LA-U dell'ulivo

Forum Pubblico => OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. => Discussione aperta da: Admin - Agosto 14, 2010, 10:45:34 pm



Titolo: ALEXANDER STILLE.
Inserito da: Admin - Agosto 14, 2010, 10:45:34 pm

13
ago
2010

Si chiama giornalismo, questo?

di Alexander Stille

Si chiama giornalismo, questo? Com’era prevedibile (anzi previsto, perfino minacciato) Gianfranco Fini è sotto attacco da quando ha fatto il suo “strappo” dal Pdl di Silvio Berlusconi. Giorgio Stracquadanio, parlamentare Pdl aveva detto che bisognava sottoporre Fini al “trattamento Boffo” ricordando lo squallido episodio dell’ex-direttore di Avvenire, Dino Boffo, costretto a dimettersi a colpi di dossier, nonostante il fatto che alcune delle carte pubbblicate dal Giornale della famiglia Berlusconi fossero false come ammesso dal direttore Vittorio Feltri dopo che il danno era fatto e Boffo reso innocuo. Fango e falsità che non hanno impedito a Stracquandanio di lanciare il suo proclama: “Boffo si è dimesso da Avvenire per il martellamento del Giornale, anche su Fini eserciteremo una pressione costante”.

Un meccanismo che abbiamo visto tante volte all’opera durante l’avventura politica di Berlusconi. E’ toccato a Indro Montanelli, un giorno considerato il piu’ grande giornalista italiano del XX secolo poi, quando ha rifiutato di seguire gli ordini di Berlusconi, subito attaccatto come un ingrato, una voltagabbana, un vecchio fascista camuffato, ecc. Ad Umberto Bossi, ora alleato fedele di Berlusconi e quindi trattato con grande rispetto dagli organi di casa Berlusconi, massacrato durante i mesi del cosidetto “ribaltone” quando “tradì” Berlusconi e si alleò con il centro-sinistra.

Nel 2004, dopo le elezioni europee in cui Berlusconi perse molti voti, e Marco Follini, allora leader dell’Udc dichiarò (un po’ come Fini) “La monarchia è finita, deve cominciare La Repubblica” Berlusconi reagì minacciando una manganellata mediatica. “Marco, continua così e vedrai come ti tratteranno nei prossimi giorni le mie televisioni. (…) Non fare finta di non capire, la questione della par condicio è fondamentale. Capisco che tu non te ne renda conto visto che sei già molto presente sulle reti Rai e Mediaset”. Quando Follini sottolineò che di fatto nell’ultimo mese lui era stato presente solo per 42 secondi sulle reti di Berlusconi, il premier rispose: “Non dire sciocchezze la verità è che su Mediaset nessuno ti attacca mai”. “Ci mancherebbe pure che mi attacchino”. “Eppure se continui così te ne accorgerai”. E Follini replicò: “Voglio che sia messo a verbale che sono stato minacciato”.

Quando un giornalista attacca o non tratta bene un personaggio politico secondo il comportamento sugli ordini del suo padrone è giornalismo? O qualcos’altro: propaganda, ufficio stampa, pubbliche relazioni? I giornalisti di destra sostengono che loro sono come tutti gli altri. I giornalisti di Repubblica, per esempio, non sono anche loro di parte? Il giornale tifa apertamente per l’opposizione di centro-sinistra. Nessuno e’ obiettivo e quindi che differenza tra gli uni e gli altri?

A mio avviso, la differenza c’e, ed è molto grande. La cosa che, secondo me, separa il giornalismo dalla propaganda politica è la volontà – anzi il dovere – di raccontare anche le notizie che vanno contro il tuo punto di vista personale, che sono scomode per la tua tesi preferita e per la causa politica in cui ci si riconosce. Quindi quando la sinistra italiana sbaglia – cosa che fa spesso – in genere la Repubblica lo dice. Anzi, spesso le critiche più dure si trovano su giornali come Repubblica, proprio perche il giornalismo è un tentativo di informare e di spiegare la realtà come è non come vorremmo che fosse. Se la destra stravince, il titolo del Giornale è “La destra stravince”. Piaccia o no. Quando invece Berlusconi perde o la sinistra vince, appaiono storie di imbrogli elettoriali oppure articoli che addossano la sconfitta ad altri fattori, altri membri della coalizione del centro destra. Non appaiono mai articoli sgraditi al padrone. La Repubblica, pur apprezzando lo strappo di Fini, ha pubblicato pezzi sugli aspetti poco limpidi della storia della casa di Montecarlo. Mai i lettori del Giornale o di Libero sapranno nulla dei dettagli raccapriccianti di come Berlusconi abbia acquistato la sua reggia di Arcore.

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Titolo: ALEXANDER STILLE.
Inserito da: Admin - Settembre 01, 2010, 10:52:05 pm
31
ago
2010

Il vero scheletro nell’armadio

di ALEXANDER STILLE

Il vero scheletro nell’armadio di Berlusconi più imbarazzante e dannoso delle storie delle escort e delle tangenti dentro la sua amministrazione è l’andamento dell’economia italiana sotto la sua gestione. Le statistiche sono molto chiare ed eloquenti. L’economista inglese Charles Young, in un suo libro pubblicato recentemente, Inpunity  http://www.amazon.co.uk/Impunity-Berlusc…) dedica un capitolo sulla macroeconomia degli anni del governo Berlusconi. Le statistiche non possono essere scartate o attribuite a fattori internazionali fuori dal controllo di Berlusconi come l’undici settembre e la recessione attuale perché sono statistiche comparative e la conclusione è sempre la stessa: che l’economia italiana va peggio di qualsiasi paese nella zona europea, per quanto riguarda la crescita del PIL, l’indice più riconosciuto e più obbiettivo dell’andamento dell’economia. Ecco un brano del libro di Young insieme a due grafici illustrativi:

Nei cinque anni precedenti il 2009 la crescita in Italia è stata di segno negativo – l’economia nel 2009 è stata più contratta rispetto al 2004 -, mentre nel resto dell’Eurozona si è registrata una crescita positiva. Entrambe le cifre – il calo in Italia e la crescita nel resto dell’Eurozona – sono molto basse, e non va attribuito un eccessivo significato al picco negativo del grafico relativo all’ultimo anno.

Non vi è dubbio che basterebbe questo grafico a dimostrare l’inadeguatezza della gestione economica durante gli anni dei governi Berlusconi. Questo è dimostrato, in modo forse ancora più immediato, dal grafico che segue.

Il grafico mostra l’Italia agli ultimi posti della tabella dei paesi del mondo per crescita del PIL pro capite dal 2001 al 2009 (otto anni durante i quali Berlusconi è stato per lo più al governo). Negli otto anni precedenti il primo duraturo governo Berlusconi, questo valore era stato molto più vicino alla media OCSE.  Al contrario, nel periodo caratterizzato dai governi di Berlusconi, l’economia italiana è stata l’unica importante economia al mondo a subire negli ultimi otto anni un consistente calo (appena inferiore al 6%)  del reddito reale pro capite. Ad alcuni piccoli paesi è andata ancora peggio – il crollo di un terzo del reddito pro capite nello Zimbabwe di Mugabe fa passare in secondo piano anche l’Italia di Berlusconi. Haiti e la Costa d’Avorio hanno subito rispettivamente una diminuzione del 7% e del 9%. Comunque, a parte questi tre paesi, a nessun altro paese al mondo è andata peggio che all’Italia.

Si potrebbe obbiettare che la crescita economica non è tutto, che non è l’unica misura di un buon governo, ma ultimamente gli economisti si stanno focalizzando sempre di più sulla crescita del PIL come misura utile per la salute di una società. L’economista di Harvard Benjamin Friedman ne ha dedicato un libro molto importante intitolato The moral consequences of growth. (le consequenze morali della crescita), in cui nota che periodi di bassa crescita sono marcati da fenomeni di chiusura, xenofobia e politica estremista. Se si considera la storia europea dopo la seconda guerra mondiale, abbiamo visto lo sviluppo a pari passo di una crescita economica molto florida e una società sempre più generosa di welfare, che offre benefici e servizi sociali su una base universale, mentre le crisi economiche dopo la prima guerra mondiale  e poi la grande depressione hanno portato al potere governi totalitari, dall’Unione Sovietica al Fascimo e Nazismo. Nella società di oggi, il rallentamento dell’economia europea ha coinciso con il fiorire di fenomeni di xenofobia in vari paesi, per cui non si può guardare con indifferenza il tasso di crescita molto basso in Italia.

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GRAFICI VISIBILI SU  stille.blogautore.repubblica.it


Titolo: ALEXANDER STILLE. Non è una Moschea sul cimitero
Inserito da: Admin - Settembre 09, 2010, 09:05:33 pm
ALEXANDER STILLE

9
set
2010

Non è una Moschea sul cimitero

Cerchiamo di ragionare un momento sulla cosiddetta moschea a Ground Zero, che ha suscitato una sorprendente ondata di sentimento anti-islamico nel paese e che ha preso molti in contropiede. Intanto alcuni chiariamenti: non è una moschea, si tratta di un centro sociale in un palazzo di diversi piani con palestra, piscina, auditorium e altre cose, tra cui una sala di preghiera. Una struttura che prende il modello del Jewish Community Center a Manhattan, dove si può andare in piscina, in palestra o seguire corsi di cultura ebraica, sulla 77esima strada. Il centro Islamico non è a Ground Zero ma a due isolati da dove erano le Torri Gemelle distrutte l’11 Settembre 2011. Inoltre dovrebbe prendere il posto di un magazzino chiuso. Nella zona, a cinque isolati da Ground Zero, c’è infine già una piccola moschea, e nel quartiere del nuovo centro islamico ci sono due o tre locali a luci rosse.
Quindi sono volutamente distorte le dichiarazioni di chi parla di una moschea trionfante sul cimitero dei martiri dell’11 Settembre, come per esempio sostiene il predicatore cristiano Franklin Graham, secondo il quale ora i musulmani considereranno il World Trade Center ‘Terra Islamica’. Non si capisce, insomma, a che distanza dovrebbe stare una moschea. Bastano due isolati? Bastano cinque isolati? O dovrebbero essere dieci o venti?
È difficile spiegare il punto di vista americano al pubblico italiano, che vive in un paese dove il Cattolicesimo è stata religione di stato per tanto tempo, e dove un politico come Roberto Calderoli può celebrare il ‘maiale Day’ trascinando carne di maiale sul sito proposto per una moschea e poi tranquillamente diventare ministro. Negli Stati Uniti, anche se abbiamo una storia di intolleranza religiosa, soprattutto nei confronti dei Cattolici nell’Ottocento, la moschea di New York non dovrebbe essere controversa dal punto di vista legale. Gli Stati Uniti, fin dalla loro nascita, hanno scritto nella Costituzione che non ci può essere una religione di stato e che allo stesso tempo il governo non deve interferire in alcun modo con l’esercizio dei diritti religiosi. Essendo un paese di immigrati, abbiamo centinaia se non migliaia di culti differenti, alcuni abbastanza strambi, che convivono in genere senza difficoltà. Per cui dal punto di vista logico e legale non c’é nessuna base per differenziare una religione o un culto dagli altri.
Come ha detto giustamente il sindaco di New York Michael Bloomberg, che è stato uno dei fautori del Centro Islamico: ‘Non siamo sempre d’accordo con tutti i nostri vicini di casa, ma questa è la vita in una città cosi densa e variegata. Ma riconosciamo che essere newyorkesi significa convivere con i tuoi vicini con rispetto reciproco e tolleranza, ed è proprio questo spirito di apertura che è stato attaccato l’11 Settembre. Non dimentichiamo che c’erano musulmani tra le vittime e che i nostri vicini musulmani hanno pianto insieme a noi. Sarebbe un vero tradimento dei nostri valori e un regalo ai nostri nemici se cominciassimo a trattare i musulmani in modo differente rispetto ad altri gruppi nella nostra società”
C’è però gente che vuole approfittare di questa situazione per soffiare sul fuoco dell’odio e forse approfittarne politicamente. Ormai ogni candidato nella campagna elettorale deve prendere una posizione, a favore o a sfavore della moschea, e purtroppo c’é poco guadagno politico nel difendere una minoranza impopolare. Va ricordato che stragrande maggioranza degli arabi americani sono persone che vanno a lavorare tutti i giorni, e che la famiglia araba americana media guadagna 59 mila dollari rispetto alla famiglia media americana, che ne guadagna 52 mila. Si tratta quindi di persone abbastanza preparate e laboriose. Eppure c’è gente che vuole dichiarare una guerra santa contro l’Islam, come Graham, figlio di un famoso predicatore americano, che mette in discussione la fede cristiana del presidente Obama e che parla dell’Islam come di “una religione di odio e di guerra”. C’è un predicatore in Florida che annuncia di voler bruciare copie del Corano – una provocazione così offensiva che il Generale David Petraeus, comandante delle truppe americane in Afghanistan, lo ha pregato di soprassedere per non mettere a rischio le truppe americane che rischiano la vita in paesi islamici. Immaginate che bello strumento di reclutamento per Osama Bin Laden sarebbero le immagini di un falò di corani.

http://stille.blogautore.repubblica.it/?ref=HREC1-4


Titolo: Alexander STILLE. Il governo-colabrodo
Inserito da: Admin - Dicembre 02, 2010, 12:21:12 pm

2
dic
2010

Il governo-colabrodo

Alexander STILLE

Il ministro della difesa Americano Robert Gates, pur avendo denunciato da tempo le rivelazioni di Wikileaks, ha voluto mettere le cose nella loro giusta prospettiva. Ieri ha detto che “ogni altro governo nel mondo sa che il governo Americano perde informazioni come un colabrodo e così è stato per molto tempo.” Gates ha poi citato John Adams (secondo presidente degli USA, 1789-1797) che aveva detto: “come può andare avanti un governo dove si pubblicano i negoziati con paesi stranieri non lo so? A me sembra quanto pericoloso e nocivo quanto singolare”.

Continuava poi Gates spiegando che, mentre la pubblicazione del contenuto di conversazioni riservate era spiacevole ed imbarazzante, non cambiava la sostanza delle cose: “il fatto è che altri governi trattano con gli Stati Uniti perche è nel loro interesse, non perché ci amano, non perché si fidano di noi, e non perché credono che sappiamo tenere segreti. Molti governi trattano con noi perché hanno paura di noi, altri perché ci rispettano, la maggior parte perché hanno bI segreti di BankAmerica e le minacce di WikiLeaksisogno di noi.”

Una delle ragioni per cui ho in genere dato poco peso a varie popolari teorie di cospirazioni – del tipo la CIA o l’FBI hanno ammazzato il Presidente John Kennedy oppure il governo Bush era dietro agli attacchi dell’Undici Settembre – è che in questa società prima o poi viene fuori tutto. Non perché siamo virtuosi e sostenitori accaniti della trasparenza (anche se in molti lo sono) ma perché è una società che vive in un bagno di media e informazione, di celebrità istantanea, dove il fautore o la vittima di un crimine atroce possono godere dei loro 15 minuti di fama, dove casalinghe o disoccupati possono confessare i loro vizi sconvolgenti nei talk show del pomeriggio.

Qualsiasi congiura che richiede la cooperazione di più di quattro o cinque persone rincorrerebbe nel rischio che qualcuno dei cinque corra subito davanti alle telecamere della CNN piuttosto che Fox News per bagnarsi nella luce della ribalta.

È anche vero che una delle ragioni per la perdita di 250,000 documenti riservati è una conseguenza imprevista della lotta contro il terrorismo. Una delle critiche fatte dopo l’11 Settembre al governo americano era che l’informazione tra i vari rami del governo americano non era sufficientemente diffusa, e quindi che informazioni utili erano sepolte negli archivi di questa o quella agenzia, mentre avrebbero potuto essere usate per segnalare o fermare potenziali terroristi. E quindi gli Stati Uniti si trovano in una posizione paradossale: sia tenere stroppo stretta l’informazione che nasconderla troppo dentro le varie parti del governo comporta dei rischi.

Scritto giovedì, 2 dicembre 2010 alle 04:55

http://stille.blogautore.repubblica.it/2010/12/02/il-governo-collabrodo/?ref=HREA-1


Titolo: Alexander STILLE. Il segnale di Ratzinger
Inserito da: Admin - Dicembre 05, 2010, 09:16:29 am

4
dic
2010

Il segnale di Ratzinger

Alexander STILLE

Merita attenzione la notizia che Papa Benedetto XVI ha approvato l’uso dei preservativi quando si tratta di difendersi o di evitare di contagiare altri con il virus HIV. Può essere la scoperta dell’acqua calda, oppure un atto coraggioso di cambiamento.

Ammettere l’uso di preservativi soprattutto in luoghi come l’Africa, dove dagli anni Ottanta ad oggi sono già morte milioni di persone, e dove oggi sono ancora infettate decine di milioni di persone, è di una ovvietà sconvolgente. Già nel 1987 un comitato di vescovi americani sostenne che per impedire l’AIDS si doveva diffondere informazione sull’uso dei preservativi. Allora furono fortemente criticati da altri prelati, tra cui l’allora cardinale Joseph Ratzinger, capo della Congregazione per la dottrina della fede e attuale Papa.

Nel 2001 i vescovi dell’Africa del Sud hanno anche loro dato il beneplacito all’uso dei preservativi per prevenire il diffondersi del virus HIV dicendo che “la Chiesa accetta il diritto di ognuno di difendere la propria vita contro il pericolo mortale”.

Quindi il Papa è l’ultimo a prendere una posizione che sembrerebbe dettata da un minimo senso di umanità e di realistica compassione per una delle grandi tragedie dei nostri tempi.

Ma questo via libera rappresenta anche una novità importante nel lungo dibattito sulla contraccezione che divide la Chiesa dagli anni Sessanta. Nel 1981 l’attuale Papa fu scelto dal suo predecessore, Giovanni Paolo II, come difensore della linea dura dottrinale, soprattutto in materie come sessualità, celibato del clero,
contraccezione, divorzio, ruolo della donna nella Chiesa.

Ratzinger e Wojtyla hanno sempre visto come un disastro i cambiamenti del Concilio Vaticano Secondo, che cercava invece di “aggiornare” la Chiesa.

“Invece di una nuova unità cattolica abbiamo solo dissenso che sembra essere passato da autocritica ad auto distruzione – disse Ratzinger – e invece di un nuovo entusiasmo molti sono stati scoraggiati; invece di un grande passo in avanti, ci troviamo davanti a un fenomeno progressivo di decadenza”.

Sia Wojtyla che Ratzinger erano del parere che la Chiesa dovesse rappresentare una serie di verità assolute, eterne ed immutabili; e così le mosse di adattamento e di cambiamento erano viste come segni di cedimento e debolezza, che conducono allo sgretolamento della istituzione.

La “rivincita dei falchi” era cominciata già durante il papato di Paolo VI, quando un comitato di prelati e laici era stato incaricato di studiare il problema della contraccezione. Si arrivò a una posizione favorevole all’uso, ma la protesta di una minoranza del comitato, capeggiata proprio dall’allora cardinale Wojtyla, prevalse e Paolo VI emanò le sue famose Encicliche, l’Umanae e Vitae del 1968 e la Sacerdotalis Caelibatus del 1967. Con esse fu affermata l’inalterabilità del celibato del clero, sostenendo che la castità o il celibato erano il gioiello della Chiesa.

La linea dura di Wojtyla e Ratzinger ha dominato la Chiesa per quasi quarant’anni, certamente dal 1978 quando fu eletto Giovanni Paolo II. Ma la linea della fermezza non ha fermato la crisi e la disunità. La vocazione di nuovi preti è in declino verticale, i seminari sono vuoti, i monasteri con pochi anziani abitanti, l’età media dei sacerdoti è vicina ai settant’anni. Negli Stati Uniti una delle più grandi aggregazioni religiose è costituta da ex-cattolici che si sentono lontani dalla Chiesa di Roma e ignorano le sue prediche su divorzio, sesso prematrimoniale, contraccezione, omosessualità, e sono inorriditi dalla lentezza e dalle tante evasioni con cui la Chiesa ha affrontato la crisi dei preti pedofili.

In questo contesto, l’ultima dichiarazione di Ratzinger sui preservativi è un riconoscimento non solo della minaccia dell’AIDS ma anche del fatto che la Chiesa può e deve cambiare. In fondo il genio del Cattolicesimo nella storia è stata la sua grande adattabilità. La fede monoteista ha abbracciato il culto dei Santi, per captare la prassi pagana di devozione politeista. Festeggiare il Natale alla fine di dicembre è stato un modo per adattarsi alle festività del solstizio invernale, uomini sposati hanno fatto i preti per diversi secoli; ci sono stati perfino preti donne, ed il clero celibe è stato introdotto formalmente soltanto nel 1139.

La posizione di padri della Chiesa come San Tommaso d’Aquino sull’aborto era molto lontana da quella attuale della Chiesa: Aquino era convinto che l’embrione avesse uno status morale diverso dall’essere nato.

Si sta forse tornando a una grande tradizione cattolica: il cambiamento.

Scritto sabato, 4 dicembre 2010 alle 13:30 nella categoria Senza categoria. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

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Titolo: Alexander STILLE. Parole violente, atti violenti
Inserito da: Admin - Gennaio 15, 2011, 11:13:21 am

14
gen
2011

Alexander STILLE

Parole violente, atti violenti

Infuria il dibattito sull’esistenza di un rapporto tra l’aspra retorica politica e le azioni di violenza di questi giorni. Dopo la strage in Arizona, dove un ventiduenne squilibrato ha sparato contro una deputata del Congresso, uccidendo sei persone e ferendone altre quattordici, molti, soprattutto tra i democratici, hanno puntato il dito contro il movimento del Tea Party di Sarah Palin e contro coloro che hanno scelto metafore militari e linguaggio violento per esprimere il loro dissenso politico. Su un suo sito web la Palin aveva inserito la parlamentare ferita, Gabrielle Giffords, tra i suoi ‘bersagli principali’, rappresentati attraverso il mirino di un fucile. La Palin e i repubblicani protestano contro quella che definiscono una strumentalizzazione ingiusta della questione, notando che l’assassino non era un militante di partito ma un malato di mente con idee politiche confuse e letture comprendenti sia il Mein Kampf di Hitler sia il Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels. Imputare la responsabilità a una sola parte politica per il gesto di un matto è secondo loro un atto di disonestà e politicizzazione di una tragedia la cui responsabilità è puramente individuale.

Alcuni notano inoltre che anche i democratici nel calore dello scontro politico hanno usato metafore belliche. Persino il mite Barack Obama aveva detto a un certo punto: “Se gli altri portano un coltello, io porterò una pistola”. Sarebbe quindi responsabile se un suo seguace sparasse sulla folla con una pistola?

Ma il problema non si risolve così facilmente. Chiunque ha prestato attenzione al dibattito politico americano in questi ultimi anni avrà notato un’estrema radicalizzazione della destra americana. Nelle manifestazioni del cosiddetto Tea Party, nei discorsi di diversi politici repubblicani e nelle arringhe quotidiane dei media di destra ci sono spesso attacchi che non sentivamo dal declino del senatore John McCarthy. Glenn Beck, il presentatore più popolare di Fox News, e uno degli ispiratori principali del Tea Party, presenta quasi tutti i giorni una visione apocalittica della storia e della politica americana, in cui il presidente Obama è dipinto non come un avversario politico con delle politiche sbagliate, ma come un agente segreto di una grande congiura tesa a distruggere il sistema capitalista americano e perfino disposto a eliminare il 10% della popolazione statunitense pur di realizzare una sua visione anarchica comunista maoista della società. In una sua trasmissione Beck dice: “ è gente disposta ad uccidere il 10% della popolazione … la stessa gente che è ovunque dentro il nostro governo e dentro il nostro sistema educativo. Per favore, per favore, imparate dalla storia.” Un altro pupillo della destra, il presentatore radiofonico Jim Quinn dice testualmente: “La jihad islamica è in sintonia con la sinistra americana, con il regime di Obama e i suoi seguaci che con il loro governo autoritario vedono come ostacolo principale al loro disegno la democrazia costituzionale. Guardate Obama, e chiedetevi: “Sta cercando di distruggere il nostro paese? Si. Questi discorsi folli sono ripetuti in continuazione e riecheggiano in quelli di diversi esponenti repubblicani di livello nazionale. Per esempio, Michelle Bachmann, una stella nascente del partito repubblicano, una specie di Sarah Palin del Minnesota, si descrive al Congresso di Washington come “una corrispondente all’estero dietro le linee del nemico, che cerca di far capire alla gente del Minnesota le nefandezze che stanno avvenendo a Washington” a proposito della politica energetica di Obama e del tentativo di tassare l’inquinamento. Bachmann dice: “Voglio che la gente nel Minnesota sia armata e pericolosa su questa questione dell’energia perché dobbiamo combattere. Jefferson ci ha insegnato che avere una rivoluzione di tanto in tanto va bene e che noi, il popolo, dobbiamo combattere duramente se non vogliamo perdere il nostro Paese. Penso che ci sia il potenziale di cambiare la dinamica della libertà negli Stati Uniti per sempre.” Glenn Beck come Newt Gingrich, ex capo repubblicano del Congresso e possibile candidato alla presidenza, hanno sostenuto che Obama, che si esprime sempre con toni molti pacati e moderati, sia in realtà animato nel suo profondo da odio razziale nei confronti della razza bianca e che la sua facciata moderata nasconda una rabbia anti-coloniale ereditata dal padre keniota, una rabbia che lo porterebbe a volere la distruzione degli Stati Uniti.

È diventato quasi di maniera in circoli repubblicani parlare di Obama come di un socialista e del suo governo come di un regime autoritario, fare paragoni tra la sua amministrazione e i regimi di Stalin e di Hitler. Tutto questo ha avuto un effetto concreto: un’alta percentuale di elettori repubblicani dubita che Obama sia cittadino americano, di conseguenza dubita della legittimità della sua presidenza, pensa che voglia veramente distruggere il sistema economico capitalistico e che gli estremisti islamici vinceranno la battaglia per il dominio del mondo. Ha detto l’altro giorno Joe Scarborough, ex deputato repubblicano e certamente non una persona di sinistra, a proposito dei discorsi di Beck e compagnia: “La gente comune sente tutti i giorni che c’è questo uomo nero, Obama, alla Casa Bianca che è un marxista che vuole distruggere il Paese e questo messaggio violento alla fine avrà un impatto, un effetto corrosivo sul Paese”.

È impossibile collegare un singolo discorso politico a un singolo atto di violenza, ma è francamente non credibile pensare che non ci sia un legame tra questa inflazione retorica e il ricorso sempre più frequente a minacce, azioni vandaliche e atti violenti nel Paese. Da quando Obama è diventato presidente, il numero di minacce ricevute da membri del Congresso è aumentato del 300%. Nel caso della deputata Gabrielle Giffords, quella ferita nella strage di Tucson, la porta del suo ufficio è stata distrutta dopo che aveva votato per la riforma sanitaria di Obama, ha ricevuto tante minacce di morte, un manifestante del Tea Party ha portato e lasciato cadere un’arma a una sua manifestazione, suscitando il timore di un possibile attentato. Ormai è prassi per i difensori del diritto alle armi mandare proiettili e minacce di morte ai pochi politici isolati che propongono qualche controllo alla diffusione delle armi. Nella lotta contro l’aborto tra il 1977 e il 2003, sono stati ammazzati sette medici, ci sono stati attentati dinamitardi contro 41 cliniche e 168 incendi dolosi.

Sarà che agiscono in termini concreti le persone più deboli e squilibrate, ma agiscono in un contesto molto preciso. Nello stato di Washington è stato arrestato un uomo di 64 anni che aveva minacciato di morte la senatrice Harvey Murray perché aveva votato la riforma sanitaria di Obama. Sarà anche lui un pazzo, ma ripeteva parola per parola le trasmissioni di Glenn Beck, il presentatore della Fox News.

Sei mesi fa, la polizia in California ha fermato un camion che conteneva due fucili, una pistola e giubbotti antiproiettile. Il tizio ha sparato contro la polizia. Poi ha ammesso che stava andando a San Francisco per uccidere della gente alla Tides Foundation. È una piccola fondazione quasi sconosciuta che promuove giustizia sociale e ambientalismo, manda assistenza ai terremotati di Haiti e figura nelle arringhe apocalittiche di Glenn Beck che l’ha menzionata oltre venti volte come strumento del complotto per infiltrare e distruggere il nostro sistema capitalistico.

I repubblicani amano dire che i loro critici sono altrettanto responsabili di linguaggio incauto, ma vorrei vedere esempi concreti di esponenti importanti del partito democratico che minacciano di rovesciare il governo o che hanno dipinto il presidente Bush come l’agente di una congiura straniera da battere a tutti i costi. Mentre il governatore repubblicano dello stato del Texas ha sbandierato l’idea della secessione se la politica nazionale dovesse continuare ad andare nella direzione opposta da quella voluta dai repubblicani texani, Sharron Angle, la candidata repubblicana per il Senato in Nevada, ha suggerito che ci siano ‘nemici interni’ nascosti dentro il Congresso e che forse sarebbe necessario usare le armi per difendere le libertà minacciate.

