LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: Fabrizio BARCA.  (Letto 10975 volte)
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« Risposta #15 il: Gennaio 11, 2014, 11:40:51 »

Grazie a tutti voi

pubblicato in: Il blog   il 9 gennaio 2014 da Staff Fabriziobarca.it



Ecco, ci siamo: 40.407  mila euro raggiunti in meno di un mese, 460 “crediamo in voi”, 460 “andate avanti”, 460 pacche sulle spalle. La responsabilità è grande, così grande da togliere il fiato. Questa notizia è tanto importante da dover infrangere – sorry – la regola di Lucio, il nostro uomo digitale (“qui ci scrive solo Fabrizio”). E così oggi occupiamo il blog di Barca!

Per una confessione, un mea culpa e un buon proposito. Quando, qualche settimana fa, osservando il crowd funding del figlio biologo (5 mila euro per il suo studio sui cambiamenti faunistici del Belpaese) Fabrizio disse “proviamoci”, alcuni di noi aggrottarono le ciglia: pensar di poter lavorare ancora 10 mesi sostenuti unicamente da una raccolta fondi era - per noi italici poco avvezzi al senso di comunità – un’idea un tantino “originale”. Quel giorno poche certezze, qualche idea, tanti dubbi: lo confessiamo.

Ma col passare dei giorni la comunità ci ha sorpreso, insegnandoci una cosa importante: le nostre convinzioni erano il prodotto di preconcetti fallaci e la verità è, infatti, che non siamo i soli a voler cambiare le cose. Così, in meno di un mese, la cifra è stata raggiunta: voi tutti avete voluto scommettere su di noi. Mancano una ventina di giorni alla chiusura del crowd e, oggi, “rischiamo” di poter proseguire anche più in là di quei 10 mesi.

Questo significa che il progetto di Fabrizio funziona e tra qualche settimana saranno selezionati i circoli con cui lavorare: saranno questi i Luoghi Idea(li), i prototipi da affiancare, incoraggiare e portare come esempio di “buon partito”, a Roma come nelle periferie. L’impresa è fuori dalle righe, quasi anacronistica in questo cinico mondo che non ammette riflessioni. Ma può funzionare. Perché se non si riparte dal territorio, le possibilità di uscire dal tunnel son ben poche.

A tutti voi che ci avete sostenuto credendo in questa “folle” impresa, va il  nostro ringraziamento: faremo il possibile per prenderci cura delle vostre aspettative. Tra poco si comincia, dunque, alla ricerca di quel “partito nuovo” che noi tutti inseguiamo.

Grazie ancora,

Il team di Luoghi Idea(li): Silvia, Lucio; Michela; Mattia; Piergiorgio e Fulvio

PS: Ancora una volta dobbiamo ammettere – sottovoce – che “il capo aveva ragione”. Ma non ditelo a lui.
Post a tema

    Manca poco, siamo a un passo dai luoghi idea(li)

Da - http://www.fabriziobarca.it/grazie-tutti-voi/
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« Risposta #16 il: Marzo 26, 2014, 10:40:33 »

24 marzo 2014

Barca: "Mia idea del Pd non è diversa da Renzi"

Un anno di tempo per costruire undici progetti legati a temi specifici, ognuno sviluppato da un circolo del Pd del Nord, Centro e Sud Italia. Scopo finale: "Lanciare un messaggio per dire che tutto il partito può lavorare così". Fabrizio Barca, esponente di spicco dell'ala sinistra dei democratici, ha presentato allo storico circolo di via Giubbonari, a Roma, il suo percorso de "I luoghi ideali". Barca nega che il suo traguardo sia la conquista della segreteria del partito, ma si dice fiducioso sul fatto che le sue idee possano trovare spazio anche in un Pd sempre più modellato sulla figura del suo leader, Matteo Renzi. La scommessa dell'ex ministro è tenere insieme comunità virtuale e la rete di circoli del partito: "Perché senza una corrispondenza tra il web e i luoghi reali, la capacità di avere peso evapora, come successo al M5s"

di Marco Billeci
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« Risposta #17 il: Marzo 26, 2014, 11:38:09 »

La traversata accelera

Pubblicato in: Il blog   
il 24 marzo 2014 da Staff Fabriziobarca.it

Il 3 dicembre 2013 lanciavamo la raccolta di 40mila euro per finanziare la sperimentazione nel Pd di un nuovo modo di fare partito, il progetto Luoghi Idea(li). Oggi la sperimentazione parte, in 11 territori. Terminerà nel marzo 2015.

Parte mentre una scossa insolita sembra venire da Roma. Una scossa guardata dal paese con speranza; dalla classe dirigente con sorpresa, timore e calcolo. Il timore che fallisca – i pochi riformatori radicali; ovvero il timore che riesca – i molti conservatori; il calcolo di come occupare lo spazio che la scossa potrebbe aprire – gli opportunisti. Quale momento migliore per mettere alla prova la capacità del Pd di mobilitare i cittadini al di fuori dei momenti elettorali?

Perché lo spazio che la scossa potrebbe aprire va usato per migliorare a un tempo efficacia dello Stato e giustizia sociale; e ciò avverrà solo se esso si riempirà della conoscenza e della spinta dei cittadini organizzati nei territori, attorno a temi concreti. Perché ora più che mai il Pd ha il dovere e l’occasione di pretendere, luogo per luogo, da chi governa i territori, che una scossa arrivi ovunque: per ottenere trasparenza nella spesa, ascolto e partecipazione dei cittadini, valutazione dei risultati, apertura a tutti delle informazioni, etica pubblica. E, per fare ciò in modo credibile e riguadagnare fiducia, il Pd deve realizzare una frattura coraggiosa al proprio interno, allontanando acchiappa-tessere e burocrati e realizzando metodi e forme nuove di partecipazione e di utilizzo della rete.

Come ha scritto di recente Giuseppe De Rita riferendosi in generale ai corpi intermedi della società, è il momento di “riandare agli interessi concreti, agli umori della gente” (Corriere della Sera, 16 febbraio). O come ha scritto Franco Arminio, “L’agenda delle riforme dovrebbe vedere al primo posto il ritorno delle cose vere. Il mondo si fa per le strade, nelle case, dentro la terra.” (Il Fatto Quotidiano, 16 febbraio).

Per chi crede che i partiti debbano essere “strumento della società” l’occasione va colta. Cosa sarà il Pd dipende da tutti noi associati. Il progetto Luoghi Idea(li) costruisce una traccia concreta su cui lavorare, su cui investire, con cui dialogare. La volontà di cambiamento e la determinazione mostrate dai gruppi dirigenti del Pd degli 11 luoghi con cui lavoreremo suggeriscono che possiamo farcela.

