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Autore Topic: Francesco VERDERAMI  (Letto 47163 volte)
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« il: Novembre 30, 2007, 12:13:31 »

Il retroscena / «Morire per Danzica, non per Prodi»

La Cosa Rossa cade nei sondaggi

Allarme nell’ala radicale


ROMA—«Forse potremmo morire per Danzica, certamente non moriremo per Prodi». Il paradosso della politica italiana è che si può pronunciare un epitaffio anche per un governo in vita. Perché non c’è dubbio che ieri Prodi alla Camera, con la fiducia sul Welfare ha ottenuto quanto chiedeva. Ma se pezzi consistenti della maggioranza — come spiega Diliberto — vedono nel premier una sorta di «dracula» che «vampirizza» gli alleati, allora per l’esecutivo diventa complicato anche tirare a campare.

Di sicuro i leader della sinistra radicale—un tempo «guardie del corpo» del Professore—non accettano più di fare i donatori: «Di sangue ne abbiamo già versato — dice il segretario del Pdci —e a causa di Prodi stiamo perdendo il consenso dei nostri elettori». I sondaggi riservati stanno a testimoniarlo, da mesi gli indici per le forze movimentiste sono costantemente negativi. Nell’ultima settimana, addirittura, a fronte di una modesta ripresa del governo (che nei giudizi positivi passa dal 33,5% al 34,9%), si registra l’ennesima flessione per il Prc (sceso ancora di due decimali al 4,6%), per i Verdi (che calano dal 2,3 al 2,1%) e per il Pdci (che atterrano all’1,6%).

In un altro rilevamento, dove si studiano i consensi «per blocchi», il segnale è ancor più allarmante, perché la Cosa Rossa—presa nel suo insieme — non va oltre il 5%. Solo il Pd è dato in crescita di quasi un punto (al 27,7%), e questo è motivo di ulteriore tensione nell’area estrema del centrosinistra. Prodi non è Danzica, «e noi non siamo disposti a sacrificare il rapporto con la nostra base», avvisa Giordano: «A gennaio la verifica sarà decisiva, e chiederemo di incastrare le questioni di governo con la partita sulla legge elettorale».

Così il segretario del Prc offre due elementi: il primo, temporale, proietta la sfida decisiva all’inizio del 2008; il secondo evidenzia come la durezza dello scontro sia acuito dal nodo della riforma sul sistema di voto. «E se qualcuno pensa che stiamo scherzando, si sbaglia», spiegava ieri il capogruppo di Rifondazione Migliore al collega dell’Udeur Fabris: «Ci siamo rotti i c...».

Per meglio dire si sono rotti i rapporti politici. Con Prodi «ma anche» con Veltroni, se è vero quanto ha raccontato il democratico Filippeschi lasciando l’Aula di Montecitorio: «I deputati del Prc ormai sospettano di noi. Dicono che vorremmo metterli a gennaio dinanzi al fatto compiuto, con una legge elettorale capestro da accettare o con la prospettiva del referendum da subire. Ci accusano, insomma, di voler provocare le elezioni anticipate che loro assolutamente non vogliono».

Le urne sono il vero terrore per i partiti della Cosa Rossa, lo s’intuisce dallo sconforto del verde Cento, secondo il quale «siamo andati alla trattativa sul Welfare con un’arma giocattolo, mentre Prodi aveva la pistola carica»: «A gennaio perciò la sinistra movimentista dovrà riacquistare autonomia politica.
L’Unione è finita».

Per capire in che condizioni versa l’alleanza, bastava sentire i discorsi pronunciati dai leader comunisti nel dibattito per la fiducia aMontecitorio. Talmente violenti verso Prodi, che il capogruppo del Pd Soro è arrivato a dire: «Il governo non meritava di essere trattato così dalla sua maggioranza». Traduzione: la crisi dopo la Finanziaria va messa in conto. Ipotesi che Bertinotti nei colloqui riservati non accantona.

 Nella sinistra massimalista è giunta dunque l’ora del «si salvi chi può», e per salvarsi da Prodi è l’ora di prenderne le distanze: così vanno interpretate le dimissioni del presidente della commissione Lavoro della Camera, il pdci Pagliarini. In gioco c’è la sopravvivenza delle ditte.

Da quando il Cavaliere è passato dalla logica della spallata a Prodi alla logica dell’abbraccio con Veltroni, si è scatenato il finimondo nella maggioranza, dove lo schema delle «mani libere » è diventato una moda. Ieri il capo dei Socialisti Boselli è arrivato ad attaccare il telefono al premier, «che non può pensare di tirare a campare ma deve governare». Nessuno intende «morire per Prodi», come nessuno intende consegnare il proprio futuro nelle mani di Veltroni con la legge elettorale.

Perché non è solo la Cosa Rossa a diffidare del leader democratico, se è vero che il gruppo del Senato guidato da Dini e Bordon starebbe meditando di far saltare «il nuovo inciucio»: per rompere lo schema in base al quale «con il Cavaliere dialoga solo Walter», si appresta a chiedere incontri ufficiali con i leader dei due schieramenti, con tanto di nuova proposta di riforma elettorale proporzionale. Vedere Berlusconi non è più un tabù da quando nell’Unione è in gioco la sopravvivenza.

Francesco Verderami
29 novembre 2007

da corriere.it
« Ultima modifica: Aprile 30, 2009, 10:14:01 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Dicembre 16, 2007, 04:35:24 »

Sette giorni - l'intesa con il Cavaliere

Fausto sfida «i benpensanti» della sinistra

Il presidente della Camera lancia una sfida di «politica culturale» invitando gli intellettuali a superare i pregiudizi


Porgendo la mano a Silvio Berlusconi, aveva messo tutto in conto. Ora Fausto Bertinotti è diventato bersaglio di critiche e censure. La colpa di Bertinotti è di aver accettato il dialogo con il Cavaliere. E dinanzi all'accusa il presidente della Camera lancia una sfida di «politica culturale» agli intellettuali di sinistra benpensanti, li invita a superare «i pregiudizi», a smetterla con gli «integralismi », e a sostenere il dialogo sulle riforme, strada che è comunque intenzionato a percorrere fino in fondo. Perché la partita va al di là della trattativa sulla legge elettorale: «Possibile non si capisca? Possibile non si avverta il sentimento profondo del Paese? Possibile non si comprenda che la classe dirigente corre il rischio dell'apartheid? Possibile non si veda che se non ce la facciamo, stavolta falliamo tutti e soprattutto cade tutto?».

Bertinotti confida che attraverso questa chiave di lettura possa essere compreso il significato della sua mano tesa verso Berlusconi, descritto da molti nel centrosinistra come un «nemico» con cui non si deve parlare per non perdere la propria verginità politica. Si rende conto delle ostilità che incontra, ne parla quotidianamente al telefono con Walter Veltroni, vittima anche lui di allusioni e battute tendenziose. Ma resta fiducioso: «Sono fiducioso per disperazione». Concetto terribile, espresso di getto, quasi volesse levarsi un peso. A suo dire, d'altronde, se il dialogo fallisse, dopo non ci sarebbe nulla, tranne l'immagine del dramma di Torino alla ThyssenKrupp, dove «ho percepito una separazione, un cancello, tra gli operai che stavano dentro la fabbrica e si sentivano soli, e noi che venivamo visti come quelli che stanno fuori e non muoiono bruciati».

È il pericolo dell'«apartheid» che lo preoccupa. E se ieri, con incredibile coincidenza, Giampaolo Pansa sull'Espresso lo ha disegnato come «il grande puffo», Furio Colombo sull'Unità lo ha intruppato nello «schieramento dei super partes berlusconiani», e la senatrice comunista Manuela Palermi su Liberazione
l'ha accusato di sacrificare la Cosa rossa sull'altare dell'intesa con Veltroni e il Cavaliere, Bertinotti non ha ceduto alla tentazione di voltare le spalle alle critiche. Ha preferito la fatica del confronto, che è diventata sfida: «È una sfida di politica culturale. Io penso infatti che il dialogo sia necessario per rinnovare il nostro sistema e agganciarlo al grande processo di trasformazione dei partiti che è in atto in Europa. La legge elettorale è solo un tassello, il primo passo. E per compierlo bisogna rischiare».

«Io rischio», dice Bertinotti: «Iniziamo a rischiare tutti. Iniziamo a rompere le logiche opportunistiche, a superare i settarismi, ad abbandonare interessi di piccolo cabotaggio, in base ai quali, io che sono girotondino non ci sto, io che sono un piccolo partito non ci sto, io che punto a preservare una posizione di potere non ci sto. Con la politica del "non ci sto" siamo diventati "politiglia", come ha scritto Giuseppe De Rita sul Corriere. Perciò sono convinto che sia giusto dialogare con tutti, anche con Berlusconi ». In fondo, come ha spiegato ai suoi, il dialogo porta a un processo di «auto-responsabilizzazione » del Cavaliere: la mano tesa è un segno di fiducia, toccherà a lui non dilapidarla.

È l'unica strategia per uscire dal pantano, «lo penso anch'io che sono forse il più prevenuto di tutti verso Berlusconi», dice Ciriaco De Mita, infastidito dagli «attacchi pretestuosi» al presidente della Camera: «Questa purtroppo è la prova che si fa fatica a vincere la stupidità. Perché il Cavaliere stavolta ha compiuto davvero un gesto di straordinaria intelligenza politica, prestandosi al dialogo. Finalmente accetta di confrontarsi senza sotterfugi, e apre la strada a un bipolarismo adulto. Per questo dovremmo essere tutti contenti». Bertinotti, venuto a conoscenza delle parole di De Mita, ha sorriso come a voler sottoscrivere il ragionamento dell'ex segretario democristiano.

