LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: IL PD - Partito Democratico  (Letto 10534 volte)
Arlecchino
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« Risposta #30 il: Maggio 06, 2017, 05:31:11 »

IL BLOG

L'Ulivo riviva nel campo progressista di Pisapia

 05/05/2017 17:53 CEST | Aggiornato 5 ore fa

Franco Monaco Deputato Pd

L'Ulivo di Prodi (da non confondere con l'Unione del 2006, come fanno i suoi detrattori) è una realtà che appartiene al passato, ma la sua ispirazione può essere tuttora feconda e attuale.

Mi spiego.
Quel progetto politico e quella esperienza di governo, spesso evocati più o meno a ragione, furono concepiti a valle della introduzione di una legge elettorale maggioritaria (il Mattarellum), con un duplice obiettivo:

a) il primo di sistema: sviluppare e stabilizzare un assetto bipolare della politica italiana ovvero passare da una democrazia bloccata a una democrazia competitiva e dell'alternanza che la storica anomalia nostrana (il fattore k, cioè la questione comunista) ci aveva inibito;

b) il secondo un obiettivo politico: organizzare unitariamente il campo del centrosinistra appunto come uno dei due schieramenti tra loro alternativi. In un tempo, allora, nel quale il progetto europeo rappresentava un ideale promettente e largamente condiviso.

Un altro mondo! Oggi scontiamo una legge elettorale a impianto proporzionale, un quadro politico tripolare e comunque frammentato, una crisi della Ue e della sua attrattiva.

Schematizzando, il progetto dell'Ulivo aveva due facce: la riforma delle "regole" proprie di una democrazia maggioritaria e governante nella quale i cittadini elettori, con il loro voto, potessero scegliere non solo i propri rappresentanti alle Camere ma anche i governi, pur nel quadro di una democrazia parlamentare; e - seconda faccia - una riforma degli "attori", ovvero dei partiti, conforme a un tale assetto bipolare del sistema politico.

Essenzialmente due grandi partiti coalizionali con cultura di governo tra loro in competizione, sino a traguardare l'obiettivo del bipartitismo. Per quanto attiene al soggetto politico del campo di centrosinistra appunto il Pd avrebbe dovuto essere l'approdo dell'Ulivo.

Ma - lo noto oggettivamente "sine ira ac studio" - il Pd oggi è cosa affatto diversa: un partito posizionato al centro del quadro politico, con una malcelata ambizione a configurarsi quale "partito della nazione", né di destra né di sinistra, che si nega a una politica delle alleanze (di centrosinistra) e che "non esclude"(Renzi), per il dopo elezioni, un governo sull'asse Pd-Fi.

La stessa chiusura renziana al premio assegnato alla coalizione risponde palesemente a una logica agli antipodi rispetto all'Ulivo: polarizzare la competizione/conflitto con i 5 stelle così da invocare il voto utile contro i "barbari", anziché una contesa tra centrosinistra e centrodestra (al quale potrebbe giovare il premio alla coalizione).

Dunque reiterando l'eccezionalismo di una democrazia bloccata, anziché la sua positiva "normalizzazione" come democrazia dell'alternanza sull'asse destra-sinistra. Le stesse primarie per scegliere il leader del Pd e la coincidenza tra segretario e candidato premier contemplate dallo statuto avevano senso solo nel quadro di allora, decisamente tramontato.

L'ispirazione dell'Ulivo, pur in un contesto tanto diverso, sembra assai più presente nel Campo progressista di Pisapia. Nella sua impronta civica e a rete, fatta di amministratori e realtà associative; nella sua ambizione di dare corpo non a una piccola formazione di sinistra ma a un centrosinistra largo, inclusivo e plurale; nella sua tensione unitaria e nella sua programmatica apertura all'alleanza con altri soggetti del medesimo campo riformista, a cominciare dal Pd, tra i cui elettori, assai più che al vertice, è largamente prevalente una chiara opzione per un'alleanza di centrosinistra; nella sua vocazione/cultura di governo; nel suo ripudio della teoria che si debba sostituire al binomio destra-sinistra il binomio responsabili-progressisti.

L'esito del congresso Pd non fa che confermare e sanzionare la differenza tra il Pd di Renzi e l'ispirazione dell'Ulivo e, di riflesso, l'esigenza che altri, segnatamente Campo progressista, ne raccolgano lo spirito e l'eredità. Pur dentro le nuove coordinate.

Tra le sue bussole, un maturo europeismo. Quello di Prodi, di Ciampi, di Padoa Schioppa, che, mentre si impegna a correggere le politiche della Ue, non ceda tuttavia alle sirene dell'antieuropeismo e del populismo a bassa intensità.

Un soggetto politico, Campo progressista, che custodisca e valorizzi le differenze culturali; che, come fu nel governo dell'Ulivo, si disponga a "dire la verità agli italiani"; che riprenda a praticare il confronto-dialogo con le forze sociali in coerenza con le buone pratiche delle sinistre riformiste europee, l'opposto della disintermediazione.

Sia chiaro: realismo e cura per l'interesse superiore all'unità del centrosinistra prescrivono di incalzare il Pd con la proposta di un'alleanza, ma, se il Pd persistesse nel suo diniego alla coalizione, Campo progressista non ripiegherebbe su un disegno minore, quello di un partito di sinistra minoritario.

Al contrario, esso rilancerebbe il progetto di un centrosinistra unitario, anticipandone in sé la natura plurale e la tensione inclusiva. Per intanto, a fronte della eventuale, definitiva chiusura del Pd a un rapporto di alleanza responsabilmente proposto da Campo progressista, [...] "competition is competition". Saranno gli elettori a giudicare chi lavora per l'unità e chi per la divisione.

http://www.huffingtonpost.it/franco-monaco/lulivo-riviva-nel-campo-progressista-di-pisapia_a_22071308/?utm_hp_ref=it-homepage
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« Risposta #31 il: Giugno 17, 2017, 10:50:30 »

TUTTI GLI UOMINI, SBAGLIATI, DI DARIO FRANCESCHINI

ALBERTO CREPALDI
13 giugno 2017

Se Dario Franceschini fosse amministratore delegato di una società per azioni sarebbe sparito dai radar già da tempo. Licenziato in tronco, senza diritto alla buonuscita. Il motivo? Drammaticamente semplice. La colpa, perpetrata in 40 mesi di conduzione del Ministero della Cultura e del Turismo (Mibact), di essersi attorniato di una schiera di persone non perfettamente adeguate al ruolo che hanno ricoperto. Con il risultato che il ministero ha fatto i conti in questi anni con cortocircuiti, inefficienze, dispendio di risorse pubbliche, danni incalcolabili di immagine.
La gaffe planetaria derivata dall’annullamento della selezione di cinque dirigenti di altrettanti Musei Nazionali da parte del Tar è solo l’ultimo dei macroscopici incidenti di percorso della gestione del Mibact targata Franceschini. Inutile tornare sui motivi, ampiamente sviscerati, della decisione assunta dai giudici di legittimità. Resta il fatto che, come a tutti gli addetti ai lavori è ben noto, quella che lo stesso ministro ha definito una “figuraccia mondiale”, si sarebbe potuta evitare se i bandi di selezione fossero stati passati al setaccio per verificarne la tenuta giuridica ed il rispetto della legislazione di riferimento. Quella legislazione che, ironia della sorte, fu approvata dal secondo governo di Giuliano Amato, nel quale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega alle riforme, era proprio Dario Franceschini. E chi avrebbe dovuto garantire il parto di bandi pienamente legittimi? L’ufficio legislativo del Mibact. A cui capo siede il consigliere di Stato Paolo Carpentieri: come poteva non conoscere i profili di illegittimità, poi sollevati dal Tar, delle selezioni? Anche perché non pochi dubbi erano emersi da parte di alcune Organizzazioni Sindacali. L’ufficio legislativo, per motivi che mai sapremo, si è insomma reso responsabile di un fatto che è arduo poter ascrivere ad una semplice svista: la mancata verifica della compatibilità della procedura di selezione con le norme quadro vigenti. Ma nonostante ciò, Carpentieri ed i suoi collaboratori, già protagonisti di altre partite dall’esito disastroso (su tutte, i due anni per la trasformazione, ancora monca, di Enit in ente pubblico economico e la liquidazione di Promuovitalia, su cui pende un surreale conflitto tra Mise e Mibact) sono ancora al proprio posto. Perché godono, come è noto non solo al Mibact, della massima fiducia del proprio capo politico.
Il posto l’ha invece perso un altro fedelissimo del ministro della Cultura. Che negli ultimi due anni è comunque rimasto una presenza fissa – seppur a titolo gratuito – nei corridoi e negli uffici del Ministero, in qualità di ascoltato consigliere strategico sui temi del turismo. Parliamo di Stefano Ceci, costretto a lasciare la poltrona di consulente nel 2015 dopo che un’inchiesta di Emiliano Fittipaldi su L’Espresso rivelò come il consigliere di Franceschini, a due mesi di distanza dalla nomina al ministero, avesse dato vita ad una società (la Netbooking srl), che dopo pochi giorni dalla sua nascita vinse, in palese conflitto di interessi con il ruolo di Ceci al Mibact, un appalto per Explora, la società pubblica nata per gestire la promozione dell’Esposizione mondiale. Ma di Ceci non si ricorderà solo la vicenda della gara ad Expo. La memoria, tra gli addetti ai lavori, andrà soprattutto al TdLab, il laboratorio messo in piedi dall’uomo di Franceschini destinato a realizzare, nella fumosa idea dello stesso ministro, una grande rivoluzione digitale del turismo italiano. Che non c’è stata. Con la conseguenza che il fantasmagorico TdLab, utile forse a far diventare dirigente in Enit un’amica di Ceci, è finito su un binario morto.
A morte è stata invece condannata Promuovi Italia, società veicolo del Mibact, messa in liquidazione da Franceschini con il famoso Decreto Art Bonus del maggio del 2014. La liquidazione viene affidata alle cure di un altro personaggio uscito dal cilindro di Dario Franceschini: Antonio Venturini, commercialista ravennate, rigorosamente targato Pd. La missione di Venturini è quella di riordinare e blindare i conti aziendali, fuori controllo. Ma al liquidatore l’impresa non riesce ed il 20 maggio 2015, in uno scarno comunicato pubblicato sul sito web di Promuovi Italia, viene annunciata la richiesta di un concordato preventivo. A cui poi seguirà, come è noto, il fallimento, domandato dallo stesso Mibact e sotto la responsabilità della direzione generale Turismo al ministero. Dove, nell’autunno del 2015, con un repentino spoil system che dirotta Onofrio Cutaia ad un’altra direzione generale, approda Francesco Palumbo, altro “fiore all’occhiello” del cerchio magico franceschiniano.
Uomo con simpatie centriste, già dirigente cultura alla Regione Puglia, rottamato con l’elezione di Michele Emiliano, poi parcheggiato dalla politica, per un mesetto, a Roma Capitale, Palumbo arriva ai piani alti del Mibact grazie alla benedizione della potente Michela De Biase, seconda moglie di Dario Franceschini. La gestione della DG Turismo da parte di Palumbo si è caratterizzata, nei 20 mesi di sua reggenza, per tre elementi cardine: lo svuotamento operativo della direzione; l’appalto di ogni progettualità a società controllate dal Mibact, con la conseguente occupazione fisica degli uffici ministeriali da parte di personale esterno (prima di Invitalia, per il costoso ed inutile piano strategico sul turismo, e ora di Ales, per non ben precisati progetti di turismo culturale); il numero impressionante di presentazioni ufficiali del vacuo piano strategico sul turismo, scritto peraltro da consulenti esterni vari, alcuni dei quali nemmeno remunerati. Su quest’ultimo aspetto si è concentrata maggiormente l’attività di Palumbo, che pare aver piegato il Piano a strumento di auto-promozione, ispirato dal suo mentore Francesco Tapinassi, altro uomo di Stefano Ceci e con alle spalle esperienze in tema di turismo maremmano. Inutile forse ricordare che tutta questa frenesia comunicativa della DG Turismo ha relegato ai margini quello che avrebbe dovuto essere il cosiddetto braccio operativo della strategia del turismo: il nuovo Enit, altro “capolavoro” di governance del ministro da Ferrara e sul quale, per amor di patria, almeno in questa sede, preferiamo sorvolare.
@albcrerpaldi