Una persona normale non molto informata, sentendo tutti questi discorsi, potrebbe pensare che la democrazia americana sia realmente in pericolo, che qualsiasi rimedio, violento o no, sia giustificato per difendere il nostro amato Paese e che sia non solo suo diritto ma forse suo dovere di farlo. Che questo messaggio martellante trovi uno sbocco concreto nel gesto di qualche malato di mente non è francamente molto sorprendente. Perfino Roger Ailes, il capo della Fox News, ha chiesto ai suoi presentatori di abbassare un po’ i toni pur sostenendo che gli altri sono altrettanto colpevoli.

Se volete avere un’idea di quello di cui sto parlando vi invito a sentire questo discorso di Beck:
 http://mediamatters.org/mmtv/20100610005…

http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/01/14/parole-violente-atti-violenti/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Concezione Privatistica dello Stato
Inserito da: Admin - Gennaio 24, 2011, 10:07:23 pm

24
gen
2011


Concezione Privatistica dello Stato

Ieri, il segretario del sindicato dei poliziotti ha protestato contro l’uso improprio degli agenti di scorta per portare in giro le prostitute del primo ministro:
“È gravissima e inaccettabile,” ha detto Claudio Giardullo, segretario del Silp Cgil “questa concezione privatistica dello Stato secondo la quale gli apparati di polizia sono considerati dal premier come suo staff personale. Chiediamo che sia restituito al Paese il senso della cosa pubblica, e il rispetto delle istituzioni”.
Il caso delle prostitute e dei poliziotti sembra ovvio. Ma in realtà, sintetizza la filosofia governativa di Berlusconi in questi ultimi diciassette anni. Se si lascia vuota la frase “apparati di polizia”, il resto suonerebbe: “È gravissima e inaccettabile questa concezione privatistica dello Stato secondo la quale sono considerati dal premier come suo staff personale”.

Agli apparati di polizia si potrebbero aggiungere molte altre categorie:

parlamentari (molti dei quali sono addirittura suoi dipendenti — “erano zucche e li ho fatti diventare parlamentari”)

conduttori televisivi (suoi e della televisione di Stato)

membri dell’AGCOM (“ti ho messo lì nel tuo posto”)

presidenti e vice presidenti di commissioni parlamentari (alcuni dei quali sono stati allo stesso tempo i suoi avvocati personali mentre scrivevano leggi che riguardavano direttamente il loro cliente più potente)

magistrati (si pensa al caso della P3)

L’elenco potrebbe essere molto lungo. Lascio ai lettori completarlo.

http://stille.blogautore.repubblica.it/?ref=HREA-1


Titolo: ALEXANDER STILLE. Cronaca Nera, Televisione e Potere
Inserito da: Admin - Febbraio 10, 2011, 06:06:18 pm
Alexander STILLE

8
feb
2011

Cronaca Nera, Televisione e Potere

Se si vuole capire bene come si mantiene il sistema berlusconiano, si deve riflettere su come la televisione tratta la criminalità.
Un buon articolo di Vladimiro Polchi (Repubblica, 27 gennaio) spiega come i problemi economici del paese, considerati la prima preoccupazione dal 48% dei cittadini, ricevano soltanto il 6% dello spazio sui telegiornali nazionali. Mentre “nel 2010 il Tg1 ha dedicato oltre mille notizie ai fatti criminali, il doppio rispetto al Tg pubblico spagnolo, il triplo rispetto a quello inglese, quattro volte di più rispetto al tg francese e, infine, 18 volte in più rispetto al tg pubblico tedesco”. Il tutto mentre in Italia continua a calare lievemente il numero di reati denunciati.
Forse ancora più significativo è il fatto che i servizi di cronaca nera non parlano di crimini ordinari che colpiscono i cittadini italiani nelle loro città e nelle loro case, ma di casi eccezionali che hanno presa sull’opinione pubblica, come il caso di Sarah Scazzi, su cui sono stati fatti 867 servizi in quattro mesi. Toglie l’attenzione dalla crisi economica in Italia ma senza fare danno al governo; infatti servizi sulla criminalità spicciola creerebbe senso di paura tra i cittadini e forse risentimento verso il governo che non è in grado di controllarla.
Questo quadro descritto in un rapporto dell’Osservatorio di Pavia è il rovescio della situazione dei telegiornali dal 2006 al 2008 – per esempio la cronaca nera sulle sei reti televisive principali è triplicata da quando Romano Prodi diventò presidente del Consiglio nel 2006. Guardando le tv italiane in quel periodo una persona normale avrebbe pensato che c’era un’ondata di romeni trasferitasi in Italia per il solo scopo di stuprare donne italiane. In realtà la delinquenza in molte categorie in Italia si era abbassata mentre altre erano in lieve aumento. Nonostante ciò, la percezione dei crimini e dell’insicurezza è aumentata moltissimo in quel periodo, creando forte disagio tra i cittadini e un umore collettivo anti governativo, sfruttato ampiamente da Berlusconi nella campagna del 2008, costruita attorno all’idea di città più sicure.
Improvvisamente nel 2008, l’anno in cui Berlusconi è stato rieletto, l’ondata di delinquenza è scomparsa nello stesso modo repentino in cui è arrivata: il numero di pezzi di cronaca nera è improvvisamente diminuito del 50% e con ciò è svanita anche la pubblica percezione di insicurezza. Tutto ciò indipendentemente da un reale cambiamento nel tasso di criminalità.
Per cui lo spostamento da pezzi su crimini comuni a crimini eccezionali è un’estensione ulteriore di informazione come una forma di reality tv o di un mondo virtuale che serve a un preciso scopo di potere.
Se è vero che c’è stato del calcolo politico nel boom della cronaca nera nel periodo Prodi, come ci si spiega il fatto che la Rai fosse nelle mani del centrosinistra?
È in parte questione di mercato: la cronaca nera porta ascolti alti e quindi i direttori di rete hanno sempre la giustificazione facile della necessità di mantenere l’audience.
Però c’era probabilmente anche un elemento di calcolo politico, dato che i servizi di cronaca sono diminuiti così drammaticamente dopo la vittoria di Berlusconi nel 2008 quando serviva sempre un alto livello di ascolti. I direttori della Rai, che sono creature estremamente sensibili al soffio di ogni vento politico, sapevano benissimo che il governo Prodi non sarebbe durato a lungo e si stavano preparando per il ritorno di Berlusconi mettendosi in una buona posizione. Fare cronaca nera non solo fa bene agli ascolti, ma si tratta di servizi ‘sicuri’, senza carattere ideologico, che non offendono nessuno – tranne naturalmente gruppi di immigrati che non hanno diritti o voce – mentre servono a farsi degli amici tra i nuovi padroni.

da - stille.blogautore.repubblica.it/2011/02/08


Titolo: ALEXANDER STILLE. Tra Roma e Il Cairo, c’è di mezzo il Parlamento
Inserito da: Admin - Febbraio 15, 2011, 10:59:50 am

14
feb
2011

Tra Roma e Il Cairo, c’è di mezzo il Parlamento

La presenza di circa un milione di persone nelle piazze delle città italiane fa piacere, e dimostra una forte partecipazione popolare e una volontà di registrare una voce di dissenso in una situazione di stallo politico dominato dai problemi personali del Primo Ministro Silvio Berlusconi. Però l’interrogativo rimane: cambierà veramente qualcosa? La risposta sta soprattutto nel Parlamento.

È venuto naturale in questi giorni, seguendo la caduta dell’anziano autocrate egiziano Hosni Mubarak, fare il facile paragone tra Italia e Egitto e chiedersi come mai gli italiani non riescono a sbarazzarsi dell’autocrate di Arcore.

Ma in realtà le situazioni sono diverse. Bisogna riconoscere che Berlusconi continua a governare perché ha una maggioranza in Parlamento, un Parlamento eletto legalmente (anche se si può discutere quanto siano democratiche elezioni condotte sotto il controllo mediatico berlusconiano).

Perciò non cambierà nulla finché una maggioranza di deputati non deciderà di lasciare Berlusconi. Oltre alla capacità di Berlusconi di ripescare e forse comprare diversi dissidenti dell’area finiana, il problema di fondo rimane la frammentazione e la rissosità dell’opposizione. Sono anni che discutono di possibili alleanze, possibili formule, possibili programmi, invece di trovare terreno comune su alcuni punti cardine. È ora di calare il sipario sullo spettacolo grottesco di questo governo, fare una nuova legge elettorale decente, e, volendo, anche una per creare un federalismo sensato che non distrugga lo stato italiano, per poi andare alle urne. La paura del voto di alcuni, beghe interne e competizione tra leader individuali hanno ostacolato una soluzione che doveva essere ovvia e logica. L’unico punto positivo del prolungamento della crisi di Berlusconi è stato che il suo scivolamento nei sondaggi, con un tasso di approvazione che si abbassa al 30%, ha dato finalmente un po’ di coraggio alle truppe disordinate dell’opposizione. Sia Fini che Bersani sembrano ora parlare con più chiarezza.

Berlusconi continua ad invocare il popolo italiano come suo unico giudice naturale nel tentativo di sfuggire alla legge italiana e di usare il suo mandato popolare come scudo contro ogni critica e controllo. Quindi è giusto a questo punto tornare al popolo per avere indicazioni nuove: è giusto chiedere ai politici dell’opposizione di rischiare le loro poltrone a Montecitorio e di accettare la sfida di convincere una maggioranza degli italiani che hanno qualcosa di meglio da offrire rispetto all’incompetenza, alla corruzione e all’illegalità’ di due anni di Berlusconi.

Speriamo che si faccia una legge elettorale che tolga ai segretari di partito la capacità di scegliere tutti i candidati nelle liste e che dia all’elettorato la capacità di scegliere i propri rappresentanti, e che questo introduca un po’ di sangue fresco sia nei ranghi del centro sinistra che in quelli del centro destra.

Scritto lunedì, 14 febbraio 2011 alle 23:28
da - stille.blogautore.repubblica.it


Titolo: ALEXANDER STILLE. Il falso scontro di civiltà
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2011, 03:47:47 pm

21
feb
2011

Alexander STILLE

Il falso scontro di civiltà

Prendiamo un momento di pausa dal melodramma politico italiano e riflettiamo sui recenti avvenimenti in Egitto e Tunisia.
Prima che subentri una realtà più complessa, permettiamoci di godere di qualche momento di soddisfazione per quanto è avvenuto in questi
paesi. Le rivolte in Tunisia ed Egitto hanno fatto cambiare la nostra visione di questi paesi.

Dopo l’undici settembre, ci è stata posta una falsa scelta tra governi autoritari, impopolari ma filo-occidentali (appunto come quello di Mubarak e di Ben Ali in Tunisia) e le masse arabe viste come fucina di islamismo estremista. Il cosiddetto “scontro di civiltà.” Quello che abbiamo invece visto in queste ultime settimane è una realtà molto più complessa e variegata: le rivolte popolari hanno avuto poco a che fare con l’Islam, per la prima volta vediamo grandi sommosse popolari nel mondo arabo che non sono dirette contro qualche nemico straniero.

Tornando indietro nel tempo, prima ci furono le rivolte contro i colonialisti britannici, la cacciata degli stranieri in Egitto con la rivoluzione di Nasser, il panarabismo concepito come difesa contro l’invadente occidente, l’ossessione con l’esistenza dello stato
d’Israele, le folle iraniane che hanno occupato l’ambasciata americana gridando “morte a Satana.” In quasi tutte le altre crisi nel mondo arabo la colpa è stata di qualcun altro e la rabbia diretta, a volte con giustizia a volte meno, contro qualche nemico esterno.

Ora le proteste sono mirate contro governi nazionali, corrotti e incompetenti, ed esprimono un desiderio del tutto comprensibile in cui ci riconosciamo in pieno: voglia di libertà, insofferenza verso i soprusi di governi repressivi e un desiderio di prendere nelle proprie mani il futuro. I manifestanti, sia in Tunisia che in Egitto, non sono fanatici religiosi: infatti in Egitto la Fratellanza Musulmana è stata presa in contropiede, come tanti altri, dallo scoppiare di una rivolta che aveva tutt’altre origini.

Anche se non sappiamo come finirà questa storia, e può darsi che i cattivi governi del passato sia sostituiti con altri cattivi governi, i manifestanti che abbiamo visto sono dei giovani che tutti riconosciamo; fanno parte della generazione di Facebook e vogliono molte delle cose che anche i nostri giovani vogliono: libertà, possibilità di lavoro, una vita decente per se stessi e per i loro figli, e danno ogni segno di non volere assolutamente sostituire le repressioni di governi autoritari laici con repressioni di imam o di movimenti islamisti nei loro paesi.

Oltre a far bene ai loro paesi, queste proteste hanno fatto un servizio pure a noi, infrangendo la nostra visione monolitica del mondo arabo, vista troppo spesso come masse animate da odio verso l’Occidente o fanatismo religioso, tenute fragilmente sotto controllo da governi costretti ad usare la forza. Tramite queste proteste, abbiamo visto che ci sono invece molti tipi di egiziani e tunisini.

da - stille.blogautore.repubblica.it


Titolo: ALEXANDER STILLE. Amoralismo familiare dilagante
Inserito da: Admin - Marzo 06, 2011, 11:33:32 am
Alexander STILLE

4
mar
2011

Amoralismo familiare dilagante

Il Sindaco di Milano Letizia Moratti dimostra che il Berlusconismo – o il conflitto di interessi con una buona dose di amoralismo familiare – è un epidemia nazionale. Si scopre da un articolo dell’Espresso che il figlio trentaduenne Gabriele Moratti è riuscito, usando i buoni uffici del Comune di Milano, a trasformare cinque capannoni destinati ad uso industriale dal piano regolatore, in un mega appartamento di 447 metri quadrati per suo uso personale.

In più il fatto che il giovane Moratti si faccia una casa -dice l’architetto- ispirata alla cava di Batman, dimostra il degrado culturale di un mondo visto attraverso la televisione e il cinema. Per non parlare della legge aggirata per interesse personale e dei propri familiari: l’Espresso stima che la trasformazione da uso industriale in uso residenziale abbia aumentato il valore della proprietà di circa un milione di Euro.

Sullo stesso tema, mentre infuria la polemica sulla ennesima proposta di legge ad personam per l’imputato Berlusconi, si ignora del tutto il ruolo di primo piano dell’avvocato Niccolò Ghedini nella legislazione che riguarda il destino del premier. E ormai i reati sono talmente tanti e talmente scandalosi che non si immagina in quale altro Paese il governo non sarebbe già caduto.

Il fatto che l’avvocato personale del Primo Ministro, che lotta in tribunale per il suo cliente, percepisca anche un lauto stipendio e la pensione a vita per il suo ruolo in Parlamento, dove lotta altrettanto ferocemente per far passare leggi a beneficio del suo cliente più importante, è un conflitto di interessi che farebbe girare la testa a chiunque, ma in Italia passa come per una cosa del tutto normale, perfino innocua.

Sarebbe giusto chiedersi e chiedere all’avvocato Ghedini quanti soldi abbia preso in questi ultimi anni lo Studio Ghedini per tutto il lavoro fatto per Silvio Berlusconi, i suoi parenti, Mediaset e i suoi dirigenti, e quanti soldi abbia poi preso dal popolo italiano nella sua veste da Parlamentare. Pensa davvero che quando gli interessi pubblici sono in conflitto con gli interessi del suo cliente più importante lui sia davvero libero e sereno di scegliere ciò che ritiene più giusto?

Non ho mai capito perché non si sia mai tenuto conto, con un elenco completo, di tutti i Parlamentari che dipendono economicamente da Berlusconi fuori dal loro ruolo istituzionale: i vari contratti di consulenza, parcelle di avvocati e fiscalisti, rubriche fatte sui giornali dell’impero Berlusconiano, o semplicemente dipendenti attuali o passati di una delle aziende dell’universo imprenditoriale del Premier e degli imprenditori che hanno fatto affari con una delle sue aziende. Sarebbe il minimo per stabilire un po’ di trasparenza nel sistema italiano.

Scritto venerdì, 4 marzo 2011 alle 16:15
da - stille.blogautore.repubblica.it


Titolo: ALEXANDER STILLE. L’incitamento all’odio è reato?
Inserito da: Admin - Marzo 09, 2011, 06:49:05 pm
Alexander Stille

7
mar
2011

L’incitamento all’odio è reato?

Mi ha colpito la coincidenza tra il caso del celebre stilista di Christian Dior, John Galliano, arrestato per una sua sfuriata antisemita in un locale di Parigi, e la decisione dell’altro ieri della Corte Suprema americana che ha votato con otto giudici su nove di non poter sanzionare la protesta anti-gay ai funerali di un militare.

I due casi sono piuttosto simili, trattandosi di espressioni di odio in luoghi pubblici. Nel caso di Galliano, è saltato fuori un video in cui lo stilista insulta altri clienti di un locale che lui pensa siano ebrei dicendo che ama Hitler e che i loro antenati sarebbero stati mandati alle camere a gas.

Nel caso delle proteste negli Stati Uniti, il conflitto era tra la famiglia di un militare morto in Iraq e una chiesa estremista che ha manifestato in molti funerali di militari contro la tolleranza per gli omosessuali nell’esercito, portando manifesti del tipo “Dio odia i froci”.

In ambedue i casi i messaggi sono di puro odio ma in Francia, come in altri paesi europei, l’incitamento all’odio è reato, mentre negli Stati Uniti è considerato libertà di espressione, protetta dalla legge. Scrive il capo della Corte Suprema John G. Roberts Junior: “La parola è potente, può muovere la gente all’azione, alle lacrime di gioia o di tristezza e, come in questo caso, infliggere grande dolore. Ma non possiamo reagire a quel dolore punendo chi parla. Il discorso dei manifestanti non può essere limitato semplicemente perché sconvolge e stimola disprezzo”.

Gli Stati Uniti hanno come principio fondativo il Primo Emendamento mentre l’Europa ha la sua lunga e tragica storia di guerre di religione e genocidio, per cui sono due tradizioni profondamente diverse. Non è vero che negli Stati Uniti si possa dire qualsiasi cosa, ma la condanna dell’opinione pubblica può elargire sentenze molto dure: i discorsi antisemiti degli attori Mel Gibson e Charlie Sheen hanno danneggiato in modo forse irreparabile le loro carriere. Il tutto senza una legge. Invece in Europa si sente il bisogno di rendere reato certi discorsi intolleranti.

Qual è, chiedo ai lettori, il sistema più efficace per limitare l’incitamento all’odio?

Tutto ciò è paradossale se si pensa che avviene l’esatto contrario in un altro campo: gli Stati Uniti impediscono per legge ai ragazzi sotto i 21 anni di bere alcolici, mentre in quasi tutti i paesi europei c’è molta più libertà.

Scritto lunedì, 7 marzo 2011 alle 15:06
da - stille.blogautore.repubblica.it


Titolo: ALEXANDER STILLE. Viva l’Italia unita (e disunita)
Inserito da: Admin - Marzo 18, 2011, 05:04:00 pm
Alexander STILLE


17
mar
2011

Viva l’Italia unita (e disunita)


Mi trovo a Roma giusto in tempo per la festa del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Ieri sera sono stato alla passeggiata del Gianicolo a vedere tutti i busti dei garibaldini – per anni ridotti da graffiti e atti di vandalismo, senza un naso o un orecchio. Ora sono tutti rifatti come nuovi, ma sotto sacchi di plastica per proteggerli dalla pioggia e dai vandali almeno per il giorno della loro inaugurazione.

Stamattina sono stato all’arco di Porta San Pancrazio dove una folla con bandiere aspettava, di nuovo sotto la pioggia, la riapertura del Museo risorgimentale e l’arrivo delle autorità dello stato. Molti, evidentemente, hanno aspettato l’opportunità di fischiare Berlusconi. “Ecco lo psiconano!” urlava una. “Buffone! Buffone!” “Dimissioni!”

Ecco l’unità d’Italia.

Mi occupo troppo spesso nel mio lavoro degli aspetti più brutti dell’Italia: il fascismo, la mafia, la corruzione politica. Mentre ho cominciato ad occuparmi dell’Italia per amore verso il paese: soprattutto per la gente che ho incontrato – persone di una gentilezza e simpatia incredibili – un gran sapere vivere e un modo di vita che ha beneficiato di centinaia se non migliaia di anni di tradizioni e costumi. Ma anche, più ovviamente, per la straordinaria bellezza del paese e le sue sterminate ricchezze culturali e artistiche.

In questo, paradossalmente, la disunità politica d’Italia (di cui soffre ancora) è stata anche fonte di ricchezza culturale. Il fatto che c’erano decine, a volte centinaia di piccoli stati, principati, ducati, città indipendenti – ognuno del quale si considerava il centro del mondo, con la sua corte, i suoi architetti e i suoi artisti – che pretendeva di sfidare le grandi capitali del mondo costruendo la cattedrale più grande o il palazzo più bello rende unica l’Italia.

Per molti secoli non era chiaro dove sarebbe stato il centro d’Italia: Ravenna, capitale bizantina. Palermo sotto i normanni fu una grande capitale europea. Napoli e Venezia erano per un certo periodo le città più grandi d’Europa. E città come Genova e Amalfi erano grandi rivali commerciali. Bologna e Padova ospitarono le più grandi università del continente attraendo studiosi da tutta l’Europa. Nel duecento, Siena pensava di superare Firenze e nel Rinascimento città-Stato come Mantova e Ferrara erano piccole capitali a livello europeo. Mentre in Inghilterra e la Francia, il successo dello stato centrale ha avuto l’effetto di creare molto presto una grande capitale che ha attratto le risorse più importanti del paese riducendo il resto del paese in provincia, in Italia la mancanza di stato centrale ha avuto l’effetto opposto, mantenendo e incoraggiano questa grande, ricca diversità – la fortuna e la sfortuna d’Italia.

Per cui, viva l’unità e la disunità d’Italia.


http://stille.blogautore.repubblica.it/?ref=HRER1-1


Titolo: ALEXANDER STILLE. Quando il giornalismo è in conflitto d'interesse
Inserito da: Admin - Aprile 01, 2011, 10:26:53 pm
LA POLEMICA

Quando il giornalismo è in conflitto d'interesse

di ALEXANDER STILLE

Giuliano Ferrara mi ha dedicato un lungo e violento attacco personale sulle pagine del suo giornale, Il Foglio, come risposta a due paragrafi in un mio post per il blog di Repubblica 1. La lunghezza e la ferocia dell'articolo suggeriscono che evidentemente ho toccato un tasto importante.

Che cosa ho scritto per giustificare tanto rancore da parte di Ferrara? In un pezzo su una serie di conflitti d'interesse nell'Italia berlusconiana, ho scritto: "Stranamente non desta nessuna meraviglia o indignazione il fatto che Giuliano Ferrara, ex portavoce del primo governo Berlusconi, direttore di un quotidiano della famiglia Berlusconi, cominci una feroce controffensiva pubblicitaria a difesa di Berlusconi, proprio dopo un incontro personale con Berlusconi, e che gli venga dato un programma in prima serata alla Rai. Tra i mille scandali dell'epoca berlusconiana, questo è evidentemente di poco peso. Ma in realtà, il fatto che un ex portavoce di un leader politico, che riceve tuttora uno stipendio dalla famiglia Berlusconi, abbia anche un programma su una delle principali reti pubbliche del Paese è uno scandalo".

Ferrara fa una specie di apologia pro vita sua  -  il che va benissimo, ha molte doti e ha fatto molte cose di cui essere orgoglioso  -  parla della sua amicizia con mio padre, genuina e sincera da ambedue le parti, per poi scendere in un attacco molto personale nei miei confronti arrivando perfino a chiamarmi "un figlio parricida". Qui fa un'ingiustizia a un suo amico, mio padre. La logica bizzarra di Ferrara sarebbe più o meno questa: le mie critiche alla corruzione dei politici degli Anni 80 e alle nefandezze dell'era di Berlusconi rappresentano un attacco contro mio padre  -  come se mio padre fosse un indagato di Tangentopoli. Sarebbe come se io riducessi l'impegno anti-comunista di Ferrara (che credo sincero) in un desiderio suo di uccidere suo padre comunista.

Le mie critiche a Ferrara erano puramente professionali: considero un serio conflitto d'interesse per un giornalista avere un programma del servizio pubblico mentre dirige un quotidiano della famiglia Berlusconi. Questo non significa che sia un uomo venduto. Ferrara cita i casi americani di William Safire e George Stefanopolis - ex portavoci di presidenti americani che poi hanno lavorato con successo come giornalisti. Ma omette che sia Safire che Stefanopolis hanno dovuto tagliare qualsiasi rapporto professionale ed economico con la politica attiva quando hanno fatto il passaggio al giornalismo.

L'anno scorso, Keith Obermann, conduttore di un programma di informazione politica sulla rete Msnbc, è stato sospeso dal lavoro perché è venuto fuori che ha versato alcuni contributi (del tutto leciti) a campagne elettorali di candidati democratici. Il programma di Obermann era apertamente schierato: lui non aveva ricevuto un centesimo da nessuno, aveva solo dato un po' di soldi, tutti registrati per legge. Considero, personalmente, questa un'esagerazione. Ma la Nbc ha stabilito che questo rapporto economico abbia in qualche modo compromesso il necessario distacco dei giornalisti nei confronti della politica.

Ho sempre apprezzato Giuliano Ferrara e l'ho considerato un amico nonostante avessimo punti di vista politici molto diversi. Mi è sembrato una persona capace di separare scontri politici anche molto accesi da rapporti personali. L'ho invitato a partecipare alla presentazione del mio libro su Berlusconi proprio per stimolare un dibattito civile. Non credo di avere un monopolio della verità e credo che Ferrara possa avere ragione su alcune questioni o comunque avere molto da contribuire per spingerci verso una visione più sfumata e complessa della realtà.

Giuliano Ferrara ed io abbiamo un lungo contenzioso da quando Silvio Berlusconi è entrato in politica. Ho detto fin dall'inizio che il conflitto d'interessi presentato da Berlusconi sarebbe stato un disastro per l'Italia: il miscuglio di interessi massicci privati e poteri pubblici avrebbe impedito a Berlusconi di liberalizzare l'economia e di fare riforme di cui il Paese aveva bisogno. Ho detto che un imprenditore con tanti scheletri nell'armadio avrebbe dovuto paralizzare il sistema giudiziario per difendere i propri interessi. Ho detto che il proprietario delle tre principali reti televisive non avrebbe dovuto controllare il sistema televisivo pubblico e che avrebbe deformato l'informazione in Italia. Ho detto che un tale concentramento di potere nelle mani era un male per la democrazia in Italia e che avrebbe messo in crisi le istituzioni del Paese. Questo punto di vista l'ho ripetuto tante volte in diciassette anni. E capisco che può sembrare a Ferrara "noiosa" e "pedante", questa litania, ma purtroppo tutto quello che è successo credo che abbia dato ragione al mio punto di vista.

Ho sempre considerato molto grave l'abitudine di molti giornalisti di prendere un secondo stipendio scrivendo rubriche per Panorama (giornale della famiglia Berlusconi) pur occupandosi di affari nazionali. E credo che la sinistra italiana avrebbe fatto molto bene a fare una legge sul conflitto d'interessi non diretta esclusivamente contro Berlusconi ma anche contro categorie che sono vicine alla sinistra (professori universitari, magistrati, doppi incarichi di sindaci, parlamentari, europarlamentari).

Ferrara ha una concezione molto diversa della deontologia professionale. Si è vantato di aver preso soldi dalla Cia come informatore  -  un fatto che mio padre non avrebbe approvato. E Ferrara non vede nulla di male nella disinvoltura con cui ha assunto una serie di ruoli diversi nell'era berlusconiana  -  portavoce, ministro, consigliere, direttore di un giornale di famiglia, candidato politico e conduttore di programmi televisivi.

Giuliano contrasta il mio "puritanesimo noioso" con il suo neo-machiavellisimo vivace. Ma sbaglia se pensa che io sia un puritano o creda nella purezza di me stesso o di qualcun altro. E proprio perché credo che siamo tutti soggetti alle stesse tentazioni (soldi e potere) sostengo che abbiamo bisogno di regole come quelle del conflitto d'interessi. "Se fossimo degli angeli non avremmo bisogno di un governo", ha scritto James Madison, difendendo la costituzione americana, tutta basata sull'equilibrio dei poteri.

(01 aprile 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/politica/2011/04/01/news


Titolo: ALEXANDER STILLE. La politica della battuta
Inserito da: Admin - Aprile 07, 2011, 04:54:42 pm
5
apr
2011

La politica della battuta

Alexander STILLE

Nella campagna elettorale del 1968 la durata media dei soundbite (estratto audio di una figura politica che parla senza interruzione durante un programma televisivo) durante i telegiornali americani era di 43 secondi. Negli anni Ottanta si è arrivati a soli 14 secondi e ora siamo sotto agli 8 secondi.

Significa che la politica di questi giorni si riduce sempre di più a delle battute veloci: “Leggi le mie labbra, niente nuove tasse” ha detto il primo presidente George Bush. “Dov’è la carne?” chiedeva Walter Mondale, lo sfidante democratico nel 1984, ripetendo una famosa pubblicità di hamburger dell’epoca. “Non siate femminucce dell’economia” esultava Arnold Schwarzenegger, l’ex attore che è stato per anni governatore della California, alla convention Repubblicana del 2004. “Qual è la differenza tra un mastino e una mamma di hockey? Il rossetto.” diceva Sarah Palin alla convention repubblicana del 2008. La tecnologia ha cambiato il discorso politico: siamo passati dalle lunghe orazioni del primo Ottocento alle battute di otto secondi. In parte è un adattamento inevitabile al progresso tecnologico: la CBS, la rete televisiva americana con la più lunga storia di eccellenze giornalistiche, ha cercato di rovesciare il trend dei soundbite brevi, impegnandosi a non mandare in onda spezzoni di audio di meno di 30 secondi. Ha dovuto cedere dopo poche settimane: il mercato e il gusto degli spettatori sono cambiati e apprezzano la velocità.