La sfida culturale oltre che politica a sinistra è lanciata, «io ho deciso di rischiare». Bertinotti è consapevole che il fallimento non rappresenterebbe la sconfitta di qualcuno ma di tutti. E spera che, a forza di insistere, in futuro sarà buona regola tenere cordiali rapporti con l'avversario pur tenendo la distanza. Oggi qualsiasi gesto distensivo desta invece scandalo. E figurarsi dunque cosa direbbero in quel mondo che si nutre di livore verso «il nemico», se sapessero di una telefonata che il presidente della Camera volle fare per solidarizzare con il Cavaliere. Erano i giorni in cui impazzavano su tutti i quotidiani e i settimanali le foto pruriginose che ritraevano l'ex premier in compagnia di alcune starlette, ospiti della sua villa in Sardegna, e sedute sulle sue gambe.

 Bertinotti lesse commenti di condanna e analisi politiche irridenti, perciò decise di alzare la cornetta: «Presidente — esordì — mi spiace molto, perché queste sono cose fastidiose. È già sgradevole che si scavi nella vita privata e si violi la privacy. Lo è ancor di più se tutto ciò viene usato come appiglio per attaccare l'avversario politico». È collusione morale, quella di Bertinotti? E le regole di garanzia che ha chiesto per il «deputato Berlusconi» al procuratore di Napoli, sono un segno di complicità? Fabio Mussi, che pure non è del tutto convinto delle mosse di «Fausto», appoggia la sua sfida di «cultura politica»: «È ora di rifuggire dall'idea che non si parla con il nemico. E spero finiscano i tentativi di epurazione e di denigrazione. Sono retaggi che appartengono... al tempo che fu». Purtroppo sono «retaggi» che resistono.



Francesco Verderami
15 dicembre 2007

da corriere.it
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« Risposta #2 il: Gennaio 28, 2008, 11:05:15 »

La «simpatia» dei Democratici per il braccio destro di Silvio

Il Pd e la tentazione Gianni Letta

Due anni fa, alla vigilia della formazione del governo di centrosinistra, Francesco Rutelli confidò che «Gianni Letta è l'uomo che manca a Romano Prodi».


Possibile che ora il braccio destro del Cavaliere serva al Pd per sostituire il Professore a palazzo Chigi, ed evitare così un disastroso ritorno alle urne? Più che un'ipotesi è una suggestione. E non appartiene al Cavaliere ma alberga come un pensiero inconfessabile nella mente di molti dirigenti democratici, alla ricerca disperata di una soluzione della crisi. D'altronde il centrosinistra si rivolge sempre a Gianni Letta per le emergenze e le imprese difficili. Non fu Romano Prodi — appena diventato premier — a proporgli la guida della Federcalcio nei giorni di Calciopoli? E non fu Walter Veltroni a dire che avrebbe lanciato la candidatura di Roma per le Olimpiadi solo se Gianni Letta fosse entrato nel board del comitato promotore? Proporre all'uomo di Silvio Berlusconi la guida del governo sarebbe un modo per mettere le briglie al Cavaliere e fermarne la corsa verso le elezioni. Infatti il capo del centrodestra nega l'evenienza, e smentisce di averne mai parlato. Per una volta dice il vero: è nel campo della (ex) maggioranza che se ne parla sottovoce. Ieri Gianfranco Fini scommetteva che gli avversari non arriveranno mai a ufficializzare la proposta, «vorrebbe dire che sono alla disperazione». «Se non lo fanno — obietta il democratico Antonio Polito — è perché ai maggiorenti del centrosinistra mancano le palle per farlo. Invece, extrema ratio, qualsiasi ipotesi sarebbe preferibile al precipitare senza paracadute verso le elezioni. Sì, anche Gianni Letta».

Che poi in questa fase l'analisi dell'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio sulla situazione politica non sembra discostarsi da quella di tanti autorevoli dirigenti del Pd. Raccontano che ieri fosse un po' depresso, perché invece della linea scelta da Berlusconi («elezioni subito») avrebbe preferito l'altra opzione, la presa d'atto cioè che invece di una sfida immediata alle urne servisse una «fase di decantazione»: una sorta di governo di «decompressione nazionale». Giusto il tempo di dare al sistema nuove regole e mettere al riparo il Paese dal gelo dell'economia mondiale. Anche perché — questa è la sua tesi — fra sei mesi, dopo il voto, i problemi che oggi sono già in agenda si ripresenteranno magari in forma acuta, a fronte di un'opinione pubblica ancor più esasperata dalle emergenze.

Sembra di sentir parlare Veltroni, e non è un caso se durante la corsa per le primarie nel Pd il sindaco di Roma rivelò che «dal centrodestra mi prenderei Gianni Letta». Dato che la crisi ha travolto Prodi e il suo governo, non sarebbe giunta l'occasione per avere Gianni Letta quantomeno in comproprietà? Secondo il socialista Roberto Villetti «l'idea sta forse nella mente di Goffredo Bettini», potente braccio destro del leader democratico, che non passa giorno senza aver parlato con il plenipotenziario berlusconiano: «Ma il primo a non volere Letta a palazzo Chigi — prosegue Villetti — è il Cavaliere». Eppoi c'è l'ostilità delle forze dell'Unione, a partire da Rifondazione comunista: «Per noi — spiega il capogruppo del Prc alla Camera, Gennaro Migliore — sarebbe un rospo che non potremmo mai digerire».

 Eppure senza un'intesa con Berlusconi appare impossibile per il centrosinistra evitare il piano inclinato delle urne, e scongiurare una pesante sconfitta che i sondaggi evidenziano con i loro diagrammi. Così nel Pd l'idea lettiana viene al momento coltivata come una suggestione, nella speranza di poterla magari concretizzare, man mano che le consultazioni andranno avanti. È una flebile speranza, legata — sostiene il democratico Riccardo Villari — «a una scelta politico»: «Se nel centrodestra si facesse largo la volontà di costruire un percorso condiviso, è ovvio che bisognerebbe aprirsi alla collaborazione con personalità dell'altro schieramento». Gianni Letta è un nome che nemmeno Prodi ieri ha voluto bruciare: «Deciderà il presidente della Repubblica a chi affidare l'incarico di guidare il governo». Chi mai si sarebbe aspettato tanta prudenza da colui che per dodici anni è stato l'alfiere dell'antiberlusconismo?


Francesco Verderami
26 gennaio 2008

da corriere.it

« Ultima modifica: Gennaio 30, 2008, 11:05:24 da Admin » Loggato
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« Risposta #3 il: Gennaio 30, 2008, 11:04:29 »

Il leader dell'Udc che chiede il voto

Casini: non sono una crocerossina

«I giochi miserandi dell'Unione non mi interessano».

E oggi incontra Berlusconi

 
Oggi Casini vedrà Berlusconi. Fine dei giochi. L'incontro del leader centrista con il Cavaliere servirà a definire i termini della «nuova alleanza » di centrodestra, e sarà anche un modo per marcare definitivamente la distanza dai «pateracchi che il centrosinistra sta tentando di fare pur di evitare le elezioni»: «Perché un conto era il governo di armistizio nazionale che avevo proposto — dice Casini — altra cosa sono operazioni miserande per mettere in piedi un esecutivo rabberciato che non credo nemmeno nascerà». Il leader dell'Udc ieri si è schierato per «l'immediato ricorso al voto». Doveva farlo per uscire dall'ambiguità, dove si era cacciato anche per colpa di due «eventi collaterali»: una presa di posizione poi smentita del Quirinale che inseriva il suo partito tra quelli contrari al urne (dunque di fatto favorevoli a un qualsivoglia governo), e una dichiarazione di Baccini — esponente udc in rotta di collisione con il leader — che si era detto pronto a votare un gabinetto guidato da Marini. Casini, che si trovava in Israele, aveva appreso con irritazione dello «scherzetto poco serio » proveniente dal Colle: «Ma chi s'inventa certe cose? Se qualcuno pensa che ci mettiamo a fare le crocerossine del Pd, si sbaglia». E per rintuzzare anche la sortita di Baccini, prima ha mandato in avanscoperta il segretario dell'Udc, poi è dovuto intervenire di persona: «Ormai per noi ci sono solo le elezioni».

Non poteva né voleva restare in mezzo al guado, specie dopo che il Cavaliere — uscendo dal colloquio con Napolitano — aveva bruciato persino l'opzione dell'esploratore. Casini doveva mettere a tacere le voci maligne e diffidenti che iniziavano a circolare nel Polo, e che lo indicavano come un novello Dini. Da Gerusalemme ha dato a Cesa il compito di far sapere agli alleati che «siamo persone serie e affidabili. Avevo detto che senza Berlusconi non avrei appoggiato alcun governo, e così sarà». Il leader di Forza Italia si è ben presto rassicurato, Fini non ne aveva avuto nemmeno bisogno: «Solo chi non conosce Pier può pensar male. Ci possono essere tattiche diverse tra noi, ma la strategia è comune ». Raccontano che l'abbiano cercato in tanti al telefono, da Marini a D'Alema, da Veltroni ad Amato, e che Casini si sia negato: «Non passatemi nessuno. Tanto sanno come la penso». È stato meglio per i suoi interlocutori non trovarlo, ne avrebbero ascoltato gli epiteti: «Pur di salvarsi nel centrosinistra hanno provato a prendersi Baccini. Sono una manica di str...». Politicamente parlando, avrebbe comunque negato l'appoggio, anche la sola astensione, a un esecutivo: «Ma con che faccia. Quando incontrai Veltroni per proporgli il sistema elettorale tedesco, lui mi rispose che non si poteva fare se Berlusconi non fosse stato d'accordo. Ora vorrebbero che l'Udc votasse un governo. Se non eravamo sufficienti allora, perché dovremmo esserlo oggi? A brigante, brigante e mezzo». Agli strali rivolti contro il capo del Pd fanno da contrappunto gli apprezzamenti verso D'Alema, «l'unico che si è comportato seriamente, sposando dall'inizio il sistema tedesco. Ricordo quando mi disse che era contrario al Vassallum: anche lui riteneva quel modello elettorale una legge truffa». Così facendo Casini evidenzia la crepa profonda che attraversa i democratici sulla riforma così come sulla gestione della crisi. Avesse parlato con Berlusconi, ieri, il leader dell'Udc avrebbe saputo quel che il Cavaliere ha riferito ai suoi: «C'è D'Alema dietro questo tentativo di formare un governicchio. Vogliono evitare il voto, ma così rischiano di perdere credibilità persino nel loro elettorato».

