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Autore Topic: MASSIMO GIANNINI  (Letto 50340 volte)
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« il: Luglio 03, 2007, 09:54:58 »

IL COMMENTO

Pensioni, se la politica si arrende

di MASSIMO GIANNINI


"Pensions casinò". Dopo la sorprendente apertura di gioco che il ministro del Lavoro ha fatto ieri sulla proposta avanzata da Cgil Cisl e Uil, non c'è formula migliore di quella inventata da Giuliano Amato nel suo ultimo libro per descrivere la sempiterna trattativa tra governo e parti sociali. La riforma senza fine, stavolta, rischia davvero di diventare la fine della riforma. Al tavolo della cervellotica roulette previdenziale italiana, alla fine, il banco paga sempre. I padri vincono, i figli perdono.

Dopo mesi di appuntamenti mancati e di rinvii annunciati, Cesare Damiano annuncia l'ennesima capitolazione della politica, di fronte all'ennesimo veto del sindacato. Il governo è disposto a rivedere i criteri di attuazione dei coefficienti previdenziali, già fissati dalla legge Dini del 1995, ed è disponibile a sostituire con uno "scalino" a 58 anni dal 2008 e un sistema di incentivi nei due anni successivi lo "scalone" a 60 anni, già previsto dalla legge Maroni del 2004. In un colpo solo, non uno ma due passi indietro.
Accantoniamo per un momento la pur non trascurabile sequenza di impegni formali disattesi da Palazzo Chigi in quest'ultimo anno e mezzo. Dal Dpef dell'anno scorso (che prefigurava la riforma delle pensioni nella successiva Finanziaria) al protocollo d'intesa sottoscritto con Epifani Bonanni e Angeletti a settembre 2006 (che indicava il 31 marzo 2007 come termine per il raggiungimento di un accordo). Dal "dodecalogo" prodiano "non negoziabile" di dicembre (che stabiliva al punto 8 il "riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani") al "preambolo" del Tesoro di aprile (che stabiliva la chiusura della trattativa "prima del nuovo Dpef").

In quest'ultima settimana, piaccia o no alla Triplice confederale, sembravano acquisiti nel dibattito alcuni elementi sostanziali. Oggettivi, dunque non discutibili e per questo non disponibili. La rinuncia alla revisione dei coefficienti costerebbe, di qui al 2040, un punto e mezzo di Pil, portando la spesa previdenziale italiana al record europeo del 16,6%. La rinuncia all'applicazione dello "scalone" costerebbe, nel 2008, circa 4,5 miliardi di euro, che diventerebbero 10 miliardi l'anno a regime. Conclusione ovvia: "I soldi per eliminare lo scalone non li abbiamo, e anche se li avessimo riterrei sbagliato metterli in un'operazione di questo tipo". L'aveva detto Massimo D'Alema ad un Epifani piuttosto contrariato, durante un ruvido faccia a faccia a Serravalle Pistoiese. Solo quattro giorni fa.
Nel giro di un week-end, queste amare ma banali verità sembrano già dissolte. Le parole di un vicepresidente del Consiglio (politicamente impegnative, perché traducono fedelmente la linea del ministro dell'Economia) svaniscono nel vento. Se quella di Damiano non è solo una posizione personale, il governo è pronto ad accogliere il surreale invito del leader della Cgil: si siede al tavolo senza la calcolatrice. Negozia a mani nude: sulla base della pura convenienza elettorale, e senza nessun criterio di sostenibilità attuariale. Concede al sindacato esattamente quello che il sindacato ha chiesto.
Il governo depone la calcolatrice matematica.

Superare lo schema dello "scalone" è un giusto obiettivo di equità, che il programma dell'Unione aveva indicato chiaramente. Ma il sistema alternativo non dà alcuna garanzia per la tenuta dei conti previdenziali di qui al 2011. Al contrario, rischia di aggravare gli squilibri. Lo stesso esperimento della legge Maroni, nella somma algebrica tra le erogazioni rinviate e i minori contributi versati, dimostra che il meccanismo degli incentivi non funziona. Non solo: prevedere che a fine periodo si torni automaticamente allo scalone, nell'ipotesi di un risultato insoddisfacente del triennio di "sperimentazione", è un puro atto di autolesionismo. La minaccia possibile produce un esodo prevedibile: di qui al 2011 non si troverà un solo "pensionando" disposto ad accettare il rischio, e a restare al lavoro in cambio di una manciata di spiccioli.
Ma il governo depone anche la calcolatrice politica. Per non incrinare l'asse con la sinistra (da Rifondazione al Pdci ai Verdi) si acconcia ad accettare l'idea di un'altra "non-riforma" delle pensioni. Per non fare un torto all'ala dura della Fiom (che tiene palesemente in ostaggio Epifani) si adatta a un nuovo compromesso al ribasso. Per non disturbare 129.500 "anziani" (tanti sarebbero nel 2008 i cinquantasettenni "pensionabili" coinvolti dallo scalone) fa l'ennesimo torto ad alcuni milioni di giovani. Costretti a pagare oggi, con i loro contributi attuali, gli incentivi di chi vuol restare e la pensione di chi se ne vuole andare. Condannati a non avere domani, senza un decente "terzo pilastro" previdenziale, uno straccio di pensione per se stessi.

Così la politica non è più arte del possibile. Diventa solo arte del rinvio. Il centrosinistra commette lo stesso "delitto" che aveva giustamente imputato al centrodestra. La legge Maroni aveva rinviato di tre anni la sua efficacia, scaricando su un futuro governo l'onere di difendere una scelta impopolare. Il lodo Damiano rinvia di altri tre anni la resa dei conti, scaricando su un futuro governo la responsabilità di compiere una scelta risolutiva. E soprattutto, scaricando ancora una volta sui giovani il "costo" di un patto inter-generazionale che non hanno mai potuto sottoscrivere, ma hanno solo e sempre dovuto subire.
Il Partito democratico deve servire anche a questo. Un governo riformista non può farsi imporre la linea da un sindacato. Un leader riformista non può sacrificare, ancora una volta, il tutto per una parte. Oggi vale per Prodi, a ottobre varrà per Veltroni.

(3 luglio 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #1 il: Luglio 07, 2007, 06:48:47 »

Il retroscena

Lo sfogo di Massimo: qui crolla la baracca

D'Alema mediatore d'attacco sulle pensioni: «Stavolta stiamo rischiando tutti e si va a casa» 

 
Sulle pensioni c'è il rischio di «prendere la facciata», insieme al rischio di «perdere la faccia davanti al Paese e all'Europa». Ed è un avviso che Massimo D'Alema trasforma in un appello, rivolto al presidente del Consiglio e agli alleati di Rifondazione. Stavolta nessuno potrà rinfacciargli di aver complottato contro Romano Prodi. Semmai ieri il ministro degli Esteri si è adoperato nel tentativo di ricondurre tutto alla ragione.

Lo «scalone » non è un santo Graal, sulla riforma della previdenza non si può scatenare una guerra di religione, tantomeno va interpretata come una sfida tra riformisti e massimalisti, «perché stavolta qui non rischia solo qualcuno, qui rischiamo tutti.

Si sfascia la baracca, si va a casa».

È la ferrea realtà delle cose che impone un compromesso, in questo senso a D'Alema forse non saranno nemmeno piaciute le conclusioni dai toni ultimativi del premier, che al vertice prima della riunione di governo ha parlato al ministro del Prc Paolo Ferrero perché Fausto Bertinotti intendesse. «Ci sono dei margini? Potete scostarvi dalla vostra ultima proposta? ». «No, Romano, per noi questa è l'ultima mediazione».

E invece «bisogna trovare una soluzione», così si è espresso il vicepremier, ripetendo quanto aveva detto al leader della Cgil Guglielmo Epifani durante il dibattito di Serravalle Pistoiese: «I soldi per cancellare lo scalone non ci sono, si tratta di cifre insostenibili per il nostro sistema. E se anche quei soldi ci fossero, comunque andrebbero impegnati in altri settori nell'interesse del Paese». Nessun diktat, nessun desiderio di far ingoiare un rospo agli alleati del Prc, bensì l'invito a una visione più concreta, a un realismo «di sinistra ».

D'Alema vorrebbe rifuggire dalla logica celodurista che si sta facendo strada, e che ad un esponente del governo ricorda «la famosa scena del film con James Dean, Gioventù Bruciata, in cui il duello a chi frena per ultimo con l'auto, prima del burrone, si risolve in tragedia». Ecco a cosa somiglia la decisione di Prodi di presentare venerdì prossimo in Consiglio dei ministri l'ultima proposta, e lo show down rivela un deficit politico o forse il desiderio di forzare la mano per altri fini. D'Alema è consapevole che il governo è in una fase preagonica, e teme si arrivi all'accanimento terapeutico.

Anche in questo caso constata la realtà delle cose. Ieri gli avversari del Polo, leggendo la sua intervista al Corriere, hanno notato il modo crudo in cui ha illustrato la posizione del Paese sullo scenario internazionale, paragonando l'Italia a «una provinciale di lusso che lotta per non retrocedere». Nel fronte berlusconiano resta il rammarico, unito a continui segnali di riconoscimento. «D'Alema è D'Alema», sostiene Donato Bruno, uno degli uomini più vicini al Cavaliere: «Lui è uno che non stacca mai. Anche quando è andato a Valencia a vedere le regate di Luna Rossa non ha smesso di lavorare». Se è vero che per il vicepremier c'è il rischio di «prendere la facciata» e di «perdere la faccia» sulle pensioni, e che su quel tema vanno concentrate tutte le energie, gli sarà parso ieri surreale l'estenuante dibattito in Consiglio sui costi della politica.

E non solo perché il governo detiene il record di poltrone seggiole e sgabelli, dunque non ha il pedigree per impancarsi, ma anche perché così si liscia involontariamente il pelo all'antipolitica, che a D'Alema fa venire l'orticaria. Eppoi il clamoroso conflitto con il ministro della Difesa sulla nomina del nuovo capo di Stato Maggiore, «che con una sua intervista ci creò seri problemi internazionali », testimonia «la mancanza di collegialità» nel governo, è la dimostrazione dello scollamento.

Nelle liti D'Alema vede «la tradizione autolesionistica del centrosinistra italiano, che è democratico, molto democratico, talmente democratico da rasentare la confusione». Aspetta che Walter Veltroni, almeno nel Pd, metta un po' d'ordine se ci riesce, e «rispetti i patti». C'è chi dice che tra i due siano riaffiorate vecchie ruggini, chi invece giura che non sia così, e che all'orecchio del ministro sia arrivata una battuta del sindaco di Roma: «Meno male che c'è Massimo a tenere alta la bandiera ». «Massimo», che pensa «a un futuro all'estero», potrebbe essere costretto a tardare, per sopraggiunti impegni in Italia.

Francesco Verderami
07 luglio 2007
 
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« Risposta #2 il: Luglio 18, 2007, 10:02:27 »

La mossa della Bonino sulle pensioni L'ultimatum?

Un azzardo calcolato 

 
Magari alla fine si rivelerà solo una pantomima. Il ministro per gli Affari europei, Emma Bonino, radicale, che rimette a Romano Prodi il mandato, senza però dimettersi. Il premier che le chiede col cuore in mano di rimanere. E lei che in qualche modo trasforma l'ultimatum in un altolà. Ma il gesto ha una sua plausibilità, almeno per le motivazioni che lo accompagnano.

