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Autore Discussione: Francesco VERDERAMI  (Letto 55444 volte)
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« Risposta #240 inserito:: Marzo 28, 2015, 04:51:28 pm »

SETTEGIORNI
Forza Italia, Berlusconi pensa a Mara Carfagna al vertice del partito
E tra l’ex Cavaliere e Salvini alleanza (a loro insaputa)

Di Francesco Verderami

Correranno insieme, ma finora non si sono mai fatti vedere insieme. Berlusconi e Salvini sembrano alleati a loro insaputa. È una trovata elettorale? Un esperimento politico? Di sicuro non è una novità. Quando Monti scese in campo con Scelta civica, si negò persino alla foto con Fini e con Casini. Tutti sapevano cosa pensasse a quei tempi il professore dei suoi compagni di strada (ricambiato), e tutti sanno cosa pensano oggi l’uno dell’altro il leader di Forza Italia e il segretario della Lega. Per Berlusconi «Salvini è un problema». Per Salvini «Berlusconi è cotto». Tuttavia troveranno un’intesa in vista delle Regionali, sebbene proprio l’ossessione di vedersi come carbonari, di smentire incontri realmente avvenuti, di scivolare via dai luoghi dove sono stati appena colti insieme, rende manifesta la distanza tra i due. Anche ieri, appena si è sparsa la voce di un loro rendez vous serale, in tanti si sono affannati a spiegare che non era vero. Quasi a voler preservare entrambi dall’idea di una possibile mescolanza.

C’era una volta il centrodestra, oggi non c’è nemmeno una posa sorridente da offrire alla stampa. D’altronde non c’è sorriso sul volto di Berlusconi, che impreca all’oltraggiosa fortuna riservatagli dagli eventi, e deve convivere con gli sbalzi d’umore. Infatti non è per farsi desiderare se prende tempo quando lo invitano alle manifestazioni: «Purtroppo ho la febbre», ripeteva ancora ieri sera. Nel 2006 aveva il colpo della strega, eppure alla fine andò a Vicenza a sfidare i vertici di Confindustria, e il suo famoso balzo sulla sedia mandò in visibilio la platea degli imprenditori. Fu l’inizio di una clamorosa rimonta elettorale su Prodi, quasi completata. «Lasciatelo in pace quell’uomo», replica ogni volta in sua difesa Confalonieri, a chi gli chiede che l’amico faccia un altro scatto.

Lo specchio magico che Berlusconi aveva costruito, e in cui ogni giorno si rimirava per sentirsi dire che era il più forte, si è frantumato. E oggi sono in tanti a specchiarsi in quei mille frammenti, pensando di poter ascoltare di se stessi la stessa cosa. Nella sede di Forza Italia non c’è nemmeno più il centralinista, nei gruppi di Forza Italia si attende una nuova diaspora. Resta da capire - e non è cosa da poco - se sono i parlamentari a volersene andare o se è il leader che se ne vuole andare. Con Fitto, per esempio, il capo fa mostra di volerlo «fuori dalle scatole», così ha detto: «Per i suoi candidati assicuriamo dei posti alle Regionali. Si accontenti, se crede».

È una mossa dettata da un disegno o un segno di sconforto? E siccome Berlusconi resta (ancora) Berlusconi, i dirigenti azzurri continuano ad analizzare i suoi comportamenti, come un tempo: forse vuol costringere Fitto a rompere per farlo contare nelle urne, addebitargli le cause della sconfitta alle elezioni, e non permettergli di lucrare dall’interno del partito sul (quasi certo) risultato negativo di Forza Italia. Quanto al possibile gruppo autonomo di Verdini, c’è chi la considera una diabolica trovata, per mantenersi un tramite con Renzi e un surrogato del vecchio patto nazareno. «Ma se si fanno andar via tutti questi parlamentari, poi chi rimane?», si è domandato Romani, chiedendo urgentemente udienza al capo. 

Per il capo vige oggi il motto «meglio pochi ma fedeli», e tra quei pochi c’è la Carfagna, che Berlusconi medita di porre al vertice del partito per offrire il segno tangibile del cambio generazionale. Si vedrà se il visionario avrà una nuova visione, e cosa ne sarà - per esempio - del rapporto con il Partito popolare europeo che Tajani riunisce nella capitale per discutere sulla «capacità di aggregare» del centrodestra italiano. Per il momento è in atto un processo di scomposizione. È vero, da qualche parte bisogna pur ricominciare, il punto è che molti si ritrovano dopo essersi appena divisi. Al centro Ncd e Udc - pronti a fondersi in Area popolare - discutono con Tosi, che ha appena divorziato da Salvini, su come costruire un rassemblement di moderati, mentre la destra che fu An riunisce oggi dieci sigle a discutere di «Terza Repubblica» ...

La verità è che Renzi li ha fatti tutti prigionieri, e la politica è stremata al punto tale che, con la sola voce contraria di Brunetta, al premier è consentito «meditare» - senza che la cosa meni tanto scandalo - se porre o meno la fiducia in Parlamento addirittura sulla legge elettorale. «L’avessi detto io, sarebbe scoppiata la guerra mondiale», dice Berlusconi. È vero, ma il premier gli ha strappato le sue parole d’ordine: ha portato il suo Pd a sinistra con l’ingresso nel Pse, e ha spostato a destra il suo governo con il Jobs act, la responsabilità civile dei magistrati e ora pure con la riforma delle intercettazioni.

Al leader di Forza Italia non resta che aggrapparsi a Salvini, che ancora ieri però lo insolentiva: «Chi mi ama mi segua». Ed è chiaro a cosa miri il segretario del Carroccio, ed è per questo che agli occhi di Berlusconi resta insopportabile. Perciò finora non si sono mai fatti vedere insieme, anche se correranno insieme: alleati a loro insaputa.

28 marzo 2015 | 08:04
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DA - http://www.corriere.it/politica/15_marzo_28/forza-italia-berlusconi-carfagna-salvini-8cba8eb8-d515-11e4-ac8b-ead84921270e.shtml
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« Risposta #241 inserito:: Aprile 05, 2015, 11:11:35 pm »

Il sogno del ‘93: sindaco a Milano
Quando Berlusconi disse a Renzi: un giorno tutto questo sarà tuo
Ma oggi l’ex premier non si fida più: un furbastro, ha preso anche i difetti dei comunisti

Di Francesco Verderami

In fondo Berlusconi ci aveva visto giusto, non a caso invitò Renzi ad Arcore promettendogli che «un giorno tutto questo sarà tuo». Non è chiaro se vedesse in quel «simpatico ragazzo» un talento da cavalcare o una minaccia da scongiurare, è certo che a distanza di qualche anno Renzi si sta prendendo ciò che gli era stato offerto, senza nemmeno chiedere permesso. La migrazione da Forza Italia verso il Pd è iniziata: «Bondi l’ha fatto e anche Verdini ormai aspetta solo una scusa per andarsene». Berlusconi è consapevole che la ferrea legge della natura, cioè della politica, non fa concessioni nemmeno a chi per venti anni è stato il re della foresta nel Palazzo.

E infatti ieri il ruggito con cui voleva richiamare all’ordine quanto resta del suo branco, non ha sortito effetti. Anzi, persino il candidato del centrodestra in Puglia, Schittulli, gli ha voltato le spalle, costringendo il vecchio leader a inseguirlo per non restare fuori da quel laboratorio dove pezzi dell’ex Pdl - da Fitto ad Alfano - tentano una ricostruzione che verrà provata anche in Veneto con l’appoggio a Tosi. Sono esperimenti, e in quanto tali possono essere fallaci. Ma testimoniano un’idea di progetto, guardano al futuro.

Berlusconi sembra invece vincolato a un presente che è denso di recriminazioni e di angosce. Vive con ansia l’attesa di una libertà che non è stata pienamente ritrovata, «ancora non mi hanno restituito il passaporto», ed è mosso da un forte disappunto verso quel «simpatico ragazzo» che si è trasformato in un «furbastro di cui non ci si può fidare», perché si è «rivelato uno di quelli». Cioè un «comunista». O meglio, ai suoi occhi il segretario del Pd ha acquisito i loro stessi difetti: «I comunisti, per esempio, sono sempre stati abili nel truccare le elezioni. E Renzi, in una delle occasioni in cui ci siamo incontrati, mi ha raccontato che alle primarie contro Bersani venne fregato. “La volta dopo - mi disse - siccome avevo capito come facevano, li ho fregati io”. Capite il personaggio?».

Si capisce anche la sofferenza di Berlusconi, un visionario che un tempo fece di un acquitrino una città, che sfidò la Rai con una tv del sottoscala, che trasformò un club in fallimento nella squadra di calcio più titolata al mondo, che scese in campo per entrare subito a palazzo Chigi, ma che oggi non riesce a calarsi nei panni del padre nobile, siccome il padrun sa solo comandare e vincere. E per una parvenza di vittoria ha quietato l’impulso di andare da solo alle Regionali, acconciandosi all’alleanza con la Lega, «perché non possiamo dare anche il Veneto a Renzi». Pur di prendersi la rivincita sul «furbastro», ha subìto senza replicare le battutacce di Salvini.

L’ultima dev’esser stata una coltellata al cuore e ai suoi ricordi, perché quando si è ventilata l’ipotesi che l’ex premier potesse candidarsi a sindaco di Milano, il capo del Carroccio ha commentato: «Dopo Pisapia, chiunque può farlo». È vero che Berlusconi aveva accarezzato quella idea, ma per presentarsi in politica non per accomiatarsene. È una storia che risale al ‘93 e che riaffiora nella testimonianza di un ex parlamentare del Ppi, Duilio, catapultato a fare il vice commissario della Dc milanese, a fianco di Bodrato, nei mesi tremendi di Tangentopoli, quando «sui vetri della sede del partito si sentiva il rumore metallico delle cento lire».

Per anni Duilio era stato il responsabile dell’Agenzia di formazione per l’impegno sociale e politico nella diocesi lombarda, a diretto contatto con il cardinal Martini, che lo assecondò nella nuova intrapresa quando a chiamare fu Martinazzoli. Duilio seppe delle intenzioni di Berlusconi durante una riunione dei dirigenti democristiani dell’epoca in via Mirone: «Era giugno, c’erano appena state le elezioni per il comune di Milano, e noi - che avevamo candidato Bassetti - eravamo stati sconfitti dalla Lega con Formentini. Ricordo che, mentre si discuteva sul da farsi, il professor Moioli, docente alla Statale, pronunciò quel nome».

