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Autore Topic: FEDERICO GEREMICCA -  (Letto 41551 volte)
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« Risposta #15 il: Maggio 02, 2008, 10:54:55 »

1/5/2008
 
Colpi di coda e autorità deboli
 

FEDERICO GEREMICCA
 
Noi non sappiamo con quale spirito, e in ossequio a quali urgenze, il viceministro Vincenzo Visco ed il ministro Livia Turco abbiano voluto ieri - con due iniziative distinte e diverse per discutibilità - inasprire e arroventare la cosiddetta fase di «passaggio delle consegne» tra un governo che lascia ed un altro che subentra. Fatto sta che ciò è accaduto: con un colpo di coda del quale non si sentiva affatto la mancanza e che ha seminato sconcerto e malumore nella stessa maggioranza uscente.

Più che l’iniziativa del ministro Turco - che a pochi giorni dall’uscita dal dicastero ha fissato le nuove linee guida della legge sulla procreazione assistita, cancellando il divieto di diagnosi preimpianto e scatenando vivacissime polemiche - è stata la decisione dell’Agenzia delle entrate di rendere consultabili via Internet le dichiarazioni dei redditi di tutti i contribuenti italiani a scatenare un vero pandemonio.

Si tratta, in un caso come nell’altro, di iniziative assai discutibili sia nei tempi che nella forma. E per quel che riguarda la decisione del viceministro Visco, opinabili anche nella sostanza: almeno a giudizio del Garante della privacy, che ha sollecitato e ottenuto la sospensione della pubblicazione in rete dei guadagni (nell’anno 2004) dei cittadini italiani. Una decisione onestamente incomprensibile, a governo con le valigie ormai pronte; una iniziativa che ha mandato subito in tilt il sito dell’Agenzia, preso d’assalto da decine di migliaia di contribuenti desiderosi di curiosare sul guadagno dell’amico, del superiore di grado o del vicino; e una sortita, infine, che agli occhi di molti ha assunto addirittura il profilo di una sorta di «vendetta» quasi postuma da parte del contestato viceministro.

Sia come sia, il tutto si è trasformato nell’ultimo danno prodotto su un terreno - quello fiscale - sul quale il centrosinistra aveva già pagato un duro prezzo elettorale. Per esser ancora più chiari: fosse anche stata ispirata dalle migliori intenzioni, l’iniziativa di Visco si è tradotta in un disastro che avrebbe fatto infuriare lo stesso Prodi, non informato dell’iniziativa. E questo a prescindere, naturalmente, da giuste e innegabili esigenze di trasparenza: che in questo caso hanno tanti argomenti a favore almeno quanti ne ha il pur doveroso e tutelato rispetto della privacy.

E a proposito della privacy, del suo rapporto con l’informazione e dell’autorità che ne è garante, è venuto il momento di porre con la necessaria nettezza un problema non più eludibile. Questo giornale, anche in circostanze analoghe a quella in questione, si è sempre attenuto al rispetto della riservatezza dovuto a ogni singolo cittadino e alle indicazioni di volta in volta giunte in tal senso appunto dal Garante che ne tutela i diritti. Ma il rispetto, per poter esser richiesto, richiede in cambio indicazioni chiare e inequivoche: e non direttive timide e ambigue, che sembrano fatte apposta per esser ignorate e violate. Per esser schietti: dal garante ci si attende un sì o un no alla pubblicazione di questo o quel documento e non, come accaduto ancora ieri, generici «inviti» accoglibili o meno a seconda delle diverse sensibilità.

Questo significa, per dirla senza giri di parole, che La Stampa vuole esser messa nelle condizioni di fare informazione al pari di ogni altro giornale, avendo dunque chiaro con certezza quel che è pubblicabile e quello che invece non lo è: e non lo è per questo giornale come per tutti gli altri, senza possibilità di equivoci e fraintendimenti. Dell’infinito elenco dei contribuenti italiani messo dal viceministro Visco su Internet, noi pubblichiamo oggi solo nomi già stampati da altri organi di informazione e pochi altri per i quali, in ragione della loro assoluta notorietà, non si ritiene possa esser invocato il rispetto della privacy. Rispondiamo positivamente, quindi, al timido invito del Garante, nella speranza che esso sia accolto da tutti gli altri mezzi di informazione. Non è quasi mai accaduto, in verità. E la richiesta, allora, è che ognuno sia messo in grado - e in una situazione di inequivoca parità - di fare il proprio mestiere, che è quello di informare e pubblicare. Per ottener ciò, gli inviti non sono sufficienti. Il Garante lo annoti, e alla prossima occasione si regoli di conseguenza.
 
da lastampa.it
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« Risposta #16 il: Maggio 08, 2008, 06:42:59 »

8/5/2008 (7:11) - REPORTAGE

"Sveglia Pd, la repressione dei crimini è un onore"
 
De Luca: vado in giro con i vigilantes e Salerno applaude

FEDERICO GEREMICCA
SALERNO


Il primo errore che non andrebbe commesso - intendiamo da parte dei dirigenti del Pd - è quello di archiviare le considerazioni di Vincenzo De Luca, sindaco democratico di Salerno, come uno sfogo impolitico o, peggio ancora, come «volgari attacchi personali». Il secondo potrebbe essere prenderlo per uno sprovveduto. Grave. Comunista da una vita, segretario del Pci salernitano per anni (soprannome: Pol Pot), tre volte sindaco della città e nell’intermezzo deputato per due legislature, Vincenzo De Luca - 59 anni che compie oggi - sta cambiando faccia a Salerno: tanto che nell’ultimo sondaggio «Governance Poll» del Sole-24 Ore, pubblicato a gennaio, risulta essere il sindaco italiano che ha più incrementato il proprio consenso dal giorno dell’elezione.

Oggi è al 75%, con 18 punti in più rispetto a quanto ottenne il 12 giugno 2006: quando tornò sindaco guidando una lista civica alla quale si contrappose metà dei ds e l’intera Margherita... Con lui chiacchieriamo naturalmente di sicurezza: intanto perché è il ramo al quale il centrodestra ha impiccato il governo Prodi e il Pd di Veltroni, e poi perché De Luca le «ronde» («Equivoco lessicale», dice) le ha istituite otto anni fa e ha dotato i suoi vigili urbani di manganelli (che per ipocrisia ha dovuto definire negli atti amministrativi «mazzette di segnalazione notturna») nel 2006.

Settimane fa, durante uno dei «giri di controllo» che compie ogni giorno a capo di una pattuglia di vigili, una prostituta (che aveva espulso per già dieci volte) l’ha aggredito, spaccandogli gli occhiali: «E un’altra, polacca, appena ci ha visto ci ha detto: “Se solo mi toccate, prendo il miglior avvocato di Salerno e vi metto in un mare di guai”. E ha ragione: ci ridono dietro, per le nostre leggi. Siamo il Bengodi d’Europa. E noi, arroganti, supponenti e astratti, sulla sicurezza continuiamo a fare discorsi finti, per uomini finti... Finirà che affogheremo nei nostri sociologismi e nella nostra inconcludenza». E’ un discorso aspro, quello di De Luca: che intanto ha cancellato dalla città gli ambulanti abusivi extracomunitari, costruendo per loro un grande «mercato etnico»: «Dopodiché, se ne trovo qualcuno che vende sui marciapiedi, lo prendo a calci nel culo».

Ma non sono accuse, le sue: sono considerazioni, affilate come rasoi solo perché parla e ragiona alla maniera di un uomo della strada. Per esempio, mentre mostra orgoglioso il Salone dei Marmi, aula consiliare e sede delle riunioni del governo Badoglio, dice: «Lo sa qual è la tragedia? E’ che tante volte noi alla gente diamo l’impressione di ragionare più dal punto di vista del romeno che ruba che da quello del pensionato che è stato derubato. In queste faccende, per tanti miei amici e compagni la parola responsabilità non è mai esistita, è sempre colpa di qualcos’altro, del contesto, della storia, della società: e invece ci sono responsabilità personali che vanno punite, e reati che vanno repressi. Anzi: è venuta l’ora che noi si impari a dire la parola repressione con un senso d’onore».

Prende dal tavolo la prima pagina de «Il Mattino»: in città una ragazza è scampata ad una violenza all’uscita della stazione: «Io sono il sindaco: che gli vado a dire, a quel padre? Gli vado a parlare di integrazione e di solidarietà? Noi dobbiamo dire cose vere a uomini veri, non cose finte a uomini finti che immaginiamo solo noi. Ci vogliono parole serie. E verità. E’ per questo che non mi convince quello che stiamo dicendo dopo la sconfitta a Roma, e cioè che sulla sicurezza noi siamo meno credibili della destra. Noi non siamo meno credibili della destra: noi dobbiamo cominciare a dirci che non siamo credibili per niente. Perché un governo che non riesce a varare nemmeno per decreto uno straccio di provvedimento sulla sicurezza, è un governo che fa ridere: non è che è meno credibile, che è un modo per consolarsi».

Usciamo in macchina. Ora siamo in uno dei parchi della città e vediamo all’opera le «ronde». «Un’altra cazzata. Io non so se la Lega al Nord fa le ronde armate: ma credo di no, e penso che dirlo sia un tentativo di criminalizzare iniziative che i cittadini accolgono col massimo favore. Comunque, i miei sono volontari: pensionati, ex carabinieri, ex sindacalisti che vigilano sui bambini che giocano e hanno come arma un cellulare del Comune». I passanti lo salutano, gli dicono «bravo sindaco». Del resto, lo vedono spesso in giro con la sua squadra di vigili. «E sembra che a noi questo ci faccia schifo. Siamo altezzosi. Sento i miei dirigenti parlare in tv e spaccherei lo schermo. Non parlano, insegnano. Non dicono, pontificano. Sono lì tutti impettiti come se venissero dallo sbarco in Normandia: e invece veniamo da una tragedia. Uno dei nostri problemi è che abbiamo un gruppo dirigente campato in aria e totalmente sradicato dal territorio».