 Più o meno quanto pensa anche Veltroni, sebbene il sindaco di Roma preferirebbe non andare alle urne con Prodi ancora a Palazzo Chigi. Perché di urne si parla ormai, e a voce alta. Lo stesso Casini ne è convinto: «Il capo dello Stato deve provare a far qualcosa, ma il quadro non può cambiare e non ha margini». Non ne ha più nemmeno il leader dell'Udc dopo l'offensiva del Cavaliere: «Gli appelli della Cei e di Confindustria a varare un governo per le riforme sono giusti, ma io ho una responsabilità di partito e non è colpa mia se sono prevalse le convenienze personali». Talmente stretta è la strada che Fini ieri ha raccontato a Berlusconi dei contatti indiretti avuti con Marini e Amato: «Entrambi non vorrebbero prendere un mandato pieno, ma solo un incarico esplorativo». Entrambi hanno fatto sapere che non si prestano a costruire «un governo rabberciato». Non ci sono spazi, e anche se ci fossero — ha spiegato il capo di An — «vorrei vedere poi il Prc, e gli altri partitini dell'Unione votare la fiducia a un governo che, tra i primi atti, dovrebbe firmare il decreto per indire i referendum elettorali... ». Oggi Casini vedrà il Cavaliere. Fine dei giochi. Quelli «miserandi dell'Unione non m'interessano».

Francesco Verderami
30 gennaio 2008

da corriere.it
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« Risposta #4 il: Febbraio 05, 2008, 09:07:23 »

Il Cavaliere: sarò sorprendente «Nel mio governo posti al Pd»

Silvio prepara l'offerta a Walter

L'ipotesi: all'opposizione una Camera e Commissioni


ROMA— «Dopo le elezioni vorrei proporre a Veltroni un'intesa per aprire una stagione costituente e fare le riforme. Anche rinunciando a essere il premier, se è il caso». Era novembre, ben prima dunque che scoppiasse la crisi di governo, e Berlusconi confidò il progetto a un autorevole dirigente del Pd con cui aveva grande familiarità. Erano i giorni della «spallata» e nonostante Prodi continuasse a resistere il 
 
Cavaliere era certo che «comunque» si sarebbe andati presto al voto e che si sarebbe imposto nelle urne: «Ma so — aggiunse — che se anche tornassi a palazzo Chigi, in queste condizioni sarebbe tutto molto difficile. Eppoi il Paese continuerebbe a rimanere spaccato». Non era per spirito di buonismo che annunciò la sua intenzione di aprire al capo del Pd, ma spinto da realismo politico. E per accreditare il disegno rivelò i tre nomi che avrebbe eventualmente proposto a Veltroni per la guida dell'esecutivo costituente: «Tremonti, Frattini e Gianni Letta», che proprio in quella fase ruppe clamorosamente il suo riserbo, lanciando l'idea del governo di larghe intese.

 Difficile prevedere se alla fine andrà così, di certo Berlusconi in questi giorni ha ripetuto l'intenzione di voler avanzare l'offerta a Veltroni dopo il voto, e preventivando la vittoria nelle urne ha spiegato addirittura di esser «pronto a far posto a 5 esponenti del Pd» in un esecutivo di 12 dicasteri dove «i restanti sette posti toccherebbero al Polo». Conosce le difficoltà dell'operazione, paventa che i Democratici «non riescano a reggere una simile prospettiva», ma nei suoi ragionamenti è già proiettato oltre lo scontro elettorale. In mente ha quel governo «per le riforme» che già propose da sconfitto due anni fa e che ora vorrebbe rilanciare da «vincitore»: «D'altronde ci sono cose condivise che si possono fare insieme. E avremmo interesse a farlo».
Così, accanto a un programma stringato della Cdl, ipotizza «alcune riforme» da varare «con approccio bipartisan». Ecco cosa si cela dietro il disegno berlusconiano della «stagione costituente ». E in questo senso l'ex premier avrebbe in animo di affidare a quella che già definisce «opposizione» la presidenza «di una Camera» ma anche «numerose commissioni parlamentari», più di quante solitamente sono già appannaggio della minoranza in Parlamento. «Sarò sorprendente», assicura. È un modo per far capire che, tramontata l'epoca prodiana, tramonta anche la logica del muro contro muro, del vincitore che punta a far la parte dell'asso pigliatutto: alla Rai, per esempio, l'assetto attuale non andrebbe «stravolto», a quanto pare nemmeno nelle conduzioni dei Tg su alcuni dei quali c'è un giudizio positivo. Non è chiaro quale sia il confine tra il realismo e il tatticismo. Anticipare la mossa può avere un costo, rischia di produrre disaffezione nell'elettorato polista.

Ma così Berlusconi sembra volersi tutelare da un altro rischio, e cioè che— una volta vinte le elezioni — il Polo riproponga i difetti della legislatura in cui governò. Perché, nonostante i sedici punti di vantaggio sull'Unione, al Senato la Cdl avrebbe tra i dodici e i venti senatori di maggioranza. E già ieri l'Udc ha iniziato le grandi manovre, avvisando il Cavaliere che «saremo determinanti nel centrodestra». Come non bastasse Casini — ecco il colpo a sorpresa — è pronto a candidarsi come senatore, conscio che a palazzo Madama si giocherà la partita politica: «Io penso — sussurrava ieri il capo dei centristi — che l'offensiva del dialogo serva a Berlusconi per gettar scompiglio nel Pd. E comunque, sono stato il primo a dire che la prossima dovrà essere una legislatura costituente». Traduzione: nell'eventuale scenario delle larghe intese ci sarò anch'io.

E il segretario Cesa è ancor più esplicito: «Se vinceremo e il governo sarà politico, lo guiderà Berlusconi. Se invece si andrà verso un esecutivo istituzionale, si aprirà un altro discorso». Ecco la prova che anche l'Udc ha costruito una rete con i democratici. È una sfida nella sfida. A palazzo Grazioli, su nomi come quelli del veltroniano Bettini e del dalemiano Latorre si fa conto. Vengono considerati «pienamente affidabili ». Certo, l'idea di una lista comune Pd-FI è solo una suggestione, «un'utopia » come ha spiegato il Cavaliere. «Un'ipotesi irrealistica», per dirla con Veltroni.

Ma il fatto che il sindaco di Roma fosse pronto a un governo di larghe intese prima del voto, sembra voler preparare il partito e gli elettori all'evenienza dopo il voto.

E se si aggiunge che non intende fare una campagna elettorale all'insegna dell'antiberlusconismo...

Francesco Verderami
05 febbraio 2008

da corriere.it
« Ultima modifica: Febbraio 08, 2008, 11:14:18 da Admin » Loggato
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« Risposta #5 il: Febbraio 05, 2008, 06:47:06 »

5/2/2008
 
Il Signor No parla di dialogo
 
LUIGI LA SPINA

 
Non si saprà mai se la sorprendente ipotesi di una intesa Berlusconi-Veltroni lanciata sulla prima pagina del Giornale di ieri sia stato un ballon d’essai ispirato dal Cavaliere per ammonire gli alleati del suo schieramento, cercare di seminare lo scompiglio in campo avverso, ribaltare la responsabilità dell’interruzione della legislatura. Oppure, più semplicemente, sia partorita solo dalla imprevedibile fantasia del direttore del giornale di famiglia, per di più nel giorno del lutto per la scomparsa di mamma Rosa. Qualunque sia la verità, la proposta-provocazione ha avuto un merito, quello di individuare il più insidioso punto di debolezza, tra i tanti di forza, di Silvio Berlusconi alla vigilia dell’apertura della campagna elettorale: quello di apparire come il «Signor No». Colui che, per un vantaggio elettorale immediato, personale e di partito, costringe gli italiani ad andare al voto con una legge contro la quale si sono pronunciati, oltre che mezzo Parlamento, non solo i sindacati, che si potrebbero dipingere come fiancheggiatori del centrosinistra, ma quasi tutte le organizzazioni imprenditoriali e artigiane, in genere non tenere nei confronti di quella parte politica.

Nei prossimi due mesi, fino a metà aprile, quando molto probabilmente si voterà, dovremo aspettarci molti altri colpi di scena, da entrambi gli schieramenti. Berlusconi, infatti, dovrà cancellare, con una campagna propagandistica a suon di colpi d’artificio, l’impressione di un noioso revival di quelle del 2006 e del 2001, per non rievocare addirittura quelle del secolo passato. Veltroni dovrà costantemente segnare la discontinuità con l’era prodiana, rimarcando la novità della sua offerta elettorale, sia nei contenuti politici sia nelle forme in cui si presentano.

Così, ancor prima che il presidente della Repubblica abbia ufficialmente dichiarato il fallimento della legislatura e sia stata stabilita la data delle elezioni, già si intravedono, con sufficiente chiarezza, le linee fondamentali di quello sforzo di convincere gli elettori che non siamo alla vigilia della più noiosa campagna elettorale degli ultimi tempi. Anche per non contribuire a rafforzare il maggior rischio del prossimo voto, quello di una straordinaria vittoria dell’astensionismo.