Da - http://www.glistatigenerali.com/beni-culturali_turismo/tutti-gli-uomini-sbagliati-di-dario-franceschini/
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« Risposta #32 il: Luglio 13, 2017, 11:52:29 »

Focus
Carmine Fotia  @CarmineFotia  · 27 giugno 2017

Il Pd c’è e dovrebbe fare così
Politica assemblea-pd
Il problema torna a essere quello della credibilità delle idee riformiste

A leggere certi commenti, che si vorrebbero fondati su acribia analitica, le recenti elezioni amministrative avrebbero travolto il Pd e spezzato le reni a Matteo Renzi. Il tutto in un turno elettorale importante, che ha coinvolto circa sette milioni di italiani al primo turno, ma molti di meno ai ballottaggi e nel quale andavano al voto città importanti come Palermo, Genova, Padova, Verona, Parma, L’Aquila, Lecce, Taranto, Sesto San Giovanni, tra le altre.

I numeri dovrebbero essere incontrovertibili e dunque siamo andati a leggere l’analisi di uno dei più seri ricercatori italiani, Ilvo Diamanti, per capire se c’è stata o no la débacle del Pd.

“I risultati hanno delineato uno scenario instabile. Per molti versi, in-definito…la novità maggiore è il ritorno del bipolarismo tra centro-sinistra e centro-destra”, è l’esordio di Diamanti che poi prosegue: “La maggiore novità è, però, costituita dalla forte crescita del centro-destra, che sale da 44 a 59 città (maggiori) amministrate. Mentre il centro-sinistra perde oltre venti sindaci. E scende da 81 a 58. Per cui ha ragione Renzi quando afferma di aver vinto. Ma ha anche perso”.

Non credo che Diamanti abbia scritto ciò per compiacere il segretario del Pd, ma semplicemente perché il voto, pur contenendo una forte avanzata del centro-destra, è più complesso e comunque l’immagine di una disfatta del Pd e del centrosinistra non corrisponde al vero: “L’intero territorio sembra aver perduto i colori e gli orientamenti tradizionali”.

Il centrosinistra passa nelle “regioni rosse” da 13 comuni maggiori a 8; nel Nord-ovest passa da 29 a 14 città; ma nel sud “la sua presenza nei governi locali si è allargata: da 24 a 26, mentre il peso del centro-destra è sceso da 21 a 14”; ma per il centrosinistra è andate bene anche nel nord-est: “In questa occasione è stato teatro di una rimonta del centro-sinistra. Che si è affermato, fra l’altro, a Padova. Si disegna così una mappa dai colori incerti. Che riflettono l’incertezza e il distacco degli elettori. L’astensione, infatti, è risultata ambia come poche volte in passato. Ai ballottaggi, infatti, ha votato circa il 46% degli elettori, 12 punti in meno rispetto al primo turno”.

Fin qui Diamanti, la cui analisi viene confermata dal confronto tra i dati aggregati delle coalizioni, in termini di quantità di voti, che confermano un sostanziale equilibrio, in termini di voti assoluti tra centro-destra e centro-sinistra.

Vediamo ora come la pensa Mauro Calise, uno dei politologi che ha meglio indagato la crisi della forma partito e il crescente ruolo del leader nella politica moderna: “Il centro-destra non è risolto, almeno fin quando non risolverà – ma come? – il problema di una leadership unificata al centro. I Cinquestelle – ma questo si sapeva – restano un’incognita e potrebbero sgonfiarsi come tornare a crescere. Mentre il Pd ha soltanto confermato che, sui territori, non c’è stato il rinnovamento che Renzi è riuscito – con molta fatica – a portare avanti nel gruppo di testa nazionale. Perché, allora, l’accanimento dei commenti di queste ore, quasi che – perse Genova e Sesto fossimo entrati in una nuova era politica?”.

La spiegazione di Calise riguarda i rapporti tra media e politica: “In un’epoca di leadership carismatiche e mediatiche, la percezione conta molto di più. E, nello specchio deformante della rete, può far rapidamente salire alle stelle, e, poco dopo, precipitare nelle stalle”.

Per non “dilapidare il solo leader che il centrosinistra abbia prodotto da diversi anni a questa parte”, Calise propone una svolta nello storytelling, meno centrato sul ping-pong nevrotico dei tweet.

Ho lungamente citato questi due studiosi intanto perché le loro opinioni si fondano sull’analisi dei dati numerici e delle tendenze della politica, e non contengono la vis polemica che ovviamente è propria dei dirigenti di partito.

Vorrei sommessamente sottolineare che né l’uno né l’altro assolvono il Pd dai sui errori o attenuano il peso delle sconfitte. Solo che le àncorano ai dati numerici e a un’analisi più sistemica.

I problemi che pongono sono, non sembri un paradosso, persino più seri e difficili da affrontare: se il problema fosse Renzi, infatti, come sostengono alcuni, dentro e fuori il Pd, basterebbe cambiare segretario (avendone la forza); se il problema fosse spostarsi più a sinistra nella geografia politica, basterebbe un accordo politico.

Tuttavia i problemi sono altri e sono, questi sì, di natura politica generale. Quasi ovunque i governi uscenti sono stati sconfitti: i ribaltoni più clamorosi sono stati quelli di Genova e Sesto, per il loro forte impatto simbolico, ma anche Lecce e Padova hanno cambiato segno e hanno anch’essi qualcosa da dirci, se vogliamo prendere sul serio tutti gli italiani che hanno votato e non solo quelli che portano acqua al mulino delle proprie tesi.

Chi governa a livello locale oggi, per gli effetti micidiali di un’austerità cieca da cui solo con i governi Renzi e Gentiloni si è cominciato a uscire, non ha le risorse necessarie per rispondere ai bisogni dei cittadini mentre lo stato, vedi il caso dei migranti, li chiama ad assumere crescenti e necessarie responsabilità.

Ecco perché chi è al governo deve sapere offrire una risposta concreta alle speranze come alle paure, altrimenti diventa il capro espiatorio di una rabbia e di una protesta che hanno origini più generali.

In questo senso c’è stato, soprattutto nel nord, un forte impatto della questione dell’immigrazione sovrapposta, nella propaganda della destra e dei populisti, a quella dello Ius Soli. Così come certamente pesano il perdurare della crisi economica e il bisogno di protezione delle fasce più deboli.

Dinnanzi a tali problemi che sono generali ma che hanno una forte declinazione locale, rispondere con le formule dell’alchimia politica non serve proprio a nulla. Parlare di centrosinistra nuovo, vecchio o usato che sia, non fornisce risposte.

Farò tre esempi per farmi capire e infine affiderò alle parole di Walter Veltroni, intervistato per Repubblica da Stefano Cappellini, in occasione del decimo anniversario del Lingotto, l’indicazione di una via che sarebbe utile seguire per tutti.

In due città del nord, Genova e Padova, ci dicono le analisi e i reportage, ha pesato molto la questione dell’immigrazione. A Genova il centrosinistra era a trazione più di sinistra ed ha perso malamente contro il candidato del centro-destra perché non è sembrato credibile nella sua capacità di coniugare sicurezza e diritti, accoglienza e severità; a Padova, invece, una coalizione a trazione riformista, in alleanza con un civismo progressista e in forte relazione con il mondo cattolico ha sbaragliato la Lega in casa propria, proprio su quei temi.

