LA-U dell'ulivo

Forum Pubblico => ITALIA VIVA, il CENTRO e la SINISTRA! => Discussione aperta da: Arlecchino - Agosto 05, 2007, 11:28:15 pm



Titolo: IL PD - Partito Democratico
Inserito da: Arlecchino - Agosto 05, 2007, 11:28:15 pm
Chiti: «Fermiamo il verticismo o il Pd sarà un insuccesso»

Wladimiro Frulletti


Essere nuovi. «Un partito che ha l’ambizione di essere nuovo, di rappresentare la sinistra del XXI secolo non può essere vittima di meccanismi verticistici fatti a tavolino e calati dall’alto. Il Partito Democratico, lo stesso Veltroni, che io sostengo convintamente, ne uscirebbero mortificati». Per Vannino Chiti, ministro alle riforme, il Pd ha bisogno di una sterzata e di uno stop perché non può sbagliare partenza. Da qui la necessità di «cambiare rotta» nell’elezione dell’assemblea costituente dando realmente spazio alle energie della società civile e dei territori senza seguendo la logica spartitoria fra Ds e Dl. E poi la scelta di fermare qualsiasi ipotesi di un partito che nei suoi assetti da Roma fino alle sezioni (o come si chiameranno), sia precostituito. Parole che si incrociano con quelle, a tratti molto amare, che ieri il suo collega di governo e di partito Pier Luigi Bersani ha detto all’Unità.

Ministro Chiti, partiamo dal rischio che paventa Bersani e cioè di un Pd in cui la sinistra sia poco rappresentata. Lei che ne pensa?

«Condivido la preoccupazione di Bersani. E credo che questo potrebbe determinare un insuccesso del Partito democratico».

Perché?

«Perché meccanismi troppo verticistici, per così dire istituzionali, calati dall’alto non solo, come dice Bersani, possono non rappresentare per quello che è nel Paese, non per quello che si decide che sia a tavolino, il popolo della sinistra. Ma al tempo stesso perché ci fanno correre il rischio di non rappresentare il nuovo. Chi non è iscritto né ai Ds né alla Margherita e che guarda con interessa al Pd».

Lei cioè ritiene che andando avanti così si possa sprecare un’occasione?

«Dopo i congressi di Ds e Margherita e soprattutto dopo che Veltroni ha deciso di candidarsi alla segreteria nazionale del Pd, intorno a noi abbiamo sentito una grande attenzione e un grande entusiamo. È stata la prova che il Pd è stata la scelta giusta. Adesso tutto questo può venir mortificato. Le faccio un esempio».

Prego...

«In Toscana alle politiche l’Ulivo alla Camera ha preso il 43%. dentro c’era il popolo di sinistra che guarda ai Ds, gli elettori della Margherita e cittadini non iscritti né agli uni né agli altri. Se i meccanismi delle liste per l’assemblea costituente sono fatti a tavolino in modo verticistico e poi calati dall’alto per imbrigliare la realtà, quello che viene meno è la spinta propulsiva del Pd. Perché non dai cittadini, ma a tavolino la sinistra sarebbe sottorappresentata e così altre aree. C’è da cambiare strada se non vogliamo rischiare di perdere a causa di vecchi metodi la sfida del Pd».

Insomma ministro secondo lei il Pd potrebbe essere soffocato in culla da un verticismo burocratico che decide tutto a tavolino. Dove cioè i capi di Ds e Margherita si mettono d’accordo già ora per riempire tutte le caselle?

«Non so se qui sono capi o non capi. So che andando in giro per l’Italia da una parte si dice “qui il segretario regionale tocca a quell’area”, là dicono “qui è stato deciso che il segretario di quella federazione è di quell’area e quindi il vicesegretario è di quell’altra”, da un’altra parte gli equilibri magari riguardano i capigruppo. E come una gabbia che a cascata ricopre tutto. È anche peggio che se ci fosse un tavolo a Roma di capi che determina le candidature. Questo sarebbe già sbagliato, ma il rischio che corriamo oggi è ancora peggiore».

Ancora peggiore?

«Sì, qualcosa di più perverso. Gli equilibri decisi a tavolino e dettati sul territorio a cascata possono produrre un cortocircuito micidiale. Il 14 ottobre per far nascere bene il Pd occorre che ci sia una grande partecipazione di cittadini. E non può essere una sorta di consultazione per equilibri costruiti a tavolino. Perché la partecipazione, temo, sarebbe molto inferiore e alle aspettative, e poi la seconda volta la gente se ne starebbe a casa. È vero che il Pd non è ancora nato come partito con i suoi valori fondanti e le sue regole, ma non per questo possiamo tapparci gli occhi. Dobbiamo anzi lavorare perché le ombre che vediamo scompaiano. E abbiamo il dovere di dire che non nasce un partito nuovo per correnti personalistiche e verticistiche determinano la selezione dei suoi gruppi dirigenti e il suo modo di vivere. Non è questa la strada».

Lei cioè teme che le aspettative dei cittadini che possa nascere un partito veramente nuovo sarebbero deluse?

«Sì, perché non possiamo permetterci di costruire una facciata di regole che promettano di innovare la politica e poi dietro avere una gestione verticistica, burocratica e ristretta. L’esito sarebbe che gran parte del popolo della sinistra, quelli che fanno grandi feste, le campagne elettorali e i contatti e le iniziative politiche, ne sarebbe deluso. E sarebbero delusi altrettanto quelli che non hanno nessuna tessera in tasca ma vogliono scommettere sul Pd. E non sono pochi. In Toscana Ds e Margherita hanno iniziato delle pre-adesioni. Nei primi due fine settimana ne avevano raccolte oltre 18mila. Più della metà di persone che non hanno né la tessera dei Ds né quella della Margherita. È la prova delle grandi potenzialità che ha il Pd, ma anche che non possiamo procedere con metodi ristretti di sistemazione di caselle e di equilibri decisi a tavolini e poi calati sui territori. Se siamo già predeterminare i vicesegretari di federazione, il passo per arrivare a responsabili di quartiere è breve. Ma sarebbe un partito che delude i nuovi, delude il popolo della sinistra e non riuscirebbe a realizzare il suo obiettivo».

Quale obiettivo?

«Noi Ds e Margherita abbiamo deciso di bruciare le navi dietro di noi, ma non lo abbiamo fatto per costruire un partito che viva di correnti personalistiche. Ma per costruire qualcosa di radicalmente nuovo nel modo di nascere e nel modo di vivere. Un partito che sia la sinistra del XXI secolo».

Non è che questa preoccupazione è dettata dal timore che nell’assemblea costituente l’area della Margherita alla fine sarà più numerosa di quella proveniente dai Ds? E cioè Letta e la Bindi che corrono contro Veltroni porteranno in assemblea esponenti Dl, ma molti Dl saranno anche nel listone ufficiale che sostiene Veltroni perché la margherita vi dirà “se non siamo rappresentati adeguatamente i nostri elettori voteranno o Letta o Bindi“. E fatti i conti da tre strade diverse però gli esponenti Dl che entreranno nell’assemblea saranno più numerosi di quelli Ds.

«No, non è una questione di bottega. Bersani e io non vogliamo fare i sindacalisti dei Ds. Presto saremo tutti iscritti al Pd e la sigla “ex” dovrà scomparire per tutti. La questione è che se il meccanismo di costruzione delle liste è di di tipo verticistico che a piramide si riprodurrà sui territori e poi dai livelli regionali fino a quelli provinciali e comunali, sarà questo meccanismo a scegliere, non i cittadini. Il problema cioè non è se ci sono 7 Ds, 8 della Margherita o 3 iscritti a nessuno, ma che queste scelte siano costruite sui territori. Se no che vuol dire federalismo. Il Pd, abbiamo detto, dovrà nascere dal basso, dai cittadini che il 14 ottobre andranno a votare e si candideranno e dovrà essere un partito nazionale ma a struttura federale, dove i territori sono protagonisti. Il problema non è quanti Ds o Dl o non iscritti ci sono nelle liste, ma se queste liste sono fatte dall’alto o, come io credo sia necessario, nei territori, dal basso».

A quali soluzioni pensa?

«Va superato, lo dico per Veltroni, questo vincolo di una sola lista tra virgolette “ufficiale” la sola autorizzata a sostenere Veltroni. Per questo sono importanti novità la lista di Melandri, Passoni, Della Seta e altri, e dall’altra quella dell’ex terza mozione e della sinistra. Liste altrettanto “ufficiali” e autorizzate a sostenere Veltroni. E sarà bene che visto che bastano 100 firme per presentare liste in un collegio che ci sia sul territorio la capacità di far nascere liste rappresentative di quelle realtà a sostegno di Veltroni. Ed è una scelta che dovrebbero fare anche Bindi, Letta e gli altri candidati. Non ci sono avversari, perché tutti dobbiamo essere impegnati a costruire un partito davvero nuovo. Non devono essere i misurini e le spartizioni a farla da protagonisti. Protagonisti devono essere quelli che sul territorio hanno idee e voglia di impegnarsi sia che vengano dai Ds, che dalla Margherita che da nessun partito».

Però il sistema elettorale delle primarie premia le liste più grandi con soglie di sbarramento molto alte. Che speranze hanno le liste locali?

«Ma ci possono essere i collegamenti, niente impedisce che ci siano liste legate ai territori che sostengono Veltroni che si collegano a altre liste di altri collegi. Ma anche la lista “ufficiale” deve essere costruita guardando alle realtà dei singoli territori e non esclusivamente agli equilibri di appartenenza. Non so quanto sia possibile cambiare del tutto la rotta la nave per le primarie, ma una correzione può e deve essere fatta, ma già ora dobbiamo comunque porci il problema del dopo».

Di cosa sarà il Pd?

«Certo, c’è l’assemblea costituente che dovrà scrivere la carta dei valori e le regole e il 14 ottobre si eleggono anche i segretari regionali e le assemblee regionali. E non è obbligatorio che in tutte le regioni italiane ci sia un candidato segretario o addirittura dei ticket che si riferiscono a Veltroni, Letta o Bindi. E poi mettiamo uno stop forte, lo chiedo a Veltroni, ma anche a Bindi e Letta, perché i congressi che si dovranno fare per dar vita alle unità di base ai club, alle strutture regionali e provinciali, partano dal basso, ex novo, senza alcun vincolo precostituito, senza alcuna fotografia già scattata e poi appiccicata sui territori facendola obbligatoriamente aderire. Questa è condizione irrinunciabile».

Perché irrinunciabile?

«Perché garantisce che siano protagonisti i cittadini e che siano rappresentate tutte le sue culture fondamentali: da quella ambientalista alla riformista e laica, da quella di sinistra alla cattolica, dal pensiero femminile a chi si batte in difesa dei diritti umani. Culture rappresentate in base ai consensi che hanno nella società. È per questo che non mi potrei trovare a mio agio in un partito che facesse sentire marginale o subalterna la sinistra. Anche perché il Pd deve guardare anche a quelle compagne e compagni che hanno fatto un altra scelta. Sinistra democratica non ha prospettiva in una “cosa rossa”, che è si importante per la semplificazione del centrosinistra italiano, ma che non a nulla a che vedere col Socialismo europeo. Ci sono cioè ragioni culturali e politiche perché la parola sinistra nel Pd non sia messa fra parentesi».

Pubblicato il: 05.08.07
Modificato il: 05.08.07 alle ore 9.07   
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Titolo: Furio Colombo Primarie aspettando il dibattito
Inserito da: Arlecchino - Agosto 05, 2007, 11:29:07 pm
Primarie aspettando il dibattito

Furio Colombo


«Chi siete? Da dove venite?» chiede il gabelliere a Troisi e Benigni nell’indimenticabile film Non ci resta che piangere. «Siamo quelli di prima, siamo appena passati di qui» risponde l’ingenuo Troisi. «Un fiorino» esige il gabelliere che non voleva la risposta ma l’adempimento burocratico. Il buon Troisi ha già pagato tre volte. Ma il gabelliere è lì sul confine per applicare le regole. «Chi siete? Da dove venite? Un fiorino!», ripete subito dopo, implacabile.

Uno potrebbe dire che è un po’ quello che è successo quando alcuni sono passati di fronte al tavolo della segreteria tecnica del Partito democratico. Meno divertente di Troisi-Benigni, ma con lo stesso scatto di automatismo: o così o niente. Peccato, perché sarebbe stato utile rispondere alle domande se la prova fosse stata il dibattito e non il modulo. Peccato perché nel nascente Partito democratico ogni giorno, in tanti ormai, anche non partecipando alle primarie, descrivono nei dettagli le scelte politiche ed economiche, e lo fanno senza se e senza fax, come autorizzati da un “prima” che li esenta dal transitare di fronte al gabelliere.

Le elezioni del Partito democratico - specialmente se vi fossero stati dibattiti invece che moduli (ma speriamo ancora che ci siano, anche se sarebbero stati molto più ricchi e utili e aperti senza le preliminari, inspiegabili esclusioni politiche di Pannella e di Di Pietro) - devono per forza misurarsi con grandi questioni che non sono partitiche, non sono locali e non sono occasionali.

Penso al furibondo dibattito economico che sta lacerando il nostro Paese, tra una opposizione che non vuole niente tranne la liquidazione di Prodi e una pretesa linea del Piave che marcherebbe la differenza tra il saggio riformista e la sinistra sprecona. Teniamo presente che qui si parla di lavoro, non di sprechi della politica, dove la linea di confine è tra privilegio e cittadini. Dunque vediamo di non fare confusione.

Propongo un esempio americano. La Camera di quel Paese, a maggioranza democratica, ha appena votato (2 agosto) una legge definita “rivoluzionaria” (nel senso sovietico) e “pericolosa” (nel senso degli affari) dai più accaniti oppositori repubblicani. Però anche dieci repubblicani hanno votato quella legge, dimostrando che raccogli voti per le tue proposte se le tue proposte sono chiare, nette e alternative, non se cerchi di assomigliare un po’ di più all’altra parte, che ha già il suo programma. Dunque i democratici di Nancy Pelosi hanno conquistato l’assicurazione sanitaria che copre tutti i bambini degli Stati Uniti. Fino a ieri i bambini senza garanzie di cure mediche, nel Paese più ricco di mondo, erano milioni.

Dal 2 agosto la “legge comunista” sarà finanziata da una tassa sul tabacco e da una tassa sulle assicurazioni sanitarie private, che sono il fiore all’occhiello di George W. Bush, così come era stato il sogno di Clinton garantire la totale copertura sanitaria pubblica ai quaranta milioni di americani che ne sono tuttora esclusi.

Due mondi, dunque: tutto privato, e chi può se la goda. Oppure lo Stato partner e sostegno dei cittadini, quando i cittadini, che danno allo Stato tasse, lavoro e crescita, ne hanno bisogno (la garanzia delle cure mediche).

C’è un punto che vale la pena di essere ripetuto. La presidente democratica della Camera americana non ha scelto il percorso del venire incontro, almeno un po’, agli avversari repubblicani per cercare di conquistarne la simpatia. Ha scelto di drammatizzare il suo impegno per la salute chiamando i cittadini a testimoni delle posizioni opposte dei due partiti. E a quel punto un drappello di oppositori ha abbandonato la bandiera delle assicurazioni private per votare il demonio statalista della assicurazione pubblica.

Ma c’è un altro punto. Riformisti sono coloro che vogliono e ottengono le cure mediche per tutti. Conservatori sono coloro che si battono per gli interessi privati delle assicurazioni e del tabacco. Difficile dire dove si collocherebbero i “coraggiosi” nel partito italiano che nasce. Di certo spaccare le questioni in due invece che in quattro, otto, dieci parti (sperando che almeno una attiri la benevolenza degli elettori di destra) rende tutto più chiaro e imbarazza almeno un po’ gli avversari. È meglio tassare il tabacco o ignorare i bambini? A domanda chiara, risposta semplice. Non dovrebbe essere un buon esempio per tutti, in tutte le variegate sfumature della sinistra, e un interessante spunto per capire come si allarga il consenso nelle grandi democrazie bipolari?

* * *

Negli stessi giorni attira attenzione, nei quotidiani economici del mondo, la seguente notizia «Unilever taglia 20mila posti di lavoro». Vale la pena di guardare dentro questa notizia. Primo, Unilever è una grande multinazionale (Olanda, Stati Uniti, Inghilterra, Francia) che ha un immenso mercato nel mondo, dal sapone alla birra, dallo yogurt alle merendine. Secondo, Unilever non è in crisi. Ma i suoi esperti hanno notato che ha perso un po’ di terreno rispetto ai rivali. Perché? L’azienda risponde così: «Siamo lenti, indecisi, poco innovativi. Ma adesso, con le decisioni prese, saremo al passo».

Le "decisioni prese" sono ventimila licenziamenti. Sono il rito sacrificale per gli errori di guida di una delle aziende più solide e cariche di profitto del mondo. Infatti l’azienda stessa comunica: «Il profitto dell’ultimo quadrimestre è aumentato del 16 per cento, superando il bilione di euro (era di 900 milioni l’anno scorso), le azioni hanno avuto una impennata di quasi 4 punti, le vendite sono aumentate del 5 per cento». Alcuni manager (quelli «lenti, indecisi, poco innovativi») sono stati congedati con vertiginose liquidazioni. E 20mila lavoratori sono stati licenziati coinvolgendo nel loro destino non meno di centomila persone che non parteciperanno alla festa del rinnovato slancio di Unilever.

Erano quei 20mila il peso morto? No, ma licenziare produce ricchezza (salvo poi domanarsi perché ci sono tanti pensionati che mettono a rischio di insolvenza i sistemi previdenziali).

Infatti l’impennata in borsa delle azioni Unilever (una impennata di valore immenso per una azienda di quelle dimensioni) si deve ai licenziamenti. Sono decenni, ormai, che le borse del mondo salutano con acquisti generosi le azioni di ogni azienda che licenzia.

La lezione è semplice. È stata la lezione di Roosevelt e Kennedy, di Carter e Clinton. Ai nostri giorni la ripetono premi Nobel per l’Economia come Amartya Sen e Joseph Stieglitz: il mercato è come la meteorologia. I venti non soffiano tutti dalla stessa parte e ogni fenomeno è fatto di spinte diverse, con risposte (e interessi) che non sono gli stessi. Per questo non può essere assente lo Stato. Contro le turbolenze ambientali è nata la protezione civile. Ma la protezione civile di chi lavora sono i parlamenti come quello americano, che recupera alle cure mediche milioni di bambini esclusi, tassando, in cambio, ricchezze. E quei legislatori e governi che invece di adorare il mercato lo regolano. Rifiutano di trattare il lavoro come le scorie di un prodotto che a un certo punto si scaricano perché non è bene tenerle in casa dopo l’uso.

Riformisti e partito riformista sono coloro che puntano tutta la loro attenzione sulla parte debole del mercato rifiutando che diventi l’ultima della lista. Senza il lavoro al suo centro, un partito non è riformista. Imprese e mercato si riformano continuamente da sole secondo i propri interessi. Ma senza il partner del lavoro, nelle sue condizioni più civili, il mercato diventa Cina, separa gli esclusi, tende a farne la riserva del basso costo, la discarica delle scorie. Tende a diventare autosufficiente e autoritario.

* * *

Ma un altro fatto esemplare viene dalla notizia economica che sta sconvolgendo il mondo, dall’Asia a Francoforte, e che ha come epicentro Wall Street. È esploso il mercato del debito, soprattutto il debito per comprare una casa. Vuol dire che, a ondate successive, diversi gruppi e livelli del mondo bancario e finaziario si sono venduti e rivenduti i loro crediti, lungo una scala che va dai più solidi a quelli ad alto rischio di non rimborso, lungo un percorso che ha fatto il giro del mondo esportando debiti di Paese in Paese. L’idea geniale è stata di avere creato una cultura del debito (sempre più gente compra senza poter pagare) poi di avere fatto del debito un prodotto, vendendolo e rivendendolo e accumulando somme immense. Quando il cerino acceso resta in mano all’ultimo della fila - ovvero i debiti restano non pagati - quelle somme immense sono ormai lontane e al sicuro, sono il tesoro accumulato nei mari finanziari dai nuovi pirati. Ma “il mercato” (le borse) si accorgono del buco dei debiti non pagati e si affrettano a vendere. Si verifica una corsa precipitosa a disfarsi di tutte le azioni che sembrano pericolose perché in qualche modo collegate con l’industria dei debiti.

Per giorni e giorni le borse del mondo hanno subìto scossoni e chiuso in perdita sopratutto a danno degli investitori sempliciotti del mondo, coloro che investono il risparmio del lavoro per partecipare al grande gioco. Ma divampa l’incendio (fuori dai santuari) e si mangia i risparmi, da Singapore a Milano. Di questa storia sappiamo l’inizio ma non come va a finire. Purtroppo, predicono molti esperti, non sarà un lieto fine.

Proprio in quegli stessi giorni (Il Corriere della Sera, 4 agosto) il prof. Giavazzi, nel suo editoriale, ammonisce sinistre e sindacati a non tirare la corda con la solita esosità. Dice, in sostanza: ma non lo vedono questi estremisti antimercato che la festa è finita, che chi lavora o ha lavorato deve abbassare la cresta? Non lo capiscono che su salari e pensioni bisogna avere senso della misura, e la dovuta, volonterosa flessibilità nel lavoro da giovani? Non si rendono conto del rischio che creano con le loro pretese?

***

Mentre riflettiamo su come il mercato si cura di se stesso, arriva un’altra notizia drammatica e altrettanto esemplare quanto quella dei debiti: è crollato il ponte di Minneapolis sul fiume Mississippi.

L’evento dovrebbe diventare l’11 settembre della vita civile americana, di quello che una volta si chiamava «il fronte interno». Il ponte ha ceduto a decenni di trascuratezza, non un dollaro perché il ponte è di Stato. È lo stesso percorso che ha portato un grande Paese come gli Stati Uniti ad essere quasi del tutto privo di ferrovie. Il trasporto di massa non fa profitto e quando lo Stato si modella sul mercato (ovvero uno dei pilastri della complessa civiltà moderna provvede quasi soltanto a pagare il costo delle forze armate) il paesaggio si deforma e il numero di esclusi tende a crescere. Non è un buon "business", per la politica a meno che la politica sia esclusivamente e solo l’avvocato del mercato.

Per questo esistono i partiti che dicono no a nome dei cittadini e invece di tagliare le tasse, le usano per fare ciò che il "business" non fa: strade, ponti, scuole, ospedali, trasporti di massa. E quella implacabile sorveglianza sulla legalità che impedisce Parmalat, la mafia, il conflitto di interessi, il mercato dei debiti. Non dovrebbe essere questo il partito dei riformisti? Non dovrebbe svolgersi qui il dibattito?

furiocolombo@unita.it


Pubblicato il: 05.08.07
Modificato il: 05.08.07 alle ore 9.06   
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Titolo: Sandro Curzi «Quella cassetta l'avrei buttata nel secchio» (Rossi e le tasse).
Inserito da: Admin - Agosto 16, 2007, 04:56:03 pm
Polemiche sul filmato senza contraddittorio di Valentino Rossi «Una notizia, non potevamo rinunciare»

Così i direttori di Tg1 e Tg5.

Sandro Curzi, consigliere Rai ed ex direttore del Tg3. «Quella cassetta l'avrei buttata nel secchio» 


ROMA — Prendere (la cassetta) o lasciare: Tg1 e Tg5 ieri sera non avevano che due opzioni. Hanno scelto la stessa di far ascoltare quello che era comunque uno scoop. Valentino Rossi parlava per la prima volta. E anche se il modo era irrituale, e scorretto, rinunciarci era forse peggio. Questo il ragionamento strettamente giornalistico che ha guidato la redazione diretta da Gianni Riotta nel dare il via libera al filmato, spiegano dal maggiore telegiornale della Rai. Ma nella presentazione e nel commento successivo al servizio il corrispondente da Londra, Stefano Turi, fa capire che è una scelta obtorto collo: «L'appuntamento con Valentino Rossi è in un ufficio a Piccadilly Circus, alla Great White London, ma ad attenderci lui non c'è e ci comunicano che non ci sarà nemmeno alcuna sua dichiarazione di persona». Tradotto: ci ha ingannato, convocandoci qui con una bugia. «Per noi c'è soltanto una videocassetta registrata con la sua versione dei fatti».

Il Tg1 fa vedere il tentativo di parlare con il campione e il netto rifiuto del consigliere di Valentino («Questa è la prima e l'ultima volta che parlerà della vicenda fiscale, d'ora in poi risponderà solo a domande sulla attività sportiva»). Dopo il monologo del campione il cronista ha chiuso così: «Avremmo voluto chiedergli tante altre cose, non è stato possibile». Come a ribadire la forzatura imposta dal team Rossi e pure all'ultimo minuto. Una forzatura, secondo quanto ha detto Riotta ai suoi collaboratori, che non poteva però far rinunciare a un servizio giornalistico importante. Niente affatto pentito è Clemente Mimun: «Ogni giorno abbiamo mandato in onda tutte le notizie su Rossi, accuse e cifre dell'evasione. Senza alcuna reazione da parte sua. Nessun altro evasore, né io né lei, mi creda, verrebbe trattato così. Poi abbiamo ricevuto quella cassetta in cui lui per la prima volta espone le sue ragioni. Siamo nel 2007, non è irrituale».

Prassi regolamentare, secondo il direttore del Tg5: «Sia noi che il Tg1 gli abbiamo semplicemente dato una possibilità di parlare, 1 minuto e 40 secondi. Non è stato maleducato, anzi pacato, non ha offeso nessuno, non ha preso in giro nessuno, altrimenti sì che lo avrei cestinato. E domani siamo pronti a intervistare, se vuole, il suo omonimo Rossi dell'Agenzia delle Entrate. Se vogliono un faccia a faccia glielo daremo. Le polemiche? È estate, certa gente non ha niente da fare». Il Rossi che parla alla Nazione è uno scoop a cui invece avrebbe rinunciato Sandro Curzi, consigliere Rai ed ex direttore del Tg3. «Ho chiamato il Tg1 per protestare. Io quella cassetta l'avrei buttata nel secchio».

G. Ca.
15 agosto 2007
 


Titolo: Dc e Pci, così muoiono le due chiese nel Pd non c'è posto per le reliquie
Inserito da: Admin - Ottobre 15, 2007, 10:11:18 am
POLITICA

La nuova formazione nasce all'insegna di una netta cesura

Ma tanti frammenti di tradizione vivono in chi ieri ha votato

Dc e Pci, così muoiono le due chiese nel Pd non c'è posto per le reliquie

I capi comunisti amavano il latino. Il primo poster del Pd usava "party"per festa e partito

Il cappotto rovesciato di De Gasperi in Usa e Amendola che elogia lo studio "a tavolino"

di FILIPPO CECCARELLI


I comizi di Di Vittorio, i sandali di La Pira, il Quaderno dell'attivista, il manuale Cencelli, i silenzi di Longo, le sfumature lessicali di Moro, il centralismo democratico, i caminetti dei capi corrente, l'energia di Enrico Mattei, l'umorismo di Giancarlo Pajetta, le sigarette russe dal lungo bocchino, le sciarpette bianche al collo di Scalfaro, il fico che si arrampicava nel cortile di piazza del Gesù, il posto di guardia della Vigilanza alle Botteghe Oscure, i pallori di Dossetti, i rossori di Berlinguer...

Ma c'è traccia, di tutto questo, nel Partito democratico? Ecco: boh. Forse bisogna davvero raspare sotto la patina delle litanie, delle frasi fatte, delle citazioni ad effetto, dei video di circostanza; forse bisogna farsi coraggio e scoperchiare i sepolcri del cosiddetto Pantheon per trovare qualche vestigia o i rimasugli delle due chiese secolari che oggi si sono fuse in questa specie di partito un po' leaderistico, un po' oligarchico, ma nato anche sotto la spinta di una autentica partecipazione.

Così viene da chiedersi se gli elettori si sono recati ai seggi condizionati dal ricordo di un mondo, anzi di due mondi che non ci sono più. Don Camillo e Peppone, il cappotto rovesciato di De Gasperi in Usa e l'elogio dello studio "a tavolino" di Amendola, le mani tra i capelli di Zaccagnini e il saggio di Ingrao su Charlie Chaplin, il festival dell'Unità e l'archivio di Andreotti, la dignità di Scelba con l'ambasciatrice Usa e quella pagata a caro prezzo da Terracini nei confronti dell'Urss, il cadavere di Guido Rossa e il perdono dei Bachelet. Cose dell'altro secolo...

Perché già era difficile, dopo la crisi del partito di massa, all'indomani del tracollo della Prima Repubblica, riconoscere qualche residuo segno di vitalità nell'esperienza post-comunista e tardo-popolare o democristiana che sia. Ma l'impressione è che in questa domenica sta per essere abolito anche il compito minimo che quelle due culture politiche si erano assegnate: perpetuare simboli, nomi, tradizioni, memoria, immagini.

Qualche mese fa sui muri di Roma sono comparsi dei manifesti del Pd che mostravano un invitante bicchiere con liquido arancione e una fetta di limone ornamentale. Era il classico cocktail e la scritta reclamizzava: "Democratic party". I dirigenti comunisti, da Togliatti a Natta passando per Bufalini, amavano il latino; mentre ai capi tribù democristiani, dai veneti ai siciliani, capitava spesso e volentieri di parlare in dialetto. Ma di quel poster non colpiva solo l'intonazione orgogliosamente pubblicitaria o il ricorso all'inglese, che del resto si ripete nel modo in cui taluni nei media chiamano gli aderenti al nascente partito: "democrats". E' che "party", oltre che partito, vuol dire anche festa: e basti questa pretesa festevolezza a dimostrare come si sia rovesciata l'intera concezione della politica. E non si torna più indietro.

Dalle salamelle arrosto al cocktail gelato e virtuale si misura lo scarto tra il consumo gioioso delle tifoserie e l'impegno civico e penitenziale della militanza. Più o meno la stessa vertigine che separa la vecchia sezione dal volatile gazebo, la scuola-quadri dal talk-show o le antiche discussioni su laicità e confessionalismo dalle polemiche suscitate dall'intervento di qualche comico contro il Papa ai margini di un concerto.

C'è un salto culturale nel senso più epocale del termine. E' tutto più veloce, anzi più fast. C'è un baratro a suo modo tecnologico nella caccia al Vip sviluppatasi in modo così pervasivo, con tanto di Alba Parietti e Califano, che perfino Pippo Baudo ha sentito il bisogno di denunciare i "giullari" del Pd.

E si capisce - è umano e in certa misura anche giusto - come i protagonisti si sforzino di collegare fili nella storia, o cerchino di stabilire parentele ed eredità, cercandosele pure all'estero, coltivando a volte una vera e propria retorica dell'incontro fra riformismi all'insegna della indispensabile continuità. Ma anche senza arrivare all'impietosa immagine di Guido Ceronetti - il Pd come "una grande illuminatissima vetrina di moda per esporre due o tre camicette con buchi prese da una discarica e un paio di vecchie pantofole affezionate ai piedi di una pensionata che si circonda di consunto" - ecco, anche senza evocare questa esposizione di vane reliquie il sospetto è che tutto, intorno al nascente Partito democratico, sia troppo e irrimediabilmente mutato. E ancora una volta lo si capisce più dalle forme che dagli enigmatici ed evanescenti contenuti del messaggio "democrat": come se a travolgere e poi a seppellire le culture politiche dell'altro secolo, quelle che resero possibile l'anomalia italiana nell'aggrovigliatissimo contesto geopolitico della guerra fredda, fossero i volti stessi dei leader del Pd, i loro linguaggi, gli stili di vita. Così diversi, questi ultimi, non solo da quelli dei vecchi padri, ma anche dalle abitudini quotidiane dei loro odierni elettori, che però nel frattempo sono divenuti in massima parte contatti televisivi, pubblico non pagante, consumatori di spettacoli politici.

Perché sì, certo, le primarie. Ma "la politica ormai si fa così" diceva l'altro giorno alla presentazione in forma di talk-show della biografia veltroniana Il Piccolo Principe (autori: Marco Damilano, Maria Grazia Gerina e Fabio Martini per la Sperling&Kupfer) Massimo Micucci, uno che è cresciuto alla Fgci romana con Walter, ha lavorato con D'Alema a Palazzo Chigi e ora sta con Velardi a "Reti" e "Running". Ecco, sì: oggi la politica si fa (anche) rifiutando come Veltroni il faccia a faccia con gli altri candidati, ma andando a cena con Afef; o presentandosi, è il caso di Letta, come fan del Milan o giocatore di subbuteo; o smettendo come Rosi Bindi di vestirsi da novizia per indossare completini che la Stampa ha qualificato "look democrats".

Adinolfi si è preso lo sfizio di filmare col telefonino una riunione con Prodi; Gawronsky di presentare una lista tutta di cinesi. Cannoni spara-coriandoli e hostess sui palchi, aliscafi o catamarani ribattezzati "MotoPd", playlist giocherellone e a sorpresa, scioperi della fame, piacioni e lacrime a rotta di collo. Un ex comunista solitamente misurato come Sergio Chiamparino, sindaco di quella Torino che per quasi un secolo si è riconosciuta nella sobrietà operaia, si è augurato che il Partito democratico diventi "sexy".

Sono modalità che possono piacere o non piacere. Forse si adattano ai tempi, o forse esse stesse contribuiscono a costruirne lo spirito. Qualcuno le ritiene indispensabili e qualcun altro ha dei dubbi. Ma di certo non appartengono alla tradizione comunista o democristiana, quali milioni di italiani ancora le ricordano, sia pure a brandelli.

I funerali di Togliatti di Guttuso, la riforma agraria di Segni, l'asilo nido modello di Reggio Emilia, l'orologio donato dal Papa a Gedda dopo il 18 aprile. Senza sentirsene erede, il Partito democratico tributi onore alla Dc e al Pci che non ci sono più. "Onore a quanti in vita/ si ergono a difesa delle Termopili" recitano i versi di una poesia di Kavafis che il politologo Mauro Calise pose per primo a epigrafe della scomparsa dei partiti: "E un onore più grande gli è dovuto/ se prevedono (e molti lo prevedono)/ che spunterà da ultimo un Efialte/ e che i Medi finiranno per passare".

(15 ottobre 2007)

da repubblica.it


Titolo: Ugo Sposetti Pd-Ds: i soldi e i fatti
Inserito da: Admin - Novembre 30, 2007, 06:26:11 pm
Pd-Ds: i soldi e i fatti

Ugo Sposetti


Caro Direttore, poiché leggo notizie del tutto prive di fondamento, su cui si innestano a loro volta commenti e dichiarazioni improprie e ingenerose, voglio ribadire - come ho già avuto modo più volte di dichiarare - che non c’è, né può esserci alcuna lite su soldi e immobili tra i Ds e il Partito Democratico, un partito che i Ds hanno voluto con determinazione e convinzione, profondendo per la sua nascita e costruzione impegno e risorse con straordinaria generosità. Ed è, dunque, per noi assolutamente evidente che al Pd devono essere assicurate risorse e strumenti adeguati alle ambizioni e agli obiettivi che ci siamo dati. Per questo obiettivo i Ds stanno lavorando ogni giorno, come dimostrano i fatti che qui richiamo.

1. In questi mesi in cui il Pd ancora non esisteva abbiamo sostenuto - insieme alla Margherita - tutte le spese del “cantiere” del nuovo partito (in primo luogo l’organizzazione delle primarie). Per un ammontare che, a livello nazionale, è stato oltre 4 milioni di euro (2,5 la quota sostenuta dai Ds). Cifra a cui aggiungere l’impegno economico sostenuto dalle nostre organizzazioni in ogni realtà locale. Si tratta di uno sforzo finanziario, come ognuno può ben immaginare, di assoluto rilievo.

2. Con la nascita dei nuovi gruppi del Pd alla Camera e al Senato, i parlamentari Ds - dal primo novembre - devolvono i loro contributi, pari a 210.000 euro al mese, al Pd e così gradualmente sta avvenendo per tutti gli eletti ai vari livelli: regioni, province e comuni.

3. In tutta Italia le sedi dei Ds sono state messe a disposizione - a titolo del tutto gratuito - del Partito Democratico ed al nuovo partito stiamo trasferendo tutta la rete dei servizi (informatici, editoriali, ecc.) che fino ad ora erano riferiti ai Ds.

4. Il personale retribuito attualmente impegnato nelle nascenti strutture nazionali, regionali, provinciali e territoriali del Pd è carico dei Ds e della Margherita, fino a che il PD non abbia messo a regime la propria organizzazione e la propria autonomia finanziaria.

5. La riorganizzazione del patrimonio immobiliare che fin qui è stato nella disponibilità dei Ds è finalizzata all’unico obiettivo che tale patrimonio possa entrare nella piena disponibilità del Partito Democratico, con le stesse regole di autonomia gestionale e di forma giuridica adottate fin qui dai Ds. È dunque del tutto priva di fondamento che tale riorganizzazione sia estranea alla costruzione del Partito Democratico o addirittura che voglia sottrarre al nuovo partito la disponibilità di strutture e beni.

6. Contestualmente i Ds sono impegnati nel definire una ordinata sospensione della propria attività, onorando - come fa un partito di gente per bene - tutti gli impegni assunti verso terzi. È fuori discussione l’impegno dei Ds a garantire certezze a tutto il personale, sia a quello che si trasferirà al Pd, sia agli altri. Come è fuori discussione l’impegno a portare a conclusione il programma di rientro delle nostre esposizioni bancarie. Nel 2001, all’atto del mio insediamento come tesoriere dei Ds, ho trovato un’esposizione di 580 milioni di euro. Essa è stata nel corso di questi anni considerevolmente ridotta. Residuano oggi 150 milioni di euro in mutui bancari. Il programma di estinzione di tali mutui, che deve necessariamente concludersi nel 2010, non può quindi prescindere dall’utilizzo delle risorse dei rimborsi elettorali dei Ds. Fermo restando che ogni risorsa eccedente quelle necessarie al pagamento dei mutui sarà devoluta al Partito Democratico.

Questi sono i fatti e questo dovevo per chiarezza e verità.

Ugo Sposetti è tesoriere nazionale Ds

Pubblicato il: 30.11.07
Modificato il: 30.11.07 alle ore 9.47   
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Titolo: Bruno Miserendino - Il primo scoglio del 2008 resta la riforma elettorale
Inserito da: Admin - Dicembre 30, 2007, 04:31:09 pm
Il primo scoglio del 2008 resta la riforma elettorale

Bruno Miserendino


Bipartitismo con due forze al 40% come nel resto d´Europa? Apriti cielo. È bastato che Giuliano Amato evocasse l´esempio di altri paesi, come in Spagna, Germania, Gran Bretagna, Francia, che i «piccoli» partiti del centrosinistra sono scattati all´attacco: no a leggi truffa, il bipartitismo vagheggiato dal Pd è un´astrazione inadatta alla realtà italiana, dovrebbero trattare meglio gli alleati. E via discorrendo. La reazione indica quanto è complicata la strada della riforma elettorale, che è il primo scoglio del 2008, ma che rischia anche di essere l´ultimo. In realtà, parlando col Corriere della Sera, Amato, a quanto pare in piena sintonia con Veltroni, ha lanciato alcuni messaggi realistici.

Il primo riguarda il governo: se cade, dice il ministro dell´Interno, si va ad elezioni. Non c´è il clima per un governo istituzionale, un´intesa sulle riforme è possibile solo in parlamento, sul terreno delle regole del gioco. Musica per le orecchie di Prodi, anche se Amato, continua a essere indicato come uno dei candidati più probabili a un governo delle riforme, in caso di naufragio della maggioranza. Il secondo messaggio è a tutti gli alleati: sarà bene serrare i ranghi, il rischio di sfarinamento della maggioranza c´è e se si arriva a primavera, con la spada di Damocle del referendum sul Collo, lo scivolo verso elezioni anticipate diventerebbe molto ripido. In questo senso, Amato, come Veltroni stanno dando una mano a Prodi per circoscrivere il caso Dini, facendogli terra bruciata intorno. Per ora infatti con l´ex premier c´è solo il senatore Scalera. Ma nelle parole di Amato c´è anche un messaggio per Prodi, molto simile a quello già lanciato da Veltroni: ossia proseguire la legislatura ha senso se si fanno le riforme istituzionali. Indicazione peraltro condivisa dal capo dello stato, come si evincerà dal messaggio di capodanno, nonchè da Marini e Bertinotti.

Il punto, dunque, è come garantire il doppio equilibrio della stabilità del governo Prodi con un avanzamento sulle riforme. La Cdl dice che Veltroni non riesce a liberarsi dalla morsa del premier e dei piccoli, e i boatos degli ultimi giorni dicono che i veti avranno la meglio. La chiave di tutto è il referendum su cui la Corte Costituzionale deciderà intorno al 18 gennaio. Anche il vertice di maggioranza sulla legge elettorale potrebbe essere spostato a dopo la decisione della Consulta. Le voci che vogliono i giudici divisi e incerti sono considerate da molti inattendibili. L´opinione di Stefano Ceccanti, ad esempio, è che in caso di contrasti e forti e opposte pressioni politiche, l´Alta Corte si attesta sui precedenti e questi dicono che il referendum dovrebbe essere ammesso. Si entrerà in una strettoia in cui però, come fa capire Amato, il Pd non intende tirarsi indietro, soccombendo ai veti dei piccoli. In realtà, a quanto pare, le cose si stanno muovendo. Al vertice di maggioranza Veltroni potrebbe presentarsi con altre proposte oltre a quella già lanciata due mesi fa col Vassallum (mix di sistemi spagnolo e tedesco). Si parla anche del sistema francese con recupero proporzionale (nei termini in cui se ne sta parlando proprio in Francia) e di altre variazioni a cavallo tra Vassallum e bozza Bianco. L´impostazione del leader Pd è semplice: siamo aperti sugli strumenti, determinati negli obiettivi della riduzione della frammentazione e del bipolarismo. L´accenno di Amato al bipartitismo di tipo europeo, che tanto fa arrabbiare i piccoli, è indicativo in questo quadro. Tutti i sistemi europei garantiscono, chi più chi meno, in termini di seggi, un rafforzamento dei due partiti più grandi, e intorno a queste forze ruotano tutti gli altri. In realtà proprio il Pd, come la nuova creatura di Berlusconi hanno l´aspirazione di arrivare a consensi potenziali del 35-40%: perchè considerare irrealistico per l´Italia un quadro del genere? Tra l´altro coi «piccoli» partiti molte mediazioni sono già state studiate. L´Udeur di Mastella otterrebbe in ogni caso seggi grazie al Pd, o con l´aggiustamento delle soglie circoscrizionali, verdi e Pdci entreranno nella Cosa Rossa, restano Idv e Sdi che in ogni caso sono destinatgi a entrare nell´orbita del Pd. Gennaio poterebbe riservare sorprese o sfracelli. Però la via delle riforme non è ancora del tutto sbarrata.

Pubblicato il: 30.12.07
Modificato il: 30.12.07 alle ore 10.25   
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Titolo: No a una corrente cattolica nel PD
Inserito da: Admin - Febbraio 28, 2008, 03:39:27 pm
27 Febbraio 2008

No a una corrente cattolica nel PD

Sull’incontro di oggi tra gli esponenti cattolici del PD ho manifestato agli amici promotori due preoccupazioni.

di Franco Monaco


Sull’incontro di oggi tra gli esponenti cattolici del PD ho manifestato agli amici promotori due preoccupazioni. La prima relativa al tempo e al contesto: quello di una campagna elettorale che, inesorabilmente, conferisce un sapore un po’ elettoralistico a una iniziativa che ambisce invece ad essere di approfondimento. La seconda sta nel rischio di accreditare l’idea che i cattolici di vario rito operino come una lobby, un sindacato dei valori e della rappresentanza, un corpo separato nel PD.
Modulo, questo, in contrasto con il principio di autonomia e di laicità e dunque di condivisione che sta nel DNA del cattolicesimo democratico e dei suoi corollari. Rammento alcuni di tali corollari: nel partito ci si sta lealmente, cordialmente, senza la mediazione di una sorta di “corrente cattolica”; ci si sta a modo di lievito e di fermento; ci si sta con le proprie convinzioni etiche e con le proprie opinioni politiche. Plurali anche tra noi. Le mie sensibilmente diverse, per esempio, da quelle dei teodem.

Uniti sulla fede, diversi nella mediazione politica. E la mediazione è la sostanza stessa del pensiero e dell’azione politica! Infine, se mi è consentito, diversi anche nel costume: io non mi azzarderei mai a parlare in nome e per conto “dei cattolici”. So di non averne titolo. Così si legge al par. 43 della Gaudium et Spes: “a nessun cristiano è lecito invocare a sostegno delle proprie opinioni l’autorità della Chiesa”.

La settimana scorsa, il nuovo direttore dell’Osservatore Romano ha fatto una limpida messa a punto, ha fissato distinzioni che un tempo, in verità, erano ovvie, scontate, superflue, ma, ahimè, oggi non più. Le richiamo: 1) il pluralismo politico tra i cattolici in Italia è un dato acquisito ed è un guadagno sia per la Chiesa, per la sua libertà e universalità, finalmente al riparo dal rischio di figurare parte tra le parti politiche; sia per la politica e la sua positiva deideologizzazione; 2) a tutti i cristiani è richiesta coerenza con la visione cristiana del mondo; 3) le scelte politiche concrete, i programmi, le opzioni di partito o di schieramento sono affidati al discernimento e all’autonoma responsabilità dei laici cristiani.

Su queste basi noi cattolici abbiamo il diritto e il dovere di declinare le ragioni per le quali volentieri e cordialmente ci riconosciamo nel PD e di far valere laicamente e democraticamente, in esso, tali buone ragioni. Ragioni, sottolineo, politiche. Leggo invece che persino il buon Castagnetti attribuisce a se stesso, in quanto ex segretario del PP, il compito di custode e garante della coerenza cattolica dentro il PD. Francamente, un po’ troppo e, insieme, un po’ poco.

Ci sono già il Papa e i vescovi che non lesinano moniti e ci sono le nostre coscienze formate. Ai cattolici democratici compete un’ambizione più grande e impegnativa: quella di esercitare in positivo e creativamente un protagonismo culturale e politico, se ci si riesce. Non ci si può limitare ai “non ci sto”. Questo, a mio avviso, l’approccio giusto che ci è suggerito dalla lezione insuperata del Concilio e dalla tradizione alta del cattolicesimo democratico, naturaliter di centrosinistra.

Due rilievi per concludere. Primo: la scommessa del PD, che tutti ci impegna, laici e cattolici, è quella di elaborare e praticare insieme sintesi avanzate ispirate a una equilibrata, matura laicità. È sbagliato opporre a una corrente laicista una corrente clericale, ciascuna con i propri candidati: i “supercattolici” per compensare i Radicali. Non è la via giusta. Il PD e il paese hanno bisogno di uomini e donne versati nell’arte della mediazione alta, cioè di veri laici, siano essi credenti, non credenti o diversamente credenti. Questi sono i veri costruttori del PD e della sua unità messa a servizio dell’unità del paese che di tutto ha bisogno meno che di motivi di ulteriore lacerazione delle coscienze.

Secondo rilievo: proprio la nostra intimità con la comunità cristiana e l’affetto che le portiamo dovrebbero suggerirci una misura di rispetto e di umiltà. L’opposto della pretesa di accreditarci come i primi della classe, i figli prediletti. Sul modello, che non riguarda noi, di chi passa dal “family day” alla carriera politica. Gli ideali più alti e i sentimenti più profondi sono circondati da pudore, misura, discrezione, che largamente difettano a destra ma che, confessiamolo umilmente e con onestà, non sempre si rinvengono anche dalle nostre parti e persino in noi stessi.

da www.scelgorosy.it


Titolo: Walter Veltroni. Laici e cattolici, basta muri
Inserito da: Admin - Febbraio 29, 2008, 03:15:21 pm
Laici e cattolici, basta muri

Walter Veltroni


Un anno e mezzo fa, un nostro grande amico, un maestro come Pietro Scoppola, si domandava, e domandava alla platea che lo ascoltava, cosa dovesse essere il nuovo Partito democratico che allora stava iniziando il suo cammino, quale dovesse essere il suo retroterra sociale e culturale, a quali riserve dovesse attingere e come si potesse riuscire a metterle in circolo. Storicamente, sottolineava Scoppola, i partiti nascono per rappresentare interessi e valori emergenti che non hanno spazio nella realtà sociale e politica e vogliono conquistarlo.

Così il partito liberale, così il partito socialista, così il partito popolare e poi i comunisti, la Democrazia cristiana, e più tardi gli ambientalisti, i verdi.

Passando all’oggi, da storico Scoppola partiva dalle domande inevase lasciate dal tempo, dai problemi irrisolti lasciati dal secolo scorso, legati tutti a un intreccio di beni e interessi materiali e immateriali. In sostanza, diceva, il XX secolo ha segnato il fallimento delle ideologie di liberazione dell’uomo legate al mito dell’uomo nuovo costruito dal potere politico o dallo Stato. Ma ha segnato anche il fallimento del mito di una democrazia spontaneamente capace di assicurare le risposte giuste alle sfide della modernità. La nostra democrazia, diceva Scoppola, è riuscita a integrare le masse popolari nello Stato, ha prodotto maggiore benessere, ha distribuito in modo più equo la ricchezza. Ma non ha risposto fino in fondo alle domande, alle paure provocate dalla modernità...

Una mancata risposta legata anche a due rischi costanti, a due tendenze nemiche della ricerca capace di condurre alle soluzioni: da una parte la tentazione della rinuncia alla difesa della laicità dello Stato, dall’altra l’idea di escludere l’apporto dell’esperienza religiosa alla formazione del tessuto etico della società. Trascorso un anno e mezzo, questi rischi non sembrano essersi allontanati da noi. Al contrario.

Affiora in particolare, in queste settimane, in questi giorni, la tentazione di dare per scontata nel nostro Paese una netta separazione e una nuova contrapposizione tra laici e cattolici. Unico caso in Europa, dove tutti i partiti a vocazione maggioritaria, a destra come a sinistra, sono "misti", per ispirazioni religiose e non, L’Italia sarebbe condannata a ripetere all’infinito la divisione di Porta Pia, superando all’indietro le stesse collaborazioni che si sono avute nella Prima Repubblica.

Dovremmo ricadere, così, proprio in ciò che si era voluto evitare alla Costituente, quando si ricercavano sempre intese alte tra le forze politiche. Dovremmo rassegnarci a quei muri divisori, a quelle autosufficienze non comunicanti, che uomini come De Gasperi avevano già inteso superare, nelle forme allora possibili. Dovremmo essere costretti da una parte a minimizzare le conquiste ottenute dal movimento dei lavoratori o dalla rivoluzione femminile o ancora i passi avanti compiuti sui grandi temi legati ai diritti civili. E dovremmo, dall’altra, non considerare, dimenticare, espungere dalla storia, il carattere grande e speciale del cattolicesimo politico italiano, che è stato quello di perseguire un disegno democratico al cui interno far valere l’apporto che la fede religiosa poteva fornire alla realizzazione di un paese più unito e aperto.

Dovremmo, dovrebbe in particolare chi non è credente, ritenere di non aver nulla da imparare dall’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, dalla grande esperienza di libertà del Concilio, dall’esortazione della Gaudium et Spes affinché la Chiesa aprisse "porte e finestre", dall’inizio del lungo cammino dell’opzione per i poveri, per gli sfruttati, per ciò che la Chiesa chiamò un impegnarsi nel mondo e nella società a partire dagli ultimi.

Dovremmo considerare prive di fondamento le preoccupazioni di quanti nella Chiesa si interrogano, e interrogano l’umanità contemporanea, sul valore della vita e su quello della famiglia, sul tema dell’educazione e sul valore della ricerca scientifica e i limiti alle sue applicazioni tecnologiche, limiti che l’uomo deve avere la saggezza di porsi.

Si tratta di interrogativi profondi, che rendono inquiete le coscienze di credenti e non credenti. Solo una visione superficiale può ridurle a ingerenze o interferenze. "La società giusta - ha scritto Benedetto XVI nella sua prima enciclica dedicata alla carità cristiana - non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia, l’adoperarsi per la giustizia, lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente"

Sono parole come queste, così chiare nella distinzione dei piani, che aprono la via del dialogo, che affermano nel modo più alto il valore della laicità, che allontano il rischio della separazione e rendono possibile la ricerca di un terreno su cui muoversi e incontrarsi in nome del bene comune.

Uno dei rischi più grandi che oggi possiamo correre è quello di rinchiuderci in certezze assolute, dentro identità chiuse, esclusive ed escludenti. L’identità fa parte della vita degli uomini e dei popoli, che devono sapere dove affondano le proprie radici. Guai, però, se l’identità diventa un muro precario dietro il quale trincerarsi con ansia e preoccupazione, e non il terreno solido sul quale poggiare per potersi sporgere tranquillamente verso l’altro da sé.

Si tratta dunque di superare la contrapposizione secca che divide, che bolla gli uni come "oscurantisti" e gli altri come "laicisti esasperati", per arrivare a una reciproca considerazione.

È proprio l’importanza e la complessità dei grandi temi che la modernità ci pone di fronte, a rendere essenziale la tensione verso una laicità eticamente esigente, una laicità che sappia sostituire al paradigma dell’ "aut-aut" quello dell’ "et-et".

Nei momenti migliori della nostra storia è stato così. Ed è così che l’Italia è sempre andata avanti, ha superato i momenti più difficili, è cresciuta.

Pensiamo proprio all’esempio della Costituente, a quando tra quei banchi si discusse se la nuova Costituzione dovesse avere un presupposto ideologico e un punto di incontro, e questo punto di incontro fu trovato nell’idea della dignità della persona umana.

Ecco un esempio di sintesi, di reciproco arricchimento, di perseguimento concreto del bene comune: era una idea di matrice cristiana che, laicamente declinata, ha ispirato largamente il testo costituzionale.

Allora io mi chiedo cosa debba mai impedire che quella straordinaria intuizione, il primato della dignità della persona umana, sia oggi principio animatore della vita associata. Mi domando cosa debba mai impedire che essa ispiri, ad esempio, una laicità e una libertà di coscienza e di religione che non neghino, anzi valorizzino, l’apporto delle esperienze religiose alla vita sociale.

Sono domande che io credo sia giusto porsi soprattutto oggi, in un tempo così denso di cambiamenti e così insicuro...

Oggi la grande questione di fronte a noi è quella dei valori. Valori consumati dalla cultura predominante del nostro tempo, che è, "ingannevolmente, quella dello ’star bene’ come principio assoluto", per riprendere le parole scelte in occasione della scorsa Pasqua dal Cardinal Martini. Valori senza i quali una società non può stare insieme, non è nemmeno più tale, e un individuo rischia di essere solo un viandante privo di meta, privo del senso stesso del suo cammino.

Eppure. Eppure resta vero che le persone vogliono, ancora oggi, sentire di avere uno scopo. E’ vero che vogliono essere riconosciute nella loro individualità e al tempo stesso sentirsi parte di qualcosa di più grande. Vogliono poter credere di non essere semplicemente destinate a percorrere una lunga strada verso il nulla.

Non è, questa, una cosa che riguarda solo chi crede. E la politica non può chiamarsi fuori, non può essere indifferente. Il terreno degli ideali e dei valori morali che servono per tenere insieme una società è grandissimo. Le convinzioni di fede di ciascuno si possono e si devono conciliare con il bene di tutti, superando i reciproci sospetti, cercando un punto di incontro virtuoso, che non mortifichi i convincimenti degli uni o degli altri.

Vedete, a volte le idee e le posizioni politiche vengono semplificate, a volte la comprensione profonda viene sacrificata sull’altare della notizia che fa colore e viene letta sui giornali con più facilità. Tutto si riduce, ad esempio, a identificare l’uno o l’altro dei candidati delle primarie americane con questo o quello degli esponenti politici del nostro Paese, cercando somiglianze o facili affinità.

Ma se di Barack Obama, delle sue idee, io devo sottolineare una delle cose su cui più mi trovo d’accordo, anzi in piena sintonia, è proprio la novità del suo approccio, la capacità di superare gli schemi "classici" che separano rigidamente sfera privata e sfera pubblica. "Dire che uomini e donne non dovrebbero far confluire la loro morale personale, la loro fede, nel dibattito pubblico, è un assurdo pratico", dice Obama, che aggiunge: "se noi progressisti riuscissimo a disfarci dei pregiudizi, potremmo riconoscere l’esistenza di valori convergenti, condivisi da credenti e laici, quando si tratta della direzione morale e materiale del nostro Paese". Obama esprime con queste parole, in modo molto chiaro, una cosa molto profonda e preziosa: i laici sbagliano quando chiedono ai credenti di lasciare fuori dalla porta la religione prima di entrare nell’agone politico. Allo stesso modo, alle persone motivate dalla fede, una democrazia pluralista chiede di tradurre le proprie preoccupazioni in valori universali piuttosto che esclusivamente religiosi, e in proposte sottoposte alla discussione, aperte alla ragione.

Io sono convinto che questi siano davvero temi alti, decisivi, oggi forse più di ieri. Di fronte ad essi una politica che non sia altrettanto alta e grande, che non sappia superare la separazione e ricercare la sintesi, è condannata a rimanere muta, senza risposte.... Il Partito democratico ha il suo fondamento nel portare con sé, nella sua stessa identità, due idee precise: quella di un Paese non più separato da muri, da cortine di ferro, e quella di una politica non più ideologica. Una politica, cioè, che non sceglie di far suo un unico principio, un unico interesse, come se in una decisione si dovesse considerare un solo aspetto, un solo sguardo sul mondo, in un gioco a somma zero. Una politica che sceglie invece di equilibrare tutto questo, con ragionevolezza e potremmo dire con saggezza. La politica, per come la intendiamo noi, è questo....

Voglio rifarmi ancora a Pietro Scoppola, a un articolo che scrisse il giorno della visita di Papa Giovanni Paolo II al Parlamento italiano, perché non saprei dir meglio: "La laicità dello Stato italiano non è indifferenza dello Stato al fattore religioso, non è ideologia di Stato alternativa a singole fedi religiose, ma riconoscimento del ruolo e degli spazi di ogni fede religiosa, come fattore che contribuisce al formarsi di un’etica collettiva nel quadro di un pluralismo e di una libertà a tutti garantiti".

"I cattolici sanno - continuava Scoppola - quanto è difficile, in una società secolarizzata come la nostra, una testimonianza coerente al Vangelo; sanno di potere e dover concorrere democraticamente, come tutti i cittadini, a far sì che le leggi dello stato siano ispirate ai valori di cui sono portatori, ma sanno di non poter esigere la piena rispondenza delle leggi a questi valori: il formarsi della legge è necessariamente legato alla dialettica democratica fra posizioni diverse, talvolta contrastanti".

La politica è questo. E’ lo spazio della convivenza con altri che hanno diversi valori etici. Ed è tentativo di argomentare e convincere gli altri della bontà di un’idea, di una proposta, di una scelta. E’ ricerca comune di soluzioni buone e condivisibili ai problemi di tutti. Altrimenti il confronto resta fermo allo scontro tra visioni incomponibili e inconciliabili, e la democrazia si riduce a registrazione dei rapporti di forza numerici.

Il Partito democratico è nato con questa consapevolezza. E’ nato per guardare in avanti anziché indietro, alla storia del XXI secolo anziché a quella del Novecento. Ed è per questo che tra le sue ambizioni e i suoi obiettivi ha quello di ripensare in modo nuovo, serio e adeguato ai problemi di oggi, la laicità e il rapporto tra etica e politica.

E’ stato scritto ieri, e io sono d’accordo: ci sono realtà sociali, culturali, confessionali, che possono, e che talora devono, rappresentare ottiche più parziali, esporre le proprie motivazioni in un modo assertivo, anche per lanciare messaggi di riconoscimento e di carattere educativo ai propri aderenti e nella società. Ma la politica che vuol far camminare un Paese ha un dovere in più, anche scontando il fatto di non poter ogni volta accontentare tutti: andare oltre ogni anacronistico steccato e costruire ponti. I ponti culturali su cui il Paese può correre.



La laicità delle istituzioni, valore che accomuna credenti e non credenti, non va invocata a parole, più o meno polemiche, ma fatta vivere ogni giorno.

La laicità si difende e si afferma rilanciando il ruolo della politica, che tutti deve ascoltare, da tutti deve raccogliere, per poi esercitare un prima persona il proprio inderogabile dovere di sintesi. E di responsabile decisione.

Come noi faremo anche sui temi più sensibili e importanti, dal testamento biologico ai diritti delle persone che convivono stabilmente. Temi delicati, da sottrarre all’incendio della polemica elettorale.

Perché ha ragione il direttore dell’Osservatore Romano quando dice, come ha fatto ancora ieri, che i temi etici non devono "diventare dei mezzi per raccogliere voti" e che "se si riesce a tenerli fuori dell’agone elettorale allora c’è qualche possibilità in più che su alcune questioni fondame si crei del consenso".

Parole sagge. Anche perché chiunque abbia a cuore la dignità della persona umana sa che le grandi domande che il nostro tempo porta con sé sono uguali per tutti, sono spesso nuove e richiedono risposte ugualmente comuni e nuove.

Non mi convince, in questo senso, l’idea che ci sarebbero domande costitutivamente diverse tra laici e cattolici.

Pensiamo proprio alle questioni ormai definite "eticamente sensibili", pensiamo a tutto ciò che ha a che fare con la vita, il suo inizio, la sua fine, la sua trasmissione.

Ma pensiamo anche al tema della democrazia, della crisi democratica di cui oggi soffre il nostro Paese, cosa che come sapete è uno degli "assilli" del Pd. Ricorderete certo tutti i molti interventi fatti ad esempio proprio dal Cardinal Martini, che da Arcivescovo da Milano, nelle sue lettere pastorali per la festa di Sant’Ambrogio chiedeva ai cattolici di farsi carico in politica non solo delle questioni di immediata rilevanza etica ma anche del buon funzionamento della democrazia e delle istituzioni.

Usciamo allora dai vecchi cliché, dalle separazioni di comodo, dai compartimenti stagni che per alcuni dovrebbero continuare a dividere la politica. Ripeto: le domande sono le stesse per tutti. Non costruiamo caricature speculari e che si alimentano a vicenda: non ci sono da una parte i cosiddetti "laici" che si occuperebbero in modo semplicistico e ideologico dei diritti volendo affermare una neutralità ideologica assoluta dello Stato e dall’altra parte dei credenti che sarebbero contrari alla crescita dei diritti perché avversari della libertà della persona.

Il Partito democratico, laici e cattolici insieme, come si vede da Statuto, Manifesto e Codice Etico, non ha mai assunto un approccio puramente individualistico, perché sappiamo bene che la singola persona è inserita in ambienti culturali e sociali che non le consentono di scegliere liberamente anche contro la volontà del gruppo o la sensibilità altrui. A volte si può e si deve limitare un diritto non solo perché ciò interagisce coi diritti altrui, ma anche a tutela della persona stessa.

Questa mattina ho sentito che il leader dello schieramento a noi avverso ha definito il suo un partito "monarchico", e questo è innegabile, e al tempo stesso "anarchico", nel senso di indifferente rispetto alle questioni di "etica e morale", che si potrebbero risolvere esclusivamente con la libertà di coscienza. E’ chiaro che la coscienza di ognuno è incomprimibile. Ma lo sforzo deve essere cercare la sintesi. Non l’agnosticismo. E’ una visione che non ci appartiene. Per noi il rapporto tra etica e politica è un rapporto forte e vitale. Implica un rigore che si deve poter riconoscere anche nel momento della scelta delle donne e degli uomini chiamati a portare in Parlamento le nostre idee e i nostri programmi. Nei giorni scorsi autorevoli voci si sono levate dal mondo cattolico per chiedere una selezione attenta delle candidature. Sono preoccupazioni giuste, e sono anche le nostre, quelle che hanno dato vita al codice etico del Partito democratico, quelle che ci hanno spinto ad arricchire le nostre liste con figure rappresentative di una visione eticamente esigente della politica come quelle, che sono lieto di annunciare oggi, del professor Mauro Ceruti e del giornalista,e conduttore del programma "A sua immagine", Andrea Sarubbi.

La proposta del Partito democratico è la proposta di chi sa che non è certo compito di un partito produrre catechismi laici, ma sa altrettanto bene che la politica non può dare soluzioni ai problemi senza farsi guidare da un sistema di valori e senza interpellare in profondità le coscienze.

E’ un equilibrio delicato, ma indispensabile. Quando nei giorni scorsi abbiamo scritto il nostro programma non abbiamo prodotto un punto a parte sui diritti, proponendo un elenco deduttivo e astorico di priorità tra valori e principi. Non è questa la via per coniugare etica e politica. Lo sforzo, continuo, deve essere quello della sintesi.

Se affronto un valore alla volta è ovvio che io, prendendolo isolatamente, lo possa affermare come intangibile, incomprimbile, non negoziabile. Tuttavia quando il politico è chiamato a fare scelte e opera direttamente sulla complessità della realtà si trova di fronte, per fare alcuni esempi, al dovere di coniugare la difesa della vita e il rifiuto dell’accanimento terapeutico; la valorizzazione della particolare dignità della famiglia fondata sul matrimonio e i diritti delle persone che convivono stabilmente; gli obblighi di servizio del personale sanitario e l’obiezione di coscienza; la tutela della salute fisica e psichica della donna e quella della vita umana dal suo inizio.

E a proposito della legge 194: dov’è la contraddizione tra la difesa di una legge che ha dimezzato il numero degli aborti e fatto uscire le donne dal buio della clandestinità e la volontà nostra di applicarla integralmente, valorizzandone gli aspetti di prevenzione e facendo leva sui progressi della scienza per rafforzare la tutela della vita e allontanare dalle donne quello che resta comunque un dramma? Dov’è la contraddizione?

E’ a partire da questi convincimenti profondi che abbiamo risposto alla richiesta dei radicali di schierarsi con noi. Se abbiamo detto loro non di apparentarsi con la nostra lista, come con insistenza ci hanno chiesto, ma di entrarci dentro, rinunciando a presentarsi col loro simbolo accanto al nostro, impegnandosi a sottoscrivere il nostro programma e a formare un unico gruppo parlamentare all’indomani delle elezioni, è perché anche a loro abbiamo chiesto di superare la pura cultura delle identità separate e autosufficienti e di mettersi in gioco e in discussione, a confronto con gli altri, assumendo il rischio e abbracciando l’opportunità di una ricerca comune.

Noi abbiamo fatto, così, una grande operazione di coinvolgimento. Abbiamo portato dentro il nostro grande progetto, dentro la nostra visione politica e culturale, una forza che rimanendo sola, allora sì avrebbe finito per esprimere posizioni esasperatamente laiciste, per rimarcare il suo ruolo, per sottolineare i suoi obiettivi, per guadagnare un consenso di tipo esclusivamente identitario.

Invece abbiamo chiesto, e abbiamo ottenuto, molto. Ad un partito che si chiama "radicale" e che quindi ha sempre fatto della nettezza delle sue posizioni la sua identità, abbiamo chiesto di accettare la cultura del dialogo e della mediazione.

L’abbiamo fatto perché chi vuole venire con noi deve accettare di condividere questo nostro impegno. E perché, semplicemente, questo è quel che serve all’Italia, al nostro Paese.

Il mondo sta cambiando attorno a noi. E l’Italia non ha a che fare con una crisi congiunturale, dalla quale potrà uscire più o meno come è entrata. Solo se sapremo chiamare a raccolta tutte le risorse intellettuali e morali del Paese, le straordinarie energie oggi sottoutilizzate, a cominciare dal talento delle donne e da quello dei giovani, potremo dare all’Italia un futuro di ripresa, di rilancio, di speranza.

Solo se sapremo ascoltare le domande che arrivano dalle famiglie italiane, se sapremo sostenerle concretamente e farle essere serenamente quel luogo d’amore e di solidarietà che sono, proteggendo i bambini con leggi che puniscano nel modo più severo chi si macchia del più orrendo dei crimini; e ancora moltiplicando i posti negli asili nido e rendendo più flessibili gli orari e i tempi di lavoro, aiutando in modo significativo attraverso l’introduzione di una "Dote fiscale" le famiglie con figli. Ribaltando, in poche parole, l’attuale circolo vizioso tra bassi tassi di occupazione femminile, bassa natalità e alti tassi di povertà minorile, facendolo diventare un circolo virtuoso fatto di più donne occupate, più nascite e famiglie economicamente più sicure.

Per tutto questo è nato il Partito Democratico: non per affiancare forze che restano divise, magari accomunate solo dal nemico da sconfiggere. Tutto il contrario: il Partito Democratico è nato per unire il Paese, per abbattere muri e steccati, per aprire porte e costruire ponti: tra impresa e lavoro, tra lavoratori dipendenti e autonomi, tra Nord e Sud, tra padri e figli, tra laici e cattolici. Perché solo insieme, lavorando insieme, pensando insieme, cercando insieme, ce la possiamo fare.

Insieme, laici e cattolici del Partito democratico, noi rivendichiamo il valore della nostra responsabilità. Dell’etica della responsabilità.

Alcide De Gasperi, pochi mesi dopo la fine della guerra, alla prima Settimana Sociale dei Cattolici italiani, richiamava il carattere inevitabilmente diverso dei due punti di vista: "Avvicinarsi a questa assise", disse, "è come eseguire una grande ascensione montana. Ci si trova in un’atmosfera ossigenata. Non sempre quando si scende dall’alta montagna è possibile mantenere la stessa atmosfera, e direi non sempre la stessa prospettiva può essere attuata quando si tratti di dover fissare una pratica di convivenza civile che tiene conto delle opinioni altrui e che deve cercare una via di mezzo fra quelle che possono essere le aspirazioni di principio e le possibilità di azione." Sono parole che testimoniano la grandezza dello statista e dell’uomo, del credente e del laico insieme. E che sono l’esempio di come larga parte della storia dell’impegno dei cattolici sia stata segnata, in Italia, da momenti in cui ad una astratta etica della testimonianza è stata privilegiata un’etica della responsabilità, per garantire la coesione sociale e culturale del Paese.

Come non ripensare, ad esempio, all’atteggiamento di Aldo Moro, che ricorderemo domani, sul referendum sul divorzio e sulla solidarietà nazionale. Come non andare con la mente e col cuore a uno degli uomini che tra i primi ha indicato il cammino e ha lavorato per aprire la strada. "Aveva un fortissimo pudore e riserbo sulle cose intime e personali", ha detto Giovanni Bazoli ricordando Beniamino Andreatta, "ma è altrettanto vero che i valori del cattolicesimo informavano le sue scelte e i suoi comportamenti privati e pubblici".

C’è un grande patrimonio che vive, attraverso le persone animate da fede vera e profonda, dentro il Partito democratico, e che contribuisce a dargli identità e forza. E’ anche grazie a questa ricchezza che proseguiremo il nostro cammino e che cambieremo l’Italia. Insieme.

*Questo è il discorso di Walter Veltroni al convegno dei cattolici del Pd

Pubblicato il: 28.02.08
Modificato il: 28.02.08 alle ore 8.21   
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Titolo: Frequenze tv, il Pd all'attacco riflette sulla "strategia della disponibilità"
Inserito da: Admin - Maggio 24, 2008, 12:50:44 am
POLITICA  IL RETROSCENA.

Frequenze tv, il Pd all'attacco riflette sulla "strategia della disponibilità"

Letta: "Non si può fare finta di niente". D'Alema critico sul governo Berlusconi

"Così il dialogo va in crisi"

Sorpresa e irritazione nel Pd

di GOFFREDO DE MARCHIS


 ROMA - "Non possiamo ricominciare come nel 2001. L'emendamento che salva Rete4 e la partita della Rai non sono banalità. Se questo è l'atteggiamento di Berlusconi, non dobbiamo fare finta di niente. Anche il dialogo complessivo sulle regole rischia di andare in crisi". Per Enrico Letta il primo vero scontro tra maggioranza e opposizione racconta di un Cavaliere che in sostanza è sempre lo stesso, di un'immagine soft che appartiene alla scenografia ma non alla realtà.

"L'ostruzionismo di oggi è una risposta chiara, ci voleva. Pronti, via e il governo si presenta con un provvedimento che difende gli interessi del premier: non è possibile. Così l'ipoteca sul confronto è troppo grande", insiste il ministro ombra del Welfare.
La lettura dell'ex sottosegretario non è isolata. "Io sono per il dialogo, penso che si debba andare avanti, la linea giusta è questa - dice Andrea Martella, titolare delle Infastrutture nel governo Pd - . Ma evidentemente Berlusconi non è cambiato". Però si può leggere anche in un altro modo. L'offensiva del Partito democratico contro l'emendamento sulle frequenze "mette fine a un equivoco", dice Paolo Gentiloni. "Noi siamo opposizione ed esercitiamo fino in fondo il nostro ruolo, con tutti i mezzi", spiega l'ex ministro delle Comunicazioni.

Questo non significa mettere in discussione la linea che Walter Veltroni ha presentato in campagna elettorale ai cittadini e che continua a perseguire in un dialogo diretto con Silvio Berlusconi. Anzi. "Che il Cavaliere avrebbe fatto di tutto per salvare le sue televisioni non è una sorpresa per noi. Potevamo aspettarci qualcosa di più sulla Rai, ma ci ha chiuso la porta in faccia - ammette Gentiloni - . Il confronto tra Pd e Pdl però si poggia su due pilastri: le regole e il no alla delegittimazione reciproca". E il Berlusconi che non perde il vizio di curare gli interessi personali non ferma il tentativo di cambiare l'assetto istituzionale.

Certo, ora il Pd è chiamato ad abituarsi alla politica del doppio binario, così difficile da gestire in un Paese da anni diviso a metà. "Non c'è nessun imbarazzo da parte mia - dice Veltroni - . Siamo sconfitti, ma abbiamo preso anche un certo numero di voti su un programma chiaro: dialogo sulle regole senza guardare alle convenienze di parte ma perché conviene al Paese. E opposizione ferma sui provvedimenti del governo. L'emendamento sulle frequenze è uno di questi". Marco Follini però avverte: "La televisione è la parte più complicata del dialogo politico-istituzionale. Antica saggezza consiglia di metterla in coda e non al principio". Si riferisce, il neopresidente della giunta delle elezioni del Senato, all'incontro Veltroni-Berlusconi di venerdì che invece si è giocato anche sulla questione Rai. "Sulla tv pubblica abbiamo preso il due di picche", sentenzia il dalemiano Nicola Latorre. Questo esito è ben chiaro anche al settimo piano di Viale Mazzini, il piano dei vertici. Dove sentono allungarsi la mano di Berlusconi "perché sul suo core business lui non fa sconti". Dove la poltrona del direttore generale è in bilico e Claudio Cappon ne è perfettamente consapevole, tanto da studiare le contromosse, senza escludere la possibilità di farsi da parte prima della "bufera". "Berlusconi - spiega Follini - è sospeso tra le sue intenzioni e il suo passato. Non possiamo dare per scontato che vincano le prime. Perciò è doveroso aprire il tavolo, ma è ingenuo pensare di non incontrare delle difficoltà".

