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1  Forum Pubblico / ARLECCHINO EURISTICO - E L'Ulivo Selvatico detto anche L'Ulivastro. / POST che appaiono su Fb con strano ritardo o si ritrovano con difficoltà ... inserito:: Settembre 03, 2019, 12:52:15 pm
Di Maio si sta confermando un personaggio senza scrupoli e con la dignità in altalena.
Dopo l'incontro con il "suo" Candidato Presidente del Consiglio Conte, assume arroganze da primadonna mestruata e inalbera condizioni ricattatorie.

I perché della rottura, minacciata più volte dopo arzigogoli fumosi, sono da ricercare nell'ambiente 5Stelle condizionato da una proprietà privata e da decine di scontentezze personali e si potrebbero spiegare in diversi modi:
O Di Maio sapendo d’essere “logorato” all’interno, fa il “cattivo ragazzo” per tentare di umiliare il Pd e “rubare” concessioni più larghe possibile (assurdo in ogni caso).

Oppure, sempre all’interno dei 5Stelle, il Casaleggio intende castigare, mettendo il bastone-Di Maio tra le ruote delle aperture di Grillo, favorevole all'Intesa.

In questo secondo caso probabile un screpolatura del Movimento, sarà interessante vedere quanti tra i 5Stelle sono ancora intransigenti ma isolati dopo la rottura di Salvini, e quanti invece seguiranno razionalmente il consiglio di Grillo per un vero cambiamento costruttivo con la relativa fine della politica dei “vaffa”, che tanto ha giovato alla Destra e quanto con la gestione Di Maio è costata al Movimento.

La risposta più logica e dignitosa che dovrebbe essere data, a nostro parere, dal Pd al gioco perverso di alcuni 5Stelle deve essere: un eventuale sì ad ogni ricucitura ottenuta da Conte … ma senza il personaggio Di Maio protagonista.

ggiannig
2  Forum Pubblico / ARLECCHINO EURISTICO - E L'Ulivo Selvatico detto anche L'Ulivastro. / POST che appaiono su Fb con strano ritardo o si ritrovano con difficoltà ... inserito:: Settembre 03, 2019, 12:51:02 pm
La politica italiana è diventata un “gioco di guerriglia” dove i protagonisti sono gli “sparatutto”, siano essi capi-popolo oppure i loro tifosi. - Il livello basso di civismo è lo stesso, come medesimo è il fastidio di ascoltarli o vederli in Tv.

La parte sana e migliore della nostra società deve capire il loro “gioco del contro”, praticato da non pochi “guerriglieri multicolore”, elementi che non propongono temi di miglioramento della società sgarrupata a cui ci hanno portato.

I componenti la parte sana e migliore, sia della Popolazione, sia della Cittadinanza devono pretendere di uscire dal “gioco di guerriglia”, devono far spegnere l’interruttore perverso della loro azione antidemocratica (anche dalla Magistratura per reati eventualmente commessi) e rifiutare la chiamata al voto se fatta a nome di capipopolo (o qualora ci fossero) di leader di parte.

Dobbiamo andare a votare soltanto per scegliere Progetti di Governo e avendo come reale obiettivo il Nuovo Risorgimento Italiano che si potrà realizzare, entro breve, arrivando ad avere in Italia, per volontà degli Italiani, una Democrazia Autorevole!

ggiannig
3  Forum Pubblico / DEMOCRAZIA AUTOREVOLE. / La politica italiana è diventata un “gioco di guerriglia” ... inserito:: Settembre 03, 2019, 11:39:48 am
La politica italiana è diventata un “gioco di guerriglia” dove i protagonisti sono gli “sparatutto”, siano essi capi-popolo oppure i loro tifosi. - Il livello basso di civismo è lo stesso, come medesimo è il fastidio di ascoltarli o vederli in Tv. 

La parte sana e migliore della nostra società deve capire il loro “gioco del contro”, praticato da non pochi “guerriglieri multicolore”, elementi che non propongono temi di miglioramento della società sgarrupata a cui ci hanno portato.

I componenti la parte sana e migliore, sia della Popolazione, sia della Cittadinanza devono pretendere di uscire dal “gioco di guerriglia”, devono far spegnere l’interruttore perverso della loro azione antidemocratica (anche dalla Magistratura per reati eventualmente commessi) e rifiutare la chiamata al voto se fatta a nome di capipopolo (o qualora ci fossero) di leader di parte.

Dobbiamo andare a votare soltanto per scegliere Progetti di Governo e avendo come reale obiettivo il Nuovo Risorgimento Italiano che si potrà realizzare, entro breve, arrivando ad avere in Italia, per volontà degli Italiani, una Democrazia Autorevole!       
 
ggiannig

4  Forum Pubblico / ECONOMIA / MARCHIONNE ovvero l’eredità politica (senza eredi) ... inserito:: Agosto 01, 2019, 04:38:07 pm
CATEGORIA: VICOLO CORTO

L’eredità politica (senza eredi) di Marchionne

 Scritto da Francesco Bruno il 01 Agosto 2019
Sono stati tanti i ricordi tributati a Sergio Marchionne ad un anno dalla sua scomparsa. I suoi numeri, le sue citazioni, i suoi record riecheggiano sulla stampa e sui social. Così come facevano le sue interviste mordenti.

La sua eredità è pesante, soprattutto per FCA. La capacità di anticipare i trend di mercato e di dare fiducia agli investitori, restano caratteristiche difficilmente replicabili. È rimasto invece intatto il suo messaggio sulla necessità di consolidamento del settore e di ricerca di un partner per FCA stessa. Ma per il momento l’unico approccio concreto -con Renault- si è arenato.

Se il mondo dell’auto ha perso la sua rockstar, anche l’imprenditoria italiana ha accusato il colpo. La scomparsa di un manager globale, con istinto italiano e forma mentis anglosassone, ha privato il sistema di una voce disruptive. Una voce capace di mettere a nudo le difficoltà del nostro capitalismo: messaggi senza filtri e intermediazioni.

Ripercorrendo la sua carriera in Fiat, soprattutto prima della fusione con Chrysler, si notano gli strappi muscolari di Marchionne con decenni di relazioni industriali italiane. Dall’uscita da Confindustria ai referendum infuocati a Pomigliano e Mirafiori, in perenne lotta con la Fiom. Non faceva sconti a nessuno, da Obama a Landini. Ostinato anche nei maggiori fallimenti, come nel caso delle mancate fusioni con Opel e General Motors. O quando insisteva nel sostenere la validità di piani industriali irrealizzabili.
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Nel libro scritto da Tommaso Ebhardt, giornalista di Bloomberg che lo ha seguito per dieci anni in giro per il mondo, emergono alcuni tratti del Marchionne-pensiero sul nostro Paese. Su quell’Italia amata dal manager con la tipica rabbia di ogni emigrato.

