LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: STEFANO LEPRI.  (Letto 16490 volte)
Admin
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« il: Maggio 06, 2010, 11:55:01 »

6/5/2010

Economia dell'oroscopo
   
STEFANO LEPRI

Il dilemma è se i mercati stiano scommettendo sulle previsioni del tempo (che, pur con un margine di incertezza, hanno basi scientifiche) o sugli oroscopi. Si sono accorti in ritardo che il Portogallo e la Spagna non se la passano nemmeno loro tanto bene?

Oppure, al contrario, vanno dietro a emozioni di giornata, o a chiacchiere messe in giro da chi specula al ribasso? Certo l’Europa grazie alle sue incertezze paga per prima un problema mondiale, la fragilità dei bilanci pubblici dei Paesi ricchi. La costruzione dell’euro mostra falle non inventate, e la solidarietà tra i popoli che lo condividono si rivela debole. Ma sull’euro, minato dall’effettivo malgoverno greco, si scarica anche tutto il peso dei maxi-salvataggi delle banche accollati al contribuente nel mondo.

Se queste sono le cause, conta fino a un certo punto che Madrid e Lisbona abbiano difficoltà meno urgenti; che, a differenza della Grecia, abbiano di che pagare gli stipendi degli statali. Pare ormai cominciata, purtroppo, quella fase 2 della grande crisi che si sperava di evitare. I mercati hanno una loro logica, nel cercare di anticipare problemi futuri, incuneandosi nelle brecce che vedono aperte. Occorre capire se seguendo quella logica non rischino di fare gli apprendisti stregoni, riprecipitando il mondo nella recessione.

Proviamo a paragonare la finanza a un colossale mercato del pesce dove i pescatori vendono a supermercati, ristoranti o singoli. A controllare la qualità della merce non c’è un Ufficio di Igiene, ma tre «certificatori» in concorrenza (le agenzie di rating) con un imbarazzante passato in cui hanno dato per buone partite di pesce guasto (i «titoli tossici»). I certificatori fanno anche previsioni sui prezzi dei giorni successivi, che dipendono dal tempo sul mare. Oltre a scommettere sui prezzi futuri, su questo mercato si stipulano assicurazioni sulla mancata pesca causa burrasca. Si può guadagnare comprando e rivendendo assicurazioni e scommesse, se si ritiene di sapere qualcosa di più degli altri. Spesso i profitti su queste attività collaterali sono maggiori di quelli sulle vere compravendite. Mentre nessuno paga pesci mai catturati, si può guadagnare su voci che si sanno false, se si pensa che gli altri ci crederanno.

Insomma è un mercato che finisce per avere poco a che fare con la vera merce. Ad esempio - tornando alla realtà - che cosa era cambiato ieri in Portogallo per metterlo «sotto osservazione», quando invece dal 28 aprile governo e opposizione sono d’accordo sul risanamento? Al limite, un mercato così potrebbero influenzarlo perfino gli oroscopi, se si ritiene che la maggioranza degli operatori creda agli oroscopi.

Nell’immediato, l’unica via è rispondere alla follia dei mercati affrontando in fretta i problemi veri. A somiglianza della Grecia, e a differenza dell’Italia, Portogallo e Spagna vivono al di sopra dei propri mezzi (squilibrio forte dei conti con l’estero); hanno più tempo per rimediare, basta varare subito programmi pluriennali. Come è noto, se si sospetta di aver davanti dei pazzi è meglio reagire comportandosi in modo normale. Però non è detto che basti a evitare danni.

Corre voce che la Banca centrale europea, unica istituzione federale, sarà costretta a una drammatica supplenza politica. Potrebbe intervenire contro la speculazione al ribasso non nelle aste ufficiali dei titoli pubblici - i Trattati lo vietano - ma sul mercato «secondario», dove si scambiano i titoli già emessi, e annunciare che non terrà più conto dei rating. Per continuare il paragone, sarebbe come chiamare gli infermieri con la camicia di forza. Però certe volte ai matti riesce di convincere il pubblico che loro sono sani, e i matti sono gli altri.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7308&ID_sezione=&sezione=
« Ultima modifica: Marzo 25, 2011, 06:49:29 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Settembre 06, 2010, 05:57:45 »

6/9/2010

Se l'Europa ci controlla

STEFANO LEPRI


Se il vero problema dell’Europa - come dice José Barroso - è che per i governi nazionali «quando le cose vanno bene è merito loro e quando vanno male è colpa di Bruxelles», allora qualche speranza c’è.

I ministri dell’Economia avviano con l’Ecofin straordinario di domani il processo per correggere una costruzione politica dove è facile per tutti sfuggire alle responsabilità. Sarà lungo e tortuoso, ma comincia.

La Grecia ha mostrato che dentro una unione monetaria gli errori di un governo nazionale possono diventare costosissimi, potenzialmente catastrofici, per tutti gli altri. Così l’area euro è stata presa di mira dai mercati benché, nell’insieme, i suoi conti pubblici fossero migliori di quelli degli Usa. Per fortuna che a «tenere la barra dritta» come ha detto il presidente della Repubblica, c’era l’unica istituzione davvero federale, la Bce.

L’ideale sarebbe dare più poteri a istituzioni sovrannazionali democraticamente legittimate, magari togliendo alla burocrazia europea altri poteri che si sono dimostrati superflui o sono stati esercitati in modo miope (pur se quella del regolamento sulla curvatura delle banane era una leggenda). Questo non avverrà; bisognerà accontentarsi di procedere a balzelloni, istruiti dall’aver sbattuto contro i muri.

Un impulso vero sembra di percepirlo; non solo perché la Germania vuole evitare di pagare il conto per gli altri. All’Ecofin si discuteranno le procedure per una «sessione di bilancio europea», ovvero un esame di obiettivi e vincoli delle politiche nazionali che si svolgerà ogni anno tra gennaio e aprile. E’ facile spiegare l’entusiasmo mostrato da ministri dell’Economia come Christine Lagarde e Giulio Tremonti. Con un quadro europeo alle spalle i responsabili del Tesoro potranno resistere meglio nei mesi successivi, quando i parlamenti esamineranno le leggi di bilancio, alle pressioni di spesa dei colleghi di governo o delle lobby.

Resta da vedere quanto sarà stringente il processo. Se lo si fosse condotto rigorosamente nei mesi scorsi, madame Lagarde avrebbe forse dovuto fondare il suo programma su previsioni meno rosee di crescita dell’economia francese, o il suo collega italiano chiarire perché è sicuro di recuperare dalla lotta all’evasione fiscale ben 13 miliardi nel biennio 2011-12; e così via per altri loro omologhi. Ma è ancora tutto da definire il limite entro cui i governi potranno «impicciarsi» delle decisioni altrui; e una Commissione europea debole come quella guidata da Barroso è parte del problema.

Più difficile appare un’altra innovazione. Per evitare nuovi casi come la Grecia, occorre rafforzare le sanzioni per chi viola le regole del Patto di stabilità europeo. Multe severe esistono già ma finora non sono mai state adottate: nei primi anni di questo decennio la Germania e la Francia sono state abbastanza forti da sottrarvisi, l’Italia è riuscita a prendere tempo con espedienti solo più tardi dichiarati scorretti; più tardi la debole Grecia ha trasgredito di nascosto, truccando i conti.

Per giunta, il Patto di stabilità reagisce solo ai numeri della finanza pubblica; è stato incapace di dare l’allarme per Irlanda e Spagna, dove gli Stati avevano i conti in ordine ma il settore privato si era caricato di debiti. Sui criteri per evitare ogni tipo di squilibrio lavora il presidente dell’Unione Herman Van Rompuy; non sarà facile mettere d’accordo tutti.
In presenza di un Patto europeo di efficacia ancora dubbia, non sarebbe male che ogni paese interiorizzasse alcune regole basilari. Per l’Italia, dove l’instabilità rimane nella finanza pubblica, Emma Marcegaglia nell’intervista a questo giornale ha fatto sua la proposta di inserire nella Costituzione (sul modello tedesco) un tetto al deficit. Chissà, forse sarebbe - più di altri - terreno appropriato per un’intesa fra maggioranza e opposizione.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7790&ID_sezione=&sezione=
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« Risposta #2 il: Ottobre 01, 2010, 03:54:01 »

1/10/2010

Se l'euro si regge sul Comma 22
   
STEFANO LEPRI


Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di guerra. Ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di guerra non è pazzo».

