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Autore Topic: FABIO MARTINI.  (Letto 36213 volte)
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« Risposta #45 il: Settembre 13, 2011, 11:12:08 »

Politica

13/09/2011 - LA CASTA MONTA LA PROTESTA

Contestare il leader: la moda (bipartisan) degli ultras dei partiti

Quest’estate il senatùr ha lasciato il Cadore di notte per via dei leghisti in rivolta

Da Bossi a Fini e Bersani: quando il Capo finisce nel mirino

FABIO MARTINI
ROMA

Il capo è mio e me lo contesto io. Nella risorgente stagione dell’intolleranza popolare per i politici, sta prendendo corpo un fenomeno nuovo: la contestazione sulla pubblica piazza di big della politica da parte di militanti della stessa area. Per ora si tratta di piccoli scrosci, eppure la casistica si sta velocemente infittendo. Nel giro di poche settimane, uno dopo l’altro, sono stati presi di mira non soltanto leader oramai temprati come Massimo D’Alema o Silvio Berlusconi, ma anche personaggi finora immuni a contestazioni da parte dei propri aficionados. Come Gianfranco Fini, Umberto Bossi, Nichi Vendola, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi. Persino il sindaco di Firenze Matteo Renzi, il rottamatore dei «vecchi», per qualche minuto, è finito dentro il tritacarne e proprio nella sua città.

E’ come se si stesse rapidamente consumando quell’aura di rispetto che in lunghe fasi della Repubblica ha preservato anche i leader più controversi dalle proteste dei propri fans. Per il professor Alessandro Campi, siamo ad un passaggio di fase, ad un tornante a suo modo «storico»: «Si stanno sommando un fenomeno più epidermico, il malessere in una fase di stallo politico e di crisi economica e un fenomeno più profondo, di lunga durata. Sta cioè cominciando ad entrare in crisi il modello della leadership monocratica, inamovibile e carismatica creata da Berlusconi ma mutuata da quasi tutti gli altri. Cittadini ed elettori, che in quello schema erano relegati in un ruolo subordinato e di ascolto, stanno tornando a voler essere protagonisti, dicendo la loro».

E proprio questo «riprendersi la parola» da parte dei cittadini-militanti sembra essere il filo rosso che congiunge contestazioni tra loro assai diverse. L’altra sera il sindaco di Firenze Matteo Renzi si è presentato alla festa democratica della sua città con il consueto armamentario di battute taglienti che finora alle feste del Pd gli avevano garantito tanti applausi e qualche sopito mugugno. Ma l’altra sera, quando ha ribadito con schiettezza e argomentazioni lapidarie i motivi per i quali non ha aderito allo sciopero generale della Cgil, stavolta dalla platea sono sibilate urla: «Vergogna!». E quando Renzi ha detto che, a suo parere era giusto varare una manovra da 45 miliardi, si sono alzate di nuovo grida belluine: «Torna ad Arcore!». Certo, con le consuete battute «pane al pane» («Toglietevi il prosciutto dagli occhi, se a Firenze abbiamo salvato asili e servizi sociali è perché abbiamo fatto un accordo col governo»), alla fine Renzi se ne è andato tra gli applausi, ma intanto sulla sua immagine è restata l’ombra della mini-contestazione in casa.

Ma se un personaggio come Renzi le proteste in qualche modo se le va a cercare, ben diverso è il destino che ha colpito due veterani, sinora immuni da contestazioni in casa come Bossi e Fini. Nel giro di 25 giorni, ai due è capitato qualcosa che non avevamo mai visto in 25 anni. Fino a pochi mesi fa, quando Bossi o gli altri leghisti arrivavano all’hotel Ferrovia di Calalzo di Cadore, si apriva un pellegrinaggio a caccia di baci, foto ricordo, in un cicaleggio di «viva Bossi» e «viva la Lega». Quest’anno è girato il vento. Dopo Ferragosto, accerchiato dalle contestazioni da parte dell’(ex) popolo leghista bellunese, Bossi si è mimetizzato tra baite e uscite laterali e alla fine ha dovuto lasciare (di notte) l’hotel. E su Fini, due giorni fa, è caduta una mini-contestazione proprio nella «sua» Mirabello, il paese emiliano dove era nata la mamma e dove 24 anni fa Giorgio Almirante lo lanciò come proprio erede. E una settimana fa, Pier Luigi Bersani ha attraversato tra sorrisi e applausi il corteo della Cgil, ma anche lui ha dovuto ascoltare qualche rasoiata a lui indirizzata: «Siete tutti uguali...».

Persino a personaggi come Nichi Vendola e Rosy Bindi, in costante feeling con le proprie platee, è capitato di incorrere in contestazioni, seppur fugacissime: al Governatore pugliese davanti a Mirafiori; alla presidente del Pd, il 9 luglio a Siena, quando davanti all’assemblea delle donne «Se non ora quando?», è stata fischiata non appena ha detto: «Chiederò al mio partito di ascoltare le vostre ragioni...». Dice il professor Arturo Parisi, un politico che la politica l’ha studiata per decenni: «E’ ripartito tutto con i referendum: 27 milioni di italiani ci hanno spiegato quanto sia impellente la domanda di partecipazione diretta e di massa. Quando si aprono cicli di questo tipo non tengono più i canali delle deleghe, le tranquille passeggiate nei cortei...».

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/419962/
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« Risposta #46 il: Settembre 29, 2011, 05:35:50 »

29/9/2011

Così la Chiesa si riprende i voti

FABIO MARTINI

I peana della sinistra per la prolusione del cardinal Angelo Bagnasco - così severa nel fustigare le esuberanze del presidente del Consiglio - si sono prima affievoliti e alfine spenti, non appena ci si è resi conto della svolta che sta maturando nella Chiesa italiana: la tentazione di lanciare un’Opa cattolica sul centrodestra del dopo-Berlusconi. Raccontano che il cardinal Bagnasco, sfogliando i giornali che recensivano la sua prolusione, abbia sussurrato la sua sorpresa.

Sul Presidente del Consiglio ci eravamo già espressi un anno fa, la novità era altrove...». Come dire: il sipario su Berlusconi la Cei aveva iniziato a calarlo già nel Consiglio permanente di gennaio, ma la svolta vera sta nel passaggio finale del documento dei vescovi, là dove la Chiesa italiana individua senza perifrasi curiali, lo «stagliarsi all’orizzonte», di «un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che coniughi l’etica sociale e l’etica della vita».

E’ finito il tempo dei Family day. Della lobby cattolica che faceva muro sulle leggi sgradite. I Dico. O la fecondazione assistita. L’appello della Cei, stavolta, è più arioso, è rivolto a tutti i cattolici: impegnatevi di nuovo in politica e fatelo a tutto tondo. Non soltanto a difesa - ecco la novità - dei cosiddetti valori non negoziabili. Con la fine di Berlusconi, la Chiesa prova a riprendersi i suoi voti. E così può finalmente affiorare in superficie il cantiere che la Cei ha aperto con grande riservatezza da più di un anno. E che produrrà due eventi senza precedenti: il 17 ottobre la galassia cattolica tutta intera - le associazioni e i movimenti ecclesiali, da Cl a Sant’Egidio, dai catecumeni ai focolarini - si ritroverà a Todi con il cardinale Bagnasco, che aprirà i lavori. E sull’onda di un evento così ecumenico che unirà «sinistra» e «destra» della Chiesa italiana, i promotori di Todi hanno intenzione di convocare - prima di Natale - un grande evento di massa, più ampio di quello che nel nome del «Family day», fece ritrovare il 12 maggio 2007 quasi un milione di persone davanti alla basilica di San Giovanni.

Attraverso il Forum delle associazioni, la Cei sta lavorando ad un obiettivo ambiziosissimo: imporsi, sia pure in modo felpato, come socio fondatore del centrodestra che prenderà forma dopo l’uscita di scena di Silvio Berlusconi. Lo fa capire la nota della Sir - ufficiosa ma autorevole - dedicata alla prolusione di Bagnasco: «Dopo quasi venti anni di alternanze», «l’alternativa non è l’alternanza, cioè la sostituzione dell’attuale maggioranza con l’attuale opposizione, ma la ristrutturazione del sistema». Una ristrutturazione che assegni di nuovo ai cattolici un ruolo di prima linea e si può immaginare che l’approdo sia la «sezione italiana del Ppe», «il progetto attorno al quale possono scomporsi e ricomporsi gli attuali equilibri politici italiani», come fa osservare Giorgio Tonini, già presidente della Fuci.

Dunque, una sfida che interpella anzitutto il centrodestra, ma anche la sinistra. Il mondo cattolico e anche una parte del mondo laico. A Todi, a metà ottobre, assieme alle associazioni, ai movimenti, a Cisl e Coldiretti, ci saranno alcuni «special guest», come Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa San Paolo o come Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo. Oltre, ed è ovvio, chi ha lavorato in cabina di regia, in primis il leader di Sant’Egidio Andrea Riccardi. Dal cantiere di Todi dovrà cominciare a delinearsi quella che Bagnasco informalmente definisce «una nuova classe dirigente e nuovi leader» e Oltretevere la prima scelta va ad Angelino Alfano. Purché - ecco il punto - sappia guidare lui l’accompagnamento fuori dalla scena di Silvio Berlusconi.