«Quel nome» allora evocava solo un tycoon delle tv legato a Craxi, e vissuto con ostilità dalla sinistra dc. «Perciò - rammenta Duilio - non capii subito cosa c’entrasse. Tranne quando ci fu detto che proprio lui, prima del voto, aveva fatto sapere che sarebbe stato seriamente intenzionato a candidarsi per palazzo Marino, che era disponibile se noi avessimo accettato. Forse Bodrato ne parlò con Martinazzoli o forse no, ma con il senno di poi si può dire che sarebbe stato un evento che avrebbe forse cambiato il corso delle cose».

Chissà se Berlusconi ne ha fatto cenno a Salvini dopo la sua dichiarazione, più probabilmente si sarà tenuto stretto il ricordo. Perché i ricordi si confidano agli amici, non ai «furbastri». Siano avversari o alleati.

4 aprile 2015 | 10:39
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_aprile_04/berlusconi-arcore-renzi-sindaco-milano-a19da192-daa3-11e4-8d86-255e683820d9.shtml
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« Risposta #242 inserito:: Maggio 10, 2015, 04:37:28 pm »

«SETTEGIORNI»
Palazzo Chigi e il verdetto pensioni, Renzi irritato: «Danno per il Paese»
Il presidente del Consiglio punta il dito contro l’assenza di comunicazione della Consulta: «Ci fosse qualcuno della minoranza dem che dica qualcosa...»


Di Francesco Verderami

Tanto è sospettoso per i metodi e la tempistica adottati dalla Consulta, quanto si mostra cauto nella reazione, e chiede a tutti di «pazientare», di «evitare le polemiche». Ma ciò non toglie che Renzi consideri la sentenza sulle pensioni «un danno arrecato alla credibilità del Paese». Sono molte le ragioni che hanno indotto il premier a questo convincimento. Certo si è infuriato per l’assenza di etichetta istituzionale della Corte, che ha violato il patto di collaborazione tra organi dello Stato, tenendo il governo all’oscuro del verdetto, e suscitando a Palazzo Chigi molti interrogativi estranei alle logiche giurisprudenziali. E non c’è dubbio che l’emergenza economica provocata dalla sentenza sia un fattore rilevante.

Ma non il più importante, secondo il leader del Pd. A suo giudizio infatti la vicenda rischia di produrre un grave effetto, un processo cioè di «deresponsabilizzazione in chi governa», perché di qui in avanti verrebbe offerto un alibi a quanti - in futuro - decidessero di «scaricare» sui loro successori eventuali falle di gestione: «Tanto la Corte sentenzierà fra qualche anno...».

L’anno che verrà per Renzi è già arrivato, tocca a lui oggi sobbarcarsi l’eredità di scelte altrui, vittima di una sorta di contrappasso della storia, se è vero che si presentò al Paese e ai partner dell’Unione dicendo «basta con i tecnici, che hanno provocato tanti danni in Italia e in Europa». Se il taglio delle pensioni sia stato un danno, un errore, o più semplicemente una scelta dettata dall’emergenza, ora poco importa, il punto è che i cocci sono i suoi.

Anche se gli resta un dubbio che somiglia tanto a una polemica: «Ci fosse stato qualcuno della minoranza del mio partito, in questi giorni, che avesse detto qualcosa... No che non l’hanno detta, allora - da Bersani a Letta - tutti votarono a favore del provvedimento di Monti». Lui che ha scommesso sul «ritorno al primato della politica» è gioco forza costretto a pagare la cambiale che gli impone di cambiare corso. E non sarà facile.

Perché Renzi finora aveva interpretato un unico ruolo. Vestendosi da rottamatore, riformatore, innovatore, al dunque aveva offerto al Paese sempre lo stesso, identico profilo: nella sua narrazione era il «buono» che si proponeva di cambiare il sistema politico con l’Italicum e la riforma del Senato, che si distingueva per misure di equità fiscale con gli ottanta euro, che puntava al rilancio della scuola con centomila nuovi assunti. Adesso, per effetto di una sentenza della Consulta, gli toccherà la parte del «cattivo», a cui spetterà decidere quanti (e quanto) riceveranno ciò che la Corte stabilisce essere un loro diritto. Proverà a fare di necessità virtù, già sta pensando alla controffensiva mediatica per limitare i danni. Ma è consapevole che saranno molti gli scontenti, e che forse il suo provvedimento finirà di nuovo sotto la lente di osservazione dei giudici costituzionali.

È questa l’altra metà del «danno», stavolta alla sua immagine e al suo modo di proporsi all’opinione pubblica: perché sa che toccare le pensioni significa disorientare i cittadini, provocare un abbassamento del livello di affidabilità dello Stato, innescare un meccanismo di sfiducia e d’incertezza per il futuro. Tutto il contrario di quanto si è proposto di fare da un anno a questa parte, con le dosi massicce di ottimismo che non ha mai smesso di somministrare.

Perciò entra periodicamente in frizione con l’Istat. È vero, l’altro giorno il report dell’Istituto di statistica lo ha soddisfatto, anche se si trattava solo di una previsione del futuro. Ma ancora nel recente passato, appena due Consigli dei ministri fa, Renzi si è lasciato andare all’ennesima sortita contropelo: «L’Istat deve pubblicare i dati? Va bene, pubblichi questi dati. Ma su come darli occorre una comunicazione condivisa con il governo». Ad alleati e compagni di partito, ricorda qualcuno per questa sua allergia verso gli organismi indipendenti: dalla magistratura, alla Commissione europea, fino alla Corte Costituzionale...

Renzi il «buono» e Renzi il «cattivo». Lo sdoppiamento è inevitabile, anche se il premier - nel suo negoziato con Bruxelles - sta tentando di camuffarsi nel suo nuovo ruolo, mirando a posticipare il varo del provvedimento sulle pensioni dopo le urne delle Regionali, per evitare emorragie nel consenso. Tuttavia è consapevole che il tema impatterà sulla campagna elettorale, sa che gli avversari alzeranno il livello della polemica, ed è alla ricerca di una strategia di comunicazione che sia più efficace di quella che «non ha funzionato» per la riforma della scuola. L’eredità pesa.

9 maggio 2015 | 07:37
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_maggio_09/palazzo-chigi-verdetto-pensioni-renzi-irritato-danno-il-paese-7fda227c-f60c-11e4-a548-cd8c68774c64.shtml
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« Risposta #243 inserito:: Giugno 25, 2015, 07:44:40 pm »

La trattativa
Lo scontro nella Ue sui profughi L’Italia pronta a chiedere più fondi
La strategia di Roma per far riconoscere il nostro ruolo di Paese di confine

Di Francesco Verderami

Sotto il muro di Dublino si sta consumando tra i Paesi dell’Unione uno scontro che segnerà il profilo futuro dell’Europa. Perché più delle questioni di bilancio, il tema dell’immigrazione e soprattutto il nodo degli «asilanti» va a interferire con il principio di sovranità nazionale degli Stati. Di qui le resistenze al piano Juncker, sostenuto con forza da Berlino e Roma, ma che - in vista dell’«opting out» di Londra - rischia di naufragare senza l’appoggio di Parigi e Madrid, dedite a smontare lo schema di ripartizione per «quote» dei migranti.

Ed è evidente che l’Italia - in prima linea nella trincea meridionale per via della crisi libica - non può accettare soluzioni pilatesche, «l’Europa - dice il titolare del Viminale - deve riconoscere il nostro ruolo di Paese di confine». Le parole di Alfano anticipano l’apertura di un ulteriore fronte di negoziato: se tocca a Roma fare «il lavoro di tutti», allora a Roma vanno destinate maggiori risorse, o quantomeno vanno garantiti dei vantaggi nel patto di Stabilità, dato che - rispetto ai 60 milioni stanziati ad hoc da Bruxelles - il governo italiano per il 2015 ha già messo a bilancio 800 milioni.

Non c’è dubbio che l’aspetto economico sia un dettaglio (per quanto non marginale) della trattativa, così com’è chiaro che l’emergenza immigrazione non può essere risolta con la divisione degli «asilanti» nei vari Paesi dell’Unione. Per l’Italia il problema si chiama Libia, Renzi riconosce che «le quote sarebbero un palliativo se non si bloccassero i flussi di partenza dall’Africa». Dunque la sfida si gioca anche a un altro tavolo, quello delle Nazioni Unite, dove giace la risoluzione che consentirebbe di intervenire per porre fine alla crisi nel Mediterraneo. L’ottimismo del premier su un «esito positivo» della partita diplomatica al palazzo di Vetro, poggia sull’ottimismo trasmessogli dallo stesso capo della Farnesina, Gentiloni, che in questi giorni ha avuto un colloquio «soddisfacente» con il collega cinese e si prepara a volare nel fine settimana a Mosca per incontrare il ministro degli Esteri russo.

Nel frattempo va trovato un accordo in Europa sul piano Juncker, «va costruito il consenso» - come dice la Mogherini - per superare il voto a maggioranza qualificata tra i Paesi dell’Unione. Ed è lì, sotto quel muro di Dublino che fissa rigide barriere tra gli Stati, che si concentra lo scontro. L’alto rappresentante per la politica estera europea fa capire le difficoltà, perché il nuovo meccanismo scardina i precedenti schemi di gestione dell’immigrazione tra i vari Stati e apre conflitti politici nei singoli Stati. Ecco il motivo che ha indotto Hollande a ottenere che nel progetto non si parlasse più di «quote» ma di «redistribuzione» degli «asilanti»: sebbene il piano europeo convenga anche alla Francia, l’inquilino dell’Eliseo doveva intanto rompere la morsa in cui si è trovato stretto in patria, per effetto degli attacchi di Sarkozy e della Le Pen.

Al momento il muro di Dublino sembra insomma resistere. Ma sotto questa barriera che appare insormontabile è al lavoro la Germania, convinta sostenitrice del piano con l’Italia. E non è un caso che, nella missione, un ruolo importante lo stia giocando il capo di gabinetto di Juncker, Selmayr, potente rappresentante della Merkel in Commissione a Bruxelles: a lui la cancelleria tedesca ha affidato il compito di premere riservatamente sulle capitali europee, in modo di aprire un varco.
L’obiettivo è ambizioso: se l’operazione riuscisse, se cioè il piano varato per l’emergenza - per quanto rabberciato - venisse approvato, vorrebbe dire che sarebbe passato un principio innovativo in Europa. A quel punto, una volta accettata la soluzione ponte, l’idea della Commissione sarebbe quella di presentare per dicembre un nuovo meccanismo «permanente», senza più limiti numerici. In tal caso, le quote di ripartizione degli «asilanti» verrebbero superate. Sarebbe davvero la caduta del muro di Dublino. Ecco perché questa fase è molto delicata, perciò se ne discuterà al G6 di Dresda il primo giugno, dov’è previsto un incontro tra il titolare dell’Interno italiano e il collega tedesco De Maiziere, mentre i tecnici dei due dicasteri dovrebbero riunirsi per studiare una proposta di mediazione che possa aver successo.

