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Autore Topic: MAURIZIO MOLINARI  (Letto 27031 volte)
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« il: Settembre 24, 2007, 11:10:08 »

Storie di carta

Maurizio Chierici


La Confederazione Internazionale Sindacale informa che nel 2006 in Colombia sono stati assassinati 76 sindacalisti. Ma la Colombia è lontana, e per di più allineata al liberismo duro: insomma, non fa notizia. Stiamo perdendo di vista cosa succede nei posti lontani. Ci tormentano altri pensieri e altre grida. Solo i ragazzi e qualche intellettuale resistono nel voler sapere, ma da chi?

Anche gli americani soffrono della stessa amnesia mentre il dollaro precipita, mutui casa allo sbando. Un’inchiesta pubblicata a Washington precisa l’oblio. Il nome dei governanti dei paesi latino-americani restano sconosciuti. Il più ricordato è naturalmente Fidel Castro anche se appena il 51% degli informati non ha saputo rispondere alla domanda se era vivo o morto; 49 americani su cento conoscono Chavez, presidente del Venezuela, con gli aggettivi che ne accompagnano le gesta sul piatto della cena davanti alla tv: «Dittatore, repressore, narcisista».

Calderon governa il Messico ed è noto al 21% del campione intervistato («per lo più messicani e latini»). Nel sonno del Mid West prevale il silenzio. Stranezza in un Paese dove gli affari sono importanti ed il Messico fa parte del Nafta, mercato comune che lo unisce a Stati Uniti e Canada. Come se gli italiani non avessero mai sentito parlare di Zapatero o Sarkozy. Anche l’Italia pensa ad altre cose. Dopo il disimpegno dei cinque anni berlusconiani e nessun ministro che attraversava il mare (con l’eccezione del senza portafoglio, emigrante Tremaglia), l’evoluzione politica resta confusa. Oltre agli affari, quasi niente. Pescando nei ricordi: nel 1984, mentre il Nicaragua poverissimo si dissanguava nella guerra scatenata dai contras finanziati con triangolazioni oscure (Oliver North e Irangate) dagli Stati Uniti di Reagan, a Managua arriva la notizia che il ministro degli esteri Andreotti lascia l’assemblea Onu di New York per un breve soggiorno in Costa Rica, accompagnato da Lamberto Dini in quel momento in bella luce nella Banca d’Italia. I giornalisti che raccontano l’agonia di un popolo stremato, volano da Managua in Costa Rica dove l’ambasciatore del Nicaragua a Roma è lì che aspetta con una lettera per il nostro ministro degli esteri. Spera nella mediazione italiana per frenare i massacri. L’ambasciatore distribuisce la lettera ai giornalisti dopo averla consegnata ad Andreotti. Ma la conferenza stampa è una delusione. Italo Moretti (Tg2), Franco Catucci (Tg1) e tutti gli altri, vogliono sapere dal ministro se la sua presenza autorizza questa speranza: «Potremmo parlarne, ma loro dovrebbero almeno farsi vivi e chiederlo». Ironia di un politico ironico. Forse aveva dimenticato la lettera in camera. Non se n’è fatto niente anche perché Andreotti e Dini si trovavano a Managua per un impegno più importante: inaugurare il supermercato Duemila aperto da Donatella Pasquali Zingone, vedova del magnate bergamasco rifugiato nel paradiso fiscale centro americano, inseguito da una bancarotta fraudolenta. Supermercato costruito anche con fondi italiani, regolarmente aggiudicati appena il Costarica, Svizzera tropicale, si è dichiarato paese sottosviluppato. Allora si diceva così. E alla Svizzera in miniatura Roma aveva attribuito quasi un terzo degli aiuti destinati al terzo mondo con salomonica divisione fra imprenditori di ispirazione democristiana e socialista.

Ora l’Italia è cambiata. Teleselezione, satelliti Tv, computer: si sa tutto di tutti. Il ministro D’Alema e il sottosegretario Donato Di Santo vanno e vengono dal continente latino: Cile, Brasile, Argentina, Venezuela, Messico. Amicizie con Lula, Lagos, la Bachelet. Non pacche sulla spalla o corna alle spalle mentre lampeggia la foto. Ne discutono i problemi derivandone analisi realistiche. Insomma, a loro non può succedere, eppure ad altri è successo. Niente supermarket e tv, ma gli approcci del turismo politico continuano. Scopro in ritardo il racconto del viaggio in Venezuela di Raffaele Bonanni, segretario nazionale della Cisl: una sorpresa. Perché Bonanni è sindacalista che viene dalla gavetta dura. Ha una visione concreta della realtà. Sa cosa vogliono dire emarginazione e fatica. Tessera Cgil che diventa Cisl nel 1972. Manovale in un cantiere della Val di Sangro, va nella Sicilia anni 80 difficile per chiunque, soprattutto per chi vuol smontare le infiltrazioni mafiose nelle opere pubbliche. Impegno che lo abitua alla tenacia e alla pignoleria. Un anno fa succede a Pezzotta con l’esperienza di chi ha affrontato le ingiustizie spalla a spalla con la gente. Non discuto il suo giudizio su Chavez: le conclusioni possono essere diverse, dipende anche dal controllo delle informazioni che le determinano. La meraviglia è dove Bonanni racconta di aver raccolto queste informazioni. Non nella Caracas delle baracche o nei cantieri dove la gente lavora con paghe regolate dopo 40 anni da leggi antisfruttamento. Non ha ascoltato intellettuali indipendenti, divisi tra l’opposizione e l’appoggio a Chavez. Stando al racconto de La Stampa, ha guardato il Venezuela da Chacao, uno dei municipi nelle mani dell’antichavismo radicale liberamente tutelato da una polizia diversa da quella di Stato. Lo abita una popolazione agiata. «Quando sono arrivato, i nostri amici sindacalisti mi hanno detto: “vai a dormire a Chacao, è più tranquillo”». Otto anni prima - racconta Bonanni - avevo visitato il Venezuela viaggiando anche nell’interno. Adesso ha raccolto segnali «che somigliano a quelli dell’Argentina prima del disastro peronista. Soprattutto la violenza: non si riesce più a distinguere fra quella dei delinquenti e quella, per così dire, istituzionale». Traduco: squadre della morte agli ordini di Chavez. Forse gli amici non lo hanno informato che otto anni fa, governo del presidente socialcristiano Caldera, ogni fine settimana Caracas contava 215 omicidi. Si sparava per rubare un paio di scarpe. Oggi sono 137, la tragedia continua, ma perché solo adesso spaventa?

Non so cosa ha imparato Bonanni nell’incontro «con cinque sindacati», ma è sicuro che il sindacato al quale ha prestato orecchio è quello dei «cugini» della Cisl, la Cvt di Manuel Cova. Il suo leader storico, Carlos Ortega, viene definito «in esilio da qualche anno» per aver sostenuto la «resistenza» a Chavez. Carlos Ortega, baffi e stazza da peso massimo, ha una storia ben più complicata. Per Ortega, sindacato voleva dire potere e petrolio. Negli anni delle democrazie disfatte dalla corruzione, il 20-23% del petrolio pompato dal 5° produttore del mondo, spariva senza passare dogana. Sul traffico vigilava un’ala della Ctv che è riuscita ad eleggere Ortega presidente, in quanto raccordo tra la petroliera venezuelana (Pdvsa) e i protagonisti del colpo di Stato 2002. Votazione fraudolenta, accusa Alfredo Ramos, altro leader Ctv. Metà delle schede sparite, se ne va. Quando Pedro Carmona, presidente degli industriali, annuncia la presa di potere spuntano Carlo Ortega e Manuel Cova. Hanno appoggiato il golpe ma sono delusi malgrado Chavez sia prigioniero: il nuovo presidente li ha esclusi dal governo. Ecco l’idea di abbattere il Chavez risorto «con uno sciopero gigantesco»: lo proclama Ortega a Miami nel dicembre 2002 quando lo sciopero è cominciato e il blocco del petrolio precipita per 62 giorni il Paese nel caos. Economia distrutta, ma Chavez sopravvive per la seconda volta e Ortega si rifugia nell’ambasciata del Costa Rica: asilo politico. Emigra a San Josè, si ferma fino al 2004 e poi rivuole il passaporto. Perché? «Per guidare in Venezuela l’insurrezione contro il regime di Chavez». Sparisce per un anno e la sua insurrezione si conclude in una sala bingo di Caracas dopo il fallimento della rivolta petrolifera: lo pescano con due ragazze. Come il Gelli P2 fuggito dal carcere svizzero, anche Ortega si è fatto crescere baffi diventati nerissimi. Arrestato, processato, condannato a 15 anni, scappa da una prigione superprotetta. Ancora non si sa come. Rispunta dieci giorni fa a Lima dove il presidente peruviano Alan Garcia gli ha concesso il secondo asilo. Con quali soldi Ortega viaggia, paga avvocati, affitta belle case, nutre la dolce vita con le ragazze? Il mistero continua. Ecco perché spiace che un sindacalista serio come Bonanni non abbia approfondito la sostanza morale degli amici di una Ctv ormai ridotta a niente.

Chi davvero si interessa dei lavoratori ha preso le distanze da Ortega. Di Chavez si può dire tutto ed è giusto scriverlo quando provato: vorrei che Bonanni spiegasse chi gli ha raccontato del pantheon dove il «dittatore» avrebbe infilato Marx, Mussolini e Gesù, uno di fianco all’altro. Nessuno lo ha mai visto. «Nel Paese circolano gruppi paramilitari. Nell’ultimo anno sono sparite cento persone e alcuni sindacalisti». Scriverà alla confederazione sindacale mondiale dissotterrando la storia nera nascosta dal regime. Con le prove affidategli dalla Ctv. Finalmente sapremo e Chavez dovrà rispondere. Ma se le storie fossero di carta, immagino che Bonanni forse si pentirà di aver osservato il «dramma Venezuela» seduto attorno a un campo da golf.

mchierici2@libero.it

Pubblicato il: 24.09.07
Modificato il: 24.09.07 alle ore 9.03   
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« Risposta #1 il: Ottobre 08, 2007, 10:31:41 »

Una storia cilena

Maurizio Chierici


Le voci politiche dei siparietti tv aprono labirinti dai quali è difficile uscire avendo chiaro in quale modo risolvere i problemi. Corporazioni economiche e politiche impegnate nella caccia agli elettori. Palazzo Chigi assediato. Tutto e subito. Subito tagliare le tasse, subito arrotondare gli stipendi, io sono con voi e il nostro governo deve capire. Nelle piazze i comici agitano un qualunquismo documentato, quindi sacrosanto, ma con quale sbocco? Le forme della democrazia non sono in pericolo anche se scricchiolano le abitudini di un sistema che avvilisce la maggioranza e rallegra l’opposizione. Resta il problema del dopo.

La storia raccoglie la vita in movimento. Sfogliandola possiamo intravedere cosa potrebbe succedere domani.

Per non entrare nella matassa delle polemiche mediatiche, cerco nel passato una situazione che in un certo modo ricordi le procedure della nostra. Nella quale è escluso il dramma, non le sofferenze: contorsioni che risuonano con le stesse parole. Quel Cile di cinquant’anni fa dove tutti volevano tutto ed è finita come sappiamo.

Nel 1970 la Unidad Popular di Salvador Allende conquista la maggioranza relativa: 36% dei voti. Diventa presidente ma deve scendere a patti col Parlamento controllato dai democristiani. Non sono solo i democristiani a rimettere in discussione il socialismo riformatore. L’Unidad Popular si divide con pretese che contraddicono la cautela del capo dello Stato. Ogni partito frantuma le correnti dove i personalismi minacciano il disegno del presidente. La sinistra del Mir (movimento de la isquierda revolucionaria) pretende riforme radicali e immediate. E il partito socialista, partito col quale Allende ha intrecciato la vita, non esclude di smantellare l’intransigenza del vecchio dottore «dando la parola alla piazza». Unico alleato sicuro, Luis Corvolan, segretario del partito comunista. Sa cosa vuol dire tirare troppo la corda quando la corda è finita. Anche radicali e i cattolici usciti dalla Dc per confluire nella coalizione della sinistra, non offrono un appoggio tranquillo.

Pochi hanno tagliato le radici col vecchio partito. Resistono amicizie e parentele. Andrés Aylwin chiede a Patricio, fratello che guida la Dc, di mettersi d’accordo con Allende: «Non sai cosa sono i militari. Obbediscono agli ordini senza ragionare. Macchine prussiane sulle quali soffiano i leader democristiani delle province sempre più vicini al Partito Nazionale». Il Partito Nazionale è il partito della destra di Alessandri ex presidente e padre del candidato appena sconfitto da Allende. Rappresenta, prima di tutto, gli interessi del protagonista e poi banche, giornali, grande industria. Spera nel ribaltone, anche perché Korry, ambasciatore americano in Cile, lo conforta con le stesse parole rivolte al presidente uscente, democristiano Eduardo Frey: «Non arriverà una sola vite, un solo bullone con Allende alla Moneda. Faremo di tutto per condannare i cileni alla miseria». Adrés Aylwin si rivolge all’arcivescovo Raul Silva Henriquez supplicandolo di favorire l’incontro tra il fratello ed Allende. Si incontrano con le mani legate. Patricio Aylwin accetta di dialogare, ma il mandato del partito è rigido: non dobbiamo sostenere i disastri di un governo che non ci piace. Lasciamolo cadere, torneremo al potere. Allende arriva col diktat dell’alleato più solido: Corvalan per la prima volta detta condizioni. Coi democristiani niente da fare.

Vogliono rimettere in piedi una coalizione di centro arruolando moderati della Unidad Popular e della destra di Alessandri. I nostri elettori non capirebbero. Allende e Aylwin parlano per un’ora ma non sanno cosa dirsi. Tornando alla Moneda, Allende si lascia andare col segretario che lo accompagna da 25 anni. Gli resterà al fianco sotto le bombe di Pinochet. «Perché continuiamo a farci del male? Come spiegare ala nostra gente il fallimento dicendo che continuiamo a litigare? A chi servono i ricatti gridati in piazza?». Osvaldo Puccio lo racconta nel libro Un cuarto de siglo con Allende, pagine che testimoniano le amarezze di un presidente pietrificato dalle guerriglie intestine. Voci dei leader al governo che in ordine sparso distribuiscono prediche ai fedeli trascurando l’armonia della coalizione.

