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Autore Topic: Roberto GALULLO.  (Letto 27677 volte)
Admin
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« il: Marzo 06, 2009, 12:16:04 »

05/03/09


Prodi, l'entourage e la Loggia di San Marino/1^ parte: arrese, contraddizioni, dimenticanze e...rogatorie sparite!

Romano Prodi, uscito dalla porta dell’inchiesta Why Not, potrebbe rientrarci dalla finestra.

La richiesta di archiviazione presentata al Gip il 23 febbraio dalla Procura di Catanzaro nei confronti dell’ex Presidente del Consiglio e di altri 9 indagati (tra i quali gli amici Piero Scarpellini e l’onorevole Sandro Gozi) difficilmente sarà lasciata cadere nel vuoto da alcuni (ex) co-indagati nella vicenda seguita dalla stessa Procura dopo l’avocazione effettuata nei confronti di Luigi De Magistris.

Per Prodi – ha detto la procura – può escludersi l’appartenenza a quel gruppo di persone indicate quale “Comitato di San Marino”. Quelle persone erano solo di area politica a lui riconducibile. Nessun coinvolgimento diretto dell’ex premier.

Facile prevedere l’opposizione al futuro decreto di archiviazione anche perché nel leggere le motivazioni della richiesta si intuisce o si capisce che i magistrati si sono – per il momento - arresi di fronte al segreto opposto dal potentissimo sistema bancario della Repubblica del Titano. Attendiamo il decreto per capirne di più anche se la sensazione che ho è che Why Not si sta sgonfiando come un palloncino sfiatato e – uno dopo l’altro – usciranno tutti dalla scena. Tutti i tasselli legati alla comunanza a logge massoniche coperte si stanno infatti scollando e – mi gioco un petardo di fine anno – le accuse di violazioni alla legge Anselmi cadranno presto anche per il re degli indagati, Antonio Saladino. A quel punto addio inchiesta. La nuova P2 (nera e bianca) su cui stava indagando De Magistris (e di cui tanto ho scritto sul Sole e in questo blog) avrà vinto.

Oltre al danno segnalo una beffa, su cui i giornali (frettolosamente o per scelta?) hanno sorvolato: la Procura di Catanzaro, attenzione attenzione, non ha escluso che a San Marino viva e vegeti una Loggia massonica al centro di affari poco chiari, così come sostenuto da De Magistris, ma semplicemente “è nell’impossibilità di dimostrarne l’esistenza”. La differenza – converrete – è enorme!


CASSADONTE: LA LOGGIA DI SAN MARINO NON E’ CON NOI.

E CON CHI ALLORA?


Del resto una persona, come definirla, ben informata dei fatti come Vincenzo Cassadonte, ci ha dato, in tempi non sopetti, una mano a capire alcune cose.

E voi direte: chi è Vincenzo Cassadonte? E’ un arzillo 83enne calabrese di Squillace nientepopodimenoche “Gran Sovrano Commendatore della Loggia del Rito scozzese antico ed accettato per l’Italia, l’Europa e le loro dipendenze”. Bum! A confronto, la “supercazzola brematurata con scappellamento a destra e a sinistra per due come se fosse antani” del mitico Ugo Tognazzi nel mitico film dell’82 di Mario Monicelli, “Amici Miei”, è uno scioglilingua per principianti. Niente, come scioglilingua,  neppure a confonto del superiore di Fantozzi, appellato il Grand.Uff. Lup. Mann. Figl. di Putt. Grand.Farabut.

Principianti, dilettanti allo sbaraglio, di fronte a quest’uomo con 50 anni vantati al servizio della massoneria. E non solo: è stato assessore provinciale, dirigente del Psdi, un partito scomparso da una vita, che poteva tenere le assemblee nazionali in un condominio, fondamentale però per la vecchia politica, al punto che espresse anche un Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat (dal 64 al ’71), di cui Cassadonte era segretario particolare. Il Gran Maestro aggiunto della Loggia degli scozzesi smutandati (permettemi di scherzare altrimenti me viè da piagne) è Rocco Mercurio. Anche per lui, dopo 3 anni di attesa, non luogo a procedere come per Cassadonte: nessuna appartenenza a logge segrete e nessuna violazione della Legge Anselmi (rispolverata da De Magistris come collante per l’inchiesta Why Not). Un etichetta di verginità in più per questo ex sindaco di Vallefiorita, fiabesco nome di un paesino nel catanzarese, strettissimo collaboratore dell’indagato Governatore della Calabria Loiero Agazio, responsabile del programma-quadro “Mediterritage”.

Ebbene il Gran Sovrano eccetera eccetera eccetera, intervistato per “L’Opinione” a novembre 2008 da Emilio Grimaldi, alla precisa domanda: “E’ esistita una Loggia di San Marino oppure anche questa è un’invenzione del pm Luigi De Magistris?” risponde: “Penso che esiste. Però non è con noi”.

Ora si badi bene: il tempo della risposta del Gran Sovr Calabr è al presente, mentre la domanda dava per scontato un passato (alle spalle?). Non solo: Cassadonte ha avuto non pochi guai con De Magistris ma ne è uscito indenne. Infine: “non è con noi”. Cosa vuol dire: la Loggia, per quanto ne sa, non è regolare o cosa?

Reato non è, comunque, tornando alla richiesta di archiviazione della Procura di Catanzaro, usufruire delle agevolazioni offerte agli investimenti dal sistema bancario sanmarinese alle società e agli uomini, chiamati in causa da De Magistris, che li vi hanno fatto affari.

Ma non è stata questa l’unica porta in faccia – in modo legittimo ma opinabile, come dire, dal punto di vista della trasparenza politica e finanziaria – chiusa in faccia dalla piccola ma in realtà grande Repubblica agli investigatori e ai magistrati italiani.

E questo umile blog – fedele alla tradizione del non guardare in faccia a nessuno nonostante – darà conto di alcuni nuovi episodi della fantastica telenovela “Why Not”, pubblicando notizie e documenti esclusivi e cercando di capire – aldilà dell’archiviazione e dell’imminente fallimento dell’intera inchiesta – se ci sono cose che non quadrano e magari decisioni affrettate. O indotte. Questa volta – però - farò come nelle soap opera: scriverò a puntate. Per non annoiarvi e per non farvi perdere il filo di una vicenda che, lo capisco, è davvero intricata.


LE ROGATORIE INTERNAZIONALI: PRIMA Sì E DOPO NO

Ormai nessuno ricorda più che De Magistris avanzò subito richiesta di rogatoria internazionale per scavare a fondo sulla società Pragmata, con sede a San Marino e su Piero Scarpellini. A rivelarlo fu Fiorenzo Stolfi, ex segretario di Stato degli Affari Esteri, in un’intervista pubblicata da  "Opinione.it. L’Opinione delle libertà", puntualmente riportata il 24 luglio 2007 (e mai smentita) dal sito sanmarinese www.libertas.sm (guardare per credere).
Le rogatorie sono partite certamente dalla Procura della Repubblica di Catanzaro e indirizzate a San Marino – dirà Stolfi – che seraficamente aggiungerà: “credo che saranno evase nel minor tempo possibile. Non abbiamo alcunché da nascondere”.

Bene, bravo, bis verrebbe da dire. Senonchè…Senonchè nell’indifferenza generale – a partire da noi giornalisti – Stolfi, sullo stesso sito, il 16 febbraio, candido come una palombella vergine, rimangerà tutto con un triplo salto mortale carpiato con coefficiente di difficoltà 10 (che non credo neppure esista nei tuffi olimpici).

Ecco cosa dirà (riconsultare il sito per credere): “al di là di quanto appreso dalla stampa non sappiamo nulla. Neanche dell’esistenza o meno di rogatorie. Possiamo solo dire, come già fatto a suo tempo quando filtrarono le prime informazioni sull’inchiesta Why not, che siamo a disposizione. Se la Procura avesse bisogno di informazioni ci sono tutti gli strumenti utili per ottenerle come ad esempio le rogatorie.”
Infine sul “Corriere di Romagna-San Marino” Stolfi conclude parlando di Pragmata, la società con sede nella Repubblica di San Marino di cui Scarpellini sarebbe stato dipendente: “sulla Pragmata non è mai emerso nulla di negativo. Per quanto ci riguarda controlli ne sono stati fatti già la prima volta, ma al momento non possiamo dire niente di più perché non abbiamo alcun elemento”.
Sconcertata, la stessa redazione di www.libertas.sm sarà costretta a chiosare: “In un’altra occasione Stolfi si era dichiarato a conoscenza di rogatorie arivate a San Marino da Why Not”.

La domanda è: che fine hanno fatto le richieste di rogatoria?


DE MAGISTRIS: LA ROGATORIA ERA VICINA


Fine delle trasmissioni? Manco per idea. Perché per indagare, investigare e rompere gli zebedei alla Repubblica di San Marino, gli zebedei deve averli anche chi fa le richieste. E allora leggete cosa dichiarerà De Magistris il 9 ottobre 2008 ai colleghi di Salerno, autori del famoso decreto di sequestro nei confronti della Procura di Catanzaro. “…il filone investigativo che stavo seguendo al momento della illecita avocazione da parte del dr, Favi della Procura generale di Catanzaro conduceva da Macrì, attraverso un reticolo di società, direttamente all’entourage del Presidente Prodi. Avevo anche preso contatti in quei giorni per procedere a una rogatoria presso la Repubblica di San Marino”.


DE MAGISTRIS AI COLLEGHI DI SALERNO:

CON L’AVOCAZIONE CIAO CIAO ROGATORIA


Ricapitoliamo please!: 1) a De Magistris l’inchiesta è stata avocata il 20 ottobre 2007; 2) a luglio, cioè circa 3 mesi prima, Stolfi dirà che era a conoscenza di richieste di rogatorie anche se successivamente cadrà dal pero. Anche se vollesi giocare anche io a cadere dal pero, posso però spingermi a dire che – quantomeno – il contatto tra Italia e San Marino c’era stato; 3) De Magistris dice di più ai colleghi di Salerno: intorno a metà ottobre 2007 aveva preso contatti per procedere alla rogatoria.


LE MOSSE DELLA PROCURA DI CATANZARO: ADDIO ROGATORIA


Ora – da umile curioso – mi sarei aspettato che chi ha preso in mano l’indagine Why Not si fosse, come dire, peritato di capire a che punto fosse quella rogatoria che, come apprendiamo ora, era lì lì per quagliare. E – poffarbacco – avrei anche messo in evidenza le contraddizioni di Stolfi. Quantomeno ne avrei chiesto conto e – appurato eventualmente il fatto che la richiesta per misteriosi motivi non fosse giunta o per meno misteriosi motivi non fosse stata presa in considerazione – mi sarei precipitato ad avanzare una nuova richiesta.

E invece? E invece niente. Silenzio tombale. Solo un telex, spedito il 15 luglio 2008, con il quale la Procura di Catanzaro chiede a un collegio di 6 consulenti torinesi che, esattamente 15 giorni dopo, sforna una fatica di Sisifo (!?) scopiazzatra per metà da Internet, che contiene comunque elementi interessanti… Non potendo svolgere controlli a San Marino – dunque - la Procura di Catanzaro aveva dato mandato ai “savoiardi” (mi si permetta la battuta, anche mia moglie è italo-savoiarda-calabrese) di effettuare accertamenti su alcune società chiamate in causa dai testi di accusa.

Oltretutto – in mezzo a tanta confusione – a San Marino accadeva anche qualcos altro. Stolfi diceva addio alla mega-carica ministeriale e il suo posto veniva preso  - il 3 dicembre 2008, da Antonella Mularoni, di Alleanza Popolare, laddove Stolfi era del Partito socialista.


ROGATORIA ADDIO? AVANTI SAVOIA

Volete saperne di più? E allora a lunedì 9 marzo – puntuali come sempre su questo blog – con una nuova puntata delle mirabolanti avventure di Why Not

E come scrivono gli americani nelle soap opera: “1 – to be continued”

roberto.galullo@ilsole24ore.com   

« Ultima modifica: Marzo 26, 2009, 10:58:20 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Marzo 09, 2009, 02:15:32 »

09/03/09


Prodi, l’entorurage e la Loggia di San Marino/2^ parte: superteste contro l’archiviazione e il Titano si arrocca nel silenzio e nei segreti
Eccomi di nuovo a voi amici di blog. Dove eravamo rimasti con la fantastica avventura di  Why Not, dedicata da alcuni giorni alla richiesta di archiviazione per Romano Prodi e altri 9 (ex) indagati?

Ho scritto nella prima puntata, 4 giorni fa su questo blog, della rogatoria internazionale – inoltrata da Luigi De Magistris a San Marino su alcune società calabresi e personaggi politici che gravitano intorno a Romano Prodi -  lasciata cadere dai magistrati catanzaresi che hanno preso in mano l’inchiesta Why Not (che si sta squagliando come neve al primo sole). Di quella rogatoria non si sa più nulla.

Avevo anche scritto che era facile prevedere che a quella richiesta di archiviazione ci sarebbe stata l’opposizione di alcuni (ex) co-indagati.

 

ARCHIVIAZIONE DI PRODI: LA SUPERTESTE SI OPPONE

 

Detto, fatto. Come leggerete nella lettera che mi è giunta e che riprodurrò fedelmente, il legale di Caterina Merante, superteste dell’inchiesta Why Not insieme a Daniela Marsili, ha depositato l’opposizione.

Potrete leggere le motivazioni che vi riassumo: la denunzia-querela presentata nell’agosto 2007 contro l’impugnazione del Governo Prodi della legge regionale calabrese che prorogava l’attività lavorativa, tra quelle riconducibili al Consorzio Brutium, anche della società Whynot outsourcing, prevedeva l’informativa nei confronti della società stessa dell’eventuale richiesta di archiviazione. A quanto scrive Caterina Merante, così non è stato.

 

CHE FINE HA FATTO LA ROGATORIA?  LE NON RISPOSTE

DI SAN MARINO

 

Voi direte, stra-mega-iper-adoratissimi “4-lettori- 4” del mio umile blog: ma chi meglio del Segretario di Stato agli Affari esteri della Repubblica di San Marino può sapere che fine ha fatto la richiesta di rogatoria internazionale sul team di persone vicine-vicine a Prodi e sulle società vicine-vicine a personaggi che a quell’area politica si rifacevano?

E a me lo dite?

Anche perché volevo che il Segretario sanmarinese Antonella Mularoni rispondesse di un curioso caso di omonimia: Mularoni, Claudia, si chiama anche la proprietaria di Pragmata, società di diritto sanmarinese su cui De Magistris in primis voleva vederci chiaro.

Lesto come un leprotto in primavera non ancora raggiunto dalla schioppettata di un cacciatore, ho scritto a Mularoni. Oh yes! In calce a questo articolo troverete la mia “straziante” mail (pensate che mi commuovo io stesso nel rileggerla) spedita alla segreteria del Segretario. Oh yes!

Non ricevendo risposta alla mail ho prima educatamente sollecitato la segreteria ricordando a diverse persone che si alternavano al telefono il motivo della chiamata e della mail e poi – accorgendomi del silenzio, come dire, sospetto – ho cambiato strategia: ho tempestato di telefonate (0549/ 88 23 12) la segreteria del Segretario. Straordinarie, amici, le risposte. Anzi, come si dice da quelle parti: “straordinerie”.

Dapprima la solita, vecchia risposta che qualcuno ancora crede che i giornalisti siano disposti a bere: “Il Segretario è molto impegnato”. E a me lo dice che è impegnato? Sapesse quante cose ho da fare io! Pensate, amorevoli lettori del blog che, tra le tante, debbo perfino rincorrere la segreteria del Segretario di Stato agli Affari esteri della Repubblica di San Marino!

Poi cambio di tattica, et voilà: “Il Segretario sta partendo e comunque non ha nulla da rispondere alla sua mail”. Ah ecco, così si capisce tutto meglio: non ha niente da rispondere. Ma – insisto – sul cognome qualcosa deve pur dire qualcosa! “Deve? Lei dice deve?” si infuria come un furetto infuriato la segretaria della segreteria del Segretario (non è uno scioglilingua). “Si, deve, per levare ogni sospetto da quello che sarà, ne sono certo, solo un caso di omonimia”, rispondo arzillo come una pillola blu.

Non lo avessi mai detto: urla concitate tra la segretaria e il Segretario, con simpatiche eco di eterno amore e amicizia rivolte alla mia umile persona che rimbombano confusamente nella cornetta del telefono ma, qualche secondo dopo, la segretaria del Segretario riprende pienamente il controllo delle situazione. Prenda carta e penna, mi intima gagliarda e tosta. Yawhol, fraulein segretarien del Segretario, c’aggia a scrive? Scriva testualmente: “Gli obblighi istituzionali del Segretario sono solo nei confronti dei cittadini sanmarinesi e non delle testate italiane”. Testaten italianen, raus! Tomante scomote: raus! Telefono chiuso: clic, tu tu tu tu tu tu…

E io aggiungo: trasparenza: raus!

Sulla parentela con Claudia Mularoni, dunque, zero carbonella. Da parte del direttore del sito sanmarinese www.libertas.sm, Marino Cecchetti, che ringrazio per il fatto di essersi prodigato per darmi una mano, vengo però a sapere che gradi di parentela diretta tra le due Mularoni sono da escludere. Bene. “Sarebbe però  meglio che lo chiedesse direttamente a Mularoni” mi dice seraficamente Cecchetti, professore di rigore e valore. “Di solito – aggiunge Cecchetti – è così gentile e disponibile”. Ecco, appunto, di solito….

Se avesse accettato di parlare con me, sarebbe stato bello capire da Mularoni perchè la rogatoria internazionale avanzata da Luigi De Magistris è sparita nel nulla e sarebbe stato bello chiederle delle contraddittorie risposte del suo predecessore a quella richiesta. Avrei chiesto anche se la Repubblica di San Marino fosse disponibile a prendere in considerazione una nuova richiesta di rogatoria, qualora i magistrati di Catanzaro la avanzassero e a consentire ai consulenti tecnici della Procura di avere accesso a contabilità e conti, anche bancari, delle società inizialmente coinvolte nella vicenda Why Not.

Ma sarebbe stato anche bello sapere perché la Repubblica del Titano continua a rendere praticamente impossibili gli approfondimenti di natura creditizia e finanziaria delle società che operano con l’Italia. Oh quante belle cose avrei potuto chiedere, madama dorè, oh quante belle cose…

 

I SEGRETI BANCARI INVIOLABILI DI SAN MARINO:

UN MURO DI GOMMA ANCHE PER LE PROCURE

 

La Procura di Catanzaro, come abbiamo visto nel precedente post, ha infatti preso atto che scalfire il muro delle società sanmarinesi in affari con quelle italiane è praticamente impossibile.

È dal 2002 che la Repubblica di San Marino tenta di avere un accordo di cooperazione economica con l’Italia.

Nella conferenza stampa di fine 2007, Fiorenzo Stolfi, ex Segretario di Stato per gli Affari esteri, dichiarò che era imminente la fine della trattativa annunciando che era stato risolto il problema dei problemi: “abbiamo definito la parte che riguarda le banche e la parte finanziaria”.
Invece sarà proprio la parte finanziaria a far slittare tutto con il governo Prodi e con il Governo Berlusconi, anche se a entrare pesantemente in gioco è stata recentemente la Banca d’Italia, per effetto dell’indagine “Re nero” o vicenda Asset Banca, che scoppierà il 5 gennaio 2008.
Antonella Mularoni, che quando vuole parla, ah se parla, dichiarerà alla “Voce di Romagna San Marino” che “la gestione della vicenda Asset Banca con il reintegro dei vertici e le pressioni fatte sui giudici da un esponente del precedente Governo hanno dato a Bankitalia la prova provata che delle istituzioni di San Marino non ci si può fidare”. Per cui, nella trattativa fra San Marino e Italia, aggiungerà, “se c’è in questo momento un osso duro è Bankitalia, non la parte politica”. Che “ossonen duronen” Bankitalia! Sono molto più “morbidonen” i “politiconen italianen” ya!
Non è un caso che il 15 gennaio 2008 una circolare di Bankitalia imporrà alle banche italiane di considerare i soggetti sammarinesi (banche, finanziarie, società, aziende, privati) come residenti in un Paese extra Ue.

L’onorevole Gianluca Pini ( “morbidonen” della Lega Nord) parlando a febbraio scorso con “L’Informazione di San Marino” si lancerà in una nuova previsione sui tempi dell’accordo: “La vostra Repubblica – dichiarerà il “morbidonen” -  non deve cantare vittoria, visto che è ancora tutto da negoziare: ora è il momento che la diplomazia sammarinese e quella italiana, che i vostri e i nostri tecnici, si siedano a un tavolo per stilare un documento che possa soddisfare entrambe le parti…Contiamo di firmare il documento prima dell’estate”.
Sarà anche vero ma il mio collega “ossonen duronen” Paolo Zucca sul Sole-24 Ore del 7 marzo scriverà testualmente “il contenzioso di queste settimane riguarda le segnalazioni antiriciclaggio girate a Bankitalia attraverso le banche italiane. Il Titano è fra i Paesi extra Ue che praticano il segreto bancario. Le autorità stanno cercando di modificare la legislazione per evitare l’isolamento”.

Per ora mi fermo qui e vi do appuntamento su questo blog a giovedì 12 marzo, con una nuova e appassionante puntata delle fantastiche avventure di Why Not, che scaverà proprio sulle difficoltà e sui risultati (a mio giudizio miserrimi) che hanno ottenuto i consulenti della Procura di Catanzaro, chiamati a ficcare il naso sugli affari tra alcune società calabresi e San Marino. Arrivederci con nuovi ed esclusivi documenti….E come dicono gli americani “2.to be continued”.

 

IL TESTO DELLA MAIL DI CATERINA MERANTE


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Da: caterinamerantexxx@xxxxxx.it
Inviato: giovedì 05/03/2009 15.29
A: Galullo Roberto
Oggetto:

 

Gentile Giornalista Roberto Galullo,
ha ragione, noi (non so se lo abbiano fatto anche altri) abbiamo depositato formale istanza per essere avvisati della richiesta di archiviazione del procedimento contro Romano Prodi,  onde proporre opposizione.
Siamo stati costretti a farlo.
Nel lontano agosto 2007, infatti, il nostro legale Alessandro Diddi depositò esposto per la storia, che brevemente racconto:
- il consiglio regionale calabrese varò una legge di proroga, che consentiva al consorzio Brutium e quindi anche a Why Not di continuare a lavorare. Ciò accadeva circa 1 mese prima che fosse noto il mio ruolo nell’inchiesta del dr. De Magistris.

Prodi e il suo governo, più o meno un mese dopo, lo dico solo per scandire temporalmente i fatti,  impugnarono tale legge e così noi (Why Not), ovviamente ci affrettammo a depositare “denunzia-querela” per quella che ci appariva un’ingiustizia, ed effettivamente la Corte Costituzionale dopo qualche tempo diede torto al governo. Nella denunzia scriveva il nostro legale, che “qualora ci fosse stata richiesta di archiviazione  volevamo essere avvisati”, cosa non avvenuta, ed ecco perché “formalmente” ci opponiamo.



Caterina Merante



IL TESTO DELLA MAIL SENZA RISPOSTA INVIATA A SAN MARINO

PRESSO LA “SEGRETARIA DELLA SEGRETERIA DEL SEGRETARIO”

(IN PRATICA  IL "CHA-CHA-CHA MAIL-MAIL-MAIL DELLA SEGRETA-A-A-A-RIA”

 

 -----Messaggio originale-----

Da:                          Galullo Roberto 

Inviato:                 martedì 3 marzo 2009 15.58

A:                            'segretario.mularoni.esteri@gov.sm'

Cc:                           'lidia.serra.esteri@gov.sm'

Oggetto:                da roberto galullo sole 24 ore

 

Egregio Segretario di Stato,

mi presento brevemente prima di inoltrare le mie due richieste.