A Taranto, invece, le questioni della crisi economica e il dramma dell’Ilva, hanno dominato la scena. Eppure qui il centrosinistra ha vinto. C’entra il modello Emiliano, visto che il centrosinistra ha vinto anche a Lecce? Può darsi, ma forse conterà anche qualcosa l’impegno concreto del governo per risolvere le crisi occupazionali, testimoniato dal lavoro della viceministra Teresa Bellanova? E ciò non contraddice la narrazione di un Pd diventato liberista?

E veniamo alle lucide e sagge parole di Veltroni che non lesina critiche a Renzi e tuttavia non gli chiede affatto di farsi da parte, ma lo esorta a “un cambio di passo”, per riprendere la strada al Lingotto dieci anni fa: “Serviva a non limitarsi alla conquista del consenso in casa propria, ma senza perdere un incardinamento unitario forte. Una forza innovativa, non un indistinto, non minoritaria, ma di sinistra”.

Ma Veltroni ammonisce anche il Campo Progressista: “Mi auguro che sia possibile costruire un campo largo. Per questo il mio appello a Pisapia è evitare che la soluzione del suo agire sia la nascita di una forza antitetica al Pd. Ci faremmo del male”.

La questione, dunque, che divide a sinistra non è la leadership di Renzi, ma è proprio il giudizio sulla natura del Pd. Un Pd che, dice Miguel Gotor, intervistato da Ettore Colombo per QN, “ha subito una vera e propria mutazione genetica: è un partito di centro che guarda a destra con una scolorita sinistra al suo interno”? Come dire, un modo molto unitario di annunciare l’assemblea di sabato prossimo e soprattutto molto carino verso lo “scolorito” Andrea Orlando che ha annunciato la sua partecipazione.

Ha senso affrontare così la discussione su una possibile coalizione? Evidentemente no. Infatti anche nell’area della minoranza del Pd c’è chi, come Goffredo Bettini, sostenitore di Andrea Orlando al congresso e molto critico verso la leadership renziana, ha pubblicato delle note in vista dell’assemblea di oggi pomeriggio, nelle quali propone di aprire un confronto programmatico che diventi “il terreno di una contendibilità politica aperta, realmente democratica e costruttiva da realizzare attraverso un confronto permanente delle idee tra gli iscritti e gli elettori di un grande campo del centrosinistra”.

Il centrosinistra senza il Pd non esiste, ma il Pd, com’è oggi, non è in grado rappresentare tutta la ricchezza e la varietà di forze civiche e di esperienze associative che si sono espresse anche nelle recenti elezioni, dove si è vinto.

Aprirsi ad esse vuol dire uscire dall’asfissiante discussione politicista sui termini e confrontarsi sulle cose da fare, sulle quali costruire un’alleanza politica. A partire dal molto di buono che sta già facendo il governo Gentiloni e che non può essere messo tra parentesi, ma diventare l’annuncio di un programma più vasto da attuare nella prossima legislatura: un vero e proprio piano riformista che si incardini su lotta alla povertà e all’esclusione sociale; diminuzione delle tasse sul lavoro; investimenti pubblici in settori strategici come la cultura, le periferie, le infrastrutture e la ricostruzione del territorio; l’estensione dei diritti e il rispetto dei doveri, accogliendo chi viene dalla fame, dalla morte e dalla miseria, ma al tempo stesso dando anche risposte concrete e democratiche al senso di insicurezza dei cittadini, come indica da tempo il ministro Marco Minniti.

Per questo la battaglia sullo Ius Soli non può essere abbandonata: “Non si cambia idea per un sondaggio”, ha detto Renzi questa mattina a #Ore9. Soprattutto quando si sta giocando una partita che in tutto il mondo divide destra e sinistra. Un soggetto popolare, riformista e di centrosinistra impernato sul Pd ma aperto alle esperienze civiche non nascerà nei salotti e nei laboratori, ma nel fuoco di una battaglia che si svolga non solo in parlamento ma in tutto il Paese, non rinunciando a dire, ma soprattutto a fare, cose di sinistra contendendo il campo alla destra sovranista e al populismo digitale (ormai sempre più sovrapponibili) con un netto profilo riformista alternativo.

DA - http://www.unita.tv/focus/il-pd-ce-e-dovrebbe-fare-cosi/
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« Risposta #33 il: Luglio 26, 2017, 05:25:20 »

La rivoluzione che serve alla sinistra

Pubblicato il 18/07/2017 - Ultima modifica il 18/07/2017 alle ore 07:00

GIOVANNI ORSINA

La sinistra italiana ha tutta l’aria di star sulla soglia d’un rivolgimento radicale. La svolta potrebbe forse avvenire prima delle prossime elezioni, o magari dopo, né si sa bene dove porterà. Mi sembra tuttavia difficile che l’assetto esistente possa durare ancora a lungo.

Le ragioni dell’instabilità corrono lungo tre cerchi concentrici: l’ideologia, il partito, il leader. Il cerchio più largo non è soltanto italiano: la sinistra è in difficoltà pressoché ovunque, perché sono venute meno le parole d’ordine con le quali, fra gli Anni Settanta e i Novanta del secolo scorso, aveva risposto al tramonto della tradizione progressista novecentesca, della classe operaia e del welfare state. A voler molto semplificare, quelle parole d’ordine sono due, cosmopolitismo e diritti. E non funzionano più perché è entrata in crisi l’antropologia sulla quale si fondano. Un’antropologia ottimistica fatta di tolleranza, solidarietà, fiducia nel prossimo e nel futuro, identità pacifiche e compatibili l’una con l’altra. 
 
Per almeno un trentennio le culture di segno progressista hanno cercato d’imporre questo modello antropologico come l’unico eticamente legittimo, e nel contempo si sono illuse che avesse ormai trionfato. I nostri tempi si stanno però incaricando di dimostrare che la vittoria di quel modello, se mai c’è stata, è stata ben più precaria e provvisoria di quanto non si pensasse o sperasse. E le élite progressiste sono di colpo messe di fronte a una realtà che non soltanto trovano ripugnante, ma da lungo tempo credevano fosse del tutto superata, e che non sanno quindi come affrontare. L’evidente contraddizione politica d’un Partito democratico che per un verso vuole aiutare i migranti «in casa loro», per un altro concedere lo ius soli – tanto per prendere un esempio –, è figlia anche di questo stato confusionale.
 
Ma le difficoltà del Pd – per venire al secondo dei cerchi concentrici – non sono soltanto ideologiche, e hanno profili specificamente italiani. Almeno tre. Il primo è la sua storica fragilità identitaria, dipendente per tanti versi dal peso della tradizione post-comunista, «croce e delizia» – ossia portatrice d’un saldissimo ancoraggio organizzativo, territoriale e morale, ma irrimediabilmente minoritaria. È una contraddizione che affligge la sinistra italiana fin dal 1994, che può spiegare molto della sua storia dell’ultimo ventennio, e che ha un peso ancora oggi – pure se siamo ormai giunti alla stretta finale, con ogni probabilità, il post-comunismo essendo sulla via del tramonto. Il secondo profilo specificamente italiano della crisi del Pd, e della sinistra in generale, è rappresentato da un’antica tradizione di frazionismo e litigiosità. Il logoramento evidente d’un partito che ha governato per anni il Paese, la maggioranza delle Regioni e dei Comuni – infine – è il terzo profilo.
 
Facendo forza sulla leadership (terzo cerchio), Renzi ha tentato di superare di slancio la crisi ideologica e di «sfondare» al centro, anche se lo ha fatto in maniera confusa e troppo palesemente strumentale. Ha cercato poi di rimediare all’incertezza identitaria e al frazionismo. Malgrado il disegno avesse indubbiamente un senso, tuttavia, Renzi ha fallito – col contributo determinante, per altro, del terzo fattore che ho menzionato sopra, il logoramento del potere. E, a più di sette mesi dal 4 dicembre, il suo fallimento appare con sempre maggiore chiarezza come un punto di non ritorno.
 
Nel non volerlo considerare tale, nel vagheggiare la rivincita, nella bulimia comunicativa, il segretario democratico pare comportarsi come quegli innamorati che, piantati dalla fidanzata, non si danno per vinti, implorano e insistono. E nel loro affanno crescente non si accorgono che stanno rendendo sempre più palesi proprio quei difetti per i quali la fidanzata li ha lasciati, e che la poveretta si va esasperando sempre di più. Non vedono insomma – o non se ne curano – che il loro comportamento non risolve e compone più, ma accresce il caos.

 Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/07/18/cultura/opinioni/editoriali/la-rivoluzione-che-serve-alla-sinistra-UBQDn9C6xurkrpMT18gDqL/pagina.html
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« Risposta #34 il: Luglio 30, 2017, 05:29:21 »

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Unità.tv  @unitaonline  · 23 luglio 2017

Esecutivo Pd, ecco i nomi dei responsabili dei 40 dipartimenti tematici
20 donne e 20 uomini affiancheranno il lavoro della segreteria
 
Per affrontare al meglio le sfide dei prossimi mesi – si legge in una nota dell’ufficio stampa del Nazareno – il Partito Democratico ha deciso di formalizzare gli incarichi alla guida dei dipartimenti che affiancheranno il segretario e la segreteria nei prossimi mesi.
La prima riunione dell’esecutivo è prevista per mercoledì prossimo. I dipartimenti saranno composti da 20 donne e 20 uomini.

