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1  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: TAVOLO delle PROPOSTE e NOTE per il GRUPPO. inserito:: Luglio 03, 2008, 12:22:53 am
Ma io il biglietto per andare sul Titanic non lo volevo comprare.
Questo è il primo pensiero che mi viene leggendo l'articolo di Alessia Grossi sull'Unità.
E' preciso e descrive molto bene la situazione attuale.
I signori che hanno votato nel 2001 e nel 2008 la destra avranno sulla coscienza una delle crisi sociali più profonde che abbia mai attraversato questo giovane Paese, ma l'intensità sarà degna di segnare un'epopea.
Esercito in strada e crisi sociale alle porte ....... c'è legna per dire tanto.
2  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: Tavolo n° 2 Straordinari... inserito:: Luglio 02, 2008, 05:39:18 pm
Ovvio che la firma mi onora. Per me nulla osta.
3  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: Tavolo n° 2 Straordinari... inserito:: Luglio 02, 2008, 01:03:21 pm
Confermei la necessità di avere firme più collettive possibile per un'infinità di ragioni.
4  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: ANTIMAFIA - Ipotesi per un tavolo di lavoro inserito:: Luglio 02, 2008, 12:20:12 am
Vivo a Bari e qui si sente chiaro nell'aria che la vita è bloccata, non si capisce bene il potere quale sia se i potentati legati alla gestione della cosa pubblica o se la malavita organizzata o tutte e due insieme.
Intanto ho ritrovato questo spunto che mi sembra interessante nel mentre cerco di ritrovare il dossier originale.
Citazione di: INFORM su Dossier Eurispes su N'drangheta calabrese
INFORM - N. 103 - 21 maggio 2008

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CRIMINALITA’ ORGANIZZATA

L’Eurispes presenta il Dossier 2008 sulla ‘Ndrangheta calabrese

Un giro d’affari di 44 miliardi di euro per l’anno 2007, 131 cosche attive sul territorio regionale ma con una forte proiezione a livello mondiale.

Fara (presidente Eurispes): “Un vero e proprio Stato nello Stato, che deve preoccuparci in vista del funzionamento del nostro sistema economico e democratico”

Macrì (Direzione nazionale antimafia): “Un problema che riguarda il destino del Paese e dell’Unione Europea”

 

ROMA – Un giro d’affari che ammonta a 44 miliardi di euro per l’anno 2007 – tanto quanto il Prodotto interno lordo di Estonia e Slovenia messe insieme – quello all’attivo della ‘Nrangheta calabrese stimato nel Dossier “’Ndragheta Holding” curato dall’Eurispes e presentato stamani a Roma presso la sede della Federazione nazionale della stampa italiana.

“Un valore che, pur approssimando per difetto, è pari al 3% del Pil italiano – ha detto Gian Maria Fara, presidente dell’Istituto di ricerca – e che contribuisce a far giungere il fatturato complessivo delle organizzazioni criminali in Italia a 175 miliari di euro, configurando un vero e proprio Stato nello Stato, che deve preoccuparci in vista del funzionamento del nostro sistema economico e democratico”.

Sono dati fortemente allarmanti quelli che emergono da quest’analisi focalizzata sullo sviluppo della criminalità organizzata in Calabria nel corso degli ultimi anni e che pur tuttavia non occupano lo spazio che sarebbe necessario negli spazi di informazione, per cercare di capire maggiormente da un lato quale evoluzione le varie organizzazioni di stampo mafioso stanno con il tempo subendo e dall’altro, per intavolare una serio confronto sui mezzi più efficaci a contrastare il fenomeno.

Proprio per stimolare questa attenzione la presentazione del Dossier si svolge a Roma, nella sede della Fnsi, come ha ricordato lo stesso presidente Roberto Natale. “Noi giornalisti abbiamo un interesse diretto a che l’argomento venga trattato in questa sede – egli ha detto, aprendo l’incontro – proprio perché il farsi carico di questo tipo di informazioni si intreccia con la nostra responsabilità professionale. Sempre più spesso invece i fenomeni che vengono trattati sui media sono condizionati dalla loro sensibilità alla spettacolarizzazione e sempre meno invece selezionati in base alla loro rilevanza sociale”. Natale ha ricordato inoltre che, proprio mentre il tema della sicurezza sembra invadere tutti i canali informativi, non bisogna perdere di vista la relazione che l’aumento della criminalità organizzata intrattiene con la problematica.

Fara ha aggiunto quanto “la trascuratezza sia un atteggiamento che riscontriamo anche a livello istituzionale per un fenomeno come quello della’Ndrangheta che sta diventando sempre più forte e potente, per la sua capacità di riproduzione, la sua proiezione a livello internazionale e la sua impermeabilità. Pochi sono i pentiti della mafia calabrese perché è un’organizzazione a carattere fortemente familiare, in cui qualsiasi movimento innesca reazioni a catena difficilmente controllabili”. “Forte è poi la sua presenza, dovuta proprio a questa matrice familiare – ha aggiunto Fara – anche nei luoghi di insediamento dell’emigrazione calabrese all’estero, in Canada, in Australia o in Nord Europa”.

Su una quantità di Pil calcolato per l’Italia nell’ordine di 1.535 miliardi di euro, sommando il fatturato riconducibile all’economia sommersa nel nostro Paese – circa il 35% del Pil per un totale di 540 miliardi di euro – con il Pil afferente alle organizzazioni criminali, si giunge al totale di 700 miliardi di euro di questa economia nascosta. “L’economia criminale finisce per inquinare anche i percorsi dell’economia sana – ha concluso il presidente dell’Eurispes – e la nostra intenzione, attraverso questo Dossier, è di lanciare un segnale di allarme alle istituzioni perché, a seguito di questi numeri, sappiano far fronte alle difficoltà, mettendo a disposizione delle forze dell’ordine più mezzi per il contrasto delle mafie”.

Raffaele Rio, presidente dell’Eurispes Calabria, ha riassunto i dati più scottanti della documentazione, a cominciare dall’analisi dei proventi del fatturato della ’Nrangheta, derivanti da impresa e appalti pubblici, prostituzione, estorsione e usura, armi, ma anche traffico di medicinali e tabacco, manodopera preveniente dall’immigrazione clandestina, contraffazione, ecomafie e sofisticazioni alimentari. “E’ però il traffico di sostanze stupefacenti – ha detto Rio – la maggior fonte di profitto per le cosche calabresi: 27.240 miliardi di fatturato proviene da esso, il 62% circa del totale”. Gli omicidi riconducibili a motivi di associazione di stampo mafioso, che più incidono sul versante della sicurezza, sono stati in Calabria, negli anni dal 1999 al 2008, 202, registrando un aumento del 667%. In particolare la provincia di Crotone detiene il triste primato degli omicidi di stampo mafioso, seguita da Catanzaro e Reggio Calabria.

“Sul totale di tutte le intercettazioni svolte in Italia – ha aggiunto Rio, passando all’analisi dei dati sull’attività di contrasto alla ‘Nrangheta, – il 13,3% avviene nella Regione, mentre il valore del patrimonio sequestrato e confiscato alle cosche ‘ndrine ammonta a 231 milioni di euro sugli oltre 5,2 miliardi di euro confiscati dalla Direzione investigativa antimafia su tutto il territorio nazionale. 131 sono le cosche attive in Calabria e 38 sono i comuni sciolti in questi anni a causa di infiltrazioni mafiose su 409”. Infine, una sezione dell’analisi è stata riservata alla percezione della presenza e delle attività delle organizzazioni criminali da parte della popolazione locale “che ha partecipato attivamente alle nostre sollecitazioni – afferma Rio – indicando nelle pene poco severe, nell’insufficiente presenza delle istituzioni e nelle scarse risorse le cause scatenanti della diffusione della ’Nrangheta”.

Vincenzo Macrì, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, ha segnalato alcuni spunti di riflessione su cui lavorare per un più efficace contrasto di questo tipo di criminalità. “Dopo 20 anni di politica improntata al proibizionismo, l’introito maggiore dei ricavati di attività illecite è legato indiscutibilmente al consumo della droga – ha detto – e mi chiedo se non sia il caso di riparlare del problema con un approccio diverso. Anche il valore dei beni confiscati è molto esiguo rispetto ai beni derivanti da traffici mafiosi: non bisognerebbe piuttosto perseguire una politica che riduca alla radice la possibilità di acquisire invece nuovi beni? Infine, vi è il grande problema delle imprese che operano in queste aree. Impregilo e Condotte d’Acqua, due delle più importanti aziende italiane, si sono rivelate, secondo indagini investigative, fortemente permeabili alle infiltrazioni malavitose in Sicilia e Calabria, tanto che alla prima, in un caso, è stata richiesta la revoca della certificazione antimafia, ora in ricorso al Tar per tale provvedimento”. Macrì si chiede dunque “come sia ancora possibile pensare che, con così grandi introiti immessi nell’economia annualmente, le organizzazioni criminali non producano alcun effetto sull’economia sana e sulla nostra democrazia, compresa la formazione della rappresentanza politica. Si tratta quindi, non di un fenomeno relegato ad un ambito locale, ma del destino stesso del nostro Paese e dell’Unione Europea”.

Mario Spagnuolo, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, ha ricordato come, sulla base dei dati processuali acquisiti, la ‘Nrangheta stia subendo un processo di trasformazione camaleontico “da organizzazione che sfrutta in modo parassitario il contesto economico a soggetto che si pone invece come erogatore di servizi. Un processo pericoloso – ha detto – perché legittima una sorta di ruolo sociale della mafia all’interno del gruppo sociale”. Tra le nuove attività, lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina che viene gestita per fornire manodopera in nero alle aziende calabresi – al costo di 10 o 20 euro al giorno per persona – o avviata alla prostituzione. “Una fenomenologia – ha concluso Spagnuolo – che convive con la ‘Ndragheta più tradizionale, ma che necessità di nuove strategie e nuove risorse per un contrasto efficace a livello giudiziario e investigativo”. (Viviana Pansa - Inform)