Sono un inviato del Sole 24 Ore che - da tempo - tra Sole, Radio24 e blog, sta seguendo la vicenda Why Not.

 

E vengo alle domande alle quali Le chiedo (sperando di non abusare della Sua pazienza) di rispondere via mail in modo da garantirne la fedele riproduzione.

 

1) Il Suo predecessore, Fiorenzo Stolfi, in un primo momento dichiarò di essere disponibile a ricevere la rogatoria internazionale richiesta da Luigi De Magistris per le parti che competevano un coinvolgimento di alcune società e personaggi operanti a San Marino poi, da ultimo, ha dichiarato di non saperne nulla.

 

Questo è quanto sono riuscito ad apprendere dalla stampa locale e navigando su Internet.

 

Le Vorrei chiedere se la richiesta è stata inoltrata (se Le risulta intendo dire) ed eventualmente a che punto è la richiesta. Dall'ultima intervista (17 febbraio 2008 su newssanmarino.it) di Stolfi, infatti, non se ne è saputo più nulla. Nel frattempo però c'è stata la richiesta di archiviazione da parte della Procura di Catanzaro per la parte che avrebbe coinvolto Romano Prodi e altre 9 persone.

 

Se lei volesse aggiungere qualche considerazione alla vicenda - oltre a quanto espressamente chiesto - può scrivermi in modo che io possa riportare fedelmente e per intero le sue dichiarazioni ma le lascio anche il mio cellulare: 33x/ xxxxxxxxx

 

2) Mi rendo conto che Mularoni è un cognome diffuso nella Vostra Repubblica ma - per scrupolo - Le chiedo se Lei ha gradi di parentela (ed eventualmente quali) con Claudia Mularoni (Teresy Foundation e società Pragmata).

 

Nel ringraziarLa Le auguro buon lavoro e buona giornata

 

Dott. Roberto Galullo

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ripreso DA robertogalullo.blog.ilsole24ore.com
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« Risposta #2 il: Marzo 13, 2009, 12:30:33 »

12/03/09

Prodi, l’entourage e la Loggia di San Marino/3^ parte: gli affari sull’asse Lamezia-Monte Titano e il Laboratorio democratico europeo

Eccoci alla terza puntata relativa alla richiesta di archiviazione – presentata il 23 febbraio dalla Procura della Repubblica di Catanzaro – nei confronti dell’ex premier Romano Prodi e di altri – a questo punto – ex indagati dell’inchiesta Why Not avocata a Luigi De Magistris.
Per i magistrati non esiste reato nel fare affari con San Marino (che scoperta eh!) e comunque Prodi non c’entra assolutamente nulla. Per Prodi – ha detto la Procura – può escludersi l’appartenenza a quel gruppo di persone indicate quale “Comitato di San Marino”. Quelle persone erano solo di area politica a lui riconducibile. Nessun coinvolgimento diretto dell’ex premier.

I magistrati si sono – per il momento - arresi anche a fronte del segreto opposto dal potentissimo sistema politico e bancario della Repubblica del Titano. La Procura di Catanzaro, aprite bene gli occhi, non ha escluso che a San Marino proliferi una  Loggia massonica al centro di affari, (poco chiari sostiene De Magistris), ma semplicemente “è nell’impossibilità di dimostrarne l’esistenza”.

E abbiamo anche visto – nel primo post scritto su questo blog – come un massone calabrese di lunghissima militanza e grande peso specifico, Vincenzo Cassadonte, non abbia affatto escluso l’esistenza di una Loggia coperta a San Marino che però, parrebbe di capire, non appartiene all’ufficialità. E a cosa allora? Ce lo siamo domandati non ricevendo alcuna risposta in questi giorni. Caspita: proprio ciò che voleva capire De Magistris che, tapin tapello, non potrà più scoprirlo!

Attendiamo il decreto di archiviazione per capirne di più anche se la sensazione che vi ho già comunicato attraverso i miei articoli, è che di Why Not, presto non resterà che un pallido ricordo.

Questo umile blog – prendendo atto della richiesta della Procura e delle sue decisioni – in attesa del decreto dal quale qualcosa in più si apprenderà, vuole però continuare a scavare sui rapporti tra l’entourage politico riconducibile a Romano Prodi, alcune società sanmarinesi in affari con società calabresi e il ruolo di alcuni misteriosi personaggi. E’ il puro gusto di approfondire – sotto il profilo sociale e giornalistico – una vicenda che presenta ancora lati oscuri, conti che non tornano e cose da chiarire, aldilà del profilo penale che non mi compete e che spetta alla sola magistratura. Il gusto di capire e interrogarsi – in altre parole – oltre ciò che è e appare. Il gusto – sempre più raro – di fare informazione. E gusterò il piacere del mio mestiere anche pubblicando  - a partire da lunedì prossimo, 16 marzo - alcuni documenti esclusivi dei consulenti chiamati a collaborare dalla Procura di Catanzaro.

Metto, infine, il dito su due ferite aperte che non hanno certo facilitato il compito della Procura di Catanzaro: 1) la rogatoria internazionale avanzata da Luigi De Magistris di cui non si sa più nulla e 2) il feroce segreto bancario e finanziario che oppone la Repubblica di San Marino. Argomenti che avrei voluto affrontare con il Segretario di Stato agli Affari esteri,  Antonella Mularoni, che però ha cose più importanti da fare che parlare con un inviato del Sole 24 Ore che da anni scrive di Why Not. Me ne farò una ragione anche se – dal dispiacere – ho perso il gusto dell’appetito. In due settimane dalla richiesta inoltrata (e inevasa bruscamente come avete avuto modo di leggere nel penultimo post) ho perso ben…17 grammi! 

GLI AFFARI TRA LA CALABRIA E SAN MARINO

E veniamo ai piemontesi e alle loro consulenze sulle società oggetto di indagine della Procura di Catanzaro – Adepta srl e Met sviluppo srl – e i rapporti con la società Pragmata, quest’ultima società di diritto straniero, con sede a San Marino: ironia della sorte in località…Dogana!.

Si badi bene: ai consulenti la Procura di Catanzaro ricorderà espressamente che “si vorrà altresi verificare, anche attraverso l’escussione di persone informate sui fatti o indagati, se Macrì Pietro, Mariangela De Grano e Francesco De Grano abbiano in qualche modo contribuito anche attraverso la campagna elettorale ovvero attraverso finanziamenti o altre modalità ad appoggiare Romano Prodi, Sandro Gozi e/o altri esponenti del Partito democratico in occasione delle tornate elettorali dell’anno 2006”.

La relazione dei consulenti piemontesi – sulla cui base poi la Procura verosimilmente si sarà appoggiata per affermare che non c’è evidenza di ipotesi di reato – svela diverse cose che cercherò sommariamente di riportare.

La prima cosa è che Pragmata srl è una società che appartiene “verosimilmente” (così si esprimono testualmente i consulenti), a tale Sinogma Group. E’ la prima volta che spunta fuori questo nome di cui – navigando su Internet perché l’accesso alle banche dati di San Marino è precluso e blindato come la virtù di una vergine nel Medioevo – non si sa assolutamente nulla. Al punto che gli stessi consulenti dicono “verosimilmente”.

Tra Met sviluppo (badate perché poi torna utile: del Gruppo Met), Adepta e Pragmata, intercorrono rapporti economici: contratti stipulati per decine di migliaia di euro.

I consulenti rivelano anche che alcune fatture risultano non pagate e che una scrittura privata che avrebbe dovuto portare ad un lavoro retribuito con 100mila euro non ebbe poi seguito. Insomma: un affare sfumato per Met sviluppo che avrebbe dovuto fornire servizi Internet alla Wcn, che altro non è se non il network delle Camere di commercio a livello mondiale. Da notare che un amico vicino-vicino a Prodi – Piero Scarpellini – è uno dei 12 manager mondiali del network mondiale delle Camere di commercio.

L’affare sfumò ma sul banner del network ancora oggi compaiono le pubblicità della Repubblica di San Marino e di Laboratorio Democratico europeo. Tra i fondatori di questo Laboratorio, associazione politico culturale, c’è Sandro Gozi, membro di Gabinetto dell’ex Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, di cui è intimo amico.

Tra i fondatori del Laboratorio c’è anche Claudia Mularoni, amministratore unico di Pragmata, società per la quale lavora(va) anche Giulia Righetti. Insieme, le due, hanno preparato – secondo quanto scrivono i consulenti – il “Calabria Report” nell’ambito di un progetto Ue da 107 milioni di euro.


IL PARTNER “FANTASMA”: IL LABORATORIO DEMOCRATICO EUROPEO


La pubblicità del Laboratorio sul banner del Wcn è una cosa oggi (apparentemente) inspiegabile. Ho stampato la videata del banner del Wcn alle ore 11.11 del 25 febbraio del 2009 in  cui ancora compariva la pubblicità (è a disposizione dei vari san Tommaso in circolazione). La domanda è: ma cosa pubblicizzano? Provate a entrarci nel sito.
Una prima videata vi dirà: sito in aggiornamento. Se poi andate su un motore di ricerca google e riuscite miracolosamente a entrare (come sono riuscito a fare) trovate aggiornamenti fermi al 26 gennaio 2008, notizie su Prodi & C. e  - tra le altre cose - l’organigramma. Ebbene ci compaiono ancora, tra gli altri Francesco, Marinella e Alessio De Grano, (vicinissimi a Prodi). Francesco e Marinella furono indagati da De Magistris e sono anche vicini-vicini all’indagato Governatore della Regione Calabria, Agazio Loiero, a sua volta vicino-vicino a Romano Prodi.  Il presidente del Laboratorio è Sandro Gozi, campione di squash con eterno sorriso a “32-denti-32”e capogruppo del Pd alla Camera nella Commissione per le politiche comunitare. La mail – indicata sul sito del Laboratorio - presso la quale contattarlo è gozi_s@camera.it. Io l’ho fatto alle ore 14.40 del 4 marzo. Il telefono è 06/67608663, che poi è il suo diretto alla Camera. Una perfetta adesione tra cariche pubbliche e interessi politici privati. Da quel primo contatto telefonico sortirà un’intervista che leggerete la prossima settimana.

Il coordinatore del Laboratorio è il palermitano Riccardo Hopps. Il primo dubbio che ti assale è che possa essere parente del ramo della famiglia siciliana Hopps in affari con Totò Cuffaro e i suoi fratelli (per la cronaca: gli imprenditori  Giacomo e Fabio Hopps, 61 e 53 anni, il 18 dicembre 2008 passarono uno “splendido” Natale, riconosciuti colpevoli di truffa ai danni dello Stato dal Tribunale di Palermo. Non so se è stato proposto appello e, per correttezza dell’informazione, prego chiunque lo sapesse di integrare o rettificare questa notizia).

Ho chiesto lumi sull’eventuale parentela direttamente a Riccardo Hopps via mail e questa è stata la sua risposta testuale di cui prendo atto: “Per quanto riguarda i legami di parentela con Giacomo e Fabio Hopps, posso confermarle che in comune abbiamo solo il cognome, e non vi sono attualmente - e nemmeno vi sono mai stati - contatti e rapporti diretti, indiretti o per interposta persona, di natura professionale o di qualsiasi altro genere, tra me e le persone da Lei menzionate, e men che meno tra queste e l’associazione della quale sono Segretario”.

In una seconda mail aggiungerà e preciserà: “ Come Le ho già detto l’unico legame che può essere riscontrato, tra me e le persone da lei mensionate, è l'origine comune. L'unico Hopps che dall'Inghilterra, nei primi dell'800, si trasferì in Sicilia iniziando una attività vitivinicola in proprio. Siamo, pertanto, discendenti - come sottolineato da Lei - di due rami dell'unico ceppo comune (quindi, come detto nella precedente email abbiamo solo il cognome in comune). Del resto dopo 200 anni e passa, capisce bene, che non intercorre nessun grado di parentela diretto”.

Tra i tanti soci del Laboratorio Democratico Europeo compare anche Pietro Macrì, che se vi andate a rileggere le prime righe di questo post è quell’uomo sul quale la Procura di Catanzaro (o, molto meglio, De Magistris) voleva scavare per sapere se e come, con la famiglia De Grano, avesse contribuito a supportare la campagna elettorale di Prodi e Gozi. Ma sul nome di quest’uomo mi fermo e continuerò, come promesso, lunedì prossimo, 16 marzo, con tutte le novità su questo personaggio e le misteriose “commesse investimento”, oltre a documenti esclusivi. Curiosi eh….Bene e allora seguitemi.

E come dicono sempre gli americani 3.  to be continued

DA robertogalullo.blog.ilsole24ore.com
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« Risposta #3 il: Marzo 17, 2009, 08:20:34 »

16/03/09

Prodi, l’entourage e la Loggia di San Marino/4^ parte: Pietro Macrì, i De Grano’s , “commesse investimento” e madonne pellegrine
Bentornati cari amici di blog con una nuova e appassionante puntata di Why Not. Da due settimane sto ricostruendo i retroscena dell’archiviazione chiesta dalla Procura di Catanzaro nei confronti di Romano Prodi e altri 9 indagati nell’ambito dell’inchiesta stessa, tra cui Sandro Gozi, Piero Scarpellini, Luigi Bisignani, Antonio Acri, Vincenzo Bifano, Gerardo Carnevale.

La Procura, semplicemente, non è in grado di dimostrare l’esistenza di una Loggia segreta a San Marino e, oltretutto, ha alzato bandiera bianca di fronte all’invalicabile segreto bancario e politico della Repubblica del Titano. Fare affari a San Marino non è un reato ha decretato: ci voleva un genio per scoprirlo!

Abbiamo visto, però, che la Procura stessa ha chiesto nel luglio 2008 una consulenza a una società piemontese, che hanno indagato sui rapporti tra alcune società calabresi e la sanmarinese Pragmata. Lo scopo ultimo era capire se fossero intercorsi rapporti tra alcuni esponenti di quelle società e Romano Prodi e Sandro Gozi anche al fine – dichiara la Procura - di finanziare le loro campagne elettorali.

Abbiamo scoperto che i rapporti di natura economica tra le società calabresi e Pragmata (di cui era dipendente Scarpellini) c’erano eccome. In Pragmata, inoltre, c’erano uomini vicini-vicini a Prodi, al punto da contribuire al Laboratorio democratico europeo come soci: tra questi Claudia Mularoni e l’onorevole Sandro Gozi, vicino-vicino a Prodi, al punto da esserne stato il braccio destro quando era Presidente della Commissione Europea. Gozi è il presidente del Laboratorio. E lo stesso Laboratorio, unitamente alla Repubblica di San Marino sono pubblicizzati nel banner del Wcn (il network delle camere di commercio mondiali), di cui sono partner. I servizi Internet del network avrebbero dovuto essere effettuati dalla società Met sviluppo. Ma così non fu.

Ma non è questa l’unica stranezza che chiama in causa il ruolo di Pietro Macrì, indagato da Luigi De Magistris nell’inchiesta Why Not. L’uomo sul quale la Procura di Catanzaro (ma sarebbe meglio dire Luigi De Magistris) tra le altre cose voleva sapere se e come contribuiva alle campagne elettorali di Prodi e Gozi. E per lasciare anche traccia, come dire, inoppugnabile, al post di oggi ho deciso di allegare documenti esclusivi a firma del collegio di consulenti piemontesi chiamati dalla Procura di Catanzaro. I documenti li troverete allegati in fondo all'articolo.

 


IL RUOLO IMPRENDITORIALE DI PIETRO MACRì,

IL “SIGNOR DE GRANO”

 


“L’attenzione del collegio scrivente – vergano testualmente i tecnici chiamati in causa dalla Procura nella memoria consegnata il 30 luglio 2007 – è stata particolarmente attratta dalla sottoscrizione di Pietro Macrì in verosimile rappresentanza del Gruppo Met e non già della Met sviluppo srl”. Il riferimento del collegio è a due scritture privata del 2002 tra Fipa (acronimo di Foreign investment promotion agency of Bosnia and Erzegovina) e Met Group. “La condizione su esposta – scrivono i consulenti – potrebbe significare che, per tali intese, il Macrì si sia mosso in funzione del Gruppo italiano di appartenenza ma di cui, sulla base degli atti a mani del collegio, non risulterebbe avere la legale rappresentanza”. Disinvoltura? Senso di impunità? Leggerezza? Sbadataggine? Consapevolezza di essere nel giusto? O certezza di avere le spalle coperte?

E qui veniamo a due filoni interessantissimi, senza dimenticare che – espressamente – De Magistris a pagina 269 del decreto Why Not scriverà che “Pietro Macrì è rappresentante della cosiddetta Loggia di San Marino in Calabria”. Più chiaro di così!

Ebbene: quali erano i rapporti tra Prodi e ‘sto Macrì, ad di Met sviluppo srl, in amministrazione straordinaria dal 27 aprile 2006,  già vice presidente di Confindustria a Vibo Valentia? E quali i rapporti tra i De Grano (Mariangela, detta Marinella e Francesco) e Prodi? Così stretti – magari – da ipotizzare anche finanziamenti in campagna elettorale 2006 a lui e all’amico Gozi? Ed eventualmente – perché questa è la domanda vera – in quali contesti e in cambio di cosa?

Ebbene le sorprese non mancano, senza entrare nel merito della richiesta di archiviazione proposta per l’ex premier e di cui abbiamo spiegato finora in ben tre post le motivazioni (le decisioni della magistratura si rispettano anche quando appare arduo).

 


IL RUOLO POLITICO DI PIETRO MACRì…IN “DE GRANO”

 


Quel che conta – infatti – non sono tanto o solo le dichiarazioni rese da De Magistris ai colleghi di Salerno ma anche – assolutamente e a maggior ragione – quelle rese da stretti collaboratori di Macrì ai magistrati della Procura di Salerno.

E qui intanto possiamo cominciare a svelare una cosa nota solo a qualche calabrese che legge i giornali locali (cioè 4 gatti) e a qualche malato (quale io sono) della lettura delle carte delle Procure: Pietro Macrì è il marito di Mariangela De Grano, sorella di Alessio e Francesco, quest’ultimo potentissimo dirigente della Regione Calabria e vicino-vicino al Governatore Loiero Agazio, il Governatore che vive nello spazio (politico, come sapete, e anche lui indagato in Why Not).

L’11 aprile 2007 Antonio La Chimia, ex presidente della Whynot outsourcing, socio imprenditoriale di fatto (secondo De Magistris) dell’impero di Antonio Saladino, principale indagato dell’inchiesta Why Not, dichiarerà a De Magistris stesso che “il Saladino sostenne, a tutti i costi, che l’azienda doveva acquistare un software da tale Pietro Macrì, ad di Met Sviluppo. Tale proposta, da parte di tutti i soci, venne considerata in maniera negativa…una bufala colossale…una vera e propria truffa. Anche sul conto del Macrì le opinioni erano concordi nel considerarlo una persona poco affidabile”.

Giudizi personali, certo, ma arricchiti, con sfumature, da più persone. A esempio da Pasquale Caruso, ex fornitore di Met sviluppo. Interrogato dai Ros di Catanzaro il 23 gennaio 2007, sentì la necessità di “rappresentare alcune vicende sintomatiche delle modalità con le quali la cassa della Met veniva svuotata. In primo luogo con consulenze che non ho difficoltà a ritenere fittizie poiché riguardanti prestazioni già eseguite da parte di lavoratori facenti parte dell’organico della Met sviluppo stessa”.

E più avanti: “con riferimento al Francesco De Grano riferisco che Pietro Macrì ci chiese di realizzare, per conto del De Grano stesso ed a sua richiesta, il sito del Laboratorio democratico Europeo con risorse della Met sviluppo e, quantomeno fino a settembre 2005, senza retribuzione. Noi definivamo questo tipo di prestazioni gratuite a favore di movimenti politici come “commesse investimento”. Pietro Macrì e Francesco De Grano erano promotori in loco dell’attività politica di Romano Prodi, in quanto vantavano stretta amicizia”, con tanto di foto nell’ufficio di Macrì: cheeeeeeeeeeese!

Altra cosa strana si scopre nella relazione datata 23 gennaio 2008 da parte dei Ros di Catanzaro: il sito del Laboratorio democratico europeo è stato registrato per conto del Laboratorio stesso ubicato a Vibo Valentia in via Olivarella 35, “quando è noto – scrivono i Carabinieri – che tale Laboratorio ha sede a Roma”. E – guarda caso – via Olivarella è la medesima via nella quale abita Giuseppe De Grano, padre del magico trio Francesco, Alessio e Maria Angela.

Le stranezze finiscono qua? Nossignori. Nella data in cui i Ros effettuano la visura, poco più di un anno fa dunque, la mail di riferimento per il Laboratorio Democratico europeo è adegrano@gmail.com e il numero di fax di Gozi, presidente, è lo 0963/991824. “Ma questa – scrivono sconsolati i Carabineri – è un’ utenza telefonica di Vibo Valentia e attestata alla Met sviluppo, come rilevato dal sito della stessa”. Nel sito del Laboratorio democratico europeo ogni riferimento alla mail “adegrano@gmail.com” è sparito: gli unici riferimenti contattabile, come già scritto nello scorso post, sono quelli di Sandro Gozi (ma alla Camera) e di Riccardo Hopps.

 


LA CAMPAGNA ELETTORALE, PRODI

E LA “MADONNA PELLEGRINA”

 


Il 23 gennaio 2007 alle 19.10, i Ros ascolteranno anche un altro personaggio, Antonio Aversano, anch’egli in rapporti di lavoro con Met sviluppo. Oltre a confermare l’investimento per fini politici e gratuito e gli scontri con Macrì, si intratterrà sui rapporti Macrì-Gozi-Prodi. “Devo innanzitutto dire – precisa Aversano – che Macrì mi propose di entrare a far parte del Laboratorio democratico Europeo…Francesco De Grano era, a dire del Macrì, uomo molto vicino a Prodi. In proposito riferisco un episodio avvenuto quando Prodi si recò a Lamezia per promuovere la campagna elettorale del candidato sindaco Gianni Speranza. In quella occasione Macrì mi invito ad avvicinarmi all’uscita del Teatro Grandinetti perché alla fine della manifestazione di sostegno avremmo salutato Prodi. In effetti Prodi era accompagnato, verso l’uscita, da Francesco De Grano il quale indicò Macrì a Prodi e i due si salutarono”. Come una Madonna Pellegrina.

 


MARIELLA DE GRANO E’ ANCORA IN PISTA



Prima di concludere questo post, un piccolo aggiornamento. A testimonianza che in Calabria il potere è sempre in mano alle stesse persone, vi informo del fatto che Mariella De Grano, come abbiamo visto moglie di Macrì, è consigliere di uno degli innumerevoli enti che vivono in questa regione: Vibo sviluppo spa. La sua nomina-promozione è recentissima: 20 maggio 2008. Uno dei componenti del trio De Grano’s è ancora in pista, dunque, e ci mancherebbe altro! In questa spa che dal 1997 ha il compito di gestione e pianificazione aziendale, con un utile a fine 2007 di ben…27.662 euro,  un Roi (il ritorno sugli investimenti) pari a -47,3% e un indice di sviluppo che parla da solo, con un -97,8% del fatturato 2007 sull’anno precedente, De Grano è in buona compagnia. Con lei, nel board ci sono o ci sono stati, bei noni della Calabria che conta ma che non ama apparire.

Alla prossima puntata, amici di blog, che metterò in linea giovedì 19 marzo con un’intervista esclusiva a Sandro Gozi sulla Loggia di San Marino. E come stradicono gli americani 4. to be continued

roberto.galullo@ilsole24ore.com

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« Risposta #4 il: Marzo 26, 2009, 11:00:05 »

Esclusivo/La relazione Dna/2: Le mani delle mafie su Genova e Liguria ma sindaco, questore e prefetto…


Genova strega, ammalia e confonde. A partire dai politici. Non ne parliamo, poi, delle politiche (nel senso di donne). Animali – amministrativamente parlando – affascinanti. Genova strega, ammalia e confonde anche chi vi transita. Come, a esempio, questori e prefetti.