Così in un’intervista concessa ad Ebhardt. «(…) Se l’Italia nella classifica della competitività si trova oltre la centotrentesima posizione per me il concetto è chiaro. Non mi metto a raccontare che il Paese ha raggiunto quel livello perché al Nord piove in autunno o a Roma c’è troppo sole a giugno. Io non ti racconto stronzate, te lo dico chiaro e in faccia: il Paese non è competitivo, andiamo e sistemiamo questa situazione.»

Ecco il bagno di realtà che spesso manca al nostro Paese. Perché in Italia si oscilla tra una petulante esterofilia ed estreme tendenze auto-assolutorie.

Prosegue l’intervista.
«La seconda ragione per cui non piaccio in questo Paese è che il nostro sistema, e mi riferisco in particolar modo alla Fiat e alle altre grandi imprese, è stato storicamente usato per mantenere la pace sociale come risultato di un compromesso, in assenza d’alternative migliori. Il problema è che mantenere l’armonia sociale è costato troppo al nostro sistema, abbiamo buttato a mare la competitività del nostro Paese per ottenerla. Fino a che c’era la lira, il sistema monetario ha funzionato assorbendo gli choc. Ogni problema di competitività veniva in qualche modo compensato da una svalutazione della moneta sui mercati internazionali. Poi abbiamo deciso di entrare a far parte dell’euro per ottenere il rispetto dei mercati finanziari.»

E poi l’affondo finale.
«Hai voluto diventare un Paese rispettabile? Bene, allora devi fare anche il passo successivo. Non puoi continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto come facevi prima usando la svalutazione della lira, la devi togliere e pulire tutto quello che trovi. L’Italia ha bisogno di essere nuovamente industrializzata partendo da zero. Va fatto una seconda volta, come dopo la guerra, negli anni Cinquanta. Con la grande differenza che il mondo in cui ci troviamo adesso è totalmente diverso dal secondo dopoguerra. Dobbiamo abbandonare la rilassatezza del passato, le abitudini tribali, tutte le routine degli ultimi decenni. Devi avere il coraggio di provare a rialzarti di fronte al mondo intero che ti punta gli occhi addosso e dice che sei uno dei maggiori pericoli per l’economia globale. Se non sei in grado di fare questa presa di coscienza, allora non vai da nessuna parte.
5  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / SE saranno capaci di una RIFORMA FISCALE coraggiosa li avremo addosso per ... inserito:: Giugno 25, 2019, 05:15:39 pm
USA
Soros e altri 17 miliardari: «Adesso fate pagare più tasse ai ricchi»
Di Angelo Mincuzzi
24 Giugno 2019

Questa volta non sono i reduci di “Occupy Wall Street” a sguainare la sciabola e a chiedere più tasse per i ricchi e più uguaglianza per tutti. No, questa volta la richiesta arriva da un insolito club di miliardari che vede schierati il finanziere George Soros e suo figlio Alexander, uno dei creatori di Facebook, il 35enne Chris Hughes, i fondatori del fondo d'investimento Blue Haven Initiative, Liesel Pritzker Simmons e Ian Simmons, e Abigail Disney, regista ed ereditiera della famiglia di Walt Disney.

GUARDA IL VIDEO / “Tassateci” appello miliardari americani a candidati dem
Con una lettera pubblicata sul web e rivolta a tutti i candidati alle elezioni presidenziali Usa del 2020, diciotto ultraricchi appartenenti a 11 famiglie dal pedigree ormai americano (più un anonimo) chiedono ai politici che si contenderanno la Casa Bianca di aumentare, per favore, le loro tasse.
In nome dell'etica, del patriottismo e del sogno americano i 18 firmatari della lettera chiedono l'istituzione di una tassa sulla ricchezza che colpisca lo 0,1% più benestante del paese, cioè quella parte degli Stati Uniti che custodisce - scrivono i miliardari - la stessa ricchezza posseduta dal 90% degli americani.

GUARDA IL VIDEO / Più tasse ai ricchi, la prima battaglia di Ocasio-Cortez
I “diciotto” si schierano al fianco di un progetto della senatrice democratica del Massachusetts Elizabeth Warren, che ha proposto una tassa sulla ricchezza delle 75mila famiglie più facoltose del paese. Si tratterebbe - scrivono i “diciotto” nella lettera - di tassare con un 2% aggiuntivo gli asset posseduti oltre il valore di 50 milioni di dollari e con una ulteriore imposta addizionale dell'1% sopra il valore di un miliardo di dollari.

«Se possedete 49,9 milioni di dollari - spiegano i firmatari - non pagherete questa tassa. Si stima che l'imposta potrà generare circa 3mila miliardi di introiti fiscali in dieci anni». I fondi, nelle intenzioni dei firmatari, dovrebbero andare a finanziare l'innovazione, le energie rinnovabili per limitare il climate change, potrebbero essere destinati a finanziare borse di studio per gli studenti, infrastrutture per modernizzare il paese, rendere migliore la sanità e ridurre le imposte per i meno abbienti.

GUARDA IL VIDEO / Bill Gates contro Trump, «più tasse per ricchi come me»
Non è la prima volta che dall’élite degli Stati uniti si levano proteste per l'aumento delle diseguaglianze fiscali. Gli stessi firmatari della lettera ricordano che in passato il miliardario Warren Buffet, fondatore Berkshire Hathaway, rimarcò il fatto di essere tassato meno della sua segretaria.

Nel 2019 - sostengono oggi i 18 miliardari - lo 0,1% più ricco degli Stati Uniti pagherà il 3,2% della sua ricchezza in tasse mentre il rimanente 99% degli americani verserà il 7,2% delle proprie. Ecco perché «il prossimo dollaro delle nuove entrate fiscali dovrebbe provenire dalla parte più economicamente fortunata, non dagli americani a reddito medio e a reddito inferiore», dichiarano nella lettera.

Ma non basta. I diciotto ultraricchi affermano anche che una misura del genere sarebbe utile per almeno sei ragioni. Le elencano punto per punto e sottolineano che un'imposta che finanzi gli investimenti pubblici innovativi e tecnologici avrebbe l'effetto di aumentare la produttività del paese sul lungo termine. Darebbe quindi un vantaggio competitivo all'America.

PER SAPERNE DI PIU’ / Nelle mani di 22 milioni di paperoni il 50% della ricchezza finanziaria mondiale
Ma avrebbe anche un effetto più “politico” riducendo le diseguaglianze che minano la democrazia e favoriscono la concentrazione del potere nelle mani di pochi plutocrati. I “diciotto” invocano il patriottismo e si appellano al sogno americano che, dicono, verrebbe rafforzato da una misura del genere.

