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Autore Topic: Fabrizio BARCA.  (Letto 11706 volte)
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« Risposta #45 il: Ottobre 23, 2014, 11:33:53 »

"A Renzi serve una squadra forte caparbiamente di sinistra"
Pubblicato: 20/10/2014 13:13 CEST Aggiornato: 20/10/2014 14:04 CEST

Gran parlare di partito. Anzi di Pd. Poco importa che il confronto sia iniziato da un dato poco significativo. Sta ai cittadini svegli non sprecare l'occasione facendosi 'incartare' in vacue diatribe tipo 'liquido-solido' o 'pesante-leggero'. Per noi mille (1.000) volontari del progetto Luoghi Idea(li) è l'occasione per condividere, a metà del guado, i risultati della sperimentazione di un partito moderno che stiamo conducendo proprio nel Pd. E per capire che ne pensano 'quindici teste' che generosamente si sono misurate col nostro lavoro dando corpo a quell'idea di un "Monitoraggio indipendente e pubblico" che è la chiave di un salto in avanti delle nostre democrazie.

Abbiamo in testa un Pd palestra di idee e di gruppi dirigenti, che si batta e lavori in ogni angolo del paese perché l'inversione di tendenza divenga realtà, non tanto nelle regole quanto nei comportamenti. Un partito dove il centro sia piccolo, ma robusto e presente luogo per luogo. Dove la base sia radicata nel territorio, ma adotti metodi di mobilitazione e di decisione moderni. Forte nei legami emotivi fra i suoi membri, ma proiettato al di fuori, per intercettare una cittadinanza attiva sempre più autonoma. Diretto da un leader trascinatore - quando mai nella storia un partito ha 'sfondato' senza questo requisito? - ma che si confronti con un gruppo dirigente eccellente, selezionato dai risultati ottenuti nelle pieghe del paese. Che creda e pratichi il pluralismo delle idee, ma sia caparbiamente 'di sinistra', perché sa di essere la voce dei vulnerabili, della moltitudine di cittadini che non possono difendere con successo i propri diritti e interessi attraverso il mercato.

Poiché non abbiamo la verità in tasca. Poiché abbiamo imparato da Isaiah Berlin che 'essere di sinistra' significa riconoscere che i valori in cui crediamo possono confliggere gli uni con gli altri. Poiché il metodo di confronto acceso e informato in cui pure crediamo assume forma e può essere appreso solo usandolo. Poiché la sfiducia dei cittadini nei partiti e nello Stato è altissima e ognuno è pronto a fare la sua parte solo quando vedrà i fatti. Allora, questo partito nuovo abbiamo pensato di metterlo alla prova sul campo, in alcuni luoghi del paese, con l'obiettivo di 'convincerci per convincere'. Abbiamo individuato obiettivi concreti che toccano un pezzo della vita delle persone - un milione di cittadini, abbiamo contato - la cura degli anziani, le bonifiche, il lavoro, i rifiuti, la valorizzazione del paesaggio, l'immigrazione, la relazione eletti-elettori. E li stiamo perseguendo con la mobilitazione 'di testa e di pancia' di militanti del partito e di chiunque abbia deciso di crederci. In questo modo, con l'emozione di cambiare davvero le cose, noi mille abbiamo trovato la voglia di andare contro-corrente. Sia rispetto a chi - forte di incrollabili certezze - proclama i partiti istituzioni del passato o enuncia il proprio verbo su cosa dobbiamo fare, sia chi il partito lo concepisce o usa come un comitato elettorale o di potere.

Finiremo la sperimentazione a marzo 2015 e la tradurremo in una proposta per il vertice del partito. Ma la reazione dei quindici supervisori (da Piero Bevilacqua a Salvatore Settis) alla nostra Relazione intermedia ci dà già oggi un aiuto straordinario per capire e far capire meglio cosa stiamo facendo (e cosa non vogliamo fare) e come farlo con più efficacia nei mesi che ci restano.


Ce ne siamo resi conto discutendone per due giorni, in 45 fra quei mille, in un'Olimpiade - dal circolo Donna Olimpia in Roma che ci ha ospitato - segnata da un clima di grande passione e lucidità, che ci ha dato forza e allegria. Riassumerò allora ciò che i supervisori pensano usando le loro parole più vivide e scusandomi perché certo non farò loro giustizia, come non farò giustizia alle due giornate appena richiamate, che pure mi guidano. Considero qui solo le quattro critiche che possiamo definire 'esterne' (per una loro esposizione più dettagliata e per i 7 precetti su come proseguire la sperimentazione vai a www.luoghideali.it/quindici-teste):

    L'obiettivo dei Luoghi Idea(li) di Fabrizio Barca è sbagliato. L'obiettivo di 'rinforzare il fortino Pd' accrescendo la partecipazione dal basso e di 'sperimentare un processo di formazione pragmatica degli individui' è a un tempo 'insufficiente', di fronte al 'drammatico allontanarsi dei cittadini dalla politica' e sbagliato, di fronte a un 'vertice [del Pd] sfuggito a ogni controllo' e un 'Pd diventato... ventriloquo della destra'. La tattica interna al partito a cui questa scelta costringe il progetto produce un linguaggio 'prudentissimo', 'infarcito di astuzie verbali', 'democristiano d'antan' (Salvatore Settis)

Affido ai lettori giudicare il linguaggio della nostra Relazione. Mi interessa invece il dissenso sull'obiettivo. Questo dissenso - lo scrivo aderendo all'auspicio di Settis di avviare 'un'animata conversazione' (ma in pubblico, mi raccomando) - nasce a mio parere dal convincimento, suo e di altri, di sapere con certezza cosa sia giusto fare. Se così fosse, la strada faticosa di 'formare individui', lavorare dentro un'associazione, testare i valori su decisioni concrete, sarebbe effettivamente tempo perso. E invece noi, noi tutti, siamo maledettamente ignoranti. Abbiamo in testa alcune stelle polari e qualche strumento per seguirle. Ma per tornare a dare un partito adeguato alla sinistra è necessario un grande, consapevole, monitorato esercizio collettivo di autoapprendimento.

Anche fosse così, perché mai farlo dentro questo Pd? Perché, rispondo, è un'associazione in cui decine di migliaia di persone, pronte a intraprendere questa strada, regalano il proprio lavoro volontario, usando un patrimonio materiale (le sedi) e di idee che è anche loro. Perché il Pd è il solo contenitore democratico in circolazione che consenta di risolvere quello che Charles Sabel, nello scriverci, definisce il 'problema dell'uovo e della gallina': "Per cambiare un partito è necessario andare al di fuori di esso... ma per andare al di fuori è necessario avere almeno qualche forma di supporto dal partito stesso". Non opportunismo, ma principio di realtà, dunque. E, infine, perché l'egemonia liberista si è abbattuta sul Pd da ben prima della sua nascita, mescolandosi in modo perverso con il conservatorismo, e semmai ci sono oggi molte più possibilità di liberarsene che non quindici anni fa. Battendosi da dentro e da fuori.

"L'obiettivo è ok ma bisogna prendere il Palazzo d'Inverno". Il titolo è mio ma credo rende vivido lo sprito del messaggio di Roberto Cartocci, Piero Ignazi e alcuni altri, che invita a compiere il passo di una proposta nazionale alternativa, del lancio di un vero e proprio 'antagonismo politico'. Certo, rispondo io, il cambiamento richiede a un certo punto la proposta di un modello organizzativo e di un nuovo Statuto e un dialogo anche serrato con chi pratica strade diverse. Ma non è pensabile replicare l'errore iper-illuminista che condusse allo Statuto attuale del Pd, scrivendolo a tavolino.


Bisogna sperimentare, apprendere dalla pratica come modificare le regole del gioco e i sei mesi di esperienza ci dicono che gli obiettivi 'generali', che vadano oltre i singoli luoghi, pur con fatica e solo per il tempo di un esperimento, li può costruire una comunità di volontari dentro il Pd. E infine e soprattutto: cosa mai cambierebbe con la 'presa del palazzo' se essa non avvenisse sulle gambe di centinaia e migliaia di quadri formatisi dentro un modo diverso di essere partito? Nulla, è la mia risposta. Il che ci porta ai due messaggi che partono dal forte riconoscimento che sperimentare è indispensabile.

La sperimentazione è indispensabile ed è condizione necessaria della costruzione di un partito nuovo di sinistra, ma non è sufficiente perché il partito va da un'altra parte (Piero Bevilacqua, Juan Carlos De Martín, Isaia Sales)

"Come prendere il tè in una casa in caduta libera?" è stato il modo in cui, ricordando Alice nel paese delle meraviglie, abbiamo riassunto il problema durante le nostre 'Olimpiadi'. L'immagine di primo acchito non ci ha confortato. Se noi, il tè e la tazzina prendiamo il moto della casa ci ritroviamo dritti dritti nella degenerazione autoritaria o nell'evanescenza - scegliete voi - a cui è destinato il processo in atto: appagati di bere il tè (l'occhio aperto sul livello locale), saremo ciechi su dove è finita la casa (l'occhio sul mondo). Ma se noi, il tè e la tazzina abbiamo una nostra forza autonoma allora possiamo invertire quel moto. E se è vero che in questi ultimi mesi si è chiuso lo spazio nel Pd fra il 'partito ditta" e il 'partito presidenzialista', questo è in realtà un bene, perché toglie l'idea che il 'partito palestra' sia un compromesso fra i due. Niente affatto. Il partito palestra scardina vecchie e nuove burocrazie, vetero-feudali o neo-imperiali che siano. E apre davvero a un mondo dove il volontariato politico sia di chi ha la conoscenza e la passione civile per cambiare le cose. Ma per arrivare in porto abbiamo bisogno di tempo. Noi ci siamo presi fino a marzo 2015, per un primo stadio. Che ci consentirà di formulare una proposta all'intero partito, sulla base dei risultati che avremo ottenuto. Per provare a 'convincere'. Poi valuteremo come proseguire la strada.

Usciamo dai primi sei mesi con un convincimento più forte di prima. Che non ci sono alternative alla sperimentazione. Ispirati dal richiamo di Bevilacqua ai "Senatori e tecnici di Venezia in pieno Cinquecento" alla prova degli equilibri della laguna, andremo avanti con doppia energia 'a titolo d'esperimento'. Senza cedere a nessuna Sirena. Ma sentendo e guardando, approfondendo il metodo. E allargando il raggio, nel partito e fuori, dove arrivare con il nostro lavoro. Luogo per luogo. Arriverà poi, diciamo a Ignazi e a tutti, il 'passaggio ulteriore'. Dopo il 30 marzo. Valuteremo la situazione, la posizione della casa (il Pd) e le nostre argomentazioni, per decidere come mettere sul tavolo del vertice nazionale del partito i risultati e le proposte finali del progetto.

Da - http://www.huffingtonpost.it/fabrizio-barca/matteo-renzi-fabrizio-barca-pd_b_6013190.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #46 il: Ottobre 23, 2014, 11:41:39 »

Convincersi per convincere: quindici teste e un’olimpiade
Pubblicato in: Il blog   il 20 ottobre 2014 da Staff Fabriziobarca.it
Convincersi per convincere: quindici teste e un’olimpiade   

Gran parlare di partito. Anzi di PD. Poco importa che il confronto sia iniziato da un dato poco significativo. Sta ai cittadini svegli non sprecare l’occasione facendosi “incartare” in vacue diatribe tipo “liquido-solido” o “pesante-leggero”. Per noi mille volontari (1000) del progetto Luoghi Idea(li) è l’occasione per condividere, a metà del guado, i risultati della sperimentazione di un partito moderno che stiamo conducendo proprio nel PD. E per capire che ne pensano “quindici teste” che generosamente si sono misurate col nostro lavoro dando corpo – lo capirete dalla vivacità dei commenti – a quell’idea di un “monitoraggio indipendente e pubblico” che è la chiave di un salto in avanti delle nostre democrazie.

Abbiamo in testa un PD palestra di idee e di gruppi dirigenti, che si batta e lavori in ogni angolo del paese perché l’inversione di tendenza divenga realtà, non tanto nelle regole quanto nei comportamenti. Un partito dove il centro sia piccolo, ma robusto e presente luogo per luogo. Dove la base sia radicata nel territorio, ma adotti metodi di mobilitazione e di decisione moderni. Forte nei legami emotivi fra i suoi membri, ma proiettato al di fuori, per intercettare una cittadinanza attiva sempre più autonoma. Diretto da un leader trascinatore – quando mai nella storia un partito ha “sfondato” senza questo requisito ? – ma che si confronti con un gruppo dirigente eccellente, selezionato dai risultati ottenuti nelle pieghe del paese. Che creda e pratichi il pluralismo delle idee, ma sia caparbiamente “di sinistra”, perché sa di essere la voce dei vulnerabili, della moltitudine di cittadini che non possono difendere con successo i propri diritti e interessi attraverso il mercato.

Poiché non abbiamo la verità in tasca. Poiché abbiamo imparato da Isaiah Berlin che “essere di sinistra” significa riconoscere che i valori in cui crediamo possono confliggere gli uni con gli altri. Poiché il metodo di confronto acceso e informato in cui pure crediamo assume forma e può essere appreso solo usandolo. Poiché la sfiducia dei cittadini nei partiti e nello Stato è altissima e ognuno è pronto (forse) a fare la sua parte solo quando vede i fatti. Allora, questo partito nuovo abbiamo pensato di metterlo alla prova sul campo, in alcuni luoghi del paese, con l’obiettivo di “convincerci per convincere”. Abbiamo individuato obiettivi concreti che toccano un pezzo della vita delle persone – un milione di cittadini, abbiamo contato – la cura degli anziani, le bonifiche, il lavoro, i rifiuti, la valorizzazione del paesaggio, l’immigrazione, la relazione eletti-elettori. E li stiamo perseguendo con la mobilitazione “di testa e di pancia” di militanti del partito e di chiunque abbia deciso di crederci. In questo modo, con l’emozione di cambiare davvero le cose, noi mille abbiamo trovato la voglia di andare contro-corrente. Sia rispetto a chi – forte di incrollabili certezze – proclama i partiti istituzioni del passato o enuncia il proprio verbo su cosa dobbiamo fare, sia chi il partito lo concepisce o usa come un comitato elettorale o di potere.

Finiremo la sperimentazione a marzo 2015 e la tradurremo in una proposta per il vertice del partito. Ma la reazione dei quindici supervisori alla nostra Relazione intermedia ci dà già oggi un aiuto straordinario per capire e far capire meglio cosa stiamo facendo (e cosa non vogliamo fare) e come farlo con più efficacia nei mesi che ci restano.

Ce ne siamo resi conto discutendone per due giorni , in 45 fra quei mille, in un’Olimpiade – ci divertiamo a chiamare così il seminario, dal circolo Donna Olimpia in Roma che ci ha ospitato – segnata da un clima di grande passione e lucidità, che ci ha dato forza e allegria. Riassumerò allora ciò che i supervisori pensano usando le loro parole più vivide e scusandomi perché certo non farò loro giustizia (e allora leggete gli originali sulla piattaforma: http://www.luoghideali.it/ ), come non farò giustizia alle due giornate appena richiamate, che pure mi guidano.
Una sperimentazione giusta? Necessaria? Sufficiente?

Considero prima le quattro critiche che possiamo definire “esterne”, ossia che si domandano: Ma l’obiettivo del progetto Luoghi Idea(li) è giusto? E’ raggiungibile? E sollevano dubbi, anche drastici. Che riassumo (ricorrendo a virgolettati) in quattro messaggi, andando dal più lontano al più vicino rispetto a ciò che noi mille “sentiamo”.

Critica n.1 – L’obiettivo è sbagliato. L’obiettivo di “rinforzare il fortino PD” accrescendo la partecipazione dal basso e di “sperimentare un processo di formazione pragmatica degli individui” è a un tempo “insufficiente”, di fronte al “drammatico allontanarsi dei cittadini dalla politica” e sbagliato, di fronte a un “vertice [del PD] sfuggito a ogni controllo” e un “PD diventato … ventriloquo della destra”. La tattica interna al partito a cui questa scelta costringe il progetto produce un linguaggio “prudentissimo”, “infarcito di astuzie verbali”, “democristiano d’antan” (Settis).

Affido ai lettori giudicare il linguaggio della nostra Relazione (“utilità del conflitto, se informato e aperto”, “rimozione [nel PD] della cultura del lavoro”, e cento altre frasi non mi paiono paludate). Mi interessa invece il dissenso sull’obiettivo. Questo dissenso – lo scrivo aderendo all’auspicio di Settis di avviare un’ “animata conversazione” (ma in pubblico, mi raccomando) – nasce a mio parere dal convincimento, suo e di altri, di sapere con certezza cosa sia giusto fare. Se così fosse, la strada faticosa di “formare individui”, lavorare dentro un’associazione, testare i valori su decisioni concrete, sarebbe effettivamente tempo perso. E invece noi, noi tutti, siamo maledettamente ignoranti. Abbiamo in testa alcune stelle polari e qualche strumento per seguirle. Ma per tornare a dare un partito adeguato alla sinistra è necessario un grande, consapevole, monitorato esercizio collettivo di autoapprendimento.

Anche fosse così, si chiede Settis, perché mai farlo dentro questo PD ? Perché, rispondo, è un’associazione in cui decine di migliaia di persone, pronte a intraprendere questa strada, regalano il proprio lavoro volontario, usando un patrimonio materiale (le sedi) e di idee che è anche loro. Perché il PD è il solo contenitore democratico in circolazione che consenta di risolvere quello che Sabel definisce il “problema dell’uovo e della gallina”: “per cambiare un partito è necessario andare al di fuori di esso… ma per andare al di fuori è necessario avere almeno qualche forma di supporto dal partito stesso”. Non opportunismo, ma principio di realtà, dunque. E, infine, perché l’egemonia liberista – qui uso proprio un argomento di Settis – si è abbattuta sul PD da ben prima della sua nascita, mescolandosi in modo perverso con il conservatorismo, e semmai ci sono oggi molte più possibilità di liberarsene che non quindici anni fa. Battendosi da dentro e da fuori.

Critica n.2 – L’obiettivo è OK ma bisogna prendere il Palazzo d’Inverno. “Partire dai territori si può e si deve” (Cartocci)… ma i progetti “non hanno massa critica e ricaduta politica … Fossero stati almeno cento”. Sono tollerati perché non “disturbano il guidatore” (Ignazi).”… non potranno mai per aggregazione sostituire un’iniziativa del centro … Non si può risalire dalle differenti periferie al centro” (Cartocci) “E’ possibile una mobilitazione cognitiva dal basso senza obiettivi cognitivi comuni, coerenti e condivisi “generali”, che vadano oltre i singoli, molteplici luoghi?” (Diamanti). “Va proposto un modello organizzativo” (Ignazi).

Il titolo è mio e coglie lo spirito del messaggio, che invita a compiere il passo di una proposta nazionale alternativa, del lancio di un “antagonismo politico” a chi oggi guida il partito. Certo, rispondo io, il cambiamento richiede a un certo punto la proposta di un modello organizzativo e di un nuovo Statuto e un dialogo anche serrato con chi pratica strade diverse. Ma non è pensabile replicare l’errore iper-illuminista che condusse allo Statuto attuale del PD, scrivendolo a tavolino. Bisogna sperimentare, apprendere dalla pratica come modificare le regole del gioco. I sei mesi di esperienza ci dicono che è ben possibile mobilitare conoscenze ed emozioni anche solo “simulando” l’esistenza di un centro nazionale. E infine: cosa mai cambierebbe con la “presa del palazzo” se essa non avvenisse sulle gambe di centinaia e migliaia di quadri formatisi dentro un modo diverso di essere partito ? Nulla, è la mia risposta.
Il che ci porta ai due messaggi che partono dal forte riconoscimento che sperimentare è indispensabile. Ma …

Critica n.3 – La sperimentazione è indispensabile, ma motore del cambiamento non è il partito, bensì la cittadinanza attiva … che si fa governo. La mobilitazione dei cittadini per influenzare le scelte pubbliche che li riguardano “non funziona” se i processi sono diretti dal partito, verso cui essi mostrano “sacrosanta diffidenza”. “Gli iscritti al partito faranno parte di tali processi a titolo individuale”. “Il partito in quanto tale” non può essere “motore del cambiamento”, agire da intermediario, ma ha il compito di assicurare che esistano gli spazi di pubblico confronto fra i cittadini organizzati e lo Stato. “La nuova leadership che nasce dal partecipare … può scegliere poi se candidarsi come parte del partito o in modo autonomo con liste ad hoc …”. Questo è il modo di uscire dalla crisi della democrazia. (Sclavi)

E’ il racconto chiaro di una strada diversa, che con la nostra condivide il metodo. Ma qui sono le organizzazioni di cittadinanza attiva (che si fanno governo) a usarlo. E’ una strada che ha prodotto “sindaci arancioni” e nuove esperienze, in piccole e grandi città del paese. Interessanti. Ma gli esiti sono ancora incerti. Assai incerti. Non per caso.