Protagonisti in settimana – amministratori locali e rappresentanti dello Stato – di uno sketch tragico-comico intorno a un tema serio: la mafia.

 

LA DENUNCIA DI VINCENZI,  SINDACHESSA “SPLINDENTE”

 

Prendiamo il sindaco di Genova, Marta Vincenzi. Sulla “Stampa” del 22 marzo 2009 tuona – svegliata dall’amorevole e caldo sole del primo giorno di primavera – contro le mafie nel capoluogo e, giustamente, il giornale diretto da Giulio Anselmi titola: “Le mani della mafia nel cuore di Genova”.

La “nostra”, il giorno dopo, ancora abbracciata ai tiepidi raggi, il  23 marzo rilancerà il suo pensiero attraverso le colonne della “Gazzetta del Lunedi” che titola: “Rischio mafia anche nei vicoli a Genova”. E li dichiarerà: “L’ultimo rapporto della Commissione antimafia è preoccupante, perché individua l’espansione delle mafie nelle aree più ricche dell’Italia del nord e indica la tendenza dello spaccio di eroina in aumento, perciò ho lanciato un allarme a favore della legalità”.

Benfatto. Che se ne parli. Sempre. Ma…
Ma qualcosa non mi tornava e allora sono andato a ripescare due miei articoli sul Sole-24 Ore del 27 e 28 maggio 2008 allorchè il direttore Ferruccio de Bortoli mi mandò come inviato a seguire in quella città il caso “mensopoli”.

Ebbene cosa titolava il mio giornale il 27 maggio? Ve lo dico subito: “Genova, l’ombra della ‘ndrangheta”. Per gli amanti dell’approfondimento, in calce a questo post, potrete leggere il pezzo che scrissi quasi un anno fa.

 

E’ PRIMAVERA SVEGLIATEVI BAMBINE (E BAMBINI)
 

Ebbene, dopo quell’articolo mi sarei aspettato una reazione – mi sarei anche accontentato dell’inarcamento sospetto di un sopracciglio – da parte della sindachessa Vincenzi Marta. Ohibo, pensavo tapino e meschino, scrivo di mafia a Genova, Vincenzi reagirà. E che diamine!

La incontro il giorno dopo in un ristorante: distesa e con un sorriso smagliante a 48 denti. Tra me e me penso (ari-meschino e ari-tapino): delle due l’una, o mi sputa in faccia o mi chiede di replicare all’inchiesta. Zero carbonella. Stretta di mano veloce e imbarazzo. “Se vuole - mi dice – possiamo vederci domani in Comune, ma avrò una giornata convulsa. Eventualmente si faccia sentire”. Se vuole? Una giornata convulsa? Eventualmente? Guardi sindaco - replico – forse non è chiaro: è interesse (anche) suo incontrarci. Sorriso che raddoppia e diventa a “96-denti-96” e arrivederci. E via – io, non lei – tra gli affascinanti carrugi.

Ora io dico: ma può un amministratore comunale di lunghissimo corso -  Vincenzi è stata consigliere comunale, assessore negli anni 90, presidente della Provincia, eurodeputato e infine sindaco – accorgersi solo il 22 marzo 20009 dell’esistenza delle mafie a Genova?

La risposta è: no, non può. Ma poi ti assale il dubbio. E così mi sono andato a prendere – e leggere – le “100 pagine 100” del programma con la quale Vincenzi si è candidata a sindaco della sua città: non “una volta una” è citata la parola mafia. Il tema semplicemente non e-si-ste. Si parla genericamente di sicurezza con tante belle parole ma ne-ssu-na denuncia diretta e tosta del fenomeno mafioso. Con quel programma è stata eletta sindaco il 27/5/2007. Dei tre numeri due sono ricorrenti: Vincenzi è infatti nata il 27/5/47, 62 anni fa.

 

LA PAROLA MAGICA: SICUREZZA!
ED ECCO A VOI…PINOCCHIO
 

La sicurezza, già. Bella parola che ricomprende tutto. O meglio: i politici ci fanno rientrare tutto. E così – visto che sono odioso anche a me stesso, figurarsi al potere – sono andato a spulciarmi anche il sito Internet del Comune: gli ultimi 32 comunicati stampa emessi dall’amministrazione (gli altri non sono visibili). Bene.

Il Comune ci informa che ieri, 25 marzo, a Genova ha fatto tappa un Pinocchio da primato (per nobili cause legate all’infanzia, premetto). Notizione condito da dettagli. “Si tratta – riporto testualmente - di un Pinocchio di legno alto 16 metri, una dimensione che dà a questa statua del celebre burattino il primato di Pinocchio più alto del mondo”. E giù con altri dettagli di cui i genovesi non potevano fare a meno (non lo dite in giro ma qualcuno si era anche vestito da Geppetto con i trampoli pur di incontrarlo tra i carrugi). “La statua di Pinocchio – trascrivo ancora - arriva dalla Svizzera dove è stata interamente realizzata in legno, con un abete bianco di 120 anni, proveniente dalla foresta di Burtigny, alto 46 metri e con un diametro alla base di 150 cm. La statua, costruita dall’Atelier Volet, carpenteria svizzera di St. Légier,  partirà da Montreux, passerà il confine al San Bernardo e dopo Genova proseguirà il viaggio per Collodi”.  Dite la verità: state pensando di rincorrere il Pinocchione per le valli svizzere, lassù tra prati e fior…

Negli altri 31 comunicati non c’è n’è uno che affronti il tema della criminalità organizzata. Ma il 24 marzo – in compenso – ancora al Secolo XIX, Vincenzi riporterà le dichiarazioni rese a Novara nel corso di un convegno dell’Anci (l’Associazione dei Comuni): “Bisogna valorizzare la sicurezza partecipata che viene dall’aggregazione dei cittadini, evitando le squadre di volontari mercenari . Non è vero che i reati sono diminuiti, non servono le ordinanze dei sindaci ma le politiche integrate”.

 

LE REAZIONI DI QUESTORE E PREFETO:

SENZA PAROLE…

 

Finora ho messo a nudo parecchie contraddizioni ma al sindaco Vincenzi va riconosciuto, comunque, il merito di aver risuonato l’allarme sulle mafie. Giù il cappello!

Mi sarei aspettato che – suonata la carica – la cavalleria (cioè lo Stato al quale comunque tocca garantire Giustizia e sicurezza) avrebbe attaccato lancia in resta.

E invece accade l’imponderabile. In sintesi ecco le straordinarie dichiarazioni rese nell’ordine a varie testate e agenzie dal prefetto e dal questore. Annamaria Cancellieri (prefetto): “Non ci risultano infiltrazioni mafiose, al contrario di quanto avviene nel Ponente”. E vai col tango! Mafia a Genova? “A noi non risulta” afferma il questore Salvatore Presenti. E vai col liscio!

Evidentemente hanno ragione loro e torto anche i responsabili di Sos-Impresa Confesercenti. Il leader Andrea Dameri – riporta il sito di Radio Babboleo – testualmente dichiara: “Tutti sanno tutto ma il problema non è mai stato risolto. La zona della Maddalena, a esempio, è da anni nelle mani di alcune famiglie vicine alla ‘ndrangheta”.

 
FORGIONE E LA SUA RELAZIONE? IN CAVALLERIA
 

E dire che – come ricorda Francesco Forgione nella relazione sulla ‘ndrangheta approvata dalla Commissione parlamentare antimafia nella scorsa legislatura, di cui Forgione è stato presidente – la ‘ndrangheta (e non solo) “sverna” in Liguria fin dagli anni 70.

Di fronte alla lettura del programma elettorale non capisco ma mi adeguo: devo prendere atto che effettivamente il sindaco Vincenzi non pensava che in Liguria e a Genova ci fosse un tale livello di penetrazione delle mafie – a partire dalla ‘ndrangheta – e così capisco perché il sindaco di lungo corso politico lo scopre solo il 21 marzo, mentre a Napoli sfilava nella Giornata della memoria contro le vittime della mafia (quasi 900 morti acclarati).

Allora, per non rischiare che un domani anche quell’ingenuone del Governatore della Regione Liguria, Claudio Burlando, scopra che in Liguria ci sono le mafie e per dare qualche elemento in più agli “sprovveduti” amministratori liguri (e a quelli al confine regionale), oltre che ai rappresentanti dello Stato, ecco che cosa si legge nella Relazione 2009 della Direzione nazionale antimafia. Ovviamente ve lo dico in sintesi. Come promesso, cari lettori, continuo nella “vivisezione” della relazione della Dna.

 

ANCHE LE TOMBE FANNO GOLA
ALLA ‘NDRANGHETA
 

I magistrati della Dna scrivono che nel Ponente ligure si riscontra la presenza più numerosa di esponenti delle cosche della Piana di Gioia Tauro e delle cosche della città di Reggio, mentre nella Riviera di Levante e nella zona (confinante) di Carrara, il dato prevalente è la presenza di cosche originarie della zona jonica e del catanzarese. Anche il settore lapideo (si insomma, il marmo, che freddo come il ghiaccio si posa anche sulle nostre tombe) è a rischio di infiltrazione.

E’ fantastico scoprire quanto i magistrati della Dda di Milano hanno già scoperto in Lombardia: cosche che in Calabria si scannano, in Liguria fanno l’amore in nome degli affari. Quali? Semplice: narcotraffico innanzitutto (e come ti sbagli con la presenza di tutti quei porti), gioco d’azzardo, appalti pubblici e servizi.

 

UN’ORGANIZZAZIONE METICOLOSA
 

Quale sorpresa – lo dico a quelli che ancora credono alla Befana o al fatto che la Padania e l’Insubria esistano davvero – scoprire che in Liguria ci sono “locali” di ‘ndrangheta.

I “locali” sono la struttura organizzativa di base della ‘ndrangheta (non si può prescindere dalla loro esistenza) e la Liguria ne conta ben nove: Ventimiglia, Lavagna, Sanremo, Rapallo, Imperia, Savona, Sarzana, Taggia e Genova. Il più importante – è al confine e dunque è ovvio – è il “locale” di Ventimiglia. Ma non perdetevi Sanremo: sapete com è…c’è il Casinò!

Per le cosche il riciclaggio va alla grande e così il reinvestimento speculativo, ma fa male leggere degli interessi in attività economiche legali controllate (riporto testualmente) “attraverso una fitta rete di partecipazioni societarie nel campo dell’edilizia, soprattutto, ma anche dello smaltimento dei rifiuti e del commercio e una spregiudicata pressione usuraria su operatori economici locali funzionale a obiettivi di sostituzione nell’esercizio di imprese in crisi finanziaria”.

 

COSA NOSTRA E’ VIVA E LOTTA…
…NEI CANTIERI NAVALI
 

Per chi credesse che Cosa Nostra è sparita dalla Liguria e dal suo capoluogo, eccovi serviti. Bisogna tener conto – si legge testualmente nella relazione a pagina 508 – “della perdurante operatività nella città di Genova e in altre zone del territorio regionale”. Perdurante: chiaro sindaco? Chiaro Burlando? Chiaro amministratori e rappresentanti dello Stato di ogni ordine e grado, sesso e religione?

E anche qui è inquietante scoprire che le indagini investigative stanno portando alla luce  proiezioni finanziarie e imprenditoriali nel settore della cantieristica navale con collegamenti tra gli impianti produttivi di Palermo e quelli della Spezia.

 

PERCHE’ LA MAFIA SI (RI)SCOPRE SOLO ORA?

 

A questa domanda è difficile rispondere e si può andare dunque solo per ipotesi. La prima è che la sindachessa dai denti “splindenti” si sia allarmata dal fatto che un bando comunale riservato alle imprese che volevano insediarsi nel quartiere della Maddalena e sviluppare lì la propria attività sia andato deserto. In tutto 1,3 milioni di euro che incredibilmente – in periodo di crisi – non fanno gola e che ora la sindachessa teme che vadano a finire nelle mani della criminalità organizzata. Ma perché, scusi sindachessa, non le risulta che la Magistratura stia da tempo mettendo (o abbia messo) sotto la lente decine e decine di milioni di euro stanziati per la bonifica dei siti industriali? A me risulta, l’ho anche scritto e nessuno lo ha smentito, così come nessuno ha mai smentito che Magistratura e Forze dell’Ordine starebbero indagando (o abbiano indagato) su alcune “famiglie” imprenditoriali a tutti – e ripeto, tutti – note. Che poi la magistratura si svegli, anch’essa, dopo anni di indagini , al primo sole di primavera, è un altro discorso.

Questo improvviso “risveglio” della sindachessa potrebbe spiegarsi proprio con la scoperta che le imprese sane hanno paura di entrare in alcuni business perché temono di rompere equilibri delicati.

Un’altra  interpretazione plausibile è che una valanga di milioni di euro – che ogni anno piove su Genova e sulla Liguria tra fondi pubblici, europei e degli enti locali – rischia di non essere più gestibile alla luce dell’alzo zero, da parte della criminalità, con il quale ormai le amministrazioni devono confrontarsi.

Certo è che a Genova c’è chi si è accorto da tempo che la mafia non è una parola vuota. A esempio la onlus “Sicurezza sociale” ( www.casadellalegalita.org ) che per il 4 aprile ha dato appuntamento a tutti gli uomini di buona volontà alle 15.30 in Piazza Senarega, nel cuore del centro storico. Una manifestazione contro l’illegalità, organizzata quando le dichiarazioni ai media non erano state ancora rese.

E’ bene prendere subito il toro per le corna anche perché in tempo di crisi economica le mafie godono. Come dimostra il titolo del Secolo XIX del 24 marzo a pagina 25: “Usura: il fenomeno cresce, l’osservatorio non decolla – Nato con il patto frimato nel 2007 in Prefettura, non si è mai riunito”. Meglio che si riunisca. E in fretta. Magari anche alla presenza della sindachessa, del questore e del prefetto.

roberto.galullo@ilsole24ore.com

 

 

IL TESTO DELL’INCHIESTA PUBBLICATA IL 27 MAGGIO 2008 SUL SOLE-24 ORE

 

 

Inchiesta. Interrogato l'imprenditore Alessio sugli appalti mense, le indagini si allargano alle bonifiche
 
Genova, l'ombra della 'ndrangheta
 
Oggi Consiglio comunale, il sindaco Vincenzi prepara il rimpasto - GLI SVILUPPI INVESTIGATIVI La Procura sta valutando i progetti per le aree Stoppani e Cornigliano mentre la Dia cerca di fare luce sulle attività della famiglia Mamone
 
 
 

 
Roberto Galullo

GENOVA. Dal nostro inviato



Oggi Consiglio comunale decisivo a Genova, durante il quale il sindaco Marta Vincenzi potrebbe annunciare un ampio rimpasto della Giunta. Sempre oggi il gip Roberto Fucigna deciderà sulle richieste di revoca degli arresti degli indagati finiti in manette (ieri l'imprenditore Roberto Alessio, accusato di aver pagato tangenti, è stato interrogato per 5 ore e il resoconto è stato secretato).
La mini-tangentopoli esplosa a Genova per ora è un avviso ai naviganti. Una sirena urlata nelle orecchie dei poteri che hanno abbandonato la vecchia rotta e non trovano la nuova in grado di far navigare tutti. Incrinato l'equilibrio di potere politico – che ruotava fino a pochi mesi fa intorno all'asse Pericu-Scajola-Burlando, messo momentaneamente in discussione dal sindaco Marta Vincenzi nonostante gli schizzi di fango che la toccano attraverso il coinvolgimento del marito in alcune intercettazioni – sembrano per ora rimasti in piedi i centri di potere inossidabili: Opus Dei e massoneria.
L'asse di potere è stato messo in discussione quando Vincenzi ha sparigliato le carte sui fronti più caldi. A partire da quello del Porto dove al posto di Giovanni Novi (già ai domiciliari per concussione, turbativa d'asta e truffa in un'inchiesta sulle concessioni dei terminal) presso l'Authority ha voluto Luigi Merlo. Altro giocattolo incrinato è quello delle 33 partecipate del Comune, rifugio di centinaia di presidenti (tra cui un ex piduista), amministratori delegati e consiglieri che costavano oltre un milione all'anno. Ora sono in tutto 46 e costano 702mila euro. L'urbanistica infine – con tutto quel che ne consegue, compresa la delega trattenuta dal sindaco – che sarà terreno di battaglie in cui qualche politico rischia la faccia (e non solo).
In pochi qui credono che una Procura – lacerata da anni di guerre intesine – si muova solo per qualche appalto nella ristorazione, alcune raccomandazioni, due o tre favori e poco più. In molti ricordano che qui – prima di questi passi che stanno facendo tanto rumore – la magistratura ordinaria si è girata spesso dall'altra parte e quella contabile ha fatto le pulci a tutti tranne che al Comune di Genova.
No. Sotto c'è altro e i ben informati che non possono uscire allo scoperto raccontano che affari, inchieste e indagini – quelle pericolose davvero – ruotano intorno agli appalti della Regione (attraverso la finanziaria Filse) e per le bonifiche delle aree industriali. Qui girano i soldi: quelli che cambiano la vita anche agli amministratori disonesti. Appalti milionari, alcuni dei quali già affidati. Altri da bandire. Altri ancora in fase di stallo. Se le carte in mano a investigatori e magistrati si concretizzeranno in provvedimenti e sviluppi processuali, molto dipenderà da come i pezzi del potere genovese cercheranno di rimettere in sesto l'equilibrio che in questa città – dopo l'addio delle partecipazioni statali – era stato faticosamente trovato.
Sotto la lente della magistratura ci sarebbero, da tempo, innanzitutto gli appalti delle bonifiche delle aree di Cornigliano e Stoppani (fra Arenzano e Cogoleto). Le cifre a disposizione sono milionarie ma nessuno è in grado di quantificarle. Neppure il sindacato. «Abbiamo provato a chiedere i numeri – dichiara Sergio Migliorini, segretario generale della Cisl Liguria – ma niente da fare. L'accordo di programma per bonifica, risanamento, riconversione e sviluppo del polo siderurgico di Cornigliano rimanda, per le risorse, a leggi e norme. Di fatto la sola Cornigliano spa è in grado di saperne di più, ma dalla partecipata del Comune non esce nulla. Quanto alla riqualificazione dell'area Stoppani la situazione è critica. Sono in corso alcune opere di mantenimento ma nulla più». Nel frattempo sarebbero stati (solo) imbrigliati dal cemento fiumi di cromo, veleno allo stato puro.
Migliorini non lo dice ma forse lo sa: gli spezzoni di indagine di queste settimane sono figli di un filone molto più ampio che parte con le denunce alla Dia nel dicembre 2005 di Asia Ostertag, moglie separata di Vincenzo Mamone, imprenditore nel ramo bonifiche e smaltimento, che con la famiglia in Liguria ha creato un impero ed è impegnato nel recupero sia di Cornigliano che dell'area Stoppani. Mamone entra nell'indagine della Procura sugli appalti nelle mense ma il nome della famiglia compare soprattutto in un rapporto della Dia (Direzione investigativa antimafia) del 2002. Per la Dia la famiglia Mamone è legata alla cosca Mammoliti di Oppido Mamertina. E all'Ecoge – tra le società leader dei Mamone – e alle ditte ad essa collegata, la Procura di Genova chiederà il 1° febbraio 2008 la copia di tutti gli atti di concessione o lavori ottenuti anche dall'Autorità portuale.
Asia Ostertag, 41 anni, torinese, sposata con Vincenzo Mamone dall'85 al '99, accetta per la prima volta di parlare con un giornalista. Da febbraio 2006 all'estate dello stesso anno ha vissuto in regime di protezione, che ha poi lasciato perché delusa. «Alla Dia – racconta – ho detto tutto quello che sapevo della famiglia. A partire dal fatto che risultavo intestataria di decine di conti correnti, società, negozi e attività di cui non sapevo nulla. Un bel giorno ho detto basta a questo sistema folle che mi vedeva coinvolta anche in società estere». Di legami con la 'ndrangheta non parla ma i fatti che racconta dicono più delle parole. «Ho fatto da madrina ai figli di Carmelo Gullace – dice – e lui ha fatto da padrino ai miei». E i legami con la massoneria? «Mio marito era iscritto ad una loggia credo prima a Roma e poi Sanremo – dichiara d'un fiato – mentre io sono stata iscritta a una loggia di Genova dalla quale sono uscita quattro anni fa».
Asia si è ricostruita una vita che manda a gambe all'aria ogni regola di sangue delle famiglie calabresi. «Organizzo eventi erotici – svela – in cui sono protagonista. Non c'è nulla che può distruggerli più di questo mio atteggiamento». Prima di ritornare a casa fa una considerazione e una previsione. «Per uscire dalla famiglia, dalle società, dai legami e dalla massoneria – dice – ho impiegato anni. Credo, però, che quello che sta uscendo è solo la punta di un iceberg. Ancora non è stato scandagliato il pozzo nero degli affari. Quel giorno potrebbe arrivare e allora avrò paura».
Tutte e attività dei Mamone sarebbero sotto la lente della magistratura, ma senza dubbio lo sono della società civile. «Lo vado ripetendo da tempo – dichiara Christian Abbondanza presidente dell'onlus "La casa della legalità" – che Genova è lo specchio in cui si affaccia e si rifà il trucco la parte peggiore della Calabria».
L'inchiesta genovese ha avuto eco anche in Vaticano, dove prevale la «sorpresa» per la citazione in alcune intercettazioni dei nomi del segretario di Stato ed arcivescovo emerito di Genova Tarcisio Bertone e dell'attuale arcivescovo, Angelo Bagnasco. «È stata certamente una sorpresa – ha detto mons. Domenico Calcagno, ex vescovo di Savona e oggi segretario dell'Apsa, l'Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica – che nessuno di noi poteva immaginare e ci auguriamo che l'inchiesta confermi che i nomi di Bagnasco e Bertone siano stati solo abusati».
 

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« Risposta #5 il: Marzo 30, 2009, 11:29:48 »

Roberto GALULLO


30/03/09

Nel Sud il cemento della legalità contro il vento dell’illegalità che soffia con l’energia eolica nelle mani di cosche e ‘ndrine
Dice il saggio: “vento e cemento, mafioso contento (e sconfitto)”.

Vi piace il motto che ho appena coniato? So già che qualcuna tra le “famiglie” amiche (sapete a cosa mi riferisco) dirà: ma ‘sto Galullo – che da anni ci spacca gli zibidei da mane a dì tra blog, Radio24 e Sole – non ha niente di meglio da fare che inventarsi nuovi slogan per svillaneggiarci e farci sentire quello che siamo, cioè vermi?

Ebbene sì: ho di meglio da fare, come ad esempio le due inchieste che saranno pubblicate domani, martedì 31 marzo, nell’inserto che il Sole-24 Ore dedica allo sviluppo sostenibile (curato da uno dei migliori giornalisti del Sole-24 Ore, Marco Mancini).

E in quell’inserto troverete due storie straordinarie che vengono dalla Sicilia e guardano, in particolare, al Sud. Entrambe le inchieste hanno una matrice comune: le mani delle cosche sul cemento e sull’energia eolica.

L’una è andata a buon fine. L’altra…Beh l’altra dipende dal grado con il quale Istituzioni, politica e opinione pubblica capiranno che le mafie sono più avanti dello Stato e della politica parolaia. Loro parlano. Gli altri (clan e cosche) si sono già tuffati a pesce in un business – quello dell’eolico . che di qui al 2015 vedrà circa 50 miliardi di euro investiti in Europa. E le mafie – si sa – non conoscono confini geografici.

Ma andiamo con ordine e vediamo innanzitutto cosa succede – di nuovo – nel ciclo del cemento a Trapani e che domani racconterò con dovizia sul Sole.