La situazione attuale dell’area euro ricorda la ben nota trovata centrale del romanzo «Comma 22» di Joseph Heller, che nel 1961 provò a raccontare la Seconda guerra mondiale in chiave di umorismo nero, ed ebbe grande successo.

Ovvero: i mercati non smetteranno di speculare al ribasso sul debito della Grecia finché non saranno certi che la Grecia non farà bancarotta fra 3 anni, alla scadenza del fondo di salvataggio europeo (Efsf) creato nella primavera scorsa. Però se la Grecia, e altri Paesi in difficoltà, potessero contare su un meccanismo permanente di soccorso, forse se la prenderebbero comoda con i sacrifici necessari a risanarsi.

Entrambe le tesi hanno una valida logica interna. Nel dibattito dietro le quinte di questi giorni, la prima è sostenuta dalla Banca centrale europea, la seconda soprattutto dalla Germania (un altro preoccupante caso di divergenza fra l’unica istituzione davvero federale e il Paese più forte). Non è facile trovare il bandolo, come si usa dire; pur se Jacques Delors, Tommaso Padoa-Schioppa e altri sostengono che lo si può trovare. Il problema è centrale pur se l’Irlanda continua a ripetere che non chiederà il soccorso dell’Efsf, e il Portogallo tenta di evitarlo. Insomma, lo spauracchio dei mercati è in realtà utilissimo per costringere la politica a rigare dritto, oppure in una fase di crisi come questa mercati distorti dall’ansia, oltre che inebriati dal denaro facile, inducono disastri altrimenti evitabili?

Di fronte a misure davvero pesanti come quelle adottate dalla Grecia, e alla nuova stretta verso cui si avviano Irlanda e Portogallo, viene da domandarsi quali mai sacrifici potranno placare il Moloch che sottopone questi Paesi a tassi di interesse da strozzo (seppur calati nella giornata di ieri). Potrebbe aiutare la riforma del Patto di stabilità europeo che si sta discutendo; ma i negoziati stanno prendendo una strana piega.

E’ una buona notizia per l’Italia che le nuove regole non ci costringeranno a pesanti manovre correttive per accelerare la riduzione del debito pubblico. Ma non pare una buona notizia per l’Europa il modo con cui ci si sta arrivando, con un testo che all’apparenza stabilisce traguardi ambiziosissimi, poi grazie ai codicilli non cambia granché. Da italiani, capiamo bene di che si tratta: leggi falsamente severe consentono ampio arbitrio alle burocrazie per essere forti con i deboli e deboli con i forti.

Le regole attuali vanno abbandonate non solo perché la Grecia è riuscita a eluderle, ma perché non avevano fatto suonare nessun allarme per l’Irlanda e per la Spagna. Scrivere regole nuove non è facile, per seri motivi tecnici, e soprattutto se non si risponde a una domanda politica, se la Germania sia soltanto l’esempio da imitare o non anche l’altro piatto di una bilancia che non sta in equilibrio.

Soluzioni poco chiare saranno pagate da tutta l’Europa con una dose più elevata di austerità imposta dai mercati. E dopo il documento pubblicato dal Fondo monetario internazionale ieri, c’è poco da indorare la pillola. Inutile illudersi: non regge la tesi che una manovra ben fatta di tagli alla spesa possa in breve rilanciare l’economia, avanzata da alcuni economisti tra cui gli italiani Alesina, Giavazzi e Perotti, e fatta propria dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet. L’Fmi dimostra che nelle condizioni attuali, tassi di interesse già quasi a zero e molti Paesi che risanano i bilanci allo stesso tempo, nei primi anni soffriremo assai. I vantaggi ci sono, ma si vedranno dopo.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7900&ID_sezione=&sezione=
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« Risposta #3 il: Ottobre 17, 2010, 07:27:06 »

17/10/2010 (7:33)  - INTERVISTA

Jean-Claude Trichet: "L'Italia riduca il debito in fretta"

Il numero uno della Bce: le dichiarazioni di Weber?

C’è una sola politica monetaria e un solo presidente

STEFANO LEPRI
INVIATO A FRANCOFORTE

Presidente Jean-Claude Trichet, è finita la crisi dell’euro?
«Interpreto la sua domanda come una domanda sulla stabilità finanziaria nell'area euro piuttosto che sull'euro in sé. Io non penso che ci sia stata una crisi. L'euro è la moneta comune di 330 milioni di persone e gode di un alto grado di fiducia da parte degli investitori e dei risparmiatori. Ciò che è accaduto è invece che un certo numero di paesi non ha rispettato il Patto di stabilità e crescita. Quei paesi ora si sono impegnati in politiche di risanamento dei loro bilanci che erano necessarie da tempo. Dovranno attuare con energia queste misure che sono decisive per preservare la stabilità finanziaria in Europa».

Per evitare che succeda di nuovo, quanto vanno rafforzate le regole del Patto? E come?
«Era necessario anche prima rispettare in pieno sia la lettera sia lo spirito del Patto. La Bce ha sempre insistito su questo negli anni passati. In più, ora il consiglio direttivo della Bce - di cui fa parte Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia - chiede un "salto di qualità": ovvero un miglioramento molto, molto significativo, della sorveglianza sui bilanci pubblici nell'area euro. Occorre anche una sorveglianza sulle politiche di liberalizzazione e, soprattutto, sulla competitività relativa dei paesi e degli squilibri delle bilance correnti».

Cambiare i Trattati pare difficile.
«Occorre sfruttare al massimo tutti gli spazi normativi offerti dai Trattati in vigore».

Anche imponendo sanzioni automatiche ai paesi non in regola? Francia, Italia e altri non vogliono. Preferiscono decisioni politiche caso per caso; può darsi che prevalgano.
«A nostro parere, le proposte della Commissione europea muovono nella direzione giusta. Ma occorrono riforme ancora più ambiziose».

Ancora di più? Già i governi stentano a mettersi d’accordo su queste.
«L'esperienza ci mostra che è molto importante una quasi-automaticità delle sanzioni, e con una procedura accelerata, verso i paesi che infrangono le regole. Se vogliamo che l'area dell'euro sia meglio protetta dall'instabilità finanziaria, la discrezionalità nell'applicare le regole deve essere ridotta, senza che si possano invocare circostanze eccezionali. Sanzioni devono essere possibili già nelle prime fasi della sorveglianza».

E’ proprio necessario aggiungere una nuova regola sul livello del debito pubblico? In Italia molti temono che una rapida riduzione - 2,75 punti all'anno nel nostro caso - sarebbe troppo gravosa.
«Ma una regola sul debito c'è già nel Trattato di Maastricht! E l'esperienza ci dimostra che è necessario rispettarla, perché un debito eccessivo può causare instabilità. Un semplice calcolo mostra che, considerando un tasso di inflazione come nella definizione che la Bce dà di stabilità dei prezzi, e con una ragionevole crescita annua del prodotto lordo in termini reali - ad esempio, un po' sopra l'1% - un bilancio pubblico in pareggio, che a norma del Patto deve essere la condizione normale, potrebbe ridurre il debito accumulato di oltre tre punti all'anno nel caso, appunto, di un debito vicino al 120% del prodotto».

Il Patto prescrive bilanci in pareggio, ma diversi paesi dell'euro, non solo l’Italia, non ci si sono mai nemmeno avvicinati. Certo, prima o poi il debito diverrà più costoso. Il presidente della Bundesbank, Axel Weber, ha accennato che un aumento dei tassi di interesse da parte della Bce potrebbe non essere così lontano quanto i mercati pensano.
«Non commento mai le dichiarazioni di altri membri del consiglio direttivo della Bce. Ciò che è importante è che esiste una sola moneta unica, un solo consiglio direttivo, una sola decisione di politica monetaria, e un solo presidente della Bce, che è anche il portavoce del consiglio! Nell'ultima conferenza stampa, ho detto molto chiaramente che gli attuali tassi di interesse sono appropriati».