E rivela comunque un grande tempismo

Spedire una lettera al premier avvertendolo che lascerà l'incarico se passa una riforma delle pensioni «sotto le pressioni della sinistra comunista e di alcuni leader sindacali », per la Bonino è un azzardo calcolato. E tutt'altro che solitario. Il ministro sa di dar voce ad un fronte vasto, eterogeneo e con addentellati internazionali; e di poter contare su una filiera di alleati nell'opposizione, ma anche all'interno del centrosinistra. Le parole dette l'altroieri al Parlamento dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, sono un appiglio vistoso. Gli avvertimenti arrivati nei giorni scorsi a Palazzo Chigi dall'Europa costituiscono un'altra sponda solida. E nella stessa Unione, non solo la Margherita di Francesco Rutelli, ma anche settori dei Ds e il candidato alla segreteria del Pd, Walter Veltroni, hanno condiviso l'allarme di Draghi. L'impressione è che la Bonino si sia mossa dopo avere misurato e pesato questo schieramento. La reazione accorata di Prodi, il «no comment» di Fausto Bertinotti e le repliche stizzite dell'estrema sinistra fotografano i destinatari politici della provocazione. L'effetto che potrà avere, invece, è meno facile da decifrare. L'impressione è che Palazzo Chigi sia stato colto parzialmente di sorpresa. In questo anno i radicali sono stati alleati fedeli di Prodi. E hanno assecondato soprattutto i tentativi di modernizzazione economica, per quanto frustrati. Non a caso, il sodalizio sembra incrinarsi nel momento in cui prende corpo una riforma osteggiata dall'Europa e imposta soprattutto dall'area comunista dell'Unione; e al suo posto riemerge quasi di rimbalzo il radicalismo «liberista ».

È un tentativo un po' disperato di ipotecare l'ultimo tratto dei negoziati sulle pensioni; e di imprimere una piega diversa da quella che ormai la maggioranza dà per scontata. Il problema è che i rapporti di forza non consentono al presidente del Consiglio e al ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, un ripensamento che terremoterebbe il governo. L'invito a «ripensarci» che arriva da Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi sembra scontare un eventuale abbandono della Bonino. È come se le cose fossero andate troppo avanti per essere rimesse in discussione. D'altronde, l'asse con l'antagonismo e i sindacati garantisce la sopravvivenza di Prodi. Si sapeva anche prima, però. La novità è che un frammento dell'«altra maggioranza» sembrerebbe non accettare più questo fatto compiuto. È come se si appellasse a Palazzo Chigi e agli alleati che condividono il malumore, perché battano un colpo: quello che a lungo gli stessi radicali non hanno battuto.

Per il momento, l'unica risposta viene dai socialisti di Enrico Boselli: sono pronti a passare all'appoggio esterno del governo, se la Bonino si dimette davvero. L'incognita è proprio questa. Il premier esorcizza l'abbandono. «Non intendo neppure prendere in considerazione la tua ipotesi di remissione del mandato», dice Prodi. «Sapremo coniugare equità e rigore». È la prosa di chi non pensa di cambiare strada. Non crede fino in fondo alle dimissioni del suo ministro.

E semmai ritiene che l'iniziativa possa circoscrivere le ultime resistenze della sinistra comunista. È un gioco sempre più acrobatico, però: anche per la Bonino. Il messaggio che arriva al Paese oltre le dietrologie, comunica un senso di precarietà crescente. Aumenta le scommesse su una crisi di governo al massimo in autunno. E dilata la sensazione di una riforma delle pensioni «fatta in casa», trascurando le indicazioni europee e regalando ancora all'area comunista il ruolo di regista dell'Unione: poco importa se meritato o millantato.

Massimo Franco
18 luglio 2007
 
DA corriere.it
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« Risposta #3 il: Luglio 21, 2007, 11:57:16 »

IL COMMENTO

Il riformismo possibile di un governo di coalizione

di MASSIMO GIANNINI


TRA SCALONI che scendono e scalini che salgono, finestre che si aprono e finestre che si chiudono, Romano Prodi attraversa il "cantiere delle pensioni" portando a casa un compromesso dignitoso. La sopravvivenza è garantita, almeno fino all'autunno. Il passaggio era insidiosissimo. Per la prima volta dopo la Finanziaria, il governo di centrosinistra era chiamato a rimettere in discussione vantaggi e privilegi della sua costituency politico-culturale. Non più solo una lenzuolata di liberalizzazioni a scapito di chi probabilmente simpatizza per l'opposizione, ma un fazzoletto di limitazioni a danno di chi notoriamente vota per la maggioranza. Non più solo un sacrificio richiesto ai tassisti o ai commercianti, ma un beneficio sottratto a Cgil Cisl e Uil. E quindi per la strana "proprietà transitiva" della sinistra italiana, un maleficio imposto a Rifondazione e al Pdci.

Forse è esagerato parlare di una "svolta storica per il Paese", come fa il premier. Ma sia pure con un ritardo di quattro mesi sulla tabella di marcia, e in un clima di diffuso scetticismo (se non addirittura di palese disfattismo), il governo esce tutto sommato indenne da un test politico importantissimo. E se la parziale riscrittura del patto previdenziale firmata nella lunga notte di Palazzo Chigi non si può festeggiare come un trionfo dei "riformisti", non si può neanche giudicare come una vittoria dei "massimalisti". Qualunque giudizio di merito si dia di questa riforma, a sentire dalle reazioni che ha innescato segna senz'altro un punto a favore di chi (dalla Bonino a Rutelli) insisteva per un atto di coraggio da parte del governo. E un punto a sfavore di chi (da Giordano a Diliberto) si considerava impropriamente la "guardia rossa" dell'esecutivo.

Se si giudicasse con i criteri dell'idealismo, senza conoscere niente del passato e del presente dell'Italia, senza sapere nulla delle sue prassi consociative e delle sue incrostazioni corporative, senza alcuna consapevolezza della disomogeneità culturale delle sue maggioranze e della fragilità istituzionale della sua democrazia, questo accordo andrebbe bocciato.

In tutta Europa, dalla Gran Bretagna all'Olanda, si va in pensione a 65 anni. L'ultima riforma varata in Germania innalza l'età di pensionamento addirittura a 67 anni dal 2030. Solo qui si può rischiare una crisi di governo se si innalza di un anno l'anzianità e si porta lo "scalino" a 58 anni. Solo qui si può rischiare l'ordalia nelle fabbriche se non si introduce la categoria dei "lavori usuranti" sconosciuta all'Occidente.

Se si giudica con i parametri del realismo, tenendo conto delle premesse concrete dalle quali si partiva, della fragilità politica della coalizione, della capacità d'interdizione della sinistra radicale, della forza d'urto della sinistra sindacale, questo accordo va promosso. È meno di quello che sarebbe servito, ma è più di quello che si poteva temere. Molto semplicemente, e senza troppi velleitarismi impensabili nell'Italia ingessata di oggi, è una prova di "riformismo possibile".

Sul piano tecnico, i pregi della riforma sono almeno due.
1) La nuova disciplina riporta un equilibrio tollerabile nelle dinamiche finanziarie del sistema. Assicura grosso modo gli stessi risparmi della Maroni. E, almeno nella fase iniziale, non lo fa a spese della fiscalità generale, ma attraverso una redistribuzione delle poste interne al perimetro previdenziale. In prospettiva restano diverse incognite sulla copertura. Preoccupa il "paracadute" introdotto dal Tesoro dopo il 2011: se a quella data il riordino degli enti non avrà dato i risparmi attesi (cosa per la verità assai probabile, se non addirittura certa) sarà necessario il ricorso a ulteriori aumenti contributivi. Tra quattro anni è dunque ragionevole temere un ulteriore aumento di pressione fiscale a carico della collettività. Ma nell'insieme l'edificio finanziario può reggere.

2) Il superamento dello scalone di Maroni è modulato con tempi e formule accettabili. Accantonata l'ipotesi nefasta dello "scalino più incentivi" (inefficace e già fallita come dimostrato dallo stesso superbonus sperimentato dal Polo), il governo ha adottato la più funzionale formula "scalino più quote". Con un correttivo non secondario, che infatti fa gridare la Fiom e i due partiti comunisti. Dopo il primo scalino a 58 anni nel 2008, ogni quota successiva risultante dalla somma tra età anagrafica e contributiva dà diritto alla pensione solo in presenza di un requisito minimo di età: 59 anni dal primo luglio 2009, 60 dal primo gennaio 2011, 61 dal primo gennaio 2013.

Con questo meccanismo si raggiunge un doppio risultato: si introducono di fatto altri tre scalini di innalzamento, e a regime si raggiungono gli stessi livelli di anzianità previsti dalla legge Maroni. È vero che il governo Prodi scende dallo scalone, riducendo l'età pensionabile da quota 60 (come prevedeva la legge del Polo) a quota 58 (come previsto dal primo scalino della nuova riforma). Ma è anche vero che a fine corsa raggiunge lo stesso traguardo. E salva il principio della "gradualità", che non può fare e non deve fare scandalo neanche per il più convinto dei riformisti.

La Maroni era rozza tecnicamente e diabolica politicamente proprio per questo: introduceva una disparità sociale a danno dei pensionandi dal primo gennaio 2008, e ne scaricava l'onere politico sul governo successivo. Bisognava uscirne, senza rinunciare a correggere le anomalie. Questo era scritto nel programma dell'Unione. Questo, onestamente, è stato fatto.

Se due sono i pregi, due sono anche i difetti.
1) La riforma rinvia ancora una volta la trasformazione definitiva del sistema previdenziale. Il tanto atteso passaggio al contributivo (tanto versa oggi il lavoratore attraverso i suoi contributi, tanto incasserà domani con la sua pensione) resta una chimera. Qui sta la colpevole rinuncia del governo, che cede ad un intollerabile veto sindacale: l'aggiornamento dei coefficienti di trasformazione, già previsto dalla Dini e già rinviato dalla Maroni, viene ulteriormente procrastinato al 2011. E quello che è peggio, viene affidato nuovamente a una misura discrezionale, e non automatica, come un decreto del ministro del Lavoro. L'esito è scontato: tra quattro anni ripartirà il tormentone, con i sindacati che si oppongono all'aggiornamento e il governo di turno che sarà costretto a un nuovo braccio di ferro. Siamo al rinvio del rinvio. Su questo si poteva e si doveva osare di più.

2) Preoccupa l'estensione delle categorie escluse. Archiviata la richiesta di Rifondazione, che per esigenze di classe avrebbe voluto esentare tutto il lavoro operaio, l'area delle categorie usurate si è ristretta, sulla carta, ai lavori "nocivi", agli addetti alle catene di montaggio, ai turnisti notturni. Dovrà decidere una Commissione, l'ennesima. Ma la platea degli esclusi dall'aumento dell'età rimane comunque molto vasta: circa 1 milione e mezzo di lavoratori. Quanto costa questa "clausola di salvataggio"? Difficile dirlo. Ma è un'altra probabile incognita finanziaria, oltre che un discutibile discrimine sociale.

Il tempo dirà il risultato pratico della riforma. Quello che si avverte fin da ora, nel bene e nel male, è il suo impatto politico. Dopo la firma apposta sul testo da Cgil, Cisl e Uil, per i partiti della sinistra radicale è più difficile rompere su questo l'alleanza. Giordano e Diliberto possono soffiare sul fuoco della rabbia dei duri della Fiom. Ma per ora, sia pure con la formula un po' ambigua della firma "per presa d'atto" apposta sul documento firmato nella notte, Epifani sembra reggere all'urto dei metalmeccanici di Cremaschi. Questo rende più stretto il sentiero di Prc e Pdci, che ora sono in evidente difficoltà. La prova sta nell'appello, improprio, che ora i due partiti comunisti fanno alle fabbriche, chiedendo ai lavoratori di esprimersi sull'accordo con un referendum, e scavalcando ancora una volta a sinistra i sindacati.

Ma l'arma appare spuntata. Hic Rhodus hic salta. La riforma delle pensioni non è una legge sulla fecondazione assistita, dove ci si può rimettere alla libertà di coscienza dei singoli. O la sinistra radicale considera come un "male minore" l'accordo siglato a Palazzo Chigi, e allora deve cercare di farlo accettare anche agli operai di Mirafiori. Oppure lo considera un "male assoluto", e allora si deve assumere la responsabilità di uscire dalla maggioranza, e di far rivivere al centrosinistra il terribile trauma del '98.

