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Autore Topic: ALEXANDER STILLE.  (Letto 32617 volte)
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« Risposta #30 il: Novembre 01, 2011, 11:42:29 »

31
ott
2011

Alexander STILLE




L’altro giorno ad un convegno qui a New York, l’economista Robert Shiller della Yale University, uno dei pochi che aveva previsto l’attuale crisi economica, ha spiegato che sulla base di quasi 800 anni di dati finanziari, crisi bancarie come quella attuale, normalmente sono lunghe, seguono un ciclo di circa dieci anni dal crac alla ripresa. Questo fatto ci costringe a rivedere un po’ la situazione di Barack Obama. Avrebbe potuto gestire meglio, per certi versi, la crisi ma con tutta probabiltà saremmo più o meno nella stessa melma qualunque cosa facesse. Lui era un uomo perduto fin dal primo giorno della sua presidenza. Purtroppo, il pubblico americano non ha una conoscenza della storia economica degli ultimi 800 anni. Invece, la storia politica degli ultimi cinquant’anni dimostra che l’elettore americano basa il suo voto (in buona parte) sull’andamento dell’economia negli 12 mesi prima dell’elezione.

Questo fa sì che qualunque candidato repubblicano – anche il più squalificato e apparentemente ineleggibile — ha un’ottima chance di battere Obama anche se la principale responsabilità per la crisi scoppiata nel 2008 resta dopo quasi otto anni di governo Bush e di deregolamentazione voluta dai repubblicani.

DA - http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/10/31/tempi-lunghi-e-brevi-di-una-crisi/?ref=HREA-1
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« Risposta #31 il: Novembre 22, 2011, 12:38:17 »

22
nov
2011

Storia di due bigliettini

Alexander STILLE

Giuliano Ferrara ha dedicato una puntata del suo programma Radio Londra al bigliettino inviato dal vicesegretario del Pd Enrico Letta al neo premier Mario Monti come se avesse scoperto un complotto losco.

“Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!”

Non c’è assolutamente nulla da rimproverare nel biglietto, che sembra scritto in uno spirito di civiltà e collaborazione.
Il Pd appoggia il governo apertamente dall’esterno e quindi offre la sua collaborazione. E infatti Letta ha detto: “Certo che il biglietto è mio. E mi pare la dimostrazione che in privato diciamo le stesse cose che in pubblico”.

Ferrara dedica vari minuti al bigliettino come se l’esistenza di messaggi privati tra membri del parlamento fosse segno di intrallazzi sinistri, di una forma di collusione, simile ai rapporti occulti con le varie P2, P3 e P4 che hanno investito il mondo berlusconiano o i pagamenti per tappare la bocca a Tarantini ecc.

Sarebbe forse utile ricordare il contenuto di un altro biglietto mandato dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel 2008 a due giovani deputate. “Gabri, Nunzia, state molto bene insieme! Grazie per restare qui, ma non è necessario. Se avete qualche invito galante per colazione, Vi autorizzo (sottolineato) ad andarvene!…Molti baci a tutte e due!!! Il “Vostro” presidente “

Biglietto al quale le giovani premesse del PDL hanno risposto: “Gli inviti galanti li accettiamo solo da lei”.

Mi sembra che ci sia un po’ di differenza tra i due biglietti.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/11/22/storia-di-due-bigliettini/
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« Risposta #32 il: Novembre 30, 2011, 06:00:29 »

30
nov
2011

Peccati veri e presunti

Alexander STILLE

Pare che il candidato repubblicano Herman Cain stia pensando di ritirarsi dalla corsa per la presidenza dopo le ultime rivelazioni di una sua presunta storia d’amore e dopo che sono venute alla luce accuse di molestie sessuali da parte di due altre donne. A me sembra un peccato: la candidatura di Cain si distrugge per una storia extraconiugale, comportamento puramente personale che risale da un periodo in cui Cain era semplicemente un privato cittadino. Sarebbe stato molto più giusto se Cain fosse stato costretto a ritirarsi per alcune sue proposte politiche. Per esempio, la sua proposta di scavare una fossa lungo il nostro confine con il Messico e riempirla con alligatori. Oppure la sua principale proposta economica – il cosiddetto piano 9-9-9 che lui ripete con un mistico della cabala. Significa eliminare tutto il sistema progressivo della tassazione è di sostituirlo con una semplice tassa unica uguale per tutti: livello di tassazione federale nove per cento, tassazione per ogni stato nove per cento e una VAT (la nostra Iva) del nove per cento. Per qualche settimana  – prima che la gente abbia potuto fare un po’ di aritmetica  – sembrava bello, perfino seducente compilare il modulo fiscale su una cartolina postale: ho guadagnato $50,000 e quindi devo $4,500 in tasse. Ma dopo un po’ si è cominciato a fare un po’ di conti e si è iniziato a capire che il piano 9-9-9 avrebbe alzato le tasse soprattutto per i ceti medi e bassi e avrebbe rappresentato un grande regalo ai contribuenti più ricchi che avrebbero visto il loro livello di tassazione ridotto dal 35 al 9 per cento a nove. Un risparmio, per coloro i quali guadagnano oltre un milione di dollari l’anno, di centinaia di migliaia di dollari all’anno. Il tutto naturalmente alle spese del resto della collettività. Ma invece si parlerà dei peccati personali di Cain veri o presunti che siano.

http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/11/30/peccati-veri-e-presunti/
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« Risposta #33 il: Febbraio 10, 2012, 11:11:20 »

9
feb
2012

Metodo e Follia

Alexander STILLE


Guardando la stagione delle primarie repubblicane ci sono varie osservazioni da fare.

Metodo e follia. “C’è metodo nella sua follia,” dice Shakespeare nel suo “Amleto.” E nella corsa per la nomination repubblicana abbiamo visto molta follia ma anche parecchio metodo.

Prima, la follia. I primi dibattiti avevano davvero un’atmosfera da circo oppure, come hanno detto alcuni commentatori, da “reality.” televisivo. Abbiamo visto come due anni del cosiddetto Tea Party – con il suo odio viscerale per qualunque cosa che sappia di governo. Con la sua visione paranoica e apocalittica del mondo e di Obama come anticristo, il cui piano per offrire assicurazione sanitaria a quelli che non ce l’hanno rischia di distruggere gli Stati Uniti, e portare il paese verso la Germania di Hitler oppure, forse peggio dal loro punto di vista, la Francia di oggi! – ha prodotto dei veri e propri mostri della politica. Michele Bachmann – che in un primo momento sembrava una Sarah Palin con un cervello – alla fine ha fatto il miracolo di far sembrare la Palin una politica seria e preparata.

Abbiamo assistito alla breve apoteosi di Herman Cain, il pizzaiolo nero, che per un paio di settimane era super popolare nella base repubblicana, che prendeva in giro l’idea che un presidente americano dovesse conoscere i leader di altri paesi, parlando di “Uzbeki-beki-beki-stan” e dando l’impressione netta che non sapeva cosa fosse la Libia, nonostante la notevole presenza, giusto in quel momento, di aerei americani nei cieli libici. “Libia…Libia…fammi pensare, non vorrei dire una cosa inesatta,” ha detto come uno scolaro che sta per
essere bocciato alla maturità.