Perché, mancando il “motore” di un partito democratico, dotato di regole interne per decidere e rappresentare, la guida dei processi tende a scivolare – contro le migliori intenzioni – nelle mani di “saggi” che finiscono per accudire non solo il metodo ma le decisioni. Ovvero, nelle mani di leader auto-cooptati, come nelle peggiori versioni del partito-comitato-elettorale. E perché le organizzazioni di cittadinanza attiva per loro formazione e natura, decisive e indispensabili come sono diventate, rappresentano comunque interessi circoscritti, “locali”, mancando dell’aspirazione universale di un partito nazionale, che “è costretto” a guardare le cose da molteplici punti di vista, affrontando il tema del conflitto e del punto di equilibrio fra interessi diversi. Quando poi la “nuova leadership” della cittadinanza attiva si fa effettivamente partito, “siamo da capo a quindici”: un partito identificato con lo Stato, senza l’apertura esterna che solo un partito può avere.
Come prendere il tè in una casa in caduta libera

La sperimentazione è indispensabile ed è condizione necessaria della costruzione di un partito nuovo di sinistra, ma non è sufficiente perché il partito va da un’altra parte. “L’obiettivo di <<mi pare di ardua praticabilità”. Il tuo esperimento rischia di apparire come un tentativo solitario e personale mentre il partito va da un’altra parte” (Bevilacqua). “Come incrocia il dibattito di oggi sul partito <> e i suoi dirigenti reali che vanno in tutt’altra direzione?” (Sales). “la transizione da partito di iscritti a partito di elettori sta procedendo rapidissima … un esito in larga parte già prefigurato dallo Statuto del PD” (De Martin). “Lo so che a livello locale si possono sperimentare nuove modalità di rappresentanza democratica … senza scomodare i massimi sistemi. Ma … la passione [che pensi e pensiamo debba muovere la politica] è un sentimento universale che coinvolge le persone per intero, la quale non può avere un occhio aperto sul locale l’altro chiuso sul resto del mondo” (Bevilacqua).

Torna il tema del contesto in cui la sperimentazione ha luogo. Pur riconoscendo qui che sperimentare è indispensabile si sottolinea che il PD accelera in direzione opposta all’esperimento. “Come prendere il tè in una casa in caduta libera?” è stato il modo in cui, ricordando Alice nel paese delle meraviglie, abbiamo riassunto il problema durante le nostre “Olimpiadi”.

L’immagine di primo acchito non ci ha confortato. Se noi, il tè e la tazzina prendiamo il moto della casa ci ritroviamo dritti dritti nella degenerazione autoritaria o nell’evanescenza –scegliete voi – a cui è destinato il processo in atto: appagati di bere il tè (l’occhio aperto sul livello locale), saremo ciechi su dove è finita la casa (l’occhio sul mondo). Ma se noi, il tè e la tazzina abbiamo una nostra forza autonoma allora possiamo invertire quel moto. E se è vero che in questi ultimi mesi si è chiuso lo spazio nel PD fra il “partito ditta” e il “partito presidenzialista”, questo è in realtà un bene, perché toglie l’idea che il “partito palestra” sia un compromesso fra i due. Niente affatto. Il partito palestra scardina vecchie e nuove burocrazie, vetero-feudali o neo-imperiali che siano. E apre davvero a un mondo dove il volontariato politico sia di chi ha la conoscenza e la passione civile per cambiare le cose. Ma per arrivare in porto abbiamo bisogno di tempo. Noi ci siamo presi fino a marzo 2015, per un primo stadio. Che ci consentirà di formulare una proposta all’intero partito, sulla base dei risultati che avremo ottenuto. Per provare a “convincere”. Poi valuteremo come proseguire la strada.
6 precetti: come convincerci e convincere meglio

Tutte le altre osservazioni sono, come si dice, “interne” al nostro lavoro, ossia alla logica della sperimentazione come la sola strada possibile. Colgono la novità assoluta per l’Italia di un modo di procedere graduale e monitorato. La “spietata onestà” nel raccontare difficoltà e fallimenti, nel descrivere lo “strenuo e faticoso remare contro corrente” e le “resistenze ideologiche e esistenziali e di risultati sui quali aleggia il timore che appena ti volti tutto torna come prima” (Sclavi); o gli ostacoli derivanti da un contesto segnato da “litigi interni al partito e [da] una generale disaffezione per la politica” (Saraceno). “La dedizione e l’ingegnosità dei partecipanti” (Sabel). “La vasta aggregazione di forze che viene tentata” (Biasco). Dopodiché, avendo letto in profondità non solo il Rapporto generale ma le Relazioni dei singoli luoghi – grazie ! – i nostri supervisori ci danno suggerimenti importanti su come procedere. Che così riassumo:

Né subire, né imporre valori e preferenze. Nell’affrontare il tema dei valori, evitate di schiacciarvi in uno dei due seguenti errori: “una tabula rasa valoriale” in cui da sondaggi, interviste, questionari si ricavano preferenze con un atteggiamento passivo, quasi senza entrare nelle motivazioni e nella ragionevolezza – scriverebbe Sen – di tali preferenze; o al contrario ”l’imposizione di valori ai cittadini che devono essere informati o sensibilizzati, senza mettere a repentaglio la tenuta di tali valori”(Granaglia). E allora: “più interviste sulla base di storie di vita”, da cui emerga come quelle preferenze si sono formate.(Sclavi). D’accordo. Ci proveremo con impegno.

Demolire con più durezza i rituali partecipativi del vecchio partito di massa. Enfatizzare che “una normale assemblea non è il luogo adatto per l’ascolto reciproco e per inventare soluzioni creative di mutuo gradimento”; dare più spazio nelle plenarie ai lavori dei piccoli gruppi” (Sclavi) Sono esempi del vasto armamentario di un nuovo modo di partecipare, decidere e interagire con le istituzioni che non può restare relegato a momenti episodici pur simbolicamente importanti – si pensi al messaggio innovativo della Leopolda – ma diventare prassi quotidiana ordinaria. E che Luoghi Idea(li), come altre esperienze contigue, possono narrare al resto del PD. Lo faremo.

Fare più francamente i conti con l’emotività. “La mobilitazione cognitiva si mostra essere anche emotiva; e dunque deve imparare a fare i conti con/gestire con sapienza dinamiche di gruppo, abbandoni, dovuti a resistenze e rimozioni” (Rossi Doria). D’accordo, lo stiamo imparando.

Tradurre l’obiettivo del progetto in un simbolo. “Va individuato entro un determinato periodo di tempo un (1) << artefatto simbolico-operativo>> che sia capace di catalizzare attenzione e operatività” . Durante le “Olimpiadi” abbiamo giudicato che il tempo fosse maturo per scegliere per ogni luogo il simbolo appropriato e farne il riferimento verificabile di cosa il progetto potrà lasciare, e dunque del racconto di come ci saremo riusciti (o no !). Vedrete presto …

Estrarre più informazioni da ogni processo, per usarlo davvero come prototipo. Visto che il progetto di ogni luogo ha l’ambizione di essere “idealtipico”  (Diamanti), allora dobbiamo “chiedere maggiori informazioni”: “i progetti non tentano “di spiegar, successi e fallimenti e soprattutto le scoperte che lasciano interdetti o di stucco” (Sabel). Sin dall’inizio abbiamo aperto e compilato “Diari di Bordo”, proprio con questo intento. Ma dobbiamo lavorarci meglio, con queste domande in testa, con ancora più franchezza, con metodo. E lo stesso vale per la valutazione nazionale … Per capire se l’esperienza sta davvero selezionando classe dirigente bisogna chiedersi dal livello nazionale se “i gruppi si sono arricchiti di nuovi membri e/o ne hanno perso per strada”. E bisogna indagare l’efficacia dei progetti in modo diversificato a seconda che essi siano prevalentemente “strumento di innovazione sociale ovvero promotori di innovazioni nella soluzione di problemi collettivi”, e a seconda che il successo sia legato alla replicabilità della soluzione in altri luoghi ovvero del metodo impiegato nello stesso luogo (Dente)+

Incontrarsi in fraternità per discutere i 15 “valori di sinistra” identificati da Luoghi Idea(li). Occorre dare più rilievo, anche nella piattaforma, alle 15 proposizioni sui valori di sinistra identificate nel progetto, poiché articolano “un’idea convincente e profonda di sinistra”, “non possono in alcun modo essere date per scontate nel PD del 2014” e dovrebbero essere il punto di partenza di incontri promossi nei Luoghi Idea(li) per “leggere e commentare assieme testi rilevanti”, aperti a studiosi e a chi è interessato (DE Martin). Un’ipotesi che vorremmo davvero realizzare SE ci verranno in soccorso le forze intellettuali aggiuntive per farlo.
In conclusione: “a titolo d’esperimento” verso “un passaggio ulteriore”

Usciamo dai primi sei mesi e dalla prima tornata di reazioni sui nostri Rapporti con un convincimento più forte di prima. Che non ci sono alternative alla sperimentazione.
Ispirati dal richiamo di Bevilacqua ai “senatori e tecnici di Venezia in pieno Cinquecento” alla prova degli equilibri della laguna, andremo avanti con doppia energia “a titolo d’esperimento”. Senza cedere a nessuna Sirena. Ma sentendo e guardando, con le mani libere, i suggerimenti di grande aiuto che ci avete dato e ci darete. Approfondendo il metodo. E allargando il raggio, nel partito e fuori, dove arrivare con il nostro lavoro. Luogo per luogo.
Arriverà poi, diciamo a Ignazi e a tutti, il “passaggio ulteriore”. Dopo il 30 marzo. Valuteremo la situazione, la posizione della casa (il PD) e le nostre argomentazioni, per decidere come mettere sul tavolo del vertice nazionale del partito i risultati e le proposte finali del progetto.

Da - http://www.fabriziobarca.it/convincersi-per-convincere-quindici-teste-unolimpiade/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+FabrizioBarca+%28Fabrizio+Barca+%C2%BB+Report%29
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« Risposta #47 il: Novembre 25, 2014, 04:31:51 »

Crollo dei votanti alle Regionali, un brutto segnale per la democrazia.
Tutto va ben madama la marchesa?

Pubblicato in: Il blog   il 24 novembre 2014 da Staff Fabriziobarca.it

“Tutto va ben madama la marchesa” … o quasi: questa è la reazione dominante delle classi dirigenti del paese di fronte al crollo del numero di votanti in Calabria e soprattutto in Emilia-Romagna. “In Emilia-Romagna? Beh, ma cosa ti aspettavi dopo gli scandali! In Calabria? Ma, «loro» votano pure in troppi (un po’ di razzismo non fa mai male)! E poi senza opposizione credibile … perché andare a votare? E, per dircela fra di noi, è un bene che a votare siano in meno … come in tutti i «paesi civili»”.

Intendiamoci. Prima di tutto un augurio ai neo-Presidenti eletti, e la speranza che in Calabria sia l’inizio del cambiamento: quella terra può farcela. Ma a livello nazionale il tema è un altro. Nessuno deve nascondere la testa sotto la sabbia. Alla marchesa della canzone dobbiamo spiegare perché il marito si è suicidato e perché la casa è andata a fuoco.

Il crollo dei votanti non è, caro Pierluigi (Battista) – che hai il merito di essere allarmato –, la “reazione ritorsiva dei corpi intermedi”, ma la “reazione ritorsiva dei cittadini disintermediati”. E delusi anche dall’ultimo tentativo, quello (per versi generoso, per versi autoritario) di Cinque Stelle, di offrire loro una “relazione diretta con il Palazzo”. I fatti sono chiari. Fra Stato e cittadini, singoli o organizzati, si è aperta da tempo una faglia che ora si allarga. Perché, ovunque, trenta anni di liberismo hanno minato la capacità dello Stato di rispondere in modo discrezionale e partecipato ai bisogni dei cittadini. Perché in Europa ciò è aggravato dall’insostenibilità di un’Unione Monetaria che non si completa in Unione Politica. Perché in Italia pesa uno Stato normo-centrico che non presidia l’attuazione degli interventi, succube di azzeccagarbugli e progettifici, incapace al suo interno di premiare il merito; uno Stato a cui i cittadini si rivolgono per “aiuto”, non per fare valere diritti, e che dunque essi disprezzano. E perché, unici nel mondo occidentale, abbiamo preso sul serio l’idea che “i partiti sono un residuo del novecento”; abbiamo vissuto la loro identificazione con lo Stato (e la corruzione e decadimento che ne sono discesi) come l’annuncio della loro fine, non come il campanello di allarme per la loro ricostruzione.

Barca 2
La rinunzia al diritto di voto avviene in misura assai più grave che in contesti simili di Germania o Spagna, simile solo a quella statunitense o britannica (guardatevi i numeri, ne vale la pena). Ma soprattutto da noi è ben più pericolosa. Per tre ragioni. Perché, soprattutto nei paesi anglosassoni, ai cittadini viene offerta la possibilità di giudicare i propri eletti sulla base dei risultati del loro operato, e di punirli, disertando i loro servizi: un metodo che produce ineguaglianza, ma che risponde a criteri almeno astratti di giustizia. Perché in altri paesi – si pensi alla Germania – ai cittadini e ai lavoratori sono offerte e riconosciute piattaforme di partecipazione che “li tirano dentro” nei processi decisionali; e che essi hanno imparato a usare. Perché solo da noi incombe l’Anti-Stato, ossia la criminalità organizzata: quando annusa il distacco fra Stato e cittadini, si fa avanti con i propri “servizi”; come avviene in questi giorni.

E allora, si eviti, per carità, di minimizzare questo brutto giorno della democrazia italiana. E se ne eviti anche un uso strumentale, addossando la responsabilità solo alle nuove classi dirigenti che guidano il paese, come se l’ideologia della semplificazione, del partito leggero, del leader che dialoga con i cittadini, della demolizione dei corpi intermedi non costituiscano la farina dell’ultimo ventennio. E si prenda di petto il tema di ricostruirli, questi benedetti partiti. Il PD ha l’occasione di farlo. Porteremo nella Commissione di studio che il Partito ha avviato il contributo dei mille volontari che, consapevoli dei propri limiti, ma anche della propria forza, stanno sperimentando una nuova forma di partito, proprio nel PD (http://www.luoghideali.it/quindici-teste/). Leggete e fate leggere!

Da - http://www.fabriziobarca.it/crollo-dei-votanti-alle-regionali-brutto-segnale-per-democrazia-tutto-madama-marchesa/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+FabrizioBarca+%28Fabrizio+Barca+%C2%BB+Report%29
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« Risposta #48 il: Gennaio 01, 2015, 11:07:09 »

Dopo Mafia Capitale basta al partito feudale.
Partiamo a gennaio con un'inchiesta sui circoli Pd

Pubblicato: 26/12/2014 11:51 CET Aggiornato: 5 ore fa

I gravi fatti di collusione fra amministrazione, partiti e criminalità venuti alla luce a Roma e che coinvolgono il Partito Democratico hanno natura fisiologica, prima che patologica. Essi derivano infatti da due fenomeni concomitanti di lungo periodo: l'accumularsi di errori nell'azione pubblica di governo della città; la progressiva trasformazione del partito in una "macchina per il bilanciamento del potere" priva di riferimento a una visione della città e a un progetto politico.

L'interazione fra indebolimento dell'azione pubblica e perdita di visione e autonomia dei soggetti politici ha prodotto un rapporto perverso tra amministrazione e partito. Il partito non serviva più a raccogliere e traghettare fabbisogni, idee e possibili soluzioni dalla comunità di iscritti e cittadini agli amministratori, a tenere questi ultimi sotto controllo; il partito serviva ora a stabilire rapporti privilegiati e chiusi con gli amministratori. E' in questo schema che si sono formate e diffuse posizioni di rendita e si è poi incuneato il crimine. Nel partito sono venute meno la volontà e la capacità di comprendere e di connettersi con i fermenti innovativi della società romana, di costruire con loro una visione del futuro, di attrarli per rinnovarsi.

L'insieme di questi comportamenti ha tolto credibilità e ha spesso reso invisibile il lavoro di centinaia e centinaia di iscritti e volontari che nel PD continuavano e continuano a credere come comunione di valori e di impegno per cambiare in meglio le cose. E' proprio questo lavoro, svolto nella fiducia che il "cambiamento" non possa tardare, che nell'ultimo voto cittadino ha introdotto importanti elementi di rinnovamento nella guida dei Municipi e del Comune, erigendo una difesa contro la deriva clientelare e affaristica. Ma la dominanza del partito feudale, il tempo che le sue pratiche sottraggono all'impegno nella società, le distorsioni che esso produce, impediscono che i progetti di cambiamento facciano rete, maturino nel metodo, divengano prototipi del nuovo.

Da questa lettura discende una conseguenza per tutti noi che il partito vogliamo cambiarlo. Rimuovere dal Partito Democratico le "mele marce" senza costruire un metodo di lavoro del partito e una sua visione sul futuro e sul governo della città e dei municipi si rivelerebbe atto di corto respiro, destinato a essere presto seguito - nella consueta sorpresa generale - da una recrudescenza dei fenomeni degenerativi.

All'indispensabile azzeramento delle iscrizioni a cui non corrispondano motivazioni congrue con gli obiettivi del partito stesso e quella "partecipazione attiva" prevista dallo Statuto del PD (art 2, comma 7) - intervento che spetta alla struttura straordinaria designata dagli organi nazionali - è indispensabile che si affianchi allora una riflessione sulla missione del partito, sulla sua organizzazione, sui suoi raccordi con la società e con il governo della città. E' necessaria una "mappatura" dei punti forza e di debolezza, del buono e del cattivo, dei singoli circoli della città. E' questo il compito che il Commissario del PD romano Matteo Orfini ha affidato a Luoghi Idea(li)

L'indagine sui circoli del Pd che stiamo preparando, che condurremo fra la terza decade di gennaio e la fine di aprile 2015 e i cui esiti verranno resi pubblici in formato open a fine maggio, deve rispondere alla domanda che molti, dentro e fuori il PD, oggi si pongono: è ricostruibile un partito utile ai cittadini? Ci sono davvero punti di forza da cui ripartire? E come? Il partito degenerato è battibile? E come? Ma è davvero utile investire ancora in un partito? Nel PD?

Per tentare una risposta faremo riferimento a due modelli di partito, che il progetto Luoghi Idea(li) ci ha aiutato a identificare e che possono convivere sotto lo stesso tetto: per semplicità, il "partito buono" e il "partito cattivo". Li distinguono almeno cinque caratteri che le seguenti domande consentono di cogliere: Il partito è ospitale o autoreferenziale? Lotta o "traffica" per gli interessi dei cittadini? Controlla e stimola gli eletti e gli amministratori o li "copre? Mette i propri candidati in una casa di vetro o li "vende senza garanzia"? Interpreta nel territorio battaglie di cambiamento nazionali ed europee o "pesta l'acqua nel mortaio"?

E' ben evidente che in una grande associazione-partito tutto si tiene. E che è difficile essere "partito buono" in ogni singolo circolo se questo non è il modello prevalente. Ma non ci sono più alibi. Nessuno di noi ha più alibi. E' infatti anche vero che il "partito buono" non si affermerà mai se non si crea una massa critica di circoli che inizi a praticarlo. Il rinnovamento nasce attraverso un processo complesso che muove a un tempo dal basso e dall'alto. Questo vale per tutto il paese. E dunque ha ben senso ricercare nei circoli di una grande città, addirittura della capitale del paese, l'esistenza di quei caratteri. Per non mortificare ancora una volta chi nonostante tutto ha ben lavorato. Per ripartire senza ricominciare da capo.