E dall’altra parte? Pier Luigi Bersani, anziché unirsi ai peana pro-Bagnasco che si sono alzati nel Pd, ha chiosato: «Non mi permetto di commentare la prolusione». Bersani, che ha fatto il chierichetto e si è laureato con una tesi su Gregorio Magno, ha capito l’antifona. Ma l’ambizioso progetto del cardinale Bagnasco di tornare ad una gestione politica degli elettori cattolici per il momento incontra praterie a destra, ma coglie il Pd mai così spostato a sinistra. Come dimostrano le immagini del leader democratico, impegnato a stringere mani nel corteo della Cgil e a sorridere a Di Pietro e Vendola nel comizio a tre in quel di Vasto.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9257
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« Risposta #47 il: Ottobre 06, 2011, 05:08:44 »

Politica

02/10/2011 - PERSONAGGIO

Profumo frusta il Pd "Basta con gli inganni riformiamo le pensioni"

L'ex ad di Unicredit si schiera e gela i quadri della Bindi

FABIO MARTINI
INVIATO A CHIANCIANO

A prima vista la platea dell'«area Bindi» non sembra il luogo più adatto per aggredire i tabù socio-economici della sinistra e infatti Alessandro Profumo, il «banchiere dal volto umano», prova a sondare il terreno: «Se vogliamo far lavorare le persone fino a 65-70 anni, visto che l'attesa di vita si è allungata...». Dai quattrocento quadri «bindiani» - parlamentari, docenti, assessori, giovani, ultracinquantenni in gran parte di formazione cattolicodemocratica - si alza un significativo brusio, ma Profumo non indietreggia: «Se noi restiamo ancorati ai principii del passato», se non si intaccano «i tabù della sinistra», «forse si vinceranno le elezioni, dopodiché però ce lo dobbiamo dire chiaramente: stiamo fregando i nostri figli e i nostri nipoti!». Silenzio in platea.

Ma il piglio di Profumo, il viso compreso di Rosy Bindi alla presidenza e la cortesia dei quadri della corrente finiscono per soffocare l'iniziale brusio e alla fine un (moderato) applauso saluterà la conclusione del discorso dell'ex leader di Unicredit, in particolare la conferma che a lui la politica interessa: «Sì, assoluta volontà e disponibilità» a mettere a disposizione la «competenza», ma «senza arroganza» e senza demonizzare la politica, convinto - al contrario di Diego Della Valle - che «l’idea che la società civile sia meglio della classe politica è proprio sbagliata». Certo, dal punto di vista del coinvolgimento di Profumo in politica, non ci sono escalation rispetto all’annuncio di un mese fa alla festa dell’Api di Labro, quando il banchiere disse per la prima volta di essere pronto a mettersi in gioco.

Per il momento - dicono da Milano - è destinata ad intensificarsi la collaborazione con la giunta Pisapia e in particolare con Bruno Tabacci, il politico che il banchiere maggiormente stima. Sorride Rosy Bindi: «Non stiamo mica cercando il Papa straniero e neppure le Papesse! Siamo già forniti!». Come dire: oggi come oggi non può essere Profumo il candidato di sintesi del centrosinistra per palazzo Chigi. Ma si è rivelato un evento interessante l'incontro e la difficile interazione tra il banchiere e un pezzo di Pd, uno di quelli dove meglio si compendia l'«anima» del partito. La Bindi - infrangendo l' ostracismo non dichiarato ma reale che i vertici del Pd riservano a imprenditori e banchieri di «frontiera» - ha rotto gli indugi, capitalizzando la simpatia che Profumo le riservò in occasione delle Primarie Pd del 2007. E lo ha invitato alla riunione della sua corrente, una delle dieci sottocomponenti che animano la vita del Pd.

Riuniti a Chianciano (dove tanti anni fa si ritrovava la sinistra dc di Zaccagnini), i fans della Bindi due sere fa all’hotel Excelsior hanno applaudito Pier Luigi Bersani e ieri erano pronti a fare altrettanto con Profumo. Cinquantaquattro anni, ex scout, figlio di un presidente della Fuci che era amico di Aldo Moro, unico banchiere a votare alle Primarie Pd, dopo l’uscita forzosa di un anno da Unicredit (con una liquidazione da 40 milioni di euro), Profumo ora guida una piccola società di consulenze. A Chianciano si è presentato in un completo grigio ferro, senza cravatta e con uno zainetto trans-age. Preceduto dall’ex sottosegretario Laura Pennacchi e dal giornalista del «Corriere della Sera» Maurizio Mucchetti, egualmente critici rispetto alla sinistra che ha sposato il liberismo e dimenticato le virtù dello Stato, Profumo non si è intimidito. Premessa: «Vorrei un Paese che fosse competitivo, solidale e molto rispettoso con le persone».

L’Italia? «Deve ancora fare i compiti a casa». La globalizzazione: «Per il lavoratore cinese è migliorato o no il tenore di vita?»; «in Romania il costo del lavoro legale è un quarto che in Italia, negarlo è difendere bidoni vuoti». E ancora: «Dobbiamo dirci in modo chiaro che le risorse per pagarci le pensioni con la normativa attuale non le abbiamo». Lo statalismo della sinistra? No al «ritorno al pubblico». Ma anche suggestioni di «sinistra»: «Criminalizzare il debito è pericoloso» perché per una giovane coppia accedere al credito è fondamentale, «i paesi nei quali c’è una più alta partecipazione al lavoro sono quelli dove il tasso demografico è più alto».

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/422939/
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« Risposta #48 il: Ottobre 08, 2011, 11:22:39 »

Politica

05/10/2011 - RETROSCENA

"Primarie subito entro gennaio" Mossa di Vendola e Di Pietro

Ma il Pd resiste. Fioroni e i veltroniani: presto per un’alleanza solo a sinistra

FABIO MARTINI
ROMA

Sul Pd, di nuovo alle prese con le sue inquietudini interiori, sta per avvicinarsi una nuvola sinora rimasta all’orizzonte: la richiesta di farle per davvero le Primarie per Palazzo Chigi. Da anni le evocatissime primarie sono l’araba fenice del centrosinistra: Nichi Vendola le invoca ogni volta che può, Antonio Di Pietro ripete che si dovrebbero fare, ma il leader del Pd Pier Luigi Bersani ha risposto a tutti che, sì, gli elettori potranno dir la loro, ma prima bisognerà pensare al programma. Come? Quando? Nessun lo sa, anche perché nessuno sinora ha proposto di mettere un punto all’alato dibattito. Ma fra qualche giorno potrebbe determinarsi una svolta, o quantomeno una scossa. Dice Gennaro Migliore, del gruppo di comando della vendoliana Sel: «A questo punto, la cosa migliore è decidere di farle le Primarie e di farle entro gennaio». E infatti sabato si riunirà il vertice di Sel e la rituale, generica richiesta di Vendola sarà per la prima volta corroborata da un vincolo temporale: facciamole il più presto possibile. E d’altra parte, venti giorni fa, con una dichiarazione confusa con tante altre di routine, Antonio Di Pietro ha annunciato che pure lui sarà della partita: «Mi candido alle Primarie!».

In parole povere gli unici due alleati certi del Pd - Sel e Idv - si preparano a “stringere” Bersani con una offensiva che lo costringa o a cedere, oppure, cosa più probabile, a caricarsi della responsabilità di un «no». Chiosa Arturo Parisi, in questi mesi protagonista di colloqui privati e pubbliche battaglie con Vendola e Di Pietro: «Non mi sorprende che Sel e Idv abbiano deciso di intensificare l’offensiva sul fronte delle Primarie, evidentemente hanno capito che una collaborazione “coordinata e continuativa” col Pd non può mai tenersi su un piano di subalternità». Ma quello di Vendola e Di Pietro è un piccolo, significativo scatto perché sinora si erano limitati entrambi ad una invocazione generica, come aveva fatto ancora quattro giorni fa il leader di Sel da piazza Navona: «Caro compagno Bersani...».

Ma al Pd continuano a far orecchie da mercante. Nella maggioranza bersaniana ma anche nella minoranza. Dice Beppe Fioroni: «Ma davvero possiamo pensare che il Pd si faccia promotore di Primarie di coalizione, mentre c’è ancora aperta la possibilità di una intesa con il cosiddetto Terzo polo? Sarebbe un’offesa all’intelligenza». Dice il veltroniano Stefano Ceccanti: «L’offensiva di Vendola la capisco ma credo non sarà difficile resistere: in questo momento nel Pd nessuno è intenzionato a rinchiudersi in un’alleanza soltanto di sinistra».

Ragionamenti pragmatici che si intrecciano con una curiosa nemesi: il Pd non soltanto ha promosso primarie di coalizione ovunque (da Torino a Napoli, da Milano a Bologna), ma proprio in queste ore si moltiplicano i pronunciamenti pro-Primarie ai livelli più diversi.
Massimo D’Alema, proprio ieri, alla presentazione della rivista “Next Left”, a Bruxelles, ha proposto «l’elezione diretta del Presidente della Commissione europea, con ogni partito che presenta un candidato, scelto anche tramite delle Primarie europee». E per quanto riguarda la presidenza dell’Anci, davanti alle candidature congiunte di Graziano Del Rio, sindaco di Reggio Emilia, cattolico e di Michele Emiliano, sindaco di Bari, oggi i delegati Pd potrebbero scegliere attraverso una sorta di elezione primaria.

