LA-U dell'ulivo
Gennaio 17, 2018, 09:33:07 *
Benvenuto, Visitatore. Per favore, effettua il login o registrati.

Login con username, password e lunghezza della sessione
News:
 
   Home   Help Ricerca Calendario Login Registrati  
Pagine: 1 2 [3] 4 5
  Stampa  
Autore Topic: Notizie dal PAESE dei berluschini...  (Letto 17153 volte)
Admin
Visitatore
« Risposta #30 il: Ottobre 02, 2008, 04:07:41 »

L’intervista La presidente della Fininvest sarà proposta nel consiglio di amministrazione di Mediobanca alla prossima assemblea

«Il mondo è in piena crisi e Veltroni parla di regime...»

Marina Berlusconi: no alla speculazione, sì alla finanza buona



«Anche oggi i mercati ballano…». Marina Berlusconi si siede preoccupata, meno sorridente del solito, sul divano del suo salotto, quello dove normalmente sono appoggiati i giocattoli dei figli Gabriele e Silvio. «Unicredito?» chiede. Sì, ancora Unicredito ma anche Intesa comincia a soffrire, dicono le agenzie di stampa. Arrivano poi in rapida successione le note di Palazzo Chigi, del premier suo padre, e poi quelle del Tesoro, della Bankitalia. La situazione sembra rasserenarsi un po’. La giornata è ancora lunga. Ancora una volta il suo nome è apparso sui giornali in queste settimane per quella che si annuncia essere una svolta nella sua carriera: il 28 ottobre il patto dei soci di Mediobanca la proporrà come componente del consiglio d’amministrazione di Piazzetta Cuccia. E ancora l’altro ieri, il leader dei democratici Walter Veltroni, l’accusava di conflitto di interessi... «Peccato. Dopo anni di rispettabilissimi travagli, di primarie, di loft, di "yes we can" e "ma anche", con l’intervista al Corriere siamo tornati alla casella di partenza: a Berlusconi con coda e forcone, l’unica cosa su cui a sinistra non litigano. Ma come, ora c’è un governo che finalmente fa quello che gli italiani chiedono, cioè decide. E di governi che decidono non c’è mai stato tanto bisogno come adesso, con questo tsunami che sta scuotendo l’economia mondiale e la speculazione che ha messo nel mirino anche le nostre banche. Che l’opposizione critichi tutti i provvedimenti che ritiene sbagliati: è un suo diritto e anche un suo dovere. Ma perché tirare ancora in ballo il rischio di regime»?

Eppure sull'Alitalia Confalonieri ha detto bravo a Veltroni
«Confalonieri, come sempre, ha detto quello che pensa. Ma, Alitalia a parte, il leader del Pd mi ricorda chi guardandosi allo specchio si trova ingrassato e dà la colpa allo specchio invece di mettersi a dieta. E se posso dare un consiglio: per dimagrire non servono i girotondi, perché si consumano poche calorie. Molto più efficace correre».

L’accusa è stata però di quelle brucianti: la figlia del premier entra nel santuario della finanza italiana...
«Beh, che io sia la figlia del premier mi pare innegabile. E le dirò di più. Non sono Silvio, sono Marina, ma sono molto orgogliosa di chiamarmi Berlusconi».

Resta l’accusa sul conflitto di interesse.
«L’interesse è evidente: parliamo di una istituzione prestigiosa, in cui abbiamo investito 280 milioni di euro. Quello che non vedo invece è il conflitto. Mi ero ripromessa di non parlare prima dell’assemblea, ma visto che continuano a tirarmi in ballo… Nel sindacato abbiamo solo l’1%, ma siamo comunque tra i principali soci industriali ed eravamo gli unici non presenti in consiglio. E poi non abbiamo chiesto noi di entrare, ce l’hanno proposto, tutti i soci del patto erano d’accordo».

Con questa crisi non è il momento migliore per entrare nel tempio della finanza italiana, Mediobanca.
«Guardi, c’è finanza e finanza. C’è la finanza dei subprime, dei giocatori di poker con le carte truccate, e c’è la finanza sana, parsimoniosa, che Mediobanca rappresenta molto bene e che è un sostegno indispensabile per lo sviluppo delle imprese».

Lei ne ha conosciuto parecchi di quelli che chiama «giocatori di poker»?
«Abbastanza. Con la liquidità che abbiamo, ci hanno proposto parecchie operazioni che non esito a definire speculative. Tutte rifiutate. E poi si ricorda la bolla Internet? In quei mesi noi ricevevamo progetti di ogni genere. Poi si faceva la fatidica domanda: ma i ricavi? E gli utili? A quel punto il castello di carte cadeva. Proprio come sta cadendo oggi quella che era diventata una enorme bisca, dove girava vorticosamente carta che rendeva alcuni spaventosamente ricchi senza però creare vera ricchezza».

Ma fior di banchieri si sono trovati nella bufera.
«Per fortuna in Italia no. Aldilà della speculazione di queste ore, gli istituti italiani sembrano mostrare una salute migliore».

Però si parla di fine del capitalismo...
«Non ho ricette da dare, ma comunque non sono d’accordo. Il capitalismo sarà pure un sistema pessimo, ma ad oggi non ne è stato inventato uno migliore. E poi quello di cui stiamo parlando non ha niente a che vedere con il capitalismo vero e con i suoi principi: concorrenza, trasparenza, responsabilità, merito… Mi dica che cosa c’entrano col merito le buonuscite miliardarie di manager che hanno schiantato aziende blasonate e distrutto migliaia di posti di lavoro. Per questo resto una liberista non pentita: perché, lo ripeto, tutto questo con il capitalismo non c’entra niente».

Ammetterà che le regole non hanno funzionato.
«Mi pare evidente, e chi doveva controllare non lo ha fatto. Quindi, più regole, ma non solo. Chiediamoci se ha un senso il modo in cui oggi vengono valutate le imprese e i loro manager, basandosi su una visione di breve o brevissimo periodo. Quando un’azienda è di fronte ad una decisione strategica, deve poter avere la serenità di soppesare quali saranno gli impatti nell’arco di anni, senza essere ossessionata da come reagirà il mercato il giorno dopo. Detto questo, sa qual è il rischio? Che si ecceda nelle regole: non discuto l’emergenza, non discuto che la deregulation abbia completamente fallito, ma finita l’emergenza, non spazziamo via quei semi della cultura liberale che a fatica stavano germogliando anche da noi, perché da lì bisognerà comunque ripartire».

Una critica indiretta al governo di centro destra? La vicenda Alitalia mostra che in quanto a interventi il governo di suo padre sa bene come fare.
«No, nessuna critica, io ragiono da imprenditore, e governare tenendo conto di interessi molto più generali è tutt’altra cosa. Qualcuno ha detto che per fare politiche di destra occorrono governi di sinistra. Le categorie di destra e sinistra non hanno più senso, ma se per pura convenzione dovessimo definire di "sinistra" tutto quello che va nel senso dell’attenzione ai più deboli e ai modi per poter dare loro pari opportunità, allora questo è l'esatto contrario: un governo di destra che fa politiche di sinistra».

Ma non mi ha risposto su Alitalia.
«Beh, intanto non è stata nazionalizzata ma privatizzata. E poi sono stati mantenuti gli impegni presi: è rimasta una compagnia di bandiera, controllata da soci italiani, aperta in prospettiva ad alleanze internazionali ».

Però le spese sono state accollate allo stato.
«E quali sarebbero state le alternative? Lo Stato è giustamente intervenuto nell’alleviare una situazione che poteva essere molto dolorosa per alcune fasce di lavoratori».

Torniamo alle regole. Resta il fatto che in Mediobanca, tra le partecipazioni strategiche c'è Rcs e lei è presidente di Mondadori...
«Mi pare che il problema di potenziali conflitti di interessi dei soci sia stato affrontato in occasione del cambio di governance, e tutti si sono dichiarati soddisfatti sulle soluzioni adottate. E poi per molti anni fra gli azionisti più influenti di Mediobanca c'è stato l'editore di uno dei maggiori quotidiani nazionali, senza che nessuno gridasse allo scandalo».

Non le fa impressione entrare nel vertice della società che rifiutò la quotazione di Mediaset?
«Quella ormai non solo è storia, è preistoria. Con Mediobanca lavoriamo, e bene, da parecchio tempo».

Alla fine anche voi entrate nel salotto buono.
«Guardi, certo Mediobanca ha una storia unica e straordinaria, certo - non voglio fare l’ingenua - ha alcune partecipazioni diciamo sensibili. Ma a noi interessa soprattutto come importante diversificazione finanziaria, in quanto impresa moderna, dinamica, che guarda allo sviluppo internazionale e che ha saputo ottenere risultati eccellenti anche in momenti complessi come questo. E poi francamente, di fronte a una realtà come la Mediobanca di oggi, mi pare davvero riduttiva l'immagine del salotto. Anche se buono o direi addirittura ottimo».

