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Autore Topic: Fabrizio BARCA.  (Letto 12390 volte)
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« il: Aprile 12, 2013, 11:29:41 »

Barca commenta il Professore: liste non bastano, servono partiti

Il ministro di Monti in un'intervista a l'Unità dice: sinistra e destra ci sono ancora, chi lo nega non vuole cambiare le cose.

Di Bianca Di Giovanni
5 gennaio 2013


Fabrizio Barca continua alacremente la sua attività di ministro della coesione territoriale, anche nell’infuriare della campagna elettorale, dopo i concitati appuntamenti dei vari round delle primarie del Pd e di Sel. Eppure forse nessun ministro attuale ama la politica come lui. In fatto di partiti, schieramenti, scenari ha le idee acute come lame di coltello. Sentite: «Sinistra e destra non esistono? La differenza è viva e vegeta. Chi la nega non vuole cambiare le cose».

Lui per ora sta cercando di cambiare tutto in fatto di progetti finanziati dall’Ue, o di ricostruzione dell’Aquila. Quando parla con l’Unità è appena uscito da un incontro con i commissari del concorso che hanno selezionato i 300 giovani funzionari pubblici (su 16mila domande) che si occuperanno del cratere abruzzese. «Ce la faremo a chiudere a gennaio - assicura - Così faremo il record del concorso più veloce della storia».

Oggi la politica è tornata in primo piano. C’è stato un errore di valutazione quando si è asserita la superiorità della tecnica?
«L’errore sta nel dissociare le due parole. Non c’è un tecnico impegnato a governare che non sia anche politico. Sicuramente quello che oggi emerge è che nel paese c’è una forte domanda di partecipazione, che si è espressa in diversi modi: nelle primarie, nella richiesta a Monti di entrare in politica, e anche nel voto per il movimento Cinque Stelle».

Il ruolo dei partiti esce rafforzato. Anche qui sbagliava chi li dava per morti.
«Emerge un bisogno di partiti, ma si capirà solo nei prossimi mesi se i partiti sapranno rispondere a questa richiesta. Non bastano questi segnali per decretarne la rinascita. I partiti sono organismi complessi, hanno bisogno di capillarità sul territorio, di luoghi di confronto. La forza dei partiti nei confronti di altri corpi intermedi, come i sindacati, le associazioni, i gruppi religiosi, sta nel fatto che questi sono particolari, mentre i partiti sono generali. Il loro meglio lo danno quando dal confronto di interessi particolari emerge l’interesse generale, il loro peggio quando rappresentano una sommatoria di interessi particolari. Finora abbiamo visto il peggio, ora speriamo di vedere il meglio».

Non le pare che i partiti stiano diventando troppi?
«Molte sono solo liste, si vedrà dopo se diventeranno partiti. A quel punto non potranno che ridursi. La lista può servire in fase elettorale, ma quando si passa alla fase deliberativa e a quella di governo serve un vero partito».

Non teme il proliferare di partiti personali, come ha segnalato Bersani?
«Anche qui si tratta di liste, che per loro caratteristica in questa fase storica si aggregano attorno a una persona. Ma questo organismo in realtà non è ancora un organismo politico strutturato, direi quasi che è un non-partito».

L’offerta politica di oggi è multipolare. Il bipolarismo è tramontato?
«Anche qui dobbiamo ancora aspettare per dirlo. È possibile che dietro questa pluralità di liste ci sia un riassetto partitico. Per ora siamo a livello dell’aspirazione, ma siamo lontani dalla configurazione di un nuovo scenario. Se il bipolarismo sia morto o no lo sapremo verso fine anno. Allora potremo vedere quale di queste liste sarà in grado di trasformarsi in un’organizzazione permanente. Un’altra possibilità è che si creino diversi raggruppamenti parlamentari e non partiti. In questo caso lo scenario non sarà certo mutato: di nuovi gruppi parlamentari ne abbiamo visti a iosa».

Per lei cosa vuol dire tagliare le estreme, come chiede Monti?
«Non farei molta filosofia su affermazioni come questa. È chiaro che chi si presenta per il centro invita a eliminare gli estremi. È campagna elettorale».

Qualcuno ha paragonato la coppia Bersani-Vendola a quella Prodi-Bertinotti. Che ne dice?
«Dico che Prodi e Bertinotti non ci azzeccano proprio niente con Bersani e Vendola. Tra i primi due c’è almeno un’affinità territoriale nelle loro origini, e tra i secondi ci sono esperienze politiche diversissime. E poi Vendola amministra da anni una Regione del sud, Bertinotti ha fatto tutt’altro».

È chiaro che il parallelismo era un’evocazione dell’ingovernabilità di una coalizione di questo tipo.
«Evocazione infondata e evidentemente anche qui si tratta di propaganda».

I mercati sembrano reagire bene, nonostante il confronto politico molto duro.
«Gli investitori internazionali sono abituati a confronti feroci: in Inghilterra e Stati Uniti ce ne sono di molto più duri del nostro».

C’è chi dice che esiste una sola agenda per l’Italia, chiunque vinca.
«Non è così. La verità è che le formazioni politiche non si confrontano sulle agende, ma sulla radicalità - qui ci vuole - e la ragionevolezza che mostrano di avere riguardo alla creazione di sviluppo. Ovvero radicalità nello spiazzare le classi dirigenti poco innovative e nel modernizzare la macchina dello Stato».

Un’altra vulgata è il superamento di destra e sinistra. È d’accordo?
«Chi dice che non c’è differenza tra le due parti, o racconta un mondo monistico in cui esiste una sola soluzione ai problemi, in verità non vuole cambiare le cose e vuole favorire solo una parte, con il convincimento di possedere una soluzione tanto superiore alle altre da voler abolire il pluralismo. In verità il bene comune si raggiunge soltanto con il pluralismo, e come dice Amartya Sen, anche con un confronto acceso. Non esistono cose che vanno bene per tutti, ma cose che vanno più bene di altre. Dare più peso all’inclusione sociale piuttosto che alla crescita, o meglio pensare che non c’è crescita senza inclusione è di sinistra. Credere che il servizio sanitario debba essere universale, dunque anche per i ricchi che riescono ad avere pressione e quindi a migliorarlo, è di sinistra. L’idea invece che la sanità pubblica debba essere riservata ai poveri e che i ricchi pagano, mostra un’idea di Stato pauperistico, e non di Stato strumento per riequilibrare gli squilibri sociali».

Lei non ha ancora sciolto la riserva sul suo futuro politico, pur credendo molto nella politica.
«Oggi voglio fare solo il ministro. Annunciare altri impegni mi avrebbe impedito di far bene il mio lavoro».

da - http://www.unita.it/italia/barca-commenta-monti-sinistra-e-destra-ci-sono-ancora-1.477361
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« Risposta #1 il: Aprile 14, 2013, 07:45:29 »

POLITICA
12/04/2013 - CENTROSINISTRA, LA SFIDA DEL RINNOVAMENTO

Il progetto-Barca “Il Pd che ho in mente”


«No all’occupazione dello Stato, ridurre il finanziamento, basta coi signori delle tessere. Ma non sarà un partito liquido»

PAOLO FESTUCCIA
ROMA

Il pieno e il vuoto. Comincia così la “memoria politica” di Fabrizio Barca per dare corpo a un «partito nuovo per un buon governo». Un partito – lo descrive il ministro per la Coesione territoriale – saldamente radicato sul territorio, di sinistra, che «richiamandosi con forza ad alcuni convincimenti generali» sia capace di promuovere la ricerca continua e l’uso efficace del denaro pubblico. 
Insomma, una sorta di “partito palestra”, non di occupazione della Stato, che offra lo spazio per la mobilitazione cognitiva e che ponga i suoi cardini sulle idee. Idee innovative, maturate dal confronto, per sospingere la macchina dello Stato nella direzione richiesta dello sperimentalismo. 
 
Già, la macchina dello Stato. E’ qui che pone l’attenzione Fabrizio Barca, mettendo il dito nella piaga di uno «Stato troppo fortemente governato dai partiti», che insieme a una macchina arcaica e autoreferenziale ha prodotto anni di malgoverno. «Il combinato di partiti stato-centrici e macchina dello stato arcaica – scrive Fabrizio Barca – tende a impedire politiche pubbliche efficaci e dunque buon governo, bloccando tutte le fasi del processo ricorsivo di costruzione dell’azione pubblica». 
 
Ed è proprio da questi “indizi”, spunti politici, dunque, che Barca parte per prospettare come antidoto al “mal governo”, un partito di sinistra per governare. Una sinistra di governo, con un partito rigorosamente separato dallo Stato, sia in termini finanziari, sia con l’assoluta separazione fra funzionari e quadri di partito. Insomma, un partito che lavori a una nuova legge elettorale, perché «la vigente suggella questo stato di cose, creando a sua volta una filiera gerarchica perversa che vede i capi-cordata concordare con i leader del partito i singoli eletti da presentare in un pacchetto chiuso agli elettori». Nasce da qui, la visione alternativa di Barca. Con una nuova macchina pubblica, moderna, tecnologicamente avanzata, finalizzata a riequilibrare i divari forti di potere contrattuale fra le diverse articolazioni della società. 
 
«Questa azione – scrive il ministro – può aiutare il cambiamento, quando i corpi intermedi non sono essi stessi parte, con le élite, dell’equilibrio perverso». Un cambiamento che per Barca passa soprattutto attraverso il partito. Mentre, invece, la selezione dei candidati via primarie, se da un lato ridà un ruolo a iscritti e simpatizzanti e può produrre buone sorprese, dall’altro non risolve in alcun modo il problema in termini dinamici: una volta eletti, secondo Barca, «qualunque sia il modo in cui essi sono arrivati in quella posizione, il loro rapporto con il partito avrà fondamenta improprie». 
 
Quanto, invece, al ricorso alle primarie per l’elezione del leader del partito o del candidato premier, esso assicura condizioni minime di “democrazia elettiva” rispetto a ogni forma di «auto-proclamazione, ma non tocca in sé la deriva descritta». 
 
...

L’intervista integrale in edicola o nella versione digitale 

da - http://www.lastampa.it/2013/04/12/italia/politica/il-progetto-barca-il-pd-che-ho-in-mente-ei1W0h3t9bp473sT48HNPM/pagina.html

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« Risposta #2 il: Aprile 16, 2013, 05:30:00 »

Ma il partito di Barca è un ibrido tra il Pci e il M5S

Salvatore VASSALLO

Il rischio è che il modello implicito siano due forze politiche in fondo accomunate dall’idea che “il partito” debba “sfidare lo stato”, e non invece assumersi la piena responsabilità

I tratti chiave della “teoria” di Barca sul “partito nuovo” mi paiono due.

