LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: MICHELE AINIS.  (Letto 51465 volte)
Arlecchino
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« Risposta #225 il: Gennaio 30, 2016, 12:41:53 »

Se i politici in parlamento aspettano le piazze
Il Parlamento è debole nei confronti del governo.
Il governo è debole nei confronti delle dimostrazioni.
Ai politici italiani serve una vitamina


Di Michele Ainis

E due. Dopo le adunate arcobaleno del 23 gennaio (un milione di persone in 96 città, per difendere la legge sulle unioni civili), oggi tocca al Family day contro la stepchild adoption. Che nonostante l’etichetta non si terrà sulle rive del Tamigi, bensì a Roma, al Circo Massimo; e anche stavolta sono attesi un milione di manifestanti. Insomma, una piazza spiazza l’altra. Ma chi rimpiazza questa piazza? Il Parlamento, o ciò che ne rimane. Perché ieri come adesso non è in questione il sacrosanto diritto di riunirsi, d’assieparsi in folle vocianti inalberando le proprie ragioni. No, è in questione il modo in cui la politica s’atteggia dinanzi a tali eventi, la singolare inversione di ruoli e competenze fra popolo e Palazzo.

Le prove? Già la conta delle adesioni illustri ha un che d’improprio, d’irrituale. La settimana scorsa, a sfilare in sostegno del ddl Cirinnà, c’erano ministri (Martina), viceministri (Della Vedova), sottosegretari (Scalfarotto), governatori (Serracchiani), sindaci (de Magistris), e ovviamente frotte di parlamentari. Oggi è previsto il bis, sicché ti monta in gola una domanda: ma contro chi manifesta cotanto manifestante? Contro il legislatore, cioè contro se stesso. E no, gioco scorretto: a ciascuno il suo mestiere. Chi governa deve sfornare testi, non proteste. Almeno su quelle, lasciate il monopolio ai cittadini, dato che voi esercitate il monopolio sulle leggi. Sennonché pure quell’antico dominio parrebbe ormai senza padroni.

Il disegno di legge sulle coppie gay aveva subito un’accelerazione alla vigilia della piazza favorevole, è rallentato bruscamente alla vigilia di quest’altra piazza, tanto che il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità è stato rinviato. A quale scopo, forse per contare le adesioni? Ma il principio di maggioranza vale nelle assemblee legislative, non sui marciapiedi. In democrazia si governa con un seggio in più, non con un corteo più numeroso. Anche perché altrimenti s’investe la piazza di un potere interdittivo, del quale ha immediatamente approfittato Massimo Gandolfini, promotore del Family day. Venite in molti, ha detto, così fermeremo questa legge. E se Renzi non ci ascolta, bocceremo pure il referendum costituzionale. Ma perché, la nuova Costituzione è omosessuale?

E a proposito di referendum. È l’unica pistola di cui sono armati i cittadini, il solo contropotere popolare avverso gli abusi o gli errori del potere. In questo frangente, viceversa, l’ha evocato Alfano, ministro dell’Interno. Per carità, è un suo diritto. Ma è un dovere dei politici governare nelle istituzioni, non nelle piazze. Intervenire in Parlamento, non nei talk show televisivi, dove ormai s’incontrano più senatori che in certe sedute a Palazzo Madama. Occuparsi di leggi e di decreti, non d’una frasetta pronunziata a Ballarò dal suo conduttore. Ed è un dovere — etico, politico, giuridico — reggere anche il peso di decisioni impopolari, se lo reclama l’interesse generale. Governare significa scontentare, diceva Anatole France.

Ecco, è da quest’impotenza che deriva la potenza della piazza. Da una politica debole, in crisi di fiducia popolare, che insegue perciò l’ultimo sondaggio, l’ultimo dato d’ascolto in tv. Ne è prova la retromarcia del governo sul reato d’immigrazione clandestina: avrebbe dovuto abrogarlo ai primi di gennaio, poi non ne ha fatto nulla, troppi mal di pancia nell’elettorato. Eppure l’altro ieri il presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, ha ribadito che si tratta d’un reato inutile e dannoso. Nessuna reazione; forse gli converrà indire a sua volta un Justice day. Nel frattempo il Parlamento è debole nei confronti del governo, il governo è debole nei confronti delle piazze. Ai politici italiani, più che un voto, serve una vitamina.