LA NUOVA ERICINA TORNA PER IMPASTARE LEGALITA’

 Siamo a Trapani, provincia nella quale le cosche dominano e condizionano tutto. Anzi si “cementano” con molti politici locali e nazionali grazie all’onnipotenza di Matteo Messina Denaro, boss (tossicodipendente e amante della bella vita giurano in molti) che fa e disfa ciò che vuole. Latitante certo. Ma una latitanza agevolata da troppe connivenze. Una latitante braccato da uomini dello Stato straordinari, a partire dai magistrati della Dda di Palermo (con delega su Trapani) e dal capo della squadra mobile Giuseppe Linares che vive a sua volta da braccato, nell’incuranza di un’Italia fatta a immagine e somiglianza di nani e ballerine, che raggiunge l’orgasmo con la tv e getta alle ortiche la legalità. E dimentica Uomini come Linares che vive scortato da anni 24 ore su 24 senza uscire praticamente mai dalla sua fortezza blindata.

Fuori, la fuori, per noi c’è la vita. Per lui (e per altri) la morte, sancita con il sorriso sulle labbra dai quaquaraqua di Cosa Nostra e dai loro insospettabili (!?) conniventi. Dovremmo chiedere scusa tutti a persone come Linares. Non si vive, infatti, di soli Saviano (a cui va, sia ben chiaro, il mio rispetto e il mio grazie più volte espresso in questo blog).

Ebbene a Trapani c’è un impianto – strappato alle mani del boss Vincenzo Virga – che dopo anni torna a produrre con un sistema innovativo: ingoia residui edili e sputa fuori materia prima per l’edilizia. Una delizia per il corpo (è un sistema ecocompatibile) e per la mente (che bello sapere che quegli uomini lavorano in proprietà, un tempo, di un mafioso).

Questo stabilimento produttivo è stato vissuto nell’indifferenza della città e della provincia (salvo poche eccezioni a partire dall’ex prefetto Fulvio Sodano e da Don Luigi Ciotti). E oggi? Oggi come viene vissuto?

Per capirlo ho fatto tre domande identiche all’attuale sindaco di Trapani, Girolamo Fazio e al politico per eccellenza che qui ha praticamente solo un nome e un doppio cognome: Antonio D’Alì Solina. (In calce a ogni domanda troverete mie brevissimi commenti contraddistinti da n.d.r, cioè note del redattore).

 
INTERVISTA DOPPIA: FAZIO E D’ALI’ SOLINA


Domanda. Qual è il suo giudizio sul "passaggio" del testimone dalla famiglia Virga a una cooperativa di lavoratori.


Risposta del sindaco Fazio: Non comprendo, sinceramente, la domanda (e dire che era facile facile n.d.r). Pensa che qualcuno in questo territorio possa esprimere un giudizio negativo sul fatto che sia stato sottratta ad un capomafia una sua proprietà? Qui non siamo tutti mafiosi…(excusatio non petita n.d.r.)


Risposta del senatore D’Ali Solina: Il problema della gestione delle imprese sequestrate ad organizzazioni criminali è estremamente complesso. Se da un lato la legge è chiarissima nei suoi fini sociali ed è stata puntualmente applicata in modo particolare nella provincia di Trapani, occorre anche, per il futuro, studiare forme più appropriate di gestione di tali imprese. In termini generali - la questione riguarda tutto il Mezzogiorno - e prescindendo dai casi singoli, occorre evitare a) che nel reinserimento delle aziende nell'ordinario circuito economico si possano aprire varchi a possibili nuovi momenti di infiltrazione b) che in qualsivoglia comparto, dove certamente pure opera una imprenditoria onesta e laboriosa, si vengano a creare attività fortemente assistite dallo Stato anche oltre la fase di avviamento, il che rischierebbe di alterare quel regime di competitività al cui rispetto sempre le associazioni di categoria, Confindustria in testa, sempre ci richiamano. (Il paradosso sarebbe che "conviene" essere sequestrati.)  (Io avevo fatto una domanda che non ha avuto risposta, ma pazienza, sarà per la prossima volta n.d.r)

 

Domanda: E’ ancora viva la polemica, anche molto forte, che l'ha contrapposta all'ex prefetto Sodano?

 
Risposta del sindaco Fazio: Non mi risulta di avere mai avuto alcuna contrapposizione (salvo contraddirsi, a mio umile e modesto giudizio, tra qualche riga n.d.r) con l’ex prefetto Sodano, cui ho riconosciuto sempre – anche quando non andava di moda – capacità e competenza per il ruolo coperto. Ho semplicemente espresso una mia idea e parlato di fatti e vicende vissuti direttamente e non per sentito dire, perché, mi dispiace per molti, ho sempre l’abitudine di dire quello che penso e soprattutto la verità. Da queste parti, però, capita spesso che se qualcuno dice quello che pensa e quello che pensa non corrisponde a ciò che è gradito è accusato di essere mafioso, colluso e quant’altro. La polemica non l’ho fatta io, ma chi, non si sa bene come, ha deciso di divulgare, peraltro solo in alcune parti che evidentemente interessavano, occultandone altre, una lettera riservata e personale che avevo inviato all’ex Prefetto.

 

Risposta del senatore D’Alì Solina: La questione è sub iudice e non ritengo - a differenza di altri - che i processi si debbano fare sui giornali. Se sono stato costretto ad agire giudizialmente è perchè le accuse che mi sono state mosse sono sprovviste del benchè minimo fondamento fattuale (infatti la cosa è finita nell’aula di un Tribunale e, ma sicuramente mi sbaglio, spetta solo ai giudici decidere se ci sia o meno fondamento, n.d.r.). Osserverò solo che: a) il Prefetto Sodano manifestò il suo disappunto per quel che era un normale avvicendamento di sede solo tre anni dopo lo stesso (il trasferimento è del 2003, la prima lettera di Sodano è del 2006), alla vigilia del suo collocamento a riposo. È a dir poco incredibile che non abbia sentito il dovere di denunciare subito - se davvero lo fosse stato - il sopruso filo-mafioso di cui ora dichiara di essere vittima; b) come potranno confermare tutti i responsabili del Viminale, a cominciare dall'allora Ministro Pisanu, non esercitai alcun ruolo - diretto o indiretto - sul trasferimento del Prefetto Sodano. Non era fra le mie competenze. La proposta di nomina dei Prefetti è, storicamente, una delle prerogative più gelosamente riservate al Ministro dell'Interno; c) i Prefetti che sono stati nominati successivamente al dr. Sodano hanno conseguito - senza vanterie e clamori - risultati ben superiori nella lotta alla criminalità organizzata. Segno evidente che le scelte effettuate dal vertice del Ministero sono state opportune e certamente l'avvicendamento non ha in alcun modo fiaccato l'azione di contrasto dello Stato (e voilà, con due parti di non chalance e un pizzico di eleganza ecco servito il cocktail che liquida un servitore dello Stato, Sodano, di cui a Trapani ancora molti piangono l’addio senza per questo non riconoscere la bravura di quanti lo hanno poi sostituito n.d.r.).

 

Domanda: Ha presenziato all'inaugurazione della "nuova" Ericina?

 

Risposta del sindaco Fazio: Certamente ho partecipato all’inaugurazione della nuova Calcestruzzi Ericina. Se non avessi partecipato, mi avrebbero accusato di essere mafioso o vicino ai mafiosi. Purtroppo, così funziona dalle nostre parti…La invito a venire nella nostra città, ma non solo per qualche ora o per qualche giorno e potrà rendersi conto personalmente di molte cose che, forse, possono apparirle come provocazioni (cari amici di blog, se c’è qualcuno tra voi che ha capito qualcosa di questa risposta alzi la mano e me la spieghi ma prima si vada a leggere la risposta che domani sul Sole darà Messina. Anche lui, come me, è abbastanza confuso n.d.r.)

 
Risposta del senatore D’Alì Solina: Non mi è pervenuto invito e comunque non avrei ritenuto opportuno andare dato che l'iniziativa si presentava in termini antagonistici nei miei confronti e per carattere rifuggo dalle risse politiche in cui chi urla di più crede di avere ragione (ma chi era antagonista nei confronti di D’Alì Solina? Ripeto la domanda agli amici del blog: se c’è qualcuno tra voi che ha capito qualcosa di questa risposta alzi la mano e me la spieghi via mail).

 

DAL CEMENTO AL VENTO…DELL’ILLEGALITA’

 

Ora lascio a voi, cari amici di blog, cogliere ogni sfumatura che vorrete nelle risposte dei due interlocutori. Io vi invito a leggere le risposte del responsabile della cooperativa, Gaetano Messina, domani sul Sole, ma vi posso anticipare la sintesi che ho già espresso sopra: “nessuno ci ha dato una mano, salvo noi stessi, Don Ciotti e l’ex Prefetto Sodano”. Ma sicuramente non è così!

Vi prometto amici di blog che continuerò a tenere i riflettori accesi sulla vicenda (sapete com è, la mafia assicurava e imponeva commesse all’impresa quando era nelle mani di Virga, ma adesso cosa accadrà?) anche perché i  nostri amici onesti di Trapani (la maggioranza ovviamente caro sindaco, lo so bene, senza che lei lo ricordi) lo meritano.

Così come occhi aperti bisognerà tenere sul nuovo business dell’energia eolica che fa troppo gola ai clan, come dimostra la recente inchiesta della magistratura che – ma guarda tu sempre a Trapani – il 17 febbraio 2009 ha portato all’arresti di otto tra imprenditori, funzionari e politici riconducibili a Messina Denaro si arricchivano con il business dell’eolico. Non erano imprese solo del Sud ma anche del Nord, anzi: del Trentino. Meditate gente, meditate.

Un allarme lanciato anche – negli ultimi tempi – da Legambiente, Coldiretti e persino da quel simpaticone di Vittorio Sgarbi, sindaco di Salemi. Tutti in coda al sindaco di Gela, Rosario Crocetta, che dal 2008 – tra l’indifferenza generale – aveva denunciato il rischio di infiltrazioni perché, dove ci sono affari lì c’è Cosa Nostra.

Un impianto in grado di generare 40 Mw di energia frutta infatti 8 milioni di euro all’anno (a fronte di investimenti modesti). Secondo la stima effettuata da Nomisma Energia per il Sole-24 Ore, dal 2002 al 2008 sono stati investiti complessivamente oltre 4,1 miliardi, di cui 1,6 nel 2008. Falck Renewables, società del Gruppo Falck, tanto per dare un’idea, ha messo in agenda ,5 miliardi per i prossimi tre anni.

E allora occhi aperti sull’energia eolica, visto che già la “Gazzetta del Sud” il 17 maggio 2008 titolava: “Le mani della ‘ndrangheta sui parchi eolici – Un arresto e cinque fermi della Dda di Catanzaro per le ripetute estorsioni a un imprenditore – C’era anche un balzello sul calcestruzzo” Il blitz della polizia in un cantiere a Curinga aveva svelato gli interessi i questo campo delle cosche Anello e Cerra-Torcasio-Gualtieri. E novità – sempre in Calabria – sono attese anche dall’indagine che la Procura  di Paola sta conducendo e che vede potenzialmente coinvolti personaggi di alto livello (politici, ma di politico non hanno nulla).

Occhi aperti – in generale - sugli sporchi business della criminalità organizzata sull’energia. Per rendersene conto basti un titolo, della “Gazzetta del Mezzogiorno” del 6 febbraio 2009: “A Bari il racket del black out: fuori uso 30 cabine, vendetta per l’appalto?” Un business che nella sola città di Bari – per soli appalti – vale 15 milioni di euro all’anno.

Eolo soffia tra le pale gigantesche dell’energia ma sta a tutti noi – politici e opinione pubblica - dirgli verso quale parte spirare: legalità o illegalità. La differenza non è da poco, come non è da poco scegliere quale impresa tutelare tra chi impasta mafia e cemento e chi dà nuova forma ad ambiente e legalità.

roberto.galullo@ilsole24ore.com

 
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« Risposta #6 il: Aprile 02, 2009, 11:13:58 »

02/04/09

Relazione Dna/3: Le mani di mafie e Casalesi su Parma ma non dite al prefetto Scarpis che Saviano ha ragione…


«Lanciare per l’Italia questi delinquenti ha significato fecondare zone ancora estranee al fenomeno mafioso». Correva il 1974 quando il giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova – assassinato da Cosa Nostra nel capoluogo siciliano con la sua guardia del corpo il 25 settembre 1979 – lasciò cadere questa frase in un incontro a Milano.

Terranova – dunque – non aveva in mente l’Emilia-Romagna e Parma quando pronunciò quelle parole, che però a questa regione e alle sue città calzano come un paio di scarpe nuove.

Ricordo a voi, cari amici di blog, queste frasi dopo aver letto le penose (e lo dico in senso cristiano) dichiarazioni del prefetto di Parma dopo la splendida denuncia in tv di Roberto Saviano. Lo scrittore campano – credo lo sappiate – il 27 marzo è andato da Fabio Fazio su Rai3 per tenere una lezione di civiltà, democrazia, tolleranza e denuncia. Tra le argomentazioni usate – ricorderete – anche la presenza della camorra a Parma.

Apriti cielo! Il prefetto della città – Paolo Scarpis – tuona contro Saviano e nega la presenza della Camorra usando un linguaggio (a mio avviso) scomposto e ironico. Le fonti – dice Scarpis - sono sicure: dalla Dda di Bologna alla Dia di Firenze.

A nulla serve che proprio il procuratore a capo della Dda di Bologna, Silverio Piro, testualmente dichiari: “Saviano non solo ha le idee chiare e riesce ad attaccare con assoluta indifferenza chiunque ma è una delle stelle che brillano nel buio della lotta alle grandi organizzazioni criminali. Per quanto riguarda Parma è evidente che è stata ed è interessata da infiltrazioni di organizzazioni criminali'. E lo dimostra il fatto che la Dda di Bologna e Napoli hanno indagini aperte di cui ovviamente non si può parlare''.

Touchè! Alcuni sindacati di polizia si sono persino spinti a chiedere le dimissioni di Scarpis.

 

IL TENERO SCARPIS VI RIMANDA ALL’ULTIMA PAGINA…DEL CURRICULUM

 

Forse un’attenuante per Scarpis c’è: l’inesperienza. Ma come – direte voi – è un servitore dello Stato di lungo corso: questore da Brindisi a Milano, passando per Brescia e La Spezia! Certo, però è diventato prefetto solo il 26 marzo 2008. Prima sede: Parma. “Sparate di uno che vice a 800 km di distanza da Parma “ ricama dolcemente Scarpis su Saviano. Il prefetto, evidentemente, conosce cose che nessuno può sapere: vale a dire dove abita o risiede Saviano, costretto ad una vita errabonda essendo nel mirino dei Casalesi di anni.

Benedico questa polemica perché permette di parlare di temi – le mafie in Emilia-Romagna – che altrimenti sarebbero confinati nelle stanze e nei pc dei soliti noti: i 4 gatti (tra i quali indegnamente mi infilo come “micio di riserva”) che gridano da anni contro la presenza delle mafie al Nord.

E dunque – anche a Scarpis, che oggi è a Parma e magari domani si potrebbe trovare a Reggio, Forlì, Modena o Bologna – ho deciso di dedicare un’inchiesta a puntate sulla presenza e sul radicamento delle mafie (tutte le mafie) nella ricca (o non più?) ex regione rossa (ormai i comunisti se li sono mangiati gli altri!)

Un’ultima avvertenza: fino a qualche anno fa a Roma e a Milano c’erano prefetti che negavano l’esistenza delle mafie nelle due capitali (politica e morale). C’è bisogno di aggiungere altro? Il prefetto Scarpis è in buona compagnia.

 

LA RELAZIONE DELLA DNA 2008 (E…2007)

 

Per capire come stanno le cose ho fatto la cosa più semplice – e oggettiva – del mondo: ho letto la parte scritta dal sostituto procuratore nazionale antimafia Carmelo Petralia nella relazione 2008 della Dna (della quale ho già scritto diversi post in questo blog ai quali rimando).

Ebbene, stenterete a crederlo, Petralia mette nero su bianco le ragioni di Saviano. Leggere a pagina 383 e seguenti per credere.

“…Occorre al contempo sottolienare -  scrive Petralia che evidentemente non deve essersi consultato con Scarpis e che fa riferimento ai tanti sodalizi criminali in Emilia-Romagna e, vedremo, anche a Parma - come il consolidamento di quella rassicurante tendenza, che in sé, in larga misura, dipende dalla continua rinnovazione della capacità di razionale

organizzazione delle attività di contrasto, sia sempre più gravemente minacciato dal continuo affiorare dei segnali di pericolose contaminazioni criminali del territorio regionale (con precipuo riferimento, soprattutto, alle province di Reggio Emilia, Modena, Parma e Piacenza e all’influenza sia di gruppi mafiosi originari del crotonese e della provincia di Palermo sia, soprattutto, del potente cartello camorristico dei Casalesi).

Che impunito ‘sto Petralia: ha il coraggio di parlare dei Casalesi in regione. E financo a Parma!

Ma impunito era stato nel 2007 anche il sostituto procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo che nella relazione della Dna aveva scritto – non ci crederete – le stesse identiche cose!

 

L’INFLUENZA DEI CASALESI

 

Ma il magistrato Petralia ha anche il coraggio di scendere nel dettaglio ed ecco cosa scrive nel capitolo chiamato: “L’influenza di gruppi camorristici e, in particolare, del cartello dei “Casalesi”.

“In particolare – scrive il magistrato - soggetti camorristici riconducibili alla detta organizzazione criminale risultano stabilmente residenti soprattutto nell’area che abbraccia i comuni di Castelfranco Emilia, Nonantola, Bomporto, Soliera, S. Prospero, Bastiglia e Mirandola, dove hanno dato vita ad articolazioni operative che - originariamente create ai fini di supporto logistico tipicamente inerenti all’esigenza di assicurare rifugio e protezione a pericolosi latitanti collocati in posizioni di rilievo nell’organizzazione di riferimento - sono ormai programmaticamente votate soprattutto a sostenere ed alimentare un’azione di penetrazione finanziaria nei mercati immobiliari e delle imprese della regione emiliana, che, per dimensioni obiettive e registrata sofisticazione dei canali operativi adoperati (anche attraverso l’impiego di società di costruzioni e finanziarie direttamente riconducibili ai fini speculativi dei vertici dell’organizzazione mafiosa in parola e la complicità di soggetti d’impresa locali), ha ormai raggiunto livelli grandemente allarmanti.

E scende ancora più nel dettaglio Petralia.

Innanzitutto – scrive a pagina 387 e seguenti -  ai protagonisti di tali insediamenti criminosi, attivi soprattutto nella zona di Modena, Reggio Emilia e Parma (ma ormai anche in quelle di Bologna, Rimini e Ferrara) è risultata riconducibile la pressione estorsiva esercitata sul mercato dell’edilizia privata, attraverso l’esportazione dei moduli operativi tipici delle zone camorristiche, ormai non soltanto nei confronti di imprenditori edili provenienti dalla medesima area geografica (nella evidente supposizione che le vittime si astengano da ogni denuncia all’autorità, per timore di ritorsioni dirette o trasversali), ma anche locali. L’obiettivo rilievo di tale pressione estorsiva di matrice mafiosa appare in sé dimostrato in plurimi ambiti investigativi, segnalandosi, in particolare, le risultanze delle indagini direttamente condotte,in ragione della loro obiettiva connessione con la struttura originaria dell’associazione criminosa dei Casalesi coinvolta, dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli con riguardo al nucleo camorristico organizzato in Emilia da Caterino Giuseppe e, più di recente, dal grave episodio dell’8 maggio 2007 in cui un commando proveniente dall’agro aversano, gambizzava con colpi di arma da fuoco l’imprenditore edile Pagano Giuseppe, di San Cipriano D’Aversa, in tal caso consentendo le investigazioni l’immediata cattura e l’arresto dei responsabili del delitto, individuati negli affiliati al clan dei “Casalesi”Diana Enrico (nipote del boss Diana Raffaele), Spatarella Rodolfo, Virgilio Claudio Giuseppe e Novello Antonio (quest’ultimo da tempo abitante in provincia di Modena), allo stato tutti detenuti.

L’intero episodio delittuoso ha infine acquisito più complete connotazioni

anche in esito al proficuo collegamento investigativo con la Dda di Napoli,consentendo l’emissione di un ordinanza di custodia cautelare a carico di tutti gli altri soggetti a vario titolo coinvolti nel delitto. Il 1° aprile 2008 il provvedimento – emesso nell’ambito del procedimento n. 5697/08 Rgnr – è stato eseguito nei confronti di Abatiello Armando, Abatiello Enzo, Diana Mario, Natale Nicola, Noviello Luigi, Noviello Vincenzo e Pagano Felice, rimanendo latitante il solo Diana Raffaele, anch’egli destinatario della misura.

 

OLTRE AI CASALESI ALTRI 11 CLAN

 

Peraltro, finalità delittuose di estorsione ed usura risultano connotare anche l’azione nel territorio del distretto di altri gruppi camorristici, come dimostrato dalla grave vicenda estorsiva della quale sono stati protagonisti uomini del clan D’Alessandro di Castellamare di Stabia ai danni di un loro concittadino che aveva aperto un locale pubblico-ristorante in Salsomaggiore (in tal caso, peraltro, la denuncia della vittima è valsa a consentire un efficace intervento repressivo),

culminato con la sentenza con la quale il Tribunale di Parma ha condannato i cinque imputati - tutti appartenenti al “Clan D’Alessandro”, compresi i due fratelli D’Alessandro, uno dei quali per lungo tempo latitante e solo di recente arrestato – a pene severe, riconoscendo la sussistenza dell’aggravante di aver agito avvalendosi della forza intimidatrice dell’organizzazione camorristica facente capo alla stessa famiglia D’Alessandro”.

E ora chi glielo dice a Scarpis e a chi pensa che le mafie in questa regione non sono pervasive, che il sottoscritto – umilmente – è riuscito a contare le  12 principali famiglie di camorra presenti in Emilia Romagna? Ecco la “top 12”: Belforte, Casalesi (area privilegiata: Castelfranco Emilia, Nonantola, Bomporto, Soliera, San Prospero, Bastiglia e Mirandola), Esposito, D’Alessandro, Schiavone, Zagaria, Panico, Mazzarella, Falanga, Bardellino, Pellegrino e Diana.

E a proposito di Zagaria ecco cosa scrive Papalia: “Ulteriori, assai emblematiche risultanze, sempre originate dalle indagini della Dda. di Napoli complessivamente riferite alla struttura associativa originaria, sono emerse con riguardo alle attività delittuose delle articolazioni delle organizzazioni camorristiche casertane facenti capo al latitante Zagaria  Michele ed all’ancor più noto Schiavone Francesco, detto Sandokan”.

E ora chi glielo dice a Scarpis che il 28 marzo Conchita Sannino su Repubblica ricordava che il boss Pasquale Zagaria “è imparentato con imprenditori di Parma già condannati per associazione mafiosa: Aldo e Andrea Bazzini, che avrebbero avuto anche un ruolo di mediazione tra la camorra e alcuni politici locali e nazionali”?

 

NON DI SOLA CAMORRA VIVE PARMA…

 

Ma per chi credesse che in Emilia Romagna e a Parma viva e vegeti solo la camorra, niente di più sbagliato. Ecco cosa scrive il solito Petralia a pagina 383 e 384, allorchè rileva “…non secondarie presenze nelle province di Parma e Piacenza (i cui territori sono contigui alle province della bassa Lombardia nelle quali sono attive, come noto,dirette articolazioni strutturali di alcune delle più pericolose cosche calabresi) ed in quella di Rimini (ove pure operano cellule di cosche crotonesi e reggine attirate dai ricchi mercati locali del gioco d’azzardo e del traffico di stupefacenti)”.