Mi sembra che la parte evidenziata coincida anche su quanto scritto da mammamaria sul ruolo dei casalesi nel commercio.
Evidentemente è una evoluzione generalizzata.
Terrei però forte attenzione sul perché la criminalità organizzata detiene il controllo di tanta parte della ricchezza, capire perché riesce a produrre tanto e quali sono i canali di produzione di tale ricchezza e degli investimenti necessari. E' un'attività redditizia.
Però, non dovendo scrivere un trattato sulla malavita organizzata, la prima necessità mi sembra quella di individuare le proposte politiche perfronteggiare il problema.
5  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: Tavolo n° 2 Straordinari... inserito:: Luglio 01, 2008, 11:53:35 pm
Veramente bisognerebbe ringraziare anche mammamaria, paolav, matleo e gianni per i suggerimenti che hanno consentito un documento che oltre a considerazioni un po' algide (che rischiavano di essere sterili) contenesse un sano slancio di valori sociali e politici e la voglia di mettere a fuoco anche molte situazioni critiche diffuse nella società.
Ho sentito non solo suggerimenti ma anche attenzione e conforto all'essere gruppo (da parte di tutti), se continuiamo e ci diamo da fare i risultati potranno venire davvero incisivi.
Molti sapranno discettare in modo certamente più elegante e forbito, ma è importante portare con sobrietà e la massima precisione possibile analisi e soluzioni per i problemi reali, che non mancano.
Ancora grazie a tutti voi.
6  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: TAVOLO delle PROPOSTE e NOTE per il TEAM. inserito:: Luglio 01, 2008, 12:45:02 am
Scusate il tono di questo post, molto diverso dai miei soliti, però a volte anche piccoli fatti di vita scatenano qualche dubbio.
In partenza era quello che avevo letto dell'intervista di Fasoli e del contrasto culturale e sociale fra giovani e meno giovani, anche fra i giovani fra chi tende ad una identificazione di vita più legata ad una cultura "accademica" e chi si rivolge a fatti semplici della vita.
L'aneddoto è molto banale invece, riguarda un semplice attimo di relax su un terrazzino in questa calda serata estiva fumando (stranamente) una sigaretta.
Fra  l'altro sono tornato ad abitare in uno stabile molto vecchio (1886, sì proprio XIX secolo) in cui sono nato e trascorso gli anni della prima giovinezza. Ovviamente la citazione autobiografica non sarebbe pertinente se non fosse per un dubbio.
In quel momento ho apprezzato delle cose molto a buon mercato nella vita, non il superattico iperteconologico, non costosissimi gadget o altri adorati oggetti da moda del lusso irrinunciabile, ma semplicemente un terrazzo su un cortile con del verde, un po' di silenzio (pur essendo in uno dei quartieri più centrali e popolari).
Ho avuto l'idea che la differenza con quei giovani fosse molto lì, in quella aspettativa, che non fosse una fatto legato alla semplice determinazione delle variabili / individui, cioé che fossi io e non altri, perché intorno e nei miei ricordi riscontro sensazioni non molto diverse, per cui mi è sembrato un fatto generazionale o, ahimé, un fatto legato allavanzare dell'età.
Le conseguenze possono essere  notevoli: chi tende a dar importanza a fatti sostanziali e ben chiari; chi è freneticamente coinvolto nell'ottenere cosa non sa di preciso, che cerca di raggiungere freneticamente qualsiasi cosa possa sembrare un surrogato di personalità, di essere.
Se a questo aggiungiamo la sadica privazione di una prospettiva serena d futuro come avviene prospettando carriere da precari, sempre a correre (non ne posso più anche di una famosa citazione di Kipling, forse per me buona solo per le Adidas) per ottenere, con la catena al collo che non te lo fa raggiungere mai, forse capiremo meglio i giovani e i loro problemi reali.
Ora fare il sermone sulle cose utili della vita è davvero uno degli esercizi più inutili che la storia ricordi, ce lo propina come facciata anche la buona mamma TV quando non vuol sembrare troppo matrigna.
Quindi prima di fare la guerra al consumismo andrebbe fatta la guerra a tutte quelle situazioni che fanno sentire i giovani a metà fra leoni pronti a sbranare i propri simili e gazzelle disperate che cercano di sfuggire il leone che gli toglie tutto e quindi la vita.
Serve un minimo di giustizia che faccia intendere questo è tuo diritto perché sei nato, questo è tuo dovere perché ci sono anche gli altri.
Qualcosa che dica non devi venderti l'anima perché è tuo diritto vivere.
Contrastare il pescatore sbruffone che dice di poter pescare pesci da meraviglia e che se gli dai l'anima puoi correre e disperarti per cercare di prenderli non è l'esercizio migliore. Cercare di far intravedere una vita più solida forse può modificare maggiormente l'attenzione di quei giovani.
Scusate ho scritto in maniera confusionaria, lo so.
7  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: Tavolo n° 1 = riservato alle eventuali integrazioni alla lettera d'intenti ... inserito:: Luglio 01, 2008, 12:01:07 am
Ciao a tutti,
la strada descritta da mariok è piena di speranze ma può arenarsi di fronte alla realtà.
Sì, sarebbe bello essere una onda portante nel PD che porti tante energie ed idee ma si rischia di andare verso il deserto, la rete è bella, rende possibile contatti ed idee come è avvenuto per noi però presenta il rischio di entropia dell'informazione descritto qualche anno fa da Umberto Eco. Così le voci diventano solo un brusio di sottofondo a fronte del clamore delle "grandi scelte" dettate dai soliti noti, a prescindere dal valore di ciò che si afferma.
La posizione di Gianni è molto pragmatica e può portare risultati, potrebbe anche non cancellare l'altra, ma rifletterei che anche fra noi la partecipazione non è pari alle premesse / promesse.
Quindi costruire una grande corrente di pensiero ed un modello vissuto di partito ha molte difficoltà, abbiamo come forum dell'Ulivo una storia alle spalle che potrebbe darci credito. Potrebbe essere utile proporre con quel credito, l'obiettivo di coinvolgere maggiormente i partecipanti al forum in una visione pragmatica di costruzione di proposte e critiche (e non solo di recriminazioni depressive) può essere importante.
All'ordine del giorno metterei anche come coinvolgere maggiormente altri, magari anche con la produzione di qualcosa che possa essere di interesse.

8  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: Tavolo n° 2 Straordinari... inserito:: Giugno 30, 2008, 12:07:44 am
Penso interessante una risposta quanto espresso da mammamaria circa alcune realtà dei servizi. Il problema è un po' politico anche e forse anche la sinistra non è immune da colpe.
A parte ogni considerazione sul ruolo del taglio alla spesa che ha portato a comportamenti poco in linea con tutti i principi di spesa sociale, ci sarebbe da ripensare al ruolo delle cooperative.
Da qunto mi ricordo le cooperative che si sono distinte in questo ruolo sono quelle nate intorno a CL, forti anche di una gestione davvero nepotistica della cosa pubblica.
Qui a Bari, penso anche altrove in Italia, alcune cooperative legate a quel mondo si sono distinte per essere andate sotto le luci della magistratura sopratutto nella gestione delle mense scolastiche. Non ricordo bene come è finita ma la gestione politica è stata chiara.
Però anche nella sinistra non si è lesinato in certi errori che rientrano nella gestione castale del pubblico denaro.
Un welfare di stile scandinavo certamente non si sarebbe distinto in questo, ma sulla qualità del servizio offerto, ogni punto debole sarebbe un'onta gravissima per l'amministrazione.
Purtroppo alcuni interventi del governo di destra, vedi DL 97/08, si sono distinti pereliminare alcuni controlli sulle questioni degli appalti. Sarebbe bene introdurre una normativa ferrea in Italia per la verifica delle modalità di offerta del servizio, in primis chiedere la qualificazione delle risorse a cui è affidato il servizio.
Questo perché qui il controllo politico e sulla politica non funziona in nome del così fan tutti, così dobbiamo fre anche noi per il bene di tutti, perché tutti trovano prima o poi un "riferimento" politico.
Mi sarebbe piaciuto dilungarmi di più su questo tema, che spiega anche qualche declino dell'immagine offerta dalle amministrazioni di sinistra, dopo l'epopea mitica delle amministrazioni del centro Italia, però lo giudico tema da altro tavolo sul come radicare il PD sul territorio.
Lo snodo della buona amministrazione è essenziale.
9  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: Tavolo n° 2 Straordinari... inserito:: Giugno 29, 2008, 11:43:18 pm
(seconda parte)

Veniamo al secondo punto: la produttività.
Ci sono due modi di intendere la produttività:
   la prima è la quantità di prodotto e di fatturato per persona impiegata nel ciclo produttivo;
   la seconda è la quantità di prodotto e di fatturato per ora lavorata.
La scelta del governo va tutta vero la prima concezione, ho un dipendente ne devo ricavare il massimo, con il minimo investimento possibile.
La seconda dipende dalla professionalità delle risorse, dalle scelte di posizionamento sul mercato, dagli investimenti sul prodotto, dagli investimento sul miglioramento del ciclo produttivo per adattarlo a professionalità più alte e più remunerate.
Non a caso dal provvedimento sono escluse tutte le fasce di lavoratori a più alta professionalità. Un fattore critico in Italia è dato dallo scarso impiego di lavoratori a più alta preparazione formativa nella produzione, ci sono meno diplomati e laureati nel ciclo produttivo e spesso sono impiegati per qualifiche non adeguate.
A testimonianza del dibattito riportiamo un articolo pubblicato da Marco Panara su Affari & Finanza di Repubblica.

Citazione di: Marco Panara in Affari & Finanza

La competitività non dipende dal costo del lavoro
I salari italiani sono più bassi che negli altri paesi avanzati, che però guadagnano lo stesso quote di mercato. D'altra parte i livelli di Cina o India sono irraggiungibili. Sarebbe ora di affrontare il problema nei suoi termini reali
Marco Panara
 