Poi, c’era Rick Perry, governatore del Texas – lo stato con la decima economia più grande al mondo! – che ha avuto un vuoto di memoria di almeno trenta secondi mentre cercava di ricordarsi il suo programma politico. Abbiamo visto una gara tra i candidati repubblicani per il numero più alto di ministeri da rasare al suolo: Ambiente! Energia! Istruzione! Interno! Commercio! Edilizio e Sviluppo Urbano!

Poi, c’è stata la gara per il livello fiscale più basso: 25%! No, 20%, 15%, si è arrivati perfino a zero. (“Perché non torniamo al 1913?” ha detto Ron Paul, facendo riferimento all’anno in cui furono installate le tasse individuali). E quindi c’è la fantasia che si possa tornare all’inizio del secolo scorso quando gli Stati Uniti erano un paese prevalentemente agricolo, le famiglie erano grandi, si moriva a 50 anni, votavano solo gli uomini bianchi; un paese isolato dal resto del mondo senza alcuna protezione contro i mali dell’industrializzazione: infortuni sul lavoro, inquinamento, malattie, pensioni di invalidità o per la vecchiaia, assicurazioni sanitarie.

Le primarie hanno avuto vari pregi. In primo luogo, hanno fatto vedere il livello di follia, di frenesia ideologica, in cui è caduto il partito repubblicano in questi ultimi anni: il modo in cui la retorica antigovernativa cominciata con Reagan (“il governo non è la soluzione, il governo è il problema”) si è spinta sempre più in là, fino a raggiungere il dogmatismo infantile del cosiddetto Tea Party e del liberismo estremo di Ron Paul, in cui si cerca di eliminare del tutto il governo e ridurre le tasse a zero.

Per un breve periodo l’elettorato si è infatuato di ognuno di questi candidati che hanno avuto un balzo nei sondaggi e attenzione mediatica alle loro idee – ma poi il pubblico, vedendo questi candidati più da vicino, li ha respinti uno per uno con orrore. Ascoltare attentamente i discorsi insensati di Michele Bachmann, Herman Cain o Rick Perry ha riportato molti elettori ad un minimo di buon senso, e ha fatto loro apprezzare i relativi meriti di un candidato come Mitt Romney, che con molti difetti (a cui torneremo in futuro), ha almeno il pregio di essere
intelligente, preparato e non pazzo. Romney rappresenta certamente l’avversario più forte per Obama.

Romney, per guadagnare consenso in un partito spostatosi sempre di più verso l’estrema destra, ha dovuto trasformarsi, con la sua capacità da camaleonte, da moderato governatore del Massachusetts, che una volta difendeva i diritti dei gay e delle donne all’accesso all’aborto e ha creato un sistema di assicurazione sanitaria
universale, ha rinunciato a quasi tutto il suo patrimonio ideale per piacere alla folla repubblicana e ha sposato molte delle posizioni dell’estrema destra, articolate però con un tono più moderato. Per cui in Romney metodo e follia si combaciano.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/02/09/metodo-e-follia/
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« Risposta #34 il: Febbraio 14, 2012, 12:50:27 »

14
feb
2012

Disuguaglianza — di chi la colpa?

Alexander STILLE.

Il movimento Occupy Wall Street, pur avendo posizioni vaghe e senza richieste precise, ha però avuto il pregio, con il suo slogan “Siamo il 99%”, di spostare il dibattito americano verso il problema della crescente disuguaglianza degli Stati Uniti. Ormai le statistiche accumulate durante gli ultimi 40 anni sono schiaccianti. Quasi tutta la crescita economica di questi ultimi decenni è andata al 10% più benestante del paese e la maggior parte di quella crescita è stata goduta dall’1% o dal 0,01% degli Stati Uniti.

In passato i conservatori hanno negato l’esistenza della crescente disuguaglianza economica negli Stati Uniti oppure l’hanno giustificata dicendo che era l’effetto naturale e positivo di maggiore efficienza economica e di una macchina capitalistica che premiava i più bravi a scapito degli altri. Il punto importante – dicevano loro – non era la disuguaglianza ma la mobilità, e se gli Stati Uniti rimanevano il paese delle opportunità, in cui un ragazzo povero poteva diventare ricco, la disuguaglianza non era affatto un problema. Ormai sulla base di questi 40 anni di dati si è arrivati alla conclusione innegabile che gli Stati Uniti sono diventati uno dei paesi più disuguali tra quelli avanzati, ma allo stesso tempo uno dei più immobili. Sempre di più la collocazione socioeconomica dei genitori determina quella dei figli  -  chi nasce in una famiglia ricca e con una buona educazione finisce nello stesso ceto dei propri genitori, mentre i figli di famiglie più povere e meno istruite finiscono sempre di più nelle categorie meno abbienti. Ormai la destra ha dovuto accettare questo fatto, ma ha una nuova risposta al problema – è vero che siamo una società stratificata, ma non è colpa dei ricchi, è colpa dei poveri.

Nel suo nuovo libro “Coming apart”, Charles Murray nota che i ceti più benestanti sono anche i più “virtuosi”: si sposano di più, divorziano di meno, vanno più in chiesa, mentre i ceti più bassi, sia bianchi sia neri, fanno vite più disordinate, fanno figli fuori dal matrimonio, condannandosi a vite difficili con prospettive marginali.

In un’economia post-industriale che premia l’istruzione e che manda posti di lavoro meno complessi all’estero, i più istruiti e laboriosi si prendono il bottino e gli altri si accontentano degli avanzi, secondo Murray.

Manca completamente da questa analisi un fattore non indifferente: la politica.

Leggendo conservatori come Murray, uno penserebbe che i beni economici in questi ultimi anni siano stati distribuiti come in un vuoto, con le forze puramente impersonali di una nuova economia globalizzata, e che hanno premiato i virtuosi dotati e hanno punito i poveri sprovveduti. 

Anche se è vero che la globalizzazione favorisce i laureati e rende più difficile la posizione della manodopera, negli Stati Uniti i ricchi hanno usato la politica per cambiare le regole del gioco in un modo che li favorisce ancora più radicalmente.

Le tasse per i più ricchi sono scese dagli anni Sessanta da un massimo del 90% al 35% attuale. Inoltre, tutta una serie di tasse che riguardano soprattutto la classe degli investitori (tasse sugli interessi, sugli investimenti, sull’eredità) sono state decisamente ridotte, con il risultato che dal 1972 al 2010 le tasse effettivamente pagate da persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno sono scese dal 47% al 25%, a livelli molto più bassi del lavoratore comune.

Allo stesso tempo il costo della politica è andato alle stelle e la voce di questa classe di super-ricchi (ci sono 237.000 persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno) è sempre più influente: hanno riscritto le leggi fiscali a loro piacimento e hanno tolto tutta una serie di regolamenti del mondo finanziario e di protezioni per i lavoratori comuni. La riscrittura delle norme fiscali a favore dei benestanti è stato accompagnato da uno sforzo determinato a disfare tutta una serie di programmi sociali disegnati per aiutare le categorie più deboli a risalire la scala economica: asili dell’infanzia per genitori che lavorano, scuole materne pubbliche, borse di studio per università che costano sempre di più, programmi di aggiornamento per lavoratori disoccupati.