Ma proprio mentre si accinge all’affondo sulle Primarie, Nichi Vendola deve prendere atto della rottura politica promossa da Fausto Bertinotti. L’ex presidente della Camera - dopo aver considerato negativamente l’opzione referendaria pro-Mattarellum di Sel - in un articolo scritto per “Alternative per il socialismo”, propone un’analisi molto più radicale di quelle da lui stesso suggerite in anni recenti: «Nessun riformismo, né borghese né di sinistra è capace di diventare soggetto politico consistente» nella attuale crisi del capitalismo e dunque in questo frangente «la politica non ha alcuna autonomia», «è costretta in un recinto». E dunque, è meglio accompagnare i movimenti che respirano l’aria della rivolta». Come dire: guai ad impegnarsi in una coalizione che punta a governare.

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/423387/
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« Risposta #49 il: Ottobre 09, 2011, 06:12:32 »

Politica

09/10/2011 - OPPOSIZIONE, IL CASO

Pd, in campo i quarantenni ma sono già divisi in tre

Per sostenere Renzi arrivano il produttore dell'Isola dei famosi e Baricco

FABIO MARTINI
ROMA

Il glamour spettacolare, almeno quello, è garantito. Per la kermesse di fine ottobre con la quale proverà a proporsi come candidato del centrosinistra a palazzo Chigi, Matteo Renzi è andato a pescare nientedimeno che un big della produzione televisiva: dietro le quinte ci sarà Giorgio Gori, già direttore di Canale 5, una fama di manager creativo, da qualche anno produttore dell’”Isola dei famosi”. E se Gori dovrebbe garantire tempi giusti ed impatto emotivo dell’evento, lo scaltro Renzi ha già “ingaggiato” un altro personaggio evocativo, capace di coprire un “segmento” ben diverso: alla stazione Leopolda ci sarà anche lo scrittore Alessandro Baricco. La kermesse renziana di fine ottobre sarà l’ultima di una sorprendente raffica di convention: ben tre, separatamente convocate da clan diversi di trenta-quarantenni, tutti dichiarati rinnovatori del Pd e della sua classe dirigente.

Tre kermesses, una dietro l’altra: il 16 ottobre si ritroveranno all’Aquila trenta-quarantenni prevalentemente di area bersaniana, gli “ortodossi” guidati dal ligure Andrea Orlando, all’insegna di un moderato riformismo laburista. Con una blanda venatura generazionale e un anti-Renzi pronto in caso di emergenza: il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti. La settimana successiva, il 22 e il 23, il duo Pippo Civati-Debora Serracchiani ha convocato a Bologna, in piazza Maggiore, la convention “Il nostro tempo”, con una parola d’ordine su tutte: far ritrovare nella stessa piazza Pd e movimenti. E infine toccherà a Renzi chiudere l’ottobre dei quarantenni con la sua Leopolda, fissata per il 28, 29 e 30 ottobre.

E così, mentre dall’altra parte della barricata, si sta tumultuosamente organizzando il dopo-Berlusconi, sul fronte democratico la nuova generazione prova ad uscire allo scoperto, sia pure con personaggi, stili e ambizioni molto diverse tra loro. Renzi resta il precursore. Dopo la sua elezione a sindaco di Firenze nel giugno 2009, il modello-Renzi (Primarie e sfida aperta alla nomenclatura di partito) è stato imitato con successo a Milano da Pisapia, a Napoli da De Magistris, a Cagliari da Zedda. E ora, nella speranza che Bersani si decida ad indire Primarie di coalizione per la premiership, il sindaco fiorentino vuole proporsi oltrechè per il messaggio di rottura («Rottamiamo la vecchia classe dirigente del Pd»), anche per un’identità politica più marcata, di rinnovatore anche della cultura politica della sinistra.
Sempre più detestato dai vertici del Pd (Bersani lo ignora, la Bindi e D’Alema non perdono occasione per attaccarlo), sempre più connato come “destro”, Renzi piace però ad alcuni personaggi-icona della sinistra. Come Stefano Benni («Nella mia mente sarai il prossimo presidente del Consiglio»), Lorenzo Jovanotti («Se fai cose che ci piacciono, ti veniamo tutti dietro»), Roberto Benigni (che giorni fa ha bissato una lunga chiachierata a tu per tu a palazzo Vecchio). Nella seconda edizione della Stazione Leopolda, chiamati ad aiutare Renzi nell’impresa di conferirsi un certo spessore poltico, quadri locali del Pd, come il sindaco di Novara Andrea Ballarè, 44 anni; il cattolico Matteo Richetti, 37 anni, presidente del consiglio regionale dell’Emilia-Romagna; il probabile candidato del Pd a Palermo, il trentaseienne Andrea Faraone. Sostiene Renzi: «Io non ho voglia di unire la mia voce all’oceano di parole strascicate, urlate e bisbigliate dal ceto politico. E’ arrivato il momento di parlare di cose concrete, buttar giù l’ossatura di un programma per l’Italia».

E se Renzi ha già da tempo occupato il fronte moderato del Pd, Pippo Civati (36 anni, brianzolo, consigliere regionale lombardo) e Debora Serracchiani (40 anni, udinese d’adozione, europarlamentare e segretario regionale Friuli-Venezia Giulia) hanno un approccio di “sinistra”, che vogliono ribadire nell’incontro di piazza Maggiore a Bologna, che per due giorni sarà per metà coperta da un tendone. Racconta Civati: «Gli interventi saranno in coppia: sul palco parleranno assieme un personaggio della società civile e un “politico”, con lo spirito di superare le contrapposizioni fini e a sé stesse, sperando che ci sia un’aria di casa. Dopo la stagione della protesta, quella della proposta».

E l’aspirazione ad un drastico rinnovamento, che un anno fa accomunava Civati a Renzi? «Primarie per i parlamentari e tetto di tre mandati restano richieste ineludibili». Rivendicazioni che risultano più sfumate tra quelli che si definiscono i «tq», i trenta-quarantenni di Orlando e del varesotto Andrea Marantelli, che intendono ritagliarsi uno spazio tra l’”integralismo” di Stefano Fassina e l’approccio liberal di Enrico Letta. Dice Mario Adinolfi, il più giovane sfidante di Veltroni alle Primarie 2007: «Il destino di questa generazione ma anche nel Pd sta nelle mani di Renzi: se lui troverà il coraggio di sfidare la nomenclatura del partito e vincerà, ne uscirà una competizione così dura che il rinnovamento del Pd verrà di conseguenza».

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/423921/
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« Risposta #50 il: Ottobre 19, 2011, 11:16:04 »

19/10/2011

Molise, il fattore-grillini e lo stop al centrosinistra

FABIO MARTINI

In Molise hanno vinto tutti, anche quelli che hanno perso. Capitava negli anni d’oro della Prima Repubblica, con il Tanassi di turno che gongolava per quello 0,3% in più alla Camera che bilanciava, eccome, il meno 0,9% al Senato. Almeno quel rito consolatorio, la Seconda Repubblica ce lo aveva risparmiato. Se non altro per la sua logica binaria: uno vince e uno perde. Ma dalle parti del Pd se ne son dimenticati. Massimo D’Alema è arrivato a dire: «E’ andata bene, il resto sono chiacchiere». La colpa della sconfitta? Di quei guastafeste del «Cinque stelle». Certo, anche alle Regionali del Piemonte il Movimento che si ispira a Beppe Grillo prese, anche a sinistra, quei voti che poi mancarono alla presidente Mercedes Bresso per battere il centrodestra. Ma il «Cinque stelle» - ecco la novità che oramai non dovrebbe essere più tale - non è come la Rifondazione comunista di Bertinotti, che una volta faceva l’accordo col centrosinistra e una volta non lo faceva. Grillo non fa mai accordi. E probabilmente non li farà mai. Dunque, non è il «Cinque stelle» - sempre fuori dagli schieramenti - che ha «regalato» la vittoria al centrodestra, ma è il centrosinistra che, evidentemente, ha «regalato» voti al movimento di Grillo. A sinistra si ripropone in queste ore il vizio antico del capro espiatorio. Ma sarà tempo che anche a sinistra si provi a capirci qualcosa di questi «grillini», talora così diversi dal loro guru, così simili ai Verdi tedeschi e che ottengono risultati elettorali sempre più corposi senza passare mai dalla tv. Un 5% in Molise può valere una percentuale analoga alle prossime Politiche. La quota «giusta» per impedire la vittoria al centrosinistra. L’America insegna: l’indipendente Nader «regalò» la vittoria a Bush, ma i Democratici sono tornati alla Casa Bianca soltanto quando hanno schierato un candidato più trascinante di Al Gore.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9335
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« Risposta #51 il: Novembre 09, 2011, 05:51:13 »

Politica

09/11/2011 - LA CRISI- RETROSCENA

Il nuovo asse democristiano dietro l'eclissi del Cavaliere

Casini punta all'esecutivo responsabile: ma il se il Pdl si impunta l'Udc andrà con il Pd

FABIO MARTINI
Roma

Si è appena spento il tabellone con i risultati che inchiodano il governo Berlusconi allo score più basso della sua storia, il leader del Pd Pier Luigi Bersani chiede la parola e proprio nell’incipit del suo discorso fa un annuncio significativo: «Voglio dire pochissime parole, cercando di interpretare il sentimento di tutte le opposizioni...». Fuori dal politichese significa che due ore prima Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Antonio Di Pietro hanno consentito che fosse Bersani a parlare a nome di tutti loro. Un’investitura non banale soprattutto da parte di Casini che esita sempre a farsi rappresentare da un leader della sinistra. Un intervento breve, quello di Bersani, forse meno efficace di altre volte, sta di fatto che alla fine del suo discorso dai banchi centristi, i deputati dell’Udc e del Fli non si spellano le mani, anzi la maggior parte di loro resta a braccia conserte.