Anche quelli che oggi deprecano la superficialità del dibattito politico non sopporterebbero i lunghi discorsi retorici dell’Ottocento che facevano impazzire le folle, ma che si tradurrebbero molto male sul piccolo schermo televisivo. Il ridurre la lunghezza dei discorsi dei politici non è sempre un male, perché può significare anche l‘indipendenza del giornalista rispetto al potere politico.

In Italia per esempio succede il contrario: il 61% dei servizi dei telegiornali RAI che si occupano di politica consiste di dichiarazioni di politici, mentre solo lo 0,2% nasce da inchieste. La media in Europa, per quanto riguarda dichiarazioni dirette di politici, è del 23%.

Nella televisione commerciale americana per rendere la politica più accattivante durante le campagne elettorali quasi tutti i pezzi riducono la politica a una specie di gioco, o come viene chiamata, una corsa di cavalli: chi è in testa, chi sta guadagnando o perdendo terreno. Uno studio ha scoperto che nel 1960 circa il 40% dei pezzi si collocava dentro lo schema del gioco della corsa di cavalli, mentre nel 1992 la percentuale era arrivata a più dell’ 80%. Mentre lo studio più recente, fatto nel 1997, ha trovato che soltanto il 15% del giornalismo televisivo politico riguarda le proposte politiche e le idee dei candidati.

Gli studiosi hanno identificato tre scuole di giornalismo televisivo. Quella americana, con il miscuglio di indipendenza politica e superficialità dovuta alla commercializzazione della tv. La seconda è la scuola italo-francese, che gli studiosi chiamano sacerdotale, in cui i discorsi dei politici dominano la televisione come i sacerdoti in chiesa. Infine c’è la scuola anglo-tedesca che rappresenterebbe una via di mezzo, con un buon livello di professionalità giornalistica, una certa indipendenza dalla politica e soundbites di media duratura.

Che cosa significa questo per la politica di oggi?  Ha portato soprattutto alla personalizzazione. Nell’era televisiva, il candidato giudicato più ‘amabile’ ha vinto ogni elezione americana dal 1960 in poi, da quando la televisione è diventata un fattore cruciale negli Stati Uniti. L’unica eccezione è stato Richard Nixon nel 1968, quando il candidato democratico più forte Robert Kennedy fu assassinato durante la campagna elettorale: il partito democratico si spaccò in due tra fautori e critici della guerra in Vietnam. Mentre in passato i candidati dei due maggiori partiti americani erano scelti dai leader del partito stesso, dopo il 1968 le regole furono cambiate: chi vinceva le primarie correva poi per la Casa Bianca. Con la crescente importanza della televisione, l’elettorato ha creduto di poter conoscere in prima persona il candidato ed è diventato impensabile che la leadership potesse essere decisa da qualcun altro. Questo ha fatto delle primarie una specie di gara di bellezza, in cui i candidati più telegenici hanno avuto la meglio.

Se pensiamo al contesto italiano, sarebbe impensabile immaginare la candidatura a premier di politici del passato come un Flaminio Piccoli o forse anche un Aldo Moro, noti per i loro discorsi incomprensibili.

Siamo ormai talmente abituati a vedere la politica attraverso la televisione che non ci rendiamo più conto di quanto condizioni il nostro modo di concepirla; ogni volta che guardiamo un confronto politico in tv giudichiamo la prestazione di questo o di quel candidato secondo dei valori prettamente televisivi: non sembrava molto a suo agio, era troppo autorevole, piaceva, non piaceva, la gestualità o la postura.

da - stille.blogautore.repubblica.it/2011/04/05/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Beghe interne della sinistra
Inserito da: Admin - Aprile 08, 2011, 06:51:29 pm
31
mar
2011

Alexander STILLE


Beghe interne della sinistra

Se uno vuole capire perché tutto questo sia sopportato dalla maggioranza degli italiani, basta guardare le liti dentro il centrosinistra. In questi giorni c’è stata l’ultima delle tante fratture all’interno dell’Italia dei Valori, in questo caso tra lo storico Nicola Tranfaglia e Antonio Di Pietro, che si lanciano delle accuse e minacciano querele. Secondo gli ultimi sondaggi, l’alleanza del Pdl con la Lega ottiene circa il 40% dei consensi, il che significa che se i partiti del centro e del centro-sinistra che non fanno parte dell’area berlusconiana si mettessero d’accordo, avrebbero una forte maggioranza nel paese. Naturalmente non lo fanno. E se c’è una guerra civile dentro ogni partito, di tutti gli otto-nove partiti del centro e della sinistra che si combattono tra di loro, quante guerre ci sono veramente? Questi partiti non hanno evidentemente imparato la lezione del secondo governo Prodi in cui i nuovi partiti dell’allora maggioranza di governo si sono autodistrutti spianando la strada per il ritorno di Berlusconi.

Scritto giovedì, 31 marzo 2011 alle 05:09 nella categoria Senza categoria. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

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Titolo: ALEXANDER STILLE. Il costo della corruzione
Inserito da: Admin - Aprile 10, 2011, 04:54:46 pm
7
apr
2011

Il costo della corruzione

Alexander STILLE


Preparando una conferenza sul costo della corruzione in Italia, mi sono imbattuto in alcune statistiche grafiche eloquenti. Secondo la corte dei conti italiana, la corruzione in Italia costa 60 miliardi all’anno al paese, con una crescita di circa il 30% di casi di corruzione rispetto all’anno scorso. Secondo Transparency International, l’Italia è scesa dal 29esimo posto nel 2001 al 67esimo posto nel 2010 in quanto a livelli di corruzione, spostandosi dal gruppo di paesi democratici più avanzati ad essere collocata insieme a Georgia, Brasile, Guatemala ed Egitto.

http://transparency.org/policy_research/surveys_indices/cpi/2010/results

http://transparency.org/policy_research/surveys_indices/cpi/2010/interactive

Secondo il libro Mani impunite degli studiosi Alberto Vannucci e Donatella Della Porta la repressione della corruzione è più o meno calata dopo il periodo di Mani Pulite nei primi anni Novanta. Nel 2006 il numero di condanne per corruzione era solo un settimo di quelle registrate dieci anni prima. In alcune regioni, il calo è ancora più drammatico. In Sicilia si va da 138 nel 1996 a 5 condanne dieci anni dopo. Da 19 condanne in Calabria nel 1996, a zero nel 2006. E in Lombardia si passa da 545 nel 1996 a solamente 43 un decennio dopo.

Il libro the cost of corruption (il costo della corruzione) degli economisti Marco Arnone e Eleni Iliopulos dimostra la forte correlazione tra corruzione, mancanza di trasparenza, controllo dei media, mancato stato di diritto e perfino trattamento discriminatorio nei confronti delle donne e mancata crescita del PIL.

Rileggendo la nuova edizione del libro Impunity (impunità) dell’economista inglese Charles Young colpiscono di nuovo le statistiche impressionanti della pessima prestazione dell’economia italiana durante l’era berlusconiana. Scrive Young: “Dei 120 paesi nel mondo con popolazioni con più di 4 milioni di abitanti solo lo Zimbabwe e l’Italia hanno le economie più piccole nel 2009 che nel 2001. Nei paesi avanzati, nessuno si avvicina alla perdita del 6% del PIL pro capite che l’Italia ha subìto in questo periodo. Il paese più vicino è la Francia, dove il PIL è solamente 4% più alto nel 2009 rispetto al 2001. È raro che un paese cada talmente tanto indietro in cosi pochi anni come l’Italia ha fatto sotto i governi Berlusconi/Lega”.


Scritto giovedì, 7 aprile 2011 alle 21:49

http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/04/07/183/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Il vero scandalo della prescrizione
Inserito da: Admin - Aprile 14, 2011, 05:00:06 pm
13
apr
2011

Il vero scandalo della prescrizione

Alexander STILLE   

Mentre si discute della legge veramente vergognosa sulla cosiddetta “prescrizione breve” ora all’esame del parlamento italiano, la stragrande maggioranza degli italiani non sa di uno scandalo infinitamente più grande: il semplice fatto che la prescrizione può scattare a processo già iniziato. In tutte le altre grandi democrazie al mondo – ripeto: tutte tranne l’Italia – “l’orologio” della prescrizione si ferma nel momento della prima azione giudiziaria o dell’inizio di un processo. Perché? Per non incoraggiare strategie di dilazione tramite mille cavilli, in modo da fare decidere il processo non sul merito delle prove ma sulla base del tempo e della capacità degli avvocati di rimandare la giustizia.

La prescrizione esiste per i reati minori in tutti i sistemi per un buon motivo: impedire ai procuratori di pescare nel passato lontano per colpire un avversario. Ma una volta iniziato il processo non ci può più essere la prescrizione: così funziona negli Usa, in Francia, in Gran Bretagna, in Olanda e così via. Altrimenti si creano degli incentivi perversi per allungare i processi. Quando ieri ho spiegato il sistema italiano a una ex magistrata americana, lei è rimasta a bocca aperta e stentava letteralmente a crederci. “Ma è un invito ai cavilli! Si prolungheranno i processi e finiranno in un modo che non ha niente a che fare con la giustizia”. Era esterrefatta all’idea che l’orologio della prescrizione non si fermasse neppure dopo una condanna in primo grado e quindi che molti processi potrebbero venire annullati durante il processo di appello. “Ma non è possibile”.

L’anomalia italiana della prescrizione era più accettabile con il vecchio codice penale quando l’uso frequente delle prove scritte rendeva più veloci i processi. L’Italia ha abbracciato il dibattimento orale – raddoppiando i tempi dei processi – senza cambiare le regole sulla prescrizione. Un regalo ai delinquenti. Anzi, nel regno di Berlusconi, un primo ministro plurinquisito, le prescrizioni diventano sempre più brevi e l’Italia si allontana sempre di più dal resto del mondo.

Scritto mercoledì, 13 aprile 2011 alle 14:44
da - stille.blogautore.repubblica.it/2011/04/13/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Sesso, privato e pubblico.
Inserito da: Admin - Aprile 22, 2011, 05:39:24 pm
18
apr
2011

Alexander STILLE

Sesso, privato e pubblico.

Spesso aiuta sfogliare i giornali prestando attenzione alla coincidenza di notizie che appaiono lo stesso giorno.  A volte, il mettere insieme diversi fatti apparentemente slegati aiuta a cogliere qualcosa dello spirito dei tempi.

A me è capitato la settimana scorsa, il giorno in cui sono state pubblicate le testimonianze delle due giovanissime ragazze piemontesi, tutte e due in gara a  Miss Italia, reclutate da Emilio Fede prima come possibili meteorine e poi come carne da portare al macello dei festini di Berlusconi.

Le due hanno raccontato la loro serata raccapricciante tra barzellette sconce, spogliarelli a tavola, e la scena indimenticabile della statuetta di Priapo, con le signorine della festa incoraggiate a baciargli il pene, con risate da parte di molte, e il gelo imbarazzato delle due testimoni.

Lo stesso giorno è apparsa una notizia apparentemente minore su una festa organizzata per Berlusconi dal Popolo delle Libertà della Lombardia. Dopo la cena, è stata portata nella sala la sorpresa per il Cavaliere: un finto uovo di Pasqua alto quasi due metri, dal quale è uscita una bellissima modella, Charlotte Crona, seconda la cronaca “biondissima, svedese e con curve mozzafiato” . Racconta un articolo apparso su Repubblica:

“Uscita dall’uovo, la showgirl, modella e violinista ventisettenne, nota anche per aver ricoperto il ruolo di protagonista sulle pagine patinate della rivista Fox, ha subito sedotto il premier. Prima con il suo violino elettronico, poi con lo sguardo. Lui, che aveva appena finito di intrattenere i centoquaranta commensali intonando prima Pigalle, uno dei suoi cavalli di battaglia, poi una canzone napoletana, ha esclamato: ‘Sono commosso, è un regalo che apprezzo moltissimo’. Davanti allo sguardo divertito del governatore Roberto Formigoni, Berlusconi è rimasto rapito dall’esibizione di Charlotte, che oltre ad essere molto conosciuta sulle passerelle, si esibisce nelle discoteche accompagnando i deejay con il suo violino”.

Mentre il secondo evento può sembrare uno scherzo simpatico, in realtà aiuta a capire come possa essere accaduto il primo. Molti italiani fanno fatica a capire che tutti e due sono espressione della stessa identica mentalità: trattare le donne non per quello che sono o quello che sanno fare, ma per il loro aspetto fisico.

È evidente nel vecchio machismo perennemente stanco con cui il coordinatore lombardo del Pdl Mario Mantovani ha consegnato al premier un secondo regalo, un toro di cristallo,  dicendo: “Ha due palle come le tue Silvio!”. Ma Berlusconi nonostante l’ora tarda e la giornata gravosa, non ha rinunciato alla battuta: “Il paragone mi sembra davvero appropriato”. E in un altro momento, prendendo in giro il sindaco di Milano Letizia Moratti per il suo ritardo, Berlusconi ha detto che per penitenza avrebbe dovuto fare “un doppio bunga bunga”.

Non per niente l’Italia si trova al 74esimo posto in un elenco di 150 paesi nel cosiddetto Global Gender Gap, un indice del modo in cui sono trattate le donne nelle varie società del mondo. L’indice non è soggettivo, ma è basato su criteri obiettivi, come la presenza delle donne nel mondo del lavoro, il loro potere economico rispetto a quello degli uomini, e la loro presenza in politica. L’Italia si trova indietro rispetto a paesi come il Paraguay, Malawi, Ghana, la Repubblica Domenicana, e subito davanti a Gambia e Bolivia. Donne che non hanno potere sono costrette a ridere davanti barzellette stupide e scherzi poco simpatici.

da - stille.blogautore.repubblica.it/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Paralleli americani
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2011, 05:27:27 pm
26
apr
2011

Paralleli americani

Alexander STILLE

Un lettore del sito chiede giustamente di fare il paragone tra l’Italia di Berlusconi e il mondo politico americano. Anche se il caso Berlusconi è per certi aspetti unico (il massiccio conflitto di interessi; un primo ministro che – solo in questi mesi – subisce non uno, ma ben tre procedimenti giudiziari; per non parlare degli aspetti comico-grotteschi del personaggio), a un livello più profondo possiamo trovare somiglianze tra la destra italiana e quella americana. Provo ad elencarle.

1.) Tutte e due hanno degli importanti mezzi di comunicazione messi quasi completamente a servizio di un partito politico. Nel caso degli Stati Uniti sono Fox News e più in generale l’impero dei media di Rupert Murdoch. Un sostegno che arriva fino alla confusione dei ruoli, così descritta dal noto commentatore conservatore David Frum: “Per molto abbiamo pensato che la Fox lavorava per noi, ora scopriamo che noi repubblicani lavoriamo per la Fox”.

2.)Nel passato il giornalismo televisivo negli Stati Uniti aveva un forte senso di deontologia professionale. Prima di sostenere un argomento bisognava avere un certo supporto fattuale. C’erano squadre di ricercatori per controllare dati di fatto, avvocati che setacciavano i programmi più importanti, e un certo senso di orgoglio professionale tra i giornalisti nell’essere preparati. Le televisioni americane, ovviamente non prive di ideologia o di loro punti di vista, erano centriste e tendenzialmente filo-governative, ma non inventavano le notizie. Ora con l’avvento dei canali di notizie 24 ore su 24 è subentrato un giornalismo televisivo del tutto diverso, in cui non c’è più uno staff di giornalisti dietro la faccia sullo schermo, ma un conduttore che parla a ruota libera, improvvisando e spesso inventando i suoi fatti strada facendo. Se il vecchio giornalismo televisivo delle tre grandi reti televisive era basato sulla credibilità, quello nuovo è caratterizzato dalla provocazione ed è basato su una strategia volta a mantenere l’attenzione dello spettatore a tutti i costi pur di non fargli cambiare canale. Glenn Beck, il più popolare dei conduttori di Fox, sostiene ripetutamente che il presidente Obama vuole distruggere il capitalismo e la società americana, che il governo è occupato da cellule di terroristi camuffati, mentre Rush Limbaugh, il più popolare personaggio della radio americana, sostiene che l’unico modo per mantenere il liberalismo è con il fucile. Tutto ciò senza mai offrire una prova concreta, ma spesso spiegato con diagrammi scritti alla lavagna per creare l’apparenza di ricerca e serietà.

3.)Fino a 15-20 anni fa, il partito Repubblicano era pieno di persone serie. Si poteva essere in profondo disaccordo con le loro posizioni, ma erano comunque posizioni razionali basate su fatti empirici. Si poteva sostenere con qualche ragione che certi programmi sociali degli anni sessanta non avevano realizzato le loro promesse, si poteva sostenere che il livello di tassazione poteva deprimere investimenti o innovazione, che bisognava avere un atteggiamento più fermo nei confronti dell’Unione Sovietica – tutti punti discutibili ma razionali, e quindi si poteva avere un dibattito vero su fatti importanti. Quello che è avvenuto negli ultimi 15 anni è l’ascesa di una destra che fa appelli puramente emotivi e irrazionali. Come si può intraprendere un dibattito con persone che sostengono che il Presidente Obama è un musulmano che simpatizza con Al Qaeda o che la riforma sanitaria del Presidente completamente basata sulle assicurazioni private è il trionfo del socialismo? Solo l’altro giorno il senatore repubblicano Jon Kyl dell’Arizona ha giustificato il tentativo di eliminare tutti i fondi per Planned Parenthood, una ong che offre servizi sociali prevalentemente a donne povere, dicendo al Senato che ben oltre il 90% di quello che fa Planned Parenthood è eseguire aborti. La realtà è radicalmente diversa: solo il 3% delle attività di Planned Parenthood consiste nell’eseguire aborti, mentre la stragrande maggioranza dei suoi servizi riguarda contraccezione, prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili, controlli volti alla prevenzione del cancro e altri servizi sanitari per le donne. E nessuno dei 363 milioni di dollari che il governo federale ha dato a Planned Parenthood va all’esecuzione di aborti, poiché una legge precedente lo impedisce. Colto in un errore così clamoroso, l’ufficio del Senatore Kyl ha sostenuto che il discorso non era inteso come discorso fattuale. Quindi le statitische non sono fatti?

4.) Una delle cose che l’Italia e gli Stati Uniti hanno in comune è la quasi completa “deregulation” della televisione. L’Italia vive nel Far West berlusconiano dove le uniche regole si applicano (molto selettivamente) al servizio pubblico e mai all’impero Mediaset. Gli Stati Uniti hanno abbandonato tutte le regole che hanno governato la televisione nei suoi primi trent’anni: la cosidetta Fairness Doctrine, il diritto alla replica, l’obbligo di mettere programmi per il bene pubblico. Garanzie eliminate negli anni ’80 con la “deregulation” reaganiana e la proliferazione di canali e la rivoluzione della televisione via cavo. In un mondo di 100 canali, non c’era bisogno – si pensava – di garantire il pluralismo informatico o mantenere equilibrio nel dare informazione.

5.)Così siamo finiti in un discutibile mondo post moderno (sia nei media che nella politica) dove i fatti non esistono e qualsiasi cosa inventata vale per distruggere l’avversario. Non è una mia opinione personale, ormai sono i ricercatori ha spiegare che fortissime percentuali di americani credono cose che sono facilmente dimostrabili come false. Solo alcuni esempi: che gli Stati Uniti hanno trovato armi di distruzioni di massa in Iraq, che l’invasione americana aveva l’appoggio della maggioranza dei paesi nel mondo, che Obama non è nato negli Stati Uniti e quindi occupa illegalmente il ruolo di Presidente, e così via. Lo studioso Farhad Manjoo ne parla nel suo libro “True Enough: learning to live in a post-fact society” (“Abbastanza vero, imparando a vivere in una società post-fattuale”). In un mondo digitale con un’infinita’ di fonti vere o false che siano ognuno cerca e riceve le notizie che vuole. Afferma Manjoo: “Negli ultimi anni sondaggisti e ricercatori hanno documentato uno spostamento fondamentale nel modo in cui gli americani considerano le notizie: non solo sosteniamo opinioni differenti, abbiamo fatti differenti. La crescente polarizzazione politica ha cominciato a distorcere le nostre percezioni di quello che è vero e quello che non lo è”.
Negli Stati Uniti è ormai quasi impossibile per una persona di destra e una persona di sinistra trovare terreno comune sufficiente per un dibattito civile. Esattamente come avviene in Italia, dove uno è convinto che Berlusconi è colpevole di tutto oppure che tutti i processi nei suoi confronti siano puramente frutto di un complotto delle toghe rosse. E quindi diventa quasi impossibile fare un’analisi seria, pesando il valore delle prove e analizzando fatti riconosciuti. Questa polarizzazione di intere fette della nostra società che vivono in universi informatici totalmente diversi rischia di risolversi in tragedia: spinge le tensioni sociali verso la violenza verbale, e a volte fisica, e mette in crisi le istituzioni che tradizionalmente servono come arbitri nelle contese sociali: tribunali, studi scientifici, e giornali autorevoli.

Scritto martedì, 26 aprile 2011 alle 21:33
da - stille.blogautore.repubblica.it/2011/04/26/paralleli-americani/


Titolo: ALEXANDER STILLE. L’insidia del budget repubblicano
Inserito da: Admin - Maggio 10, 2011, 11:54:23 am
8
mag
2011

Alexander STILLE

L’insidia del budget repubblicano

Sapendo con alto livello di certezza che la politica economica del suo partito aveva aggravato enormemente la disuguaglianza economica del paese, che aveva fermato la mobilità sociale ed economica e allo stesso tempo prodotto un tasso di crescita nettamente inferiore a quello del suo principale concorrente, una persona in buona fede dovrebbe cambiare partito o cambiare politica. Questa situazione è realmente quella in cui si trova il partito repubblicano americano, sulla base di dati economici non controversi, prodotti da enti governativi e bi-partisan su tasso di crescita, GDP e reddito familiare. I dati parlano molto chiaro, come dimostrano vari libri pubblicati recentemente da studiosi molto noti. Il reddito annuale della famiglia media americana è diminuito del 3% dai primi anni Settanta al 2007. “In dollari del 2004, risulta un declino di $1,600 dollari per famiglia, non la constante crescita prevista dal sogno americano”, dicono i politologi americani Lawrence Jacobs and Benjamin Page.

In contrasto il 20% più ricco ha visto crescere il proprio reddito del 70%. Ma il vero bottino è andato al 1% più ricco del paese che ha visto crescere il proprio reddito annuale del 184%: questo 1% ormai possiede il 33% della ricchezza dell’intero paese.

Tradizionalmente i Repubblicani hanno giustificato la crescente disuguaglianza economica dicendo che era un effetto collaterale di un fenomeno del tutto sano: la capacità di un mercato efficiente di premiare le persone più capaci e laboriose, e quindi stimolare la crescita e il benessere di tutti. La disuguaglianza conta poco secondo questo ragionamento se accompagnata da crescita assoluta più grande, migliorando la vita di tutti, pur premiando di più i cosiddetti vincenti. L’altro argomento sollevato dai Repubblicani è stato quello della mobilità economica e sociale: se una società libera e competitiva permette ai meno abbienti di salire i gradini economici del paese, la disuguaglianza perde il suo significato negativo.

Ma i dati economici degli ultimi decenni smentiscono in pieno questi due presupposti, che si sono rivelati puramente dei miti. Il libro Unequal Democracy di Larry Bartels di Princeton dimostra che la crescita economica per l’intera categoria è stata nettamente superiore sotto amministrazioni democratiche rispetto a quelle repubblicane. Perfino il 20% più ricco ha beneficiato di più in termini assoluti sotto presidenti democratici che sotto presidenti repubblicani. La grande differenza sta nella distribuzione del reddito: sotto le amministrazioni repubblicane il 40% più povero ha guadagnato quasi poco o niente, mentre sotto amministrazioni democratiche ha visto crescere il proprio reddito annuale del 2,6%.

Le ricerche dell’ economista Emmanuel Saez della Berkeley dimostrano chiaramente che la mobilità sociale ed economica americana, una volta il grande vanto del nostro paese, si è fermata insieme al divario tra ricchi e poveri. La probabilità di salire da una classe economica più bassa a una più alta è fortemente diminuita. Ormai gli Stati Uniti hanno una mobilità economia inferiore a molti paesi europei, una volta baluardi del vecchio sistema di classe.

Nonostante ciò, come se tutto questo non avesse importanza, i Repubblicani stanno spingendo per un programma economico che produrrebbe gli stessi effetti. Il piano proposto nella Camera dei Rappresentati dal leader repubblicano Paul Ryan è basato sulla vecchia formula repubblicana: tagli che colpiscono le categorie più deboli, tagli alle pensioni per gli anziani, niente assicurazione sanitaria per i 40 milioni di americani che non ce l’hanno, tagli alle borse di studio per le famiglie più povere, costi maggiori nella sanità da parte del paziente, insieme a grandissimi tagli alle tasse il cui beneficio andrà di nuovo alle categorie più ricche.

Questo sembrerebbe una formula del tutto perdente. Eppure i Repubblicani hanno diverse carte da giocare: il governo federale rischia di andare in bancarotta se il Congresso americano non alza il tetto del debito nazionale che scadrà nei prossimi mesi.

Lasciamo perdere che i Repubblicani hanno contribuito enormemente al debito nazionale col taglio delle tasse varato sotto il Presidente Bush, costando agli Stati Uniti 3 mila miliardi; lasciamo perdere che hanno creato il collasso dell’economia e quindi la riduzione delle entrate governative; lasciamo perdere che hanno alzato il tetto del debito nazionale varie volte quando il Presidente era un Repubblicano. Ora usano la minaccia di destabilizzare il sistema finanziario per ricattare il Presidente Obama ed indurlo ad accettare fortissimi tagli alle spese sociali e a buona parte del suo programma economico.  La loro dichiarata preoccupazione per il deficit è chiaramente fasulla, altrimenti non comprenderebbe la proposta di rendere permanente il taglio alle tasse di Bush, che l’aritmetica di uno scolaro della prima elementare dimostra aggraverà il deficit.

Contano molto sul senso di responsabilità di Obama e il suo desiderio di evitare una crisi che fermerebbe tutti i pagamenti governativi e potrebbe paralizzare i mercati finanziari entro poco tempo. Operando sul teorema “peggio è, meglio è” i Repubblicani sperano che un possibile peggioramento della situazione economica punisca di più il presidente in carica, e non l’opposizione.

da - stille.blogautore.repubblica.it/2011/05/08/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Il ritorno della realtà?
Inserito da: Admin - Maggio 21, 2011, 09:25:18 am
20
mag
2011

Il ritorno della realtà?

Alexander STILLE

Negli ultimi mesi Silvio Berlusconi sembrava essere riuscito a riprendersi dalle batoste degli ultimi due anni: gli scandali Noemi e
D’Addario, della protezione civile, la legge sulle intercettazioni telefoniche, la defezione di Gianfranco Fini e dei suoi seguaci, lo scandalo Ruby, le varie leggi ad personam per risparmiare al premier i suoi vari processi. Sembrava aver ricucito la sua maggioranza e, forte dei suoi finti sondaggi, minacciava nuove leggi per fare a pezzi la magistratura italiana.

Il voto di questa settimana, concepito dal Cavaliere stesso come referendum sul suo operato, ha smentito in pieno quest’immagine di un Berlusconi rinato più forte che mai.

Sembra il ritorno o la vendetta della realtà contro la continua fantasia creata da Berlusconi. Non è, per non illudersi, un rifiuto profondo e morale di Berlusconi basato sulle prove di illegalità emerse nei suoi molti processi. Credo che l’elettore medio italiano si sia reso conto di due o tre cose fondamentali: da quando è stato rieletto nel 2008, Berlusconi si è occupato quasi esclusivamente delle sue faccende personali e pochissimo dei problemi reali e gravi degli Italiani che lo hanno eletto. Da quando ha tirato fuori la legge sulle intercettazioni telefoniche, frutto delle continue e imbarazzanti rivelazioni sul suo conto, il governo è pressoché paralizzato. Intanto molti dei grandi vanti del cosiddetto governo del fare – il ripristino della situazione dell’immondizia di Napoli, la ricostruzione miracolosa dell’Aquila – si sono rivelati delle vere e proprie frodi: illusioni create e mantenute dalla televisione di Stato e dalle sue reti televisive, mentre l’economia dell’Italia rimane in uno stato asfittico e stagnante. Il re è nudo, in tanti modi.

Il fenomeno Berlusconi nel suo complesso rappresenta forse la più grande sfida al famoso assioma del presidente americano Abraham Lincoln, il quale ha detto: “Si può ingannare tutto il popolo per un po’ di tempo, si può anche ingannare una parte del popolo di tanto in tanto, ma non si può ingannare tutto il popolo tutto il tempo”. In diversi momenti durante i diciassette anni di Berlusconi in politica il famoso detto di Lincoln è sembrato una reliquia di un Ottocento permeato dall’Illuminismo. La premessa della carriera politica di Berlusconi è quella che controllando le principali fonti di informazione si controlli tutto. Berlusconi ha detto al suo braccio destro Marcello dell’Utri “Ma insomma non vuoi capire che senza la televisione una cosa non esiste: né un prodotto, né un politico, né un’idea.”