Prendiamo il caso di Mitt Romney, probabile candidato repubblicano, che ha dovuto dopo tanta resistenza pubblicare la sua dichiarazione dei redditi: Romney ha guadagnato l’anno scorso 21 milioni di dollari senza lavorare un giorno – tutti interessi e guadagni dal suo patrimonio stimato circa 250 milioni di dollari. Il patrimonio di Romney, guadagnato nel mondo della finanza, ha tratto vantaggio da due grandi cambiamenti fiscali degli ultimi decenni.
 
Un trucco fiscale era quello di tassare come investimenti i guadagni di compagnie come quella di Romney – la Bain Capital, una cosiddetta “private equity company” – quindi al 15% piuttosto che al 35%, che è l’aliquota sul reddito da lavoro. I guadagni di compagnie come quella di Romney non sono considerati reddito, ma guadagni su investimenti, e quindi tassati al solo 13,9% rispetto al 35% che sarebbe dovuto alle categorie di reddito più alte.

In più, le compagnie private equity come quella di Romney, comprano altre compagnie in difficoltà quasi interamente con prestiti bancari, non con soldi propri; e così possono dedurre dalle loro tasse gli interessi di questo debito. Queste norme hanno favorito molto questo tipo di attività, e le compagnie ‘private equity’ guadagnavano anche quando le compagnie acquistate finivano in bancarotta.
 
Pensate a questo: se Romney avesse pagato il 35% in tasse sui 21 milioni di dollari in reddito, invece del 13,9% avrebbe dato al tesoro americano altri 4,4 milioni di dollari. Questo avrebbe potuto essere tradotto in 20.000 dollari in borse di studio per 100 studenti, più 12.000 dollari in corsi di aggiornamento per altri 100 lavoratori disoccupati, più 12.000 dollari di scuola dell’infanzia per 100 bambini. 

Tutti interventi di grande utilità che potrebbero cambiare le possibilità di vita di 300 persone, tutto dal reddito perduto di un contribuente. Rende un po’ l’idea della tragedia di una generazione perduta, in cui abbiamo sacrificato i bisogni della grande maggioranza per il beneficio di pochi. Abbiamo molta documentazione che dimostra che quando le nostre priorità nazionali erano puntate verso la creazione di maggiori opportunità e di benessere più diffuso abbiamo anche visto più mobilita economica. Senza tenere conto di questo grande spostamento politico, la storia della crescente disuguaglianza rimane incompleta e quasi incomprensibile.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/02/14/disuguaglianza-di-chi-la-colpa/
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« Risposta #35 il: Febbraio 17, 2012, 05:04:30 »

14
feb
2012

Disuguaglianza — di chi la colpa?

Alexander STILLE

Il movimento Occupy Wall Street, pur avendo posizioni vaghe e senza richieste precise, ha però avuto il pregio, con il suo slogan “Siamo il 99%”, di spostare il dibattito americano verso il problema della crescente disuguaglianza degli Stati Uniti. Ormai le statistiche accumulate durante gli ultimi 40 anni sono schiaccianti. Quasi tutta la crescita economica di questi ultimi decenni è andata al 10% più benestante del paese e la maggior parte di quella crescita è stata goduta dall’1% o dal 0,01% degli Stati Uniti.

In passato i conservatori hanno negato l’esistenza della crescente disuguaglianza economica negli Stati Uniti oppure l’hanno giustificata dicendo che era l’effetto naturale e positivo di maggiore efficienza economica e di una macchina capitalistica che premiava i più bravi a scapito degli altri. Il punto importante – dicevano loro – non era la disuguaglianza ma la mobilità, e se gli Stati Uniti rimanevano il paese delle opportunità, in cui un ragazzo povero poteva diventare ricco, la disuguaglianza non era affatto un problema. Ormai sulla base di questi 40 anni di dati si è arrivati alla conclusione innegabile che gli Stati Uniti sono diventati uno dei paesi più disuguali tra quelli avanzati, ma allo stesso tempo uno dei più immobili. Sempre di più la collocazione socioeconomica dei genitori determina quella dei figli  -  chi nasce in una famiglia ricca e con una buona educazione finisce nello stesso ceto dei propri genitori, mentre i figli di famiglie più povere e meno istruite finiscono sempre di più nelle categorie meno abbienti. Ormai la destra ha dovuto accettare questo fatto, ma ha una nuova risposta al problema – è vero che siamo una società stratificata, ma non è colpa dei ricchi, è colpa dei poveri.

Nel suo nuovo libro “Coming apart”, Charles Murray nota che i ceti più benestanti sono anche i più “virtuosi”: si sposano di più, divorziano di meno, vanno più in chiesa, mentre i ceti più bassi, sia bianchi sia neri, fanno vite più disordinate, fanno figli fuori dal matrimonio, condannandosi a vite difficili con prospettive marginali.

In un’economia post-industriale che premia l’istruzione e che manda posti di lavoro meno complessi all’estero, i più istruiti e laboriosi si prendono il bottino e gli altri si accontentano degli avanzi, secondo Murray.

Manca completamente da questa analisi un fattore non indifferente: la politica.

Leggendo conservatori come Murray, uno penserebbe che i beni economici in questi ultimi anni siano stati distribuiti come in un vuoto, con le forze puramente impersonali di una nuova economia globalizzata, e che hanno premiato i virtuosi dotati e hanno punito i poveri sprovveduti. ??Anche se è vero che la globalizzazione favorisce i laureati e rende più difficile la posizione della manodopera, negli Stati Uniti i ricchi hanno usato la politica per cambiare le regole del gioco in un modo che li favorisce ancora più radicalmente.

Le tasse per i più ricchi sono scese dagli anni Sessanta da un massimo del 90% al 35% attuale. Inoltre, tutta una serie di tasse che riguardano soprattutto la classe degli investitori (tasse sugli interessi, sugli investimenti, sull’eredità) sono state decisamente ridotte, con il risultato che dal 1972 al 2010 le tasse effettivamente pagate da persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno sono scese dal 47% al 25%, a livelli molto più bassi del lavoratore comune.??Allo stesso tempo il costo della politica è andato alle stelle e la voce di questa classe di super-ricchi (ci sono 237.000 persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno) è sempre più influente: hanno riscritto le leggi fiscali a loro piacimento e hanno tolto tutta una serie di regolamenti del mondo finanziario e di protezioni per i lavoratori comuni. La riscrittura delle norme fiscali a favore dei benestanti è stato accompagnato da uno sforzo determinato a disfare tutta una serie di programmi sociali disegnati per aiutare le categorie più deboli a risalire la scala economica: asili dell’infanzia per genitori che lavorano, scuole materne pubbliche, borse di studio per università che costano sempre di più, programmi di aggiornamento per lavoratori disoccupati.

