradì mai la Juve che lo aveva fatto palpitare («Caro Pietro, sei stato il primo mito della mia vita. Quando ero ragazzi­no ti aspettavo davanti ai cancelli dello stadio di Torino e ti accompagnavo fino al tram», scrisse nel necrologio per la morte del leggendario Pietro Rava) e tanto meno la sera del maggio 2003 a Man­chester in cui i bianconeri persero la finale col Dia­volo all’Old Trafford. Sul resto, però… Avevano lo stesso medico, Umberto Scapagni­ni, pronto a giurare ad Aldo Cazzullo che esiste «un metodo per calcolare la differenza tra l’età anagrafica e l’età biologica, tra i dati teorici e l’ef­fettiva attività mentale, fisica, sessuale» e che Ber­lusconi aveva in effetti «12 anni di meno» anche se «il record appartiene a Mike Bongiorno: meno 17». Lo stesso spirito giovanilista che spinse Sil­vio a mettersi la bandana e spingeva Mike a fare un mucchio di sport a costo di spaccarsi un po’ di ossa: «Ogni volta che prendo l’aereo il metal de­tector suona e mi bloccano. Io faccio notare che sono Mike e ho i chiodoni. Loro mi rispondono: 'Sì Mike, allegria, cortesemente se li tolga e li metta sul nastro'. Mi sa che mi prendono per un pirla».

E poi lo stesso rapporto di amore con i figli, sui quali avevano pesato molto con le loro personalità traboccanti, anche se i rampolli dell’uno sono stati avviati in azienda e quelli dell’altro se ne sono guardati bene: «Non hanno voluto seguire le mie orme. Si vergognavano di me, in classe gli gridava­no 'Allergia! Allergia!'». La stessa facilità spensie­rata a scivolare sulle gaffes senza dare loro impor­tanza, con Silvio a parlare di «Romolo e Remolo» e inventare l’«Estuania» e Mike a chiamare papa Sar­to «Pio Ics» invece che Pio Decimo o a tuonare con una concorrente che aveva sbagliato una risposta di ornitologia: «Ahi, ahi signora Longari, lei mi è caduta sull’uccello!». Disse: «Le gaffes le faccio, ma poi, come i conduttori americani, le esaspero, affondo il coltello nella piaga. È autoironia. Io so che ce l’ho, anche se alle volte, onestamente, me lo fanno notare gli altri».

Ma soprattutto, i due, avevano in comune la stessa «magia». La capacità di parlare al «proprio» pubblico. Una capacità che a Mike, dopo decenni di sberleffi sulla sua ignoranza («Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mo­strandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamen­te intenzionato a non apprendere nulla. In com­penso dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa», scrisse Umberto Eco) fu ricono­sciuta infine non solo dallo Iulm con una Laurea ad Honorem ma perfino dall’Accademia della Cru­sca: «Ha insegnato l’italiano agli italiani».

Per questo, dopo tanti anni, non capì perché Mediaset gli avesse rifiutato il rinnovo del contrat­to facendoglielo comunicare da un funzionario ma soprattutto perché Silvio lo ignorasse: «L’ho chiamato a novembre: da allora sono passati più di cinque mesi e non mi ha ancora richiamato», raccontò a maggio, deluso, a Fabio Fazio. Peggio: «Lavori 30 anni con un gruppo e di colpo sei fuo­ri. Quando a Natale ho cercato di fare gli auguri a Silvio la segretaria mi ha risposto: 'C’è una lunga lista di attesa, la richiamiamo'. A me? Cose da paz­zi ». Poi lanciò il suo appello: «Chiamami, chiama­mi, sono qua…».

Lo chiamò, il Presidente. Lo invitò a cena la se­ra dopo. A mangiare il minestrone. Soli soli. Stan­chi. «C’era come un senso di freddo e di buio at­torno a noi».

Gian Antonio Stella
09 settembre 2009
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da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Libertà (troppa) di spazzatura online
Inserito da: Admin - Settembre 16, 2009, 03:48:52 pm
Tutti frutti

Libertà (troppa) di spazzatura online

Dopo l'attacco a Giorgio Israel, la tentazione di ronde elettroniche anti-razzismo



Raglio d’asino non sale al cielo, dice un vecchio adagio. E c’è da sperare che Giorgio Israel, docente di matematica alla Sapienza di Roma, autore di numerosi libri e centinaia di articoli scientifici e collaboratore di Mariastella Gelmini non se la prenda troppo per quelle scritte idiote e razziste apparse in un blog.

Incassata la solidarietà non solo del ministro dell’Istruzione ma di tanta gente che magari non condivide né lo spirito né la lettera della riforma ma trova insopportabile quell’infamia online («La Gelmini a questa riforma sta dando solamente il nome e la faccia. In realtà, l’artefice dietro le quinte di essa, il puparo, è l’ebreo Giorgio Israel. Come lo era Biagi, il riformatore della legge del lavoro, come lo è quel nano malefico di Brunetta»), il professor Israel ha buoni motivi per fare spallucce.

La rete, proprio perché è lo spazio più libero e sconfinato e anarchico che esista, è piena e strapiena di documenti straordinari e insieme di spazzatura. Ci trovi le encicliche papali in edizione integrale, i manuali d’uso del fucile Carcano- Mannlicher del 1891, le cronache medievali di Rodolfo il Glabro, le più raffinate riviste di scienze e insieme notizie pazze come quella raccontata da un giornale congolese secondo il quale alcuni anni fa, in seguito al malocchio di uno stregone, tutti e undici i membri di una squadra di calcio congolese, dal portiere all’ala sinistra, furono uccisi da un un fulmine che lasciò illesi i giocatori della squadra avversaria.

La sparata contro Israel, tuttavia, è solo l’ultimo segnale di un problema vero. Come può dimostrare il lavoro di monitoraggio quotidiano del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Internet è diventata anche in Italia la zona franca in cui si possono sfogare tutti i peggiori istinti razzisti che ribolliscono nella sentina della società. Contro i negri, i terroni, gli handicappati, i marocchini, gli albanesi, i finocchi, gli «altri »...

Il sociologo Antonio Roversi, nel libro «L’odio in rete » scritto poco prima di morire, aveva capito tutto: il lato oscuro del Web «è popolato da individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma importante eccezione, il linguaggio della violenza, della sopraffazione dell’annientamento nei confronti di altri esseri umani. Dietro quelle pagine web ci sono uomini e donne che nutrono un senti­mento antico che si pensava prosciugato dal processo di civilizzazione o quantomeno relegato in qualche nicchia inoffensiva e nostalgica del nostro pianeta, ma che invece si è riaffacciato con un’intensità per certi versi sorprenden­te ».

Lo scriveva tre anni fa. E le cose sono perfino peggio­rate. Tema: niente «ronde» (informatiche) per beccare i razzisti in rete?

Gian Antonio Stella
16 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La strage dei para' a kabul
Inserito da: Admin - Settembre 19, 2009, 10:59:24 am
La strage dei para'a kabul

Gli eroi di una guerra lontana

Il diritto dei morti, il dolore del Paese


Forse non si troverà mai un anonimo poeta in grado di cucire addosso ai ragazzi italiani morti di Kabul una canzone di quelle di una volta. Canzoni di lutto e dolore che fermavano il fiato. Come «Sul ponte di Perati», con quella strofa che dice «sull’ultimo vagone c’è l’amor mio / Col fazzoletto in mano mi dà l’addio. / Col fazzoletto in mano mi salutava / E con la bocca i baci lui mi mandava». La disperazione della perdita, lo strazio delle mogli, le lacrime dei bambini e lo sguardo impietrito dei padri e delle madri, però, sono sempre gli stessi. Anche la bandiera stesa sulle bare dei caduti, quella bandiera che un pezzo del mondo politico non perde occasione per coprire di disprezzo, è sempre la stessa. Quella che coprì, quando fu possibile e i corpi non furono abbandonati ai lupi, i soldatini mandati a morire sui monti della Grecia dove «c’è la Vojussa, col sangue degli alpini s’è fatta rossa» e sulle rive del Don descritte da Mario Rigoni Stern o sugli altopiani etiopi dov’erano arrivati cantando allegri: «Il treno parte: ad ogni finestrin / ripete allegramente il soldatin. / Io ti saluto: vado in Abissinia / cara Virginia, ma tornerò...».

Dentro i loro blindati Lince fatti saltare in aria dai talebani, Antonio e Roberto, Giando­menico e Matteo, Massimiliano e Davide e gli altri rimasti feriti, avevano forse sparato a tut­to volume prima di partire, come era giusto che fosse per ragazzi della loro età, un po’ di rock duro. Oppure quella samba che a un pa­io di pattuglie che laggiù in Afghanistan si fa­cevano coraggio cercando un po’ di normali­tà quotidiana nella musica carioca aveva fatto guadagnare appunto quel soprannome: Pattu­glie Samba. Quella che più è cambiata, però, è la guerra. Meglio: il modo in cui gli italiani vivono quelle guerre lontane. Guerre insensate e balorde. Più infide, sot­to molti aspetti, di tutte le altre guerre. Dove i nostri soldati vanno rischiando la pelle co­me la rischiavano i loro nonni sull’Ortigara o ad Adua ma con regole diverse: gli altri spara­no e mitragliano e scaricano i bazooka per­ché sono in guerra, i nostri possono sparare solo se proprio non c’è nessunissima altra scelta perché in guerra non sono. Meglio: lo sono, ma devono cercare il più possibile di restarne fuori. Scrive in un articolo su Limes intitolato «Il soldato preso a calci» il generale Piero Lapor­ta, un ufficiale furente con quella politica (non solo di sinistra, anzi) che pretende di te­nere insieme la guerra e il pacifismo, gli im­pegni militari internazionali e i continui tagli finanziari alle Forze Armate, che è tutta colpa di un equivoco. Quello che spinse anni fa un insegnante, che sventolava un opuscolo stam­pato con fondi pubblici, a illustrare la Costitu­zione ai suoi studenti spiegando che è «mol­to significativa l’immagine dell’Italia che, con la sua punta di stivale, dà un calcio al soldato: è l’articolo 11, in cui si dice che l’Italia ripudia la guerra». Sia chiaro: fecero bene a scriverlo, quell’ar­ticolo, i padri costituenti. Il nostro Paese, nel­la sua non lunghissima storia, ne aveva già fat­te troppe, di guerre. Alcune delle quali parti­colarmente aggressive. Ed è stato giusto tene­re sempre a mente quel principio. Anche quando abbiamo mandato i nostri soldati in missioni spesso difficilissime a ridosso di guerre spaventose.

È tuttavia difficile dare tor­to a Laporta quando lamenta una serie di am­biguità che non c’entrano neppure col sogno di tanti di sventolare la bandiera arcobaleno cantando «We shall over come» e facendo la «ola» con gli accendini accesi. «Una pattuglia di soldati italiani ha colpito a morte una bambina in Afghanistan. Il fatto è finito sotto la lente della magistratura. Altre pattuglie hanno avuto scontri a fuoco; vi so­no stati feriti italiani e morti nelle file avver­se. Altre inchieste. Dicono si tratti di fatti im­prescrittibili. Suggerirei altrettanta solerzia per Caporetto, Nikolajevka e anche dalle parti di El Alamein, dove le cose non sono state molto chiare», ironizza Laporta. «Perché si at­tiva la magistratura per fatti di guerra, quan­tunque non dichiarata?» Insomma: «La politi­ca militare italiana non comprende che è in­sufficiente eliminare la leva o ridisegnare i co­mandi per stare fra eserciti moderni, mentre sono in circolo vecchie tossine politiche e cul­turali ben peggiori della lettura ideologica dell’articolo 11 della Costituzione». Questo è il punto: la consapevolezza di esse­re fino in fondo «dentro» una guerra vera e che dentro una guerra vera, come ha scritto due mesi fa Guido Rampoldi, puoi starci solo combattendo, aiuterebbe a vivere anche i lutti come quello che ci ha colpiti ieri. Cosa siano l’Iraq e l’Afghanistan, dove abbiamo perduto fino ad oggi alcune decine di persone, lo dice uno studio della rivista statunitense The New England Journal of Medicine ripreso dal libro «Soldati» del generale Fabio Mini: il 30% dei soldati regolari e della riserva che rientrano a casa dopo un periodo passato sui due fronti mediorientali manifesta «sindrome da stress post-traumatico con depressione, violenza fa­miliare, abuso di alcol e droga e disagio socia­le ». Per non dire dei tentati suicidi e degli atti di auto-lesionismo di chi a un certo punto non riesce più a vedere vie d’uscita: nel 2002, dice uno studio di Reuters Health erano stati 350, nel 2007 addirittura 2.100.

I nostri milita­ri lo sanno, «dove» stanno. Sanno che la mis­sione internazionale nella quale sono impe­gnati deve portare cibo a chi ha fame, costrui­re ospedali e scuole, garantire il diritto di voto a chi vuol votare impedendo agli integralisti islamici di mozzare il naso e le orecchie agli elettori come hanno fatto il mese scorso con Lal Mohammad, le cui amputazioni sono fini­te sui giornali di tutto il mondo. Sanno che, come ha scritto tra gli altri Ahmed Rashid, l’in­tellettuale pachistano autore del best seller Ta­lebani , «le pattuglie ISAF a Kabul sono enor­memente popolari tra la popolazione locale. Hanno fatto crollare il tasso di criminalità, protetto le donne e i bambini che vanno a scuola, mostrato alla polizia locale un esem­pio di servizio alla comunità...». Ma sanno anche che c’è chi li odia. E, co­me ha detto il comandante del contingente italiano Generale Rosario Castellano a Gianluca Di Feo, il problema è capire «chi» è il nemico. «Prima fanno i contadini, poi si arruolano con i talebani e poi ritornano con­tadini. Ma gli abiti e le case sono sempre le stesse». Sapevamo che poteva costarci caris­simo, mandare i nostri laggiù in Afghani­stan. Molto più caro di quanto ipotizzasse po­che settimane fa, subito corretto dagli allea­ti, Umberto Bossi, quando disse «io li porte­rei a casa tutti» spiegando che «la missione costa un sacco di soldi e visti i risultati e i costi bisognerebbe pensarci su». Ecco, in questi giorni i familiari di Antonio e Rober­to, Giandomenico e Matteo, Massimiliano e Davide, così come i loro compagni d’arme ri­masti laggiù, a ciglio asciutto, a pattugliare altre strade su altri blindati Lince, hanno di­ritto almeno a una cosa. Di sentirsi alle spalle un Paese unito dal dolore.

Gian Antonio Stella
18 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Frane d'Italia
Inserito da: Admin - Ottobre 04, 2009, 07:31:16 pm
Frane d'Italia

Novantanove anni ci mise l’Italia a dotarsi della carta geologica in scala 1 a 100 mila: dal 1877 al 1976, da Agostino Depretis ad Aldo Moro. E per la nuo­va, in scala 1 a 50 mila (che gli esperti considerano già insufficiente) stiamo messi male: dal 1988 a oggi, dice l’ultimo rapporto del Proget­to Carg dell’Ispra, siamo a 44 fogli completati (più 26 «in corso di completamento» e 255 iniziati) su 652. In ventu­no anni. Dopo di che, spesi 81.259.000 euro (fate voi i conti) il progetto pare essere rimasto a secco di finanzia­menti. Non porta voti, fare la carta geologica.

Ci sono insensatezze co­me queste, dietro la tragedia di Messina. Insensatezze di un Paese che, come ha detto Napolitano, sogna opere fa­raoniche e trascura (che no­ia!) la manutenzione quoti­diana. Quella che per secoli salvò, al contrario, la delica­tissima Venezia che ai piro­mani e a chi era sorpreso a tagliare un albero abusiva­mente attentando all’equili­brio idrogeologico infligge­va quindici anni di esilio «da tutte terre e luoghi del serenissimo dominio» e ai recidivi «sette anni in galera de condenati, a vogar il re­mo con ferri ai piedi».

Quanti hanno pagato dav­vero per le frane assassine del Vajont, della Val di Stava, di Sarno, di Soverato e tantis­sime altre? Solenni proclami sul tema «mai più! mai più!», processi interminabi­li, diluvi di eccezioni proce­durali, avvocati pignolissi­mi, fascicoli di milioni di pa­gine e infine sentenze lette in tono burocratico tra le la­crime dei parenti: «Non è giusto, non è giusto…». E via di nuovo, sperando nella buona sorte, con leggi sem­pre più permissive e distrat­te, come quel piano casa che fino alla mattina del terre­moto a L’Aquila aveva un ar­ticolo 6, precipitosamente soppresso, con scritto: «Semplificazioni in materia antisismica » .

«Per mettere in sicurezza tutto il nostro Paese occorre­rebbero tra i 20 e i 25 miliar­di di euro», ha detto il sotto­segretario alla Protezione ci­vile, Guido Bertolaso. Tanti. E non è detto che basterebbe­ro. Ma comunque meno di quanto i governi hanno do­vuto spendere negli ultimi decenni per intervenire «do­po », con le file di teli bianchi stesi sui morti. Più ancora che un enorme sforzo finan­ziario, più che mai impegna­tivo di questi tempi, servireb­be però una svolta culturale. La consapevolezza che uno Stato serio non può affidarsi alla dea bendata o ai rattoppi d’emergenza. Ma anche che un pezzo di responsabilità della vita propria e di quella altrui è del cittadino. Il singo­lo cittadino. Che non può in­fischiarsene «prima» delle re­gole, quelle scritte e quelle del buon senso, per invocare lo Stato «dopo».

La storia di Messina, pur­troppo, è esemplare. Lo dico­no le 8 mila pratiche non an­cora esaminate dal Comune (su 16 mila!) degli sventura­ti condoni del 1994 e del 1985 (un quarto di secolo fa) più altre 3 mila della sanato­ria 2003. Lo dice il totale di­sinteresse per i rapporti dei geologi che già avevano pre­visto tutto negli anni 90. Lo dice l’assalto di questi anni di assatanati palazzinari alle sabbiose colline cittadine grazie a un piano regolatore che avrebbe dovuto vietare tutto e fu varato invece con quasi 800 deroghe che per­mettevano tutto. Di queste, 33 erano per Giampilieri.

Gian Antonio Stella

04 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - LA CANDIDATURA LEGHISTA ALLA REGIONE
Inserito da: Admin - Ottobre 17, 2009, 04:44:48 pm
LA CANDIDATURA LEGHISTA ALLA REGIONE

Il laboratorio del Veneto


Dice Galan che «so­lo i leghisti vo­gliono essere go­vernati dai leghi­sti e nemmeno tutti quanti» e dunque lui non la capisce la decisione del Cavaliere di cedere alla Lega la guida del­la Regione Veneto, non an­cora ufficiale ma ormai data per scontata nonostante le assicurazioni opposte ribadi­te fino a pochi giorni fa. È un vanesio capriccioso con­vinto d’esser insostituibile e aggrappato alla poltrona sul­la quale è assiso da quindici anni? Se è così, è bene che Berlusconi e Bossi lo mandi­no a spasso: di tutto ha biso­gno, la politica italiana, me­no che di altri uomini della Provvidenza. Dietro l’impun­tatura del governatore ri­schia di esserci però qualco­sa di più di una cocciutaggi­ne personale.

Il quadro, apparentemen­te, è chiarissimo. Di qua il Carroccio, che sa di essere assolutamente indispensabi­le al governo, vuole una grande regione settentriona­le e il Veneto è quella in cui, per numero di sindaci, presi­denti provinciali, radicamen­to territoriale e voti rastrella­ti alle ultime europee (28,4% contro il 22,7 in Lombardia e il 15,7 in Piemonte) si sen­te più forte. Di là Berlusconi, che via via si era adattato al­l’idea di dover sacrificare un governatore e oggi è un po’ più esposto dopo la boccia­tura del Lodo Alfano, ha as­solutamente bisogno del Se­natur per far qualunque pas­so in tema di giustizia. E an­che se era rimasto scottato l’unica volta in cui aveva ac­cettato di puntare su un can­didato comune leghista (l’Alessandra Guerra travol­ta da Illy in Friuli Venezia Giulia, riconquistato solo con un pidiellino) le terre se­renissime sono da sempre così generose con la destra da lasciar pochi margini a brutte sorprese.

Apparentemente, però. Anche a Vicenza pareva im­possibile che la destra per­desse il municipio: ha sba­gliato candidato e l’ha per­so. È una terra strana, il Ve­neto. Dove alle inquietudini comuni ad altre aree del Pae­se e all’orgoglio (sia pure ammaccato oggi dalla crisi) per il prodigioso riscatto do­po secoli di povertà, si som­ma da sempre una certa dif­fidenza, se non qualche osti­lità, verso i «foresti» che «decidono da fuori».

Come dimenticare che il Nordest ha avuto negli ulti­mi dieci anni, compresi Bru­netta, Zaia e Sacconi, 5 mini­stri su 131 nei vari esecutivi di destra e di sinistra pur avendo un nono della popo­lazione, un settimo della ric­chezza prodotta, un sesto delle industrie manifatturie­re, un quinto dell’export?

Non è dunque un caso che le prime reazioni, ieri, abbiano avuto un tema do­minante: dove si deciderà chi sarà il candidato della de­stra alle prossime regionali di marzo: a Roma, a Milano o in Veneto? Il punto non è secondario. Lo dicono le quasi mille firme raccolte in questi mesi tra i sindaci, am­ministratori ed elettori pi­diellini in calce a una lettera che chiede al Cavaliere di la­sciare le cose come stanno. Lo dice una storia di insoffe­renze verso non solo i roma­ni ma anche i milanesi che, senza risalire alla battaglia di Maclodio, ha visto cicli­che invocazioni al partito di tipo bavarese fin dai tempi di Toni Bisaglia e perfino ra­ri tentativi (repressi) di rivol­ta interna leghista contro l’egemonia lombarda. Lo di­ce infine la risposta dell’Udc che in Veneto è da sempre a destra ma oggi, oltre a tuo­nare «col Carroccio al timo­ne mai», lancia l’idea di un listone aperto a tutti quelli che non ci stanno. Scelta che potrebbe poi pesare sul­le alleanze nel resto del Pae­se. Come finirà? Mah... Cer­to è che la Lega si trova da­vanti a un paradosso: non può permettersi che la scel­ta veneta appaia fatta a Ro­ma. E neppure a Varese.


Gian Antonio Stella

17 ottobre 2009
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da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Se a Barbareschi non basta lo stipendio
Inserito da: Admin - Novembre 04, 2009, 11:24:40 am
Tutti frutti

Se a Barbareschi non basta lo stipendio

Il deputato-attore ha bucato il 52,3% di sedute in Parlamento.

Troppi impegni extra-politici


«Si immagini il nostro stupore, mettendoci se­duti, nel vedere che decine di posti erano vuoti, che le tribune a sbalzo erano presso­ché deserte e che nessuno di quei pochi si­gnori presenti stava ascoltando il Presiden­te. (...) I senatori parlavano fra di loro e al cellulare con estrema naturalezza, generando un fastidiosissimo brusio. (...) Molti altri entrano ed escono, leggono e scrivono, ci guardano e sorridono. (...) Come si può governare bene un Paese se non ci si siede quasi mai in quelle tribune?».

Occupatissimo a fare l’attore, il regista e un mucchio di altre cose (il ministro Bondi gli ha affidato un incarico in più: «Consigliere per lo studio e l’approfondimento delle possibili iniziative volte alla promozione ed alla valorizza­zione del patrimonio culturale ed artistico italiano nel terri­torio del Consiglio di Cooperazione per gli Stati Arabi del Golfo») è possibile che il deputato Luca Barbareschi non abbia molto tempo per leggere i giornali. Quindi non ha probabilmente letto la lettera su citata di sconcerto inviata il 3 gennaio scorso al capo dello Stato da un gruppo di studenti del liceo Scientifico «XXV Aprile» di Pontedera pubblicata da La Stampa. Ma come: i professori li avevano portati in uno dei templi della democrazia, l’aula del Senato, e cosa avevano vi­sto? Una specie di circolo delu­xe in linea con un’antica battuta attribuita ora a Guido Gonella, ora ad Attilio Piccioni: «Ozio senza riposo, fatica senza lavo­ro» .

Non bastasse, l’attore non ha probabilmente letto quanto tuo­nò l’uomo cui riconosce lui stes­so di dovere la carriera politica, Gianfranco Fini: «È impensabile che un deputato e un senatore pensino di lavorare da lunedì mattina a giovedì sera. Biso­gna lavorare di più». Né ha avuto il tempo di soffermarsi sulle parole dette alla vigilia delle Europee da un altro lea­der di cui afferma (a modo suo: «È uno statista di livello mondiale. L’ultimo ad avere altrettanta visibilità e rispetto era stato Mussolini») di avere stima, Berlusconi. Il quale at­taccò i candidati avversari («maleodoranti e malvestiti») di­cendo che a destra volevano «rinnovare la classe politica con persone che siano colte, preparate e che garantiscano la loro presenza a tutte le votazioni...». Bene: ignaro di tutto, Luca Barbareschi non solo non con­testa (non può: i numeri sono numeri) i dati del suo assen­teismo in aula (52,3% di sedute bucate) ma al cronista de Il Fatto che gli ricorda come uno stipendio lordo di 23 mila euro al mese più benefit dovrebbe spingerlo a essere più presente, risponde che non ha alternative: impegni pregres­si. E poi, confessa: «Non ce la farei ad andare avanti con il solo stipendio da politico». Tema: qual è il messaggio ai dipendenti pubblici che da mesi sono sotto scopa per tassi di assenteismo che sono quasi sempre molto, ma molto, ma molto più bassi?

di Gian Antonio Stella

04 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Disonorate società
Inserito da: Admin - Novembre 13, 2009, 11:53:37 am
SISTEMA PUBBLICO E ALLEATI CAMORRISTI

Disonorate società


C’è un altro Paese al mondo dove il sistema pubblico si prende come soci «Panzone », «Capagrossa» e «Gigino ‘o drink»? Il fascicolo dell’inchiesta su Nicola Cosentino, riassunto ieri da Marco Imarisio, toglie il fiato. E fa venire in mente, forse per quei nomi che sembrano imparentati con Macchia Nera e Gambadilegno, il modo in cui furono dipinte qualche anno fa, quando dilagarono da Vipiteno a Capo Passero, le società miste. Ricordate? Pareva fossero dotate della bacchetta magica della fata Smemorina capace di trasformare la zucca di Cenerentola in una carrozza e i topolini in cavalli. Formula magica: la forza del sistema pubblico più l’efficienza imprenditoriale del privato. Come sia finita si è visto: i ratti si sono mangiati spesso la bacchetta, la carrozza e anche la zucca.

Il caso della «Eco4», l’azienda mista in cui tutti i cittadini italiani hanno messo i soldi senza immaginare che fosse, per usare le parole del gip, una «pura espressione della criminalità organizzata» che se ne infischiava dei rifiuti e della realizzazione di un termovalorizzatore ma aveva come unico obiettivo una montagna di assunzioni che, raccontò l’«imprenditore » Michele Orsi prima di essere assassinato, erano per il 70% «inutili» e «motivate per lo più da ragioni politico-elettorali», non è purtroppo un’eccezione. Anzi.

Nel Lazio è sotto processo una società mista, la «Aser», che con l’aiuto di sindaci e amministratori era riuscita a ottenere ad Aprilia e in altri comuni (quelli che dicono di non vedere i soldi da anni sarebbero 128, quelli coinvolti 400) un accordo che prevedeva non solo una percentuale del 30% sui tributi riscossi (quella precedente del Monte dei Paschi e quella attuale di Equitalia sono intorno all’1,5%) ma che la quota del socio privato, su quel 30%, fosse del 70%. In Sicilia i tribunali sono alle prese col caso di «Messinambiente», in cui il comune aveva il 51% ma riconosceva al partner privato, la chiacchierata «Altecoen » di Enna, il 118% (avete letto bene: il centodiciotto) degli incassi. Un affare sconcertante. Sul quale l’allora procuratore Luigi Croce disse in Parlamento che «tanto per l’appalto quanto per la costituzione della società mista vi fu certamente un’influenza della criminalità» e che la «Altecoen » era arrivata perché spinta «dal boss Nitto Santapaola ». Sono solo due casi. Ma potremmo andare avanti.

Sia chiaro: alcuni problemi, quale l’ingordigia dei partiti che si servono delle società miste per assumere gente senza concorso o piazzare trombati e reggicoda, sono generali. Vedi il caso dell’autostrada Padova- Venezia: un consigliere d’amministrazione ogni due chilometri e mezzo. C’è tuttavia una specificità meridionale che dovrebbe allarmare soprattutto chi ha a cuore il Mezzogiorno. Sono anni, infatti, che la magistratura, le inchieste giornalistiche, i rapporti come quello di Sos Impresa segnalano una progressiva penetrazione della mala economia in tutto il Paese ma in particolare nel Sud. È una questione non solo morale. Ma economica, se è vero che dall’estero, anche prima della grande crisi, la volontà di investire era così bassa che secondo il Rapporto Svimez «le regioni del Mezzogiorno hanno ricevuto nel 2006 appena lo 0,66% degli investimenti esteri entrati in Italia». Forse non vogliono come socio, loro, «Gigino ‘o drink»…

Gian Antonio Stella

13 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il lato oscuro della rete
Inserito da: Admin - Dicembre 15, 2009, 03:56:33 pm
IL WEB INVASO DA MINACCE E INSULTI

Il lato oscuro della rete

Ma davvero «in democrazia un cittadino deve avere il diritto di dire le sciocchez­ze più grandi che crede», come teorizzò nel 2003 l’al­lora ministro della Giusti­zia Roberto Castelli metten­dosi di traverso alla legge europea che voleva ridefini­re i reati di razzismo e xe­nofobia? Roberto Maroni, vista l’immondizia che tra­bocca online a sostegno dell’uomo che ha scaraven­tato una statuetta in faccia a Silvio Berlusconi (c’è chi si è spinto a scrivere: «Gli doveva rompere il cranio a quel testa d’asfalto!») pen­sa di no. E ha ragione. Se è vero che la nostra libertà fi­nisce là dove inizia la liber­tà degli altri, anche la liber­tà di parola, cioè il bene più prezioso dell’oro in una democrazia, ha un li­mite. Che non è solo il buon senso: è il codice pe­nale.

Ci sono delle leggi: l’ist­i­gazione a delinquere e l’apologia di reato vanno puniti. Uno Stato serio non può tollerare che esista una zona franca dove di­vampa una guerra che quo­tidianamente si fa più aspra, volgare, violenta. Co­me ha spiegato Antonio Ro­versi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da indivi­dui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idio­mi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma im­portante eccezione, il lin­guaggio della violenza, del­la sopraffazione, dell’an­nientamento ». Tomas Mal­donado l’aveva già intuito anni fa: «In queste comuni­tà elettroniche cessa il con­fronto, il dialogo, il dissen­so e cresce il rischio del fa­natismo. Web significa Re­te ma anche ragnatela. Una ragnatela apparentemente senza ragno, dove la comu­nicazione, a differenza del­la tivù, sembra potersi eser­citare senza controllo». Ma più libertà di odio è più de­mocrazia? È una tesi dura da sostenere. E pericolosa. Perché, diceva Fulvio To­mizza, che aveva visto il suo piccolo paradiso istria­no disintegrarsi in una fai­da etnica un tempo inim­maginabile, «devono anco­ra inventarlo un lievito che si gonfi come si gonfia l’odio».

Colpire Internet, dicono gli avvocati di Google de­nunciata per certi video in­fami su YouTube ( esem­pio: un disabile pestato e ir­riso dai compagni) «è co­me processare i postini per il contenuto delle lettere che portano». E lo stesso ministro degli Interni non si è nascosto la difficoltà di avventurarsi in battaglie in­ternazionali contro un gi­gante immenso e impalpa­bile. Peggio, c’è il rischio di far la fine dello scoiattoli­no dell’«Era glaciale»: a ogni forellino che tappa, l’acqua irrompe da un’altra parte. Ancora più rischio­so, però, sarebbe avviare una (giusta) campagna con­tro solo una parte dell’odio online. Trascurando tutti gli altri siti che tracimano di fiele come quelli che im­punemente scrivono d’un «olocausto comunista per­petrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei», di «fottuti schi­fosi puzzoni stramaledetti sporchi negri mangiabana­na », di «maledetti zingari immigrati razza inutile sporca da torturare», di re­spingimenti da abolire per­ché «la soluzione a questi problemi è il napalm, altro che rimpatri». Non puoi combattere l’odio se non lo combatti tutto. Andan­do a colpire sia i teppisti razzisti che sputano online su Umberto Bossi chiaman­dolo «paralitico di m.» sia quanti aprono gruppi di Fa­cebook intitolati «Io odio Di Pietro» o «Uccidiamo Bassolino». Mai come sta­volta, però, il buon esem­pio deve venire dall’alto. Occorre abbassare i toni. Tutti.

Gian Antonio Stella

15 dicembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Qualcuno ha mangiato il gatto?
Inserito da: Admin - Gennaio 05, 2010, 08:09:37 am
Dicerie Un piccolo mistero irrisolto ora indagato anche in un libro di Antonio Di Lorenzo

Qualcuno ha mangiato il gatto?

Storiella (gastronomica e fonetica) su una leggenda vicentina


Che fine fece l'armata di Cambise scomparsa tra le sabbie del Sahara nel 524 a.C.? Perché il faraone Djedefra volle edificare la sua spettacolare piramide lontana da quella di Cheope, Chefren e Micerino a Giza? Chi tracciò le indecifrabili linee di Nazca e della Pampas de Jumana? Perché i vicentini sono «magnagati»?

Direte che quest'ultimo è un giallo storico che non ha mai tolto il sonno a nessuno. Vero. Resta tuttavia un piccolo mistero irrisolto e proprio per questo intrigante. Al punto di spingere Antonio Di Lorenzo, un giornalista già autore con due amici e sotto mentite spoglie («Anonimo Berico») di irresistibili stupidari politici intitolati Il dono dell'obliquità (Galla libreria editrice) e L'Arcipelago Gulash, a elaborare un prezioso libriccino: Perché ci chiamano vicentini magnagati. E le mille vite del gatto vicentino (Terra ferma editore). Per cominciare, sgomberiamo il campo da uno stereotipo: non sono solo i conterranei di Antonio Pigafetta e Goffredo Parise a essere additati come «gattofagi». Charles Dickens, ne Il Circolo Pickwick scrive di un «pasticcio di gatto» mangiato allora abitualmente dagli inglesi. Hanno il micio tra le loro ricette tradizionali i cinesi della provincia del Guangdong, dove pare finiscano nel piatto quattro milioni di felini l'anno. E in Camerun. Ma un po' tutti gli italiani sembrano aver fatto uso, nei momenti di magra del passato, della bestiola «in tecia». In pentola. Lo dice, ad esempio, un decreto firmato da tutti i prefetti della penisola nel 1943 su disposizione del ministero degli Interni preoccupato dall'aumento di topi: «È vietata l'uccisione dei gatti per la utilizzazione delle carni, dei grassi e delle pelli. I contravventori incorreranno nelle penalità comminate dall'articolo 650 del Codice Penale».

Perché allora il nomignolo fu appiccicato solo ai vicentini? L'unico collegamento storico, spiega Di Lorenzo, è rintracciabile nel 1509. Padova è attaccata dalle truppe della Lega di Cambrai allestita contro la Serenissima Repubblica. Tra gli aggressori ci sono anche soldati berici. E sarebbe a loro che i padovani mostrano in segno di scherno dall'alto delle mura una gatta appesa a una lancia: «Lo sfottò era riferito alla macchina da guerra conosciuta come "il gatto" e utilizzata anche dalle truppe imperiali. L'invito è a sfondo sessuale: venite a prendere, nel senso di "possedere", la gatta. Se siete capaci». Tutto qui? Tutto qui. Poi ci sono le leggende. Una, raccolta dallo scrittore Virgilio Scapin, è che negli anni Venti del '400 i veneziani invasi dai topi avrebbero chiesto alcune centinaia di gatti a Vicenza (città che sarebbe stata piena di mici richiamati dall'odore di baccalà...) ma che i vicentini non riuscirono a rispondere all'appello perché i gatti erano tutti spariti «come se qualcuno se li fosse mangiati». Un'altra dice che al contrario furono i vicentini, preoccupati da un'invasione di ratti agli albori del Settecento, a chiedere ai veneziani una fornitura di mici rastrellati per calli e campielli e portati sotto il monte Berico in barca lungo il Bacchiglione per non essere mai più (chissà che fine fecero...) restituiti. Vero? Falso? Boh... Non bastasse, c'è chi si è avventurato in una teoria di origine fonetica. In pratica, «per dire la frase "hai mangiato" in dialetto veneziano si pronunciava "ti ga magnà", in padovano "gheto magnà" mentre nel dialetto antico vicentino si affermava "gatu magnà"».

Di qui, secondo Emilio Garon, cultore di vicentinità, «il soprannome di "magnagatu" o "magnagati" dato in senso spregiativo dai rivali veneti ai vicentini». Che i veneziani avessero il gusto di affibbiare soprannomi con la desinenza «magna», del resto, spiega Di Lorenzo, è noto: «Indicavano (e indicano tuttora) come "magnagiasso" certi pescatori, "magnamaroni" i ruffiani, "magnacarta" gli scribacchini, "magnamocoli" le persone bigotte...» Vero? Falso? Boh... Non manca un'altra interpretazione ancora, dovuta a Jerome Lalande, un francese che dirigeva l'Osservatorio astronomico di Parigi e che nel 1765 visitò una Vicenza diversa da come viene dipinta oggi da certi cantori d'un passato immaginario. Scriveva infatti lo scienziato parigino che i vicentini erano montanari selvatici e violenti al punto che quell'anno c'erano stati in provincia 300 omicidi su 200mila abitanti circa (cioè uno ogni 666 abitanti: 144 volte più di oggi) e che per questa loro rissosità si diceva «vicentini, cani e gatti» oppure «magnagatti». Vero? Falso? Boh... Certo è che a un certo punto spuntò la celeberrima filastrocca: «Veneziani, gran signori; / Padovani, gran dotori; / Visentini magna gati; / Veronesi tutti mati; / Udinesi, castelani, / col cognome de furlani; / Trevisani, pan e tripe; / Rovigoti, baco e pipe; / i Cremaschi, fa cogioni; / i Bressan, tagiacantoni; / ghe n'è anca de più tristi: / bergamaschi brusacristi E / Belun? Pòreo Belun / te sè proprio de nisun!» Chiederete: ma la soluzione del mistero? Non c'è. E forse è più divertente così.

Gian Antonio Stella
29 dicembre 2009(ultima modifica: 04 gennaio 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il monumento ai garibaldini, mostro incompiuto da 50 anni
Inserito da: Admin - Gennaio 05, 2010, 10:19:18 pm
Promesso ai tempi del Duce, Craxi vi posò la prima pietra nel 1986

Il monumento ai garibaldini, mostro incompiuto da 50 anni

Progettato nel 1960, doveva celebrare lo sbarco dei Mille a Marsala


C’è il cadavere cementizio di un poderoso monumento, a Marsala, che testimonia in modo agghiacciante quale sia il rispetto del nostro Paese per la sua storia. È dedicato a Garibaldi e ai Mille, fu immaginato dopo la sbarco, promesso ai tempi del Duce, progettato per il centenario del 1960, iniziato con la posa della prima pietra da Craxi 24 anni fa, bloccato perché totalmente abusivo, sbloccato, ri-bloccato e abbandonato alle erbacce. Abbiano pietà: lo abbattano. Sempre meglio le ruspe che avere sotto gli occhi un mostro di calcestruzzo che insulta l’Unità d’Italia.

Cosa sia oggi quel catafalco lo dicono le foto che pubblichiamo, del quotidiano on line Marsala.it diretto da Giacomo Di Girolamo: uno scheletro incompiuto di blocchi, pilastri, vasche di cemento armato il cui materiale, probabilmente peggiore di quello usato per l’ospedale di Agrigento (che doveva essere sgomberato perché pericolante mesi fa) è stato via via divorato dal tempo e dalla salsedine e dalle erbacce e ricoperto di coloratissimi e orrendi graffiti. Il tutto con l’aggiunta di mucchi di immondizia, cartacce e topi morti che hanno ridotto il contenitore a una oscena discarica.

Fosse vivo, Giuseppe Garibaldi imbraccerebbe lo schioppo. E avrebbe ragione. Le vicende di quell’orribile manufatto «artistico» sono una sintesi di quanto ci fa talvolta arrabbiare l’Italia: megalomania, approssimazione, litigiosità, ottusità burocratica, contrapposizione di poteri, indifferenza per i tempi, disprezzo per il buonsenso...

Cominciò tutto tantissimo tempo fa. Quando le autorità locali presero a sognare un monumento che ricordasse la cosa che, insieme con il vino liquoroso, rende celebre la cittadina: lo sbarco dai vapori Piemonte e Lombardo, la mattina dell’11 maggio 1860, dell’Eroe dei due mondi e dei suoi volontari decisi a cogliere l’occasione delle fibrillazioni anti-borboniche per tentare di travolgere il Regno delle Due Sicilie e arrivare all’Unità d’Italia. Quali progetti fossero i progetti iniziali non sappiamo. Certo è che già negli anni Venti lo scultore Ettore Ximenes, un grande della sua epoca autore di un altro paio di Garibaldi eseguiti per Pesaro e Milano nonché di opere sparse per il mondo come la statua di Dante a Philadelphia, aveva già consegnato al comune il basamento in granito per un monumento rimasto però solo allo stadio di progetto.

Altri decenni di pensamenti e ripensamenti, finché non viene presa la solenne decisione: per il centenario dello sbarco dei Mille, il monumento deve essere pronto. Macché, arriva e passa anche quella ricorrenza. Lasciandosi dietro solo un progetto grandioso firmato dall’architetto Emanuele Mongiovì: «Due poppe di nave, in travertino e a grandezza quasi naturale, che si fondono in una sola prua a ricordare i due bastimenti dell’impresa, il Piemonte e il Lombardo, convergenti nell’unicità del Risorgimento». Misure: 70 metri di lunghezza per 26 di larghezza. Più «un albero maestro che si innalza per 47 metri». Più le vele: «Un panneggio marmoreo di 550 metri quadri. A prua, svettante per 5 metri, Giuseppe Garibaldi».

E i soldi? Altri due decenni di rinvii e il sindaco socialista della cittadina, Egidio Alagna, lancia nel 1981, centoventi anni dopo lo sbarco, una pubblica sottoscrizione per raccogliere un miliardo di lire: «Noi mettiamo i primi cento». Ma la Regione Sicilia, generosissima con tutti, stavolta non ci sta. E dopo aver già bocciato il finanziamento nella legislatura precedente, lo boccia di nuovo. Ricorda la cronaca che gli oppositori addebitavano a Garibaldi «gli errori di uno stato accentratore, contro il quale la Sicilia avrebbe dovuto battersi sino al 1946 per ottenere lo statuto autonomistico» quindi un monumento a lui «per iniziativa della regione, significava negare quegli stessi valori che stanno alla base dell’autonomia». Le stesse accuse che spingeranno nel 2008 il governatore Raffaele Lombardo a teorizzare che «l’Unità ci è costata violenza, sangue e miseria» e invocare la rimozione di tutti «i simboli di una impostura chiamata Unità d’Italia» e incitare «cancellare Cavour il piemontese, qualche siciliano come Crispi che fece sparare sul suo popolo e Nino Bixio, il carnefice di Bronte».

Appello sicilianista raccolto dal sindaco di Capo d’Orlando, Enzo Sindoni, che farà distruggere a martellate la targa «Piazza Garibaldi» lanciando un’invettiva contro il condottiero bollato come «un feroce assassino al servizio di massoneria e servizi inglesi». Fatto sta che a un certo punto, nei primi anni Ottanta, forti dall’avere a Palazzo Chigi un garibaldino come Bettino Craxi, i socialisti alla guida del Comune riescono a fare il colpaccio. Varano il progetto, trovano i soldi per partire e riescono addirittura a far venire il presidente del consiglio a Marsala per il via ai lavori. È il 14 giugno 1986. Caldo torrido. Sotto un sole furibondo Craxi esalta l’Eroe dei due mondi, posa la prima pietra e pronuncia le fatali parole: «Spero di poter collocare anche l’ultima».

Non l’avesse mai detto... Due anni dopo, la magistratura bloccava i lavori su denuncia della capitaneria di porto di Trapani: l’area prescelta era di proprietà del demanio marittimo e l’opera, nonostante fosse stata approvata dall’ufficio tecnico di Marsala il 15 maggio 1984, era abusiva. Poche settimane e un dispaccio Ansa diceva: «La capitaneria di porto di Trapani ha ingiunto al comune di Marsala di demolire, entro trenta giorni, il basamento costruito su terreno del demanio marittimo sul quale doveva sorgere il monumento-museo in ricordo dello sbarco dei mille di Garibaldi avvenuto nel 1860. Nell’ingiunzione la capitaneria scrive tra l’altro che se il comune non ottempererà all’invito sarà la stessa capitaneria a procedere d’ufficio ».