E per chi ancora crede alla Befana eccovi fresca fresca un’agenzia Apcom del 31 marzo (cioè di due giorni fa). “Con l'accusa, a vario titolo, di spaccio di sostanze stupefacenti e clonazione di carte di credito e
bancomat – si legge nel lancio delle 14.20 - i Carabinieri di Parma hanno arrestato quattro persone, a conclusione di una complessa indagine
convenzionalmente denominata gratta e vinci coordinata dalla Procura della Repubblica-Dda di Bologna. L'inchiesta, chiamata operazione 'Gratta e vinci', era partita da numerose denunce per clonazioni di carte di credito tra le province di Parma, Verona e Reggio Emilia”.

E come titola il giorno dopo la Repubblica, nelle pagine di Parma, questa notizia? “Spaccio e bancomat clonati: la mano della 'Ndrangheta su Parma”. E poi commenta: “ Sei arresti e diversi grammi di coca sequestrati. Ai domiciliari il gestore dell'Agip di via Emilia Est accusato di spaccio e di aver inserito, con la complicità dei calabresi, un microchip nel suo Pos bancomat. Migliaia i parmigiani truffati e i soldi andavano nelle casse della cosca”.

Chissà cosa ne penserà il prefetto di Parma di questa “provocazione giornalistica”!

Nel frattempo io penso di fermarmi qui – lasciandovi con un’ultima annotazione: oltre alle famiglie palermitane, Cosa Nostra a Parma e in Emilia-Romagna è presente anche con quelle di Caltanissetta - e vi rimando a lunedì 6 aprile per la seconda puntata delle mafie in Emilia-Romagna.

1. to be continued

roberto.galullo@ilsole24ore.com

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« Risposta #7 il: Aprile 08, 2009, 10:14:10 »

06/04/09

Mafie in Emilia-Romagna/2

Il prefetto di Parma “amico” di Saviano punta a Milano? Da Cesena a Modena la criminalità…sciala
Cari amici di blog eccoci alla seconda puntata sulle mafie in Emilia-Romagna.

Chi ha seguito la prima puntata  - pubblicata su questo blog giovedì scorso – sa che siamo partiti dalle avventate dichiarazioni del prefetto di Parma, Paolo Scarpis il quale, in polemica con Roberto Saviano, ha dichiarato che nella città ducale la Camorra non c’è.

Beata spensieratezza! Beata gioventù! E così – armato di dati oggettivi come dovrebbe fare ogni buon giornalista – giovedì scorso, 2 aprile, ho cominciato la mia inchiesta sulla penetrazione devastante delle mafie in questa splendida regione, partendo proprio da Parma dove Camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra operano da anni. Oggi proseguiamo con altri dati e testimonianze. Con buona pace di Scarpis, del resto zittito dalle stesse fonti giudiziarie che aveva chiamato in causa.


L’UCCELLINO DICE CHE …

 
Accade però che un uccellino (di solito molto ben informato) mi dice che Scarpis punti a diventare prefetto di Milano, atteso che l’attuale prefetto, il mio amico Gian Valerio Lombardi (quando ero responsabile delle pagine degli enti locali del Sole, 15 anni fa, cominciò la nostra collaborazione che lui prosegue con grande seguito) sarebbe in procinto di prendere il posto di Mauro Masi, ex segretario generale della Presidenza del consiglio dei ministri, ora volato alla direzione generale della Rai.

Sia ben chiaro: auguro a Scarpis (che magari smentirà questa voce dall’uccellin sortita) una carriera fulminante visto che quella di Parma è la sua prima nomina ma – da umile osservatore critico quale sono – spero che se dovesse arrivare dalle parti di Letizia Moratti, ripassi prima la storia della criminalità organizzata (passata ma soprattutto presente) di Milano e della Lombardia. Chi segue questo blog sa che ne ho già scritto in abbondanza (a rimorchio delle mie inchieste sul Sole). Cosche, clan e ‘ndrine stanno già apparecchiando la mensa della spartizione miliardaria in vista di Expo 2015. Non dovrebbe essere difficile cadere in nuove cadute come quelle di Parma, visto che Scarpis a Milano c’è già stato come questore.

 
COSA NOSTRA ARRIVA E CORREVA L’ANNO….

 
La legge sul soggiorno obbligato portò a Castel Guelfo – già nel 1958 come ricorda lo storico Enzo Ciconte nelle sue ricerche sulla penetrazione delle mafie in Emilia-Romagna – Procopio Di Maggio, capo mandamento di Cinisi. «Per volere dei Corleonesi di Totò Riina – racconta Ciconte – Di Maggio era componente della commissione provinciale di Cosa Nostra, condannato al maxi processo di Palermo e successivamente imputato per l’omicidio di Salvo Lima».

Da allora fu un’ondata inarrestabile di mafiosi, camorristi e ’ndranghetisti che hanno invaso ogni provincia dell’Emilia-Romagna, facendo affari d’oro dapprima con l’usura e poi, sempre più velocemente, penetrando i mercati del commercio, degli appalti, dell’edilizia, del gioco d’azzardo, della prostituzione e dei locali notturni che ben si prestano al business principale: il traffico di droga.

Per chi non volesse (a dispetto delle evidenze e della logica) credere che l’Emilia-Romagna è un eldorado per le mafie, basta muoversi tra passato e presente. Un viaggio nella memoria verso l’attualità che parte da un arco temporale ben preciso e un dato approssimato per difetto: tra il 1961 e il 1995 i sorvegliati speciali e con obbligo di soggiorno sono stati almeno 3.562, con una prevalenza nelle province di Forlì, Rimini, Parma e Modena.

Altra tappa-flash nel tempo: tra il ’74 e il ’76 don Tano Badalamenti "sverna" a Sassuolo a spese dello Stato. Secondo un rapporto della Criminalpol del 1979 «manovrava ogni attività illecita di Modena».

Non solo Cosa Nostra ovviamente. Camorra e ’ndrangheta – per non essere da meno - sposteranno armi, bagagli e affari a Budrio, Rimini, Fiorano Modenese e Cesenatico (solo per citare i primi nomi, di una lunga lista, che vengono in mente). E l’opposizione dei sindaci? Zittita: con le buone o con le cattive. Gianfranco Micucci, sindaco di Cattolica nel 1993 gridò in faccia alla Commissione parlamentare antimafia che la sua città sarebbe entrata nel guinness dei primati per il più alto numero di sorvegliati e soggiorni obbligati. Risposte: zero. Attenzione: sottozero.

 
IN EMILIA ROMAGNA ALMENO 63 “FAMIGLIE”

 
Atterrando ai giorni nostri con questo viaggio-lampo nella memoria, eccoci in un presente fatto di almeno 63 tra famiglie, cosche e clan, da me calcolate senza dubbio per difetto (37 di ‘ndrangheta, 12 di camorra, 12 di Cosa Nostra e 1 della Sacra Corona Unita).

Nell’ultimo Rapporto di Sos-Impresa Confesercenti, si scopre anche che il 5% dei commercianti emiliano romagnoli (soprattutto tra Modena, Bologna e la Riviera) è sottoposto a pizzo. E non siamo a Palermo si badi bene!

Non è una sorpresa scoprire che oggi sono le ’ndrine a dettare legge. Sono 37 le principali famiglie da me censite e scorrendo l’elenco la ’ndrangheta non fa sconti: ci sono le ’ndrine di Platì, della Piana di Gioia, di Reggio Calabria, di Isola di Capo Rizzuto, via via fino ai cutresi. Talmente forti questi ultimi – presenti a decine di migliaia soprattutto nella provincia di Reggio – da obbligare molti candidati sindaci del paese natio a salire fino in Emilia per fare la propria campagna elettorale. Cutresi capaci di lavorare onestamente nell’edilizia ma, anche, di diventare all’occasione teste di ponte per il riciclaggio del denaro o per la costituzione di società nuove di zecca nel settore dei lavori pubblici, ma con capitali sporchi alle spalle.

La ’ndrangheta, come ricordava lo scorso anno il magistrato della Direzione nazionale antimafia Giovanni Melillo, sta progressivamente occupando il mercato del gioco d’azzardo. «Segnatamente – dichiarava – a Rimini, Riccione e Ravenna». Ma non solo: appaiono sempre più evidenti i fenomeni di riciclaggio, soprattutto nel Forlivese, attraverso imprese con sede a San Marino.

Le cosche calabresi – insomma – spaziano a tutto campo e vestono il doppio petto quando si presentano come professionisti o imprenditori. «La ’ndrangheta calabrese – dichiara Mario Spagnuolo, della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro – gestisce in termini monopolistici il mercato delle costruzioni in alcune zone dell’Emilia Romagna. Nell’indagine Omnia si parla della realizzazione di un complesso edilizio di 500 appartamenti».

La ’ndrangheta imprenditrice, insomma, che nasconde e protegge calibri insospettabili come Pasquale Condello, il "supremo", boss di Reggio Calabria, paragonabile per il suo potere a Bernardo Provenzano. Condello, arrestato il 19 febbraio 2008, aveva il cuore in Calabria e il portafoglio a Cesena dove – attraverso una fitta rete di prestanome – era titolare di conti correnti, fondi, gestioni patrimoniali, società immobiliari, uffici, depositi, autosaloni, terreni. Tutto sequestrato, per un valore a Cesena di almeno 15 milioni.

Camorra e Cosa Nostra hanno dovuto lasciare spazio allo strapotere delle famiglie calabresi ma non sono rimaste a bocca asciutta. I Casalesi – come avrete letto nello scorso post - dettano la propria legge tra Castelfranco, Nonantola, Bomporto, Soliera, San Prospero, Bastiglia e Mirandola. Immobili e finanziarie il loro cavallo di battaglia, senza perdere d’occhio traffico di droga, locali notturni, pizzo e racket. Non è un caso, dunque, che proprio a Castelfranco due anni fa fu gambizzato un imprenditore edile campano. Regolamento di conti? In attesa degli sviluppi, il 1° aprile 2008 i Carabinieri hanno offerto in dono al clan dei Casalesi nel modenese un bel pesce d’aprile, arrestando sei affiliati ritenuti responsabili dell’agguato. Alcuni giorni dopo, il 7 aprile, altro pesce di aprile in ritardo: 5 Casalesi arrestati, tra Bastiglia e Modena, accusati di imporre pizzo, tangenti a imprenditori della zona.

E Cosa Nostra? Non gambizza come i camorristi e non compie attentati come la ’ndrangheta. Abile a mimetizzarsi e scaltra come poche anche a seguito della primogenitura degli affari sporchi in questa terra, è attiva soprattutto nel Modenese, con una penetrazione profonda nel settore delle opere e degli appalti pubblici. Abili – in particolare – i Corleonesi, che puntano senza riserve sulla ricca torta dell’Alta velocità. Troppo furbi per prendere direttamente appalti, si buttano nei sub-appalti, nella movimentazione della terra e nel noleggio di macchinari e personale. Qui, però, la cronaca si ferma: le indagini sono in corso e si spera che corrano più speditamente di un treno ad alta velocità.

E qui mi fermo anche io, dandovi appuntamento a giovedì prossimo, 9 aprile, con l’ultima puntata

2. to be continued


roberto.galullo@ilsole24ore.com

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« Risposta #8 il: Aprile 10, 2009, 10:45:08 »

Le mafie in Emilia Romagna/3:


Reggio Emilia in provincia di…Cutro e i capitali russi arrivano e riciclano.


Ed eccoci all’ultima puntata della nostra inchiesta sulle mafie in Emilia-Romagna, partita a seguito di un’improvvida uscita del prefetto di Parma Paolo Scarpis secondo il quale in città la camorra non esiste (rimando alle altre due puntate).

Questa uscita – criticata da tutti – mi ha dato la possibilità di fare l’inchiesta a puntate, grazie anche ad un altro “gancio”: la relazione 2008 della Direzione nazionale antimafia (Dna), da poco resa nota e che da settimane sto sviscerando (e continuerò anche nelle prossime, statene certi).

 

I CAPITALI DALLA RUSSIA

 

 Una valigetta e tanta voglia di stupire al rientro in Patria. È cominciata così – come in un affresco del neorealismo cinematografico italiano in cui l’emigrato partito povero tornava a casa in estate con la fuoriserie da sfoggiare per l’invidia dei compaesani – la penetrazione dei capitali russi in Emilia-Romagna.

La spocchia dei nuovi ricchi – che atterravano all’inizio degli anni Novanta a Rimini e ripartivano con le valigie piene di prodotti made in Italy da rivendere a casa – durò poco e lo "shopping tour" (come veniva chiamato) si tramutò presto in senso degli affari. Con un’altra parola: riciclaggio.

Già in un rapporto del 1997 si legge che le autorità di polizia informavano il ministero dell’Interno che «dietro la costituzione di agenzie turistiche a capitale misto italo-russo si potessero celare affari illeciti di varia natura, non ultimo l’immigrazione clandestina di donne da avviare alla prostituzione».

“In quegli anni – ricorda Luigi De Ficchy, fino allo scorso anno sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia – tutti i tour operator venivano tenuti d’occhio, perchè c’era il rischio concreto che tra tanti viaggiatori, ci fossero non pochi riciclatori”. “Ricordo che a Forlì – mi disse De Ficchy poco prima di lasciare la sua stanza nella sede della Dna a Roma con destinazione Procura della Repubblica di Tivoli, che oggi guida – molte di queste attività di viaggio dubbie erano nelle mani dei fratelli Petrosian. Credo che ora siano scomparsi dalla circolazione».

La mafia russa ha trovato una propria collocazione colmando gli spazi vuoti lasciati dalle mafie italiane. «Gli unici accordi con le consorelle nostrane, almeno per la fase più recente – ha scritto uno studioso come Enzo Ciconte – hanno riguardato il traffico di armi e le opere d’arte. Non ci sono stati finora attriti o scontri degni di nota tra mafie italiane e mafia russa. Quest’ultima è molto attenta ad agire su territori non occupati, interessandosi di segmenti di mercati criminali non coperti da altri».

 

IL CASO “RUSSIAGATE”

 

L’appetito vien mangiando e non è un caso che nel 2002 esploderà il filone italiano del “Russiagate”, che ha inizialmente coinvolto Usa ed Ex Unione Sovietica. E dove esplode? Proprio in Emilia-Romagna, dove si sospettava che la mafia russa riciclasse miliardi di provenienza illecita. Il meccanismo era semplice: si costituivano diverse società di facciata e si aprivano conti correnti bancari presso banche estere (in particolare statunitensi). Infine si falsificavano documenti ad arte che nascondevano la vera natura delle transazioni commerciali. Il giro d’affari stimato si aggirava intorno ai 500 milioni di euro (in meno di tre anni). Prove e indizi non ressero però al vaglio giudiziale e qualcuno disse che non furono poche le lacune e le mancanze dovute, forse, alla sorpresa di trovarsi di fronte a un fenomeno nuovo.

Vero o no, un fatto è assodato: è difficile cogliere con le mani nel sacco i mafiosi russi. «Si muovono bene – racconta ancora De Ficchy – e in passato hanno utilizzato la potente e oliata macchina del Kgb, il servizio di spionaggio, per la fuoriuscita di capitali. Non dimentichiamo, inoltre, che almeno il 70% delle attività imprenditoriali in madrepatria è in mano alla criminalità organizzata. Infine una riflessione che può indurre a capire come si muove la mafia russa. Loro hanno una rete unica al mondo, formata da professori universitari di alto livello, imprenditori che parlano più lingue e, soprattutto, una diretta competenza economica e finanziaria. Non è come in Italia dove i mafiosi sono costretti ad appoggiarsi a chi conosce mercati e finanza».

Giramondo, giovane, motivato, insospettabile: eccolo dunque il profilo del mafioso delle ex repubbliche sovietiche che secondo molte indiscrezioni (al vaglio di indagini complesse che, però, camminano lentamente) oggi investe anche in catene alberghiere e attività turistiche, così contigue ai viaggi di piacere in Riviera con i quali tutto ebbe inizio.

Indagini, vale la pena di sottolineare, difficili anche perchè la collaborazione oltre l’ex cortina di ferro è spesso impossibile. «L’interesse a collaborare – conclude De Ficchy – e il sistema di relazioni sono scarsi e il contributo è spesso formale».

 

REGGIO E’ IL SALVADANAIO DELLA ‘NDRANGHETA

 

Parole scontate se non fosse che Reggio non è quella di Calabria ma quella nell’Emilia (come recitano i vecchi atlanti geografici). E se non fosse che a pronunciarle non fosse un magistrato calabrese ma Italo Materia, procuratore capo della Repubblica a Reggio Emilia, nel corso di un colloquio riportato dalla «Gazzetta di Reggio» il 22 ottobre 2005.

Da allora a oggi qualcosa è cambiato ma solo perchè i metodi si sono affinati e gli uomini della ’ndrangheta girano in doppiopetto, sono sempre più iscritti negli Albi e negli Ordini dei professionisti e sono entrati a pieno titolo nel mondo dell’impresa e dell’economia (apparentemente) legale attraverso il riciclaggio del denaro sporco.

Reggio e la sua provincia non sono, dunque, quelle di quasi 40 anni fa, quando un intenso flusso migratorio comincio a portare in quest’area e nelle vicine province di Mantova e Cremona, decine di migliaia di cutresi. E proprio in quegli anni la cosca dominante a Cutro (Kr) – la famiglia Dragone – allungò a Reggio i suoi tentacoli cominciando un’attività di pesante vessazione nei confronti dei corregionali che nel frattempo avevano cominciato a farsi onore soprattutto nel campo del commercio e dell’edilizia.

Pizzo, racket e usura furono i primi gradini, fino a salire la gerarchia del crimine organizzato con il traffico (in grande stile) della droga e l’infiltrazione nell’economia legale attraverso acquisizioni e prestanomi. Per non parlare del vortice delle false fatturazioni e triangolazioni fiscali elusive.

A Reggio, come scrive Enzo Ciconte nel suo rapporto dell’11 gennaio 2008 sulle dinamiche criminali in provincia, «non c’è alcun controllo del territorio. Non c’è stato nel passato e non c’è ora».

La città esce da un periodo – dal 22 agosto 1999 all’11 dicembre 2004 – che ha sancito, con l’uccisione di 12 persone e la supremazia della famiglia di ’ndrangheta Grande Aracri, che regna senza far troppo rumore.

Reggio può farcela a dare un calcio alla criminalità organizzata? Forse sì, perchè sono i reggiani, a partire da quelli di origine cutrese, ad alzare il muro della legalità.

Una per tutte: la ribellione dell’imprenditore Giuseppe Ruggeri, natio di Cutro, che il 19 ottobre 2007 confermò al Tribunale di Crotone i tentativi di estorsione subiti a Reggio Emilia dai Dragone. La sua denuncia e la morte del vecchio boss Antonio posero fine ai tentativi.

 

E’ LA STAMPA (DA BRIVIDI) BELLEZZA…

 

Molti di voi ricorderanno che Roberto Saviano, nella sua apparizione su Rai2 da Fabio Fazio, proiettò e lesse i titolo di alcuni giornali campani che trattavano in modo quantomeno discutibile le “fantastiche” avventure dei Casalesi e dei camorristi in genere.

Nonostante abbia (appena compiuto) 46 anni sono già 25 anni che faccio questo mestiere e ho il vecchio viziaccio di ritagliare e conservare da anni articoli dei giornali più disparati. Leggo e divoro di tutto. E conservo.

Allora faccio con voi un gioco semplice semplice a testimonianza della bontà della testimonianza di Saviano: vi riporto in ordine temporale alcuni (solo alcuni) titoli di giornali e agenzie del 2002, 2006, 2007, 2008 e dei primi mesi 2009 (calabresi, campani e emiliano-romagnoli) in modo tale che le persone che ancora credono che le mafie siano un problema del Sud quantomeno riflettano. Non vi sfuggiranno alcune differenze tra i titoli visti da Sud (in genere più allarmisti e realistici) e visti dal Nord (in genere più scetticci e dubbiosi oppure sorpresi).

“Mafia russa, milioni di euro lavati in Romagna” (Corriere della Sera, pag. 18, 11 giugno 2002); “Una spa del pizzo a Modena – Estorsioni agli imprenditori edili: arrestati dai Carabinieri 5 esponenti del clan dei Casalesi” (Il Resto del Carlino, pag, 1, 7 aprile 2006); “In una scuola di Bologna Libera spiega la mafia ai bambini” (Agenzia Dire ore 17.09 del 2 febbraio 2007); “ Le lunghe mani dell’Est sulla nostra Riviera” (Il Resto del Carlino, pagg. 2 e 3, 16 marzo 2007); “Un pentito di mafia ai vertici di Doro Group – Ricostruito il management della coop che gestiva in subappalto i servizi di terra dell’aeroporto Marconi di Bologna” (Il Resto del Carlino, pagg. 4 e 5, 11 gennaio 2008); “Cutrese arrestato a Reggio Emilia per omicidio” (Gazzetta del Sud, pag. 28, 1° aprile 2008); “Scatenati nel Modenese con i metodi della camorra – In manette sei affiliati a un clan” (Il Resto del Carlino, pag. 17, 2 aprile 2008) “La ‘ndrangheta colonizza l’Emilia-Romagna” (Gazzetta del Sud, pag.26, 19 aprile 2008); “La ‘ndrangheta ha messo piede in Romagna” (Il Resto del Carlino, pag.18, 23 aprile 2008); “Preso a Imola il boss emergente di Papanice – Fermati anche due fedelissimi” (Gazzetta del Sud, pag. 26, 30 luglio 2008); “Anziana vedova minacciata dalla mafia – La cosca Calabrò la costrinse a vendere un terreno a Bologna” (Il Resto del Carlino, pag. 9, 17 ottobre 2008);  “Blitz antidroga, mafia al tappeto in Emilia-Romagna” (Il Resto del Carlino, pag. 16, 6 marzo 2009); “Spari al portone del candidato sindaco – In un paese del reggiano – Mai ricevuto minacce prima” (Il Resto del Carlino, pag. 14, 30 marzo 2009)

E gran finale (rullo di tamburi): “Arresti in carcere a 5 boss camorristi “modenesi” (La Gazzetta di Modena, 8 aprile 2009, cioè ieri, fantastico no!)

3. The end e...Buona Pasqua a tutti voi e alle vostre famiglie. Io tornerò con un nuovo post martedì 14 aprile

roberto.galullo@ilsole24ore.com

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« Risposta #9 il: Aprile 14, 2009, 10:52:37 »

14/04/09

Dopo 80 anni la provincia di Latina ha bisogno di una nuova bonifica: questa volta dalle mafie e dalla malapolitica.

Il costo? 30 miliardi

Eccomi tornato a voi dopo le vacanze pasquali cari amici. Scusate se ho pubblicato i vostri commenti con giorni di ritardo ma un misterioso virus – sul quale in questo preciso momento stanno lavorando i tecnici del Sole – per giorni ha bloccato il mio accesso al mio blog dal mio pc. Nei giorni di festa è stato impossibile riparare il danno. Ora spero di sì. Intanto sto scrivendo dal pc del giornale.

Ma veniamo a noi e – neppure a farlo apposta – all’inconsapevole input di un lettore che ha lasciato in questi giorni un commento da Latina ricordando i bei tempi in cui il sindaco di Fondi mi attaccava per ciò che scrivevo sulla sua città e i dintorni. Che bello essere attaccati quando si svolge il proprio ruolo di cane da guardia della democrazia! 

E dunque…E dunque c’è un’oasi felice per Cosa Nostra, Camorra e ‘ndrangheta a pochi passi da Roma: Latina.

Paradossi della storia. Questa provincia che ruota intorno a una città dove fondamentale è stato il contributo alla bonifica dell’agro pontino dei popoli veneti, friulani ed emiliano-romagnoli, estranei per secoli alle logiche mafiose, oggi è soffocata da logiche affaristico-politico-mafiose.

Sia ben chiaro: il Dna degli abitanti è rimasto lo stesso. Laboriosità e sacrificio ma il gene degli affari sporchi ha invaso politica e imprenditoria e un gruppo di criminali immigrati – come lo furono allora i coloni -  riesce oggi a sottomettere la Latina onesta.