E da qui in poi?
«L'ago della nostra bussola è la stabilità dei prezzi - una inflazione annuale inferiore al 2% ma vicina al 2% - e su questo possiamo vantare un successo notevole: 1,97% di aumento annuale dei prezzi negli 11 anni e mezzo da che la Bce conduce la politica monetaria. Grazie alla credibilità che ci siamo conquistati, le attese di inflazione a 5 e a 10 anni restano saldamente ancorate».

Direbbe anche lei, come Weber, che l'acquisto sui mercati secondari di titoli pubblici dei paesi in difficoltà, deciso nel pieno della crisi, non ha funzionato e va sospeso prima possibile?
«No! Non è questa la posizione del consiglio direttivo, con una maggioranza schiacciante! Questa, come altre misure non convenzionali, aveva lo scopo di ripristinare un funzionamento normale del meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Inoltre noi ritiriamo dal mercato tutta la liquidità creata da questo programma».

A proposito dei paesi in difficoltà, che propone di fare la Bce quando, in capo a tre anni, il fondo europeo speciale utilizzato per soccorrere la Grecia, l'Efsf, cesserà di esistere? Serve, al suo posto, un meccanismo permanente di risoluzione delle crisi?
«Abbiamo detto con chiarezza che una sorveglianza molto rafforzata sui bilanci e sulla competitività è lo strumento adatto per minimizzare il rischio di nuove crisi. Tuttavia, se a dispetto di queste innovazioni il rischio di crisi debitorie dovesse divenire rilevante, un meccanismo per gestire le crisi potrebbe essere utile. Dovrebbe poggiare su una condizionalità politica molto forte e rafforzare gli incentivi a una correzione preventiva degli squilibri di bilancio e macroeconomici».

Un periodo troppo lungo di bassi tassi di interesse può mettere di nuovo a rischio la stabilità finanziaria? Nuove bolle speculative si gonfiano nei mercati emergenti. Il ministro dell'Economia italiano Giulio Tremonti dice che la speculazione impazza di nuovo, forte come prima.
«Le considerazioni di Giulio Tremonti sono sempre stimolanti. Per quanto riguarda la Bce, abbiamo dimostrato nel passato che siamo molto attenti a non imbarcarci in politiche capaci di alimentare la volatilità e l'instabilità finanziaria. I paesi dell'euro possono contare su di noi: continueremo a garantire la stabilità dei prezzi e ad ancorare solidamente le attese di inflazione, condizione necessaria - seppur non sufficiente - per la stabilità finanziaria».

La Bce, sì. Ma gli altri che faranno?
«Credo che questa preoccupazione sia condivisa da tutte le banche centrali del mondo. Sono istituzioni, per loro natura, dedicate alla stabilità, orientate verso il medio e lungo termine; e sono indipendenti dai governi. Per questo i nuovi organismi incaricati di sorvegliare sulla stabilità dei sistemi finanziari, di qua e di là dall'Atlantico, sono assai vicini alle banche centrali».

Fidiamoci delle banche centrali, lei dice. Ed è sicuro che Ben Bernanke non permetterà un pesante deprezzamento del dollaro.
«Sui tassi di cambio mi limito a dire che eccessiva volatilità e movimenti disordinati causano sempre conseguenze sfavorevoli sulla stabilità economica e finanziaria. Inoltre, considero molto importante che le autorità americane abbiano confermato di recente che un dollaro forte è negli interessi degli Stati Uniti».

Ma la cooperazione nel G-20 è a un punto basso. Gli Usa creeranno più liquidità; la Cina rifiuta un significativo apprezzamento dello yuan. Tra le scelte unilaterali delle due potenze, l'euro rischia di diventare troppo forte...
«Sugli Stati Uniti ho già risposto. Sulle valute delle economie emergenti ricordo che al vertice di Toronto, in giugno, questi paesi si impegnarono ad adottare riforme per accrescere la flessibilità dei loro tassi di cambio. Questo sta avvenendo, incluso il caso della Cina, che ha di nuovo confermato la sua volontà di procedere».

http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201010articoli/59516girata.asp
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« Risposta #4 il: Dicembre 17, 2010, 09:08:07 »

17/12/2010

La cinghia stretta di Berlino


STEFANO LEPRI

Sì, l’economia della Germania procede a tutto vapore: ma perché i tedeschi non sono contenti? Non si tratta solo di uno spostamento forte dei consensi politici che minaccia di far perdere ai cristiano-democratici di Angela Merkel tutte le elezioni regionali in programma per il 2011, ad Amburgo in febbraio, a fine marzo nel Baden-Wuerttemberg. I sindacati, che nei Paesi deboli dell’euro scendono in piazza contro l’austerità, in Germania chiedono aumenti dei salari.

Dell’euro i tedeschi si sono disamorati perché pensano di averne sofferto. Non si tratta soltanto dell’opinione popolare, c’è chi lo teorizza. Secondo Hans-Werner Sinn, uno dei più stimati economisti, presidente dell’istituto di ricerca Ifo di Monaco, negli anni prima della crisi la Germania ha sofferto una «emorragia» di capitali. Una «emorragia» che ha depresso il Paese, tra l’altro abbattendone i valori immobiliari (il rovescio di quanto è accaduto in Irlanda e in Spagna); anche le imprese hanno investito pochissimo.

Secondo Sinn, i successi attuali nell’export sono l’effetto di aver stretto la cinghia fin troppo negli anni precedenti. Ma occorre osservare che alcuni l’hanno stretta più degli altri. Dal 2000 al 2007 i redditi da capitale sono saliti dal 36,1% al 39,9% del valore aggiunto, mentre il potere d’acquisto dei redditi da lavoro ristagnava. Il mugugno popolare contro l’euro nasce da un tenore di vita che è rimasto fermo. Ma la colpa sta assai più nell’accentuata concorrenza sul mercato globale, in un Paese con l’industria orientata sull’export.

Tutte le riforme di uno Stato sociale troppo generoso realizzate nell’ultimo decennio - in sostanziale continuità tra il governo rosso-verde (1998-2005), la grande coalizione fra cristiano-democratici e socialdemocratici (2005-2009) e l’attuale centro-destra - hanno avuto come bussola una maggiore efficienza dell’industria, insieme con il contenimento della spesa pubblica. Poco si è fatto per liberalizzare il settore dei servizi, frenato da leggi e da privilegi.

Se i capitali fuggivano all’estero, non era solo per gli alti profitti promessi dal boom immobiliare a Dublino, a Malaga o a Siviglia. La stretta ai salari - come spesso tutto quello che fanno i tedeschi - è andata oltre le necessità di ricostituire sani margini di profitto per le imprese; non c’erano abbastanza opportunità di investimento produttivo, in patria o nei Paesi dell’Est dove si delocalizza, per tutti quei capitali. E allora avanti con gli impieghi speculativi, ai tempi in cui a Wall Street si diceva che i più pronti a comprare ogni genere di titoli tossici erano i banchieri della Germania.

Già, le banche. Molte delle esitazioni e delle giravolte del governo Merkel durante la crisi dell’euro possono essere spiegate con la tenace volontà di lavare in casa, e con tempi lunghi, i panni sporchi delle banche tedesche. Non delle grandi, come Deutsche o Commerzbank, ma delle banche regionali fondate sulla raccolta delle Casse di risparmio, strettamente collegate al potere politico locale; che per compensare i bassi profitti della inefficiente gestione domestica si sono gettate sui titoli tossici americani prima e sui titoli di Stato dei Paesi deboli poi.