Da - http://www.huffingtonpost.it/fabrizio-barca/senza-alibi-il-cambiamento_b_6381556.html?1419591121&utm_hp_ref=italy
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« Risposta #49 il: Marzo 19, 2015, 05:51:14 »

Il Pd romano. Conoscerlo per ripartire

A circa tre mesi dall’inizio del lavoro, il gruppo di MappailPd è a metà della ricognizione. Gli incontri con i circoli del Pd romano hanno finora restituito un panorama solo in parte prevedibile, che fa intravedere  le opportunità e le sfide di un rinnovamento: i dati raccolti tramite questionario e intervista renderanno conto della varietà che va emergendo. Insieme alla relazione, troverete nel blog una mappa  dei circoli visitati e soprattutto delle aree-circolo: un’approssimazione della sfera di responsabilità diretta di ogni circolo territoriale del Pd romano. Un’ipotesi di lavoro che è aperta al contributo dei circoli e alle loro segnalazioni.

Nella prima settimana di dicembre 2014 il gruppo Luoghi Idea(li) ha accettato l’incarico del Commissario del PD di Roma Matteo Orfini di realizzare una ricognizione profonda, una “mappatura” dei punti di forza e di debolezza dei singoli circoli PD della città di Roma. Della loro capacità di rappresentare i bisogni e le idee dei cittadini, specie della parte più vulnerabile della città; di attrarre giovani e competenze e di sollecitare l’impegno anche dei non iscritti; di adottare metodi nuovi di partecipazione e confronto; di costruire soluzioni da proporre a chi esercita funzioni di governo; di monitorare e sollecitare in modo autonomo l’azione pubblica; di essere organizzati. Ma anche della distanza dai cittadini e dai loro bisogni; della cattura da parte di interessi esterni; di come si costruisce un feudo; in virtù della volontà di controllo di quale area di politica pubblica (e come questo limita, indebolisce e inquina la vita dei circoli); o anche solo della rinunzia a un ruolo autonomo da chi governa; o di ripetizione di riti stanchi, non ospitali, noiosi, o dell’incapacità di organizzarsi.

Il programma di lavoro è stato pubblicato il 26 dicembre 2014. Dopo alcune audizioni preliminari, è stato costituito un gruppo di ricerca composto da 31 persone: oltre al gruppo Luoghi Idea(li), si tratta di ricercatori (e studenti) volontari dell’Università e di altre istituzioni, che hanno lavorato alla costruzione del questionario da sottoporre a 110 circoli territoriali. E’ stata identificata una “perimetrazione di responsabilità” dei circoli territoriali stessi, che abbiamo chiamato area-circolo, e costruito una base dati per descrivere il contesto economico-sociale-demografico-elettorale di ognuna di queste aree. Poi è partita la rilevazione.

Fino a oggi sono stati effettuati oltre 40 incontri in altrettanti circoli (oltre alle 6 “interviste prova” in cui è stato testato il questionario): incontri che hanno come interlocutore il coordinatore e l’intero coordinamento (in media, 15 persone presenti). La verifica e la revisione di coerenza dei dati raccolti è iniziata. L’elaborazione dei risultati e la loro analisi avranno luogo nel mese di maggio, una volta concluso il ciclo di interviste. Gli esiti del lavoro saranno resi pubblici in formato di open data. Potranno dunque essere consultati e usati dal Commissario per le sue valutazioni e determinazioni, da tutti gli iscritti (vecchi e nuovi) come materiale per il Congresso che seguirà, dai cittadini tutti per formarsi un convincimento. Servirà in generale come strumento per quel “confronto aperto, acceso e informato”, che è la condizione per compiere scelte giuste.
Il monitoraggio quotidiano di quello che stiamo facendo si potrà seguire d’ora in poi sulla mappa del sito dove Roma è suddivisa nelle 110 aree-circolo.
I primi segnali: alla ricerca della strada giusta

L’adesione al progetto ha finora segnalato due fatti rilevanti.
La forte risposta di studenti e ricercatori delle diverse Università e istituzioni della città conferma, in primo luogo, l’interesse che il mondo giovanile ha per la “politica” quando questa è ospitale, professionale, aperta. Un partito che – come ha fatto il PD nel caso di Roma – sa affrontare una vicenda grave, investendo le proprie strutture non solo con provvedimenti rigorosi ma anche aprendosi all’analisi e interrogandosi su come riformarsi, attrae l’interesse anche di chi non ne condivide le scelte. E’ un atto di “straordinaria normalità”. È un’occasione per apprendere.

Interessante è poi la reazione all’interno dei circoli. L’iniziale forte sospetto – “si svia sulla base un’indagine che dovrebbe riguardare i vertici” – tipico di un partito che (scottato da pessimi esempi) vede trame ovunque, e la chiusura – “ma cosa vogliono questi professorini?” – figlia dell’autoreferenzialità di comunità chiuse, appaiono scalfiti dalla franchezza dell’indagine. Guadagna consensi l’idea che l’intervista non sia mirata a cercare capri espiatori ma sia davvero volta a identificare, circolo per circolo, l’“idea (o idee) di partito” che quel circolo interpreta. La presenza di un “soggetto esterno” – gli intervistatori – appare come l’occasione per ingaggiare un confronto aperto attorno alla domanda: “ma nel quartiere il circolo a cosa serve davvero?”. Molti mantengono dubbi sull’utilizzo che si riuscirà davvero a fare dei risultati dell’indagine per ricostruire il PD romano. Ma l’impegno secondo cui la mappatura sarà restituita in modo pubblico e aperto, viene percepito come garanzia dell’equilibrio del lavoro e del fatto che tutti potranno interpretarla secondo i propri schemi.
Una cosa appare chiara. Nell’incertezza non solo italiana su come adattare la forma partito a una società in profondo cambiamento, e nella consapevolezza che guadagna adepti ogni giorno che il Pd ha bisogno di ridefinire il ruolo degli iscritti e la sua organizzazione territoriale, ogni collettivo dà e interpreta una risposta diversa. Per ricostruire il partito di Roma – e non solo – è necessario che queste risposte vengano alla luce e si confrontino in un rapporto a rete che è mancato in questi anni, mentre dominava l’uso pletorico degli organi assembleari. In questo confronto i peggiori saranno messi a repentaglio perché avranno difficoltà a reggere il confronto sul merito.
Il “partito buono” e il “partito cattivo”

Ma quanto “partito buono” e “partito cattivo” abbiamo sinora scoperto? È una domanda a cui non è possibile rispondere fino a che non avremo intervistato l’ultimo circolo e riletto l’insieme dei risultati: “nulla è chiaro finché non è tutto chiaro”.

Il motivo è semplice. Nel documento di avvio del lavoro abbiamo definito “buono” e “cattivo” in base a cinque caratteri: ospitale o autoreferenziale; che lotta o che traffica per gli interessi dei cittadini; che controlla/stimola o copre gli amministratori pubblici; che mette in una casa di vetro i candidati o li “vende senza garanzia”; che interpreta nei territori le scelte nazionali o ne “chiacchiera”. Bene. Come era prevedibile, nella realtà dei fatti questi caratteri si mescolano con gradi e forme diverse, dando vita a molte tipologie: ogni intervista aggiunge informazioni indispensabili per capire questi tipi, per evitare l’errore di facili catalogazioni. E’ poi emersa la necessità di arricchire i caratteri con due tratti: esiste o non esiste un’organizzazione? (Sì, perché in alcuni casi non esiste). E, se esiste, si tratta di un’organizzazione adeguata ai tempi?

Certo, si vanno delineando, a un estremo, i tratti di un partito non solo cattivo ma pericoloso e dannoso: dove non c’è trasparenza e neppure attività, che “lavora per gli eletti” anziche’ per i cittadini e dove traspaiono deformazioni clientelari e una presenza massiccia di “carne da cannone da tesseramento”. Ma bisogna essere attenti a distinguerlo dal partito che subisce inane lo scontro correntizio, le scorribande dei capibastone, e che svolge un’attività territoriale, ma senza alcuna capacità di raggruppare e rappresentare la società del proprio quartiere.

Certo, si trovano, all’altro estremo, i segni di un partito davvero buono, che esprime progettualità, capacità di raggruppamento e rappresentanza, che ha percezione della propria responsabilità territoriale, sa agire con e sulle istituzioni, è aperto e interessante per le realtà associative del territorio e sa essere esso stesso associazione (inventando forme originali di intervento), informando cittadini, iscritti e simpatizzanti. Al contempo bisogna essere attenti a distinguerlo dal partito che lavora sodo e ha quegli obiettivi, ma a cui manca il metodo moderno per farcela, una tipologia difficile da valutare e che, per il peso delle correnti e di una logica generale di assoggettamento del partito agli eletti, ad alcuni potrebbe addirittura apparire come un “partito cattivo”.

E poi emerge una sorta di partito dormiente, dove si intravedono le potenzialità e le risorse per ben lavorare, e dove il peso di eletti e correnti è sfumato, ma che si è chiuso nell’autorefenzialità di una comunità a sé stante, poco aperta all’innovazione organizzativa, al ricambio, al resto del territorio. E qui l’analisi dei risultati che stiamo trovando dovrà essere ancor più attenta. Se infatti il partito romano che questa indagine può aiutare a costruire nascerà dalla messa in rete e, quando opportuno, dall’accorpamento delle realtà che “hanno qualcosa di utile da mettere in campo”, si dovrà essere attenti a dare forza e voce e strumenti di rete a ogni risorsa che possa contribuire al cambiamento. Ma senza imbarcare tutto.

Qualche esempio, ancora
I sintomi del “buono” e del “cattivo” spesso si nascondono nelle pieghe del confronto. Può accadere, ad esempio, che un circolo stia impiegando metodi innovativi ma che non ne abbia piena consapevolezza, vittima di un racconto distorto di quel che è “fare politica”. Viceversa, un partito consapevolmente in malafede può simulare, immaginando di sapere come sia opportuno apparire. Ed è lì che ci si può imbattere in direttivi improvvisati, bacheche appese all’ultimo minuto o locandine seriali create per l’occasione.

Situazioni a dir poco particolari si possono fotografare già in occasione della prima telefonata di contatto: lì c’è infatti chi “provace a venì qui che poi vedemo”, chi “ho da fare fine a primavera”, ma anche chi … “finalmente ci avete chiamato!”.

Le vere sorprese arrivano però con gli incontri: dalle realtà da “200 tessere in due ore” a quei circoli talmente schiacciati sull’amministrazione (Municipio o Comune che sia), da esser orfani di un pensiero proprio, ben lungi dal ruolo di “pressione” che dovrebbe caratterizzare il lavoro del partito. E’ lì che la filiera degli eletti viene allora alla luce nei comportamenti remissivi di alcuni, in perfetto stile “burocrazia romana”. Magari convivendo nello stesso luogo con l’impegno convinto di altri iscritti, dove l’intenzione di ben lavorare è inequivocabile … perché “nonostante tutto, io non mi rassegno mica”.

E se in alcuni casi (pochi) si presentano gruppi a tal punto coesi (“un sol uomo”) da rendere più ardua la conoscenza dei fatti, in molti altri il confronto interno appare vivace. Si tratta allora di distinguere fra la discussione di merito, accesa e informata (su come “cambiare le cose”), e la disfida fra filiere correntizie. L’indagine in corso sta cercando di gettare luce anche su questo controverso confine.
Siamo partiti da alcune audizioni

Prima di partire abbiamo ascoltato gli ultimi tre segretari del Partito Democratico di Roma: Riccardo Milana, Marco Miccoli e Lionello Cosentino. Gli incontri hanno aiutato a ricostruire modalità, tempi e ragioni del collasso del Partito Democratico romano. Sono state discusse le fasi di questo lungo processo: la gestione della fusione fredda di Margherita e Democratici di Sinistra di Roma (dei gruppi dirigenti e delle realtà territoriali), la riorganizzazione del partito romano e l’impatto su di esso di vicende locali e nazionali, l’arresto progressivo delle funzioni di coordinamento centrale e il tentativo recente di riorganizzazione. Ci è servito per entrare nel ruolo.
Il gruppo di lavoro: volontariato e professionalità

Il gruppo di lavoro di Mappailpd (vedi Allegato 1) è stato formato in due fasi: dall’11 dicembre al 23 dicembre 2014 e nella seconda metà di gennaio. Con esclusione del gruppo di coordinamento, le risorse coinvolte nel progetto di mappatura sono tutte forze volontarie. Si tratta di esperti di risorse umane, organizzazione aziendale, urbanistica, comunicazione, coordinamento organizzativo, economia, ricerca sociale, statistica, geografia.

Il questionario da vicino
Il questionario è il principale strumento di rilevazione a disposizione di Mappailpd. E’ composto da 49 domande principali (e ulteriori domande secondarie e di “specifica”), suddivise in sei aree.

    vita del circolo: dimensione economica, di partecipazione, di apertura al pubblico e agli iscritti; andamento del tesseramento; composizione del coordinamento;
    attività politica generale: analisi quantitativa e qualitativa delle iniziative svolte nel biennio 2013/2014 su temi territoriali, nazionali e internazionale; collaborazione con altri circoli territoriali e associazioni locali;
    elezioni e congresso: analisi del voto delle comunali del 2013 e delle iniziative elettorali; analisi del Congresso cittadino;
    lavoro nel territorio e progetti: le attività progettuali rivolte in modo specifico a migliorare la qualità di vita del territorio;
    rapporto con l’amministrazione pubblica: analisi delle modalità attraverso le quali il partito territoriale raccoglie, elabora e “restituisce” alle amministrazione le domande dei cittadini;
    domande aperte: spazio “semi-aperto” di discussione sul partito.

Nella conduzione delle interviste i gruppi di intervista si avvalgono di una Scheda-circolo prepreparata che contiene informazioni quantitative e qualitative (cfr Allegato 2).
Ma cosa sono le aree-circolo?
La stessa ragione d’essere del “partito del territorio” sta nella missione di raggruppare e rappresentare i cittadini del territorio attorno ai propri valori e alla propria visione di cambiamento possibile, non solo del paese ma del “luogo” in cui il partito del territorio opera. E’ un compito da realizzare ogni giorno, nella vita quotidiana, per far pesare i cittadini sulle decisioni pubbliche. E poi, su questa base, da attuare al momento del voto per convincere i gruppi rappresentati a dare al partito il consenso elettorale.

Non a caso, dunque, ogni circolo territoriale del PD ha fra i suoi compiti la “responsabilità elettorale” di un certo numero di “sezioni elettorali”, alle quali corrispondono liste di cittadini che vivono in determinate strade (o porzioni di strada) della città. Quindi ogni circolo territoriale del PD ha la responsabilità anche formale di una porzione di territorio, secondo le attribuzioni individuate anni fa dalla Federazione romana. Per comprendere quello che un circolo fa davvero e come, è dunque necessario capire se e come si cala in questo territorio. Se questa responsabilità non è avvertita, se i confini del “territorio di responsabilità” sono confusi o limitati rispetto all’incarico, è già questo un segno del venir meno della funzione del partito territoriale. Così come una responsabilità che appaia debordare dai confini segnati dall’incarico ricevuto indica problemi nel disegno cittadino del partito.

Ogni ricostruzione del PD e ogni ridisegno della sua mappa deve dunque passare per questa lettura territoriale, per un’eventuale ridefinizione dei confini territoriali di responsabilità. Per queste ragioni, grande impegno è stato posto nell’approssimare al meglio delle informazioni disponibili le aree-circolo, ossia le aree di responsabilità elettorale e territoriale del circolo, così da rappresentarle in modo geo-referenziato sulla mappa di Roma e di potere ricostruire per ognuna di esse la base-dati del contesto demografico-sociale-economico-elettorale. Anche questa base-dati verrà rilasciata in formato aperto in primavera.

Nel Rapporto finale si darà conto in modo dettagliato di questo lavoro di ricostruzione, che ha dovuto accettare molte approssimazioni dovute al fatto che le perimetrazioni relative ai diversi dati disponibili (2600 sezioni elettorali; 12.000 sezioni censuarie, 155 zone urbanistiche, indirizzi stradali delle scuole) non hanno potuto sempre essere associate le une alle altre:

    Da un lato si è partiti dall’attribuzione a ogni circolo territoriale di un elenco di sezioni elettorali (correggendo alcune incongruenze trovate).
    Dall’altro si è fatto riferimento alle zone urbanistiche, che sono una ripartizione dei municipi di Roma Capitale, a fini statistici e di pianificazione e gestione del territorio, secondo criteri di omogeneità dal punto di vista urbanistico, i cui confini sono individuati lungo le soluzioni di continuità più o meno marcate nel tessuto urbano. (si veda la Deliberazione del Consiglio Comunale n. 2982 del 29-30 luglio 1977, “Suddivisione del territorio comunale in zone urbanistiche di riferimento”).
    A ognuna di queste zone è possibile attribuire sia un elenco di sezioni censuarie, sia un elenco di scuole.
    Per ogni circolo, si è quindi determinata un’associazione di massima delle zone urbanistiche (dotate di confini georeferenziati) all’insieme delle sezioni elettorali “rappresentate” da quel circolo, determinando in tal modo l’area-circolo. In taluni casi un’area circolo è composta da più zone-urbanistiche. In altri casi una zona urbanistica è ripartita fra più aree-circolo: in questo secondo caso la mappa delle aree-circolo è comunque fedele (nei limiti dell’approssimazione possibile) alla rappresentanza elettorale.

DA - http://www.luoghideali.it/mappailpdroma/tre-mesi-di-mappailpd/
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« Risposta #50 il: Marzo 19, 2015, 05:54:00 »

Tre mesi di #mappailPD

Pubblicato in: Il blog   il 18 marzo 2015 da Fabrizio Barca
Tre mesi di #mappailPD   

In seguito al commissariamento del Pd romano, Matteo Orfini ha scelto di affidare a al team dei Luoghi Idea(li) una ricognizione sul territorio, partendo dal presupposto che, per trovare la strada giusta, per apprendere e ripartire dalle esperienze migliori nascoste nel partito, è necessaria una “mappatura” dei punti di forza e di debolezza, del buono e del cattivo, dei singoli circoli della città.

Di rilevare la loro capacità di rappresentare i bisogni e le idee dei cittadini, specie della parte più vulnerabile della città; di attrarre giovani e competenze e di sollecitare l’impegno anche dei non iscritti; di adottare metodi nuovi di partecipazione e confronto; di costruire soluzioni da proporre a chi esercita funzioni di governo; di monitorare e sollecitare in modo autonomo l’azione pubblica; di essere organizzati. Ma anche della distanza dai cittadini e dai loro bisogni; della cattura da parte di interessi esterni; di come si costruisce un feudo; in virtù della volontà di controllo di quale area di politica pubblica (e come questo limita, indebolisce e inquina la vita dei circoli); o anche solo della rinunzia a un ruolo autonomo da chi governa; o di ripetizione di riti stanchi, non ospitali, noiosi, o dell’incapacità di organizzarsi.

Il nostro lavoro è iniziato a dicembre e terminerà a fine maggio. Oggi, a circa tre mesi dall’inizio del lavoro, il gruppo di MappailPd è a metà della ricognizione. Gli incontri con i circoli del Pd romano hanno finora restituito un panorama solo in parte prevedibile, che fa intravedere le opportunità e le sfide di un rinnovamento: i dati raccolti tramite questionario e intervista renderanno conto della varietà che va emergendo.

Insieme alla relazione, troverete nel blog una mappa dei circoli visitati e soprattutto delle aree-circolo: un’approssimazione della sfera di responsabilità diretta di ogni circolo territoriale del Pd romano. Un’ipotesi di lavoro che è aperta al contributo dei circoli e alle loro segnalazioni.

Vai alla home di Mappa il PD Roma

Vai alla relazione intermedia
MappailPD, Mappatura, Matteo Orfini, Partito Democratico Roma   

DA - http://www.fabriziobarca.it/mappa-il-pd-roma/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+FabrizioBarca+%28Fabrizio+Barca+%C2%BB+Report%29
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« Risposta #51 il: Marzo 19, 2015, 06:10:17 »


Pd Roma, Barca a Orfini: "Partito pericoloso-clientelare"
Nella 'relazione intermedia' di mappatura dei circoli romani si legge: "Non c'è trasparenza e neppure attività, lavora per gli eletti anziché per i cittadini"
18 marzo 2015

"Un partito non solo cattivo ma pericoloso e dannoso" che "lavora per gli eletti" anziché per i cittadini e "senza alcuna capacità di raggruppare e rappresentare la società del proprio quartiere". Si legge nella 'relazione intermedia' di mappatura dei circoli romani, affidata a Fabrizio Barca da Matteo Orfini in seguito al Commissariamento del partito della Capitale, esce la relazione intermedia che mostra, seppur parzialmente, il panorama incontrato fino ad oggi dal team di #mappailPd.