Un errore in questa fase di trattative e tutto verrebbe pregiudicato. Il consiglio dei ministri dell’Interno del 16 giugno sarà una tappa importante, ma determinante sarà il vertice dei capi di Stato e di governo alla fine di quel mese: «Allora vedremo - dice Renzi - se l’Unione avrà un volto solidale».

27 maggio 2015 | 07:20
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Da - http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_maggio_27/scontro-ue-profughi-l-italia-pronta-chiedere-piu-fondi-7232550a-042f-11e5-8b0b-0cc2990e0043.shtml
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« Risposta #244 inserito:: Giugno 27, 2015, 10:20:21 am »

La svolta
Il «sì» di Berlusconi ai suoi: ritentiamo la via del Nazareno
Il risultato elettorale alle amministrative (che non ha soddisfatto né Renzi né il leader di Forza Italia) e le insistenze di Confalonieri e Gianni Letta riavvicinano i leader

Di Francesco Verderami

Forse senza convinzione, sicuramente senza passione. Ma viste le insistenze di Confalonieri e Letta, Berlusconi ha deciso di rifare un tentativo con Renzi. Il Nazareno è come l’araba fenice, è come certe storie che non finiscono. Così, in nome e per conto del suo leader, l’azzurro Romani ha incontrato il collega Zanda, e attraverso il capogruppo democratico ha fatto sapere al premier come Berlusconi sia disponibile a rinnovare il patto che fece storia e scandalo. Senza più l’enfasi del passato, ovviamente, senza più gli incontri conviviali in cui i due finivano a parlar di calcio. Non è più tempo, per certi versi il tempo sembra già scaduto. Tuttavia l’offerta è giunta a palazzo Chigi: Forza Italia è pronta a dialogare (di nuovo) con la maggioranza e a dare un contributo sui provvedimenti più importanti. A condizione però che sulle riforme il leader del Pd cambi verso, che reintroduca il Senato elettivo e garantisca di modificare l’Italicum, assegnando (di nuovo) il premio alla coalizione e non più alla lista.

Secondo Berlusconi è un atto di generosità, visto che «Renzi è odiato all’interno del suo partito, dove ho l’impressione che stiano lavorando per farlo cadere». Secondo Renzi è un atto di contrizione, visto che «Berlusconi si è reso conto di aver commesso un grave errore» staccandosi dal Nazareno. Entrambi raccontano un pezzo di verità, entrambi restano diffidenti, entrambi sono alle prese con problemi politici. Ma con situazioni assai diverse. Se è vero che il segretario dem è stato sconfitto alle amministrative, è altrettanto vero che il presidente degli azzurri non ha potuto intestarsi il risultato.

La vittoria dei sindaci moderati ha segnato infatti un superamento della leadership berlusconiana. Non è un caso se il trionfo delle liste civiche ha coinciso con il declino di Forza Italia. In Sicilia, per esempio, il simbolo è stato presentato solo a Bronte, perché dappertutto veniva chiesto di rafforzare le formazioni locali. Come sono lontani gli anni ruggenti in cui i candidati facevano la fila ad Arcore per la fotografia con il leader, da usare poi nei manifesti elettorali. Ora accade il contrario, e Venezia è stato il caso più eclatante. Con garbo il neo eletto sindaco Brugnaro l’ha rivelato a Salvatore Merlo per il Foglio: «Sono debitore della generosità di Forza Italia, che si è fatta un po’ da parte».

Non è solo un problema di marketing politico, il primo a saperlo è proprio Berlusconi, che usa il pretesto come alibi e si arrovella per cercare un nuovo nome. Nei giorni scorsi si era appassionato al logo «L’altra Italia», scartato quando dai sondaggi ha notato che dava «un’idea divisiva e non inclusiva». Andrà meglio con il prossimo nome, anche se ogni test somiglia alla tela di Penelope, da fare e disfare per prender tempo. Ma il tempo logora chi non ce l’ha. E infatti è il tempo che ruba le idee a Berlusconi, perché è lui che aveva pensato di rinnovare e rinnovarsi con le liste civiche.

Il punto è che quelle liste oggi non gli appartengono. Per progetto, linea politica e obiettivi, Brugnaro è tutta un’altra storia rispetto a Berlusconi. Le Comunali sono da sempre il luogo della sperimentazione per l’area moderata. D’altronde ventidue anni fa - sulle macerie della Dc - il centrodestra anticipò la sua vittoria alle Politiche con la candidatura di Fini al Campidoglio. E quando sarà il momento a Roma anche Marchini, che sembra il «prescelto», chiederà di «innovare»: «I partiti - avvisa - dovranno fare un passo indietro».

C’è un motivo dunque se l’ex premier è vittima della sua stessa operazione: la scomposizione a cui mirava ha colpito infatti solo l’area un tempo dominata dal Pdl. Con i loro alti e bassi gli altri partiti restano invece strutturati, è Forza Italia che sprofonda nella voragine aperta dallo stesso Berlusconi. La prova sta nel sondaggio con cui ieri Ixe’ ha fatto scendere per la prima volta nella storia il suo partito sotto la soglia psicologica del 10%, a fronte di una Lega salita fino al 16%: il trend negativo testimonia quindi che il calo non era dovuto al patto con Renzi. Forse anche per questo, pur senza passione e nemmeno convinzione, Berlusconi ha bussato di nuovo al Nazareno. Senza dirlo a Salvini.

20 giugno 2015 | 07:15
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Da – corriere.it
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« Risposta #245 inserito:: Settembre 11, 2015, 11:27:26 am »

Il retroscena SUL VIAGGIO IN RUSSIA
Il disincanto di Berlusconi che preferisce «rifugiarsi» da Putin
Il progressivo allontanamento dal Palazzo dell’ex premier. Di Renzi non si cura più Il leader dall’amico Vladimir per «studiare una strategia con cui sconfiggere l’Isis»

Di Francesco Verderami

ROMA L’unica cosa che ancora lo appassiona è la politica estera e «l’unico leader mondiale rimasto sulla scena, cioè Putin. Altro che Obama e Merkel». Per il resto non prova più attrazione, «non ho più voglia», ammette Berlusconi. E il suo disamoramento per le cose di Palazzo è sintomo comune a quanti si accingono al distacco. Durante l’ultimo vertice estivo in Sardegna con i dirigenti di Forza Italia, mentre il capogruppo dei senatori Romani gli parlava di riforme, lui parlava di botanica, preoccupato per certi innesti fatti su alcune piante rare più che per le modifiche da apportare alla Costituzione.

Cambiar discorso o cambiare aria sono modi per sfuggire a una quotidianità che deprime, con gli avvocati sempre per casa, con le liti di confine nel partito, con quel Salvini che non passa giorno senza ricordargli di aver più voti e meno anni. Così, quando proprio non può cambiar discorso, allora Berlusconi cambia aria. Torna da Putin «per studiare insieme a lui una strategia con cui sconfiggere l’Isis». Di sconfiggere Renzi, che sembrerebbe un obiettivo meno complicato, non si cura (più). Anche perché - dice - «fino al 2018 la situazione resterà bloccata», e poi «sono in attesa di aver giustizia dalla giustizia per poter rientrare in campo».

Ma all’idea che possa essere un giudice di Strasburgo a fargli tornare la voglia, non ci crede più nessuno in Forza Italia. E in fondo non ci crede nemmeno lui, che pure recita la parte per tenere unito quel che resta delle truppe e per non disperdere l’elettorato fidelizzato. Che sembri un alibi lo s’intuisce anche dal modo in cui all’occorrenza l’amico di una vita, Confalonieri, prova a difenderlo da amici e avversari che lo assediano: «Lasciatelo in pace quest’uomo».

Il fatto è che «quest’uomo» spesso è vittima di se stesso: accentra ogni cosa e non vuole poi occuparsene, nomina generali e se ne stanca poco dopo, s’inventa l’Altra Italia e in men che non si dica la inabissa come Atlantide. Una sequenza di mosse e contromosse in cui finisce per restare imbrigliato: dalle schermaglie nel partito sui volti nuovi da mandare in tv, fino alle questioni di strategia politica. Come spiega Matteoli, «per capire la linea di Silvio bisogna aspettare il giorno in cui la cambia». Per oltre venti anni questa tattica si è rivelata vincente, ora che non lo è più la cosa genera sconcerto nel partito verso il quale il leader mostra tutto il suo distacco. E non si addossa colpe, perché si sente «un incompreso».

Stanco anche del cerchio magico, delle liti tra di loro e delle liti con loro, Berlusconi vola da Putin per sfuggire all’oltraggiosa sfortuna. Quando c’è il caos meglio cambiar discorso o cambiar aria. Accadde già in una torrida giornata di luglio del 2003, quando tutti a Roma si domandavano dove fosse finito il presidente del Consiglio, mentre il governo di centrodestra era sull’orlo della crisi. Lo scoprirono a Positano, nella villa del regista e amico Zeffirelli, dove rimase fino a sera dimenticandosi delle beghe con Bossi, Fini e Casini: «Lasciamoli sfogare questi ragazzi».

Anche stavolta saluta tutti e parte. Dopo aver disertato la riunione con i senatori forzisti sulle riforme, ha fatto saltare l’appuntamento pubblico alla Versiliana organizzato dal Giornale (dove avrebbe parlato il giorno prima di Renzi), e ha disdetto la visita al convegno di Fiuggi indetto da Tajani, a cui però ha promesso «un collegamento telefonico dalla Russia»: «Viene bene lo stesso. I giornali poi riprendono le cose che dico». Ma la sua assenza si nota, come si nota quella buca che ha scavato dove un tempo aveva costruito il Pdl. Non c’è quasi più niente, tranne berlusconiani spaesati e sparsi, al centro a destra e a sinistra. Come accadde quando implose la Dc.

E mentre Renzi prepara il tour per cento teatri d’Italia, Berlusconi - che aveva promesso di fare un giro di tutte le province - si rifugia oltre confine da un amico con cui si diverte: «Con Putin mi diverto». Ed è sincero ogni volta che lo dice, perché sorride quando si appresta a mostrare certe foto private con il presidente russo. Eccoli mentre fanno rafting insieme, imbragati con i salvagente e il caschetto protettivo; o mentre sfidano i rigori del clima siberiano con una tuta termica che somiglia a quella degli apicultori; e ancora mentre fanno una battuta di caccia. «E poi c’è questa...», che ritrae Berlusconi a un poligono di tiro mentre prende la mira e spara con un kalashnikov.