L’epidermica freddezza dei centristi alla fine del discorso di Bersani non cancella il compiacimento di Casini, il vero vincitore di questa tornata, il principale artefice della «campagna d’autunno» che ha sottratto così tanti parlamentari alla maggioranza e che ha portato al collasso, sia pur differito, del governo Berlusconi. In questi giorni, mentre democratici, dipietristi e finiani si impegnavano nei pur necessari discorsi di contrasto, i capi dell’Udc si sporcavano le mani, contrattavano, promettevano, portavano a casa adesioni o promesse. Tanto è vero che in serata, con i suoi, Casini commentava: «L’annuncio delle dimissioni di Berlusconi è una vittoria fondamentale. Ma quando si vince, non bisogna mai stravincere». E Casini, il leader politico che in questi mesi si è mosso con la maggior sintonia col Capo dello Stato, si prepara ora a giocare la prossima mano, quella del «governo di responsabilità», con Mario Monti premier. Una partita dagli esiti incertissimi, ma che in caso di impuntatura di Berlusconi e di riproposizione del Cavaliere come leader del centrodestra, potrebbe produrre una grossa sorpresa nella disponibilità dell’Udc a un’alleanza elettorale - finora esclusa - con il centrosinistra. Premessa di un’ascesa di Casini al soglio che più ambisce: quello del Quirinale. Un patto Pd-Udc, davvero clamoroso se si materializzasse, appartiene al non-detto di questi giorni ed è una delle conseguenze del protagonismo dell’Udc, protagonista di una massiccia controcampagna acquisti, condotta in prima persona da Pier Ferdinando Casini e da Lorenzo Cesa, con l’apporto di Paolo Cirino Pomicino. Tre ex democristiani che sono riusciti a convincere parlamentari di centrodestra - ecco il «dettaglio» non ancora rilevato che hanno tutti ascendenze democristiane: Giustina Destro, Fabio Gava, Gianfranco Pittelli, Roberto Antonione, Franco Stradella, Francesco Stagno D’Alcontres, per non parlare di Calogero Mannino, che ha seguito un suo personale percorso di allontanamento dalla maggioranza, ma che della Dc è stato vicesegretario e ministro. Certo, da quando la Democrazia cristiana si è sciolta, era il gennaio del 1993, da allora tante volte sui giornali si è riaffacciato il tormentone: «Riecco la Dc». Tutti falsi allarmi e semplificazioni giornalistiche, eppure mai come in queste ore è tornato ad aleggiare nel Palazzo l’orgoglio democristiano.

Ieri pomeriggio nei corridoi di Montecitorio era come se circolassero soltanto ex Dc, di centrodestra e di centrosinistra che si davano di gomito, annuivano, si complimentavano. Commentava a voce bassa un deputato Pdl molto addentro alle vicende di Santa Romana Chiesa: «Non c’è alcun dubbio che le recenti e ripetute considerazioni espresse dal cardinale Bagnasco, così diverse dalla stagione dell’allineamento di Ruini, abbiano creato il clima per questa ripresa di protagonismo dei cattolici in politica. Come diceva il profeta Isaia: così come la pioggia scende dal cielo senza aver fecondato la terra, così la mia parola non ritornerà a me senza aver compiuto ciò che desidero». Un ritrovato protagonismo «democristiano» che si dispiegherà nel tentativo di far nascere un «governissimo», ma se finisse male? Dice Beppe Fioroni, uno dei pochi dirigenti Pd che ha collaborato ai sondaggi con i parlamentari Pdl: «Le misure richieste dall’Europa vanno rapidamente archiviate, in modo da voltare pagina. E se Berlusconi impedirà un governo di responsabilità, costringendo i suoi a ingoiare la pasticca di cianuro e mettendo il Paese in ginocchio a quel punto potrebbero crearsi per davvero i presupposti di un’alleanza elettorale tra noi e l’Udc».

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/428975/
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« Risposta #52 il: Novembre 11, 2011, 04:51:47 »

Politica

11/11/2011 - LA CRISI IL TOTO-DICASTERI

Esecutivo del Presidente Niente poltrone ai politici

L’intendimento del "premier in pectore" vede solo ministri tecnici

FABRIO MARTINI
ROMA

Non ha ancora ricevuto l’incarico di formare il governo, ma a leggere le anticipazioni sulle agenzie, sui siti e sui giornali è come se Mario Monti avesse già formato il suo esecutivo, con tanto di dicasteri prenotati o addirittura assegnati. In realtà il presidente della Bocconi ha fatto il suo ingresso formale nei palazzi della politica romana soltanto ieri, quando ha varcato il portone del Quirinale.
Qui - da neo-senatore a vita - si è intrattenuto a colloquio con Giorgio Napolitano. Questa mattina Monti entrerà per la prima volta nell’aula di palazzo Madama dove parteciperà alla seduta chiamata ad approvare il ddl Stabilità. Un battesimo formale che proseguirà nelle prossime ore, quando il Capo dello Stato chiamerà Monti al Quirinale, stavolta per dargli l’incarico formale di formare un nuovo governo.

Nel frattempo sono proseguiti i colloqui informalissimi per sondare le disponibilità dei papabili ministri. Con quale schema di gioco?
Il punto che rende friabili e spesso fantasiosi i toto-ministri, è proprio questo: la natura del governo non è ancora definita.
Si va verso un governo di larghe intese (con i partiti dentro), o verso un governo del Presidente, composto da ministri tecnici e da sottosegretari politici? Due ipotesi molto diverse tra loro e lo schema preferito dal premier in pectore, ma anche dal Capo dello Stato è il secondo, quello di un esecutivo di personalità della società civile, affiancate da sottosegretari politici, in rappresentanza dei cinque partiti che sembrano destinati ad appoggiare il governo, il pentapartito di unità nazionale, formato da Pdl, Pd, Udc, Fli e Api.

E dopo 48 ore, dalla nomina di Monti a senatore a vita, lo schema di governo squisitamente tecnico si è consolidata. Regge perché la formula ha avuto l’avallo del Pd e questa è una novità rilevante. Anche se il profondo travaglio che divide il Pdl in queste ore, rende prematuro capire quale sarà l’orientamento finale. Per il momento lo schema preferito dal Pd resta il più accreditato.
Già da giorni Pier Luigi Bersani ha informato chi di dovere che, se il governo Monti si farà, il Pd non intende indicare nomi di ministri e neppure, ma su questo si può trattare, di sottosegretari.

Due sere fa se ne è parlato in una riunione del «caminetto» del Pd e due punti sono emersi senza equivoci: mai fianco a fianco, in una qualsiasi foto di gruppo, esponenti di primo piano del Pd ed omologhi berlusconiani. Come spiega con molta nettezza Rosy Bindi: «Noi non vogliamo andare al governo, se non passando dalla porta principale, quella delle elezioni».

Una linea che trova compatte maggioranza e minoranza del Pd, come ha spiegato ieri, durante una assemblea dei senatori, il veltroniano Giorgio Tonini: «Il Pd deve sostenere l’esecutivo Monti senza avarizia e anche con orgoglio ma senza dare la sensazione che noi vogliamo andare al governo, perché questo non è un esecutivo di coalizione, ma somiglia semmai alle convegenze parallele».

Certo, lo schema del «governo del Presidente», di soli tecnici, potrebbe saltare se l’implosione del Pdl, spingesse il partito di Berlusconi a chiedere dei presidi nel governo per fugare il senso della disfatta. Oppure se le pressioni dei più vogliosi di entrare, Franco Frattini e Raffaele Fitto, aprissero una falla dietro la quale si potrebbe formare una fila di pretendenti. Scherzava ma non troppo Giorgio Stracquadanio: «Accidenti, Frattini non ha fatto in tempo a togliersi il vestito blu da ministro di Berlusconi e ha già indossato il completo da ministro di Monti!». Ieri sera le «voci di dentro» del Pdl accreditavano un Berlusconi portato a sottoscrivere il governo del Presidente, proprio per evitare una rissa tra papabili ministri.