1) «Serve un partito che torni, come nei partiti di massa, a essere non solo strumento di selezione dei componenti degli organi costituzionali e di governo dello stato, ma anche “sfidante dello stato stesso” attraverso l’elaborazione e la rivendicazione di soluzioni per l’azione pubblica. Serve un partito che realizzi questi obiettivi sviluppando un tratto che nei partiti di massa tendeva a rimanere circoscritto alle “avanguardie”, ossia realizzando una diffusa “mobilitazione cognitiva”».

2) Per essere più credibile ed efficace come “sfidante”, «il partito nuovo sarà rigorosamente separato dallo stato, sia in termini finanziari, riducendo ancora il finanziamento pubblico e soprattutto cambiandone e rendendone trasparente metodo di raccolta e impiego, sia prevedendo l’assoluta separazione fra funzionari e quadri del partito ed eletti o nominati in organi di governo, sia organizzandosi in modo da attrarre il contributo di lavoro (volontario o remunerato) di persone di buona volontà per periodi limitati di tempo, sia stabilendo regole severe per scongiurare ogni influenza del partito sulle nomine di qualsivoglia pubblico ente».

Mi pare ne venga fuori (e si intraveda, come modello implicito) un ardito ibrido tra il Pci e il Movimento 5 Stelle, due forze politiche in fondo accomunate dall’idea che “il partito” debba “sfidare lo stato”, e non invece assumersi la piena responsabilità, di fronte agli elettori, e sulla base del loro mandato, di governare. Per altri versi fa venire in mente la fantasiosa narrazione che si diffuse in vista del Congresso del 2009 secondo cui la Lega stava crescendo anche nella zona rossa grazie a una presenza organizzativa simile a quella che un tempo era stata del Pci, e dunque bisognava imitarla, per tornare agli antichi splendori.

La chiave della sua “teoria” sta in un termine che Barca usa in modo non convenzionale. Per la comunità scientifica (e per i politologi italiani che la frequentano) la “mobilitazione cognitiva” non è una tecnica o una modalità di partecipazione. A partire dagli studi di Ronald Inglehart e Russel Dalton, è definita come un processo di arricchimento/modernizzazione della cultura politica prodotto dalla diffusione del benessere, delle informazioni, delle conoscenze e delle aspettative, oltre che dalla moltiplicazione delle fonti attraverso cui le conoscenze sono diffuse e le opinioni si formano. Un processo che rende gli individui più indipendenti, ben disposti a partecipare ma meno identificati con uno specifico partito. Anzi, più inclini a muoversi da un partito all’altro.

Nel lessico di Barca, preso a prestito da Marco Revelli, la “mobilitazione cognitiva” diventa invece una pratica militante per la formazione collettiva delle opinioni, per la scelta della linea politica e la selezione dei dirigenti. Una sistema di meet up permanenti “strutturati e radicati nel territorio”, in pratica di sezioni, attraverso cui si definisce (e quindi si restringe) il perimetro di chi è dentro rispetto “agli altri” e si produce un “pensiero unitario”. La traduzione attualizzata del partito come “intellettuale collettivo”.

Al punto che Barca alla fine si chiede non “se”, ma «come …. offrire davvero ai giovani le opportunità di impegno cognitivo prima descritte, avendo come luogo di riferimento primario i circoli territoriali; […] come favorire e tutelare la partecipazione alla mobilitazione cognitiva di individui e associazioni che non condividono i convincimenti generali del partito (gli “altri”) e vogliono mantenere la propria piena indipendenza […]; come assicurare che l’iscrizione e i diritti che ne derivano in termini di partecipazione alle scelte e alla selezione dei gruppi dirigenti siano vincolati all’effettiva partecipazione ai processi di mobilitazione cognitiva».

Ad essere onesto, trovo l’ultima proposizione “goffa e coraggiosa” (gli iscritti dovrebbero certificare una “effettiva partecipazione ai processi di mobilitazione cognitiva” per esercitare i loro diritti ). Volendo, lo è anche nell’accezione positiva dei due aggettivi ricordata da Mario Lavia, dunque Barca dovrebbe andarne fiero. Di sicuro è un perno della sua “teoria” del “Partito nuovo”.

La quale parte da presupposti molto diversi da quelli posti a fondamento del Pd, quando è nato: a) che oggi ci sia una grande disponibilità a partecipare e ad esprimere la propria opinione da parte di cittadini che, per fortuna, se la formano in tanti luoghi e modi diversi dalle sezioni di partito; b) che quindi i confini tra chi è dentro e “gli altri” vanno azzerati, con le primarie, un momento nel quale si confrontano, al tempo stesso, candidati e orientamenti politici; c) che il Pd si pone a servizio degli elettori per offrire un governo riformista al paese e dunque, attraverso il suo leader e gli eletti nelle sue liste, se ne assume pienamente la responsabilità.

Sia chiaro, è giusta la richiesta di rendere incompatibili i ruoli di «funzionario o quadro» alle dipendenze del partito con i ruoli elettivi o di governo, così come l’invito a stabilire «regole severe per scongiurare ogni influenza del partito sulle nomine di qualsivoglia pubblico ente». Purché questo non voglia dire che «funzionari e quadri del partito» debbano tornare a «dettare la linea» agli eletti o ai nominati. Semmai il loro compito è predisporre quelle forme di partecipazione che consentono ai cittadini di scegliere i candidati e impongono a questi ultimi di rendere conto.

da - http://www.europaquotidiano.it/2013/04/12/ma-il-partito-di-barca-e-un-ibrido-tra-il-pci-e-il-m5s/
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« Risposta #3 il: Aprile 30, 2013, 04:38:21 »

L'intervista

«Il governo frutto dell'insuccesso PD Io e Renzi siamo complementari»

Barca: non penso di correre per la segreteria, il sindaco ha leadership.

La bocciatura di Prodi un errore senza precedenti


Fabrizio Barca, come le pare il nuovo governo?
«Mi pare il risultato reso necessario dall'insuccesso del Pd. Nell'"atto eccezionale" della rielezione di Napolitano era implicito il riconoscimento che, pur essendo usciti dall'emergenza finanziaria, non siamo usciti dall'emergenza civile ed economica, sottolineata da un evento grave come l'attacco a Palazzo Chigi. Diciamo che il patto Pd-Pdl era nelle cose. Del resto, il Paese ha chiesto con urgenza un governo».

Ha colpito il tweet con cui lei, nelle ore della rielezione di Napolitano, ha giudicato incomprensibile la scelta del Pd di ignorare la candidatura Rodotà.
«Nel momento in cui la strada verso il governo di larghe intese appariva ormai inevitabile, ho creduto necessario richiamare il Pd all'enormità dell'errore commesso con la bocciatura di Prodi. Un errore di una gravità senza precedenti. Guardare oltre, al nuovo governo, non può essere per il Pd il modo per mettere da parte un problema che lo riguarda».

L'apertura ai Cinque Stelle era sincera? È mai stata presa davvero in considerazione la candidatura di Rodotà?
«Col senno del poi, mi sembra che non tutto il partito abbia esperito davvero il tentativo».

E Bersani?
«Bersani si è confermato uomo di straordinaria trasparenza. Nella sua coscienza si vede come in uno specchio».
Se lei fosse parlamentare, voterebbe la fiducia al governo Letta?
«Non farei mancare il mio contributo: in queste circostanze, o una coalizione è coesa, o non è. Ma nello stesso tempo richiamerei il partito alla terribile responsabilità assunta da chi ha affossato Prodi. Ed è incredibile che, a distanza di giorni, non uno dei 101 franchi tiratori sia venuto allo scoperto».

Pensa di candidarsi alle primarie per la segreteria del Pd, in autunno?
«Non penso proprio. Ci sono altri modi per contribuire a evitare in futuro altri errori, e per sostenere il partito in cui sono appena entrato nel doppio impegno che lo attende: le riforme istituzionali, a cominciare da una legge elettorale che restituisca ai cittadini la possibilità di esprimere una preferenza; e gli strumenti per fronteggiare una crisi gravissima delle imprese e del lavoro».

Qual è la sua opinione di Renzi?
«Un'opinione molto forte. Renzi è uomo di estrema correttezza. Quando fa una battaglia, tutti sanno che l'ha fatta. Non è uno che si trincera nel segreto».

A parte il metodo, come giudica la sostanza?
«Renzi ha capacità di leadership e di catalizzare coalizioni molto forti. Nel viso e nella parola mi ricorda lo spirito evocato da Saviano per spiegare come si è vinto il referendum in Cile: con il sorriso, senza retorica, guardando avanti, stimolando le energie di un Paese che crede di potercela ancora fare».

Renzi è l'uomo giusto per restituire all'Italia fiducia in se stessa?
«Io penso di sì: rompere le croste, liberare le potenzialità, sollecitare il cambiamento. Detto questo, non è facile superare le resistenze con cui si è scontrato anche il governo Monti. Abbiamo una macchina pubblica arcaica. Il blocco è a Roma, nell'amministrazione centrale».

Quindi lei e Renzi non siete alternativi ma complementari?
«Questa è la mia percezione, questo è il mio augurio».

Lei è stato ministro nel governo dei tecnici. Salutato dal Paese con sollievo all'inizio, ma poco rimpianto alla fine.
«È vero, si è passati da un eccesso di entusiasmo, da una luna di miele un po' cieca, a giudizi molto severi. La verità è che, rientrata con l'estate l'emergenza finanziaria, si è persa la spinta propulsiva, è finita la fase ascendente. Abbiamo smesso di normare e ci siamo limitati ad attuare. Ma il governo è durato sino all'ultimo giorno: abbiamo appena fatto la variazione di bilancio per portare mezzo miliardo all'Aquila, individuato il sito dove ricostruire la Città della scienza, rimosso il commissario che non ha prevenuto l'esondazione del Crati...».

Resta il fatto che un governo senza partiti non ha funzionato.
«Per questo, nella "Memoria" che ho appena pubblicato, ho parlato di partito-palestra. È evidente che oggi gli italiani vogliono sapere se c'è ancora la Cassa integrazione in deroga, se ci sono i fondi per l'infanzia e gli anziani non autosufficienti. Ma qualsiasi governo deve avere alle spalle un partito che non si ritrova ogni cinque anni per la campagna elettorale, ma che è al lavoro sempre, che sa scegliere le persone, che si occupa dell'inceneritore costruito male, dei nidi di infanzia cattivi, del sindaco che non ha strutturato bene l'Imu. I partiti dovrebbero essere il ponte tra lo Stato e la società. Oggi il ponte è crollato. Il triangolo è rotto. Sono entrato nel Pd per dare una mano a farne un partito-palestra. E per aiutare il leader che verrà».