Daniele Manca
02 ottobre 2008

da corriere.it
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #31 il: Ottobre 03, 2008, 06:00:34 »

Scuola, il premier: «Disastro è colpa della sinistra»

"No Gelmini day", insegnanti e genitori protestano

Il ministro dell'Istruzione: «Bisogna avere il coraggio di cambiare»

Dl Gelmini: il Pd abbandona la commissione Bilancio della Camera

 
ROMA (2 ottobre) - Nuova giornata di proteste, oggi, contro i provvedimenti della riforma Gelmini, mentre Silvio Berlusconi accusa: il disastro della scuola è colpa della sinistra e dei sindacati. Davanti al ministero della pubblica Istruzione decine di genitori si sono radunati per partecipare al "No Gelmini day": un sit-in per dire no alla riforma dell'Istruzione. «Maestro unico, no grazie», «Abbasso le lavagne luminose, viva le maestre» e «Nessun genitore vuole risparmiare sui bambini»: queste le scritte su cartelli e striscioni esposti dai manifestanti. Hanno aderito all'iniziativa gruppi di genitori del Guds (genitori uniti per difendere la scuola), sorti in tutta Italia in queste settimane per contrastare il provvedimenti varati dalla Gelmini che prevede, tra l'altro, il ripristino del maestro unico alle elementari.

Al sit-in hanno partecipato anche numerosi docenti. Tra gli slogan più gridati, quelli riferiti all'accesso alle graduatorie: «Tutti dentro, tutti dentro», ha scandito più volte la folla, e «Sì agli specializzati, no ai raccomandati». Dalla scalinata del ministero, molti all'altoparlante hanno poi contestato «il silenzio assordante dei sindacati». Un piccolo gruppo di docenti precari si è vestito con sacchi neri, portando il cartello «Insegnanti uguale spazzatura». Nella manifestazione hanno trovato spazio anche situazioni particolari, come quella dei «congelati» delle Ssis, che, dopo aver vinto il concorso d'ammissione, hanno rimandato l'ingresso alla scuola di specializzazione per completare un dottorato, o per motivi familiari, e ora sono tagliati fuori dal blocco delle Ssis.

La protesta si allarga a diverse scuole di Roma: alle 17.30 l'istituto Basile a Torre Angela darà il via a incontri e spettacoli. Pomeriggio di mobilitazione anche in numerose scuole elementari. Venerdì scendono in piazza gli studenti dei licei della capitale: a partire dalle 9 presidi al Virgilio, Tasso, Kennedy e Mamiani. La mobilitazione si concluderà alle 10 davanti a Viale Trastevere.

Berlusconi: disastro è colpa della sinistra  «I leader delle opposizioni dicono che vogliono salvare la scuola e non hanno il coraggio di ammettere che il disastro in cui si trova quella italiana è colpa di molti governi del passato e del consociativismo della sinistra e dei sindacati». A sottolinearlo è stato il premier Silvio Berlusconi in una conferenza stampa a palazzo Chigi. «Per anni -avverte il premier- hanno illuso i precari con la speranza del posto fisso, senza attenzione alla qualità dell'istruzione. Hanno usato la scuola come ammortizzatore sociale». Con l'introduzione del maestro unico, garantisce il Cavaliere, «il tempo pieno aumenterà del 50%».

Berlusconi sottolinea la necessità di pagare di più gli insegnanti italiani che percepiscono stipendi «troppo bassi». Secondo il Cavaliere, le buste paga sono ridotte e non tengono conto «dell'entusiasmo e del merito dei singoli» e rispondono invece a «un egualitarismo che forse troverebbe cittadinanza in un'economia socialista e che non risponde invece alla filosofia liberale e capitalista». Per il premier, si tratta di «una cosa assolutamente indebita» che gli stipendi degli insegnanti siano «simili» a quelli dei bidelli o a quelli dei precari che sono «da fame. Queste buste paga basse rappresentano un vero e proprio disastro a cui vogliamo porre rimedio».

«Dico in modo chiaro e deciso che non ci sarà nessuna cacciata. Gli 87 mila insegnanti di meno da qui a tre anni li raggiungeremo per effetto dei prepensionamenti e del blocco del turn over», ha detto ancora il premier, sostenendo che quella della "cacciata" di 87 mila insegnanti è «l'ennesima
menzogna» della sinistra e dei sindacati che per anni «hanno usato la scuola come un ammortizzatore sociale».

Il ministro: sono piccole frange che non guardano ai problemi. Da parte sua, il ministro dell'Istruzione ha definito oggi i manifestanti "piccole frange che non guardano i problemi": «Ci sono due Italie - ha detto - Una è per una scuola di qualità, per insegnanti che voglio essere pagati meglio ed è quella che rappresenta la maggioranza degli italiani. Poi ci sono piccole frange che hanno deciso di non guardare nel merito i problemi e preferiscono protestare. Li lascio fare. Chi si limita a difendere lo status quo non fa un buon servizio per il futuro della scuola. Bisogna avere coraggio di cambiare. La scuola come è oggi scontenta tutti, docenti e ragazzi».

Castagnetti (Pd): riforma? Il ministro ci ripensi. In una lettera aperta al ministro pubblicata da Europa, Pierluigi Castagnetti ha criticato la decisione di Gelmini di adottare lo strumento del decreto per riformare la scuola: «Se fosse venuta in Parlamento con un disegno di legge avrebbe potuto apprezzare la nostra sincera volontà a collaborare - ha scritto - perché la scuola italiana ci sta a cuore, molto. La scuola è di tutti, e non di un governo o di una maggioranza. La scuola è il futuro dei nostri figli e del paese. Gli interventi previsti dal decreto concentrano la loro attenzione più sugli effetti di risonanza esterna (la bocciatura sia per ragioni di condotta sia per quelle di apprendimento) che non sugli obiettivi di qualificazione degli apprendimenti, più sugli aspetti di selezione sociale che sullo studio degli interventi promozionali, più sugli aspetti di apparenza (il voto numerico) che su quelli di significato (la valutazione formativa)». Castagnetti ha poi rivolto un appello al ministro: «Ci ripensi signora ministro, chieda l'autorizzazione a Berlusconi e a Tremonti di poter aprire un dialogo in Parlamento, e vedrà che tutti insieme riusciremo a migliorare questo provvedimento scritto nottetempo».

Dl Gelmini: Pd abbandona la commissione Bilancio della Camera. Oggi il gruppo del Pd ha abbandonato la commissione Bilancio della Camera sul voto relativo al parere sul decreto Gelmini: «Il governo non ha quantificato gli oneri relativi all'istituzione del maestro unico - ha affermato il capogruppo del Pd nella commissione Pierpaolo Baretta - La commissione Bilancio, all'unanimità, aveva richiesto in una precedente seduta che il governo prevedesse questi oneri. Nella riunione odierna il governo non ha apportato né una relazione tecnica né i dati relativi al provvedimento in questione. È un fatto molto grave: l'approvazione di un provvedimento di legge senza conoscerne gli effetti finanziari rappresenta un precedente al di fuori di ogni regola parlamentare. Tanto più in questa delicata situazione generale - conclude Baretta - e su un provvedimento che ha tanta influenza sulle famiglie italiane».

Fiducia alla Camera martedì prossimo. Sul decreto legge si profila il ricorso alla fiducia martedì prossimo. Lo riferiscono fonti dell'Esecutivo, segnalando che i calendari di alcune commissioni di Montecitorio sono stati organizzati tenendo conto dello stop ai lavori che si avrebbe martedì con l'annuncio della fiducia da parte del Governo.

da ilmessaggero.it
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #32 il: Ottobre 05, 2008, 04:46:57 »

Il presidente del Senato a "Domenica in" attacca il leader dell'opposizione

"Non intravedo il rischio, mi auguro che si torni al confronto"

Schifani contro l'allarme di Veltroni

"Autoritarismo? Così avvelena il clima"

Minimizzato anche il pericolo razzismo: "Non è nel Dna degli italiani"

 

ROMA - Walter Veltroni "avvelena il clima" quando accusa il governo di evolvere verso una deriva autoritaria. Lo afferma il presidente del Senato Renato Schifani. Questo rischio secondo la seconda carica dello Stato infatti in Italia non c'è. "Registro un pericolo di avvelenamento del clima politico", dice Schifani ospite di 'Domenica in', attribuendone la responsabilità al leader del Pd, al quale pure riconosce il merito di "una svolta" nell'incontro "con Berlusconi", che aveva determinato una legittimazione di parti fino a quel momento "contrapposte".

C'è "un avvelenamento del clima politico, di cui fanno parte questa dichiarazioni", prosegue il presidente del Senato, sottolineando che "non intravedo il rischio di questo pericolo e mi auguro che si torni al confronto".