Prendiamo il caso di Mitt Romney, probabile candidato repubblicano, che ha dovuto dopo tanta resistenza pubblicare la sua dichiarazione dei redditi: Romney ha guadagnato l’anno scorso 21 milioni di dollari senza lavorare un giorno – tutti interessi e guadagni dal suo patrimonio stimato circa 250 milioni di dollari. Il patrimonio di Romney, guadagnato nel mondo della finanza, ha tratto vantaggio da due grandi cambiamenti fiscali degli ultimi decenni.? ?Un trucco fiscale era quello di tassare come investimenti i guadagni di compagnie come quella di Romney – la Bain Capital, una cosiddetta “private equity company” – quindi al 15% piuttosto che al 35%, che è l’aliquota sul reddito da lavoro. I guadagni di compagnie come quella di Romney non sono considerati reddito, ma guadagni su investimenti, e quindi tassati al solo 13,9% rispetto al 35% che sarebbe dovuto alle categorie di reddito più alte.??In più, le compagnie private equity come quella di Romney, comprano altre compagnie in difficoltà quasi interamente con prestiti bancari, non con soldi propri; e così possono dedurre dalle loro tasse gli interessi di questo debito. Queste norme hanno favorito molto questo tipo di attività, e le compagnie ‘private equity’ guadagnavano anche quando le compagnie acquistate finivano in bancarotta.? ?Pensate a questo: se Romney avesse pagato il 35% in tasse sui 21 milioni di dollari in reddito, invece del 13,9% avrebbe dato al tesoro americano altri 4,4 milioni di dollari. Questo avrebbe potuto essere tradotto in 20.000 dollari in borse di studio per 100 studenti, più 12.000 dollari in corsi di aggiornamento per altri 100 lavoratori disoccupati, più 12.000 dollari di scuola dell’infanzia per 100 bambini. ??Tutti interventi di grande utilità che potrebbero cambiare le possibilità di vita di 300 persone, tutto dal reddito perduto di un contribuente. Rende un po’ l’idea della tragedia di una generazione perduta, in cui abbiamo sacrificato i bisogni della grande maggioranza per il beneficio di pochi. Abbiamo molta documentazione che dimostra che quando le nostre priorità nazionali erano puntate verso la creazione di maggiori opportunità e di benessere più diffuso abbiamo anche visto più mobilita economica. Senza tenere conto di questo grande spostamento politico, la storia della crescente disuguaglianza rimane incompleta e quasi incomprensibile.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/02/14/disuguaglianza-di-chi-la-colpa/
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« Risposta #36 il: Marzo 10, 2012, 04:13:08 »

28
feb
2012

La Farsa della Prescrizione

Alexander STILLE

Sembra una beffa la conclusione del processo Mills-Berlusconi. Dopo anni di preparazione, mesi di udienze, non abbiamo neanche un verdetto sulla colpevolezza o meno dell’ex premier Berlusconi. Scopriamo solo che sono scaduti i termini della prescrizione. Ma poiché il calcolo della prescrizione dovrebbe essere un’operazione automatica – se il reato è commesso in un certo anno il reato si estingue dopo un certo numero di anni – com’è possibile assistere alla farsa di celebrare un intero processo per scoprire successivamente che è stato tutto inutile?

Il vero scandalo di questo processo è la legge sulla prescrizione in Italia. La prescrizione esiste in quasi tutti i sistemi legali per impedire la persecuzione degli imputati, e che i procuratori possano pescare nel distante passato di qualcuno per inchiodarlo. Però in qualsiasi altra democrazia che si conosca, l’orologio della prescrizione si ferma nel momento in cui inizia l’azione penale. Invece il sistema corrente è un invito ai cavilli legali e a qualsiasi strategia pretestuosa per prolungare i tempi del processo – quello che vediamo tutti i giorni in Italia. Basta avere un avvocato furbo. Data l’anomalia dei tre gradi di giudizio in Italia – in altri paesi la condanna si riceve al primo grado, cui ci si può poi appellare successivamente – più l’anomalia dell’orologio della prescrizione che sempre batte, ed essendo il paese degli azzeccagarbugli quello dove vivono i processi italiani, e aggiungendo l’anomalia del pluri-imputato Berlusconi che accorcia ancora di più i termini della prescrizione, si arriva alla farsa attuale. Il governo Monti finalmente porge la questione della prescrizione, ma la imposta in modo sbagliato. L’Italia dovrebbe entrare nel rango dei paesi civili, dove l’orologio della prescrizione si ferma all’inizio del processo. Questo avrebbe due effetti salutari: il primo è che eviterebbe beffe come quella che abbiamo appena visto, e il secondo è che vedremmo una giustizia molto più rapida. Gli imputati nel sistema attuale hanno tutto l’interesse di prolungare i processi; se non avessero la speranza della prescrizione, l’incentivo sarebbe nella direzione opposta: anche loro vorrebbero una giustizia rapida per uscire dall’ombra del sospetto e dell’incertezza.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/02/28/la-farsa-della-prescrizione/
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« Risposta #37 il: Marzo 31, 2012, 10:27:44 »

Giornalismo pigro e non

ALEXANDER STILLE

Sono appena tornato da un viaggio di 10 giorni in Italia insieme a 16 studenti della scuola di giornalismo della Columbia University, ragazzi provenienti da tutto il mondo, tra i 23 e i 30 anni, che imparano il mestiere. In una settimana a Roma gli studenti, oltre a vedere la città, molti per la prima volta, si sono dati molto da fare nel lavorare a degli articoli in un corso sulla religione in Italia.

Pur non sapendo l’italiano ed essendo nuovi all’Italia, molti dei ragazzi hanno scoperto cose e fatto dei bellissimi pezzi, che non ho visto sulla stampa italiana. Uno degli studenti voleva fare un pezzo sui profughi libici finiti in Italia dopo la rivolta anti Gheddafi, e con nostro stupore ha trovato un albergo romano pieno di vittime della rivolta libica, quasi tutti feriti o disabili, che avevano perso una gamba o una mano, o avevano subito gravi ferite durante gli scontri con il governo di Gheddafi.

Tre dei nostri studenti sono rimasti quasi tutta la notte a raccogliere le loro testimonianze, tanto avevano bisogno di parlare e raccontare le loro storie. Altri due studenti si sono occupati della comunità rom, e si sono messi in contatto con una fonte che abitava ad un’ora da Roma, in un posto mal servito dai servizi pubblici, e a loro spese hanno affittato una macchina per scoprire queste realtà poco conosciute.

Dopo lo sgombero dei campi rom a Roma, molti dei cosiddetti zingari sono finiti in campi vicino ad Ardea, ed è stato molto interessante scoprire che la comunità rom è molto divisa su linee religiose, e che gli stessi rom hanno stereotipi negativi sul loro gruppo etnico. I rom ortodossi sostenevano che sono i loro vicini musulmani a creare tutti i problemi, e viceversa, e gli zingari ‘italiani’ guardavano con sospetto quelli di più recente provenienza.

Una nostra studentessa indiana ha fatto una bella inchiesta sui gay cattolici, mettendo in luce le contraddizioni e le complicazioni della loro condizione: spesso ben assimilati ed accettati a livello locale nelle loro parrocchie, ma osteggiati e non capiti dalla gerarchia della Chiesa.

Il giornalismo italiano, mi dispiace dirlo, è in buona parte pigro e passivo, e preferisce stare microfono in mano davanti a Montecitorio a intervistare chi entra e chi esce, piuttosto che andare in giro a cercare delle storie. Si reagisce a grandi avvenimenti – un omicidio o uno stupro  – ma non si va alla ricerca della realtà delle comunità in cui si vive.