29 gennaio 2016 (modifica il 29 gennaio 2016 | 23:45)
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Da - http://www.corriere.it/cultura/16_gennaio_30/se-politici-parlamento-aspettano-piazze-33d74380-c6d3-11e5-bc00-4986562dd09c.shtml
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« Risposta #226 il: Maggio 05, 2016, 12:40:55 »

Magistrati e politica, dannosi scambi di ruolo

Di Michele Ainis

E tu, che lavoro fai?». «Il tuo». Alle nostre latitudini, succede di frequente: lo sport più praticato è il gioco a rubamazzo. Perché i ruoli di ciascuno non sono mai precisi, univoci, scolpiti sulla pietra. Perché l’invasione di campo non può essere un delitto, quando manca il campo. E perché, mentre in Italia gli incompetenti sono ormai legioni, tutti si dichiarano pluricompetenti. Le baruffe tra politica e giustizia (ultimo episodio: l’arresto del sindaco di Lodi) trovano proprio qui la loro miccia detonante, anche se per lo più non ci facciamo caso. D’altronde si tratta d’una vecchia storia, che ci accompagna da quando giravamo coi calzoni corti. Quante volte il Csm ha cercato di rimpiazzare il Parlamento, dettando moniti e pareri non richiesti sulle leggi da approvare? E quante volte il Parlamento si è sostituito alle procure? Provate a domandarvi chi sia il personaggio più noto nell’azione di contrasto alle cosche mafiose. Risposta: Rosy Bindi, presidente dell’Antimafia. Una Commissione parlamentare d’inchiesta che rimbalza da una legislatura all’altra fin dal 1962, e che fin qui ha alternato 15 diversi presidenti.

Chi fa cosa, ecco il problema. Non solo nel rapporto fra giudici e politici: anche nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende pubbliche e private. Anche nei ministeri, o nelle relazioni fra lo Stato e le Regioni. Dove gli sconfinamenti hanno innescato oltre 100 conflitti l’anno dinanzi alla Consulta, nel lustro successivo alla riforma del Titolo V. Magari adesso la riforma della riforma ci metterà una pezza, o magari aprirà un altro contenzioso fra Camera e Senato, per regolare il loro diritto di parola sulle leggi. Tanto, si sa, nel dubbio ognuno chiede la parola. E il giudice che dovrebbe giudicare non di rado straparla a sua volta. Per dirne una, nel 2015 le Sezioni unite della Cassazione (sentenza n. 19.787) hanno dovuto alzare la paletta multando il Tar del Lazio, che pretendeva di surrogarsi al Csm nel conferimento degli incarichi giudiziari direttivi. Da qui la fortuna d’un mestiere ormai praticato in lungo e in largo: il supplente. Irrinunciabile, a quanto pare, nella scuola, dove quest’anno sono state assegnate 122 mila supplenze, nonostante l’assunzione di 86 mila docenti. Anche in famiglia, però, il reddito di cittadinanza al figlio disoccupato viene garantito dal papà, l’asilo per i nipotini sta a casa dei nonni, mentre del bisnonno s’occupa una badante ucraina. Tutti supplenti rispetto allo Stato assente, come le associazioni di volontariato, come le fondazioni bancarie, chiamate a turare le falle del welfare.