Schifani affronta poi l'allarme razzismo scattato dopo il ripetersi di episodi di violenza. "Non credo nel nostro Paese esista il razzismo - dice - Non può esistere, non è nel nostro Dna. Nel nostro Dna c'è l'accoglienza, la solidarietà". "Altra questione - precisa poi - è quella del pericolo di razzismo, di frange 'dormienti' che si sono risvegliate con episodi gravi come quello dell'omicidio della signora Reggiani. Di fronte a episodi di questo tipo la parte sana del Paese ha reagito positivamente una parte massimalista ha reagito in maniera xenofoba. Fenomeni di questo tipo vanno condannati e tenuti sotto controllo".

Per ottenere questo risultato il presidente del Senato invoca la stessa unità delle forze politiche che si è registrata nella lotta alla mafia. "Mi auguro che questo argomento - spiega - sfugga alla politica della contrapposizione tra parti. Con la mafia è stato possibile, non ci sono state spaccature e la guerra contro Cosa nostra si sta vincendo in una logica di sinergie unitarie. Con la mafia la politica non si è divisa: non deve farlo neanche contro il razzismo".

Al centro dell'intervista di Schifani a 'Domenica in' anche il suo rapporto di amicizia con Silvio Berlusconi. Con orgoglio il presidente del Senato ha rivelato che il presidente del Consiglio ha ribattezzato "Villa Schifani" un pezzo del parco di Villa La Certosa, la tenuta del premier in Costa Smeralda. "Berlusconi - spiega - ama la sua villa in Sardegna, e io attraverso le mie 'spie' cerco di sapere quali sono le piante che mancano nel suo parco così da potergliele regalare. Per questo il Cavaliere mi ha detto di aver ribattezzato un pezzo di quel parco con il mio nome".

(5 ottobre 2008)


da repubblica.it
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #33 il: Ottobre 06, 2008, 06:18:55 »

Casal di Principe, arrivano i parà. Ma la camorra uccide ancora

Enrico Fierro


Come Al Qaeda. Peggio di Al Qaeda. I casalesi uccidono nel giorno in cui nella «loro» terra arrivano i parà della Folgore. Con i blindati, i mitra spianati e gli uomini in mimetica, la stessa di Falluja e di Baghdad. E come in una città irachena i terroristi, che qui si chiamano camorristi, hanno cognomi noti e soprannomi da operetta, sparano indisturbati, lasciano morti a terra facciabocconi e si dissolvono come ombre del male nella luce del giorno. Un regolamento di conti con gli «infami», i pentiti che con le loro rivelazioni stanno demolendo l’architettura dei casalesi, la loro rete militare, i loro rapporti con la politica.

Un avvertimento a quelli che sono finiti in carcere e che potrebbero «cantarsela». Forse. Ogni ipotesi è buona. Anche quella di una sfida allo Stato: tu mandi i militari, io uccido perché sono più forte di te. Tu «invadi» la mia terra, io sparo perché questi paesi, le loro campagne invase di monnezza e veleni, i centri commerciali e le boutique volgari, le puttane che occupano ogni metro della Domiziana: ecco, è tutta roba mia. Di un altro Stato.
Ipotesi. L'unico dato drammaticamente certo è che Stanislao Cantelli, 60 anni, un passato da operaio, è stato massacrato alle 10 del mattino mentre giocava a carte. «Circolo ricreativo» si chiama quel basso dove il vecchio «Siddano» aveva deciso di passare qualche ora di svago. Dentro, il suo tavolino apparecchiato per due, attorno altri tavoli con giocatori di briscola. I killer, almeno due, sono entrati, si sono avvicinati e hanno sparato. Diciotto volte. Continuando a mirare e far fuoco con le loro calibro 9, le stesse usate in altri omicidi. Con calma. Il sangue del vecchio Siddano è schizzato dovunque fino a coprire di rosso il marmo d'ingresso del circolo e parte del marciapiede. È morto così il vecchio «curativo», in pratica l'esperto casaro per la lavorazione delle mozzarelle di bufala, come si muore a Casal Di Principe. Per una parentela acquisita, quella con Francesco Bidognetti (Cicciotto 'e mezzanotte), boss dei casalesi in carcere. O per quella più importante con Luigi Diana, ex picciotto di Bidognetti che da mesi è «un pentito». Quanta gente ha mandato in galera «Giggino». Il rischio è che altri possano seguire il suo esempio. E allora si fa piazza pulita degli «infami» e dei familiari.

Ora che il vecchio è morto, qualcuno ricorda una sibillina frase di Sandokan, Francesco Schiavone, il capo dei capi. La pronunciò nell'inverno scorso durante una delle udienze del processo d'appello «Spartakus» per ribattere alle accuse del pentito Giggino Diana. «Ma perché ce l'hai con me? Io ti ho sempre voluto bene ed ho voluto bene alla tua famiglia, soprattutto a tuo zio Stanislao». Così parla un capo di camorra, che non minaccia mai, «vuole bene». Forse è morto per tutto questo il vecchio casaro, un incensurato (anche a Casal di Principe ne esistono e sono la maggioranza della popolazione) che aveva assaggiato le durezze del lavoro fin da bambino. Ma Siddano è morto anche perché lo Stato ha mandato 500 parà della Folgore, centinaia di poliziotti e carabinieri. Un esercito che ieri ha perso la sua prima battaglia. Il circolo dove hanno ucciso Stanislao Cantelli dista poche decine di metri da via Benedetto Croce. a quell'ora c'era un posto di blocco. Nella piazza che chiamano del Mercato, invece, c'erano i parà, fermi nei loro gipponi. Tutto inutile: i killer hanno sparato e sono andati via. Nessuno ha visto, nessuno offre un minimo di aiuto agli investigatori. Qualcuno ha visto una moto fuggire dopo gli spari. Nessuno, almeno fino a ieri notte, è riuscita a trovarla.
Ed è proprio un senso di inutilità, di sconfitta e di paura che ti avvolge arrivando nel pomeriggio nel regno dei Casalesi. Attraversiamo il raccordo che dall'autostrada porta in questa parte del casertano: non c’è un solo posto di blocco. Entriamo a bordo di una macchina sconosciuta dentro Casal Di Principe e non ci ferma nessuno. Possiamo girare indisturbati. Killer o cronisti con la stessa libertà. «Quando sono arrivati i parà c'era una selva di telecamere. I militari avevano le facce dure buone per i tg. E poi? È successo quello che avete visto. Una bella parata, non c'è che dire». Il giovane che accetta di parlarci si è laureato da poco in architettura. Passeggiamo a pochi metri dal circolo della morte, stando attenti a non calpestare il sangue del povero Siddano. «Qui non c'è futuro. Vado via, su al Nord, anche a fare lo sguattero. Questa è una terra di morte».

«Fuitevenne a Napoli», disse il grande Edoardo trent'anni fa, stanco di vedere la sua terra martoriata da camorre e politica corrotta. «Via, andiamo via, la speranza è morta», ha detto ieri con un groppo alla gola don Carlo Aversano alla messa di mezzogiorno. Il resto è l'indifferenza degli uomini seduti davanti ai circoli. Ce ne sono tanti a Casale. «Ma che volete da noi? Qua ci trattano come se fossimo in guerra. Mo ci mandano pure i carrarmati. Iatevenne». Il morto? «Era una brava persona. Forse lo hanno inguaiato le parentele». «Dottò, qua ci vuole il lavoro. Ma quale camorra! Lo Stato porti il lavoro». Parole vuote, frasi inutili nella terra dove la vita vale meno di un euro, dove una potente camorra se ne fotte dei parà e delle dispute tra ministri (Èè guerra civile? Chi coordina i militari, Maroni o La Russa?). Il <CF74>chi se ne frega</CF> risuona potente come uno sbuffo del Vesuvio.
 


Pubblicato il: 06.10.08
Modificato il: 06.10.08 alle ore 11.49   
© l'Unità.
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #34 il: Ottobre 06, 2008, 06:38:30 »

IL PERSONAGGIO

In discoteca col Cavaliere fino all'alba "Dormo 3 ore, altre 3 per fare l'amore"

Berlusconi arriva da Parigi e si immerge nel cuore della movida milanese: "Dai giovani ho sempre da imparare".

Poi elogia il sindaco Moratti


di FRANCO VANNI


MILANO - Esce alle sei e un quarto del mattino da una porta laterale. Giacca nera su maglia nera. Al suo fianco le ragazze incontrate in discoteca, lo seguono i giovani che hanno trascorso con lui la notte, seduti ai tavoli del privé. Silvio Berlusconi non ha ancora sonno: "Fra un'ora comincio a lavorare, ma mi sento fresco. Ero alla notte bianca di Parigi, poi un amico mi ha invitato a questa festa e non ho saputo resistere". Già all'una di notte, quando lo avevano visto entrare nel club, i ventenni davanti all'ingresso lo avevano punzecchiato: presidente, ma non è un po' tardi per stare in giro? "Se dormo tre ore, poi ho ancora energia per fare l'amore per altre tre". Presidente, ma non si ferma mai? "Vi auguro di arrivare a settant'anni nello stato di forma in cui ci sono arrivato io".