Donne
Anna Ascani, Cultura; 2. Simona Bonafè, economia circolare
Loredana Capone, turismo
Stefania Covello, mezzogiorno
Titti Di Salvo, mamme
Silvia Fregolent, Pari Opportunità
Maria Chiara Gadda, Lotta contro lo spreco alimentare
Anna Grassellino, Italiani all’estero
Chiara Gribaudo, Lavoro
Simona Malpezzi, Scuola
Elisa Mariano, Commercio
Emma Petitti, Pubblica Amministrazione
Stefania Pezzopane, Ricostruzione Terremoto
Pina Picierno, Fondi Europei
Giuditta Pini, feste dell’Unità
Patrizia Prestipino, Difesa Animali
Alessia Rotta, circoli
Daniela Sbrollini, Sport
Patrizia Torricelli, editoria
Sandra Zampa, minori
Uomini
Giuseppe Antoci, Legalità
Gianluca Beneamati, Energia
Matteo Biffoni, Immigrazione
Sergio Boccadutri, Innovazione
Ciro Bonajuto, Giustizia
Ernesto Carbone, Sviluppo economico
Roberto Cociancich, Cooperazione internazionale
Andrea De Maria, formazione
Giovanni Epifani, agricoltura
Andrea Ferrazzi, Urbanistica
Emanuele Fiano, Sicurezza
Federico Gelli, Sanità
Federico Ginato, Piccole Medie Imprese
Giovanni Lattanzi, Welfare
Salvatore Margiotta, Infrastrutture
Stefano Mazzetti, Ambiente
Luciano Nobili, città metropolitane
Mattia Palazzi, Rigenerazione urbana
Francesco Verducci, Università e ricerca.
Walter Verini, partito aperto.
Si è formalizzato inoltre il gruppo ristretto, che sarà responsabile dei contenuti della Conferenza Programmatica “Italia 2020” e che si svolgerà a ottobre, gruppo che sarà composto da Andrea Orlando, Michele Emiliano, Graziano Delrio, Sergio Chiamparino, Maria Elena Boschi. Per la segreteria Maurizio Martina e Tommaso Nannicini.

A Piero Fassino è stata attribuita la responsabilità di tutta la proiezione internazionale dell’attività del Partito, a cominciare dalla rappresentanza dentro gli organismi del Partito Socialista Europeo.

Come già annunciato Matteo Richetti coordinerà l’area comunicazione del PD.

Portavoce del segretario e capo ufficio stampa sarà Marco Agnoletti.

Le attività di Terrazza PD, Ore Nove e Democratica termineranno venerdì 28 luglio e riprenderanno col mese di settembre.

La Festa Nazionale dell’Unità di Imola inizierà il giorno 9 settembre.

Da - http://www.unita.tv/focus/esecutivo-ecco-i-nomi-dei-responsabili-dei-40-dipartimenti-tematici/
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« Risposta #35 il: Agosto 27, 2017, 09:13:51 »

Arlecchino Ulivista

Il PD non è una ideologia circoscritta ma una tesi (molte tesi uliviste unite).

Chi sta nel PD lavori per realizzarle anche criticando il vertice (che lo merita) ma tutti si deve remare nella stessa direzione senza deviazioni ideologiche.

Il PD non deve imparare nulla dal passato, perdente, della sinistra.

ciaooo

Da Fb del 24 agosto 2017 (Gad Lerner se ne va)
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« Risposta #36 il: Ottobre 12, 2017, 06:01:40 »


“È l’ultimo treno”. Gentiloni e il patto siglato con Renzi
Piano per votare anche lo Ius soli modificato
Pubblicato il 11/10/2017 - Ultima modifica il 11/10/2017 alle ore 09:11

Carlo Bertini
Roma

Il patto tra Paolo Gentiloni e Matteo Renzi, con la sponda del Colle, era stato siglato più di dieci giorni fa, una triangolazione che ha consentito al premier di fare un passo certo non indolore. «Se ce ne sarà bisogno si andrà avanti così, rischiamo di non portarla a casa», si son detti tempo fa i due leader. Da giorni il copione era già scritto e Mattarella ne era stato informato. 

Ma fino a lunedì sera il premier propendeva per il “canguro”, ovvero la tagliola parlamentare studiata per neutralizzare i voti segreti: tuttavia, quando di fronte all’evidenza si è capito che il “canguro”, escogitato da Emanuele Fiano, avrebbe lasciato comunque in piedi diversi voti segreti, è stato chiaro a tutti che non ci sarebbe stata alternativa alla fiducia. Perché c’era un altro patto dietro le quinte, quello tra Rosato e gli altri capigruppo di Forza Italia, Lega e Ap: se salta un tassello salta tutto, niente scherzi. E di questo patto si fa forte il premier quando ieri apre la riunione del Consiglio dei ministri: «Si pone la questione della fiducia, per facilitare il percorso della legge elettorale. Ce lo chiede la maggioranza perché c’è il rischio di trovarsi con un nulla di fatto. L’unica cosa certa è che questa iniziativa è sostenuta da un arco di forze parlamentari più ampio della maggioranza e siccome abbiamo bisogno di regole certe e chiare non possiamo ignorarlo». 

Il premier è preoccupato, sa di giocarsi l’osso del collo con un voto finale sulla riforma che sarà a scrutinio segreto. Ma non ci sono alternative e tira dritto. Forte di un consenso largo alla fiducia. Di buon mattino arriva la benedizione di Forza Italia, della Lega e poi pure del Quirinale. E a chi gli rinfaccerà il suo discorso di insediamento, Gentiloni è pronto a ribattere che le sue parole erano state «il governo non sarà attore protagonista, ma non starà alla finestra e cercherà di accompagnare il confronto, perché il paese ha bisogno di regole certe pienamente applicabili e con urgenza». Insomma, Gentiloni sa che questo «è l’ultimo treno» e se non si prendesse a ridosso delle urne toccherà fare un decreto: con il governo alla ricerca di una maggioranza in aula su due monconi di legge elettorale, per di più a un mese dal voto. Un calvario. Nel gran salone di Palazzo Chigi Andrea Orlando è l’unico a sollevare obiezioni sulla fiducia. «Scusate, il decreto lo avremmo fatto con il consenso di tutte le forze parlamentari, giusto? Quindi aspettiamo prima di porre in aula la fiducia: se Mdp mostra un minimo di apertura apriamo un tavolo con loro su alcune modifiche circoscritte». Orlando prima ne ha parlato con i capi di Mdp che gli hanno chiuso la porta, ma vuole provare lo stesso. In Cdm gli rispondono Martina, Minniti, Lotti e Franceschini. Nessuna sponda a Orlando neanche dal ministro della Cultura, l’altro capocorrente forte del Pd. I ministri renziani alzano il muro e si va avanti con la fiducia.

A cui addirittura potrebbe seguirne un’altra, anzi altre due. Se dal comignolo di Montecitorio venerdì mattina uscirà la fumata bianca, la legge elettorale passerà al Senato martedì in commissione: rapido via libera per arrivare in aula mercoledì o giovedì 19 ed essere varata anche lì con la fiducia. In tale ingorgo è possibile che la legge di bilancio arrivi in Senato il 27 ottobre, aprendo una finestra anche per lo Ius soli: che sarà riscritto per andare incontro ad Ap, con un irrigidimento anche su entrambi i genitori regolarizzati per poter accedere alla cittadinanza. Poi il testo andrebbe alla Camera a novembre che avrebbe tempo per approvarlo con la fiducia.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/11/italia/politica/lultimo-treno-gentiloni-e-il-patto-siglato-con-renzi-mlJKbQkBp7OBbMQhPLxVWJ/pagina.html
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« Risposta #37 il: Ottobre 21, 2017, 12:11:46 »

Bankitalia, Renzi: "Gentiloni sapeva. Riconferma Visco non sarà mia sconfitta".
Ira di Prodi: "Mozione improvvida"
Il segretario del Pd insiste sul caso della mozione parlamentare di sfiducia nei confronti del governatore uscente. Ma precisa: "Non ho posto una questione di nomi". E si dice certo che "in Commissione ci sarà qualche sorpresina". La replica del Professore: "Non mi tirare in ballo".
La presidenza del Consiglio smentisce ricostruzioni della stampa.
Salvini attacca l'ex premier: "Insabbiatore attacca Visco per nascondere responsabilità"

19 ottobre 2017

ROMA - Si fa sempre più incandescente il clima intorno alla vicenda Bankitalia e, in tarda sera, si trasforma in un botta e risposta a distanza tra il segretario Pd, Matteo Renzi, e l'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi.  "Il Governo non era semplicemente informato: era d'accordo. La mozione parlamentare non solo era nota al Governo, ma come sa chi conosce il diritto parlamentare, prevedeva che il governo desse un parere. Che c'è stato ed è stato positivo". Renzi prima in un'intervista a Quotidiano nazionale, poi in serata durante Otto e mezzo su La7, torna sul caso Bankitalia che ha scosso e diviso il partito. Una ricostruzione diversa da quanto pubblicato oggi da Repubblica secondo il quale la sottosegretaria Maria Elena Boschi avrebbe messo a punto il testo votato dalla Camera senza informare il premier e il Quirinale. "L'esecutivo è fatto di persone serie, non danno parere positivo senza sapere di cosa stiamo parlando", dice Renzi al quotidiano.

E, più tardi, rincara la dose: "Tutti sapevano tutto. Il presidente del Consiglio mi ha telefonato per dirmi che secondo lui la mozione aveva dei punti da cambiare. Poi è normale che il leader del primo partito venisse incontro al governo", ha detto il segretario Pd a Otto e Mezzo su La7, ribadendo che "un partito di Sinistra deve stare con i risparmiatori e non col governatore", prosegue, rivendicando la sua natura di 'rottamatore': "Io - aggiunge - sono sempre il solito, non è che sono nato rottamatore e sono diventato il difensore delle magagne del sistema". Questo, però, non vuol dire che l'eventuale riconferma di Visco "sarà una mia sconfitta - dice -. Io non ho posto una questione di nomi. Abbiamo detto che la Vigilanza non ha fatto granché, Quirinale e governo avranno sempre il rispetto del Pd".

Nessuno, insiste Renzi, ha messo in discussione i poteri del governo, ma sottolinea anche che "tra galateo istituzionale e diritti dei risparmiatori, io sto dalla parte dei risparmiatori". Questo non toglie che "quello che decide Gentiloni avrà il mio appoggio totale", ha ribadito, insistendo su quanto aveva dichiarato nell'intervista a QN: "Auspico che (governo e Quirinale, ndr) scelgano la persona migliore: se il governo riterrà che la persona migliore sia l'attuale governatore ne prenderemo atto. Ma il rispetto istituzionale non significa non chiedere chiarezza rispetto a ciò che è successo. Noi abbiamo la coscienza a posto, spero che tutti possano dire lo stesso".

