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Autore Topic: FRANCESCO MANACORDA.  (Letto 10746 volte)
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« il: Luglio 22, 2007, 02:38:23 »

22/7/2007
 
Politica e ipocrisia
 
FRANCESCO MANACORDA
 

Il rapporto tra etica e politica è questione su cui tutti, e in particolare il centrosinistra, hanno il dovere non solo di riflettere, ma anche di avanzare proposte che fissino regole e principi capaci di assicurare trasparenza di comportamenti».

E’ il 4 gennaio 2006 e il segretario dei Ds Piero Fassino detta con queste parole la sua linea sui rapporti tra politica e affari.  Ce ne ricordiamo tutti». E’ il 5 luglio 2005 - sei mesi prima, mica un trentennio, di quelle parole su etica e politica - e lo stesso Fassino rassicura così Giovanni Consorte che lo aggiorna sui progressi della scalata a Bnl e se la piglia nell’ordine con i banchieri Bazoli, Iozzo, Modiano, Geronzi dicendo anche che «bisogna ricordarsi, poi» del loro atteggiamento.

Dunque, almeno un merito a questo stillicidio di conversazioni intercettate tra il gran capo dell’Unipol e i vertici dei Ds va riconosciuto. Quei nastri trascritti rappresenteranno pure il massimo dell’inciviltà giuridica e mediatica, saranno con ogni probabilità irrilevanti ai fini del codice penale, ma hanno il pregio di aprire per una volta - una volta sola, nella miriade di intrecci spesso non rivelati che ci circondano - il velo che avvolge i rapporti tra politica e affari. Non uno squarcio rivelatore, per carità. Appena un piccolo strappo che permette di gettare un’occasionale occhiata di disincanto sulla realtà di quei rapporti rispetto alla loro rappresentazione pubblica, sulle pratiche private della politica in contrasto con le sue ritualità pubbliche quando si tratta di uno dei grandi argomenti - e dei grandi poteri - tabù come il denaro.

Del resto sempre un anno e mezzo fa, mentre esplodeva il caso delle intercettazioni Unipol, Romano Prodi spiegava proprio in una lettera a La Stampa che la politica «deve fare un passo indietro» e «non deve partecipare alle vicende dell’economia ma deve essere interlocutore indipendente di coloro che sono chiamati ad assumere le decisioni operative».

Dove sono le regole nuove che alcuni dei massimi esponenti della maggioranza proponevano un anno e mezzo fa? Per quel che riguarda le enunciazioni di Prodi non risultano, al momento, particolari passi indietro. E in quanto al «non partecipare alle vicende dell’economia», le notizie di questi ultimi mesi sulle vicende Telecom - piano Rovati compreso - sembrano arrivare da un altro pianeta rispetto a quello descritto dal premier. Anche da Fassino, che pochi giorni dopo quel 4 gennaio aveva tracciato davanti alla direzione nazionale dei Ds un piano tanto esteso quanto vago che andava dall’attacco alle scatole cinesi al fatto «che i fondi d’investimento non siano proprietà delle banche», fino a «un vero e netto rafforzamento dei poteri della Consob e dell’autorità Antitrust», non paiono essere arrivate novità sui temi economici e sui loro rapporti con la politica.

Quella in azione, insomma, è una politica distratta o più probabilmente ipocrita. Una politica che invoca le regole sull’onda dell’emergenza, ma che poi quelle regole non le mette mai in campo o - se e quando ci sono - dimostra di essere pronta ad accantonarle per interessi di parte. Una politica - parlando del centrosinistra di governo - che si è proposta come alternativa a quel conflitto di interessi fatto persona che porta il nome di Silvio Berlusconi, con le sue molteplici aziende e con una leadership istituzionale che è prima di tutto leadership economica, ma che allo stato delle cose non è stata certo in grado di mantenere i suoi impegni.

A dirlo, però, c’è da vedersi rilanciare contro proprio l’accusa di ipocrisia. Lo stesso premier, parlando a Trento ai primi di giugno, ha messo in scena una sorta di «Prodi Pride» con l’orgogliosa rivendicazione dell’intervento pubblico in economia come caratteristica comune di tutto l’Occidente, almeno a parole, liberista: «A Bruxelles, quando con Mario Monti abbiamo bloccato la fusione tra i colossi americani General Electric e Honeywell, si è mossa pure la Madonna». E ancora, «quando vedo Bush di che cosa credete che si parli? Di musica e farfalle?».

Tutto vero. Ma le strade per affermare il ruolo della politica rispetto all’economia possono essere anche diverse rispetto a quelle dell’ingerenza sulle singole operazioni. Ne sa qualcosa la Cancelliera tedesca Angela Merkel, che in queste settimane sta mobilitando - pubblicamente - i governi europei alla ricerca di regole comuni contro i «sovereign funds», quei megafondi d’investimento controllati da governi spesso asiatici che hanno messo gli occhi su settori importanti per l’economia Ue. La sua battaglia è discutibile e discussa, gli interessi che vuole difendere possono non rivelarsi gli interessi dell’economia tedesca ed europea. Ma quella della Merkel è una posizione che ha il pregio di essere alla luce del sole: la si legge sui giornali senza che debba prima passare dai dattilografi delle Procure.

da lastampa.it
« Ultima modifica: Novembre 24, 2008, 05:29:20 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Marzo 15, 2012, 12:32:26 »

15/3/2012

Wall Street colpita al cuore dal pentito di Goldman Sachs

FRANCESCO MANACORDA

Gli interessi dei clienti continuano ad essere penalizzati dal modo in cui l’azienda pensa e agisce quando si tratta di fare soldi». Il re di Wall Street è nudo. E’ chi lo grida al mondo non è un bambino, o un contestatore anti-sistema, ma un navigato banchiere d’affari che fino a ieri ricopriva un posto di non infimo rango alla corte di Goldman Sachs; come dire la real casa della finanza Usa con 143 anni di tradizione alle spalle.

Ora non più. Sbatte la porta Greg Smith - dodici anni in Goldman fino a guidare il business dei derivati azionari americani in Europa, Medio Oriente ed Africa - lanciando un anatema che colpisce ancora più duro proprio perché arriva dal cuore stesso dell’impero finanziario. E per sovrammercato lo fa tradendo la regola aurea della discrezione: la sua lettera di dimissioni non plana silenziosa sulla scrivania del supercapo globale Lloyd C. Blankfein, ma esplode dalla pagina dei commenti del New York Times, lasciando ko la banca e deflagrando nell’intero universo di Wall Street.

Dunque l’ambiente di Goldman Sachs - scrive Smith nel suo testamento professionale - «è oggi così tossico e distruttivo come non l’ho mai visto», mentre alle riunioni di lavoro «non si spende un singolo istante per chiedersi come possiamo aiutare i clienti. Si tratta solo di come possiamo fare più soldi possibile levandoli a loro». Parole forti. Ma sono notizie? Probabilmente no. Forse si tratta addirittura di parole banali, che anche molti di noi - plebei della finanza lontani anni luce da Wall Street - potrebbero tranquillamente sottoscrivere anche dopo un’occhiata al loro desolante estratto conto. La denuncia risuona però fortissima perché a pronunciarla non sono i ragazzi barbuti e le signore di mezza età che da mesi sfilano al grido di «Occupy Wall Street». No, questa volta c’è un «insider», uno dei dodicimila vicepresidenti - non è un errore di stampa - sui trentamila dipendenti, segretarie comprese, di Goldman che all’improvviso decide di dire basta.

Nella lettera di Smith ci sono altri dettagli che spiegano più di molti trattati le ragioni del divorzio tra la grande finanza e il mondo reale: «Negli ultimi dodici mesi ho visto almeno cinque manager riferirsi ai loro clienti chiamandoli “muppets”»; intesi non tanto come i pupazzi dell'omonimo show, ma come l’equivalente di «idioti». E poi il breviario per far carriera in Goldman: dal «persuadere i tuoi clienti a investire in azioni o altri prodotti di cui noi stiamo cercando di sbarazzarci», alla «caccia all’elefante», leggasi «portare i tuoi clienti a vendere o comprare quello che fa fare i maggiori profitti a Goldman».

Ieri, mentre le parole del «pentito di Wall Street» - come è stato facile soprannominarlo al volo - facevano il giro del mondo, la macchina ufficiale di Goldman si è messa al lavoro per contenere i danni e quella ufficiosa della maldicenza si è attivata per derubricare le sue parole al mugugno di un frustrato che - spiegano alcuni suoi colleghi - guadagnava «solo» 750 mila dollari l’anno. «Ovviamente le asserzioni di questa persona non riflettono i nostri valori e la nostra cultura», replicano i vertici della banca in una lettera dove non mancano gli «impegni a lungo termine» e la «cultura del cliente». Per Goldman Sachs, già colpita un anno fa da un’inchiesta della Sec - la Consob americana - che l’accusava di scommettere contro gli stessi strumenti finanziari che vendeva ai propri clienti, il «fuoco amico» di Smith rischia di provocare danni enormi. Per Wall Street tutta il messaggio è che il nemico non è più laggiù, nei cartelloni che riempiono le strade sotto i grattacieli, ma potrebbe essere nel cuore stesso di un sistema che non sa - e non vuole - cambiare.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9883
« Ultima modifica: Giugno 02, 2012, 10:21:42 da Admin » Loggato
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« Risposta #2 il: Maggio 16, 2012, 04:57:58 »

16/5/2012

Il vero peccato delle agenzie? Arrivare tardi

FRANCESCO MANACORDA

No, non ha certo ragione chi dal mondo politico, da quello industriale e da quello bancario, grida con toni altissimi al complotto antitaliano delle agenzie di rating.

