LA-U dell'OLIVO
Marzo 04, 2024, 11:06:42 pm *
Benvenuto! Accedi o registrati.

Accesso con nome utente, password e durata della sessione
Notizie:
 
  Home Guida Ricerca Agenda Accedi Registrati  
  Visualizza messaggi
Pagine: 1 2 [3] 4 5 ... 189
31  Forum Pubblico / ESTERO dopo il 19 agosto 2022. MONDO DIVISO IN OCCIDENTE, ORIENTE E ALTRE REALTA'. / Le minacce all'Occidente non sono di Putin, ma di tutta la Federazione Russa ... inserito:: Febbraio 19, 2024, 12:24:36 pm
17 Febbraio 2024
   
La morte di Aleksej Naval’nyj ci sconvolge. E non perché quell’uomo fosse “un campione della democrazia”, come erroneamente è stato definito da taluni in Occidente. Per buona parte della sua vita Naval’nyj non è stato né un Sacharov né uno Šalamov, ma un nazionalista di destra; radicalmente di destra. In una Russia diversa da quella quasi-totalitaria, imperiale e neoimperialista di oggi, in una Russia per così dire normale (che oggi ci appare utopica in modo quasi fantascientifico), Naval’nyj sarebbe forse stato solo un caustico avvocato sovranista ostile all’immigrazione dall’Asia centrale e dalla Cina, e magari anche lui avrebbe fatto parte del ringhiante club della destra populista al potere in mezza Europa.

Ma la Russia non è un paese normale, e Naval’nyj non era destinato ad avere una vita normale. Nella terra di Putin, dove denunciare la corruzione che divora lo stato è il peggiore dei crimini (perché se c’è una cosa che accomuna i russi nazionalisti e quelli liberali, quelli onesti e i ladri di polli, è l’odio per i politici e gli oligarchi che si arricchiscono alle loro spalle), Naval’nyj si era trasformato in un paladino della lotta anti-corruzione. Nel 2011, con un coraggio che in pochissimi di noi avrebbero avuto, un coraggio che gli antichi avrebbero imputato a furore divino o a hybris, fondò la FBK, la Fondazione per la lotta alla corruzione, sciolta dalle autorità russe nel 2021: in pochissimi anni lui e i suoi colleghi hanno fatto intuire, ai russi e al mondo intero, l’enorme corruzione, la montagna di ruberie, saccheggi e tangenti che hanno trasformato la Russia nel paese più diseguale e terribile d’Europa.
Perché in Russia – secondo l’UBS Global Wealth Report – l’1% più ricco della popolazione possiede il 56,4% della ricchezza. E se è vero che il denaro, come insegnava San Paolo, è lo sterco del demonio, allora da Mosca deve sprigionarsi un fetore senza eguali nel continente. Naval’nyj e coloro che gli stavano accanto (a partire da sua moglie Julija) hanno osato gettare luce su quel marciume abissale come soltanto in pochissimi prima di loro avevano fatto. Tra costoro c’era Anna Stepanovna Politkovskaja, uccisa nel 2006.
Denunciando a gran voce ciò che in troppi tacevano, gridando ai quattro venti che la Russia era una cleptocrazia mafiosa basata sulla violenza e sulla corruzione, Naval’nyj divenne il nemico più pericoloso di Putin. Non soltanto perché menava colpi contro quel monumento di falsa rinascita morale e geopolitica della nazione che il regime aveva costruito a suon di propaganda e sussidi, ma perché non aveva paura: lavorava e viveva in Russia, incontrava giornalisti, attivisti per i diritti umani ed ex ministri occidentali, girava per la strada. E come è noto nulla fa arrabbiare un capo mafioso più della mancanza di timore nei suoi confronti, dato che è dal timore (e dal terrore) che egli trae il suo potere ultimo. Il “rispetto” questo è: paura travestita da deferenza. Non so se Naval’nyj conoscesse la vicenda di Giovanni Falcone, ma credo che avrebbe apprezzato una sua celebre frase: “chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”.
Quando decise di rientrare in patria (nel gennaio 2021) Naval’nyj senz’altro sapeva a cosa andava incontro. Non era uno sciocco, né un aspirante suicida. Amava la sua famiglia e la vita. Ma comunque tornò in Russia. Arrestato, durante i processi non esitava a mostrarsi sorridente e sarcastico verso un potere giudiziario totalmente asservito al regime: un oltraggio nei confronti di Putin. Nelle grinfie della Russia putiniana, che trasforma l’oro in ferro e i fiori in letame, Naval’nyj – colui che in passato aveva mostrato ben più che mera ambiguità verso l’occupazione della Crimea – condannò l’invasione dell’Ucraina, vinse il premio Sacharov e si trasformò nel dissidente numero uno. Il nazionalismo arrabbiato divenne amore per una patria più libera e umana, dell’antica furia contro gli immigrati che rovinavano il paese non rimase che cenere: perché non sono i tagiki e i ceceni a provocare la decadenza della Russia, ma la sua classe dirigente.
Naval’nyj era (o meglio: divenne?) un uomo profondamente coraggioso, e in questi tempi di viltà e di codardia, in cui politici fanno carriera alimentando l’odio contro i poveri cristi, e giornalisti e intellettuali tendono a celebrare solo se stessi e i loro amici o protettori, in questi tempi pavidi e corrotti noi ammiriamo il coraggio, poiché senza di esso persino l’intelletto più acuminato è soltanto un’arma spuntata. Naval’nyj è morto in una specie di gulag sopra il circolo polare artico, e questo potrebbe sembrare l’ennesimo trionfo di Putin, dato che ancora una volta il presidente russo ha mostrato che lui ha lo jus vitae ac necis, il diritto di vita e di morte sui russi, tutti i russi, anche quelli che l’Occidente si sforza di proteggere.
Ma l’istinto mi porta a credere che la morte di Naval’nyj sia la seconda, grande sconfitta di Putin, dopo la resistenza eroica del popolo ucraino. Credo che la sua morte abbia scosso non solo i cuori e le menti di tanti russi ma anche di molti europei dell’ovest. Penso e ho sempre pensato che per porre fine alla tragica guerra in Ucraina servisse una grande offensiva della diplomazia occidentale, oltre che un saldo e continuo sostegno alle armate ucraine. In una mano l’ulivo, in un’altra il bastone.
Sino a ieri tanti, troppi italiani, francesi, tedeschi e spagnoli invocavano la diplomazia, ma condannavano il sostegno militare all’Ucraina: se neanche la morte di un uomo prigioniero e del tutto inerme, ucciso dal regime di Putin infliggendogli terribili stenti (e ogni vita umana è preziosa, inclusa quella di un ex estremista di destra), li riuscirà a convincere che il governo russo non ha alcun rispetto per la vita umana, nessuna moralità, nessuna onestà, e che i soldati e le soldatesse ucraine stanno combattendo una battaglia tragicissima ma giusta, che stanno difendendo anche noi italiani, francesi, tedeschi e spagnoli, e che armare Kyiv è importante quanto dare spazio alla diplomazia, perché Putin e i suoi capiscono solo il linguaggio brutale della forza e dell’interesse; ecco, se neppure lo spegnersi di una vita nel buio e nel gelo artici li sconvolge e tocca il loro cuore, allora vorrà dire che essi sono più pavidi (e ottusi) del più pavido (e ottuso) dei cialtroni russi, che non hanno imparato nulla da coloro che ci hanno preceduto, da Lussu e da Pertini, da Luciano Bolis e da Adolfo Kaminsky, da Marc Bloch e da Sophie Scholl, da Daphne Caruana Galizia e da Vicente López Tovar, da Raoul Wallenberg e da Levi, da Falcone e da Borsellino. Il coraggio si declina in molti modi: talvolta sbeffeggiando un giudice, altre volte scrivendo un articolo pericoloso, altre ancora imbracciando un fucile contro l’invasore. E chi non ha coraggio prima o poi perde la sua libertà, o la farà perdere ai suoi figli.
 
 
TAG: Aleksej Anatol'evič Naval'nyj, Alexei Navalny, putin, Resistenza, russia, ucraina
CAT: diritti umani, Russia
Da - https://www.glistatigenerali.com/diritti-umani_russia/sacrificio-navalny-resistenza-ucraina/
32  Forum Pubblico / SOCIALESIMO. STUDIO PREPARATORIO ALLA DEMOCRAZIA, OCCIDENTALE, EUROPEA e MEDITERRANEA. / FORZA ITALIA, LA CASA DEI RIFORMISTI - di CLAUDIO SCACCIANOCE inserito:: Febbraio 19, 2024, 11:48:20 am
FORZA ITALIA, LA CASA DEI RIFORMISTI

CLAUDIO SCACCIANOCE

4 Febbraio 2024

Si è tenuta ieri a Rho, comune della cintura metropolitana milanese, una manifestazione organizzata dalla corrente riformista di Forza Italia su iniziativa di Stefania Craxi e Gianluca Comazzi.
Il meeting, organizzato in collaborazione con i circoli locali azzurri, è stato ospitato nell’auditorium del Centro Convegni Mantovani Furioli, struttura di pertinenza del Collegio dei Padri Oblati.
Abbiamo partecipato a questo incontro per valutare sul campo l’atmosfera che si respira intorno al partito degli Azzurri dopo la scomparsa del suo fondatore Silvio Berlusconi.
La sala (250 posti a sedere per una capienza complessiva superiore ai 350 posti) è stata presa d’assalto sino dalle prime ore del mattino da una platea composta da iscritti, simpatizzanti e amministratori locali forzisti. Celati con discrezione tra gli astanti anche alcuni esponenti politici delle altre forze di governo, segno evidente che il “dove va Forza Italia” è un tema di interesse trasversale.
Veniamo accolti all’ingresso al Centro Convegni da un omaggio floreale, un simbolo che, inequivocabilmente, ci ricorda che questo meeting non è solo un momento di incontro pubblico di Forza Italia ma soprattutto un momento di lavoro programmatico della corrente riformista azzurra (semplifichiamo, gli ex socialisti), un garofano rosso.
Chi ha voluto questo momento e chi ha lavorato per la sua realizzazione   sono stati in particolare Stefania Craxi (presidente della 3^ Commissione permanente affari Esteri e Difesa del Senato) e Gianluca Comazzi (Assessore al Territorio e Sistemi verdi di Regione Lombardia, il forzista più votato in Lombardia alle ultime regionali).
Che questo momento rappresenti, almeno nello scenario politico lombardo, che per Forza Italia è di fondamentale importanza, un momento di rilancio programmatico e un test per “contarsi” sul territorio è indubbio. La grande incertezza di natura elettorale che regna nella politica italiana (e tra gli elettori) riguarda il peso che il partito degli azzurri potrà avere dopo la scomparsa del carismatico fondatore Silvio Berlusconi.
La presenza dei media (compatti e stipati in ogni angolo di ripresa possibile) testimonia la riuscita dell’iniziativa.
I motori si scaldano secondo un rituale già visto molte volte alle convention azzurre, sventolio di bandiere, un accenno musicale tratto dall’Inno alla Gioia di Beethoven (inno ufficiale dell’Unione Europea, chi deve capire, capisca) e infine l’Inno di Mameli.
In prima fila in platea siedono generali e colonnelli di Forza Italia; in determinati momenti anche la sola presenza vale come implicita testimonianza di unità interna. Molti di loro prenderanno in seguito la parola.
Ecco quindi Maurizio Gasparri (capogruppo FI in Senato), Gabriele Albertini (già sindaco di Milano), Letizia Moratti (Presidente della Consulta Forza Italia), Licia Ronzulli (vice presidente del Senato), Stefano Pillitteri (già assessore del Comune di Milano), Alessandro Sorte (deputato e coordinatore regionale) guidare la nutrita pattuglia di dirigenti di partito provenienti da tutta Italia.
Seduti al tavolo posto sul palco Stefania Craxi, Gianluca Comazzi, il giornalista Paolo del Debbio, Nicola Carnovale e il coordinatore nazionale Antonio Tajani.

Gianluca Comazzi
Gianluca Comazzi, che funge da coordinatore dei lavori, ha aperto i lavori con un intervento appassionato che ha ricordato ai presenti le origini della corrente riformista azzurra, nata e cresciuta come eredità del lavoro politico di Bettino Craxi ancora prima che di Silvio Berlusconi che di Craxi fu grande amico.
La proiezione di un video di circa 15 minuti che ripercorre cronologicamente sia la vicenda politica di Craxi sia la nascita di Forza Italia ha fatto correre un brivido d’orgoglio sul volto di molti partecipanti che, non più giovanissimi, hanno vissuto quei momenti. Una platea decisamente over 50 se non 60.
L’intervento di Gabriele Albertini tocca subito un punto saliente dei lavori (poi ripreso in altri interventi) ovvero dare un senso a Forza Italia ancora oggi nel rispetto delle diverse origini politiche dei propri iscritti.
“in questa sala molte anime concorrono insieme, quella riformista socialista, quella liberale, quella cattolica. Questa oggi è la nostra casa, noi rimaniamo oggi insieme conservando noi stessi, le nostre opinioni e i nostri pensieri… con il desiderio di stare in una comunità dialettica comune”.
Licia Ronzulli ha sostenuto che “dal 1994 noi siamo la casa dei riformisti, quella casa che non poteva non essere la naturale prosecuzione della storia politica e della visione di Bettino Craxi, un uomo che ha anticipato la storia e i processi storici del nostro paese”.

Licia Ronzulli e Stefania Craxi
L’intervento di Stefania Craxi ha rappresentato il fulcro dei lavori. Una relazione, non tenuta a braccio ma scritta e letta con una certa emozione di fondo, che ripercorre con lucidità gli ultimi trent’anni della storia politica nazionale. Una relazione molto apprezzata e attesa dall’intera platea.
Un’insegnante seduta di fianco a me mi sussurra che farà sentire ai propri allievi la registrazione di questa relazione. C’è nell’aria una certa esaltazione di fondo. Nel rispetto di ogni opinione, la formazione politica dei giovani non la curerei nelle scuole pubbliche. Fornirei loro gli strumenti per elaborala per conto proprio, insegnerei piuttosto loro la storia.

E’ quindi la volta dei pubblici amministratori che Gianluca Comazzi ha chiamato a testimoniare il fatto che Forza Italia è ancora oggi una formazione politica radicata sul territorio.
Ecco quindi alternarsi velocemente ( ma non troppo nonostante il passare del tempo)
Francesca Caputo (direttivo Forza Italia Rho), Vito Bellomo (sindaco di Melegnano), Giuseppe Marchionna (sindaco di Brindisi), Corrado Landolina (presidente della Provincia di Vibo Valentia), Livio Bossi (sindaco di Boffalora d’Adda), Luisa Taglieri (candidata alla Regione Abruzzo), Roberta Tellini (Arese), Stefano Fatale (assessore del Comune di Terni), Francesco Variato (consigliere città metropolitana di Milano), Franco Dal Mas (già senatore di Forza Italia), Simona Tironi (Consigliera della Regione Lombardia), Ruggero Invernizzi (Consigliere della Regione Lombardia), Marzio Nava (Consigliere Municipio 2 Milano), Sergio Verrecchia (dal Veneto), Pier Ernesto Irmici (di Roma capitale), Angelo Scavone (presidente della Società Dante Alighieri di Bologna).