Sono passati, da allora, ventuno anni e mezzo. E mentre spuntavano ogni tanto nuovi appelli a sbloccare i lavori e nuove proposte per rendere il ciclopico manufatto più leggero (e se si rinunciasse alle vele? e se si facessero le vele di metallo invece che di granito? e se queste vele suonassero al vento?) lo scheletro del Monumento ai Mille è degradato, degradato, degradato. Finché, come fosse un evento inaspettato e sorprendente, qualcuno si è battuto sulla fronte: «Oibò! È già arrivato il centocinquantenario! » Vabbé, amen, pensiamo al bicentenario...

Gian Antonio Stella

05 gennaio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il dolore degli uomini
Inserito da: Admin - Gennaio 11, 2010, 10:00:07 am
Il dolore degli uomini

«Volevamo braccia, sono arrivati uomini», sospirò trent’anni fa lo scrittore svizzero Max Frisch spiegando perché troppi connazionali fossero così ostili agli immigrati italiani contro cui avevano scatenato tre referendum. Ostilità antica. Anche i nostri nonni furono portati in salvo come i neri di Rosarno. Le autorità furono costrette a organizzare dei treni speciali per sottrarli nel 1896 al pogrom razzista scatenato dai bravi cittadini di Zurigo. E altri gendarmi e altri treni avevano sottratto i nostri nonni, tre anni prima, ad Aigues Mortes, alla furia assassina dei francesi che accusavano i nostri, a stragrande maggioranza «padani», di rubare loro il lavoro.

L’abbiamo già vissuta questa storia, dall’altra parte. Basti ricordare, come fa Sandro Rinauro ne «Il cammino della speranza», che secondo il Ministero del Lavoro francese «alla fine del 1948 dei 15.000 italiani presenti nel dipartimento agricolo del Gers, ben il 95% era irregolare o clandestino». Come «irregolari» sono stati almeno quattro milioni di nostri emigrati. C’è chi dirà: erano altri tempi e andavano dove c’erano posto e lavoro per tutti! Falso. Perfino l’immenso Canada, spiega Eugenio Balzan sul «Corriere» nel 1901, era pieno di disoccupati e a migliaia i nostri «s’aggiravano in pieno inverno per Montréal stendendo le mani ai passanti». Tutto dimenticato, tutto rimosso. Basti leggere certi commenti, così ferocemente asettici, di questi giorni. «Chi non lavora, sciò!» Anche quelli che erano a Rosarno dopo aver perso per primi il lavoro nelle fabbriche del Nord consentendo un’elasticità altrimenti più complicata e cercano di sopravvivere in attesa della ripresa? Sciò! Anche quelli che fanno lavori che i nostri ragazzi si rifiutano di fare? Sciò! Anche quelli che lavorano in nero per un euro l’ora? Sciò!

Mai come stavolta è chiaro come l’abbinamento clandestino = spacciatore è spesso un’indecente forzatura. A parte il fatto che moltissimi a Rosarno avevano il permesso di soggiorno, c’è un solo spacciatore al mondo disposto a lavorare dall’alba alla notte per 18 euro, ad accatastarsi al gelo senza acqua e luce tra l’immondizia, a contendere gli avanzi ai topi? Dice il rapporto Onu 2009 che chi lascia l’Africa per tentare la sorte in Occidente vede in media «un incremento pari a 15 volte nel reddito » e «una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità infantile» dei figli. Questo è il punto. Certo, non possiamo accogliere tutti. Ma proprio per questo, davanti al dolore di tanti uomini, ci vuole misura nell’usare le parole. Anche la parola «legalità». Tanto più che, ricordava ieri mattina «La Gazzetta del Sud», l’Inps scheda come «braccianti agricoli metà dei disoccupati della Piana». Un andazzo comune a tutto il Sud: 26 falsi braccianti agricoli smascherati nel 2008 in Veneto, 146 in Lombardia, 26 mila in Campania, 14 mila in Sicilia, 16 mila in Puglia, 10 mila in Calabria. Dove secondo i giudici antimafia buona parte delle false cooperative agricole che poi magari usano i neri in nero sono legate alla ’ndrangheta. Dio sa come il nostro Paese abbia bisogno di rispetto della legge: ma quali sono le priorità della tolleranza zero?

Gian Antonio Stella

11 gennaio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - I sorrisi dei bambini prima del lager
Inserito da: Admin - Gennaio 19, 2010, 08:34:25 pm
Rastrellati il 16 ottobre 1943, uno solo tornò

I sorrisi dei bambini prima del lager

Un ossario digitale per 288 storie

Le foto scattate prima che fossero caricati sui treni per Auschwitz in una specie di sacrario virtuale


C'è un ossario digitale di bambini ebrei, da questa mattina, online: le foto di Fiorella e Samuele, Roberto e Giuditta e tutti gli altri piccoli, coi fiocchi tra le trecce e il triciclo e il vestito da marinaretto, scattate prima che fossero caricati sui treni per Auschwitz. Dal solo ghetto di Roma ne portarono via 288: quelli che passarono per il camino furono 287. E intanto gli opuscoli del Terzo Reich incoraggiavano le mamme germaniche: «Offrite un bambino al Führer ché ovunque si trovino nelle nostre province tedesche gruppi di bambini sani e allegri. La Germania deve diventare il Paese dei bambini».

Ferma il respiro, rileggere quelle righe propagandistiche della dispensa Vittoria delle armi, vittoria del bambino o i proclami nel Mein Kampf di Adolf Hitler («Lo Stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione») mentre riaffiorano su internet quelle immagini di piccola felicità familiare e domestica. Per questo, 66 anni dopo la retata del 16 ottobre 1943 e dieci dopo l’istituzione nel 2000 del Giorno della memoria, il Cdec, il Centro documentazione ebraica contemporanea, ha deciso di metterle online. È sulla rete, inondata di pattume razzista, che si trovano migliaia di rimandi a siti che strillano «L’olocausto, una bufala di cui liberarsi» e «Il diario di Anna Frank: una frode» o arrivano a sostenere che ad Auschwitz c’era una piscina «usata dagli ufficiali delle SS per guarire i pazienti». È sulla rete che siti multilingue di fanatici sedicenti cattolici («Holywar»: guerra santa) si spingono a indire un «giorno della memoria» per ricordare «l’olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei». È sulla rete che sono approdate canzoni naziskin come quella dei «Denti di lupo» che urlano «quelle vecchie storie / sui campi di sterminio / abbiamo prove certe / son false e non realtà» e «Terra d’Israele, terra maledetta! / I popoli d’Europa, reclamano vendetta!» e ancora «Salteranno in aria le vostre sinagoghe / uccideremo tutti i rabbini con le toghe...». Ed è sulla rete, perciò, che doveva essere eretto questa specie di sacrario virtuale che ci ricorda come l’ecatombe successe solo una manciata di decenni fa. Un battere di ciglia, nella storia dell’uomo.

Sono le fotografie che i parenti scampati al genocidio consegnarono via via, a partire dalla liberazione di Roma, al Comitato ricerche deportati ebrei (Crde) che tentava in quegli anni di ricostruire il destino degli italiani marchiati dal fascismo con la stella gialla e mandati a morire nei lager: «Questa è mia sorella Rachele...» «Questo è mio fratello Elio con sua moglie...» «Questi sono i miei nipotini Donato e Riccardo...». Quelli del Crde raccoglievano le immagini, le pinzavano su un cartoncino azzurro, ci scrivevano i nomi e inserivano le schede al loro posto, negli archivi dell’orrore. Furono rarissimi, ad avere la fortuna di veder tornare un loro caro. Dei 1.023 ebrei rastrellati quel maledetto «sabato nero» dell’ottobre ’43, rientrarono vivi a Roma solo in 17. E tra questi, come dicevamo, solo un bambino dei 288 che erano stati portati via. Una strage degli innocenti. Uguale in tutta l’Italia. Il dato più sconvolgente della strage, scrivono appunto Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida ne Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini, è «l’altissimo numero delle vittime più giovani, dei bambini e dei ragazzi ebrei: complessivamente i morti, da zero e 20 anni, ammontano a 1.541». Di questi, i figlioletti con pochi mesi o pochi giorni di vita furono 115.

Fatta salva una mostra organizzata a Milano per ricordare la Liberazione, le foto di quei piccoli, accanto a quelle di distinti signori con il panciotto come Enrico Loewy, floride matrone come Lucia Levi, ragazze nel fiore della bellezza come Laura Romanelli, famigliole intere come quella di Benedetto Bondì, sono rimaste per anni e anni dentro un faldone dell’archivio del Cdec. Riaprire oggi quel faldone, per far vedere a tutti i volti di quegli italiani schiacciati sotto il tallone dai nazi-fascisti, non è solo un recupero della memoria. Restituire a quegli ebrei una faccia, un nome, un cognome, qualche briciola di storia personale, come già aveva fatto ad esempio ne Il libro della memoria — Gli ebrei deportati dall’Italia quella Liliana Picciotto di cui è in uscita L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944, vuol dire strappare ciascuno di loro all’umiliazione supplementare. L’essere stati uccisi come anonimi. Riconoscibili l’uno dall’altro, come il bestiame, solo per i numeri marchiati a fuoco sul braccio. Ed ecco il passato restituirci bambini, bambini, bambini. Come Fiorella Anticoli, che aveva due anni e due grandi nastri bianchi tra i boccoli. Graziella Calò, che in piedi su una sedia pianta le manine sul tavolo per non cadere. Olimpia Carpi, infagottata in un cappottino bianco. E Massimo De Angeli che dall’alto dei suoi quattro o cinque anni bacia il fratellino Carlo appena nato. E poi Costanza e Franca ed Enrica il giorno che andarono al mare a giocare col tamburello sulla battigia. E Sandro e Mara Sonnino, un po’ intimoriti dalla macchina fotografica mentre la mamma Ida sprizza felicità. Sono 413, gli ebrei delle foto messe in rete all’indirizzo www.cdec.it/voltidellamemoria. Quelli tornati vivi furono due: Ferdinando Nemes e Piero Terracina. Tutti gli altri, assassinati. Buona parte lo stesso giorno del loro arrivo ad Auschwitz, come il 23 ottobre 1943 la romana Clelia Frascati e i suoi dieci figli, il più piccolo dei quali, Samuele, aveva meno di sei mesi. «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata», ha scritto ne La notte lo scrittore e premio nobel Elie Wiesel, «Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede».

Sono in troppi, ad aver fretta di dimenticare. O voler voltar pagina senza riflettere su quello che è successo. A rovesciare tutte le colpe sui nazisti. Quelle foto, due giorni dopo l’amaro riconoscimento del Papa su quanti restarono indifferenti, ci ricordano come andò. E magari è il caso di rileggere, insieme, qualche passo di quel libro di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. «I bimbi ebrei sono anche vittime di una ulteriore piaga che infuria nei mesi dell’occupazione nazista, quella della delazione: secondo la sentenza emessa dalla corte di assise di Roma nel luglio 1947, un gruppo di sei spie italiane che agiscono nella capitale vendono i bambini ebrei a mille lire l’uno e i militi italiani si distinguono in dare loro la caccia, come l’appuntato dei carabinieri che arresta nel febbraio 1944 a La Spezia Adriana Revere, di nove anni...».

Gian Antonio Stella

19 gennaio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - E la depressione tocca il modello veneto
Inserito da: Admin - Febbraio 19, 2010, 04:24:25 pm

E la depressione tocca il modello veneto

Scritto da: Gian Antonio Stella

«Vorrei fare un film su un' idea: quella di un piccolo imprenditore così infognato nel lavoro che non riesce ad andare ai funerali di suo padre. È troppo assurda?». Antonio Albanese, che ha un fiuto spesso straordinario per ciò che accade nella società, tastò così anni fa, telefonando agli amici, l' ipotesi di girare «La fame e la sete». Il bello è che quella cosa che temeva fosse esageratamente irreale era già successa. Nel mitico Nordest. Ci sono stati anni in cui fabbriche e fabbrichette e laboratori del Veneto e del Friuli Venezia Giulia giravano con ritmo tale che il virus della «lavorite» impedì sul serio a un piccolo imprenditore della zona di Castelfranco, impegnato com' era a fare una consegna urgente, di partecipare ai funerali del papà: «Mi ha cresciuto lui. Sono sicuro che da lassù mi ha capito». Non c' è poi da stupirsi, quindi, se proprio nell' area nord-orientale che per anni ha vissuto il lavoro come baricentro di tutto, i contraccolpi della crisi degli ultimi due anni sono stati più pesanti. Troppi funerali. Di imprenditori, artigiani, operai. L' ha ricordato un convegno organizzato a Padova da Camera di commercio, comune, provincia, sindacati e Usl. Titolo: «La persona, la società, la crisi». Se ne era già occupato, nei mesi scorsi, uno studio (The public health effect of economic crisis and alternative government policy responses in Europe) dell' Università di Oxford e della London School of Hygiene pubblicato su Lancet. Studio dal quale era emerso che «per ogni aumento dell' uno per cento del tasso di disoccupazione si ha in media un incremento dello 0,8 per cento nei suicidi fra persone di età inferiore ai 65 anni. Peraltro, anche il numero di omicidi aumenta dello 0,8 per cento, mentre le vittime del traffico diminuiscono dell' 1,4 per cento. In termini assoluti, ciò corrisponderebbe a un eccesso di suicidi nell' Ue pari a 1740 casi e in un eccesso di morti correlate all' abuso di alcol pari a 3500 casi». Va da sé che nel Nordest, come ha spiegato Paolo Santonastaso, direttore della clinica psichiatrica dell' azienda ospedaliera, le cose sembrano essere andate perfino peggio. Nel solo 2009, i suicidi in più causati in Veneto dalla crisi sarebbero stati almeno una ventina. Tanto da spingere il presidente della Camera di commercio euganea, Roberto Furlan, a dire che «alla ripresa economica, sarà necessario anche il recupero del capitale umano che è il vero patrimonio delle nostre imprese». Per il «modello veneto», passato dal priapismo all' esaurimento nervoso, dalla ganassite («semo i meio») alla depressione, sarebbe un ripensamento positivo, dopo gli anni della delocalizzazione, degli investimenti (insensati) sul cemento dei capannoni lasciati vuoti, della corsa al brivido dei titoli finanziari. In fondo a cosa fu dovuto il boom del Veneto se non ai veneti in carne e ossa?

18/02/2010
da laderiva.corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Fuga dalle responsabilità
Inserito da: Admin - Marzo 16, 2010, 10:35:16 am
Fuga dalle responsabilità


Che succede con l’utero in affitto in Kerala e nel Rajasthan? L’inquietante interrogativo potrebbe dominare domenica la trasmissione «Report» di Milena Gabanelli. La quale, non potendo trasmettere gli altri servizi nel cassetto perché finiscono sempre per toccare la politica (qui c’è un deputato o un senatore, qui un ministro o un assessore…) non se la sente di mandare in onda reportage su semafori, datteri o colibrì. Ci sono le elezioni: non si parla di politica.

Il Consiglio di amministrazione della Rai, invitato dal presidente della Commissione di vigilanza parlamentare Sergio Zavoli a prendere atto della sentenza del Tar e a sospendere il regolamento varato dall’Autorità garante per le comunicazioni che «interpreta» la legge sulla par condicio (70ª interpretazione in dieci anni) vietando tutti i talk show, da «Porta a Porta» ad «Annozero», ha restituito la palla: diteci voi cosa fare. Il tempo di riunirsi e forse, chissà, la palla sarà ridata al Cda. Che potrebbe chiedere lumi al Tar. E questi, vedi mai, al Consiglio di Stato. E da qui di anno in anno alla Cassazione. Alla Corte costituzionale. E su su fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo. All’Onu.

Nel frattempo, forti della sentenza citata, le tivù private potranno mettere in cantiere tutti i talk show che riterranno utili. Purché rispettino, ovvio, un minimo di buonsenso e accortezza nella distribuzione delle diverse opinioni. E se non la rispetteranno? Si vedrà. Quale sia la realtà, bollata come «squilibrata» dalla stessa autorità di garanzia, lo dicono i dati dell’Osservatorio di Pavia. Che ha visto nel 2009 non solo i tiggì Mediaset (record al Tg4: 81% contro il 12,5) ma anche quelli del servizio pubblico (tolto il Tg3) dedicare la stragrande maggioranza dei servizi al governo e al centrodestra e spazi assai ridotti all’opposizione. C’è chi dirà: è sempre andata così. Con indignazioni a targhe alterne. Verissimo. Il Tg ammiraglio Rai, per dire, si è spinto ad appiccicare applausi finti (sbertucciati da «Striscia») non solo al Cavaliere all’Onu. Né si possono dimenticare episodi come le sei-interviste- sei a esponenti dell’Ulivo in uno stesso tiggì. Era giusto? Lasciamo la risposta allo stesso Berlusconi quando aveva tre tivù tutte sue ma era all’opposizione: «Con un terzo dello spazio al governo, uno alla maggioranza, uno alla minoranza la sinistra finisce per aver spazi doppi: è una prepotenza».

Aveva ragione. Ed è un peccato che non se ne sia ricordato in questi giorni, mentre certe intercettazioni, forse penalmente irrilevanti, consigliavano a maggior ragione un via libera alla sfida aperta dei dibattiti tivù. Gli italiani hanno in media 43 anni. Immaginare che non sappiano pesare Vespa e Santoro, Floris e Paragone, non è solo assurdo: è un po’ offensivo. E in ogni caso l’intervento diretto del Cavaliere fa cadere una volta per tutte il velo sulla promessa iniziale: «Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta per non dare l'impressione di voler favorire i miei affari». Non è andata così. Quanto agli uomini «di garanzia» piazzati ai vertici della Rai e della Commissione di Vigilanza, continuino pure a passarsi la palla. Ma se secondo loro il blocco dei talk show è davvero una menomazione alla democrazia che richiama addirittura il «filo spinato» (così si è avventurato a dire Zavoli) come possono rimanere al loro posto un solo minuto in più?

Gian Antonio Stella

16 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Treviso La condanna beffa nel Paese degli insulti
Inserito da: Admin - Marzo 18, 2010, 04:10:07 pm
Membri della lega invocano metodi da SS contro gli immigrati.

Senza strascichi giudiziari

La condanna beffa nel Paese degli insulti

Sentenza (e appello) da record per aver detto "vergogna" a una giunta leghista.

Accade in provincia di Treviso


Su col morale: la giustizia sa essere velocissima. In una regione come il Veneto in cui la prima udienza di 44 processi civili è stata fissata dalla Corte d’Appello di Venezia nel 2017 (pazienza, pazienza...) un pubblico ministero di Treviso ci ha messo tre-giorni-tre a presentare appello contro l’assoluzione di una signora che aveva osato dire agli assessori comunali di Vittorio Veneto la parola «Vergognatevi!». Ai milioni di processi che impantanano i tribunali si aggiungerà anche lo strascico di questo. Quali siano gli esempi arrivati in questi anni dall’alto, li ricordiamo tutti. Una rinfrescatina? Oscar Luigi Scalfaro, all’epoca capo dello Stato, fu liquidato da Vittorio Sgarbi in piazza Montecitorio come «una scorreggia fritta». Roberto Maroni spiegò che «Bossi ce l’ha duro, Berlusconi ce l’ha d’oro, Fini ce l’ha nero, Occhetto ce l’ha in (censura) ».

Gianni Baget Bozzo tuonò in diretta televisiva che «il popolo deve molto a Berlusconi. E col cazzo che questa è adulazione». Il leghista Enrico Cavaliere si avventurò dai banchi della Camera a dire: «C’è puzza di merda in questo posto». Alessandra Mussolini mandò una lettera pubblica al Senatur in cui diceva: «Si’ proprio nu chiachiello e nun tien’ manch’e palle p’ffa na vera rivoluzione». Massimo D’Alema bacchettò Carlo Ripa di Meana con il suo tipico garbo: «Dice solo cazzate». Romano Prodi sibilò a Enrichetto La Loggia, in pieno dibattito parlamentare, l’invito «Ma vaffan... » seguito da un’interrogazione parlamentare dell’offeso: «Risponde al vero che lei mi ha mandato fanculo?». Quanto ai tempi più recenti, va ricordato almeno Silvio Berlusconi, che dopo aver precisato di avere «troppa stima per
l’intelligenza degli italiani per pensare che ci possano essere in giro così tanti coglioni che possano votare a sinistra», se l’è presa con chi «sputtanando il premier sputtana anche l’Italia». E poi Antonio Di Pietro, che ad Annozero ha detto «col massimo rispetto, Berlusconi è un delinquente » per incitare successivamente a «buttar fuori Minzolini a calci in culo ». E ancora Gianfranco Fini («Chi dice che gli stranieri sono diversi è uno stronzo...») e Roberto Calderoli: «È stronzo anche chi li illude».

Per non dire di Tommaso Barbato e Nino Strano che, il giorno della caduta del governo Prodi, urlarono al Senato contro Nuccio Cusumano: «Pezzo di merda, traditore, cornuto, frocio!» e «Sei una checca squallida!». E via così: potremmo andare avanti per ore. Bene: in questo contesto, in cui una parte del Paese accusa l’altra d’avere le mani lorde di sangue dei crimini staliniani e l’altra metà risponde imputando agli avversari di essere golpisti e goebbelsiani, la signora Ada Stefan si è spericolatamente spinta a contestare una decisione urbanistica della giunta comunale leghista di Vittorio Veneto. La scelta di non demolire un complesso edilizio che avrebbe dovuto diventare un «polo sportivo d’interesse nazionale » con due campi di calcio, un impianto di pattinaggio a rotelle, tribune, foresterie, palestre, parcheggi e un sacco di altre cose compresi un po’ di «spazi commerciali accessori». Una cosa grossa. Edificata su un terreno per il quale il piano regolatore prevedeva fossero «ammessi solo gli impianti per il gioco, gli spettacoli all’aperto e le attrezzature sportive».

Scelta giusta o sbagliata? Non ci vogliamo manco entrare: non è questo il punto. Il fatto è che, essendo state costruite solo le strutture commerciali e non quelle sportive, un gruppo di abitanti della zona aveva chiesto alla giunta di smetterla con le deroghe e, dato che il progetto originale era stato stravolto e dunque risultava tutto abusivo, di procedere con le ruspe. Al che l’amministrazione aveva risposto che «l’esigenza del ripristino della legalità non è sufficiente a giustificare la demolizione richiesta, occorrendo comparare l’interesse pubblico alla rimozione con l’entità del sacrificio imposto al privato». Parole discutibili. Tanto più alla luce di una serie di sentenze di sette o otto Tar (veneto compreso) e del Consiglio di Stato presentate dal legale degli abitanti della zona, Daniele Bellot, tutte molto chiare: in casi del genere l’abuso va abbattuto. Ma neppure questo è il punto. Il punto è che, durante un consiglio comunale, esasperata dalle resistenze della maggioranza all’idea di demolire il complesso, la signora Ada Stefan sbottò: «Vergognatevi! ».

Un’offesa gravissima, secondo Mario Rosset, già segretario e consigliere della Lega. Al punto di meritare una denuncia. Denuncia finita sul tavolo di un magistrato trevisano. Il quale, incredibile ma vero, decise di emettere un decreto penale che condannava la signora «per avere offeso l’onore e il prestigio del consiglio comunale di Vittorio Veneto dicendo ad alta voce, rivolta al loro indirizzo, "Vergognatevi"». Un verdetto sconcertante. Che Ada Stefan decise di non accettare chiedendo di andare a processo. Processo aperto e chiuso giorni fa nel giro di pochi minuti: per il giudice Angelo Mascolo la signora andava assolta «perché il fatto non costituisce reato, ai sensi dell’art. 129 c.p.p.». Faccenda chiusa? Macché: tre giorni dopo (tre giorni: in un Veneto in cui i magistrati sono sommersi di arretrati e, stando alla relazione della stessa presidente Manuela Romei Pasetti, «trascorrono mediamente 272 giorni tra la sentenza di 1˚ grado e l’arrivo alla Corte d’Appello») il sostituto procuratore Giovanni Cicero impugnava l’assoluzione. Il processo andrà avanti: la signora Stefan, secondo lui, va castigata. Il tutto in una provincia come Treviso.

Dove il sindaco leghista Giancarlo Gentilini ha ordinato «la pulizia etnica contro i culattoni» ed è arrivato a invocare «il linciaggio in piazza». Dove il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni si è spinto a dire: «Gli immigrati? Peccato che il forno crematorio del cimitero di Santa Bona non sia ancora pronto» aggiungendo che «l’immigrato non è mio fratello, ha un colore della pelle diverso». Dove il consigliere comunale leghista della città capoluogo Pierantonio Fanton ha teorizzato che «gli immigrati sono animali da tenere in un ghetto chiuso con la sbarra e lasciare che si ammazzino tra loro». Dove un altro consigliere leghista, Giorgio Bettio, è sbottato tempo fa urlando che occorreva «usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino». Il tutto senza particolari strascichi giudiziari. E sarebbe un reato dire «vergognatevi»? Messa così lo diciamo anche noi: vergognatevi.

Gian Antonio Stella

18 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La lunga Pasqua dei politici: 42 giorni di ferie in Abruzz
Inserito da: Admin - Marzo 21, 2010, 11:09:58 am
Il caso -

L’esempio della Sicilia, che chiuse l’Assemblea da Natale a Carnevale

La lunga Pasqua dei politici: 42 giorni di ferie in Abruzzo

Il consiglio regionale tornerà a riunirsi dopo l’anniversario del sisma


Ancora trentadue. I consiglieri regionali abruzzesi, come quei turisti che dopo un po’ che stanno sdraiati al sole delle Maldive sospirano sui giorni che scivolano via, hanno preso a contare quanti ne mancano alla fine delle «loro» vacanze pasquali: 32. Direte: trentadue giorni di vacanze pasquali? No, di più: le hanno cominciate 10 giorni fa. Totale: 42. E tutti i problemi aperti? Amen. E le cose indispensabili in questi tempi di crisi? Amen. E gli interventi per la ricostruzione dopo il terremoto? Amen.

Si dirà che non è una novità assoluta. Vero. Agli sgoccioli del 2001 i deputati (guai a chiamarli consiglieri: si offendono) della leggendaria Assemblea Regionale Siciliana, stremati da un anno pesantissimo sia pure con una lunga pausa per le elezioni politiche e una lunga pausa estiva e alcune sedute particolarmente stressanti come quella del 30 ottobre (9 minuti, ma che fatica...) decisero infatti che era giunto il momento di avere un po’ di relax. E così, chiusi i defaticanti lavori il 21 dicembre, avevano congiunto il Natale al Capodanno, il Capodanno alla Befana, la Befana alla Settimana bianca, la settimana bianca al Carnevale. E si erano riconvocati per il 12 febbraio successivo. Una cosa che fece gridare allo scandalo un deputato della Margherita, Sebastiano Gurrieri, che spese quasi 10 mila euro per comprare degli spazi pubblicitari sul Giornale di Sicilia e altri quotidiani locali e denunciare «la scandalosa chiusura dell’Ars da Natale a Carnevale». Per rafforzare la denuncia, spiegò che l’acquisto di quelle pagine, finanziariamente, non lo aveva svenato affatto. Rompendo fino in fondo l’omertà, dimostrò infatti che al di là delle finzioni sul reddito imponibile, un deputato regionale come lui guadagnava («lo dico con imbarazzo», mormorò) quasi 10 mila euro al mese più altri 4mila per il portaborse o l’attività politica. Prebende che da allora, sembrerà impossibile, sono addirittura cresciute. Anche all’assemblea regionale d’Abruzzo non se la cavano male. Basti dire che un consigliere semplice (rari come i leopardi dell’Amur, visto che un po’ tutti hanno qualche incarico supplementare) può arrivare a mettersi in tasca, stando alle tabelle ufficiali dell’organismo che riunisce i consigli di tutta l’Italia, fino a 10.925 euro al mese. Che salgono di un altro migliaio di euro nel caso dei capi-gruppo, ruolo che riguarda anche i cinque rappresentanti dei monogruppi Comunisti italiani, Sinistra- verdi-sd, Movimento per le Autonomie Abruzzo, Rifondazione comunista e Rialzati Abruzzo: ciascuno capogruppo di se stesso.

Quanto lavorano? Da stramazzare di fatica, risponderanno. Dice il sito Internet della stessa assemblea, per capirci, che nel 2009 l’aula si è riunita in ben 29 sedute. Di cui una «solenne» e sette «straordinarie pomeridiane». Vale a dire che in totale i giorni in cui i consiglieri sono stati chiamati a presentarsi nell’emiciclo, tra mattina e pomeriggio, sono stati 22: uno ogni due settimane abbondanti. Per l’esattezza uno ogni 16 giorni e mezzo. Due volte al mese. Mettetevi al posto loro: neanche il tempo di respirare. E così, come ha spiegato la cronaca di Lilli Mandara nell'edizione abruzzese del Messaggero, il parlamentino regionale (dominato dal Pdl con 25 seggi contro i 7 del Pd o i 6 dell'IdV) dopo essersi riunito un’ultima volta il 9 marzo tra i fischi dei dipendenti del gruppo Villa Pini d’Abruzzo (millecinquecento persone rimaste senza stipendio da un anno dopo il tracollo della struttura sanitaria che apparteneva a Vincenzo Angelini, l’imprenditore che scatenò lo scandalo sulla sanità abruzzese portando alla caduta della giunta di centrosinistra di Ottaviano Del Turco) tornerà a riunirsi il 20 aprile prossimo. Lo hanno deciso i capigruppo. I quali hanno stabilito che «ai sensi dell’articolo 1, quarto comma, della legge regionale n.32/1996, sono sospesi i termini per i pareri che le commissioni consiliari devono esprimere sui provvedimenti della giunta regionale. I lavori riprenderanno mercoledì 7 aprile 2010». Cioè il giorno dopo l’anniversario del sisma che sconvolse le terre abruzzesi. Quanto al consiglio regionale «terrà la prima seduta il 20 aprile 2010». Ma si vota, in Abruzzo? No: le regionali, che videro diventare governatore il berlusconiano Giovanni Chiodi, ci sono già state nel dicembre 2008. E allora? C’è il voto alle Provinciali dell'Aquila, le elezioni nel resto dell'Italia, la Pasqua, la Pasquetta... Insomma, un ponte tira l'altro. Totale: un ponte di 42 giorni a sei campate domenicali.

Gian Antonio Stella

19 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - L'orrenda pira di Calderoli
Inserito da: Admin - Marzo 29, 2010, 11:33:51 pm
Il ministro e lo show

Leggi bruciate e incomprensibili

L'orrenda pira di Calderoli

Via i «detriti» burocratici, ma restano norme confuse e deliranti. I decreti del governo equivalgono a 124 tomi


MILANO - L'aspirante dannunziano Roberto Calderoli ha fatto un miracolo: denunciata la presenza di 29.100 leggi inutili, ne ha bruciate in un bel falò 375.000. Fatti i conti, lavorando 12 ore al giorno dal momento in cui si è insediato, più di una al minuto: lettura del testo compresa. Wow! Resta il mistero dell’ingombro di quelle appena fatte. Stando al «Comitato per la legislazione» della Camera, i soli decreti del governo attuale hanno sfondato la media di 2 milioni di caratteri l’uno: 56 decreti, 112 milioni di caratteri. Per capirci: l’equivalente di 124,4 tomi di 500 pagine l’uno. Dicono le rappresentanze di base dei vigili del fuoco che quella del ministro è stata «una sceneggiata degna del Ventennio». E c’è chi sottolinea che i roghi di carta, in passato, hanno sempre contraddistinto i tempi foschi. Per non dire delle perplessità sui numeri: se la relazione della commissione parlamentare presieduta da Alessandro Pajno e più volte citata da Calderoli aveva accertato «circa 21.000 atti legislativi, di cui circa 7.000 anteriori al 31 dicembre 1969», come ha fatto lo stesso Calderoli a contarne adesso 375.000?

Al di là le polemiche, tuttavia, resta il tema: fra i faldoni bruciati ieri nel cortile di una caserma dei pompieri (lui avrebbe voluto fare lo show a Palazzo Chigi ma Gianni Letta, poco marinettiano, si sarebbe opposto...) c’erano soltanto antichi reperti burocratici quali l’enfiteusi o anche qualcosa di più recente? Prendiamo l’articolo 7 delle norme sul fondo perequativo a favore delle Regioni: «La differenza tra il fabbisogno finanziario necessario alla copertura delle spese di cui all’articolo 6, comma 1, lettera a), numero 1, calcolate con le modalità di cui alla lettera b) del medesimo comma 1 dell’articolo 6 e il gettito regionale dei tributi ad esse dedicati, determinato con l’esclusione delle variazioni di gettito prodotte dall’esercizio dell’autonomia tributaria nonché dall’emersione della base imponibile...». Il ministro Calderoli concorderà: un delirio. Il guaio è che non si tratta di una legge fatta ai tempi in cui Ferdinando Petruccelli della Gattina scriveva «I moribondi del Palazzo Carignano». È una legge del governo attuale, presa mesi fa ad esempio di demenza burocratese da un grande giornalista non certo catalogabile fra le «penne rosse»: Mario Cervi. Direttore emerito del Giornale berlusconiano. Eppure c’è di peggio.

Calderoli e il rogo delle leggi inutili Calderoli e il rogo delle leggi inutili    Calderoli e il rogo delle leggi inutili    Calderoli e il rogo delle leggi inutili    Calderoli e il rogo delle leggi inutili    Calderoli e il rogo delle leggi inutili    Calderoli e il rogo delle leggi inutili    Calderoli e il rogo delle leggi inutili

Nel lodevolissimo sforzo di rendere più facile la lettura e quindi il rispetto delle leggi, il governo approvò il 18 giugno 2009 una legge che aveva un articolo 3 titolato «Chiarezza dei testi normativi». Vi si scriveva che «a) ogni norma che sia diretta a sostituire, modificare o abrogare norme vigenti ovvero a stabilire deroghe indichi espressamente le norme sostituite, modificate, abrogate o derogate; b) ogni rinvio ad altre norme contenuto in disposizioni legislative, nonché in regolamenti, decreti o circolari emanati dalla pubblica amministrazione, contestualmente indichi, in forma integrale o in forma sintetica e di chiara comprensione, il testo...». Insomma: basta con gli orrori da azzeccagarbugli. Eppure, ecco il comma dell’articolo 1 dell’ultimo decreto milleproroghe del governo in carica: «5-ter. È ulteriormente prorogato al 31 ottobre 2010 il termine di cui al primo periodo del comma 8-quinquies dell’articolo 6 del decreto-legge 28 dicembre 2006, n. 300, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2007, n. 17, come da ultimo prorogato al 31 dicembre 2009 dall’articolo 47-bis del decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 2008, n. 31». Cioè? Boh...

È questo il punto: che senso c’è a incendiare un po' di scatoloni di detriti burocratici che parlano di «concessioni per tranvia a trazione meccanica» o di «acquisto di carbone per la Regia Marina» se poi gli spazi svuotati da quelle regole in disuso vengono riempiti da nuove norme ancora più confuse, deliranti, incomprensibili? La risposta è in un prezioso libretto curato dal preside della facoltà di lettere e filosofia di Padova Michele Cortellazzo. Si intitola: Le istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione tradotte in italiano. Sottotitolo: Omaggio al ministero dell’Interno. Non fosse una cosa seria, potrebbe essere scambiata per satira: se le regole elettorali fossero comprensibili, perché mai dovrebbero essere «tradotte in italiano»? Anche negli armadi impolverati delle legislazioni straniere esistono mucchi di leggi in disuso. Un sito internet intitolato «gogna del legislatore scemo» ne ha steso un elenco irresistibile. In certi Stati del Far West americano è proibito «pescare restando a cavallo». Nell’Illinois chi abbia mangiato aglio può essere incriminato se va a teatro prima che siano trascorse quattro ore. A Little Rock dopo le 13 della domenica non si può portare a spasso mucche nella Main Street. Ogni tanto, senza farla tanto lunga, i legislatori svuotano i magazzini.

Magari cercando di non fare gli errori sui quali, nello sforzo di fare in fretta, era incorsa la "ramazza" di Calderoli, la quale, come via via hanno segnalato i giornali consentendo di rimediare alle figuracce, aveva spazzato via per sbaglio anche il trasferimento della capitale da Firenze a Roma, l’istituzione della Corte dei Conti o le norme che consentono a un cittadino di non essere imputato per oltraggio a pubblico ufficiale se reagisce ad atti arbitrari o illegali. Ciò che più conta, però, è fare le leggi nuove con chiarezza. Se no, ogni volta si ricomincia da capo. Qui no, non ci siamo. E a dirlo non sono i «criticoni comunisti» ma il Comitato parlamentare per la legislazione presieduto dal berlusconiano Antonino Lo Presti. Comitato che due mesi fa spiegò che i decreti del governo Prodi, già gonfi di parole, numeri e codicilli, contenevano mediamente 1 milione e 128 mila caratteri. Quelli del governo Berlusconi, a forza di voler tener dentro tutto, hanno superato i 2 milioni. E sarebbe questa, la semplificazione? Ci siamo liberati delle ottocentesche norme sulla «riproduzione tramite fotografia di cose immobili» per tenerci oggi astrusità come i rimandi «all’articolo 1, comma 255, della legge 30 dicembre 2004, n. 311, può essere prevista l’applicazione dell’articolo 11, comma 3, del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, e dell’articolo 1, comma 853...»? Ma dai...

Gian Antonio Stella

25 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - La misteriosa differenza del risultato leghista tra le ...
Inserito da: Admin - Marzo 31, 2010, 05:55:29 pm
IL CASO

Brunetta e quei 9 mila voti spariti nell'agguato (elettorale) in laguna

La misteriosa differenza del risultato leghista tra le consultazioni Regionali e Comunali


In attesa del toro, hanno arrostito il torello. C'è chi dirà che no, non è vero che i leghisti abituati a festeggiare ogni promozione di
Luca Zaia con uno spiedo di tori hanno infilzato apposta Renato Brunetta nella sua corsa a sindaco di Venezia. Dirà che è stato solo un dannato equivoco. Ma i numeri sono numeri. E dicono che con quei 9 mila voti bossiani misteriosamente svaniti alle Comunali rispetto alle Regionali, il ministro non sarebbe stato buttato fuori al primo turno dalla «sua» città. Lui, il rosolato, fa mostra di averla presa con filosofia. E anche se passa per avere un caratterino fumante («Sono passionale e determinato ma buono come un pezzo di pane», ha spiegato giorni fa a Manuela Pivato, della Nuova Venezia, «Magari sono un po' incazzoso però sono un pezzo di pane») ieri pomeriggio si è astenuto dal dardeggiare fulmini e saette contro i traditori. E si è messo alla scrivania per spiegare con un piccolo dossier a Berlusconi come mai lui, uno dei ministri di punta, abbia mancato l'obiettivo che pareva a portata di mano: fare filotto. Strappando alla sinistra il capoluogo di una provincia di destra, di un Veneto di destra, di una Padania di destra che proprio a Venezia, dalla famosa discesa del Po del 1996, celebra ogni settembre la sua padanità leghista.

Che il Cavaliere ci contasse, lo aveva ripetuto anche nell’ultima telefonata in diretta fatta un attimo prima che si chiudesse la campagna elettorale: «Caro Renato, ti avevo promesso che sarei venuto lì, ma sono stato bloccato dai troppi impegni. E pensare che stavo per comprare casa a Venezia ma non volevo mettermi nelle mani di un sindaco rosso e non l'ho più comprata». Risate in sala. «Però adesso che tu vincerai potrò venire in una terra non più ostile». Conclusione: «Invito tutti a commettere un peccatuccio: andate a riscoprire le vecchie fidanzate e convincetele ad andare a votare. Vi auguro di realizzare tutti i vostri sogni. Viva Venezia, viva l'Italia, viva la libertà». Prima ancora del capo supremo, come ricordò quella sera lo stesso Brunetta con una spolveratina al suo orgoglio, erano venuti a dare il loro appoggio la bellezza di nove ministri: da Giulio Tremonti ad Angiolino Alfano, da Ignazio La Russa ad Altero Matteoli, da Sandro Bondi a Roberto Maroni, da Andrea Ronchi a Maurizio Sacconi fino allo stesso Umberto Bossi. Che nella veste di indiscusso monarca del Carroccio lo aveva incitato, sul palco di Mestre: «Caro amico, ti sto aspettando, mancate solo voi». Al che il protagonista della battaglia contro i fannulloni aveva risposto solenne: «La Lega è l’alleato più fedele e altrettanta lealtà avrà da me. L’apprezzamento della Lega nei miei confronti è quasi più alto di quello del Pdl». Bum!

Si mangerebbe la lingua oggi, Renato il rosolato, per aver detto quelle parole. Fatti i conti, allo spoglio finale, al ministro della Funzione pubblica sono mancati circa 9 mila voti che i leghisti di Venezia, Mestre e Marghera, andando a votare domenica e lunedì, hanno dato a Luca Zaia e non a lui. Quanto basta perché l’amica Giustina Destro, già sindaco di Padova e oggi parlamentare berlusconiana, sbotti gridando al tradimento: «Mi piacerebbe sentire come se lo spiegano il caso del Comune di Venezia gli amici della Lega così straboccanti di felicità per le "loro" vittorie, che tutte loro non sono, ma altrettanto pronti a scomparire quando si tratta di eleggere un sindaco non loro. Caro Berlusconi, ma sei proprio sicuro che la Lega sia un alleato affidabile?». «Complimenti e un abbraccio affettuoso all’amico Brunetta, colpito da fuoco amico», è l’epitaffio di Fabio Gava, deputato pdl e già assessore regionale. Un caso? Un disguido? Uno sventurato infortunio? Per niente.

La prova è a una settantina di chilometri da Venezia, a Portogruaro. Dove il berlusconiano Angelo Tabaro, segretario regionale alla Cultura, si sentiva ieri mattina già sindaco della cittadina. Come avere dei dubbi? Gli stessi identici elettori votando negli stessi identici giorni negli stessi identici seggi avevano dato a Zaia (non in una provincia come Treviso dove la Lega ha oggi il 49% contro il 15 del Pdl ma in quella di Venezia, la più avara di voti al «Governador») la bellezza del 56%. Al quale andavano aggiunti sulla carta i voti dell'Udc e di un altro paio di liste. Mettetevi al posto suo: si sentiva in una botte di ferro. Sapete com'è finita? I leghisti che alle Regionali erano il 24% sono evaporati alle Comunali riducendosi a un misero 8%. Col risultato che, sorpresa sorpresa, ha vinto al primo turno il candidato del centrosinistra Antonio Bertoncello. Va da sé che, dopo aver telefonato la mattina all’amico Luca felicitandosi per il successo alle Regionali, Brunetta non è che si aspettasse che il nuovo presidente facesse una telefonata a lui nel pomeriggio. Sarebbe stata imbarazzante, dopo l’apertura dei seggi delle Comunali con quel risultato clamoroso che dava la vittoria al primo turno all'avversario Giorgio Orsoni. Però, se non altro per cortesia tra ministri dello stesso governo... Certo è che fino alle sette di sera la telefonata non era ancora arrivata. «Io il mio l'ho fatto, ho la coscienza tranquilla», ripete a tutti il responsabile della Funzione pubblica, «il Pdl e la mia lista hanno preso alle Comunali intorno al 30%. Sei punti in più che alle Regionali. Quelli che mi sono mancati sono i voti della Lega. È una cosa sulla quale bisognerà riflettere. Mettiamola così: l'elettorato della Lega è egoista, se ha un candidato suo lo vota, sennò si distrae... Certo è che se avessi avuto i voti leghisti che ha avuto Zaia avrei vinto al primo turno». Ci riproverà una terza volta, dopo aver già subito due delusioni nei tentativi di diventare sindaco della sua città? Neanche a parlarne. Troppo cocente, questa batosta. Arrivata in controtendenza in questi giorni di festa della destra. Resta il tema che già si era profilato ieri dopo i trionfi leghisti in Piemonte e soprattutto in Veneto: davvero un animale politico come Umberto Bossi, avendo alle spalle una storia personale, politica e partitica che dice il contrario, se ne starà buono buono senza passare all'incasso per sfruttare il momento magico? E la metafora del toro davvero lascia dormire tranquillo Silvio Berlusconi? Per ora, con l'aspirante sindaco di Venezia e l'aspirante sindaco di Portogruaro, i leghisti hanno già passato sui carboni ardenti, come dicevamo, un torello e un capretto sacrificale. Ma lo spiedo che prediligono, sia chiaro, è un altro. E una volta accese le braci...

Gian Antonio Stella

31 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Bambini prima affidati e poi tolti
Inserito da: Admin - Aprile 19, 2010, 04:53:53 pm
Società

Bambini prima affidati e poi tolti

L'Italia dei genitori «usa e getta»

Spesso sono solo un «parcheggio» temporaneo.