E non si capisce a quale titolo se non per una costante e impropria voglia di protagonismo politico - la Consob faccia sapere di aver convocato i vertici di Moody’s.

Ma questo non significa che l’agenzia Usa, abbassando lunedì sera il merito di credito di ventisei nostre banche abbia reso un buon servizio al mercato e agli investitori. Il motivo è semplice: il giudizio emesso - che in sostanza significa che i nostri istituti hanno un po’ meno probabilità di rimborsare i loro debiti di quanto la stessa agenzia pensasse in precedenza e che quindi prendere denaro in prestito diventerà per loro più caro - era già scontato dal mercato. La prova? Ieri mattina, all’apertura delle Borse europee e con il corposo rapporto di Moody’s universalmente noto, le banche italiane andavano benissimo. Unicredit e Intesa-Sanpaolo erano addirittura le due migliori in Europa. Poi, nel pomeriggio, il clima è bruscamente cambiato. Ma non solo sulle banche e non certo per il giudizio di Moody’s. Il motivo, sotto gli occhi di tutti, si chiama Grecia. La paura, ovviamente, è quella di un’esplosione dell’euro.

Ancora una volta, insomma, un’agenzia di rating non ha fatto da vedetta per segnalare al mercato quali terreni e quali insidie ha davanti, ma da semplice cartografo che descrive un territorio già esplorato. La riduzione del voto sulle banche segue del resto in modo quasi automatico quella del voto sulla Repubblica italiana espressa da Moody’s lo scorso febbraio e si basa su tre motivi principali - economia in recessione aggravata dalla politica di austerità, aumento delle sofferenze bancarie, accesso più difficile al finanziamento da parte degli istituti che non sono smentibili, ma che non rappresentano una novità. Anzi, alla luce dei buoni risultati trimestrali di alcune banche che stanno uscendo in questi giorni, certe preoccupazioni potrebbero anche risultare eccessive.

La bocciatura, per quanto scontata, non è però neutra: riducendo il merito di credito degli istituti colpiti ne aumenta i costi di finanziamento. E questo, in un momento in cui la liquidità di tutta Europa è scarsa e sostanzialmente parcheggiata presso la Banca centrale europea che dopo due maxioperazioni di finanziamento potrebbe già vedersi costretta a una terza mossa dello stesso tipo - rischia di aggravare la situazione dell’economia italiana, spingendo le banche a ridurre ancora di più i finanziamenti alle imprese. Questo può spiegare le reazioni accese di industriali e banchieri. Mentre le dichiarazioni roboanti dei politici si possono facilmente ascrivere al capitolo della demagogia: tuonare contro le agenzie di rating, gli immancabili «speculatori» e la cecità della finanza, non ha mai fatto perdere un voto. Anzi. E nessuno pare avere interesse a chiedersi se chi urla oggi contro la presunta congiura di Moody’s sia stato a qualche titolo corresponsabile di una situazione dei conti pubblici italiani che si tira dietro le ricette di austerità, il rallentamento economico e in ultima istanza il giudizio peggiore sulle banche.

Se le agenzie di rating volessero servire a qualcosa, e magari riacquistare un minimo di credibilità, potrebbero sforzarsi di guardare avanti invece che indietro. Se le agenzie di rating volessero servire a qualcosa, e magari riacquistare un minimo di credibilità, potrebbero sforzarsi di guardare avanti invece che indietro. E magari, come suggerisce Antonio Guglielmi di Mediobanca - uno degli analisti più esperti di banche in Europa, che il suo giudizio sul settore, non solo in Italia, l’aveva abbassato già quindici mesi fa potrebbero rompere il tabù della tripla A, ossia il voto massimo, costantemente attribuito alla Germania: «Con un’Europa in tempesta, un’economia tedesca che si basa per metà sulle esportazioni e una politica monetaria comune appare incomprensibile come Berlino possa essere ancora considerata un’isola felice». E un realistico abbassamento del suo rating - sostiene Guglielmi – «oltre a orientare per una volta i mercati invece di seguirli, potrebbe spingere nell’inevitabile direzione degli Eurobonds - i titoli di Stato dell’intero Continente - e di una politica monetaria più permissiva». Come quella che oggi aiuta gli Usa o il Giappone a non affogare.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10110
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« Risposta #3 il: Giugno 02, 2012, 10:18:00 »

1/6/2012

Avio, la strada è il mercato

FRANCESCO MANACORDA

Una mossa strategica per assicurare che un’eccellenza tecnologica - quella di Avio resti in qualche modo ancorata all’Italia. Ma anche un segnale chiaro che la strada maestra per l’uscita del gruppo aerospaziale dall’orbita del fondo di private equity, che oggi ne possiede l’85%, è quella di una quotazione.

Dietro la mossa annunciata ieri dalla Cassa Depositi e Prestiti, che attraverso il Fondo Strategico Italiano si è impegnata a rilevare la quota che Finmeccanica possiede oggi in Avio e a salire fino al 15% del capitale a patto che la strada scelta sia proprio quella della quotazione in Borsa, si legge una scelta finalmente dettata da logiche di medio periodo e da un’idea di sviluppo che guarda anche oltre i confini nazionali.

La strada da percorrere per Avio, che significa anche 5200 dipendenti sul territorio italiano, dal Lazio al Piemonte, e circa seicento all’estero, non è ancora stata scelta dal fondo Cinven che ne controlla la maggioranza. All’ipotesi di quotazione si potrebbe infatti sostituire quella di una vendita ad altri fondi di private equity e quella dei cosiddetti «compratori strategici», un’acquisizione da parte di gruppi oggi collaboratoriconcorrenti della stessa Avio come la francese Safran o il colosso americano Ge. Dipenderà dalle condizioni dei mercati e, in ultima istanza, da quale soluzione offrirà a Cinven il massimo profitto. Ma è il caso di dire che una quotazione, oggi non scontata viste le condizioni dei mercati, sarebbe la scelta che più garantirebbe lo sviluppo futuro del gruppo. La scelta che sperabilmente dovrebbe far crescere sulle gambe del mercato un gruppo con ambizioni europee e, perché no, mondiali, che proprio alla Borsa potrebbe rivolgersi per trovare risorse.

È vero che proprio la parabola di Avio - soci privati stranieri e crescita del fatturato e della redditività con più occupazione in Italia - confrontata a quella di Finmeccanica - presenza di un socio pubblico nazionale unita a risultati nel complesso tutt’altro che esaltanti potrebbe mettere in guardia da interventi come quello annunciato ieri, che rischiano di essere tacciati di protezionismo. Ma guardando un po’ più a fondo, dietro quella che alcuni chiameranno l’invadenza del capitalismo pubblico, si può scorgere invece un segno di impegno - e di preoccupazione - istituzionale che non sbarra la strada al mercato, ma si fa invece suo garante.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10174
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« Risposta #4 il: Giugno 08, 2012, 10:39:58 »


7/6/2012

La spinta da ritrovare

FRANCESCO MANACORDA

Il nostro sistema industriale perde colpi sul piano internazionale e dal 5˚ posto nella classifica della produzione manifatturiera che occupava nel 2007 - avverte la Confindustria - è sceso, lo scorso anno, all’ottavo.

Certo, nella gara conta la cavalcata dei Paesi emergenti, con Cina, India e Brasile in testa a tutti. Ma sul rischio di un declino del sistema produttivo, che gli stessi industriali evocano parlando di «soffocamento», pesano anche fattori che poco hanno a che vedere con la globalizzazione e molto con i mali di casa nostra: dalla difficoltà del credito che colpisce specie le piccole e medie imprese, ai ritardi dei pagamenti della Pubblica amministrazione, fino a un deficit di produttività delle imprese italiane dietro il quale stanno debolezze industriali mai risolte così come fattori «ambientali» che vanno da un prezzo dell’energia più alto dei concorrenti europei alla lunghezza incalcolabile dei tempi della giustizia.