Discoteca Lotus, a pochi passi da corso Como, cuore della movida milanese. Il locale è chiuso da un'ora. Gli ultimi a uscire sono il premier e una ventina di ragazzi. "Amici del nipote di un amico costruttore - dice Silvio - la politica non c'entra". Un'Audi scura aspetta con la portiera aperta, Berlusconi si ferma, ha voglia di parlare. Si rivolge al sindaco di Milano Letizia Moratti, che non ha gradito i regali plurimilionari del governo a Roma e a Catania. Una pioggia di soldi per ripianare bilanci disastrati, mentre i Comuni virtuosi ancora aspettano i fondi per coprire il buco aperto dal governo con la cancellazione dell'Ici. "La polemica, pur condivisibile, non tiene conto della realtà. Abbiamo dato soldi a Roma perché era in una situazione finanziaria impossibile, per colpa delle giunte di centrosinistra - dice Berlusconi - e poi perché è la capitale e i simboli hanno un valore. A Catania il contributo dello Stato è andato perché quel Comune ha fatto investimenti in infrastrutture molto importanti, e lasciarlo senza soldi significava condannare la città alla paralisi amministrativa". Ma per la Moratti e per tutti i sindaci del Nord che protestano, dopo il bastone arriva la carota: "Letizia sta facendo un bellissimo lavoro. Ci piacerebbe poter premiare le città virtuose come Milano, ma prima dobbiamo risolvere i problemi dei Comuni in condizioni di emergenza. E comunque Milano riceverà il rimborso Ici come tutte le altre città, in base alle quote di entrate mancate che ha già messo a bilancio".

In strada la polizia ha appena calmato una rissa fra ubriachi. Ragazzi usciti dalla discoteca un po' troppo su di giri. Calci e pugni che macchiano di sangue le polo ben stirate. Il presidente non c'era e non ha visto. Era nel privè al primo piano, a colloquio con i "suoi" giovani. Ne dice ogni bene: "Dai ragazzi ho sempre da imparare. Mi hanno parlato della loro situazione, sempre la stessa: lavorano per grandi aziende, hanno poche certezze e stipendi bassi. Ho consigliato di mettersi in proprio, di fare impresa, di non avere paura". Come esempio, porta se stesso: le Coppe Campioni vinte, le aziende e la politica. Poi torna indietro, a quando dopo ogni trenta e lode all'università l'intero palazzo in cui abitava faceva festa, con sorrisi e frittelle. Parabole che fanno breccia: "Grazie per la lezione di vita", gli dice un bocconiano mentre torna alla sua Smart. "Apriremo un Circolo della Libertà, questa può considerarsi la prima riunione", assicura il padrone di casa, 33 anni, nipote del vicino di villa del premier in Sardegna.

Dai giovani, al Milan: "Devo dirlo ad Ancelotti: Ronaldinho è uomo da area. Deve stare in mezzo all'attacco e fare movimento, procurare rigori. È un peccato farlo partire dalla fascia sinistra. Poi si sa che sulla sinistra ci stanno i comunisti..." E avanti col calcio: "José Mourinho? Non lo conosco, non ho niente da dire su di lui, qualunque mio commento sarebbe casuale. Ho cose più importanti a cui pensare". Ad esempio? "I gol di Ibrahimovich - scherza il premier - È un giocatore impressionante e mi fa effetto vederlo all'Inter. È un campione fra i campioni, stavamo per portarlo al Milan, l'accordo c'era. Poi quando si è capito che non saremmo andati in Champions è saltato tutto. Con Shevchenko in forma, comunque, siamo competitivi per lo scudetto".

Dalla sua squadra, Berlusconi torna alla sua città: "L'Expo del 2015 per Milano sarà un'occasione straordinaria di rilancio". E dà l'annuncio che tutti i milanesi, a cominciare dal sindaco, aspettano da mesi: "Al prossimo Consiglio dei ministri firmerò il decreto con cui si definisce la governance della società speciale che gestirà l'Esposizione internazionale. Finalmente le parti in causa, il Comune e la Regione soprattutto, hanno trovato un accordo. Mi è stata consegnata una lista delle persone scelte per guidare la costruzione di Expo, e non ho veti da fare". Qualche nome? "Non me li ricordo".

In corso Como la voce della presenza di Berlusconi rimbalza da cellulare a cellulare già poco prima dell'una. Il pierre di una discoteca che chiama il buttafuori di un'altra, che via sms giura al barman: "C'è Silvio". Prima della festa nel privè, un salto al Luminal, locale a due passi. Prima di infilarsi in macchina, una battuta sulla crisi internazionale: "Al G4 di Parigi ho fatto di tutto per convincere gli stati europei a creare un fondo anti-crisi a cui i Paesi contribuissero in base al Pil, ma ho avuto resistenze proprio da parte delle nazioni più ricche". Leggi: la Germania. E si rivolge ai risparmiatori italiani: "Chi ha soldi in deposito nelle banche che hanno fatto affari con le società di credito americane fallite non abbiano timori per i loro soldi: il piano Bush da 700 miliardi è un ombrello solido". E con il grazie a Bush si chiude la notte più lunga del premier. "Un'improvvisata in discoteca di cinque ore", scherza tornando al lavoro, mezz'ora prima dell'alba.

(6 ottobre 2008)

da repubblica.it
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #35 il: Ottobre 14, 2008, 03:12:05 »

L’affare tra sindaco e ’ndrangheta: «Lo svincolo della A3 va spostato»


Enrico Fierro


Erano i sindaci della ‘ndrangheta. Uomini di paglia, politici del disonore al servizio dei boss. Come il sindaco di Gioia Tauro, 18 mila abitanti, sede di uno dei più importanti porti del Mediterraneo. Si chiama Giorgio Dal Torrione, ha 62 anni e milita nell’Udc di Pierferdinando Casini. Per la procura di Reggio Calabria è il referente dei Piromalli, un uomo a disposizione. Per il gip Kate Tassone «uno dei più pericolosi tra quei tristi personaggi della politica che mettono il mandato del popolo a disposizione delle cosche mafiose».

Le conseguenze di questo patto scellerato sono la morte della Calabria. La gip è impietosa nell’analisi: «Il loro atteggiamento perpetua quel perverso meccanismo che rende queste terre del meridione sempre schiave della criminalità mafiosa». Dal Torrione è finito in galera insieme al sindaco di Rosarno, Carlo Martelli di Forza Italia, in una inchiesta che è solo una parte dell’operazione che nel luglio scorso ha messo a nudo i rapporti tra le cosche della Piana, i loro referenti nel mondo affaristico e personaggi di primo livello della politica come Marcello Dell’Utri. Al centro di questa indagine un episodio già portato alla luce della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Francesco Forgione.
Una storia emblematica dei nuovi atteggiamenti «culturali» della mafia calabrese. Dal Torrione è un personaggio insidioso «perché ha tentato di mascherarsi da campione dell’antimafia a parole, osando persino avvicinarsi e sedere accanto a magistrati di questo ufficio, mentre nei fatti operava per il crimine organizzato». È l’antimafia dei convegni e degli applausi, quella che non costa nulla anche nella terra dove i sindaci invisi alle cosche vengono uccisi o fatti decadere.

Significativi sono i favori che il sindaco fa alle cosche. Il suo comune e quello di Rosarno, in altra epoca politica, si era costituito parte civile nei processi contro i Piromalli. «Uno smacco per le cosche, una sorta di sconfessione pubblica della loro capacità di piegare la pubblica amministrazione agli interessi mafiosi», scrive il gip. Il 4 luglio 2007, Gioacchino Piromalli, 38 anni, rampollo della «famiglia», viene condannato al risarcimento di 10 milioni di euro a favore dei comuni di Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando. Ma il giovane nipote di uno dei «casati» storici della ‘ndrangheta, padrona degli appalti, ben presente nei cartelli del narcotraffico mondiale, si dichiara nullatenente, povero in canna. Vuole certamente risarcire il danno, ma prestando la sua opera di avvocato. Insomma, lavorerà per quegli stessi comuni che la sua famiglia mafiosa ha gravemente danneggiato. «Il Tribunale di sorveglianza - si legge negli atti della Commissione antimafia - come se nulla fosse e come se non conoscesse la reale identità del soggetto, gira la richiesta alle amministrazioni comunali interessate». Che accettano, non vedendo e truccando gli atti. È Dal Torrione che spinge perché si concretizzi la disponibilità dell’ «avvocato» Piromalli, facendo anche pressioni sul suo segretario comunale. Che firma tutto e ammette: «Mi rendo conto che sono stato utilizzato come una marionetta». Convincere Martelli, sindaco berlusconiano di Rosarno, non è difficile. Si tratta, scrivono i magistrati, «di un sindaco voluto dalla cosca mafiosa dei Pesce, notoriamente legata a quella di Gioia Tauro, anzi con essa federata, eletto grazie all’appoggio fornitogli dal gruppo mafioso che controlla quel territorio». Fortunatamente, però, non tutto lo Stato in Calabria è compromesso. Appena ricevono la richiesta dei comuni di utilizzare il giovane Piromalli, gli uffici dell’Avvocatura di Reggio Calabria informano tempestivamente la procura di Reggio.