A oltre 80 dalla bonifica del Duce – che tanti nostalgici ha lasciato nell’area anche tra i giovani che non sanno neppure cosa sia stato il Ventennio – ci sarebbe bisogno di una nuova bonifica: questa volta dalla politica marcia, dai clan e dalle cosche che invadono il territorio. “A partire dal 1927 flussi di circa 60mila coloni liberarono dalle acque putride e stagnanti – riporto testualmente dal sito del Comune di Latina – un territorio di circa 134 mila ettari”. Al cambio d’oggi l’operazione costò circa 30 miliardi di euro: ne valse la pena, era nata una nuova città e con essa una nuova economia per l’Italia che stava nascendo a dispetto di una maledetta dittatura fascista.

Oggi la provincia di Latina ha un punto debole, debolissimo che è un nervo scoperto per l’Italia tutta che sogna inebetita dalle tv di Stato e della famiglia del Capo del Governo: Fondi.

Questa città ruota intorno a un mercato ortofrutticolo (Mof) che è tra i più grandi del bacino mediterraneo e d’Italia: 120 aziende di grossisti che rappresentano (questa volta riporto testualmente dal sito del Mof) “il maggior centro di approvvigionamento sia delle metropoli italiane sia della grande distribuzione”.

Ebbene cari amici, volevate forse che questo bocconcino prelibato da un miliardo di ricavi all’anno sfuggisse a camorra e ‘ndrangheta. Eccovi alcune approfondimenti di quanto scriverò domani, mercoledì 15 aprile, con un’inchiesta sull’inserto romano del Sole-24 Ore (acquistabile solo nella regione Lazio)


IL MERCATO ORTOFRUTTICOLO FA GOLA ALLE MAFIE

E CON LUI TUTTE LE ATTIVITA’ CONNESSE


Nel 2007 il consigliere della Direzione nazionale antimafia (Dna) Francesco Paolo Giordano scriveva nella relazione: “Nel 2005, importanti inchieste sul mercato ortofrutticolo di Fondi,hanno fatto emergere sia il controllo illecito della criminalità organizzata sulle attività di trasporto su gomma di prodotti ortofrutticoli, sia infiltrazioni nel settore dell’intermediazione. Quanto al trasporto, in Campania segnatamente il clan camorristico tuttora dominante in questo settore è quello dei Casalesi che ha il monopolio dei trasporti di tutti i mercati della Campania verso il Sud, escluso il mercato di Giuliano, e cercano di estendere la loro influenza anche verso i mercati del Piemonte”.

E come se non bastasse anche le attività legate all’agricoltura (e via via le altre non connesse) sono spesso nelle mani di fottuti camorristi. “Vanno citate anzitutto forme di accaparramento di strutture produttive e di terreni agricoli a prezzi stracciati come interfaccia di fenomeni di usura e di estorsioni – scrive ancora il magistrato Giordano -  sicché alcuni operatori del comune di Giugliano in Campania risultarono aver acquistato aziende agricole nelle vicine province di Caserta e Latina. Anche l’aggregazione criminale dei Casalesi di Caserta ha sempre manifestato una particolare vocazione ad infiltrarsi nel settore agricolo, soprattutto mediante l’accaparramento di terreni, nella prospettiva di realizzare, in un modo o nell’altro, buoni affari. Nell’Italia centrale si sono registrate acquisizioni di grandi stabilimenti ed aziende per la produzione di prodotti agricoli su vasta scala”.

Quest’anno la Dna ha cambiato l’estensore della parte dedicata alle mafie nel Lazio: si tratta del consigliere Luigi De Ficchy, poi volato a capo della Procura di Latina. E cosa scrive nella relazione consegnata a fine 2008 al capo della Dna Piero Grasso?

Questo: “Chiara conferma della penetrazione del fenomeno criminale nel mercato ortofrutticolo di Fondi è giunta dalle indagini relative ad alcuni danneggiamenti, che hanno interessato ditte di autotrasporto che operano nell’ambito del mercato. Tali episodi hanno confermato che le attività del Mercato ortofrutticolo di Fondi rappresentano continue occasioni di arricchimento per la criminalità organizzata per la forte influenza dei potenti clan camorristici e della ‘ndrangheta su Fondi. È stata riscontrata la costituzione di cartelli che gestiscono e controllano in maniera monopolistica e mafiosa le rotte della commercializzazione dei prodotti verso varie zone dell’Italia. Di rilievo è anche una indagine che ha portato alla emissione di una ordinanza di misura cautelare in data 13.02.2008 emessa dal Giudice per le indagini preliminari di Roma nei confronti di un’organizzazione mafiosa dedita all’usura a danno di imprenditori e commercianti della zona di Fondi”.

Insomma: tutto come prima. Anzi: peggio anche se il presidente del Mof, Giuseppe La Rocca, da me intervistato alcune settimane fa nella mia trasmissione “Un abuso al giorno” su Radio24 (in onda dal lunedì al venerdi alle 6.45 e in replica alle 20.45), dirà che le infiltrazioni non appartengono al Mercato. Certo, qualche piccolo episodio, ma il mercato è impermeabile alle infiltrazioni. Giudicate voi, lettori.


NON BASTASSE IL MERCATO ECCO A VOI  IL COMUNE

A QUANDO LO SCIOGLIMENTO PER MAFIA?


Alcuni mesi fa il prefetto di Latina, Bruno Frattasi, uno tra i migliori prefetti in Italia, ha consegnato al Viminale una relazione di 507 pagine nella quale metteva in fila una serie lunghissima di episodi che portavano a proporre lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Fondi.

Vi tralascio l’ignobile autodifesa della classe politica locale che ha gridato alla lesa maestà e alla verginità dei propri costumi. Ciò che voglio che voi sappiate, cari amici di blog, è che lo steso Viminale  ha traccheggiato per mesi prima di prendere una decisione, fino a che nell’audizione del 2 aprile in Commissione parlamentare antimafia il ministro dell'Interno Roberto Maroni è stato messo con le spalle al muro e ha giurato che in una “prossima” riunione del Consiglio dei ministri il caso Fondi sarebbe stato portato alla luce. Per decidere (o meno) lo scioglimento. Piccola annotazione: la giunta di Fondi è di centrodestra, così come la compagine governativa. Non solo: la provincia di Latina conta un numero di politici (mi vien da ridere) potentissimi e temutissimi, serbatoio naturale di voti e voti e voti e voti e….

Ovviamente non sta a me decidere ma una cosa posso dirla senza essere “cortesemente invitato” a interessarmi di altro (come mi è successo da parte di alcuni consiglieri regionali del centrodestra che stanno facendo di tutto per impedirmi di scrivere su Fondi e su Latina, comprese querele annunciate, ma non ancora giunte, che hanno il sapore dell’imtimidazione): io mi fido del prefetto Frattasi. Punto.

E mi fido di ciò che scrive De Ficchy. Eccolo: “Nel sud – pontino, in particolare a Fondi, Formia, Terracina e Gaeta, si è registrata la presenza di nuclei affiliati a organizzazioni criminali campane e calabresi, dediti al traffico di sostanze stupefacenti, alle estorsioni e al successivo riciclaggio dei proventi in varie attività di copertura dagli stessi gestite. Sono in gran parte attività che si svolgono in maniera silenziosa, tramite la collaborazione di soggetti che fungono da prestanome, dirette a sviluppare investimenti nei settori immobiliare e commerciale. Particolarmente preoccupanti sono le evidenze relative ad accertati rapporti tra amministratori locali ed elementi appartenenti ai citati gruppi criminali. Allarmanti sono i numerosi danneggiamenti ed incendi di natura intimidatoria, che hanno interessato imprenditori e titolari di esercizi commerciali in Terracina nonché esponenti della locale amministrazione comunale. Le relative indagini hanno consentito in data 30.04.2008 l’esecuzione di un’ordinanza di misura cautelare del Giudice per le Indagini Preliminari di Latina nei confronti di n. 13 soggetti, appartenenti a un gruppo criminale locale, dedito prevalentemente ad attività estorsive ai danni di imprese funerarie e di pulizie con il fine del controllo dei settori imprenditoriali interessati”.

E ancora: “… nella zona compresa fra il casertano e il basso Lazio, è stata riscontrata sul territorio l’operatività del gruppo criminale Riccari-Mendico diretta al controllo delle attività economiche tramite attività estorsive e all’acquisizione di subappalti nel settore della realizzazione di opere pubbliche e private. Punti di riferimento del sodalizio sono stati i gruppi camorristici Beneduce, Zagaria, Cantiniello e Schiavone.

Sintomo della penetrazione in campo finanziario da parte delle associazioni di stampo camorristico è l’alta frequenza della costituzione e successiva estinzione di società finanziarie, di distribuzione alimentare e di abbigliamento.

A Latina sono presenti gruppi locali di elevata capacità criminale che vedono in prima fila esponenti di alcune famiglie nomadi dedite all’usura, alle estorsioni e al traffico delle sostanze stupefacenti.

Altri eventi criminosi avvenuti a Latina sono la conferma della pericolosità

dei gruppi locali, che vedono aumentata la loro capacità criminale in virtù

dei legami con i clan camorristi che insistono sui territori delle province limitrofe.

Il panorama criminale nel circondario di Latina è sempre più arricchito dalla presenza di gruppi criminali stranieri alimentati da rilevanti flussi migratori di clandestini, provenienti in particolare dall’Europa orientale. Si stanno consolidando i gruppi di etnia rumena nonché gruppi criminali nigeriani e albanesi, che gestiscono lungo il litorale lo sfruttamento della prostituzione di loro connazionali.

In particolare gli albanesi e i nigeriani risultano avere instaurato solidi collegamenti con i gruppi criminali locali e con quelli di matrice camorristica. La criminalità straniera è composta da numerosi piccoli gruppi criminali che si muovono in assoluta clandestinità”.


IL CONFINE TRA ROMA E LATINA RAFFORZA LE MAFIE

IL FANTASTICO CASO DI MINTURNO E DEI SUOI POTENTATI



Sempre più forte e diffusa è la criminalità nelle zone di Ardea (Roma), Aprilia (Latina), Anzio e Nettuno (Roma), quest’ultimo primo Comune del Lazio a essere stato sciolto per mafia nel novembre 2005 per infiltrazione della famiglia di ‘ndrangheta Gallace. “Sempre più inquinati – scrive ancora De Ficchy - risultano in particolare il territorio di Aprilia e Ardea dove si nota una sinergia tra esperienze criminali di matrice camorristica, calabrese e siciliana”.

Ci sono però comuni che restano fuori dalle cronache nazionali anche grazie alla potenza di politici e affaristi che riescono a spegnere i riflettori dei media e della società civile, costretti gli uni e gli altri a subire.

Prendiamo Minturno, a esempio. “Il Tempo” (edizione di Latina) del 10 aprile riporta una notizia che – in loco – alcuni politici avevano fatto di tutto per affossare in radice. Il Gip della Procura di Perugia non ha ritenuto di archiviare l’inchiesta che vede coinvolti politici, magistrati e funzionari in una presunta associazione mafiosa.

E sempre a Minturno il vizio della lottizzazione abusiva coinvolgerebbe persone insospettabili, come a esempio la moglie del sindaco, il geometra Giuseppe Sardelli (Pdl, ex Forza Italia) e il figlio dell’assessore alla qualità della vita (!), il geometra Fausto La Rocca, Pdl, ex Forza Italia (che ovviamente respingono tutte le accuse). Il presidente del consiglio comunale di Minturno è uno dei politici più potenti in regione: Romolo Del Balzo, consigliere regionale del Pdl, ex Forza Italia, che come riportano le cronache regionali ha e ha avuto molti conti con la Giustizia (alcuni chiusi altri in sospeso).

Intanto, ci informa “Latina Oggi” nell’edizione del 6 aprile, sono stati posti i sigilli.E intanto -  ci informa Edoardo Levantini a capo del Coordinamento antimafia Anzio-Nettuno -  sono anni che questo territorio è devastato dall’abusivismo edilizio e da anni la Regione ha messo questo territorio sotto osservazione. Più in generale il sostituto procuratore Luca Ramicci, riporta il Corriere della Sera nelle cronache romane il 3 aprile, nel Lazio dal 2006 sono state scoperte 700 violazioni urbanistiche. “Il territorio – sintetizza il Corriere – è stato gestito in maniera assolutamente criminale. Diversamente non saprei definire quello che ho trovato in questa zona”. La zona è quella di Tivoli, presso il cui Tribunale opera Ramacci. Sulla stessa falsariga le dichiarazioni rese alla Commissione contro la criminalità della Regione Lazio dal magistrato De Ficchy il 2 aprile.

Lo stesso quotidiano, l’11 aprile, in prima pagina, riportava con clamore la notizia della megavilla della moglie del potentissimo senatore Claudio Fazzone (Pdl, ex Forza Italia): è ancora in piedi nonostante la condanna per abusivismo, in attesa degli altri gradi di giudizio.

E sempre “Latina Oggi”, domenica di Pasqua, 12 aprile, sempre in prima pagina riporta un’altra notizia che ha dell’incredibile, relativa al presidente della Provincia di Latina, Armando Cusani (Pdl ex Forza Italia), e a un hotel di cui è comproprietario che sarebbe abusivo. Riporto testualmente: “…il presidente Cusani nella lotta ai vincoli ha fatto il possibile, anche di più. Probabilmente per dimostrare che ce ne sono troppi, un abuso edilizio lo hacommesso lui in persona. E infatti è finito sotto processo per concorso in abuso edilizio e abuso d’ufficio, nella sua qualità di comproprietario dell’Hotel Grotta di Tiberio a Sperlonga, ribattezzato «Hotel Cusani». Al processo in corso Cusani non si è ancora mai presentato per pregressi impegni istituzionali, poiché appunto, presidente in carica della Provincia di Latina”.

Forse ci sarebbe bisogno di altri 30 miliardi per sgombrare la provincia di Latina dalla macerie delle mafie e ribonificarla. Dalle mafie e dalla malapolitica.

roberto.galullo@ilsole24ore.com

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« Risposta #10 il: Aprile 22, 2009, 11:49:01 »

22/04/09

Sardegna e Toscana: la criminalità organizzata non esiste ma…bracca i magistrati e carbonizza gli imprenditori!


Secondo me c’è una differenza sostanziale tra inquirenti e investigatori chiamati a contrastare e reprimere la criminalità organizzata e i giornalisti che di criminalità organizzata scrivono: i primi analizzano lo stato dell’arte; i secondi – anche a costo di sbagliare - cercano di spingersi oltre cercando di capire cosa accade oggi in un territorio ma, soprattutto, che cosa accadrà…domani. E, in questo modo, dare alla collettività strumenti di lettura, analisi e dibattito, che possano scatenare una reazione sociale. Forse è per questo che alle mafie danno spesso più fastidio i secondi che i primi.

IN SARDEGNA LA MAFIA NON ESISTE. ANZI: FORSE NON ESISTE.

Questa riflessione mi è tornata in mente nei giorni scorsi in due occasioni. La prima è stata una chiacchierata con il procuratore generale della Sardegna, Ettore Angioni, che manderò in onda nella mia trasmissione “Un abuso al giorno” su Radio 24 nei prossimi giorni. Sentirete – mi rivolgo a chi avrà la bontà di seguirla – che Angioni afferma che in Sardegna non esiste la mafia, nel senso classico del termine (ma qual è il senso non più classico ma moderno del termine? Su questo bisogna interrogarsi. Tutto il resto, come diceva il mio grande concittadino-filosofo Franco Califano, è noia). Nessuno lo mette in dubbio, tantomeno io, che la mafia bel senso classico in Sardegna non esiste: il paladino di questa teoria che i sardi portano al petto come uno sceriffo la propria stella è Pino Arlacchi. Scrissi di criminalità organizzata in Sardegna già alcuni mesi fa in questo blog e fui duramente attaccato da molti lettori sardi, alcuni dei quali mi hanno anche gratificato di graziosi insulti nati a catena sulla Rete, attraverso siti e blog che ripresero quell’articolo (si veda il post del 26 settembre 2008).

Siti, blog e insulti che ricevo con amore ma con eguale amore chiedo agli stessi estensori: ma è il caso o no, invece di cullarsi sugli allori di una inesistente isola felice, di affrontare il tema dilagante di una criminalità che, dimentica del romantico ma spietato banditismo, dilania sempre più il tessuto connettivo di questa splendida terra? Secondo me è il caso ma vedete voi. Io non devo convincere nessuno. Fatto sta, che la si voglia chiamare mafia o la si voglia chiamarla “patagarru” (parafrasando gli sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo) non passa giorno che in Sardegna la criminalità organizzata (la chiamano così i giornalisti e gli inquirenti locali, non io) non colpisca con atti intimidatori un amministratore locale, no gestisca ogni losco traffico a partire dalla droga, non bruci l’azienda di un imprenditore o non costringa un magistrato a vivere blindato per le delicate indagini che sta svolgendo.

E sì, è il caso di Domenico Fiordalisi, capo della Procura di Lanusei in Ogliastra. Un calabrese che da quando è arrivato sull’isola, 8 mesi fa circa, ha cambiato volto alla Procura rivitalizzando inchieste scivolate da anni nei cassetti chissà perché. E, di conseguenza, rompendo parecchio le scatole alla locale criminalità (più o meno organizzata). Bene, il risultato è che dopo continue e vigliacche minacce, la famiglia del magistrato è stata costretta a tornare a vivere in Calabria, mentre Fiordalisi vive blindato nel locale carcere con misure di protezione senza precedenti. Ma in Sardegna la mafia classica (pardon: la criminalità organizzata) non esiste, anche se in Gallura e Costa Smeralda la cosca crotonese Ferrazzo, egemone a Mesoraca, stava (sta?) investendo milioni prima che intervenisse la Dda di Milano. E la mafia classica non esiste anche se il 3 marzo di quest’anno (non 100 anni fa) a Marbella in Spagna, paradiso dei latitanti, è stato arrestato Giuseppe Utzeri, re del narcotraffico sardo. Questo ex poliziotto – è stato nella scorta dell’ex ministro ballerino e riccioluto Gianni De Michelis ai tempi della Prima Repubblica – era, secondo le prime indagini, in stretto contatto con pezzi grossi di Cosa Nostra di Trapani e della ‘ndrine di Palmi. Fatto sta che lo stesso Fiordalisi – che di cosche se ne intende essendo nato in una terra dove la mafia la respiri nell’aria anche quando tira sabbia – timidamente accenna in contraddittorio radiofonico con il suo Procuratore generale che forse le cose stanno cambiando anche in Sardegna. Forse. In attesa di conferme, la mafia classica, in Sardegna, non esiste. E quella moderna?

NEPPURE IN TOSCANA LA MAFIA ESISTE MA INTANTO BRUCIA E UCCIDE

La seconda volta che mi è venuta in mente la riflessione sulla differenza tra inquirenti e investigatori da una parte e giornalisti dall’altra è stata quando ho letto la relazione sulla Toscana scritta dal sostituto procuratore nazionale antimafia Carmelo Petralia e consegnata a fine 2008 nelle mani del suo capo, il procuratore Piero Grasso che ha predisposto la relazione sulle mafie della Dna (ho il brutto difetto di leggere le carte). Petralia scrive testualmente a pag. 493 che in Toscana si conferma: 1) un tendenziale ricambio dei diversi soggetti criminali, 2) una loro sostanziale delocalizzazione, 3) l’impossibilità per i medesimi di praticare forme tipicamente mafiose di controllo del territorio. Scrive anche, a pag. 494, che esiste però la possibilità per “i gruppi criminali organizzati, di “confondere” le proprie iniziative, e in particolare quelle propriamente e direttamente a sfondo economico-patrimoniale (si pensi ai delitti di riciclaggio e di reimpiego di capitali di provenienza illecita, ma anche al condizionamento del mercato degli appalti pubblici), con quelle di operatori economici che si muovono nell'ambito della legalità, di talché si determinano situazioni nelle quali non solo si inseriscono fattori di inquinamento del mercato dei beni e dei servizi ma anche si determinano condizioni che rendono sostanzialmente indecifrabili i fattori di inquinamento medesimi. Sulla scorta di queste considerazioni introduttive non è difficile comprendere le ragioni per le quali le indagini della Procura di Firenze, a partire dagli anni ’80, debbano in tema di criminalità organizzata continuamente ottimizzare la messa a fuoco anche delle metodiche di investigazione, onde non compromettere un corretto allineamento con pratiche delittuose di diversa estrazione (e relative sub-culture criminali), talora riconducibili anche a realtà collegate a organizzazioni criminali storiche, quali “cosa nostra”, alla “camorra”, alla “‘ndrangheta”, alla “sacra corona unita” ed al banditismo sardo.” Ora, questa analisi – che giudico ottima anche nella parte in cui richiama come organizzazione criminale il “banditismo sardo”, oh yeah! – come ogni cosa al mondo (tranne la morte) è però opinabile. O meglio ancora: integrabile. E per argomentare quel che penso, parto da un a celebre frase di Agatha Christie: un caso è un caso, due casi fanno un indizio, tre forse sono una prova. E quattro? Lo scoprirete solo…leggendo.

UN CASO, DUE INDIZI, UNA PROVA E…

Ebbene. Il mio amico Pino Bianco, già alla Dda di Reggio Calabria (colgo l’occasione per salutare lui e Morena), sta seguendo le indagini sulla morte di Stefano Ciolli, morto carbonizzato il 15 giugno 2008 a San Casciano Val di Pesa. Da ciò che sembra emergere questo imprenditore-spedizioniere fiorentino, era in contatto con ambienti di Cosa Nostra. Bum direte voi! Bum lo anno fatto invece il 28 marzo 2009 gli otto camion di una ditta (ancora di spedizioni) a Calenzano (Firenze). Il rogo è avvenuto nella ditta Greco che – secondo quanto sta emergendo – ha visto entrare nel capitale societario Paolo Ciolli, fratello del morto ammazzato quasi un anno fa. Il 6 aprile 2009 a Peretola (sempre in provincia di Firenze) 4 furgoni e 2 auto hanno ancora fatto bum-bum e hanno preso fuoco. Anche in questo caso la magistratura sta indagando. Bene: una ditta di spedizioni in provincia di Firenze con un morto ammazzato è un caso, due ditte di spedizioni colpite sono un indizio, tre possono essere una prova. La prova – forse – che le mafie hanno le idee chiare dei business e dei modi in cui penetrare fino a controllare (è questo l’obiettivo finale) parti intere dell’economia e della società. Ah dimenticavo, scusate: il 6 febbraio 2009 in Via Orazio Vecchi a Firenze, a due passi dalla sua ditta “Gass Express”, è stato gambizzato l’imprenditore Marco Garrisi. Su questo episodio, ovviamente, stanno proseguendo le indagini, anche se sembra che l'attentato sia opera di persone che volevano mettersi in proprio e rilevare in questo modo violento il pacchetto clienti (una delle persone arrestate era la segretaria dell'imprenditore). Qual era il suo ramo di attività? Toh: spedizioni nazionali e internazionali! Non sta a me dire se 4 casi sono una prova provata degli interessi delle mafie che aggrediscono economia e società toscana, la condizionano o la governano ma, senza starvi a tediare con le decine e decine di inchieste aperte in Toscana sulle infiltrazioni di Cosa Nostra, Camorra, ‘ndrangheta anche in cordata con le mafie straniere (a partire da quella russa e cinese), vi riporto, sinteticamente un splendido rapporto del mio amico Enzo Ciconte, studioso tra i più grandi della criminalità organizzata.