A ridare tono alla platea è Paolo Del Debbio (applauditissimo) che ripercorre i primissimi anni della formazione azzurra e traccia un profilo interessante dei metodi della comunicazione politica attuale.
Maurizio Gasparri torna sul tema delle differenti origini da cui provengono i militanti di Forza Italia (le sue sono forse le più lontane in assoluto da quelle riformiste socialiste degli organizzatori). “Ci sono numerosi temi che ci uniscono. Uno di questi è la volontà di una  riforma delle istituzioni. C’è chi da destra vagheggiava il presidenzialismo, c’era chi voleva la Grande Riforma, traguardi che non si sono realizzati. Berlusconi è riuscito a realizzare una riforma sostanziale…della Costituzione materiale introducendo di fatto l’elezione diretta del premier, creando con il bipolarismo un fatto che i presidenti della Repubblica non potevano ignorare…”

Temi caldi, temi di grande attualità.
L’intervento più atteso è stato senza dubbio quello del coordinatore nazionale e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Una trentina di minuti che hanno toccato numerosi temi di attualità, un intervento dal quale sarebbe poco indicato estrapolare solo qualche passaggio correndo il rischio di renderlo avulso dal ragionamento generale proposto a una platea attentissima.
Corre in nostro aiuto il fatto che la registrazione integrale e la video ripresa dell’evento è disponibile (grazie alla sempre preziosa opera di Radio Radicale) attivando questo link:
https://www.radioradicale.it/scheda/719894/forza-italia-la-casa-dei-riformisti

L’impressione ricevuta è che Forza Italia sia ancora viva e vegeta. Quell’atmosfera di disarmo post Silvio che molti hanno ventilato ieri non si è percepita, anzi la voglia di puntare verso un elettorato moderato non soddisfatto dalle proposte del centrosinistra era palese.

Sovranismo & co., temi totalmente non pervenuti.

TAG: antonio tajani, Bettino Craxi, forza italia, gabriele albertini, gianluca comazzi, letizia moratti, maurizio gasparri, paolo del debbio, riformisti, silvio berlusconi, socialisti, Stefania Craxi
CAT: Partiti e politici
   
Da https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/forza-italia-la-casa-dei-riformisti/
33  Forum Pubblico / "INTESA DELL'OLIVO" E' UN PROGETTO DELLA OPINIONE PUBBLICA ORGANIZZATA. NON PARTITO, NON COALIZIONE. / GLI ERRORI E IL FUTURO DEL PD: DIALOGO CON PASINI E FASANO inserito:: Febbraio 19, 2024, 11:31:13 am
GLI ERRORI E IL FUTURO DEL PD: DIALOGO CON PASINI E FASANO
   
DOMENICO ANDREA SCHIUMA
9 Ottobre 2018
   
Le elezioni dello scorso 4 marzo hanno delineato in modo chiaro vincitori e sconfitti. Il Movimento 5 Stelle, che ha ottenuto il 32.68% dei consensi alla Camera dei Deputati, in aumento del 7.1% rispetto alle consultazioni del 24-25 febbraio 2013, rientra senz’altro tra i primi. In sua compagnia la Lega, che ha conquistato il 17.35% dei voti alla Camera e ha più che quadruplicato il risultato del 2013.

Tra i perdenti è impossibile invece non nominare il Partito democratico, che si è fermato al 18.76% delle preferenze, in calo del 6.67% in confronto al 2013. Con il consenso attorno al governo Movimento 5 Stelle-Lega che si attesta sul 60%, e con le prossime primarie – gennaio 2019 – quasi alle porte, il Pd si trova a dover valutare la propria storia recente e a scegliere la cultura politica dalla quale ripartire.

Gli stati generali ha sentito su questi argomenti il professor Luciano Mario Fasano e il professor Nicola Pasini, docenti di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Milano.

Uno dei temi che più ha animato di recente il dialogo all’interno del partito ha riguardato la possibilità di creare un governo con il Movimento 5 Stelle. Alcuni importanti membri della minoranza interna, come Dario Franceschini, Michele Emiliano e Andrea Orlando hanno guardato con favore a questa ipotesi, poi sfumata. Un errore non dialogare con il M5S? Un cul de sac piuttosto, secondo Pasini. “Il Movimento 5 Stelle si è presentato agli elettori dicendo che se fosse andato al governo avrebbe smontato tutte le riforme del Pd. Come avrebbe potuto il Pd, il giorno dopo la votazione, cercare un dialogo con il Movimento? Trovo abbastanza coerente, per una volta, che il ceto dirigente del Pd, a partire dall’ex segretario Matteo Renzi, rispondesse negativamente a un’alleanza in questa legislatura”. Da più parti si è però sostenuto che il Pd avrebbe potuto sfruttare l’ambiguità ideologica del M5S per indirizzare la linea politica degli avversari più a sinistra che a destra. “Questa era una ragione in più per cui il Pd doveva sedersi al tavolo, sapendo che il governo non l’avrebbe mai fatto” ribatte Fasano. “Il Pd era in una situazione per cui da un lato l’elettorato del M5S era in parte costituito da elettori Pd, e dall’altro la maggioranza dei delegati all’Assemblea Nazionale del Pd sosteneva che il M5S fosse una forza politica di destra. I presupposti per rendere difficile l’accordo c’erano tutti, ma una forza politica che governa il Paese dal 2012, che si assume determinate responsabilità, che cerca delle soluzioni per portare fuori l’Italia dalla crisi, non può sedersi sull’Aventino. Avrebbe dovuto confrontarsi con i 5 Stelle e contribuire a fare esplodere le contraddizioni latenti degli interlocutori. La posizione del M5S era l’aggiornamento post-moderno della politica dei due forni di andreottiana memoria. A un certo punto era evidente che sarebbe stato indifferente raggiungere l’alleanza di governo o con la Lega o con il Pd. Perché il Pd non ha avuto anche l’orgoglio e la dignità di sedersi al tavolo, ponendo le sue priorità? La posizione aventiniana non aveva alcun senso, se non quello di tutelare un leader che aveva paura che il partito gli scivolasse di mano nel momento in cui avesse eventualmente trovato una via per tornare di nuovo al governo. Renzi, in quel caso, sarebbe rimasto emarginato”.

In effetti la posizione dominante di Renzi all’interno del partito non sembra essere stata scalfita né dalla sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016 né da quella politica del 4 marzo 2018. L’ex sindaco di Firenze continua a influenzare in modo potente la dialettica interna al Pd. E, allo stesso tempo, lancia segnali contrastanti. Prima, ospite di Barbara Palombelli a Stasera Italia, dichiara che non si candiderà alle prossime primarie in quanto, dopo averle vinte due volte, ha dovuto schivare i proiettili del fuoco amico. Poi, dal palco della festa del’Unità di Firenze, afferma rivolto all’attuale governo: “Pensano di essersi liberati di me, ma sbagliano. Non vivo nell’ansia di tornare da qualche parte, ma vivo nell’ansia di non lasciare la politica a chi crede che sia un prolungamento di Facebook”.


Viene dunque spontaneo domandarsi come si modelleranno in futuro i rapporti tra Renzi e il Pd, e se il partito debba (e possa) avviare un processo di “derenzizzazione”.

“È una domanda abbastanza complicata” risponde Fasano. “Se guardiamo i dati relativi al gruppo dirigente e ai militanti, si ha l’impressione di un partito ancora molto legato alla figura di Renzi, perché fatica a trovare una leadership alternativa. Col meccanismo delle primarie diventa difficile immaginare un’altra soluzione. Il Pd ha intrapreso la strada della reggenza, e al tempo stesso, a parte le europee, non si delineano a breve elezioni che sollecitino l’ingresso di una nuova forte leadership. A breve ci saranno le primarie, ma esse si svolgeranno in una situazione in cui la leadership che si afferma sulla scena è di nuovo quella di Renzi, per personalità politica, per capacità, per carisma. Queste caratteristiche gli vengono riconosciute anche dai militanti elettori, che vanno ancora ad ascoltarlo e ad applaudirlo alle feste dell’Unità”.

L’opinione di Pasini è di tenore diverso. “Renzi è stato un incidente di percorso dentro il Pd. Ha preso in mano il partito, senza esserci minimamente in sintonia. Il suo errore più grosso è stato quello di fare le feste dell’Unità. Renzi non ha nulla da spartire con una grossa fetta di classe dirigente che veniva dalla tradizione del Pds. C’entrava, poco, con la tradizione invece della Democrazia Cristiana di sinistra. È molto più in sintonia con un elettorato di opinione che negli ultimi vent’anni ha votato Forza Italia. Ha cercato di fare il Blair con vent’anni di ritardo. E ha perso una grande occasione, perché dopo il 40% alle europee del 2014 doveva subito costituire il Partito della Nazione e anticipare Macron. Non l’ha fatto e si sono visti i risultati. Molti dirigenti del Pd sono saliti subito sul carro del vincitore, ma con altrettanta velocità ne sono scesi. Primo fra tutti Dario Franceschini, che è come un’anguilla: è sempre stato vicino al segretario di turno. Certo, Renzi è piaciuto a una parte del suo elettorato, buona parte della classe dirigente con lui ha fatto carriera, ma c’è un problema strutturale di fondo. Non è di sinistra. Renzi, col Pd, non c’entra nulla. Ormai rappresenta il passato del Pd. Può inventarsi qualcosa che non va oltre il 7-8%, se avesse fatto il Macron sarebbe arrivato al 20-25%, ma ormai ha perso il treno”.


Se il passato non ha portato a buoni risultati, il presente non appare più roseo. “Ritengo che il Pd non abbia un’agenda, che sia rimasto alla scorsa legislatura” afferma Pasini. “C’è un balletto di classe dirigente in ordine al riposizionamento dentro il partito, sapendo che potrà rimanere all’opposizione per molto tempo. Mi sembra di capire che ci sia un dibattito, che interessa solo un centinaio di persone dentro il partito e non gli italiani, rispetto a chi sarà il segretario. Non c’è nessuna interlocuzione nei confronti delle forze sociali. A chi vuole parlare il Pd? Ai dipendenti pubblici, agli insegnanti, ai disoccupati? Ogni tanto poi si sente dire che il Pd deve essere più di sinistra, parlare ai poveri. Il segretario reggente naviga un po’a vista e lavora sul quotidiano”.

“Il tema principale è che nel Pd, orfano di una leadership che non può più essere tale, esiste il problema di come superare questa leadership rispetto anche a un giudizio sulla stessa”, prosegue Fasano. “Se dal punto di vista numerico rimango convinto che oggi il Pd resti un partito renziano, soprattutto tra i militanti (mentre nel gruppo dirigente qualcosa si muove), il punto vero è che il Pd è polarizzato sulla valutazione del segretariato di Renzi. Non si possono far convivere nella stessa organizzazione coloro che sostengono che i governi Renzi e Gentiloni abbiano lavorato bene, e quelli che li hanno ritenuti due governi-sciagura. In questo momento, dentro la sinistra, c’è chi sostiene che la strada renziana (o una sua variante) sia inevitabile, e chi pensa che la sconfitta della sinistra sia derivata dall’impossibilità di assumere una prospettiva alla Corbyn. Queste due anime non stanno insieme. Questa tensione, poi, attraversa tutta la sinistra europea”.


L’anima del Pd più critica nei confronti di Renzi ha iniziato a far sentire la propria voce. Lo scorso 13 agosto Elisabetta Gualmini, vice-presidente della regione Emilia Romagna, ha dichiarato: “Fin dalle prossime elezioni regionali il Pd deve cambiare pelle e volto. Anche il nome”. Gualmini, renziana pentita, ha affermato di pensare “a un passaggio di rottura che sia paragonabile a quello di una nuova Bolognina”. Possono bastare il cambio del nome e del simbolo, o il Pd dovrebbe piuttosto mutare il proprio approccio alle policies e al suo bacino elettorale? “Non vorrei che il dibattito sul cambio del nome, o su altre soluzioni simili, sia soltanto un palliativo per evitare una riflessione più seria sulla profonda crisi, di identità politica e culturale, della sinistra” riflette Fasano. ”Questa crisi non si risolve con un cambio di nome, ma cercando di elaborare una nuova cultura. Qualcuno è tornato a parlare di alleanza tra meriti e bisogni. Si tratta di una possibile soluzione, forse troppo razionale in un contesto in cui la politica è vissuta molto di pancia. Bisognerebbe capire come veicolare il messaggio che un’alleanza tra i frequent fliers, che godono dei vantaggi della globalizzazione, e gli abbonati delle Trenord, che soffrono le contraddizioni del mondo iperconnesso, è una possibile chiave di uscita dalla crisi della sinistra. Il problema è lì: anche se domani avessimo un partito che non si chiama più Pd, che policies mette dentro? La sinistra vuole cercare un percorso di riforme che persegua ideali di eguaglianza e giustizia sociale dentro vincoli che fanno i conti con la globalizzazione, o ritiene che in una fase di forte illusione populista dei cittadini sia possibile perseguire i progetti della sinistra radicale?”

“La questione del cambio di nome mi ricorda le vicende finali del Pci” sottolinea Pasini. “Allora era in effetti in corso un cambio epocale. Prima di tutto perché era crollato il muro di Berlino, e poi perché la dirigenza di allora decise di entrare nell’alveo delle liberal-democrazie. Il Pd è la sintesi di due tradizioni diverse: quella appunto socialdemocratica, che arriva dal Pds, e quella della Margherita, un’alleanza di elettorato cattolico (moderato e progressista) ed elettorato laico. L’alleanza del 2007 fra Margherita e Ds fu fatta tenendo la polvere sotto il tappeto. Ora il cambiamento di nome ha poco di interessante. Se cambio nome a una macchina scassata, resta comunque una macchina scassata. Come chiamiamo il nuovo Pd? Partito laburista? Partito social-democratico? Quei partiti in Europa sono alla frutta. Oggi, tra l’altro, stanno emergendo nuove fratture che non sono più ricomponibili sull’asse conservatorismo-progressismo. Non è certo col mutamento del nome o con quello di una piccola leadership che si può cambiare il corso delle cose, dal punto di vista della politica. In assenza di un’agenda chiara e di credibilità (altro grosso problema del Pd), bisogna prendere atto della non sintonia con il Paese. Il partito, certo, non deve assecondare i sondaggi o gli umori degli elettori. Bisogna anche tener presente che le forze progressiste sono strutturalmente in crisi perché dopo la realizzazione del welfare non hanno più nulla da dire. Una volta raggiunti i diritti sociali, la sinistra si è buttata sui diritti civili, su quelli culturali. Le forze progressiste hanno poche idee da presentare all’elettorato, mentre le altre riescono a dare delle risposte a una domanda politica rispetto ai temi della sicurezza, dell’ordine, dei confini. Esiste una difficoltà strutturale della sinistra, che non riesce a stare al passo coi tempi”.


E allora, quale dovrebbe essere la nuova cultura politica del Pd? Per rispondere, bisogna partire da alcuni presupposti. “Il problema dell’identità politica oggi è molto importante” afferma Pasini, “anche perché c’è un problema nelle democrazie occidentali: i partiti politici oggi hanno una funzione molto meno rilevante rispetto al passato. La modellazione delle preferenze non passa quasi più attraverso i partiti, che oggi sono dei contenitori più o meno vuoti che si presentano alle elezioni e competono. Dal punto di vista dell’elaborazione delle politiche pubbliche, il partito politico non conta più nulla. Il partito non è più soggetto intermedio tra società civile e istituzioni”.

“Questo nodo va sciolto una volta compreso che le promesse fondamentali della democrazia rischiano di fallire perché erano sbagliati i presupposti su cui si fondavano, ossia sull’idea di cittadini informati, consapevoli, critici, che avrebbero sempre scelto le politiche che erano più chiaramente a favore dei lori interessi. Bisogna fare i conti col fatto che la democrazia può produrre degli effetti perversi. Detto ciò, resto dell’avviso che ricostruire un’alleanza tra vincenti e perdenti della globalizzazione possa essere uno dei temi. Penso che serva una sinistra capace di ricongiungere il popolo con il livello di governo, e forse l’unica strada percorribile consiste nel rimbastire i fili di una partecipazione consapevole dei cittadini al gioco politico. Oggi la gente non guarda quasi più alle decisioni e all’efficacia di governo, ma guarda a forme di partecipazione, anche apparenti, che però diano lei almeno l’illusione che ci sia una maggiore sintonia fra governanti e governati. Bisogna cercare di ricostruire fiducia nella politica. Non credo a soluzioni che guardano solo nella direzione di chi sta peggio. Serve anche rivolgersi a ceti che sperimentano contraddizioni nella società globalizzata, ma che hanno capacità di dare un contributo fattivo importante. La sinistra non ha sempre guardato gli ultimi, e comunque non avrebbe senso tornare alla logica degli ultimi. Ho la sensazione, comunque, che la sinistra debba quantomeno tornare a pensare. La società globalizzata ci sta mettendo di fronte a un problema di integrazione sociale che è forse di proporzioni maggiori rispetto a quello che abbiamo vissuto con l’avvento della società industriale. Qual è la soluzione che la sinistra vuole fornire a questa questione? Ciò, però, presuppone una capacità di impegno nella riflessione che ora è del tutto assente. La classe dirigente” conclude Fasano “della sinistra non comprende che il problema si pone a quel livello lì”.