Quello che non può fare, è sospendere il giudizio e considerare la partita ancora aperta, lasciando che la coalizione arda a fuoco lento in vista del solito, palingenetico "autunno caldo". Se c'era una battaglia da fare, andava fatta prima dell'accordo. Adesso che è stato firmato, per una sinistra di lotta che voglia continuare ad essere anche sinistra di governo, c'è solo da difenderlo.

(21 luglio 2007)
 da repubblica.it
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« Risposta #4 il: Luglio 22, 2007, 02:37:05 »

POLITICA

Parla Il ministro degli Esteri: polemica sulla diffusione dei verbali

"Una crisi dal Prc sulle pensioni? Sconcertante". E sostiene il sistema tedesco

"Basta montature su Unipol"

Il vicepremier: salta lo stato di diritto

di MASSIMO GIANNINI


 "È pazzesco, pazzesco...". Quando gli avevano letto i primi lanci d'agenzia con le parole della Forleo, l'altro ieri pomeriggio, era in viaggio verso il Salento. E stentava a credere alle sue orecchie. "Un'altra volta? Ancora con quelle intercettazioni vecchie di anni, e totalmente prive di risvolti penali?". Massimo D'Alema era in macchina, e alternava rabbia e stupore. "Ragazzi, qui siamo fuori dello stato di diritto. Noi "complici"? E di quale reato? Quelle fantomatiche "notizie riservate" di cui parlavo con Consorte stavano su tutti i giornali... E poi, parliamoci chiaro: ma perché questa vecchia immondizia rispunta fuori proprio oggi?".
Il ministro degli Esteri faticava a trattenersi: "Dico la verità: sono abbastanza scosso. Voglio leggere bene quello che dice il Gip. Ma se è quello che mi hanno riferito, mi sento assolutamente tranquillo. Quella è solo cattiva letteratura. E le argomentazioni mi sembrano molto, molto fragili, anche dal punto di vista giuridico. Però...".
C'è un però, che il vicepremier ci teneva a sottolineare: "Non si può crocifiggere in questo modo un cittadino, formulando un giudizio che pare già una sentenza. Così salta per aria il sistema democratico...". Il giorno dopo, la rabbia è un po' sfumata. D'Alema non vuole entrare nel merito delle accuse formulate dalla Forleo. Ritrova invece la voglia di parlare di politica. Ma l'intervista non può che partire dal nuovo caso giudiziario esploso sui Ds per l'affare Unipol.

Ministro D'Alema, dunque siete stati "complici" del "disegno criminoso" ordito da Consorte?
"Ho troppo rispetto per la magistratura per commentare questa iniziativa, sulla quale si pronunceranno gli organi competenti. Confido nelle istituzioni, e confido in me stesso. Sono sereno, non ho nulla da nascondere e sono pronto a respingere fermamente ogni accusa, come mi è già capitato altre volte".
Ma stavolta il quadro è più opaco. Quelle parole sui soldi che mancavano per la scalate, quelle telefonate su Bonsignore, per esempio...
"Le ripeto, sono assolutamente sereno. Non do giudizi sul merito, al contrario di altri io rispetto la legge e prima di replicare aspetto che le carte siano state effettivamente trasmesse al Parlamento. Questo polverone riemerge per la quarta volta. È sempre lo stesso, non c'è un solo elemento in più. Anche in passato, ogni volta che sono stato accusato di qualcosa, ho dimostrato la mia totale estraneità ad ogni illecito e ho ottenuto il proscioglimento in istruttoria. Sono certo che andrà così anche stavolta, e sa perché? Perché ho fiducia che, alla fine, la macchina della giustizia renda giustizia a chi la merita. Perché ho sempre fatto politica in assoluta onestà e trasparenza. E continuo a farla. Continuo a occuparmi dei problemi del Paese, che sono molto più seri e importanti di questa spazzatura. E ora non mi chieda altro, perché finché non vedrò le carte ufficiali non ho altro da aggiungere, se non un ringraziamento per gli attestati di fiducia e stima che in questi giorni sono giunti, a me e al mio partito, da tanti cittadini e dal mondo politico".
Allora parliamo di pensioni, per esempio. Questa riforma è un davvero un buon compromesso, o un altro cedimento alla sinistra radicale?
"Questa riforma è un punto di svolta. È un nuovo successo del governo, che dovrebbe dimostrare a tutti, a partire dagli alleati nella coalizione, che la nostra azione da i suoi frutti. Pochi governi al mondo scontano uno squilibrio così stridente tra la sostanza delle cose che fanno e la percezione tra l'opinione pubblica dei risultati raggiunti. In un anno abbiamo arginato il tracollo dei conti pubblici, abbiamo aumentato il tasso di crescita del Paese, abbiamo riportato l'inflazione sotto la media Ue, abbiamo raggiunto risultati importanti in materia ambientale, abbiamo varato misure di giustizia sociale. Adesso è arrivata anche questa riforma delle pensioni, che riporta in equilibrio i conti della previdenza, raggiunge a regime gli stessi obiettivi della Maroni, ma con gradualità. Inoltre, si porta dietro un elemento perequativo di lungo periodo a beneficio dei giovani, e un aumento delle pensioni minime per oltre tre milioni di anziani. Capisco che alle élite il tema non interessa. Ma la povertà resta un enorme problema in Italia: non lo dico io, lo sostiene l'Istat".
E allora perché Prc e Pdci preannunciano battaglia in Parlamento? Perché la Fiom prepara una rovente campagna referendaria nelle fabbriche?
"Sono stupito da queste reazioni, per fortuna minoritarie. Tra l'altro, il superamento dello scalone, ma anche l'aumento graduale dell'età pensionabile, facevano parte del programma dell'Unione sottoscritto da tutti. Il sindacato confederale, nella sua migliore tradizione, ha trattato con noi interpretando l'interesse generale. Ha ottenuto per la prima volta un forte miglioramento dei trattamenti pensionistici di 3 milioni di persone. Lo può e lo deve rivendicare con orgoglio".
E se Rifondazione vi rifacesse lo scherzo del '98, aprendo una bella crisi in Parlamento proprio sulle pensioni?
"Lo troverei francamente sconcertante. Chi vuole la crisi perché questa riforma non è abbastanza "di sinistra" si accomodi pure: poi però non si deve lamentare, se è costretto a prendersi lo scalone della Maroni, a rinunciare agli aumenti delle pensioni minime e a perdere le garanzie per i lavori usuranti".
Il Polo vi accusa: avete fatto una riforma che è tutta una contraddizione.
"Il Polo non ha titolo per parlare. Berlusconi aveva fatto finta di risolvere il problema delle pensioni, con una legge iniqua e da far pesare sul futuro governo. Berlusconi aveva fatto finta di risolvere un sacco di problemi. Aveva fatto finta di sbloccare la Tav, che invece abbiamo sbloccato noi, concludendo l'accordo con la Francia e ottenendo i finanziamenti Ue. Aveva fatto finta di firmare il contratto del pubblico impiego, dimenticandosi di stanziare le risorse che noi abbiamo dovuto reperire. Aveva fatto finta di dare i fondi alla lotta contro l'Aids, mentre poi è toccato a noi onorare l'impegno con il G8. E' così su tutto: lui si è preoccupato della finzione, noi ci siamo occupati della realtà".
La destra fa del catastrofismo, voi fate del trionfalismo. Non so cosa sia peggio...
"Quale trionfalismo? Io sto ai fatti. Dopo un anno e mezzo, siamo al giro di boa. Smettiamola di pensare che ci sia un 'male esistenziale' che mina la vita di questo centrosinistra. Reagiamo a un'offensiva che fin dal primo giorno, e non solo da parte del centrodestra, ha cercato di mettere in discussione il diritto di questa maggioranza a governare il Paese. Con la riforma delle pensioni si chiude una fase. Ora è il momento di ridare slancio vero alla nostra azione riformatrice. Abbiamo appena concluso la stagione del rigore, stiamo cogliendone i frutti per redistribuirli nel segno dell'equità sociale, e dal prossimo autunno si tratta di concentrare gli sforzi su competitività, innovazione e sviluppo. Il bilancio reale per il governo è largamente positivo, non deve più essere offuscato dal chiacchiericcio e dalle polemiche inutili".
La legge elettorale non è chiacchiericcio. Perché avete scoperto il sistema tedesco? Si prepara un altro inciucio con Berlusconi, come teme qualche vostro alleato?
"Se la ricerca di un ampio consenso politico e parlamentare sulla riforma elettorale, sollecitata dal presidente della Repubblica, è ogni volta un "inciucio", allora siamo davvero tutti "inciucisti". Compreso Napolitano. Questa è davvero una polemica demenziale. Proprio noi gridiamo adesso all'inciucio, dopo aver accusato Berlusconi di non essere stato "inciucista" nella passata legislatura, e di avere approvato a maggioranza una legge elettorale mostruosa? La verità è che quando si parla di regole è sempre necessario cercare la più ampia intesa possibile".
Converrà che la sua virata sul sistema tedesco è quanto meno sorprendente...
"Io non ho mai nascosto la mia preferenza per un sistema maggioritario e uninominale a doppio turno. Ma resta sempre il solito, piccolo problema: non ha i numeri per imporsi in Parlamento. Il sistema tedesco può essere una valida alternativa, con le dovute condizioni che ne assicurino l'impianto bipolare, a partire dalle soglie di sbarramento. Del resto, di questa soluzione avevo già parlato pubblicamente cinque mesi fa: mi fa piacere che oggi registri un diffuso consenso".
Ma lei ne ha parlato con il Cavaliere? Vi siete incontrati?
"Non ho un colloquio privato con Berlusconi da almeno 4 o 5 anni. E del resto, com'è noto, in questi mesi mi sto occupando di politica estera. E anche su questo, me lo faccia dire, un po' più di serietà nel dibattito non guasterebbe".
Lei allude all'incidente diplomatico innescato dalle sue parole su Hamas?
"Sì, alludo. Non è stato un incidente diplomatico, ma una gigantesca montatura, l'ennesima, il cui solo obiettivo è di far cadere il governo. Io ho detto un'assoluta banalità: Hamas fa atti di terrorismo, ingiustificabili e condannabili, ma ha anche radici profonde nel popolo palestinese, e non è nostro interesse spingerla tra le braccia di Al Qaeda. Ho ripetuto quello che avevamo scritto insieme ai ministri degli Esteri dell'Europa mediterranea nella lettera a Blair. A Strasburgo il Parlamento europeo ha approvato all'unanimità i contenuti di quel testo in una risoluzione, con il voto degli eurodeputati della Cdl. E nel frattempo a Roma io, che ripetevo gli stessi concetti, venivo attaccato come un 'pericoloso terrorista'".
Parliamo di Partito democratico. L'accelerazione sulla costituente e la candidatura di Veltroni, se hanno ridato forza al Pd, hanno indebolito il governo. Non è così?
"No, penso esattamente il contrario. Parliamoci chiaro: il salto di qualità che ha dato Walter con la sua discesa in campo, fotografato puntualmente dai sondaggi, è stato utile anche per Prodi".
Sarà. E allora perché si continua a parlare in giro di una imminente staffetta tra Prodi e Veltroni?
"Già il fatto che se ne parli "in giro", come lei sostiene, rende la cosa poco plausibile. No, mi creda: se è vero che con Veltroni si rafforza il maggior partito del governo, allora è altrettanto vero che si rafforza anche il governo. Capisco che può sembrare un ragionamento semplicistico rispetto ai bizantinismi della dietrologia, ma questa è una verità elementare. Detto questo, è chiaro che la forza del governo dipende dal governo. Se, per esempio, si mostra orgoglioso e difende la riforma delle pensioni che abbiamo appena fatto, è un conto. Se la rimette in discussione il giorno dopo averla firmata, allora fa harakiri, ed è tutt'altro conto".
Ma è vero, come ha detto il presidente del Senato, che la candidatura di Veltroni nasce da un patto tra lei e Marini?
"Io non ho fatto nessun patto con nessuno. Ho appreso che Marini aveva incoraggiato Veltroni quando sono andato a parlargli. Siamo stati in molti a incoraggiare Walter. Io l'ho fatto subito, e con grande convinzione. Del resto, per andare in Campidoglio non c'è alcun bisogno di passare per Palazzo Madama".