«Divisione e insoddisfazione - scrivono - sono esacerbate dalla disuguaglianza, che porta a livelli alti la sfiducia nelle istituzioni democratiche. Questa è una delle ragioni per cui non consideriamo una tassa sulla ricchezza come un sacrificio da parte nostra: crediamo che istituire un’imposta porterebbe alla stabilità politica, sociale ed economica. Una tassa sulla ricchezza è patriottica».
La proposta dei diciotto ultraricchi è suffragata da un recente rapporto della Federal Reserve secondo la quale negli ultimi 30 anni l'1% più ricco degli Stati Uniti ha visto le proprie fortune crescere complessivamente di 21mila miliardi di dollari mentre il 50% inferiore ha perso 900 miliardi di dollari. Cifre che dimostrano un pericoloso allargamento della forbice sociale.
Secondo la Fed nel 1989 l'1% più facoltoso possedeva il 20,7% della ricchezza del paese, il 50 inferiore ne possedeva il 7,4%. Trent'anni dopo, nel primo trimestre del 2019, l'1% possiede il 27,7 delle ricchezze totali, il 50% inferiore il 5,8%. Nel 1989, inoltre, i più ricchi del paese investivano in azioni e fondi comuni solo il 16,7 della loro ricchezza: oggi questa percentuale è salita al 38,2%. «Quelli di noi che firmano questa lettera possiedono insolite fortune - scrivono i diciotto -, ma ognuno di noi vuole vivere in un'America che risolva le più grandi sfide del nostro futuro».

Chi l'avrebbe mai detto che gli indignati di Zuccotti Park avrebbero trovato degli adepti così importanti otto anni dopo le manifestazioni di “Occupy Wall Street”. Ma meglio tardi che mai.

Da ilsole240re.com
6  Forum Pubblico / DOMANISMO, dopo IERI e OGGI, un DOMANI di RIFORME. / BATRACOMIOMACHIA, BASTA con la politica come "battaglia delle rane e dei topi"! inserito:: Giugno 25, 2019, 05:09:40 pm
Batracomiomachia

[ba-tra-co-mi-o-ma-chì-a]
SIGN Lotta delle rane e dei topi; contesa vana, futile e ridicola

Voce dotta, recuperata dal greco [Batrachomyomachía] 'battaglia delle rane e dei topi', titolo di un poema greco di genere epico-comico del VI secolo a.C. e tradizionalmente attribuito a Omero; è un composto di [bátrachos] 'rana', [mys] 'topo' e [máche] 'lotta'.

Gonfiagote, re delle rane dello stagno, incontra sulla riva Rubamolliche, figlio del re dei topi Rodipagnotte. Con l'immediato attrito che ci si aspetta fra teste coronate, Rubamolliche vanta le leccornie che lui e i suoi sono in grado di procurarsi fra gli umani; Gonfiagote lo rintuzza: non sa quali sono le meraviglie dello stagno. Insiste per farselo salire in groppa e fargli fare un tour delle acque, e Rubamolliche, sconsiderato, non ci pensa due volte. Quando sono nel mezzo delle acque appare una biscia mostruosa che spaventa Gonfiagote. Subito s'inabissa per sfuggirle, e il principe topo affoga lanciando una terrificante maledizione. La scena, vista da un suddito roditore da riva, viene riferita a re Rodipagnotte, che straziato dal dolore richiama il parlamento e lo muove a guerra contro le rane traditrici. Vengono spezzati baccelli e indossati come schinieri, indossate armature di pelle di gatto, elmi di noce, affilati gli aghi di bronzo, e inviato l'araldo. Ricevendo l'ambasceria, Gonfiagote nega pubblicamente ogni responsabilità: lo sciocco topo voleva nuotare ed è annegato da sé. Però le rane si preparano, attenderanno i topi e cercheranno di affogarli tutti, intanto con foglie di bietola e di cavolo fanno armature e scudi, calzano caschi di chiocciola, aguzzano lance di giunco. Gli dèi non parteciperanno parteggiando per una o l'altra fazione: i topi rosicano le loro offerte e i paramenti dei templi, le rane li tengono svegli la notte. Inizia la carneficina, i topi rapidamente si mostrano in vantaggio, ma lo stesso Zeus, mosso a compassione dall'imminente fine delle rane, interviene prima cercando di fermare lo scontro con un fulmine, poi richiamando in soccorso delle rane i granchi, che corazzati mutilano i topi finché non sono costretti alla ritirata.

Questo è lo svolgimento della Batracomiomachia, che gli antichi attribuivano a Omero. L'epica, in uno scontro così piccolo e insignificante di fronte alle altezze umane, si fa comicità. Infatti la batracomiomachia, lasciato il significato specifico (impiegato però anche nei titoli di altre opere, come i Paralipomeni alla Batracomiomachia di Leopardi) diventa la contesa non solo vana e futile, ma ridicola.

È però una parola da usare con ironia. Infatti la sofferenza delle rane e dei topi del racconto è autentica, e con un certo occhio anche la peggiore guerra umana può essere una batracomiomachia nello stagno: senza ironia diventa facilmente una parola superba. Così chi vuole trar vantaggio da un conflitto dissimula il suo interesse affermando che non c'è motivo di intervenire nelle batracomiomachie, il dittatore che copre una repressione armata può presentare uno scontro come una batracomiomachia di nessun conto, e il nuovo candidato si presenta come un'alternativa alla batracomiomachia fra i vecchi.

Se usata, pretende di essere il baricentro della frase. È ingombrante, anzi sesquipedale, eppure raffinata. E molto potente.

* * *
Questa parola è illustrata da Celina Elmi. Qui trovate la sua presentazione di questo progetto: https://unaparolaalgiorno.it/a/44/parole-illustrate


7  Forum Pubblico / DEMOCRAZIA AUTOREVOLE. / La Repubblica degli Italiani è una Democrazia Autorevole. Il “popolo” sceglie! inserito:: Giugno 25, 2019, 05:02:34 pm
Stesura prima Bozza da completare …

La Repubblica degli Italiani è una Democrazia Autorevole.

Il “popolo” (Cittadinanza e Popolazione) non delega più, sceglie!

Con la Repubblica degli Italiani: cessa, si chiude l’inganno del “Potere al popolo”, il popolo non ha mai avuto nessun potere ha sempre subìto, è sempre stato condotto, usato, manipolato. Con la fine della delega alla politica e la possibilità di “scegliere il Governo” termina la falsità storica che è l’anima del populismo.

Il Popolo: non è una unità compatta di Umanità, ma un insieme di individui differenti che decidono di riconoscersi in una terra (Patria/Matria) comune ... chiamandola Nazione. Il modo simile, ma non uguale d’essere Patrioti distingue la Cittadinanza nella Popolazione.