E se il nostro ordinamento lesina i diritti civili, oltre a quelli sociali? Possiamo sempre rivolgerci a un supplente di Stato, con una toga sulle spalle o con una fascia tricolore al petto. Nel primo caso supplisce la magistratura, che nel 1975 stabilì il diritto alla privacy (la legge intervenne 21 anni dopo), nel 1988 offrì tutela al convivente more uxorio (la legge manca ancora), mentre nel dicembre scorso il Tribunale di Roma ha riconosciuto la stepchild adoption, proprio mentre il Parlamento la disconosceva. Nel secondo caso entra in scena il sindaco: per esempio trascrivendo i matrimoni gay (nell’ottobre 2014 Marino l’ha fatto per 16 coppie) oppure con il Registro dei testamenti biologici (fin qui adottato in 169 Comuni, oltre che dal Friuli Venezia Giulia a livello regionale). E se invece il sindaco si rivela un incapace? Allora tocca al supplente del supplente, nelle vesti del commissario prefettizio. Il record è in provincia di Caserta, con 18 amministrazioni comunali decapitate; tanto che la prefettura ha dovuto chiedere rinforzi al ministero, perché da quelle parti i viceprefetti sono soltanto 11. Una Repubblica male ordinata reca più danni d’una tirannia, diceva nel Cinquecento Donato Giannotti. Ieri come oggi, il disordine è allevato da un ordinamento sovraccarico e confuso, dove le leggi si fanno per decreto, dove i decreti durano quanto un volo di farfalla. Sicché in ultimo il destino che ci aspetta sarà uguale a quello già sperimentato da una maestra di Bergamo: licenziata a gennaio, continua ad insegnare grazie alle liste fuori graduatoria. Proprio come lei, ogni italiano diventerà ben presto il supplente di se stesso.

3 maggio 2016 (modifica il 3 maggio 2016 | 21:11)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/16_maggio_04/magistrati-441c78f4-1161-11e6-950d-3d35834ec81d.shtml
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« Risposta #227 il: Giugno 03, 2016, 12:15:30 »


La lezione del 2 giugno
Il tradizionale passaggio delle Frecce tricolori sull'Altare della Patria in occasione del 2 giugno

Di MICHELE AINIS
02 giugno 2016

ITALIA in bianco e nero, siamo tutti juventini. Magari vinceremo gli scudetti, però abbiamo perso il gusto dei colori. O di qua o di là, senza vie di mezzo: chi dubita fa il gioco del nemico, e ogni nemico è un infedele. Non è forse questo il vento che ci spettina mentre andiamo incontro al referendum costituzionale? Tifoserie urlanti sugli spalti, comitati del no reciprocamente in gara su chi scandisce il niet più roboante, comitati del sì armati di moschetto. Sull’analisi prevale l’anatema.

Eppure il referendum d’ottobre potrebbe offrirci il destro per una riflessione collettiva sulle nostre comuni appartenenze, sul senso stesso del nostro stare insieme. Giacché la Costituzione rappresenta la carta d’identità di un popolo, ne riflette il vissuto, ne esprime i valori. Ma noi italiani la conosciamo poco: non la studiamo a scuola, non la pratichiamo quasi mai da adulti. Sarà per questo che siamo diventati incerti sulla nostra stessa identità. Sarà per questo che ci specchiamo nella Costituzione come su un vetro infranto, da cui rimbalza un caleidoscopio d’immagini parziali, segmentate. È l’uso politico della Carta costituzionale, nel tempo in cui la politica consiste in una lotta tra fazioni. Di conseguenza, alle nostre latitudini ciascun tentativo di riforma aggiunge ulteriori divisioni, quando sulle regole del gioco occorrerebbe viceversa il massimo di condivisione.

Ecco perché cade a proposito questo 70° compleanno della Repubblica italiana. Fu battezzata anch’essa con un referendum, il 2 giugno 1946. Quel giorno ogni elettore ricevette una scheda con due simboli: una corona per la monarchia; una testa di donna con fronde di quercia per la repubblica.

E il referendum spaccò il Paese in due come una mela; perfino l’esito venne contestato, tanto che il dato ufficiale si conobbe soltanto il 18 giugno, dopo i controlli della Cassazione. Tuttavia dalla frattura è germinata l’unità. C’è forse qualcuno, settant’anni più tardi, che non si riconosca nella Repubblica italiana?