L'ex premier mette in chiaro che nel Pd non ci sono 'scheletri nell'armadio': "Siamo i primi a essere interessati al fatto che la Commissione sulle banche lavori e faccia chiarezza", ha specificato, ma si dice certo che proprio la Commissione "ci riserverà qualche sorpresina. Si cita Banca Etruria per nascondere le vere magagne, ad esempio una banca comprata a 6 miliardi e venduta a 9 miliardi...".

Le dichiarazioni dell'ex premier fanno scattare l'ira dell'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, che prontamente replica: "Vedo maldestri tentativi di ricercare precedenti alla improvvida mozione presentata dal Pd sul governatore della Banca d'Italia e che si propone un parallelismo con una mia presa di posizione del 2005. Il mio intervento di allora mirava ad accelerare la approvazione della Legge sul risparmio che conteneva il giusto passaggio della carica di Governatore da carica a vita a carica con una scadenza di mandato e che assegnava alla Consob il compito di vigilare sulla concorrenza anche nel sistema bancario. È del tutto evidente che parliamo di obiettivi e modalità completamente diversi."

La bufera sulla vicenda non si placa: stamani fonti di Palazzo Chigi hanno smentito le ricostruzioni "di vario segno" apparse oggi sui quotidiani, sottolineando che sul tema della Banca d'Italia le decisioni del Presidente del Consiglio "saranno basate sulle prerogative a lui attribuite dalla legge ed ispirate esclusivamente al criterio di salvaguardia dell'autonomia dell'Istituto".

L'ex premier, dalle pagine di QN risponde anche in merito alle dure critiche ricevute da Walter Veltroni e del presidente emerito Giorgio Napolitano: "Mi spiace per le polemiche - afferma -  anche se rispetto la loro opinione. Ogni discussione aiuta a crescere, ma rimango stupito nel vedere reazioni così dure a un semplice atto parlamentare. O vogliamo dire che il Parlamento non può discutere?".

In soccorso giunge il presidente del Pd Matteo Orfini, che bacchetta i bersaniani, che in Aula hanno contrastato apertamente una mozione analoga del M5s contro Visco, e che invece hanno poi criticato il Pd: comunque cari compagni, o fate la sinistra o fate i portavoce a prescindere del salotto buono. Che le due cose insieme funzionano poco.

Attacca il segretario Pd il leader della Lega, Matteo Salvini: "Per difendere i diritti di migliaia di italiani truffati scriverò a Gentiloni e Mattarella per chiedere che il Parlamento ascolti urgentemente Visco. È evidente che l'insabbiatore Renzi attacca Visco perché che non vuole che vengano fuori le responsabilità sue e del governo. Chi sceglie Casini, cioè il vecchio sistema, alla presidenza della commissione d'inchiesta sulle banche non vuole chiarezza e verità. Tutti a casa, Renzi, governo e Visco: servono regole e trasparenza", ha scritto in una nota il segretario del Carroccio.


© Riproduzione riservata 19 ottobre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/10/19/news/bankitalia_renzi_gentiloni_sapeva_ed_era_d_accordo_-178697206/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S1.8-T2

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« Risposta #38 il: Ottobre 28, 2017, 06:13:39 »

Riaprire la porta a Bersani. La sfida dei capicorrente Pd
Ma Renzi chiude sul Rosatellum e attacca la Boldrini su Bankitalia
Il segretario del Partito democratico scherza sul social network Instagram: «Il treno? In moto mi sento a casa»

Pubblicato il 23/10/2017 - Ultima modifica il 23/10/2017 alle ore 07:20

CARLO BERTINI
ROMA

A sentire i Renzi-boys il gioco è quello classico del cerino: quell’apertura di Roberto Speranza che dalle colonne di Repubblica chiede al segretario Pd di incontrarsi per discutere di legge elettorale e di bilancio, altro non sarebbe che il tentativo di tirare addosso al Pd la responsabilità della rottura. Tutti sanno che senza coalizione il rischio di sconfitte nei collegi e alle urne per colpa delle divisioni a sinistra è alto e ognuno dei contendenti prova a gettare la croce addosso all’altro. A sentire gli uomini di Mdp, se domani si mette la fiducia sul “Rosatellum” la questione è chiusa: perché senza voto disgiunto, negando la possibilità all’elettore di votare un altro partito, non si può costruire la coalizione se non alle condizioni di Renzi. Ecco il perché dell «incontriamoci subito» di Speranza. Tradotto, se le regole saranno queste, inutile andare a parlare da una posizione di debolezza.
 
«Ma dopo tutto quello che ci avete detto, che Renzi era il male assoluto, eccetera, ora volete dialogare?», risponde il leader Pd da Lucia Annunziata su Rai 3. «Però io guardo il bicchiere mezzo pieno, l’apertura. Se è seria parliamo, ma di cose concrete». E qui il segretario Pd provoca sui punti già criticati da Bersani e compagni, 80 euro, jobs act. «Preferenze? Si è fatto un accordo tra tanti partiti, anche di opposizione, rimetterlo in discussione sembra un tentativo di ripartire da capo». 
 
Ed ecco uno stop alle richieste del “rosatellum”, che arrivano oltre tempo massimo. Anzi, Ettore Rosato pone come condizione per incontrarsi che Mdp voti la legge. I renziani ricordano che quando l’accordo fu chiuso al tavolo con gli altri partiti, Mdp non ha voluto sedersi: la prima bozza fu sottoposta anche a loro, che la rifiutarono: perché non c’erano le preferenze e il voto disgiunto, non graditi a Forza Italia. E toccare oggi quei punti equivarrebbe a smontare la nuova intesa trasversale sulla legge elettorale. Che verrà votata giovedì al Senato con la fiducia prima dell’arrivo della manovra. 
 
Il problema per Renzi è che i potentati dentro il Pd non gradiscono che si chiuda la porta senza appello agli ex compagni di strada, nel timore che questo giochetto porti tutti a sbattere alle urne: così si spiega il tweet con cui esce allo scoperto, cosa che fa raramente, Dario Franceschini. «La proposta di Speranza e la risposta di Renzi ricostruiscono un filo di dialogo. Nessuno lo spezzi o vincerà la destra», è l’avvertimento al segretario. Pari a quello del Guardasigilli Orlando, l’altro capocorrente di peso nel Pd, che chiede di fissare «sin dalle prossime ore un incontro dei vertici dei nostri gruppi con quelli Mdp».
 
Frattura a sinistra difficile da ricomporre, anche per la vicenda Bankitalia, su cui il leader Pd tira dritto. «Uso la clava perché sono un uomo libero». Dice di non avere nomi, «vorrei che chiunque fosse scelto sia il migliore candidato possibile. È una valutazione che deve fare il presidente del Consiglio». Poi attacca la Boldrini per aver ammesso le mozioni dei 5stelle e della Lega, (e lei gli replica «non si può chiedere a chi presiede la Camera di impedire alle opposizioni di esprimersi»). Ma garantisce che la mozione Pd era concordata e condivisa, «Gentiloni ed io l’abbiamo saputo più o meno nello stesso momento». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/23/italia/politica/riaprire-la-porta-a-bersani-la-sfida-dei-capicorrente-pd-bgXEDyC8H6vRmBPX72pYVI/pagina.html
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« Risposta #39 il: Novembre 05, 2017, 10:54:33 »

Sicilia, nel Pd è corsa a scaricare Micari: i renziani vanno con Musumeci e Crocetta con i 5Stelle

Giuseppe Oddo   

Il sistema del voto disgiunto, che permette di esprimere un voto per la lista che si è scelta e un altro per il candidato presidente di una lista o di un insieme di liste avversarie, potrebbe avere effetti parossistici alle elezioni regionali siciliane di domenica 5 novembre. Il partito che potrebbe praticarlo maggiormente, riferiscono le fonti consultate da Business Insider Italia, è il Pd. La parte dei democratici siciliani già favorevole alle larghe intese con Forza Italia starebbe orientandosi – secondo le indiscrezioni – a non votare per Fabrizio Micari (designato dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando), ma a cedere la preferenza al candidato avversario del centrodestra, Nello Musumeci.

Lo scopo di questa realpolitik in salsa sicula sarebbe di impedire in tutti i modi, anche con i meno ortodossi, la vittoria dei 5 Stelle, che con queste elezioni stanno giocandosi a loro volta il tutto per tutto. Un’affermazione del Movimento in campo regionale, con la macchina delle politiche di marzo già in movimento, potrebbe infatti fare da traino ai grillini anche in campo nazionale, spingendo la massa degli indecisi a sciogliere ogni riserva nei loro confronti. Per il segretario del Pd, Matteo Renzi, che vuol ritornare a Palazzo Chigi, questa sarebbe la peggiore iattura.

L’idea di scaricare Micari – secondo queste fonti – starebbe dunque maturando nella consapevolezza che tanto ormai per i dem non c’è più partita e che è meglio sostenere chi può sconfiggere i 5 Stelle, cioè Musumeci, piuttosto che battersi per una causa persa.

D’altro canto, che le larghe intese siano già in marcia e che i dibattiti elettorali siano un gioco tra le parti lo ha fatto capire in una recente intervista a Repubblica Gianfranco Micciché, responsabile di Forza Italia in Sicilia. Sul fatto che Musumeci, in caso di successo, potrebbe non disporre del 51% dei seggi, Miccichè ha infatti ammesso: “Ci manca la maggioranza”. Ed ha aggiunto, qui sta il punto: “Non dispero che dal gruppo di Salvatore Cardinale mi arrivi un aiuto”. Cardinale fa parte dell’area renziana più moderata del Pd e se Miccichè lo chiama in causa in pubblico di certo non lo fa per caso.