Il Cavaliere, poiché non può cambiare il nome del solito candidato alla presidenza del Consiglio, né la formazione degli alleati, col consueto terzetto Fini-Bossi-Casini, ha deciso di cambiare il messaggio con il quale si presenterà agli italiani. Non più l’uomo della «rottura», anzi della rupture come si dice adesso alla Sarkozy, rispetto ai tradizionali ipocriti balletti consociativi della politica italiana. Ma l’uomo del dialogo, l’unico, ora, capace di mettere fine a quella sterile guerra di tutti contro tutti che, nella seconda Repubblica, ha portato l’Italia sull’orlo di un declino storico. La riforma della legge elettorale, simbolo di una nuova fase della politica italiana, sarà lui a riuscire a portarla a compimento, nella prossima legislatura. Il traguardo del Quirinale, in questo modo, potrebbe sancire la sua avvenuta mutazione: da capopopolo di una guerresca fazione a padre della patria, consacrato, se non unto, dal balsamo della grande riconciliazione nazionale.

Più facile, apparentemente, l’annuncio innovativo di quello che sarà il suo avversario, Walter Veltroni. Innanzi tutto il nome di un candidato che, per la prima volta, si presenta nella corsa a palazzo Chigi. Poi un partito nuovo, il Pd, che ha scelto il suo leader con un metodo inedito in Italia, le primarie. Veltroni, inoltre, aggiungerà a queste caratteristiche alcune innovazioni, esteriori ma non secondarie: un programma di pochi punti che dovrebbe far dimenticare le famose 278 pagine di quell’autentico inutile elenco del telefono che appesantì subito il governo Prodi e la promessa, in caso di successo, di un governo snello, con una forte riduzione di ministri. Ma, soprattutto, Veltroni annuncerà, sia pure con tutto il garbo che gli conosciamo, la rupture più significativa: quella dell’esperienza dell’Ulivo, la formula con la quale, per 15 anni, il centrosinistra, con alterne fortune, ha gareggiato nella competizione politica italiana. L’intesa con la sinistra radicale, prima di desistenza elettorale, poi, di alleanza organica nell’Unione, è stato il vincolo, nel bene e nel male, al quale si è legato il partito del riformismo italiano. Ora, aldilà di possibili intese tecniche al Senato, sembra si sia chiusa la lunghissima epoca, cominciata agli esordi della nostra Repubblica, nella quale, dalla sinistra del nostro paese, era stata sempre osservata scrupolosamente la regola di non avere mai nemici da quella parte.

La prossima campagna elettorale, così, si presenta già con una curiosa inversione di ruoli: là dove c’era l’annuncio di una novità dirompente ora c’è la promessa di un dialogo conciliante; nel campo di quella che era la continuità si avanzano, invece, brusche e potenzialmente dirompenti mutazioni. Se questi cambi di campo serviranno a ravvivare la campagna elettorale siano benvenuti. Speriamo solo che, come si diceva a scuola, cambiando l’ordine dei fattori, i risultati della politica italiana siano destinati a non rimanere immutati.
 
da lastampa.it
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« Risposta #6 il: Febbraio 08, 2008, 11:14:52 »

IL RETROSCENA

Paletti di Fini: ma sia un accordo di ferro

Silvio e Gianfranco: oggi l'incontro decisivo. Il leader vuole accelerare verso il partito unitario


ROMA — È come se la campagna elettorale avesse aperto le urne per il referendum, perché la mossa del Pd di andare da solo al voto ha innescato nel Polo un processo unitario. Proprio quel che aveva previsto Fini la scorsa settimana: «Se Veltroni terrà fede alla parola, allora dovremo semplificare anche noi il quadro delle liste nella Cdl». L'idea era stata suggerita a Berlusconi che aveva preso tempo. Ma di tempo non ne resta più, e ieri infatti il Cavaliere ha impresso un'incredibile accelerazione al progetto. Sotto la spinta dell'alleato è andato oltre, proponendo ad An una lista elettorale unitaria. Così l'incontro di oggi tra l'ex premier e Fini non sarà un colloquio come tanti, potrebbe essere il primo passo verso una decisione storica.

Perché Fini è pronto a discutere l'intesa, «a patto che la lista unitaria non sia un mero accordo tecnico, ma abbia un respiro politico». Traduzione: se unica sarà la lista, unici dovranno poi essere i gruppi parlamentari. Con la chiara prospettiva di procedere a tappe forzate verso il partito unitario, «un processo — secondo il capo di An — che non era stato archiviato, solo rinviato». Non sarà facile arrivare a un accordo nei tempi strettissimi che la campagna elettorale ha imposto. Ma tant'è. Bisogna sfruttare il momento. Fini vuol andare a vedere il gioco del Cavaliere, che punta a un «patto federato con la Lega», e allarga il gioco anche a Casini sostenendo che l'Udc dev'essere della partita, sebbene conosca già le obiezioni dei centristi e il loro «no».

Il partito unitario del centrodestra è stato la causa delle tensioni e degli scontri con Berlusconi, l'obiettivo che l'ex ministro degli Esteri ha sempre inseguito, prima con il referendum del '99 e poi con quello ammesso a gennaio dalla Consulta e spostato all'anno prossimo per via delle elezioni anticipate. Ora l'obiettivo referendario potrebbe realizzarsi senza ricorrere alla consultazione popolare, se davvero Forza Italia e An arrivassero all'intesa. Fini è tanto determinato a percorrere questa strada, quanto prudente a esporsi: «Prima va stretto un accordo di ferro» con il Cavaliere. Un accordo che passa dalla formazione dei gruppi unitari alla Camera e al Senato e deve prevedere anche un «patto» con i Democratici per la revisione dei regolamenti parlamentari all'inizio della prossima legislatura, così da evitare la successiva proliferazione dei partitini nei due rami legislativi. Perché anche di questo c'è bisogno. Sarebbe «una risposta all'antipolitica ».

Tuttavia i problemi sulla strada dell'accordo non sono pochi né di facile soluzione. Berlusconi — come al solito in questi casi — ha commissionato una serie di sondaggi per verificare quale sia la soluzione migliore. L'interrogativo intanto è se una lista unitaria rischi di prendere meno voti delle liste separate. C'è un precedente del 2006 che non è sfuggito a Palazzo Grazioli: allora la lista unica dell'Ulivo alla Camera prese molti più voti delle liste Ds e Dl che si presentarono divise al Senato. Semmai il Cavaliere e Fini arrivassero a un'intesa politica, ci sarebbero poi da sciogliere altri nodi: il primo riguarderebbe i «rapporti di forza» nelle liste unitarie. Berlusconi non intende far riferimento ai dati delle ultime elezioni, «visto che nei rilevamenti non siamo più al 24% ma oltre il 30%», e dall'altra parte An si valuta «intorno al 15%». Inoltre c'è il problema dell'election day: sarebbe complicato lo stesso giorno andare insieme al voto per le Politiche e trovarsi con i simboli dei partiti separati alle Amministrative. È vero però che le rogne maggiori in questo caso saranno del Pd, che andando da solo alle Politiche entrerà in conflitto con la Cosa Rossa, alleata alle Amministrative. «Sarà difficile spiegarlo agli elettori », spiegano nel Polo.

 Si tratta comunque di dettagli rispetto alla portata dell'eventuale intesa, che non consente giochi tattici. Gli interessi sono convergenti: Berlusconi punta a ottenere un doppio successo nelle urne, vincere le elezioni e superare nei consensi i Democratici; Fini mira all'obiettivo del partito unitario, il suo sogno nel cassetto, quello per il quale si è riservato di decidere cosa fare «da grande» in caso di vittoria: tornare alla Farnesina, puntare alla presidenza di una Camera, o ambire alla leadership della nuova forza politica. I punti da chiarire Fini vuole gruppi unitari alle Camere. E c'è il nodo dei rapporti di forza nelle liste: no di Berlusconi alle ultime elezioni come riferimento Gianfranco Fini, presidente di An.

Francesco Verderami
08 febbraio 2008

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« Risposta #7 il: Febbraio 12, 2008, 10:39:25 »

Il retroscena

Silvio e i sondaggi: Lega super, timori sui post dc

Nel report dell'ex premier l'insidia dei simboli nuovi e il ruolo dello Scudo crociato


ROMA — È il favorito, non c'è dubbio. E i sondaggi riservati che ieri ha trovato sulla scrivania continuano a darlo in netto vantaggio: con il blocco del Pdl attestato al 40%, con la Lega che raddoppia i consensi presi nel 2006, con il Pd che non riesce a sfondare il muro del 30%, con la Cosa Rossa sotto l'8%, «cannibalizzata per ora da Veltroni», e con l'Udc al limite della soglia del 4%, messa in difficoltà dallo stato d'incertezza in cui versa. Insomma, Berlusconi sembrerebbe proiettato verso una larga vittoria, e visti i dati potrebbe addirittura fare a meno di Casini. Perciò sta ponendo i centristi dinnanzi all'aut aut, perché parte nella trattativa da una schiacciante posizione di forza. Ma la lettura del report ha confermato al Cavaliere che sui risultati elettorali pesano ancora delle incognite, non legate solo alla scelta di allearsi o meno con i centristi. Intanto, come racconta un autorevole dirigente forzista che ha letto l'ultimo sondaggio, senza Casini ci sarebbero delle «criticità » sul Senato.

È vero che al momento il Pdl senza l'Udc avrebbe un margine a Palazzo Madama «tra i 10 e i 15 senatori», ma esisterebbero dei rischi per i premi di maggioranza regionali previsti dal «Porcellum»: in Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, e persino nel Lazio se anche Storace dovesse correre da solo. Ecco perché Berlusconi non ha ancora rotto gli indugi. Dovesse seguire l'istinto, smetterebbe di ascoltare i suggerimenti di Gianni Letta e del suo portavoce Bonaiuti, «visto peraltro che con Cuffaro e Mastella perdo voti». Insomma, non perderebbe tempo dietro ipotesi di mediazione. Tra queste c'è l'opzione di offrire all'Udc il collegamento all'alleanza in cambio di un «patto» — da annunciare prima del voto — di andare insieme alle Europee del 2009 con un'unica lista targata Ppe. Più che una via d'uscita per ora sembra una suggestione, di cui c'è traccia sull'ultimo numero del periodico Formiche, pubblicato però prima che scoppiasse la guerra tra i due (ex) alleati. Ma nel braccio di ferro con Casini c'è anche un altro motivo che frena il Cavaliere: è una questione di marketing. Elettorale, ovviamente. Secondo i suoi analisti di fiducia, le prossime elezioni saranno all'insegna del «tutto nuovo» per due fattori. Il primo è che gli schieramenti non saranno simili ai precedenti, e l'opinione pubblica sta cercando ancora di capire «chi si alleerà con chi».

