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Autore Discussione: Gian Antonio STELLA -  (Letto 104310 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Febbraio 21, 2008, 10:49:44 am »

La Regione approvò una «dichiarazione d’urgenza» e una legge per gli impianti di smaltimento

Rifiuti a Pianura, come 35 anni fa

Spazzatura, malattie e blocchi stradali: tutto ricorda i tempi del colera

 
Dalle viscere puzzolenti delle discariche campane, insieme con i rifiuti tossici, continuano a uscire sorprese. Come una lontana legge regionale che, dissepolta, fa retrodatare l'emergenza spazzatura al 1973: cioè 35 anni fa. E indovinate da cosa era stata motivata, quella legge? Dal colera e da una rivolta a Pianura. Prova provata che il nostro è un Paese più smemorato dello smemorato di Collegno. Quanto siano lunghi trentacinque anni è facile da dirsi. Ne bastarono ventuno a Gengis Khan per unificare le tribù mongole, trascinarle alla conquista dell’Asia, arrivare ai Balcani e fondare il più grande impero della storia. Ne bastarono ventisette a Wolfgang Amadeus Mozart, morto appunto trentacinquenne, per scrivere 22 opere liriche, 12 opere sacre, 17 sinfonie e un’altra infinità di concerti e sonate e duetti. Ne bastarono 32 a Pio IX per marcare il pontificato più lungo dopo San Pietro. Bene, in quel lontano 1973 in cui erano ancora vivi Julius Evola e Aldo Palazzeschi, Beppe Savoldi vinceva la classifica marcatori davanti a Paolino Pulici e a Sanremo trionfava Peppino Di Capri, Napoli venne colpita dal colera.

Era la fine di un agosto torrido. Il presidente del Consiglio Mariano Rumor declamava che i problemi del Mezzogiorno erano al primo posto nella sua agenda, le cozze morivano asfissiate negli allevamenti legali e in quelli abusivi, la città non aveva ancora smaltito la rabbia che a metà luglio, nell’incubo d’una crisi energetica, aveva scatenato addirittura una serrata dei panificatori seguita da medievali assalti ai forni. E quando furono segnalati i primi due morti dilagò il panico. Il 30 agosto i decessi erano già sette, i ricoverati negli ospedali oltre centocinquanta, gli americani cominciavano a vaccinare la gente con enormi siringoni. E mentre nel resto d’Italia gli anti-democristiani sorridevano del fatto che per l’Organizzazione mondiale della sanità l’epidemia era causata da un vibrione di tipo Ogawa (con immediato gioco di parole su quello che era allora il viceré doroteo: «’o Gava») in città e nei dintorni divampava la protesta con guerriglia nelle strade, incendi, attacchi alle farmacie.

Ed ecco infine arrivare le prime disposizioni igieniche: vietato vendere frutti di mare, vietato fare il bagno lungo tutto il litorale, vietato abbandonare l’immondizia per strada. I giornali, memori di quanto era accaduto nella storia, ripubblicavano le cronache della spaventosa epidemia di colera del 1884 (settemila morti) e di quella ancora più apocalittica del 1836/1837, quando le vittime erano state 18 mila. Il ministro della Sanità, Luigi Gui, arrivava sotto il Vesuvio dicendo di essere stato informato di quanto accadeva dalla radio e mentre il capo dello Stato Giovanni Leone faceva visita ai malati al «Cotugno», una folla di curiosi, come trent’anni dopo avrebbe ricostruito sul «Diario» Eugenio Lucrezi, assisteva dal lungomare «alla deriva di quintali di cozze senza padrone, sradicate dai tralicci da chissà chi, che fluttuavano libere su e giù per Mergellina e in balìa delle correnti» mentre i fotografi immortalavano gli allevamenti di frutti di mare dove aggallavano i topi morti.

Sul Mattino, riapparve anche un pezzo della combattiva lettera aperta che la grande Matilde Serao aveva indirizzato in quel 1884 al capo del governo Agostino Depretis: «La strada dei Mercanti, l’avete percorsa tutta? Sarà larga quattro metri, tanto che le carrozze non vi possono passare, ed è sinuosa, si torce come un budello; le case altissime la immergono durante le più belle giornate, in una luce scialba e smorta: nel mezzo della via il ruscello è nero, fetido, non si muove, impantanato, è fatto di liscivia e di saponata lurida, di acqua di maccheroni e di acqua di minestra, una miscela fetente che imputridisce. In questa strada dei Mercanti, che è una delle principali del quartiere Porto, v’è di tutto: botteghe oscure, dove si agitano delle ombre, a vendere di tutto, agenzie di pegni, banchi lotto; e ogni tanto un portoncino nero, ogni tanto un angiporto fangoso, ogni tanto un friggitore, da cui esce il fetore dell’olio cattivo, ogni tanto un salumaio, dalla cui bottega esce un puzzo di formaggio che fermenta e di lardo fradicio ».

 E tutti a dire: ecco, anche oggi è come allora! Basta! Basta! Era questa l’aria che tirava, quando scoppiarono le rivolte di piazza contro le discariche, a partire da quella di Pianura dove la gente organizzò esattamente come oggi furenti blocchi stradali. E fu nella scia di questi moti che il Consiglio Regionale della Campania (nel quale sedeva sui banchi comunisti il giovane Antonio Bassolino) decise di votare una «dichiarazione di urgenza ». E di varare una legge, la numero 23 del 19 novembre 1973, che portava un titolo quasi incredibile, a rileggerlo oggi: «Finanziamenti regionali per la costruzione, ampliamento e completamento di impianti per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani». E non si trattava solo, come ricorda Mario Simeone, già capo dell’Ufficio Stampa del Consiglio Regionale, di buoni propositi: per la sua attuazione venne previsto infatti uno stanziamento di 30 miliardi di lire, con i quali i comuni o loro consorzi avrebbero dovuto «costruire i necessari inceneritori nel quadro di un piano regionale di cinque anni di localizzazione razionale degli impianti». All’articolo 9, con minaccioso decisionismo, c’era scritto: «Qualora i Comuni o Consorzi non presentino i progetti esecutivi o non completino le opere nei termini stabiliti, provvede direttamente la Regione alla realizzazione degli impianti». All’opera! All’opera! Cinque anni dopo, al momento del bilancio, non era stata investita seriamente una sola lira. Da allora, mentre si accavallavano emergenze ad emergenze, si sono succeduti 5 presidenti della Repubblica, 9 legislature, 29 governi. E, come se quella legge non fosse mai stata fatta, si è sempre ricominciato da zero.

Gian Antonio Stella
21 febbraio 2008

da corriere.it
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« Risposta #16 inserito:: Febbraio 28, 2008, 03:36:53 pm »

Figli e politica Su «Avvenire»

La pazza idea delle scuole divise per tribù


La commissione per la Promozione della Virtù saudita è arrivata a suggerire il bando, tra le lettere latine, della «X»: somiglia a una croce. Un problema, se ci arrivassimo: come scrivi taxi, extra, xilografia, export o marxista?
E poi, come la insegni a un bambino, senza questa «X», la moltiplicazione «2 X 2»? La domanda è meno surreale di quanto appaia. E sorge davanti a una curiosa tesi lanciata da un editoriale di Avvenire. Secondo il quale lo Stato dovrebbe «garantire che i genitori di sinistra possano mandare i figli in scuole di sinistra, quelli liberali in scuole liberali, quelli cattolici in scuole di ispirazione cattolica». Principio che automaticamente dovrebbe essere esteso, salvo forzature costituzionali, ad islamici e buddisti, geovisti e «scientologisti », induisti e animisti e cultori del wudu. Secondo Giacomo Samek Lodovici, infatti, è in ballo «un valore non negoziabile come la libertà di educazione ». E «poiché la trasmissione culturale dovrebbe essere trasmissione della verità, la scuola dovrebbe trasmettere principalmente (non esclusivamente) la verità. Cioè quelle tesi e quei valori che essa e i genitori che l'hanno scelta considerano vere».

Un papà e una mamma sono di sinistra? Hanno diritto a una scuola di sinistra. Sono di destra? Scuola di destra. Certo, c'è un problemino: «quale» sinistra? Quella bertinottiana o pecoraroscania, veltroniana o pannelliana, dilibertiana o turigliattiana? Mica facile, trovare la scuola giusta. E «quale» destra? Berlusconiana o finiana, buttiglionesca o mussoliniana, rotondiana o santanchesca? Quanta dose di simpatie trotzkiste può essere tollerabile per un bravo genitore post-diessino? Quanti fez e gagliardetti e busti del Capoccione possono essere accettati sopra l'armadio in classe da un bravo genitore liberale? E può essere davvero democratica una scuola non perfettamente aderente alle specifiche «verità » di Franco Giordano e Marco Ferrando, Salvatore Cannavò e Livio Maitan, Francesco Caruso e Luca Casarini? Immaginiamo già il primo incontro dei genitori-insegnanti: «Scusi, professore, ma lei non è in linea con la mia verità». Certo, per venti, trenta o quaranta milioni di precari sarebbe un'occasione unica. Potrebbero smettere d'invocare sempre più allievi disabili, veri, semi-veri e smaccatamente falsi per allargare il numero degli insegnanti di sostegno, che in Sicilia sono arrivati ad essere quasi il 18% del corpo docente, per spartirsi ciascuno una fettina di questo nuovo mercato.

La scuola personalizzata. Su misura. Taglia 42 o taglia 58 drop sei a seconda di ciò che scelgono i papà e le mamme. E arriverebbe a compimento il percorso di un Paese dov'è ormai impossibile trovare un accordo anche sulla condivisione del punto e virgola. E dove finalmente, rinunciato una volta per tutte all'idea di una storia comune, ognuno potrebbe raccontarsi la «sua». Anzi, c'è chi dirà che non occorre neppure fare dei libri nuovi. Ci sono già. Siete genitori di sinistra? Ne «L'età contemporanea» di Ortoleva- Rivelli, i vostri figlioli possono leggere che la figura di Stalin «appariva rassicurante nella sua immensa autorità e nella sua salda permanenza al potere. Il timore da essa ispirato poteva quasi essere sentito positivamente, come il rispetto dovuto ad un'autorità dura ma giusta». Oppure, sul «Dizionario giuridico italiano- inglese» di Francesco De Franchis, che dopo il trionfo elettorale nel 2001 «il nuovo governo Berlusconi si presenta come una compagine all'altezza dei propositi, dal decreto salvaladri al condono edilizio, dal vecchio regime dei lavori pubblici alla virtuale abolizione del Secit: un free for all degno di Somoza». Per non parlare della differenza tra i lager nazisti e i gulag sovietici, spiegata negli «Elementi di Storia» di Camera- Fabietti, dove i primi furono la conseguenza «logica e necessaria» di un regime fondato «sulla sopraffazione e l'eliminazione delle "razze inferiori" », mentre l'«ignominia» dei secondi non va imputata al comunismo che «esprimeva l'esigenza di uguaglianza come premessa di libertà » ma al «tentativo utopico» di tradurre immediatamente «questo sacrosanto ideale» in atto o peggio ancora alla «conversione di Stalin al tradizionale imperialismo».

Quanto ai genitori di destra, stiano tranquilli anche loro. Basterà dare più spazio a manuali come «I nuovi sentieri della Storia» di Federica Bellesini. Dove la differenza tra destra e sinistra storica viene ricostruita così: «Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri. Essi facevano politica al solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi socialmente o arricchirsi» mentre quelli della Sinistra, «erano professionisti, imprenditori e avvocati disposti a fare carriera in qualunque modo, talvolta sacrificando perfino il bene della nazione ai propri interessi».

Troppo soft? Si può allargare a tutta la penisola la scelta fatta dalla professoressa Angela Pellicciari del romano «Lucrezio Caro» che ai suoi liceali, con il «Manifesto» di Marx e il Concordato, ha fatto adottare «Le conversazioni segrete» di Adolf Hitler, con commossa prefazione del neonazista Franco Freda: «Dinanzi alle parole e ai detti memorabili dei Capi e dei Maestri i semplici devoti devono stare in raccoglimento e osservare il silenzio». E perché non recuperare i buoni vecchi sussidiari di una volta? Lì sì che i bambini imparavano la meccanica! «Il passo romano è un esempio di moto uniforme». E pure la poesia: «Tu levi la piccola mano / con viso di luce irradiato / Tu sei quel bambino italiano, / che il Duce a cavallo, ha incontrato... ». «E noi?», diranno i genitori leghisti. Ma certo, avanti le scuole padane. Con libri come «La storia della Lombardia a fumetti » distribuita dalla Regione. Dove c'era sì qualche sventurato strafalcione («Verso il 3000 dopo Cristo la civiltà camuna era piuttosto evoluta... ») ma in compenso i rampolli celtici potevano leggere una nuova ricostruzione del Risorgimento: «alcune manovre e piccoli intrighi, certi eroismi e strani trattati avevano portato la penisola italiana a essere un unico regno...» O manuali come «Noi veneti » che, voluto e finanziato dalla Regione guidata da Galan, non aveva una riga su pittori come Giorgione o Tintoretto, Tiziano o Canaletto né su musicisti come Vivaldi o Albinoni o scrittori come Pietro Bembo o Ruzante, ma regalava una poesia di Catullo tradotta dal latino in dialetto: «Cossa de mejo gh'è del riposarse / infin, dal peso e dal strassinamento... ».