Commenta un’altra fonte che chiede di restare anonima: “Se larghe intese dovranno essere, tanto vale votare direttamente per Musumeci e scongiurare che i 5 Stelle mettano Renzi e il Pd nell’angolo. Il vero obiettivo dei democratici, a queste elezioni regionali, è combattere i 5 Stelle. E allora perché avversare l’unico candidato che può veramente contrastarli? E’ il ragionamento che circola all’interno del partito”.

Gli stessi grillini giudicati una sciagura dai renziani suscitano invece sentimenti opposti nel presidente della Regione uscente, Rosario Crocetta, e nel senatore Giuseppe Lumia, suo mentore. Attilio Bolzoni ha scritto a questo proposito su Repubblica, senza essere smentito, che Crocetta e Lumia, “hanno già fatto capire che molti dei loro non voteranno per il centrosinistra ma per i 5 Stelle”.

Il perché ce lo spiega un’altra fonte, sempre in modo anonimo: “Crocetta ha tutto l’interesse a far perdere Micari, perché così può dimostrare quanto sia centrale la sua figura e quale errore abbia commesso il Pd a chiedergli di non ricandidarsi. Prima si è fatto da parte nella corsa alla presidenza, lasciando campo libero a Micari in cambio di un posto sicuro per sé al Senato, promessogli da Renzi. Ora gioca a indebolire Micari, perché cerca di far valere di più il 2-3% di voti che presumibilmente raccoglierà la sua lista, Il Megafono”. E dietro le quinte suggerisce di votare in modo disgiunto il candidato dei 5 Stelle, Giancarlo Cancelleri, anche se il crollo d’immagine deve averne compromesso il seguito elettorale di cinque anni fa.

Siamo di fonte a un Pd lacerato dai conflitti tra correnti, che potrebbe essere superato a sinistra dalla lista dei Cento passi di Claudio Fava e che corre il pericolo di un crollo elettorale e di una conseguente frantumazione. Una campagna costruita, a destra come a sinistra, soprattutto in funzione delle alchimie nazionali, che lascia senza risposte i grandi temi dello sviluppo e dell’occupazione. Una Sicilia sempre più distante dal resto del paese, sempre più abbandonata a se stessa.

Da - https://it.businessinsider.com/sicilia-nel-pd-e-corsa-a-scaricare-micari-i-renziani-vanno-con-musumeci-e-crocetta-con-i-5stelle/
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« Risposta #40 il: Novembre 07, 2017, 11:48:31 »

Pd, si allarga il fronte anti Renzi: assedio sul cambio leader, ora spunta la carta Minniti
La moral suasion dei padri nobili Prodi e Veltroni per una svolta.
Il Guardasigilli punta su Gentiloni, Pisapia vede Grasso. Ma potrebbe prevalere la carta del ministro dell'Interno

Di TOMMASO CIRIACO
07 novembre 2017

ROMA - L'operazione ribaltone è in campo, il problema è che i "congiurati" remano senza un briciolo di sincronia. "Dopo questa sconfitta è impossibile fare finta di nulla - detta la linea ai suoi Andrea Orlando - Matteo deve capire che così si perde. Dobbiamo allargare il centrosinistra, individuando una figura capace di unire la coalizione". Ha in mente Paolo Gentiloni, anche se il diretto interessato non ha alcuna intenzione di "sacrificarsi". La spalla ideale del piano sarebbe Dario Franceschini, che però nel day after della disfatta chiama Renzi per avvertirlo di quanto dirà per smarcarsi: "L'accordo con i bersaniani è ineludibile, oppure saremo destinati alla sconfitta. Ma nessuno mette in discussione la leadership del segretario". Solo il segnale di un padre nobile del Pd, a questo punto, potrebbe spostare davvero gli equilibri. Tutti attendono un cenno di Walter Veltroni, che stasera presenterà il suo libro a Cartabianca. E che coltiva un legame sempre più stretto con l'altro vero "indiziato" per un'eventuale staffetta alla guida del centrosinistra: Marco Minniti.

Tessere una tela attorno al Nazareno, per costringere il segretario all'alleanza con Mdp e sfilargli anche la pettorina da candidato premier: questo è il sogno degli antirenziani di vecchio e nuovo conio. "Se Renzi decide davvero di fare spazio a Gentiloni - sorride Denis Verdini, a zonzo nel cuore della Capitale - vedrete che Paolo farà come il nonno, quello del patto Gentiloni: favorirà un nuovo accordo di sistema...". La verità è che il progetto a favore dell'attuale premier assomiglia a una mission impossible. Prevede innanzitutto una raffica di "sfiducie pubbliche" contro il segretario dem, travestite da appelli alla responsabilità. Dovesse fallire, il Guardasigilli lancerebbe anche un piano B, che ha la forma dell'arma finale: un evento politico aperto alla galassia di sinistra per una nuova, clamorosa frattura nel campo del centrosinistra.

L'operazione ribaltone si trasmette come un virus sul display degli altri ministri dem. E conquista alleati nella classe dirigente battuta da Renzi. Tra loro c'è Gianni Cuperlo, che spinge per affidare a una commissione di figure super partes la ricerca dell'unità. "Il voto siciliano - spiegava ieri a un collega in Transatlantico - dice che Pd e Mdp hanno perso entrambi. A questo punto 'Houston, abbiamo un problema'. E dalla terra non possiamo discutere su chi ha sbagliato a costruire la navicella, dobbiamo mettere in salvo il centrosinistra, altrimenti la sconfitta sarà tragica".

Per riuscire nell'operazione, però, servirebbe arruolare alla causa almeno Franceschini. Il ministro per adesso si muove con cautela. Nulla di strano, come tutti conosce le leggi della politica e ha ben chiaro il potere affidato dal Rosatellum al segretario nella costruzione delle liste. L'accorato appello all'unità con Mdp, non a caso, va a braccetto con il riconoscimento della leadership renziana. Il nodo, ovviamente, resta quello della premiership. E anche su questo punto il ministro della Cultura procede con passo felpato: "Non mi sembra un problema, è stato Renzi a dire che non è necessario che sia lui il candidato premier".

Il punto è che i bersaniani considerano insufficiente "depotenziare" il ruolo del segretario per siglare un'intesa. Mdp pretende una "discontinuità" netta, che significa mettere da parte Renzi a favore di un nuovo candidato unitario a Palazzo Chigi. Giuliano Pisapia, intanto, continua a pensare che dopo il voto sull'Isola il tappo possa saltare per davvero. Ma siccome il rebus diventa di ora in ora più infernale, l'ex sindaco incontra Pietro Grasso e discute della strada più agevole per avviare un progetto comune. La guida sarebbe affidata proprio al Presidente del Senato, che nel frattempo duella ruvidamente con i renziani: "Imputarmi il risultato siciliano mette in chiaro - è una patetica scusa, utile solo ad impedire altre e più approfondite riflessioni".

Per paradosso, insomma, i tentennamenti nel Pd rafforzano il progetto di una sinistra "da Vendola a Pisapia", nonostante la brutta performance sull'Isola. È la linea dello scontro finale sostenuta ormai da mesi da Massimo D'Alema. Toccherà ai bersaniani, già oggi, riunire la direzione nazionale del nuovo soggetto per pianificare le prossime mosse in vista dell'assemblea pubblica in agenda il prossimo 19 novembre, il punto di non ritorno nel progetto di un'alternativa di sinistra.

Soltanto un miracolo, a questo punto, può fermare questa dinamica fratricida. Oppure una levata di scudi generale contro il leader di Rignano. In questo scenario, la "carta Minniti" potrebbe spuntare dal mazzo. Con il passare delle ore, il titolare del
Viminale conquista consensi crescenti nel Pd. Stuzzica la voglia di unità di una fetta rilevante di sinistra. Consolida il feeling con Veltroni. Ed è pronto a far pesare la rete di rapporti istituzionali e internazionali coltivati nell'ultimo ventennio. La sfida è aperta.

© Riproduzione riservata 07 novembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/11/07/news/pd_si_allarga_il_fronte_anti_renzi_assedio_sul_cambio_leader_ora_spunta_la_carta_minniti-180446858/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1
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« Risposta #41 il: Novembre 20, 2017, 06:02:47 »

Alleanze nel centrosinistra, Prodi: “Lungo colloquio con Renzi”.
Fassino vede Pisapia

Pubblicato il 18/11/2017 - Ultima modifica il 18/11/2017 alle ore 21:35

«Non vi sarà nessuna lista intestata a Romano Prodi o all’Ulivo. La preoccupazione del Presidente Prodi - fa sapere il suo ufficio stampa - è allargare e tenere insieme un campo largo di centro sinistra. Questa è stata la prospettiva e il senso degli incontri che in questi giorni si sono svolti tra il Presidente e Piero Fassino, Giuliano Pisapia e con altri interlocutori del centro sinistra. In questo contesto, prima di partire per gli Stati Uniti, il Presidente ha avuto un lungo e cordiale colloquio con Matteo Renzi». 

Intanto, in un comunicato congiunto, il leader di Campo progressista e l’incaricato del Pd per la verifica delle alleanze scrivono: “Giuliano Pisapia e Piero Fassino hanno avviato un percorso politico e programmatico per una nuova stagione del centrosinistra. L’incontro è stato positivo». 
 
«Consapevoli delle rilevanti difficoltà che si frappongono ad una piena ricostruzione di un rapporto con l’elettorato di centrosinistra, il confronto proseguirà nei prossimi giorni con approfondimenti rigorosi e costruttivi, già a partire dall’iter parlamentare della legge di bilancio», spiegano i due uomini politici.
 