(22 luglio 2007) 

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« Risposta #5 il: Ottobre 12, 2007, 12:13:48 »

ECONOMIA IL COMMENTO

La sindrome di Macbeth
di MASSIMO GIANNINI


PRODI attacca Almunia. Padoa-Schioppa contesta Draghi. Il governo vive la paura di Macbeth: quando ti sembra che la foresta di Birnam si muova e accerchi Dunsinane, vuol dire che il tuo regno è in pericolo. Vedi "anime belle" e nemici dappertutto.

Il comunicato ufficiale con cui il ministro del Tesoro ha voluto correggere i dati che il governatore della Banca d'Italia ha fornito l'altro ieri in Parlamento, durante la sua audizione sulla Finanziaria, è una novità assoluta e irrituale. Se non fosse nota l'indiscussa "cifra" personale e professionale dei due protagonisti, verrebbe da leggere in questo botta e risposta una grave rottura istituzionale. O, peggio, un becero duello rusticano che svilisce due preziosi "santuari" laici della Repubblica, come quello che nella scorsa legislatura vide contrapposti Antonio Fazio e Giulio Tremonti. Per fortuna, non c'è né l'una né l'altro. Mario Draghi dà ordini precisi ai suoi collaboratori: "Sdrammatizzare, sdrammatizzare. Se domani facessi una conferenza stampa con il ministro del Tesoro, direi che tra noi non c'è alcun problema. Ma semmai solo un giudizio diverso sulla velocità del risanamento".

Tommaso Padoa-Schioppa mostra altrettanta serenità, mentre passeggia per le vie di Firenze, dove ha tenuto una lezione all'Istituto Europeo, e prova a chiudere il caso con un po' d'ironia: "Quando c'ero io, in Banca d'Italia, certi errori non si facevano...". Eppure, lette in sequenza, le reazioni di Palazzo Chigi e del Tesoro ai rilievi sollevati da Bruxelles e da Via Nazionale tradiscono un eccesso di nervosismo. Svelano un'insidiosa sindrome da accerchiamento.

Il governo, dietro alle precisazioni contabili, ci tiene a chiarire un aspetto: la Finanziaria dello scorso anno conteneva misure più o meno discutibili, ma quello che è certo, cifre alla mano, è che ha riportato l'Italia sul sentiero virtuoso di un aggiustamento strutturale dei conti pubblici, anche rispetto agli impegni assunti con la Ue. È stato quell'aggiustamento strutturale che ci ha consentito di vivere di rendita, con la Finanziaria di quest'anno, che potrà a sua volta apparire discutibile, ma che non altera il percorso di rientro dal deficit e contiene misure di rilancio della crescita, tra sgravi fiscali e sostegni alle imprese.

E allora, se c'è un rammarico che Padoa-Schioppa avverte, ma che non confesserebbe mai, è probabilmente questo: perché, in due anni, il governatore della Banca d'Italia non ha mai risparmiato le sue critiche su ciò che non si è fatto, mentre è stato sempre troppo avaro di elogi su ciò che invece si è fatto? Animato da questo rammarico, dopo aver letto l'audizione di Draghi alla Camera dell'altro ieri, ha voluto marcare il punto "politico" con il comunicato: "L'ho detto questa estate, e lo ripeto oggi: agli italiani dobbiamo sempre dire la verità".

Il governatore, dietro alla replica affidata a un altro comunicato, prende atto dei chiarimenti del Tesoro, ma ribadisce la sua linea: "Il risanamento c'è, ma è troppo lento". Nelle telefonate serali di mercoledì, subito dopo l'audizione e mentre correva in macchina verso l'aeroporto alla volta di Londra, aveva capito che "da Palazzo Chigi ci erano rimasti un po' male". Ma ieri pomeriggio, nei colloqui a Palazzo Koch con i suoi colleghi del Direttorio, è stato ancora più esplicito: "Noi non sbagliamo le cifre, anche perché lavoriamo da sempre sui documenti ufficiali del Tesoro. Come si fa a dire che non abbiamo riconosciuto al governo ciò che ha fatto? Se si ha la pazienza di leggere quello che ho detto alla Camera, si vede che io nella prima parte del testo do atto al governo di aver messo in campo misure positive nel 2006. Certo, poi non nascondo che invece, dal punto di vista del risanamento, questa manovra del 2007 è un'occasione perduta...".

E questa posizione riflette fedelmente il contenuto del comunicato serale, con cui Bankitalia ribadisce che il rapporto deficit/Pil si riduce solo dello 0,5% tra 2006 e 2007, e appena dello 0,2% tra 2007 e 2008. "Si poteva e si doveva fare di più, non c'è nessuna ambizione sul fronte della spesa pubblica", è la posizione del governatore. Ma questo non significa che la Banca d'Italia voglia "sabotare" il governo. O voglia vedere sempre e solo il bicchiere mezzo vuoto della sua politica economica. "In quest'ultimo anno e mezzo - si dice a Palazzo Koch - abbiamo riconosciuto meriti espliciti all'esecutivo, nell'azione di medio periodo".

Fa fede, in effetti, l'ultima pagina delle Considerazioni finali, che il governatore ha scritto di suo pugno. A pagina 20 del testo letto il 31 maggio 2007 all'assemblea della banca centrale, l'ultimo capitolo comincia così: "Il Paese ha trasformato il proprio sistema bancario, ha iniziato a rimettere in ordine la finanza pubblica, ha ripreso a crescere...".

Chi ha ragione? Chi ha torto? La partita è aperta. Due cose sono chiare. La Finanziaria dell'anno scorso è stata un concentrato di impopolarità sociale, ma anche un capolavoro di intransigenza contabile. La Finanziaria di quest'anno è un concentrato di generosità elettorale, ma anche un capolavoro di negligenza riformatrice. Se questo è vero, c'è una terza cosa altrettanto chiara. La Banca d'Italia fa il suo mestiere. Il governo fa qualche fatica. Per questo si sente assediato, anche se non lo è.

(12 ottobre 2007)

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« Risposta #6 il: Ottobre 16, 2007, 11:58:00 »

ECONOMIA IL COMMENTO

La catena degli errori

di MASSIMO GIANNINI


Con tenace auto-accanimento terapeutico, il governo continua a farsi del male sul Welfare. Con la parziale modifica del testo di legge secondo le richieste avanzate dalla sinistra radicale, Prodi ha sfilato una piccola pietra, e adesso viene giù tutto il muro. Il cedimento è stato due volte colpevole. Primo, perché è l'ennesimo di una lunga serie. Secondo, perché ha di fatto sconfessato il referendum di una settimana fa, al quale hanno votato oltre 5 milioni di lavoratori.

Invece di usarlo come uno scudo, per blindare l'accordo sottoscritto con sindacati e Confindustria, il premier lo ha parzialmente disatteso, per ammorbidire Rifondazione e Pdci. Si capisce anche il perché: alla vigilia dell'insidiosa manifestazione di piazza di sabato, Prodi cerca di disarmare gli "antagonisti" della maggioranza. Ma non ci voleva il genio della lampada, per capire che questa mossa di pura realpolitik avrebbe re-innescato una rincorsa, prevedibile e perversa, tra i partiti e le parti sociali.

Così, all'insegna della tattica di piccolo cabotaggio, il governo rinuncia a una strategia di respiro più ampio. Il risultato è un incomprensibile "stop and go". Il premier prima fa un passo indietro, correggendo in Consiglio dei ministri il provvedimento sul Welfare e ottenendo l'astesione dei dissidenti Ferrero e Bianchi. Poi - di fronte alle legittime proteste di Cgil-Cisl-Uil e Confindustria, esposte di fronte alle rispettive basi all'accusa di non aver saputo negoziare con l'esecutivo le condizioni migliori - fa due passi avanti, assicurando che si resta allo "spirito del Protocollo di luglio".

Ma ora, in questa surreale catena degli errori, è di nuovo la sinistra radicale che non ci sta, rifiuta un altro passaggio in Consiglio dei ministri e replica il suo logico "indietro non si torna". Arriveranno la altrettanto logiche controrepliche: domani tocca al direttivo di Confindustria, dopodomani agli esecutivi di Cgil, Cisl e Uil. E così via, in un crescendo di conflittualità e di confusione che culminerà con la rituale e paradossale "parata" del 20: il corteo di lotta e di governo, in cui la sinistra sfilerà contro se stessa.

(16 ottobre 2007)

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« Risposta #7 il: Ottobre 31, 2007, 09:56:51 »

CRONACA
IL COMMENTO

Il tabù infranto della sinistra

di MASSIMO GIANNINI


FORSE è troppo illudersi che il pacchetto sicurezza approvato ieri dal governo sia il primo atto fondativo della "rivoluzione d'ottobre" avviata con la nascita del Partito democratico. Ma una cosa si può dire: con quei cinque disegni di legge varati dal Consiglio dei ministri la sinistra supera un suo atavico tabù.

Sfida la destra sui valori della legalità. E gli sfila il monopolio storico della lotta alla microcriminalità. Sappiamo bene che, qui ed ora, quel pacchetto ha un forte appeal propagandistico, più che un reale impatto politico. Si tratta di provvedimenti che se tutto va bene (perché il governo resiste) otterranno la ratifica parlamentare tra un paio d'anni. E se tutto va male (perché il governo cade) non la otterranno mai.

Inserire le norme in un decreto legge avrebbe avuto tutt'altro significato, nel dibattito pubblico tra i poli e nella vita quotidiana dei cittadini. Sappiamo altrettanto bene che, qui ed ora, quel pacchetto può produrre un certo effetto emotivo sulla società civile, ma nessuna efficacia pratica nei confronti di chi delinque. La certezza delle pene effettive, applicate nei tribunali dal potere giudiziario, conta più delle misure repressive decise a tavolino dal potere esecutivo.

Ma per la sinistra si tratta comunque di una svolta culturale importante. Di un tentativo di ridefinire la propria identità, non più solo in base ai vecchi ideologismi (bisogna comprendere prima di tutto le ragioni del reo) ma alla luce dei nuovi paradigmi (bisogna difendere prima di tutto i diritti della vittima). Con la consapevolezza che il vero "soggetto debole" è sempre e comunque chi subisce il reato, non chi lo commette. L'ala radicale dell'Unione è scontenta, i ministri dei partiti comunisti si sono astenuti.

Ma è difficile leggere una "deriva securitaria" da Codice Rocco, nell'introduzione di nuovi reati come l'impiego dei minori nell'accattonaggio o nell'attribuzione di poteri supplementari ai sindaci.
Nelle misure predisposte dal governo c'è il tentativo di fornire una risposta alle paure e alle inquietudini comuni alla stragrande maggioranza degli italiani. La prova sta nelle reazioni largamente positive dei sindaci del centrosinistra e nelle reazioni imbarazzate e imbarazzanti del centrodestra. Fini e Pisanu costretti a dire "non basta", e a ripescare la solita metafora stantia della montagna che partorisce i topolini, sono la prova di un disagio: la Cdl ha accusato un colpo che non si aspettava, tanto più su un terreno che considera da sempre di sua esclusiva competenza.

E invece, oggi più che mai, bisogna ripetere fino alla noia che la sicurezza non è né di destra nè di sinistra. Al contrario, nella modernità liquida in cui siamo immersi, è un valore trasversale per eccellenza. E la legalità, nel melting pot instabile in cui viviamo, è un principio bipartisan per definizione. Per questo preoccupa la risposta negativa che arriva dall'opposizione, di fronte agli appelli al dialogo che la maggioranza ha lanciato in vista del dibattito parlamentare. Ma ormai non c'è più da stupirsi: dalla legge elettorale alla riforma del Welfare, non c'è un solo "tavolo" al quale il centrodestra, ancora una volta militarizzato dal Cavaliere, sia disposto a sedersi. È un male per la democrazia, è un danno per il Paese.