E poi spazio, ovvio, alle scuole musulmane. Dove i genitori, in nome della «loro» verità potrebbero chiedere lo stesso sussidiario su cui studiò Magdi Allam («L'imperialismo internazionale ha conficcato il cancro dell'entità sionista nel cuore del mondo arabo per ostacolare la nascita della Nazione araba accomunata dall'unità del sangue, della lingua, della storia, della geografia, della religione e del destino») o i manuali dei ragazzini palestinesi dove, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, su 28 carte geografiche non ce n'è una con Israele e puoi trovare ammonimenti come questo: «I vostri nemici cercano la vita, voi cercate la morte ». E poi ancora scuole cattoliche senza Darwin e i neo-darwiniani e magari, come sognava il ministro della cultura dei gemelli Kaczynski in Polonia, senza Kafka, Dostoevskij e Goethe. E poi ancora scuole luterane e scuole valdesi e scuole anglicane e scuole di ogni genere su misura della «verità» scelta dai genitori. Tra i quali avranno soddisfazione, si spera, anche i comunisti coreani che potranno finalmente allevare i figlioli nel culto dell'«Adorato Kim Jong-il», che nei libri di testo sale in cima al monte Yongnam e declama celeste: «Corea, ti farò brillare!»

Gian Antonio Stella
28 febbraio 2008

da corriere.it
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« Risposta #17 inserito:: Marzo 03, 2008, 06:04:08 pm »

La battuta a un collaboratore sull'età: «SONO VECCHIO Ma non sono ancora rinc...»

E Silvio archiviò i miracoli

Il leader cambia linea anche sulla pressione fiscale: ridurla sotto il 40 %


E la chioma? Deciderà anche di mostrarsi pelato e senza quei capelli arancioni tanto sagomati da sembrare un parrucchino? L'interrogativo non è così eccentrico dopo che ieri Silvio Berlusconi, rompendo un tabù, si è girato verso un collaboratore che gli parlava all'orecchio sbuffando divertito: «È inutile che suggerisci. Sarò vecchio ma non sono ancora rincoglionito». Stupore tra gli astanti: vecchio? Lui? La battuta in realtà, giura chi lo conosce, è tutta nel solco di una nuova strategia del Cavaliere. Lo spiegò benissimo, anni fa, don Gianni Baget Bozzo, che in questi anni è stato il cappellano militare di Forza Italia: «Le gaffes di Berlusconi non sono gaffes. Lui fa finta ma è tutto già pensato, già voluto. Sperimenta, cerca, manda messaggi, anticipa. Sono uno strumento di comunicazione e di direzione politica». Vale per le gaffes, vale per il resto. Anche se un giorno gigioneggiò sul suo essere «come Biancaneve in un mondo che non è una fiaba » e ancora insiste talora nel definirsi un imprenditore «costretto dalla storia ad assumersi questo ruolo», il leader azzurro ha imparato da un pezzo a «far politica». Anzi, non lascia niente al caso. Straordinario «annusatore» del mercato, ama dire che sa farsi «concavo e convesso». Un prodotto non va più? Lo cambia. Con una rapidità di decisione che gli altri politici italiani se la sognano. Ed è lì la chiave per capire le ultime svolte. Tre su tutte. La prima: abolizione dei sogni. Ci aveva giocato per anni, sul tema. Non solo nel messaggio con cui segnò il suo ingresso in politica. Si vantava di avere voluto lui preziose riedizioni de «L'Elogio della follia» di Erasmo da Rotterdam e de «L'Utopia » di Tommaso Moro.
Scriveva libri dal titolo «La forza di un sogno». Definiva Forza Italia «una nave di sognatori ». Assicurava che il suo governo «stava realizzando il sogno di cambiare l'Italia». E ancora due anni fa teorizzava: «Ai cittadini bisogna presentare un sogno, un progetto ambizioso per il futuro, e noi stiamo pensando a quello». Per non dire dei miracoli. Promessi e rivendicati: «Vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano». «Coi vincoli europei non possiamo fare una vera politica economica, tanto meno la vecchia politica dei cambi. Possiamo fare solo i miracoli quotidiani». «Abbiamo fatto semplicemente i miracoli. Nessuno ha fatto mai di più della coppia Berlusconi-Letta...». Bene: tutto cambiato. Al punto di lanciare questo messaggio: «La situazione è molto, molto difficile e gli italiani devono essere consapevoli di questo. Nel programma c'è una frase precisa, ossia: non promettiamo e non facciamo miracoli». Seconda svolta: l'impegno, tra le sette «missioni », a ridurre la pressione fiscale «sotto il 40 per cento ». Una sterzata poco notata da amici e avversari, ma clamorosa. Fin dal suo trionfale debutto, infatti, il Cavaliere aveva battuto e ribattuto su un punto: «Se i cittadini sentono che lo Stato non li rapina ma gli chiede il giusto saranno contenti di pagare le tasse e le entrate dello Stato aumenteranno ». Dunque, due sole aliquote: 23% fino a 200 milioni di lire, 33 per cento oltre. Tesi liquidata da Giulio Tremonti, pochi giorni prima di diventare un ministro berlusconiano, come una «panzana». Peggio: «Miracolismo finanziario». Ma cocciutamente perseguita dal Cavaliere per anni. Cavalcata nella campagna elettorale del 2001: «Per il Mezzogiorno, quando sarò al governo, chiederò al commissario Ue Monti gli stessi sgravi fiscali dell'Irlanda.

Ridurrò l'Irpeg al 25%». «Con buon senso e attenzione, nell'arco di tre-quattro anni ridurremo la pressione fiscale dal 47 al 35%. E taglieremo del 20% il prelievo Irpef». Controfirmata nel famoso «contratto con gli italiani»: «Punto primo: Abbattimento della pressione fiscale con l'esenzione totale dei redditi fino a 22 milioni di lire annui; riduzione al 23 per cento dell'aliquota per i redditi fino a 200 milioni; riduzione al 33 per cento dell'aliquota per i redditi sopra i 200 milioni».

E rilanciata quando già era a Palazzo Chigi da tre anni: «Se il cittadino percepisce le tasse come giuste, se gli si chiede il 33%, è invogliato a pagare, si convincerà che è doveroso far fronte alle richieste dello Stato, se invece gli si chiede il 50% del suo reddito si sente moralmente autorizzato ad evadere ». Terza svolta, sul giovanilismo. Ci ha sempre tenuto molto, il Cavaliere. Si faceva fotografare in tenuta da tennis mentre batteva il passo con Galliani, Dell'Utri, Letta alle Bermude. Gioiva a leggere che i compagni di una «corsa rigenerante» erano rimasti con la lingua a penzoloni e l'assai più giovane Antonio Tajani aveva dovuto mettersi a letto. Gongolava quando Michaela Biancofiore, bionda valchiria altoatesina, lo definiva «un figaccione».
Faceva lo sciupafemmine, fino a innervosire Veronica, confidando: «Sono andato a Cleveland per venire incontro alle sollecitazione dei miei che volevano che mettessi un salvavita. Ora mi sento forte, giovane e prestante e sono pronto a innamorarmi». Citava a suo vanto il medico e sindaco Umberto Scapagnini: «Assicura che sono 25 anni più giovane della mia età reale». Fino alle battute più recenti: «Mi sento giovanissimo». «Mi fa piacere stare qui tra coetanei, cari ragazzi di An».

«Gli anni? Tutto dipende da come uno si sente. Io per esempio, in tutti i campi, ne ho 35». Tema: come mai, ieri, ha rovesciato tutto? Autoironia, senz'altro: anche i nemici riconoscono che ce l'ha. Ma forse, come sulle tasse e i miracoli e i sogni, c'è appunto dell'altro. Una nuova strategia. La stessa che lo portò, tempo fa, a rinvangare con Veltroni una mitica battuta di Reagan contro Mondale che gli rinfacciava d'esser vecchio: «Non sfrutterò politicamente la giovane età e l'inesperienza del mio avversario». Resta quella curiosità iniziale: e i capelli? Il «nuovo» Berlusconi più prudente e meno sognatore e meno miracolista si mostrerà anche più anzianotto? E i tacchi? Rinuncerà un giorno a quelle formidabili zeppe che lo fanno svettare oltre il metro e settanta?

Gian Antonio Stella
03 marzo 2008

da corriere.it
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« Risposta #18 inserito:: Marzo 07, 2008, 03:15:17 pm »

VELTRONI E IL NORD EST

Lo strappo di Calearo

di Gian Antonio Stella


Dice il ministro rifondarolo Paolo Ferrero che l'idea di Veltroni della comunità del lavoro «è una classica idea di destra organicista, la traduzione del "siamo tutti sulla stessa barca" con i lavoratori che remano e Agnelli al timone». «Una stupidaggine», sentenzia: «La società è divisa tra chi sfrutta e chi è sfruttato». Quindi, come ha sancito Fausto Bertinotti, tra l'operaio scampato all'incendio della Thyssen e l'ormai ex presidente di Federmeccanica Massimo Calearo candidati insieme nel Pd, o è di troppo l'uno o è di troppo l'altro.

Per carità: potrebbero esserlo tutti e due. Nella prospettiva di un partito attento ai processi più nuovi della società, Antonio Boccuzzi ha oggi un altissimo valore simbolico dopo la catena di omicidi bianchi ma porterà in Parlamento la prospettiva di un lavoratore di un settore esausto e assai poco innovativo. Ed è fuori discussione che l'ex rappresentante degli industriali vicentini, che sono tra i pacchetti di mischia combattivi del Paese, è del tutto estraneo alla storia del centrosinistra. Non bastasse, ha sottolineato subito questa sua estraneità confidando di non aver «mai» votato da quella parte e infilando una serie di battute, a partire da «San Clemente» che hanno incendiato il dibattito come una torcia in un pagliaio.
Veltroni poteva trovare di meglio per aprire a quel Nord Est da decenni avaro di soddisfazioni per la sinistra? Può darsi. I mal di pancia dell'elettorato che si riconosce nel Pd sono forti. E nel rivangare un'infelice battuta del neo-capolista democratico sullo sciopero fiscale («a mali estremi...») crescono i sospiri di dissenso di quanti avrebbero preferito che Walter puntasse (ammesso e non concesso che accettassero) su altri cavalli, forse meno ruspanti e meno in sintonia con gli umori dei piccoli e medi imprenditori veneti, ma mai vissuti come «avversari», e tanto meno come «falchi»: Pietro Marzotto, Mario Carraro, Luciano Benetton.

Ma Veltroni voleva lo strappo. Netto. Carta vincente o carta perdente? Si vedrà. Al di là dei turbamenti democratici e dei veleni della destra che urla al «tradimento», le polemiche su Calearo dimostrano però ancora una volta tutti i limiti d'una certa sinistra nel capire il Nord Est. Basti leggere Liberazione.
Dove i settentrionali sono «prigionieri del benessere blindati nelle villette-bunker» contrapposti a «meridionali costretti a una nuova ondata migratoria verso i paesi di quelle villette». Uno stereotipo che fa il paio col modo in cui Alfonso Pecoraro Scanio sbertucciò le paure dei veneti dopo il massacro di Gorgo al Monticano: «Il tono del dibattito sulla sicurezza è ormai da barzelletta». E con l'idea di una società spaccata come una mela di Ferrero.

Sia chiaro: il mondo è pieno di sfruttati e sfruttatori. E gli uni e gli altri vanno chiamati col loro nome: sfruttati e sfruttatori. Ma questa sinistra è convinta di conoscerli davvero, i «suoi» operai del Nord Est? Dicono le tabelle delle ultime politiche che i risultati ottenuti da Rifondazione in alcuni paesi ad altissima densità operaia della provincia iper-industrializzata di Vicenza sono i seguenti: 2,7% ad Arzignano, 2,7 a Carrè, 2,0 a Rosà, 1,8 a Rossano Veneto, 1,6 a Zermeghedo... Come mai? Forse le cose sono un po' più complesse...