Dove invece non è giusto criticare la Germania - come hanno fatto gli americani al G20 - è per la politica di bilancio. Un Paese con i conti in ordine ha potuto fare le scelte giuste. Nei consuntivi tracciati dal Fmi e dall’Ocse, le misure anticrisi del 2009 sono state tra le più ampie ed efficaci nei Paesi avanzati. Anche questo, oltre alla forza dell’export, ha permesso alla Germania il record strabiliante di non aver accresciuto il numero dei disoccupati; mentre ora, addirittura, si cercano ingegneri e tecnici qualificati anche all’estero. E la successiva stretta ai conti pubblici nel 2011 non fermerà la ripresa.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8208&ID_sezione=&sezione=
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« Risposta #5 il: Marzo 25, 2011, 06:42:33 »

25/3/2011

Parmalat e i rischi delle barriere

STEFANO LEPRI


Forse alla fine per la Parmalat si farà un condominio italo-francese. Intanto però sarebbe meglio riflettere sulla tesi della «reciprocità», condivisa da tutte o quasi le nostre forze politiche. Ovvero, siamo proprio sicuri che se la Francia dichiara «strategica» la produzione dello yogurt, noi dobbiamo fare tutto il possibile per conservare una guida italiana alla lavorazione del latte?

Si può al contrario sostenere, con vecchie ragioni liberali, che gli investimenti esteri sono un bene soprattutto per chi li riceve; peggio per la Francia se li limita. In altre occasioni, lo diciamo tutti: quando ci deprimiamo di fronte ai dati che mostrano quanto sia modesto l’afflusso di investimenti diretti stranieri in Italia.

Era proprio francese l’economista liberista Frédéric Bastiat (una delle bestie nere di Karl Marx) che per primo ridicolizzò il protezionismo. Vi parrebbe sensato, domandò, riempire di macigni i nostri porti commerciali con la scusa che altri paesi hanno inaccessibili coste rocciose? Se un Paese si isola, fa solo il proprio male. Fu lui, del resto - sulla base dell’esperienza di deputato - a immaginare una fantastica petizione al Parlamento dei fabbricanti di candele, per chiedere protezione contro la sleale concorrenza della luce solare.

In concreto, ci interessa che i posti di lavoro, specie qualificati, restino in Italia. Ma occorre misurare in concreto i vantaggi e gli svantaggi, che non riguardano solo Parma e dintorni. Quale segnale si dà all’estero, se si fa muro contro le acquisizioni di ogni azienda dal nome noto? I successi del manager Enrico Bondi, che ha risollevato la Parmalat dalle rovine, forse saranno meglio garantiti se l’azienda confluisce in una importante multinazionale (apprezzata da noi con marchi che parecchi consumatori credono italiani, anzi lombardi: Galbani, Invernizzi, Cademartori).

Di recente, il vessillo dell’italianità è stato sventolato per coprire affari non limpidi, come quando l’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio fece di tutto - se ci siano reati lo sta valutando un tribunale - per assegnare l’Antonveneta alla Popolare di Lodi del suo amico Gianpiero Fiorani invece che agli olandesi della Ing. Ma già in quei mesi a Padova, sede dell’Antonveneta, molti ritenevano più rassicurante prendere ordini da Amsterdam piuttosto che da Lodi (e non c’era nulla di irreversibile, dato che ora l’Antonveneta è di nuovo italiana, controllata dal Monte dei Paschi).

La passione nazionale può ingannare. Nel settore dell’aerotrasporto, diversi esperti ritengono che se l’Alitalia fosse stata interamente ceduta nel 2008 ad Air France, e fosse stata integrata nel gruppo, oggi avrebbe più dipendenti e più fatturato di quanti ne ha; difficile esserne certi, ma il problema esiste. Con lo scopo di mantenere sotto controllo nazionale la Telecom Italia, governi di opposto colore hanno successivamente operato per assegnarla a capitalisti italiani con scarsi capitali, cosicché per lunghi anni l’azienda è stata frenata nel suo sviluppo dal pagamento dei debiti contratti per acquistarla. Entrambe le aziende 10-15 anni fa trattavano ancora quasi da pari con le loro consimili, Air France o Deutsche Telekom; restare solo italiane non ha giovato.

Nel mercato mondiale di oggi, la difesa di aziende che siano «campioni nazionali» è già miope per la più potente Francia, figuriamoci per noi. Per come vanno le cose del dopo-crisi, i prossimi acquirenti che batteranno alle nostre porte saranno assai più diversi da noi rispetto ai francesi: cinesi, indiani, o chissà che. Purtroppo, quasi ovunque in Europa i politici preferiscono aziende a controllo nazionale ritenendo di esercitare su di esse un maggior potere.

da - lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali
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« Risposta #6 il: Aprile 01, 2011, 10:30:27 »

1/4/2011

La lezione dell'Irlanda

STEFANO LEPRI

Il precedente governo di Dublino aveva garantito che tutto il costo delle malefatte delle banche irlandesi sarebbe stato accollato ai contribuenti. L’attuale governo, formato da altri partiti, ritiene che una parte delle perdite dovrebbe essere sostenuta da chi, a quelle banche, aveva incautamente prestato denaro. Se sarà così, si tratterà di una novità assoluta in Europa. In questa diversa scelta politica sta la ragione per cui le cifre di ieri sulle banche irlandesi - in sé, abbastanza previste - rappresentano un segnale minaccioso per tutta l’area dell’euro.

Nelle stesse ore a Berlino, la cancelliera Angela Merkel ha espresso idee affini, in un intervento assai severo davanti a un congresso di banchieri. «Il settore privato deve partecipare ai costi dei salvataggi dei Paesi in difficoltà» ha detto; e «i mercati hanno capito che questo in futuro dovrà avvenire». Anche questa è una scelta politica: la Germania insiste che, con il nuovo Fondo di stabilità europeo dal 2013, a pagare i debiti degli Stati spendaccioni sarà chi gli ha prestato soldi, non i contribuenti tedeschi.

Il problema è se dalla combinazione di queste due scelte politiche, entrambe comprensibili, non si possa creare, sui mercati, una miscela esplosiva. Esponenti della Bce come Juergen Stark e Lorenzo Bini Smaghi sconsigliano all’Irlanda di decidere da sola, ad esempio, un rimborso solo parziale delle obbligazioni non privilegiate di alcune banche di fatto fallite (che ammontano a circa 21 miliardi di euro); si rischierebbe una reazione a catena, con contagio ad altre parti del sistema creditizio dell’area dell’euro. Mentre i mercati, anticipando che i Paesi in difficoltà resteranno Grecia, Irlanda e Portogallo, fanno salire ancora i tassi d’interesse sui loro titoli; li spingono così da subito verso quell’insolvenza che si potrebbe verificare dal 2013 in poi.

Per fortuna un contagio diretto ad altri Paesi appare escluso. I mercati si sono finalmente accorti che la Spagna può tenersi in piedi da sola, e che l’Italia non ha problemi a pagare i suoi debiti. I Paesi in difficoltà sono quei tre soli, Grecia e Irlanda già soccorse da Ue e Fmi, il Portogallo che non chiederà aiuto prima delle elezioni anticipate, dunque non prima di giugno. Tuttavia, esiste il pericolo di un contagio per via bancaria, anche a banche di Paesi solidi.

E fino a ieri la Germania ha giocato una partita poco chiara, mostrandosi impaziente da una parte, temporeggiando dall’altra, dato che fra i maggiori creditori dei Paesi spendaccioni ci sono le sue banche. Se si ritiene, come ha detto il presidente dimissionario della Bundesbank Axel Weber, che gli altissimi tassi imposti dal mercato ai titoli di Grecia, Irlanda e Portogallo siano giustificati, «perché rispecchiano gli attuali livelli di rischio», poco manca ad affermare che quei Paesi sono insolventi. Dunque tanto varrebbe, come chiede The Economist, dichiararli subito tali senza indugi.

Ma si può farlo senza scatenare un terremoto? L’unica via possibile è cominciare dalle banche, facendo chiarezza sulla loro solidità una volta per tutte; purtroppo gli stress test cominciati dall’Irlanda avranno cadenze diverse in ciascun Paese. Anche molte banche sane vanno rafforzate, comprese quelle italiane come ha sottolineato Mario Draghi; e la Borsa è inquieta. Il buon senso suggerisce che a salvare le banche malate devono provvedere gli Stati, mentre per rafforzare le sane bastano i capitali privati, non importa se stranieri.