Non le ha mai rese pubbliche queste pose, nonostante le insistenze, perché «non so quale reazione susciterebbero nell’opinione pubblica». Forse non lo fa perché è consapevole che darebbero la misura del suo distacco dal Palazzo e dalle cose della politica nazionale, perché mostrerebbero in modo inequivocabile cosa si cela dietro i segni del progressivo e inarrestabile disamoramento. Forse si capirebbe perché Berlusconi parla di botanica mentre attorno a lui gli altri parlano di riforme.

9 settembre 2015 (modifica il 9 settembre 2015 | 07:48)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_settembre_09/disincanto-berlusconi-che-preferisce-rifugiarsi-putin-4d141292-56b2-11e5-a580-09e833a7bdab.shtml
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« Risposta #246 inserito:: Ottobre 14, 2015, 02:41:34 pm »

BICAMERALISMO
Il sì alla riforma del Senato una vittoria con paracadute
Non è un caso se il referendum costituzionale si terrà pochi mesi dopo le elezioni comunali, perché se in primavera il responso delle urne a Roma, Milano e Napoli fosse avverso al Pd, in autunno la consultazione sulla Carta si trasformerebbe per Renzi in un’occasione di rivincita

Di Francesco Verderami

Il Senato non ha riscritto solo la Costituzione, ha descritto un altro mondo: ecco la nuova Yalta della politica italiana.

Il voto sulle riforme disegna due blocchi contrapposti e in mezzo una sorta di no fly zone, un’area cuscinetto, dove si scorgono le rovine del vecchio patto del Nazareno. Certo, il fatto che la fine del bicameralismo non sia frutto di un accordo tra forze di maggioranza e opposizione bensì l’esito di un conflitto, contrasta con l’idea che due anni e mezzo fa ha dato vita alla legislatura costituente. Ma da allora molte cose sono cambiate, compreso il governo, e non c’è dubbio che da allora le riforme sono diventate (anche) un terreno di lotta politica.

Così sul campo si contano vincitori e vinti, che già si preparano alla sfida referendaria, dove i comitati del sì e quelli del no — attraverso il voto dei cittadini — tenteranno di definire le future frontiere. Intanto Renzi ha ottenuto ieri dal Senato — grazie a un’ampia maggioranza — una rinnovata legittimazione, una sorta di fiducia costituzionale, tappa fondamentale per portare a compimento il suo ambizioso disegno: sancire la fine del bicameralismo paritario, tenere a battesimo la nuova Repubblica e infine guidarla. Ma l’esito non è scontato.

Arrivato un anno e mezzo fa al governo con l’ostilità del Palazzo e il consenso sostanziale della gente, ora ha conquistato il Palazzo perdendo però un po’ di smalto presso l’opinione pubblica. Il punto è che Renzi — presentatosi alla guida di una cordata di innovatori — ora rischia di essere vissuto come il capo di un nuovo establishment. E per quanto le Amministrative non rappresentino un test politico, in quel voto si riverseranno anche gli umori di un Paese che è solito cambiar verso rapidamente nei riguardi di ogni premier.

Perciò non è un caso se il referendum costituzionale si terrà pochi mesi dopo le elezioni comunali, perché se in primavera il responso delle urne a Roma, Milano e Napoli fosse avverso al Pd, in autunno la consultazione popolare sulla Carta si trasformerebbe per Renzi in un paracadute, in un’occasione di rivincita e di rinnovata legittimazione al cospetto degli italiani. È vero, la sfida decisiva verrà alle Politiche, lì si vedrà se il leader democratico avrà saputo intercettare gli italiani. Ma il passaggio del referendum sarà dirimente, perché servirà a formalizzare i confini della nuova Yalta o a decretarne l’immediato fallimento.

Al referendum si misurerà la forza d’urto dei Cinquestelle e dei leghisti, che certo non si giocavano la loro partita in Parlamento. Con i comitati per il sì al referendum si capirà se i centristi di Alfano — che sulle riforme hanno visto riconosciuta la ragione sociale del loro partito — sapranno aggregarsi insieme ad altri e costruire un campo più largo, elettoralmente attrattivo. È il referendum che chiarirà le sorti di Forza Italia, divisa ieri nel voto al Senato e schiacciata sotto il peso di vecchie contraddizioni e del giovane alleato leghista.

Renzi si avvia ad intestarsi la paternità della Terza Repubblica, che poggia però su basi ancora da consolidare. C’è un motivo quindi se Napolitano, che delle riforme è stato patron e architetto, ha esortato il premier a porvi rimedio oltre che attenzione. Il presidente emerito della Repubblica non ha inteso criticare la mancanza di qualità lessicale, che pure emerge dalla lettura delle nuove norme costituzionali, ma ha centrato il suo discorso in Aula su aspetti da correggere per spazzar via ogni accusa e timore sull’imprinting della Carta.

È vero che le riforme sono come delle Formula 1, che nessun test in galleria del vento nè simulazione al computer può anticipare la bontà di un progetto: che — insomma — bisogna girare in pista, cioè far entrare a regime una legge per provarla. Ma un sistema che per molti versi è presidenziale senza formalmente esserlo, ha bisogno di essere temperato, e Napolitano ha individuato nella legge elettorale il punto su cui intervenire. Possibile che Renzi non faccia tesoro del suggerimento?

Perciò, piuttosto che lasciare l’Aula in segno di ostilità verso l’ex capo dello Stato, il gruppo di Forza Italia avrebbe fatto meglio ad ascoltarlo, perché Napolitano ha sollevato — a suo modo — lo stesso identico problema posto dal capogruppo Romani a più riprese. Peccato: è stato un altro segno di come le riforme siano state usate in base alla convenienza politica del momento. E in questo caso non ci sono vincitori e vinti.

14 ottobre 2015 (modifica il 14 ottobre 2015 | 10:30)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_ottobre_14/si-riforma-senato-vittoria-paracadute-1678e6a4-7232-11e5-b015-f1d3b8f071aa.shtml
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« Risposta #247 inserito:: Ottobre 24, 2015, 12:08:48 pm »

SETTEGIORNI
Una tregua apparente che non poteva durare
C’erano segnali chiari che la tregua tra il leader e le toghe non avrebbero retto.
E Alfano e Orlando accendono i riflettori sul caso che scuote il Tribunale di Palermo

Di Francesco Verderami

I nemici di Berlusconi sono diventati i nemici di Renzi: uno dopo l’altro, mese dopo mese, man mano che il suo governo realizzava pezzi del programma del vecchio centrodestra. Dopo la responsabilità civile dei magistrati, l’abrogazione dell’articolo 18 e il taglio delle tasse sulla casa, per chiudere il cerchio manca ormai soltanto la riforma delle intercettazioni, che non a caso i magistrati hanno eletto a linea di trincea.

Il premier si attendeva l’offensiva delle toghe - il suo Guardasigilli l’aveva messo sull’avviso - ma non immaginava che il presidente dell’Anm Sabelli arrivasse a sostenere che «il tema delle intercettazioni è diventato più importante della lotta alla mafia». Un oceano di distanza non basta ad attutire l’onda d’urto della reazione: «Si dà scandalo per coprire un altro scandalo?». Dietro una frase all’apparenza criptica si cela un’irritazione provocata dall’assenza di riconoscenza verso un governo che, finora, aveva scelto di mantenere un basso profilo e di non accendere i riflettori su un’inchiesta che sta colpendo proprio il Palazzo di giustizia considerato l’avamposto nella lotta al crimine organizzato: Palermo.

La voragine che si è aperta nel Tribunale del capoluogo siciliano sta inghiottendo i vertici della sezione Misure di prevenzione, per una presunta storia di corruzione e abuso d’ufficio legata alla gestione dei beni confiscati alla mafia, con un giro d’affari milionario che vede coinvolti un giudice e anche suoi familiari. Dal sindacato togato, nel giorno d’apertura del loro congresso, Palazzo Chigi si attendeva «almeno un cenno d’autocritica», invece «proprio mentre sono sotto scacco loro, pensano di mettere sotto attacco noi». È vero, il braccio di ferro tra il governo e l’Anm era già in atto, un conflitto strisciante che non era diventato guerra aperta perché - quando venne varata la norma sulla responsabilità civile dei magistrati - Renzi era riuscito a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle loro ferie.

Ma il tema delle intercettazioni per l’Anm è un totem come lo era l’articolo 18 per i sindacati. E Sabelli ha sferrato il colpo, o forse si è sentito in dovere di sferrarlo, se è vero che - in recenti conversazioni riservate - ha confidato ad un esponente dell’esecutivo di sentirsi «pesantemente pressato dalla base», aggiungendo di non vedere «l’ora di finire il mandato». Il suo teorema, pronunciato per di più davanti al capo dello Stato, ha spinto - e non a caso - il vice presidente del Csm Legnini a prendere le pubbliche distanze. E soprattutto ha innescato la reazione del governo.

Il primo ad accendere ieri i riflettori su Palermo e sul «messaggio devastante» che quell’indagine «per reati gravissimi» sta trasmettendo al Paese, è stato il ministro dell’Interno. Poco dopo - altro fulmine a ciel sereno - il ministro della Giustizia con un’inusuale dichiarazione all’ Ansa ha annunciato che «l’ispezione» al Tribunale siciliano «si chiuderà nel giro di alcuni giorni». Come non bastasse, Orlando ha voluto evidenziare una norma «da noi varata per mettere un tetto ai compensi degli amministratori di beni confiscati». Così ha messo il dito nella piaga, dando anche lui evidenza a un caso finito al centro di un’inchiesta.

Le sortite dei due ministri sono parse altrettanti messaggi alle toghe e al loro presidente, una risposta all’ excusatio non petita pronunciata da Sabelli, che aveva respinto «la falsa immagine di una corporazione volta alla difesa dei propri privilegi», e aveva rigettato l’idea di una magistratura «rappresentata come un ceto elitario e oligarchico». Sarà, ma da giorni sulle scrivanie di molti dicasteri e di Palazzo Chigi giace l’intervista a Panorama dell’avvocato Cappellano Seminara, coinvolto nell’indagine a Palermo. Una sua frase è segnata con l’evidenziatore: «In tutti i Tribunali ci sono familiari di giudici che assumono incarichi assegnati dallo stesso distretto giudiziario in cui operano i congiunti».