Raccolta di firme per cambiare la legge


MILANO — Ma vengono prima, per la legge, i diritti dei bambini abbandonati o quelli degli aspiranti genitori? È quello che ti domandi leggendo sul sito dell'associazione «La Gabbianella» la testimonianza di Claudio e Cinzia che, come scrivono, sono stati «trafitti a tradimento da una brutta storia di affido». Al centro di questa storia c'è una piccola, Micha, dalla vita travagliata: i primi due mesi (disastrosi) coi genitori naturali, poi in ospedale per denutrizione, poi in «parcheggio d'urgenza» presso una famiglia finché, al sesto mese, viene data in affido a Claudio e a sua moglie. Coi quali resterà per quindici mesi. Felici. A un certo punto, un giudice del Tribunale dei minori, evidentemente informato di come sta crescendo la piccola, chiede ai due se abbiano pensato all'adozione. Claudio e Cinzia sanno di avere qualche anno in più rispetto a quelli previsti dalla legge per chi adotta figlioletti così piccoli. Ma il giudice spiega loro che «si potrebbe procedere verso una adozione speciale/nominale».

Neanche il tempo di sperarci e arriva la doccia fredda: Micha andrà in adozione a un'altra famiglia. I due non capiscono: «Il pediatra si arrabbia quando lo informiamo, dice che dobbiamo prendere un avvocato, questa bimba ha già sofferto tanto nella sua breve vita, ora ha raggiunto un equilibrio, un ulteriore passaggio in un'altra famiglia sarebbe distruttivo. Dice che, se veramente le vogliamo bene, dobbiamo fare di tutto affinché Micha resti dov'è». Portando a sostegno varie testimonianze, cercano di spiegare al presidente del tribunale che la cosa non ha senso e potrebbe danneggiare la bimba: Risposta: «Vi ringraziamo per quello che avete fatto, l'adozione speciale è prevista in casi particolari, questa bambina ha migliori opportunità di vita, ci sono coppie che hanno una domanda di adozione da tre anni quindi con più diritti di voi». Ma come: i diritti di una coppia che desidera un figlio, per quanto diritti legittimi, vengono prima di quelli della creatura che è in ballo? Per carità, magari l'inserimento della piccola si rivelerà alla lunga positivo (l'inizio, a leggere Claudio e Cinzia, è stato traumatico), ma il tema resta: andava privilegiato il bene della bambina o i diritti degli aspiranti genitori? E non sarebbe opportuno un po' di buon senso, in casi come questi, per evitare questi traumi ai piccoli? Il guaio è che di casi così ce ne sono diversi.

Prendiamo quello di Mathias raccontato da Daniela Assembri: «Durante le feste di Natale del 2005, sono passata dagli uffici dei Servizi sociali del Comune della mia città ed ho chiesto se c'era un bambino che avesse bisogno del calore di una casa, per Natale. Avevo già avuto due esperienze di affido e in quegli uffici mi conoscevano. L'assistente sociale mi ha subito proposto un bambino nato da pochi giorni e ancora ricoverato nel reparto maternità dell'ospedale. La giovane famiglia aveva dei problemi. Ho detto di sì con entusiasmo. Mi avrebbero fatto sapere. A metà gennaio 2006 mi confermano l'affido. E così due operatrici dell'Ufficio minori mi portano a casa Mathias, avvolto in una copertina; mi danno alcuni ragguagli sul latte e sugli incontri da fare con i genitori e se ne vanno». Da quel momento, per due anni abbondanti (i due anni fondamentali per la vita di un bambino, quelli in cui impara a camminare, parlare, mangiare, giocare...) lo Stato mostra di fidarsi ciecamente della donna, che è single e vive da sola, senza un marito o un compagno. Una delega piena, totale: «Le assistenti sociali non sono mai venute a casa mia, non hanno mai visto l'ambiente di Mathias, il suo gatto, i suoi giochi, le persone che mi hanno aiutato ad allevarlo (in particolare mio fratello) o che lo hanno tenuto con tanta attenzione e affetto (i miei cari amici)». Finché il giudice decide che il bimbo «parcheggiato» dalla signora Daniela (la quale per lui ha fatto mille rinunce adattandosi all'incertezza burocratica: «Gli compro già il lettino o basterà la carrozzina? E il box? E il girello? E un seggiolino più grande per l'auto? E un nuovo passeggino? E le vacanze? E il mio ritorno al lavoro dopo la maternità? E l'eventuale iscrizione all'asilo?») va dato in adozione. A Daniela? Neanche a parlarne: Mathias le sarà anche affezionato e lei si sarà spesa l'anima per essere una buona mamma, ma santo cielo: non è sposata! Non ha un marito! Per lo Stato va bene come parcheggiatrice, non di più. Ha tirato su lei il bambino e passato lei le notti in bianco quand'era malato e gli ha insegnato lei a dire «mamma» e gli ha mostrato lei la prima volta la luna? Stia al suo posto! E poi tutte quelle domande alle assistenti sociali: cosa sarà del bambino? Dove andrà? La nuova mamma e il nuovo papà sono a posto? Gli vorranno bene? Diamine: non son mica fatti suoi! Conclusione: il piccolo viene tolto a quella che fino a quel momento è stata sua mamma praticamente senza un passaggio delle consegne: «Non ho mai incontrato la famiglia adottiva, pare che sia stata la famiglia stessa a non volermi conoscere».

È giusto così? Vale per Daniela la single, vale per famiglie tradizionali in senso pieno. Come quella, racconta il sito della Gabbianella (www.lagabbianella.org) che accolse la piccola A. e i suoi fratellini: una coppia con «ben cinque figli naturali, che per undici anni ha accolto in affidamento dei bambini, accompagnandoli poi verso altre famiglie adottive o nella loro stessa famiglia naturale». Anche questi genitori «usa e getta»: utilizzati dallo Stato per parcheggiare i tre fratellini e poi scartati per l'adozione di A. (affidata loro quando aveva meno di due mesi) nonostante il parere contrario del Tutore dei minori e del neuropsichiatra, entrambi schierati perché la bimba non venisse spostata dall'ambiente in cui era cresciuta. Per questo «La Gabbianella» presieduta da Carla Forcolin, autrice di più libri sul tema (uno per tutti: Io non posso proteggerti) ha avviato una raccolta di firme per chiedere ai parlamentari un ritocco, messo a punto dall'avvocato Lucrezia Mollica, alla legge 184/83 che regola la materia: «Qualora l'affidamento di un minore si risolva in un'adozione, a causa del mancato recupero della famiglia d'origine, vanno protetti i rapporti instauratisi nel frattempo tra affidati e membri della famiglia affidataria. Va quindi favorita la permanenza del bambino nella famiglia in cui egli già si trova; ove ciò non sia possibile, va comunque tutelato il mantenimento di un rapporto affettivo con la famiglia affidataria, nelle forme e nei modi ritenuti più opportuni dagli operatori, dopo aver ascoltato la famiglia affidataria stessa e la futura famiglia adottiva». Buon senso. Solo buon senso.

Gian Antonio Stella

19 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il business milionario del nonno finisce quotato in Borsa
Inserito da: Admin - Aprile 27, 2010, 12:02:20 pm
Nel 2016 gli over 70 saranno quanto i lombardi.

C’è chi ha fiutato l’affare

Il business milionario del nonno finisce quotato in Borsa

Se tutte le badanti se ne andassero a casa, lo Stato dovrebbe investire in nuovi ospizi 169 miliardi di euro


MILANO - Investire sui giovani? Meglio sui vecchi. O almeno così la pensano i tanti che vanno puntando sempre più sul «business del nonno». Un affarone gigantesco. Due numeri dicono tutto: se domani mattina tutte le badanti se ne andassero a casa, lo Stato dovrebbe investire in nuovi ospizi per accogliere gli anziani lasciati soli 169 miliardi di euro. E assumere, per l’assistenza, oltre 900 mila persone. Onestamente: come ne usciremmo? Il problema di domani, in realtà, potrebbe essere ancora più serio. Stando ai calcoli dell’Istat nel 2016, cioè fra sei anni, gli ultrasessantenni saliranno a 17.459.984, pari a tutti gli abitanti di Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige messi insieme. Gli ultrasettantenni a 9.549.242, come tutti gli abitanti della Lombardia. Gli ultraottantenni a 4.080.881, come tutti gli abitanti dell’Emilia Romagna. Gli ultranovantenni a 769.914, come tutti gli abitanti dell’Umbria. Quanto agli ultracentenari (che un tempo alla centesima candelina richiamavano i fotografi ma oggi nel solo comune di Milano sono oltre seicento) dovrebbero essere 23.029.

Certo, moltissimi saranno in forma. L’aspettativa di vita si è allungata oltre ogni più rosea speranza, i problemi di salute che falciavano i nostri nonni si sono nettamente ridotti (uno studio sui veterani dell’esercito americano ha stabilito che un secolo fa l’80% dopo i 60 anni sviluppava una malattia cardiaca, oggi neanche la metà) ed è sempre più facile trovare vecchi com’era Bartali nei ricordi di Gianni Mura: «Una delle ultime volte l’ho visto a Milano, dove si presentava un libro su Brera, in un’osteria. Uno degli organizzatori aveva allertato un autista pensando: verso mezzanotte sarà stanco e vorrà andare a dormire. Esattamente alle 3.55, dopo aver raccontato non so quale corsa a Fabio Capello, Gino disse: "O ragazzi, qui o salta fuori un mazzo di carte o me ne vo a letto"». È fuori discussione però, purtroppo, che molti non saranno più autosufficienti. Cosa che ripropone in maniera assai più acuta il tema che sollevava trentatré anni fa il buon Domenico Modugno: «E il vecchietto dove lo metto / dove lo metto non si sa / mi dispiace ma non c’è posto / non c’è posto per carità». È vero che in Giappone, come scriveva anni fa Donald MacDowell, «esistevano un tempo le " ubasuteyama", ovvero "montagne dove abbandonare la nonna", in cui si lasciavano morire di fame e di freddo le signore anziane». Ma non sono cose ipotizzabili, grazie a Dio, neppure in una società ferocemente egoista come la nostra dove non c’è spazio per i giovani ma allo stesso tempo la figura del vecchio è stata culturalmente rimossa.

È quindi il caso di fare un po’ di conti. In questo preciso momento, secondo i dati dell’Inps, ci sono in Italia circa 700 mila «badanti» (brutta parola, che come ha scritto l’ex vescovo di Vicenza Pietro Nonis segnala un andazzo, dato che «si bada agli animali») in regola. Più quelle irregolari. Per un totale che, stando a una stima concorde dell’Istituto nazionale di previdenza, della Caritas e della Bocconi, dovrebbe essere intorno a un milione e 300mila. Probabilmente di più. Il che significa che almeno altrettante persone non sono in grado di badare da sole a se stesse. E potrebbero in tempi più o meno brevi pesare sul bilancio non delle famiglie ma dello Stato, o meglio delle regioni, aggiungendosi a quelle che già sono assistite in una casa di riposo o addirittura, dove queste sono pochissime (per insipienza o per calcolo scellerato vista la differenza delle rette: dieci a uno), nei reparti geriatrici ospedalieri. Dicono le statistiche che nel 2007 i «ricoveri per anziani» in Italia erano 4.626 (contro i 3.608 del 2001) per un totale di 222 mila (176 mila nel 2001) ospiti. Ma sono numeri che non vogliono dire niente, perché comprendono sia le strutture modello sia certi baracconi di sfruttamento del business come quelli che ogni tanto vengono smascherati e si rivelano dei veri e propri lager. In ogni caso sono pochi. Pochissimi. Basti ricordare che la stessa Lombardia, cioè una delle regioni che ha affrontato meglio il problema, ha oggi 55.112 posti letto contro un milione e 280 mila ultrasettantenni. Dei quali, secondo la Bocconi, almeno 386 mila non autosufficienti.

Il ministro Roberto Calderoli, nel luglio scorso, ricordano le agenzie, la buttava in caciara: «Chi l’ha detto che ci sono 500mila badanti e colf irregolari in Italia? La maggior parte sono badanti del sesso e della droga». Ma i numeri sono numeri: se domani mattina tutte le badanti straniere se ne andassero e le regioni fossero costrette a dotarsi di una rete di residenze per accogliere tutti i non autosufficienti lasciati soli, l’economia italiana rischierebbe il collasso. Ogni posto letto in «ricovero» (acquisto del terreno, costruzione dell’edificio, impianti, dotazione dei servizi, arredamento...) costa infatti oggi, mediamente, 130mila euro. Il che significa che, per ospitare tutti, l’investimento necessario sarebbe appena inferiore, come dicevamo, a 170 miliardi. Ma non basta. A quel punto bisognerebbe assumere gli addetti necessari all’assistenza quotidiana. Spiega Roberto Volpe presidente dell’Unione regionale istituti per anziani la quale raccoglie quasi tutte le 263 strutture del Veneto ( 28.000 ospiti, dei quali 23.500 non autosufficienti), che «se la struttura è così grossa da risparmiare sulla parte amministrativa-gestionale ne bastano 70 per ogni 100 ospiti, sennò ce ne vogliono 80».

Tanto per capirci: in condizioni ottimali dovrebbero essere assunti infermieri, cuochi, fisioterapisti, inservienti, assistenti sociali per un totale di 910mila persone. Le quali, se fossero pagate quanto paga, ad esempio, l’Opera Immacolata Concezione, una delle organizzazioni più grosse nel Nord est, peserebbero sui bilanci per 26.250 euro ciascuna. Totale: quasi 24 miliardi di euro. L’anno. E parliamo di oggi, con una quota di anziani altissima ma più bassa di quella che ci ritroveremo domani. C’è chi dirà: ipotesi estreme. Può darsi. Ma anche se i numeri fossero dimezzati, come potremo farcene carico? Risposta: ovvio, ricorrendo ai privati. Tanto è vero che il « business del nonno» sta attirando sempre più investitori. Che cominciano ad andare anche in Borsa. Ma la domanda vera è: può essere davvero conciliabile «l’affare» e un’assistenza decorosa? Roberto Volpe dice di no. Che con le rette pagate dalle regioni, che già hanno l'acqua alla gola, «ci vogliono 40 anni per rifarsi dell’investimento iniziale, edificio, strutture, arredamento». Per non dire della gestione: «Se il 70% dei costi se ne va per il personale e un altro pezzo per l’ammortamento, che cosa dai poi da mangiare agli ospiti? I nostri già sono contenti se arrivano al pareggio...». È sempre lì si torna, alla domanda amara che faceva sorridendo Domenico Modugno: «Il vecchietto dove lo metto?».

Gian Antonio Stella

27 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Gian Antonio STELLA - I rischi del federalismo demaniale
Inserito da: Admin - Maggio 03, 2010, 06:34:25 pm
I rischi del federalismo demaniale

Il patrimonio tagliato a fette

Pareva tutto facile, sulla carta. Chi mai poteva opporsi all’idea di usare meglio tanti beni statali a volte abbandonati passandoli a Regioni, Province e Comuni? È vero o no, come spiegò Giulio Tremonti, che «c’è un enorme patrimonio ed è una pazzia che sia gestito da un ufficio a Roma dove non sanno quanto vale» e dunque «è giusto che lo Stato abbia beni nazionali e simbolici ma non che faccia la mano morta al contrario su beni che hanno senso se gestiti localmente»? Macché: il «federalismo demaniale» sta incontrando obiezioni maggiori del previsto. E non solo delle opposizioni, degli ambientalisti o dei guardiani di quello che Croce chiamava «il volto della patria».

Alcuni si chiedono fino a che punto lo Stato possa trasferire agli enti locali spiagge, caserme, stazioni, terreni o edifici vari senza intaccare quel patrimonio che è la vera garanzia di «ultima istanza» per l’immenso debito pubblico. Altri, come uno studio del Servizio bilancio della Camera, confermando il rischio di «affievolire gli strumenti di garanzia dello Stato», segnalano che il passaggio «a titolo non oneroso» di tanta ricchezza immobile potrebbe impedire di destinare all’abbattimento del debito i proventi delle dismissioni visto che lo Stato è obbligato a farlo ma gli enti locali no. Altri ancora, come il direttore dell’Agenzia del demanio Maurizio Prato, ammettono scetticismo sui tempi: è plausibile che entro 30 giorni ogni amministrazione dica esattamente quali beni vuole mantenere e che entro 180 giorni arrivi il primo decreto della presidenza del Consiglio con l’elenco dettagliato di questi beni da «restituire», dicono i leghisti, al territorio? Per non dire dei contrasti tra le Regioni, che vorrebbero rastrellare tutto e redistribuire, e gli altri enti che vorrebbero al contrario che questa «restituzione» fosse diretta e senza intermediari. Insomma: un caos. Sul quale ha gioco facile chi chiede, sia a sinistra sia nella maggioranza, di veder bene i conti prima di sbagliare il passo.

Al di là degli aspetti tecnici, sui quali Calderoli è convinto di trovar la quadra («Se il debito degli enti locali rientra nel debito pubblico generale, allora anche il patrimonio degli enti locali rientra nel patrimonio pubblico») c’è qualcosa di fondo che non è chiaro: siamo sicuri che non saranno tolti al demanio certi gioielli di famiglia? Certo, il governo ha giurato che non verranno smistati i beni culturali. Ma resta quel dubbio sottolineato dal presidente stesso del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici Franco Karrer al Sole 24 Ore: «Finora, valorizzare ha voluto dire dismettere » . Cosa che Vittorio Emiliani ha tradotto brusco così: i Comuni, «indebitati dalla demagogica soppressione dell’Ici sulla prima casa, saranno portati a vendere il prima possibile».

Una forzatura polemica? Sarà... Ma è difficile immaginare un Comune con l’acqua alla gola che, potendo dire «questo lo voglio, questo no», si faccia carico di un pezzo di patrimonio da valorizzare investendo soldi che non ha. Più facile che punti a prendere tutto ciò che può sfruttare o vendere per fare cassa. La domanda chiave è: sfilati al demanio statale, tutti quei beni resteranno inalienabili e cioè di proprietà dei cittadini italiani per essere dati solo «in gestione» agli enti locali? O potranno essere ceduti anche a «fondi comuni di investimento» in cui gli enti locali possono essere soci di minoranza di privati che cercano solo l’affare? Le risposte finora non sono state nette. E finché il nuovo testo non sarà definito, come dice Italia Nostra, «è difficile scartare i peggiori sospetti».

Gian Antonio Stella

03 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_03/stella_734869ae-5672-11df-ae23-00144f02aabe.shtml


Titolo: Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella Gli annunci di Calderoli il tagliatore
Inserito da: Admin - Maggio 17, 2010, 06:48:21 pm
Gli annunci mirabolanti di Calderoli il tagliatore


E dovremmo esultare?
A leggere le mirabolanti proposte di Roberto Calderoli di un taglio del 5% dell'indennità di parlamentari e ministri come segno di compartecipazione alle sofferenze di un Paese esposto, probabilmente, a una manovra pesante, c'è da restare stupiti. Sia chiaro: ogni segnale di consapevolezza delle difficoltà è benvenuto. E non c'è dubbio che un taglio reale nelle buste paga di quelli che Einaudi chiamava «i Padreterni» sarebbe indispensabile prima che il governo infligga nuovi sacrifici ai cittadini. La proposta del ministro leghista, però, è in contraddizione così clamorosa con una lunga serie di scelte opposte da apparire, salvo radicali integrazioni, uno specchietto per le allodole. Ad esempio: il taglio del 5% (peraltro sei volte più basso di quello chiesto da una parlamentare della sinistra) va inteso sull’indennità in senso stretto o sulla busta paga vera, che comprende una serie di diarie, rimborsi, prebende? La differenza, dimostrò l’onorevole rifondarolo Gennaro Migliore facendosi fotografare con la sua prima cedola, è sostanziale: da poco più di 5 mila a 14.500 euro netti.

Se il taglio fosse, come par di capire, sull’indennità pura, il risparmio reale ottenuto con la sforbiciata su tutti i deputati e senatori (una volta tolte le tasse, che finirebbero comunque allo Stato) sarebbe di 4.800.740 euro. Una briciola, rispetto ai costi del Palazzo. Per non dire della sforbiciatina alle retribuzioni dei ministri, che sono solo integrazioni allo stipendio parlamentare: 53.040 euro. Il costo di 7 ore di volo degli aerei blu. Che come è noto, dopo la stretta in seguito alle polemiche infuocate sulla gita di Clemente Mastella col figlio a Monza, sono ripresi con un andazzo che appare perfino superiore al 2005, quando quegli aerei volarono mediamente per 37 ore al giorno costando complessivamente 65 milioni di euro. E scriviamo «appare» perché la già scarsa trasparenza su quei voli è stata totalmente abolita. Ben vengano, tagli veri alle indennità. Ma vogliamo ricordare i numeri che contano sul serio? Prendiamo il Senato. Con la proposta del ministro, resterebbero nelle casse pubbliche 1.742.860 euro. Cioè meno di un quarto di quanto Palazzo Madama costerà quest’anno in più rispetto al 2009. La scelta del Quirinale e di Montecitorio di rinunciare all’adeguamento dell’inflazione dell’1,5%, lì, non è passata. Morale: la camera alta, che pesava sui bilanci per 420 milioni 940mila euro nel 2001, ha pesato l’anno scorso per 594 milioni e 500 mila. Un’impennata complessiva in nove anni del 41,23%. Sono dati pesanti. Accompagnati da altri «dettagli» che sconcertano. Come l’inarrestabile dilagare degli spazi. Sapete quanti sono oggi, scusate il bisticcio, i palazzi di Palazzo Madama? Undici. Più i garage e i magazzini. Per un totale di 90 mila metri quadri, 280 per ogni senatore. Domanda: è vero che è interesse degli italiani che i loro rappresentanti vengano messi in condizione di lavorare al meglio, ma non saranno troppi nove ettari di uffici, buvette, emicicli, affreschi, stucchi?

C’è chi dirà: due di questi palazzi, quello di largo Toniolo e quello dell’istituto Santa Maria in Aquiro, non sono ancora a disposizione. Peggio. Infatti il primo, comprato dalla società di un senatore in carica (sic!), alla fine costerà 22 milioni ed è tuttora in ristrutturazione. Il secondo, in restauro da altri sette anni a spese dei contribuenti per 25 milioni, resterà alla fine di proprietà dell’istituto religioso che dal 2003 già incassa 400 mila euro l’anno di affitto. Ne valeva la pena? E in ogni caso: a fronte di spese così forti, è proprio normale che l’assemblea si sia riunita quest’anno in 47 giorni su 136? Certo, poi ci sono le commissioni, le missioni, tante altre attività. Ma possibile che mai una volta (mai) ci sia stata una seduta di lunedì e mai (mai) di venerdì?

In un’intervista a La Stampa, Roberto Calderoli dice: «Bisogna che cominci a pagare chi non ha mai dato o chi ha preso troppo. Le cicale, anzi le cicalone». «E cosa aspettate?» gli chiede Ugo Magri. «Stiamo già facendo. A gennaio abbiamo segato qualcosa come 50 mila poltrone negli enti locali. Poi abbiamo tagliato gli stipendi dei consiglieri regionali». Spiccioli? «Macché, in certi casi sono stati ridotti a un quinto. Arrivavano a prendere 25 mila euro mensili, ora al massimo 5 mila 400». I dati ufficiali pubblicati dalla Conferenza dei presidenti delle assemblee legislative delle regioni e le province autonome dicono una cosa diversa. Dicono che rispetto a due anni fa, quando infuriava la polemica sui costi della politica, l’unico taglio netto risulta essere quello del governatore pugliese Nichi Vendola. Tutto il resto è rimasto come prima. Quanto alle poltrone tagliate, ha già risposto l’Anci: ridurre consiglieri comunali che prendono 4 euro di gettone a seduta non risolve nulla. Quelli che pesano, piuttosto, sono i 38 mila stipendiati (a volte lussuosamente) che secondo la Corte dei conti e l’Unioncamere, siedono nei consigli di amministrazione delle società pubbliche o in qualche modo partecipate dallo Stato. Cosa è stato toccato su quel fronte e su quello delle Authorithy recentemente salite a dieci con 2500 dipendenti? Per non dire di quanti accumulano poltrone, tra i quali il recordman è Daniele Molgora, deputato, sottosegretario e presidente della provincia di Brescia. Leghista. Ben vengano, le sfuriate contro «i capoccioni vari, manager pubblici, presidenti delle authority... Gente che prende il doppio del presidente del Consiglio». Il tetto ai loro stipendi, però, c’era: circa 290 mila euro lordi. E chi fu ad abolirlo, con una serie di deroghe che lasciano spazio a tutto, se non il governo di chi oggi invoca una svolta?

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

17 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_maggio_17/gli-annunci-mirabolanti-di-Calderoli%20il-tagliatore-sergio-rizzo-gian-antonio-stella_3b2536ca-617a-11df-a380-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - La casta e le sforbiciatine
Inserito da: Admin - Maggio 22, 2010, 10:44:35 pm
Manovra e risparmi

La casta e le sforbiciatine


L’idea di stampare in arabo, nel 2002, una sorta di guida della Camera con tanto di copertina verde islamica sarà stata forse una botta di genio. Ma Dio sa quanto sarebbe utile una traduzione dei bilanci della politica italiana in italiano. Questa sarebbe, la vera svolta epocale. Intendiamoci, sarebbe insensato non apprezzare il taglio alle buste paga dei parlamentari e dei ministri. Tanto più dopo che Tremonti ha detto che sarà assai più netto della sforbiciatina proposta da Calderoli, quel 5% di limatura alle indennità che, mettendo al riparo la polpa delle diarie, dei rimborsi e delle prebende varie, era stato bollato anche dai giornali non ostili al governo come una «elemosina».

In un libro appena edito dalla Bocconi, «Classe dirigente - L’intreccio tra business e politica», Antonio Merlo della Pennsylvania University ha confrontato la retribuzione dei parlamentari italiani e americani. Scoprendo che durante la Prima Repubblica i nostri «risultano sottopagati rispetto ai loro colleghi» ma dal ’94 capita il contrario grazie a un aumento dal 1948 al 2006 del 9,9% l’anno. Performance strepitosa. Non accompagnata, però, da un parallelo impegno sui banchi. Ieri mattina, a «Radio24», il senatore leghista Sandro Mazzatorta ha spiegato che occorre «sfatare alcuni luoghi comuni. Si è parlato di un parlamento che lavora poco. Noi saremo un’eccezione ma arriviamo il lunedì sera e al giovedì sera siamo ancora qua». Giudichino i lettori. Dicono: ma ci sono commissioni, missioni, mille altre attività... Anche in America.

Ma il senato Usa si riunisce in assemblea 180 giorni l’anno. Il nostro, nel 2009, 114. Mai (mai) di lunedì, due volte (due!) di venerdì. Toccando in aprile il record: 7 ore d’aula. Quanto alle presenze, da decenni il tasso d’assenteismo medio d’un senatore yankee è del 3,1%, dei nostri il decuplo. Insomma, un taglio alla busta paga dei parlamentari e dei grandi manager «prima » che il governo tocchi gli stipendi e le pensioni degli italiani non è solo opportuno: è obbligatorio. Su un punto, però, quanti strillano contro «le sparate demagogiche » hanno ragione: non sarà quel taglio, per quanto sensibile, a risanare le casse. È doveroso, non risolutivo. È sul costo della politica e del suo indotto che si gioca la partita vera.

È normale, in questi tempi di vacche magre, che la Camera continui a costare un miliardo? Che il Senato abbia 11 palazzi più magazzini per un totale di 9 ettari e abbia assunto 35 nuovi commessi per rimpiazzare colleghi andati in pensione poco più che cinquantenni 15 anni dopo la riforma Dini? Che un presidente regionale guadagni fino a 175 mila euro netti contro una media dei governatori Usa di 88.523 lordi? Che i partiti ricevano fino a 300 milioni di rimborsi elettorali l’anno anche negli anni senza elezioni? Che si rastrellino voti distribuendo posti e consulenze e appalti messi in carico alla collettività? Che i costi dei voli blu siano segreti oggi inespugnabili?

Per questo, mentre Cameron a Londra insiste per rinunciare perfino alla scorta, la trasparenza «vera » dei bilanci, che spesso sembrano studiati per nascondere invece che spiegare ai cittadini come vengono spesi i soldi, sarebbe il segnale giusto... Ricorda ironico Tito Boeri che nel film «La classe dirigente» Peter O’Toole solleva un tavolo con la sola forza del pensiero e «non ci aspettiamo certo miracoli del genere». La trasparenza sì, però, ce l’aspettiamo. La trasparenza sì.

Gian Antonio Stella

21 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_21/la_casta_e_le_sforbiciatine_gian_antonio_stella_07da7b26-6496-11df-ab62-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il partito dei riottosi
Inserito da: Admin - Maggio 27, 2010, 04:31:34 pm
Il partito dei riottosi


A tutti gli italiani chiamati a stringere la cinghia, Pier Carmelo Russo fa ciao ciao: come dimostra il sito livesicilia.it, è andato in pensione da dirigente della Regione Sicilia con 6.462 euro netti al mese. A 47 anni. Grazie a una leggina isolana: doveva badare al papà infermo. Cosa che non gli ha impedito giorni dopo d’assumere il gravoso incarico di assessore all’Energia.
Mille chilometri più a Nord, i sindaci trentini, fallito il tentativo di avere la pensione, si apprestano ad avere un aumento in busta paga del 7% e i loro colleghi altoatesini non hanno alle viste alcun taglio: quello di Appiano prende 9.400 euro, cioè più di Letizia Moratti a Milano, quello di Lana 7.000, più di Rosa Russo Iervolino a Napoli. Quanto alla giunta comunale di Gorizia, ha appena tentato di autoridursi le indennità ed è stata bloccata dalla Regione: non potete farlo. Cosa c’entra con la manovra da 24 miliardi? C’entra. Come ha spiegato lo stesso Giulio Tremonti raccontando della necessità di non dare denaro, di questi tempi, a enti come il Comitato per il centenario del fumetto italiano e ad altri 231 dai profili talora improbabili, «i grandi numeri si fanno anche con i piccoli numeri». E non c’è dubbio che parallelamente ai tagli dolorosi presentati ieri, tagli che hanno guadagnato l’apprezzamento al governo delle autorità europee ma anche l’immediata rivolta delle sinistre, di una parte del sindacato, dei magistrati e altri ancora, ci son pezzi di questo Paese riottosi all’ipotesi di condividere i sacrifici.
politica e da quello che ruota intorno. Prova ne sia che la svolta più radicale, il dimezzamento dei rimborsi da un euro a 50 centesimi per ogni elettore, pare essere stato ridimensionato: forse si sforbicerà il 20%, forse il 10. Così come pare essere stato accantonato un altro segnale importante, e cioè il ripristino dei controlli della ragioneria dello Stato sui conti di Palazzo Chigi e della Protezione civile. E le misure sulle stock-options dei banchieri. Il punto è che provvedimenti coraggiosi, ustionanti e in buona parte condivisibili (vedi la lotta dichiarata all’evasione) come quelli varati, che chiedono agli italiani, dopo anni di rassicurazioni ottimistiche, di farsi carico d’una situazione pesante, richiedono la massima trasparenza. La storia ci dice che il nostro è un Paese che nei momenti più difficili sa dare il meglio. Ma deve crederci. E per crederci ha bisogno di essere rassicurato su un punto: che pagheranno davvero tutti. Nel modo più giusto.
E questa limpidezza non deve essere neppure sfiorata dal sospetto che, dietro le migliori intenzioni, si nascondano tentazioni inconfessate. E che tutta la parte «etica», inserita per dimostrare ai cittadini più colpiti che questa volta non ci sono figli e figliastri, venga goccia a goccia svuotata. Perché forse esagera il Consiglio nazionale degli architetti nel diffidare delle smentite sulla sanatoria fino a denunciare «sconcerto per il nuovo condono che incentiva l’abusivismo edilizio». Ma sarebbe insopportabile se all’ultimo secondo, in piena estate, un attimo prima di un voto di fiducia finale in Parlamento, per iniziativa di qualche misteriosa «manina», spuntasse fuori di nuovo il solito condono.

Gian Antonio Stella

27 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_27/stella-partito-riottosi_781ac87a-694e-11df-a901-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - I partiti mai a dieta
Inserito da: Admin - Giugno 03, 2010, 04:37:07 pm
SOLO PICCOLI TAGLI AI RIMBORSI MILIONARI

I partiti mai a dieta


E’nero su bianco: il mondo della politica sempre più bulimico e obeso non ce la fa proprio a impegnarsi in una dieta radicale. Neanche in momenti come questo. Basta leggere il decreto pubblicato dalla Gazzetta ufficiale. Certo, molti paletti in più per arginare abusi e megalomanie, soprattutto nelle periferie, ci sono. E nel faticosissimo groviglio di commi e codicilli che ridicolizza i proclami sulla semplificazione, par di capire che finalmente (salvo ripescaggi durante l’iter parlamentare…) quella leggina che anno dopo anno versava ai partiti i rimborsi elettorali per l’intera legislatura anche se questa era defunta, sarà rimossa. Bene..

Spiegare ai cittadini, e in particolare ai dipendenti pubblici, che per colpa della crisi è obbligatorio intervenire immediatamente sulle buste paga loro mentre quel taglio alla politica scatterà solo dai prossimi rinnovi del Senato e della Camera (fra tre anni), dell’Europarlamento (fra quattro) e dei consigli regionali (fra cinque, per la maggior parte) non sarà però facile per il governo. Ma come: la situazione è così grave da imporre il blocco di salari coi quali le famiglie faticano a vivere ma non così grave da bloccare i doppi pagamenti a partiti per una legislatura che non c’è più?

Vale per quella leggina, vale per il taglio ai rimborsi. Che non solo scatterà anche in questo caso negli anni a venire, ma è stato ridotto al minimo del minimo. Sia chiaro: i partiti sono tra i pilastri della democrazia. Ed è interesse di tutti che vivano. Magari non è opportuno, se vogliamo buttarla sull’ironia, che si arrivi a registrarne ufficialmente 156. Ma guai a chi li tocca: ne andrebbe della libertà. Detto questo, i nostri si sono gonfiati e gonfiati fino ad allagare la società, le istituzioni, le municipalizzate, l’economia, il calcio, il teatro, le bocciofile, tutto. E a pesare come in nessun altro posto al mondo. Ricordiamolo: ogni francese contribuisce al mantenimento dei partiti con circa 1,25 euro, ogni tedesco con 1,61, ogni spagnolo con 2,58, ogni italiano con 3 euro e 38 centesimi negli anni «normali» come il 2006, addirittura 4 e 91 centesimi negli anni grassi di doppia razione grazie all’infernale meccanismo in fase di soppressione. Un confronto inaccettabile. Tanto più rispetto a paesi come gli Stati Uniti, dove il finanziamento pubblico alle forze politiche è limitato alla campagna presidenziale: 50 centesimi ad americano. Ogni quattro anni.

Bene, se è vero che per curare uno Stato troppo ingordo occorre «affamare la bestia», anche i nostri partiti avrebbero bisogno di essere «affamati»: partiti diversi, politica diversa. Il progetto di Tremonti era ambizioso: un taglio del 50%. Poi è sceso al 30%, poi al 20%, poi al 10%... Una sforbiciata che, ammesso resista a nuovi aggiustamenti in Parlamento (ci proveranno, ci proveranno…) lascerà comunque agli italiani, in questo settore, il primato dei più «generosi ».

Ma un segnale almeno, se proprio il governo non può metter becco nei bilanci di organismi come Quirinale, Camera, Senato, poteva essere dato: l’abolizione di quell’indecente regoletta che consente a chi regala soldi a un partito di ottenere sgravi fiscali fino a 51 volte superiori a quelli che avrebbe donando il denaro a chi si occupa della ricerca sul cancro o della cura di bambini leucemici. Non era una questione di soldi: di principio. È rimasto tutto com’era.

Gian Antonio Stella

03 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_giugno_03/I-partiti-mai-a-dieta-editoriale-gian-antonio-stella_c6c2274a-6ece-11df-bfef-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Se il cemento seppellisce i limoni
Inserito da: Admin - Giugno 12, 2010, 11:17:33 am
Il rischio di distruggere il Belpaese

Se il cemento seppellisce i limoni

Gela il sangue, la lettura de «La colata», il reportage collettivo edito da Chiarelettere da oggi in libreria


«Conosci la terra dei limoni in fiore, / dove le arance d’oro splendono tra le foglie scure, / dal cielo azzurro spira un mite vento, / quieto sta il mirto e l’alloro è eccelso, la conosci forse?», chiedeva estasiato Wolfgang Goethe. No, quell’Italia lì non la conosciamo più, rispondono gli autori di «La colata». Troppo cambiata, devastata, violentata.

Dai grandi speculatori, dalla cialtroneria egoista di milioni di singoli individui decisi a fare ciascuno il proprio abuso nell’indifferenza per le regole, dal cinismo di migliaia di amministratori locali disposti a svendere anche il più bel paesaggio del pianeta in cambio di un pugno di voti. Gela il sangue, la lettura de «La colata», il reportage collettivo edito da Chiarelettere da oggi in libreria e firmato da Andrea Garibaldi («Corriere della Sera»), Antonio Massari («Il Fatto»), Marco Preve («Republica»), Giuseppe Salvaggiulo («La Stampa») e Ferruccio Sansa, lui pure de «Il Fatto». Gela il sangue perché, certo, riconosce che certe aree sottoposte a tutela hanno faticosamente conservato la loro meravigliosa fisionomia e che qua e là si battono per «il bello» migliaia di comitati, associazioni, gruppi e singoli cittadini generosi e ostinati, ma dimostra anche un dato incontrovertibile. L’assalto forsennato, bulimico, insaziabile al territorio. E l’estrema arrendevolezza davanti al business (di ogni dimensione: grandi regioni / grande business, piccoli comuni / piccoli business) di governatori, assessori regionali, presidenti provinciali, sindaci, segreterie, uffici tecnici di ogni colore. Terroni e polentoni. Berlusconiani, bersaniani, bossiani..

Dalla Sicilia che ha ereditato il cosiddetto «sistema Siino» («tutto funziona alla perfezione: Cosa nostra incassa la metà delle tangenti su ogni opera. Gli imprenditori si muovono in "cartelli" in modo da pilotare gli appalti col minimo ribasso e da aggiudicarseli a rotazione. La mafia è l’epicentro di ogni mossa: cura i rapporti con la politica, con gli imprenditori, si occupa delle forniture di calcestruzzo e a volte anche dei subappalti») alla senese Sovicille (Suavis locus ille: quel luogo soave, in latino) che «circondata di storia, boschi e campagna si appresta a dare il via libera a un piano strutturale per un milione di metri cubi di costruzioni» la cui fetta più grossa, circa 830.000 metri cubi, se la mangia una variante per l’area industriale di Bellaria dove si trova lo stabilimento Novartis. Si, proprio quello del famoso vaccino contro l’influenza suina». Dagli orrori (con risvolti camorristici) di Monterusciello, la prima e sgangherata «new town» italiana, tirata su a Pozzuoli dopo il bradisismo del 1983, alla Modena di stampo rosso-emiliano: «L’architetto ed ex dirigente comunale Ezio Righi ha denunciato che oltre un milione e mezzo di metri quadrati di territorio agricolo dislocati nella zona sud, fino all’autostrada, sarebbero passati di mano recentemente e a prezzi non rapportati all’attuale destinazione d’uso. I compratori — ha detto Righi durante un convegno di Italia Nostra—sarebbero imprese legate alla Lega delle cooperative, imprese collegate ai consorzi edili privati e singoli artigiani».

Tema: non è insensato esaltare tutti i giorni il fascino dell’Italia e insieme insistere sul cemento, sui condoni edilizi, sulla politica del «laissez-faire» lasciando distruggere quotidianamente un pezzo del nostro paese? Dicono i numeri che il turismo rappresentava non molto tempo fa quasi il 12˚ del Pil e dava lavoro a 2 milioni e mezzo di persone. Ma la nostra quota, che nel 1970 ci vedeva primi al mondo, è via via scesa sotto il 5% del mercato mondiale. La classifica dell’Organizzazione Mondiale del Turismo ci ha visti nel 2009 (annus horribilis) piazzati a 43,2 milioni di arrivi contro i 50,9 della Cina, i 52,2 della Spagna, i 54,9 degli Stati Uniti e i 74,2 della Francia. C’è di peggio: secondo il Travel & Tourism Competitiveness Report 2009 del World Economic Forum, la nostra competitività turistica, rispetto dell’immenso patrimonio culturale, paesaggistico, enogastronomico, ci vede solo al 28˚ posto, dopo paesi come l’Estonia o Cipro che quel che hanno lo sanno sfruttare meglio. Sono gli altri che non ci capiscono o siamo noi che stiamo buttando via, anche esagerando col cemento (si pensi alla bella provincia vicentina nell’ultimo mezzo secolo: +32% gli abitanti, +324% la superficie urbanizzata) quelle ricchezze naturali e artistiche che ci eravamo ritrovati in dono?

Questo è l’allarme che lanciano Garibaldi, Massari, Preve, Salvaggiulo e Sansa: «Se non si ferma la colata di cemento l’Italia non sarà più il Belpaese. I danni saranno irreversibili ». Un incubo eccessivo? Non pare, a leggere il capitolo dedicato alle interpretazioni del Piano casa da parte di tante Regioni italiane, di destra e di sinistra. O quello che ricostruisce una ad una le megalomanie di quelle amministrazioni disposte a sventrare anche la campagna più ricca per costruire un nuovo circuito automobilistico o motociclistico al quale agganciare una nuova speculazione edilizia. O ancora quello dove si racconta del modo in cui una notte, a Sanremo «una zona di 72 ettari che era stata classificata come "frana attiva" da Alfonso Bellini, uno dei geologi piu noti d’Italia, con un tratto di colore diventa edificabile» nonostante tutti avessero ancora «negli occhi le immagini di via Goethe, a due passi dal municipio, trasformata dalle piogge in un fiume di fango e pietre». Un solo voto contrario, di un leghista: «Per la redazione dei piani di bacino la Provincia si rivolge a professionisti privati. Bravi, bravissimi, per carità, ma sono gli stessi che poi magari progettano operazioni immobiliari o porti turistici...». Indimenticabile il commento dell’Udc Luigi Patrone: «Io voto sì, ma da quelle parti i bambini non ce li porto nemmeno a giocare». Ecco il nodo: l’aggressione non viene solo dall’abusivismo fuorilegge. Viene anche da politiche urbanistiche suicide votate a maggioranza, «regolari», con le «pezze d’appoggio».

Ne vale la pena? Ne vale davvero la pena? Prima di rispondere, merita di essere riletta la relazione della commissione incaricata nel 1966 dal Comune di Napoli di studiare il sottosuolo: «Una lava di case ha sommerso Napoli, incredibilmente. Le colline sono state aggredite, il verde distrutto, i luoghi sconvolti dalla speculazione edilizia. A chi viene dal mare la città si presenta ormai come un grottesco presepe di cemento, aggrappato a una brulla dorsale tufacea». Per quanti pezzi di Italia si potrebbero oggi scrivere le stesse parole?

Gian Antonio Stella

11 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_11/Se-il-cemento-seppellisce-i-limoni-amati-da-Goethe-gian-antonio-stella_401a9cbe-751c-11df-b7f2-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Brunetta plenipotenziario a Venezia
Inserito da: Admin - Giugno 16, 2010, 11:26:07 pm
Il ministro battuto nella corsa a sindaco

Brunetta plenipotenziario a Venezia

Delegato dal governo a riformare la legge speciale. Cacciari: indecente


«Brunetto scherzetto!», ridacchiò Calderoli bocciando il collega Brunetta reo d’aver anticipato nel dicembre 2008 l’idea di mandar le donne in pensione a 65 anni. «Brunetto scherzetto!», deve aver ridacchiato oggi Berlusconi. I veneziani hanno trombato «Renatino» come sindaco? E lui glielo rifila come «delegato» governativo. Una specie di antisindaco. Tié. Il ministro dell’innovazione aveva scommesso forte, sulla conquista della sua città.

Aveva portato in laguna, come sponsor, la bellezza di dieci ministri. Aveva sventolato l’appoggio del Cavaliere, il quale si era speso invitando gli elettori a compiere un «peccatuccio »: «Andate a riscoprire le vecchie fidanzate e convincetele a votare. Vi auguro di realizzare tutti i vostri sogni. Viva Venezia, viva l’Italia, viva la libertà». Aveva promesso di spostare la sede del comune da Ca’ Farsetti a Palazzo Ducale. Promesso la metropolitana sublagunare per rendere meno complicata la vita ai veneziani e arginare l’esodo, inesorabile da decenni. Promesso un nuovo «Rinascimento». Insomma, una campagna grandiosa. Sintetizzata dal titolo del Giornale berlusconiano alla vigilia del voto: «Brunetta sindaco a Venezia: se vinco investo 25 miliardi ». Uno in più della mega-manovra finanziaria di oggi. Macché: trombato. Per la seconda volta, dopo un primo assalto fallito anni fa. «Mi sono mancati i voti della Lega.

L’elettorato della Lega è egoista, se ha un candidato suo lo vota, sennò si distrae... Certo è che se avessi avuto i voti leghisti che ha avuto Zaia avrei vinto al primo turno», si sfogò amaro dopo la batosta. «Non mi candiderò mai più al sindaco. Mai più». La decisione di paracadutarlo ora in laguna come plenipotenziario per la legge speciale, decisione destinata a incendiare le polemiche nel centrosinistra che proprio a Venezia aveva raccolto all’ultima tornata elettorale l’unica vera soddisfazione grazie alla vittoria al primo turno di Giorgio Orsoni, è sulla Gazzetta ufficiale. Dove il presidente del consiglio, a integrazione delle deleghe governative assegnate il 13 giugno 2008, decreta, «ferme restando le competenze delle Amministrazioni statali, delle Regioni e degli enti locali », di assegnare a Brunetta le «funzioni di impulso, promozione e coordinamento delle iniziative legislative dirette a modificare la normativa vigente in materia di salvaguardia di Venezia e della sua laguna».