Sanno dei conti che non tornano, dell’economia che balbetta ma tirano diritto. E l’opposizione aspetta. Tutto e subito, insiste Carlos Altamirano. La sua biografia è complicata. Nato in una delle famiglie ricche del Paese (nonno che ha fondato e governa la banca del Cile), è destinato all’eredità di miniere e latifondi. Inganna l’attesa con viaggi in Europa. Padre liberale e conservatore di ferro. Amici di famiglia, americani dell’Itt: controllano il monopolio del rame. Parigi gli cambia la testa. Quando torna non sopporta le venti persone di servizio che girano per casa. Non gli piace essere figlio dell’«ultimo viceré».

Incontra Allende e ne sposa la speranza col furore del convertito. Affetto ricambiato.

Allende ha tre figlie, avrebbe voluto un maschio. Ecco Altamirano. Fa carriera trascinato da questo affetto e il radicalismo indurisce e diventa un’ossessione appena guida il partito socialista pilastro del governo. Tutto e subito. Allende sa come vivono i minatori: è stato il primo senatore a proporre leggi in favore dei poveri. Allarga a tutti il diritto alla salute, ma il fiuto di vecchio politico suggerisce prudenza. Nazionalizzare il rame e ogni miniera, espropriando non solo l’Itt, ma altri poteri transnazionali, voleva dire Cile isolato dagli Stati Uniti e disordini che sa come possono essere gonfiati. I grandi borghesi che non pagano tasse, le famiglie politiche così brave nel maneggiare l’opinione pubblica, stanno per trascinare nella rivolta la piccola borghesia. Altamirano non si scompone ed elenca le urgenze. «Se non nazionalizziamo, armo i minatori»: non è solo la sua minaccia.

Il brontolio di ogni alleato sgretola il governo. Alla fine Allende si arrende confidando negli aiuti che non verranno. Mosca non compra un grammo del rame nazionalizzato. Buone parole, baci, ma sotto i baci niente. I democristiani cileni che cercano aiuto a Roma trovano il silenzio di un Fanfani deciso a «guadagnare tempo». Moro e i suoi provano a fare qualcosa, ma restano minoranza. L’embargo promesso dall’ambasciatore diventa imperforabile. E comincia la piazza. Villarin, presidente del sindacato camionisti, organizza mesi di sciopero che paralizzano un Paese lungo quattromila chilometri. Le città restano a secco. Fabbriche senza materie prime e dai quartieri rosa scendono belle signore con le pentole in mano. Suonano come campane. Vuote. Non sappiamo cosa mangiare. Invano gli appelli di Allende invitano alla calma lasciando capire che il destino dei meno fortunati sarebbe diventato ancor più tragico se avesse accettato il radicalismo che gli si chiedeva. Alla fine succede ciò che era stato preparato esasperando l’opinione pubblica con televisioni e giornali. L’opposizione ne ha le chiavi: il governo affama il Paese, mandiamolo via. E Pinochet provvede.

Anni dopo Corvalan confessa d’aver sbagliato ad impedire il dialogo tra Aylwin e Allende. Anche Patricio Aylwin si lascia andare davanti alla telecamera di Italo Moretti: era convinto che le alte uniformi sarebbero tornate in caserma. Ha taciuto e i militari sono rimasti. Ho incontrato Carlos Altamirano tornato dall’esilio appena torna la democrazia con Patricio Aylwin presidente. Altamirano si dichiara colpevole «della tragedia che ha ucciso migliaia di cileni, che ha imposto l’esilio a un milione di persone e costretto a trent’anni di paura chi non sapeva dove scappare». Mea culpa raccolta in un libro, esempio inutile della morale nella storia. Nobiltà del pentimento, ma trent’anni dopo non resuscita nessuno.

L’esempio sembra lontano. La nostra Roma non diventerà Santiago anche se le intemperie dei protagonisti ne ricordano le voci. Niente spaghetti in salsa cilena, come scriveva Newswek negli anni 70, a proposito dell’infantilismo politico nascosto nel terrorismo. Quando Prodi deciderà di lasciare, o ne sarà costretto, andrà fare il nonno oppure il professore con le domeniche in bicicletta. Nessuno immagina di bombardarlo. Il Cavaliere, Fini e Calderoli non si metteranno in divisa, eppure le loro parole d’ordine e la bagarre di chi oggi appoggia il governo fanno venire in mente quel Cile sciagurato. Compagni di coalizione in eterna guerriglia. Allende si è rassegnato a morire, i reduci del «Prodi due» torneranno alla routine, si adatteranno a poltrone meno illuminate. Peones che ricominceranno a galleggiare. Ma la felicità e l’infelicità di chi ha bisogno non ne ricaverà vantaggi. Gli esempi sono lì. Quanti lavoratori oggi lavorano 36 ore la settimana o beneficiano della modifica del famoso articolo 18 che avrebbe dovuto tutelare i dipendenti della aziende minori? Quel tutto e subito che ha inginocchiato il primo governo Prodi. I privilegi continueranno ad addolcire i privilegiati. Cari operai, ci siamo sbagliati, allungate la pazienza. La metafora cilena può spiegare tante cose.

mchierici2@libero.it

Pubblicato il: 08.10.07
Modificato il: 08.10.07 alle ore 9.33   
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« Risposta #2 il: Ottobre 16, 2007, 12:11:05 »

Il diavolo confessore

Maurizio Chierici


Non so quale tormento ha sconvolto i cattolici argentini nell’ascoltare il racconto dei sopravvissuti alle squadre della morte dei generali P2.

Nella tribuna dell’imputato era seduto il cappellano militare Christian Von Wernich e le Tv e i fotografi che cercavano di cogliere nel volto un’ombra di imbarazzo (se non di pentimento) trovavano occhi di ghiaccio, labbra piegate nel sarcasmo quando, chi uscito vivo dalle prigioni clandestine, spiegava quale inferno aveva attraversato. L’ho visto e rivisto in Tv per evitare il luogo comune del colpevole indifferente, ma Von Wernich resisteva nel rappresentarsi come luogo comune senza speranza. Ha confessato i prigionieri che non si erano arresi alla tortura non avendo segreti da raccontare, invitandolo a collaborare perché l’Altissimo lo pretendeva. Chi confidava la verità nascosta - abbandono di ogni credente al confessore - era lontano dal sospetto di un confessore spia dei torturatori.

L’accusa ha inchiodato all’ergastolo Von Wernich: 7 omicidi, 32 casi di tortura ripetuta dopo le notizie raccolte nel confessionale e 42 amici spariti nel nulla. Nove anni fa il capitano Scilingo, primo repressore ad aver confidato a Horacio Verbitsky (autore de Il volo, editore Feltrinelli) come funzionava la repressione, racconta delle parole di consolazione con le quali Von Wermich ed altri cappellani militari accompagnavano i condannati a morte verso l’aereo che li avrebbe dispersi in mare: la volontà del Signore lo pretendeva, segno dell’ amore col quale proteggeva la patria. «Rassegnati, Dio lo sa». Nell’interpretazione di questi sacerdoti, la rassegnazione disinfettava dagli insetti maligni la nuova società che il delirio dei militari stava disegnando. Ma non erano insetti e non erano maligni: solo ragazzi che non sopportavano l’oppressione armata.

Ecco perché 30 anni dopo memoria e perdono restano i problemi irrisolti della Chiesa nel continente più cattolico del mondo. Von Wermich non è diventato improvvisamente colpevole otto giorni fa. Subito dopo la sentenza del tribunale, la Chiesa annuncia procedure per decidere il destino di un prete del quale si conoscono i delitti da tempo immemorabile. Negli ultimi mesi ogni vescovo ha incontrato ogni giorno su ogni giornale e ogni Tv i racconti dei testimoni e i documenti che provano l’orrore. Non a caso il comunicato della Commissione Episcopale appare cinque minuti dopo l’annuncio dell’ergastolo. Perché cinque minuti dopo e non cinque anni o cinque mesi fa come i credenti pretendevano? Poche righe che deludono: «Il vangelo di Cristo impone a noi discepoli una condotta rispettosa verso i fratelli. Un sacerdote cattolico, per azioni e omissioni, si è allontanato dall’esigenze della missione che gli era stata affidata. Chiediamo perdono con pentimento sincero mentre pregiamo Dio nostro Signore di illuminarci per poter compiere la missione di unità e di servizio».

Non una parola di pena per le vittime. La deviazione di Von Wermich rimpicciolisce nella deviazione personale ed il silenzio della comunità ecclesiale è il peccato inspiegabile che ha riunito tanti vescovi e tanti sacerdoti, alcuni di loro prossimi al processo. E dopo la sentenza se ne aggiungono altri. Il vescovo vicario della diocesi di san Miguel, Federico Gogala, visitava giovani donne che stavano per partorire. Nude e incappucciate per non riconoscerlo. Se ne andava col bambino appena nato mentre la madre veniva assassinata. Una suora e un’infermiera stanno testimoniando. E testimoniano le nonne di piazza di Maggio con la prova di una nipote ritrovata: era stata data in adozione dal Movimento Familiare Cristiano vicino al vescovo ausiliare Gocala. Comprensibile l’imbarazzo e il dolore eppure nessuna spiegazione su «omissioni ed azioni» che tormentano il clero argentino, ma anche sacerdoti e cattolici di tutte le americhe latine. Non hanno saputo affrontare il passato prossimo con la chiarezza compagna di viaggio della loro missione. Per il diritto canonico la decisione sul futuro sacerdotale dell’ex cappellano militare è competenza del vescovo della diocesi, monsignor Martin Elizaide, 67 anni, profilo incolore nella gerarchia argentina. Facile pensare che il verdetto risentirà degli umori della conferenza episcopale. La procedura sarà lunga, Martin Elizaide non ha indicato quanto durerà. A Von Wermich è consentito ricorrere al tribunale vaticano se gli sarà proibito per sempre di esercitare la funzione ministeriale.

Passato lo choc per la condanna che ritiene falsata da falsi testimoni, Von Wermich riprenderà a confessare, celebrare messa come ogni parroco in pace con Dio; potrà distribuire la comunione ad altri torturatori chiusi nella stessa prigione fino a quando la decisione del vescovo non lo impedirà. Ma glielo proibirà per sempre o «la contrizione palese per il male commesso» potrà risorgerlo a nuova vita restituendogli messa, comunione e confessione? Su Ernesto Cardenal e Manuel D’Escoto, ministri nel governo sandinista, papa Wojtyla aveva alzato l’indice del rimprovero. Hanno perso la messa per sempre. L’altro fratello, Ferdinando Cardenal, fratello di Ernesto e gesuita, a 70 anni ha riaffrontato il noviziato con l’umiltà di un seminarista adolescente. Ed è tornato a celebrare dopo anni di punizione...

I delitti di Von Vernich oscurati da silenzio e complicità aprono un capitolo finora esplorato con imbarazzo: il rapporto tra cappellani militari e dittature, dall’America Centrale a Brasile, Cile, Argentina. Con quale spiritualità si sono rivolti a Dio gomito a gomito con le squadre della morte? Fedeli alla loro coscienza o ligi all’obbedienza dovuta che incatena ogni militare? Fino al processo Von Wernich, ai cappellani militari di Argentina e Cile non era successo niente. Si sapeva e si sa delle ambiguità a volte degenerate in collaborazione al delitto. Sembra impossibile che i vescovi cappellani militari e i vescovi amici dei vescovi militari non abbiano saputo niente. Possibile che i nunzi apostolici, ambasciatori del Papa, non si siano rivolti a Roma supplicando di intervenire? Forse i doveri diplomatici e l’amicizia personale con gli strateghi della repressione hanno annacquato nell’ipocrisia quel dovere che impone la fede e l’esempio del pastore. Vent’anni dopo, 1996, i vescovi argentini finalmente si fanno vivi con un’autocritica superficiale. Nel 2000 chiedono per la prima volta perdono. In Cile il silenzio continua. Nella cattedrale castrense di Santiago, alla messa della domenica vecchi e nuovi militari si accostano all’altare con la devozione di Pinochet.

La storia dei rapporti chiesa-stato ha conosciuto in Argentina momenti che imbarazzano la rilettura. Subito dopo il colpo di stato 1976, il cardinale di Buenos Aires Carlo Aramburu invita i fedeli a collaborare col governo dei generali «i cui membri appaiono assai bene ispirati». Gran parte dei vescovi e il nunzio apostolico Pio Laghi (oggi cardinale) assistono alla cerimonia di insediamento del generale Videla. Laghi è l’unico diplomatico straniero presente. Perché? Tre mesi dopo benedice a Tucuman le truppe impegnate nella repressione: «L’autodifesa contro chi vorrebbe far prevalere idee estranee alla nazione... impone misure determinate. In queste circostanze si potrà rispettare il diritto fin dove si potrà». Anche il cardinale Benelli, sostituto segretario di stato vaticano, si dichiara «soddisfatto per l’orientamento assunto dal nuovo governo argentino nella sua vocazione cristiana e occidentale». Paolo VI era stanco e malato. Lo si informa in qualche modo nascondendo quasi tutto. Anche Giovanni Paolo II viene a sapere della tragedia argentina dalle madri di piazza di Maggio. La Chiesa di Buenos Aires imponeva il silenzio ma le madri alle quali avevano rubato i ragazzi vengono a Roma sperando di informare il papa. Per sopravvivere attorno al vaticano lavorano come perpetue o inservienti in collegi religiosi e parrocchie. Ed è così che è Wojtyla e non un vescovo argentino a pronunciar per primo la parola «desaparecido». Tardi, purtroppo: 30 mila morti.