Sono potentissimi i Piromalli e i loro alleati Molé in tutta la Piana, al punto di poter decidere di deviare il corso dell’autostrada. E’ il vecchio boss Gioacchino Piromalli, lo zio dell’«avvocato» a raccogliere le proteste di un gruppo di proprietari che rischiavano l’esproprio e ad imporre «la modifica dello svincolo dell'autostrada Salerno-Reggio all’altezza di Gioia Tauro».

Il sindaco Del Torrione sentiva il fiato sul collo della procura e temeva lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiosa. E così si incontra a Roma con l’onorevole Mario Tassone (Udc) membro della Commissione antimafia. Telefona anche all’onorevole Maria Grazia Laganà, la vedova di Francesco Fortugno, sua avversaria politica. Risponde un tale Fabio, l’accesso dei commissari prefettizi è stato rinviato. «Bisogna stare attenti - dice Fabio - e comunque si tratta di un dato positivo altrimenti avrebbero già chiuso il discorso». Commenta Dal Torrione: «Altrimenti ci avrebbero fatto un culo a cappello di prete».
È un classico - scrive la gip Kate Tassone - «che risponde ad una logica che in Calabria non può non definirsi mafiosa, secondo la quale l’esponente politico che sia indagato per mafia, non può fare a meno di prendere contatti con i suoi referenti». «Ma fortunatamente - concludono i magistrati - la Storia non si scrive solo con le dichiarazioni di comodo di amministratori compiacenti, la Storia è fatta di episodi concreti: e quella giudiziaria, in particolare, di quei fatti concreti che prendono il nome di indagini, processi e sentenze».

Pubblicato il: 14.10.08
Modificato il: 14.10.08 alle ore 8.51   
© l'Unità.
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #36 il: Ottobre 14, 2008, 03:12:59 »

La richiesta degli estorsori: 50.000 euro per girare nei vicoli della città

La troupe emigra a Brindisi. Il governatore Vendola si scusa a nome dei pugliesi

Niente ciak senza pizzo Wertmuller via da Taranto

di MARIO DILIBERTO


TARANTO - La mala di Taranto voleva imporre il pizzo a Lina Wertmuller. Per continuare a filmare i vicoli della città vecchia bisognava sborsare 50.000 euro in contanti. Ma lei, piuttosto che pagare, ha preferito abbandonare la città pugliese.

La regista aveva scelto le strette viuzze del borgo antico di Taranto per i ciak del suo film "Mannaggia alla Miseria". Doveva restare in città un'altra settimana, ma di fronte al ricatto della mala ha deciso di cambiare programma. Girerà nella vicina Brindisi le ultime riprese pugliesi del suo film. E così sabato pomeriggio, scortata dalla polizia, la troupe ha abbandonato Taranto in fretta e furia.

Soltanto poche ore prima gli emissari dei signori del pizzo si erano presentati sul set. Mentre la Wertmuller si apprestava a conquistare i vicoli spagnoleggianti del borgo antico, hanno ufficializzato il diktat: pagare per lavorare.

La notizia ha fatto ben presto capolino tra cineprese e microfoni, turbando la Wertmuller ed i suoi collaboratori. La regista è innamorata di Taranto sin da quando, in quelle viuzze, girò "Io speriamo che me la cavo". Ma questa volta la città pugliese le ha riservato un'amara sorpresa. Tra un ciak e l'altro il direttore di produzione è stato minacciato. Per far filare tutto liscio occorreva scucire quei 50.000 euro. Poco dopo la richiesta è stata abbassata a 20.000 euro. Regista e troupe non hanno voluto cedere. Niente compromessi con la mala, meglio abbandonare. E così è stato.

Il responsabile di produzione ha contattato la polizia e l'assessorato regionale agli spettacoli e al turismo. La giornata di sabato è trascorsa tra febbrili colloqui istituzionali. Il prefetto e il questore di Taranto hanno tentato di convincere la produzione a non gettare la spugna. È stata offerta protezione, ma ormai la serenità del gruppo di lavoro di Lina Wertmuller era compromessa. Quindi meglio fare i bagagli.

Le attrezzature sono state smontate a tempo di record e caricate sui camion sotto gli occhi vigili della polizia. Poi il lungo serpentone di tir e furgoni, preceduto dalle staffette delle forze dell'ordine, si è allontanato da Taranto in direzione Brindisi. Prontamente sono scattate le indagini per dare un volto ai responsabili di quanto accaduto. La squadra mobile tarantina ha già imboccato una pista ritenuta affidabile e potrebbe chiudere il cerchio in poco tempo.

Ieri, non appena si è diffusa la notizia del tentativo di estorsione, il governatore della Puglia Nichi Vendola ha telefonato alla regista per scusarsi a nome dei pugliesi. L'agenzia regionale Apulia Film commission, inoltre, si è attivata per garantire il proseguimento in Puglia del lavoro della regista.

(14 ottobre 2008)

da repubblica.it
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #37 il: Ottobre 24, 2008, 12:01:41 »

23/10/2008 (7:49) - PROTESTA ANTI GELMINI

"Io non faccio entrare la polizia all’Università"
 

Il rettore a Berlusconi: “Ateneo luogo di confronto”


GIULIA VOLA

TORINO


«Forse per la prima volta ci si ritrova tutti dalla stessa parte della barricata e forse le parole del premier vanno lette nel senso che incomincia a rendersi conto che quello che sta succedendo non è una robetta da quattro soldi, forse si tratta di una posizione difensiva che vuole far presa sull’opinione pubblica».

Così ieri il prorettore dell’Università, Sergio Roda, che ha ricevuto nel pomeriggio una delegazione di esponenti dell’Assemblea «No Gelmini» al termine della riunione che si è tenuta nel cortile del rettorato.

Ezio Pelizzetti, dal canto suo, ha voluto sottolineare, dopo il discorso del premier di ieri, che «è il rettore a decidere l’intervento eventuale della polizia all’interno dell’Università. In questo momento non ci sono proprio i presupposti. Questo è un luogo aperto al confronto».


da lastampa.it
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #38 il: Ottobre 27, 2008, 12:58:14 »

Il Cavaliere al leader del pd « Walter dovrebbe riposarsi e lasciarci lavorare»

Berlusconi contro Veltroni «Ha perso, si rassegni»

Il premier sulla manifestazione del Pd: «È la sinistra delle frottole».

Affondo su Di Pietro: «Malvagio»

 

ROMA - «Non sono riuscito a vedere le immagini della manifestazione. Ho sentito solo le dichiarazioni della Questura di Roma e non posso che dire, come hanno già detto altri, che questa è la sinistra delle frottole, delle invettive, delle calunnie». All'indomani della manifestazione del Pd a Roma, Silvio Berlusconi non risparmia critiche al Partito democratico e al suo leader Walter Veltroni. Uscendo da Palazzo Grazioli, il premier ha voluto replicare seccamente al messaggio chiave lanciato da Walter Veltroni al Circo Massimo e cioè che «l’Italia è migliore di chi la governa». È «un’insulsaggine - ha detto Berlusconi-, neanche replico». Per il premier quella di sabato è stata sì «una dimostrazione democratica» («nulla da eccepire - ha detto Berlusconi - eccetto sulle cifre») , ma la più grande dimostrazione democratica - ci tiene a sottolineare il premier - «c'è stata il 13 e il 14 aprile». Berlusconi ha voluto infatti sottolineare che alle urne il Paese ha dato al Pdl «una grande maggioranza e noi siamo obbligati - ha sottolineato il Cavaliere - e impegnati a realizzare il nostro programma».

«GOVERNEREMO PER 5 ANNI» - «Veltroni - ha aggiunto il premier - si dovrebbe rassegnare: ha perso e per cinque anni non c'è più niente da fare.
Invece di fare manifestazioni, dovrebbe andarsi a riposare, per prepararsi a fare una bella campagna elettorale tra cinque anni, ci lascerebbe così lavorare meglio e con più profitto per gli italiani». Quanto ai rapporti futuri tra governo e opposizione il presidente del Consiglio non sembra nutrire molte speranze. «Con questa opposizione che sfortunatamente ci troviamo avremo il solito rapporto: se vorranno unirsi a noi per votare i provvedimenti nell’interesse del Paese sono i benvenuti, se hanno suggerimenti utili al Paese saremo noi a votare i loro provvedimenti, ma finora sono arrivate solo critiche».

SCUOLA - Nessun passo indietro da parte del premier e del governo tutto sulla scuola. A chi gli chiedeva conto della richiesta dell'opposizione di ritirare il decreto Gelmini, Berlusconi ha risposto: «Andiamo avanti a governare e a fare cose di buon senso che sono nel programma qualunque cosa dica Veltroni o qualcun altro nell'opposizione». «Hanno usato strumentalmente la scuola - ha aggiunto il premier - pensate all'università, non abbiamo ancora fatto nulla e già ci hanno mosso critiche e mosso gli studenti nelle strade con una strumentalizzazione difficilmente definibile anche di studenti e bambini».