C’è chi dirà che, per carità, ogni polemica è inutile e pretestuosa. E che il decreto va letto per quello che è, parola per parola, alla lettera. Che non c’è alcun tentativo del governo di «commissariare» Orsoni, colpevole d’aver fatto mancare al Pdl e alla Lega (che da tre lustri conclude nella «capitale padana» la sua festa di settembre) l’agognato filotto che si sentiva già in tasca: regione, provincia, comune. E che insomma il ministro veneziano si occuperà soltanto di quella cosa là: coordinare «le iniziative legislative dirette a modificare la normativa vigente in materia di salvaguardia di Venezia e della sua laguna ». Punto. Anzi, possiamo scommettere che Brunetta sottolineerà di avere accettato il nuovo incarico solo per spirito di servizio e generosità. Per dare una mano alla città dove è nato, dove è cresciuto, dove ha conservato i suoi affetti. E che tutte le interpretazioni diverse sono malevole. Sarà... Massimo Cacciari, però, saputa la cosa, reagisce come se il governo delle destre avesse deciso di mandare in laguna, sessantasette anni dopo quel Giobatta Dall’Armi che concluse il suo mandato alla caduta del fascismo, una specie di nuovo podestà: «Dare una delega così al candidato trombato alle ultime elezioni, imporre dall’alto agli elettori veneziani l’uomo che hanno appena rifiutato con il voto è indecente».

Non potrebbe invece dare davvero unamano a cambiare la legge speciale per Venezia? «Che quella legge va cambiata lo ripeto un sacco di tempo! », sbuffa l’ex sindaco veneziano. «All’ultimo comitatone», ormai un paio di anni fa, piantai un casino spiegando «evviva il Mose, ma è folle che tutte le altre opere siano bloccate per mancanza di fondi». Il solito Gianni Letta disse sì, giusto, è vero, occorre cambiare... Gli risposi che già nel 1996 avevo presentato una proposta di legge rifinita nei dettagli e che gli avrei mandato l’articolato. Lo feci. Non si sono neanche degnarsi di rispondermi. Neanche di dirmi: no, grazie. Zero. E adesso, salta fuori Brunetta! Brunetta! Brunetta! Quello che ama tanto Venezia che dopo essere stato trombato non si è presentato neppure alla prima riunione del consiglio comunale. Si è dimesso prima. Bel modo di rispettare gli elettori! ». Tanto più, sottolineano a sinistra, che la scelta di dare al ministro della funzione pubblica la nuova delega speciale, arriva dopo la non meno controversa nomina di Vittorio Sgarbi a sovrintendente del Polo museale di Venezia. Insomma, l’assedio alla città «rossa» capoluogo di una provincia, di una regione, di una Padania verdi e azzurre sarebbe appena cominciato.

Gian Antonio Stella

16 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_giugno_16/brunetta_plenipotenziario_b2bc1d34-7908-11df-ad02-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Autocertificati (e responsabili)
Inserito da: Admin - Giugno 20, 2010, 12:09:47 pm
BENE LE NUOVE NORME MA PIU’ CONTROLLI

Autocertificati (e responsabili)


Dio benedica l’autocertificazione.
In un Paese come il nostro dove il Censis è arrivato a contare in un anno 233 scadenze fiscali e amministrative e la macchina burocratica si è spinta a chiedere 71 adempimenti per l’apertura d’una trattoria o 23 firme per piantare una bricola in Laguna, il grimaldello della dichiarazione firmata che sostituisce un mucchio di carte può essere davvero indispensabile. Ed è naturale che il governo, nel tentativo di dare ossigeno all’economia, pensi di dare ancora più spazio a questo strumento per incentivare la nascita di nuove imprese.

Sbaglierebbe l’opposizione a mettersi di traverso, facendo della rigidità dei paletti burocratici (che a volte non garantiscono affatto il rispetto delle regole ma solo la sopraffazione ottusa dei timbri) un fortilizio da difendere come l’ultima ridotta. E così, reso omaggio alla Costituzione, non ha forse senso erigere barricate intorno alla sacralità intangibile di certi passaggi dell’art. 41, letti a torto o a ragione solo per giustificare spesso lacci e lacciuoli.

Detto questo, ogni grimaldello può essere usato bene oppure male. Può salvare la vita a chi è intrappolato o consentire al ladro di scardinare una saracinesca. E allargare ulteriormente l’autocertificazione senza introdurre dei contrappesi potrebbe essere, in un Paese come il nostro, devastante. Le cronache di questi anni fanno rizzare i capelli. Seicentosei studenti della Sapienza smascherati (su un campione di soli 4000) perché si dichiaravano poveri rubando le borse di studio ai poveri veri. Settantatré palazzine abusive a Casalnuovo vendute dal notaio in base a un’autocertificazione falsa secondo cui tutto era a posto per il condono. Cento per cento dei posti in graduatoria nelle «materne» dell’Agrigentino assegnati grazie alla legge 104 e ai documenti di maestre che giuravano di assistere parenti invalidi.

E poi parlamentari come il senatore Nicola Di Girolamo eletti grazie a una falsa dichiarazione di residenza all’estero. E migliaia di «buoni-bebè» (solo a Voghera erano truffaldine 354 pratiche su 430) distribuiti a immigrati «finti italiani » che per legge, giusta o sbagliata che fosse, non ne avevano diritto. E decine di migliaia di finti nullatenenti dalla Val d’Aosta alla Calabria esenti dal ticket sanitario. E 321 «comunali » napoletani (seguiti da altre decine e decine a Taranto) denunciati perché si erano aumentati lo stipendio autocertificando di avere a carico zie, nonni, cugini e consuocere. E 96 tassisti romani con licenza nonostante la fedina non candida. Per non dire dell’impennata (da 4 a 70 milioni di euro) dei soldi spesi per il gratuito patrocinio a chi dichiara meno di 9.296 euro, compresi boss mafiosi e un immobiliarista che ha avuto dallo Stato l’avvocato gratis 152 volte. O delle centinaia di militari processati perché assunti (e c’è chi passò poi ai carabinieri!) a dispetto dei precedenti penali. Condannati a pene lievi e quasi sempre rimasti in servizio.

Ben vengano dunque le nuove norme.

Ma guai se non venissero abbinate a controlli più seri e a una mano più ferma contro gli imbroglioni. Chi dichiara il falso, oggi, rischia pochissimo: da 20 giorni a un massimo di due anni con la condizionale, ma male che vada in cinque anni cade tutto in prescrizione.

E i «furbetti del certificativo », purtroppo, lo sanno.


Gian Antonio Stella

20 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_giugno_20/autocertificati-e-responsabili-gian-antonio-stella_4698edb8-7c3b-11df-bd5b-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Grandi e piccoli abusi, la tentazione dell’ultimissima...
Inserito da: Admin - Giugno 22, 2010, 09:36:01 am
Corsi e ricorsi

Grandi e piccoli abusi, la tentazione dell’«ultimissima» sanatoria

Le solite promesse e il colpo di spugna del 2003: un tormentone indimenticabile


L’«ultimissimissimissimo» condono edilizio è durato un paio d’ore. Il tempo che l’emendamento fosse ritirato e Paolo Bonaiuti dichiarasse a nome del governo: «Di nuovi condoni non se ne parla assolutamente: né fiscali, né edilizi». Meno male. Anche se c’è da toccar ferro. Le sanatorie del passato, infatti, erano sempre nate così: due righe infilate da deputati di seconda fila, smentite indignate, solenni giuramenti: mai. Fino al rilancio con la solita promessa: «Lo giuriamo: è l’ultimissima volta!».

Il condono suggerito dai senatori Pdl, se fosse passato, sarebbe stato il più indecente di tutti i tempi. Paolo Tancredi, Gilberto Pichetto e Cosimo Latronico proponevano non solo di riaprire fino al 30 marzo 2010 i termini della sanatoria 2003 ma di estendere il colpo di spugna «anche agli abusi edilizi realizzati in aree sottoposte alla disciplina di cui al codice dei beni culturali e del paesaggio». Di più: aggiungevano che poteva fare domanda anche chi si era già visto negare il condono. Peggio: pretendevano che automaticamente fossero «sospesi tutti i procedimenti sanzionatori, di natura penale e amministrativa, già avviati, anche in esecuzione di sentenze passate in giudicato». Uno sconcio. Destinato alla bocciatura ma buono da sventolare con gli elettori: «Amici abusivi, ci abbiamo provato!» L'intervento di Bonaiuti, scandalizzato per le reazioni scandalizzate delle sinistre come se i tre pidiellini fossero infiltrati comunisti («un'altra trovata propagandistica creata ad arte dall'opposizione!») ha chiuso: nessun condono. Tesi confermata da Luigi Casero, sottosegretario all'Economia: nessun condono. Vogliamo credere che sia davvero così. Anche se non risulta ritirato un altro emendamento di Tancredi: se va all'asta un bene sequestrato «il responsabile dell'abuso ha il diritto di prelazione». Anche se resta sospeso un terzo emendamento che propone il condono fiscale fino al 31 dicembre 2008. Mai come stavolta, però, le diffidenze sono legittime. Colpa degli archivi. «Nessun ministro mi ha mai parlato di un condono edilizio e questa ipotesi non è mai stata al centro di riunioni di governo», giura Silvio Berlusconi il 20 maggio 1994. Lo saprà ben lui, che è il premier! Macché: pochi mesi e la sanatoria è approvata. Promossa da chi? Dal governo.

Quanto al colpo di spugna del 2003, il tormentone è indimenticabile. «Il condono è un provvedimento profondamente immorale destinato a premiare i comportamenti illegali», sentenzia corrucciato Sandro Bondi. «Nessuno si sogna di proporre un maxicondono per gli abusi edili, nè c'è la minima intenzione di favorire l'illegalità facendo un regalo agli evasori», conferma Maurizio Lupi.«Sul condono edilizio la Lega è contraria», tuona per i «lumbard » Giancarlo Giorgetti. «In nessun consiglio dei ministri, finora, si è mai parlato di condono edilizio», garantisce Altero Matteoli. In ogni caso mette le mani avanti: «Io resto contrario. A meno che non sia una mini sanatoria per piccolissimi abusi».

È lì parte il tormentone numero due: «Permetterà di risolvere una infinità di piccoli abusi», dice il leghista Francesco Moro. «Si potranno condonare solo piccoli abusi», conferma Gianni Alemanno. «E' solo per i piccoli abusi, finestre aperte o chiuse, che riguardano la gente perbene e non i distruttori del paesaggio», minimizza il ministro dei beni culturali Giuliano Urbani. «Si tratta di sanare i piccoli abusi, quelli già dentro la volumetria. Non si tratta certo di sanare gli abusi edilizi, le costruzioni abusive», sdrammatizza l'aennino Alberto Giorgetti. Spiegando che «la sanatoria potrebbe dare maggiori risorse, via Ici, anche ai Comuni».

Il 19 novembre 2003 l'Ansa scrive: «Verandine sulle terrazze, piani aggiuntivi sui palazzi, ma anche ristoranti, piccoli alberghi, capannoni industriali, intere palazzine che possono contenere una decina di appartamenti medi o una trentina di mini-alloggi: c'è tutto questo nei 3.000 metri cubi di tetto massimo del condono edilizio, approvato stasera col voto di fiducia al decretone collegato alla Finanziaria». Quanto all'Ici, la Corte dei Conti già il 7 aprile 2004 segnalava «le riserve dei Comuni sui quali ricadrebbero gli oneri di urbanizzazione». Le stime di Legambiente sul condono 1994 confermavano: tra i soldi incassati e quelli spesi per dare i servizi ai cittadini che avevano aderito al condono (spesso pagando solo l'anticipo del 10% per poi scordarsi del resto) i comuni ci avevano perso 5 miliardi e 235 milioni di euro. Un bidone. Che in caso di nuovo condono sarebbe ora ingigantito dall'abolizione dell'Ici.

Non basta. Stando al dossier ufficiale nel solo comune di Roma addirittura il 13,2% degli abusi sanati (uno su sette!) sono stati commessi «dopo» la sanatoria 2003. Peggio: 12.315 immobili oggetto di condono edilizio sono «non condonabili» quindi dovrebbero essere demoliti. Cosa che nessuno ha il fegato di fare. Di più ancora: su 48 comuni sciolti per infiltrazione mafiosa negli ultimi cinque anni, il 68,7% ha tra le motivazioni citate l'abusivismo. E c'è ancora qualcuno che ha il coraggio di insistere?

Gian Antonio Stella

22 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_giugno_22/stella-grandi-piccoli-abusi-tentazione-sanatoria_c5331684-7dc2-11df-a575-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il premier e le profezie (sbagliate) sui «nemici»
Inserito da: Admin - Agosto 03, 2010, 06:52:08 pm
Previsioni

Sondaggi «catastrofici» anche su Casini, Dini e Fini

Il premier e le profezie (sbagliate) sui «nemici»

Nel '94 pronosticò la fine di Bossi, ma due anni dopo il senatur ottenne un successo «storico»


Allegria: Berlusconi non crede alla jella. Una buona notizia, nel Paese della smorfia, del «curnaciell' 'e corall'» e di Amelia, la fattucchiera che ammalia. Non fosse così, mai e poi mai si sarebbe avventurato a prevedere per Fini un futuro elettorale desolante se non disastroso. Ogni volta che l'ha fatto con gli alleati in fuga, infatti, ha portato bene. A loro.


Ma li avete mai letti i reportage di Charles Dickens sul Daily Mirror poi raccolti in «Visioni d'Italia» sul delirio italico per la smorfia? Racconta due episodi indimenticabili. Il primo su un cavallo imbizzarrito che aveva sbalzato di sella il cavaliere riducendolo in fin di vita: «Dietro il cavallo correva intanto a incredibile velocità un altro uomo, uno sconosciuto così lesto che si trovò sul posto appena dopo la caduta. Costui si gettò in ginocchio accanto al disgraziato che giaceva moribondo, gli prese la mano con l'espressione del più vivo dolore e disse: - Se ancora sei vivo, dimmi una parola, una sola! Se ancora ti rimane un soffio, dimmi quanti anni hai, fammeli giocare al lotto, per amore del Cielo!». Il secondo, se possibile, è ancora peggiore. Visto il boia decapitare un uomo in piazza, lo scrittore annota sconcertato: «I giocatori del lotto, che speculano su tutto, si mettono nei posti più comodi per contare le gocce di sangue che sprizzano di qua e di là; e poi puntano su quel numero».

Insomma, abbiamo pessimi precedenti. Anche in politica. Si pensi a Enrico de Nicola, il primo presidente della Repubblica, che stando alle leggende si era preso per segretario un gobbo, faceva cucire la fodera della vecchia borsa del suo primo processo dentro le borse nuove e teneva un cassetto pieno di spille, cornetti, ferri di cavallo. O Giovanni Leone, che il giorno del sopralluogo al Vajont si oppose a far salire sull'elicottero un fotografo (sorteggiato tra tutti i colleghi) perché con lui a bordo sarebbero stati in 13: «Preside', c'ho er pool». «E io tengo tre figli». Per non dire di quel parlamentare che aveva tale fama di menagramo da far segnare un record insuperabile: l'unica intervista al mondo in cui il nome dell'intervistato non era citato né nel titolo, né nell'articolo, né nella didascalia della foto. E come dimenticare l'onorevole Lucio Barani, che come sindaco di Aulla diede una consulenza alla maga Mirka per rimuovere la sfiga cosmica cagionata alla Provincia di Massa Carrara da Iosif Stalin, Pol Pot, Giovanni Quarantillo e altri comunisti toscani?

Va da sé che, con quel po' po' di passato, è una consolazione per tutti gli italiani di sobria razionalità illuminista avere alla guida del Paese un uomo che non dà peso a queste cose. Non vorremmo però essere nei panni di un berlusconiano scaramantico. Di quelli che si giocano al lotto la cinquina 21 (la donna nuda), 46 (i soldi), 51 (il giardino: vedi le meraviglie di villa Certosa), 55 (la musica, dati i successi con Apicella) e 70 (il palazzo del potere). In quel caso, ahi ahi...

Stando alle cronache, il Cavaliere avrebbe detto nei giorni scorsi ai suoi collaboratori: «Fini da solo vale solo l'1,4%». Tesi confermata, a dispetto delle stime di Renato Mannheimer, da Alessandra Ghisleri, la sondaggista preferita: «Fini, da solo, può contare su una percentuale di voti che oscilla tra l'uno e il tre per cento dei voti. In alleanza col centrosinistra varrebbe tra l'uno e il due per cento». Un futuro a tinte fosche solo in parte aggiustato da qualche rialzo successivo. Auguri.

Quando si smarcò Pier Ferdinando Casini, quattro anni fa, in occasione di un appoggio al governo Prodi sull'Afghanistan, gli auspici non erano stati diversi. Titolo Ansa: «Berlusconi: strada Casini non paga, sondaggi Udc a picco». Il Giornale berlusconiano sparò in prima pagina: «Ecco quanti elettori perde l'Udc che vota Prodi». Titolo di catenaccio: «Sondaggio per il Giornale: solo 2 su 10 con il leader. E se il partito esce dalla Cdl il 45% non lo voterà più». Compiuto lo strappo definitivo nei primi mesi del 2008, Sua Emittenza se la prendeva con i sondaggisti a suo avviso succubi di Walter Veltroni: «Secondo loro l'Udc è al 6%, mentre per i nostri è al 3,8%, è un modo scorretto di portare avanti l'informazione elettorale». Casini sorride al ricordo: «Ogni giorno ne diceva una: che eravamo sotto l'1%, che avevamo solo lo 0,8%, che potevamo arrivare all'1,4%...». Finì come sappiamo: l'Udc superò di slancio il quorum, arrivò al 5,6% e conquistò quei 36 deputati che oggi tanto farebbero comodo alla destra dopo la scelta di Gianfranco Fini.

Né era andata diversamente, anni prima, con Lamberto Dini, il ministro del Tesoro del primo governo delle destre, reo di aver messo su un governo tecnico inviso («Serve a mascherare che governano comunisti e alleati. È il maggiordomo del Quirinale») al Cavaliere. «Sappiamo in base ai nostri dati, che la lista Dini non raggiungerà il 4%», sentenziò Berlusconi. «Arriverà al 3,3%», certificò quello che era allora il suo sondaggista preferito, Luigi Crespi di Datamedia. Dini passò il quorum e, miracolo, prese 26 seggi.

Il capolavoro del Cavaliere nelle vesti della Pizia, la sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome di Apollo, resta però la raffica di sondaggi sulla Lega e su Umberto Bossi dopo la rottura che fece cadere il primo governo Berlusconi. «Voi non lo capite», spiegò ai suoi collaboratori più preoccupati, stando alla cronaca di Augusto Minzolini, due giorni prima di essere costretto a passar la mano a Dini, «ma Bossi è un cadavere. Ho fatto un'operazione che porterà il Polo al 60%». «Se la Lega si spaccherà e quella "buona" resterà dentro il Polo», disse la settimana dopo, «il Carroccio di Bossi resterà con uno zoccolo duro del 2%».

E via così, per mesi: «La Lega è scesa sotto il 3%», «Quel traditore di Bossi resterà con pochi intimi», «La Lega rischia di sparire», «La Lega vale l'1,8%», «La Lega ha poco più dell'1%, mi viene da ridere. Gli elettori leghisti non ne vogliono sapere di votare ancora Lega con Bossi leader». «La Lega è sotto 1'1%».

Finì, alle elezioni del 1996, con il massimo successo leghista di tutti i tempi: oltre il 10%. Con un bottino di 3.776.354 voti. Cioè 749.510 più di quanti ne avrebbe avuti alle politiche del trionfale appuntamento del 2008. Per carità: altri tempi, altra situazione, altra Italia. Ma c'è quanto basta perché Gianfranco Fini oggi possa avere qualche speranzella in più: vuoi vedere che le previsioni catastrofiche del Cavaliere portano fortuna?

Gian Antonio Stella

03 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_agosto_03/stella-sondaggi-catastrofici-portafortuna_e6d95b04-9ec4-11df-ad0c-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Taglia la montagna
Inserito da: Admin - Agosto 05, 2010, 06:48:15 pm
27/07/2010

Taglia la montagna

Scritto da: Gian Antonio Stella alle 15:11


Ma importa a qualcuno, della montagna italiana? Della gente che ci vive, ci lavora, ci muore? Pare di no. L' ultima conferma è nella Finanziaria. Non è facile, per uno come il presidente della comunità montana di Asiago Lucio Spagnolo, capire i tagli. Prendeva 237 euro e 50 cent netti al mese: aboliti. Come le indennità di tutti i suoi colleghi. In compenso, in extremis, una manina ha ripristinato i gettoni per consiglieri circoscrizionali. I quali, in città come Palermo, arrivano a prenderne, di euro, 900. Misteri della politica. Misteri delle clientele. Che dovesse essere fatto un repulisti nel mondo delle comunità montane è fuori discussione. L' organismo nato nel 1971 per arginare l' abbandono degli antichi borghi e la crisi progressiva della montagna, che costituisce il 54% del territorio italiano, aveva via via subito una deriva, per ragioni di bottega partitica, che a un certo punto sembrava inarrestabile. La necessità di distribuire sempre nuove poltrone, sempre nuove cariche, sempre nuove prebende, aveva portato le comunità, gonfia gonfia, a diventare 356. Un numero abnorme, con situazioni abnormi. Come quella della Sardegna, arrivata ad avere 25 enti, alcuni dei quali stupefacenti, tipo la «Comunità montana Riviera di Gallura». O quella della Puglia che, nonostante sia la regione più pianeggiante, era riuscita a dar vita a 6 comunità (compresa quella leggendaria delle Murge Tarantine dove spiccava il caso di Palagiano: 39 metri sul mare) e a guadagnare contributi erariali 14 volte più alti, in rapporto agli ettari, di quelli del Piemonte. O ancora quella della Calabria, che nel pieno delle polemiche sui costi della politica si avventurò a inserire tra le comunità montane 19 nuovi comuni tra i quali Bova Marina, Cassano allo Jonio o Monasterace. Tutti e tre sul mare. Insomma, non poteva andare avanti così. Tanto più che per distribuire soldi a pioggia anche ai furbetti, veniva sottratto denaro alla montagna vera. Quella dei paesini abbandonati. Quella dove ogni anno si chiudono scuole per mancanza di alunni. Quella dove le foreste («Anche se in certi casi c' è un risvolto paradossalmente positivo visti i guasti idrogeologici causati dalla distruzione insensata dei boschi», spiega il professor Marco Borghetti) si sono divorate negli ultimi 20 anni secondo i parametri Fao un milione e mezzo di ettari di terreno. Insomma: bisognava buttare via l' acqua sporca proprio per salvare il bambino. È stato fatto il contrario. Il guaio è che il Palazzo, incapace di eliminare le province (Margaret Thatcher le 45 Contee metropolitane britanniche le eliminò nel 1985 tutte in un colpo solo) e metter ordine dove i tagli avrebbero comportato dolorose emorragie di consenso elettorale, si è a mano a mano convinto che quello poteva essere il boccone da offrire alla plebe arrabbiata per placare le sue ire: le comunità montane. Non solo quelle ridicole e indecenti: tutte. Anche quelle che funzionavano. Un esempio? Quella in Val Sabbia. La quale, come abbiamo già spiegato, ha allestito un' anagrafe e un ufficio Ici unici per tutti i suoi 25 comuni. Li ha messi tutti in rete. Stipendia un paio di funzionari-jolly che girano di municipio in municipio perché i più piccoli non possono permettersi un segretario comunale. Tiene in ordine le strade. Ha elaborato i piani regolatori di ciascuno. Ha dimostrato come l' unione può far la forza dando l' appalto per il gas solo a chi si impegnava a portare le condutture anche nelle contrade. E così via. Un altro? Quella dell' Altopiano di Asiago, la terra dei mitici «Sieben alten Komoinen» vicentini, i «Sette antichi Comuni fratelli cari» le cui regole per i boschi e i pascoli sono in vigore dal IV secolo d.C. Uno straordinario esempio di democrazia dal basso. Dove la comunità montana (con 9 persone, che oltre a fare tutti progetti hanno messo su anche lo sportello unico per le imprese) gestisce 470 chilometri quadrati (sette volte San Marino) di prati e foreste, otto comuni per un totale di 60 frazioni, 392 chilometri di strade, 86 malghe da alpeggio (il più grande bacino europeo) e l' immenso patrimonio storico della Grande Guerra, compresa la zona sacra dell' Ortigara. Un lavoro essenziale. Tanto più in anni in cui, via via che la faticosissima agricoltura di montagna viene abbandonata, i boschi stanno divorandosi il 6% l' anno di pascoli ed alpeggi. Col risultato che già 10.260 ettari su 16.200 del comune di Asiago sono ormai coperti dagli alberi (soprattutto dall' infestante pino mugo) anche là dove i nostri nonni si erano spaccati la schiena, estirpando radici e cavando pietre, per strappare alla terra fazzoletti di terra coltivabile. Ma davvero il risanamento statale imponeva l' abolizione dello stipendio del presidente, che avendo già la paga da maestro (mica da super-manager: da maestro elementare) guadagnava 2.850 netti l' anno cioè quei 237 euro e 50 cent netti al mese di cui dicevamo, nonostante abbia contato l' anno scorso 379 appuntamenti in giro per cantieri, uffici pubblici, riunioni con gli assessori provinciali e regionali senza manco avere il cellulare pagato? Davvero il riordino delle pubbliche casse esigeva l' amputazione della busta paga della sua vice, pari a 118 euro e 75 centesimi netti mensili? Dura da credere. Tanto più che contemporaneamente, di deroga in deroga, sono rientrati, di fatto, tutta una serie di altri tagli. Dal taglio «vero» all' indennità dei parlamentari a quello, denunciato da Tito Boeri, ai gettoni di presenza dei consiglieri circoscrizionali. Quelli finiti nella bufera quando saltò fuori che a Messina si erano presentati 1755 candidati obbligando a stampare una scheda elettorale larga un metro e alta 48,3 centimetri. O quando emerse che a Palermo ognuno dei 16 «deputatini» dei consigli di quartiere guadagnava intorno ai 1200 euro netti e un presidente prendeva 4750 euro mensili e aveva un' auto blu con l' autista. Dovevano saltare tutti, i consigli di circoscrizione. Finché non è stato infilato un emendamento che salvava quelli delle città metropolitane. Di fatto quasi tutti. Di più, venivano salvati (sia pure ridotti: per ora...) anche i gettoni di presenza. Una disparità inaccettabile, secondo il presidente nazionale dell' Uncem (l' unione delle comunità) Enrico Borghi. Che presa carta e penna ha scritto a Napolitano denunciando come l' abolizione di ogni indennità fosse «una misura che nulla incide sotto il profilo economico per le finanze statali ma pesantemente incide sul morale e sulla dignità di tantissimi amministratori locali onesti, competenti e appassionati che sono disseminati sui territori montani della nostra Italia». Parole giuste. Tanto più che le comunità montane, grazie alla scrematura delle regioni, erano già state al centro dell' unico vero taglio visto in questi anni: da 356 a 180 enti. Più una rasoiata del 66% alle poltrone. Più un' altra del 50% nella Finanziaria 2008 agli stipendi. Più il prosciugamento totale delle risorse, scese dall' ultima Finanziaria di Prodi all' ultima di Tremonti da 180 milioni di euro a 0: zero. Le Regioni pensano che quelle rimaste siano indispensabili? Paghino loro. Con che soldi? Si arrangino: il Fondo nazionale per la montagna (dato alle singole regioni) è pari per il 2010 a 36 milioni di euro: un settimo del buco annuale della Tirrenia. Nonostante la montagna italiana produca il 16,7% del Pil nazionale (203 miliardi) e ospiti un quinto della popolazione. Vogliamo dirlo? La verità è che la montagna e i montanari, le loro asprezze, i loro silenzi, i loro boschi, i loro valori, sono fuori moda. Sempre più estranei a una società caciarona, edonista, teledipendente, discotecara, grandefratellesca. Dove tutto deve essere «facile». Tutto apparenza. Tutto consumato in fretta. Tutto messo a nudo sulle spiagge. Sulle barche. Sulle copertine dei giornali popolari. Alcide De Gasperi, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Karol Wojtyla andavano in vacanza in montagna. Tra le vette. L' avete mai vista, una foto di Silvio Berlusconi in montagna? E di Gianfranco Fini? E di tutti gli altri, salvo eccezioni? Oddio, il maglione di lana!!!

Pubblicato il 27.07.10 15:11
26/07/2010

http://laderiva.corriere.it/


Titolo: Gian Antonio STELLA - Politica e pallottoliere
Inserito da: Admin - Agosto 07, 2010, 12:08:32 am
Politica e pallottoliere

La sfida tra neo rivali e la moltiplicazione dei «quattro gatti»

Passato e presente, rispunta l'arma della minimizzazione del nemico



Trentatré deputati, dieci senatori più, a sorpresa, Chiara Moroni. Quanto basta perché gli amici si diano di gomito dicendo che anche Gianfranco Fini (nella scia di Berlusconi si capisce) un miracolo l'ha fatto: la moltiplicazione dei gatti. Dovevano essere quattro: sono 44. Giusti giusti per intonare irridenti la canzoncina: «Quarantaquattro gatti, / in fila per sei col resto di due, / si unirono compatti...». Unica differenza: quelli erano compatti in cerca di un padrone, questi dicono di fuggirne. Sono anni che la politica italiana, come ricorda del resto la celebre rubrica di Giampaolo Pansa, è un bestiario. «Vedo il cavallo, non la cavallinità», spiegava Mino Martinazzoli a Ciriaco de Mita. «Se voglio vedere il cavallo devo prima capire cos'è la cavallinità», rispondeva quello. «Il signor Berlusconi è un serpente che avvelena la democrazia», sibilava Alessandra Mussolini prima di far la pace. «Musso da noi vuol dire somaro. Vai a studiarti Gramsci, somaraccio! Ne ho abbastanza del raglio degli stalinisti ultranazionalisti. Hi ho, hi ho...», gridava Umberto Bossi. «Di Pietro è una troia dagli occhi ferrigni», scriveva Giuliano Ferrara.

Per non dire dei continui rimandi a oche, i maiali, pidocchi, anatre, caproni, caimani, tope e vacche. Tantissime vacche. Fino al paragone lanciato da Patrizia D'Addario in un'intervista al Sunday Times, paragone che non si sa se abbia irritato o sotto sotto lusingato il Cavaliere: «Non ho mai dormito tutta la notte. Era instancabile. Un toro». Nessuno, però, nella politica italiana, ha avuto la fortuna dei gatti. Meglio: dei quattro gatti. Citati mille volte, a proposito o a sproposito. Ed ecco l'aennino Riccardo Pedrizzi irridere al Gay Pride: «Quattro gatti che reclamano "diritti". Ma quali sono questi diritti?». Veltroni a quanti lanciavano allarmi sulla manovra fiscale del comune di Roma: «I soliti quattro gatti». La forzista Anna Bertolini contro Romano Prodi alla vigilia della sua seconda vittoria (striminzita) contro Berlusconi: «Il Professore ha fatto splash. E' un leader lesso. Ha anestetizzato perfino i quattro gatti di Piazza del Popolo». Umberto Bossi contro gli organizzatori di una grande manifestazione avversa alla secessione: «I padani sono 30 milioni. In piazza, ieri, c'erano 500 mila persone, in gran parte venute da fuori. Era una manifestazione "Triculore", ma rispetto ai processi storici, mi spiace, 500 mila persone sono quattro gatti». Irene Pivetti, appena espulsa dalla Lega, contro lo stesso Bossi che aveva radunato i suoi in piazza Duomo: «Sono stata lì a volantinare e ho visto che sono quattro gatti, forse meno». Fino all'invettiva del rifondarolo Francesco Caruso: «Ci sono 4 milioni di consumatori di marijuana in Italia: i quattro gatti che Fini minaccia di mobilitare per difendere la sua legge non fanno paura a nessuno».

E come dimenticare i maitres-à-penser che hanno sdottoreggiato sul tema? Erminio "Obelix" Boso si avventurò in una comparazione "feliniana": «Siamo una massa enorme anche se come al solito diranno che eravamo quattro gatti. Ma io a Prodi mando a dire che i gatti appartengono alla stessa famiglia delle tigri, e ci sono le tigri delle nevi, animali che non attaccano mai di spalle ma sempre di fronte». Ignazio La Russa, sferzante col leghista Luigi Peruzzotti che aveva osato definire "una manifestazione di quattro gatti" un corteo di Alleanza nazionale, si avvitò in un delirio: «I quattro gatti a Milano saranno sufficienti a mangiare i due ratti che sfileranno sul Po, lui e Bossi. Due ratti con topolini al seguito, non voglio dire zoccole, che sono le mogli dei topi». Testuale.

La stessa rivendicazione di orgoglio con cui i finiani ribaltano oggi le battute di questi mesi sulla loro consistenza (una per tutte, lo sfogo di Berlusconi rilanciato dal "Giornale" a fine aprile: «Ho altri problemi che perdere tempo per quattro gatti e la loro futura corrente»), ha dei precedenti. Un esempio? Il libro dato alle stampe da Simonetta Faverio in risposta a quanti avevano ironizzato sulla Tre Giorni leghista del settembre 1996. Titolo: "Quattro gatti sul Po / Piccolo almanacco della nascita di una nazione tra bugie di regime e passione popolare".

Chi più ha giocato sul tema, toccando vette irraggiungibili, è stato però Francesco Cossiga. Ai tempi in cui in polemica con D'Alema, che due anni prima aveva aiutato a diventare presidente del Consiglio, fondò un suo gruppo spostandosi verso destra: «Dicono che siamo quattro gatti e allora ho deciso di fondare un nuovo partito: si chiamerà "i quattro gatti". Il suo slogan sarà "miao"». Era solo l'inizio di uno stralunato tormentone: «Siamo pochi? Con questa ventina di sorci che ci sono in giro, quattro gatti bastano e avanzano». «Il simbolo? Un campo verde con sopra uno scudo inglese sul quale campeggeranno quattro gatti d'oro allineati da destra a sinistra. I felini avranno poi la linguetta e gli occhietti rossi e la coda all' insù durante la campagna elettorale».

E quando Sebastiano Messina lo prese in giro sul simbolo personale («uno scudo inglese inquadrato, con un gatto mammone nel primo e nel quarto spazio, e il simbolo dei quattro gatti nei restanti due quarti») dicendo che l'aveva scelto «per l'alzabandiera che avrà luogo prima di ogni suo comizio», mandò una lettera a Repubblica per precisare: «Non vi saranno alzabandiera, perché dopo cinquant'anni ne sono stufo. Non ci saranno né spadini, né divise perché non abbiamo la nostalgia né dei balilla, né - come per Mussi - dei giovani "pionieri". Per quanto riguarda il motto, o grido di guerra, esso è già stato ideato e impreziosirà lo stemma dei "Quattro Gatti" e anche quello del Gatto Mammone, scritto con carattere gotico inglese: "Miaoooo!"».

Non bastasse, in un'intervista a Claudio Sabelli Fioretti rivelò di avere fatto fare delle cravatte (una l'indossava) con quattro gatti ricamati a mano. Esaurita la spinta propulsiva del partitino, mandò a tutti gli amici una lettera: «Per ricordo di quest'avventura, invio a ciascuno di voi un crest dei "Quattro Gatti", perché rimanga per voi ricordo del nostro esaurito sodalizio politico ma anche spero pegno della nostra personale amicizia: questo mentre tra le pianure e le colline del fantastico mondo di Gattolandia, in un triste giorno per i risultati ma gioioso per i ricordi! pomeriggio di fine primavera, dalla torre principale di Katzenschloss (il Castello dei Gatti) è ammainato con mano tremula, da alcuni scudieri che mi hanno seguito nell'avventura solo sul piano personale, il glorioso ma per niente vittorioso stendardo del Gatto Mammone!». Il tocco finale, meraviglioso, lo diede durante una visita al mercato romano di Centocelle. Dove da buon micione, per far felice una pescivendola che chiedeva un autografo, prese un pennarello e glielo firmò su una sogliola.

Gian Antonio Stella
06 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.corriere.it/politica/10_agosto_06/stella-senatori-politica_c051bcc4-a11c-11df-9bff-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Quando il capo dello Stato è assediato
Inserito da: Admin - Agosto 17, 2010, 09:25:57 pm
Impeachment e dintorni

Cossiga e i sassolini, il ribaltone del '94

Quando il capo dello Stato è assediato

Napolitano giudicò «inammissibili» le sortite cossighiane, ma si dissociò dalla messa in stato d'accusa del Pds


Chissà se Napolitano, prima di dettare quelle righe durissime di sfida sull'impeachment, si è visto balenare davanti agli occhi la Grande Meretrice Circassa.

I lettori, nel ribollire del calderone politico italiano, magari non ricorderanno. Ma in uno dei momenti di massima polemica delle destre contro Oscar Luigi Scalfaro, spuntò fuori anche quell'immagine folgorante e misteriosa.

A parlarne fu l'ex ministro della giustizia Filippo Mancuso. Il quale, dopo essersi imposto all'attenzione dei cultori di leccornie linguistiche con parole come «cingomma» (chewing-gum), «latamente» ed «ercolinismo euforico», ebbe l'ispirazione per scaraventare contro l'allora capo dello Stato la seguente invettiva: «È un infame, un presidente che si è prostituito in casa e oggi si prostituisce sul marciapiede. E non è neppure la Grande Meretrice Circassa ma una piccola sgualdrina di provincia». Chi era 'sta Circassa? Qualcuno pensò ad Aziyadè, che fece impazzire d'amore lo scrittore Pierre Loti. Altri immaginarono un riferimento alle odalische di Hayez o Matisse.
O a qualche passaggio biblico. Su una cosa furono tutti d'accordo: era il punto di massima asprezza raggiunto nel bombardamento per spingere Scalfaro a togliersi di torno.

Quello dell'impeachment, dell'esautorazione, della decapitazione (metaforica, s'intende), in realtà, è un tema ricorrente. E sono stati diversi gli inquilini del Quirinale via via costretti a porsi la domanda che si è posto Napolitano. Prima il fondo di Vittorio Feltri dal titolo «Lettera al presidente che preferisce i ribaltoni al popolo». Poi la sparata del deputato pdl Maurizio Bianconi: «Finge di rispettare la Carta, ma la tradisce». Quindi le parole di Angelino Alfano che suonavano come un binario dettato al Colle: «Ogni programma per un governo o la formazione di un governo che prevedesse che chi ha vinto le elezioni stia all'opposizione, sarebbe una violazione dell'articolo 1 della Costituzione». Sassolini... Ma sufficienti a imporre la domanda: meglio lasciar cadere o reagire all'istante, prima che i sassolini possano, chissà, diventare una valanga?

Anni dopo, riabilitato da una parte dello schieramento politico, Giovanni Leone se lo chiedeva ancora, se non avesse sbagliato nel lasciarsi cingere d'assedio dalle chiacchiere intorno alla signora Vittoria e le sue amicizie con personaggi ambigui e la vivacità dei «tre monelli», quei figlioli che finivano sui giornali popolari con certe belle bionde nei locali notturni o sul motoscafo «Ma-Pa-Già». Quando si accorse che il laccio stava chiudendosi, con quei sospetti che lo abbinavano nel giallo delle tangenti Lockheed al misterioso «Antelope Cobbler» (un nomignolo senza senso, ma che storpiato in «Antelope Gobbler» diventava «ingoiatore di antilopi») era troppo tardi. Certo, neppure lui (come lo stesso Nixon, che preferì gettare la spugna prima di finire formalmente alla sbarra) fu destituito dopo la conclusione di una procedura di impeachment. Ma Enrico Berlinguer e Benigno Zaccagnini non gli lasciarono scelta.

Lo stesso Francesco Cossiga avrebbe avuto modo di provare cosa significhi un accerchiamento progressivo. Cominciò con delle battute. Irritandosi perché non le capivano: «Appena torno a Roma mi faccio fare un apparecchio con delle luci bianca, rossa, gialla, verde e blu. Così quando parlo accendo e dico: sto parlando in vena di ironia, sto parlando in termini paradossali, non sto parlando affatto...». Finì in una progressiva spirale di equivoci, risse, battibecchi, incomprensioni, picconate (un deputato del Msi, Carlo Tassi chiese l'autorizzazione a organizzare una colletta per regalargli un Caterpillar per «sostituire il pur valoroso e artigianale piccone») e accuse sempre più pesanti. Finché saltarono tutti i paletti del garbo istituzionale. «Mi pare un po' scemo», scrisse sul manifesto Luigi Pintor. E lui: «Con la volgarità del suo articolo e con le sue parole Pintor ha offeso la dignità e la correttezza dei sardi. Per causa sua, mi vergogno prima come sardo e poi come capo dello Stato». «Come devo chiamarla, Presidente? Perché lei si dimette continuamente?» gli chiese Piero Chiambretti. Rispose: «No, non mi dimetto. Minaccio. Mi deve chiamare Presidente Incombente. Anzi mi chiami semplicemente Incombente». Finì, dopo l'ennesimo scontro sul Csm e la magistratura, con la richiesta pds di impeachment per «attentato alla Costituzione e alto tradimento». Richiesta dalla quale si dissociò, in parte, proprio Napolitano. D'accordo nel giudicare le sortite cossighiane come «comportamenti inammissibili». Ma non sulla messa in stato d'accusa: meglio le dimissioni. Un distinguo che lo stesso don «Cecio da Chiaramonti», come ama vezzosamente definirsi, non apprezzò più di tanto. Come dimostrano le continue battutine su varie posizioni dell'attuale capo lo Stato: «Se l'avessi detto io avrebbero subito chiesto al mio impeachment...».

Tra i più duri nel chiedere la rimozione dell'allora presidente, che avrebbe sbattuto la porta due mesi prima della scadenza naturale, c'era un altro futuro inquilino del Colle, Scalfaro: «L'impeachment è un fatto chirurgico, ma non esiste solo questo tipo di intervento. Certo, se la medicina non basta può esser utile la chirurgia». Di più: «Quando Cossiga andrà a casa sarà sempre tardi». Una sentenza che, per quegli strani incroci della politica nostrana, sarebbe stata presto rovesciata addosso lui.

Sulle prime, il più brutale nei suoi confronti era Umberto Bossi, che con la nota sobrietà istituzionale disse: «Con una scoreggia gli faccio drizzare i capelli in testa». Poi, buttato giù il primo governo berlusconiano, il Senatur cambiò idea: «Scalfaro è uno dei prodotti migliori del vecchio sistema, uno col rispetto per le regole nel Dna. Ringrazio Dio di aver messo un uomo di tale fatta sul nostro cammino». L'esatto contrario di quanto pensava il Cavaliere. Che dopo aver benedetto l'atteggiamento scalfariano nella campagna elettorale del 1994 come «assolutamente al di sopra delle parti e ineccepibile», non gli perdonò mai di non aver sciolto le camere «dopo il ribaltone quando la Lega era scesa al 2,5%».

 Andò avanti per anni, il tormentone su Scalfaro «garante da operetta» da destituire in quanto «coautore del golpe bianco». Anni. Con pubbliche raccolte di firme. E lui per anni fece spallucce: «Il presidente è stato eletto con una Costituzione che prevede un mandato di 7 anni e se ne andrà solo con una chiamata di Domineddio». Chiamata che, com'è noto, non arrivò.


Gian Antonio Stella

17 agosto 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_agosto_17/stella_sassolini_70ea3f90-a9cc-11df-8b1f-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Ceccio da Chiaramonti l’eterno provocatore
Inserito da: Admin - Agosto 18, 2010, 11:25:24 am
I colpi alla Dc e agli altri

Ceccio da Chiaramonti l’eterno provocatore


«Te la diamo vinta, basta che stai zitto», titolò a un certo punto Cuore, dopo la milionesima puntata del tormentone esternatorio.
Ora che se n’è andato, però, saranno probabilmente in tanti a sentire, in certi momenti di passaggio, la mancanza della voce di «Ceccio da Chiaramonti», come Francesco Cossiga con vezzo autoironico si era ribattezzato rivendicando l’amata «sarditudine».
La voce più imprevedibile della politica italiana. La più corrosiva. La più irridente.

«È come il tempo nel Maine: prima o poi cambia», lo immortalò un dì Arturo Parisi, che lo conosceva da quando faceva il chierichetto in quella chiesa sassarese di San Giuseppe che ha avuto tra i parrocchiani Antonio Segni e suo figlio Mario più il giovane Cossiga più tutti i suoi cugini Berlinguer (da Enrico a Giovanni, da Sergio a Luigi) più Luigi Manconi. E la sua svolta, da presidente-notaio ossequioso delle liturgie a pirotecnico picconatore del mondo che lo aveva eletto a larghissima maggioranza («i partiti si erano illusi di aver spedito al Quirinale un uomo scialbo, di seconda fila, disciplinato e obbediente») fu davvero un uragano.