E dunque sono ancora appesi per aria i colloqui, che pur sono in corso, per sondare i singoli candidati. Con qualche eccezione.
Giuliano Amato quasi certamente entrerà a far parte del governo Monti. Ma paradossalmente l’esperienza e la versatilità di Amato che ne fa - a parere pressoché unanime - un fuoriclasse nei principali ruoli di governo, lo rende plausibile in almeno tre caselle: il ministero degli Esteri, quello dell’Interno e quello dell’Economia. Per il dicastero più delicato, quello che somma Tesoro e Finanze, circolano molte ipotesi: un interim a Monti, una chiamata da Bankitalia per il direttore generale Fabrizio Saccomanni; un incarico assegnato ad un banchiere, Corrado Passera o Domenico Siniscalco, che ha già ricoperto l’incarico nel secondo governo Berlusconi.
Per la Difesa, i nomi che circolano sono di personaggi che nel passato hanno vestito la divisa: Rolando Mosca Moschini e Vincenzo Camporini. Delicatissima la scelta del ministro di Grazia e Giustizia, dove andrà un tecnico non sgradito al centrodestra.
Escluso l’attuale Guardasigilli Nitto Palma, circolano i nomi di Cesare Mirabelli e Piero Capotosti.

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/429292/
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« Risposta #53 il: Novembre 13, 2011, 06:18:09 »

Politica

13/11/2011 - IL TOTONOMINE

Ministri, tre poltrone per i cattolici

La "nonna" star: a palazzo Chigi furia Annarella

Ornaghi, Mirabelli e Zamagni tra i papabili nella lista del governo

FABIO MARTINI

Michele, il fidatissimo chef ciociaro di Berlusconi, ha dovuto cucinare quello che resterà l’ultimo pranzo a Palazzo Chigi del Cavaliere per un ospite molto particolare: il più probabile successore del suo capo. Per due ore Mario Monti è stato ricevuto a Palazzo Chigi (e non a Palazzo Grazioli) da Silvio Berlusconi nel corso di un pranzo che è servito a chiarirsi le idee, spianare gli ultimi ostacoli verso la nascita del nuovo governo.

Il pranzo tra un premier ancora in carica e uno in pectore è stata una delle tante originalità di una crisi politica che, oramai da mesi, sta cambiando la Costituzione materiale del Paese. Nel corso della giornata di ieri Mario Monti, ad appena 24 ore dalla sua prima giornata da senatore a vita, ha impresso una decisa accelerazione in vista del conferimento dell’incarico del Capo dello Stato, svolgendo quel giro esplorativo tra i potenziali leader della maggioranza che di solito viene compiuto non prima ma dopo il mandato presidenziale. Prassi inedita, imposta dalla emergenza-mercati: il Quirinale vorrebbe che nel corso della giornata di domani, alla riapertura delle Borse, l’Italia avesse già un nuovo governo, che abbia espletato la prima formalità, quella del giuramento dei ministri. Proprio per evitare vuoti di potere, Monti si è imposto una giornata da politico a tutto tondo: in mattinata si è incontrato con Pier Luigi Bersani, a pranzo si è visto con Silvio Berlusconi e nel pomeriggio ha avuto colloqui con Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Francesco Rutelli, in altre parole con tutti e cinque i leader del «pentapartito di unità nazionale». Un lavoro di bulino, che spesso viene esercitato dagli sherpa appositamente incaricati e che invece Monti ha dovuto svolgere in prima persona. Col macigno di Gianni Letta da rimuovere, una grana aggravata dal fatto che il «Richelieu» di Berlusconi ha partecipato al pranzo nel quale Monti ha dovuto comunicare che non c’erano i margini per quella soluzione. Nel corso della giornata Monti ha proseguito anche il lavoro di composizione della sua squadra, nel caso in cui oggi venisse incaricato di formare il nuovo governo. Un lavorio che dura da diversi giorni e che si è andato componendo secondo lo schema di gioco iniziale: quello di un governo di soli tecnici. Uno schema che nei giorni scorsi era stato condiviso da Pdl e Pd ma che nelle ultime ore ha vacillato per effetto della pressione del Popolo della libertà a favore di Gianni Letta, ma che alla fine ha tenuto.

I ministri con portafoglio saranno dodici come imposto dalla riforma Bassanini, ma quasi certamente se ne aggiungeranno uno o due senza portafoglio, con una drastica riduzione rispetto agli attuali dieci. Forte dimagrimento anche per quanto riguarda i sottosegretari: anche questi tutti tecnici, dovrebbero essere non più di venticinque. Interessante anche la filosofia che presiede alla struttura del governo. Molta attenzione al mondo cattolico, che dovrebbe contare due, forse tre ministri chiaramente identificabili. Un’attenzione che sarebbe semplicistico etichettare come «quota Todi», ma che ha due motivazioni. Anzitutto il riconoscimento, certo non esplicito, al contributo che la Chiesa italiana ha dato all’erosione culturale e alla fine anche politica del berlusconismo. Ma c’è un motivo in più: Oltretevere guardano con interesse ma, per ora, senza particolare afflato all’operazione-Monti. Come dimostra quanto scrive il direttore di «Avvenire» Marco Tarquinio: «Non serve solo “tecnica”, ma anche moltissima buona politica» e in ogni caso «l’Italia nonpuò essere commissariata da qualcuno o qualcosa». Dovrebbero entrare nel governo Monti, come Guardasigilli il professor Cesare Mirabelli (docente alla Lateranense e consigliere generale presso la Città del Vaticano), ma anche Stefano Zamagni, bolognese, vicino a Romano Prodi, che ha collaborato alla stesura della enciclica «Caritas in veritate». In corsa anche il rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi. In alternativa a Zamagni - più difficile, ma non impossibile - l’ingresso di Andrea Riccardi, leader della Comunità di Sant’Egidio, mentre sono in caduta le azioni di Umberto Veronesi, una sorta di «uomo nero» per Santa Romana Chiesa. Per quanto riguarda il comparto economico, la candidatura di Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia, si sarebbe indebolita per effetto della contrarietà del centrodestra, ma da via Nazionale potrebbe arrivare lo stesso un ministro, meglio una ministra: Anna Maria Tarantola, il cui nome era entrato nel toto-governatore dopo la nomina di Mario Draghi alla Bce. La Tarantola potrebbe andare allo Sviluppo economico. Per quanto riguarda il ministero-chiave, l’Economia, suspense fino all’ultimo. Potrebbe essere lo stesso Monti a tenere per sé l’incarico con un interim, ma il presidente della Bocconi potrebbe chiedere di occupare quella poltrona a Guido Tabellini, dal 2008 rettore alla Bocconi. Molto probabile anche l’ingresso di Giuliano Amato, da tre anni e mezzo non più parlamentare e presidente della Treccani: per lui si continua a ipotizzare un incarico da ministro degli Esteri. Alla Difesa resta forte la candidatura del generale Rolando Mosca Moschini. Come sottosegretario alla presidenza, il favorito è Enzo Moavero Milanesi, già capo di gabinetto di Monti a Bruxelles e prima, consigliere a Palazzo Chigi di Amato e Ciampi.

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/429546/
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« Risposta #54 il: Novembre 15, 2011, 11:45:07 »

Politica

15/11/2011 - PERSONAGGIO

Il professore col quadernone

Le consultazioni cambiano rito

Ascolta, scrive, fa mettere a verbale proposte. E mostra di non essere solo un tecnico


FABIO MARTINI
Roma

C’ è qualcosa di nuovo, anzi d’antico nell’andirivieni di delegazioni di partiti, partitini e micro-gruppi che entrano ed escono nello studio del senatore a vita Mario Monti, anche se lui sembra voler prendere tutti sul serio. Negli ovattati locali di palazzo Giustiniani, nel saloncino a lui riservato, il presidente incaricato si siede su una poltrona, sempre la stessa e dopo una breve premessa, preferisce ascoltare i suoi interlocutori, le cui parole sono attentamente annotate da un verbalizzatore, unico estraneo presente agli incontri. Ma Monti concede ai notabili dei partiti un sovrappiù di attenzione: lui stesso prende appunti su un grosso blocnotes, di formato «A4». Un segno di rispetto, perché le annotazioni servono a Monti per rispondere all’impronta ai suoi interlocutori; sta di fatto che nei racconti informali di chi esce dagli incontri, la storia del quadernone contribuisce a delineare meglio la fisionomia del personaggio, in gran parte uno sconosciuto nel Palazzo.

E piano piano, di incontro in incontro e di ricordo in ricordo, tutti stanno scoprendo la caratura politica del personaggio e Adolfo Urso sintetizza così: «Monti, anche in questi incontri, sta dimostrando di non essere il classico professore, molta scienza e zero senso politico: conosce realtà e meccanismi della politica italiana, le regole del consenso e proprio per questo non vuole esautorare la politica». In questi giorni è come se in tanti avessero dimenticato i dieci anni da commissario europeo a Bruxelles, anni nei quali l’accademico ha dovuto scoprire l’asprezza della politica, la durezza dello scontro non solo con potentati economici come Microsoft - e la cosa è nota - ma anche con capi di governo, come Gerard Schröder. Dopo aver battagliato con Monti su diversi dossier, una volta al termine di un duro confronto, durante il quale il commissario italiano non aveva mollato di un centimetro, il cancelliere fece una domanda: «Lei ha studiato dai Gesuiti? Sì? Ecco perché argomenta, argomenta, argomenta e non concede niente!».