La relazione intermedia di MappailPd è consultabile anche online. "Si vanno delineando, a un estremo, i tratti di un partito non solo cattivo ma pericoloso e dannoso: dove non c'è trasparenza e neppure attività - si legge nella relazione - che "lavora per gli eletti" anziché per i cittadini e dove traspaiono deformazioni clientelari e una presenza massiccia di "carne da cannone da tesseramento". Ma "bisogna essere attenti a distinguerlo dal partito che subisce inane lo scontro correntizio, le scorribande dei capibastone, e che svolge un'attività territoriale, ma senza alcuna capacità di raggruppare e rappresentare la società del proprio quartiere".

"Certo, si trovano, all'altro estremo, i segni di un partito davvero buono, che esprime progettualità, capacità di raggruppamento e rappresentanza, che ha percezione della propria responsabilità territoriale, sa agire con e sulle istituzioni, è aperto e interessante per le realtà associative del territorio e sa essere esso stesso associazione - inventando forme originali di intervento -, informando cittadini, iscritti e simpatizzanti - si legge ancora nella relazione di Fabrizio Barca sul Pd di Roma - Al contempo bisogna essere attenti a distinguerlo dal partito che lavora sodo e ha quegli obiettivi, ma a cui manca il metodo moderno per farcela, una tipologia difficile da valutare e che, per il peso delle correnti e di una logica generale di assoggettamento del partito agli eletti, ad alcuni potrebbe addirittura apparire come un 'partito cattivo'. E poi emerge una sorta di partito dormiente, dove si intravedono le potenzialità e le risorse per ben lavorare, e dove il peso di eletti e correnti è sfumato, ma che si è chiuso nell'autorefenzialità di una comunità a sé stante, poco aperta all'innovazione organizzativa, al ricambio, al resto del territorio". "Ma quanto 'partito buono' e 'partito cattivo' abbiamo sinora scoperto? È una domanda a cui non è possibile rispondere fino a che non avremo intervistato l'ultimo circolo e riletto l'insieme dei risultati", si chiarisce.

© Riproduzione riservata 18 marzo 2015

Da - http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/03/18/news/pd_roma_barca_a_orfini_partito_pericoloso-clientelare_-109856933/?ref=HREC1-21
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« Risposta #52 il: Giugno 17, 2015, 05:16:15 »

5 – Quale partito? Il partito nuovo

    Un partito nuovo per un buon governo 5 – Quale partito? Il partito nuovo

I tratti della nuova forma partito necessaria a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” sono suggeriti dalla lezione appresa sul campo e dalle considerazioni fin qui svolte.

Nel tratteggiare questa nuova forma partito cesso da questo momento di riferirmi a un “partito in genere” e prendo a riferirmi a un “partito di sinistra”, d’ora in poi “partito”. Per due ragioni. Poiché è il partito al quale i miei convincimenti mi conducono a lavorare. E perché alcuni profili della forma partito che mi accingo a tratteggiare sono costitutivi degli stessi convincimenti che contraddistinguono un partito di sinistra. Scrivo “di sinistra”, come fino a fine anni ’80 si definivano sia alcuni partiti, sia alcune correnti del partito della Democrazia Cristiana, anziché usare altre circonlocuzioni, per sottrarmi all’ipocrisia di questi anni recenti, attenermi concretamente a come ci si divide nell’emiciclo delle assemblee elettive, ritrovare un più trasparente terreno di confronto con i partiti “di sinistra” – devo scrivere left? – del resto d’Europa e del mondo. E ancora perché è nel contenuto dei convincimenti dichiarati, non nella rinunzia alla parola “sinistra”, che si misura l’adesione del partito al pluralismo e ai diritti dell’individuo, che in una fase storica una parte della sinistra ha erroneamente considerato negoziabili.

Per il buon governo dell’Italia serve, dunque, un partito di sinistra saldamente radicato nel territorio che, essendo animato dalla partecipazione e dal volontariato di chi ha altrove il proprio lavoro e traendo da ciò la propria legittimazione e dagli iscritti parte rilevante del proprio finanziamento, torni, come nei partiti di massa del passato, a essere non solo strumento di selezione dei componenti degli organi costituzionali dello Stato1, ma anche “sfidante dello Stato stesso”2 attraverso l’elaborazione e la rivendicazione di soluzioni per l’azione pubblica. Un partito che realizzi questo obiettivo sviluppando un tratto che nei partiti di massa tendeva a rimanere circoscritto alle “avanguardie”: realizzando una “mobilitazione cognitiva”3.

Un simile partito risponde alle caratteristiche e alla domanda della società contemporanea. Una società dove, al permanere di gravi divari sociali e di uno squilibrio di potere fra lavoro (e lavori) e capitale, si accompagnano livelli di istruzione medi assai più elevati del passato, una forte diversificazione degli interessi e delle identità, un’enfasi robusta degli individui sul proprio “io” – figlia degli anni ’60, prima delle distorsioni del “trentennio liberista” – il moltiplicarsi di soluzioni contestualizzate nella produzione di servizi pubblici un tempo uniformi, tecnologie che facilitano tale diversificazione e la diffusione tempestiva di conoscenze su di esse e sui loro esiti. Sono, le stesse trasformazioni che concorrono a spiegare la crisi del partito di massa, e che rendono invece praticabile il partito mobilitatore di conoscenze.

Ma procediamo con ordine, riassumendo subito tutti i tratti del partito nuovo. È un partito che poggia su alcuni convincimenti generali che ne contraddistinguono la natura “di sinistra” e su una visione dello stato delle cose e dell’“Italia ed Europa che vorremmo”, che continuamente aggiorna. Su queste basi il partito persegue, accanto all’obiettivo tradizionale, ancorché innovato, di selezionare classe dirigente per la partecipazione alle assemblee elettive e per l’attività esecutiva ai diversi livelli di governo, l’obiettivo nuovo di mobilitazione cognitiva. Strumenti di questo obiettivo sono: la costruzione di un confronto pubblico informato, acceso e ragionevole fra iscritti e simpatizzanti; l’apertura ad “altri” di questo confronto; la perentoria separazione dallo Stato. Consideriamo in sequenza questi profili.

Convincimenti generali e visione di lungo periodo per l’Italia e l’Europa
Una base di convincimenti generali condivisi è indispensabile. “Credere a qualcosa assieme ad altri” è la leva culturale simbolica che spinge a interagire con questi altri, crea uno spirito di coesione fra gli iscritti e con i simpatizzanti che motiva l’impegno per finalità collettive, di una parte del proprio tempo di vita e ispira rispetto all’esterno. Convincimenti generali condivisi sono necessari per disporre di un linguaggio con cui dialogare all’interno del partito e con gli altri partiti. Solo la loro condivisione consente infine di convenire sul peso da attribuire agli effetti attesi da soluzioni alternative a ogni dato problema e pervenire quindi a una decisione.

Siamo in una fase storica in cui fa fatica ad affermarsi una cultura forte e anzi spesso domina una cultura debole4. Ma, sempre nel rifiuto simultaneo del relativismo etico e dell’imposizione dogmatica di presunte verità valoriali monistiche, le condizioni per condividere alcuni convincimenti generali esistono. L’esercizio, pure incompleto, che (con azzardo persino superiore a quello di questo intero scritto) ho compiuto nell’Addendum dà un’idea di cosa intendo per convincimenti generali. Suggerisce, al di là dell’adesione o meno ai singoli contenuti, che si può trovare una maglia di proposizioni a un tempo esclusive (di altri sistemi di valori), anche attraverso l’enfasi su alcune parti del testo costituzionale, e sufficientemente larghe da includere un pluralismo di punti di vista e un metodo aperto al mondo e alla trasformabilità delle posizioni. Di queste proposizioni fa parte integrale la stessa logica dello sperimentalismo democratico che motiva la forma di partito della mobilitazione cognitiva: è questo un presidio che salvaguarda il nuovo partito dalla trappola di un’appartenenza identitaria fondata sulla fissità di convincimenti e linguaggi, oltre che su un leader a cui dovere fedeltà.

Allo stesso modo, il partito nuovo deve sviluppare e condividere una visione di medio-lungo periodo sullo stato della società, a livello globale, nazionale ed europeo, e sul ruolo dello Stato che tenga conto delle tendenze in atto nella tecnologia e nei comportamenti umani. E deve sviluppare e continuamente aggiornare, proprio sulla base degli esiti e delle idee che maturano nell’esercizio della mobilitazione cognitiva, una visione dell’Italia e dell’Europa che sarebbe auspicabile per i nostri pronipoti. L’aspirazione del partito di massa a un modello “superiore” di società (e forse anche di comportamento umano) viene sostituito dall’aspirazione a una società migliore di quella attuale che, sulla base dei convincimenti “di sinistra” che contraddistinguono il partito, il partito stesso elabora continuamente come propria stella polare. Nel realizzare questa elaborazione, il partito ricercherà un confronto con i partiti di sinistra del mondo ma, in particolare degli altri Stati membri dell’Unione Europea che miri a ricostruire una valutazione congiunta sul futuro della stessa Unione e sulle azioni da intraprendere a riguardo. Questa visione aiuterà anche a guidare il processo di mobilitazione cognitiva.

La mobilitazione cognitiva come superamento della tensione fra tecnocrazia e democrazia
La mobilitazione cognitiva, realizzata sulla base dei convincimenti generali che caratterizzano la “cultura” del partito, si articola in due fasi. Consiste prima di tutto nel raccogliere, confrontare, selezionare, aggregare e talora produrre conoscenza sul “che fare” dell’azione di governo attraverso un confronto pubblico, informato, acceso, aperto e ragionevole, nei luoghi del territorio, fra iscritti, simpatizzanti e “altri” singoli o membri di associazioni, genuinamente indipendenti. Si tratta di quella ritualità rivolta al cosa e come fare prima richiamata. A questa azione si accompagna quella di trasferire questa conoscenza attraverso tutti i possibili strumenti della “voce”, a due distinti destinatari: gli amministratori locali, per sostenere e sollecitare il processo decisionale degli organi di governo del proprio territorio; la classe dirigente che i partiti stessi hanno concorso a far eleggere o nominare negli organi dei livelli superiori di governo (regionale e nazionale). Questo secondo, più complesso trasferimento avrà luogo confrontandosi a ogni stadio con la conoscenza che viene da altri territori, oltre che dall’Europa e dal mondo. Entrambe le operazioni saranno guidate dai quadri del partito che, secondo il requisito della separazione fra partito e Stato, saranno assolutamente distinti dagli eletti e da governanti o amministratori.

Così, la mobilitazione cognitiva rappresenta il metodo nuovo per promuovere, stare al passo, riempire di contenuti gli strumenti dello sperimentalismo democratico e, al tempo stesso, di scegliere i quadri del partito non solo sulla base dell’adesione ma della capacità di andare per strada, incontrare, esprimere dubbi, proporre e vagliare soluzioni, prove di attività, iniziative costruttive nel vivo della società.

Non si tratta di trasformare il partito in un “pensatoio”, ma piuttosto in una “palestra”: un luogo attraente per tutti i cittadini, giovani e anziani, lavoratori e non, uomini e donne, convinti di avere idee da confrontare con altri, disposti anche a svolgere in modo volontario azioni di interesse pubblico, capaci di filtrare o produrre idee operative e portarle con forza sul tavolo di chi governa. Una palestra politica di mobilitazione cognitiva che assicuri la valutazione pubblica informata, accesa, aperta e ragionevole può pretendere, animare, accelerare lo sperimentalismo. Lo completa sul piano del telaio sociale, ne trae i suoi stessi quadri.

A ben guardare il partito della mobilitazione cognitiva rappresenta il superamento dello scarto fra democrazia e tecnocrazia5. Si tratta di una questione centrale, nata con il sorgere stesso della democrazia politica in Europa, rilevante fin dagli anni ’20-’30 dello scorso secolo: quella della tensione fra principio di maggioranza – il governo dei democraticamente eletti – e principio di competenza – il governo di chi sa. Tema ripreso di recente in Italia, sia in relazione al condizionamento dell’azione del governo nazionale da parte di organismi tecnocratici sovra-nazionali, sia in relazione alla formazione di un “governo tecnico”6.

La tensione sarebbe inevitabile se fosse vero che il “saper governare” è privilegio di pochi; che questi pochi “sanno” davvero quali soluzioni dare ai problemi dell’azione pubblica. Il buon governo dipenderebbe allora dalla possibilità di adottare le soluzioni disegnate da questi pochi competenti; soluzioni valide in tutti i luoghi e protette dalla nefasta influenza del confronto con masse di cittadini incompetenti e preoccupati solo del proprio interesse particolare. Così questo principio di competenza, necessario al buon governo, entrerebbe in tensione con il principio di rappresentanza. Si dovrebbe ricercare un punto di compromesso. Le cose non stanno assolutamente così, lo abbiamo già visto! Le trasformazioni richiamate hanno reso ancora più evidente che in passato che, indipendentemente da ogni giudizio di valore, la conoscenza sul che fare, sulle soluzioni disponibili, sulla loro rispondenza alle preferenze dei cittadini, sulla loro appropriatezza al contesto non è detenuta da pochi, ma è piuttosto dispersa fra una moltitudine di individui. E più spesso ancora, questa conoscenza non pre-esiste ma scaturisce ex-novo – innovazione imprevista – dall’interazione, ovvero dal conflitto, all’interno di questa moltitudine, purché gli individui confrontino le loro informazioni disperse e i loro diversi interessi in modo aperto e ragionevole e siano garantite, e da tutte le parti riconosciute, le forme del conflitto e del procedere della democrazia.

Se così stanno le cose, perseguire la concentrazione delle decisioni nelle mani di pochi non è solo in tensione con il principio di rappresentanza. È anche in tensione con il principio di competenza. È un errore e basta. È l’errore compiuto, come si è visto, durante l’ultimo trentennio affidandosi per decisioni di grande importanza a manager e tecnici privati o alle tecnocrazie degli organismi internazionali, nell’assunto che essi conoscessero le regole e le istituzioni che, in modo indipendente dai contesti, consentono di assicurare decisioni buone. La grave crisi economica in atto è anche, in larga misura, il risultato di questo errore. La strada da prendere parte allora dal riconoscere l’errore. Aderendo al paradigma dello sperimentalismo.

Urge allora riconoscere in un partito volto alla “mobilitazione cognitiva” anche un partito che lavora, con costanza, a ricomporre principio di maggioranza e principio di competenza, che colmi “lo scarto fra istanze partecipative e difetto di conoscenze e di informazioni su questioni di interesse pubblico”7. Serve un partito che lo faccia senza negare la complessità del sistema delle conoscenze necessarie ad assumere decisioni pubbliche, come chi ritiene la Rete un sostituto possibile dei partiti. E che, riconosca che solo la mobilitazione di tutte le conoscenze disponibili può affrontare realtà complesse in modo adeguato. In sintesi, la ricomposizione fra cittadini votanti e cittadini proponenti e partecipanti è l’unico vero ponte possibile fra principio di maggioranza e di competenza.

Nel muoversi in questa direzione, un partito di mobilitazione cognitiva può cogliere la domanda forte di partecipazione e di “fare politica” che viene da tutti i cittadini, soprattutto dai giovani. La domanda che viene da un mondo del lavoro spiazzato dall’evoluzione dei partiti dell’ultimo ventennio. La domanda di rappresentare e confrontare non solo bisogni, ma soprattutto conoscenza sulle azioni collettive necessarie per soddisfarli. La domanda di costruire “assieme” una visione del futuro. La domanda che oggi si manifesta in azioni private o nell’adesione ad associazioni volontarie di scopo, ma che è assai scarsamente attratta dai “partiti”. La domanda di apprendere insieme, anche fuori dai luoghi deputati e entro il confronto tra generazioni, esperienze, mestieri diversi e tra differenti modi e stili di apprendimento intorno alle cose da fare per il bene comune. La domanda sulla cui base un movimento come “5 stelle” ha costruito la propria offerta politica (pur nello schema angusto e di corto respiro del leaderismo e di tentazioni di segregazione comunitaria).

Obiettivo e strumenti del partito della mobilitazione cognitiva

E utile articolare in dettaglio l’obiettivo della mobilitazione cognitiva e i suoi tre requisiti. Da essa deriva la descrizione di un partito segnato da quattro tratti:
Partito che mobilita, produce e pratica conoscenze sulle azioni pubbliche necessarie per soddisfare i bisogni e le aspirazioni dei cittadini. In una società contemporanea – che alla forte articolazione sociale e diversificazione dei bisogni e agli altri tratti prima richiamati aggiunge l’accentuata diversità dei contesti territoriali di un paese fortemente policentrico – il partito non è più il veicolo dei bisogni, della “domanda popolare”, di un gruppo di “simili”; è piuttosto il coagulo delle soluzioni immaginate o praticate nei territori per soddisfare i bisogni di un gruppo di “diversi”. Assume forte rilievo in questo partito, come motivo per iscriversi o frequentare o interloquire a livello territoriale con esso, la possibilità di confrontare le proprie conoscenze e valutazioni sulle politiche e azioni pubbliche locali, nazionali o internazionali, con quelle di cittadini “diversi” per identità e interessi che condividano alcuni convincimenti generali (iscritti e simpatizzanti) o anche solo il metodo del confronto (gli “altri”). La prima aspirazione sarà quella di influenzare gli altri e trarne conoscenza: azione produttiva di effetti per i propri interessi, ma anche un “valore in sé” che permette di testare le proprie conoscenze e idee su come disegnare l’azione pubblica, di apprendere o di concorrere con altri a costruire soluzioni. Connessa a questa sarà l’aspirazione a mettere in pratica soluzioni immaginate, dedicandovi il proprio lavoro volontario. Sarà così possibile anche aspirare a costruire nella pratica quotidiana, assieme ad altri, la visione di una possibile società migliore. Nel processo di mobilitazione cognitiva, il trasferimento delle conoscenze non opera solo dal basso verso l’alto viaggia anche dall’alto verso il basso, con origine vuoi nella dirigenza nazionale, vuoi nella classe dirigente che, lavorando con l’Amministrazione negli organi costituzionali, elabora soluzioni. In questo secondo flusso, si avranno rispetto alla situazione attuale due radicali differenze. In primo luogo, il flusso dall’alto finirà spesso per misurarsi espressamente col flusso sistematico in senso opposto, cioè con le conoscenze che “vengono dal basso”: questo confronto può consentire alle scelte di cambiamento (normative e attuative) che sono compiute dagli organi di governo di essere “comprese” e di dare vita a quella visione condivisa che è mancata nell’ultimo ventennio. In secondo luogo, in questo scenario è espressamente compito della dirigenza nazionale del partito intervenire sistematicamente con le proprie conoscenze e idee nei nodi territoriali del partito dove il confronto langue o si manifestano deviazioni verso interessi particolari: è questo un requisito per convincere le élite territoriali dove più forte è la resistenza a “cambiare testa”.

    Partito del confronto pubblico informato, acceso e ragionevole. Il confronto pubblico acceso è il mezzo con cui il partito, sfruttando le potenzialità della rete e poi portando in luoghi fisici territoriali, in circoli, l’approfondita disamina dei problemi e la discussione lenta, problematica e riflessiva, può creare nei cittadini (iscritti, simpatizzanti e altri) la fiducia e l’incentivo a investire una pur piccola parte del proprio tempo di vita nel dare, ricevere e creare conoscenza sul “che fare” e quando possibile metterla in pratica. È il solo strumento che, al di là delle motivazioni particolari che muovono i singoli partecipanti, può permettere di smontare giorno dopo giorno, col tempo, il “partito sommatoria o compromesso di interessi particolari” e fare progressivamente affermare – anche al di là delle finalità dei singoli – il “partito sintesi di beni pubblici”. Il partito agisce come luogo di apprendimento umano, dove si possono smontare e rimontare convinzioni, arricchire conoscenze, capire meglio il proprio tempo e partecipare a trasformazioni. Tali prospettive, col tempo, possono produrre una selezione favorevole, anziché avversa, nella frequentazione e nell’iscrizione al partito. E sono potenziali poderosi strumenti per produrre innovazione. Per avere questi effetti virtuosi, il confronto deve essere8 informato, aperto alla diversità, alla contestazione e alla considerazione convinta dei punti di vista (anche assai) diversi dal proprio, volto alla ricerca di un “accordo” anche parziale. Proprio la procedura del confronto e il principio di ragionevolezza (la “capacità di difendere un’idea in una discussione pubblica strutturata in modo libero e aperto”) che deve animarlo rendono tale accordo possibile. Per queste ragioni, il confronto può trarre impulso dall’uso della Rete, può trovare nella Rete la base informativa, la possibilità di contribuire in modo non costoso e verificabile negli effetti, ma ha bisogno di focalizzarsi e di trovare poi i suoi ritmi lenti in luoghi fisici del territorio. Il confronto andrà governato da leader (locali, intermedi e nazionali) di qualità che condividano e sappiano praticare con competenza il metodo: si tratterà di volontari (nelle micro–unità territoriali) o di funzionari professionisti che il partito dovrà selezionare e formare. Come scrive Sen, il perseguimento di decisioni “giuste” – obiettivo dell’azione di governo – si esprime in una straordinaria “fame di informazione”. Un partito orientato al confronto pubblico acceso e così strutturato può costruire la base per soddisfare tale fame. Il metodo utilizzato all’interno del partito rappresenta una sfida agli altri partiti, costruiti sulla base di altri convincimenti, per adottare lo stesso metodo e la base per (ri)costruire il confronto fra partiti dentro le assemblee elettive e nel paese.