Cominciò dando battaglia al giudice Felice Casson fino a proclamare la fedeltà a Gladio: «Sono uno di quei ragazzi che il 18 aprile faceva parte di una formazione armata, a Sassari, come in tante altre città d'Italia. Giovani dicì armati dall'arma dei carabinieri, per difendere le sedi dei partiti e noi stessi nel caso i comunisti, perdute le elezioni, avessero tentato un colpo di Stato ». Furente con la «sua» Dc e soprattutto con Giulio Andreotti dai quali si sentiva sempre più isolato, allargò il tiro. E prese a mettere in discussione tutto e tutti. Davanti allo sconcerto, sulle prime, ci rise su: «Qualcuno dice che sono un po’ matto. Ma dalla diagnosi di schizofrenia si è passati a quella di nevrosi e ormai siamo vicini a un leggero stato d'ansia. Alla fine del mio mandato sarò completamente sano ».

Feroce nelle battute sugli altri, si sentiva libero di sorridere anche di se stesso. Fino a dire a Claudio Sabelli Fioretti: «Sono stato il peggior Presidente nella storia. Sono quello che ha combinato di meno. Ho causato un sacco di guai. Sono stato il peggiore e il più inutile. Sono stato un velleitario. Sono stato dannoso. Ho fatto venir meno la funzione di una delle grandi istituzioni dello Stato. La mia presidenza era priva di qualunque autorità reale». Lo pensava davvero? Mah... È lecito dubitarne. Ogni tanto, nelle sue sventagliate, sbagliava mira. E magari poi si scusava. Come fece con l'ex procuratore di Napoli: «Nella vita accade talvolta di sbagliarsi, anche gravemente. Occorre allora il coraggio di riconoscerlo. Ed è quello che oggi faccio con Agostino Cordova con il quale sono stato in grave, anche se parziale dissenso su alcune sue iniziative giudiziarie quando era procuratore di Palmi (..)

Gli chiedo pubblicamente scusa per giudizi forse grossolani e affrettati e atti che non volevano essere offensivi da me compiuti nei suoi confronti ». Quali atti? Una serie di regali. Ai quali il magistrato aveva reagito con una denuncia. Dove spiegava, come riassunse l'Ansa, «d'avere ricevuto in dono un triciclo, una papera-salvagente e "Supercluedo" un gioco da piccoli detective, accompagnati dall'invito di prendersi una vacanza». C'era tutto Cossiga, nei regali che faceva. Alla senatrice Tana De Zulueta, che gli pareva naif, consegnò «Alice nel paese delle meraviglie». A Massimo D'Alema inviò un bambolotto di zucchero: «Siccome Berlusconi dice che mangia i bambini...»
A Franco Mazzola, un fedelissimo accusato di tradimento, fece recapitare 30 denari di cioccolato. A Cesare Salvi, reo d'aver chiesto l'abolizione dei senatori a vita, mandò un pacco di pannoloni perché «la smettesse di avere gli incubi notturni e di fare la pipì a letto».

Passata la metà della vita a controllarsi fino a raggiungere tutti i traguardi possibili, trascorse l'altra metà infischiandosene di ogni liturgia. Anzi, più scandalizzava e più si divertiva. Come quando, alle prime manifestazioni dell'Onda studentesca, consigliò a Roberto Maroni di «infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città». Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri». Nel senso che... «Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale». Anche i docenti? «Soprattutto i docenti». Le avesse dette venti anni fa, quelle cose, sarebbe venuto giù il soffitto. Adesso, alzarono un po’ tutti le spalle: «Uffa, Cossiga! ».

Marcello Dell'Utri ne diede una definizione folgorante: «Ormai è come il nonno di casa: fai finta di niente anche se esce in mutande ». Lasciato il Quirinale a 64 anni ancora da compiere, tre lustri prima dell'età in cui comunemente gli altri presidenti vengono eletti, confidava agli amici di annoiarsi, in quella sorta di pensione anticipata di lusso.

Si era dunque ritagliato uno spazio eccentrico. Dal quale si divertiva a lasciar cadere dentro la politica italiana tutte le provocazioni possibili (spesso dense di verità che nessun altro poteva permettersi di confessare) come certi monelli lanciano petardi in mezzo alle cerimonie solenni. Implacabile «impiccababbu» sugli avversari (a Marcello Pera che l'aveva accusato di rubare parlamentari come i suoi avi rubavano pecore, rispose ricordando che «che nella tradizione italiana i nomi inanimati sono sempre stati assegnati a chi aveva incerte origini. Lascio dunque immaginare al presidente Pera quale fosse il mestiere delle sue ave») aveva il merito di non risparmiarsi le auto-punzecchiature. Neppure nella veste di Externator: «In realtà non esterno: comunico. Parlo e qualche volta straparlo. Eccedo».

Dotato di un'ottima opinione di se stesso, per dirla con un eufemismo, si prendeva il lusso di confidare con leggerezza gli errori più gravi: «In nome della carità e della solidarietà ho sbagliato. Credevo che la politica economica dello stato dovesse ricalcare le linee della San Vincenzo. Abbiamo scambiato la solidarietà con lo spreco. La solidarietà con l'inefficienza. Pensavamo che i soldi non sarebbero finiti mai». Forte di questa disponibilità all'autocritica, si prendeva il lusso parallelo di non prendere sul serio nessuno: «Ho una grande stima per i comici. Sa di chi ho paura io? Di quelli che, credendosi seri, fanno ridere». Lasciò dunque agli archivi una serie di battute omicide per il puro gusto di stupire. Su Paolo Cirino Pomicino: «Nell'Udr non può far correnti. Al massimo correnti d'aria». Su Romano Prodi: «È la rivincita di Dossetti su De Gasperi». Su Enrico La Loggia: «Non è mia abitudine bastonare i servi al posto del padrone». Su Giuliano Amato: «Ha la vocazione alla ciliegina. Gli altri fanno le torte e lui le completa». Su Rocco Buttiglione: «Scusate, sapete dirmi a quest' ora come la pensa Buttiglione?». Su Gianni Letta: «È come padre Giuseppe, l'eminenza grigia di Richelieu. Ma lui è l'eminenza azzurrina». Ma soprattutto su Silvio Berlusconi. Una per tutte: «Pa-Peron». A rendergli l'ultimo saluto, potete scommetterci, andranno tutti. Anche quelli che non lo sopportavano.

Quanto all'epigramma, uno lo suggerì lui stesso. Beffardo: «Per una ricostruzione della mia vita vedrei bene dialoghi in stile "A cena con il diavolo"».

Gian Antonio Stella

18 agosto 2010

 RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_agosto_18/ceccio-da-chiaramonti-l-eterno-provocatore-gian-antonio-stella_4c2a35d4-aa85-11df-a60a-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - I capricci di Sua Maestà da Tripoli
Inserito da: Admin - Agosto 30, 2010, 04:50:27 pm
LA VISITA A ROMA / 2

I capricci di Sua Maestà da Tripoli

Compiaciuto tra i suoi 30 cavalli berberi più belli di quelli di Ben Hur, le amazzoni di scorta con rimmel antisommossa e le sue 500 ninfette italiane prese a nolo, «Papi» Muammar benedice l'amico Silvio e tutto il popolo italiano: questa sì è un'accoglienza da Re! E chissà che anche stavolta, tra le seguaci conquistate dalla sua oratoria e da un pacco di fruscianti bigliettoni, non spunti fuori qualche convertita all'Islam...
Diciamo la verità: era cominciata male, tra Gheddafi e gli italiani. Prima il fastidio delle polemiche sulla cacciata dei nostri connazionali buttati fuori dopo la rivoluzione. Poi lo strascico del rancore per la nostra occupazione coloniale che gli aveva fatto istituire la Giornata della Vendetta. Poi i seccanti sospetti su un suo coinvolgimento in certi episodi terroristici. Poi i missili contro Lampedusa e la rivendicazione della sovranità sulle Tremiti. Per non dire di certe parole di Oriana Fallaci: «Oltre ad essere un tiranno è un gran villanzone». Peggio: «È clinicamente stupido». Peggio ancora: «È senz'altro il più cretino di tutti». Screanzata. Più ancora di Indro Montanelli, che lo aveva bollato come «un sinistro pagliaccio». Più di Reagan, che lo chiamava: «Il cane di Tripoli».
Vabbè, pietra sopra. Tutto cancellato dal rapporto con l'amico Silvio. Lui, Muammar, l'aveva detto già nel lontano 1994: «Io e Berlusconi siamo fatti per intenderci, in quanto rivoluzionari. Prevedo per lui grandi successi nella gestione dello Stato, così com'è stato nella gestione del Milan. La sua personalità è apparsa all'orizzonte cambiando tutto da cima a fondo». Certo, il Cavaliere non ha accettato tutti i suoi consigli su come risolvere le grane parlamentariste. L'anno scorso in Campidoglio, ad esempio, aveva detto: «Il partitismo è un aborto della democrazia. Se me lo chiedesse il popolo italiano gli darei il potere. Annullerei i partiti, affinché il popolo possa prendere il loro posto. Non ci sarebbero più elezioni e si verificherebbe l'unità di tutti gli italiani. Basta destra e sinistra. Il popolo italiano eserciterebbe il potere direttamente, senza rappresentanti». Quindi, all'università «La Sapienza», aveva spiegato che questa è l'essenza della democrazia: «Demos in arabo vuol dire popolo e crazi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie». Aristotelico.
Allora, alle «letterine» affittate perché ascoltassero a ottanta euro l'una il sermone maomettano, aveva rivelato: «Sapete che al posto di Gesù crocifissero un suo sosia?». Questa volta, tra i sorridenti inchini e gli ossequiosi salamelecchi dei nostri uomini di governo solitamente ostili, diciamo così, a certi discorsi, è andato oltre: «L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa». Lo dicesse l'imam di una sgangherata moschea di periferia sarebbe scaraventato fuori tra strilli di indignazione. Lo dice lui? Spallucce. È la politica, bellezza.
Così è fatto, «Papi» Muammar: adora essere circondato da cammelli, cavalli e puledre. Il tutto con una sobrietà che in quattro decenni di potere è diventata leggendaria. Oddio, diciamo la verità: il Colonnello si muove nel solco di una storia antica. È un secolo che gli italiani dalla Libia si aspettano cose spropositate. Basti ricordare come, per eccitare la fantasia dei lettori prima della conquista, l'inviato de «La Stampa» Giuseppe Bevione scriveva che laggiù c'erano «ulivi più colossali che le querce» e che l'erba medica poteva «essere tagliata 12 volte all'anno» e che i poponi crescevano «a grandezze incredibili, a venti e trenta chili per frutto». Va da sé che, con questi poponi alle spalle, il re beduino della Jamahiriyya non poteva essere da meno.
Il suo piccolo Paese, disse un giorno Igor Man, «gli è sempre andato stretto». Detto fatto, si è sempre mosso alla grande. Come quando si presentò al vertice dell'Unione africana ad Addis Abeba facendosi precedere da 15 lussuosissime auto blu personali fatte sbarcare da aerei giganteschi e scandalizzò tutti con due valigie («Un regalo del nostro leader ai capi di Stato africani», spiegarono i diplomatici) piene d'oro zecchino. O quando, sceso a Roma con la solita corte di 300 attaché, pretese che gli montassero una tenda di 60 metri quadrati a Villa Pamphilii con 12 poltrone dai piedi dorati, lampade, divanetti, tavoli e «grandi incensieri per profumar l'ambiente». O quando inaugurò un pellegrinaggio attraverso Swaziland, Mozambico, Malawi, Zimbabwe e Kenia presentandosi in Sudafrica con due Boeing 707 in configurazione Vip, un jet più piccolo d'appoggio, un gigantesco Antonov russo con a bordo due autobus di lusso da 46 posti, sessanta auto blindate e 400 guardie del corpo armate fino ai denti di kalashnikov. Più, piccolo dettaglio regal-pastorale, un container frigorifero di agnelli macellati.
Potevano i figli di tanto padre non seguirne l'esempio? No. Ed ecco Hannibal e Moutassem sgommare in Costa Smeralda al volante di una Ferrari a testa fino a far saltare i nervi del giardiniere della spettacolare villa presa in affitto, furibondo per la quotidiana raccolta di cocci delle bottiglie di champagne millesimato buttate dalla finestra. Ecco il conto preteso per via giudiziaria (la famiglia si era dimenticata di pagare) dall'hotel Excelsior di Rapallo per una vacanza di Al Saadi, detto l'Ingegnere: 392 mila euro per sei settimane. Ecco lo stesso Al Saadi, capricciosamente deciso a «giocare al calciatore professionista», affittare Villa Miotti a Tricesimo: 13 mila euro al mese. Spiccioli per un uomo che, volendo farsi insegnare qualche trucco sul palleggio, raccontò Emanuela Audisio su Repubblica, ingaggiò per gli allenamenti un trainer personale esclusivo: Diego Armando Maradona. Costo: 5 milioni di dollari.
Anche queste cose però, diciamo la verità, finiscono per annoiare. Ed è così che il despota tripolino, un bel giorno, ha deciso di commissionare alla Tesco Ts di Torino un'auto disegnata da lui medesimo. Possibile? Parola dei costruttori dei due prototipi: «Durante la realizzazione di questa macchina, l'équipe tecnica di Tesco Ts ha seguito alla lettera le idee del designer, il Leader, per produrre la vettura perfetta secondo la sua visione». E come poteva essere la vettura perfetta, per sua maestà Muammar? Rifiniture in marmo. Un capriccio è un capriccio. Se no che gusto c'è ad essere il leader di una Jamahiriyya Popolare e Socialista?

GIAN ANTONIO STELLA

30 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_agosto_30/20100830NAZ38_17_b5449c1a-b400-11df-913c-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - L'uso politico dei bambini e la nuova dottrina di Adro
Inserito da: Admin - Settembre 14, 2010, 08:05:07 am
I partiti e i giovanissimi

L'uso politico dei bambini e la nuova dottrina di Adro

Dai manifesti di Pci e Dc ai piccoli finiani in marcia


Dice la Padania: coinvolgere nella politica «innocenti e disinformati bambini» è «meschino e spregevole». Dice Berlusconi: «È inaccettabile strumentalizzare i bambini». Dice la Gelmini: «È vergognoso che si strumentalizzino i bambini». Ma se la pensano così (a ragione) per i piccoli portati nelle piazze «rosse», come possono tacere su quella scuola di Adro marchiata di simboli leghisti? Sia chiaro, quel sindaco del Carroccio non ha scoperto niente di nuovo. L'indottrinamento dei fanciulli è da sempre una fissa di chi pensa di avere la verità in tasca. Lo hanno fatto i comunisti coi giovani pionieri devoti a Peppone Stalin che correvano per casa annunciando la rivoluzione: «Budet revolucija!». Lo hanno fatto i fascisti coi balilla che a scuola studiavano che «gli italiani, siccome sono i più richiamati dalla Santa Provvidenza, hanno tredici comandamenti. I primi dieci della tavola di Mosè e poi c'è Credere, Obbedire, Combattere». Lo hanno fatto i nazisti partendo da quanto aveva scritto Hitler nel «Mein Kampf»: «Lo Stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione».

Per carità, ogni paragone tra la scuola di Adro e quelle in cui gli scolari intonavano «Heil Hitler! Sia lodato Gesù Cristo in eterno, amen», sarebbe una forzatura esagerata. La tragedia, è noto, si ripete spesso in farsa. Ma certo l'iniziativa di Oscar Lancini, il sindaco bossiano che ha tappezzato col marchio leghista del sole delle Alpi tutta la nuova scuola elementare, dai tavoli ai banchi, dai cestini dell'immondizia alle finestre, è una cosa sgradevolmente nuova perfino nel tormentone dell'uso e dell' abuso dei bambini nelle faccende della politica nostrana. Non c'è mai stato molto rispetto per i minori, dalle nostre parti. Basti ricordare i manifesti del Pci del 1946 con due fratellini che in mezzo a un campo di grano, mentre sventolano una bandiera rossa e una tricolore, invitavano a votare contro la monarchia. O i manifesti della DC. La bimba terrorizzata davanti ai cingoli d'un carro armato marchiato con falce martello. La mamma che protegge i figlioletti: «Madre! Salve i tuoi figli dal bolscevismo!». Il piccolo democristiano che esulta: «Mamma e papà votano per me». Lo scolaretto che tiene un comizio ai compagnucci: «E se papà e mamma non andranno a votare, noi faremo la pipì a letto!»

Né si può dire che le cose siano cambiate col passare degli anni. Lo ricorda una foto di bambini che sfilano per le vie di Milano nel ‘69 col fazzoletto rosso al collo e il “libretto rosso” in mano tra uno sventolio di bandiere dei marxisti leninisti. O l'immagine di una femminista «'n zacco alternativa» che nel 1975 tira a una manifestazione per l'aborto un carrettino dove due bimbe mostrano un cartello: «È più bello nascere se si è desiderati». O ancora la poesia letta in apertura di un congresso radicale da una «tesserata di quattro anni», Altea: «In un bel vaso di porcellana / era rinchiusa una bella cinesina / che danzava una danza americana / con il capitano della Marina. Ciao e buon congresso!» . Per non dire di quel maestro che alla periferia milanese spiegava ai bambini un alfabeto tutto suo (C come Castro, F come fucile, R come rivoluzione…) o delle processioni dei nostalgici alla tomba del Duce a Predappio con figli al seguito con fez e manganellino: «Tu levi la piccola mano, / con viso di luce irradiato. / Tu sei quel bambino italiano, / che il Duce a cavallo, ha incontrato. / Il Duce ti guarda, o innocenza. / Sull'erba, che sfiori, gli appare / la dolce e radiosa semenza…».

Si poteva sperare che cambiasse tutto con la seconda Repubblica? Magari! L'esordio, spettacolare, fu di Maria Pia Dell'Utri il giorno in cui spiegò come mai era nato a casa sua, per iniziativa a suo dire della figlioletta Araba, il primo «Baby club di Forza Italia»: «Mi ha detto: "Mamma, posso essere anch'io presidente di un club di Forza Italia per bambini?" E io: "Ma certo amore, è una splendida idea, chissà come sarà contento papà"». La bimba, spiegò la madre al giornale del quartiere ripreso da Concita de Gregorio, aveva «voluto uno striscione con scritto "Silvio facci sempre vedere i cartoni"» perché «i bambini temevano che se Berlusconi avesse perso le elezioni loro non avrebbero più avuto cartoni animati in tv».

Da allora, ne abbiamo viste, letteralmente, di tutti i colori. Neonati comunisti col pugnetto alzato per «il manifesto». Piccoli finiani (non ancora antiberlusconiani) in marcia contro i leghisti con le magliette che dicevano: «Io sono italiano». Giovanissimi crociati in calzamaglia o con strampalati costumi pseudo-celtici sui palchi dei comizi di Bossi. Devoti chierichetti al «family day». Famigliole felici e avanguardiste arruolate per i manifesti di Forza Nuova. Cuccioli di «black block» o «Tute Bianche» trascinati da babbi e mammine ai cortei alternativi. Tranne il «piccolo kamikaze coi candelottini alla cintura», non ci siamo fatti mancare niente. E ogni volta: scandalo! Da parte di chi, si capisce, stava sull'altro fronte. Indimenticabile un Maurizio Gasparri da antologia: «Trovo sgradevole l'uso dei bambini nelle manifestazioni. È sbagliato strumentalizzare e disinformare i bambini portandoli nei cortei. È una cosa gravissima e chi lo fa è un cattivo genitore». E con chi si fa fotografare al corteo del Family Day del 12 maggio? Con la sua figlioletta. Che porta al collo il badge con nome, cognome e partito di appartenenza: Alleanza Nazionale. Proprio perché questo è un tema che più di altri richiede coerenza, val la pena dunque di ricordare i giudizi della destra sui bambini portati in piazza un paio di anni fa contro Maria Stella Gelmini. «La marcia su Roma dei bambini», titolò scandalizzata la Padania, dedicando al tema altri titoli come «Che pena i bimbi in piazza». «E’ odioso vedere certi insegnanti e certi genitori, spesso senza aver letto una riga del decreto, sfruttare i bambini per la protesta», tuonò il segretario romagnolo della Lega Gianluca Pini. E via così, fino ai durissimi giudizi già ricordati del capo del governo e di Maria Stella Gelmini. La quale oggi pensa che la scelta di indottrinamento leghista della scuola di Adro sia «folklore». Ma va?

Gian Antonio Stella

13 settembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/cronache/10_settembre_13/adro-scuola-bambini-lega-gian-antonio-stella_44c80ec6-befb-11df-8975-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Trasformismi siciliani
Inserito da: Admin - Settembre 17, 2010, 12:59:53 pm
LOMBARDO E I PATTI CON PD E CAVALIERE

Trasformismi siciliani


Fareste un governo con chi avete bollato come un uomo «temibilissimo perché ha costruito un sistema di potere clientelare spaventoso che ha riportato la Sicilia al Medioevo »? Eppure è quello che sta facendo il Pd isolano. Lo stesso che per arginare alle Regionali quel figuro dipinto come il peggio del peggio gli schierò contro Anna Finocchiaro, la «donna forte» della sinistra locale. Autrice, oggi silente, della dichiarazione di cui sopra. Oddio, non è che tutto il Pd sia d’accordo con questa scelta palermitana. Nella scia di Enzo Bianco e Rita Borsellino, che fu candidata dalla sinistra («currite, currite, cu Rita!») proprio come antitesi totale a un certo modo di far politica anche se poi vinse nella sola Enna del discusso Mirello Crisafulli, sarebbero diversi i deputati regionali col mal di pancia. Al punto che forse forse il pastrocchio «tecnico» potrebbe anche non passare.

Certo è che mai come oggi la Sicilia rappresenta la sintesi di tutti i paradossi, indigesti, di una certa politica italiana. Riassumendo: dopo essere stato candidato dalla destra che dopo tante batoste lui aveva «miracolosamente» salvato sulla trincea delle «comunali» a Catania del maggio 2005 e avere ottenuto una maggioranza straripante con 61 seggi contro 29, il governatore siculo si è via via liberato di governo in governo (è già al terzo e sta provando col quarto in due anni: evviva la stabilità) di quasi tutti gli alleati iniziali. Prima ha fatto fuori i cuffariani, fino a spingere il predecessore a bandire «un concorso di idee per l’abolizione della parola cuffarismo visto che il lombardismo è molto più clientelare». Poi ha liquidato i lealisti berlusconiani, spedendo all’opposizione il presidente del Senato Renato Schifani, il ministro della Giustizia Angelino Alfano e il coordinatore Giuseppe Castiglione poco entusiasti di lui. Infine, cercato l’appoggio dei finiani, dei rutelliani, dei democratici e di una fetta di casiniani, sta oggi sgravandosi dell’ultima «zavorra» pidiellina, il malpancista berlusconiano Gianfranco Miccichè.

Il tutto a distanza di poche ore dal momento in cui, con la solennità pensosa dello statista che ha a cuore le sorti della Patria, declinava ogni ipotesi di dar vita a un gruppo «di responsabilità nazionale» ma confermava al Cavaliere la piena e totale lealtà dei suoi 5 deputati e 4 senatori. Disponibili senz’altro a votare la fiducia a Montecitorio e a Palazzo Madama rafforzando a Roma il governo pidiellino- leghista di cui si è liberato a Palermo nel nome di una maggiore combattività nei confronti di un esecutivo troppo «nordista».

Un capolavoro da spregiudicato merlettaio della politique politicienne. Che dovrebbe aprire a sua volta spazi a una ricucitura tra gli stessi Cuffaro e Miccichè. Con la posa di una robusta «pietra sopra» su giudizi all’arsenico che l’uno aveva dato dell’altro. E tutto ciò fino al momento in cui, contro-ribaltando il ribaltone attuale, Lombardo non deciderà di traslocare di nuovo a destra (dove già sta non solo a Roma, ma in diverse giunte locali) per essere accolto, potete scommetterci, col vitello grasso che si riserva all’amatissimo figliol prodigo. Resta una sola domanda: ma i siciliani, che pure se li sono votati, si meritano tutto questo?

Gian Antonio Stella

16 settembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_settembre_16/stella-trasformismi-siciliani_262e93f6-c151-11df-96dc-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - La disputa sul «pezzo di m...»
Inserito da: Admin - Settembre 28, 2010, 04:37:01 pm
L'esilarante disputa giuridica sull'insulto in diretta tv del critico d'arte

Sgarbi si difende da Travaglio

La disputa sul «pezzo di m...»

Gli avvocati del critico: non ci fu offesa, la natura non è volgare


«Libera nos a luame», recitavano i vecchi contadini veneti in latinorum: liberaci dal letame. E l'invocazione spiega più di mille saggi quanto pesasse loro vivere tra i miasmi dello stallatico.

Tutto cambiato: lo dicono gli avvocati di Vittorio Sgarbi. Che per difendere il cliente, sotto processo per aver definito Marco Travaglio «un pezzo di merda tutto intero», hanno scritto una memoria difensiva la cui tesi epocale è che la popò è sana, bella e «fa bene al corpo ed anche all'anima».

Cerchiamo di capirci: non è la prima volta che un difensore, costretto a difendere l'indifendibile, si arrampica sugli specchi. Resta indimenticabile, ad esempio, l'arringa fenomenale con cui Ippolita Ghedini, sorella del più celebre Niccolò «Ma-va-là» Ghedini, tentò di minimizzare le parole di Giancarlo Galan, che aveva bollato come comunisti dei giornalisti Rai di Venezia. A dispetto del Cavaliere e delle sue fobie anticomuniste, scrisse l'Ippolita, il soviet non era che un «organo elettivo e dunque espressione di quella democrazia reale che ancora oggi viene rimpianta da molti e l'aggettivo sovietico non ha certo valenza diffamatoria intrinseca». Spasibo tovarisha Ghedinova! Decisi a umiliare la collega nel campionato mondiale d'arrampicata sugli specchi, l'avvocato Giampaolo Cicconi e Fabrizio Maffiodo sono andati oltre. Scrivendo che Sgarbi con «la frase "è un pezzo di merda tutto intero" non ha comunque diffamato il dottor Travaglio, atteso che la frase non ha alcuna valenza offensiva».

Va detto che i due professionisti avevano un compito da far tremare i polsi. Il «Maitre à tombeur» ferrarese, infatti, è recidivo assai. In anni di sfoghi leggendari ne ha dette di tutti i colori.

A un comizio a Palmi esortò: «Ripetete con me: affanculo il procuratore Cordova!». All'arrivo alla Camera del presidente dell'Arcigay Franco Grillini tuonò: «Liberi culi in libero Stato!». Ai veneti che lo avevano trombato alle elezioni mandò a dire che erano «deficienti. Egoisti. Stronzi. Destrorsi. Unti. Razzisti. Evasori», per chiudere così: «Il concetto di fondo è: questi elettori sono tutti delle teste di cazzo». A Oscar Luigi Scalfaro, quand'era al Quirinale, si rivolse definendolo «una scorreggia fritta».

E insomma, dopo aver composto e declamato a tredici anni «5.000 versi per diventare Apollinaire», ha battuto via via la strada liberatoria della parolaccia fino a fare disperare il Cavaliere: «Vittorio, come faccio a farti ministro se continui a dire le parolacce?». Resta indimenticabile una seduta dell'ottobre 2007, quando a Montecitorio si discusse fino a notte se dare o no l'autorizzazione a procedere: urlare a dei poliziotti «mi avete rotto i coglioni!» come aveva fatto Sgarbi rientrava nell'insindacabile esercizio delle funzioni parlamentari? Un dibattito unico al mondo.

Che vide il leghista Rizzi sbottare: «Sono due ore che si parla dei coglioni di Sgarbi, sinceramente ne ho pieni i coglioni». Il capolavoro fu di Filippo Mancuso, che invitò il collega, d'ora in poi, a chiamare i cosiddetti «tommasei», come faceva Leopardi per disprezzo verso l'autore del celebre dizionario. Totale degli interventi a favore e contro: 56.

La passione del critico d'arte, però, è sempre stata quella che i latini chiamavano stercus (genitivo: stercoris). Tra i tanti esempi, ne citiamo uno. Al dibattito parlamentare alla nascita del governo D'Alema, quando il nostro zazzeruto mise a verbale: «Onorevole D'Alema, le darei volentieri il mio voto; sono molto tentato di farlo, per aggiungere la mia corruzione alla vostra, aggiungere merda a merda». Insomma, se non temessimo d'essere equivocati diremmo che ce l'ha sempre in bocca.

All'idea di perdere l'immunità, aveva confidato ad Aldo Cazzullo di non avere troppi timori: «Vinco una causa al giorno. Finora, 190 su 270; le altre sono in corso». Spiegò anzi di avere «pronto un libro: Le mie querele. L'editore non lo pubblica per paura di altre querele». In ogni caso sospirò quando fu chiaro che non fosse stato rieletto, avrebbe dovuto per sicurezza contenersi: «Mi toccherà diventare buono e insipido come Prodi». Macché: gli è impossibile.

Era appena stato condannato a pagare 30mila euro (più le spese) a Travaglio per essersi dilungato su questo genere di insulto ad AnnoZero quando, alla trasmissione domenicale su Canale 5 con Barbara D'Urso, rincarò appunto: Travaglio «è un pezzo di merda tutto intero». A quel punto i suoi due legali, presumibilmente su ispirazione «artistica» del loro stesso cliente, hanno steso una memoria difensiva che resterà negli annali. Per loro, infatti, quella lì non è un'offesa. Può essere mai volgare la natura? «Se in un agriturismo ci forniscono prodotti dell'agricoltura biologica significa che essi sono fatti con la merda nel senso che l'agricoltura biologica vuol dire coltivazioni in terreni concimati non con prodotti industriali ma con letame, con la merda, appunto, la quale serve a fertilizzare i terreni». Bucolici.

Inoltre «giova osservare che, un tempo, il letame accumulatosi per tutto l'anno veniva, con la zappa (in genere nel mese di settembre), rivoltato, sbriciolato, miscelato, messo sul carro e sparso nel campo ove si seminavano le fave ed in cui, l'anno appresso, si sarebbe piantato di grano. Le merde, invece, che le mucche depositavano nei campi durante il periodo estivo ed essiccate dal sole formavano delle dense "torte" che venivano raccolte ed immagazzinate e poi usate come combustibile per cucinare la minestra di fave che rappresentava il pasto principale e si consumava la sera. La cenere residua veniva depositata nella concimaia. Nulla andava perduto e tutto veniva riciclato: ciò faceva bene al corpo ed anche all'anima». Di più: «Fabrizio De Andrè - nella celebre canzone Via del Campo - cantava "dai diamanti non nasce niente, dal letame (o dalla merda) nascono i fiori"».

Come possono dunque, signori della corte, non capire la bellezza del richiamo alla vita agreste? «Per tali motivi», proseguono gli avvocati nella scia di De Andrè, Sgarbi «voleva fare della sottile ironia, far capire comunque che da Travaglio sarebbe nato qualcosa (per esempio un partito politico) tanto che egli un giorno avrebbe avuto un futuro con la destra liberale, facendo financo concorrenza a Berlusconi proprio perché "è un pezzo di merda tutta intera" e non un diamante». Questa, però, al Cavaliere la dovranno spiegare per benino...

Gian Antonio Stella

27 settembre 2010(ultima modifica: 28 settembre 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_settembre_27/Sgarbi-si-difende-da-travaglio_a74e3db0-ca11-11df-9db5-00144f02aabe.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Non dividiamoci contro il crimine
Inserito da: Admin - Novembre 19, 2010, 11:56:06 am
LE ACCUSE DI SAVIANO, I RISULTATI DI MARONI

Non dividiamoci contro il crimine


Se il boss camorrista Antonio Iovine ha continuato a ridere anche ieri, dopo aver sbattuto in faccia a tutti quella strafottente risata di sfida mentre lo portavano via finalmente in manette, qualche motivo ce l'ha. La rissa divampata sul tema di chi è più duro e puro nella guerra alle mafie tra Roberto Saviano e Roberto Maroni, ma peggio ancora fra i tifosi esasperati dell'uno e dell'altro, è un regalo a lui e a quelli come lui. E rischia di avvitarsi in una pericolosa spirale destinata non tanto ad aprire una salutare discussione sulla penetrazione della criminalità organizzata in aree tradizionalmente «estranee». Ma a spaccare un fronte che almeno su queste cose, al di là delle legittime diversità di opinioni, dovrebbe essere compatto come l'Armada di Giovanni d'Austria a Lepanto.

Certo, il tema è: dobbiamo preoccuparci per le 6.092 operazioni finanziarie sospette a Milano e provincia segnalate dall'Ufficio italiano cambi alla Dia nel solo primo semestre 2008 o sentirci rassicurati dai 29 arresti di personaggi di spicco della mafia, della camorra e della 'ndrangheta finiti in galera da due anni in qua? La risposta non è facile. «Hanno parlato di mafia ma per noi del Nord la mafia è un fenomeno lontano. Senza contare che il 90% dei mafiosi è in carcere e quindi la criminalità organizzata è sotto controllo», disse sette anni fa Silvio Berlusconi ai corrispondenti esteri. Ne è convinto?

D'accordo, l'autore di Gomorra, tirando in ballo nella sua denuncia dei rapporti insani tra 'ndrangheta e politica il solo partito del ministro dell'Interno, è andato a cercarsele le nove pagine di indignazione della «Padania». Il taglio di un passaggio-chiave («Che cos'è la mafia? Potere personale spinto fino al delitto») nella citazione della frase molto provocatoria di Miglio non l'ha aiutato a dimostrare la cristallina buonafede. L'accostamento infelicissimo tra Sandokan e Maroni (al quale lui stesso riconobbe con parole nette i risultati lusinghieri su questo fronte) se lo poteva risparmiare. E l'apocalittica sicurezza sulle mafie che «hanno in mano il mercato della ristorazione» per un totale di «ventimila locali» è improbabile che sia stata apprezzata dalle decine di migliaia di persone perbene che fanno quel mestiere. Alla larga dai teoremi preconfezionati: se non è tutto mafia il Sud, non può essere tutto invaso dalla mafia il Nord.

Guai, però, se l'appassionata arringa del giovane scrittore a Vieni via con me fosse liquidata solo come un'offesa al buon nome della Lombardia, del Veneto, del Piemonte o dell'Emilia. Guai. Perché ha ragione quando lancia l'allarme sulle infiltrazioni della grande criminalità nelle terre dove ci sono i soldi, come sostengono la magistratura, la Dia e l'ultimo rapporto Sos impresa. Ha ragione quando denuncia il tentativo delle mafie di insinuarsi e aprire un dialogo con chi è al potere, quale che sia la sua bandiera. Ha ragione quando ricorda che gli arresti dei grandi latitanti, per quanto importantissimi, non esauriscono la complessità della guerra: come spiega Enzo Ciconte nel libro 'Ndrangheta padana, inchieste e documenti alla mano, troppo spesso «la 'ndrangheta ha conteso alla Lega il controllo del territorio padano». E certe storie esemplari quali quella di Ivano Perego, l'imprenditore che secondo i giudici per tirarsi fuori dai guai economici non si fece scrupolo di cercare dei soci mafiosi, sono solo la conferma che l'infezione c'è. E l'errore più grave sarebbe di scambiarla per un brufolo.

Gian Antonio Stella
19 novembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA


Titolo: Gian Antonio STELLA - Mare, sole e (molto) cemento
Inserito da: Admin - Dicembre 03, 2010, 04:03:49 pm

La denuncia di Salvatore Settis: così l'Italia viola la Costituzione

Mare, sole e (molto) cemento

Panorami Abusi, confusione urbanistica, devastazioni ambientali.

Ogni giorno viene coperto di nuove costruzioni l'equivalente di 251 campi da calcio


Vi fanno schifo gli ammassi ammorbanti di case abusive di Triscina e Marinella che assediano Selinunte? Niente paura. Un paio di ritocchi col computer e potete far tornare la costa vergine e bella come ai tempi in cui veniva adorata Tanit, la dea dell'abbondanza. L'ha già fatto, tempo fa, la Regione Sicilia in una campagna pubblicitaria che, per rendere più attraente Taormina agli occhi dei turisti del pianeta, rimosse elettronicamente tutta la spazzatura urbanistica del lido di Naxos per farlo tornare meraviglioso come dovette apparire a Teocle il giorno in cui Nettuno, furente col nostromo che gli aveva offerto del fegato cotto male, lo aveva fatto naufragare a Capo Schilisi.

L'incubo d'una Italia sdoppiata, quella che vogliamo ancora immaginarci e quella che sta diventando nella realtà, ti assale pagina dopo pagina leggendo l'ultimo libro di Salvatore Settis, archeologo, direttore fino a un mese fa della Scuola Normale di Pisa, già a capo del Getty Center di Los Angeles e presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali (dal quale si dimise in polemica con Sandro Bondi) e oggi, fra le tante altre cose, docente al Prado e presidente del comitato scientifico del Louvre. Si intitola Paesaggio, Costituzione, Cemento, è edito da Einaudi e gela il sangue a chiunque ami questo nostro Paese.

Non c'è giorno in cui qualche politico, operatore turistico o albergatore non tiri fuori la storia che siamo «il Paese più ricco del mondo di bellezze naturali e di beni culturali censiti» e c'è chi dice che ne abbiamo un quarto di tutto il pianeta, chi un terzo fino a Silvio Berlusconi che, primo in tutto, si è avventurato a dire che «possediamo il 72% del catalogo delle opere d'arte e di cultura d'Europa, il 50% di quelle mondiali, abbiamo 100.000 tra chiese e case storiche». Oltre ad essere «il Paese del sorriso e della gioia di vivere». E, si capisce, delle belle ragazze.

Calcio e ragazze a parte, Settis fa a pezzi questi consolanti luoghi comuni per sbatterci in faccia la realtà dei fatti: abbiamo «il più basso tasso di crescita demografica d'Europa, e uno dei più bassi del mondo» e insieme «il più alto tasso di consumo di territorio». Qualche numero? «Negli undici anni dal 1991 al 2001 l'Istat registra un incremento delle superfici urbanizzate del 15%, ben 37,5 volte maggiore del modesto incremento demografico degli stessi anni (0,4%), mentre nei sette anni successivi l'incremento delle superfici edificate è stato del 7,8%».

Ancora: «Tra il 1990 e il 2005 la superficie agricola utilizzata (Sau) in Italia si è ridotta di 3 milioni e 663 mila ettari, un'area più vasta della somma di Lazio e Abruzzo: abbiamo così convertito, cementificato o degradato in quindici anni, senza alcuna pianificazione, il 17,06% del nostro suolo agricolo». E l'assalto continua. Basti dire che ogni giorno, da Vipiteno a Capo Passero vengono cementificati 161 ettari di terreno. Pari, per capirci, a 251 campi da calcio.

Una enormità, per un Paese che non ha gli spazi immensi e desertici dell'Australia o del Nevada. «In alcune regioni (specialmente al Sud, ma non solo) si è andato radicando un diffuso abusivismo, che offende il paesaggio e la storia ignorando le norme ed eludendo i controlli. In altre regioni (specialmente al Nord, ma non solo), i delitti contro il paesaggio si consumano non ignorando le regole, ma modificandole o "interpretandole" con mille artifizi, perché siano al servizio non del pubblico bene, ma del "partito del cemento", invadente e trasversale».

Un delitto contro la nostra storia, la nostra cultura, i nostri stessi interessi: «Costruiamo devastando il paesaggio in nome del progresso e della modernità; ma queste alluvioni di cemento, che forse sono il residuo (rovesciato) di un'arcaica fiducia contadina nella terra come unica fonte di ricchezza, non creano sviluppo, lo bloccano».

Se la nostra ricchezza non è il petrolio, non sono i diamanti, non sono le «terre rare» come lo scandio, l'ittrio o i lantanoidi ma Segesta e il lago di Garda, Pompei e San Gimignano, i faraglioni di Capri e i trulli del Salento, che senso c'è a stuprare questo territorio fragile? Perché un turista dovrebbe venire a far le vacanze sulla «stupenda costa calabrese» decantata nei depliant se «uno studio reso pubblico dalla Regione Calabria (giugno 2009) ha registrato 5.210 abusi edilizi nei 700 chilometri delle coste calabresi, mediamente uno ogni 135 metri, di cui "54 all'interno di Aree Marine Protette, 421 in Siti d'interesse comunitario e 130 nelle Zone a protezione speciale", incluse le aree archeologiche»?
Caos urbanistico, caos legislativo. «L'intrico normativo e la labirintica segmentazione delle competenze fra Stato, Regioni, Province e Comuni contribuiscono in modo determinante alla mancata tutela del paesaggio», denuncia Settis. Aggravato da scelte scellerate: i comuni, asfissiati dalla mancanza d'ossigeno finanziario, sono spinti per fare cassa a «ricorrere in modo ancor più massiccio agli oneri di urbanizzazione, cioè alle nuove costruzioni» questo «ha ulteriormente accelerato la devastazione del territorio». Con un'impressionante crescita dei conflitti d'interesse: «Vedremo insediarsi fra Mantova e Verona Motor City, quattro milioni e mezzo di metri quadrati con un gigantesco autodromo, enormi centri commerciali, un parco di divertimenti doppio di Gardaland, sale espositive di case automobilistiche, e così via; un investimento da un miliardo di euro, a cui partecipano gli stessi enti (come la Regione Veneto) che devono rilasciare le autorizzazioni e promuovere le valutazioni d'impatto ambientale».

Un delitto. Tanto più che la Costituzione «consacrò la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio al più alto grado, ponendola fra i principî fondamentali dello Stato». Anzi, come ricorda Carlo Azeglio Ciampi, quello è «l'articolo più originale della nostra Costituzione». E ci ricorda che «sviluppo, ricerca, cultura, patrimonio, formano un tutto inscindibile».

Gian Antonio Stella

03 dicembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/cronache/10_dicembre_03/mare-sole-e-molto-cemento-gian-antonio-stella_9f663ae2-fea7-11df-b6f8-00144f02aabc.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Parole, organizzazione, falsi miti: Nicaso spiega la mafia
Inserito da: Admin - Gennaio 10, 2011, 05:51:53 pm
16/11/2010

Parole, organizzazione, falsi miti: Nicaso spiega la mafia

Scritto da: Gian Antonio Stella alle 13:53

«Allibertatevi d’u cagnuleddu», liberatevi del cagnolino. Con queste parole, il 12 gennaio '96, Giovanni Brusca ordinò al fratello Enzo, Vincenzo Chiodo detto «Quaquarotto», Giuseppe Monticciolo e Salvatore Grigoli di ammazzare e di sciogliere nell’acido Giuseppe Di Matteo, il figlio di un pentito di mafia che avevano sequestrato nel '94, quando aveva solo 13 anni. Il verbale degli interrogatori gela il sangue. Chiodo: «Facemmo mettere il bambino faccia al muro. Fui io a strangolarlo, gli altri due lo tenevano fermo per le braccia e per le gambe. Il bambino non oppose alcuna resistenza. Secondo me, non ha capito fino all’ultimo momento. Era ormai fiacco». Monticciolo: «Poi dopo questa operazione, mentre Brusca spogliava il bambino, il Chiodo ha portato giù i bidoni dell’acido e il fusto di lamiera». Finita l’operazione, si fecero un caffè. Monticciolo: «Andammo dopo due ore a controllare. Si vedevano solo i piedi del ragazzino». Chiodo: «Ricordo che Brusca, vedendo che stavo andando a bruciare il pezzo di corda, mi disse in tono scherzoso: «Questo te lo puoi conservare come trofeo». Sono stati tanti, i bambini che negli anni sono rimasti stritolati in queste guerre infami. Tanti. Assassinati perché avevano visto qualcosa. Per punire la famiglia. Perché passavano nel momento sbagliato nel posto sbagliato. Altri hanno visto la loro vita marchiata fin dalle scuole materne, come Vitoandrea Ciancimino, che qualche mese fa ha ricevuto la sua prima letterina a 5 anni, con dentro una pallottola. Pallottola che doveva spaventare suo papà Massimo, il figlio del discusso sindaco di Palermo, colpevole di raccontare ciò che sa ai magistrati. «A un mafioso che gli fa notare come nella sparatoria sarebbero potuti morire anche bambini», ricorda Antonio Nicaso, «il boss Totò Riina risponde: "E allora? Anche a Sarajevo muoiono i bambini"».