Bisogna dare atto a Giuliano Amato di aver tenuto duro, di fronte all'intollerabile "fuoco amico" che la sinistra massimalista gli aveva scaricato contro in questi ultimi mesi. Quasi come se una delle menti più lucide del costituzionalismo italiano e del riformismo di matrice socialista si fosse trasfigurato nella semplice e bruttissima copia del vecchio sceriffo di New York Rudolph Giuliani. E soprattutto bisogna dare atto a Romano Prodi di aver lanciato un segnale di vitalità: nonostante tutti i conflitti interni alla sua coalizione, il premier dimostra una volta di più la sua tempra di combattente.

Il varo del pacchetto sicurezza è un altro passo nella terra incognita del nuovo riformismo. Per questo si può collegare, quanto meno idealmente, al lungo cammino cominciato sabato scorso dal Pd. Se non fosse tristemente nota la condizione di precarietà strutturale di questa maggioranza, verrebbe voglia di scommettere sulla lunga durata di questo governo. Purtroppo l'ennesimo voto a "geometria variabile", che l'Udeur di Mastella e l'Idv di Di Pietro hanno sfoderato proprio ieri sulla commissione d'inchiesta per il G8 di Genova, ci ha riportato immediatamente alla dura realtà.

(31 ottobre 2007)

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« Risposta #8 il: Novembre 18, 2007, 06:24:57 »

POLITICA

Ultimatum di Gianfranco Fini al Cavaliere: ha lacerato il centrodestra

"Berlusconi sbaglia e lo sa benissimo, purtroppo non lo riconosce"

"Cambio di strategia entro gennaio o ognuno andrà per la sua strada"

di MASSIMO GIANNINI

 
ROMA - Gianfranco Fini lancia l'ultimatum a Silvio Berlusconi: "Adesso basta - dice in questa intervista a Repubblica - è arrivato il momento in cui o questo centrodestra è in grado di trovare una soluzione unitaria, di ridarsi una missione, di rioffrire al Paese un progetto, oppure si prende atto che la coalizione non c'è più, e ognuno va per la sua strada. Tertium non datur... ". In assenza di una svolta concreta, il leader di An si spinge a delineare un possibile capolinea per la Cdl. "Io voglio rilanciare l'alleanza, sia ben chiaro. Ma non accetto che mi si diano pagelle. In questi 18 mesi di governo del centrosinistra noi abbiamo fatto tutto quello che potevamo per far cadere il governo Prodi. Ma non è servito a niente. Non voglio fare il grillo parlante, ma è ora che Berlusconi ne prenda atto".

Presidente Fini, la sua analisi non coincide affatto con quella del Cavaliere, che invece dice di aver lottato da solo, mentre voi facevate giochi di palazzo. E proprio per questo, a lei e Casini ripete "dopo tutto quello che ho fatto, solo io ho titolo per darle, le pagelle".
"Questo ragionamento per me è inaccettabile. Berlusconi sbaglia, e lo sa benissimo. Purtroppo non lo riconosce, e questo è l'errore più grande che sta commettendo. Ognuno di noi, in questo anno e mezzo, ha combattuto la battaglia politica. Con modalità diverse, con la presenza assidua dei senatori in aula, con manifestazioni di piazza. Io personalmente ho fatto un corteo a Roma con centinaia di migliaia di persone, ho organizzato convegni, ho incontrato le categorie, ho contrastato la maggioranza su tutti i temi, la sicurezza, la giustizia, il fisco. Nell'opposizione c'è stata una pluralità di sforzi. Nonostante questo, il governo non è caduto. Insomma, dopo 18 mesi vogliamo riconoscere onestamente che non sono serviti a raggiungere l'obiettivo? Vogliamo riconoscere che se nel Paese c'è una maggioranza che vuole mandare a casa Prodi, in Parlamento c'è una maggioranza che non vuole andare a elezioni anticipate?".

Berlusconi non pare convinto: dice che lui ha fatto "implodere il centrosinistra". E davvero così?
"Questo governo ha una maggioranza numerica, anche se non ha una maggioranza politica. Piaccia o no, questo è il quadro che ci si presenta dopo il voto del Senato sulla Finanziaria. Dobbiamo prenderne atto, una volta per tutte. E dobbiamo fare autocritica. Tutti, e sottolineo tutti. A partire dal risultato elettorale del 2006. Abbiamo perso per 24 mila voti: dove abbiamo sbagliato? Da allora ci siamo dati un obiettivo che non abbiamo raggiunto: dove abbiamo sbagliato?".

Tutte queste domande il Cavaliere non se le pone proprio. Lui vuole solo elezioni subito.
"Anch'io voglio le elezioni. Anch'io voglio mandare a casa Prodi prima possibile, perché questo governo fa solo danni al Paese. Lo ha detto anche Dini al Senato. Ma ora, con grande realismo, voglio chiedere a Berlusconi: qual è la strada migliore per raggiungere l'obiettivo? Quella seguita fino ad ora, evidentemente, non lo è. Lo dicono i fatti. Dopo il voto del Senato sulla Finanziaria c'è un solo modo per staccare dalla maggioranza numerica attuale quei 5 o 10 senatori, che sarebbero anche pronti a farlo, ma a condizione di non tornare a votare subito con questa legge elettorale, che per loro equivarrebbe al suicidio politico. E quel modo è l'accordo tra i Poli su una nuova legge elettorale, e possibilmente su quelle due riforme costituzionali che servono a garantire la governabilità".

Scusi se insisto. Ma Berlusconi ha detto che il dialogo sulle riforme è solo una perdita di tempo.
"Questo è un grave errore strategico. Continuare ad agitare lo spettro delle elezioni anticipate è un'assicurazione sulla vita per Prodi. Io capisco che in questi giorni Berlusconi ha i gazebo nelle piazze, e vuole galvanizzare i suoi. Ma lo aspetto al giro di boa".

E quale sarebbe il giro di boa?
"Guardiamo il quadro politico: alla Camera la Finanziaria passerà senza problemi, e il provvedimento sul Welfare sarà inserito nella stessa manovra, con un decreto su cui metteranno la fiducia. Dunque, per me il giro di boa è l'inizio dell'anno nuovo. Se in quel momento saremo in grado di rilanciare su basi nuove la nostra iniziativa politica, bene. Altrimenti ognuno andrà per la sua strada".

E nel frattempo? Cosa chiede a Berlusconi?
"Mi passi il gioco di parole: la vera cosa sbagliata, che Berlusconi non deve ripetere, è dire che non abbiamo sbagliato. Diciamo la verità: oggi il centrodestra è più lacerato di prima. Il grande consenso che registriamo nel Paese ci deriva dal fallimento cosmico di Prodi, più che dalle nostre virtù. Non abbiamo una posizione unitaria sulle riforme, cioè sulle regole del gioco democratico. E in assenza di nuove regole, a votare non si torna. Non solo: la prospettiva unitaria, ad oggi, è lontanissima".

E quindi?
"E quindi io chiedo: cominciamo a riflettere su nostri errori, per non ripeterli più. Smettiamola di dire solo "tanto prima o poi Prodi cade e noi rivinciamo", senza fare niente di costruttivo. Cominciamo a porci qualche domanda. Intanto, perché abbiamo perso le ultime elezioni? Forse è stato un errore non attuare il Patto per l'Italia, che aveva isolato le posizioni conservatrici della Cgil? Forse è stato un errore non occuparci della riforma della giustizia civile? Forse è stato un errore ridurre le aliquote Irpef, senza preoccuparci di inserire nella riforma il quoziente familiare? E poi, appunto: cosa facciamo se torniamo a governare il Paese? Non possiamo pensare di limitarci a un generico heri dicebamus. E infine, cominciamo ad elaborare una proposta sulla legge elettorale, e a discutere con il centrosinistra...".

Così allunghereste la vita di Prodi, le risponderebbe il Cavaliere.
"E vero l'esatto contrario. Io voglio che Prodi vada a casa, come e più di quanto lo voglia Berlusconi. E non voglio fargli sconti di nessun genere. È su questo che non ci capiamo. Io posso tranquillamente trattare con Veltroni sulla riforma elettorale, ma ciò non significa affatto che la mia opposizione al governo diventa meno dura. I fatti più recenti lo dimostrano: abbiamo attaccato il governo, senza pietà, sulla sicurezza nelle città come sull'immigrazione clandestina. An ha appena presentato una mozione di sfiducia per Padoa-Schioppa, sulla vicenda Petroni-Rai. L'equazione secondo la quale se tratto sulle riforme rendo la vita facile a Prodi la vede solo Berlusconi. Insisto, è vero l'esatto contrario: è più facile che Prodi cada se c'è un serio confronto sulla riforma elettorale, piuttosto che se non c'è niente di alternativo".

Infatti Prodi dice che al suo governo non c'è alternativa.
"Appunto. Vuole una prova ulteriore di quello che dico? Negli ultimi tre mesi vari cespugli dell'Unione, dalla sinistra radicale a Di Pietro o Dini, hanno minacciato di far cadere il governo sul pacchetto sicurezza o sulla manovra. Ma alla fine hanno sempre trovato il compromesso. Oggi è Mastella che minaccia la crisi. E la minaccia sul referendum elettorale, perché lì non esiste compromesso: o si fa, o non si fa. Quella è davvero la questione dirimente. Per questo dobbiamo smetterla di sottrarci al confronto".

Presidente Fini, andiamo sul pratico: se domani Veltroni la chiama, lei si siede al tavolo, anche senza il Cavaliere?
"Non c'è neanche bisogno che Veltroni mi chiami. Il confronto è già avviato. Sulle riforme costituzionali c'è in Commissione un testo già pronto per l'aula. Dobbiamo approfondirlo, perché il problema italiano, oltre che la legge elettorale, è anche il rafforzamento dei governi. Le due questioni si tengono: lo dimostrano l'esperienza francese, dove c'è il maggioritario abbinato al semi-presidenzialismo, e quella tedesca, dove il proporzionale si associa al cancellierato. In Italia, sui modelli elettorali la situazione è più complessa. Siamo divisi noi, ma la confusione è massima anche nel centrosinistra".

Veltroni ha fatto una proposta mista, italo-franco-ispanica. La convince?
"Il suo mi pare il tentativo di tenere insieme modelli non conciliabili. Ma soprattutto, Veltroni parla a nome di tutta la coalizione? Questo non l'ho proprio capito. Io, per parte mia, resto affezionato ad una logica maggioritaria e bipolare".

Quindi lei boccia il modello tedesco che molti, a partire dall'Udc, considerano l'unico possibile terreno d'incontro bipartisan?
"Ogni Paese ha la sua storia. E lo dico soprattutto agli amici dell'Udc. In Germania Schroeder si condannò alla sconfitta annunciando prima del voto che in nessun caso avrebbe mai fatto accordi con Lafontaine. In Italia, se lasciassimo i partiti liberi di decidere le alleanze dopo il voto, sarebbe il caos".

A proposito di Udc. Cosa dice il "borsino" dei suoi rapporti con Casini? Colpite uniti nella critica al Cavaliere, ma marciate sempre divisi per contendervi la sua eredità?
"La politica va oltre le questioni personali. Non c'è dubbio che sul sistema tedesco noi siamo fortemente contrari, mentre Casini è fortemente contrario al referendum. Ma abbiamo il dovere di cercare insieme una sintesi. Anche perché è evidente a tutti che, se c'è una possibilità di trovare un'intesa sulla riforma elettorale, questa nasce dal terrore diffuso nei confronti del referendum. E questo conferma che siamo stati lungimiranti a sostenere la raccolta delle firme".

Quanto le ha bruciato il Cavaliere che va a benedire Storace?
"Un vero leader dovrebbe lavorare per unire, non per alimentare i frazionismi".