Latorre difende il dialogo. "Non dipende dall'affidabilità dell'interlocutore. È necessario, punto e basta. Ma non dobbiamo scambiare l'opposizione dura per un atteggiamento antiberlusconiano". Del resto, Massimo D'Alema sull'Unità di ieri ha usato parole pesantissime contro il governo: "Il reato d'immigrazione clandestina è criminogeno". Anche per lui però dal confronto non si scappa. Il dilemma è come non farsi schiacciare da un Berlusconi molto forte, in grado di iniziare una "vera luna di miele con il Paese" (D'Alema). Al loft hanno ben presente il sondaggio che attribuisce una crescita a Di Pietro e un calo al Pd, dopo il voto. "Al Cavaliere non bisogna toccare il portafoglio - dice Andrea Orlando, responsabile organizzativo del partito -. Bisogna vedere se sul resto è più disponibile. È un tavolo difficile, non c'è dubbio".

(23 maggio 2008)

da repubblica.it


Titolo: Pd, popolo delle primarie: «Farle sempre»
Inserito da: Admin - Settembre 22, 2008, 06:40:13 pm
Pd, popolo delle primarie: «Farle sempre»
Alessia Grossi


«Berlusconi sembra deciso ad eliminare le preferenze anche dalle elezioni europee e i democratici che fanno?». Quelli delle primarie del Pd, quelli che il 14 ottobre 2007 hanno eletto Walter Veltroni segretario del partito, chiedono che lo strumento delle primarie «vere» venga applicato dal Partito democratico a tutte le elezioni a cominciare quelle locali e dalle prossime europee. Nasce così la campagna per raccogliere adesioni per le «primarie vere, primarie sempre»
«Noi rinnoviamo il nostro mandato al segretario - si legge sul sito della campagna - perché prosegua sulla strada che porta ad un partito a vocazione maggioritaria anche al suo interno, dove il dibattito sia libero ma le indicazioni date dai suoi sostenitori, attraverso il meccanismo delle primarie, vengano sempre rispettate. Noi chiediamo che il Partito Democratico si strutturi attorno a questo meccanismo - proseguono - che è stato la novità più importante ed apprezzata degli ultimi anni - in modo da poterlo utilizzare per tutte le candidature a cariche pubbliche. Primarie vere, in cui si confrontino non solo i candidati, ma anche i programmi, in modo che noi elettori possiamo fare scelte consapevoli».

Sul sito di «primarie vere, primarie sempre» sono già aperte le adesioni perché - scrivono - Walter Veltroni non è stato eletto in previsione di elezioni a breve termine, ma per guidare la fondazione del Partito Democratico. Ora che abbiamo perso queste elezioni anticipate, che non volevamo, ora che non ci sono più emergenze da inseguire, vogliamo che il nostro segretario concluda l'opera cominciata. Poi, alla vigilia delle prossime elezioni politiche, si sottoponga a nuove, vere primarie, in cui i sostenitori del Pd - e non i dirigenti di partito - decideranno da chi vorranno essere guidati nelle prossime elezioni politiche».

Ad oggi sono 906 le adesioni «per le primarie sempre» e 23 i circoli del Pd che appoggiano l'inizativa. Ma subito sotto le adesioni si apre il dibattito. Per qualcuno va bene l'idea delle primarie ma «vere e democratiche primarie….non le antidemocratiche liste bloccate…..». A qualcuno non va invece l'idea di definirsi «popolo delle primarie», definizione che «ricorda il “popolo di Grillo”, i girotondi, etc.. Esistono cittadini, sostenitori del progetto del PD. Esistono persone, il popolo è un termine che può essere equivoco, se non interpretato correttamente, in modo democratico». Qualcuno lancia un appello al segreatario Veltroni perché si ricordi di chi «ha fodato di fatto la prassi delle primarie, l'Ulivo». C'è anche chi - un po' deluso propone «subito le primarie, e non fra cinque anni». Insomma, il «popolo delle primarie» fa sentire davvero la sua voce.

Anche se a leggere alcuni nomi dei firmatari dell'appello ci si imbatte anche in quelli di alcuni sfidanti di Walter Veltroni il 14 ottobre, che, chissà, forse votando per nuove elezioni interne questa volta potrebbero essere più fortunati.



Pubblicato il: 22.09.08
Modificato il: 22.09.08 alle ore 14.29   
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Titolo: IL PD - Partito Democratico
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 12, 2017, 12:51:04 pm
   Opinioni
Emiliano Biraku - · 10 gennaio 2017

Quattro idee per rilanciare il Partito
Ripartire dai circoli per essere ancora il punto di riferimento delle fasce più deboli della popolazione

Il risultato del referendum del 4 dicembre ci ha fatto capire che il PD ha perso i legami storici con le fasce più deboli, lavoratori, disoccupati, giovani e con le periferie. Non siamo più il loro punto di riferimento. Secondo la mia opinione, tutto questo è il risultato di una gestione liquida del partito.

Negli ultimi 2 anni c’è stata meno politica e più politici. Gli iscritti e i circoli non contano nelle decisioni locali e nazionali. Credo che, anche in questi tempi difficili, sia necessario non cedere a nuove ingegnerie politiche e sociali, rivendicando come prima cosa l’orgoglio di chiamarci “Partito democratico”, l’unico vero rimasto sulla scena e, del resto, ogni campagna elettorale ci ricorda l’importanza della rete strutturale dei circoli.

Il progetto del Pd è sempre valido e destinato a durare, al di là di vittorie e sconfitte, che in politica tendono ad alternarsi piuttosto spesso. Di fronte ad una evoluzione continua della società, penso che occorra avviare una discussione su alcune modifiche possibili al nostro statuto, che possano andare di pari passo con tali cambiamenti.

Da febbraio 2016 sono stato eletto segretario del Circolo PD “A. Vivian partigiano” di Venezia Centro Storico. Assieme agli iscritti, simpatizzanti, associazioni e categorie economiche del territorio abbiamo sempre contribuito, grazie alla disponibilità della segreteria comunale del PD, a tener vivo l’interesse sulle problematiche della città e non sono mancate le nostre proposte che hanno trovato riscontro positivo nei cittadini.

Venezia è una città unica e speciale e le proposte che riguardano il suo futuro, devono trovare la voce dei residenti: di chi ci vive e la ama.

Gli iscritti e i simpatizzanti si impegnano, si danno da fare, si mettono in gioco. Come possiamo fare capire alla città che lo statuto attuale limita i poteri decisionali dei circoli? Ci sono ancora tanti giovani, lavoratori, disoccupati, rappresentanti delle categorie economiche che hanno voglia di contribuire alla ripresa del nostro partito, che credono ancora in noi.
Non vogliamo perderli, e per questo motivo vorremmo rilanciare assieme delle proposte che riguardano la riorganizzazione del PD:

1. Dare nuovo impulso ai circoli, investire sulla loro funzione, praticando le forme nuove che il contesto sociale ci impone e ci chiede. Avere accesso alla comunicazione web, giornali, portali online ecc…. che possano fare vedere al territorio di riferimento i lavori e le proposte che escono dai circoli.

2. Allargare l’invito di discussione e di proposte, ai nostri elettori, sui temi di forte impatto sociale. In questo senso, per la comunicazione, si potrebbe utilizzare il registro delle primarie.

3. Incentivare gli iscritti con percorsi di formazione, pratica, esperienza, gratificazione.

4. Modificare lo statuto, rilanciando un rapporto diretto tra circoli e organi dirigenziali nazionali. Purtroppo, in passato, il lavoro della base è stata sempre oscurato dalle gerarchie provinciali e regionali.

Questa è la nostra idea e visione futura del PD, ovviamente nata dal contributo del circolo e dalle realtà fuori dal partito, che hanno sempre creduto nel progetto della sinistra. Abbiamo accolto con molto ottimismo la campagna di ascolto rilanciato nell’ultima assemblea nazionale, e noi ci saremo.

Ci rivolgeremo prima a quelli che non credono a noi, ai dimenticati, andando con i gazebi nelle università per i giovani, nelle fabbriche per i lavoratori, nei centri d’impieghi per i disoccupati, e nelle zone degradate per le periferie.

Colgo l’occasione di rilanciare un appello a tutti: noi torneremo dove siamo mancati fino ad oggi. Attualmente, una campagna di ascolto organizzato dai circoli può essere efficace solo se si crea una connessione diretta con il nazionale. E se veramente vogliamo dare una scossa al nostro partito, serve un messaggio forte e chiaro dalla nuova segreteria nazionale. Occorre ribadire la necessità di un collegamento diretto con i circoli e limitare le barriere logistiche degli organi dirigenziali locali, quali provinciali e regionali.

Riusciremo a dimostrare ai giovani e ai dimenticati che la politica è un luogo di ritrovo, di discussione, di proposte che possano migliorare il nostro futuro e portare all’attenzione di tutti i contributi, le energie e i valori che emergono dalla nostra comunità?

Da - http://www.unita.tv/opinioni/quattro-idee-per-rilanciare-il-partito/


Titolo: IL PD - Partito Democratico Renzi, la strategia del rientro.
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 12, 2017, 05:28:25 pm
Renzi, la strategia del rientro. Sfida sulla legge elettorale
L’ex premier a Roma avvia i colloqui per evitare il rinvio del voto.
Gentiloni parte per il tour europeo e teme lo scoppio della guerra nel Pd

Pubblicato il 09/01/2017 - Ultima modifica il 09/01/2017 alle ore 11:09

CARLO BERTINI   
ROMA

Per Matteo Renzi e Paolo Gentiloni oggi è il giorno della ripresa: il premier si prepara al giro delle capitali europee che comincerà domani a Parigi e l’ex premier tornerà nella capitale dopo la sua uscita dalla scena capitolina prima della pausa natalizia. 
 
I loro destini sono strettamente incrociati e quello che in questa fase li lega forse è un timore - se pur inespresso da entrambi - che questo governo arrivi al 2018. Un timore che aleggia come una spada di Damocle nei conversari tra Renzi e i suoi. Così come nei pensieri del premier in carica - costretto dalle regole d’ingaggio a far bene ma non troppo - c’è di sicuro la domanda che corre sulla bocca di tutti nel Pd: cosa succederebbe negli equilibri del partito e nei rapporti con il suo segretario se la forza delle cose impedisse il voto per un anno e mezzo? Nel Pd la fibrillazione è enorme, nessuno sa quale sarà il suo destino e il tasso di litigiosità sale. Dalle parti di Bersani sono sconcertati per l’intervista di Giachetti a questo giornale, da cui «esce allo scoperto l’idea dei falchi. Che il vicepresidente della Camera dica che si deve votare senza fare una legge in Parlamento fa specie», si indigna Federico Fornaro. Il quale dà voce a tutti quelli che temono il blitz più hard, ipotesi non esclusa affatto dai renziani. Ovvero, un decreto che recepisca le correzioni della Consulta ai sistemi elettorali per il Senato e per la Camera, «sul quale porre la fiducia per far venire allo scoperto chi vuole votare e chi no». E poi una corsa verso le urne. 
 
Renzi vuole capire se invece è percorribile la strada maestra, ovvero un accordo con Berlusconi su un sistema elettorale, visto che con i 5stelle non c’è dialogo. E per questo vuole riprendere le redini della situazione. Già oggi comincerà un ventaglio di colloqui con il “giglio magico”, poi vedrà i due capigruppo Ettore Rosato e Luigi Zanda, mercoledì riunirà la segreteria: ma deciderà la prossima settimana come rimaneggiarla. Cioè se fare entrare, oltre a Tommaso Nannicini come responsabile del programma, anche Piero Fassino e alcuni sindaci. 
 
Sulla legge elettorale la partita prenderà corpo alla fine della settimana quando Gianni Letta dovrebbe far sapere le intenzioni di Berlusconi sulla proposta del Pd di un proporzionale con una soglia di sbarramento alta. «Loro hanno un interesse vero di essere autonomi da Salvini, il problema è che non sono pronti per giugno», ammettono gli uomini del segretario. 
 
L’agenda del premier ruota tutta intorno alla parola «lavoro», anche se le prossime due settimane saranno contrappuntate dai viaggi a Parigi, Londra, Berlino e Madrid. Domani parte la prima grana, ovvero la procedura del voto di sfiducia al ministro Giuliano Poletti. Al Senato si terrà un’informativa del ministro e poi la capigruppo deciderà quando calendarizzare la mozione di sfiducia di 5stelle, Sel e Lega. Gentiloni ancora non ha deciso se chiedergli di dimettersi o meno, anche se il voto non è a rischio in quanto la minoranza del Pd non farà scherzi, perché «certo non faremo a Renzi il regalo di far cadere il governo su questo», dicono i bersaniani. 
 
Per Gentiloni poi non sarà indifferente, per usare un eufemismo, la sentenza della consulta attesa mercoledì sul referendum Cgil sul jobs act. Una sentenza da cui dipenderà l’intervento del governo sui voucher, ma anche - altro fattore che lega Renzi e Gentiloni a doppio filo - un rimescolio degli equilibri nel Pd. Perché se non sarà incostituzionale il referendum sull’articolo 18, anche i più restii al voto anticipato si convinceranno che conviene votare presto piuttosto che sottoporsi a questa prova.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/01/09/italia/politica/renzi-la-strategia-del-rientro-sfida-sulla-legge-elettorale-KYD6lWTMrJRKYssLxnJ40N/pagina.html


Titolo: IL PD - Partito Democratico. Ci manca la bella politica
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 12, 2017, 05:30:38 pm
Ci manca la bella politica
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Dal 5 dicembre ad oggi abbiamo assistito a un teatrino assurdo, ora smettiamola di perdere ulteriormente tempo, torniamo seri, ripartiamo

Basta vecchia politica, basta vecchi nomi presenti da decenni riproposti per cariche istituzionali, basta tornare indietro! Voglio un futuro, voglio politici che sappiano cosa vuol dire fare politica per il Paese!

Dal 5 dicembre sembra si sia fermato tutto…entusiasmo, positività, voglia di fare, le tante discussioni di bella politica sembrano essere state cancellate, non esiste più quella carica in rete, parlando direttamente con chi era al governo. Manca qualcosa, qualcuno, manca quell’intesa e quella fiducia nata un paio di anni fa che aveva portato la politica ad essere di nuovo protagonista. La bella politica ci manca e ci manca tanto.

Sono sicura che chi ha scommesso sull’Italia e sulla forza e coraggio degli italiani tornerà presto, spero prestissimo. Abbiamo tutti avuto un periodo di riflessione, analisi, ricerca di soluzioni ma ora è arrivato il momento di ripartire perché il nostro Paese non può indietreggiare! Si deve andare #avantitutta iniziando da ogni territorio. L’anima di una Nazione nasce dai suoi territori e sono i cittadini che devono prendere il coraggio a due mani, metterci la faccia e il cuore e aiutare a dare una bella svolta.

Mi direte ma esistono i circoli e io vi dico lo so, va bene ma questi circoli facciamoli vivere!!! Non basta dire abbiamo un circolo, non serve a nulla se questi circoli stanno chiusi o seguono ancora vecchie ideologie.

E’ ora di cambiare! Coinvolgere la gente, i tanti giovani che dovranno poi prendere in mano loro futuro. Let’s open! Che si organizzino serate a tema, discussioni su problemi odierni, anche feste, spettacoli. Riportiamo le persone ad amare la politica, che non è solo fatta di bandiere e colori, ma di anima e cuore occupandosi della vita vera della gente.

Sì lo scrivo qui e lo ripeterò a gran voce manca un leader, un vero leader. Manca Matteo Renzi, colui che è riuscito in 2 anni a fare ciò che altri in oltre 40 anni non sono riusciti a fare: tante riforme, ma non ancora abbastanza. E non sarà l’odio verso di lui e l’egoismo e mania di protagonismo di altri a fermare l’Italia.

Dal 5 dicembre ad oggi abbiamo assistito a un teatrino assurdo e ridicolo di varie forze politiche. Ora per favore smettiamola di perdere ulteriormente tempo, torniamo seri, ripartiamo.

Mi auguro di leggere o sentire a breve Matteo, anzi glielo chiedo qui: Matteo fatti sentire, perché il meglio deve ancora venire! Noi #Siamopronti!

Da - http://www.unita.tv/opinioni/ci-manca-la-bella-politica/


Titolo: Samuele Marco Degradi. La partecipazione al Pd crescerà solo aiutando i circoli
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 12, 2017, 05:39:24 pm
La partecipazione al Pd crescerà solo aiutando i circoli
Samuele Marco Degradi
   
Investire nei territori e nelle forme di confronto e adesione on line è fondamentale per aprire maggiormente il partito al contributo di tutti i soggetti progressisti

Torna nel dibattito interno al Partito democratico la questione di quanto il partito debba essere aperto e delle modalità di questa eventuale apertura.

Esiste già una comunità dem più ampia del partito e con cui il partito ha già iniziato da tempo un confronto, comunità fatta di persone e organizzazioni vicine ai valori progressisti e riformisti, che portano avanti cercando di migliorare il Paese nei diversi ambiti in cui operano, dalla scuola al welfare, dall’ambiente ai diritti. L’apertura, l’essere un soggetto progressista che mette in campo strumenti e modalità organizzative che vanno a dialogare, coinvolgere e puntano a far aderire anche al partito chi fa parte di questa comunità ampia, deve essere secondo me uno degli obiettivi di un partito aperto, moderno, scalabile e democratico.

Il partito da un lato deve sviluppare idee di policy e formare la propria classe dirigente: Classe democratica, la scuola di formazione del Pd e anche #GenerazioneSì dei FutureDem, associazione di giovani iscritti e no al Pd, di cui faccio parte, sono l’esempio di questa direzione. Dall’altro lato, deve poter essere un incubatore di idee, esperienze territoriali e comunitarie che però hanno anche la capacità di mettersi in rete, dove ogni soggetto o persona della comunità dem possa sentirsi coinvolto nel dare il proprio contributo alla visione che ci accomuna.

Per continuare a fare questo in modo strutturato, le sezioni locali assumono un ruolo centrale. Un investimento, anche di aiuto economico nei territori dove le sezioni fanno più fatica è, secondo me, utile allo sviluppo di tale progettualità e all’ulteriore apertura del partito. Si possono poi pensare strumenti che facilitano la partecipazione sia online che offline, formare all’uso degli strumenti, alle tecniche di facilitazione, far diventare le sezioni locali degli incubatori della comunità dem.

I comitati per il Sì al referendum costituzionale possono rappresentare uno dei momenti più importanti di prosecuzione di questo percorso di medio/lungo periodo. Parlando di un tema importante come la riforma dell’assetto istituzionale dello Stato, la comunità dem può saldarsi ulteriormente e molte persone potranno iscriversi anche al partito.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/la-partecipazione-al-pd-crescera-solo-aiutando-i-circoli/


Titolo: Mario Lavia - Perché il Renzi mediatore può avvicinare le urne a giugno
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 07, 2017, 06:33:35 pm
   Focus
Mario Lavia   @mariolavia
· 3 febbraio 2017

Perché il Renzi mediatore può avvicinare le urne a giugno
Le reazioni positive delle componenti alle aperture del segretario

L’apertura di Matteo Renzi è duplice: ad una gestione non più “solitaria” del partito e delle sue scelte («So che non posso più dettare la linea da solo»), e ad un ripristino del premio elettorale “alla coalizione” e non più “alla lista”. Questa è la ciccia. L’offerta alle minoranze.

Il resto, pur importante, è contorno: le primarie di coalizione (se si vota a giugno), il Congresso (se si vota a febbraio 2018)… Renzi è disponibile a tutto. Persino a far balenare l’idea di un incarico a Gentiloni o a Delrio. Ma per come ha messo le cose (al Tg1 e al Corriere della Sera, l’intervista dell’ “ho tirato malissimo un rigore”) paradossalmente la “sua” ipotesi, le elezioni a giungo, si rafforza. Perché?

Perché con la duplice offerta il segretario viene pienamente incontro alla richiesta di una conduzione del Pd più aperta e plurale – non diciamo unitaria, che è aggettivo di un’altra fase – in chiara discontinuità con il Renzi che abbiamo visto sin qui. Ha risposto indirettamente a Matteo Richetti, che alla Verità, aveva detto: “Matteo è un leader. Ma deve aprire una fase di coinvolgimento e dialogo vero. Confronto, ascolto e decisioni. Non può essere tutto concentrato su di lui”. Un concetto – fra parentesi – condiviso da tanti parlamentari e dirigenti che pure sostengono Renzi.

Fra alcuni renziani doc trapela un certo smarrimento per le continue novità che vengono dal segretario. Ma Alessia Morani non ha dubbi: “Renzi ha fatto la prima vera uscita da segretario del Pd. Oggi ha messo in pratica ciò che aveva detto all’assemblea di Rimini, ha alzato lo sguardo lasciandosi alle spalle le beghe di partito e puntando invece alla sua unità, che è un valore per il destino di tutti. sappiamo che la carta vincente è un Pd  forte e unito e il segretario oggi si è preso sulle spalle la responsabilità di portare avanti il progetto democratico”.

Da leader del Giglio magico a leader del partito. Un salto non facile, per uno come lui: eppure nei suoi conciliaboli c’è traccia di andare alle decisioni “tutto insieme, tutto il gruppo dirigente”. Si è parlato persino di “caminetti” (ne abbiamo scritto un po’ provocatoriamente qui), e in effetti al Nazareno in questi giorni c’è stata una girandola di incontri. Una gestione più collegiale – inutile dirlo – semplifica anche il problema della composizione delle liste: tutte le aree vogliono questa assicurazione, che le liste non le farà il segretario da solo.

Solo con Bersani il filo non è stato personalmente ancora riannodato, sebbene non manchino i contatti fra Guerini e Orfini con Speranza e i bersaniani. Ma anche per l’ex segretario c’è una notevole apertura di Renzi: “Non ho problemi a fare il Congresso – ha detto a Massimo Franco – volevo farlo a dicembre ma me l’hanno impedito. E adesso lo invocano…”.

E poi c’è l’altra novità, che sarà gradita dai bersaniani e da Dario Franceschini (qui la sintesi dell’intervista al Corriere) la disponibilità a modificare la legge elettorale inserendo il premio alla coalizione. Una mossa che accende i riflettori sia su Pisapia che su Alfano e che in un certo senso “tranquillizza” gli “amici” del primo e del secondo.

Sul premio alla coalizione Renzi mette d’accordo le componenti del Pd e in più spera in Berlusconi, così che non c’è più bisogno di un Grillo peraltro in tutt’altre faccende affacendato (il caso Raggi) o della Lega. Niente assi strani, su questa ipotesi la maggioranza di governo c’è, e se arriva Forza Italia tanto meglio.

Un quadro più ordinato, dunque, potrebbe agevolare le urne e il ritorno del centro sinistra, vincere e convincere. Lo nota Beppe Fioroni: “Renzi ha fatto uno sforzo notevole di apertura, che può consentire di tenete unito il Pd, dal progetto politico, alla coalizione da costruire, alla composizione delle migliori liste possibili. Se questo clima si realizza, il voto a giugno non è un tabù”.

Non che ora i dissensi rientrino. Ma almeno ci può essere un clima diverso: Renzi ne ha bisogno, in questa fase. Un oppositore forte del segretario come Francesco Boccia afferma: “In queste ore percepisco passi in avanti, si è passati dalla corsa forsennata al ‘voto subito’ al buon senso che mette davanti i problemi degli italiani”.

Persino un competitor come Enrico Rossi coglie positivamente le novità: “Renzi ha fatto bene a fare dichiarazioni distensive sul voto e sul congresso. Ora, più che fare caminetti con i big del partito, Renzi ci sfidi tutti ad avanzare proposte per i problemi del Paese”.

Ecco, il tema torna ad essere quello dei contenuti. Del messaggio. Dice infatti Gianni Cuperlo (che domani terrà un’assemblea della sua area – in diretta streaming su Unità.tv dalle 10,30): “Domani spiegherò perché bisogna che ricominciamo a discutere bene. Io considero assurdo che non si sia mai aperta una vera riflessione sulla sconfitta del 4 dicembre, senza capire dove abbiamo sbagliato non potremo mai correggere la rotta”.

La “rotta” verrà decisa dalla Direzione del 13 febbraio, senza spargimenti di sangue o rese dei conti. Sembra, almeno.

Da - http://www.unita.tv/focus/perche-il-renzi-mediatore-puo-avvicinare-le-urne-a-giugno/


Titolo: IL PD - Partito Democratico Non tiriamo a campare, serve un Pd forte e unito
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 11, 2017, 12:00:19 pm
Opinioni
Salvatore Vassallo - @sal_vassallo
· 10 febbraio 2017

Non tiriamo a campare, serve un Pd forte e unito
Per noi, in questo quadro, il problema non è solo vincere in Italia

Il documento sottoscritto da 40 senatori Pd e pubblicato ieri su l’Unità chiede giustamente «una riflessione profonda» sul contesto globale nel quale si inserisce anche la vicenda italiana prima di trarre conclusioni sui prossimi passi.

L’indebolimento dei confini nazionali e la grande recessione hanno ridefinito dappertutto il tradizionale conflitto politico tra destra e sinistra, che però non è affatto scomparso. Le appartenenze religiose o di classe che avevano contrapposto socialdemocratici, democristiani, liberali o conservatori si erano abbondantemente allentate già nella seconda metà del secolo scorso.

Ma dall’inizio dell’attuale decennio sta capitando qualcosa di inusitato, con un tratto comune ben evidente in molte democrazie: la crescita dei consensi per leader e forze politiche che, sfruttando il disagio di categorie che sono o si sentono penalizzate dalla globalizzazione, vendono facili ricette neo-nazionaliste. Alla base di questa svolta c’è un dato di fatto reale. I vantaggi maggiori dell’integrazione economica e della parallela rivoluzione digitale, sono andati ai Paesi meno sviluppati.

Mentre nei Paesi occidentali sono andati a chi ha capitali mobili o ha capitalizzato sulle economie di scala nei nuovi oligopoli. I vincitori sono per ora la Cina e Amazon. Ci hanno perso i lavoratori meno specializzati e meno istruiti con aspirazioni frustrate o espulsi dal mercato del lavoro, i giovani rimasti ai margini o che non ci sono mai entrati, tutte le filiere dell’intermediazione divenute obsolete, nel settore bancario, nel commercio o nella pubblica amministrazione. La crescita fisiologica delle migrazioni, con i suoi picchi del 2004 (allargamento ad Est) e del 2015 (crisi dei rifugiati da Siria, Afghanistan e Somalia), preoccupa soprattutto chi ha meno strumenti culturali e si sente minacciato dai diversi, chi compete con gli immigrati o più spesso immagina di competere con loro per l’occupazione, per i benefici delle politiche sociali, per un posto in autobus o negli alloggi pubblici.

Il populismo neo-nazionalista offre loro capri espiatori su cui scaricare il biasimo (gli immigrati, i complotti delle élites cosmopolite, la classe politica incapace o collusa) e soluzioni semplici (il muro con il Messico, il bando per i musulmani e la cancellazione del Nafta; il reddito di cittadinanza, il superamento di Schengen, il ritorno alle monete nazionali o l’uscita dell’Ue). Offre ricette inconsistenti ad un pubblico esasperato, impacchettate insieme a teorie economiche fantasiose e spudorate menzogne che prima o poi verranno a galla.

Il punto è: quando? E cosa succederà prima, dove hanno già vinto o potrebbero farlo? I possibili danni collaterali sono molti. Nel frattempo dobbiamo prendere atto che il populismo neonazionalista ha cambiato la struttura della competizione politica interna e minaccia di avere un impatto sull’ordine globale. Ha già vinto dove si è saldato alla destra tradizionale radicalizzandone le posizioni. Il caso Trump non è il primo ma il salto di scala è impressionante. In Gran Bretagna la vena anti-immigrati e anti-europea è stata incorporata, attenuandola, nell’agenda politica dei conservatori, che si preparano così, fino a che non ci saranno cambiamenti rilevanti a sinistra, a rimanere dominanti ancora per molto tempo. Per noi, in questo quadro, il problema non è solo vincere in Italia.

Ma rafforzare al più presto l’intesa tra un nocciolo duro di Paesi guida per rinnovare e rilanciare il progetto europeo. Dobbiamo sperare che all’interno di ciascuno di essi prevalgano governi coerenti con questo progetto e forse dovremo prendere in qualche modo esempio da loro. In Germania il governo potrebbe rimanere nelle mani di grandi coalizioni rese stabili dalla forza istituzionale del Cancelliere e dalla collaudata capacità dei partiti tradizionali di intendersi dopo che gli elettori avranno deciso chi lo guida. In Spagna, dove la cultura della coalizione non è mai stata appresa, c’è una coalizione di fatto, con il leader del primo partito a capo di un governo di minoranza. In Francia, con il semipresidenzialismo e il maggioritario a due turni, saranno gli elettori a decidere l’antagonista della Le Pen.

Se vincerà Macron potrebbe essere costretto anche lui a formare governi di coalizione, perché difficilmente i candidati parlamentari di En Marche avranno le sue stesse fortune. L’Italia avrebbe potuto avere un percorso più lineare con il Sì al Referendum. Ora lo scenario è diverso e dobbiamo prenderne atto. È certo però che anche le coalizioni, se necessarie, funzionano con leader, partiti e progetti forti. E quindi, che l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è prendere tempo, tirare a campare, dividere il Pd o indebolirne la leadership.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/non-tiriamo-a-campare-serve-un-pd-forte-e-unito/



Titolo: IL PD - Partito Democratico I renziani invocano il congresso.
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 11, 2017, 12:04:40 pm
I renziani invocano il congresso.
E su twitter parte l'hashtag #congressosubito

l'Huffington post
Pubblicato: 09/02/2017 11:44 CET Aggiornato: 25 minuti fa

Dopo l'appello della minoranza a convocare il congresso del Partito Democratico per evitare la scissione ora l'invito a indire l'assise del partito arriva al segretario Matteo Renzi direttamente dai suoi fedelissimi. Da Andrea Marcucci a Alessia Morani passando per Stefano Esposito e Pina Picierno. La richiesta all'ex premier è una sola: congresso subito. Sancito anche con un hashtag su twitter.

"Mi auguro - dice Marcucci a Radio Anch'io su Radio 1 - che nel Pd si vada a convocare velocemente un congresso, per uscire dalle secche di un confronto troppo polemico e del tutto virtuale. Sono certo che Matteo Renzi sia il candidato più in sintonia con il nostro elettorato". Parole precedute da un tweet della vice capogruppo del Pd alla Camera Alessia Morani
"Ehi Matteo Renzi ma perchè non facciamo davvero il congresso? e vediamo con chi sta la nostra gente #congressosubito”. Tweet a cui ha subito risposto il senatore dem Stefano Esposito: #famostocongresso. Sempre sui social è l'europarlamentare Pina Picierno "Leggo - scrive - di D’Alema & co., Vogliono logorare il Pd? facciamo subito il congresso e vediamo con chi stanno iscritti e militanti".

Da - http://www.huffingtonpost.it/2017/02/09/renziani-congresso-twitte_n_14653212.html?utm_hp_ref=italy


Titolo: Roberto D'Alimonte. Primarie Pd, una conta in due tempi. Ecco regole e variabili
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 14, 2017, 05:25:43 pm
DOPO LA DIREZIONE
Primarie Pd, una conta in due tempi. Ecco regole e variabili

Di Roberto D'Alimonte 14 febbraio 2017

Con la convocazione dell’assemblea nazionale e le dimissioni di Matteo Renzi si riapre la partita della leadership dentro il Pd. Una partita che si giocherà in due tempi, regolati da uno statuto complicato che pare non verrà cambiato, come qualcuno invece vorrebbe. La chiave saranno le primarie. Ma il primo tempo è dedicato alla scelta dei candidati che vi parteciperanno.

Questa è questione che riguarda esclusivamente gli iscritti del Pd. Chiunque raccolga il sostegno del 10% dell’attuale assemblea nazionale del partito o le firme di 1.500 iscritti potrà presentare la sua candidatura a segretario. Nelle prossime settimane si riuniranno i circoli del partito e gli iscritti voteranno. Tutti i candidati che avranno raccolto il 15% dei voti a livello nazionale saranno ammessi alle primarie. In ogni caso verranno ammessi tre candidati, a condizione che abbiano preso almeno il 5% dei voti. Per essere ancora più chiari: se due candidati raccogliessero singolarmente il 15% dei voti e il terzo più votato ne avesse il 5%, tutti e tre farebbero le primarie.

Pd, passa mozione Renzi. Assemblea sabato o domenica, poi Congresso
Se quattro candidati avessero raccolto ciascuno il 15% tutti e quattro sarebbero ammessi. Nel 2013, i candidati ammessi alle primarie furono tre: Renzi, Pippo Civati e Gianni Cuperlo. Renzi ottenne il 45%, Cuperlo il 39% e Civati il 9 per cento. Il voto nei circoli è il momento della conta. Ogni candidato avrà una o più liste che lo sosterranno. In teoria Renzi potrebbe presentarsi da solo, con una sua lista e basta. Il 15% dei voti degli iscritti è largamente alla sua portata. Ma non lo farà. La sua candidatura sarà sostenuta da più liste con l’obiettivo di essere lui il candidato più votato anche dentro il partito, come è già successo nel 2013. È in questo tempo della partita che le fazioni del Pd si conteranno. E così si saprà quanto effettivamente valgono tra gli iscritti i vari Andrea Orlando, Dario Franceschini, Maurizio Martina, Roberto Speranza, Enrico Rossi, Michele Emiliano ecc. Sarà una radiografia interessante.

Le mosse di Orlando, l’assemblea e il voto: i punti in sospeso della direzione
Il secondo tempo è rappresentato dalle primarie. Qui entrano in gioco gli elettori. Infatti, si tratta di primarie aperte cui possono partecipare tutti i cittadini italiani, i cittadini di paesi membri della Unione europea e residenti in Italia e i cittadini di altri paesi muniti di permesso di soggiorno. Basta dichiararsi sostenitori del Pd e versare una quota modesta a copertura delle spese organizzative. Con le primarie si eleggono il segretario e i mille membri dell’assemblea nazionale. La distribuzione dei seggi dell’assemblea viene fatta con sistema proporzionale sulla base di collegi plurinominali (4-9 seggi) sub-regionali. Una cosa importante di cui tener conto è che i seggi spettanti alle regioni sono parametrati non solo sulla popolazione, ma anche sui voti ottenuti dal partito nelle più recenti elezioni per la Camera dei deputati. Gli esiti possibili del voto sono due. Se uno dei candidati-segretario riesce a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in assemblea con la sua lista o coalizione di liste è proclamato eletto senza passaggi ulteriori. Non è quindi una elezione diretta vera e propria.

Si badi bene: è la maggioranza dei seggi in assemblea che garantisce l’elezione e non i voti raccolti, anche se il sistema proporzionale con cui vengono eletti i delegati stabilisce un rapporto stretto tra voti e seggi. Nel 2013 in questa fase Renzi ottenne il 68% dei voti (e 657 delegati), Cuperlo il 18% (194), Civati il 14 % (149). Gli elettori furono circa 2,8 milioni. Se invece nessun candidato conquista la maggioranza assoluta si gioca un tempo supplementare. In questo caso la scelta del segretario viene fatta dalla assemblea attraverso un ballottaggio tra i due candidati più forti.

Bersani: «Se Renzi forza, finisce Pd e nasce nuovo Ulivo»
Questa assemblea non è più quella eletta con le primarie ma comprende, oltre i mille eletti con le primarie, 21 segretari regionali, trecento rappresentanti eletti nelle primarie regionali, cento rappresentanti eletti dai parlamentari nazionali ed europei del partito, 44 rappresentanti provenienti dalla circoscrizione estero e un numero variabile di rappresentanti delle candidature minori non ammesse alle primarie. Se non ci saranno modifiche regolamentari, si tratterà di una specie di convention all'americana, con delegati e superdelegati, dove riuscire a vincere il ballottaggio richiederà accordi trasversali e probabilmente costosi. Finora non è mai successo che un segretario del Pd sia stato eletto dalla assemblea. La partita si è sempre chiusa nei tempi regolari. Ma è chiaro che per fermare Renzi, i suoi avversari dovranno impedirgli di ottenere alle primarie la maggioranza assoluta dei seggi. In questo modo la sfida si sposterebbe dentro l’assemblea, su un terreno scivoloso per lui, e non si potrebbero escludere del tutto delle sorprese. Ma con o senza sorprese, un segretario eletto in assemblea non è la stessa cosa di un segretario scelto direttamente dai cittadini con le primarie. Renzi deve vincere il giorno delle primarie. Questa è la sua nuova sfida. E deve vincere portando a votare un numero importante di elettori. I sondaggi che circolano in questi giorni dicono che i probabili sfidanti di Renzi, e cioè Speranza, Emiliano e Rossi, non solo non sono competitivi singolarmente presi, ma non dovrebbero nemmeno riuscire a impedirgli di arrivare alla soglia del 50% alle primarie. Ma la partita è appena iniziata.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-02-14/primarie-dem-conta-due-tempi-072912.shtml?uuid=AEeDGMV



Titolo: Aldo Amati - Bisogna tornare al Pd originario
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 14, 2017, 05:59:42 pm
Opinioni

Aldo Amati   
· 8 febbraio 2017

Bisogna tornare al Pd originario

Veltroni ebbe la grande ispirazione: costruire “un’altra cosa”. E invece di riunire i due gruppi dirigenti “fondenti”, il 14 ottobre 2007 chiamò più di tre milioni di italiani “fondanti” che con le primarie diedero vita ad una cosa nuova

Nel bailamme delle tendenze, dei gruppi distinti e contrapposti, delle correnti e delle minacce di scissione che tarlano il futuro del Pd, rischiando, come dice Orfini, di rottamare il PD, credo che sia opportuno fondare il correntone dei “democratici puri e duri”, che dia stabilità e serenità a questo partito, che raccolga quelli del “PD originario”, quello che nacque come non lo intendevano ne D’Alema, ne Fassino, ne Rutelli, ne Marini, e forse nemmeno Prodi.

Loro volevano semplicemente incollare due partiti che erano in crisi, non avevano più un senso per tanta gente, soprattutto per i giovani e per il ceto medio. Con gli stessi gruppi dirigenti di sempre, spompati e senza respiro. Anche un po’ sputtanati. Tanto che dopo poche settimane dai congressi che deliberarono la fusione di DS e Margherita, gettarono la spugna e si rivolsero a Walter Veltroni pregandolo di prendere in mano lui la cosa.

Miracolo della storia, Veltroni ebbe la grande ispirazione: costruire “un’altra cosa”. E invece di riunire i due gruppi dirigenti “fondenti”, il 14 ottobre 2007 chiamò più di tre milioni di italiani “fondanti” che con le primarie diedero vita ad una cosa nuova. Tre milioni di persone, con o senza storia politica alle spalle, non di sinistra o di centro o di destra, ma semplicemente “democratici”. Questa fu la più grande novità: non si era mai visto prima, nella storia del mondo, un partito fondato da più di tre milioni di persone.

Gli altri volevano continuare le storie di prima sotto mutate spoglie, con l’idea che bastasse l’unione per fare la forza; col PD invece si iniziò dichiaratamente una storia nuova a cui dare un abito nuovo. Insomma, un partito che più che una storia alle spalle, avesse una storia davanti a se.

Si dirà: sì però i valori del passato non andavano buttati via! Buttati via no, ma nemmeno riscaldati come la proverbiale minestra. I migliori valori che avevano ispirato nel novecento l’azione di comunisti, socialisti, democristiani, laici e liberali erano solo dei semi selezionati da piantare sul terreno della società del nuovo millennio per far nascere i fiori dei valori democratici. Che poi questi valori erano tutti racchiusi nella Costituzione repubblicana.

Ecco: il 14 ottobre del 2007 erano nati “i democratici”, quelli che guardano avanti consci che alle storie passate non basta cambiare i nomi, ma anche i contenuti; quelli che si riconoscono nella Costituzione e pensano di poter unire nell’impegno riformatore la maggioranza della nazione che in quei valori si riconosce.

Purtroppo, visto il successo di quelle primarie, i galletti che avevano perso voce e stavano in un cantone del pollaio, ricominciarono a cantare. Rivendicarono paternità e maternità esibendo il loro DNA; rivendicarono i loro diritti di azionariato e l’inseminazione con i loro geni sulla nuova creatura. Insomma, tutto era cambiato ma nulla doveva cambiare. Il Partito era Democratico, ma si doveva intendere di Sinistra (cioè DS, anzi PDS). Chi comandava? Non potevano essere 1500 persone elette da tre milioni di persone! (e chi li controlla tre milioni di persone!). Dovevano decidere gli iscritti (cioè in gran parte gli iscritti ai vecchi partiti che essendo poche centinaia di migliaia erano controllabili e controllati dai capi).

E si dovevano fare “i caminetti” fra i dieci/quindici capi che contano. In altre parole “il morente soffocò nella culla il neonato” e dopo pochi mesi, pur con un risultato elettorale senza precedenti, il babbo Veltroni (un grande uomo e un grande politico moderno) che non aveva il “pelo sullo stomaco” sufficiente per sbaraccare le resistenze, piuttosto che piegarsi, lasciò.

Sono seguiti cinque anni in cui il PD andò sempre più somigliando ai DS (con zone di Margherita). Lo spirito originario del partito dei democratici andò scemando e un soggetto che doveva avere milioni di cuori e di cervelli pulsanti si ritrasformò, richiamando i vecchi valori e finendo per approdare alla “ditta” con pochi azionisti. Il cerchio attorno al “PD originario” si era chiuso.

A quel punto era chiaro che solo una leadership capace di strappare, di tirare diritto con il consenso di milioni di “obbligazionisti”, senza ascoltare sempre quelle decine di azionisti recalcitranti e reclamanti i loro utili, capace di decidere anche in solitudine (dentro il mandato ricevuto democraticamente), poteva riportare in alto il PD originario.

Quella leadership democratica è arrivata con Renzi, sorretta da un ampio consenso alle primarie 2013. Ha provato a marciare senza farsi impressionare dagli strilli e dalle resistenze imbastite al grido di “se non mi ascolti e non fai come dice la minoranza noi ce ne andiamo”. Questa leadership ha portato il PD al governo senza inciuci o intese larghe e spurie. Un governo che in tre anni ha messo mano a riforme sacrosante che aspettavano da decenni. E gli errori commessi qua e la non inficiano la grandezza di questo lavoro.

Adesso facciamo i conti con un referendum perso grazie all’azione sconsiderata di CGIL, Anpi, una parte del PD e i partitini di sinistra sempre all’avanguardia nel lavorare per far perdere le forze progressiste. Si, perché il grosso dei voti NO è dovuto a FI, Lega, Fratelli d’Italia e 5 stelle, ma tutto il beneficio politico è andato a Berlusconi, Salvini, Meloni e Grillo. E quel 15% di SI che avrebbero dato al PD una forza di cambiamento e un prestigio straordinari, è mancato grazie ai suddetti “nostri”. Nessuno può negare che con quel 15% in più la storia politica dell’Italia, attuale e dei prossimi anni, sarebbe stata tutta un’altra storia.

Ora bisogna riprendere il cammino del PD originario e i democratici fedeli a quel progetto di PD è ora che si facciano sentire, difendano le loro idee e lavorino per far definitivamente emergere la sua natura di partito di “tutti i democratici”, partito pluralista, ma con una sola linea politica di riforme e di governo, democraticamente approvata.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/bisogna-tornare-al-pd-originario/


Titolo: GIOVANNI EGIDIO. Pd, lo strappo di Errani: "Lascio questo partito". L’addio sarà
Inserito da: Admin - Febbraio 25, 2017, 05:20:32 pm
Pd, lo strappo di Errani: "Lascio questo partito". L’addio sarà a Ravenna
L’ex governatore: "Non ci sono più le condizioni. C’è spazio per fare tanta politica". Seguirà Bersani

Di GIOVANNI EGIDIO
22 febbraio 2017

"Sì, se le cose non cambiano vado via. E sabato pomeriggio spiegherò perché a Ravenna, nella mia sezione, com’è giusto che sia". Le cose non cambieranno da qui a sabato. Lo sa anche Vasco Errani, che usa quella formula dubitativa per pudore, o forse per far fronte alla sua stessa incredulità nello spiegare che lascerà il Pd. Che il suo destino fosse legato a quello di Pierluigi Bersani, lo si sa da sempre. Che i due dovessero seguire lo stesso percorso politico, pure. Ma che Errani avesse deciso di agire con questa tempistica — cioè immediatamente dopo l’uscita di Bersani — , è stata in qualche modo una sorpresa. Non solo e non tanto in virtù della natura moderata e mediatrice dell’ex governatore, ma anche perché da quando è stato nominato dal governo commissario straordinario per il terremoto, le sue uscite politiche erano state pari allo zero.
 
Invece no, invece Errani se ne va, lascia "il partito", fa un passo che non più tardi di un anno fa sarebbe stato quasi impensabile. E per la storia politica di questa regione, è un passo che fa e farà molto rumore. "Non ci sono più le condizioni, vado a cercarle altrove, ci vorrà un po’ di tempo ma ci arriveremo". La vecchia guardia, da tempo ribattezzata la "ditta", non tornerà indietro, come ha fatto ieri pomeriggio Emiliano, governatore della Puglia. Renzi per loro è sempre stato un’altra cosa, un’altra politica, un’altra visione. Finché hanno resistito, ci hanno fatto i conti, quasi sempre a malincuore. Ora è finita. Non è servito nemmeno l’appello di Prodi all’unità, quel fantasma del rischio di un "suicidio" evocato dal Professore in un’intervista a "Repubblica", a far rientrare Errani, che pure col Professore ci parla spesso e volentieri. "Ci siamo sentiti, certo, sempre in questi anni ci siamo sentiti. Anche quando lui decise di non iscriversi più al Pd ci sentimmo, perché è da tre anni che Prodi non prende più la tessera del Pd, se non sbaglio".
 
No, non sbaglia, è proprio così. Le parole di Prodi arrivano da un padre separato, in effetti. Del Pd il Professore padre lo è stato a tutti gli effetti, ricoprendo anche la carica di primo presidente del partito. E separato lo è da tre anni, da quando disse che di tessere in tasca non ne voleva più sapere. Ma Prodi è una cosa, Errani un’altra. Errani è stato a lungo l’uomo più emblematico dell’Emilia rossa, governatore di lunghissimo corso e primo referente anche agli occhi dello stesso Renzi, come l’ex premier ha sempre tenuto a sottolineare. Ora sappiamo che non lo sarà più, anche se ancora non sappiamo cosa sarà. "Ci sarà modo per spiegare bene, c’è spazio per fare molta politica, sabato lo spiegherò a Ravenna. Qualcosa bisognava pur fare...". Errani una cosa l’ha fatta, ha deciso di andarsene, al fianco di Bersani. La "ditta" questa volta ha traslocato.

© Riproduzione riservata
22 febbraio 2017

Da - http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/02/22/news/pd_lo_strappo_di_errani_lascio_questo_partito_l_addio_sara_a_ravenna-158917400/?ref=HREC1-1


Titolo: Intervista a Epifani: “Renzi ha rottamato anche il rispetto, restare nel Pd...
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 25, 2017, 09:07:36 pm

Intervista a Epifani: “Renzi ha rottamato anche il rispetto, restare nel Pd era impossibile”
“Non avrei mai pensato di lasciare”, dice l’ex sindacalista
Pubblicato il 25/02/2017 - Ultima modifica il 25/02/2017 alle ore 17:30

Andrea Carugati
Roma

«Restare nel Pd era davvero impossibile...». Domenica scorsa è toccato a Guglielmo Epifani il discorso della scissione all’assemblea nazionale Pd. Un discorso dai toni bassi, ma dal contenuto molto duro, tutto incentrato sull’incompatibilità tra le politiche renziane su lavoro e scuola e una certa idea di sinistra. Sei giorni dopo, alla Città dell’Altra economia di Testaccio, c’è il battesimo della nuova forza “Articolo 1 -Movimento democratico e progressista”, che richiama il lavoro e la Costituzione già nel nome. L’ex segretario della Cgil e del Pd se ne sta lontano dai riflettori. Fuori dalla saletta dove Roberto Speranza, Enrico Rossi e l’ex Sel Arturo Scotto presentano il movimento alla stampa. Epifani chiacchiera con militanti di ieri e di domani. “Si parte, mi sembra di tornare giovane, in questi giorni sto rivedendo tante persone che avevo perso di vista”.

Avrebbe mai immaginato di arrivare a lasciare il Pd? 
«Sinceramente no. Ma riflettendoci bene quello che è successo risponde a una legge di natura: una forza politica grande e complessa la tieni insieme solo se hai regole che tutelano le minoranze. Se questo non c’è si arriva a una scomposizione. Più un partito è grande, più ha bisogno di regole democratiche. Solo quelli piccoli possono sopravvivere con le regole di un partito personale».

Renzi e i suoi le risponderebbero che nel Pd le minoranze non sono state discriminate. 
«Io non ho mai fatto polemiche o interviste contro. E di organizzazioni complesse me ne intendo. Ricordo nella Cgil il tempo e la pazienza con cui si lavorava per tenere conto dei punti di vista e dei diritti delle minoranze. Questo avveniva anche nella Dc: per stare insieme ci vuole il rispetto reciproco, e nel Pd di Renzi non c’era. E’ riuscito a rottamare anche questo principio. Rispetto è un concetto molto diverso da premiare chi è fedele al capo. Abbiamo provato a restare fino all’ultimo, poi abbiamo capito che proprio non era possibile». 

Nel suo discorso all’assemblea Pd lei ha citato scuola e lavoro come esempi di politiche renziane che hanno reso impossibile stare nello stesso partito. Si tratta di riforme che risalgono ad alcuni anni fa. Non le pare una scissione a scoppio ritardato? 

«Si tratta di errori e di ferite che si sono accumulate. Probabilmente sarebbe stato precipitoso rompere su una di queste riforme. Oggi abbiamo la possibilità di fare un bilancio complessivo di quella stagione».

D’Alema dice che se Andrea Orlando vincesse le primarie anche per voi le cose potrebbero cambiare… 
«Non credo che il problema si risolva con le persone, perché riguarda gli spazi di vita democratica interna. Cosa cambierà su questo dopo le primarie? E sulle scelte politiche? Io temo che cambi poco. Le regole del Pd sono sbagliate fin dall’inizio, pensate per favorire la proliferazione delle correnti, con il segretario alle primarie si elegge una filiera di dirigenti scelti per la loro fedeltà. Sono cose che dicevo già nel 2007». 

Come vi rapporterete con il fronte antirenziano che resta nel Pd? 
«La nostra scelta aiuta tutti a fare chiarezza nel dibattito interno ai dem. Fino a qualche giorno fa eravamo solo noi a fare delle critiche, ora questa battaglia passa nelle mani di qualcun altro. Vengono meno gli alibi. E mi riferisco anche ai due candidati alle primarie Orlando ed Emiliano».

Una forza che si ispira al lavoro sembra fatta apposta per parlare al mondo della Cgil, da tempo orfano di un partito amico… 

«Non spetta a me interpretare le opinioni dei compagni della Cgil. Posso dire però che in questi anni si sono sentiti soli e maltrattati, hanno patito una solitudine sociale e politica. Non si può dimenticare quello che Renzi ha detto della Cgil. E il nostro movimento ha idee sul lavoro distanti da quelle praticate dal Pd in questi ultimi anni».

Lei sosterrà il referendum sui voucher? 
«Ho sempre detto che, se le norme sui voucher non cambieranno, sosterrò il Sì». 

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/02/25/italia/politica/intervista-a-epifani-renzi-ha-rottamato-anche-il-rispetto-restare-nel-pd-era-impossibile-9sEIxsW8ueqcERTtQeIEiK/pagina.html


Titolo: Cinque considerazioni sul Pd, pensando a Reichlin
Inserito da: Arlecchino - Marzo 26, 2017, 11:34:52 pm
   Focus
Carmine Fotia   - @CarmineFotia
· 26 marzo 2017

Cinque considerazioni sul Pd, pensando a Reichlin
Una lettura politica di alcuni fatti avvenuti negli ultimi giorni attraverso il fil rouge della scomparsa di uno degli ultimi grandi padri della sinistra italiana, Alfredo Reichlin

Alcuni fatti, nella settimana appena trascorsa, possono sollecitare qualche utile riflessione sul momento politico, sul congresso del Pd (con tutte le preoccupazioni lucidamente analizzate da Mario Lavia) e lo stato delle cose nella sinistra italiana, sull'Europa. Sono argomenti connessi tra di loro da vari punti di vista, ma che io vorrei provare a leggere attraverso il fil rouge della scomparsa di uno degli ultimi grandi padri della sinistra italiana, Alfredo Reichlin. O meglio delle lezioni che possono essere tratte dal suo pensiero e dalla sua lunga militanza politica. Si tratta di riflessioni che possono accomunare persone che la vicenda politica contingente divide e che non vogliono avere intenti polemici.

Anzitutto, direi una riflessione non banale sul populismo. Non credo si possa immaginare una personalità più lontana da esso della sua. La caparbia difesa della complessità della politica contro la semplificazione populista, l’idea che senza una propria visione dell’Italia e del mondo la sinistra non sarebbe sopravvissuta alla fine del comunismo dal quale pure sentì la necessità di un distacco radicale. E tuttavia, quel suo ragionare così articolato, denso di cultura, di economia, di storia quell’invito “a volare alto”, non gli fece mai perdere la connessione sentimentale con quel popolo fatto di persone semplici, braccianti e contadini pugliesi oppure operai o disoccupati, che furono il nerbo del Pci, ma al tempo stesso egli non rinunciò mai a presentare anche idee e pensieri difficili. Lui, come tutti i grandi dirigenti della sinistra italiana, non pensava che la politica dovesse ridursi solo a difendere gli interessi materiali del popolo o, peggio, a vellicarne gli istinti ribellistici e suscitarne la rabbia; anzi, pensava che il compito del partito fosse proprio quello di “innalzare” il popolo a una funzione di classe dirigente. Fu così che tanti e tante di estrazione proletaria divennero dirigenti politici e sindacali, parlamentari. Per questo doveva essere un partito dove connettere l’alto e il basso, cioè il popolo con gli intellettuali, la lotta per l’eguaglianza e la modernità, la critica al capitalismo con il realismo del riformismo. Non il popolo contro l’élite, ma un partito popolare nel quale le classi subalterne potessero diventare esse stesse élite.  Dunque, si può essere popolari senza essere populisti. Quel che non si può fare è lisciare il pelo ai populisti, proponendo improbabili alleanze.

Da qui discende una seconda considerazione. Fu proprio Reichlin a coniare la definizione di Partito della Nazione per descrive quel che avrebbe dovuto essere il Pd. Un’idea totalmente fraintesa, come egli stesso si lamentò nell’ultimo articolo scritto per l’Unità: non voleva assolutamente essere l’idea di un partito che abbracciasse anche una parte del centrodestra, come venne deformata dalla polemica politico-giornalistica. Piuttosto l’idea di un partito che, pur rappresentando gli interessi di una parte, i ceti popolari e più svantaggiati, non rinunciasse a pensarli in chiave “nazionale”, cioè a interpretare secondo quel punto di vista gli interessi dell’Italia. E che dunque si facesse garante di un patto tra governati e governanti in grado di tenere unito il paese, di non perdere la coesione sociale, territoriale e l’identità di nazione.

E questo ci porta alla terza questione: l’ottica di governo. Se ci fu un dirigente che, pur non avendo mai fatto il ministro, sviluppò questa vocazione, anche dall’opposizione, questo fu proprio Reichlin. La globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia, spostando le decisioni sul piano tecnocratico e sovranazionale, favoriscono naturaliter i poteri forti. La conquista del governo per poter influire sulle decisioni essenziali è dunque imprescindibile proprio per chi vuole difendere gli interessi popolari. Ciò non vuol dire assolutamente andare al governo ad ogni costo e con chiunque. Tuttavia, rinchiudersi in una deriva minoritaria, per cui l’opposizione diventa il lavacro per tornare a una immaginata età della purezza, significherebbe destinarsi a sicura sconfitta. Certo, per troppo tempo la sinistra ha pensato che si possa governare solo dall’alto, accentuando il distacco dal disagio dei ceti popolari esclusi dalla globalizzazione. Un partito popolare, democratico, moderno, radicato nel paese rappresenta l’unico mezzo per colmare quel distacco e realizzare un riformismo che proceda insieme dall’alto e dal basso. Non potranno certo farlo piccole formazioni identitarie.

La quarta considerazione riguarda il sistema politico. Un partito come quello che ho descritto non può accettare la deriva proporzionale, che esalta il particolarismo e la frammentazione, spingendo poi, è l’inevitabile conseguenza, ad accordi innaturali dopo il voto. Esso dovrebbe invece riproporre, nelle condizioni possibili oggi, un sistema elettorale che consenta governi scelti dai cittadini e fondati su programmi alternativi che si confrontano nella sfida elettorale. Un partito senza timore di stare all’opposizione se sconfitto dal voto popolare, ma che deve avere la vocazione a conquistare un consenso maggioritario.

La quinta e ultima considerazione concerne l’orizzonte in cui deve iscriversi una moderna forza progressista. Proprio ieri Roma, nel sessantesimo anniversario della sottoscrizione degli accordi che diedero il via all’Unione Europea, è stata attraversata da contrapposti cortei pro o contro l’Europa. La sinistra oggi non può che essere europeista, sia pure con un forte programma di cambiamento di un’Unione che troppo spesso coincide con tecnocrazie senza consenso e un’austerità di bilancio cieca dinnanzi alla necessità di un’Europa sociale e politica che abbia come primo obiettivo la crescita e il lavoro come antidoto alla crescita delle diseguaglianze e dell’esclusione. Schulz in Germania e Macron in Francia rappresentano un’opportunità per rilanciare una diversa idea dell’Europa, dove collocare la difesa degli interessi più deboli. La risposta nazionalista, sovranista e populista è illusoria. L’Europa, come ci ricorda un bel volume di Vera Zamagni, (“Perché L’Europa ha cambiato il mondo”) è il luogo dove sono nati e possono svilupparsi i diritti sociali, la libertà, la democrazia, la convivenza pacifica. Fuori da questo orizzonte non c’è altro che una deriva pericolosa, come ha osservato proprio Macron in una bellissima intervista a Repubblica.

Sarebbe grave se le primarie del Pd, ha scritto Lavia, si riducessero a una pura conta tra seguaci di questo o quel candidato. Il rischio c’è, perché spesso prevale la polemica spicciola. “Volare alto”, come amava dire Reichlin, è oggi un imperativo che dovrebbe valere non solo per i candidati alla leadership, ma per tutto il vasto campo del centrosinistra. Le primarie non possono essere solo una conta di tessere, ma il luogo dove un popolo si riconnette con una visione, dove un moderno partito democratico e popolare esercita la propria funzione di guida della nazione e di soggetto del cambiamento in Europa. Dove si costruisce una vera partecipazione, che non può fermarsi alla scelta del leader ma che deve esercitarsi anche sulle principali scelte politiche, inverando una democrazia dal basso che non si contrapponga ma accompagni l’esercizio della leadership con uno scambio continuo. Una nuova forma politica, un partito-movimento di cittadini consapevoli, l’esatto contrario della finta democrazia del click, schermo all’autoritarismo del capo solitario che non deve rispondere a nessuno. C’è ancora il tempo per fare delle primarie una grande Agorà. Una festa della democrazia.

Da - http://www.unita.tv/focus/cinque-considerazioni-sul-pd-pensando-a-reichlin/


Titolo: Giuseppe Vitiello Il Pd si è infilato in una strada complicata
Inserito da: Arlecchino - Marzo 26, 2017, 11:39:33 pm
Opinioni

Giuseppe Vitiello   
· 25 marzo 2017

Il Pd si è infilato in una strada complicata
Se ci fosse un attimo di ripensamento e riflessione si potrebbe essere ancora in tempo per fare ciò che occorre al PD ed all’ Italia ?

L’articolo di Mario Lavia ”La grande paura di un partito che … “ apparso sul sito di Unita.tv fotografa alla perfezione la situazione nella quale ci siamo infilati. Si può dire, però, che i segnali di questa situazione erano lì da diversi mesi, almeno dalle Amministrative scorse?

Si può dire, però, che vi è una evidente responsabilità di un intero gruppo dirigente, Segretario e Presidente in testa, che non ha avuto la capacità di cogliere la deriva che si andava profilando?

Si può dire, però, che dopo il 4 dicembre questa inadeguatezza è emersa in modo clamoroso e che non hanno fatto bene, ma male assai, le semplificazioni e le opportunistiche omissioni dei tifosi e di quelli che ”meno male che Renzi c’è”?

Si può dire, però, che all’ orrore della scissione si è sovrapposto l’errore di quelli che la scissione non l’hanno saputa e voluta evitare?

Si può dire, però, che quando alcuni come Orlando e Cuperlo ( e non solo ) hanno proposto qualcosa di diverso e discontinuo rispetto all’ ennesima ” Gazebata ” che ci aspetta, sono stati isolati e quasi derisi ?

Si può dire, però, che il ” Lingotto 2017″ è stato un errore perché il segnale è stato che si ricominciava dalla corrente di Renzi e non da tutto il PD ? Si può gridare, allora, che abbiamo bisogno di un Congresso vero con tanto di analisi, confronto e decisioni collegiali?

Si può gridare, allora, che, se ci fosse un attimo ( solo un attimo ) di ripensamento e riflessione si potrebbe essere ancora in tempo per fare ciò che occorre al PD ed all’ Italia ?

Da - http://www.unita.tv/opinioni/il-pd-si-e-infilato-in-una-strada-complicata/


Titolo: CARLO BERTINI Renzi e la riconquista del Partito Democratico: “Stavolta hanno...
Inserito da: Arlecchino - Aprile 03, 2017, 04:40:18 pm
Renzi e la riconquista del Partito Democratico: “Stavolta hanno capito, sono con me”
Orlando e il rischio flop ai gazebo: Sotto i due milioni un male per tutti
Pubblicato il 03/04/2017 - Ultima modifica il 03/04/2017 alle ore 00:43

CARLO BERTINI
ROMA

«Siamo riusciti a farci capire, comprendere e apprezzare dalla “Ditta”, in posti storicamente difficili come Bologna e Roma». Matteo Renzi coglie il senso politico di quanto successo ieri nella partita tutta interna al Pd e come al suo solito, nelle chiacchiere con i suoi colonnelli, guarda già oltre, ai gazebo del 30 aprile. «Ora dobbiamo riuscire in poco tempo a fare sapere agli italiani come partecipare a questa che è l’unica e vera festa della democrazia». Un’esortazione che svela quanto l’ex premier voglia impegnarsi per la riuscita dell’appuntamento per lui più importante nella logica di legittimazione della sua leadership, ma puntando sul nuovo corso di un gioco di squadra, senza sovraesporsi a senso unico. Del resto, nel giorno in cui per la prima volta può davvero dire di aver conquistato la «Ditta», con iscritti e dirigenti di ogni ordine e grado che lo acclamano come capo del partito, perfino nella Liguria di Orlando e nella Puglia di Emiliano, Renzi passa il tempo a twittare su Equitalia e le tasse tenendosi fuori dalle beghe congressuali. Il nuovo profilo, poche uscite tv, Martina in campo alla pari, continuerà a caratterizzare la sua campagna congressuale, che si chiuderà il 26 aprile con un duello su Sky costruito con luci e palco stile XFactor: una sola uscita che a sentire i suoi strateghi garantirà tre giorni di primo piano su giornali, siti e tv, in modo da costruire una specie di manifesto «per l’invito a votare, perchè la gente non sa ancora delle primarie».

Dalle Alpi alle Piramidi 
A urne appena chiuse, i cellulari dei colonnelli renziani impegnati a sminare l’infido terreno del voto tra gli iscritti, sono già bollenti: e diffondono nel quartier generale una musica soave, dove il titolo dello spartito è «la paura di non prendere il 50% dei voti il 30 aprile alle primarie aperte oggi è svanita». Forse, visto che non c’è partita, va esorcizzata quella di primarie del 30 aprile con scarsa partecipazione, anche se a drammatizzare il rischio flop è Andrea Orlando, «sotto i due milioni di votanti sarebbe un problema enorme», avverte. Denunciando pure scarsa partecipazione tra gli iscritti. Ma a infiammare il clima facendo da traino alla partecipazione ci penserà Emiliano, che nelle previsioni «alzerà il tiro e dunque è meglio che sia in campo anche lui», tirano il fiato i renziani. Che nelle loro telefonate si scambiano le note dolenti per gli avversari del loro leader. «Emilia?» «Siamo al 64-65 per cento». «Dai e allora la storiella che i compagni della sinistra votavano Orlando è finita». «Vinciamo pure in Puglia dove stacchiamo Emiliano dieci punti, che perde pure nella Taranto dell’Ilva». «E qui a Roma Orlando prende una botta...E con lui Zingaretti, Bettini, tutti quelli lì». Con i cronisti i big faticano a contenere il trionfalismo: «Il dato è che tra gli iscritti Matteo stravince», esulta Guerini, quasi incredulo per i venti punti in più incassati nella base rispetto all’altra volta, quando Renzi prese il 46%. 
 
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Il test nella capitale 
Un risultato conquistato ovunque nelle grandi città. Perfino a Roma, quella che davvero preoccupava il leader Pd: avvertito dalle sue sonde capitoline che la capitale potesse essere espugnata dal Guardasigilli con l’aiuto di tutto il vecchio apparato ostile a Orfini. Eppure anche a Roma vince Renzi col 60%, anche se Orlando esulta per il suo miglior risultato, un 36% tondo, che avrebbe voluto prendere in tutta Italia per poter eguagliare Cuperlo del 2013. E invece Orlando si ritrova a duellare con Bersani e compagni, incolpandoli di aver portato via la sua base elettorale, «Speranza e co. tifano per Renzi». E loro lo accusano di aver attaccato Renzi solo in zona Cesarini.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/03/italia/politica/renzi-e-la-riconquista-del-partito-democratico-stavolta-hanno-capito-sono-con-me-duVLXJB7c5lSnVCbCNxAHO/pagina.html


Titolo: Senato, Affari Costituzionali: Pd battuto.
Inserito da: Arlecchino - Aprile 07, 2017, 01:01:45 pm
Senato, Affari Costituzionali: Pd battuto.
Guerini: "Tradito patto maggioranza, legge elettorale a rischio "
Eletto come presidente il senatore di Ap Torrisi, contro il candidato del Pd Pagliari. I renziani parlano di 'inedito patto della conservazione' che unisce anche M5S, Forza Italia e Mdp.
Pressioni su Alfano che chiede al suo senatore di lasciare l'incarico.
Chiesto incontro a Mattarella.
Orlando: "Crisi? Speriamo si riesca a evitarla"

05 aprile 2017

ROMA - Il candidato del Pd alla presidenza della commissione Affari del Senato viene silurato da un'inedita alleanza che raggruppa tutte le opposizioni e, dicono, i senatori di Ap (che però smentiscono decisamente: "Noi leali") e Lorenzo Guerini sbotta: "Tradito il patto di maggioranza, siamo preoccupati. Ora la legge elettorale è a rischio". E sembrerebbe non solo quella, tanto che il ministro della Giustizia Andrea Orlando a chi gli chiede se si va verso la crisi risponde: "Spero si riesca ad evitarlo ma è un fatto grave".

Tutto nasce dall'elezione dell'alfaniano Salvatore Torrisi con 16 voti e dalla bocciatura del dem Giorgio Pagliari (11 voti) a capo dell'organismo che ha in mano le leve della gestione della legge elettorale. Uno snodo cruciale per affrettare o rallentare il dibattito in Aula e soprattutto per decidere quale modello di legge elettorale presentare. Tanto che alcuni senatori del Pd si fanno scappare: "E' la vittoria dei proporzionalisti, a questo punto la legge elettorale non si tocca più".

I capigruppo del Pd Luigi Zanda e Ettore Rosato sparano alzo zero. "Siamo da tempo abituati all'uso del voto segreto non più su questioni di coscienza, quanto per manovre politiche sempre più volgari e ipocrite. Questa volta si è superato il limite", dice con irritazione il primo. Che poi spiega: "Il fronte politico che oggi si è formato per l'elezione del nuovo presidente della Commissione Affari Costituzionali al Senato riunisce in una singolare unità tutta l'opposizione, da Forza Italia ai Cinque Stelle passando per la Lega Nord. A voto palese litigano e si insultano, a voto segreto si muovono insieme. Oggi a questo inedito nuovo fronte si sono aggiunti, lo dicono i numeri, pezzi di maggioranza. Certamente non del Pd". "La lealtà in maggioranza non è un optional e gli accordi vanno rispettati sempre. Basta capirsi...", minaccia il secondo.

Il Pd prova a correre ai ripari e oltre a fare pressioni su Angelino Alfano ed il suo partito perché faccia dimettere il neopresidente della commissione chiede un incontro al premier Paolo Gentiloni e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.  "Vogliamo confrontarci sulla maggioranza di governo. Fare una valutazione sulla situazione politica e sui fatti politici", spiega l'iniziativa Matteo Orfini. Alfano intanto parla con Gentiloni, entrambi esprimono "preoccupazione", e chiede ufficialmente al suo senatore di rinunciare all'incarico senza rinunciare ad una stoccata all'alleato di governo. "Le modalità della elezione del senatore Torrisi - dice il ministro degli Esteri - espressione in larga misura del voto delle opposizioni, ci inducono a chiedere all'interessato la rinuncia all'incarico. L'elezione di Torrisi a presidente della commissione Affari Costituzionali è senz'altro un segno di stima da parte dei colleghi per il lavoro svolto in questi anni. A questa elezione, però, noi di Alternativa Popolare non abbiamo contribuito perché leali agli accordi di maggioranza cui abbiamo sempre corrisposto". Lasciando intendere: "E' stato eletto con i voti del Pd".

E mentre Mdp con Roberto Speranza invita il Pd a guardare in casa sua lasciando capire che franchi tiratori potrebbero essere arrivati dal partito di Renzi, M5s esulta: "Con 16 voti Torrisi, senatore Ap (contro gli 11 al candidato Pd), è stato eletto nuovo presidente della commissione Affari Costituzionali al Senato, che dovrà, vedremo però in che tempi, approvare la legge elettorale. Fatto fuori il Pd dalla guida della commissione, speriamo la stessa sorte per gli ultimi seguaci autoritari renziani. L’Italia il 4 dicembre si è espressa, è ora di dare seguito a quel mandato".

© Riproduzione riservata 05 aprile 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/04/05/news/senato_renzi_battuto_in_commissione_affari_costituzionali_guerini_tradito_patto_maggioranza_pd_preoccupato_-162273147/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1


Titolo: Andrea SCANZI. Pd, le primarie allegramente inutili
Inserito da: Arlecchino - Aprile 08, 2017, 05:23:05 pm
Politica

Pd, le primarie allegramente inutili   

Di Andrea Scanzi | 4 aprile 2017

Il Pd può andare fiero di due aspetti. Il primo è che è l’unico a fare le primarie. Il secondo è che, per quanto scesi, i numeri degli iscritti che hanno votato la scontatissima nuova incoronazione di Renzi sono comunque molto più alti dei click con cui il M5S “decide” questo candidato o quel decreto. Quelle del Pd sono primarie discutibili, spesso pilotate, con regole assurde e non di rado inutili. Ma sono primarie: loro le fanno, gli altri al massimo le sognano. Da qui a celebrare la rinascita del Triplomentico Mannaro, però, ce ne passa.

1. Nelle sezioni in cui votavano fino a ieri in 100 o più iscritti, oggi votano in 10 o 20. Se la cantano e se la suonano. Renzi vince sulle macerie di un solipsismo politico senza precedenti.

2. “Sulle macerie di un solipsismo politico” è molto bella come immagine. Scusate, mi alzo un attimo e mi complimento con me stesso.

3. D’accordo, ho finito di complimentarmi. Continuiamo.

4. Sento e leggo: “Come fanno ancora a votare Renzi?”. Ve lo spiego io. Chi è iscritto al Pd, in nome del partito, farebbe di tutto. Leggerebbe perfino L’Unità di Staino, Rondolino e Romano (a proposito: complimenti per vendite, coerenza e salvataggio dei posti di lavoro). La leggerebbe e ci crederebbe pure. Renzi vince grazie a quei 50-60-70enni che ieri sognavano Berlinguer e oggi la Morani. E’ gente che non cambierà mai idea. Per loro votare “il partito” è come andare in Chiesa. E in Chiesa ci vai anche se il parroco ti fa schifo.

5. Appunto: magari il parroco gli fa schifo, ma è comunque il loro capo. Devono crederci. Devono votarlo. Ritengono Renzi il meno peggio, l’unico che può vincere (anche se dal 2014 le perde tutte) e l’unico argine al populismo bla bla bla. Renzi è ancora lì perché è un bugiardo (non doveva smettere?), perché ha un’informazione che lo tratta come un politico vero (addirittura bravo) e perché ha il voto di chi ieri serviva gnocco fritto e oggi idee fritte.

6. Se alle elezioni votassero solo gli under 30, Renzi arriverebbe come il Pescara in serie A. Un bel trionfo, per un rottamatore.

7. Renzi stravincerà le primarie perché è opposto a un rivale finto e a un ribelle scioltosi sul più bello. Non solo: gli oppositori veri si sono scissi. In questi casi, dalle mie parti, si direbbe: grazie al cazzo che vince (cit).

8. Orlando è un Renzi meno antipatico. Una stampella garbata del renzismo, infatti è appoggiato da politici come Napolitano o Finocchiaro. Orlando è un Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo. Quanto a Emiliano, il suo è uno dei suicidi più plateali degli ultimi anni. Poteva essere il leader di Articolo 1, ma ha preferito implodere. Se poi resterà dentro il partito persino dopo la gogna, la delusione da lui generata raggiungerà il parossismo.

9. Anche “Orlando è un Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo” è buona. Oggi sei in forma, old boy.

10. Renzi stravincerà le Primarie del 30 aprile perché non accadrà quello che i suoi temevano: trasformare le primarie in un nuovo referendum pro/contro di lui. Perché ciò accadesse, servirebbe che grillini e delusi di sinistra (spesso la stessa cosa) votassero in massa ai gazebo. Macché: non accadrà. Per due motivi. A) Il Pd è da loro percepito come una forza distante e irredimibile. B) Renzi, per i grillini, è l’avversario perfetto. Sta antipatico anche al poro schifoso: più c’è Renzi, più il M5S cresce. La vittoria di Renzi, ai 5 Stelle, fa benissimo. Chi glielo fa fare di pagare per votare chi, alle elezioni, li metterebbe molto più in difficoltà?

11. Renzi vincerà Primarie, elezioni del 2018, short track a Lillehammer 1994 (le vittorie di Renzi sono anche retroattive), Pallone d’Oro e fascia di capitano nella nuova Fiorentina. Lotti allenatore, Nardella in porta e Carrai fluidificante. Farinetti al Quirinale e Madia nuova Tina Anselmi. Agili, in scioltezza e fischiettando La vie en rose.

Considerazioni finali.  Quello che renziani e osservatori (spesso la stessa cosa) fingono di non vedere è che queste, più che Primarie, sono una mera conta interna. Un dirsi da soli, una volta di più, che Renzi è il mejo figo del bigoncio. Un illudersi di essere vincenti. Un trionfare senza avversari, rinchiusi nel proprio bunker e sordi a quel che accade davvero nel mondo. Renzi ha dilapidato in neanche tre anni un consenso abnorme, ma dentro “il partito” si illudono ancora che basti un po’ di candeggina per spacciare per nuovo un pullover (regalato da Marchionne) già infeltrito e con le tarme. Il 30 aprile non vincerà Renzi: vinceranno i 5 Stelle, vincerà il centrodestra. Vinceranno tutti tranne Renzi, più gonfio e bollito di una festa a Carrù. Ma loro niente: vanno avanti, dritti verso il disastro, come una locomotiva non più guidata da Guccini, ma al massimo da Baricco. Ecco quel che è diventato il Pd renziano: un partito malato di personalismo e autoreferenzialità, che prima si incorona da solo e poi si stupisce di come il mondo là fuori non sia come credevano. Complimenti. E condoglianze.