Forse nessun altro politico è riuscito a sopravvivere a un record fattuale così disastroso: la crescita economica più lenta in Europa, competitività in calo, i suoi collaboratori principali condannati per mafia e corruzione, legge dopo legge costruita per beneficiare la sua azienda, o salvare se stesso dai suoi processi, e  quasi nessun risultato positivo solido. Non ho alcun dubbio che Berlusconi sarebbe stato mandato in pensione diversi anni fa se le prove dei processi Previti, Squillante, Mills e Ruby, oppure il pietoso stato del PIL italiano durante i vari governi Berlusconi, fossero stati divulgati e spiegati su tutte le televisioni italiane. Nonostante la grande sfida di Berlusconi – di annientare la realtà  e di sostituirla con una realtà virtuale – continuo a credere che la realtà esista, e forse il risultato di lunedì lo conferma e conferma che l’assioma di Lincoln sia ancora valido.

Un piccolo segno di questo è la reazione stizzita di Bossi e della Lega; dopo il tonfo elettorale Berlusconi è andato a Napoli a inveire contro lo sgombero di case abusive e Bossi ha subito gridato: “attenti, niente più condoni”. Per diciassette anni il popolo del Nord e la Lega hanno permesso a Berlusconi mille schifezze simili che farebbero rimpiangere la vecchia Roma ladrona, senza fino ad ora pagarne un prezzo politico. Il bassissimo numero di preferenze preso da Berlusconi a Milano rispecchia il fatto che la gente si senta ingannata.

Ora vediamo se i partiti dell’opposizione di  centro e di sinistra, che rappresentano la maggioranza del Paese, saranno capaci di cogliere quest’opportunità, superare le loro differenze e presentare un programma coerente e convincente.

da - stille.blogautore.repubblica.it/2011/05/20/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Non gli resta altro che la paura.
Inserito da: Admin - Maggio 25, 2011, 04:26:44 pm
25
mag
2011

Alexander STILLE


Non gli resta altro che la paura.

Non gli resta altro che la paura. Berlusconi nel suo discorso
all’elettorato non cerca neppure di difendere l’operato del suo
governo, ma tenta molto palesemente di terrorizzare quella parte
dell’elettorato che non ha ancora deciso sul voto finale: “Milano non
può alla vigilia dell’Expo 2015 diventare una città islamica, una
zingaropoli piena di campi Rom e assediata dagli stranieri a cui la
sinistra dà anche il diritto di voto”. Nelle stesse ore l’Istat
(l’Istituto nazionale per le statistiche) dice che un italiano su
quattro è a rischio povertà e la crescita del Pil rimane sempre più
bassa rispetto agli altri paesi europei. Naturalmente la risposta di
Berlusconi non è quella di prendere azioni concrete, ma un altro
blitz mediatico, tanto sproporzionato da riuscire a far guadagnare
multe pesanti sia per la Rai che per Mediaset. Così prende due
piccioni con una fava: penalizza il suo concorrente principale,
mentre domina la comunicazione politica alla vigilia del voto: e
quando l’autorità Agcom, arbitro sdentato e impotente, reagisce come
sempre a fatto compiuto, Berlusconi grida che siamo tornati ai tempi
dell’Unione Sovietica.

Augusto Minzolini, il direttore del TG,  spiega l’onnipresenza di
Berlusconi attribuendola alla sua bontà “ Il presidente del consiglio
vuole parlare dopo giorni di silenzio. Lo vuole fare con il tuo
telegiornale, nel mio caso il TG1, ma anche con qualche altro tg.
D’altronde, l’uomo è fatto così, non vuole far dispiacere a nessuno,
si sa. Lei che fa, prende o lascia?”

Ma se il capo dell’opposizione dopo una grande vittoria elettorale
vuole parlare, non è una notizia?

da - stille.blogautore.repubblica.it/2011/05/25/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Weinergate
Inserito da: Admin - Giugno 27, 2011, 05:29:11 pm
23
giu
2011

Weinergate

Alexander STILLE


Si è dimesso il rappresentante Anthony Weiner, deputato prodigio dello Stato di New York, colto in fallo mentre mandava messaggi a sfondo sessuale su Facebook e Twitter a giovani sostenitrici conosciute sulla rete.

Il caso Weiner è l’ultimo e forse il più complicato di una lunga serie di casi di politici travolti da scandali di tipo sessuale.  Mostra la nuova e complicata dimensione delle nuove tecnologie, unita agli antichi vizi di sesso e potere. Weiner era diventato un astro nascente del partito democratico, in parte grazie all’uso innovativo di Twitter: mandava migliaia di brevi messaggi in genere di contenuto politico ai numerosi seguaci e creandosi una base nazionale insolita per un deputato che rappresentava un singolo distretto locale. Purtroppo per Weiner il mondo virtuale di Twitter e di Facebook è stato anche la sua rovina, avendo partecipato ad approcci entusiasti e a volte seduttivi di varie donne che lo hanno contattato tramite i social media. Weiner ha perso la testa mandando messaggi osé e fotografie sconce.

Complicando ancora di più una valutazione serena del caso, è venuto fuori che un gruppo di attivisti di destra stavano monitorando i messaggi di Twitter di Weiner, cercando di incastrarlo. Insieme alle testimonianze vere, c’e’ anche stato il caso di un critico di Weiner che si è camuffato da teenager sedicenne e ha pregato il deputato di portarla al ballo di fine anno dell’high school.

Inizialmente ero contrario alle dimissioni di Weiner: a differenza di personaggi politici come Dominique Strauss – Kahn o il nostro benemerito Silvio Berlusconi, Weiner non era stato accusato di aver infranto alcuna legge. Non aveva neppure commesso adulterio: era colpevole di cattivo giudizio ed estrema imprudenza, in quello che poteva sembrare una ragazzata. Questi atti occupano una zona grigia tra la fantasia privata e il mondo reale: ma alla fine anche il suo partito lo ha spinto a lasciare. La ragione più forte a favore delle sue dimissioni era puramente pratica: il caso Weiner era diventato una grande distrazione per i democratici, un bersaglio costante di critici repubblicani e quindi un problema da eliminare.

Dal punto di vista politico, era chiaramente la cosa giusta da fare. Rimane irrisolto se le dimissioni siano state una scelta giustificata su altri piani, e qui rimango un po’ nel dubbio. È vero che Weiner ha dimostrato una straordinaria mancanza di buon senso: esperto dei nuovi media, avrebbe dovuto capire che Facebook e Twitter sono in pratica semi-pubblici. Quello che appare su FB è quasi dominio di tutti, e i messaggi di Twitter possono essere captati con grande facilità. Weiner dopo l’imbarazzo di questo scandalo non sarebbe mai stato rieletto, le dimissioni erano l’unica via possibile per permettere al suo partito di tenere quel seggio. Ma rimane comunque un caso limite in questa catena di scandali del sesso.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/06/23/weinergate/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Tasse, il prezzo della civiltà?
Inserito da: Admin - Luglio 14, 2011, 03:32:32 pm
12
lug
2011

Alexander STILLE


Tasse, il prezzo della civiltà?

Ci si chiede perché mai Barack Obama e i democratici siano sempre sulla difensiva nelle loro trattative con i Repubblicani sul deficit. Nel tentativo di evitare tagli a programmi sociali come la “social security” (pensioni di anzianità) e Medicare (assicurazione sanitaria per gli anziani), a sentire il tono del dibattito uno penserebbe che stessero cercando di giustificare il conto da 500mila dollari detenuto da Newt Gingrich, uno dei candidati repubblicani alla Casa Bianca, presso il gioielliere Tiffany’s.

Vedendo alcuni studi recenti sullo stato degli Stati Uniti, i democratici hanno ragione di essere abbastanza fieri dei programmi che stanno difendendo.

Stavo guardando l’altro giorno uno studio molto interessante che si chiama “Measure of America,” un progetto che applica il cosiddetto Human Development Index (Indice di Sviluppo Umano) usato dalle Nazioni Unite per misurare la salute sociale di tutti i paesi del mondo mettendo insieme dati sulla salute fisica (longevità, tasso di mortalità infantile, tassi di omicidio) con dati di salute economica (reddito) e livello di scolarizzazione e accesso all’educazione. L’idea di Measure of America è di applicare questo indice sul livello locale per offrire un quadro molto più dettagliato di tutte le località negli USA, Stato per Stato, contea per contea, distretto elettorale per distretto elettorale, con la possibilità di studiare la salute sociale di gruppi sociali e etnie diverse. Il risultato, non molto sorprendente per chi conosce bene gli USA, è una mappa molto variegata con molti alti e bassi dove certi settori della nostra popolazione vivono come se abitassero in un paese piuttosto povero mentre altri godono di un tenore di vita e di uno stato di salute e livello di istruzione tra i più alti nel mondo – spesso nello stesso Stato e nella stessa città. Ma guardando una mappa interattiva che il progetto ha creato, mi ha colpito il fatto che gli stati che hanno gli indici di salute più alti sono tutti Stati che hanno votato per Barack Obama e il partito democratico nelle elezioni del 2008. Nelle ultime tre elezioni gli analisti politici hanno notato come gli Stati    Uniti sono diventati un paese fortemente polarizzato, diviso tra Stati blu (democratici) e Stati rossi (repubblicani). I quindici Stati all’apice dell’indice hanno tutti votato democratico, mentre i dieci più in basso sono Stati nel profondo Sud e Stati agricoli nella cosiddetta “Bible belt” (la cintura della bibbia – Stati rurali con una forte presenza di cristiani evangelici). Naturalmente, questo quadro si presta ad interpretazioni diverse. I Repubblicani potrebbero dire che il partito democratico è un partito elitario che rappresenta le parti più benestanti del paese mentre loro rappresentano quelle più povere che vogliono sfondare senza interferenze del governo.

Questo quadro potrebbe avere una sua importanza durante l’attuale dibattito politico sul deficit, e sul problema delle tasse che sono al centro del negoziato tra Obama e i repubblicani nel Congresso, dove i repubblicani stanno spingendo per riduzioni drastiche alle spese sociali per ridurre il deficit mentre si rifiutano di alzare le tasse anche di un centesimo per i cittadini più ricchi per colmare il divario tra entrate e uscite governative. La mappa dello sviluppo umano rivela una realtà importante: anche se il quadro è complesso (certi Stati democratici hanno avuto anche governatori e assemblee locali repubblicani), grosso modo gli Stati blu sono quelli dove regge il contratto sociale, con livelli di tassazione più alti e programmi sociali più generosi. Prendiamo il caso del Massachusetts – numero due dei cinquanta Stati in termini di qualità di vita – deriso spesso, soprattutto dai repubblicani, come “Taxachusetts.” Infatti, uno degli argomenti favoriti dei repubblicani è che questa formula – tasse locali alte e programmi sociali generosi – sia una garanzia di fallimento: è un disincentivo per le aziende che si spostano negli Stati repubblicani dove pagano meno tasse, non ci sono sindacati e programmi sociali costosi. Ma l’indice di sviluppo umano smentisce questa idea. In parole povere: negli Stati blu, con più protezioni per i deboli, più programmi sociali, più assicurazione sanitaria, si sta meglio.

Il movimento del Tea Party guarda qualsiasi intervento governativo – compresi l’assicurazione sanitaria garantita, soldi per l’educazione pubblica, protezione per l’ambiente  – come un sopruso e una forma di oppressione. Questo nonostante il fatto che il livello di tassazione complessiva negli USA sia solo il 25 percento del PIL – tra i più bassi in assoluto tra i paesi avanzati – sceso dal 29 percento in dieci anni. Ma gli Stati con meno servizi governativi – che si ribellano quando si cerca di alzare le tasse, Stati di profondo rosso con fortissime maggioranze repubblicane – sono quelli, come Mississippi e Alabama e Louisiana, dove si sta peggio in assoluto. Sono agli ultimissimi posti in termini di scolarizzazione. Sono Stati dove una persona povera può aspettarsi di vivere meno a lungo, di ricevere meno assistenza sanitaria, di non arrivare all’università, di guadagnare meno che in altri Stati.

Una conferma recente di questo fatto è arrivata negli ultimi giorni. Un gruppo di economisti ha completato uno studio sull’effetto dell’assicurazione sanitaria su persone che in passato non l’avevano. Hanno scoperto – apriti cielo! – che con l’assicurazione sanitaria stanno meglio: vedono regolarmente il medico, stanno meglio  non solo in termini di salute, ma anche economicamente, hanno meno conti non pagati – non dovendo scegliere tra l’affitto e la salute come succede spesso alle persone non assicurate – e stanno meglio sul piano morale, soffrono meno di depressione.

Questa può sembrare un’ovvietà ma nel mondo superideologico della politica americana – dove il Tea Party detta legge nel partito repubblicano – è un cardine di fede che la riforma sanitaria di Obama – che dovrebbe dare accesso all’assicurazione sanitaria a circa 40 milioni di americani – sia opera dell’anticristo, una forma di socialismo, un primo passo verso il totalitarismo. Molti conservatori dicono che i poveri farebbero meglio ad arrangiarsi senza assicurazione, ricorrendo al pronto soccorso o addirittura non pagando i medici quando non ce la fanno. Questa visione viene smentita da uno esperimento naturale attuato recentemente nello Stato dell’Oregon (blu). Il governo locale ha voluto offrire l’assicurazione sanitaria ai 90.000 cittadini che non l’avevano. Ma in questi tempi magri di recessione e di budget molto stretti, l’Oregon aveva soldi solo per dare l’assicurazione a 10.000 persone, attraverso una lotteria. Degli studiosi hanno visto in questo programma una situazione perfetta: due gruppi presi a caso della stessa    identica parte della popolazione, uno soggetto all’“esperimento”, e uno che serviva da gruppo di controllo.

La conclusione sia dell’indice di sviluppo umano che dello studio nell’Oregon è molto semplice: si ottiene qualcosa per le tasse che si pagano: livelli di istruzione superiori, stato di salute superiore, longevità superiore. “Le tasse sono il prezzo della civiltà,” diceva Oliver Wendell Holmes, un famoso giudice della Corte suprema americana.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/07/12/tasse-il-prezzo-della-civilta/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Nervosismo di Bossi
Inserito da: Admin - Luglio 19, 2011, 10:48:31 am
19
lug
2011

Nervosismo di Bossi

Alexander STILLE

Umberto Bossi è tornato a parlare di secessione. Sembra che stiamo tornando al folklore di Pontida. Sembrerebbe anche un segno di nervosismo da parte della Lega e di stanchezza per l’alleanza con Berlusconi. Andando contro le pressioni del premier, Bossi ha dato via libera all’indagine su Papa nel caso P4 – altro segno che il popolo della Lega è stanco di coprire la corruzione del mondo berlusconiano. Una delle spie del declino di Berlusconi è che, per la prima volta in quindici anni, la Lega comincia a pagare un prezzo politico con il proprio elettorato per l’alleanza con l’uomo che nel 1994 e 1995 chiamavano “Craxi con la parrucca”, “il mafioso di Arcore” e “Berluskaiser.” Ma mi sono spesso chiesto in questi anni come mai Bossi non ha pagato un prezzo politico prima? La giustificazione machiavellica della coalizione era il federalismo. Ma dopo quindici anni non c’è segno di federalismo, il sistema di clientelismo e corruzione – Roma Ladrona – è immutato se non addirittura incancrenito eppure il popolo della Lega ha firmato assegni in bianco a Berlusconi, ha inghiottito rospi votando leggi ad personam.

Chiedo ai lettori, forse lettori nei feudi della Lega, perché. Sarà che la Lega sul piano locale ha tratto vantaggi dall’essere al governo?

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/07/19/nervosismo-di-bossi/?ref=HRER1-1


Titolo: ALEXANDER STILLE. Perché Berlusconi non è Murdoch?
Inserito da: Admin - Luglio 22, 2011, 04:11:26 pm
22
lug
2011

Alexander STILLE

Perché Berlusconi non è Murdoch?

Ho letto con grande interesse che, sotto la pressione dell’opinione pubblica, Rupert Murdoch e la News International hanno dovuto cessare di pagare le spese legali di un investigatore privato sotto indagine nel caso delle intercettazioni illegali. Naturalmente pagare le spese di un imputato crea un rapporto di complicità soprattutto se chi paga è un potenziale bersaglio dell’indagine, come in questo caso. Significa, in pratica, tappargli la bocca. Ricordo bene che è venuto fuori a un certo punto che Berlusconi (o uno dei rami del suo impero) ha pagato le spese legali di Cesare Previti. E naturalmente in Italia nessuno, dico nessuno, ci ha badato. Come mai? Perché a pensarci è molto strano: se Previti non ha corrotto i giudici per conto di Berlusconi, se i soldi con cui Previti ha pagato Squillante non veniva da un conto segreto della Fininvest – come hanno sempre sostenuto — perché avrebbero dovuto pagargli le spese legali? Non sarà stato per caso per togliere a Previti la tentazione di parlare con i magistrati dei suoi rapporti con Berlusconi?.

Domanda: perché qualcuno in Parlamento non ha costretto Berlusconi a rivelare chi ha pagato le spese legali di vari imputati nella galassia berlusconiana?

Come non si scandalizza nessuno in Italia per il fatto che gli avvocati personali di Berlusconi, a cominciare da Niccolò Ghedini, siedono nel Parlamento: cioè oltre il generosissimo stipendio che ricevono dal popolo italiano ricevono un secondo stipendio da Berlusconi, forse di molte volte più consistente. Non sarebbe corretto insistere che gli avvocati-parlamentari del premier rivelino esattamente quando guadagnano lavorando per lui e le sue varie aziende o per i suoi coimputati in vari processi dell’ambito Fininvest/Mediaset/Berlusconi? Forse, così, sapremmo quanto hanno lavorato per il popolo italiano e quanto per il cliente B.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/07/22/perche-berlusconi-non-e-murdoch/?ref=HRER1-1


Titolo: ALEXANDER STILLE. La strada di Obama?
Inserito da: Admin - Agosto 22, 2011, 04:25:22 pm
22
ago
2011

La strada di Obama?

Alexander STILLE

Nel 1982-83, quando gli Stati Uniti erano in piena recessione, con la disoccupazione a livelli terrificanti, l’allora Presidente Ronald Reagan ripeteva: “Stay the course.” “Proseguiamo per la stessa strada.” Si capiva cosa voleva dire, la formula di Reagan era molto chiara: “Abbassiamo le tasse, riduciamo l’inflazione e l’economia si riprenderà”. Reagan non ha cambiato politica nonostante le critiche durissime di quei giorni e l’economia poi si è ripresa. Naturalmente, del boom reaganiano hanno beneficiato i più ricchi. Ma il punto che voglio sottolineare qui è che si capiva al volo che cosa intendeva quando diceva “Stay the course.”

Ora, il Presidente Barack Obama è in un momento altrettanto buio della sua presidenza. Non ha mai detto “Stay the Course” anche perché nessun capirebbe che cosa vorrebbe dire. Uno dei più grandi problemi di Obama è che quasi tre anni dopo la sua elezione non si capisce cos’è la sua politica economica. Non è esattamente una politica keynesiana che usa le spese governative e programmi governativi per stimolare l’economia e rilanciare il Paese. Il suo piano di stimolo era considerato troppo piccolo per aver la forza d’urto per scuotere l’economia in una nuova fase di espansione. Ereditando un’economia distrutta dagli eccessi del mondo bancario avrebbe potuto fare della riforma finanziaria un cavallo di battaglia in chiave populista. Ha scelto invece un piano di riforma molto modesto per non spaventare o dispiacere Wall Street e, secondo molti banchieri ed economisti, non ha risolto i problemi strutturali della finanza. Avrebbe potuto proporre un piano ambizioso per riformare la sanità in modo da ridurre di molto i costi spaventosi del settore che rappresenta la vera minaccia al debito nazionale nel lungo termine. Ognuna di queste politiche avrebbe sicuramente incontrato molta resistenza ma sarebbero state delle scelte chiare. Invece Obama ha preferito una serie di mezze misure – alcune in contradizione tra di loro – un po’ di stimolo e po’ di tagli alle tasse, alcune regole per Wall Street ma non abbastanza per rappresentare una vera svolta. Diamo assicurazioni a quelli che non ce l’hanno ma non cambiamo il sistema di assicurazione privata che rende la sanità la più costosa e una delle meno efficienti del mondo. Poi, per accontentare i suoi nemici repubblicani nel Congresso, Obama ha proposto tagli molto radicali dei programmi sociali – andando in direzione opposta di un piano di stimolo. E quindi ora che la nostra economia è in caduta libera Obama non sa bene cosa proporre. Difficilmente può dire “proseguiamo per la nostra strada” perché non si capisce quale strada sarebbe. E questo rappresenta un vero, grande pericolo per la sua amministrazione e per il paese.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/08/22/la-strada-di-obama/?ref=HREC1-2


Titolo: ALEXANDER STILLE. L’utilizzatore finale di tutto.
Inserito da: Admin - Settembre 04, 2011, 05:10:28 pm
1
set
2011

L’utilizzatore finale di tutto.

Alexander STILLE

Tutti pagano, tranne il premier. Vanno a processo per reati gravi – per aver procurato donne a Silvio Berlusconi – i suoi amici Emilio Fede e Lele Mora. Ma (per ora) “l’utilizzatore finale,” come l’ha definito in modo elegante il suo avvocato-parlamentare Niccolò Ghedini parlando di un altro scandalo a sfondo sessuale, va a processo su un altro binario. Come se essere quello che ha creato il reato, che ha pagato tutti e che ha beneficiato del reato fosse il minore dei mali. Poi, dovesse andare male al processo, c’è sempre la prescrizione per gli incensurati.

Poi, c’è il caso Previti-Squillante. Vengono condannati il magistrato corrotto e l’avvocato che l’ha pagato. Ma per conto di chi ha pagato? Ma l’utilizzatore finale scappa a piede libero e si presenta in giro come vittima di ingiustizia e salvatore della patria.

Ora, ci siamo di nuovo. Giampaolo Tarantini, l’imprenditore barese che ha sistematicamente creato un giro di escort per il premier (vergini da portare al drago, nelle parole dell’ex-moglie di Berlusconi) è stato arrestato insieme alla moglie. Tarantini, secondo i magistrati, avrebbe ricevuto 500 mila euro in cambio del suo silenzio, più le spese legali, più qualche contratto e appalto. Berlusconi non nega il fatto centrale del processo, il pagamento dei 500 mila euro.

“Ho aiutato una persona (Tarantini ndr) e una famiglia con bambini che si è trovata e si trova in gravissime difficoltà economiche”, ha detto il premier. “Non ho fatto nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto così e nulla muterà il mio modo di essere”. Strano, ci sono milioni di famiglie italiane con bambini e problemi economici. Perché aiutare proprio questa? Evidentemente, i magistrati si sono posti la stessa domanda e hanno concluso che Tarantini è stato pagato perché non parlasse o mentisse. Perché Berlusconi sarebbe vittima di questo reato di estorsione? Non è reato comprare dei testimoni? (Vedi il caso Mills.) Perché l’utilizzatore (cioè il beneficiario) è sempre immune.

Diciamo la verità: Berlusconi ha corrotto e sporcato tutto quello che ha toccato: dall’imprenditoria, al calcio, alla politica e alla vita personale, piena di amici pagati. Che schifo.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/09/01/lutilizzatore-finale-di-tutto/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Bush ha rovinato l’undici settembre.
Inserito da: Admin - Settembre 13, 2011, 10:50:29 am
11
set
2011

Bush ha rovinato l’undici settembre.

Alexander STILLE


Sono rimasto fuori New York il giorno dell’anniversario dell’undici Settembre, non per una scelta deliberata ma per una forma di indifferenza: l’anniversario mi dice molto poco, le varie forme di commemorazione mi mettono a disagio.

Per me, George W. Bush ha rovinato l’undici Settembre, trasformando una tragedia autentica e un momento molto sentito nella città di New York in una forma di speculazione politica. Ha strumentalizzato la tragedia per giustificare le sue due guerre, in particolare quella in Iraq che è stata molto più difficile da motivare. Politici repubblicani che odiano New York e la prendono spesso come bersaglio – la Sodoma e Gamorra dei conservatori religiosi, città cosmopolita e tollerante – si sono affrettati per farsi fotografare davanti alle rovine delle Torri Gemelle o della Statua della Libertà per cavalcare la reazione popolare agli attacchi terroristici e guadagnare qualche vantaggio politico. Bush ha difeso le sue scelte disastrose e cercato di bloccare ogni critica. Ha creato una forma di maccartismo moderno: o con noi o coi terroristi. I vari allarmi rossi, gialli ed arancioni sono stati usati in questi anni ogni volta che calava il consenso verso la sua amministrazione. E come con una bacchetta magica, il presidente riprendeva quota. E ha vinto un secondo mandato nonostante un’economia debole e due guerre disastrose.

E’ stato smarrito il vero undici settembre – il momento della tragedia e le settimane successive, un grande momento di vita civica. La città – a differenza di certi politici – ha reagito con grande dignità e sobrietà. I cittadini si sono prodigati per esprimere gratitudine nei confronti dei pompieri, degli agenti, tutti quelli che hanno rischiato la vita per aiutare le vittime e profondo lutto per quelli che hanno perso la vita. L’estrema vulnerabilità che abbiamo tutti sentito ha creato una profonda volontà di gentilezza, di trattare gli estranei con delicatezza e tenerezza, come fratelli in mezzo ad una tragedia familiare. Non si sentiva quasi mai voglia di vendetta e di sangue altrui – sentimenti che si sono nutriti di più tra quelli che vivevano lontano dalla tragedia. È stato un momento di grande civiltà nei confronti di un atto di barbarie – una risposta molto giusta ed efficace. Peccato che il vero undici settembre sia stato catturato e sostituito con quello fasullo, quello delle commemorazioni ufficiali e delle strumentalizzazioni.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/09/11/bush-ha-rovinato-lundici-settembre/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Tempi lunghi e brevi di una crisi
Inserito da: Admin - Novembre 01, 2011, 11:42:29 am
31
ott
2011

Alexander STILLE




L’altro giorno ad un convegno qui a New York, l’economista Robert Shiller della Yale University, uno dei pochi che aveva previsto l’attuale crisi economica, ha spiegato che sulla base di quasi 800 anni di dati finanziari, crisi bancarie come quella attuale, normalmente sono lunghe, seguono un ciclo di circa dieci anni dal crac alla ripresa. Questo fatto ci costringe a rivedere un po’ la situazione di Barack Obama. Avrebbe potuto gestire meglio, per certi versi, la crisi ma con tutta probabiltà saremmo più o meno nella stessa melma qualunque cosa facesse. Lui era un uomo perduto fin dal primo giorno della sua presidenza. Purtroppo, il pubblico americano non ha una conoscenza della storia economica degli ultimi 800 anni. Invece, la storia politica degli ultimi cinquant’anni dimostra che l’elettore americano basa il suo voto (in buona parte) sull’andamento dell’economia negli 12 mesi prima dell’elezione.

Questo fa sì che qualunque candidato repubblicano – anche il più squalificato e apparentemente ineleggibile — ha un’ottima chance di battere Obama anche se la principale responsabilità per la crisi scoppiata nel 2008 resta dopo quasi otto anni di governo Bush e di deregolamentazione voluta dai repubblicani.

DA - http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/10/31/tempi-lunghi-e-brevi-di-una-crisi/?ref=HREA-1


Titolo: ALEXANDER STILLE. Storia di due bigliettini
Inserito da: Admin - Novembre 22, 2011, 12:38:17 pm
22
nov
2011

Storia di due bigliettini

Alexander STILLE

Giuliano Ferrara ha dedicato una puntata del suo programma Radio Londra al bigliettino inviato dal vicesegretario del Pd Enrico Letta al neo premier Mario Monti come se avesse scoperto un complotto losco.

“Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!”

Non c’è assolutamente nulla da rimproverare nel biglietto, che sembra scritto in uno spirito di civiltà e collaborazione.
Il Pd appoggia il governo apertamente dall’esterno e quindi offre la sua collaborazione. E infatti Letta ha detto: “Certo che il biglietto è mio. E mi pare la dimostrazione che in privato diciamo le stesse cose che in pubblico”.

Ferrara dedica vari minuti al bigliettino come se l’esistenza di messaggi privati tra membri del parlamento fosse segno di intrallazzi sinistri, di una forma di collusione, simile ai rapporti occulti con le varie P2, P3 e P4 che hanno investito il mondo berlusconiano o i pagamenti per tappare la bocca a Tarantini ecc.

Sarebbe forse utile ricordare il contenuto di un altro biglietto mandato dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel 2008 a due giovani deputate. “Gabri, Nunzia, state molto bene insieme! Grazie per restare qui, ma non è necessario. Se avete qualche invito galante per colazione, Vi autorizzo (sottolineato) ad andarvene!…Molti baci a tutte e due!!! Il “Vostro” presidente “

Biglietto al quale le giovani premesse del PDL hanno risposto: “Gli inviti galanti li accettiamo solo da lei”.