Aldo Cazzullo

29 aprile 2013 | 8:36© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_aprile_29/cazzullo-governo-frutto-dell-insuccesso-pd_7eb3f5e6-b093-11e2-b358-bbf7f1303dce.shtml
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« Risposta #4 il: Maggio 02, 2013, 06:54:52 »

Sul “partito delle idee” di Barca



I partiti di sinistra hanno perduto ovunque il loro più straordinario collante interno: la "religiosità" del fine da raggiungere, che metteva a tacere gli egoismi e la riottosità dei singoli, come anche le possibili degenerazioni corruttive. Occorre ora un collante capace di surrogare la vecchia "religiosità militante" nel nuovo, e positivo, contesto di "pluralismo delle fedi". Un commento sulla proposta di Fabrizio Barca.

di Piero Bevilacqua, da il manifesto, 30 aprile 2012

È difficile intervenire sul documento di Fabrizio Barca "Un partito nuovo per un buon governo", quando il partito oggetto del disegno riformatore è andato in frantumi. E mentre quello speciale sopramondo che è la vita politica italiana è precipitato nel caos. Anche se proprio in momenti drammatici come questi si possono generare gli ardimenti delle svolte risolutive. D'altra parte, quello di Barca vuole essere un progetto di medio-lungo periodo, com'è giusto, perciò la discussione può riguardare aspetti per cosi dire fondativi della sua proposta.

Dunque lasciando sullo sfondo - ma solo fino a un certo punto - le spinosissime questioni immediate. Di tali aspetti progettuali io privilegerei, per brevità, l'idea di separare nettamente il partito dallo Stato. Un "Partito-palestra", scrive Barca, radicato localmente, fondato sul volontariato, » e in grado di procurarsi dal basso le risorse necessarie alle sue attività. Si tratta di un punto di portata strategica.

Come da tempo ha messo in evidenza la politologia internazionale, in quasi tutti i paesi avanzati il sistema politico si è andato configurando come un meccanismo di cartel party, un cartello controllato da due partiti dominanti. Nelle democrazie inglese e americana il bipartismo perfetto incarna pienamente tale modello, con due organizzazioni che fanno la stessa politica e competono per il controllo del potere. Questi partiti sono diventati nei decenni i gate keepers, come li chiamano Y. Meny e Y Surel. In Populismo e democrazia, «i guardiani che vietano l'accesso ai nuovi arrivati », impedendo loro l'accesso alle risorse pubbliche e tenendo lontane tutte le forze, i movimenti, le culture politiche minoritarie che vogliono entrare nelle istituzioni.

Il Pd è nato per incarnare questo modello in una fase storica in cui esso mostrava tutta la sua grave usura storica, il deficit crescente di democrazia che imponeva negli stessi paesi in cui era nato, dove pure aveva garantito, con alti e bassi, un qualche tasso di rappresentatività. Dunque la nascita del Pd costituisce un tentativo tardivo e involutivo di "modernizzazione" del sistema politico, che ha creato molti più problemi di quanto non ne abbia risolti. Intanto, anche grazie al sistema elettorale maggioritario, ha finito con l'emarginare e cacciare dal Parlamento le varie culture politiche disseminate nel paese che non trovano più rappresentanza. La sinistra radicale - formazione anche tatticamente utile in un Parlamento nel quale si vogliono vincere resistenze conservatrici - è stata messa in un angolo. Non senza responsabilità - questo è ovvio - da parte della medesima.

Un partito siffatto, nella fase storica in cui le risorse da distribuire con il welfare diminuiscono costantemente, che ha abbandonato gli ancoraggi con le realtà locali e dunque il supporto della militanza diffusa, vede nelle risorse finanziarie pubbliche (ma anche private!) lo strumento fondamentale per la competizione con il partito avverso. Diventate sempre più ristrette le basi del consenso popolare, anche per effetto delle scelte neoliberiste - promotrici delle virtù del mercato su quelle del governo dei fenomeni sociali - il Pd diventa un partito che non promuove più azione sociale, ma produce messaggi e ha perciò bisogno di televisione e di tutti i costosi strumenti del marketing elettorale. Ma ha bisogno anche di potere e di danaro per tutti i suoi dirigenti a livello centrale e periferico. E tale necessità diventa, a sua volta, inevitabilmente, il fine dell'agire politico di un numero crescente di figure sociali, sempre più svincolate da obblighi di appartenenze ideologiche.

Il lettore può agevolmente riempire tale schema con la cronaca politica e giudiziaria degli ultimi anni. Quanto la trasformazione di un partito di massa in una macchina elettoral-clientelare abbia devastato lo spirito pubblico nazionale, specie nel Sud, e favorito la crescita della criminalità, è intuibile. Senza dimenticare che tale partito competeva con una forza politica che faceva e fa della violazione delle regole dello Stato di diritto il suo marchio d'origine.

Si comprende, dunque, come la proposta di Barca va a colpire una struttura fondamentale della degenerazione di un potenziale partito di massa. Una questione normativa - dunque eminentemente tecnica - che ha riflessi politici e perfino morali di grande rilevanza. Io credo molto in questo approccio "tecnico" di Barca per una ragione fondamentale. I partiti e soprattutto i partiti della sinistra, hanno perduto ovunque il loro più straordinario collante interno: la religiosità del fine da raggiungere, che metteva a tacere gli egoismi e la riottosità dei singoli, e rendeva il collettivo sufficientemente coeso da reggere agli urti della lotta. Oggi questa coesione si è dissolta, anche per motivi storici generali e positivi. Le società occidentali si sono secolarizzate, la religione ha cessato di essere istrumentum regni - salvo nelle goffe sette sopravvissute nei partiti italiani - il pluralismo delle fedi costituisce la stoffa della soggettività delle grandi masse. Occorre che un partito di sinistra ritrovi il collante capace di surrogare la vecchia religiosità militante. E a tale fine le prediche morali servono a poco.

Ciò che è utile - oltre alla rappresentanza dell'interesse collettivo - sono le norme, la sapienza dei vincoli e delle sanzioni, il coinvolgimento partecipativo. Perciò la questione del finanziamento - affrontato da Barca - diventa rilevante. Io credo, ad esempio, che l'imposizione di un tetto egalitario di spesa a tutti i candidati, nella competizione elettorale, costituisca uno strumento fondativo per separare i partiti dai poteri economici dominanti. Per renderli autonomi e più legati agli interessi popolari, obbligati a cercarsi il consenso con la presenza militante nei territori.

Non per nulla negli Usa i due maggiori partiti, che raccolgono danaro per faraoniche campagne elettorali, sono alle dipendenze del potere economico-finanziario e la politica dei presidenti è una mediazione faticosa ( nel migliore dei casi) che lascia intatti gerarchie e privilegi. Oggi possediamo la strumentazione tecnica - la rete- utile non solo per un monitoraggio costante degli eletti da parte dei cittadini militanti, ma anche per la veicolazione dei saperi, che si producono nei territori, all'interno del partito. Quali sono questi saperi? Sono un impasto di conoscenze, valori, passioni che si esprimono nella cura dell'ambiente, nella difesa del paesaggio, dei beni culturali e monumentali, nella tutela dei beni comuni dell'acqua, dell'aria e della terra fertile,nella volontà di accesso al sapere, nella critica alle forme devastanti dell'urbanesimo neoliberista, nella ricerca del cibo senza contaminazioni, nella rivendicazione dell'eguaglianza sociale, nella difesa dei diritti, dei valori dell'accoglienza e del dialogo con gli altri, nella difesa della pace e dei popoli sotto dittatura e privi di cibo, nella rivendicazione del ruolo protagonista delle donne, nella volontà di avere ascolto, di controllare chi detiene il potere e di squarciarne le opacità, di mantenersi costantemente informati sulle cose del mondo. E' a questa cultura, che fa la sostanza più profonda di una nuova sinistra diffusa e maggioritaria nel paese, che occorre dare forma organizzata e capacità di partecipazione. Nel gruppo dirigente Pd non c'è quasi nulla di tutto ciò. Potrà entrarci con un lavoro sia pure di lunga lena?

Qui la prospettiva deve fare i conti con il presente. Il Pd è un partito impotente. Una delle ragioni non dette della mancata scelta di andare alle urne nel novembre 2011 è che esso non avrebbe retto alla prova per le proprie divisioni interne e sarebbe esploso, come un areo in volo. Nessuno si è accorto, in questi ultimi anni, del silenzio fragoroso dei dirigenti di questo partito su episodi anche gravi della vita nazionale? La ragione è semplice: se qualcuno prende posizione si scatena la canea delle contrapposizioni. Ed è il caos.

Ciò che è accaduto con l'elezione del capo dello Stato è l'ultimo suggello. Nel frattempo, questo partito fa mancare al paese una reale opposizione, una forza di sinistra, un rappresentanza degli interessi popolari sempre più colpiti dalle politiche recessive, esattamente ciò che sarebbe più vitalmente necessario per trovare uno sbocco alla crisi. La quale nasce, com'è noto, dalla iniqua distribuzione delle ricchezze. E' Grillo che ha supplito a questa assenza clamorosa. E allora? Non sappiamo se la collera popolare ci darà il tempo. Forse Barca potrebbe tentare una vasta ricognizione nelle periferie del Pd per verificare se, almeno qui, il partito è ancora vivo e se può essere utilizzato, almeno in parte. Perché il suo gruppo dirigente, in quanto dirigente, è morto da un pezzo.

(30 aprile 2013)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/sul-partito-delle-idee-di-barca/
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« Risposta #5 il: Giugno 20, 2013, 11:49:26 »


Pd: ma dove sono finiti gli operai?

Pubblicato: 19/06/2013 13:38

Fabrizio BARCA

Ma dove sono gli operai? Fatico a incontrarli nei circoli Pd durante il mio viaggio in Italia. Nei grandi centri la concentrazione degli inviti nelle zone di ceto medio e alto spiega la cosa. Ma non così altrove, a La Spezia e a Napoli, in Veneto e nel modenese, a Marghera.

Ne ho incontrati in discussioni organizzate dal sindacato o dal "campo largo della sinistra", ma non nei circoli del Pd. E nei loro interventi, secchi, legati alla durissima crisi che l'industria conosce in questi terribili mesi, hanno sfatato l'idea "intellettualoide" secondo cui un testo lungo e acerbo come quello che ho scritto non sarebbe roba per loro. Tutto il contrario!