Una multinazionale europea (non italiana) nel settore meccanico, che ha stabilimenti in 23 paesi, ha messo a confronto il salario orario che paga ai suoi dipendenti. Le differenze sono impressionanti: si va da 28,69 euro l' ora in Svezia fino a 0,49 euro l' ora in India. Quella multinazionale ha stabilimenti anche in Italia dove, per un' ora di lavoro, spende 18,03 euro. Per rendere più chiaro il confronto abbiamo preso la remunerazione in Italia (18,03 euro = 100) e misurato su questa base la remunerazione di un' ora di lavoro negli altri paesi.
Anche tenendo conto che non è un dato generale ma una esperienza specifica e concreta, quello che ne emerge dovrebbe farci riflettere molto. Per un' ora di lavoro in Germania quella multinazionale spende una volta e mezzo rispetto a quanto spende in Italia, il trenta per cento in più lo spende negli Stati Uniti, il 15 per cento in più in Francia. Solo l' 8 per cento in meno lo spende in Spagna e il 10 per cento in meno in Corea.
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COSTO ORARIO DEL LAVORO
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Paese   Euro all'ora   Indice (Italia = 100)
Svezia   28,69   159,12
Germania   27,14   150,53
Giappone   25,42   140,99
Stati Uniti   24,29   134,72
Francia   20,88   115,81
Belgio   19,71   109,32
Italia   18,03   100,00
Spagna   16,72   92,73
Corea   16,39   90,90
Portogallo   6,01   33,33
Turchia   5,23   29,01
Repubblica Ceca   4,54   25,18
Ungheria   4,33   24,02
Argentina   4,12   22,85
Brasile   3,43   19,02
Messico   2,97   16,47
Polonia   2,55   14,14
Sud Africa   2,25   12,48
Marocco   2,10   11,65
Cina   1,98   10,98
Romania   1,74   9,65
Tunisia   1,52   8,43
India   0,49   2,72
Se si passa agli altri il confronto è assolutamente impari: rispetto all' Italia un' ora di lavoro in Portogallo costa un terzo, un po' meno costa in Turchia, un quarto nella Repubblica Ceca e in Ungheria, per scendere fino a un decimo in Cina e Romania e un quarantesimo in India. Non tutti gli stabilimenti producono le stesse cose e richiedono lo stesso livello di formazione, ma non sempre e non necessariamente il livello di sofisticazione delle produzioni corrisponde al livello dei salari.
Non ci interessa qui comprendere cosa aspetta la multinazionale in questione a spostare tutte le sue attività in India, avrà per fortuna le sue ragioni. Quello che ci interessa è capire cosa ci dice questo confronto sull' Italia e sui suoi destini.
La prima cosa che ci dice è che il costo del lavoro in Italia è tra i più bassi nel gruppo dei paesi industrializzati. Tra quelli censiti in questa occasione solo la Spagna e la Corea sono sotto di noi e neppure di molto, mentre la maggioranza ha un costo del lavoro più alto, e questo non sembra essere un vincolo determinante per esempio alla capacità di mantenere o accrescere la propria quota del commercio mondiale. Il fatto che l' Italia perda posizioni nel commercio mondiale mentre la Germania o il Giappone, che hanno un costo del lavoro sostanzialmente più alto, invece no, ci fa capire con chiarezza che non è il costo del lavoro la chiave della nostra perdita di competitività né per un suo eventuale recupero.
 
Abbiamo impegnato anni a discutere e scontrarci su questo punto, ma basta guardare i dati della tabella che pubblichiamo per capire che tutto quel tempo e quell'impegno sono stati spesi male: l'abisso che ci separa non solo dall' India e dalla Cina, ma anche dalla Repubblica Ceca e dall' Ungheria è tale che a meno di un impoverimento generalizzato e rivoluzionario del nostro paese è impensabile e non auspicabile colmare.
Il problema però esiste, perché la perdita di competitività dell' Italia non dipende dal fatto che lavoriamo poco, poiché anzi lavoriamo più ore della media dell' Europa a 15, dipende piuttosto dal fatto che ciascuna ora di lavoro non sempre produce tutto il valore che sarebbe necessario per consentirci di essere sicuri del nostro presente e ottimisti sul nostro futuro.
Ci sono molti modi per capire meglio la natura di questo problema. Andrew Warner, senior economist alla Millennium Challenge Corporation, ha fatto uno studio accurato sulla produttività del lavoro nei vari paesi, e uno dei parametri che adotta è la crescita del pil per ora lavorata. Ebbene, tra il 1995 e il 2000 la crescita del pil per ora lavorata è stata del 9,20 per cento in Irlanda, paese leader di questa classifica, tra il 2,2 e il 2,6 per cento nel Regno Unito, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti, solo dell' 1,73 per cento in Italia, fanalino di coda tra i 18 paesi presi in considerazione.
In quello stesso studio Warner individua quattro barriere alla crescita della produttività oraria e mette a confronto su di esse i vari paesi. Le barriere sono: la formazione, l' organizzazione del lavoro, le normative e la qualità delle infrastrutture. In tutti e quattro la posizione dell' Italia è peggiore di quella degli altri grandi paesi industrializzati e, nel caso delle infrastrutture, è tra le peggiori in assoluto. Le conclusioni alle quali questa analisi ci porta è che puntare sulla compressione del costo del lavoro per rilanciare la competitività dell' Italia non solo non è realistico ma rischia di essere un grave errore strategico. Il che non vuol dire che il costo del lavoro è una variabile indipendente, ma che in questo momento della storia e dell' economia mondiale, quello su cui si deve incidere assai più che il costo è invece il contenuto del lavoro.
Bisogna aumentare da una parte la produttività e dall' altra il valore delle cose prodotte, in maniera tale da remunerare adeguatamente il lavoro e il capitale e consentire di porre le premesse per un aumento costante ed economicamente sostenibile dei redditi e del benessere futuro. E' una questione che riguarda tutti, la politica e le istituzioni, la pubblica amministrazione, le imprese e i sindacati. La scelta è tra puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni, oppure come è accaduto negli ultimi anni limitarsi a mantenere il modello produttivo e competitivo esistente cercando finché possibile di tenerlo in piedi comprimendo i costi.
 
Ovviamente non ci possiamo permettere di buttare via nulla, né sarebbe giusto farlo, quindi lo sforzo che le imprese stanno facendo per restare a galla è legittimo e anche lodevole. Se però dopo la resistenza non si passa alla crescita, per molti rischia di essere solo un prolungamento dell' agonia.
Ma cosa vuol dire scegliere di puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni? Vuol dire cambiare mentalità. Vuol dire concentrarsi sui problemi veri e impegnarsi per rimuovere le barriere all' aumento della produttività, investire in tecnologia, in formazione, in qualità manageriale. Vuol dire aumentare la flessibilità del lavoro, che serve come il pane, ma che è utile al sistema se rende più efficiente l'organizzazione del lavoro, e diventa invece negativa se rende il lavoro precario al solo scopo di abbassarne il costo. Vuol dire esaminare ogni legge, già in vigore o nuova, valutandone la comprensibilità, la semplicità di applicazione, l' effetto sulla modernizzazione del sistema. Vuol dire rischiare uscendo dai settori tradizionali non aspettandosi di raccogliere già domani. Vuol dire capire che i problemi dell'Italia di oggi non sono quelli di vent'anni fa e che gli strumenti di vent'anni fa non sono più quelli giusti per risolverli.

 
Pensiamo che si indichi chiaramente che il problema della produttività in Italia non è legato ad un aumento delle ore lavorate.
Qui emerge tutta le debolezza dell'economia italiana, su Repubblica è stato pubblicato un articolo di Spaventa sulla mancanza di investimenti sull'innovazione in Italia.

Citazione di: Luigi Spaventa su Repubblica

Le colpe delle imprese
 
Luigi Spaventa - La Repubblica
Esistono mille buone ragioni per modificare il sistema contrattuale nel mercato del lavoro: non solo un miglioramento di efficienza; ancor più, come argomentano da tempo Pietro Ichino, Tito Boeri, Pietro Garibaldi, una riduzione delle iniquità causate dalla coesistenza di un assetto rigido e antiquato con esperimenti di liberalizzazione privi di reti di protezione, normativa e sindacale.
 
Fra quelle ragioni, tuttavia, ve n’è una che persuade proprio poco, perché non regge alla verifica. Al convegno di Santa Margherita dei "giovani imprenditori" (che non devono essere poi tanti, se nel 2006 in neppure il 2 per cento delle imprese industriali gli imprenditori avevano non più di 35 anni, mentre in oltre 50 per cento ne avevano più di 56), la presidente signora Guidi ha sostenuto che un maggior spazio della contrattazione aziendale (e magari individuale) risolverebbe il problema della bassa produttività del lavoro.
 
Ma si può davvero credere che il disperante andamento negli ultimi sette anni – nell’industria manifatturiera produttività in calo nel quinquennio 2001-2005 e piatta nell’ultimo biennio – sia imputabile all’assetto contrattuale nazionale, e non piuttosto a scelte ragionate delle imprese?
 
Se il livello e la dinamica della produttività del lavoro dipendessero in prevalenza dall’impegno dei lavoratori, pur condizionato dal regime contrattuale, dovremmo concludere che negli ultimi vent’anni si è verificato un impigrimento collettivo della cosiddetta forza lavoro. Si sa invece che le determinanti principali sono la dotazione di capitale e, ancor più, il ritmo dell’innovazione, che migliora l’efficienza dei processi produttivi ed è misurato dalla produttività totale dei fattori. Nell’industria in senso stretto (un aggregato più ampio della manifatturiera) il calo della produttività del lavoro fra il 2001 e il 2006 è spiegato da una riduzione ancor più vistosa della produttività totale dei fattori, mentre è aumentata di poco l’intensità di capitale.
 
L’industria italiana, dunque, non ha innovato (la spesa privata in ricerca e sviluppo in rapporto al prodotto è pari alla metà di quella media europea) e ha investito poco. Le ragioni? Usiamo le parole di una relazione della Banca d’Italia, che fra i problemi della bassa crescita dell’economia italiana mette al primo posto «la capacità di innovare del sistema produttivo»: «L’aumento nella flessibilità dell’utilizzo, la lunga fase di moderazione salariale e la rapida crescita dei flussi migratori hanno reso meno costoso l’impiego del fattore lavoro rispetto al capitale». Si è scelto così un modello basato sulla crescita dell’occupazione piuttosto che sull’investimento e sull’innovazione; e neppure troppo attento al merito individuale, se è vero che «i premi aziendali sembrano poco correlati ai risultati».
 
L’andamento della produttività dipende dunque da scelte libere, e legittime, delle imprese, che il regime contrattuale non sembra aver condizionato più di tanto (se non, come, si è visto, per una maggiore flessibilità). Piuttosto, al di là di noti condizionamenti esterni (eccesso di regolazione, inadeguatezza delle infrastrutture pubbliche, istruzione insufficiente), vi erano condizionamenti interni al sistema produttivo: soprattutto una struttura dimensionale e una composizione della produzione difformi da quelle dei maggiori Paesi europei, che hanno ostacolato l’adattamento al nuovo mondo della tecnologia e della concorrenza internazionale.
 
L’investimento, l’innovazione, e dunque la produttività, sono inversamente correlati alla dimensione; i processi di riconversione produttiva sono lenti e costosi. Non sorprende che, per anni, queste difficoltà abbiano provocato scelte difensive e di retroguardia e, pertanto, gli esiti di produttività sopra richiamati.
Le scelte delle imprese non dipendono, grazie a Dio, da un contratto, nazionale o aziendale (e si vorrebbe che non dipendessero per nulla da interventi pubblici).
Ma esiste un altro contratto implicito, che alla lunga ne indirizza i comportamenti in vista del profitto: quello del libero scambio in un mercato globale. Gli effetti, benefici, si cominciano a vedere. Da un paio d’anni, mentre è aumentata la mortalità nell’universo delle imprese, quelle che rimangono si rafforzano, per sopravvivere: «La crescente pressione competitiva…e la disciplina del cambio…sono tra i principali fattori che hanno messo in moto la ristrutturazione del sistema produttivo italiano, attraverso un’intensa riallocazione di risorse…in favore delle imprese più efficienti e profondi cambiamenti nelle strategie aziendali».
 