 LE MAFIE IN TOSCANA: CARATTERISTICHE ED EVOLUZIONE

 In questo studio – si badi bene: datato 19 dicembre 2008 – Ciconte enumera la bellezza di 78 famiglie di Camorra, Cosa Nostra e ‘ndrangheta presenti in Toscana: 15 in provincia di Lucca, 6 a Massa Carrara, 3 a Pisa, 4 a Livorno, 2 a Grosseto, 12 a Pistoia, 4 a Prato, 23 a Firenze, 9 ad Arezzo e 1 a Siena. Ma sono “fantastici” (ironizzo, ovvio) gli interessi che vale la pena riportare integralmente e che secondo me sono stati stimati in difetto:

1) esercizi commerciali nella Val di Nievole

2) bische, estorsioni ed edilizia nella provincia di Massa Carrara

3) turismo e bische in Versilia

 4) terreni, immobili, commercio, credito e gioco d’azzardo in provincia di Livorno

5) soldi falsi e usura in provincia di Grosseto

6) alberghi, negozi e bische in provincia di Pistoia

7) aziende tessili, commercio di abiti usati e locali notturni in provincia di Prato

Figo movimento terra, edilizia, controllo di agenzie bancarie di piccole dimensioni, gioco d’azzardo, riciclaggio e rapine in provincia di Firenze

9) truffe con aziende agricole e investimenti immobiliari in provincia di Arezzo

10) aziende agricole e appalti in provincia di Siena

Detto e riportato quanto sopra, in Toscana le mafie (non quelle classiche!) secondo voi stanno acquisendo sempre più il controllo del territorio? Io la risposta ce l’ho: e voi? Ma a non voler essere assertivi ma dubitativi (e il dubbio anima sempre il bravo giornalista) mi limito a indicarvi un’altra buona lettura (oltre alle pagine della Relazione 2008 della Dna che potete trovare su www.casadellalegalita.org). Si tratta del Rapporto annuale 2008 sulla legalità in Toscana della Fondazione Antonino Caponnetto di Firenze, che troverete sul sito www.antoninocaponnetto.it. Ebbene, la premessa al ricco indice è tutta un programma (da prendere sul serio): “La Toscana non è terra di mafia ma la mafia c’è e non dobbiamo abbassare la guardia.” E – aggiungo umilmente – la guardia non va abbassata neppure nelle altre regioni, isole comprese, come dicono nelle loro pubblicità…gli spedizionieri.

roberto.galullo@ilsole24ore.com

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da ilsole24ore.com
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« Risposta #11 il: Maggio 05, 2009, 05:43:30 »

05/05/09

Rapporto Ecomafia 2009: la vita di una scolaresca a Bova Marina vale 500 euro…e una pompa idraulica che non può ingripparsi

Più che i numeri contano le storie.

A scorrere il Rapporto Ecomafia 2009 presentato poche ore fa da Legambiente i numeri vincono anche perché le storie bisogna andarle a cercare.


E così noi giornalisti troviamo (e vedrete che i quotidiani di domani e i servizi radio e tv di oggi mi daranno ragione) più semplice snocciolare numeri: 20,5 miliardi di fatturato annui per gli eco-criminali, 3 reati ambientali all’ora e 258 clan che si spartiscono la parte più consistente della torta. Il ciclo illegale dei rifiuti supera i 7 miliardi, quello del cemento due. Ma se si calcolano anche gli investimenti a rischio si superano cifre iperboliche. Nulla di nuovo sotto il sole. Purtroppo.

Bene. Dietro ogni numero, però, c’è una storia di violenza e disprezzo della vita. Di storie ho così deciso di raccontarvene una, una sola. Ma per chi vorrà documentarsi e leggere altre storie agghiaccianti, consiglio il sito www.legambiente.it.

E’ una storia che coniuga – come poche – spregiudicatezza e senso dell’impunità.

 

BELLU LAVURU…IN CALABRIA NON SI GUARDA IN FACCIA  NEPPURE AGLI STUDENTI
 

Il 17 giugno 2008 la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria – dopo almeno due anni di intercettazioni e investigazioni – fa scattare l’operazione “Bellu lavuru” che porta all’arresto di 31 persone e – a dicembre 2008 – al sequestro di beni per 10 milioni.

Il nome dell'operazione, “Bellu lavuru”, è frutto di una intercettazione ambientale effettuata presso il 18 novembre 2006  presso il carcere di Parma tra il presunto capo dei capi della ‘ndrangheta Giuseppe Morabito, ’U Tiradrittu" e suo genero, Giuseppe Pansera con i parenti Francesco Stilo e Antonia Morabito. La cimice piazzata dai Carabinieri ha intercettato brani sull’aggiudicazione, appunto, di un "bellu lavuru" per il restyling della strada statale 106.

Tutto ciò che si muove sul territorio, però resta impigliato nella rete della ‘ndrangheta. Compreso l'appalto relativo al Liceo scientifico "Euclide" di Bova Marina. Si tratta di un maquillage consistente, di lavori di consolidamento della solidità strutturale. Inosmma non è quella che a Roma si chiama “na romanella”, vale a dire una lavata di faccia e nulla più.

Ebbene nelle interettazioni telefoniche un’imprenditore invita un collega a mettere più sabbia e meno cemento nell’impasto. Ma quest’ultimo…

Nulla di nuovo direte voi. È cronaca (e storia) che lungo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria interi tratti siano stati “impastrocchiati” con rifiuti, sabbia di mare e ogni sorta di porcheria.

Così come è storia che il 24 settembre 2008, sempre in Calabria, alemno 350mila tonnellate di arsenico, zinco, piombo, indio, germano e mercurio (provenienti dagli scarti dell’area industriale Pertusola), invece di essere smaltite regolarmente sono state utilizzate per costruire parcheggi, strade e persino due scuole a Crotone e nella vicina Cutro.

Vox populi racconta che in molti sapessero, fatto sta che è dovuto intervenire il Pm Pierpaolo Bruni (uno dei migliori magistrati in Italia, non a caso nel mirino delle cosche)  per rompere con la sua inchiesta il muro di omertà e complicità.

Qualcosa di nuovo in realtà in questa storia della scuola di Bova Marina, in provincia di Reggio Calabria, c’è: l’imprenditore che avrebbe dovuto mettere più sabbia e meno cemento…si ribella.

 

LA VITA DI UN RAGAZZO SI PUO’ BRUICIARE
MA UNA POMPA IDRAULICA NO…

 

Era ora direte voi: in nome della sicurezza degli studenti (figli) c’è chi finalmente chi si è messo una mano sulla coscienza.

Ma quando mai…L’imprenditore (anch’egli sospettato di legami con le cosche) non può correre il rischio che la troppa sabbia possa bruciargli la pompa idraulica necessaria per la miscelazione.

Il 7 marzo 2007 alle ore 16.45.09  dichiara infatti (testualmente) “che non può mettere a rischio una pompa idraulica da 300mila euro per consentire all’impresa di risparmiare 500 euro sulla fornitura”.

500 euro capite. E’ questo il prezzo, per gli ecocriminali, della vita di un’intera scolaresca.

E per chi non credesse ai propri occhi, allego lo stralcio originale dell’intercettazione. Buona lettura e “bellu lavuru” a tutti. Ma nel mome della legalità.

roberto.galullo@ilsole24ore.com

 

LA TELEFONATA INTERCETTATA NEL RAPPORTO

CONSEGNATO ALLA PROCURA DI REGGIO CALABRIA

 

Nella conversazione intercettata in data 07.03.2007, viste le continue ordinazioni con le quali il Gruppo Corsaro si ostina a richiedere calcestruzzo dalla consistenza eccessivamente bassa per essere fornito con le pompe, D’Aguì si spinge ad affermare che “non può mettere a rischio una pompa idraulica da 300.000 euro per consentire ai Corsaro di risparmiare 500 euro sulla fornitura”;

D’Agui’ nella fattispecie, dimostra di preoccuparsi esclusivamente di salvaguardare la funzionalità dei propri mezzi di lavoro, perché con altre modalità, sarebbe tranquillamente disposto a fornire calcestruzzo anche di consistenza ben inferiore;

                                E’ evidente come l’unico criterio preso in considerazione nell’attività di costruzione del Liceo “Euclide” è quello della realizzazione del massimo profitto possibile, anche a discapito di gravi carenze che possano minarne la stabilità strutturale;

Registrazione:                 25731

Ora registrazione:                 07/03/2007 16.45.09

Direzione (1:Usc 2:Entr)  2

Sintesi:                Conversazione nr. 25731 del 07.03.2007 ore 16.45.09

 

Corsaro Salvo chiede a Terenzio se gli hanno dato la chiave Terenzio gli risponde di si.

Corsaro chiede a Terenzio se gli hanno dato la pompa e Terenzio gli risponde di si.

Corsaro dice a Terenzio che gli sta mandando il fax per il cemento di domani e che gli serve il 200 Kg con la pompa.

Terenzio gli dice che a 200 Kg non lo pompa, e che meno di 250 Kg non lo può pompare perché altrimenti rischia di bruciare una pompa del valore di 300.000 euro per gettare il cemento a 200 Kg.

Terenzio gli dice che a 250 Kg gli fa una cortesia e non è che per risparmiare 500 euro lui non è che deve rovinare una pompa idraulica.

Corsaro gli dice che gli farà sapere.

Terenzio gli dice anche che se lo vuole con la gru glielo manda anche a 50Kg.

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« Risposta #12 il: Maggio 12, 2009, 10:46:19 »

11/05/09

Massopolindrangheta a caccia grossa di Pierpaolo Bruni: vita dura per un pm che deve morire (non solo professionalmente)


Che ve ne siate accorti o meno in Calabria è partita da alcuni giorni una nuova puntata dello sport preferito dalla disgustosa (in massima parte) politica locale e dall’altrettanto raccapricciante coacervo di poteri forti – massoneria deviata in testa – che lì (e non solo) detta legge.

Lo sport preferito in Calabria è la caccia grossa e subdola al magistrato.

La caccia grossa – a pallettoni verbali, colpi di bazooka burocratici e missili giornalistici - deve però avere determinati requisiti, altrimenti il magistrato non viene “braccato”, “inseguito” e “cacciato” (c’è anche la variante impazzita che tanto piace alle cosche: “ucciso”). Anzi, il magistrato in quel caso, diventa uno di loro: di quel miscuglio vomitevole che governa questa regione benedetta da Dio e maledetta dalla politica.

E la ’ndrangheta direte voi? C’è, c’è, state tranquilli. La regia della caccia grossa è sempre nelle logge coperte dove la ‘ndrangheta dal colletto bianco sposa la politica dal conto in nero e la massoneria dal grembiulino sporco. Ricordatelo: sempre. E’ la massopolindrangheta bellezza!

Il magistrato da braccare e cacciare subdolamente deve dunque essere: bravo, cocciuto, preparato, motivato, indipendente, colto e riservato. In altre parole non deve guardare in faccia a nessuno e amministrare la giustizia nel solo nome del popolo italiano.

Ma in Calabria questo non è possibile. Senza richiamare nomi che hanno segnato la mia vita anche professionale – Cordova, De Magistris e Spadaro, a esempio – vengo ai giorni nostri e faccio un nome: Pierpaolo Bruni.

 
PIERPAOLO BRUNI: CHE E’ COSTUI?

 
Alla massa degli italiani, incartapecoriti dalle banalità mediatica di massa e rimbambiti dalle tv di Stato e no, questo nome dirà poco o niente. Forza anche della stampa, ormai incapace di dare notizie che non siano basate su solidi culi, tette e corna.

Bene. Pierpaolo Bruni è un giovane magistrato che in Calabria sta conducendo (o ha condotto) inchieste vitali per sconfiggere il cancro che attanaglia la Calabria: la massopolindrangheta. Passatemi il neologismo: è appunto la ‘ndrangheta sposata alla politica mafiosa. Officiante: un grembiulino di qualche loggia illegale.

La faccio breve: Bruni ha condotto, tra le altre, le inchieste – sfociate in processi – “Scacco matto”, “Eracles”e “Perseus” in cui il tanfo irrespirabile della massopolindrangheta era stato mitigato dalle ventate di legalità che partivano (anche) dalle sue attività. Del tanfo politico di quelle inchieste si è ad esempio occupato con straordinario accanimento che pochi giornalisti in Calabria possiedono, Monteleone (www.antoninomonteleone.it).

Il giornalismo dell’ammasso cerebrale si è invece appassionato al dibattito sulla proroga dell’applicazione o meno del pm Bruni alla Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Catanzaro. La sua mancata applicazione porterebbe, di fatto, all’eutanasia di processi fondamentali per la storia socio-economica della martoriata regione.

Nel momento in cui scrivo la situazione è la seguente: proroga concessa ma “limitatamente a sostenere l'accusa in un procedimento con rito abbreviato nei confronti di 93 persone accusate, a vario titolo, di fare parte o di essere legate a cosche della 'ndrangheta del crotonese”. Questo, almeno, è ciò che recita l’Ansa dell’8 maggio.

 
COLPI DI SCENA ANNUNCIATI ATTRAVERSO L’AGENZIA ANSA

 
Ma lo stesso giorno la stessa agenzia fulmina tutti con il seguente lancio:

“Il procuratore di Crotone, Raffaele Mazzotta, ha fatto una relazione per segnalare la vicenda dell'applicazione, prima negata e poi concessa solo parzialmente, del suo sostituto Pierpaolo Bruni alla Dda di Catanzaro. In particolare Mazzotta fa riferimento ad un ''fatto nuovo'' intervenuto il 5 maggio scorso, che lo ha ''costretto a revocare il precedente parere favorevole'' che era stato rigettato dal procuratore generale di Catanzaro facente funzioni Dolcino Favi. Quali siano i destinatari della segnalazione, Mazzotta non lo ha voluto dire per ''riservatezza istituzionale'' ma non e' da escludere che la segnalazione sia stata inviata al Csm od al Ministero della Giustizia. Mazzotta, il 27 aprile scorso, aveva espresso parere favorevole all'applicazione di Bruni sia ai riti abbreviati, sia a tutte le inchieste gia' avviate dal pm ''per non disperdere le grandi conoscenze di Bruni ed il know how e le conoscenze del collega che sono ottime. Viceversa - ha aggiunto - avevo espresso parere contrario a applicazioni diverse da quelle in atto perche' la situazione dell'ufficio di Crotone e' quella che e'''. Nonostante il parere favorevole di Mazzotta, Favi, il 29 aprile, aveva rigettato l'applicazione. ''Il 5 maggio - ha sostenuto Mazzotta - si e' verificato un fatto nuovo per il quale sono stato costretto a revocare il mio precedente parere favorevole''. Il procuratore non ha specificato quale sia stato il fatto nuovo, definendolo ''un fatto rilevante'', ma in ambienti giudiziari si ipotizza che possa essere successo qualcosa tra la Procura generale e quella di Crotone. (ANSA). SGH


DIETRO I COLPI DI SCENA LE GRANDI MANOVRE DELLA MASSOPOLINDRANGHETA

 
Al momento in cui scrivo solo Nostro Signore Gesù Cristo ne sa di più e siamo tutti in attesa di conoscere quali siano questi “fatti rilevanti”. Ma – in attesa di essere illuminati non dall’Altissimo ma dall’Ansa i cui giornalisti delle redazioni locali calabresi tante volte ricorrono nelle parole, nei giudizi e nei commenti resi da Luigi De Magistris ai suoi colleghi di Salerno (per i cultori della materia consiglio di leggere i faldoni della Procura di Salerno pubblicati su www.carlovulpio.it) – molto più spregiudicatamente racconto quello che la stampa nazionale e locale non ha avuto neppure minimamente il coraggio di raccontare. Attratti più dalla mancata proroga e dalla revoca della scorta a questo magistrato, seriamente minacciato di morte delle ‘ndrine. Che Dio lo conservi a lungo in vita.

 
DE MAGISTRIS, FAVI, BRUNI E L’INCHIESTA WHY NOT

 
Pochi sanno che quando a De Magistris furono avocate le inchieste Poseidone e Why Not, a raccogliere il testimone di Why Not  – controvoglia per i mille carichi di lavoro – fu proprio Pierpaolo Bruni.

Così come non tutti – forse – ricordano che ad avocare a De Magistris le inchieste Poseidone e Why Not fu proprio quel Dolcino Favi, che ora ricompare come il pg facente funzioni alla Procura generale di Catanzaro che ha in prima battuta negato la proroga dell’applicazione di Bruni presso la Dda. Quando si dicono le coincidenze!

Ben presto Bruni – che nonostante le perplessità si è gettato anima e cuore sull’inchiesta – si accorse (la metafora, per carità, è mia) che sarebbe stato più facile correre la Parigi-Roubaix con le ruote sgonfie o a attraversare il deserto con un cammello ubriaco (i cammelli sono golosi di birra, lo sapevate?), che entusiasmare i colleghi di lavoro sull’opportunità di portare avanti l’inchiesta del turpe De Magistris.

Ecco ciò che pubblica il settimanale Panorama (noto covo di comunisti) il 17 luglio 2008: “In una lettera del 10 giugno si legge: «Il gruppo di lavoro esiste solo formalmente poiché soltanto lo scrivente, pressoché in esclusiva negli ultimi mesi, ha posto in essere attività investigative e di impulso alle indagini»: parola di Bruni.

E parlando con il collega Massari, ecco cosa dichiara lo stesso Bruni il 6 dicembre 2008 alla Stampa: “Parlando di Why Not, Bruni dichiara: «Mi fu sottratto il filone d’indagine “Tesi - Fincalabra” sul quale stavo lavorando da tempo. Nel corso delle riunioni, avvenute tra i colleghi, ho avuto contrasti con il collega De Lorenzo, che adduceva ragioni di carattere tecnico-giuridico per fondare argomentazioni che avrebbero poi portato a stralci e archiviazioni. (...)».

Chiedono i pm di Salerno: «Ha mai formalizzato le rimostranze?».

Bruni risponde: «Il 6 giugno 2008 ho formalmente scritto a procuratore Generale (Enzo lannelli, ndr) ...».

Insomma: c’è traccia, nelle carte di Why Not, delle obiezioni di Bruni. Che dichiara d’aver perso un mese per la perquisizione al presidente della Regione Calabria Agazio Loiero: «Con i colleghi Garbati e De Lorenzo, l’oggetto della discussione era tanto il decreto, quanto i soggetti da perquisire, e in particolare (...) Loiero. Intercorse circa un mese e non tutto il materiale ricercato è stato rinvenuto

 
CORVI E VELENI SU WHY NOT

 
Bene. Mentre noi italiani eravamo travolti e stravolti come degli adolescenti in calore alle fantasmagoriche avventure di “Silvio, Veronica e Noemi” accadeva che la Procura generale di Catanzaro firmava e inviava al giudice per l’udienza preliminare (Gup) la richiesta di rinvio a giudizio per 98 persone delle 106 che nei mesi scorsi avevano ricevuto l’avviso di conclusione indagini dell’inchiesta Why Not. Per altre 7 è stato deciso lo stralcio con l’invio degli atti alla Procura di Milano. Per due esponenti dei servizi segreti (ma guarda tu che caso!) è stata invece disposta l’archiviazione.

Apriti cielo. La politica e la classe dirigente della Calabria coinvolta, tuona contro la lesa maestà. Ma come: tolto dagli zebedei De Magistris c’è ancora qualcuno che osa sfidarci? Poffarbacco: esiste una magistratura indipendente! Maledetto Bruni che ha ritessuto la tela di De Magistris! E maledetti tutte voi, toghe rosse e toghe rotte!

Loiero Agazio, il Governatore indagato che vive nello spazio (politico, ovvio), come ci informa Giuseppe Mercurio sulla Gazzetta del Sud del 3 maggio 2009 a pagina 35 è il primo a tuonare contro la fretta dei magistrati: Fretta? Oh yes: in fin dei conti sono solo 2 anni che la magistratura sta indagando! Ma diamogli almeno altri 25 anni di tempo a ‘sti magistrati per studiare le carte, perdinci e anche perbacco!

Sabatino Savaglio, essere sconosciuto a tutti ma non in Calabria dove il potere della Compagnia delle Opere (di cui l’inquieto e plurindagato Antonio Saladino è stato il prode condottiero per anni) è forte quanto quello della massoneria, si becca addirittura un titolo a 9 colonne (che di solito si dovrebbe riservare solo alla morte dei Papi o dei Capi di Stato) sulla Gazzetta del Sud lo stesso giorno e nella stessa pagina: “Sono indagato perché amico di Saladino”. Cucciolone! Ci fosse ancora l’inserto satirico dell’Unità, Cuore, finirebbe nella mitica rubrica “E chi se ne frega”e invece il suo chilometrico comunicato stampa scritto in una lingua che ricorda vagamente l’italiano finisce dritto dritto sull’amorevole giornale. L’uomo ombra e penombra di Saladino – principale indagato dell’inchiesta – si indigna come una murena in salamoia e con lui, ad esempio, anche tal Giovanni Lacaria.

Forte delle lamentele di cotanti personaggi, la stampa del posto si scatena e quella nazionale tace scribacchiando e vergando solo qualche patetico colonnino.

Un giornale locale – non voglio nemmeno nominarlo – ad opera di una penna che non oso neppure pronunciare ma di cui c’ampia letteratura tra le carte della Procura di Salerno, parla, tra le altre cause, di “vomitevoli e folle raccolta di esposti anonimi che anche il più vecchio e avvezzo cronista abbia mai potuto vedere” alla base dell’inchiesta Why Not.

Italiani, sveglia! Da tempo vò scrivendo che l’inchiesta Why Not è morta e sepolta ma dopo questo scriteriato colpo di dignità della magistratura calabrese che ha chiesto il rinvio a giudizio di 98 persone, tutti i fratelli d’Italia si debbono stringere a coorte e debbono esser pronti alla morte (altrui)! L’inchiesta, cribbio, non può andare avanti! Maledetto sia De Magistris, Bruni e compagnia indipendente!

 
L’OPERAZIONE PUMA, VRENNA E ANGELA NAPOLI

 
Ma c’è un ultimo e non irrilevante motivo per cui il magistrato Pierpaolo Bruni deve essere messo al bando dalla massopolindrangheta tutta, composta di personaggi insospettabili: il processo Puma condotto – ma guarda tu – proprio da lui medesimo.

Ebbene in questo processo – che vedrà svolgere presto la sua fase d’appello – tra gli altri è coinvolto anche un tal Raffaele Vrenna, imprenditore del settore rifiuti, per lungo tempo a capo di Confindustria Crotone . In primo grado, nel giugno 2008, Vrenna fu condannato a 4 anni di reclusione per uno spassoso reato: concorso esterno in associazione mafiosa. Il pm Bruni ne aveva chiesti 10. Condannati, con Vrenna, ex assessori regionali e provinciali e sindaci di centro-destra e centro-sinistra (badate bene: mai come in Calabria la differenza è virtuale).

Ebbene, accade ora che una rompiballe come l’onorevole del Pdl Angela Napoli, della Commissione parlamentare antimafia, si accorge di una stranezza che perdura: è vero che Vrenna ha affidato la gestione di parte dei suoi beni a un blind trust governato dall’ex capo della Procura di Crotone Franco Tricoli (!!!!!), ma è anche vero che da agosto 2008 a oggi nulla è cambiato per il resto. Vale a dire: la moglie di Vrenna, Patrizia Comito, non solo avrebbe creato una società priva del certificato antimafia (così scrive Napoli nell’interrogazione a risposta scritta presentata al ministro della Giustizia Angelino Alfano il 23 aprile, dopo quella già presentata senza successo il 29 settembre 2008) ma continuerebbe a ricoprire importanti incarichi presso la Procura della Repubblica di Crotone, dove per lungo tempo è stata segretaria proprio di Tricoli, ora a capo di parte dell’impero Vrenna! Che splendido triangolo!

Detto che queste cose possono succedere solo in Calabria, Angela Napoli – ai microfoni della mia trasmissione su Radio24 “Un abuso al giorno” che andrà in onda domani, martedì 12 maggio alle 6.45 e in replica alle 20.45 – parlerà di vero e proprio scandalo. “La signora Comito in Vrenna – dirà Napoli – lavora in quella Procura, fianco a fianco con il procuratore capo, al quale Bruni, che sul marito ha indagato e sta indagando, riferisce in vista dell’appello e riferisce per tutte le altre delicate inchieste antimafia che sta conducendo nel crotonese. E’ inconcepibile ma tutti tacciono! Ho chiesto l’allontanamento di Comito, vediamo cosa dirà il ministro”

Glielo anticipo io, Napoli: nulla. Zero carbonella, come zero ha detto prima e come zero sta dicendo, a esempio, il ministro celodurista e sassofonista Roberto Maroni sullo scioglimento per mafia del Comune laziale di Fondi (Latina).