Mi sembra che ci sia un po’ di differenza tra i due biglietti.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/11/22/storia-di-due-bigliettini/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Peccati veri e presunti
Inserito da: Admin - Novembre 30, 2011, 06:00:29 pm
30
nov
2011

Peccati veri e presunti

Alexander STILLE

Pare che il candidato repubblicano Herman Cain stia pensando di ritirarsi dalla corsa per la presidenza dopo le ultime rivelazioni di una sua presunta storia d’amore e dopo che sono venute alla luce accuse di molestie sessuali da parte di due altre donne. A me sembra un peccato: la candidatura di Cain si distrugge per una storia extraconiugale, comportamento puramente personale che risale da un periodo in cui Cain era semplicemente un privato cittadino. Sarebbe stato molto più giusto se Cain fosse stato costretto a ritirarsi per alcune sue proposte politiche. Per esempio, la sua proposta di scavare una fossa lungo il nostro confine con il Messico e riempirla con alligatori. Oppure la sua principale proposta economica – il cosiddetto piano 9-9-9 che lui ripete con un mistico della cabala. Significa eliminare tutto il sistema progressivo della tassazione è di sostituirlo con una semplice tassa unica uguale per tutti: livello di tassazione federale nove per cento, tassazione per ogni stato nove per cento e una VAT (la nostra Iva) del nove per cento. Per qualche settimana  – prima che la gente abbia potuto fare un po’ di aritmetica  – sembrava bello, perfino seducente compilare il modulo fiscale su una cartolina postale: ho guadagnato $50,000 e quindi devo $4,500 in tasse. Ma dopo un po’ si è cominciato a fare un po’ di conti e si è iniziato a capire che il piano 9-9-9 avrebbe alzato le tasse soprattutto per i ceti medi e bassi e avrebbe rappresentato un grande regalo ai contribuenti più ricchi che avrebbero visto il loro livello di tassazione ridotto dal 35 al 9 per cento a nove. Un risparmio, per coloro i quali guadagnano oltre un milione di dollari l’anno, di centinaia di migliaia di dollari all’anno. Il tutto naturalmente alle spese del resto della collettività. Ma invece si parlerà dei peccati personali di Cain veri o presunti che siano.

http://stille.blogautore.repubblica.it/2011/11/30/peccati-veri-e-presunti/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Metodo e Follia
Inserito da: Admin - Febbraio 10, 2012, 11:11:20 am
9
feb
2012

Metodo e Follia

Alexander STILLE


Guardando la stagione delle primarie repubblicane ci sono varie osservazioni da fare.

Metodo e follia. “C’è metodo nella sua follia,” dice Shakespeare nel suo “Amleto.” E nella corsa per la nomination repubblicana abbiamo visto molta follia ma anche parecchio metodo.

Prima, la follia. I primi dibattiti avevano davvero un’atmosfera da circo oppure, come hanno detto alcuni commentatori, da “reality.” televisivo. Abbiamo visto come due anni del cosiddetto Tea Party – con il suo odio viscerale per qualunque cosa che sappia di governo. Con la sua visione paranoica e apocalittica del mondo e di Obama come anticristo, il cui piano per offrire assicurazione sanitaria a quelli che non ce l’hanno rischia di distruggere gli Stati Uniti, e portare il paese verso la Germania di Hitler oppure, forse peggio dal loro punto di vista, la Francia di oggi! – ha prodotto dei veri e propri mostri della politica. Michele Bachmann – che in un primo momento sembrava una Sarah Palin con un cervello – alla fine ha fatto il miracolo di far sembrare la Palin una politica seria e preparata.

Abbiamo assistito alla breve apoteosi di Herman Cain, il pizzaiolo nero, che per un paio di settimane era super popolare nella base repubblicana, che prendeva in giro l’idea che un presidente americano dovesse conoscere i leader di altri paesi, parlando di “Uzbeki-beki-beki-stan” e dando l’impressione netta che non sapeva cosa fosse la Libia, nonostante la notevole presenza, giusto in quel momento, di aerei americani nei cieli libici. “Libia…Libia…fammi pensare, non vorrei dire una cosa inesatta,” ha detto come uno scolaro che sta per
essere bocciato alla maturità.

Poi, c’era Rick Perry, governatore del Texas – lo stato con la decima economia più grande al mondo! – che ha avuto un vuoto di memoria di almeno trenta secondi mentre cercava di ricordarsi il suo programma politico. Abbiamo visto una gara tra i candidati repubblicani per il numero più alto di ministeri da rasare al suolo: Ambiente! Energia! Istruzione! Interno! Commercio! Edilizio e Sviluppo Urbano!

Poi, c’è stata la gara per il livello fiscale più basso: 25%! No, 20%, 15%, si è arrivati perfino a zero. (“Perché non torniamo al 1913?” ha detto Ron Paul, facendo riferimento all’anno in cui furono installate le tasse individuali). E quindi c’è la fantasia che si possa tornare all’inizio del secolo scorso quando gli Stati Uniti erano un paese prevalentemente agricolo, le famiglie erano grandi, si moriva a 50 anni, votavano solo gli uomini bianchi; un paese isolato dal resto del mondo senza alcuna protezione contro i mali dell’industrializzazione: infortuni sul lavoro, inquinamento, malattie, pensioni di invalidità o per la vecchiaia, assicurazioni sanitarie.

Le primarie hanno avuto vari pregi. In primo luogo, hanno fatto vedere il livello di follia, di frenesia ideologica, in cui è caduto il partito repubblicano in questi ultimi anni: il modo in cui la retorica antigovernativa cominciata con Reagan (“il governo non è la soluzione, il governo è il problema”) si è spinta sempre più in là, fino a raggiungere il dogmatismo infantile del cosiddetto Tea Party e del liberismo estremo di Ron Paul, in cui si cerca di eliminare del tutto il governo e ridurre le tasse a zero.

Per un breve periodo l’elettorato si è infatuato di ognuno di questi candidati che hanno avuto un balzo nei sondaggi e attenzione mediatica alle loro idee – ma poi il pubblico, vedendo questi candidati più da vicino, li ha respinti uno per uno con orrore. Ascoltare attentamente i discorsi insensati di Michele Bachmann, Herman Cain o Rick Perry ha riportato molti elettori ad un minimo di buon senso, e ha fatto loro apprezzare i relativi meriti di un candidato come Mitt Romney, che con molti difetti (a cui torneremo in futuro), ha almeno il pregio di essere
intelligente, preparato e non pazzo. Romney rappresenta certamente l’avversario più forte per Obama.

Romney, per guadagnare consenso in un partito spostatosi sempre di più verso l’estrema destra, ha dovuto trasformarsi, con la sua capacità da camaleonte, da moderato governatore del Massachusetts, che una volta difendeva i diritti dei gay e delle donne all’accesso all’aborto e ha creato un sistema di assicurazione sanitaria
universale, ha rinunciato a quasi tutto il suo patrimonio ideale per piacere alla folla repubblicana e ha sposato molte delle posizioni dell’estrema destra, articolate però con un tono più moderato. Per cui in Romney metodo e follia si combaciano.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/02/09/metodo-e-follia/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Disuguaglianza — di chi la colpa?
Inserito da: Admin - Febbraio 14, 2012, 12:50:27 pm
14
feb
2012

Disuguaglianza — di chi la colpa?

Alexander STILLE.

Il movimento Occupy Wall Street, pur avendo posizioni vaghe e senza richieste precise, ha però avuto il pregio, con il suo slogan “Siamo il 99%”, di spostare il dibattito americano verso il problema della crescente disuguaglianza degli Stati Uniti. Ormai le statistiche accumulate durante gli ultimi 40 anni sono schiaccianti. Quasi tutta la crescita economica di questi ultimi decenni è andata al 10% più benestante del paese e la maggior parte di quella crescita è stata goduta dall’1% o dal 0,01% degli Stati Uniti.

In passato i conservatori hanno negato l’esistenza della crescente disuguaglianza economica negli Stati Uniti oppure l’hanno giustificata dicendo che era l’effetto naturale e positivo di maggiore efficienza economica e di una macchina capitalistica che premiava i più bravi a scapito degli altri. Il punto importante – dicevano loro – non era la disuguaglianza ma la mobilità, e se gli Stati Uniti rimanevano il paese delle opportunità, in cui un ragazzo povero poteva diventare ricco, la disuguaglianza non era affatto un problema. Ormai sulla base di questi 40 anni di dati si è arrivati alla conclusione innegabile che gli Stati Uniti sono diventati uno dei paesi più disuguali tra quelli avanzati, ma allo stesso tempo uno dei più immobili. Sempre di più la collocazione socioeconomica dei genitori determina quella dei figli  -  chi nasce in una famiglia ricca e con una buona educazione finisce nello stesso ceto dei propri genitori, mentre i figli di famiglie più povere e meno istruite finiscono sempre di più nelle categorie meno abbienti. Ormai la destra ha dovuto accettare questo fatto, ma ha una nuova risposta al problema – è vero che siamo una società stratificata, ma non è colpa dei ricchi, è colpa dei poveri.

Nel suo nuovo libro “Coming apart”, Charles Murray nota che i ceti più benestanti sono anche i più “virtuosi”: si sposano di più, divorziano di meno, vanno più in chiesa, mentre i ceti più bassi, sia bianchi sia neri, fanno vite più disordinate, fanno figli fuori dal matrimonio, condannandosi a vite difficili con prospettive marginali.

In un’economia post-industriale che premia l’istruzione e che manda posti di lavoro meno complessi all’estero, i più istruiti e laboriosi si prendono il bottino e gli altri si accontentano degli avanzi, secondo Murray.

Manca completamente da questa analisi un fattore non indifferente: la politica.

Leggendo conservatori come Murray, uno penserebbe che i beni economici in questi ultimi anni siano stati distribuiti come in un vuoto, con le forze puramente impersonali di una nuova economia globalizzata, e che hanno premiato i virtuosi dotati e hanno punito i poveri sprovveduti. 

Anche se è vero che la globalizzazione favorisce i laureati e rende più difficile la posizione della manodopera, negli Stati Uniti i ricchi hanno usato la politica per cambiare le regole del gioco in un modo che li favorisce ancora più radicalmente.

Le tasse per i più ricchi sono scese dagli anni Sessanta da un massimo del 90% al 35% attuale. Inoltre, tutta una serie di tasse che riguardano soprattutto la classe degli investitori (tasse sugli interessi, sugli investimenti, sull’eredità) sono state decisamente ridotte, con il risultato che dal 1972 al 2010 le tasse effettivamente pagate da persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno sono scese dal 47% al 25%, a livelli molto più bassi del lavoratore comune.

Allo stesso tempo il costo della politica è andato alle stelle e la voce di questa classe di super-ricchi (ci sono 237.000 persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno) è sempre più influente: hanno riscritto le leggi fiscali a loro piacimento e hanno tolto tutta una serie di regolamenti del mondo finanziario e di protezioni per i lavoratori comuni. La riscrittura delle norme fiscali a favore dei benestanti è stato accompagnato da uno sforzo determinato a disfare tutta una serie di programmi sociali disegnati per aiutare le categorie più deboli a risalire la scala economica: asili dell’infanzia per genitori che lavorano, scuole materne pubbliche, borse di studio per università che costano sempre di più, programmi di aggiornamento per lavoratori disoccupati.

Prendiamo il caso di Mitt Romney, probabile candidato repubblicano, che ha dovuto dopo tanta resistenza pubblicare la sua dichiarazione dei redditi: Romney ha guadagnato l’anno scorso 21 milioni di dollari senza lavorare un giorno – tutti interessi e guadagni dal suo patrimonio stimato circa 250 milioni di dollari. Il patrimonio di Romney, guadagnato nel mondo della finanza, ha tratto vantaggio da due grandi cambiamenti fiscali degli ultimi decenni.
 
Un trucco fiscale era quello di tassare come investimenti i guadagni di compagnie come quella di Romney – la Bain Capital, una cosiddetta “private equity company” – quindi al 15% piuttosto che al 35%, che è l’aliquota sul reddito da lavoro. I guadagni di compagnie come quella di Romney non sono considerati reddito, ma guadagni su investimenti, e quindi tassati al solo 13,9% rispetto al 35% che sarebbe dovuto alle categorie di reddito più alte.

In più, le compagnie private equity come quella di Romney, comprano altre compagnie in difficoltà quasi interamente con prestiti bancari, non con soldi propri; e così possono dedurre dalle loro tasse gli interessi di questo debito. Queste norme hanno favorito molto questo tipo di attività, e le compagnie ‘private equity’ guadagnavano anche quando le compagnie acquistate finivano in bancarotta.
 
Pensate a questo: se Romney avesse pagato il 35% in tasse sui 21 milioni di dollari in reddito, invece del 13,9% avrebbe dato al tesoro americano altri 4,4 milioni di dollari. Questo avrebbe potuto essere tradotto in 20.000 dollari in borse di studio per 100 studenti, più 12.000 dollari in corsi di aggiornamento per altri 100 lavoratori disoccupati, più 12.000 dollari di scuola dell’infanzia per 100 bambini. 

Tutti interventi di grande utilità che potrebbero cambiare le possibilità di vita di 300 persone, tutto dal reddito perduto di un contribuente. Rende un po’ l’idea della tragedia di una generazione perduta, in cui abbiamo sacrificato i bisogni della grande maggioranza per il beneficio di pochi. Abbiamo molta documentazione che dimostra che quando le nostre priorità nazionali erano puntate verso la creazione di maggiori opportunità e di benessere più diffuso abbiamo anche visto più mobilita economica. Senza tenere conto di questo grande spostamento politico, la storia della crescente disuguaglianza rimane incompleta e quasi incomprensibile.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/02/14/disuguaglianza-di-chi-la-colpa/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Disuguaglianza — di chi la colpa?
Inserito da: Admin - Febbraio 17, 2012, 05:04:30 pm
14
feb
2012

Disuguaglianza — di chi la colpa?

Alexander STILLE

Il movimento Occupy Wall Street, pur avendo posizioni vaghe e senza richieste precise, ha però avuto il pregio, con il suo slogan “Siamo il 99%”, di spostare il dibattito americano verso il problema della crescente disuguaglianza degli Stati Uniti. Ormai le statistiche accumulate durante gli ultimi 40 anni sono schiaccianti. Quasi tutta la crescita economica di questi ultimi decenni è andata al 10% più benestante del paese e la maggior parte di quella crescita è stata goduta dall’1% o dal 0,01% degli Stati Uniti.

In passato i conservatori hanno negato l’esistenza della crescente disuguaglianza economica negli Stati Uniti oppure l’hanno giustificata dicendo che era l’effetto naturale e positivo di maggiore efficienza economica e di una macchina capitalistica che premiava i più bravi a scapito degli altri. Il punto importante – dicevano loro – non era la disuguaglianza ma la mobilità, e se gli Stati Uniti rimanevano il paese delle opportunità, in cui un ragazzo povero poteva diventare ricco, la disuguaglianza non era affatto un problema. Ormai sulla base di questi 40 anni di dati si è arrivati alla conclusione innegabile che gli Stati Uniti sono diventati uno dei paesi più disuguali tra quelli avanzati, ma allo stesso tempo uno dei più immobili. Sempre di più la collocazione socioeconomica dei genitori determina quella dei figli  -  chi nasce in una famiglia ricca e con una buona educazione finisce nello stesso ceto dei propri genitori, mentre i figli di famiglie più povere e meno istruite finiscono sempre di più nelle categorie meno abbienti. Ormai la destra ha dovuto accettare questo fatto, ma ha una nuova risposta al problema – è vero che siamo una società stratificata, ma non è colpa dei ricchi, è colpa dei poveri.

Nel suo nuovo libro “Coming apart”, Charles Murray nota che i ceti più benestanti sono anche i più “virtuosi”: si sposano di più, divorziano di meno, vanno più in chiesa, mentre i ceti più bassi, sia bianchi sia neri, fanno vite più disordinate, fanno figli fuori dal matrimonio, condannandosi a vite difficili con prospettive marginali.

In un’economia post-industriale che premia l’istruzione e che manda posti di lavoro meno complessi all’estero, i più istruiti e laboriosi si prendono il bottino e gli altri si accontentano degli avanzi, secondo Murray.

Manca completamente da questa analisi un fattore non indifferente: la politica.

Leggendo conservatori come Murray, uno penserebbe che i beni economici in questi ultimi anni siano stati distribuiti come in un vuoto, con le forze puramente impersonali di una nuova economia globalizzata, e che hanno premiato i virtuosi dotati e hanno punito i poveri sprovveduti. ??Anche se è vero che la globalizzazione favorisce i laureati e rende più difficile la posizione della manodopera, negli Stati Uniti i ricchi hanno usato la politica per cambiare le regole del gioco in un modo che li favorisce ancora più radicalmente.

Le tasse per i più ricchi sono scese dagli anni Sessanta da un massimo del 90% al 35% attuale. Inoltre, tutta una serie di tasse che riguardano soprattutto la classe degli investitori (tasse sugli interessi, sugli investimenti, sull’eredità) sono state decisamente ridotte, con il risultato che dal 1972 al 2010 le tasse effettivamente pagate da persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno sono scese dal 47% al 25%, a livelli molto più bassi del lavoratore comune.??Allo stesso tempo il costo della politica è andato alle stelle e la voce di questa classe di super-ricchi (ci sono 237.000 persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno) è sempre più influente: hanno riscritto le leggi fiscali a loro piacimento e hanno tolto tutta una serie di regolamenti del mondo finanziario e di protezioni per i lavoratori comuni. La riscrittura delle norme fiscali a favore dei benestanti è stato accompagnato da uno sforzo determinato a disfare tutta una serie di programmi sociali disegnati per aiutare le categorie più deboli a risalire la scala economica: asili dell’infanzia per genitori che lavorano, scuole materne pubbliche, borse di studio per università che costano sempre di più, programmi di aggiornamento per lavoratori disoccupati.

Prendiamo il caso di Mitt Romney, probabile candidato repubblicano, che ha dovuto dopo tanta resistenza pubblicare la sua dichiarazione dei redditi: Romney ha guadagnato l’anno scorso 21 milioni di dollari senza lavorare un giorno – tutti interessi e guadagni dal suo patrimonio stimato circa 250 milioni di dollari. Il patrimonio di Romney, guadagnato nel mondo della finanza, ha tratto vantaggio da due grandi cambiamenti fiscali degli ultimi decenni.? ?Un trucco fiscale era quello di tassare come investimenti i guadagni di compagnie come quella di Romney – la Bain Capital, una cosiddetta “private equity company” – quindi al 15% piuttosto che al 35%, che è l’aliquota sul reddito da lavoro. I guadagni di compagnie come quella di Romney non sono considerati reddito, ma guadagni su investimenti, e quindi tassati al solo 13,9% rispetto al 35% che sarebbe dovuto alle categorie di reddito più alte.??In più, le compagnie private equity come quella di Romney, comprano altre compagnie in difficoltà quasi interamente con prestiti bancari, non con soldi propri; e così possono dedurre dalle loro tasse gli interessi di questo debito. Queste norme hanno favorito molto questo tipo di attività, e le compagnie ‘private equity’ guadagnavano anche quando le compagnie acquistate finivano in bancarotta.? ?Pensate a questo: se Romney avesse pagato il 35% in tasse sui 21 milioni di dollari in reddito, invece del 13,9% avrebbe dato al tesoro americano altri 4,4 milioni di dollari. Questo avrebbe potuto essere tradotto in 20.000 dollari in borse di studio per 100 studenti, più 12.000 dollari in corsi di aggiornamento per altri 100 lavoratori disoccupati, più 12.000 dollari di scuola dell’infanzia per 100 bambini. ??Tutti interventi di grande utilità che potrebbero cambiare le possibilità di vita di 300 persone, tutto dal reddito perduto di un contribuente. Rende un po’ l’idea della tragedia di una generazione perduta, in cui abbiamo sacrificato i bisogni della grande maggioranza per il beneficio di pochi. Abbiamo molta documentazione che dimostra che quando le nostre priorità nazionali erano puntate verso la creazione di maggiori opportunità e di benessere più diffuso abbiamo anche visto più mobilita economica. Senza tenere conto di questo grande spostamento politico, la storia della crescente disuguaglianza rimane incompleta e quasi incomprensibile.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/02/14/disuguaglianza-di-chi-la-colpa/


Titolo: ALEXANDER STILLE. La Farsa della Prescrizione
Inserito da: Admin - Marzo 10, 2012, 04:13:08 pm
28
feb
2012

La Farsa della Prescrizione

Alexander STILLE

Sembra una beffa la conclusione del processo Mills-Berlusconi. Dopo anni di preparazione, mesi di udienze, non abbiamo neanche un verdetto sulla colpevolezza o meno dell’ex premier Berlusconi. Scopriamo solo che sono scaduti i termini della prescrizione. Ma poiché il calcolo della prescrizione dovrebbe essere un’operazione automatica – se il reato è commesso in un certo anno il reato si estingue dopo un certo numero di anni – com’è possibile assistere alla farsa di celebrare un intero processo per scoprire successivamente che è stato tutto inutile?

Il vero scandalo di questo processo è la legge sulla prescrizione in Italia. La prescrizione esiste in quasi tutti i sistemi legali per impedire la persecuzione degli imputati, e che i procuratori possano pescare nel distante passato di qualcuno per inchiodarlo. Però in qualsiasi altra democrazia che si conosca, l’orologio della prescrizione si ferma nel momento in cui inizia l’azione penale. Invece il sistema corrente è un invito ai cavilli legali e a qualsiasi strategia pretestuosa per prolungare i tempi del processo – quello che vediamo tutti i giorni in Italia. Basta avere un avvocato furbo. Data l’anomalia dei tre gradi di giudizio in Italia – in altri paesi la condanna si riceve al primo grado, cui ci si può poi appellare successivamente – più l’anomalia dell’orologio della prescrizione che sempre batte, ed essendo il paese degli azzeccagarbugli quello dove vivono i processi italiani, e aggiungendo l’anomalia del pluri-imputato Berlusconi che accorcia ancora di più i termini della prescrizione, si arriva alla farsa attuale. Il governo Monti finalmente porge la questione della prescrizione, ma la imposta in modo sbagliato. L’Italia dovrebbe entrare nel rango dei paesi civili, dove l’orologio della prescrizione si ferma all’inizio del processo. Questo avrebbe due effetti salutari: il primo è che eviterebbe beffe come quella che abbiamo appena visto, e il secondo è che vedremmo una giustizia molto più rapida. Gli imputati nel sistema attuale hanno tutto l’interesse di prolungare i processi; se non avessero la speranza della prescrizione, l’incentivo sarebbe nella direzione opposta: anche loro vorrebbero una giustizia rapida per uscire dall’ombra del sospetto e dell’incertezza.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/02/28/la-farsa-della-prescrizione/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Giornalismo pigro e non
Inserito da: Admin - Marzo 31, 2012, 10:27:44 pm
Giornalismo pigro e non

ALEXANDER STILLE

Sono appena tornato da un viaggio di 10 giorni in Italia insieme a 16 studenti della scuola di giornalismo della Columbia University, ragazzi provenienti da tutto il mondo, tra i 23 e i 30 anni, che imparano il mestiere. In una settimana a Roma gli studenti, oltre a vedere la città, molti per la prima volta, si sono dati molto da fare nel lavorare a degli articoli in un corso sulla religione in Italia.

Pur non sapendo l’italiano ed essendo nuovi all’Italia, molti dei ragazzi hanno scoperto cose e fatto dei bellissimi pezzi, che non ho visto sulla stampa italiana. Uno degli studenti voleva fare un pezzo sui profughi libici finiti in Italia dopo la rivolta anti Gheddafi, e con nostro stupore ha trovato un albergo romano pieno di vittime della rivolta libica, quasi tutti feriti o disabili, che avevano perso una gamba o una mano, o avevano subito gravi ferite durante gli scontri con il governo di Gheddafi.

Tre dei nostri studenti sono rimasti quasi tutta la notte a raccogliere le loro testimonianze, tanto avevano bisogno di parlare e raccontare le loro storie. Altri due studenti si sono occupati della comunità rom, e si sono messi in contatto con una fonte che abitava ad un’ora da Roma, in un posto mal servito dai servizi pubblici, e a loro spese hanno affittato una macchina per scoprire queste realtà poco conosciute.

Dopo lo sgombero dei campi rom a Roma, molti dei cosiddetti zingari sono finiti in campi vicino ad Ardea, ed è stato molto interessante scoprire che la comunità rom è molto divisa su linee religiose, e che gli stessi rom hanno stereotipi negativi sul loro gruppo etnico. I rom ortodossi sostenevano che sono i loro vicini musulmani a creare tutti i problemi, e viceversa, e gli zingari ‘italiani’ guardavano con sospetto quelli di più recente provenienza.

Una nostra studentessa indiana ha fatto una bella inchiesta sui gay cattolici, mettendo in luce le contraddizioni e le complicazioni della loro condizione: spesso ben assimilati ed accettati a livello locale nelle loro parrocchie, ma osteggiati e non capiti dalla gerarchia della Chiesa.

Il giornalismo italiano, mi dispiace dirlo, è in buona parte pigro e passivo, e preferisce stare microfono in mano davanti a Montecitorio a intervistare chi entra e chi esce, piuttosto che andare in giro a cercare delle storie. Si reagisce a grandi avvenimenti – un omicidio o uno stupro  – ma non si va alla ricerca della realtà delle comunità in cui si vive.

DA - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/03/29/giornalismo-pigro-e-non/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Il volto di Bossi
Inserito da: Admin - Aprile 07, 2012, 11:52:10 am
7
apr
2012

Il volto di Bossi

Alexander STILLE

    La feccia che risale il pozzo – questo sembrano le porcherie della famiglia Bossi che vengono ora a galla nelle varie inchieste sulle finanze della Lega Nord. Mi ha sempre stupito come, fino ad ora, Umberto Bossi sia riuscito a continuare a passare come un tribuno del popolo, castigatore dei costumi nefasti di Roma Ladrona, quando era perfino troppo evidente da dieci o quindici anni che i leader della Lega erano diventati tra i membri più viziati ed arroganti della casta politica italiana e che Bossi non aveva realizzato niente – proprio niente – delle sue tante promesse elettorali, in particolare, un’Italia federalista. L’unico loro successo semmai era di avere creato una rete di clientela leghista in alcune regioni e città che assomigliassero alle clientele della prima Repubblica.

    Quando Bossi ha cominciato ad imporsi sulla scena nazionale verso la fine degli anni ottanta, sembrava una novità potenzialmente importante per la politica italiana. Nonostante la volgarità della sua retorica antimeridionale, Bossi ha messo il dito su una piaga vera: l’eccessiva centralizzazione dello Stato italiano e la tendenza di uno stato invasivo e predatore di soffocare le migliori energie del paese.

    Nel suo linguaggio nudo e crudo da uomo da bar, Bossi aveva espresso chiaramente alcuni sentimenti molto diffusi e spesso giustificati: “A Roma, mangiano i soldi che facciamo noi!” Se fosse stato un uomo di vera statura, se fosse cresciuto politicamente ed umanamente, Bossi avrebbe potuto, forse, superare i limiti xenofobici del suo messaggio politico e convincere altre regioni d’Italia, in particolare, quelle del Sud, che erano malservite anche loro da uno Stato troppo concentrato a Roma, da una partitocrazia che si intromette in tutti i punti nevralgici dell’economia italiana.

    Ma piuttosto presto Bossi si è rivelato un uomo piccolo piccolo – incapace di andare oltre la politico dell’insulto, di allargare il suo discorso oltre il campanilismo nordista, appoggiandosi sempre di più sui sentimenti peggiori di odio razziale e religioso.

    Bossi, miracolosamente, è riuscito a tenere tranquillo il suo elettorato pur prendendolo in giro in un modo sempre più palese. Ha mantenuto il suo profilo populista grazie al suo dito medio alzato e le sue battute volgari, becere e spesso violente, mentre tutto il suo comportamento politico andava in senso contrario. Da campione di Mani Pulite, motore del movimento anti-corruzione, Bossi si è rapidamente convertito in difensore dei privilegi della classe politica.

    Da figura trasversale che ha lasciato il primo governo Berlusconi denunciando il colpo di spugna mirato a proteggere la famiglia Berlusconi dalle inchieste giudiziarie, Bossi è diventato l’alleato più fedele del grande corruttore. Improvvisamente, dopo aver parlato di Berlusconi come “Craxi con la parrucca” e come “il mafioso di Arcore”, Bossi ha fatto molto del lavoro sporco del Popolo della Libertà, appoggiano quasi tutte le misure fatte dagli avvocati di Berlusconi per toglierlo dai guai, per proteggere la sua azienda, annacquare il codice penale, azzerare processi in corso e rendere molto, molto difficile i processi di corruzione.

    Doveva destare molti più sospetti l’aiuto finanziario che Berlusconi ha dato alla Lega per farla uscire dalla crisi  -  due milioni in forma di linea di credito garantita da una fideiussione personale di Silvio Berlusconi. Questo aiuterebbe a capire come mai Bossi si sia trasformato da cane arrabbiato del popolo del Nord in cagnolino della corte di Berlusconi dal 2001, anno del prestito, a oggi.

    Conoscendo la “generosità” del Cavaliere non sarebbe fuori luogo sospettare che questi due milioni siano solo la punta dell’iceberg. La presenza del nome di Aldo Brancher nelle inchieste sulla Lega – uomo di fiducia di Berlusconi e figura chiave in molti processi di tangenti e corruzione – presenta vari scenari possibili. Doveva destare sospetti la promozione sfacciata da parte di Bossi della carriera “politica” del figlio Renzo, ragazzo poco brillante con una vita scapestrata – comportamento degno del peggiore craxismo oppure del dittatore serbo Slobodan Milosevic e suo figlio Marko.