07 marzo 2008

da corriere.it
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« Risposta #19 inserito:: Aprile 03, 2008, 05:33:38 pm »

Ritorni / Quando la Balena Bianca diventò Acciuga

Pizza e l’antica gaffe

Appese nel bagno un quadro di Fanfani



«Dc chiede rinvio elezioni». Quando ha visto i titoli delle agenzie, il segretario della Sardina Bianca Giuseppe Pizza s’è commosso come ai bei tempi. La Balena Bianca sì, decideva la politica! Peccato che il segretario dell’Acciuga Bianca, Angelo Sandri, l’abbia subito attaccato: «Impostore!»

Come andrà a finire si vedrà. Avendo perfino già votato gli italiani in missione all’estero, è possibile che le elezioni vadano a monte per una molecola, sia pure appoggiata da un verdetto del Consiglio di Stato? Boh... Il ritorno di questi «eredi» della Democrazia cristiana, col loro strascico di sentenze, ricorsi, cavilli, appelli, denunce, diffide, ha però l’odore di certi vecchi ritagli che affiorano dai cassetti riportandoti indietro.

 
Milano, 6 giugno 1953 - Vigilia delle elezioni politiche: militanti della Democrazia cristiana si preparano per un giro di propaganda in città
Agli anni in cui il partitone scudocrociato era il contenitore di mille anime diverse e alcune non sopportavano le altre al punto che, racconta Guido Quaranta in Tutti gli uomini del presidente, Amintore Fanfani, all’inizio delle sedute del Consiglio dei ministri, pregava Oronzo Reale, repubblicano, di sedersi tra lui e Paolo Emilio Taviani «perché non voleva averlo vicino». Un’ostilità che Taviani ripagava: «Nella vita ci sono solo due cose belle, le donne e l’odio perenne per Fanfani».

Anche Giuseppe Pizza, che pure si definisce erede di De Gasperi e di tutti i padri del partito dopo di lui, finì in rotta con Fanfani. Il vecchio Amintore era un uomo così ricco di ironia che una volta arrivò a sorridere della propria statura dicendo a Giorgio Bocca: «Vile! Tu uccidi un uomo corto!». Aveva però una fissa sulla quale era permalosetto assai: la pittura. Narra dunque la leggenda che un giorno, paonazzo di rabbia, venne a sapere che Pizza, cui aveva cerimoniosamente donato un quadro da lui pittato, aveva appeso il capolavoro in bagno. Lo chiamò: «Caro Giuseppe! Perché non mi inviti?» «Una sera a cena?», rispose speranzoso quello. «No, devo fare la pipì...». Detto fatto, raccontano, commissariò i giovani democri stiani togliendo a Giuseppe la sola e unica carica che mai avesse avuto.

Ai tempi in cui la Dc era la «vera » Dc, infatti, Giuseppe Pizza era più nessuno di qualunque altro signor nessuno. Basti dire che l’Ansa, come rivela l’archivio, si accorse via via dell’esistenza di Paolo Cento o Aurelio Misiti, Pietro Folena o Carlo Giovanardi e perfino Enrico La Loggia fin dagli anni Ottanta. Di lui no. Mai una citazione. Una riga. Una virgola. Inesistente. Fino al dicembre 2003.

Spiega oggi Wikipedia, dove una mano generosa ha composto una pagina che dedica alla «sua» creatura, la nuova Dc, lo stesso spazio destinato a una grandiosa figura storica come papa Innocenzo III, che in realtà lui c’era. Ed era accanto a Flaminio Piccoli e al vecchio Giuseppe Alessi, ancora oggi in gamba nonostante abbia passato i cento anni, nei tempi in cui fondarono dopo la crisi dei primi anni Novanta e la trasformazione nel Partito popolare, i primi nuclei semi-clandestini di Rinascita della Democrazia cristiana. Quelli sui quali sarebbe stata imbastita un’accanita battaglia giudiziaria. Battaglia chiusa (pare) dalla contestatissima sentenza del giudice romano Francesco Manzo che il 15 settembre 2006 liquidò in 123 righe ogni pretesa di quello che era convinto di essere stato l’ultimo segretario del partito, cioè Rocco Buttiglione, diffidandolo dal «molestare» gli «eredi» del nome e del simbolo del grande movimento di Sturzo e De Gasperi, Moro e Fanfani, Dossetti e Andreotti, Cossiga e Scalfaro: i signori Armando Lizzi e Giuseppe Pizza.

Era il giorno della riscossa. Fino a quel momento, a cercare «Giuseppe Pizza» in internet, usciva una pizzeria di Warminster, Pennsylvania, aperta tutti i giorni, specialità «vegetariana» con broccoli, spinaci, funghi e cipolla, 15 dollari e 95 cent. «E questo da dove esce?», si chiese Gianfranco Rotondi, segretario di un’altra nuova Dc. E prese a diffidare tutti dal «dare notizia circa una sedicente Dc»...

Un tormento. Di qua c’era Buttiglione che sventolava le sentenze sue, di là Rotondi con le sue, di là ancora Casini con le sue... E per anni, sulla tomba della vecchia Dc, è stato tutto un fiorire di democristiani mastelliani e lombardiani, carolliani e folliniani, tabacciani e pezzottisti, d’antoniani e giovanardiani.

Rispettosamente: un delirio. Finito come doveva finire una grande tragedia sfociata in farsa: con l’immenso tesoro democristiano misteriosamente intestato dopo mille passaggi strani a uno scaricatore del porto di Trieste residente in una baracca delle campagne di Buje, in Croazia. E il lillipuziano scontro finale tra il segretario della rinata Dc Giuseppe Pizza e il segretario della rinata Dc Angelo Sandri che si accusano l’un l’altro di essere un maledettissimo usurpatore: «Io e io solo, sono l’erede della Balena Bianca!» Ieri a sinistra, oggi a destra, domani chissà... Un odio immortale. Eterno. Sardina Bianca contro Acciuga Bianca. Nei secoli dei secoli. Amen.

Gian Antonio Stella
03 aprile 2008

da corriere.it
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« Risposta #20 inserito:: Aprile 13, 2008, 04:34:43 pm »

Elezioni 2008 La storia

Uova, fucili, sesso e calcio

La campagna del finto fair play

Gaffe, contestazioni e «sparizioni»: il film della lunga sfida


«Forza Roma», «Avanti Lazio», «Lista del Grillo Parlante». Deciso ad essere eletto, er candidato presidente sor Nardinotti ha messo dentro tutto, nel depliant elettorale. Che je frega de la coerenza? Se si può essere insieme democratici e fascisti, liberisti e statalisti, laici e papalini, leghisti e meridionalisti, realisti e sognatori, populisti ed elitari si potrà ben tifare insieme giallorossi e biancazzurri! Il ragionamento, diciamolo, non fa una piega. Ed è il degno cesello, sia pure in una competizione secondaria quale le «provinciali » romane, di una campagna elettorale che ha offerto davvero di tutto. Compreso il sexy manifesto della vetusta pornostar Milly D’Abbraccio che, stampato in caratteri cubitali sopra un fondo schiena con corredo di collant a rete, guanti e paillettes, intima: «Basta con queste facce da c...». Il bello è che la campagna elettorale, nonostante i momenti di volgarità del giorno in cui era caduto il governo di sinistra, quando l’ultimo giapponese prodiano Nuccio Cusumano si era beccato uno sputo dal compagno di partito Tommaso Barbato mentre il nazional alleato Nino Strano gli urlava «sei un cesso! checca squallida!», era partita con toni da club britannico.

Col Cavaliere da una parte e il sempre-giovane Walter dall’altra che, la mano ripiegata sul fianco e un fazzolettino di lino alla cinta, si scambiavano sorridendo educati colpi di fioretto. E tutti a dire: ah, finalmente, che garbo, come in Europa! Macché... Se Veltroni ha cercato fino all’ultimo di restare fedele al ruolo scelto («Per quanto aspro e offensivo sarà il loro linguaggio elettorale, io non risponderò») fino a tirarsi addosso l’incitazione a essere più grintoso, Silvio Berlusconi ci ha messo poco a riprendersi la parte che più gli piace. Quella di domatore del «suo» popolo. Che eccita e incanta e provoca e incendia toccando tutte le corde che sa essere più sensibili. «Anche oggi Veltroni dice tre bugie ogni due righe: è la vecchia ricetta stalinista sempre valida nella sinistra». «Ha detto 43 menzogne in una sola trasmissione!» «Dovrei ricordare che Veltroni disse che Stalin è un benefattore dell’umanità e che il comunismo è un’utopia positiva? No, sono cose non vere e io non me la sento di dire bugie. Noi siamo i nuovi, non vecchi comunisti riciclati che ricordano quei negozi che falliscono e mettono fuori il cartello nuova gestione ».

Il leader democratico parlava di «Rimonta spettacolare»? Risposta del Cavaliere: «Spettacolare bugia!». Macché, Veltroni sempre diritto. Senza azzannare mai: «E’ stata la più bella campagna elettorale che mi sia capitato di fare, soprattutto per gli incontri diretti, i pranzi a casa delle famiglie». E via a baciare bambini, abbracciare disabili, consolare anziani, sorseggiare analcolici con George Clooney («Avremmo potuto parlare di cinema, ma abbiamo parlato di politica, del Darfur, del Tibet, dell’Africa. Ci siamo molto stimati...») per chiudere infine la campagna sul palco di Roma cantando con Jovanotti «Mi fido di te» in mezzo a un coro di artisti che l’ufficio stampa si è premurato di contare per diffondere la lista. Settantuno: Roberto Andò, Zeudi Araya, Francesca Archibugi, Pippo Baudo, Margherita Buy... Silvio Berlusconi giura da anni di avere fondato «il partito dell’amore »? Walter Veltroni quello dell’amicizia. Andrea Vantini, il nuovo menestrello del Cavaliere, lancia un nuovo inno («Ci hanno provato / scrittori e comici / Un gioco perverso / di chi ha già perso / Presidente questo è per te / Menomale che Silvio c’è») intitolato «A Silvio»? Un gruppo di milanesi risponde con un inno scanzonato imbastito sulle note di "Ymca" dei Village People con mamme, pargoli, giovani sorridenti: «Cantiamo tutti insieme / I am pd / I am pd / Senza Silvio ma / neanche Dini perché / una nuova stagione c’è / I’m Pd».

E un discolo sinistrorso completa la controffensiva con una parodia dell’inno forzista: «Certe notti si mangia pesante / la peperonata con le capesante...» Chiunque vinca, cosa resterà? Intanto, i vuoti. Come quello lasciato da Clemente Mastella, che ha visto di colpo sgretolarsi il suo campanile e dopo esse re stato affettuosamente omaggiato al momento di buttare giù il governo è stato scaricato con la qualifica di impresentabile e confida che a tornare indietro ci penserebbe «dieci volte». O quello lasciato da Michela Brambilla, la rossa salmonata che dopo essere stata pompata per mesi dal Cavaliere (si prendeva così sul serio da dire cose tipo «col mio pedigree nessuno può giudicarmi») è scomparsa come aveva previsto Marcello Dell’Utri bollandola come «una sottomarca». O ancora quello lasciato da Alfonso Pecoraro Scanio e Oliviero Diliberto praticamente spariti alle spalle di un Fausto Bertinotti tornato a dilagare sugli schermi per comunicare il nuovo messaggio che fa inorridire il custode dell’ortodossia Marco Rizzo: «Quella comunista in futuro sarà soltanto una "tendenza culturale" all’interno della Sinistra arcobaleno».

Per non dire delle sedie vuote a Palermo per Gianfranco Fini, così irritato dal flop da spiegare a Fabrizio Roncone: «Allora, sia chiaro un punto: An è fortissima e il legame che i militanti hanno con me, beh, mi pare straordinario. Detto questo, ho ritenuto opportuno fare un passo indietro, lasciando che prevalesse l’interesse della patria». A costo di rimetterci: «Mediaticamente sì, non c’è alcun dubbio, ci ho rimesso. Sebbene io potrei stare tutti i giorni in prima pagina...». Resterà la campagna bellicosa di un Pierferdinando Casini mai visto prima, schieratissimo contro Veltroni ma più ancora contro il Cavaliere («ha una concezione padronale della politica») fino a usare parole mai sentite in bocca sua: «Fa schifo chi ha abbandonato Mastella dopo aver utilizzato i suoi servigi. Chi ritiene che Mastella sia la causa di tutti i guai del Paese non doveva firmargli dei fogli che gli garantivano la presenza in Parlamento di diversi parlamentari».