Ieri, come oggi, in Argentina e nel continente latino (Venezuela compreso) si delineano due Chiese lontane tra loro. Tanti preti e due vescovi fra le vittime. Romero e dodici religiosi in Salvador. Due vescovi e religiosi assassinati in Argentina. Il primo a morire don Carlos Mugica, fondatore del movimento dei sacerdoti terzomondismi. Poi padre Josè Tedeschi, poi l’intera comunità dei Pallottini: tre preti, due seminaristi. Il vescovo Enrique Angeletti viene ucciso al ritorno da un convegno in Ecuador organizzato dai teologi della liberazione; il vescovo Carlos Ponce muore a San Nicolas in un incidente stradale che la polizia definisce «immaginario». Due suore francesi violentate, torturate e uccise dal guardiamarina Astiz. Quando l’indulto del presidente Menem impedisce libera gli assassini in diretta Tv l’ambasciatore francese anziché complimentarsi con Astiz, nuovo capitano di vascello dalla divisa immacolata, scandisce un giudizio che gela la cerimonia: «Non sapevo che per far carriera nella marina argentina servissero eccellenti qualità criminali». E a Parigi il cardinale Marty rifiuta di celebrare messa nell’ambasciata di Buenos Aires.

Due vescovi argentini - Karlic e Novak - precedono il mea culpa ufficiale invocando perdono per il male che la chiesa «non ha impedito, sopportato e in qualche caso aiutato». Ma il vescovo Laguna, portavoce della confederazione episcopale, se ne era lamentato: possono parlare a titolo personale, non a nome della chiesa. Il regime cade ma certe solidarietà non svaniscono. 24 settembre 1991: il nunzio apostolico Ubaldo Calabresi organizza un ricevimento per festeggiare il dodicesimo anniversario dell’investitura di Giovanni Paolo II. Fra gli invitati i generali Videla, Viola e l’ammiraglio Massera mandanti dell’uccisione di migliaia persone, riconosciuti colpevoli in tribunale ma perdonati e rimessi in libertà dall’indulto.

La Chiesa continua a tacere. L’altra Chiesa argentina guarda al futuro in modo diverso. Dopo la condanna di Von Wernich la Commissione Giustizia e Pace assistita dal vescovo Jorge Casaretto (71 anni, origini genovesi) si preoccupa del dolore dei familiari ed esprime pietà per le vittime invitando la giustizia a scoprire quali complicità e quanti tradimenti siano allo radice di una tragedia impossibile da nascondere. Casaretto ha guidato la Caritas negli anni del disastro economico: metà Argentina non sapeva cosa mangiare. Ha aperto mense popolari, bussato alle porte che contano per raccogliere risorse. Ma Von Wernich appartiene all’altra Chiesa. L’ergastolo illumina lo scandalo dei sacerdoti che hanno trasformato la confessione in gadget della tortura. «Era difficile», sospirava il vescovo Laguna nella sua stanzetta di Morelos, qualche anno fa, «restare fedeli alla promessa e sopravvivere nella paura». Difficile, ma non impossibile.
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Pubblicato il: 15.10.07
Modificato il: 15.10.07 alle ore 12.07   
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« Risposta #3 il: Ottobre 22, 2007, 06:29:59 »

L’Argentina delle donne

Maurizio Chierici


DIARIO ARGENTINO - Compostezza da Copenaghen ma siamo a Buenos Aires: domenica si vota il presidente e la gente non ne parla. Piazze vuote. I piqueteros che tagliavano il traffico nel caos devono essere in vacanza. Nessuno vuole mescolare politica e disordini nelle città violente. Comizi destinati agli addetti ai lavori. Comizi rimandati o spostati da una regione all’altra: aficionados che ripiegano slogan e bandiere con la rassegnazione dei rassegnati. Un milione di ragazzi vota per la prima volta ma non sa per chi. Anche perché i contendenti si perdono in un politichese impenetrabile sbrigando in poche parole le promesse di una giustizia sociale da anni rimandata. La signora che sta per entrare alla Casa Rosada rifiuta le domande dei giornalisti evitando i teatrini Tv. Vuole essere ascoltata senza altre spiegazioni. L’America Latina sembra stia cambiando faccia adeguandosi alle abitudini delle democrazie mature: stiamo lavorando per voi, lasciateci in pace. Ipotesi che lascia qualche dubbio.

Già, perché i palazzi sono gli stessi palazzi assediati quattro anni fa quando la crisi non dava speranza. Quel «tutti a casa» ripetuto con rabbia faceva piazza pulita di una classe politica responsabile delle miserie di un paese ricco. Imbrogliare la borghesia della nazione più borghese del continente latino è il peccato che i borghesi di ogni latitudine non perdonano mai. L’Argentina doveva ricominciare dalle fondamenta e le facce in un certo senso sono cambiate. Sparite le alte uniformi degli anni di piombo, annacquato il populismo, i buoni affari pretendono signori in grigio allergici agli ideali che una volta scaldavano la gente. Fanno solo conti, numeri e non persone, e se i conti tornano le tavole si apparecchiano, vetrine illuminate: comprare e consumare diventa la religione laica di una umanità evoluta che sa interpretare il nuovo mondo. Menem e Alfonsin e De la Rua, presidenti delle crisi, voci che arrivano dal passato con la nostalgia delle vecchie abitudini, ma i pilastri sui quali l’Argentina sta costruendo il futuro richiamano gli stessi ideali: peronismo e radicalismo. E il dubbio continua. Perché il peronismo non è un’ideologia, tantomeno metodo di governo: è il sentimento che accompagna la politica di una larga parte dei politici oggi in corsa per un posto in parlamento o le poltrone dei governi locali. Si può governare adeguando i sentimenti alle regole che cambiano mentre un terzo della gente patisce la fame? Cristina Fernandez Kirchner, senatrice e moglie del presidente in carica, confessa di essere diventata peronista quando appena sapeva leggere. Il nonno le aveva regalato la storia di Evita Peron ed Evita resta l’esempio da ricordare nelle parabole distribuite in questi giorni agli elettori: «Sarò un’Evita col pugno chiuso». Nessuna allusione al socialismo degli altri mondi: vuol far sapere che sa battere i pugni sul tavolo. Maschi argentini avvertiti. Elisa Carriò, avversaria nata radicale, ha buone probabilità di conquistare il secondo posto, venti punti in meno che permetterebbe l’elezione di Cristina al primo turno. Precede un gruppetto di altri peronisti senza speranza. Peronisti e radicali sempre di fronte come dieci, venti, trent’anni fa. Per fortuna sono spariti i militari.

Le signore 2007 sono più o meno della stessa età: Cristina 54 anni, la Carriò 51. Hanno attraversato le paure dell’Argentina segnata dalle squadre della morte e gli affanni delle democrazie pasticciate dalla corruzione, sempre con la praticità delle donne che sanno misurare la vita non immaginando di correre un giorno per la Casa Rosada. Famiglie che più o meno si somigliano: tradizionali, benestanti. Benessere che Cristina allarga col matrimonio solo civile. I primi anni sono agitati: sul suo ragazzo allampanato pesava il sospetto delle amicizie montoneros, peronisti della sinistra armata. Due volte in prigione, lasciano La Plata (dove Cristina è nata e dove è stata eletta senatrice) per rifugiarsi nella Patagonia disabitata dove la famiglia Kirchner ha radici di ferro. L’avvocato Kirchner si muove bene negli affari. Compra a prezzi ridicoli decine di appartamenti da proprietari rimasti a tasche vuote. La politica arriva quando i militari se ne vanno e ricomincia la democrazia del suo odiato Alfonsin. Alfonsin che invece è il tutore della Carriò. Dapprima laureata in legge - come la Cristina spalla del marito nello studio avvocatizio - Lilli Cariò si allarga a scienze politiche, dirige corsi universitari e incontra il radicalismo dei laici con l’animo di una cattolica un po’ teatrale: larghe croci sul petto, messe pubbliche cantate. Canta in un certo modo anche in parlamento quando raccoglie 1600 firme per denunciare compagni di partito sensibili al fascino delle tangenti. Per la prima e ultima volta, il deputato Cristina, moglie del governatore dello stato di Santa Cruz, mette la firma accanto alla firma della Carriò. Ma quando la Carriò presiede la commissione che accusa altri onorevoli di riciclare denaro sospetto, l’onorevole Cristina non ci sta: il gioco dei massacri non le conviene. Caratteri lontani: Cristina fila i rapporti con amicizie d’oro, la Carriò sceglie la denuncia per rinnovare la politica con proposte vaghe. Deve lasciare il partito. Fonda Ari, movimento socialdemocratico il cui slogan è il sospiro di un’intellettuale utopista: l’Argentina deve essere la Repubblica di uguali. Il Kirchner arrivato alla presidenza dopo che la destra peronista di Menem viene travolta dagli scandali, e non piace alla gente il peronismo centrista di Duhalde; questo Kirchner peronista sconosciuto che risale dal mare dei pinguini, accoglie una proposta di legge della Cariò: annulla amnistie e indulti che lasciano in libertà i responsabili dei delitti della dittatura. Monsignor Von Wermich, condannato all’ergastolo dieci giorni fa, è uno dei peccatori che Lillina ha chiuso in galera. Insomma, le simpatie non le crescono attorno. Intanto Cristina si è fatta strada con un carattere che intimorisce. Non sussurra, grida. Non chiede, pretende. La simbiosi col marito è la macchina delle meraviglie. Appena l’avvocato diventa presidente, Cristina torna moglie latina e non parla più. Ricomincia a parlare quando Kirchner le passa la candidatura pur avendo altri quattro anni a disposizione. Rinuncia per amore? Non proprio. Stanno per cominciare mesi difficili: la povertà avvilisce il 30 per cento della popolazione che muore di fame nel granaio del mondo; contratti di lavoro, rimandati «a dopo le elezioni», dal prossimo mese agiteranno le piazze mentre gli investimenti stranieri sono in allarme per l’esaurirsi delle fonti di energia. Un futuro senza petrolio nazionale inguaia l’Argentina già sgualcita dall’inflazione per il momento nascosta dall’ufficialità: 9,4 per cento, ripete la Casa Rosada, ma banche straniere, imprenditori e consumatori fissano oltre il 20 l’erosione. Si promette la verifica dopo il voto. Kirchner resterà al fianco della moglie - capo gabinetto o consigliere - per ripresentarsi nel 2011 se la situazione dovesse intiepidire. Il potere familiare potrebbe allungarsi a sedici anni. Nessun paragone con l’era Bush: tra padre direttore Cia, vice di Reagan e presidente, e figlio alla Casa Bianca per due mandati, il clan supera i 30 anni: una sola famiglia con in mano il mondo. Più vicino il parallelo coi Clinton, «Hillary, cara amica», incontrata una sola volta, mezz’ora di colloquio, traduzioni comprese. Forse è stata la signora Clinton a suggerirle di tacere il più possibile in campagna elettorale. Hillary taglia le interviste e i consensi dei grandi elettori la consolano. Che bisogno ha Cristina di pasticciare la vittoria sicura? I poteri forti, dall’economia alla Tv, le sono affettuosamente vicini. Sceglie di passeggiare nel jet set della politica internazionale: pranzo da Juan Carlos e donna Sofia reggia di Madrid; cena con Zapatero, un saluto a Prodi, abbracci al Lula di Brasilia e incontri a Washington con economisti e intellettuali per raccogliere suggerimenti sul futuro dell’Argentina. Li ascolta come senatrice, come prima donna, come presidente in pectore. Ruolo pubblico che consente di viaggiare a spese dello Stato e le proteste affiorano. I grandi elettori argentini nutrono la campagna con 3 milioni di euro (che in Italia fanno quasi ridere). Il pretendente che la segue nella classifica dei beneficiati è Rodriguez Saa, 2 milioni e mezzo di euro: è stato uno dei cinque presidenti cambiati in un mese quando la crisi è scoppiata, dicembre 2001. Militare cara pintada e peronista dissidente. Chissà perché i soldi arrivano sempre da una certa parte. Ieri, domenica 21, nella borsetta della Carriò erano passati appena 275 mila euro. Il denaro non è proprio tutto e i giornali mettono in fila le proteste degli altri candidati orfani dell’attenzione televisiva mentre ogni sera Cristina arriva nelle case, immagini e parole, ma in Argentina i giornali contano meno e la signora corre in solitudine ancora una vola insidiata dalla Carriò. Non nei voti, negli show televisivi che la prima dama respinge. Elisa è una protagonista che parla a mitraglia. Graffia e aiuta l’audience anche se i consensi restano quelli che sono: secondo posto, venti punti sotto. Nel 2003 era terza dietro Menem e Kirchner. Nel 2005 alle spalle di Mauricio Macrì (Forza Italia argentina) nella corsa all’intendenza della capitale. Sempre sul podio, mai medaglia d’oro. Insomma, due protagoniste che non si somigliano. Eleganza sobria della signora Kirchener: ogni comizio un vestito diverso. Bianco e pastello. Quando amava discorrere coi giornalisti non nascondeva le abitudini del mattino. Un’ora di ginnastica, un’ora di trucco, di corsa al senato. Lillina è una Maria Giovanna Maglie che non spende dal parrucchiere. Veste come capita. Sparite le croci, qualcosa luccica ma è bigiotteria. Proibito parlarle di dieta. Ecco le due donne sulla porta della Casa Rosada. Una sottana rosa potrà cambiare l’Argentina? Più in là, dietro le Ande, Michelle Bachelet governa la Moneda: l’America Australe rovescia gli stereotipi del machismo contadino anche se le briglie del potere non cambiano mano. Mani dei soliti signori. Vedremo cosa succederà in Argentina; a Santiago già succede. Quando una legge arriva alle camere cilene è stata approvata dagli gnomi di industria e finanza, altrimenti si perde nelle anticamere e nessuno la ritrova. Bachelet un po’ incatenata. Cristina lo sarà tra i ministri che il marito chiede di conservare per dare «continuità al cambiamento»? Intrigo di parole, la gente non capisce: vota sperando. Che cosa, bene, bene non lo sa. Laggiù, dal palcoscenico, Cristina li conforta: «So cosa manca, so cosa devo fare». Non ho mai visto tanta voglia di prendere sul serio una promessa.mchierici2@libero.it



Pubblicato il: 22.10.07
Modificato il: 22.10.07 alle ore 17.21   
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« Risposta #4 il: Ottobre 29, 2007, 06:49:45 »

Argentina, il giorno di Cristina

Maurizio Chierici


Stanno contando i voti, nessun dubbio: il 10 dicembre Cristina Fernandez de Kirchner si accomoderà sulla poltrona di presidente. Lo ripetono le prime proiezioni dopo la chiusura delle urne. Fino a quando i numeri non saranno ufficiali gli oppositori continuano ad illudersi di strappare un secondo turno. Non sposterà di un virgola il risultato, solo un premio di consolazione utile a concordare qualche convergenza. Cristina ha 20 punti di vantaggio su Elisa Carriò, portabandiera dei socialcristianoradicali. Sparsi in plotoncini esangui arrancano i manipoli della frammentazione peronista.