«È stato un incontro molto utile e positivo, è stato l’avvio di un confronto e di un approfondimento. Per me, si è fatto un passo importante e positivo», ha commentato il vicesegretario del Pd, Maurizio Martina.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/18/italia/politica/centrosinistra-allargato-incontro-positivo-tra-pisapia-e-fassino-jBDGsZboxQuFAYigRGqNlN/pagina.html
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« Risposta #42 il: Dicembre 03, 2017, 01:50:23 »

Economia & Lobby

Politica Industriale, l’Italia ha bisogno di una cultura aziendalistica

Di Giuseppe Brianza | 13 gennaio 2016

Ormai sento sul collo il respiro di coloro che vorrebbero arrivare alle conclusioni serie. Mi spiace per loro ma bisogna ancora fare alcuni passi intermedi, altrimenti si rischia di non afferrare una grossa opportunità. E il mio obiettivo non è di raccogliere plausi o condanne, bensì quello di formare un gruppo di persone che capisca quale potenziale beneficio possiamo portare a questo mondo oggi asfittico della manifattura italiana.

A mettere in movimento le situazioni reali ci ha pensato (e continua a pensarci) l’evoluzione tecnologica.
Faccio un esempio che ho personalmente vissuto. Stavo discutendo – ormai molti anni fa – con l’amministratore delegato di una nota casa motociclistica italiana. Stavamo passando in rassegna i reparti produttivi quando un tecnico in camice verde ci raggiunse: doveva sottoporre all’Ad un problema: nella mano destra teneva una manciata di ingranaggi destinati al ‘cambio di velocità’ di un certo modello della casa.

Si poneva un problema: questi ingranaggi non rispondevano alle prescrizioni qualitative imposte dal disegno del progettista, ma erano tanti ed erano già stati prodotti e pronti per andare in ‘cementazione’: che fare, buttarli? Il nostro ad era in serio imbarazzo: ma non tanto perché si poneva una questione di ‘qualità’ del prodotto, quanto perché ero presente io, esterno all’azienda, che avrei potuto essere un pericolo dal punto di vista dell’immagine della società. Ebbe qualche esitazione. Poi, guardandomi negli occhi, quasi a chiedere la mia complicità, mise una mano sulla spalla del tecnico in camice verde e disse: ‘Dai, dai, che siete capaci di impiegarli lo stesso…! ’.
Personalmente non mi stupii: nel mio passato professionale queste cose accadevano quotidianamente in una grande casa automobilistica. Poi, alla fin fine, il cliente finale non si sarebbe accorto di nulla ma intanto si salvavano produzioni che sarebbero state da scartare.

A rompere le uova nel paniere arrivarono negli anni settanta pesantissimi i giapponesi, con il loro ‘just-in-time’, il ‘kanban’, la ‘total quality’, ecc. ecc. Nelle nostre aziende accadde di tutto, ma per accettare queste nuove regole le nostre maestranze ci misero una trentina d’anni, durante i quali la ‘quality’ dei nostri prodotti Oem subì colpi impressionanti. I sindacati non capirono la durezza dell’evoluzione che il mercato globale stava imponendo, questo problema fu affrontato con lotte e scontri dal carattere ‘reattivo’ e non ‘propulsivo’ per un numero di anni nei quali l’immagine della nostra ‘quality’ nel mondo tese al forte ribasso. E perdemmo molti mercati.

Anche noi italiani cominciammo a percepire una sensibile differenza qualitativa fra le nostre automobili e quelle tedesche o giapponesi o coreane. La differenza era palpabile: tutto il mondo manifatturiero però stava percorrendo una curva d’esperienza molto importante: si capì che il subfornitore, per capirci le aziende Ssm, non erano così intercambiabili. Ricordo la saggezza meneghina del mio nonno paterno (che nel 1906 aveva messo in piedi una ‘fabbrichetta’) quando diceva: ‘un buon fornitore costruisce metà del successo di bilancio…’.
A poco a poco, nel mondo dei rapporti fra Ssm e Oem si venne a formare una ‘segregazione’ silenziosa, quasi naturale: una sorta di ‘fascia A’ (non identificata da nulla se non da una immagine qualificata) e una sorta di ‘fascia B’ (le Ssm a immagine minore). Dimentichiamo le conseguenze sui ‘prezzi’ dei prodotti, ma venne a verificarsi un fenomeno ancora da molti non colto nella sua grandissima importanza: i legami fra le aziende-buyer e le Pmi di ‘fascia A’ si sono intensificati e la vera motivazione di questo fenomeno (avvenuto a danno dei legami fra le medesime aziende-buyer e le PMI di ‘fascia B’) è costituita dal fatto che un qualsivoglia ‘buyer’ rischia la carriera se il fornitore non mantiene i propri impegni e la ‘catena produttiva’ rischia il blocco. A volte una Pmi di ‘fascia B’ non riesce a entrare neppure forzando a dismisura il ‘prezzo d’offerta’: anzi, così facendo, provoca una crescente diffidenza da parte di molti buyers.

Come cerco di spiegare, questo fenomeno ha carattere spontaneo e non si tratta di un fenomeno che caratterizza solo le nostre Pmi: a poco a poco, diffondendosi questa realtà economica, si sono formati dei ‘gruppi’ di aziende, di varia conformazione, non legate da patti speciali, che hanno dato vita alla cosiddetta ‘impresa olonica’: fu uno studioso ungherese che ne parlò e che definì il termine ‘olonico’, da holos (tutto) e on (parte) per identificare la combinazione di un sistema con le sue parti. E’ un fenomeno mobile, spontaneo, ma assolutamente esistente e operante e, oltretutto, crescente nella sua applicazione, ancorché spesso inconsapevole.

Nonostante la sua silenziosità, il suo esistere silenzioso, si tratta di un fenomeno epocale e il nostro ‘sistema manifatturiero’, nel suo vivere affannoso, non l’ha ancora – salvo pochi – colto. Un sistema di imprese-oloni forma una unica impresa, definita appunto impresa virtuale perché non corrisponde a un’impresa reale.

Fantasia? Sogno? Per nulla: è una realtà che ha anche in Italia degli esempi e dei successi clamorosi. Ne parleremo più a fondo.
Certamente per molti queste affermazioni sono un po’ come l’arabo per i latini: ma questo scenario fa ormai parte della realtà industriale internazionale. Sì, internazionale, perché oltretutto questa nuova realtà industriale non conosce confini politici o geografici.

L’argomento è davvero grosso e, soprattutto, importante: perché genera conseguenze enormi sui ‘costi’, sulle curve d’esperienza tecnologiche, sulla capacità finanziarie. E’ un fenomeno che genera ‘cultura’, e Dio solo sa quanto le nostre Pmi abbiano bisogno di questo straordinario ingrediente, multiforme e trascinante: la ’cultura’ aziendalistica (tecnica, di marketing, finanziaria).

Di Giuseppe Brianza | 13 gennaio 2016

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/13/politica-industriale-litalia-ha-bisogno-di-una-cultura-aziendalistica/2368027/
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« Risposta #43 il: Gennaio 19, 2018, 12:00:25 »

Pd, Renzi: 'Stop discussioni su dopo, ora casa per casa'

'Ogni ragionamento sul dopo si fa dopo. Il messaggio al Pd è basta discussioni e polemiche, ora a testa alta in campagna elettorale', ha detto Renzi alla direzione del Pd

Redazione ANSA

ROMA 17 gennaio 2018 23:40

Il segretario del Pd Matteo Renzi e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni al Nazareno dove la direzione nazionale del partito si è aperta con un pensiero - affidato a Barbara Pollastrini - per le famiglie delle vittime dell'incidente sul lavoro a Milano.

Le deroghe al limite dei tre mandati parlamentari, previste dallo statuto del Pd, saranno decise nella Direzione del 26 dicembre, che approverà le liste elettorali. Lo prevede il Regolamento delle candidature approvato dalla Direzione del Pd. Il Regolamento esclude gli eletti uscenti che non sono in regola con il pagamento delle quote al Partito.

"La discussione interna al partito sul dopo propongo di farla dopo le elezioni - ha detto il segretario Pd Matteo Renzi, a quanto si apprende, in direzione-: in questi 46 giorni, si va casa per casa. Ogni ragionamento sul dopo si fa dopo. Il messaggio al Pd è basta discussioni e polemiche, ora a testa alta in campagna elettorale".

"Ho scelto di iniziare con il primo nome per il Parlamento con un uomo che vive in una delle realtà in cui abbiamo fatto più fatica - ha annunciato Renzi - in un'area culturale alla quale siamo orgogliosamente affini e che lavora in prima linea tutti i santi giorni: Paolo Siani è il nostro primo candidato. Già nelle prossime ore annunceremo altre personalità: abbiamo chiesto a una personalità della Cgil, Carla Cantone, e lei ha accettato".

"Da oggi stesso concediamo la deroga per il presidente del Consiglio e per i suoi ministri" per candidarsi alle elezioni. "E' - spiega - una valutazione politica. Il presidente del Consiglio farà il presidente del Consiglio, ma se lui e i ministri saranno in campo, come credo, sarà positivo per rafforzare non solo il lavoro di squadra ma anche un team più credibile degli altri".

Poi a Matrix Matteo Renzi a Matrix dice che i membri del governo "saranno candidati - e sono molto grato a Gentiloni e tutti i ministri - nel senso che saranno in campo, candidandosi in un collegio e in più di una circoscrizione proporzionale. Metteremo in campo la squadra migliore e i candidati migliori. Tutti". "Penso che Gentiloni sarà il migliore del suo collegio. Vale per tutti. Nessuno ha una squadra più forte del Pd", aggiunge.

"Un nostro amministratore comunale è stato arrestato, poi assolto. Si chiama Giosi Ferrandino, era sindaco a Ischia - ha scritto Matteo Renzi nella Enews -. L'indagine su di lui è molto strana ed è passata sui media come 'indagine CPL Concordia'. I protagonisti dell'accusa sono gli stessi dell'indagine su Consip. I metodi, pare, simili". "Scommetto che nei prossimi mesi questa vicenda tornerà clamorosamente fuori. Perché è strana, molto strana. Ne vedremo delle belle, amici. Il tempo è galantuomo, la verità prima o poi arriva".  "A proposito di verità, che piano piano si fa largo. Un nostro amministratore comunale è stato arrestato, tenuto per venti giorni in carcere e per tre mesi agli arresti domiciliari. Poi è stato assolto. Si parlò molto di questa vicenda in passato. E oggi? Oggi sui quotidiani compare soltanto un trafiletto: tanto spazio per le accuse, pochissimo per le assoluzioni", sottolinea Matteo Renzi. "Ribadisco la nostra posizione: il tempo è galantuomo, la verità prima o poi arriva. Ci vuole solo un po' di pazienza. A noi non manca", conclude.