Per questo il giornalista calabrese, che da anni vive in Canada e ha firmato una serie di libri importanti sulla criminalità organizzata internazionale, da Deadly Silence: Canadian Mafia Murders a Fratelli di sangue (con Nicola Gratteri), da Global Mafia (tradotto in francese, ungherese, indonesiano, cinese e giapponese) a ’Ndrangheta. Le radici dell’odio, ha deciso di scrivere un saggio apposta per loro, i più giovani. Si intitola La mafia spiegata ai ragazzi, è edito da Mondadori (pagine 168, 14) e si propone un obiettivo ambizioso: raccontare nel modo più semplice (e Dio sa quanto ciò sia difficile, soprattutto su certi temi) cosa sono la mafia, la ’ndrangheta, la camorra, la sacra corona unita. Qual è la loro storia. Quali sono i loro riti. Quali sono le parole chiave. Non si parla, certo, solo delle mafie italiane. Ma anche dell’americana Cosa Nostra, delle Triadi cinesi, della Yakuza giapponese, dei Vory v Zakone russi, dei cartelli colombiani e messicani, della mafia nigeriana o albanese. Il centro di gravità del libro, però, e non potrebbe essere altrimenti, è qui, nel nostro tormentato Mezzogiorno. Dove per troppo tempo, nelle scuole, nelle case, in famiglia, il tema è stato accuratamente accantonato.

«Quando ero ragazzo, di contribuire a combattere la mafia assieme alle forze dell’ordine non passava per la testa a nessuna persona "perbene"», scrive Andrea Camilleri nella prefazione del libro Oltre il buio della mafia, di Alfonso Bugea. «Le persone perbene, o meglio "civili" come si usava dire allora, la mafia semplicemente la ignoravano. Di mafia non se ne doveva parlare a casa, se per caso sotto alle tue finestre avveniva un omicidio di mafia, si chiudevano bene le finestre. Nominare la mafia in famiglia era come parlare di diarrea durante un pranzo di gala». Certo, qualcosa oggi è cambiato. La discussione sulla «materia» mafiosa nelle scuole italiane come punto nodale per il nostro vivere civile, però, è ancora sporadica. Se non osteggiata. Ecco, La mafia spiegata ai ragazzi cerca di tappare il buco. Con la spiegazione di certe parole: «"Cosca" in siciliano indica il "torso", la parte interna e nascosta del carciofo, protetta da foglie spesso spinose». Le testimonianze dirette, come quella di Leonardo Messina sulla sua iniziazione: «Con un ago mi hanno punto il polpastrello di un dito e mi hanno dato in mano una santina ( …), l’ hanno macchiata con il mio sangue, le hanno dato fuoco e io me la passavo da una mano all’altra. Poi mi hanno suggerito le parole da dire. Mi hanno detto di ripetere: "Come carta ti brucio, come santa ti adoro, come brucia questa carta deve bruciare la mia carne se un giorno tradirò Cosa Nostra"».

I proverbi su cui la mafia si appoggia: «A megghiu parola è chidda cca nun si rici». La parola migliore è quella che non si dice. Non mancano i ricordi di tante persone che alla guerra contro la mafia hanno sacrificato la vita. Da Giovanni Falcone a Peppino Impastato, da Antonino Scopelliti a don Pino Puglisi. E tanti spunti per meditare, come una frase nel diario del giudice-ragazzino Rosario Livatino, assassinato vent’anni fa ad Agrigento: «Verrà il giorno in cui non ci chiederanno se siamo stati credenti, ma credibili». Può bastare per sottrarre gli scolari ai Mangiafuoco della mafia, della camorra, della ’ndrangheta che quotidianamente arruolano burattini promettendo loro una vita di soldi, avventure, lussi, fuoriserie? Forse no. Ma certo ci si deve almeno provare, anche coi libri giusti, a strappare tanti ragazzini dei quartieri a rischio a quel destino riassunto in poche parole, terribili, del magistrato Raffaele Cantone, uno di quelli più esposti nella lotta contro la camorra, davanti al cadavere di un giovanissimo morto in una sparatoria: «Che fosse autentico o contraffatto tutto quello che riuscivo a scorgere addosso a quel ragazzo morto era di marca. Qui vanno al macello, i piccoli yuppie della Camorra».

Pubblicato il 16.11.10 13:53
http://laderiva.corriere.it/


Titolo: Gian Antonio STELLA - Sotto l'elmo di Benigni
Inserito da: Admin - Febbraio 19, 2011, 04:41:10 pm

SENTIRSI PIÙ ITALIANI

Sotto l'elmo di Benigni

Era ora che venisse restituito l'onore a Goffredo Mameli. Quel ragazzo morto a vent'anni nel 1849 nell'eroica difesa della Villa del Vascello a Roma e svillaneggiato da troppo tempo per quelle parole gonfie d'amore per l'Italia che strappano sorrisetti insulsi a chi è incapace di leggere la storia. Ed è davvero un segno dei tempi che a rendergli l'onore sia stato quel geniale istrione di Roberto Benigni. L'unico che poteva fare il miracolo: fermare il fiato a milioni di italiani in mezzo alle canzonette facendo loro intuire, forse per la prima volta, qual è il senso di quelle parole. Il senso di questa nostra storia.

E certo non poteva scegliere giorno peggiore, ieri, il governo, per spaccarsi sulla decisione di consacrare il prossimo 17 marzo, una tantum, in occasione del Centocinquantenario, all'Unità d'Italia. «Solo una differenza di opinioni», ha detto Ignazio La Russa. Ve l'immaginate se un ministro francese o tedesco, argentino o coreano, osasse liquidare così una frattura sulla celebrazione della più solenne festa nazionale? Verrebbe fatto a pezzi.

Cosa c'è di più importante per una comunità del riconoscersi insieme in una epopea? Non c'è Stato al mondo che ignori il proprio atto di nascita. Solo noi. Rosario Romeo, davanti all'indecoroso tormentone di questi mesi, sarebbe basito: «Il Risorgimento rimane il processo politico più importante e positivo che il nostro Paese abbia conosciuto nei mille anni di vita della nazione italiana». Fu segnato anche da errori come le fucilazioni di Bronte o il massacro di Pontelandolfo? Certo. E come ha scritto Giuseppe Galasso «non era neppure terminato che già si iniziò a processarlo». Anche la Rivoluzione francese e il colonialismo inglese ebbero pagine nere: francesi e inglesi non buttano via, però, tutta la loro storia. Anche la bandiera americana è macchiata dalla tratta degli schiavi, dal genocidio dei pellirosse, dalla guerra civile: ma il 4 luglio gli americani la sventolano tutti, dall'Oregon all'Alabama. E se per caso la festa cade di domenica chiudono anche il lunedì. Perdono un po' di ore di lavoro? Amen: l'orgoglio vale di più.

Dice Roberto Calderoli che in un Paese in crisi come il nostro «che ha il primo debito pubblico europeo e il terzo a livello mondiale» celebrare l'Unità «è pura follia». Si sarà confuso col «progetto di federalismo municipale», ironizza lavoce.info. Stando ai dati Eurydice la nostra scuola, che Mariastella Gelmini avrebbe voluto tenere aperta, fa più giorni di lezione di tutti tranne il Lussemburgo: non per questo svetta. Secondo l'Eiro in Olanda, Germania e Danimarca i contratti riconoscono più ferie che da noi: nella classifica della competitività del Wef però loro sono davanti e noi al 48° posto. Il rapporto Mercer certifica che i meno assenteisti d'Europa sono i turchi (4,6 giorni di malattia l'anno) ma ciò non li colloca ai vertici della produttività. Non bastasse, in un anno senza «ponti» come questo, potrebbe venirne addirittura ossigeno al turismo.

A farla corta: se sono questi i motivi per scartare la festa del Centocinquantenario, sono un po' pelosi. Un Paese scivolato al 70° posto nel mondo dietro la Giamaica per velocità media in Internet e sempre più tagliato fuori dalle rotte delle immense porta-container perché da anni non si occupa di porti, ha davanti sfide più serie. Che può affrontare solo se crede di più in se stesso. E da dove potrebbe mai ripartire, se non da uno scatto di orgoglio patriottico?

Gian Antonio Stella
19 febbraio 2011

da - corriere.it/editoriali


Titolo: Gian Antonio STELLA - Hostess, regali e baci: l’Italia del Muammar show
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2011, 04:07:17 pm

Le visite nel nostro paese del leader libico

Hostess, regali e baci: l’Italia del Muammar show

Gli undici incontri di Berlusconi con Gheddafi tra il 2008 e il 2010: cammelli in dono e caroselli di cavalli berberi


«Per dirla alla beduina: sparita la tenda, sparito il problema» . Sono passati solo sei mesi da quando Luca Zaia rise delle polemiche scandalizzate contro il «Muammar Show» concesso a Gheddafi sul suolo italiano.

Sei mesi. E già si agita l’incubo che quell’eccesso di salamelecchi riservati al dittatore libico possa esserci rinfacciato. Un problema che non riguarderebbe solo il governo, ma il Paese intero. Per undici volte il Cavaliere, ricevendone in cambio l’agognato accordo sul blocco del traffico di clandestini e qualche regalo come un paio di cammelli (dei quali non si conosce il destino) aveva incontrato il leader della Jamahiriya dal ritorno a Palazzo Chigi nella primavera del 2008 fino agli sgoccioli del 2010. Undici. Gli aveva baciato la mano in segno di ossequio. Donato vetri di Murano. Concesso ciò che i libici chiedevano da anni e cioè il riconoscimento, giusto, degli errori e dei crimini commessi dagli italiani durante l’occupazione giolittiana e più ancora mussoliniana. Già che c’era, si era allargato. Promettendo nel marzo 2009 che si sarebbe ripresentato qualche mese dopo a Tripoli per un’occasione speciale: «Tornerò per festeggiare il 40 ° anniversario della vostra grande rivoluzione».

Quel golpe militare che dalla sera alla mattina buttò fuori dalla Libia, impossessandosi di tutti i loro beni per circa 3 miliardi di euro attuali, ventimila italiani. Che erano nella stragrande maggioranza del tutto estranei ai crimini fascisti. E che da allora, ignorati se non guardati con fastidio dagli insofferenti teorici della realpolitik, invocano che venga riconosciuta dignità al loro dramma. Non bastasse, in cambio dell’impegno a frenare l’immigrazione in Italia (contrattato col pagamento di 5 miliardi di euro su cui il raìs arabo aveva rilanciato più volte con richieste sempre più esose all’Europa, come fanno tutti i ricattatori del mondo), il Cavaliere aveva concesso all’amico Muammar, appunto, show indimenticabili. Come il carosello con 30 cavalli berberi diretta tivù alla caserma «Salvo D’Acquisto» . O la possibilità di piantare un tendone beduino nel giardino della palazzina Algardi di villa Doria Pamphili, che proprio per l’amico libico era stata sottoposta a restauri per 994.923 euro. Parecchi, per un ospite che poi dorme in tenda. O ancora la «lectio magistralis» alla Sapienza, dove il despota tripolino al potere da decenni senza la scomodità di elezioni, scodellò tra gli inchini del rettore Luigi Frati indimenticabili sciocchezze che strapazzavano l’etimologia greca: «La democrazia è una parola araba che è stata letta in latino. Democrazia: demos vuol dire popolo. Crazi in arabo vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie. (...) Se noi ci troviamo in questa sala siamo il popolo, seduti su delle sedie, questa andrebbe chiamata democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie. Invece se noi prendessimo questo popolo e lo facessimo uscire fuori, se avessimo invece preso dieci persone e le avessimo fatte sedere qua, scelte dalla gente che stava fuori, e loro invece sono seduti qua, quei dieci, questa non sarebbe da chiamarsi democrazia. Questa si chiamerebbe diecicrazia. Cioè dieci su delle sedie. Non è il popolo a sedersi sulle sedie, questa non è la democrazia. Finché tutto il popolo non avrà la possibilità di sedersi tutto quanto sulle sedie, non ci sarà ancora democrazia» .

Quindi perché mai i libici, che hanno già tante sedie senza l’ingombro della libertà, dovrebbero «regredire» al sistema occidentale?
Per non dire del surreale battibecco con uno studente sul tema dei diritti umani degli immigrati respinti sui barconi, incarcerati o abbandonati nel deserto. «Come vengono rispettati, in Libia, i loro diritti?» . L’interprete: «Quali diritti?» . «I loro diritti».
«Quali diritti?» . «I diritti!» , gridavano in sala: «I diritti politici» . L’interprete si chinò sul raìs, che si scosse: «Quali diritti?».
 
E si avvitò a spiegare che, per carità, la domanda faceva onore a chi l’aveva posta ma «gli africani sono degli affamati, non dei politici, gente che cerca cibo» . E i dittatori? «Non ci sono dittatori, in Africa... La dittatura c’è quando una classe sta sopra un’altra.
Se sono tutti poveri...» E sibilò: «Volete un milione di rifugiati? Ne volete venti? Cinquanta?» Non bastasse, il satrapo spiegò in Campidoglio, con quel che significa quel luogo non solo per i romani ma per l’Occidente, che «il partitismo è un aborto della democrazia.
Se me lo chiedesse il popolo italiano gli darei il potere. Annullerei i partiti, affinché il popolo possa prendere il loro posto.
Non ci sarebbero più elezioni e si verificherebbe l’unità di tutti gli italiani. Basta destra e sinistra. Il popolo italiano eserciterebbe il potere direttamente, senza rappresentanti» . Non bastasse ancora, approfittò del palcoscenico straordinario di Roma per rastrellare centinaia di ragazze prese a nolo per 80 euro l’una perché ascoltassero un suo sermone maomettano («Sapete che al posto di Gesù crocifissero un suo sosia?» ), si facessero fotografare con in mano il Corano e magari rivelassero all’uscita di essersi convertite all’Islam.
Sembra passata un’eternità, da allora. E un’eternità da quando, solo quattro settimane fa, Franco Frattini citò come risposta all’incendio nei Paesi arabi «l’esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama "dei Congressi provinciali del popolo": distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia.
Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta...» A cosa siano servite tutte queste aperture ha risposto nel suo minaccioso proclama alla nazione il figlio del Colonnello, Saif al Islam: «Continueremo a combattere fino all’ultimo uomo, persino all’ultima donna... Non lasceremo la Libia agli italiani o ai turchi...»

Gian Antonio Stella

22 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/esteri


Titolo: Gian Antonio STELLA - Egoismi e Paure
Inserito da: Admin - Febbraio 25, 2011, 11:07:57 pm
Egoismi e Paure

Ma se si chiamassero Pedro o José e fossero bombardati da un golpista sudamericano? Se si chiamassero Pak o Koo e fossero mitragliati da un carnefice nordcoreano? Se si chiamassero Oja o Boris e fossero sgozzati da un nuovo macellaio cetniko? È il dubbio che rode a vedere come tanti politici italiani guardano al massacro dei libici facendosi una sola domanda: e noi? Certo, è ovvio che ci poniamo il problema di cosa succederà a casa nostra. Di più: è sacrosanto. Quanti disperati si rovescerebbero con i barconi sulle nostre coste se andasse tutto nel peggiore dei modi? Come potremmo gestire un'ondata migratoria mai vista? Riusciremmo a essere insieme vigili guardiani di un filtro indispensabile e buoni samaritani al soccorso di una umanità sofferente? Cosa farebbero gli altri europei? Accorrerebbero a darci una mano o guarderebbero altrove lasciandoci nelle peste?

Sono domande doverose. Imposte da questa specie di esplosione nucleare dagli esiti imprevedibili deflagrata a poche decine di chilometri dai nostri confini. Lo studioso Khaled Fouad Allam si è spinto a scrivere sul Sole 24 Ore che la Libia potrebbe diventare, per la sua storia, per i suoi conflitti secolari, «l'Afghanistan del Mediterraneo». Come potremmo non stare in guardia? Come potremmo non essere preoccupati? Eppure questa non può essere la sola, unica, esclusiva nostra preoccupazione. Non può ruotare tutto ossessivamente intorno a noi. Perché laggiù in Libia, sotto i nostri occhi, a pochi minuti di volo dall'Italia, stiamo assistendo a un bagno di sangue che ci fermerebbe il fiato e ci strapperebbe grida di raccapriccio se solo le vittime di tanta ferocia repressiva non fossero arabi, berberi, islamici. Impastati tutti insieme, integralisti e laici, cammellieri e architetti, beduini sahariani e ragazzi cresciuti col Web che sognano solo la stessa libertà che hanno i ragazzi olandesi o americani.

Abbiamo tra l'altro due responsabilità in più. La prima è che quello che Ronald Reagan chiamava «il cane di Tripoli» e oggi sta azzannando rabbioso i suoi stessi cittadini, è stato fino a pochi giorni fa riverito e adulato, con minori o maggiori gradazioni di piaggeria, da un po' tutti i governi italiani. Convinti che «i vicini non si possono scegliere» e in fondo in fondo per noi fosse meglio che l'Africa più vicina fosse schiacciata sotto il tallone di un po' di duci muscolosi piuttosto che esposta ai brividi pericolosi della democrazia. La seconda è riassunta in un motivetto sull'invasione della Libia del 1911 il cui prologo risuona spavaldo: «Sbalorditi i musulmani stavan tutti a naso ritto / ma d'un tratto a capofitto bombe e fuoco gli arrivò / Assediato e bombardato sia di sopra che di sotto / il vil popolo corrotto all'Italia s'inchinò». Ecco, un secolo esatto dopo la brutale conquista di quello «scatolone di sabbia», dopo decenni di disprezzo per quelle genti «inavvezze al lavoro», dopo le foto dei nostri plotoni d'esecuzione che fucilavano anche i ragazzini, dopo i campi di concentramento nel deserto della Sirte dove Angelo Del Boca ha dimostrato che morirono decine di migliaia di donne, vecchi e bambini, abbiamo verso quei libici scesi nelle piazze per liberarsi di un dittatore capriccioso e feroce dei doveri in più. È giusto che ci preoccupiamo «anche» per noi. Ma non ci siamo solo noi.

Gian Antonio Stella

24 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali


Titolo: Gian Antonio STELLA Garibaldi bruciato a Vicenza Il (tiepido) imbarazzo leghista
Inserito da: Admin - Marzo 03, 2011, 03:16:36 pm

Il fantoccio bruciato -

Negli anni Trenta Mussolini impose il raduno annuale a Pontida

Garibaldi bruciato a Vicenza Il (tiepido) imbarazzo leghista

Il rogo «simbolico» davanti a una discoteca

«Fate scrivere la biografia di Garibaldi al suo peggior nemico e vi apparirà come il più sincero, il più disinteressato e il meno dubbioso degli uomini...», scrisse il Times dopo la morte sfidando a mettere in dubbio la statura morale del condottiero. Sottovalutava il fanatismo dei talebani venetisti. Che l'altra sera, davanti a una discoteca vicentina, hanno bruciato una sagoma barbuta in camicia rossa (nella foto) che portava appeso al collo il cartello: «L'eroe degli immondi».

Il governatore Luca Zaia si è smarcato: «Mi ritengo venetista ma bruciare una sagoma è un segnale a cui stare attenti. Dietro a una figura "c'è una persona", non bisogna minimizzare e trasmettere messaggi sbagliati ai giovani». Pochino, dirà qualcuno.
Molto, risponderà lui, che cerca di barcamenarsi tra i doveri istituzionali e i mal di pancia dei duri e puri del suo partito e dintorni.

Come quelli del sedicente "Presidente Movimento Veneti" che, in una lettera al quotidiano locale ha spiegato esultante che il rogo «è solo una scintilla, dal 17 marzo aspettiamoci i fuochi d'artificio». Firmato: Riondato Patrik. Con la "k". "Very polenton", per un difensore della cultura veneta. Come "very polentons" erano i nomi che portavano i figli di due del commando dei Serenissimi che anni fa assaltarono il campanile di San Marco: Buson Desirée (très révolutionnaire), Contìn Christian & Contìn Genny. Wow!

Una goliardata folcloristica? Scrive il Giornale di Vicenza che a far la festa al feticcio dell'eroe di Caprera c'erano 200 persone tra cui «numerosi consiglieri comunali, provinciali e regionali della Lega Nord ma anche della Liga Veneta per l'autonomia e di altri partiti» con l'aggiunta di sindaci del padovano e del veronese.

Di più, il giorno dopo il deputato regionale Roberto Ciambetti sdrammatizzava: «Sono arrivato più tardi e il rogo non l'ho visto. Però non vorrei si strumentalizzasse la cosa. È un gesto scaramantico, che vuole esorcizzare non la figura del generale che fu, per primo, bandito dagli stessi Savoia, quanto chi continua a negare dignità alle storie regionali». Ma come: chiama a supporto, lui, proprio i Savoia? Pexo el tacòn del buso.

Da non perdere le discettazioni di Giorgio "Xorxi" Roncolato, informatico alla Asl, consigliere comunale leghista di Arzignano e membro di "Raixe Venete" (radici venete) l'associazione che aveva acceso il falò: «Gli storici seri hanno dimostrato che Garibaldi era un bandito vissuto di espedienti e ladrocini in Sud America. E che anche i famosi Mille erano una accozzaglia di sbandati e predoni».

E chi sarebbero questi "storici seri"?

Non Denis Mack Smith, che scrive: «Garibaldi era la persona vivente più conosciuta e amata del mondo».

Non Christopher Duggan, secondo il quale «il suo stile di vita anti-convenzionalmente modesto, la semplicità dei modi e l'immenso coraggio personale, e infine l'apparente invulnerabilità sul campo di battaglia (...) concorrevano a fare di Garibaldi un personaggio venerato, con una capacità d'attrazione senza precedenti».

Non Max Gallo, Rosario Romeo, Giovanni Spadolini... Perfino Indro Montanelli, che pure non perdeva occasione per punzecchiare qua e là i protagonisti del Risorgimento, nel libro scritto con Marco Nozza chiuse il discorso: «Nel disperato bisogno che l'Italia dell'Ottocento aveva di eroi, è giusto che il posto di proscenio e il piedistallo più alto siano toccati a lui».

Macché, Bortolino Sartore, proprietario della discoteca Hollywood teatro del rogo e consigliere provinciale della Liga autonomista, mica si fa incantare da chi ha letto libri e studiato documenti: «Garibaldi era un mercenario che non amava i veneti, questo è un dato storico». Fine. Avrà ben diritto di dire ciò che vuole? In realtà, spiega ne "La storia negata" Mario Isnenghi, sempre lì si finisce: nell'idea sventurata che, con o senza documenti a supporto, un'opinione vale un'altra e ognuno ha il diritto di pensare quel che gli pare: «La coscienza che tutto passi attraverso un punto di vista e un'interpretazione, e finisca in uso pubblico e strumentalizzazione politica, invece che più lucidi, ci rende solo più fatui. E una versione sbracata e facilona di "relativismo" o storia "fai da te" finiscono per imperare. Nulla è vero, tutto è vero». E invece, scrive, «nossignori, gli avvenimenti storici si sono svolti in una certa maniera e non in un'altra». Possono essere messi sullo stesso piano i lavori, ad esempio, di Rosario Romeo e le ricostruzioni allucinate e apocalittiche su "Civiltà cattolica" del gesuita Antonio Bresciani, uno che dedicò la vita a gonfiare l'odio contro Garibaldi per conto del Vaticano? Mah...

Che sia grande la confusione sotto il cielo italiano alla vigilia del Centocinquantenario, del resto, è confermato dalle delibere adottate dai due consigli comunali veneti leghisti, S. Giovanni Lupatoto e Bussolengo, che autorizzano i commercianti il 17 marzo a tener aperti i negozi. Come a Verona, sia pure solo nel centro storico: è una città turistica. E cosa spunta, nel frattempo? La voglia di una festa padana, il 29 maggio. Giorno della battaglia di Legnano.

Un'idea buttata lì in odio all'Unità d'Italia. Anche se, chissà, tanti leghisti non lo sanno ma potrebbe piacere a Benito Mussolini. Fu lui, infatti, molto prima del Senatur, a imporre negli anni 30 un grande raduno annuale a Pontida. Rileggiamo l'Eco di Bergamo dell'8 aprile 1940: «Una Pontida imbandierata, in una festante cornice di sole e di pubblico (...) ha rivissuto ieri mattina (...) la gloriosa data del giuramento della Lega Lombarda. Mai tanto flusso di folla ha invaso le vie del paese pavesato in ogni dove di tricolore...».

Gian Antonio Stella

03 marzo 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/cronache


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il ministro e la battuta sui Bronzi
Inserito da: Admin - Marzo 27, 2011, 12:05:57 pm
Scambiato per un uomo di Bossi.

A Reggio un terzo dei visitatori dello zoo di Pistoia

Il ministro e la battuta sui Bronzi

La Calabria contro il «leghista» Galan

«Devono per forza restare lì?». Scopelliti: non si muoveranno


«Giù le mani dai bronzi di Riace!». È bastato che buttasse lì il dubbio se sia sempre opportuno lasciare lì sul posto i tesori ritrovati, scegliendo come esempio (ahi...) le statue elleniche, e il neoministro alla Cultura Giancarlo Galan è stato investito da un fitto lancio di missili terra-aria calabresi. L'accusa più infida: leghista! A lui, che coi leghisti ci litiga da sempre.

La polemica anti-padana, in realtà, non tocca solo le splendide sculture quasi certamente appartenenti all'arte greca del V secolo a.C. Bastava leggere ieri mattina sul Tempo l'acido commento alle parole con cui Galan aveva sostenuto che «solo l'Italia ha due Festival del Cinema. In Francia c'è Cannes, in Germania quello di Berlino, in Svizzera soltanto Locarno. Venezia è il Festival del cinema più antico del mondo, è e sarà l'unico in Italia». Non l'avesse mai detto! «Donchischiotte che va alla guerra con lo spadone tagliateste». «Generale che fa bum col cannone ma sbaglia mira e sventra tutti». «Nerboruto». «Padanissimo». Nella foga, la paladina capitolina Lidia Lombardi è andata oltre. E citando la città serenissima come fosse Busto Arsizio o Latina (con tutto il rispetto per Busto Arsizio e Latina) ha ricordato al «padano» Galan che «in questi giorni arrivano a Roma Woody Allen e Debra Winger. Due divi che in Laguna non si sognano di salire, se non appunto quando, in qualche annata, passa un loro film, in o fuori concorso...». Testuale. Perché mai andarci, a Venezia: per vedere la basilica di San Marco, i Frari, il Canal Grande o Palazzo Ducale? Boh...

Il fronte più caldo contro l'ex governatore veneto, però, l'hanno aperto i calabresi. Per un interrogativo che il neo ministro si era posto in un'intervista al Sole 24 ore: «I Bronzi di Riace sono stati trovati nei mari della Calabria ma solo per questo devono rimanere in quella zona?». «Più o meno come dire che sarebbe il caso di pensare a una sede diversa. E forse pensare che basterebbe uno schiocco di dita per trasferire altrove, magari in Padania, i Guerrieri che il mondo ci invidia», traduce la Gazzetta del Sud. La quale tuona: «Una levata di scudi compatta infrange il sogno del ministro». E giù reazioni più o meno indignate. Il governatore Peppe Scopelliti, diplomatico: «Sono convinto che si tratti di una frase estrapolata all'interno di un contesto molto più ampio. Comunque i Bronzi da Reggio non si muoveranno». Il sindaco Giuseppe Raffa, pugnace: «I Bronzi non rappresentano un patrimonio calabrese solo per un mero ritrovamento geografico. Fanno parte di una tradizione millenaria, quella della Magna Grecia che, vorrei ricordare, affonda le sue radici proprio nell'estremo lembo dell'Italia: essi sono l'emblema visibile e maestoso di una civiltà che si è irradiata partendo proprio dai territori Meridionali. Una storia millenaria che gelosamente custodiamo sul territorio».

Destra e sinistra, tutti insieme. Il senatore Luigi Meduri, storico esponente post-fascista: «Tra i Bronzi e la città c'è un legame indissolubile. Nessuno si illuda di reciderlo». Michelangelo Tripodi, il segretario regionale dei comunisti italiani: «È un'evidente dichiarazione di guerra condita da una barbara e insultante concezione neo-colonialistica, in salsa veneta e leghista» frutto di «uno spiccato anti-meridionalismo e un disprezzo per la Calabria, i calabresi, Reggio e i reggini». Giuseppe Bova, ex presidente del Consiglio regionale: «Gratta gratta il federalismo dei leghisti è solo a senso unico: quello di marca lombardo-veneta». Uno strafalcione rilanciato dal quotidiano Il Domani, la cui cronaca inizia così: «Il neoministro della Cultura, il 55enne leghista veneto Giancarlo Galan...». Ora, se c'è un berlusconiano in rapporti pessimi da anni con la Lega Nord, della quale ha detto peste e corna (un esempio per tutti, la definizione delle ronde padane: «un mostruoso fai-da-te»), è lui, quello che per la mole corpulenta chiamano ironicamente il «Galan Grande». E può darsi che sul tema, come ha detto la soprintendente ai Beni archeologici calabresi Simonetta Bonomi, lei pure padovana, («non è informato sullo sforzo economico sostenuto per il restauro dei Bronzi e la sistemazione del Museo Nazionale») sia stato come ministro un po' spiccio.

Ogni calabrese consapevole che non è in ballo solo l'oltraggio all'onore regionale ma il modo in cui va difesa la propria terra, però, deve porsi alcune domande. La storia millenaria della Calabria è davvero «gelosamente custodita» come dice il sindaco nonostante la devastazione delle coste, compresa quella a nord di Riace dove sorge uno degli ecomostri più orrendi della penisola? È mai possibile che due tesori immensi come i Bronzi (che sarebbero il cuore dei più grandi musei del pianeta) abbiano un terzo dei visitatori paganti dello zoo di Pistoia, come ha denunciato sul Quotidiano della Calabria Antonietta Catanese? C'è chi dirà: è perché Reggio è fuori dal mondo. Può darsi, ma la Valle dei templi di Agrigento è più decentrata ancora, eppure stacca sei volte più biglietti: come la mettiamo? E non è assurdo che ci siano 60 custodi per una media inferiore a 100 di ticket a pagamento giornalieri? O che per avvertire i turisti che i Bronzi, in attesa della riapertura del museo restaurato, sono da mesi visibili al Consiglio regionale, non sia mai stato fatto un sito web in inglese e anzi la sovrintendenza sia stata costretta a pagare 25mila euro per affiggere dei cartelloni negli spazi pubblicitari comunali? E sempre lì torniamo: forse è sacrosanto che i capolavori stiano «sempre e comunque» dove sono stati trovati. Vale per i Bronzi di Riace, vale per la Venere di Morgantina appena rientrata da Los Angeles, vale per l'Atleta di Lisippo che tornerà a Fano nel cui mare fu ripescato. Confessiamo che dà il capogiro immaginare la solitudine della Nike di Samotracia se, tolta dallo scalone del Louvre, fosse riportata a Samothraki, 2.723 abitanti davanti alla costa turca di Canakkale, ma forse è giusto così. È offensivo ricordare però che quei capolavori occorre poi meritarseli e custodirli sul serio con amore?

Gian Antonio Stella

27 marzo 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/cronache/11_marzo_27/


Titolo: Gian Antonio STELLA - Ecco Marko Polo, esploratore croato
Inserito da: Admin - Aprile 22, 2011, 05:11:42 pm
Provocazione

«Ecco Marko Polo, esploratore croato» Se Zagabria ci scippa l'eroe del Milione

L'ex presidente va in Cina e celebra «il viaggiatore di Curzola» che ha avvicinato i due mondi


L'ex presidente croato Stjepan Mesic, scrive l'agenzia Hina, «ha inaugurato il museo dedicato a Marko Polo nella città cinese di Yangzhou». «Marko» Polo? Con la «k»? Esatto. Mesic ha anzi ricordato solennemente quel «viaggiatore del mondo nato in Croazia che ha aperto la Cina all'Europa». I cinesi, pare, hanno applaudito. Prova provata che le nostre autorità non sanno fare il loro mestiere: è mai possibile farsi scippare Marco Polo? La leggenda della «croatità» del grande commerciante e navigatore veneziano non è nuovissima. Qualcuno, secondo Alvise Zorzi che sulla città lagunare ha scritto un mucchio di libri dei quali uno proprio sull'autore de il Milione, la fa risalire a un'altra leggenda, quella che Marco fosse stato catturato dai genovesi nel 1298 in una battaglia nelle acque vicine all'isola di Curzola, in Dalmazia. Cosa che lo storico «serenissimo» esclude: «Pare piuttosto che, durante uno dei suoi viaggi, fosse finito nelle mani di corsari genovesi davanti a Laiazzo, sulla costa della Cilicia».

Ma il punto non è questo. Ammesso che possa esistere l'ipotesi che Marco fosse nato casualmente a Curzola (anche Italo Calvino, per dire, nacque casualmente a l'Avana ma a nessuno verrebbe in mente di definirlo uno «scrittore cubano»), non solo l'isola che oggi i croati chiamano Korcula era di cultura venezianissima, come testimoniano la città vecchia, le porte con il «Leon» e la cattedrale di San Marco, ma era un feudo della famiglia Zorzi. E tale sarebbe rimasta fino alla metà del quindicesimo secolo.

Attribuire natali «croati» non solo a Marco Polo ma a qualunque abitante della Curzola di allora solo perché oggi l'isola è in territorio croato, è una stravaganza storica. Con lo stesso metro, poiché l'antica Tagaste allora sede episcopale della Numidia si chiama oggi Souk Ahras ed è nell'attuale Algeria, Sant'Agostino per esser nato lì sarebbe un filosofo algerino. Settimio Severo, essendo nato nella romana Leptis Magna a due passi da Al Khums nell'attuale Tripolitania, sarebbe un imperatore tripolitano e Giustiniano nato nell'attuale Zelenikovo in Macedonia sarebbe un imperatore macedone o se volete, visto che governava nell'attuale Istanbul, turco. Per non dire di Giuseppe Garibaldi, che essendo di Nizza sarebbe un patriota francese.

Ridicolo. Non bastasse, spiega Zorzi, Marco Polo non nomina mai (mai) Curzola nel «Milione» dettato nelle prigioni di Genova a Rustichello da Pisa (un redattore di romanzi cavallereschi che si scrivevano allora in lingua d'oeil come in lingua d'oeil è il libro originariamente intitolato «Le livre de Marco Polo citoyen de Venise, dit Million, où l'on conte les merveilles du monde») né Curzola è mai nominata in tutti i documenti di famiglia conservati a Venezia.

Materiali abbondanti, dai quali è possibile risalire alla storia venezianissima di tutta la stirpe Polo (quasi certamente insediata dalle parti di San Trovaso) a partire dal X secolo: nati, morti, matrimoni, mogli, testamenti... Tutto.

Come è dunque possibile che l'ex presidente croato, se non vogliamo mettere in dubbio la cronaca dell'agenzia Hina ripresa dal quotidiano della minoranza italiana «La voce del popolo» di Fiume, sia stato invitato dalle autorità cinesi a inaugurare un museo del navigatore veneziano proprio a Yangzhou, dove Polo racconta di aver avuto incarichi amministrativi dall'imperatore Kubilai Khan e dove si sarebbe fermato anche, qualche anno dopo, il missionario Odorico da Pordenone? E com'è possibile che il nostro governo e le nostre autorità diplomatiche siano riusciti a far passare in Cina, con tutto il peso che ha per i reciproci rapporti di amicizia, gli scambi commerciali e il turismo, una figura immensamente famosa tra i cinesi quale quella dell'autore de «Il Milione»? Con tutto il rispetto per Stjepan Mesic, possiamo accettare che vada lì a ringraziare «per l'onore concessogli di essere lui a inaugurare un museo dedicato "a un viaggiatore del mondo nato in Croazia, il quale ha aperto la Cina all'Europa, e che con i suoi scritti ha anche risvegliato l'interesse dell'Europa per la Cina"»? Alla larga dal nazionalismo rancoroso e dal risentimento per l'espulsione di 350 mila italiani dall'Istria, dal Quarnero e dalla Dalmazia: abbiamo già visto, proprio nella ex Jugoslavia, cosa può succedere se si coltiva l'odio. È andata così, amen. Lo sgarbo di Yangzhou, però, è l'ultimo di una serie di «appropriazioni indebite» da parte dei nazionalisti di Zagabria di un patrimonio culturale che non è loro.

Vale per quei dépliant turistici di Spalato dove i nazionalisti slavi ribattezzarono il Leone di San Marco «Leone post-illirico». Vale per il promemoria «addomesticato» fornito a Giovanni Paolo II per la sua visita in Dalmazia del 1988 che indusse il Papa a dire che «Spalato e Salona hanno un'importanza del tutto particolare nello sviluppo del cristianesimo in questa regione, a partire dall'epoca croata e poi in quella successiva romana», come se gli slavi non fossero arrivati al seguito degli Avari tra il settimo e l'ottavo secolo ma un millennio prima. Vale soprattutto per la mostra nella Biblioteca Vaticana inaugurata in occasione del Giubileo da Franjo Tudjman, uno che nello sforzo di annientare anche il ricordo della cultura veneto-italiana si era spinto a definire Marco Polo «croato di stirpe e di nascita».

Si intitolava, quella mostra, «Arte religiosa e fede croata». Ma, a dispetto del tentativo di spacciare la Basilica veneziana di Parenzo quale «alta espressione dell'arte croata», lo stesso professor Miljenko Domijan, uno dei coordinatori, riconobbe col quotidiano «Novi List» che si trattava di una forzatura.

Effettivamente, spiegò lo studioso, l'esposizione spacciava col marchio croato tante opere figlie della cultura italiana: «Non si poteva fare altrimenti perché la produzione di esclusiva etnicità croata ha scarso valore. Non so proprio che cosa potremmo mostrare, sarebbe tutto sotto un certo livello». Furono così croatizzati il ritratto del vescovo di Spalato di Lorenzo Lotto, una Pietà del Tintoretto, un busto argenteo di Santo Stefano opera dell'oreficeria di Roma, una statua di San Giovanni da Traù del toscano Niccolò Fiorentino, l'arca di San Simone di Francesco da Milano (nel catalogo ribattezzato «Franjo iz Milana»), una tela del Carpaccio e ancora piani e documenti della cattedrale di Zara in stile pisano o di quella di Sebenico costruita da Giorgio Orsini da Zara. Croatizzato, si capisce, col nome di Juraj Dalmatinac...

Gian Antonio Stella

22 aprile 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/esteri/11_aprile_22/


Titolo: Gian Antonio STELLA - Risse elettorali problemi reali
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2011, 06:25:00 pm
15 MAGGIO, NON E' UN REFERENDUM

Risse elettorali problemi reali


«Era in ballo il sindaco di Pizzighettone», disse Silvio Berlusconi dopo le Amministrative malamente perse nel 1995. E c'è da scommettere che chiunque perderà le prossime Comunali cercherà di sdrammatizzare la sconfitta riducendone il significato a motivazioni locali esattamente come chiunque le vincerà suonerà la grancassa di un trionfo «nazionale». Fa parte del gioco.

L'impressione netta, tuttavia, è che mai come questa volta i temi della buona amministrazione delle città, dei paesi e delle contrade, dai trasporti pubblici alla gestione del verde, dalla manutenzione delle strade alla burocrazia degli sportelli, dai semafori all'urbanistica fino alla dotazione di una rete Internet da Paese moderno, siano rimasti sullo sfondo. Molto sullo sfondo.
In primo piano c'è ancora e sempre lo scontro frontale tra destra e sinistra, berlusconiani e antiberlusconiani, apocalittici contrapposti che in caso di vittoria degli avversari annunciano anni di siccità, invasioni di cavallette e carestie di latte per i bambini. Come se tutto il resto, davanti a questo conflitto epocale, fosse secondario. Quasi marginale.

Dice il Cavaliere che è colpa delle sinistre, che fanno di ogni occasione una guerra personale a lui, tanto da costringerlo ad appellarsi agli elettori: «Vincere le Comunali, soprattutto a Milano, servirà a rafforzare il governo nazionale». Dicono le opposizioni che è colpa di Berlusconi il quale, qualunque sia il tema sul tappeto, da Capo Passero a Vipiteno, trasforma tutto in un continuo referendum su di lui.

Certo è che anche un tema drammaticamente concreto, come quello delle montagne di rifiuti nelle strade di Napoli, diventa l'ennesimo spunto per tornare sempre lì: qual è il mandato dei militari che battono i quartieri partenopei? Rimuovere il pattume o disinnescare la tensione in chiave elettorale? Evitare lo scoppio di epidemie o rinfrescare l'immagine di chi il problema «lo aveva già risolto»? E non saranno stati quei rifiuti lasciati lì apposta per qualche oscuro complotto?

Il guaio è che questo tipo di scontro, oltre ad alimentare una litigiosità patologica e asfissiante non solo fra destra e sinistra ma dentro la stessa destra (vedi i mille conflitti tra Lega e Pdl in Lombardia) e la stessa sinistra (vedi il proliferare di liste di duri e puri a Torino e Napoli e non solo), sta producendo due danni collaterali gravissimi. Il primo è che i problemi reali e tangibili delle città, anche quando potrebbero essere affrontati e risolti con soluzioni condivise da tutti, diventano ulteriori motivi di risse ideologiche. Il secondo e conseguente è che, selezionati sempre più sulla base della loro fedeltà, della loro ortodossia, della loro combattività, gli amministratori locali sono spinti a dare il meglio di sé sul piano dei dibattiti televisivi e della campagna elettorale piuttosto che su quello della buona, oscura, quotidiana amministrazione. Col risultato che, bisognosi come siamo di una classe dirigente preparata, saggia, concreta e sobria, rischiamo di allevare solo ruspanti galli da combattimento.

Gian Antonio Stella

09 maggio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_maggio_09/


Titolo: Gian Antonio STELLA - Ventimila candidati in trenta capoluoghi L'italiano ...
Inserito da: Admin - Maggio 10, 2011, 10:31:57 pm
Amministrative

Ventimila candidati in trenta capoluoghi L'italiano scopre la passione per il seggio

Record a Villaricca: in lista un abitante ogni 80. Scende la quota di laureati. Tanti slogan deliranti

Villaricca, tra i comuni più poveri d'Italia, porta un nome che è una beffa. Di una cosa però è ricca davvero: di candidati. Che grondano da 24 liste come i grappoli di glicine ad aprile: sono 378. Uno ogni 80 abitanti. Un primato planetario. Ma dentro una patologia che riguarda tutta l'Italia. Cala il tessile, boccheggia il chimico, arranca il metalmeccanico e fatica l'automobilistico ma il settore della politica non conosce cali di produzione. Lo conferma un'inchiesta del Sole 24 Ore.

L'inchiesta spiega: «Soltanto nei 30 capoluoghi di provincia pronti al rinnovo dei consigli municipali, se si mettono in fila tutti i nomi che compaiono sui manifesti elettorali si arriva alla cifra di 20 mila candidature».

Un delirio. A Torino, come ha scritto Marco Imarisio sul Corriere, hanno impiegato due settimane per concentrare in una sola scheda i nomi dei 12 aspiranti sindaci e delle 37 liste che li sostengono e raccolgono complessivamente 1.500 candidati al consiglio comunale.
Per non dire degli altri 4.500 in corsa per le dieci circoscrizioni cittadine. Misura della scheda: 64 centimetri. Se sotto la Mole pensano d'aver fatto il record, però, si rassegnino: quello resta nelle mani di Messina. Dove alle comunali del dicembre 2005 si candidarono sotto 41 simboli la bellezza di 1.755 cittadini, tra cui 111 medici e il popolarissimo barista del «caffè 'ddu pappajaddu» Pippo Famulari più un'affamata orda di aspiranti consiglieri circoscrizionali. Il che costrinse la tipografia a stampare un lenzuolo elettorale mai visto nella storia: 97,5 centimetri di larghezza, 48,3 centimetri di altezza.

Dice tuttavia l'inchiesta del Sole che, nonostante il taglio dei seggi in palio nelle 11 province (264 invece di 328: 64 in meno) e nei comuni capoluogo in cui si vota (1.032 scranni invece di 1226: 194 in meno) il numero delle liste è aumentato, rispetto a cinque anni fa, del 13%. Arrivando a una quota mostruosa: 629 simboli. Tra i quali alcuni strabilianti. Come quello che troveranno sulla scheda gli elettori di Oria, provincia di Brindisi: il simbolo delle Persone Indipendenti Libere Unite.
In sintesi: Pilu.

Se quel genio di Antonio Albanese deciderà di dar battaglia in tribunale per difendere (come provocazione, si capisce) il copyright del «suo» partito, si vedrà. Certo è che il candidato sindaco di Oria impadronitosi della stralunata creatura di Cetto Laqualunque, cioè il poliziotto in pensione Francesco Arpa (memorabile il suo messaggio: «Arpa sindaco: tutta un'altra musica») è andato oltre.
E ha proposto slogan d'inarrivabile demenza. Un esempio: «Ti piace il P.I.L.U.? Dimostralo: vota Arpa sindaco!». Un altro? «Lista Pilu, che figata!». Parole che resteranno scolpite a ricordare come la lotta politica in Italia, dopo gli scontri epocali del passato tra democristiani e comunisti, abbia preso davvero una brutta china.

Il guaio è che sono rarissimi i Maradona nel calcio, rarissimi i Carreras nella lirica, rarissimi i Fellini nel cinema. Più ancora, rarissimi gli statisti. E più allarghi il numero dei calciatori, dei cantanti d'opera o dei cineasti più, fatalmente, abbassi il loro livello. Con una differenza: i mediocri negli altri settori vengono spietatamente eliminati, in politica no. Anzi, il mediocre fedele, obbediente, disposto a tutto pur di avere un seggio, una poltrona, uno strapuntino, viene sempre più preferito a chi palesa un briciolo di spirito critico.