"Se il Partito democratico non tornerà ad occuparsi dei nostri problemi, chiudo i battenti e me ne vado" minaccia il segretario del Pd di Porto Marghera Antonio Cossidente - lucano in terra veneta - che ci spiega che il partito è venuto meno al rapporto fiduciario con gli "elettori operai" e sulle questioni del lavoro "è stato ondivago e, alla fine, non ha tutelato nessuno".

Nel Partito democratico di Marghera l'assenza degli operai è particolarmente eclatante. Ma la fotografia è simile un po' ovunque. E non dovrebbe sorprendermi viste le stime di come hanno votato.
Se ancora negli anni Settanta il naturale interlocutore degli operai era il Pci e forte assai era l'attenzione alla Dc, oggi tra astensionismo e Movimento 5 Stelle, il punto di riferimento di certo non è il Pd: "Almeno Berlusconi ci toglie l'Imu" è il motto di molti, come ci raccontano i pochi che incontriamo.

La "verità vera" è che al Pd manca un progetto chiaro sul lavoro. Manca due volte. È assente l'adesione forte alla priorità del manifatturiero, né più né meno di come l'ha messa giù il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che giustamente chiede "quota 20%": perché lo domanda un paese che non ha materie prime, perché da lì viene l'impulso alla produttività, perché la nostra meccanica come il nostro agro-industria possono essere ancora fonte importante di occupazione e tratto identitario dell'Italia.

E manca l'idea che dal lavoro dipendente dell'industria può venire, come è venuta in passato, una sferzata alla classe dirigente del paese, l'impulso a rovesciare la gerarchia sociale tumefatta che lo blocca.

Ma per realizzare l'una e l'altra cosa il punto di vista di chi lavora in fabbrica deve tornare a farsi sentire nelle unità territoriali come nelle stanze dei gruppi dirigenti del Pd. Confrontandosi in modo informato e vivace con le espressioni del mondo imprenditoriale, piccolo e grande.

Solo così il pensiero dei ceti medi urbani che domina in tutte le stanze dove si assumono decisioni può essere messo alla prova, scremandone la vocazione di rentièr ed esaltandone la capacità innovativa.

Solo così può essere costruito il dialogo giusto con chi il lavoro lo ha perso o non riesce a trovarlo, a cominciare dalle donne e dai giovani segnati da tassi di occupazione tanto bassi da configurare una vera e propria emergenza sociale, o con il lavoro precario frutto di una grave deriva normativa.

Il lavoro tutto ha perso dignità nella dialettica politica. Lo stesso vale, infatti, nelle aree interne del paese, per il lavoro agricolo. Il Partito democratico negli ultimi due anni ha organizzato due conferenze nazionali sul lavoro, che hanno prodotto contenuti di qualità: nei circoli nessuno ne ha mai fatto riferimento, mi chiedo come mai.

Nel documento "Un partito nuovo per il buon Governo" scrivo che, nella generale crisi dei partiti di massa, "si è prodotta una peculiare esclusione del lavoro, in particolare di quello operaio - e quindi della "manifattura" - dalla centralità della rappresentanza politica, anche nei partiti di sinistra.

Questa rappresentanza è divenuta appannaggio prevalente dei nuovi ceti medi urbani, pur faticando i partiti a raccoglierne la spinta creativa e piuttosto accomodandone gli interessi particolari". Forse è il caso che nel processo di revisione di strategia che il Pd deve intraprendere un posto di rilievo lo abbia la ripresa di attenzione al lavoro.

http://www.huffingtonpost.it/fabrizio-barca/pd-ma-dove-sono-finiti-gli-operai_b_3464456.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #6 il: Luglio 09, 2013, 05:00:31 »

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“Alla ricerca di un Partito nuovo”

Il Viaggio in Italia di Fabrizio Barca

Intervista all'ex ministro

Silvia Allegri
Lunedì 8 Luglio 2013, 18:09



Viaggio in Italia: così sul suo sito (www.fabriziobarca.it) è intitolato il tour che Fabrizio Barca sta conducendo attraverso le città italiane e i circoli del Pd. Un titolo ricco di suggestioni letterarie, ma a differenza di Goethe o di Stendhal, Barca nel suo viaggio di romantico coglie ben poco. L’obiettivo, ufficialmente, è quello di presentare il suo documento “Memoria politica dopo 16 mesi di Governo Monti”. Ma parlando con l’ex ministro, oltre alla sua disarmante lucidità nell’analizzare il corto circuito che ha interessato di questi tempi il Partito Democratico, si percepisce un intento ben più profondo: quello di cercare un confronto vero, sincero e appassionato con gli elettori, con quelli che nutrono ancora qualche speranza di vedere il Paese e il Partito risalire dal baratro in cui sono precipitati, e con quanti vanno ai suoi appuntamenti mossi soltanto da curiosità. Barca si presenta in maniera diretta e gioca subito una delle sue carte migliori: la capacità di ascoltare la gente. Lo fa con semplicità, con uno sorriso sincero e accattivante, con adesione e pazienza, facendo emergere una cifra etica e un senso di rispetto per l’altro che ci eravamo ormai dimenticati, di fronte agli scivoloni e alle cadute di stile dei tanti politici che affollano quotidianamente gli schermi televisivi.

La radicalità delle idee e delle posizioni di Barca non infastidisce il pubblico, può infastidire semmai qualche collega di partito. Perché Barca parla chiaro. Con sintesi e ironia, parla dei problemi che affliggono il Pd senza offrire facili speranze, ma sbattendo in faccia a chi lo ascolta la verità nuda. E al tempo stesso, rifiuta quel sistema di comunicazione oggi tanto in voga fatto solo di sms e tweet, scegliendo invece di redigere un documento di diverse decine di pagine, che definisce un “esercizio di scrittura”, con cui spiegare cosa intende per “convincimenti comuni a un partito di sinistra”. Usa termini come “catoblepismo” (da catoblepa, animale leggendario che fulmina con lo sguardo e ha una testa pesantissima che lo costringe a guardare sempre a terra, ndr) per indicare il fenomeno con cui i partiti gestiscono uno Stato che dovrebbe a sua volta far esistere i partiti: termini che gli hanno fatto meritare l’appellativo di snob, lontano dal linguaggio delle masse, forse troppo abituate a formule e slogan di facile e immediato consumo.

Fabrizio Barca: ministro del Governo meno amato dalla maggioranza dei militanti Pd, e ora che ci si avvicina al Congresso e si moltiplicano i candidati alla Segreteria, uno dei nomi più accreditati. Lei però non si è ancora fatto avanti. Cosa aspetta o cosa si aspetta?

Niente. Non ho nessuna intenzione di candidarmi. Sono e mi definisco volentieri un elemento destabilizzante. La mia funzione? Far discutere un partito che di questo non discuteva. La mia è una tesi non condivisa: la causa del non governare non è un deficit d’autorità, ma di conoscenza. E la strada è ancora lunga.

Renzi: per tanti una grande risorsa; per altri, un pericolo per gli assetti di potere costituiti all’interno del Pd.

Una cosa è certa: assistiamo a una ritrosia impressionante al cambiamento. Si percepisce la resistenza dei gruppi dirigenti del Pd. Che guardando indietro, dovrebbero a volte dire chiaramente: abbiamo sbagliato!

Dal congresso, insiste a ripetere, dovrà uscire una piattaforma e un profilo più nitidi del partito. Alcuni, invece, vorrebbero già definita una piattaforma per il prossimo governo: un errore di prospettiva?

E’ prematuro pensare che da un partito che ha una non chiarezza identitaria e una non chiarezza su cosa serve per governare emerga già una piattaforma per un governo. Piuttosto, deve emergere uno spazio per la ricostruzione del partito.

Il Congresso potrebbe sancire la fine del governo Letta. Crede eventualmente possibile quell’alleanza con Grillo che agli elettori di sinistra nei mesi scorsi non sarebbe spiaciuta?

Il compito del partito nei confronti di Letta è dire con forza cosa il partito chiede a Letta. Visto che è un governo di compromesso. Un governo imbarazzante perché il Pdl è imbarazzante. E’ difficile spiegare ai cittadini del mondo che ci guardano dall’esterno e per molti aspetti ci stimano come sia possibile che il Pdl governi ancora. E’ un paradosso troppo grande. E attualmente manca un Pd che dica a Letta cosa deve fare con la stessa forza con cui invece lo sa dire Berlusconi. Il grande successo del Movimento 5 Stelle è il segnale che la massa vuole cambiare. Se questa forza venisse canalizzata nel Pd le cose potrebbero cambiare davvero. Ma non è facile. C’è un’isteresi. Una coazione a ripetere.

Il Pd fatica molto ad affermarsi nella cosiddetta Padania. Negli anni scorsi qualcuno aveva pensato ad un Pd del nord più autonomo e territoriale.

Sia sul piano statuale, sia sul piano del partito sono stati commessi a questo riguardo molti passi frettolosi.

Sta battendo palmo a palmo l’Italia dei circoli e delle Sezioni: che impressioni ne ha tratto sulla vitalità di questo partito che ha definito più volte “una enorme risorsa inutilizzata”?

Il Partito Democratico è l’unico partito ad avere carattere di democrazia. Dispone di incredibili risorse umane, e soprattutto di radici identificative molto forti: cristiano-sociale, socialista e liberale. Ora è un partito che divide queste anime, perché eletto da funzionari.

Nel suo tour ha detto di aver incontrato nei circoli anche “giovani cadaveri ed elementi di quarta cooptazione”, mettendo sotto accusa i meccanismi di selezione. Quale sinistra esprimono e da dove vengono?

Ho visto questi giovani cadaveri, ma ho visto anche giovani che spingono per il cambiamento. Questa situazione è il frutto degli errori organizzativi degli ultimi anni. Non sono state selezionate persone attraverso un vero confronto, ma soltanto per scelte esterne.

Lei immagina una rete di “comunità territoriali” attive e propositive, parla di “strutture cognitive” e di “fonti del sapere” al servizio del partito, auspicando una democrazia deliberativa che parta dal basso per convergere dialetticamente al centro. Si prepara a combattere contro i mulini a vento?

Solo l’utilizzo della rete in maniera intelligente (ossia per raccontare le proprie azioni, di certo non per votare!) può gettare le basi per avere un partito in rete. Deve nascere una piattaforma di luoghi collegati tra loro, cha faccia parlare la società attraverso il partito. Non sarà certo facile far passare questo messaggio.

Cosa dovrebbe indurre una classe dirigente di partito arroccata nel potere a portare un vero cambiamento?