La Democrazia Autorevole: riconosce alla Cittadinanza attiva i meriti a chi si dedica, in modi propri e indipendenti, al bene comune (P.e.: il volontariato sociale).
Questo avverrà senza discriminare la parte di Popolazione non impegnata attivamente, ma non inerte, che intende limitarsi ad esercitare il diritto al voto.
Il rispetto delle leggi e un giusto modo di agire con civismo, consentirà di mantenere ad ognuno il diritto al voto e al godimento dei servizi che lo Stato, riconosce al Paese Reale e al Paese Legale, che sono identici tra le due realtà.

Il Progetto: è un documento programmatico di Governo che i Partiti e le diverse Realtà sociali accettano di sottoscrivere e si impegnano a realizzare, nei 5 anni della legislatura dopo la sua approvazione da parte dei Cittadini Elettori, in regolari e democratiche elezioni politiche.

Il Governo: così formato e di fatto approvato dalla maggioranza della Popolazione entra in carica con il preciso compito di attuare il Progetto votato. Il Governo è l’espressione del Progetto e come tale deve essere approvato a maggioranza di 50 + 1, dal Parlamento.
Il Governo diventa in tal modo uno strumento del Popolo e della Politica e come tale deve impegnarsi soltanto nell'esecuzione del Progetto votato nelle Elezioni Politiche.
La quotidianità della vita sociale e delle diatribe politiche non devono in nessun modo intralciare o condizionare il lavoro del Governo.
La Centuria dei Giusti provvederà a continui aggiornamenti, contributi tecnici, consigli, portati al Governo per mantenerlo inserito nell'attualità, sia della politica e dell’evoluzione degli individui, sia delle trasformazioni a livello globale, sempre in movimento).

La Centuria dei Giusti: è composta da Cento Professionisti attivi nella società e nella cultura con esperienze e conoscenze di alto livello e su tali considerazioni, saranno scelti dal Governo del Progetto.
Dovranno dare costante assistenza al governo nel realizzare il Progetto, dal punto di vista tecnico, sociale e umano, con contributi concreti di scienza e di esperienza, non vincolanti per le decisioni di Governo, ma sempre attentamente valutati.
Il Governo, prenderà decisioni autonome e coerenti al Progetto, solo dopo aver preso atto dei loro contributi alla Repubblica degli Italiani.
La Centuria dei Giusti avrà compito consultivi, fornirà contributi tecnico specialistici, che nella vecchia repubblica venivano consultati ma più spesso manipolati dalla politica incompetente nello specifico. (Seguono precisazioni e chiarimenti).

I Partiti e il Parlamento: continueranno ad esistere, sono indispensabili per il collegamento della Politica con il Paese Reale; come avrebbe dovuto essere già oggi, se non fossero stati distratti da interessi terzi non sempre onesti ma spesso – “dispersivi, improduttivi e controproducenti” (per l’intera comunità/popolazione)
...
ggiannig

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8  Forum Pubblico / AUTRICI e OPINIONISTE. / NADIA URBINATI: L’ERA DEI PARTITI LIQUIDI È FINITA, SERVONO PARTITI ORGANIZZATI inserito:: Giugno 11, 2019, 11:47:06 pm
NADIA URBINATI: L’ERA DEI PARTITI LIQUIDI È FINITA, SERVONO PARTITI ORGANIZZATI

VALENTINA SAINI
4 giugno 2019

Nadia Urbinati è tra le più note politologhe italiane. Docente di teoria politica alla Columbia University di New York, attenta studiosa del fenomeno populista (in uscita, a luglio, un suo saggio sul tema per la Harvard University Press), è convinta che i partiti organizzati siano cruciali per tener viva la democrazia, con buona pace di chi li dava per spacciati. Pensa anche che il populismo sia, prima di tutto, «una strategia di potere». Ma ammette anche che quando c’è uno scollamento tra «i principi di uguaglianza politica» alla base delle nostre democrazie e una realtà fatta di «evidente privilegio» per l’élite, «quando la sfiducia verso coloro che governano ed esercitano il potere è radicale», si apre la porta a scenari di vera e propria rivolta. Come quella dei gilet gialli in Francia.

Al Festival dell’Economia di Trento, la politologa ha cercato di dare una cornice alle tante declinazioni del populismo occidentale. Fenomeni come i gilet gialli sono, a suo parere, il risultato del collasso, o dell’indebolimento, dei partiti di massa. «Quando i molti non possono più contare sull’articolazione dei loro partiti, come succedeva nelle democrazie solide, allora trovano altre forme aggregative. Devono farlo se vogliono far sentire la loro voce. Un tempo i partiti organizzavano non solo la rappresentanza dentro lo Stato, ma la partecipazione fuori da esso. Questo non accade più, i partiti si sono trasformati in meccanismi per selezionare una classe dirigente. E quando succede questo, assistiamo all’affermarsi di forme plebiscitarie». Gli Stati Generali hanno intervistato Urbinati a margine dell’evento. Ecco cos’ha detto.

È un trend molto forte in tutto l’Occidente: le forze populiste conquistano le periferie urbane e le zone rurali, le forze liberali e progressiste resistono nei centri storici. Perché, professoressa?
Perché si tratta di aggregazioni diverse. Tra i grandi centri urbani e le periferie c’è un distacco antropologico, etico, morale. C’è anche la sensazione di non sentirsi a proprio agio a vivere insieme. E questo è terribile, perché significa che quella situazione di uguaglianza popolare in cui per tanti anni ci siamo trovati non esiste più. Tutto ciò è un fatto: possiamo parlarne, possiamo discuterne, ma servono delle contromisure. Quali? Occorrono partiti in grado di integrare centri storici e periferie, città e campagna, ma purtroppo in questi anni sono stati fatti dei passi avanti giganteschi nella loro separazione.

Giocano un ruolo essenziale le crescenti diseguaglianze socio-economiche.
Certo. Ma non si tratta solo di economia. Guardiamo, ad esempio, all’evoluzione della scuola dagli anni ’70 in poi, in particolare all’autonomia scolastica. Che doveva essere un grande obiettivo democratico, perché significava che finalmente scuole, genitori e studenti potevano auto-organizzarsi. In realtà questa autonomia è diventata un modo per separare le scuole tra loro. Per esempio una scuola in una zona popolare o periferica fa più fatica a ottenere maggiori finanziamenti privati per avere più attività, e per questo motivo riceve anche meno sostegno economico dallo Stato. Invece le scuole vicine ai centri storici o ai quartieri più abbienti hanno maggiori possibilità. Quindi l’autonomia scolastica, in teoria positiva, si è trasformata in una porta spalancata per le diseguaglianze.