Con l’approssimarsi della riforma sulle intercettazioni era chiaro che la tregua tra Renzi e le toghe non avrebbe retto. Non è ancora chiaro, però, fino a che punto si spingerà il conflitto, in una fase segnata da scandali e manette.

Di certo il premier non poteva che reagire davanti al teorema di Sabelli: «La nostra generazione di politici - dice Alfano come a farsi portavoce del governo - è quella che ha più contrastato la mafia e che ha ottenuto grandi risultati». La miccia è accesa.

24 ottobre 2015 (modifica il 24 ottobre 2015 | 08:40)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_ottobre_24/tregua-apparente-che-non-poteva-durare-19062230-7a19-11e5-9874-7180d07bb3bf.shtml
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« Risposta #248 inserito:: Ottobre 28, 2015, 05:53:02 pm »

SETTEGIORNI
I 5 Stelle, i sindaci e la cautela sul voto nelle città (per non bruciarsi)
Si punta al governo.
Un errore nella gestione del grande centro potrebbe costare molto


Di Francesco Verderami

È paura di volare o paura di farsi male? Cosa spinge gli enfant prodige del grillismo a respingere le candidature a sindaco di Roma e Napoli? Possibile che a Di Battista e Di Maio non piaccia vincere facile? Perché non c’è sondaggio che non annunci la loro vittoria alle prossime Amministrative.

La storia delle regole non regge, sebbene Di Battista e Di Maio se ne servano come scudo. «Le regole del Movimento non sono un accessorio», ha spiegato il vice presidente della Camera al Mattino, dimenticando che i Cinquestelle sono capaci persino di rifare una votazione se il risultato non è quello programmato: a luglio fu così che la responsabile comunicazione del gruppo alla Camera rimase al suo posto, dopo che i deputati l’avevano bocciata nelle urne. Perciò la tesi che i puledri di razza della scuderia Casaleggio non possano correre a Roma e Napoli siccome già parlamentari, è un alibi inconsistente.

La verità è un’altra, Di Maio si è incaricato di rivelarne pubblicamente solo una parte: «Siamo concentrati sul fronte nazionale per garantire un’alternativa a Renzi». Ci ha pensato Di Battista a illuminare il lato oscuro della luna, confidando a un autorevole esponente di maggioranza le ragioni del rifiuto: «E chi si candida, mica siamo matti. Noi puntiamo al governo nazionale, col cavolo che vogliamo bruciarci». Ecco, ora è tutto chiaro. Per i due grillini la scommessa delle Amministrative sarebbe solo a saldo negativo: se perdessero, verrebbero tagliati fuori dalla competizione nazionale; se vincessero, sarebbero costretti a governare città ingovernabili.

Poco importa che i sondaggi rivelino come, senza questi candidati, i Cinquestelle potrebbero perdere le sfide. Il movimento si trova davanti a un dilemma: governare porta con sé il rischio di rovinare un brand. Il marchio oggi è considerato vincente perché valorizzato dai fallimenti dei partiti tradizionali. Ma se i grillini cadessero là dove sono caduti i loro avversari, anche solo se incespicassero nella gestione del potere, per incapacità non per malaffare, sarebbero fatalmente condannati all’omologazione. E gli argomenti usati per conquistare l’opinione pubblica si ritorcerebbero contro per una sentenza senza appello.

Non c’è dubbio che la conquista delle città al voto il prossimo anno diverrebbe una formidabile vetrina in vista delle Politiche: nel ‘93 la vittoria a Milano portò la Lega alla ribalta nazionale come forza di governo. Ma Roma e Napoli sono città pericolose. E allora, un conto è dover gestire a Parma quel termo-valorizzatore che in campagna elettorale era stato promesso di chiudere, un conto è bocciare il bilancio del proprio sindaco al comune di Livorno, altra cosa sarebbe restare imbottigliati nel traffico caotico dell’amministrazione romana. «Tutti fanno i Superman finché non devono misurarsi con la burocrazia», ha detto la leader di Fdi Meloni a un incontro di partito.

Anche Di Battista sa che quella è kryptonite. Perché se in Campidoglio - nonostante le cure di Cantone e la presenza di tanti magistrati che nemmeno in una procura - al primo appalto del Giubileo scattano subito tre arresti, vuol dire che il livello di degenerazione è profondo e la macchina incontrollabile. «A Roma non serve un salvatore della patria, serve un programma», ha detto il giovane grillino. Sì, ma serve qualcuno che conosca il burocratese per evitare ciò che l’ex assessore Esposito ha denunciato: «La struttura amministrativa scrive male le delibere perché il Tar poi le bocci». Gli elettori cinquestelle sono disposti a perdonare a Di Battista la presenza nel guinness delle «bufale» stilato dal New York Times, e possono chiudere un occhio per quel premio al «politico dell’anno» accettato da Di Maio. Altro no. Loro lo sanno, e da politici ormai scafati si sono riparati dietro «le regole».

Si metta l’animo in pace il popolo del web, alle «Comunarie» del 2016 non troverà i preferiti da votare ma dei rincalzi disposti a «bruciare». Il Movimento non ha paura di volare, ha paura di cadere, perdere l’anima e rimetterci i migliori runner per palazzo Chigi. Sebbene Di Battista un anno fa avesse promesso di lasciare la politica: «Se arriviamo al 2018 non mi ricandido per non avere più a che fare con queste m... in Parlamento». Di Maio è sempre stato più prudente. Mica per niente ha ricevuto il premio.

17 ottobre 2015 (modifica il 17 ottobre 2015 | 19:24)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_ottobre_17/m5s-5-stelle-imola-timori-sindaci-voto-citta-ba12a646-748b-11e5-a7e5-eb91e72d7db2.shtml
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« Risposta #249 inserito:: Novembre 15, 2015, 09:00:28 pm »

Magistratura e politica
L’ex «porto delle nebbie» e i rischi del partito-Stato
La procura di Roma ha sostituito quella di Milano nel ruolo di guida nazionale della giustizia, evocando l’inizio di una stagione che più di venti anni fa cambiò la storia d’Italia.
Ma l’assenza di furore ideologico nelle inchieste pone la classe dirigente di fronte ad una sfida ancora più insidiosa

Di Francesco Verderami

Da porto delle nebbie si è trasformata in porto franco, le sue inchieste ne alimentano altre in altri uffici giudiziari del Paese: così la procura di Roma ha sostituito quella di Milano nel ruolo di procura guida nazionale che indirizza anche la lotta al terrorismo islamico e accompagna con il breviario penale la rivoluzione morale in Vaticano.

Ma sono l’operazione Mafia Capitale, l’affaire Anas con la sua «dama nera», e per ultimo il caso ereditato da Napoli in cui è coinvolto il governatore campano De Luca, a evocare nell’immaginario collettivo l’inizio di una stagione che più di venti anni fa cambiò la storia d’Italia.

Il rito romano è diverso da quello ambrosiano, perché diverso è il contesto e il profilo dei protagonisti. Il «pool» di Borrelli raggiunse picchi di notorietà tali da essere citato a memoria, quasi fosse la formazione della Nazionale. Oggi invece c’è una squadra di magistrati guidata da un antidivo come Pignatone, che silenziosamente si sta prendendo una rivincita rispetto a quei suoi colleghi che ne avevano ostacolato la carriera definendolo un «normalizzatore».

Finito il tempo dei missionari che proclamavano di voler «rovesciare l’Italia come un calzino» e che promettevano di riconsegnare ai cittadini un Paese dalle «mani pulite», è giunto sulla scena un procuratore che invoca il sostegno della politica per non costringere la magistratura al ruolo della «supplenza» e che assicura il sistema di non avere «altri disegni» se non quello di colpire le sue «patologie».

Ma proprio l’approccio conciliante, l’assenza di furore ideologico nelle inchieste, l’abbandono del mito della lotta del bene contro il male, pongono la classe dirigente dinnanzi a una sfida ancor più insidiosa rispetto a quella del passato, perché la spogliano delle sue difese, le impediscono di usare l’alibi della giustizia politicizzata. Infatti nessuno parla di azioni a orologeria se parla della procura di Roma. Non è accaduto nemmeno due settimane fa, quando dagli uffici di piazzale Clodio — con perfetta tempistica — è filtrata la notizia che il sindaco della Capitale aveva ricevuto un avviso di garanzia per peculato, proprio mentre Marino tentava un’ultima disperata resistenza in Campidoglio.

Questo atteggiamento remissivo della politica non è solo conseguenza dalle sue debolezze, oltre che delle sue colpe, è anche il dovuto attestato di credito a un magistrato rimasto (finora) immune dal virus del soubrettismo giudiziario, che continua invece a minare la credibilità della sua categoria. Ma nonostante le differenze con il rito ambrosiano, le iniziative penali della procura di Roma cominciano a produrre effetti simili. Solo che a differenza di ventitré anni fa — quando le inchieste liquidarono le forze di governo della Prima Repubblica — nessuno stavolta può difendersi sostenendo di essere vittima di un disegno, perché formalmente non esiste più un intento persecutorio. Il potere ora è nudo davanti al suo giudice.

Peraltro, se in conseguenza del dissolvimento del quadro politico a restare in piedi è un solo partito-Stato, è inevitabile che ogni indagine sullo Stato finisca per colpire (soprattutto) quel partito. È il prezzo che paga una forza di sistema, è un problema con cui (soprattutto) il Pd deve oggi fare i conti. A lungo andare, a fronte dei casi che affiorano in giro per l’Italia, a Renzi non basterà farsi scudo solo con le autorità di controllo e vantando l’inasprimento delle norme contro i banditi della democrazia.

Serve la «rottamazione» di un modo di fare politica e di chi se ne è fatto interprete. Sono le «scelte autonome» di cui parla Pignatone, che rivolge un suggerimento e al tempo stesso una sfida al sistema al quale sostiene di interessarsi solo per colpire le sue «patologie». Resta da capire come la classe dirigente del Paese vorrà affrontare il problema per evitare che un altro ciclo si chiuda traumaticamente. E intanto si aspetta di capire fin dove si spingerà la procura di Roma, che dice di muoversi senza avere «alcun disegno».