Per arrivare a questi blocchi di partenza il lavoro dal quel 3 dicembre è stato intenso.

Il 14 dicembre a Bologna, incoraggiati dai primi 10mila euro raccolti e di fronte a un a presenza robusta e incoraggiante raccolta dal Pd bolognese, presentavano il documento “Per un partito che sappia governare” che tracciava il metodo con cui lavorare. E che motiva con chiarezza le ragioni e la forza della “strada territoriale” intrapresa (una sintesi di queste considerazioni e contenuta in allegato a questa nota).

Il 3 febbraio chiudevamo la raccolta di fondi con 53mila euro (13mila più dell’obiettivo), ricevuti da 583 cittadini, iscritti e non iscritti al Pd, con contributi compresi fra 5 e 500 euro (il valore massimo consentito, per consentire che nessuno potesse condizionare l’esito della raccolta). Finanzieranno il lavoro del piccolo team nazionale.

Il 3 marzo chiudevamo la raccolta delle candidature dei luoghi (circa 60) e dei volontari per lavorarci (oltre 120). Prima è dopo quella data si è lavorato per chiarire contesto e obiettivi – passo fondamentale e non facile in un paese che confonde obiettivi e azioni – renderli verificabili, evitare equivoci, individuare la squadra. Le schede riassumono questi dati e riportano i responsabili locali dei progetti e i coordinatori dei relativi team di Luoghi Idea(li). Per strada sono cadute molte belle candidature. Alcune speriamo di riprenderle più avanti.

Con gli 11 progetti selezionati (scarica le schede – scarica le slide per la stampa) tocchiamo temi assai diversi, tutti di forte interesse nazionale: dall’organizzazione del lavoro in fabbrica (partecipativa o costrittiva?) alle bonifiche ambientali, dall’innovazione sociale a beneficio di anziani e infanzia alla cultura come volano di legalità e sviluppo nel Mezzogiorno, da nuove forme di governo partecipato dei Comuni a nuove forme di lavoro e mobilitazione (in luoghi fisici e virtuali) del PD stesso, dall’impegno per modificare il comportamento dei cittadini nei confronti dei beni comuni al tentativo di governarli nell’interesse collettivo.

E mettiamo alla prova tutti i principali tratti di un “partito palestra” o di mobilitazione delle conoscenze: i valori distintivi di una cultura di sinistra; il metodo partecipativo e deliberativo; l’apertura all’esterno e la capacità di attrazione, anche dei giovani; la piattaforma virtuale di comunicazione; gli spazi materiali di pubblico confronto acceso e informato; e ovviamente il fondamentale requisito della separazione fra partito e Stato.

Ogni luogo si è impegnato a lavorare in modo pubblico secondo regole in larga parte comuni fissate in un Protocollo di lavoro (qui la versione base). L’impegno fiduciario che abbiamo preso con 583 finanziatori si trasla così in un impegno fiduciario fra ogni luogo e la squadra di Luoghi Idea(li) che in quel luogo lavorerà.

Dal 30 aprile il lavoro, i risultati, i problemi, i documenti saranno su una piattaforma costruita allo scopo. Che potrà essere usata da ogni circolo del Pd d’Italia e fuori. Anche per narrare e discutere altre esperienze. Secondo una logica non-proprietaria che è condizione per incoraggiare i migliori e più creativi. Per i prossimi quaranta giorni assicureremo l’aggiornamento in questo spazio più angusto.

Augurateci buon viaggio!

Da - http://www.fabriziobarca.it/la-traversata-accelera/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+FabrizioBarca+%28Fabrizio+Barca+%C2%BB+Report%29
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« Risposta #18 il: Aprile 07, 2014, 11:40:41 »

10 tweet per l’aquilano

pubblicato in: Senza categoria   

il 5 aprile 2014 da Fabrizio Barca


(1) Come può ognuno di noi contribuire al rilancio dei 57 comuni cratere aquilano? Visitandoli 2 giorni, per conoscere le immagini e i dati

(2) Così incontreremo uno degli 11.500 operai edili attivi nel cratere aquilano e ci narrerà del suo lavoro, della sicurezza, dei pensieri

(3) E vedremo le gru dei 250 cantieri che popolano ora il centro storico dell’Aquila o dei 200 cantieri dei centri storici degli altri comuni

(4) E ci faremo raccontare della preoccupazione dei commercianti a rientrare nel centro storico aquilano e degli incentivi mal distribuiti

(5) O del fratello di quella ragazza che ha deciso di andarsene, perché vede le gru ma non vede il futuro

(6) E incontreremo anche il sindaco combattivo di un piccolo comune arroccato diviso fra sfiducia e speranza, nel suo ufficio di Fossa

(7) E poi ci colpirà uno sbotto di rabbia, per qualche professionista malandrino che ha preso troppi incarichi … ma anche

(Figo …la gratitudine per un funzionario pubblico, trentenne, assunto con concorso – “niente trucchi” – che ha accelerato le pratiche

(9) E poi torneremo a guardare i numeri. 110 milioni di euro spesi al mese. E con controllo rigoroso dei costi. (Le nostre tasse, usate bene)

(10) E capiremo infine che la ricostruzione aquilana cammina – in barba ai gufi del Nord – ma mancano la coesione e una visione di sviluppo


Da - http://www.fabriziobarca.it/10-tweet-per-laquilano/
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« Risposta #19 il: Aprile 08, 2014, 04:18:57 »

Sotto il pantano cova una nuova Italia
Pubblicato in: Senza categoria   
il 7 aprile 2014 da Fabrizio Barca

Sotto il pantano grigio e incrostato dell’Italia vista dai palazzi romani o milanesi – poco importa se dell’amministrazione o dei giornali – si prepara forse una nuova stagione di colori.

Lo scopriamo ogni volta che sappiamo infilarci nelle pieghe della crosta. L’ho ritrovato in dieci ore di immersione totale a Melpignano, piana salentina, 2mila abitanti stabili, un balzo da Lecce, banchi di pietra densa del ’500 dove si trattavano tele e spezie, ulivi, frantoi dove il lavoro era quasi schiavitù, turismo lento – suona meglio slow? -  musica e pizzica, attorno al fuoco o per 140.000 (una volta l’anno). Ci sono arrivato grazie a Paolo – in queste dieci ore solo nomi – sindaco e guida di Saluzzo, alle pendici del Monviso, mille chilometri e tante ore di distanza.