L’attuale classe dirigente ha paura del tracollo. Sente l’assedio interno ed esterno. E ha paura perché c’è incertezza.

I rapporti con SEL?

Sel  è una risorsa e un pezzo dell’esterno molto importante. E’ un pezzo dell’assedio culturale al Pd e credo si stia muovendo bene in questo momento.

Suo padre Luciano è stato un dirigente prestigioso del vecchio PCI. Che cosa è passato al figlio di quella esperienza e di quella cultura e cosa se ne può ancora salvare?

Difficile sintetizzare quanto è passato. Molto difficile. Direi una radicalità e una autonomia delle posizioni. Sui principi non vale la pena fare nessun compromesso.

 


Dopo averlo ascoltato, si fa fatica ad accettare che un leader come questo non abbia intenzione di candidarsi al Congresso. Certo è che il suo obiettivo lo raggiunge ogni volta che parla direttamente con gli elettori: fa sperare in una rinascita del Partito Democratico, ma soprattutto sa trasmettere autentica passione e lealtà. E chissà che non cambi idea, nei prossimi mesi…


- See more at: http://www.lindro.it/societa/societa-news/societa-news-italia/2013-07-08/91026-il-viaggio-in-italia-di-fabrizio-barca#sthash.1sALsUwa.dpuf


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« Risposta #7 il: Settembre 09, 2013, 08:59:12 »


Il Pd ha davvero bisogno di leader carismatici?

Pubblicato: 08/09/2013 06:00


In questo ultimo quarto di secolo aperto dalla caduta del muro di Berlino e segnato da Tangentopoli, quante volte abbiamo sentito parlare di cambiamento, rinnovamento, nuova visione, ricambio delle classi dirigenti? Quante volte abbiamo sentito dire che ci voleva un leader unico con forti poteri ("il sindaco d'Italia" lo chiamava Mario Segni) circondato da tecnici capaci di soluzioni straordinarie e risolutive? E assieme una rappresentanza diretta della società civile che dialogasse direttamente con quel leader, superando particolarismi, correnti e oligarchie?

In nome di questa narrativa abbiamo avuto due riforme elettorali mirate a dare più potere e stabilità al governo. Abbiamo avuto ben tre "partiti" della società civile affidati a un "proprietario", a un mattatore e a un tecnico. I partiti di centrosinistra che popolano oggi il Partito democratico hanno avuto 14 leader. Di governi ne abbiamo visti 14 (10 premier) a esito di grandi campagne elettorali ed entusiasmi delle folle.

I risultati di questo quarto di secolo sulla nostra qualità della vita, nonostante l'energia e l'impegno di tanti grumi della società, sono pari a zero. Produttività ferma, uscita di Lombardia e Emilia Romagna dal pacchetto di testa delle regioni d'Europa per competitivitá, Sud bloccato, esclusione sociale e ineguaglianza in aumento, depressione culturale. E' mai possibile predicare oggi le stesse cose che hanno dato questi esiti?

Non sorge il dubbio che stiamo sbagliando e che bisogna cambiare rotta? Che, certo, ci vogliono leader carismatici, ma dietro devono avere una squadra e una strategia frutto di fatica e dibattito? Che ciò che manca per governare l'Italia non è il potere ma la partecipazione e il presidio moderno dell'attuazione? Che la squadra, la strategia e la partecipazione hanno bisogno di un partito-palestra, innovativo, strumento della società? È questo il senso del documento che ho scritto e dei 6 impegni di rinnovamento del Pd che ho proposto.

Molti, come me, legano il loro voto al Congresso a posizioni chiare dei candidati a segretario su questi e altri contenuti. É da queste posizioni che può venire quel confronto acceso sul merito che é condizione di vero cambiamento.

da - http://www.huffingtonpost.it/fabrizio-barca/il-pd-come-partito-palestra-per-mettere-in-moto-un-vero-cambiamento_b_3886960.html?utm_hp_ref=italy&ref=HREC1-4
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« Risposta #8 il: Ottobre 20, 2013, 11:28:21 »

Le mie domande a Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella

Pubblicato: 19/10/2013 13:30

Se mai ve ne fosse stato bisogno, la costruzione della Legge di Stabilità e le reazioni che ne sono seguite, dentro (prima ancora che fuori) la compagine di governo, ci ricordano che il rinnovamento vero e radicale del paese richiede un rinnovamento vero e radicale dei partiti. Che tornino a coagulare lo straordinario bagaglio di saperi dispersi nelle filiere territoriali produttive e sociali del nostro paese e a tradurli in una visione e nei modi per attuarla.

Perché ciò avvenga i partiti devono recuperare identità di valori, darsi un metodo moderno di confronto - acceso, regolato, aperto all'apporto dell'associazionismo esterno caparbiamente indipendente, verificabile sulla Rete - e un'organizzazione efficace . Sono le idee che ho discusso in questi mesi con circa 14mila cittadini che, iscritti o non iscritti al Pd, considerano questo partito ancora la ciambella di salvataggio del Paese.

Ma ora a questi cittadini e a moltissimi altri non interessa sapere cosa ne pensi io. Interessa sapere cosa ne pensi e cosa intenda fare chi si è candidato a guidare il Pd. Lo leggeremo e con la dovuta franchezza lo discuteremo sulla base delle mozioni che stanno uscendo. Ma già ora, dietro il paravento riprodotto dai media, trapelano alcune intenzioni.

Prendiamo ad esempio quelle di Matteo Renzi, emerse grazie all'incalzare di Sergio Staino e soprattutto al clima franco e allegro - sì, allegro - di una serata fiorentina.

Ecco un estratto:

    "In questi anni - ha affermato Renzi in quell'occasione - il partito si è strutturato intorno ai dipartimenti romani. Invece da cosa è fatto il Pd? Da 3 gambe: 1) I circoli, che vanno aperti: il problema non è tenere persone chiuse in una stanza a parlare tra loro. L'importante è portare i circoli là dove c'è la vita vera: nelle piazze, nei luoghi senza rappresentanza. 2) Ci vuole un Pd che con i suoi parlamentari giochi all'attacco e non stia in difesa. 3) Chi fa il sindaco, l'assessore, non abbia paura di considerare il partito come un luogo diverso da sé."

E ancora:

    "Vorrei che il Pd da gennaio facesse una campagna a tappeto, comune per comune, con gli strumenti nuovi di partecipazione che tengano insieme il social network e il colloquio interpersonale; che diano senso ai circoli e agli iscritti e che contemporaneamente valorizzino le nuove forme di comunicazione. Partiamo dal basso questa volta - ha aggiunto Renzi - per decidere la riforma della scuola anziché dire le nostre idee e imporle agli insegnanti sentiamo e facciamoli partecipare davvero. La tua mobilitazione cognitiva seria sugli insegnanti e su quello che loro chiedono".

Come realizzare tutto ciò, chiedo a Matteo Renzi e agli altri candidati? Visto fra l'altro che la "freschezza che viene dal girare in mezzo alla gente" - per citare di nuovo Matteo Renzi del Corriere del 18 ottobre - un Segretario può ottenerla soltanto se decide di schiodarsi sia da Roma sia da Firenze, viaggiando dal lunedì al sabato in tutti i territori del paese.

Siete d'accordo che per rinnovare il Pd servono almeno 4 delle mie 6 proposte - sulle quali peraltro solo Pippo Civati si è esplicitamente espresso - e un finanziamento pubblico come quello che disegna Piero Ignazi? O cosa altro proponete, di operativo? Di verificabile una volta eletti? E ancora: quando vi confronterete assieme, all'italiana, non all'americana, sulla "libera associazione" che intendete organizzare? Terrete assieme 5 o 6 incontri, o forse 7, sui temi che ci angustiano, L'Europa, per cominciare?

Intanto e comunque buon lavoro.

Da - http://www.huffingtonpost.it/fabrizio-barca/le-mie-domande-a-renzi-cu_b_4127535.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #9 il: Novembre 19, 2013, 05:44:00 »

Questo libro di Fabrizio Barca, edito per Feltrinelli nel 2013, è costruito in effetti intorno ad un’unica idea: tutti i nostri problemi non derivano da mancanza di potere, ma di conoscenza.

È questo il problema dello Stato e dei Partiti. Questa è la ragione per la quale non è efficace l’azione di governo e appare così grande l’impotenza.