13 novembre 2015 (modifica il 13 novembre 2015 | 08:52)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_novembre_13/porto-senza-nebbia-a60306ea-8995-11e5-9216-e8e41772d34a.shtml
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« Risposta #250 inserito:: Novembre 15, 2015, 09:09:22 pm »

Attentati Parigi, Alfano: «Pronti a qualsiasi passo per fermarli»
Il ministro dell’Interno: «Nella Carta c’è il ripudio della guerra ma come i costituenti avevano previsto non ci si può sottrarre se la pace è minacciata»

Di Francesco Verderami

Dopo quello che è successo a Parigi, che differenza passa tra un figlio che sta in trincea e un figlio che sta per le vie del centro? E fino a che punto si è disposti a mandare un figlio in trincea, pur di vedere garantito a un altro figlio di muoversi per le vie del centro? Perché ormai questo è il bivio, per tutto l’Occidente. Dunque anche per l’Italia. Angelino Alfano lo riconosce, e sottolinea che «entrambi quei figli combattono per la libertà. Noi siamo in trincea da tempo con i nostri militari, ancora pochi giorni fa abbiamo ricordato gli eroi di Nassiriya. Però anche i ragazzi che stanno in centro difendono la nostra libertà, difendono cioè le nostre abitudini, la nostra voglia di dichiararci e vivere da Occidentali. Perché i terroristi, quando non riescono a sopraffare i regimi di governo, tentano di sopraffare i regimi di vita».

Ogni sera il ministro degli Interni va a letto e pensa: anche oggi è andata bene. Ogni mattina il ministro degli Interni si alza e pensa: sarà oggi? La percezione, infatti, non è se quanto accaduto in Francia avverrà anche in Italia, ma quando avverrà e dove. «Ogni giorno - risponde - lavoriamo perché il Paese sia sicuro, dunque libero. E continueremo a lavorare perché la risposta a quel terribile interrogativo sia “mai”. Anche se sappiamo che il “rischio zero” non esiste». Alfano non rivela quante volte l’Italia sia scampata a un attentato da quando siede al Viminale, «ma se penso all’instancabile opera di prevenzione che viene quotidianamente fatta, dico che abbiamo da ringraziare il dio in cui crediamo e gli uomini a cui affidiamo un compito delicatissimo».

A Parigi invece i terroristi, oltre l’obiettivo militare, potrebbero aver centrato anche un obiettivo politico. Uno dei killer era un profugo proveniente dalla Grecia. Così rischia di saltare il fragile progetto di redistribuzione dei profughi in Europa. E rischia di saltare l’Europa.
«L’Europa non salterà, né si farà dettare l’agenda dal terrorismo, che dovremo sconfiggere con le armi degli Stati sovrani, le armi della forza e del diritto: dando asilo a chi ne ha diritto ed espellendo i falsi profughi, senza mai dare nulla per scontato. Sapendo che il momento storico è caratterizzato da due emergenze mondiali senza precedenti: l’immigrazione e il terrorismo. Chi non ne tiene conto ha una visione miope o strumentale».

Mentre Hollande parlava di guerra, sui siti è diventato virale il disegno della Torre Eiffel stilizzata nel simbolo della pace. Allora non si vuol capire...
«La cronologia del terrore determina un cambio di passo. A quel cambio di passo noi siamo pronti. A Parigi c’è stato un attacco di guerra gestito con tecnica stragista, che ha colpito anche obiettivi imprevedibili. Noi abbiamo capito benissimo, perciò - ripeto - siamo pronti a qualsiasi cambio di passo».

Sarà, ma prima siamo stati tutti americani, poi tutti spagnoli, tutti inglesi, ora francesi. E non è cambiato niente. Non è che siamo tutti codardi?
«Credo che alla fine il terrorismo islamico produrrà un effetto contrario rispetto a quello che si prefigge, cioè di annichilirci. Continueremo a essere americani, spagnoli, inglesi e francesi perché l’attacco è globale, ci riguarda tutti. E sono certo che combatteremo fianco a fianco a ogni livello. Serve uno spirito unitario in Occidente e dobbiamo recuperare lo spirito unitario in Italia, consapevoli che è cambiato tutto. Anche le guerre».

Ritiene allora che la Costituzione debba essere adeguata alla nuova realtà?
«Il ripudio della guerra è un ripudio morale. E noi continueremo a ripudiarla. Ma così come i costituenti previdero, non ci si può sottrarre quando la pace viene minacciata».

I terroristi avranno pure «sequestrato un dio», come lei dice, ma rispetto ai musulmani l’Occidente ha sotterrato le sue tradizioni.
«Penso che proprio i nemici dell’Occidente rafforzeranno la nostra identità. Continueremo a difendere la nostre tradizioni, la nostra cultura. Che è anche cultura di accoglienza. Perciò sapremo sempre dividere chi prega da chi spara, semina odio contro gli ebrei e i cristiani. E uccide i musulmani stessi».

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15 novembre 2015 | 08:20

Da - http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_novembre_15/attentati-parigi-alfano-pronti-qualsiasi-passo-fermarli-0685ca06-8b68-11e5-85af-d0c6808d051e.shtml
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« Risposta #251 inserito:: Dicembre 04, 2015, 06:57:54 pm »

L’intervista Silvio Berlusconi
Berlusconi: «Pd e Cinque Stelle al ballottaggio? Voterei scheda bianca»
Il leader di Forza Italia: ci batteremo perché vinca il no al referendum sulle riforme

Di Francesco Verderami

«Non vedo un’effettiva consapevolezza della gravità della situazione da parte di molti leader occidentali. Sarà per mancanza di esperienza, per mancanza di idee, per paura, per condizionamenti ideologici... Ma sono molto preoccupato dalla piega che hanno preso gli eventi». Silvio Berlusconi punta l’indice contro le leadership occidentali, chiamate a fronteggiare la crisi internazionale. E auspica una «grande alleanza» con la Russia per combattere il terrorismo jihadista, ricordando che «la mia linea di politica estera è sempre stata improntata alla collaborazione» tra l’Europa, Washington e Mosca, «a partire dall’intesa di Pratica di Mare, con cui si era messa fine alla guerra fredda».

L’ex premier ritiene invece che in questi anni siano stati commessi «molti gravi errori dai Paesi occidentali», a iniziare «dal tentativo tardivo e maldestro di mettere il cappello sulle cosiddette primavere arabe»: «Non si è stati in grado né di prevederle né tantomeno di accompagnarle nel loro corso. Forse per non essere accusata di interventismo, come è accaduto a Bush, l’amministrazione Obama ha scelto di non intervenire in Medio Oriente. Salvo poi, con un atteggiamento in apparenza contraddittorio, aver spinto per un cambiamento di regime in Libia, spiegato come un intervento a protezione delle popolazioni indifese. In questo modo l’Occidente ha permesso la destabilizzazione del Nord Africa e del Medio Oriente, senza un disegno o una prospettiva di un nuovo assetto politico per la zona, spianando così la strada all’estremismo islamico».

Come non bastasse il Califfato, è in atto ora uno scontro tra i suoi amici Putin ed Erdogan. Il primo accusa addirittura il secondo di aver abbattuto l’aereo militare russo per «coprire i traffici con l’Isis».
«Spero e credo che l’abbattimento sia stato un incidente, ma capisco che Putin si senta “tradito” da un Paese che, proprio come la Russia, si oppone all’Isis. Più che stabilire chi ha ragione, è fondamentale che non si ripeta mai più un episodio del genere. Dobbiamo renderci tutti conto che la Russia è un alleato imprescindibile, non un nemico. Quanto alla Turchia, negli ultimi anni ha attraversato cambiamenti che non condivido. Questo però, ancora una volta, è anche una nostra responsabilità. Nel passato mi sono battuto per l’entrata della Turchia nell’Unione. Sono sempre stato osteggiato dai pregiudizi di molti Paesi europei, Francia e Germania in primis. La parte migliore della Turchia voleva diventare Europa. L’abbiamo tenuta fuori dalla porta. Era inevitabile che prevalessero altri tipi di spinte, in una nazione a cavallo fra Oriente ed Occidente».

Se si realizzasse la «grande alleanza» contro l’Isis, l’Italia dovrebbe partecipare anche ad operazioni di terra in Siria? E pensa che il Paese sarebbe pronto a una guerra, mettendo in conto dei caduti sul campo di battaglia?
«Non possiamo illuderci che altri facciano le guerre per noi, e aspettare di lucrarne i benefici. Poi le forme di coinvolgimento di ciascun Paese saranno da valutare secondo i mezzi e le possibilità di ciascuno. Ma qualcosa dovremo fare certamente. Io credo che primo compito di un presidente del Consiglio italiano sia di obbedire all’identità e alla storia del nostro Paese, secondo l’insegnamento che da De Gasperi in poi ci ha consentito di svolgere un ruolo inclusivo sul piano delle alleanze. Mi sono già impegnato e mi sto impegnando per favorire la comprensione tra Russia e Occidente. E sono, in questo momento drammatico, a piena disposizione del mio Paese per sostenere il costituirsi di una coalizione sotto l’egida dell’Onu. Un incontro in Italia dei leader più importanti del fronte contro lo Stato Islamico avrebbe una valenza organizzativa e simbolica importantissima».

Il premier italiano ritiene che in Siria non si debbano «ripetere gli errori commessi in Libia». Condivide questa linea prudente, in assenza di un disegno sui futuri assetti di quell’area? Il suo alleato Salvini vorrebbe invece indossare subito l’elmetto.
«Condivido certamente il fatto che non si debbano ripetere gli errori commessi in Libia. Quanto a Renzi, la prudenza nel combattere il regime di Assad in assenza di un’alternativa migliore è un atteggiamento saggio. La prudenza nel combattere lo Stato Islamico — che di Assad è mortale nemico — è una ambiguità che non ci possiamo permettere».

Non pensa che un intervento attivo dell’Italia nel conflitto possa provocare un’azione terroristica sul territorio nazionale?
«La pavidità non ci mette certamente al riparo. L’unico modo per stare al sicuro è estirpare il cancro alla radice. L’Isis è un’organizzazione criminale, ma molto lucida e con molto senso politico. La sua strategia è proprio quella di colpire e accentuare le debolezze dell’Occidente».

Al governo lei chiede in questo frangente «meno tasse e più sicurezza»: non è soddisfatto allora del taglio proposto da Renzi per le tasse sulla casa e il miliardo annunciato per la lotta al terrorismo?
«Le tasse sulla casa le avevamo già tolte noi nel 2008, e il Pd le ha reintrodotte. Renzi non fa altro che riportare la situazione al punto al quale noi l’avevamo lasciata. Fa bene, ma non è certo una sua idea. Oggi la situazione richiederebbe interventi ben più incisivi, per avere effetto davvero sulla ripresa. E in ogni caso ogni taglio di tasse va finanziato con tagli della cattiva spesa pubblica e non facendo deficit e debito. Quanto alla sicurezza, bene gli stanziamenti, se davvero ci saranno, anche se ce ne vorrebbero di più. E comunque servono a poco se non si danno alle Forze dell’ordine anche gli strumenti legislativi necessari per operare di fronte all’emergenza. E poi trovo grottesco il fatto che Renzi approfitti dell’occasione per annunciare elemosine elettorali, sempre finanziate in deficit, come i 500 euro ai diciottenni per andare al cinema. E, con l’occasione, cancellare la modesta riduzione dell’Ires promessa alle imprese».