34  Forum Pubblico / CITTADINI PROATTIVI SI MOBILITANO A FAVORE DELLE CAUSE GIUSTE. / SUL CUPIO DISSOLVI OCCIDENTALE - di DAVIDE MORELLI inserito:: Febbraio 19, 2024, 11:09:56 am


SUL CUPIO DISSOLVI OCCIDENTALE
DAVIDE MORELLI
14 febbraio 2024
Mi chiedo perché  la poesia contemporanea italiana sia permeata dal cupio dissolvi, inteso come annullamento di sé in senso profano, non religioso. Mi chiedo perché “la notte vince sempre sul giorno”, come cantava Claudio Lolli. Montale scriveva del male di vivere e dell’anello che non tiene. Ungaretti ne “La pietà” scriveva che “l’uomo è “attaccato sul vuoto/ al suo filo di ragno”. In narrativa abbiamo “Morte a Venezia” di Mann e “Il male oscuro” di Berto. Poeti e scrittori ce l’avevano detto che qualcosa non andava.  Inoltre, sarebbe troppo lungo l’elenco degli scrittori e dei poeti che si sono autodistrutti, che si autodistruggono, che sono depressi, che tentano o che compiono il gesto estremo. Che la depressione in questi casi sia solo endogena oppure sia reattiva? Quanto dipende dalla personalità, dai disturbi dell’umore degli artisti e quindi dalla loro psicologia e quanto invece dipende dalla società e dalla cultura?  Per il suicidio gli esperti parlano di multicausalità; ci sono diverse concause, ma il fattore prevalente è quello psicologico, più che quello sociologico e culturale. Si pensi all’autodistruzione del club dei 27, ovvero delle rockstar morte a 27 anni.  Insomma, gli artisti sarebbero in gran parte saturnini, come scriveva Calvino in “Lezioni americane”. E non vi fate ingannare dal vitalismo sfrenato, dal titanismo molto raro, a dire il vero, di alcuni autori, perché dietro questa apparente voglia di vivere si potrebbe nascondere una depressione mascherata, un disturbo bipolare o nei casi più fortunati una ciclotimia! Ma al di là di questo va tenuto presente che gli artisti hanno le antenne, sono i canarini nella miniera, a volte addirittura anticipano i tempi, sono delle cassandre, riescono a vedere oltre, a guardare dove gli altri non riescono a guardare o dove gli altri non hanno il coraggio di guardare. Così come bisogna tener presente che la poesia ha ormai perso contro la scienza, la tecnologia, l’economia. I poeti sono rimasti soli e in gran parte dei casi incompresi. La scrittura per alcuni autori è diventata vita posticcia, una non vita della non vita: per alcuni una non vita al quadrato. Alcuni autori cercano una soluzione ai loro problemi e invece questi vengono amplificati.
Ma perché l’Occidente intero è percorso dal cupio dissolvi? Ad esempio, si può addurre qualsiasi spiegazione razionale  sul nazismo. Si può citare Adorno e Horkheimer e la loro la dialettica dell’illuminismo. Si può ricordare che il sonno della ragione crea mostri. Si può sostenere con la Arendt la banalità del male. Si può pensare all’obbedienza acritica all’autorità, dimostrata scientificamente dall’esperimento di Milgram. Si può citare la  teoria della stupidità di Bonhoeffer. Ma resta un mistero, un’assurdità in ogni caso come un popolo civile e colto come quello tedesco abbia prodotto i campi di concentramento.  Hitler era il portatore folle di una cultura di morte. Ma perché oltre alla sua follia individuale così necrofila, anche un intero popolo è diventato necrofilo? I nazisti erano davvero convinti di vincere la guerra e conquistare il mondo oppure dietro alla loro megalomania e alla loro sensazione di onnipotenza c’era un impulso di morte non solo diretto verso gli altri ma anche verso sé stessi? Non esisteva forse un cupio dissolvi assoluto di Hitler e un cupio dissolvi assoluto del popolo tedesco, che l’ha seguito?!? Gran parte della cultura non è biofila. Cosa ci dice in fondo la cultura contemporanea? Per Darwin esiste la lotta per la vita, la selezione naturale, l’eliminazione del meno adatto. Per Freud uccidiamo il padre per superare la fase edipica. Per Marx il capitalismo è sfruttamento dell’uomo sull’uomo e l’unico modo per cambiare veramente le cose è il ricorso alla violenza. E poi parte della cultura è necrofila, se legittimamente anche le dittature, purtroppo, sono da considerare  cultura dei popoli, delle nazioni e se, come sempre accade, gran parte del popolo e degli intellettuali ha favorito e sostenuto le dittature.
Ma qui il discorso necessariamente va esteso, va aggiornato e bisogna chiedersi perché  oggi sempre più persone nella società si autodistruggono e perché ad esempio sempre più adolescenti compiono atti autolesionisti. 

Quanto ancora riguarda la mera individualità e quanto dipende da fattori sociali e culturali? È difficile dare una risposta, perché si rischia che sia inadeguata, approssimativa, addirittura fuori luogo o fuori tema. Un tempo alcuni dicevano che per capire certe dinamiche ci voleva l’immaginazione sociologica. Ebbene oggi non basta più!
Perché in Italia (secondo i dati dell’Istat) e nel mondo (secondo i dati dell’Oms)  le prime cause di morte per i giovani  sono gli incidenti stradali e il suicidio? Questo dipende anche dalla cultura, di cui tutti siamo intrisi, perché ogni persona è il frutto dell’interazione continua tra natura e cultura. Perché le persone si drogano, diventano alcolizzate,  mangiano troppo, fumano troppo, giocano d’azzardo, guidano a velocità troppo elevata? Alcuni dicono che manca oggi il senso del limite. Non avere senso del limite significa essere irresponsabili, prendere la vita come un videogame, ma anche non volersi bene, infischiandosene delle conseguenze delle proprie azioni: ancora una volta quindi  autodistruzione pura! Uno dei motivi è che alcuni si fanno del male perché non sopportano la loro vita, sempre identica, sciatta, noiosa, alienante, meccanica, ripetitiva, comune. In questi comportamenti dannosi e autodistruttivi c’è un Eros che diventa Thanatos, che si lascia sopraffare da Thanatos, come nel marchese De Sade, che nei suoi scritti porta all’estremo questo automatismo psicologico ed esistenziale. Quante volte diciamo o sentiamo dire: “questa non è vita”. E come non ricordare la vita inautentica per Heidegger? Come non ricordare il nichilismo occidentale? Come non pensare al vuoto esistenziale, alla solitudine,  al disagio interiore, all’incomunicabilità, allo stress, alla depressione, alla paura di diventare poveri, all’ansia, all’angoscia di vivere? Non è casuale che in Occidente molte persone prendano calmanti, psicofarmaci, sonniferi. Decenni fa la pubblicità del Cynar recitava lo slogan: “per combattere il logorio della vita moderna”. Prima di tutto esistono i problemi lavorativi, sentimentali, familiari,  sessuali; esistono anche la crisi economica e  la competizione esasperata. Ci vuole poco per essere out!  Inoltre, molti credono ai falsi miti, ai vitelli d’oro. I mass media propinano come modelli attrici, cantanti, calciatori, che esteticamente e per stile di vita sono irraggiungibili. Questa è l’epoca della deprivazione relativa. Abbiamo aspettative di vita più alte dei nostri avi. Sperimentiamo un senso di grande ingiustizia per chi sta meglio di noi senza meritarselo secondo noi, e non consideriamo che anche noi stiamo meglio di altre persone, senza avere merito alcuno, magari solo perché siamo nati nel primo mondo. E poi il cupio dissolvi moderno si può spiegare prendendo spunto  da quello che Freud chiamava  disagio della civiltà, ovvero con la repressione degli istinti. Ora le cose sono cambiate, ma il meccanismo è lo stesso: a onor del vero c’è molta meno repressione, ma ci sono molti più stimoli esterni erotici ad esempio  (si pensi alla diffusione del porno di massa) che aumentano l’istintualità,  accrescono il desiderio;  queste due cose si controbilanciano e creano comunque disagio. La società odierna punta molto su questa costante antropologica: l’uomo vuole sempre di più, non si accontenta mai, ha un desiderio insaziabile. Di conseguenza la sua frustrazione è sempre maggiore e ciò produce ulteriore aggressività. Cosa fare per liberarsi da queste catene? Cercare di pensare con la propria testa, di seguire la propria strada, di liberarsi dai condizionamenti dei mass media, dalla mentalità comune e dalle pastoie della cultura occidentale, riuscendo a ritagliarsi uno spazio vitale tutto per sé, che permetta un minimo di autonomia di pensiero e indipendenza critica, per quanto possibile. Queste sono le prime cose da fare per dire sì alla vita al giorno d’oggi: facile a dirsi ma molto difficile a farsi, perché presuppone l’inizio di un percorso di autoconoscenza e di lavoro su sé stessi, che può originariamente portare anche a sofferenza, fatica, incomprensioni.

TAG: Autodistruzione, autolesionismo, Cupio dissolvi, poeti
CAT: Letteratura

https://www.glistatigenerali.com/letteratura/sul-cupio-dissolvi-occidentale/?fbclid=IwAR2t6efzcmjOKNWFBBzBWeAHStgSvOLQO_zHSdnPXgpATS8J2afBI5BxXoo


https://www.glistatigenerali.com/letteratura/sul-cupio-dissolvi-occidentale/?fbclid=IwAR2t6efzcmjOKNWFBBzBWeAHStgSvOLQO_zHSdnPXgpATS8J2afBI5BxXoo
35  Forum Pubblico / SOCIALESIMO. STUDIO PREPARATORIO ALLA DEMOCRAZIA, OCCIDENTALE, EUROPEA e MEDITERRANEA. / Alberto Graziani Post molto lungo e piuttosto difficile che dà per scontate ... inserito:: Febbraio 18, 2024, 07:30:18 pm
Alberto Graziani
 Post molto lungo e piuttosto difficile che dà per scontate diverse nozioni di base.

Le proteste di questi giorni degli agricoltori hanno fatto emergere di nuovo un’argomentazione popolarissima, ormai diventata così dogmatica che a metterla in discussione si viene accusati di eresia.
L’argomentazione in questione afferma che, se basata sui bassi salari, la concorrenza estera è scorretta e danneggia gli altri paesi.
Non solo, ma si ritiene che i salari dei lavoratori del proprio paese siano tenuti bassi dalla necessità di competere coi salari dei paesi stranieri che esportano il medesimo prodotto.
Queste argomentazioni sono prive di fondamento.
Do per scontato che si conosca la legge del vantaggio comparato e la accenno brevemente.
Un paese ha un vantaggio comparato nella produzione di un bene quando il suo costo opportunità in quel paese è inferiore al costo opportunità dell’altro paese .
Il vantaggio comparato può nascere sia da differenze tecnologiche sia da differenze nella dotazione dei fattori della produzione a parità di tecnologia.
Siccome si parla di differenze nei salari, noi prenderemo in esame la produzione di beni con differenze tecnologiche. Nel caso in cui la tecnologia sia la stessa nei diversi paesi e il vantaggio comparato risiedesse nella diversa dotazione dei fattori, il libero scambio pareggerebbe i prezzi dei fattori, essendo i beni i veicoli su cui i fattori viaggiano.
Il pattern di commercio tra le nazioni è determinato quindi dal vantaggio comparato . Ciò significa che anche paesi con una tecnologia inferiore possono esportare beni in cui hanno un vantaggio comparato .
Il punto cruciale è che il livello dei salari in ogni paese è determinato dal suo vantaggio assoluto cioè dalla quantità di bene che può produrre con la sua dotazione di lavoro e capitale . Questo spiega perché i paesi con tecnologie arretrate sono comunque in grado di esportare: i bassi salari in termini relativi permettono loro di aggirare la scarsa produttività . 
Se quindi siamo interessati a valutare la desiderabilità o meno dello scambio internazionale non dobbiamo chiederci se i lavoratori a basso salario meritino un salario maggiore ma dobbiamo chiederci se stiano peggio esportando beni grazie ai loro bassi salari di quanto starebbero non esportando affatto . Il basso salario va valutato non di per se’, ma in relazione al livello in cui si situerebbe in una situazione alternativa in assenza di commercio internazionale. La conclusione a cui giungeremo alla fine è che se il paese a basso salario rinunciasse a commerciar, i salari reali dei suoi lavoratori sarebbero ancora più bassi .
Supponiamo che esistano due paesi, A e B, che producano cibo e stoffa .
Nel paese paese A un lavoratore può produrre 4 kg di cibo e 2 m di stoffa. In altre parole la produttività marginale del lavoro del cibo( MP,c) e’ 4 e la produttività marginale del lavoro nella stoffa( MP,s) è 2.
Il costo marginale ( Cm) di ciascun bene a sua volta è uguale al prezzo di qualsiasi fattore, il salario nel nostro caso( W), diviso il prodotto marginale di quel fattore( MP) . In un mercato concorrenziale il salario, W, è uguale in entrambi i settori, per cui il rapporto tra le produttività marginali è uguale al rapporto tra i prezzi, a sua volta uguale al costo opportunità di produrre un determinato bene: quantità di stoffa a cui si deve rinunciare per produrre un kg di cibo.

Formalmente: MP,s/MP,c= P,c/P,s, ovvero 2/4= 1/2: si deve rinunciare a 1/2metro di stoffa per produrre 1kg di cibo.
Analogamente nel paese B la MP,c=1 ( 1 kg di cibo) e
MP,s= 1. Ne segue che P,c/P,s=1.
Perché il commercio avvenga, il prezzo internazionale si deve situare all’interno dei due prezzi di autarchia, 1/2 nel paese A e 1nel paese B. In caso contrario non ci sarebbe interesse a commerciare ne’ per i produttori ne’ per i consumatori.
Supponiamo che il prezzo internazionale sia P,c*/P,s*= 2/3. Il paese A esporterà cibo il paese B esporterà stoffa( perché?).

Cosa accade ai salari?
In mercati del lavoro concorrenziali le imprese pagano ai lavoratori il valore del prodotto marginale.
Il paese A esporta cibo perciò possiamo pensare che i lavoratori di questo paese siano pagati in relazione a questo bene: il loro salario reale è MP,c= 4(kg di cibo), che possono vendere sul mercato mondiale al prezzo relativo di P,c/P,s=2/3. Perciò il loro salario reale in termini di stoffa è : (P,c/P,s )x MP,c =2/3 x4 = 8/3 metri di stoffa.
Senza commercio internazionale i salari di A sarebbero stati MP, c= 4 e MP,s= 2. I lavoratori di A hanno chiaramente maggior benessere con il commercio internazionale perché possono permettersi di acquistare la stessa quantità di cibo( 4kg) acquistate in precedenza ma più stoffa( 8/3 invece di 2 metri).