Campagna elettorale noiosa con thrilling finale: cinque candidati dell’opposizione, da Elisa Carrio all’ex ministro dell’economia Lavagna, denunciano al comitato elettorale «gravi irregolarità nella provincia di Buenos Aires» dove votano 10 milioni di persone, il 37% degli argentini. Questa provincia (la più importante degli stati federali) è da sempre feudo peronista. Peronismo di destra o di sinistra: i Kirchner rappresentano l’ala progressista. Ecco il sospetto: schede che non arrivano o vengono consegnate con ore di ritardo, quasi mille presidenti di seggio presentano certificati medici rinunciando all’incarico, frettolosamente sostituiti da funzionari di governo o da supplenti raccolti con fatica. Scrutatori improvvisati, incapaci di gestire con scioltezza le operazioni. Code di ore, gente che lascia la fila e torna a casa. Alle sei del pomeriggio i seggi dovrebbero chiudere, ma si continua a votare per recuperare il tempo perduto. Alle sei e un minuto, uno dei sondaggisti famosi, annuncia la vittoria di Cristina Fernadez Kirchner, 45 per cento di preferenze. Ce la fa al primo turno, 22 punti di vantaggio su Elisa Carrio, radical-cristiana. Solo proiezioni, ma firmate da Artemio Lopez che non ha mai sbagliato un pronostico, ecco l’allarme di chi sperava nel ballottaggio. E alle sei e due minuti l’annuncio che la signora Kirchner sta arrivando in elicottero dalla residenza presidenziale di Olivos. Apparizione che anticipa di almeno due ore la cautela di chi sta vincendo. Nel suo bunker elettorale la aspettano 500 giornalisti, per lo più stranieri. Come mai tanta fretta? Forse per annacquare le proteste, tranquillizzando il paese. Ma l’opposizione annuncia conferenze stampa, insomma, non molla.

Da sempre Buenos Aires è la provincia decisiva per chi corre alla presidenza. Accompagnata dal candidato governatore Daniel Scioli, Cristina non ha problemi nelle città e nei comuni attorno, ma per la capitale le previsioni sono sfavorevoli. Elisa Carrio dovrebbe batterla, non si sa in quale misura ecco perché proprio a Buenos Aires - tesi dell’opposizione - sono sparite schede, ci sono state urne aperte con grave ritardo, gente che rinuncia al diritto del voto. Può essere il pretesto per sminuire un successo annunciato; può essere un modo per condizionare le scelte del nuovo governo, ma 22 punti restano un distacco incolmabile qualsiasi tesi possa animare la delusione degli sconfitti.

Il bunker dei Kirchner è sotto la torre dell’Intercontinental alle spalle della sede nazionale del Partito Giustizialista, palazzotto costruito da Peron. Con Cristina e il marito davanti alle telecamere ogni dubbio sembra risolto. Raccontano cosa è successo. Loro hanno votato a Santa Cruz, fine settimana familiare. La signora si è chiusa nella casa di vacanza di Calafate, davanti al lago gelato dai ghiacciai del Pico Moreno. Scaramanticamente il presidente è rimasto a Rio Gallego, cena assieme a dieci amici «che portano fortuna». Alla vigilia di ogni elezione mangia lo stufato con loro ed è sempre andata bene. La famiglia K torna a Buenos Aires verso mezzogiorno, sul Tango Uno, aereo comprato dal presidente Menen. Se l’organizzazione del voto divide la possibile vincitrice dagli altri concorrenti, li unisce il proposito di «non cambiare abitudini» anche nel giorno importante. Cristina, la Carriò e Lavagna fanno sapere di aver dedicato il pomeriggio alla siesta. La Carrio vive nella vecchia Palermo, quartiere storico caro agli intellettuali: da Bioy Casares a Borgers, centinaia di psicanalisti, caffè per scrittori, insomma un’altra Argentina. Come ogni mattina beve il cappuccino nel solito caffè. Domande e risposte, nessuna indicazione politica nel rispetto delle regole, solo l’orgoglio di una precisazione: 40mila rappresentanti di lista del suo movimento sorveglieranno la trasparenza del voto in tutto il paese. «Un record, non abbiamo mai impegnato tanta gente con gli occhi aperti». Per evitare brogli? Per evitare tutto ciò che può pasticciare le elezioni. In apparenza non ce l’ha fatta. Aspettiamo le prossime ore.

Anche un sondaggio commissionato dalla Carrio riconosce che Cristina ha superato il 40%, vittoria al primo turno. Intanto nelle scuole di Palermo e alla Recoleta si continua a votare. File lunghissime che aspettano.

Pubblicato il: 29.10.07
Modificato il: 29.10.07 alle ore 14.18   
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« Risposta #5 il: Novembre 13, 2007, 09:22:39 »

Chavez e il Re

Maurizio Chierici


La conferenza dei Paesi latini a Santiago del Cile si è sciolta con una provocazione di Hugo Chavez, presidente del Venezuela. Gomito a gomito con 21 capi di Stato, per tre volte, davanti alle telecamere ha detto che l’ex presidente spagnolo Aznar è «fascista e razzista», raccontando un colloquio nel quale Aznar lo invitava a rompere con Castro per unire il Venezuela al fronte moderato disinteressandosi della disperazione dei paesi alle corde (Haiti, Africa, eccetera): «Non c’è niente da fare, sono irrecuperabili». Insiste nel racconto delle tracce visibili lasciate dal governo di Aznar quando appoggiava i golpisti che hanno imprigionato Chavez nel 2002. Non lontano dalle elezioni di primavera, Zapatero non poteva tacere e ha invitato Chavez al rispetto delle forme perché l’Aznar detronizzato non era presente quindi non poteva replicare come pretendono le buone maniere di ogni democrazia. Chavez l’ha interrotto ripetendo le accuse, e re Juan Carlos seduto come un’icona accanto a Michelle Bachelet, padrona di casa, non è riuscito a tacere invitando Chavez al silenzio con l’impazienza di un sovrano offeso dallo «sproloquio».

Appena il redivivo e ondivago Daniel Ortega ha preso la parola spalleggiando Chavez, il re ha lasciato il tavolo con passi di sdegno.

Tema della riunione era l’inclusione sociale, impegno per assottigliare le disuguaglianze che dividono questa America; strategie per avvicinare 220 milioni di persone (43 per cento della popolazione) alle risorse finanziarie che stanno arricchendo Paesi fino a qualche anno fa alla deriva. Si sono trasformati in tigri latine: prodotto lordo che sfiora il dieci per cento per l’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime. Miracoli della macroeconomia delle esportazioni, eppure il benessere non coinvolge il cerchio immenso delle baracche che assediano le città. Si moltiplicano i tetti di latta, le immondizie diventano beni preziosi. L’anno scorso 47,88 miliardi di dollari spediti dall’America numero uno hanno consolato le famiglie che sopravvivono nell’America numero due. Alla vigilia dell’incontro di Santiago il Brasile annuncia la scoperta di un bacino petrolifero sterminato nei fondali atlantici davanti a Santos: otto miliardi di barili per il momento, ma le ricerche continuano. Otto miliardi che portano la «Petrobas» (controllata dallo Stato, minoranza segmentata di privati) a 19 miliardi di barili trasformando i brasiliani in concorrenti alle esportazioni del Venezuela. America Latina-cassaforte: non solo gas e petrolio, grano, soia, carne e ogni ben di dio, ma viscere dalle quali escono materie prime indispensabili allo sviluppo tecnologico delle società avanzate. Per dare un’idea della disuguaglianza, nel continente più ricco di acqua dolce nel mondo, 77 milioni non sanno cos’è l’acqua potabile e non riescono a mangiare una volta al giorno. Colera e altre lebbre restano endemiche. Un disastro (solo per l’acqua) di un milione di morti l’anno ed età media di sopravvivenza che nelle regioni andine non arriva alla terza età, almeno come la intendiamo noi. I presidenti che in passato avevano tentato di ristabilire un minimo di dignità nazionale, sono finiti come sappiamo: dalla Bolivia dei cento colpi di stato al rame di Salvador Allende.

Adesso l’America Latina volta pagina. La disperazione ha rafforzato la socialdemocrazia interpretata in modo diverso da figure politiche disuguali, eppure legate dallo stesso impegno: riappropriazione delle risorse. Nelle società in trasformazione si affacciano protagonisti quasi sempre uniti, con intonazioni diverse, dalla diffidenza verso l’altra America. Vogliono fare da soli, a volte con personalismi esasperati da nazionalismi e populismi verso i quali la nostra cultura resta critica senza considerare di quale cultura li abbiamo nutriti. E quanti timori sopravvivono dopo cento anni di solitudine sorvegliata a mano armata. L’incidente di Santiago è un sintomi di questi timori. Ed è sconsolante si sia messo da parte il motivo dell’incontro - l’integrazione sociale - con personalismi a volte legittimi ma lontani dalle urgenze di 220 milioni di senza niente. Intemperanza di Chavez, errore della famiglia presidenziale Kirchner che si è servita della scena bene illuminata per polemizzare contro gli spagnoli del petrolio e delle «Aereolineas Argentina». Il petrolio sgorga da ogni malumore. Ecco il dubbio: petrolio e democrazia possono sopravvivere nelle società che si riappropriano dei diritti negati dal cosiddetto mercato?

Democrazia è una parola di gomma. Cambia significato da un Paese all’altro, anche se ogni governo assicura di pretenderla e volerla difendere da interferenze esterne. Ci si divide sulle strategie che non sempre le democrazie mature trovano equilibrate. L’ultimo voto argentino ha indicato trionfalmente Cristina Fernandez de Kirchner alla guida del Paese. Ma la signora Kirchner è sposata col presidente Kirchner il quale le ha ceduto la poltrona (alla quale poteva concorrere) con bizzarre primarie consumate in famiglia. Uso dei mezzi di Stato nella campagna elettorale, media in ginocchio. Eppure nessuno è rimasto perplesso. Una donna, evviva. Hugo Chavez sta cambiando la Costituzione chiedendo agli elettori la possibilità della rielezione indefinita. Sopravvissuto al colpo di stato, negli otto anni di presidenza ha aperto sei volte le urne. Per sei volte la gente lo ha riconsacrato con percentuali quasi bulgare: tra il 60 e l’80 per cento. Populismo e centralismo fanno arricciare il naso agli osservatori educati i quali devono tener conto di cosa succede ai venezuelani senza censo: ospedali pubblici, risanamento dei ranchos-favelas, scuole di stato e università “bolivariane” dove gli studenti poveri ricevono uno stipendio minimo per tirare avanti senza trascinarsi nelle strade.

Torna la domanda: le decisioni elettorali (monitorate da centinaia di osservatori europei, latini e nord americani, commissione Carter) devono essere considerate legittime come succede nelle democrazie tradizionali, o pericolose per il futuro energetico dell’umanità? Il petrolio resta una mina vagante per ogni democrazia? Uribe, presidente della Colombia, ha già cambiato la Costituzione, si è fatto rieleggere ed è pronta la variante che gli permette potere eterno. Uribe è l’anima dell’America di Bush nel continente incamminato verso l’indipendenza. Inspiegabilmente nessuno approfondisce le tragedie del suo governo: ministri che si dimettono davanti a prove di voti raccolti da narcos o paramilitari di una destra super armata. Due settimane fa la sinistra ha conquistato Bogotà. Per importanza il sindaco della capitale è l’autorità politica numero due del Paese dopo il presidente. Poche notizie frettolose sui venti candidati dell’opposizione assassinati durante campagna elettorale. Silenzi che nascondono l’immagine di un posto dove due milioni di profughi in fuga dagli scontri eserciti-guerriglie preoccupano Onu e tutori dei diritti umani.

Anche in Brasile il partito del Lula presidente sta proponendo di ritoccare la Costituzione per permettere il terzo mandato. La popolarità di Lula supera l’80 per cento. La gente è convinta: via lui torna il caos. Lula respinge l’ipotesi. La ritiene «antidemocratica», ma i supporter lavorano ad un referendum, e se il referendum verrà proclamato quale forma di democrazia Lula potrà scegliere? Anche Correa, faccia nuova dell’Ecuador, sta cambiando la Costituzione. Due lauree Usa e a Bruxelles, parla quetchua e aymara: rovescia l’architettura dello Stato per dare una mano a milioni di ecuadoriani da sempre abbandonati. Come Lula, anche Correa respinge la riconferma indefinita.

Morales in Bolivia affronta, debolissimo, gli stessi labirinti: nuova Costituzione, nazionalizzazione delle risorse e diritti equi nei contratti finora imposti da potentissima multinazionali. Specchiandosi nella paralisi politica dello Stato petrolifero di Zulia in Venezuela, gli stati petroliferi della Bolivia raccolgono un’indignazione antigovernativa dietro alla quale spuntano gli interessi delle imprese alle quali sta tagliando le unghie.