P.S. “Come una locomotiva non più guidata da Guccini ma al massimo da Baricco”: ve l’avevo detto che oggi sono in forma. L’esatto contrario del Pd.

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/04/pd-le-primarie-allegramente-inutili/3497542/


Titolo: Giuliano Gasparotti @ggasparotti , Angelo Sério. Solo con Matteo Renzi si può..
Inserito da: Arlecchino - Aprile 11, 2017, 06:17:16 pm
Opinioni
Giuliano Gasparotti @ggasparotti , Angelo Sério
· 9 aprile 2017

Solo con Matteo Renzi si può andare avanti sui diritti

Il congresso del Partito Democratico deve essere un’occasione vera per rilanciare non solo proposte ed idee ma anche spazi di confronto e di discussione


L’approccio ideologico con il quale sono stati trattati i temi delle libertà e dei diritti civili ha impedito per trent’anni l’avvio di una stagione di riforme: grazie alla volontà del governo di Matteo Renzi quel muro è stato finalmente abbattuto, consentendo l’approvazione della legge sulle Unioni civili.

A partire da questa considerazione, ogni appello al confronto ed alla necessità di una sintesi condivisa da tutti, all’interno e all’esterno del Pd, è sempre ben accetto poiché tende a creare finestre di dialogo su questioni fondamentali della vita quotidiana di ogni persona.

Tutto questo anche a dispetto di chi li considera una bandiera da usare a piacimento: i diritti sono un patrimonio di tutti a prescindere dai partiti o dalle opinioni politiche di ciascuno.

La crescita dell’Italia è, infatti, al contempo civile ed economica proprio perché le società inclusive sono anche quelle che creano le maggiori opportunità di lavoro e di progresso. Il Partito Democratico, che è partito “pensante”, ha nel proprio Dna il confronto tra culture differenti e dalla cui sintesi devono risultare innovazioni sociali pragmaticamente rispondenti ai bisogni di tutti i cittadini.

Con il chiaro orizzonte di un’Europa che non dimentica le proprie radici culturali che, invece, forniscono una risposta di senso di appartenenza ad una vera grande comunità: dallo “ius soli” alla riforma della filiazione e delle adozioni, concepita nell’esclusivo interesse superiore del figlio o del minore – soggetto e mai oggetto di diritti – , da una equilibrata legge sul fine vita alla gestazione per altri sino alla lotta contro ogni forma di odio e di violenza motivati dal genere, dalla razza, dalla fede, dalla lingua, dall’orientamento sessuale o da qualsiasi altra condizione personale.

Abbiamo ragionato – come “Diritti in cammino” – nei termini di un riformismo che unisse queste necessità, proponendo il superamento di strumenti amministrativi consumati dal tempo e dalle polemiche – come il caso dell’Unar – per rilanciare, attraverso un’Agenzia indipendente per le libertà ed i diritti, politiche attive di contrasto ad ogni forma di discriminazione e di garanzia di pari opportunità per ciascuno, con un approccio europeo e pragmatico.

Il congresso del Partito Democratico deve, perciò, essere un’occasione vera per rilanciare non solo proposte ed idee ma anche spazi di confronto e di discussione. L’obiettivo di questa agorà è di dare forza all’articolo 3 della Costituzione, allargando le libertà e fortificando la dignità delle singole persone, portando non solo l’Italia nell’Europa dei diritti ma rilanciando, al contempo, il fondamento ideale dell’Unione.

Quei valori di libertà, eguaglianza e solidarietà scritti nella Storia del vecchio continente che, oggi più che mai, ha bisogno di costruire il proprio futuro.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/solo-con-matteo-renzi-si-puo-andare-avanti-sui-diritti/


Titolo: Marco D'AngeloNel 2013 sostenni Renzi, vi spiego perché oggi scelgo Orlando
Inserito da: Arlecchino - Aprile 11, 2017, 06:18:27 pm
Opinioni
Marco D'Angelo   
· 9 aprile 2017

Nel 2013 sostenni Renzi, vi spiego perché oggi scelgo Orlando
Scelgo Orlando per riportare il Pd nel suo alveo naturale di sinistra

Io nelle primarie del 2013 ho sostenuto in maniera convinta Matteo Renzi, che gareggiò per la segreteria con Gianni Cuperlo, che tuttavia non sembrò portare grandi ricette, ma sembrò essere il candidato dell’apparato. Matteo Renzi sembrava dare un alternativa a una sinistra per me non più credibile nella quale allora e tutt’ora non mi sento rappresentato. Tuttavia allora Renzi parlava di una nuova sinistra.

Dopo la sua elezione il termine “sinistra” è scomparso abbastanza presto dal vocabolario di Matteo Renzi. L’ex premier ha effettivamente presentato un’alternativa a quella sinistra di cui mi riferivo prima ma è stata sostanzialmente un’alternativa centrista, questa linea politica è stata attuata sia al governo del Paese sia alla segreteria del Partito democratico.

Tendo a giustificare di più la linea centrista del governo, che può essere stata dettata dalle consuete logiche delle larghe intese. Matteo Renzi al governo ha fatto molte cose criticabili da sinistra: abolizione articolo 18, Buona scuola, taglio per tutti dell’Imu, ecc…

Se dovessi dare un giudizio al governo Renzi tutto sommato quel giudizio sarebbe positivo, ritengo che Renzi abbia il merito, se pur con risultati non eccellenti, di aver sbloccato un sistema paralizzato. Renzi nonostante tutto ha avuto il merito di far dibattere gli italiani sulla nostra bellissima Costituzione e di approvare riforme con un forte spirito sociale: unioni civili, politica dei bonus. Secondo me ha avuto anche il merito di ridare una certa credibilità alla politica nonostante la partita della legge elettorale miseramente persa.

Per quanto riguarda il partito ritengo che Renzi ha dato una spolverata, rottamando quella consuetudine del dare il “contentino” ai capi-corrente. Tutto questo l’ha fatto spostando l’asse del PD sempre più al centro delineando il cosiddetto “Partito della Nazione”, facendo entrare nel complesso dibattito all’interno del PD anche personaggi esterni alla sinistra.

Questo da un lato ha fatto perdere la fiducia nel PD a una parte della sinistra, dall’altra anche coloro che sono rimasti nel partito, compreso io, si sono molto preoccupati da questa nuova collocazione nello scacchiere politico italiano, fatto secondo molti per accaparrarsi i voti dagli elettori di centro-destra delusi dai propri leader, tattica neanche pienamente riuscita soprattutto a livello locale.

E’ per questo che sostengo Andrea Orlando per riportare il Pd nella sua collocazione naturale, Andrea Orlando ha il profilo giusto per riunificare tutte le anime di sinistra all’interno del PD, perchè tutte le anime della Sinistra devono stare aldìdentro del Partito Democratico. Contemporaneamente Orlando ha dimostrato che si può essere non renziani e allo stesso tempo restare nel Partito non alzando le barricate e contribuendo con lo stesso Renzi per migliorare il PD e il paese.

Orlando ha il potere di ammorbidire il clima politico, lo stesso Emiliano usa toni molto accesi. Allo stesso tempo mettendo in discussione la politica degli ultimi decenni basata sul leaderismo sia di destra sia di sinistra, dando più importanza al partito, riportando un pluralismo all’interno del partito egemonicamente di sinistra. Orlando fin dall’inizio è sembrato il più disposto ad aprirsi al Campo Progressista di Giuliano Pisapia, che guardo con molto interesse, questo per aprire un largo raggio di centrosinistra mettendo dei rigidi paletti tra la sinistra e la destra, e in un ipotetico caso di ingovernabilità parlamentare queste alleanze faciliterebbe il Pd a formare una coalizione di sinistra non alleandosi più col centro-destra, cosa che con Renzi sarebbe più probabile.

Concludo dicendo che votare Orlando non significa per me scagliarsi brutalmente contro Renzi, facendo così si polarizza e inasprisce ancor di più il dibattito all’interno del Partito Democratico, così facendo si voterà o per Renzi o contro Renzi, questo qualcuno lo sta cercando di fare.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/nel-2013-sostenni-renzi-vi-spiego-perche-oggi-scelgo-orlando/


Titolo: Le pagelle del confronto Renzi-Emiliano-Orlando
Inserito da: Arlecchino - Aprile 28, 2017, 12:38:52 pm
Un po’ Grillo un po’ Silvio, tra pistole e rapper
Le pagelle del confronto Renzi-Emiliano-Orlando
Pubblicato il 27/04/2017 - Ultima modifica il 27/04/2017 alle ore 07:19

A CURA DI MATTIA FELTRI

MATTEO RENZI 
Simpatia 4,5 
E di colpo la vita gli ha messo addosso un malumore irrimediabile. Si presenta in studio con l’espressione di uno seccato di esserci. Perché Orlando ed Emiliano e non Kennedy e De Gaulle, accidenti? I due rivali siedono più vicini, sulla destra dei nostri teleschermi. Ma è più probabile che si sia allontanato lui, verso sinistra, stranamente.
 
Berlusconismo 8 
Come il vecchio Silvio, non si capacita che il mondo non riconosca la portata dei suoi successi. Un vero disastro, perché ogni volta è costretto all’elenco: Jobs Act, 80 euro, petto in fuori in Europa, battaglie perdute per le riforme. Fortuna è stato al governo solo tre anni: il suo elenco dura dieci minuti, quello di Silvio durava un’ora e mezzo. 
 
Pazienza 7,5 
Deve sottostare a brillanti domande che servono per valutare la vicinanza del leader al popolo, tipo qual è il video più visto su YouTube. Ma quando chiede a Emiliano se, perse le primarie, smetterebbe di criticare il segretario ogni mattina, e quello risponde «assolutamente no», si affloscia sconsolato. Grande self control.
 
MICHELE EMILIANO 
Fascino 6.5 
Porta in studio una stupenda faccia da Quella casa nella prateria. Ricorda di quando girava con la pistola nei pantaloni e, che guaio, i pantaloni gli si bucavano. Se avesse 15 anni appenderebbe il poster di Yuri Chechi (che nessun quindicenne sa chi sia). Arriva a un’ampia sufficienza perché è il Teddy Bear delle primarie. 
 
Grillismo 9 
Ha una motivazione fortissima per diventare segretario del Pd: quello attuale è un po’ peggio di Nosferatu. Ha aiutato le banche, ha aiutato i potenti, i petrolieri, le lobby, tutte denunce che non significano nulla, e quindi vengono benissimo. Con un po’ d’allenamento arriverà al 10 come il maestro, Beppe Grillo.
 
Cultura 6,5 
Ogni volta che parla cita la Resistenza e il Movimento operaio come fari della sua vicenda politica. Un po’ vago. Non fa neanche una citazione, neanche un Flaiano facile facile. Dice «primarie di rito abbreviato», un orrore penalistico da pm. Quando la prestazione sembra fallimentare, salva tutto tirando fuori il rapper J-Ax. 
 
ANDREA ORLANDO 
Agonismo 1 
Gli chiedono: vuole replicare? Risposta: no, no, no, no, no, no (sei no, li abbiamo contati). Quando lo tirano in ballo, può indignarsi fino a supporre un mezzo sorriso ironico. Quando vuole caricare di significato un argomento che lo accende di furore, si spinge sino ad alzare l’indice destro. Non proprio uno degli Avengers.
 
Papismo 5,5 
Dopo una mezz’ora di altissima compunzione, si scioglie e gioca il jolly: quando ho incontrato il Papa, mi ha chiesto soltanto di occuparmi dei carcerati, e la cosa mi ha commosso molto. Non si aspettava che anche quella faina di Emiliano avesse il suo Papa personale: a me ha chiesto di occuparmi dei bambini. Tracollo. 
 
Sinistrismo 6+ 
Come ultimo reduce del Pci, che frequentò giovanissimo, ammette di aver avuto in camera il poster di Enrico Berlinguer (Renzi aveva quello dei Duran Duran). Un colpaccio. A quel punto il resto è in discesa: Salvador Allende e i figli di immigrati che saranno classe dirigente. Renzi capisce e colpisce: eri al governo con Berlusconi. Ed è tracollo.
 
 Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/04/27/italia/politica/un-po-grillo-un-po-silvio-tra-pistole-e-rapper-Ia6rFH7CAYvxZM9sSuncVK/pagina.html


Titolo: «Affrontare la realtà del mondo ci farà ritrovare la speranza».
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2017, 05:06:03 pm
ECONOMIA E SOCIETÀ

Rivoluzione su misura

di Alberto Mingardi 28 aprile 2017

«Affrontare la realtà del mondo ci farà ritrovare la speranza». L’incipit del libro di Emmanuel Macron non è di quelli che incollano il lettore alla pagina, ma riassume bene le aspettative e le speranze di chi guarda al 23,75% del candidato di En Marche come a una semina già fruttuosa. In una Francia dove più del 40% degli elettori si appassiona alle promesse di chiusura delle frontiere e più redistribuzione, nella versione nera di Le Pen o in quella rossa di Mélenchon, Macron è il candidato della serietà. Quello che anziché urlare che «un altro mondo è possibile» pensa a come scongiurare il collasso del mondo che c’è.

È attentissimo, Macron, a cucirsi addosso quest’immagine. Nato ad Amiens in una famiglia di medici ospedalieri, tiene a specificare che si tratta di «una famiglia borghese di recente data». Il biglietto d’ingresso alla classe media è stato lo studio: la nonna insegnante, i genitori e i fratelli dottori, il giovane Emmanuel è una sorta di pecora nera, ma del genere docile, anziché fare medicina s’iscrive all’Ena. Il fondatore di En Marche è secchione e fiero di esserlo. Il che sa come di bucato, in una politica dove ormai vince solo chi urla di più.

La Rivoluzione di Macron vorrebbe allora essere la rivoluzione della normalità e del pragmatismo, delle persone competenti e per bene che arrivano, per merito, dove le persone competenti e per bene, per merito, dovrebbero arrivare. Questa serietà, però, si concretizza in una studiata refrattarietà alle idee forti, evidentemente pensata come la più persuasiva risposta agli avventurismi politici. Rivoluzione è una sinfonia dei “ma anche”. Ci sono tutti i luoghi comuni delle nostre classi dirigenti, diligentemente messi in fila, senza perder tempo a chiedersi in che misura siano coerenti gli uni con gli altri.

«Se per liberismo s’intende fiducia nell'individuo - spiega Macron - sono (…) liberale». Ma se «essere di sinistra significa pensare che il denaro non conceda tutti i diritti, che l’accumulo del capitale non debba essere considerato l’unico orizzonte vitale, che le libertà del cittadino non debbano essere sacrificate a un imperativo di sicurezza assoluta e inattingibile, che i più poveri e i più deboli debbano essere tutelati e non discriminati», allora è “di sinistra” «con altrettanta convinzione». Macron è contro l’ugualitarismo se implica appiattimento, ma vede come uno scandalo «le nuove diseguaglianze». Vuole ridurre le tasse sulle imprese, semplificare gli oneri amministrativi ma anche «agire in sede europea contro i “giganti” americani o asiatici che ci fanno concorrenza sleale» (locuzione dove l’aggettivo è tipicamente pleonastico). Ritiene che la riduzione dei deficit di bilancio è stata necessaria per «far fronte all'emergenza, quando l'euro è stato minacciato» ma anche che «l’austerità non è un progetto». Immagina una rivoluzione della scuola e la fa coincidere col «rimettere il mestiere di professore al centro della vita della Repubblica». Ammette che il sistema delle 35 ore è troppo rigido ma suggerisce che «per alcune imprese le 35 ore vanno benissimo».

Propone non senza coraggio di ridurre la spesa pubblica, ben consapevole del carattere intrinsecamente conservatore della burocrazia, e ha paura che a un certo punto il paese finisca per «vivere per l’amministrazione, e non l’amministrazione per il paese». E tuttavia vuole grandi investimenti con un orizzonte almeno quinquennale: a cominciare dalle energie verdi.

La politica, per carità, è un esercizio di sintesi. E tuttavia non è sbagliato chiedersi: sintesi di che cosa? Macron mette sullo stesso piano “dottrinari” colbertisti e liberisti, proponendosi di collocare prudentemente la verità nel mezzo. Il non trascurabile dettaglio è che se liberisti vi sono in Francia, essi esercitano un’influenza risibile, mentre Colbert ha eredi a destra e a sinistra, e tutt’ora a lui s’ispira la politica economica francese. L’equidistanza fra liberismo e politica industriale è già preferenza per la politica industriale.

Per l’enarca Macron «innovare per innovare è come camminare senza una meta». L’innovazione andrebbe diretta, indirizzata, canalizzata in una direzione o in un’altra. Parole che suonano benissimo, in un manifesto garbato: e che tuttavia trascurano un altro dettaglio, l’ostinazione con cui le novità non si fanno pianificare.

Sarebbe sbagliato immaginare che un aspirante Presidente della Repubblica francese s’ispiri a modelli che francesi non sono. Macron non ha pensatori di riferimento ma sa che «la nostra storia ha fatto di noi dei figli dello stato, e non del diritto, come negli Stati Uniti, o del commercio come in Inghilterra» Di quella storia intuisce i pericoli, il rischio di un orizzonte nel quale lo Stato sia tutto e l’individuo invece nulla.

Se un ripensamento dev’esserci, non sono queste combattutissime elezioni il momento più propizio. Macron cita con rispetto il generale De Gaulle, tocca tutte le corde del patriottismo eppure dove il suo manifesto è davvero rassicurante per noi tutti è nella convinzione che si possa essere e rimanere francesi senza rinunciare a stare nel mondo.

Mentre è impegnato a mescolare efficienza e buoni sentimenti, a Macron sfugge un’osservazione solo all’apparenza banale: «Dire che uscire dal modello globale significherebbe vivere meglio è una menzogna». Se la globalizzazione ha prodotto alcune categorie di “sconfitti”, la chiusura protezionista può produrne molte di più.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-04-28/rivoluzione-misura-200619.shtml?uuid=AEA21cAB&cmpid=nl_domenica


Titolo: L'Ulivo di Prodi e il PD di Renzi (forse) ...
Inserito da: Arlecchino - Maggio 06, 2017, 05:31:11 pm
IL BLOG

L'Ulivo riviva nel campo progressista di Pisapia

 05/05/2017 17:53 CEST | Aggiornato 5 ore fa

Franco Monaco Deputato Pd

L'Ulivo di Prodi (da non confondere con l'Unione del 2006, come fanno i suoi detrattori) è una realtà che appartiene al passato, ma la sua ispirazione può essere tuttora feconda e attuale.

Mi spiego.
Quel progetto politico e quella esperienza di governo, spesso evocati più o meno a ragione, furono concepiti a valle della introduzione di una legge elettorale maggioritaria (il Mattarellum), con un duplice obiettivo:

a) il primo di sistema: sviluppare e stabilizzare un assetto bipolare della politica italiana ovvero passare da una democrazia bloccata a una democrazia competitiva e dell'alternanza che la storica anomalia nostrana (il fattore k, cioè la questione comunista) ci aveva inibito;

b) il secondo un obiettivo politico: organizzare unitariamente il campo del centrosinistra appunto come uno dei due schieramenti tra loro alternativi. In un tempo, allora, nel quale il progetto europeo rappresentava un ideale promettente e largamente condiviso.

Un altro mondo! Oggi scontiamo una legge elettorale a impianto proporzionale, un quadro politico tripolare e comunque frammentato, una crisi della Ue e della sua attrattiva.

Schematizzando, il progetto dell'Ulivo aveva due facce: la riforma delle "regole" proprie di una democrazia maggioritaria e governante nella quale i cittadini elettori, con il loro voto, potessero scegliere non solo i propri rappresentanti alle Camere ma anche i governi, pur nel quadro di una democrazia parlamentare; e - seconda faccia - una riforma degli "attori", ovvero dei partiti, conforme a un tale assetto bipolare del sistema politico.

Essenzialmente due grandi partiti coalizionali con cultura di governo tra loro in competizione, sino a traguardare l'obiettivo del bipartitismo. Per quanto attiene al soggetto politico del campo di centrosinistra appunto il Pd avrebbe dovuto essere l'approdo dell'Ulivo.

Ma - lo noto oggettivamente "sine ira ac studio" - il Pd oggi è cosa affatto diversa: un partito posizionato al centro del quadro politico, con una malcelata ambizione a configurarsi quale "partito della nazione", né di destra né di sinistra, che si nega a una politica delle alleanze (di centrosinistra) e che "non esclude"(Renzi), per il dopo elezioni, un governo sull'asse Pd-Fi.

La stessa chiusura renziana al premio assegnato alla coalizione risponde palesemente a una logica agli antipodi rispetto all'Ulivo: polarizzare la competizione/conflitto con i 5 stelle così da invocare il voto utile contro i "barbari", anziché una contesa tra centrosinistra e centrodestra (al quale potrebbe giovare il premio alla coalizione).

Dunque reiterando l'eccezionalismo di una democrazia bloccata, anziché la sua positiva "normalizzazione" come democrazia dell'alternanza sull'asse destra-sinistra. Le stesse primarie per scegliere il leader del Pd e la coincidenza tra segretario e candidato premier contemplate dallo statuto avevano senso solo nel quadro di allora, decisamente tramontato.

L'ispirazione dell'Ulivo, pur in un contesto tanto diverso, sembra assai più presente nel Campo progressista di Pisapia. Nella sua impronta civica e a rete, fatta di amministratori e realtà associative; nella sua ambizione di dare corpo non a una piccola formazione di sinistra ma a un centrosinistra largo, inclusivo e plurale; nella sua tensione unitaria e nella sua programmatica apertura all'alleanza con altri soggetti del medesimo campo riformista, a cominciare dal Pd, tra i cui elettori, assai più che al vertice, è largamente prevalente una chiara opzione per un'alleanza di centrosinistra; nella sua vocazione/cultura di governo; nel suo ripudio della teoria che si debba sostituire al binomio destra-sinistra il binomio responsabili-progressisti.

L'esito del congresso Pd non fa che confermare e sanzionare la differenza tra il Pd di Renzi e l'ispirazione dell'Ulivo e, di riflesso, l'esigenza che altri, segnatamente Campo progressista, ne raccolgano lo spirito e l'eredità. Pur dentro le nuove coordinate.

Tra le sue bussole, un maturo europeismo. Quello di Prodi, di Ciampi, di Padoa Schioppa, che, mentre si impegna a correggere le politiche della Ue, non ceda tuttavia alle sirene dell'antieuropeismo e del populismo a bassa intensità.

Un soggetto politico, Campo progressista, che custodisca e valorizzi le differenze culturali; che, come fu nel governo dell'Ulivo, si disponga a "dire la verità agli italiani"; che riprenda a praticare il confronto-dialogo con le forze sociali in coerenza con le buone pratiche delle sinistre riformiste europee, l'opposto della disintermediazione.

Sia chiaro: realismo e cura per l'interesse superiore all'unità del centrosinistra prescrivono di incalzare il Pd con la proposta di un'alleanza, ma, se il Pd persistesse nel suo diniego alla coalizione, Campo progressista non ripiegherebbe su un disegno minore, quello di un partito di sinistra minoritario.

Al contrario, esso rilancerebbe il progetto di un centrosinistra unitario, anticipandone in sé la natura plurale e la tensione inclusiva. Per intanto, a fronte della eventuale, definitiva chiusura del Pd a un rapporto di alleanza responsabilmente proposto da Campo progressista, [...] "competition is competition". Saranno gli elettori a giudicare chi lavora per l'unità e chi per la divisione.

http://www.huffingtonpost.it/franco-monaco/lulivo-riviva-nel-campo-progressista-di-pisapia_a_22071308/?utm_hp_ref=it-homepage


Titolo: ALBERTO CREPALDI TUTTI GLI UOMINI, SBAGLIATI, DI DARIO FRANCESCHINI
Inserito da: Arlecchino - Giugno 17, 2017, 10:50:30 pm
TUTTI GLI UOMINI, SBAGLIATI, DI DARIO FRANCESCHINI

ALBERTO CREPALDI
13 giugno 2017

Se Dario Franceschini fosse amministratore delegato di una società per azioni sarebbe sparito dai radar già da tempo. Licenziato in tronco, senza diritto alla buonuscita. Il motivo? Drammaticamente semplice. La colpa, perpetrata in 40 mesi di conduzione del Ministero della Cultura e del Turismo (Mibact), di essersi attorniato di una schiera di persone non perfettamente adeguate al ruolo che hanno ricoperto. Con il risultato che il ministero ha fatto i conti in questi anni con cortocircuiti, inefficienze, dispendio di risorse pubbliche, danni incalcolabili di immagine.
La gaffe planetaria derivata dall’annullamento della selezione di cinque dirigenti di altrettanti Musei Nazionali da parte del Tar è solo l’ultimo dei macroscopici incidenti di percorso della gestione del Mibact targata Franceschini. Inutile tornare sui motivi, ampiamente sviscerati, della decisione assunta dai giudici di legittimità. Resta il fatto che, come a tutti gli addetti ai lavori è ben noto, quella che lo stesso ministro ha definito una “figuraccia mondiale”, si sarebbe potuta evitare se i bandi di selezione fossero stati passati al setaccio per verificarne la tenuta giuridica ed il rispetto della legislazione di riferimento. Quella legislazione che, ironia della sorte, fu approvata dal secondo governo di Giuliano Amato, nel quale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega alle riforme, era proprio Dario Franceschini. E chi avrebbe dovuto garantire il parto di bandi pienamente legittimi? L’ufficio legislativo del Mibact. A cui capo siede il consigliere di Stato Paolo Carpentieri: come poteva non conoscere i profili di illegittimità, poi sollevati dal Tar, delle selezioni? Anche perché non pochi dubbi erano emersi da parte di alcune Organizzazioni Sindacali. L’ufficio legislativo, per motivi che mai sapremo, si è insomma reso responsabile di un fatto che è arduo poter ascrivere ad una semplice svista: la mancata verifica della compatibilità della procedura di selezione con le norme quadro vigenti. Ma nonostante ciò, Carpentieri ed i suoi collaboratori, già protagonisti di altre partite dall’esito disastroso (su tutte, i due anni per la trasformazione, ancora monca, di Enit in ente pubblico economico e la liquidazione di Promuovitalia, su cui pende un surreale conflitto tra Mise e Mibact) sono ancora al proprio posto. Perché godono, come è noto non solo al Mibact, della massima fiducia del proprio capo politico.
Il posto l’ha invece perso un altro fedelissimo del ministro della Cultura. Che negli ultimi due anni è comunque rimasto una presenza fissa – seppur a titolo gratuito – nei corridoi e negli uffici del Ministero, in qualità di ascoltato consigliere strategico sui temi del turismo. Parliamo di Stefano Ceci, costretto a lasciare la poltrona di consulente nel 2015 dopo che un’inchiesta di Emiliano Fittipaldi su L’Espresso rivelò come il consigliere di Franceschini, a due mesi di distanza dalla nomina al ministero, avesse dato vita ad una società (la Netbooking srl), che dopo pochi giorni dalla sua nascita vinse, in palese conflitto di interessi con il ruolo di Ceci al Mibact, un appalto per Explora, la società pubblica nata per gestire la promozione dell’Esposizione mondiale. Ma di Ceci non si ricorderà solo la vicenda della gara ad Expo. La memoria, tra gli addetti ai lavori, andrà soprattutto al TdLab, il laboratorio messo in piedi dall’uomo di Franceschini destinato a realizzare, nella fumosa idea dello stesso ministro, una grande rivoluzione digitale del turismo italiano. Che non c’è stata. Con la conseguenza che il fantasmagorico TdLab, utile forse a far diventare dirigente in Enit un’amica di Ceci, è finito su un binario morto.
A morte è stata invece condannata Promuovi Italia, società veicolo del Mibact, messa in liquidazione da Franceschini con il famoso Decreto Art Bonus del maggio del 2014. La liquidazione viene affidata alle cure di un altro personaggio uscito dal cilindro di Dario Franceschini: Antonio Venturini, commercialista ravennate, rigorosamente targato Pd. La missione di Venturini è quella di riordinare e blindare i conti aziendali, fuori controllo. Ma al liquidatore l’impresa non riesce ed il 20 maggio 2015, in uno scarno comunicato pubblicato sul sito web di Promuovi Italia, viene annunciata la richiesta di un concordato preventivo. A cui poi seguirà, come è noto, il fallimento, domandato dallo stesso Mibact e sotto la responsabilità della direzione generale Turismo al ministero. Dove, nell’autunno del 2015, con un repentino spoil system che dirotta Onofrio Cutaia ad un’altra direzione generale, approda Francesco Palumbo, altro “fiore all’occhiello” del cerchio magico franceschiniano.
Uomo con simpatie centriste, già dirigente cultura alla Regione Puglia, rottamato con l’elezione di Michele Emiliano, poi parcheggiato dalla politica, per un mesetto, a Roma Capitale, Palumbo arriva ai piani alti del Mibact grazie alla benedizione della potente Michela De Biase, seconda moglie di Dario Franceschini. La gestione della DG Turismo da parte di Palumbo si è caratterizzata, nei 20 mesi di sua reggenza, per tre elementi cardine: lo svuotamento operativo della direzione; l’appalto di ogni progettualità a società controllate dal Mibact, con la conseguente occupazione fisica degli uffici ministeriali da parte di personale esterno (prima di Invitalia, per il costoso ed inutile piano strategico sul turismo, e ora di Ales, per non ben precisati progetti di turismo culturale); il numero impressionante di presentazioni ufficiali del vacuo piano strategico sul turismo, scritto peraltro da consulenti esterni vari, alcuni dei quali nemmeno remunerati. Su quest’ultimo aspetto si è concentrata maggiormente l’attività di Palumbo, che pare aver piegato il Piano a strumento di auto-promozione, ispirato dal suo mentore Francesco Tapinassi, altro uomo di Stefano Ceci e con alle spalle esperienze in tema di turismo maremmano. Inutile forse ricordare che tutta questa frenesia comunicativa della DG Turismo ha relegato ai margini quello che avrebbe dovuto essere il cosiddetto braccio operativo della strategia del turismo: il nuovo Enit, altro “capolavoro” di governance del ministro da Ferrara e sul quale, per amor di patria, almeno in questa sede, preferiamo sorvolare.
@albcrerpaldi

Da - http://www.glistatigenerali.com/beni-culturali_turismo/tutti-gli-uomini-sbagliati-di-dario-franceschini/


Titolo: Carmine Fotia Il Pd c’è e dovrebbe fare così Politica assemblea-pd
Inserito da: Arlecchino - Luglio 13, 2017, 11:52:29 am
Focus
Carmine Fotia  @CarmineFotia  · 27 giugno 2017

Il Pd c’è e dovrebbe fare così
Politica assemblea-pd
Il problema torna a essere quello della credibilità delle idee riformiste

A leggere certi commenti, che si vorrebbero fondati su acribia analitica, le recenti elezioni amministrative avrebbero travolto il Pd e spezzato le reni a Matteo Renzi. Il tutto in un turno elettorale importante, che ha coinvolto circa sette milioni di italiani al primo turno, ma molti di meno ai ballottaggi e nel quale andavano al voto città importanti come Palermo, Genova, Padova, Verona, Parma, L’Aquila, Lecce, Taranto, Sesto San Giovanni, tra le altre.

I numeri dovrebbero essere incontrovertibili e dunque siamo andati a leggere l’analisi di uno dei più seri ricercatori italiani, Ilvo Diamanti, per capire se c’è stata o no la débacle del Pd.

“I risultati hanno delineato uno scenario instabile. Per molti versi, in-definito…la novità maggiore è il ritorno del bipolarismo tra centro-sinistra e centro-destra”, è l’esordio di Diamanti che poi prosegue: “La maggiore novità è, però, costituita dalla forte crescita del centro-destra, che sale da 44 a 59 città (maggiori) amministrate. Mentre il centro-sinistra perde oltre venti sindaci. E scende da 81 a 58. Per cui ha ragione Renzi quando afferma di aver vinto. Ma ha anche perso”.

Non credo che Diamanti abbia scritto ciò per compiacere il segretario del Pd, ma semplicemente perché il voto, pur contenendo una forte avanzata del centro-destra, è più complesso e comunque l’immagine di una disfatta del Pd e del centrosinistra non corrisponde al vero: “L’intero territorio sembra aver perduto i colori e gli orientamenti tradizionali”.

Il centrosinistra passa nelle “regioni rosse” da 13 comuni maggiori a 8; nel Nord-ovest passa da 29 a 14 città; ma nel sud “la sua presenza nei governi locali si è allargata: da 24 a 26, mentre il peso del centro-destra è sceso da 21 a 14”; ma per il centrosinistra è andate bene anche nel nord-est: “In questa occasione è stato teatro di una rimonta del centro-sinistra. Che si è affermato, fra l’altro, a Padova. Si disegna così una mappa dai colori incerti. Che riflettono l’incertezza e il distacco degli elettori. L’astensione, infatti, è risultata ambia come poche volte in passato. Ai ballottaggi, infatti, ha votato circa il 46% degli elettori, 12 punti in meno rispetto al primo turno”.

Fin qui Diamanti, la cui analisi viene confermata dal confronto tra i dati aggregati delle coalizioni, in termini di quantità di voti, che confermano un sostanziale equilibrio, in termini di voti assoluti tra centro-destra e centro-sinistra.

Vediamo ora come la pensa Mauro Calise, uno dei politologi che ha meglio indagato la crisi della forma partito e il crescente ruolo del leader nella politica moderna: “Il centro-destra non è risolto, almeno fin quando non risolverà – ma come? – il problema di una leadership unificata al centro. I Cinquestelle – ma questo si sapeva – restano un’incognita e potrebbero sgonfiarsi come tornare a crescere. Mentre il Pd ha soltanto confermato che, sui territori, non c’è stato il rinnovamento che Renzi è riuscito – con molta fatica – a portare avanti nel gruppo di testa nazionale. Perché, allora, l’accanimento dei commenti di queste ore, quasi che – perse Genova e Sesto fossimo entrati in una nuova era politica?”.

La spiegazione di Calise riguarda i rapporti tra media e politica: “In un’epoca di leadership carismatiche e mediatiche, la percezione conta molto di più. E, nello specchio deformante della rete, può far rapidamente salire alle stelle, e, poco dopo, precipitare nelle stalle”.

Per non “dilapidare il solo leader che il centrosinistra abbia prodotto da diversi anni a questa parte”, Calise propone una svolta nello storytelling, meno centrato sul ping-pong nevrotico dei tweet.

Ho lungamente citato questi due studiosi intanto perché le loro opinioni si fondano sull’analisi dei dati numerici e delle tendenze della politica, e non contengono la vis polemica che ovviamente è propria dei dirigenti di partito.

Vorrei sommessamente sottolineare che né l’uno né l’altro assolvono il Pd dai sui errori o attenuano il peso delle sconfitte. Solo che le àncorano ai dati numerici e a un’analisi più sistemica.

I problemi che pongono sono, non sembri un paradosso, persino più seri e difficili da affrontare: se il problema fosse Renzi, infatti, come sostengono alcuni, dentro e fuori il Pd, basterebbe cambiare segretario (avendone la forza); se il problema fosse spostarsi più a sinistra nella geografia politica, basterebbe un accordo politico.

Tuttavia i problemi sono altri e sono, questi sì, di natura politica generale. Quasi ovunque i governi uscenti sono stati sconfitti: i ribaltoni più clamorosi sono stati quelli di Genova e Sesto, per il loro forte impatto simbolico, ma anche Lecce e Padova hanno cambiato segno e hanno anch’essi qualcosa da dirci, se vogliamo prendere sul serio tutti gli italiani che hanno votato e non solo quelli che portano acqua al mulino delle proprie tesi.

Chi governa a livello locale oggi, per gli effetti micidiali di un’austerità cieca da cui solo con i governi Renzi e Gentiloni si è cominciato a uscire, non ha le risorse necessarie per rispondere ai bisogni dei cittadini mentre lo stato, vedi il caso dei migranti, li chiama ad assumere crescenti e necessarie responsabilità.

Ecco perché chi è al governo deve sapere offrire una risposta concreta alle speranze come alle paure, altrimenti diventa il capro espiatorio di una rabbia e di una protesta che hanno origini più generali.

In questo senso c’è stato, soprattutto nel nord, un forte impatto della questione dell’immigrazione sovrapposta, nella propaganda della destra e dei populisti, a quella dello Ius Soli. Così come certamente pesano il perdurare della crisi economica e il bisogno di protezione delle fasce più deboli.

Dinnanzi a tali problemi che sono generali ma che hanno una forte declinazione locale, rispondere con le formule dell’alchimia politica non serve proprio a nulla. Parlare di centrosinistra nuovo, vecchio o usato che sia, non fornisce risposte.

Farò tre esempi per farmi capire e infine affiderò alle parole di Walter Veltroni, intervistato per Repubblica da Stefano Cappellini, in occasione del decimo anniversario del Lingotto, l’indicazione di una via che sarebbe utile seguire per tutti.

In due città del nord, Genova e Padova, ci dicono le analisi e i reportage, ha pesato molto la questione dell’immigrazione. A Genova il centrosinistra era a trazione più di sinistra ed ha perso malamente contro il candidato del centro-destra perché non è sembrato credibile nella sua capacità di coniugare sicurezza e diritti, accoglienza e severità; a Padova, invece, una coalizione a trazione riformista, in alleanza con un civismo progressista e in forte relazione con il mondo cattolico ha sbaragliato la Lega in casa propria, proprio su quei temi.

A Taranto, invece, le questioni della crisi economica e il dramma dell’Ilva, hanno dominato la scena. Eppure qui il centrosinistra ha vinto. C’entra il modello Emiliano, visto che il centrosinistra ha vinto anche a Lecce? Può darsi, ma forse conterà anche qualcosa l’impegno concreto del governo per risolvere le crisi occupazionali, testimoniato dal lavoro della viceministra Teresa Bellanova? E ciò non contraddice la narrazione di un Pd diventato liberista?

E veniamo alle lucide e sagge parole di Veltroni che non lesina critiche a Renzi e tuttavia non gli chiede affatto di farsi da parte, ma lo esorta a “un cambio di passo”, per riprendere la strada al Lingotto dieci anni fa: “Serviva a non limitarsi alla conquista del consenso in casa propria, ma senza perdere un incardinamento unitario forte. Una forza innovativa, non un indistinto, non minoritaria, ma di sinistra”.

Ma Veltroni ammonisce anche il Campo Progressista: “Mi auguro che sia possibile costruire un campo largo. Per questo il mio appello a Pisapia è evitare che la soluzione del suo agire sia la nascita di una forza antitetica al Pd. Ci faremmo del male”.

La questione, dunque, che divide a sinistra non è la leadership di Renzi, ma è proprio il giudizio sulla natura del Pd. Un Pd che, dice Miguel Gotor, intervistato da Ettore Colombo per QN, “ha subito una vera e propria mutazione genetica: è un partito di centro che guarda a destra con una scolorita sinistra al suo interno”? Come dire, un modo molto unitario di annunciare l’assemblea di sabato prossimo e soprattutto molto carino verso lo “scolorito” Andrea Orlando che ha annunciato la sua partecipazione.

Ha senso affrontare così la discussione su una possibile coalizione? Evidentemente no. Infatti anche nell’area della minoranza del Pd c’è chi, come Goffredo Bettini, sostenitore di Andrea Orlando al congresso e molto critico verso la leadership renziana, ha pubblicato delle note in vista dell’assemblea di oggi pomeriggio, nelle quali propone di aprire un confronto programmatico che diventi “il terreno di una contendibilità politica aperta, realmente democratica e costruttiva da realizzare attraverso un confronto permanente delle idee tra gli iscritti e gli elettori di un grande campo del centrosinistra”.

Il centrosinistra senza il Pd non esiste, ma il Pd, com’è oggi, non è in grado rappresentare tutta la ricchezza e la varietà di forze civiche e di esperienze associative che si sono espresse anche nelle recenti elezioni, dove si è vinto.

Aprirsi ad esse vuol dire uscire dall’asfissiante discussione politicista sui termini e confrontarsi sulle cose da fare, sulle quali costruire un’alleanza politica. A partire dal molto di buono che sta già facendo il governo Gentiloni e che non può essere messo tra parentesi, ma diventare l’annuncio di un programma più vasto da attuare nella prossima legislatura: un vero e proprio piano riformista che si incardini su lotta alla povertà e all’esclusione sociale; diminuzione delle tasse sul lavoro; investimenti pubblici in settori strategici come la cultura, le periferie, le infrastrutture e la ricostruzione del territorio; l’estensione dei diritti e il rispetto dei doveri, accogliendo chi viene dalla fame, dalla morte e dalla miseria, ma al tempo stesso dando anche risposte concrete e democratiche al senso di insicurezza dei cittadini, come indica da tempo il ministro Marco Minniti.

Per questo la battaglia sullo Ius Soli non può essere abbandonata: “Non si cambia idea per un sondaggio”, ha detto Renzi questa mattina a #Ore9. Soprattutto quando si sta giocando una partita che in tutto il mondo divide destra e sinistra. Un soggetto popolare, riformista e di centrosinistra impernato sul Pd ma aperto alle esperienze civiche non nascerà nei salotti e nei laboratori, ma nel fuoco di una battaglia che si svolga non solo in parlamento ma in tutto il Paese, non rinunciando a dire, ma soprattutto a fare, cose di sinistra contendendo il campo alla destra sovranista e al populismo digitale (ormai sempre più sovrapponibili) con un netto profilo riformista alternativo.

DA - http://www.unita.tv/focus/il-pd-ce-e-dovrebbe-fare-cosi/


Titolo: La rivoluzione che serve alla sinistra. (Cosa c'entra Renzi con la sinistra) ...
Inserito da: Arlecchino - Luglio 26, 2017, 05:25:20 pm
La rivoluzione che serve alla sinistra

Pubblicato il 18/07/2017 - Ultima modifica il 18/07/2017 alle ore 07:00

GIOVANNI ORSINA

La sinistra italiana ha tutta l’aria di star sulla soglia d’un rivolgimento radicale. La svolta potrebbe forse avvenire prima delle prossime elezioni, o magari dopo, né si sa bene dove porterà. Mi sembra tuttavia difficile che l’assetto esistente possa durare ancora a lungo.

Le ragioni dell’instabilità corrono lungo tre cerchi concentrici: l’ideologia, il partito, il leader. Il cerchio più largo non è soltanto italiano: la sinistra è in difficoltà pressoché ovunque, perché sono venute meno le parole d’ordine con le quali, fra gli Anni Settanta e i Novanta del secolo scorso, aveva risposto al tramonto della tradizione progressista novecentesca, della classe operaia e del welfare state. A voler molto semplificare, quelle parole d’ordine sono due, cosmopolitismo e diritti. E non funzionano più perché è entrata in crisi l’antropologia sulla quale si fondano. Un’antropologia ottimistica fatta di tolleranza, solidarietà, fiducia nel prossimo e nel futuro, identità pacifiche e compatibili l’una con l’altra. 
 
Per almeno un trentennio le culture di segno progressista hanno cercato d’imporre questo modello antropologico come l’unico eticamente legittimo, e nel contempo si sono illuse che avesse ormai trionfato. I nostri tempi si stanno però incaricando di dimostrare che la vittoria di quel modello, se mai c’è stata, è stata ben più precaria e provvisoria di quanto non si pensasse o sperasse. E le élite progressiste sono di colpo messe di fronte a una realtà che non soltanto trovano ripugnante, ma da lungo tempo credevano fosse del tutto superata, e che non sanno quindi come affrontare. L’evidente contraddizione politica d’un Partito democratico che per un verso vuole aiutare i migranti «in casa loro», per un altro concedere lo ius soli – tanto per prendere un esempio –, è figlia anche di questo stato confusionale.
 
Ma le difficoltà del Pd – per venire al secondo dei cerchi concentrici – non sono soltanto ideologiche, e hanno profili specificamente italiani. Almeno tre. Il primo è la sua storica fragilità identitaria, dipendente per tanti versi dal peso della tradizione post-comunista, «croce e delizia» – ossia portatrice d’un saldissimo ancoraggio organizzativo, territoriale e morale, ma irrimediabilmente minoritaria. È una contraddizione che affligge la sinistra italiana fin dal 1994, che può spiegare molto della sua storia dell’ultimo ventennio, e che ha un peso ancora oggi – pure se siamo ormai giunti alla stretta finale, con ogni probabilità, il post-comunismo essendo sulla via del tramonto. Il secondo profilo specificamente italiano della crisi del Pd, e della sinistra in generale, è rappresentato da un’antica tradizione di frazionismo e litigiosità. Il logoramento evidente d’un partito che ha governato per anni il Paese, la maggioranza delle Regioni e dei Comuni – infine – è il terzo profilo.
 
Facendo forza sulla leadership (terzo cerchio), Renzi ha tentato di superare di slancio la crisi ideologica e di «sfondare» al centro, anche se lo ha fatto in maniera confusa e troppo palesemente strumentale. Ha cercato poi di rimediare all’incertezza identitaria e al frazionismo. Malgrado il disegno avesse indubbiamente un senso, tuttavia, Renzi ha fallito – col contributo determinante, per altro, del terzo fattore che ho menzionato sopra, il logoramento del potere. E, a più di sette mesi dal 4 dicembre, il suo fallimento appare con sempre maggiore chiarezza come un punto di non ritorno.
 
Nel non volerlo considerare tale, nel vagheggiare la rivincita, nella bulimia comunicativa, il segretario democratico pare comportarsi come quegli innamorati che, piantati dalla fidanzata, non si danno per vinti, implorano e insistono. E nel loro affanno crescente non si accorgono che stanno rendendo sempre più palesi proprio quei difetti per i quali la fidanzata li ha lasciati, e che la poveretta si va esasperando sempre di più. Non vedono insomma – o non se ne curano – che il loro comportamento non risolve e compone più, ma accresce il caos.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/18/cultura/opinioni/editoriali/la-rivoluzione-che-serve-alla-sinistra-UBQDn9C6xurkrpMT18gDqL/pagina.html


Titolo: Esecutivo Pd, ecco i nomi dei responsabili dei 40 dipartimenti tematici
Inserito da: Arlecchino - Luglio 30, 2017, 05:29:21 pm
Focus
Unità.tv  @unitaonline  · 23 luglio 2017

Esecutivo Pd, ecco i nomi dei responsabili dei 40 dipartimenti tematici
20 donne e 20 uomini affiancheranno il lavoro della segreteria
 
Per affrontare al meglio le sfide dei prossimi mesi – si legge in una nota dell’ufficio stampa del Nazareno – il Partito Democratico ha deciso di formalizzare gli incarichi alla guida dei dipartimenti che affiancheranno il segretario e la segreteria nei prossimi mesi.
La prima riunione dell’esecutivo è prevista per mercoledì prossimo. I dipartimenti saranno composti da 20 donne e 20 uomini.

Donne
Anna Ascani, Cultura; 2. Simona Bonafè, economia circolare
Loredana Capone, turismo
Stefania Covello, mezzogiorno
Titti Di Salvo, mamme
Silvia Fregolent, Pari Opportunità
Maria Chiara Gadda, Lotta contro lo spreco alimentare
Anna Grassellino, Italiani all’estero
Chiara Gribaudo, Lavoro
Simona Malpezzi, Scuola
Elisa Mariano, Commercio
Emma Petitti, Pubblica Amministrazione
Stefania Pezzopane, Ricostruzione Terremoto
Pina Picierno, Fondi Europei
Giuditta Pini, feste dell’Unità
Patrizia Prestipino, Difesa Animali
Alessia Rotta, circoli
Daniela Sbrollini, Sport
Patrizia Torricelli, editoria
Sandra Zampa, minori
Uomini
Giuseppe Antoci, Legalità
Gianluca Beneamati, Energia
Matteo Biffoni, Immigrazione
Sergio Boccadutri, Innovazione
Ciro Bonajuto, Giustizia
Ernesto Carbone, Sviluppo economico
Roberto Cociancich, Cooperazione internazionale
Andrea De Maria, formazione
Giovanni Epifani, agricoltura
Andrea Ferrazzi, Urbanistica
Emanuele Fiano, Sicurezza
Federico Gelli, Sanità
Federico Ginato, Piccole Medie Imprese
Giovanni Lattanzi, Welfare
Salvatore Margiotta, Infrastrutture
Stefano Mazzetti, Ambiente
Luciano Nobili, città metropolitane
Mattia Palazzi, Rigenerazione urbana
Francesco Verducci, Università e ricerca.
Walter Verini, partito aperto.
Si è formalizzato inoltre il gruppo ristretto, che sarà responsabile dei contenuti della Conferenza Programmatica “Italia 2020” e che si svolgerà a ottobre, gruppo che sarà composto da Andrea Orlando, Michele Emiliano, Graziano Delrio, Sergio Chiamparino, Maria Elena Boschi. Per la segreteria Maurizio Martina e Tommaso Nannicini.

A Piero Fassino è stata attribuita la responsabilità di tutta la proiezione internazionale dell’attività del Partito, a cominciare dalla rappresentanza dentro gli organismi del Partito Socialista Europeo.

Come già annunciato Matteo Richetti coordinerà l’area comunicazione del PD.

Portavoce del segretario e capo ufficio stampa sarà Marco Agnoletti.

Le attività di Terrazza PD, Ore Nove e Democratica termineranno venerdì 28 luglio e riprenderanno col mese di settembre.

La Festa Nazionale dell’Unità di Imola inizierà il giorno 9 settembre.

Da - http://www.unita.tv/focus/esecutivo-ecco-i-nomi-dei-responsabili-dei-40-dipartimenti-tematici/


Titolo: Il PD non è una ideologia circoscritta ma una tesi (molte tesi uliviste unite).
Inserito da: Arlecchino - Agosto 27, 2017, 09:13:51 pm
Arlecchino Ulivista

Il PD non è una ideologia circoscritta ma una tesi (molte tesi uliviste unite).

Chi sta nel PD lavori per realizzarle anche criticando il vertice (che lo merita) ma tutti si deve remare nella stessa direzione senza deviazioni ideologiche.

Il PD non deve imparare nulla dal passato, perdente, della sinistra.

ciaooo

Da Fb del 24 agosto 2017 (Gad Lerner se ne va)


Titolo: Carlo Bertini. “È l’ultimo treno”. Gentiloni e il patto siglato con Renzi
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 12, 2017, 06:01:40 pm

“È l’ultimo treno”. Gentiloni e il patto siglato con Renzi
Piano per votare anche lo Ius soli modificato
Pubblicato il 11/10/2017 - Ultima modifica il 11/10/2017 alle ore 09:11

Carlo Bertini
Roma

Il patto tra Paolo Gentiloni e Matteo Renzi, con la sponda del Colle, era stato siglato più di dieci giorni fa, una triangolazione che ha consentito al premier di fare un passo certo non indolore. «Se ce ne sarà bisogno si andrà avanti così, rischiamo di non portarla a casa», si son detti tempo fa i due leader. Da giorni il copione era già scritto e Mattarella ne era stato informato. 

Ma fino a lunedì sera il premier propendeva per il “canguro”, ovvero la tagliola parlamentare studiata per neutralizzare i voti segreti: tuttavia, quando di fronte all’evidenza si è capito che il “canguro”, escogitato da Emanuele Fiano, avrebbe lasciato comunque in piedi diversi voti segreti, è stato chiaro a tutti che non ci sarebbe stata alternativa alla fiducia. Perché c’era un altro patto dietro le quinte, quello tra Rosato e gli altri capigruppo di Forza Italia, Lega e Ap: se salta un tassello salta tutto, niente scherzi. E di questo patto si fa forte il premier quando ieri apre la riunione del Consiglio dei ministri: «Si pone la questione della fiducia, per facilitare il percorso della legge elettorale. Ce lo chiede la maggioranza perché c’è il rischio di trovarsi con un nulla di fatto. L’unica cosa certa è che questa iniziativa è sostenuta da un arco di forze parlamentari più ampio della maggioranza e siccome abbiamo bisogno di regole certe e chiare non possiamo ignorarlo». 

Il premier è preoccupato, sa di giocarsi l’osso del collo con un voto finale sulla riforma che sarà a scrutinio segreto. Ma non ci sono alternative e tira dritto. Forte di un consenso largo alla fiducia. Di buon mattino arriva la benedizione di Forza Italia, della Lega e poi pure del Quirinale. E a chi gli rinfaccerà il suo discorso di insediamento, Gentiloni è pronto a ribattere che le sue parole erano state «il governo non sarà attore protagonista, ma non starà alla finestra e cercherà di accompagnare il confronto, perché il paese ha bisogno di regole certe pienamente applicabili e con urgenza». Insomma, Gentiloni sa che questo «è l’ultimo treno» e se non si prendesse a ridosso delle urne toccherà fare un decreto: con il governo alla ricerca di una maggioranza in aula su due monconi di legge elettorale, per di più a un mese dal voto. Un calvario. Nel gran salone di Palazzo Chigi Andrea Orlando è l’unico a sollevare obiezioni sulla fiducia. «Scusate, il decreto lo avremmo fatto con il consenso di tutte le forze parlamentari, giusto? Quindi aspettiamo prima di porre in aula la fiducia: se Mdp mostra un minimo di apertura apriamo un tavolo con loro su alcune modifiche circoscritte». Orlando prima ne ha parlato con i capi di Mdp che gli hanno chiuso la porta, ma vuole provare lo stesso. In Cdm gli rispondono Martina, Minniti, Lotti e Franceschini. Nessuna sponda a Orlando neanche dal ministro della Cultura, l’altro capocorrente forte del Pd. I ministri renziani alzano il muro e si va avanti con la fiducia.

A cui addirittura potrebbe seguirne un’altra, anzi altre due. Se dal comignolo di Montecitorio venerdì mattina uscirà la fumata bianca, la legge elettorale passerà al Senato martedì in commissione: rapido via libera per arrivare in aula mercoledì o giovedì 19 ed essere varata anche lì con la fiducia. In tale ingorgo è possibile che la legge di bilancio arrivi in Senato il 27 ottobre, aprendo una finestra anche per lo Ius soli: che sarà riscritto per andare incontro ad Ap, con un irrigidimento anche su entrambi i genitori regolarizzati per poter accedere alla cittadinanza. Poi il testo andrebbe alla Camera a novembre che avrebbe tempo per approvarlo con la fiducia.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/11/italia/politica/lultimo-treno-gentiloni-e-il-patto-siglato-con-renzi-mlJKbQkBp7OBbMQhPLxVWJ/pagina.html


Titolo: Bankitalia, Renzi: "Gentiloni sapeva. Riconferma Visco non sarà mia sconfitta".
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 21, 2017, 12:11:46 pm
Bankitalia, Renzi: "Gentiloni sapeva. Riconferma Visco non sarà mia sconfitta".
Ira di Prodi: "Mozione improvvida"
Il segretario del Pd insiste sul caso della mozione parlamentare di sfiducia nei confronti del governatore uscente. Ma precisa: "Non ho posto una questione di nomi". E si dice certo che "in Commissione ci sarà qualche sorpresina". La replica del Professore: "Non mi tirare in ballo".
La presidenza del Consiglio smentisce ricostruzioni della stampa.
Salvini attacca l'ex premier: "Insabbiatore attacca Visco per nascondere responsabilità"

19 ottobre 2017

ROMA - Si fa sempre più incandescente il clima intorno alla vicenda Bankitalia e, in tarda sera, si trasforma in un botta e risposta a distanza tra il segretario Pd, Matteo Renzi, e l'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi.  "Il Governo non era semplicemente informato: era d'accordo. La mozione parlamentare non solo era nota al Governo, ma come sa chi conosce il diritto parlamentare, prevedeva che il governo desse un parere. Che c'è stato ed è stato positivo". Renzi prima in un'intervista a Quotidiano nazionale, poi in serata durante Otto e mezzo su La7, torna sul caso Bankitalia che ha scosso e diviso il partito. Una ricostruzione diversa da quanto pubblicato oggi da Repubblica secondo il quale la sottosegretaria Maria Elena Boschi avrebbe messo a punto il testo votato dalla Camera senza informare il premier e il Quirinale. "L'esecutivo è fatto di persone serie, non danno parere positivo senza sapere di cosa stiamo parlando", dice Renzi al quotidiano.

E, più tardi, rincara la dose: "Tutti sapevano tutto. Il presidente del Consiglio mi ha telefonato per dirmi che secondo lui la mozione aveva dei punti da cambiare. Poi è normale che il leader del primo partito venisse incontro al governo", ha detto il segretario Pd a Otto e Mezzo su La7, ribadendo che "un partito di Sinistra deve stare con i risparmiatori e non col governatore", prosegue, rivendicando la sua natura di 'rottamatore': "Io - aggiunge - sono sempre il solito, non è che sono nato rottamatore e sono diventato il difensore delle magagne del sistema". Questo, però, non vuol dire che l'eventuale riconferma di Visco "sarà una mia sconfitta - dice -. Io non ho posto una questione di nomi. Abbiamo detto che la Vigilanza non ha fatto granché, Quirinale e governo avranno sempre il rispetto del Pd".

Nessuno, insiste Renzi, ha messo in discussione i poteri del governo, ma sottolinea anche che "tra galateo istituzionale e diritti dei risparmiatori, io sto dalla parte dei risparmiatori". Questo non toglie che "quello che decide Gentiloni avrà il mio appoggio totale", ha ribadito, insistendo su quanto aveva dichiarato nell'intervista a QN: "Auspico che (governo e Quirinale, ndr) scelgano la persona migliore: se il governo riterrà che la persona migliore sia l'attuale governatore ne prenderemo atto. Ma il rispetto istituzionale non significa non chiedere chiarezza rispetto a ciò che è successo. Noi abbiamo la coscienza a posto, spero che tutti possano dire lo stesso".

L'ex premier mette in chiaro che nel Pd non ci sono 'scheletri nell'armadio': "Siamo i primi a essere interessati al fatto che la Commissione sulle banche lavori e faccia chiarezza", ha specificato, ma si dice certo che proprio la Commissione "ci riserverà qualche sorpresina. Si cita Banca Etruria per nascondere le vere magagne, ad esempio una banca comprata a 6 miliardi e venduta a 9 miliardi...".

Le dichiarazioni dell'ex premier fanno scattare l'ira dell'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, che prontamente replica: "Vedo maldestri tentativi di ricercare precedenti alla improvvida mozione presentata dal Pd sul governatore della Banca d'Italia e che si propone un parallelismo con una mia presa di posizione del 2005. Il mio intervento di allora mirava ad accelerare la approvazione della Legge sul risparmio che conteneva il giusto passaggio della carica di Governatore da carica a vita a carica con una scadenza di mandato e che assegnava alla Consob il compito di vigilare sulla concorrenza anche nel sistema bancario. È del tutto evidente che parliamo di obiettivi e modalità completamente diversi."

La bufera sulla vicenda non si placa: stamani fonti di Palazzo Chigi hanno smentito le ricostruzioni "di vario segno" apparse oggi sui quotidiani, sottolineando che sul tema della Banca d'Italia le decisioni del Presidente del Consiglio "saranno basate sulle prerogative a lui attribuite dalla legge ed ispirate esclusivamente al criterio di salvaguardia dell'autonomia dell'Istituto".

L'ex premier, dalle pagine di QN risponde anche in merito alle dure critiche ricevute da Walter Veltroni e del presidente emerito Giorgio Napolitano: "Mi spiace per le polemiche - afferma -  anche se rispetto la loro opinione. Ogni discussione aiuta a crescere, ma rimango stupito nel vedere reazioni così dure a un semplice atto parlamentare. O vogliamo dire che il Parlamento non può discutere?".

In soccorso giunge il presidente del Pd Matteo Orfini, che bacchetta i bersaniani, che in Aula hanno contrastato apertamente una mozione analoga del M5s contro Visco, e che invece hanno poi criticato il Pd: comunque cari compagni, o fate la sinistra o fate i portavoce a prescindere del salotto buono. Che le due cose insieme funzionano poco.

Attacca il segretario Pd il leader della Lega, Matteo Salvini: "Per difendere i diritti di migliaia di italiani truffati scriverò a Gentiloni e Mattarella per chiedere che il Parlamento ascolti urgentemente Visco. È evidente che l'insabbiatore Renzi attacca Visco perché che non vuole che vengano fuori le responsabilità sue e del governo. Chi sceglie Casini, cioè il vecchio sistema, alla presidenza della commissione d'inchiesta sulle banche non vuole chiarezza e verità. Tutti a casa, Renzi, governo e Visco: servono regole e trasparenza", ha scritto in una nota il segretario del Carroccio.


© Riproduzione riservata 19 ottobre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/10/19/news/bankitalia_renzi_gentiloni_sapeva_ed_era_d_accordo_-178697206/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S1.8-T2



Titolo: CARLO BERTINI. Riaprire la porta a Bersani. La sfida dei capicorrente Pd
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 28, 2017, 06:13:39 pm
Riaprire la porta a Bersani. La sfida dei capicorrente Pd
Ma Renzi chiude sul Rosatellum e attacca la Boldrini su Bankitalia
Il segretario del Partito democratico scherza sul social network Instagram: «Il treno? In moto mi sento a casa»

Pubblicato il 23/10/2017 - Ultima modifica il 23/10/2017 alle ore 07:20

CARLO BERTINI
ROMA

A sentire i Renzi-boys il gioco è quello classico del cerino: quell’apertura di Roberto Speranza che dalle colonne di Repubblica chiede al segretario Pd di incontrarsi per discutere di legge elettorale e di bilancio, altro non sarebbe che il tentativo di tirare addosso al Pd la responsabilità della rottura. Tutti sanno che senza coalizione il rischio di sconfitte nei collegi e alle urne per colpa delle divisioni a sinistra è alto e ognuno dei contendenti prova a gettare la croce addosso all’altro. A sentire gli uomini di Mdp, se domani si mette la fiducia sul “Rosatellum” la questione è chiusa: perché senza voto disgiunto, negando la possibilità all’elettore di votare un altro partito, non si può costruire la coalizione se non alle condizioni di Renzi. Ecco il perché dell «incontriamoci subito» di Speranza. Tradotto, se le regole saranno queste, inutile andare a parlare da una posizione di debolezza.
 
«Ma dopo tutto quello che ci avete detto, che Renzi era il male assoluto, eccetera, ora volete dialogare?», risponde il leader Pd da Lucia Annunziata su Rai 3. «Però io guardo il bicchiere mezzo pieno, l’apertura. Se è seria parliamo, ma di cose concrete». E qui il segretario Pd provoca sui punti già criticati da Bersani e compagni, 80 euro, jobs act. «Preferenze? Si è fatto un accordo tra tanti partiti, anche di opposizione, rimetterlo in discussione sembra un tentativo di ripartire da capo». 
 
Ed ecco uno stop alle richieste del “rosatellum”, che arrivano oltre tempo massimo. Anzi, Ettore Rosato pone come condizione per incontrarsi che Mdp voti la legge. I renziani ricordano che quando l’accordo fu chiuso al tavolo con gli altri partiti, Mdp non ha voluto sedersi: la prima bozza fu sottoposta anche a loro, che la rifiutarono: perché non c’erano le preferenze e il voto disgiunto, non graditi a Forza Italia. E toccare oggi quei punti equivarrebbe a smontare la nuova intesa trasversale sulla legge elettorale. Che verrà votata giovedì al Senato con la fiducia prima dell’arrivo della manovra. 
 
Il problema per Renzi è che i potentati dentro il Pd non gradiscono che si chiuda la porta senza appello agli ex compagni di strada, nel timore che questo giochetto porti tutti a sbattere alle urne: così si spiega il tweet con cui esce allo scoperto, cosa che fa raramente, Dario Franceschini. «La proposta di Speranza e la risposta di Renzi ricostruiscono un filo di dialogo. Nessuno lo spezzi o vincerà la destra», è l’avvertimento al segretario. Pari a quello del Guardasigilli Orlando, l’altro capocorrente di peso nel Pd, che chiede di fissare «sin dalle prossime ore un incontro dei vertici dei nostri gruppi con quelli Mdp».
 
Frattura a sinistra difficile da ricomporre, anche per la vicenda Bankitalia, su cui il leader Pd tira dritto. «Uso la clava perché sono un uomo libero». Dice di non avere nomi, «vorrei che chiunque fosse scelto sia il migliore candidato possibile. È una valutazione che deve fare il presidente del Consiglio». Poi attacca la Boldrini per aver ammesso le mozioni dei 5stelle e della Lega, (e lei gli replica «non si può chiedere a chi presiede la Camera di impedire alle opposizioni di esprimersi»). Ma garantisce che la mozione Pd era concordata e condivisa, «Gentiloni ed io l’abbiamo saputo più o meno nello stesso momento». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/23/italia/politica/riaprire-la-porta-a-bersani-la-sfida-dei-capicorrente-pd-bgXEDyC8H6vRmBPX72pYVI/pagina.html


Titolo: Giuseppe Oddo Sicilia, nel Pd è corsa a scaricare Micari: i renziani vanno...
Inserito da: Arlecchino - Novembre 05, 2017, 10:54:33 am
Sicilia, nel Pd è corsa a scaricare Micari: i renziani vanno con Musumeci e Crocetta con i 5Stelle

Giuseppe Oddo   

Il sistema del voto disgiunto, che permette di esprimere un voto per la lista che si è scelta e un altro per il candidato presidente di una lista o di un insieme di liste avversarie, potrebbe avere effetti parossistici alle elezioni regionali siciliane di domenica 5 novembre. Il partito che potrebbe praticarlo maggiormente, riferiscono le fonti consultate da Business Insider Italia, è il Pd. La parte dei democratici siciliani già favorevole alle larghe intese con Forza Italia starebbe orientandosi – secondo le indiscrezioni – a non votare per Fabrizio Micari (designato dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando), ma a cedere la preferenza al candidato avversario del centrodestra, Nello Musumeci.

Lo scopo di questa realpolitik in salsa sicula sarebbe di impedire in tutti i modi, anche con i meno ortodossi, la vittoria dei 5 Stelle, che con queste elezioni stanno giocandosi a loro volta il tutto per tutto. Un’affermazione del Movimento in campo regionale, con la macchina delle politiche di marzo già in movimento, potrebbe infatti fare da traino ai grillini anche in campo nazionale, spingendo la massa degli indecisi a sciogliere ogni riserva nei loro confronti. Per il segretario del Pd, Matteo Renzi, che vuol ritornare a Palazzo Chigi, questa sarebbe la peggiore iattura.

L’idea di scaricare Micari – secondo queste fonti – starebbe dunque maturando nella consapevolezza che tanto ormai per i dem non c’è più partita e che è meglio sostenere chi può sconfiggere i 5 Stelle, cioè Musumeci, piuttosto che battersi per una causa persa.

D’altro canto, che le larghe intese siano già in marcia e che i dibattiti elettorali siano un gioco tra le parti lo ha fatto capire in una recente intervista a Repubblica Gianfranco Micciché, responsabile di Forza Italia in Sicilia. Sul fatto che Musumeci, in caso di successo, potrebbe non disporre del 51% dei seggi, Miccichè ha infatti ammesso: “Ci manca la maggioranza”. Ed ha aggiunto, qui sta il punto: “Non dispero che dal gruppo di Salvatore Cardinale mi arrivi un aiuto”. Cardinale fa parte dell’area renziana più moderata del Pd e se Miccichè lo chiama in causa in pubblico di certo non lo fa per caso.

Commenta un’altra fonte che chiede di restare anonima: “Se larghe intese dovranno essere, tanto vale votare direttamente per Musumeci e scongiurare che i 5 Stelle mettano Renzi e il Pd nell’angolo. Il vero obiettivo dei democratici, a queste elezioni regionali, è combattere i 5 Stelle. E allora perché avversare l’unico candidato che può veramente contrastarli? E’ il ragionamento che circola all’interno del partito”.

Gli stessi grillini giudicati una sciagura dai renziani suscitano invece sentimenti opposti nel presidente della Regione uscente, Rosario Crocetta, e nel senatore Giuseppe Lumia, suo mentore. Attilio Bolzoni ha scritto a questo proposito su Repubblica, senza essere smentito, che Crocetta e Lumia, “hanno già fatto capire che molti dei loro non voteranno per il centrosinistra ma per i 5 Stelle”.

Il perché ce lo spiega un’altra fonte, sempre in modo anonimo: “Crocetta ha tutto l’interesse a far perdere Micari, perché così può dimostrare quanto sia centrale la sua figura e quale errore abbia commesso il Pd a chiedergli di non ricandidarsi. Prima si è fatto da parte nella corsa alla presidenza, lasciando campo libero a Micari in cambio di un posto sicuro per sé al Senato, promessogli da Renzi. Ora gioca a indebolire Micari, perché cerca di far valere di più il 2-3% di voti che presumibilmente raccoglierà la sua lista, Il Megafono”. E dietro le quinte suggerisce di votare in modo disgiunto il candidato dei 5 Stelle, Giancarlo Cancelleri, anche se il crollo d’immagine deve averne compromesso il seguito elettorale di cinque anni fa.

Siamo di fonte a un Pd lacerato dai conflitti tra correnti, che potrebbe essere superato a sinistra dalla lista dei Cento passi di Claudio Fava e che corre il pericolo di un crollo elettorale e di una conseguente frantumazione. Una campagna costruita, a destra come a sinistra, soprattutto in funzione delle alchimie nazionali, che lascia senza risposte i grandi temi dello sviluppo e dell’occupazione. Una Sicilia sempre più distante dal resto del paese, sempre più abbandonata a se stessa.

Da - https://it.businessinsider.com/sicilia-nel-pd-e-corsa-a-scaricare-micari-i-renziani-vanno-con-musumeci-e-crocetta-con-i-5stelle/


Titolo: TOMMASO CIRIACO. La moral suasion dei padri nobili Prodi e Veltroni per una...
Inserito da: Arlecchino - Novembre 07, 2017, 11:48:31 am
Pd, si allarga il fronte anti Renzi: assedio sul cambio leader, ora spunta la carta Minniti
La moral suasion dei padri nobili Prodi e Veltroni per una svolta.
Il Guardasigilli punta su Gentiloni, Pisapia vede Grasso. Ma potrebbe prevalere la carta del ministro dell'Interno

Di TOMMASO CIRIACO
07 novembre 2017

ROMA - L'operazione ribaltone è in campo, il problema è che i "congiurati" remano senza un briciolo di sincronia. "Dopo questa sconfitta è impossibile fare finta di nulla - detta la linea ai suoi Andrea Orlando - Matteo deve capire che così si perde. Dobbiamo allargare il centrosinistra, individuando una figura capace di unire la coalizione". Ha in mente Paolo Gentiloni, anche se il diretto interessato non ha alcuna intenzione di "sacrificarsi". La spalla ideale del piano sarebbe Dario Franceschini, che però nel day after della disfatta chiama Renzi per avvertirlo di quanto dirà per smarcarsi: "L'accordo con i bersaniani è ineludibile, oppure saremo destinati alla sconfitta. Ma nessuno mette in discussione la leadership del segretario". Solo il segnale di un padre nobile del Pd, a questo punto, potrebbe spostare davvero gli equilibri. Tutti attendono un cenno di Walter Veltroni, che stasera presenterà il suo libro a Cartabianca. E che coltiva un legame sempre più stretto con l'altro vero "indiziato" per un'eventuale staffetta alla guida del centrosinistra: Marco Minniti.

Tessere una tela attorno al Nazareno, per costringere il segretario all'alleanza con Mdp e sfilargli anche la pettorina da candidato premier: questo è il sogno degli antirenziani di vecchio e nuovo conio. "Se Renzi decide davvero di fare spazio a Gentiloni - sorride Denis Verdini, a zonzo nel cuore della Capitale - vedrete che Paolo farà come il nonno, quello del patto Gentiloni: favorirà un nuovo accordo di sistema...". La verità è che il progetto a favore dell'attuale premier assomiglia a una mission impossible. Prevede innanzitutto una raffica di "sfiducie pubbliche" contro il segretario dem, travestite da appelli alla responsabilità. Dovesse fallire, il Guardasigilli lancerebbe anche un piano B, che ha la forma dell'arma finale: un evento politico aperto alla galassia di sinistra per una nuova, clamorosa frattura nel campo del centrosinistra.

L'operazione ribaltone si trasmette come un virus sul display degli altri ministri dem. E conquista alleati nella classe dirigente battuta da Renzi. Tra loro c'è Gianni Cuperlo, che spinge per affidare a una commissione di figure super partes la ricerca dell'unità. "Il voto siciliano - spiegava ieri a un collega in Transatlantico - dice che Pd e Mdp hanno perso entrambi. A questo punto 'Houston, abbiamo un problema'. E dalla terra non possiamo discutere su chi ha sbagliato a costruire la navicella, dobbiamo mettere in salvo il centrosinistra, altrimenti la sconfitta sarà tragica".

Per riuscire nell'operazione, però, servirebbe arruolare alla causa almeno Franceschini. Il ministro per adesso si muove con cautela. Nulla di strano, come tutti conosce le leggi della politica e ha ben chiaro il potere affidato dal Rosatellum al segretario nella costruzione delle liste. L'accorato appello all'unità con Mdp, non a caso, va a braccetto con il riconoscimento della leadership renziana. Il nodo, ovviamente, resta quello della premiership. E anche su questo punto il ministro della Cultura procede con passo felpato: "Non mi sembra un problema, è stato Renzi a dire che non è necessario che sia lui il candidato premier".

Il punto è che i bersaniani considerano insufficiente "depotenziare" il ruolo del segretario per siglare un'intesa. Mdp pretende una "discontinuità" netta, che significa mettere da parte Renzi a favore di un nuovo candidato unitario a Palazzo Chigi. Giuliano Pisapia, intanto, continua a pensare che dopo il voto sull'Isola il tappo possa saltare per davvero. Ma siccome il rebus diventa di ora in ora più infernale, l'ex sindaco incontra Pietro Grasso e discute della strada più agevole per avviare un progetto comune. La guida sarebbe affidata proprio al Presidente del Senato, che nel frattempo duella ruvidamente con i renziani: "Imputarmi il risultato siciliano mette in chiaro - è una patetica scusa, utile solo ad impedire altre e più approfondite riflessioni".

Per paradosso, insomma, i tentennamenti nel Pd rafforzano il progetto di una sinistra "da Vendola a Pisapia", nonostante la brutta performance sull'Isola. È la linea dello scontro finale sostenuta ormai da mesi da Massimo D'Alema. Toccherà ai bersaniani, già oggi, riunire la direzione nazionale del nuovo soggetto per pianificare le prossime mosse in vista dell'assemblea pubblica in agenda il prossimo 19 novembre, il punto di non ritorno nel progetto di un'alternativa di sinistra.

Soltanto un miracolo, a questo punto, può fermare questa dinamica fratricida. Oppure una levata di scudi generale contro il leader di Rignano. In questo scenario, la "carta Minniti" potrebbe spuntare dal mazzo. Con il passare delle ore, il titolare del
Viminale conquista consensi crescenti nel Pd. Stuzzica la voglia di unità di una fetta rilevante di sinistra. Consolida il feeling con Veltroni. Ed è pronto a far pesare la rete di rapporti istituzionali e internazionali coltivati nell'ultimo ventennio. La sfida è aperta.