Cosa accade ai salari di B?
Esso produce ed esporta stoffa e il salario reale e’ MP, s= 1( m di stoffa) che può essere venduta sul mercato mondiale al prezzo P,*/P,c*= 3/2. Il loro salario reale in termini di cibo e’ (P,s/P,c)xMP, s= 3/2 x 1 = 3/2 kg di cibo.
In assenza di commercio internazionale, i salari di B sarebbero : MP, c= 1 kg di cibo e MP,s = 1 metri di stoffa.
Anche i lavoratori di B hanno maggior benessere con il commercio internazionale perché possono permettersi di acquistare la stessa quantità di stoffa (1) ma più cibo ( 3/2 invece di 1)
È vero che i lavoratori di B guadagnano meno di quelli di A in termini di potere di acquisto. Ma ciò riflette il vantaggio assoluto di A nella produzione di entrambi i beni. Il punto cruciale è che, in assenza di commercio internazionale , i salari reali di B, come abbiamo sopra dimostrato, sarebbero ancora minori. I salari sono minori non perché c’è uno sfruttamento o un’ingiustizia dovuta al commercio internazionale ma perché c’è una differenza nella produttività che in assenza di commercio genererebbe nel paese meno produttivo salari ancora più bassi.
Tutti gli Stati traggono vantaggi dal commercio internazionale, ovvero l’utilità di un paese importatore o esportatore e’ almeno pari a quella che otterrebbe in assenza di commercio internazionale .

Da fb. Del 16 febbraio 2024
36  Forum Pubblico / SIAMO DIFFERENTI e DIVERSI, UGUALI nei DIRITTI e DOVERI, ma DIVISI in CATEGORIE SOCIALI. / TUTTO TORNA di Rossana Garavaglia. - Ettore Meccia. inserito:: Febbraio 18, 2024, 06:33:03 pm
Rossana Garavaglia
 
TUTTO TORNA.
Eccomi di nuovo a provare quella sensazione di camminare a dieci centimetri da terra: dà i brividi (di gioia) scoprire quanto noi esseri umani siamo giunti lontano nella conoscenza della realtà, al punto che tante cose finalmente si intersechino, tanti meccanismi valgano, per esempio, sia in biologia che in informatica.
Sto leggendo “l’architetto e l’oracolo” (Gino Roncaglia) e scopro che gli algoritmi di attribuzione dei testi (cioè quei programmi che si usano per dire se un testo lo ha scritto mister X o madam Y, forse sarebbe stato meglio dare a lei la X e a lui la Y, ma va beh, mischiamo un po’ le cose) contano la frequenza con cui bi e trigrammi (cioè sequenze brevi di 2 o 3 elementi, diciamo parole) sono usati nei testi (confrontando quindi il testo da attribuire con quello di mister X e madam Y per scegliere quello che combacia in termini di frequenza di bi e trigrammi).
Bello vero? Io non lo sapevo.
E quindi dove sta il tutto torna? E qui saltiamo alla genetica forense.
Come si fa l’attribuzione di paternità o l’identificazione del colpevole di un delitto?
E come si fa? Si cercano gli STR all’interno del nostro genoma che è composto di 3.000.000.000 di letterine A, C, G e T in sequenza.
Gli STRs sono short tandem repeats, cioè la ripetizione di n-volte di una sequenza breve lunga 3-4 letterine ed è quel numero n di ripetizioni che varia da persona a persona: tu hai 3 ripetizioni in sequenza di quello specifico STR, che ne so, ATGC, io ne ho 6. Se si scelgono un tot di questi STR distribuiti in tutto il genoma, allora ecco fatto che posso attribuire un campione di sangue ad una persona…il famoso CODIS di cui si sente parlare nei film polizieschi in cui si vanno a cercare il numero di ripetizioni di 13 STR (almeno fino al 2020, non so se nel frattempo lo hanno aggiornato a più STR).
Anche qui insomma si scandaglia un testo, cioè tutto il nostro DNA, e si va alla ricerca di motivi brevi ricorrenti.
La legge è probabilistico-statistica in un caso e nell’altro, i campi sono diversi, ma tutto torna.

PS: ed il tutto torna vale al livello della mia conoscenza mediocre della realtà, figuriamoci che brividi possono avere coloro che della realtà ne sanno enne milioni di volte di più…avranno le vertigini!
PPS: e poi mi tocca sentire delle scempiaggini quantiepigeolistiauristiche!

Da FB del 18 febbraio 2024


Ettore Meccia

Se capisco bene, bigrammi e trigrammi ci identificano perché dipendono essenzialmente da quali parole, espressioni o frasi (che li contengono) usiamo più frequentemente. Sono una sorta di firma nascosta tra le parole di un testo. Sorprendente!
Se fosse così, potrei aggiungere al tuo un paio di altri esempi di come qualcosa del genere succeda anche nell'intimo microscopico del nostro DNA.
Il primo è il Codon usage bias. Il codice generico è degenerato, lo stesso amminoacido può essere codificato da codoni (triplette) diverse.
Sono sinonimi, all'atto della traduzione quelle triplette diverse daranno lo stesso aminoacido, ma per le cellule non sono equivalenti.
Ne usano alcuni piuttosto che altri in modo preferenziale a seconda del gene, o del tipo cellulare, o della specie, o del fatto di essere una cellula normale o tumorale, perché usare un codone invece che un altro ottimizza la traduzione o il folding della proteina in quella cellula, perché alcuni tRNA possono essere più abbondanti di altri.
Per esempio, ad inizio pandemia qualcuno fece l'ipotesi che l'ospite intermedio di SARS-CoV-2 fosse un improbabile serpente, perché il codon usage del virus era molto simile a quello di due serpenti (il bungaro fasciato ed il cobra cinese) che guarda caso probabilmente si trovavano al mercato di Wuhan. Non era vero, ma l'ipotesi era divertente.
L'altro caso è quello della firma mutazionale dei tumori, a seconda dei fattori che hanno determinato le mutazioni di un tumore, o di quali sistemi di riparazione del DNA vanno o non vanno, ogni tumore avrà una maggiore frequenza di un tipo di mutazioni piuttosto che un altro, e quindi nel suo DNA alcune triplette saranno più frequenti di altre, tanto che sequenziando il tumore si può ottenere una signature mutazionale specifica per il tumore o per il fattore che l'ha determinato, per esempio il benzopirene del fumo di sigaretta.

https://biosignaling.biomedcentral.com/.../s12964-020...
https://www.nature.com/articles/s41388-021-02022-x
https://www.nature.com/articles/s41586-020-1943-3

Da FB del 18 febbraio 2024
37  Forum Pubblico / "INTESA DELL'OLIVO" E' UN PROGETTO DELLA OPINIONE PUBBLICA ORGANIZZATA. NON PARTITO, NON COALIZIONE. / PROATTIVITÀ -- MIGLIORARLA inserito:: Febbraio 18, 2024, 06:13:07 pm
PROATTIVITÀ -- MIGLIORARLA

7 Ottobre 2020

In ambito risorse umane, si sente sempre più spesso parlare di soft skills e hard skills, un mix di competenze decisive per avviare un percorso lavorativo vincente. Sono considerate conoscenze e attitudine strategiche per avviare una carriera di successo, ormai importanti quanto quelle più tecniche, quantificabili e misurabili in maniera oggettiva.

Se le hard skills vengono acquisite durante il percorso di studi e approfondite, migliorate, durante l’attività lavorativa, le cosiddette soft skills, definite anche “competenze trasversali”, riguardano la sfera strettamente legata alla personalità, alle attitudini, agli stili di comunicazione e all’insieme di doti empatiche ed espressive che sono insite in ogni persona. Sul mercato del lavoro, tra le skills più richieste c’è la cosiddetta proattività.

COSA SIGNIFICA ESSERE PROATTIVI?
La “proattività” è la capacità di anticipare i problemi o esigenze relative all’operatività del proprio lavoro per riuscire, poi, ad organizzarlo al meglio. Infatti, questo tipo di abilità è strettamente connessa al contesto professionale, perché sviluppando questa competenza, si riescono a trovare modi incisivi e tempestivi per affrontare ogni situazione. La capacità di porre questioni in anticipo permette di essere “pronti” per affrontarle al meglio.

Tempestività, però, non deve portare ad un atteggiamento sbrigativo e superficiale, volto esclusivamente a incrementare la velocità di una risposta ma non la sua efficacia. La reattività è importante nello svolgimento dell’attività lavorativa, perché porta a sviluppare anche l’istinto e il ragionamento.

COME MIGLIORARE LA PROATTIVITÀ?
Per sviluppare al meglio questa competenza, è necessario passare attraverso una fase di riflessione e analisi: di fronte a un problema, è necessario vagliare le opzioni disponibili e guardare ai diversi risultati di ciascuna, mettendoli a confronto con gli obiettivi da raggiungere.

Solo attraverso una scelta ponderata e ragionata si riuscirà a trovare una risposta efficace, pertinente e tempestiva alla situazione avversa e, soprattutto, riuscire a…prevederne altre!

Infine, essere proattivi significa anche assumersi incarichi che non siano maggiori delle proprie capacità o della propria mansione: una persona proattiva, infatti, non subisce passivamente l’iniziativa altrui e non aspetta che gli altri decidano o agiscano prima di lui o al suo posto.

da - https://humangest.it/cos-e-la-proattivita-e-come-migliorarla/#:~:text=COME%20MIGLIORARE%20LA%20PROATTIVIT%C3%80%3F,con%20gli%20obiettivi%20da%20raggiungere
38  Forum Pubblico / "INTESA DELL'OLIVO" E' UN PROGETTO DELLA OPINIONE PUBBLICA ORGANIZZATA. NON PARTITO, NON COALIZIONE. / Ssn soffre di una crisi sistemica e non garantisce più alla popolazione ... inserito:: Febbraio 18, 2024, 02:10:07 pm
L’allarme della Corte dei Conti: “Ssn soffre di una crisi sistemica e non garantisce più alla popolazione un’effettiva equità di accesso alle prestazioni sanitarie”

Quotidiano Sanità

Posta in arrivo
A-LAU-NUOVA da news

ggiannig <ggianni41@gmail.com>
sab 17 feb, 14:50 (23 ore fa)
a me

https://www.quotidianosanita.it/m/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=120175
 
39  Forum Pubblico / SOCIALESIMO Prolegomeni della DEMOCRAZIA prima del SOCIALISMO. 20/02/2022 / Do per scontato che si conosca la legge del vantaggio comparato e la accenno ... inserito:: Febbraio 18, 2024, 12:54:12 pm
Alberto Graziani
 Post molto lungo e piuttosto difficile che dà per scontate diverse nozioni di base.

Le proteste di questi giorni degli agricoltori hanno fatto emergere di nuovo un’argomentazione popolarissima, ormai diventata così dogmatica che a metterla in discussione si viene accusati di eresia.
L’argomentazione in questione afferma che, se basata sui bassi salari, la concorrenza estera è scorretta e danneggia gli altri paesi.
Non solo, ma si ritiene che i salari dei lavoratori del proprio paese siano tenuti bassi dalla necessità di competere coi salari dei paesi stranieri che esportano il medesimo prodotto.
Queste argomentazioni sono prive di fondamento.
Do per scontato che si conosca la legge del vantaggio comparato e la accenno brevemente.
Un paese ha un vantaggio comparato nella produzione di un bene quando il suo costo opportunità in quel paese è inferiore al costo opportunità dell’altro paese .
Il vantaggio comparato può nascere sia da differenze tecnologiche sia da differenze nella dotazione dei fattori della produzione a parità di tecnologia.
Siccome si parla di differenze nei salari, noi prenderemo in esame la produzione di beni con differenze tecnologiche. Nel caso in cui la tecnologia sia la stessa nei diversi paesi e il vantaggio comparato risiedesse nella diversa dotazione dei fattori, il libero scambio pareggerebbe i prezzi dei fattori, essendo i beni i veicoli su cui i fattori viaggiano.
Il pattern di commercio tra le nazioni è determinato quindi dal vantaggio comparato . Ciò significa che anche paesi con una tecnologia inferiore possono esportare beni in cui hanno un vantaggio comparato .
Il punto cruciale è che il livello dei salari in ogni paese è determinato dal suo vantaggio assoluto cioè dalla quantità di bene che può produrre con la sua dotazione di lavoro e capitale . Questo spiega perché i paesi con tecnologie arretrate sono comunque in grado di esportare: i bassi salari in termini relativi permettono loro di aggirare la scarsa produttività . 
Se quindi siamo interessati a valutare la desiderabilità o meno dello scambio internazionale non dobbiamo chiederci se i lavoratori a basso salario meritino un salario maggiore ma dobbiamo chiederci se stiano peggio esportando beni grazie ai loro bassi salari di quanto starebbero non esportando affatto . Il basso salario va valutato non di per se’, ma in relazione al livello in cui si situerebbe in una situazione alternativa in assenza di commercio internazionale. La conclusione a cui giungeremo alla fine è che se il paese a basso salario rinunciasse a commerciar, i salari reali dei suoi lavoratori sarebbero ancora più bassi .
Supponiamo che esistano due paesi, A e B, che producano cibo e stoffa .
Nel paese paese A un lavoratore può produrre 4 kg di cibo e 2 m di stoffa. In altre parole la produttività marginale del lavoro del cibo( MP,c) e’ 4 e la produttività marginale del lavoro nella stoffa( MP,s) è 2.
Il costo marginale ( Cm) di ciascun bene a sua volta è uguale al prezzo di qualsiasi fattore, il salario nel nostro caso( W), diviso il prodotto marginale di quel fattore( MP) . In un mercato concorrenziale il salario, W, è uguale in entrambi i settori, per cui il rapporto tra le produttività marginali è uguale al rapporto tra i prezzi, a sua volta uguale al costo opportunità di produrre un determinato bene: quantità di stoffa a cui si deve rinunciare per produrre un kg di cibo.

Formalmente: MP,s/MP,c= P,c/P,s, ovvero 2/4= 1/2: si deve rinunciare a 1/2metro di stoffa per produrre 1kg di cibo.
Analogamente nel paese B la MP,c=1 ( 1 kg di cibo) e
MP,s= 1. Ne segue che P,c/P,s=1.
Perché il commercio avvenga, il prezzo internazionale si deve situare all’interno dei due prezzi di autarchia, 1/2 nel paese A e 1nel paese B. In caso contrario non ci sarebbe interesse a commerciare ne’ per i produttori ne’ per i consumatori.
Supponiamo che il prezzo internazionale sia P,c*/P,s*= 2/3. Il paese A esporterà cibo il paese B esporterà stoffa( perché?).

Cosa accade ai salari?
In mercati del lavoro concorrenziali le imprese pagano ai lavoratori il valore del prodotto marginale.
Il paese A esporta cibo perciò possiamo pensare che i lavoratori di questo paese siano pagati in relazione a questo bene: il loro salario reale è MP,c= 4(kg di cibo), che possono vendere sul mercato mondiale al prezzo relativo di P,c/P,s=2/3. Perciò il loro salario reale in termini di stoffa è : (P,c/P,s )x MP,c =2/3 x4 = 8/3 metri di stoffa.
Senza commercio internazionale i salari di A sarebbero stati MP, c= 4 e MP,s= 2. I lavoratori di A hanno chiaramente maggior benessere con il commercio internazionale perché possono permettersi di acquistare la stessa quantità di cibo( 4kg) acquistate in precedenza ma più stoffa( 8/3 invece di 2 metri).