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« Risposta #7 il: Maggio 08, 2011, 11:33:46 »

8/5/2011

Sul debito greco c'è qualcuno che gioca sporco

STEFANO LEPRI


Qualcuno ha giocato pesante, nella bruttissima giornata di venerdì che ha di nuovo fatto tremare l’euro. Non c’è bisogno di essere esperti di finanza per avvertire puzza di bruciato, quando un grande creditore sparge la voce che il debitore non pagherà. Ovvero, non converrebbe affatto alla Germania se la Grecia dichiarasse una parziale insolvenza (ristrutturazione) del proprio debito pubblico, perché tra i maggiori creditori vi sono banche tedesche.

Eppure le voci sul possibile default della Grecia sono state rilanciate proprio da lì. Da Atene alcuni hanno cercato di rispondere con le stesse armi, giocando il tutto per tutto. L’incontro di emergenza a Lussemburgo tra alcuni ministri europei ha rimesso le cose a posto, per il momento; ma la vicenda resta brutta, e carica di rischi politici ancora più che economici.
Occorre dunque capire perché i mercati per qualche ora si sono esercitati a scommettere su ipotesi estreme. Da una parte si è dato come imminente l’annuncio che la Grecia non avrebbe onorato una parte dei suoi debiti. Dall’altra si è risposto con l’ipotesi che la Grecia uscisse dall’euro, cosa piuttosto difficile da realizzare ma che se attuata porterebbe, di necessità, a una rottura traumatica con l’Unione europea in cui dei debiti non verrebbe saldato quasi nulla.

A chi giova? Certo, in qualche caso rinunciare ai propri crediti può risultare un male minore. Se abbiamo prestato soldi a un amico in difficoltà, piuttosto che ascoltare ogni mese le nuove scuse che inventa per non ripagare, possiamo condonargliene una parte in cambio della promessa di saldare con puntualità le rate che restano. Tutto sta nel valutare i pro e i contro. Non si può mostrare indulgenza verso chi continua a spendere più di quanto guadagna. Se abbiamo altri debitori, potrebbero trarne spunto per diventare morosi anche loro. E naturalmente la generosità può risultare troppo costosa anche per noi stessi. La Bce, la Commissione europea e molti governi tra cui quello italiano sono convinti che nella vicenda greca questi tre rischi compaiano tutti.

Il ragionamento che si fa a Berlino (non in tutto il governo, per fortuna) è però politico, e funziona come segue. Se la Grecia deve dichiarare bancarotta, meglio che lo faccia subito. Più si va in là, più i creditori privati riusciranno a liberarsi dei titoli di Stato ellenici, e il crack andrà invece a carico degli altri Stati europei che stanno sostenendo la Grecia; la resa dei conti si avvicinerebbe pericolosamente alle prossime elezioni politiche del 2013. Agli elettori - si ragiona - sarebbe più facile chiedere adesso soldi per sostenere le banche tedesche, piuttosto che a ridosso delle elezioni informarli degli ammanchi apertisi nel bilancio della Bundesrepublik.

I mercati finanziari di oggi hanno uno straordinario, inquietante potere di trasformare le fantasie in realtà: più si parla di collasso di un Paese, più l’ascesa dei tassi di interesse sui suoi titoli lo rende probabile. L’ipotesi di default, pur se rilanciata da Berlino, era nata nella politica di Atene; secondo un recente sondaggio è condivisa da una leggera maggioranza di greci, ignari che scaricherebbe su di loro sacrifici ancora più pesanti.

Solo se il governo greco si impegnerà di più i calcoli altrui non avranno spazio. Le difficoltà politiche più consistenti in questi giorni ad Atene riguardano le privatizzazioni di aziende pubbliche: non il tenore di vita dei cittadini, piuttosto il potere clientelare dei politici. La scelta giusta dell’Europa è di imporre tempi e garanzie sicure su quel programma. Altrimenti vinceranno la Grecia peggiore e la Germania peggiore.

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« Risposta #8 il: Luglio 14, 2011, 03:33:31 »

14/7/2011

Restiamo sotto osservazione

STEFANO LEPRI

Con la manovra economica approvata dalle Camere in tutta fretta passerà la burrasca; ma l’Italia resterà sotto osservazione. Anche sui mercati finanziari, come nella vita di ogni giorno, la fiducia si perde in fretta, si riconquista a fatica. D’ora in poi, tutte le giravolte della nostra politica saranno tenute d’occhio; potranno costare care, ciascuna misurata sui tassi di interesse che lo Stato paga sui suoi debiti.

Ieri Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e futuro presidente della Banca centrale europea, ha notato che l’instabilità in Europa è frutto di errori che tutti i governi hanno compiuto, affrontando la crisi dei Paesi deboli «con interventi parziali e temporanei». Poi però ha aggiunto che se i mercati si sono mossi la settimana scorsa contro l’Italia, che ha problemi di lungo periodo - non immediati come quelli di Grecia, Irlanda, Portogallo - è a causa delle incertezze sulla politica di bilancio.

Lo si può dire in gergo tecnico, se si vuole, come fanno gli uffici studi: non c’è stato, nei giorni scorsi, alcun deterioramento dei dati fondamentali dell’economia italiana.

Solo nelle ore più agitate sono corse voci su una presunta fragilità delle nostre banche, che si sono presto rivelate prive di consistenza. Se le agenzie di rating si sono all’improvviso messe a disquisire su prospettive decennali o ventennali del nostro debito, è perché leggevano della nostra politica.

Draghi, ponendosi nella linea tracciata dal Capo dello Stato, ha invitato a trovare «un intento comune, al di là degli interessi particolari e di fazione». E’ questo spirito fazioso che si vede anche negli scandali scoperti dalla magistratura: alla propria parte politica si consente tutto, all’altra tutto si intralcia.

Ma se è così, quando giunge il momento di chiedere ai cittadini sacrifici, si rischia che ognuno risponda: perché a me e non agli altri? L’abitudine a rispettare le leggi si rivela un bene prezioso soprattutto nei momenti difficili. Tanto più se fino a ieri si era sostenuto che l’Italia usciva dalla crisi meglio degli altri Paesi; quando invece i dati ci dicono che anche prima della crisi mondiale stavamo cominciando a diventare più poveri, novità assoluta in tutto l’Occidente.

Nell’analisi della Banca d’Italia, si rischia ora che troppo del necessario risanamento di bilancio si faccia con le tasse, proprio con quelle tasse che l’attuale compagine politica aveva promesso, al contrario, di ridurre. E non si tratta solo di rafforzare le politiche di rigore che il ministro dell’Economia ha difeso nei giorni scorsi contro molti suoi colleghi. Vengono al pettine anche i nodi di una politica economica per così dire inerziale, del tipo «se non si può fare bene, meglio non fare nulla».

Mario Monti, personaggio del quale la nostra politica chiacchiera in questi giorni proprio perché si è costruito come figura al di sopra delle parti, rimprovera allo stesso Tremonti, scrivendo sul Financial Times, di non aver né privatizzato né liberalizzato, e inoltre di «non riconoscere il bisogno di accrescere la produttività e la competitività dell’Italia, e di abbassare le sue pronunciate disuguaglianze sociali».

Negli Anni 70, a soffocare la dinamica della nostra economia era stato un malinteso egualitarismo. Oggi, sostengono alcuni economisti, si rischia l’opposto, che a spegnere la voglia di intraprendere e di migliorare sia un eccesso di disuguaglianze di cui non si capisce la logica: tra giovani e vecchi, tra uomini e donne, tra stipendi d’oro e mille euro al mese con contratto a termine, tra i raccomandati e gli esclusi, chi si arricchisce con la politica e chi ne è fuori. A ben guardare, c’era disprezzo del merito allora, ce n’è oggi. Ed è premiare il merito il miglior incentivo a rispettare le leggi.