Siamo in una profonda crisi socioeconomica da oltre venti anni; dal 1992 siamo soggetti a un profondo senso di incertezza e di “spavento”; abbiamo promosso frenetiche e continue riforme della Pubblica Amministrazione e del mercato del lavoro, senza realmente incidere; si registrano ininterrotti comportamenti abusivi del ruolo pubblico, di una gravità, diffusione ed arroganza secondo Barca non comparabili con le vicende di altri paesi (B, p. 49).
Il bandolo di questa matassa va ricercata nei partiti e, più profondamente, nel modo in cui viene costruita ed utilizzata la conoscenza necessaria ad agire. La conoscenza che non è concentrata nelle mani di pochi, ma è “dispersa fra una moltitudine di soggetti, privati e pubblici, ognuno dei quali possiede frammenti di ciò che è necessario sapere” (B., p.66), ancora meglio (Barca dice “più”), “la conoscenza necessaria spesso neppure esiste quando sorge un problema o un’opportunità; essa scaturisce piuttosto come <innovazione> dal confronto e dal conflitto fra molteplici soggetti che possiedono conoscenze parziali”.
Dunque, tutte le soluzioni che spingono per concentrare il potere decisionale in mano a pochi sono in tensione con il principio ci competenza (oltre che con quello di rappresentanza). È semplicemente un errore.
Per questa ragione il bandolo va ricercato nei partiti; che siano in grado di costruire processi per coinvolgere i molteplici detentori di conoscenza ed esperienza, a confrontarla e crearne di nuova; consentendo innovazione e avanzamento. L’idea è di “muovere da quadri regolativi inziali volutamente provvisori e prevedere la loro progressiva revisione attraverso un processo di analisi continua degli esiti nei rispettivi contesti, fondata sulla partecipazione attiva dei cittadini, verificabilità, monitoraggio e valutazione in itinere, presidio dei risultati e forte utilizzo della rete per dare semplicità, apertura e tempestività a queste funzioni” (B., p. 69).
Si tratta di articolare l’azione in tre stadi: decisione, presidio dell’attuazione, apprendimento per migliorare le nuove decisioni. La prima deve avvenire dopo aver “estratto ed aggregato” conoscenza (dagli esperti, dai produttori e dai beneficiari), notoriamente imperfetta ed in deficit (cognitivo), cioè incompleta. Il presidio dell’attuazione cerca di compare questo deficit, servono allo scopo spazi di confronto pubblico in grado di garantire (tramite opportune procedure) l’informazione, l’imparzialità, l’espressione del dissenso, l’apertura e la ragionevolezza del dibattito. Ciò significa usare la rete, far emergere le innovazioni e decidere cosa farne, utilizzare gli errori e gli ostacoli per apprendere. Di qui può partire un nuovo round di decisioni.
Bisogna fare chiaramente tanta strada per rendere possibile questo metodo (peraltro praticato abbastanza comunemente in altre realtà), aggiornando una macchina pubblica arcaica, affinando le procedure, informatizzando, adeguando il personale e formandolo; identificando chiaramente le responsabilità; cambiando molte leggi.
Una delle cose che serve è un “partito palestra”; capace di raccogliere intorno a sé un “aperto e governato conflitto sociale”. Un partito che sia saldamente radicato che tragga la propria legittimazione dalla partecipazione e dal volontariato, come anche una parte preponderante del proprio finanziamento non dallo Stato né dalle donazioni delle imprese, ma da iscritti e simpatizzanti. Un partito che ritorni ad essere “sfidante dello Stato”, e non solo strumento della selezione dei membri delle élite. La sfida deve restare attiva tramite l’elaborazione e rivendicazione delle soluzioni per l’azione pubblica. Questo è quel che Barca chiama <<mobilitazione cognitiva>>.
Ciò che non serve è il “partito scuola di vita”, il vecchio partito-massa nel quale si ascoltano i bisogni e si insegna una “linea” già definita (un partito che muove da un’avanguardia verso una massa da istruire ed unire), non serve neppure il “partito che occupa lo Stato”. E nel quale “si vende e si compra di tutto: prebende, ruoli, pensioni, appalti, concessioni, ma anche regole, visioni, idee”. E non serve il “partito liquido” della crisi della politica, una sorta di vetrina nella quale mettere in mostra “offerte politiche”. (B. , p.46).
Occorre avere, a questo fine, una propria identità per la quale Barca indica quattro dimensioni (“pilastri”): eguaglianza, pace, cultura ed avanzamento sociale; lavoro e concorrenza; libertà delle persone; partecipazione come fine in sé e fonte di conoscenza.
 
 
Un simile partito non promana dall’alto verso il basso, non da un governo innovativo che modifichi dall’alto la macchina dello stato per tre ragioni: 1- perché non si deve come sia possibile determinare tale forte guida senza un partito “alle spalle” dotato di una adeguata visione del futuro e della capacità di mobilitare intorno ad esso le conoscenze necessarie; 2- perché non riuscirebbe a vincere le resistenze, senza forte appoggio e mobilitazione dal basso.
Se non può la volizione politica di un gruppo direttivo, surrogare alla necessaria mobilitazione sociale, neppure la “rete web” può sostituire i partiti. Perché non può assicurare la disamina approfondita dei problemi, il confronto anche acceso ma ragionevole.
Allora, se bisogna raccogliere, confrontare, selezionare e aggregare (talvolta producendo) conoscenza sul da farsi dell’azione di governo, e se si tratta di fare questo anche attraverso un confronto pubblico, informato, acceso, aperto e ragionevole nei luoghi presenti sul territorio, quindi fra gli iscritti ed i simpatizzanti, i membri delle associazioni, è necessario disporre di nuovi “quadri”. Assolutamente distinti dagli eletti e dai governanti o dagli amministratori, scelti essenzialmente per la loro capacità di essere facilitatori di questi processi. (B, p. 89)
Dunque un simile partito deve aprirsi all’esterno, agli “altri” anche allo scopo di tenere vivo il processo di apprendimento. E si deve separare dallo Stato, sia in termini finanziari sia di relazione tra i funzionari del partito e le persone elette o nominate. Queste ultime devono essere scelte con criteri di merito.
Il partito sommatoria di interessi va dunque smontato, al fine di innovare realmente la macchina dello Stato arcaica e autoreferenziale, controllata di fatto da una élite estrattiva ed i partiti Stato centrici, che ne costituiscono i fratelli siamesi.
 
Nel testo è presente anche un interessante articolo di Salvatore Biasco, dal titolo “Limiti e necessità dello sperimentalismo democratico”, nel quale la proposta centrale di Barca è messa alla prova e interrogata a partire dall’esperienza dell’autore. Intanto pare a Biasco che l’accentuazione del momento cognitivo, nel Partito disegnato da Barca, sottovaluti il momento identitario, la visione propria, che un partito deve necessariamente avere per giocare un ruolo. Per soggettivarsi.
Inoltre, e più nel merito, sottolinea come la trattazione di Barca sia sottodeterminata rispetto alle importanti differenze che si danno nelle diverse arene decisionali ed in riferimento alle diverse policy. Non è la stessa cosa decidere su un’area urbana dismessa o restare in Afganistan, o privatizzare le Poste Italiane. O le decisioni “per pacchetti”, nei quali complessi bilanciamenti tra le diverse dimensioni sono da effettuare. Sollevando questa questione Biasco propone di considerare che molte decisioni non si prestano ad essere ridotte ad un quesito referendario; anche in tal caso il coinvolgimento della maggior misura possibile è opportuno, ma occorrerà che poi ci sia qualcuno che trae le conclusioni e le giustifica.
In effetti il modello proposto da Barca sembra poter essere letto anche in questo senso, con la sua decisionalità “incompleta” (ma tuttavia decisione), soggetta a successiva valutazione e monitoraggio al fine di eventuale integrazione o modifica.
Inoltre Biasco ricorda che su alcun temi, in particolare fiscali o regolatori, l’interlocutore non è il cittadino ma le organizzazioni specializzate (o sociali). Queste relazioni, per essere produttive, richiedono la costruzione di relazioni “di affidamento e stima”. E in questo terreno il partito è particolarmente indietro. E il personale politico competente insufficiente ed inadeguato. In particolare mancano i “mediatori culturali” tra  i mondi professionali ed accademici nei quali è presente il sapere tecnico necessario; individui capaci di tradurla, cioè, in visione politica e proposta concreta. Per questo servirebbe un personale di grande capacità, cultura, radicamento, stima, che fa gravemente difetto.
Ma, inoltre, queste persone se fosse possibile attivarle, sarebbero da valorizzare e rendere utili. La mobilitazione intellettuale deve, insomma, servire (mentre oggi le routine politiche restano ad uso esclusivo del professionismo politico).
 
 
Il testo di Barca, insomma, come tutte le proposte di natura essenzialmente procedurale è soggetto ad essere letto (e Biasco, ad esempio, tende in tal senso, ma sembra anche le Mozioni di Cuperlo e Civati) come infrastruttura utile a molti scopi. Anche se il testo fa lo sforzo, in alcune dense ma vaghe pagine, di individuare valori fondanti il cuore dell’argomento è che non c’è un contenuto a priori od una conoscenza autentica prima e senza interazione sociale. “Le idee giuste scaturiscono da una corretta pratica sociale”, dice Barca, nell’ultima parte del libro.
Si tratta di quel che Habermas chiamerebbe un pensiero “Post-metafisico” che a sua volta soffre di problemi di fondazione. Nei suoi termini questi problemi di fondazione (cosa rende corretto un costrutto senza fondazione autonoma? Solo la corretta interazione? Cosa rende “corretta” tale processo?) vengono sollevati da Biasco che coglie sicuramente un punto. Se sono i partecipanti a legittimare le scelte non si fa altro che spostare l’onere sulle modalità di espressione e selezione di essi (sono tutti gli interessati? O solo i più attivi, perché più connessi? Come viene ordinato il discorso, come regolato l’accesso, come selezionati gli enunciati validi?). Sono problemi con i quali l’approccio deliberativo alla democrazia si confrontano da decenni, e che hanno costretto anche uno dei più autorevoli e storico sostenitore di esso, Jurgen Habermas, a rifugiarsi al fine nella sua “svolta istituzionalista”, rappresentata da Fattie Norme.
 
Certo, si tratta di una provocazione salutare e di grande utilità, che lo scrivente condivide in buona sostanza, ma che richiederebbe maggiore specificazione e dettaglio (anche tecnico).

Postato 3 weeks ago da Alessandro Visalli
Etichette: Fabrizio Barca

Da - http://tempofertile.blogspot.it/2013/10/fabrizio-barca-la-traversata.html
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« Risposta #10 il: Dicembre 03, 2013, 04:28:34 »

Ricominciando
pubblicato in: Il blog   il 29 novembre 2013 da Fabrizio Barca

Si chiude un blog, se ne apre un altro. Si chiude una fase, il Viaggio, se ne apre un’altra, Luoghi idea(li). Dopo mesi trascorsi a “imparare” un partito e verificare la tenuta di un metodo, è il momento di metterlo in pratica. E così, in un processo di mutuo apprendimento, proveremo ad applicare le idee sul partito nuovo in un numero limitato di luoghi e a tradurre le idee del territorio in prototipi per il partito. Ovviamente, ogni volta, attorno a una visione robusta che tocca la vita di quel territorio.

Il progetto per i prossimi dodici mesi, il progetto al quale intendo dedicare il tempo libero dalla mia attività di pubblico amministratore, nasce proprio dai risultati del Viaggio. Dalla conferma che il rinnovamento del modo di governare e di fare politica potrà venire prima di tutto dai luoghi e dal lavoro attorno a obiettivi concreti, che muovono teste e pance. È qui che, attorno a molti circoli e alcune federazioni provinciali, ho trovato le idee, l’impegno, la determinazione di cambiare subito, senza attendere Roma. Lavorando nel campo largo della sinistra.

Lavorare nei luoghi dove più promettente appare la sperimentazione o la volontà del cambiamento: per spronare, affiancare, mettere in Rete queste esperienze. È questo il micro-progetto. Lo “sviluppo rivolto ai luoghi” è il mestiere in cui mi sono specializzato in questi anni di lavoro istituzionale. Ed è anche il metodo con cui posso contribuire a quel Pd “di sinistra, aperto e palestra di idee e di persone” che ho in mente, assieme a molti altri. Incrociando senza equivoci l’impegno e la passione di chi è a sinistra ma non nel Pd.

