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Autore Discussione: GIORGIO BOCCA.  (Letto 80045 volte)
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« Risposta #210 inserito:: Novembre 13, 2011, 11:10:46 am »

Opinione

Un deficit di civiltà nel tirannicidio

di Giorgio Bocca

I giustizieri che danzavano sul cadavere di Gheddafi erano complici dei suoi delitti. Ma il dio della vendetta acceca tutti. E la giustizia dei vincitori è inevitabile. Così trionfa la ferocia

(03 novembre 2011)

Muammar Gheddafi Muammar GheddafiChe orrore l'eccidio del tiranno. una prova che quelli che lo uccidono sono più feroci di lui, privi di ogni pietà come lui. Nella fotografia dell'esecuzione c'è il corpo sanguinolento di Gheddafi e di chi gli ha appena sparato: un giovanotto che mostra felice il suo trofeo, la pistola d'oro del rais, e a fianco un ragazzo di forse dieci anni, privo di pietà e di ogni umana espressione, grassoccio di buon appetito che pensa alla prossima colazione. Altre fotografie hanno mostrato le ultime ore di vita del dittatore, l'umiliazione del feroce e superbo in fuga, distrutto dalla paura, terrorizzato, nascosto dentro un tubo di scolo dell'autostrada per ripararsi dalle raffiche dei caccia a reazione francesi, giustizieri per sete di petrolio.

Quali sono state le ultime parole del rais? "Non sparate, non uccidetemi". Il giovanotto gli aveva sparato alle gambe mentre tentava di rialzarsi e aveva già visto la sua pistola d'oro di cui si sarebbe impadronito. Che orrore la fine del Gheddafi, simile a quella degli altri potenti feroci, quando il dio della vendetta acceca tutti, toglie il senno a tutti. Che senso aveva quella fuga in extremis nel deserto libico di sabbia luminosa e tersa che si sarebbe visto anche un coniglio in fuga? Perché non fuggire di notte a lume di luna?

I cronisti dicono: "Ci sono alcuni particolari da chiarire, alcuni punti oscuri da spiegare". Sì, c'è da spiegare la follia degli uomini, incontenibili nell'ora delle defenestrazioni e delle giustizie sommarie. L'uccisione del tiranno è la prova che i suoi giustizieri sono come lui, non sono ancora arrivati alla celebrazione di un processo, vogliono il sangue. I giornali hanno pubblicato le fotografie di tutti i dittatori uccisi a furor di popolo, sul patibolo fra i loro giustizieri. Pagano per i loro delitti, ma come non pensare che di quei delitti furono complici quelli che ora danzano sui loro cadaveri con la loro pistola d'oro? Come distinguere nelle facce stravolte dei giustizieri le stesse passioni di coloro che ora si apprestano a giustiziare?

La cosa più turpe in queste scene di umana ferocia è la mancanza di pietà o meglio di solidarietà umana. In punto di morte il feroce tiranno Gheddafi, il volto coperto di sangue, gli occhi imploranti, le richieste di pietà estreme, è uno che fa la sua estrema chiamata di correo, uno che dice ai giustizieri: "Ma in che cosa voi siete diversi da me?". Certo, la logica dei vincitori risulta quasi sempre vincente. Certo, senza la giustizia dei vincitori questo sarebbe un mondo invivibile. Certo, i tiranni più o meno pazzi come Gheddafi commettono violenze che gridano vendetta, per cui una vendetta era inevitabile.
Ma come liberarsi da questa catena senza fine di oppressori da arrestare, di malvagi da isolare, di scimmie assassine da fermare? Le fotografie dell'eccidio, quegli ultimi sguardi di Gheddafi che ormai guarda la morte sono il grande mistero che il cristianesimo ha creduto di risolvere con la passione, la crocifissione e la resurrezione di Cristo, ma questa tragedia resta incombente, gli agnelli sacrificali non la risolvono. Per tutte le generazioni arriva il giorno in cui si strappa il velo del tempio, in cui ci ritroviamo indifesi di fronte alla ferocia e all'irragionevole.

Il giorno della morte di Gheddafi sembrava uno dei giorni dell'ira, le cateratte del cielo si erano aperte per rovesciare sopra di noi le acque della punizione divina. Le città degli uomini sono fragilissime, le loro fogne, i loro tombini, le loro dighe si spezzano alla prima onda di piena, non ci vuole molto a piegare la nostra superbia. L'impressione peggiore della vicenda è che la democrazia libica sia inesistente e che forse non si avvererà mai. Le immagini dell'uccisione di Gheddafi dimostrano un livello di civiltà molto arretrato, un deficit che occorreranno secoli per colmare. Ma d'altra parte anche noi con Mussolini non abbiamo saputo rinunciare a questa soluzione della morte come unico modo per superare il problema.