E l’opposizione, la destra, di fronte ad una linea di governo così? «L’esponente più a destra in consiglio comunale sono io...». E’ ipotizzabile che De Luca sappia che reazione possono determinare considerazioni così. Infatti lo sa: ma sostanzialmente se ne frega. E per una ragione bella solida: «Io non faccio opposizione a nessuno, non mi iscrivo a correnti, sto con Veltroni che ha fatto il massimo e dico queste cose perché penso che a questo punto ce le dobbiamo dire. Dopodiché me ne sto per i fatti miei e torno a fare il mio lavoro di sindaco. Però noi ci dobbiamo liberare dal complesso di superiorità che abbiamo; e dobbiamo mettere da parte una supponenza che ormai è irritante. E per parte mia, vorrei fosse chiaro, non è che chiedo i carri armati in città: un rafforzamento della presenza della polizia, più pattuglie di notte e telecamere nelle zone più a rischio, perché poi non è che la gente chissà che chieda. Magari cose normali: ma visibili. Che diano la sensazione che almeno si è capito qual è il problema, e che ce ne si occupa».

Al contrario, gli pare che si perseveri nell’errore. «Conosco Verona. Città splendida, gente che lavora dalla mattina alla sera: e noi stiamo provando a farla passare per un covo di naziskin, cercando di lucrare in maniera sbagliata su una cosa che poteva accadere anche a Firenze o a Bologna. E’ la stessa logica arcaica per la quale si pensava di vincere a Roma con l’antifascismo: cosa che ora ci dovrebbe far considerare fascisti e criminali anche le decine di migliaia di compagni che hanno votato Alemanno». E però cambiare è dura, dice De Luca mentre mostra i manganelli in dotazione ai suoi vigili. «E’ dura perché, per come la vedo io, mi faccio una domanda: quanti sono disposti, nel centrosinistra, a mettere nel loro vocabolario la parola repressione? Il salto che dobbiamo fare oggi è questo. Precisamente come fece Blair: duri col crimine e duri con le ragioni del crimine. Ma appunto: prima di tutto il crimine. Nell’immediato, esiste una sola risposta: la repressione. E allora diamola, questa risposta. E poi pensiamo all’integrazione, per le cui politiche - come tutti sanno, mentre raccontano favole - non c’è una lira».

Torniamo verso il municipio. Strade linde. De Luca mostra l’area sulla quale dovrebbe sorgere il termovalorizzatore: un’impresa, per la quale un supporto tecnico forte gli è stato dato da Sergio Chiamparino, «ottimo sindaco e persona concreta». Dice: «Anche lui ha avuto i suoi guai quando ha preso iniziative sul terreno della legalità, perché è come se ci vergognassimo, come se dare sicurezza prima di tutto alla povera gente ci facesse sentire di destra. Sì, di destra: quando ormai gli steccati non esistono più. Le differenze non sono ideologiche, e non sono per l’eternità: oggi per me di sinistra è solo difendere il primato dei diritti universali, volere una sanità e una scuola pubblica, garantire il diritto alla mobilità di cittadini e merci. Sul resto, basta ideologismi. E vorrei che quelli come me accettassero il fatto, finalmente, che il mondo di cui siamo figli non esiste più».

da lastampa.it
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« Risposta #17 il: Maggio 15, 2008, 11:06:19 »

15/5/2008 (7:13) - ANALISI - UN PROFILO PRESIDENZIALE PER IL PREMIER

Silvio, metamorfosi per il Colle
 
Una strategia dietro il nuovo «Cavaliere».

Latorre: è cominciata la corsa al Quirinale


FEDERICO GEREMICCA
ROMA


Davanti a un bel filetto di carne argentina, in una steak house a due passi da Palazzo Madama, Nicola Latorre - senatore e plenipotenziario dalemiano - accetta di dire la sua sulla tanto discussa metamorfosi berlusconiana: «Dovessi fare un titolo per un commento al discorso del Cavaliere, direi così: è cominciata la corsa al Quirinale... Lui ha svolto un intervento abile, che punta a diversi risultati e noi dovremo stare attenti a tenere una certa misura nella risposta: ma non ho dubbi che dietro il restyling di Berlusconi ci sia il desiderio di sempre, la sua idea fissa, arrivare alla presidenza della Repubblica. Del resto, dopo aver fatto per tre volte il capo del governo...». Non che si tratti solo di questo, naturalmente, perché la sorprendente mutazione di Berlusconi in «uomo del dialogo» va intanto macinando anche altri obiettivi: mettere in imbarazzo e dividere il Pd, spaccare il fronte delle opposizioni, garantirsi nelle aule parlamentari un clima assai diverso da quello nel quale è stato crocifisso Romano Prodi. Tutto vero, naturalmente: ma secondo alcuni troppo poco per giustificare la radicalità di una metamorfosi che non è detto, per altro, piaccia poi così tanto all’elettorato del centrodestra.

Dalla steak house al Transatlantico di Montecitorio. Su uno dei divanetti solitamente riservati ai deputati del centrosinistra, lo stretto collaboratore di Walter Veltroni riflette: «E’ evidente che Berlusconi punta a costruirsi, come si dice, un profilo presidenziale. Il punto è che noi dobbiamo decidere in fretta, adesso, che cosa fare: perché di mezzo ci sono le riforme. E le riforme, oltre che al Paese, interessano e servono anche a noi». Il collaboratore del leader del Pd parla della faccenda come se ne avesse già discusso molte volte, come se gli sviluppi possibili fossero stati studiati e ristudiati. Spiega, per esempio, che è un errore legare la partita ai tempi della scadenza naturale del mandato di Napolitano (primavera 2013) e, dunque, archiviarla come astratta perché troppo futuribile. «Secondo alcuni - spiega - in un clima di dialogo, potrebbero bastare due, al massimo tre anni per finire il lavoro. Bicameralismo, legge elettorale, riduzione del numero dei parlamentari, poteri del premier e prerogative del capo dello Stato: le proposte non sono così distanti. E se alla fine il pacchetto venisse davvero approvato...».

Se il pacchetto venisse davvero approvato, logica e galateo politico potrebbero prevedere lo scioglimento delle assemblee alle quali viene cambiato sistema e base elettiva e dunque le dimissioni dei vertici istituzionali per i quali si sia deciso un mutamento dei poteri e perfino diverse modalità di elezione. E se a questa regola certo non scritta - e dunque opinabile - si aggiungesse la comune volontà del capo del governo e del leader dell’opposizione di tornare al voto e azzerare tutto in presenza di una nuova impalcatura costituzionale, il percorso sarebbe ovviamente in discesa. Al Pd potrebbe naturalmente interessare il dimezzamento dei tempi di una legislatura che lo vede incatenato all’opposizione; e quanto a Berlusconi, certo lascerebbe Palazzo Chigi (dov’è alla terza esperienza) per tentare l’ascesa al Colle.

Si dovesse esprimere un’opinione sulla base di mezze notizie e sensazioni, diremmo che un percorso del genere pare già soppesato sia a destra che a sinistra in tutti suoi pro e in tutti i suoi contro. E che l’analisi del futuro possibile, piuttosto che raffreddare, abbia rinsaldato il feeling tra il leader del Pd e il capo del governo (che altrimenti ieri difficilmente si sarebbe permesso, dopo avergli espresso gratitudine, di scherzare con Veltroni definendolo nell’aula di Montecitorio «il leader dello schieramento a me avverso»...). «Allora ci vediamo a pranzo questo fine settimana per discutere di riforme», ha infatti poi annunciato il premier, non facendo nulla per nascondere l’improvvisa sintonia. Che ovviamente, oltre a comportare rischi seri per il Pd, non piace a tutti. Ieri, per esempio, col solito stile diretto, Europa - quotidiano vicino a Francesco Rutelli - ha scoperto l’altarino: «Se il Cavaliere pensa di inaugurare così una stagione destinata a chiudersi con l’ascesa al Quirinale, si illude: il suo marchio sulla storia patria rimarrà quello di un innovatore, ma anche dell’uomo della rottura e del rancore... Troppe ferite per ambire a rappresentare una nazione». Già, troppe ferite. Anche se molti medici sono già al lavoro per tentare di rimarginarle...

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« Risposta #18 il: Maggio 17, 2008, 09:15:22 »

16/5/2008
 
Contro ogni illegalità
 
 
 
FEDERICO GEREMICCA
 
La polizia non li ha ancora trovati. E secondo i più, per la semplicissima ragione che non li ha ancora nemmeno cercati. Il quartiere - Ponticelli, periferia di Napoli - sa chi sono e li protegge. Anche i rom sopravvissuti al rogo sanno chi sono: ma l’ultima cosa che oggi farebbero - comprensibilmente - è denunciare chi ha bruciato il loro «campo». Hanno già troppi guai per andarsene a cercare altri, magari scatenando di nuovo l’ira dei giovani camorristi del clan Sarno: giovani che le donne del quartiere difendono, avendo «vendicato» con molotov e coltelli il tentato sequestro - o presunto tentato sequestro - di una bimba di sei mesi da parte di una zingara sedicenne. E così gli autori dei ripetuti raid contro i campi nomadi se ne vanno tranquillamente a zonzo per le strade di Ponticelli come niente fosse, tornano a casa a pranzo per mangiare la pasta con il ragù e - liberato a modo loro il quartiere dagli zingari - riprendono le tradizionali occupazioni criminali. Inaccettabile. E intollerabile, in un Paese che si proclama - e in teoria non a torto - culla della legge e del diritto.

Essendo arrivata, come gli ultimi episodi dimostrano, a un livello ormai di guardia, la questione immigrazione-criminalità rende urgenti e necessari - a questo punto - atti concreti, visibili e coerenti con lo status italiano di Paese civile, moderno e orgogliosamente europeo.