Con Ivan – sindaco e molla di cambiamento a Melpignano – Paolo ha aderito e promuove Borghi Autentici d’Italia. Entrambi interpretano l’identità locale e la cultura dei loro antichi insediamenti come un patrimonio da innovare e aprire a nuove identità, non come una ridotta da difendere. Per Paolo questo è il modo di affrontare l’arrivo ogni primavera di centinaia e centinaia di lavoratori migranti, per raccogliere pesche e kiwi. Ed è in un momento delicato dell’estate 2013 che l’ho incontrato e l’ho visto affrontare una di quelle situazioni che non divengono “cronaca” perché sono bene amministrate. Sabato scorso con suoi concittadini è sceso a Melpignano, in uno scambio di culture e di metodi che ha visto Ivan salire in Piemonte. E mi ha proposto di essere con loro.

Così ho imparato che una seconda cosa li accomuna. La stessa che accomuna tanti focolai di cambiamento del paese. Entrambi praticano senza fronzoli forme moderne di partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni e alla gestione dei servizi. (Insomma, dicono insieme, quella cosa che tu chiami – ahi!  – sperimentalismo o mobilitazione cognitiva).

Esploriamo il sito del progetto Cooperazione di comunità di Melpignano. Scopriamo un’alleanza di 138 soci, utenti, lavoratori e finanziatori che, grazie a un progetto del precedente sindaco, installa, gestisce e mantiene impianti fotovoltaici sui tetti, che azzerano la bolletta dei cittadini. E che Ivan ha spinto anche a gestire l’erogazione dell’acqua, depurata – “talora esce rossa dall’acquedotto” – e fresca, in apposite Case, a 5 centesimi al litro, in bottiglie di vetro (“pensa – mi dice – i risparmi e le migliaia e migliaia di bottiglie di plastica risparmiate all’ambiente”). Gli utili sono reinvestiti in progetti di comunità.

Salta in queste esperienze la separazione rigida fra pubblico e privato. Al centro emergono i bisogni, delle singole persone, i “valori d’uso” che esse attribuiscono alle cose. Poi, la soddisfazione di quei bisogni si confronta con il mercato ma si sottrae al “prendere o lasciare” di chi già lo domina. E sollecita nuove soluzioni che saranno “auto prodotte” se la partecipazione incontra la tecnica. E che spingeranno i privati a ingegnarsi per offrire qualcosa di ancora meglio. “E’ la concorrenza, bellezza” che produce innovazione.

Non sono forme di partecipazione chiusa, localistica. Basta guardare nel sito la mappa delle Case dell’acqua che stanno invadendo il Salento. L’apertura è nelle corde di Paolo e Ivan. E’ la vocazione “glocal” – come direbbe il lombardo Bassetti (mannaggia, ma vuoi vedere che sotto la crosta il paese pensa in modo unitario e innovativo) – che esplode nella musica, l’agente di sviluppo di questo territorio.

Esplode nell’accostamento voluto e felice, in una chiesa strapiena, di un canto della Passione durissimo e struggente di quelle terre e dei suoni celestiali dei canti sacri di Cuglieri – due quartetti di padri e figli arrivati dalla Sardegna. Ed esplode la sera con la musica in crescendo di un gruppo elettrizzante di giovani (lavoratori e studenti) dove la pizzica che alla fine ci trascina le gambe raccoglie tradizioni antiche contaminandole con i suoni e i ritmi di altri luoghi. E’ un messaggio cosmopolita che – mi narra Sergio, il sindaco che ha preceduto Ivan e che dell’apertura culturale ha fatto ragione di vita – ha dovuto superare le resistenze di un’accademia chiusa.

Sono un simbolo, queste resistenze, degli ostacoli che nei prossimi anni i germogli nascosti dovranno incontrare in ogni angolo del paese per rompere la crosta del pantano. Ma si vince combattendo ogni singola battaglia.

...

(Pubblicato su Lettera43.it )

Da - http://www.fabriziobarca.it/sotto-il-pantano-cova-una-nuova-italia/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+FabrizioBarca+%28Fabrizio+Barca+%C2%BB+Report%29
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« Risposta #20 il: Aprile 15, 2014, 05:57:05 »

Senza rassegnarsi al fango

Pubblicato in: Senza categoria   il 11 aprile 2014 da Fabrizio Barca

CHE la Calabria si potesse “aprire” partendo dalla Sibaritide l’ho imparato presto, sin dal mio primo impegno per lo sviluppo dei territori, nel lontano 1998. Molti anni dopo, le vicende della vita, l’incrocio fra l’incarico di ministro e l’incuria del territorio culminata con l’evitabile esondazione del fiume Crati, mi hanno riportato in questa terra. E ho visto più da vicino l’acuto stridore fra le possibilità di sviluppo e lo stato delle cose. Ma ho anche toccato con mano quelle potenzialità tante volte lette: la “mitologia” di Sibari e la speranza nella memoria, gli agrumeti della Piana, i borghi medioevali sulle pendici del Pollino. E ho incontrato le persone che credono al cambiamento e sono pronti a rischiare per raggiungerlo: sindaci che non esitano a pretendere la legalità nell’uso delle terre demaniali o a interrompere pratiche di lavori inutili; funzionari dello Stato di straordinaria competenza; imprenditori che non aspettano aiuti per dare spazio alla creatività e per innovare.

Quando l’incarico di Ministro si è concluso, lasciare le relazioni e il lavoro avviati in quei luoghi è stato un gran costo. E’ per questo che quando nella mia attività volontaria di associato Pd ho ricevuto la proposta da Antonello Pompilio, segretario del circolo Pd di Castrovillari, di lanciare proprio a Sibari e nel Pollino uno dei progetti di Luoghi Idea(li) non ho nascosto la mia gioia. Sarà dura, ho pensato, ma dobbiamo provarci e riuscirci.

Non è possibile rassegnarsi all’acqua e al fango che ciclicamente coprono il parco archeologico e il paesaggio di memorie millenarie. Così come non è possibile accodarsi al silenzio sui colpevoli dell’esondazione del Crati: quelle famiglie che, illegalmente, hanno impiantato i loro agrumeti sull’alveo del fiume bloccandone il deflusso, e quelle istituzioni conniventi, locali e nazionali, che da decenni hanno chiuso gli occhi di fronte a quello scempio, a rischio di tante vite umane, a costo di veder inghiottita nella melma una risorsa territoriale unica per produrre benessere, lavori di qualità, senso di appartenenza.