    Partito aperto. L’esistenza di una base numerosa di iscritti (e di simpatizzanti) è indispensabile. Perché il confronto pubblico acceso, per avere luogo e convergere su un accordo, ha bisogno di poggiare su un nucleo di persone rese relativamente coese dalla condivisione di un nocciolo robusto di convincimenti, capaci di assicurare un linguaggio comune. Perché le risorse umane e il contributo finanziario sono necessari a un partito che si voglia emendare dalla dipendenza dallo Stato (come illustrato al punto successivo). Perché quella base serve per selezionare i quadri dirigenti dei livelli superiori del partito, che saranno responsabili per la fluidificazione delle conoscenze. Affinché questi requisiti siano soddisfatti, è necessario che l’iscrizione sia legata a una genuina partecipazione e che sia effettivamente aperta sia a individui sia ad associazioni, evitando il prevalere di gruppi chiusi “controllori di tessere”, e adattando la modalità, gli orari, i formati del confronto alle esigenze dei diversi segmenti sociali, delle donne, degli operai, degli anziani. Nel partito nuovo è altrettanto indispensabile che al confronto pubblico con iscritti e simpatizzanti partecipino, di volta in volta, su singoli temi, anche i cittadini lontani dal partito ma interessati ai temi che esso dibatte, e in primo luogo i membri delle associazioni (di azione e di ricerca) genuinamente e testardamente indipendenti attraverso cui anche nel nostro paese “le sensibilità individuali si stanno convogliando in motivazioni collettive”9. Fine della partecipazione degli “altri” non è, a differenza del partito di massa, quella di allargare l’influenza del partito, costruendo un nuovo impossibile e deleterio “collateralismo”. Piuttosto, la partecipazione degli “altri” è la condizione per tenere vivo, allerta, il processo di apprendimento e di produzione di conoscenza, non solo come effetto del dialogo fra gruppi dirigenti di diversi partiti. L’effettiva interazione con “altri” facilita l’esercizio su cui insiste Sen di guardare le cose come “spettatori imparziali” o – come scriveva Adam Smith – da “un luogo che non c’è”. Consente di evitare la sindrome dei gruppi eccessivamente affini che, isolandosi da opinioni esterne, stimolano il conformismo e perdono motivazione per investigare e apprendere. Sfrutta invece gli incentivi della diversità10. Riduce ulteriormente il rischio della deriva del partito verso la tutela di interessi particolari, grazie alla trasparenza – non “segretezza” o “recinzione guidata” – del confronto. Permette ai singoli, in contesti territoriali dove vivono affiancate comunità assai diverse, anche a seguito di crescenti fenomeni migratori, di sfuggire alla trappola della “segregazione comunitaria”, allo schiacciamento della propria identità su una sola dimensione (religiosa, etnica, di età, etc.), e di fornire un apporto informativo al processo valutativo. La Rete è strumento decisivo per avviare, rendere fattibile, alimentare di nuovi apporti questa apertura, che troverà nell’incontro fisico la sua realizzazione.
    Partito separato dallo Stato. Le precedenti caratteristiche del nuovo partito rendono indispensabile superare l’attuale dipendenza del partito dallo Stato, sia in termini finanziari, sia in termini di relazione fra i funzionari del partito, locali, regionali e nazionali, da un lato, e le persone che il partito stesso concorre a fare eleggere o nominare negli organi di governo, – locali, regionali e nazionali – o che vengono selezionate con criteri di merito (e non su proposta o pressione dei partiti) nell’amministrazione, nelle agenzie e autorità, negli enti di pubblica proprietà, dall’altro. Queste due separazioni costituiscono la condizione indispensabile affinché il partito sia credibilmente dedicato alla raccolta, aggregazione, produzione e rivendicazione di soluzioni per governare, restando questo processo distinto dalle decisioni che verranno prese dalle suddette istituzioni. Per quanto riguarda le risorse finanziarie per l’attività del partito, queste dovranno venire in misura prevalente dal contributo volontario di iscritti e simpatizzanti, attivi nell’azione del partito, integrate in modo regolato e controllato da contribuzioni di altri soggetti. Il finanziamento pubblico, ulteriormente ridotto nel volume, dovrà essere rivisto nelle modalità di raccolta e impiego e accompagnato da forme adeguate di controllo interno e esterno, nonché da una normativa per il conflitto di interesse che riduca lo squilibrio competitivo fra le formazioni politiche. Per quanto riguarda i “funzionari di partito” – utilizzo senza ipocrisie questo termine alternandolo con “quadri” e “dirigenti” – essi sono indispensabili. Nel nuovo partito si tratta di persone che a un certo punto della vita e per un periodo di tempo tendenzialmente determinato, scelgono di portare dentro questo progetto di partito, l’esperienza che hanno sin lì maturato e le competenze sin lì accumulate; e che sono già formati, ovvero vengono formati nell’utilizzo dell’impegnativo metodo di confronto pubblico descritto ai punti 2 e 3. Diverse e competitive sono, nel disegno tratteggiato, le loro funzioni – disegnare una visione, maturare e promuovere soluzioni – rispetto a quelle di chi è impegnato a governare – raccogliere e vagliare esperienze e proposte, decidere e attuare soluzioni. Le soluzioni adottate dai secondi sono continuamente sottoposte al vaglio e alla critica del partito – anche quando eletti e governanti ne sono espressione. Diverse sono le responsabilità dei funzionari del partito – verso gli iscritti al partito – e di chi governa o siede nelle assemblee elettive – verso tutti i cittadini, di qualunque “parte”. Mai coincidenti, per statutaria incompatibilità, assoluta, sono i soggetti che svolgono l’una o l’altra funzione. Come avviene ora, il partito evidentemente alimenterà dalle proprie file una parte anche significativa degli eletti o dei governanti, ma la separazione e tensione creativa fra partito e Stato, la dipendenza finanziaria del partito dai contributi degli iscritti e appropriati vincoli formali assicureranno una piena distinzione di ruoli. Si combina con questo tratto del nuovo partito il ripristino di un ruolo significativo della dirigenza locale nella selezione della dirigenza nazionale, ogni livello dovendo giudicare la capacità del livello superiore come promotore e veicolo di conoscenza e di soluzioni.

Da questa descrizione della funzione originale del partito nuovo risulta evidente che anche la funzione tradizionale di selezione dei candidati per le assemblee elettive e di candidatura per le funzioni dei diversi livelli di governo risulta profondamente modificata. Per la separazione assoluta fra questi ruoli e quelli di funzionario di partito. Per l’ambizione di prevenire l’attuale perverso meccanismo che vede molti avvicinare i partiti con l’aspirazione di imboccare una “scala mobile” che dalla posizione di volontario porti a quella di funzionario e quindi di candidato a posizioni in qualche modo controllate dal partito. Per il venire meno dell’attuale condizionamento degli eletti sulla dirigenza del partito, sostituito da un rapporto dialettico.

La forma partito proposta prevede una dialettica effettiva, continua, dal momento successivo al voto, fra partito, da una parte, e propri gruppi parlamentari (o consiliari) ed eventuale proprio esecutivo, dall’altra. Il partito manterrà e rafforzerà la mobilitazione cognitiva concentrandola sui temi ritenuti prioritari e su quelli contenuti nelle decisioni assunte dagli organi di governo; solleciterà l’esecutivo, anche se di propria espressione, sul terreno delle soluzioni concrete che esso continuamente elabora; presidierà l’attuazione dei provvedimenti sui territori, animando questa fase decisiva del processo deliberativo; raccoglierà e aggregherà le conoscenze necessarie a aggiustare gli interventi; favorirà la maturazione di un’interpretazione condivisa sulle scelte compiute. Nello svolgere questa funzione, il partito scongiurerà quel divario profondo di fiducia e comunicazione che da oltre venti anni si è andato aprendo fra governo e società e che, come si è argomentato, ha impedito anche a tentativi generosi di tradursi in buon governo.


Continua la lettura: 6 – Motivazioni per impegnarsi nel partito nuovo
    Si intendono qui, come in tutto il testo, in senso lato, gli eletti delle assemblee e i membri degli “esecutivi” di tutti i livelli di governo. ↩

    Cfr. Mastropaolo, A. (2012). Questa intuizione ha certo concorso al successo del movimento “5 stelle”, ma è stata da esso declinata sulla base dell’assunto che la rete possa sostituire i partiti. ↩

    Per questo termine, cfr. Revelli, M. (2012). ↩

    Cfr. Hunter, J.D. (2010) To Change the World, citato in Douthat, R. (2012), Bad Religion, Free Press. Hunter contrappone alla cultura forte una “cultura debole”, oggi prevalente, “sempre segnata dal risentimento per i propri nemici e insicura degli amici e volta indietro a guardare il passato migliore anziché in avanti al futuro”, una descrizione straordinariamente calzante per l’Italia dell’ultimo venticinquennio. ↩

    Pinelli, C. (2012) – “Parole Chiave” n.47 – scrive che “al di là di una certa retorica, [gli strumenti della democrazia deliberativa] presentano modalità di apprendimento e trasmissione del sapere che richiedono un profondo ripensamento dei paradigmi di organizzazione delle conoscenze nella sfera pubblica, e che nello stesso tempo potrebbero scardinare la stessa tradizionale dicotomia democrazia/tecnocrazia”, p. 148. ↩

    Cfr. ancora Pinelli, C. (2012). ↩

    Pinelli, C. (2012), pp. 147-148. ↩

    I principi sono ricavati da Sen, A. (2009). Cfr. anche la sintesi in http://www.eticaeconomia.it/lidea-di-giustizia-di-amartya-sen-sintesi-e-osservazioni-per-luso-quotidiano.html. ↩

    Cfr. Settis, S. (2012), Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi, Torino. ↩

    Cfr. March, G. (1991) “Exploration and Exploitation in Organizational Learning”, in Organizatione Science, ripreso da Surowiecki, J. (2004), The Wisdom of Crowds; Surowiecki, J. (2007), La saggezza della folla, Internazionale Edizioni. ↩


Da - http://www.fabriziobarca.it/viaggioinitalia/un-partito-nuovo-per-un-buon-governo-fabrizio-barca/5-quale-partito-il-partito-nuovo/
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« Risposta #53 il: Ottobre 27, 2015, 04:28:50 »

Barca: “Il prossimo sindaco di Roma deve arrivare dalla politica”
Roma   
Il ministro per la coesione sociale, Fabrizio Barca, in visita all' Istituto per la ceramica Giovanni Caselli di Capodimonte (Napoli), 21 Maggio 2012.

ANSA/CESARE ABBATE   

L’ex ministro intervistato da Unità.tv: “Marino non aggiunga altra confusione amministrativa. Non è colpa del Pd se ha deciso di lasciare”

Fabrizio Barca non ha dubbi su quale sbocco dovrebbe avere l’attuale crisi in Campidoglio: “Non si può aggiungere alla confusione amministrativa che ha condotto alle dimissioni altra confusione amministrativa”. Insomma, Ignazio Marino farebbe bene a confermare le proprie dimissioni senza andarsi a infilare in una situazione complicatissima, senza la fiducia del proprio partito e senza una maggioranza all’interno dell’Assemblea capitolina.

I sostenitori del sindaco scesi in piazza ieri attribuiscono a Marino il merito di aver combattuto Mafia capitale e al Pd la responsabilità di volerlo cacciare proprio per questo motivo. C’è un fondo di verità in questo?
Assolutamente no. La ragione per cui il sindaco stesso ha ritenuto di annunciare le proprie dimissioni è stata la consapevolezza di aver commesso un errore, che rischiava di mettere a repentaglio i risultati conseguiti dalla sua stessa giunta.

Quanto influisce questa situazione sulla riorganizzazione del Pd romano?
Con la decisione di Matteo Orfini, assunta anche sulla base del rapporto che ho curato insieme a giovani volontari, di ristrutturare il partito romano, chiudendo una quarantina di circoli, il Pd stava cambiando. Ora c’è il rischio che il processo si fermi.

Basta chiudere i circoli per rinnovare il partito?
Quello era un bell’inizio. Ci sono pochissime istituzioni pubbliche, sociali o private che possono vantare il coraggio che ha trovato il Pd a Roma. Ma certamente il lavoro era appena agli inizi.

Cosa bisogna fare adesso?
Oltre a occuparsi dell’organizzazione, bisogna ripartire dai valori e dal programma, perché un partito non si riconosce dall’organizzazione, ma dalle battaglie che compie nella città.

Quindi condivide la decisione di prorogare il mandato di Orfini come commissario?
Sì, è stata una scelta giusta.

Pensa che se si andrà a votare in primavera, il Pd riuscirà a completare in tempo il proprio rinnovamento, per presentarsi con un’immagine più credibile agli elettori?
Quello è l’obiettivo che dovrebbe spingere a parlare non di nomi e di candidati, ma di contenuti. Centri anziani, strade, trasporto pubblico: bisogna andare a parlare con le persone di queste cose. Il Pd può tornare a essere competitivo se per sei mesi si mette a parlare solo di merito.

Anche se non vuole parlare di nomi, ha un’idea del profilo che deve avere il prossimo candidato sindaco? Più tecnico o più politico?
Come per il Paese, anche per le città servono figure politiche, nel senso che devono emergere da battaglie politiche. Non può essere una persona designata dall’alto, ma deve essere scelta sulla base della sua partecipazione alla vita della città. Cosa hai fatto per Roma? Quanto la conosci? Quanta capacità hai di convincere le persone? Ecco, un candidato deve saper rispondere efficacemente a queste domande.

Lei sarebbe pronto a dare una mano?
Darò certamente una mano attraverso il circolo in cui sono iscritto e come cittadino interessato dai fatti, impegnandomi nelle battaglie che servono per il bene della città.

Da - http://www.unita.tv/interviste/barca-il-prossimo-sindaco-di-roma-deve-arrivare-dalla-politica/
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« Risposta #54 il: Aprile 23, 2016, 10:49:48 »

Una piattaforma per cambiare il PD

Pubblicato in: Senza categoria   
il 12 maggio 2014 da Staff Fabriziobarca.it

Possiamo rigirare le cose di diritto o di rovescio, ma cosa serve per fare “buona politica” in questo nuovo secolo – ancora nuovo perché non si è capito affatto verso cosa si va – è chiaro a chiunque abbia occhi per vedere: obiettivi da perseguire con tempi certi; valori per avere una rotta e per tenerla e scaldare i nostri animi nelle inevitabili battaglie; uno spazio di confronto e di conflitto, informato e aperto, in luoghi fisici e virtuali, fra interessi e soluzioni diverse; una tensione creativa fra radicamento territoriale e sradicamento globale, fra contesto e sistema.

Con Luoghi Idea(li) mettiamo alla prova tutti questi ingredienti. Noi che venivamo dall’esperienza nazionale del Viaggio in Italia, attorno a una certa idea di partito, ci siamo incontrati e “annusati” con 11 Progetti locali, con 11 pezzi del Partito Democratico che volevano lavorare in modo nuovo attorno ai temi centrali per il proprio territorio. Qualità della vita e coesione sociale, fra generazioni e fra culture; ambiente come responsabilità comune alla prova dei fatti; emancipazione dei lavoratori e competitività, assieme; cultura, creatività e sviluppo; politica credibile e governo attraverso partecipazione, apertura, conoscenza e sperimentazione nel territorio (I Temi): questi sono i temi di interesse nazionale che gli 11 progetti toccano. E lo fanno usando metodi moderni, di partecipazione, di raccolta fondi e comunicazione, di valutazione. E senza nascondere i valori di sinistra che li animano. Tutt’altro.

Nello stile che è di questo “progetto di progetti”, gli obiettivi ora sono allo scoperto, descritti senza veli nella piattaforma che ci siamo regalati, www.luoghideali.it Se ce la faremo o no entro il 30 marzo 2015 – la nostra improrogabile scadenza – a raggiungere gli obiettivi, lo scoprirete guardando questa nuova casa di vetro, entrandoci dentro da porte e finestre. E dandoci consigli, giudizi, critiche, suggerimenti. O magari narrando altre esperienze che vi paiono cogliere il quadrilatero: valori-obiettivi-spazio-tensione.

L’obiettivo nazionale è esplicito. Certo, in primo luogo, “fare accadere le cose”, ossia favorire il successo degli 11 progetti e la formazione in quei luoghi di gruppi dirigenti campioni nell’uso di metodi innovativi. E fare emergere in questo modo concreto l’esistenza e l’utilità di valori di sinistra attorno a obiettivi verificabili di pubblico interesse. Ma se ogni progetto è una storia a sé, è anche vero che ognuno di essi è anche un prototipo-paese. E allora obiettivo nazionale è anche ricavare da quei prototipi idee e strumenti utili per tutti, tramite il confronto e la contaminazione reciproca di una comunità in rete.

E alla fine, come è evidente, come era nella testa dei 583 donatori e dei moltissimi volontari che rendono possibile questa rete c’è l’obiettivo ultimo: convincerci e convincere con i fatti che è possibile e utile ridisegnare l’organizzazione del PD come un “partito palestra”. Un’associazione separata dallo Stato che attragga chi vuole “cambiare il mondo” – in piccolo o in grande che sia –, che produca innovazione e soluzioni, che ricostruisca rappresentanza. Noi si lavora anche a questo. Veniteci a trovare in “piattaforma”.

Fabrizio Barca

(Da Left del 10 maggio 2014)

Da - http://www.fabriziobarca.it/una-piattaforma-per-cambiare-il-pd/
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« Risposta #55 il: Maggio 28, 2016, 11:42:54 »

Caro Matteo, ecco cosa manca alla tua idea di sinistra

Pubblicato: 26/05/2016 18:00 CEST Aggiornato: 26/05/2016 18:00 CEST

"Coraggio" (anziché paura), "piazza" (anziché muro), "frontiera come avventura" (anziché come confine), "comunità e dialogo" (anziché individualismo). Sono parole del Segretario del Pd, il mio partito, alla Direzione della scorsa settimana. Fra tanto rumore, le ho lette con gioia. Sono parole di sinistra. Appartengono a tutte le culture che nel Pd sono confluite, ne rappresentano il fattore comune più forte, che lo tiene unito e che muove le sue azioni migliori.

Eppure, penso, quelle parole lasciano freddi milioni di italiani. Così come parole simili dei nostri "partiti fratelli" - mi si passi l'espressione - lasciano freddi milioni di europei. Che hanno "paura" di fronte ai cambiamenti globali (dal clima, alla concorrenza cinese, alle migrazioni) e non capiscono perché lo Stato a cui pagano le tasse anche per garantire ordine e legalità debba chiedere loro coraggio. Che vedono nel ripristino di "frontiere alte e insormontabili" la tutela da quelle minacce e la garanzia per i propri posti di lavoro. Che si domandano perché noi dobbiamo sempre dialogare quando loro non lo fanno mai. Che si sentono tutelati solo dentro "comunità chiuse" dove i miei convincimenti non siano sfidati e i miei individuali diritti non siano messi in discussione.

Dove sta il problema? Perché cresce il consenso a partiti e movimenti che riflettono, interpretano, amplificano quelle paure e chiusure? Se non lo capiamo e continuiamo a definire come "populista" o "razzista" o "egoista" chi non condivide il nostro messaggio sulla società aperta, siamo destinati alla sconfitta. Questo è l'avvertimento fortissimo della vicenda austriaca.