DA - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/03/29/giornalismo-pigro-e-non/
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« Risposta #38 il: Aprile 07, 2012, 11:52:10 »

7
apr
2012

Il volto di Bossi

Alexander STILLE

    La feccia che risale il pozzo – questo sembrano le porcherie della famiglia Bossi che vengono ora a galla nelle varie inchieste sulle finanze della Lega Nord. Mi ha sempre stupito come, fino ad ora, Umberto Bossi sia riuscito a continuare a passare come un tribuno del popolo, castigatore dei costumi nefasti di Roma Ladrona, quando era perfino troppo evidente da dieci o quindici anni che i leader della Lega erano diventati tra i membri più viziati ed arroganti della casta politica italiana e che Bossi non aveva realizzato niente – proprio niente – delle sue tante promesse elettorali, in particolare, un’Italia federalista. L’unico loro successo semmai era di avere creato una rete di clientela leghista in alcune regioni e città che assomigliassero alle clientele della prima Repubblica.

    Quando Bossi ha cominciato ad imporsi sulla scena nazionale verso la fine degli anni ottanta, sembrava una novità potenzialmente importante per la politica italiana. Nonostante la volgarità della sua retorica antimeridionale, Bossi ha messo il dito su una piaga vera: l’eccessiva centralizzazione dello Stato italiano e la tendenza di uno stato invasivo e predatore di soffocare le migliori energie del paese.

    Nel suo linguaggio nudo e crudo da uomo da bar, Bossi aveva espresso chiaramente alcuni sentimenti molto diffusi e spesso giustificati: “A Roma, mangiano i soldi che facciamo noi!” Se fosse stato un uomo di vera statura, se fosse cresciuto politicamente ed umanamente, Bossi avrebbe potuto, forse, superare i limiti xenofobici del suo messaggio politico e convincere altre regioni d’Italia, in particolare, quelle del Sud, che erano malservite anche loro da uno Stato troppo concentrato a Roma, da una partitocrazia che si intromette in tutti i punti nevralgici dell’economia italiana.

    Ma piuttosto presto Bossi si è rivelato un uomo piccolo piccolo – incapace di andare oltre la politico dell’insulto, di allargare il suo discorso oltre il campanilismo nordista, appoggiandosi sempre di più sui sentimenti peggiori di odio razziale e religioso.

    Bossi, miracolosamente, è riuscito a tenere tranquillo il suo elettorato pur prendendolo in giro in un modo sempre più palese. Ha mantenuto il suo profilo populista grazie al suo dito medio alzato e le sue battute volgari, becere e spesso violente, mentre tutto il suo comportamento politico andava in senso contrario. Da campione di Mani Pulite, motore del movimento anti-corruzione, Bossi si è rapidamente convertito in difensore dei privilegi della classe politica.

    Da figura trasversale che ha lasciato il primo governo Berlusconi denunciando il colpo di spugna mirato a proteggere la famiglia Berlusconi dalle inchieste giudiziarie, Bossi è diventato l’alleato più fedele del grande corruttore. Improvvisamente, dopo aver parlato di Berlusconi come “Craxi con la parrucca” e come “il mafioso di Arcore”, Bossi ha fatto molto del lavoro sporco del Popolo della Libertà, appoggiano quasi tutte le misure fatte dagli avvocati di Berlusconi per toglierlo dai guai, per proteggere la sua azienda, annacquare il codice penale, azzerare processi in corso e rendere molto, molto difficile i processi di corruzione.

    Doveva destare molti più sospetti l’aiuto finanziario che Berlusconi ha dato alla Lega per farla uscire dalla crisi  -  due milioni in forma di linea di credito garantita da una fideiussione personale di Silvio Berlusconi. Questo aiuterebbe a capire come mai Bossi si sia trasformato da cane arrabbiato del popolo del Nord in cagnolino della corte di Berlusconi dal 2001, anno del prestito, a oggi.

    Conoscendo la “generosità” del Cavaliere non sarebbe fuori luogo sospettare che questi due milioni siano solo la punta dell’iceberg. La presenza del nome di Aldo Brancher nelle inchieste sulla Lega – uomo di fiducia di Berlusconi e figura chiave in molti processi di tangenti e corruzione – presenta vari scenari possibili. Doveva destare sospetti la promozione sfacciata da parte di Bossi della carriera “politica” del figlio Renzo, ragazzo poco brillante con una vita scapestrata – comportamento degno del peggiore craxismo oppure del dittatore serbo Slobodan Milosevic e suo figlio Marko.

    In questi anni, Bossi, “ministro per le riforme”, non ha fatto niente per riformare l’Italia. Anzi, è stato uno dei pochi alleati di Berlusconi ha accettato le più grandi porcherie del Cavaliere: le decine di leggi ad personam mentre il federalismo rimaneva lettera morta. È stata la Lega – nella persona di Roberto Calderoli, uno dei nuovi triumviri della Lega Nord – a dare al paese la sua peggiore legge elettorale, quella che il suo stesso creatore ha definito “una porcata”. Una legge totalmente partitica che toglieva all’elettore la capacità di scegliere i propri rappresentanti, dando poteri quasi assoluti ai segretari di partito.
    L’ipocrisia e la bancarotta ideale e politica di Bossi era evidente da anni ma lui, a differenza di Berlusconi, fino ad ora non ha dovuto mai pagare un vero prezzo politico. Anche se la folla leghista ancora lo osanna, forse la feccia che sta salendo dal pozzo cambierà il quadro. Bossi dimostra di non aver capito niente: copre di insulti e minacce i giornalisti che gli fanno domande legittime sui soldi scomparsi dalle casse della Lega. Ma ormai Bossi sembra a quasi tutti, come è sembrato a noi da un pezzo, solo un povero pagliaccio e un cialtrone.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/04/07/il-volto-di-bossi/
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« Risposta #39 il: Aprile 12, 2012, 03:36:28 »

7
apr
2012

Il volto di Bossi

Alexander STILLE

    La feccia che risale il pozzo – questo sembrano le porcherie della famiglia Bossi che vengono ora a galla nelle varie inchieste sulle finanze della Lega Nord. Mi ha sempre stupito come, fino ad ora, Umberto Bossi sia riuscito a continuare a passare come un tribuno del popolo, castigatore dei costumi nefasti di Roma Ladrona, quando era perfino troppo evidente, da dieci o quindici anni, che i leader della Lega erano diventati tra i membri più viziati ed arroganti della casta politica italiana e che Bossi non aveva realizzato niente – proprio niente – delle sue tante promesse elettorali, in particolare, un’Italia federalista. L’unico loro successo semmai era di avere creato una rete di clientela leghista in alcune regioni e città che assomigliassero alle clientele della prima Repubblica.

    Quando Bossi ha cominciato ad imporsi sulla scena nazionale verso la fine degli anni ottanta, sembrava una novità potenzialmente importante per la politica italiana. Nonostante la volgarità della sua retorica antimeridionale, Bossi ha messo il dito su una piaga vera: l’eccessiva centralizzazione dello Stato italiano e la tendenza di uno stato invasivo e predatore di soffocare le migliori energie del paese.