Gli strumenti di lavoro li abbiamo messi a fuoco guardando alle esperienze che già esistono, in Italia e fuori: metodi nuovi per la decisione partecipata e per coniugare specialismi e visione generale (“idee”), formazione, uso della Rete, acquisizione di conoscenza dagli “altri”. Quegli strumenti vanno provati sul campo. Non ci sono “luoghi ideali”, ma ci sono luoghi che possono decollare sulle ali di nuove idee: ecco il senso di Luoghi idea(li).
Per realizzare questo micro-progetto, oltre alla convinzione di chi sul campo ci sta e all’impegno volontario, serve un supporto, come è stato per il Viaggio. Per finanziarlo ho scelto di lanciare, oggi, una raccolta fondi, un crowd-funding aperto e trasparente. E’ il metodo migliore per verificare – dal lato della domanda – se il progetto che propongo è ritenuto utile e per dargli indipendenza. Dettagli, obiettivi, modi di finanziamento li trovate direttamente nella pagina della piattaforma di crowd-funding. Vedremo fra 60 giorni se il progetto ha le gambe per camminare.

Intanto, il mio auspicio è che dal 9 dicembre nel partito si apra uno spazio di confronto e di discussione nazionale che dia visibilità e voce alla “pressione” dei luoghi. Il nuovo Segretario è chiamato a partire anche da lì. Anzi, soprattutto da lì. Dai buoni esempi di democrazia partecipata e dai futuristici casi di partito in Rete. Ispirandosi alla parte più vera della militanza di base, che resiste, nonostante tutto. Dimostrando che Roma sa essere meno lontana dalle “periferie”. Convincendosi – e convincendoci – che non è più il tempo di una dirigenza autoreferenziale e lontana dalla realtà.
Il possibile domani parte da ognuno di noi. Facciamocene una ragione.

Da - http://www.fabriziobarca.it/ricominciando/
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« Risposta #11 il: Dicembre 03, 2013, 04:31:32 »

Il mio progetto
Chi sono?

Sono Fabrizio Barca e scrivo qui nella mia veste di cittadino che fa politica, iscritto da alcuni mesi al Partito democratico, circolo territoriale Centro Storico di via dei Giubbonari in Roma.

Contesto

Ho appena concluso un Viaggio nei circoli del Pd con l’obiettivo di far conoscere e discutere le proposte di una memoria scritta al termine dell’esperienza di Ministro per la Coesione territoriale del Governo Monti. Le proposte riguardano due questioni: come cambiare (al centro e nei territori) il metodo di governo dello Stato per uscire dalla trappola che blocca lo sviluppo del paese; come cambiare organizzazione e funzionamento dei partiti – segnatamente del Partito democratico – per provocare e poi pressare questo cambiamento del metodo di governo. Due cambiamenti veri, radicali, che non sostituiscano nuovi clan a vecchi clan, ma rendano i partiti strumento della società e rinnovino macchina e comportamenti pubblici.

Il Viaggio ha toccato in sei mesi 110 luoghi del paese, dove ho incontrato 15.000 persone, in 2-3 ore di intenso confronto. E’ stato un percorso lungo oltre 30 mila chilometri, autofinanziato, al quale circoli e altre associazioni hanno contribuito facendosi carico delle spese di viaggio e soggiorno. I resoconti degli incontri sono pubblicati nel sito dedicato all’esperienza. Dal lavoro svolto prima dell’estate 2013 ho tratto nuove idee, critiche e spunti che hanno dato vita a un libro (La traversata, ed. Feltrinelli). Dove, accanto a una sintesi delle mie proposte, parlo dei valori di sinistra necessari per costruire una visione del domani, di un partito aperto all’esterno, di come realizzare una mobilitazione delle conoscenze che selezioni anche la classe dirigente di domani. Nei mesi successivi, assieme ai miei sei compagni di viaggio, ho ricavato dall’esperienza fatta le idee e la convinzione per preparare nuovi materiali sugli attrezzi di lavoro di un partito nuovo, che saranno presto pubblici.
Progetto

Il progetto – il micro-progetto – al quale intendo dedicare il tempo libero dalla mia attività di pubblico amministratore da febbraio all’autunno del 2014, nasce dai risultati del Viaggio. Dalla conferma che il rinnovamento del modo di governare e di fare politica potrà venire in primo luogo dai territori. E’ qui che, attorno a molti circoli del Pd e ad alcune federazioni provinciali, ho trovato le idee, l’impegno, la determinazione di cambiare subito, senza attendere Roma. E ho trovato dunque l’ascolto e il confronto con le proposte fatte. La stagione congressuale, pure caratterizzata in alcuni luoghi da deviazioni e anche degenerazioni, ha confermato in altri luoghi questa valutazione. Ecco allora il progetto Luoghi idea(li): spronare, affiancare, facilitare il dialogo fra queste esperienze per sperimentare nei fatti una nuova idea di partito.

Lo “sviluppo rivolto ai luoghi” è il mestiere in cui mi sono specializzato in questi anni nel lavoro istituzionale. E’ anche il metodo con cui posso dare un contributo a costruire il Pd aperto e palestra di idee e di persone che ho in testa, assieme a molti altri.

Obiettivi del progetto, rivolto ai circoli e alle articolazioni territoriali del Pd dove più promettente appare la volontà di cambiamento, sono:

    favorire la sperimentazione di forme di confronto e di deliberazione informate, accese e aperte sulle questioni sociali, economiche e culturali prioritarie per il territorio;
    promuovere in questi luoghi la formazione e la pratica dei valori di sinistra, della cultura politica e degli strumenti per comprendere e cambiare la società e l’utilizzo di metodi per verificare e mettere sotto pressione l’azione pubblica;
    ricercare e praticare forme di lavoro e dialogo che rendano il partito interessante per i giovani impegnati a “cambiare il mondo” in modo concreto e motivato;
    realizzare tutto questo con un utilizzo della Rete come strumento di verifica, di diffusione dei risultati, di relazione con esperienze simili e di apprendimento.

Per conseguire questi obiettivi sono necessarie tre condizioni:

    la forte volontà dei partecipanti al Pd di questi luoghi (iscritti e non) nel realizzare le sperimentazioni e il loro interesse ad avvalersi del volontario contributo mio e di altri;
    la disponibilità di altri contributi volontari per realizzare le necessarie attività formative e di accompagnamento;
    una micro-struttura che supporti l’attività volontaria mia e di altri.

Le prime due condizioni sono state manifestate in questi mesi con forza, da molti e in diversi luoghi. Per realizzare il progetto resta dunque da soddisfare la terza condizione: una micro-struttura operativa a supporto del progetto (con Fulvio, Lucio, Mattia, Michela, Piergiorgio e Silvia), fermo restando che, come per il Viaggio, la logistica delle “missioni” sul territorio continuerà a essere finanziata dai territori stessi. Ciò richiede mezzi finanziari adeguati stimati in 40 mila euro. È la somma che intendo raccogliere con il lancio di questo crowdfunding e che sotto dettaglio. È un metodo di finanziamento che costituisce in sé una verifica della validità del progetto e che, se verrà, renderà l’esercizio libero da ogni condizionamento.  Non potranno essere accettati finanziamenti superiori ai 500 euro.
I risultati (a partire da febbraio) dell’attività realizzata anche grazie ai fondi raccolti, coerentemente con il progetto che vado diffondendo, saranno resi pubblici sulla piattaforma di crowdfunding Shinynote e su questo blog.
Budget e avanzamento del crowdfunding
Ecco la specifica dei fondi necessari:

    Comunicazione e redazione testi: una persona, 12.400 euro;
    Rapporto con le strutture territoriali e organizzazione della domanda di affiancamento: una persona, 12.400 euro
    Organizzazione dell’offerta di affiancamento: due persone, 7.800 euro
    Costruzione e manutenzione di piattaforma on line: una persona, 1.000 euro
    Assistenza video: una persona, 1.000 euro
    Materiali, integrazioni della logistica e varie: 5.400 euro

Per un totale di 40.000 euro
Come sostenere il progetto

    Carta di credito, carta di credito ricaricabile, postepay, paypal. Effettuando una donazione sulla scheda progetto pubblicata su Shinynote, piattaforma di crowdfunding.
    Bonifico bancario. La donazione potrà anche essere effettuata con un bonifico bancario intestato a Fabrizio Barca, IBAN IT79 Y030 6905 0571 0000 0006 743, specificando nella causale “Donazione Luoghi ideali”: in questo caso la transazione verrà comunque  registrata e pubblicata sia su questo blog sia sulla piattaforma Shinynote.

Riconoscimenti per chi partecipa con una donazione

    3-10 euro: Ringraziamento dei sostenitori sul blog;
    Oltre 10 e fino a 15 euro: Ringraziamento dei sostenitori sul blog + motivazioni del contributo sul blog;
    Oltre 15 e fino a 30 euro: Ringraziamento dei sostenitori sul blog + motivazioni del contributo sul blog + foto sul blog;
    Oltre 30 e fino a 70 euro: Ringraziamento dei sostenitori sul blog + motivazioni del contributo sul blog + foto sul blog + copia autografata della memoria “Un partito nuovo per un buon governo”;
    Oltre 70 e fino a 200 euro: Ringraziamento dei sostenitori sul blog + motivazioni del contributo sul blog + foto sul blog + libro “La Traversata” autografato;
    Oltre 200 euro e fino a 500 (soglia max): Ringraziamento dei sostenitori sul blog + motivazioni del contributo sul blog + foto sul blog + cena con altri contributori cucinata da Fabrizio Barca (Roma) per due persone (al netto delle spese di trasporto Sorriso )

Una volta effettuata la donazione, chi sia interessato a ricevere le varie tipologie di riconoscimento è pregato di inviare una mail a crowdfunding@fabriziobarca.it segnalando i dati necessari per l’assegnazione delle stesse. La manifestazione di interesse è intendersi come autorizzazione alla pubblicazione dei dati segnalati. Questi, per le diverse classi di riconoscimento, andranno dal semplice nome e cognome, alla pubblicazione di una  fotografia personale, all’invio del recapito di spedizione. Allo stesso indirizzo mail ci si potrà rivolgere per ogni quesito.

Requisiti per l’invio delle fotografie
Si richiede l’invio di un file .jpg ritraente il solo donatore. L’immagine dovrà avere e forma quadrata (dimensioni massime 500x500px) o, nel caso di forma rettangolare, ritrarre il soggetto in posizione centrale.

Da - http://www.fabriziobarca.it/luoghi-ideali-crowdfunding/
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« Risposta #12 il: Dicembre 03, 2013, 04:36:41 »

Dopo il mio "Viaggio" nel Pd mi è venuta voglia di... ricominciare

Pubblicato: 02/12/2013 20:15

Bella occasione, domenica scorsa. Tornare a parlare di sinistra al Nuovo Sacher, luogo mitologico targato Nanni Moretti - lo confesso - mi ha fatto un certo effetto.