Da tempo esistono le condizioni e le risorse perché la Piana di Sibari e i territori che vi si affacciano compiano un salto di sviluppo e legalità coniugando tre formidabili potenziali: il richiamo storico e ideale delle antiche città stratificate che emergono dall’area archeologica; una filiera agroalimentare specializzata, capace di esportare e completabile con nuove attività complementari e integrate; la qualità e capacità di offerta turistica dei centri urbani, dei borghi medioevali, del sedimento ancora robusto di cultura albanese delle pendici del Pollino e del mare. Per emarginare l’illegalità, combattere la criminalità organizzata, superare la paralisi amministrativa e per costruire una racconto credibile attorno alla “città ideale” di Sibari come volano di un disegno di “apertura” e sviluppo, è necessario però realizzare un’alleanza orizzontale fra quelle tre potenzialità, rafforzandole reciprocamente. Ed è necessario accompagnarla con un’altra e altrettanto importante alleanza fra queste dimensioni locali e la dimensione nazionale, che favorisca innovazione, rottura delle vecchie incrostazioni e cambiamento. Sono queste due alleanze che il progetto Sibari-Pollino, fortemente incoraggiato dal rinnovando Pd della Calabria, intende perseguire e realizzare, in rete con gli altri Luoghi Idea(li).

Ci siamo dati un anno per sperimentare e provare a fare accadere le cose. Con Mimmo Cersosimo e i Pd del territorio stiamo costituendo un Comitato, che raccolga competenze e responsabilità locali e nazionali rilevanti per i diversi profili da cui dipende il salto nello sviluppo dell’area, e un team operativo di volontari-esperti che nei prossimi mesi condurranno audizioni, indagini pubbliche, campagne di sensibilizzazione e formazione; alimenteranno flussi informativi e relazioni permanenti fra i diversi soggetti coinvolti; produrranno una mappa delle risorse umane e finanziarie, dei progetti privati e pubblici, delle idee progettuali, delle criticità amministrative e istituzionali, delle minacce criminali e alla legalità che caratterizzano l’area. E ancora: iniziative di pressione pubblica per lo sbocco degli interventi, proposte e sollecitazioni alle autorità locali e nazionali, promozione della partecipazione e del confronto. Ci proveremo, con fiducia e alla luce del sole. Perché crediamo che il cambiamento locale si consegue con azioni collettive e innovazioni sociali e politiche, dal basso e dall’alto. Perché crediamo nell’” apertura” della Calabria.
Pubblicato sul Quotidiano della Calabria

da - http://www.fabriziobarca.it/senza-rassegnarsi-al-fango/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+FabrizioBarca+%28Fabrizio+Barca+%C2%BB+Report%29
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« Risposta #21 il: Maggio 15, 2014, 11:03:47 »

Una piattaforma per cambiare il PD

Pubblicato in: Senza categoria   
il 12 maggio 2014 da Staff Fabriziobarca.it


Possiamo rigirare le cose di diritto o di rovescio, ma cosa serve per fare “buona politica” in questo nuovo secolo – ancora nuovo perché non si è capito affatto verso cosa si va – è chiaro a chiunque abbia occhi per vedere: obiettivi da perseguire con tempi certi; valori per avere una rotta e per tenerla e scaldare i nostri animi nelle inevitabili battaglie; uno spazio di confronto e di conflitto, informato e aperto, in luoghi fisici e virtuali, fra interessi e soluzioni diverse; una tensione creativa fra radicamento territoriale e sradicamento globale, fra contesto e sistema.

Con Luoghi Idea(li) mettiamo alla prova tutti questi ingredienti. Noi che venivamo dall’esperienza nazionale del Viaggio in Italia, attorno a una certa idea di partito, ci siamo incontrati e “annusati” con 11 Progetti locali, con 11 pezzi del Partito Democratico che volevano lavorare in modo nuovo attorno ai temi centrali per il proprio territorio. Qualità della vita e coesione sociale, fra generazioni e fra culture; ambiente come responsabilità comune alla prova dei fatti; emancipazione dei lavoratori e competitività, assieme; cultura, creatività e sviluppo; politica credibile e governo attraverso partecipazione, apertura, conoscenza e sperimentazione nel territorio (I Temi): questi sono i temi di interesse nazionale che gli 11 progetti toccano. E lo fanno usando metodi moderni, di partecipazione, di raccolta fondi e comunicazione, di valutazione. E senza nascondere i valori di sinistra che li animano. Tutt’altro.

Nello stile che è di questo “progetto di progetti”, gli obiettivi ora sono allo scoperto, descritti senza veli nella piattaforma che ci siamo regalati, www.luoghideali.it Se ce la faremo o no entro il 30 marzo 2015 – la nostra improrogabile scadenza – a raggiungere gli obiettivi, lo scoprirete guardando questa nuova casa di vetro, entrandoci dentro da porte e finestre. E dandoci consigli, giudizi, critiche, suggerimenti. O magari narrando altre esperienze che vi paiono cogliere il quadrilatero: valori-obiettivi-spazio-tensione.

L’obiettivo nazionale è esplicito. Certo, in primo luogo, “fare accadere le cose”, ossia favorire il successo degli 11 progetti e la formazione in quei luoghi di gruppi dirigenti campioni nell’uso di metodi innovativi. E fare emergere in questo modo concreto l’esistenza e l’utilità di valori di sinistra attorno a obiettivi verificabili di pubblico interesse. Ma se ogni progetto è una storia a sé, è anche vero che ognuno di essi è anche un prototipo-paese. E allora obiettivo nazionale è anche ricavare da quei prototipi idee e strumenti utili per tutti, tramite il confronto e la contaminazione reciproca di una comunità in rete. E alla fine, come è evidente, come era nella testa dei 583 donatori e dei moltissimi volontari che rendono possibile questa rete c’è l’obiettivo ultimo: convincerci e convincere con i fatti che è possibile e utile ridisegnare l’organizzazione del PD come un “partito palestra”. Un’associazione separata dallo Stato che attragga chi vuole “cambiare il mondo” – in piccolo o in grande che sia –, che produca innovazione e soluzioni, che ricostruisca rappresentanza. Noi si lavora anche a questo. Veniteci a trovare in “piattaforma”.

Fabrizio Barca

(Da Left del 10 maggio 2014)

Da - http://www.fabriziobarca.it/una-piattaforma-per-cambiare-il-pd/
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« Risposta #22 il: Maggio 30, 2014, 07:54:23 »

Dialogo con un arrabbiato
Pubblicato in: Il blog   il 24 maggio 2014 da Fabrizio Barca

(Apre il tema Sergio) Voterò PD.

(Reagisce Giacomo) “Ebbè, si sapeva, e allora?”.

Lo voterò perché è il modo per dare forza alla maggioranza di noi Italiani nel durissimo negoziato politico europeo che inizia il 26 maggio.