Oggi suonerà così quasi come una risposta alle posizioni di Confindustria - che avverte anche di come rinunciare al manifatturiero significhi anche rinunciare all’evoluzione del sistema industriale - la prima parte del decreto Sviluppo, varata dal consiglio dei ministri. Il piano messo a punto dal ministro Corrado Passera punta sulla riforma degli incentivi con crediti d’imposta per assunzioni di nuovo personale altamente qualificato; apre la possibilità anche per le piccole e medie imprese di ricorrere al mercato dei capitali, promettendo così di strapparle alle difficoltà del credito bancario e una Borsa che per la maggior parte di loro resta irraggiungibile; introduce una riforma del diritto fallimentare che dovrebbe rendere meno rischioso per le imprese in crisi dichiarare in tempo la loro situazione.

Tra i tecnici che hanno a messo a punto le norme si parla di una rivoluzione per certi versi «epocale», ma si respira anche la frustrazione che i vincoli di bilancio impongono, con il risultato di soluzioni tendenzialmente a costo zero e qualche vigorosa sforbiciata - rispetto alle attese - sull’entità di alcune misure.

Una situazione che riporta al dilemma irresolubile del rilancio di un Paese, ma anche dell’Europa, sotto il giogo di un pesantissimo rigore finanziario. Perfino il presidente della Bce Mario Draghi, utilizzando ieri parole non scontate per un banchiere centrale che si esprime dalle parti di Francoforte, ha avvertito che «ora c’è bisogno di crescita» e che il risanamento «non si può basare solo sulle tasse». E anche per non deresponsabilizzare i governi europei e la regìa comunitaria, ha suggerito, la Banca centrale non offre almeno per ora la sponda a una politica monetaria più rilassata.

Per il governo Monti, nei fatti e nelle dichiarazioni di questi giorni, c’è un doppio avviso. Il primo riguarda la necessità di non spingere oltre la pressione fiscale, lavorando invece su quella riduzione della spesa pubblica che sta faticosamente avviando, per portare verso l’equilibrio indispensabile i conti dello Stato senza che la congiuntura abbia a soffrirne più di tanto. Ma è il secondo avviso, forse meno esplicito, quello che suona più forte: la necessità di ritrovare la spinta riformatrice che aveva caratterizzato i primi mesi, forse solo le prime settimane, di questo esecutivo e che adesso sembra essersi rapidamente spenta. Chi ci osserva, anche dall’estero, non può fare a meno di notare come il cammino verso vere riforme si sia interrotto troppo presto. E senza riforme, non solo fare impresa rimarrà una corsa a ostacoli, ma quella crescita tanto evocata rischierà di non materializzarsi.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10200
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« Risposta #5 il: Giugno 17, 2012, 06:38:29 »

16/6/2012

Crescita low cost

FRANCESCO MANACORDA

Stretto tra un’Europa in fibrillazione, un Paese col fiato corto e una politica dalla vista cortissima, il governo guidato da Mario Monti compie allo stesso tempo uno scarto e uno scatto in avanti allineando il decreto sviluppo approvato ieri, le prime mosse sulla revisione della spesa pubblica e l’avvio della vendita di società statali. È una ripartenza obbligata tra spread in crescita e crescita economica che latita e in parte limitata, ma non per questo meno significativa.

Il primo provvedimento, quello sullo sviluppo, che porta la firma del ministro Corrado Passera e che viene raggiunto dopo settimane di estenuanti trattative tra i suoi tecnici e la Ragioneria dello Stato, punta a levare freni e aggiungere incentivi alla crescita delle imprese. Ci sono misure che interesseranno in primo luogo le famiglie - e di riflesso il settore in crisi dell’edilizia -, come quella che aumenta a 96 mila euro il tetto delle spese deducibili per le ristrutturazioni.

Norme che riguardano più da vicino le imprese: dagli sgravi per chi assume personale qualificato alla possibilità di emettere strumenti per finanziarsi sul mercato invece che in banca. E poi iniziative - come i «project bond» per le infrastrutture - che mirano a rimettere in moto grandi cantieri grazie a investimenti privati.

La vendita delle società pubbliche alla Cassa Depositi e prestiti - dove i soci di maggioranza, accanto al Tesoro, sono le Fondazioni bancarie, non solo segnala un passo indietro del capitalismo statale, e in prospettiva anche di quello municipale, ma consente anche di recuperare 10 miliardi che potranno essere portati ad abbattimento del debito. Una goccia, forse, ma una goccia che cade nella giusta direzione.

Certo, non bisogna eccedere nel valutare le virtù salvifiche dei provvedimenti appena approvati, specie in un clima italiano ed europeo dove la fiducia è merce sempre più rara. Gli 80 miliardi di cui ha parlato ieri Passera illustrando gli effetti del decreto sviluppo sono «mobilitati», parola un po’ fumosa dietro la quale si cela la semplice verità che di soldi disponibili ce ne sono pochi o punto e che qui si tratta soprattutto di tagliare dove si può, o di inventare formule innovative, invece che di spendere risorse che non ci sono. Di fatto l’impegno finanziario in senso stretto per le casse pubbliche potrebbe fermarsi, a regime, a circa 200 milioni di euro che sono quelli legati agli sgravi sulle ristrutturazioni edilizie ed energetiche e all’autonomia dei porti.

Ma la politica, anche e forse ormai soprattutto quella dei tecnici, è fatta anche di potenti simboli. E qui, oltre alle numerose novità del decreto sviluppo, i primi frutti della revisione della spesa pubblica sono significativi al di là del loro valore strettamente economico. L’affondo sulle alte cariche della burocrazia statale che parte da Palazzo Chigi e dal ministero dell’Economia - ovvero il territorio dove più direttamente esercita il suo potere il presidente del Consiglio - segna una rottura per certi versi epocale. L’abolizione e lo snellimento di agenzie pubbliche mostra che qualcosa si può cambiare anche in quella foresta pietrificata. E più che un significato simbolico va dato ai primi passi sulla riforma della giustizia civile, con un meccanismo che blocca l’automatismo del giudizio d’appello. Tempi e incertezza della nostra giustizia hanno un peso concreto sul Pil che, forse, comincerà a calare.

La ripartenza di Monti va collocata in una fase europea che pone l’Italia, e non solo l’Italia, in una posizione assai difficile ma al tempo stesso ci consente di cercare soluzioni che possono uscire dal dualismo obbligato e un po’ logoro dell’alternativa tra rigore e crescita. Come spiega oggi Fabio Martini su questo giornale, il governo intende giocare ancora molte carte da qui al vertice europeo di fine mese, quando i leader dell’Unione si riuniranno per cercare di ritrovare la fiducia - quella dei mercati, ma anche la loro - nell’euro. La scommessa è comune, l’impegno deve essere di singoli Stati. Anche cercando, è il messaggio che arriva da Roma, la crescita «low cost».

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10233
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« Risposta #6 il: Luglio 27, 2012, 04:32:15 »

27/7/2012

Draghi, le parole che vogliono i mercati

FRANCESCO MANACORDA

Se l’Europa parla in modo chiaro il mercato ascolta. In fondo il «miracolo» provocato ieri dalle parole di Mario Draghi sta tutto qui. Per la prima volta, dopo settimane, operatori dai nervi fragilissimi si sono trovati di fronte a qualcosa di nuovo.

Non l’antilingua che da Bruxelles e dalle capitali europee dice e smentisce allo stesso tempo, non le sfiancanti acrobazie lessicali che escono condivise dai vertici per poi moltiplicarsi nelle tante interpretazioni ad uso e consumo delle opinioni pubbliche nazionali, ma parole quasi brutali nella loro semplicità.

Quel «credetemi, sarà abbastanza», che Draghi ha pronunciato parlando di una Banca Centrale «pronta a fare qualsiasi cosa serva» per fermare la tempesta che infuria sulle Borse e sui titoli di Stato dell’Europa mediterranea, segna una svolta. Non solo linguistica.

Presto per dire se l’annuncio di Draghi avrà un effetto duraturo. Molto più facile prevedere che anche nelle prossime settimane, nei prossimi mesi, si attraverseranno fasi di altissima tensione. Del resto anche nella reazione entusiastica innescata ieri dai mercati si colgono segni di un’isteria collettiva capace di buttare giù o di spingere verso l’alto le quotazioni nel giro di pochi minuti proprio sull’onda di una dichiarazione o di un’intenzione solo intuita.

Ma proprio per questo, perché quei mercati che rappresentano l’aggregato di milioni di decisioni individuali, sono in questa fase esageratamente sensibili, è necessario parlare loro con voce chiara e forte, dare loro messaggi privi di ambiguità, non aprire lo spazio per incertezze o equivoci.

È ovvio, poi, che alle parole devono seguire i fatti. In caso contrario il contrappasso scatta rapidamente e senza sconti. Ma sotto questo profilo il ruolo e la personalità di Draghi offrono una doppia garanzia. Anche se il presidente della Bce considera legate a tempi eccezionali, come questi, le misure straordinarie che la Banca centrale deve mettere in campo e accetta a malincuore di svolgere un ruolo di surroga rispetto ai governi, bisogna dare per scontato che dietro le sue dichiarazioni, che mettono direttamente in gioco la sua credibilità, ci sia un programma - che va dal riacquisto dei titoli di Stato dei Paesi nel mirino delle vendite fino a spingersi forse ad altre misure meno ortodosse - già delineato. Un programma che in qualche misura deve aver superato anche le resistenze dell’ala più dura - quella di osservanza germanica - della Bce.