È ripresa la crescita delle esportazioni; in alcuni settori l’andamento della produttività ha invertito il segno. La riforma del sistema contrattuale serve: ma, per creare sviluppo, serve soprattutto che il cambiamento del modello seguito per troppo tempo dalle imprese italiane continui e si consolidi.

La conclusione è che l’intervento proposto dal governo è ampiamente negativo, non risolve nulla e tende ad ampliare ancora tendenze negative della nostra economia.
Diremmo che comunque l’uso della leva fiscale per ridistribuzione del reddito non è vincente e non risolve il problema.

Cosa fare allora. Proposta
La proposta deve andare verso l’attirare fondi ed investimenti sul settore produttivo per ammodernare sia il prodotto che il ciclo di produzione.
Alcune proposte possono essere:
a)   innalzamento della tassazione sui redditi finanziari al 20%, come dappertutto nel mondo occidentale;
b)   rivedere i percorsi formativi della scuola e dell’università per favorire il miglioramento delle competenze;
c)   invogliare capitali italiani e stranieri per investimenti su produzioni ad alto contenuto tecnologico e/o artigianali di pregio, utilizzando la leva fiscale, il miglioramento delle infrastrutture fisiche e di comunicazione digitale;
d)   esercitare un ruolo politico di mediazione affinché i contratti nazionali recepiscano la necessità di ridistribuire il reddito verso i lavoratori dipendenti;
e)   incentivare, con la leva fiscale, la formazione sul lavoro per favorire la riconversione della produzione;
f)   istituire una contrattazione di secondo livello che favorisca il riconoscimento del merito nella partecipazione ai risultati aziendali e che non penalizzi i lavoratori delle piccole e medie imprese che spesso non hanno un’adeguata rappresentanza sindacale, per la partecipazione ai seguenti risultati sulla base:
       1)   sia del raggiungimento dei risultati previsti aziendali generalizzato a tutti i dipendenti;
       2)   sia il riconoscimento per coloro che hanno espresso migliore professionalità.
Quindi la proposta di detassazione sul lavoro straordinario apre la finestra a tutta la concezione del mondo produttivo e del lavoro.
Il lavoro atipico va completamente ridisegnato nella normativa per evitare la precarizzazione a vita. Pensiamo che l'economia non possa essere solo quella dei call center a basso contenuto di competenze. Spesso molti laureati finiscono lì perché sanno parlare in modo convincente in italiano.
Ovvio che chi è in attesa di un rinnovo di contratto nei mesi successivi sorvola su qualche ora in più di lavoro prestato.
E' inutile correre di più da precario se gli altri corrono con i treni, questa è la lezione che dovremmo imparare dagli ultimi anni della nostra storia economica.
Il problema è sopratutto di far invertire la rotta all'economia che, spinta dagli spiriti che più che animali sembrano sprovveduti, sta superando il punto di rottura di ogni equilibrio. Dalla speculazione dei subprime a quella sulle materie prime, si sposta solo il terreno di razzia, a pagare sono sempre gli stessi e la domanda potrebbe bloccarsi sul mercato con un effetto domino spaventoso.
Si deve garantire che tutti i dati macro economici garantiscano la necessaria crescita dell'economia per poter distribuire ricchezza ma si deve anche decidere dove far pendere l'ago della bilancia per la ridistribuzione della ricchezza.
Dal punto di vista teorico le soluzioni vincenti sono quelle cooperative, tutti abbiamo sentito parlare di John Nash e della teoria dei giochi non a somma zero.
Questo ha ricadute sul concetto di welfare e sulla concezione dei servizi offerti al cittadino, dai servizi amministrativi, sanitari, formazione ed educazione, sicurezza, difesa, etc..
Fa un po' venire la pelle d'oca l'idea che alcuni servizi possano essere garantiti sub iudice al cittadino, che ci sia l'idea che lucrare sui servizi basilari di competenza di uno Stato possa introdurre efficienza che arricchisca tutti. L'esempio della sanità statunitense è lì a monito, qualche anno fa si parlava di trenta milioni di dannati esclusi.
Ritornando al tema i servizi di ogni tipo offerti al cittadino questi sono fondamentali per lo stare insieme, quindi è un grande valore per tutta la comunità - società.
Ripeto senza servizi sociali efficienti come possono le donne vivere appieno tutta la loro vita?
O stanno chine a far gli straordinari senza altra prospettiva che sbarcare il lunario o hanno una vita piena senza pensare a sbarcare il lunario.
Uno dei maggiori contributi offerti dal precedente governo è stato la trattazione della spesa pubblica operata da Padoa Schioppa, a rileggerlo si trovano analisi e soluzioni evidenti.
Bisogna considerare che la spesa sembra troppo elevata perché la ricchezza non cresce, ma la spesa è in linea con gli altri paesi europei come valore assoluto.
Perciò c'è bisogno di ristrutturare completamente il funzionamento dei servizi garantiti dallo stato, ammodernare il "ciclo produttivo".
 
Questo rende più simile gli interventi di politica di gestione delle retribuzioni a quelle del privato, se vuoi servizi e vuoi impegno allora devi garantirti personale competente e motivato, andando a concorrere con le aziende private.
Anche qui la soluzione non può essere di pretendere maggiori prestazioni orarie per supplire la mancanza di professionalità e mezzi, ma di dare quanto serve per allinearci con i paesi industrializzati.
Purtroppo oggi siamo in attesa che la pretesa del reddito da investimento finanziario di minimizzare risorse per i servizi dello stato, per lasciare più alti margini di guadagno alla propria speculazione, porti ai ciclici disastri da avvelenamento dei pozzi che abbiamo visto nella storia.
Siamo proprio smemorati ed è proprio vero che chi non comprende gli errori fatti nella storia e condannato a ripercorrerli.
È necessaria una nuova visione dell'economia italiana, solo quando avremo allineato la nostra economia a quelle avanzate per contenuto innovativo potremo uscire dall'emergenza.
(fine)
10  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: Tavolo n° 2 Straordinari... inserito:: Giugno 29, 2008, 11:41:30 pm
Devo purtroppo spezzare in due il post per il limite massimo di dimensione. Ringrazio i suggrimenti che sono giunti con molta precisione. Ora forse dovremmo darci un tempo in cui concludere l'elaborazione altrimenti rischiamo di girare sempre intorno.

(Prima parte)
La proposta di detassazione degli straordinari ha sollevato grande clamore ed è stata invocata come misura di ridistribuzione efficace del reddito prodotto e di interesse per le sorti sociali ed economiche del Paese.
Noi non la pensiamo così, pensiamo che dietro questa proposta ci sia una concezione non aderente alle necessità di una società moderna e che tenda più che altro a garantire la redditività massima del capitale investito, col minimo rischio a danno di tutta la società.
Poniamo una forte affermazione di valore:
“Tutte e tutti avremmo diritto a non dover lavorare oltre le otto ore per poter vivere, e non sopravvivere.E’ priorità dare dignità e valore ai salari in generale.”

Per una riflessione partiremmo dall'enunciato della proposta governativa.
Detassazione straordinari
Al fine di incrementare la produttività del lavoro, nel secondo semestre 2008 a partire dalla busta paga di luglio, lo straordinario e i premi di produttività dei dipendenti nel settore privato sarà tassato del dieci per cento. La misura è valida per i redditi non superiori a 30 mila euro. Il provvedimento è stato emanato in via sperimentale e dura fino a dicembre 2008.
Cerchiamo una esemplificazione individuando le parole chiave.
  • a)   Reddito inferiore ai 30.000 euro.
  • b)   Tassazione degli straordinari al 10%.
  • c)   Tassazione dei primi legati alla produttività al 10%.
  • d)   Tetto massimo del reddito con tassazione ridotta 3.000 euro.
Rivedendo gli scaglioni IRPEF interessati abbiamo una massimo ammontare di:
390 per i redditi più bassi fino a 15.000 euro
510 per i redditi fino a 28.000 euro
760 per i redditi oltre i 28.000 euro
Insomma dai 32 ai 63 euro circa mensili.
Quindi l’intervento vale circa da un terzo alla metà del valore indicabile come perdita del potere d’acquisto per inflazione.
Questo provvedimento avrebbe 2 obiettivi: ridistribuire ricchezza per le famiglie in crisi e migliorare la produttività. La leva sarebbe quella della motivazione sul lavoro ed il riconoscimento del merito.
Veniamo al primo punto: ridistribuzione della ricchezza.
E' un po' difficile pensare che anche i 62 euro mensili in più possano dare serenità e far riprendere slancio alla domanda. Siamo in un mercato unico europeo, un'unica moneta e prezzi al consumo molto più allineati che nel passato.
Allora dobbiamo guardare al gap delle retribuzioni italiane rispetto a quelle dell'area euro.
Se guardiamo le statistiche delle retribuzioni medie sono necessarie cifre moltiplicate di un fattore cinque.
Inoltre una parte dell'incremento retributivo in busta paga prospettato è legato a dei meccanismi in cui contano molto fattori di scelta imprenditoriale, investimenti sul prodotto, sull'ammodernamento del ciclo produttivo, scelte strategiche dell'azienda, in cui il dipendente di solito non mette nulla di proprio. Ci riferiamo ai premi di produttività e spesso questi non sono contemplati per le piccole e medie imprese.
Allora tutto è legato al riconoscimento degli straordinari, cioè il raggiungimento del riconoscimento economico previsto dal provvedimento è legato solo all'allungamento dell'orario di lavoro.
Tutto si gioca sul costo del lavoro, ancora oggi. Abbiamo il costo del lavoro fra i più bassi in Europa, l'economia è asfittica ed ancora la nostra classe dirigente punta a salvaguardare il profitto col minimo capitale investito.
Dietro questa proposta si cela anche una forte discriminazione di genere.
Si propongono tagli di tassazione a scapito dei servizi sociali, come si spera che le donne possano vivere completamente la propria vita e contemporaneamente poter accedere alla maggiore remunerazione degli straordinari?
Si cerca di massimizzare i profitti anche nei servizi aggiudicando prestazioni di alto valore sociale con il solo criterio del costo più basso, estromettendo chi si è preparato per poter svolgere tali attività in favore di chi non ha preparazione per poter accudire una persona non autonoma o un alunno della scuola dell’infanzia..
E' solo il culmine di una manovra tutta tesa ad impoverire ulteriormente le nostre tasche e la nostra vita.
Da anni vediamo sminuire la dignità di molti individui, che sospirano giorno per giorno non un impiego degno della propria persona ma un impiego come mera sussistenza di una vita senza speranze.
E’ inaccettabile che si sostenga solo la necessità di una flessibilità compatibile con i meccanismi di mercato oggi in essere e non della dignità delle persone, degli individui che devono vivere una loro vita come semplici strumenti di meccanismi alienanti.
Circa il significato che oggi dovrebbe avere un diverso rapporto fra produttività e retribuzione per favorire il merito citiamo un interessante articolo di Fabrizio Montanari (Università di Modena e Reggio Emilia) su Ticonzero per individuare alcuni spunti.