Il primo di questi atti - non foss’altro perché il più semplice - consiste nell’individuare e nell’assicurare alla giustizia il «commando» che per quarantott’ore, con molotov e assalti ripetuti, ha terrorizzato uomini, donne e bambini rom nei «campi» di Ponticelli. La giustizia «fai da te» è inaccettabile in ogni caso, ovviamente. Sul fronte della lotta all’immigrazione clandestina rischia, oltretutto, di diventare perfino pericolosa, complicando i rapporti con Paesi dei quali occorre invece conquistare fiducia e collaborazione e spingendo gli immigrati clandestini dediti al crimine a sentirsi e a organizzarsi come parte di una guerra per bande. Non è questa la via, naturalmente. Ma non basta proclamarlo: occorre dimostrarlo. Prima di tutto individuando i componenti del «commando» di Ponticelli: così da non dare l’impressione che lo Stato lasci campo libero alla camorra, autorizzata a fare il «lavoro sporco» e a risolvere a modo suo i problemi di difficile convivenza con i rom.

Proprio i rom - gli zingari, i nomadi - sono finiti da qualche giorno al centro della questione-sicurezza, di un allarme sociale un po’ isterico che individua di volta in volta il pericolo in questa o quella etnia: prima gli albanesi, poi i nigeriani e ora i romeni e i rom, i più deboli «politicamente» non avendo alle spalle uno Stato in cui si riconoscano. Pagano oggi, probabilmente, un discutibile giustificazionismo culturale che ha accompagnato per decenni il loro vagabondare per l’Europa, e che per difendere il loro status di popolo quasi «in via d’estinzione» - e portatore di tradizioni e cultura da tutelare - non ha visto quanto delinquere e allarme sociale seminasse il loro girovagare. Sono loro, oggi, nell’occhio del ciclone. E lo sono tanto - e a prescindere da ogni razionale valutazione - che nel clima di eccitazione generale può perfino accadere a un sindaco popolare (e certo non arrendevole) come Sergio Chiamparino di finire travolto dalle critiche per aver assunto provvedimenti a favore dei proprietari di case che decidano di affittare un appartamento a un nomade. L’accusa è di occuparsi delle case per i rom, invece che per gli italiani; e di farlo - è l’ultima leggenda metropolitana - addirittura «perché Chiamparino ha sposato una rom».

All’illegalità di singoli e di gruppi d’immigrati clandestini non si può reagire - è il caso di Ponticelli - con l’illegalità. Al crimine si risponde, piuttosto, tenendo fermi i principi di uno Stato di diritto e mettendo in campo - rapidamente - tutti gli strumenti legislativi, repressivi e organizzativi a disposizione. Il governo entrato in carica ha la forza e il consenso necessari per adottare interventi energici in materia. Decida il da farsi e poi lo faccia: ma accompagnando la sua iniziativa repressiva con la netta affermazione che l’ordine e la giustizia in questo Paese sono assicurati dallo Stato e non da iniziative individuali o, peggio ancora, di bande di criminali. Può fare l’una e l’altra cosa. E può farlo perfino più agevolmente di quanto potrebbe un governo di centrosinistra, non essendo sospettabile di indulgere in buonismo, sociologismo e giustificazionismo storico.

 
da lastampa.it
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« Risposta #19 il: Maggio 20, 2008, 05:13:40 »

20/5/2008
 
«Ora vediamo cosa s'inventa Berlusconi»
 
FEDERICO GEREMICCA

 
Non si può dire, onestamente, che lo stato d’animo sia di chi tira un sospiro di sollievo mentre mormora «almeno ’sta rogna gliel’abbiamo mollata».

Però, certo, sotto sotto l’animo è di chi è lì, in attesa, e pensa «adesso vediamo come se la cava lui». Perché magari - ed è la speranza di tutti, napoletani in testa - andrà benissimo, e Berlusconi potrà dirsi il protagonista di un’altra di quelle imprese di cui ogni tanto si vanta: aver ripulito Napoli dall’immondizia. Ma potrebbe anche andare meno bene, cioè com’è andata a chi ci ha messo le mani fino ad ora, da Bassolino a De Gennaro, da Bertolaso a Iervolino. E questo dice di quanto sia coraggiosa e insidiosa la sfida lanciata da Berlusconi: la cui faccia, da domani, sarà inevitabilmente associata ai cumuli di rifiuti.

Pare l’abbiano sconsigliato fino all’ultimo - consiglieri romani e referenti napoletani - di tener fede all’impegno di riunire qui il Consiglio dei ministri che darà il via, tra l’altro, al piano per la guerra alla monnezza. La faccenda si stava facendo - e resta - un po’ rischiosa: campi rom incendiati, falò per le strade, guaglioni della camorra in attività e due cortei già pronti per contestare la riunione del governo (uno con Francesco Caruso). Ma Berlusconi non ha voluto saperne: lo aveva promesso e un impegno è un impegno. A costo di portarsi dietro tutti i ministri. Nel suo ufficio al terzo piano di un bel palazzo di via Santa Lucia, Bassolino conferma: «A me sembra il presidente convinto e impegnato. Ci vuole provare, e noi gli saremo al fianco. Sa perfettamente che è una brutta grana, perché con l’emergenza rifiuti Berlusconi ci ha già avuto a che fare tante volte: ricorderà, immagino, che perfino io - quando lui era al governo - sono stato per tre anni suo commissario...».

E la monnezza, dunque, da domani diventa una grana bipartizan: e già il fatto che sia bipartisan, fa tirare un fiato alle istituzioni locali, triturate dallo scandalo dell’immondizia per le strade. Quando poi all’immondizia sono tornati ad aggiungersi i raid notturni, i campi rom incendiati e i pompieri presi a sassate, si è tornati ai livelli di guardia - quelli di oggi, appunto - della prima emergenza-rifiuti, che a gennaio fece il giro del mondo. Sistemato dietro la scrivania ultramoderna del suo ufficio al 16° piano del Centro direzionale, Velardi - assessore regionale al Turismo e storico consigliere di D’Alema - sostiene che le cose non starebbero così. «Bisogna cominciare a dirsi che sono fatti diversi. La prima crisi, quella sì, fu la crisi dei rifiuti. Questa è un’altra cosa: è la crisi della convivenza, dello spirito pubblico che muore. Intorno alla monnezza si agitano camorristi e ultrà, gente di Forza Nuova e quelli di Caruso, e la città ne è travolta e anzi fa il tifo ora per questo, ora per quello... E nessuno ha i titoli per ripristinare un principio di autorità. Bisognerebbe azzerare tutto e ricominciare».

Ieri mattina uno sciopero a tradimento dei servizi di trasporto pubblici ha paralizzato la città. La notte prima, due ragazzi minorenni hanno sbattuto con la moto e sono morti: naturalmente, erano senza casco. Forse è poco pietoso aggiungere che ogni volta è un po’ peggio, che passa il tempo e la parabola della città non s’arresta. La violenza e l’abitudine alla violenza, anzi, si radicano: e diventano cultura. Ieri Napoli mandava in giro per il mondo film come «Morte di un matematico napoletano» o il «Ricomincio da tre» di Troisi. Oggi a Cannes ci va «Gomorra». E non c’è niente da dire. «A fine mese torna a Napoli il Re di Spagna. E ci siamo appena aggiudicati il Festival internazionale del Teatro, 200 spettacoli, 15 Paesi coinvolti, comincia il 6 giugno - gesticola Bassolino per dire che Napoli non è solo immondizia, come ieri si diceva che Napoli non era Calcutta, ed è un paragone che è prudente non rifare -. In più, è imminente il restauro del San Carlo. Noi ci abbiamo messo 50 milioni di euro, è il più importante intervento dal 1737...».

La parte finale della Riviera di Chiaia, la strada parallela all’incantevole lungomare, è colma di immondizia: il vento che viene dai Campi Flegrei ne spalma la puzza e magari la spinge fin lì, a piazzetta Trieste e Trento, al San Carlo, appunto. Nei quartieri di periferia, dove un teatro nemmeno c’è, è peggio: si sguazza in un pantano di reciproche illegalità e poi ci si meraviglia che si arriva al punto che la gente applaude i guaglioni che danno fuoco ai campi rom. Una miscela esplosiva. Napoli ha conosciuto altri precipizi, il colera negli Anni 70 e il terremoto dell’80, gli omicidi di Prima Linea e le stragi di camorra: ma si rialzava e reagiva, aggrappandosi a qualunque cosa - dal teatro di Eduardo a Maradona - per mandare di sé un’immagine positiva e viva. Oggi, tra rassegnazione e rabbia, non sembrano esserci stazioni intermedie...

Ed è in una polveriera così che Berlusconi ha deciso di giocarsi un po’ della faccia del suo quarto governo. «E noi dovremo collaborare - assicura Velardi -. Anzi, dovremo essere il suo braccio operativo qui. Solo una cosa il Cavaliere deve aver chiara: che quanto più forti sono le aspettative che si suscitano, tanto più forte sarà la rabbia per un fallimento. E’ un’equazione matematica. E’ quella, in fondo, che qui ha già tramortito un’intera classe dirigente». 

da lastampa.it
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« Risposta #20 il: Maggio 29, 2008, 12:21:02 »

27/5/2008
 
La barricata simbolo
 

FEDERICO GEREMICCA


 
Una doppia fila di cassonetti di ferro sistemati l’uno sull’altro, legati con catene d’acciaio, saldati tra di loro, puntellati da barre di metallo e resi invalicabili da più giri di filo spinato. È la barricata di Chiaiano, innalzata in poche ore sabato scorso in via Cupa del cane, la strada che conduce dal quartiere fino alla discarica contesa. È la barricata di Chiaiano, certo. Ma è ormai diventata anche la barricata di Silvio Berlusconi, che vi ha impresso il suo volto, decidendo di farne il simbolo di questo avvio di legislatura, di un governo che ha deciso di decidere perché, costi quel che costi, «lo Stato deve tornare a essere lo Stato». Ognuno, si potrebbe dire, sceglie i simboli, le missioni e le barricate che vuole, per dare un profilo e un orizzonte al proprio governo. Anche se, in verità, più che sceglierla, la grana di Chiaiano e dell’emergenza rifiuti Berlusconi se l’è trovata già confezionata: e piuttosto che prender tempo e aggirarla, ha deciso di affrontarla. Non è proprio un «qui si fa l’Italia o si muore», ma qualcosa di assai vicino, per quel che riguarda il futuro e la credibilità del governo.