Che Draghi parli chiaro, sebbene costretto dagli eventi, è una buona notizia. Quella migliore sarebbe che anche l’Europa in cerca di maggiore integrazione politica riuscisse a trovare una voce - e prima di tutto una direzione - unica.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10378
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« Risposta #7 il: Agosto 14, 2012, 11:26:51 »

14/8/2012 - DA WINDJET ALL'ILVA

Ferragosto una malattia italiana

FRANCESCO MANACORDA

Quale legame c’è fra i trecentomila passeggeri lasciati a terra da WindJet e i settemila lavoratori dell’Ilva che rischiano di rimanere a casa se l’impianto di Taranto, come ha deciso il Gip, dovrà bloccare la produzione? Sono due facce dello stesso male italiano. Un male che nasce dalla mancanza di qualsiasi prevenzione, si alimenta di continui rinvii e rimpalli che rappresentano la negazione delle responsabilità amministrative e di governo, esplode infine nell’emergenza. Anzi, nell’emergenza di Ferragosto: una forma tipica e cronica della nostra patologia nazionale che ha la caratteristica di essere di solito prevedibilissima, ma che nonostante questo, anno dopo anno, allarme dopo allarme, si ripete come se fosse inevitabile.

Così è difficile stabilire adesso di chi sia esattamente la colpa dei passeggeri rimasti a terra negli aeroporti, sebbene avessero un biglietto pagato regolarmente e spesso anzi con mesi di anticipo.

Si può attribuire la responsabilità, o parte di essa, alla stessa WindJet, che già dal 2009 chiudeva i bilanci in rosso, all’Enac che sovrintende a tutta l’aviazione civile e non ha vigilato a sufficienza, all’Alitalia che ha scoperto solo all’ultimo di non potere o volere concludere la trattativa per l’acquisizione del concorrente in cattive acque.

Ma una certezza c’è: l’immagine drammaticamente negativa che il caso WindJet proietta nel mondo - con i bivacchi dei passeggeri, la Caporetto dei call center e i costi supplementari caricati su chi vuole tornare a casa - è devastante per l’intero comparto turistico italiano. I russi o gli israeliani accampati nei nostri aeroporti faranno comprensibilmente - i titoloni sui loro giornali. E su un settore fondamentale per la nostra economia come quello del turismo calerà ancora una volta un giudizio di inaffidabilità, senza che a Mosca o a Tel Aviv si faccia troppa differenza tra il fallimento di un singolo gestore aereo, le inadempienze di chi avrebbe dovuto vigilare, e l’inaffidabilità di un Paese nel suo complesso.

Paragonare la disavventura estiva dei viaggiatori al bivio drammatico dell’Ilva non deve suonare irriguardoso. Anche a Taranto la (non) scelta è stata quella di lasciar correre, di rimandare anno dopo anno la soluzione di problemi certamente complessi come quelli posti dall’enorme stabilimento siderurgico situato in città. Ma anche in questo caso i mesi, e prima ancora gli anni, paiono essere passati inutilmente: ci si ritrova in piena estate con una crisi potenzialmente esplosiva che offre pochi spazi di mediazione e favorisce soluzioni paradossalmente affrettate, sebbene arrivino con grandissimo ritardo. Difficile che dal braccio di ferro istituzionale innescato sull’Ilva tra magistratura e governo possano venire scelte mediate e meditate. E difficile, più in generale, affrontare la questione costretti dal solito meccanismo dell’emergenza agostana a una contrapposizione irrisolvibile come quella tra diritto alla salute e diritto al lavoro.

Anche in questo caso è più facile prevedere gli effetti su ampia scala dello scontro che va in scena a Taranto. Al di là di quello che sarà l’esito della vicenda il messaggio per chi avesse intenzione di investire in Italia è chiaro: da noi i problemi non si affrontano per lungo tempo, ma quando poi lo si fa le decisioni si accavallano l’una sull’altra, contraddittorie; a decidere - quando si decide - sono spesso poteri concorrenti, che con un semplice atto paiono poter rovesciare quanto stabilito solo poche ore prima.

Anche questo, non solo quello che ansiosamente seguiamo ormai ogni giorno sui mercati finanziari, è uno «spread», una differenza che penalizza l’Italia nei confronti di Paesi più affidabili. E anche su questo fronte rischiamo di pagare un prezzo assai tangibile - meno turisti nel nostro Paese, meno investimenti nelle nostre imprese - per colpa di un deficit che non si calcola in euro, ma in quella moneta assai più delicata che si chiama fiducia.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10427
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« Risposta #8 il: Settembre 26, 2012, 03:44:34 »

News

17/09/2012 - intervista

Zonin: "Voglio portare il Prosecco oltre la Grande Muraglia cinese"

I cicli cambiano ogni decennio, bisogna indovinare le tendenze. Oggi? Vanno i veneti e i pugliesi

FRANCESCO MANACORDA

Vede questo bicchiere? Se convincessimo tutti i cinesi a bere solo un bicchiere di vino l’anno il nostro export potrebbe aumentare di un milione e mezzo di ettolitri». No, la Cina non è ancora vicina per il vino italiano, ma Gianni Zonin, alla guida di quello che è il primo produttore vitivinicolo privato nazionale - duemila ettari di vigneti, 38 milioni di bottiglie prodotte nel 2011 - non dispera di conquistare anche Pechino e vasti dintorni: «E’ tutto da esplorare, là vendiamo già un po’, ma abbiamo avviato una ricerca per capire che cosa vuole il consumatore cinese. Solo dopo aver studiato a fondo le sue scelte decideremo come investire. Comunque la vera diffusione del vino italiano si avrà, in Cina come altrove, quando i loro turisti verranno in massa qui e proveranno come si mangia e come si beve».

L’export strada obbligata per chi produce in un’Italia dove costumi e recessione limitano i consumi?
«No, l’export è una scelta fatta già dagli Anni ‘60, quando dopo essere entrato in azienda assieme a mio zio Domenico, che nel 1921 aveva cominciato l’attività dai vitigni di Gambellara che possedevamo già da un secolo, decisi prima di portare il nostro vino fuori dal Veneto e poi di andare all’estero quando il mercato unico ovviamente non esisteva ancora: prima la Germania, poi Belgio, Olanda, Svizzera... Oggi facciamo quasi il 70% del nostro fatturato dalle esportazioni e vendiamo in più di cento diversi Paesi».

Dove va il vino italia­ no e dove potrà anda­re?
«Oltre la metà delle esportazioni della Zonin son o s u i t re grandi mercati del vino italiano - Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna. Negli Usa nel Regno Unito abbiamo anche creato società di distribuzione proprie per controllare meglio la nostra espansione. Poi vengono Australia e Svezia con un 5% dell’export a testa e dopo una miriade di Paesi con quote dell’1 o del 2%: si va per l’appunto dalla Cina alla Russia, dagli Emirati al Brasile, che per noi è uno dei mercati più promettenti; anche là potremmo creare una nostra società di distribuzione. Ma bisogna saper cogliere il momento giusto: il vino è come la moda, segue precisi cicli, che vanno all’incirca di decennio in decennio, e bisogna fiutare prima dove va il mercato. Dodici anni fa decisi di piantare cinquanta ettari a Prosecco; i miei enologi pensavano che volessi dire cinque, ma io insistevo: cinquanta. Adesso ne abbiamo duecento ettari e non bastano».

E le ultime mode?
«In Italia, dopo una stagione in cui sono andati molto i vini siciliani si sta tornano a quelli veneti come l’Amarone, il Ripasso e il Prosecco. Mi aspetto ancora molta espansione dei vini pugliesi: hanno buoni prodotti, a cominciare dal Primitivo e dal Negramaro e poi con il boom turistico del Salento la gente va in vacanza, beve e quando torna a casa cerca quei vini. A livello internazionale Il Prosecco e il Pinot gigio vanno benissimo, ma anche il Moscato sta vivendo un boom nel mondo. Il Piemonte ha adottato una politica conservativa e così si vendono Moscati anche di altra origine, a partire da quelli dell’Oltrepo».

Vuole fare campagna acquisti per diversificare ancora l’offer­ ta? E dove guarda?
«In Italia siamo già presenti con nove aziende agricole in sette regioni, dal Veneto alla Sicilia, passando anche per il Friuli, il Piemonte, la Lombardia, la Toscana e la Puglia. Per noi la diversificazione è andata sempre al seguito dell’espansione commerciale nel corso degli anni. Adesso guardo ad altre aree, ma sempre per vitigni autoctoni: inutile andare a fare concorrenza a vini prodotti negli Usa o in Australia come i Merlot, i Cabernet e gli Chardonnay. Sono molto interessato alle Marche per la zona del Verdicchio; l’Umbria mi piaceva, ma da un po’ mi pare soffrire; non abbiamo Lambrusco e per questo una presenza in Emilia potrebbe essere utile...».