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« Risposta #9 il: Luglio 16, 2011, 05:00:02 »

16/7/2011

Banche ok, ma resta il nodo Grecia

STEFANO LEPRI


Da ieri sappiamo che la stragrande maggioranza delle banche europee, tra cui tutte e 5 le più importanti banche italiane, riuscirebbe a reggere a un’altra crisi come quella del 2007-2009.

Però la storia difficilmente si ripete. Così i mercati finanziari non si sono rassicurati gran che, dato che una possibile nuova crisi se la immaginano diversa, centrata questa volta sul debito degli Stati.

In sé è stato severo l’esame dei nuovi stress test a cui sono state sottoposte le banche europee. Due anni fa, nell’esame precedente, erano state promosse anche banche irlandesi rivelatesi poi dei pozzi senza fondo. Questa volta su 90 banche otto sono bocciate e 16, per così dire, rimandate; in più la tedesca Helaba si è ritirata per evitare un verdetto negativo. Senza gli aumenti di capitale degli ultimi mesi, i bocciati sarebbero stati più del doppio, calcola la Reuters.

Per quanto poteva, ha fatto sul serio la nuova autorità di vigilanza europea, l’Eba, diretta dall’italiano Andrea Enria; si è anche scontrata con l’ente tedesco, il Bafin. La quantità di dati rivelati realizza un forte aumento della trasparenza; benché si sospetti che alcune autorità nazionali siano riuscite ad essere più indulgenti delle altre. Nel caso dell’Italia, diventa chiaro che le banche non sono oggi tra i suoi punti deboli; si conferma che aveva ragione Mario Draghi nei mesi scorsi a sollecitare gli aumenti di capitale poi realizzati (salvo che da Unicredit).

Il grande limite di questi nuovi stress test era nelle cose. Una istituzione ufficiale non poteva simulare gli effetti più gravi di una crisi non ancora accaduta; il rischio sarebbe stato di renderli più verosimili, forse più probabili. Per questa ragione di responsabilità si è ipotizzato cosa accadrebbe se la Grecia non ripagasse una quota dei propri debiti che ora appare troppo limitata; si è studiato l’effetto sulle banche di un rialzo dei tassi sul debito pubblico italiano non molto superiore a quello realizzatosi negli ultimi giorni.

La Banca d’Italia ci assicura che anche nella sgradevole ipotesi di una nuova e più grave caduta della fiducia del debito pubblico italiano, le nostre grandi banche non correrebbero rischi. Ma poco ci tranquillizza che i nostri depositi siano al sicuro se tutto attorno succede il pandemonio. Visto che di debiti degli Stati si tratta, l’essenziale è capire quali strumenti appronteranno i governi; si spera in qualche risposta più chiara, soprattutto sulla Grecia, dal vertice europeo ora convocato per il 21 luglio.

Altrimenti, sarà inevitabile che i mercati continuino a infierire sui titoli bancari, così come sui titoli di Stato dei Paesi deboli. Da una parte, resta il sospetto che qualche Paese sia stato più tenero degli altri verso i suoi banchieri. Dall’altra, si teme che il comportamento di alcuni governi sia impacciato dalle complicità tra potere politico e potere finanziario. E’ stato così a lungo, purtroppo, nei due Paesi più importanti dell’euro, la Germania e la Francia; con l’inconveniente che i rispettivi banchieri premevano in direzioni diverse.

Per ritrovare sicurezza, occorre avere il coraggio di essere più solidali con i Paesi deboli, o il coraggio di essere più severi con i banchieri: finora, a Berlino soprattutto, sono mancati tutti e due. L’importanza degli stress test di ieri non si misura tanto sull’impressione immediata, quanto nello sgombrare il campo alle ipocrisie: ora che sappiamo più in dettaglio come stanno le banche, si dovrebbe poter discutere in modo più sensato sul che fare dei debiti della Grecia. Anche per evitare il contagio, come interessa a noi italiani.

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« Risposta #10 il: Luglio 19, 2011, 06:35:52 »

19/7/2011

Ue e Italia due debolezze fanno una crisi

STEFANO LEPRI


L’ intreccio tra debolezza politica dell’Italia e debolezza politica dell’Europa rischia di provocare un cataclisma di portata storica. La speculazione al ribasso che ieri si è abbattuta di nuovo sui nostri titoli di Stato e sulla nostra Borsa non rappresenta tanto un giudizio negativo sulla manovra economica appena approvata, quanto una scommessa su questa nefasta combinazione di due crisi.

I mercati finanziari scatenano la loro inquietante potenza contro l’Italia perché ritengono che, indebolita abbastanza, possa causare una rottura dell’euro.

Certo la nostra manovra economica poteva essere migliore, meno fondata su aumenti di tasse e meno rimandata alla successiva legislatura. Ma in queste ore si tratta d’altro. Se è servita a poco perfino la novità assoluta di un voto del Parlamento a tempo di record, è perché l’Italia viene usata, per dirla in gergo, come proxy (sostituto) per puntare su una crisi generale dell’euro. L’Italia è un mercato grande, liquido; nei mesi scorsi era risultato difficile smuoverlo, ora che si agita la speculazione vi si getta in massa.

Così pure sono colpite in Borsa le nostre banche, benché gli stress test abbiano dimostrato che sono abbastanza solide e poco esposte - al contrario di quelle francesi e tedesche - verso la Grecia.

Certo nei guai ci siamo finiti per ragioni tutte nostre. Che l’Italia fosse un Paese poco dinamico, sull’orlo di un possibile declino storico, si sapeva già; ma i processi lenti, epocali, ai mercati finanziari interessano poco. A scatenare il pandemonio è stata la percezione che il nostro governo non fosse in grado di reagire con efficacia commisurata agli eventi; e che l’instabilità politica possa durare a lungo anche dopo una sua eventuale caduta. In una prima fase, le vendite di titoli italiani non si potevano definire speculative; era una reazione normale, di investitori normali, alla diminuita fiducia nel Paese.

Una volta che i tassi di interesse sul nostro debito hanno cominciato a salire, la speculazione si è allertata. Ha interagito la crisi dell’euro: la fragilità dimostrata dall’unione monetaria fa sì che una volta saliti i tassi è difficile che ridiscendano. E se il differenziale di tasso di interesse con la Germania rimanesse per anni sui livelli attuali, il debito pubblico italiano non riuscirebbe a scendere mai. A sua volta, la prova che l’Italia poteva essere contagiata ha cambiato gli scenari della crisi dell’euro. Grecia, Irlanda e Portogallo pesano solo per il 6% circa nel prodotto lordo dell’intera unione monetaria. Aggiungendo l’Italia e la Spagna, si arriva invece a un terzo.

In queste ore c’è da salvare l’Europa. I guai dell’Italia non sono certo risolti, ma necessitano di soluzioni solide e progettate con calma. Il tempo per affrontarli ce lo può dare solo una soluzione alla crisi europea. Occorre che l’area euro trovi strumenti in grado di dare fiducia che le crisi dei Paesi deboli saranno risolte. In vista del vertice di giovedì, diverse ipotesi circolano. Peccato che il problema principale non sia tanto stabilire chi paga, quanto che cosa si potrà dare a intendere agli elettori a proposito di chi paga.

Al di là delle soluzioni tecniche – soprattutto quel potenziamento del Fondo di salvataggio europeo, l’Efsf, che da mesi la Germania intralcia benché sia un tedesco a dirigerlo – occorre una prova di solidarietà. Le interdipendenze dentro l’area euro sono nei fatti. Se i cittadini di ogni Paese si sentono in balia delle scelte sbagliate fatte dalla politica di altri Paesi, a un certo punto sarà inevitabile che prevalga la voglia di tagliare i legami. Negli ultimi anni, si è preferito affidare l’Europa ai rapporti tra governi piuttosto che a organismi comuni (tranne la Bce, unica istituzione federale): il risultato è desolante, ma non possono essere che i governi stessi a rimediare. Speriamo che ce la facciano, e presto.