Il terreno è infido e scivoloso: ma non è che gli esecutivi hanno sempre la possibilità di scegliere da dove cominciare.

E così, l’ultimo nervoso fermoimmagine ritrae la popolazione di Chiaiano in assemblea per decidere se rimuovere la barriera di ferro e filo spinato e le forze di polizia che studiano e ristudiano il piano d’attacco, da far scattare oggi se la barricata non verrà rimossa. È una partita che difficilmente potrà terminare con un pareggio, nonostante siano al lavoro mediatori d’un campo e dell’altro. Del resto, così come sono imbarazzanti le immagini dei cumuli di immondizia che testimoniano di uno Stato inefficiente, così è disarmante il permanere di questa sorta di «divieto di transito alle istituzioni della Repubblica», che rimanda al Paese e al mondo l’idea di uno Stato volenteroso ma impotente. È per questo che Berlusconi ha accettato la sfida della barricata: decidendo senza tentennamenti di farne la cartina di tornasole di un governo che, in questo avvio di cammino - dai rifiuti ai mutui alla sicurezza - ha scelto un inedito profilo decisionista e interventista.

D’altra parte, ogni governo - se non se lo ritrova già imposto dagli eventi - sceglie un orizzonte, una missione attraverso la quale caratterizzarsi e motivare ministri e opinione pubblica. Il primo Prodi (’96-’98) la individuò nell’operazione-euro; il secondo e ultimo (2006-08) a parere di molti ha pagato un prezzo alto per non averne fissata una. Diverso per Berlusconi che, a parte il breve esordio (’94-’95), tanto nella seconda esperienza di governo quanto in quest’ultima appena avviata si è sempre trovato di fronte prima di tutto a problemi di ordine pubblico. Nel 2001, l’inizio fu Genova, la zona rossa, gli scontri, i pestaggi nella «Diaz»; e solo dopo il premier poté passare alla missione che si era assegnato fin dalla campagna elettorale: «meno tasse per tutti». Oggi la sfida è maggior sicurezza e ripristino della legalità: a cominciare, appunto, dalla terribile barricata di Chiaiano.

È per questo, in fondo, per l’alto valore simbolico che gli è stato attribuito, che quello di Napoli è un braccio di ferro che il governo non può perdere. Piegarsi alle barricate e rinunciare alla discarica di Chiaiano significherebbe, intanto, assestare un colpo d’immagine al governo proprio sul terreno scelto per un visibile cambio di passo, e poi render ancor più complessa la soluzione dell’emergenza rifiuti. Anche per i comitati di Chiaiano - e magari per la camorra che opera nell’ombra - perdere la guerra della barricata sarebbe, naturalmente, difficile da digerire: ma la sproporzione degli interessi e delle forze messe in campo rende a questo punto difficile anche solo ipotizzare una ritirata dello Stato. Del resto, l’ultimatum delle autorità è già stato lanciato: o la barricata sarà stata fatta sparire durante la notte o stamane saranno poliziotti, mezzi blindati e ruspe a toglierla di mezzo. È per questo che a Chiaiano comitati, autorità e movimenti sono rimasti riuniti fino a notte fonda per decidere tra la resa e la battaglia. Molti, alla fine, sembravano propendere per una ritirata che evitasse nuovi scontri dalle conseguenze a questo punto imprevedibili. Sarebbe la cosa migliore, la via maestra. Anche perché a Chiaiano non bisogna fare l’Italia: ai cittadini di Napoli e al Paese, in fondo, basterebbe una più modesta discarica.
 
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« Risposta #21 il: Giugno 02, 2008, 05:15:44 »

2/6/2008
 
La spirale che teme il Presidente
 
 
FEDERICO GEREMICCA

 
Ci ha naturalmente ragionato sopra per qualche giorno, perplesso circa il fatto che ancora nessuno avesse parlato di quel «filo comune» che, a suo giudizio, unisce l’uno all’altro gli episodi di violenza che hanno costellato le cronache più recenti. Poi, ha immaginato che non ci fosse occasione migliore della Festa della Repubblica per esplicitare la sua preoccupazione. Giorgio Napolitano l’ha chiamata «rischio di regressione civile». Ma avesse potuto dire per intero e con più semplicità quel che teme, avrebbe forse usato una parola sola: spirale. Una spirale di intolleranza e di violenza che tiene appunto assieme il delinquere degli extracomunitari e le reazioni incontrollate dei cittadini, fatte di campi rom dati alle fiamme e di negozi sfasciati al Pigneto; l’impossibilità per giovani di destra di tenere convegni alla Sapienza e le risposte costruite su raid violenti e sequestri di professori; le decisioni del governo per fronteggiare l’emergenza rifiuti a Napoli e, in replica, il ribellismo della gente «verso legittime decisioni dello Stato».

Finora, mondo politico e informazione si erano occupati di tutto ciò commentando e analizzando quanto accadeva episodio per episodio, e provando a unificarli ricorrendo - al massimo - a un generico «che brutta aria tira nel Paese».

Al contrario, al Capo dello Stato pare di cogliere un elemento che unifica il riesplodere della violenza politica nelle università e quella della «squadraccia» del Pigneto, la ribellione della gente di Chiaiano e una sensazione di insofferenza generale. Questo elemento è l’intolleranza. Un clima di intolleranza che alimenta una spirale di violenza nella quale a ogni atto non condiviso corrisponde, o può corrispondere, una reazione che valica i confini della legge e della civile convivenza. Una miscela esplosiva che rischia di cambiar faccia a un Paese noto, al contrario («italiani brava gente»), per la sua tradizionale tolleranza. E per questo, ai concittadini riemersi «dall’abisso della guerra voluta dal fascismo» e poi capaci di superare «tante tensioni e prove», il Presidente dice «non possiamo permetterci di fare un passo indietro». E li invita a «costruire insieme un costume di rispetto reciproco, nella libertà e nella legalità».

Rispetto reciproco. Attraverso «uno sforzo straordinario di solidarietà e unità», quale quello che permise la nascita della Repubblica. Rispetto e dialogo di cui devono essere protagonisti, innanzitutto, le classi dirigenti del Paese e gli organi dello Stato. È anche per questo - perché considerato elemento della spirale di intolleranza, e segno di mancanza di unità - che il Presidente della Repubblica sarebbe rimasto sorpreso e assai amareggiato dall’iniziativa giudiziaria messa in campo dai magistrati napoletani nei confronti della struttura commissariale che si occupa dei rifiuti in Campania. I tempi (a ridosso della firma apposta dal Capo dello Stato al decreto del governo) e le forme (gli arresti, misura discrezionale e in questo caso apparsa a molti vessatoria) sarebbero appunto sembrati a Napolitano parte di quella spirale da arrestare immediatamente. Alternative, del resto, non ce ne sono. E non basta.

Perché in un quadro fatto di azioni e reazioni violente, di intolleranza che genera intolleranza, anche iniziative del governo tese a ristabilire il primato dello Stato in ogni area del Paese (come, ad esempio, l’utilizzo dell’esercito a Napoli) rischiano paradossalmente di rendere ancora più incontrollabile e tesa la situazione.

Per suo conto, il Presidente della Repubblica fa quel che può. Invita incessantemente al rispetto reciproco e al confronto, sollecita il dialogo fra le forze politiche e sentimenti di solidarietà tra i cittadini. E sarà anche solo un risultato simbolico, ma ieri - per esempio - lungo questa via una soddisfazione Napolitano l’ha avuta: per la prima volta da quando è impegnato in politica, Silvio Berlusconi ha partecipato al ricevimento al Quirinale per la Festa della Repubblica. «Questa volta - ha spiegato - ho ricevuto l’invito con particolare cordialità e ho sentito il dovere di presenziare». È un buon segno. E magari un paradosso. Che sta nel fatto che, dopo Capi dello Stato come Scalfaro e Ciampi, la piccola «impresa» sia riuscita proprio a Napolitano: un ex comunista che Forza Italia, nelle aule del Parlamento, non volle nemmeno votare come Presidente.
 
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« Risposta #22 il: Giugno 26, 2008, 03:37:05 »

26/6/2008 (7:9) - L'INTERVISTA

"Caro D'Alema, ascoltami e ferma il tuo tesseramento"
 
 
 

L'ex presidente del Senato Marini: «Nessuno azzoppi Veltroni, ma stop a furia nuovista.

ReD non mi spiace, ma ora la gente va tranquillizzata»

FEDERICO GEREMICCA


ROMA
Magari qualcuno storcerà il naso e dirà «vecchia politica, quella che propone Marini è vecchia politica». Per lui, invece, ex presidente del Senato e presidente mancato (per sua volontà) del Partito democratico, è il punto da cui partire. Spiega: «Dopo le ferie avremo pochi mesi per preparare le Europee e le elezioni in una settantina di Province. E’ chiaro, allora, che il nostro primo impegno deve essere di carattere organizzativo. A meno che qualcuno non pensi che si possa andare al voto con un partito nemmeno liquido ma gassoso...».

Difende Veltroni («Io appoggio la sua leadership») ma non certo veltronismo di maniera: «Possibile che non si vedano i limiti di un nuovismo furioso che mostra la corda? In alcune occasioni siamo andati oltre il pur deprecato assemblearismo sessantottino...». E in questa intervista parla dei giovani e della leadership, del clima «depresso» nel Pd, del dialogo col governo e della neonata Red: «Io credo a D’Alema quando dice che non vuol rompere le scatole a Veltroni: ma sappia che la faccenda del tesseramento ha creato perplessità, e sarà bene chiarire».

Presidente, perché è così preoccupato dello stato del Pd?
«Perché tra un anno si vota e in molte Regioni altro che nuovo partito: siamo ancora a Ds e Margherita! E qui, invece di por mano a questo problema, si parla di congresso: fingendo di non vedere che il vero test sulla salute del Pd saranno le prossime elezioni. Ma le chiedo: ha letto i commenti all’ultima assemblea del Pd?».