Cosa accade ai salari di B?
Esso produce ed esporta stoffa e il salario reale e’ MP, s= 1( m di stoffa) che può essere venduta sul mercato mondiale al prezzo P,*/P,c*= 3/2. Il loro salario reale in termini di cibo e’ (P,s/P,c)xMP, s= 3/2 x 1 = 3/2 kg di cibo.
In assenza di commercio internazionale, i salari di B sarebbero : MP, c= 1 kg di cibo e MP,s = 1 metri di stoffa.
Anche i lavoratori di B hanno maggior benessere con il commercio internazionale perché possono permettersi di acquistare la stessa quantità di stoffa (1) ma più cibo ( 3/2 invece di 1)
È vero che i lavoratori di B guadagnano meno di quelli di A in termini di potere di acquisto. Ma ciò riflette il vantaggio assoluto di A nella produzione di entrambi i beni. Il punto cruciale è che, in assenza di commercio internazionale , i salari reali di B, come abbiamo sopra dimostrato, sarebbero ancora minori. I salari sono minori non perché c’è uno sfruttamento o un’ingiustizia dovuta al commercio internazionale ma perché c’è una differenza nella produttività che in assenza di commercio genererebbe nel paese meno produttivo salari ancora più bassi.
Tutti gli Stati traggono vantaggi dal commercio internazionale, ovvero l’utilità di un paese importatore o esportatore e’ almeno pari a quella che otterrebbe in assenza di commercio internazionale .

Da Fb. Del 16 febbraio 2024
40  Forum Pubblico / SOCIALESIMO Prolegomeni della DEMOCRAZIA prima del SOCIALISMO. 20/02/2022 / OCCIDENTE INDEBOLITO a causa di se stesso. inserito:: Febbraio 18, 2024, 11:45:12 am
Mario Draghi: la globalizzazione ha indebolito i valori liberali in Occidente. In Europa serve debito comune
Posta in arrivo
Arlecchino Euristico
   
17 feb 2024, 16:57 (18 ore fa)
   
a me

Leggilo in esclusiva su  

https://www.milanofinanza.it/news/draghi-la-globalizzazione-ha-indebolito-i-valori-liberali-in-occidente-in-europa-serve-debito-comune-202402151926141383

Inviato da Posta per Windows

 
41  Forum Pubblico / IL N.O.M. NUOVO ORDINE MONDIALE, per la Pace Attiva: Umanità. Giustizia. Ambiente! / Ricordarsi di Giordano Bruno per non dimenticare le atrocità di quella chiesa... inserito:: Febbraio 17, 2024, 05:52:19 pm
Gianni Gavioli
Amministratore
Esperto del gruppo
 
Ricordarsi di Giordano Bruno per non dimenticare le atrocità di quella chiesa, durate per secoli e rese tali in quasi tutto il mondo.
Escluso l’Oriente, ci sarà una ragione!

La PACE, ormai necessaria per non estinguerci, NON può nascere dal confronto/conflitto tra Atrocità ideologiche o religiose.

LA PACE sarà Civile, Multi-Religiosa, Post-Ideologica e Umanitaria.

ggiannig
ggianni41@gmail.com
Forum.laudellulivo.org

42  Forum Pubblico / DOMANESIMO E' IL FUTURO. DIFFERENZA TRA BUONA E CATTIVA POLITICA. / L'establishment lancia la rinascita di San Francisco. Poi tocca all'America... inserito:: Febbraio 16, 2024, 05:56:59 pm
Benvenuti alla newsletter che è il nostro appuntamento settimanale, ogni sabato mattina. Vi prometto una lettura molto personale di alcuni eventi globali che selezionerò come "la chiave" per dare un senso alla settimana. Con una particolare attenzione alle mie due sedi di lavoro, attuale e recente: New York e Pechino. "The place to be, and the place to look at..."
Non esitate a scrivermi: commenti o domande, contestazioni e proposte.
Corriere della sera è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornato sulle ultime notizie
 
L'establishment lancia la rinascita di San Francisco. Poi tocca all'America...
Perché l'esperimento californiano può servire da modello
Saranno i “poteri forti” a salvare San Francisco dal suo degrado, e magari a trasformarla in un modello utile per altre città? L’ultima speranza per fermare la spirale della decadenza urbana viene dalla mobilitazione dei milionari (e qualche miliardario) della Silicon Valley? Sarebbe un caso in cui l’establishment economico torna a interpretare un ruolo positivo, esprime una classe dirigente impegnata in prima persona nella ricostruzione di una società funzionante… dopo che lo stesso establishment aveva contribuito a lungo a seminare ideologie del caos. Se l’esperimento dovesse produrre risultati positivi a San Francisco, chissà che il concetto di una “rinascita guidata dai poteri forti” non si possa applicare ad altre zone del paese o all’intera nazione. Magari includendo in questo ruolo un intervento dell’establishment sull’emergenza Joe Biden: il caso drammatico di un presidente che rischia di essere incapacitato e purtuttavia ostinato a restare in carica e ricandidarsi.
La decadenza di un ex-paradiso
Ho raccontato in passato la discesa agli inferi di San Francisco, città che mi è personalmente cara perché lì ebbe inizio la mia vita americana un quarto di secolo fa, e perché mia figlia è rimasta a vivere nelle vicinanze (insegna all’università nella Silicon Valley). Il declino di quel gioiello di città avvenne “prima lentamente, poi tutto d’un colpo”, per citare la celebre descrizione di una bancarotta da parte del romanziere Ernest Hemingway. L’ideologia ebbe un ruolo determinante, come in altre metropoli governate da un’ala sinistra molto radicalizzata del partito democratico: sindaci e procuratori generali convinti di essere dei Robin Hood con la missione di svuotare le carceri, decisi a usare il meno possibile il codice penale quando i delinquenti appartengono a minoranze etniche, persuasi che la depenalizzazione dei reati fa bene ai poveri. Autorità scolastiche impegnate in una crociata contro la meritocrazia quasi che sia una perfida “invenzione bianca” per sottomettere gli altri: quindi esami sempre più facili, promozioni a tutti, corsie preferenziali per i ragazzi di colore.
Le radici nella rivoluzione anni Sessanta
Questa deriva a sinistra s’innestava su tradizioni antiche: San Francisco era stata la culla della prima rivoluzione di costumi all’insegna del giovanilismo antiautoritario, il Free Speech Movement (Berkeley 1964) aveva anticipato di quattro anni il Maggio Sessantotto europeo; la Summer of Love del 1967 aveva dato alla nascita il movimento hippy. Tante cose buone erano nate in quella stagione movimentista: femminismo, ambientalismo, pacifismo, tolleranza verso tutte le diversità. In quegli anni era nata anche una cultura della droga, di cui però si sono misurati ben presto la pericolosità e i danni. La San Francisco di oggi è diventata una caricatura di tutto ciò che può andare storto nelle rivoluzioni. Tutti gli ideali degli anni Sessanta si sono rovesciati nella loro interpretazione più estremista, distruttiva, fanatica e intollerante. Il diritto a uccidersi con le droghe è diventato sacrosanto e la conseguenza è un’ecatombe di morti per overdose sui marciapiedi della città. “Obbligare” un tossicodipendente a curarsi contro la sua volontà viene considerato un abuso contro la libertà.
Pandemia e fuga dalla città, consegnata alle gang
Nella decadenza recente di San Francisco l’acceleratore finale è stata la pandemia. Da una parte, con il dilagare del lavoro remoto, ha aggravato la fuga dalla città da parte di tanta manodopera tecnologica, uno svuotamento che ha “consegnato” sempre più il centro cittadino a drogati, malati mentali, senzatetto, e bande criminali. D’altra parte, sempre durante la pandemia nella primavera-estate del 2020, l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un poliziotto bianco a Minneapolis, l’esplosione del movimento Black Lives Matter, hanno portato il movimento anti-razzista a una deriva estremista con l’uso della violenza contro la polizia, la demonizzazione di tutte le forze dell’ordine, manifestazioni degenerate in saccheggi. San Francisco, pur senza raggiungere le punte estreme della vicina Oakland o di Portland nell’Oregon, è stata una delle città trasformate in laboratori anarchici quando i sindaci di sinistra hanno tagliato fondi alla polizia e certi magistrati hanno trattato i poliziotti come gli unici presunti criminali. Fra i danni, va annoverata la chiusura di supermercati e grandi magazzini da parte di catene come Banana Republic, Nordstrom, Whole Foods: presi di mira da gang di rapinatori organizzati, che la polizia non poteva o non voleva più contrastare (inutile arrestarli se la procura li libera subito; e se corre molti più rischi del ladro il poliziotto, il cui arresto verrà passato al vaglio per sospetti abusi). Questo lo stato dell’arte negli ultimi anni.
Minoranze etniche contro il degrado
Ora i segnali di un’inversione di tendenza, per quanto limitati, cominciano a moltiplicarsi. Dietro sembra proprio esserci la regìa dei “poteri forti”, mobilitati per salvare una città ricca di storia e tradizioni imprenditoriali, una culla di rivoluzioni tecnologiche. Nel 2022 ci fu il referendum locale, vittorioso, che cacciò il procuratore generale Chesa Boudin (carica elettiva): figlio di “terroristi rossi” degli anni Sessanta-Settanta, fedele all’ideologia rivoluzionaria dei genitori, convinto di fare il bene del popolo lasciando i criminali in libertà (un tratto comune con i terroristi rossi italiani: la totale indifferenza verso la sorte delle vittime). Un’altra vittoria, sempre nel 2022, in un altro referendum cittadino che licenziò in tronco i membri eletti dello School Board, una sorta di Sovrintendenza delle scuole: costoro avevano abolito certi esami di matematica per migliorare “l’equità” visto che alcune minoranze etniche (black, latinos) avevano risultati inferiori alla media. La rivolta contro quella forma assurda di “egualitarismo” fu tanto più interessante in quanto a guidarla erano le famiglie asiatiche: le più penalizzate da quelle misure di appiattimento e impoverimento dell’istruzione, perché i loro figli sono sistematicamente i migliori in matematica. Sta diventando sempre più frequente negli Stati Uniti che siano proprio le minoranze etniche a ribellarsi contro quelle élite che “per fare il loro bene” impongono forme di egualitarismo insopportabili perfino ai presunti beneficiari.
Il miracolo provocato da Xi Jinping
 Tra gli altri segnali di una parziale inversione di tendenza, a San Francisco ci fu il caso dell’azienda locale Salesforce (specializzata nella ricerca del personale) che minacciò di spostare in altra sede la propria convention annua Dreamforce a causa dell’insicurezza; e di colpo ottenne garanzie su una maggiore presenza di polizia dalla sindaca London Breed (una donna afroamericana che all’origine era molto radicale, ora si è spostata su posizioni più moderate). La prova generale di un possibile miglioramento c’era stata nel novembre scorso quando San Francisco aveva ospitato il summit internazionale dell’Apec-Asean e il bilaterale Biden-Xi Jinping: di colpo eano scomparsi i senzatetto, tossicodipendenti e spacciatori che abitualmente “possiedono” il centro. A riprova che, volendo, si può anche agire contro la loro volontà. Ora chi vuole che il miglioramento prosegua sta facendo campagna per eleggere dei politici più moderati nel Board of Supervisors, una sorta di Politburo del consiglio comunale che ha poteri di veto sul bilancio municipale e sulle decisioni della sindaca. Il Board è in mano all’estrema sinistra e questo lega le mani alla sindaca London Breed.
Di recente la sinistra radicale dominante a San Francisco ha fatto notizia anche perché vorrebbe distribuire delle Reparations (risarcimenti) a tutti i black per compensarli dello schiavismo dei loro antenati. Le somme che San Francisco dovrebbe stanziare secondo i promotori sarebbero tali da provocare la bancarotta municipale. 
In tutte le vicende recenti – i referendum vinti contro l’estremismo, i piccoli passi verso un ritorno di ordine pubblico – si è vista una regìa degli imprenditori locali. Un’inchiesta del Wall Street Journal ricostruisce il loro ruolo, fa nomi e cognomi, elenca le ong e le associazioni locali a cui hanno dato vita.
Quali industriali scendono in campo
Spiccano nomi come l’asiatico-americano Garry Tan, chief executive dell’incubatore di start-up Y Combinator. Secondo Tan la San Francisco degli anni scorsi “si era cavata gli occhi da sola”, talmente rifiutava di vedere la realtà del degrado e di riconoscerne le cause. Un altro esponente della riscossa imprenditoriale è Marc Benioff, chief executive di Salesforce. C’è anche Bob Fisher, erede della dinastia che ha creato il marchio Gap: a lui si deve una campagna pubblicitaria che vuole ricostruire l’orgoglio cittadino, ricordando a tutti i capitoli esaltanti della storia di San Francisco: dalla creazione dei jeans Levi’s al ponte del Golden Gate, fino all’invenzione dell’iPhone nella vicina Silicon Valley, o la nascita di Twitter, Uber, Airbnb. Nessun’altra città al mondo forse può vantare di aver dato i natali a così tante imprese innovative. Bei tempi: perché non dovrebbero poter ritornare? Tra le associazioni mobilitate per questa rinascita ci sono TogetherSF Action (dietro c’è Michael Moritz che fu presidente del fondo d’investimento Sequoia), GrowSF e AbudantSF, tutte sostenute e finanziate da imprenditori locali.
La politica "manipolata dal denaro"? Ma nessuno obiettava quando i soldi andavano a Black Lives Matter
Queste campagne hanno già scatenato contro-narrazioni e controffensive. L’estrema sinistra che domina il consiglio comunale denuncia il “potere del denaro”. Non lo denunciava quando lo stesso establishment finanziava proprio i politici più radicali, com’è accaduto fino a pochi anni fa. Peraltro, le ultime campagne degli imprenditori sono a sostegno di candidati democratici: San Francisco è una città pressoché mono-partito, i repubblicani sono talmente marginali da essere irrilevanti. La battaglia in corso da parte dei “poteri forti” tenta di sostituire l’estrema sinistra con la componente più moderata del partito democratico.
Si può obiettare in generale sul ruolo del denaro nella democrazia americana. E' una tradizione antica: qui le lobby agiscono alla luce del sole, il Primo Emendamento interpretato in modo elastico offre una tutela molto ampia a chiunque voglia raccogliere fondi, finanziare campagne e candidati. E' un modello controverso, certo. Ma le obiezioni sui "poteri forti" erano silenti quando fiumi di denaro andavano a cause progressiste o sedicenti tali: ong ambientaliste, movimenti Lgbtq, Black Lives Matter sono stati inondati di donazioni da parte di miliardari. I procuratori che da anni scarcerano criminali hanno fatto campagna elettorale con i soldi di George Soros. Se questo è il sintonomo di una democrazia malata, bisognava accorgersene anche quando i beneficiari erano altri. Comunque i soldi da soli non fanno la differenza, altrimenti Hillary Clinton avrebbe stravinto nel 2016 contro Donald Trump: disponeva di fondi molto superiori a lui. L'intervento dei "poteri forti" più spesso ha segnalato, sottolineato e accompagnato degli spostamenti di umore nell'opinione pubblica.
L’esperimento va seguito con attenzione, sia perché San Francisco è una città-laboratorio, con un ruolo speciale nella storia americana, sia perché un eventuale successo potrebbe ispirare degli emuli. La mancanza di un establishment oggi si sente a livello nazionale. Se ci fossero i “poteri forti” di una volta, con l’influenza che esercitarono in altre epoche storiche, oggi avrebbero già costretto sia Donald Trump sia Joe Biden a farsi da parte. E’ lecito sognare? E’ paradossale che il sogno in questione auspichi il ritorno di una “classe dirigente”?   