È vero che lo scontro tra Berlusconi e Veltroni sta bipolarizzando la sfida a danno di tutti gli altri partiti, ma i primi test hanno sottolineato che tra gli elettori c'è una fase di disorientamento, causata dall'assenza dei «vecchi» simboli: dai Ds a Rifondazione, da Forza Italia ad An. Il fatto che siano cambiati a ridosso del voto è una scommessa, non a caso nel simbolo del Pd c'è un richiamo all'Ulivo e in quello del Pdl ci sarà il nome di Berlusconi a caratteri cubitali. I marchi «collaudati», in presenza di quelli nuovi, potrebbero avere dunque un peso. Secondo gli esperti berlusconiani la Lega ne trarrà grande beneficio, così come potrebbe trarne l'Udc con lo scudocrociato che da sempre è un valore aggiunto per ogni forza post dc. Perciò restano degli interrogativi che il Cavaliere sta valutando: quanto potrebbe lucrare nelle urne Casini da queste novità? E se i centristi andassero da soli, fino a che punto comprometterebbero il vantaggio del Pdl sul Pd al Senato? Al momento non è facile calcolarlo.

 Gli analisti giudicano «fondamentali» i sondaggi che si faranno a metà marzo con il facsimile della scheda elettorale, quando saranno chiari schieramenti e liste. Ma si deve attendere ancora un mese. Nulla è certo, così come non è chiaro se Pdl e Udc troveranno in extremis un'intesa. Per ora è solo guerra di posizionamento. Al Cavaliere è stato fatto notare che Veltroni, nel discorso di Spello, ha citato solo Moro, «un modo per attrarre i voti democristiani », mentre la Cosa Rossa sta attaccando il Pd definendolo «partito di centro»: «È un messaggio— diceva ieri Mussi — su cui insisteremo ». L'obiettivo è chiaro: far passare l'idea che il Pd non rappresenta più la sinistra. Berlusconi invece ne parla come del «partito di Prodi», per non far dimenticare «il fallimento del centrosinistra ». Su questa linea sta approntando un nuovo slogan: «Dovremo spiegare che il nostro sarà un "governo a progetto"». Perché gli elettori vogliono certezze sul timing delle leggi, e non avrebbero nemmeno gradito la riforma delle pensioni varata dal Professore. Anche questo dicono i sondaggi del Cavaliere. Francesco Verderami

Francesco Verderami
12 febbraio 2008

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« Risposta #8 il: Febbraio 19, 2008, 04:56:45 »

Il retroscena

Par condicio, prove di grande coalizione

Dietro l'altolà l'accordo in Vigilanza per la spartizione degli spazi nelle tribune elettorali


ROMA — L'offensiva dipietrista contro Mediaset ha messo ieri in difficoltà Veltroni e ha fatto traballare l'asse con il Cavaliere alla vigilia delle prime «prove tecniche» di larghe intese. Prove tecniche che inizieranno oggi in Parlamento e si consumeranno nell'accordo in commissione Vigilanza Rai tra Pd e Pdl per la spartizione degli spazi nelle tribune elettorali sulla Tv di Stato. È un'intesa alla quale gli sherpa dei due leader lavorano riservatamente dal giorno in cui Napolitano ha sciolto le Camere, ed è frutto di «interessi convergenti», di una «comune interpretazione » della par condicio, che sicuramente contrasta con quella delle altre forze politiche — dalla Sinistra arcobaleno all'Udc — e preannuncia uno scontro durissimo anche con Radicali e Socialisti.

Ma ieri Di Pietro ha rischiato di compromettere tutto.

La sua proposta di ridurre il Biscione a «una sola rete» ha scatenato la reazione del fronte berlusconiano contro Veltroni. Colto di sorpresa e imbarazzato, il leader democratico ha tentato di limitare i danni: anzitutto ha chiamato l'ex pm, invitandolo a rettificare e a «rispettare il patto di alleanza»; poi si è affidato a Follini, responsabile per le Comunicazioni del Pd, per «circoscrivere l'incidente » con una nota ufficiale. È stato un intervento tampone quello di Veltroni, inviperito per i contraccolpi politici determinati «dalla leggerezza con cui Di Pietro ha rilasciato quelle dichiarazioni », e preoccupato di «riproporre agli elettori un'immagine vecchia »: l'immagine cioè della coalizione prodiana del 2006, e di un leader che non riesce a governare la propria alleanza. Finora l'ex sindaco di Roma era stato abile a far dimenticare l'Unione e le sue beghe, così com'era stato abile a parlare di sistema televisivo davanti alla Costituente del Pd: sabato aveva affrontato il nodo Rai, rilanciando l'idea del ministro Gentiloni di «autonomizzare » il servizio pubblico dai partiti con la creazione di una «Fondazione ». Oltre non era andato, nè avrebbe voluto farlo. Invece il capo dell'Idv l'ha risospinto su «posizioni antiquate », riproponendo «logiche da espropri » che non hanno più senso: «Di Pietro — si è lamentato Veltroni con i suoi — si è accorto che è nata Sky? Che c'è il digitale terrestre? Che in prospettiva le reti analogiche non sono più il core business del settore?».

È vero. Ma è altrettanto vero che nella sfida di aprile per palazzo Chigi le reti analogiche restano ancora importanti. Perciò oggi in Vigilanza le due maggiori forze inizieranno un gioco di sponda sul regolamento delle tribune elettorali, basato sul voto incrociato di una serie di emendamenti su cui è stato raggiunto l'accordo. L'intento — secondo autorevoli fonti di entrambi i partiti — è garantire che Pd e Pdl sulle reti Rai «non siano danneggiati dalla par condicio». Nessuno accredita ufficialmente l'operazione. Il presidente della Commissione, Landolfi di An, si limita a dire: «Bisogna fare in modo che un "summum ius" — cioè la par condicio — non si trasformi in "summa iniuria" per partiti più rappresentativi ». E il capogruppo democratico Morri sottolinea come sia «ormai evidente che si è costruito un clima mediatico in cui la competizione per il governo del Paese passa tra Pd e Pdl». Più chiaro di così... A parti rovesciate Sinistra arcobaleno, Udc, Socialisti, Radicali e Destra temono di venir penalizzati nella tv di Stato dall'alleanza Veltroni-Berlusconi.

 E preparano le barricate sapendo che oggi si disputerà solo la prima fase del match: quella che regolamenta gli spazi di comunicazione fino al 10 marzo. Sarà soprattutto nella seconda fase che si accenderà lo scontro, perché si dovranno stabilire i tempi da assegnare nelle tribune Rai alle liste e alle coalizioni candidate, per il periodo che va dal 10 marzo fino al termine della campagna elettorale. Allora andrà stabilito se anche i programmi giornalistici — da Porta a Porta ad AnnoZero a Ballarò — dovranno usare il bilancino con «tutti» i partiti e con «tutti» i candidati premier: «È assurdo — sostiene il ministro Gentiloni — equiparare quei contenitori alle tribune, e pretendere un'assoluta parità. Il rischio è non consentire alla Rai di fare informazione». Ora che non ci sono più solo due coalizioni, Pd e Pdl si alleano contro gli alleati di un tempo e costruiscono le larghe intese sugli spazi in tv. Come dice il democratico Lusetti «competition is competition».

Francesco Verderami
19 febbraio 2008

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« Risposta #9 il: Marzo 06, 2008, 03:13:02 »

I numeri riservati danno al cavaliere solo sette senatori di vantaggio

Nostalgia per Casini e timori sul Senato

Il Pdl si sente in bilico in quattro regioni: a rischio Liguria, Lazio, Abruzzo e Calabria


ROMA — La nostalgia per l'alleanza con l'Udc è un sentimento che alberga nel cuore di molti dirigenti forzisti. Custodito con grande riservatezza, in queste ore viene alimentato dai calcoli che gli esperti del Pdl ripetono in modo maniacale. E che però danno lo stesso risultato: a Palazzo Madama, malgrado il netto vantaggio nei sondaggi, il margine non è quello di «30 senatori» annunciato in tv da Berlusconi. I numeri riservati dicono sette seggi. Il motivo? In alcune regioni importanti, dove il centrodestra è dato per vincente, il Pd paradossalmente ci guadagna in virtù dell'attuale sistema di voto.

Il caso più eclatante è la Lombardia, dov'è scontato il successo del Cavaliere, ma dove Veltroni potrebbe accaparrarsi tutti i seggi di «minoranza», dato che né l'Udc né la Sinistra arcobaleno dovrebbero raggiungere la soglia dell' 8%. Viceversa nelle regioni rosse, dove il rassemblement di Bertinotti è forte, il Pdl sarebbe costretto a dividere con lui i posti assegnati ai «perdenti». Insomma, nel gioco del «dare e avere» Berlusconi ci rimetterebbe.

Quello del Senato è un pasticciaccio brutto, ecco perché tra i forzisti si avverte il rammarico dello strappo con Casini. Se l'Udc fosse oggi alleato del Pdl la sfida con Veltroni sarebbe già chiusa. A suo tempo furono in tanti a cercare di evitare la rottura, da Gianni Letta a Bonaiuti, da Pisanu a Formigoni. E in questi giorni i discorsi di allora tornano sotto forma di sussurri. Dunque il divorzio è stato un errore? «Più che un errore è stata una scelta», commenta Gargani: «Sbagliare in politica — chiosa sibillino — è un'altra cosa, è sottovalutare gli effetti di una mossa».