DI PIETRO - Sull'ipotesi che Veltroni e Di Pietro si ricompattino il premier non usa mezzi termini, mettendo in guardia il leader del Pd. «Ricompattarsi con un uomo malvagio come Di Pietro, che ha mandato in galera 15 persone che poi non sono state nemmeno rinviate a giudizio - ha detto il presidente del Consiglio - che ha rovinato la vita di 15 persone, mettersi in alleanza con un uomo del genere che sbraita in questo modo in maniera forsennata e irragionevole credo che vada a tutto disdoro di chiunque lo facesse». «È il classico atteggiamento della volpe che, non riuscendo a prendere l'uva, dice che è acerba» replica Di Pietro. «Berlusconi prima ha cercato di comprarmi offrendomi di fare il ministro e poi ha cercato di fermarmi per via giudiziaria. Ma siccome entrambi i tentativi sono andati a vuoto - dice il leader dell'Italia dei Valori - adesso mi attacca e dice che non vado bene e sono un malvagio. La verità è molto più semplice: non sopporta le persone libere che non vogliono sottoporsi a lui».

SONDAGGI - Berlusconi fa anche riferimento ai sondaggi: «Io sono al 72% di gradimento. Il centrosinistra continui pure a sgambettare in televisione, a dire le solite insulsaggini: non faranno che continuare a perdere consenso anche di chi oggi è dalla loro parte».



26 ottobre 2008

da corriere.it
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #39 il: Ottobre 27, 2008, 11:01:52 »

Arriva la recessione? Le lobby si mettono in fila

Auto, frigoriferi. Ma anche petrolio e autostrade.

Non ci sono solo le richieste avanzate dalla Fiat.

Le mosse di Castellucci (Atlantia) e Scaroni (Eni). Il caso di Vito Bonsignore


Convincere Giulio Tremonti sarà dura. Per non dire addirittura impossibile. Agli incentivi per la rottamazione delle automobili e degli elettrodomestici il ministro dell’Economia sarebbe assolutamente contrario. E nessun lobbista, per quanto potente, riuscirà a fargli cambiare idea. Tanto più, visto che la rottamazione non è troppo popolare nemmeno al settimo piano della Confindustria di Emma Marcegaglia, che ha detto apertamente di preferire interventi di più ampio respiro per le imprese. E il grido di dolore degli industriali, d’altra parte, non è certamente caduto nel vuoto, a giudicare dalla determinazione con la quale il governo si sta impegnando in Europa per ottenere sconti sui limiti delle emissioni inquinanti. Armi spuntate Ma non tutte le lobby, evidentemente, hanno le armi spuntate come quelle che sostengono la rottamazione. I lobbisti delle banche non sono stati neanche costretti a entrare in azione per ottenere il sostegno dello Stato, tanto grave è la situazione finanziaria e tale è il pericolo che il panico si diffonda fra i risparmiatori. La lobby dei petrolieri, invece, ha lavorato, eccome. Con risultati decisamente apprezzabili: naturalmente, dal loro punto di vista. Ricordate la Robin (Hood) tax? Ricordate come la presentò Tremonti all’Eurogruppo il 3 giugno di quest’anno? «A volte gli sceriffi, come quello di Nottingham, subiscono anche loro una punizione, dal Re o dal popolo sovrano. La Robin Hood tax è un’imposta etica: tasseremo un po’ di più i petrolieri per dare più burro, pane e pasta alla gente più povera». Ebbene, a distanza di tre mesi, qualcuno ha visto quei soldi? La Robin (Hood) tax è stata più che compensata dagli aumenti della benzina e del gasolio, che hanno seguito passo passo la crescita del prezzo del greggio ma non ne hanno seguito allo stesso modo la discesa, senza che questo anomalo andamento provocasse il benché minimo sussulto governativo. Per giunta, nello stesso provvedimento che ha introdotto la famigerata Robin (Hood) tax, il governo ha infilato una piccola norma che si intitola, guarda caso: «Legge obiettivo per lo sfruttamento di giacimenti di idrocarburi». La norma, spiega la relazione alla legge, «è diretta a riaprire la possibilità di sfruttamento dei giacimenti di gas naturale dell’Alto Adriatico, nonché ad agevolare lo sfruttamento dei giacimenti cosiddetti marginali». Per inciso, sotto le acque dell’Alto Adriatico ci sono quaranta, diconsi quaranta, miliardi di metri cubi di metano. Che volete che siano, al confronto, poche centinaia di milioni di Robin (Hood) tax? Certo, si dovrà fare i conti con il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan, che giustamente teme il rischio della subsidenza che potrebbe far sprofondare la laguna di Venezia: al Senato è passato un emendamento per il quale ogni decisione dovrà essere presa «d’intesa» con lui. E lui ha detto, risoluto: «Continuerò a dire di no finché non avrò la certezza che il terreno non scende neanche di un millimetro». Vedremo come andrà a finire. Ma Galan farebbe molto male a prendere sottogamba l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni.
Caselli E che dire della lobby autostradale? Non gli deve essere andata poi tanto male, né con il precedente governo di centrodestra, che concesse a loro l’aumento delle tariffe e lo negò alle Ferrovie, né con quello di centrosinistra, che gli ha bloccato, sì, la fusione con la spagnola Abertis, ma ha dato via libera a un nuovo non trascurabile rincaro scattato dal primo gennaio scorso. Sentite le parole dell’amministratore delegato di Atlantia Giovanni Castellucci, pronunciate giovedì 23 ottobre: «Non ci lamentiamo dell’attuale sistema tariffario ma non ci lamentavamo nemmeno del precedente». Se lo dice lui... Del resto, i due principali gestori autostradali italiani, il gruppo Benetton e il gruppo Gavio, non sono forse stati chiamati a far parte della cordata di imprenditori voluta da Silvio Berlusconi che dovrebbe far sopravvivere l’Alitalia? Il terzo privato con interessi nel settore autostradale, poi, è addirittura un politico in piena attività: Vito Bonsignore, europarlamentare eletto con l’Udc (quando l’Udc faceva parte della maggioranza di governo) e ora passato con Berlusconi.
Lobby e partito La verità è che il lobbismo all’italiana è veramente efficace non soltanto se si sta sempre a stretto contatto con la politica. Ma addirittura se si è parte del sistema politico. Un Parlamento nel quale i professori universitari sono un centinaio avrà la forza di approvare un provvedimento che, per esempio, impedisca ai familiari dei professori di insegnare nella stessa facoltà nella quale insegna il loro congiunto? E un Parlamento zeppo di avvocati, potrà mai varare una norma che obblighi i legali a sospendere l’attività professionale durante il mandato?
Interessi verdi La partecipazione fisica alle decisioni politiche: ecco il segreto delle lobby che funzionano. Nei tempi d’oro la Coldiretti si vantava di far eleggere a ogni giro di giostra decine di deputati nelle file della Democrazia Cristiana. E non sono stati rari, in passato, i casi in cui ex presidenti di Confindustria e Confagricoltura hanno avuto un seggio in Parlamento. Oggi, al governo, e in una posizione chiave per la sua ex organizzazione, c’è Michela Vittoria Brambilla, fino a sei mesi fa presidente dei giovani della Confcommercio: è sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al Turismo, uno dei settori chiave dell’associazione dei commercianti. Quella organizzazione è sempre stata molto attiva sul fronte del lobbismo politico, organizzando e finanziando addirittura le campagne elettorali. Come sta a dimostrare l’istruttivo siparietto del quale l’attuale presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli, fu protagonista il 24 novembre del 2005 durante una riunione di consiglio della Confcommercio con il suo predecessore Sergio Billè, che all’epoca stava per essere rimosso per essere sostituito con lo stesso Sangalli. Facendo riferimento al famoso fondo riservato del presidente dell’associazione, Billé disse di aver saputo che «anche nel 1995 (quando arrivò al vertice dell’associazione, ndr) i flussi (di denaro, ndr) esistevano, senza che nessuno se ne fosse mai accorto, forse perché utilizzati per altri scopi, forse elettorali». Una stilettata che indusse Sangalli a precisare, testualmente: «Milano, che aveva un suo esponente impegnato in campagna elettorale, essendo candidato della Confcommercio, ha sempre costituito un comitato elettorale per raccogliere i fondi per sostenere la campagna del candidato dell’Unione commerciante di Milano alla Camera dei Deputati». E insistette, Sangalli, perché la sua precisazione fosse messa a verbale, «perché un passaggio nell’intervento del presidente Billé potrebbe apparire altrimenti strumentale nei suoi confronti». Il candidato dei commercianti di Milano per Montecitorio era lui. Sangalli è stato deputato ininterrottamente dal 1968 al 1994.


da corriere.it
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #40 il: Ottobre 28, 2008, 07:49:02 »

28/10/2008 - L'INTERVENTO
 
Tornelli vuol dire giustizia

 
RENATO BRUNETTA
 
Ho parlato dei tornelli in tribunale, intendendo non tanto, e non solo, le strutture fisiche, quanto il controllo degli orari di lavoro, della presenza e, quindi, della produttività di tutto il personale della giustizia, e subito, come al solito, s’è levato il solito coro: è una boutade, non conosco la materia, non ho competenza. Cercherò di esser più preciso: la fine dell’anarchia giudiziaria, dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro negli uffici, è solo un primo passo, piccolo e necessario, perché i costi della giustizia che non funziona sono insopportabili, sia in termini di spesa pubblica che di civiltà collettiva. Mi limito ad alcuni punti, consapevole che il tema è complesso e non esauribile in poche righe.