"Mancano 46 giorni alle elezioni generali del 4 marzo - ha scritto ancora il segretario del Pd nella sua Enews -. Le elezioni non sono un concorso di bellezza, ma la scelta tra modelli diversi di Paese. Presentare un programma significa immaginare l'Italia dei prossimi anni, provare a scrivere il futuro dei diritti e dei doveri dei nostri figli, costruire un'idea di lavoro al tempo dell'intelligenza artificiale e della robotica". "Siamo partiti da Torino - aggiunge - con i nostri amministratori e da Milano assieme a Giorgio Gori, Carlo Calenda e Beppe Sala. Per inserire in una cornice seria e coerente le varie proposte, i singoli punti, occorre partire da quale visione noi abbiamo dell'Europa. Per questo sabato 20 gennaio, a Milano, terremo il primo vero incontro di campagna elettorale. E racconteremo cosa pensiamo dell'Europa, del ruolo da protagonista che l'Italia deve avere a Bruxelles, della necessità di avere più democrazia e più buona politica nelle istituzioni comunitarie. Le proposte che in queste ore il Pd sta elaborando partono da qui. Da come l'Italia deve stare in Europa. Poi, a seguire, il programma, i cento punti concreti con i risultati raggiunti e quelli ancora da raggiungere".

Poi sempre nell'Enews torna a criticare i leader M5S e Lega per le posizioni sui vaccini: "I gemelli diversi, Di Maio & Salvini, si lamentano dell'obbligatorietà dei vaccini ignorando che grazie alla loro obbligatorietà aumenta la copertura sanitaria e dunque diminuiscono i rischi per tutti di contrarre malattie gravi".

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Da - http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/01/17/pd-renzi-e-gentiloni-al-nazareno-per-la-direzione_b4d7ff34-f1ac-4163-824b-5e4d45e32aa9.html
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« Risposta #44 il: Gennaio 29, 2018, 02:39:51 »

Pd, spaccatura nella notte: direzione approva le liste, ma minoranza non vota

Direzione congelata fino alle due e trenta in attesa di definire le candidature. Minoranza contesta: "Non siamo noi la causa, non siamo stati consultati".
Poi si astiene dal voto al Nazareno. Renzi: "Esperienza devastante". I collegi: Boschi a Bolzano, Lorenzin a Modena, Bonino a Roma, Padoan a Siena e Minniti a Pesaro. A Parma c'è Lucia Annibali

27 gennaio 2018

ROMA - Le candidature del Pd sono passate senza il voto delle minoranze. Nella lunga notte del Nazareno, le componenti che fanno capo ad Andrea Orlando e Michele Emiliano hanno accettato, dopo qualche esitazione, di entrare e partecipare alla direzione del partito, iniziata alle due trenta, ma il Guardasigilli dal palco ha espresso le sue perplessità sul metodo di scelta che ha portato a condividere le scelte con le minoranze solo - ha affermato - al termine una giornata di fibrillazione ininterrotta: "Non è questione di posti, ma non siamo stati consultati: chiediamo un'ora di tempo per capire come sono stati decisi alcuni nomi", è il senso dell'intervento di Orlando nella riunione a porte chiuse. La richiesta è stata messa ai voti e bocciata. A quel punto il ministro e il governatore pugliese hanno abbandonato la direzione insieme a Gianni Cuperlo e ai loro fedelissimi. E alla fine, quando mancavano pochi minuti alle quattro del mattino, la direzione ha approvato le liste ma senza le minoranze.

· L'ELENCO DELLE CANDIDATURE
A snocciolare la litania dei candidati e dei collegi davanti alla direzione è stato in il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini: Maria Elena Boschi corre nel collegio uninominale di Bolzano alla Camera, Beatrice Lorenzin sarà candidata alla Camera nel collegio di Modena, Valeria Fedeli al Senato nel collegio di Pisa. Il segretario Matteo Renzi sarà candidato, come annunciato, nel collegio uninominale di Firenze al Senato e in due listini plurinominali, in Campania e Umbria. Pier Ferdinando Casini correrà nel collegio uninominale di Bologna per il Senato. In Emilia anche Lucia Annibali all'uninominale Camera a Parma (dove è cittadina onoraria), Dario Franceschini alla Camera a Ferrara, a Reggio Emilia Graziano Delrio (Camera) e a Ferrara Senato Sandra Zampa, mentre Emma Bonino è a Roma per il Senato. Paolo Gentiloni sarà candidato al collegio Roma 1 per la Camera e in due listini proporzionali nelle Marche e in Sicilia. Saranno candidati Cesare Damiano e Barbara Pollastrini, che in un primo momento erano stati esclusi. A Roma 2 correrà Marianna Madia, mentre Matteo Orfini sarà a Torre Angela. Confermata la candidatura di Pier Carlo Padoan a Siena e quella di Marco Minniti a Pesaro. Correrà a Nardò invece Teresa Bellanova. Benedetto Della Vedova sarà candidato al collegio di Prato alla Camera. Beppe Fioroni è in lista a Viterbo al Senato.

Spazio per Riccardo Nencini nel difficile collegio di Arezzo, Gianni Cuperlo a Sassuolo, Gianni Pittella a Potenza. È in lista anche l'ex presidente della Basilicata Vito De Filippo. Torna il costituzionalista Stefano Ceccanti mentre tra le new entry c'è il portavoce di Gentiloni (e già di Renzi), Filippo Sensi. In Campania sarà candidato Giuseppe De Mita, nipote di Ciriaco, ma anche Franco Alfieri, ex sindaco di Agropoli che era finito nella bufera per aver suggerito di offrire "fritture" per la campagna elettorale per il referendum.

Tra gli esclusi, Giusi Nicolini, ex sindaco di Lampedusa ed emblema dell'accoglienza ai migranti, e Sergio Lo Giudice, già presidente nazionale dell'Arcigay. Resta fuori anche il coordinatore di Dem Andrea Martella.

· RENZI: "L'ESPERIENZA PIU' DEVASTANTE"
Quando Matteo Renzi è salito sul palco per avviare, dopo 4 ore di rinvii, i lavori della direzione, era ormai notte fonda: "Il passaggio della composizione delle liste è sempre difficile - ha detto - La legge elettorale ha degli effetti positivi, ma la decisione delle liste è un meccanismo veramente complicato. Dopo 48 ore di lavoro o più dico che altri sistemi elettorali permettevano scelte più semplici. Tuttavia è un lavoro che abbiamo fatto con grande responsabilità". Ma ammette: "Questa è una delle esperienze peggiori, una delle esperienze più devastanti dal punto di vista personale. Abbiamo ricevuto dei no, alcuni mi hanno fatto male: persone - ha aggiunto - con cui abbiamo fatto anche un pezzo di strada insieme".

· LE TRATTATIVE NOTTURNE
La lunga notte del Nazareno si è consumata con l'inchiostro che riempie le caselle delle liste elettorali. A oltranza, nome su nome, un collegio dopo l'altro. La mezzanotte era passata da circa un quarto d'ora quando Matteo Renzi si è affacciato per dire che la riunione della direzione convocata per le 22 e 30 subito congelata, doveva slittare ancora. E ha ammesso che il braccio di ferro lascerà qualche traccia: "La liste non troveranno la completa condivisione - ha detto -, ma è giusto che una assemblea democratica possa dare la propria valutazione". Chiede ancora tempo: "Stiamo lavorando con i segretari regionali. Chiediamo scusa per il disguido, ci aggiorniamo tra mezz'ora massimo un'ora".

Nemmeno per idea: due ore dopo, ancora si lavorava di inchiostro. Ma intanto la tensione saliva. La minoranza ha precisato: "Nessun rallentamento è imputabile a noi e vorremmo solo favorire uno svolgimento ordinato e unitario per un lavoro dal quale dipende in buona misura il successo del Pd e della coalizione". La dichiarazione viene sottoscritta in forma congiunta da Andrea Orlando, Gianni Cuperlo e Michele Emiliano. "Dopo ore di attesa e una successione di rinvii sull'inizio della direzione, non abbiamo ricevuto alcun elenco e, da diverse ore, informazioni in merito alla proposta che verrà sottoposta al vaglio della direzione. Con tutta la buona volontà che crediamo sia necessaria in un passaggio così importante e delicato è necessario consentire a tutto il partito e alle sue diverse componenti una valutazione serena di una proposta che la lunga gestazione conferma nella sua complessità".

· LO STRAPPO DELLA MINORANZA
Alle due e un quarto la minoranza si è riunita. E' trapelata voce che si volesse disertare per protesta la direzione. Ma alla fine, appena prima che Matteo Renzi iniziasse a parlare dal palco, si è deciso di entrare. Ma alla fine lo strappo è stato soltanto rimandato e si è consumato un'ora e mezza dopo, al termine di 48 ore di un tour de force per i nomi e i collegi che ha scandito tutta la giornata di ieri, dopo che tra giovedì e venerdì si era vissuta un'altra nottata di trattative, poi interrotte attorno alle 4. La tensione ha fatto slittare a lunedì persino la presentazione della candidatura di Maria Elena Boschi a Bolzano, dove la sottosegretaria era attesa nel pomeriggio di ieri.

© Riproduzione riservata 27 gennaio 2018

Da - http://www.repubblica.it/politica/2018/01/27/news/pd_trattativa_a_oltranza_nella_notte_per_le_liste_renzi_non_ci_sara_condivisione_totale_-187372869/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

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