    In questi anni, Bossi, “ministro per le riforme”, non ha fatto niente per riformare l’Italia. Anzi, è stato uno dei pochi alleati di Berlusconi ha accettato le più grandi porcherie del Cavaliere: le decine di leggi ad personam mentre il federalismo rimaneva lettera morta. È stata la Lega – nella persona di Roberto Calderoli, uno dei nuovi triumviri della Lega Nord – a dare al paese la sua peggiore legge elettorale, quella che il suo stesso creatore ha definito “una porcata”. Una legge totalmente partitica che toglieva all’elettore la capacità di scegliere i propri rappresentanti, dando poteri quasi assoluti ai segretari di partito.
    L’ipocrisia e la bancarotta ideale e politica di Bossi era evidente da anni ma lui, a differenza di Berlusconi, fino ad ora non ha dovuto mai pagare un vero prezzo politico. Anche se la folla leghista ancora lo osanna, forse la feccia che sta salendo dal pozzo cambierà il quadro. Bossi dimostra di non aver capito niente: copre di insulti e minacce i giornalisti che gli fanno domande legittime sui soldi scomparsi dalle casse della Lega. Ma ormai Bossi sembra a quasi tutti, come è sembrato a noi da un pezzo, solo un povero pagliaccio e un cialtrone.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/04/07/il-volto-di-bossi/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Il volto di Bossi
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2012, 03:36:28 pm
7
apr
2012

Il volto di Bossi

Alexander STILLE

    La feccia che risale il pozzo – questo sembrano le porcherie della famiglia Bossi che vengono ora a galla nelle varie inchieste sulle finanze della Lega Nord. Mi ha sempre stupito come, fino ad ora, Umberto Bossi sia riuscito a continuare a passare come un tribuno del popolo, castigatore dei costumi nefasti di Roma Ladrona, quando era perfino troppo evidente, da dieci o quindici anni, che i leader della Lega erano diventati tra i membri più viziati ed arroganti della casta politica italiana e che Bossi non aveva realizzato niente – proprio niente – delle sue tante promesse elettorali, in particolare, un’Italia federalista. L’unico loro successo semmai era di avere creato una rete di clientela leghista in alcune regioni e città che assomigliassero alle clientele della prima Repubblica.

    Quando Bossi ha cominciato ad imporsi sulla scena nazionale verso la fine degli anni ottanta, sembrava una novità potenzialmente importante per la politica italiana. Nonostante la volgarità della sua retorica antimeridionale, Bossi ha messo il dito su una piaga vera: l’eccessiva centralizzazione dello Stato italiano e la tendenza di uno stato invasivo e predatore di soffocare le migliori energie del paese.

    Nel suo linguaggio nudo e crudo da uomo da bar, Bossi aveva espresso chiaramente alcuni sentimenti molto diffusi e spesso giustificati: “A Roma, mangiano i soldi che facciamo noi!” Se fosse stato un uomo di vera statura, se fosse cresciuto politicamente ed umanamente, Bossi avrebbe potuto, forse, superare i limiti xenofobici del suo messaggio politico e convincere altre regioni d’Italia, in particolare, quelle del Sud, che erano malservite anche loro da uno Stato troppo concentrato a Roma, da una partitocrazia che si intromette in tutti i punti nevralgici dell’economia italiana.

    Ma piuttosto presto Bossi si è rivelato un uomo piccolo piccolo – incapace di andare oltre la politico dell’insulto, di allargare il suo discorso oltre il campanilismo nordista, appoggiandosi sempre di più sui sentimenti peggiori di odio razziale e religioso.

    Bossi, miracolosamente, è riuscito a tenere tranquillo il suo elettorato pur prendendolo in giro in un modo sempre più palese. Ha mantenuto il suo profilo populista grazie al suo dito medio alzato e le sue battute volgari, becere e spesso violente, mentre tutto il suo comportamento politico andava in senso contrario. Da campione di Mani Pulite, motore del movimento anti-corruzione, Bossi si è rapidamente convertito in difensore dei privilegi della classe politica.

    Da figura trasversale che ha lasciato il primo governo Berlusconi denunciando il colpo di spugna mirato a proteggere la famiglia Berlusconi dalle inchieste giudiziarie, Bossi è diventato l’alleato più fedele del grande corruttore. Improvvisamente, dopo aver parlato di Berlusconi come “Craxi con la parrucca” e come “il mafioso di Arcore”, Bossi ha fatto molto del lavoro sporco del Popolo della Libertà, appoggiando quasi tutte le misure fatte dagli avvocati di Berlusconi per toglierlo dai guai, per proteggere la sua azienda, annacquare il codice penale, azzerare processi in corso e rendere molto, molto difficile i processi di corruzione.

    Doveva destare molti più sospetti l’aiuto finanziario che Berlusconi ha dato alla Lega per farla uscire dalla crisi  -  due milioni in forma di linea di credito garantita da una fideiussione personale di Silvio Berlusconi. Questo aiuterebbe a capire come mai Bossi si sia trasformato da cane arrabbiato del popolo del Nord in cagnolino della corte di Berlusconi dal 2001, anno del prestito, a oggi.

    Conoscendo la “generosità” del Cavaliere non sarebbe fuori luogo sospettare che questi due milioni siano solo la punta dell’iceberg. La presenza del nome di Aldo Brancher nelle inchieste sulla Lega – uomo di fiducia di Berlusconi e figura chiave in molti processi di tangenti e corruzione – presenta vari scenari possibili. Doveva destare sospetti la promozione sfacciata da parte di Bossi della carriera “politica” del figlio Renzo, ragazzo poco brillante con una vita scapestrata – comportamento degno del peggiore craxismo oppure del dittatore serbo Slobodan Milosevic e suo figlio Marko.

    In questi anni, Bossi, “ministro per le riforme”, non ha fatto niente per riformare l’Italia. Anzi, è stato uno dei pochi alleati di Berlusconi ha accettato le più grandi porcherie del Cavaliere: le decine di leggi ad personam mentre il federalismo rimaneva lettera morta. È stata la Lega – nella persona di Roberto Calderoli, uno dei nuovi triumviri della Lega Nord – a dare al paese la sua peggiore legge elettorale, quella che il suo stesso creatore ha definito “una porcata”. Una legge totalmente partitica che toglieva all’elettore la capacità di scegliere i propri rappresentanti, dando poteri quasi assoluti ai segretari di partito.
    L’ipocrisia e la bancarotta ideale e politica di Bossi era evidente da anni ma lui, a differenza di Berlusconi, fino ad ora non ha dovuto mai pagare un vero prezzo politico. Anche se la folla leghista ancora lo osanna, forse la feccia che sta salendo dal pozzo cambierà il quadro. Bossi dimostra di non aver capito niente: copre di insulti e minacce i giornalisti che gli fanno domande legittime sui soldi scomparsi dalle casse della Lega. Ma ormai Bossi sembra a quasi tutti, come è sembrato a noi da un pezzo, solo un povero pagliaccio e un cialtrone.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/04/07/il-volto-di-bossi/


Titolo: ALEXANDER STILLE. L’ultima della Santanchè
Inserito da: Admin - Aprile 14, 2012, 12:06:56 pm
14
apr
2012

L’ultima della Santanchè

 Piergiorgio ODIFREDDI

La signora Daniela Garnero, alias Santanchè, la conosciamo tutti. Soprattutto coloro che, avendo avuto la dubbia fortuna di averla conosciuta adolescente, sono al corrente dei suoi trascorsi giovanili, precedenti alla ricostruzione plastica e alla costruzione mediatica della sua figura fisica e pubblica.

Le sue uscite sono spesso umoristiche, anche se in maniera contrapposta alle sue intenzioni. Ad esempio, quando diede a Maometto del pedofilo, per l’età di Aisha, senza accorgersi che la stessa accusa avrebbe potuto essere rivolta a San Giuseppe, per l’età di Maria. E che dunque era sciocco appellarsi a questo argomento per dimostrare una supposta barbarie degli islamici, e non dei cristiani.

Ma poiché nessuno è perfetto, a volte anche alla Garnero, alias Santanchè, scappa qualche provocazione veritiera. Tale è, ad esempio, l’affermazione che Nilde Iotti è stata presidente della Camera, per tredici anni e in tre legislature consecutive, perché era stata la compagna di Togliatti.

Naturalmente, il parallelo con la Minetti è insensato: Togliatti lasciò la moglie per la Iotti, e se non la poté sposare, fu perché al potere c’erano gli analoghi dei fondamentalisti alla Santanchè, che di introdurre il divorzio non vollero neppure sentir parlare per venticinque anni.

Ma rimane il fatto che se la Iotti arrivò dove arrivò, non fu certo perché aveva fatto la Resistenza: cosa che, invece, secondo quanto riporta Miriam Mafai in “Ma chi è quella signora?”, non risultava, ed era allora fonte di sospetto nei suoi confronti da parte dei funzionari di partito.

Oggi, invece, anche solo ammettere che votare la Iotti a presidente della Camera fu, per il Pci, una soddisfazione analoga a quella della Lega, quando votò allo stesso scranno la Pivetti,  diventa un delitto di lesa Prima Repubblica.

La nomenclatura politica, da Bersani a Fassino, dalla Bindi a Di Pietro, si è chiusa a riccio in difesa dell’onore di “una delle figure più importanti della nostra storia politica”: tradotto, di una persona che ha seduto in parlamento ininterrottamente dal 1946 alla morte, nel 1999, per tredici legislature consecutive.

Sostenere, a ragione, che la Iotti è stata un ottimo presidente della Camera, come tutti hanno sostenuto, significa solo appellarsi a un argomento a valle per giustificare un problema che sta a monte. Ironicamente, è lo stesso argomento addotto proprio dalla Minetti, dalla Carfagna e dalla Gelmini, quando chiedono di essere giudicate per come hanno ricoperto i loro incarichi, e non per come li hanno “conquistati”.

La Santanchè non vede la differenza tra la Iotti e le allegre comari del suo partito, e questo conferma che non è così intelligente come crede di essere. Ma i notabili della “sinistra” non vedono le analogie tra le scorrettezze di certe nomine, pur nella differenza dei motivi, e questo rivela che anch’essi non sono politicamente e moralmente così retti come vorrebbero farci credere.

da - http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2012/04/14/lultima-della-santanche/?ref=HROBA-1


Titolo: Alexander STILLE Ci vuole la galera.
Inserito da: Admin - Aprile 23, 2012, 11:38:17 pm
23
apr
2012

Alexander STILLE

Ci vuole la galera


Alcuni dei recenti scandali italiani – la Lega, Roberto Formigoni e l’amministrazione della regione Lombardia, il ritorno in Italia del faccendiere Valter Lavitola (capitolo n. 77 dello scandalo Berlusconi) per citare solo quelli più noti – oltre a generare un senso di nausea producono anche una voglia di galera. In Italia vige da qualche tempo il principio che i potenti non finiscono mai in carcere. Le poche eccezioni sono quando il potente è vulnerabile, non ha più le solite protezioni politiche, cioè quando non è più potente. Ma i veri potenti in galera non ci vanno mai.

Pensate invece a questi casi avvenuti negli ultimi anni negli Stati Uniti: Il governatore repubblicano dello stato del Connecticutt, John Rowland, è stato costretto a dimettersi, viene condannato e passa un anno in prigione perché alcuni appaltatori dello Stato hanno pagato per qualche lavoro di restauro fatto nella sua casa di vacanza. E che dire, invece, della terrazza della famiglia Bossi, la macchina di suo figlio e delle vacanze di lusso del governatore Formigoni?

Nello stato di Texas, un giudice federale, Samuel Kent, è stato condannato a 33 mesi di prigione perché avrebbe mentito sul trattamento riservato a due impiegate che l’hanno accusato di molestie sessuali. Quanti mesi avrebbe fatto Berlusconi, le cui bugie e le cui molestie non si contano più?

Non meno di venti ufficiali pubblici – compreso il capogruppo del partito repubblicano nel Congresso – un vero potente – sono finiti in prigione per lo scandalo Abramoff – un lobbyista che ha corrotto molti politici con viaggi gratis, cene, contributi alle campagne elettorali. Recentemente, due governatori dello stato di Illinois – uno repubblicano, uno democratico – sono finiti in galera per atti di corruzione.

Naturalmente, ci vogliono i processi per accertare tutti i fatti. Ma se risulterà che Berlusconi ha dato 850 mille euro a Giampiero Tarantini per comprare il suo silenzio, o che ha, con l’aiuto del signor Lavitola, “comprato” un senatore per fargli cambiare schieramento e far cadere il governo, perché non la galera?

Servirebbe a mandare un messaggio molto chiaro: certe cose non si fanno. E se uno le fa, paga un prezzo – un vero prezzo.

Un’Italia con Bossi, Formigoni e Berlusconi in prigione è un paese inimmaginabile, ma sarebbe – se le prove nei loro confronti troveranno un riscontro – un paese serio.

DA - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/04/23/ci-vuole-la-galera/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Domande curiose
Inserito da: Admin - Maggio 06, 2012, 04:54:16 pm
4
mag
2012

Domande curiose

Alexander STILLE

Ho ricevuto ieri un paio di domande da una giornalista colombiana a proposito del futuro di Berlusconi alla luce del suo processo in corso a Milano. Le domande del tutto legittime sono commoventi nella loro ingenuità –  presuppongono uno stato di diritto e il concetto che nel mondo politico le azioni hanno delle consequenze. La prima domanda:

“Dopo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche di Ruby Rubacuori, che possibilità c’è che Berlusconi si assumerà le sue responsibilità?.

La mia risposta: Zero. Le intercettazioni di Ruby sono solo l’ultimo episodio di dozzine di casi di comportamento miserevole, poco etico o addirittura illegale da parte di Berlusconi e il suo entourage; ma la sua risposta è sempre stata la stessa: negare, negare e negare in barba alle prove documentate, cambiare le carte in tavola, dare la colpa agli altri e presentarsi come la vittima di una grande persecuzione. È una persona senza pudore, senza dignità e senza la minima preoccupazione per il bene del suo paese.

Seconda domanda: “È possibile che dopo questo scandalo Berlusconi tornerà alla vita politica? ”

Risposta: “Più che probabile, anzi certo. La politica non l’ha ancora lasciata. Berlusconi è quasi l’unica persona al mondo che non vede il fallimento del suo governo come una condanna del suo operato come leader. Il crollo dell’economia italiana, la crisi dei mercati finanziari, ha mandato il messaggio inequivocabile che lui non poteva stare al governo neanche un giorno in più. Eppure Berlusconi non considera tutto ciò pertinente rispetto alla sua idoneità come leader politico. Berlusconi, nonostante tutto, rimane l’uomo più potente del paese, con un vasto patrimonio e una macchina di guerra mediatica a sua completa disposizione e una serie di interessi personali e economici da difendere. Finche lui rischia di finire in galera o rischia di perdere il  monopolio della televisione privata – l’anomalia da cui deriva sia la sua grande fortuna sia molto del suo potere – rimarrà in politica per difendersi con le unghie e con i denti. Poi, per gratificare la  sua megalomania: rimane convinto nella fantasia di essere un grande leader alla pari di De Gaulle, di Churchill e di Roosevelt.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/05/04/domande-curiose/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Due modi di leggere la violenza in Libia.
Inserito da: Admin - Ottobre 19, 2012, 06:14:55 pm

19
set
2012

Due modi di leggere la violenza in Libia.

Alexander STILLE

L’uccisione del console americano a Bengasi e le proteste violente in una ventina di città del Medio Oriente contro il film denigratorio su Maometto meritano due chiavi di lettura.

La prima è un’interpretazione culturale basata sulla percezione di uno scontro tra due civiltà. Mentre la seconda è di tipo strutturale e vede questi episodi come momenti di transizione da regimi autoritari verso governi più democratici ma deboli.

Consideriamo per prima quella culturale. Per molti nell’opinione pubblica americana il fanatismo religioso, l’odio anti-americano, l’intolleranza nei confronti di opinioni diverse e la prontezza alla violenza dimostrano che il mondo islamico non è pronto per la democrazia, o addirittura è incompatibile con la democrazia.

Il professor Fouad Ajami, intellettuale libanese-americano, offre una versione più sofisticata della rottura culturale. Ajami scrive in un articolo recente sul Washington Post che la caduta del mondo arabo dal suo punto di gloria più alto nel 300, seguita da una serie di sconfitte, come l’invasione dei Mongoli, la conquista dei Turchi ottomani e poi la colonizzazione dei paesi europei, ha reso quel mondo particolarmente sensibile a ferite del proprio orgoglio:

“C’è un dolore e una volontà di reazione nei confronti del giudizio esterno che derivano da un profondo e lungo senso di umiliazione. Un abisso separa il punto basso in cui sta il mondo arabo oggi, e la sua storia di grandezza. In questo contesto l’orgoglio ferito è facile da comprendere. (…) Nell’ultimo mezzo secolo gli arabi, come altri musulmani, hanno sentito la minaccia di una civiltà che li circonda e che non sono in grado ne’ di dominare ne’ di rifiutare. Gli arabi più giovani spesso si vergognano dello stato dei propri paesi, sanno che oltre 300 milioni di arabi vivono in una situazione di stagnazione economica e culturale, ma guai allo straniero che fa le stesse critiche”.

Questo aspetto culturale viene fuori in alcuni dei dispacci che arrivano in questi giorni dal Medio Oriente. La libertà spesso viene concepita in termini collettivi nel mondo arabo, e non in termini individuali. Un abitante del Cairo intervistato dal New York Times spiega: “Noi non insultiamo mai il profeta, né Mosè né Gesù. Perché non possiamo pretendere che Maometto venga rispettato?” Questa stessa persona, identificata come un operaio tessile di 39 anni, portava un cartello con una scritta in inglese: “Stai zitta America, Obama è il presidente e quindi dovrebbe chiedere scusa”.

Una parte del problema è quindi la difficoltà nel capire che negli Stati Uniti un deficiente ha il diritto di mettere roba denigratoria su internet senza incorrere in problemi legali, e che non dipende dal presidente dagli Stati Uniti. Mentre il vilipendio alla religione è un reato grave in molti paesi islamici, come anche in alcuni paesi europei.

Ma va tenuto in conto anche l’elemento strutturale. L’assassinio del console americano in Libia è avvenuto poco dopo l’elezione democratica di un nuovo presidente libico, che ha studiato negli Stati Uniti. L’attacco al consolato americano è stato realizzato da una piccola banda armata di estremisti che rappresentano una piccola minoranza nella Libia di oggi. Hanno potuto compiere il loro attacco quasi esclusivamente grazie alla debolezza del nuovo governo e il disordine che ancora domina nel paese. Gli americani a Bengasi sono stati difesi da altri libici, alcuni dei quali sono morti nello scontro tra bande armate.

Indubbiamente, nel breve termine la democrazia ha reso più deboli i nuovi governi democratici dei paesi sconvolti dalla Primavera Araba. Questa debolezza fa sì che gli elementi più estremisti e violenti trovino uno sbocco, mentre nei paesi più solidi proteste del genere finirebbero con arresti di massa, come avverrebbe a New York o a Roma.

Non dimentichiamoci che il cammino verso la democrazia moderna in Europa ha visto vari secoli di guerre fondate sulla religione.

Varie ricerche sull’opinione pubblica musulmana dimostrano che su moltissimi punti gli islamici valorizzano la democrazia quanto i loro coetanei europei o americani. Si differenziano invece sul punto dolente di offese verso la religione e sul ruolo delle donne.

Mentre è del tutto legittimo descrivere lo sfondo culturale in cui avvengono questi ultimi episodi di violenza, bisogna non dimenticare l’elemento strutturale di stati con capacità limitate, e non interpretare gli ultimi avvenimenti come segno del fallimento della Primavera Araba, e di quei governi occidentali che l’hanno incoraggiata.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/09/19/due-modi-di-leggere-la-violenza-in-libia/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Il peso del dibattito
Inserito da: Admin - Ottobre 26, 2012, 04:16:43 pm

24
ott
2012

Il peso del dibattito

 Alexander STILLE

Il consenso iniziale sul terzo e ultimo dibattito tra il presidente Barack Obama e Mitt Romney sembra essere su una vittoria a punti di Obama, ma non su un K.O. decisivo. L’ultimo dibattito è stato sullla politica estera, tema che importa molto meno al grande pubblico e su cui il presidente in carica ha un netto vantaggio, avendo gestito la politica estera del Paese per gli ultimi quattro anni. In più, Obama ha il vantaggio di aver trovato e ucciso Osama Bin Laden, il quale era sfuggito all’amministrazione di George W. Bush per quasi otto anni. Il presidente si è dimostrato piuttosto sicuro di sé, e capace di sferrare alcuni colpi a Romney per le sue posizioni contrastanti in materia.

Un primo sondaggio dopo il dibattito ha trovato il 53% degli americani assegnare la vittoria a Obama, contro solo il 13% che ha considerato Romney come il vincitore, con un 27% che ha visto il dibattito finire in parità. Altri sondaggi danno un vantaggio più limitato al presidente ma lo vedono sempre in testa.

In questo momento i due sfidanti sono più o meno pari, mentre Obama mantiene un leggero vantaggio tenendo in considerazione il cosiddetto “electoral college,” quello strano sistema americano per cui i risultati delle elezioni si calcolano con la maggioranza dei vari Stati piuttosto che con una somma del voto popolare nazionale.

Ma forse il punto più interessante è come mai sembra essere stato così decisivo il primo dibattito. Romney ha guadagnato quattro punti nei sondaggi nazionali ed è riuscito a rovesciare l’immagine sostanzialmente negativa che l’elettorato aveva di lui. Il suo tasso di approvazione è aumentato di parecchio e quello di disapprovazione  è diminuito. Se perde Obama, molti daranno la colpa alla sua prestazione così indifferente e impreparata nel primo dibattito, ma nel passato i dibattiti presidenziali hanno tutto sommato influito relativamente poco sui risultati finali.

Perché allora questa volta il primo dibattito ha spostato così tanto l’opinione pubblica a favore di Romney, anche se nel secondo e il terzo dibattito la maggior parte degli ascoltatori ha dato come vincitore Obama?

La mia ipotesi è che il vantaggio precedente di Obama fosse parzialmente illusorio e mascherava una debolezza di fondo. L’indice più sicuro delle possibilità di rielezione di un presidente in carica è l’andamento dell’economia nei dodici mesi precedenti le elezioni. Visto in quest’ottica, Obama era sempre in una posizione vulnerabile. Nella prima fase della campagna elettorale, cioè nelle primarie, questa debolezza è stata coperta dall’immagine terrificante di un partito repubblicano sempre più estremista, in cui i vari candidati, compreso Romney, hanno combattuto tra di loro per sembrare quello più a destra. Poi nei primi mesi della campagna presidenziale Romney, invece di spostarsi verso il centro come molti hanno previsto, si è lasciato definire dalla campagna di Obama e ha commesso molti errori, sembrando un plutocrate lontano anni luce dalla vita della stragrande maggioranza degli americani.  Quindi vedendo nei dibattiti un Romney diverso, un candidato decisamente più intelligente, energico e apparentemente ragionevole rispetto ai candidati repubblicani delle primarie, improvvisamente l’insoddisfazione e l’impazienza del pubblico americano con l’economia sotto Obama hanno trovato uno sfogo. Appena Romney ha offerto un’alternativa plausibile a Obama, quell’insoddisfazione di fondo ha trovato un canale.

Abbassando la guardia del primo dibattito, Obama ha lasciato passare come ragionevole e moderato il programma economico di Romney. La voglia di alternativa rischia di accecare il pubblico americano nei confronti dei pericoli reali del suo programma. E’ abbastanza stupefacente che un candidato possa proporre tagli alle tasse di seimila miliardi di dollari, senza specificare dove troverà i soldi per far sì che non solo non aggravi il deficit ma che lo possa ridurre ulteriormente di diecimila miliardi, senza intaccare tutta una serie di programmi sociali che Romney dice di voler proteggere.

Vedremo se vincerà la voglia di cambiamento o se subentrerà la paura di un salto nel buio.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/10/24/il-peso-del-dibattito/


Titolo: ALEXANDER STILLE. I giornalisti e le previsioni elettorali: Mea Culpa
Inserito da: Admin - Novembre 30, 2012, 11:33:51 am

17
nov
2012

I giornalisti e le previsioni elettorali: Mea Culpa

 Alexander STILLE


Nel giornalismo, a differenza di altri mestieri, raramente si paga un prezzo per i propri errori.

Spesso grandi firme del giornalismo proclamano una certa posizione con toni di assoluta certezza per poi dire l’esatto contrario sei mesi dopo, con lo stesso tono, e senza una parola di autocritica.

Le elezioni dovrebbero essere un buon momento per una resa dei conti, perché spesso chi fa il nostro mestiere ama previsioni che poi si rivelano giuste o sbagliate. In questo caso, vorrei fare un mea culpa.

Su Repubblica del 10 dicembre 2010, ho scritto: “Spero di aver torto, ma temo proprio che questa settimana il governo Obama abbia firmato la sua condanna a morte. Ha raggiunto un compromesso con i Repubblicani che sembra una resa, poiché ha esteso i tagli delle tasse varate da George W. Bush.”

Ovviamente la previsione è risultata sbagliata. Continuo a pensare che l’estensione dei tagli di Bush sia stata un errore – è infatti di nuovo all’ordine del giorno dopo queste elezioni, e ora Obama sembra adottare una linea più dura. Forse allora, preso dalla rabbia e dalla delusione del momento, ho giudicato troppo aspramente un compromesso sgradevole fatto in un contesto politico molto difficile.

Sarebbe comunque divertente e illuminante stilare un elenco delle previsioni più clamorosamente sbagliate e dei voltafaccia più significativi, sia del giornalismo italiano sia di quello americano.

Alcune osservazioni sulle elezioni americane:

1.) Sembra emergere una maggioranza democratica abbastanza solida nel paese, grazie a cambiamenti demografici piuttosto profondi. L’aumento costante della popolazione ispanica e di altri gruppi di immigrati, che tendono a votare in modo massiccio per i democratici, riflette la realtà sempre più vicina che gli Stati Uniti saranno tra un paio di decenni un paese dove le minoranze sono una maggioranza.

2.) Dopo lo smacco alle urne, i Repubblicani cercano il colpevole del loro risultato negativo. Ci sono sostanzialmente due campi: quelli che attribuiscono la responsabilità della sconfitta a Mitt Romney, visto come un candidato incapace, che solo alla fine è riuscito a dare un po’ di vita alla sua campagna elettorale. Altri invece danno la colpa allo spostamento sempre più a destra del partito repubblicano, che si è rivelato non in sintonia con la grande maggioranza degli americani. Sono valide un po’ tutte e due le tesi, perché i problemi sono legati. Negli ultimi trent’anni il partito repubblicano ha abbracciato un liberismo piuttosto spietato, abbinato a un’ostilità spesso dichiarata verso tutte le esperienze sociali, di cui beneficiano in pratica quasi tutti gli americani. Questo spirito antigovernativo ha spesso una tinta leggermente razzista, e spesso neppure tanto leggermente, in cui le minoranze nere ed ispaniche sono dipinte come lazzaroni che aspettano l’elemosina dello stato. Questa posizione molto ideologica, che non tiene conto della complessità dei rapporti intrecciati tra stato, mercato e società civile, ha dato l’impressione di un partito sostanzialmente interessato a tagliare le tasse per i ceti più ricchi e che disprezza le categorie meno fortunate. Queste posizioni, rafforzate da un atteggiamento molto ostile nei confronti delle nuove ondate di immigrazione, e da una rigidità sempre più marcata su questioni sociali come l’accesso all’aborto e alla contraccezione e i diritti degli omosessuali, relegano i repubblicani in una posizione di netta minoranza. Romney è stato un candidato debole, anche perché per adeguarsi ad un partito sempre più estremista ha dovuto sposare molte di queste posizioni, rimangiandosi una buona parte della sua carriera passata. Questo lo ha reso un candidato non autentico e poco convincente, sia per la destra sia per il resto del paese. Sembrava aver trovato la sua voce alla fine della campagna elettorale, assomigliando di nuovo al governatore moderato del Massachusetts. Però se fosse stato cosi per tutta la campagna elettorale non avrebbe vinto le primarie e avrebbe scatenato una rivolta della base repubblicana, mettendo sempre più in evidenza le contraddizioni del partito.

3.) Questa era un’elezione che i Repubblicani avrebbero dovuto vincere.  Il partito di opposizione durante una recessione grave è di solito in vantaggio, come è avvenuto in Francia per esempio. Con un programma convincente e un candidato plausibile, battere Obama era più che possibile. E’ su questo i Repubblicani devono riflettere molto, se non vogliono rimanere all’opposizione per molto tempo.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/11/17/i-giornalisti-e-le-previsioni-elettorali-mea-colpa/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Berlusconi, dalla tragedia alla farsa
Inserito da: Admin - Dicembre 08, 2012, 05:01:43 pm

8
dic
2012


Berlusconi, dalla tragedia alla farsa

 Alexander STILLE

La storia si ripete prima come tragedia poi come farsa, scriveva Marx a proposito di Luigi Napoleone. Ma che dire di un Berlusconi che si presenta come candidato premier per la sesta volta, cercando di tornare come primo ministro per la quarta volta, dopo tre mandati completamente fallimentari? E’ una scena patetica per certi versi, come un attore su cui è calato il sipario sotto una tempesta di fischi, che cerca di tornare sul palcoscenico.