E poi resteranno il camerata pregiudicato Giuseppe Ciarrapico («’sta destra macchiata è ’na monnezza») ma più ancora la Danielita Santanché, versione fascio-cuneese di Evita e Isabelita e altre condottiere peroniste. Una che si vantava di portar a spasso il figlio, Lorenzino il Magnifichino, con una carrozzina da quattro milioni («Che c’entra? Era bella: se ne fosse costati dieci l’avrei presa lo stesso») ma chiama a raccolta la plebe contro i politici che «devono guadagnare non più di 1.200 euro al mese». Che sfida Berlusconi dicendo «è ossessionato da me, ma tanto non gliela do...». Che urla ai comizi: «Siiiiii! Rivendico di essere fascista se fascista vuol dire cacciare a pedate nel sedere gli irregolari e i clandestini!» Che gongola alle maschie battute del suo nero pigmalione Francesco Storace: «Meglio una destra figa che una destra fighetta...».

E resterà lo scambio di manganellate con la camerata Alessandra Mussolini: «Credo che suo nonno si rivolti nella tomba a vederla fare la valletta di chi come Fini ha definito il fascismo il male assoluto». Risposta: «Proprio stanotte ho sognato mio nonno Benito che mi ha detto cosa pensa di lei...». «Te lo rivelo io cosa ti ha detto tuo nonno... ». Immortali. E poi ancora la minaccia dei fucili di Umberto Bossi «contro la canaglia centralista italiana, romana» e le battute poco cavalleresche del Cavaliere sulle sostenitrici della «sezione menopausa» e l’opportunità di «candidare le babbione» e l’elogio dellutriano e berlusconiano al mafioso Vittorio Mangano che non avendo accusato loro come volevano i giudici «è un eroe, a modo suo». E l’assalto teppistico a Giuliano Ferrara con un lancio di uova che spinse Maurizio Crippa a un omaggio irresistibile: «Ovazioni».

Gian Antonio Stella
13 aprile 2008

da corriere.it
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« Risposta #21 inserito:: Aprile 15, 2008, 04:09:40 pm »

Addio lista Arcobaleno. E Bertinotti lascia

La notte terribile della gauche italiana

E gli operai fanno festa con la Lega

A Valdagno il Carroccio batte la Sinistra Arcobaleno 30 a 2,1.

Bossi: «La Lega l’hanno votata i lavoratori»


«Cercate l’orso bruno "JJ3"», aveva ordinato l’altro ieri Alfonso Pecoraro Scanio. Ciò detto, spiegava un comunicato, il ministro dell’Ambiente aveva «aperto tavoli di confronto con alcuni Paesi dell’Arco alpino» chiedendo preoccupato dove fosse finito lo Yoghi sparito dal parco dell’Adamello. Da ieri, però, ha altri problemi per la testa: con l’orso è sparita la sinistra radicale. Comunista e verde. Almeno dal Parlamento. Non un rappresentante al Senato, non uno alla Camera. O almeno così pareva ormai certo mentre calava la notte più straziante, tormentata e insonne che la «gauche» italiana abbia mai vissuto. Una notte resa ancora più cupa, agli occhi dei protagonisti attoniti del mondo arcobaleno, dal trionfo di Silvio Berlusconi, dal dilagare della Lega e da quella rivendicazione del segretario del Carroccio Umberto Bossi che non ammetteva repliche: «La Lega l’hanno votata i lavoratori». Pausa. Rilancio: «I lavoratori non votano più la sinistra: è la Lega il partito nuovo dei lavoratori».

Hai voglia, adesso, ad alzare il sopracciglio ridacchiando. A fare spallucce. A buttarla sul ridere. Perché i dati che emergono questo dicono. Basta prendere la provincia di Vicenza. Provincia industriale. Metalmeccanica. Manifatturiera. Provincia bianca. Per decenni democristiana. Mariana e bisagliana, cioè fedele a Mariano Rumor e Toni Bisaglia. Obbediente a Monsignor Carlo Zinato, il vescovo che Camilla Cederna chiamava «La Wandissima» per come voleva essere sempre al centro di tutto. Bene: anche a quei tempi la sinistra aveva sempre tenuto in alcune roccaforti. Sempre. I dati di ieri sono nettissimi. E dovrebbero rappresentare per Fausto Bertinotti, che si insediò alla presidenza della Camera dedicando il suo trionfo «alle operaie e agli operai», una spina nel cuore. La Lega straccia la Sinistra Arcobaleno a Valdagno (Valdagno: dove quarant’anni fa i ribelli tirarono giù la statua di Gaetano Marzotto) 30 a 2,1%, la distrugge a Schio (la Schio della Lanerossi) 25 a 2,6%, la polverizza ad Arzignano (dove pure c’è un sindaco di centrosinistra) 37 a 1,5 e la annienta in due paesi storicamente strapieni di Cipputi come Chiampo (41 contro 0,9) e San Pietro Mussolino, dove una popolazione in larga parte composta da tute blu e dalle loro famiglie consegna al Senatur uno stratosferico 49,8 per cento e a quella che forse un po' presuntuosamente si era autodefinita «l’unica sinistra», un umiliante 0,6.

Certo, Bertinotti e Pecoraro e Diliberto, potrebbero cercare qua e là per l’Italia qualche motivo di incoraggiamento. Del resto la storia ci ha consegnato esempi formidabili di sconfitte disastrose spacciate per flessioni. Immortale, ad esempio, resta il caso del democristiano Vito Napoli che, sotto le macerie fumanti del crollo della Democrazia Cristiana nelle disastrose «comunali» del 1993 disse: «Abbiamo perso Roma, Milano, Napoli, Venezia, Palermo... Ma ci sono anche segnali incoraggianti. Penso ai successi di Gerace, Pizzo Calabro, Praia a mare...». Né si può dimenticare il buttiglioniano Maurizio Ronconi dopo una batosta generalizzata al Cdu: «Gli elettori riconsegnano Valfabbrica al Polo, nonostante la presenza di una lista di disturbo. E con Valfabbrica sono nostre anche Parrano e Attigliano... ». Mai, però, si era vista sparire così di colpo, come fosse stata inghiottita da un abisso, un’intera area. Basti dire che soltanto due anni fa Rifondazione Comunista aveva preso il 5,8 per cento, i Comunisti Italiani il 2,3, i Verdi il due abbondante. Per un totale del 10,2 per cento. Per non dire delle elezioni europee del 2004, quando insieme arrivarono a passare l’undici. Di più: non c’era discorso, dibattito, confronto in cui l’uno o l’altro, nella scia delle grandi adunate di piazza antiberlusconiane, non rivendicassero i sondaggi che li davano, tutti insieme, intorno al tredici per cento.

Solo una manciata di mesi fa, nella fase più dura di tensioni sulla Finanziaria dentro quella che allora era la maggioranza, Fabio Mussi minacciava: «Siamo una forza imponente, quindi se non si prestasse orecchio alle nostre proposte si farebbe un errore grave, molto grave». «L’8,7% ottenuto dalla sinistra unita in Germania sarebbe per voi una vittoria o una sconfitta?», chiesero qualche settimana fa al sub-comandante Fausto. E lui: «Siamo uomini di grande ambizione, mai porre limiti alla provvidenza rossa». Erano cinque, i partiti, partitini e micro-partitini, che si presentavano alle elezioni sventolando ancora (nonostante lo stesso Bertinotti avesse spiegato che dentro l'alleanza il comunismo sarebbe stato «una corrente culturale») la bandiera con la falce e il martello. E non uno è stato preso sul serio dagli elettori. E il risultato è una svolta inimmaginabile. Per la prima volta nella storia, dopo la fine della dittatura fascista, il Parlamento italiano non avrà tra i suoi banchi, dove anche la nascita della Costituzione venne salutata da un gruppo di camicie rosse, un solo «rosso». «E' una sconfitta netta dalle proporzioni nette e questo la rende più acuta», ha spiegato l’anziano leader annunciando che il suo ruolo «termina qui».

Neanche il tempo che le prospettive più fosche si concretizzassero e già a sinistra si aprivano come scontato le liti, gli sberleffi, gli insulti, i conati di veleno, i processi ai colpevoli. Certo, niente a che vedere con le purghe di un tempo, quando Antonio Roasio schedava i compagni rifugiatisi in Russia per scoprire se meritavano di farsi un giretto nel carcere Taganka o con la «kista », l'autocritica dei propri errori che veniva chiesta alla scuola quadri delle Frattocchie per fortificare lo spirito comunista. Ma il processo sarà lungo, tormentato, duro. Perché ha perso dappertutto, questa sinistra rancorosa e sognatrice, pacifista e bellicosa che in questi anni ha detto no alla Tav e no all’eolico, no alle missioni di pace e no alla riforma delle pensioni e no a tutto o quasi tutto. E si ritrova sgominata a Taranto (dove soltanto un anno fa aveva incredibilmente vinto le «comunali» dopo un crollo del 46% delle destre ieri risorte) e in tutta la Puglia che le aveva regalato il trionfo di Vendola, in Sicilia dove candidava Rita Borsellino, in Campania dove è finita sotto le macerie del bassolinismo a dispetto delle battaglie contro gli inceneritori e in Piemonte a dispetto dell'opposizione all'Alta Velocità in Val di Susa. E sullo sfondo, mentre loro malinconicamente ripiegano le bandiere, sorride il Cavaliere trionfante e sorride Gianfranco Fini e sorride soprattutto lui, Umberto Bossi. Tra operai in festa ai quali la sinistra non riesce più a parlare.

Gian Antonio Stella

15/04/2008

da corriere.it
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« Risposta #22 inserito:: Maggio 01, 2008, 07:52:35 pm »

Il paese degli sprechi

«Emergenza» e le leggi si aggirano

Dai restauri ai vertici ci pensa la Protezione civile


Duecentomila euro il restauro del David di Donatello li vale tutti. Ma perché li abbia dovuti tirare fuori la Protezione civile non si sa. La pesante statua in bronzo rischiava di crollare improvvisamente al suolo mettendo a rischio l’incolumità dei visitatori del museo fiorentino del Bargello? No, era solo il modo più rapido per trovare i soldi. Direte: d’accordo, ma l’«emergenza»? Non ci vuole un’emergenza per decretare un’emergenza? Certo. Infatti l’ordinanza firmata nell’estate 2006 da Romano Prodi spiegava che il «contributo straordinario» alla Sovrintendenza per il David era necessario «per il proseguimento delle iniziative finalizzate al recupero del patrimonio storico-artistico danneggiato dagli eventi alluvionali che hanno colpito Firenze il 4 novembre del 1966». Un’emergenza di quarant’anni prima.

Ci sarebbe da ridere, se non fosse ormai la prassi. In un Paese dove fare ogni cosa, dall’asfaltare una strada a organizzare una gara podistica, è un’impresa, la Protezione civile è diventata un grimaldello. Certo, uno Stato serio davanti alla paralisi dovuta al mostruoso traboccare di norme e cavilli, risse ideologiche e veti sindacali, cambierebbe le regole. Da noi no: scorciatoia all’italiana. Lo Stato che fotte le regole dello Stato. Geniale. Così l'istituto nato nel 1982 dopo il terremoto in Irpinia e la tragedia di Vermicino, quando l’Italia scoprì traumatizzata dall’agonia di Alfredino che non esisteva neppure una lista di chi aveva questo o quel mezzo di soccorso per aiutare un bambino caduto in un pozzo, ora è la chiave per fare in fretta e aprire ogni porta. La bacchetta magica si chiama «emergenza». Anche la ricostruzione della cattedrale di Noto, gravemente danneggiata dal terremoto del 1998, è finita nell’elenco delle opere fatte grazie ai soldi (e alle deroghe) della Protezione civile. E tutto sommato, viste le condizioni in cui si trovavano le strutture della chiesa dopo il sisma, ci potrebbe anche stare. Se al commissario per l’emergenza non fosse stato affidato anche, testuale, «il restauro delle vetrate artistiche, degli oggetti e dei corredi sacri, delle sculture e delle opere lignee, dei metalli e argenti, dei dipinti su tela e su carta, delle pale d'altare; il restauro conservativo degli altari della navata e del transetto sinistri, del fonte battesimale e dell'acquasantiera, delle cappelle di San Corrado, del SS. Sacramento e della Madonna con Bambino; il restauro della scalinata e del portone in bronzo della navata centrale...». Tolta la salvaguardia dei merletti di Burano, dei torroncini messinesi e della foca monaca di Capo Carbonara, non c’è problema che non sia stato affrontato negli ultimi anni con la dichiarazione dello stato di emergenza, l’affido formale alla struttura diretta dal 2001 dal padovan- romano Guido Bertolaso e la nomina di un commissario straordinario.