La risposta è, credo, semplice. Il messaggio di invito all'apertura è un pezzo fondamentale del senso di giustizia proprio della sinistra, ma manca l'altro pezzo: l'impegno per l'avanzamento sociale. L'obiettivo di battersi per l'avanzamento sociale di chi è più debole, nella società e nel rapporto capitalistico di lavoro. L'obiettivo di dare a ciascuno la libertà sostanziale di vivere una vita piena, la vita che si sente di poter vivere, nel modo più indipendente possibile dalle condizioni di nascita (il luogo, la famiglia, il contesto).

Non si tratta dell'eguaglianza dei redditi, anche se le attuali fortissime ineguaglianze nella distribuzione dei redditi e della ricchezza sono una misura dell'insuccesso nel perseguire quell'obiettivo. Si tratta piuttosto dell'impegno della sinistra a battersi affinché ognuno sia messo davvero in condizione di giocare le proprie carte. Di avere le stesse opportunità di istruzione, di cura della salute, di comunicazione, di chi è nato in contesti migliori. E di partecipare alle pubbliche decisioni come cittadino e alle scelte aziendali come lavoratore. Si tratta del mandato che l'articolo 3 della nostra Costituzione assegna alla Repubblica: "Rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Solo se questo obiettivo è raggiunto o perlomeno caparbiamente perseguito, può ognuno permettersi il coraggio e l'apertura che la stessa sinistra chiede ai cittadini. Perché è tranquillo che la qualità della scuola dei propri figli non sarà messa a repentaglio dalla sfida delle migrazioni, o che non scoprirà un mattino, senza possibilità di replica, che anonime "regole del commercio internazionale" e la decisione indiscussa e irrevocabile di un imprenditore hanno decretato la fine del proprio lavoro. E allora si concederà il "lusso" e la gioia dell'apertura agli altri, del rischio di innovare. Se invece così non sarà, allora l'invocazione del coraggio e della comunità aperta diventa elitaria. Adatta a pur cospicue leve di giovani urbani iper-istruiti, ma respingente e irritante per gli esclusi, per chi sente che sta "cascando all'indietro" nel nuovo gioco globale.

Spazi di libertà, comunità aperta, e avventura, da una parte, e strumenti e capacità per goderne e per avanzare nella società. Sono le due dimensioni della sinistra. Una necessaria all'altra. E allora? E allora nei programmi e nella pratica di governo e di amministrazione perseguiamo e narriamo con la stessa convinzione e passione entrambe gli obiettivi. Facciamone la stella polare di ogni azione di partito. Di ogni progetto territoriale di un Pd da rilanciare. Anche per queste ragioni, ora, qui, a Roma, ho scelto di appoggiare con forza Roberto Giachetti. Perché nel suo agire, nella sua pratica di militante e di uomo pubblico, nel suo programma le due grandi carte della sinistra si fondono. E in modo convincente.

Poi, dopo il voto a Roma e in tutta Italia, da cui dipende tanta parte della nostra qualità di vita, penseremo al resto.

P.S. Fra il resto c'è anche il Referendum autunnale, che era l'occasione delle parole di Matteo Renzi. Non faccio finta di ignorarlo Ma c'è tempo affinché noi cittadini si comprenda bene il contenuto delle decisioni prese dal Parlamento e si valuti il loro possibile effetto, ascoltando pareri favorevoli e contrari, e si maturi un convincimento non emotivo. Come merita un cambiamento costituzionale).

Da - http://www.huffingtonpost.it/fabrizio-barca/renzi-sinistra_b_10143482.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001
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« Risposta #56 il: Novembre 03, 2016, 06:02:52 »

Due parole animano questo pro-memoria sul Referendum costituzionale. Sentimento e Ragione.

Il Sentimento. La decisione di noi italiani sul Referendum costituzionale sarà dettata, come sempre avviene – si pensi al recente Referendum britannico – dal Sentimento, ossia da un processo cognitivo istintivo, non da una ricerca approfondita delle “ragioni”: a guidarci sarà il convincimento emotivo circa le conseguenze per la nostra vita dell’uno o dell’altro esito. Qui a contare saranno due considerazioni assai diverse. Una riguarda le “conseguenze per gli anni a venire” di modificare (come proposto) o di non modificare la Costituzione. L’altra riguarda le “conseguenze del mattino dopo” sulla guida del paese, proprio mentre in Europa e nel mondo monta tempesta.

La Ragione. Comunque finisca, a Referendum celebrato la macchina della Repubblica deve marciare a spron battuto attuando la Costituzione imperfetta che si ritroverà fra le mani. Se avrà vinto il SI, si dovrà subito tentare di limitare con una legge la degenerazione della qualità dei senatori, si dovrà gestire un ambiguo riparto di competenze fra Regioni e Stato, si dovranno chiarire subito i tanti e oscuri percorsi legislativi Camera-Senato, e altro ancora. Se avrà vinto il NO, si dovrà evitare che la doppia fiducia di Camera e Senato continui a produrre governi senza anima, che il governo abusi dei decreti legge, che un quorum troppo elevato uccida il Referendum abrogativo, e altro ancora. Comunque finisca, insomma, noi tutti dovremo lottare per una “buona attuazione”, altrimenti, in entrambi i casi, non cambierà nulla, anzi monterà solo una grande delusione. E per lottare dobbiamo conoscere sin da ora, al meglio delle nostre possibilità, con la Ragione, di cosa stiamo parlando.

Sentimento e Ragione.

Il primo è l’Elefante che con la sua potenza guida le nostre decisioni. La seconda è il Cavaliere che monta l’Elefante: sa guardare lungo e intravede rischi e opportunità e per questo si è guadagnato un ruolo (sussidiario), ma solo se riesce a comunicare con l’Elefante (Utilizzo la metafora dello psicologo morale Jonathan Haidt, permettendomi di declinare i termini Cavaliere ed Elefante in modo difforme dal gergo politico prevalente nell’ultimo venticinquennio). Ecco perché condivido pubblicamente questo pro-memoria personale. Non sono affatto un “esperto” della parte ordinamentale della Costituzione, ma nella vita mi sono trovato ad applicarla in tanti diversi ruoli. E per prendere ora una decisione ho cercato di costruirmi un ponte fra Ragione e Sentimento. Chiedendomi in che modo la riforma costituzionale impatta sui cinque pilastri del “buon governo” a cui tutti aspiriamo: Efficienza, Efficacia, Certezza, Partecipazione, Garanzie. Si tratta delle “conseguenze per gli anni a venire”, insomma dello sguardo lungo, che, affiancandosi alle preoccupazioni per il “mattino dopo”, potrà ispirare il Sentimento nella sua decisione finale.

Il mio ponte è artigianale, ma è fatto con corde intessute grazie a tanti contributi e letture, e ha retto a un primo test nel mio circolo @PDGiubbonari. Sono così arrivato a due conclusioni. Le riassumo brevemente, invitandovi poi alla lettura e augurandomi che il ponte sia usato da altri e che qualcuno magari mi convinca a cambiare idea.

La prima conclusione è un forte invito a non eccitare l’Elefante, né per il SI né per il NO al Referendum. Non ve n’è ragione, perché, sulla base del mio metodo di valutazione, le conseguenze della riforma sulla nostra vita per gli anni a venire non appaiono né positive, né negative. O meglio, come cerco di mostrare, la riforma sembra produrre molte conseguenze lievemente positive e molte lievemente negative, in un bilanciamento incommensurabile che ci spinge alla sostanziale indifferenza sull’esito. Se eccitiamo oggi l’Elefante, lo facciamo senza fondamenta. Quando scoprirà, chiunque vinca, che non ha raggiunto la terra promessa, sarà furibondo e non lo controlleremo più. Per quanto mi riguarda, dunque, mettendo per ora da parte ogni istinto sulle “conseguenze del mattino dopo” – con cui prima del 5 dicembre dovrò pur fare i conti – la soluzione è l’astensione, “astensione attiva”, come mi è stato suggerito, visto che non è segno di disinteresse, ma di un percorso che mira a essere utile per il “dopo voto”: recarsi alle urne e annullare la scheda ne sarebbe il segno più chiaro.
La seconda conclusione riguarda ciò di cui invece dovremmo parlare all’Elefante. Dobbiamo parlargli della “sacralità” del processo democratico che stiamo vivendo, rimediando, noi tutti cittadini italiani, al limite mostrato dal nostro Parlamento nel mancare il quorum dei 2/3. Della saggezza dei nostri Costituenti nel prevedere questo meccanismo rimediale. Della necessità, in questo passaggio drammatico della storia europea, che la nostra Repubblica sia coesa attorno ai Principi, intoccabili e intoccati, della I parte della Costituzione. Della necessità, qualunque sia l’esito referendario, che questi principi siano meglio attuati; e dunque che tutti assieme, dal mattino dopo e comunque finisca, evitando inni alla “vittoria” o alla “tragedia”, si lavori affinché i punti deboli della soluzione che ha vinto siano contrastati e circoscritti e i punti forti esaltati e attuati. Anche perché, grazie al Referendum, li avremo finalmente meglio compresi (se useremo bene le prossime settimane). Dobbiamo tornare a “fare politica”, ad animare di “cultura” il nostro confronto, a monitorare gli esiti, a rivitalizzare i partiti e la cittadinanza attiva perché le cose che sentiamo giuste avvengano davvero. Perché la parte ordinamentale della Costituzione, qualunque sia il risultato, venga applicata al meglio.

Procedo dunque a riassumere in modo sintetico, nello spirito e con linguaggio di un promemoria personale (Manca ad esempio ogni riferimento al testo costituzionale attuale e modificato – che trovate ad esempio molto ben chiosato nelle preziose Appendici del volume di Salvatore Settis “Costituzione!”, Einaudi 2016), i principali effetti che l’insieme dei cambiamenti proposti dalla legge sottoposta a Referendum confermativo sembrano produrre sul funzionamento dell’Ordinamento della Repubblica, giudicato in base a cinque dimensioni:
1.   Efficienza, nel senso di tempestivo adattamento a un contesto volatile (Trascuro qualsiasi riferimento all’efficienza in termini di costi, dal momento che, pur significativi in assoluto, i costi di esercizio degli organi dell’Ordinamento sono statisticamente irrilevanti a fronte dei costi/benefici derivanti da un “cattivo/buon governo”).
2.   Efficacia, nel senso di qualità/impatto delle decisioni sulla nostra qualità di vita.
3.   Certezza, nel senso di stabilità del governo, delle leggi, della stessa Costituzione.
4.   Partecipazione, nel senso di capacità di acquisire direttamente e utilizzare conoscenza e preferenze dei cittadini e dei lavoratori.
5.   Garanzie, delle minoranze e in generale nel senso di auto-correzione sistemica di fronte a eventi/azioni imprevisti o estremi.
È difficile e soggettivo pesare queste dimensioni – quanto siamo pronti a cedere dell’una per avere un tot in più dell’altra? – ma certo se per alcune si osservasse un miglioramento senza che per le altre vi fosse un peggioramento, diremmo che è cresciuta la capacità dell’Ordinamento della Repubblica di realizzare i principi della prima parte della Costituzione, al servizio dei quali l’Ordinamento stesso è posto.
Prima di passare la riforma costituzionale a questo vaglio, servono due caveat su quello che non faccio qui e perché.
Primo, non giudico il processo legislativo con cui la riforma è stata elaborata. Non vi sono dubbi che si tratta di un cattivo processo, visto che non ha raggiunto quel largo consenso parlamentare che i Costituenti hanno cifrato in 2/3 del Parlamento (e che la riforma stessa riconosce valido, non avendo modificato questa previsione). E sul piano politico ha peso l’argomento che questo Parlamento, eletto con legge elettorale poi giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale, avrebbe dovuto avvertire doveri e limiti ancor più forti. E tuttavia, grazie alla saggezza dei Costituenti, noi siamo chiamati a porre rimedio a queste deficienze, trasformandoci in “costituenti”. Lo stesso atto referendario, comunque si voti, ri-democraticizza dunque il processo. Votare senza guardare il merito e giudicando il metodo mi appare dunque contraddittorio.
Secondo, non giudico la riforma “in connessione” con la legge elettorale, perché l’Ordinamento della Repubblica su cui siamo chiamati a esprimerci è scelto, come il precedente, per convivere con ogni legge elettorale, “per sé”. Dobbiamo giudicare se sia migliore/peggiore/uguale al precedente indipendentemente dalle leggi elettorali con cui potrà essere combinato. Si dice: “ma la legge elettorale approvata per la Camera è pessima e combinata con la riforma costituzionale …”. Attenzione: la legge elettorale è assai più che pessima, è terribile, perché impedisce una buona selezione di classe dirigente e stravolge la rappresentanza rispetto alle preferenze dei votanti; ma lo è in connessione con qualunque Ordinamento della Repubblica.
E veniamo al vaglio della riforma utilizzando le cinque dimensioni. Accanto a ogni dimensione o sub-dimensione indico con “=” una sostanziale invarianza, con “-“ un peggioramento, con “+” un miglioramento. I segni “=-“ e “=+” indicano effetti lievi.
Ovviamente, pur argomentando sinteticamente i giudizi e i segni che propongo, si tratta – è ben chiaro – di mere “ipotesi di effetto”, assolutamente non dimostrate e opinabili. Per questo uso espressioni come “promette di”, “dovrebbe”, “potrebbe”, “appare”. Queste ipotesi hanno il solo pregio di essere proposizioni trasparenti: chi volesse argomentare il contrario potrebbe e potrà portare quegli elementi di giudizio che io non ho colto o che ignoro. E che magari potrebbero modificare il giudizio finale di “sostanziale indifferenza”. E che con certezza possono accrescere la nostra conoscenza collettiva, utile il mattino dopo, comunque vada a finire.
1. Efficienza (=+)
Due modiche introdotte dalla riforma impattano sull’efficienza, in termini di tempestività: l’abolizione del bicameralismo perfetto, per cui solo una parte delle leggi dovrà ricevere il voto vincolante del Senato (“funzione legislativa esercitata collettivamente”), e l’inserimento di alcuni vincoli temporali nel processo legislativo. Queste modifiche promettono di ridurre i tempi di discussione e approvazione di molte leggi e dunque la capacità di reazione legislativa a fronte di un contesto economico e sociale volatile, che chiede decisioni urgenti. Questo miglioramento appare tuttavia di presumibile lieve portata alla luce delle seguenti considerazioni:
a) la lunghezza delle procedure legislative dipende in larga misura dalla volontà politica, b) nell’esperienza concreta il cosiddetto ping-pong Camera-Senato ha riguardato una parte minoritaria della legislazione, c) la difficoltà di decidere, legge per legge, se debba o non debba scattare il bicameralismo e il fatto che, in ogni caso, il Senato può decidere (“su richiesta di un terzo dei suoi componenti”) di esaminare ogni provvedimento e può “formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera”, possono introdurre ostacoli politici nuovi, e infine d) la reattività di un sistema ordinamentale moderno non si misura tanto con la tempestività di modifica delle sue leggi (come avvenuto ad esempio per le leggi del mercato del lavoro, dove ogni singolo articolo – è la stima di un paper della Banca d’Italia – è stato modificato nei successivi due anni una volta e mezzo), ma con la capacità di adattamento dell’azione amministrativa a normativa data.
2. Efficacia (=-)
Per quanto riguarda l’efficacia intesa come capacità di produrre “buone decisioni”, la riforma impatta su due piani distinti:
A. Efficacia del Parlamento (=-)
Qui considero due canali di influenza della riforma:

•   Singolo passaggio alla Camera (=)
Appare impossibile determinare il segno del cambiamento sulla base delle informazioni reperite. Infatti, da un lato, si può sostenere che la venuta meno del doppio passaggio riduce la possibilità di identificare errori o mancanze, peggiorando così la qualità delle leggi. Ma dall’altro, si può argomentare che nel ping-pong cresce il peso di gruppi di interesse e dunque un “mercato dei commi di legge” che distorce i provvedimenti. Temerario tirare una somma dei due effetti opposti

•   Selezione e motivazione dei senatori (-)
Qui l’effetto della riforma appare decisamente negativo. La difficile sostenibilità da parte di Consiglieri Regionali e Sindaci dell’incarico aggiuntivo e non remunerato di “senatore” e l’”immunità parlamentare” di cui si ritrovano a godere (per effetto dell’articolo 68 dell’attuale Costituzione) suggeriscono che si avrà una forte spinta a una “selezione avversa” dei nuovi senatori, che penalizzerà i migliori e più dedicati e retti fra i possibili candidati. Inoltre, essendo prevista una rappresentanza a titolo personale e non una rappresentanza collettiva regionale, i nuovi senatori di ogni Regione non saranno indotti a portare collegialmente in Senato un punto di vista mediato della classe dirigente politica della propria Regione; saranno viceversa indotti a negoziare il proprio voto in Senato (presumibilmente all’interno del proprio partito) per “concessioni” da esibire poi individualmente in sede locale. Non è chiaro se e come la legge che potrebbe intervenire a “regolare le modalità … di elezione dei membri del Senato tra i consiglieri e i sindaci” possa lenire queste criticità.
B. Efficacia del governo multilivello Regioni-Stato (=)
L’efficacia complessiva dell’ordinamento dipende anche dalla capacità di divisione del lavoro e di cooperazione cognitiva fra livelli di Governo. Qui considero tre cambiamenti relativi al livello Regioni (trascuro il tema Province dove la riforma sancisce una situazione già prodottasi):

•   “Il Senato rappresenta le istituzioni territoriali” (=)
La riforma così recita all’articolo 55. In realtà, come visto sopra, a sedere in Parlamento sono singole figure prive di un impegno di rappresentanza delle proprie Istituzioni. In particolare, il voto dei Consiglieri regionali / Senatori in nessun modo impegna il loro Consiglio e tantomeno il Governo regionale. Non si attiva quindi un canale nuovo di cooperazione fra i due livelli di Governo, e infatti rimarrà operativa la Conferenza Stato-Regioni. Nessun peggioramento, nessun miglioramento

•   Riallocazione di funzioni dalle Regioni allo Stato (=)
Come noto, la riforma abolisce formalmente la “concorrenza” di funzioni fra Stato e Regioni, prevedendo per i due livelli solo competenze “esclusive” (assegnando alle Regioni anche ciò che non è “espressamente riservato allo Stato”). Tuttavia, per materie fondamentali il nuovo testo, consapevole delle competenze ormai maturate presso le Regioni, suddivide la materia fra due esclusività, delle Regioni e dello Stato: ad esempio per la salute, lo Stato ha le “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute”, le Regioni hanno ”la programmazione e organizzazione dei servizi sanitari”. Non sembra dunque prevedibile, nei fatti, un significativo cambiamento (ed è probabilmente un bene), sempre che non si aprano – per via del testo – nuovi contenziosi. D’altro canto, se in alcuni casi si dovesse avere un’effettiva ricentralizzazione di funzioni, nasce un dubbio: è lo Stato pronto (in termini di risorse umane e cultura) a riprendersi tali funzioni? (Si noti a riguardo che il mancato “indirizzo nazionale” successivo al decentramento massiccio del 2001 va attribuito più all’incapacità dello Stato di agire che a un impedimento costituzionale, come mostra il caso della sottoutilizzazione dei commi m e r dell’articolo 117 attualmente in vigore). Tirando le somme, un’invarianza è l’ipotesi più probabile.
Complessivamente, quindi, il presumibile forte effetto negativo su selezione e motivazione dei senatori fa pendere la bilancia dal lato del peggioramento, lieve per via degli altri non-peggioramenti.
C. Certezza (=)
Per certezza si intende qui sia la probabilità che dopo un’elezione politica si possa formare un governo che non sia il collage precario di forze lontane, sia la certezza delle norme: quella dei cittadini, che una volta approvata una legge e adattati i propri comportamenti, se la vedono spesso cambiare per via di un ricorso alla Corte Costituzionale, o – peggio ancora – che una volta approvato/respinto un testo costituzionale rischiano vederselo rimettere in discussione con più facilità di un Regolamento condominiale. Rilevano allora quattro aspetti:

•   Stabilità di governo (+)
Con l’affidamento alla sola Camera della fiducia al Governo cresce certamente, rispetto al caso attuale di due distinti atti di fiducia, uno per ramo del Parlamento, la probabilità che sia data fiducia a un governo composto da forze politiche coese, “con un’anima” ho scritto prima. Non era il solo modo di ottenere questo esito, ma è certamente positivo.