Abbiamo avviato l’operazione trasparenza sull’assenteismo nella Pubblica Amministrazione, documentando l’impatto delle assenze per malattia dei dipendenti, dopo l’introduzione delle trattenute previste dal decreto 112, e mettendo i dati in sequenza storica. Il risultato è stato un crollo dei finti malati (-44,6% nel mese di settembre rispetto allo stesso mese di un anno fa). Non è la soluzione di tutti i mali, ma è un passo in avanti.

Come sono andate le cose nel comparto della giustizia? Non lo so, non lo sa nessuno, perché quei dati non sono mai arrivati. Hanno risposto alcune amministrazioni centrali, ma la trasparenza è stata rifiutata dall’insieme degli uffici periferici. Non abbiamo dati relativi alle presenze dei magistrati, ma neanche dei cancellieri e dell’altro personale amministrativo, che sono tutti dipendenti pubblici. Che sia chi amministra la giustizia a sottrarsi alla trasparenza non è un bell’esempio.

I tempi della giustizia italiana (penale, civile, amministrativa) sono scandalosamente lunghi, al punto da esporci a fondati e preoccupanti rilievi internazionali. Una giustizia che viaggia con i tempi italiani non merita di chiamarsi giustizia. Di questo, naturalmente, non portano la responsabilità solo i magistrati, essendoci colpe enormi del legislatore. Ma sono responsabili anche i magistrati. Per esempio: la legge è chiarissima, stabilendo che le motivazioni delle sentenze si depositano contemporaneamente o pochi giorni dopo la lettura del dispositivo, e solo in casi eccezionali entro tre mesi. La regola, di fatto, è che le motivazioni arrivano dopo molti mesi, e talora dopo anni. Nessuno paga, perché i tempi che riguardano i cittadini sono perentori (quindi obbligatori), mentre quelli cui devono attenersi i magistrati ordinatori (vale a dire che sono solo indicativi). Non credo sia tollerabile.

Dei procedimenti penali che s’iniziano arrivano a sentenza sì e no il 30%, fra questi risultando numerosi gli assolti. Significa che più del 70% dei procedimenti si perde per strada, risucchiato dai tempi delle prescrizioni. Una pacchia, per i criminali. Nel solo tribunale penale di Roma quasi l’80% dei rinvii è dovuto ad errori procedurali commessi dagli uffici, il che meriterebbe un serio controllo di produttività, con premi a chi lavora bene e sanzioni per chi lo fa come capita. Ogni volta che si solleva il tema la risposta dei magistrati è: servono più soldi. Ma noi abbiamo più magistrati e spendiamo più della media europea. Spendiamo troppo, non troppo poco, ma spendiamo male, come dimostra il capitolo informatizzazione: ci sono 7000 server al servizio della giustizia (ne basterebbe il 10%) e 169 sale dedicate (ne basterebbero 29). Tutto questo non solo è costato per gli acquisti, ma costa ogni anno, in servizi di assistenza e manutenzione, un occhio della testa. E non funziona, perché la telematica richiede integrazione dei sistemi, non moltiplicazione dei centri autogestiti ed autoreferenziali. E integrazione vuol dire scientificità dell’organizzazione con relative responsabilità manageriali e di gestione che, nei nostri palazzi di giustizia, semplicemente non esistono. Ognuno per sé, magari in buona fede, ma in totale disorganizzazione.

Dicono i magistrati: ci portiamo il lavoro a casa. Ma mica voglio una giustizia amministrata nel tinello! Ed a che serve informatizzare tutto, se poi il lavoro si fa da un’altra parte? Mancano gli uffici? Si organizzi il lavoro giudiziario in modo che gli uffici ci siano e siano aperti al pubblico, che problema c’è? Non vedo proprio perché qualcuno debba sentirsi sminuito se si controllano le entrate e le uscite dal lavoro al fine di evitare i tanti deserti pomeridiani nei nostri tribunali. Ci guadagneranno quelli che lavorano tanto, come si dimostra in alcune procure che, a legislazione vigente, sono riuscite a migliorare l’organizzazione interna, ci guadagneranno i cittadini, ci guadagnerà l’economia del Paese. Non ce l’ho con i magistrati, ma non possono esistere delle aree protette dalla trasparenza e dalla produttività. Meno che mai dove ci si occupa dei diritti dei cittadini.

* ministro per la Pubblica amministrazione e l’Innovazione
 
da lastampa.it
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #41 il: Ottobre 28, 2008, 07:50:40 »

Sicurezza, Maroni vuole cacciare il prefetto Mosca

Mariagrazia Gerina


«Preferirei continuare a svolgere il mio lavoro», ha risposto con garbo e fermezza, respingendo anche lo zucchero di un incarico prestigioso (capo di gabinetto di Scajola) offertogli per dissimulare la sgradevolezza della rimozione: «Ma da ragazzo nell’antica caserma della Nunziatella mi hanno insegnato l’obbedienza». Solo un servitore dello stato che ama il posto in cui è stato messo può dire dei «no» come quello pronunciato, senza clamore, in queste ore dal prefetto di Roma, Carlo Mosca. Un no da prefetto galantuomo, che, a 62 anni, dopo esser stato capo di gabinetto di Pisanu e di Amato, può anche decidere di andare in pensione, se proprio deve togliere il disturbo. E dedicarsi solo all’insegnamento universitario.

Il capo di gabinetto di Maroni, che lo ha incontrato nel fine settimana, è tornato al Viminale con la certezza che rimuovere Mosca non sarà facile. Come fu impossibile del resto convincerlo che suo compito era prendere le impronte digitali ai bambini rom se un ministro disponeva così. Qualche suo collega si adeguò, lui no, forte della Costituzione. Alla fine il Viminale ha dovuto dargli ragione.

Tre mesi dopo, la volontà di rimuoverlo sembra più che mai ferma. «Sono decisioni governative, non entro nel merito», se ne lava le mani il sindaco di Roma Alemanno: «Il prefetto ha sempre la stima di tutti noi», recita la sua difesa d’ufficio. Ma non è un mistero che in questi mesi il sindaco abbia sofferto la coabitazione. E se ne sia più volte lamentato con il Viminale. Alemanno vince le elezioni cavalcando la sicurezza e nel primo vertice in prefettura Mosca gli spiega che da mesi i reati sono già in calo. Alemanno invoca sgomberi e Mosca frena. Le sue posizioni, molto apprezzate in Vaticano, uniscono sempre il buon senso, la scomodità e un pizzico di cattolicesimo. Lo stesso sindaco ha dovuto più volte andargli dietro. Non solo lui: mentre Berlusconi invocava la polizia per gli studenti, Mosca ricordava che «la Costituzione prevede la libertà di riunione». Pochi giorni fa, appena terminato il censimento rom, ha di nuovo dettato la linea: «Ora dobbiamo garantire loro migliori condizioni». Anche i risultati di quel censimento adesso gli vengono contestati. Insieme a quella caparbietà nel mantenere la barra: «Severi con i delinquenti (parola che Mosca pronuncia con la “g”), accoglienti con gli altri». Un’idea troppo moderna della sicurezza?

Maroni potrebbe portare il nome del nuovo prefetto nel prossimo consiglio dei ministri. Ma la pratica, visti i pretendenti (dall’ex prefetto di Palermo Marino a Morcone, in Campidoglio nell'interim tra Veltroni e Alemanno), non è semplice. E Maroni sa che si troverà contro i tanti estimatori di Mosca. A cominciare da Letta che in pubblico lo ha già difeso: «Un esempio per tutti noi».

Pubblicato il: 28.10.08
Modificato il: 28.10.08 alle ore 9.29   
© l'Unità.
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #42 il: Ottobre 31, 2008, 02:55:45 »

31/10/2008
 
La colpa del tifoso qualunque
 
ROBERTO BECCANTINI

 
Un padre di famiglia, tifoso come tanti: per questo, temo che la notizia del suo vile ferimento non sazierà il sentimento popolare come, di solito, lo alimentano le risse fra ultrà, con l’immancabile strascico di tavole rotonde e seminari assortiti. I politici politicanti sono sempre pronti a scendere in campo in base a dove porta il saluto (romano) o il pugno (chiuso), ma stavolta? Mi auguro che gli attestati di solidarietà e impegno manifestati dalla presidentessa del Bologna e ribaditi dalle forze dell’ordine non calino d’intensità in coincidenza con la progressiva rimozione del caso da giornali e telegiornali.