Prendete Napoli. Scriveva Donatien-Alphonse- François marchese de Sade a proposito di via Toledo: «Questa strada sarebbe, senza dubbio, una delle più belle che sia dato vedere in una qualunque città europea, se non ci fossero a guastarla le botteghe che si allungano fin quasi alla metà della via, tanto più che si tratta in genere di botteghe di macelleria e di altri generi commestibili, che la rendono fetida e sudicia. (...) Le carrozze vi stanno in perpetuo su due o tre file; i calessi e i piccoli cabriolets, leggerissimi, che a Napoli sono usati come vetture pubbliche, si sono moltiplicati all’infinito; e tutti questi veicoli s’incrociano ininterrottamente». Insomma: il problema dei rifiuti e del traffico infernale con parcheggi in terza fila c’era già negli anni Settanta del Settecento. Due secoli fa. Eppure, oltre che per la spazzatura, anche per il caos nelle strade è stata dichiarata, manco fosse cascato a sorpresa un meteorite, l’emergenza. E la Protezione civile ha emanato nel marzo 2007 un’ordinanza nominando il sindaco Rosa Russo Iervolino commissario straordinario con poteri speciali per «individuare misure efficaci per la disciplina del traffico, della viabilità, del controllo della sosta», ma anche per «la realizzazione di parcheggi, anche a tariffa» e «l’incremento dei livelli di sicurezza stradale» e il «potenziamento dell’efficacia operativa del Corpo di polizia municipale ». (…) Sempre lì si finisce: perché affaticarsi a cambiare le regole, se si possono aggirare? Ed ecco che si ricorre all’«emergenza» per completare i lavori all’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma e all’ospedale Sacco di Milano. Per «delocalizzare» gli sfasciacarrozze nel territorio capitolino. Per rimuovere il relitto della nave Margaret, affondata nel golfo di La Spezia. Fino all’organizzazione dei Grandi eventi. Un’idea di Berlusconi. Che appena insediato nel 2001 a Palazzo Chigi, pragmatico com’è, capì al volo le potenzialità del «grimaldello». E dopo il disastroso G8 di Genova, cancellata quella che allora si chiamava Agenzia della Protezione civile, riportò tutte le competenze a un dipartimento di Palazzo Chigi. Per averla sottomano e affidarle appunto tutti i nuovi compiti aggiuntivi, assai distanti da quelli istituzionali di aiutare la popolazione in caso di calamità naturali e rischi di varia natura. La visita del papa ad Assisi? Emergenza.

Il pellegrinaggio di Sua Santità a Loreto costato 3 milioni di euro? Emergenza. Il vertice italo-russo di Bari? Emergenza. E via così. Tutte «emergenze»: la presidenza italiana del G8 nel 2009 per la quale la «Protezione» prevede anche l’assunzione degli interpreti. I Giochi del Mediterraneo. I Mondiali di nuoto. Quelli di ciclismo a Varese. Perfino le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, di cui si conosce l’arrivo da decenni, sembrano invece affacciarsi del tutto inaspettate come l’apparizione del marito cornuto nella camera della moglie traditrice: «Cielo, l’anniversario!». Emergenze, emergenze, emergenze. (…) Sempre così, da noi: non riusciamo a fare nulla di «normale ». Ci serve sempre uno stimolo straordinario. Oggi l’emergenza, ieri la «data catenaccio». Ricordate Gianni De Michelis? Ai tempi in cui era ministro degli Esteri e si batteva per portare l’Expo 2000 a Venezia, ne aveva fatto una teoria: «Punto primo: sappiamo che in questo Paese ci sono delle cose da fare. Punto secondo: sappiamo che è un Paese paralizzato dalla burocrazia, dai veti incrociati, dalla cultura del rinvio. Punto terzo: sappiamo che in questo Paese occorre uscire da questa paralisi. Dunque è necessaria una data catenaccio. Che ci costringa a fare le cose nei tempi stabiliti». (…) L’emergenza giustifica sempre tutto. Come giustificò a suo tempo, dopo il terremoto in Irpinia, l’allungamento abnorme dei comuni «danneggiati dal sisma» e quindi ammessi alle provvidenze: alla prima conta erano 36, all’ultima 687. Il sindaco di Castellabate, un paese sul mare del Cilento, spiegò al Mattino: «Ci accusano di sciacallaggio sostenendo che non abbiamo avuto danni dal sisma. Facciamo conto che ciò sia vero, per comodità di discorso. Ma mi dica lei però chi ci avrebbe salvato dall’accusa di omissione di atti d’ufficio per non aver fatto ottenere al paese quello che la legge gli concede». Tra i mille episodi indimenticabili, basti ricordare quello dell’area industriale di Balvano, in provincia di Potenza, costruita incredibilmente a mille metri d’altezza con un ulteriore spreco di soldi per fare la strada di accesso. «Come mai lassù in cima?», chiese Oscar Luigi Scalfaro, che presiedeva la Commissione parlamentare d’inchiesta. E il sindaco: «Ce l’ha chiesto la Ferrero per farci lo stabilimento. Dice che lassù le merendine lievitano meglio».

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
01 maggio 2008

da corriere.it
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« Risposta #23 inserito:: Maggio 01, 2008, 07:53:47 pm »

Dalle infrastrutture agli ordini professionali, dal turismo all’università

Dai bidelli agli onorevoli, un’Italia alla deriva

Privilegi intoccabili e tagli impossibili


C’erano una volta le impiraresse che perdevano gli occhi a infilar perline, le filandine che passavano la vita con le mani nell’acqua bollente e le lavandere che battevano i panni curve sui ruscelli sospirando sul bel molinaro.
 
Ma all’alba del Terzo Millennio, al passo col resto del mondo che produceva ingegneri elettronici e fisici nucleari e scienziati delle fibre ottiche, nacquero finalmente anche in Italia delle nuove figure professionali femminili: le scodellatrici. Cosa fanno? Scodellano. E basta? E basta. Il moderno mestiere, per lo più ancora precario, è nato per riempire un vuoto. Quel vuoto lasciato dalle bidelle che, ai sensi del comma 4 dell’art. 8 della legge 3 maggio 1999, n. 124, assolutamente non possono dare da mangiare ai bambini delle materne. Detta alla romana: «Nun je spetta».

C’è scritto nel protocollo d’intesa coi sindacati. Non toccano a loro le seguenti mansioni: a) ricevimento dei pasti; b) predisposizione del refettorio; c) preparazione dei tavoli per i pasti; d) scodellamento e distribuzione dei pasti; e) pulizia e riordino dei tavoli dopo i pasti; f) lavaggio e riordino delle stoviglie. Scopare il pavimento sì, se proprio quel pidocchioso del direttore didattico non ha preso una ditta di pulizie esterna. Ma scodellare no. Ed ecco che le scuole materne e primarie, dove le bidelle (pardon: «collaboratrici scolastiche») sono passate allo Stato, hanno dovuto inventarsi questo nuovo ruolo. Svolto da persone che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoperchiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1.500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media grandezza con duemila scolaretti: 300.000 euro.

Una botta micidiale ai bilanci, per i Municipi: ci compreresti, per fare un esempio, 300 computer. Sulla Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, hanno provato a offrire dei soldi alle bidelle perché si facessero loro carico della cosa. Ottocento euro in più l’anno? «Ah, no, no me toca...». Mille? «Ah, no, no me toca...». Millecinque? «Ah, no, no me toca...». Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? (...) E sempre lì torniamo: chi, se non la politica, quella buona, può guidare al riscatto un Paese ricco di energie, intelligenze, talenti straordinari, ma in declino? Chi, se non il Parlamento, può cambiare le regole che per un verso ingessano l’economia sul fronte delle scodellatrici e per un altro permettono invece agli avventurieri del capitalismo di rapina di muoversi impunemente con la libertà ribalda dei corsari? (...)

Giorgio Napolitano ha ragione: «Coloro che fanno politica concretamente, a qualsiasi schieramento appartengano, devono compiere uno sforzo per comprendere le ragioni della disaffezione, del disincanto verso la politica e per gettare un ponte di comunicazione e di dialogo con le nuove generazioni ». Ma certo questa ricucitura tra il Palazzo e i cittadini, necessaria come l’ossigeno per interrompere la deriva, sarebbe più facile se i partiti avessero tutti insieme cambiato quell’emendamento indecente infilato nell’ultimo decreto «milleproroghe» varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana, ma apprezzato dalla sinistra. Emendamento in base al quale «in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato». Col risultato che nel 2008, 2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai partiti per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finanziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legislatura entrante. Così che l’Udeur di Clemente Mastella incasserà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni. E con l’Udeur continueranno a batter cassa, come se fossero ancora in Parlamento, Rifondazione comunista (20 milioni e 731.171 euro), i Comunisti italiani (3 milioni e 565.470), i Verdi (3 milioni e 164.920). (...)

E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (anche quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando non ci sono: quest’anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un’enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali. (...) Certo che ha ragione Napolitano, a mettere in guardia dai rischi dell’antipolitica. Ma cosa dicono i numeri? Che la legge attuale, che nessuno ha voluto cambiare, spinge i partiti a spendere sempre di più, di più, di più. Per la campagna elettorale del ’96 An investì un milione di euro e fu rimborsata con 4, in quella del 2006 ne investì 8 e ne ricevette 64. E così tutti gli altri, dai diessini ai forzisti. Con qualche caso limite come quello di Rifondazione: 2 milioni di spese dichiarate, 34 incassati. Rimborsi per il 2008? C’è da toccar ferro. (...) «Un fantastilione di triliardi di sonanti dollaroni». Ecco a parole cos’hanno tagliato, se vogliamo usare l’unità di misura di Paperon de’ Paperoni, dei costi della politica. A parole, però. Solo a parole. Nella realtà è andata infatti molto diversamente. 
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Ap)

E si sono regolati come un anziano giornalista grafomane che stava anni fa al Corriere della Sera e scriveva ogni pezzo come dovesse comporre un tomo del mitico Marin Sanudo, il cronista veneziano che tra i 58 sterminati volumi dei Diarii e i 3 delle Vite dei Dogi e il De origine e tutto il resto, riuscì a riempire l’equivalente attuale di circa 150.000 pagine. Quando il vecchio barone telefonava in direzione per sapere della sua articolessa, il caporedattore sudava freddo: «Tutto bene il mio editoriale, caro?». «Scusi, maestro, dovrebbe tagliare 87 righe». «Togliete gli asterischi». Questo hanno fatto, dal Quirinale alle circoscrizioni, nel divampare delle polemiche sulle spese eccessive dei nostri palazzi, palazzetti e palazzine del potere: hanno tolto gli asterischi. Sperando bastasse spargere dello zucchero a velo per guadagnare un po’ di tempo. Per tener duro finché l’ondata d’indignazione si fosse placata. Per toccare il meno possibile un sistema ormai così impastato di interessi trasversali alla destra e alla sinistra da essere diventato un blocco di granito. (...)

Almeno una porcheria, i cittadini italiani si aspettavano che fosse spazzata via. Almeno quella. E cioè l’abissale differenza di trattamento riservata a chi regala soldi a un partito piuttosto che a un’organizzazione benefica senza fini di lucro. È mai possibile che una regalia al Popolo della Libertà o al Partito democratico, a Enrico Boselli o a Francesco Storace abbia diritto a sconti fiscali fino a 51 volte (cinquantuno!) più alti di una donazione ai bambini leucemici o alle vittime delle carestie africane? Bene: quella leggina infame, che avrebbe dovuto indignare Romano Prodi e Silvio Berlusconi e avrebbe potuto essere cambiata con un tratto di penna, è ancora là. A dispetto delle denunce, dell’indignazione popolare, delle promesse e perfino di una proposta di legge, firmata a destra da Gianni Alemanno e a sinistra da Antonio Di Pietro. Proposta depositata in un cassetto della Camera e lasciata lì ad ammuffire. Ma se non ora, quando?

Sergio Rizzo Gian Antonio Stella (1- Continua)

28 aprile 2008



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« Risposta #24 inserito:: Maggio 01, 2008, 07:55:01 pm »

Focus / Il Paese degli sprechi

Nei porti italiani le navi non entrano più

Vecchi per le portacontainer. Traffico a rischio


Siamo un popolo di poeti, santi ed ex navigatori. Certo, siamo pieni di yacht di lusso, motoscafi e barchette cacciapesca. E c’è da credere a quanto ha raccontato pochi anni fa Silvio Berlusconi: «Dalla mia villa in Sardegna ho un gran bel panorama, davanti a Punta Lada noto anche quest’anno molte barche. Se sono barche da ricchi vuol dire che ne abbiamo proprio tanti. Gli stipendi crescono più dell’inflazione, la ricchezza delle nostre famiglie non ha eguali in Europa». Sarà... Ma sulle navi grosse, quelle che dominano i mari di oggi e del futuro, quelle che hanno in pugno la polpa del traffico mondiale delle merci, siamo quasi tagliati fuori.