Dal Messico al Cile questa America é d’accordo nell’impegno di eliminare le vite diverse che dividono le zone rosa del potere da immense favelas senza speranza, e d’accordo nel vendere a prezzi di mercato materie prime fino a ieri liquidate con gli spiccioli. D’accordo nella creazione della Banca del Sud inventata da Chavez, da contrapporre a Banca Mondiale e Fondo Monetario. La maggior parte dei Paesi vogliono fare da soli e da soli scegliere investitori e clienti. La nostra economia è preoccupata, ma le regole della democrazia consentono questa libertà mentre la tecnologia cambia la vita di ogni giorno con un dubbio ormai pesante: pane o benzina? Mangiare oppure la fuori serie che corre in ogni spot? Macchina, naturalmente, quindi soia transgenica che rende sterili i terreni e ingrassa il bottino delle De Monte and company. Restano le divisioni sui modi e le forme della trasformazione mentre le intemperanze di Chavez alimentano le caricature che un certo tipo di giornali hanno cominciato a disegnare quando l’uomo nuovo del Venezuela non si è dimostrato l’uomo di paglia che i petrolieri speravano. È vero che i 220 milioni di affamati si sciolgono dalla contentezza appena Chavez disprezza i potenti e garantisce il socialismo del secolo ventuno. Il re di Spagna dopo Bush. Entusiasmi di pancia, ma le colonie dell’economia non si arrendono e Chavez dovrebbe imparare ad attrezzare civilmente le popolazioni che intende tutelare, non esporle alle tentazioni di un estremismo di parole. Consolidare il diritto alle risorse significa favorire la cultura civile delle masse finora trascurate. Jorge Giordani, padre immigrato romagnolo, ministro della Pianificazione, e professore al quale Chavez si era rivolto dal carcere quando lo voleva relatore della tesi in scienze politiche; qualche mese fa Jorge Giordani ha regalato al presidente un libro scritto da un gesuita nel ‘600: elogio alla prudenza. Il presidente non deve averlo sfogliato. Anche il re Borbone se ne è fregato del protocollo che la costituzione gli assegna. Chissà cosa sta pensando di questo sovrano del sud, Elisabetta, regina del nord. Illuminata dai gioielli della corona, parla in pubblico solo una volta l’anno leggendo il programma di governo scritto dal primo ministro. Anche il Pais di Madrid è perplesso: e se Juan Carlos tornasse nell’ombra rispettando la Costituzione che lo vorrebbe mediatore invisibile e non comprimario nei discorsi da bar?

mchierici2@libero.it

Pubblicato il: 12.11.07
Modificato il: 12.11.07 alle ore 9.23   
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« Risposta #6 il: Novembre 27, 2007, 12:07:10 »

Chavez a due facce

Maurizio Chierici


Domenica i venezuelani votano il referendum che cambia la Costituzione del Paese: Chavez inarrestabile protagonista. Col petrolio a cento dollari si accendono i riflettori di giornali e tv sulla cassaforte del liquido che goccia a goccia fa sospirare le economie assetate. Le previsioni sul risultato si contraddicono senza sfumature. I numeri del governo confermano un’approvazione col vantaggio che oscilla tra i 4 e 10 punti. I numeri dell’opposizione assicurano la vittoria del no: Chavez umiliato dodici punti sotto. Il caos è in agguato quando si conteranno i voti. Provo a indovinare le cronache in preparazione. Chavez manipola il risultato, Chavez roboante, Chavez liberticida, Chavez che minaccia la proprietà privata, spegne le tv e schiaccia l’informazione. Chavez populista feroce, bomba ad orologeria, minaccia del continente. Chavez maleducato col re di Spagna, Chavez dittatore per l’eternità.

Oppure: Paese in rivolta, morti e feriti nelle strade, miseria, violenza. Chi può scappa, chi non può soffre, la Chiesa prega per un miracolo che salvi la democrazia. Può essere vero. La versione opposta farà risplendere Chavez nella luce del libertador, popolo che lo segue, baluardo contro l’impero, socialismo dal volto umano, lievito alla rinascita dell’America saccheggiata. E non è sbagliato. La nostalgia per il modello cubano invecchiato assieme agli innamorati (ormai di una certa età) che resistono da questa parte del mare, si è trasferita in Venezuela perdendo nel tempo battaglioni di incensatori: hanno cambiato idea e del cambiamento ne fanno una professione. Anche per loro Chavez resta la minaccia che inquieta la civiltà. Per non parlare dei cubani che da mezzo secolo aspettano la fine dell’anticristo sognando il ritorno alle loro proprietà provvisoriamente abbandonate in quel dicembre ‘59. Adesso anche i profughi venezuelani aspettano la caduta di Chavez nelle seconde case di Miami: da tempo immemorabile godevano le vacanze nel mare brodoso della Florida trascurando i Carabi. L’imperversare del “marxista-narcisista” (definizione di Andres Opheneimer, sempre Nuevo Herald) li ha costretti a scegliere la libertà allungando lo svago. Bisogna tener conto dei sentimenti dei lettori. Lo Herald è la versione spagnola del giornale padre in inglese. Gli osservatori che scrivono in libertà, ascoltando gli uni e gli altri, ricevono lettere risentite dai colleghi di una parte e dai colleghi opposti: sei caduto nella trappola della propaganda, apri gli occhi, torna fra noi. Noi, piccoli notai di un’Europa preoccupata per la maleducazione del figlio spirituale di Fidel. Noi che difendiamo la rivoluzione umanitaria dell’uomo nuovo che dà speranza agli affamati. Prego il lettore di controllare Tv e prime pagine. Ci risentiamo lunedì.

Dove la borghesia si è adeguata ai canoni normali della convivenza democratica, il populismo resta fra le quinte di pochi disperati. Il Cile che respira dopo gli orrori di Pinochet sta dando esempio. Ma il Venezuela che Chavez ha ereditato alla fine del secolo può reclamare la stessa innocenza? Per spiegare il Chavez ingombrante sarebbe bene tener conto di quale eleganza sono impastate abitudini e ragioni sociali di chi oggi non lo sopporta.

Per la seconda volta Chavez cambia la costituzione con un referendum. Le novità rovesciano la storia: possibilità di rielezione senza limiti da sottoporre al voto della gente. La Costituzione ereditata nel ‘98 prevedeva due presidenze. Chavez le ha allungate a tre con un primo referendum popolare. Lo ha seguito e preceduto Alvaro Uribe, presidente della Colombia, ma la decisione non è stata sottoposta a referendum: ha votato solo il congresso dove Uribe domina la maggioranza. Subito d’accordo la corte suprema insediata poco prima dallo stesso presidente. Il Musharaf del Pakistan non ha inventato niente. Anche Uribe sta per proporre l’elezione indefinita. Doveva essere già approvata ma gli scandali che hanno chiuso in galera venti deputati della sua maggioranza eletti con pressioni violente e narcodollari dei paramilitari vicini al governo, provocano le dimissioni della signora cancelliere ed inquietano il grande protettore di Washington. Meglio far scivolare la rielezione senza tempo in un momento meno agitato. Giornali e Tv guardano senza gridare al lupo. Le nuove regole che Chavez propone agli elettori prevedono il controllo politico della Banca Nazionale: restringe la libertà dei cambi per evitare fughe di capitali, ma è anche un controllo sulle strategie antinflazione, quindi libertà di distribuire interventi assistenziali e sussidi senza gli intralci dei tecnici della finanza. L’opposizione sostiene che è un modo per comprare voti, ma se i voti non sanno cosa mangiare, cosa fare? Dubbio di tante americhe latine: 220 milioni di senza niente.

Le riforme da approvare promuovono la revisione dei documenti catastali. I latifondisti dovranno esibire attestati di proprietà: il disinteresse dei governi del secolo passato ha permesso l’allargarsi di latifondi che hanno inglobato senza freni terreni demaniali, quindi dello Stato. La nuova Costituzione vorrebbe distribuire le distese recuperate a contadini senza terra e a cooperative che il governo si impegna a sostenere finanziariamente. Poi controllo dei prezzi per evitare speculazioni, orario di lavoro ridotto a sei ore con stipendi minimi garantiti e la possibilità di monitorare i movimenti dei conti bancari per accertare la lealtà fiscale. Chi si batte per il no sostiene che le sei ore di lavoro favoriscono solo chi ha un lavoro stabile mentre il 53 per cento della gente ancora si arrangia. Era il 71 per cento nel 2001. La svolta cambierebbe le abitudini economiche della popolazione benestante instaurando «le pratiche del socialismo marxista importato da Cuba». Rivoluzione che preoccupa non solo per la lealtà che impone tra cittadini e Stato, ma per la possibilità che Chavez resti al potere fino al 2021. Dopo il benvenuto entusiasta dei primi mesi di governo («finalmente un uomo nuovo che spazzerà via la corruzione»), confindustria e notabili gli hanno voltato le spalle. I mentori socialisti dell’Apra che avevano convinto l’ex colonnello dei parà a candidarsi alla presidenza, se ne sono andati appena resi conto dell’impossibilità di piegare “l’uomo nuovo” alla routine politica del vecchio Venezuela. La sovrabbondanza dialettica di Chavez ha precipitato la situazione dopo il colpo di Stato 2002 e lo sciopero ad oltranza che ha inginocchiato le esportazioni petrolifere, vitello d’oro del Paese. Su questo disamore ormai violento, si è inserito il gioco delle multinazionali: continuano a comprare il greggio anche se prezzi e incidenza fiscale sono cambiati. Fino a qualche anno fa le roialties regalavano pochi centesimi di dollaro ogni barile e l’imposizione fiscale restava una formalità. Oggi dividono col Venezuela più o meno il 50 per cento del prezzo di mercato. Sono poi finite le esportazioni parallele che non passavano dogana. Per quasi 30 anni il 23 per cento della produzione nazionale usciva clandestinamente e non esistono tracce su chi comprava e chi intascava. I sindacati ne erano coinvolti. Ortega, loro leader, ha partecipato al golpe per poi scappare in Costarica e poi tornare nei giorni della crisi petrolifera. Arrestato, è misteriosamente evaso. Se la Chiesa dei vescovi non ama Chavez, la Chiesa di base è dalla sua parte. Religiose, parroci e missionari mescolati alla gente non sono d’accordo sull’anatema della conferenza episcopale. E nelle prediche della domenica invitano ad approvare il referendum tanto che a Maracaibo, l’arcivescovo Ubaldi Santana, ha censurato l’omelia domenicale di padre Vidal Atencio rimproverandogli di mettere confusione nelle idee dei fedeli. Grandi università private (e a pagamento) protestano con i loro studenti; le prime università statali (gratuite) scendono in piazza per appoggiare il referendum. Panorama non sereno anche perché Chavez e i suoi discorsi infiniti non danno tregua. Se nelle elezioni del dicembre 2006 aveva raccolto il 62 per cento dei consensi, gli analisti del voto prevedono un calo consistente di sì al referendum di domenica. Tra il 52 e il 54 per cento in favore, come nel 2001. Perché quando la presenza di Chavez al governo non è al centro della decisione, i popoli delle baracche e le braccia delle campagne sono meno invogliate a votare. Dietro lo show del braccio di ferro con re Juan Carlos, quindici giorni fa alla riunione di Santiago del Cile, una parte degli osservatori vede la furbizia del voler incarnare lo sdegno dell’ex colonia verso il sovrano, lasciando da parte Zapatero per riaccendere l’entusiasmo dei supporter dalle scarse conoscenze politiche ma interessati a sbarcare il lunario con aiuti che piovono dal governo. Difendendo dignità ed indipendenza, il presidente bolivariano riapre le ferite di sempre animando l'orgoglio nazionalista nascosto nei cuori dei senza niente. «Per tirar su voti», si arrabbia chi non lo ama. E può essere vero. Ecco, il Venezuela. Chavez ha il dono dell’inopportunità che risveglia le masse ma imbarazza gli amici. Complica con discorsi mai sfumati le amicizie di Lula e dei coniugi Kirchner, a loro volta impegnati nella presidenza eterna con staffette familiari: quattro anni al marito, quattro alla moglie, avanti così. Il Venezuela tira diritto nel disegnare un continente nel nome del petrolio. Lo sta facendo anche Lula con l’àplomb di un sindacalista che misura le parole. Alle volte se le rimangia: in questi giorni ha scoperto un immenso giacimento di greggio nel mare di Santos e sta cambiando idea sulla rete di gasdotti e oleodotti proposta da Chavez all'intera America Latina. Non gli servono più. L’adolescenza delle democrazie attraversa queste turbolenze che lo specchio di giornali e Tv esaspera nel tam tam di vecchie e nuove egemonie. L’internazionale degli editori latini, legati da satelliti e partecipazioni incrociate, spinge ai rimproveri la federazione della stampa dei due continenti. Chavez che imbavaglia l’informazione. Forse è il sogno segreto ma per il momento lontano dalla realtà. I grandi giornali di Caracas sparano su Chavez con la bonomia prediletta dal Libero italiano quando parla di Prodi: El Nacional, El Universal, El 2001, El Mundo, Nuevo Pais, Tal Cual di Petkoff. Negli alberghi per stranieri sono i soli fogli in vendita. Neutrali Ultimas Noticias e Panorama. Lo difende senza riserve Diario Vea, appendice dell’ufficialità. I giganti Tv restano all’attacco senza complimenti: TeleVenezuela, Venevision, la RcTv, compianta per aver perso la frequenza alla scadenza della concessione statale, é presente più che mai, cavo e satelliti illuminano ogni angolo del Paese. Globovision ne è l’ammiraglia. Tre piccole Tv statali provano a far concorrenza ma sono noiose come le Tv cubane, con l’eccezione di Telesur la cui ambizione sarebbe sistemarsi al fianco della Cnn nella regione America del Sud: strada ancora lunga. Insomma, lunedì sapremo: imbrogli o volontà del popolo. Ma non è l’ultimo capitolo di una storia infinita che resta avvelenata se il petrolio continua a far tremare le economie del nostro mondo.