© Riproduzione riservata 07 novembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/11/07/news/pd_si_allarga_il_fronte_anti_renzi_assedio_sul_cambio_leader_ora_spunta_la_carta_minniti-180446858/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1


Titolo: Alleanze infide non servono occorre un POLO DEMOCRATICO e UN PROGETTO ...
Inserito da: Arlecchino - Novembre 20, 2017, 06:02:47 pm
Alleanze nel centrosinistra, Prodi: “Lungo colloquio con Renzi”.
Fassino vede Pisapia

Pubblicato il 18/11/2017 - Ultima modifica il 18/11/2017 alle ore 21:35

«Non vi sarà nessuna lista intestata a Romano Prodi o all’Ulivo. La preoccupazione del Presidente Prodi - fa sapere il suo ufficio stampa - è allargare e tenere insieme un campo largo di centro sinistra. Questa è stata la prospettiva e il senso degli incontri che in questi giorni si sono svolti tra il Presidente e Piero Fassino, Giuliano Pisapia e con altri interlocutori del centro sinistra. In questo contesto, prima di partire per gli Stati Uniti, il Presidente ha avuto un lungo e cordiale colloquio con Matteo Renzi». 

Intanto, in un comunicato congiunto, il leader di Campo progressista e l’incaricato del Pd per la verifica delle alleanze scrivono: “Giuliano Pisapia e Piero Fassino hanno avviato un percorso politico e programmatico per una nuova stagione del centrosinistra. L’incontro è stato positivo». 
 
«Consapevoli delle rilevanti difficoltà che si frappongono ad una piena ricostruzione di un rapporto con l’elettorato di centrosinistra, il confronto proseguirà nei prossimi giorni con approfondimenti rigorosi e costruttivi, già a partire dall’iter parlamentare della legge di bilancio», spiegano i due uomini politici.
 
«È stato un incontro molto utile e positivo, è stato l’avvio di un confronto e di un approfondimento. Per me, si è fatto un passo importante e positivo», ha commentato il vicesegretario del Pd, Maurizio Martina.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/18/italia/politica/centrosinistra-allargato-incontro-positivo-tra-pisapia-e-fassino-jBDGsZboxQuFAYigRGqNlN/pagina.html


Titolo: G. Brianza. Politica Industriale l’Italia ha bisogno di una cultura aziendalista
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 03, 2017, 01:50:23 pm
Economia & Lobby

Politica Industriale, l’Italia ha bisogno di una cultura aziendalistica

Di Giuseppe Brianza | 13 gennaio 2016

Ormai sento sul collo il respiro di coloro che vorrebbero arrivare alle conclusioni serie. Mi spiace per loro ma bisogna ancora fare alcuni passi intermedi, altrimenti si rischia di non afferrare una grossa opportunità. E il mio obiettivo non è di raccogliere plausi o condanne, bensì quello di formare un gruppo di persone che capisca quale potenziale beneficio possiamo portare a questo mondo oggi asfittico della manifattura italiana.

A mettere in movimento le situazioni reali ci ha pensato (e continua a pensarci) l’evoluzione tecnologica.
Faccio un esempio che ho personalmente vissuto. Stavo discutendo – ormai molti anni fa – con l’amministratore delegato di una nota casa motociclistica italiana. Stavamo passando in rassegna i reparti produttivi quando un tecnico in camice verde ci raggiunse: doveva sottoporre all’Ad un problema: nella mano destra teneva una manciata di ingranaggi destinati al ‘cambio di velocità’ di un certo modello della casa.

Si poneva un problema: questi ingranaggi non rispondevano alle prescrizioni qualitative imposte dal disegno del progettista, ma erano tanti ed erano già stati prodotti e pronti per andare in ‘cementazione’: che fare, buttarli? Il nostro ad era in serio imbarazzo: ma non tanto perché si poneva una questione di ‘qualità’ del prodotto, quanto perché ero presente io, esterno all’azienda, che avrei potuto essere un pericolo dal punto di vista dell’immagine della società. Ebbe qualche esitazione. Poi, guardandomi negli occhi, quasi a chiedere la mia complicità, mise una mano sulla spalla del tecnico in camice verde e disse: ‘Dai, dai, che siete capaci di impiegarli lo stesso…! ’.
Personalmente non mi stupii: nel mio passato professionale queste cose accadevano quotidianamente in una grande casa automobilistica. Poi, alla fin fine, il cliente finale non si sarebbe accorto di nulla ma intanto si salvavano produzioni che sarebbero state da scartare.

A rompere le uova nel paniere arrivarono negli anni settanta pesantissimi i giapponesi, con il loro ‘just-in-time’, il ‘kanban’, la ‘total quality’, ecc. ecc. Nelle nostre aziende accadde di tutto, ma per accettare queste nuove regole le nostre maestranze ci misero una trentina d’anni, durante i quali la ‘quality’ dei nostri prodotti Oem subì colpi impressionanti. I sindacati non capirono la durezza dell’evoluzione che il mercato globale stava imponendo, questo problema fu affrontato con lotte e scontri dal carattere ‘reattivo’ e non ‘propulsivo’ per un numero di anni nei quali l’immagine della nostra ‘quality’ nel mondo tese al forte ribasso. E perdemmo molti mercati.

Anche noi italiani cominciammo a percepire una sensibile differenza qualitativa fra le nostre automobili e quelle tedesche o giapponesi o coreane. La differenza era palpabile: tutto il mondo manifatturiero però stava percorrendo una curva d’esperienza molto importante: si capì che il subfornitore, per capirci le aziende Ssm, non erano così intercambiabili. Ricordo la saggezza meneghina del mio nonno paterno (che nel 1906 aveva messo in piedi una ‘fabbrichetta’) quando diceva: ‘un buon fornitore costruisce metà del successo di bilancio…’.
A poco a poco, nel mondo dei rapporti fra Ssm e Oem si venne a formare una ‘segregazione’ silenziosa, quasi naturale: una sorta di ‘fascia A’ (non identificata da nulla se non da una immagine qualificata) e una sorta di ‘fascia B’ (le Ssm a immagine minore). Dimentichiamo le conseguenze sui ‘prezzi’ dei prodotti, ma venne a verificarsi un fenomeno ancora da molti non colto nella sua grandissima importanza: i legami fra le aziende-buyer e le Pmi di ‘fascia A’ si sono intensificati e la vera motivazione di questo fenomeno (avvenuto a danno dei legami fra le medesime aziende-buyer e le PMI di ‘fascia B’) è costituita dal fatto che un qualsivoglia ‘buyer’ rischia la carriera se il fornitore non mantiene i propri impegni e la ‘catena produttiva’ rischia il blocco. A volte una Pmi di ‘fascia B’ non riesce a entrare neppure forzando a dismisura il ‘prezzo d’offerta’: anzi, così facendo, provoca una crescente diffidenza da parte di molti buyers.

Come cerco di spiegare, questo fenomeno ha carattere spontaneo e non si tratta di un fenomeno che caratterizza solo le nostre Pmi: a poco a poco, diffondendosi questa realtà economica, si sono formati dei ‘gruppi’ di aziende, di varia conformazione, non legate da patti speciali, che hanno dato vita alla cosiddetta ‘impresa olonica’: fu uno studioso ungherese che ne parlò e che definì il termine ‘olonico’, da holos (tutto) e on (parte) per identificare la combinazione di un sistema con le sue parti. E’ un fenomeno mobile, spontaneo, ma assolutamente esistente e operante e, oltretutto, crescente nella sua applicazione, ancorché spesso inconsapevole.

Nonostante la sua silenziosità, il suo esistere silenzioso, si tratta di un fenomeno epocale e il nostro ‘sistema manifatturiero’, nel suo vivere affannoso, non l’ha ancora – salvo pochi – colto. Un sistema di imprese-oloni forma una unica impresa, definita appunto impresa virtuale perché non corrisponde a un’impresa reale.

Fantasia? Sogno? Per nulla: è una realtà che ha anche in Italia degli esempi e dei successi clamorosi. Ne parleremo più a fondo.
Certamente per molti queste affermazioni sono un po’ come l’arabo per i latini: ma questo scenario fa ormai parte della realtà industriale internazionale. Sì, internazionale, perché oltretutto questa nuova realtà industriale non conosce confini politici o geografici.

L’argomento è davvero grosso e, soprattutto, importante: perché genera conseguenze enormi sui ‘costi’, sulle curve d’esperienza tecnologiche, sulla capacità finanziarie. E’ un fenomeno che genera ‘cultura’, e Dio solo sa quanto le nostre Pmi abbiano bisogno di questo straordinario ingrediente, multiforme e trascinante: la ’cultura’ aziendalistica (tecnica, di marketing, finanziaria).

Di Giuseppe Brianza | 13 gennaio 2016

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/13/politica-industriale-litalia-ha-bisogno-di-una-cultura-aziendalistica/2368027/


Titolo: Pd, Renzi: 'Stop discussioni su dopo, ora casa per casa'
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 19, 2018, 12:00:25 pm
Pd, Renzi: 'Stop discussioni su dopo, ora casa per casa'

'Ogni ragionamento sul dopo si fa dopo. Il messaggio al Pd è basta discussioni e polemiche, ora a testa alta in campagna elettorale', ha detto Renzi alla direzione del Pd

Redazione ANSA

ROMA 17 gennaio 2018 23:40

Il segretario del Pd Matteo Renzi e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni al Nazareno dove la direzione nazionale del partito si è aperta con un pensiero - affidato a Barbara Pollastrini - per le famiglie delle vittime dell'incidente sul lavoro a Milano.

Le deroghe al limite dei tre mandati parlamentari, previste dallo statuto del Pd, saranno decise nella Direzione del 26 dicembre, che approverà le liste elettorali. Lo prevede il Regolamento delle candidature approvato dalla Direzione del Pd. Il Regolamento esclude gli eletti uscenti che non sono in regola con il pagamento delle quote al Partito.

"La discussione interna al partito sul dopo propongo di farla dopo le elezioni - ha detto il segretario Pd Matteo Renzi, a quanto si apprende, in direzione-: in questi 46 giorni, si va casa per casa. Ogni ragionamento sul dopo si fa dopo. Il messaggio al Pd è basta discussioni e polemiche, ora a testa alta in campagna elettorale".

"Ho scelto di iniziare con il primo nome per il Parlamento con un uomo che vive in una delle realtà in cui abbiamo fatto più fatica - ha annunciato Renzi - in un'area culturale alla quale siamo orgogliosamente affini e che lavora in prima linea tutti i santi giorni: Paolo Siani è il nostro primo candidato. Già nelle prossime ore annunceremo altre personalità: abbiamo chiesto a una personalità della Cgil, Carla Cantone, e lei ha accettato".

"Da oggi stesso concediamo la deroga per il presidente del Consiglio e per i suoi ministri" per candidarsi alle elezioni. "E' - spiega - una valutazione politica. Il presidente del Consiglio farà il presidente del Consiglio, ma se lui e i ministri saranno in campo, come credo, sarà positivo per rafforzare non solo il lavoro di squadra ma anche un team più credibile degli altri".

Poi a Matrix Matteo Renzi a Matrix dice che i membri del governo "saranno candidati - e sono molto grato a Gentiloni e tutti i ministri - nel senso che saranno in campo, candidandosi in un collegio e in più di una circoscrizione proporzionale. Metteremo in campo la squadra migliore e i candidati migliori. Tutti". "Penso che Gentiloni sarà il migliore del suo collegio. Vale per tutti. Nessuno ha una squadra più forte del Pd", aggiunge.

"Un nostro amministratore comunale è stato arrestato, poi assolto. Si chiama Giosi Ferrandino, era sindaco a Ischia - ha scritto Matteo Renzi nella Enews -. L'indagine su di lui è molto strana ed è passata sui media come 'indagine CPL Concordia'. I protagonisti dell'accusa sono gli stessi dell'indagine su Consip. I metodi, pare, simili". "Scommetto che nei prossimi mesi questa vicenda tornerà clamorosamente fuori. Perché è strana, molto strana. Ne vedremo delle belle, amici. Il tempo è galantuomo, la verità prima o poi arriva".  "A proposito di verità, che piano piano si fa largo. Un nostro amministratore comunale è stato arrestato, tenuto per venti giorni in carcere e per tre mesi agli arresti domiciliari. Poi è stato assolto. Si parlò molto di questa vicenda in passato. E oggi? Oggi sui quotidiani compare soltanto un trafiletto: tanto spazio per le accuse, pochissimo per le assoluzioni", sottolinea Matteo Renzi. "Ribadisco la nostra posizione: il tempo è galantuomo, la verità prima o poi arriva. Ci vuole solo un po' di pazienza. A noi non manca", conclude.

"Mancano 46 giorni alle elezioni generali del 4 marzo - ha scritto ancora il segretario del Pd nella sua Enews -. Le elezioni non sono un concorso di bellezza, ma la scelta tra modelli diversi di Paese. Presentare un programma significa immaginare l'Italia dei prossimi anni, provare a scrivere il futuro dei diritti e dei doveri dei nostri figli, costruire un'idea di lavoro al tempo dell'intelligenza artificiale e della robotica". "Siamo partiti da Torino - aggiunge - con i nostri amministratori e da Milano assieme a Giorgio Gori, Carlo Calenda e Beppe Sala. Per inserire in una cornice seria e coerente le varie proposte, i singoli punti, occorre partire da quale visione noi abbiamo dell'Europa. Per questo sabato 20 gennaio, a Milano, terremo il primo vero incontro di campagna elettorale. E racconteremo cosa pensiamo dell'Europa, del ruolo da protagonista che l'Italia deve avere a Bruxelles, della necessità di avere più democrazia e più buona politica nelle istituzioni comunitarie. Le proposte che in queste ore il Pd sta elaborando partono da qui. Da come l'Italia deve stare in Europa. Poi, a seguire, il programma, i cento punti concreti con i risultati raggiunti e quelli ancora da raggiungere".

Poi sempre nell'Enews torna a criticare i leader M5S e Lega per le posizioni sui vaccini: "I gemelli diversi, Di Maio & Salvini, si lamentano dell'obbligatorietà dei vaccini ignorando che grazie alla loro obbligatorietà aumenta la copertura sanitaria e dunque diminuiscono i rischi per tutti di contrarre malattie gravi".

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Da - http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/01/17/pd-renzi-e-gentiloni-al-nazareno-per-la-direzione_b4d7ff34-f1ac-4163-824b-5e4d45e32aa9.html


Titolo: Pd, spaccatura nella notte: direzione approva le liste, ma minoranza non vota
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 29, 2018, 02:39:51 pm
Pd, spaccatura nella notte: direzione approva le liste, ma minoranza non vota

Direzione congelata fino alle due e trenta in attesa di definire le candidature. Minoranza contesta: "Non siamo noi la causa, non siamo stati consultati".
Poi si astiene dal voto al Nazareno. Renzi: "Esperienza devastante". I collegi: Boschi a Bolzano, Lorenzin a Modena, Bonino a Roma, Padoan a Siena e Minniti a Pesaro. A Parma c'è Lucia Annibali

27 gennaio 2018

ROMA - Le candidature del Pd sono passate senza il voto delle minoranze. Nella lunga notte del Nazareno, le componenti che fanno capo ad Andrea Orlando e Michele Emiliano hanno accettato, dopo qualche esitazione, di entrare e partecipare alla direzione del partito, iniziata alle due trenta, ma il Guardasigilli dal palco ha espresso le sue perplessità sul metodo di scelta che ha portato a condividere le scelte con le minoranze solo - ha affermato - al termine una giornata di fibrillazione ininterrotta: "Non è questione di posti, ma non siamo stati consultati: chiediamo un'ora di tempo per capire come sono stati decisi alcuni nomi", è il senso dell'intervento di Orlando nella riunione a porte chiuse. La richiesta è stata messa ai voti e bocciata. A quel punto il ministro e il governatore pugliese hanno abbandonato la direzione insieme a Gianni Cuperlo e ai loro fedelissimi. E alla fine, quando mancavano pochi minuti alle quattro del mattino, la direzione ha approvato le liste ma senza le minoranze.

· L'ELENCO DELLE CANDIDATURE
A snocciolare la litania dei candidati e dei collegi davanti alla direzione è stato in il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini: Maria Elena Boschi corre nel collegio uninominale di Bolzano alla Camera, Beatrice Lorenzin sarà candidata alla Camera nel collegio di Modena, Valeria Fedeli al Senato nel collegio di Pisa. Il segretario Matteo Renzi sarà candidato, come annunciato, nel collegio uninominale di Firenze al Senato e in due listini plurinominali, in Campania e Umbria. Pier Ferdinando Casini correrà nel collegio uninominale di Bologna per il Senato. In Emilia anche Lucia Annibali all'uninominale Camera a Parma (dove è cittadina onoraria), Dario Franceschini alla Camera a Ferrara, a Reggio Emilia Graziano Delrio (Camera) e a Ferrara Senato Sandra Zampa, mentre Emma Bonino è a Roma per il Senato. Paolo Gentiloni sarà candidato al collegio Roma 1 per la Camera e in due listini proporzionali nelle Marche e in Sicilia. Saranno candidati Cesare Damiano e Barbara Pollastrini, che in un primo momento erano stati esclusi. A Roma 2 correrà Marianna Madia, mentre Matteo Orfini sarà a Torre Angela. Confermata la candidatura di Pier Carlo Padoan a Siena e quella di Marco Minniti a Pesaro. Correrà a Nardò invece Teresa Bellanova. Benedetto Della Vedova sarà candidato al collegio di Prato alla Camera. Beppe Fioroni è in lista a Viterbo al Senato.

Spazio per Riccardo Nencini nel difficile collegio di Arezzo, Gianni Cuperlo a Sassuolo, Gianni Pittella a Potenza. È in lista anche l'ex presidente della Basilicata Vito De Filippo. Torna il costituzionalista Stefano Ceccanti mentre tra le new entry c'è il portavoce di Gentiloni (e già di Renzi), Filippo Sensi. In Campania sarà candidato Giuseppe De Mita, nipote di Ciriaco, ma anche Franco Alfieri, ex sindaco di Agropoli che era finito nella bufera per aver suggerito di offrire "fritture" per la campagna elettorale per il referendum.

Tra gli esclusi, Giusi Nicolini, ex sindaco di Lampedusa ed emblema dell'accoglienza ai migranti, e Sergio Lo Giudice, già presidente nazionale dell'Arcigay. Resta fuori anche il coordinatore di Dem Andrea Martella.

· RENZI: "L'ESPERIENZA PIU' DEVASTANTE"
Quando Matteo Renzi è salito sul palco per avviare, dopo 4 ore di rinvii, i lavori della direzione, era ormai notte fonda: "Il passaggio della composizione delle liste è sempre difficile - ha detto - La legge elettorale ha degli effetti positivi, ma la decisione delle liste è un meccanismo veramente complicato. Dopo 48 ore di lavoro o più dico che altri sistemi elettorali permettevano scelte più semplici. Tuttavia è un lavoro che abbiamo fatto con grande responsabilità". Ma ammette: "Questa è una delle esperienze peggiori, una delle esperienze più devastanti dal punto di vista personale. Abbiamo ricevuto dei no, alcuni mi hanno fatto male: persone - ha aggiunto - con cui abbiamo fatto anche un pezzo di strada insieme".

· LE TRATTATIVE NOTTURNE
La lunga notte del Nazareno si è consumata con l'inchiostro che riempie le caselle delle liste elettorali. A oltranza, nome su nome, un collegio dopo l'altro. La mezzanotte era passata da circa un quarto d'ora quando Matteo Renzi si è affacciato per dire che la riunione della direzione convocata per le 22 e 30 subito congelata, doveva slittare ancora. E ha ammesso che il braccio di ferro lascerà qualche traccia: "La liste non troveranno la completa condivisione - ha detto -, ma è giusto che una assemblea democratica possa dare la propria valutazione". Chiede ancora tempo: "Stiamo lavorando con i segretari regionali. Chiediamo scusa per il disguido, ci aggiorniamo tra mezz'ora massimo un'ora".

Nemmeno per idea: due ore dopo, ancora si lavorava di inchiostro. Ma intanto la tensione saliva. La minoranza ha precisato: "Nessun rallentamento è imputabile a noi e vorremmo solo favorire uno svolgimento ordinato e unitario per un lavoro dal quale dipende in buona misura il successo del Pd e della coalizione". La dichiarazione viene sottoscritta in forma congiunta da Andrea Orlando, Gianni Cuperlo e Michele Emiliano. "Dopo ore di attesa e una successione di rinvii sull'inizio della direzione, non abbiamo ricevuto alcun elenco e, da diverse ore, informazioni in merito alla proposta che verrà sottoposta al vaglio della direzione. Con tutta la buona volontà che crediamo sia necessaria in un passaggio così importante e delicato è necessario consentire a tutto il partito e alle sue diverse componenti una valutazione serena di una proposta che la lunga gestazione conferma nella sua complessità".

· LO STRAPPO DELLA MINORANZA
Alle due e un quarto la minoranza si è riunita. E' trapelata voce che si volesse disertare per protesta la direzione. Ma alla fine, appena prima che Matteo Renzi iniziasse a parlare dal palco, si è deciso di entrare. Ma alla fine lo strappo è stato soltanto rimandato e si è consumato un'ora e mezza dopo, al termine di 48 ore di un tour de force per i nomi e i collegi che ha scandito tutta la giornata di ieri, dopo che tra giovedì e venerdì si era vissuta un'altra nottata di trattative, poi interrotte attorno alle 4. La tensione ha fatto slittare a lunedì persino la presentazione della candidatura di Maria Elena Boschi a Bolzano, dove la sottosegretaria era attesa nel pomeriggio di ieri.

© Riproduzione riservata 27 gennaio 2018

Da - http://www.repubblica.it/politica/2018/01/27/news/pd_trattativa_a_oltranza_nella_notte_per_le_liste_renzi_non_ci_sara_condivisione_totale_-187372869/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1



Titolo: Il PD ha tenuto al suo interno la "serpe in seno" della sinistraSinistra, che...
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 16, 2018, 12:20:38 pm
L'accanimento degli avversari (per fortuna di scarso valore) contro Renzi e il PD finirà per danneggiare tutto il CentroSinistra.

Se continuiamo a rispondere a questi loro attacchi con metodi (e parole) consueti non se ne otterrà molto di buono. Solo parlando del futuro del CentroSinistra "tutto" si otterrà credibilità crescente.
 
Il PD ha tenuto al suo interno la "serpe in seno" della sinistraSinistra, che danni enormi ha creato al Governo degli Italiani, adesso che si è fatto ordine il CentroSinistra dica cosa farà nel prossimo governo lasciando perdere le polemiche da oratorio chiuso che alimentano solo malessere negli INDECISI.

ggiannig

da Fb del 14 febbraio 2018


Titolo: ROBERTO PEROTTI Le privatizzazioni sono irrealistiche
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 16, 2018, 12:30:57 pm
Il programma del Partito Democratico: il conto da pagare è di 56 miliardi
Sotto la lente, le elezioni e l’economia
1 Maggiori uscite per circa 40 miliardi, la più corposa è lo scorporo dal deficit di spese “mirate”.
Ridurre il cuneo contributivo porta minori entrate per 12 miliardi.
Le privatizzazioni sono irrealistiche

Di ROBERTO PEROTTI
12 Febbraio 2018

Questo è il primo di una serie di articoli a cura del professor Roberto Perotti che quantificano i costi dei programmi delle maggiori forze politiche. Maggiori dettagli su ogni voce appaiono nella versione più ampia di questo articolo sul sito. Le fonti sono il Programma breve in 100 punti e il Programma lungo, entrambi sul sito web del Pd.

QUANTO costa il programma elettorale del Pd? La somma dei costi è di almeno 56,4 miliardi (oltre il 3 percento del Pil), di cui 39,7 miliardi di maggiori spese e 16,7 miliardi di minori tasse. A questa cifra bisogna però aggiungere svariati ma imprecisati miliardi da ben trenta voci di maggiori spese e cinque voci di minori entrate, la cui quantificazione è impossibile in assenza di dettagli. Inoltre, il programma del PD non indica coperture. Di seguito commento brevemente le maggiori proposte, in particolare quelle di cui ho stimato personalmente i costi in assenza di indicazioni nel programma, divise tra maggiori spese e minori entrate. La voce principale è un piano di aiuti alle famiglie, 240 euro di detrazione Irpef mensile per i figli a carico fino a 18 anni e 80 euro per i figli fino a 26 anni, che raggiunge anche gli autonomi e gli incapienti, ad un costo stimato dal Pd di 9 miliardi.


Il programma del Pd prevede poi almeno 150 ore di formazione durante la vita di ogni lavoratore: la mia stima è di un costo annuo di 2 miliardi. Per quanto riguarda il reddito di inclusione, con la legge di Bilancio 2018 vengono stanziati 2,75 miliardi dal 2020; la mia stima del costo del raddoppio è dunque di 2,75 miliardi. Il PD propone l’innalzamento del livello di contribuzione alla cooperazione allo 0,3% del Pil.  Oggi per gli aiuti pubblici allo sviluppo l’Italia spende 3,1 miliardi. Per arrivare allo 0,3 percento del Pil, 5,3 miliardi, stimo quindi un costo di 2,2 miliardi. Il “ritorno a Maastricht” significa lo scorporo dal calcolo del deficit entro il tetto del 3% del Pil di spese “mirate e chiaramente identificabili”.  Questa misura va letta insieme alla prossima, l’ “emissione di Eurobond per finanziare progetti su capitale umano, ricerca e infrastrutture, fino al 5% del Pil dell’Eurozona”. La quota dell’Italia sarebbe il 5 percento del Pil italiano; sull’arco della legislatura, significa l’1 percento l’anno, cioè 18 miliardi.

Tra le minori entrate, la voce maggiore è la riduzione del cuneo contributivo dal 33 al 29 percento per lavori a tempo indeterminato, di un punto percentuale all’anno per quattro anni. La mia stima è di almeno 12 miliardi. Le altre due maggiori misure di riduzioni di entrate sono la riduzione dell’aliquota IRES dal 24 al 22 percento (2,8 miliardi), e l’estensione alle partite IVA del bonus 80 euro (1,9 miliardi).
Il programma del Pd non identifica coperture, eccetto per il punto 95 del Programma breve:  “Recuperare un punto di Pil nell’arco della prossima legislatura attraverso la digitalizzazione della PA”, su cui non vengono forniti ulteriori dettagli. Il Programma lungo enuncia però un ambizioso obiettivo di riduzione del debito: “ridurre gradualmente ma stabilmente il rapporto tra debito pubblico e Pil al valore del 100% entro i prossimi 10 anni”. Per raggiungerlo, basterebbe la “crescita attuale” anche in presenza di “politiche fiscali moderatamente espansive”. Questa affermazione è fattualmente scorretta. Attualmente il costo medio del debito è il 3,1 percento, la crescita nominale del Pil il 2 percento, l’avanzo primario l’1,7 percento del Pil, e il rapporto debito pubblico / Pil il 130 percento. È facile verificare che con questi numeri il rapporto debito pubblico / Pil rimarrebbe praticamente stabile. Con una politica fiscale “moderatamente espansiva”, diciamo un avanzo primario dell’1 percento del Pil invece dell’1,7 percento attuale, il rapporto aumenterebbe. È vero che l’inflazione probabilmente aumenterà, e con essa il tasso di crescita del Pil nominale, ma anche il tasso di interesse probabilmente aumenterà.

In un articolo per il Foglio del 14 gennaio 2018, Luigi Marattin enuncia uno strumento per contribuire a raggiungere l’obiettivo di riduzione del debito: un programma di dismissioni tra i 36 e 72 miliardi in un decennio, cioè tra 4 tra 7 miliardi l’anno. Questo è un obiettivo estremamente ambizioso (negli ultimi tre anni le dismissioni immobiliari sono state 700 milioni, circa lo 0,05 percento del Pil), soprattutto in mancanza della benché minima indicazione su come ottenerlo – e le dismissioni non si improvvisano, richiedono anni. A meno che non si voglia usare un veicolo come il progetto Capricorn della Cassa Depositi e Prestiti – di cui ha parlato Matteo Renzi in una sua intervista ieri al Sole 24 Ore – che è formalmente fuori dal perimetro delle Amministrazioni Pubbliche ma è di fatto pubblico a tutti gli effetti. Una privatizzazione solamente di facciata. In ogni caso, anche se avesse successo, questo programma di dismissioni ridurrebbe il rapporto debito / Pil di circa 4 punti percentuali al massimo.

(1 - continua)
roberto.perotti@unibocconi.it
 
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Titolo: Gentiloni con Prodi: “Gli slogan dell’Ulivo sono ancora il tessuto del ...
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 18, 2018, 05:45:38 pm
Gentiloni con Prodi: “Gli slogan dell’Ulivo sono ancora il tessuto del centrosinistra”

Il presidente del Consiglio: «I distacchi dei sondaggi sono colmabili»

Pubblicato il 17/02/2018 - Ultima modifica il 17/02/2018 alle ore 13:45

«Noi siamo nati come Ulivo sotto leadership di Romano Prodi, per andare al governo. Quella resta la nostra ispirazione, il nostro impegno, anche dopo vent’anni. Quegli slogan che ogni tanto venivano da un professore di Sassari (Arturo Parisi, ndr), “uniti per unire”, se li andate a riguardare sono tuttora il tessuto della coalizione del centrosinistra a guida Pd che oggi si presenta alle elezioni». Lo ha detto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, intervenendo ad un incontro elettorale di “Insieme”.

«Abbiamo semplicemente fatto, non da ieri - ha detto ancora Gentiloni - una scelta per una sinistra e per un centrosinistra di governo. Questo siamo. Noi non ci accontentiamo per così dire delle nostre biografie, sappiamo che il mondo è complicato e che esercitare l’azione di governo è una sfida per Italia e resto del mondo. Ma l’alternativa di metterci in pace con le nostre biografie non ci convince».

 “I distacchi dei sondaggi sono colmabili” 
Nella corsa elettorale, rispetto alla coalizione avversaria, «c’e un distacco di sei-sette punti, non esistono distacchi incolmabili. Le cose possono cambiare se lavoriamo con grande impegno per un centrosinistra che risolva problemi del Paese» ha proseguito. «Sono convinto - ha concluso - che nella prossima legislatura l’unico pilastro stabile sia quello del centrosinistra, tutti devono dare il proprio contributo».

“Prodi è leader che può dare ispirazione” 
«La partecipazione mia e di Romano a questa iniziativa di Insieme credo che sia molto importante» ha aggiunto. «Abbiamo vinto due volte con Romano - ha proseguito Gentiloni nel suo intervento -, non sempre riusciamo a vincere. Negli ultimi anni di Prodi mi ha sempre colpito per questa sua straordinaria capacità di tenere insieme radici del territorio e una visione globale». «Al di là» dei ricordi «delle bella stagione - ha concluso il premier - Prodi è un leader che può dare a tutti noi ispirazione». 

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Da - http://www.lastampa.it/2018/02/17/italia/speciali/elezioni/2018/politiche/gentiloni-con-prodi-gli-slogan-dellulivo-sono-ancora-il-tessuto-del-centrosinistra-LZZ6rlw8RLexAjkWQOJvDP/pagina.html


Titolo: ggiannig. Nuovo PD ok. Ma solo dopo una buona doccia, per togliere lo sporco...
Inserito da: Arlecchino - Marzo 09, 2018, 05:10:02 pm
Nuovo PD ok.

Ma solo dopo una buona doccia, per togliere lo sporco visibile e quello ancora celato, da regalare agli avversari.
Solo uno shampoo alla testa non basta.

Altro quesito: nuovo PD con il rientro dei "guastatori" della sinistra-Sinistra?
Infine: nuovo PD per formare un grande CentroSinistra o per chiudersi in "casa"?


Prima riflettere poi, se volete, rispondere. Grazie.   
ggiannig


Titolo: Berlinguer: Cari dem ora è tempo di opposizione. Intervista a Luigi Berlinguer.
Inserito da: Arlecchino - Marzo 09, 2018, 05:12:03 pm
Berlinguer: “Cari dem ora è tempo di opposizione”
Intervista a Luigi Berlinguer di Silvia Merlo – Il Dubbio

Pubblicato il 7 marzo 2018 in Politiche 2018
Luigi Berlinguer PD opposizione
© Imagoeconomica

Il Pd ha perso perché non è riuscito a mobilitare la base, facendo prevalere la pur importante funzione di governo sulla politica». Luigi Berlinguer, storico dirigente del Partito comunista e tra i padri nobili del Pd, vede una sola via contro l’inabissamento della sinistra riformista: «Non risolviamo la critica di ciò che è successo incentrandola su una sola persona, anche se le dimissioni di Renzi sono necessarie», «ricostruiamo il partito» e «ritroviamo il legame tra base e vertici». E, per il futuro governo, ragiona: «Ora è tempo di opposizione. L’interesse del proprio partito deve essere subordinato a quello del Paese, ma questo interesse si tutela anche svolgendo così».

L’errore del Partito Democratico è stato quello di non essere riuscito a mobilitare la sua base, perché «la sua funzione di governo ha prevalso sulla Politica con la p maiuscola». Per Luigi Berlinguer, storico dirigente del Partito comunista e tra i padri nobili del Pd, la sconfitta elettorale del centrosinistra assomiglia ad una svolta storica: «Sembrerebbe che la sinistra non eserciti più quella grande forza di attrattiva che ha avuto in altre stagioni».
 
La domanda che si pongono tutti gli elettori dem è il perché di questo tracollo. Lei che risposta si è dato?
«Partiamo da un dato: l’aumento dell’affluenza alle urne ha indicato positivamente una maggiore volontà di esprimersi da parte dell’elettorato, nel quale non ha prevalso il desiderio di abdicare alla sua funzione, come invece è successo nelle passate elezioni. Il secondo elemento, collegato a questo ma ben più rilevante, è che si è trattato prevalentemente di un voto di opposizione. Attenzione: non solo di opposizione politica, ma di forte insoddisfazione per la società in cui viviamo».
 
E quindi di insoddisfazione rispetto al governo uscente?
«Questo è un altro elemento: il successo delle misure di rafforzamento dei diritti realizzate dalla gestione governativa del Pd non ha pesato positivamente nelle elezioni. E innegabile che si siano conquistati alcuni diritti mai riusciti ad ottenere prima, ma questo bagaglio di successi non ha orientato l’elettorato e anzi ha penalizzato il partito che li aveva realizzati. Eppure questo voto di opposizione è una contraddizione solo apparente: si tratta di una critica generale al modo stesso di essere della nostra società, come già avvenuto negli ultimi anni e mesi anche in Europa e in America».
 
Siamo davanti a una crisi della sinistra di governo?
«La sinistra europea è stata investita in questi tempi da una critica radicale. Bisogna guardare lontano e dire le cose fino in fondo: sembriamo essere nel cuore di una svolta storica, che mostra come il bagaglio teorico-politico e di prassi delle azioni della sinistra sia invecchiato. Sembrerebbe che la sinistra non eserciti più quella grande forza di attrazione che ha avuto in altre stagioni. “Dico più”, forse perentoriamente, ma temo che questa insoddisfazione possa essere irreversibile se la sinistra non rivede se stessa, in Italia e in Europa».
 
Insomma, la sinistra finisce in soffitta?
«No, ma attenzione: ad essere in crisi non è la premessa culturale del socialismo, anzi. L’equità, la giustizia sociale, la liberazione umana, la dignità della persona risultano, invece, sempre più requisiti impellenti, che stanno prepotentemente al centro della scena politica e sociale con bruciante attualità. Ad andare in crisi è invece il modello di società e di Stato, il rapporto tra le classi sociali e persino una parte dell’armamentario lessicale della sinistra. In sintesi, sopravvive l’idealità e invecchia l’ideologia. Questo si rispecchia in un voto che, animato da una forte spinta di opposizione e di insoddisfazione sociale, in Italia ha premiato un’altra forza politica che non si capisce bene cosa sia, ma saldamente impiantata sul rifiuto, che grida “no” a tutto».
 
In una parola, si potrebbe definire i vincitori di queste elezioni Lega e Movimento 5 Stelle come forze populiste?
«Ho timore che il ricorso a questo termine dica troppo poco. Il rischio nella loro vittoria è quello di scaricare la spinta progressista di opposizione sociale in una soluzione politica che è vicina al nulla. Si tratta, infatti, di forze che non hanno ancora e non so nemmeno se l’avranno un’adeguata strumentazione degli atti e degli indirizzi politici necessari a trasformare la spinta del “no” nella costruzione di una diversità sociale. Ecco la contraddizione: una spinta naturalmente progressista come quella contro lo status quo, che però si orienta al “no” tout court e quindi al nulla».
 
Torniamo allora al Pd, che errori ha commesso?
«Negli ultimi tempi e anche in questa campagna elettorale, la funzione di governo pur importantissima ha tuttavia prevalso rispetto alla Politica con la p maiuscola. Una sinistra di governo, infatti, ha di fronte a sé un compiuto assai arduo: conciliare la fattività riformista e quindi la costruzione di risultati, con la capacità di restare sinistra e quindi di collegarsi alla propria base e di essere capace di mobilitarla continuamente per il cambiamento. Alla sinistra occorrono sempre entrambe le componenti, il pragmatismo riformista e la permanente capacità di mobilitazione e di lotta. Questa seconda, invece, è apparsa molto debole».
 
Concretamente, che cosa è mancato?
«Abbiamo pagato gravemente la quasi scomparsa del partito, in quanto organizzazione e casa permanente della sinistra, sede di continua elaborazione, di partecipazione e persino di lotta. Senza un partito riformista ben organizzato e con alti tassi di partecipazione dei militanti non esiste riformismo possibile, perché non si può riformare solo con gli annunci e i messaggi mediatici, servono i fatti. Contemporaneamente, i soggetti del cambiamento devono partecipare attivamente a questo processo e non possono sentire estranea l’azione dei propri vertici politici. Il cambiamento deve conservare tutta la forza d’urto dell’azione sociale, attraverso la partecipazione».
 
Un partito che è stato troppo “liquido”, quindi?
«Troppo liquido, quasi aeriforme. C’è stata insensibilità politica ma soprattutto culturale rispetto a che cosa sia un partito e a quanto esso sia indispensabile per la vita della democrazia e necessario per radicare convinzione e adesione dei progressisti. Il partito non è un optional secondario e non serve essere leninisti per capirlo; basta essere oggi, hic et nunc, progressisti e riformisti, che oggi sembrerebbe coincidere con una nuova accezione del termine “rivoluzionari”».
 
Ha apprezzato allora la decisione di Matteo Renzi di dimettersi da segretario del partito?
«Rispetto la decisione di Renzi di collegare il clamoroso insuccesso elettorale con l’assetto del partito. In questo caso le dimissioni o sono immediate o cosa sono? Rispetto anche se questo è stato il senso del suo scegliere di convocare il congresso dopo le consultazioni che prima di tutto viene l’interesse del Paese a sistemare la questione drammaticamente urgente del decollo del nuovo Parlamento e di avere un governo. Bisogna, tuttavia, evitare che tutto questo appaia come un rinvio del congresso e delle sue dimissioni».
 
Anche per questo il Pd è in ebollizione e Renzi è il grande imputato, oltre che della sconfitta, anche della poca salute del partito.
«Renzi segretario e netta sconfitta del partito: l’equazione è automatica. Teniamo comunque alta l’ambizione politico-culturale di questo dibattito ed evitiamo di risolvere la critica solo incentrandola su una sola persona. Non facciamo sconti a nessuno ma conserviamo in questo momento uno spirito costruttivo: richiamiamo tutti alle proprie responsabilità, nell’intento di determinare un movimento di tutti e con tutti per allargare e non restringere la partecipazione, per approfondire e non sorvolare sulle questioni teoriche di fondo, per individuare con coraggio intellettuale oltre che politico le vie di uscita da una crisi ormai storica, come pure da un insuccesso così bruciante».
 
Lei crede che così si esorcizzi quello che prima ha definito “il rischio che la forza attrattiva della sinistra si sia esaurita”?
«Io ho visto in tutti i nostri circoli lo sconcerto, il dolore, la sofferenza per questo insuccesso. L’ho visto negli occhi di tutti quegli attivisti che si sono mossi con la consueta generosità, soprattutto nelle ultime settimane della campagna elettorale. Ho assistito ad episodi di azioni e di abnegazione che sono il cuore della militanza politica. Non deludiamo questo potenziale, che c’è e che possiamo ricaricare creando idee nuove di giustizia sociale e di strategia progressista. Molto dipenderà da come sarà organizzato fattivamente e positivamente il dibattito e da come il partito vivrà questo difficilissimo momento istituzionale della Repubblica».
 
Il suo è un appello all’unità?
«È un appello al popolo del Pd. Un richiamo a cambiare risolutamente il vuoto di interesse per il partito e per la sua vitalità di questi ultimi tempi. Senza turbare lo svolgimento delle irrinviabili misure di assestamento istituzionale, deve però essere chiaro che una sconfitta di queste dimensioni -specialmente se è vero che essa risiede anche in una ormai inadeguatezza storica, teorica e strategica degli stessi fondamenti ideali della sinistra richiede un’operazione politico-culturale radicale. Non bastano l’autocritica politica e persino il rilancio della forma organizzata del partito: esse devono anche essere accompagnate da un largo dibattito. Dobbiamo far crescere la consapevolezza che i cambiamenti dovranno essere profondi e che bisogna ricominciare a pensare teoricamente a che cosa sia, oggi, una vera sinistra».
 
A proposito del fronte istituzionale, Renzi ha collocato il Pd all’opposizione, come promesso in campagna elettorale nel caso di una sconfitta, ma in molti chiedono di ragionare su un’apertura ai 5 Stelle, nell’ottica di responsabilità istituzionale. Lei come si colloca?
«Ora è tempo di opposizione. È successo talvolta, nella nostra storia, che potesse insorgere un ipotetico conflitto tra la volontà di sostenere e rilanciare il partito e l’interesse generale dello Stato. Chi non fa l’interesse del proprio partito è un cattivo politico e un cattivo militante, chi non fa l’interesse del proprio Paese è un cattivo cittadino. Tenderei a dire che in una tale ipotesi di conflitto, che tuttavia non so quanto sia attuale, anzitutto viene l’interesse del Paese. Questo interesse, però, si tutela assumendosi compiti di sostegno al governo, ma lo si può fare altrettanto svolgendo una energica e positiva azione di opposizione. Il Paese ha bisogno di un buon governo ma anche di una efficace opposizione. La scelta è spinosa, ma in nessuno dei due casi la soluzione può essere un rifugio in cui collocarsi solo nell’interesse del proprio partito».

Non teme, nel caso di un appoggio al futuro governo, di mettere in crisi ciò che è rimasto dell’elettorato del Pd?
«Io credo che se sapremo sostenere efficacemente, anche di fronte a un certo nullismo presente in altri partiti, una concreta azione politica che assicuri una gestione istituzionale in favore dell’Italia, questo potrà giovare al Pd e al suo rilancio politico».

Da - https://www.partitodemocratico.it/politiche-2018/berlinguer-cari-dem-ora-tempo-opposizione/


Titolo: CARLO BERTINI Il Pd rinuncia alle primarie. Leader scelto dalle correnti
Inserito da: Arlecchino - Marzo 10, 2018, 05:58:11 pm

Il Pd rinuncia alle primarie. Leader scelto dalle correnti
Segretario eletto in assemblea: in pole Delrio, Zingaretti in pista nel 2019.
I dem temono le sirene di un governo guidato dal leghista Giorgetti con Fi
Carlo Calenda «Non mi candido perché sarei un buffone», ha detto. Forse di qui a un anno o due potrebbe maturare un desiderio che allo stato non si vede. Anche perché pare che da Statuto un nuovo iscritto non possa candidarsi leader

Pubblicato il 10/03/2018

CARLO BERTINI
ROMA

Il campo martoriato del Pd consiglia a tutti i contendenti di cercare una tregua se pur armata. Per questo da ogni parte si presti orecchio, il refrain è sempre lo stesso: meglio evitare le primarie in questa fase. Lo ammettono perfino i renziani, che - pur divisi al loro interno - si stanno rassegnando a questo epilogo che trova d’accordo tutti: da Franceschini a Fassino, da Orlando a Zanda e via dicendo. Rinviando in sostanza al 2019 la contesa. E, per arrivarci, si sta disegnando un percorso. Che vede Maurizio Martina nel ruolo di traghettatore, il tempo per convocare l’assemblea nazionale una volta scavallata l’elezione dei presidenti delle Camere.

Superato questo scoglio, designare all’unanimità, senza candidature contrapposte, un segretario vero: come lo fu Franceschini dopo Veltroni ed Epifani dopo Bersani. Una figura che conduca il partito fuori dalle secche. Fino a quando? Qui le strade divergono: alcuni vorrebbero fino al 2021, scadenza naturale da statuto. Altri fino al 2019, in coincidenza con le europee e magari con un voto anticipato. E chi potrebbe essere questa figura? Il nome più gettonato da varie parti è quello di Graziano Delrio. Anche Renzi - che lunedì sarà in Direzione senza aver alcuna voglia di mollare la presa sul partito - nella sua rosa di favoriti annovera lui al primo posto, seguito da Sergio Chiamparino e in terza battuta da Matteo Richetti. Pure se il ministro dei Trasporti non ha lesinato critiche, Renzi lo considera sempre uno dei suoi.

«È un personaggio di peso e in questa situazione serve qualcuno con una certa statura», dicono i fiorentini. Anche sull’altra sponda, quella degli anti-renziani, Delrio è molto ben visto. Se non altro, perché designare lui consentirebbe di non andare alla “conta”, evitando così uno scontro fratricida. 

Dalle parti di Orlando la pensano in modo un filo diverso, puntando su Martina reggente e Zingaretti segretario. «Non sentiamo il bisogno di tornare alla contrapposizione dei gazebo - dice Cesare Damiano - ma di un partito che consulta gli iscritti. Superando la transizione con la designazione unitaria di un segretario». Ma le vie per la tregua sono tante. 

Lo stesso Zingaretti non amerebbe correre senza le primarie e anche per lui, fresco di elezione a governatore, il 2019 o 2021 potrebbero andar bene. Stesso dicasi forse per un neo-iscritto di peso come

Carlo Calenda. Che non avendo alcuna intenzione di scendere in campo oggi, «non mi candido perché sarei un buffone», forse di qui a un anno-due potrebbe maturare un desiderio che allo stato non si vede. Anche perché pare che da Statuto un nuovo iscritto non possa candidarsi leader. Ma su questa voglia di sedare e sopire, o di rigenerare il partito, incombe una spada di Damocle: l’arrivo - di cui si vocifera tra i renziani - di un’offerta del centrodestra per un appoggio esterno del Pd ad un governo guidato da un fedelissimo di Salvini, Giancarlo Giorgetti.

Numero due di fatto del Carroccio, deputato di lungo corso, già presidente di commissioni economiche, cattolico e da sempre in buoni rapporti con i Dem. In quel caso il Pd si spaccherebbe di nuovo: gli orlandiani, ma anche molti renziani, non vogliono finire nelle braccia della Lega. Ma non si sa se gli altri big e il corpaccione dei peones resisterebbero ai richiami di Mattarella. Specie di fronte alla minaccia di un altro voto anticipato a stretto giro, con il rischio di finire nel baratro. 

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Da - http://www.lastampa.it/2018/03/10/italia/politica/il-pd-rinuncia-alle-primarie-leader-scelto-dalle-correnti-MGuIwytrDODqUuMwvO5jRL/pagina.html


Titolo: Anna Finocchiaro. Sicura che "quel" lavoro spetti a voi?
Inserito da: Arlecchino - Marzo 10, 2018, 06:08:52 pm
Rispondere alla solitudine degli elettori per recuperare i nostri voti andati ai 5 stelle

 09/03/2018 16:29 | Aggiornato 6 ore fa

Anna Finocchiaro Ministro per i Rapporti con il Parlamento

Non vedo altra strada che quella di una riflessione collettiva e plurale per reagire a una sconfitta elettorale che non ha eguali nella storia repubblicana né per il PD, né per i partiti della sinistra dalla cui tradizione proviene.

Provo ad indicare solo alcune delle questioni su cui aprire questa riflessione, e dico subito che ritengo che nel nostro lavoro di analisi sarebbe bene giovarsi non solo degli strumenti tradizionali della politica, ma anche di saperi altri, non consueti, ma per questo e per rendere sempre più partecipato questo lavoro, grandemente utili.

Parto da una considerazione condivisa, ma a mio avviso non compiutamente esplorata, che è quella che generalmente evoca le grandi trasformazioni che investono la nostra società contemporanea e che mettono in difficoltà i partiti nel loro ruolo di rappresentanza e trasmissione di volontà popolare all'interno delle sedi istituzionali decidenti, come riconosciuto dall'articolo 49 della Costituzione.

Sulla crisi del modello tradizionale di partito, e del modello dei partiti di massa nella nostra esperienza nazionale, si è molto scritto.

La riflessione che pure dentro al PD, sin dall'atto della sua costituzione e già al tempo del passaggio dal PCI al PDS, è stata avviata e ha provato alcune sperimentazioni, ma non ha prodotto risultati assestati e soddisfacenti. Ora, a me pare che, al di là di ogni pur presente deviazione di stampo leaderistico, il problema nudo e crudo sia che i partiti politici non riescono ad essere più luogo effettivo e riconosciuto di rappresentanza.

Rappresentanza di soggetti, di categorie, di interessi, di territori, di bisogni, di desideri, di scelte valoriali, di prospettiva politica.

Questa difficoltà, che oggi misuriamo sulla incerta definizione della "identità politica" del Partito Democratico, non è un fatto accidentale. È frutto – lo dicevo prima – di una così profonda trasformazione sociale da rendere davvero complessa ogni operazione di rappresentanza politica in senso classico.

A guardare oggi la società italiana è assai difficile ritrovare quel tratto unificante che, ad esempio, tradizionalmente aveva fatto del più grande partito della sinistra il partito del lavoro.

Quale lavoro? Il lavoro (seppure così mutato) nelle fabbriche, il lavoro nei servizi (nelle sue mille accezioni), il lavoro frammentato dei part-time, quello dei contratti a tempo, il telelavoro, il lavoro occasionale, il lavoro delle partite IVA, il lavoro nero o quello dei sottoccupati? Quale lavoro dunque? E di quale disoccupazione parliamo? Degli inoccupati, dei giovani laureati del Mezzogiorno, dei lavoratori licenziati senza ritorno possibile, dei licenziati delle multinazionali, dei lavoratori dell'indotto che sono magari padroncini? Di chi parliamo?

È già difficile – come sappiamo – per il sindacato trovare il nesso unificante che dia sostanza e forza alla rappresentanza, cioè all'identificazione di gruppi sociali in quel soggetto.

Ma non siamo più da tempo "solo" il partito del lavoro. Abbiamo avuto l'ambizione di essere la rappresentanza politica della parte più "moderna" della società italiana, per contribuire alla crescita del Paese imprimendo ad essa il segno delle uguaglianze di opportunità, del contrasto alle disparità e alle discriminazioni, della legalità e della coerenza con un quadro di crescita europea e con le stesse regole dell'Unione.

Bellissimo. Ma non ha funzionato. Le sorti magnifiche e progressive, che pur nel morso della crisi abbiamo giustamente difeso, non hanno parlato all'Italia. Non hanno parlato a quegli elettori che ci hanno preferito il M5S. Non alle élite che ancora costituiscono un bacino importante – il più consistente – degli elettori del PD. Ma agli altri. A cominciare dagli elettori del Mezzogiorno e, come abbiamo visto anche con il risultato referendario, dai giovani.

Molti commentatori politici hanno proposto di leggere la società italiana e il conseguente risultato elettorale sulla scorta del sentimento di paura che vi serpeggia. È certamente una chiave di lettura. Credo personalmente che, di fronte al fenomeno migratorio, la risposta politica – pur razionale e "corretta" – non sia in grado di sconfiggere quel sentimento di paura e che questo, ad esempio, abbia vigorosamente nutrito il voto alla Lega, laddove la risposta semplicistica (e irrealizzabile) del "ve li leviamo di torno" è apparsa comunque rassicurante.

Ma io credo ci sia dell'altro e torno a quelle centinaia di migliaia di nostri elettori che hanno votato M5S. A me pare, infatti, che ancora sotto la paura (che ne è conseguenza), ciò che caratterizza gran parte della società italiana sia la perdita di nesso. Il fatto, cioè, che si siano lacerati tutti quei legami che rendevano la condizione umana, specie le esistenze più difficili e faticose, inserita in una rete di legami che davano a ciascuno l'idea di essere comunque parte di qualcosa di più vasto, e dunque di più forte, e che rendevano dotata di un senso riconosciuto l'esperienza di ciascuno.

Io sono io perché sono siciliano, operaio, impiegato, iscritto al sindacato, militante di un partito, figlio, padre, madre in un contesto familiare ristretto, abitante di quel quartiere. Io sono quei "qualcosa", e non sono solo.

Non ripeto qui – molte volte è stato detto – perché quel nesso, fatto di tanti legami, ciascuno dei quali aveva in sé una propria potenza, dava senso a quella esistenza. La straordinaria frammentazione, e frantumazione, che ha investito la società ha travolto insieme nessi e senso. Il risultato è che sia la solitudine – troppo spesso – il segno della vita di moltitudini di persone. È il trionfo dell'individualismo "debole", del "devo fare da solo", del rancore e della rabbia, della paura.

Il M5S ha offerto alcune soluzioni. A mio avviso sbagliate, inefficienti, ma che assecondano quella condizione e quei sentimenti.

Pensate solo alla possibilità di credere (anche se non è vero) che "uno vale uno", che cioè se clicchi sul tasto il tuo parere vale tanto quanto quello di chiunque altro, anche se non è filtrato da alcuna riflessione, o da alcuna competenza. La possibilità di esprimere la tua potenza, in un illusorio egualitarismo, sorpassa in quel soggetto ogni osservazione critica sul fatto che, come abbiamo già mille volte visto, quello che pensi conterà zero, se il capo del Movimento, Grillo o Casaleggio o chiunque sia, la pensa diversamente.

L'illusione (la mistificazione) della potenza uguale. La possibilità di esprimere rabbia e malcontento, postandole e urlandole sul web, sterilizza momentaneamente la solitudine, che tale però resta, perché uguale resta l'assenza di legame. Ciascuno è disperatamente solo, impaniato dall'illusione. In qualche modo questo ha inciso sullo stesso nobile principio della democrazia diretta, che è stato mal inteso come gerarchicamente sovraordinato e generalmente sostitutivo degli strumenti di democrazia rappresentativa.

Io partirei da qui, dalla categoria, forse non politica, della solitudine, dall'assenza di legame e dalla conseguente perdita di senso della propria esistenza per ricominciare a tessere.

Credo che un enorme lavoro politico, dunque, ci attenda.

Da - http://www.huffingtonpost.it/anna-finocchiaro/rispondere-alla-solitudine-degli-elettori-per-recuperare-i-nostri-voti-andati-ai-5-stelle_a_23381581/?utm_hp_ref=it-homepage


Titolo: Pd, Sala attacca Zingaretti: "I mandati vanno portati a termine"
Inserito da: Arlecchino - Marzo 12, 2018, 04:15:32 pm
Pd, Sala attacca Zingaretti: "I mandati vanno portati a termine"

Il sindaco di Milano critica la dichiarazione del governatore del Lazio di voler correre al Congresso del partito.

E invita anche Renzi a dare dimissioni chiare.

Esame di coscienza per LeU, Fratoianni: "Sovraesposizione di D'Alema e Bersani ha contribuito al fallimento"

10 marzo 2018

"Ho trovato improprio Zingaretti. Per come sono fatto io i compiti e i mandati vanno portati a termine": lo ha detto il sindaco di Milano, Beppe Sala, intervistato da direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana a Tempo di libri, a proposito del neo rieletto governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, che si è già detto pronto a partecipare alle prossime primarie del Pd.

"Io ho fatto un patto con i milanesi per fare il loro sindaco e voglio portarlo a termine", ha ribadito Sala, che invece ha espresso apprezzamento per la decisione del ministro Carlo Calenda, che in un momento come questo per il Pd "va e si prende la tessera".

Michele Emiliano ci tiene a stoppare sul nascere qualsiasi tentazione di alleanza con la Lega di Matteo Salvini: "Sto aspettando di vedere chi deve parlare nel mio partito sull'apertura di Salvini al Pd perchè poi - come si dice - avrà a che fare con me".

Intanto in casa LeU è il momento dell'esame di coscienza: "Immaginare che la responsabilità sia di una persona sola è un grande errore, ma non c'è dubbio che la nostra campagna elettorale è stata segnata da una sovraesposizione di figure con un linguaggio e una cultura politica che non hanno funzionato".

Dopo voto, Fratoianni (Leu): "Sovraesposizione di D'Alema e Bersani ha pesato sul risultato"
Così a margine della direzione di Sinistra italiana, il segretario di Si e deputato di Leu Nicola Fratoianni risponde a chi gli chiede quanto abbia pesato Massimo D'Alema, Pier Luigi Bersani e altri storici esponenti ex Pd sul cattivo risultato elettorale della formazione guidata da Pietro Grasso.

Ancora più esplicito il compagno di partito Stefano Fassina: "LeU per i messaggi e la classe dirigente in prima linea, è stato il Pd pre-renziano e siccome non andava bene quel Pd, lo avevamo visto nel 2013, non è andato bene tanto più oggi, in un quadro aggravato rispetto allora".

© Riproduzione riservata 10 marzo 2018

Da - http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni2018/2018/03/10/news/pd_sala_attacca_zingaretti_i_mandati_vanno_portati_a_termine_-190939363/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T2


Titolo: Chi sta con chi? La mappa definitiva delle correnti del Pd
Inserito da: Arlecchino - Marzo 12, 2018, 04:51:50 pm
Chi sta con chi? La mappa definitiva delle correnti del Pd

I renziani rappresentano il 60% della pattuglia parlamentare del partito.
Ma la situazione è estremamente fluida

di PAOLO MOLINARI 10 marzo 2018,07:15


PD CORRENTI MATTEO-RENZI DARIO-FRANCESCHINI MAURIZIO-MARTINA ANDREA-ORLANDO
Rappresentano il 60 per cento dei parlamentari del Partito Democratico: sono i renziani che siederanno in Parlamento e che, ad oggi, si dicono fedeli al segretario uscente. Gli smottamenti nel Pd, conseguenza della sconfitta alle elezioni rendono la situazione delle correnti estremamente fluida, con esponenti renziani che si allontano dal segretario e altri che cercano di tenere insieme le fila. Ecco qual è, al momento, la composizione delle aree Pd:
Matteo Renzi
Il segretario sta per passare il testimone a un reggente e, stando a quanto dichiarato dal capogruppo Pd alla Camera dei deputati, non si ricandiderà alle primarie. Potrà contare comunque su un folto numero di parlamentari con cui eventualmente orientare le scelte del partito.

L'Inner Circle renziano
- Maria Elena Boschi: braccio destro di Renzi fin dai tempi di Palazzo Vecchio.
- Luca Lotti: 'uomo macchina' al quale Renzi delega i dossier più delicati riguardanti il partito.
- Francesco Bonifazi: accanto a Renzi dai tempi in cui era segretario del circolo Pd "Vie Nuove" a Firenze.
- Tommaso Nannicini: consulente economico di Renzi, a lui il segretario ha affidato il programma Pd.

I renziani duri e puri
- Andrea Marcucci: occhi e orecchie di Renzi al Senato, i suoi tweet riportano la linea del segretario.
- Lorenzo Guerini: con Renzi in Anci, quando entrambi erano sindaci, l'uno di Firenze l'altro di Lodi.
- Ettore Rosato: nasce franceschiniano ma diventa uno dei più strenui difensori della linea del segretario.
- Dario Parrini: renziano della prima ora, è stato per anni segretario regionale Pd.
- Davide Faraone: l'uomo di Renzi a Palermo.
- David Ermini: con Renzi nella campagna per le primarie contro Bersani.
- Alessia Morani: avvocatessa di Pesaro, renziana della prima ora.
- Anna Ascani: convertita alla causa renziana dopo essere arrivata in Parlamento con Enrico Letta.
- Luciano Nobili: organizzatore dell'area Renzi e responsabile della campagna di Giachetti contro Raggi.
- Rosa Maria Di Giorgi: considerata una delle fedelissime di Renzi.

Area Renzi
- Carla Cantone: candidata simbolo di queste elezioni per l'impegno sindacale in Cgil.
- Roberto Giachetti: uno dei più strenui difensori di Renzi contro la minoranza di Bersani e Speranza.
- Filippo Sensi: portavoce di Renzi a Palazzo Chigi e poi al Nazareno, prima di dedicarsi a Gentiloni.
- Silvia Fregolent: torinese, fedelissima dell'ex premier ha guidato la commissione di garanzia del congresso.
- Lucia Annibali: una delle candidate simbolo, assieme a Carla Cantone e Lisa Noja, volute da Renzi.
- Davide Gariglio: segretario regionale in Piemonte ebbe a dire "meglio di Renzi solo de Gasperi".
- Franco Vazio: una vita nei Ds, bersaniano, si è convertito al renzismo abbracciandone il rito ortodosso.
- Raffaella Paita: candidata fortemente voluta e difesa da Renzi in Liguria, sconfitta poi da Giovanni Toti.
- Maria Chiara Gadda: varesina, incaricata da Renzi per il dipartimento Lotta allo spreco alimentare del Pd.
- Mario Del Barba: frontman del leader Pd in commissione banche.
- Emanuele Fiano: incaricato da Renzi di redigere la prima bozza di legge elettorale, il Fianum.
- Lisa Noja: avvocata che si batte per i diritti dei disabili, accanto a Renzi alla presentazione dei candidati.
- Alfredo Bazoli: nasce prodiano, è passato a Renzi ed è stato tra i pochi a difenderlo dopo il flop urne.
- Elena Carnevali: si definisce "convinta elettrice del Pd e altrettanto convinta sostenitrice di Matteo Renzi".
- Roger de Menech: uomo di fiducia di Renzi in Parlamento e soprattutto in Veneto.
- Alessandro Zan: a lui il segretario ha affidato la battaglia per le unioni civili alla Camera.
- Luciano D'Alfonso: presidente della Regione Abruzzo, fortemente voluto da Renzi in Parlamento.
- Salvatore Margiotta: di casa alla Leopolda, dice di Renzi "nessuno ha la sua stoffa".
- Ernesto Magorno: "special one" dei dem calabresi e photobombing in tutte le iniziative con il segretario.
- Daniele Manca: primo cittadino di Imola definito da Renzi "uno dei migliori sindaci che abbiamo".
- Matteo Richetti: considerato un nativo leopoldino ha avuto alti e bassi con il segretario.
- Simona Malpezzi: a lei Renzi ha affidato il compito di far passare il messaggio della Buona Scuola, ma fonti del Pd oggi la danno in avvicinamento a Graziano Delrio. Mino Taricco: esponente di punta del renzismo nella provincia di Cuneo.
- Giuseppe Cucca: segretario regionale Pd della Sardegna.
- Nadia Ginetti: secondo posto per lei nel listino in Umbria, dietro al Segretario.
- Luigi Marattin: braccio destro economico di Renzi.
- Antonello Giacomelli: sottosegretario al Mise, gia' franceschiniano, oggi e' in asse con Lotti.
- Laura Cantini: toscana, vicina al ministro Luca Lotti.
- Camillo D'Alessandro: assieme a Luciano D'Alfonso il nome forte del Pd in Abruzzo.
- Stefania Pezzopane: ex presidente della Provincia dell'Aquila, bersaniana convertita al renzismo (ma data in uscita dall'area Renzi).
- Umberto Del Basso Decaro: già sottosegretario alle Infrastrutture, fedelissimo del segretario.
- Piero De Luca: figlio del governatore campano, la sua candidatura ha destato polemiche.
- Vito De Filippo: ex sottosegretario alla salute con Renzi premier.
- Antonio Viscomi: vice presidente della Regione Calabria.
- Daniela Cardinale: figlia dell'ex ministro Salvatore, voluta da Renzi in corsa in Sicilia.
- Gavino Manca: assieme a Luigi Cucca e' l'organizzatore dei renziani in Sardegna.
- Luigi Cucca: il secondo pilastro del renzismo nell'Isola.
- Tommaso Cerno: giornalista ed ex condirettore di Repubblica.
- Stefano Collina: per inquadrarlo Wikipedia scrive "vicino alla linea politica di Renzi".
- Vanna Iori: ex bersaniana, si occupa di temi legati all'infanzia.
- Mauro Laus: già presidente del Consiglio regionale piemontese.
- Marco Di Maio: "il Di Maio buono" ebbe a dire Renzi di lui.
- Stefano Lepri: cattolico, si è opposto a Renzi solo in occasione del voto sulle stepchild adoption.
- Patrizia Prestipino: ultrà renziana, ha confessato di scambiare messaggi ed emoticon con il segretario.
- Lia Quartapelle: stimata da Renzi al punto da essere stata in predicato per diventare ministro degli Esteri.
- Andrea Romano: dalemiano negli anni Novanta, oggi è renziano e direttore di Democratica.

Sinistra è cambiamento
L'area di Maurizio Martina ha sostenuto la mozione Renzi-Martina al congresso e, dunque, è a tutti gli effetti in maggioranza. Gli smottamenti conseguenti la sconfitta e il ruolo di reggente che si appresta ad assumere il ministro dell'Agricoltura potrebbero cambiare lo scenario. Altri eletti, oltre a Martina, sono:
- Micaela Campana: entrata in Parlamento in quota Bersani e passata ai 'Responsabili' (altro nome per Sec).
- Mattia Mauri: milanese, uomo-organizzazione della corrente alla Camera.
- Roberto Rampi: brianzolo, al secondo mandato da parlamentare.
- Teresa Bellanova: una vita al sindacato, scelta da Renzi per ricucire con le parti sociali.
- Paola De Micheli: commissaria per la ricostruzione post-sisma succeduta ad Errani a Palazzo Chigi.
- Diego Zardini: segretario Pd a Verona.

Areadem
Si tratta della corrente che fa riferimento a Dario Franceschini, quella con il peso politico maggiore dopo i renziani. Ne fanno parte, tra i nuovi eletti:
- Luigi Zanda: duro lo scambio con i renziani in occasione delle dimissioni del segretario.
- Gianclaudio Bressa: unico non renziano eletto con il maggioritario al Senato.
- Daniela Sbrollini: deputata e responsabile sport Pd (ma molto legata a Ettore Rosato).
- Annamaria Parente: senatrice e responsabile Formazione del Pd.
- Bruno Astorre: romano di formazione democristiana, già assessore con Marrazzo, senatore dal 2013.
- Vito Vattuone: segretario del Pd a Genova, da verificare il suo avvicinamento all'area Renzi.
- Edoardo Patriarca: esperto di Terzo Settore.
- Laura Garavini: torna in Parlamento da senatrice eletta nella Circoscrizione.
- Sonia Ferrari: eletta in Senato, già commissaria del Parco della Sila.
- Caterina Bini: appartiene all'area di Franceschini pur avendo collaborato a stretto contatto con esponenti renziani di primo piano.
- Franco Mirabelli: è stato tra i franceschiniani a prendere posizione contro la scelta di Renzi di "decidere in solitudine" i prossimi passaggi alle Camere.
- Alberto Losacco: franceschiniano, si è avvicinato al segretario. Oggi fonti del Pd lo danno di nuovo in piena Areadem.

Dems
La corrente di Andrea Orlando nella quale sono confluiti anche alcuni esponenti di Sinistra Dem, area guidata da Gianni Cuperlo.
- Andrea Orlando: ministro della Giustizia, ha sfidato Renzi alle primarie.
- Barbara Pollastrini: cuperliana e vice presidente dell'assemblea dem.
- Susanna Cenni: al secondo mandato, Orlando ha battezzato la sua campagna elettorale in Valdelsa.
- Francesco Critelli: segretario del Pd a Bologna, si è schierato con Orlando al congresso.
- Andrea De Maria: già esponente cuperliano, ora sostiene Orlando contro la maggioranza.
- Andrea Giorgis: costituzionalista, in minoranza dal 2013 non ha seguito Bersani in Mdp e Leu.
- Alberto Pagani: ha dichiarato di scegliere Orlando "perché unico a garantire alternanza nel Pd".
- Antonella Incerti: espressione dell'area Orlando nel reggiano.
- Monica Cirinnà: madrina della legge sulle Unioni Civili.
- Anna Rossomando: stretta collaboratrice di Orlando sui temi dei diritti dei detenuti.

Fronte democratico
L'area del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano conta tre eletti:
- Francesco Boccia: presidente della Commissione Bilancio della Camera e fedelissimo del governatore.
- Marco Lacarra: consigliere e segretario regionale del partito in Puglia.
- Ubaldo Pagano: giovane segretario provinciale sul quale scommette Emiliano.

I governativi
- Paolo Gentiloni: presidente del Consiglio, sostenuto dai padri fondatori Walter Veltroni e Romano Prodi, oltre che da Giorgio Napolitano, che lo vedrebbero bene a Palazzo Chigi anche nella legislatura che si sta per aprire.
- Pier Carlo Padoan: ministro dell'Economia sia con il governo Renzi che con quello Gentiloni.
- Maria Anna Madia: ministro della Pubblica Amministrazione, nasce veltroniana, oggi è considerata renziana.
- Dario Franceschini: ministro dei Beni Culturali, punto di riferimento di Areadem, la corrente di maggior perso politico nel partito dopo quella renziana. I rapporti con il segretario dem si sono fatti più tesi negli ultimi giorni.
- Roberta Pinotti: ministro della Difesa, schierata con Renzi dalle primarie perse dall'allora sindaco di Firenze contro Bersani
- Graziano Delrio: da renziano doc a punto di riferimento per chi cerca l'alternativa a Renzi nel partito.
- Maurizio Martina: ministro dell'Agricoltura e vice segretario del Pd. Sarà lui il "reggente" del partito fino al prossimo congresso.
- Valeria Fedeli: una lunga carriera nel sindacato culminata con la vice presidenza della European Worker Federation. Lascia il sindacato nel 2013 quando diventa senatrice e vice presidente di Palazzo Madama. Gentiloni la chiama a Palazzo Chigi per sostituire Stefania Giannini.
- Marco Minniti: ministro dell'Interno con il governo Gentiloni, apprezzatissimo anche da Renzi per la sua politica sui migranti, è stato anche sottosegretario alla presidenza del Consiglio con il governo D'Alema, ha ricoperto lo stesso ruolo con la delega ai servizi segreti durante il governo presieduto da Enrico Letta.

Gli altri
Un gruppo composito è poi quello degli eletti a cui non è possibile, al momento, attribuire una collocazione d'area.
- Roberto Morassut: veltroniano al fianco del padre fondatore Pd dai tempi della giunta di Roma.
- Walter Verini: collaboratore e amico di Walter Veltroni fin dagli anni Ottanta.
- Mauro Marino: piemontese, vicepresidente della fondazione Italia-Usa.
- Eugenio Comincini: eletto nella circoscrizione Lombardia 4 del senato dietro Simona Malpezzi.
- Francesco Giacobbe: senatore eletto nella circoscrizione estero Australia.

Naturalmente, agli eletti e alle correnti del Partito Democratico, vanno aggiunti gli alleati del centro sinistra, dai socialisti-ambientalisti-prodiani di Insieme, ai radicali, col sostegno dei cattolici di Tabacci, di +Europa, passando per la Sudtiroler Volks Partei e l'Union Valdoten. Questi eletti rispondono a sensibilità diverse, difficili da inquadrare con le categorie delle correnti Pd.

+Europa
- Bruno Tabacci: eletto nell'Uninominale Camera Lombardia, cattolico e leader di Centro Democratico, è stato vicino a Giuliano Pisapia prima che il progetto di Campo Progressista naufragasse.
- Emma Bonino: già ministro degli esteri con Enrico Letta, sostituita da Renzi con il quale, prima dell'alleanza, ha duramente polemizzato per la politica adottata sui migranti.
- Riccardo Magi: segretario dei radicali per Emma Bonino, è il braccio destro della leader.
- Alessandro Fusacchia: eletto con +Europa nella circoscrizione estero, ex capo di gabinetto del Miu con il ministro Stefania Giannini. In precedenza agli esteri con Emma Bonino e al Mise con Passera.

Lista Civica Popolare
- Beatrice Lorenzin: uninominale Camera, Emilia Romagna.
- Pier Ferdinando Casini: uninominale Senato, Emilia Romagna.

Insieme
- Riccardo Nencini: segretario nazionale Psi, viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti con Renzi e Gentiloni, eletto nell'uninominale del Senato.
- Serse Soverini: prodiano e collaboratore del Professore dai tempi di Palazzo Chigi.

Svp
- Albrecht Plangger, Renate Gebhard, Juliane Unterberger, Reinhard Durnwalder.

Unione Valdotaine
Albert Laniece

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Da - https://www.agi.it/politica/pd_chi_sta_con_chi_renzi_zingaretti-3611876/news/2018-03-10/


Titolo: Orfini: non serve. Martina: pronti all'opposizione
Inserito da: Arlecchino - Marzo 23, 2018, 05:54:27 pm
Pd, Rosato: sul governo utile un referendum tra gli iscritti.
Orfini: non serve. Martina: pronti all'opposizione
L'inventore del Rosatellum: "No ad accordo con il M5s".
Il presidente dei dem: "Di responsabilità si muore".
Il portavoce Pd a Circo Massimo: "Ritorno al voto? Non mi spaventa"

19 marzo 2018

ROMA - "Non sono d'accordo a fare un governo con i 5 stelle, ma su decisioni importanti potrebbe essere utile una consultazione degli iscritti, anche sulla possibilità eventuale di fare un governo". Lo ha detto Ettore Rosato, capogruppo uscente del Pd alla Camera e inventore del Rosatellum, a 'Un giorno da Pecora'. Nel Pd continua lo scontro sotterraneo sulle strategie per il dopo voto. Con le divisioni che si celano dietro le sfumature.  Interpellato su potenziali candidati alla presidenza del Senato e della Camera, Rosato dice di stimare Giorgetti della Lega, mentre sull'ex direttore di Sky Tg24 Emilio Carelli, neoletto M5S a Montecitorio, afferma: "Non lo conosco tranne che per la televisione, ma non possiamo essere pregiudizialmente contro".

Sul referendum un altro renziano, il presidente Matteo Orfini, la pensa diversamente: "E' previsto dal nostro statuto che su alcune questioni di grande importanza possa svolgersi un referendum tra gli iscritti. Non è mai successo nella storia del partito. Se dovesse essere necessario, si potrebbe fare. Io onestamente non credo ce ne sia la necessità in questo caso". Poi chiude nettamente a qualsiasi spiraglio di intesa:  "Non ci interessa minimamente. Noi stiamo all'opposizione, vogliamo starci e ci staremo. Con il Movimento 5 Stelle non c'entriamo nulla". Poi ironizza: "E' come se a quello che ti ha rubato la fidanzata chiedi di andare a vivere con loro. Possiamo fare un'orgia e andare con tutti, ma mi pare un'idea strampalata. Quando sento la parola responsabilità mi preoccupo perchè se non avessimo sostenuto così a lungo il governo Monti avremmo evitato alcuni danni al Paese".