La Cina si mimetizza. Come il Giappone negli anni 80 (ovvero: il protezionismo funziona!)
Il protezionismo bipartisan Trump-Biden ha spinto la Cina a imitare ciò che fece il Giappone negli anni Ottanta, all’epoca di un altro presidente americano protezionista, Ronald Reagan. Viste le barriere doganali sotto forma di dazi introdotte dall’Amministrazione Trump e mantenute perfettamente intatte dal suo successore; visti i generosi aiuti pubblici che l’Amministrazione Biden offre a chi reindustrializza l’America (un’altra forma di protezionismo) i cinesi si comportano di conseguenza: anziché limitarsi a fabbricare in casa propria per esportare sul mercato Usa, ora cominciano a costruire fabbriche negli Stati Uniti oppure in altri paesi nordamericani e da lì vendono negli Stati Uniti. È iniziata così la delocalizzazione alla rovescia, dalla Repubblica Popolare verso il suo principale mercato di sbocco.
Il protezionismo funziona, dunque. Ha effetti benefici, al contrario di quel che predica il “pensiero unico” in voga tra gli economisti.
Pannelli solari, fabbriche cinesi in Ohio e Texas
Il risultato netto della doppia offensiva Trump-Biden a base di dazi e sussidi statali è ben visibile per esempio nella produzione di pannelli solari. Per molti anni gli Stati Uniti – come l’Europa – hanno subito una invasione di pannelli fotovoltaici “made in China”. Spesso venduti sottocosto, in dumping, perché Pechino praticava gli aiuti di Stato molto prima di noi, quei prodotti a basso costo hanno sgominato l’industria americana facendo fallire molti produttori nazionali. Adesso però le aziende cinesi hanno scoperto che conviene venire a fabbricare pannelli sul territorio Usa: per aggirare i dazi e per incassare le sovvenzioni federali dell’Inflation Reduction Act (IRA), la legge di Biden che contiene abbondanti aiuti alle energie rinnovabili. Da quando è entrata in vigore l’IRA ha consentito la creazione di nuove fabbriche di pannelli solari per una capacità produttiva pari a 80 gigawatt; di questa nuova capacità un quarto fa capo ad aziende cinesi. Le nuove fabbriche cinesi che sorgono sul territorio Usa, dall’Ohio al Texas, appartengono a giganti come Longi Green Energy Technology e Trina Solar. Che quindi danno lavoro a ingegneri, tecnici e operai americani. E’ proprio questa la logica virtuosa del protezionismo: creare incentivi ed opportunità tali per cui conviene venire a produrre in casa nostra anziché venderci ciò che viene prodotto altrove. Funzionò ai tempi di Reagan con l’industria automobilistica giapponese, che stava invadendo il mercato americano e metteva in gravi difficoltà Detroit. Reagan usò dei contingenti – limiti quantitativi all’importazione – oltre a pressioni politiche su Tokyo. Fu così che giganti come Toyota cominciarono a costruire fabbriche negli Stati Uniti e ad assumere personale americano. Oggi più di metà dell'occupazione operaia nell'industria automobilistica Usa è impiegata alle dipendenze di case straniere.
Il Messico ruba alla Cina il primato sul mercato Usa
La stessa logica contribuisce a spiegare un dato clamoroso, il sorpasso storico del Messico sulla Cina come esportatore numero uno verso gli Stati Uniti. Non accadeva da vent’anni che la principale fonte di importazioni sul mercato Usa fosse il vicino meridionale. Nel 2023 il deficit commerciale degli Stati Uniti verso la Cina si è ridotto in modo sostanziale, perché le importazioni di beni “made in China” sono scese del 20% a quota 427 miliardi di dollari. Invece le importazioni dal Messico sono state pari a 476 miliardi. Di qui il sorpasso.
A questa storica sostituzione nella classifica dei paesi esportatori hanno contribuito molte cose. La pandemia, e le tensioni geopolitiche Washington-Pechino, hanno consigliato a molte aziende americane di accorciare le proprie catene di fornitori, avvicinandole a casa. Dazi e altre misure protezionistiche hanno colpito la Cina mentre hanno risparmiato i paesi partner degli Stati Uniti nel mercato comune nordamericano, cioè Canada e Messico.

È in corso quel processo di “friend-shoring” o rilocalizzazione in paesi amici, di cui si parla da quando i rapporti tra le due superpotenze sono antagonisti.
Ma a questo rimescolamento degli equilibri e delle mappe della globalizzazione contribuiscono attivamente le stesse multinazionali cinesi. Le grandi aziende della Repubblica Popolare hanno aumentato i loro investimenti, oltre che dentro gli Stati Uniti, anche in Messico. Sicchè una parte delle esportazioni dal Messico verso il mercato settentrionale sono opera di marche cinesi. Anche qui, nulla di nuovo: trent’anni fa avevano cominciato le multinazionali giapponesi e sudcoreane a costruire “maquiladoras” a Tijuana, a pochi km dalla città di San Diego in California, a ridosso del confine Messico-Usa.   
La parola ai lettori
Scrive Loni Mevorah: "Attendevo con molto interesse il Suo reportage dopo la Sua visita, ma a parte un articolo da Riad non ho visto nulla . Mi è sfuggito qualcosa sicuramente perché non credo che sia rimasto “imbavagliato” dalle locali autorità. Mi fa sapere dove lo posso trovare?"
Risponde F.R. Ne sono già uscite diverse puntate, tra cui questa, questa e ancora questa. Ma poiché non posso diventare mono-tematico, e avendo raccolto nei miei viaggi un materiale sovrabbondante, penso che sarà uno dei temi del mio prossimo libro.
Scrive Guido Maione: "Non possiamo meravigliarci di quanto accade in Arabia Saudita. È al potere un monarca illuminato in grado , quindi , di concedere benevolmente alcune riforme ma sempre altrettanto in grado di chiudere la porta nel caso in cui il popolo reclamasse troppe libertà.
L'odiato ex presidente Renzi lo va dicendo da anni che in Arabia è in atto un nuovo rinascimento , ovviamente deciso dall'alto come in tutti gli stati della penisola . Vogliamo farci degli scrupoli o approfittare di questa situazione?  Dopo lo sdegno provocato dall'uccisione del giornalista e aver messo  su un cipiglio severo  con la buffonata di Biden (mi spiace dirlo) che non strinse la mano di Bin Salman ora tutti i politici fanno a gare per vendere armi , tecnologia avanzate in tutti i settori . La nostra Webuild costruirà un pista per la neve (sic) per eventuali olimpiadi invernali nel deserto alla faccia di tutti problemi connessi con l'ambiente. Sarà questa la strada da seguire che ci consentirà di ridurre il vuoto con la Cina e la Russia che ambientalisti sono a corrente alternata ?  Basta decidersi una volta per tutte  e organizzare una politica comune europea (forse avverrà dopo il 2100)"
Scrive Alessandro Bassi: "Lei ha scritto: "Visto da Jeddah tutto ciò che sta facendo Biden per reindustrializzare l’America è un esperimento interessante ma abbastanza marginale, rispetto all’onnipresenza del «made in China» in tutto ciò che mi circonda." La penso esattamente come i Sauditi e non solo loro. Mi piacerebbe visitare l'Arabia Saudita, ma per quanto riguarda la non-reindustrializzazione dell'Occidente basta andare in un centro per il bricolage. L'80/90 % di quello che trova è Made in PRC E cosi in tanti altri centri commerciali. Dalla ciotola per cani all'ago della macchina da cucire."
 Scrive Sonia Marson a proposito del mio reportage dal porto di Jeddah sul Mar Rosso: "Ci tengo a sottolineare che molte delle cabine di manovra delle gru portuali, dirette o da remoto, sono prodotte in Italia da un’azienda friulana e adottate nel protocollo di produzione dalle aziende cinesi. Noi italiani siamo molto capaci ma a piccoli spot!"
Scrive Enzo Berus: "Vorrei obbiettare a quanto lei scrive in apertura del suo articolo del 12/01, e cioè che: «Lo scivolamento verso quella che papa Francesco chiama la terza guerra mondiale rischia di essere evitato, paradossalmente, da una ritirata Usa sotto la presidenza dell’isolazionista Donald Trump». E spiego: mi è capitato di seguire una ottima ricostruzione del conflitto medio orientale su la7 sotto la titolazione di “Atlantide files”, evidentemente sotto la guida del compianto Andrea Purgatori, da cui si capiva bene (finalmente) che all’origine di tutti gli eventi recenti era l’isolamento nel quale era stato per anni tenuto il regime teocratico degli ayatollah iraniani, e che il primo, e l’unico finora che si era mosso in senso contrario era stato Obama, con l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, che aveva revocato le sanzioni a Teheran, in cambio di un controllo sulla proliferazione nucleare. Forse sono stato distratto, ma mi sembra che lei non abbia sottolineato abbastanza l’importanza di questo accordo, ma soprattutto la successiva uscita unilaterale da questo stesso accordo voluta da Trump su richiesta di Israele. Credo che sia evidente come la radice di tutta la malapianta che stiamo vedendo crescere oggi sia proprio lì, e mi dispiace molto che proprio lei, di cui sono un appassionato lettore, non abbia fatto chiarezza su questo, non solo ricordando una delle cose migliori fatte da quello che lei ama definire il suo presidente, ma soprattutto una delle peggiori fatte da Trump. E che quest’uomo finirà per essere rieletto è uno di quegli eventi che non si possono proprio spiegare, una sciagura che pagheremo cara tutti".

Federico Rampini, New York 10 febbraio 2024
Da corriere.it
43  Forum Pubblico / L'ITALIA NON FATELA RIDURRE ad ARCIPELAGO di ISOLE REGIONALI E FEUDALI. / IL VOTO SUL FINE VITA E LA SCONFITTA DI ZAIA inserito:: Febbraio 16, 2024, 05:52:33 pm
IL VOTO SUL FINE VITA E LA SCONFITTA DI ZAIA

Buongiorno, ecco una serie di notizie selezionate per te dal Corriere del Veneto. Oggi Silvia Madiotto, redattrice di politica, parla del voto sulla legge regionale dedicata al fine vita e delle conseguenze politiche. Buona lettura!
 
Una legge di iniziativa popolare su un tema tanto sentito e tanto importante come il fine vita dignitoso per i malati terminali, sostenuta da novemila firme depositate a Venezia la scorsa estate per chiedere alla Regione di dettare tempi certi nella risposta ai cittadini, è stata bocciata da 25 persone. Il succo di quello che è successo ieri è questo: metà del Consiglio regionale veneto ha ritenuto di non garantire alle persone una libertà di scelta nel momento della sofferenza estrema.
 
La legge di iniziativa popolare è stata bocciata perché 25 erano anche i voti a favore e non sono bastati. Eppure, la legge veneta non faceva altro che delineare per tutte le Usl i medesimi tempi e criteri per rispettare una sentenza della Corte Costituzionale che è a tutti gli effetti già operativa, e ha già dato la possibilità (in Veneto e in altre Regioni) alle persone di ricorrere all’autosomministrazione di un farmaco, quando le cure palliative non bastano più. Quindi, la bocciatura della legge veneta semplicemente lascia le cose come stanno, in assenza di una norma nazionale, e continua a valere la sentenza della Corte.
 
Ma ieri è successa anche una cosa che, per quindici anni, è stata impensabile: la prima sconfitta di Luca Zaia. Proprio nei mesi più lunghi del governatore, in attesa di conoscere se il centrodestra approverà il terzo mandato per i presidenti di Regione, o cosa succederà con le candidature alle elezioni europee, o se tre dei suoi assessori lasceranno la giunta. Ecco, proprio nei mesi più lunghi Zaia non ha più una maggioranza compatta. Si è spaccata la Lega, FdI e Forza Italia gli hanno voltato le spalle, e un tema su cui il governatore si era esposto in prima persona non passa il vaglio politico.
 
Alla fine, la Lega veneta è l’unico partito del consiglio che non ha dato indicazione di voto ai propri consiglieri, ma Zaia e il suo capogruppo non si aspettavano così tante defezioni quando la conta è iniziata. Invece è finita così. Con la maggioranza più ampia mai avuta in Regione che si scioglie, con il presidente più amato d’Italia che va sotto a una votazione importante, non solo etica ma anche politica: la Lega di Salvini sta con i Pro-vita, a livello nazionale e in parte anche qui.
 
Ma c'è anche il caso Pd, fra i primi sostenitori della legge sul suicidio medicalmente assistito, la cui linea politica si è spezzata in Veneto: una consigliera si è staccata dal gruppo e ha votato con il centrodestra, unica di tutta la minoranza a rompere il fronte. Sarebbe bastato il suo voto a far passare una legge per garantire ai cittadini non di morire, ma di vivere con dignità.
 

Se volete scriverci la mail è: web@corriereveneto.it

 




44  Forum Pubblico / ESTERO dopo il 19 agosto 2022. MONDO DIVISO IN OCCIDENTE, ORIENTE E ALTRE REALTA'. / Varie dal Mondo. da Corriere inserito:: Febbraio 16, 2024, 05:49:57 pm
Benvenuti alla newsletter che è il nostro appuntamento settimanale, ogni sabato mattina. Vi prometto una lettura molto personale di alcuni eventi globali che selezionerò come "la chiave" per dare un senso alla settimana. Con una particolare attenzione alle mie due sedi di lavoro, attuale e recente: New York e Pechino. "The place to be, and the place to look at..."
Non esitate a scrivermi: commenti o domande, contestazioni e proposte.
Corriere della sera è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornato sulle ultime notizie
 