•   Iter parlamentare (-)
Le molteplici possibilità previste in merito al coinvolgimento del Senato nel procedimento legislativo e la farraginosità del testo daranno presumibilmente luogo a incertezze nel Parlamento e fuori, foriere di tensioni politiche.

•   Impugnabilità da parte delle Regioni (=)
Per il motivo già richiamato – il fatto che il voto dei Consiglieri Regionali / Senatori non impegna la volontà del legislativo, né dell’esecutivo delle proprie Regioni – nulla dovrebbe cambiare circa l’incertezza legata alle contestazioni di incostituzionalità.

•   Stabilità costituzionale (-)
Il processo con cui la riforma è stata approvata e il mancato conseguimento (come già in precedenti riforme, ma mai per così tanti articoli) del quorum dei 2/3, mentre non inficia in sé il testo che votiamo – come ho argomentato prima – introduce ulteriore incertezza nella stabilità nel tempo della parte ordinamentale della Costituzione. Forte sarà la convinzione, in caso di approvazione della riforma con un margine non eclatante di voti, che essa sarà presto nuovamente modificata.
È quasi impossibile pesare i due effetti opposti sulla stabilità costituzionale e dei governi. Me la cavo ipotizzando che l’insieme degli effetti produca sostanziale invarianza. Pronto a rivedere il giudizio di fronte a robusti argomenti.

D. Partecipazione (=+)
La riforma costituzionale propostaci non apre purtroppo (salvo un assai vago riferimento a “formazioni sociali” nel prevedere possibili “altre forme di consultazione”) alle nuove forme di partecipazione attiva e diretta alle pubbliche decisioni che, in forme variegate di cittadinanza attiva, rappresentano la novità più sfidante delle nostre democrazie. E neppure apre al tema delle nuove forme di collaborazione (attiva e autonoma, o viceversa passiva e subordinata) dei lavoratori nelle imprese, che segna una delle linee evolutive del capitalismo. Sono due fenomeni che assumono particolare rilievo anche in Italia e che, più di altri, domandavano un adeguamento dell’Ordinamento della Repubblica. Ma la riforma ritocca in modo significativo le forme tradizionali di partecipazione diretta dei cittadini alle pubbliche decisioni:

•   Forme tradizionali di partecipazione diretta dei cittadini (=+)
Viene ridato spazio al referendum abrogativo, prevedendo che, ove sia proposto da almeno 800mila cittadini (anziché le 500mila, cifra minima), il quorum del “50%+1” sia calcolato sul numero di votanti alle ultime elezioni politiche, anziché sul numero dei cittadini aventi diritto. Innalzando il numero di richiedenti da 50mila a 150mila, viene previsto che le leggi di iniziativa popolare debbano essere esaminate dalla Camera. Infine, affida a una legge la possibilità di introdurre “referendum popolari propositivi e d’indirizzo nonché … altre forme di consultazione”. A questi effetti positivi si contrappone la perdita da parte dei cittadini della possibilità di selezionare in modo diretto i membri del Senato.
Nessuna attenzione, invece, al lavoro. Alla opportuna abolizione del CNEL, che non ha conseguito la propria missione, non corrisponde alcuna soluzione per presidiare l’impegno di cui l’articolo 3 della Costituzione fa carico alla Repubblica: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono … l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Un’occasione persa dall’intero Parlamento. Il giudizio complessivo resta lievemente positivo.

E. Garanzie (=)
La prima e più importante cosa da notare in termini di garanzie, tema che era delicato nel 1948 e resta delicato, specie di fronte ai rischi involutivi di questa fase, è che la riforma costituzionale non accoglie in alcun modo il tentativo in corso da oltre venti anni (che pure ha avuto aperture in passato anche nel centro-sinistra) di stravolgere la nostra democrazia parlamentare in una democrazia presidenziale. In particolare, restano immutati i poteri del Presidente della Repubblica:

•   Presidente della Repubblica (=)
Il Presidente conserva il potere di nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, dei Ministri: passaggio decisivo per assicurare che il Presidente del Consiglio sia un primus inter pares, e che i Ministri, se ne hanno competenza e forza, diano vita in Consiglio a quel confronto acceso e informato che è decisivo per ben governare. Il Presidente conserva anche gli altri poteri e fra questi quello di indire le elezioni, sciogliere la Camera, chiedere alla Camera una nuova deliberazione prima di promulgare una legge. Per quanto riguarda la sua elezione (da parte congiunta di Camera e Senato), la nuova previsione per cui, “dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza di tre quinti dei votanti” (anziché la “maggioranza assoluta” ma “dell’assemblea”, come prima) potrebbe creare situazioni paradossali in presenza di elevata astensione.

•   Corte Costituzionale (=)
Conserva poteri e modalità di nomina ed è aggiuntivamente investita del potere di “giudizio preventivo di legittimità costituzionale [delle leggi elettorali di Camera e Senato] … su ricorso motivato presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera o da almeno un terzo dei componenti del Senato …”. Questa previsione serve a evitare il paradosso di “scoprire” che una legge elettorale è incostituzionale dopo averla già utilizzata, come avvenuto.

A fronte di questi presidi, si riduce, ovviamente, la funzione di garanzia implicita nel bicameralismo perfetto, ossia nel ruolo vincolante del Senato nell’approvazione di tutte le leggi. Tuttavia, il fatto che il Senato possa, come ricordato, “su richiesta di un terzo dei suoi componenti”, esaminare ogni disegno di legge e deliberare “proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera si pronuncia in via definitiva” e inoltre possa “svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera”, mentre riduce i miglioramenti di efficienza, crea un meccanismo di garanzia. Complessivamente appare emergere anche qui un giudizio di invarianza.

E siamo alla conclusione. È ora chiaro, mi auguro, perché mi sono convinto che l’insieme della riforma né peggiora, né migliora la capacità dell’Ordinamento della Repubblica di attuare i principi della Costituzione stessa, ossia di “farci vivere al meglio”. Certezza e Garanzie sembrano restare invariate. Per Efficienza e Partecipazione sembra esservi un lieve miglioramento. Ma l’Efficacia sembra peggiorare. Ecco che la Ragione (il Cavaliere), provando a guardare lontano, non ha alcuna ragione di eccitare il Sentimento (l’Elefante) né verso il SI, né verso il NO. Ma deve piuttosto spronare la sua potenza a emozionarsi per la “sacralità” dell’esercizio democratico che stiamo compiendo, e per l’impegno che, comunque finisca, ci attende dopo il voto per attuare la nostra Costituzione.
Il post L’Elefante e il Cavaliere: Promemoria sul Referendum Costituzionale è online su Fabrizio Barca.

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« Risposta #57 il: Novembre 14, 2016, 05:28:23 »

11 novembre 2016

Barca: "Senza vera partecipazione cittadini, anche Renzi rischia di subire effetto Trump"

"Le elezioni americane dicono alla sinistra italiana e non solo che deve tornare a fare la sinistra.
Dicono anche che i partiti servono: a differenza della candidatura di Obama, quelle di Clinton e Trump sono nate fuori dai partiti, dalla logica di rappresentanza e la gente ha cercato autorità".

Così l'ex ministro e dirigente del Pd Fabrizio Barca analizza la vittoria di Donald Trump e della sconfitta della democratica Hillary Clinton nella corsa per la presidenza Usa.

Secondo Barca: "Renzi in Italia ha anticipato il sentimento anti-establishment, ma il rischio in questo modo è di aprire la strada a chi usa quello stesso linguaggio in maniera più convincente".

Da - http://video.huffingtonpost.it/politica/barca-senza-vera-partecipazione-cittadini-anche-renzi-rischia-di-subire-effetto-trump/10761/10739
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« Risposta #58 il: Dicembre 17, 2016, 01:49:40 »

L’Elefante e il Cavaliere: Promemoria sul Referendum Costituzionale
Pubblicato in: Il blog   il 29 settembre 2016 da Fabrizio Barca 35 commenti   
L’Elefante e il Cavaliere: Promemoria sul Referendum Costituzionale   
Due parole animano questo pro-memoria sul Referendum costituzionale. Sentimento e Ragione.

Il Sentimento. La decisione di noi italiani sul Referendum costituzionale sarà dettata, come sempre avviene – si pensi al recente Referendum britannico – dal Sentimento, ossia da un processo cognitivo istintivo, non da una ricerca approfondita delle “ragioni”: a guidarci sarà il convincimento emotivo circa le conseguenze per la nostra vita dell’uno o dell’altro esito. Qui a contare saranno due considerazioni assai diverse. Una riguarda le “conseguenze per gli anni a venire” di modificare (come proposto) o di non modificare la Costituzione. L’altra riguarda le “conseguenze del mattino dopo” sulla guida del paese, proprio mentre in Europa e nel mondo monta tempesta.

La Ragione. Comunque finisca, a Referendum celebrato la macchina della Repubblica deve marciare a spron battuto attuando la Costituzione imperfetta che si ritroverà fra le mani. Se avrà vinto il SI, si dovrà subito tentare di limitare con una legge la degenerazione della qualità dei senatori, si dovrà gestire un ambiguo riparto di competenze fra Regioni e Stato, si dovranno chiarire subito i tanti e oscuri percorsi legislativi Camera-Senato, e altro ancora. Se avrà vinto il NO, si dovrà evitare che la doppia fiducia di Camera e Senato continui a produrre governi senza anima, che il governo abusi dei decreti legge, che un quorum troppo elevato uccida il Referendum abrogativo, e altro ancora. Comunque finisca, insomma, noi tutti dovremo lottare per una “buona attuazione”, altrimenti, in entrambi i casi, non cambierà nulla, anzi monterà solo una grande delusione. E per lottare dobbiamo conoscere sin da ora, al meglio delle nostre possibilità, con la Ragione, di cosa stiamo parlando.

Sentimento e Ragione. Il primo è l’Elefante che con la sua potenza guida le nostre decisioni. La seconda è il Cavaliere che monta l’Elefante: sa guardare lungo e intravede rischi e opportunità e per questo si è guadagnato un ruolo (sussidiario), ma solo se riesce a comunicare con l’Elefante (Utilizzo la metafora dello psicologo morale Jonathan Haidt, permettendomi di declinare i termini Cavaliere ed Elefante in modo difforme dal gergo politico prevalente nell’ultimo venticinquennio). Ecco perché condivido pubblicamente questo pro-memoria personale. Non sono affatto un “esperto” della parte ordinamentale della Costituzione, ma nella vita mi sono trovato ad applicarla in tanti diversi ruoli. E per prendere ora una decisione ho cercato di costruirmi un ponte fra Ragione e Sentimento. Chiedendomi in che modo la riforma costituzionale impatta sui cinque pilastri del “buon governo” a cui tutti aspiriamo: Efficienza, Efficacia, Certezza, Partecipazione, Garanzie. Si tratta delle “conseguenze per gli anni a venire”, insomma dello sguardo lungo, che, affiancandosi alle preoccupazioni per il “mattino dopo”, potrà ispirare il Sentimento nella sua decisione finale.

Il mio ponte è artigianale, ma è fatto con corde intessute grazie a tanti contributi e letture, e ha retto a un primo test nel mio circolo @PDGiubbonari. Sono così arrivato a due conclusioni. Le riassumo brevemente, invitandovi poi alla lettura e augurandomi che il ponte sia usato da altri e che qualcuno magari mi convinca a cambiare idea.

La prima conclusione è un forte invito a non eccitare l’Elefante, né per il SI né per il NO al Referendum. Non ve n’è ragione, perché, sulla base del mio metodo di valutazione, le conseguenze della riforma sulla nostra vita per gli anni a venire non appaiono né positive, né negative. O meglio, come cerco di mostrare, la riforma sembra produrre molte conseguenze lievemente positive e molte lievemente negative, in un bilanciamento incommensurabile che ci spinge alla sostanziale indifferenza sull’esito. Se eccitiamo oggi l’Elefante, lo facciamo senza fondamenta. Quando scoprirà, chiunque vinca, che non ha raggiunto la terra promessa, sarà furibondo e non lo controlleremo più. Per quanto mi riguarda, dunque, mettendo per ora da parte ogni istinto sulle “conseguenze del mattino dopo” – con cui prima del 5 dicembre dovrò pur fare i conti – la soluzione è l’astensione, “astensione attiva”, come mi è stato suggerito, visto che non è segno di disinteresse, ma di un percorso che mira a essere utile per il “dopo voto”: recarsi alle urne e annullare la scheda ne sarebbe il segno più chiaro.

La seconda conclusione riguarda ciò di cui invece dovremmo parlare all’Elefante. Dobbiamo parlargli della “sacralità” del processo democratico che stiamo vivendo, rimediando, noi tutti cittadini italiani, al limite mostrato dal nostro Parlamento nel mancare il quorum dei 2/3. Della saggezza dei nostri Costituenti nel prevedere questo meccanismo rimediale. Della necessità, in questo passaggio drammatico della storia europea, che la nostra Repubblica sia coesa attorno ai Principi, intoccabili e intoccati, della I parte della Costituzione. Della necessità, qualunque sia l’esito referendario, che questi principi siano meglio attuati; e dunque che tutti assieme, dal mattino dopo e comunque finisca, evitando inni alla “vittoria” o alla “tragedia”, si lavori affinché i punti deboli della soluzione che ha vinto siano contrastati e circoscritti e i punti forti esaltati e attuati. Anche perché, grazie al Referendum, li avremo finalmente meglio compresi (se useremo bene le prossime settimane). Dobbiamo tornare a “fare politica”, ad animare di “cultura” il nostro confronto, a monitorare gli esiti, a rivitalizzare i partiti e la cittadinanza attiva perché le cose che sentiamo giuste avvengano davvero. Perché la parte ordinamentale della Costituzione, qualunque sia il risultato, venga applicata al meglio.

Procedo dunque a riassumere in modo sintetico, nello spirito e con linguaggio di un promemoria personale (Manca ad esempio ogni riferimento al testo costituzionale attuale e modificato – che trovate ad esempio molto ben chiosato nelle preziose Appendici del volume di Salvatore Settis “Costituzione!”, Einaudi 2016), i principali effetti che l’insieme dei cambiamenti proposti dalla legge sottoposta a Referendum confermativo sembrano produrre sul funzionamento dell’Ordinamento della Repubblica, giudicato in base a cinque dimensioni:

    Efficienza, nel senso di tempestivo adattamento a un contesto volatile (Trascuro qualsiasi riferimento all’efficienza in termini di costi, dal momento che, pur significativi in assoluto, i costi di esercizio degli organi dell’Ordinamento sono statisticamente irrilevanti a fronte dei costi/benefici derivanti da un “cattivo/buon governo”).
    Efficacia, nel senso di qualità/impatto delle decisioni sulla nostra qualità di vita.
    Certezza, nel senso di stabilità del governo, delle leggi, della stessa Costituzione.
    Partecipazione, nel senso di capacità di acquisire direttamente e utilizzare conoscenza e preferenze dei cittadini e dei lavoratori.
    Garanzie, delle minoranze e in generale nel senso di auto-correzione sistemica di fronte a eventi/azioni imprevisti o estremi.

È difficile e soggettivo pesare queste dimensioni – quanto siamo pronti a cedere dell’una per avere un tot in più dell’altra? – ma certo se per alcune si osservasse un miglioramento senza che per le altre vi fosse un peggioramento, diremmo che è cresciuta la capacità dell’Ordinamento della Repubblica di realizzare i principi della prima parte della Costituzione, al servizio dei quali l’Ordinamento stesso è posto.

Prima di passare la riforma costituzionale a questo vaglio, servono due caveat su quello che non faccio qui e perché.

Primo, non giudico il processo legislativo con cui la riforma è stata elaborata. Non vi sono dubbi che si tratta di un cattivo processo, visto che non ha raggiunto quel largo consenso parlamentare che i Costituenti hanno cifrato in 2/3 del Parlamento (e che la riforma stessa riconosce valido, non avendo modificato questa previsione). E sul piano politico ha peso l’argomento che questo Parlamento, eletto con legge elettorale poi giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale, avrebbe dovuto avvertire doveri e limiti ancor più forti. E tuttavia, grazie alla saggezza dei Costituenti, noi siamo chiamati a porre rimedio a queste deficienze, trasformandoci in “costituenti”. Lo stesso atto referendario, comunque si voti, ri-democraticizza dunque il processo. Votare senza guardare il merito e giudicando il metodo mi appare dunque contraddittorio.

Secondo, non giudico la riforma “in connessione” con la legge elettorale, perché l’Ordinamento della Repubblica su cui siamo chiamati a esprimerci è scelto, come il precedente, per convivere con ogni legge elettorale, “per sé”. Dobbiamo giudicare se sia migliore/peggiore/uguale al precedente indipendentemente dalle leggi elettorali con cui potrà essere combinato. Si dice: “ma la legge elettorale approvata per la Camera è pessima e combinata con la riforma costituzionale …”. Attenzione: la legge elettorale è assai più che pessima, è terribile, perché impedisce una buona selezione di classe dirigente e stravolge la rappresentanza rispetto alle preferenze dei votanti; ma lo è in connessione con qualunque Ordinamento della Repubblica.

E veniamo al vaglio della riforma utilizzando le cinque dimensioni. Accanto a ogni dimensione o sub-dimensione indico con “=” una sostanziale invarianza, con “-“ un peggioramento, con “+” un miglioramento. I segni “=-“ e “=+” indicano effetti lievi.

Ovviamente, pur argomentando sinteticamente i giudizi e i segni che propongo, si tratta – è ben chiaro – di mere “ipotesi di effetto”, assolutamente non dimostrate e opinabili. Per questo uso espressioni come “promette di”, “dovrebbe”, “potrebbe”, “appare”. Queste ipotesi hanno il solo pregio di essere proposizioni trasparenti: chi volesse argomentare il contrario potrebbe e potrà portare quegli elementi di giudizio che io non ho colto o che ignoro. E che magari potrebbero modificare il giudizio finale di “sostanziale indifferenza”. E che con certezza possono accrescere la nostra conoscenza collettiva, utile il mattino dopo, comunque vada a finire.
1. Efficienza (=+)

Due modiche introdotte dalla riforma impattano sull’efficienza, in termini di tempestività: l’abolizione del bicameralismo perfetto, per cui solo una parte delle leggi dovrà ricevere il voto vincolante del Senato (“funzione legislativa esercitata collettivamente”), e l’inserimento di alcuni vincoli temporali nel processo legislativo. Queste modifiche promettono di ridurre i tempi di discussione e approvazione di molte leggi e dunque la capacità di reazione legislativa a fronte di un contesto economico e sociale volatile, che chiede decisioni urgenti. Questo miglioramento appare tuttavia di presumibile lieve portata alla luce delle seguenti considerazioni:

a) la lunghezza delle procedure legislative dipende in larga misura dalla volontà politica, b) nell’esperienza concreta il cosiddetto ping-pong Camera-Senato ha riguardato una parte minoritaria della legislazione, c) la difficoltà di decidere, legge per legge, se debba o non debba scattare il bicameralismo e il fatto che, in ogni caso, il Senato può decidere (“su richiesta di un terzo dei suoi componenti”) di esaminare ogni provvedimento e può “formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera”, possono introdurre ostacoli politici nuovi, e infine d) la reattività di un sistema ordinamentale moderno non si misura tanto con la tempestività di modifica delle sue leggi (come avvenuto ad esempio per le leggi del mercato del lavoro, dove ogni singolo articolo – è la stima di un paper della Banca d’Italia – è stato modificato nei successivi due anni una volta e mezzo), ma con la capacità di adattamento dell’azione amministrativa a normativa data.
2. Efficacia (=-)

Per quanto riguarda l’efficacia intesa come capacità di produrre “buone decisioni”, la riforma impatta su due piani distinti:

A. Efficacia del Parlamento (=-)

Qui considero due canali di influenza della riforma:

    Singolo passaggio alla Camera (=)
    Appare impossibile determinare il segno del cambiamento sulla base delle informazioni reperite. Infatti, da un lato, si può sostenere che la venuta meno del doppio passaggio riduce la possibilità di identificare errori o mancanze, peggiorando così la qualità delle leggi. Ma dall’altro, si può argomentare che nel ping-pong cresce il peso di gruppi di interesse e dunque un “mercato dei commi di legge” che distorce i provvedimenti. Temerario tirare una somma dei due effetti opposti
    Selezione e motivazione dei senatori (-)
    Qui l’effetto della riforma appare decisamente negativo. La difficile sostenibilità da parte di Consiglieri Regionali e Sindaci dell’incarico aggiuntivo e non remunerato di “senatore” e l’”immunità parlamentare” di cui si ritrovano a godere (per effetto dell’articolo 68 dell’attuale Costituzione) suggeriscono che si avrà una forte spinta a una “selezione avversa” dei nuovi senatori, che penalizzerà i migliori e più dedicati e retti fra i possibili candidati. Inoltre, essendo prevista una rappresentanza a titolo personale e non una rappresentanza collettiva regionale, i nuovi senatori di ogni Regione non saranno indotti a portare collegialmente in Senato un punto di vista mediato della classe dirigente politica della propria Regione; saranno viceversa indotti a negoziare il proprio voto in Senato (presumibilmente all’interno del proprio partito) per “concessioni” da esibire poi individualmente in sede locale. Non è chiaro se e come la legge che potrebbe intervenire a “regolare le modalità … di elezione dei membri del Senato tra i consiglieri e i sindaci” possa lenire queste criticità.