Fuori dall’Italia avete già Bar­ boursville, in Virginia. Pensate anche ad altre acquisizioni estere?
«Sì. Quella americana, partita nel 1975, è stata un’esperienza faticosa ma esaltante. Pensi che all’inizio abbiamo dovuto combattere anche contro i pregiudizi: la prima auto che acquistammo per la tenuta era nera e la gente del luogo la chiamava la “Mafia Car”. Ma adesso siamo un’azienda modello e facciamo vini di grande successo come l’Octagon e il Viognier. Ci sono tante aree dove sarebbe bello comprare vitigni, dall’Australia al Sud Africa, dal Cile all’Argentina, per non parlare di Spagna o Francia. Questo però è un mondo dove bisogna muoversi con prudenza. Il vino non è un prodotto ricco, anche se dà grandi soddisfazioni».

Non è un prodotto ricco forse per l’Italia. Ai francesi le cose vanno meglio. Perché?
«Certo, i francesi esportano la metà dei nostri ettolitri e fatturano il doppio, circa 10 miliardi di euro. Hanno grandi vini, ma sanno anche valorizzare i loro prodotti. E poi possono contare sullo Champagne. Lo sa che una famiglia che ha tre ettari di Champagne vive è sistemata? Ma anche l’Italia sta facendo grandi progressi: negli ultimi anni la qualità è decisamente aumentata, molte vigne sono state rinnovate e le esportazioni sono salite a 22 milioni di ettolitri».

La crisi premia solo i prodotti di lusso, come in altri settori?
«Diciamo che con la crisi la gente vorrebbe prodotti di lusso a prezzi da outlet. Noi ci manteniamo su un prezzo al consumatore che generalmente va dai 5 ai 15 euro. Abbiamo anche bottiglie molto più care, ma non andiamo sopra i 60 euro. E in quanto a prezzi più bassi dei 5 euro, come pure si vedono, vuol dire compromettere la qualità».

I disciplinari attuali funziona­ no?
«Sì, mi pare che la piramide che parte dalla vino da tavola per arrivare al Docg, passando per l’Igt e per il Doc sia corretta e venga sostanzialmente rispettata. Poi, come è ovvio, bisogna sempre puntare il più possibile sulla qualità per affermarsi. Nel nostro settore il “Made in Italy” vale proprio come per la moda, ma più delle campagne pubblicitarie contano il passaparola e i giudizi degli esperti, che ci stanno dando soddisfazioni».

I vostri conti?
«Quest’anno arriveremo a 140 milioni circa di fatturato, con una crescita del 7-8% sul 2011 che in questi tempi di crisi ha del miracoloso, tutta trainata dall’export visto che in Italia le vendite rimangono stabili. In tempi non troppo lunghi puntiamo ad arrivare a 200 milioni. Ma ovviamente, come in molti altri settori, anche per il nostro l’Italia soffre un problema di dimensioni medie delle aziende. Noi che siamo il primo gruppo privato di questo Paese siamo circa un ventesimo del primo gruppo californiano. Davvero troppo piccoli».

Fusioni tra produttori sarebbe­ro consigliabili?
«Certamente, ma mi paiono difficili. Siamo tutti troppo individualisti, troppo legati ai nostri vini e alle nostre terre. E già creare vigneti di certe dimensioni è complesso: pensi che quando ho comprato la tenuta piemontese del Castello del Poggio ho dovuto fare 132 atti notarili per prendere 154 ettari!».

Resta il fatto che gli italiani be­ vono di meno...
«Certo, quando ho iniziato a lavorare, alla fine degli Anni ‘60, il consumo medio degli italiani era di 120 litri l’anno: dal muratore al contadino, chiunque andava a lavorare con una bottiglia di vino. Oggi si porta dietro l’acqua minerale e i consumi di vino sono calati a 38 litri l’anno. E’ un fenomeno che interessa tutti i grandi consumatori: noi come la Francia e la Spagna. Ma allo stesso tempo Paesi che non erano tradizionalmente consumatori di vino si stanno aprendo molto».

In media gli europei quanto vi­ no consumano? «Considerando anche i Paesi del Nord il consumo medio è attorno ai 25 litri procapite per anno».

Ambizioni nei superalcolici?
«Assolutamente no, quello è un mercato diverso che - come quello della birra - si sta concentrando nelle mani di pochi colossi mondiali. Sappiamo fare il vino e continueremo a fare quello, anche con i miei tre figli che sono in azienda: Domenico che si occupa della parte tecnica, Francesco che cura il settore commerciale e Michele che segue la parte finanziaria».

da - http://www3.lastampa.it/tuttosoldi/soldi/news/articolo/lstp/468858/
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« Risposta #9 il: Ottobre 01, 2012, 03:04:05 »

Tuttosoldi

01/10/2012 - intervista

Guzzini: “Led, una svolta a costo zero ma Europa e Italia non si muovono”

L’imprenditore marchigiano Aldolfo Guzzini, a capo del gruppo di illuminazione iGuzzini

iGuzzini illumina la Cina

FRANCESCO MANACORDA


E poi prendemmo uno psicologo del lavoro per aiutare i nostri capireparto, che venivano affiancati dai tecnici e dai designer, a passare da una produzione che era in sostanza artigianale a un modello industriale». Ci vuole una buona dose di psicologia - sostiene Adolfo Guzzini - non solo nel mondo del lavoro, ma anche in quello dell’illuminazione dove con la sua iGuzzini l’industriale marchigiano è diventato uno dei protagonisti mondiali di quel mondo concretissimo eppure impalpabile fatto dalle grandi e piccole installazioni luminose. Nella hall di un grande albergo milanese, luci ovviamente soffuse, Guzzini racconta il percorso che dalla provincia marchigiana ha portato la sua azienda alla collaborazione con i maggiori studi di architettura del mondo e a un fatturato che quest’anno si attesterà attorno ai 200 milioni.

 

Dalla plastica alla luce non è proprio una scelta scontata. Come è avvenuto? 

«L’innovazione è nel nostro Dna. Proprio quest’anno festeggiamo il centenario della Fratelli Guzzini, nata quando nel 1912 il nonno Enrico tornò nelle Marche dall’America Latina, dove aveva imparato a lavorare il corno di bue: prima le tabacchiere, poi le posate, da lì gli articoli per la casa. E allo stesso modo, quando negli anni ’60 decidemmo di guardare nuovi impieghi del materiale acrilico che usavamo per gli articoli per la casa cominciammo a produrre lampade. Sfruttammo anche brevetti nati in casa, come quello che ci permetteva di produrre l’acrilico direttamente in due colori diversi. Poi, quando ci trovammo di fronte alla scelta di espanderci in un settore prendemmo in considerazione l’illuminazione industriale e quella architetturale. Decidemmo per la seconda perché era il segmento più alto del mercato, che abbinava la lampada alla regia luminosa. E in coincidenza con la crisi petrolifera degli Anni ’70 ci riconvertimmo su apparecchi realizzati per la maggior parte in metallo ». 

 

Anche la luce è un prodotto che va «localizzato», adattato al Paese in cui si vende? 

«Assolutamente sì. Ogni Paese ha una sua cultura della luce e, di più, ogni edificio o showroom ha un impiego diverso dell’illuminazione, a seconda - ad esempio - di quali oggetti si vogliono mostrare e di come li si vuole far percepire». 

 

In concreto cosa significa? 

«Ad esempio che nei Paesi del Medio Oriente si preferiscono le luci multicolori a quelle bianche, un po’ come se fossimo a Las Vegas. Ma anche, più semplicemente, che se devo mostrare un’automobile non basta illuminarla con luce indiretta, ma devo anche creare quelle ombre che danno la sensazione della tridimensionalità». 

 

Come è arrivata la collaborazione con il mondo dell’architettura? 

«Prima, a partire dagli Anni ’70, con la collaborazione di grandi nomi - da Renzo Piano a Gae Aulenti - per il design dei nostri prodotti, poi spostandoci nell’illuminazione di edifici, aree pubbliche e grandi progetti, è cominciata una collaborazione con i più grandi studi di architettura, da Ron Adrau, a Herzog & De Meuron, ma anche con famosi scenografi. Al Museo Egizio di Torino, ad esempio, abbiamo collaborato con Dante Ferretti per illuminare le statue anche nella parte posteriore, quella che di solito non si vede, riflettendola su lastre di vetro nero». 

 

La rivoluzione, nel vostro settore, sono stati i Led. Come hanno cambiato prodotti e prospettive dell’azienda? 