L'establishment lancia la rinascita di San Francisco. Poi tocca all'America...
Perché l'esperimento californiano può servire da modello
Saranno i “poteri forti” a salvare San Francisco dal suo degrado, e magari a trasformarla in un modello utile per altre città? L’ultima speranza per fermare la spirale della decadenza urbana viene dalla mobilitazione dei milionari (e qualche miliardario) della Silicon Valley? Sarebbe un caso in cui l’establishment economico torna a interpretare un ruolo positivo, esprime una classe dirigente impegnata in prima persona nella ricostruzione di una società funzionante… dopo che lo stesso establishment aveva contribuito a lungo a seminare ideologie del caos. Se l’esperimento dovesse produrre risultati positivi a San Francisco, chissà che il concetto di una “rinascita guidata dai poteri forti” non si possa applicare ad altre zone del paese o all’intera nazione. Magari includendo in questo ruolo un intervento dell’establishment sull’emergenza Joe Biden: il caso drammatico di un presidente che rischia di essere incapacitato e purtuttavia ostinato a restare in carica e ricandidarsi.
La decadenza di un ex-paradiso
Ho raccontato in passato la discesa agli inferi di San Francisco, città che mi è personalmente cara perché lì ebbe inizio la mia vita americana un quarto di secolo fa, e perché mia figlia è rimasta a vivere nelle vicinanze (insegna all’università nella Silicon Valley). Il declino di quel gioiello di città avvenne “prima lentamente, poi tutto d’un colpo”, per citare la celebre descrizione di una bancarotta da parte del romanziere Ernest Hemingway. L’ideologia ebbe un ruolo determinante, come in altre metropoli governate da un’ala sinistra molto radicalizzata del partito democratico: sindaci e procuratori generali convinti di essere dei Robin Hood con la missione di svuotare le carceri, decisi a usare il meno possibile il codice penale quando i delinquenti appartengono a minoranze etniche, persuasi che la depenalizzazione dei reati fa bene ai poveri. Autorità scolastiche impegnate in una crociata contro la meritocrazia quasi che sia una perfida “invenzione bianca” per sottomettere gli altri: quindi esami sempre più facili, promozioni a tutti, corsie preferenziali per i ragazzi di colore.
Le radici nella rivoluzione anni Sessanta
Questa deriva a sinistra s’innestava su tradizioni antiche: San Francisco era stata la culla della prima rivoluzione di costumi all’insegna del giovanilismo antiautoritario, il Free Speech Movement (Berkeley 1964) aveva anticipato di quattro anni il Maggio Sessantotto europeo; la Summer of Love del 1967 aveva dato alla nascita il movimento hippy. Tante cose buone erano nate in quella stagione movimentista: femminismo, ambientalismo, pacifismo, tolleranza verso tutte le diversità. In quegli anni era nata anche una cultura della droga, di cui però si sono misurati ben presto la pericolosità e i danni. La San Francisco di oggi è diventata una caricatura di tutto ciò che può andare storto nelle rivoluzioni. Tutti gli ideali degli anni Sessanta si sono rovesciati nella loro interpretazione più estremista, distruttiva, fanatica e intollerante. Il diritto a uccidersi con le droghe è diventato sacrosanto e la conseguenza è un’ecatombe di morti per overdose sui marciapiedi della città. “Obbligare” un tossicodipendente a curarsi contro la sua volontà viene considerato un abuso contro la libertà.
Pandemia e fuga dalla città, consegnata alle gang
Nella decadenza recente di San Francisco l’acceleratore finale è stata la pandemia. Da una parte, con il dilagare del lavoro remoto, ha aggravato la fuga dalla città da parte di tanta manodopera tecnologica, uno svuotamento che ha “consegnato” sempre più il centro cittadino a drogati, malati mentali, senzatetto, e bande criminali. D’altra parte, sempre durante la pandemia nella primavera-estate del 2020, l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un poliziotto bianco a Minneapolis, l’esplosione del movimento Black Lives Matter, hanno portato il movimento anti-razzista a una deriva estremista con l’uso della violenza contro la polizia, la demonizzazione di tutte le forze dell’ordine, manifestazioni degenerate in saccheggi. San Francisco, pur senza raggiungere le punte estreme della vicina Oakland o di Portland nell’Oregon, è stata una delle città trasformate in laboratori anarchici quando i sindaci di sinistra hanno tagliato fondi alla polizia e certi magistrati hanno trattato i poliziotti come gli unici presunti criminali. Fra i danni, va annoverata la chiusura di supermercati e grandi magazzini da parte di catene come Banana Republic, Nordstrom, Whole Foods: presi di mira da gang di rapinatori organizzati, che la polizia non poteva o non voleva più contrastare (inutile arrestarli se la procura li libera subito; e se corre molti più rischi del ladro il poliziotto, il cui arresto verrà passato al vaglio per sospetti abusi). Questo lo stato dell’arte negli ultimi anni.
Minoranze etniche contro il degrado
Ora i segnali di un’inversione di tendenza, per quanto limitati, cominciano a moltiplicarsi. Dietro sembra proprio esserci la regìa dei “poteri forti”, mobilitati per salvare una città ricca di storia e tradizioni imprenditoriali, una culla di rivoluzioni tecnologiche. Nel 2022 ci fu il referendum locale, vittorioso, che cacciò il procuratore generale Chesa Boudin (carica elettiva): figlio di “terroristi rossi” degli anni Sessanta-Settanta, fedele all’ideologia rivoluzionaria dei genitori, convinto di fare il bene del popolo lasciando i criminali in libertà (un tratto comune con i terroristi rossi italiani: la totale indifferenza verso la sorte delle vittime). Un’altra vittoria, sempre nel 2022, in un altro referendum cittadino che licenziò in tronco i membri eletti dello School Board, una sorta di Sovrintendenza delle scuole: costoro avevano abolito certi esami di matematica per migliorare “l’equità” visto che alcune minoranze etniche (black, latinos) avevano risultati inferiori alla media. La rivolta contro quella forma assurda di “egualitarismo” fu tanto più interessante in quanto a guidarla erano le famiglie asiatiche: le più penalizzate da quelle misure di appiattimento e impoverimento dell’istruzione, perché i loro figli sono sistematicamente i migliori in matematica. Sta diventando sempre più frequente negli Stati Uniti che siano proprio le minoranze etniche a ribellarsi contro quelle élite che “per fare il loro bene” impongono forme di egualitarismo insopportabili perfino ai presunti beneficiari.
Il miracolo provocato da Xi Jinping
 Tra gli altri segnali di una parziale inversione di tendenza, a San Francisco ci fu il caso dell’azienda locale Salesforce (specializzata nella ricerca del personale) che minacciò di spostare in altra sede la propria convention annua Dreamforce a causa dell’insicurezza; e di colpo ottenne garanzie su una maggiore presenza di polizia dalla sindaca London Breed (una donna afroamericana che all’origine era molto radicale, ora si è spostata su posizioni più moderate). La prova generale di un possibile miglioramento c’era stata nel novembre scorso quando San Francisco aveva ospitato il summit internazionale dell’Apec-Asean e il bilaterale Biden-Xi Jinping: di colpo eano scomparsi i senzatetto, tossicodipendenti e spacciatori che abitualmente “possiedono” il centro. A riprova che, volendo, si può anche agire contro la loro volontà. Ora chi vuole che il miglioramento prosegua sta facendo campagna per eleggere dei politici più moderati nel Board of Supervisors, una sorta di Politburo del consiglio comunale che ha poteri di veto sul bilancio municipale e sulle decisioni della sindaca. Il Board è in mano all’estrema sinistra e questo lega le mani alla sindaca London Breed.
Di recente la sinistra radicale dominante a San Francisco ha fatto notizia anche perché vorrebbe distribuire delle Reparations (risarcimenti) a tutti i black per compensarli dello schiavismo dei loro antenati. Le somme che San Francisco dovrebbe stanziare secondo i promotori sarebbero tali da provocare la bancarotta municipale. 
In tutte le vicende recenti – i referendum vinti contro l’estremismo, i piccoli passi verso un ritorno di ordine pubblico – si è vista una regìa degli imprenditori locali. Un’inchiesta del Wall Street Journal ricostruisce il loro ruolo, fa nomi e cognomi, elenca le ong e le associazioni locali a cui hanno dato vita.
Quali industriali scendono in campo
Spiccano nomi come l’asiatico-americano Garry Tan, chief executive dell’incubatore di start-up Y Combinator. Secondo Tan la San Francisco degli anni scorsi “si era cavata gli occhi da sola”, talmente rifiutava di vedere la realtà del degrado e di riconoscerne le cause. Un altro esponente della riscossa imprenditoriale è Marc Benioff, chief executive di Salesforce. C’è anche Bob Fisher, erede della dinastia che ha creato il marchio Gap: a lui si deve una campagna pubblicitaria che vuole ricostruire l’orgoglio cittadino, ricordando a tutti i capitoli esaltanti della storia di San Francisco: dalla creazione dei jeans Levi’s al ponte del Golden Gate, fino all’invenzione dell’iPhone nella vicina Silicon Valley, o la nascita di Twitter, Uber, Airbnb. Nessun’altra città al mondo forse può vantare di aver dato i natali a così tante imprese innovative. Bei tempi: perché non dovrebbero poter ritornare? Tra le associazioni mobilitate per questa rinascita ci sono TogetherSF Action (dietro c’è Michael Moritz che fu presidente del fondo d’investimento Sequoia), GrowSF e AbudantSF, tutte sostenute e finanziate da imprenditori locali.
La politica "manipolata dal denaro"? Ma nessuno obiettava quando i soldi andavano a Black Lives Matter
Queste campagne hanno già scatenato contro-narrazioni e controffensive. L’estrema sinistra che domina il consiglio comunale denuncia il “potere del denaro”. Non lo denunciava quando lo stesso establishment finanziava proprio i politici più radicali, com’è accaduto fino a pochi anni fa. Peraltro, le ultime campagne degli imprenditori sono a sostegno di candidati democratici: San Francisco è una città pressoché mono-partito, i repubblicani sono talmente marginali da essere irrilevanti. La battaglia in corso da parte dei “poteri forti” tenta di sostituire l’estrema sinistra con la componente più moderata del partito democratico.
Si può obiettare in generale sul ruolo del denaro nella democrazia americana. E' una tradizione antica: qui le lobby agiscono alla luce del sole, il Primo Emendamento interpretato in modo elastico offre una tutela molto ampia a chiunque voglia raccogliere fondi, finanziare campagne e candidati. E' un modello controverso, certo. Ma le obiezioni sui "poteri forti" erano silenti quando fiumi di denaro andavano a cause progressiste o sedicenti tali: ong ambientaliste, movimenti Lgbtq, Black Lives Matter sono stati inondati di donazioni da parte di miliardari. I procuratori che da anni scarcerano criminali hanno fatto campagna elettorale con i soldi di George Soros. Se questo è il sintonomo di una democrazia malata, bisognava accorgersene anche quando i beneficiari erano altri. Comunque i soldi da soli non fanno la differenza, altrimenti Hillary Clinton avrebbe stravinto nel 2016 contro Donald Trump: disponeva di fondi molto superiori a lui. L'intervento dei "poteri forti" più spesso ha segnalato, sottolineato e accompagnato degli spostamenti di umore nell'opinione pubblica.
L’esperimento va seguito con attenzione, sia perché San Francisco è una città-laboratorio, con un ruolo speciale nella storia americana, sia perché un eventuale successo potrebbe ispirare degli emuli. La mancanza di un establishment oggi si sente a livello nazionale. Se ci fossero i “poteri forti” di una volta, con l’influenza che esercitarono in altre epoche storiche, oggi avrebbero già costretto sia Donald Trump sia Joe Biden a farsi da parte. E’ lecito sognare? E’ paradossale che il sogno in questione auspichi il ritorno di una “classe dirigente”?   

La Cina si mimetizza. Come il Giappone negli anni 80 (ovvero: il protezionismo funziona!)
Il protezionismo bipartisan Trump-Biden ha spinto la Cina a imitare ciò che fece il Giappone negli anni Ottanta, all’epoca di un altro presidente americano protezionista, Ronald Reagan. Viste le barriere doganali sotto forma di dazi introdotte dall’Amministrazione Trump e mantenute perfettamente intatte dal suo successore; visti i generosi aiuti pubblici che l’Amministrazione Biden offre a chi reindustrializza l’America (un’altra forma di protezionismo) i cinesi si comportano di conseguenza: anziché limitarsi a fabbricare in casa propria per esportare sul mercato Usa, ora cominciano a costruire fabbriche negli Stati Uniti oppure in altri paesi nordamericani e da lì vendono negli Stati Uniti. È iniziata così la delocalizzazione alla rovescia, dalla Repubblica Popolare verso il suo principale mercato di sbocco.
Il protezionismo funziona, dunque. Ha effetti benefici, al contrario di quel che predica il “pensiero unico” in voga tra gli economisti.
Pannelli solari, fabbriche cinesi in Ohio e Texas
Il risultato netto della doppia offensiva Trump-Biden a base di dazi e sussidi statali è ben visibile per esempio nella produzione di pannelli solari. Per molti anni gli Stati Uniti – come l’Europa – hanno subito una invasione di pannelli fotovoltaici “made in China”. Spesso venduti sottocosto, in dumping, perché Pechino praticava gli aiuti di Stato molto prima di noi, quei prodotti a basso costo hanno sgominato l’industria americana facendo fallire molti produttori nazionali. Adesso però le aziende cinesi hanno scoperto che conviene venire a fabbricare pannelli sul territorio Usa: per aggirare i dazi e per incassare le sovvenzioni federali dell’Inflation Reduction Act (IRA), la legge di Biden che contiene abbondanti aiuti alle energie rinnovabili. Da quando è entrata in vigore l’IRA ha consentito la creazione di nuove fabbriche di pannelli solari per una capacità produttiva pari a 80 gigawatt; di questa nuova capacità un quarto fa capo ad aziende cinesi. Le nuove fabbriche cinesi che sorgono sul territorio Usa, dall’Ohio al Texas, appartengono a giganti come Longi Green Energy Technology e Trina Solar. Che quindi danno lavoro a ingegneri, tecnici e operai americani. E’ proprio questa la logica virtuosa del protezionismo: creare incentivi ed opportunità tali per cui conviene venire a produrre in casa nostra anziché venderci ciò che viene prodotto altrove. Funzionò ai tempi di Reagan con l’industria automobilistica giapponese, che stava invadendo il mercato americano e metteva in gravi difficoltà Detroit. Reagan usò dei contingenti – limiti quantitativi all’importazione – oltre a pressioni politiche su Tokyo. Fu così che giganti come Toyota cominciarono a costruire fabbriche negli Stati Uniti e ad assumere personale americano. Oggi più di metà dell'occupazione operaia nell'industria automobilistica Usa è impiegata alle dipendenze di case straniere.
Il Messico ruba alla Cina il primato sul mercato Usa
La stessa logica contribuisce a spiegare un dato clamoroso, il sorpasso storico del Messico sulla Cina come esportatore numero uno verso gli Stati Uniti. Non accadeva da vent’anni che la principale fonte di importazioni sul mercato Usa fosse il vicino meridionale. Nel 2023 il deficit commerciale degli Stati Uniti verso la Cina si è ridotto in modo sostanziale, perché le importazioni di beni “made in China” sono scese del 20% a quota 427 miliardi di dollari. Invece le importazioni dal Messico sono state pari a 476 miliardi. Di qui il sorpasso.
A questa storica sostituzione nella classifica dei paesi esportatori hanno contribuito molte cose. La pandemia, e le tensioni geopolitiche Washington-Pechino, hanno consigliato a molte aziende americane di accorciare le proprie catene di fornitori, avvicinandole a casa. Dazi e altre misure protezionistiche hanno colpito la Cina mentre hanno risparmiato i paesi partner degli Stati Uniti nel mercato comune nordamericano, cioè Canada e Messico.

È in corso quel processo di “friend-shoring” o rilocalizzazione in paesi amici, di cui si parla da quando i rapporti tra le due superpotenze sono antagonisti.
Ma a questo rimescolamento degli equilibri e delle mappe della globalizzazione contribuiscono attivamente le stesse multinazionali cinesi. Le grandi aziende della Repubblica Popolare hanno aumentato i loro investimenti, oltre che dentro gli Stati Uniti, anche in Messico. Sicchè una parte delle esportazioni dal Messico verso il mercato settentrionale sono opera di marche cinesi. Anche qui, nulla di nuovo: trent’anni fa avevano cominciato le multinazionali giapponesi e sudcoreane a costruire “maquiladoras” a Tijuana, a pochi km dalla città di San Diego in California, a ridosso del confine Messico-Usa.   
La parola ai lettori
Scrive Loni Mevorah: "Attendevo con molto interesse il Suo reportage dopo la Sua visita, ma a parte un articolo da Riad non ho visto nulla . Mi è sfuggito qualcosa sicuramente perché non credo che sia rimasto “imbavagliato” dalle locali autorità. Mi fa sapere dove lo posso trovare?"
Risponde F.R. Ne sono già uscite diverse puntate, tra cui questa, questa e ancora questa. Ma poiché non posso diventare mono-tematico, e avendo raccolto nei miei viaggi un materiale sovrabbondante, penso che sarà uno dei temi del mio prossimo libro.
Scrive Guido Maione: "Non possiamo meravigliarci di quanto accade in Arabia Saudita. È al potere un monarca illuminato in grado , quindi , di concedere benevolmente alcune riforme ma sempre altrettanto in grado di chiudere la porta nel caso in cui il popolo reclamasse troppe libertà.
L'odiato ex presidente Renzi lo va dicendo da anni che in Arabia è in atto un nuovo rinascimento , ovviamente deciso dall'alto come in tutti gli stati della penisola . Vogliamo farci degli scrupoli o approfittare di questa situazione?  Dopo lo sdegno provocato dall'uccisione del giornalista e aver messo  su un cipiglio severo  con la buffonata di Biden (mi spiace dirlo) che non strinse la mano di Bin Salman ora tutti i politici fanno a gare per vendere armi , tecnologia avanzate in tutti i settori . La nostra Webuild costruirà un pista per la neve (sic) per eventuali olimpiadi invernali nel deserto alla faccia di tutti problemi connessi con l'ambiente. Sarà questa la strada da seguire che ci consentirà di ridurre il vuoto con la Cina e la Russia che ambientalisti sono a corrente alternata ?  Basta decidersi una volta per tutte  e organizzare una politica comune europea (forse avverrà dopo il 2100)"
Scrive Alessandro Bassi: "Lei ha scritto: "Visto da Jeddah tutto ciò che sta facendo Biden per reindustrializzare l’America è un esperimento interessante ma abbastanza marginale, rispetto all’onnipresenza del «made in China» in tutto ciò che mi circonda." La penso esattamente come i Sauditi e non solo loro. Mi piacerebbe visitare l'Arabia Saudita, ma per quanto riguarda la non-reindustrializzazione dell'Occidente basta andare in un centro per il bricolage. L'80/90 % di quello che trova è Made in PRC E cosi in tanti altri centri commerciali. Dalla ciotola per cani all'ago della macchina da cucire."
 Scrive Sonia Marson a proposito del mio reportage dal porto di Jeddah sul Mar Rosso: "Ci tengo a sottolineare che molte delle cabine di manovra delle gru portuali, dirette o da remoto, sono prodotte in Italia da un’azienda friulana e adottate nel protocollo di produzione dalle aziende cinesi. Noi italiani siamo molto capaci ma a piccoli spot!"
Scrive Enzo Berus: "Vorrei obbiettare a quanto lei scrive in apertura del suo articolo del 12/01, e cioè che: «Lo scivolamento verso quella che papa Francesco chiama la terza guerra mondiale rischia di essere evitato, paradossalmente, da una ritirata Usa sotto la presidenza dell’isolazionista Donald Trump». E spiego: mi è capitato di seguire una ottima ricostruzione del conflitto medio orientale su la7 sotto la titolazione di “Atlantide files”, evidentemente sotto la guida del compianto Andrea Purgatori, da cui si capiva bene (finalmente) che all’origine di tutti gli eventi recenti era l’isolamento nel quale era stato per anni tenuto il regime teocratico degli ayatollah iraniani, e che il primo, e l’unico finora che si era mosso in senso contrario era stato Obama, con l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, che aveva revocato le sanzioni a Teheran, in cambio di un controllo sulla proliferazione nucleare. Forse sono stato distratto, ma mi sembra che lei non abbia sottolineato abbastanza l’importanza di questo accordo, ma soprattutto la successiva uscita unilaterale da questo stesso accordo voluta da Trump su richiesta di Israele. Credo che sia evidente come la radice di tutta la malapianta che stiamo vedendo crescere oggi sia proprio lì, e mi dispiace molto che proprio lei, di cui sono un appassionato lettore, non abbia fatto chiarezza su questo, non solo ricordando una delle cose migliori fatte da quello che lei ama definire il suo presidente, ma soprattutto una delle peggiori fatte da Trump. E che quest’uomo finirà per essere rieletto è uno di quegli eventi che non si possono proprio spiegare, una sciagura che pagheremo cara tutti".