Ieri Berlusconi non ha lasciato trapelare queste ansie, spiegando che lo strappo fu «deciso da Casini» e che senza di lui «al governo realizzeremo per intero il nostro programma». Ma il Cavaliere sa che al Senato rischia una maggioranza risicata, perciò vuole «gente affidabile» e «culi di pietra», perciò prepara una strategia mediatica d'attacco nelle quattro aree chiave del duello: Abruzzo, Calabria, Liguria e soprattutto Lazio, dove il vantaggio su Veltroni alla Camera è di 6 punti, mentre al Senato è solo dello 0,6%, per effetto del voto disgiunto che porterebbe gli elettori di sinistra a dare il voto utile al Pd. In queste regioni Berlusconi e Fini concentreranno la loro attenzione con iniziative comuni. In Campania invece non ci sarebbe storia: il leader democratico ieri ha ricevuto un sondaggio disastroso che dà il suo partito al 26,4%.

Epperò vincere potrebbe non bastare al Pdl per avere certezze al Senato. Certezze che nemmeno gli analisti possono dare, alle prese come sono con una variabile al momento indecifrabile: il «partito del non voto», accreditato del 26%. Per ora ci si limita ai flussi, che indicano un travaso di consensi dai democratici all'Udc, salita al 6% nei sondaggi. «Ma nel Pd l'emorragia sul territorio è molto più forte», secondo il leader del Pri Nucara: «Specie al Sud sono in libera uscita anche quadri dirigenti locali. È lì che il Pdl deve agire capillarmente per intercettare i consensi moderati. Veltroni ha fatto un gran casino con le liste».

Berlusconi nei colloqui riservati ha parlato anche del modo «cinico» in cui l'avversario ha «decimato » gli uscenti. Prova ne era ieri la delusione che si leggeva sul volto del deputato ulivista Khaled Fouad Allam. Scaricato senza convenevoli, l'intellettuale dice che tornerà a scrivere: «Mi hanno proposto di fare l'editorialista dell'Osservatore Romano». La mattanza sta per consumarsi anche nel Pdl. E se le liste verranno chiuse all'ultimo momento, sarà proprio per evitare che gli esclusi — soprattutto di An — tentino di accasarsi con la Destra di Storace. Scottato per le polemiche suscitate dalle voci sulla candidatura di alcune «veline», il Cavaliere ha scelto il profilo basso e optato per altri nomi. Raccontano si sia molto irritato per il caso scoppiato sulla Yespica, e per la battuta della soubrette, che si era detta pronta a votare per Veltroni: «Hai capito questa signora...». Ma non è a lei che Berlusconi sta pensando in queste ore. Semmai a Casini.

Francesco Verderami
06 marzo 2008

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« Risposta #10 il: Marzo 07, 2008, 03:13:49 »

Il retroscena

Ma Clemente pensa al ritorno

«Farò come Bossi, la Lega del Sud»

Lega e An: fermati un giro. E lui: che ci vado a fare a Strasburgo?


ROMA — Ora Mastella non c'è più. Se n'è tornato ieri a Ceppaloni, «che sarà la mia ridotta, la ridotta del Sannio», dalla quale ripartirà tra una settimana, un mese, un anno, è ancora da vedere. Ma ripartirà Mastella, prendendo esempio da Bossi: «E come Umberto ai suoi esordi, farò una Lega campana, inizierò dal territorio, con pochi amici. Da lì riprenderò a far politica, perché senza non so vivere». Ora che Mastella non c'è più, probabilmente scompariranno i suoi detrattori, quelli che lo schernivano per la sua villa, per la piscina a forma di cozza che tutti hanno visto perché tutti sono stati suoi ospiti. Tutti hanno visitato la casa del mostro.

Il giorno in cui si sposò il figlio, c'era di fatto l'intero governo, con Prodi in prima fila. Al rito religioso la chiesa era così stipata che a un certo punto il ministro degli Esteri decise di prender aria, proprio mentre l'officiante salutava i presenti: «Saluto il presidente del Consiglio, il vice segretario D'Alema... », disse confondendosi. E Fassino, che non si era mosso, in quel clima di allegria regalò una battuta al vicino di banco: «Così impara Massimo ad andar via prima. È stato immediatamente declassato». Chi non è stato a Ceppaloni, ha aperto a Mastella le porte di casa. Un anno fa al Campidoglio — quando da sindaco di Roma si preparava a diventare leader del Pd — Veltroni lo ricevette per una colazione servita da camerieri in guanti bianchi, e per proporgli di allearsi: «Insieme, Clemente. Insieme per un nuovo Ulivo». Ora l'Ulivo non c'è più. E nemmeno Mastella. Chi è cresciuto alla scuola democristiana ha imparato che in politica non esiste l'amicizia, e che la gratitudine è il sentimento del giorno prima.

Il giorno dopo, il giorno della crisi di governo, D'Alema lo incrociò al Senato e non lo degnò neppure di uno sguardo: «Nemmeno mi saluta chillu str... Dopo tutto quello che ho fatto anche per lui». Per lui e per altri. Quando seppe che la moglie stava per essere arrestata, chiamò Prodi in lacrime chiedendo conforto, confidando in chissà cosa. «Speriamo vada tutto per il meglio», gli sussurrò il premier: «Ti faccio i miei migliori auguri». A un meridionale come lui parve una solidarietà di rito: «E dire che mi sono attirato gli attacchi del pm De Magistris pur di difenderlo da quell'assurda inchiesta calabrese ». È stato allora che Mastella ha smesso di essere un politico. Dal giorno in cui gli hanno toccato «Sandra» ha smesso di far roteare gli occhi, caratteristica che Berlusconi colse quando lo conobbe: «Appena gli dicevo una cosa, iniziava a muovere lo sguardo da destra a sinistra, da sinistra a destra, come un tergicristallo. In quei momenti, secondo me, lui pensava: "Mi conviene, non mi conviene"...».

Perché non c'è dubbio che l'ex ministro del Professore e del Cavaliere ha lucrato per anni nel gioco di Palazzo, con una tale durezza che alla vigilia delle elezioni del '96 spaccò una sedia del Settecento ad Arcore per una disputa sui seggi con Berlusconi. Quella lucidità è andata persa nell'ultima trattativa. Il desiderio di trovare riparo per sé e la sua famiglia lo ha indotto a rompere con Prodi e a sottoscrivere senza alcuna cautela un accordo che il leader del Pdl non ha poi mantenuto. È vero, ha trovato tre fieri avversari: Fini, Maroni e i sondaggi, che lo indicano come un appestato. Raccontano però che il leader di An e anche Bossi (più disponibile ad accoglierlo) gli avessero consigliato di «fermarsi un giro»: «Fermati Clemente, alle prossime regionali in Campania vedremo di trovare un'intesa su tua moglie. Fermati Clemente, poi ti rilanci alle Europee». «E che faccio a Strasburgo, mi iscrivo alla commissione Caccia e Pesca come D'Alema?».

Esaurita ogni possibile mediazione — l'Mpa di Lombardo, la Dc di Pizza — il Cavaliere ha smesso di rispondergli al telefono e l'ha girato a Letta: «Gianni, parlaci tu. Sono a disagio, non so che dirgli». Un giorno che Letta non c'era, è stata la moglie a togliere dall'imbarazzo Berlusconi. È stata Veronica a parlare con la moglie di Mastella. Nei frangenti difficili le donne sanno dire quel che gli uomini temono di pensare. Casini, per esempio, anche lui ha detto no a «Clemente», dopo averlo pubblicamente elogiato in questi anni: «È una forza della natura, è inaffondabile». De Mita invece voleva aprirgli le porte, «come si fa con un figliol prodigo». Alla fine nessuno l'ha voluto: «L'infamia e l'isolamento mi stanno distruggendo». Perciò se n'è tornato a Ceppaloni, convinto che — siccome non c'è più — non ci saranno più politici su voli di Stato da fotografare, raccomandazioni nelle Asl da denunciare, nemmeno piscine a forma di cozza da criticare. Fino al prossimo mostro. O forse fino al ritorno di Mastella. Nel 2006 Alle Politiche 2006 l'Udeur ha ottenuto circa cinquecentomila preferenze in ciascun ramo del Parlamento. Il partito guidato da Clemente Mastella aveva conquistato anche un seggio alle elezioni Europee del 2004

Francesco Verderami
07 marzo 2008

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« Risposta #11 il: Marzo 11, 2008, 09:05:01 »

Inchiesta sull’editore per i contributi durante il governo Berlusconi

L’idea di Silvio gela l’idillio con Fini

Caso Ciarrapico: filtra la voce che il regista della candidatura nel Pdl sia Gianni Letta

 
Il «caso Ciarrapico» coglie in contropiede il Pdl, toglie a Berlusconi il vantaggio di chi stava sfruttando gli errori e gli affanni del Pd, offre a Veltroni l’appiglio per mettere sulla difensiva l’avversario, provoca l’indignata reazione della comunità ebraica, ma soprattutto spezza l’incantesimo del «nuovo idillio» tra il Cavaliere e Fini. Le parole usate dall’imprenditore sul fascismo mandano in frantumi l’immagine della convention elettorale di Milano, e sono la causa dello scontro tra i due alleati. In realtà le frizioni erano iniziate con l’inserimento di Ciarrapico nelle liste del Pdl al Senato, un rospo che Fini aveva dovuto ingoiare.

Ed è proprio attorno a quella scelta che resta un alone di mistero, con molti passaggi ancora oscuri. È vero—come filtrava ieri da palazzo Grazioli — che sarebbe stato Gianni Letta a imporlo, così da «drenare voti alla Destra di Storace», impegnata a rosicchiare «con successo» i consensi di An? Oppure è vero quanto raccontano fonti autorevoli di Forza Italia, e cioè che la candidatura sarebbe stata decisa personalmente da Berlusconi? L’ex premier — preoccupato di perdere il Lazio — più volte avrebbe incontrato l’editore negli ultimi tempi per offrirgli il seggio. E comunque, è possibile che Fini abbia saputo solo all’ultimo momento della candidatura, nonostante i contatti quotidiani con l’alleato, e malgrado al tavolo delle liste sedessero anche dirigenti del suo partito? È certo che a Storace era giunta voce già la scorsa settimana, tanto che durante un pranzo — presente donna Assunta Almirante — se l’era presa con il Cavaliere per il «colpo basso».