 
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« Risposta #211 inserito:: Novembre 20, 2011, 05:07:34 pm »

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Opinione

Black bloc, il gioco della guerra

di Giorgio Bocca

Gli uomini hanno bisogno dell'esperienza della violenza, di partecipare alla lotteria della morte.

E' un'esigenza che rinasce a ogni generazione, per 'rialzare il tono della vita'

(10 novembre 2011)

Chi sono i black bloc e gli altri giovanotti che percorrono l'Europa in odio alla civiltà industriale ma svolgendo la funzione utilissima di consumare il surplus? Cerco di evitarli, perché alla mia età frequentare violenti essendo deboli non ha senso. Ma credo di aver capito la ragione della loro presenza e del loro successo, perché con i mezzi di cui dispongono le polizie si potrebbero anche levar di mezzo, e invece li si lascia fare quel che vogliono da Roma alla Val Susa.

Sono l'eterno bisogno degli uomini di giocare alla guerra, meglio se una guerra per finta, anche se ogni tanto ci scappa il morto che serve a tenere alta l'eccitazione cioè il divertimento. Pure io nella fanciullezza ho partecipato alle guerre per gioco, e ricordo con un po' di nostalgia la loro assoluta mancanza di ragion pratica e al tempo delle bande giovanili sulle ripide della Stura e del Gesso a Cuneo.

Noi della banda di Cuneo Nuova avevamo costruito le nostre capanne non lontano dalla stazione ferroviaria, fumavamo dei pezzi di radici con un buco, acide, avevamo spade e scudi di cartone. E un nemico, il terribile Pecollo, figlio di una prostituta carico di odio per il mondo soprattutto per noi, figli di borghesi. Un giorno me lo trovai di fronte in un campo. Era di pelle scura, tozzo, torvo. Lui fece due passi avanti d'improvviso mi colpì con un pugno in piena faccia. Poi fuggì verso il bosco. Ero caduto a terra, sanguinante gemevo ma avevo compiuto la mia iniziazione a quel gioco a cui gli uomini non resistono dove ogni tanto si muore.

Non è un caso se i black bloc hanno scelto colori e simboli di morte. La guerra, diceva Cesare Pavese, "rialza il tono della vita", il suo fascino è l'altra faccia della sua stupidità. In tutti i momenti di guerra vera, quando era finita la guerra infantile con le spade e gli scudi di cartone, mi sono chiesto perché lo facessi, perché fossi caduto anch'io nella sua seduzione.

Le SS tedesche sono arrivate a Cuneo, hanno incendiato Boves, noi dalla Val Grana corriamo in soccorso dei compagni, pura follia. Nell'abitato di Borgo San Dalmazzo, dove c'è il bivio per Boves, incontriamo un camion di tedeschi. Faccio quel che fanno gli altri, sparo un colpo di fucile e quasi cado giù dal camion ripartito di scatto, noi di qua i tedeschi verso la Val Gesso in una guerra che dovevo ancora conoscere, capire, ma lo ricorderò per tutta la vita come uno dei momenti più intensi.

I momenti della violenza, il pugno di Pecollo, lo scontro di Boves, sono le banalità di cui la guerra fa i ricordi indimenticabili della tua vita. Se li eviti, se manchi quell'esperienza, è mancato qualcosa di decisivo. La morte, il rischio mortale, rendono epici fatti più banali.

C'è un solo modo di far apparire inaccettabile la violenza: che sia a fin di bene, che venga esercitata solo per essere cancellata. Ma qui si apre il gioco senza fine delle illusioni, degli inganni, della malvagità compiuti in buona fede. Ci si illude anche di poter ricorrere come giudice finale alla ragione, ma ogni volta la ragione è sopraffatta dagli altri sentimenti e istinti vitali, i sette peccati capitali e i veniali da cui derivano.

Un biografo di Immanuel Kant ha scoperto che il padre della legge morale era un libertino e un gaudente e un corruttore.

Per consolidare una società civile non c'è che perseverare e perseverare nel rifiuto della violenza feroce, anche se piace alla scimmia assassina.
Si sarebbe tentati di usare come consolazione il fatto che le società umane sono sempre meno feroci e sempre più rispettose della legge, ma improvvisamente dittature come quella nazista o quella di Gheddafi ci riportano alla realtà: l'uomo è sempre disponibile alla ferocia insensata.

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da - http://espresso.repubblica.it/dettaglio/black-bloc-il-gioco-della-guerra/2166106/18
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« Risposta #212 inserito:: Novembre 25, 2011, 10:51:23 pm »

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Opinione

Silvio come l'ho conosciuto io

di Giorgio Bocca

Vuole sembrare un capo buono. Ma deve essere sempre lui a comandare.

E accetta tutti gli atti di sottomissione scambiandoli per qualcosa di dovuto al suo ego.