«Il nostro primo prodotto Led risale al 2008. Ma sui Led l’Europa e l’Italia stanno mostrando di essere ancora una volta vecchie. Non esistono norme sull’adozione di questo nuovo tipo diodi luminosi che danno una qualità di luce corretta e a parità di illuminazione consentono di risparmiare dal 50 al 70% di energia rispetto alle lampade oggi installate. Se venissero adottate dappertutto si farebbe una “spending review” a costo zero. Inoltre si spingerebbe anche il settore dell’illuminazione, che in Italia è il secondo in Europa. Del resto la Cina pensa di impiegare un milione di persone nei prossimi anni solo nell’industria dei Led ed ha un programma secondo cui 21 città dovranno essere illuminate esclusivamente con questo sistema».

 

Ma in Italia ci sarebbe spazio per un’industria dei Led? 

«Per produrre i Led, ormai no. Ci sono gli Usa, la Corea del Sud, la stessa Cina, che hanno ormai posizioni consolidate. E poi da noi manca ormai un’industria televisiva, che è quella a cui i Led sono molto legati. Ma ciò non toglie che proprio l’industria dell’illuminazione, con i suoi contenuti di elettronica, ingegneria e design, possa avere grandi opportunità di sviluppo proprio grazie ai Led».

 

Voi esportate oltre i due terzi della produzione. Ma il futuro è nell’essere esportatori o produttori all’estero? 

«Oggi la nostra aspirazione è essere leader mondiali, con centri di servizio collegati alla casa madre. Abbiamo mercati importanti nell’Est europa, dalla Russia ai Paesi del Baltico, e anche gli Stati Uniti e l’Asia, che da sola rappresenta il 20% del nostro fatturato, stanno reagendo bene. Proprio per il Sud Est asiatico abbiamo aperto sette anni fa una fabbrica in Cina, a Sud di Shangai, dalla quale produciamo per tutta l’area. Nei beni durevoli non è come nella moda, non si può pensare di esportare tutto per tutti dall’Italia, ci vuole una piattaforma produttiva in loco».

 

E la congiuntura? 

«I nostri grandi mercati tradizionali europei, ossia Italia, Spagna e Gran Bretagna risentono in modo differenziato della crisi. Ma gli Stati Uniti ci stanno dando buone soddisfazioni. E se le cose resteranno così i Paesi dell’Est europeo e la Cina ci potranno dare grandi soddisfazioni». 

 

Come si possono spingere le esportazioni italiane? 

«Con servizi migliori. Il nuovo Ice mi pare andare in questo senso, le ambasciate italiane, in questo contesto, non possono che essere antenne che aiutano l’economia nazionale a trovare occasioni anche all’estero. E poi bisogna obbligare le Regioni a collaborare tra di loro. E poi ovviamente bisogna mettere la nostra industria in condizione di essere competitiva». 

 

Le ricette? 

«Nessun aiuto di Stato, ma abbattimento delle imposte sul salario e detassazione degli utili reinvestiti in azienda. Ci vogliono più soldi dati ai lavoratori, in modo che aumentino i consumi, e meno soldi presi alle imprese,. E poi la lista dei problemi da risolvere la conosciamo tutti: costo dell’energia, burocrazia, corruzione incidono sulla nostra produttività». 

 

Ma forse incide anche il fatto che le piccole e medie imprese italiane non investono troppo... 

«Guardi che l’export italiano è tenuto in piedi proprio dalle piccole e medie imprese che nonostante tutto riescono ancora a produrre a costi accettabili e puntando su innovazione e flessibilità».

da - http://www.lastampa.it/2012/10/01/economia/tuttosoldi/guzzini-led-una-svolta-a-costo-zero-ma-europa-e-italia-non-si-muovono-23Ysor8Qwu32qljOAKvAFJ/index.html
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« Risposta #10 il: Ottobre 11, 2012, 06:33:19 »

Editoriali

11/10/2012

Il silenzio di fronte agli scandali


Francesco Manacorda

Ma che fine ha fatto a Milano e dintorni la tanto decantata «società civile»? Perché di fronte all’ondata di malcostume e di malaffare che si solleva dai palazzi della politica locale tacciono anche le voci di quella che un tempo era una borghesia imprenditoriale e delle professioni che guardava idealmente a Nord dei propri confini e alla quale buona parte d’Italia guardava a sua volta con non poche speranza? 

L’ultimo arresto di ieri per un’accusa - più Calabria che Baviera - di voto di scambio, con tanto di tariffario delle preferenze veicolate dalla ’ndrangheta, si aggiunge a scandali seri e grotteschi (vedi alla voce Nicole Minetti) e certifica l’ennesimo colpo al potere di Roberto Formigoni. Cinque assessori delle sue giunte arrestati in otto anni, rendono sempre più debole la linea difensiva del presidente della Lombardia, che derubrica d’abitudine ogni inciampo della sua squadra a responsabilità personali. La condanna a dieci anni di reclusione appena inflitta al sodale Pierangelo Daccò per la spoliazione del San Raffaele potrebbe traslare sul piano politico responsabilità penali. 

Il bel record di quattordici consiglieri regionali indagati a vario titolo su un totale di ottanta allarga il discredito anche al di fuori dello schieramento del governatore. 

Ma mentre la lunghissima stagione del formigonismo mostra segnali inequivocabili della sua fine, quel che colpisce è proprio il silenzio che circonda la parabola di un sistema di potere. Quelle stesse categorie che più di tutte le altre dovrebbero essere colpite e ferite da quello che rivelano le inchieste giudiziarie, non foss’altro perché il rapporto inquinato tra affari e politica mina alla base ogni prospettiva di leale concorrenza e distorce in modo definitivo il mercato, non hanno invece reazioni apprezzabili. 

Del resto appare quasi impossibile trovare oggi nella capitale economica d’Italia, poteri «forti» che siano in grado di confrontarsi con il sistema costruito da Formigoni nei tre lustri e mezzo di sua permanenza al Pirellone. Le grandi banche, piegate prima sotto il peso della crisi finanziaria e adesso anche sotto quello di una congiuntura economica che affonda la lama nei loro bilanci, sono tutte concentrate verso azioni di risanamento interne. Quel che resta del capitalismo manifatturiero e dei suoi addentellati finanziari appare impegnato in battaglie talvolta feroci che scardinano il vecchio assetto dei patti di sindacato e si rivelano spesso come lotte per la sopravvivenza.

Se dalla grande impresa si passa a quel popolo di professionisti e partite Iva che dovrebbe costruire parte integrante della borghesia, il discorso cambia poco. Ripiegati su se stessi anche per la necessità di far fronte alla crisi economica, i ceti professionali non trovano del resto un’offerta politica che intercetti la loro domanda e affondano anzi nella grande palude dell’antipolitica. 

Pesa probabilmente anche la difficoltà a fare i conti con un insuccesso collettivo: ancora pochi anni fa il mondo delle imprese offriva aperture di credito forti al governo regionale lombardo, come dimostra lo sterminato elenco di industriali e finanzieri che aderì al Comitato strategico per la competitività istituito proprio da Formigoni. E chi, come la Lega, ambiva a dar voce proprio ai ceti produttivi del Nord ha preferito - almeno fino a ieri sera - tirare a campare nel governo della Lombardia, stretta fra tatticismi elettorali e strategie politiche di incerto destino. 

La degenerazione all’ombra del Pirellone, sulla quale pesano anche gli allarmi della Procura milanese - ripetuti ancora ieri da Ilda Boccassini - riguardo alle infiltrazioni della criminalità organizzata nel mondo politico ed economico lombardo, merita però una risposta rapida. Chi produce e lavora nell’area più avanzata del Paese e vede arretrare vistosamente il sistema di governo ha il dovere, forse prima ancora del diritto, di ritrovare la voce e farsi sentire.

da - http://lastampa.it/2012/10/11/cultura/opinioni/editoriali/il-silenzio-di-fronte-agli-scandali-POzSz9UWn0GKdafhGys5RP/pagina.html
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« Risposta #11 il: Dicembre 01, 2012, 11:27:52 »

Editoriali
01/12/2012

Il pasticciaccio della Sea in Borsa

Francesco Manacorda


Vendere l’argenteria di casa non è sempre la soluzione più facile per risolvere i problemi economici. Specie se qualcuno in famiglia fa sapere in giro che le preziose posate della nonna non sono così preziose e ancor di più se sul mercato non c’è nessuno disposto a pagartele quanto speravi. Il pasticciaccio della Sea - la società che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa controllata da Comune e Provincia di Milano - si può leggere proprio così. 

 

Ieri sera, infatti, la società ha annunciato il ritiro della sua prevista quotazione in Borsa perché non ha avuto abbastanza offerte per le azioni messe in vendita. A soffrirne è soprattutto la Provincia, che contava sull’incasso di circa 100 milioni per non sforare il patto di stabilità. 