Però c’è populismo e populismo. Come interpreta la crisi di forze venute dal basso come Podemos in Spagna, o il M5S in Italia?
Non sono forze venute dal basso. Sono piuttosto partiti nati come non-partiti. E questa è una precisazione importante, perché l’organizzazione è un elemento fondamentale: non esistono partiti senza organizzazione. Podemos, ad esempio, nasce così, in modo simile al M5S, con una fortissima leadership. La sfida per Podemos, oggi, è trasformarsi in un partito organizzato, non c’è alternativa, le elezioni lo hanno reso evidente. Il punto è che ha perso il rapporto con gli elettori, con le persone, e manca di un organismo interno per controllare il leader e limitarne il potere. Infatti l’organizzazione dei partiti non serve solo a organizzare i militanti, ma anche a fare in modo che chi governa il partito renda conto delle sue scelte, e non possa fare ciò che vuole. Al contrario, quando il leader guida un partito liquido, c’è il rischio che possa fare ciò che vuole.

Questi partiti non-partiti sono un po’ delle tigri di carta… o magari delle tigri digitali?
In parte sì, perché non durano. Solo l’organizzazione consente il radicamento, e un partito ne ha bisogno. Podemos, i 5 Stelle, Ukip, mostrano l’erosione che scaturisce dalla mancanza di organizzazione. La non-organizzazione, che sembra più elastica e capace di attirare, in realtà non sedimenta, e soprattutto implica la mancanza del controllo interno. Anche il PD ha avuto questa crisi interna di leaderismo individuale, con difficoltà nel contenere il potere del leader. Quindi è vero che senza organizzazione è difficile non solo mantenere il consenso nel tempo, ma anche tenere a bada il potere di chi dirige il partito. Ecco perché il partito organizzato è fondamentale in una democrazia.

A proposito di democrazia… ultimamente in Italia ci sono molte persone che chiedono più democrazia diretta, guardando al modello svizzero. Lei che ne pensa?
In Svizzera c’è un misto di democrazia diretta e referendaria, e di democrazia rappresentativa. Qui in Italia abbiamo i referendum, che però non sono (ancora) propositivi. E su questo si sta lavorando, se il governo non cade sarà uno dei temi sul tavolo. Ora, io non so se la democrazia diretta sia meglio o peggio, ma senza dubbio se la grande maggioranza dei cittadini avverte che le elezioni non bastano o non sono abbastanza rappresentative, servono degli altri spazi, come appunto i referendum propositivi. Ma sappiamo anche che in Italia non basta fare i referendum… è importante che chi governa rispetti i risultati e sia coerente con essi. Abbiamo fatto dei referendum che sono rimasti solo sulla carta, senza produrre nulla di ciò che avrebbero dovuto implicare. Quindi, non basta il referendum propositivo in sé; a monte, occorre una classe politica che ne attui il risultato.

I partiti sono strumenti che organizzano le masse, che convogliano verso l’alto le loro istanze, e che “dettano l’agenda”. Ma oggi, lei dice, i partiti si sono invece trasformati in strumenti di leadership. Nel PD, ad esempio, abbiamo quest’incessante produzione di leader: Renzi, l’intermezzo Minniti, Gentiloni, ora Zingaretti… Si tratta però di leader spesso effimeri.

E sono tutti singoli individui che non hanno nessuna connessione forte con l’organizzazione interna.

Che consiglio darebbe ai leader dei partiti italiani “tradizionali”, a partire proprio dal PD?
Di ricostruire questi partiti, negli organi dirigenti come nelle sezioni periferiche, dalla base fino ai livelli più alti. Sono le federazioni, bisogna andare dove i cittadini vivono e arrivare sino al centro. Bisogna ricostruire la piramide, che deve essere presente non soltanto nella Repubblica, ma pure nei partiti.

E del resto è un po’ questa la forza della Lega. I leghisti sono sempre rimasti nei territori, nelle periferie soprattutto rurali.

Certamente. E così era il PCI una volta, e i socialisti nel resto d’Europa.

Lei sostiene che il populismo sia prima di tutto “una strategia di potere”. Può spiegare ai lettori che cosa intende?
Nella democrazia dei partiti la strategia di potere si verifica all’interno di essi, e spesso per cooptazione: è complicata, avviene attraverso meccanismi che stabiliscono chi deve essere messo nelle liste e chi no, è un processo molto lungo. Nella situazione populista invece tutto il processo è molto più semplice; del resto il populismo è strettamente legato alla capacità strategica, decisionale e retorica del leader. Richiede anche la capacità di comprendere quali sono le questioni più problematiche e diffuse nella società, e trovare parole d’ordine in grado di unirle tutte, anche se alla fine nessuna di esse viene soddisfatta in primo luogo. Questo era Perón, questo era Chávez, tutti i leader populisti hanno queste capacità. Spesso legano la loro lotta a un nemico, che può essere l’establishment, gli Stati Uniti o altro. E poi riescono a collegare e unire le esigenze più diverse: da chi vuole una scuola più vicino a casa, a chi vuole un lavoro, unificandole in relazione a un nemico. Come fa Salvini quando tiene insieme il Nord e il Sud, che sono molto diversi. Lui però ci riesce, con cosa? Con l’immigrato, perché l’immigrato è quell’esternalità contro cui ci può essere un’unificazione.

Nel libro-intervista “La mutazione antiegualitaria” cita un vecchio caso assai attuale, quello del sindaco di Bologna Giorgio Guazzaloca. A pag. 20 si legge: “Anche se quel che dico può sembrare un’eresia, il fenomeno Guazzaloca fu un’espressione estrema del governo socialdemocratico, più che un suo rovesciamento. Non esprimeva una richiesta di sovversione da destra, o una svolta di tipo liberista per lo smantellamento del modello emiliano di stato sociale. Rappresentava, piuttosto, una revisione conservatrice di quello stesso modello, al fine di ricalibrarlo. Gli immigrati stavano diventando visibili, benché ancora non numerosi. Gli studenti universitari, non più politicizzati, erano percepiti sempre più come un elemento di disturbo”. Lei parla a riguardo di “appropriazione dei diritti”: da una parte “noi”, in questo caso i bolognesi, dall’altra “loro”, i “diversi”, gli “altri”. È così?

Certamente, ne parlo anche nel mio libro in uscita a luglio. Si tratta appunto di una concezione proprietaria dello Stato, delle leggi, dei diritti. Parlando di “nostri diritti” questi populisti non tolgono diritti, ma vogliono indicarli come solo “nostri”, solo per “noi”. Il diritto in genere è inclusivo, universale, i diritti umani ad esempio vanno ben al di là anche di quelli di un determinato popolo. I populisti invece dicono “sono nostri”, diritti italiani o francesi o di altri, a seconda del caso. E così si lega lo Stato all’entità etno-culturale di un determinato popolo.