Pd, Orfini: "Referendum tra gli iscritti? Possibile ma non necessario. Faremo opposizione"
Sulla linea dell'opposizione anche il segretario reggente, Maurizio Martina: "Il Pd deve far tesoro del passaggio che sta vivendo, sapendo che il 4 marzo siamo stati sconfitti. Bisogna prepararsi bene a un'attività di minoranza che vuole contribuire dall'opposizione". E ancora: "Mi pare che l'atteggiamento di chi ha vinto sia ancora da campagna elettorale. Sappiano che la campagna elettorale è finita e che il Paese ha bisogno di risposte e non accetterà balletti, tatticismi esasperati come quelli che stiamo vedendo, in queste ore, da parte di chi ha vinto. Dobbiamo sfidarli sul terreno della serietà, delle proposte concrete. La prima proposta che il Pd farà in Parlamento è sull'assegno universale per le famiglie con figli".

Napoli, Martina: "Dal Pd più impegno per Sud, giovani e lavoro"
Anche Matteo Richetti, portavoce del nuovo Pd "plurale", a Circo Massimo su Radio Capital esclude la possibilità di un'apertura ai cinquestelle: "Io penso che sull'Aventino il Pd non ci sia mai salito" ma "la partecipazione a un governo Di Maio è da escludere. Bisogna capire se la proposta sul tavolo è un governo Di Maio con quei ministri e un programma che fatico a comprenderlo, e allora siamo molto lontani, o se si tratta di qualcosa di diverso".

Viceversa per Richetti i dem potrebbero valutare l'ipotesi di partecipare a un "governo di tutti, o di scopo, come lo si voglia chiamare". Ma dubita che "Lega e M5s ci staranno". E non si dice spaventato da un eventuale ritorno al voto.

Richetti (Pd) a "Circo Massimo": "Sì a un governo di tutti, ma Lega e 5S non ci staranno"

© Riproduzione riservata 19 marzo 2018

Da - http://www.repubblica.it/politica/2018/03/19/news/matteo_richetti_circo_massimo_radio_capital-191653310/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P9-S2.5-T1


Titolo: Stando ai numeri reali non è stato il PD-Renziano a far danni in Italia!
Inserito da: Arlecchino - Marzo 29, 2018, 06:14:14 pm
Stando ai numeri reali non è stato il PD-Renziano a far danni in Italia!

La scivolata verso il basso delle risorse, per gran parte degli Italiani, data da oltre un decennio.

Viene anche a voi il dubbio che chi ha votato il Referendum e le politiche il 4 marzo oggi debba riflettere?   
 
ciaooo

Fb del 28 marzo 2018


Titolo: Non dico li si debba imitare, ma hanno fatto vedere come si rovescia una ...
Inserito da: Arlecchino - Marzo 29, 2018, 06:41:18 pm
Non dico li si debba imitare, ma hanno fatto vedere come si rovescia una situazione "stagnante".
Tanto fragore, molta maleducazione, le falsità fatte diventare tecnica propagandistica, le promesse insostenibili diffuse come favole per bambini-buoni, ed altro ancora che tutti conosciamo.

Quello che pochi conoscevano è che tutto il "meccanismo" fosse studiato da anni e supportato da “l'algoritmo” che mette a nudo il lato nascosto di ognuno di noi, compresi quelli che di politica, hanno sempre detto, non si interessano.

Proprio scavando nelle viscere dei "non interessati alla politica" gli USA hanno nominato un Presidente, l'Inghilterra esce dall'Europa e noi abbiamo svecchiato un Sistema, senza rottamarlo.

Non importa se una vittoria "sgarrupata" arriverà a governare, quello che conta è che ciò sia accaduto.
Nel bene o nel male è accaduto!

Adesso noi Cittadini, vedremo quanto ci costa e quanto ci rende.

ciaooo



Titolo: I PD ha di questi "personaggi" come Tare politiche ... Noi lo vogliamo al netto.
Inserito da: Arlecchino - Marzo 30, 2018, 04:41:43 pm
Pd, Orlando: “Non basta dire ‘tocca a loro’. Con M5s dialogo doveroso”.
Marcucci: “No all'opposizione? Ditelo”

Il ministro uscente insiste: "Il fatto di Questo non ci esime dall'indicare le nostre priorità e proporre un’agenda sociale al Paese".

Ma Delrio: "Delrio: "Ma da Cinquestelle e destra occupazione di posti inaspettata. E non c'è nessuna discussione sulla linea"

Di F. Q. | 30 marzo 2018

 “Non basta dire ‘tocca a loro'”. “Con i 5 stelle il dialogo è doveroso”. “Tutti rinuncino al potere di interdizione dentro il partito”. I malumori che solo fino a ieri trapelavano in qualche retroscena sui movimenti dentro il Pd, ora il ministro uscente Andrea Orlando decide di esplicitarli in un’intervista al Corriere della sera. Dove, per la prima volta, si parla di un dialogo con il Movimento 5 stelle. La rottura con la linea dell’opposizione a tutti i costi, imposta dall’ex segretario Matteo Renzi e condivisa dalla direzione post voto, è netta. Ma ancora non basta per superare lo stallo. Solo ieri Orlando e il collega Dario Franceschini avevano chiesto che i gruppi parlamentari si rivedessero prima dell’incontro al Colle per rivedere la linea, ma l’ipotesi non è stata nemmeno presa in considerazione. E oggi, il neocapogruppo alla Camera Graziano Delrio, oltre ad aver dichiarato di non essere disponibile a candidarsi per la segreteria, ha ribadito che per i dem la via è quella dell’opposizione: “Non si è aperta nessuna discussione sulla linea da tenere”, ha detto intervistato al Gr1. “Si è aperta una discussione su come bisogna svolgere questo ruolo. E’ una discussione legittima e la faremo dopo le consultazioni”. Anzi, Delrio sottolinea che “pesa soprattutto il fatto che non si sia tenuto conto, da parte di centrodestra e Movimento Cinque Stelle, della volontà popolare. C’è un’occupazione di posti che non ci aspettavamo. Si poteva partire con il piede giusto, invece si è partiti con il piede sbagliato “. E, per finire l’arco delle varie gradazioni, si segnala l’uscita del capogruppo al Senato Andrea Marcucci, renzianissimo: “Il Pd non sosterrà mai nessun governo del M5s, nessun governo Lega-Cinque Stelle – scrive su facebook – La linea che porteremo la prossima settimana al Colle è quella votata praticamente all’unanimità in direzione: il Pd in questa legislatura starà all’opposizione. Se qualche dirigente vuol cambiare posizione, lo dica chiaramente. Non vedo l’ora che giuri un governo Di Maio-Salvini. Loro hanno il diritto dovere di governare, noi non gli faremo sconti”.

Nel frattempo Orlando insiste. Nell’intervista al Corriere, parla molto duramente della situazione dentro il partito. “Prendere atto”, dice, “delle distanze che separano la nostra visione politica e istituzionale da quella delle forze premiate dal voto non equivale a esprimere una linea politica. Il quadro emerso dalle urne non ci consente di realizzare il nostro progetto da soli o in alleanza. Questo non ci esime dall’indicare le nostre priorità. Proporre un’agenda sociale al Paese, altrimenti la nostra posizione sarà subalterna e chiusa nel palazzo”. E in merito al dialogo con i grillini, spiega: “Accordi con i 5 stelle? Per quanto mi riguarda un conto è il dialogo, che è doveroso con una forza che ha raccolto un terzo dei voti, un conto sono le alleanze, che non vedo percorribili. Più che di questo tuttavia mi preoccuperei del dialogo con il Paese, che non si costruisce solo con un posizionamento tattico”. Sull’influenza di Renzi, e sul ruolo svolto nella scelta dei capigruppo in Parlamento (i renziani Delrio e Marcucci), commenta: “La scelta della reggenza è stata fatta dalla maggioranza, a noi è stato chiesto di sostenerla per spirito unitario. Lo stiamo facendo e spero che tutti consentano a Martina di svolgere in modo autonomo il proprio ruolo, rinunciando a un potere di interdizione”.

Orlando torna a spingere per rivedere la posizione di astensione. “Dire no all’assemblea è stato un errore. La salita al Colle è la prima occasione nella quale il Pd può parlare agli italiani oltre che al Capo dello Stato e dire che tipo di opposizione vogliamo fare alla eventuale nascita di un governo giallo-verde. Se è ineluttabile, dobbiamo decidere se gli facciamo una opposizione da destra o da sinistra”. Secondo Orlando davanti al Pd ci sono due strade: “Il rischio più grande per il Pd è smarrire la sua funzione. Non abbiamo molto tempo e io vedo due strade. Attendere l’eventualità che Forza Italia sia dilaniata dall’opa di Salvini e capitalizzare l’uscita di parte di quell’elettorato, oppure provare a recuperare i milioni di voti popolari andati a Lega e 5 Stelle. Le due strade sono incompatibili. Io credo si debba seguire quella che evita che una parte dell’elettorato di sinistra sia consegnato a forze antisistema”.

Orlando arriva infine anche a criticare la linea tenuta dal partito nell’elezione di vice e questori, durante la quale non si è voluto dialogare con nessuno. “Il Pd indubbiamente è rimasto frenato dall’idea sbagliata che interloquire sulle presidenze fosse aprire la strada a una interlocuzione sul governo”.

Le dichiarazioni pubbliche si mescolano ai retroscena del dietro le quinte. Secondo Repubblica, per esempio, non c’è solo Orlando a spingere per aprire vie di dialogo ufficiali (a parte quelle sotterranee che non si sono mai interrotte), ma il cerchio si allargherebbe a degli insospettabili, proprio tra coloro che in questi anni hanno sostenuto e lavorato al fianco di Matteo Renzi. Franceschini, sì, ma anche il presidente del Consiglio dimissionario Paolo Gentiloni, che ovviamente in questa fase – per il suo ruolo istituzionale – non può esporsi troppo. La posizione, naturalmente, è quella di una “linea istituzionale” e tutto questo si tiene con la corrente del Pd che vuole dimostrare maggiore disponibilità nei confronti di eventuali richieste di “soccorso” da parte del Quirinale. Dall’altra parte c’è la trincea di Renzi, il più convinto dell’Aventino, tanto da essere tentato di forzare la mano e cercare di far eleggere Graziano Delrio come prossimo segretario a tempo attraverso l’assemblea che ora è finita in agenda al 22 aprile (ma sempre con un forse). La linea è ben esemplificata ancora dalle parole di Marcucci: “Come facciamo a intavolare una discussione con loro che dicono che è tutto da smontare? Con M5S e Lega al massimo possiamo prendere un caffè di cortesia “.



Di F. Q. | 30 marzo 2018

Da - https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/30/pd-orlando-non-basta-dire-tocca-a-loro-con-m5s-dialogo-e-doveroso-tutti-rinuncino-a-potere-interdizione/4261864/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2018-03-30


Titolo: Sinistra anno zero: perché ha perso il popolo e chi la sta sostituendo
Inserito da: Arlecchino - Marzo 30, 2018, 04:48:01 pm
LA PARABOLA DEL PD

Sinistra anno zero: perché ha perso il popolo e chi la sta sostituendo

    Di Alberto Magnani 29 marzo 2018

Nel bene e nel male, Matteo Renzi ha lasciato il segno due volte nella storia del Pd. Nessuno era riuscito a portare il centrosinistra così in alto e così in basso, dalla vertigine del 40% alle europee del 2014 al crollo sotto al 20% alle politiche del 4 marzo. Un'emorragia di cinque milioni di voti che è equivalsa alla Caporetto dell'ex sindaco di Firenze, almeno per ora. Renzi si è accollato il ruolo di grande sconfitto delle ultime politiche, ma la sua parabola è solo il suggello della crisi che logora da anni la sinistra italiana, oggi schiacciata ai margini di un tripolarismo che vede un italiano su due votare per destra e Cinque Stelle.

Non che la socialdemocrazia goda di ottima salute anche nel resto d'Europa. In Germania la Spd di Martin Schulz ha ceduto dopo mesi di trattative al ruolo di stampella del governo di Angela Merkel, dopo una batosta elettorale – in proporzione – anche più grave di quella del Pd di Renzi. In Gran Bretagna il Partito laburista si è affidato alla sinistra vintage di Jeremy Corbyn, leader della vecchissima guardia che ha fatto innamorare i giovani ma ha perso per due punti percentuali le elezioni di giugno 2017.

In Francia ci sarebbe l'eccezione di Emmanuel Macron, il candidato liberal che ha frenato l'avanzata del Front national di Marine Le Pen. Anzi, un po' troppo liberal, visto che l'attuale presidente dell'Eliseo si è scontrato già in campagna con un candidato più a sinistra di lui (Jean-Luc Mélenchon) e ora è contestato dalla gauche per una riforma del lavoro accusata di sbilanciare il potere negoziale a favore delle imprese. In nessun caso, però, i progressisti hanno raggiunto l'irrilevanza elettorale uscita dalle urne italiane, perdendo la propria egemonia anche in fortini che avevano resistito indenni a 70 anni di Repubblica. L'esempio più doloroso è l'Emilia-Romagna, dove il centrodestra è cresciuto fino al 33%, infrangendo il tabù di una regione dipinta come “rossa” fino ai limiti della caricatura.

I delusi del Pd con M5S e Lega. I delusi di sinistra? A sinistra
L'anno zero del centrosinistra è frutto della fuga dei suoi elettori, andati via via scemando nelle ultime tornate elettorali. Il declino ha travolto soprattutto il Pd, rimasto il principale partito di centrosinistra nonostante la ridda di scissioni, correnti interne e «formazione indipendenti» che si sono susseguite negli anni di Renzi (e in quelli precedenti). YouTrend, una società di ricerca e analisi elettorale, ha evidenziato un calo della metà esatta degli elettori Dem nell'arco di 10 anni esatti: dai 12 milioni di votanti alla Camera nel 2008 per il Pd di Walter Veltroni ai 6 milioni alle politiche del 2018, appena quattro anni dopo il clamoroso exploit delle europee. Che fine hanno fatto i voti? E soprattutto, verso chi? L'Italia si è risvegliata il 5 marzo divisa a metà, fra il Nord virato sulla Lega e un centro-sud che ha scelto in blocco i Cinque stelle. Anche parte dell'elettorato Pd ha seguito la corrente, oscillando tra Di Maio e Salvini a seconda della collocazione geografica.

Rispetto alle elezioni del 2013, l'anno della «non vittoria» di Pierluigi Bersani, il Pd ha conservato solo il 53,1% dei suoi voti, perdendo il 16% a favore dei Cinque stelle e il 5,7% in direzione Lega. Una tendenza identica a quella che si è ripresentata nel confronto fra 2014 e 2018: rispetto alle europee, il Pd renziano ha conservato solo il 49,5% dei voti, cedendo il 16,5% dei suoi elettori ai Cinque stelle e addirittura il 6,9% alla Lega di Salvini. Va tutto sommato meglio alle (tante) liste che si collocano a sinistra dei dem. Ad esempio gli elettori che nel 2013 avevano scelto Sinistra ecologia e libertà, la lista capeggiata dall'ex presidente della regione Puglia Vendola, sono poi confluiti nel 2018 in due partiti coerenti con la scelta come Liberi e uguali (46,4%) e Potere al Popolo (22,2%), per un totale di quasi 7 voti su 10 rimasti nell'alveo della sinistra. E il Pd? Si affaccia con un timido 6,9%, poco sopra alla media di elettori attratti dall'esperienza di +Europa (5,1%).

Il Pd, ovvero la sindrome della “sinistra impopolare”
L'unica soddisfazione per il centrosinistra arriva dai grandi centri urbani, a partire da Milano, dove lo stesso Pd conquista la maggioranza dei voti. Una consolazione che rischia di tradursi in condanna: la percezione della sinistra come forza d'élite, compiaciuta nella sua bolla metropolitana mentre le province e il cosiddetto «paese reale» votano in tutt'altra direzione. Andrea Piazza, collaboratore di YouTrend, spiega che le cause dell'allontanamento dalla sinistra nascono proprio dall'incrocio di due fattori sottovalutati: la differenza enorme tra campagne e città (a Milano non si vota come nelle province di Bergamo o Siracusa) e l'incapacità di rispondere alle esigenze manifestate dall'elettorato delle fasce più deboli della popolazione. «Il Pd mantiene risultati tonici, sopra il 20%, solo fra pensionati, dirigenti e la classe intellettuale - dice Piazza - Le fasce popolari sono andate su Cinque stelle e Lega». Quando si parla di «fasce popolari» non si intendono gli operai, già slittati a destra dai primi anni 2000. Ma tutta una serie di categorie che si sentono tradite dal centrosinistra, colpevole di aver abdicato al suo ruolo di rappresentanza: dipendenti pubblici, disoccupati, ma anche dipendenti privati intimoriti dalla crisi e sprovvisti di un appiglio tra i partiti tradizionali. Categorie che chiedono risposte su problemi basilari, come il lavoro o la percezione di insicurezza. E si sono rivolti a chi dichiara di saperle soddisfare.

Ad esempio gli statali, virati in parte sui Cinque stelle, hanno subìto l'eco mediatica di due interventi giudicati «punitivi» come la riforma della Pa (cosiddetta riforma Madia) e quella dell'istruzione (Buona Scuola). «La riforma Madia è diventata nota come una reprimenda dei “furbetti del cartellino”, quella dell'istruzione per i trasferimenti forzati - dice Piazza - In realtà c'erano altri aspetti, ma non sono riusciti a emergere». E la Lega? Anche il partito di Salvini, come buona parte della destra populista europea, è riuscito a farsi percepire come una forza attenta ai diritti sociali. Anche se tradotti nella logica della difesa «degli italiani» contro gli ingressi di migranti. «Anche moltissimi elettori di matrice post comunista hanno finito per votare Lega - dice Piazza -Spinti dalla visione dell'immigrato come una minaccia ai diritti acquisiti». La debacle che ha atteso al varco il Pd assomiglia a quella di un'altra lista, circondata da attese superiori alle possibilità reali: +Europa di Emma Bonino, proiettata su ambizioni del 5% e finita poi sotto alla fatidica soglia del 3%. Numeri simili a quelli del Partito liberale, non a caso la forza che ne ricorda di più il programma: «Erano una bolla mediatica, ma si tratta comunque di un piccolo partito - fa notare Piazza - Il problema è un po' più grave quando si parla del partito che riuniva le due anime principali del paese».

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-03-26/sinistra-anno-zero-perche-e-scomparsa-e-chi-l-ha-uccisa-173622.shtml?uuid=AE5xTBOE


Titolo: Il PD deve cambiare al suo interno, eliminando asti e personalismi.
Inserito da: Arlecchino - Aprile 04, 2018, 12:27:13 pm
Il PD deve cambiare al suo interno, eliminando asti e personalismi.

Il PD deve aprirsi ad un nuovo CentroSinistra, senza rivoluzionari in giacca e cravatta dediti alla normalità della doppiezza.

Il Polo Democratico deve essere l'abito nuovo del CentroSinistra determinato a farsi apprezzare per contenuti riconoscibili e fattibili, in un preciso arco di tempo.   

Da Fb del 3 aprile 2018 sul PD

ggiannig


Titolo: Roberto Morassut. Il ping-pong nel Pd su opposizione o dialogo è sterile e...
Inserito da: Arlecchino - Aprile 04, 2018, 12:29:18 pm
IL BLOG

03/04/2018 12:07 CEST | Aggiornato 10 ore fa

Il ping-pong nel Pd su opposizione o dialogo è sterile e senza senso, serve un nuovo soggetto politico

Roberto Morassut Parlamentare del Partito democratico

Dopo il voto il Pd consuma il suo confronto interno in uno sterile ping pong tra i fautori di un indefinito "dialogo" e quelli "dell'opposizione e basta". Una discussione ridotta alla sola tattica parlamentare non ha però alcun senso e testimonia semmai, ancora una volta, quel che ho segnalato già almeno dalla metà del 2016 parlando "dell'esaurimento della spinta propulsiva del Lingotto" e della necessità di una "rifondazione del Pd", attraverso una "fase costituente". In quel momento usare certe espressioni era "scandaloso". Matteo Renzi era a capo del partito e del governo e ancora non si era verificata la sconfitta del referendum costituzionale. Oggi, dire queste cose dopo un colpo elettorale ma senza trarne le conseguenze è colpevole.

Senza un'iniziativa di portata storica nel paese e di rifondazione del soggetto politico democratico, il dibattito sul nostro posizionamento parlamentare assume il profilo di un balletto. Bisogna comprendere che il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno raccolto, in forma populistica, le istanze di "nuova cittadinanza" generatesi nella società italiana, per successive stratificazioni, dal '68 in poi e caratterizzate da una sempre più netta distanza dai "partiti" come strumenti di mediazione e organizzazione delle forme di partecipazione civile.

La globalizzazione, l'avvento dei social e la crisi economica mondiale hanno dato l'ultima e decisiva spinta a tutto questo e la sinistra, che ha inventato e introdotto tra l'800 ed il '900 lo strumento del partito politico di massa come soggetto della partecipazione, ne paga il maggior prezzo. Con la nascita del Pd siamo stati i primi, grazie a Veltroni, a intuire tutto questo e a tentare di costruire un nuovo soggetto politico che abbiamo definito ancora "partito" ma che era, nei suoi presupposti, più un "movimento" aperto e orizzontale, collocato oltre la tradizione socialista e teso verso quella "nuova cittadinanza" (che oggi si esprime in modo distorto) e per questo lo abbiamo chiamato "democratico". Eravamo sulla strada giusta ma siamo stati incapaci di percorrerla e il vecchio che era in noi, sostenuto dalle regole elettorali incostituzionali introdotte in Italia nel 2006, ha afferrato il nuovo.

Non c'è da stupirsi allora che altri abbiano raccolto, in forma illusoria e distorta, la funzione storica che ci eravamo dati e che era storicamente matura e necessaria per il popolo. Tale processo di sostituzione accade spesso nella storia e nella politica. Per questo oggi dobbiamo trarne tutte le conseguenze e provare a salvare il principio che era alla fonte del Pd.

Serve un nuovo soggetto politico che raccolga i "Democratici" nella forma di un movimento federato e aperto alle realtà civiche e associative e spazzi via il finto e sterile pluralismo correntizio di potere e di conformismo che tiene in ostaggio il Pd da quasi dieci anni.

Un soggetto politico che abbia come principale asse culturale di riferimento la costruzione di un "nuovo ordine" democratico europeo basato sulla crescita, la sicurezza, la difesa e la cittadinanza comune della Ue; l'unica concreta e storica possibilità di determinare un modello di convivenza umana opposta a quella oggi dilagante nel mondo delle diverse, ma con tratti comuni, oligarchie populiste e olocratiche, come la Russia di Putin, la Cina di Xi, gli Usa di Trump, la Turchia di Erdogan, e in un certo senso, lo stesso Isis; i quali tutti lavorano, non a caso, per destabilizzare l'Europa, il cui percorso democratico, federale e statale considerano per loro mortale. "Rifondare il Pd e aprire una fase costituente", come ha deciso la Direzione, non può essere perciò la consumazione di un rito formale, la definizione di una stanca "collegialità" tra queste correnti.

Occorre una rottura che rimetta tutti sulla linea di partenza insieme ad nuova linfa, esterna alla attuale struttura del Partito, ma interna ai suoi valori più profondi, una linfa che è uscita dal partito o non vi è mai entrata in questi anni e che è di sinistra e democratica. Rinunciare alle rendite di posizione interne è il solo modo per riaprire le porte del Pd senza retorici appelli, per rendere conseguente lo "scioglimento delle correnti attuali" che tutti annunciano senza mai agire, per modellare un nuovo pluralismo di idee e persone dove le correnti si fondino sul pensiero e non esclusivamente come oggi su tessere e preferenze elettorali. Per questo ho chiesto, nel dibattito in Direzione e lo chiederò in occasione dell'Assemblea nazionale di aprile, che la "fase costituente" (se, del resto, i fatti debbono seguire alle parole) venga formalmente strutturata attraverso delle "primarie di idee" che precedano sostanzialmente la scelta del leader futuro.

La reggenza attuale del Pd deve nominare una Commissione aperta e composta da personalità autorevolissime interne ed esterne al Pd e non solo politiche che abbia il compito di predisporre un documento per un "programma fondamentale dei Democratici in Italia e in Europa". Tale documento dovrà essere discusso in tutto il paese, nelle città, nei quartieri, nei luoghi di studio e di lavoro, sulla rete, per essere integrato e emendato con ulteriori apporti e i partecipanti singoli o organizzati alle varie assemblee dovranno registrarsi in un nuovo albo dei Democratici che sarà la nuova base associativa aperta del nuovo soggetto politico costruito su comitati promotori in ogni città, quartiere, luogo di lavoro e di studio.

La vigilanza sulla regolarità delle procedure basate su un codice etico rigoroso e su una carta dei valori sarà affidata a una seconda Commissione aperta. Serve un confronto popolare sulla politica, sui contenuti, sui valori e sulle forme organizzate del soggetto politico, della democrazia e dello stato; sui "fondamentali" della sinistra. Solo dopo questo vasto processo popolare potremo discutere dei leader e delle persone e avrà dunque un senso scegliere un capo piuttosto che un altro.

Considero questa strada l'unica possibile, benché impervia e con rischi, per affrontare quattro temi attualissimi:

1. Sfruttare la curva negativa che i populismi possono incontrare nella verifica di governo che, per un certo tempo, dovranno affrontare. Questo nodo è per loro invalicabile e rischioso, come testimoniano i fatti in tutta Italia. Del resto il populismo oclocratico è una bestia dal volto mutevole e chi si abbevera alla fonte della demagogia, viene presto sostituito, in virtù delle promesse facili tradite, da altri soggetti che assumono gli stessi contenuti con diversi simboli. Lo abbiamo visto attraverso la progressiva sostituzione del populismo berlusconiano con quello a Cinque stelle e con quella in corso, come a Roma, tra Cinque stelle e Lega. È qui la principale ragione di conflitto mortale tra costoro e il paese civile può approfittare di questo o esserne totalmente fagocitato. Dipende dai Democratici e dalla loro capacità di mostrare un "alternativa democratica".

2. Creare da subito, in vista di una probabile correzione della legge elettorale in senso maggioritario, il nuovo soggetto politico maggioritario dei Democratici, che in tutta evidenza, per ragioni di usura non può essere "questo" Pd.

3. Dare sostanza, con una iniziativa strategica nel paese reale a quella "opposizione responsabile" che abbiamo detto di voler fare in Direzione e nei gruppi. Un'opposizione responsabile e tatticamente accorta è un'opposizione sui contenuti e sui valori che dialoga e combatte su questi senza pregiudizi, né settarismi, né opportunismi e che porta le sue ragioni nel paese e fuori dal parlamento. Diversamente il nostro attuale confronto tra "dialogo e opposizione" è inutile, infantile, astratto e dannoso.

4. Evitare ogni tentazione, da parte di chiunque, di fare uno "switch" politico e imitare un gioco di borsa, spostando le sue "quote" in un soggetto politico personale lontano dal ceppo fondamentale della sinistra democratica, liberale e riformista. Creare un nuovo soggetto politico democratico che superi e sviluppi l'esperienza del Pd è, a questo punto, un'esigenza storica posta all'ordine del giorno dagli eventi. Può riuscire se assume il profilo di una grande impresa popolare e collettiva. Un tentativo personale sarebbe illusorio e tragico e ricadrebbe nei caratteri di una variante delle modalità populiste che dobbiamo invece contrastare.

Infine, per concretizzare i termini di un' opposizione responsabile e che "guardi ai fatti senza rinunciare agli artigli" (cit. Berlinguer all'inizio del governo Craxi) e che viaggi nel paese oltre che in parlamento, proporrò di sostenere le due proposte di legge che ho presentato con altri colleghi già dal 2013, sulla riforma del Codice Civile in materia di nomine pubbliche (per introdurre procedure di evidenza pubblica) e per riformare la Costituzione in materia di regionalismo, riducendo il numero delle regioni italiane e istituendo la regione di Roma capitale.

Due iniziative per sfidare il civismo parolaio dei Cinque stelle e contrastare l'incipiente costruzione di un sistema di potere attraverso le grandi nomine concordate con i poteri lobbistici e finanziari, via Casaleggio. E per sfidare il "federalismo della felpa" di Salvini che coltiva un localismo primordiale e rozzo, senza alcun rapporto con la nazione e con l'Europa come invece racconta la tradizione democratica da Cattaneo, a Mazzini, a Salvemini, a Spinelli.

Da - https://www.huffingtonpost.it/roberto-morassut/il-ping-pong-nel-pd-su-opposizione-o-dialogo-e-sterile-e-senza-senso-serve-un-nuovo-soggetto-politico_a_23401465/?utm_hp_ref=it-homepage


Titolo: Nel PD si devono “resettare” molte idee, ma non è possibile farlo gettando in...
Inserito da: Arlecchino - Aprile 07, 2018, 12:16:26 pm
Nel PD si devono “resettare” molte idee, ma non è possibile farlo gettando in Arno il cervello.

Renzi annulli le dimissioni e da segretario ripari il riparabile nell'immediato.

Il Polo Democratico di CentroSinistra deve essere preso in considerazione non come coalizione (stramaledetta) ma unicamente come fondamenta e base di un serio Progetto Nazionale.

Il CentroSinistra avversario delle destre e soggetto riformista determinato a non dover più subire accuse false (anche interne), voli pindarici e guasconate da feroce grillismo diffuso.   

ciaooo


Titolo: Martina appoggia la richiesta dei renziani. No della minoranza
Inserito da: Arlecchino - Aprile 16, 2018, 11:51:19 am
Pd, rinvio dell'Assemblea.
Martina appoggia la richiesta dei renziani. No della minoranza
A lanciare la proposta sono esponenti vicini all'ex segretario: "Discutere adesso sul Congresso non è responsabile".
L'opposizione interna è contraria: "Si cerca di indebolire Martina".
Ma il reggente si dice favorevole: "Ho chiesto a Orfini il posticipo". Con lui i franceschiniani

Di ALBERTO CUSTODERO
13 aprile 2018

ROMA - La giornata di fibrillazione interna al Pd si conclude poco prima delle 20 con la nota ufficiale del segretario reggente, Maurizio Martina. "Ho chiesto al presidente Orfini di posticipare l'assemblea", dice.

Ma per tutto il pomeriggio si rincorrono voci sul nuovo colpo di scena interno. I renziani chiedono di rinviare a dopo la formazione del governo l'assemblea del partito, fissata per il 21 aprile. In mattinata c'era stato un incontro tra Renzi e Martina, ufficialmente sul rebus del governo e sulle consultazioni appena concluse. Sono proprio le trattative per trovare una maggioranza in Parlamento a rendere necessario un rinvio, secondo la componente che fa capo a Matteo Renzi (sulla carta il 70 per cento dell'assemblea). "In un contesto politico come quello che stiamo vivendo, la discussione se fare o no il congresso del pd, e se sì quando, è del tutto fuori luogo", dice il dem Dario Parrini, vicinissimo all'ex segretario. "Per questo penso che dobbiamo rinviare l'assemblea nazionale del 21. E che non farlo sarebbe poco responsabile".

Il 21 - è il mantra dei renziani - potrebbe esserci una divisione in assemblea tra candidature contrapposte o proposte diverse sullo svolgimento del congresso. Visto che la discussione fra le varie anime dem potrebbe protrarsi, potrebbe accadere che il partito si trovi ancora in una fase di definizione del proprio assetto nel pieno delle consultazioni per il futuro governo. Insomma, prima di affrontare le scelte relative al nostro futuro, dicono, sarebbe meglio affrontare quelle relative al futuro del Paese.

Ma, poco dopo, insorge la minoranza del Pd. Nessuna comunicazione è arrivata ad Andrea Orlando e agli altri big del partito. Ma, aggiungono fonti parlamentari, se i renziani dovessero seguire quella strada sarebbe gravissimo. Dietro al tentativo dell'ex segretario, sospettano dalla minoranza, "c'è la volontà di mettere in difficoltà Maurizio Martina", ma non solo: "I renziani non vogliono rinunciare a controllare il partito" per mezzo del parlamentino dem e, soprattutto, "vogliono poter fare loro le liste per le europee del 2019 e per le politiche", in caso di voto anticipato. L'area di Emiliano prende posizione con Francesco Boccia. "No, non siamo d'accordo. Un rinvio sarebbe assolutamente inopportuno, al partito servono certezze".

A fine giornata, però, arrivano le prime indiscrezioni da Martina e dai franceschiniani che non sarebbero contrari al rinvio dell'assemblea. Sarebbe anzi questo un modo per svelenire il clima e arrivare con più serenità all'appuntamento delle trattative per il governo. Un modo per tenere fede all'impegno preso al quirinale, di sostenere lo sforzo del presidente Sergio Mattarella. Dello stesso parere anche il segretario reggente, Maurizio Martina.

 © Riproduzione riservata 13 aprile 2018

Da - http://www.repubblica.it/politica/2018/04/13/news/pd_renziani_premono_per_rinvio_assemblea_temono_di_arrivare_divisi_alle_consultazione_per_la_formazione_governo-193774322/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1


Titolo: Renzi non scende dall'Aventino, ma il Pd si prepara a trattare
Inserito da: Arlecchino - Aprile 19, 2018, 01:48:16 pm
Renzi non scende dall’Aventino, ma il Pd si prepara a trattare
L’ex segretario pronto a un braccio di ferro in stile Merkel col M5S: «Se ci sediamo al tavolo con loro non vuol dire che abbiamo un accordo»
Ieri Renzi ha fatto vedere di essere spensierato twittando di prima mattina una foto della sua città commentando: «Come è bella la primavera a Firenze»

Pubblicato il 19/04/2018 - Ultima modifica il 19/04/2018 alle ore 11:40

CARLO BERTINI
ROMA

Nelle ore di massima fibrillazione, quando fin dalla mattina nei Palazzi volgono già gli sguardi al «forno del domani», quello tra Pd e 5Stelle tutto da costruire, Matteo Renzi interpreta il ruolo della sfinge: l’ex segretario lascia tutti col fiato sospeso a rimuginare su quale sia il suo vero intento, dando così la stura alle più svariate ipotesi. E creando non poca fibrillazione nei poli istituzionali, così come nei gruppi del Pd. Dove ieri, dopo la nomina dell’ufficio di presidenza e prima di uscire da Montecitorio, Graziano Delrio si raccomandava con la sua vicaria Alessia Rotta di stare «zitta, perché le cose migliori maturano nel silenzio». Dando così la stura a congetture su chissà quali colloqui con i grillini. E del resto sono girate voci d’ogni sorta: perfino quella secondo cui Renzi vorrebbe che Berlusconi dia mandato a Forza Italia di astenersi di fronte ad un esecutivo con i voti grillini, «per far vedere di non essere il solo a concedere credito a questi qui», racconta un deputato. Guarda caso, esce un tweet di Guido Crosetto, ex azzurro passato con la Meloni, che pronostica proprio questo scenario: «Sembra sempre più vicino il Governo di Centrosinistra: 5 stelle, Pd, Leu. FdI e Lega, felicemente all’opposizione durissima e FI ultrafelicemente all’opposizione dura alla Camera e... “responsabile” al Senato».

Ecco, le voci si rincorrono su una tela ancora tutta da imbastire. Che avrebbe come telaio un incarico affidato a Roberto Fico come grimaldello per scongelare i Dem anchilosati all’opposizione. Tra i renziani scatta il panico, perché nessuno sa cosa pensi il capo e molti temono la «strambata» improvvisa verso i pentastellati senza che nessuno sia preparato alla bisogna, anzi dopo che tutti sono stati costretti a dire urbi et orbi che «non se ne farà nulla». Renzi fa vedere di essere spensierato, «come è bella la primavera a Firenze», twitta in mattinata. Facendo preoccupare ancor di più i suoi, subissati da messaggi «di militanti ed elettori infuriati che ci chiedono se sia vero che andiamo coi grillini...», racconta uno delle sue parti. Alle otto di sera l’ex segretario fa trapelare che per lui il governo Pd-5Stelle non esiste, «non ci sono scongelamenti, avvicinamenti, ipotesi o trattative. Niente», assicura il suo portavoce.

 Certo è che la prossima settimana ci sarà un altro esploratore e a quel punto i Dem si dovranno sedere al tavolo. Se sarà un esponente grillino o vicino a quel mondo, la partita entrerà nel vivo. Tanto che i big Pd senza darlo a vedere si stanno già disponendo alla battaglia. «Se ci sediamo con loro, ciò non vuol dire che abbiamo fatto un accordo per il governo, anzi», spiega uno dei pochi ad aver frequentato le stanze del Colle in questi giorni. «Con le distanze che ci sono tra noi, nulla è scontato, tutt’altro». Tradotto: il Pd di fede renziana non esclude nulla, ma non scommette un euro sulla riuscita dell’operazione. E in ogni caso si prepara ad intavolare un braccio di ferro lungo e defatigante, «in stile Merkel», che ha impiegato sei mesi a scrivere il patto programmatico con gli alleati. Come sempre, le varie anime si posizionano sul campo di battaglia. Insieme a quella di Orlando ed Emiliano, anche quella veltroniana vede di buon occhio un cantiere con i grillini. «Loro questa volta si sono rimpolpati con 4 milioni di voti del Pd e sarebbe una fesseria non dialogarci», sostiene Walter Verini, che con Veltroni costruì la narrazione del Lingotto e che vede un approdo insieme ad una forza che comunque sia ora difende il patto atlantico. 

Anche Gentiloni su questo versante, che trova sensibili molti padri del Pd, nella sua modalità felpata si muove. Ieri, ad un convegno insieme a Romano Prodi su De Gasperi, faceva notare che in Parlamento ci si torna a dividere sulla Nato, come avvenuto dagli anni ’50 agli anni ’70 e «chi tocca i pilastri dell’alleanza fa una scelta pericolosa per il paese». Un discorso che agli osservatori è parso come un modo per aiutare il Pd e i grillini a fare un governo sotto l’ombrello atlantico.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/04/19/italia/renzi-non-scende-dallaventino-ma-il-pd-si-prepara-a-trattare-YwuJSWcyfflATS7o85qs4L/pagina.html


Titolo: La sinistra ora è in prestito ai Cinque Stelle
Inserito da: Arlecchino - Aprile 19, 2018, 01:57:35 pm
DIBATTITO

La sinistra ora è in prestito ai Cinque Stelle

Dalle battaglie sociali alla partecipazione. Il Movimento Cinque Stelle, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni interne, si è impadronito di un'eredità. Per adesso o per sempre?

DI S. BORGHESE, V. FABBRINI, L. NEWMAN
18 aprile 2018

Dopo l'intervento di Paola Natalicchio della scorsa settimana, prosegue il dibattito sul destino della sinistra. Gli autori sono tre giovani ricercatori*

Essere di sinistra può assumere tante connotazioni: estetiche, industriali, clientelari, campanilistiche, e dipolicy. In modi diversi sono identificabili come di sinistra le scarpe Camper, le cooperative, il sistema di relazioni che girava attorno alla Monte dei Paschi di Siena, il Livorno calcio e la legge Cirinnà. Nozioni di cosa è non è di sinistra possono però cambiare con il tempo. Che Guevara è un’icona della sinistra, ma è riverito anche da CasaPound.

Fondamentalmente, però, essere di sinistra vuol dire credere in un ideale di giustizia sociale in favore dei meno abbienti. Quest’accezione moderna di sinistra nasce nell’immediato post rivoluzione francese quando, durante l’assemblea degli Stati Generali, le forze rivoluzionarie occuparono la parte sinistra dell’emiciclo. Nel solco di questa tradizione, secondo il filosofo italiano Norberto Bobbio, chi è di sinistra vede l’eguaglianza come il valore più importante.

Il mezzo attraverso il quale si persegue l’ideale egualitario cambia però a seconda delle dottrine politico-economiche. Il socialismo offre il mezzo della collettivizzazione. Si tratta di una dottrina che è stata a lungo dominante e spesso identificata tout court con l’ideale di sinistra, ma non è l’unica. Il keynesismo, ad esempio, rientra nel paradigma economico capitalista, ma è generalmente considerato di sinistra perché prevede un sostegno alla domanda interna durante i cicli economici recessivi.

A prescindere da dottrine economiche, marche di calzatura e sistemi di potere, l’essere di sinistra significa senz’altro avere a cuore le condizioni di vita di chi sta peggio. È innanzitutto un’attitudine, qualcosa che si fa tutti i giorni, prima ancora di declinarsi in una posizione politica.

Dopo Tangentopoli e la caduta del muro di Berlino, si è presentata in Italia una classe dirigente nuova, che in tante aree non è mai cambiata. Sono gli anni in cui a destra emergono i berlusconiani e a sinistra i dalemiani e i veltroniani – forze sociali che hanno visto il loro tramonto solo con il risultato delle politiche del 2018.

L’establishment di sinistra, dai partiti ai sistemi di potere privato e pubblico che li circondano, è quindi rimasto sostanzialmente immutato in quest’ultimo quarto di secolo. L’elettorato, invece, no.

I dati elettorali più sofisticati, disponibili dalle politiche del 2008 in poi, dimostrano come quello che era il bacino elettorale di riferimento della sinistra ha visto cambiare radicalmente le proprie condizioni e prospettive socio economiche in questi anni. Quella classe operaia che aveva sempre votato a sinistra si è progressivamente impoverita, invecchiata o precarizzata. Anche la classe media ha visto ridursi drasticamente il proprio reddito pro-capite, in maniera talvolta vertiginosa. Continuano a votare a sinistra soprattutto coloro che continuano a sentirsi rappresentati da una leadership anziana che focalizza la propria offerta politica su tematiche tradizionalmente affini ai più anziani e chi da loro dipende: immigrazione, rigore fiscale, pensioni, tutti temi tradizionalmente di destra.

I dati più recenti evidenziano proprio come il bacino elettorale di riferimento sia cambiato, diventando anziano e arroccandosi nei centri borghesi delle grandi città.

Già nel 2013 infatti il voto al PD era stato quasi direttamente proporzionale all’età, restando sotto il 20 per cento tra chi aveva meno di 40 anni e salendo al 37 per cento tra gli over 65 (dati ITANES); una dinamica che si è ripetuta anche nel 2018, quando il PD ha ottenuto più del 20 per cento solo tra chi ha più di 55 anni, e il 28 tra gli ultra 65enni, secondo i dati del sondaggio Quorum/YouTrend per Sky Tg24.

Lo stesso istituto ha calcolato come il PD abbia fatto registrare la migliore tenuta, in un contesto di arretramento generale, proprio nei grandi centri urbani con più di 300 mila abitanti, mantenendo il 70% dei propri elettori 2013, a fronte di una tenuta del 65-66 per cento nei comuni inferiori; ancora più indicativo il dato in voti assoluti, dove si nota che il PD (e il centrosinistra “tradizionale” nel suo complesso) va meglio solo nei comuni di maggiori dimensioni, superando il 20 per cento (e il 30 per cento considerando tutta l’area progressista) soltanto nelle città con più di 100 mila abitanti.

Il consenso trasversale nelle regioni rosse (che lo sono sempre meno) ha resistito fintanto che c’è stato un ricambio della classe dirigente locale, capace di una buona gestione economica a favore della propria la base, portando avanti un’agenda progressista, egualitaria. Le elezioni del 4 marzo hanno visto crollare questa certezza: per la prima volta dal 1946, in Emilia-Romagna la sinistra non è stata la prima forza politica. Qui, come altrove in Italia, Il grosso del bacino elettorale ha sofferto tutte le conseguenze del declino macroeconomico, senza paragoni nel mondo occidentale, patito dall’Italia dal 2000 in poi. I pochi investimenti e la mala-gestione della globalizzazione hanno decimato gli ecosistemi produttivi da cui dipendeva l’impiego degli elettori di sinistra. L’establishment di sinistra, come quello di destra, non ha saputo rispondere a questa sfida, se non a livello pratico sicuramente non a livello di retorica, cultura e capacità di ascolto. Il bacino elettorale di riferimento ha quindi buone ragioni per aver perso fiducia, ed è tra questi delusi che i Cinque Stelle hanno trovato la loro più importante fonte di consenso.

Gli studi sui flussi elettorali confermano che sia nel 2013 che nel 2018 una parte consistente dell’elettorato del M5S aveva votato, in precedenza, per uno dei partiti progressisti “tradizionali”: PD, IDV o sinistra. Nel 2013 tale quota era pari al 42% dell’elettorato complessivo dei Cinque Stelle (dati ITANES), mentre la principale destinazione – ad eccezione dell’astensione – degli elettori che sia nel 2013 che nel 2014 avevano votato il PD (quindi, guidato sia da Bersani che da Renzi) è stata, nel 2018, il Movimento (secondo il sondaggio Quorum/YouTrend per Sky TG24). L’elettorato di riferimento della sinistra sembra aver trovato nel Movimento qualcosa che il suo establishment di riferimento ha perso. 

Si può capire cosa esattamente analizzando le battaglie identitarie del Movimento. Analizzando i media, queste sono principalmente il richiamo all’onestà e il sostegno ai poveri. L’onestà è predicata attraverso la battaglia sui vitalizi, il giustizialismo sommario verso i politici indagati e una retorica distruttiva nei confronti di qualsiasi autorità sospettata di corruzione. Il reddito di cittadinanza – una proposta, per quanto fiscalmente discutibile, di normale social welfare – è invece l’espressione più concreta della battaglia contro la povertà.

Anche la lotta all’immigrazione, perlomeno a livello di cornice ideologica, gioca un ruolo. La battaglia contro il disagio sociale è al centro della cultura dei Cinque Stelle, che hanno nella restituzione della voce alle persone comuni uno dei loro valori fondanti.

I sondaggi confermano che le battaglie a cui gli elettori Cinque Stelle tengono maggiormente sono proprio queste. Sono temi che hanno una presa naturale su chi ha un profilo sociodemografico più giovane, tendenzialmente disagiato o comunque caratterizzato dall’aver subito le conseguenze della stagnazione economica che dura dal 2000. Il rapporto di fiducia tra l’elettorato dei Cinque Stelle e il suo nascente establishment passa per questa condivisione di obbiettivi.

È importante anche precisare che l’opposizione ai vaccini, il razzismo becero, l’anti-intellettualismo sono posizioni minoritarie tra i seguaci del Movimento.

La vera proposta del Movimento però non risiede nei suoi contenuti ma nei processi rappresentativi.
I Cinque Stelle teorizzano infatti la nascita di una democrazia digitale diretta, in cui internet consente la formazione di un consenso su posizioni trasversali. Le primarie digitali, battezzate parlamentarie, e i referendum online su decisioni cruciali del Movimento, per quanto amatoriali o manipolative nella loro esecuzione, sono prassi fondanti. Consentono all’ex-elettore di sinistra di sentirsi nuovamente ascoltato da un establishment.
Si tratta di idee tipiche della sinistra radicale. La genesi intellettuale della democrazia diretta digitale risale infatti ai campus universitari americani di sinistra. Discende intellettualmente dal sogno collettivista di Marx, attuato poi attraverso la Comune di Parigi del 1871, nei primi Soviet e nei kibbutz israeliani. Alcune scelte lessicali adoperate dai Cinque Stelle – direttorio, Rousseau – sembrano voler ricondurre idealmente i processi di governance del Movimento allo spirito della rivoluzione francese.

Poche settimane fa, Luigi Di Maio è stato deriso dal New York Times per aver lasciato la casa dei genitori solo cinque anni prima. Le statistiche dimostrano che la vicenda personale di Di Maio, e di tanti altri quadri del Movimento, è simile a quella di molti dei loro elettori. L’inesperienza professionale e il disagio vissuti da Di Maio, Fico e altri sono asset politici.

Riassumendo, il nascente establishment del Movimento è uno in cui un elettorato mediamente giovane, che normalmente tenderebbe a sinistra, si riconosce. I processi partecipativi proposti dal Movimento sono, almeno filosoficamente, di sinistra. Le loro battaglie identitarie – onestà e sostegno ai poveri – sono di sinistra. Il bacino elettorale della sinistra – inteso sia come vecchi elettori che come profilo socio-demografico degli elettori del 2008 – è in buona parte defluito ai Cinque Stelle. Se la sinistra istituzionale paga l’aver tentato a lungo di offrire soluzioni al malcontento senza doverlo ascoltare e rappresentare, il Movimento, al contrario, nei suoi primi nove anni ha potuto sia ascoltare che rappresentare il malcontento egregiamente. Il Movimento Cinque Stelle è, con tutti i suoi difetti e con tutte le sue contraddizioni interne, il nuovo partito di sinistra italiano.

Le battaglie politiche dei Cinque Stelle sono le stesse che l’establishment e i partiti di sinistra hanno smesso di fare, almeno a livello comunicativo. Se i governi di sinistra hanno attuato misure di contrasto al disagio sociale come il reddito d’inclusione, raramente questa questione è stata al centro della loro retorica. La lotta alla corruzione e alle clientele, elementi centrali nell’identità dei Cinque Stelle, è avvenuta concretamente attraverso provvedimenti del PD quali l’istituzione dell’ANAC e il nuovo codice degli appalti. Eppure non sono diventati elementi identitari dei partiti di sinistra. In tempi più recenti, scandali minori come quello di Banca Etruria sono stati gestiti male sul piano comunicativo, accrescendo l’impressione che l’establishment di sinistra sia un sistema di potere più che l’espressione di un consenso politico.

Tutto ciò è vero non solo a livello partitico ma di classe dirigente in senso lato e di cultura politica. Al calo continuo del numero degli iscritti dei partiti di sinistra negli ultimi 25 anni si è accompagnato il declino delle cooperative, dei centri sociali e delle banche e aziende con consigli direttivi espressi dai partiti di sinistra. La cultura di sinistra si è evoluta di pari passo. Nella percezione mediatica, i suoi simboli odierni sono diventati confusi e autoreferenziali: il cashmere, i film in lingua originale, Capalbio. Si tratta di ossessioni da élite che non verrebbero così derise se la sinistra istituzionale avesse mantenuto una capacità di ascolto e rappresentanza propria delle élite politiche in una democrazia rappresentativa, come insegna Bernard Manin.

Più che il fallimento di un leader, Renzi o D’Alema o Bersani, è un fallimento di leadership. Renzi è solo l’espressione finale di un declino pluridecennale. Il suo tentativo di eversione è stato l’ultimo respiro dell’ultima classe dirigente giovane dell’ultima regione rossa. Questo scollamento dalla base è stato così lento da essere ignorabile dall’establishment di sinistra. Fino al risultato del 4 marzo.

Storicamente, nel mondo occidentale, l’asse sinistra-destra non scompare. Cambiano semplicemente i partiti e le loro identità. E le ragioni per cui i partiti cambiano ideologia sono spesso legate alle loro strutture di potere. In America, fino agli anni ’50, il partito Repubblicano era la forza progressista e il partito Democratico quella conservatrice. In passato questo bipolarismo è stato interpretato dai Whigs, i Federalisti e altri. Nel Regno Unito vi è stato un percorso simile. Gli odierni partiti progressisti del Regno Unito e degli USA nascono da frange insoddisfatte dei partiti progressistiche c’erano prima. In Italia molti attribuiscono l’emergere del proto-fascismo di ispirazione socialista alla perdita di contatto con la base della Sinistra Storica e alla frustrazione del primo Mussolini con l’establishment socialista.

Similmente, spesso i quadri grillini sono persone che hanno rinunciato a permeare l’establishment, spesso quello di destra, ma più spesso quello di sinistra. Se Di Maio e Di Battista hanno vissuto le delusioni dei padri, dirigenti locali delle destre sociali, Virginia Raggi e Roberto Fico sono dei delusi dalla leadership di sinistra. Da ragazzo, anche lo stesso Di Battista si è definito di sinistra. La rosa di ministri proposta per il governo dai Cinque Stelle è composta da persone relativamente giovani, relativamente di sinistra, rimaste però ai margini dell’establishment progressista.

Questo è l’altro specchio della medaglia degli elettori grillini, che sono appunto più spesso vecchi elettori delusi della sinistra che della destra.

I tanti delusi tra le aspiranti classi dirigenti del post‘92, soprattutto ma non solo di sinistra, stanno formando un nuovo establishment che, per quanto possa essere poco qualificato, sta sostituendo quello precedente. È verosimile che delle componenti dell’attuale o aspirante classe dirigente di sinistra si lascino cooptare dai Cinque Stelle pur di sopravvivere o avere la propria occasione di ribalta. In alcune frange della società civile, questo sta già avvenendo.

La destra in Italia non è cambiata in questi anni, rimanendo sostanzialmente reazionaria, nonostante la tentata evoluzione berlusconiana. Per l’elevata età anagrafica della sua leadership, e a causa della centralità di Silvio Berlusconi, Forza Italia e la rete di relazioni che la circonda sono irriformabili. L’ha scoperto Gianfranco Fini proprio come lo sta scoprendo Matteo Renzi con il PD. Molti vedono però nell’avventura di Matteo Salvini un altro percorso: un tentativo di superare Forza Italia sostituendola, piuttosto che cambiandola dall’interno. I quadri della Lega salviniana sono infatti più giovani dei berlusconiani, ma molti sufficientemente moderati da essere ideologicamente ascrivibili a Forza Italia se volessero.

Queste nuove destra e sinistra sono protagoniste di un nuovo bipolarismo geografico. Un Settentrione che esce dalla crisi, più che schierarsi contro l’Europa o la migrazione, ha semplicemente votato un partito che propone una misura pro-crescita: la flat tax, ovvero un’aliquota IRPEF unica. Si tratterebbe di una riforma, per quanto utopica nell’attuale contesto fiscale italiano, essenzialmente di destra. Il Meridione, che non ha visto la ripresa economica, ha sostenuto con maggioranze schiaccianti un partito, il Movimento Cinque Stelle, che propone una misura assistenzialista altrettanto inverosimile, ma fondamentalmente di sinistra. L’emergere della Lega e dei Cinque Stelle tra le principali forze politiche ha più a che vedere con un ricambio di establishment che con un superamento ideologico.

Con la fine della cortina di ferro, si afferma il Washington Consensus. È la convinzione, nel seno della sinistra istituzionale americana, che le soluzioni economiche tipicamente liberali – globalizzazione, competizione – rappresentino l’unica ricetta credibile per la crescita macroeconomica. La sempre minor attenzione all’egualitarismo che vediamo oggi nella sinistra italiana nasce qui, traducendosi per la prima volta in politiche pubbliche con la Terza Via di Bill Clinton. Il primo ad adottare la Terza Via in Europa è Tony Blair, seguito via via da altri colleghi europei. Il principale punto di riferimento estero di Renzi, sia dal punto di vista ideologico che per come ha riformato il proprio partito, è proprio Tony Blair.

E fino al duplice trauma dell’elezione di Trump e la Brexit, molte sinistre occidentali hanno più o meno continuato su questa scia. Oggi, non avendo saputo tradurre la Terza Via in una dottrina egualitaria e credibile per le proprie basi, i partiti di sinistra tornano alle loro origini, come Corbyn nel Regno Unito e Sanders negli USA, oppure rischiano di scomparire a causa della concorrenza di un’offerta politica più innovativa, come è avvenuto con i socialisti in Francia o il PASOK in Grecia.

La sinistra istituzionale italiana dovrebbe cambiare radicalmente visione politica per trovare o ritrovare una base. Potrebbe farlo in direzione centrista oppure tornando a valori di sinistra tradizionale. In entrambi i casi, l’establishment di sinistra e l’elettorato che gli è rimasto fedele dovranno partire dal riconoscimento che il Movimento Cinque Stelle si è impadronito delle loro battaglie storiche. I meme sul reddito di cittadinanza, condivisissimi nei giorni del post-voto, suggerirebbero che questo non stia avvenendo.

Un cambio di paradigma potrebbe arrivare da un cambio di leadership in seno ai partiti. Molti sperano che un Nicola Zingaretti o un Carlo Calenda abbiano il carisma per dare una nuova identità politica alla sinistra. Ma il problema è di classe dirigente e non solo quella dei partiti. Un cambio di visione difficilmente può essere imposto univocamente dall’alto come ha provato a fare, nel bene e nel male, Renzi. Strutturalmente e storicamente, infatti, è molto raro che un establishment sostanzialmente anziano e diffuso viva grandi cambi di rotta. Non a caso Potere al Popolo, ovvero la parte della sinistra radicale che più aveva avvertito la distanza tra sinistra istituzionale ed elettorato, ha una leadership e una base giovane. Se altri giovani dirigenti che si identificano nella sinistra percepiscono di avere maggiori chance di emergere altrove, appunto tra i Cinque Stelle, è giusto essere scettici chela sinistra istituzionale per come la conosciamo possa sopravvivere a questa legislatura. Il 18,7% registrato dal PD il 4 marzo potrebbe essere stata un’ultima resistenza. La sinistra è viva, ma non lotta insieme a noi.

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Gli autori *
Lorenzo Newman è Principal Consultant di Learn More, una società di consulenza. Ha scritto su istruzione, politica nazionale ed internazionale per Slate, Aspenia, Pagina99, Linkiesta e altri. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo libro, Paura e Rischio in Italia, edito da Castelvecchi.

Salvatore Borghese è caporedattore di Youtrended è stato tra i fondatori di Quorum, un istituto di ricerca demoscopica. I suoi pezzi di analisi elettorale sono apparsi su Slate, Il Fatto Quotidiano, Il Mattino, La Stampa, e altri. Commenta spesso gli ultimi sondaggi su Rai 3 e La7

Valeria Fabbrini è una ricercatrice economica specializzata nel monitoraggio e valutazione degli investimenti e della spesa pubblica. Su questi temi ha collaborato per sei anni la Presidenza del Consiglio dei Ministri e pubblicato numerosi articoli, saggi e una monografia.

© Riproduzione riservata 18 aprile 2018

Da - http://espresso.repubblica.it/palazzo/2018/04/18/news/la-sinistra-ora-e-in-prestito-ai-cinque-stelle-1.320672?ref=RHRR-BE


Titolo: Cinque stelle-Pd, il dibattito sul cambio di scenario
Inserito da: Arlecchino - Aprile 19, 2018, 01:59:04 pm
Cinque stelle-Pd, il dibattito sul cambio di scenario

Le interviste: Massimo Cacciari, Ugo Mattei, Tomaso Montanari e Diego Fusaro
Filosofo. Massimo Cacciari. Il suo ultimo saggio è «Generare Dio» (Il Mulino)

Pubblicato il 19/04/2018 - Ultima modifica il 19/04/2018 alle ore 07:30

NICOLA PINNA, ANDREA FIORAVANTI, MATTEO INDICE, FILIPPO FEMIA
TORINO

Massimo Cacciari: scenario incredibile, i vincitori trattano con i perdenti 
L’unico scenario a cui Massimo Cacciari è certo di non dover mai assistere è proprio questo: «Che il Movimento 5 Stelle tenti di fare un accordo col Pd. Questo mi sembra davvero incredibile. Assurdo che il partito vincitore delle elezioni accetti di essere condizionato dalla forza più sconfitta». 

Neanche se a guidare un ipotetico governo fosse Fico, il grillino che in qualche modo sembra più vicino alle idee della sinistra? 
«Cambia davvero molto poco. Il vero problema è che i Cinque Stelle dovrebbero ritrovarsi a trattare con Renzi, che ha ancora la guida della parte più forte e più rappresentativa del partito. Non solo: il Movimento dovrebbe accettare le proposte del Pd, dovendo persino concordare i nomi delle persone a cui affidare tutti gli incarichi». 

Quale può essere ora la via d’uscita? 
«Quella di un governo istituzionale. Per Mattarella questa può essere l’unica soluzione realmente praticabile. Vista la situazione che si è creata, il M5S ha l’ultima possibilità per riuscire a far parte di un governo: quella di un esecutivo in cui sono dentro tutti, scelto dal Capo dello Stato, magari con l’incarico di riformare la legge elettorale. Soltanto in questa situazione i grillini e il Pd potranno stare insieme». 

La trattativa tra Lega e M5S oggi è fallita definitivamente oppure c’è un’altra possibilità? 
«La soluzione a questo caso resta ancora nelle mani di Berlusconi. Di Maio e il Movimento su questo punto hanno la strada sbarrata: non possono in nessun modo tornare indietro. Sarebbe una figuraccia se facessero cadere il veto che hanno posto fin da subito sull’ex premier. La mossa più utile, se si vuole sbloccare la situazione, potrebbe farla Berlusconi: si faccia da parte». 

Ma quanto le sembra probabile che possa accadere? 
«Poco, ma sarebbe bello a quel punto vedere se Di Maio e Salvini sono in grado di formare un governo. Tutti gli italiani li potrebbero giudicare alla prova dei fatti. L’alternativa è che i vincitori delle elezioni dicano chiaramente di aver fallito».
(Nicola Pinna) 

Ugo Mattei: ma prima facciano le primarie per sentire la base 
«Il Movimento Cinque stelle e il Partito democratico devono sentire i loro iscritti per capire con quale programma e su quali valori si può governare insieme». Secondo Ugo Mattei, docente di diritto privato a Torino e a Berkeley, si è già perso troppo tempo. «Ormai sono passati 45 giorni di teatrino politico fatto di capi e capetti che si alternano in consultazioni formali. Per uscire dallo stallo bisogna ridare la parola ai cittadini e capire qual è la vera volontà popolare. Serve un nuovo metodo».

E come si fa? 
«Si potrebbe incaricare il presidente della Camera Roberto Fico e dare 15 giorni di tempo ai leader di Movimento Cinque Stelle e Partito democratico per consultare le loro basi e capire se è possibile un’alleanza. Ormai non ci sono molte alternative. Il Movimento Cinque Stelle ha sempre detto di aver preso decisioni con le consultazioni online, il Partito democratico si vanta e stra vanta di aver fatto le primarie. Che le facciano una buona volta per una giusta causa!».

Quali potrebbero essere i punti in comune per un governo M5S - Pd? 
«Lavoro, beni comuni, ambiente, ecologia e modifica della legge Fornero».

Roberto Fico è l’uomo giusto per creare questa alleanza politica? 
«Sì, Fico ha fatto un percorso importante sulla lotta per i beni comuni e contro la privatizzazione dell’acqua pubblica. È il prodotto di un movimento importante, fatto di forze che vengono dalla base sociale del Paese e che devono portare al potere qualcuno che abbia a cuore queste lotte».

Ma il capo politico del Movimento è Luigi Di Maio. Questo può essere un ostacolo? 
«Non è pensabile che il 30 per cento delle persone abbia votato il Movimento Cinque Stelle e questo significhi che il capo interpreta da solo, in totale autonomia e a suo piacimento, l’esito del voto. Perché non è così che funziona in politica».
(Andrea Fioravanti) 

Tomaso Montanari: chi tocca Berlusconi muore: non c’è alternativa a Pd-M5S 
«Chi tocca Berlusconi muore: è praticamente successo a Renzi e Di Maio non poteva che comportarsi come ha fatto, altrimenti oltre alla premiership avrebbe perso la faccia».

Stallo insuperabile o l’accordo fra dem e grillini si farà? 
«Premessa: vedere l’“avvocatessa” di Silvio Berlusconi consultarsi con lui m’ha fatto un certo effetto. Per me che sono uno storico dell’arte poi, quell’immagine nella cornice di Palazzo Giustiniani ha riportato le lancette dell’orologio parecchio indietro. Ciò detto, che alternative ci sono al Movimento che si allea con il Pd?».
Governi istituzionali, il voto... 
«Ma non si può andare avanti o votare all’infinito, con l’idea di trasformare in maggioritario un sistema proporzionale: sarebbe come aprire una noce con un badile. Quelle due forze devono fare una cosa abbastanza semplice, sedersi a un tavolo».

E se Di Maio mette qualche veto? 
«È notorio che quando ci si siede a un tavolo per un confronto fra due parti non sovrapponibili, non si può sapere prima come ci si alzerà».

Di Maio ha detto cose tremende del Pd e il Pd di Di Maio. 
«Milioni di voti dei democratici sono andati ai Cinquestelle, è questo il dato fondamentale che li mette in comunicazione».

Perché Salvini non molla Berlusconi? 
«Mah, ci sono in ballo un po’ di giunte al Nord e poi lui senza la coalizione rischierebbe di ritrovarsi a fare la spalla di Di Maio, e basta».

Ovvero? 
«Salvini è il capo del centrodestra perché la Lega è il partito che lì ha preso più voti; ma senza le altre componenti non è il leader di nulla, conta assai meno».

È un momento tetro, drammatico? 
«Ma no, la democrazia e le trattative sono una bella cosa, smettiamola con questo strisciante desiderio di autoritarismo. Ci si confronti e magari il Partito democratico smetta di lasciare che la Lega su certi temi, la guerra per esempio, sia l’unica a dire le cose tipiche della sinistra sociale». 

(Matteo Indice) 

Diego Fusaro: Di Maio eviti il Pd come la peste e insista con la Lega 
«L’unica soluzione è un governo di cambiamento tra Movimento 5 Stelle e Lega. In questo momento Di Maio deve evitare il Pd come la peste». Diego Fusaro, filosofo marxista acclamato all’ultima convention grillina a Ivrea non usa giri di parole di fronte all’impasse dopo il primo giro a vuoti di Casellati: «Nessuna apertura ai democratici. Meglio tornare a votare».



Di Maio fa bene a insistere nel suo veto a Berlusconi? 
«Assolutamente sì. Peggio di Berlusconi c’è soltanto il Pd. Se uno di questi due attori entra in scena, è una sconfitta per l’Italia. Sarebbe come far rientrare dalla finestra ciò che abbiamo cacciato dalla porta». 

Perché crede che il Pd sia il nemico numero uno? 
«In tutti questi anni si sono schierati al fianco degli sfruttatori e contro gli sfruttati. Hanno difeso soltanto gli interessi della finanza globale».

Dunque non vede alternativa a un governo M5S-Lega? 
«Assolutamente no. Tutte le altre strade neutralizzano la spinta del cambiamento che i Cinquestelle incarnano. M5S e Lega sono le uniche due forze contro i sostenitori della mondializzazione turbocapitalista e a favore dei dannati della capitalismo. Se, come sembra, non riusciranno a trovare un accordo è meglio tornare alle urne». 

Crede che il M5S sia ostaggio di Di Maio? 
«Dopo il risultato delle elezioni i Cinque Stelle sono ostaggio di loro stessi: devono decidere se imboccare la strada del cambiamento e diventare il partito di rappresentanza dei precarizzati e degli sconfitti oppure diventare un Pd 2.0. Io spero nella prima strada». 

Un mandato esplorativo a Fico potrebbe essere una soluzione? 
«Perché no. Potrebbe rivelarsi una possibilità interessante». 

Anche se è l’indiziato ad aprire al Pd? 
«In questo caso no. Ripeto: il Pd, simbolo dell’élite mondialista, è il nemico numero uno per i Cinque Stelle». 
(Filippo Femia) 

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Da - http://www.lastampa.it/2018/04/19/italia/scenario-incredibile-se-i-vincitori-trattano-con-i-primi-perdenti-ipAPpjtxRj7kKNZ6Ll8OCK/pagina.html


Titolo: Incarico a Fico, Martina: "Sì a dialogo se finiscono ambiguità".
Inserito da: Arlecchino - Aprile 24, 2018, 04:52:48 pm
Incarico a Fico, Martina: "Sì a dialogo se finiscono ambiguità". Ma i renziani chiudono
Molti no al tavolo con i 5Stelle dal fronte vicino all'ex segretario.

E la minoranza insorge: "Dichiarazioni gravi e irrispettose, anche nei confronti di Mattarella".
Il reggente: "Ci confronteremo, ma no a trattative parallele con la Lega"

23 aprile 2018

Il Pd torna sulla scena delle consultazioni dopo l'esclusione per il mandato di Casellati, quando l'incarico era sondare un possibile governo centrodestra-Lega. Ma il partito rischia di andare ancora una volta in ordine sparso. Roberto Fico era appena uscito dal Quirinale e già fioccavano gli altolà del fronte renziano. "Un contratto? È fiction. Ascolteremo ovviamente con rispetto e attenzione Fico, per la funzione che rappresenta. Ma il mio parere resta quello dei giorni scorsi: eravamo, siamo e resteremo alternativi ai Cinque Stelle", dice il presidente dem, Matteo Orfini, a Repubblica tv.

Incarico a Fico, Orfini: ''Per il Pd non cambia niente. E il contratto del M5s è fiction''
E subito dopo parla il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, anche lui renziano ortodosso: "Non ci sono le condizioni minime per una maggioranza politica tra Cinquestelle e Pd". E il senatore dem, Dario Parrini: "Le distanze con M5s appaiono invalicabili".  Un altro senatore, Francesco Verducci: "Siamo totalmente alternativi". Una raffica di no, insomma. Appena meno tranchant il vicepresidente della Camera, Ettore Rosato: "Pieno rispetto per il lavoro del presidente della Repubblica, ma se c'è ancora un tavolo operativo con la Lega, è giusto che i 5Stelle lo concludano. Quando avranno deciso sarà più facile confrontarsi. Nonostante le distanze siano enormi". Poi precisa: "Anche una eventuale chiusura del 'forno M5s-Lega' non significa automaticamente l'avvio di una trattativa con noi".

Finché a rompere il coro arriva un esponente della minoranza dem, Francesco Boccia, area Emiliano: "Esprimere giudizi sulla linea che dovrà tenere il Pd subito dopo le decisioni di Mattarella e senza attendere l'incontro istituzionale tra il presidente Fico e la delegazione del partito è grave e irrispettoso verso le più alte istituzioni dello Stato". E ancora: "Le minoranze sono state fin troppo pazienti per ben 3 giri di consultazioni in nome dell'unità. Ora si è superato ogni limite" e "diventa urgente e improcrastinabile un confronto politico in direzione" dopo le regionali.

Pd, Boccia contro Orfini: "Folle chiudere a Fico senza nemmeno averlo ascoltato"
Poi arriva la voce del segretario reggente, Maurizio Martina che sembra riassumere la posizione dell'ala dialogante, quella cui fanno riferimento tanti ministri dell'esecutivo Gentiloni: "Ci confronteremo con il presidente Fico con spirito di leale collaborazione secondo il mandato conferitogli dal presidente Mattarella. Lo faremo con serietà e coerenza a partire da una questione fondamentale e prioritaria: la fine di ogni ambiguità e di trattative parallele con noi e con lega e centrodestra. Per rispetto degli italiani, dopo 50 giorni di tira e molla, occorre su questo totale chiarezza".

E Piero Fassino: "Fallito e archiviato, per esplicita ammissione di Di Maio, il tentativo di dar vita a un governo Lega-M5S, si tratta adesso di raccogliere le indicazioni del presidente della repubblica. È dovere del Pd non sottrarsi a questa verifica, portando al confronto le proposte più utili per dare al paese un governo". Insomma, la partita dem sembra appena cominciata. Domani alle 14.30 il primo incontro con Fico.

© Riproduzione riservata 23 aprile 2018

Da - http://www.repubblica.it/politica/2018/04/23/news/incarico_a_fico_martina-194647260/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1


Titolo: ENRICO PALUMBO. LE FALSE PREMESSE DELL’AVENTINO IMPOSTO DA RENZI
Inserito da: Arlecchino - Aprile 24, 2018, 04:54:19 pm
LE FALSE PREMESSE DELL’AVENTINO IMPOSTO DA RENZI

ENRICO PALUMBO
23 aprile 2018

Conviene riflettere un po’ sulla storia, ma anche sull’attualità, con quegli esponenti democratici e i loro seguaci tra gli elettori che sono promotori della campagna per l’«Aventino» del Pd e che, slogan #senzadime in punta di tastiera, insultano gli esponenti del partito favorevoli al dialogo con il M5S.

In un sistema proporzionale non esiste il «mandato per fare opposizione», benché sia necessario tenere conto delle variazioni tra un’elezione e l’altra: un partito che ha perso il 7% rispetto al 2013 e oltre il 22% rispetto al 2014 non può pretendere che il dialogo parta dall’inappellabile difesa dell’eredità dei cinque anni trascorsi (“Jobs act”, “buona scuola”, bonus e mance varie, riforma costituzionale, banche…), perché si presume che proprio gli aspetti salienti e più contestati della precedente esperienza governativa siano le ragioni della sconfitta. Saggio sarebbe sedersi a un tavolo e verificare come questa eredità può essere conciliabile, con correttivi, con le istanze degli interlocutori.

Non si può nemmeno contestare al M5S la scelta di tenere aperti i “due forni”, cioè la possibilità di allearsi sia con la destra sia con la sinistra, enfatizzando alcuni aspetti o altri del proprio programma. Non è strano che ciò avvenga, né sarebbe la prima volta. Vent’anni di finto maggioritario ci hanno illuso che dalle urne possa sempre uscire una maggioranza chiara, ma non è mai stato così, nemmeno in questi vent’anni. Le coalizioni vincenti, dal 1994 in poi, sono sempre state coacervi complessi e confusi di liste e personalità quasi sempre in contrasto tra loro e spesso erano i risultati della parte proporzionale a determinare gli equilibri nei governi in formazione. La breve durata dei governi Prodi e la moltiplicazione delle accuse di “tradimento” nel campo berlusconiano sono gli esempi più evidenti che non abbiamo mai avuto vere e stabili maggioranze di governo.

Oggi siamo tornati quasi alla normalità, nella tradizione italiana ed europea: un sistema per lo più proporzionale che comporta l’apertura di tavoli successivi alle elezioni. E la necessaria ricerca di un compromesso. E’ in fondo meglio così: ora che il sistema è diventato tripolare (salvo che nel Pd prevalga la tentazione renziana di trasformare il partito in un circolo famigliare, seppur minuscolo, tipo il Pri di La Malfa), sarebbe squilibrato un premio a una coalizione che sia lontana dalla maggioranza assoluta di 10-15 punti.

Nel corso della storia repubblicana, il partito centrale del parlamento, la Democrazia cristiana, ha sempre avuto la possibilità di giocare su più tavoli, variando le alleanze: dopo la fine dei governi eredi del Comitato di liberazione nazionale (1947) e fino alla nascita del Pentapartito (1981), nei governi guidati dalla Dc erano alternativi i liberali e i socialisti e la maggioranza con gli uni precludeva la maggioranza con gli altri. L’ingresso di un partito o dell’altro al governo significava anche variazioni (a volte minime) di alcune scelte di politica economica o sociale, che però trovavano agganci in alcune componenti più conservatrici o più progressiste presenti nella stessa Dc: è la natura plurale dei partiti interclassisti e “nazionali”. Lo stesso Renzi aveva immaginato un destino simile per il Pd, con l’idea del “partito della nazione” pronto a ad aprire svariati forni con la destra o con la sinistra, salvo farsi soffiare l’idea e il successo dell’iniziativa dal M5S, forse anche perché in quel partito non aveva previsto il pluralismo necessario in un progetto a vocazione maggioritaria.

Certo, rispetto a oggi, la Dc doveva compiere passi spesso traumatici prima di giungere a un cambio di maggioranza, spesso con un combattuto congresso: si pensi al lungo e faticoso, ma fruttuoso, processo di apertura ai socialisti. Oggi al M5S basta una telefonata dalla Casaleggio Associati o una votazione su un blog. Ma che differenza c’è tra questo metodo, che i renziani contestano, e la convocazione di un’assemblea di corrente in una vecchia stazione ferroviaria, dove negli ultimi anni si sono tracciate le linee di governo e di leadership di partito?