“Lo hai già detto”.

Perché in quel negoziato si liberino gli investimenti dai lacci del patto di stabilità, si aprano i capitoli dell’Europa sociale, si gettino le basi dell’indispensabile integrazione politica …

“OK OK Ti abbiamo sentito. E poi ci dirai che serve a recuperare un governo politico, legittimo dell’euro, togliendo al dollaro il comando dei giochi e …”

Credo profondamente a queste cose. Un forte mandato elettorale e politico al Presidente del Consiglio e un forte Partito che lo incalzi ad attuarlo e gli dia forza negoziale possono aprire una stagione nuova. Ma…

“Ma?”

…se non vi ho convinto, se non vi abbiamo convinto …

“Allora?”

…insisterei ancora. Ricordando che se l’Europa è bloccata non dipende dall’euro ma dall’assenza di un Ministro Europeo dell’Economia e di un Parlamento che lo controlli, con un bilancio europeo vero, una politica fiscale, un debito pubblico, abolendo così tutte quelle stupide regole automatiche che hanno ucciso la sacrosanta discrezionalità della buona politica e delle politiche.

“Non ci stai dicendo nulla di nuovo. Non mi hai convinto. Punto e basta. Non mi fido più”

Allora voti Tsipras ? Ho un amico straordinario che si presenta … se voti al Sud …

“No. Non mi capisci. Credo che voterò M5S. Perché se non voto penseranno che non ce ne frega niente. Non è così. E’ che non mi fido più. Dei partiti. Di tutti quelli che ci hanno condotto a questo punto”

Ho capito. E’ tardi, maledettamente troppo tardi, per convincerti che se ti fidassi del PD e gli stessi addosso, anche dopo il voto, unendoti a tutti quelli che ci stanno dentro e vogliono “cambiare il mondo”, allora il PD non ti tradirebbe … Ho capito. Ma una cosa ancora, l’ultima, posso dirtela?

“Prova”

Se davvero vuoi dire NO a tutti i partiti. Se vuoi mostrare che al voto ci credi, ma che nessuno ti offre soluzioni, proposte, persone convincenti. Se vuoi dare una scossa, uno schiaffo a “tutti noi”. Se non vuoi, non sei disposto, a trasformare la tua rabbia in speranza. Allora, questa tua rabbia esprimila davvero.

“Che diavolo vuoi dire?”

Non uccidere la tua rabbia, non toglierle forza dando fiducia a uno che la echeggia ma di cui tu sei il primo a non fidarti. Perché ne vedi il vuoto. Usala, esaltala votando SCHEDA BIANCA. Fai bene a votare, a non confonderti con i pigri e i remissivi. Ma dì “NO” davvero a tutti. Ecco, questo volevo dirti in questi ultimi minuti. E poi ritroviamoci subito dopo. Il 26 maggio. Attorno a cose concrete. Nel territorio.

“Non so che ne penso. E se lo sapessi non voglio dirtelo. Ma una cosa nuova stasera me l’hai detta”

Da - http://www.fabriziobarca.it/dialogo-con-un-arrabbiato-fabrizio-barca/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+FabrizioBarca+%28Fabrizio+Barca+%C2%BB+Report%29
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« Risposta #23 il: Agosto 09, 2014, 05:49:11 »

Un altro viaggio per l’Italia -2-

Pubblicato in: Senza categoria   il 8 agosto 2014 da Fabrizio Barca

CLARISSA: Più in là c’è un ristorante che richiama il lago (anche se il lago sembra ristretto, lontano).

FABRIZIO: Anche i laghi artificiali hanno un’estetica. Ci sono quelli che riempiono gole rocciose con un blu denso che riflette strane forme e evoca mostri scozzesi. Quelli che lambiscono il bosco dando ai suoi limitari l’aspetto di un groviglio di mangrovie. Quelli che creano alle estremità acquitrini verdeggianti adatti alle bufale. E poi ci sono invece i bacini “fessi”, slavati, dove vedi il falso dei bordi, come in una parrucca mal fatta. O i laghi artificiali incombenti, dove la massa d’acqua ti appare una minaccia per chi vive da basso …

Beh, più mondanamente al ristorante fanno carne alla griglia. Apri il menù e ti illustra le carni a disposizione: Texana, Argentina, Irlandese…e poi… Marchigiana e Chianina. Chiediamo di vederle e l’oste con orgoglio tira fuori intere costate di bue. Parla con grande autorevolezza dei tagli e delle striature di grasso, dei suoi fornitori, del tempo necessario di macerazione. Un massimo esperto, insomma, amante del proprio lavoro. Ti convince. Insiste caparbiamente che non va messo il sale durante la cottura, che se la mangi al sangue non devi preoccuparti della mancanza di striature. E’ un educatore, un propagatore di buone pratiche, ha imparato ‘fuori’ e porta il messaggio ‘dentro’. Ma la carne Texana che c’entra? Se non per la moda del Far West Saloon? Non si poteva aggiungere l’abbacchio meraviglioso della zona? Tutte quelle pecore che vediamo gironzolare libere sui pendici delle montagne che ci circondano? O sarebbe troppo simile a tutti gli altri?

La seconda che hai detto. La pecora domina le terre dell’intera Regione. E i suoi ristoranti dell’interno. Qui invece si gioca il tematismo. Se sei di queste parti vorrai provarli tutti quei manzi e vitelli. E magari poi parlare di quello che ruminano. Oltre che del chilometraggio che la loro carne ha percorso per arrivare lì. L’importante è che si è mangiato bene. E che abbiamo incontrato le persone giuste. Una bella tavola di operai della Fiom, con cui si commentano i guai delle fabbriche del distretto dell’automotive. Ci torneremo spesso girando. Perché il turismo va ancora messo a punto ma il manifatturiero non dobbiamo perderlo.

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« Risposta #24 il: Agosto 12, 2014, 06:20:26 »

Un altro viaggio per l’Italia -5-
Pubblicato in: Senza categoria   il 11 agosto 2014 da Fabrizio Barca
La cima e la (troppa) solitudine di quel mondo incantato

CLARISSA: La cima della Maiella, il Monte Amaro, 250 metri sopra il Manzini, la mattina seguente, con il suo bivacco a forma di cupola geodetica, color ruggine accesa, elegante … ma pieno di scritte sulle pareti interne, formule banali di amore e di filosofia, con qualche dedica a una persona amata persa nella vita. La costa adriatica si estende ai nostri piedi, fino al Gargano, percepibile in lontananza. L’alba ci premia con una vista sul complesso del Gran Sasso, sul Pollino e il Terminillo e dall’altra parte sul Matese. 360 gradi di terra meravigliosa.