D’altronde lo stesso referendum del 1946 svolse una funzione pacificatrice. Intanto, la soluzione referendaria fu negoziata con la monarchia. In secondo luogo, essa evitò una conta all’interno dell’area moderata, divisa a metà fra monarchici e repubblicani; e infatti De Gasperi ne fu strenuo sostenitore. In terzo luogo, il referendum permise di saldare due Italie e due generazioni, i vecchi e i giovani, gli operai del nord e i contadini del sud, convocati per la prima volta dinanzi a un’urna elettorale. E infine i vincitori seppero rispettare i vinti, senza calpestarli sotto un tacco chiodato. Non a caso, i primi due presidenti della nuova Repubblica furono entrambi uomini di simpatie monarchiche: Enrico De Nicola e Luigi Einaudi.

Che lezione si può trarre da quei remoti avvenimenti? Una su tutte: la democrazia non deve aver paura dei conflitti, perché dai conflitti nascono i diritti. Però nessuna democrazia può sopravvivere in un conflitto permanente, che s’estende alle stesse norme costituzionali. Come regolarmente ci succede in questo primo scorcio di millennio. Nel 2001 la riforma del Titolo V fu approvata dal centro-sinistra con una maggioranza risicata (4 voti alla Camera, 9 al Senato). Nel 2005 la devolution del centro- destra passò con 8 voti di scarto. Nel 2016, all’atto del voto finale sulla riforma del bicameralismo, le opposizioni hanno abbandonato l’aula: il massimo di ripulsa.

Eppure non è vero, non è del tutto vero, che ci dividiamo sempre tra guelfi e ghibellini. Nel 2012, all’epoca del governo Monti, la riforma costituzionale sul pareggio di bilancio fu timbrata all’unisono, e in appena tre mesi, dal nostro Parlamento. Perché infuriava la crisi dei mercati, perché l’Italia si sentiva sotto assedio. Morale della favola: riusciamo a stare uniti solo durante un’emergenza. Ma la disunione è in se stessa un’emergenza. Anche perché non s’accanisce sui principi, bensì sulle loro concrete applicazioni. Siamo tutti d’accordo sul superamento del bicameralismo paritario, salvo questionare su quanto divenga dispari il Senato. Tutti desideriamo una giustizia più efficiente, però giudici e politici si scaricano addosso le colpe dell’inefficienza. Siamo tutti disposti a riconoscere i diritti delle coppie gay, ma al contempo scateniamo la guerra civile sulle nozze omosessuali o sulla stepchild adoption. Conclusione: non abbiamo bisogno d’un teologo, e nemmeno di un filosofo. Ci serve un ingegnere.

michele.ainis@uniroma3.it. L’autore è giurista e costituzionalista. Con questo articolo inizia la sua collaborazione con Repubblica

© Riproduzione riservata
02 giugno 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/06/02/news/la_lezione_del_2_giugno_michele_ainis-141134170/?ref=HRER2-1
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« Risposta #228 il: Giugno 17, 2017, 11:23:16 »

Ius soli, quei riflessi fascisti in Parlamento

In quanto accaduto ieri al Senato c'è come un déjà vu. Qui è in questione la buona creanza, categoria a quanto pare ormai obsoleta, come il "galateo parlamentare"

di MICHELE AINIS
16 giugno 2017


DOPO un paio d'anni di stallo, con quella legge sepolta da migliaia di emendamenti, cominciavamo a sospettare che i nostri senatori fossero insensibili alla riforma della cittadinanza. Alleluia, ieri ci hanno offerto la prova contraria. Sono così sensibili da dover ricorrere agli antidolorifici, dopo una giostra di mischie, spinte, pestoni, dopo un andirivieni concitato verso l'infermeria di Palazzo Madama.