Anche nell’Europa continentale si discute dopo le elezioni, con l’eccezione della Francia, dove la forma semipresidenziale accentua il successo del partito del presidente eletto. Ma anche lì del resto le liste vincenti sono a loro volta frutto di ampie aggregazioni, spesso contraddittorie. Altrove però il modello è molto più simile a quello che abbiamo oggi in Italia: partiti che, dopo essersene dette di tutti i colori nel corso della campagna elettorale e nella dialettica maggioranza-opposizione, dopo le elezioni sono costretti ad allearsi per governare. In Germania la Cdu ha governato nella sua storia sia con i liberali del Fdp sia con i socialdemocratici dell’Spd. In Spagna c’è un governo di centrodestra di minoranza che deve quotidianamente contrattare con la destra di Ciudadanos e con i socialisti del Psoe, entrambi pronti a farlo cadere. In Austria si sono sempre costituiti governi di coalizione tra forze spesso contrapposte. E così si potrebbe continuare citando i paesi minori.

Se il 18% degli elettori che ha votato il Pd avesse voluto dargli il «mandato per fare opposizione» avrebbe scelto di non votarlo, come hanno fatto gli elettori, ben più numerosi, che gli hanno dato questo mandato andandosene. Il culto della fierezza nella sconfitta – che ricorda l’orgoglio infervorato di Milošević nel commemorare la sconfitta militare del 1389 alla Piana dei Merli – e la pretesa purezza da preservare di fronte agli approcci del M5S ricordano proprio il grillismo della prima ora. Con la differenza che Renzi e tutta la corte dei miracoli che lo circonda non ha nessuna purezza da difendere, avendo per anni governato ed esercitato il potere in modo divisivo e in alcuni casi disinvolto.

Se c’è davvero un’eredità di questi cinque anni da difendere, il modo migliore è portare tale eredità al tavolo della trattativa; e se c’è un interesse nazionale e un prestigio internazionale da non mettere a rischio con un governo M5S-Lega, evitare che questa alleanza si crei e contribuire a temperare alcune posizioni del M5S è il modo migliore per svolgere un servizio al paese. Dialogo e mediazione. Ma forse, in questo gioco di potere tra correnti di un partito sempre più piccolo, a Renzi non interessa né la sua presunta eredità né il ruolo internazionale dell’Italia.

Da - http://www.glistatigenerali.com/governo_partiti-politici/le-false-premesse-dellaventino-imposto-da-renzi/


Titolo: Giorgio Fabretti. "Partito della Nazione" è un concetto nuovo o vecchio?
Inserito da: Arlecchino - Aprile 24, 2018, 05:17:11 pm
"Partito della Nazione" è un concetto nuovo o vecchio?

    Giorgio Fabretti
    Antropologo della storia e dell’archeologia

Parlare delle parole è come una barca senza timone: non c'è contatto con la realtà, tra marinai e mare, e lo scafo è abbandonato alle correnti. Quando si leggono certi arzigogoli dialettici su "Il Partito della Nazione", quelli che hanno una certa memoria si sentono come turaccioli trascinati dalle "correnti".

Anche "Yes we can", "Podemos!", significano solo che "tutto potrebbe essere", ovvero "non controlliamo nulla", "siamo in balia delle onde", "la speranza è l'ultima a morire", "Viva l'Italia autoreferenziale!", ecc. Sono slogan da coda dell'Idealismo romantico ottocentesco, sempre buono in tempi di virtualismo, in cui si vendono più sogni che realtà. Sono Anacronismi contro le scienze, che contengono le uniche novità degli ultimi due secoli.

Dopo la sconfitta genocida di ogni nazionalismo, a questo serpente a cento code rispuntano i tentacoli anche in tempi di globalizzazione galoppante. "Partito della Nazione" è una parola fuori tempo massimo, come lo è la concezione che la sottende. Non ci sarebbe niente di male a parlare di "Destra contro Sinistra", se non ci fossero tutte le prove di fatto e statistiche che la partita è "Conservatori contro Progressisti" in senso lato tecnologico e bioetico.

Se una "Nazione" trascura di studiare i beni comuni dell'ambiente e della natura, quale efficacia può avere nella lotta contro la povertà? Se sposta la logica da "Indietro o Avanti" a "Ricchi o Poveri" sarà una barca senza timone. Se sposta verso "Globale o Nazionale" sarà ancor meno in controllo: sarà un turacciolo sulle onde.

Del neo-neocolonialismo nel nascente ordine mondiale si capiscono ancora solo poche cose. Una di queste è che gli egoismi locali è meglio che ragionino da "nazioni", affinché facciano meno danno possibile e non disturbino i manovratori. È un modello antico dei monarchi verso i vassalli, ma si è rinnovato con la Guerra Fredda, quando ai localismi si consentiva di diventare Comunisti, ovvero impotenti aggressivi autolimitantisi.

A sentire "Partito della Nazione", come prima "Forza Italia", a uno storico verrebbe da ridere, se non fosse anche antropologo che osserva gli stadi pieni e gli indici d'ascolto dei programmi sportivi. Allora commisererebbe darwinianamente la specie umana. Ad Hitler veniva attribuito un altro concetto inesistente, quello di "darwinismo sociale": un controsenso in termini, giacché il neodarwinismo è "logico" e tutt'al più "naturale". Dire "darwinismo" significa il contrario di "sociale".

Il nazismo era invece "nazionalismo sociale". Era una concezione della "Nazione", perdente e da non ripetete neppure a parole. Sarebbe quindi da cancellare la parola "Nazione" dal vocabolario della politica, per la sola ragione che di "nazionale" ormai ci sono solo le squadre sportive, i muri finti, le bislaccherie identitarie, e giù via dicendo.

Il concetto che ha di fatto già cancellato quello di "Nazione" è quello di "Natura", ovvero qualcosa di spietato ma reale, dal cui studio si possono trovare rimedi alla prepotenza di chi ha ignorato la natura umana e ambientale, causando buona parte dei fallimenti e delle catastrofi che ci affliggono, a cominciare da inquinamento, tossicità, obesità, fame, depressione, ecc. A questi mega-problemi molto poco "sportivi", esiste un rimedio meramente "nazionale" o "sociale"? Oppure il rimedio è piuttosto "naturale" e "globale"?

Allora, se dobbiamo usare le parole per guidare i fatti e non solo nasconderli, abbandoniamo la fuorviante "Nazione" e il velleitario "Sì, io posso", in quanto puerili anacronismi contro la partecipazione educata e matura alla democrazia. La linea politica dei tempi nuovi può solo partire da cosa ci dicono le istruzioni contenute nei Dna, ovvero cosa sia o non sia "sostenibile", in una proporzione molto biologica e un po' meno etica.

Per chi ama le inutili definizioni, si tratterebbe molto più di "ambientalismo alla Laudato sì" che di inesistente "socialismo darwiniano", come pensano alcune menti che mentono. Il mondo ingenuo post-Lennon di "Imagine" e di "Podemos", meglio farebbe a capire che il loro pensiero è un tentativo puerile di fare riferimento ad una "naturalezza" contenuta nei Dna di piante, animali ed uomini, che si manifesta con una certa "spontaneità" anticasta, contraria alla burocrazia dei socialismi e delle nazioni.

La politica del nostro secolo biotecnologico e bioetico ha dunque una direzione da seguire, che è quella della riscoperta scientifica di una "naturalità" abusata e calpestata da un industrialismo primitivo e inconsapevole.

Dunque se "Partito" e "Nazione" puzzano di Novecento velleitario e sanguinario, meglio sarebbe usare "Movimento" per la "Naturalità", che perlomeno ha qualcosa di durevolmente fisiologico. "Naturalità" è inoltre una parola più diffusa e globale di "Nazionalità", ed è compresa con piccole varianti da gran parte dell'umanità. In Inglese si dice "Naturalness", in spagnolo "Naturalidad", in tedesco "Naturlichkeit", in francese "Naturalitè", ecc.

Per i nostalgici degli idealismi ottocenteschi, la "naturalité" è quel diritto umano che le Rivoluzioni Illuminista, Francese, Sovietica, non hanno aggiunto a "Liberté, Egalité, Fraternité", e la cui mancanza le ha fatte fallire. Adesso tocca al Consumismo che ignora la Naturalità, di fallire storicamente.

Troppa teoria? Si entri in un grande supermercato e si vedrà fisicamente che i poveri mangiano mondezza (trash food), mentre in altri angolini c'è il cibo "bio", che per ora fa il verso alla "naturalità". È solo l'inizio. Dna di tutto il pianeta unisciti! E la via è scientifica all'evoluzione. La politica è servizio alla "naturalezza". Parola di antropologo.

Da - https://www.huffingtonpost.it/giorgio-fabretti/partito-della-nazione-e-un-concetto-nuovo-o-vecchio_b_8174668.html?utm_hp_ref=it-matteo-renzi-partito-della-nazione


Titolo: Contro Renzi: Critiche da vecchio regime e osservazioni ancora più vetuste.
Inserito da: Arlecchino - Maggio 01, 2018, 12:16:59 pm
Critiche da vecchio regime (dalemiano) e osservazioni ancora più vetuste.

Non si "guida" un partito in evoluzione come il PD, con trasformazioni ancora da decidere, soltanto perchè ci si è fatto mettere una targhetta al collo.

Occorrono valori e visioni prospettiche NUOVE, Calenda e Renzi sembra le abbiano, lasciamogliele sviluppare anche se il travaglio ci costerà.

CentroSinistra (come l'Ulivo) deve avere apertura ben definite, ma non circoscritte soltanto a sinistra.

L'Italia ha bisogno di RIFORME ANCHE COSTITUZIONALI e per farle il consenso del Centro ci è più utile di quello della sinistraSinistra, se non si vuole finire nelle mani di chi si diverte a giocare nel Caos.

ciaooo


Titolo: Scricchiola il P.ianeta D.evastato?
Inserito da: Arlecchino - Maggio 03, 2018, 12:04:37 pm
2 MAGGIO 2018

Documento contro accordo Pd-M5S, Faraone: ''È ecumenico''; Boccia: ''Irrispettoso della direzione''

Alla vigilia della direzione del Pd, fa discutere il documento firmato da oltre cento parlamentari vicini all'ex segretario Matteo Renzi - tra cui i capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci - in cui si ribadisce il 'no' a qualsiasi ipotesi di accordo con il Movimento 5 stelle. Il deputato della minoranza Pd Francesco Boccia sottolinea: "Prima con un'intervista televisiva e poi con questo documento, Renzi prende in ostaggio l'intera comunità del Partito democratico e pretende di dare una risposta al capo dello Stato, come se non esistessero gli organismi di partito". Ribatte il senatore renziano Davide Faraone: "Il nostro documento ribadisce solo il rispetto della volontà degli elettori". E sull'ipotesi che il segretario reggente Maurizio Martina - criticato dai renziani per le sue aperture al Movimento - chieda in direzione un voto di fiducia sul suo ruolo, Faraone afferma: "Non è in discussione la fiducia su Martina. Ascolteremo la sua relazione e vedremo"

Da - https://video.repubblica.it/politica/documento-contro-accordo-pd-m5s-faraone--e-ecumenico--boccia--irrispettoso-della-direzione/303675/304307?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2
 



Titolo: Direzione Pd, passa la linea Renzi. Martina: "Con M5S capitolo chiuso".
Inserito da: Arlecchino - Maggio 03, 2018, 08:50:51 pm
POLITICA

03/05/2018 15:41 CEST | Aggiornato 1 ora fa

Direzione Pd, passa la linea Renzi. Martina: "Con M5S capitolo chiuso".
E chiede la fiducia fino all'assemblea (e non al Congresso)
Resa incondizionata del segretario reggente

By Huffington Post

Con M5s "capitolo chiuso". "Parlavamo molto di loro ma il tema vero eravamo noi, il nostro ruolo e la nostra funzione anche quando si è minoranza. Per me era non condannarci all'irrilevanza e accettare una sfida. Era un'ipotesi più rischiosa ma l'ho immaginata per come potevo fino a qui con questa ambizione". Lo dice, a quanto si apprende il reggente Maurizio Martina in direzione Pd. "Ora il dato di fatto è il rischio di un voto anticipato", ha aggiunto. "Chiedo a questa direzione di rinnovare la fiducia fino alla assemblea nazionale".

"Serve un immediato cambio di passo, pena l'irrilevanza, la marginalizzazione", ha detto Martina chiedendo la "fiducia" alla direzione Pd. "Serve una direzione salda e univoca, non solitaria ma collegiale. Non dobbiamo consentire che dicano che ci sono diversi partiti nel partito. Non chiedo sostegni di facciata ma un passo consapevole. Non false unanimità che si sciolgono al primo minuto".

In altre parole, l'ex segretario Renzi ha vinto su tutta la linea ottenendo sia la chiusura a ogni confronto con il M5S dopo l'avvio delle consultazioni con il presidente della Camera Roberto Fico; sia la richiesta di fiducia solo fino all'assemblea e non, come volevano le minoranze, fino al Congresso. Non stupisce che i renziani approvino la relazione di Martina: secondo fonti renziane presenti in direzione, le parole di Martina possono portare ad un via libera al reggente da parte dell'area che fa capo all'ex segretario.

Il presidente Orfini ha annunciato in apertura che la direzione si chiuderà con un voto.

A pochi minuti dall'inizio della Direzione del Pd, davanti alla sede di Largo del Nazareno si è formata l'ormai consueta ressa che fa da cornice agli appuntamenti più delicati in casa Dem. Accanto ai numerosi cronisti, infatti, l'area antistante alla sede del partito è "presidiata" da una parte dai militanti che si oppongono, con tanto di adesivi, all'ipotesi di un accordo con M5s, e dall'altra da altrettanti militanti che, con un cartello in mano, criticano energicamente l'ipotesi di un accordo con Berlusconi. Tra i più bersagliati, l'esponente della sinistra interna Gianni Cuperlo, protagonista di un incandescente botta e risposta con un contestatore.

Da - https://www.huffingtonpost.it/2018/05/03/al-via-la-direzione-pd-e-ressa-tra-militanti-fuori-la-sede-del-nazareno_a_23426214/?utm_hp_ref=it-homepage


Titolo: Da Franceschini a Gentiloni, da Calenda a Zingaretti, ecco chi sono gli uomini..
Inserito da: Arlecchino - Maggio 03, 2018, 08:56:07 pm
VERSO LA DIREZIONE DEM

Da Franceschini a Gentiloni, da Calenda a Zingaretti, ecco chi sono gli uomini forti del Pd

Di A. Gagliardi e A. Marini

03 maggio 2018

Nessuna conta sanguinosa nel partito. Tregua armata sul documento che conferma la fiducia al reggente Martina e no ad ogni ipotesi di governo del Pd con Di Maio o Salvini. È così che potrebbe concludersi la direzione dem prevista nel pomeriggio. Restano fortissime però le tensioni tra i dem: a confrontarsi sono gli uomini forti del Pd. Dall’ex segretario Matteo Renzi, al ministro dei beni Culturali Dario Franceschini, dagli emergenti Carlo Calenda (ministro dello Sviluppo) e Nicola Zingaretti (governatore del Lazio) al premier Paolo Gentiloni, che, dato il ruolo che ancora ricopre, ha mantenuto finora un comportamento defilato.

DEMOCRATICI  27 aprile 2018
Renzi fermo sul no, Pd alla «conta» in direzione
Il ritorno in campo dell’ex segretario
Dimessosi da premier dopo la batosta al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, Matteo Renzi è rimasto in secondo piano dopo l’addio anche alla segreteria a seguito della debacle elettorale del 4 marzo. Tuttavia l’ex sindaco di Firenze ha dimostrato tutto il suo peso e il suo seguito domenica scorsa, con l’irruzione sulla scena e l’intervista a “Che Tempo che fa” nella quale ha stroncato ufficialmente ogni ipotesi di fiducia a un governo Di Maio o Salvini. L’ex segretario ha ancora la maggioranza in direzione e nei gruppi parlamentari del Pd.

Franceschini e lo scontro con l’ex rottamatore
Il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini è considerato l’unico che, a livello di macchina, può spostare davvero gli equilibri nel Pd. Già nella scorsa legislatura furono i parlamentari a lui vicini che permisero il passaggio dall’era bersaniana a quella renziana dopo le primarie che incoronarono l’ex rottamatore. Iscritto nel partito dei “governisti” o “aperturisti” a un esecutivo con il M5s, ha visto deteriorarsi i rapporti con Renzi. Dalla sua Franceschini - che paga lo scotto di aver perso malamente la sua battaglia elettorale a Ferrara - ha 20 delegati in direzione.

Delrio renziano critico
In direzione c’è Graziano Delrio, che nel suo ruolo chiave di ministro delle Infrastrutture è emerso come figura di primo piano nel partito. Vicino a Renzi, ha acquisito piano piano una certa autonomia. Eletto capogruppo alla Camera, si può considerare un renziano critico. Annoverato tra i “mediatori” insieme al coordinatore dem Lorenzo Guerini, non è considerato da Renzi certo un nemico, tanto che fu lo stesso ex premier a cercare di convincerlo a fare il segretario in vista dell’assemblea (proposta declinata, sembra, per motivi personali) poi rimandata. Ma la sua scelta come capogruppo fu lodata anche da Dario Franceschini e Andrea Orlando, contrari alla scelta dell’Aventino dem. E Delrio si è pronunciato a favore di un congresso ravvicinato, a differenza di Renzi.
LO SCONTRO NEL PD DOPO LO STOP AL M5S 30 aprile 2018
Martina contro Renzi dopo stop al M5s: «così è impossibile guidare il partito»
La difficile mediazione di Martina
Il reggente Maurizio Martina aveva vinto il Congresso in ticket con Renzi, facendo il suo vice. Ex ministro dell’Agricoltura, dopo la sconfitta del Pd il 4 marzo e le dimissioni di Renzi, è stato trovato nel partito un accordo sul suo nome per la reggenza. Un ruolo che gioco forza lo ha messo in primo piano. Pur cercando di tessere la tela della mediazione, invocando «unità» e offrendo «collegialità», Martina ha incontrato sempre maggiori difficoltà: critiche e attacchi alla sua linea considerata troppo “governista” sono arrivate sempre più dai renziani.

La variabile Calenda
Iscrittosi al Pd all’indomani della sconfitta alle elezioni del 4 marzo, Carlo Calenda è considerato un astro nascente nel partito. Arrivato al vertice del ministero della Sviluppo economico quasi come figura tecnica, da quella posizione ha visto crescere il suo attivismo politico, tanto che si sono scomodati paragoni con Emmanuel Macron. E proprio Matteo Renzi chiese al suo portavoce di far sapere alla stampa che «è stato lui il primo a sentirsi con Calenda e ad apprezzare la sua decisione» di iscriversi al Pd. Netta la posizione contraria di Calenda ad un governo Pd-M5s, che certo un suo peso lo avrà, pur non essendo il ministro presente in direzione. «In caso di alleanza mi dimetterei da nuovo iscritto», ha dichiarato.

Il premier Gentiloni defilato
Il premier Paolo Gentiloni figura ancora tra i componenti della direzione Pd. Tuttavia, dato il suo ruolo di premier (anche se dimissionario), ha preferito non entrare nelle polemiche che hanno investito il partito dopo il 4 marzo. Considerato vicino a Renzi, e proprio per questo scelto come suo successore a Palazzo Chigi dopo la sconfitta al referendum costituzionale, Gentiloni è ora uno dei leader del Pd. Forte anche sella sua vittoria nel collegio uninominale Roma 1 alla Camera (42,1% dei consensi). Non sono mancati momenti di tensione con lo stesso Renzi, come per esempio durante la riconferma del governatore Ignazio Visco.

La minoranza di Orlando
Il Guardasigilli Andrea Orlando è l’uomo della minoranza che ha sfidato Renzi alle primarie. Partendo da una piattaforma più di “sinistra” e aperta al dialogo con gli scissionisti di Mdp. Orlando ha criticato la scelta (presa da Martina su pressing dei renziani) di rinviare l’Assemblea Nazionale di aprile. E accusa Renzi, con le sue “incursioni”, di costringere il partito a non avere una linea. Soprattutto sostiene che nessuna seria discussione sia stata avviata sulle cause della sconfitta del 4 marzo.

Il pasdaran Emiliano
Favorevole sin dalla campagna elettorale ad un governo M5s con appoggio esterno Pd, il governatore della Puglia Michele Emiliano (già sfidante di Renzi alle ultime primarie), ha chiesto con inisistenza di «aprire una discussione franca col M5S». Ponendosi come punto di riferimento dell’ala del partito che guarda a sinistra, è convinto che «salvaguardare i nostri punti di vista politici e le nostre conquiste, sia pure negoziandoli col partito di maggioranza relativa partendo dai programmi di quest’ultimo, serve al Pd ed è utile all’Italia».

VERSO IL NUOVO ESECUTIVO  26 aprile 2018
Governo: da Chiamparino a Sala: governatori e sindaci Pd in campo per «confronto» con M5s
Zingaretti, il governatore vincente
Di fronte alla debacle politica del Pd il 4 marzo, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, con la sua riconferma alla guida della Regione, è emerso come figura di primo piano nel partito. Tanto da fare un passo avanti di fronte all’ipotesi di primarie del Pd per la scelta del nuovo segretario post-Renzi. Durante la precedente consiliatura in Regione il governatore si è tenuto lontano dalle lotte di partito, anche se non ha fatto mancare il proprio consenso a tutti gli sfidanti di Matteo Renzi, alla premiership prima e alla segretaria nazionale poi: Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo e Andrea Orlando. Uomo “di governo” ma che ha sempre tenuto aperti i canali con la sinistra fuori dal Pd, in questa fase, si è messo sulla linea dialogante con il M5S «a partire dai temi».

© Riproduzione riservata

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-05-02/da-franceschini-gentiloni-calenda-zingaretti-ecco-chi-sono-uomini-forti-pd-184704.shtml?uuid=AESG8rhE


Titolo: M. FAVALE. Zingaretti rilancia il modello Lazio: Noi unici a vincere in Italia..
Inserito da: Arlecchino - Maggio 06, 2018, 12:17:35 pm
Roma, Zingaretti rilancia il "modello Lazio": "Noi unici a vincere in Italia"
Alla convention organizzata dopo il successo alle Regionali, il governatore invita il Pd ad aprire "un cantiere per una nuova alleanza. Ma stop agli schemi del passato"

Di MAURO FAVALE
05 maggio 2018

"Noi abbiamo vinto". Nicola Zingaretti lo ripete a gran voce davanti alle 2000 persone stipate sotto il capannone industriale dell'Ex Dogana, a due passi dalla stazione Termini, il luogo scelto per festeggiare, a due mesi dalle elezioni, il successo alle Regionali del Lazio. "Siamo gli unici in Italia ad essere stati riconfermati. Anzi, in tutta Europa, chi governa perde, nel Lazio no", spiega il governatore che vuole fare della sua esperienza un modello per il centrosinistra nazionale a cominciare dal primo appuntamento elettorale, le Amministrative del 10 giugno.

"Chi è solo perde, chi è isolato perde, chi è debole perde - scandisce Zingaretti - e noi dobbiamo aiutare chi sta combattendo e chi combatterà in questi comuni con una alleanza forte". Nessuno spiraglio ad accordi con l'M5S che pure, in Consiglio regionale (dove Zingaretti, seppur vittorioso, non gode della maggioranza per un solo voto), è un interlocutore privilegiato. "Noi costruiamo l'alleanza del fare esattamente per essere autonomi, liberi, indipendenti da altre proposte politiche. L'unica garanzia della nostra autonomia politica è avere una nostra alleanza competitiva per vincere".
Elezioni, Zingaretti (Pd): "Costruiamo un'alleanza del 'fare' dove contano le persone"

Un concetto che ripete spesso rilanciando un'alleanza larga proprio sul modello Lazio, dove la vittoria è arrivata "sì, per le divisioni della destra. Però potevamo andare divisi anche noi e invece abbiamo avuto l'intelligenza di stare uniti". In quasi un'ora di discorso, il presidente della Regione Lazio ribadisce per 4-5 volte il concetto che "noi non smobilitiamo". Un avvertimento a chi teme (o auspica) un suo impegno per la "scalata" del Pd: "Non siamo qui per presentare una candidatura e questo non è un trampolino di lancio.
Quando qualcuno si candiderà se ne accorgeranno tutti". Infine, c'è spazio anche per un'analisi della sconfitta alle Politiche del 4 marzo, "la peggiore del dopoguerra": "Governiamo per liberare le persone dalle difficoltà della loro condizione, è l'unica motivazione, altrimenti la politica rimane gestione del potere per il potere e la gente giustamente ci caccia".

© Riproduzione riservata 05 maggio 2018

Da - http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/05/05/news/roma_zingaretti_rilancia_il_modello_lazio_noi_unici_a_vincere_in_italia_-195584119/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S3.3-T1


Titolo: IL PD - Partito Democratico Frasi di Kenneth Boulding
Inserito da: Arlecchino - Maggio 06, 2018, 12:21:16 pm
Domenica 06 maggio 2018

 Frasi di
Kenneth Boulding   

“Prendere decisioni sull'onda dell'incertezza è già abbastanza dannoso, ma farlo in base a delle convinzioni è catastrofico.”

KENNETH BOULDING
Da - frasicelebri.it


Titolo: Non fare del PD un circo equestre.
Inserito da: Arlecchino - Maggio 10, 2018, 08:35:25 pm
Chi voleva "domare" i 5Stelle, potrebbe recarsi a lavorare in un circo ... di quelli che lavorano ancora con gli animali.

Non fare del PD un circo equestre.

ciaooo


Titolo: Ci sono diversi modi di praticare l'Auto-castrazione Morale (ma non solo) nel PD
Inserito da: Arlecchino - Maggio 10, 2018, 08:36:36 pm
Ci sono diversi modi di praticare l'Auto-castrazione Morale (ma non solo) nel PD.

C'è chi vuole addomesticare i grillini mettendosi carponi vicino all'algoritmo di Grillo e soci.

Altri vogliono far rientrare in modo organico i marxisti-leninisti dopo anni di azioni Guasta-Centrosinistra … per ridare loro la possibilità opporsi a tutto ciò che profuma di buon senso politico.

ciaooo


Titolo: Al PD non serve il "confessionale" noi che li seguiamo da anni i perchè li ...
Inserito da: Arlecchino - Maggio 10, 2018, 08:58:03 pm
Al PD non serve il "confessionale" noi che li seguiamo da anni i perchè li conosciamo.

Gli elettori che sono tra gli astenuti o per protesta hanno votato 5Stelle ritorneranno.

Sono anni che indico la necessità di un Programma elettorale da far approvare agli elettori e la conseguente realizzazione di un dialogo e di un impegno verso i Cittadini tutti.

Oggi con la strada indicata sulle riforme da fare, abbiamo un argomento in più.

Ovviamente sarebbe una azione intelligente non limitarsi ad un Progetto PD ma assolutamente il rilancio per un Nuovo CentroSinistra ricostruito.

Come dico da tempo non una coalizione ma un Progetto Italia che raccoglie le adesioni attive di tutte le componenti di Centro e di Sinistra legati, non alla politica del giorno per giorno, ma alla realizzazione del Progetto ... non altro!

ggiannig


Titolo: ANDREA CARUGATI. Il Pd si interroga per progettare una riscossa: “Dobbiamo ...
Inserito da: Arlecchino - Maggio 13, 2018, 05:50:22 pm
Il Pd si interroga per progettare una riscossa: “Dobbiamo essere presenti come forza politica”

Pubblicato il 11/05/2018 - Ultima modifica il 10/05/2018 alle ore 23:00

ANDREA CARUGATI
ROMA

Un pomeriggio intero alla ricerca della “fiammella” della sinistra, travolta dalle urne del 4 marzo. Molti big di quelli che furono i Ds si ritrovano in un teatro di Roma nelle ore in cui prende forma il governo Lega-M5S. Invitati da Goffredo Bettini, arrivano Anna Finocchiaro, Antonio Bassolino, Livia Turco, Massimo Brutti, Mario Tronti. Ci sono i giovani Andrea Orlando e Nicola Zingaretti, che prende appunti diligentemente. Si fa l’analisi del voto, «quella che nel Pd ancora non siamo riusciti a fare», ma soprattutto si progetta la riscossa. Dentro o fuori il Pd, questo si vedrà. «Accenderemo un forte conflitto politico», mette in guardia Finocchiaro. «Questo non è odio o spirito di divisione, ma un parto doloroso per essere legittimati a giustificare la nostra pretesa di esserci come forza politica». Secondo l’ex ministra, infatti, chiudendo a ogni dialogo col M5S, il Pd «si è condannato all’irrilevanza, dimostrando una incapacità politica che va valutata con serietà».

La decisione imposta da Renzi al Pd, quella di fare gli “osservatori” e non gli “attori” della scena politica, viene bombardata in ogni modo. Bettini è sarcastico: «Moro parlava di come Dc e Pci si fossero positivamente influenzati, Togliatti addirittura si rivolgeva ai ragazzi di Salò. E con quelli non ci si era insultati, si sparava…il Pd invece guarda con malcelata soddisfazione alla nascita del peggiore governo della storia repubblicana…». «Tra i dirigenti si nota la mancanza di sofferenza per la sconfitta», fa notare Bassolino. «Abbiamo dato alla destra la più larga base di massa dal Dopoguerra, i milioni di elettori del M5S», attacca Orlando. «Come fai ad annunciare opposizione durissima se hai fatto il tifo perché questo governo nascesse?».

In oltre tre ore di discussione tornano parole come “lotta di classe”, “critica al capitalismo”, “subalternità al dominio del mercato”. Si fa autocritica per non aver capito le conseguenze della globalizzazione, l’aumento della forbice tra ricchi e poveri, per aver trascurato la “questione sociale”. Bassolino squaderna un concetto caro a molti: non è solo il renzismo a essere stato travolto nelle urne. «In discussione c’è un’intera storia a partire dall’Ulivo, ora dobbiamo ridare al Paese una sinistra». Massimo Brutti è ancora più lapidario: «Oggi non c’è in Italia una forza politica erede del movimento operaio e capace di stare vicino ai più deboli». 

E’ questo l’assillo per i mesi che verranno. I dubbi circolano insistenti. «La spinta propulsiva del Pd si è esaurita», dice Roberto Morassut. Andrea Orlando, che tiene le conclusioni, mette un punto interrogativo: «Il Pd è ancora uno strumento utile?». Massimo Brutti lo accusa: «Come puoi pensare di costruire nuovo consenso se non riuscite neppure a dare battaglia in direzione e votate all’unanimità?». Orlando non si scompone: «Abbiamo votato la relazione di Martina, che ha garantito un percorso ordinato alla discussione verso il congresso». Una discussione, dice Orlando, che «può portare anche a conseguenze radicali». E quando dal palco Ugo Papi racconta le difficoltà a spiegare agli amici della Corea del Sud le vicende del Pd, Il ministro uscente della Giustizia dalla platea suggerisce: «Devi dire che il Pd è un partito della Corea del Nord…».


La convivenza tra Renzi e il gruppo degli ex Pci sembra sempre più appesa a un filo. Tornano i Ds? «Magari», sorride Livia Turco. Zingaretti se ne sta in fondo e non interviene. Ma gli viene tributato un lungo applauso. E’ lui, il governatore del Lazio, ex giovane diessino, con la sua candidatura alle primarie, l’ultima possibile scommessa per tenere questo popolo dentro il Pd. «La sua presenza ci fa pensare a una possibile ripartenza dentro il Pd», conclude Bettini. «Non siamo ancora al de profundis…». 

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Da - http://www.lastampa.it/2018/05/11/italia/il-pd-si-interroga-per-progettare-una-riscossa-dobbiamo-essere-presenti-come-forza-politica-NNTo82CzwnLhIJQbzGV43J/pagina.html


Titolo: Che si fa, noi di area SocialDemocratica? Ci si impicca alla tela di ragno...
Inserito da: Arlecchino - Maggio 17, 2018, 11:39:14 am
Renzi ok, ma il 4 marzo è passato oggi dobbiamo coesistere nella situazione che si è creata anche a causa di nostre (PD) azioni di governo inefficaci e comportamenti sociali guasconeschi (o peggio lobbistici).

La situazione in Italia, oggi, appare complessa perchè tracciata da due regie:

1) una regia, i 5Stelle, è gestita da un algoritmo aziendalista con obiettivi di abbattimento dello statu quo nazionale (il Caos) con ampie possibilità di mistificare e di adattarsi al mutare degli avvenimenti (non sono, né di sinistra, né di destra), in fondo né carne né pesce, basta alzare polvere e illudere i fedeli.

2) l'altra regia, la Lega, con obiettivi di pura presa del potere, per arrivare a realizzare una gestione simil-fascista e localista nelle Regioni (riuscita in parte nelle aree ricche) e, alla lunga, del Paese tutto ... se ci riuscissero con ogni mezzo. Obiettivi che intendono raggiungere con un populismo nostrano, dove i valori del localismo vengono "usati" non per essere valorizzati ma come armi "contro" lo Stato.
Stato Nazionale, nato dal Risorgimento, ostacolato da due guerre mondiali (una nazifascista), soccorso dalla Resistenza (guerra civile contro il nazifascismo) e alla fine nobilitato (sulla carta) dalla ancora irrealizzata completamente Costituzione.

Quindi che si fa, noi di area SocialDemocratica?

Ci si impicca alla tela di ragno del PD, o finalmente si crea una situazione favorevole all’apertura verso altre realtà di Centro e di Sinistra (Democratica), lavorando per un Nuovo CentroSinistra, capace di contrastare Movimenti opportunisti senza anima e Coalizioni post fasciste?

ggiannig

Dal sito di Matteo Renzi 17/05/2018


Titolo: Cosa significa che il Pd si è autocongelato e perché non c’è il nuovo segretario
Inserito da: Arlecchino - Maggio 20, 2018, 11:46:31 am
Cosa significa che il Pd si è autocongelato e perché non c’è il nuovo segretario

Alla assemblea nazionale passa la linea dei renziani: no all'elezione di un nuovo segretario.

Ma il partito si spacca ancora di più

19 maggio 2018, 17:45

Primo round, Renzi. Apparentemente. I lavori dell’assemblea nazionale, che i suoi oppositori intendevano come luogo della resa dei conti, iniziano in forte ritardo, e con un colpo di scena. Prima che prenda la parola Maurizio Martina, segretario reggente ed aspirante cesaricida, il renzianissimo presidente del partito Matteo Orfini mette ai voti la variazione dell’ordine del giorno.

Il punto primo doveva essere l’indicazione di un nuovo segretario, ed invece a larga maggioranza si rimanda tutto sine die, o quasi. Poi il dibattito comincia, ma il Pd ne esce ancora più diviso di ieri, e con una geografia interna che non è quella di un anno fa.

L’opposizione esulta, “vittoria comunque: Renzi è più debole”
Recita il testo approvato: l'assemblea del Partito Democratico prende atto delle "dimissioni irrevocabili" di Matteo Renzi dalla segreteria e rimanda a una nuova Assemblea la decisione fra segretario eletto nell'assise o eletto al congresso. I numeri sono stati 397 a 221. Che, tradotto, potrebbe suonare maggioranza per Renzi. Ma il risultato finale certifica che la maggioranza a disposizione dell'ex segretario è scesa da circa il 70 per cento di un anno fa al 57 per cento.

Dario Franceschini
"E' la fine dell'era Renzi nel Pd", si sottolinea fra i sostenitori di Martina, tra le fila dei delegati fedeli a Dario Franceschini e Andrea Orlando. Dove si fa notare che un aggettivo cambia tutto: le dimissioni di Renzi, infatti, sono “irrevocabili”. Come dire: è fuori dalla stanza dei bottoni. È il motivo per cui anche tanti dissidenti hanno votato a favore.

Martina attacca a testa bassa
A prendere la parola subito dopo la votazione è proprio Maurizio Martina, che prende di petto il tema delle liste: un errore da non ripetere. Il riferimento è alle liste elettorali delle ultime elezioni, a forte impronta renziana, che tante tensioni hanno provocato nel partito fino alla minaccia delle minoranze di ritirare i propri candidati. Assieme a questo, però, Martina ha voluto lanciare un avvertimento: "Il congresso si farà" e "sarà un congresso anticipato, ma non si può limitare ad essere una domenica al gazebo”.

Maurizio Martina 
“Il Pd non è superato”
Martina tocca, indirettamente, un altro tasto dolente: l’idea che qualcuno (leggi Renzi) possa portare il Pd verso derive macroniane, con un ulteriore cambiamento sia di denominazione, sia di collocazione politica.

"Il congresso e le primarie potrebbero essere una grande occasione, ma io trovo il dovere di confermare che non basta una domenica al gazebo, abbiamo bisogno di fare un congresso di tipo nuovo, profondo e costituente”, spiega, “Non credo che il Pd debba essere superato, che debba andare oltre o fare passi indietro. Dobbiamo confermare e aggiornare lo sforzo fatto dieci anni fa e credo a un centrosinistra alternativo a cinque stelle e a Forza Italia”.     

Parole sottolineate da una ovazione da parte della platea che, poi, accompagna la conclusione del discorso di Martina con il coro "segretario, segretario!". La partita è all’inizio.

Passa la relazione di Martina, e parte lo scontro prossimo venturo
Alla fine della relazione del reggente si passa ad una nuova conta. I vioti a favore sono 294, 8 gli astenuti e nessun contrario: l'assemblea del Pd approva.

Paolo Gentiloni (Afp)
"L'Italia ha di fronte un periodo ricco di incognite. Serve l'opposizione del #Pd. Faremo presto un Congresso per rilanciare il centrosinistra di governo. Ora fiducia in @maumartina", scrive immediatamente in un tweet il Presidente del Consiglio dimissionario, Paolo Gentiloni.

C'è però chi la vede in modo diverso. "Alle 13,30 gli accreditati con diritto di voto all'Assemblea nazionale del Pd erano 829. Alla fine dell'Assemblea hanno votato la relazione 294 persone: questo significa che senza i voti dei renziani la relazione del segretario reggente Maurizio Martina non sarebbe passata", sottolineato fonti vicine all'ex segretario Matteo Renzi. Il futuro del partito è ancora tutto da scrivere.

Da - https://www.agi.it/politica/pd_renzi_martina_franceschini_assemblea_segretario_primarie-3920665/news/2018-05-19/


Titolo: CARLO BERTINI I big Pd avvertono Zingaretti, attento che Matteo vuole bruciarti
Inserito da: Arlecchino - Maggio 22, 2018, 06:31:28 pm
I big Pd avvertono Zingaretti, attento che Matteo vuole bruciarti

Pubblicato il 21/05/2018 - Ultima modifica il 21/05/2018 alle ore 11:24

CARLO BERTINI
ROMA

«La mia sarà una candidatura totalmente fuori dalla logica delle correnti, nel segno di un totale rinnovamento», mette in chiaro Nicola Zingaretti con i suoi interlocutori. Che si sono fatti sempre più pressanti.

Da quando ieri mattina è venuto fuori infatti con evidenza che Zingaretti si è incontrato con Renzi e che addirittura quest’ultimo potrebbe appoggiarlo al congresso, diversi big del Pd lo hanno chiamato per metterlo sull’avviso. Siccome sul suo fronte sono già ben posizionati in vista del congresso ex segretari come Franceschini e Fassino, il capo della minoranza Pd Andrea Orlando, o personaggi del calibro di Gentiloni e Veltroni, si può ben capire quanto il rapporto con Renzi e le voci di un suo possibile sostegno sia diventata esiziale: specie per chi teme che Zingaretti possa essere fagocitato da Renzi in una sorta di abbraccio che avrebbe il sapore di un commissariamento. 

Il timore dei non renziani 
«Facci capire che sta succedendo Nicola», è stato il leit motive delle varie telefonate. Sono in molti a voler mettere sull’avviso il governatore, «stai attento che Matteo fa sempre così con tutti, è una sua tattica». Della serie: l’ex leader adombra un suo eventuale appoggio per scolorire il profilo della candidatura di Zingaretti, insomma per macchiarla con la sua impronta. Che invece altri vorrebbero tenere lontana da un candidato, unico vincitore del centrosinistra il 4 marzo, che ha tutte le carte in regola per imporsi ai gazebo: mestiere, esperienza, capacità di unire e non ultimo un cognome popolare in tutta Italia.

«Se mi candiderò - ha risposto il governatore - la mia sarà una candidatura totalmente sganciata dalle correnti. Dobbiamo salvare il Pd e farlo in un rapporto nuovo con L’Italia». Come a dire che anche se ci fosse un appoggio di Renzi e del suo giglio magico, «sarà a una candidatura in totale discontinuità con questi anni, per rigenerare tutto». E in ogni caso nessuno nell’entourage del governatore è sicuro che le cose andranno proprio così.

Nicola contro Matteo 
Molti scommettono infatti che l’ex leader alla fine si ricandiderà in prima persona. Ascoltando le impressioni riportate da Zingaretti dopo i suoi colloqui con Renzi - perché c’è ne è stato più d’uno nelle ultime settimane - gli uomini del governatore continuano a ripetere che «non è affatto da escludere che alle primarie sarà Nicola contro Matteo».

Di questo Zingaretti non sembra preoccuparsi, anche se di certo non gli dispiacerebbe affatto godere dell’appoggio di Renzi invece di avercelo contro. Ma in ogni caso, non servirà anticipare le primarie a ottobre in gran corsa per farlo desistere: questo ha spiegato l’ultima volta all’ex segretario. E che sia già in pista lo svelano altri dettagli. Il tenore delle sue uscite pubbliche ad esempio, con la prima parola chiave, «disuguaglianza».

Una fase politica si è chiusa 
«Nel contratto di governo, la parola disuguaglianza non compare e non poteva comparire viste le scelte antisociali che contiene contro le fasce più deboli. C’è molto da lavorare e il congresso deve rappresentare una netta discontinuità nei contenuti, nelle pratiche e nelle forme politiche del passato per una rigenerazione di un campo di forze politiche associative civiche e per un nuovo progetto di innovazione dell’Italia». E ancora: «L’assemblea di ieri conferma che una fase politica si è chiusa e bisogna con chiarezza voltare pagina. C’è un altro tipo di futuro per l’Italia e il Pd deve saperlo interpretare».

Il nuovo partito “alla Macron” 
Ora, è vero che è tutto molto prematuro, specie se il congresso - come comincia a girare - si terrà entro le europee, ovvero magari a febbraio. Per poter poi fare le liste con le quote ridefinite. Ma dalle parti dell’ex segretario c’è chi non esclude che l’interessamento verso Zingaretti possa essere tattico; insomma, dovuto al fatto che a Renzi manca il candidato e che invece tutta l’area che lo contrasta lavora da mesi alla candidatura unitaria del governatore del Lazio; e chi addirittura adombra la possibilità che «se Zingaretti rifacesse i Ds tornando indietro, allora Matteo farebbe forse un suo partito sulla falsariga di Macron».

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Da - http://www.lastampa.it/2018/05/21/italia/i-big-pd-avvertono-zingaretti-attento-che-matteo-vuole-bruciarti-4tWB4FJ45qNr0RQylLZE4I/pagina.html


Titolo: ALBERTO CUSTODERO. Calenda: "Emiliano indecente, va mandato a casa"
Inserito da: Arlecchino - Giugno 01, 2018, 08:59:32 pm
Pd: offerta di Renzi per evitare la conta. No di Orlando. Calenda: "Emiliano indecente, va mandato a casa"

Tentativo di mediazione, a poche ore dall'inizio dell'assemblea. Il ministro dello Sviluppo attacca il governatore pugliese che ha dichiarato il suo sostegno al contratto M5s-Lega

Di ALBERTO CUSTODERO
18 maggio 2018

ROMA - A 24 ore dall'appuntamento a cui guardano tutti i big del Pd, Matteo Renzi avrebbe deciso di tentare la strada della mediazione. Non si esclude infatti che l'ex segretario possa rinunciare all'annunciato intervento di apertura domani in assemblea. Un gesto per porre fine alle liti interne: nel momento in cui M5s e Lega stanno chiudendo l'accordo di governo - e dopo l'appello dei professori cattolici che al Pd "Fermiamoci: stiamo andiamo in direzione opposta rispetto all'idea dell'Ulivo" - è doveroso evitare di parlare delle diatribe nel Pd e puntare invece alle proposte da avanzare per mettere al sicuro l'Italia. Ma alla vigilia di una assemblea che si vuole pacifica, arriva il no di Orlando. E scoppia una lite tra Carlo Calenda (insieme ad alcuni deputati dem), e Michele Emiliano che ha dichiarato il suo sostegno al contratto M5s-Lega. "È indecente, va mandato a casa", tuona il ministro dello Sviluppo.

A proposito delle dinamiche interne alle anime dem in vista dell'assemblea di domani, l'ex segretario è sempre convinto della necessità di tenere un congresso vero, ma sui tempi frena. La decisione di quando organizzare il congresso può essere anche posticipata tra qualche mese perché al momento la priorità è quella di rispondere al contratto del governo giallo-verde. Maurizio Martina, secondo lo schema disegnato dai renziani, dovrebbe prendersi comunque l'impegno per convocare il congresso in autunno, passando per una nuova assemblea da convocare dopo i ballottaggi delle amministrative.

A tenere i contatti con le varie aree del partito, per concretizzare questa soluzione, in queste ore è Lorenzo Guerini, ma sarebbe d'accordo anche una buona parte dei big del partito. Contraria invece l'area che fa capo ad Andrea Orlando: "Mi auguro che tutti siano coerenti con gli impegni assunti nell'ultima direzione nazionale e che domani Martina venga eletto segretario", dice il coordinatore dell'area, Andrea Martella. "Si tratta di un passaggio indispensabile, sia per il delicato momento politico che il Paese sta attraversando sia per la necessità che il Pd venga traghettato rapidamente verso un congresso che finalmente faccia chiarezza sulla sconfitta strategica del 4 marzo e sulle relative responsabilità e che apra una fase costituente, per la costruzione di una nuova e moderna sinistra", conclude Martella.

Questo nuovo tentativo di distensione arriva dopo le dichiarazioni di ieri del responsabile della comunicazione del Pd, Matteo Richetti, secondo cui "il congresso serve e lo si fissa. Ma Martina può essere il traghettatore di questo partito se non sarà candidato al congresso". Sempre sul partito Richetti aveva precisato: "Mai come in questo momento c'è bisogno del Pd e mai come in questo momento il Pd non è pronto a questa risposta. Questo tema non risponde a una data o al mese del congresso o a una persona che si candida. Risponde a un progetto politico".



• CALENDA CONTRO EMILIANO: "È INDECENTE, VA RIMANDATO A CASA"
"Un signore che inneggia al programma di governo di Lega-M5s, che fa campagna per loro, che accusa il governo Pd di essere corrotto e responsabile delle morti dell'Ilva, ma non ha la dignità di andarsene perché altrimenti perde la poltrona deve essere mandato a casa. #indecente". Lo scrive Carlo Calenda sul suo profilo Twitter, rispondendo a un utente che gli chiede delle parole di Michele Emiliano sul contratto Lega-M5s chiedendo però di non "cacciare" per questo il governatore pugliese dal Pd.

Il ministro dello Sviluppo risponde poi (mettendo in copia Martina) con un esplicito "ma quando vogliamo suonare il gong" al tweet del deputato dem Ivan Scalfarotto che attacca: "Leggo che @micheleemiliano sostiene 'dalla prima all'ultima clausola il 'contratto' gialloverde. Ne tragga dunque le conseguenze e si iscriva, a sua scelta, alla #Lega o a #M5S. Magari prima dell'Assemblea di domani, sarebbe un bel segnale di coerenza. Aspettiamo fiduciosi".

"È davvero stupefacente che Emiliano affermi di condividere il contratto di governo tra M5S e Lega", dice poi la senatrice del Pd Simona Malpezzi, aggiungendo tra le altre cose: "Io mi auguro che non l'abbia letto e che le sue siano dichiarazioni superficiali. Se così non fosse mi chiedo come lui possa militare nel Pd. Quel contratto con il nostro partito non ha nulla a che vedere".

Sulla stessa linea la deputata Alessia Morani, che sullo stesso tema scrive su Twitter scrive: "Quindi mi pare di capire che Emiliano è d'accordo a fare il condono fiscale, a discriminare i bambini stranieri negli asili nido e contemporaneamente ad abolire l'obbligatorietà dei vaccini. Solo per fare alcuni esempi, andiamo di bene in meglio".

Su Facebook, il deputato Gianluca Benamati scrive: "Sono assolutamente stupito dalla dichiarazione di Michele Emiliano, che condivide il cosiddetto 'contratto' fra Lega e Movimento 5 Stelle. Un programma che si scontra non solo con le nostre politiche e i nostri impegni in campagna elettorale ma con la realtà stessa".

• EMILIANO: "CONTRATTO COMPATIBILE CON PROGRAMMA PUGLIA"
"Ho letto il programma e l'avrei sottoscritto dalla prima all'ultima clausola - ha affermato Emiliano a SkyTg24 - nella sostanza e nella forma è compatibile con il programma della Puglia e compatibile con istanze di progresso. Il M5s non ha niente a che fare con Viktor Orban. Il Pd poteva stare al tavolo e contribuire a scrivere quel programma, ma Renzi non ha voluto".
© Riproduzione riservata
18 maggio 2018

Da - http://www.repubblica.it/politica/2018/05/18/news/assemblea_partito_democratico_19_maggio_elezione_segretario_pd_dem_nuovo_governo_matteo_renzi_maurizio_martina_consultazioni-196750764/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S4.3-T1


Titolo: IL PD - Partito Democratico Circola, circola, circola, che Salvini te se magna
Inserito da: Arlecchino - Giugno 12, 2018, 06:17:42 pm
Circola, circola, circola, che Salvini te se magna ... (scherzo, ma state perdendo anche la visione della realtà in cui ci avete cacciato!).
Se non sapete che "Pesce" prendere, capace di portarci fuori da questa melma (ho scritto MELMA non altro) chiediamo a Renzi di tornare alla sue responsabilità e si riparte da zero.
Tanto a zero ci arrivate se i mollaccioni non si muovono o si muovono male (specie in TV).
ciaooo   
al Pd su Fb del 12 giugno 2018


Titolo: Dopo anni che si è patito in pessimo modo il problema (se non fosse stato per...
Inserito da: Arlecchino - Giugno 17, 2018, 09:14:22 pm
Dopo anni che si è patito in pessimo modo il problema (se non fosse stato per Minniti di recente) Renzi non può rincorrere Salvini, dandogli del "bullo"!
A parte la personalità di Salvini (nota sin da quando era ragazzo) lui non sta facendo affatto il bullo, lo è da sempre, ma oggi gli abbiamo regalato la possibilità di portare avanti un discorso avviato da Maroni anni fa.
Quindi la possibilità di realizzare, a suo modo, un preciso progetto politico, che se non gli riesce sconterà di persona.
Questo tipo di "opposizione" da casa di ringhiera, ha due fattori negativi, a parte una classe non eccelsa:
se gli riesce il cambiamento dei termini del problema anche se non la soluzione totale, facciamo la figura dei "rosicatori sciocchi".
Se non gli riesce o gli riesce solo in parte la gente, che non ci ama più e anche l’altra, dirà: almeno lui ci ha provato con grinta e determinazione.
La politica dei buonismi mollacchioni non è più di moda ... è stata la Valeriana dei vertici dei partiti ma non ha portato benefici ai Cittadini.

ggiannig

PS: se poi dovessero essere confermate le voci di una vita a bordo non drammatica … anzi. Immaginate le risate del “bullo”.
Non rischiamo brutte figure con il “vecchio modo di ragionare”, lo consigliava anche Einstein bisogna cambiare il modo di ragionare che non ha funzionato. 



Titolo: Da vecchio Ulivista mi considero un "amante" dell’idea di CentroSinistra più ...
Inserito da: Arlecchino - Giugno 17, 2018, 09:15:33 pm
Da vecchio Ulivista mi considero un "amante" dell’idea di CentroSinistra più che dell'attuale PD "ristretto" e non mi riferisco alla percentuale di voti ottenuti o alla “perdita benedetta dei fuorusciti di contro tutti”; ma alla sua attuale capacità di reazione, contro le peggiori ipotesi di “cambiamento” in negativo.

Cioè, un CAMBIAMENTO antidemocratico, anti-occidentale e anti-europeo.

Per affrontarlo e batterlo occorre un Nuovo CentroSinistra, capace di idee riformiste, con un pensiero politico aperto a tutte le realtà socio-politiche di Centro e di Sinistra Democratica.

Spero che Calenda riesca a dirci qualcosa di concreto al riguardo.

Una cosa voglio raccomandare: non si può affrontare l’emergenza attuale usando sui Media interventi da vecchio PD fatti di critiche banali, di infantilismi ripetitivi, da presunzioni meritevoli di analisi psichiatriche, da mollezze da oratorio anni 50, ecc. ecc.

Il pericolo del Cambiamento in peggio, richiede impegno di ben altro livello, soprattutto un Progetto preparato a tavolino e approfondito tra persone capaci di immaginazione libera ma costruttiva.
Meno chiacchiere e più Aziendalismo, orientato ad ottenere obiettivi precisi come deciso in un Progetto marketing oriented, che ci faccia evolvere da un PD oggi all'opposizione e ci prepari ad un CentroSinistra di Governo.

Si tratta di modificare le attuali logiche da partiti politici perdenti (chiusi nelle logiche logore e litigiose) per farne una rinascita da Partiti moderni, capaci di farsi guidare dalla partecipazione attiva dei Cittadini.
Partiti capaci di darsi una organizzazione e un metodo di LAVORO attualizzato e moderno che renda protagonisti gli elettori nella quotidiana vita dei Partiti.

Protagonisti che guarderanno con interesse ai risultati da raggiungere e al come li si raggiunge.

Il Marketing è uno strumento di lavoro ma anche un’arma, che si può usare per il bene dei Cittadini, ma anche per opachi interessi di parte, egoistici e maligni … sino a diventare antidemocratici.

ggiannig



Titolo: Oliviero Toscani spiega la sua discesa in campo
Inserito da: Arlecchino - Giugno 20, 2018, 05:24:49 pm
Oliviero Toscani spiega la sua discesa in campo

Intervista al fotografo che, dopo essersi iscritto al Pd, lancia la mobilitazione contro Salvini e arruola il centrosinistra per uno scatto che faccia da base a un "grande manifesto di resistenza"

Di RICCARDO LUNA 20 giugno 2018,07:50

 “Ha visto? Mi stanno rispondendo tutti. Gentiloni, Bonino, Delrio, Calenda. Tutti. La faccio questa foto e iniziamo la resistenza”. Parlando con AGI, Oliviero Toscani ripercorre le sue ultime concitate giornate politiche: venerdì l’iscrizione in una sezione romana del PD; sabato e domenica la sua grande campagna stampa per Benetton in cui gli “united colors” sono quelli dei migranti e dei soccorritori; e ieri il tweet in cui ha proposto ad alcuni leader del centro-sinistra di unirsi un una storica fotografia che segnali “la resistenza a quello che dice e fa il ministro dell’Interno.

Perché ce l’ha con Salvini?
“Salvini è anche il mio ministro, il ministro di tutti gli italiani, e allora faccia il ministro e la smetta con la propaganda”.

A 76 anni ha deciso di iscriversi al PD: cosa l’ha mossa?
“Perché dobbiamo opporci a certe cose, che sono gravissime, e se non facessi resistenza sarei un collaborazionista”.

Sono termini da Ventennio….
“Purtroppo è vero. Ma siamo ancora in una società democratica, non c’è stato un colpo di Stato no?, e mica possiamo saltare tutti sul carro del vincitore anche se fa cose orrende. E non dobbiamo avere paura di schierarci, anche se certi commenti sui social alla campagna che ho fatto per Benetton erano spaventosi”.

Si è spaventato?
“Trovo sconcertante che uno possa essere attaccato in quel modo per una intervista. Ma non ho paura dei commenti: le critiche intelligenti le leggo e rispondo, le minacce no…”.

Benetton non teme ritorsioni per l’azienda? In fondo la maggioranza del paese in questo momento sembra sostenere il leader leghista.

“Intanto la Lega il 4 marzo ha preso meno voti del PD, non ce lo scordiamo…”.
Ma adesso i sondaggi la danno al 29 per cento…

” Non ci credo e comunque vedremo alla fine chi vincerà. Anche Renzi a un certo punto ha avuto il 40 per cento no? Quanto a Benetton, certe cose le faccio e le posso fare solo perché alla guida dell’azienda è tornato Luciano, il fondatore, figurarsi se lì ci fossero ancora certi manager…”

Qualcuno ha osservato che fra i nomi invitati a far parte della “storica fotografia” manca Matteo Renzi.

“Non è vero, ho messo tre puntini”.

Tre puntini per Renzi?
“Tre puntini per tutti, per chi ci sta”.

Perché siamo arrivati a questo punto?
“Perché come italiani abbiamo perso una certa etica, abbiamo paura di perdere la nostra piccola ricchezza, abbiamo paura del diverso, paura del futuro. Non siamo più un paese di brava gente, non tutti almeno. Ma non è finita, non finisce qui, vedremo chi vincerà”.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/politica/intervista_oliviero_toscani_pd_twitter-4045888/news/2018-06-20


Titolo: Opposizione minima e sbagliata ...
Inserito da: Arlecchino - Giugno 20, 2018, 05:26:38 pm
I fans di Salvini si distinguono tra "pro" e "contro".

Tutte e due le categorie di fans, citandolo, gli sono utili in quanto lo "reclamizzano" (quelli "contro" in modo spesso incivile, perchè offensivi contro la persona).

I suoi veri avversari, sono migliori, lo ignorano addirittura cancellando i post degli ingenui che lo citano.

ciaooo


Titolo: Il M5Stelle, è quasi pronto per sedersi al tavolo, senza arroganza, per ...
Inserito da: Arlecchino - Giugno 20, 2018, 05:39:41 pm
Il M5Stelle, è quasi pronto per sedersi al tavolo, senza arroganza, per discutere con il PD, su come creare una alternativa a Salvini.

Ma il PD nel frattempo dovrebbe presentarsi come CentroSinistra non da solo.

Oggi è moscio e senza testa.

ciaooo


Titolo: Il PD attuale si deve dissolvere in un CentroSinistra aperto alla società ...
Inserito da: Arlecchino - Giugno 24, 2018, 11:36:13 am
Conoscevamo da anni le loro intenzioni anti-europee, inserite in un probabile piano internazionale, più grande di loro.

Nonostante ciò abbiamo seguitato (fatte le debite eccezioni) nel gestire male il potere che avevamo.

Adesso, a peggiorare le cose e deluderci ancora di più, assistiamo alla pessima reazione da oppositori con continue, inutili, critiche lapalissiane e meschine, senza uno straccio di Progetto di CentroSinistra che consenta di recuperare la nostra dignità.

Il PD attuale si deve dissolvere in un CentroSinistra aperto alla società, in difesa della Democrazia e capace di ridare benessere agli italiani.

Cosa si aspetta?

ggiannig


Titolo: IL PD - Partito Democratico non poteva essere il CentroSinistra erede dell'Ulivo
Inserito da: Arlecchino - Giugno 26, 2018, 04:23:18 pm
15 giugno 2018

La sinistra distrutta dalle rivalità insanabili
Fatta eccezione per il confronto glorioso tra Amendola e Ingrao, le rotture a gauche hanno solo scarnificato l'area. Craxi-Berlinguer, D'Alema-Occhetto.
Fino a quella tra il lìder Maximo e Renzi che ha dato solo frutti avvelenati.

PEPPINO CALDAROLA
Liberiamoci della sinistra che ammira Salvini
Le rivalità, non sempre accompagnate da vere divergenze politiche, hanno poco a poco scarnificato la sinistra. Intendiamoci, ci sono state rivalità, come dire, “gloriose”. Lo è stata sicuramente quella fra Amendola e Ingrao, due personaggi di grande statura con una visione diversa e una concezione opposta del fare politica.

LA DIALETTICA NEL PCI. Fu quella una rivalità che fece bene al Pci, ne allargò i confini e dette prova, dentro un partito per definizione monolitico, di essere un momento di dialettica insuperabile. Fu uno scontro pieno di rispetto.

Qualche anno dopo non ebbe le stesse caratteristiche, e distrusse completamente i rapporti fra partiti che un tempo erano stati fratelli, lo scontro fra Craxi e Berlinguer. Sappiamo che ci sono scuole che interpretano diversamente quella straordinaria divergenza (termine in verità poco efficace) fra due leader che non si stimavano e che si combatterono con un linguaggio in molti momenti terribile. Resta a tutt’oggi lo scontro politico-personale più importante della storia della sinistra. Senza vincitori.

LA FINE DI DUE LEADER. Berlinguer morì poco prima di vedere la grande sconfitta del referendum sulla scala mobile. Craxi fu costretto a rifugiarsi in Tunisia inseguito da una magistratura e da una opinione pubblica guidate da una informazione ostile che ne fiaccarono le resistenze fino a portarlo alla morte.

Tuttavia gli scontri più evitabili ma perniciosamente perseguiti furono quelli nello stesso partito. Prendete il primo, quello fra Occhetto e D’Alema. Entrambi non furono leali verso Alessandro Natta di cui provocarono le dimissioni in occasione di un infarto leggero del vecchio galantuomo. Fu la mia radio, Italiaradio, a ospitare la dichiarazione di uno dei due che spinse Natta ad andar via e per anni, come mi disse nelle telefonate che avemmo prima della morte, mi considerò responsabile di connivenza con i suoi sleali compagni di viaggio.

OCCHETTO VS D'ALEMA. Quando Occhetto divenne segretario era già cresciuta nel partito la stella di D’Alema. L’uno aveva fatto con la Bolognina la scelta più rischiosa, e l’aveva fatta nel modo più avventato, che tuttavia portò in salvo la sinistra dalle macerie del comunismo reale. L’altro era il figlio prediletto e predestinato del partito, l’uomo che sapeva la politica come pochi, un totus politicus che il suo partito aspettava. Qui non voglio, per ragioni di sintesi, dire come avvenne, ma accadde che Occhetto dopo insuccessi vari andò via e D’Alema divenne segretario. Da qui l’odio fra i due con un accanimento da parte di Occhetto che ha nuociuto a lui stesso. Il partito non fu generoso con lui, cambiò persino nome per negargli la qualifica di fondatore, tuttavia Occhetto ha passato la sua vita a inseguire D’Alema e la sua ombra consumando tutte le sue energie intellettuali.

UNA FERITA ANCORA APERTA. Sorvolo sullo scontro D’Alema-Veltroni che fu una delle più sciocche divisioni nella sinistra, spesso fomentata dai rispettivi staff e tuttora, malgrado i due fingano riappacificazione, ferita non sanata. Sorvolo anche sullo scontro Prodi-D ’Alema perché continua a girare la tesi del complotto anti-Prodi ordito da D’Alema al fine di farlo dimettere da premier che è del tutto infondato (il complotto, non la antipatia reciproca).

Vengo all’oggi, vengo a Renzi-D ’Alema. La cronaca è freschissima e non v’è dubbio che Renzi abbia cercato freddamente lo scontro con D’Alema con l’obiettivo di mettersi il distintivo di chi aveva fatto fuori il vecchio leader sia per dimostrare che era venuta avanti una nuova generazione, sia per tentare di liquidare l’esperienza comunista, sia per compiacere il mondo di destra a cui guardava sia per fare largo alla propria struttura di potere senza controlli di chi era politicamente più esperto.

LO SCONTRO MORTALE. D’Alema ha retto la botta, poi gli è sfuggita la frizione. Da allora lo scontro è stato mortale. Ciascuno dei due ha cercato di buttare l’altro fuori dal gioco. Entrambi, in verità, lo sono già. Restano però i frutti avvelenati della mela anti-dalemiana e della mela anti-renziana. In qualche modo si sta riproducendo lo scontro simile a quello fra Occhetto e D’Alema. Non voglio dire chi sembra essere nei panni di Occhetto (a cui rivolgo un saluto affettuoso). Tuttavia ne ho chiaro in testa il nome.

Renzi: Il contratto? Scritto con l'inchiostro simpatico
Pause
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Da - https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/06/15/sinistra-divisioni-dalema-renzi-berlinguer-craxi-occhetto/221094/


Titolo: IL PD - Partito Democratico e il suo carnefice leninista.
Inserito da: Arlecchino - Giugno 28, 2018, 05:00:37 pm
Pd, Zingaretti pronto a correre per la segreteria. Orlando sta con lui.
Calenda: “Fronte Repubblicano oltre attuali partiti”

Il governatore del Lazio, appoggiato ufficialmente da Andrea Orlando, avrebbe dalla sua anche Gentiloni, Minniti e Veltroni.

Intanto Carlo Calenda lancia il manifesto del Fronte Repubblicano attraverso le colonne de Il Foglio: "Riorganizzare il campo dei progressisti".

E Renzi per il momento resta nel mezzo.

Vendola: "Il partito ha rotto con i propri riferimenti. In tanti mi chiedono di tornare"

Di F. Q. | 27 giugno 2018

Nicola Zingaretti da una parte, Carlo Calenda dall’altra. E Matteo Renzi nel mezzo, al momento senza una posizione precisa. Il Partito Democratico inizia il percorso che lo porterà a eleggere un nuovo segretario (Matteo Orfini ha convocato l’assemblea il 7 luglio) e si delineano le candidature. Il governatore della Regione Lazio chiede il “congresso subito” e si dice pronto a correre, appoggiato da Paolo Gentiloni, che viene però indicato dall’ex ministro del Mise come un “punto di riferimento”, Walter Veltroni, Marco Minniti e in maniera chiara da Andrea Orlando. Il leader della minoranza dem lo dice chiaramente a Repubblica: “Il candidato segretario più forte per ripartire è lui”.

Zingaretti, forte del successo del suo “modello” sia alle Regionali nel Lazio che nelle recenti amministrative non solo nella sua regione, guarda a sinistra, ai sindaci e alla rete dei Comuni messa in piedi da Federico Pizzarotti. Sull’altro fronte per superare l’era renziana, con un manifesto pubblicato su Il Foglio, l’ex ministro Calenda lancia il Fronte Repubblicano, “un’alleanza repubblicana che vada oltre gli attuali partiti e aggreghi i mondi della rappresentanza economica, sociale, della cultura, del terzo settore, delle professioni, dell’impegno civile “. Serve, spiega, “riorganizzare il campo dei progressisti per far fronte alla minaccia mortale” da Lega e M5s, quello che Calenda chiama “l’incrocio tra sovranismo e fuga dalla realtà “. Per farlo, aggiunge, “è necessario definire un manifesto di valori e di proposte e rafforzare la rappresentanza di parti della società che non possono essere riassunti in una singola base di classe”. Un campo largo, oltre il Pd.

Il tutto, spiega Calenda in cinque punti, per “tenere in sicurezza l’Italia”, “proteggere gli sconfitti” rafforzando “gli strumenti come il reddito di inclusione, nuovi ammortizzatori sociali, le politiche attive e l’apparato di gestione delle crisi aziendali in particolare quanto causate dalla concorrenza sleale di Paesi che usano fondi europei e i vantaggi derivanti da un diverso grado di sviluppo per sottrarci posti di lavoro”, scrive l’ex ministro. “Investire nelle trasformazioni, per allargare la base dei vincenti, su infrastrutture materiali e immateriali (università, scuola e ricerca); promuovere l’interesse nazionale in UE e nel mondo – aggiunge Calenda – Riconoscendo che non esistono le condizioni storiche oggi per superare l’idea di nazione e un piano shock contro analfabetismo funzionale “.

Un piano, quello dell’ex ministro, criticato lunedì da Orlando che lo aveva bollato come “una cosa che c’è già stata, Scelta civica “, il partito dell’ex premier Monti con cui Calenda si era candidato nel 2013. Ora, intervistato dal quotidiano romano, l’ex Guardasigilli dice “l’ansia di creare altri contenitori è la spia di una difficoltà di trovare altri contenuti. Non è escluso che questo possa essere l’esito, ovvero ridiscutere il Pd, ma prima ci vuole una costituente”. A suo avviso, “nessuno da solo può portare il Pd fuori dalle secche” perché “non è una crisi di leadership, ma della funzione e del ruolo del Pd. E quindi c’è il problema di ridefinirsi e di riposizionarsi “.

La drammaticità della condizione del centrosinistra, afferma, “ce l’ho chiara dall’indomani delle elezioni del 4 marzo e dal referendum costituzionale. Già quella sconfitta ci segnalava che avevamo perso definitivamente il popolo. Questa tornata dei ballottaggi aggiunge fatti nuovi. Quando il no al referendum ha vinto nelle periferie con il 90%, non puoi pensare né che sia tutta colpa di Renzi, né che fossero tutti fan del bicameralismo. C’era una rottura che si è continuato a rimuovere”.

Intervistato dall’edizione barese di Repubblica, Nichi Vendola, nel commentare le amministrative pugliesi “del paradosso” perché “vince il centrosinistra, ma perde il Pd”, spiega che i dem devono “guardarsi allo specchio, vedere i propri lineamenti sociali e culturali, domandarsi il perché del rancore che raccoglie negli strati più popolari e fra i giovani”. Per l’ex presidente della Puglia, il Pd “ha rotto con i propri riferimenti” dal mondo del lavoro a quello della scuola fino alle periferie pensando che “la modernità fosse fare cose di destra”. E mettendo un punto al dialogo con il M5s (“sono alleati con un partito xenofobo”), ammette che “tantissimi pugliesi, ogni giorno, mi chiedono di tornare. Una sollecitazione affettuosa che proviene dai mondi più disparati e che mi commuove e mi turba”. E alla domanda sulla possibilità di escludere che possa essere della partita, almeno regionale, dice: “È presto per rispondere”.

Da - https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/27/pd-zingaretti-pronto-a-correre-per-la-segreteria-orlando-sta-con-lui-calenda-fronte-repubblicano-oltre-attuali-partiti/4454245/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2018-06-27


Titolo: UNA PREGHIERA DI MASSA: OCCUPIAMO IL PD di Giuseppe Genna su FB del 3 luglio...
Inserito da: Arlecchino - Luglio 04, 2018, 12:44:39 pm
UNA PREGHIERA DI MASSA: OCCUPIAMO IL PD

Giuseppe Genna

Vivo, aggirandomi per la città, con un vago vorticare di immagini e parole attorno a me, dai sembianti dei governativi alle loro battaglie di inciviltà. L'aria è satura intorno a me: di mefitica onnipotenza, che il Ministro degli Internamenti emette senza soluzione di continuità. Il filtro fascistoide declina la realtà attorno, che assume una colorazione rossobruna, gialloverde, blu. In mezzo a tutto ciò, si appalesa un'ancora di salvezza: è l'e-letter del sito di Matteo Renzi. Devo perciò ringraziare il buon cuore del senatore scandiccio, che spunta con dichiarazioni dirimenti e certificate dal sé e dallo stesso, spezzando il silenzio assoluto e complice che vige mentre si consuma la guerra dei bottoni nelle segrete stanze del partito Democratico. Essi sono Quelli Là, che ammutiscono, denegano, assentano i sé e gli stessi, anziché fare partecipare o informare il popolo che quel partito ha votato e non è detto che continui a votare. Dunque il senatore fiorntino non entra affatto nel momento politico, che egli stesso ha alacremente contribuito a determinare, con la sua egoreferenza, tutta votata al sé e allo stesso e però votata da nessuno, bensì si fa sentire dalle remote lontananze in cui è immerso, tramite l'invio di questa e-letter piuttosto ridicola che postmoderna, pubblicata sul sito del sé e dello stesso. Nella sua giovale giovanile sincopata ed emblematica prosa, l'ormai immemorabilmente antico presidente del Consiglio tiene a inquadrare la situazione, non storica, ma del sé e dello stesso. Ci informa che corre 14 km in 75 minuti. Precisa che prenderà una casa con tre stanze a Firenze, chiedendo un mutuo. Si picca di realizzare un emozionante ed emozionato documentario su Firenze con la piattaforma Netflix, per parlare ai giovani, istruendoli sul presente e non soltanto del passato, e immaginiamo il brivido conoscitivo che darà vedere Hieronymus Boschi a fianco di Michelangelo. Puntualizza, il Senatore Che Non Ha Sentore, che gli odierni dati Istat sull'occupazione sono un merito del suo Jobs Act, utilizzando la prima persona plurale, che è poi la voce con cui parlano il sé e lo stesso. Fulmineamente analizza con banalità recriminatoria la sconfitta alle amministrative, che ha portato all'inesistenza il Pd, una debacle più apocalittica che memorabile, e l'analisi politica di un fatto abissale e storico Egli la contiene in cinque righe: "Il PD ha perso la maggior parte dei ballottaggi. E qualcuno ha dato a me la responsabilità. Ancora? Mi fa piacere essere considerato l’alibi per tutto, ma questa lettura del voto è poco più che una barzelletta. Credo necessario fare chiarezza: scriverò sul PD con calma nei prossimi giorni in vista dell’Assemblea Nazionale del 7 luglio". E tutto incredibile, ma non con l'euforica esaltazione che coglie chiunque si trovi all'improvviso di fronte all'impensabile, perché piuttosto si esce piuttosto mesti da questa lettura piuttosto superficiale e piuttosto egoriferita. Il Mostro di Scandicci detiene il controllo sull'assemblea nazionale di un partito che è stato in grado di rattrappirsi e sparire in scrigni di irrilevanza assoluta. Non è soltanto colpa di Matteo Renzi, sia chiaro: c'è da accusare in toto la nomenklatura, incapace di dire o fare alcunché contro l'azione di potere del governo destrorso più estremista dell'intera vicenda repubblicana. L'unica ruminazione, oltre al pentalogo liberista dell'ex Scelta Civica, Carlo Calenda, è una risposta imbarazzante, da parte di Quelli Là e la risposta sarebbe questa: Zingaretti. Come se non fosse fondamentale e ancor più urgente aprire un dibattito intenso, per elaborare collettivamente le ragioni e l'efficacia di un popolo progressista, che non si identifica più con la sua istituzione di riferimento. Zingaretti: capite? In tutta franchezza: io occuperei il Pd. Per avere detto ciò, usando la metafora dell'assedio al Nazareno, ho anche dovuto sorbirmi sui social le isterie dei fondamentalisti nomenklatori, strani assolutismi renziani e impertinenze franceschiniane - lo dico non perché conti la politica dell'io, ma in quanto è allegorico della totalità. Non è la prima volta che partirebbe un #OccupyPD. Non sono personalmente in grado, in solitaria e contando su un seguito davvero minimo, di organizzare questo assedio. Basterebbero 1.000 democratici davanti al Nazareno, che riescano a farsi ricevere e a consegnare a stretto giro la documentazione dello sfratto esecutivo, per queste entità lovecraftiane, che bisungono le pareti cerebrali e cardiache della parte democratica della nazione. Organizzerei in prima persona i torpedoni, mostrando a tutti l'alta qualità dell'inox delle pentole, con cui intraprendere un cacerolazo chiassosissimo. Se scrivo e dico queste cose, tuttavia, è perché sono disperato ed esasperato dalla solitudine collettiva in cui verso, insieme a migliaia di altre e altri dispersi e altrettanto disperati. Non è, questo, un esito secondario delle politiche del partito democratico di riferimento: si è perduto il tessuto sociale, sbrecciandolo in ogni modo, avvilendone le istanze più creative, sbregando le relazioni e le dialettiche. E non è soltanto responsabilità di Hieronymus Boschi o di Orfeo Mattini - è una disgregazione che abbiamo interiorizzato in tante e tanti, un intollerabile grado di separazione dall'altra e dall'altro, una polverizzazione del nostro stesso consenso. Basterebbe poco - una comunità on line, una manifestazione di riappropriazione, un'emissione pubblica dei valori di base, la pratica del discorso reinstallata nel reale. Se non accade tutto questo, aspettiamo la prossima e-letter del Nostro di Scandicci.