Dica la verità: quanto l'ha amareggiata l'offensiva di Mediaset sulle sue vicende personali? Le sono bastate le scuse?
"Di nuovo, le questioni personali in politica non c'entrano nulla. Quando si parla di informazione, in Italia il primo problema è la Rai. Poi, certo, si pongono anche i problemi legati al duopolio. In ogni caso, il problema non è il rapporto privato tra Berlusconi e Fini. Il problema è la strategia e il destino di questo centrodestra".

Che secondo lei è a rischio...
"É a rischio, perché non si è fatto quello che ha fatto il centrosinistra con il Partito democratico. Loro si sono mossi, noi siamo fermi. Io ormai mi sono stancato di parlare del "partito dei moderati". Berlusconi ha detto che per lui è "un sogno nel cassetto". Peccato che poi ha buttato le chiavi...".

Ma secondo lei, a questo punto, la leadership del Cavaliere è in pericolo?
"Dipende solo da lui. Se continua a considerarsi infallibile, e a scaricare la colpa sugli altri, è chiaro che si indebolisce sempre di più".

(18 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #9 il: Novembre 27, 2007, 11:36:05 »

L'ANALISI

Partita doppia

di MASSIMO GIANNINI


CRONACHE da un altro mondo. Un partito laburista vince le elezioni con una solida maggioranza, 83 deputati su 150. Può governare da solo, anche se conterà sul voto coalizzato dei Verdi. Il premier conservatore, sconfitto, telefona al leader vincente: "concede" la vittoria, saluta e se ne va. Non è Marte. È l'Australia, dove la sinistra riformista di Kevin Rudd, dopo dodici anni di dure battaglie politiche, è tornata al potere battendo la destra conservatrice di John Howard. Miracoli del sistema maggioritario. Semplice, efficace, trasparente.

Le cronache del nostro mondo sono altrettanto "marziane". Ma per ragioni opposte. Raccontano di un Paese in cui fior di professori rimpiangono una mai esistita "età dell'oro" del proporzionale, fior di politici fingono di credere a un dialogo sulla riforma della legge elettorale con la ragionevole certezza che, purtroppo e salvo sorprese clamorose, un accordo per cambiarla non si troverà. Questa settimana si gioca un partita doppia. Veltroni scommette tutto nel confronto sulle riforme con i dirigenti dell'opposizione, Prodi scommette tutto nello scontro sul Welfare con i dissidenti della maggioranza. Ma forse, nell'uno e nell'altro caso, di realmente decisivo non ci sarà granché. Si è aperta una fase di grande confusione, e di grande fibrillazione. Nei due schieramenti prevale il posizionamento tattico, e non è ancora il tempo del ricollocamento strategico. Le vere scadenze, quelle esiziali, sembrano solo rinviate.

Si ballerà fino a Natale, e oltre. Sul Welfare, dopo tante retromarce e altrettante fughe in avanti, il governo sembra aver trovato un compromesso sull'unica scelta sensata, che in realtà non sarebbe mai dovuta tornare in discussione. Si torna al punto di partenza, cioè al testo varato in Consiglio dei ministri, sulla base dell'accordo sottoscritto con le parti sociali il 23 luglio, e approvato da 5 milioni di lavoratori con tanto di consultazione nelle fabbriche. Questa mossa ristabilisce le regole della concertazione, restituendo al loro ruolo negoziale la Confindustria e i sindacati.

Placa gli ardori "liberaldemocratici" di Dini, che avrebbe qualche difficoltà a giustificare la caduta del governo per un no alle norme sullo staff leasing. Scontenta la sinistra radicale, con la quale tuttavia il premier già prefigura misure di compensazione sulla lotta al precariato. In questo scenario, Prodi supera un altro ostacolo. Ma rimette il suo destino all'ordalia di fine anno, quando la Legge Finanziaria tornerà al Senato in seconda lettura. Solo lì, nella resa dei conti finale tra i centristi di Dini e i comunisti di Giordano e Diliberto, si capirà se il governo regge.

Anche sulla legge elettorale ogni possibile svolta è rinviata a gennaio. Sarà la Corte costituzionale, con il suo quasi certo via libera ai quesiti, a innescare sul serio la bomba ad orologeria del referendum. E solo in quel momento si vedrà chi vuole davvero un accordo, per impedirne lo svolgimento, e chi invece punta le sue carte sul pronunciamento del "popolo sovrano", per lucrarne i vantaggi. Ma nel frattempo, anche ieri, qualche movimento si è prodotto.

In attesa del primo faccia a faccia con Berlusconi, in agenda per venerdì prossimo, Veltroni ha incontrato Fini. Sul modello elettorale non c'è stata alcuna intesa, né poteva esserci. Il Pd oscilla, dal sistema tedesco al modello misto cucito su misura da Vassallo, tendenzialmente proporzionale. An, al contrario, per coerenza non si sposta dall'impianto bipolarista, e tendenzialmente maggioritario. Ma dopo quell'incontro si fissano almeno quattro punti fermi, sull'incerto sentiero delle riforme.

Primo: si può dialogare con tutti, anche con quelli che per un anno e mezzo ti hanno preso a schiaffi, gridando al golpe. Non è scritto forse nel programma dell'Unione che il centrosinistra non ripeterà l'errore del Titolo V, poi clamorosamente ribadito dal centrodestra con la devolution, e che nessuna riforma di sistema sarà più varata a maggioranza? Secondo: si deve dialogare con tutti, senza canali preferenziali con nessuno. Terzo: le leggi sul conflitto di interessi e sull'assetto del sistema radio-tv sono necessarie per la qualità della nostra democrazia, ma non possono essere merce di scambio nella trattativa con il Cavaliere. Quarto: si può e si deve dialogare su tutto, non solo sulla legge elettorale ma anche sulle riforme istituzionali: dal bicameralismo ai regolamenti parlamentari.

Forse è proprio quest'ultimo, il paletto più importante piantato da Veltroni con Fini. Se la stessa disponibilità sarà espressa anche dall'Udeur di Casini e dalla Lega di Bossi, forse cadrà la più inaccettabile delle pregiudiziali fin qui poste dall'opposizione. Berlusconi resterà l'unico a dire no alle riforme istituzionali, perché "sarebbero solo un espediente per far durare il governo Prodi". Se la sentirà il Cavaliere di assumere una posizione così ostinatamente solitaria, e così palesemente strumentale?

Il primo voto di Palazzo Madama sulla manovra doveva sancire un cambio di fase, e cambio di fase c'è stato. Doveva implodere il centrosinistra, è esploso il centrodestra. Ora è nella Cdl, ridotta ad "ectoplasma" secondo il suo stesso inventore, che si respira quel "clima libanese" che solo un mese fa Mastella denunciava nell'Unione. La berlusconiana "rivoluzione del predellino" ha rimesso in campo il piccolo Murat di Arcore, ma al prezzo di un profondo isolamento.

Può darsi che la tentazione del Cavaliere sia proprio questa, come ha scritto Roberto D'Alimonte sul Sole 24 Ore: far saltare tutti i tavoli, cavalcare selvaggiamente il referendum e presentarsi subito dopo alle elezioni in splendida solitudine. Uno contro tutti, a caccia del "premio" che lo farebbe governare da solo. Silvio e il suo popolo. Senza mediazioni, senza parrucconi. Per lui è un sogno, per noi è un incubo.

Oppure, al contrario, può darsi che nel suo inesauribile, parossistico "fregolismo" politico, il Cavaliere punti davvero a un governo di larghe intese, e poi al Quirinale. Dal bipolarismo coatto al bipolarismo contraffatto. Altro che lezione australiana.

(27 novembre 2007)

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« Risposta #10 il: Dicembre 11, 2007, 11:40:10 »

IL COMMENTO

Non si tratta con chi protesta così

 di MASSIMO GIANNINI

Dopo i taxi, i Tir, l'Italia è ancora una volta ostaggio delle minoranze corporative. L'inconsistenza delle classi politiche alimenta ed esalta l'arroganza delle categorie sociali. Manca un disegno collettivo, manca l'idea di un interesse generale. In questa "mucillagine", per usare una felice espressione del Censis, ogni rivendicazione, anche la più selvaggia, anche la più violenta, diventa possibile. Può anche darsi che gli autotrasportatori che dividono in due la Penisola, forse, tra tanti torti abbiano anche qualche ragione.

Ma quello che non è accettabile è che, per farla valere, minaccino i colleghi più "moderati", e soprattutto paralizzino un'intera nazione, scaricando il costo della loro vertenza sul resto del Paese. Bloccando le autostrade, facendo mancare gli approvvigionamenti di carburante, di pane, latte e altri generi alimentari.

Ha perfettamente ragione Romano Prodi, quando esprime la sua più totale "riprovazione" per certi metodi, che al posto della sana concertazione privilegiano il conflitto sistemico. Ed ha perfettamente ragione chi invoca la precettazione, visto che i blocchi stradali sono una violazione aperta delle norme di legge.

Il problema è che, troppo spesso, questi comportamenti irresponsabili pagano: in Italia un tavolo non si nega mai a nessuno. Lo dimostra ancora una volta l'epilogo della Vandea dei tassisti romani: caso unico al mondo, una categoria che esce da un provvedimento di "liberalizzazione" spuntando un aumento di tariffe del 18%.

E invece, con chi tiene sotto ricatto la collettività, non si dovrebbe mai trattare. Non c'è bisogno di scomodare la Gran Bretagna di Margareth Thatcher, che al tempo delle lotte durissime dei minatori inglesi ripeteva "niente birra e panini al numero 10 di Downing Street". Basta guardare alla Francia di Sarkozy, che ha retto l'urto dei ferrovieri e degli autotrasportatori per un'intera settimana. Alla fine hanno ceduto loro. E solo a quel punto hanno trovato udienza a Palazzo Matignon.

(11 dicembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #11 il: Dicembre 29, 2007, 12:03:31 »

ECONOMIA IL COMMENTO

Quando vince il partito del mercato

di MASSIMO GIANNINI


Tommaso Padoa-Schioppa è la metafora vivente del prodismo da combattimento. Non è un mago della comunicazione. È molto impopolare, perché se certamente non ha mai peccato, sicuramente ha più volte tassato. È molto testardo, e va avanti a dispetto delle accuse d'impeachment, delle imboscate parlamentari, delle proteste sociali.

Piaccia o no, il 2007 si chiude all'insegna di un doppio colpo del ministro dell'Economia. Un "impolitico" freddo, alla Thomas Mann, che suo malgrado si ritrova in prima linea a gestire le questioni più scottanti di questa legislatura rissosa come una curva, precaria come un co. co. co.

Il primo colpo riguarda l'Alitalia. Il via libera del consiglio dei ministri alla vendita ad Air France nasce dal blitz con cui Padoa-Schioppa è riuscito a convincere il premier ad anticipare i tempi della decisione politica, dopo la delibera "tecnica" già compiuta dall'azienda. Non avrebbe avuto alcun senso rinviare ancora la scelta, lasciando la nostra compagnia di bandiera in un limbo pericoloso fino a metà gennaio. Prevale il "partito del mercato" e soccombe il "partito dell'italianità". Un epilogo non scontato, visto che a sostenere la cordata di Air One c'era un folto schieramento bipartisan. Ma è la scelta più sensata, che massimizza il risultato per l'azionista Tesoro, rispetta l'autonomia del cda e tiene conto dei pareri degli advisor.

Nessuno si straccerà le vesti se Alitalia esce dall'asfittico giardinetto tricolore, per finire nel network del più grande vettore mondiale. Ci perderà qualche leader di partito, che non potrà più pretendere una rotta dedicata al proprio collegio, e magari dovrà rinunciare a piazzare l'amico boiardo o il cognato steward. Ci guadagneranno i passeggeri, che potranno volare con tariffe più basse sulle tratte dove crescerà la concorrenza. E se Alitalia cederà gli slot su Malpensa, anche il malessere del Grande Nord (strumentalmente cavalcato da Forza Italia e Lega) sarà sostanzialmente guarito.