Letti. Un po’ disarmanti.
«Ecco. Le presenze erano limitate? Certo che sì. Il clima era di scarso entusiasmo? Sicuramente sì. Ma domando come potesse essere il contrario. Come si può pensare che un partito sia governato da un’assemblea di 3 mila persone, molte delle quali non hanno nemmeno presenza militante in periferia? E noi, invece, ogni tanto le convochiamo chiamandole a guidare il partito? Cose del genere non accadevano nemmeno nel ’68. C’è bisogno di dare organi stabili al Pd nel Paese».

Magari se aveste scelto la via del congresso...
«Un congresso per far cosa, visto che la leadership non è in discussione e che sulla linea - con l’eccezione di Parisi, che obiettò già in campagna elettorale - siamo tutti d’accordo? Il congresso lo faremo dopo le elezioni: e se mi è permesso un consiglio, dico che sarebbe bene cominciare a pensare per tempo a quell’appuntamento».

Scusi, presidente, ma è strambo che lei dica che nel Pd ci sia pieno accordo sulla linea. Su che vi state dividendo, allora, visto che è tutto un fiorire di gruppi, associazioni e fondazioni?
«Sul nulla, direi. O, forse, sull’intensità dello sconforto, della depressione post-elettorale...».

Battute a parte, sul tema delle alleanze davvero non vede linee diverse?
«Io vedo un accordo di fondo sulle questioni essenziali: vogliamo tutti costruire un grande partito riformista e coltivare la cosiddetta vocazione maggioritaria del Pd, e su questo Veltroni si è speso interpretando tutti noi. Quanto alle alleanze, esse dovranno essere coerenti con la natura riformista del nostro partito. Su tutto questo l’intesa è larga. Se poi qualcuno ci ha ripensato e vuole riproporre l’Unione, ce lo dica».

Lei che risponderebbe?
«Parlerei della mia esperienza di presidente del Senato. Pesante. Frustrante. In una occasione ho contato 19 interventi in aula di nostri senatori contro i ministri Parisi e D’Alema. Non è per questo, forse, che abbiamo così malamente perso le elezioni? Non è per un programma troppo vago e per alleanze eccessivamente eterogenee che abbiamo trasmesso l’immagine di un governo che non ha avuto la forza di fare le scelte che servivano al Paese? E’ quella la madre della nostra sconfitta. Riprovarci sarebbe una pazzia. Così come è una pazzia il tentativo di scalzare Veltroni o di indebolirlo. Ripeto: io appoggio la sua leadership ma chiedo che ora si pensi a costruire il partito per prepararlo alle prossime elezioni».

E la contorta discussione su dialogo sì, dialogo no?
«Contorta, appunto. E già risolta dai fatti. Abbiamo creato un nuovo partito e messo in campo il governo ombra, i cui ministri sarebbe bene andassero in giro per il Paese a spiegare le ragioni della nostra opposizione. Quanto al dialogo, che c’è da inventare? Le direttrici sono tre, e tutte ci impongono grande rigore».

Di che direttrici parla?
«Faccio degli esempi. Arriva in Parlamento un provvedimento inaccettabile? Lo si contrasta con durezza, usando tutti - dico tutti - gli strumenti regolamentari. La via per opporsi, insomma, è questa: non certo farsi un girotondo intorno al Senato. Si discute, invece, di questioni economiche e sociali? Pd e Pdl sono diversi, e credo difficile noi si possa aderire alle loro proposte: ma non possiamo prescindere dal fatto che il Paese non cresce da dieci anni e dunque, piuttosto che far muro, occorrerà provare a migliorare - se possibile - i loro provvedimenti. Poi c’è il grande tema delle riforme: e qui non basta dire che si dialoga. Qui occorre che si vada all’attacco noi, con una nostra idea di riforme costituzionali, senza attendere la proposta della maggioranza per poi finire a giocare di rimessa».

Se è così semplice, perché date così spesso l’impressione di dividervi? Perfino la necessità di far emergere leadership giovani e nuove è oggetto di polemica...
«Su questo, onestamente, credo di avere le carte in regola. Non oggi, ma due anni fa fui io a lanciare quello che voi chiamaste il “tridente della Margherita”: Franceschini, Fioroni e Letta. Quindi, largo ai giovani: ma senza mitologie, come se l’età fosse uno spartiacque tra il bene e il male. Io darò una mano, ma vorrei anche indirizzare un consiglio ai giovani: esplicitino le loro idee e si battano, piuttosto che lasciarsi cooptare».

Cooptare magari prendendo la tessera di ReD?
«Non è una buona battuta... Io ho sincero apprezzamento per il lavoro fatto da Italianieuropei, è uno strumento importante per il Pd e D’Alema gli ha dato un’anima. Anche l’ultima iniziativa, Red, non mi dispiace...».

Però?
«Però niente. Conosco D’Alema e gli credo quando dice che non vuol rompere le scatole a Veltroni. Ma deve sapere che la faccenda della tessera a Red ha creato perplessità, perché è un fatto stringente, organizzativo, e questo può ingenerare problemi. Con Massimo ci conosciamo da anni e io, per altro, non sono sospettoso di natura. Per questo gli dico: attento, le tessere possono diventare un problema. C’è bisogno di chiarimenti. Il partito deve essere tranquillizzato».

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« Risposta #23 il: Giugno 27, 2008, 11:54:58 »

27/6/2008
 
Veleni e veline
 
 
 
 
 
FEDERICO GEREMICCA
 
In fondo, si poteva prevedere. E non è che fossero poi necessarie doti particolari. Bastava ripassare un po’ la storia politica recente del Paese, per scommettere che dalla fine del dialogo alla peggiore delle guerriglie il passo sarebbe stato breve. Stavolta, è stato ancora meno che breve: è stato fulmineo. Dieci giorni fa si era ancora tutti impegnati a maledire o benedire il cosiddetto «Veltrusconi»: oggi si è già agli insulti e alle denunce penali. Il caso di giornata - e cioè la pubblicazione di nuove intercettazioni telefoniche di Silvio Berlusconi e di un po’ di suoi amici e collaboratori politici - non è che un episodio della guerriglia appena ripresa. E considerata la velocità con cui il quadro complessivo sta degenerando, si può scommettere che non solo non sarà l’ultimo, ma probabilmente non sarà nemmeno il peggiore.

Intanto, appunto, il caso di giornata. Proviamo a esprimere un’opinione, evitando ipocrisie. Fatto salvo il diritto-dovere dei magistrati di poter compiere fino in fondo e in ogni direzione il loro lavoro, e ribadito il principio secondo il quale i giornali esistono per pubblicare le notizie di cui entrano in possesso, è assai probabile che una parte del mondo politico - e soprattutto larghe fasce della pubblica opinione - non abbiano dubbi su come interpretare i fatti di ieri: un tassello della guerra appena divampata.

In due parole. Berlusconi attacca i giudici? Vara disegni di legge per limitare (troppo e male) l’uso e la pubblicazione di intercettazioni telefoniche? Riparte all’attacco dei «comunisti» e di chi li fiancheggia? Bene: e allora io - giudice sotto attacco - passo a qualcuno, prima che sia troppo tardi, un altro po’ di conversazioni private del premier e del suo entourage, così che si veda di che pasta è fatto, quali sono i suoi metodi e di che gente si circonda.

Non fosse che per questo, è evidente che la pubblicazione di queste ultime intercettazioni avvelena ulteriormente il clima, non aggiunge granché a quanto già si sapeva sul premier, sul suo stile e sulla corte che lo circonda e - infine - offre nuove munizioni e ulteriori argomenti ai fautori del «giro di vite». Non a caso, dalle file della maggioranza è tornata a levarsi alta l’invocazione di una rapida approvazione del provvedimento sulle intercettazioni già varato dal governo. Invocazione autocritica, immaginiamo: considerato che il Consiglio dei ministri ha licenziato il disegno di legge due settimane fa ma il Parlamento non ha ancora cominciato a discuterne. Nemmeno in commissione.

Detto tutto questo, non restano che due annotazioni. La prima: il dialogo che tanti avevano lodato e che aveva segnato l’avvio della legislatura si è prima incrinato sulla cosiddetta norma salva-Retequattro (una delle tv di Berlusconi) e poi spezzato sul decreto blocca-processi (perché uno dei processi a finire in naftalina riguarda appunto Berlusconi). La si veda come si vuole, insomma, ma a mandare in soffitta l’iniziale clima di confronto civile sono stati appunto i due conflitti d’interesse (tv e giustizia) che da sempre minano l’azione e la credibilità del Cavaliere: continuare a far finta che tutto vada bene e che non sia necessario un qualche intervento è inutile, oltre che assai dannoso.

La seconda annotazione: è davvero stupefacente la rapidità con la quale cambia la gerarchia delle «emergenze» del Paese. Fino a ieri erano la sicurezza, il Paese che non cresce, i salari troppo bassi, la salvezza dell’Alitalia da «mani straniere»: nel giro di due settimane, l’emergenza delle emergenze è diventata bloccare alcuni processi e mettere al riparo dalla magistratura le alte cariche dello Stato. Stupefacente. Non c’è controprova, naturalmente: ma c’è da scommettere che forse il Pdl non avrebbe vinto così largamente le elezioni di due mesi e mezzo fa se avesse proposto agli italiani un programma in cima al quale ci fossero state queste due priorità.
 
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« Risposta #24 il: Luglio 09, 2008, 11:33:17 »

9/7/2008 (7:12) - REPORTAGE

Tonino conquista le vecchie praterie della sinistra
 
Tra i manifestanti prevale lo sfottò
 
L’ex pm ora è il simbolo dell’anti-berlusconismo

FEDERICO GEREMICCA


ROMA
In fondo, è andata come doveva andare. Il che vuol dire che ce ne è stato un po’ per Giorgio Napolitano, di più per Walter Veltroni e tantissimo, naturalmente, per Silvio Berlusconi: che ovviamente abbozza, tira dritto e paga perfino volentieri il prezzo di insulti e sfottò, visto che preludono - probabilmente - non tanto ad un assedio al suo governo, quanto all’avvio dell’ennesima intifada nei territori devastati dell’opposizione. Dunque, è proprio andata come doveva andare. Il che vuol dire che c’è stato chi ci doveva stare: folla di gente oltre le aspettative e poi le facce che ti attendi, tutte le facce nessuna esclusa, dalla Guzzanti a Pancho Pardi, da Travaglio ad Antonio Di Pietro, da Furio Colombo fino a Grillo, Moni Ovadia e un elegante Flores d’Arcais.