Nonostante la guerra, si avvicinano le Amministrative. A Roma, tra Marchini e Meloni, chi sceglierebbe? E per Milano, opterebbe per Sallusti o magari per lo stesso Salvini?
«La Meloni e Marchini sono entrambi ottimi candidati. Entrambi sarebbero in grado di far uscire Roma dal disastro in cui l’ha condotta il Pd. A Milano la candidatura Sallusti è una opportunità eccellente. Quanto a Salvini, che pure sarebbe un candidato di lusso, mi pare lui stesso l’abbia escluso, preferendo fare il capolista».

Per «riunire tutto il centrodestra», come lei dice di voler fare, non sarebbe più logico seguire il «modello Lombardia» proposto dal governatore Maroni, con Ncd come alleato?
«Ma io sono d’accordo e anche Salvini lo è. Solo che lui dice “tutti tranne Alfano”».

Se il Pd dovesse perdere le Amministrative, chiederebbe le dimissioni del governo e il voto anticipato o pensa che si dovrebbe proseguire fino al termine naturale della legislatura?
«Le elezioni si dovrebbero fare non per i risultati delle Amministrative, ma per ricostruire la democrazia. Sono quattro anni che l’Italia è retta da governi non scelti dai cittadini. Renzi governa con una maggioranza formata addirittura da eletti nel centrodestra che, sostenendolo, contraddicono il voto che li ha portati in Parlamento, e da deputati arrivati in Parlamento grazie a un premio di maggioranza che la stessa Corte costituzionale, costituita in larga maggioranza da giudici di sinistra, ha definito incostituzionale. La storia della Repubblica degli ultimi vent’anni è fatta di continui ribaltamenti della volontà popolare. Veri e propri colpi di Stato».

Costituirete i «comitati per il no» ai referendum sulle riforme costituzionali, che per un tratto avete sostenuto in Parlamento? E non temete che perdendo consegnereste alla sconfitta il nuovo progetto di centrodestra?
«Ma io sono certo che vinceremo al referendum. E per riuscirci, ci opporremo in tutti i modi ad una riforma ritagliata su misura per il Pd, che potrebbe consentire a chi abbia il consenso di un italiano su sei di sottomettere il Paese. Si pensi poi a cosa succederebbe se questo meccanismo, che Renzi ha creato per se stesso, portasse al governo Grillo. Non è un’ipotesi astratta, tutti i sondaggi dicono che al ballottaggio tra Pd e Cinque Stelle prevarrebbero i secondi. E sono sotto gli occhi di tutti i disastri che i grillini combinano nelle città che amministrano. La particolarità di tutti i loro parlamentari è che prima di essere eletti al Parlamento non hanno saputo far niente di buono neppure per sé e per la propria famiglia. Come potrebbero amministrare una città o addirittura il Paese? Perciò occorre un centrodestra forte, capace di dire “no” al referendum e di vincere alle Politiche, superando al primo turno sia il Pd che i Cinque Stelle».

E se invece il ballottaggio si risolvesse proprio come lei teme, e si trovassero contro Renzi e il candidato di Grillo, lei chi voterebbe?
«Temo che molti elettori di centro-destra, soprattutto gli elettori della Lega, potrebbero essere tentati di votare il candidato grillino, ma solo per rompere il sistema di potere del Pd. Io personalmente voterei scheda bianca così come faranno probabilmente molti elettori di Forza Italia. Ma questo è un vero e proprio scenario da incubo. Non permetteremo che si realizzi».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
2 dicembre 2015 (modifica il 2 dicembre 2015 | 12:20)

Da - http://www.corriere.it/politica/15_dicembre_01/berlusconi-pd-cinque-stelle-ballottaggio-voterei-scheda-bianca-62e944b4-987c-11e5-b53f-3b91fd579b33.shtml
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« Risposta #252 inserito:: Dicembre 26, 2015, 11:10:43 pm »

SETTEGIORNI
Tutti i fronti del governo
Dopo il caso Boschi, Renzi si prepara ad affrontare il peggio: l’avversario più insidioso non sarà il Parlamento, i veri rischi arrivano dall’Europa e dal fronte giudiziario

Di Francesco Verderami

Non è finita. E infatti il presidente del Consiglio si predispone al meglio per affrontare il peggio, conscio che l’avversario più insidioso non sarà il Parlamento, un mondo sempre più piccolo e sempre più antico.

Non era l’atto di sfiducia contro il ministro Boschi a preoccupare Renzi, semmai è la concentricità di problemi e di attacchi che rende l’affaire-banche un missile a più stadi puntato contro il governo. Il fronte politico oggi è il meno esposto, rispetto a quelli giudiziario finanziario ed europeo. Lo s’intuisce dalle parole pronunciate dal titolare dell’Economia davanti ad alcuni colleghi dell’esecutivo: «Non capisco come mai si sia scatenato il putiferio. Sulle banche ci siamo mossi in modo lineare». Queste considerazioni hanno portato autorevoli ministri democratici a domandarsi se «qualcosa si è rotto», se sono «saltati certi equilibri»: perché d’un tratto - come fosse un dejà vu - hanno notato venir meno il quadro di protezione internazionale, mentre si è fatta incalzante l’azione della magistratura.

Sebbene il premier ieri abbia voluto far sapere attraverso la Boschi e il sottosegretario Lotti che non si lascerà politicamente intimidire, non sarà facile muoversi su più fronti: lo sussurrano i dirigenti del Pd e lo dicono gli alleati di governo, colpiti dalla virulenta polemica di Renzi con la Merkel e dall’affondo contro il commissario europeo Hill sul decreto salva-banche. È quello il punto dolente, e c’è un motivo se tutte le forze di maggioranza s’interrogano sulla strategia del premier, a partire dalla mossa a sorpresa di voler affidare la gestione degli arbitrati al capo dell’Anticorruzione Cantone: «Non si capisce - dice il senatore Ncd Gentile - come si possano aggirare le regole che disciplinano il sistema bancario. A meno che Renzi non tema che le inchieste arrivino a coinvolgere anche i vertici di quel sistema».

L’intervento alla Camera del ministro per le Riforme, il piglio con cui ha replicato alle contestazioni dei grillini, ha consentito al governo di vincere la sfida dell’Aula, grazie anche all’errore di timing compiuto dai Cinquestelle, troppo precipitosi nel presentare la mozione di sfiducia: «Non è chiaro - ha commentato la leader di Fdi Meloni - se sono solo dei peracottari o sono in malafede». Ma un conto è una battaglia, altra cosa è la guerra. E ai banchi del governo non è sfuggito quel «per ora» pronunciato al termine del suo intervento dal grillino Di Battista. Un (altro) segno che non è finita, che sul fronte politico M5S proseguirà l’offensiva accompagnando gli sviluppi giudiziari, e ponendosi a capo di uno schieramento che da ieri annovera anche una «sinistra a Cinquestelle». Si vedrà se il centrodestra verrà attratto in questa orbita. Nei giorni scorsi ha colpito il modo in cui, contro Renzi, è stato adottato lo stesso vocabolario usato a suo tempo contro Berlusconi: «pericolo per la democrazia», «comitato d’affari», «conflitto d’interessi».

È vero che il leader di Forza Italia si è sfilato dal voto sulla mozione individuale contro la Boschi, ma è altrettanto vero che il centrodestra si prepara a presentare una mozione di sfiducia contro il governo al Senato, dove la maggioranza è così friabile da non garantire nemmeno il numero legale sulla riforma della Rai, e dove Verdini - l’alleato esterno del premier - è contrariato: «Non è pensabile che i nostri voti siano buoni di notte ma non di giorno». Se Berlusconi assecondasse l’offensiva leghista, rischierebbe però di frantumare ciò che resta del suo gruppo: «L’Italia vive una situazione scabrosa - avverte l’ex ministro Matteoli - e siccome non ci sono più personalità come Ciampi pronte a gestire le emergenze, ragioni di realpolitik dovrebbero indurci a riflettere prima di far precipitare il Paese nel nulla».

Non che non è finita, e come se non bastasse la commissione d’inchiesta sollecitata dai Cinquestelle, potrebbe trasformarsi in un boomerang per il premier che l’ha condivisa. Perché storicamente queste commissioni sono servite per lo più a regolare i conti politici, non a stabilire la verità dei fatti. E i grillini sono pronti a sfruttare l’occasione, chiamando magari a testimoniare i padri dei figli...

19 dicembre 2015 (modifica il 19 dicembre 2015 | 08:42)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_dicembre_19/tutti-fronti-governo-retroscena-verderami-212dac18-a623-11e5-b2d7-31f6f60f17ae.shtml
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« Risposta #253 inserito:: Gennaio 09, 2016, 05:30:57 pm »

SETTEGIORNI
L’ira di Renzi per i tempi sul reato di clandestinità

Di Francesco Verderami

Se c’è qualcosa di insopportabile per Matteo Renzi è che qualcuno tenti di strappargli di mano l’agenda politica, che per due anni ha gestito dettando temi e tempi. Il solo fatto che ora su quell’agenda altri tentino di scrivere o disegnare scarabocchi, fa capire quanto sia cruciale il momento.

La contesa sulle unioni civili, e la decisione del governo sul reato di immigrazione clandestina, sono nodi che il premier non aveva sciolto e che si materializzano alla vigilia del passaggio parlamentare per lui più importante: l’ultimo e decisivo responso del Senato sulle riforme costituzionali, su cui Renzi ha puntato l’intera posta. La sua attenzione era e resta concentrata su quella votazione, che può renderlo definitivamente dominus del Palazzo in vista del referendum popolare, e soprattutto dopo. Perciò il leader del Pd avrebbe bisogno di un quadro politico stabile in vista di quell’appuntamento.

Invece per la prima volta sembra aver perso di mano l’agenda, costretto a rincorrere gli eventi, a tamponare per evitare pericolose fibrillazioni. C’è un motivo quindi se sulle unioni civili si defila e mette al riparo l’esecutivo, derubricando la materia a questione di gruppi parlamentari, nemmeno di partito. Senza entrare in rotta di collisione con Alfano - suo alleato di governo - che ha ingaggiato la battaglia sulla stepchild adoption. E non è un caso se il premier e il ministro dell’Interno si sono ritrovati ieri sulle stesse posizioni dovendo decidere cosa fare del reato di immigrazione clandestina, tema anche questo che stava fuori dalle priorità di Palazzo Chigi.