I professori di solito sanno insegnare, interrogare e dare i voti, ma Monti dimostra di essere un intellettuale dotato di sapienza politica, come confermato anche nella sua seconda uscita pubblica. Ieri sera al termine della prima tornata di consultazioni, Monti ha accettato di rispondere ai giornalisti ed è riuscito a trasmette i messaggi che gli stavano a cuore. Con nettezza ma trovando il modo di non irritare nessuno dei big dei partiti che lo sostengono. I ministri politici? Lui li avrebbe voluti, ma comprende le ragioni del disimpegno bilaterale da parti di partiti che, in guerra fino a poche ore fa, ora non se la sentono di posare nella stessa foto di gruppo. La durata del governo? Con la mole di lavoro da fare e col senso di precarietà che trasmetterebbe ai mercati, per Monti un esecutivo a termine sarebbe un non-senso, una condizione per lui irricevibile.

Un governo a tempo avrebbe meno «credibilità» e quindi sarebbe meno efficace davanti ai mercati: argomento nuovo e spiazzante, che in qualche modo attiene alla esperienza europea di Monti. E il suo network internazionale pesa, pesa assai. Ieri, durante uno dei tanti incontri con le delegazioni parlamentari, Monti ha ricevuto la telefonata del presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. E, come ha confidato lo stesso Monti, in queste ore gli sono arrivate telefonate informali da capi di governo europei «molto importanti», sollecitazioni rispetto alle quali il presidente incaricato ha denunciato ai suoi interlocutori il proprio «imbarazzo» perché, almeno per il momento, non ha alcun titolo formale per fornire risposte. I capi di governo che lo hanno chiamato nelle ultime 48 ore sono la cancelliera tedesca Angela Merkel, il premier britannico David Cameron, il primo ministro francese François Fillon telefonate che lo hanno raggiunto nelle ultime 48 ore e che sono state contraddistinte da un segno univoco: l’incoraggiamento e gli auguri per la difficile impresa.

Ma se ai capi di governo europei, Monti non può ancora dare assicurazioni, negli incontri di ieri alcuni rappresentanti dei partiti si aspettavano dal presidente incaricato indicazioni più precise sul programma e sulla squadra. Antonio Di Pietro ha confidato la sua sorpresa per la laconicità e per il riserbo di Monti. In questo caso, però, non è una questione di temperamento o di quella mancanza di «convivialità splendente» che lo stesso Monti ha confidato sei anni fa come un suo limite a Stefania Rossini dell’«Espresso». Monti non vuole scoprire le sue carte e come ha detto ieri sera, non lo farà neppure negli incontri-clou, quelli previsti oggi con la delegazione del Pdl e con quella del Pd. A chi gli chiedeva se oggi parlerà delle misure immaginate per uscire dalla crisi, Monti ha risposto: «In parte sì, nei dettagli no».

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/429852/
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« Risposta #55 il: Novembre 16, 2011, 11:43:26 »

Politica

16/11/2011 - RETROSCENA

Pensioni e privatizzazioni la cura choc per l’economia

Il premier incaricato cerca i ministri “giusti” e assicura: non mi presenterò alle elezioni

FABIO MARTINI
ROMA

Ad un certo punto, per sedare l’ansia della delegazione del partito più importante, il Pdl, il professor Monti si è dovuto mettere a leggere un articolo di giornale che, a sentire i suoi interlocutori, meritava una smentita. E’ accaduto proprio all’inizio dell’incontro tra il presidente incaricato e la delegazione del Pdl: Maurizio Gasparri, proverbiale “ritagliatore” di giornali nella loro versione cartacea, ha tirato fuori uno dei suoi reperti e, scandalizzato, ha indicato a Monti una dichiarazione del finiano Italo Bocchino tratta dal “Corriere della Sera”, che ipotizzava per il futuro un’alleanza tra il Pd e il Terzo polo guidata proprio da Monti, in sostanza assegnando al Pdl il ruolo di portatore d’acqua. Il senatore a vita ha letto e poi, con parole molto nitide, ha smentito qualsiasi ipotesi di quel tipo, insistendo sulla sua «imparzialità» e «terzietà».

A quel punto Angelino Alfano, Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto hanno annuito, ostentando soddisfazione. Ma non era finita lì: i tre del Pdl, hanno iniziato a sciorinare nel modo più oggettivo possibile, il curriculum politico di Giuliano Amato, per dimostrare a Monti che un ex presidente del consiglio dell’Ulivo e l’ex ministro dell’Interno dell’ultimo governo Prodi non può essere etichettato come un tecnico super partes. Episodi apparentemente minori. Ma per un potenziale premier che non è stato eletto dal popolo, gli equilibri politici, le preoccupazioni e le ubbie dei partiti rappresentano la principale fonte di ansia. Per 48 ore il professore ha fatto di tutto per sedare i due principali partiti. Poi sul far della sera, quando ha fatto ritorno all’hotel Forum, Mario Monti si è trovato davanti al rovello col quale ha attraversato la sua quarta notte romana: forzare la mano e imbarcare nel suo governo sia Gianni Letta (che il Pd non vuole), sia Giuliano Amato (che il Pdl non vuole nel caso sia l’unico politico)?

In altre parole: mettere in difficoltà il Pd, pur di “legare” Berlusconi attraverso il fido Letta? Ma questo non è l’unico dubbio che attanaglia il professore. Nel colloquio che avuto ieri al Quirinale col Capo dello Stato, Monti ha confidato di coltivare qualche dubbio sulla efficacia della sua squadra, almeno per come si era delineata fino al primo pomeriggio. E soprattutto in due caselle. Certo, ai partiti incontrati nelle ultime 48 ore, il professore non ha anticipato nulla di vincolante sul programma, perché conosce bene le conseguenze devastanti degli effetti-annuncio in campo economico e ne sanno qualcosa sia Prodi che Berlusconi. In realtà Monti ha in animo misure molto radicali in due campi: le pensioni e, soprattutto, le privatizzazioni. E’ aspirando da questi due serbatoi che il professore punta a passare alla storia per aver asciugato il debito italiano.

Ma per approntare misure efficaci e al tempo stesso interagire nel modo migliore col Parlamento, Monti sta cercando le figure “giuste”, ministri, viceministri e sottosegretari capaci di istruire, ma anche di gestire misure-choc. Il piano più radicale, a quanto pare, riguarderebbe le privatizzazioni. In questo campo, nel recente passato, si sono preferite dosi minime, mentre in linea teorica l’area di intervento è molto ampia. Si va dalle quote pubbliche di Eni, Enel, Poste e Rai, alla possibile alienazione di una parte del ricchissimo patrimonio in mano ad enti locali, Regioni, Difesa. Per un’ operazione così imponente, Monti vorrebbe una squadra “tosta” sia al ministero dell’Economia che a quello del Welfare. Ieri sera aveva preso quota uno schema che prevederebbe quattro viceministri di peso, con Vittorio Grilli (direttore generale del Tesoro), Guido Tabellini (rettore della Bocconi), Paolo de Ioanna (già capo di gabinetto di Ciampi e di Padoa-Schioppa), Anna Maria Tarantola, vicedirettore di Bankitalia. Una squadra che così composta, ancora non sarebbe di piena soddisfazione del presidente incaricato.

Troppi tecnici, nessuna figura di peso politico. Ieri sera, col suo completo blu, la oramai caratteristica cravatta celeste e l’impermeabile ripiegato sul braccio, Monti prima di andarsi a rintanare in albergo, si è concesso un passatempo: è passato da palazzo Venezia, dove ieri è stata inaugurata la mostra “Roma ai tempi del Caravaggio”. Alla fine ha comprato il catalogo della mostra, non prima di aver salutato una signora che lo aveva riconosciuto e gli aveva fatto gli auguri per il suo incarico.

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/430050/
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« Risposta #56 il: Novembre 17, 2011, 05:14:22 »

Politica

17/11/2011 - IL NUOVO GOVERNO/ RETROSCENA

I tre pilastri di Monti per realizzare le riforme

Secondo tradizione il premier uscente consegna al nuovo presidente del Consiglio la campanella, quella che segna l'inizio e la fine di ogni riunione del consiglio dei ministri. Silvio Berlusconi ha anche fatto gli auguri a Monti per gli impegni che lo aspettano e Monti l'ha ringraziato per il lavoro svolto

Rifkin: "L'Italia ora deve puntare su giovani e rete"

Pensioni, crescita e Parlamento: a Fornero, Passera e Giarda ruoli chiave

FABIO MARTINI
Roma

Nel Salone delle Feste del Quirinale, la cerimonia del giuramento si è appena conclusa, si stanno già sciogliendo le righe, ma è troppo presto: inesperti del rito, i ministri non sanno che è l’ora della foto di gruppo e Giorgio Napolitano è costretto a infilarsi tra le «linee». I ministri si mettono in posa, ma appena i flash crepitano, quasi nessuno sorride. Facce serie. Tradiscono animi sorpresi, convocazioni d’urgenza, forse anche il peso di un’improvvisa responsabilità. Gli unici che affettano buonumore sono il rettore del Politecnico di Torino, il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo e l’ex prefetto Anna Maria Cancellieri, personaggio fuori dagli schemi, donna rigorosa e brillante, come ministro dell’Interno destinata a diventare una delle sorprese del nuovo governo. Sorridono, ma senza ostentazioni, i due artefici, Giorgio Napolitano e Mario Monti. Nella notte tra martedì e mercoledì e poi ieri mattina i due presidenti si sono sobbarcati un lavoro che non ha precedenti nella storia della Repubblica: in zona Cesarini si sono fatti cercare buona parte dei ministri, che in alcuni casi sono stati sorpresi nel sonno. È il caso dell’ambasciatore italiano a New York Giulio Terzi di Sant’Agata, che, una volta tornato vigile, ha appreso che gli si proponeva di diventare ministro degli Esteri. I due presidenti hanno dovuto concentrare lo stress finale in poche ore anche perché il tormentone Amato-Letta è rimasto aperto fino a ieri mattina, con l’ipotesi del primo agli Esteri e del secondo ai Beni culturali. Poi la «bolla» si è spenta e a quel punto i «consoli della Repubblica» hanno potuto riempire le caselle rimaste vuote, al tempo stesso accorpando deleghe, creando nuovi dicasteri. Secondo uno schema voluto dal presidente del Consiglio, ma al quale ha contribuito anche la richiesta di Corrado Passera. Molto scettico sulla decisione di affidargli lo Sviluppo Economico, un ministero «svuotato» da Tremonti, il supermanager di IntesaSanpaolo ha chiesto e ottenuto l’accorpamento nel suo ministero delle deleghe delle Infrastrutture e dei trasporti, che in un primo momento erano state assegnate a Piero Gnudi.