    Nel suo linguaggio nudo e crudo da uomo da bar, Bossi aveva espresso chiaramente alcuni sentimenti molto diffusi e spesso giustificati: “A Roma, mangiano i soldi che facciamo noi!” Se fosse stato un uomo di vera statura, se fosse cresciuto politicamente ed umanamente, Bossi avrebbe potuto, forse, superare i limiti xenofobici del suo messaggio politico e convincere altre regioni d’Italia, in particolare, quelle del Sud, che erano malservite anche loro da uno Stato troppo concentrato a Roma, da una partitocrazia che si intromette in tutti i punti nevralgici dell’economia italiana.

    Ma piuttosto presto Bossi si è rivelato un uomo piccolo piccolo – incapace di andare oltre la politico dell’insulto, di allargare il suo discorso oltre il campanilismo nordista, appoggiandosi sempre di più sui sentimenti peggiori di odio razziale e religioso.

    Bossi, miracolosamente, è riuscito a tenere tranquillo il suo elettorato pur prendendolo in giro in un modo sempre più palese. Ha mantenuto il suo profilo populista grazie al suo dito medio alzato e le sue battute volgari, becere e spesso violente, mentre tutto il suo comportamento politico andava in senso contrario. Da campione di Mani Pulite, motore del movimento anti-corruzione, Bossi si è rapidamente convertito in difensore dei privilegi della classe politica.

    Da figura trasversale che ha lasciato il primo governo Berlusconi denunciando il colpo di spugna mirato a proteggere la famiglia Berlusconi dalle inchieste giudiziarie, Bossi è diventato l’alleato più fedele del grande corruttore. Improvvisamente, dopo aver parlato di Berlusconi come “Craxi con la parrucca” e come “il mafioso di Arcore”, Bossi ha fatto molto del lavoro sporco del Popolo della Libertà, appoggiando quasi tutte le misure fatte dagli avvocati di Berlusconi per toglierlo dai guai, per proteggere la sua azienda, annacquare il codice penale, azzerare processi in corso e rendere molto, molto difficile i processi di corruzione.

    Doveva destare molti più sospetti l’aiuto finanziario che Berlusconi ha dato alla Lega per farla uscire dalla crisi  -  due milioni in forma di linea di credito garantita da una fideiussione personale di Silvio Berlusconi. Questo aiuterebbe a capire come mai Bossi si sia trasformato da cane arrabbiato del popolo del Nord in cagnolino della corte di Berlusconi dal 2001, anno del prestito, a oggi.

    Conoscendo la “generosità” del Cavaliere non sarebbe fuori luogo sospettare che questi due milioni siano solo la punta dell’iceberg. La presenza del nome di Aldo Brancher nelle inchieste sulla Lega – uomo di fiducia di Berlusconi e figura chiave in molti processi di tangenti e corruzione – presenta vari scenari possibili. Doveva destare sospetti la promozione sfacciata da parte di Bossi della carriera “politica” del figlio Renzo, ragazzo poco brillante con una vita scapestrata – comportamento degno del peggiore craxismo oppure del dittatore serbo Slobodan Milosevic e suo figlio Marko.

    In questi anni, Bossi, “ministro per le riforme”, non ha fatto niente per riformare l’Italia. Anzi, è stato uno dei pochi alleati di Berlusconi ha accettato le più grandi porcherie del Cavaliere: le decine di leggi ad personam mentre il federalismo rimaneva lettera morta. È stata la Lega – nella persona di Roberto Calderoli, uno dei nuovi triumviri della Lega Nord – a dare al paese la sua peggiore legge elettorale, quella che il suo stesso creatore ha definito “una porcata”. Una legge totalmente partitica che toglieva all’elettore la capacità di scegliere i propri rappresentanti, dando poteri quasi assoluti ai segretari di partito.
    L’ipocrisia e la bancarotta ideale e politica di Bossi era evidente da anni ma lui, a differenza di Berlusconi, fino ad ora non ha dovuto mai pagare un vero prezzo politico. Anche se la folla leghista ancora lo osanna, forse la feccia che sta salendo dal pozzo cambierà il quadro. Bossi dimostra di non aver capito niente: copre di insulti e minacce i giornalisti che gli fanno domande legittime sui soldi scomparsi dalle casse della Lega. Ma ormai Bossi sembra a quasi tutti, come è sembrato a noi da un pezzo, solo un povero pagliaccio e un cialtrone.

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« Risposta #40 il: Aprile 14, 2012, 12:06:56 »

14
apr
2012

L’ultima della Santanchè

 Piergiorgio ODIFREDDI

La signora Daniela Garnero, alias Santanchè, la conosciamo tutti. Soprattutto coloro che, avendo avuto la dubbia fortuna di averla conosciuta adolescente, sono al corrente dei suoi trascorsi giovanili, precedenti alla ricostruzione plastica e alla costruzione mediatica della sua figura fisica e pubblica.

Le sue uscite sono spesso umoristiche, anche se in maniera contrapposta alle sue intenzioni. Ad esempio, quando diede a Maometto del pedofilo, per l’età di Aisha, senza accorgersi che la stessa accusa avrebbe potuto essere rivolta a San Giuseppe, per l’età di Maria. E che dunque era sciocco appellarsi a questo argomento per dimostrare una supposta barbarie degli islamici, e non dei cristiani.

Ma poiché nessuno è perfetto, a volte anche alla Garnero, alias Santanchè, scappa qualche provocazione veritiera. Tale è, ad esempio, l’affermazione che Nilde Iotti è stata presidente della Camera, per tredici anni e in tre legislature consecutive, perché era stata la compagna di Togliatti.

Naturalmente, il parallelo con la Minetti è insensato: Togliatti lasciò la moglie per la Iotti, e se non la poté sposare, fu perché al potere c’erano gli analoghi dei fondamentalisti alla Santanchè, che di introdurre il divorzio non vollero neppure sentir parlare per venticinque anni.

Ma rimane il fatto che se la Iotti arrivò dove arrivò, non fu certo perché aveva fatto la Resistenza: cosa che, invece, secondo quanto riporta Miriam Mafai in “Ma chi è quella signora?”, non risultava, ed era allora fonte di sospetto nei suoi confronti da parte dei funzionari di partito.

Oggi, invece, anche solo ammettere che votare la Iotti a presidente della Camera fu, per il Pci, una soddisfazione analoga a quella della Lega, quando votò allo stesso scranno la Pivetti,  diventa un delitto di lesa Prima Repubblica.

La nomenclatura politica, da Bersani a Fassino, dalla Bindi a Di Pietro, si è chiusa a riccio in difesa dell’onore di “una delle figure più importanti della nostra storia politica”: tradotto, di una persona che ha seduto in parlamento ininterrottamente dal 1946 alla morte, nel 1999, per tredici legislature consecutive.

Sostenere, a ragione, che la Iotti è stata un ottimo presidente della Camera, come tutti hanno sostenuto, significa solo appellarsi a un argomento a valle per giustificare un problema che sta a monte. Ironicamente, è lo stesso argomento addotto proprio dalla Minetti, dalla Carfagna e dalla Gelmini, quando chiedono di essere giudicate per come hanno ricoperto i loro incarichi, e non per come li hanno “conquistati”.