Citazione di: Fabrizio Montanari in Ticonzero

1 – L’importanza dei sistemi di incentivazione
La retribuzione monetaria ha tradizionalmente assunto il ruolo di bilanciare la relazione di scambio tra i lavoratori nella loro prestazione d’opera e le imprese nella remunerazione dello sforzo del lavoro ricevuto. Il sistema retribuito, o premiante, occupa una posizione centrale come elemento regolatore delle relazioni tra persone ed organizzazioni, le cui risultanti possono essere interpretate almeno rispetto a tre distinte visioni:
• un rapporto di scambio economico, nella sua versione più semplice di
• scambio tra lavoro e remunerazione;
• un rapporto di scambio psicologico attraverso il quale si definiscono e si regolano le attese reciproche, con particolare riferimento ai principali diritti e doveri;
• un rapporto di appartenenza che definisce i prestatori di lavoro come membri dell’impresa e persone che compongono il soggetto economico dell’impresa stessa.
Qualunque sia l’interpretazione di fondo del rapporto tra persone ed organizzazione, è indubbio che esso contenga una relazione di scambio regolata dal sistema premiante. Le variabili di base dei sistemi di remunerazione sono riassumibili in tre classi: i contributi forniti dal prestatore di lavoro all’impresa; le ricompense ottenute; gli algoritmi di correlazione tra contributi e ricompense, ossia le logiche di parametrazione dei contributi rispetto alle ricompense.
Tanto in letteratura quanto nella pratica manageriale si sono sviluppati negli anni numerosi studi ed approcci volti ad individuare le logiche che permettessero un più equo, efficace ed efficiente legame tra contributi erogati ed incentivi offerti.
Il tema del rapporto tra comportamenti individuali e sistema di incentivi è di grande attualità. Negli ultimi anni, numerosi libri e articoli hanno enfatizzato l’importanza del fattore umano per il successo delle organizzazioni: le aziende che vogliono avere successo nei mercati globali devono dotarsi di un adeguato capitale umano con abilità, competenze e capacità migliori rispetto a quello dei propri concorrenti (e.g. Cappelli, 1999; Pfeffer, 1994, 1998). Il riconoscimento della centralità delle persone nella determinazione del vantaggio competitivo conduce ad una maggiore attenzione alle pratiche di gestione delle risorse umane, soprattutto ai sistemi retributivi. Questi ultimi, infatti, rappresentano uno degli strumenti più importanti per attrarre, trattenere e motivare le persone con le caratteristiche idonee al perseguimento degli obiettivi aziendali (Costa, 1997). I sistemi di incentivi costituiscono anche un potente mezzo per allineare gli obiettivi individuali con quelli organizzativi, minimizzando fenomeni di azzardo morale o selezione avversa (Eisenhardt, 1989, Roberts, 2007). In altre parole, attraverso l’implementazione di adeguati sistemi di incentivi è possibile ridurre il potenziale di opportunismo e allineare i comportamenti individuali con quelli desiderati dall’organizzazione.

Quindi ad un nuovo modo di intendere il rapporto lavoratore impresa i saggi nostri governanti oggi puntano tutto sul capitale lavoro e nulla sugli investimenti per migliorare sia la redditività del prodotto, sia la capacità produttiva per ora lavorata, sia la costruzione di una migliore collaborazione lavoratore – impresa.
Sono interessanti il ruolo dei diversi livelli di contrattazione e delle organizzazioni dei lavoratori.
Sarebbe interessante proporre forme contrattuali di riconoscimento:
•   sia del raggiungimento dei risultati previsti aziendali generalizzato a tutti i dipendenti;
•   sia il riconoscimento per coloro che hanno espresso migliore professionalità.
Per il secondo bisognerebbe introdurre criteri di valutazione che oltre al raggiungimento di obiettivi individuali misurabili, comprenda anche la valutazione che questi non siano conseguiti solo con l'allungamento dell'orario di lavoro. Cioè privilegiare la creatività e la capacità di innovazione e non la sola disponibilità oraria.
Per le azienda di piccole dimensioni ed a alto contributo di contratti atipici, precari o flessibili, c'è bisogno di una rappresentanza sindacale al tavolo delle trattative a prescindere dalle tessere presenti.
Questi criteri affiancati a leve di tipo fiscale che favoriscono un innalzamento del contributo professionale nella produzione dei beni e servizi, alla creazione di strutture (agenzie) di coordinamento orizzontale (territoriale) e verticale (per categoria merceologica) per favorire la ricerca ed innovazione può portare alla riduzione del gap retributivo fra l'Italia ed il resto del mondo avanzato.
Non parliamo poi dell'esclusione degli statali dalla riduzione del carico fiscale sugli straordinari.
Emergono per gli statali ci sono due pregiudizi:
•   che gli statali siano lavoratori di serie B;
•   che ci sia un'intollerabile visione di condanna per chi non ha mezzi propri per acquisire i
servizi offerti dallo stato, per cui si offre il servizio meno valido possibile (un'autentica esclusione di cittadinanza per chi non è ricco).
(continua)
11  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: Tavolo n° 2 Straordinari... inserito:: Giugno 29, 2008, 10:16:01 am
Citazione di: paolav
Tutte e tutti avremmo diritto a non dover lavorare oltre le otto ore per poter vivere, e non sopravvivere. Se poi qulcuna/o decide di lavorare meglio e mette in moto il suo plusvalore individuale allora venga ricompensato su base individuale, ma il primo aggiustamento, e sostanziale, secondo me deve essere dato ai salari in generale.

E' una frase magnifica che davvero mancava, secondo me.
Possono inserirla in premessa o in chiosa?
12  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: Tavolo n° 2 Straordinari... inserito:: Giugno 27, 2008, 04:57:37 pm
Grazie mammaria.
13  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: Tavolo n° 2 Straordinari... inserito:: Giugno 26, 2008, 08:00:06 pm
Cerco di mettere un po' d'ordine in quanto scritto, per passare da una citazione di intenzioni a qualcosa di meno fumoso da affidare a tutte le vostre rimostranze.



La proposta di detassazione degli straordinari ha sollevato grande clamore ed è stata invocata come misura di ridistribuzione efficace del reddito prodotto e di interesse per le sorti sociali ed economiche del Paese.
Noi non la pensiamo così, pensiamo che dietro questa proposta ci sia una concezione non aderente alle necessità di una società moderna e che tenda più che altro a garantire la redditività massima del capitale investito, col minimo rischio a danno di tutta la società.

Per una riflessione partiremmo dall'enunciato della proposta governativa.

Detassazione straordinari
Al fine di incrementare la produttività del lavoro, nel secondo semestre 2008 a partire dalla busta paga di luglio, lo straordinario e i premi di produttività dei dipendenti nel settore privato sarà tassato del dieci per cento. La misura è valida per i redditi non superiori a 30 mila euro. Il provvedimento è stato emanato in via sperimentale e dura fino a dicembre 2008.

Cerchiamo una esemplificazione individuando le parole chiave.
  • a)   Reddito inferiore ai 30.000 euro.
  • b)   Tassazione degli straordinari al 10%.
  • c)   Tassazione dei primi legati alla produttività al 10%.
  • d)   Tetto massimo del reddito con tassazione ridotta 3.000 euro.

Rivedendo gli scaglioni IRPEF interessati abbiamo una massimo ammontare di:

390 per i redditi più bassi fino a 15.000 euro
510 per i redditi fino a 28.000 euro
760 per i redditi oltre i 28.000 euro

Insomma dai 32 ai 63 euro circa mensili.

Quindi l’intervento vale circa da un terzo alla metà del valore indicabile come perdita del potere d’acquisto per inflazione.
Questo provvedimento avrebbe 2 obiettivi: ridistribuire ricchezza per le famiglie in crisi e migliorare la produttività. La leva sarebbe quella della motivazione sul lavoro ed il riconoscimento del merito.

Veniamo al primo punto: ridistribuzione della ricchezza.

E' un po' difficile pensare che anche i 62 euro mensili in più possano dare serenità e far riprendere slancio alla domanda. Siamo in un mercato unico europeo, un'unica moneta e prezzi al consumo molto più allineati che nel passato.
Allora dobbiamo guardare al gap delle retribuzioni italiane rispetto a quelle dell'area euro.
Se guardiamo le statistiche delle retribuzioni medie sono necessarie cifre moltiplicate di un fattore cinque, rispetto a quelle indicate dal provvedimento.

Inoltre una parte dell'incremento retributivo in busta paga prospettato è legato a dei meccanismi in cui oltre alla partecipazione del dipendente contano molto fattori di scelta imprenditoriale, investimenti sul prodotto, sul ammodernamento del ciclo produttivo scelte strategiche dell'azienda, in cui il dipendente di solito non mette nulla di proprio. Ci riferiamo ai premi di produttività e la valutazione degli obiettivi laddove ci siano mutue scelte dei lavoratori tramite la loro rappresentanza e l'azienda. Spesso questi non sono contemplati per le piccole e medie imprese.

Allora tutto è legato al riconoscimento degli straordinari, cioè il raggiungimento del riconoscimento economico previsto dal provvedimento è legato solo all'allungamento dell'orario di lavoro.

Tutto si gioca sul costo del lavoro, ancora oggi. Abbiamo il costo del lavoro fra i più bassi in Europa, l'economia è asfittica ed ancora la nostra classe dirigente punta a salvaguardare il profitto col minimo capitale investito.

Ancora dietro questa proposta si cela anche una forte discriminazione di genere, anche per tutta la concezione del welfare espressa dalla maggioranza.
Si propongono tagli di tassazione a scapito dei servizi sociali, come si spera che le donne possano vivere completamente la propria vita e contemporaneamente poter accedere alla maggiore remunerazione degli straordinari?
E' solo il culmine di una manovra tutta tesa ad impoverire ulteriormente le nostre tasche e la nostra vita.

Circa il significato che oggi dovrebbe avere un diverso rapporto fra produttività e retribuzione per favorire il merito citiamo un interessante articolo di Fabrizio Montanari (Università di Modena e Reggio Emilia) su Ticonzero per individuare alcuni spunti.

Citazione di: Fabrizio Montanari in Ticonzero

1 – L’importanza dei sistemi di incentivazione
La retribuzione monetaria ha tradizionalmente assunto il ruolo di bilanciare la relazione di scambio tra i lavoratori nella loro prestazione d’opera e le imprese nella remunerazione dello sforzo del lavoro ricevuto. Il sistema retribuito, o premiante, occupa una posizione centrale come elemento regolatore delle relazioni tra persone ed organizzazioni, le cui risultanti possono essere interpretate almeno rispetto a tre distinte visioni:

• un rapporto di scambio economico, nella sua versione più semplice di
• scambio tra lavoro e remunerazione;
• un rapporto di scambio psicologico attraverso il quale si definiscono e si regolano le attese reciproche, con particolare riferimento ai principali diritti e doveri;
• un rapporto di appartenenza che definisce i prestatori di lavoro come membri dell’impresa e persone che compongono il soggetto economico dell’impresa stessa.