Rispetto all’altra, alla prima piazza Navona (febbraio 2002, Nanni Moretti: «Con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai») in fondo si registrano due sole differenze. La prima: ieri faceva più caldo. La seconda: quel «tipo di dirigenti», stavolta sul palco non s’è fatto nemmeno vedere. Bandiere e magliette dell’Italia dei Valori ovunque. Infatti è Tonino Di Pietro la locomotiva del movimento che riparte, non Rifondazione, non la sinistra cosiddetta radicale, disintegrata e impegnata a litigare sul futuro e sui Congressi. E’ lui, il giudice, la star dei girotondi (nella prima vita ebbero come leader Sergio Cofferati: e forse è tutto dire); è sempre lui il primo ad evocare nientemeno che il ritorno della P2; è ancora lui che ha l’onore di parlare per due volte dal palco; ed è soprattutto lui che ha il partito più forte, il partito che organizza e arringa, sperando di incassare i dividendi alle prossime elezioni.

E’ lo stesso, però - e guarda che scherzi ti tira questa faccenda dei duri e puri - al quale Beppe Grillo dedicò un passaggio indimenticato durante uno spettacolo di non troppo tempo fa: «Prendete Di Pietro - accusò Grillo -. E’ insegnante di procedura penale e fa lezione a quelli del Cepu. Già di questo bisognerebbe vergognarsi. In più, dovete sapere che il Cepu ha 102 sedi tutte messe sotto sequestro dalla Finanza con l’accusa di associazione per delinquere, bancarotta, usura e riciclaggio. E lui che ha fatto? Ha fondato l’Italia dei Valori in una sede sotto sequestro dalla Finanza...». Ma il tempo passa, certi ricordi li cancella - ed è la vita, in fondo - e ora Beppe e Tonino sono lì, nella stessa trincea, gomito a gomito, che sparano a vista.

Grillo se la prende anche con Napolitano: «Ve lo immaginate - dice - Pertini firmare una legge che lo rendeva immune dalla giustizia? Io a farlo non ci vedevo nemmeno Ciampi e neppure Scalfaro: ma Napolitano ha firmato... E mentre Napoli era invasa dall’immondizia dov’è andato il presidente? A Capri, accompagnato da due indagati, Bassolino e Sandra Mastella...». La piazza, in verità, non è che si spelli le mani di fronte a questa gag. E nemmeno certi compagni di viaggio del comico genovese: Furio Colombo s’infuria, Claudio Fava si dissocia e anche Di Pietro prende le distanze, ma soprattutto da Sabina Guzzanti, che se aveva attaccato addirittura il Papa, dopo aver messo alla berlina il ministro Carfagna in un saliscendi di parolacce, battute e doppi sensi.

Piazza Navona di ieri non è poi così diversa da quella di sei anni e mezzo fa: un po’ politica e un po’ spettacolo, un po’ rabbia vera e un po’ iperboli e propaganda. Prevedibile, in fondo. Tanto prevedibile che sorprendono certe sorprese: e certe impacciate dissociazioni postume, di chi è andato e poi se ne è pentito, come Arturo Parisi e Giovanni Bachelet. Ma tant’è: come dice l’adagio, non si finisce di imparare mai... Prendete le magliette che distribuisce il partito di Di Pietro, per esempio. La piazza ne è piena: «Fermiamo il Caimano». Il Caimano fu mandato nelle sale da Nanni Moretti un paio di anni fa: dopodichè, Silvio Berlusconi ha rivinto le elezioni. Magari potrebbe voler dire che la via non è quella, che la tattica è sbagliata. E invece niente: Di Pietro ci riprova, Grillo è lì che l’accompagna e non sappiamo se il Caimano è lì che si frega le mani, quantomeno pensando ai fortunati precedenti.

E comunque, sia come sia, è andata. C’è un pezzo di Paese - piccolo magari, minoritario ma non proprio irrilevante - che non ci sta. Non ci sta che si provi a dialogare col Cavaliere; non ci sta che ci si opponga soltanto in Parlamento e non anche nelle piazze; non ci sta al buonismo e alle manifestazioni convocate da qui a tre mesi. E non ci sta di fronte all’evidenza che - dal conflitto d’interessi in giù - se si è al punto in cui si è, questo è colpa anche di certa sinistra: quella, per capirci, buonista e riformista. Col Cavaliere non si dialoga, insomma: gli si dice “ladro” e “pregiudicato”. E da ieri gli si dice di nuovo anche “piduista”. E fa niente che i giovani che affollavano piazza Navona magari della P2 non sanno nulla, e nell’81 non erano nemmeno ancora di questo mondo: studino l’amarissima pagina della democrazia italiana. Quel che fa, invece - altroché se fa - è che sul palco non c’erano né Gherardo Colombo né Giuliano Turone, i giudici che svelarono la Loggia P2. In fondo, se le cose stanno così, perchè loro no e Di Pietro sì?

da lastampa.it
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« Risposta #25 il: Luglio 10, 2008, 10:04:37 »

7/7/2008 - LEADERSHIP E CONSENSO
 
Chi paga la fine del dialogo
 
 
 
 
 
FEDERICO GEREMICCA
 
Se non l’avevano convinto - come, evidentemente, non l’avevano convinto - le opinioni espresse dalla larga maggioranza degli osservatori politici e dei commentatori, magari può riuscirci il verdetto giunto attraverso uno degli strumenti ai quali spesso Silvio Berlusconi ricorre nei momenti delle scelte delicate: il sondaggio. Più della metà degli italiani (52,5%) non è d’accordo sul tipo di provvedimento che il governo intende varare in materia di intercettazioni telefoniche; una percentuale ancora più alta (65,3) non è favorevole alla sospensione dei processi alle più alte cariche dello Stato durante il loro mandato (lodo Alfano); e i contrari salgono addirittura al 73,4% di fronte all’ipotesi di bloccare per un anno i processi per i reati che prevedono una condanna inferiore ai dieci anni (fonte Demos per la Repubblica). Il risultato è un calo netto dell’apprezzamento del premier: dal 61,4% al 46,4 in appena due mesi (analogo sondaggio Ipso per il Corriere della Sera segnala invece quell’apprezzamento in crescita). I dati che citavamo, per quanto qualcuno potesse considerarli scontati, appaiono inequivoci. E certo dovrebbero far riflettere un leader che ha fatto della sintonia col comune sentire del Paese uno dei suoi punti di maggior forza.

Non solo. Anche la seconda manifestazione di insofferenza in pochi giorni arrivata da Umberto Bossi («Veltroni dice che il governo cadrà presto? Ha ragione, se tutti i giorni c’è un bordello...») forse merita un’attenzione meno frettolosa di quella riservatagli dal premier («Bossi ogni tanto ama divertirsi»). Infatti, se è vero che la Lega non ha alcuna intenzione (né interesse) a porre problemi all’esecutivo (Bossi: «Non saremo così imbecilli da far cadere il governo»), è chiaro che anche la pazienza leghista ha un limite. A nutrire la tolleranza del Carroccio c’è, naturalmente, l’obiettivo storico del federalismo, che però andrà prima o poi centrato, visto che è inseguito da oltre un decennio. E qualche attenzione il premier dovrebbe riservarla anche al lavoro di certi ministri leghisti, come Maroni: che, impegnato a tener fede alle promesse fatte in materia di sicurezza, è a volte sommerso di critiche (da parte del mondo cattolico, dell’opposizione e delle istituzioni europee) rispetto alle quali raramente si alza la voce del premier, impegnato com’è nella sua personalissima guerra alla magistratura ed all’opposizione.

La quale opposizione, del resto, farebbe bene a non cullare troppo la speranza che possa essere la «quinta colonna» leghista a liquidare il governo in carica, mettendo mano con urgenza - al contrario - a tutto quel che ha da fare per rendersi più incisiva e credibile. Il sondaggio che citavamo all’inizio, infatti, segnala un calo verticale nell’apprezzamento delle mosse di Veltroni (dal 65% di due mesi fa al 40% di oggi) ed una sensibile riduzione dei potenziali consensi elettorali del Pd (dal 33,2% al 29): giudizi che dovrebbero preoccupare lo stato maggiore del Partito democratico almeno quanto Berlusconi dovrebbe esser impensierito dal verdetto sulle cosiddette leggi ad personam, che sono da alcune settimane la sostanza, la cifra, dell’agire dell’esecutivo. Ora sul Pd stanno per abbattersi le prevedibili e scontate polemiche per la scelta di non essere in piazza, domani, con Di Pietro e il mondo dei girotondi: non è detto che non sia un bene, e addirittura un’occasione per meglio definire il carattere e l’«anima» del nuovo partito (che sembra voler spostare, con raccolte di firme e manifestazioni in autunno, la sua attenzione sulla difficile situazione economica del Paese).

Un’ultima annotazione: sia il premier che il leader dell’opposizione appaiono in calo di consensi rispetto ad appena due mesi fa. È difficile sfuggire alla sensazione che ciò sia in qualche misura determinato dalla guerriglia quotidiana che è tornata padrona del Paese, rigettandolo indietro di anni. Si era molto discusso del clima non barricadiero che aveva caratterizzato l’ultima campagna elettorale e del tentativo di dialogo che ne era nato in avvio di legislatura. La si può pensare, naturalmente, come si vuole: ma appare incontestabile che, a parte tutti gli altri danni, i primi a pagare il prezzo della rottura consumata siano proprio coloro i quali l’hanno voluta o determinata. Ci pensino, Veltroni e Berlusconi. In fondo la legislatura è appena cominciata.
 