Era un padre, non un padrino: ha difeso il figlio, che portava una sciarpa bianconera, una sciarpa e basta. Era pensiero debole, non pensiero unico: nel senso che essere preso a sassate e soccorso a calci e insulti in quel punto lì, per quel motivo lì, in quel momento lì costituiva l’eventualità più eticamente remota, anche se lombrosianamente possibile. Le dotte disquisizioni attorno all’imbarbarimento delle ideologie non c’entrano: ci troviamo di fronte a un «classico» ferito del calcio, con la maglia che sfratta la divisa del carabiniere o del poliziotto e si riappropria, in maniera trucida, del cuore del ring. Li hanno aggrediti perché «nemici» e, in quanto tali, soldati di uno stato avverso. Calciopoli ha contribuito a esacerbare gli animi: stiamo attenti, quando ne maneggiamo le sentenze. Dovremo resistere alla carenza di appigli (la partita era filata via liscia come l’olio), all’assenza di moventi sociologici (nessun estremismo di destra contro nessun estremismo di sinistra) e, soprattutto, all’aspetto più inquietante: «In fin dei conti, non è stata mica un’ecatombe, di mezzo ci è andata solo una persona, e non è manco morta». Ecco: se ci arrendiamo al tepore falso della quantità, non capiremo mai l’aberrante gelo della qualità del teppismo calcistico che, aizzato dall’odio diffuso nel Paese, appena può ci mette, vergognosamente, una pietra sopra.
 
da lastampa.it
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #43 il: Novembre 03, 2008, 11:24:09 »

Dal suo blog, l'esponente del Pdl avanza pesanti insinuazioni

"Abbasso la mignottocrazia, viva la Repubblica"

"Calendarista delle pari opportunità quali favori ha fatto al premier?"

Il senatore Guzzanti ancora contro la Carfagna, duro attacco a Berlusconi

di MARCO PASQUA


ROMA - Paolo Guzzanti, senatore di Forza Italia, torna a criticare Silvio Berlusconi e, stavolta, attraverso le pagine del suo blog, se la prende anche con Mara Carfagna. Il ministro viene definito "calendarista alle pari opportunità", "inadatta" a ricoprire quel ruolo. Non solo: quella di Berlusconi, nei suoi confronti, sarebbe stata una "nomina di scambio", offerta in cambio di qualcosa che il senatore non specifica.

Una presa di posizione che fa seguito alle dichiarazioni, rilasciate lo scorso 8 ottobre, quando Guzzanti aveva attaccato il premier per aver lodato la Russia di Putin. "Berlusconi mi fa vomitare", aveva detto in quell'occasione. Adesso critica senza troppe mezze misure il ministro delle Pari Opportunità: "Secondo quanto dicono alcuni testimoni che considero credibili, attendibili e tutt'altro che interessati - scrive nei commenti, rispondendo ad un suo lettore - esistono proporzionati motivi per temere che la signorina in questione occupi il posto per motivi che esulano dalla valutazione delle sue capacità di servitore dello Stato, sia pure apprendista. La sua intelligenza politica è nulla".

Ancora: "Resta aperta una questione irrisolta: quali meriti straordinari hanno condotto questo giovane cittadino della Repubblica ad una carriera così fulminea? Mi chiedo come questa persona abbia ottenuto il posto".

Ma l'accusa di Guzzanti è più pesante, perché è quella di una vera e propria nomina di scambio, un favore fatto alla Carfagna dal premier. Facendo riferimento ad alcune intercettazioni mai pubblicate dai giornali, ma che lui avrebbe letto, Guzzanti risponde ad un lettore che gli chiede se le "nomine di scambio" fossero più d'una: "Per quel che ne so, dai testi oculari, più di una. Per questo lo scandalo sarebbe devastante, costituzionalmente e istituzionalmente devastante. Più di scambio, tratterebbesi di compenso. Come scrisse Cossiga: 'ai miei tempi si offriva un filo di perle o un appartamento'".

Guzzanti è padre della comica Sabina, alla quale proprio la Carfagna ha chiesto un milione di euro di danni. A chi lo attacca per questa sua presa di posizione contro la Carfagna, Guzzanti dice: "C'entra il senso dello Stato, il primato delle regole, la limpidezza della democrazia. Abbasso la mignottocrazia, viva la Repubblica". E nel post vero e proprio, il senatore si chiede se sia possibile che in una democrazia "il capo di un governo nomini ministro persone che hanno il solo e unico merito di averlo servito, emozionato, soddisfatto personalmente? Potrebbe essere il suo giardiniere che ha ben potato le sue rose, l'autista che lo ha ben guidato in un viaggio, la meretrice che ha ben succhiato il suo uccello, ma anche il padre spirituale che abbia ben salvato la sua anima, il ciabattino che abbia ben risuolato le sue scarpe". Infine, un altro interrogativo: "è lecito o non è lecito che si faccia ministro in uno Stato immaginario e anzi in un Pianeta di un'altra costellazione, una persona che ha come suo merito specifico ben soddisfatto il capo del governo?".

(3 novembre 2008)

da repubblica.it
Loggato
Admin
Visitatore
« Risposta #44 il: Novembre 06, 2008, 08:52:43 »

Paolo Guzzanti: «Se Carfagna querela farò nomi»

Poi si scusa. Il ministro: «Vicenda chiusa»

 
ROMA (5 novembre) - Paolo Guzzanti insiste e parlando in mattinata alla radio torna ad attaccare il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, che ha già querelato il deputato del Pdl per altre dichiarazioni dei giorni scorsi, facendo nuove insinuazioni sui rapporti fra la ex soubrette e il premier Silvio Berlusconi. Poi però dal suo blog si scusa e il ministro accetta: vicenda chiusa.

Farò i nomi. In mattinata Guzzanti aveva dichiarato: «Mi è capitato di imbattermi in persone, parlo di membri del parlamento, che mi hanno raccontato di avere letto le intercettazioni e di avere da esse tratto certe sensazioni e a loro parere fondate sulla vicenda. Se dovessi essere chiamato da un magistrato per difendermi sarei pronto a dire i nomi di questi autorevoli membri del parlamento», ha detto Guzzanti, padre di Sabrina, che dal ministro delle Pari opportunità è già stata querelata per alcune dichiarazioni fatte dal palco di piazza Navona lo scorso luglio.

«Il ministro Carfagna ha annunciato una querela nei miei confronti - ha detto ancora il deputato del Pdl a Radio 24, durante il programma «La Zanzara» -. L'esperienza insegna che tra una querela annunciata e una querela fatta non dico ci passi il mare, ma insomma, staremo a vedere. Se e quando la querela diventasse un processo e io diventassi un imputato che si deve difendere, naturalmente a quel punto mi difenderei». Alla domanda se questo prefiguri una rottura con il suo partito, Guzzanti ha risposto: «Io nego di avere posizioni di rottura nei confronti del mio partito. Io ho sollevato brutalmente un problema senza voler investire personalmente il ministro Carfagna anche se poi, di fatto, l'ho investita. Parlavo di una questione più generale: se i ministri debbano essere nominati solo perché in rapporti molto personali, lasciamo perdere il sesso, col primo ministro».

Le scuse di Guzzanti sul blog. Il deputato del Pdl poi invece porge «idealmente in segno di pace una rosa bianca» a Carfagna. «C'è stata la questione delle voci sulle intercettazioni», scrive Guzzanti in un nuovo lungo intervento sul blog, spiegando che a lui «ne hanno riferito ampiamente i contenuti». «Ho provato un senso di sgomento, di nausea, di panico. Io non so quelle trascrizioni chi riguardino. Lo ignoro. So che altri lo sanno». «Io ho già detto, e lo ripeto, che la minaccia di querela di Mara Carfagna non mi preoccupa - va avanti Guzzanti - ma non ho alcuna vocazione alla lite personalizzata con Mara Carfagna e non ho alcuna intenzione di alimentarla. Voglio dunque chiarire ancora una volta e definitivamente e al di là dei motivi indicati per cui Mara Carfagna mi ha ingiustamente provocato, che io non ho mai avuto interesse, voglia e intenzione di passare dal caso generale (etica e politica) ad un linciaggio nei suoi confronti».

Il ministro vicenda chiusa. «Una rosa bianca in segno di pace è sempre ben accetta. Prendo pertanto atto delle scuse che mi presenta il collega Paolo Guzzanti e ritengo che questa vicenda debba considerarsi chiusa», ha detto Carfagna.


da ilmessaggero.it
Loggato
Pagine: 1 2 [3] 4 5
  Stampa  
 
Salta a:  

Powered by MySQL Powered by PHP Powered by SMF 1.1.19 | SMF © 2006-2007, Simple Machines
Traduzione Italiana a cura di SMItalia
XHTML 1.0 Valido! CSS Valido!


Google visited last this page Ottobre 31, 2017, 08:36:38