La ricandidatura di Berlusconi era del tutto scontata: così malato di protagonismo, ancora drogato di megalomania, nonostante i suoi ripetuti fallimenti non poteva fare a meno di ripresentarsi. Era impensabile che lui potesse guardare dalla panchina mentre lasciava giocare una squadra capeggiata dal suo successore prediletto, Angelino Alfano.

Se c’è un filo conduttore in tutte le azioni politiche di Berlusconi è di fare sempre e comunque gli interessi di Berlusconi e mai quelli della collettività. Il suo protagonismo ha fatto sì che nessun cespuglio potesse mai crescere per diventare albero sotto l’enorme ombra che lui proietta da vent’anni sul centrodestra italiano.

Così come Crono che mangia i propri figli, Berlusconi semina caos tra le file della sua creatura, il Popolo della libertà.

Stride il contrasto tra il tentativo di restaurare forme di democrazia interna in altri partiti e la maniera del tutto monarchica in cui Berlusconi ha annunciato la sua seconda “discesa in campo”. Nessuna consultazione all’interno degli organi direttivi del partito ma una mossa puramente personale. Non lo annuncia neppure lui in persona ma manda Alfano, come una specie di maggiordomo. Indicative anche le parole usate dal segretario del Pdl: “Anche oggi Berlusconi mi ha espresso la volontà di tornare in campo da protagonista. E’ lui il detentore del titolo. E’ stato lui l’ultimo ad alzare la coppa. Le primarie erano per la successione, ma essendoci lui in campo non ha senso farle”. Interessanti i termini scelti da Alfano: “Berlusconi mi ha espresso la volontà di tornare in campo da protagonista.” Tutto personale, uomo a uomo e la voglia di essere protagonista. Poi, le continue metafore sportive, “tornare in campo” “detentore del titolo” “alzare la coppa”, come se guidare l’Italia forse tutto  un gioco per la gloria personale del giocatore. E quando mai, anche nello sport, un giocatore non deve neppure competere per rimanere capo di una squadra, come se un atleta delle Olimpiade del 2008 venisse messo a fare il capitano della squadra nazionale senza doversi misurare con i suoi concorrenti?

Ormai non ci credono neppure quelli pagati per credere. Diceva qualche mese Vittorio Feltri: “Berlusconi è bravissimo a vendere il prodotto, persino a immaginarlo. Ma non è capace di farlo. Pensa all’etichetta, alla confezione, alla rete distributiva, ma di quel che c’è dentro, lo dimostra il suo ventennio, gli importa poco.”

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2012/12/08/berlusconi-dalla-tragedia-alla-farsa/?ref=HREA-1


Titolo: ALEXANDER STILLE. Intelligenza e talento: contro Dario Fo
Inserito da: Admin - Febbraio 24, 2013, 04:06:44 pm

21
feb
2013

Intelligenza e talento: contro Dario Fo

Alexander STILLE

L’appoggio pubblico di Dario Fo a Beppe Grillo dimostra ancora una volta che il talento e l’intelligenza sono due qualità molto diverse, spesso lontane. Fo è un uomo di teatro davvero brillante; quando recita, entra dentro un personaggio sul palcoscenico, sembra impossessato da un genio comico. Ma quando da uomo normale apre bocca a parlare della politica si rivela un uomo profondamente normale, anzi banale. Esprime sempre i luoghi comuni della sinistra extraparlamentare degli anni settanta – una cultura ingessata e sclerotica – dimostrando di non aver imparato mai nulla.

Gente che ha sbagliato tutto, o quasi, convinta non di aver sbagliato mai. Protetta di un invincibile senso della propria giustizia contro ogni incursione della realtà. Mi ricordo vari spettacoli di Fo e Rame alla palazzina Liberty di Milano nei primi anni ottanta, durante il periodo più buio degli anni di piombo: in uno spettacolo hanno raccontato di un operaio costretto a rubare dalla miseria, la fame e la spietatezza del padrone capitalista.

Fu un tentativo non molto sottile di giustificare la violenza terroristica e “i furti proletari” come frutto inevitabile della disperazione materiale, mentre la realtà di quei tempi era del tutto diversa: l’Italia stava sperimentando un benessere sempre più diffuso, un periodo di crescita economica accelerata che stava minando la possibilità di una rivoluzione popolare.

Il terrorismo piuttosto che una necessità materiale fu una scelta politica da parte di vari leader della sinistra extraparlamentare i quali, avendo capito che il Partito Comunista – e con esso la stragrande maggioranza della classe operaia – si stava spostando verso posizioni socialdemocratiche decisero che l’unica strada rimasta aperta verso la rivoluzione era la violenza.

Mi ricordo bene che dopo gli spettacoli di Fo, raccoglievano soldi per il “soccorso rosso,” facendo discorsi pietosi sui “poveri” amici – ex-capi di Potere Operaio, Lotta Continua e Autonomia che hanno dovuto fuggire in Francia per sottrarsi a processi per terrorismo.

Mai un cenno alle barbarie delle Brigate Rosse o di Prima Linea e delle responsabilità politiche e morali dei loro amici che hanno mandato allo sbaraglio una fetta importante della loro generazione: prese alla lettera le prediche e gli scritti sulla necessità della lotta armata. Ed eccoci trent’anni dopo con Beppe Grillo – non per paragonare Grillo ai capi della sinistra extraparlamentare – sempre con le arringhe di un mondo ultra-semplificato, del popolo “buono” e i soliti cattivi, di demagogia vuota senza programmi e senza prospettive.

Sarebbe bello vivere nel mondo dei demagoghi di destra e sinistra – un mondo in cui non si pagano le tasse ma i servizi sono tutti gratis; in cui le università sono aperte a tutti (gratis) e a ognuno è garantito un buon lavoro dopo la laurea; non si sfrattano quelli che non pagano il mutuo e non si paga l’IMU; dove non puoi essere licenziato dal lavoro ma l’economia cresce e c’è benessere per tutti. Dove la politica si riforma sostituendo cittadini normali ai soliti politici di professione – (abbiamo visto con la Lega com’è finita). Ma il mondo reale dove viviamo è purtroppo molto più complesso ed è un mondo di scelte difficili, a volte dolorose, e di compromessi.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2013/02/21/intelligenza-e-talento-contro-dario-fo/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Riflessioni sul voto
Inserito da: Admin - Febbraio 26, 2013, 05:24:05 pm

26
feb
2013

Riflessioni sul voto

Alexander STILLE

I risultati di oggi portano ad alcune riflessioni ma non sono necessariamente nefasti. Il successo straordinario del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo è solo l’ultimo e il più forte grido di protesta contro un sistema partitico malato che si trascina avanti da moltissimo tempo.
Il fenomeno della Lega lombarda nei primi anni ’90, le picconate di Francesco Cossiga contro la cosiddetta partitocrazia, e poi l’esplosione di tangentopoli nel ‘92 furono già ammonimenti molto chiari di una forte voglia di cambiamento. I partiti tradizionali sono stati lenti e spesso sordi nel voler cogliere il pieno significato di questo malessere molto diffuso, e il successo del movimento di Grillo è la dimostrazione chiara che questo problema non può più essere rimandato.

D’altra parte sorprende la relativa tenuta di Berlusconi, che, pur perdendo diversi punti rispetto al 2008, ha evitato il crollo previsto ed è riuscito ad ottenere un risultato che sembrava quasi inimmaginabile alcune settimane fa. Questo voto va però nel senso assolutamente contrario del voto per il M5S ed è numericamente un voto più grande. Il berlusconismo ha rappresentato la difesa degli elementi peggiori del vecchio sistema partitico. La legge elettorale con cui si è votato, e che Berlusconi ha rifiutato di modificare, è una legge che toglie la possibilità ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti e mette i segretari e i capi dei partiti in posizione decisiva per decidere chi va al potere, quindi è un facile strumento di clientela che conosciamo fin troppo bene. Per di più, Berlusconi ha difeso un sistema di conflitto di interessi di scala nazionale che è uno dei punti chiave del programma di Grillo. Grillo ha anche proposto il divieto ai candidati condannati in primo grado, che metterebbe fuori gioco una bella fetta dei candidati di centrodestra, compreso il loro capolista Berlusconi stesso.

L’insuccesso della coalizione di Mario Monti sorprende assai meno, seppur forse un po’ ingiusto. A Monti è toccato il compito ingrato di mettere in sesto i conti dello Stato in un momento di crisi economica mondiale, senza un appoggio politico proprio. E’ stato quindi come un medico che ha dovuto somministrare medicine amare, e in una situazione economica di prolungata crisi si capisce facilmente perché la gente non voglia prenderne di più. Uno dei chiari messaggi è che la politica europea dell’austerità ha finora peggiorato la qualità di vita della maggioranza dei cittadini, ed è giusto che la politica discuta delle possibilità per dare prospettive migliori per i cittadini normali, sia lavoratori che disoccupati, e non solo gli interessi dei mercati finanziari e delle banche, eccetera.

Per il Partito Democratico di Pier Luigi Bersani è una vittoria sobria: alcuni possono parlare di sconfitta, e sicuramente i dirigenti di quel partito speravano in un margine di vittoria migliore e in uno spazio di manovra maggiore. Detto ciò, la coalizione di centrosinistra sembra emergere comunque come la prima del Paese, e Pd e Sel sono i partiti a cui il maggior numero di italiani ha dato il compito di interpretare e gestire in termini concerti quello che dovrebbe uscire da questo risultato contraddittorio e complesso.

Nella migliore delle ipotesi il successo del Movimento 5 Stelle e il bisogno di trattare con loro per formare il governo di cui il paese ha bisogno potrebbe indurre i leader del Pd a riflettere seriamente su alcune forme più radicali e di uscire un po’ dall’atteggiamento, comprensibile per chi sta dentro la macchina governativa da molto tempo, di semplicemente gestire un pò meglio l’esistente, e di pensare un po’ in termini ambiziosi. Mettersi d’accordo con il movimento di Grillo su alcuni punti per ridurre il costo della politica, ridurre seriamente il numero di deputati e senatori, i livelli duplicati di governo, una legge seria sul conflitto di interessi, un piano economico che privilegia di più la crescita rispetto all’austerità, sono tutti temi su cui potenzialmente si più trovare un terreno comune. D’altra parte è un momento di prova anche per il movimento di Grillo, di dimostrare capacita ancora non viste di dialettica e di compromesso con persone che fino all’altro ieri erano considerate zombie e vampiri. Ci sono elementi nella retorica di Grillo e di altri del suo movimento che sono chiaramente impraticabili. Per esempio, Grillo ha parlato della possibilità di non pagare il debito pubblico o di pagarne solo parte, ma bisogna anche fare i conti con il fatto che moltissime delle persone che possiedono titoli di stato sono semplici risparmiatori italiani, quindi si tratterebbe solo di togliere soldi da una tasca per metterli in un’altra, alle stesse persone. L’idea di pagare mille euro al mese a tutti i disoccupati quando la competitività dell’economia italiana è in calo da vent’anni è un idea con poco futuro, per cui auspichiamo che queste due forze politiche, che insieme costituiscono oltre 50% degli elettori italiani, e potenzialmente con il movimento di Monti oltre il 60%, si mettano a lavorare seriamente per fare tre o quattro cose importanti per il popolo italiano che li ha votati, e agiscano con grande senso di responsabilità. Solo allora qualcosa di buono potrebbe uscire fuori da queste elezioni storiche.

Come il Pd deve ascoltare il grido di protesta che rappresenta il M5S, il movimento di Grillo deve anche accettare che la voce del quasi 40% degli italiani che ha votato per il Pd e per Monti va rispettata.

Se invece il Pd non coglierà l’opportunità di questo momento e le persone elette nel movimento di Grillo si arroccassero in posizioni di pura intransigenza e su posizioni poco realistiche, il risultato sarà il caos totale, un disservizio vero verso la stragrande maggioranza degli italiani che vuole qualcosa di meglio e non solo la ripetizione dell’esistente, ma che vuole anche una certa stabilità e governabilità. Altrimenti queste forze faranno un grande regalo al berlusconismo, la forza che non vuole cambiare niente e che farà di tutto per approfittare del caos per proteggere i propri interessi e impedire che il paese progredisca.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/?ref=HREA-1


Titolo: ALEXANDER STILLE. Riflessioni sul voto
Inserito da: Admin - Marzo 04, 2013, 06:21:27 pm

26
feb
2013

Riflessioni sul voto

Alexander STILLE

I risultati di oggi portano ad alcune riflessioni ma non sono necessariamente nefasti. Il successo straordinario del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo è solo l’ultimo e il più forte grido di protesta contro un sistema partitico malato che si trascina avanti da moltissimo tempo.
Il fenomeno della Lega lombarda nei primi anni ’90, le picconate di Francesco Cossiga contro la cosiddetta partitocrazia, e poi l’esplosione di tangentopoli nel ‘92 furono già ammonimenti molto chiari di una forte voglia di cambiamento. I partiti tradizionali sono stati lenti e spesso sordi nel voler cogliere il pieno significato di questo malessere molto diffuso, e il successo del movimento di Grillo è la dimostrazione chiara che questo problema non può più essere rimandato.

D’altra parte sorprende la relativa tenuta di Berlusconi, che, pur perdendo diversi punti rispetto al 2008, ha evitato il crollo previsto ed è riuscito ad ottenere un risultato che sembrava quasi inimmaginabile alcune settimane fa. Questo voto va però nel senso assolutamente contrario del voto per il M5S ed è numericamente un voto più grande. Il berlusconismo ha rappresentato la difesa degli elementi peggiori del vecchio sistema partitico. La legge elettorale con cui si è votato, e che Berlusconi ha rifiutato di modificare, è una legge che toglie la possibilità ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti e mette i segretari e i capi dei partiti in posizione decisiva per decidere chi va al potere, quindi è un facile strumento di clientela che conosciamo fin troppo bene. Per di più, Berlusconi ha difeso un sistema di conflitto di interessi di scala nazionale che è uno dei punti chiave del programma di Grillo. Grillo ha anche proposto il divieto ai candidati condannati in primo grado, che metterebbe fuori gioco una bella fetta dei candidati di centrodestra, compreso il loro capolista Berlusconi stesso.

L’insuccesso della coalizione di Mario Monti sorprende assai meno, seppur forse un po’ ingiusto. A Monti è toccato il compito ingrato di mettere in sesto i conti dello Stato in un momento di crisi economica mondiale, senza un appoggio politico proprio. E’ stato quindi come un medico che ha dovuto somministrare medicine amare, e in una situazione economica di prolungata crisi si capisce facilmente perché la gente non voglia prenderne di più. Uno dei chiari messaggi è che la politica europea dell’austerità ha finora peggiorato la qualità di vita della maggioranza dei cittadini, ed è giusto che la politica discuta delle possibilità per dare prospettive migliori per i cittadini normali, sia lavoratori che disoccupati, e non solo gli interessi dei mercati finanziari e delle banche, eccetera.

Per il Partito Democratico di Pier Luigi Bersani è una vittoria sobria: alcuni possono parlare di sconfitta, e sicuramente i dirigenti di quel partito speravano in un margine di vittoria migliore e in uno spazio di manovra maggiore. Detto ciò, la coalizione di centrosinistra sembra emergere comunque come la prima del Paese, e Pd e Sel sono i partiti a cui il maggior numero di italiani ha dato il compito di interpretare e gestire in termini concerti quello che dovrebbe uscire da questo risultato contraddittorio e complesso.

Nella migliore delle ipotesi il successo del Movimento 5 Stelle e il bisogno di trattare con loro per formare il governo di cui il paese ha bisogno potrebbe indurre i leader del Pd a riflettere seriamente su alcune forme più radicali e di uscire un po’ dall’atteggiamento, comprensibile per chi sta dentro la macchina governativa da molto tempo, di semplicemente gestire un pò meglio l’esistente, e di pensare un po’ in termini ambiziosi. Mettersi d’accordo con il movimento di Grillo su alcuni punti per ridurre il costo della politica, ridurre seriamente il numero di deputati e senatori, i livelli duplicati di governo, una legge seria sul conflitto di interessi, un piano economico che privilegia di più la crescita rispetto all’austerità, sono tutti temi su cui potenzialmente si più trovare un terreno comune. D’altra parte è un momento di prova anche per il movimento di Grillo, di dimostrare capacita ancora non viste di dialettica e di compromesso con persone che fino all’altro ieri erano considerate zombie e vampiri. Ci sono elementi nella retorica di Grillo e di altri del suo movimento che sono chiaramente impraticabili. Per esempio, Grillo ha parlato della possibilità di non pagare il debito pubblico o di pagarne solo parte, ma bisogna anche fare i conti con il fatto che moltissime delle persone che possiedono titoli di stato sono semplici risparmiatori italiani, quindi si tratterebbe solo di togliere soldi da una tasca per metterli in un’altra, alle stesse persone. L’idea di pagare mille euro al mese a tutti i disoccupati quando la competitività dell’economia italiana è in calo da vent’anni è un idea con poco futuro, per cui auspichiamo che queste due forze politiche, che insieme costituiscono oltre 50% degli elettori italiani, e potenzialmente con il movimento di Monti oltre il 60%, si mettano a lavorare seriamente per fare tre o quattro cose importanti per il popolo italiano che li ha votati, e agiscano con grande senso di responsabilità. Solo allora qualcosa di buono potrebbe uscire fuori da queste elezioni storiche.

Come il Pd deve ascoltare il grido di protesta che rappresenta il M5S, il movimento di Grillo deve anche accettare che la voce del quasi 40% degli italiani che ha votato per il Pd e per Monti va rispettata.

Se invece il Pd non coglierà l’opportunità di questo momento e le persone elette nel movimento di Grillo si arroccassero in posizioni di pura intransigenza e su posizioni poco realistiche, il risultato sarà il caos totale, un disservizio vero verso la stragrande maggioranza degli italiani che vuole qualcosa di meglio e non solo la ripetizione dell’esistente, ma che vuole anche una certa stabilità e governabilità. Altrimenti queste forze faranno un grande regalo al berlusconismo, la forza che non vuole cambiare niente e che farà di tutto per approfittare del caos per proteggere i propri interessi e impedire che il paese progredisca.

DA - http://stille.blogautore.repubblica.it/2013/02/26/riflessioni-sul-voto/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Quel pasticciaccio a Montecitorio
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2013, 11:55:19 pm

3
mag
2013

Quel pasticciaccio a Montecitorio

 Alexander STILLE

Cerchiamo di capire qualcosa degli eventi davvero eccezionali delle ultime 2-3 settimane. Un mese fa Pier Luigi Bersani era il capo dello schieramento politico più forte e numeroso in Parlamento e stava provando a mettere insieme un governo. Ora è un ex-segretario di un partito frantumato e in profonda crisi, essendo stato costretto a fare quello che con grande risolutezza aveva negato: un governo di larghe intese con Silvio Berlusconi e la destra italiana. Vedere questo spettacolo – quasi come vedere qualcuno che commette harakiri in pubblico – è stato scioccante e tragico.

Subito dopo le elezioni del 24-25 febbraio, il Partito Democratico sembrava aver tratto qualche lezione utile. Aveva capito di aver pagato un prezzo troppo alto per il suo appoggio al governo Monti, alla politica di austerità imposta ad un paese già sprofondato in un serio disagio: senza che sacrifici analoghi fossero chiesti alla classe politica italiana.

Questa immobilità ha spianato la strada al grande successo del M5S di Beppe Grillo, che chiedeva con chiarezza la riduzione del numero dei parlamentari e dei loro stipendi, l’eliminazione dei governi provinciali e la fine della politica vecchio stile, fatta di accordi sottobanco e compromessi indicibili. “Abbiamo capito la lezione,” dicevano molti dirigenti del PD, promettendo che avrebbero offerto un’alternativa più chiara rispetto ai partiti di centro, tagliando fuori anche Berlusconi, l’incarnazione del non-cambiamento e dell’uso della politica per scopi personali.

Tragicamente, tra i deputati del PD e quelli del M5S c’erano i numeri per il primo governo di sinistra di questa repubblica: Bersani ha cercato di convincere il movimento di Grillo ad individuare cinque o sei punti condivisibili, base di un accordo politico. Ha incontrato soltanto l’intransigenza di Grillo, sottovalutando forse il controllo quasi totalitario del comico genovese sui neoparlamentari.

Va dato atto a Grillo di aver agito con coerenza nel rifiutare qualsiasi forma di alleanza politica coi partiti tradizionali, scommettendo che questo no avrebbe creato le condizioni per un cambiamento molto più radicale del sistema italiano. Vedremo se avrà avuto ragione. Nel frattempo, però, scommettendo sull’idea che ‘peggio va, meglio è’ corre molti rischi, e la possibilità che la perfezione sia nemica del bene potrebbe portare a conseguenze tragiche per il paese.

Il povero Bersani si è trovato poi davanti al grattacapo di eleggere un nuovo presidente della Repubblica e qui ha perso la testa. Per la meraviglia di tutti, ha fatto l’unica cosa che non avrebbe dovuto fare: intraprendere trattative private con Berlusconi tirando fuori il nome di Franco Marini, persona rispettabilissima ma inaccettabile come risposta al desiderio di rinnovamento, sia per la sua avanzata età sia per il metodo con cui è stato scelto. Bersani ha così provocato una rivolta interna al suo partito, bruciando anche la candidatura di Romano Prodi e portando alle proprie dimissioni e alla spaccatura del PD.

Come è arrivato a fare un errore del genere? Bisogna ammettere che la politica istupidisce e rende miopi anche le persone più intelligenti e di buona volontà. Bersani si è trovato invischiato nel mondo degli accordi e dei bilanciamenti politici, perdendo di vista la grande insoddisfazione del paese e la voglia di cambiamento. E’ davvero ironico che un’elezione condotta all’insegna del cambiamento porti alla rielezione di un capo di stato quasi novantenne.

Avendo ormai una paura matta del massacro elettorale, il PD ha optato in fretta e furia, ma con meno potere di negoziato, per un matrimonio con Berlusconi e il Popolo della Libertà, portando al governo di Enrico Letta. Può venire fuori qualcosa di buono da un esecutivo nato in circostanze cosi infelici? Letta è un uomo intelligente e capisce che deve in qualche modo soddisfare la domanda popolare per un cambiamento: lo ha dimostrato nella scelta di nuovi ministri, includendo più giovani, più donne e il primo ministro di colore. Letta cercherà di usare i suoi buoni uffici con Angela Merkel per dare un po’ di respiro all’Italia dalla cosiddetta politica di austerità, e sta anche proponendo varie misure per ridurre il costo della politica. Ma quanto lontano può andare sulla strada delle riforme, con Berlusconi come partner? Mettere il Cavaliere di Arcore a capo di una nuova costituente sarebbe come mettere la volpe a guardia del pollaio.

La grande tragedia è che tutte queste manovre politiche avvengono su uno sfondo tetro per sessanta milioni di italiani: dieci anni di crescita zero e vent’anni di stagnazione, il livello più alto di disuguaglianza dell’Europa occidentale, tasse spropositatamente alte per chi le paga e amnistia fiscale per quelli che ne fanno a meno. Districare problemi così profondi e intrecciati è una bella sfida per un governo così fragile.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2013/05/03/il-disfatto-che-dire/?ref=HREA-1


Titolo: ALEXANDER STILLE. Un vero scandalo
Inserito da: Admin - Maggio 28, 2013, 11:06:33 pm

23
mag
2013

Un vero scandalo

Alexander STILLE

Se vogliamo trovare un vero scandalo, sta nell’ostruzionismo ad oltranza del partito repubblicano verso  qualsiasi misura adottata dall’amministrazione Obama per favorire la ripresa economica del paese. Durante l’amministrazione Obama, il governo americano a livello statale e federale ha perso circa 550.000 posti di lavoro.

Nonostante gli attacchi quotidiani contro lo “statalismo” di Obama quindi, le strutture statali sono “dimagrite” grazie a tagli di spese governative. Una delle misure nel piano di stimolo economico varato da Obama nel 2009 fu l’appropriazione di soldi riservati all’assistenza dei singoli Stati per evitare tagli di personale. I singoli Stati, a differenza dello Stato centrale federale, sono quasi tutti obbligati a portare in equilibrio i propri conti ogni anno, e quindi di fronte ad una perdita notevole di entrate fiscali, in un momento di crisi economica grave, sono per legge costretti a tagliare delle spese per portare in pareggio il bilancio. Dal punto di vista macroeconomico questo è un errore gravissimo: licenziare poliziotti, insegnanti, vigili del fuoco in un momento di recessione significa peggiorare la crisi, abbassando ancora di più la circolazione di denaro. Il piano di Obama ha dunque per un certo periodo di tempo cercato di evitare questa misura, limitando in parte il danno della recessione. Dopo il primo piano di stimolo, tuttavia, i repubblicani hanno imposto misure di austerità che hanno limitato la crescita. Naturalmente hanno giustificato le loro azioni invocando l’idea della responsabilità fiscale, ma lo scopo era palesemente politico: negare qualsiasi successo all’amministrazione Obama, nonostante questo facesse sprofondare milioni di persone nella miseria della disoccupazione. Già con i 550.000 posti di lavoro statali persi grazie a tagli governativi il tasso di disoccupazione nazionale ha guadagnato 1 punto, e ai tempi delle elezioni del 2012 era l’8,1% piuttosto che il 7,1%: era un assioma della politica americana che un presidente in carica non potesse essere rieletto se il tasso di disoccupazione era sopra l’8%. La natura puramente politica di questa strategia viene riconfermata da una recente notizia di grandissima importanza: il deficit americano è sceso sotto il 4% del PIL, meno della metà del 10,1% del 2009, il che dimostra che la ripresa economica, seppure più debole di quello che avrebbe dovuto essere, ha cominciato ha riportare sotto controllo il deficit. A quanto è valsa quindi la perdita del lavoro di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone causata da queste misure di austerità? I repubblicani hanno agito consapevolmente per impedire la crescita della nostra economia, sapendo che sarebbe stata una condanna politica fatale per loro. Questo si che è uno scandalo.

DA - http://stille.blogautore.repubblica.it/2013/05/23/un-vero-scandalo/


Titolo: ALEXANDER STILLE. La condanna di Berlusconi vista dagli USA
Inserito da: Admin - Luglio 07, 2013, 11:25:12 am

26
giu
2013

La condanna di Berlusconi vista dagli USA

Alexander STILLE

I lettori americani hanno appreso della condanna di Silvio Berlusconi nel caso Rubygate a sette anni di carcere e hanno subito pensato: “Adesso è tutto finito.” I tre giudici hanno stabilito anche una interdizione perpetua ai pubblici uffici. Il reato di Berlusconi, ricordiamoci, andava ben aldilà dello sfruttamento di una minorenne e il mantenimento di una harem di prostitute per le feste “bunga bunga”: comprendeva una serie di abusi di ufficio. La sera in cui la giovane immigrata marocchina Karima El Mahroug (in arte Ruby Rubacouri) è stata arrestata per furto, Berlusconi, (informato da una prostituta brasiliana conosciuta in una visita di stato in Francia) ha telefonato alla polizia di Milano insistendo che la ragazza era la nipote dell’allora presidente egiziano Hosni Mubarak e che doveva essere evitato un conflitto diplomatico. La polizia ha affidato la ragazza a Nicole Minetti, una giovane igienista dentale che faceva la spogliarellista alle feste di Berlusconi vestita da suora e organizzava le altre ragazze dell’harem. Per questo le è stato dato un ruolo politico molto ben retribuito al Consiglio regionale della Lombardia. Come la Minetti ha spiegato eloquentemente in una telefonata intercettata ad un’altra ragazza dell’harem: “A lui fa comodo mettere te e me in Parlamento perché, dice: “Bene, me le sono levate dai coglioni e i cittadini pagano lo stipendio”.

Come si può sopravvivere politicamente a una condanna del genere, ci si chiede. Ci sono varie ragioni, alcune tecnico-legali, altre culturali e politiche. E considerate che questa è la terza condanna di Berlusconi soltanto in questo anno. E per certi aspetti la prima condanna dell’anno è particolarmente inquietante. Nel dicembre del 2005, un funzionario di una compagnia privata incaricata di fare intercettazioni telefoniche per la magistratura si presenta da Paolo Berlusconi e gli offre un “regalo di Natale”: la registrazione rubata – in violazione del segreto istruttorio – di una telefonata di Piero Fassino, leader del Partito Democratico della Sinistra, che parlava di una scalata bancaria. “Allora, abbiamo una banca?” diceva Fassino. In realtà, le conversazioni erano di poco conto, considerate “penalmente irrilevanti” dalla magistratura. Ma servivano — pubblicate subito dopo sul Giornale di proprietà del fratello di Berlusconi – e riprese dai telegiornali del Cavaliere e di quelli della Rai (controllati indirettamente dal premier) a creare l’atmosfera di uno scandalo nazionale, di poteri occulti di sinistra che controllavano l’economia. Il caso ha dominato i mesi della campagna elettorale del 2006, servendo ad adombrare l’equivalenza morale dei veri processi di Berlusconi (penalmente molto rilevanti) alle malefatte dei suoi avversari politici. Ed  è servito a ridurre fortemente, praticamente a zero, il margine di vittoria del centro sinistra nelle elezioni del 2006. Romano Prodi ha dovuto governare con una maggioranza debolissima, spianando la strada per il ritorno trionfante di Berlusconi nel 2008. Il caso presentava lo scenario da incubo di quando Berlusconi è entrato in politica: l’uomo più ricco del paese che usa la sua vasta fortuna, i suoi media e l’accesso ai segreti di stato per distruggere i suoi “nemici” politici e per condizionare l’atmosfera mediatica e politica del paese.