FABRIZIO: È bello esser soli ma colpisce che non ci siano altri. Lì i camminatori arrivano, lo so, specie quelli che percorrono la lunga cornice alta della Maiella. Ma su e giù per la valle che parte da Fara sono pochi. Ce lo rivelano i libri dei rifugi. E allontanandoci dalla vetta per iniziare il ritorno si capisce ancor meglio il perché. Dopo meno di un’ora di chiari segni rosso-bianchi, senza un numero per la verità, resta ben visibile solo uno dei tre sentieri che riportano in valle. Ovviamente scompare quello che serve a noi che, passando a nord del Macellaro, penetra in un’altra gola e raggiunge le (mitiche) Grotte del Cavallone. Una buona mappa, anni di cammino, la limpidezza della giornata ci consentono di seguire le curve di livello e di arrivare alla meta. Ma, scopriamo poi, solo pochi giorni prima si sono persi i tre. Ci vuol poco e chi lo intuisce non ci va.

Le Grotte del Cavallone, enormi, un mondo incantato di stalattiti e stalagmiti, distese di foreste e statue pietrificate alla Tolkien, ha 40 visitatori al giorno a luglio e agosto, se va bene. Le associazioni e cooperative di guide, qui impersonate da due ragazze bravissime, stanno in cima a 500 scalini tutto il giorno senza potere fare neppure pipì, e aspettano… il biglietto è un imbarazzante 7 euro per 80 minuti di visita guidata. Come pensare che il sistema possa reggere?

Per non parlare del metallo vetusto delle strutture, dei tetti delle scale di risalita cariche di sassi e soprattutto delle condizioni penose della cabinovia – quella che, senza fare un passo, può portare i turisti in pochi minuti dal fondovalle alle Grotte (e che a noi risparmia 300 metri e passa di discesa) – dove due cabine su tre sono chiuse col nastro da pacchi perché hanno la maniglia difettosa. Vedere per credere.

Quando scendiamo la giovane madre della guida 19-enne ci regala un provvidenziale passaggio per tornare all’auto. Fuma e ride mentre guida, a velocità “cospicua”, per la stretta strada di mezza costa. Ha lavorato 12 anni in quella Honda oggi in seri difficoltà e il cui direttore è accusato di aver rubato. Tanto. Ora non ci lavora più.

Nel trasferimento in auto cade il portatile dalla tasca. Ce n’è accorgiamo quando madre e figlia sono ripartite. Mentre tentiamo di inventare una strategia, la vecchia auto romba all’imboccatura delle gole. Hanno trovato il portatile. Sono tornate indietro. Con due grandi sorrisi. Evviva!

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« Risposta #25 il: Agosto 12, 2014, 06:34:41 »

I mille volti della nostra terra… ancora Maiella

CLARISSA: In una valle strettissima, sotto al massiccio più massiccio di tutta la zona, nell’ombra minacciosa di una gola scavata da un torrente che alimenta il mito, c’è una distesa di capannoni. Forme geometriche diverse con orientamenti diversi e colori diversi: verde, blu chiaro e blu scuro. Le tre fabbriche di pasta Del Verde, De Cecco e Cocco. L’acque blu-verde, chiara e limpida, sembra quasi per il freddo, scorre accanto e sarebbe il motivo ‘storico’ per cui SOLO qui si può fare pasta di qualità. Furgoni di misura improbabile per la dimensione della strada vanno e vengono. Seicento persone in larga parte del paese accanto ci lavorano. Molti non ci lavorano più. Pare che la pasta che si esporta in tutto il mondo si possa fare anche altrove, senza l’acqua del torrente che sgorga giù dalla Maiella. Tanto nessuno se ne accorgerà.

FABRIZIO: E invece pare che se ne siano accorti. Eccome. Raccontano – il bello di andarsene a zonzo senza uno scopo è di poter registrare senza dover verificare (per una volta, evviva!) – che anche per questo motivo le cose non vadano affatto bene e a pagare sono stati proprio i locali, vittime della classica riorganizzazione.

L’unica azienda non in difficoltà, ci dicono, è la più piccola, quella che ha puntato sul lusso. Mezzo chilo di Cocco per non meno di 2 euro e 50. Il Bulgari dei pastifici. Si sa che il lusso in Italia regge.

Regge, anzi cresce dappertutto. E non solo perché la crisi ha favorito i benestanti. C’è qualcosa di più. Preferenze indotte? Bisogno di associate al proprio consumo di cibo strumenti antichi, per la pasta è il rame, evocatore di purezza? Recupero di attenzione ai gusto, all’impatto delle forme col palato? Un po’ di tutto questo e di altro ancora, in un trend di crescente attenzione alle caratteristiche dei prodotti consumati – Come sono stati fatti? Da chi? Come? In parte, come aveva previsto Lancaster, è quanto si può permettere di chiedere chi ha soddisfatto i propri bisogni essenziali, in parte è il segno di un protagonismo individuale nel fare valere le proprie particolarissime preferenze o idiosincrasie. (Una cosa non lontana dal protagonismo dei nuovi cittadini di cui ragiona Giovanni Moro. Ma di questo un’altra volta) E poi la pasta Cocco non può non starci simpatica visto che i macchinari sono stati recuperati dalla famiglia dopo la furia nazista.

Qualunque ne sia la ragione c’è chi questi nuovi gusti alimentari li sa raccogliere. Un ristorante di gran simpatia serve la clientela nella zona industriale, manager, distributori, venditori e anche il turista di passaggio o la famiglia di fondo valle. Quando entri prima ti fanno scegliere la forma della pasta dallo scaffale, poi decidi cosa metterci insieme. Funghi porcini, funghi chiodini, salsicce, pecorino, con rigatoni corti.

Un piatto notevole. Ne prendo due volte. Non saprei proprio se sarebbe stato così diverso con un’altra pasta. Ho il sospetto che sia tutto merito del cuoco.

È un cuoco giustamente entusiasta del proprio lavoro. Gira i tavoli e discute forme, tempi e sughi e tutte le infinite varietà su questo tema. In tutti gli altri paesi del mondo mangi o ‘spaghetti’ o ‘macaroni’ e mai avresti pensato che c’è una differenza così fondamentale che può diventare oggetto di diverbi in famiglia.

Anche per questo, forse da un po’ soprattutto per questo, siamo rimasti in questo paese. No, non mi riferisco alle varietà di pasta ma alla VARIETÀ in genere. L’orografia del bel paese ha dato la base a questa diversità, con i suoi microclimi, i suoi salti di temperatura e umidità al girare l’angolo. I semi e il DNA arrivato da tutto il mondo a riempire quelle pieghe della terra hanno fatto il resto. Sta a noi saperla non solo consumare, quella diversità, ma rigenerare e rinnovare. Senza copiare da paesi con vallate o altopiani infiniti. Inteso?