Da FB del 2 luglio 2018


Titolo: Il Partito Democratico se ne fotte degli iscritti e simpatizzanti: si nasconde!
Inserito da: Arlecchino - Luglio 04, 2018, 12:47:40 pm
SABATO L’ASSEMBLEA

Tregua Pd: sì a Martina e congresso nel 2019

Insoddisfatti Gentiloni e l’area pro-Zingaretti, ma anche molti renziani

Uno: confermare Maurizio Martina, l’ex vicesegretario di Matteo Renzi, alla guida del Pd con l’elezione formale in assemblea nazionale sabato 7 luglio. Due: fare il congresso anticipato nel 2019, ma senza date predefinite. O prima delle europee della prossima primavera, come vorrebbero i sostenitori della candidatura del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, o alla fine del prossimo anno dopo le elezioni regionali in Emilia Romagna, come vorrebbe la maggior parte dell’attuale maggioranza renziana nella speranza di logorare Zingaretti. Le varie correnti del Pd, in queste ore impegnate in incontri e colloqui telefonici incrociati, stanno lavorando alla soluzione unitaria pro-Martina per non trasformare la prossima riunione del parlamento dem in una faida interna mentre il governo giallo-verde si sta rafforzando.
La soluzione Martina è incoraggiata dallo stesso Renzi, che comunque ci tiene ad avere una posizione “ecumenica” facendo sapere che anche l’avvio del congresso subito non lo vedrebbe contrario (la decisione finale verrà presa stamane in un vertice ristretto dei renziani con i capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci, con il coordinatore Lorenzo Guerini e con l’ex braccio destro di Renzi, Luca Lotti). Ed è incoraggiata dall’anti-Renzi Dario Franceschini, convinto che dividersi ora in una battaglia congressuale finirebbe solo per avvantaggiare il governo “populista”. Oltre che naturalmente dallo stesso Martina, che vede questa fase che si apre come “costituente” per preparare un congresso vero, sui temi e non sulle persone, a cominciare dalla battaglia parlamentare (ieri è stata presentata la proposta dem per gravi fiscali in favore delle famiglie, nei prossimi giorni sarà la volta del salario minino). L’accordo prevede una segreteria collegiale, e probabilmente la conferma di Matteo Orfini alla presidenza del partito e di Francesco Bonifazi come tesoriere. Una vera e propria tregua, insomma, che rimanda la battaglia interna post-Renzi al 2019 e che lascia più di un big insoddisfatto. A cominciare dall’ex premier Paolo Gentiloni, che pur volendo restare fuori dalle “beghe congressuali” non fa mistero di appoggiare la candidatura di Zingaretti e di preferire il congresso subito. E tra gli insoddisfatti ci sono anche alcuni renziani di rilievo come Lotti ed Ettore Rosato. Come spesso accade nel Pd, fino a sabato la strada è lunga. E non rettilinea.

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Emilia Patta

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180704&startpage=1&displaypages=2


Titolo: Giuseppe GENNA. UNA PREGHIERA DI MASSA: OCCUPIAMO IL PD
Inserito da: Arlecchino - Luglio 08, 2018, 04:44:43 pm
UNA PREGHIERA DI MASSA: OCCUPIAMO IL PD

Giuseppe Genna

Vivo, aggirandomi per la città, con un vago vorticare di immagini e parole attorno a me, dai sembianti dei governativi alle loro battaglie di inciviltà. L'aria è satura intorno a me: di mefitica onnipotenza, che il Ministro degli Internamenti emette senza soluzione di continuità. Il filtro fascistoide declina la realtà attorno, che assume una colorazione rossobruna, gialloverde, blu. In mezzo a tutto ciò, si appalesa un'ancora di salvezza: è l'e-letter del sito di Matteo Renzi. Devo perciò ringraziare il buon cuore del senatore scandiccio, che spunta con dichiarazioni dirimenti e certificate dal sé e dallo stesso, spezzando il silenzio assoluto e complice che vige mentre si consuma la guerra dei bottoni nelle segrete stanze del partito Democratico. Essi sono Quelli Là, che ammutiscono, denegano, assentano i sé e gli stessi, anziché fare partecipare o informare il popolo che quel partito ha votato e non è detto che continui a votare. Dunque il senatore fiorntino non entra affatto nel momento politico, che egli stesso ha alacremente contribuito a determinare, con la sua egoreferenza, tutta votata al sé e allo stesso e però votata da nessuno, bensì si fa sentire dalle remote lontananze in cui è immerso, tramite l'invio di questa e-letter piuttosto ridicola che postmoderna, pubblicata sul sito del sé e dello stesso. Nella sua giovale giovanile sincopata ed emblematica prosa, l'ormai immemorabilmente antico presidente del Consiglio tiene a inquadrare la situazione, non storica, ma del sé e dello stesso. Ci informa che corre 14 km in 75 minuti. Precisa che prenderà una casa con tre stanze a Firenze, chiedendo un mutuo. Si picca di realizzare un emozionante ed emozionato documentario su Firenze con la piattaforma Netflix, per parlare ai giovani, istruendoli sul presente e non soltanto del passato, e immaginiamo il brivido conoscitivo che darà vedere Hieronymus Boschi a fianco di Michelangelo. Puntualizza, il Senatore Che Non Ha Sentore, che gli odierni dati Istat sull'occupazione sono un merito del suo Jobs Act, utilizzando la prima persona plurale, che è poi la voce con cui parlano il sé e lo stesso. Fulmineamente analizza con banalità recriminatoria la sconfitta alle amministrative, che ha portato all'inesistenza il Pd, una debacle più apocalittica che memorabile, e l'analisi politica di un fatto abissale e storico Egli la contiene in cinque righe: "Il PD ha perso la maggior parte dei ballottaggi. E qualcuno ha dato a me la responsabilità. Ancora? Mi fa piacere essere considerato l’alibi per tutto, ma questa lettura del voto è poco più che una barzelletta. Credo necessario fare chiarezza: scriverò sul PD con calma nei prossimi giorni in vista dell’Assemblea Nazionale del 7 luglio". E tutto incredibile, ma non con l'euforica esaltazione che coglie chiunque si trovi all'improvviso di fronte all'impensabile, perché piuttosto si esce piuttosto mesti da questa lettura piuttosto superficiale e piuttosto egoriferita. Il Mostro di Scandicci detiene il controllo sull'assemblea nazionale di un partito che è stato in grado di rattrappirsi e sparire in scrigni di irrilevanza assoluta. Non è soltanto colpa di Matteo Renzi, sia chiaro: c'è da accusare in toto la nomenklatura, incapace di dire o fare alcunché contro l'azione di potere del governo destrorso più estremista dell'intera vicenda repubblicana. L'unica ruminazione, oltre al pentalogo liberista dell'ex Scelta Civica, Carlo Calenda, è una risposta imbarazzante, da parte di Quelli Là e la risposta sarebbe questa: Zingaretti. Come se non fosse fondamentale e ancor più urgente aprire un dibattito intenso, per elaborare collettivamente le ragioni e l'efficacia di un popolo progressista, che non si identifica più con la sua istituzione di riferimento. Zingaretti: capite? In tutta franchezza: io occuperei il Pd. Per avere detto ciò, usando la metafora dell'assedio al Nazareno, ho anche dovuto sorbirmi sui social le isterie dei fondamentalisti nomenklatori, strani assolutismi renziani e impertinenze franceschiniane - lo dico non perché conti la politica dell'io, ma in quanto è allegorico della totalità. Non è la prima volta che partirebbe un #OccupyPD. Non sono personalmente in grado, in solitaria e contando su un seguito davvero minimo, di organizzare questo assedio. Basterebbero 1.000 democratici davanti al Nazareno, che riescano a farsi ricevere e a consegnare a stretto giro la documentazione dello sfratto esecutivo, per queste entità lovecraftiane, che bisungono le pareti cerebrali e cardiache della parte democratica della nazione. Organizzerei in prima persona i torpedoni, mostrando a tutti l'alta qualità dell'inox delle pentole, con cui intraprendere un cacerolazo chiassosissimo. Se scrivo e dico queste cose, tuttavia, è perché sono disperato ed esasperato dalla solitudine collettiva in cui verso, insieme a migliaia di altre e altri dispersi e altrettanto disperati. Non è, questo, un esito secondario delle politiche del partito democratico di riferimento: si è perduto il tessuto sociale, sbrecciandolo in ogni modo, avvilendone le istanze più creative, sbregando le relazioni e le dialettiche. E non è soltanto responsabilità di Hieronymus Boschi o di Orfeo Mattini - è una disgregazione che abbiamo interiorizzato in tante e tanti, un intollerabile grado di separazione dall'altra e dall'altro, una polverizzazione del nostro stesso consenso. Basterebbe poco - una comunità on line, una manifestazione di riappropriazione, un'emissione pubblica dei valori di base, la pratica del discorso reinstallata nel reale. Se non accade tutto questo, aspettiamo la prossima e-letter del Nostro di Scandicci.

Da FB del 2 luglio 2018


Titolo: GIOVANNI LAMBERTI. La tregua armata tra le correnti del Pd, spiegata in breve
Inserito da: Arlecchino - Luglio 08, 2018, 04:46:30 pm
La tregua armata tra le correnti del Pd, spiegata in breve
Maurizio Martina confermato segretario, il congresso si terrà prima delle Europee del 2019.

Articoli di Repubblica, Stampa e Corriere della Sera

Di GIOVANNI LAMBERTI 08 luglio 2018, 07:30

Martina eletto segretario, congresso prima delle Europee, primarie il 24 febbraio 2019. Sui nodi politici sul tavolo le varie anime del Pd hanno trovato un'intesa. Siglata una tregua, ufficialmente nessuna spaccatura tra le correnti. L'armistizio serve a prendere tempo ma non piace a tutti i delegati dell'assemblea dem che già guardano avanti. Tra rassegnazione per il vento in poppa della maggioranza giallo-verde, l'orgoglio di chi punta a ripartire riconquistando consensi e il timore per l'incertezza su chi debba guidare la barca. "Commettete un errore, non si può lasciare appeso il partito per un anno", la protesta di Giachetti. Per ora alla corsa per la conquista del Nazareno è iscritto Zingaretti che non è intervenuto in Assemblea, si è limitato a chiedere una discussione vera, "ora - ha spiegato - apriamo comitati per l'alternativa". I suoi ripetono che "serve una svolta".

All’Assemblea Nazionale del @pdnetwork per portare avanti l’unica alternativa ai populismi. Un grande grazie a @matteorenzi che ci ha guidato in questi anni con coraggio tenendo in alto i sogni della nostra comunità perché l’Italia sia il Paese della bellezza e non della paura

Sul governatore della Regione Lazio ("non si predispone mai all'ascolto degli altri e delle loro ragioni. È un grandissimo limite per un leader", la critica a Renzi) c'è tutta l'area orlandiana e altri 'big' del Pd, come Gentiloni e Zanda. La minoranza dem affila le armi: "È finita la fase di Renzi, basta parlare di lui. Perderà il partito". L'area renziana non ha ancora un candidato, per questo teme di perdere terreno, auspica che l'ex premier l'anno prossimo possa avere margini di manovra magari per riprendere il timone.

15:24 - 7 lug 2018

Maurizio Martina è il nuovo segretario del PD - Il Post
Lo ha eletto a stragrande maggioranza l'assemblea nazionale del partito, rimarrà in carica fino al congresso che si terrà nei prossimi mesi

E Renzi si è limitato a lanciare la sfida: "Ci rivedremo al congresso e perderete. E poi dal giorno dopo contesterete chi ha vinto". "Il tempo del congresso è già oggi", la risposta del fedelissimo di Emiliano, Boccia. Ancora una volta è il senatore di Scandicci ad aver infiammato la platea. Acclamato dai suoi, contestato appunto dall'area di Orlando e Emiliano. All'assemblea si sono confrontati due modelli. Quello di Martina con la sua 'rivoluzione d'ascolto' e quello di Renzi.


L'ex segretario dem l'ha messa sul piano calcistico: "Ci siamo innamorati dell'idea di giocare con il 'falso nueve'. È importante la comunità ma come non c'è un io senza un noi così non c'è comunità senza leadership".

 “Un grande musicista non è chi suona più forte, ma chi ascolta più degli altri. Così i problemi diventano opportunità”. Le parole di Ezio Bosso ci riguardano. Ora facciamo del Pd una grande orchestra!

L'ex ministro dell'Agricoltura pur sottolineando di voler smascherare "la demagogia" M5s ("Non regaliamo ai grillini la sfida del reddito di base") ha sottolineato che "noi siamo fondamentali per costruire l'alternativa ma non basteremo a noi stessi" ("Noi ci siamo alleati con i monarchici per cacciare i fascisti", l'osservazione di Orlando). "M5s è una corrente della Lega, la vecchia destra", la posizione di Renzi. Ma al di là del tema delle alleanze e della discussione sulle proposte arrivate dal palco ("Dividere la figura del segretario da quella del candidato premier", chiede la Serracchiani), il confronto resta vincolato sul 4 marzo. Sulle ragioni della sconfitta. Renzi ne elenca 10 (lo stop sui vitalizi al Senato, l'insistenza sulla legge elettorale per puntare sulla coalizione, le accuse sulla buona scuola e sul jobs act) ma soprattutto spinge sulle divisioni interne, sull'attacco alla leadership. Perché il commerciante che allestisce la vetrina del suo negozio non può sentire attaccare continuamente il suo marchio, "chiaro poi che non vende". Perché "mi sarei aspettato una maggiore solidarietà dalla classe dirigente" nel momento in cui è arrivata un'ondata social "contro la mia famiglia".

Il j'accuse dell'ex premier è "sulla guerra fatta al Matteo sbagliato": "Il problema non è quando aprire il congresso, ma quando chiuderlo". Ed ancora: "Quando hai il tuo governo e dici che nulla va bene devi votare M5s non Pd. Basta alle risse da cortile, la riscossa partirà se finiremo di prendercela con chi lavora affianco a noi". La richiesta, invece, dell'area non renziana a Martina è quella di mettere pace al Pd. "Il partito è una grande orchestra. Elaboreremo idee, persone, strumenti nuovi. Serve una riorganizzazione di tutto, sarà un percorso lungo, scriviamo tutti insieme una pagina nuova", dice l'ex ministro dell'Agricoltura Martina che si dice pronto ad aprire a chi è fuori dal partito.

E qui emerge un'altra differenza con Renzi, visto che l'ex presidente del Consiglio ha sottolineato che "la direzione non deve essere quella di un simil Pds o Unione". L'ex premier è stato interrotto soprattutto quando ha citato Blair e si è riferito alle dimissioni di Marino. "Basta tifoserie, così segate il ramo sul quale siete seduti", l'attacco dell'ex presidente del Consiglio alla minoranza dem. "Non è possibile limitarsi al brusio delle minoranze interne, alle colpe di Leu o al mancato carisma di Gentiloni", la reazione di Orlando. L'ex premier presente nella sala "è stato l'unico in prima fila - ha fatto notare un renziano - a non applaudire Renzi neanche una volta".

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/politica/pd_martina_renzi_zingaretti_tregua_armata-4125664/news/2018-07-08/


Titolo: Paolo Mieli. IL FUTURO DEL PD I calcoli fantasiosi a sinistra
Inserito da: Arlecchino - Luglio 08, 2018, 04:51:13 pm
IL FUTURO DEL PD
I calcoli fantasiosi a sinistra
C’è chi già ipotizza un successo alle Europee del maggio prossimo
Ma i risultati delle Amministrative e i sondaggi fanno pensare ben altro

  Di Paolo Mieli

Colpisce l’esitazione del Pd al cospetto del decreto «dignità» di Luigi Di Maio che si propone di «licenziare» il Jobs act, con ciò provocando a sinistra del partito guidato pro tempore da Maurizio Martina entusiasmi appena trattenuti. Susanna Camusso e Maurizio Landini, pur con accenti diversi, hanno detto che quel decreto «va nella direzione giusta». La segretaria della Cgil non ha nascosto la propria emozione per l’impegno del governo nella lotta al gioco d’azzardo. I dirigenti di Leu, per voce di Roberto Speranza, hanno annunciato che d’ora in poi faranno un’opposizione «intelligente» il che può lasciar supporre qualche differenziazione tra l’atteggiamento nei confronti dei provvedimenti di matrice grillina e quelli leghisti. L’unico del Pd ad essersi pronunciato con toni decisi è stato Paolo Gentiloni. Il quale Gentiloni alla prima sortita televisiva dopo l’uscita da Palazzo Chigi, aveva detto, per di più, che il Pd deve e può tornare ad essere il primo partito del nostro Paese, già alle elezioni europee del maggio prossimo. Un obiettivo che, stando ai recenti ultimi risultati nelle amministrative di giugno, appare assai ambizioso. Ma Gentiloni ha indicato quel traguardo come se si trattasse di una meta raggiungibile. Salvo poi essere un po’ più vago al momento di specificare in quale compagnia la più importante formazione della sinistra italiana dovrebbe e potrebbe compiere l’impresa.

In ogni caso l’incoraggiante prospettiva indicata da Gentiloni merita una riflessione. Soprattutto se la consideriamo nel contesto dell’afasia piddina sul decreto «dignità». L’elettorato italiano al momento appare instabile e — stando ai sondaggi — si assiste ad un movimento centripeto che allarga fino al 60% il bacino dell’area governativa composta da Lega e 5 Stelle (il 4 marzo era al 50). Cresce il consenso a Matteo Salvini, mentre il movimento di Beppe Grillo appare in leggera flessione. Secondo un rilevamento di Nando Pagnoncelli — pubblicato su questo giornale — ad un mese esatto dalla nascita del governo Conte, i delusi dai 5 Stelle si trasferirebbero al 9% sulla Lega (trattenendosi con ciò in area governativa) e solo l’1% sceglierebbe il Pd. Talché, tornando agli auspici di Gentiloni, si può dire che per i democratici ad oggi sarebbe già più che soddisfacente attestarsi attorno al 20%. Ma ammettendo che per un miracolo il partito dell’ex presidente del Consiglio riuscisse a veleggiare attorno al 30%, dove troverebbe il resto? Dove andrebbe a pescare, cioè, quel 20% che mancherebbe per raggiungere quota 50, fare maggioranza in Parlamento e conseguentemente poter dar vita ad un muovo governo?

I partiti non di sinistra vivono attualmente in un sistema solare che ha al centro la Lega e dove — secondo quel che annunciano le proiezioni — saranno possibili maggioranze diverse. Il Pd avrebbe invece una sola opzione per agguantare il 50% di cui si è testé detto: allearsi con il Movimento 5 Stelle. Gira e rigira di questo si parlerà nei prossimi mesi e lì si andrà sempre a parare: l’individuazione di una strategia capace di mandare in frantumi l’asse Salvini-Di Maio per provocare una rottura simile a quella che nel ’94 fece entrare, temporaneamente, in crisi il rapporto tra Bossi e Berlusconi. Nella speranza che, rotto questo asse, il movimento grillino — magari sotto la guida di Roberto Fico o Paola Nugnes — tragga in salvo i superstiti della sinistra e li faccia salire a bordo per riportarli dalle parti di Palazzo Chigi. Forse a questo alludeva Nicola Zingaretti nell’intervista di qualche giorno fa ad Aldo Cazzullo quando ha azzardato la previsione che tra i 5 Stelle «si aprirà un conflitto», talché «in futuro conosceremo un movimento diverso» con il quale «sarà indispensabile confrontarsi». Nel senso, par di capire, che con quel «movimento diverso» il Pd potrà, anzi dovrà (di qui l’uso dell’aggettivo «indispensabile») stabilire un’alleanza che non avrà carattere esclusivamente tattico.

In che senso? Precedenti di «alleanze tattiche» non mancano. Marco Minniti ha rievocato recentemente la sapiente manovra dalemiana di ventiquattro anni fa che provocò la rottura dell’asse Bossi-Berlusconi, e portò alla nascita del governo guidato da Lamberto Dini. Purtroppo — osservava Minniti — proprio perché «tattico», il ribaltone del ’94 finì per dare, nel medio periodo, nuova linfa a Berlusconi anziché metterlo — come era parso sul momento — alle corde (con quella manovra, ha specificato l’ex ministro dell’Interno, «una minoranza nel Paese divenne maggioranza di governo; ma per la sconfitta politica di Berlusconi abbiamo dovuto attendere ventiquattro anni e non l’abbiamo sconfitto noi, bensì Salvini»). A maggior ragione — sembrava voler dire Minniti — una simile manovra potrebbe rivelarsi azzardata oggi che, diversamente da allora, i rapporti di forza sono a svantaggio della sinistra: nel ’94 il Pds ebbe più del 20% — a cui si aggiungeva il 6 di Rifondazione — contro l’8,36 della Lega; oggi i 5 Stelle sono molto più forti del Pd, quasi il doppio. Sicché, in caso di successo del nuovo ribaltone, nell’alleanza con i grillini, al Pd verrebbe inevitabilmente assegnato un ruolo subalterno.

È per questo che adesso — come due mesi fa all’epoca della formazione del governo — la prospettiva di incunearsi «tatticamente» tra la Lega e i 5 Stelle nel tentativo di ammaliare i parlamentari grillini e convincerli all’abbraccio con il Pd, è un’illusione che può sedurre la parte più sprovveduta dei gruppi dirigenti della sinistra ma non quelli che hanno memoria di ciò che accadde nel 1994. In politica le scorciatoie non esistono e, se esistono, non portano lontano. Incamminarsi adesso lungo quel genere di sentieri per realizzare il sogno di un temporaneo ritorno in posizioni di comando, oltre ad essere irrealistico rischierebbe di fare entrare l’intera sinistra in un labirinto identitario dal quale sarebbe difficile vederla uscire rafforzata. Tant’è che fino ad oggi nessun partito socialista europeo ha ritenuto di lanciarsi in avventure del genere.

Ma si può ugualmente provare. La sinistra italiana sembra però sprovvista di una leadership adatta alla bisogna. Ha scritto su Repubblica Elisabetta Gualmini che il Pd — la formazione a nome della quale è vicepresidente della Regione Emilia Romagna — le appare «ostaggio di una densa rete di politici di mestiere usi fin da piccoli a combattere guerre di trincea dentro il partito per rimanere a galla». Nadia Urbinati, esterna al partito, sul Fatto Quotidiano ha usato nei confronti dei dirigenti del Pd parole ancor più dure definendoli «insopportabili». Entrambe due mesi fa furono favorevoli al dialogo tra Pd e 5 stelle. La Urbinati, in più, adesso sostiene che «bollare l’attuale governo come fascista è sbagliato». Si spinge più in là Stefano Fassina, da tempo uscito dal Pd, che spende parole di parziale apprezzamento nei confronti del governo Conte («dovremmo sostenere il decreto dignità», ha dichiarato al Foglio). Il quadro non è confortante: i dirigenti del Pd post-renziano vengono descritti da osservatori esterni (ma anche da appartenenti alla loro stessa area) come persone che preferiscono affondare lentamente, perdere tutti assieme, piuttosto che provare a rimettersi in partita sotto la guida di un leader energico, trascinatore, carismatico. Un capo che — a rigor di logica — in un momento così drammatico dovrebbe essere scelto al termine di una competizione vera, aperta come lo fu ai tempi del primo scontro tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. E invece...

Sarebbe un pessimo segnale — diciamolo fin d’ora — se nella riunione di sabato prossimo si prendesse altro tempo. E se poi venisse scelto per le primarie un candidato «unitario» destinato a vincere una falsa sfida contro due o tre competitori di bandiera. In tal caso potrebbe emergere solo un personaggio la cui caratteristica fondamentale sarebbe quella di non dare ombra a nessuno dei sopravvissuti della interminabile stagione postcomunista e postdemocristiana. Sopravvissuti che, in abbondante misura, guardano adesso ai 5 Stelle non perché ritengano realistica l’ipotesi del nuovo ribaltone ma perché le buone relazioni con quel movimento potrebbero tornar loro utili nella partita che si giocherà — probabilmente in questa stessa legislatura — per la successione a Sergio Mattarella. Sulla base di calcoli (fantasiosi) che, in un mondo e in un’Europa in cui soffia sempre più forte il vento anti-sistema, rischiano di consegnare l’intera sinistra italiana all’irrilevanza.

4 luglio 2018 (modifica il 4 luglio 2018 | 22:06)
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Da - https://www.corriere.it/opinioni/18_luglio_05/i-calcoli-fantasiosi-sinistra-9d23af50-7fc1-11e8-8b30-21507ef7c055.shtml


Titolo: Tregua armata nel Pd, ma ormai nel partito convivono due anime
Inserito da: Arlecchino - Luglio 08, 2018, 05:03:39 pm
Dopo l’assemblea
Tregua armata nel Pd, ma ormai nel partito convivono due anime

 Di Emilia Patta @emiliapatta 07 luglio 2018

Alla fine un Pd ancora scioccato dalla sconfitta elettorale del 4 marzo e dalla formazione del governo giallo-verde egemonizzato dal leader della Lega Matteo Salvini sceglie la via più semplice, quella dell’unità attorno alla guida – sia pure temporanea – dell’ex vicesegretario di Matteo Renzi. L’elezione di Maurizio Martina a segretario da parte dell’assemblea avviene quasi all’unanimità, senza sorprese (solo 7 i voti contrari, 13 gli astenuti).

Tregua armata: sì a Martina
L’accordo tra i vari big del Pd è di avviare il congresso in autunno in modo da concluderlo con le primarie tra febbraio e marzo, in tempo per le elezioni europee del giugno 2019. Martina sarà dunque un segretario traghettatore, che preparerà il confronto vero solo rimandato di qualche mese. «Propongo che il partito avvii un percorso congressuale straordinario da qui a prima delle europee che ci porti a elaborare idee, persone, strumenti nuovi. Dobbiamo riorganizzare tutto – sono le parole del nuovo segretario -. In autunno terremo i congressi territoriali, perché nei territori il partito è collassato. E poi a ottobre un grande appuntamento che si rivolga al Paese. Chiedo di poter fare un lavoro ricostruttivo e rifondativo: in ballo ci sono le ragioni fondative del Pd».

Blair contro Corbyn
Già, le ragioni fondative. Perché mai come ora, proprio mentre l’assemblea elegge un segretario all’unanimità, il Pd è stato diviso. Si è visto plasticamente all’Ergife duranteil discorso di apertura dell’ex segretario e premier Renzi, con una parte dei delegati in piedi per la standing ovation e una parte fischiante e contestante. Da un lato definire, o ridefinire, che cosa significa essere un partito di sinistra di governo mentre in tutto l’Occidente avanzano i populismi di destra (e qui fa bene il premier venuto dopo Renzi, Paolo Gentiloni, a ricordare ai democratici il contesto internazionale della sconfitta). E su questo punto Renzi nel suo discorso, per nulla conciliante, è stato molto netto. A chi come Martina guarda agli scissionisti di Leu (è di un paio di giorni fa l’incontro con Pier Luigi Bersani), Renzi ricorda che «ripartenza non può essere ricostruire un simil Pds o una simil Unione. Se qualcuno pensa che sia la nostalgia la chiave non coglie la novità». La parte renziana del partito non è intenzionata a fare passi indietro sulla via del riformismo, insomma, e non a caso nel suo discorso Renzi cita Tony Blair tra i fischi di una parte della platea («smettiamola di considerare nemici quelli accanto a noi, ci rivediamo al congresso: riperderete il congresso e il giorno dopo tornerete ad attaccare chi ha vinto», è la replica stizzita). Blair contro Corbyn, insomma.

Il nodo delle future alleanze
Alla questione dell’identità si lega poi la questione fondamentale delle alleanze. Perché la spaccatura profonda del Pd è rimasta là, a quell’intervista televisiva di Renzi in cui veniva stroncata la possibilità di un accordo tra Pd e M5s nei giorni delle consultazioni per la formazione del governo. Nella visione renziana il Pd è alternativo al M5s, considerato una costola leghista piuttosto che una costola della sinistra. «Rispetto chi dice che il M5s è la nuova sinistra, sono cantanti e intellettuali, ma io trovo che sia la vecchia destra. Restano una corrente della Lega». E in questa visione gli alleati in vista delle europee del prossimo anno sono gli europeisti e antipopulisti del vecchio continente, e il riferimento non può che essere il presidente francese Emmanuel Macron tanto inviso alla sinistra. «Di Maio dice che il nemico numero uno è Macron. Capisco che attaccare i francesi ti dà like su Facebook, specie durante i Mondiali, ma Emmanuel Macron è uno dei punti di riferimento contro i populisti, per impedire che diventino con la Lega delle leghe la prima forza del Parlamento Ue».

Gli anti-Renzi e la porta socchiusa al M5s
Gli anti-Renzi, che si stanno coagulando attorno alla candidatura del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, ragionano invece nell’ottica di un centrosinistra tradizionale che raccolga tutte le forze a sinistra del Pd e guardano alla sponda dei Cinque stelle. In un sistema ormai tripolare – è lo schema di Zingaretti ma anche di Gentiloni, che del costituendo nuovo centrosinistra punta a fare il candidato premier alle prossime politiche – il centrosinistra a guida Pd deve per forza cercare alleati se vuole tornare al governo. Mirando appunto a rompere l’asse “populista” ora al governo nella convinzione che l’alleanza tra M5s e Lega non sia strutturale. Certo prima occorre vincere le prossime elezioni, ossia arrivare primi, come ha sottolineato lo stesso Gentiloni in una recente intervista televisiva. Ma la porta ai Cinque stelle resta socchiusa.

Due partiti in uno: per quanto?
Possono due visioni così diverse restare insieme? Potrà la parte sconfitta accettare l’esito del prossimo congresso restare nel partito? Non sarà facile. Renzi ha ribadito anche ieri che il suo posto è e resta nel Pd, deludendo i suoi avversari interni che sperano neanche tanto velatamente in una sua uscita. Contro Zingaretti i renziani sperano di poter schierare un candidato del calibro di Graziano Delrio. Mancano ancora mesi e i giochi sono aperti. Ma certo è difficile immaginare che in caso di sconfitta al congresso Renzi e i suoi restino in un partito che si “riconcilia” con Bersani e si allea con il M5s. Insomma, lo scontro decisivo è solo rimandato.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-07-07/tregua-armata-pd-ma-ormai-partito-convivono-due-anime-183018.shtml?uuid=AEDhdhIF


Titolo: Centroassopiti ... quando si svegliano, complottano!
Inserito da: Arlecchino - Luglio 12, 2018, 11:01:04 am
Pd, Delrio sta con Franceschini: “Dialogo col M5s utile al Paese”.

I renziani: “Sul decreto dignità? Dibattito assurdo”

Si allarga il blocco dem a favore di discussione aperta coi 5 Stelle.

Ma la componente legata all'ex segretario chiude il dibattito sul provvedimento firmato da Di Maio.

A partire dalla Boschi: "Va contro la storia del Pd"

Di F. Q. | 11 luglio 2018

Dario Franceschini nel Pd non è solo. Salvini e i Cinquestelle non sono la stessa cosa, ha detto lunedì dopo aver incontrato il sindaco di Milano Beppe Sala, e semmai c’è bisogno di far emergere le contraddizioni “in questo schieramento così improbabile”. Lo spartito non è così diverso dalla risposta che oggi Graziano Delrio, un altro ministro dei governi renziani, ha dato ad Agorà Estate, su Rai3. “Io penso che noi dobbiamo dialogare certamente con i 5 Stelle – dice il capogruppo del Pd alla Camera – perché questo dialogo è utile al Paese. Con la Lega non ci sono le condizioni per un dialogo vero, sui provvedimenti. Con i 5 Stelle ci potrebbero essere. Ma dipende molto se loro non si schiacciano sulla Lega. Perché questo è il punto. Questo governo ormai ha un’agenda dettata continuamente dalle esternazioni, dalle promesse di Salvini”. Come dire che l’atmosfera, almeno in alcuni ambienti del Partito Democratico, sta cambiando gradualmente, visto che il punto di partenza è stato quello di divorarsi confezioni di pop-corn, atteggiamento che poi ha dato il via implicito al governo M5s-Lega.

Quello di Delrio è un ragionamento in linea generale. Ma dentro al Pd c’è già chi vuole passare ai fatti. C’è per esempio l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando che sul decreto dignità dice che c’è una forte componente “propagandistica “, ma aggiunge che se ci sono elementi che limitano la precarietà nel lavoro essi “vanno guardati con obiettività”. Una linea simile alla sinistra di Liberi e Uguali, ma anche a quella sindacale. E’ stato Roberto Speranza, per esempio, nei prossimi giorni a dire che sul decreto dignità bisogna lavorare per migliorarlo, approvando le parti positive. Mentre la Cgil ripete di essere a favore di qualsiasi provvedimento che smantelli il Jobs Act, ma ribadisce la cautela perché ancora non c’è un testo e per ora, mentre da giorni il governo annuncia come “imminente” la versione definitiva, siamo alle enunciazioni generali.

Ma è proprio questa parola-chiave che fa irrigidire i campioni del renzismo. A partire dall’ex ministra per le Riforme Maria Elena Boschi: “L’idea di votare a favore del decreto legge pseudo-dignità del governo Salvini-Di Maio è assurda – twitta – È un decreto che va contro la storia del Pd. E che soprattutto va contro il futuro dell’Italia, creando lavoro nero, non lavoro stabile”. D’altra parte già al mattino il ragionamento del segretario Maurizio Martina era stato di chiusura, con un intervento più nel merito: “No, non penso sia votabile per i contenuti annunciati. Non affronta i veri nodi ancora aperti in particolare per sostenere sul serio il lavoro stabile”.

I più fedeli al suo predecessore, in realtà, non mollano e vanno all’arrembaggio: per Dario Parrini il decreto “è un mostriciattolo invotabile con forti dosi di dannoso dirigismo e potenti disincentivi alla creazione di posti di lavoro e agli investimenti”, il capogruppo al Senato Andrea Marcucci parla di “opposizione durissima”, mentre il presidente del partito Matteo Orfini definisce il provvedimento “sbagliato” e “assurdo” il dibattito sul fatto che votare alcuni pezzi del decreto porta a fare “sponda a Di Maio contro Salvini e riusciremo a convincerlo a governare con noi. O peggio, siccome modifica il jobs act è giusto a prescindere perché se lo votiamo diamo un segnale di discontinuità rispetto a quanto fatto prima”

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Di F. Q. | 11 luglio 2018


Titolo: Re: IL PD - Partito Democratico
Inserito da: Arlecchino - Luglio 12, 2018, 07:03:58 pm

MASSIMO   | 11 luglio 2018 alle 8:44

UN PARTITO DEVE AVERE UN LEADER FORTE ALTRIMENTI NON E’ NULLA.
ESEMPIO IL PERIODO DI RENZI IL PD ERA FORTE.CON IL CALO DI FORZA LEADER
IL PD E’ SPROFONDATO. IL LEADER E’ TUTTO PER UN PARTITO.
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Storto Giovanni | 11 luglio 2018 alle 7:06

Se si credesse che Renzi ed il PD che lo ha passivamente sostenuto è andato incontro ad una debacle elettorale per la sua politica permissiva sull’immigrazione, si farebbe un torto al buonsenso degli italiani, in realtà l’ex segretario si è infilato in una serie di progetti politici come la riforma della costituzione, l’abolizione del senato, l’abolizione dell’articolo 18, una serie di agevolazioni a favore di Confindustria con muovi e più flessibili contratti di lavoro precario, che andavano esattamente al l’opposto delle aspettative degli italiani. Il job a t si è rivelato un fiasco e no. Ha invertito la situazione economica dell’Italia. In conclusione Renzi si è trovato ad avere molto potere politico ma non ha saputo fare scelte giuste per invertire un trend economico disastroso. Il declino del binomio Renzi PD non si identifica con il concetto di declino della sinistra, concetto che è stato ripreso ma in modo del tutto contraddittorio dal M5S , che sta rivelando scarsità di progetti politici ed inesperienza, che non vuol essere per adesso una condanno senza se e senza ma come per Renzi ed il suo PD, ma i tempi stringono ed anche per il M5S stanno per arrivare i per più degli esami, dei consuntivi a cui verranno sottoposti dagli italiani e chi sbaglia va a casa, perché la legge è uguale per tutti, per Renzi per il PD è per il M5S, perché i disoccupati del meridione che hanno deciso di non emigrare ed hanno fatto male, non possono più aspettare. A loro va dato lavoro non reddito di cittadinanza o gli 80 euro alla re zia a per acquisire voti. Queste iniziative portano sfortuna e non fortuna. Gli italiani vogliono un lavoro, non la mancetta che li umilia. Il M5S gode ancora per poco della simpatia che si concede ai parvenu ma i tempi stringono e gli italiani sono diventati molto volubili in tema di scelte politiche ed anche Di Maio potrebbe essere preso per mano e sbattuto fuori della porta come quello stranissimo compagno da villa di oltre un milione di euro, settimana bianca a Courmayeur, partita di tennis in America con force one, i politici di scarsa valenza sociale fanno un declino politico perché non hanno spessore e gli italiani ti fanno un selfie e ti buttano via


Titolo: IL NECESSARIO PARRICIDIO DI RENZI E LE DUE STRADE PER IL PD
Inserito da: Arlecchino - Luglio 12, 2018, 07:41:41 pm
IL NECESSARIO PARRICIDIO DI RENZI E LE DUE STRADE PER IL PD
   
PAOLO MANFREDI.
9 luglio 2018

Per ottundermi i sensi nella sala d’aspetto del dentista ho guardato il video dell’intervento di Matteo Renzi all’Assemblea nazionale del PD. Mi è sembrato uno di quei calciatori che si vedono alle partite delle vecchie glorie, tocco di piede spettacolare ma pancia prominente a ricordare che il tempo passa inesorabile, anche se il suo tempo è stato addirittura più veloce della carriera di Adriano, per dire di un formidabile dissipatore del proprio talento.

Matteo Renzi è ancora un assoluto fuoriclasse per velocità di pensiero, contemporaneità, adesione spontanea e di animale naturalezza a tutti gli stilemi della comunicazione politica contemporanea, compresa l’inarrivabile citazione di Temptation Island. Eppure questo ragazzo più giovane di me e capace, lo ha ricordato, di fare del PD il partito più potente della storia repubblicana, sembrava un Keith Richards invecchiato male, un reperto storico della politica che tenta di rimanere aggrappato al potere e per questo risulta altrettanto patetico del novantenne De Mita Sindaco di Nusco.

Tutto questo “live fast and die young” sorprende e disorienta ma, riflettevo mentre la combinazione di anestesia e Orfini mi apriva le porte della percezione sulla poltrona del cavadenti, al tempo stesso racconta alla perfezione di una mutazione climatica profonda della politica e del comportamento dell’opinione pubblica che non può essere ignorata.

Come e molto più di Berlusconi, Matteo Renzi ha inaugurato e incarna la fase tropicale e monsonica della politica italiana. Leader fisici, giovani e velocissimi, che scalano il sistema politico con la stessa virulenza delle tempeste tropicali che stiamo conoscendo con i cambiamenti climatici. La politica come tessitura paziente di orizzonti e cursus honorum personale è gozzanianamente confinata fra i cimeli che ispirano tenerezza ma non funzionano più, ombrellino per le pioggerelle di aprile.

Si sarebbe potuto parlare di Renzi come di un would be dittatorello messo fuori gioco dal proprio delirio di onnipotenza se nel frattempo i monsoni non si fossero diffusi per tutto l’Occidente, finanche a suo modo nella civilissima Francia, e soprattutto se alla defenestrazione con pernacchie di un Matteo non fosse seguita la canonizzazione di un altro Matteo. Canonizzazione contraria ma uguale nella velocità dell’ascesa, nella trasformazione del leader politico in personaggio, nella commistione fra politica a e social network, e si spera nella rapida conclusione.

Da convinto elettore di Renzi (e della necessità del suo ritiro) ritengo ovviamente che un Matteo abbia governato bene e l’altro Matteo sia un pericolo pubblico, ma qui non stiamo parlando della qualità della musica ma delle regole (cannibali) dello star system politico, che sono appunto “live fast and die young”, ossia rottama, dichiara, sorridi, nuota, twitta, vinci, perdi, resisti, muori. Tutto in avanti veloce almeno 4x.

Qui sta il paradosso distruttivo del PD: non tanto contenere più linee politiche divergenti ma tenere insieme Renzi e Cuperlo (o Renzi e tutti gli altri esclusi i renziani, che senza Renzi semplicemente non esistono), modelli completamente opposti e inconciliabili di politica e antropologia, analogico e digitale.

Si discute di sinistra, di alleanze, di percorso congressuale e candidati alla Segreteria senza avvedersi che nel frattempo un uragano ha scoperchiato il tetto e quell’uragano è stato l’ascesa e declino della rockstar Renzi, che oggi ha ancora una mano sopraffina ma ha la pancia di birra e non regge più un concerto, gli impresari e i musicisti lo odiano e lui rompe le palle a tutti con i suoi ricordi (ha citato anche “Luci a San Siro”, tenero giovane vecchissimo). Peggio ancora, quel che resta del gruppo dirigente del principale partito italiano degli ultimi 20 anni pensa di sostituire la rockstar con degli anonimi turnisti promossi frontman.

Pensare che dopo i due Matteo si tornerà al tepore delle mezze stagioni è un’illusione che in politica è pericoloso coltivare, perché i vuoti si riempiono in fretta e con il materiale che c’è.

Le leadership riflessive alla Gentiloni possono rappresentare un buon intermezzo fra le guerre lampo, raffreddare la temperatura della società e soprattutto fare le cose dopo tanti tweet, ma non reggono e non reggeranno più alla prova del consenso, semplicemente perché non riescono a superare il rumore di fondo.

Anche il modello del governo dei mediocri inaugurato da 5 Stelle arranca di fronte alla comodità e alla prepotenza del leader monsonico, alla sua totale duttilità ideologica e comunicativa, alla sua giovanilistica ubiquità. In luogo della fatica democratica di comprendere i temi, farsi un’opinione e accettare l’altrui, l’elettorato occidentale sembra tornato a preferire l’adesione fideistica al leader, con la variante digitale della velocità, per cui si passa da giovane promessa a solito stronzo ancora prima di finire il liceo e non si campa mai a sufficienza per diventare venerato maestro.

Convinto come sono del carattere strutturale di questa mutazione mi spingo a dire che anche la Lega, passata la festa della crescita nazionale e salviniana, potrebbe trovarsi a fare i conti con questo stesso smarrimento quando Salvini sarà rottamato dal peso delle promesse mancate e soprattutto dalla noia degli elettori che dopo gli immigrati e la Kasta vorranno un nuovo nemico.

Tornare indietro dal cambiamento climatico oggi non è più possibile e, in politica come in ogni campo della società fondato sul consenso, attestarsi sulla difesa del passato (o essere troppo avanti) e un errore marchiano che si paga con cocenti sconfitte. Per questa ragione non è possibile mettere crocianamente Renzi tra parentesi, pensando che passata la sbornia si possa tornare tranquillamente a un prima fatto di Sinistra (lasciate in pace Bobbio e ditemi dov’è la Sinistra se la CGIL plaude al Decreto Dignità), caminetti di gestione del Partito e Ulivo.

Né è altrettanto possibile, ed esteticamente accettabile, pensare che l’egomaniaco e testosteronico Renzi si faccia placidamente da parte, gatto castrato che dormicchia in poltrona. L’unica fine letterariamente accettabile per quello che rimane il leader più sveglio, abile e intelligente del campo democratico, azzoppato dalla colpa imperdonabile di essere diventato sfigato, è (politicamente, s’intende) l’omicidio alla Borgia, magari per mano di qualcuno dei suoi cortigiani, cavalieri troppo improbabili per sedere alla Tavola Rotonda.

Oltre Renzi, per la cui uscita di scena mancano i dettagli, il PD deve evitare di trasformare la difficoltà momentanea nel peccato più grave per un partito politico, l’irrilevanza. Non credo che tutto sia perduto e la Storia ci ha abituato a grandi e repentini rivolgimenti. Lo stesso raduno di Pontida, quest’anno celebrato anche dai venditori di n’duja, non si tenne nel 2006 perché la Lega aveva perso il referendum sul federalismo e nel 2012 per solidarietà al compagno Belsito ingiustamente carcerato, mentre oggi celebra gli ungheresi al potere.

La stessa storia insegna però che stare fermi non è quasi mai una buona idea e dunque tocca che i democratici elaborino il lutto, regalino Emiliano a chi se lo viene a prendere e, se non vogliono diventare un museo della politica del ‘900, scelgano tra due strade.

La prima è aprire il casting per un altro Renzi, un altro condottiero e giocatore d’azzardo che si lanci in un’altra campagna di conquista. È difficile ma non impossibile, come non lo è che esca lo stesso numero due volte consecutive alla roulette.

La seconda è inventarsi un modello nuovo di leadership, che potremmo chiamare renzismo temperato. Il renzismo temperato riconosce che ormai la politica vuole bulimicamente facce e corpi e non pensa di sostituirli con l’assemblearismo. D’altra parte, con la presunzione di rappresentare nel campo democratico individui più sensibili e senzienti, invece dell’uomo solo al comando si lavora per dare vita ad una generazione di leader moderni, cazzuti e spendibili ma con un asset in più rispetto all’originale, ossia il radicamento territoriale.

Se Renzi ha colpevolmente disboscato al partito e a Governo ogni articolazione territoriale perché gli faceva ombra (e il suprematismo toscano altro non era che provinciale bisogno di clan), il renzismo temperato deve sposare il territorio (e il lavoro) come dimensione di senso. Una Camelot senza cavalli promossi Governatori di Regione ma fatta di sindaci e assessori e leader di comunità, che siano credibili e portino a casa il risultato, magari non col carisma di Mick Jagger ma nemmeno con quello di Frate Cionfoli.

Io un partito così lo voterei.

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/il-necessario-parricidio-di-renzi-e-le-due-strade-per-il-pd/




Titolo: Che fine ha fatto il Pd? i numeri della crisi delle socialdemocrazie dal 1990...
Inserito da: Arlecchino - Luglio 18, 2018, 09:17:44 pm
Che fine ha fatto il Pd? i numeri della crisi delle socialdemocrazie dal 1990 ad oggi

•   Filippo Mastroianni
•   10 luglio 2018

Il voto italiano del 4 marzo si aggiunge al complicato puzzle europeo, lasciandoci in eredità la conferma di una tendenza che è andata rivelandosi elezione per elezione. I partiti socialisti e socialdemocratici europei stanno vivendo un lento declino. La sinistra italiana, o quel che ne resta, si è adeguata. Esaurito l’effetto Renzi, che aveva portato il Partito Democratico, ancora a ranghi completi, al 40% delle europee 2014, i democratici sono sprofondati al 18.8%. Il peggior risultato della breve storia del PD.
Il calo è reale? Il declino inesorabile? Osserviamo i dati.
Il grafico sottostante mostra le percentuali ottenute dai maggiori partiti di sinistra in Europa, dal 1990 al 2018. Le etichette visualizzate rappresentano la percentuale minima e massima ottenuta nel periodo preso in esame. Per ogni partito due trend line mostrano i risultati nel tempo: linea grigia per le elezioni generali, linea blu per le elezioni europee. I pallini colorati si riferiscono alle ultime elezioni. Un pallino verde indica una crescita rispetto alle elezioni precedenti. Al contrario un pallino rosso simboleggia una decrescita.
 
Il declino nel cuore dell’Europa
Il primo avvertimento si è registrato nel 2015. Il Movimento Socialista Panellenico, conosciuto anche come Pasok, d’ispirazione socialdemocratica e socialiberalista, sprofonda al 4.7%, distante anni luce dal 47.1% ottenuto nel 1993. Poi è stata la volta dei Paesi Bassi e del Partito del Lavoro (Partij Van De Arbeid), principale partito politico olandese di centro-sinistra, espressione del pensiero socialdemocratico moderato. Alle elezioni del 2017 il partito subisce un fortissimo calo ottenendo il 5,7% dei voti (- 19,1%) e solo 9 seggi alla Camera.
Il terremoto che ha sconvolto l’Europa socialista e socialdemocratica non si è però fermato qui. In Francia il Partito Socialista aveva già mostrato scricchiolii dopo la presidenza Hollande. Alle presidenziali francesi del 2017 il candidato Benoît Hamon scese al 6.44%, minimo storico dal 1969. Le elezioni politiche hanno confermato il crollo. Il PS francese si è infatti fermato al 7.4% al primo turno e al 5.7% al secondo.
Tra i partiti presi in esame, anche in Germania l’SPD risulta in calo del 20.2% rispetto alle precedenti elezioni. Il segretario Martin Schultz ha ottenuto il 20.5% dei voti. Il partito rimane al governo, dopo l’approvazione di una nuova edizione della Grosse Koalition, con la Cdu/Csu di Angela Merkel. Mentre in Europa la famiglia socialista non è più al governo in diversi stati membri, come capitato anche nel nostro paese.

E l’Italia?
Come le ultime elezioni ci hanno confermato, lo stivale non è immune dalla crisi che la sinistra europea sta vivendo. Nell’animazione possiamo ripercorrere la storia della elezioni italiane, soffermandoci sul partito egemone della sinistra al tempo dell’elezione. Una storia che, al contrario di molte nazioni europee, non comincia con un partito socialdemocratico, ma con il Partito Comunista d’Italia, poi Partito Comunista Italiano.
Italian-left-parties

Cosa ci racconta questa grafica? Il Partito Comunista, dopo l’esordio del 1946 al 18.9%, si è sempre mantenuto sopra la soglia del 20%, superando in 10 occasioni il 25%, sforando il 30% in 3 diverse elezioni. Dopo l’esperienza dei Democratici di Sinistra e, successivamente, dell’Ulivo, il Partito Democratico, su posizioni ovviamente più moderate, è riuscito a riportare percentuali simili a quelle raggiunte a sinistra prima della svolta della Bolognina da un partito unico (senza dunque considerare la coalizione dell’Ulivo).
Mentre il trend del Partito Comunista è sostanzialmente in crescita per tutto il periodo di vita del soggetto politico, il Partito Democratico ha vissuto una stagione che lo ha portato gradualmente a diminuire le proprie percentuali. Nonostante lo storico 40% ottenuto alle europee, sotto l’effetto del primo Renzi. Non considerando la tornata elettorale del 2014 il trend è ancora più evidente. Nel giro di 4 anni il PD è passato dal suo massimo storico (e massimo storico per un partito della sinistra italiana), al suo minimo storico, con una discesa del 26.2%. Difficile dire se sia un record storico a livello europeo, lo è certamente per quanto riguarda la sinistra italiana. Per tempistiche e valore percentuale della discesa. Il dato rimane incontrovertibile e pane per analisi politiche.
A rischio estinzione? La tendenza è costante in tutta Europa? Possiamo dire di no. In un quadro abbastanza cupo splende qualche raggio di sole nel mondo socialista e socialdemocratico. In Gran Bretagna si registra il risveglio del Partito Laburista. Le elezioni dell’8 giugno 2017 sembravano uno scoglio insormontabile, visto che i conservatori partivano da un vantaggio di 20 punti sul Labour. Corbyn è però riuscito a recuperare, ottenendo 262 seggi, guadagnandone più di 30, con il 40% dei voti. Il massimo dal 2001. In controtendenza anche il Partido Socialista Obrero Español. Alle ultime Elezioni generali, tenutesi il 20 dicembre 2015, il PSOE guidato da Sánchez ha raggiunto il 22.7% dei voti. Il Partito Popolare del Capo del Governo uscente, Mariano Rajoy, ha però ottenuto premio di maggioranza e l’incarico di formare il Governo, grazie al 28.7% dei voti. Il PSOE ha comunque registrato un +3% rispetto alle elezioni precedenti. Gli ultimi avvenimenti hanno addirittura portato alle dimissioni di Rajoy. Sanchez, che aveva presentato al Congresso dei Deputati una mozione di sfiducia contro il premier uscente, ha così riportato il PSOE al potere dopo quasi sette anni di governo di centro-destra.
Il declino è dunque reale? I dati ci dicono di si. Anche i casi più positivi, in Gran Bretagna e Spagna, nascono comunque dopo un periodo negativo. Il PSOE, seppure in risalita, viene dal 44.4% del 2008. In 10 anni sono stati persi circa 20 punti percentuali. Il Partito Laburista attraversa invece un reale periodo di crescita nell’ultimo decennio. Alle elezioni amministrative del 2008, il Labour perse moltissimi consensi, diventando addirittura il terzo partito britannico, superato dai liberaldemocratici, a fronte della crescita del partito conservatore. Da allora il trend mostra un’effettiva crescita.
I dati ci raccontano una socialdemocrazia in fase di crisi che, secondi gli esperti, potrebbe durare una generazione. Quale sia la soluzione è invece una domanda ancora senza risposta, sebbene alcuni osservatori sostengano che le stesse scosse globali che hanno scatenato la crisi del centrosinistra potrebbero anche dimostrarne il valore come forza politica.

Da - http://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/07/10/fine-pd-numeri-della-crisi-delle-socialdemocrazie-dal-1990-ad-oggi/


Titolo: Gualmini: Il Pd deve cambiare pelle. Servono un nuovo nome e una moderna idea...
Inserito da: Arlecchino - Agosto 18, 2018, 03:37:13 pm
Gualmini: Il Pd deve cambiare pelle. Servono un nuovo nome e una moderna idea di socialismo
Intervista alla vicepresidente dem dell’Emilia Romagna che chiede «un’altra Bolognina»: «Alle feste incontro gente che mi chiede perché abbiamo spinto il M5s nelle braccia della Lega. Già dalle regionali del 2019 un nuovo simbolo, e recuperiamo il socialismo», di Luca Telese, La Verità

Pubblicato il 13 agosto 2018 in News, Partito

Professoressa Elisabetta Gualmini, è vero che lei ha sostenuto che il Partito democratico debba cambiare nome?
«Come fa a saperlo? Ne ho parlato solo in Svizzera…».

Lei dovrebbe sapere che La Verità ha orecchie ovunque…
«Bene. Allora è importante dire che in quell’occasione, quando ho reso pubblica la mia riflessione, non ho fatto riferimento solo al nome. Ho fatto un ragionamento più complesso che riguarda l’identità del partito».

Non parlava in astratto, dunque.
«Si figuri. Io sono convinta che il Pd debba cambiare pelle e volto al più presto, fin dalle prossime elezioni regionali. Oppure rassegnarsi al rischio di scomparire».

Addirittura?
«C’è un malcontento profondo nella nostra base. C’è rabbia, incomprensione, delusione e scontento. Tutti questi sentimenti legati insieme. Questa volta, per salvarsi dal declino, non può bastare un semplice lifting».

Perché lo dice in termini così drastici?
«Perché dalla mattina alla sera parlo con i nostri militanti in quella che era la regione più rossa d’Italia. C’è ancora gente che mi chiede perché non abbiamo fatto il governo con il M5s!».

E lei cosa risponde loro?
«Non posso rispondere su quale sia stato il motivo della scelta, perché nel partito un serio dibattito politico su questo punto non c’è stato. Adesso si è sterilizzata ogni attività del Pd, nella speranza che passi la tempesta, e nell’interesse esclusivo delle correnti».

E questo non le piace.
«Scherza? Io credo che se il Pd resta in stato di catalessi politica non abbia la possibilità di sopravvivere alla crisi. C’è il rischio concreto di una dissoluzione del partito e se vuole le spiego perché».

Elisabetta Gualmini è vicepresidente della Regione Emilia Romagna. Ma è anche una studiosa, un’intellettuale che viene dal gruppo del Mulino, una persona che in passato ha studiato la politica con strumenti scientifici.
Ma oggi è anche un’amministratrice con antenne sul territorio, angosciata per il futuro del Pd. Sta partendo per pochi giorni di vacanza, ma spiega perché è convinta che al ritorno «non ci sia un minuto da perdere».

Lo sa che lei parla come una oppositrice interna?
«E di chi? Vorrei che la si finisse con queste etichette aprioristiche».

Sta con Andrea Orlando? Con Gianni Cuperlo? Oppure guarda a Pier Luigi Bersani?
«Veramente io ero una renziana. Ho creduto in Matteo Renzi finché è stato possibile. Ma siccome sono una persona seria, e realista, mi rendo conto che il discorso che sto facendo deve riguardare tutto il gruppo dirigente, nessuno escluso».

Pensa che la sconfitta sia stata colpa sua? O che ci sia stato un «errore di comunicazione» nei confronti dell’esterno, come dicono in tanti, a partire dal segretario Maurizio Martina?
«Non penso ci sia stato solo un problema di comunicazione sulle cose fatte. E non penso nemmeno che ci sia stata una colpa ascrivibile esclusivamente alla leadership di Renzi. Anche altri dirigenti di questo partito, probabilmente, al suo posto avrebbero ottenuto lo stesso risultato».

Come mai?
«Perché ci troviamo in uno scenario europeo. Da un lato, sono in crisi tutte le socialdemocrazie, davanti alle conseguenze negative della globalizzazione soprattutto per le fasce deboli, molto difficili e complesse da governare; dall’altro, non sono ancora arrivati gli effetti benefici delle riforme introdotte e della crescita economica che, seppure debole, è ripartita».

È stato proprio Renzi, però, a fare le barricate contro l’accordo con il M5s.
«Quella chiusura per me è stato un errore gravissimo. Abbiamo consegnato il paese al connubio M5s-Lega, con i risultati che sono davanti agli occhi di tutti».

Lei pensava davvero che fosse possibile aprire un dialogo con Luigi Di Maio?
«Conosco bene il M5s per averlo studiato a lungo, da accademica. È un movimento molto trasversale e chiaramente composto da persone e militanti provenienti dalla sinistra e da persone provenienti dalla destra. È un “partito” molto duttile e plastico, che tende ad adattarsi anche alle situazioni in cui si trova. Non c’è dubbio che interagire con la parte del Mss più orientata a sinistra sarebbe stata una strategia interessante, soprattutto all’interno di uno scenario proporzionale; il Pd ha invece spinto Di Maio tra le braccia di Salvini: un patto che porterà il Paese allo sfascio».

In Renzi, come in tanti altri, c’era l’idea della cosiddetta «strategia dei pop corn»: quella cioè che la nascita del governo gialloblù avrebbe fatto emergere rapidamente le contraddizioni tra i partiti che lo sostenevano.
«Non ho condiviso in nessun modo il ritiro sull’Aventino che è stato deciso dai dirigenti nazionali. Il secondo partito in parlamento aveva un obbligo politico».

Quale?
«Avrebbe dovuto almeno confrontarsi e scoprire le carte con il Movimento 5 stelle: evitare di fare il tifo per l’alleanza iper-populista tra Lega e grillini».

Non pensa che quell’accordo possa essere logorante per Salvini e Di Maio, come credono i dirigenti del Pd che si sono opposti?
«A me pare che ci stiamo logorando noi. Il voto del 4 marzo è stato un urlo, una richiesta di protezione sociale, di sostegno e aiuto alle famiglie. Proporre a gente che chiede altro, dibattiti astratti e fumosi, istituzionali o politologici che siano, mi pare suicida».

Non le è piaciuto il dibattito interno del Pd dopo il voto di marzo?
«Quale dibattito?».

Non sia sarcastica…
«No, è una domanda seria. lo vedo solo una cosa, che è stata avvertita anche dai cittadini. Perché nessuno dei dirigenti della prima linea si facesse male, in sostanza, si è deciso di non decidere: questo proprio nel momento in cui non bisognava attendere un solo minuto. Questa è stata la scelta che ha fatto e fa più male al partito».

Perché lei invece pensa a un gesto drastico come il cambio del nome?
«Perché vado esattamente nella direzione opposta a quella dei temporeggiatori. Bisogna cambiare subito, e bisogna dare l’immagine di un cambiamento forte, e radicale».

A cosa pensa?
«A un passaggio di rottura che sia paragonabile a quello di una nuova Bolognina. Ad un passaggio di discontinuità simile a quello della svolta di Achille Occhetto. Sono stata renziana, e lo ripeto, perché non amo i trasformismi, ma credo che ora si debba prendere atto che il Pd non è stato quello che noi immaginavamo. Oggi il Pd non viene percepito come un grande partito riformista che sta dalla parte dei più deboli».

Le piace più il nuovo gruppo dirigente di Martina o quello «vecchio» renziano?
«Non credo che noi possiamo presentarci con i volti dei soliti noti. E non ho avvertito grandi cambiamenti. Ma in questo caso sto parlando di identità politiche».

Quindi, in che direzione guarda?
«Credo che si debba tornare ad ancorare questa nuova identità a sinistra. E che, forse, in questo nuovo nome ci debba essere un moderno riferimento all’idea del socialismo».

Lei è convinta che si potrebbe collaudare questo progetto fin dalle regionali dell’Emilia Romagna?
«Assolutamente sì. E credo anche che pure un uomo come Stefano Bonaccini (il presidente della stessa Regione, ndr) condivida, se non tutta l’analisi che sto facendo, almeno queste mie preoccupazioni».

Le elezioni regionali sono fra circa un anno. Perché tanta fretta?
«Perché non abbiamo più molto tempo davanti a noi. Mentre il fattore tempo in politica è decisivo, necessario perché qualsiasi cambiamento non sembri un processo trasformistico. Bisogna che il cambiamento sia vero».

Ha già in mente il nome e il simbolo che le piacerebbe adottare?
(Sorriso). «No, le ho già detto troppo. Non sono decisioni che si possono prendere da soli, deve essere un percorso condiviso. E fin lì non sono ancora arrivata».

Da - https://www.partitodemocratico.it/news/intervista-gualmini-pd-cambio-nome/


Titolo: AVVOCATI DEGLI ITALIANI O AVVOCATICCHI?
Inserito da: Arlecchino - Agosto 20, 2018, 09:15:14 pm
AVVOCATI DEGLI ITALIANI O AVVOCATICCHI?

Ho aspettato a scrivere perché, di fronte a tragedie enormi come quella di Genova, c’è il rischio di essere fraintesi. Però, in questi giorni, ne ho lette tante, che vorrei provare a svolgere qualche riflessione.

Se cercate un post di lettura istantanea, non è qui che lo troverete. Di fronte a questioni complesse, non sono capace di semplificazioni. È un mio limite, dovete prendermi così. Non sono un ingegnere. Quindi non sono in grado di fare valutazioni tecniche. Per questo starei sulla prospettiva che mi appartiene. Quella giuridica, partendo dalle intenzioni espresse dal Presidente Conte quando si è insediato. Disse: “io sarò l’avvocato degli italiani”.

Ebbene, vediamo come dovrebbe comportarsi un bravo avvocato in un frangente come questo. Anzitutto, un bravo avvocato sa che, nel suo agire, deve avere due stelle polari: l’interesse dei suoi assistiti e i fatti. È proprio partendo dai fatti che il bravo avvocato traccia gli obiettivi raggiungibili, avendo sempre cura di dire la verità ai propri assistiti. Perché non c’è avvocato peggiore di quello che mente a chi gli ha affidato il bene più caro, ossia la tutela dei propri diritti.

Gli interessi dei cittadini dunque, ossia i “clienti” che Conte ha scelto di rappresentare. Mi pare che in questo caso siano tre:

1. ottenere misure urgenti e immediate che preservino il più possibile la viabilità di Genova e riducano il terribile impatto economico del crollo sulla città, assicurando il ripristino dell’opera e la realizzazione di vie d’accesso alternative.

2. ottenere che i responsabili paghino fino all’ultimo centesimo i danni materiali e non, tenendo conto del rischio oggettivo che lo Stato possa essere chiamato in causa in quanto proprietario della rete autostradale.

3. creare le condizioni, ove ritenuto opportuno, per poter sciogliere i vincoli contrattuali in essere, mettendosi al riparo dal rischio di soccombere in eventuali contenziosi.

Quanto ai fatti, proviamo a metterli in fila:
Il crollo del ponte Morandi non è una fatalità. Non c’è stato un terremoto, una valanga, un evento esterno di portata tale da farà crollare il ponte.

Ciò detto, nessuno è ancora in grado di affermare con certezza quale sia la causa esatta del crollo del ponte.

La gestione di quel ponte autostradale è in capo ad Autostrade per l’Italia, società privata quotata in borsa che opera sulla tratta in forza di una concessione il cui testo (contrariamente a quanto affermato da alcuni membri del Governo) è pubblico. Non era così fino a poco fa. Oggi, invece, il documento è consultabile (salvo alcuni allegati tecnici che sono secretati per ragioni antitrust) grazie a quanto deciso dal precedente Esecutivo.

La concessione è disciplinato da uno schema di convenzione sottoscritto da Anas e Autostrade nell’ottobre 2007 ma divenuto operativo solo nel 2008, con il Decreto Legge 59 del Governo Berlusconi/Lega. Come ben spiegato da Chiara Braga, tale Decreto prevedeva, tra l’altro, “l’approvazione per legge di tutte le nuove convenzioni con i concessionari autostradali già sottoscritte da ANAS ma che ancora non avevano ricevuto il parere favorevole di NARS, CIPE e Commissioni Parlamentari”.

In tal modo, la convenzione è stata adottata senza possibilità per il Parlamento di dire la propria sulle clausole ivi contenute, compresa quella che riconosceva aumenti tariffari annuali di almeno il 70% dell’inflazione reale, indipendentemente dalla valutazione sulla qualità del servizio e la realizzazione degli investimenti. Tale previsione sarebbe stata inesigibile in forza di norme approvate dal Governo Prodi nel 2006, che - sempre come ricorda puntualmente Chiara Braga - legavano la possibilità di aumenti tariffari a qualità del servizio e investimenti realizzati e davano titolo ad Anas di revocare la concessione e metterla a gara se la concessionaria non avesse accettato la richiesta di applicare migliori condizioni per interesse pubblico. Norme abrogate dal Governo Berlusconi/Lega.
Lo schema di convenzione prevede una durata della concessione fino al dicembre 2038.

Nel 2017, il Governo Gentiloni ha notificato alla Commissione EU (DG Competition) un piano di investimenti volto a consentire la realizzazione di una serie di opere di ammodernamento e adeguamento di alcune delle tratte stradali date in concessione ad Autostrade. In sostanza, il piano contempla che, a fronte di una proroga della scadenza della concessione di 48 mesi, dal 2038 al 2042, Autostrade realizzi con tempistiche stringenti una lista di interventi. La proroga è funzionale a evitare che l’incremento degli investimenti richiesti ad Autostrade si trasformi in un eccessivo aumento dei pedaggi stradali pagati dagli utenti.

Tra gli investimenti previsti dal piano vi è quello relativo alla realizzazione della così detta Gronda, la tratta necessaria per consentire di alleggerire il traffico del ponte Morandi e che, se oggi esistesse, avrebbe evitato di avere Genova tagliata in due.
La Commissione EU ha esaminato approfonditamente il piano presentato dal Governo e ha autorizzato la proroga (qui si trova il testo della decisione http://ec.europa.eu/competit…/elojade/isef/case_details.cfm…) dando atto di come l’approvazione del progetto relativo alla Gronda abbia richiesto 15 anni (sono note le opposizioni feroci a tale progetto da parte di comitati appoggiati dal M5S) e di come, in questi 15 anni, e stanti tutte le modifiche via via richieste o rese necessarie dalle mutate esigenze, l’opera inizialmente prevista per 34,1 km e per un costo di 1,8 miliardi di Euro oggi debba essere realizzata per 72 km con un costo di 4,32 miliardi di Euro. Un costo, grazie alla proroga, interamente coperto da Autostrade che, pertanto, contrariamente a quanto affermato dal Ministro Salvini, non è calcolato ai fini dei parametri europei.

Alla data di notifica alla Commissione del progetto descritto la norma dello Sblocca Italia (ripetutamente invocata dal Ministro Di Maio e che contemplava la possibilità di estendere le concessioni autostradali) non era più in vigore, essendo stata abrogata dal Codice dei Contratti pubblici del 18 aprile 2016. È, quindi, una norma che non ha avuto alcuna rilevanza sulla proroga della concessione con Autostrade.
In ogni caso, quella proroga è del tutto ininfluente rispetto alla circostanza che alla data del crollo fosse in vigore la concessione disciplinata dalla convenzione del 2008, posto che sin dall’origine è previsto che tale concessione scadrà nel 2038, ossia tra 20 anni.

Chiariti gli obiettivi ed ricostruiti i fatti, il buon avvocato deve mettere in campo la propria strategia, evitando innanzitutto di scoprire le proprie carte con annunci non basati su un attento studio delle carte. Attento studio da cui emergerebbe come lo schema di convenzione con Autostrade preveda due fattispecie distinte: la decadenza, che può essere invocata dal concedente a fronte di gravi inadempienze e che non contempla indennizzi in favore del concessionario, ovvero la revoca (quella annunciata dal Presidente Conte), a fronte della quale Autostrade ha diritto a vedersi riconosciuto un indennizzo pari ai ricavi previsti fino alla data di scadenza della concessione. La decadenza può essere attivata solo seguendo una procedura precisa di contestazioni e contraddittorio con il concessionario. Quindi, se vuole evitare di far pagare ai propri assistiti/cittadini italiani un indennizzo miliardario e se vuole ottenere da Autostrade la messa in sicurezza del sito, il ripristino dell’opera, la realizzazione degli investimenti, prima di parlare, il buon avvocato avvia tutte le necessarie verifiche tecniche, legali ed economiche (anche solo ipotizzare una quantificazione dei danni, in un caso come questo, richiede un enorme lavoro da parte di espertissimi). Il buon avvocato procede così non solo per disporre di un quadro informativo completo ed esaustivo sulla base del quale fondare le proprie valutazioni sull’opportunità e la convenienza della decadenza, ma anche e soprattutto per raccogliere tutte le evidenze utili a costruire un dossier solido da utilizzare nei confronti di Autostrade, qualora fossero accertate sue responsabilità, ed essere così pronti a ribattere colpo su colpo in un eventuale contenzioso con la stessa concessionaria e, particolare di non poco conto, a disporre degli elementi utili nell’ambito di eventuali cause civili di terzi.
Questo è il modo in cui procederebbe un bravo avvocato, quello che non si preoccupa di alimentare il proprio ego e di ottenere un facile ed effimero consenso, ma che persegue con determinazione assoluta un unico solo obiettivo: portare a casa risultati per i propri assistiti.

Poi c’è quello che in gergo chiamiamo avvocaticchio. Si tratta di una tipologia di leguleio che spara contestazioni al buio, promettendo la luna ai propri assistiti, assicurando che, lui sì, menerà le mani, mica come gli altri. L’avvocaticchio perde puntualmente le cause, con condanna alle spese per i clienti. Quando questi attoniti chiedono “ma come, non dovevamo vincere a mani basse?”, risponde, scuotendo la testa, “guardate, sono imbufalito, questo sistema è marcio, ci sono le lobby, le pastette, uno schifo, ci vorrebbe una rivoluzione. In appello, però, li facciamo neri” ...

Lisa Noja, Parlamentare PD

Da Fb del 19 agosto 2018


Titolo: NICOLA GRAZIANI Partito democratico nuovo nome PD PCI PDS DS
Inserito da: Arlecchino - Agosto 25, 2018, 05:57:11 pm
Forse il maggior partito della sinistra italiana cambierà generalità. Di nuovo
Dal Pci fondato da Gramsci ai dubbi amletici di Pasolini, alla svolta di Occhetto a Matteo Renzi: quattro nomi in tre decenni, tutte le volte che a sinistra hanno deciso per il restyling

Di NICOLA GRAZIANI
22 agosto 2018, 14:55

Partito democratico nuovo nome
PD PCI PDS DS

In piedi di fronte alla tomba di Antonio Gramsci, fondatore del Pci, Pier Paolo Pasolini ammise un giorno “Lo scandalo del contraddirmi; dell’essere con te e contro te”. Dell’essere, insomma, fedele alla sinistra, pur venendo dalla borghesia.

Questione lacerante, che da sempre attanaglia un modo che in Italia ha incarnato, per un secolo, le attese di mutamento e di eguaglianza sociale; ma lo ha fatto partendo da posizioni sostanzialmente borghesi, perché borghesi bisogna essere per avere i soldi per studiare, e affermare magari con Marx che il mondo non va capito, va solo cambiato.

Il problema è che talvolta il mondo cambia te. O almeno ti costringe a cambiare, dopo decenni di certezze rosse come il porfido e immarcescibili come il granito. La sinistra italiana, erede o meno che sia delle Ceneri di Gramsci, è stata così per decenni fissa e rigida, pronta ad affrontare sfide della contemporaneità senza muovere un baffo.

Ma poi all’improvviso ha preso a cambiare tutto: natura, alleanze, credo. Persino il nome, persino quello. Almeno quattro volte in meno di trent’anni, il che fa una volta ogni sette. Per intenderci, con la stessa frequenza con cui in Italia si cambiano i presidenti della Repubblica.

Partito democratico nuovo nome
E oggi, complici i risultati ben magri delle elezioni del 4 marzo e i sondaggi poco lusinghieri, pare che voglia mettervi mano una volta ancora, o almeno ci pensa intensamente. Di nuovo, perché tutto sembri oggi come allora destinato ineluttabilmente ad un successo sulla cresta dell’onda del futuro.

Il Muro seppellì il Pci
In principio era il Pci, come lo aveva voluto Gramsci che lo aveva strappato dal costato del Partito Socialista. Ad essere precisi, si chiamava Partito Comunista d’Italia, ma a voler asserire che tra le due denominazioni vi sia discontinuità si farebbe sterile esercizio letterario. La differenza tra l’uno e l’altro sta nella data del 1943, anno dell’inizio della Resistenza e della rinascita dei partiti oppressi dal fascismo. Piena continuità, quindi, con i desideri di un ispiratore che pure nel frattempo era morto in carcere.

Comunista il partito lo restò a lungo: blocco di pietra dura, una vera e propria chiesa (qualcuno direbbe: post-tridentina) che né si piega né si spezza. Ma poi il mondo cambiò, non nel senso auspicato da Marx, e venne l’indimenticabile 1989. Di fronte al crollo del Muro di Berlino ed al tracollo del socialismo reale, un giovane segretario chiamato Achille Occhetto si presentò ad una sezione del Partito della periferia di Bologna. Era un 12 novembre, e lui disse che, come insegnava il compagno segretario generale del Pcus Mikhail Gorbaciov, occorreva “non continuare sulle vecchie strade, ma inventarne di nuove per unificare le forze del progresso”.

Le lacrime di Achille Occhetto che "archivia" il PC il 12 marzo 1990
Unificare le forze del progresso attraverso nuove strade: un concetto che sarebbe stato evocato più di una volta nei calamitosi tempi successivi.

La Rivoluzione Copernicana che restò ferma la palo
Un anno e mezzo più tardi il Pci, al termine di un dibattito che lo aveva dilaniato al di là della percentuale bulgara con cui venne presa la decisione finale, si trasformava nel corpo e nell’anima. Assumeva il nome di Partito Democratico della Sinistra e scolpiva nel suo statuto l’impegno “a costruire nella prassi un rapporto nuovo tra la funzione del mercato e l’esigenza di una direzione consapevole della produzione e dello sviluppo sociale”. Insomma, il faro è quello della dimensione sociale, ma il mercato non è poi così malvagio.

Occhetto, che amava l’iperbole, parlò addirittura di una “Rivoluzione Copernicana”.