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« Risposta #11 il: Agosto 03, 2011, 04:30:18 »

3/8/2011

Le riforme che si possono davvero fare

STEFANO LEPRI

Forse l’Italia sta rischiando oggi più che nel 1992; pur se questi giudizi storici li dà solo il senno del poi. Allora, almeno, si poteva sperare nei partiti che fino a quel momento non avevano mai governato, o in forze nuove capaci di emergere dalla società civile. Per giunta, inseriti come siamo nell’unione monetaria europea, abbiamo lo sgradevole potere di coinvolgere in un disastro anche altri Paesi. Il 2011 offre meno speranze politiche e molto minori margini di manovra nell’economia.

Nelle ultime ore tutti sembrano essersi convinti che occorra uno sforzo nuovo. Al punto in cui siamo giunti, placare i mercati finanziari sarà arduo; quei mercati che ancora, a quattro anni dall’inizio della grande crisi, conservano l’inquietante forza di avverare sciagure che ritengono probabili. L’Italia deve risalire la china riconquistando una fiducia che i mesi scorsi le hanno fatto perdere. Non basta far meglio le stesse cose che si sono fatte finora.

Ad esempio, come misura per la crescita era stato gabellato a suo tempo lo «scudo fiscale», il cui fallimento sotto questo profilo viene ora riconosciuto perfino da esponenti della maggioranza. Occorre qualcosa che dia l’idea di una svolta netta, come hanno sollecitato, per una volta uniti, i rappresentanti delle imprese e dei lavoratori.

Tutti sono d’accordo che occorrono politiche per lo sviluppo. Non è detto che esistano ricette efficaci, pur se gli economisti gareggiano per dettarne. Al di là delle parole, delle molte scelte possibili non è facile sapere quali funzioneranno; e comunque occorrerà tempo per misurarlo. Nel breve termine, solo la novità e la radicalità possono aiutare. Purtroppo, quando le parti sociali si uniscono per chiedere, in genere sottintendono più spesa pubblica o meno tasse: ovvero ciò che non è possibile concedere adesso. Oggi, le parti sociali dovrebbero dare più che ricevere; possono farlo solo se la politica prende iniziative nuove.

Se pure la Commissione Europea dichiara «piena fiducia» nella manovra di bilancio 2011-2014 appena varata, questo vale per le grandi cifre del quadriennio; ai mercati è chiaro che il punto debole sta nel 2012, anno in cui risultano maggiori tasse per finanziare maggiori spese, mentre il rigore vero è rinviato all’anno dopo. Anticipare qualche misura non sarebbe male. In ogni caso, nell’immediato non c’è nulla da concedere; casomai, se si vuole, si può spostare il peso dei sacrifici dove incide meno sulla crescita.

Occorre dunque puntare su riforme che non costano. Riforme che possano dare speranza ai giovani, aprire nuovi spazi di iniziativa, rompere barriere. Il governo ora promette «una stagione di liberalizzazioni e di privatizzazioni», ovvero ciò che questo centro-destra non ha fatto né dal 2001 al 2006 né dal 2008 ad oggi; sarebbe un segnale ancor più significativo di fronte agli intrecci loschi tra politica ed economia che emergono in questi giorni. Meglio aprire nuovi spazi al mercato invece di continuare a scoprire scandali dove si fa mercato delle nomine negli enti pubblici in cambio di favori.

Perché un Paese vada avanti, occorre motivare i giovani. E’ difficile in una fase in cui i posti di lavoro continuano a calare, eppure sarebbe un’idea rivedere le tutele di chi lavora, un po’ meno a chi ha il posto fisso, di più ai precari dandogli una prospettiva di graduale inserimento e di carriera; come la Banca d’Italia ha suggerito più volte. Qui dovrebbero riflettere i sindacati; mentre gli imprenditori dovrebbero al contrario riconoscere che a frenare la produttività oggi sono spesso normative e prassi che congelano gli equilibri di potere all’interno delle aziende e tra le aziende sul mercato. Ma esiste materia per uno sforzo corale seppur non del tutto unanime - come ci fu nel 1992-93?

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« Risposta #12 il: Agosto 08, 2011, 11:25:56 »

8/8/2011

Sollievo temporaneo

STEFANO LEPRI

Se nelle scorse ore la Germania si è chiesta se costasse di più soccorrere l'Italia o abbandonarla al suo destino, dobbiamo chiederci perché. Siamo arrivati malissimo a questo momento drammatico.

Un momento in cui il downgrade del debito americano, sommandosi alla crisi dell'euro, ha rischiato di assestare un colpo letale all'unione monetaria del nostro continente. L'aiuto condizionato a Italia e Spagna a cui ha dato il via ieri il vertice franco-tedesco può darci un sollievo temporaneo; il resto sta a noi. Ci aspettano tempi duri: sconteremo di esserci troppo a lungo tappati gli occhi confidando nella nazionale arte di arrangiarsi.

Se il nostro Paese, e la Spagna, riusciranno a restare nell'euro e a pagare i loro debiti, si potranno contenere le conseguenze sull'Europa e sull'intero Occidente della nuova fase della grande crisi; ma ci aspettano anni difficili. Rendiamoci conto che gli ultimi eventi segnano l'inizio di un'epoca in cui le economie dei Paesi avanzati dovranno faticare per conservare il benessere raggiunto; più di tutti l'Italia, che già da oltre un decennio mostra preoccupanti segni di declino. Al grande casinò della finanza planetaria il tavolo di gioco principale è ora quello dove si scommette sulla debolezza politica dei Paesi ricchi, nel linguaggio di qualche anno fa il «Nord del mondo».

Presi di mira sul debito, gli Stati ricchi non possono più utilizzare la spesa pubblica come motore di crescita, o come difesa contro le crisi. Una ricaduta nella recessione probabilmente non la avremo, specie se si riuscirà ad impedire che l'euro si fratturi. Ma un lungo ristagno delle economie appare difficile da evitare, a causa dei sacrifici che tutti, a cominciare dagli Stati Uniti, dovranno compiere per ripagare i soldi presi in prestito. Lo sforzo compiuto nel 2009, nell'accordo di tutto il G20, per evitare una depressione tipo anni '30, forse è servito solo a rateizzare il prezzo dei disastri del 2007-2008.

La resa dei conti sul debito è stata accelerata dai mercati. Wall Street, la City di Londra e le altre piazze finanziarie mondiali da mesi sempre più speculano al ribasso sul declino dell'Occidente, così aggravandolo. Possibile che le grandi banche multinazionali mettano in difficoltà proprio quei governi che con i loro interventi le hanno salvate dal crack nell' inverno 2008-2009? Sì, nello stesso modo in cui il mostro di Frankenstein sfugge al suo creatore. Perché i capitali che lo animano ormai non sono più, per la gran parte, occidentali.

Le grandi crisi hanno sempre alla radice qualche grande ingiustizia. La rapida globalizzazione che ha esteso la produzione industriale alla gran parte del pianeta, trasformando in operai centinaia di milioni di contadini, ha prodotto, grazie al basso costo di questa forza lavoro, un eccesso di profitti rispetto alle concrete occasioni di investimento produttivo. I capitali superflui si riversano nella finanza, nella ricerca ansiosa di profitti che però possono essere ricavati solo da scommesse sempre più ardite. Ora la scommessa più attraente è sulla debolezza dei bilanci pubblici.

Nel mondo elettronicamente interconnesso, la finanza acquisisce la sconvolgente capacità di affrettare il passo della storia. Così come all' Italia si chiede conto oggi dei problemi di bassa crescita che la sua economia avrebbe avuto nel medio termine, degli Stati Uniti si mette in causa oggi l'egemonia mondiale destinata a indebolirsi lungo il secolo. In un colossale paradosso, è la Cina comunista il più potente capitalista del momento, pronta ad usare tutto il potere del suo denaro: principale creditore degli Usa, chiede loro di ridurre le spese militari. E noi ci lamentiamo perché ci sentiamo messi sotto tutela dalla Banca centrale europea? Ma è un’istituzione federale del nostro continente, fatta anche di italiani, che cerca di far cooperare i tedeschi con noi, e noi con i tedeschi.