 

Di etro lo stop, però, una storia che ricorda i peggiori esempi del «capitalismo senza capitali» all’italiana e si intreccia con le contraddizioni del «capitalismo municipale». Lo scorso anno, il Comune di Milano spinto dalle necessità di bilancio vende il 29,7% della Sea al fondo per le infrastrutture F2i, spuntando un ottimo prezzo (l’intera società viene valorizzata 1,3 miliardi) e mantenendo comunque un saldo controllo del capitale con il 54%. Gamberale rimedia incidentalmente anche un avviso di garanzia per turbativa d’asta: la sua offerta è superiore di un euro alla base d’asta stabilita. Poi il Comune cerca di fare un baratto con la Provincia, anch’essa bisognosa di soldi: al sindaco Giuliano Pisapia il 14,5% della Sea in mano alla Provincia; al presidente dell’ente Guido Podestà il 18% dell’Autostrada Milano-Serravalle che ha il Comune più un conguaglio in denaro. Ma F2i, guidato da Vito Gamberale, si oppone e ricorda alla Provincia che per cedere la sua quota di Sea deve fare non una trattativa privata ma una gara. Gara nella quale Gamberale conta evidentemente di concorrere per rafforzare la sua posizione nella società. 

 

Niente vendita diretta? E allora, decidono Comune e Provincia, si passi alla quotazione in Borsa, rassegnandosi a una valorizzazione complessiva sotto il miliardo, e mettendo peraltro sul mercato solo la quota di Podestà; senza cioè che Pisapia intacchi più di tanto la sua maggioranza. Da quel momento, però, Gamberale si mette a contestare - per via legale e mediatica - la quotazione, spiegando anche che al mercato non sono state date tutte le informazioni, specie quelle negative, sull’andamento della società. Una mossa che contribuisce non poco a raffreddare i potenziali investitori, del resto già abbastanza freddi di fronte a un’offerta che colloca solo il 23% del capitale e lascia il bastone del comando nelle mani del socio di maggioranza Pisapia. Adesso la Provincia non ha altra scelta che vendere la sua quota all’asta. A comprarla, quasi di sicuro, proprio Gamberale.

 

Ecco così che il fallimento di ieri è così la conclusione quasi scontata di una serie di scelte poco chiare e di errori, ma indica anche che l’illusione degli enti locali di far fronte ai tagli alla spesa del governo centrale e ai vincoli dal patto di stabilità mettendo sul mercato i loro cespiti rischia spesso di rimanere per l’appunto un’illusione. Non è un caso che nelle stesse ore in cui a Milano si blocca la quotazione Sea, a Torino si fanno i conti assai deludenti per il Comune - anche se in assenza di balletti come quelli milanesi - delle offerte ricevute per importanti partecipazioni, tra queste proprio una quota del 28% della società aeroportuale Sagat, dopo che il tentativo di venderle all’asta è fallito per assenza totale di offerenti.

 

Ma il caso Sea, apre anche altre questioni. La prima riguarda la tentazione di una «rendita municipale» da parte di enti locali che da una parte decidono di aprire il capitale delle società da loro controllate ad altri azionisti e dall’altra non accettano di perderne il controllo. Questo è precisamente il caso in esame, figlio anche delle spaccature ideologiche della composita giunta Pisapia: a un assessore al Bilancio, Bruno Tabacci, che avrebbe ceduto volentieri la maggioranza di Sea, si è contrapposta una sinistra che gridava alla «svendita» degli aeroporti. Tanto svendita non deve essere stata, visto che sul mercato gli acquirenti sono mancati.

La seconda questione è che il mancato decollo della quotazione Sea è l’ennesimo colpo per la credibilità dell’utilizzo della Borsa da parte delle nostre imprese. Nel corso del 2012 - e in dicembre il calcolo è da considerarsi ormai definitivo - due sole società hanno deciso di andare sul mercato azionario a chiedere soldi. Una è il marchio del lusso Brunello Cucinelli, tipico campione di categoria del made in Italy, in forte espansione sui mercati esteri. L’altra è per l’appunto la Sea che aveva destinato parte - 160 milioni - dei soldi che avrebbe raccolto in Borsa a pagare, proprio a Comune e Provincia, un dividendo straordinario. Presentarsi in Borsa con un azionariato già litigioso e dati e progetti men che chiarissimi non solo - come si vede - non paga, ma rischia anche di allontanare ancora di più gli investitori da Piazza Affari. 

 

Una riflessione merita anche il ruolo di F2i, il fondo per le infrastrutture partecipato dalla Cassa Depositi e Prestiti - a sua volta controllata dal Tesoro - da grandi banche come Intesa-Sanpaolo e Unicredit e dalle fondazioni bancarie. Il fondo guidato da Gamberale ha una natura privatistica, ma una missione di investimento nelle infrastrutture che, unito alla composizione del suo azionariato, gli dà un’aura istituzionale. Il suo atteggiamento nella vicenda Sea è una legittima difesa del proprio interesse a conquistare la maggioranza della società o tracima forse in un’esibizione muscolare più da «hedge fund» che da fondo per le infrastrutture? 

da - http://www.lastampa.it/2012/12/01/cultura/opinioni/editoriali/il-pasticciaccio-della-sea-in-borsa-HIOwQ2YNw2fu9yAqFZvjxI/pagina.html
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« Risposta #12 il: Dicembre 24, 2012, 06:44:34 »

Economia
22/12/2012 -  intervista

“Non conta il passaporto se chi investe crea sviluppo”

L’ad Caio: dagli americani un miliardo di dollari in 10 anni

L’azienda diventerà un polo di eccellenza mondiale

Francesco Manacorda
Milano


«Quel che importa non è l’origine del capitale, ma la sua destinazione. L’accordo appena firmato per Avio sancisce il riconoscimento della sua centralità nella filiera aeronautica globale e offre alla società un futuro di sviluppo». Parole di Francesco Caio, il manager che da un anno e mezzo è alla guida di Avio e ha coadiuvato gli azionisti Cinven e Finmeccanica nella vendita di buona parte della società a General Electric. 

 

Ingegner Caio, i soci escono dall’operazione con un beneficio tangibile. Ma l’Italia ci guadagna? 

«Ci guadagna se parliamo di economia reale, di università con cui lavoriamo, di possibilità per le nuove generazioni di siti dove si può crescere e imparare. Grazie a questa operazione, infatti, Avio diventa un centro di eccellenza per tutto il gruppo Ge sulle tecnologie delle trasmissioni meccaniche e delle turbine di bassa pressione, che dall’aeronautica potranno passare anche ad altri settori. È una transizione nel segno dello sviluppo, visto che Ge ha già cominciato ad articolare un piano di investimenti di circa un miliardo di dollari nei prossimi dieci anni». 

 

Ma non è un peccato che Avio, controllata da un private equity straniero, non sia tornata in Italia? 

«Se guardo a questo caso concreto e all’impegno sociale che ogni impresa deve avere, possiamo essere sereni con i colleghi dell’azienda, le università con cui collaboriamo e lo stesso governo che in questa transazione è stato molto vicino all’azienda. Siccome la soluzione trovata ha una logica industriale fortissima porterà a uno sviluppo che beneficerà tutte queste parti».

 

Quindi la nazionalità non importa? 

«Si può fare una riflessione più generale su quanti siano i grandi gruppi a capitale italiano in grado di crescere, ma intanto siamo di fronte alla realtà di altre imprese che sono cresciute anche grazie a mercati dei capitali molto più dinamici dei nostri. Del resto ho difficoltà a capire quale sia il passaporto degli investitori di Ge, che per identità e regole è identificato come gruppo Usa». 

 

Esiste il rischio che i grandi concorrenti di Ge, da Pratt & Whitney a Rolls Royce, taglino le commesse ad Avio ora che sarà una divisione del gruppo Usa? 

«Il nostro settore è un mondo complesso e con pochi attori: per questo su diverse tecnologie e programmi si è alle volte concorrenti e alle volte alleati. Quello di una caduta delle commesse non mi sembra un problema particolarmente rilevante». 

 

Nelle trattative di questi mesi, dove in gara con Ge c’erano anche i francesi di Safran, ha mai pesato il tema delle difficoltà che affronta chi investe in Italia? 

«Nel settore in cui operiamo tutti i concorrenti cercano capacità produttiva, ovviamente di altissimo livello, e quindi sono motivati a fare acquisizioni. In questo caso la voglia di investire si è unita alla decisione del governo di dettagliare gli impegni che eventuali investitori stranieri avrebbero dovuto prendere. Come Paese abbiamo molti problemi, è vero. Ma è anche vero che se ci sono competenze e processi di interazione chiari i capitali arrivano. E quando ci sono i capitali valgono le regole, non i passaporti»

 

Che cosa si devono aspettare i dipendenti di Avio da questa operazione? 

«Investimenti, crescita e formazione. Penso che ci possa essere grande soddisfazione a diventare centro di eccellenza di tutto il gruppo per alcuni settori». 

 

E lei che cosa farà? 

«Nei prossimi mesi ci sarà da gestire la fase di passaggio e lo sviluppo di questa integrazione con Ge. Lo stesso gruppo ha espresso il suo desiderio di avermi con sé sul versante dei motori ed possibile che finisca così».