Così com’è certo che ieri mattina Berlusconi non si era ancora reso conto del danno causato dall’intervista di Ciarrapico su Repubblica. «Non andiamo dietro le solite polemiche montate dalla sinistra », era esploso: «A parte il fatto che anche loro a Roma hanno avuto rapporti con lui, agli elettori queste cose non interessano. La gente pensa a come arrivare a fine mese, altro che storie». La storia del «caso Ciarrapico» era invece solo agli inizi, perché Fini— a cui l’imprenditore è a dir poco inviso—s’infuriava. E le conversazioni al telefono con l’alleato sembravano la riedizione degli scontri di pochi mesi fa. La prima smentita di Ciarrapico — frutto di un lavoro di mediazione complicato — non serviva a smorzare il caso, che assumeva per il Cavaliere un’altra dimensione quando anche Bossi usciva allo scoperto, chiedendo la testa del candidato. Poche ore prima Maroni aveva chiamato il leader di An per avere chiarimenti. «È un’idea tua, Gianfranco?». «Quella è l’ultima persona al mondo che avrei messo in lista. È un’idea di Forza Italia ». «Ma a cosa serve?». «Se ti dicono che serve per prendere voti a Storace, non ci credere», aveva risposto sibillino Fini. Maroni non si capacitava, «così si cancella tutto il vantaggio mediatico accumulato sul Pd.

Ma come: Veltroni è in mezzo a una strada con il caso Calearo, perde voti per la polemica con i Radicali, e noi ci mettiamo nei guai da soli? Che poi queste cose magari a Roma non fanno effetto, ma sopra la "linea Gotica", al Nord, rischiano di farci pagare pegno». Nel frattempo si era scatenato il finimondo nella comunità ebraica e già la Nirenstein, candidata con il Pdl, si era pubblicamente scagliata contro Ciarrapico. Insomma, più che gestire l’offensiva del Pd, il centrodestra doveva sminare l’ordigno confezionato in casa. Un altro candidato della comunità, Ruben, presidente dell’Anti Defamation League, esterrefatto chiedeva lumi, e s’imbatteva nel malumore di Fini: «Alessandro, tu sai cosa ho fatto per cambiare il profilo della destra. Ora arriva questo... Così facevo prima a tenermi Storace». Poco dopo a chiamare Ruben era un Gianni Letta che si diceva «imbarazzatissimo», che ripeteva «sono da sempre vicino alla comunità ebraica, sono amico di Israele», e che prometteva — come già aveva fatto Fini—di «intervenire energicamente». Anche dentro Forza Italia il clima s’infuocava, perché il «Ciarra» in quel partito non si è fatto molti amici: Tajani ha una querela in corso; il senatore uscente di Latina, Fazzone, ricandidato, da tempo è oggetto di una campagna di stampa ostile da parte dei giornali locali dell’editore...

In molti insomma attendevano l’annuncio di un suo ritiro. Invece, l’unica concessione che Ciarrapico ha fatto, è stata una presa di posizione contro le leggi razziali fasciste. Ma non è questo il suo solo tallone d’Achille. Sono i suoi problemi giudiziari che in campagna elettorale potrebbero rivelarsi un boomerang per il Pdl. Ciarrapico infatti — famoso per il ruolo di mediatore sul «lodo Mondadori» tra Berlusconi e De Benedetti—è attualmente indagato dalla procura di Roma, che a dicembre dispose una serie di perquisizioni nei suoi confronti per un’inchiesta sui contributi per l’editoria nel periodo 2002-2005, cioè quando il Cavaliere era al governo. Secondo l’accusa, gli incartamenti prodotti per ottenere i contributi avrebbero «indotto in errore» la presidenza del Consiglio, e avrebbero consentito all’editore di incassare oltre 22 milioni di euro in più rispetto al dovuto. Come non bastasse, sarebbe in corso un’indagine a suo carico per evasione fiscale. È iniziata la campagna elettorale. Veltroni ringrazia Berlusconi per il «regalo».

Francesco Verderami
11 marzo 2008

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« Risposta #12 il: Marzo 22, 2008, 09:42:57 »

Ma resta la diffidenza vero la mossa del cavaliere

Alitalia: Rutelli «tentato» dalla via italiana

Il vicepremier spera in un sussulto dell'imprenditoria nazionale per salvare la compagnia

Ora che Berlusconi rilancia la sua vecchia idea, Rutelli non rivendica il copyright e confida in un «sussulto dell'imprenditoria nazionale» per Alitalia.

Nel vice premier albergano sentimenti contrastanti: c'è il desiderio che «Az» resti italiana, e c'è la diffidenza verso il Cavaliere, il timore che la sua mossa sia solo una «manovra elettorale». «Ma se davvero è in grado di costituire una cordata in tempi brevi, lo faccia. Certo, quando gli sento chiedere un prestito ponte per l'operazione, quando gli sento dire che anche i suoi figli ne potrebbero far parte, mi domando se lui pensi che al governo ci sia gente con gli orecchini al naso». Rutelli non accenna al conflitto d'interessi, si limita a evocarlo. D'altronde non è ora di polemizzare, sebbene sostenga che «la crisi di Alitalia» sia diventata «irreversibile » con Berlusconi a Palazzo Chigi. Avrebbe tanti «rospi da sputare», «penso al modo in cui vennero dirottate molte rotte dall'hub naturale di Fiumicino su Malpensa, che era e resta senza infrastrutture ». «Penso agli imprenditori che mi dicevano di non voler mettere piede in quell'hub ». «Penso alla concorrenza creata proprio dagli altri scali lombardi...». Nessuno però può scagliare la prima pietra, e se si potesse capitalizzare un euro per ogni errore commesso da politici e manager, oggi Alitalia sarebbe in attivo. Invece è stretta tra l'offerta di Air France - che anche Rutelli considera «bassa» - e il rischio di fallimento. A meno che la terza via annunciata da Berlusconi non diventi realtà, «e sarei felicissimo se ci fosse un soprassalto di energie delle forze produttive, finanziarie e industriali italiane», giura Rutelli: «A suo tempo chiesi di investire su Alitalia. "Costituite una cordata - dissi a molti - oppure perderemo la compagnia". Tutti si negarono, non meno dei partner asiatici che pure il governo Prodi cercò con ostinazione. Chissà, oggi che il nodo va sciolto o tagliato, potrebbe esser maturato un sussulto di consapevolezza. Meglio tardi che mai. Sarebbero benvenuti». A patto però che «si tratti di un progetto industriale forte e abbia una partnership internazionale. Perché Alitalia non può ridursi a una compagnia regionale». Niente giochini, «nessuno pensi di far fallire la società. Se la cordata esiste, bene. Altrimenti c'è Air France», che il candidato sindaco di Roma definisce «il male minore ». Ma chi lo spiegherà ai sindacati, ostili al «ricatto» dei transalpini, e al «fronte del nord» che ha compattato addirittura Lega e Confindustria? Il vice premier ritiene che i sindacati «preferiranno trattare con Spinetta, piuttosto che veder saltare tutto per aria», e quanto a Malpensa «c'è ancora lo spazio perché si affermi come hub settentrionale e del traffico business ».

PRIORITA' IL «SISTEMA NAZIONALE» - La priorità è comunque «il sistema nazionale »: «Per un Paese con 60 milioni di abitanti, milioni di imprese, e un flusso turistico formidabile, serve una partnership che tuteli questi interessi e non li pieghi al servizio di un'altra strategia nazionale. In tal senso Air France dà garanzie». Certo, Rutelli ammette che «l'ultima offerta è stata ridimensionata», riconoscendo così il primo errore del governo, che concesse la trattativa in esclusiva ad Air France: «Quello è stato un limite. Sollevai il tema in Consiglio dei ministri, dissi che per le grandi cessioni c'era bisogno di tenere aperta la competizione». AirOne era il competitor, «invece Toto non ebbe nemmeno accesso alla due-diligence ». Rutelli tuttavia precisa che «l'offerta era comunque debole, sia sul piano finanziario, sia priva di un partner internazionale ». Ora la compagnia potrebbe rientrare in gioco, ma serve «chiarezza» per evitare che su una scelta delicatissima si innesti una speculazione elettorale. Epperò è stato il governo a fornire il formidabile assist a Berlusconi. Rutelli lo sa e lo dice: «Sul timing della trattativa e sulla sua gestione politica, è preferibile stendere un pietoso velo». In un solo colpo il governo si è trovato contro Confindustria, i sindacati e i due terzi del Parlamento. In un solo colpo ha procurato un grave danno alla «rimonta» di Walter Veltroni, che è furibondo con il premier e il ministro dell'Economia: «È vero che la partita su Alitalia è durissima - sospira Rutelli - ma l'idea di giocarla mentre è in corso la campagna elettorale, e senza costruire il consenso, è roba da masochisti. Questa non è la vendita di un centro commerciale.

Che in aprile si sarebbe votato avrebbero dovuto saperlo anche i ministri che non si candidano alle elezioni». E Padoa Schioppa non poteva non sapere... 

Francesco Verderami
22 marzo 2008

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« Risposta #13 il: Marzo 29, 2008, 06:50:26 »

Il capo della Lega e gli scenari del dopo 14 aprile

E Casini lodò Umberto: solo lui ha testa politica

L'elogio del leader centrista all'ex alleato.