Il Pds durò sette anni esatti. Nel 1994 tentò per la prima volta la vittoria alle politiche ma Occhetto, presentatosi in televisione con un taglio di capelli sovietico ed un vestito marrone come una foglia marcia, si trovò davanti la sorpresa di Silvio Berlusconi. Fu così che la coalizione dei Progressisti, primo tentativo di unificare le forze del progresso attraverso nuove strade, subì una sconfitta memorabile. Uno stigma che avrebbe segnato la storia successiva.

La quercia e i suoi cespugli
Eppure il Pds al potere ci andò, anche se per interposta persona. Le forze progressiste vinsero le elezioni del 1996, ma alcuni punti non tornavano. Innanzitutto erano in coalizione (con i cattolici del Ppi e i centristi di Rinnovamento Italiano), il che non era paragonabile agli obiettivi del progetto originale. Seconda cosa: il presidente del Consiglio era anche lui un cattolico, anche se per carità cattolico di una pasta tutta sua. Si chiamava Romano Prodi.

Nel 1998 nacquero allora i Democratici di Sinistra, con l’ambizione di unificare una volta di più tutte le forze della sinistra italiana, che fluttuavano nel mare della politica tra ricordi del passato, diatribe del presente e aspettative per il futuro. Attorno al tronco del Pds, rappresentato nel simbolo da una quercia, vennero a trovarsi così i cespugli (termine usato correntemente in quella stagione politica, a dispetto di un’accezione non del tutto positiva): laburisti, comunisti unitari, cristiano sociali, sinistra repubblicana, riformatori per l’Europa. Persino troppo facile immaginare che ci fosse un po’ di confusione. Prodi dovette lasciare Palazzo Chigi, al suo posto andò Massimo D’Alema (padre dell’operazione Ds) e alle elezioni successive vinse un‘altra volta Silvio Berlusconi.

Tutti insieme, appassionatamente
Un ciclo politico più tardi Prodi era di nuovo lui a Palazzo Chigi, Berlusconi perdeva le elezioni di 20.000 voti e la sinistra più o meno unitaria era costretta a governare in alleanza con un Ppi che nel suo piccolo una fusione l’ha già fatta, con i rutelliani. È nata la Margherita, nel nome dell’unità delle componenti di centro. Perché non chiudere il cerchio? Nasce nel 2007 il Partito Democratico, all’americana nel nome e nei fatti. Nel nome perché il riferimento al partito dell’Asinello è una costante, almeno nei primi mesi; nei fatti perché, stando alla critica più diffusa, di partito in senso tradizionale non si può parlare, quanto piuttosto di una fusione a freddo tra componenti troppo eterogenee per mescolarsi con un processo dettato da Madre Natura.

Ad ogni modo, per la seconda volta Prodi ci rimette lo scranno, e Berlusconi ne approfitta per tornare al governo. Nel frattempo il partito, che finita l’opera di assorbimento delle principali componenti del centrosinistra enuncia ufficialmente la propria vocazione maggioritaria, cambia segretario. Se ne va Walter Veltroni, l’uomo della trasformazione, e prende il suo posto il cattolico Dario Franceschini.  Gli succede Pier Luigi Bersani, poi arriva un altro cattolico, Matteo Renzi. Ma questi compie l’errore di legare il suo destino personale e quello del partito al referendum popolare su un pacchetto di riforme costituzionali che viene bocciato sonoramente.

Da quel giorno parte il declino, dell’uno e dell’altro. Fino ad arrivare all’idea di cambiar nome per dare l’idea di aver cambiato tutto. E quello che una volta era il Partito Comunista Italiano, nato grazie a Gramsci e alle sue ceneri, ora rischia di chiamarsi Movimento Democratico Europeo. Chissà, forse una cosa che ricorda Emmanuel Macron potrebbe funzionare. Sempre che nel frattempo anche Macron non abbia perso lo smalto.
Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/politica/partito_democratico_nuovo_nome-4289219/news/2018-08-22/


Titolo: Per l'Italia che non ha paura - Insieme per il nostro futuro
Inserito da: Arlecchino - Settembre 12, 2018, 05:27:49 pm
Per l'Italia che non ha paura - Insieme per il nostro futuro

Pubblico · Organizzato da Partito Democratico

Domenica 30 settembre dalle ore 14:00 alle 17:00
Piazza del Popolo, 00187 Roma RM, Italia

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Scendiamo in piazza per costruire un'alternativa alla politica dell’odio, del declino, dell'isolamento e della paura. Scendiamo in piazza perché tante persone vogliono un Paese diverso: più giusto, più forte, più solidale, aperto al mondo e al futuro. Le paure e le preoccupazioni che hanno i cittadini vanno riconosciute e possono essere superate soltanto insieme; soltanto unendo le forze perché nessuno si senta solo. Scendiamo in piazza perché costruire questa alternativa democratica è il nostro impegno.

Vogliamo riorganizzare il campo delle forze progressiste, un progetto ampio, aperto a tutti i cittadini, le organizzazioni, le realtà sociali che credono nei valori dell'uguaglianza, della solidarietà, della multiculturalità, della scienza e di una crescita più giusta in coerenza con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Per questo dobbiamo ricostruire un progetto capace di animare le intelligenze, i sogni, le passioni, la fiducia nel futuro soprattutto dei giovani, delle ragazze e dei ragazzi che devono essere i protagonisti dei prossimi anni.

Ogni giorno che passa diventano sempre più evidenti i pericoli del governo giallo-verde, alla cui inaffidabilità gli italiani rischiano di pagare un prezzo molto alto.

Un "prezzo" economico perché le fatiche e i sacrifici di cittadini, famiglie e imprese sono messi a rischio dall’irresponsabilità di un esecutivo ideologico, nemico degli investimenti e dello sviluppo, piegato agli interessi di chi vuole un paese più debole ed esposto all’instabilità finanziaria.

Un "prezzo" sociale e culturale perché le politiche di questo Governo rischiano di alimentare divisioni e rancore nelle nostre comunità, a partire da chi è in difficoltà.

Dietro la propaganda e il clamore sui social, oltre lo sdoganamento del razzismo, le scelte di fondo di questo Governo portano a un impoverimento dei ceti medi e a un arricchimento di chi ha già di più, come accadrà con la flat tax.

La scuola ricomincia nel caos “vaccini” creando inquietudine nelle famiglie, in particolare quelle con bambini immunodepressi: siamo al fianco delle famiglie, degli insegnanti, dei presidi, dei medici e ribadiamo che sulla salute dei più piccoli non si scherza. Noi crediamo nella scienza e nel lavoro di medici e ricercatori, mentre il Governo asseconda fanatismi medioevali. Nello stesso tempo, ribadiamo l’urgenza di un rinnovato impegno educativo contro l’intolleranza proprio a partire dalle scuole.

In politica estera questo Governo simpatizza con Orban, Putin, Trump e con i nazionalisti di ogni provenienza e sceglie apertamente la linea della distruzione dell’Unione europea. Una scelta che rischia di indebolire drammaticamente il nostro paese perché gli interessi di tutti gli italiani, oggi e in futuro, si possono proteggere e promuovere soltanto dentro il progetto comunitario.

Noi lavoriamo per un'Europa che assicuri diritti comuni inviolabili: diritto al lavoro e a un reddito che consenta di vivere, diritto all'assistenza sanitaria, diritto all'istruzione e alla formazione, diritto alla sicurezza, diritto a respirare un’aria più pulita e mangiare un cibo più sano. Oltre l’ideologia dell’austerità che tanto male ha fatto in questi anni.

Noi non dimentichiamo che proprio l’Europa è nata per garantire pace e giustizia e fino a qui ha consentito a milioni di persone di vivere senza guerre e conflitti. Lo dobbiamo ricordare a maggior ragione ora, guardando anche ai conflitti aperti nel Mediterraneo a cominciare dalla preoccupante situazione in Libia.

L’Italia deve guidare il cambiamento europeo al pari degli altri grandi paesi fondatori, non può ridursi ad essere il teatro delle scorribande di altre potenze globali che hanno interesse a indebolire l’Europa.

L’Italia deve costruire una prospettiva di equità, di giustizia e di solidarietà, oltre le paure e il rancore.

Per queste ragioni diamo appuntamento a tutti coloro che credono in un Paese diverso per Domenica 30 settembre alle ore 14 a Roma a Piazza del Popolo.

Sarà il primo passo di una stagione di partecipazione e d’impegno. Con il PD e tanti altri. Per l’Italia, per il nostro futuro.

Da - https://www.facebook.com/events/2273435196224266/?notif_t=event_calendar_create&notif_id=1536156513289970


Titolo: ALBERTO CUSTODERO Zingaretti: "Dobbiamo salvare l'Italia"
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 14, 2018, 05:57:27 pm
Pd, Martina a Piazza Grande: "Gli avversari a destra, restiamo uniti".

Zingaretti: "Dobbiamo salvare l'Italia"

Di ALBERTO CUSTODERO
13 ottobre 2018

"Sono qui per ascoltare, è giusto che un segretario vada ad ascoltare le proposte che ci sono. Ce ne saranno altri di questi appuntamenti, l'importante è tenere presente che il nostro avversario è la destra, ci serve unità e apertura. Tutti contribuiscano". Lo ha detto Maurizio Martina arrivando a 'Piazza Grande', l'evento promosso da Nicola Zingaretti nel week end a Roma alla Ex Dogana, la kermesse organizzata dal governatore del Lazio per lanciare la sua candidatura al congresso Pd. Credo che noi dobbiamo offrire all'Italia una nuova speranza, chi ha vinto le elezioni il 4 marzo ci è riuscito, è giusto ammetterlo, ma ha iniziato a tradire quella fiducia".

"Volevano un Paese con meno povertà e più giustizia, in pochi giorni stanno distruggendo le speranze di tantissimi italiani, colpendo e massacrando soprattutto le giovani generazioni. Quindi sarà un cammino lungo, perchè non sarà facile, ma bisogna combattere perchè ce lo chiede questo Paese, ripeto, per voltare pagina costruendo una nuova speranza e salvare l'Italia", ha aggiunto Zingaretti.

"Lavoriamo insieme, l'avversario è la destra, dobbiamo essere uniti e aperti", ha ribadito il segretario del Pd sottolineando il fatto che "la pluralità dei candidati al Congresso non deve far paura". "C'è una battaglia fuori di noi, per questo va ascoltato chiunque scommette sulle prospettive del Pd. C'è una destra che vuole uscire dall'euro, che soffia sulle paure, come dimostra anche oggi il caso della mensa dei bimbi a Lodi".

A proposito del dibattito interno al partito (e alle spaccature che si stanno delineando) sulla candidatura alle primarie per la segreteria, Martina ha precisato: "La mia candidatura? Io sto lavorando, faccio il segretario del Pd e intanto che lo faccio provo a svolgere il mio compito per tutti, come è giusto che sia. Poi si vedrà".

Da - https://www.repubblica.it/politica/2018/10/13/news/pd_martina_a_piazza_grande_gli_avversari_sono_fuori_noi_restiamo_uniti_-208855204/?ch_id=sfbk&src_id=8001&g_id=0&atier_id=00&ktgt=sfbk8001000&ref=fbbr


Titolo: Pd, Martina si dimette e fissa l’assemblea all’11 novembre in vista del Congress
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 29, 2018, 11:20:49 am
IL FUTURO DEL PARTITO

Pd, Martina si dimette e fissa l’assemblea al 11 novembre in vista del Congresso
Di redazione Roma 28 ottobre 2018

Martina annuncia le dimissioni da segretario del Partito democratico e, di fatto, avvia la stagione congressuale. «Si completa oggi il mandato che ho ricevuto all’Assemblea nazionale di luglio - ha detto il leader dem chiudendo il Forum tematico organizzato a Milano -. Nei prossimi giorni com’è giusto che sia, con la segreteria nazionale, noi concluderemo questa fase, perché questo era il mandato». Martina ha poi indicato nell’11 novembre la data “buona” per svolgere l’Assemblea nazionale che dovrà portare al Congresso.

La partita del congresso
«Il congresso è utile - ha detto il segretario uscente tra gli applausi - il tema è come lo viviamo. Sono convinto che non dobbiamo temere il confronto, il confronto è lo strumento dell’unità. Non siamo uniti quando non ci confrontiamo. Penso che il congresso possa essere uno strumento utile, e anche le primarie, sono un grande strumento. Sta a noi decidere come utilizzare questo passaggio». Martina insomma va al punto: il congresso non deve essere vissuto come una stagione di nuove divisioni ma come un confronto sano sulla rotta che il partito deve seguire.

«Credo che il nostro congresso sia un’occasione per fare valere ciò che ci manca per sviluppare un’alternativa che muove dal Pd ma che inevitabilmente va oltre di noi. C’è una disponibilità, lo abbiamo visto a Riace, a Lodi, ieri in piazza del Campidoglio» incalza. «Questo partito ha delle energie - ha aggiunto - l’alternativa è più grande di noi e possiamo organizzarla; a partire dalle Europee, poi la formula la troviamo. Qualcosa avanza, qualcosa può essere spostato oltre il confine che rappresentiamo. Sono convinto che con la fatica di tanti, una prospettiva progressista e europeista batterà questo mostro che si aggira per l’Europa e che vuol distruggere il nostro futuro».

LA RICANDIDATURA DEL SEGRETARIO E L’INCOGNITA MINNITI  27 ottobre 2018
Martina pronto alle dimissioni, al via il congresso del Pd
Le risposte mancate
Nelle parole conclusive del segretario non manca tuttavia l’autocritica personale e collettiva. «Io sono orgoglioso del lavoro fatto in questi anni - dice Martina -, ma proprio perché sono orgoglioso sono il primo ad essere irrequieto per le risposte mancate, non per dare la responsabilità a uno di noi ma per prendermi una corresponsabilità. Abbiamo avuto mancanze e limiti. Così si organizza un riscatto, non per mettere in discussione tutto. Sapere che quello che hai fatto è un patrimonio, ma devi costruire un orizzonte nuovo». Infine traccia la sua linea: «In questa due giorni sono emerse alcune parole chiave di un riformismo radicale. Io non sono un rivoluzionario, ma la radicalità è tratto necessario della sfida che abbiamo davanti». La conclusione viene infine affidata alle quattro parole su cui si incentra la carta dei valori del Pd: Emancipazione, Lavoro, Ecologia e Cittadinanza. La partita per la nuova leadership è ormai avviata.

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Da - https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-10-28/martina-annuncia-dimissioni-l-11-novembre-l-assemblea-che-portera-congresso-145756.shtml?utm_term=Autofeed&utm_medium=FBSole24Ore&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR0IhGQiI9sFNn7GAEtdHLOWutUuMrR0BSfsGuAVJIiKu0P7II0Jo0RD8uU#Echobox=1540743942


Titolo: Tommaso Ederoclite. "La fattoria degli animali" a 5 Stelle
Inserito da: Arlecchino - Novembre 12, 2018, 05:04:42 pm
Tommaso Ederoclite

27 ott

"La fattoria degli animali" a 5 Stelle

Da quando i 5 Stelle sono al governo, George Orwell viene spesso in aiuto per comprendere le dinamiche politiche di questo governo.

Penso spesso a "1984" quando rifletto sulla coercizione e il controllo che esercita Casaleggio sui suoi parlamentari nazionali ed europei, alla piattaforma Rousseau della quale sappiamo poco, pochissimo in termini di gestione e trasparenza. Penso alla neolingua, quando si cerca di far passare un "condono fiscale" per una "pace fiscale" e al terribile ossimoro '"obbligo flessibile" sui vaccini. E potrei andare avanti.

In questi giorni, il romanzo del famoso scrittore britannico che più mi torna in mente è "La fattoria degli animali".
Per chi non lo conoscesse, il romanzo è interamente ambientato in una fattoria, dove gli uomini governano sfruttando gli animali e tenendoli in condizione di schiavitù, metafora dunque di un sistema politico marco, corrotto e dedito allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Gli animali, stanchi dello sfruttamento dell'uomo, si ribellano.
Dopo aver cacciato lo sfruttatore, tutti insieme democraticamente decidono di dividere il risultato del loro lavoro della fattoria seguendo il principio "da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni".
Il sogno degli animali però svanisce quando i maiali, meglio organizzati rispetto agli altri animali e ideatori della rivoluzione, prendono il potere, trasformandosi in sfruttatori simile e peggio dell'uomo.

Ecco, la metafora che Orwell ci ha donato in questi mesi calza a pennello.
Il MoVimento 5 Stelle, nato da un sogno di una rivoluzione dei cittadini, dall'uno vale uno, dalle promesse di cambiamento e prosperità sono diventati velocemente i "maiali" di Orwell.
Il condono fiscale, che loro tanto si sforzano di definire come pace fiscale, definito da Savona come una "redistribuzione del reddito dai ricchi verso i poveri", non è altro che una manna dal cielo per i grandi evasori. Cercano di raccontare che 100 mila euro evase all'anno su 5 anni, quindi 500 mila euro, siano una piccola evasione.
Il condono ad Ischia, che si ostinano a dire che è una mano alle case colpite dal terremoto nel 2017, non è altro che la sanatoria di case abusive in un territorio già profondamente devastato dall'abusivismo che accoglie e rilancia i tanto odiati vecchi condono Craxi e Berlusconi.
Mentre in campagna elettorale Di Maio urlava dai palchi che, nel caso di condono ad Ischia, avrebbe addirittura fatto la tessera del PD.

L'ILVA, fortunatamente rimasta aperta, è stata uno dei cavallo di battaglia dei 5 Stelle, ne promettevano la chiusura un giorno sì e l'altro pure, mentre qualcuno si sgolava a dirgli che era uno sciocchezza.

La TAP, notizia di queste ore, alla fine sarà fatta. Mentre tutti i candidati 5 Stelle durante questi anni hanno inveito contro i Governi (l'uomo sfruttatore) facendosi foto, selfie e video dove un esagitato Di Battista sosteneva di poterla chiudere in due settimane.

Il dimezzamento degli stipendi dei parlamentari, nel comizio di chiusura della campagna elettorale, Luigi Di Maio aveva presentato ai cittadini "il primo decreto del primo Consiglio dei ministri del governo 5 Stelle".
Per non parlare della ricapitalizzazione delle banche in discussione in queste ore, che sarà la vera tagliola che sancirà il passaggio conclusivo della parabola dei 5 Stelle da "rivoluzionari" a "maiali", sempre seguendo la metafora di Orwell.

E di promesse per arrivare al potere ve ne sono tante, tantissime altre.
Ora, consapevole che governare è difficile anche da prima che arrivassero i 5 Stelle e la Lega al governo, la lezione di Orwell è stata chiara ma ancora oggi miete vittime.

Orwell ne "La fattoria degli animali" diceva a tutti con estrema semplicità che bisogna diffidare dai "maiali", coloro che promettono troppo e poi alla fine si dimostrano se non simili peggio dell'"uomo sfruttatore", sostenendo che “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Ecco, parafrasando Orwell, "uno vale uno, ma uno vale più degli altri".

 27 ottobre 2018 
Da - http://gesellschaft.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/10/27/la-fattoria-degli-animali-a-5-stelle/?fbclid=IwAR2kSDYE83_pW0RJtNLAurtAelB-2fxOm9mSRsOXQlynMfV37sdp0daC35E

Note.
Tommaso Ederoclite
Politologo, segreteria Pd Napoli

Nato a Napoli nel ’77. Una laurea, un dottorato di ricerca, qualche insegnamento, diverse consulenze. Politologo ed esperto di comunicazione politica. Ho lavorato come spin doctor, ghost writer e consulente politico in diverse campagne elettorali, in particolare quelle online e sui social media.
Sin dal 1999 mi occupo di comprendere gli effetti dell’innovazione tecnologia sulla qualità della democrazia.
Attualmente rivesto l’incarico di portavoce con delega alle riforme istituzionali, alla comunicazione, ricerca, università e formazione presso la segreteria del Partito Democratico di Napoli.
Ho scritto e scrivo per diverse riviste e testate nazionali come l’Huffington post, Europa Quotidiano, Linkiesta e ValigiaBlu.


Titolo: C'è un candidato segretario in meno ma nel Pd si litiga sempre di più
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 01, 2018, 11:28:41 pm
C'è un candidato segretario in meno ma nel Pd si litiga sempre di più
Rinuncia Richetti: farà il ticket con Martina.
La mossa però non aumenta la coesione interna al partito. Anzi

Di PAOLO MOLINARI
28 novembre 2018, 08:31

Per Matteo Richetti il congresso del Pd finisce qui: l’ex portavoce della segreteria Renzi ritira la sua candidatura a favore di quella di Maurizio Martina, con cui è pronto il “ticket”. L’annuncio arriva di buon mattino con un post su Facebook in cui Richetti spiega quanto gli costi fare questo passo, ma che lo ritiene il più giusto ai fini di preservare quell’unità del partito che la Piazza del Popolo ha chiesto all’allora segretario Martina. E a Martina, Richetti promette lealtà e assicura di mettere a disposizione il patrimonio di consensi che ha guadagnato in quasi due mesi di campagna congressuale. In cambio, il senatore emiliano chiede a Martina “radicalità e coraggio”.

Qualcuno non gradisce
L’ex segretario, già ministro dei governi Renzi e Gentiloni, risponde a stretto giro sottolineando la necessità di essere “somma e non divisione” e riconoscendo che, il gesto di Richetti, si muove proprio in questa direzione. Per questo l’endorsement di Richetti è destinato a trasformarsi in un ticket, simile a quello che vide Martina sostenere Renzi al congresso 2017.

La scelta di Richetti ha fatto subito pensare a una mossa per tagliare la strada a Nicola Zingaretti, ancora primo nei sondaggi. È la senatrice Monica Cirinnà a sottolineare che "la decisione di Matteo Richetti di andare in ticket con Maurizio Martina chiarisce tanti equivoci più che adombrati nei giorni scorsi. La storia comune come portavoce di Renzi dell'uno e di vicesegretario di Renzi dell'altro va così a riunirsi in una proposta politica in piena continuità con il renzismo del passato".

Parole che accendono gli animi fra i renziani e non solo. Il deputato Michele Anzaldi, dopo aver ricordato che “Renzi ha vinto le primarie per due volte con la maggioranza schiacciante di quasi il 70 per cento dei votanti” invita a non trasformare il dibattito congressuale “nell’ennesima occasione per attaccare Renzi”.

C’è un piano per fermare Zingaretti?
Per l’ex vice presidente Pd, il deputato Andrea De Maria, la “logica utilizzata” da Cirinnà “non funziona più nel Partito Democratico. Se ci sono persone che uniscono le loro forze per una prospettiva comune, questo è un bene. Basta pregiudizi e basta divisioni”.

I sostenitori di Nicola Zingaretti, tuttavia, non cedono e ribadiscono la teoria del piano per fermare il governatore del Lazio: "Richetti, ex portavoce di Renzi, si ritira per fare il ticket con Martina, ex vice segretario di Renzi. A loro si aggiunge Minniti, candidato direttamente dalla corrente renziana. Ormai è chiaro, l'unico che può cambiare tutto è Nicola Zingaretti", scrive su Twitter Stefania Gasparini, assessore di Carpi e presidente del Pd nel modenese.

Un cognome che conta
Anche l’ex ministro ed ex parlamentare europeo Pd, Luigi Berlinguer prende posizione: annunciando il suo “convinto sostegno a Nicola Zingaretti”, Berlinguer rileva come il richiamo al “Noi contro l’Io”, slogan utilizzato da Martina per il lancio della sua candidatura, “era già presente nella piattaforma congressuale del 2017”, quando Renzi e Martina si candidarono in ticket: “Un richiamo che è stato gettato alle ortiche”, conclude Berlinguer.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/politica/pd_primarie_segreteria-4679329/news/2018-11-28


Titolo: Congresso Pd, Martina presenta la candidatura: "L'io ci ha fatto male, il noi...
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 01, 2018, 11:33:49 pm
Congresso Pd, Martina presenta la candidatura: "L'io ci ha fatto male, il noi è il futuro"
Il segretario uscente parla di un progetto di rilancio del partito e della sinistra partendo dalla partecipazione dal basso.
"Dobbiamo fare un congresso oltre i capetti e i capi-bastone".
E all'accusa di favorire Minniti, risponde " No, rompo gli schemi"

22 novembre 2018

ROMA -  "Mi candido e ci candidiamo al plurale, con l’idea di portare al Pd una squadra di uomini e donne che hanno voglia di lavorare insieme e pensare al futuro dell'Italia, investendo sulla partecipazione.  La nostra sarà una candidatura di squadra perché non riesco a pensare a questa sfida al di fuori del noi. L'io ci ha fatto male, il noi è il futuro". 

Maurizio Martina fa il primo passo della sua campagna congressuale in una sezione di San Lorenzo a Roma. Dove inizia facendo l'elogio della militanza. "Ci tenevo tantissimo a dare un segno di normalità e coerenza. Partire da un circolo del Pd significa, ricordare ringraziare l'impegno, la militanza, l’attenzione e la passione che i nostri militanti hanno sempre garantiamo al nostro partito. 

Ad ascoltarlo ci sono Graziano Delrio, Debora Serracchiani, Carla Cantone, Andrea De Maria,  "Dobbiamo inchinarci  - continua - a questa passione e all'impegno dei nostri militanti. Ho scoperto la bellezza della politica in una sezione e rivendico con orgoglio questa storia", spiega l'ex segretario dem.

Secondo Martina, "siamo nelle ore delicate di una procedura d'infrazione provocata dal governo. E' un rischio per gli italiani. E' per questi che dobbiamo fare un congresso per l'Italia, un congresso oltre i capi e capetti e capi bastone".

L'ex segretario cerca di uscire dal recinto del partito. Sono appena usciti sondaggi che lo vedono terzo, dietro Zingaretti e Minniti. E allora Martina dice: "Dobbiamo chiamare a raccolta le piazza che si sono mobilitate in queste settimane sapendo che lo spirito collaborazione con quelle istanze ci riguarda. "

Credo a un congresso che eviti la trappola dei veti e dei contro veti, che si misuri nella battaglia delle idee.- spiega - Un congresso che liberi le energie, che deve chiamare al centro giovani e donne. Senza donne e giovani la sinistra non è cambiamento".

Parla del bisogno di "mettere in campo un riformismo radicale". E indica l'abrogazione della Bossi-Fini come la prima grande battaglia su cui impegnare il partito. Pena ad un partito di giovani e donne. Perchè la questione di genere - dice - ha un suo peso.

E a chi dentro il partito gli fa notare che la sua candidatura favorisce Marco Minniti, risponde: ""Noi con orgoglio rompiamo gli schemi e diciamo che il confronto è libero. Nessuna regola può vincolare questo confronto, I nostri militanti sapranno stupirci, il congresso sarà un pezzo di costruzione per definire una alternativa alla desta e al baratro verso cui ci stanno portando lega e 5 Stelle".

Da - https://www.repubblica.it/politica/2018/11/22/news/congresso_pd_martina_presenta_candidatura-212306609/?ch_id=sfbk&src_id=8001&g_id=0&atier_id=00&ktgt=sfbk8001000&ref=fbbr


Titolo: Pd, chi sta con chi
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 03, 2018, 04:02:36 pm
Pd, chi sta con chi

Pubblicato il: 03/12/2018 07:24

A volerla raccontare come un calciomercato, il vincitore della campagna acquisti del congresso dem è Nicola Zingaretti. Ha strappato big, qualche fedelissimo, intere correnti alla imponente maggioranza renziana che ha retto il Pd negli ultimi anni. Areadem di Dario Franceschini è passata quasi in toto con il governatore del Lazio. Come l'ex premier Paolo Gentiloni. Gli ex ministri Andrea Orlando e Roberta Pinotti, l'ex capogruppo al Senato, Luigi Zanda. Solo per fare qualche nome.

E pure Maurizio Martina ha centrato diversi nuovi innesti in squadra. Dai Giovani Turchi di Matteo Orfini, presidente Pd nell'era renziana, a Matteo Richetti, Graziano Delrio, Debora Serracchiani fino ad arrivare a Tommaso Nannicini, consigliere economico di Renzi a palazzo Chigi. Al netto dei riposizionamenti, però, quello che resta della maggioranza di un tempo, non è poco e punta su Marco Minniti. Se l'ex premier si tiene lontano dalla battaglia congressuale, i suoi stanno lavorando per l'ex ministro dell'Interno. Tanto che viene confermato il ruolo di Luca Lotti, come anticipato dall'AdnKronos, come coordinatore della mozione.

MINNITI - Minniti ha dalla sua il 60% dei gruppi parlamentari, 548 sindaci che hanno sottoscritto la sua candidatura, personalità che hanno avuto un ruolo di primo piano nel Pd in questi anni: non solo Lotti, ma Lorenzo Guerini, Ettore Rosato, Antonello Giacomelli per citarne alcuni. Un quadro movimentato, dunque, in cui per la prima volta nei dieci anni di vita del Pd, non c'è un vincitore precostituito. E sebbene Zingaretti parta da favorito, l'esito delle primarie non è affatto scontato. E non è scontato neanche che uno dei candidati raggiunga il 51% ai gazebo. In questo caso sarà l'assemblea dei delegati (eletti in modo proporzionale nelle liste a sostegno dei candidati) a decidere.

ZINGARETTI - Zingaretti, dunque, come vincitore della campagna acquisti al congresso. Big e capicorrente, da cui parte una filiera che si ramifica sul territorio, tra dirigenti e amministratori locali: l'appello per il presidente della Regione Lazio è stato sottoscritto da oltre 200 sindaci. Fino ad arrivare a 'pescare' anche nella cerchia dei renziani della prima ora. E' il caso di Rosa Maria Di Giorgi, ex vicepresidente del Senato, o Elisabetta Gualmini, vicepresidente dell'Emilia-Romagna, che si sono congedate dal loro passato di ultra-renziane e sono sbarcate sul fronte Zingaretti.

MARTINA - Sul fronte Martina sono invece sbarcati i Giovani Turchi di Orfini. L'ex presidente del Pd, immortalato con Renzi al Nazareno (foto di Filippo Sensi) alla Playstation durante lo spoglio delle regionali 2015, ora gioca un altro match. Come Tommaso Nannicini, pezzo da novanta degli anni del renzismo. C'è poi il ticket con Matteo Richetti che porta a Martina anche l'appoggio dei cosidetti 'renziani non allineati'. Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera, ha lavorato all'operazione. Pure il cuperliano Andrea De Maria è già della partita, in attesa si pronunci lo stesso Cuperlo.

E altri nomi potrebbero arrivare. Ci sono i presidenti di regione, per dire. Per ora si sono schierati solo l'umbra Catiuscia Marini con Minniti e il marchigiano Luca Ceriscioli con Zingaretti. Ambienti renziani danno Vicenzo De Luca e Sergio Chiamparino vicini all'ex ministro dell'Interno. Dal fronte Zingaretti, invece, si confida sull'appoggio del calabrese Mario Oliverio. No news sull'emiliano Stefano Bonaccini. E, al momento, non è arrivato neanche alcun endorsement da Michele Emiliano. Sebbene in corsa ci sia il 'suo' Francesco Boccia.

Frutto delle liste fatte da Renzi segretario, i parlamentari che fanno capo al senatore di Scandicci sono la stragrande maggioranza. E di conseguenza nei gruppi dem, il candidato più forte è Minniti. Su 111 deputati, una sessantina stanno con l'ex ministro. A palazzo Madama su 52 senatori, 30-32 sono con Minniti.

A Montecitorio schierati con l'ex titolare del Viminale ci sono Alessia Rotta, Emanuele Fiano, Alessia Morani, Anna Ascani, Michele Anzaldi, Francesca Bonomo, Maria Elena Boschi, Enrico Borghi, Laura Cantini, Stefano Ceccanti, Piero De Luca (figlio di Vincenzo), Roger De Menech, Marco Di Maio, Silvia Fregolent, Davide Gariglio, Roberto Giachetti, Antonello Giacomelli, Lorenzo Guerini, Luca Lotti, Pietro Navarra, Luciano Nobili, Raffaella Paita, Stefania Pezzopane, Patrizia Prestipino, Ettore Rosato, Ivan Scalfarotto, Andrea Romano, Andrea Rossi, Filippo Sensi.

Al Senato con Minniti ci sono il capogruppo Andrea Marcucci, Caterina Bini, Caterina Biti, Stefano Collina, Daniele Manca, Giuseppe Cucca, Davide Faraone, Valeria Sudano, Francesco Bonifazi, Nadia Ginetti, Laura Garavini, Simona Malpezzi, Salvatore Margiotta, Eugenio Comincini, Alessandro Alfieri, Luciano D’Alfonso, Alan Ferrari, Valeria Fedeli, Andrea Ferrazzi, Leonardo Grimani, Francesco Giacobbe, Mauro Laus, Ernesto Magorno, Mauri Marino, Dario Parrini, Edoardo Patriarca, Gianni Pittella, Daniela Sbrollini, Dario Stefano, Vito Taricco, Mino Vattuone.

Numeri più contenuti per Zingaretti: alla Camera punto di riferimento della mozione è Paola De Micheli, ex area Martina ed ex commissario per il terremoto, poi c'è l'ex premier Paolo Gentiloni, quindi i deputati di Areadem a partire da Dario Franceschini e Piero Fassino passando per Chiara Braga e Alberto Losacco, Andrea Orlando e i suoi come Michele Bordo, anche Walter Verini e Roberto Morassut (area Veltroni) sono con il governatore del Lazio come Gianluca Beneamati. Al Senato con Zingaretti sono schierati Franco Mirabelli, Bruno Astorre, Monica Cirinnà, Antonio Misiani, Anna Maria Parente, l'ex-ministro Roberta Pinotti, Francesco Verducci, l'ex capogruppo Luigi Zanda.

Maurizio Martina può contare alla Camera sul sostegno del capogruppo Graziano Delrio, Matteo Mauri, Carla Cantone, Luca Rizzo Nervo, Matteo Orfini, Chiara Gribaudo, Debora Serracchiani. Al Senato ci sono Matteo Richetti e Tommaso Nannicini.

Per quanto riguarda i sindaci, la 'gara' sul numero di firme a sostegno della candidatura l'ha vinta Minniti su Zingaretti. Sia nei numeri che nella 'qualità', intesa come primi cittadini di città di peso. Sui numeri siamo 500 a 200 circa. E sull'importanza delle città, Zingaretti può contare sul sindaco di Bologna, Virginio Merola. Minniti su quello di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà; di Bari, Antonio Decaro; di Firenze, Dario Nardella; di Pesaro, Matteo Ricci, di Mantova, Mattia Palazzi; di Ancona, Valeria Mancinelli; di Salerno, Vincenzo Napoli; di Bergamo, Giorgio Gori.

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Titolo: IL PD - Partito Democratico. Primarie Pd, scontro sui numeri.
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 03, 2019, 08:57:47 pm
Primarie Pd, scontro sui numeri.
In testa nei circoli c’è Zingaretti, ma non basta: “Stop polemiche, la partita è aperta”
Il candidato alla segreteria e presidente del Lazio, quando ancora mancano i dati ufficiali, ha ottenuto tra il 47 e il 49 per cento dei voti.

Se avesse superato il 50, si sarebbero evitate le primarie nazionali.
Braccio di ferro con l'area vicina a Martina su casi contestati in Campania e Sicilia

Di F. Q. | 29 Gennaio 2019

Percentuali che ballano, voti annullati e ricorsi. In attesa dei risultati definitivi delle primarie nei circoli, il Partito democratico fa i conti con tensioni interne e malumori. Secondo fonti vicine al candidato Nicola Zingaretti infatti, il presidente del Lazio è in testa con il 49,1 per cento delle preferenze e lo sfidante Maurizio Martina è fermo al 35,1 per cento. Per l’area vicina all’avversario invece, Zingaretti sarebbe al 47 per cento e Martina al 36. Se Zingaretti avesse superato il 50 per cento delle preferenze, si sarebbe potuto non fare le primarie nazionali. Ma, salvo sorprese, a questo punto si dovrà andare al voto: “Basta polemiche e divisioni sui dati”, ha detto in una nota Zingaretti. “Aspettiamo quelli ufficiali che sono sicuro saranno forniti nella massima trasparenza il prima possibile. Sono molto contento del risultato ottenuto sulla mia proposta politica, ben oltre ogni più ottimistica aspettativa, e soprattutto dal sostegno e dalla mobilitazione registrati in tutte le regioni d’Italia. Ha ragione Martina: comunque la partita è aperta. Per cambiare completamente questo partito il 3 marzo tutti a votare alle primarie “.

Gli scontri fra l’area Zingaretti e quella Martina – Un messaggio di distensione quindi, che però stride con i commenti off the records che arrivano dall’area vicina a Zingaretti: “Il punto è questo, o ci imputiamo e stravinciamo. Oppure lasciamo perdere, vinciamo comunque con 11 punti di scarto e aspettiamo i dati definitivi…”. Per l’area Zingaretti, comunque, il voto tra gli iscritti è stato oltre ogni aspettativa: “Dicevano che avremmo perso e invece abbiamo ribaltato tutti i pronostici. Non superiamo il 50%? Ogni volta che lo ricordano, ci fanno un favore così potremmo chiedere a tutti di venire ai gazebo e fare un ultimo sforzo per avere un segretario eletto alle primarie il 3 marzo”. L’ala avversaria, che fa capo appunto a Martina, si dice invece comunque soddisfatta: “Alla fine Zingaretti chiuderà con circa 80mila voti, oltre 12mila dei quali presi nel ‘suo’ Lazio”. Mentre arrivano i voti degli ultimi Circoli che hanno votato al Congresso del Pd, nei capannelli di parlamentari che sostengono Maurizio Martina si tira un sospiro di sollievo: “Si può dire, in sostanza, pericolo scampato…”. Secondo i dati in possesso di fonti parlamentari che al Congresso appoggiano Martina, il risultato di Zingaretti non è distante da quello ottenuto tra gli iscritti da Andrea Orlando che, nel Congresso precedente del 2017, complessivamente arrivò a circa 66mila voti (contro i 175 mila circa di Matteo Renzi, allora vincitore). “Al di fuori del Lazio, il risultato di Zingaretti pareggia praticamente ovunque quello dell’ex ministro della Giustizia”, dicono i parlamentari vicini a Martina. Un deputato fiorentino, in particolare, alla Camera cita alcuni numeri: “In Toscana, dove arriva primo, Zingaretti prende 8400 voti, 200 in meno degli 8600 che a Orlando valsero il 30% nel 2017”. E ancora: “In Umbria il governatore del Lazio prende circa 1700 voti contro i 1600 raccolti da Orlando due anni fa; in Liguria 200 circa per Zingaretti, 400 in più per Orlando”. Dalle parti dei sostenitori della mozione Martina, poi, il ‘verdetto’ risulta chiaro accostando i voti presi da Zingaretti a quelli presi dagli altri due candidati finiti sul podio, Martina e Giachetti: “Vuol dire che l’area renziana e riformista è ancora in maggioranza nel Pd“, sottolinea un senatore dem.

I circoli e le cifre contestate – Braccio di ferro tra l’area Zingaretti e quella Martina è soprattutto sui congressi di circolo in Campania e Sicilia. Diverse votazioni sono contestate e oggi saranno al centro della riunione della Commissione congresso al Nazareno. Per quanto riguarda la Campania (dove sarebbe in testa Martina soprattutto grazie all’84,3% ottenuto a Salerno, ‘feudo’ di De Luca) mancano all’appello i risultati di 36 circoli: il 28 gennaio sera la commissione regionale ha inviato a Roma un dato incompleto senza i verbali di 36 circoli, circa un terzo dei 126 totali. In Sicilia la faccenda è ancora più complessa. Anche qui Martina sarebbe in testa con il 48% seguito da Zingaretti al 45% ma le percentuali potrebbero cambiare a seconda di come verrà gestito il voto contestato di alcuni circoli. C’è il caso di Trapani dove Zingaretti ha ottenuto l’84,5% ma il presidente della commissione provinciale trapanese (renziano) ha annullato il voto per alcune irregolarità formali. E poi c’è Palermo. Qui il presidente della commissione provinciale, vicino al renziano Davide Faraone, ha annullato il voto di una serie di circoli perché non sarebbe stato consegnato l’incasso delle tessere, circoli in cui l’area Zingaretti sarebbe maggioranza.

Intanto stanno arrivando i dati definitivi delle varie regioni. Zingaretti ha vinto il congresso tra gli iscritti Pd dell’Emilia-Romagna con il 52,1% dei voti. È il dato definitivo delle 562 assemblee di circolo che si sono tenute in queste settimane in tutta la regione con la partecipazione di 16.830 iscritti dem. Zingaretti ha ottenuto 8.697 preferenze contro le 5.407 di Maurizio Martina (32,4%) e le 2.139 di Roberto Giachetti (12,8%). Seguono Maria Saladino (168 voti, 1%), Dario Corallo (146 voti, 0,8%) e Francesco Boccia (114 voti, 0,6%). Ha vinto invece a Napoli e provincia Maurizio Martina, che ha chiuso la primo posto il voto nei circoli per le convenzioni nazionali. Dai dati ufficiali certificati dalla commissione provinciale per il congresso, il segretario uscente esce primo con 4.623 voti, il 53,9% del totale. Al secondo posto Nicola Zingaretti con 2958 voti, equivalenti al 34,5%, terzo Roberto Giachetti con 716 voti, l’8,3%. I dati sui candidati alla segreteria regionale non sono stati certificati dalla commissione: i primi dati che circolano vedono Leo Annunziata, sindaco di Poggiomarino, intorno al 60%, seguito da Armida Filippelli intorno al 25%.

Di F. Q. | 29 Gennaio 2019

Da - https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/29/primarie-pd-scontro-sui-numeri-zingaretti-in-testa-nei-circoli-ma-non-basta-stop-polemiche-la-partita-e-aperta/4933142/


Titolo: LA RISPOSTA DI BOCCIA AI “NON ALLINEATI”
Inserito da: Arlecchino - Marzo 22, 2019, 11:34:33 pm
“#APORTEAPERTE CONTRO LE ROTTAMAZIONI”. LA RISPOSTA DI BOCCIA AI “NON ALLINEATI”
   
LETTERE E INTERVENTI
18 gennaio 2019

Pubblichiamo le risposte di Francesco Boccia, candidato segretario del Partito Democratico, alle questioni sollevate dai “non allineati”.

1. Prima di parlare di liste dobbiamo capire quali sono i valori con cui il Pd esce dal congresso. Le liste si fanno sui valori. E i nostri guardano a sinistra. Una cosa è En Marche. Un’altra è una nuova alleanza sociale. In questa fase di capitalismo globale e digitale sempre più aggressivo il riferimento per il PD non può essere il movimento En Marche di Macron, ma il partito laburista di Corbyn e tutte le esperienze europee che mettono in discussione gli assetti superati tra società e mercato per difendere i diritti fondamentali. Dai laburisti inglesi all’esperienza spagnola di Sanchez con Podemos, dai Verdi tedeschi ai socialisti europei in grado di proporre una netta discontinuità con le scelte di questi ultimi cinque anni, soprattutto in Germania e Francia. Il PSE va rifondato e il PD deve impegnarsi a farlo profondamente dall’interno. Dobbiamo essere il partito di sinistra che connette le esigenze dei ceti popolari alle élite. Oggi siamo percepiti come il partito delle Ztl. Il problema non è se facciamo una lista, ma per cosa la facciamo. Se è per unire o se è per prendere qualche voto in più con quelli che poi il giorno dopo si dividono da noi, non ha senso. Io voglio aprire il Pd, il mio è un Pd a porte aperte. Detto questo se mettiamo in campo una lista unitaria, come ai tempi dell’Ulivo, dobbiamo intenderci per fare cosa. Se chi viene ha la nostra visione sull’economia sostenibile, sul no al lavoro a cottimo e sul no al caporalato digitale, sulla scuola aperta a tempo pieno stiamo parlando della stessa alleanza politica. Se invece vengono da noi quelli che hanno una visione diversa allora stiamo parlando solo di un cartello elettorale e io non sono d’accordo.

2. Il PD #aporteaperte che ho in mente è un partito vissuto nei circoli, che tornano sezioni, e in rete, che esalta la sussidiarietà, valorizza le differenze territoriali. Il PD di domani deve avere sezioni e smartphone; piazze, marciapiedi e tablet. In Italia se c’è una cosa che non manca in qualsiasi proposta politica è una cabina di regia. Piuttosto, ricostruiamo un partito che destina il 50% delle risorse ai territori e reperisce le risorse in modo trasparente in ogni campagna per la raccolta del consenso. Un partito che garantisce i propri lavoratori chiedendo a tutte le aree culturali di svolgere attività politica all’interno del partito e non all’esterno, con altre fondazioni o associazioni. Si dovrebbero utilizzare strutture e personale del partito anche per le attività politiche delle diverse aree. Non deve essere più consentita agli iscritti PD la raccolta di fondi o risorse per attività politiche parallele all’attività del PD stesso. Chi crede nel PD concentra il proprio impegno politico, e le risorse finanziarie raccolte, esclusivamente nel partito. Il PD sarà una scuola di formazione politica permanente che ci proietterà nel cuore del terzo millennio, per riacquistare gli strumenti e la forza necessari a una visione politica di avanguardia. Il PD sarà anche una piattaforma open source, trasparente, che in questo congresso i sostenitori della mozione #aporteaperte chiamano HackItaly. La sperimentazione della piattaforma è già in corso e sarà donata al Partito indipendentemente dal vincitore delle primarie. Ovviamente, se ne condividerà le finalità. Sono disponibile a promuovere raccordi territoriali tra le federazioni del nord per la questione settentrionale, così come è necessario un raccordo delle federazioni del Mezzogiorno.

3. Sull’ambiente la nostra posizione deve essere radicale: lotta al consumo del suolo, sostegno fiscale a chi riduce le emissioni di CO2 nell’aria e sanzioni a chi le aumenta; economia circolare come modello di sviluppo sostenibile. Nella riforma del Bilancio dello Stato, approvata nel 2016 con oltre l’80% dei voti parlamentari, abbiamo inserito come allegato al Def, il BES (indicatori di Benessere equo e sostenibile), 12 indicatori, condivisi, misurabili e valutabili da un anno all’altro che permettono di misurare il reale impatto delle politiche pubbliche sulla vita quotidiana. È stato fortemente voluto da PD e dobbiamo rivendicarlo. Infrastrutture, piccole e grandi opere sì ma a patto che rispettino l’ambiente, che vengano fatte al Nord come al Sud. Se vogliamo garantire una politica industriale moderna porti, aeroporti e la fibra ultra veloce devono rappresentare quello che rappresentò l’autostrada del sole nel dopoguerra, unendo nord e sud.

4. Se il giovane va veloce, il vecchio conosce la strada – Dobbiamo costruire un partito che superi il concetto, sbagliato, della rottamazione. Perché l’esperienza è, prima di tutto un inestimabile valore. Gli anziani (over 65) sono oggi un quarto della popolazione italiana. Ogni due genitori il Paese avrebbe bisogno almeno di due bambini invece gli italiani sono a 1,2. La situazione per chi decide di metter su famiglia con molti figli è drammatica, dovremmo solo ringraziarli e pagarli di tasca nostra. Dobbiamo prevedere un sostegno concreto alle famiglie con più di due figli, ricordando a tutti che le famiglie che contribuiscono concretamente all’aumento della natalità meritano aiuti ulteriori e l’esenzione fiscale piena dal terzo figlio in poi. E per incentivare le nascite dobbiamo garantire alle famiglie, asili nido per tutti, scuole aperte tutto il giorno, da nord a sud. sostegno per ogni necessità dei figli, un “conto scuola” per la vita che accompagni i bambini dal primo giorno di scuola fino alla maturità: 1.000 € l’anno dal primo giorno di scuola fino alla maturità, per libri, mense, trasporti, attività culturali, assistenza per i disabili tutto il giorno; 4°anno di scuola superiore all’estero a carico dello Stato; insegnanti valorizzati per le competenze e per la capacità didattica e pagati quanto i dirigenti pubblici. Ribaltiamo lo Stato sociale.

5. La scuola deve essere il luogo dell’integrazione. I nostri figli sono un’altra umanità, non fanno distinzione per il colore della pelle, per la religione, se hai una famiglia tradizionale oppure no. Per loro l’integrazione è nei fatti. La mia mozione congressuale, #aporteaperte, parla di un PD in grado di coniugare diritti e innovazione perché la sola innovazione, senza diritti, rischia di portarci fuori strada in un mondo con disparità sempre più marcate.  E un partito così non può non esprimersi con chiarezza sull’immigrazione. Le nuove frontiere della sfida globale delle migrazioni sono rappresentate dalla promozione di una strategia di cooperazione allo sviluppo nei Paesi che vivono una grande emigrazione. Nessun muro e filo spinato fermerà un uomo in cerca di futuro per la propria famiglia. Prevenire l’immigrazione irregolare e le morti nel Mediterraneo significa costruire cooperazione con pari dignità con i Paesi med-africani, favorendo uno sviluppo sostenibile che garantisca maggiori opportunità di occupazione. La nuova Legge sulla Cooperazione offre strumenti da valorizzare con trasparenza con i nostri partner nell’area mediterranea e africana. Noi abbiamo il dovere di aiutare chi è in difficoltà. Sempre. Come abbiamo il diritto di rimandare a casa tutti gli irregolari che delinquono. L’Italia deve tornare ad essere, per il mondo intero, il Paese di riferimento del Mediterraneo. E come ricorda lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun: “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro. Imparare a vivere insieme è lottare contro il razzismo”.

Francesco Boccia

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/aporteaperte-contro-le-rottamazioni-la-risposta-di-boccia-ai-non-allineati/


Titolo: Qualche importante chiarimento sulla Cina e la #viadellaseta Anna Ascani
Inserito da: Arlecchino - Aprile 07, 2019, 07:07:10 pm
Qualche importante chiarimento sulla Cina e la #viadellaseta

Anna Ascani

La Cina non è una democrazia. E non ha alcuna intenzione di diventarlo. È una dittatura che si è aperta al mercato globale al fine di esercitare su di esso la propria influenza (preferibilmente dominio) in forza della potenza demografica ed economica che è in grado di dispiegare.
Si chiama Repubblica Popolare, ma a governarla è una ristretta cerchia di potere denominata Partito Comunista Cinese. Non esiste ovviamente alcuna elezione propriamente detta. Non esiste alcun processo democratico.
La Cina impedisce a Taiwan di venire riconosciuto come stato democratico, calpesta sistematicamente i diritti dei tibetani e perseguita il Dalai Lama. La Cina non riconosce i diritti umani, né ha alcuna intenzione di fare passi avanti in questa direzione. Nella sfera privata come in quella lavorativa è il governo a decidere ciò che è lecito e ciò che non lo è, esercitando un controllo assoluto su cittadini che sono, nei fatti, sudditi. Le condizioni ed i salari dei lavoratori cinesi sono imbarazzanti.
L’apertura della Cina al mercato ha permesso a milioni di ex contadini di uscire dallo stato di povertà assoluta. Ma nulla è cambiato dal punto di vista della gestione politica. E nulla - quasi certamente - cambierà.

La Cina è una super potenza demografica, industriale, commerciale e tecnologica che da qualche anno si sta espandendo in Africa (comprando, letteralmente, pezzi di continente) per accrescere la propria influenza e la propria ricchezza ed impedire a quelle che in prospettiva potrebbero risultare a loro volta super potenze demografiche (visti i tassi di natalità di alcuni paesi africani) di alzare la testa. Mentre noi discutiamo di come aiutarli a casa loro - ci dividiamo, litighiamo, chiudiamo i porti - la Cina li sta letteralmente comprando. Così che, anche volendo, sarà impossibile aiutarli a casa loro. Perché non ci sarà più casa “loro”.

La Cina ha cominciato a espandersi anche in Europa, acquistando infrastrutture strategiche. Va detto che l’Italia non è il primo Paese europeo che accetta una trattativa bilaterale con la Cina riguardo questi temi. Prima di noi lo hanno fatto altri. Lo hanno fatto in troppi.
Ma è evidente che l’Italia oggi è il tallone d’Achille tra i paesi fondatori: enormemente indebitata, governata da pseudo-nazionalisti incompetenti, in preda alla seconda recessione in dieci anni e alla vigilia di una nuova crisi occupazionale (in 10 mesi sono andati perduti 90mila posti di lavoro).
Firmare oggi quell’accordo significa semplicemente aver accettato di perdere un bel po’ di libertà in cambio di un gruzzolo di soldi.
Può essere che ci vada bene. Ma è giusto saperlo.
Noi siamo una democrazia, siamo un Paese del G7, siamo l’Italia.
Oggi abbiamo avviato l’iter per diventare una provincia cinese.

Il Presidente Xi Jinping non è qui perché gli siamo simpatici, né perché è tifoso dell’Inter (che è solo una delle migliaia di società italiane che i cinesi si sono già comprati). È qui perché siamo la porta d’Europa. Perché siamo la porta dell’Occidente. Perché il suo impero per essere globale ha bisogno di espandersi e dominare anche qui. È questa la “nuova via della seta”: un progetto di espansione commerciale globale fondato sulla posizione dominante della Cina rispetto ai paesi coi quali firma “accordi”. Accettarlo significa accettare di essere subalterni. Grazie a Lega e Cinque Stelle sta accadendo questo. E non sappiamo praticamente nulla di quello che hanno venduto in cambio di qualche soldo per “tirare a campare”.

Non si tratta di scegliere tra USA e Cina. Si tratta di scegliere tra sottomissione e libertà. E sarebbe meglio chiedere ai cittadini italiani cosa ne pensano, magari informandoli adeguatamente, prima di firmare “memorandum”.

Non abbiamo al governo soltanto cialtroni incompetenti.
Ma furbetti pericolosi. Pericolosi.
Oggi più che mai diventa evidente. Oggi più che mai è urgente fermarli.

Da Fb del 23 marzo 2019


Titolo: Lavoro, investimenti, crescita. Il documento Pd per l’Europa
Inserito da: Arlecchino - Aprile 19, 2019, 06:22:13 pm
Lavoro, investimenti, crescita. Il documento Pd per l’Europa

Focus simbolo PD europee
Punto di partenza per un programma partecipato con le forze sociali e produttive

Nell'incontro con i sindacati di ieri il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti ha un documento con una nuova idea di Europa. Un documento in sei punti che chiede un’Europa della sostenibilità sociale e ambientale, che guardi all’innovazione e alla crescita. E’ chiaro che per rilanciare l’occupazione servono politiche economiche più espansive imperniate su grandi investimenti comuni. E’ necessario dare vita a un vero governo economico europeo, capace di sostenere il lavoro e lo sviluppo e di correggere gli squilibri sociali e territoriali che minano la crescita e la coesione dell’Europa. Per questo non servono solo politiche migliori ma bisogna dotare l’Unione e l’eurozona di strumenti e risorse adeguati. Ma veniamo alle sei proposte contenute nel documento.

1. Un piano straordinario di investimenti per la crescita, il lavoro l’innovazione e la sostenibilità
Il primo punto affronta la questione più delicata: gli investimenti per la crescita. Sì perché i lunghi anni di crisi e il riaffacciarsi della stessa “richiedono un piano straordinario di investimenti in capitale umano, ricerca, infrastrutture, energie rinnovabili, welfare”. Per questo c’è bisogno di una sinergia tra tutti i fondi e gli organismi dell’Ue. I Paesi singolarmente non possono farcela, e solo con un piano serio che parta dall’Europa ci potrà essere una ripresa. Nel documento si individuano tre azioni. Innanzitutto la Banca Europea per gli Investimenti dovrebbe aumentare le proprie emissioni con nuovi Eurobond che verranno acquistati dalla Bce. C’è poi la questione degli investimenti connessi al piano comune europeo che devono essere scorporati dal calcolo del deficit. Quindi non un aumento del deficit generico, ma la possibilità di investire per la crescita in un quadro condiviso. Sempre su questo il documento dice che “i criteri di sostenibilità sociale e ambientale dovranno avere un ruolo prominente nel coordinamento delle politiche economiche nel quadro del semestre europeo”. C’è poi la questione debito da ridurre con “l’emissione di E-bonds da parte del Meccanismo Europeo di Stabilità con l’obiettivo di ridurre il differenziale del costo del servizio del debito tra gli Stati membri, fino ad arrivare gradualmente a una mutualizzazione di una quota del debito da utilizzare per i progetti di investimento comuni”.

2. Una funzione di stabilizzazione per l’area euro: l’indennità europea di disoccupazione
La piaga disoccupazione, con pesi diversi, è comune in tutta Europa. Quindi la proposta è quella di, come indicato dalla Commissione europea, dal Parlamento europeo e da numerose istituzioni internazionali, dotare l’area euro di una funzione di stabilizzazione comune, a partire dall’erogazione di una indennità europea di disoccupazione.

3. Finanza per la crescita
La proposta è quella di completare la riforma delle regole dei mercati finanziari per evitare crisi e costosi salvataggi pubblici e per favorire gli investimenti nell’economia reale e di lungo termine. Unitamente a questo il Pd propone di completare l’Unione bancaria attraverso l’introduzione di una garanzia europea sui depositi. “L’integrazione del sistema finanziario europeo – si legge nel documento – deve andare di pari passo con la tutela della sua diversità e con lo sviluppo del progetto della finanza sostenibile”.

4. Contro il dumping fiscale
I Paesi europei devono contrastare l’evasione, l’elusione e il dumping fiscale. Nel documento si propone di tassare i profitti delle grandi multinazionali, a partire da quelle dell’economia digitale, dove sono effettivamente realizzati e non spostati artificialmente in giurisdizioni a bassa tassazione. Molte sono le proposte per evitare queste situazione – come ad esempio la rendicontazione fiscale pubblica paese per paese – ma nel documento si indica una norma fondamentale per superare il dumping fiscale, vale a dire l’introduzione di un’aliquota minima effettiva europea del 18% sulle imprese.

5. Un’Europa sociale
Il rilancio del modello sociale europeo è uno dei punti chiave del documento dem. Molte le proposte concrete presentate per un’Europa più giusta e in cui nessuno sia lasciato indietro. Tra le tante: l’adozione di un salario minimo europeo, già proposta dal PSE, quale misura indispensabile di contrasto al fenomeno dei workingpoor; efficaci misure universali di contrasto alla povertà per coloro che non lavorano e versano in condizioni di indigenza; condizioni chiare e tutele adeguate anche per i lavoratori transfrontalieri, sia tra paesi UE che extra UE; Disincentivare le “delocalizzazioni opportunistiche” tra Paesi membri dell’Unione.

6. Per un’Europa Verde, sostenibile per le persone e per il pianeta
L’ambiente è uno dei temi cruciali per il futuro non solo dell’Europa, ma dell’intero pianeta. C’è bisogno di una transizione verso un modello di produzione e consumo che crei benessere per tutti e rispetti i limiti del nostro pianeta. Per questo il Pd nel suo documento insiste sulla necessità di “un patto per lo sviluppo sostenibile che metta al centro del prossimo quadro finanziario pluriennale la transizione ecologica e sociale e la lotta al cambiamento climatico, tenendo insieme ambiente e persone”. La sostenibilità ambientale dovrà essere il faro per tutte le politiche europee e dei singoli stati membri.

Un documento, quello del Pd, ambizioso e dettagliato. Ma soprattutto un documento ricco di proposte concrete, per migliorare l’Europa e aiutare a migliorare la vita dei cittadini europei. Senza propaganda e demagogia, perché l’Europa va cambiata in meglio e non distrutta come vorrebbero i sovranisti.

Leggi il documento integrale

Da - https://www.democratica.com/focus/lavoro-crescita-pd-europa/


Titolo: E l’astronave Mogherini tornò sulla terra (critica ma con ragione?).
Inserito da: Arlecchino - Maggio 21, 2019, 05:34:25 pm
E l’astronave Mogherini tornò sulla terra

Che dolor di patria e di cuore. L’Italia perde in questi giorni il suo Massimo Esponente Europeo, l’Alto Commissario Sua Beatitudine Federica Mogherini. Nei cinque anni del suo mandato non si conosce la portata della sua incidenza in Europa, non ci sono strumenti farmaceutici così precisi per misurarne il peso. Forse avrà lavorato sotto traccia, come una talpa o un’escavatrice; forse sarà rinomata – che so – in Lettonia. Ma da noi la Mogherini è passata inosservata, rimasta allo stato puro, come lo zero, trasparente, ininfluente, non pervenuta. Preferendo lei a Massimo D’Alema, lo statista Matteo Renzi riuscì in un duplice capolavoro: destinò l’Italia all’irrilevanza europea e perse l’occasione per liberarsi di un nemico in casa, mandandolo in Europa e così stabilendo con lui una tregua. Naturalmente, anche per gli eurocrati era preferibile avere una figura ornamentale piuttosto che un ingombrante baffino, dal pessimo carattere e dalla nomea di filo-sovietico e filo-arabo-palestinese.

Ma il problema di Renzi è che credeva di bastare a tutto lui: sicché tutte le nomine, compreso Mattarella al Quirinale, nascevano dall’idea di avere personalità minori, se non evanescenti, ai posti chiave; figure di contorno, di secondo piano e di nessuna popolarità, perché alla fine doveva brillare e comandare solo lui, il Re Sole e gli altri dovevano essere suoi satelliti privi di luce autonoma. Con Mattarella non gli è andata molto bene, con la Mogherini al posto di D’Alema, gli andò anche peggio. La scissione dal Pd, in fondo, nasce anche da quello sgarro, dal mancato patto con la vecchia guardia. In preda a delirio napoleonico, in quel tempo Renzi pensò di mandare in Europa una sua Vestale col ruolo ufficiale di Pizia, la sacerdotessa che parlava presso l’Omphalos mundi, l’Ombelico del Mondo (cioè lui stesso, Matteo teo teo).

Della pattuglia acrobatica delle ministre di culto del renzismo, le mitiche trecce tricolori, Federica Mogherini era l’unica superstite rimasta al potere col titolo solenne di Alto Commissario Europeo, ora in scadenza con la Commissione. Ma è anche la più enigmatica, ineffabile, come una dea indù. Benché ministra degli esteri e poi euroministra nel medesimo ruolo ma in un contesto più grande, Sua Altezza Mogherini non è estroversa. Ci sono state ministre e pasionarie che hanno capeggiato le liste del partito renzista-leninista alle europee assai più vistose, telegeniche, da esportazione, persino qualche vaiassa. La Mogherini, invece, fa parte della corrente ermetica, sul depresso lieve, misteriosa nello sguardo, lievemente venereo, come se covasse inesplorabili segreti e custodisse oracoli nefasti e perciò indicibili. Impeccabile, mai una parola fuori posto, anzi mai una parola, e basta.

Che addirittura fosse osteggiata a livello europeo per un suo presunto filoputinismo, come si disse agli esordi, mi sembra ancora surreale. La fecero passare per una nuova Red Joan, la Spia inglese che passò ai russi i segreti della Bomba atomica, su cui è ora in circolazione un film. Credo che quella diceria, rivelatasi poi una putinata, dipendesse da una foto che ha fatto il giro del mondo in cui la criptica Mogherini stringeva la mano a Putin. E col suo sguardo da sfinge fissava l’interlocutore come a sancire un patto esoterico con lo Zar Vladimir, che la guardava a sua volta con un occhio mistico-allusivo, forse un po’ concupiscente e allupato (non so come si dice provolone in russo). Ma su una foto non si può impiccare una persona. Vero è che se non si rifanno alle foto non hanno altri indizi per attestare la presenza della Mogherini nella cabina di comando europea e per valutare l’impronta lasciata da quest’asteroide piovuta sull’Europa; o per capirci in gergo nostrano, questo Sarchiapone nato e cresciuto nel partito, all’ombra di Veltroni. E poi mandata con una borsa di studio di Renzi a far l’Erasmus addirittura ai vertici europei. A me però, vi confesso, il Sarchiapone enigmatico intrigava.

Alla Farnesina erano sgomenti per la ministra, ma pensare che il panico si sia trasmesso addirittura all’Europa ha qualcosa di metafisico e di burlesco al tempo stesso. Ed è stato un prodigio assistere in quest’ultimo anno ai conflitti in Europa tra sovranisti e sottanisti, tra populisti e globalisti, tra exitisti ed integrati, e notare la gigantesca assenza dell’Alto Commissario, con delega ufficiale ad acchiappare le farfalle. Ma come, l’Europa si spaccava, l’Italia era in guerra con gli eurocrati, e lei continuava a scrutare l’infinito e ad aspettare che le farfalle si costituissero al suo retino… Persino chi la lanciò in orbita si è poi dichiarato pentito.

Ora, dopo cinque anni di orbita nello spazio, l’Ufo-robot venuto dall’Ignoto scenderà dalle 27 stelle d’Europa e tornerà sulla terra per scadenza di mandato. Molti si chiederanno: ma è veramente mai partita, è realmente stata al vertice dell’Unione Europea? O volava così alto l’Alto Commissario che non era visibile ad occhio nudo ed era così ineffabile da non essere intercettata nemmeno dai radar che segnalano le più impercettibili presenze? Moscerini si, Mogherini no, mai avvistata. Bentornata a terra, Altissima, Purissima, Lievissima astronauta e trasvolatrice dei cieli d’Europa. La sua assenza lascerà un vuoto incolmabile nelle istituzioni, come del resto la sua presenza.

MV, La Verità 18 maggio 2019

Da - http://www.marcelloveneziani.com/articoli/e-lastronave-mogherini-torno-sulla-terra/?fbclid=IwAR0zg2p-0JPpQ1x6JjP4lmyPerldPldJrnZYtO3PDE9FfW_cQvlcXSm_P30


Titolo: Pd, Zingaretti vara la segreteria.
Inserito da: Arlecchino - Giugno 18, 2019, 10:18:29 am
Pd, Zingaretti vara la segreteria.
Il capogruppo renziano al Senato Marcucci attacca: "Unica matrice identitaria “
 
Il capogruppo renziano al Senato Marcucci attacca: "Unica matrice identitaria"
ll leader dem annuncia le nomine. Una squadra "derenzizzata". Critiche dagli uomini dell'ex premier. Intanto l'area Giachetti si riunisce ad Assisi. E lancia l'affondo: "Il nuovo corso? Giustizialismo insopportabile"
15 giugno 2019
Via libera alla segreteria di Nicola Zingaretti. In ore difficili per il Partito democratico, scosso dal caso Lotti, il leader dem annuncia gli incarichi. Una squadra di quindici persone, 8 uomini e 7 donne. Il grosso delle nomine è espressione della maggioranza Di sicuro si tratta di una segreteria derenzizzata. Tanto che il numero uno dei senatori dem, Andrea Marcucci, subito insorge: "La segreteria non assomiglia al partito del noi. Vedo un'unica matrice identitaria in un partito che è nato per valorizzare i riformismi. È una scelta che non condivido". Mentre fonti del Nazareno fanno sapere che l'offerta era stata avanzata anche alle minoranze. Insomma, acqua agitate in vista della direzione convocata per martedì.

Ma ecco la squadra. Il coordinatore sarà Andrea Martella, parlamentare dal 2001 al 2013, vicino al vicesegretario Andrea Orlando. Agli Esteri va Enzo Amendola, già sottosegretario agli Esteri. Chiara Braga - urbanista e deputata della commissione Ambiente - va alla Sostenibilità. Alle imprese Pietro Bussolati, che è stato segretario provinciale del Pd a Milano e ora è consigliere regionale in Lombardia. Andrea Giorgis alle riforme istituzionali. Maria Luisa Gnecchi al Welfare. Alle Infrastrutture Roberto Morassut. Alle Politiche della sicurezza Roberta Pinotti, senatrice ed ex ministra della Difesa. Al Lavoro Giuseppe Provenzano, economista e direttore dello Svimez. A Nicola Oddati va il mezzogiorno. Agli Enti locali Marina Sereni. All'organizzazione Stefano Vaccari, che è stato sindaco di Nonantola, in provincia di Modena, e senatore in commissione Ambiente. Alla Pubblica amministrazione Antonella Vincenti. Alla scuola un'insegnante. Camilla Sgambato. Al Terzo settore Rita Visini. Si avvia poi la costituzione di "forum" aperti alla partecipazione di rappresentanti dell'associazionismo, del volontariato, delle forze sindacali, delle professioni e il coordinatore sarà Marco Furfaro. Maurizio Martina, sfidante di Zingaretti alle primarie, ha avuto l'incarico di occuparsi della riforma dello Statuto dem.

Intanto ad Assisi è in corso il raduno della corrente di Roberto Giachetti. Che si apre con l'affondo di Luciano Nobili, presidente dell'associazione Sempre Avanti. "Si parla di nuovo Pd, Zingaretti ci spieghi come funziona: vedo tanta nostalgia del passato, uno sguardo indietro alle 'gioiose macchine da guerra. Non vedo novità, solo un vecchio, insopportabile giustizialismo", dice. Un attacco al "giustizialismo" a poche ore dal passo indietro di Luca Lotti, coinvolto nel caso Csm, nelle intercettazioni sul mercato delle nomine per la procura di Roma e non solo. Nobili, che parla avendo accanto Roberto Giachetti e Anna Ascani - protagonisti alle ultime primarie del ticket contro Zingaretti e Martina - dice anche: "L'unica cosa nuova nel Pd è una minoranza che non fa il fuoco amico su chi ha vinto il congresso, diversamente dal passato. Ma la nostra lealtà ha un limite che si chiama pazienza".

APPROFONDIMENTO
Caso Lotti: Zingaretti vuole evitare la scissione, contro di lui i veleni renziani
DI GOFFREDO DE MARCHIS

Da giorni diversi renziani sono impegnati nella difesa di Lotti. È stato "oggetto di vergognose parole e comportamenti da compagni di partito", dice Nobili. Poi torna su quello che accadde dopo il tonfo elettorale della politiche del 2018. "Alcuni esponenti della maggioranza Pd dicevano in campagna elettorale 'dovremmo fare un accordo con M5S', mentre noi ci siamo concentrati sulla campagna. L'unico allargamento di 'Piazza Grande' e 'campo largo' sono stati D'Alema e Bersani. D'ora in poi saremo leali ma intransigenti".

Parla, ad Assisi, anche l'ex sottosegretario Sandro Gozi: "Occorre costruire qualcosa di più ampio. Finora il campo largo lo abbiamo visto solo verso sinistra, mentre secondo me c'è uno spazio centrale che va occupato".

Walter Verini, scelto da Zingaretti come commissario in Umbria dopo il caso che ha portato alle dimissioni della governatrice Marini, prende le distanze: "Gli incontri dove si discute di politica e di idee sono sempre positivi ma è una riunione di corrente. Io personalmente amo sempre discutere tutti insieme e queste riunioni le farei sempre senza intercapedini, solo dentro al Pd".

La convention è appena iniziata. Domani ci saranno, tra gli altri, anche Maria Elena Boschi, Ettore Rosato, Simona Bonafè. Di certo la riunione contribuirà ad agitare le acque nel partito.

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15 giugno 2019

Da - https://www.repubblica.it/politica/2019/06/15/news/assisi_renziani_giachetti_ascani_nobili_pd_partito_democratico_lotti-228844594/?ch_id=sfbk&src_id


Titolo: Pd plurale e unito? Possibile dipende da noi - dal blog di Marina Sereni
Inserito da: Arlecchino - Giugno 24, 2019, 12:07:52 pm
Pd plurale e unito?

Possibile dipende da noi - dal blog di Marina Sereni

18 Giugno 2019

E’ stata una buona discussione, una riunione in cui tante persone hanno potuto prendere la parola in un clima di normale confronto tra idee e posizioni anche diverse. Dopo giorni di tensione, Zingaretti è riuscito a dimostrare che il Pd – se vuole – può essere un partito al tempo stesso unito e plurale. La sua relazione ha contribuito non poco a creare le condizioni per un dibattito vero, non diplomatico, ma privo di quelle asprezze che tanti nostri militanti ieri ci hanno detto di non sopportare più. Una parte delle minoranze congressuali ha apprezzato esplicitamente toni e contenuti del ragionamento che oggi il segretario ci ha sottoposto.

Abbiamo di fronte una nuova destra, radicale e demagogica, che ha saputo raccogliere consensi anche in vaste aree popolari. Le ricette che propongono sono nella maggior parte dei casi illusorie e sbagliate e il messaggio culturale che mandano al Paese è di chiusura e di arretramento su molti fronti. I risultati elettorali – tra luci e ombre – ci dicono che c’è ancora molto da fare ma anche che il Pd è l’unica forza attorno alla quale si può costruire un’alleanza alternativa alla destra di Salvini. Banalmente un Pd che su ogni scelta si dividesse e si lacerasse al suo interno, anziché trovare i luoghi per confrontarsi e trovare punti di sintesi, sarebbe inservibile rispetto a questo obiettivo.

L’unità dunque non è un orpello, o una concessione ai nostri militanti ed elettori arrabbiati e stufi. Ma l’unità non può essere finto unanimismo.

Su un punto oggi in molti hanno ripreso l’analisi del segretario laddove ha riaffermato che non intende rinunciare alla “vocazione maggioritaria” cioè a ricostruire un partito (perché il Pd ha bisogno di essere ricostruito) che non rinunci a parlare a tutta la società, complessa, articolata, frantumata di oggi. Tradotto un Pd che non vuole ritagliarsi un magari comodo ma piccolo spazio a sinistra ma che torna a pensare e a pensarsi come il luogo di incontro di diverse culture riformiste: quella della sinistra, quella del cattolicesimo popolare, quella liberaldemocratica e quella – oggi cruciale – ambientalista. Un partito “pivot” direbbero gli esperti, sufficientemente grande e forte da poter essere il perno di una alleanza. Penso che per raggiungere questo obiettivo abbiamo bisogno di ragionare più liberamente sulla forma organizzativa che deve assumere il nostro Pd. Non credo possa essere solo la somma di aree politico-culturali organizzate verticalmente come tante canne d’organo. Anche perché poi sul territorio spesso l’appartenenza a questa o quella area è più figlia di posizionamenti contingenti che non una adesione ad alcune idee e valori distintivi. Allora il pluralismo verso cui tendere – necessario se vogliamo parlare e convincere pezzi diversi della società italiana – deve forse assumere una forma più flessibile, descrivere un arcipelago, un partito davvero aperto a cui si aderisce, per esempio, non solo individualmente ma anche attraverso una associazione o una lista civica locale. Penso che la nuova segreteria possa e debba sviluppare una riflessione e un approfondimento su questi temi, anche ipotizzando eventuali modifiche allo Statuto.

D’altro canto, essendo passati da un sistema maggioritario ad uno proporzionale, è del tutto ovvio che il partito pivot ha bisogno delle ali, degli alleati. Anche questo è un tema che ci riguarda ma non nel senso che noi si debba “inventare” degli alleati, piuttosto è indispensabile essere pronti, aperti a costruire un campo più largo superando qualsiasi tentazione di autosufficienza. Tutto questo si può fare solo se abbiamo in testa l’Italia, i suoi problemi e le sue risorse. Se ci proiettiamo all’esterno, se ci confrontiamo con le persone nei luoghi di lavoro, nelle città, nelle imprese. Oggi Baretta ha usato una espressione molto efficace, che Zingaretti ha ripreso: dobbiamo essere il partito “per l’Italia che soffre e per l’Italia che cresce”. Le differenze tra noi sono utili se ci aiutano a fare questo, sono perniciose se ci rinchiudono nelle nostre beghe interne.

Plurali e uniti, è possibile. Dipende da noi. 

Da - http://www.areadem.info/adon.pl?act=doc&doc=38972