Merito della Lega, che ha innescato la bagarre. Ma questo genere di spettacoli mortifica l'intero Parlamento, non soltanto chi se ne renda artefice. Perché non è in questione il diritto al dissenso, anche nelle sue forme estreme, anche con l'ostruzionismo che proprio le destre imbastirono da quegli stessi banchi, negli anni Settanta, contro le Regioni o contro la riforma della Rai. No, qui è in questione la buona creanza, categoria a quanto pare ormai obsoleta, come il "galateo parlamentare" di cui ancora si legge nei manuali di diritto. Eppure la prima seduta della Camera, a Roma, fu inaugurata da una votazione sul cappello: succedeva infatti che l'aula fosse ancora priva di termosifoni, sicché alcuni deputati chiesero di derogare al protocollo indossando un berretto di lana, per proteggersi dal freddo. E la presidenza mise ai voti la richiesta.

Altri tempi, altre tempre. Ma in tutta questa storia c'è un altro sapore del passato che ci sale alla gola, c'è come un déjà vu. C'è un riflesso fascista, proprio così. Non solo per i saluti romani che contemporaneamente s'impennavano a piazza Vidoni, a qualche metro di distanza dal Senato, per una manifestazione di Forza nuova. Non solo perché anche il fascismo additava lo straniero come nemico potenziale, tenendolo in un perenne stato d'incertezza circa la sua permanenza nel Paese. È fascista, in sé, la violenza (ahimè, da ieri pure fisica, oltre che verbale) opposta a una legge che l'Italia attende da un quarto di secolo, che ci era stata già promessa nella legislatura scorsa, che ha addensato 26 progetti di legge nel 2013, all'alba di questa legislatura.

Anche perché la proposta in discussione non è affatto un colabrodo. Allarga la cittadinanza, però la sottopone a condizioni e limiti stringenti. È il caso dello ius culturae, che trasforma i minori stranieri in italiani, purché abbiano fatto ingresso nel nostro territorio entro i 12 anni, e purché frequentino le nostre scuole per almeno cinque anni. Ma è anche il caso dello ius soli, che rovescia lo ius sanguinis (è cittadino chi sia figlio di un genitore italiano) cui s'ispira la legge in vigore. Significa che d'ora in poi la cittadinanza s'accompagnerebbe alla nascita nel territorio dello Stato, come avviene negli Usa e in varie altre contrade; tuttavia soltanto per chi abbia almeno un genitore munito del permesso di soggiorno dell'Unione europea.

D'altronde qual è l'alternativa a questa legge? Lo status quo, ovvero un doppio danno: alla sicurezza e alla giustizia. Quanto alla prima, non c'è dubbio che la minaccia terroristica sia figlia della separazione, non dell'integrazione; i muri lì per lì ti rassicurano, ma alla lunga sono scelte suicide. Quanto alla giustizia, ne circola ben poca in un sistema che tiene fuori dall'uscio un milione di ragazzi per lo più nati in Italia, iscritti in un istituto scolastico italiano, che tifano Juve o parlano in dialetto calabrese.

Potranno forse chiedere la cittadinanza più tardi, quando diventeranno grandicelli; ma con le norme vigenti servono dieci anni di residenza ininterrotta sul suolo italiano, che in pratica diventano perlomeno 13 anni. Nel frattempo a un cittadino bastano 30 giorni per rinnovare il passaporto, a uno straniero ne occorrono in media 291 per rinnovare il permesso di soggiorno. E gli immigrati regolari non votano però pagano le tasse, mentre gli italiani residenti all'estero votano senza pagare dazio.

Insomma, mettiamoci rimedio. Per loro, ma dopotutto anche per noi: l'ingiustizia è un veleno che intossica tanto le vittime quanto gli assassini.