"What is left?" si chiedono Gustav Hofer e Luca Ragazzi in un documentario nel loro stile. "What is left?"ci siamo chiesti noi, in quel luogo, immersi nel clima a un tempo profondo e ironico che Gustav e Luca sanno creare (la battuta sulla società-civile come un condominio è imperdibile e anche - devo dirlo - l'ironia sulla mia memoria e Carla Bruni).

Chiamato a dire la mia, mi sono lasciato andare a ricordi d'altri tempi. "Era il 1972"... l'anno della mia maturità, l'anno in cui con altri giovani - Veltroni e Adornato tra loro - decidemmo di "darci alla politica". Ma fu un attimo. Tre mesi, o poco più. La politica mi travolse. Forse fu fortuna. Ripiegai sui libri.

Parole sovrapposte al presente. Succede. Ma in realtà ora la politica mi ha solo...travolto di sentimenti. Visto che, chiuso il Viaggio, mi è venuta voglia di... ricominciare.

    Si chiude un blog, se ne apre un altro. Si chiude una fase, il Viaggio, se ne apre un'altra, Luoghi idea(li). Dopo mesi trascorsi a "imparare" un partito e verificare la tenuta di un metodo, è il momento di metterlo in pratica. E così, in un processo di mutuo apprendimento, proveremo ad applicare le idee sul partito nuovo in un numero limitato di luoghi e a tradurre le idee del territorio in prototipi per il partito. Ovviamente, ogni volta, attorno a una visione robusta che tocca la vita di quel territorio.

    Il progetto per i prossimi dodici mesi, il progetto al quale intendo dedicare il tempo libero dalla mia attività di pubblico amministratore, nasce proprio dai risultati del Viaggio. Dalla conferma che il rinnovamento del modo di governare e di fare politica potrà venire prima di tutto dai luoghi e dal lavoro attorno a obiettivi concreti, che muovono teste e pance. È qui che, attorno a molti circoli e alcune federazioni provinciali, ho trovato le idee, l'impegno, la determinazione di cambiare subito, senza attendere Roma. Lavorando nel campo largo della sinistra.

    Lavorare nei luoghi dove più promettente appare la sperimentazione o la volontà del cambiamento: per spronare, affiancare, mettere in Rete queste esperienze. È questo il micro-progetto. Lo "sviluppo rivolto ai luoghi" è il mestiere in cui mi sono specializzato in questi anni di lavoro istituzionale. Ed è anche il metodo con cui posso contribuire a quel Pd "di sinistra, aperto e palestra di idee e di persone" che ho in mente, assieme a molti altri. Incrociando senza equivoci l'impegno e la passione di chi è a sinistra ma non nel Pd.

    Gli strumenti di lavoro li abbiamo messi a fuoco guardando alle esperienze che già esistono, in Italia e fuori: metodi nuovi per la decisione partecipata e per coniugare specialismi e visione generale ("idee"), formazione, uso della Rete, acquisizione di conoscenza dagli "altri". Quegli strumenti vanno provati sul campo. Non ci sono "luoghi ideali", ma ci sono luoghi che possono decollare sulle ali di nuove idee: ecco il senso di Luoghi idea(li).

    Per realizzare questo micro-progetto, oltre alla convinzione di chi sul campo ci sta e all'impegno volontario, serve un supporto, come è stato per il Viaggio. Per finanziarlo ho scelto di lanciare, oggi, una raccolta fondi, un crowd-funding aperto e trasparente. E' il metodo migliore per verificare - dal lato della domanda - se il progetto che propongo è ritenuto utile e per dargli indipendenza. Dettagli, obiettivi, modi di finanziamento li trovate direttamente nella pagina della piattaforma di crowd-funding. Vedremo fra 60 giorni se il progetto ha le gambe per camminare.

    Intanto, il mio auspicio è che dal 9 dicembre nel partito si apra uno spazio di confronto e di discussione nazionale che dia visibilità e voce alla "pressione" dei luoghi. Il nuovo Segretario è chiamato a partire anche da lì. Anzi, soprattutto da lì. Dai buoni esempi di democrazia partecipata e dai futuristici casi di partito in Rete. Ispirandosi alla parte più vera della militanza di base, che resiste, nonostante tutto. Dimostrando che Roma sa essere meno lontana dalle "periferie".

    Convincendosi - e convincendoci - che non è più il tempo di una dirigenza autoreferenziale e lontana dalla realtà. Il possibile domani parte da ognuno di noi. Facciamocene una ragione.

Da - http://www.huffingtonpost.it/fabrizio-barca/dopo-il-mio-viaggio-nel-pd-mi-e-venuta-voglia-di-ricominciare_b_4373130.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #13 il: Dicembre 11, 2013, 11:27:55 »

Prima il partito

pubblicato in: Il blog   il 9 dicembre 2013 da Fabrizio Barca


La vittoria di Matteo Renzi, prevista, è stata amplificata dai tre milioni di voti alle primarie, non previsti. È un segno importante per il Pd. Nonostante i guai che ha combinato, oltre il 6 % degli elettori italiani è convinto – al punto di andare a votare alle “primarie”– che questa associazione–partito sia uno strumento che la società può usare per cambiare il paese.

A una prima lettura, questo esito e la vittoria di Renzi appaiono chiare. Ha convinto la proposta secca di un forte rinnovamento generazionale. “E la fine di un gruppo dirigente” ha detto Renzi nella notte. E la scelta della segreteria né è un primo, positivo segno. A una seconda lettura, nel voto si distinguono due domande: una relativa al governo, una al partito. Da una parte sta la domanda di un governo di cambiamento, prima con una discontinuità nell’azione del governo in carica, poi con il ritorno alle urne. Dall’altro, sta la domanda di dare vita a una nuova associazione-partito, che costruisca valori, visione e proposte, facendo emergere una classe dirigente che possa poi andare al governo del paese.

Non sono due domande incompatibili, se il nuovo Segretario saprà lavorare su entrambe i fronti, ma concentrando impegno e passione sul fronte per cui ha avuto l’incarico, per il quale verrà subito giudicato e da cui dipende la successiva capacità di governare: il partito.

Si sa come la penso. Senza un nuovo partito che maturi una visione di sinistra dell’Italia – dove sinistra vuole dire sia uguaglianza e libertà sostanziale, sia concorrenza e merito, sia lavoro salariato riunificato – e che sviluppi e pratichi un metodo moderno di partecipazione e mobilitazione delle conoscenze e di verifica aperta dell’azione pubblica, non si governa l’Italia. Gli insuccessi degli ultimi 20 anni mostrano che non ci sono scorciatoie. Se viceversa il partito rimane un comitato elettorale e le sue risorse umane nei territori restano inutilizzate, il Pd diventa un problema anziché parte della soluzione. E mancherà all’appuntamento del governo.

Ovviamente l’idea che si debba investire nella qualità e reputazione dell’associazione Pd è estranea ai cattivi consiglieri che si affannano attorno al vincitore. Soprattutto è estranea al ragionare de la Repubblica, intenta a spingere subito Renzi verso il baratro della fretta e della iper-semplificazione: “governare il Pd non è difficile, è inutile”, Renzi “deve andare al più presto alla partita finale”, “basta lasciar fare la strana alleanza Grillo-Berlusconi per far cadere il governo”, commenta oggi dalle sue pagine. Se questi sono amici, guardatene!

In realtà, i primi passi di Renzi fanno pensare che sul partito stia ragionando, anzi che avesse già ragionato. Con la necessaria durezza e guardando sia ai valori, sia al metodo interno. “Stiamo cambiando giocatori non stiamo andando dall’altro lato del campo”, ha detto nella notte dell’8, e la rapidità del ricambio di segreteria mostra a cosa si riferiva. “Non può bastare essere iscritto al club degli amici per avere un ruolo, non sostituiremo un gruppo dirigente con un altro. Cambieremo il metodo. Anzi, ammesso che esista una corrente Renzi, da oggi è sciolta”, ha proseguito mentre l’accoglienza muta della platea, da lui sottolineata, dava veridicità all’affermazione.

Noi associati al Pd, che a Renzi abbiamo dato il 45% dei consensi, favoriremo questa direzione di marcia, questo investimento prioritario sul partito, se appoggeremo e favoriremo il ricambio dei giocatori, e se lavoreremo a costruire dal basso prototipi di un partito nuovo, a ridosso di questioni sociali ed economiche dei territori non dilazionabili. A questo obiettivo darò il mio contributo.

Da - http://www.fabriziobarca.it/prima-il-partito-vittoria-matteo-renzi/
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« Risposta #14 il: Dicembre 16, 2013, 06:36:13 »

Una giornata particolare

pubblicato in: Senza categoria   il 14 dicembre 2013 da Staff Fabriziobarca.it


Il colpo d’occhio sulla sala della Sirenella, costruita mattone per mattone dopo la guerra dai bolognesi  liberi, è di quelli che ricorderò, per dimensione e intensità della partecipazione. Nonostante sia il primo fine settimana dopo la conclusione di una campagna elettorale impegnativa; nonostante i militanti siano sfiancati dalle competizioni locali; nonostante molti iscritti non abbiano visto vincere il proprio candidato … si respira moltissima voglia di politica, qui a Bologna. Si interrogano sul rinnovamento. Ma sanno bene che è l’impegno a cambiare in modo radicale, che ha portato tre milioni di elettori a rinnovare la fiducia nel Pd. E vedono negli interventi dei “Pd d’Italia” che stanno cambiando un segno che li convince.
A bordo del treno che mi riporta a Roma, mi tornano alla mente le esperienze, l’entusiasmo, i volti . Il Pd di Donini, la rivoluzione “copernicana” di Cagliari, la mobilitazione di La Spezia; da Catanzaro a Milano, storie di un uso avanzato della Rete e di forme di partecipazione che assicurano tempestività.
Oggi è il primo giorno della nostra seconda fase (Scarica le Slide). Vedremo presto le reazioni ai nostri strumenti di lavoro. Ma tornando a Roma con l’allegro team di questi mesi, una cosa è certa: Luoghi Idea(li) convince. Convince l’idea di testare i valori di sinistra e i nuovi metodi sui temi più caldi che spaventano e bloccano i nostri territori. Sulla tensione fra sicurezza e lavoro, sulle crisi aziendali, sul tragitto scuola-lavoro, sulla manutenzione del territorio, anche sulla paralisi dell’integrazione europea. Ora tocca a noi.

L'autore
Staff Fabriziobarca.it   

Da - http://www.fabriziobarca.it/una-giornata-particolare/
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