Il secondo colpo di Padoa-Schioppa riguarda i conti pubblici. E questo era anche meno scontato. In un anno e mezzo l'Italia ha risanato il suo bilancio. Si può continuare a storcere il naso sulla qualità di alcune misure adottate, sulla carenza di tagli definitivi nei grandi capitoli strutturali della spesa pubblica, sull'insostenibile pesantezza del "saio fiscale" imposto ai contribuenti. Si può ripetere che la Finanziaria dell'anno scorso è stata troppo vessatoria, e che quella di quest'anno è stata troppo rinunciataria. Ma quello che oggi conta, al di là della debolezza permanente del messaggio mediatico, è la forza sorprendente del risultato aritmetico. Nel 2007 il deficit pubblico scende sotto al 2% del Pil, contro una stima iniziale del 2,8%: partiva dal 3,3%, ereditato dal governo Berlusconi. Il debito pubblico cala al 104,6% dal 106,8% della precedente legislatura, quando aveva raggiunto quota 1.575 miliardi, quasi 27 mila euro per ogni cittadino. L'avanzo primario cresce al 3%, contro lo 0 degli ultimi lasciti tremontiani. La spesa pubblica scende al 49,2%, e quella primaria cala addirittura al 44,4%. Persino la pressione fiscale si riduce dal 43,1 al 42,9%. E poco, ma è meglio di niente.

In meno di due anni, il governo è riuscito a correggere i conti dello Stato di 1,3 punti percentuali di Pil, più di 20 miliardi di euro. Il "tesoretto" non nasce per caso. L'esecutivo ha fatto molti errori, e persino alcuni danni. La sfida della modernizzazione, a partire dalle lenzuolate liberalizzatrici di Bersani, è stata parzialmente perduta. La partita vera, quella della crescita, è ancora tutta da giocare. Lo snodo cruciale del 2008 per rilanciare la domanda interna, attraverso la crescita congiunta dei salari e della produttività, è uno solo: rivedere il modello contrattuale, abbattendo il totem del "doppio livello".

Per riuscirci serve un governo coeso e capace di coordinare il tavolo tra Confindustria e Cgil-Cisl-Uil. Questo, fuori dalle generiche fumisterie delle conferenze stampa, è il vero "patto sociale" che serve all'Italia. Non riuscì a Prodi e Ciampi nel '98, forti del clamoroso successo del traguardo di Maastricht. Difficile che riesca oggi a Prodi e Padoa-Schioppa, fiaccati da una maggioranza politica tenuta in ostaggio costante da una minoranza ideologica.

Ma se anche cadesse domattina, le cifre del risanamento basterebbero a dimostrare che sulla politica economica Padoa-Schioppa ha fatto quello che doveva, pur giocando nell'unica "squadra" d'Europa che schiera non uno ma addirittura due partiti comunisti. E basterebbero a dimostrare che Prodi non ha governato inutilmente. Ha galleggiato, ma nel galleggiamento ha reso comunque un servizio utile al Paese, rimettendo in ordine la sua contabilità.

A Dini che da falso profeta del rigore grida "le sue sono promesse di un disperato" bisognerebbe squadernare questi numeri, che in un Paese normale sarebbero la base di partenza per qualunque verifica di maggioranza. A Berlusconi che da vero esteta del rancore urla "questo è il peggiore governo della storia" bisognerebbe ricordare cosa ha fatto lui, quand'era a Palazzo Chigi. Ma va capito, il "povero Silvio" in stile Cornacchione. Era troppo impegnato a fare la guerra alle toghe rosse, per potersi avventurare nella guerra agli evasori fiscali. Era troppo occupato a privatizzare le istituzioni repubblicane, per potersi preoccupare della privatizzazione di Alitalia. Il prodismo da combattimento non esalta i cervelli, il padoa-schioppismo di complemento non riscalda i cuori. Ma se l'unica alternativa resta il berlusconismo, conviene pensarci due volte prima di sciogliere la ditta.

(29 dicembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #12 il: Gennaio 17, 2008, 11:14:13 »

CRONACA IL COMMENTO

Istituzioni avvelenate

di MASSIMO GIANNINI


QUASI come l'Antigone di Sofocle, che nella cultura giuridica universale rimane il modello più alto e ineguagliato della "resistenza al potere", un paradosso estremo vuole che oggi sia addirittura Sandra Mastella ad incarnare il nuovo simbolo di un'altra "resistenza", quella del potere politico al potere giudiziario. Il terremoto che ieri ha travolto lei, il marito ministro e l'Udeur, non è una splendida tragedia greca, ma un bruttissimo dramma italiano.

Un dramma che annienta la trama già lacerata del tessuto repubblicano. Avvelena il campo già intossicato della dialettica istituzionale. E rischia di travolgere, insieme alle persone e agli organi che rappresentano, anche il governo.

L'inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere è in pieno corso. Le carte e i materiali d'indagine andranno dunque letti, capiti e approfonditi. Per l'ennesima volta, come già accaduto per l'inchiesta della procura di Potenza "Why not" e come ormai accade per la quasi totalità delle inchieste che riguardino i politici, il castello accusatorio riposa sulle intercettazioni telefoniche.

Con tutti gli elementi di ambiguità e di indecifrabilità che questi strumenti probatori si portano dietro, per colpa di una disciplina normativa oscura, carente e dunque inafferrabile, come Franco Cordero ha scritto più volte su questo giornale. Mai come in questo caso la cautela è d'obbligo. Ma per tentar di salvare qualcosa nello spazio non più "terzo" e ormai desertificato delle nostre istituzioni, dov'è diventato impossibile discernere il giusto giuridico e il bene politico, alcune riflessioni si impongono. E chiamano in causa, insieme, le due "caste": quella togata e quella eletta.

Per le toghe non è un periodo felice. Le vicende incrociate della Forleo e di De Magistris, se da un lato hanno ridato fuoco alle polveri del conflitto con i politici, dall'altro lato hanno suscitato più di una perplessità, sulle modalità di gestione dell'azione penale. A maggior ragione, da parte della Procura campana che indaga sui Mastella e sull'Udeur, sarebbe stata necessaria qualche accortezza elementare, a garanzia della onorabilità degli indagati e della credibilità dell'indagine. Nel metodo, ancora una volta un soggetto colpito da una misura restrittiva della propria libertà personale ha dovuto apprendere il fatto dalla tv, a scandalo ormai già clamorosamente scoppiato, piuttosto che dalla regolare notifica personale della Procura. Ne sono seguiti silenzi, mezze smentite, mezze conferme. Insomma, il caos. Ancora una volta, siamo al totale snaturamento degli istituti che regolano il funzionamento del diritto. Nel merito, si capirà meglio nei prossimi giorni. Ma certo, un ministro indagato per concussione e falso, sua moglie agli arresti domiciliari per tentata concussione, e un'altra ventina tra assessori regionali e sindaci dell'Udeur colpiti da provvedimenti restrittivi, di cui 4 addirittura in carcere, dovrebbero lasciar pensare a una rete pervasiva e capillare, di corruttela e di malaffare, che azzera un partito e fa vacillare il governo, mettendo a rischio la presenza nella maggioranza dei suoi 3 senatori. Una vera e propria Tangentopoli campana, intestata al ministro della Giustizia in veste di "collettore" di mazzette e di illeciti. Ebbene, ad una sommaria analisi delle ordinanze emesse dalla procura, si fa fatica a individuare questa "rete pervasiva" di malaffare. E soprattutto, quello che a prima vista non si vede è il denaro. Si vede la solita spartizione di poltrone di sottogoverno, che è propria delle lottizzazioni partitiche, nazionali e locali. L'inchiesta riguarda essenzialmente un gran giro di nomine nel settore sanitario, a partire dalle Asl, per le quali Mastella e i suoi esercitavano pressioni, ma di natura essenzialmente politica. Allo stato attuale, non si vedono scambi di soldi. Non si vedono appalti sui quali lucrare la percentuale.

Senza nessuna intenzione assolutoria, che sarebbe del tutto prematura ed impropria quanto un'opposta pretesa accusatoria, queste sono le prime impressioni. E se saranno confermate dai fatti, non si può non vedere una palese sproporzione tra le misure cautelari richieste per Sandra Mastella, ad esempio, e la sua effettiva "pericolosità sociale". Se pensiamo ad Ahmetovic, tanto per fare un esempio, c'è da restare basiti.

Per i politici è un periodo ancor meno felice. E qui lo si può dire. Lasciamo stare la signora Sandra, la cui "spiegazione" è involontariamente quasi comica: ci colpiscono per il nostro impegno cattolico, ha detto di lei e della sua famiglia, con un'uscita che voleva forse intercettare la corrente papista dopo l'infortunio laicista della Sapienza, ma che è davvero degna di miglior fortuna. In compenso, suo marito Mastella ha fatto un gesto di grande responsabilità istituzionale, a rassegnare subito le dimissioni da ministro, che Prodi avrebbe forse fatto meglio ad accettare. Ma nel suo intervento alla Camera le ha condite con un sovraccarico di aggressività quasi ideologica che non fa onore al suo gesto. Parlare di "caccia all'uomo", di "muro di brutalità", di giudici come di "frange estremiste" per le quali il Guardasigilli sarebbe un "nemico da abbattere": ecco tutta questa afflizione martiriologica è parsa sopra le righe, per un ministro che, al contrario del suo predecessore leghista, non ha certo messo a ferro e fuoco la magistratura.

Questo, purtroppo, è stato un drappo rosso agitato davanti agli scranni di un Parlamento che, delegittimato nel Paese, non aspettava altro. Se si può capire ed anche condividere sul piano umano, l'applauso scrosciante che ha accompagnato l'intervento del Guardasigilli ha un significato politico allarmante. Forse per la prima volta, è stato un applauso sinceramente bipartisan, che ha visto il centrodestra spellarsi le mani più del centrosinistra. E dove tutti gli interventi, da quello di Fini a quello di Bondi, hanno azzardato un solo implicito tentativo, quello che fu già di Bettino Craxi ai tempi di Mani pulite (noi non ci faremo processare da queste toghe) e hanno puntato a un solo esplicito obiettivo (sovvertire i ruoli, e mettere alla sbarra la magistratura). Persino il moderato Casini ha parlato di "giustizia a orologeria", e ha invocato la solita "emergenza democratica". Quasi come se la "Casta", tutta intera, si ritrovasse finalmente unita, non per fare le riforme, ma per tutelare se stessa da un'altra "Casta", e contro un altro potere dello Stato.

Politica e magistratura non usciranno mai da questa guerra, se non deporranno le armi della solita, ovvia autoconservazione corporativa, che finisce col perdere di vista, per sempre, il bene comune dei cittadini. Non ci si può scandalizzare, se nel fiume carsico dell'anti-politica e dell'anti-qualunque cosa, il Beppe Grillo di turno rievoca l'antica invettiva di Pasolini, che in uno dei suoi scritti corsari notava "c'è da chiedersi cos'è più scandaloso: se la provocatoria ostinazione dei potenti a restare al potere, o l'apolitica passività del Paese ad accettare la loro stessa presenza fisica".

Diciamo la verità. Un'emergenza democratica c'è davvero. Ma è molto più vasta di quella che vede il leader dell'Udc. Riguarda l'affidabilità delle nostre istituzioni. Tutte le istituzioni, perché l'una non è meglio dell'altra. E nessuna è esente da responsabilità, se lo spirito repubblicano ci appare oggi così tristemente e pericolosamente dissolto.

(17 gennaio 2008)

da repubblica.it
« Ultima modifica: Gennaio 28, 2008, 11:37:07 da Admin » Loggato
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« Risposta #13 il: Gennaio 22, 2008, 12:27:27 »

POLITICA IL COMMENTO

Il Paese dell'anomalia

di MASSIMO GIANNINI


NELL'esausta democrazia italiana, malata di opposti estremismi e di mutui immobilismi, è difficile anche morire.
Tra grandi montagne di rifiuti materiali e piccole vendette personali, le ultime ore di vita del governo di Romano Prodi sono un tormento politico e un calvario mediatico. Nulla è normale, lineare, fisiologico, nell'irrisolta e mai realmente compiuta Seconda Repubblica.