Un'operazione di carico di container nel porto di Genova in un'immagine d'archivio del 28 giugno 2005 (Ansa)
Fino a una dozzina di anni fa i bastimenti più grandi portavano duemila container standard da 13 metri che in gergo internazionale sono chiamati Teu. Dal 2000 ne portano quattromila e poi è partita una gara mostruosa a chi fa le navi più immense. Un rapporto di Brs-Alphaliner, una società di monitoraggio che tiene d’occhio l’evoluzione della flotta commerciale planetaria, riferisce che il mondo è pieno di giganteschi cantieri dai quali entro il 2010 usciranno complessivamente 311 bestioni in grado di portare oltre 7.500 Teu e 95 in grado di portarne oltre 10.000. Bene: non una di queste navi smisurate, che «pescano» più di 15 metri e mezzo sotto il pelo dell’acqua, potrà mai entrare, salvo che a Trieste sul quale però pesano altri handicap, in un porto italiano. Oddio, al molo di Genova ha attraccato la danese Emma Maersk, che è lunga 397 metri cioè quanto quattro campi da calcio e porta 11.400 container con 13 (tredici!) uomini di equipaggio.

Ma era solo una simulazione al computer: i fondali del porto ligure, infatti, non sono abbastanza profondi per accogliere l’Emma né le sue dieci sorelle che la Maersk ha messo in cantiere con capacità perfino maggiori. Una volta, quando il mare era «nostrum», le facevamo noi le navi più grosse. I romani arrivarono a dominare il Mediterraneo con le muriophortoi, alla lettera «portatrici di diecimila anfore», bestioni da 500 tonnellate. Per non parlare di certe imbarcazioni eccezionali come quella fatta fare apposta da Caligola per portare a Roma l’obelisco che oggi svetta in piazza San Pietro. Quanto ai veneziani, l’Arsenale è stato a lungo il più importante stabilimento industriale del mondo.

Così grande da impressionare Dante Alighieri che nella Divina Commedia magnifica la catena di montaggio: «Chi fa suo legno novo e chi ristoppa / le coste a quel che più vïaggi fece; / chi ribatte da proda e chi da poppa; / altri fa remi e altri volge sarte». Nei momenti di punta ci lavoravano in diecimila a ritmi tali che nel solo maggio 1571, alla vigilia della battaglia di Lepanto, riuscirono a varare 25 navi. Quasi una al giorno. E da lì uscivano le «galee grosse da merchado» lunghe 50 metri, dotate di tre alberi per vele latine e spinte nei giorni senza vento da 150 vogatori disposti a terzine su banchi a spina di pesce. Eravamo forti, allora. Commercialmente e militarmente. E lo siamo rimasti, con le nostre flotte e i nostri porti, fino a non molti decenni fa. Il declino, però, è stato rapidissimo. Nel 1971, ha scritto Bruno Dardani, che prima sul Sole 24 Ore e poi su Libero Mercato cerca da anni di lanciare l’allarme, «i quattro porti di Genova, Marsiglia, La Spezia e Livorno coprivano il 20% del traffico europeo» e di questa quota Genova rappresentava quasi i due terzi facendo da sola il 13% del totale continentale.

Tredici anni dopo, nel 1984, il traffico sotto la Lanterna era crollato al 4 e mezzo per cento. Scarso. Colpa dei costi: nel momento chiave in cui i porti dell’Europa del Nord si giocavano tutto per arginare l’irruzione della concorrenza orientale, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, movimentare un container pieno costava a Rotterdam il 56% in meno di quanto costasse a Genova. Colpa degli spazi perché, fatta eccezione per Gioia Tauro, i nostri porti sono antichi e hanno le case che incombono sulle banchine. Colpa dei partiti, che hanno occupato anche questi territori se è vero che almeno 18 sulle 24 autorità portuali sono in mano a persone di origine diessina. E colpa della sordità della nostra classe dirigente, che non ha ancora capito come sulle rotte marittime transiti quasi il 95% del commercio estero del continente. Commercio dal quale, nonostante ci riempiano la testa di chiacchiere sull’«Italia piattaforma portuale d’Europa», stiamo finendo progressivamente ai margini. Basti dire che nel 2005, dopo qualche anno di «ripresina» seguita alla legge che nel ’94 liberalizzò un po’ di banchine, siamo stati l’unico Paese Ue a perdere quote nel traffico dei container, calato di oltre il 3% mentre cresceva del 10% in Spagna e del 14% a Rotterdam.

Le statistiche del centro studi del porto di Amburgo sono implacabili. E dicono che dei primi venti porti del mondo nel 2006 neppure uno era italiano. E che anche il successo abbastanza casuale di Gioia Tauro, che era nato come polo industriale e si era ritrovato a essere tra i primi porti europei per container grazie ai fondali e agli spazi nonostante le sgarrupate infrastrutture di collegamento con la disastrata Salerno-Reggio Calabria, appare compromesso. Era arrivato a essere nel 2004 il 23˚ scalo mondiale con 3 milioni e 261.000 container. Ma da allora non ha fatto che arretrare fino a scendere sotto i 3 milioni, per essere via via sorpassato nel 2006 da Giacarta, Algeciras, Yokohama, Felixstowe per non parlare della cinese Xianem che allora stava 400.000 container indietro e adesso sta un milione abbondante più avanti. Certo, nel 2007 c’è stata una ripresa. Però... Ed è idiota maledire il cielo e i limiti della Vecchia Europa: è tutta colpa nostra. Dal 2000 al 2006 a Genova il traffico di container è aumentato del 10%. E intanto cresceva a Rotterdam del 54%, a Brema e ad Algeciras del 61%, a Barcellona del 65%, ad Anversa del 71%, a Valencia del 99% e ad Amburgo del 108%.

Cosa c’entra l’invettiva contro la Vecchia Europa? Niente. Solo che gli altri, coscienti che sul container si gioca il futuro, ci investono. E noi no. Prendi la Spagna. Mentre noi tagliavamo, spiega Bruno Dardani, loro in soli due anni, 2007 e 2008, hanno deciso di investire sui porti quasi 3 miliardi di euro. Risultato: loro sono in vertiginosa ascesa, noi sommando tutti e sette i principali porti italiani catalogati dall’ufficio statistico di Amburgo (Gioia Tauro, Genova, La Spezia, Taranto, Livorno, Venezia e Trieste) arriviamo a movimentare 7.818.974 container. Cioè poco più della sola Anversa e 2 milioni in meno della sola Rotterdam. O se volete un terzo del solo porto di Singapore. A Barcellona, consapevoli di essere obbligati ad ampliare il porto per tenere il passo del mondo, hanno deviato la foce del fiume Llobregat, preservato un’oasi faunistica per far contenti gli ambientalisti e creato spazi per 30 chilometri di banchine.

A La Spezia la richiesta di dragare i fondali è stata tenuta ferma per anni finché è stata sbloccata nel 2007 solo a una condizione: tutti i fanghi rimossi, considerati da certi verdi integralisti tossici e pericolosissimi, devono essere messi in migliaia di costosi sacchi speciali con l’interno in pvc assorbente e portati da un’altra parte. Risultato: li spediamo, pagando, ai belgi. Che incassano 100 euro a tonnellata, prendono i nostri «spaventosi» fanghi tossici consegnati a domicilio e li usano per fare nuove banchine ad Anversa con le quali aumentare il loro vantaggio già abissale su La Spezia e gli altri porti nostrani. Ridono di noi, all’estero. Ridono e si portano l’indice alla tempia: italiani picchiatelli! E come potrebbero non ridere, davanti a certi sproloqui? Le «autostrade del mare »! Il primo a parlarne fu addirittura Costante Degan, un vecchio democristiano veneto piazzato alla Marina mercantile. Ministero, tra l’altro, non solo abolito a partire dal primo governo Berlusconi ma scomparso perfino come delega a qualche straccio di sottosegretario. Come se il mare che bagna 7.458 chilometri delle nostre coste esistesse solo per scaricare liquami o farsi una nuotata nei giorni di solleone… (2 - Continua)

Sergio Rizzo
Gian Antonio Sella

29 aprile 2008(ultima modifica: 30 aprile 2008)

da corriere.it

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« Risposta #25 inserito:: Maggio 05, 2008, 11:02:13 pm »

5/5/2008 - La Stampa pag. 10
 
«La casta? È rimasta dov'era»
 
Intervista a Gian Antonio Stella
 
ANDREA ROMANO
 

Gian Antonio Stella gira per Roma in sella ad un vecchio Vespone bianco, di aspetto popolare e assai poco morettiano. E con lo stesso understatement di marca veneta si porta dietro la responsabilità di aver contribuito a demolire l’immagine della politica italiana con un libro. «La Casta» non è stato solo uno dei più grandi successi della saggistica di sempre: 1.200.000 di copie e l’invidia perenne di ogni editore che non sia Rizzoli. Quel titolo è entrato anche nel nostro gergo quotidiano e nella cronaca di questi mesi, accompagnando il crollo del governo Prodi e la rinnovata ascesa di Berlusconi. Tanto che incontrandolo nel giorno in cui esce il nuovo libro che ha scritto con Sergio Rizzo («La deriva. Perché l’Italia rischia il naufragio», pp.308, euro 19,50) corre l’obbligo di chiedergli se non abbia l’impressione di aver vinto un po’ anche lui queste elezioni.

«Niente affatto, né io né Sergio Rizzo ci sentiamo tra i vincitori. Al contrario, sapevamo già che saremmo stati sconfitti con una legge elettorale che ha permesso ad una parte della casta di rimanere indisturbata in Parlamento, sia nel centrodestra che nel centrosinistra. D’altra parte ho l’impressione che la politica abbia sottovalutato l’energia esplosiva che si è sprigionata nel paese intorno al tema dei privilegi, soprattutto a sinistra dove pure avrebbero avuto molti argomenti da usare a proprio vantaggio. Uno tra tutti: l’aumento del 39% nelle spese del Senato è avvenuto nella legislatura 2001-2006, a guida berlusconiana. Invece la cecità ideologica di chi non riesce a distinguere tra i meriti e gli abusi del professionismo politico ha impedito di presentare una buona legge per la riduzione dei costi della politica, mentre il nostro libro è stato accusato di fomentare il qualunquismo».

Un’accusa che respinge?
«Assolutamente sì. Verso il qualunquismo provo ribrezzo. Io e Sergio non c’entriamo niente con quella roba là. Il nostro è un lavoro di inchiesta civile e giornalistica animato dall’amore per l’Italia, perché ci si addolora (e ci si arrabbia) solo verso ciò che si ama profondamente. Se non fossimo spinti dalla passione per il nostro paese, dalla convinzione che l’Italia possa tornare a farcela, ci saremmo dedicati a tutt’altro. La verità che i nostri libri sono mossi dalla richiesta di una politica più forte, autorevole, rispettata. Perché il problema non sono i privilegi di questo o quel politico, ma il bisogno di un’azione di governo che sia credibile. E non può essere credibile chi predica la necessità di una severa riforma delle pensioni – come è necessario di fronte all’aumento dell’aspettativa di vita – ma conserva la possibilità che un deputato vada in pensione a cinquant’anni e un dipendente del Senato a cinquantatre».

Il vostro nuovo libro è soprattutto la fotografia di un declino nazionale, collocato sullo sfondo di un passato spesso migliore del presente. Nostalgia di quando eravamo poveri?
«Nostalgia di quando eravamo dinamici. Tra gli anni Cinquanta e Settanta l’Italia ha conosciuto una stagione di straordinaria rinascita, in cui niente sembrava impossibile. Ricordo un titolo della Stampa: “L’ortopedico sconsiglia la danza del twist”, evidentemente temendo ripercussioni alle vertebre. Eppure l’Italia ballava eccome, rivelando un vigore incontenibile. Molte zone del paese che avevano conosciuto secoli di miseria crescevano a ritmi esponenziali. Da qualche anno siamo scivolati agli ultimi posti per produttività e il rischio che corriamo è quello di un declino inarrestabile. Quello che mi colpisce di più, di fronte a questo scenario, è l’incapacità della politica di rendersi conto della gravità della situazione».