I due, che da alleati vivevano da separati in casa, ora si scambiano messaggi


Quando erano alleati Bossi e Casini vivevano da separati in casa. Ora, da avversari, si scambiano messaggi. Bossi ha inviato un segnale a Casini, prospettando «un nuovo accordo e un nuovo rapporto» con l'Udc in caso di pareggio. Quel segnale il leader dei centristi l'ha ricevuto, e riconosce al Senatùr di essere «un vero animale politico, uno che ha testa, uno che si dimostra più furbo di Fini, e che ha capito l'errore commesso da Berlusconi ». Oltre non può né vuole andare, «farei harakiri se solo ipotizzassi un ritorno all'alleanza con il Cavaliere». D'altronde, all'indomani del divorzio, nessuno gli dava credito, nessuno scommetteva sulla sua sopravvivenza. Oggi invece il suo posizionamento al centro è redditizio, perché — nonostante l'emorragia di dirigenti passati nel Pdl — i sondaggi gli attestano numeri lusinghieri, e da alcuni studi emerge un ricambio di elettori per il suo partito, misurato «tra il 20 e il 30%»: «È la prova di come stiamo drenando al Pd quei voti che un tempo erano della Margherita».

Ecco perché Casini fa mostra di scartare l'opzione bossiana, e per allontanare da sé ogni sospetto, ha in programma di attaccare «a testa bassa quel furbacchione di Umberto». Però con i fedelissimi ha analizzato la sortita del leader leghista: «Dà l'idea che anche lui colga i limiti dell'operazione Pdl». È in prospettiva che quel messaggio va interpretato. E se davvero le urne consegnassero un pareggio, Bossi e Casini avrebbero interessi convergenti: entrambi sono contro l'inciucio tra Berlusconi e Veltroni, entrambi ritengono che l'inciucio non ci sarà, ed entrambi vorrebbero capitalizzare la loro forza. A partire dalle riforme, visto che il Senatùr vorrà vigilare dalla poltrona del ministero, e visto che il segretario dell'Udc Cesa continua a sottolineare «l'asse di ferro stretto con la Lega per una legge elettorale proporzionale». Si vedrà. Per i centristi dipenderà dall'esito del voto, da come il voto si tramuterà in seggi, dai seggi che eventualmente riusciranno a conquistare al Senato... «È un investimento sul futuro», spiega Casini, che aspetta di conoscere il responso delle urne per capire «se il Pd è un partito davvero solido o se è a rischio smottamento dopo le elezioni, magari per un brutto risultato ». Insomma, al momento sono troppe le variabili, ed è impossibile poterle calcolare tutte.

Ma ieri l'ex presidente della Camera ha di fatto risposto al segnale di Bossi: la proposta di un «governo dei migliori» per la prossima legislatura, era un segnale criptato, un modo per dire che in caso di pareggio si potrebbe arrivare a un'intesa, ma senza il Cavaliere a palazzo Chigi. «Piuttosto Gianni Letta ». Ognuno in questa fase marca il proprio territorio e manda messaggi per posizionarsi. Il fatto che Bossi abbia aperto all'Udc non è questione di poco conto, «è un atteggiamento molto serio e consapevole », commenta Cesa: «È il realismo politico di chi conosce i dati». I dati raccontano che la partita di palazzo Madama è tutt'ora aperta, «e credo — prosegue Casini — che anche Berlusconi abbia capito il grosso errore compiuto con noi. Quando si appella al voto disgiunto e chiede ai nostri elettori di votare per lui al Senato, dà una dimostrazione di debolezza». Lo aveva previsto Bossi, che ai tempi della rottura chiamò il leader centrista esortandolo a non fare «una stupidaggine»: «È una stupidaggine, Pier». «Non parlare con me, rivolgiti a qualcun altro».

E il Senatùr lo fece: «Saranno pure i soliti democristianoni, Silvio, ma sono sempre restati nel centrodestra. E con loro si vince facile». In quei giorni le provò tutte. Cesa ricorda «le telefonate di Calderoli, che da Bossi aveva ricevuto il mandato di trovare assolutamente una soluzione, un compromesso». Niente da fare. « Primum vivere », divenne il motto di Casini, che lo sussurrò all'orecchio di un dirigente del Pd: «L'importante è arrivare in Parlamento, e noi ci arriveremo. Poi cambierà tutto». Qualcosa sta già cambiando, e il segnale di Bossi rivela anche una fase di forte attrito con il Cavaliere. Il capo leghista chiede garanzie, vuole anzitempo prenotare i posti nel governo. Una marcatura così asfissiante che nei giorni scorsi Berlusconi è andato in escandescenze. Ma finché «Silvio » non cederà, «l'Umberto» gli farà il controcanto: su Alitalia, sul duello tv, e anche su Casini...

Francesco Verderami
29 marzo 2008

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« Risposta #14 il: Aprile 08, 2008, 06:08:19 »

Sfiorata la rissa tra Cota e Crosetto durante un incontro pubblico a Cuneo

Dispetti ai comizi, la Lega sfida gli alleati «Vogliamo un governatore e il Viminale»


E’ vero quanto dice Berlusconi, che tra lui e Bossi c’è «un rapporto speciale».
Solo che in politica il Senatur è abituato a non far sconti, nemmeno all’«amico Silvio», e il Cavaliere a volte se ne lamenta perché l’atteggiamento del leader leghista gli ricorda quello di Murdoch: «Rupert— spiegò— sostiene di essere mio amico, poi però cerca di aggredire Mediaset». Più o meno quel che sta facendo il Carroccio in campagna elettorale con il Pdl.

Qualche sera fa a Barge, paesino della provincia di Cuneo, durante un comizio si è sfiorata la rissa tra alleati. Era accaduto che il segretario piemontese della Lega, Cota, avesse arringato la piccola folla in questo modo: «Votate il Carroccio perché così il Carroccio terrà in riga Berlusconi». Crosetto, responsabile regionale azzurro, era rimasto esterrefatto. E visto che l’alleato non la smetteva, è salito sul palco e gli ha risposto a muso duro: «L’unico problema è mettere in riga Cota. Se la Lega tornerà al governo e potrà rilanciare le riforme federaliste che ci stanno a cuore, dovrà dire grazie a Berlusconi». Il dirigente forzista non smentisce l’episodio, si limita a rilevare che «in effetti i leghisti sul territorio sono un po’ aggressivi».

Lo sono eccome, e hanno una forte capacità penetrativa. Tanto che la segretaria dell’Ugl Renata Polverini — tornata da un tour al Nord — ha raccontato ad alcuni dirigenti del sindacato di aver sentito «tanti nostri iscritti decisi a votare Lega». Il metodo, per quanto artigianale, coincide con i rilevamenti di molti istituti di ricerca. Per uno di questi il Carroccio è in crescita costante da un mese, una novità rispetto ai test di ogni precedente consultazione, test nei quali la Lega aveva sempre avuto una flessione nelle settimane a ridosso del voto. Stavolta non è così. E comunque tutte le società demoscopiche la accreditano tra il 5 e il 6%. Tremonti spiega che il «successo» della Lega è dovuto «alla capacità di Bossi di aver fatto passare l’immagine di un movimento in cui convivono rivoluzione e capacità di amministrazione».

Il fatto è che il Carroccio continua a erodere voti al Cavaliere anche per la visibilità e la notorietà del simbolo. Perciò Berlusconi ripete ossessivamente ai suoi candidati di pubblicizzare il marchio Pdl. Insomma, «Silvio» sarà pure «un amico», ma per il Senatùr «competition is competition» al Nord. E ci sarà un motivo se da un paio di settimane lo liscia in contropelo. Berlusconi lancia l’idea della cordata italiana per Alitalia? Bossi commenta che «è difficile riuscirci». Berlusconi rifiuta il duello tv con Veltroni? Bossi dice che «avrebbe fatto meglio ad accettarlo ». Berlusconi attacca l’Udc? Bossi sostiene che «dopo le elezioni dovremo rimetterci insieme a Casini». E soprattutto: Berlusconi rimanda a dopo il voto il tema della lista dei ministri? Bossi annuncia che «io andrò al dicastero delle Riforme».

Perché questo è uno dei contenziosi aperti, se è vero che alcune settimane fa il confronto tra i due è stato piuttosto ruvido, con il capo del Carroccio fermo nel chiedere per il suo partito una poltrona di governatore al Nord e il ministero degli Interni a Roma. Il Cavaliere ha messo le mani avanti per la Lombardia: «Formigoni non si muove. Ci sarà anche l’Expo di Milano da gestire ». E ha rinviato le trattative sul governo: «Ne riparliamo dopo il voto. Non ci ho messo ancora la testa». Sarà, intanto Bossi per sicurezza gli ha lasciato un post it. Lo si capisce dal modo in cui Maroni—che è stato titolare degli Interni nel ’94 — si schermisce sulla questione: «Noi sappiamo accontentarci. Certo, se ci offrissero il Viminale non diremmo no. Tutto dipenderà dal risultato elettorale». Appunto. E il Carroccio sarebbe determinante al Senato qualora Berlusconi approdasse a palazzo Chigi.

«Silvio» ieri ha chiamato «Umberto » dopo la battuta sullo stato di salute del leader leghista che gli impedirebbe di tornare al governo. Il Cavaliere, come al solito, ha detto di esser stato «male interpretato», e Bossi come al solito ha detto di credergli. Tranne poi alzare la posta sul federalismo fiscale, «che andrà varato entro l’estate se vinceremo ». C’è da scommettere che fino a sabato tra i due ci sarà ancora qualche scintilla. È possibile si tratti di un gioco delle parti, servirebbe a smentire l’asse del Nord e consentirebbe a Berlusconi di conquistare i voti moderati al Centro-sud, necessari per vincere - ad esempio - nel Lazio. Ed è indubbio - come sottolinea Maroni - che «gli attacchi del Pd ci giovano». Casini l’ha intuito, infatti ha derubricato la polemica sui «fucili leghisti» a «folklore». Il Cavaliere invece, piccato dai sondaggi, ha assunto «uno stile ciampiano», come ironizza un autorevole dirigente forzista. L’irritazione verso l’«amico» Bossi è autentica, quanto indistruttibile è la loro alleanza.

Francesco Verderami
08 aprile 2008

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