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici_societa-societa/nadia-urbinati-lera-dei-partiti-liquidi-e-finita-servono-partiti-organizzati/
9  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Decreto sicurezza, ora i mafiosi potranno ricomprarsi i beni confiscati inserito:: Giugno 11, 2019, 11:44:03 pm
Decreto sicurezza, ora i mafiosi potranno ricomprarsi i beni confiscati

Politica | 12 Novembre 2018

 Marco Brando
Giornalista e scrittore

È sufficiente fare la voce grossa con i migranti, trasformati in un’emergenza che non c’è e in un capro espiatorio, e fingere che non esistano altri problemi per la sicurezza degli italiani. Così il ministro dell’Interno Matteo Salvini – leader della Lega di ultradestra e (vice)premier – è riuscito a fare approvare anche dai pentastellati il suo Decreto sicurezza: il Senato gli ha già dato ragione; presto toccherà alla Camera, pare il 23 novembre. Intanto Salvini con quel decreto ha fatto scomparire per magia un’emergenza vera, quella rappresentata dalle mafie italiane. Eppure queste possono contare, ogni anno, su circa 150 miliardi di ricavi e, a fronte di poco più di 35 miliardi di costi, su utili per oltre 100 miliardi. Roba da fare invidia ai colossi europei dell’energia.

Andiamo per punti. Prima di tutto, Salvini nel decreto non si occupa delle cosche, perché evidentemente non ritiene che minaccino la sicurezza. D’altra parte, da qualche anno, i mafiosi non fanno stragi, sanno come votare, cercano di passare inosservati. Quindi non ci rendono “insicuri”. Pertanto – siccome un decreto legge si fa quando ci sono i presupposti di necessità e urgenza – non citare i boss significa considerarli un problema secondario. Al contrario, chi vive nei territori in cui questi incombono è ben consapevole del fatto che sono al lavoro, eccome. Silenziosamente le mafie riciclano – corrompendo chi è necessario corrompere – centinaia e centinaia di milioni nel cuore delle città d’Italia e d’Europa: acquistano ristoranti, negozi, hotel, palazzi, farmacie, imprese. Indisturbate o quasi, nonostante alcune inchieste e processi in corso nel Nord della Penisola, un tempo caro alla vecchia Lega, mostrino quanto siano in forma pure a quelle latitudini.

Però, nel decreto Salvini introduce una novità: la possibilità di vendere anche a privati i beni confiscati ai clan. Secondo Enzo Ciconte – fra i massimi esperti in Italia delle dinamiche delle grandi associazioni mafiose, docente universitario di Storia della criminalità organizzata – è “un segnale molto pericoloso”. Spiega: “Chi conosce le dinamiche mafiose sa bene che mettere in vendita questi beni significa offrire su un piatto d’argento la possibilità ai mafiosi di riacquistarli. Se ciò avvenisse – e con molta probabilità avverrà – lo Stato ne risulterebbe sconfitto perché i mafiosi potrebbero dire ai paesani: avete visto? Noi siamo più forti dello Stato. E questa è una verità incontrovertibile. Qualche speculatore potrebbe comprarsi grosse fette di questo patrimonio, magari utilizzando ditte e imprese ‘partecipate’ dal capitale mafioso”.

Il rischio è stato segnalato anche da Libera, cartello di associazioni contro le mafie fondato da don Luigi Ciotti, in un comunicato scritto subito dopo all’approvazione da parte del Senato: “La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni. Insomma, un vero regalo alle mafie e ai corrotti”. Gli enti del terzo settore (che perseguono senza finalità di lucro finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale) e il mondo dell’associazionismo da settimane criticano la “liberalizzazione “. Anche perché il terzo settore pare il vero bersaglio (neppure tanto velatamente) del capo della Lega.

Antonio Maria Mira, giornalista esperto di mafia e antimafia, sempre su Avvenire ricorda che il boss Francesco Inzerillo nel 2008 diceva: “Cosa più brutta del sequestro dei beni non c’è”. Quel sequestro è uno strumento nato nel 1982 grazie a Pio La Torre (segretario del Pci siciliano pagò con la vita: è stato assassinato dalla mafia nel 1982, insieme all’autista Rosario Di Salvo); fu rafforzato nel 1996 dalla legge 109, che prevedeva l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Oggi coinvolge quasi ottocento associazioni (tra cui Libera), cooperative sociali, diocesi, parrocchie, gruppi scout. Ed ecco spuntare il sedicente Decreto Sicurezza, che riprende una proposta avanzata nel 2008 dal ministro leghista dell’Interno Roberto Maroni (governo Berlusconi IV). Le proteste allora la bloccarono. Però (che strano) l’ha ritirata fuori Salvini.

Scrive Mira: “C’è la concreta preoccupazione che i beni messi all’asta non solo siano venduti a prezzi svalutati (chi in certe zone avrà il coraggio di partecipare all’asta per la villa del boss locale?), ma che l’acquisto possa essere realizzato da professionisti, imprenditori, faccendieri, che agiscono formalmente nella legalità, ma in realtà operano per il riciclaggio del denaro sporco (…) Alcune inchieste giudiziarie hanno smascherato i tentativi delle mafie di reimpossessarsi dei beni confiscati (…) Per i mafiosi perdere i beni è una perdita di credibilità, di autorità, di controllo del territorio. Soprattutto se poi vengono utilizzati a fini sociali, dando lavoro pulito ed educando i giovani alla legalità”.

Tuttavia al ministro Salvini che cosa importa? A lui basta fare credere che la sicurezza si tutela esibendo i canini contro i migranti e i rom ed evocando ogni giorno le ruspe. Magari anche facendo dimenticare che la Lega – dall’inchiesta sui fondi pubblici scomparsi agli ultimi successi elettorali – dovrebbe qualche spiegazione. Qualcosa Salvini ne saprà, visto che è stato eletto senatore, con oltre 15mila voti, proprio nella provincia di Reggio Calabria: è uno dei posti in cui la ’ndrangheta qualche preoccupazione la dà ancora.

Politica | 12 Novembre 2018

Da - https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/12/decreto-sicurezza-ora-i-mafiosi-potranno-ricomprarsi-i-beni-confiscati/4757697/?fbclid=IwAR2Ns84IA6ePOljqY1iPZQQ-LwmC_Nq0zIX8waI1PfjVXCFOtTzOHl-yM_g
10  Forum Pubblico / ARLECCHINO EURISTICO - E L'Ulivo Selvatico detto anche L'Ulivastro. / Capita che i Medici di base siano intimiditi da quelle Regioni che richiedono... inserito:: Giugno 11, 2019, 11:42:13 pm
Capita che i Medici di base siano intimiditi da quelle Regioni che richiedono loro, riduzioni di spesa per esami e terapie (minacciandoli di sanzioni?).

Dobbiamo essere più vicini ai nostri Medici di famiglia per non lasciarli soli nel "braccio di ferro" con la Regione.

Ma anche per evitare che accondiscendenze "pelose" impediscano ci vengano praticati esami utili alla prevenzione e alla cura e si discriminino, sempre per tagliare le spese, le terapie più efficaci o addirittura salva-vita.