Qualunque sia l’interpretazione di fondo del rapporto tra persone ed organizzazione, è indubbio che esso contenga una relazione di scambio regolata dal sistema premiante. Le variabili di base dei sistemi di remunerazione sono riassumibili in tre classi: i contributi forniti dal prestatore di lavoro all’impresa; le ricompense ottenute; gli algoritmi di correlazione tra contributi e ricompense, ossia le logiche di parametrazione dei contributi rispetto alle ricompense.
Tanto in letteratura quanto nella pratica manageriale si sono sviluppati negli anni numerosi studi ed approcci volti ad individuare le logiche che permettessero un più equo, efficace ed efficiente legame tra contributi erogati ed incentivi offerti.
Il tema del rapporto tra comportamenti individuali e sistema di incentivi è di grande attualità. Negli ultimi anni, numerosi libri e articoli hanno enfatizzato l’importanza del fattore umano per il successo delle organizzazioni: le aziende che vogliono avere successo nei mercati globali devono dotarsi di un adeguato capitale umano con abilità, competenze e capacità migliori rispetto a quello dei propri concorrenti (e.g. Cappelli, 1999; Pfeffer, 1994, 1998). Il riconoscimento della centralità delle persone nella determinazione del vantaggio competitivo conduce ad una maggiore attenzione alle pratiche di gestione delle risorse umane, soprattutto ai sistemi retributivi. Questi ultimi, infatti, rappresentano uno degli strumenti più importanti per attrarre, trattenere e motivare le persone con le caratteristiche idonee al perseguimento degli obiettivi aziendali (Costa, 1997). I sistemi di incentivi costituiscono anche un potente mezzo per allineare gli obiettivi individuali con quelli organizzativi, minimizzando fenomeni di azzardo morale o selezione avversa (Eisenhardt, 1989, Roberts, 2007). In altre parole, attraverso l’implementazione di adeguati sistemi di incentivi è possibile ridurre il potenziale di opportunismo e allineare i comportamenti individuali con quelli desiderati dall’organizzazione.

Quindi ad un nuovo modo di intendere il rapporto lavoratore impresa i saggi nostri governanti oggi puntano tutto sul capitale lavoro e nulla sugli investimenti per migliorare sia la redditività del prodotto, sia la capacità produttiva per ora lavorata, sia la costruzione di una migliore collaborazione lavoratore – impresa.

Sono interessanti il ruolo dei diversi livelli di contrattazione e delle organizzazioni dei lavoratori.

Sarebbe interessante proporre forme contrattuali di riconoscimento:
•   sia del raggiungimento dei risultati previsti aziendali generalizzato a tutti i dipendenti;
•   sia il riconoscimento per coloro che hanno espresso migliore professionalità.

Per il secondo bisognerebbe introdurre criteri di valutazione che oltre al raggiungimento di obiettivi individuali misurabili, comprenda anche la valutazione che questi non siano conseguiti solo con l'allungamento dell'orario di lavoro. Cioè privilegiare la creatività e la capacità di innovazione e non la sola disponibilità oraria.
Per le azienda di piccole dimensioni ed a alto contributo di contratti atipici, precari o flessibili, c'è bisogno di una rappresentanza sindacale al tavolo delle trattative a prescindere dalle tessere presenti.

Questi criteri affiancati a leve di tipo fiscale che favoriscono un innalzamento del contributo professionale nella produzione dei beni e servizi, alla creazione di strutture (agenzie) di coordinamento orizzontale (territoriale) e verticale (per categoria merceologica) per favorire la ricerca ed innovazione può portare alla riduzione del gap retributivo fra l'Italia ed il resto del mondo avanzato.

Non parliamo poi dell'esclusione degli statali dalla riduzione del carico fiscale sugli straordinari.
Emergono per gli statali ci sono due pregiudizi:
•   che gli statali siano lavoratori di serie B;
•   che ci sia un'intollerabile visione di condanna per chi non ha mezzi propri per acquisire i
servizi offerti dallo stato, per cui si offre il servizio meno valido possibile (un'autentica esclusione di cittadinanza per chi non è ricco).

Veniamo al secondo punto: la produttività.

Ci sono due modi di intendere la produttività:

   la prima è la quantità di prodotto e di fatturato per persona impiegata nel ciclo produttivo;
   la seconda è la quantità di prodotto e di fatturato per ora lavorata.

La scelta del governo va tutta vero la prima concezione, ho un dipendente ne devo ricavare il massimo, con il minimo investimento possibile.

La seconda dipende dalla professionalità delle risorse, dalle scelte di posizionamento sul mercato, dagli investimenti sul prodotto, dagli investimento sul miglioramento del ciclo produttivo per adattarlo a professionalità più alte e più remunerate.

Non a caso dal provvedimento sono escluse tutte le fasce di lavoratori a più alta professionalità. Un fattore critico in Italia è dato dallo scarso impiego di lavoratori a più alta preparazione formativa nella produzione, ci sono meno diplomati e laureati nel ciclo produttivo e spesso sono impiegati per qualifiche non adeguate.

A testimonianza del dibattito riportiamo un articolo pubblicato da Marco Panara su Affari & Finanza di Repubblica.

Citazione di: Marco Panara in Affari & Finanza

La competitività non dipende dal costo del lavoro
I salari italiani sono più bassi che negli altri paesi avanzati, che però guadagnano lo stesso quote di mercato. D'altra parte i livelli di Cina o India sono irraggiungibili. Sarebbe ora di affrontare il problema nei suoi termini reali
Marco Panara
 
Una multinazionale europea (non italiana) nel settore meccanico, che ha stabilimenti in 23 paesi, ha messo a confronto il salario orario che paga ai suoi dipendenti. Le differenze sono impressionanti: si va da 28,69 euro l' ora in Svezia fino a 0,49 euro l' ora in India. Quella multinazionale ha stabilimenti anche in Italia dove, per un' ora di lavoro, spende 18,03 euro. Per rendere più chiaro il confronto abbiamo preso la remunerazione in Italia (18,03 euro = 100) e misurato su questa base la remunerazione di un' ora di lavoro negli altri paesi.
Anche tenendo conto che non è un dato generale ma una esperienza specifica e concreta, quello che ne emerge dovrebbe farci riflettere molto. Per un' ora di lavoro in Germania quella multinazionale spende una volta e mezzo rispetto a quanto spende in Italia, il trenta per cento in più lo spende negli Stati Uniti, il 15 per cento in più in Francia. Solo l' 8 per cento in meno lo spende in Spagna e il 10 per cento in meno in Corea.
__________________________________________________________________________
COSTO ORARIO DEL LAVORO
_________________________________________________________________
Paese   Euro all'ora   Indice (Italia = 100)
Svezia   28,69   159,12
Germania   27,14   150,53
Giappone   25,42   140,99
Stati Uniti   24,29   134,72
Francia   20,88   115,81
Belgio   19,71   109,32
Italia   18,03   100,00
Spagna   16,72   92,73
Corea   16,39   90,90
Portogallo   6,01   33,33
Turchia   5,23   29,01
Repubblica Ceca   4,54   25,18
Ungheria   4,33   24,02
Argentina   4,12   22,85
Brasile   3,43   19,02
Messico   2,97   16,47
Polonia   2,55   14,14
Sud Africa   2,25   12,48
Marocco   2,10   11,65
Cina   1,98   10,98
Romania   1,74   9,65
Tunisia   1,52   8,43
India   0,49   2,72

Se si passa agli altri il confronto è assolutamente impari: rispetto all' Italia un' ora di lavoro in Portogallo costa un terzo, un po' meno costa in Turchia, un quarto nella Repubblica Ceca e in Ungheria, per scendere fino a un decimo in Cina e Romania e un quarantesimo in India. Non tutti gli stabilimenti producono le stesse cose e richiedono lo stesso livello di formazione, ma non sempre e non necessariamente il livello di sofisticazione delle produzioni corrisponde al livello dei salari.
Non ci interessa qui comprendere cosa aspetta la multinazionale in questione a spostare tutte le sue attività in India, avrà per fortuna le sue ragioni. Quello che ci interessa è capire cosa ci dice questo confronto sull' Italia e sui suoi destini.
La prima cosa che ci dice è che il costo del lavoro in Italia è tra i più bassi nel gruppo dei paesi industrializzati. Tra quelli censiti in questa occasione solo la Spagna e la Corea sono sotto di noi e neppure di molto, mentre la maggioranza ha un costo del lavoro più alto, e questo non sembra essere un vincolo determinante per esempio alla capacità di mantenere o accrescere la propria quota del commercio mondiale. Il fatto che l' Italia perda posizioni nel commercio mondiale mentre la Germania o il Giappone, che hanno un costo del lavoro sostanzialmente più alto, invece no, ci fa capire con chiarezza che non è il costo del lavoro la chiave della nostra perdita di competitività né per un suo eventuale recupero.
 
Abbiamo impegnato anni a discutere e scontrarci su questo punto, ma basta guardare i dati della tabella che pubblichiamo per capire che tutto quel tempo e quell'impegno sono stati spesi male: l'abisso che ci separa non solo dall' India e dalla Cina, ma anche dalla Repubblica Ceca e dall' Ungheria è tale che a meno di un impoverimento generalizzato e rivoluzionario del nostro paese è impensabile e non auspicabile colmare.
Il problema però esiste, perché la perdita di competitività dell' Italia non dipende dal fatto che lavoriamo poco, poiché anzi lavoriamo più ore della media dell' Europa a 15, dipende piuttosto dal fatto che ciascuna ora di lavoro non sempre produce tutto il valore che sarebbe necessario per consentirci di essere sicuri del nostro presente e ottimisti sul nostro futuro.
Ci sono molti modi per capire meglio la natura di questo problema. Andrew Warner, senior economist alla Millennium Challenge Corporation, ha fatto uno studio accurato sulla produttività del lavoro nei vari paesi, e uno dei parametri che adotta è la crescita del pil per ora lavorata. Ebbene, tra il 1995 e il 2000 la crescita del pil per ora lavorata è stata del 9,20 per cento in Irlanda, paese leader di questa classifica, tra il 2,2 e il 2,6 per cento nel Regno Unito, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti, solo dell' 1,73 per cento in Italia, fanalino di coda tra i 18 paesi presi in considerazione.
In quello stesso studio Warner individua quattro barriere alla crescita della produttività oraria e mette a confronto su di esse i vari paesi. Le barriere sono: la formazione, l' organizzazione del lavoro, le normative e la qualità delle infrastrutture. In tutti e quattro la posizione dell' Italia è peggiore di quella degli altri grandi paesi industrializzati e, nel caso delle infrastrutture, è tra le peggiori in assoluto. Le conclusioni alle quali questa analisi ci porta è che puntare sulla compressione del costo del lavoro per rilanciare la competitività dell' Italia non solo non è realistico ma rischia di essere un grave errore strategico. Il che non vuol dire che il costo del lavoro è una variabile indipendente, ma che in questo momento della storia e dell' economia mondiale, quello su cui si deve incidere assai più che il costo è invece il contenuto del lavoro.
Bisogna aumentare da una parte la produttività e dall' altra il valore delle cose prodotte, in maniera tale da remunerare adeguatamente il lavoro e il capitale e consentire di porre le premesse per un aumento costante ed economicamente sostenibile dei redditi e del benessere futuro. E' una questione che riguarda tutti, la politica e le istituzioni, la pubblica amministrazione, le imprese e i sindacati. La scelta è tra puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni, oppure come è accaduto negli ultimi anni limitarsi a mantenere il modello produttivo e competitivo esistente cercando finché possibile di tenerlo in piedi comprimendo i costi.
 