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Pubblicato il: 26.11.07
Modificato il: 26.11.07 alle ore 8.20   
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« Risposta #7 il: Dicembre 25, 2007, 07:00:52 »

Betancourt, parola di figli

Maurizio Chierici


Da Parigi sono arrivate lettere di un Natale triste, ma non lettere rassegnate. La speranza è il filo che lega voci lontane. «Leggete queste lettere. Leggetele bene. Le voci che vi parlano svegliano la notte. Suono quotidiano nella giungla fra gli specialisti della violenza e dell´odio: la Betancourt le descrive con parole semplici, sconvolgenti... Leggere per voi è così poco. Per lei è un messaggio e una commovente offerta di solidarietà. Ingrid resta lucida e coraggiosa; eroica. Libera... ». Comincia così la prefazione di Elie Wiesel, premio Nobel, scrittore che sessant´anni fa ha sopportato la stessa disperazione vagabonda di Ingrid, di Clara Rojas e del suo bambino, dell´ex parlamentare Consuelo Gonzales de Perdono: stanno marciando verso la libertà in chissà quale Amazzonia mentre la Betancourt resta prigioniera. Lettres a Maman - par delà l´enfer, lettera alla mamma oltre l´inferno scritte da Mélanie e Lorenzo, figli dell´ostaggio ancora sepolto nel gulag verde dei guerriglieri.

Sei anni nelle mani dei signori di una guerra dimenticata; incatenata dall´ultimo liberismo selvaggio nel continente che cambia, prigioniera della nostalgia demenziale di una rivoluzione armata scopòta nel mercato coca e rapimenti. Cinismi in apparenza diversi ma egoismo e vanità li avvicinano.

La versione integrale della lettera di Ingrid e la risposta dei suoi ragazzi esce a Parigi il 3 gennaio, editore Seuil. Un amico mi ha spedito le bozze, ne anticipo qualche riga per far capire che non si tratta della furbizia di un istant-book commerciale: è il solo modo concesso a Mélanie e a Lorenzo per far sapere alla madre che il mondo non l´ha dimenticata e che il dolore della sua immagine è una ferita aperta sotto le frivolezze del Natale mangia e compra. La Betancourt non deve essere dimenticata perché non è mai stata tanto in pericolo da quando il caso è scivolato nei geroglifici di un intrigo internazionale mentre le sua resistenza sta declinando. Non dimenticarla con un libro vuol dire portare queste lettere ai microfoni di France International e di certe radio colombiane: ogni settimana leggono a chi è sperduto i messaggi dei familiari.

«Vi ascolto e mi trema il cuore», Ingrid si commuove nel ricordarlo. Wiesel non si commuove: ne è angosciato. L´angoscia di Ingrid lo riporta nell´Europa che gli ha rubato la prima vita. «Mai dimenticherò ciò che ho passato, anche se fossi condannato a vivere quando Dio stesso. Mai». Deportato ad Auschwitz, vede sparire madre e tre sorelle nei forni di Hitler «perché inadatte al lavoro», quel lavoro che sfinisce il padre fino alla morte.

Trascinato a piedi nel gelo, non un pezzo di pane, arriva a Buchenwald con alle spalle i russi che inseguono i nazisti in fuga. Ricomincia da un orfanatrofio francese, fa il giornalista, incontra François Mauriac, scrive La notte, memoria che lo avvicina a Primo Levi: «Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l´eternità il desiderio di vivere».

Sfogliando la lettera della Betancourt, Wiesel ritrova i suoi passi nel buio: «Imprigionata, tormentata, torturata, abbandonata da troppi protagonisti, per troppo tempo, sprofonda nelle tenebre lontane del terrore». Scrive Mélanie: «Mia piccola mamma, la tua lettera è arrivata da lontano, al di là dello spazio e del tempo. Nella giungla che ti trattiene sei lontana anche dal sole. Le tue parole ci hanno risvegliati. Abbiamo capito cosa vuol dire essere liberi...».

Se la prosa «lucida» della Betancourt ricorda a Wiesel quel suo stringere i denti per resistere nell´Europa distratta, la grande informazione vicina al presidente della Colombia, Uribe, liquida l´appello della Betancourt con una compassione sospetta che la prefazione del grande scrittore rovescia senza pietà: Ingrid è lucida e consapevole, mentre nei bisbigli colombiani la si rappresenta come il fantasma di chi ormai non sa come è cambiato il mondo. Temendone il ritorno destabilizzante, cominciano ad inquinare le verità che la Betancourt può testimoniare e che già annuncia nei sogni scritti alla madre: rivuole una Colombia non liberista, ma solidale e consapevole dell´infelicità di milioni di diseredati.

I figli hanno raccolto il messaggio e lo amplificano, e insistono senza tenerezze per nessuno. «Tutto continua a dipendere da certe persone: i dirigenti della Farc, il governo colombiano. Solo un pugno di uomini», responsabili di uno strazio senza fine. «Questi uomini non possono avere scuse. Hanno avuto tutto il tempo per riflettere sulle loro decisioni, hanno potuto valutarle milioni di volte continuando a ripetere: aspettiamo il momento giusto, che vuol dire aspettare di avere carte buone in mano per imporre il loro gioco. Oggi i giochi sono finiti. Non ci saranno altre partite. Questa è l´ultima partita. Le Farc devono essere coscienti che nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, la loro decisione concluderà la storia. Se faranno un passo in avanti liberando gli ostaggi, la storia lo ricorderà. Ma se insisteranno nel rimandare la liberazione per guadagnare strategicamente qualcosa sentendosi protette dallo scudo delle vittime, alla fine perderanno. Saranno gli sconfitti della storia. Il presidente colombiano, dal quale si poteva pretendere più compassione, umanità o semplice protezione, ha lasciato passare questi anni (quasi sei) con una certa indifferenza; peggio, innalzando ostacoli ogni volta che si apriva uno spiraglio per far saltare la possibilità di tentare un accordo. Ci siamo sempre scontrati con un certo tipo di interessi che sfuocano in secondo piano la vita di coloro che noi amiamo... Se ammettono che è prioritario salvare esseri umani, le cose diventano semplici: accordarsi con la Farc per lo scambio di ostaggi... Le critiche che noi rivolgiamo al governo le abbiamo riascoltate in ogni altro paese, dall´America Latina all´ Europa, Francia, soprattutto... Mi domando cosa pensi, mamma, in fondo alla foresta ascoltando briciole di informazioni alla radio... Forse non credi più alla possibilità di tornare. Io ci credo. C´è qualcosa che supera la nostra volontà. Tanti occhi sono rivolti verso voi ostaggi, sguardi che si indignano, coscienze che si svegliano, mobilitazione che attraversa il mondo... Mamma, sappiamo che bisogna fare in fretta. Sappiamo che stai toccando il fondo. Immaginiamo quanto sia difficile trovare la forza per un´altra notte di sofferenza, un´altra marcia forzata nell´inferno; altre umiliazioni... Non è una lettera d´addio. È una lettera di ben trovata. A presto, mamma».

Nelle 169 pagine del libro si ringraziano Hugo Chavez e Sarkozy, Piedad Cordoba, senatrice colombiana che ha tirato i primi fili della mediazione coinvolgendo il presidente venezuelano. Su Uribe e il suo governo Mélanie e Lorenzo rovesciano parole di sdegno che la buona educazione prova a sfumare.

Uribe ha tolto a Chavez la mediazione mentre Chavez stava per ricevere la lettera e le immagini di Ingrid e di altri ostaggi dopo quattro anni di niente.Vice presidente della Colombia è Francisco Santos, fino a qualche mese fa tra i proprietari e direttore del Tiempo, giornale senza rivali a Bogotà. La sua è una delle famiglie che dominano il paese. Quando Walter Veltroni espone l´immagine di Ingrid al Campidoglio, Santos protesta con una lettera ipocrita mandata al Corriere della Sera. Betancourt, è importante come ogni altro ostaggio, ripete. Ma prima di lei le Farc hanno rapito altre 2000 persone.

L´obiettivo non può concentrarsi su un solo prigioniero; deve programmare la restituzione immediata e senza condizioni di tutti. Principi sacrosanti che annunciano la paralisi. Fermi, aspettiamo... Era il febbraio 2007. Si ricordavano i 5 anni di prigionia della signora che aveva sfidato Uribe alla presidenza promettendo un paese senza caste, multinazionali sotto controllo, politica solidale e sensibile al destino di 3 milioni di uomini e donne in fuga dalla guerra interna: profughi dimenticati. Il mese scorso il vice presidente Santos imbuca consigli più o meno uguali indirizzati ai sindaci di tante città francesi: non esponete il ritratto della Betancourt, non accentrate il problema degli ostaggi solo su questa donna. E mentre il Tiempo (comprensibilmente filo governativo) ne mette in dubbio l´equilibrio mentale temendone il ritorno e accusando Chavez di ingerenze inaccettabili per essere riuscito a provare che Ingrid è viva ed è prossima la liberazione di tre prigionieri importanti; mentre si sparge fumo per confondere le idee, il sindaco del diciottesimo arrondissement di Parigi copre i Campi Elisi con l´immagine della Betancourt.

Adesso è più che mai in pericolo: i bombardamenti sbadati dell´esercito insistono con la soluzione di forza. Solo per caso - spiegano i ministri di Uribe - le forze armate colombiane manovrano in queste ore attorno alle frontiere amazzoniche verso le quali stanno marciando Clara, il suo bambino e il terzo ostaggio. Camminano accompagnate dalle Farc. E se una pattuglia del governo «per caso» incrocia prigionieri e carcerieri, cosa succede?

A chi daranno la colpa giornali e Tv, in agguato per conto del presidente Uribe? Agli orribili guerriglieri, naturalmente, davvero orribili, non solo nella crudeltà, soprattutto nel dosaggio dei ricatti. Tre morti in più o in meno non cambiano il loro profilo morale ma regalano ad Uribe la rivincita sul Chavez che continua a mediare con l´appoggio a Washington dei senatori democratici James McGovern, Bill Delahunt, e Gregory Meeks.

Lontano dalla foresta per salvare almeno la faccia, Uribe fa girare la giostra degli appelli e degli abbracci con presidenti amici. Nebbia nella quale è complicato orientarsi. Confondere per non risolvere è l´ultima maniglia alla quale si aggrappa per non perdere il rispetto degli elettori e non avvilire la poltrona che vorrebbe eterna, proprio come Chavez ma nessuno se ne meraviglia. Mentre scrivo, Clara, il bambino e l´altra signora ostaggio attraversano l´Amazzonia chissà con quale fortuna. Un giornale popolare di Bogotà gioca col Natale paragonando il loro viaggio alla fuga della sacra famiglia nell´Egitto accogliente di Gaza. Due mila anni dopo il mondo è davvero peggiorato. Gesù, Giuseppe e Maria si mettevano in salvo da Erode. Il guaio è che nella Colombia dei nostri giorni di Erode ce n´è più di uno. «Cara Mamma, siamo fieri di te che rifiuti di giocare il gioco dei rapitori. Il tuo esempio ci ha fatto diventare grandi. Tu, noi, assieme». E la speranza continua.

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Pubblicato il: 24.12.07
Modificato il: 24.12.07 alle ore 15.43   
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« Risposta #8 il: Dicembre 27, 2007, 06:50:25 »

27/12/2007 - RETROSCENA
 
Undici settembre
"Ingannati dalla Cia"

L'ex presidente della commissione vuole altre indagini
 
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
 

La Cia non diede alla commissione indipendente di inchiesta sull’11 settembre tutti i documenti che possedeva sull’attacco terroristico che causò quasi tremila vittime. Ad affermarlo è Thomas Kean, co-presidente con Lee Hamilton della commissione sull’11 settembre che concluse i lavori nell’estate 2004, secondo il quale «fu errata» la decisione della Cia di non consegnare i video relativi a centinaia di ore di interrogatori di Abu Zubaydah e Abd al Rahim al-Nashiri, due membri di Al Qaeda catturati nel 2002.

L’avvenuta distruzione di queste registrazioni è al centro di un braccio di ferro fra il Congresso di Washington e il governo federale per via del fatto che alcuni leader democratici sospettano la Cia di aver voluto far sparire i nastri in quanto mostravano l’uso ricorrente della tecnica di interrogatorio nota come «waterboarding» - annegamento simulato - a loro avviso equiparabile alla tortura, in violazione della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra. Tanto la Cia che il vicepresidente Dick Cheney negano tale equiparazione mentre il presidente George W. Bush ha detto in ripetute occasioni di non volersi pronunciare sul caso dei nastri scomparsi - o distrutti - «fino a quando sarà in corso l’inchiesta».

Adesso la novità sta nel fatto che nel contenzioso entra Phipil Zelikow, ex direttore esecutivo della commissione di inchiesta sull’11 settembre, firmando un memorandum nel quale si chiedono «ulteriori accertamenti» per verificare se la Cia abbia «violato le leggi federali« non rendendo pubblica l’esistenza dei video. La tesi di Zelikow si basa sul fatto che la commissione indipendente domandò alla Cia di consegnare «documenti», «rapporti» e «informazioni» frutto degli interrogatori sui detenuti di Al Qaeda e dunque anche i video dei due terroristi rientravano nella richiesta. La Cia invece sostiene che poiché la commissione non chiese mai specificatamente i nastri video sugli interrogatori dei due non vi fu violazione delle leggi federali.

«Che il comportamento della Cia sia stato illegale o meno, è stato sicuramente errato» ribattono Kean e Hamilton. Il memorandum di Zelikow, di cui ha svelato l’esistenza il New York Times, è destinato a riproporre le richieste di quel gruppo di famigliari delle vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001 che da tempo chiedono una riapertura dell’inchiesta considerando «incompleto» il rapporto del 2004 per via delle lacune su molti aspetti, come ad esempio la carenza di informazioni su come riuscirono i 19 kamikaze a muoversi con facilità sul territorio degli Stati Uniti nei giorni e nelle settimane precedenti al sequestro dei quattro aerei che sarebbero poi stati trasformati in missili.

Le polemiche sull’operato della Cia nella vicenda dei nastri si sovrappongono ai crescenti malumori per le indiscrezioni sul nuovo progetto di banca dati destinata ad essere creata dall’Fbi: sarà stanziato almeno un miliardo di dollari per la realizzazione di un imponente archivio con le informazioni biometriche di cittadini americani e stranieri per consentire il più veloce svolgimento delle indagini.