L’altra condanna del 2013 è nel caso dei diritti cinematografici dell’impero televisivo di Berlusconi. Per oltre vent’anni l’azienda del premier (secondo la sentenza) ha prodotto acquisti e vendite inesistenti per evadere molti milioni in tasse e creare flussi di denaro in contanti nelle disponibilità di Berlusconi stesso. (Molte delle ragazze delle feste del Cavaliere hanno portato via buste di denaro e, come vedremo, il denaro può servire anche in politica).

Ma per certi aspetti, il caso legale più grave che riguarda Berlusconi è uno per cui è stato indagato nel febbraio di quest’anno: il pagamento di tre milioni di euro ad un ex-senatore del centro-sinistra per far cadere il governo di Romano Prodi nel 2008, Sergio De Gregorio. Ha testimoniato De Gregorio stesso: “”Ho partecipato all’Operazione libertà diretta a ribaltare il governo Prodi…Discussi a Palazzo Grazioli con Berlusconi di una strategia di sabotaggio, della quale mi intesto tutta la responsabilità…Non mi voglio giustificare, so che è un reato…Ma avevo debiti fino al collo.” Comprare voti per fare cadere un governo è uno dei reati più gravi che si possa immaginare in una democrazia, eppure il caso, scoppiato a febbraio, non ha influito in alcun modo nel voto degli italiani nelle elezioni avvenute alla fine di quel periodo.

E quindi come mai questi scandali – solo uno dei quali avrebbe distrutto per sempre la carriera di qualsiasi politico in quasi tutti gli altri paesi democratici – non hanno impedito a Berlusconi di continuare come sempre?

Per cominciare ci sono alcune particolarietà del sistema legale italiano. Ci sono i tre gradi di giustizia e la presunzione di innocenza fino all’ultimo appello. Ma la vera anomalia del sistema giudiziario italiano è la prescrizione. In qualsiasi altro paese, “l’orologio” della prescrizione si ferma appena inizia l’azione giudiziaria, proprio per evitare che l’imputato, con mille cavilli legali, possa prolungare il processo e evitare la condanna con una strategia di rinvii.  Approfittare dell’anomalia del sistema giudiziario italiano è naturalmente quello che ha fatto ripetutamente Berlusconi. Il leader del centro-destra è stato condannato e prescritto in sei processi per reati gravissimi – che vanno da comprare sentenze e giudici nel Lodo Mondadori a pagare politici – Ma dal punto di vista legale, queste condanne non esistono, permettendo a Berlusconi di affermare a gran voce che è sempre stato assolto, mai condannato e quindi una vittima di persecuzione giudiziaria.

“Oggi difendere Silvio Berlusconi significa difendere la democrazia,” ha commentato il portavoce Daniele Capezzone dopo la sentenza del caso Fassino. “Difendere il diritto degli italiani a scegliere i propri rappresentanti, difendere il diritto di un Paese a non vedere rovesciato per via giudiziaria l’esito democraticamente deciso dagli elettori nelle urne.”

La domanda, a questo punto  è la seguente: come mai la sinistra italiana non ha mai fatto un tentativo serio di riscrivere la legge sulla prescrizione, armonizzandola con il diritto di tutti gli altri paesi democratici? Ma manca una risposta esaustiva.

Berlusconi è anche riuscito con la sua grande macchina mediatica (vedi il caso Fassino) ad aumentare la sfiducia degli italiani nelle istituzioni e in particolare verso l’odiata classe politica. Ho assistito qualche anno fa ad una conversazione illuminante tra vari giovani a Palermo che parlavano scandalizzati della mancanza di processi penali nei confronti di Romano Prodi. Per loro la fedina penale pulita del politico bolognese non era segno della sua maggior probità morale, ma del contrario. “Berlusconi imputato venti volte e Prodi neanche una!” dicevano. La premessa era: tutti i politici fanno schifezze, ma viene indagato solo Berlusconi. Questo spiega lo slogan ultimo di Giuliano Ferrara, editore del Foglio, altro giornale vicino al centro destra di Berlusconi, “Siamo tutti puttane.”

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2013/06/26/la-condanna-di-berlusconi-vista-dagli-usa/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Sesso e Potere (di nuovo!)
Inserito da: Admin - Luglio 30, 2013, 11:07:04 am

25
lug
2013

Sesso e Potere (di nuovo!)

Alexander STILLE

Ci ritroviamo di nuovo di fronte al rapporto tra sesso e potere pubblico. Anthony Weiner, candidato per la carica di sindaco di New York, ha dovuto ammettere di aver di nuovo mandato messaggi a sfondo sessuale a donne che non sono sua moglie. Weiner si è dimesso dal Congresso americano due anni fa quando è venuto fuori che aveva mandato foto del suo corpo nudo a delle sue fans via Twitter. La moglie di Weiner, Huma Abedin, lavora al Ministero degli Esteri ed era una dei consiglieri più stretti di Hillary Clinton. Le dimissioni di Weiner erano controverse: non aveva violato nessuna legge ma il fatto di aver diffuso immagini semi-oscene attraverso un mezzo pubblico come Twitter sembrava poco consono alla dignità di un deputato. Sulla scia di una reazione pubblica molto forte e negativa, Weiner si era dimesso nel 2011. Weiner è poi scomparso dalla vita pubblica per un po’ di tempo e nel frattempo ha avuto un figlio con sua moglie. Chiaramente Weiner non si era rassegnato e dopo aver aspettato due anni di quarantena si è rilanciato, presentandosi come candidato sindaco di New York. Alla sorpresa di molti, è montato subito in testa ai sondaggi – evidentemente il pubblico americano non è poi così puritano. In fondo, non aveva violato la legge; se sua moglie l’ha perdonato, perché non noi? Era possibile vedere Weiner come, in parte, vittima delle tecnologie digitali: in cui il muro tra il pubblico e il privato è diventato improvvisamente labile.

Ma ora, Weiner non molla ma mi sembra difficile che sopravviva a questo ultimo capitolo. Perché potrebbe chiedersi un lettore italiano: ha solo civettato via e-mail con delle donne. Noi abbiamo Berlusconi che è stato condannato (in primo grado) per sfruttamento di una prostituta minorenne, che ha mentito alla    polizia, invocando false ragioni di stato (la nipote di Mubarak) per tirare fuori la ragazza delle mani della giustizia in modo che non raccontasse le meraviglie delle serate “bunga bunga” nella casa del primo ministro! E continua, non solo a rimanere nel parlamento, ma a condizionare la vita del paese e tiene un quarto o un terzo del paese con lui.

Cercherò di spiegare il punto di vista di un americano. È vero che il comportamento di Weiner potrebbe sembrare solo un comportamento privato disdicevole – o forse neanche disdicevole secondo il proprio punto di vista. Non è a questo punto un problema morale ma con questo secondo caso, Weiner è entrato nel regno della psicopatologia. Un cittadino privato può fare quello che gli pare – se sua moglie glielo permette. Sono fatti loro. Ma un uomo pubblico dev’essere un po’ prudente e dimostrare di avere del giudizio. Un politico che ha pagato un prezzo molto alto – quasi rovinandosi la carriera – che commette gli stessi errori, è una persona fuori controllo. Può dire, una volta, “non sapevo che messaggi mandati via Twitter erano più o meno pubblici.” Ma nessuno, nel 2013, può pensare che le mail “private” mandate via Internet non possono fare il giro del mondo. Weiner non ha saputo resistere a un gioco pericoloso: ha perfino inventato un’identità elettronica, firmandosi “Carlos Danger,” (Carlo Pericolo), dimostrando che, almeno inconsciamente, ha riconosciuto di rischiare tutto per un gioco cretino. Io, che ero quasi pronto a votare per Weiner, non lo potrei più fare. Si è dimostrato non solo cretino ma psicologicamente squilibrato.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2013/07/25/sesso-e-potere-di-nuovo/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Non trattiamo sulla giustizia
Inserito da: Admin - Agosto 04, 2013, 08:14:44 am

2
ago
2013

Non trattiamo sulla giustizia

Alexander STILLE

Una delle cose che mi manda in bestia della giustizia italiana è la mancanza di chiarezza. Non succede quasi mai che il sistema dica chiaramente: l’imputato è colpevole, la sua pena è x. Lascia sempre spazio ai vari azzeccagarbugli per operare. Fa piacere – non mi vergogno di dirlo – che sia stato finalmente condannato in forma definitiva Berlusconi, dopo decine di processi molto più gravi con prove schiaccianti, dove il Cavaliere l’ha spuntata, con la fedina penale immacolata, grazie a mille cavilli, e soprattutto la prescrizione.

Sei condanne – sei – annullate per via della prescrizione. Per reati gravissimi – tangenti, sentenze comprate – in cui Berlusconi è riuscito a falsare completamente la competizione economica e, in politica, quella democratica attraverso l’uso sistematico della corruzione. “Ognuno ha il suo prezzo, basta stabilire qual è” era un’assioma ripetuto con convinzione nel mondo berlusconiano, secondo una persona che ho intervistato tempo fa. E Berlusconi è riuscito a trasformare questa spregiudicatezza cinica e quasi nichilista in una scala di valori nazionale e una filosofia di vita.

Ma mi preoccupa molto la parte della sentenza della Cassazione sulla durata dell’interdizione di Berlusconi. Anche con una sentenza definitiva, assumendosi piena responsabilità per la pena inflitta, la Cassazione lascia la decisione finale su questo punto agli altri – naturalmente con ragionamenti legali complicatissimi e incomprensibili ai cittadini normali – che dovranno decidere un punto cruciale: pagherà un prezzo vero per il suo reato il cittadino Berlusconi o troverà un sistema per uscirne con un prezzo puramente simbolico? L’incertezza lasciata dalla sentenza, naturalmente, apre spazi per il negoziato.

Trovo mostruoso che la giustizia sia trattabile. Ma lo è spesso stato in Italia e lo è sempre stato nell’epoca Berlusconi. Alcune delle prescrizioni e “assoluzioni” di Berlusconi sono dipese da cambiamenti nel codice penale imposti da Berlusconi stesso (in quale altro paese democratico può un imputato cambiare la legge sulla base della quale lo si dovrebbe giudicare?) e a volte negoziati con il centro-sinistra. La legge che gli risparmierà di passare un paio di anni in carcere – come quasi tutti gli altri delinquenti – è stata passata da un governo di centrosinistra, su insistenza di Berlusconi, per impedire che andasse in galera Cesare Previti, condannato per avere comprato dei magistrati per il suo cliente maggiore (Berlusconi). Com’è bello che, aiutando gli altri, spesso si aiuta se stessi!

Con la posizione finale di Berlusconi ancora incerta, hanno cominciato già altri negoziati. Il Popolo della Libertà cerca certe “garanzie” per il suo appoggio all’attuale governo. I berlusconiani parlano di “democrazia decapitata”, dicendo: come si può condannare qualcuno votato a gran voce dal popolo? Dimostrano un’incomprensione totale dello Stato di diritto e mostrano i loro istinti profondamente illiberali.

Un rappresentante eletto non è esonerato dall’obbligo di rispettare la legge. Marion Barry, sindaco molto popolare di Washington, DC, è finito in prigione e poi rieletto dopo il suo rilascio, ma ha dovuto servire la sua pena. Il governo di Enrico Letta non dovrebbe trattare nulla in materia di giustizia. Finora Letta ha lavorato molto bene, ma la “stabilità”, se si tradurrà in complicità, sembrerà confermare il detto che ognuno ha un prezzo. Il Partito Democratico non dovrebbe avere paura di una crisi di governo e possibili elezioni.

da - http://stille.blogautore.repubblica.it/?ref=HREA-1


Titolo: ALEXANDER STILLE. Il reato dimenticato
Inserito da: Admin - Agosto 08, 2013, 08:37:41 am

7
ago
2013

Il reato dimenticato

ALEXANDER STILLE

C’è un detto famoso tra gli avvocati americani: quando i fatti sono contro i fatti, parla della legge. Quando la legge ti è contro parla dei fatti. Quando sia i fatti che la legge ti sono contro: urla! E quello che vediamo o sentiamo dopo la condanna di Berlusconi – molte urla. Attaccano il giudice della Cassazione Antonio Esposito per alcune parole in un’intervista al quotidiano Il Mattino. Cosi, si riesce a cambiare l’argomento, di non parlare più del reato di Berlusconi, 270 milioni, sottratti al fisco e a Mediaset per creare fondi neri. Ma si inventa un nuovo presunto nemico, Esposito, facendo di Berlusconi una vittima piuttosto che un malfattore punito per un reato provato.

Questa storia ricorda purtroppo molto un altro episodio:  un giornalista della Stampa strappò a Luciano Violante due parole sul caso Dell’Utri. E all’improvviso, invece dei rapporti tra la mafia e Berlusconi, si cominciò a parlare del “caso Violante.” Il giornalista, caso vuole, era Augusto Minzolini, che poi ebbe grande fortuna nella sua carriera e nelle sue finanze: contratti generosi con l’azienda del premier, la direzione di TG1, ora in Parlamento. I casi cambiano ma il metodo è sempre lo stesso. Usare i media per cambiare la realtà.

DA - http://stille.blogautore.repubblica.it/?ref=HRER3-1


Titolo: ALEXANDER STILLE. Scandali del sesso: Liscia, Gassata o Ferrarelle?
Inserito da: Admin - Febbraio 09, 2014, 05:14:54 pm
30
gen
2014

Scandali del sesso: Liscia, Gassata o Ferrarelle?

Alexander STILLE
 
Mi scuso con i lettori di Repubblica per il mio lungo silenzio. Mi sono spostato da New York a Parigi e trovandomi in un paese nuovo non sapevo cosa scrivere. Per molto tempo mi sono abituato a vedere il mondo da un’angolazione particolare: di uno che si muoveva tra gli Stati Uniti e l’Italia. Aggiungere un altro paese a un blog che si chiamava già “In un altro paese” era complicato. Ma ora mi sto abituando. Dunque, ricominciamo.

Lo scandalo a sfondo sessuale del presidente francese François Hollande merita alcune riflessioni. Mi ha ricordato per certi versi una pubblicità dell’acqua minerale Ferrarelle. Vi ricordate: liscia, gassata…Ferrarelle? In questo caso, la liscia sarebbe l’America con il suo moralismo sessuale un po’ noioso; l’Italia con le feste “bunga bunga” sarebbe decisamente gassata; mentre la Francia sarebbe Ferrarelle – una via di mezzo tra il frisson di effervescenza dell’affaire del presidente con l’attrice Julie Gayet e la sobria riservatezza francese con cui Hollande l’ha gestito.

A parte gli scherzi, questi scandali – ormai eventi ricorrenti della vita politica in un mondo mediatico sempre più trasparente – hanno un significato più grande se non altro come cartina di tornasole di ogni società. Guardando lo svolgersi dello scandalo Hollande-Gayet qui in Francia la sensazione era, allo stesso tempo, molto familiare ma anche profondamente diversa. Familiare, ormai, è lo scenario del politico preso in flagrante dall’occhio sempre più onnipresente e invasivo dei nostri media. La Francia, in passato, (come l’Italia) ha sempre trattato le avventure sentimentali/sessuali dei suoi dirigenti con la massima discrezione. Tutta la stampa francese sapeva che il presidente François Mitterrand aveva una seconda famiglia, compresa una figlia, ma tutti hanno taciuto fino al 1994, quando costei aveva 20 anni. Ma nascondere ora è molto più difficile: la notizia della storia con Julie Gayet ha girato per mesi su Internet e quindi era quasi inevitabile che venisse fuori. C’erano paparazzi che aspettavano nell’ombra per documentare la storia e Hollande è caduto nella trappola con molta ingenuità cercando di nascondersi con un casco da motorino, come un adolescente. Con la pubblicazione delle foto il resto della stampa francese non ha potuto ignorare la storia, che è circolata subito in tutto il mondo: e quindi pagine e pagine di copertura. Eppure, se il mondo mediatico è cambiato – e impone una certa trasparenza, rendendo pubblico il privato e privato il pubblico – il modo in cui i francesi hanno reagito (Hollande compreso) è stato molto francese. I sondaggi hanno subito rivelato che il 77 percento dei francesi considerano la vicenda puramente privata. E quindi questo atteggiamento culturale ha dominato durante la conferenza stampa di inizio anno, quando Hollande ha dovuto affrontare la questione. La stampa – diversamente da come sarebbe stata la stampa americana in una circostanza analoga – è stata molto guardinga e rispettosa. I giornalisti hanno fatto due domande tutt’altro che dure. E lui è riuscito a scampare con due o tre frasi semplici dicendo: “le cose private devono restare private.” La stampa americana l’avrebbe bombardato di questioni: quante volte è andato in questo appartamento della Gayet? È sempre stato accompagnato dal suo servizio di protezione? Chi è il proprietario dell’appartamento? ecc.

Mi sembra, sulla base degli ultimi scandali di questo tipo, che ci sia una specie di convergenza culturale in atto. Gli europei stanno diventando più americani – abituandosi alla personalizzazione della politica e alla necessità di soddisfare un po’ la curiosità del pubblico e della stampa. Ma, più sottilmente, gli americani si stanno spostando anche loro verso una posizione più europea. Venticinque anni fa, gli americani e gli europei erano, su questo argomento, su due poli opposti. Gli americani sono partiti da una posizione di moralismo rigido e assoluto. Nel 1988, Gary Hart, uno dei candidati democratici più forti per la presidenza, è stato spiato con una giovane donna che non era sua moglie e, sotto un blitz mediatico apocalittico, ha ritirato la sua candidatura: tanto era lo sdegno, tanta era la valanga di pubblicità negativa che era impossibile continuare. Gli americani hanno dovuto diventare un po’ tolleranti con l’arrivo in scena di Bill Clinton: ha ammesso una infedeltà passata durante la campagna elettorale ma ha salvato la situazione con una doppia intervista – con le dovute “scuse” al pubblico e alla moglie che è apparsa con lui, mostrando il suo continuo appoggio. Ma gli Stati Uniti – per lo stupore di paesi europei come l’Italia e la Francia – hanno quasi distrutto il loro governo in un parossismo di moralismo sulla vicenda di Monica Lewinsky. A proprie spese, gli americani hanno dovuto riconoscere che se fosse continuato a ritenere l’adulterio come una caratteristica squalificante per partecipare alla vita pubblica non ci sarebbe rimasto nessuno a guidare il paese. E quindi in anni recenti gli USA hanno abbassato molto la soglia morale: la destra ha perdonato Newt Gringrich, pluridivorziato con vari scandali extraconiugali; la sinistra ha perdonato Anthony Weiner, colpevole di aver mandato delle foto oscene via Twitter – finché non ha continuato a farlo dopo il primo episodio, dimostrando di essere non immorale ma squilibrato e inaffidabile. Allo stesso tempo, i francesi hanno modificato un po’ il loro atteggiamento di discrezione totale riconoscendo che talvolta i fatti privati hanno un risvolto pubblico. Nel caso di Mitterrand, il presidente mise sotto controllo i telefoni di circa 100 persone per tenere segreta la notizia della sua seconda famiglia: un mini-(non tanto mini) Watergate francese. Poi, le accuse di stupro e di prostituzione contro Dominique Strauss-Kahn hanno mostrato che la riservatezza può tradursi facilmente in omertà. Nel caso italiano, forse qualcosa è cambiato: una parte della società ha capito che le battute piccanti del Cavaliere sono misogine, ma c’è una parte della società che gira con il prosciutto sugli occhi, pensando che i suoi festini con prostitute – anche pagate da imprenditori ansiosi di aver appalti dallo Stato – siano faccende puramente private.

DA - http://stille.blogautore.repubblica.it/2014/01/30/scandali-del-sesso-liscia-gassata-o-ferrarelle/


Titolo: ALEXANDER STILLE. Renzi, un’occasione da non sprecare
Inserito da: Admin - Maggio 07, 2014, 08:31:43 am
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2014

Renzi, un’occasione da non sprecare

Alexander STILLE
 
Sento tra molti italiani di sinistra un forte scetticismo se non di ostilità verso Matteo Renzi. Per ragioni comprensibili, sono ormai scettici sulla possibilità che dal mondo politico esca qualcosa di buono. C’è chi non ha apprezzato il suo modo di far fuori Enrico Letta – troppo machiavellico. C’è chi non ama le sue doti telegeniche – la sua capacità di vendere le sue politiche con una conferenza stampa – e lo etichetta come un Berlusconi di sinistra. O forse non tanto di sinistra, secondo quelli che lo considerano troppo pragmatico, o democristiano.

Gli ostacoli obiettivi anche nelle migliori delle ipotesi sono notevoli. Anche con una maggioranza forte e compatta, il compito di cambiare l’Italia (in meglio) è una sfida difficilissima. Trovare il giusto equilibrio tra mosse indirizzate a ridurre il deficit e quelle fatte per rilanciare l’economia, tra misure mirate a rendere più competitiva l’Italia e il desiderio di garantire un certo elemento di sicurezza, è tremendamente complesso e date tutte le difficoltà si potrebbe dire pressoché impossibile.

Ma ciò che è estremamente positivo in Renzi è che parte della premessa “perché impossibile?” Dobbiamo comunque provare a fare tutto il possibile, a cominciare da ora. Il paese ha perso vent’anni cruciali nell’era di Berlusconi in cui tutti i problemi più urgenti – molti del tutto evidenti già nei primi anni 90 – sono stati rimandati. Sia perché Berlusconi non amava prendere decisioni impopolari, sia perché s’interessava molto di più ai suoi problemi che a quelli degli italiani. Ma anche perché la sinistra è sempre stata divisa – ricordiamoci quello che ha fatto Fausto Bertinotti ogni volta che Romano Prodi o Massimo D’Alema hanno cercato di fare delle riforme. Ma bisogna riconoscere che prima di Renzi quando ha proposto delle riforme la sinistra l’ha sempre fatto in modo troppo timido e troppo limitato – come se sperasse che le sue misure passassero senza attrarre troppa attenzione e senza articolare una visione complessiva di che tipo di società volesse. Renzi ha la virtù di volere offrire quella visione e di sapersi spiegare agli italiani. Alcuni la considerano demagogica ma sarebbe un male sottovalutare l’importanza delle sue doti di comunicazione e del suo decisionismo. Ma la fretta di Renzi è anche la fretta di una generazione di italiani che vedono la strada bloccata nel contesto attuale.

Osservo Renzi dall’ottica della Francia dove François Hollande e il suo partito socialista hanno recentemente incassato una sconfitta semi-catastrofica in parte perché mancano loro molte delle doti di Renzi. Hollande non sente il bisogno di comunicare granché al suo elettorato e in parte per questo la sua popolarità è scesa ai minimi storici (20 per cento). Per questo motivo è molto difficile per lui proporre cose nuove perché ha perso molta credibilità. E ha dovuto mettere Manuel Valls, un giovane più carismatico e più pragmatico, uno alla Renzi, alla carica di primo ministro. Hollande sa bene che la Francia deve cambiare ma non ha il coraggio di farlo se non attraverso mezze misure.

Mentre capisco lo scetticismo e le obiezioni a certe proposte di Renzi, non capisco il senso di aperta ostilità di una parte della sinistra. Finalmente, la sinistra ha un leader capace, un leader con carisma, uno con un po’ di grinta e anche astuzia politica, con una dote notevole di comunicazione (anche con un pizzico di demagogia) un leader capace di lanciare riforme importanti nel sistema italiano – fermo da vent’anni. E una parte della sinistra entra in fibrillazione. C’è perfino chi parla di “svolta autoritaria”. Direi che dopo 20 anni di immobilismo è molto maggiore il rischio di immobilismo ulteriore. Troviamo uno che, finalmente, vuole fare qualcosa e tutti anche a sinistra, cercano il pelo nell’uovo. Prese una per una, sicuramente tutte le proposte di Renzi sono discutibili.  Ma nel loro insieme, vanno nella direzione giusta: ridurre il costo della politica, aprire il mercato del lavoro, ridurre i livelli di burocrazia, una legge elettorale che produca un governo stabile. Piuttosto che mettere tutte le proposte di Renzi in un tritacarne legislativo da cui uscirà a pezzi, molto meglio vararle più o meno come sono, in modo che abbiano una certa coerenza. Poi, se vediamo che ci sono cose che non vanno, cambiamo di nuovo ma non cerchiamo scuse di nuovo per non cambiare.

La fretta di Renzi è comprensibile: ci sono rari momenti (1993-1994, per esempio; 1996, primo governo Prodi) in cui si è offerta una possibilità di cambiamento reale. Bisogna approfittarne prima che passino. L’affermazione di Grillo – un vero rischio autoritario – ha svegliato la sinistra e l’ha messa davanti un bivio – o si cambia o si muore. Questa crisi ha prodotto un leader che ha colto l’urgenza del momento e ha dimostrato delle doti politiche notevoli. Non sprechiamo l’occasione.

Da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2014/05/05/renzi-unoccasione-da-non-sprecare/?ref=HREA-1


Titolo: ALEXANDER STILLE. Impeachment per Trump?
Inserito da: Arlecchino - Luglio 04, 2017, 05:34:56 pm
26GIU2017

Impeachment per Trump?

Alexander STILLE

Una domanda che si sente molto spesso in questi giorni: può (oppure dovrebbe) il Congresso americano andare verso l’impeachment del presidente Donald Trump? Ci sono tre aspetti da considerare. Esistono gli elementi legali e fattuali per giustificare l’impeachment? Esiste la volontà politica per farlo? E poi, è una buona idea?

Screen Shot 2017-06-26 at 8.52.38 AMPer ora, a mio avviso, non ci sono gli elementi per giustificare un serio tentativo di impeachment. Mentre è fuori dubbio che il governo russo ha fatto di tutto per influenzare le elezioni americane a favore di Trump, mi sembra improbabile che ci sia stata una vera e propria collusione tra la campagna elettorale di Trump e i servizi segreti russi. È chiaro che i russi hanno tentato di stabilire contatti con alcune persone dell’entourage di Trump e certuni (chi per avidità, chi per ingenuità) sono stati al gioco. Ma è difficile immaginare che abbiano, per esempio, coordinato le fughe di documenti della campagna elettorale democratica o cose di quel genere. D’altro canto, c’è qualcosa di strano nel rapporto tra Trump e la Russia: non sappiamo tutto sui possibili rapporti finanziari dell’azienda di Trump e sembra un po’ bizzarro che Trump – uomo di destra in un partito in genere ostile alla Russia - non abbia mai una parola critica nei confronti di Putin. Ma se non emergono nuovi elementi significativi  – prove di collusione o di rapporti economici compromettenti – sarà difficile giustificare la decisione storicamente così importante di sollevare un presidente eletto dal suo incarico.

Molto dipende, ovviamente, della volontà politica. Per ora, i repubblicani hanno il controllo sia della Camera dei Rappresentanti sia del Senato e – anche se molti in privato considerano Trump un uomo inadatto alla presidenza e pericoloso – non vogliono fare nulla per aiutare i loro avversari democratici. Pur non amando Trump, sono stati felici di salire sul carro del vincitore. Abbandoneranno Trump solo quando saranno convinti che lui è diventato così tossico da danneggiare la loro parte politica. Hanno visto con preoccupazione il tasso di approvazione di Trump scendere sotto il 40 percento ma sicuramente sono rimasti sollevati dalla vittoria di due candidati repubblicani in elezioni speciali (seggi lasciati vacanti da parlamentari che sono usciti dal Congresso per servire nell’amministrazione Trump). Se i democratici riprenderanno il Congresso nel 2018, i gioco si riapriranno: avrebbero i numeri per votare l’impeachment.

La tentazione sarebbe molto forte. È certamente comprensibile considerare Trump una minaccia per la democrazia e forse per il mondo. Ma, basandomi sull’esperienza italiana con Berlusconi, starei molto attento. Mi ricordo molto bene le parole di Indro Montanelli al momento del cosiddetto ribaltone di Umberto Bossi che privò Berlusconi della sua maggioranza governativa nel 1994: “Gli italiani devono farsi un’immunità a Berlusconi e farlo hanno bisogno di una buona dose.” Il ribaltone di Bossi era una manovra politica in qualche modo antidemocratica: Berlusconi aveva vinto le elezioni e gli hanno impedito di governare con una strategia politica. Nello stesso modo se il popolo di Trump vedesse il proprio uomo cacciato per una manovra parlamentare la rabbia populista diventerebbe più forte. Se invece perderà alla fine del suo mandato per la propria incapacità e le tante promesse non mantenute, potrà essere la fine non solo di Trump ma del fenomeno Trump. L’impeachment rappresenta una specie di scorciatoia per i democratici, un modo facile eliminare l’odiato Trump. Ma non può sostituirsi al lavoro più difficile – e comunque necessario – di riguadagnare la fiducia di una parte importante dell’elettorato che ha votato per Barack Obama nel 2012 e ha abbandonato il partito nel 2016.

Da - http://stille.blogautore.repubblica.it/2017/06/26/impeachment-per-trump/