Ovviamente non ci possiamo permettere di buttare via nulla, né sarebbe giusto farlo, quindi lo sforzo che le imprese stanno facendo per restare a galla è legittimo e anche lodevole. Se però dopo la resistenza non si passa alla crescita, per molti rischia di essere solo un prolungamento dell' agonia.
Ma cosa vuol dire scegliere di puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni? Vuol dire cambiare mentalità. Vuol dire concentrarsi sui problemi veri e impegnarsi per rimuovere le barriere all' aumento della produttività, investire in tecnologia, in formazione, in qualità manageriale. Vuol dire aumentare la flessibilità del lavoro, che serve come il pane, ma che è utile al sistema se rende più efficiente l'organizzazione del lavoro, e diventa invece negativa se rende il lavoro precario al solo scopo di abbassarne il costo. Vuol dire esaminare ogni legge, già in vigore o nuova, valutandone la comprensibilità, la semplicità di applicazione, l' effetto sulla modernizzazione del sistema. Vuol dire rischiare uscendo dai settori tradizionali non aspettandosi di raccogliere già domani. Vuol dire capire che i problemi dell'Italia di oggi non sono quelli di vent'anni fa e che gli strumenti di vent'anni fa non sono più quelli giusti per risolverli.

 
Pensiamo che si indichi chiaramente che il problema della produttività in Italia non è legato ad un aumento delle ore lavorate.
Qui emerge tutta le debolezza dell'economia italiana, su Repubblica è stato pubblicato un articolo di Spaventa sulla mancanza di investimenti sull'innovazione in Italia.

Citazione di: Luigi Spaventa su Repubblica

Le colpe delle imprese
 
Luigi Spaventa - La Repubblica

Esistono mille buone ragioni per modificare il sistema contrattuale nel mercato del lavoro: non solo un miglioramento di efficienza; ancor più, come argomentano da tempo Pietro Ichino, Tito Boeri, Pietro Garibaldi, una riduzione delle iniquità causate dalla coesistenza di un assetto rigido e antiquato con esperimenti di liberalizzazione privi di reti di protezione, normativa e sindacale.
 
Fra quelle ragioni, tuttavia, ve n’è una che persuade proprio poco, perché non regge alla verifica. Al convegno di Santa Margherita dei "giovani imprenditori" (che non devono essere poi tanti, se nel 2006 in neppure il 2 per cento delle imprese industriali gli imprenditori avevano non più di 35 anni, mentre in oltre 50 per cento ne avevano più di 56), la presidente signora Guidi ha sostenuto che un maggior spazio della contrattazione aziendale (e magari individuale) risolverebbe il problema della bassa produttività del lavoro.
 
Ma si può davvero credere che il disperante andamento negli ultimi sette anni – nell’industria manifatturiera produttività in calo nel quinquennio 2001-2005 e piatta nell’ultimo biennio – sia imputabile all’assetto contrattuale nazionale, e non piuttosto a scelte ragionate delle imprese?
 
Se il livello e la dinamica della produttività del lavoro dipendessero in prevalenza dall’impegno dei lavoratori, pur condizionato dal regime contrattuale, dovremmo concludere che negli ultimi vent’anni si è verificato un impigrimento collettivo della cosiddetta forza lavoro. Si sa invece che le determinanti principali sono la dotazione di capitale e, ancor più, il ritmo dell’innovazione, che migliora l’efficienza dei processi produttivi ed è misurato dalla produttività totale dei fattori. Nell’industria in senso stretto (un aggregato più ampio della manifatturiera) il calo della produttività del lavoro fra il 2001 e il 2006 è spiegato da una riduzione ancor più vistosa della produttività totale dei fattori, mentre è aumentata di poco l’intensità di capitale.
 
L’industria italiana, dunque, non ha innovato (la spesa privata in ricerca e sviluppo in rapporto al prodotto è pari alla metà di quella media europea) e ha investito poco. Le ragioni? Usiamo le parole di una relazione della Banca d’Italia, che fra i problemi della bassa crescita dell’economia italiana mette al primo posto «la capacità di innovare del sistema produttivo»: «L’aumento nella flessibilità dell’utilizzo, la lunga fase di moderazione salariale e la rapida crescita dei flussi migratori hanno reso meno costoso l’impiego del fattore lavoro rispetto al capitale». Si è scelto così un modello basato sulla crescita dell’occupazione piuttosto che sull’investimento e sull’innovazione; e neppure troppo attento al merito individuale, se è vero che «i premi aziendali sembrano poco correlati ai risultati».
 
L’andamento della produttività dipende dunque da scelte libere, e legittime, delle imprese, che il regime contrattuale non sembra aver condizionato più di tanto (se non, come, si è visto, per una maggiore flessibilità). Piuttosto, al di là di noti condizionamenti esterni (eccesso di regolazione, inadeguatezza delle infrastrutture pubbliche, istruzione insufficiente), vi erano condizionamenti interni al sistema produttivo: soprattutto una struttura dimensionale e una composizione della produzione difformi da quelle dei maggiori Paesi europei, che hanno ostacolato l’adattamento al nuovo mondo della tecnologia e della concorrenza internazionale.
 
L’investimento, l’innovazione, e dunque la produttività, sono inversamente correlati alla dimensione; i processi di riconversione produttiva sono lenti e costosi. Non sorprende che, per anni, queste difficoltà abbiano provocato scelte difensive e di retroguardia e, pertanto, gli esiti di produttività sopra richiamati.
Le scelte delle imprese non dipendono, grazie a Dio, da un contratto, nazionale o aziendale (e si vorrebbe che non dipendessero per nulla da interventi pubblici).
Ma esiste un altro contratto implicito, che alla lunga ne indirizza i comportamenti in vista del profitto: quello del libero scambio in un mercato globale. Gli effetti, benefici, si cominciano a vedere. Da un paio d’anni, mentre è aumentata la mortalità nell’universo delle imprese, quelle che rimangono si rafforzano, per sopravvivere: «La crescente pressione competitiva…e la disciplina del cambio…sono tra i principali fattori che hanno messo in moto la ristrutturazione del sistema produttivo italiano, attraverso un’intensa riallocazione di risorse…in favore delle imprese più efficienti e profondi cambiamenti nelle strategie aziendali».
 
È ripresa la crescita delle esportazioni; in alcuni settori l’andamento della produttività ha invertito il segno. La riforma del sistema contrattuale serve: ma, per creare sviluppo, serve soprattutto che il cambiamento del modello seguito per troppo tempo dalle imprese italiane continui e si consolidi.

La conclusione è che l’intervento proposto dal governo è ampiamente negativo, non risolve nulla e tende ad ampliare ancora tendenze negative della nostra economia.
Diremmo che comunque l’uso della leva fiscale per ridistribuzione del reddito non è vincente e non risolve il problema.

Cosa fare allora. Proposta
La proposta deve andare verso l’attirare fondi ed investimenti sul settore produttivo per ammodernare sia il prodotto che il ciclo di produzione.
Alcune proposte possono essere:

a)   innalzamento della tassazione sui redditi finanziari al 20%, come dappertutto nel mondo occidentale;
b)   rivedere i percorsi formativi della scuola e dell’università per favorire il miglioramento delle competenze;
c)   invogliare capitali italiani e stranieri per investimenti su produzioni ad alto contenuto tecnologico e/o artigianali di pregio, utilizzando la leva fiscale, il miglioramento delle infrastrutture fisiche e di comunicazione digitale;
d)   esercitare un ruolo politico di mediazione affinché i contratti nazionali recepiscano la necessità di ridistribuire il reddito verso i lavoratori dipendenti;
e)   incentivare, con la leva fiscale, la formazione sul lavoro per favorire la riconversione della produzione;
f)   istituire una contrattazione di secondo livello che favorisca il riconoscimento del merito nella partecipazione ai risultati aziendali e che non penalizzi i lavoratori delle piccole e medie imprese che spesso non hanno un’adeguata rappresentanza sindacale, per la partecipazione ai seguenti risultati sulla base:
       1)   sia del raggiungimento dei risultati previsti aziendali generalizzato a tutti i dipendenti;
       2)   sia il riconoscimento per coloro che hanno espresso migliore professionalità.

Quindi la proposta di detassazione sul lavoro straordinario apre la finestra a tutta la concezione del mondo produttivo e del lavoro.

Il lavoro atipico va completamente ridisegnato nella normativa per evitare la precarizzazione a vita. Pensiamo che l'economia non possa essere solo quella dei call center a basso contenuto di competenze. Spesso molti laureati finiscono lì perché sanno parlare in modo convincente in italiano.

Ovvio che chi è in attesa di un rinnovo di contratto nei mesi successivi sorvola su qualche ora in più di lavoro prestato.

E' inutile correre di più da precario se gli altri corrono con i treni, questa è la lezione che dovremmo imparare dagli ultimi anni della nostra storia economica.

Il problema è sopratutto di far invertire la rotta all'economia che, spinta dagli spiriti che più che animali sembrano sprovveduti, sta superando il punto di rottura di ogni equilibrio. Dalla speculazione dei subprime a quella sulle materie prime, si sposta solo il terreno di razzia, a pagare sono sempre gli stessi e la domanda potrebbe bloccarsi sul mercato con un effetto domino spaventoso.

Si deve garantire che tutti i dati macro economici garantiscano la necessaria crescita dell'economia per poter distribuire ricchezza ma si deve anche decidere dove far pendere l'ago della bilancia per la ridistribuzione della ricchezza.

Dal punto di vista teorico le soluzioni vincenti sono quelle cooperative, tutti abbiamo sentito parlare di John Nash e della teoria dei giochi non a somma zero.