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« Risposta #26 il: Agosto 13, 2014, 06:19:22 »


Pubblicato in: Il blog   il 12 agosto 2014 da Fabrizio Barca
Un altro viaggio per l’Italia -6-   
Verso il Matese come in un nastro di Moebius

Clarissa: Con la mappa aperta sul tavolo, individuiamo una zona ‘interna’ che sembra interessante e dove non siamo mai stati – cosa che sta diventando sempre più difficile con i tuoi viaggi di scoperta, di verifica e di discussione.

Fabrizio: Effettivamente i percorsi amministrativi di questi ultimi mesi – non tanto quelli politici, tutti più urbani, anche per evitare sovrapposizioni improprie – mi hanno aperto pieghe prima sconosciute del paese. E ora è irresistibile girare loro attorno o intersecarle con altre pieghe, nuove ancora.

È a cavallo di Molise e Campania, elevata, isolata, ed è un parco. Ci sono antichi borghi. Si parte. Si va nel Matese. Nella mia testa calcolo tre ore o più di viaggio e non capisco perché non hai fretta di partire. Quando di mettiamo finalmente in macchina piove fitto e l’orizzonte è minaccioso. Ho quella sensazione di quando sei sotto a un tetto sicuro e la battaglia degli elementi fuori non ti riguarda. E’ solo scena. Mi adagio comodamente nel sedile del passeggero e mi preparo al lungo viaggio, i muscoli tirati ancora dal giorno prima. Dopo poco tempo già c’è la svolta a destra.

È a sinistra per la verità.
Ma come? Siamo già arrivati? La Campania è così vicina? L’approccio dagli Abruzzi mi disorienta.

Il fatto è che tutti noi nelle pieghe del paese ci andiamo per “fuggire dalle città”. Sui prati, nelle osterie, nei borghi, nei bed and breakfast, ai laghi. Ma ci arriviamo attraverso grandi arterie, che poi si fanno via via più fine, fino alla nostra destinazione. Assai di rado passiamo da una piega all’altra. E questo lascia nella nostra testa una lettura del territorio fatta di centri e periferie. Come un abete. L’albero più noioso che ci sia. E invece, passando da piega a piega si scopre l’immagine di un groviglio interconnesso, come i ficus dove i rami possono innestarsi gli uni negli altri. Fino a che l’Italia appare come un mirabolante nastro di Moebius che si percorre di sopra e di sotto, in un verso e nell’altro. (E qualunque sia il Moebius che si abbia in testa va bene lo stesso. Tutti i Moebius pensano laterale).

Saliamo lungo una strada dissestata, cartelli che ti mettono in guardia da mucche vaganti, frane e sassi che cadono. Con la filosofia del nulla programmato e del carpe diem dei bed and breakfast attraenti, iniziamo la ricerca. Il Parco del Matese occupa una vasta area. Oltre al lago artificiale – sì, sì, ho capito, erano un segno di progresso e sviluppo, e hai ragione, spesso sono belli – ci sono montagne, ettari e ettari di campi coltivati, rustici, fattorie, cavalli, pecore, mucche, passeggiate, un centro di ‘educazione all’ambiente’ tristemente abbandonato, la struttura di legno diventata una piattaforma per la defecazione umana (di qualcuno che chiaramente non ha frequentato i corsi). La ricerca di un posto dove dormire perde naturalezza e casualità. Si fa affannosa e si sposta sul web.

Connesso. Mica era scontato.
Esce fuori il nome di un “miralago”, che il lago non lo mira affatto, è rivolto dall’altra parte. È chiuso d’estate. Come i rifugi segnati sulla mappa del Parco (per dichiarazione della bacheca). Sono per l’après sci.

Morale. Toccata e fuga. Forse anche colpa nostra. Se avessimo avuto una mappa dettagliata del parco ci saremmo magari inoltrati su per qualche sentiero, con le carabattole per fermarsi una notte. E avremmo scoperto una nuova piega. E invece no. Si scende. Verso Sud-Est.

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« Risposta #27 il: Agosto 14, 2014, 05:48:41 »

Un altro viaggio per l’Italia -8-
Pubblicato in: Il blog   il 14 agosto 2014 da Fabrizio Barca

Clarissa: Si scende verso Telese. Il miraggio di acqua calda delle terme ci aiuta a rinunciare più volentieri a trovare alloggio in quota. Digiti Terme Telese e trovi come primo classificato il Grand Hotel. Potrebbe essere divertente dopo le condizioni spartane degli ultimi giorni, e poi, è il nostro anniversario. Ma sì. Si può fare. Per una volta. Rimango in macchina. Non siamo esattamente conciati da Grand Hotel. Da lontano vedo il tuo pollice verso. C’è posto, ma la struttura “termale” è aperta solo di mattina! Ma siamo matti? Con quei prezzi non possono permettersi una persona per tenere la piscina aperta anche il pomeriggio?

Fabrizio: Eppure quello sguardo come di commiserazione fra il portiere dell’albergo e una cliente antica mi ha lasciato un senso di esclusione voluta. Da una piscina calda fantasmagorica, una sauna con legni ricercati, un bagno turco dove ti perdi … accessibili da quella porta in fondo alle grandi scale. Forse ero davvero impresentabile. Paranoie.

Loro stessi, con una scrollata di spalle pare che abbiano suggerito una spa vicino. Strano … non usciva fuori da Google. Saliamo per una strada appena accennata. Piove ancora, è mercoledì, sono le 17.30. Se non funziona nulla al Grand Hotel, penso tra me, un po’ delusa, figurati qui. Troviamo un borgo medievale, chiesetta, casa feudale, case contadine e stalle, tutto perfetto e in ordine. “Certo, sono funzionanti le strutture, con il bagno turco”. “Certo c’è una stanza classic”. “Certo c’è il ristorante”. Dentro l’acqua calda mi sento rinascere. Attraverso la grande vetrata una vista delle montagne inospitali da cui siamo scesi, come un miraggio.

Rintanato nel bagno turco mi racconto che è un modo straordinario per depurarsi dei veleni di un anno, che ti sono entrati dentro e che ora scorrono via. Se la mente si convince di questo forse succede davvero e diventa sopportabile. Quello che sto facendo è davvero bello. Basta crederlo.