La signora Comito in Vrenna, contattata dalla redazione di Radio24 per una replica, si limiterà a dire che non intende parlare con la stampa e che ha già avviato le contromosse dovute. Quali? Ah saperlo!

Ora, cari lettori, avete capito perché la storia di Bruni non ha solo a che fare con la proroga del suo incarico presso la Dda di Catanzaro. Bruni – minacciato di morte un giorno sì e l’altro pure dalle cosche crotonesi – non deve andare avanti. Costi quel che costi.

E noi siamo qui – per quel che serve – a combattere a fianco di Bruni contro la massopolindrangheta calabrese. Lontani da una loggia segreta e senza grembiulini. Non abbiamo nulla con cui sporcarci, noi.

roberto.galullo@ilsole24ore.com

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« Risposta #13 il: Maggio 17, 2009, 12:05:00 »

15/05/09


Processo Hiram

/ 1 Banche dati di Cassazione e Polizia violate da Cosa Nostra e massoni con la benedizione di un gesuita…
Inizia oggi, venerdì 15 maggio a Palermo, la fase dibattimentale del “Processo Hiram” in cui – come non accadeva da tempo – confluiscono in un’unica fogna dal tanfo nauseabondo Cosa Nostra, colletti bianchi, poliziotti corrotti, massoneria deviata (e no), Chiesa deviata (e no).

Questo processo – per farla breve – scoperchia, secondo l’accusa rappresentata dai validissimi magistrati Fernando Asaro, Paolo Guido e Pierangelo Padova, un’associazione a delinquere – su cui le indagini sono partite nell’estate 2005 - che cercava di aggiustare o ritardare processi in Cassazione (affinchè cadessero in prescrizione) di affiliati (e non solo) alle cosche delle province di Agrigento e Trapani.


HIRAM E L’ALLEGORIA MASSONICA


Hiram è il nome della rivista ufficiale del Grande Oriente d’Italia ma - nel rituale massonico – Hiram Abif è una figura allegorica: è l’architetto capo della costruzione del Tempio di Salomone (988 a.C.)

L’architetto Hiram Abif venne ucciso da tre capomastri che lavoravano alla costruzione del tempio nello sforzo di sottrarre informazioni segrete al grande capomastro. Qualunque fossero queste informazioni o segreti, Abif non le rivelò se non un attimo prima della sua morte.

In massoneria il concetto di “Himam risorto” sta a indicare il raggiungimento dell’Illuminazione.

E di illuminazione la Direzione distrettuale di Palermo ne ha avuta molta se ha avuto la costanza e la forza – nonostante i silenzi, le connivenze e le anomalie che ha incontrato e che incontrerà – di accusare 11 mesi fa a vario titolo per concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione in atti giudiziari, peculato, accesso abusivo in sistemi informatici e rivelazione di segreti di ufficio, una decina di persone.

Questa storia non è stata raccontata – proprio per la paura o l’appartenenza che molti giornalisti hanno nei confronti della massoneria e delle varie “piovre”– da nessun giornale tranne che per alcuni minimi stralci da Libero e dal Corriere della Sera. Approfonditamente, invece, solo da un maestro del giornalismo d’inchiesta su Cosa Nostra: Saverio Lodato dell’Unità a cui va tutta la mia riconoscenza per il lavoro che svolge da anni.

Ho deciso dunque di raccontarvela io questa storia. A puntate, come si addice a un processo che si annuncia di grandissimo interesse e che – proprio per questo – cappucci, compassi, grembiulini e alte gerarchie ecclesiastiche non vogliono che si racconti.


LA RAGNATELA MASSONICA, POLITICA E… GESUITICA


I personaggi coinvolti il 12 giugno 2008, giorno in cui fu richiesto l’arresto dai pm, sono innanzitutto: Nicolò Sorrentino, Michele Accomando e Calogero Licata, ex assessore a Canicatti per la Dc. Gli ultimi sono due massoni di logge diverse: a Trapani e Agrigento. Accomando si sarebbe dato – secondo l’accusa – un gran daffare per insabbiare o ostacolare i processi nei quali erano coinvolti Dario Gancitano, Riserbato Davide, Giovanbattista Agate e Epifanio Agate, figlio di Mariano Agate, capomafia di Castelvetrano.

Calogero Licata e Nicolò Sorrentino si sarebbero invece prodigati per Calogero Russello (anche egli arrestato per il processo Hiram e poi scarcerato per motivi di salute), che all’epoca dei fatti era coinvolto a Palermo nel processo “Alta Mafia” e inizialmente condannato il 28 luglio 2005 a 6 anni per associazione mafiosa e poi ricorrente in Cassazione (l’8 gennaio 2007 la Corte di appello di Palermo lo assolse per quel reato e lo condannò a 2 anni per corruzione ma il 3 dicembre 2007 è stata annullata la sentenza di assoluzione e il processo dovrebbe essere pendente presso altra corte di appello).  Russello è stato scarcerato ed è sottoposto a misure restrittive della libertà

Da annotare che Licata ha consegnato ai magistrati un memoriale – ora al vaglio degli inquirenti – in cui sembrerebbe ammettere diverse circostanze..

Ci sono poi Renato De Gregorio (vedremo la sua figura più avanti),

Rodolfo Grancini, avvocato e secondo l’accusa gran faccendiere tra la Cassazione e i clienti, Guido Peparaio, ausiliario nella seconda sezione della Cassazione e Francesca Surdo, agente di polizia, la cui posizione fu stralciata dal Gip Roberto Conti e gli atti furono mandati a Roma.

Indagati per concorso esterno per associazione mafiosa ci sono intanto anche: 1)  Stefano De Carolis Villars, all’epoca Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia (in stretto contatto con parlamentari, onorevoli, senatori, politici, oltre che con il Venerabile Licio Gelli, il cui ruolo apparirà nelle prossime puntate) e 2) un potente uomo di Chiesa, padre Ferruccio Romanin, gesuita, Rettore all’epoca dei fatti nella capitale della Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola.


LA BANCA DATI DELLA CASSAZIONE,

QUELLA DELLA POLIZIA DI STATO …E LA NUOVA P2


Alcuni mesi fa scrissi alcune inchieste sul Sole-24 Ore e su questo blog in cui affermavo che la “nuova P2” che stava scoperchiando Luigi De Magistris con le inchieste Poseidone e Why Not aveva tra gli interessi vitali il controllo delle banche dati dello Stato: a partire da quelle della Giustizia, delle Forze di Polizia e della Guardia di finanza. Colpire il cuore dello Stato “al” e “dal”suo interno: questo è (e sarà) lo scopo della nuova P2.

Non mi sbagliavo. Questo processo – per quanto mi riguarda e aldilà delle figure chiave che di volta in volta racconterò – mette in luce un elemento di una gravità inaudita: l’accesso abusivo – apparentemente semplicissimo - al sistema informatico e telematico (Ced) della Cassazione e delle Forze di Polizia.

Ma andiamo con ordine. Un addetto di cancelleria (più o meno un commesso) della Corte di Cassazione, tal Guido Peparaio, ternano da Ficulle, a pochi passi da Orvieto (e poi vedremo perché è importante) secondo l’accusa istigava pubblici ufficiali (che non sono ancora stati identificati) a entrare nel Ced della Cassazione – teoricamente protetto da misure di sicurezza a prova di bomba nucleare - al solo scopo di fornire allo stesso addetto di cancelleria documenti pendenti presso la seconda sezione. E che ci faceva Peparaio con questi documenti? Gli aeroplanini di carta?

Nossignori: secondo l’accusa forniva notizie e informazioni riservate ai suoi sodali su operazioni o provvedimenti giudiziari o amministrativi “caldi” a carico di ricorrenti affiliati alle cosche siciliane e grazie a una fitta rete di complici interni al Palazzaccio, faceva in modo di ritardare processi, consentire il decorso dei termini di un processo penale, dilazionare il passaggio in giudicato di una sentenza, creare intoppi burocratici, disperdere documenti.

Ora: come poteva un semplice ausiliario accedere a un pc e combinare questo terremoto senza complicità? Secondo i pm non poteva ma – ungendo le ruote giuste a suon di euro – c’era chi lo faceva per lui con le password in dotazione.

E qui il processo che parte oggi rischia di aprire – attraverso la fessura di Peparaio – una voragine, perché senza dubbio nella disgustosa consorteria non mancavano figure dirigenziali e apicali: vale a dire (tra gli altri) i magistrati. Provarlo sarà un’impresa ma intanto presidenti di sezione e consiglieri saranno ascoltati come testi.

A fornire al gaio Peparaio le pratiche da seguire era un avvocato-faccendiere di, di, di…Ma di Orvieto, come lui, ovvio! Un avvocato con grandissimi agganci nella massoneria ufficiale (anche se lui nega ogni affiliazione), gerarchie ecclesiastiche e politiche. L’avvocato si chiama Rodolfo Grancini ed è un arzillo nonnino di 69 anni. Il vispo Rodolfo – riporto testualmente dall’ordinanza del Gip Roberto Conti “avvalendosi di persone prezzolate note e ignote all’interno della Cassazione, tra le quali il Peperaio…era riuscito a congegnare un sistema che gli consentiva di acquisire notizie riservate sullo stato dei procedimenti e di pilotare la trattazione stessa dei ricorsi proposti in Cassazione dai suoi clienti”.

Il vispo Rodolfo – cito testualmente un’Ansa del 7 aprile 2009 – “è presidente di uno dei Circoli del buon governo di Marcello Dell’Utri, con il quale sono stati individuati contatti telefonici e diversi incontri”.


GRUVIERA CASSAZIONE: SISTEMA DI CORRUZIONE AMPIO


Nel dibattimento e in fase di disamina dei testi ci sarà da ridere (per non piangere). Il gaio Peperaio e il vispo Rodolfo, entrambi da Orvieto vantavano (o millantavano, starà al processo accertarlo) agganci e conoscenze non solo nella seconda sezione, dove il gaio Peperaio era applicato, ma anche nelle altre.

Godetevi questa intercettazione in cui il riferimento è a un medico ginecologo palermitano, Renato De Gregorio di Canicattì, condannato anche in appello alla pena finale di 5 anni. Contro la condanna – per violenza sessuale – De Gregorio, che ora starebbe collaborando con i magistrati, aveva fatto ricorso in Cassazione.


Intercettazione dell’1 agosto 2006 ore 11.31.14


Grancini Rodolfo: Uh, ho un cliente nuovo. Alla quarta com'è?

Peperaio Guido:-Eh è una sezione [ride] ;

Rodolfo:-Eh! È un primario di ospedale.

Guido:-Eh! Ah ah.

Rodolfo:-Lo sai che gli hanno fatto?

Guido:-Eh ;

Rodolfo:-Gli è andata una paziente che ci aveva 18, 19 anni a visitarsi.

Guido:-Eh eh.

Rodolfo:-Siccome è pieno di soldi!

Guido:-Eh.

Rodolfo:-Poi questa si è fatta scopare sul lettino!

Guido:-Eh! [ride]

Rodolfo:-Che poi gli ha detto, mi ha violentato [ride];

Guido:-[ride] Ma che hanno ricorso lì?

Rodolfo:-Alla quarta!

Guido:-Ho capito ho capito


Avrete capito che la quarta non è la misura di reggiseno della malcapitata, ma è la sezione della Cassazione che non sta propriamente a genio ai due.

E per capirlo meglio leggete quest’altra intercettazione, al termine della quale vi svelerò una sorpresa…amara.


Intercettazione dell’1 agosto 2006 alle 21.41.45


Rodolfo-Eh, che la sezione non è una di quelle simpatiche.

Francesca-Eh immagino.

Rodolfo-Eh la quarta e la settima sono un po’ le più..eh, se era la seconda era un frego meglio. Però qualcosa possiamo fare, su, poi ne parliamo a voce...

Francesca-Va bene, giovedì mattina ne parliamo


IL SISTEMA INFORMATICO DELLE FORZE DELL’ORDINE:

UNA FALLA DOPO L’ALTRA


E qui c’è la sorpresa amara. Francesca, con cui parla amorevolmente Rodolfo Grancini, è Francesca Surdo, 36enne palermitana con un segno distintivo che dovrebbe rassicurare la collettività: poliziotto in servizio presso la Questura di Palermo prima, e poi presso il servizio centrale anticrimine del Viminale.

Francesca Surdo – che ha patteggiato la pena ed è uscita dal processo e di lei si sono perse le tracce al punto che sarebbe interessante sapere se è sospesa, se è stata trasferita ad altro incarico o se è stata mandata via dalla Ps – in diverse occasioni avrebbe violato l’archivio informatico delle Forze di Polizia (Sdi) protetto teoricamente anch’esso da misure  a prova di Diabolik, allo scopo di fornire a Grancini e a mafiosi, notizie su precedenti di polizia, su denunce e indagini.


IL SISTEMA SI ARROCCA SU SE STESSO


Prima di lasciarvi e darvi appuntamento alla prossima puntata dove compariranno grembiulini e compassi e proprio mentre probabilmente si sta aprendo la fase dibattimentale a Palermo, vorrei lasciarvi con un piccolo promemoria.

Detto che dal processo Francesca Sudo è uscita, vale la pena di raccontare qualcosa del gaio Peparaio. La Cassazione – investita sul punto e chiamata a pronunciarsi sul suo arresto – ha annullato l’arresto stesso con una dettagliatissima sentenza che probabilmente mai più rivedremo nella nostra misera vita da cronisti, rinviando il carteggio al Tribunale del riesame. Quest’ultimo ha parzialmente accolto le motivazioni del Gip ma ha disposto gli arresti domiciliari. Evviva la Cassazione, Tempio…del diritto!

E come dicono gli americani 1.to be continued


roberto.galullo@ilsole24ore.com

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« Risposta #14 il: Maggio 21, 2009, 11:40:37 »

19/05/09


Processo Hiram/ 2

De Carolis, Licio Gelli, Dell’Utri e le lettere del gesuita Romanin per il figlio del boss di Cosa Nostra
La prima udienza del processo Hiram – che si svolge a Palermo – è stata (come era logico prevedere) interlocutoria ed è stata aggiornata alla fine di questo mese.

Nel frattempo la tensione sale intorno a questo procedimento che ruota intorno a faccendieri, massoni, poliziotti, mafiosi e gesuiti che secondo l’accusa – ciascuno con una a o più tessere – formavano un puzzle teso a rimandare o aggiustare processi in Cassazione (affinchè cadessero in prescrizione) di affiliati (e non solo) alle cosche delle province di Agrigento e Trapani.

A Trapani – ricordiamolo per inciso – non si muove foglia che Matteo Messina Denaro (superlatitante di Cosa Nostra) non voglia ed è dunque impossibile credere che tutto ciò che la Procura di Palermo ha svelato non avvenisse sotto la sua diretta benedizione. Ed infatti io non lo credo.

Nello scorso post ho evidenziato l’inquietante facilità con la quale è stato (è ancora?) possibile violare le superbanche dati della Cassazione e delle Forze di polizia.

Oggi i lettori potranno leggere dell’avvocato De Carolis, già Gran Maestro della “Serenissima Gran Loggia Unità d’Italia” e i suoi contatti con il faccendiere orvietano Rodolfo Grancini, “figura che emergerà come coprotagonista – scrivono testualmente i Pm Fernando Asaro, Paolo Guido e Pierangelo Padova a pagina 22 della richiesta per l’applicazione delle misure cautelari – di tutti gli episodi delittuosi, vero e proprio trait d’union tra la Cassazione, gli ambienti massonici siciliani e alcuni esponenti di vertice dell’associazione Cosa  Nostra”.

L’altra figura di cui dar conto è quella di Padre Ferruccio Romanin, gesuita e all’epoca Rettore della Chiesa romana di Sant’Ignazio di Loyola, che avrebbe, “su commissione e dietro compenso in denaro pagatogli dal faccendiere Grancini – si legge a pagina 24 - redatto lettere indirizzate a diverse Autorità giudiziarie, finalizzate a perorare la posizione processuale di imputati di gravissimi fatti delittuosi”.

Romanin, anziano sacerdote, si difende come può e da indiscrezioni sembra che abbia ammesso la predisposizione delle missive – è sarà interessante scoprire il livello più alto, vale a dire i personaggi ai quali erano indirizzate – ma avrebbe anche detto di non sapere chi fossero i personaggi per i quali spendeva il suo amorevole inchiostro cristiano.

Credibile? Non sta a noi giudicare, ma la mera lettura di una di queste lettere, credo che farà sorgere nei lettori più di un dubbio.

Eccovene una, redatta dopo l’accordo raggiunto tra Grancini e il massone di Mazara del Vallo Michele Accomando (imputato nel processo Hiram), in favore di Epifano Agate, figlio di Mariano Agate, massone e capomafia di Castelvetrano.

 

IL TESTO DELLA LETTERA DEL GESUITA

PER IL FIGLIO DEL BOSS

 

Il testo della lettera- indirizzata a non meglio identificati “chi di dovere” e proprio per questo ancor più inquietanti – è definito “commovente” in una telefonata intercettata il 13 novembre 2006, dallo stesso Accomando.

 

“Sono rimasto colpito dalla vicenda giudiziaria che ha colpito questo ragazzo e dal profondo dolore di queste sue donne. Mi pregano di scrivere alle Vostre Signorie Illustrissime per un atto di clemenza e di perdono nei confronti di Agate Epifano. Il ragazzo l’ho conosciuto presso la Chiesa di Sant’Ignazio qui a Roma, dove Epifano era venuto con la fidanzata, per sentire se il loro matrimonio poteva essere celebrato in questa Chiesa…Ho avuto l’impressione che fosse un ragazzo a posto, pieno di vita e di progetti con la sua futura moglie, con una certa venerazione del nostro fondatore Sant’Ignazio…Non voglio essere giudice di nessuno, e del suo operato, ma per quello che ho intuito non penso che meritasse un trattamento così pesante”.

Il prete “impiccione” che non giudica e non conosce ma intuisce (fantastico, è meglio di Nostradamus) alla fine della missiva con tanto di sigillo e bollo, implora i papaveroni ai quali si rivolge e che per il  momento rimangono maledettamente nell’ombra, “equità e perdono, dandogli un’altra possibilità per alleviare nel perdono e nella clemenza il dolore atroce di una madre e della fidanzata”.

 

Nostradamus Romanin – indagato per concorso esterno in associazione mafiosa - era solito firmare queste lettere e nelle 337 pagine della richiesta di misure cautelari della Procura della Repubblica di Palermo ce ne sono molte. E non mancano quelle per intercedere nei processi che vedevano imputati affiliati a Cosa Nostra. E c’è anche la descrizione della fase di preparazione che coinvolgeva, secondo l’accusa, il solito Grancini e Odimba Omana (estraneo ai fatti), segretario particolare di Padre Romanin.

 

LA CHIESA, LE STANZE SEGRETE

 E GLI AMICI DI DELL’UTRI

 

Ma in questo processo – se le accuse verranno provate - non viene infangato solo l’abito di uno o più sacerdoti, ma quello che emerge è il ruolo disgustoso che di luoghi sacri avrebbero fatto alcuni dei personaggi coinvolti. Tutti – è bene ribadirlo – respingono ogni tipo di accusa (si veda a esempio l’Unità del 23 giugno 2008) e sarà il processo a stabilire la verità giudiziaria.

In un’intercettazione del 3luglio 2006 alle ore 21.13, a parlare sono Francesca Surdo (la poliziotta del nucleo anticrimine del Viminale arrestata e che ha poi patteggiato la pena) e il solito Grancini.

Ad un certo punto i due fanno riferimento ad alti ufficiali delle Forze dell’Ordine che il Grancini, per il tramite di “Marcello” Dell’Utri (così si legge a pagina 292 della richiesta dei pm), affermava di incontrare in luoghi difficilmente intercettabili: appunto la Chiesa di Sant’Ignazio e i suoi accessi…supersegreti.

 

Ecco uno stralcio della telefonata:

Grancini: …li da lui ci vedo generali, colonnelli dei Carabinieri, mi sono venuti a parlare dentro la Chiesa, due, un colonnello di Asti, uno di Prato, un altro del ministero di Giustizia, per parlare con lui…

Surdo: lui chi?

Grancini: Con Marcello

Surdo Ah sì

Grancini E io li ricevo nelle sacrestie della Chiesa

Surdo …(incomprendibile)

Grancini Dove non ci sono microspie lì, hai capito (ride). Oppure li porto sopra nelle stanze segrete, perché volevano scendere in politica…

 

IL SERENISSIMO DE CAROLIS E IL VENERABILE GELLI

 

I sostituti Fernando Asaro e Paolo Guido, accompagnati dal procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, alcuni mesi fa erano saliti fino ad Arezzo, in quel di Villa Wanda, per incontrare il Venerabile (ma per chi?) Licio Gelli, gran padrone di facciata della famigerata Loggia P2.

Il motivo dell’incontro – al quale il telegenico Gelli ha apposto, ohibò, la facoltà di non rispondere – era cercare di capire quali fossero le piste massoniche romane (e no) del Gran Maestro Stefano De Carolis Villars (indagato per concorso esterno in associazione mafiosa) e quali fossero i contatti tra ambienti massoni siciliani e ambienti mafiosi.

Numerose sono le telefonate intercettate – come ad esempio quella del 4 ottobre 2005 alle 10.22.47 o quella del 22 ottobre 2005 alle 10.22.47 – che riportano i colloqui o gli incontri programmati tra Accomando, Grancini e De Carolis ma quello che appare sullo sfondo, secondo l’accusa, è il ruolo di “natura superiore” del De Carolis.

Scrivono – a esempio – i pm Asaro, Guido e Padova a pagina 211 della richiesta di misure cautelari che “le conversazioni intercettate lasciavano intuire che Stefano De Carolis…..non era probabilmente coinvolto nella corruzione di pubblici ufficiali e nei singoli accessi abusivi al sistema informatico della Cassazione…Tuttavia, a completamento del piano finalizzato a ottenere lo slittamento del procedimento, ove il Peparaio, attraverso i suoi complici non fosse riuscito a postergare la trattazione dell’udienza sino allo spirare del termine di prescrizione, a dire del Grancini, il De Carolis sarebbe potuto intervenire successivamente sugli ufficiali giudiziari – se del caso offrendo loro cospicue somme di denaro – al fine di ritardare o impedire la notifica dell’avviso di fissazione udienza, con la conseguente impossibilità di discutere il ricorso”.

Da De Carolis – ascoltato finora almeno tre volte dalla Procura – finora non è stato tirato fuori un ragno dal buco ma sarà interessante (anche per questo) seguire questo processo che ha un tanfo nauseabondo, indipendentemente dal fatto che siano provate (o meno) le accuse dei pm. Perché un conto è il livello giudiziario e delle responsabilità penali dei singoli e dell’eventuale associazione, un altro è il livello sociale e morale che ha scoperchiato quest’inchiesta.

E io sarò qui a seguirlo per voi nei prossimi mesi perché, come hanno spiegato il capo della Procura di Palermo Messineo e l’aggiunto Scarpinato, alcuni tra gli arrestati “erano molto preoccupati” della possibile reazione del boss Messina Denaro in caso di fallimento. E come hanno aggiunto i pm dell’accusa “quello che è stato scoperto potrebbe essere soltanto la punta di un iceberg perché il sistema c’è e sembra molto rodato”.

E secondo voi ciò che sta a cuore a quel nobiluomo di Messina Denaro può esaurirsi nella complicità di quattro faccendieri, poliziotti, massoni e gesuiti?

E come dicono gli americani… 2-The end (ma solo per ora)

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