La Santanchè non vede la differenza tra la Iotti e le allegre comari del suo partito, e questo conferma che non è così intelligente come crede di essere. Ma i notabili della “sinistra” non vedono le analogie tra le scorrettezze di certe nomine, pur nella differenza dei motivi, e questo rivela che anch’essi non sono politicamente e moralmente così retti come vorrebbero farci credere.

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« Risposta #41 il: Aprile 23, 2012, 11:38:17 »

23
apr
2012

Alexander STILLE

Ci vuole la galera


Alcuni dei recenti scandali italiani – la Lega, Roberto Formigoni e l’amministrazione della regione Lombardia, il ritorno in Italia del faccendiere Valter Lavitola (capitolo n. 77 dello scandalo Berlusconi) per citare solo quelli più noti – oltre a generare un senso di nausea producono anche una voglia di galera. In Italia vige da qualche tempo il principio che i potenti non finiscono mai in carcere. Le poche eccezioni sono quando il potente è vulnerabile, non ha più le solite protezioni politiche, cioè quando non è più potente. Ma i veri potenti in galera non ci vanno mai.

Pensate invece a questi casi avvenuti negli ultimi anni negli Stati Uniti: Il governatore repubblicano dello stato del Connecticutt, John Rowland, è stato costretto a dimettersi, viene condannato e passa un anno in prigione perché alcuni appaltatori dello Stato hanno pagato per qualche lavoro di restauro fatto nella sua casa di vacanza. E che dire, invece, della terrazza della famiglia Bossi, la macchina di suo figlio e delle vacanze di lusso del governatore Formigoni?

Nello stato di Texas, un giudice federale, Samuel Kent, è stato condannato a 33 mesi di prigione perché avrebbe mentito sul trattamento riservato a due impiegate che l’hanno accusato di molestie sessuali. Quanti mesi avrebbe fatto Berlusconi, le cui bugie e le cui molestie non si contano più?

Non meno di venti ufficiali pubblici – compreso il capogruppo del partito repubblicano nel Congresso – un vero potente – sono finiti in prigione per lo scandalo Abramoff – un lobbyista che ha corrotto molti politici con viaggi gratis, cene, contributi alle campagne elettorali. Recentemente, due governatori dello stato di Illinois – uno repubblicano, uno democratico – sono finiti in galera per atti di corruzione.

Naturalmente, ci vogliono i processi per accertare tutti i fatti. Ma se risulterà che Berlusconi ha dato 850 mille euro a Giampiero Tarantini per comprare il suo silenzio, o che ha, con l’aiuto del signor Lavitola, “comprato” un senatore per fargli cambiare schieramento e far cadere il governo, perché non la galera?

Servirebbe a mandare un messaggio molto chiaro: certe cose non si fanno. E se uno le fa, paga un prezzo – un vero prezzo.

Un’Italia con Bossi, Formigoni e Berlusconi in prigione è un paese inimmaginabile, ma sarebbe – se le prove nei loro confronti troveranno un riscontro – un paese serio.

DA - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/04/23/ci-vuole-la-galera/
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« Risposta #42 il: Maggio 06, 2012, 04:54:16 »

4
mag
2012

Domande curiose

Alexander STILLE

Ho ricevuto ieri un paio di domande da una giornalista colombiana a proposito del futuro di Berlusconi alla luce del suo processo in corso a Milano. Le domande del tutto legittime sono commoventi nella loro ingenuità –  presuppongono uno stato di diritto e il concetto che nel mondo politico le azioni hanno delle consequenze. La prima domanda:

“Dopo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche di Ruby Rubacuori, che possibilità c’è che Berlusconi si assumerà le sue responsibilità?.

La mia risposta: Zero. Le intercettazioni di Ruby sono solo l’ultimo episodio di dozzine di casi di comportamento miserevole, poco etico o addirittura illegale da parte di Berlusconi e il suo entourage; ma la sua risposta è sempre stata la stessa: negare, negare e negare in barba alle prove documentate, cambiare le carte in tavola, dare la colpa agli altri e presentarsi come la vittima di una grande persecuzione. È una persona senza pudore, senza dignità e senza la minima preoccupazione per il bene del suo paese.

Seconda domanda: “È possibile che dopo questo scandalo Berlusconi tornerà alla vita politica? ”

Risposta: “Più che probabile, anzi certo. La politica non l’ha ancora lasciata. Berlusconi è quasi l’unica persona al mondo che non vede il fallimento del suo governo come una condanna del suo operato come leader. Il crollo dell’economia italiana, la crisi dei mercati finanziari, ha mandato il messaggio inequivocabile che lui non poteva stare al governo neanche un giorno in più. Eppure Berlusconi non considera tutto ciò pertinente rispetto alla sua idoneità come leader politico. Berlusconi, nonostante tutto, rimane l’uomo più potente del paese, con un vasto patrimonio e una macchina di guerra mediatica a sua completa disposizione e una serie di interessi personali e economici da difendere. Finche lui rischia di finire in galera o rischia di perdere il  monopolio della televisione privata – l’anomalia da cui deriva sia la sua grande fortuna sia molto del suo potere – rimarrà in politica per difendersi con le unghie e con i denti. Poi, per gratificare la  sua megalomania: rimane convinto nella fantasia di essere un grande leader alla pari di De Gaulle, di Churchill e di Roosevelt.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/05/04/domande-curiose/
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« Risposta #43 il: Ottobre 19, 2012, 06:14:55 »


19
set
2012

Due modi di leggere la violenza in Libia.

Alexander STILLE

L’uccisione del console americano a Bengasi e le proteste violente in una ventina di città del Medio Oriente contro il film denigratorio su Maometto meritano due chiavi di lettura.

La prima è un’interpretazione culturale basata sulla percezione di uno scontro tra due civiltà. Mentre la seconda è di tipo strutturale e vede questi episodi come momenti di transizione da regimi autoritari verso governi più democratici ma deboli.

Consideriamo per prima quella culturale. Per molti nell’opinione pubblica americana il fanatismo religioso, l’odio anti-americano, l’intolleranza nei confronti di opinioni diverse e la prontezza alla violenza dimostrano che il mondo islamico non è pronto per la democrazia, o addirittura è incompatibile con la democrazia.

Il professor Fouad Ajami, intellettuale libanese-americano, offre una versione più sofisticata della rottura culturale. Ajami scrive in un articolo recente sul Washington Post che la caduta del mondo arabo dal suo punto di gloria più alto nel 300, seguita da una serie di sconfitte, come l’invasione dei Mongoli, la conquista dei Turchi ottomani e poi la colonizzazione dei paesi europei, ha reso quel mondo particolarmente sensibile a ferite del proprio orgoglio:

“C’è un dolore e una volontà di reazione nei confronti del giudizio esterno che derivano da un profondo e lungo senso di umiliazione. Un abisso separa il punto basso in cui sta il mondo arabo oggi, e la sua storia di grandezza. In questo contesto l’orgoglio ferito è facile da comprendere. (…) Nell’ultimo mezzo secolo gli arabi, come altri musulmani, hanno sentito la minaccia di una civiltà che li circonda e che non sono in grado ne’ di dominare ne’ di rifiutare. Gli arabi più giovani spesso si vergognano dello stato dei propri paesi, sanno che oltre 300 milioni di arabi vivono in una situazione di stagnazione economica e culturale, ma guai allo straniero che fa le stesse critiche”.