Ci sono tagli di spesa più civili, più democratici per eliminare gli sprechi e le corruzioni che infettano il Sistema Sanitario Regional-Nazionale.

ciaooo
11  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. / Paolo FLORES D´ARCAIS. Il M5S può ancora sopravvivere come protagonista? inserito:: Giugno 11, 2019, 11:40:16 pm
Il M5S può ancora sopravvivere come protagonista?
   
Il M5S è finito. Comunque si muova, continuerà nel suo precipitare, iniziato da quando non è più una forza anti-establishment ma lo stuoino di Salvini. Di Maio pensa di rimediare con una Grande Riorganizzazione che aggira però le questioni cruciali: la contrapposizione destra/sinistra, le modalità di selezione dei quadri dirigenti e la democrazia interna.

Di Paolo Flores d’Arcais

Da parecchi giorni i democratici più sinceri si stanno prodigando in consigli al M5S su come invertire la rotta che in un anno ha portato sei milioni di italiani (sei milioni!, un salasso permanente, praticamente un elettore ogni cinque secondi) a ritirare il consenso appena dato, e rivolgersi alla Lega oppure disertare le urne. Attenzione sacrosanta, poiché solo il M5S sembra ancora costituire un freno al dilagare del pre-fascismo di Salvini. Prodigarsi che trascura però il più pesante e palese dato di realtà: il M5S è finito. Purtroppo. Questo purtroppo è da sottolineare, perché al momento altri argini al pre-fascismo di Salvini e dei suoi molti alleati nei “poteri forti” non si vedono proprio.

Il risultato delle europee per il M5S non è una rotta. Perché a Caporetto può seguire il Piave, e poi la vittoria (ormai le metafore militari stanno scalzando quelle calcistiche, il degrado del linguaggio continua). Quello che sta vivendo il M5S è invece l’avvitamento, che in aeronautica indica quando il precipitare di un aereo raggiunge il punto di non ritorno, e nessuna manovra e nessun miracolo potrà più salvare il veicolo. Qualsiasi linea scelgano infatti Di Maio e/o Casaleggio jr., il M5S continuerà nel suo precipitare.

Se rompe con Salvini e si va a elezioni anticipate l’emorragia di consensi continuerà. Se rompe con Salvini e si forma una coalizione di centro destra con tanti “responsabili” transfughi dal M5S che non vogliono perdere il seggio, la catastrofe sarà ancora più rapida. Se rompe con Salvini e nasce un “governo del Presidente” per fare una finanziaria con il solito “lacrime e sangue” (che tradotto vuol dire, paga chi ha meno, s’impingua chi ha di più), dimostrerà la sua impotenza e irresponsabilità (se va all’opposizione) o la sua impotenza e acquiescenza verso i poteri forti (se vota il governo). Se non rompe con Salvini ma continua a governarci insieme, dovrà inchinarsi a una dieta di rospi quotidiani che delle promesse elettorali faranno strame fino in fondo.

Comunque si muova, il M5S è nella condizione del dilemma siberiano: “Qualora il ghiaccio si rompa e tu cada nell’acqua ghiacciata, se in quattro minuti non ti tirano fuori sei morto, ma se ti tirano fuori, nell’aria ghiacciata, sei morto comunque in due minuti”. Il 24 aprile 2018, prima che nascesse il governo Salvini (Conte), scrivevamo: “In Siberia il M5S di Di Maio ci si è messo da solo”.

L’avvitamento è iniziato allora, quando il M5S ha scelto di andare al governo con un partito che aveva programmi, passato, radici, valori, opposti ai propri. E ha finto che si potesse stabilire invece un programma comune. Il famoso “contratto”, che Salvini ha considerato carta straccia da subito, facendo del governo Conte il suo governo, dell’odio per il migrante lo specchietto per le allodole, dell’odio per i magistrati e dell’amore per i padroni del cemento e degli appalti la stella polare della continuità con Berlusconi, e della spartizione in Rai e in ogni carica dove il governo ha voce l’unico terreno effettivo di accordo tra i due partiti. In un sabba di oscenità (tranne rarissime nomine di meritevoli).

Salvini è ormai l’uomo di Confindustria e di tutti i poteri che non vogliono il controllo di legalità come orizzonte ineludibile di una democrazia. A questa quintessenza del berlusconismo aggiunge il “libera tutti!” rispetto agli spurghi psichici indotti dalla paura in tanta parte dell’elettorato. La politica della paura ha infatti lo scopo di spostare il bersaglio della sacrosanta rabbia popolare dall’establishment al capro espiatorio.

Il M5S ha fatto lo stuoino di Salvini, puntando tutto sul salario di cittadinanza, che ha dovuto però rimpicciolire ed edulcorare fino a farne poco più di una elargizione di emergenza per alcune delle fasce più deboli (sempre meglio che niente, sia chiaro). E ha invece rinunciata a fare le battaglie qualificanti sbandierate nella campagna elettorale e unificate nel ritmato “onestà, onestà!”.

Che in effetti sarebbe – eccome! – un programma di governo, implicando guerra senza quartiere alle mafie, al loro brodo di coltura, grande evasione, riciclaggio, segreto bancario, corruzione, e poi fine di ogni lottizzazione in Rai e in ogni funzione pubblica, rigorosa politica ecologica, valorizzazione (l’opposto della mercificazione!) dei beni culturali, e via articolando. E invece ingoieranno anche la Tav, la seconda per inutilità delle grandi opere (la prima è il ponte sullo stretto di Messina, la cui società ancora non è stata azzerata). E hanno ingoiato il go-go di condoni, liberi subappalti e ogni altra nefandezza di berlusconiana origine e memoria.

Ovvio che polemizzare con Salvini nelle ultime settimane di campagna elettorale è servito solo ad accrescere il discredito: nessuno ti prende sul serio con l’antifascismo in zona Cesarini, o con quattro ciance sull’eguaglianza, mentre continui ad accettare che si discuta di flat tax, cioè del più gigantesco regalo che si possa fare ai ceti abbienti (la Costituzione, non a caso, esige una fiscalità progressiva, per trasferire danaro dai più ricchi ai meno fortunati).

Ora Di Maio, insieme al suo “fratello” Di Battista (evitiamo blague sui fratelli coltelli), pensa di rimediare con una Grande Riorganizzazione. Che aggira le due questioni cruciali.

La prima: la contrapposizione destra/sinistra è superata. E’ vero il contrario. Vale infatti solo se per destra e sinistra si intendono i partiti che tradizionalmente si sono dichiarati o si dichiarano tali (spesso con il pudibondo prefisso di centro-…). In chiave di valori e interessi, invece, l’opposizione è sempre più significativa e anzi spinge alla polarizzazione. Salvini ha così trasformato una Lega settentrionale in un partito iper-lepenista su scala nazionale, inverando il berlusconismo in salsa razzista e di finto anti-establishment (la volgarità o l’odio per le élite quale calderone indistinto sono l’opposto della lotta contro l’establishment, cioè il privilegio dei veri ricchi-e-potenti e la sua hybris). Insomma, incarna nel modo più (pre)potente la destra, unificata sotto l’egemonia più estrema.