Federico Rampini, New York 10 febbraio 2024
Da corriere.it
45  Forum Pubblico / IL N.O.M. NUOVO ORDINE MONDIALE, per la Pace Attiva: Umanità. Giustizia. Ambiente! / Le Pen. inserito:: Febbraio 16, 2024, 05:45:51 pm
HOW
LE PEN
TURNED
RESPECTABLE
TURNED
(And why
you shouldn’t
be fooled)
LISTEN
SHARE

FEBRUARY 12, 2024, 4:00 AM CET

BY NICHOLAS VINOCUR
PARIS

In 1987, a squinting, lipless, blond-haired politician named Jean Marie Le Pen was asked on a French radio show whether he believed that 6 million Jews had been murdered in the Nazi gas chambers. His response was a study in uncertainty. He started out pondering the question, as if he’d just been asked for his view on the existence of UFOs, spent several seconds scrounging for the right words, then landed on a formula that seemed to satisfy him: The deaths of 6 million Jews during World War II, he declared, were a “point de détail” — a minor detail, a technicality — in the larger history of the war, as well as a subject for debate among historians.
This was hardly the former Algerian War paratrooper’s first brush with outrage. Until the early 1980s, Le Pen enthusiastically branded himself as a sort of cartoon villain in French politics, complete with pirate’s eyepatch. As leader of the far-right National Front party he had, by 1987, repeatedly been found guilty on various charges of inciting racial hatred, in addition to his infamous defense of the use of torture by French forces in Algeria. (During the 1950s, Le Pen had claimed to have ordered detainees to be tortured, only to later recant. The question of whether he did or not is still the subject of a live controversy). Yet it was the point de détail quip that for some reason wormed itself into the collective conscience as a kind of pre-internet meme.
As a kid growing up in France, I was too young to have heard Le Pen say those words in real time. But I was aware, by the time I was 8 or 10, of the fact that he’d said them, just as I was aware of his valence in popular culture. Informed by a puppet-based political satire show called Les Guignols de l’Info, I — like millions of other French people — grew up with the image of Le Pen as a snarling bigot with an underbite, a political bogeyman who tidily gathered up all the ugliness of France’s recent history, from its collaboration with the Nazis to the brutal campaign to keep Algeria French, unto himself.
It was a reputation so deeply entrenched that it easily carried over to his daughter, Marine. Introduced as the new president of the National Front in 2011, the younger Le Pen was widely assumed to be a female, longer-haired version of her father.
It didn’t hurt that, at the time, many of her father’s lieutenants were still among the National Front’s top brass. Nor did the fact that, like her dad, the younger Le Pen seemed adept in the art of creating outrage, as in 2010 when she compared street prayers by Muslims to an “occupation” of France. (She ended up being acquitted on charges of inciting racial hatred over the comment.)
As the years went by, though, Marine learned how to avoid polémiques — minor scandals — that dredged up the association with Jean-Marie. She took aim at abstract concepts, like fundamentalist Islam, rather than groups of people. (There are exceptions, but most examples date back to the mid-2000s). During her three bids for the presidency, the moment that caused Le Pen the greatest political embarrassment was her inability to defend a plan to leave the eurozone during a debate with Emmanuel Macron, not anything regarding the hot-button culture war issues that marked her father’s tenure as the country’s top political pariah. Over time, the stain of her link to the elder Le Pen — and the potency of the point de détail meme — faded as new voters entered the frame who had no personal experience of the ogre from Les Guignols. The younger Le Pen has become something that her 95-year-old father never was: Somewhat established, and a bit boring.
Le Pen’s efforts hit a milestone late last year when she joined a march against anti-semitism | Bertrand Guay/AFP via Getty Images
That’s no mistake on Le Pen’s part. Over more than a decade, she has made a meticulous effort to rebrand her party as a France-first populist vehicle standing up for the little guy, minus the outrage linked to her dad. The old guard of Jean-Marie acolytes has been edged out. In 2015, the younger Le Pen expelled her father from the party after a public clash over her public moderation. “I wonder: Did you really do this?” Le Pen asked herself, according to an account she told French television in 2019. “Because it seemed so insane. But we had no choice. It was either that or the movement would disappear.”
In 2018, she went a step further by changing the party’s name from the historical “National Front” to the same-same but different “National Rally.” The party’s support is strong among younger voters, and Le Pen has surrounded herself with loyalists who owe their careers to her, not to her father. Indeed, the party’s current president, to whom Le Pen ceded control in 2022, is 28-year-old Jordan Bardella.
In some ways, at least on the charge of antisemitism, Le Pen’s efforts hit a milestone late last year when she joined a march against antisemitism being held in the wake of the Hamas attack on Israel on October 7. While the left-wing France Unbowed party invoked Le Pen’s presence at the rally as a reason not to attend, and President Macron was also absent, the presence of Jean-Marie Le Pen’s daughter didn’t provoke much of an outcry. To the contrary: a former center-right education minister, Luc Ferry, went so far as to proclaim that the National Rally was now a “republican” party — i.e. no longer beyond the pale.
“Most [National Rally] activists and a large portion of the electorate have no memory of the era of Jean-Marie Le Pen,” said Jean-Yves Camus, a specialist on far-right movements in Europe for the IRIS think tank. “The events that shaped him were the Second World War and the Algerian War. But these old references of the far right are now ancient history. It simply doesn’t make sense to accuse her of running Jean-Marie Le Pen’s party.”
Speaking to reporters during an annual press conference in January, Le Pen suggested that, at this stage, continuing to invoke the history of the party and her father’s role in it when discussing her policies was “inelegant.”
“It has been years that we frequent our fellow lawmakers in a fruitful and respectful fashion,” she said. “Those who insist on continuing to refer to us as the National Front are proving that they don’t have much to say about us.” There were no follow-up questions among the roughly three dozen journalists on this aspect of her address.

Meloni 2.0?
So be it. Thirteen years after she took over the old National Front from her father, and 18 months since she ceded the National Rally’s presidency to Bardella, Le Pen has succeeded in severing ties with her eye-patched predecessor, or at least made him irrelevant in day-to-day politics. Benjamin Haddad, a lawmaker in Macron’s Renaissance party, agrees with Camus that it no longer makes political sense to treat the younger Le Pen as beyond the pale — or to shame her millions of followers with admonitions about its supposed lack of republican values.
Has Le Pen finally achieved political normality, shaking off her father’s legacy? | Alain Jocard/AFP via Getty Images
“It’s a party that we fight,” he said. “We fight its platform and its values. We believe that her plans are dangerous for the country and for Europe. But I don’t think that we should fight it with a moralizing approach because it doesn’t work. Making references to history is less effective than saying what’s in their program and arguing against it, point by point.”
But for many French people and not a few foreigners watching from abroad, the question remains: How “normal” is Le Pen and her National Rally party really? Is it, at its core, a far-right organization that will unleash hell on minority groups in France, in addition to blowing up France’s ties with the EU and NATO, if it achieves power? Or is it a right-wing populist movement along the lines of Italian Prime Minister Giorgia Meloni’s coalition government, whose bark is far worse than its bite?
The question is more urgent now that the National Rally, led by Bardella, looks poised to hit another milestone on its long march to power. Ahead of a European Parliament election due to be held in June, polls show the party winning as much as 28 percent of the vote, far ahead of the center and center-right coalition led by Macron’s Renaissance, slated to win just 19 percent, according to POLITICO’s Poll of Polls. Not only could Le Pen and Bardella embarrass the presidential camp; they may well blow past their own previous top score of 23 percent in the 2019 European election.
France itself is divided on the question of Le Pen’s respectability. While the national press agency, Agence France-Presse, and the daily newspaper of record, continue to describe the National Rally as “far right,” other outlets have updated their vocabulary to “right-wing populist” or “nationalist right.” In 2022, a journalist for French public television, Valery Lerouge, told RTBF: “The term we use most commonly [to talk about the National Rally] is nationalist right. Because if you look at the history of the far right, you’re talking about a party that is racist, antisemitic and homophobic. Far right harkens back to fascism, and that’s not where we are anymore,” he said.
Camus, the far-right specialist, is on the same page. “The National Rally is not preparing a return to fascism,” he said. “It is a party that acts in a Republican context. It accepts the Republic. It abides by the law. It participates actively in democratic life. In that sense, yes, it is a républicain party.” In many respects, he adds, Eric Zemmour, head of the far-right “Reconquest” party, is “far more radical than Le Pen.”
Le Pen has made a meticulous effort to rebrand her party as a France-first populist vehicle standing up for the little guy | Thomas Samson/AFP via Getty Images
Yet Camus qualifies this by pointing out that on some aspects of its platform, Le Pen’s party maintains a direct line back to the days of Jean-Marie. Chief among them: The promise to install a policy of “national priority” by which French nationals would be given preferential access to jobs, benefits and social housing over foreigners, even those paying taxes in France. “This is not in France’s republican tradition,” he said. “She is creating a distinction between French nationals and others that goes against the Constitution.”
On this score, Macron’s troops are in a tight spot. Late last year, the president’s party introduced an immigration bill that bore a strange resemblance, in several parts, to the National Rally’s program. Parliament passed the bill with the support of Le Pen’s party — a rare event given the party’s usual stance of blanket opposition. Macron’s camp has done its best to minimize the assist from his former presidential rival. “We take care to never depend on the support of the National Rally to pass legislation,” said Haddad. But that didn’t stop Le Pen and Bardella from claiming the win. “This is an ideological triumph for the RN,” the former said on TV shortly after the vote.
Others argue that while Le Pen may have broken with her father’s antisemitism, her comments about Muslims and immigrants verge on Islamophobia. They point to her comments about the “incessant demands of minorities” (2021); about Muslim veils being an ideological marker “as dangerous as Nazism” (2022); about ending birth-right access to citizenship; and forced repatriation of foreign-born criminals as proof, at the very least, of a radical anti-Islam agenda. Muslims make up an estimated 10 percent of the French population, according to the national statistics office. There is no doubt that, were Le Pen to be elected president, this population would feel the heat via restrictions on public displays of religiosity, at the very least.
“If you take Marine Le Pen’s comments … there is no doubt for me that she belongs to the far right,” Cécile Alduy, a language specialist and researcher who has written books about Le Pen’s language, told business daily Les Echos. “She espouses an organicist vision of society whereby the individual bends to traditional social hierarchies that are beyond their control: the determinism of blood, family and nation. Even if she tries to erase the stigmatizing aspect of her program vis-a-vis certain groups, she has a far-right ideology and her elected officials are far right. Would her father disagree with any aspect of her program? No.”
It doesn’t help that Le Pen shares political real estate with parties commonly considered to be far right. In the European Parliament, she belongs to the same group as Alternative for Germany, which currently faces massive anti-far-right demonstrations across Germany. While Le Pen has repudiated the reported plan discussed by some AfD figures to deport foreign-born Germans, saying it raised questions about the two parties’ shared membership in the Identity and Democracy group, she has yet to cut ties. To the contrary, Le Pen frequently appears with far-right allies in Italy, namely Matteo Salvini, head of the Lega movement.
Le Pen poses with her party’s MPs in Paris after the 2022 election | Christophe Archambault/AFP via Getty Images
So has Le Pen finally achieved political normality, shaking off her father’s legacy? There’s no doubt that her long campaign geared at scrubbing her party’s reputation has been, to a large extent, successful. But she has never gone so far as to repudiate her father’s legacy completely, for example by publicly denouncing the racism, antisemitism and xenophobia of her party’s earlier years. Instead, she has sought to change its brand image without ever ditching key parts of its platform, such as the national priority plan, or moving it away from its fundamentally nationalist DNA.
For much of France’s population — Muslims, but also the foreign-born and anyone seeking French citizenship — a Le Pen presidency would present a threat. And for the wider Western, pro-European order, there’s evident danger in her continued sympathy for Putin, who openly supports Le Pen and received her on an official visit in 2017. A Czech-Russian bank also once granted her party a financial lifeline in the form of a €9 million loan. On the European stage, Le Pen may have abandoned plans to exit the European Union, but she remains a potential for profound disruption. She has vowed to challenge the authority of the European Commission (which she once pledged to abolish) and transform the EU into a sort of inter-governmental conference. Joining forces with Hungarian Prime Minister Viktor Orbán, Slovak Prime Minister Robert Fico and, perhaps, Italy’s Meloni, it’s not hard to see how Le Pen could effectively neutralize the EU’s executive function, reducing it to a gathering of leaders more akin to the G20 than the United States.
Le Pen has succeeded in severing ties with her eye-patched predecessor | Emmanuel Dunand/AFP via Getty Images
Le Pen may not be the political ogre her father was, but she does still embody a form of politics that is far more radical and transgressive than she’d like it to appear. For her opponents, Le Pen’s smooth exterior makes the task of taking her on politically ever-more challenging. “We are fighting them,” adds Haddad. “But it’s important to always be respectful of the voters. The counterexample is Hillary Clinton’s ‘deplorables.'”
As the European election draws closer, the question of Le Pen’s normalization is no longer a matter that will draw much commentary in the French press. Jean-Marie’s daughter no longer has to answer for her father, and has left the party’s operations to Bardella. She is said to be preparing a new bid for the presidency in 2027 — her last. What would her father think? At 95, the elder Le Pen has finally stepped back from public life, quitting his video blog after a cardiac event last year. The turmoil of his public breakup with Marine is water under the bridge. On a personal level —  at the very least — father and daughter look closer than ever.

Da - https://www.politico.eu/article/marine-le-pen-turned-respectable-france-presidential-election/

Pagine: 1 2 [3] 4 5 ... 189
Powered by MySQL Powered by PHP Powered by SMF 1.1.21 | SMF © 2015, Simple Machines XHTML 1.0 valido! CSS valido!