 

Dalla fusione restano fuori le attività nell’aerospazio. Che cosa succederà? 

«Il successo del lanciatore Vega mette chiaramente Avio spazio tra i leader europei. L’azionariato della società aerospaziale resterà diviso, come oggi, tra l’81% di Cinven, il 14% di Finmeccanica e un 5% per le stock option dei manager. Una composizione coerente con il fatto che in tutto il mondo queste attività sono a cavallo tra pubblico e privato. Non escludo poi che nei prossimi anni ci sia un progresso di integrazione in Europa».

da - http://lastampa.it/2012/12/22/economia/non-conta-il-passaporto-se-chi-investe-crea-sviluppo-eM4TTzQGIeAcZmj2hGNFMM/pagina.html
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« Risposta #13 il: Gennaio 10, 2013, 07:42:43 »

Editoriali
10/01/2013

Un dibattito che dimentica il futuro

Francesco Manacorda

Nel giro di pochi giorni la campagna elettorale si è trasformata in una gara - quasi tutta e quasi sempre al ribasso - sul tema delle tasse. Complice qualche osservazione della Commissione europea alla struttura dell’Imu, che «potrebbe essere ulteriormente migliorata - ha detto Bruxelles - per aumentare la sua progressività», e ieri i dati dell’Istat che certificano come nei primi nove mesi del 2012 la pressione fiscale abbia toccato nuovi record, la politica si è appiattita su un dibattito che nella maggior parte dei casi non guarda al futuro ma tocca solo il presente. 

 

Con l’Imu appena saldata e i conti dell’Irpef per l’anno passato che ci aspettano al varco - mentre la riduzione del reddito disponibile è certificata anche dal crollo dei consumi - è quasi ovvio che una classe politica che non ha saputo o voluto riformare se stessa e la legge con cui è eletta si spenda in promesse di riduzione delle imposte. Lo fa, ovviamente, Berlusconi; lo dice Monti, spingendosi a pronosticare un punto di Irpef in meno; lo propone Bersani concentrandosi sulle aliquote più basse e pensando invece a inasprire le più alte.

 

Quel che manca, però, è per l’appunto un’idea di futuro. Meno tasse sul lavoro per spingere l’occupazione? Più tasse sui redditi alti per favorire la creazione di nuove infrastrutture? I fondi dell’Imu ai Comuni anche per favorire progetti di edilizia convenzionata per i giovani? Proposte non pervenute. Insomma, davanti a una campagna elettorale che durerà ancora un mese e mezzo, si preferisce spesso parlare alla pancia invece che alla testa degli italiani, toccando la ferita aperta delle tasse. 

 

Non è un caso che da quando la competizione è ufficialmente aperta il tema dei tagli alla spesa pubblica - dalla caccia alle inefficienze della pubblica amministrazione ai costi della politica - sia sostanzialmente scomparso, a parte qualche lodevole eccezione, dal dibattito pubblico. Perfino quel simbolo della «spendig review» che era Enrico Bondi è finito risucchiato nel vortice, chiamato al compito - forse non meno nobile, ma sicuramente di minore interesse generale - di fare la «moral review» ai candidati montiani. E non è casuale nemmeno il fatto che di evasione fiscale, dopo la stagione dei blitz balneari, si senta parlare poco o nulla. 

 

Meglio promettere, da qui a febbraio, mirabolanti modifiche sulle tasse. O addirittura arrivare all’apologia del «nero» come quella con cui ci ha deliziato ieri Berlusconi, sciorinando nel suo campionario elettorale anche la proposta - di per sé tutt’altro che sbagliata - di esenzioni fiscali per chi assume un giovane. Peccato che per spiegare l’effetto per un’impresa di prendere un nuovo lavoratore con il vantaggio delle esenzioni, il Cavaliere abbia pensato di dire incoraggiante che, «parliamoci chiaro, equivale ad assumerlo in nero».

 

La questione fiscale resta senza dubbio una questione fondamentale dell’economia italiana. Non solo per la profonda ingiustizia della divisione tra chi - lavoratori dipendenti e pensionati in primo luogo - paga tutte le sue tasse e chi invece le evade. Ma anche perché l’evasione fiscale delle piccole e medie imprese costituisce un indebito vantaggio competitivo e spesso rappresenta un incentivo a non crescere, mantenendo così un sistema produttivo frammentato che è un altro dei grandi problemi italiani. Ma concentrarsi solo su quanti soldi entrano nelle casse pubbliche, senza spiegare come e perché andrebbero spesi, rischia di essere un esercizio sterile che può placare le ansie di oggi ma non offre un progetto per domani.

da - http://lastampa.it/2013/01/10/cultura/opinioni/editoriali/un-dibattito-che-dimentica-il-futuro-wqd7X3pG7Dj4EW4MW7yZjN/pagina.html
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« Risposta #14 il: Febbraio 02, 2013, 05:48:30 »

Editoriali
02/02/2013

La giostra delle Procure

Francesco Manacorda


Sul caso Mps indaga la Procura di Siena, ma al tempo stesso ha aperto un fascicolo anche quella di Roma. E tre giorni fa si è mossa pure la procura di Trani.

Per inciso lo stesso ufficio giudiziario pugliese, così attento ai temi finanziari che in passato ha aperto un’inchiesta su Standard & Poor’s per il suo rating sull’Italia, ieri ha anche annunciato interrogatori legati ad un’indagine sul tasso Euribor. 

Dunque, in quel polverone, anche mediatico, che si leva attorno al caso Mps e che pure ieri è stato stigmatizzato dal Presidente della Repubblica, le molte sovrapposizioni tra iniziative giudiziarie rischiano di aumentare il grado di disorientamento dei cittadini in una vicenda che - per i suoi complessi aspetti tecnici - è di difficile comprensione. Ma soprattutto la moltiplicazione dei fascicoli rischia di sprecare risorse scarse a disposizione delle Procure e in ultima istanza di diminuire l’efficacia dell’azione giudiziaria. 

 

La frammentazione territoriale e allo stesso tempo la delocalizzazione di fatti per loro natura complessi come quelli finanziari - si troveranno agevolmente nella provincia di Barletta-Andria-Trani così come in quella di Bolzano correntisti del Monte che possono ritenersi potenzialmente danneggiati dalla condotta passata della banca - rendono di fatto una lotteria la ripartizione dell’azione giudiziaria delle varie Procure. Il criterio principe del luogo di consumazione del reato può subire una serie di deroghe: ad esempio il falso in bilancio può portarsi dietro l’ostacolo alle autorità di vigilanza con una diversa competenza territoriale. Chi primo arriva, si potrebbe dire, meglio apre il suo fascicolo. 

 

Del resto ogni Procura può indagare su ciò che vuole, almeno fino a un primo vaglio giurisdizionale che la dichiari eventualmente incompetente. E, fatta salva la questione della competenza, non è detto che piccole procure di provincia siano attrezzate al meglio per affrontare indagini che comprendono spesso complessi esami sui documenti e rogatorie internazionali. Parma, ad esempio, ha sofferto non poco per portare a termine con successo le indagini sul caso Parmalat. 

 

Di fronte a questo quadro e ai suoi rischi si potrebbe essere subito tentati di invocare un antidoto potente, che spinga decisamente nella direzione opposta: una centralizzazione netta del potere d’indagine, magari con la creazione di una Procura unica contro la criminalità finanziaria. Qualcosa che replichi quanto a suo tempo fatto con l’istituzione di una Procura nazionale antimafia, che peraltro si occupa solo del coordinamento delle indagini dei singoli uffici. Ma qui ci si trova subito di fronte a un dilemma classico: da una parte la necessità di accentrare e specializzare, al fine di renderla più efficiente, l’attività delle Procure; dall’altra il rischio insito in qualsiasi accentramento di poteri di una perdita di autonomia e di un possibile controllo «politico» sull’attività della magistratura inquirente. 

 

Sono i due estremi della questione, ma la loro esistenza non autorizza a rimanere immobili. Nella terra di mezzo tra la realtà di una Procura di Trani che indaga Standard & Poor’s e un’ipotetica Superprocura finanziaria c’è spazio per soluzioni mediate. Ad esempio la competenza attribuita alle Procure distrettuali - quelle sede di Corte d’Appello, che sono solo nelle città più grandi - proprio per la lotta alla criminalità organizzata o, come è stato deciso più di recente alcuni anni fa, ai reati di tipo informatico. E guardando fuori dai nostri confini esperienze simili esistono in Francia, dove dal 1999 esistono presso le maggiori sedi giudiziarie alcuni «poli finanziari» specializzati nelle indagini su questo settore. Spetta ovviamente alla politica, se riterrà che il problema si pone, scegliere la linea che riterrà più efficiente. Ma cambiare si può.

da - http://lastampa.it/2013/02/02/cultura/opinioni/editoriali/la-giostra-delle-procure-aSw93WuWD18Ev1d3N0IaNO/pagina.html
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