B. Efficacia del governo multilivello Regioni-Stato (=)

L’efficacia complessiva dell’ordinamento dipende anche dalla capacità di divisione del lavoro e di cooperazione cognitiva fra livelli di Governo. Qui considero tre cambiamenti relativi al livello Regioni (trascuro il tema Province dove la riforma sancisce una situazione già prodottasi):

    “Il Senato rappresenta le istituzioni territoriali” (=)
    La riforma così recita all’articolo 55. In realtà, come visto sopra, a sedere in Parlamento sono singole figure prive di un impegno di rappresentanza delle proprie Istituzioni. In particolare, il voto dei Consiglieri regionali / Senatori in nessun modo impegna il loro Consiglio e tantomeno il Governo regionale. Non si attiva quindi un canale nuovo di cooperazione fra i due livelli di Governo, e infatti rimarrà operativa la Conferenza Stato-Regioni. Nessun peggioramento, nessun miglioramento
    Riallocazione di funzioni dalle Regioni allo Stato (=)
    Come noto, la riforma abolisce formalmente la “concorrenza” di funzioni fra Stato e Regioni, prevedendo per i due livelli solo competenze “esclusive” (assegnando alle Regioni anche ciò che non è “espressamente riservato allo Stato”). Tuttavia, per materie fondamentali il nuovo testo, consapevole delle competenze ormai maturate presso le Regioni, suddivide la materia fra due esclusività, delle Regioni e dello Stato: ad esempio per la salute, lo Stato ha le “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute”, le Regioni hanno ”la programmazione e organizzazione dei servizi sanitari”. Non sembra dunque prevedibile, nei fatti, un significativo cambiamento (ed è probabilmente un bene), sempre che non si aprano – per via del testo – nuovi contenziosi. D’altro canto, se in alcuni casi si dovesse avere un’effettiva ricentralizzazione di funzioni, nasce un dubbio: è lo Stato pronto (in termini di risorse umane e cultura) a riprendersi tali funzioni? (Si noti a riguardo che il mancato “indirizzo nazionale” successivo al decentramento massiccio del 2001 va attribuito più all’incapacità dello Stato di agire che a un impedimento costituzionale, come mostra il caso della sottoutilizzazione dei commi m e r dell’articolo 117 attualmente in vigore). Tirando le somme, un’invarianza è l’ipotesi più probabile.

Complessivamente, quindi, il presumibile forte effetto negativo su selezione e motivazione dei senatori fa pendere la bilancia dal lato del peggioramento, lieve per via degli altri non-peggioramenti.

C. Certezza (=)

Per certezza si intende qui sia la probabilità che dopo un’elezione politica si possa formare un governo che non sia il collage precario di forze lontane, sia la certezza delle norme: quella dei cittadini, che una volta approvata una legge e adattati i propri comportamenti, se la vedono spesso cambiare per via di un ricorso alla Corte Costituzionale, o – peggio ancora – che una volta approvato/respinto un testo costituzionale rischiano vederselo rimettere in discussione con più facilità di un Regolamento condominiale. Rilevano allora quattro aspetti:

    Stabilità di governo (+)
    Con l’affidamento alla sola Camera della fiducia al Governo cresce certamente, rispetto al caso attuale di due distinti atti di fiducia, uno per ramo del Parlamento, la probabilità che sia data fiducia a un governo composto da forze politiche coese, “con un’anima” ho scritto prima. Non era il solo modo di ottenere questo esito, ma è certamente positivo.
    Iter parlamentare (-)
    Le molteplici possibilità previste in merito al coinvolgimento del Senato nel procedimento legislativo e la farraginosità del testo daranno presumibilmente luogo a incertezze nel Parlamento e fuori, foriere di tensioni politiche.
    Impugnabilità da parte delle Regioni (=)
    Per il motivo già richiamato – il fatto che il voto dei Consiglieri Regionali / Senatori non impegna la volontà del legislativo, né dell’esecutivo delle proprie Regioni – nulla dovrebbe cambiare circa l’incertezza legata alle contestazioni di incostituzionalità.
    Stabilità costituzionale (-)
    Il processo con cui la riforma è stata approvata e il mancato conseguimento (come già in precedenti riforme, ma mai per così tanti articoli) del quorum dei 2/3, mentre non inficia in sé il testo che votiamo – come ho argomentato prima – introduce ulteriore incertezza nella stabilità nel tempo della parte ordinamentale della Costituzione. Forte sarà la convinzione, in caso di approvazione della riforma con un margine non eclatante di voti, che essa sarà presto nuovamente modificata.

È quasi impossibile pesare i due effetti opposti sulla stabilità costituzionale e dei governi. Me la cavo ipotizzando che l’insieme degli effetti produca sostanziale invarianza. Pronto a rivedere il giudizio di fronte a robusti argomenti.

D. Partecipazione (=+)

La riforma costituzionale propostaci non apre purtroppo (salvo un assai vago riferimento a “formazioni sociali” nel prevedere possibili “altre forme di consultazione”) alle nuove forme di partecipazione attiva e diretta alle pubbliche decisioni che, in forme variegate di cittadinanza attiva, rappresentano la novità più sfidante delle nostre democrazie. E neppure apre al tema delle nuove forme di collaborazione (attiva e autonoma, o viceversa passiva e subordinata) dei lavoratori nelle imprese, che segna una delle linee evolutive del capitalismo. Sono due fenomeni che assumono particolare rilievo anche in Italia e che, più di altri, domandavano un adeguamento dell’Ordinamento della Repubblica. Ma la riforma ritocca in modo significativo le forme tradizionali di partecipazione diretta dei cittadini alle pubbliche decisioni:

    Forme tradizionali di partecipazione diretta dei cittadini (=+)
    Viene ridato spazio al referendum abrogativo, prevedendo che, ove sia proposto da almeno 800mila cittadini (anziché le 500mila, cifra minima), il quorum del “50%+1” sia calcolato sul numero di votanti alle ultime elezioni politiche, anziché sul numero dei cittadini aventi diritto. Innalzando il numero di richiedenti da 50mila a 150mila, viene previsto che le leggi di iniziativa popolare debbano essere esaminate dalla Camera. Infine, affida a una legge la possibilità di introdurre “referendum popolari propositivi e d’indirizzo nonché … altre forme di consultazione”. A questi effetti positivi si contrappone la perdita da parte dei cittadini della possibilità di selezionare in modo diretto i membri del Senato.

Nessuna attenzione, invece, al lavoro. Alla opportuna abolizione del CNEL, che non ha conseguito la propria missione, non corrisponde alcuna soluzione per presidiare l’impegno di cui l’articolo 3 della Costituzione fa carico alla Repubblica: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono … l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Un’occasione persa dall’intero Parlamento. Il giudizio complessivo resta lievemente positivo.

E. Garanzie (=)

La prima e più importante cosa da notare in termini di garanzie, tema che era delicato nel 1948 e resta delicato, specie di fronte ai rischi involutivi di questa fase, è che la riforma costituzionale non accoglie in alcun modo il tentativo in corso da oltre venti anni (che pure ha avuto aperture in passato anche nel centro-sinistra) di stravolgere la nostra democrazia parlamentare in una democrazia presidenziale. In particolare, restano immutati i poteri del Presidente della Repubblica:

    Presidente della Repubblica (=)
    Il Presidente conserva il potere di nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, dei Ministri: passaggio decisivo per assicurare che il Presidente del Consiglio sia un primus inter pares, e che i Ministri, se ne hanno competenza e forza, diano vita in Consiglio a quel confronto acceso e informato che è decisivo per ben governare. Il Presidente conserva anche gli altri poteri e fra questi quello di indire le elezioni, sciogliere la Camera, chiedere alla Camera una nuova deliberazione prima di promulgare una legge. Per quanto riguarda la sua elezione (da parte congiunta di Camera e Senato), la nuova previsione per cui, “dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza di tre quinti dei votanti” (anziché la “maggioranza assoluta” ma “dell’assemblea”, come prima) potrebbe creare situazioni paradossali in presenza di elevata astensione.
    Corte Costituzionale (=)
    Conserva poteri e modalità di nomina ed è aggiuntivamente investita del potere di “giudizio preventivo di legittimità costituzionale [delle leggi elettorali di Camera e Senato] … su ricorso motivato presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera o da almeno un terzo dei componenti del Senato …”. Questa previsione serve a evitare il paradosso di “scoprire” che una legge elettorale è incostituzionale dopo averla già utilizzata, come avvenuto.

A fronte di questi presidi, si riduce, ovviamente, la funzione di garanzia implicita nel bicameralismo perfetto, ossia nel ruolo vincolante del Senato nell’approvazione di tutte le leggi. Tuttavia, il fatto che il Senato possa, come ricordato, “su richiesta di un terzo dei suoi componenti”, esaminare ogni disegno di legge e deliberare “proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera si pronuncia in via definitiva” e inoltre possa “svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera”, mentre riduce i miglioramenti di efficienza, crea un meccanismo di garanzia. Complessivamente appare emergere anche qui un giudizio di invarianza.

E siamo alla conclusione. È ora chiaro, mi auguro, perché mi sono convinto che l’insieme della riforma né peggiora, né migliora la capacità dell’Ordinamento della Repubblica di attuare i principi della Costituzione stessa, ossia di “farci vivere al meglio”. Certezza e Garanzie sembrano restare invariate. Per Efficienza e Partecipazione sembra esservi un lieve miglioramento. Ma l’Efficacia sembra peggiorare. Ecco che la Ragione (il Cavaliere), provando a guardare lontano, non ha alcuna ragione di eccitare il Sentimento (l’Elefante) né verso il SI, né verso il NO. Ma deve piuttosto spronare la sua potenza a emozionarsi per la “sacralità” dell’esercizio democratico che stiamo compiendo, e per l’impegno che, comunque finisca, ci attende dopo il voto per attuare la nostra Costituzione.

Da - http://www.fabriziobarca.it/
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« Risposta #59 il: Dicembre 19, 2016, 12:20:12 »

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Fabrizio Barca      @fabriziobarca

· 18 dicembre 2016
Che partito serve al Pd

Per evitare che si insinui autoritarismo e un disegno di destra non basta (anche se è indispensabile) bloccare l’implosione del Partito Democratico

Per evitare che la crisi sociale e culturale del paese e le angosce e pulsioni che ne discendono sfocino in una domanda di autoritarismo e favoriscano presto un disegno di destra non basta (anche se è indispensabile) bloccare l’implosione del Partito Democratico con un immediato intervento sulla sua organizzazione, come ho appena proposto. E’ anche indispensabile un sussulto nella diagnosi e nelle proposte della “sinistra”, ovunque essa sia: nei partiti, nelle associazioni, nei movimenti, nelle nuove forme della militanza, soprattutto giovanile.

Un sussulto che, pur nella frammentazione e nella diversità dei percorsi, ed evitando saggiamente ogni forzata ricucitura, ridia a tutti la fiducia di esser parte di un processo di ricerca-azione, difficile ma concettualmente fondato e operativo. A chi mi riferisco con “sinistra”? A tutti coloro che ritengono l’articolo 3 il punto più alto della nostra Costituzione, laddove stabilisce che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In queste parole, eterodosse e moderne, punto di incontro delle culture liberal-azionista, social-comunista e cristianosociale che ancora innervano il Paese, c’è un’indicazione secca sulla missione principale non solo dello Stato ma della Repubblica intera – del privato, del sociale, del pubblico. È la missione dell’inclusione o dell’avanzamento sociale. Compiere ogni sforzo possibile per mettere cittadini e lavoratori nella condizione di vivere la vita che è nello loro corde vivere. Proprio ciò che moltissimi sentono mancare.

A questa fondamentale discriminante potrei aggiungere che essere di sinistra vuol dire anche essere convinti che il capitalismo produce innovazione, avanzamento sociale e persino tutela dell’ecosistema, solo se esso viene continuamente incalzato con la necessaria ruvidezza da cittadini e lavoratori organizzati: la risoluzione delle separazioni del capitalismo (fra lavoro e capitale, controllo e proprietà del capitale, persona e consumatore) a favore dell’avanzamento sociale richiede conflitto. Altri preferiranno una diversa declinazione. Qui basta il riferimento all’articolo 3. Basta per riconoscere che di sinistre ne esistono tante, organizzate (all’interno del Pd e di altri corpi intermedi, tradizionali e nuovi), meno organizzate o del tutto informali (all’interno di forme nuove di militanza, di cittadinanza attiva, di antagonismo).

Se a questo punto chi legge sente l’urgenza di negare la natura di “sinistra” ad alcune delle forze richiamate –magari al Pd, per fare un esempio a caso – è proprio a lei o lui che ancor più degli altri mi rivolgo.

Parliamoci chiaro. Nessuna forza, corrente, associazione, gruppo, militante, intellettuale, leader ha oggi una strategia adeguata per rilanciare una battaglia di avanzamento sociale come quella richiesta dall’articolo 3. Non deve sorprendere. In tutto il mondo, di fronte alle sfide della globalizzazione, dell’urbanizzazione, della tenuta ambientale e delle migrazioni e di fronte all’ansia che queste sfide inducono nel lavoro subordinato, nel piccolo ceto medio, negli abitanti delle aree rurali, nei giovani, la sinistra è in grande difficoltà. E non ha ancora trovato la “misura giusta” fra il recupero di un ruolo di garanzia universale da parte dello Stato, la cura e la valorizzazione delle diversità, l’apertura al nuovo mondo della cittadinanza attiva, l’impiego della tecnologia dell’informazione.

Le difficoltà per la sinistra sono rese particolarmente gravi in Italia dall’arcaicità dello Stato, dall’arresto prolungato di ogni confronto culturale e di massa sulla società possibile di domani, dal sentimento di milioni di cittadini del Sud che avvertono l’incredulità del resto del paese nelle loro possibilità di cambiamento e la trasformano in alibi per non cambiare. Detto tutto ciò, anche in Italia frammenti di una strategia possibile sono stati costruiti, recuperati, praticati da ognuna delle diverse sinistre. Non è matura, non è certo matura, una loro composizione. Le differenze di impostazione sono forti. Ma molti pezzi esistono. E sono riconducibili a militanti “o s curi”, a grandi e piccole organizzazioni, a leader riconosciuti. Ecco alcuni esempi. La salvaguardia di una capacità organizzata del lavoro subordinato che abbracci le nuove forme di sfruttamento degli pseudo lavoratori autonomi, perseguita da Susanna Camusso e dalla Cgil. La rottura della separazione di ruoli nel welfare fra pubblico, privato e sociale, praticata e concettualizzata da moltissime associazioni, anche nel Sud, che “mettono in opera diritti, si prendono cura di beni comuni o sostengono soggetti in condizioni di debolezza” (come interpreta Giovanni Moro). La ricerca di forme nuove di accesso e uso della terra da parte di gruppi di “militanti agricoli”. L’intransigente difesa del dovere di asilo e di accoglienza dei migranti e dei loro diritti fondamentali, perseguita da Matteo Renzi e praticata da molti amministratori di sinistra, come Giusi Nicolini a Lampedusa o Enrico Rossi a Prato.

La costruzione di spazi liberi per la creatività giovanile, realizzata con soluzioni di avanguardia da Nichi Vendola e Nicola Fratoianni in Puglia e ora affidata a Michele Emiliano. L’apertura di partiti e Amministrazioni alle nuove forme di cittadinanza e di sperimentalismo, perseguita da Pippo Civati, da Giuliano Pisapia e da molti altri sindaci, da tanti “militanti della pubblica amministrazione” senza un volto noto, oltre che da chi scrive. L’obiettivo di nuove politiche contro la disuguaglianza e l’imperativo di costruire il pilastro politico e sociale dell’Unione Europea, declinati in modo diverso da Gianni Cuperlo e Stefano Fassina. La ricerca all’interno della galassia del Movimento 5 Stelle di una strada sostenibile per assicurare a tutti un “reddito minimo”. L’idea di costruire un ponte fra fabbrica e organizzazioni dell’impegno sociale, di Maurizio Landini. La tutela dei diritti delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, disegnata e ottenuta da Monica Cirinnà. Sono esempi delle “sinistre”, di azioni compiute o progetti coltivati avendo ben fermi in testa i principi dell’articolo 3. Ma queste azioni e progetti e altri ancora non si parlano. Anzi si disconoscono reciprocamente, proprio per l’assenza di un impianto condiviso di lettura della società e della fase storica che attraversiamo. E ciò impedisce a quelle sinistre di convincere. Le indebolisce, le rende autoreferenziali, le cristallizza. Favorisce dentro ognuna di esse – ognuna! – l’emergere di meschini interessi particolari. Ed è respingente per centinaia di migliaia di giovani che, lontani dalle diatribe che dividono leader e organizzazioni, vedono gli elementi comuni e trovano assurde e suicide le “fucilate te ad alzo zero” che essi si scambiano. Sia ben chiaro. Questi frammenti non si possono ricomporre con facilità. Per farlo ci vuole una lettura empirica e concettuale condivisa della società e del blocco di interessi e di valori che la sinistra potrebbe ricostruire: ne siamo lontani. Né tantomeno ha senso immaginare che attorno a un reciproco riconoscimento sorga un patto per presentarsi agli elettori, una sorta di rassemblement di sinistra.

Ci si è già provato, senza buoni esiti. Non è maturo. Apparirebbe e sarebbe una mossa tattica, che si scioglierebbe al primo sole. È invece possibile che tutte le sinistre costruiscano uno spazio entro il quale confrontare i propri “cavalli di b a t t a g l i a” (oltre alle proprie incomplete “letture del mondo”) per ricercare un minimo comune multiplo: tre temi per i quali condividere missione, alcuni obiettivi e alcuni strumenti, dei quali fare un punto di convergenza per lotte di giustizia. Che si stia nel governo o all’opposizione, nei palazzi istituzionali o sul campo. Darebbe il senso concreto che in realtà un pensiero di sinistra è possibile e non minoritario. Riavvicinerebbe molti giovani, stufi delle baruffe fra leader e sigle. Creerebbe uno spazio protetto di rispetto reciproco fra leader e fra militanti, liberi, al di fuori di esso, di mantenere la propria autonomia e i propri disegni, ma senza mettere a repentaglio i pochi obiettivi condivisi.

Chi deve creare questo spazio? E in cosa consisterebbe all’inizio? Non sta a nessuno in particolare di prendere l’iniziativa, ma a tutti. Le figure con responsabilità associative che ritengano utile questo passo e che trovino il coraggio per compierlo potrebbero dirsi pronti e mettersi al lavoro. Senza reciproche esclusioni preventive. Il resto è chiaro. Si incontrano in un luogo neutro, scelgono una prima lista di temi possibili, ne affidano l’approfondi – mento a “esploratori “affidabili, che producono materiali. Sulla base di questi materiali decidono i tre-quattro punti sui quali si intravede una possibilità di convergenza. A questo punto convocano (tutti assieme) una “Tre giorni” che produce tante (brevi) note quanti sono i temi sopravvissuti al confronto (che sarà acceso, possiamo starne certi, ma che dovrà anche essere informato, aperto e ragionevole). Su quei testi matura la decisione politica di adesione ad una Agenda Minima, che non è un “Programma”, perché non verrà presentata in alcuna scadenza elettorale, ma è il minimo comune multiplo di percorsi diversi. Ognuno, ogni forza, riprenderà il mattino dopo la propria strada. Il “solo” impegno comune sarà che, da qualunque posizione, istituzionale o di movimento, di governo o di opposizione, e in qualunque foro e spazio del paese, quegli obiettivi minimi condivisi saranno perseguiti. Non è molto. È moltissimo.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/che-partito-serve-al-pd/
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