Per l’Unione per le libertà civili «la banca dati mondiale consentirà di rafforzare capacità di sorvegliare la società, indipendentemente dalla nazionalità degli individui». L’Fbi da parte sua ha affidato ai portavoce il compito di respingere tali accuse, spiegando che la «banca dati globale» sarà frutto della somma delle informazioni biometriche raccolte nell’ambito delle indagini sul terrorismo svolte in tutto il mondo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 come anche di quelle ottenute negli ultimi anni da oltre 1,5 milioni di cittadini iracheni ed afghani, schedati dalle forze americane a fini di sicurezza. Restano tuttavia da sciogliere alcuni interrogativi, a cominciare dall’uso dei dati dei visitatori europei in arrivo e in transito negli Stati Uniti, che possono al momento essere adoperati dalle agenzie per la sicurezza americane sono nel rispetto di rigidi parametri concordati con le parigrado istituzioni europee nell’ambito di un protocollo di intesa del quale al momento non sono previste revisioni.

Maurizio Molinari

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« Risposta #9 il: Gennaio 09, 2009, 05:07:22 »

9/1/2009
 
Due visioni della ripresa
 
MAURIZIO MOLINARI
 

Barack Obama espone da Fairfax, Virginia, il progetto di «ricostruire» l’economia nazionale e Nicolas Sarkozy da Parigi ribatte che l’America non è più l’unico leader del mondo e dovrà scendere a patti per realizzare il «nuovo capitalismo». Il dialogo a distanza fra il presidente eletto degli Stati Uniti e l’inquilino dell’Eliseo inaugura il confronto globale su che cosa bisogna costruire sulle ceneri del 2008 che, secondo quanto afferma uno studio degli economisti del «Council on Foreign Relations» di New York, «sarà ricordato come l’anno in cui il sistema finanziario moderno è crollato».

I due leader partono da bisogni differenti. Per Obama la priorità è scongiurare la depressione nazionale facendo leva su energie alternative, grandi opere, riforma sanitaria, tagli fiscali e sviluppo di Internet al fine di «trasformare l’America indirizzando la ricchezza verso la classe media», come suggerisce il rapporto «Progressive Growth» firmato dal co-presidente del team di transizione John Podesta.

Per Sarkozy invece la priorità è disegnare un nuovo sistema economico internazionale che metta al riparo l’Europa da nuovi terremoti.

Un sistema che getti le basi di una nuova stabilità e soprattutto impedisca il ripetersi di quanto avvenuto, creando regole finanziarie ed equilibri monetari nei quali «non sarà più un solo Paese e prevalere», come avvenuto nel caso degli Stati Uniti dopo gli accordi conclusi a Bretton Woods nel luglio del 1944.

La differenza di priorità fra Obama e Sarkozy promette scintille nel breve termine ma nulla toglie al fatto che strategicamente abbiano bisogno l’uno dell’altro. Lo stimolo economico che Barack chiede al Congresso di Washington, e che potrebbe sfondare il tetto di 1 trilione di dollari, avrà effetti assai parziali se non coinciderà con il varo di misure simili da parte degli altri Paesi più industrializzati, i cui investimenti e acquisti sono indispensabili alla crescita americana. Basti pensare che il rapporto Onu «World Economic Situation and Prospects 2009» suggerisce che l’aumento medio della spesa dei Paesi ricchi dovrà essere fra l’1,5 e il 2 per cento dei rispettivi Pil per tentare di archiviare la crisi di liquidità.

Sarkozy non può immaginare di scrivere le regole del «nuovo capitalismo», a partire dal summit del G20 in programma ad inizio aprile a Londra, senza raggiungere una solida intesa con Barack, che non solo sarà presto alla guida della nazione comunque più ricca del Pianeta ma è anche portatore di un progetto ambizioso di rivoluzione energetica destinato ad avere ripercussioni sulle bollette che si pagano a Marsiglia come a Genova. Senza contare i rischi inflazionistici e valutari per l’Europa connessi alla montagna di dollari che la Federal Reserve si appresta a stampare per riportare in fretta sufficiente denaro da spendere nelle tasche degli americani. Da qui la possibilità che Obama e Sarkozy abbiano iniziato, partendo da opposti estremi, a delineare il confronto che può portare a fare del 2009 l’anno-laboratorio del nuovo sistema economico. È una partita nella quale ogni potenza industriale è chiamata a fare la propria parte, mettendo sul piatto le idee che ha, e per l’Italia ieri è stato il ministro Giulio Tremonti a ipotizzare da Parigi «standard legali» per i sistemi finanziari del G8 come anche una moratoria lunga mezzo secolo per i prodotti tossici che impediscono ai mercati di risollevarsi.

Resta da vedere quale ruolo sceglieranno di giocare nella partita dei nuovi equilibri i giganti di Russia, Cina, India, Brasile e Messico come anche potenze regionali inquiete come Iran, Venezuela, Arabia Saudita e Indonesia. La sfida più difficile, per Obama come per Sarkozy, sarà trovare convergenze con questi nuovi attori che in comune hanno una forte aggressività. Lo dimostrano il monito di Pechino a Washington sulla possibilità di non acquistare più debito federale e la disinvoltura con cui Mosca gioca la carta delle forniture di gas contro l’Europa.

 
 
Finestra sull'America MAURIZIO MOLINARI 
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« Risposta #10 il: Gennaio 12, 2009, 09:31:49 »

11/1/2009 (7:29) - INTERVISTA

"Obama, missione impossibile"
 
«Di tutti i presidenti ci si chiede se saranno in grado di agire»

Il politologo Sabato: eredita un’America in crisi, non potrà mantenere le promesse


MAURIZIO MOLINARI
NEW YORK


Barack Obama sta veicolando la retorica elettorale nel programma di governo, ma servirà del tempo per comprendere se riuscirà ad agire».
E’ questa l’opinione di Larry Sabato, direttore del Center of Politics dell’Università della Virginia e fra i più acclamati conoscitori della politica americana come dell’istituto della presidenza.

Obama ha detto che durante la sua presidenza l’intelligence non torturerà più. E’ una promessa che può mantenere?
«Obama ha espresso la sua intenzione. Agire è un’altra cosa. Ogni insediamento di presidente è accompagnato da dubbi sulla sua capacità di agire. Alcuni presidenti e vice, come George W. Bush e Dick Cheney, sono riusciti ad agire altri invece, penso a quanto avvenne negli anni Sessanta e Settanta, molto meno. Nel caso specifico dell’intelligence non si può escludere che vi siano degli elementi all’interno intenzionati a continuare a fare di testa propria, con le torture o in altro modo. Ci vorrà del tempo per comprendere cosa davvero cambierà con Barack Obama».

E sul dialogo con l’Iran cosa pensa, quando inizierà?
«Non troppo presto. Avremo piuttosto una fase di sosta nella guerra fredda fra Stati Uniti e Iran che potrà, nel medio termine, portare ad un dialogo di sostanza. Ma la fase di interregno che inizia è disseminata di rischi. Può avvenire di tutto».

L’altro impegno che Obama ha annunciato è di non varare più leggi appesantite da «earmarks», gli sperperi di danaro pubblico dovuti a spese aggiuntive richieste da singoli parlamentari per rispondere a bisogni prettamente locali. Potrà farlo?
«Obama ha promesso di non inserire alcun “earmark” all’interno del pacchetto di stimolo economico ma non potrà certo evitare che ve ne siano in altre leggi, teniamo presente che in molti casi si tratta di spese locali ben motivate».

Veniamo all’energia. La scommessa di ridurre la dipendenza del petrolio in pochi anni grazie allo sviluppo di fonti alternative è realizzabile?
«Non credo, servirà molto tempo. E’ solo un obiettivo di lungo termine».

Dunque, dalla torture al bilancio fino all’ambiente Obama parla agli americani di obiettivi lontani nel tempo. Non è un rischio in un Paese pragmatico come gli Stati Uniti?
«Barack sta veicolando la retorica elettorale nel programma di governo. Questo è soprattutto vero nel caso del pacchetto di stimoli economici. Nei suoi discorsi parla di energie alternative, riforma della sanità, lotta agli sperperi di denaro pubblico e molto altro ancora al fine di convogliare dentro questa legge tutto quanto gli servirà a governare nei prossimi anni. Il pacchetto fiscale, il “Piano per la Ripresa”, sarà il testo fondante al quale lui si richiamerà nei prossimi anni. Dunque vuole che includa le idee per le quali si è battuto durante la campagna elettorale».

In Europa c’è scetticismo su questo approccio, si ha l’impressione che Obama faccia proclami destinati in gran parte a restare sulla carta...
«Comprendo queste obiezioni, che sono presenti anche in alcuni ambienti in America. Dobbiamo tener presente la situazione straordinaria nella quale ci troviamo. L’America ha un debito di 10 trilioni di dollari, ogni anno aumenta in genere di 2 trilioni ma Obama lo troverà già a quota 13 trilioni di dollari. In queste condizioni non si può fare tutto ciò che si proclama. Molti progetti e idee sono destinati a restare tali fino a quando non vi saranno le condizioni economiche per realizzarle».

Quale impatto può avere il largo uso di retorica da parte di Obama?
«Obama ha la migliore retorica politica che gli Stati Uniti hanno visto dai tempi di John Kennedy e Ronald Reagan. E’ uno strumento che gli serve per comunicare, motivare, unire gli americani, guardando al futuro. Per chiedergli nell’immediato di avere pazienza, fare sacrifici, affrontare molte difficoltà».

In concreto lei sta dicendo che la svolta Obama andrà adagio...
«Farà ciò che potrà, con i mezzi di cui disporrà che, all’inizio, sono molto limitati. Soprattutto sul piano economico. Obama è portatore di idee che puntano a innovare drasticamente la società americana ma servirà tempo per comprendere se possono essere realizzate. Non solo gli europei ma anche gli americani avranno bisogno di tempo per comprendere se Obama riuscirà davvero a cambiare gli Stati Uniti».

A non avere molta pazienza invece sono deputati e senatori democratici che si sono affrettati a criticare i tagli fiscali con cui Obama punta a risollevare la classe media. Cosa c’è dietro questo corto circuito?
«C’è la fretta dei membri del Congresso, molti dei quali affronteranno la rielezione nel novembre 2010, ben due anni prima di Obama. Votare nel novembre 2010 significa iniziare fra poco la campagna elettorale. Questi parlamentari hanno bisogno di risultati immediati sull’economia e dunque si oppongono ai tagli fiscali perché questi hanno un impatto nel lungo termine. A Obama invece il lungo termine fa comodo, perché fino al 2012 resterà nello Studio Ovale».

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« Risposta #11 il: Gennaio 14, 2009, 05:26:17 »

FRENATA SULLE PROMESSE ELETTORALI

Obama e i disillusi


di Massimo Gaggi


Prima la rinuncia a eliminare subito gli sgravi fiscali per i ricchi e a introdurre una tassa straordinaria sulle compagnie petrolifere, come promesso in campagna elettorale. Poi l'avvertimento che, dalla sanità alle pensioni, molti impegni e programmi di spesa andranno ridimensionati alla luce della gravissima crisi economica.

Le correzioni di rotta di Obama si stanno moltiplicando: alcune sono suggerite dalla recessione, altre vanno ben oltre. Come nel caso del prolungamento della presenza militare Usa in Iraq o in quello della rinuncia a chiudere subito il carcere di Guantanamo, un rinvio obbligato ma che ha fatto sensazione (visti gli impegni elettorali) tanto che il presidente eletto è stato costretto ieri a correggere il tiro. «Non mi sembra ancora il caso di andarlo a cercare col forcone, ma non è questo il cambiamento che ci aspettavamo» si sfoga sul Washington Post David Corn, il caporedattore di Mother Jones, magazine della sinistra radicale.

Nessuno mette apertamente sotto accusa Barack Obama per la formazione di un governo zeppo di centristi o per il ridimensionamento dei suoi impegni. Il personaggio è sempre popolarissimo e, del resto, non ha ancora nemmeno cominciato a governare. Ma, quando manca ancora una settimana al suo insediamento, tra i «liberal» e nella sinistra dei «blog» già serpeggia una certa delusione, mentre anche nella maggioranza democratica al Congresso si diffonde il malumore. Obama sperava di arrivare alla cerimonia del giuramento col suo piano anti- recessione — una legge di sostegni all'economia da quasi 800 miliardi di dollari— già approvato dalle Camere.

Invece, nonostante l'enfasi che ha posto sull'urgenza di intervenire per bloccare il rapido deterioramento del quadro economico, il nuovo presidente si è dovuto rassegnare a un iter tortuoso, col provvedimento che sarà esaminato da tutte le commissioni principali. E' durata poco l'illusione «di ottenere in Parlamento un trattamento da Immacolata Concezione» ironizza sul New York Times l'editorialista conservatore David Brooks. Certo, c'è chi contesta perché è stato «lasciato a terra», più che per preoccupazioni programmatiche. E' il caso di John Kerry, un critico puntiglioso della nuova amministrazione da quando Obama ha scelto Hillary Clinton, anziché lui, come Segretario di Stato.

Anche nelle severe e ripetute critiche di Paul Krugman all'inadeguatezza del piano di Obama i maliziosi vedono un riflesso della delusione dell'economista, fresco di premio Nobel, per non essere stato chiamato alla corte del nuovo leader. Ma forse nel caso di Krugman, più che di poltrone, il problema è politico: il neopresidente ha selezionato soprattutto personaggi che già avevano avuto esperienze di governo nell'era di Bill Clinton e ha fatto scelte politiche di centro, mentre Krugman, così come Joseph Stiglitz, è molto spostato a sinistra: non gli bastano stimoli e opere pubbliche, vuole un vero statalismo.

The Nation, voce ufficiale della sinistra radicale, invita i «liberal» a non fasciarsi la testa: «Certo, Obama si sta comportando da centrista e da pragmatico, ma viviamo in tempi straordinari e il suo può essere il modo giusto per ottenere risultati in un'ottica progressista ». E' nervosa anche l'attesa dei sindacati: Obama non si è rimangiato la promessa di varare una legge per facilitare il loro ingresso nelle aziende. Ma, da quando è stato eletto, non ne ha più parlato.