Non sarà che anche i partiti non sono più quelli di una volta?
«Spesso ho l’impressione che i partiti abbiano rinunciato ad interrogarsi sulla realtà. Guardo alla mia amatissima Sicilia e ricordo come il PCI si riunisse a Palma di Montechiaro per domandarsi perché la mafia fosse così potente anche là dove i comunisti erano così radicati. Da quanto tempo la sinistra non riflette sulla propria incapacità di parlare ai siciliani? Oggi a Catania, in quella che era la Milano del sud per la sua tradizione industriale, tutta la sinistra nel suo insieme non riesce a superare l’otto per cento. Anna Finocchiaro sarà forse adatta per fare la capogruppo parlamentare ma come interprete della sinistra siciliana non sembra proprio aver funzionato. D’altra parte alle regionali di due anni fa Rita Borsellino, dopo una campagna all’insegna della moralità, è riuscita a vincere nella sola provincia di Enna e grazie al sostegno di quel Mirello Crisafulli che rimane – a torto o a ragione – uno dei protagonisti locali più discussi».

Lasciamo la politica, anche perché nel vostro nuovo libro ce n’è davvero per tutti: porti, scuole, ferrovie, sanità. E anche per coloro che dovrebbero essere i guardiani della legalità, quei magistrati di cui sottolineate mancanze e inadempienze.
«La giustizia funziona male come gran parte della macchina statale, anche qui per l’assenza di qualsiasi criterio meritocratico. Con un’aggravante fondamentale: le sue pecche si fanno sentire sulla pelle viva dei cittadini. Posso anche attendere per mesi una licenza edilizia senza esserne travolto, ma il rinvio di una sentenza per anni e anni rappresenta un’umiliazione intollerabile per la mia dignità di essere umano. Oltre ad ostacolare il buon funzionamento dell’economia: perché mai dovrei investire in un paese dove il bidonato non avrà mai indietro i soldi e il truffatore non farà un giorno di galera?».

Ma se dovesse indicare un tema dal quale ripartire per invertire la deriva?
«Partirei naturalmente dalla scuola, dal ripristino dell’educazione civica. Fatta sul serio. E lì che si può ricostruire il nostro senso di cittadinanza e responsabilità. Innanzitutto cancellando la logica delle sanatorie che ha dominato questi ultimi decenni. L’unico che ci ha provato è stato Luigi Berlinguer, che alla fine è stato scaricato persino dal proprio partito. Ricordo una manifestazione del sindacato Gilda contro il suo tentativo di introdurre criteri di valutazione meritocratica degli insegnanti. In una sola giornata alla Gilda arrivò la solidarietà di tutti i partiti, da AN fino a Rifondazione. Perché l’unica preoccupazione era e rimane quella di tutelare gli insegnanti come portatori di voti. Il risultato qual è? Che di tutti gli sforzi di introdurre un po’ di meritocrazia è rimasto un ridicolo sistema di autogiudizio volontario e provvisorio, per cui solo i dirigenti che lo desiderano possono compilare una scheda con cui darsi da soli dei voti. Oltre al fatto, tanto per fare un altro esempio, che le statistiche Ocse-Pisa valutano la preparazione dei ragazzi siciliani ad un livello quattro volte più basso dell’Azerbaigian. I loro professori evidentemente non se ne sono accorti, perché proprio in Sicilia i bocciati alla maturità 2006 sono stati solo l’1,3%. I più somari e più promossi, questo il risultato delle politiche scolastiche degli ultimi anni».

Riflettendo sul successo dei libri ispirati dalla Casta, Gianfranco Marrone ha scritto sulla Stampa che in Italia si è passati dall’opinione pubblica all’emozione pubblica. Non vede in giro una potente rinascita dell’antico vizio della lagna italica?
«È vero, sono anni di grandi lamenti collettivi. Ma non è stato sempre così, nemmeno in periodi in cui il paese stava peggio. Dinanzi alle macerie lasciate dal fascismo De Gasperi non si limitò ad accusare Mussolini. Si rimboccò le maniche e si diede da fare. Quella classe dirigente fu straordinaria. Pur essendo attraversata da conflitti politici devastanti, riuscì a mettersi d’accordo perché voleva mettersi d’accordo. Aveva l’autorevolezza necessaria e sapeva farsi rispettare. È ciò di cui oggi sentiamo maggiormente la mancanza. Dell’autorevolezza indispensabile per cambiare il paese, di una politica che sia in grado di farsi rispettare».

da lastampa.it
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« Risposta #26 inserito:: Maggio 17, 2008, 11:30:06 am »

Editoriali       IMMIGRAZIONE

Il buon senso delle badanti


di Gian Antonio Stella


«Nel vocabolario del ministro dell'Interno non esiste la parola sanatoria », ha detto Roberto Maroni. Nei suoi dintorni, evidentemente, non ci sono disabili o vecchi in difficoltà. Buon per lui. I familiari di centinaia di migliaia di anziani e portatori di handicap si sono però sentiti mancare il fiato: come possono fare, senza una badante? Certo, se la macchina dell’assistenza girasse senza un cigolio, i problemi sarebbero limitati. Ma in una realtà come la nostra? Ogni centomila abitanti con più di 65 anni, dice il Censis, abbiamo 204 ospiti nelle strutture pubbliche. Pochissimi.

Tanto più in un Paese che ha una quota di anziani destinata a salire nel 2016 a nove milioni e mezzo di ultrasettantenni, pari a tutti gli abitanti della Lombardia. Non bastasse, questi posti sono ripartiti con disparità abissali: 313 nell'Italia settentrionale, 135 in quella centrale, 82 in quella meridionale e nelle isole. Per non citare i casi limite: 490 letti ogni 100mila anziani in Trentino, 46 in Campania. Undici volte di meno. Va da sé che le badanti, al di là delle ipocrisie, sono state una benedizione per centinaia di migliaia di famiglie. Al punto che lo stesso Umberto Bossi, dopo avere bellicosamente barrito un tempo che «un milione di prostitute clandestine» avrebbero cercato di «spacciarsi per colf ed essere regolarizzate », è diventato assai più prudente.

E se la cronaca regala rare storie di badanti che rapinano la vecchietta, non mancano esempi opposti. Come quello della moldava clandestina che a Venezia ha rischiato la vita per i «suoi» anziani colpiti da una fuga di gas pur sapendo che una volta scoperta sarebbe stata espulsa. Insomma, salvo eccezioni non sono le badanti ad agitare i sonni di tanti italiani che si sentono insicuri. Anzi. Tant'è che ieri, mentre il sondaggio di corriere.it dimostrava che l'81% dei cittadini è favorevole a una sanatoria per le collaboratrici extracomunitarie escluse da quote di accesso insensate (solo 6.199 su quasi 79 mila in provincia di Milano), lo stesso segretario dell'Ugl Renata Polverini, sul Secolo d'Italia, ha chiesto di usare il buon senso per far fronte alle «torrenziali richieste di permesso di soggiorno».

Né pietismo né permissivismo: buon senso. Lo suggeriscono vicende come quella di Maria Grazia Marzot, una teologa che affetta da sclerosi multipla non può portare il cucchiaio alla bocca ma un'alba si vide portar via dai carabinieri la rumena che le consentiva di vivere ma non aveva strappato uno dei 28 permessi contro 1.300 richieste provinciali. Lo suggeriscono gli studi del docente Alessandro Castegnaro secondo cui, come sostiene anche Giancarlo Galan, se la Regione dovesse farsi carico dei 30 mila vecchi che nel solo Veneto sono accuditi da badanti, dovrebbe spendere 440 milioni di euro in più, per non dire degli ospizi da costruire con un costo di almeno 150 mila euro a letto. Lo suggerisce infine il rispetto della nostra storia: anche le nostre nonne sono emigrate a centinaia di migliaia. Facevano le balie ai bambini e non ai vecchi. Ma erano badanti, spesso clandestine, anche loro.

17 maggio 2008


da corriere.it
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« Risposta #27 inserito:: Maggio 23, 2008, 12:28:35 pm »

Livorno, indagato per peculato l'ex dirigente bruno lenzi

Quadri d'autore, gioielli e massaggi

La «dolce vita» a spese del porto

Gli «acquisti di rappresentanza» dell'uomo voluto fortemente da Matteoli

 
 
Livorno, come tutti i porti italiani, prende legnate dagli scali stranieri? Il commissario all'Autorità portuale, ammaccato, ha deciso di fare dei massaggi. Anzi, già che c'era, si è tirato dietro i familiari, gli amici e i sodali: 46 mila euro in tre anni. A carico delle pubbliche casse. Come i mobili, gli orologi di lusso, i quadri d'autore, i vestiti dei nipotini... Tutte «spese di rappresentanza». Per un totale, stando alla richiesta di risarcimento danni del nuovo presidente, di due milioni e settecentomila euro.

Il protagonista della storia si chiama Bruno Lenzi, ha settantadue anni, è figlio di un fornaio del Pontino, uno dei quartieri più popolari, ed è un livornese livornesissimo tranne che per un dettaglio non secondario. Se la città è rossa, lui è nero. Al punto di essere stato al centro, fra il 2003 e il 2005, di un durissimo braccio di ferro tra l'allora ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, tirato per la giacchetta dal collega livornese Altero Matteoli, primo sponsor del «nostro », e tutti gli enti locali, dal sindaco al presidente della provincia fino al governatore regionale. Decisissimi i primi a imporre Lenzi per marcare una svolta nella gestione del porto da sempre in mano alla sinistra, decisissimi i secondi a non mollare di un millimetro su un principio: la legge, confermata da una sentenza della Corte Costituzionale, dice che la nomina alle autorità portuali va fatta sì dal governo ma d'intesa con gli enti locali. Valeva la pena di insistere cocciutamente su un uomo così, a costo di sfidare il verdetto della Consulta che, prima ancora della nomina a presidente poi evaporata, aveva bocciato l'investitura di Bruno Lenzi come commissario del porto?

È quello che i livornesi si chiedevano ieri mattina, leggendo sbigottiti Il Tirreno. Dove sotto il titolo «Shopping milionario con i soldi pubblici», si raccontavano gli ultimi sviluppi dell'inchiesta che la Procura ha aperto per peculato sull'ormai ex «uomo forte» della destra portuale e sui suoi principali collaboratori alla guida della «Porto 2000», la società che gestisce il movimento passeggeri ed è partecipata dall'«Autorità » e dalla Camera di Commercio.

Una cronaca da lasciare di sasso. Tanto più nella situazione in cui versa lo scalo toscano, che negli ultimi dieci anni, secondo il centro studi del Porto di Amburgo che monitorizza quel traffico di container che oggi copre il 95% del commercio estero, ha avuto un aumento appena superiore al 20%. Una crescita modestissima rispetto non solo a Shanghai, che ha moltiplicato di otto e mezzo la sua presenza sulla scena, ma a Rotterdam e Algeciras (che hanno quasi raddoppiato) o a Barcellona, che nel 1998 movimentava il doppio di Livorno, adesso quasi il quadruplo. Bene: in questo contesto, scrive il quotidiano livornese, «La Guardia di Finanza ha spulciato nei conti della "Porto 2000" e ha trovato 5 milioni di fatture relative a prestazioni inesistenti o estranee all'oggetto sociale, che in parte servivano a mascherare acquisti di carattere personale».

Un elenco sbalorditivo: coi soldi pubblici, scrive il cronista, «sono stati comprati quadri, vestitini per bambini, abiti per signore, salotti componibili e letti, costosi orologi svizzeri, gioielli, giocattoli, profumi, borse griffate; sono state onorate le rate di finanziamenti personali di Lenzi; pagate mediazioni per l'acquisto di case, tende da sole, pavimenti ». La scoperta più clamorosa è quella di quadri e sculture. Appassionatissimo di arte («Pur vedendo che sono opere piacevoli, i falsi d'autore non mi interessano: preferisco un dipinto originale», spiegò in una incauta intervista dell'epoca), Bruno Lenzi aveva messo insieme una collezione così ricca da spingere i finanzieri a scrivere nel loro rapporto che «la società si configura come una vera e propria casa d'arte». Con 350 quadri più una quindicina di sculture e opere varie contemporanee.

Roba buona, buonissima: quattordici opere di Mario Schifano, sei di Carlo Mattioli, quattro di Arman, una di Pietro Dorazio, due di Emilio Scanavino, una di Giulio Turcato, una di Mauro Reggiani, due di Tano Festa, nove di Mark Kostabi. Più 139 dipinti del pittore senese-livornese Mario Madiai. Come mai tutto questo ben-di-dio? Risposta del commissario: «Ci occupiamo di turismo, no? La società deve presentarsi bene». Cosa c'entrasse la carta igienica, con questa «mission», non si sa. Certo è che le Fiamme Gialle hanno scoperto qualcosa di anomalo anche su quel fronte. Tanto da imputare a un fornitore, Giorgio Parlagreco, «una sovrafatturazione di 600mila euro di rotoli di carta igienica e confezioni di sapone liquido». Interrogato, l'uomo avrebbe detto che «parte degli importi gonfiati (dal 50 al 70%) pagati dalla società venivano girati sotto banco ai suoi ex amministratori e ha chiamato in causa sei persone».