Il M5S ha un futuro solo se sapesse incarnare l’alternativa a questo potere dei poteri forti occultato dai modi plebei e dal furore contro i capri espiatori. Cioè i valori e gli interessi di sinistra, perché contro i privilegi d’establishment. I valori giustizia-e-libertà intransigenti e praticati coerentemente. Ma il M5S non è nato con questa cultura, e se ne ha assunto qualche spezzone (anche qui: meglio che niente), lo ha fatto in un quadro ideologico di penoso ciarpame antiscientifico, complottismo puerile, con annesso anti intellettualismo e ibridazione con ogni opportunismo democristiano o sbandamenti da vera destra.

La seconda questione cruciale è intrecciata alla prima, in una debilitante sinergia al peggio: le modalità della selezione dei quadri dirigenti e la democrazia interna. Una forza anti-establishment, cioè giustizia-e-libertà, dovrebbe selezionare i suoi quadri e dirigenti attraverso la partecipazione alle lotte, il contributo di impegno pratico e culturale, la credibilità e coerenza dei propri tragitti in questi ambiti. I meet-up potevano essere l’embrione delle istanze di base di un tale progetto. Le “parlamentarie” sono invece delle specie di provini per mini-reality o uomini/donne stile De Filippi (che rispetto alle “parlamentarie” è cinema da oscar), o spot per aspiranti influencer, in cui con qualche decina di like, cioè di amici facebook, si diventa candidati (bloccati) per essere eletti sindaco o parlamentare. Un terno al lotto, una cuccagna, che con la caratura dell’impegno politico non hanno parentela alcuna. Naturalmente viene fuori anche qualcuno (rara avis, comunque) di valore. Ma accadrebbe anche estraendo i candidati a sorte.

Quanto alla democrazia interna, l’impermeabilità alle critiche, e anzi il riflesso pavloviano per cui chi non si allinea perinde ac cadaver è un nemico o un traditore, hanno fatto il resto. Un deserto di elaborazione e confronto collettivo.

I risultati si sono visti, e hanno mortificato, avvilito e infine distrutto, alcune intuizioni sacrosante che hanno fatto la fortuna del movimento: il rifiuto della partitocrazia e della politica come mestiere, per trasformarla invece in alcuni anni, non ripetibili, di “servizio civile costituzionale” nelle istituzioni. Con il loro fallimento i 5S gettano il discredito su misure antipartitocratiche che invece restano più che mai attuali.

L’avvitamento del M5S potrà durare più o meno a lungo (fino a che non nascerà un’alternativa possibile, e continuerà a ingrossarsi il partito del non voto). La possibilità che sia un protagonista della vita politica e soprattutto della sua urgentissima ri-democratizzazione è invece definitivamente tramontata. A meno di credere ai miracoli, stile apertura del mar Rosso. Non è il nostro caso di atei incalliti. E soprattutto non c’è nessun Mosè alle viste.

(In un prossimo articolo le colpe della società civile, ovvero le nostre responsabilità).

(7 giugno 2019)

Da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-m5s-puo-ancora-sopravvivere-come-protagonista/
12  Forum Pubblico / DEMOCRAZIA AUTOREVOLE. / Cambiare Modo di Pensare. - Andare Oltre inserito:: Aprile 23, 2019, 12:26:20 pm
Cambiare Modo di Pensare. - Andare Oltre

risultava non possibile di partecipazione su Fb, l'ho tolta dai "Collegamenti rapidi" e la faccio agire qui.

Qui sarà testimone di un percorso.

ggianni
13  Forum Pubblico / DOMANISMO, dopo IERI e OGGI, un DOMANI di RIFORME. / DOMANISMO. IERI, OGGI, DOMANI, ADESSO ... inserito:: Febbraio 09, 2019, 12:47:41 pm
Abbiamo già sintetizzato il pensiero di fondo che mi ha ispirato in questo cammino teorico, ma se realizzato in positivo anche molto pratico nel suo agire con i principi di Aziendalismo, applicato all’attività politica e di governo, che intende considerare lo Stato e la sua gestione come l’azienda più Grande e importante d’Italia che dopo averla riscattata dal degrado odierno, deve essere portata al miglior funzionamento possibile.
Una nazione Italia capace di benefici effetti per tutti i Cittadini, compartecipe attiva nel migliorare l’Europa e non ultimo costruttrice di pace nel mondo. 

DOMANISMO
Un percorso a tappe che valutiamo suddiviso come segue: “Ieri, Oggi, Domani, Adesso”, che per noi significano riflessioni sul passato (“Ieri”), verifica del Presente (“Oggi”), progetto sul nostro “Domani” per arrivare dopo la realizzazione dello studio progettuale e l’inizio delle attività di revisione e scelta delle priorità nazionali e regionali, arrivare ad un futuro “Adesso” che vede il Progetto di Governo una realtà finalmente operativa.

Ieri: - il Passato, ricco di tutto, nel bene e nel male. Una ricchissima miniera di materiale storico su cui riflettere, soprattutto per non ripetere gli errori commessi dall'umanità.

Oggi: - il Presente, con l’eredità di vistose anomalie e discriminazioni, le delusioni, la rabbia, che vengono dall’Ieri che ha comportato azioni errate, oppure inazioni, e che è stato caratterizzato da percorsi erronei, condotto da poteri disonesti, ma soprattutto dalla diffusa indifferenza verso le pene nel mondo o peggio dallo sfruttamento di larghe fasce di umanità.

Domani: - finalmente il Progetto del Governo di Legislatura, più aziendalista che politico, ma che nasce da diversi Partiti che lo pensano, insieme, lo redigono come bozza, congiuntamente, lo definiscono e perfezionano prima di presentarlo e, insieme, portarlo all'approvazione degli elettori.

Adesso - quando vi saremo giunti, dopo aver compiuto il tempo del “Domani”, il Progetto governerà l’Italia. Non una tappa, quest’ultima, ma un’impegnativa Base di Partenza, perché è nel tempo che chiameremo “Adesso” (tra pochi mesi o pochi anni) che dovrà esserci l’inizio dell’operatività del Governo del Risorgimento degli Italiani, la nascita dell’Italia Nuova Democratica Riformista Progressista.

L’impegno assunto al cospetto dei Cittadini, il lavoro sociale e politico svolto dimostreranno, in modo evidente e concreto, i primi segni ben visibili della rigenerazione della nostra realtà di Nazione complessa ma unita.

ggiannig

da Fb gennaio 2019
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