© Riproduzione riservata 16 giugno 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/06/16/news/ius_soli_lega_nord_quei_riflessi_fascisti_in_parlamento-168265574/?ref=fbpr
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« Risposta #229 il: Febbraio 16, 2018, 05:20:54 »

Caso restituzioni M5S, Ainis: “Gli irregolari possono revocare candidature”. Di Maio: “Chiederemo che lo facciano”
Il costituzionalista ha spiegato che l'atto di rinuncia all'elezione vale poco perché non ha valore pubblicistico. In compenso la legge elettorale dispone che si possa presentare in qualsiasi momento la rinuncia "alla cancelleria della Corte d'Appello o del Tribunale del capoluogo della regione". Il candidato premier: "Chiedo anche agli altri partiti di fare altrettanto con i loro impresentabili"

Di F. Q. | 16 febbraio 2018

 “Gli elettori possono votare tranquillamente il M5s” perché non solo i candidati che si sono rivelati massoni ma anche “coloro che non hanno rispettato il patto delle donazioni e che sono candidati, gli sarà chiesto di rinunciare alla proclamazione andando alla Corte d’Appello“. Lo ha annunciato il candidato premier M5s Luigi Di Maio in un video su Facebook. “Devo chiedere anche agli altri partiti di fare altrettanto: quelli del Pd e del centrodestra chiedano ai candidati impresentabili di rinunciare alla proclamazione”, aggiunge Di Maio.

Nei giorni scorsi l’M5s ha chiesto ai propri rappresentati risultati “indegni” di firmare un atto di rinuncia all’elezione, ma giovedì sera a Piazza pulita il giurista e costituzionalista Michele Ainis ha ricordato che non è una soluzione perché quella dichiarazione è un mero atto tra privati e in ogni caso le dimissioni devono poi essere votate dal Parlamento e possono essere respinte, come accaduto più volte al senatore Giuseppe Vacciano. In compenso, come Ainis spiega nel dettaglio su Repubblica, c’è una strada più diretta: i candidati che hanno mentito sulle restituzioni al Fondo per il microcredito “possono togliersi di mezzo anche domani, rinunciando alla candidatura”. Ed è quello che ora Di Mario intende chiedere.

Il fatto che “a liste chiuse la candidatura diventi irrinunciabile è una fake news messa in giro non dai pentastellati bensì dai loro avversari”, ha chiarito Ainis. “La smentita si trova nero su bianco nella legge che disciplina le elezioni, basta allungare l’occhio fra i suoi commi”. L’articolo 22 del testo unico delle leggi elettorali, modificato dal Rosatellum, disciplina infatti la modifica della composizione delle liste da parte dell’Ufficio centrale circoscrizionale “a seguito di eventuale rinuncia”: in quel caso si verifica “un effetto di slittamento verso l’alto di tutta la lista, facendo diventare nuovo capolista il secondo candidato”.

La facoltà di rinunciare peraltro non ha un termine: può essere esercitata “fino alla conclusione di tutti gli adempimenti dell’Ufficio centrale circoscrizionale”. E’ sufficiente che il rinunciante, scrive Ainis, “usi le medesime formalità osservate per l’accettazione della candidatura; perciò va bene anche la dichiarazione autenticata da un notaio, purché non rimanga nei cassetti dei cassetti dello studio notarile”. Occorre infatti presentarla “alla cancelleria della Corte d’Appello o del Tribunale del capoluogo della regione”. Morale, secondo il costituzionalista: se i “reprobi del Movimento” lo vogliono, “possono togliersi di mezzo anche domani. Se non lo fanno, smettano d’incolpare le maglie troppo strette della legge”. Giovedì sera l’esponente M5S Paola Taverna ha assicurato: “Ci adopereremo, Di Maio sarà ben felice di farlo”.

Di F. Q. | 16 febbraio 2018

Da - https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/16/caso-restituzioni-m5s-ainis-gli-irregolari-possono-revocare-candidature-di-maio-chiederemo-che-lo-facciano/4164485/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2018-02-16
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« Risposta #230 il: Maggio 17, 2018, 12:22:25 »

Alle spalle del presidente

15 MAGGIO 2018

DI MICHELE AINIS

C'è una crisi, c'è un tira e molla che si prolunga ormai da troppo tempo, e c'è pure un presidente. Mestiere complicato, il suo. Perché gli tocca garantire il rispetto delle forme in questo tempo informe. Eppure la democrazia è forma, procedura. È un insieme di regole la cui osservanza permette la composizione dei conflitti per vie pacifiche, anziché muscolari. E la regola sulle crisi di governo si conserva in una minuscola norma della Costituzione. Articolo 92: "Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri". Qualcuno l'ha letta? Qualcuno se ne cura? Parrebbe di no, a misurare i comportamenti dei partiti durante questa vicenda elettorale.