In qualunque altro Paese dell'Europa moderna una maggioranza cade in Parlamento, per una rottura politica che gli elettori capiscono, e di cui comprendono le ragioni. Solo in Italia il leader di un piccolo partito può annunciare la fine di una maggioranza politica in una conferenza stampa, e poi nel solito salotto di Porta a porta. Senza prima spiegare alle Camere le sue motivazioni, e senza rendere conto all'opinione pubblica delle sue decisioni.

La "rupture" di Clemente Mastella è il gesto irresponsabile di un ministro Guardasigilli che, colpito da una pesante e non del tutto convincente inchiesta della magistratura, ha trasformato se stesso in un martire, mai abbastanza "protetto" dai suoi stessi alleati. E fingendo di immolare se stesso sull'altare della persecuzione giudiziaria, ha finito per sacrificare il governo sull'altare della convenienza politica. Forse l'ha fatto per evitare comunque le forche caudine del referendum, come lasciano pensare le mosse dell'Udeur successive al via libera della Consulta ai quesiti. O forse l'ha fatto perché ha già in tasca un accordo con Berlusconi, come lascia sospettare la sua pretesa, del tutto irrituale, di ottenere "la crisi di governo e le elezioni anticipate".

Sta di fatto che questo, probabilmente, è l'atto finale con il quale si compie il destino di Prodi, e si avvera l'ormai celebre profezia di Fausto Bertinotti, che aveva paragonato il premier al Cardarelli di Flaiano, "il più grande poeta morente". È anche, verosimilmente, il rito di passaggio che finirà per riportare gli italiani alle urne, con tre anni di anticipo sulla regolare scadenza della legislatura. Ma neanche quest'ultimo strappo, al momento, è ancora sufficiente a trasformare una crisi virtuale, che purtroppo dura ormai da qualche mese, in una vera e propria crisi formale. C'è modo e modo di morire. E se proprio gli tocca, Prodi vuol morire a modo suo. In un modo che lasci il segno, non solo sulla sua immagine personale di questi giorni, ma anche e soprattutto sull'anomala transizione italiana di questi anni.

Per questo la sua strategia, messa a punto nella notte insieme ai colleghi ministri e ai leader del centrosinistra, prevede una serie di tappe che non appaiono del tutto scontate, e che potrebbero riservare persino ulteriori sorprese.

Prodi oggi non andrà a dimettersi nelle mani del Capo dello Stato, come gli chiede in coro il centrodestra ricompattato dall'eutanasia del centrosinistra. Si presenterà invece alla Camera, per il dibattito sulla giustizia, o facendosi approvare un ordine del giorno, o chiedendo esplicitamente la fiducia. La otterrà, perché nonostante tutto il Pd e la sinistra radicale non hanno alcuna intenzione di staccare la spina, e perché a Montecitorio il governo ha i numeri anche senza l'Udeur.

A quel punto, forte di questo imprimatur di un ramo del Parlamento, affronterà le forche caudine del Senato. E a Palazzo Madama, se nel frattempo non fosse riuscito un tentativo estremo di far rientrare Mastella, o quanto meno di convincere i dubbiosi del suo partito a recedere dal proposito di uscire dalla maggioranza, il premier potrà anche cadere. Ma nella caduta, marcherà a fuoco l'intollerabile anomalia del sistema politico-istituzionale: un voto disgiunto tra la Camera che dà la fiducia e il Senato che la nega, ultimo frutto avvelenato di una legge elettorale scellerata (il "porcellum"). E così segnalerà una volta di più l'urgenza di non interrompere il cammino del governo, perché anche ad esso è collegato il cammino delle riforme istituzionali ed elettorali necessarie a superare quell'anomalia di sistema.

Visto nell'ottica degli "addetti ai lavori", in questo percorso tortuoso c'è un elemento di valutazione che anche il presidente della Repubblica, quando sarà chiamato a decidere il da farsi, non potrà trascurare del tutto. Ma non si può negare che, visto invece in nell'ottica della gente comune, questo può sembrare un inutile, disperato bizantinismo del Palazzo romano.

Si può capire che Walter Veltroni, e con lui lo stato maggiore del Pd, faccia di tutto per sostenere il tentativo del governo. Ha vissuto con crescente disagio il dovere morale di intestarsene i problemi, dallo scandalo dei rifiuti a Napoli allo stesso caso Mastella. Ha dovuto procedere, con andatura a tratti schizofrenica, su un doppio binario: la condivisione forzata (esprimendo solidarietà politicamente "costose" perché altamente impopolari, per esempio a Bassolino e a Pecoraro-Scanio) e la vocazione maggioritaria (sostenendo costantemente la sfida ai "nanetti" dell'Unione sulla libertà del Pd di presentarsi da solo qualunque sia il sistema elettorale, che ha finito per far saltare i nervi all'Udeur).

Proprio oggi, nonostante tutto, Veltroni non può permettersi il lusso di scaricare Prodi, senza pagare a sua volta il prezzo di una co-gestione dei suoi insuccessi più recenti: dall'azione di governo allo stesso esito, purtroppo improduttivo, del dialogo sulla riforma elettorale.

Questo tema chiama in causa l'altro protagonista di questa fase cruciale. Non si capisce perché mai Silvio Berlusconi dovrebbe fermarsi, ormai a meno di un metro dal traguardo che insegue da un anno e mezzo di spallate fallite. Il Cavaliere ha tutto l'interesse a sbarrare la strada non solo alla sopravvivenza di Prodi, il che è fin troppo ovvio, ma anche a qualunque altra ipotesi che non contempli le elezioni anticipate. Governo tecnico-istituzionale compreso. Conoscendo il soggetto, già pareva difficile individuare la sua convenienza a fare un accordo con Veltroni sul "Vassallum" o sulla bozza Bianco, che avrebbe allungato la vita a un Prodi solido al governo.

Figuriamoci dove può essere il suo vantaggio ad assecondare l'operazione proprio adesso, appoggiando un tentativo ulteriore di un Marini o di chissà chi altro, con un Prodi ormai "morente" a Palazzo Chigi. Il richiamo della foresta, per il Cavaliere, è a questo punto troppo forte. E Fini e Casini, in queste condizioni-capestro, non possono resistergli senza dare ai rispettivi elettorati l'impressione di voler azzardare chissà quale inciucio.

Per questo, alla fine, l'epilogo di questa crisi saranno le elezioni anticipate.

Solo dopo averle vinte, semmai, Berlusconi potrà fare il nobile gesto da "costituente". E aprire lui, a quel punto, da sovrano illuminato e autocandidato al Quirinale, la stagione delle "larghe intese". È un'ipotesi suggestiva, che lo consegnerebbe alla Storia. Ma con il Cavaliere non si sa mai. In fondo, in lui si insinua sempre il dubbio che fu già di Groucho Marx: perché dovrei fare qualcosa per i posteri? Cos'hanno fatto i posteri per me?

Eppure, con l'ultimo audace colpo di dannunziano autolesionismo, è proprio a quest'uomo che un centrosinistra ormai a pezzi sta per riconsegnare le chiavi del Paese.

(22 gennaio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #14 il: Gennaio 24, 2008, 11:23:06 »

POLITICA L'EDITORIALE

Molti meriti, molti errori

di MASSIMO GIANNINI


Stavolta è finita sul serio. Il "guerriero", come l'ha orgogliosamente ribattezzato Diliberto, si è arreso. Triste destino, quello di Romano Prodi.

L'unico leader politico di centrosinistra che riesce a vincere contro Silvio Berlusconi per ben due volte, ma per una ragione o per l'altra non riesce a governare per più di 600 giorni. Il Professore ha combattuto fino all'ultimo, ridando uno straccio di orgoglio e un briciolo di dignità a quel pezzo di coalizione che l'ha sostenuto fino all'ultimo. Ma al Senato, il suo vero Vietnam, nulla ha potuto contro il "fuoco amico" dei proto-comunisti alla Turigliatto, dei soliti trasformisti alla Mastella, degli pseudo liberisti alla Dini.

Romano si è fermato a Ceppaloni. Si compie così il destino di un governo che ha finito per pagare un prezzo di immagine e di credibilità molto più alto dei suoi effettivi demeriti. Il risanamento dei conti pubblici in appena un anno e mezzo è un risultato vero, che già di per sé basterebbe a considerare tutt'altro che inutile la pur breve e rissosa stagione del "prodismo da combattimento".

Certo, Prodi ha commesso molti errori. Se dopo il voto della primavera 2006 avesse accettato l'idea di non aver stravinto una tornata elettorale sostanzialmente pareggiata, e avesse lasciato all'opposizione la presidenza di almeno un ramo del Parlamento, oggi forse racconteremmo un'altra storia. Se avesse saputo mettere in riga giganti e nanetti dell'Unione in conflitto permanente effettivo con la stessa grinta sfoderato in questi ultimi tre giorni di crisi, oggi forse non sarebbe caduto per mano dei suoi stessi alleati.

Se avesse compreso fino in fondo la strumentale irriducibilità della scelta ribaltonista consumata dalle truppe mastellate e dal manipolo diniano, oggi forse ci avrebbe risparmiato lo spettacolo, indecente per gli eletti e umiliante per gli elettori, di un Palazzo Madama trasformato in osteria, tra insulti, sputi e bocce di spumante.

Ma l'uomo è così. Alla fine ha prevalso la linea del "meglio perdere che perdersi". Meglio affrontare la sconfitta a viso aperto, offrendo in pasto al Paese il nome e il cognome dei congiurati che uccidono il governo, e degli sciagurati che hanno reso ingovernabile l'Italia, architettando alla fine della scorsa legislatura una riforma elettorale vergognosa che proprio ieri ha prodotto l'ultimo, insostenibile corto-circuito: la fiducia alla Camera, la sfiducia al Senato. Ora che il ciclo di Prodi è finito, quello che comincia è un'avventura in una terra incognita. È quella che Giulio Tremonti definisce la "crisi perfetta", quella dove nessuno controlla niente, e nessuno capisce come se ne possa uscire.

Sul terreno politico-istituzionale restano solo macerie. Per il Professore un reincarico è impensabile. Per un governo tecnico-istituzionale alla Marini i margini sono strettissimi. Per il centrosinistra non si vedono sbocchi unitari: la Cosa Rossa di Bertinotti e company riconquista l'allegra e irresponsabile adolescenza del non-governo e delle mani libere, il Pd di Veltroni sostiene il costo più alto precipitando nel baratro del governo, e rischiando di veder trasformata la sua legittima "vocazione maggioritaria" in una traversata nel deserto incerta e solitaria.

Per il centrodestra, in mille pezzi solo fino a due settimane fa, quando le mura della Casa delle libertà erano crollate sotto i colpi di piccone della "rivoluzione del predellino" del Cavaliere, si rivede invece un orizzonte unitario. E soprattutto si riapre la strada per Palazzo Chigi. Sarà difficile se non impossibile, perfino per il presidente Napolitano, fermare la "macchina da guerra" berlusconiana, che l'uomo di Arcore vuole lanciata a folle corsa verso il voto anticipato. Con tanti saluti alla crisi dei salari, al tracollo dei mercati, al referendum di Segni e Guzzetta. Sta per cominciare, temiamo, tutto un altro film. Berlusconi Tre. La vendetta. O l'eterno ritorno. Con la stessa legge elettorale, la "porcata" di Calderoli, che ha massacrato il sistema repubblicano. Con un'altra armata Brancaleone, che andrà dal neo-fascista Tilgher al catto-populista Mastella, incrociando l'eversore padano Bossi e forse lo stesso "traditore" toscano Dini. Con l'ennesima accozzaglia di mezzi partitoni e di micro-partitini che, per garantirsi la sopravvivenza, non esistano a tenere in ostaggio un'intera nazione. Povera Italia. Meritava di più.

(24 gennaio 2008)

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