La mattina dopo, un po’ meno accecati dal sollievo del corpo, ci guardiamo meglio attorno. Parlando realizziamo che qui, fino a poco tempo fa, c’era solo un bosco, forse i ruderi di una costruzione, ma nulla del borgo o della “masseria” che il presente ci lascia immaginare. Un architetto con gran gusto. Un grosso (ma grosso) investimento ai piedi della montagna povera e autentica per creare un borgo ricco e di fantasia. Ecco dove eravamo.

Tradizione inventata. Classica. Senza abitanti-attori come sarebbe stato in Georgia – USA, intendo – ossia di gusto, italiana, non americana. E dunque senza la pretesa di inventarti anche relazioni umane, che ti lascia solo evocare, che lascia alla tua libera fantasia (mentre ti domandi cosa mai sarà successo un giorno fra quelle mura). E libero è anche l’uso dello spazio, senza i vincoli di un passato. Che non esiste. E dunque tutto rivolto a soddisfare bisogni del presente. Ho visto cose simili in Puglia. Per rispondere a una domanda crescente di luoghi … che non ci sono. Diciamocelo. Meglio così, meglio di quei tentativi goffi di adattare un borgo vero, con una storia, a un’esigenza di oggi che in nessuno modo gli può calzare. Violentandolo. Teniamole distinte le due cose. Come distinti sono i turismi che le consumano. Ristrutturare i borghi veri va benissimo. Ma se la ristrutturazione è rivolta a ospitare vita, persone che cercano anche relazioni, con altre vite e persone, non solo con un passato imbalsamato nelle pietre. Allora quei borghi avranno anche i servizi, le piazze per i propri cittadini. Veri. Altrimenti, meglio inventarne di finti. A ciascuno il suo.

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« Risposta #28 il: Agosto 21, 2014, 06:54:27 »

Un altro viaggio per l’Italia -9-
Pubblicato in: Il blog   il 15 agosto 2014 da Fabrizio Barca

Clarissa: Ho sempre pensato che il vino, insieme alla birra artigianale, all’olio e al cibo locale, ma veramente locale, sia una frontiera per il futuro dell’Italia – riprendersi la terra, per la prossima generazione, può essere davvero l’affermazione di un’identità che mescoli la tradizione dei nonni, l’abitudine all’uso dei social network, e le connessioni con il mondo, risultato delle emigrazioni di massa. Grande osservazione, mi dirai. Lo sanno tutti

Fabrizio: Lo sanno tutti ma lo praticano in pochi. Il fatto è che la stessa ragion d’essere dell’Italia, oltre che nel suo patrimonio culturale (da cui mungiamo come rentiers), sta nella diversità (e quindi nella tenuta) delle sue comunità e negli spiriti animali imprenditoriali che ci animano. Perché queste due cose ci diano sviluppo c’è bisogno di organizzazione, di ingegneria, quella che la manifattura ha regalato ad alcune delle nostre terre e che ora dobbiamo riuscire a trasfondere dentro le filiere dell’agroalimentare e del turismo. Allora sì, rialzeremo la testa. Su una cosa hai totalmente ragione: le connessioni con il mondo sono decisive. Furono importanti per il nostro Sud – ce lo insegnó Nitti, rompendo letture vetuste – le competenze degli emigranti che tornavano; sono importanti oggi le competenze dei giovani studenti che si riaffacciano “a casa” , come quelle degli emigrati e dei profughi che arrivano nel nostro paese. Ma bisogna saperle usare, farle parlare. Come oggi non facciamo.

Comunque, il fatto è che qui in “alta Irpinia” il ruolo della terra lo vedi come trasformazione fisica della campagna. Filiera dopo filiera il Fiano avanza, nascono cantine e enoteche. Il vino è “fico”, non c’è l’onta della povertà da cui sono scappati i genitori. Il vino è cool, ti dà una dimensione internazionale, ma richiama riti antichi. L’Aglianico rosso sangue. Anche l’olio buono fa la sua figura ormai. Un pezzo di pane casareccio con olio d’oliva e origano è un pasto chic. I visitatori, incantati, pagano pure un buon prezzo.

Cento varietà anche per l’olio, e gradazioni e “stagionature”. Preferenze indotte? Vere? Comunque così è. E la terra effettivamente cambia colori. Dal dorato dei frumenti, che pure tornano anch’essi in varietà “uniche”, ai verdi delle viti e degli olivi. Inframmezzati da case. Case su case secondo quel paesaggio ad antropizzazione diffusa che si spegne poi lentamente più ti muovi verso oriente, “Irpinia d’oriente” scrive il poeta.

Da - http://www.fabriziobarca.it/tappa-in-irpinia-in-vino-veritas/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+FabrizioBarca+%28Fabrizio+Barca+%C2%BB+Report%29
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« Risposta #29 il: Agosto 21, 2014, 06:55:23 »

Un altro viaggio per l’Italia -11-
Pubblicato in: Il blog   il 17 agosto 2014 da Fabrizio Barca
Una botta e una risposta sulle pale eoliche

Clarissa: In tutta l’Irpinia d’oriente si scorgono sulle colline ondeggianti enormi braccia di nuotatori, stile dorso; nuotatori fermi nonostante l’impegno profuso contro il vento. Sono le pale eoliche. A volte si presentano in una fila elegante, come in un nuoto sincronizzato; a volte appaiono in raggruppamenti caotici, e le pale sembrano andare in direzioni ostinatamente opposte. Girano e girano. Catturano il vento, raccolgono la sua energia, la trasformano in elettricità. Questo so. Ma dove va poi? Tutta questa energia, a chi finisce?

Fabrizio: Storia lunga e ormai nota. Non far finta di non conoscerla. Il poeta non le ama, per usare un eufemismo. Non perché rappresentino la modernità (è condividendo assieme la bellezza di un viadotto bianco e sinuoso contro il verde scuro di un bosco senza fine che ci siamo conosciuti). Non le ama perché non sono state costruite badando all’interesse di chi quelle colline abita. Benissimo accrescere, come l’Italia ha saputo fare, l’indipendenza da fonti non rinnovabili – che lo si lasci dove sta quel gas e quel petrolio che riempie le fenditure della terra profonda – ma male farlo con tecnologie di altri, talora senza neppure accumulare tutta l’energia prodotta, attraendo con incentivi impropri anche produttori dubbi, e quasi sempre “comprando” l’assenso dei locali con poche briciole. Le cose stanno cambiando. Facciamole cambiare più rapidamente. Ti ho risposto. Bene così? Stanato a sufficienza?

Da - http://www.fabriziobarca.it/una-botta-e-una-risposta-sulle-pale-eoliche/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+FabrizioBarca+%28Fabrizio+Barca+%C2%BB+Report%29
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