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« Risposta #13 il: Agosto 10, 2011, 11:42:40 »

10/8/2011

L'ultimo argine

STEFANO LEPRI

Quattro anni e un giorno da quando la crisi cominciò, e ci siamo ancora in mezzo. Che cosa abbiamo sbagliato? Ha scosso le Borse di tutto il pianeta il timore di una nuova recessione, quando è ancora freschissimo (e avvertibile nei nostri portafogli) il ricordo di quella del 2009, seguita al crack della Lehman Brothers.

Improbabile che si ripeta un evento così grave; però tutte le debolezze della tanto vantata ripresa vengono allo scoperto. Due anni fa, l’economia mondiale fu risollevata dall’intervento dei poteri pubblici, Stati e banche centrali; oggi domina la sfiducia nella leadership dei governi, oltre che nel debito degli Stati.

Ancor peggio, tutte le opzioni aperte oggi davanti ai poteri pubblici sembrano comportare effetti collaterali negativi. Se l’ascesa del debito non viene fermata, i mercati finanziari accelereranno il collasso. Se la si ferma con troppa energia, si causerà nell’economia reale una nuova pesante recessione. Se si cercherà il difficile equilibrio tra le ragioni della crescita e quelle del calo del debito, ogni esitazione, ogni aggiustamento di rotta, ogni possibile passo falso, saranno esasperati dai mercati finanziari, con il rischio che chi produce resti a lungo incerto sulle prospettive.

Forse agli Stati si era chiesto troppo. Dalle crisi finanziarie ci vogliono molti anni per uscire, ripete Kenneth Rogoff, economista di Harvard che ne ha studiato la storia. Più ancora, l’azione dei poteri pubblici, partita bene nel 2009, si è inceppata per strada. Dentro il G20 hanno prevalso gli egoismi di bandiera: la Cina ha bloccato ogni aggiustamento degli squilibri di fondo dell’economia globale. In Europa, la carenza di solidarietà fra Paesi ha prodotto a ogni nuovo vertice decisioni che sarebbero state adeguate ed efficaci mesi prima. Ma forse a impressionare di più è la rottura di solidarietà sociale che paralizza la politica americana: perché gli Stati Uniti riassumono nelle propria inclusiva diversità interna un’ampia parte dei problemi mondiali.

L’economia Usa conserva solidissimi punti d’appoggio. Il downgrade del debito pubblico ha prodotto sconquassi ovunque, tranne dove avrebbe dovuto: i titoli del Tesoro Usa continuano a fruttare gli stessi interessi di prima, ovvero quasi nulla al netto dell’inflazione: tutto il mondo continua a comprarli. In più, le grandi imprese americane hanno le casse piene di soldi; esitano a investirli perché non sanno che cosa attendersi.

Le risorse perché la produzione non si fermi ci sono. Sono distribuite male. Ma non è solo l’impotenza dei poteri pubblici a rendere arduo ricollocarle. E’ anche la finanza a non svolgere più il suo ruolo, spostare i soldi da dove non servono a dove servono. Cresciuta a proporzioni mostruose, sembra rendere più difficile lo scambio delle merci invece di facilitarlo, distorcendone i prezzi sempre più lontano dal rapporto fra vera domanda e vera offerta.

Chi può essere capace di mettere ordine in questo caos? Nel 2009 un grosso contributo alla ripresa mondiale lo dettero la Cina prima, gli altri Paesi emergenti poi. Ma il governo di Pechino, che mentre ostacolava il G20 non è nemmeno riuscito a risolvere i suoi problemi interni, ora teme l’inflazione, è esposto a uno scoppio della bolla immobiliare, intralciato forse da debiti sommersi; siede sul suo tesoro di tremila miliardi di dollari senza sapere bene che farne. Gli altri Paesi emergenti più del contributo che hanno già dato è difficile che possano offrire.

Tra debolezza della politica e forza cieca della finanza resta solo da sperare nel residuo potere delle banche centrali: la Federal Reserve americana capace di continuare a stampare dollari (con i «tassi bassi fino al 2013» annunciati ieri sera) e la Banca centrale europea che si batte per tenere solido e intatto l’euro. Non basterà a ravvivare la crescita, potrà bastare ad evitare una recessione.

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« Risposta #14 il: Agosto 12, 2011, 09:06:26 »

12/8/2011

La rivoluzione che serve

STEFANO LEPRI

Il guaio degli ottimisti ad ogni costo è che, quando ci consigliano medicine amare, non gli si dà retta nemmeno se hanno ragione.
Pare strano che abbiano cambiato idea da un giorno all’altro; si comincia a dubitare di ogni loro parola.

I sacrifici la gente li fa se ne vede il perché. Non basta una sommatoria confusa di misure, anche ciascuna in sé giustificabile e sensata: il rischio è che ad essa risponda una somma di feroci rivolte di ciascuna categoria contro ciò che la colpisce.

All’incertezza sul futuro che da anni corrode il nostro Paese si era risposto addossando la colpa ad altri, via via ai governi precedenti, alla Cina, alla globalizzazione troppo veloce, alla crisi mondiale generatasi altrove; infine ai mercati che non ci capiscono.
Ora, la manovra aggiuntiva di 20 miliardi che ci attende per il 2012 è superiore per importo a quella del governo Prodi 2 che demolì i consensi al centro-sinistra; raggiunge quasi la manovra del Prodi 1 per entrare nell’euro, obiettivo che però era condiviso dai due schieramenti.

I provvedimenti abbozzati finora sono ben lontani dall’arrivare a 20 miliardi. Innanzitutto occorre spiegarsi meglio. Dovranno intrecciarsi tre tipi di misure: sacrifici immediati, per cui è d’obbligo convincere che sono distribuiti con equità; aggiustamenti pluriennali, dei quali occorre mostrare la razionalità; le misure per la crescita, dove occorre chiamare a raccolta l’interesse comune contro i privilegi di pochi.

Portare al 20% la tassazione delle rendite finanziarie, in linea con la media europea, è una misura equa, non dannosa per la crescita, poco controversa. Ma, a parte chiarire perché la si rifiutò nel 2004 quando l’allora ministro dell’Economia Domenico Siniscalco la propose, offre solo una piccola parte del gettito necessario. E’ importante e utile – risparmi certi per il futuro, poco danno a redditi e consumi nell’immediato – proseguire il riordino della previdenza restringendo ancora i requisiti per le pensioni di anzianità e portando a 65 l’età di vecchiaia per le donne. Però va tolta l’impressione che si infierisca sui poveracci per risparmiare i privilegiati. Se si chiamano a contribuire i redditi alti, occorre ricordare che molti sfuggono al fisco, e che intervenire sui patrimoni può essere più equo.

La chiave sta nel raccogliere la spinta che il Paese esprime. La rabbia contro la «casta» dei politici va incanalata andando oltre alla pur opportuna riduzione di indennità e di poltrone. Privatizzare aziende pubbliche piccole e grandi, a cominciare dalle municipalizzate, non è una vittoria dell’ormai malconcio neoliberismo o dell’inesistente «mercatismo»; è una opera concreta per circoscrivere il potere dei politici e la diffusione del malaffare. Abolire le Province può andare ben oltre il modesto risparmio sulle prebende; se fatto bene, potrebbe semplificare i rapporti tra cittadini e burocrazia.

Né è solo la «casta» dei politici che intralcia le forze vitali dell’economia. Sono molte le caste che prosperano esercitando potere affidatogli da leggi sbagliate; e il potere dei politici è moltiplicato dall’alleanza con esse. Liberalizzare gli ordini professionali è un aiuto alle ambizioni di molti giovani. Aprire alla concorrenza settori protetti stimola l’iniziativa e riduce i prezzi. Mettere all’asta concessioni e privative trasferisce allo Stato rendite di pochi, ripulisce la politica da rapporti ambigui. Insomma, occorre una specie di rivoluzione liberale (che c’entra poco o nulla con la libertà di licenziamento). Chi governa oggi l’aveva promessa 17 anni fa, però poi ha fatto soprattutto il contrario.

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