Spiega lo studio Il mercato del lavoro dei politici di Antonio Merlo della University of Pennsylvania, Vincenzo Galasso della Bocconi, Massimiliano Landi della Singapore Management University e Andrea Mattozzi del California Institute of Technology, studio elaborato sui dati di tutti i parlamentari italiani dal 1948 al 2007, che «la percentuale dei nuovi eletti in possesso di una laurea è significativamente diminuita nel corso del tempo: dal 91,4% nella prima Legislatura, al 64,6% all'inizio della quindicesima. Un crollo di 27 punti». In America, per fare un paragone, i laureati in Parlamento sono invece saliti al 94%. Trenta punti sopra di noi.

Va da sé che quando gli inviati de Le Iene vanno a mettere il microfono sotto il naso dei nostri deputati e dei nostri senatori raccolgono le risposte che conosciamo e che hanno fatto ridere l'Italia: «Che cos'è Al Jazeera?» «Lei cosa pensa che sia... È un movimento dell'estremo... arabo... di carattere islamico, della Jihad... Così mi ricordo, almeno». «Che cos'è il Darfur?». «Sono cose fatte in fretta. Sono cose velocissime...». Per non dire degli strafalcioni su Garibaldi, l'incontro di Teano, Porta Pia... C'è poi da stupirsi se, visto il livello bassissimo di alcuni dei nostri rappresentanti incredibilmente finiti a Montecitorio o a palazzo Madama, una gran massa di persone cerca di uscire dalla propria condizione plebea per dare la scalata alla politica? Non è desiderio di partecipazione democratica: è una febbre di scalata sociale. «Se ce l'ha fatta lui: perché non noi?». Se non ci fossero, in questa turbolenta calca di assatanati, 1300 candidati nella sola Campania sotto osservazione da parte della polizia e dei carabinieri per gli ambigui rapporti con la criminalità organizzata (un candidato su cinque, circa) ci sarebbe da sorridere. Se non ci fossero personaggi come Ciro Caravà, che dopo essere stato candidato alle ultime Regionali nella lista di Anna Finocchiaro, cerca di essere rieletto sindaco di Campobello di Mazara spiegando agli elettori (lo ha scritto su Marsala.it Giacomo di Girolamo) di aver trovato un codicillo del 1971 che gli consentirà di non abbattere mille case abusive destinate alla demolizione, ci sarebbe davvero da sorridere.

I manifesti affissi sui muri sono spesso irresistibili. Alberto Astolfi, in canottiera marinara, declama a Rimini: «Ho sempre remato per la mia città». Paolo Farina si presenta come «un casertano con il verde in testa» e dalla crapa pelata nello spot gli spuntano foglie. Maria Grazia Bafaro spara grande grande una scarpa rossa col tacco a spillo che diventa una penna: «Donna pensante di sinistra». Antonio Gallina, candidato alle Comunali di Terrasini, schiera tre uova: «Gallina sindaco: schiudi il tuo domani». E insomma si buttano tutti in messaggi così strambi, eccessivi o deliranti che alla fine quasi non ti accorgi che sui muri di Bologna ci sono i manifesti anche di un gorilla con la cazzuola: «Un sindaco muratore per ricostruire la giungla banana su banana».
Tranquilli, è una provocazione: non è candidato. Almeno lui, no.

Gian Antonio Stella

10 maggio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/politica/speciali/2011/elezioni-amministrative/


Titolo: Gian Antonio STELLA - Meglio votare: fa bene a tutti
Inserito da: Admin - Giugno 07, 2011, 02:07:44 pm
I QUATTRO REFERENDUM

Meglio votare: fa bene a tutti

Dice il ministro della Salute Ferruccio Fazio che per lui votare ai referendum sarà «un bel problema» perché è residente a Pantelleria: «Spero di farcela, ma se non vado a votare non sarà per motivi ideologici». I suoi colleghi Maurizio Sacconi, Altero Matteoli, Giorgia Meloni e Claudio Scajola spiegano invece che no, loro non ci andranno alle urne proprio per far fallire le consultazioni.
Sulla stessa posizione sta Roberto Formigoni. Che a chi gli rinfacciava che «è grave che chi riveste un ruolo istituzionale dichiari di non voler partecipare a un istituto democratico che permette a tutti i cittadini di dire la propria», ha ricordato piccatissimo che «ai sensi delle leggi vigenti non vi è alcun obbligo per i cittadini di andare a votare». Compreso, ovvio, «il cittadino Formigoni». Il quale, dieci anni fa, quando il governo di sinistra fece esattamente come stavolta quello di destra e cioè rifiutò di abbinare le elezioni e il referendum sulla devolution lombarda fortissimamente voluto dal governatore e dalla Lega per non favorire il superamento del quorum, era furente: «Un killeraggio».

In realtà, come ricordava un giorno Filippo Ceccarelli, «chi è senza astensionismo scagli la prima pietra». Pier Ferdinando Casini, per dire, oggi si batte perché tutti vadano a votare ma sulla procreazione assistita era favorevole all'astensione pur avendo sostenuto nel 1997, quando l'invito ad «andare al mare» aveva mandato a monte, scusate il pasticcio, 7 quesiti, che «è sempre un giorno triste, quando le urne vengono disertate». E Piero Fassino, che a quell'appuntamento del 2005 era impegnatissimo a superare il quorum sulla procreazione, aveva due anni prima spiegato, a proposito dell'estensione dell'articolo 18 alle piccole imprese: «La strategia passa attraverso la richiesta ai cittadini di non partecipare». Perfino i radicali, che più coerentemente hanno sostenuto il valore democratico del voto referendario, hanno qualcosa da farsi perdonare. Fu Marco Pannella, infatti, a ventilare per primo l'ipotesi dell'astensione per far fallire lo scontro sulla scala mobile nel 1985. E da allora è sempre andata così. Da una parte quelli che vogliono vincere «pulito» con il quorum, dall'altra quelli che non vogliono rischiare di perdere e puntano a sommare il loro astensionismo a quello fisiologico. Indifferenti all'accusa, volta per volta ribaltata, di essere dei «furbetti».

Prima delle parole dette in questi giorni da Giorgio Napolitano, un altro presidente si era speso per la partecipazione. Carlo Azeglio Ciampi: «È ovvio che l'astensione è legittima, ma io ho votato per la prima volta a 26 anni, perché prima in Italia non era dato, e da allora l'ho sempre fatto perché considero il voto una conquista e un diritto da esercitare». Ecco, per costruire una democrazia compiuta, quali che siano i referendum sul tavolo, i valori in gioco, gli schieramenti politici, si potrebbe partire da qui. Dalla necessità di salvaguardare uno strumento di partecipazione che, dopo 24 fallimenti consecutivi a partire dal 1995, non possiamo più permetterci di mandare a vuoto. Certi cattolici come Mario Segni, controcorrente rispetto alle stesse scelte della Chiesa, decisero ad esempio di andare a votare anche sulla fecondazione assistita. Votarono da cattolici, non da atei, laicisti, anti-clericali. Ma votarono. Convinti che, se avessero vinto nelle urne, sarebbe stata una vittoria più bella che non quella ottenuta col trucco.

Gian Antonio Stella

07 giugno 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_giugno_07/


Titolo: Gian Antonio STELLA - LE VOGLIONO ABOLIRE, PERÒ...
Inserito da: Admin - Luglio 07, 2011, 09:49:34 am
LE VOGLIONO ABOLIRE, PERÒ...

Le province degli ipocriti

Sibari, che chiede di diventare capoluogo vantandosi di produrre «l'agrume migliore del mondo, le clementine», può tornare a sperare. E così Breno, 5.014 abitanti, capitale dei Camuni e della Valcamonica. E con loro Cassino e Guidonia, Busto Arsizio e Nola, Pinerolo e Melfi e tutte le altre aspiranti metropoli che sognano di avere finalmente lo status: cos'hanno meno di Tortolì e Lanusei, che capoluoghi già sono?


La bocciatura alla Camera della proposta di legge costituzionale per sopprimere le Province è il via libera ai cattivi pensieri e alle piccole megalomanie coltivate dai notabili locali. E a un nuovo incremento di quegli enti che già un secolo fa l'allora sindaco di Milano Emilio Caldara bollava come «buoni solo per i manicomi e per le strade», ma che da 59 che erano nel 1861 (il criterio era semplice: ciascuna doveva poter essere attraversata in una giornata di cavallo) sono via via saliti a 110. Garantendo oggi 40 poltrone presidenziali al Pd, 36 al Pdl, 13 alla Lega, 5 all'Udc, 2 a Mpa e Margherita e così via.


Dicono oggi quanti hanno votato contro la proposta dipietrista (leghisti e pidiellini, con molte dissociazioni) o l'hanno affossata astenendosi (i democratici, nonostante i «malpancisti») che non si possono affrontare questi temi con l'accetta, che occorre riflettere sui vuoti che si creerebbero, che è necessario stare alla larga dalle «tirate demagogiche» e così via... Insomma: pazienza. Tutti argomenti seri se questi pensosi statisti non li avessero già svuotati in decennali bla-bla.
Soppresse già alla Costituente dalla Commissione dei 75, ma resuscitate dall'Assemblea in attesa delle Regioni, le Province avevano quella data di scadenza: il 1970. Ma quando le Regioni arrivarono, Ugo La Malfa invocò inutilmente la soppressione dei «doppioni»: il Parlamento decise di aspettare il consolidamento dei nuovi enti. Campa cavallo... Quarant'anni dopo, non c'è occasione in cui il problema non sia affrontato con il rinvio a un «ridisegno complessivo», a una «riscrittura delle competenze», a una «grande riforma» che tenga dentro tutto.


Basti rileggere quanto decise la Camera il 12 ottobre 2009 quando finalmente, per la cocciutaggine di Massimo Donadi e dell'Italia dei Valori, l'abolizione delle Province, sventolata in campagna elettorale da Silvio Berlusconi e, sia pure con accenti diversi, da Walter Veltroni, arrivò finalmente in Aula. La delibera di Montecitorio diceva che la riforma degli enti locali era «urgente e necessaria al fine di rimuovere la giungla amministrativa e di ridurre i costi della politica», denunciava la «proliferazione di innumerevoli enti» e «un intreccio inestricabile di funzioni che genera inefficienza e rende difficile la decisione amministrativa» e rinviava tutto al sorgere del mitico sole dell'avvenire berlusconian-federalista. E cioè alla «imminente presentazione di un disegno di legge recante la Carta delle autonomie locali».


Da allora sono passati, inutilmente, altri due lunghi anni e mentre la crisi azzannava i cittadini, gli artigiani, le piccole e grandi imprese causando crolli apocalittici, disperazione e suicidi, i palazzi del potere davano qui una sforbiciatina del tre per cento, lì del tre per mille. E quelle epocali riforme che dovevano ridisegnare tutto per restituire al Paese la forza, l'efficienza, la stima in un classe dirigente credibile, tutte cose necessarie per affrontare questi tempi bui, dove sono? Sempre lì torniamo: taglia taglia, hanno tagliato i tagli.

Gian Antonio Stella

06 luglio 2011 08:04© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_06/stella_province_ipocriti_3080db6e-a78f-11e0-80dd-8681c9f51334.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Lodo Mondadori e tutela di chi paga
Inserito da: Admin - Luglio 16, 2011, 04:53:28 pm
La lettera

Lodo Mondadori e tutela di chi paga

Ma a me Mannino non ridà i soldi


Caro direttore,
«e se poi De Benedetti perdesse in Cassazione e non desse i soldi indietro al Cavaliere?». Per giorni, prima che Mediaset facesse sapere che avrebbe pagato, i parlamentari berlusconiani hanno posto questo pensoso interrogativo. E c'è stato chi ha teorizzato la necessità di una leggina, già tentata nella manovra, per evitare che un cittadino condannato debba versare un centesimo prima della conferma in Cassazione. A me è successa una cosa curiosa: un parlamentare al quale avevo disciplinatamente dato 15.752 euro dopo aver perso una causa civile in primo grado, da oltre due anni non mi restituisce quei soldi, come gli imporrebbe la legge, dopo avere perso lui l'Appello, che ha riconosciuto che avevo ragione io. Coerenze...

Il galantuomo in questione è Calogero Mannino, che nel libro Lo spreco edito nel 1998 da Baldini & Castoldi, citavo come uno degli sponsor, in quanto patriarca politico dell'area, del progetto di fare di Sciacca la «Marienbad del Mediterraneo». Un progetto così megalomane da aver lasciato in eredità, tra l'altro, un galoppatoio dove mai ha corso un cavallo, un orribile teatro perennemente incompiuto, una piscina con una vasca non di 25 o 50 metri regolamentari ma 33 (!) poi prolungata con un nuovo appalto, un corso professionale per 290 sguatteri, portieri e banconisti così spropositato che ogni cameriere addestrato venne a costare 53 milioni dell'epoca (circa 150 mila euro d'oggi) manco dovesse pilotare un elicottero e così via... Per non dire dell'acquisto di due orche marine tenute a pensione per anni in Islanda, in attesa di costruire il parco acquatico poi mai fatto, al modico prezzo di 121 mila euro attuali al mese di vitto e alloggio.

Dichiarandosi diffamato, Calogero Mannino chiese un miliardo e 650 milioni di risarcimento. Il giudice Domenico Bonaretti, della I sezione del Tribunale civile di Milano, gli diede parzialmente ragione. E mi condannò a pagare al parlamentare oggi passato ai «Responsabili», come risarcimento e spese di giudizio varie, 15.752 euro e 50 centesimi. Gli avvocati Laura Cavallari, che tutelava la casa editrice, e Caterina Malavenda, che tutelava me, nella convinzione che la condanna potesse essere ribaltata in Appello, chiesero la «sospensiva». La stessa concessa, per una cifra immensamente più alta, al Cavaliere nei confronti di De Benedetti. Risposta: no. Rispettoso della legge, nonostante ritenessi quella condanna ingiusta, pagai senza tirarla lunga. E così fece per la sua metà la Baldini & Castoldi.

Quattro anni di lunga attesa e finalmente, il 29 aprile 2009, arrivò la sentenza della II sezione civile della Corte d'appello di Milano. Che, sulla base di tutti i documenti che avevamo presentato, ribaltò il verdetto di primo grado e riconobbe che «effettivamente sullo sfondo della vicenda Sitas vi era anche Mannino, che aveva il duplice interesse di favorire lo sviluppo della sua città e, nel contempo, stante la coincidenza con il suo collegio elettorale, di beneficiare politicamente, come sostenitore dell'iniziativa, dell'effetto di ritorno della stessa». Oltretutto «ben poteva esprimere il proprio appoggio politico anche interessandosi ai possibili finanziamenti pubblici - che in effetti poi risultano essere stati erogati - tanto più in considerazione dello specifico ruolo di assessore regionale alle finanze all'epoca rivestito». Il parlamentare fu quindi condannato a pagare le spese processuali. A quel punto avrebbe dovuto ovviamente restituire quel che gli era stato versato per un totale di 65.609 euro. A me verrebbero, e ci dovrei pagare l'avvocato, 31.872,66 euro.


Da quel momento ogni sollecitazione telefonica, ogni lettera ufficiale, ogni richiamo alla legge che prevede sì la sospensiva (a me, ripeto, non concessa) per chi deve pagare, ma non per chi deve restituire, se perde, quanto ha già incassato (anche se fa ricorso in Cassazione, come lui) sono stati totalmente inutili. Cosa dovevo fare: avventurarmi nella richiesta di sequestro di qualche suo bene? Troppo dispendioso, vista l'aria che tira. Tanto più che lo stipendio da parlamentare, poco meno di 15 mila euro netti al mese con l'accumulo di indennità e rimborsi vari, non è pignorabile. Piccolo e ulteriore privilegio della casta. Dimmi tu, caro direttore: con quale spirito leggeresti al posto mio certi interventi di questi giorni intorno ai destini di quell'altra lite giudiziaria, interventi gonfi di una insopportabile ipocrisia? Io, dopo la prima (e a mio avviso ingiusta) sentenza, pagai senza fiatare. Lo diceva la legge: fine. Il signor Mannino, che come parlamentare della Repubblica le leggi è chiamato a farle, pensa di esserne esentato?

Gian Antonio Stella

16 luglio 2011 09:49© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/politica/11_luglio_16/lodo-mondadori-stella-mannino_48902f30-af77-11e0-8215-204269b1beec.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Sergio Rizzo, tutti i tagli che si possono fare subito
Inserito da: Admin - Agosto 08, 2011, 10:08:05 am
L'agenda Province, vitalizi, trasparenza: gli interventi possibili. E doverosi

Costi della politica: tutti i tagli che si possono fare subito

Riduzione dei parlamentari: l'intesa è solo a parole


Vogliono la fiducia dei cittadini in questo momento nero? Se la guadagnino. Il governo, la maggioranza e la stessa opposizione non possono chiedere un centesimo agli italiani senza parallelamente (anzi: prima) tagliare qualcosa di loro. Conosciamo l'obiezione: non sarà un taglio di 1000 euro dallo stipendio reale (l'indennità è solo una parte) di deputati e senatori a risolvere il problema. Perfino se tutti fossero condannati a lavorare gratis risolveremmo un settemillesimo della manovra. Vero. Ma stavolta non hanno scelta: è in gioco la loro credibilità.
Per partire devono aver chiaro un punto: il perfetto è nemico del bene. In attesa di una ridefinizione generale dello Stato (campa cavallo) certe cose si possono fare subito. Alcune simboliche, altre di sostanza.


Sono stati presentati nove progetti di legge, dall'inizio della legislatura, per ridurre o addirittura dimezzare il numero dei parlamentari. Da destra, da sinistra... Dove sono finiti? Boh... Sono tutti d'accordo, a parole? Lo facciano, quel taglio. Senza allegarci niente. Sennò finisce come sempre finisce: la sinistra ci aggancia una cosa inaccettabile dalla destra, la destra ci aggancia una cosa inaccettabile dalla sinistra. E tutto resta come prima. Esattamente il giochino della riforma bocciata al referendum del 2006, che vedeva sì una modesta riduzione da 630 a 518 deputati, da 315 a 252 senatori (non il dimezzamento sbandierato: quella è una frottola) ma anche uno svuotamento dei poteri del Quirinale e un aumento dei poteri del premier. Dettagli che garantivano la bocciatura: la sinistra non l'avrebbe votato mai. Vogliono ridurre davvero? Trovino un accordo e lo votino tutti insieme: non servirà neanche il referendum confermativo. Sennò i cittadini sono autorizzati a pensare che sia solo propaganda. Come propaganda appare per ora la mega-maxi-super-riforma votata dal Consiglio dei ministri il 22 luglio. Se era così urgente perché non risulta ancora depositata e non se ne trova traccia neanche nel sito di Palazzo Chigi? Era sufficiente l'annuncio stampa? Forse erano più urgenti le vacanze.


Non si possono abolire subito le province senza ripartire parallelamente le competenze e i dipendenti? Comincino a toglierle dal tabù della Costituzione e a sopprimere quelle che hanno come capoluogo la capitale regionale destinata a diventare area metropolitana o non arrivano a un numero minimo di abitanti.


Vogliono inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione? Inizino col riconoscere, concretamente, che la cosa oggi più lontana dal pareggio sono le pensioni dei parlamentari: alla Regione Lazio i contributi versati sono un decimo di quanto esce per i vitalizi. Alla Camera e al Senato un undicesimo. Al netto dei reciproci versamenti addirittura un tredicesimo. Immaginiamo la rivolta: non si toccano i diritti acquisiti! Sarà, ma quelli dei cittadini sono già stati toccati più volte.
Deve partire una stagione di liberalizzazione? Partano introducendo una regoletta esistente nei Paesi più seri: un deputato pagato per fare il deputato può far solo il deputato. Un caso come quello di Antonio Gaglione, il parlamentare pugliese espulso dal Pd per avere bucato il 93% delle sedute e così assenteista («preferisco fare il medico»), da bigiare addirittura il passaggio chiave del 14 dicembre scorso che vide Berlusconi salvarsi per pochissimi voti dalla mozione di sfiducia, in America è impensabile. E così quelli dei tanti avvocati (uno su sette alla Camera, uno su sette al Senato) e professionisti di ogni genere che pretendono di fare l'una e l'altra cosa. Dice uno studio de «lavoce.info» che un professionista che continua a fare il suo lavoro anche dopo l'elezione «bigia» in media il 37% in più degli altri parlamentari. Basta.


Negano di intascare i soldi destinati ai collaboratori non messi in regola e pagati in nero? La riforma è già pronta e depositata: il deputato o il senatore fornisce al Parlamento il nome del collaboratore di fiducia e questi viene pagato direttamente dal Parlamento. Ed ecco che l'«equivoco infamante» su certe furbizie sarebbe all'istante risolto.


Il vero cambiamento, però, quella rivoluzionario, sarebbe la decisione di spalancare finalmente le porte alla legittima curiosità dei cittadini. Massima trasparenza: quella sarebbe la svolta epocale. Se un americano vuole vedere se «quel» deputato che si batte per la ricerca farmaceutica ha avuto finanziamenti, commesse, incarichi professionali da un'azienda di prodotti farmaceutici va su Internet e trova tutto. Se un tedesco vuol sapere se «quel» deputato ha guadagnato dei soldi fuori dal Parlamento e in che modo, va su Internet e trova tutto. Se un inglese vuole conoscere i nomi di chi quel giorno ha viaggiato su quel volo blu dal 1997 ad oggi o quanto spendono a Buckingham Palace per le bottiglie di vino va su Internet e trova tutto.


Da noi per avere le sole dichiarazioni dei redditi dei parlamentari un cittadino di Vipiteno o di Capo Passero deve andare a Roma, presentarsi in un certo ufficio della Camera o del Senato, dimostrare di essere iscritto alle liste elettorali e poi accontentarsi di sfogliare un volume senza manco la possibilità di fare fotocopie. Per non dire del Quirinale dove ogni presidente, per quanto galantuomo sia, pur di non smentire la cautela del predecessore, mantiene riservato il bilancio del Colle limitandosi a dare delle linee generali. Che magari sono sempre meno oscure ma certo sono lontanissime dalla trasparenza britannica.


Cosa risparmieremmo? Moltissimo. Un solo esempio: sapere che il passaggio dato su un volo di Stato a una ballerina di flamenco finirebbe all'istante sui giornali, spingerebbe automaticamente a ridurre se non a eliminare del tutto certi «piacerini». Lo stesso vale per certi voli elettorali vietati, come ricorda una dura polemica sui giornali, anche in Turchia. Il governo, la maggioranza e l'opposizione (per quanto possa incidere) ritengono di avere, sui costi della politica, la coscienza a posto? Pensano di avere tagliato il massimo del massimo e che non si possa tagliare di più? Mettano tutto online. Con un linguaggio non inespugnabile. Ma soprattutto, vale per la destra e per la sinistra, la smettano una volta per tutte di gettare fumo fingendo di fare confusione (confusione voluta, ipocrita, pelosa) tra il qualunquismo, la demagogia e il diritto di sapere dei cittadini. Che sudditi non sono.

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella

08 agosto 2011 08:56© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/politica/11_agosto_08/rizzo-stella-costi-politica_b01dca7c-c17e-11e0-9d6c-129de315fa51.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Ponti e vacanze, i record degli onorevoli
Inserito da: Admin - Agosto 10, 2011, 11:41:34 am
Il caso

Ponti e vacanze, i record degli onorevoli

«Quello che stupisce è lo stupore di quanti proprio non si aspettavano il sussulto di indignazione dei cittadini»


MILANO - Uffa, la crisi planetaria! Travolti da un'ondata di proteste, letteracce, ironie, commenti, moccoli e invettive, i «furbetti del pellegrino» hanno dovuto fare retromarcia: invece di cinque settimane e mezzo di vacanza ne faranno «solo» quattro e mezzo. Decisione saggia. Meglio tardi che mai. Quello che stupisce è lo stupore di quanti proprio non si aspettavano il sussulto di indignazione dei cittadini. A loro parziale attenuante va detto che per decenni i deputati, nazionali e regionali, sono stati abituati a pigliarsela comoda. Basti ricordare la sosta invernale più lunga della storia, decisa agli sgoccioli del 2001 dall'Ars, l'assemblea regionale siciliana. Che dopo essere arrivata stremata al 21 dicembre, avendo lavorato con febbrile solerzia quasi due ore la settimana (senza manco riuscire a varare il bilancio) aveva deciso di aprire la strada al ponte di Messina con uno spettacolare «ponte» virtuale.

IL PONTE - Un «ponte» a sette campate settimanali che congiungeva il Natale a Capodanno, il Capodanno alla Befana, la Befana alla Settimana bianca e la Settimana bianca al Carnevale. Dandosi appuntamento per il 12 febbraio successivo. Totale di 52 giorni. E se quello resta il record, va detto che c'è chi ha tentato di insidiarlo. Come il parlamentino regionale dell'Abruzzo che l'anno scorso, dopo essersi riunito un'ultima volta il 9 marzo decise di fissare la riunione successiva il 20 aprile per un totale di 42 giorni. Pasqua, Pasquetta più qualche settimana prima e qualche settimana dopo. Lo stesso Parlamento romano non ha storicamente dato prova, sul versante vacanziero, di stakanovismo. È verissimo che l'attività a Montecitorio e a Palazzo Madama, da anni, riprendeva nella seconda settimana di settembre. A volte con qualche slittamento in avanti.

L'ESEMPIO - Un esempio? Rileggiamo l'Ansa del 29 luglio 2007: «L'Aula della Camera chiude i battenti domani per la pausa estiva: i lavori dell'Assemblea dopo le vacanze riprenderanno il 14 settembre, mentre il 7 settembre torneranno a riunirsi le commissioni parlamentari. È quanto ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio». Totale: 46 giorni. Alla faccia di tutte le polemiche che infuriavano intorno ai costi della politica. Anche quella volta, per inciso, c'era di mezzo un pellegrinaggio. Al Monte Athos, in Grecia. Da dove gli onorevoli viandanti, guidati da monsignor Rino Fisichella, cappellano di Montecitorio, tornarono addirittura il 17. Settimana più, settimana meno... Conosciamo l'obiezione: le sedute d'aula sono solo una parte del lavoro parlamentare, è più corretto calcolare le commissioni. Giusto.

LO STUDIO - Riprendiamo dunque uno studio del Sole24Ore di tre anni fa: «Poco più di un'ora: tanto è durata in media una seduta delle commissioni del Senato nella passata legislatura. Alla Camera ci si è fermati a 42 minuti. Poca roba contro le oltre cinque ore che Montecitorio ha dedicato alle sedute d'aula, due in più di quelle dell'assemblea di Palazzo Madama».

LE COMMISSIONI - Veniamo alla legislatura d'oggi? Mediamente ognuna delle 14 commissioni permanenti della Camera ha lavorato nel 2010 per 8.645 minuti: 2 ore e 46 minuti la settimana. Ancora meno hanno lavorato quelle speciali, bicamerali e d'inchiesta. Un paio di casi: nel luglio 2011 la Commissione per l'infanzia e l'adolescenza presieduta da Alessandra Mussolini si è riunita due volte per un totale di due ore e 15 minuti: 34 minuti a settimana. Sempre a luglio la commissione per il controllo sugli enti previdenziali presieduta da Giorgio Jannone si è riunita tre volte per un totale di un'ora e 50 minuti: 27 minuti a settimana. Da stramazzare per lo sforzo. Non bastasse, il dipietrista Carlo Monai racconta all'Espresso che nella sua commissione «su una quarantina di membri, se ce ne sono una decina presenti è grasso che cola». Quanto all'aula, nel 2010 l'assemblea di Montecitorio si è riunita per 760 ore e 16 minuti: 14 ore e 27 minuti a settimana. Più di un quarto del tempo (quasi 219 ore) è stato però dedicato alle interrogazioni e ai question time , dove non c'è quasi mai nessuno. Altre 82 ore se ne sono andate in discussioni che riguardavano il destino di questo o quel parlamentare, per decisioni della giunta per le autorizzazioni a procedere o della giunta per le elezioni. Per la «mission» vera e propria, l'attività legislativa, sono rimasti 459 ore e 54 minuti: 8 ore e 50 minuti la settimana. Lavorassero davvero dal lunedì al venerdì come invocava Gianfranco Fini, sarebbero impegnati sulle leggi un'ora e 46 minuti al giorno. Applausi.

LA DECISIONE - È in questo contesto che va inquadrata la decisione presa martedì dalla conferenza dei capigruppo di riaprire i battenti solo il 12 settembre. Una decisione sbalorditiva: ma come, nel giorno della nuova caduta della borsa, del nuovo record di 384 punti base dello spread Btp/Bund, dello smottamento della Fiat nella scia dell'annuncio che le immatricolazioni di auto sono crollate ai livelli del 1983, dell'attacco della speculazione internazionale all'Italia? Come potevano pensare che un scelta così passasse liscia? Per questo mai retromarcia è stata benedetta («se si commette un errore è sempre meglio tornare sui propri passi che perseverare», ha spiegato Fini) quanto quella presa ieri in una nuova riunione dei capigruppo pretesa da Pd, Fli e dall'Italia dei valori, che da subito avevano contestato la vacanza lunghissima.

LE REAZIONI - Resta lo sbalordimento per certe reazioni di fastidio per l'irritazione dei cittadini. Come quella di Paola Binetti: «Se questo deve diventare l'ennesimo attacco alla classe politica, è chiaro che la ripresa dei lavori della Camera deve avere la priorità». Traduzione: se i qualunquisti non rompessero le scatole... Ancora più curiosa la resistenza del leghista Marco Reguzzoni. L'ultimo a difendere la vacanza lunga: «Non è possibile che il Parlamento calpesti la propria dignità cedendo alle pressioni dei giornali!». Chissà cosa avrebbero detto, a sentirlo, i leghisti duri e puri di qualche anno fa...

Gian Antonio Stella

04 agosto 2011 20:32© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/politica/11_agosto_04/stella-ponti-onorevoli_4a5ecee2-be5a-11e0-aa43-16a8e9a1d0c7.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Grillo, le sue 350 mila firme e la dimenticanza del Senato
Inserito da: Admin - Settembre 05, 2011, 10:48:38 am
L'iniziativa risale a quattro anni fa

Grillo, le sue 350 mila firme e la dimenticanza del Senato

Depositate a corredo di 3 ddl, non sono mai state esaminate


Non gliene importa niente? Aboliscano l'articolo 71 della Costituzione. Almeno i cittadini verranno ufficialmente informati: al Parlamento, dei disegni di legge di iniziativa popolare previsti dalla Carta, non interessa un fico secco.

La prova: da quattro anni il Senato evita accuratamente di esaminare le proposte presentate da Beppe Grillo e firmate da oltre 350.000 italiani. Sette volte di più di quelle necessarie.

Riassumiamo? A metà dicembre del 2007, nella scia delle polemiche intorno ai costi della politica e «V-Day», il comico-capopopolo genovese si presenta a Palazzo Madama, pedalando su un risciò (anche lo show vuole la sua parte...) per consegnare una catasta di sottoscrizioni raccolte in un solo giorno su tre disegni di legge. Sintesi: 1) Nessun cittadino può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale. 2) Nessuno può essere eletto alle Camere per più di due legislature (10 anni). 3) Basta con i deputati e i senatori «nominati» dai capi partito e via alla riforma elettorale perché possano essere votati dai cittadini con la preferenza diretta. Giusto? Sbagliato? Libero ciascuno di pensare che si tratti di proposte ottime o pessime, utili o inutili, virtuose o demagogiche. C'è reato e reato, dirà qualcuno, e un conto è avere nella fedina penale una condanna per tangenti su un reparto di leucemia e un altro per aver violato, facendone una battaglia politica (e non violenta, ovvio) una legge considerata ingiusta e da cambiare. E c'è chi sottolineerà come escludendo automaticamente tutti dopo due legislature ci saremmo risparmiati tantissimi somari ma avremmo perso anche un pò di purosangue. Per non dire dei dissensi sulla legge elettorale... Ma qui sta il nocciolo della questione: i senatori hanno il diritto di prendere uno per uno questi disegni di legge, valutarli, decidere che si tratta di sciocchezze e buttare tutto nel cestino. È nelle loro incontestabili facoltà. Quello che non possono fare è di infischiarsene di quelle proposte facendo finta che non siano mai arrivate. Lo ammise un anno fa, dopo una fiammata di polemiche, lo stesso Renato Schifani: «Sono favorevole affinché i ddl di iniziativa popolare, a prescindere dai loro contenuti, abbiano una risposta da parte del Parlamento. È un diritto e un dovere del Parlamento. Si deve riconoscere ai cittadini che hanno presentato una proposta popolare il diritto assoluto di avere una risposta».

Lo dice la Costituzione all'articolo 71: "L'iniziativa delle leggi appartiene al governo, a ciascun membro delle Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge costituzionale. Il popolo esercita l'iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli". E gli articoli 48 e 49 della Legge 25 maggio 1970, n. 352 precisano tutti i dettagli perché questo strumento di democrazia possa avere piena dignità.
Il guaio è che i nostri padri costituenti non avevano tenuto conto di una sventurata ipotesi. Quella che in Parlamento si affermassero maggioranze prepotenti decise a svuotare questo istituto. Sia chiaro: di destra o sinistra non importa. E lo dimostra il destino dei progetti "grillini", ignorati sia in questa sia nell'altra legislatura. Fatto sta che, come spiega Michele Ainis, la facoltà solennemente riconosciuta dalla Carta Costituzionale alla volontà popolare di proporre delle leggi si è ridotta di più e né meno che al ruolo che avevano un tempo le suppliche al sovrano. Con il Parlamento che si arroga il diritto di occuparsene o meno così, a capriccio. Come quei monarchi annoiati che, mollemente adagiati sul trono, decidevano il destino di questo o quel poveretto condotto al loro cospetto sollevando o abbassando il mignolo inanellato.

Dicono: ma Beppe Grillo è stato uno screanzato. E ricordano che, convocato a Palazzo Madama (audizione obbligatoria: mica una gentile concessione), il comico genovese fondatore del Movimento 5 stelle, ne disse di cotte e di crude contro «questo Parlamento di nominati in cui sono stati scelti amici, avvocati e qualche zoccola». Affermazione che, buttata lì prima dei fuochi d'artificio sul «ciarpame senza pudore» accesi dalle accuse di Veronica Lario, sollevò un'ondata di proteste.

Verissimo: la scelta di Grillo di usare un linguaggio spiccio e ricco di parolacce è una cosa che gli viene rinfacciata anche dagli amici e suona insopportabile alle orecchie di chi in Parlamento dice cose spesso oscene però sventolando educatamente il ventaglio. Ma può bastare per ignorare le proposte di 350 mila cittadini? Vogliamo ricordare, almeno, che per legge i promotori dei Ddl di iniziativa popolare dovrebbero esser convocati entro un mese e il comico «indignato» ebbe l'opportunità di dire la sua dopo un anno e mezzo e solo dopo aver avvertito il presidente della commissione affari costituzionali Carlo Vizzini che gli avrebbe appiccicato addosso migliaia di «pittime», quei petulanti personaggi seicenteschi vestiti di rosso che si attaccavano per mesi ai debitori senza sfiorarli con un dito ma ricordando loro ossessivamente il debito da pagare? Disse quel giorno Grillo ai commissari: «Datemi una data di quando sarà discussa l'iniziativa popolare per l'elezione dei parlamentari, per lasciare fuori i condannati e scegliersi il parlamentare anziché trovarselo nominato, e mi manderete via contento». Macché: vuoto pneumatico. Al punto che se domani mattina la legislatura subisse un infarto, quelle proposte evaporerebbero nel nulla.

C'è poi da stupirsi se il 10 settembre, quattro anni dopo la raccolta delle firme, il comico si presenterà a Roma per chiedere che gli siano restituite quelle carte sottoscritte da 350.000 cittadini perché è ormai chiaro che il Senato non ritiene quelle proposte neppure degne di essere esaminate e cestinate? Una cosa è certa: che Beppe Grillo abbia ragione o torto nel merito dei disegni di legge (e a questo punto la cosa è del tutto indifferente), i senatori hanno perso un'altra occasione per riaprire dalla loro torre d'avorio un dialogo coi cittadini.

E con il loro assordante silenzio spingono a ripetere quella domanda fastidiosa: l'articolo 71 è ancora in vigore o è stato abolito?

Gian Antonio Stella

05 settembre 2011 08:06© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/politica/11_settembre_05/grillo-firme-stella_e40b6fca-d77b-11e0-af53-ed2d7e3d9e5d.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - L'estetica di Berlusconi
Inserito da: Admin - Settembre 13, 2011, 03:35:21 pm
La stampa straniera: cerca di mantenere UN ASPETTO GIOVANILE CON ZELO COMICO

L'estetica di Berlusconi

La rivendicazione dei «ritocchi»: si diventa più belli, stimo chi lo fa


«Esiste un nesso indissolubile tra il corpo fisico e il corpo politico di Silvio Berlusconi», diceva il suo «cappellano» Gianni Baget Bozzo. Anzi, aggiungeva: «Il suo messaggio fa corpo con la sua persona». Se è così, il Cavaliere visto alla festa di Atreju non ha reso un buon servizio a sé e al suo governo. Spalmando se stesso e la manovra con una dose così esagerata di cerone e di ottimismo da creare un nesso funesto. Nocivo alla credibilità sia della sua baldanza giovanile sia della manovra.

È umano il tentativo di Sua Emittenza di rallentare il più possibile lo scorrere del tempo. Lo scriveva già, angosciato, Francesco Petrarca: «La vita fugge, et non s'arresta una hora, / et la morte vien dietro a gran giornate...». E certo lui dirà di non essere il solo ad avere certe debolezze, come quella chioma artificiale che sembra una calotta dai bagliori fluorescenti bollata da Beppe Grillo col nomignolo di «testa d'asfalto». Anche Romano Prodi fu accusato di essere un po' troppo nero-crinito. E la cosa gli seccò al punto che mandò una lettera di suo pugno per lamentarsi di un articolo dove si accennava «senza se e senza ma, alla "tintura dei capelli" di Prodi». Falso, giurò: «Mai ho trattato i miei capelli con alcuna tintura, brillantina, prodotto di qualsiasi genere, naturale o sintetico».

Il Cavaliere, anzi, è addirittura convinto del valore morale del ritocco. E anche se davanti alle ironie su una aggiustatina disse «io il lifting non lo volevo fare, è stata Veronica a spingermi» (immediata smentita dell'allora consorte: «No: idea sua»), ha spiegato cosa pensa della chirurgia estetica: «Io stimo le donne che si sottopongono a queste operazioni. Sono ancora più belle, perché la loro bellezza se la sono meritata». Di più, ha teorizzato una sorta di training autogeno: «Ogni mattina davanti allo specchio io mi guardo e mi ripeto: "Mi piaccio, mi piaccio, mi piaccio". Ricordatevi: se uno piace a se stesso, piacerà anche agli altri!». E tanto ha insistito su questo punto da concedere compiaciuto ai suoi collaboratori di rivelare qualche piccolo segreto. Come quelli raccontati al Times da Massimiliano Lucci, il truccatore che secondo il quotidiano londinese gli aveva tolto «un po' di colorito arancione». Dichiarò dunque il visagista che il premier «ha una bella pelle, per lui uso una crema idratante ultraleggera Chanel e dei fondi francesi, tutto qui. Niente agli occhi: né rimmel, né quel kajal bianco, quella matita bianca dentro gli occhi che ho visto utilizzata anche per alcuni leader politici. Sul viso del presidente bastano soltanto un buon fondotinta, qualche ombra e una cipria dorata». Fondotinta che lui stesso, come rivelò una foto galeotta scattata da Alessandra Tarantino, ripassa con frequenza e mano esperta anche durante le cerimonie ufficiali fingendo di asciugarsi il viso con un fazzoletto che nasconde il tampone.

Non c'è nulla, spiegò un giorno Filippo Ceccarelli, che lui faccia per caso: «Via la cravatta (discorso del predellino), maglione sotto la giacca (operativo in Abruzzo), maglione e maniche rimboccate (operativissimo)». Va da sé che in mezzo ai giovani di Atreju della Giovane Italia si è presentato in camicia blu-nera, gajarda e sbottonata. Giovane tra i giovani. Anzi, giovanissimo tra i giovanissimi. L'aveva già fatto, tra quei ragazzi che sente «suoi», nel 2008: «Mi fa piacere stare qui tra coetanei». E poi nel 2009. E ancora nel 2010. È un gioco che adora: «Su di me dicono molte falsità, persino che sono un vecchietto e che non mi sento bene. Ma io mi sento giovanissimo e sto benissimo». «Quando mi guardo allo specchio mi piace sentirmi giovane. Mi sento di avere 40-42 anni e faccio ancora i cento metri in un ottimo tempo». «Il mio cuore è bradicardico, perché in gioventù ho fatto un sacco di sport. Ora mi sento forte, giovane e prestante e sono pronto a innamorarmi». «In realtà di anni ne ho 35: sentite che muscoli!».

Il fatto è che i suoi, davanti a questo gioco, sorridono bonari. O si concedono al massimo una battuta, come quella che gli dedicò il Foglio di Ferrara per la penna birbante di Mattia Feltri: «Che bello il Cav. con il lifting. Non gli si darebbe più di quarant'anni. Con le attenuanti generiche, anche trentacinque». Gli altri, però, sono meno benevoli. E troppo spesso capita di trovare sui giornali stranieri vignette o giudizi come quelli del francese Le Monde : «Berlusconi è un uomo vanitoso, che cerca di mantenere un aspetto giovanile, a volte con uno zelo quasi comico».
Chi gli è vicino e gli vuole bene glielo dovrebbe dire: basta, lasci perdere il modello della Zia Marina, che «a ottant'anni siccome nessuno le diceva che era bella un giorno si è messa davanti allo specchio con un vestito a fiori e si diceva: "Marina, cume te se bela!"». Perché in fondo a quel percorso c'è solo la maschera di Wanda Osiris che a 89 anni mi ricevette assisa su una specie di trono, i capelli avvolti in un turbante rosso, le labbra rosse, le unghie rosse, le ciglia lunghissime, la pelle tirata e impiastricciata da non so quanti strati di unguenti e pomate e pareva una vecchissima bambola di cera che ormai muoveva solo la boccuccia cinguettando: «Un giorno scesi dalle scalinate con l'intera orchestra sotto la gonna del mio vestito di 36 metri di diametro! Trentasei! Oh, caro! Quanto mi amavano!». Ne vale la pena? La storia dice che i giovani possono essere incantati da certi vecchi. Si pensi a Giovanni Paolo II o Nelson Mandela, Mario Monicelli o Sandro Pertini. Tutta gente che, alla sola ipotesi di tirarsi la pelle o tingersi i capelli, l'avrebbe buttata sul ridere citando magari il medievale «Bestiario di Cambridge» dove si legge che «lo sterco di coccodrillo è usato come unguento dalle vecchie e rugose prostitute che se ne coprono il viso, ottenendo così un temporaneo rimbellimento, che dura finché il sudore non asporta la maschera».

Lo stesso Giorgio Napolitano gode d'una popolarità stratosferica, rispetto al resto del mondo politico. E tutti questi vecchi hanno avuto o hanno un immenso ascendente sui giovani «anche» perché erano e sono vecchi. Coi loro acciacchi. I loro pallori, le loro calvizie e le loro macchie bluastre. E quella loro emotività che a volte gli fa perdere il filo facendoli cedere a un singulto di commozione. Funzionano per quello: perché sono veri. Non nascondono, non mimetizzano, non abbelliscono niente. E proprio questa accettazione della propria età, dei propri limiti, delle proprie caducità di vecchi appare come testimonianza e prova di trasparenza, rigore, saggezza, credibilità: non mento su me stesso, come potrei mentirvi sul resto?
Questo è il nodo: non vorremmo che la maschera giovanilista e sempre più irreale del Cavaliere che rifiuta lo scorrere del tempo fosse letta davvero, alla Baget Bozzo, come metafora di una politica che tende a rinviare la resa dei conti. Che dopo avere nascosto per anni la crisi sotto sorrisi di smagliante ottimismo e cercato poi di posticipare i sacrifici più duri agli anni a venire, tenta di spacciare oggi per «un miracolo» una manovra che perfino osservatori non ostili, prima ancora dei mercati, hanno bollato come insufficiente. Il cerone può pure funzionare, in senso cosmetico e figurato, finché non fa troppo caldo. Ma se l'aria si fa rovente...

Gian Antonio Stella

13 settembre 2011 11:22© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/11_settembre_13/stella-berlusconi_561cc2f6-ddcd-11e0-aa0f-d391be7b57bb.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il premier e l'eterna «pace» con Tremonti
Inserito da: Admin - Ottobre 07, 2011, 04:51:20 pm
L'assedio

Il premier e l'eterna «pace» con Tremonti

L'annuncio di Berlusconi dopo mesi di attacchi.

E la telenovela continua

di  GIAN ANTONIO STELLA


Riassunto della 418ª puntata: Silvio annuncia di avere fatto pace con Giulio, giura anzi che non c'è mai stato uno screzio, ma intanto Umberto rivela che il rapporto è agli sgoccioli... Sono anni che va avanti così: anni. E la telenovela si srotola sotto gli occhi degli italiani interminabile come «Milagros» o «Rosa selvaggia».