13 gennaio 2009
da corriere.it
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« Risposta #12 il: Febbraio 27, 2009, 10:19:26 »

27/2/2009 - LA SVOLTA DI WASHINGTON
 
Tasse ai ricchi sanità ai poveri
 
Per il rilancio 4 trilioni di dollari di budget.

Il passivo è di 1,7 trilioni, record dal 1945
 
 Maurizio Molinari
INVIATO A WASHINGTON
 

Tassare i ricchi per curare i poveri: è questo il principio-cardine del bilancio da 3,94 trilioni di dollari che Barack Obama ha inviato al Congresso con l’obiettivo di sconfiggere la recessione e porre le basi per le ripresa economica.

L’aumento complessivo delle imposte per cittadini e imprese è di 1,3 trilioni la cui parte più importante è composta da 636,7 miliardi frutto dell’azzeramento dei tagli fiscali di George W. Bush per chi guadagna più di 250 mila dollari annui. Per costoro le imposte aumenteranno fino a un massimo del 39,6% e le tasse sui capital gain cresceranno dal 15 al 20%. Saranno questi fondi sottratti ai ricchi a finanziare 635 miliardi di spese - nei prossimi dieci anni - destinati a ristrutturare la sanità pubblica per garantire un minimo di copertura a ognuno dei 46 milioni di cittadini che oggi non possono permettersela, così come numerosi progetti pubblici dall’educazione all’agricoltura fino alle infrastrutture. Una montagna di dollari sta per uscire dalle tasche dei cittadini per riversarsi nelle casse dello Stato, che li userà per creare posti di lavoro e garantire medicine ed educazione alla classe media impoverita. «Abbiamo di fronte a noi scelte difficili» ha detto il presidente americano, illustrando alla Casa Bianca il testo di 134 pagine che ha definito «un’onesta raffigurazione di dove siamo e dove vogliamo andare».

Fra le maggiori novità del bilancio spicca il nuovo approccio alle spese della Difesa: se nel 2009 aumenteranno del 4 per cento e le campagne militari in Iraq ed Afghanistan costeranno 140 miliardi - 75 in più del 2008 - la scelta strategica è a farle scendere nei prossimi dieci anni di 1,49 trilioni. Per la prima volta le guerre in Iraq e Afghanistan saranno contabilizzate nel bilancio federale.

Tasse in arrivo anche sul fronte dell’energia. Ad essere colpite saranno le aziende che immettono gas inquinanti nell’atmosfera e la strategia di «cap and trade» (taglia e commercia le emissioni) porterà a 645,7 miliardi di entrate entro il 2012 consentendo di recuperare i fondi necessari per sviluppare le nuove fonti rinnovabili e progetti avveniristici come quello descritto da Peter Orszag, capo dell’ufficio del bilancio, di una «autostrada dell’elettricità» dalle fattorie eoliche sui monti del North Dakota fino ai maggiori centri abitati della nazione.

A far decollare la spesa pubblica saranno anche ulteriori fondi «a disposizione del ministero del Tesoro» per l’eventuale sostegno alle istituzioni finanziarie a rischio di collasso - per 750 miliardi - e il risultato complessivo è di un deficit previsto di 1,75 trilioni, pari al 12 per cento del Pil ovvero il dato più alto dal 1945. Nel 2010 dovrebbe scendere a 1,17 trilioni ma il futuro non si annuncia affatto roseo: anche se il piano di Barack Obama per «rompere con gli errori del passato» dovesse riuscire a centrare tutti gli obiettivi, il deficit nel 2019 sarebbe di 712 miliardi con un debito di ben 23,1 trilioni.

I mercati finanziari hanno accolto numeri e scenari dell’amministrazione Usa con un nuovo salto all’indietro - il Dow Jones ha chiuso con un arretramento dell’1,64% e il Nasdaq del 2,38 - e al Congresso si annuncia battaglia. Kent Conrad, presidente democratico della commissione Bilancio del Senato, assegna «voti iniziali positivi» al piano Obama ma ammette che «bisognerà fare molto di più per impedire l’indebitamento nazionale nel lungo termine». Anche un altro influente leader democratico del Senato, Max Baucus, fa capire al presidente che dovrà rimettere mano al testo perché: «A pagare le cure ai dipendenti siano i datori di lavoro anziché altri cittadini».

I repubblicani accusano la Casa Bianca di voler puntare tutto sull’«aumento delle tasse»: «Siamo d’accordo sul garantire assistenza sanitaria a chi non ce l’ha ma la strada per arrivarci non può essere tassare cittadini e imprese nel bel mezzo di una recessione». Intanto Fannie Mae archivia il quarto trimestre con una perdita di 25,2 miliardi di dollari e chiede al Tesoro americano nuovi aiuti per 15,2 miliardi.
 
da lastampa.it
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« Risposta #13 il: Marzo 10, 2009, 09:39:19 »

10/3/2009
 
Obama tra scienza e crisi

 
MAURIZIO MOLINARI
 
Con la decisione di abolire i limiti al finanziamento pubblico della ricerca sulle cellule staminali Barack Obama si propone di fare della scienza un motore della ripresa economica, sottolinea di opporsi a limitazioni politiche della ricerca e conferma la sua fede religiosa in «bene comune» che va oltre qualsiasi dogma.

Il legame fra scienza ed economia è descritto dai volti di coloro che circondavano il Presidente americano al momento della firma alla Casa Bianca dell’ordine esecutivo e del memorandum sull’integrità scientifica: il biologo molecolare Peter Agre, Nobel per la chimica, Patricia Bath, inventrice dell’uso del laser per togliere la cataratta, Robert Horowitz, biologo all’avanguardia nella ricerca sul cervello, Janet Rowley, la genetista che individuò nella traslocazione dei cromosomi la causa della leucemia, e Harold Varmus, Nobel per la medicina.

Sono cinque nomi nei quali l’America rispecchia quella «capacità di inventare ciò che non possiamo immaginare» sulla quale Obama scommette per trasformare la scienza in un vettore di investimenti, ricchezza e posti di lavoro individuando nella ricerca delle risposte alle malattie incurabili la frontiera più avanzata del sapere umano. Proprio come fece John F. Kennedy quando scommise sulla corsa alla Luna. Se la scelta fatta da George W. Bush nell’agosto del 2001 di limitare il finanziamento pubblico alle poche linee di produzione di cellule staminali allora esistenti portò numerosi scienziati e ricercatori americani a trasferirsi velocemente in Gran Bretagna, ora l’inversione di rotta di Obama viene salutata dal Times di Londra con l’allarme su una «imminente fuga di cervelli verso l’America», ben fotografando la stagione di serrata concorrenza che si apre fra i maggiori laboratori delle due nazioni anglosassoni impegnati nella corsa ad allungare la vita umana.

Per un Presidente assediato dalla recessione, dai mercati in picchiata e con ministri bersagliati da critiche degli economisti e satira dei talk show, giocare la carta della scienza sul fronte della ripresa significa guadagnare ossigeno e poter puntellare il rapporto con l’opinione pubblica.

È anche a tal fine che Obama assegna al passo sulle staminali un valore più ampio. «Promuovere la scienza non significa solo garantire le risorse ma anche proteggere la libertà di ricerca, impedire alla politica di ostacolare la ricerca», ha detto Obama al fine di sottolineare il distacco dalle scelte di un predecessore accusato di aver fatto prevalere le sue convinzioni, ideologiche e religiose sulla necessità di sviluppare il sapere.

Il contrasto fra pragmatismo e ideologia è il cavallo di battaglia con il quale Obama ha vinto le elezioni ed a cui ora ricorre per ribadire la necessità di lasciarsi alle spalle la stagione dei conflitti viscerali - fra destra e sinistra, progressisti e conservatori, laici e religiosi - ereditati dagli Anni 60 e che hanno tenuto banco in America durante le amministrazioni dei Bill Clinton e George W. Bush, entrambi appartenenti alla generazione dei «baby-boomers».

Proprio per suggellare la fine di tali spaccature ideologiche Obama giustifica il passo sulle staminali con il linguaggio del credente: «Poiché sono una persona religiosa credo che dobbiamo aver cura l’uno dell’altra e impegnarci per far venir meno le sofferenze umane, ci è stata data la capacità di perseguire questa ricerca e dobbiamo farlo con responsabilità». La fede per Obama non è quella nei dogmi, a qualsiasi Chiesa e fede appartengano, ma dell’impegno a perseguire il «bene comune», una meta nella quale riconosce tanto l’insegnamento di Abramo Lincoln che non cercò la vendetta contro i soldati sudisti sconfitti quanto il verbo di Sant’Agostino che disse «prega come se tutto dipendesse da Dio, lavora come se tutto dipendesse da te». Quest’idea del «lavoro per il prossimo» costituisce la base della fede di un Presidente che descrive gli americani come «guardiani dei miei fratelli e delle mie sorelle», è favorevole all’aborto ma ne condanna gli eccessi e punta alla «sconfitta della povertà» richiamandosi al messaggio originale di Gesù.

Per quell’Europa dove la ricerca delle staminali resta un tabù e la contrapposizione laici-religiosi rimane congelata dall’ideologia il linguaggio e le politiche di Obama pongono una sfida alla quale sarà difficile sfuggire, sul piano dei valori come del mercato.

 
da lastampa.it
« Ultima modifica: Marzo 11, 2009, 09:31:06 da Admin » Loggato
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« Risposta #14 il: Marzo 11, 2009, 09:32:00 »

11/3/2009
 
La Lega e l'eco di Obama
 
 MAURIZIO MOLINARI
 
Ideato dall’unico senatore socialista di Capitol Hill, incluso nel pacchetto di stimoli per l’economia col tacito avallo di Obama e applicato in tempo record da Bank of America, l’emendamento «anti-H-1B» spinge le imprese statunitensi a non assumere stranieri.

In singolare sintonia con il linguaggio protezionista del leader della Lega, Umberto Bossi, secondo il quale «nei posti di lavoro è giusto preferire gli italiani agli stranieri, anche se regolari».

Gli «H-1B» sono i visti grazie ai quali gli studenti stranieri usciti dalle università americane possono trovare lavoro negli Stati Uniti, coronando il sogno dell’integrazione in un Paese al quale hanno dedicato 2, 4 o anche 6 anni d’ininterrotta fatica sui libri e sui computer. Ogni anno vengono assegnati circa 65 mila visti «H-1B» ma questi posti di lavoro, in tempi di recessione, fanno gola ai cittadini americani e per invocare il legame privilegiato fra nazionalità e occupazione si è mosso Bernie Sanders, il senatore indipendente del Vermont che si definisce «socialista» rifiutando di essere contato fra i democratici di Obama perché li considera troppo moderati. Sanders ha scritto di proprio pugno l’emendamento protezionista, in base al quale le aziende che ricevono aiuti pubblici hanno un tetto massimo per le assunzioni di stranieri, e lo ha fatto co-firmare al repubblicano Chuck Grassley, avversario delle fusioni fra aziende americane e non. Assieme hanno raccolto con facilità la maggioranza dei voti, con tanto di via libera di Rahm Emanuel, capo di gabinetto della Casa Bianca. Il testo che seppellisce il sogno americano degli studenti stranieri - anche il padre keniota di Obama lo inseguiva - ha sollevato reazioni allarmate dall’India alla Malaysia mentre il presidente della Business School della Columbia University, Glenn Hubbard, ha parlato di «decisione terribile», imitato da analoghe reazioni di atenei e college che temono di diventare meno attraenti per gli stranieri, con conseguenti danni nei bilanci.

Ma le proteste delle università non hanno trovato ascolto né alla Casa Bianca né al ministero del Tesoro né tantomeno a Capitol Hill anche perché negli stessi giorni la Bank of America si affrettava a vantarsi d’essere diventato il primo gigante di Wall Street protagonista di una riduzione delle «offerte di lavoro agli stranieri come richiesto dalla legge firmata dal presidente Barack Obama». Le ripercussioni sono a pioggia: a migliaia di studenti stranieri, inclusi molti italiani, che avevano già in tasca offerte di lavoro per Wall Street è stato chiesto di «attendere» e gran parte di loro dovranno presto lasciare gli Stati Uniti perché i posti che gli erano stati assegnati con criteri meritocratici andranno a finire a titolari di passaporti americani.

A meno di un mese dal summit del G-20 di Londra, invocato da Obama e Gordon Brown come foro per rilanciare i mercati e frenare il protezionismo, l’emendamento Sanders e le parole di Bossi lasciano intendere come su entrambi i lati dell’Atlantico la recessione più dolorosa dell’ultimo secolo abbia innescato un vortice di emozioni negative che, secondo uno studio del Peterson Institute di Washington, rischiano di «avvelenare i pozzi del commercio mondiale». Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno basti pensare che nel ministero della «Homeland Security», titolare per l’immigrazione, c’è chi sta discutendo l’ipotesi di abolire la lotteria annuale per l’assegnazione delle carte verdi che consentono agli stranieri di lavorare legalmente negli Usa.

Di fronte alla pressione protezionista che viene da sindacati, capi politici locali e aziende timorose della concorrenza sta ai leader nazionali il compito di reagire. Non a caso Dan Ikenson, economista di punta del Cato Institute, chiama in causa l’incertezza di Obama, imputandogli di «non aver ancora parlato con chiarezza contro il protezionismo». Se le esitazioni sono palesi è perché l’inquilino della Casa Bianca si trova a un bivio simile a quello degli altri colleghi del summit G-20, Italia inclusa: deve decidere se cedere alle pressioni politiche interne e alle pulsioni di un elettorato che si impoverisce sacrificando il libero commercio, oppure reagire, difendendo i principi-cardine del libero commercio, rischiando però di perdere popolarità. È insomma, come dicono i veterani di Washington, una prova di leadership. Nell’elenco dei capi di governo che spingono Obama in quest’ultima direzione spiccano per determinazione il canadese Stephen Harpers e il brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva mentre scarseggiano, al momento, i nomi europei.

 
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