Nei punti-chiave, il premier ha voluto ministri che fossero «tecnici con una testa politica», per dirla con uno degli uomini a lui più vicini. Il primo architrave del governo Monti si chiama Pietro Giarda: è lui il personaggio al quale il premier ha affidato il compito di «domare la bestia» parlamentare. Settantaquattro anni, una «prima vita» da docente universitario, una seconda da sottosegretario al Tesoro. Sotto diversi governi dell’Ulivo, Giarda è stato protagonista di nottate memorabili, trascorse per mandare avanti le varie Finanziarie. Notti nelle quali Giarda veniva avvicinato dagli onorevoli con emendamenti oscuri, che lui smontava con eleganza: «Guardi, poi controlliamo assieme la normativa, ma credo che...». Il secondo architrave, un altro «tecnico con testa politica» si chiama Elisa Fornero. A lei Monti ha affidato il compito più difficile: guidare la «guerra» per cambiare il sistema pensionistico. Una donna «tosta», figlia di un operaio, la Fornero è una che si è fatta da sé e una volta ha raccontato: «Con la mia franchezza di ragazza canavesana», una volta «invitai Mario Monti a cena, parlandogli mentre preparavo il risotto». La terza colonna, nel disegno di Monti, è Corrado Passera, che ha ottenuto il blocco crescita-sviluppo-infrastrutture, «un uomo del fare», per dirla con uno dei collaboratori di Monti. Giorgio Tonini, senatore Pd vicino al Capo dello Stato, interpreta così la lista: «C’è un investimento su mondi che Berlusconi aveva abbandonato, quattro mondi senza i quali, piaccia o no, l’Italia non esce dal guado: gli Stati Uniti, con la nomina dell’ambasciatore a Washington; l’Europa, con Monti stesso e con un uomo del profilo di Mogavero; il mondo produttivo con la super-delega a Passera; il mondo cattolico con Riccardi, Ornaghi e un cattolico-democratico come Balduzzi, chiamato a gestire con spirito di mediazione il dossier della bioetica». Nella prima giornata da premier, Monti ha sottolineato: «La non presenza di politici agevolerà» il governo togliendo un «motivo di imbarazzo» e rispondendo a chi gli chiedeva se fossero immaginabili rimpasti di governo in corsa, ha risposto: «Non ci saranno passaggi in corsa, perché di corsa si tratterà». Elegante e stringato il tributo a Berlusconi: «Rispetto e attenzione per l’opera compiuta». Durante il consiglio dei ministri la prima raccomandazione: parlare il meno possibile.

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« Risposta #57 il: Novembre 27, 2011, 03:16:04 »

Politica

27/11/2011 - retroscena

Il diktat di Monti "Evitare qualsiasi effetto-annuncio"

L’altra urgenza è spiegare al meglio i sacrifici agli italiani

Fabio Martini
Roma

Nel curioso andirivieni tra i “suoi” palazzi - Chigi, Giustiniani, Finanze - ieri Mario Monti ha riunito al ministero dell’Economia il “pacchetto di mischia” del suo governo e assieme ai ministri Passera, Fornero, Giarda e Moavero ha preso un’altra decisione dirimente: accelerare almeno un po’ la presentazione della manovra correttiva da 25-28 miliardi, anche se l’asticella non è stata ancora fissata, così come non si può ancora immaginare quale sarà la data finale di approvazione. Comunque, prima di Natale. Per quanto abbia maggior dimestichezza con i giornali stranieri, ieri mattina al presidente del Consiglio non sono sfuggite le sollecitazioni di diversi editoriali sui principali quotidiani italiani a far bene ma possibilmente nel minor tempo possibile. Così come non è sfuggito a Monti il tono sferzante del “Financial Times”, quotidiano da sempre vicinissimo alla City, che ironizzava sulle manovre di bilancio del nuovo governo «avvolte nella nebbia», visto che «non c’è ancora chiarezza sulle misure di emergenza».

Raccontano che il professore, cui non mancano gli strumenti per “pesare” l’attacco da Oltremanica, avrebbe fatto una distinzione tra l’antico euroscetticismo britannico e gli stimoli a far sul serio, linea interpretativa prevalente a palazzo Chigi nel caso del pur caustico articolo del quotidiano inglese. E così, se da una parte Monti è voluto andare (in parte) incontro alle richieste corali di dare una scossa al suo passo, dall’altra il presidente del Consiglio non ha alcuna intenzione di diradare la “nebbia” che riguarda le misure allo studio. Troppo fresca, in Monti, è la memoria dei recenti flop politico-comunicativi, di quell’effetto “annunciosmentita” che ha azzoppato gli ultimi governi, di destra e di sinistra, in coincidenza con la preparazione delle Finanziarie. L’effetto combinato di indiscrezioni pilotate, mezzi annunci e smentite, dal 2007 in poi ha provocato pesantissime fibrillazioni, penalizzando l’ultimo Prodi e l’ultimo Berlusconi. E proprio per questo Monti ha dato tassative disposizioni ai suoi ministri di evitare «fughe di notizie» sul dettaglio delle misure in preparazione.

Ma c’è di più. Proprio perché le misure in preparazione non saranno indolori e anzi, per restare al lessico montiano, potrebbero contenere parecchi «sacrifici», Monti ha confidato ai suoi collaboratori che un altro imperativo categorico riguarderà l’efficacia della comunicazione: «Dovremo avere la capacità di spiegare, oltreché al Parlamento, anche ai cittadini il significato e la portata dell’azione del governo». A palazzo Chigi sanno che almeno una parte dell’impatto delle misure sull’opinione pubblica, si giocherà nella capacità dello stesso Monti di saperle motivare, riuscendo in una delle imprese più difficili per un uomo politico: convincere i cittadini che fare sacrifici vale la pena.

Certo, nel vertice di ieri con i quattro ministri di punta del suo governo, Monti ha “tagliato” 48-72 ore sul ruolino di marcia inizialmente immaginato, ma non ha dato una scossa plateale al suo cammino, rallentato in questi giorni da una selva di motivi: la nomina degli staff da parte di ministri “digiuni” di politica; la presa di confidenza dei ministri con dossier e alta burocrazia; la necessità di preparare misure subito applicabili, impermeabili ad uno stravolgimento; la ricognizione sullo stato reale della finanza pubblica; la preparazione del necessario consenso parlamentare in un contesto politico senza precedenti.

Nel vertice di ieri è stato comunque deciso di operare in due tempi: prima il decreto-legge con la manovra correttiva e nelle settimane successive, le grandi riforme: pensioni, fisco, liberalizzazioni, misure anti-casta. Nel Consiglio dei ministri del 5 dicembre sarà varata, con un decreto legge, una manovra correttiva che - dopo la ricognizione, avviata con la Ragioneria, sullo stato di attuazione delle due recenti manovre del governo Berlusconi - dovrebbe impegnare una cifra tra i 25 e i 28 miliardi. Anche se molto dipenderà dal dosaggio delle varie misure, anche ieri le misure più quotate restavano il ritorno dell’Ici, l’aumento dell’Iva, gli sgravi su imprese (Irap) e lavoro. Oltre ad un pacchetto di misure che restano “coperte”.

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/431878/
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« Risposta #58 il: Dicembre 08, 2011, 12:49:02 »

Politica

07/12/2011 -

Il professore Monti in televisione parla alla testa più che al cuore

Solo una domanda prima  della diretta: "Devo guardare lei?"

FABIO MARTINI
Roma

Mancano diversi minuti all’inizio della "diretta" e i due, pur distanti appena cinquanta centimetri, aspettano in rigoroso silenzio.
Nello "Studio 5" di via Teulada Mario Monti è seduto in poltrona; Bruno Vespa inganna l’attesa in piedi. Finalmente, quando oramai mancano due minuti, è il professore a rompere gli indugi e si rivolge a Vespa: «Normalmente... normalmente io guardo lei?». E Vespa: «Sì, sì, aiuta la conversazione...». E’ l’unico quesito tecnico che il presidente tecnico si concede, prima che Vespa parta con la prima domanda "calda", drammatizzante: «Una cosa che ci ha molto colpito: ma davvero non ci sarebbero stati presto, nemmeno i soldi per pagare gli stipendi?».