Non meno divertenti sono le ricostruzioni dei complessi giri di denaro che avrebbero portato all'acquisto di un Patek Philippe Oro Rosa (un orologio che su ebay.it è in vendita a 44.500 euro) e di un cronografo Frank Muller da 14mila. Per non dire di altre spesucce, come «un divano modello Sciarada, un tavolo Arman (10.950), una lampada da terra (1.650), una fioriera laccata (8.350 euro »), e persino «un letto modello Softland, della Lema, costato 1.353 euro ». Tutte «perle» di una serie di arredi per un totale di 350 mila euro che, secondo la Finanza, sarebbero in parte spariti: «Numerosi beni acquistati non sono fra quelli presenti nei locali aziendali». Nulla, però, eguaglia la scoperta dello shopping che «Bruno Lenzi, suo figlio e sua nuora», oltre a un certo numero di dipendenti di «Porto 2000», avrebbero fatto a carico della società in un negozio di abbigliamento per bambini. Comperando quattro capi in pelle per 2.600 euro, due completini da 1.643, tre da 1.900, due piumini da 500, vestitini vari della collezione primavera-estate 2004 (totale: 3.650 euro) e così via. Per un totale di 27 mila euro. «Spese di rappresentanza ». Ammettetelo: in-dis-pen-sa-bi-li. Se il pupo non è elegante che figura ci farà mai il porto?

Gian Antonio Stella
23 maggio 2008

da corriere.it
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« Risposta #28 inserito:: Giugno 06, 2008, 10:10:35 am »

I CASI DI VENEZIA E NAPOLI

Il rispetto delle regole


di Gian Antonio Stella


Roberto Castelli ha invitato Roberto Maroni a «usare la mano ferma» contro i «delinquentelli » che ieri hanno occupato un paio d’ore la sede della Lega a Mestre. Giusto. E giustamente l’irruzione, oltre che dalla destra, è stata condannata dalla sinistra, a partire da Massimo Cacciari, che tra i no global aveva un nipote: non si fa politica con la violenza. Mai. Neppure in dosi omeopatiche.

Proprio il ripristino del rispetto delle regole, indispensabile per riaffermare l’autorità dello Stato, svelenire il clima di insicurezza avvertito dai cittadini e imporre in modo più convincente le nostre leggi anche agli immigrati che delinquono, avrebbe però bisogno d’una cristallina coerenza di comportamenti. Che metta al riparo chi governa, nel caso sia costretto a usare la forza, dal sospetto di usare due pesi e due misure.

Silvio Berlusconi, parlando delle discariche campane, dei cassonetti incendiati e delle rivolte spesso infiltrate dalla camorra è stato chiaro: «Non succederà più che lo Stato faccia passi indietro. Noi siamo convinti che è nostro preciso dovere che lo Stato faccia finalmente e definitivamente lo Stato ». A costo di schierare l’esercito. Parole dure. Sulle quali il capo del Governo ha raccolto un diffuso consenso. Anche da parte di questo giornale.

Gli ammiccamenti, se non addirittura il pubblico plauso, al blitz di un manipolo di nemici dei rom incatenatisi a Mestre per bloccare i cantieri di 38 prefabbricati destinati dal Comune di Venezia a un gruppo di Sinti, segnala però, per quanto le sommosse partenopee siano ovviamente più gravi, una contraddizione. Aggravata dai barriti del capogruppo leghista a Bruxelles Mario Borghezio: «Siamo pronti in migliaia, Volontari Verdi, Camicie Verdi, Alpini Padani e Patrioti Padani a marciare su Venezia e ovunque necessiti per difendere le sacrosante iniziative della Lega in difesa della nostra gente dall'invasione di rom e clandestini. Il repulisti della Padania è cominciato». Il tutto, stando alle agenzie, senza purtroppo una parola di dissociazione. Anzi.

Ai guardiani della razza e a chi s’indigna per «le villette regalate ai rom invece che agli italiani», si potrebbe ricordare che i «sinti » in questione (i primi insediamenti risalgono al ‘400) sono italiani e veneziani da molto tempo, parlano in veneto, hanno a volte fatto la naja, portano cognomi tipo Pavan o Pietrobon. Che le «villette» costeranno meno di 3 milioni di euro contro i 120 destinati dal municipio a mille nuovi alloggi per gli altri veneziani, alloggi che si aggiungeranno alle abitazioni comunali dove già vivono 4.900 famiglie aiutate negli affitti con un milione di euro l’anno. Insomma: in un’Italia dove quattro milioni di cittadini vivono in case popolari affittate a 42 euro in Campania o riscattate per 43 mila in Lombardia, parliamo di una goccia nel mare. Non vale la pena d’usarla per tentare l’integrazione di italiani «sinti»?

Perfino prima ancora di questo, però, resta il punto centrale: anche lì, a Venezia, lo Stato dovrebbe affermare il diritto di essere Stato. E quello di una giunta eletta a vedere rispettate le proprie decisioni senza rivolte di piazza, sia pure di violenza omeopatica. La minoranza non è d’accordo? Voti contro: questa è la democrazia. Ma il ripristino delle regole, per imporsi davvero, deve essere uguale per tutti.

05 giugno 2008

da corriere.it
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« Risposta #29 inserito:: Giugno 21, 2008, 04:38:28 pm »

Voto all'unanimità: 52 neoassunti in Regione. Solo il governatore contro

Veneto, sì ai portaborse a vita

E Lega e Pd marciano insieme

Dopo i precedenti di Calabria e Sicilia la leggina che «stabilizza» i collaboratori approda al Nord

 

MILANO — Lo fanno in Calabria? «I soliti terroni». Lo fanno in Sicilia? «I soliti terroni». Lo fanno in Campania? «I soliti terroni». Facile, liquidare il tema così. Ma se capita nel Veneto? Ed ecco che l'assunzione dei «portaborse » come dipendenti regionali scatena mal di pancia mai visti. Al punto che il governatore Giancarlo Galan, per protesta, è arrivato a uscire dal gruppo di Forza Italia: «È una leggina vergognosa». Sono anni che i governi, di destra e di sinistra, promettono di mettere la parola fine a questo andazzo. E sono anni che va a finire così. Il punto di partenza è sempre lo stesso: chi viene eletto a una carica pubblica, deputato o presidente provinciale, governatore o sindaco, deve portarsi nella stanza dei bottoni collaboratori di cui si fida. Giustissimo: ognuno ha diritto di circondarsi di uno staff proprio.

Esattamente il motivo per cui i parlamentari vengono dotati di una somma mensile (4190 euro alla Camera, 4678 al Senato) per assumere «provvisoriamente» uno o due collaboratori, destinati a lavorare a Montecitorio o a Palazzo Madama. «Provvisoriamente », però. Fino alla scadenza del mandato. Sennò a ogni nuova legislatura ogni comunista che si ritrovasse uno staff di berlusconiani o ogni berlusconiano che si ritrovasse uno staff di comunisti dovrebbe chiedere nuove assunzioni. Di più: la macchina statale trabocca già di decine o centinaia di migliaia di dipendenti entrati senza alcuna selezione, alcun concorso, alcuna valutazione professionale. Assunti così, per anzianità di precariato. Nella scuola, nei ministeri, negli enti locali... Perfino al Quirinale, il cuore dell'Italia, non si fa un pubblico concorso (pessimo esempio che Napolitano si è impegnato a correggere) dal 1963, quando era ancora vivo Harpo Marx e Abdon Pamich si preparava alle Olimpiadi di Tokio. Il meccanismo, soprattutto in alcune aree del Paese, è sempre lo stesso.

L'amico dell'amico, l'elettore che ti ha promesso il voto o il militante di partito vengono assunti «provvisoriamente » senza concorso: perché mai farne uno, se si tratta solo di un «contrattino » di due mesi? Poi il «contrattino » viene rinnovato una, due, tre, quattro volte. E intanto passano i mesi, le stagioni, gli anni. Finché arriva il momento fatidico: i precari vanno stabilizzati. Insomma: l'argine alla periodica assunzione degli «staffisti» sembra puro buonsenso. Pena il rischio che a ogni svolta elettorale entrino senza concorso ondate di portaborse piazzati dai vincitori sulla sola base della tessera di partito. Eppure, le violazioni a questa regola elementare ci sono già state.

Un esempio? La Calabria. Dove nell'ottobre del 2001 il Consiglio regionale votò all'unanimità (neppure un voto contrario) per incamerare negli organici regionali, a carico delle pubbliche casse, 86 «collaboratori», divisi in due fette: una di funzionari di partito che dovevano essere forniti di uno stipendio fisso e una di fratelli, sorelle, cognati... Una porcheria tale da far insorgere perfino i vescovi calabresi, uniti nel denunciare il «terribile principio » che «l'appartenenza a certe forze » contasse nelle assunzioni «più della competenza». Quattro anni dopo, a maggioranza rovesciata (da destra a sinistra), ecco il replay. Tutto come previsto: «Non posso appoggiarmi solo allo staff messo a disposizione della Regione, mi servono persone di assoluta fiducia» dissero uno a uno tutti i consiglieri. E ottennero altre duecento assunzioni. Di nuovo figli, cognati, cugini... Il rifondarolo Egidio Masella andò più in là: nella prospettiva che un giorno o l'altro sarebbe stata «stabilizzata », assunse la moglie Maria.

Non meno incredibili e scandalose, al di là dello Stretto, sono state le ripetute «sanatorie» della Regione Sicilia. Una per tutte, quella di tutti i portavoce di Totò Cuffaro e dei suoi assessori decisa alla vigilia delle elezioni del 2006. Un'infornata che portò l'ufficio stampa della presidenza regionale ad avere la bellezza di 23 giornalisti. Tutti da allora pagati vita natural durante con soldi pubblici senza avere mai superato una selezione che non fosse quella della fedeltà di partito. La solita politica clientelare che ammorba il Mezzogiorno, si sono ripetuti per anni, davanti a casi come questi e altri ancora, i virtuosi teorici della «diversità morale» del Nord. Non è esatto. Basti ricordare la sanatoria per i portaborse del Friuli-Venezia Giulia, sistemati sei anni fa dal centrodestra con una leggina che permetteva di assumere in Regione, senza concorso, chi aveva avuto un contrattino lavorando 120 giorni consecutivi nell'arco dell'ultimo quinquennio. Leggina indigesta almeno a una parte della sinistra, che la denunciò come un sistema per dare una busta paga con soldi pubblici ai collaboratori dei gruppi politici, dei consiglieri e degli assessori. In Veneto no: tutti d'accordo.

Destra e sinistra. Meglio: quasi tutti. L'estensione ai 52 «portaborse» del progetto di assumere un certo numero di dipendenti indispensabili soprattutto nel mondo della sanità e di stabilizzare un po' di precari storici, era infatti assente nei piani della giunta. Tanto che, davanti all'insistenza dei partiti, l'assessore Flavio Silvestrin aveva chiesto un parere all'Ufficio legislativo della giunta. Il quale, sulla base della Finanziaria 2008 e di una serie di spiegazioni dell'ex ministro Luigi Nicolais (spiegazioni che avevano bloccato l'anno scorso lo stesso giochino alla Provincia di Napoli), aveva detto no: non si potevano assumere così i portaborse. Verdetto inutile. Perché, sulla base di un parere opposto dell'ufficio legislativo del Consiglio (sic!), i gruppi consiliari sono tornati alla carica. E davanti al rifiuto della giunta di allargare le assunzioni agli «staffisti» («facciano i concorsi, hanno già un 20% di quote riservate... », diceva Silvestrin) hanno promosso un emendamento, voluto in primo luogo da democratici e leghisti, con una sanatoria trasversale che fissa per i portaborse «un'apposita procedura selettiva riservata» che ha tutta l'aria di essere una foglia di fico. Voto in aula, unanimità: 33 voti su 33 presenti. Tutti contenti: basta con gli scontri all'arma bianca! Tutti meno Giancarlo Galan che, dicevamo, ha sbattuto la porta («vergogna!») uscendo dal gruppo forzista e chiedendo l'appoggio di Renato Brunetta. I maligni dicono che, dietro, ci siano anche rancori di altro genere. Sarà. Sui portaborse, però, ha ragione lui. A cosa serve parlare di merito, promettere un ritorno al merito, giurare su una svolta che premi il merito se poi si continua con l'andazzo di sempre?

Gian Antonio Stella
16 giugno 2008

da corriere.it
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