Questo aspetto culturale viene fuori in alcuni dei dispacci che arrivano in questi giorni dal Medio Oriente. La libertà spesso viene concepita in termini collettivi nel mondo arabo, e non in termini individuali. Un abitante del Cairo intervistato dal New York Times spiega: “Noi non insultiamo mai il profeta, né Mosè né Gesù. Perché non possiamo pretendere che Maometto venga rispettato?” Questa stessa persona, identificata come un operaio tessile di 39 anni, portava un cartello con una scritta in inglese: “Stai zitta America, Obama è il presidente e quindi dovrebbe chiedere scusa”.

Una parte del problema è quindi la difficoltà nel capire che negli Stati Uniti un deficiente ha il diritto di mettere roba denigratoria su internet senza incorrere in problemi legali, e che non dipende dal presidente dagli Stati Uniti. Mentre il vilipendio alla religione è un reato grave in molti paesi islamici, come anche in alcuni paesi europei.

Ma va tenuto in conto anche l’elemento strutturale. L’assassinio del console americano in Libia è avvenuto poco dopo l’elezione democratica di un nuovo presidente libico, che ha studiato negli Stati Uniti. L’attacco al consolato americano è stato realizzato da una piccola banda armata di estremisti che rappresentano una piccola minoranza nella Libia di oggi. Hanno potuto compiere il loro attacco quasi esclusivamente grazie alla debolezza del nuovo governo e il disordine che ancora domina nel paese. Gli americani a Bengasi sono stati difesi da altri libici, alcuni dei quali sono morti nello scontro tra bande armate.

Indubbiamente, nel breve termine la democrazia ha reso più deboli i nuovi governi democratici dei paesi sconvolti dalla Primavera Araba. Questa debolezza fa sì che gli elementi più estremisti e violenti trovino uno sbocco, mentre nei paesi più solidi proteste del genere finirebbero con arresti di massa, come avverrebbe a New York o a Roma.

Non dimentichiamoci che il cammino verso la democrazia moderna in Europa ha visto vari secoli di guerre fondate sulla religione.

Varie ricerche sull’opinione pubblica musulmana dimostrano che su moltissimi punti gli islamici valorizzano la democrazia quanto i loro coetanei europei o americani. Si differenziano invece sul punto dolente di offese verso la religione e sul ruolo delle donne.

Mentre è del tutto legittimo descrivere lo sfondo culturale in cui avvengono questi ultimi episodi di violenza, bisogna non dimenticare l’elemento strutturale di stati con capacità limitate, e non interpretare gli ultimi avvenimenti come segno del fallimento della Primavera Araba, e di quei governi occidentali che l’hanno incoraggiata.

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« Risposta #44 il: Ottobre 26, 2012, 04:16:43 »


24
ott
2012

Il peso del dibattito

 Alexander STILLE

Il consenso iniziale sul terzo e ultimo dibattito tra il presidente Barack Obama e Mitt Romney sembra essere su una vittoria a punti di Obama, ma non su un K.O. decisivo. L’ultimo dibattito è stato sullla politica estera, tema che importa molto meno al grande pubblico e su cui il presidente in carica ha un netto vantaggio, avendo gestito la politica estera del Paese per gli ultimi quattro anni. In più, Obama ha il vantaggio di aver trovato e ucciso Osama Bin Laden, il quale era sfuggito all’amministrazione di George W. Bush per quasi otto anni. Il presidente si è dimostrato piuttosto sicuro di sé, e capace di sferrare alcuni colpi a Romney per le sue posizioni contrastanti in materia.

Un primo sondaggio dopo il dibattito ha trovato il 53% degli americani assegnare la vittoria a Obama, contro solo il 13% che ha considerato Romney come il vincitore, con un 27% che ha visto il dibattito finire in parità. Altri sondaggi danno un vantaggio più limitato al presidente ma lo vedono sempre in testa.

In questo momento i due sfidanti sono più o meno pari, mentre Obama mantiene un leggero vantaggio tenendo in considerazione il cosiddetto “electoral college,” quello strano sistema americano per cui i risultati delle elezioni si calcolano con la maggioranza dei vari Stati piuttosto che con una somma del voto popolare nazionale.

Ma forse il punto più interessante è come mai sembra essere stato così decisivo il primo dibattito. Romney ha guadagnato quattro punti nei sondaggi nazionali ed è riuscito a rovesciare l’immagine sostanzialmente negativa che l’elettorato aveva di lui. Il suo tasso di approvazione è aumentato di parecchio e quello di disapprovazione  è diminuito. Se perde Obama, molti daranno la colpa alla sua prestazione così indifferente e impreparata nel primo dibattito, ma nel passato i dibattiti presidenziali hanno tutto sommato influito relativamente poco sui risultati finali.

Perché allora questa volta il primo dibattito ha spostato così tanto l’opinione pubblica a favore di Romney, anche se nel secondo e il terzo dibattito la maggior parte degli ascoltatori ha dato come vincitore Obama?

La mia ipotesi è che il vantaggio precedente di Obama fosse parzialmente illusorio e mascherava una debolezza di fondo. L’indice più sicuro delle possibilità di rielezione di un presidente in carica è l’andamento dell’economia nei dodici mesi precedenti le elezioni. Visto in quest’ottica, Obama era sempre in una posizione vulnerabile. Nella prima fase della campagna elettorale, cioè nelle primarie, questa debolezza è stata coperta dall’immagine terrificante di un partito repubblicano sempre più estremista, in cui i vari candidati, compreso Romney, hanno combattuto tra di loro per sembrare quello più a destra. Poi nei primi mesi della campagna presidenziale Romney, invece di spostarsi verso il centro come molti hanno previsto, si è lasciato definire dalla campagna di Obama e ha commesso molti errori, sembrando un plutocrate lontano anni luce dalla vita della stragrande maggioranza degli americani.  Quindi vedendo nei dibattiti un Romney diverso, un candidato decisamente più intelligente, energico e apparentemente ragionevole rispetto ai candidati repubblicani delle primarie, improvvisamente l’insoddisfazione e l’impazienza del pubblico americano con l’economia sotto Obama hanno trovato uno sfogo. Appena Romney ha offerto un’alternativa plausibile a Obama, quell’insoddisfazione di fondo ha trovato un canale.

Abbassando la guardia del primo dibattito, Obama ha lasciato passare come ragionevole e moderato il programma economico di Romney. La voglia di alternativa rischia di accecare il pubblico americano nei confronti dei pericoli reali del suo programma. E’ abbastanza stupefacente che un candidato possa proporre tagli alle tasse di seimila miliardi di dollari, senza specificare dove troverà i soldi per far sì che non solo non aggravi il deficit ma che lo possa ridurre ulteriormente di diecimila miliardi, senza intaccare tutta una serie di programmi sociali che Romney dice di voler proteggere.

Vedremo se vincerà la voglia di cambiamento o se subentrerà la paura di un salto nel buio.

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