La scelta dei ministri, innanzitutto. Spetta in condominio al Premier in pectore e al capo dello Stato. Uno propone, l'altro dispone. Ma la proposta andrebbe formulata a bassa voce, non sotto i riflettori. Perché altrimenti diventa un aut aut, un prendere o lasciare. E perché in quel caso al presidente riuscirebbe impossibile distribuire moniti e consigli, senza sbugiardare i suoi interlocutori. Non per nulla la Consulta vietò le intercettazioni di cui era stato vittima Napolitano: la moral suasion del capo dello Stato - si legge nella sentenza numero 1 del 2013 - "sarebbe destinata a sicuro fallimento, se si dovesse esercitare mediante dichiarazioni pubbliche". Qual è invece lo spettacolo rappresentato sulla scena? I 5 Stelle hanno annunziato la propria squadra di governo il 1º marzo, a urne ancora chiuse. E dopo il voto è cominciato il balletto dei nomi e dei cognomi, però non al Quirinale, non davanti al presidente, piuttosto alle sue spalle, nei conciliaboli dei capipartito.

Secondo: la scelta del presidente del Consiglio. Ossia il rebus da cui dipende la soluzione della crisi, l'accordo di governo fra Lega e 5 Stelle. I due leader ne stanno discutendo giorno e notte, ma ne verranno a capo, dichiarano all'unisono, e in ultimo detteranno un nome secco a Mattarella. Ma perché, lui agisce sotto dettatura? In passato, talvolta, succedeva. Specie ai tempi del maggioritario, quando la contesa elettorale si sviluppava fra due poli, quando il voto offriva un responso univoco, preciso. Così, il 9 giugno 2001 Berlusconi, uscendo dal Quirinale, dichiarò che il presidente Ciampi gli aveva assegnato l'incarico di formare il nuovo gabinetto, "conformemente al risultato elettorale". Come a dire: non avrebbe potuto fare altro. Ma adesso non c'è nulla di meccanico, di necessitato, nel quadro politico disegnato dalle urne. La situazione è fluida, pure troppo. E in questi frangenti il capo dello Stato recupera tutti i suoi poteri. Dimenticarsene è uno sgarbo, sia pure commesso in buona fede.

Terzo: i tempi. "Dammi solo un minuto, un attimo ancora", cantavano nel 1977 i Pooh. Quarant'anni dopo, lo stesso motivetto viene intonato da Salvini e Di Maio. Solo che i minuti scadono l'uno dopo l'altro, trascorrono ore, giorni, settimane. E ogni rinvio mette alla prova la pazienza: del presidente, oltre che degli italiani. Lui, indulgente, concede proroghe su proroghe. Sa che i suoi due interlocutori hanno qualche problema con il calendario, con le date. Lo sa da quando avevano decretato nuove elezioni l'8 luglio, benché quel decreto sia di competenza del capo dello Stato. Nel frattempo, tra una proroga e l'altra, ha dovuto riporre in un cassetto il suo governo "neutrale", pur avendolo annunziato a reti unificate. Nell'Italia repubblicana non era mai successo. Del resto, anche il doppio referendum sul programma di governo - che s'apprestano a indire Lega e 5 Stelle - è una novità procedurale. Ma il nuovo che avanza non dovrebbe calpestare il galateo del tempo che fu. Dopotutto, le nazioni muoiono d'impercettibili scortesie, diceva Giraudoux.

Da - https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2018/05/15/news/_l_analisi_alle_spalle_del_presidente-196494179/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_16-05-2018
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