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« Risposta #26 il: Luglio 12, 2008, 09:10:20 »

12/7/2008
 
L'ultimo spiraglio
 

 
FEDERICO GEREMICCA
 
Adesso che la polvere sollevata dal grande scontro combattuto sulla giustizia comincia a posarsi, possono forse scorgersi meglio gli effetti che la durissima battaglia sviluppatasi è destinata a produrre nel prosieguo di una legislatura che si era avviata all’insegna del dialogo e che era stata, per l’ennesima volta, detta «costituente». Salvo sorprese, infatti, la prossima settimana il Parlamento licenzierà entrambi i provvedimenti all’origine del muro contro muro: il cosiddetto lodo Alfano e il pacchetto sicurezza, positivamente modificato nella parte blocca-processi. Approvati l’uno e l’altro (sul secondo il governo è ormai orientato a porre la questione di fiducia), si potrà finalmente passare ad altro: ma in una situazione purtroppo assai diversa da quella che era legittimo pronosticare meno di un mese fa.

La fotografia che infatti ci regala questo caldissimo luglio ha contorni nitidi e nient’affatto incoraggianti. Proviamo a riassumerli. Il tanto sbandierato (ma in verità assai poco praticato) dialogo tra il governo di Silvio Berlusconi ed il Pd di Walter Veltroni è ridotto ad un cumulo di macerie ancora fumanti: lo scontro ha toccato punte di asprezza tali da ricordare il dopo-elezioni 2001, con annesso corollario di insulti reciproci e riapparizione dei girotondi.

I rapporti tra il Partito democratico e il suo unico alleato elettorale - l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro - sono a pezzi, e non è azzardato prevedere un loro ulteriore peggioramento: il che consegna a Veltroni - strategicamente e retrospettivamente - un mucchio di problemi di non facile soluzione. Silvio Berlusconi, dal canto suo, ha polverizzato in un paio di settimane l’immagine di statista dialogante con la quale si era proposto in avvio di legislatura: con quali vantaggi per se stesso e per il Paese, è cosa che si potrà, purtroppo, presto apprezzare.

Infine, non va sottovalutato l’effetto che l’onda d’urto dello scontro ha prodotto sulle istituzioni e sui rapporti tra alcune di esse. Tra governo, Quirinale, magistratura e Parlamento si sono toccate punte di asprezza che parevano dimenticate: alcune delle ferite inferte sono profonde, e non potranno che pesare negativamente sullo sviluppo della legislatura.

Dopodiché, anche in politica - talvolta - sono possibili i miracoli: ed è dunque ancora possibile sperare che il filo di un confronto civile, spezzato di netto, venga in qualche modo riannodato. Una certa dose di realismo, in verità, inviterebbe a mitigare l’ottimismo, considerato che alla ripresa - dopo la pausa estiva - molti fattori potrebbero contribuire a riportare a livelli alti la tensione. A parte le dinamiche interne ai due diversi schieramenti (intendiamo l’evoluzione cui andrà incontro il Pd, e i rapporti tra la Lega e certi eccessi del berlusconismo) a tener banco, infatti, sarà come in ogni autunno l’economia, terreno sul quale si confronteranno due linee di intervento presumibilmente assai diverse: e l’approccio che il Pd avrà a questi temi, è in qualche modo anticipato dalla manifestazione già annunciata per il 25 di ottobre, che obbligherà a tenere alti i toni. Inoltre, non aiuterà certo il clima pre-elettorale che si inizierà a respirare in vista delle elezioni di primavera, quando gli italiani saranno richiamati alle urne per il voto europeo e per una importante tornata amministrativa (una settantina di Province e città importanti, da Bologna a Bari).

Si tratta di temi e appuntamenti che, come dicevamo, sembrano destinati a surriscaldare, piuttosto che raffreddare, il clima generale. E a ben vedere, il campo sul quale potrebbe riaprirsi un confronto è - come al solito - uno solo: quello delle tanto invocate riforme istituzionali. Il Presidente della Repubblica ne ha parlato ieri in una intervista all’agenzia Tass, in vista della sua visita in Russia: «Penso si debba giungere ad una riforma elettorale e costituzionale, e che bisogna cambiare molte altre cose...». Si tratta, come è noto, di una convinzione comune da tempo a quasi tutte le forze politiche. Riusciranno a tradurre prima in dialogo e poi in leggi questa ormai antica esigenza? Anche qui, la prudenza è d’obbligo. Ma un «fattore coercitivo», stavolta, può alimentare qualche speranza: alla ripresa dopo la pausa estiva, mancherà una manciata di mesi al referendum elettorale già indetto e rinviato la scorsa primavera per lo scioglimento delle Camere. Non è detto che questo pungolo basti, ma la prospettiva - almeno - è fin da ora chiara: o riforma o referendum. Stavolta, insomma, sarà assai difficile - se non impossibile - tergiversare.

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« Risposta #27 il: Luglio 22, 2008, 02:18:52 »

22/7/2008
 
Nascosti dietro un dito
 
 
 
 
 
FEDERICO GEREMICCA
 
Magari non è politicamente corretto. E certamente non aiuta «ad avvicinare i cittadini alle loro istituzioni», come si invoca da un po’ di tempo in qua. Però, per onestà, va detto: della questione in sé, della Grande Polemica - cioè del dito alzato di Umberto Bossi e di quel che è stato pomposamente definito «insulto alla Patria e alla bandiera» - del merito della faccenda, insomma, ieri nelle aule di Camera e Senato non fregava niente quasi a nessuno.

Acominciare da Bossi, naturalmente, che a pomeriggio inoltrato, in violazione di tutti i divieti, se ne stava su un divanetto del Transatlantico a mangiare pane e formaggio (o prosciutto, secondo altri) facendo briciole dappertutto. Il presidente Fini aveva appena finito di fargli una mezza ramanzina in aula - spiegando che insomma un ministro non può dire quelle cose e fare quei gestacci - e qualcuno magari s’aspettava la reazione furiosa del senatùr. Macchè. Lui si limita a borbottare: «Ma va là... Poteva non intervenire, che era meglio». E giù un altro morso al pane col formaggio...

Se bisogna raccontare le cose per quel che sono e per come stanno, allora bisogna dire - pur rischiando quel che in questi casi si è rapidi a chiamare qualunquismo - che l’ennesima fanfaronata del leader leghista (che in tante occasioni, compresa questa, davvero non sa nemmeno bene di cosa parla) è stata cinicamente utilizzata, sia da destra che da sinistra, per rimpallarsi accuse più o meno così: voi del Pdl siete alleati di Bossi, che offende la Patria e la Bandiera; e voi del Pd vi ci vorreste alleare, e anzi anni fa già lo faceste, nonostante le offese alla Patria e alla Bandiera. Poche le varianti. Del tipo: perchè Berlusconi non viene in aula a dirci che pensa dell’Inno di Mameli? E in risposta: e voi perchè non state zitti, che siete amici di quelli di piazza Navona, che in quanto a offese non sono stati secondi a nessuno? Tentativi di metter zizzania nel campo avversario, insomma. Di creare o accentuare divisioni. Con interesse scarso o nullo - diciamo la verità - verso l’onore della Patria e della Bandiera.

E che l’interesse verso l’Inno di Mameli e tutto il resto sia stato scarso o nullo, in fondo è perfino un bene. Perchè quello di Alessandra Mussolini, per dire, si è concretizzato in un registratore acceso in aula davanti a un microfono, così da diffondere le note della nostra marcetta in tutto l’emiciclo. E quanto ai leghisti, meglio lasciar stare. Infatti, nonostante gli avessero spiegato in tutti i modi che il contestato «schiava di Roma» non si riferiva alla Padania ma alla “Vittoria”, Federico Bricolo, capogruppo del Carroccio al Senato (e dunque si presume il migliore dei suoi) ha tuonato in aula che «noi della Lega non vogliamo essere schiavi di nessuno!». E quando a Bossi hanno riferito della mezza ramanzina di Fini, ha replicato che «nell’Inno c’è anche scritto che i bimbi d’Italia si chiaman balilla...»: magari volendo rinfacciare al presidente i suoi trascorsi e forse nemmeno sospettando che l’inno è stato scritto una settantina d’anni prima dell’avvento del fascismo e che il verso di Goffredo Mameli è dedicato a Giovan Battista Perasso, patriota genovese del ‘700, detto appunto Balilla.

Insomma, in un Parlamento che tutto tritura e trasforma in tattica politica, anche l’Inno di Mameli e il dito di Bossi diventano carbone e benzina per alimentare propaganda e attacchi all’avversario. O per riavviare, nel Pd e nel centrosinistra, il solito, infinito, regolamento di conti. Prendete Arturo Parisi, che ce l’ha con quelli che nel suo partito vogliono dialogare con la Lega e non gli pare vero poter tuonare: «Io chiedo: come è possibile trattare con chi oltraggia l’unità della Repubblica e rinnova le sue minacce separatiste?». Ma se è per questo, non è certo da meno Paolo Bonaiuti, che ai cronisti che chiedono come mai Berlusconi non sia in aula a difendere (oppure anche no) Umberto Bossi, risponde in maniera surreale: «Berlusconi? L’ho sentito. E’ a casa, ad Arcore. Sta lavorando sulla questione Alitalia...».

Non fa piacere raccontare pomeriggi così. E ancor più malinconico è il tentativo di trarne una morale. Il clima, infatti, è quel che è, essendo fulmineamente slittato dal dialogo all’insulto. Del resto, dopo l’improvvisa virata del presidente del Consiglio, non era pensabile uno scenario diverso. Ieri, per dire, la Camera è stata chiamata a votare una nuova fiducia su un nuovo decreto (quello economico, stavolta) mentre il Senato doveva approvare - avendo a disposizione un solo giorno per esaminarlo - il lodo Alfano, che mette Berlusconi al riparo dal processo Mills, in cui è imputato per corruzione. E in tutto questo, c’è chi continua a parlare di grandi riforme e di legislatura costituente. Al punto in cui già si è (le Camere sono insediate da nemmeno 100 giorni) per crederci occorre un grande ottimismo. Si vedrà. Archiviato Bossi, il dito e le offese all’Inno, sperare nel meglio, in fondo, non costa niente.
 