E Monti: «E’ ben possibile...». La voce monocorde, una vivace gesticolazione delle mani, che durante i primi piani "bucavano" lo schermo, nel suo primo "Porta a porta" da premier, il professore ha provato a spiegare razionalmente e freddamente il rischio enorme che stava accompagnando gli italiani, «andare avanti come se niente fosse» verso il baratro. Poi la domanda che ha prodotto una risposta che tutte le compendia: «Quale è la misura che l’ha fatta più soffrire?». Silenzio, breve ma televisivamente lungo e poi Monti risponde: «Nessuna e tutte...». Pausa: «No, però devo essere più sincero. Quando ho visto che serviva una cosa che venisse compresa dai mercati e che per fare questo, dovevo chiamare a contribuire anche i pensionati con un livello molto basso di pensione, ci siamo sentiti molto in difficoltà.
E allora lì, mi sono convinto che era il caso di chiamare a contribuire chi, anni fa, aveva usufruito dello scudo fiscale».

In quella risposta c’è tutto il Monti "televisivo": l’appello alla ragione più che al cuore degli italiani; le dure repliche dei fatti concreti più che la trovata capace di accendere l’immaginario; l’argomentare piuttosto che l’emozionare. E d’altra parte il passaggio di Monti in prima serata doveva servire anche a sciogliere un enigma finora irrisolto: il professore come se la sarebbe cavata in tv? Sarebbe riuscito a "trascinare" l’opinione pubblica, a convincerla, a coinvolgerla nella necessità di sacrifici che per alcuni sono pesantissimi?

Nei giorni scorsi la partecipazione di Mario Monti al salotto di Vespa era diventata oggetto di una clamorosa querelle, che si era quasi trasformata in una questione di Stato. Tutto aveva avuto inizio il 2 dicembre, quando un lancio dell’agenzia Ansa aveva dato notizia dello "scoop" di Bruno Vespa: la sera del 6 dicembre il presidente del Consiglio avrebbe spiegato la manovra dagli studi di "Porta a porta". Alzata di scudi nel progressismo politico-mediatico: ma davvero Monti avrebbe parlato prima nel salotto di Vespa che in Parlamento? La successiva precisazione-ripensamento del presidente del Consiglio (interverrò prima davanti alle Camere), sembrava poter chiudere il caso che invece è restato aperto per effetto di una serie di severe reprimende. Sulla linea "Monti non deve mettere piede nel salotto di Vespa", («il luogo dove Berlusconi firmò la superpatacca del contratto degli italiani», per dirla con Antonio Padellaro), si schieravano Lucia Annunziata, Gad Lerner, Corrado Stajano, Eugenio Scalfari. Monti ha tenuto il punto e anzi ha replicato a tutti col suo tagliente humour, parlando di «una onda di eccitazione psicodrammatica». Ma qualche dubbio deve essere venuto anche dalle parti di palazzo Chigi, se è vero che due giorni fa è sembrato che si fosse riaperta una trattativa sulle modalità della trasmissione e su dove ambientare l’intervista a Monti.

Ieri sera, lo stesso premier è sembrato voler tenere le distanze con battute sulfuree («dottor Vespa, io sono qui non per fare un piacere a lei, ma per dovere di spiegazione ai cittadini»; «lei è più ministro dell’Economia di me»; «vedo che lei è molto famigliare con gli scaglioni alti dell’Irpef»). E Monti ha dimostrato di non aver paura dell’impopolarità,ostentando una orgogliosa sincerità: «Sgravi? Effettivamente non è una parola molto di moda in questo momento». L’aumento della benzina era indispensabile? «Sì, lo era».
La popolarità di Monti, dopo una manovra così pesante, è passata dal 73 al 64, calando «soltanto» di 9 punti? «Dovevo farla più pesante!». Ma i sacrifici sono finiti? «Per ora sì». I professionisti della politica? «Fino a pochi giorni fa sono stato fedele al motto di mia madre, alla larga dalla politica», «mia moglie fu contenta quando ci trasferimmo a Bruxelles, perché così ci allontanavamo da Roma».

DA - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/433361/
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« Risposta #59 il: Gennaio 03, 2012, 11:43:27 »

Politica

03/01/2012 - il caso

Scenari del dopo-Monti

Passera può diventare l’asso pigliatutto

Sviluppo economico e Infrastrutture: Corrado Passera è il titolare delle deleghe chiave per le misure sulla crescita del Paese

Attorno al ministro si potrebbe formare un nuovo "grande centro"

FABIO MARTINI
Roma

Ipolitici più consumati lo hanno capito subito: tra i ministri del nuovo governo il più ambizioso di tutti è Corrado Passera. Tanto è vero che i partiti hanno iniziato a corteggiare, riservatamente e senza sosta quel manager che nel corso degli anni è passato tra ristrutturazioni aziendali, esercizi spirituali e fusioni di grandi banche. Appena varato il governo Monti, Passera passava per l’uomo di Berlusconi. Ma qualche giorno più tardi, dopo un incontro a tu per tu con Massimo D’Alema e una presa di posizione contro la gratuità delle frequenze televisive per il digitale terrestre, nel Palazzo si è consolidata una voce: Passera si è “buttato” a sinistra, presto formerà un partito moderato, asse del futuro centro-sinistra. Ma tra Natale e Capodanno - ecco l’ultima novità - i colloqui riservati del ministro con Raffaele Bonanni (leader della Cisl e patron di un nuovo partito di ispirazione cattolica caro a Santa Romana Chiesa) hanno fatto segnare una nuova oscillazione del pendolo. Passera si sarebbe deciso a sponsorizzare il disegno caro alle gerarchie cattoliche - la nascita di una sezione italiana del Ppe - tanto è vero che nei colloqui, lo stesso Passera ha iniziato a definire «area vasta» l’agglomerato di forze sociali e politiche che dovrebbe confluire nel nuovo partito. Di questo e di altro, Passera parlerà nei prossimi giorni nel corso di un colloquio che il ministro ha chiesto al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e regista dell’operazione-Ppe.

Certo, potrebbe anche esserci qualche eccesso di fantasia nelle tante e contrapposte etichette attribuite dai partiti al ministro Passera. O al ministro della Cooperazione Andrea Riccardi. Ma proprio questo attivismo delle forze politiche attorno ai tecnici di punta del nuovo governo attesta due fenomeni nuovi: i partiti stanno provando a costruire un sistema di alleanze per le prossime elezioni politiche, anche se per il momento sembrano esaurire i propri orizzonti, limitandosi a corteggiare i nuovi arrivati, Mario Monti, Corrado Passera, Andrea Riccardi. Sostiene un osservatore attento come il professor Alessandro Campi, a suo tempo ispiratore della stagione più innovativa di Gianfranco Fini: «Espulsi dall’arena decisionale, esposti alla riprovazione dell’opinione pubblica, privi di idee, i partiti dovrebbero aprirla anche loro una salutare “fase due”. All’insegna dell’autocritica e della resipiscenza, finalizzata ad un rinnovamento dei loro programmi». Una vena di scetticismo condivisa da un politico di lungo corso e di sguardo lungo come Marco Follini: «Secondo la divisione dei compiti, Monti si occuperà di economia, mentre i partiti dovrebbero fare le riforme politico-istituzionali. Ma il dibattito iniziatico che si è aperto rende probabile un rischio: se si va avanti con un anno di inanità e di mugugno verso il governo, le forze politiche, anziché rigenerarsi, rischiano di non potersi ripresentare alle elezioni».

Per il momento i leader dei partiti dedicano gran parte delle proprie energie all’”ingegneria delle alleanze”. Con schemi di gioco che nelle ultime settimane sono radicalmente cambiati, spesso diversi dalle dichiarazioni pubbliche. Epicentro del terremoto che dovrebbe scomporre e ricomporre i vecchi schieramenti è Santa Romana Chiesa, fautrice della nascita di nuovo partito moderato di centro, un Ppe all’italiana, di ispirazione cattolica e antifascista, in competizione bipolare con la sinistra, capace di comprendere un Pdl de-berlusconizzato a guida Alfano, i moderati del Pd, la Cisl e ovviamente l’Udc di Casini. E qui spuntano le sorprese. Il bel Pier, nonostante le pressioni della Cei, dietro le quinte resiste all’idea di finire in un’area così vasta e, prevede, ancora molto influenzata da Berlusconi. E infatti Casini (assieme a Fini, che prima di Natale ha ammainato la bandiera bipolarista) è diventato il principale sponsor della presentazione alle prossime elezioni del “tripartito” che attualmente sostiene il governo Monti: «Non credo - dice Casini - che fra un anno verranno meno le ragioni costitutive di una collaborazione» tra Pdl, Pd e Terzo polo. E il Pd? Anche da quelle parti, lo schema precedente (l’alleanza con Di Pietro e Vendola) è invecchiato e dunque Pier Luigi Bersani punta ora tutte le sue fiches su un «nuovo patto tra progressisti e moderati», un’alleanza esclusiva Pd-Terzo polo. E infatti il rischio di restare emarginato per anni e anni lo ha capito Nichi Vendola che, pur critico con Monti, chiosa: «Il governo ha reclutato eccellenze», «straordinarie personalità».

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/436655/
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