Un tormentone. Dove perfino la drammaticità dello scontro, di botta in botta, assume le cadenze comiche di quegli scontri tra marionette che facevano ridere i nostri nonni.
E proprio un pupazzo può essere preso a simbolo. Quello con gli occhialini e i ricciolini tremontiani che Maurizio Crozza, nei panni di Renato Brunetta, infilzava in una scenetta con gli spilloni voodoo («gli faccio fuori una tibia o un menisco?») spiegando che il ministro dell'Economia non capiva niente di economia: «Ma lo sapete che se un greco incontra per strada un italiano gli dà due euro per pietà» e che «a Tirana hanno fatto un concerto di beneficenza "Albania for Italy"?». Il comico genovese faceva teatro, i colleghi della destra fanno sul serio. E infilzano Tremonti spillone dopo spillone. Giorno dopo giorno.

Lo ha infilzato Antonio Martino: «Tremonti è il monocrate del governo. Non si muove foglia che lui non voglia. Lui ha l'unico portafoglio, gli altri sono al verde. Anche il premier con lui ha problemi». Daniela (fu) Santanchè: «I cimiteri sono pieni di persone che si credevano indispensabili, ne tragga le conclusioni». Stefania Prestigiacomo in un incandescente Consiglio dei ministri: «Piantala di trattarci da scolaretti. Non siamo stupidi. La smetti di dire cretinate?». E poi Giancarlo Galan: «Siamo scesi in politica in nome delle idee liberali e siamo finiti con un governo perennemente commissariato da un socialista come Tremonti. Mi pare scontato che un liberale come me non può stare dalla stessa parte di un socialista». E Sandro Bondi: «Credo che per il partito Tremonti sia più un problema che una risorsa». E poi ancora il sottosegretario Maurizio Crosetto, dicendo che «le bozze filtrate sui contenuti della manovra andrebbero analizzate da uno psichiatra», poi che si è «stufato di sentire pontificare chi predica benissimo e razzola malissimo visto che l'unico ministero che non ha subito tagli alla spesa corrente, ma anzi l'ha aumentata, è il suo» e infine che «se fosse un cibo, Tremonti sarebbe un brasato, anzi: un bollito».

Per non dire del «vero» Brunetta, che mentre sommergeva il rivale di pignolissime epistole firmate «tuo Renato», diffondeva comunicati parlando di sé in terza persona come gli stopper e ricordando, spiega un'agenzia, che «se lui è professore ordinario di politica economica e finanziaria, il ministro Giulio Tremonti è invece professore ordinario di scienza delle finanze e di diritto finanziario. Il primo è quindi un economista, mentre il secondo è un giurista». Precisazione vendicata dal titolare di via Nazionale con una leggendaria freddura sulla strana coppia composta dal colossale sottosegretario piemontese e dal brevilineo ministro veneziano: «Sono venuti a trovarmi Crosetto e Brunetta. Mi sembrava di stare al bar di Guerre Stellari».
Nessuno, però, ha cercato in questi mesi di far saltare i nervi a Tremonti quanto il Giornale di casa Berlusconi. Ogni titolo, per quello che il quotidiano chiama «il prof decido-tutto-io», è stato una fitta al cuore. «Con la patrimoniale traditi gli elettori di centrodestra». «Tremonti aizza la Lega. Si va verso il ribaltone?». «Tremonti, superministro con grandi ambizioni in sella grazie alla crisi». «Il Cav. benedice l'assalto al patto del Nord - La vera opposizione all'asse Bossi-Tremonti è quella dei big del Pdl, critici sui contenuti della manovra». Per non dire di un paio di titoloni in prima pagina dello scorso giugno. «Oggi Tremonti rischia il posto». «Tremonti alle corde».
Erano decenni, forse, che non si assisteva a un martellamento simile. Da quando Palmiro Togliatti, accusato da Alcide De Gasperi di avere «il piede forcuto» come il demonio, rispose scatenando contro lo statista trentino uno slogan urlato a pieni polmoni nelle piazze rosse: «Vattene, vattene, schifoso cancelliere / se non ti squagli subito / son calci nel sedere». «Vattene», a Tremonti, però, lo dicono i suoi compagni di strada.

Rileggiamo uno degli editoriali di Vittorio Feltri: «Provo molta pena per il Cavaliere. Pensate che un giorno sì e l'altro pure è obbligato a incontrare il ministro Giulio Tremonti. Il quale fino a un mese fa diceva "tutto bene Madama la marchesa, l'Italia è fuori pericolo". Poi all'improvviso, davanti alla catastrofe borsistica e ai grugniti dell'Europa, ha dovuto cambiare idea e si è inventato lì per lì una manovra, salvo inventarne un'altra di lì appresso perché la prima è insufficiente». Tesi ribadita da Alessandro Sallusti: «La verità è che soltanto la pazienza proverbiale di Berlusconi ha finora impedito la rottura clamorosa e definitiva. Ma l'aria per il superministro è cambiata. Da mesi è caduto il dogma che "senza Tremonti non può" (...) La sua incapacità di gestire situazioni complesse è evidente, serviva un ministro e nel momento decisivo è emerso il commercialista, che per di più offre ricette non condivise dai clienti».

Altri avrebbero sbattuto la porta. Lui no. Cocciuti loro, cocciuto lui: «Vattene». «Buttatemi giù». «Vattene». «Buttatemi giù». Tutta roba già vista nell'estate del 2004. Quando in Consiglio dei ministri volarono le parolacce. «Solo chi non capisce niente di economia può dire cazzate simili», sbottò Tremonti insofferente con Gianfranco Fini. Rasoiata di risposta: «Se io non capisco un cazzo di economia, tu non capisci un cazzo di politica». Per andarsene, però, deciso a stanare il Cavaliere che se ne stava nell'ombra facendo battute in inglese ai vertici internazionali, il ministro pretese una richiesta scritta. Cui per iscritto rispose: «Come richiesto, rassegno le mie dimissioni». Celebrate la sera da Retequattro così: «Nessuna divergenza sulla linea politica. Il ministro Tremonti si sarebbe dimesso per motivi personali. Il presidente Berlusconi è al lavoro in assoluta tranquillità».
Come oggi. Il Cavaliere, rassicura, tranquillizza, sopisce... Smentisce ogni contrasto anche quando è raccontato dai suoi giornali o dalle sue tivù. Annuncia il rinnovato suggello dell'antica amicizia. E magari ricorda la didascalia che c'era sotto la foto dell'«amico Giulio» nell'agiografia «La vera storia italiana» inviata agli italiani prima delle elezioni 2006: «Tremonti è senz'altro con Silvio Berlusconi la principale icona del governo». Sorride. Ammicca. Parla della gnocca. E tutto ricomincia: 419esima puntata...

07 ottobre 2011 07:43
da - http://www.corriere.it/politica/11_ottobre_07/tremonti-berlusconi-eterna-pace-stella_b33ffdcc-f0a6-11e0-a040-589a4a257983.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Basta condoni sono una truffa
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2011, 03:46:10 pm
UNA LUNGA E AMARA CONTABILITÀ

Basta condoni sono una truffa

Sul promontorio di Capo Vaticano, che Giuseppe Berto definì «uno dei luoghi più belli della Terra», svettano due ville «transgeniche».
I proprietari hanno scavato due enormi buche, ci hanno costruito dentro il pavimento e le pareti e chiesto il condono: vasche di irrigazione. Poi, tolta l'acqua, rimossa la terra intorno, aperte le finestre, ci hanno piazzato sopra un tetto et voilà : due ville.

Uno Stato serio le butterebbe giù con la dinamite: non prendi per il naso lo Stato, nei Paesi seri. Da noi, no. Anzi, nonostante sia sotto attacco da anni l'unica ricchezza che abbiamo, cioè la bellezza, il paesaggio, il patrimonio artistico, c'è chi torna a proporre un nuovo condono edilizio. L'ha ribadito Fabrizio Cicchitto: «Se serve si può mettere mano anche al condono edilizio e fiscale. L'etica non si misura su questo ma sulla capacità di trovar risorse per la crescita». Ricordare che lui e gli altri avevano giurato ogni volta che sarebbe stata l'«ultimissimissima» sanatoria è inutile. Non arrossiscono. Ma poiché sono trascorse solo sei settimane dalle solenni dichiarazioni berlusconiane di guerra all'evasione (con tanto di spot) vale almeno la pena di ricordare pochi punti.
Il primo è che la rivista «Fiscooggi.it» dell'Agenzia delle Entrate, al di sopra di ogni sospetto, ha calcolato che dal 1973 al 2003 lo Stato ha incassato coi condoni edilizi, tributari e così via 26 miliardi di euro. Cioè 15 euro a testa l'anno per italiano: una pizza e una birra. In cambio, è stato annientato quel po' che c'era di rispetto delle regole. Secondo, il Comune di Roma, per fare un esempio, dai due condoni edilizi del 1985 e del 1994 ricavò complessivamente, in moneta attuale, 480 milioni di euro: 1.543 per ognuna delle 311 mila abitazioni sanate. In compenso, fu costretto per ciascuna a spenderne in opere di urbanizzazione oltre 30 mila. Somma finale: un «rosso» di 28.500 euro ogni casa condonata. Bell'affare...

Terzo: la sola voce di un possibile condono, in un Paese come il nostro, dove secondo gli studi dell'urbanista Paolo Berdini esistono 4.400.000 abitazioni abusive (il che significa che una famiglia italiana su cinque vive o va in ferie in una casa fuorilegge) scatena febbrili corse al mattone sporco. Ricordate le rassicurazioni dopo l'ultima sanatoria? Disse l'allora ministro Giuliano Urbani che il condono era limitato a «piccolissimi abusi, finestre aperte o chiuse, che riguardano la gente perbene». Come sia finita è presto detto: dal 2003 a oggi sono state costruite, accusa Legambiente, almeno altre 240.500 case abusive. Compreso un intero rione, vicino a Napoli, di 73 palazzine per un totale di 450 appartamenti.

Non bastasse, tre condoni hanno dimostrato definitivamente un fatto incontestabile: tutti pagano l'obolo iniziale per bloccare le inchieste e le ruspe, poi la stragrande maggioranza se ne infischia di portare a termine la pratica nella certezza che la burocrazia si dimenticherà di loro. Solo a Roma i fascicoli inevasi delle tre sanatorie sono 597 mila. Di questi 417 mila giacciono lì da 25 anni.
E vogliamo insistere con i condoni? Piaccia o no a chi disprezza i «moralisti», salvare ciò che resta del paesaggio d'Italia non è solo una questione estetica ma etica. E visti i danni già causati dagli abusivi al patrimonio e al turismo, anche economica.

Gian Antonio Stella

10 ottobre 2011 07:28© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_10/stella_a4c64f92-f300-11e0-9003-e42e185dfd5a.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Le Maserati dei generali
Inserito da: Admin - Ottobre 29, 2011, 10:17:38 pm
NECESSITA' REALI, ESEMPI SBAGLIATI

Le Maserati dei generali

Una sola delle 19 Maserati Quattroporte comprate dal ministero della Difesa costa nella versione base 22.361 euro più dell'intero stanziamento 2011 dato all'Accademia della Crusca, che dal 1583 difende la nostra lingua. Una volta blindate, quattro auto così valgono quanto la dotazione annuale della «Dante Alighieri» che tenta di arginare il declino della nostra immagine nel mondo tenendo in vita 423 comitati sparsi per il pianeta e frequentati da 220mila studenti che seguono ogni giorno 3.300 corsi di italiano.
Basterebbero questi numeri a far capire a una classe dirigente seria, capace di «ascoltare» i cittadini, come l'acquisto di quella flottiglia di auto blu di lusso non possa esser liquidato facendo spallucce. Ci sono gesti che pesano. Soprattutto in momenti come questi. Dicono: la notizia è uscita ora ma il contratto è del 2009-2010. Cioè prima che Tremonti disponesse che «la cilindrata delle auto di servizio non può superare i 1600 cc. Fanno eccezione le auto in dotazione al capo dello Stato, ai presidenti del Senato e della Camera, del presidente del Consiglio dei ministri...».

Sarà... Ma la crisi era già esplosa, il Pil procapite degli italiani era già affondato, il debito pubblico era già schizzato verso il record e l'Ansa aveva già diramato notizie così: «Fotografia del crollo dei mercati nel 2008: Piazza Affari vale la metà rispetto a un anno fa e appena un quarto (23,4%) del Pil, quando ancora a fine 2007 era al 47,8%...». Insomma: eravamo già immersi in quello che Napolitano definisce «un angoscioso presente».

Solo che un pezzo della classe politica, la quale magari ritiene «sostenibili» il prelievo di solidarietà sulle buste paga degli statali, il sequestro per due anni delle liquidazioni, i contrattini-capestro che asfissiano milioni di giovani, trova invece «insostenibile» non solo abbassarsi ad andare in ufficio in autobus, come fanno molti loro colleghi stranieri, ma anche avere «ammiraglie» meno lussuose. La foto ai funerali dei due alpini morti ad Herat nel maggio 2010 diceva tutto: il cronista dell' Espresso contò 259 auto blu.

Dice l'ultimo rapporto governativo che in Italia queste auto più o meno blu sarebbero 72mila e secondo il Giornale costerebbero un tale sproposito da far dire a Brunetta: «Possiamo risparmiare un miliardo di euro in un triennio». Auguri. Certo è che quella fastidiosa notizia sulle 19 berline de-luxe comprate alla Difesa, dove in teoria solo 14 persone avrebbero diritto all'autista ma nel «parco» ci sono cento auto blu e 700 «grigie», è stata vissuta da milioni di cittadini come un cazzotto in faccia. Per non dire di come l'hanno vissuta i carabinieri che battono gli sfasciacarrozze in cerca di ricambi per le vecchie auto scassate. O i poliziotti che a Milano o Cagliari fanno collette per comprare la benzina.

Il Sap, il sindacato degli agenti, accusa: «A Roma circolano ogni giorno 400 auto blu contro 50 macchine della polizia e dei carabinieri addetti alla sicurezza dei cittadini. In pratica per ogni volante o gazzella ci sono otto auto dedicate alla protezione di politici, magistrati...». L'80%, dicono, «potrebbe essere tagliato». Probabile. Tre anni fa Recep Erdogan fu sbattuto in prima pagina sul giornale Hurriyet perché un fotografo l'aveva beccato in campagna elettorale con l'auto di Stato. Scandalo. Non si fa così, in Turchia.

Gian Antonio Stella

29 ottobre 2011 09:35© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_29/le-maserati-dei-generali-gian-antonio-stella_fca459a0-01ee-11e1-b822-152c7b3c1360.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Strali sugli ingrati, «Capitò anche a Gesù»
Inserito da: Admin - Novembre 13, 2011, 10:52:32 am
Il RACCONTO

«I tabulati!».

E Silvio contò i «traditori» Strali sugli ingrati, «Capitò anche a Gesù»

Non era così che se ne voleva andare, da perdente, l'uomo che per quasi un ventennio ha dominato la scena politica

«Traditori» ha scritto sul foglio che aveva davanti. L'ha dempre avuta, il Cavaliere, la fissa del «tradimento», dell'ingratitudine.
Le zucche che «come la fata Smemorina» lui aveva «trasformato in prìncipi», alla fine, si sono ribellate. «Traditori», ha scritto sul foglio che aveva davanti. Era terreo. Come se il cerone sul viso si fosse impastato con la sorpresa, lo sgomento, la collera. Come avevano osato? I nomi! Fuori i nomi! E con Roberto Maroni e Laura Ravetto e Michela Vittoria Brambilla e Ignazio La Russa che gli si affollavano intorno, stava lì a guardare i tabulati mettendo a fuoco uno ad uno chi lo aveva «tradito». Ripassando la magnanimità che da buon monarca riteneva di aver avuto. Roberto Antonione: «E pensare che lo avevo fatto coordinatore del partito...». Giustina Destro: «E io che le avevo fatto fare il sindaco di Padova...». Fabio Gava: «E dire che l'avevo raccomandato io a Galan come assessore regionale...». Luciano Sardelli: «Ma come! Dopo che avevo detto ai nostri della giunta per le elezioni di tenere in ammollo il ricorso di un avversario che poteva dimostrare di essere stato eletto lui...».

L'ha sempre avuta, il Cavaliere, la fissa del «tradimento». Dell'ingratitudine. Dal giorno in cui Umberto gli tolse la fiducia nel 1994: «Mia madre, mio figlio, mia figlia e mia moglie hanno votato per Bossi e compagnia bella ed ora, con questi voti, sfiduciano il governo che ho l'onore di presiedere. Bossi è un Giuda, un ladro di voti, un ricettatore, truffatore, traditore, speculatore. Ha una doppia, tripla, quadrupla personalità». Ogni volta che qualcuno lo lasciava, tornava a battere lì: «Del resto capitò anche a Gesù di essere tradito...». Al che il verde Maurizio Pieroni gli rispose un giorno dettando un comunicato: «Nella sua infinita modestia, Berlusconi ha voluto paragonarsi, rispetto alle scelte dei parlamentari Udr, a Gesù tradito da Giuda. Ciò non gli è concesso: c'è un limite, infatti, anche alla sottostima».

Un paio di anni fa, nel pieno del tormentone su Gianfranco Fini, il suo Giornale ci fece un titolone: «La banda dei miracolati / Ecco gli ingrati della politica». Tra gli infilzati c'era di tutto, da Carlo Taormina a Paolo Guzzanti, da Ugo La Malfa a Marco Follini, da Ferdinando Adornato a Michele Vietti. In seconda pagina c'era una «Fenomenologia del miracolato poi azzannatore in tre semplici mosse: fase 1) giurare eterna fedeltà al Miracolante, riconoscendolo come unico Nume democratico, così da accaparrarsi per grazia ricevuta poltrone e nomine altrimenti irraggiungibili. Fase 2: una volta miracolati, manifestare segni di insofferenza e malessere in coincidenza di eventuali presunti cicli calanti del Miracolante o di favori chiesti ma non soddisfatti, segnali prima lievi, poi sempre più ossessivi e perturbanti qualora il suddetto appaia in seria difficoltà o prossimo al disarcionamento (sottoregola elementare: iniziare un petting spinto con l'opposizione riconoscendola come Garante della democrazia). Fase 3: mollare il Miracolante riconoscendolo come unico vero pericolo per la democrazia rimanendo in attesa di eventuale disarcionamento e di nuove prebende dall'altra parte politica».

Chi, se non un traditore e pronto a mordere la mano che lo ha nutrito, potrebbe mandare a monte i progetti del «migliore in assoluto, senza tema di smentita, di tutti i capi di governo della storia d'Italia»? Solo il tradimento, anche nelle fiction, può abbattere l'eroe. È questo il punto: dopo avere ripetuto per mesi e mesi la cantilena che la sua era una maggioranza «coesa» (153 citazioni nell'archivio Ansa nell'ultimo anno) il Cavaliere non può accettare di essere smentito. Ormai, per lui, era una sfida personale. Che ricalcava una vecchia barzelletta napoletana personalizzata e raccontata in tivù a Mara Venier: «Bertinotti incontra D'Alema e gli dice che Berlusconi è morto. "E come è morto?" "Sai, è andata a fuoco la sede di Forza Italia". "Come è successo?" "Sai, un compagno passava di là e ha buttato un cerino. Un altro ha buttato della benzina e insomma è bruciato tutto". "Povero Berlusconi, carbonizzato!" "Nooo, era all'ultimo piano... Si è buttato". "Sfracellato?" "Nooo, c'erano i pompieri con quei teloni elastici americani. È caduto giù proprio nel mezzo, è rimbalzato su su su ed è ricaduto, non so se hai presente l'ambasciata turca, sull'asta della bandiera". "Mamma mia! Che brutta morte: infilzato?" "Nooo! È rimbalzato sull'asta e su su su e poi giù giù giù sulle linee dell'alta tensione...". "Mamma mia! Fulminato!". "Nooo! È andato ancora su su su e poi giù giù giù... Insomma, l'abbiamo dovuto abbattere"».

No, non era così che se ne voleva andare, l'uomo che per quasi un ventennio ha dominato, bene o male, la politica italiana compiacendosi di avere via via battuto, prima o dopo, tutti gli avversari. Non così. Non da perdente. Non con i leader europei che si scambiano sorrisetti e che lo bacchettano dicendogli cosa fare. Non con la Confindustria e i mercati che osano sfiduciare lui, «un tycoon che ha creato dal nulla un gruppo da six billion dollars». Non dopo l'ostensione di uno striscione con scritto «Berlusconi's Miracle» appeso al palazzo del governo dell'Aquila ancora in macerie come non fossero passati ormai quasi tre anni dal terremoto. Non senza neppure un applauso beffardo della sinistra, che ieri lo ha visto affondare quasi incredula e perfino un po' spaventata dal senso improvviso del vuoto. Non dopo essere rimasto appeso per mesi, come «un qualsiasi Prodi», al voto di uno Scilipoti. Non senza la possibilità di avere la sua nuova rivincita. E forse questo è ciò che il Cavaliere in queste ore amare, in cui secondo Alfredo Mantovano «ha in testa l'incubo della fine di Gheddafi», sta cercando di preparare. La rivincita. La dimostrazione che lui è più forte anche di questi rovesci, anche della crisi, anche dello scorrere inesorabile degli anni. L'ha già detto, ai suoi, mille volte: «Se fra voi ci fosse un Croce, un De Gasperi, un Salvemini me ne andrei anche, ma non li vedo. Non vedo neanche un Van Basten in panchina...». Certo, c'è Angelino... Ma se le elezioni fossero subito, domani mattina o al più tardi fra un paio di mesi, come potrebbe lanciare nella mischia Angelino se il Migliore è sempre convinto di essere lui?

Gian Antonio Stella

09 novembre 2011 08:02© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/politica/11_novembre_09/i-tabulati-e-silvio-conto-i-traditori-gian-antonio-stella_1e988cc2-0a9e-11e1-8371-eb51678ca784.shtml
 


Titolo: Gian Antonio STELLA - Gli italiani hanno fiducia in Monti
Inserito da: Admin - Novembre 16, 2011, 11:40:51 am
Gli italiani hanno fiducia in Monti

Echi dalla palude

Il premier incaricato deve dimostrare subito che si cambia pagina. Mostri tagli veri a una politica ingorda


A fronte di un buco abissale di 14 miliardi, scegliere una stanza da 80 euro all'hotel «Pineta» (3 stelle, familiare, fiori di plastica) poteva essere vista come una scelta di superfluo francescanesimo. Chiamato a risanare Parmalat, però, Enrico Bondi non ebbe dubbi. E per anni, dopo esser arrivato al volante di una Punto, aver dismesso il jet da 45 milioni di dollari in leasing, appiedato i dirigenti facendosi consegnare le chiavi di tutte le auto blu in cortile, cancellato ogni spesa superflua citando Francesco Guicciardini (vale più un ducato in casa che uno speso male), ha mangiato alla mensa dei dipendenti e dormito lì, in quell'albergo pulito, accogliente ma di poche pretese. Aveva chiaro un punto: poteva farcela solo se tutti, lì, avessero creduto che faceva sul serio. Se tutti avessero capito che c'era una svolta vera. Radicale.

Il lavoro di risanamento che aspetta Mario Monti non è meno temerario. E mentre perfino una Regione più virtuosa di altre come la Lombardia boccia la proposta (di questi tempi!) di ridurre le auto blu degli assessori, anche lui ha bisogno di lanciare segnali netti. Tanto più che le regole della democrazia sono diverse da quelle che consentono al plenipotenziario di un'impresa in crisi libertà decisionali qui impensabili. Basti vedere come il rito delle consultazioni lo abbia risucchiato in una dimensione surreale, obbligandolo a incontrare, come spiegava un'agenzia, 34 gruppi tra cui «Io Sud», «Noi Sud», «Noi per il Partito del Sud», «Forza del Sud», «Alleati per il Sud», «Lega Sud Ausonia». È questa una democrazia sana? Tantissimi partiti, tantissima democrazia? C'è da dubitarne.

Ci passò già, in situazioni non meno drammatiche, Carlo Azeglio Ciampi, che vide sfilarsi i ministri pidiessini quando già era in Quirinale. Ci passò, andandosi ad arenare in una miriade di veti incrociati, Antonio Maccanico. Lo stesso Berlusconi, piombato nel '94 a Palazzo Chigi sull'onda di una travolgente campagna elettorale, si andò a impelagare in estenuanti trattative che spinsero Giuliano Ferrara a dire che «a far politica nel modo vecchio» gli altri «son più bravi di lui: in tre mesi se lo mangiano». Buttato giù, decise di diventare più bravo lui degli altri: ha finito per esser costretto a presentare i libri di Scilipoti.

Dicono i sondaggi Ipsos che gli italiani hanno fiducia in Monti nonostante il 93% sia convinto che chiederà sacrifici. Anzi, la maggior parte lo stima d'istinto proprio perché «non sa e non gli interessa sapere» se è un po' più di destra o di sinistra. È un patrimonio enorme, che sarebbe un delitto sprecare. Questione di stile. Credibilità. Serietà. Le sbandate della Borsa, gli attacchi speculativi, l'altalena degli spread , però, dicono che il premier incaricato deve dimostrare subito che si cambia pagina.

Gli buttano addosso l'accusa di essere già dentro la Casta? Se ne liberi rinunciando alle prebende pubbliche. Scelga di chiamarsi fuori da quelle posizioni di rendita, spalanchi le finestre, imponga la massima trasparenza, mostri ai cittadini tagli veri a una politica ingorda che in trent'anni ha moltiplicato per 41 volte i costi degli affitti di Montecitorio, punti su uomini che, non cercando consensi elettorali, sgobbino dove devono sgobbare e non passino le giornate (i dati sono dell'Osservatorio di Pavia) andando in tre anni 38 volte a Porta a Porta e spostandosi come trottole da un convegno a una inaugurazione, da un meeting a una sagra della zucca, della castagna o del peperoncino. Se la giochi fino in fondo. E vedrà che, rovesciando tutto, forse avrà più possibilità che non rovescino lui.

Gian Antonio Stella

16 novembre 2011
08:48© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_16/echi-dalla-palude-gian-antonio-stella_08608e3a-1018-11e1-a756-4c2fd73eac66.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - L'Aula dei rivali spinti a sopportarsi
Inserito da: Admin - Novembre 19, 2011, 11:26:55 am
Il professore porta a casa la tregua sotto lo sguardo di moglie e figli

L'Aula dei rivali spinti a sopportarsi

Gianni Letta, solo in tribuna, guarda amaro: l'esecutivo poteva essere anche suo


«Applausi dai gruppi Pdl, Pd, Udc-Svp-Aut: Uv-Maie-Vn-Mre-Fli-Psi, Api-Fli, Cn-Io Sud-FS, Idv e Misto». Basterebbe questo micidiale scioglilingua, in grado di mettere kappaò anche certi attori «mitraglietta» del teatro non-sense, a riassumere lo stralunato contrasto tra le due realtà ieri a confronto in Senato. Di qua Mario Monti e il suo «governo dei secchioni» (copyright di Libero ), di là un'Aula di reduci da una guerra termonucleare obbligati a sopportarsi. E a ingoiare il rospo.

Rospo cucinato, si capisce, con ricette diverse. Incapaci perfino (dopo anni passati a rinfacciarsi di essere come Goebbels e Stalin, Hitler e Kim Il-Sung) di scrivere e firmare insieme il più banale dei documenti (cinque parole: il Senato concede la fiducia) per paura di restare gli uni infettati dal virus altrui, i partiti hanno infatti voluto la fiducia «una e trina». Tre mozioni identiche che dicevano la stessa cosa ma firmate una dalla sinistra, una dalla destra e una dal Terzo polo. E meno male che è rimasta agli atti una quarta, dell'Italia dei valori. Sigillo finale a una giornata segnata, appunto, da quella annotazione criptica che punteggia il resoconto stenografico e ricorda come l'Aula di Palazzo Madama, via via che la destra si sfarinava, si sia frastagliata in quella miriade di gruppi: «Pdl, Pd, Udc-Svp-Aut: Uv-Maie-Vn-Mre-Fli-Psi, Api-Fli, Cn-Io Sud-FS, Idv e Misto». E meno male, almeno sotto questo profilo, che nel mucchio non c'è la Lega Nord. L'unica che voterà contro. Restando schiacciata («molti nemici, molto onore», diranno due o tre senatori all'uscita) sotto una maggioranza mai vista: 281 sì contro solo 25 no.

È dura, dopo anni di conflitto durissimo, tentare in pochi giorni di superare inimicizie, rancori, scorie di odio. E forse è vero che, al di là delle beatificazioni che in questi giorni si sono rovesciate su San Mario da Varese, infastidito per primo dall'eccesso di saliva di troppi laudatores , solo l'ex commissario europeo poteva riuscire nel miracolo di portare a casa la tregua maturata. Lui e dietro di lui, si capisce, Giorgio Napolitano.

Un'impresa. Basti ricordare come fin dal primo momento si erano saldate contro l'iniziativa ostilità di destra e sinistra. Così simili, per certi versi, che la Padania e Liberazione erano arrivate a pubblicare lo stesso giorno, per denunciare l'«invasione» europea, la stessa citazione manzoniana dall' Adelchi : « Il forte si mesce col vinto nemico; / Col novo signore rimane l'antico; / L'un popolo e l'altro sul collo vi sta. / Dividono i servi, dividon gli armenti; / Si posano insieme sui campi cruenti / D'un volgo disperso che nome non ha».

Una scelta resa ancora più curiosa dalla preoccupazione del quotidiano leghista per la sovranità italiana messa a rischio dai «barbari»: «Una volta dalle Alpi scendevano i lanzichenecchi, ora gli inviati del Fondo monetario internazionale e gli eurocrati, che sono certamente più educati ma tutto sommato non meno pericolosi: i primi razziarono Roma, questi ultimi loro epigoni faranno strame della nostra sovranità nazionale». Tesi rilanciata ieri da vari senatori padani, certi che l'arrivo di Monti sia frutto di un vero e proprio complotto. Ma in qualche modo condivisa, stando ai giornali amici e alle esondazioni dichiaratorie, dallo stesso Berlusconi. Tanto che il nuovo premier, rispondendo ai leghisti, è parso parlare a nuora perché suocera intenda: «Vorrei aggiungere solo un punto specifico per quanto riguarda l'atteggiamento del governo o di suoi membri nei confronti di iniziative, complotti dei poteri forti o delle multinazionali, o di superpotenze negli Stati Uniti o in Europa. Permettetemi di rassicurarvi totalmente, ma proprio totalmente». La prova? «Quando a me è capitato di essere commissario europeo a Bruxelles, non sono sicuro che le grandi multinazionali mi abbiano colto come un loro devoto e disciplinato servitore». Immediata la reazione online del Giornale diretto da Sallusti: «"Nessun complotto dei poteri forti" / Monti non avrà mica la coda di paglia?».

Dall'alto, in tribuna, durante il discorso programmatico seguito con qualche sbadiglio da chi si era abituato agli show scoppiettanti del predecessore, c'erano non solo la moglie del nuovo premier Elsa e i figli Giovanni e Federica (lei già inzaccherata da penne intinte nel miele, loro forse prossimi) ma anche Gianni Letta. Il quale, incassato il riconoscimento di servitore dello Stato da parte del Colle, si è messo in solitudine da una parte per non perdere una parola. Ogni tanto, puntandogli addosso gli zoom, qualche fotografo diceva di cogliere un sospiro e una smorfia di amarezza. Questo, in fondo, agli occhi di chi ha dedicato la vita ad arrotondare, smussare, attutire, poteva essere anche il «suo» governo.

Il senatore Giampiero Cantoni, ridacchiando di essere l'unico banchiere rimasto fuori dal governo («ma ho dentro degli eredi») giura con occhio birbante che no, Monti non è stato affatto noioso: «Posso assicurare che stavolta è stato brillante». Corrado Passera si ferma un attimo per spazzare via le polemiche: «Ho lasciato tutto. Non ho più alcun conflitto d'interessi, ora faccio solo il ministro». Due passi più in là Luigi Grillo assicura che no, al di là delle battute sulla «sospensione della democrazia», il Cavaliere non ha nessuna intenzione di staccare la spina ai «bocconiani» tanto presto: «L'ultimo sondaggio lo dava sotto di 11 punti. Finché non cambia l'aria...». Anna Maria Cancellieri, alla buvette, spiega che l'onore di fare il ministro dell'Interno è grande ma i suoi nipotini l'hanno presa così così: «Il più piccolo, quando mi guarda in tivù chiama "Nonna mia, nonna mia!"».

Per ore e ore, Mario Monti segue tutti ma proprio tutti gli interventi. Ascolta. Accenna un inchino con la testa a chi gli regala complimenti. Annota le critiche. Inchiodato lì. Senza allontanarsi mai. A testimoniare con la sua stessa presenza che lui, a differenza di altri premier che tradizionalmente lasciavano sul posto un ministro o un sottosegretario a fare atto di presenza, lo prende sul serio, il Parlamento.
Ma è nel tono complessivo che il nuovo capo di governo ha in qualche modo marcato la svolta più netta. E anche se è rimasto alla larga da ogni polemica sia pure indiretta con il predecessore, ogni dato che forniva («Tra il 2001 e il 2007 il Pil è cresciuto di 6,7 punti percentuali, contro i 12 della media dell'area euro») ogni problema che segnalava era una rasoiata ad anni di ottimismo ostentato, sbandierato, rivendicato dal Cavaliere nella convinzione che «il fattore psicologico è considerato ormai il primo fattore di crisi. L'ottimismo è quindi il compito primo di tutti i governi». Solo tre settimane fa, le scomode verità snocciolate ieri da Monti, che ha incitato ad avere fiducia ma a rimboccarsi le maniche partendo dal riconoscimento delle difficoltà, le avrebbe bollate come «disfattiste». Sembra passato un secolo...

Gian Antonio Stella

18 novembre 2011 | 8:02© RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.corriere.it/politica/11_novembre_18/aula-rivali-stella_78c89778-11b0-11e1-8aad-a8a00236e6db.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Gli italiani hanno fiducia in Monti
Inserito da: Admin - Novembre 19, 2011, 12:03:40 pm
Gli italiani hanno fiducia in Monti

Echi dalla palude

Il premier incaricato deve dimostrare subito che si cambia pagina.

Mostri tagli veri a una politica ingorda

di GIAN ANTONIO STELLA

A fronte di un buco abissale di 14 miliardi, scegliere una stanza da 80 euro all'hotel «Pineta» (3 stelle, familiare, fiori di plastica) poteva essere vista come una scelta di superfluo francescanesimo. Chiamato a risanare Parmalat, però, Enrico Bondi non ebbe dubbi.
E per anni, dopo esser arrivato al volante di una Punto, aver dismesso il jet da 45 milioni di dollari in leasing, appiedato i dirigenti facendosi consegnare le chiavi di tutte le auto blu in cortile, cancellato ogni spesa superflua citando Francesco Guicciardini (vale più un ducato in casa che uno speso male), ha mangiato alla mensa dei dipendenti e dormito lì, in quell'albergo pulito, accogliente ma di poche pretese. Aveva chiaro un punto: poteva farcela solo se tutti, lì, avessero creduto che faceva sul serio. Se tutti avessero capito che c'era una svolta vera. Radicale.

Il lavoro di risanamento che aspetta Mario Monti non è meno temerario. E mentre perfino una Regione più virtuosa di altre come la Lombardia boccia la proposta (di questi tempi!) di ridurre le auto blu degli assessori, anche lui ha bisogno di lanciare segnali netti. Tanto più che le regole della democrazia sono diverse da quelle che consentono al plenipotenziario di un'impresa in crisi libertà decisionali qui impensabili. Basti vedere come il rito delle consultazioni lo abbia risucchiato in una dimensione surreale, obbligandolo a incontrare, come spiegava un'agenzia, 34 gruppi tra cui «Io Sud», «Noi Sud», «Noi per il Partito del Sud», «Forza del Sud», «Alleati per il Sud», «Lega Sud Ausonia». È questa una democrazia sana? Tantissimi partiti, tantissima democrazia? C'è da dubitarne.

Ci passò già, in situazioni non meno drammatiche, Carlo Azeglio Ciampi, che vide sfilarsi i ministri pidiessini quando già era in Quirinale. Ci passò, andandosi ad arenare in una miriade di veti incrociati, Antonio Maccanico. Lo stesso Berlusconi, piombato nel '94 a Palazzo Chigi sull'onda di una travolgente campagna elettorale, si andò a impelagare in estenuanti trattative che spinsero Giuliano Ferrara a dire che «a far politica nel modo vecchio» gli altri «son più bravi di lui: in tre mesi se lo mangiano». Buttato giù, decise di diventare più bravo lui degli altri: ha finito per esser costretto a presentare i libri di Scilipoti.

Dicono i sondaggi Ipsos che gli italiani hanno fiducia in Monti nonostante il 93% sia convinto che chiederà sacrifici. Anzi, la maggior parte lo stima d'istinto proprio perché «non sa e non gli interessa sapere» se è un po' più di destra o di sinistra. È un patrimonio enorme, che sarebbe un delitto sprecare. Questione di stile. Credibilità. Serietà. Le sbandate della Borsa, gli attacchi speculativi, l'altalena degli spread , però, dicono che il premier incaricato deve dimostrare subito che si cambia pagina.

Gli buttano addosso l'accusa di essere già dentro la Casta? Se ne liberi rinunciando alle prebende pubbliche. Scelga di chiamarsi fuori da quelle posizioni di rendita, spalanchi le finestre, imponga la massima trasparenza, mostri ai cittadini tagli veri a una politica ingorda che in trent'anni ha moltiplicato per 41 volte i costi degli affitti di Montecitorio, punti su uomini che, non cercando consensi elettorali, sgobbino dove devono sgobbare e non passino le giornate (i dati sono dell'Osservatorio di Pavia) andando in tre anni 38 volte a Porta a Porta e spostandosi come trottole da un convegno a una inaugurazione, da un meeting a una sagra della zucca, della castagna o del peperoncino. Se la giochi fino in fondo. E vedrà che, rovesciando tutto, forse avrà più possibilità che non rovescino lui.

Gian Antonio Stella

16 novembre 2011 15:52© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_16/echi-dalla-palude-gian-antonio-stella_08608e3a-1018-11e1-a756-4c2fd73eac66.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Se per l'onorevole l'italiano è un optional
Inserito da: Admin - Novembre 23, 2011, 05:10:46 pm
Tuttifrutti

Se per l'onorevole l'italiano è un optional

Alle elementari chi ha promosso Michaela Biancofiore?


«A scuola, allora, si cominciava con le aste, centinaia di aste su quaderni a quadretti con la matita, non ancora col pennino e l'inchiostro. Poi, si passava alle vocali; poi, alle consonanti; poi, all'assemblaggio di una consonante e di una vocale; quindi, si congiungevano le sillabe per formare parole. E si copiavano parole dal sillabario e si facevano schede d'esercizi. Esercizi che duravano dei mesi...».

Ecco, l'onorevole ripetente Michaela Biancofiore dovrebbe ricominciare da quell'ultima intervista data da Leonardo Sciascia a Le Monde prima di morire. Riparta dalle aste. O almeno dalle vocali: a-i-u-o-l-e. Perché una cosa deve mettersela in testa: deve piantarla di difendere l'italianità dell'Alto Adige commettendo strafalcioni mostruosi non solo per un deputato ma per un somaro della seconda elementare. Si è schiantata sugli accenti («dò», «stà», «pò»), ha detto che gli avversari la vogliono «distrutta, annientata, denigrata, scanzonata» (voce dello sconosciuto verbo michaeliano «scanzonare»), ha inventato «l'amantide religiosa». Creatura che, con l'apostrofo lì, è ignota in natura. Insomma: un disastro.

Prendiamo la sua ultima battaglia, contro la rimozione, dalla parete del Palazzo degli Uffici finanziari di Bolzano di un altorilievo che raffigura il Duce a cavallo. Ricordate? Berlusconi fece con Durnwalder nell'autunno 2010 un accordo scellerato: la Svp s'impegnava a non votare, in quel momento delicato, la sfiducia a Bondi e in cambio Roma dava ciò che nessun esecutivo, di destra o sinistra, aveva mai concesso: lo stop ai restauri del monumento alla Vittoria, la rimozione dell'altorilievo e lo spostamento del monumento all'Alpino di Brunico. Tre simboli dell'italianità vissuti dalla Svp come ferite. Bene: mentre scoppiava la rivolta, la ripetente «pasionaria» pidiellina se ne restò muta: «Invito tutti alla calma. Il governo ha già abbastanza problemi».

Entrata tardi in battaglia per amore berlusconiano, la Biancofiore ha però ragione: non c'è senso a rimuovere l'altorilievo. Come ricorda nel libro Non siamo l'ombelico del mondo Toni Visentini, che certo non è un italianista fanatico, «la piazza non è mai stata vissuta (ed è opportuno che non si cominci ora) come "fascista"» anche perché «il bassorilievo - splendido - è opera di un grande scultore bolzanino di lingua tedesca, Hans Piffrader». Cosa resterebbe se i posteri avessero distrutto tutti i ritratti di Giulio Cesare e Luigi XIV, papa Borgia o Ezzelino da Romano? Ormai è lì, ci mettano una targa che spieghi la scelta di non distruggere l'arte nonostante le infamie del Duce e fine.

Ma in nome dell'Italia, dell'italianità e della lingua italiana la Biancofiore la smetta di scrivere, come ha fatto su carta intestata spingendo Emiliano Fittipaldi a riderne su l' Espresso , che si trattò di un accordo preso «senza sentire n'è i dirigenti del Pdl n'è verificare la sensibilità dei nostri elettori...». Ma chi l'ha promossa in terza elementare? Pensa di avere, come deputata, l'immunità ortografica?

Gian Antonio Stella

23 novembre 2011 | 10:28© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/11_novembre_23/bianciofiore-stella_a4f47c3a-1599-11e1-abcc-e3bae570f188.shtml


Titolo: Gian Antonio STELLA - Il buon esempio è necessario
Inserito da: Admin - Dicembre 04, 2011, 04:51:44 pm
IL TAGLIO DEI COSTI DELLA POLITICA

Il buon esempio è necessario

Niente scherzi. Dopo avere già assistito in questi anni all’incenerimento di «375 mila leggi inutili», all’«abolizione di tutte le Province», a «tagli epocali ai costi della politica », alla «più spettacolare riduzione delle tasse di tutti i tempi», al «taglio di 50 mila poltrone», al «raddoppio del contributo di solidarietà» sulle buste paga dei parlamentari e via tambureggiando in una serie di annunci trionfali evaporati nel nulla, i cittadini non potrebbero perdonare un altro zuccherino propagandistico.

Gli italiani lo sanno: rotto l’incantesimo del «siamo messi meglio degli altri », la situazione è pesante. Sanno che, per il bene dei figli e dei nipoti, saranno toccate le pensioni. Che, per sottrarre i Comuni con l’acqua alla gola al ricatto di cedere in cambio degli oneri di urbanizzazione su varianti urbanistiche che devastano il paesaggio, sarà reintrodotta (si spera con una equa gradualità) una tassa sulla prima casa. Sanno che c’è il rischio di un aumento delle aliquote fiscali per i redditi più alti. Ma guai se, chiamati a fare sacrifici dopo aver già visto nell’ultimo decennio il Pil pro capite calare del 5%, si accorgessero di essere presi in giro. A partire dall’unica vera svolta annunciata: la riforma dei vitalizi.

Le fibrillazioni di tanti parlamentari davanti all’ipotesi che, con quasi 17 anni di ritardo rispetto alla riforma Dini, passi infine anche per loro dal prossimo 1 gennaio il sistema contributivo, non promettono niente di buono. Tanto più che quelli con meno di 55 anni che vedono di colpo il loro vitalizio alleggerirsi e allontanarsi di anni sono addirittura 238. Quanti bastano, se vogliono, per terremotare il cammino della manovra.

Certo, resta nei confronti degli altri italiani un privilegio non secondario. Se anche passasse così com’è il progetto di riforma, il parlamentare in aspettativa dal suo lavoro si ritroverebbe, lui solo, con due contributi figurativi che, versati uno dal datore di lavoro e l’altro dal Parlamento, gli garantiranno comunque due assegni pensionistici. E meglio sarebbe se la riforma fosse fatta fino in fondo: chi fa il parlamentare fa il parlamentare. Punto. Come in America e in altri Paesi. Con tutte le conseguenze, anche contributive, del caso. Ma, si dice, piuttosto che niente meglio piuttosto. Purché la svolta non venga svuotata da misteriosi codicilli infilati dalle solite misteriose manine. E purché sia chiaro che non si tratta di una regalia nei confronti «del chiasso qualunquista antipolitico » ma di un atto di giustizia.

«Se si toccano i diritti acquisiti bisognerebbe dare indietro i soldi a quelli che hanno pagato per acquisirli. Sennò è come se li avessero truffati», ha detto con l’aria del condannato al patibolo il deputato «responsabile» Maurizio Grassano. Prendetelo in parola: ridategli i soldi e ciao. Perché la truffa è far credere che il vitalizio restituisca al parlamentare solo quanto ha versato. Fa