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« Risposta #28 il: Luglio 27, 2008, 12:36:07 »

26/7/2008
 
Bicamerale leghista
 
 
 
 
 
FEDERICO GEREMICCA
 
E’ onestamente difficile dire se l’elezione popolare (o la nomina parlamentare) di una nuova Commissione bicamerale per le riforme sia uno strumento in grado di smuovere davvero «l’impotenza politica che condanna il Paese all’immobilismo» (come scriveva Emanuele Macaluso su La Stampa dell’altro ieri).

Di fronte all’impasse riformatrice, infatti, l’idea di ricorrere a luoghi altri rispetto al Parlamento non rappresenta certo un inedito: ma non è affatto detto che, poiché non nuova, la proposta non mantenga una sua attualità. A maggior ragione se a caratterizzarla fosse una novità che potrebbe rappresentare, da un lato, la presa d’atto di una realtà politica difficile da negare e, dall’altro, una possibile «assicurazione» contro i rischi dell’ennesimo fallimento: e cioè, che la presidenza del nuovo organismo venga stavolta affidata alla Lega.

A prescindere dalla condivisione delle proposte leghiste in materia di riforme (alcune certamente condivisibili, altre assai meno) attribuire al partito di Umberto Bossi la guida della Commissione potrebbe assicurare, infatti, un duplice risultato. Il primo consiste nel garantire una iniezione di sicuro attivismo (e probabile concretezza) ad un organismo spesso utilizzato, in passato, più per sterilizzare la questione-riforme che per affrontarla davvero: salvo smentite, è infatti difficile immaginare una Lega che si presti a giochini e insabbiamenti ai danni di un tema che ne è da sempre la bandiera. Il secondo possibile risultato sarebbe quello di sottoporre il partito di Bossi a una sorta di «prova della verità» circa la sua reale volontà riformatrice: sono almeno quindici anni, infatti, che la Lega fa leva (anche elettoralmente) sul suo anelito federalista e innovatore, eppure - pur avendo passato almeno la metà di questo tempo al governo del Paese - il suo «bottino» riformatore è desolantemente scarso. Metterla alla prova in un ruolo di sicura direzione potrebbe permettere - tra le altre cose - di valutarne una volta per tutte la coerenza e l’onestà delle intenzioni (fare riforme e federalismo davvero, e non tenerli nel limbo per utilizzarli ciclicamente come cavalli di battaglia elettorali).

Al momento, naturalmente, nessuno può prevedere se l’approdo dell’interminabile confronto sulla Grande Riforma sarà - appunto - una nuova Bicamerale: certo, se così fosse, non si comprenderebbero né veti su una eventuale presidenza leghista né la rinuncia da parte del partito di Bossi a reclamarne la guida. E neppure si capirebbero, in fondo, obiezioni - o addirittura opposizioni - alla messa in campo di uno strumento quasi senza alternative, considerata l’incomunicabilità (se non peggio) che già regna in Parlamento. Non le si capirebbero da parte di Silvio Berlusconi, che vedrebbe - tra l’altro - collocate in luogo diverso da Camera e Senato tensioni che alla lunga potrebbero provare la sua maggioranza; e a maggior ragione non si comprenderebbero da parte di Veltroni: questo sistema - elettorale e istituzionale - è infatti l’abito meno adatto al suo Pd a «vocazione maggioritaria», e dunque forte dovrebbe essere l’interesse a modificarlo. Ripartire da capo, inoltre, permetterebbe o di cercare una sintesi tra le diverse proposte sul tappeto o perfino di aprire davvero il confronto su un sistema elettorale a doppio turno (così caro al segretario del Pd) e su un semipresidenzialismo che tenga conto della realtà italiana.

Tutto questo, ovviamente, se si ritiene di dover tener fede all’impegno elettorale di una «legislatura costituente». In caso contrario, l’alternativa sembra chiara fin da ora. Da una parte - considerata l’ampia maggioranza di cui gode alle Camere, l’assenza di Fini dal governo e la perdurante sofferenza di Bossi - il consolidarsi di una sorta di «dittatura parlamentare» in cui Berlusconi potrà fare, più o meno, quel che gli pare: e infatti lo fa. E dall’altra, andare dritti verso il referendum della prossima primavera, che consegnerà al Paese una legge pasticciata e al Parlamento l’obbligo di intervenire comunque per renderla in qualche modo accettabile. A meno che, certo, non si preferisca appunto il pasticcio continuo: cioè il perdurare di un sistema che - in fondo - salvaguarda l’intera classe politica, nel quale ognuno resta a galla e nessuno perde mai davvero. Eppure un sistema nel quale, anche senza accorgersene, protagonisti e comprimari rischiano di affondare lentamente assieme...
 
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« Risposta #29 il: Agosto 20, 2008, 10:28:14 »

20/8/2008
 
Il Pd diviso e la sfida dei sindaci
 
 
 
 
 
FEDERICO GEREMICCA
 
Non è certo un caso se, intervenendo nella polemica tra Sergio Chiamparino e il Pd piemontese, Walter Veltroni si sia guardato bene dal liquidare le questioni poste dal primo cittadino di Torino alla maniera con la quale - ma era un’altra epoca - Massimo D’Alema tentò di frenare la crescente influenza dei primi sindaci a elezione diretta. Con definizione non dimenticata, l’allora segretario del Pds - era il 1997 - li bollò come cacicchi (capi di antiche tribù sudamericane). Oggi, probabilmente, non lo rifarebbe: e riconoscerebbe, anzi, che proprio i cacicchi (governatori e sindaci delle grandi città) rappresentano il volto del nuovo Pd, la parte più solida - e nota e popolare - del gruppo dirigente democratico in senso lato. E in fondo si può dire che la decisione di Veltroni di schierarsi dalla parte di Chiamparino nella polemica che lo contrappone al suo partito segna forse il punto d’approdo di quella disputa politica e di potere che tanti danni ha fatto al centrosinistra negli ultimi quindici anni: e cioè la contrapposizione continua tra partito e leadership.

Il segretario del Pd ha scelto di prender campo nella polemica in corso a Torino, ma avrebbe in verità potuto farlo a Genova come a Bologna o in Sardegna, di fronte a ricandidature (quelle di Cofferati e Soru, per esempio) discusse o addirittura in discussione.

Il che testimonia, semplicemente, di quanto quella disputa non sia ancora chiusa e di quanti problemi continui a creare al Pd. Sono gli stessi problemi, in fondo, che hanno segnato per anni il rapporto tra Romano Prodi e la sua coalizione, mai disposta a riconoscerne pienamente la leadership. E non si è trattato - e non si tratta - di una semplice disputa per il potere. Alle spalle c’è una differente idea della politica e forse perfino della democrazia, del come distribuire - cioè - influenza, ruolo e pesi tra partito e leader: politico o di governo che sia. È il conflitto finale, in fondo, tra una tradizione politica figlia del ’900 (e dunque della Prima Repubblica) e l’irrompere sulla scena (con la Seconda) di partiti e poteri personali, con leadership scelte e legittimate direttamente dai cittadini.

Non può dunque sorprendere che i contraccolpi maggiori dell’impetuosa trasformazione in atto abbiano investito e investano soprattutto il centrosinistra, «casa» degli eredi dei maggiori partiti della Prima Repubblica - Dc e Pci in testa - sfiorando appena il centrodestra (nato, di fatto, con Berlusconi e la Seconda Repubblica). Si pensi solo - per fare un esempio - agli effetti prodotti nei due diversi campi dalla disputa tra partiti e leader. Dal 1994 alla fondazione del Pd, il Pds-Ds ha cambiato quattro segretari (Occhetto, D’Alema, Veltroni e Fassino) e il Ppi-Margherita addirittura cinque (Martinazzoli, Bianco, Marini, Castagnetti e Rutelli): dall’altra parte Berlusconi, Fini e Bossi sono da allora al loro posto. E il duello, naturalmente, ha avuto riflessi anche sulla guida del governo: il centrosinistra ha infatti cambiato quattro volte il suo candidato premier (Occhetto, Prodi, Rutelli e Veltroni) e ha avuto tre presidenti del Consiglio diversi (Prodi, D’Alema e Amato). Dall’altra parte, sempre e solo Berlusconi.

Tutto ciò magari dimostra (ma non è questo che ora interessa) che nel centrodestra c’è un problema di democrazia, ed è sicuramente vero. Ma anche la democrazia non è immutabile, può darsi regole diverse e distribuire pesi e contrappesi in maniera anche assai differente tra Paese e Paese. In ogni caso, o la si cambia cambiandone le regole o ci si adegua a quelle che ci sono: quel che è difficile fare è adeguarsi (e in alcuni casi addirittura promuovere) regole nuove tentando di farle vivere con logiche vecchie. Se si imbocca la via delle primarie e poi dell’elezione diretta per scegliere sindaci, governatori e capi del governo, per esempio, è poi impensabile immaginare che i partiti possano condizionarne oltremodo le scelte e limitarne l’autonomia d’azione: gli eletti, infatti, sentiranno - e a ragione - di dover rispondere del loro operato agli iscritti o ai cittadini, e non certo più ai vecchi apparati e alle burocrazie di partito.

Insomma, al di là del merito - e cioè di chi abbia torto e chi ragione - la sensazione è che sia questo il nodo ancora irrisolto che si cela dietro la polemica in atto tra Chiamparino e il suo partito o tra Renato Soru e mezzo Pd sardo. Così come non molto diversa, in fondo, è l'origine della polemica sulle decisioni solitarie contestate a Walter Veltroni. Tutto sembra dire, però, che per il Pd sia ora di uscire anche da questo guado. E le vie, in definitiva, sembrano soltanto due: o tornare indietro, con una battaglia restauratrice delle antiche regole (elettorali e non solo), o andare avanti assumendo le nuove genuinamente e fino in fondo. Il che vuol dire, nel caso in questione, semplicemente riconoscere e accettare l’autonomia conferita dai cittadini direttamente col voto a governatori e sindaci. Sperando, naturalmente, che non si trasformino in cacicchi.
 
 
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