Ragioni di «opportunità politica» (ed elettorale) inducono Renzi a fare in modo che il reato non venga depenalizzato, anche se il Guardasigilli - che ha in mano il provvedimento - ha un’opinione diversa e teme di essere attaccato come ministro inadempiente, a fronte del mandato a legiferare che aveva ricevuto dal Parlamento. Già nello scorso novembre, però, nel braccio di ferro che sul tema si era creato in Consiglio tra Orlando e il titolare del Viminale, il premier aveva preso le posizioni di Alfano: «È meglio se stralciamo l’argomento».

E siccome la decisione - dopo il passaggio alle Camere - spetta all’esecutivo, Renzi ieri ha di fatto ribadito quel concetto, per quanto «logica vorrebbe che si scegliesse di depenalizzare il reato» in sanzione amministrativa, come ha riconosciuto anche il ministro dell’Interno. Ma alla luce dei fatti di Colonia e del clima che si respira nel Paese non è il momento. Nel Pd a trazione renziana, a sera avevano ancora i capelli dritti pensando alle piazze infuocate dalla Lega in vista delle Amministrative: «Se non si può più stralciare la materia dalla delega, si farà decadere la delega».

È evidente che l’approccio di «sinistra» su unioni civili e immigrazione ha innalzato la tensione nella maggioranza. Per Alfano - che lo ha scritto di recente su Repubblica - la cosa «non è per nulla casuale», e la sua tesi non ha preso di certo alla sprovvista la maggioranza democrat e Palazzo Chigi, sebbene si cerchi di sopire e troncare qualsiasi forma di polemica. Per quanto irritato, il premier ha un obiettivo primario oggi: evitare che l’agenda gli sia scarabocchiata da quanti mirano a causare turbolenze alla vigilia del voto del Senato sul Senato.

Forse dopo quel passaggio recupererà l’ironia con cui gestiva ogni problema che prendeva corpo anche in Consiglio dei ministri. Una volta il premier «superò se stesso», come racconta un autorevole esponente di governo del Pd che ne aveva viste tante ma non fino a quel punto. Rendendosi conto della piega che stava prendendo la discussione, Renzi prese il suo cellulare, lo accostò al microfono del tavolo e fece partire una musichetta: «C’è troppa tensione nell’aria... Forza, vediamo chi la riconosce per primo. Di chi è questa canzone?».

Entro gennaio si terrà la madre di tutte le votazioni al Senato e il premier ha bisogno di stabilità. E in questo contesto non sarà un fatto secondario capire se il rinnovo delle presidenze di Commissione a Palazzo Madama avverrà prima o dopo l’ultimo responso sulle riforme. Dietro una apparente questione di poltrone si cela infatti un nodo politico: lo scrutinio segreto sulle presidenze svelerà se Verdini continuerà a offrire solo un «appoggio esterno» al governo oppure se cambierà ruolo, e il suo diventerà un «appoggio interno». Magari per garantire un margine di sicurezza per il voto decisivo sulle riforme.

9 gennaio 2016 (modifica il 9 gennaio 2016 | 08:17)
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Da - http://www.corriere.it/politica/16_gennaio_09/ira-renzi-tempi-reato-clandestinita-80eb857a-b6a0-11e5-9dd6-8570df72b203.shtml
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« Risposta #254 inserito:: Gennaio 09, 2016, 05:44:06 pm »

IL LIBRO E IL RETROSCENA

Renzi "trasformista", Boschi "adatta alle forme", i retroscena del Nazareno
In un libro di Massimo Parisi, deputato passato da FI con Verdini, tutti i report e i consigli a Berlusconi all’ombra del Nazareno


Di Francesco Verderami

«Ti consiglio di vedere Renzi a Roma, presso la sede del Pd, per una serie di motivi.
1) Sfatare un tabù: pensa al tuo ingresso al largo del Nazareno e al giro del mondo che faranno quelle immagini.
2) Questa trattativa, al di là della sostanza, che in questo caso è vita, ti riporta al centro della politica.
3) Pensa all’importanza di un incontro pubblico con il segretario del Pd, proprio nei mesi in cui volevano renderti “impresentabile” e trattarti da “pregiudicato” espulso dalla politica. Ora invece, ricevuto nella sede del Pd, saresti uno dei padri fondatori della Terza Repubblica».

Sono i suggerimenti di Denis Verdini a Silvio Berlusconi prima dell’incontro che il 18 gennaio del 2014 darà inizio al Patto del Nazareno, è uno delle migliaia di report con cui per anni l’ex coordinatore di Forza Italia ha offerto analisi e suggerimenti al «presidente». È attraverso questi promemoria che si snoda il resoconto di quasi due anni di storia politica nazionale, racchiusi in un libro che racconta del fallito accordo sulle riforme tra il capo del Pd e il fondatore del centrodestra, ma anche della crisi di un partito e di un leader artefici di un ventennio.

Il Patto del Nazareno (edito da Rubbettino), sarà pure una versione di parte, siccome a scriverlo è stato Massimo Parisi, giornalista e deputato che ha lasciato Forza Italia per seguire Verdini nel gruppo parlamentare di Ala. Ma l’uso dei documenti ufficiali e delle dichiarazioni pubbliche irrobustisce la trama che ruota attorno alla trascrizione dei famosi report di Verdini, il Virgilio della storia. E anche il suo artefice, se è vero che fu lui a contattare Renzi, di cui - scrive Parisi - non aveva «neanche il cellulare». Un modo per smentire che i due si conoscessero e per smontare l’idea di un patto alle spalle del capo. «Io sono come Bruno Contrada», disse il mediatore forzista al telefono con Gianni Letta, e l’accostamento all’ex capo della Mobile di Palermo gli servì per spiegare «il mio modus operandi»: «Per fare le trattative sto un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Ma non può per questo essere messo in dubbio da che parte sto».

All’inizio della storia Verdini descrive Renzi come «uno che, tolta la rottamazione, non si sa cosa sia. Fin qui è stato un perfetto trasformista. Ma ora dovrà aprire la scatola e verrà il difficile». In quella fase è il «presidente» a stravedere per Renzi e per frenarne la deriva «giovanilista», Verdini

dipinge così la segreteria del Pd: «Non è un mirabile cenacolo di Pico della Mirandola, ma un gruppo di segretarie e segretari». Nel promemoria c’è il «boy scout» Luca Lotti, il cui «profilo appare, non solo per età e inesperienza, oggettivamente modesto». C’è Debora Serracchiani, che «studia faziosità da Rosy Bindi». C’è Marianna Madia, «così giovane eppure con una lunga vita politica alle spalle», da aver «già girato tutte le correnti del Pd». C’è Federica Mogherini «la solita solfa gnè-gnè-pacifismo-femminismo-europeismo». C’è Maria Elena Boschi che «bella è certamente bella, a dire poco. Più adatta però al tema forme che al tema riforme». E c’è Lorenzo Guerini «forse l’unico davvero bravo. Lontano dallo stereotipo del trinariciuto».

Per Verdini arriverà «il momento della conversione» al renzismo, che Parisi storicizza nel report del 7 aprile 2014, quando il mediatore si accorgerà che il Patto è in pericolo e invierà a Berlusconi una lettera titolata «Il pericolo di non decidere»: «Diceva Jean-Paul Sartre - sì era un filosofo comunista ma anche loro l’azzeccano - che “ciò che non è assolutamente possibile è non scegliere”. Non scegliere, per il nostro movimento politico, potrebbe essere esiziale. Ora, se è vero che i messaggi di Renzi sono slogan, sono pur sempre efficaci. Somiglia a quel genio che nel 2001 propose un patto con gli italiani...».

Ma Berlusconi - a giudizio dell’autore - sta già cambiando verso. E a giugno il Patto muore «nella mente e nella pancia» del leader di Forza Italia, dopo il 41% di Renzi alle Europee. Se così stanno le cose, perché la trattativa si trascinerà fino agli inizi dell’anno seguente? In un report di novembre Verdini critica Berlusconi per «un certo grado di schizofrenia politica» nel rapporto con Ncd, «forse convinti dell’ennesima favola bella che faranno cadere il governo... e che contemporaneamente modificheranno la Severino e che... gli asini volano... non tutti ma quelli rosa sì!!».

È forse in ballo il tema della «agibilità politica» di Berlusconi? C’entra qualcosa il decreto per la riforma dei reati tributari redatta dal governo nel gennaio 2015, che - come ricorda Parisi - «avrebbe potuto cancellare la condanna a Berlusconi e restituirgli persino la candidabilità? All’autore di questo testo, pure addentro alle cose segrete del Patto, non è noto se questa norma facesse parte di qualche tipo di accordo sotterraneo. I protagonisti lo hanno sempre escluso. Nei report di Verdini non ne ho mai trovato cenno». Sarà, ma quel capitolo del libro si apre con una battuta che Parisi sente fare a Berlusconi «il 10 gennaio 2015»: «Tanto Renzi non ci darà un bel nulla».

Ufficialmente la rottura avviene dopo la corsa per il Quirinale. Al termine dell’ultimo colloquio tra Renzi e Berlusconi, Verdini scrive al premier un sms: «Matteo, ti capisco ma cerca di capire la situazione. 1) Tu non hai mai messo un veto su Amato. 2) Silvio lo ha sempre messo su Mattarella. Questi sono i fatti. Ps: oggi è messa in crisi la fiducia sempre riposta in te della quale ho sempre sostenuto la sincerità». È finita. E sta per finire anche la storia di Verdini con Berlusconi. L’ultimo report è del 27 marzo, che il mediatore invia anche a Gianni Letta e Fedele Confalonieri, come a esortarli di aver cura del vecchio leader.

«Caro presidente, dopo aver buttato via il patrimonio politico del Patto del Nazareno, intendi cestinare anche l’immenso patrimonio politico che hai costruito in venti anni? Pensi davvero di poter fare una guerra senza quartiere al “dittatore Renzi” (...) mettendo il futuro del partito in mano a un mediocre sinedrio? Ma sarebbe ingiusto prendersela con loro: quello che accade è quello che tu vuoi».

7 gennaio 2016 (modifica il 7 gennaio 2016 | 11:29)
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Da - http://www.corriere.it/politica/16_gennaio_07/renzi-trasformista-boschi-adatta-forme-retroscena-nazareno-dd443d7a-b507-11e5-8efc-b58ffc8363b9.shtml
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