Questo ha ricadute sul concetto di welfare e sulla concezione dei servizi offerti al cittadino, dai servizi amministrativi, sanitari, formazione ed educazione, sicurezza, difesa, etc..

Fa un po' venire la pelle d'oca l'idea che alcuni servizi possano essere garantiti sub iudice al cittadino, che ci sia l'idea che lucrare sui servizi basilari di competenza di uno Stato possa introdurre efficienza che arricchisca tutti. L'esempio della sanità statunitense è lì a monito, qualche anno fa si parlava di trenta milioni di esclusi, che devono accontentarsi di servizi simili a quelli erogati negli stati più poveri.

Ritornando al tema i servizi di ogni tipo offerti al cittadino questi sono fondamentali per lo stare insieme, quindi è un grande valore per tutta la comunità - società.

Ripeto senza servizi sociali efficienti come possono le donne vivere appieno tutta la loro vita?
O stanno chine a far gli straordinari senza altra prospettiva che sbarcare il lunario o hanno una vita piena senza pensare a sbarcare il lunario.

Uno dei maggiori contributi offerti dal precedente governo è stato la trattazione della spesa pubblica operata da Padoa Schioppa, a rileggerlo si trovano analisi e soluzioni evidenti.

Bisogna considerare che la spesa sembra troppo elevata perché la ricchezza non cresce, ma la spesa è in linea con gli altri paesi europei come valore assoluto.

Perciò c'è bisogno di ristrutturare completamente il funzionamento dei servizi garantiti dallo stato, ammodernare il "ciclo produttivo" per renderlo più efficiente ed aumentare la quantità e la qualità dei servizi offerti.
 
Questo rende più simile gli interventi di politica di gestione delle retribuzioni a quelle del privato, se vuoi servizi e vuoi impegno allora devi garantirti personale competente e motivato, andando a concorrere con le aziende private.

Anche qui la soluzione non può essere di pretendere maggiori prestazioni orarie per supplire la mancanza di professionalità e mezzi, ma di dare quanto serve per allinearci con i paesi industrializzati.

Purtroppo oggi siamo in attesa che la pretesa del reddito da investimento finanziario di far assorbire minime risorse per i servizi dello stato, per lasciare più alti margini di guadagno alla propria speculazione, porti ai ciclici disastri da avvelenamento dei pozzi che abbiamo visto nella storia.
Siamo proprio smemorati ed è proprio vero che chi non comprende gli errori fatti nella storia e condannato a ripercorrerli.

E' inutile girare intorno, oltre alle cure di urgenza per la crisi che attanaglia molte famiglie, è necessaria una nuova visione dell'economia italiana, solo quando avremo allineato la nostra economia a quelle avanzate per contenuto innovativo potremo uscire dall'emergenza.
14  Forum Pubblico / GRUPPO di STUDIO: I PARTECIPANTI scrivono... / Re: Proposta: Organizzare una opposizione sul territorio inserito:: Giugno 22, 2008, 07:39:49 pm
Sono d'accordo con mammamaria sull'esigenza, anche se non vedo facile realizzarlo da noi, senza una rete. Andrebbe contrastato l'operato del governo punto per punto laddove è negativo (quasi in ogni azione direi) e non solo con un documento del ministro ombra, mandato in comunicato stampa e a volte riportato nei TG. L'azione deve essere di radicamento e continua, non si esaurisce con il compitino. Ci vuole presa nella società.
Però c'è una difficoltà, attualmente vedo il "maggior partito di opposizione" avvitato su se stesso e se si prende un'iniziativa diversa la prima cosa a cui pensare è far la guerra nel partito, a favore o contro Veltroni oggi, come se fosse il maggior esponente dello schieramento a noi avverso.
Sembra più importante la presa del PD che del governo ....... Forse è un retaggio di casta perché ........ lascio perdere.
Come costruire questa rete sarebbe un corollario del lemma sulla costruizione dei circoli in rete (tavolo 3) con un'azione sui circoli, sulle associazioni, su altri partiti (alleati o no alle elezioni, su questo nel passato abbiamo sempre fatto bene, il passaggio alla costruizione è più complicato, forse il nostro tentativo può essere una strada tracciata come metodo).
15  Forum Pubblico / GRUPPO DI STUDIO: Lavori in corso. / Re: Tavolo n° 2 Straordinari... inserito:: Giugno 20, 2008, 12:33:11 am
Ciao Matleo,
penso che per produzione materiale tu ti riferisca anche a produzione di servizi da parte di aziende sul mercato, per esempio aziende di assistenza HW e SW, aziende di consulenza, aziende anche di fornitura di servizi ospedalieri, etc.
Se sbaglio, ed ovviamente capita spesso, dimmelo.
In effetti, se per servizi intendiamo i servizi offerti al cittadino, dai servizi ammnistrativi, sanitari, formazione ed educazione, sicurezza, difesa, etc., il effetti il quadro cambia un po'.
Sopratutto cambia perché dipende da una scelta politica di cosa si intende per Stato, proprio vedendo alcuni commenti alla finanziaria del travestito boy scout Tremonti si capisce meglio.
A me fa un po' venire la pelle d'oca l'idea che alcuni servizi possano essere garantiti sub iudice al cittadino, che ci sia l'idea che lucrare sui servizi basilari di competenza di uno Stato possa introdurre efficienza che arrichisca tutti. L'esempio della sanità statunitense è lì a monito, qualche anno fa si parlava di tranta milioni di esclusi, che devono accontentarsi di servizi ridotti simili a quelli erogati negli stati più poveri.
La scelta è politica e porta dietro considerazioni probabilmente non semplici sui meccanismi di accomulazione del capitale per investimenti necessari e di crescita.
In breve un buon governo, come continuo a sostenere sono stati i governi Prodi (anche il governo Ciampi fu un esempio forse anche superiore), deve decidere quante risorse può mettere da parte per i servizi da offrire a chiunque abbia cittadinanza e gestirle al meglio.
Deve garantire che tutti i dati macro economici garantiscano la necessaria crescita dell'economia per poter distribuire ricchezza ma deve anche decidere dova far pendere l'ago della bilancia, qui ci si scontra violentemente con la concezione liberista che pensa che massimizzare il reddito da investimento da capitale garantisca il benessere di tutti, come ogni buona esemplificazione e estremizzazione tira per i capelli dati e prospettive, conduce prima o poi a disastri apocalittici.
Dal punto di vista teorico le soluzioni vincenti sono quelle cooperative, tutti abbiamo sentito parlare di John Nash, qualcuno ha avuto la ventura di avere almeno una sommaria informazione sulla teoria dei giochi non a somma zero. Ci sono montagne di simulazioni che garantiscono il successo di strategie cooperative ed anche il buon vecchio buon senso va in quella direzione.
Ci vuole equilibrio, competere sul mercato non vuol dire guerra di religione, infatti queste guerre si trasferiscono anche anche all'interno delle stesse squadre (perché anche i dipendenti devono essere in lotta fra loro per efficientare il tutto secondo la teoria liberista)  con gravi perdite per le aziende. Per gli inguaribili calciofili (io non lo sono, ma vale anche nei team di F1 vedi Mac Laren lo scorso anno) c'è l'esempio del calciatore che, più preso a mettersi in mostra per garantirsi il miglior contratto che al risultato della squadra, si rende inutile e dannoso per la squadra per smania di protagonismo.
Ritornando al tema i servizi di ogni tipo offerti al cittadino questi sono fondamentali per lo stare insieme, quindi è un grande valore per tutta la comunità - società.
In Italia da troppo tempo questi servizi sono stati visti come centro di potere per la casta, insomma gli azionisti avidi sono stati i politici.
Pertanto bisognava ingrassare inutilmente le fila dei dipendenti per motivi clientelari, bisognava favorire con cattiva gestione la concorrenza delle corporazioni (vedi il sistema sanitario come esempio), bisognava mungere grandi retribuzioni per assegnazioni nepotistiche.
Insomma lo stato è stato a volte trattato come cosa propria.
Ne è seguito che per i servizi offerti il prezzo è stato troppo alto.
Uno dei maggiori contributi offerti dal precedente governo è stato la trattazione della spesa pubblica operata da Padoa Schioppa, a rileggerlo si trovano analisi e soluzioni evidenti.
E' vero anche che c'è da considerare la composizione della spesa ed in testa vi è il trattamento pensionistico e la sanità.
Se per il trattamento pensionistico ora i conti sono sotto controllo per la sanità non è altrettanto vero, ma non penso che si possano operare grossi risparmi senza cadere nella soluzione statunitense.
Bisogna considerare che la spesa sembra troppo elevata perché la ricchezza non cresce, ma la spesa è in linea con gli altri paesi europei come valore assoluto.
Perciò c'è bisogno di ristrutturare completamente il funzionamento dei servizi garantiti dallo stato, ammodernare il "ciclo produttivo" per renderlo più efficiente ed aumentare la quantità e la qualità dei servizi offerti. Sì perché non penso che si possa pensare di ridurre la spesa per il personale della PA, per cui quello che è eccedente nell'attuale situazione va destinato ad arricchire i servizi offerti. Forse qualcuno sogna di privatizzare il personale, oltre ad i servizi erogati, per dare mandato ai manager di ridurre il personale.
Questo rende più simile gli interventi di politica di gestione delle retribuzioni a quelle del privato, se vuoi servizi e vuoi impegno allora devi garantirti personale competente e motivato, andando a concorrere con le aziende private.
Anche qui la soluzione non può essere di pretendere maggiori prestazioni orarie per supplire la mancanza di professionalità e mezzi, ma di dare quanto serve per allinearci con i paesi industrializzati.
Quindi andrebbero firmati i contratti scaduti in modo dignitoso e contemplare anche gli statali fra coloro che godono di eventuali vantaggi di redistribuzione del reddito.
Dietro l'esclusione degli statali dalla riduzione del carico fiscale sugli straordinari per gli statali ci sono due pregiudizi:

  • che gli statali siano lavoratori di serie B;
  • che ci sia un'intollerabile visione di condanna per chi non ha mezzi propri per acquisire i servizi offerti dallo stato, per cui si offre il servizio meno valido possibile (un'autentica esclusione di cittadinanza per chi non è ricco).

Per me il problema è risolvibile nell'atteggiamento dell'ottica storica delle social democrazie europee, in cui i servizi dello stato sono riconosciuto come portanti per la coesione della società.
Putroppo oggi siamo in attesa che la pretesa del reddito da investimento finanziario di assorbire minime risorse per i servizi dello stato, per lasciare più alti margini di guadagno, porti ai ciclici disastri da avvelenamento dei pozzi che abbiamo visto nella storia.
Siamo proprio smemorati ed è proprio vero che chi non comprende gli errori fatti nalla storia e condannato a ripercorrerli.
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