Che non sopporta nemmeno i guasti del tempo. Come la calvizie

(17 novembre 2011)

"Nulla è più turpe di una calvizie cappelluta", Marziale ha ragione. Il mistero di Berlusconi: come può un uomo intelligente sopra i 70 vergognarsi della normale calvizie e ricorrere alle ridicole simulazioni capellute con vernici nerastre? Credo che sia dovuto al virilismo del nostro, che vuol comandare anche ai guasti del tempo. Lo si capisce dalle fotografie del 1977 apparse tempo fa qui sull'"Espresso". Il nostro ha una chioma da paggio Fernando, fluente e morbida, ma a guardar bene sulla fronte si vede già la lanugine di una calvizie incipiente. Quel segnale deve essere stato il suo tormento di bellastro. L'insieme era quello di un uomo gelido e sospettoso nella sua apparente dolcezza, femmineo, smanioso di convincere tutti che lui con le donne faceva sfracelli.

Fotografie che rivelano le ambizioni da megalomane, che per me resta definito da quella telefonata mattutina in cui mi disse: "Caro Bocca sono qui sulla punta dei piedi per vincere il mio complesso d'inferiorità". Nei giorni precedenti in un'intervista avevo per l'appunto detto che era perseguitato da un complesso d'inferiorità per gli intellettuali. Ci sono personaggi compatti nelle loro virtù e nei loro difetti, malvagi o buoni dalla testa ai piedi. E quelli double face, metà buoni e metà cattivi, metà generosi e metà avidi che ti sorprendono di continuo e di cui tutti parlano per come sono indecifrabili.

Chi è Berlusconi? Quando lo conobbi eravamo nella direzione della sua azienda televisiva. C'era il suo amico da una vita Fedele Confalonieri, se si può più misterioso e indecifrabile di lui. Perché Confalonieri era l'amico del cuore, il consigliere fidatissimo del nostro? Che cosa hanno in comune, perché uno ha legato la sua vita all'altro? Credo che non lo sappiano ancora e attribuiscano il fatto a un'incontrastabile magia. Quel giorno del primo incontro Confalonieri, a me che gli confidavo le mie preoccupazioni per il rapporto professionale con Silvio, disse serio: "Non preoccuparti, fra voi c'è il feeling".

Apparentemente c'era una possibilità di convivenza, e magari di simpatia, ma immersa in un mare di diversità inconciliabili. Silvio era ed è un animale da preda, io un cuore tenero pronto ai cedimenti. Il nostro rapporto non sarebbe stato facile, lo capii una sera che ci fu una presentazione dei programmi. Silvio arrivò con le sue segretarie che gli trovarono il posto migliore, le luci migliori, attenuandole con una calza di seta. E lui si accomodava in quei favori come naturali, come dovuti alla sua superiorità di padrone. Non cattivo, non villano ma inesorabilmente prepotente e padrone del nostro rapporto, questo mi fece capire che tutto ciò che di buono avrei fatto lì dentro si sarebbe trasformato in un suo merito. Come se fossimo arrivati all'incontro da due pianeti diversi. Comunicanti ma diversi.

Chi può dire di essere veramente amico di Berlusconi? Tutti rispondono subito: Confalonieri, da una vita, ma non credo che sia proprio così, credo che in Confalonieri ci sia piuttosto affettuosa rassegnazione a lavorare per il più forte. Berlusconi è un personaggio preoccupante più che ammirevole o temibile. Attaccato al suo enorme ego può trovare in una crisi politica la forza per sfidare il mondo. Ma per cosa? Per affermare la sua mediocrità, la sua mancanza di stile, di gusto? Basta vedere il suo sepolcro, le sculture nel parco per celebrare l'unione dei fedeli.

Anche quando si fa fotografare con i figli c'è sempre qualcosa di falso, vuole sempre dimostrare che è il padrone buono, il padre buono, il risolutore di ogni problema; e come alimentare un egoismo enorme volendo apparire mansueto e generoso? E' la fatica della sua vita, da ciò non è stato ucciso ma si è ridotto a fantoccio di se stesso. Tutti gli uomini politici impiegano gran parte del loro tempo pubblico a sistemarsi la cravatta e la giacca, a sorvegliare il loro modo di camminare, ma in lui questa attenzione è scoperta e ridicola, vien voglia di soccorrerlo, povero Silvio. Così è andato a salutare il picchetto d'onore passandolo in rivista con le sue gambette storte da calciatore di periferia. Sic transit gloria mundi, come ha dichiarato, il berlusconismo è finito. Era l'ora, dopo diciassette anni.

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« Risposta #213 inserito:: Dicembre 02, 2011, 06:08:09 pm »

L'opinione

I dissesti? Tutta colpa nostra

di Giorgio Bocca

I disastri causati dalle alluvioni sono colpa degli uomini, non dei mutamenti climatici.

Perché prima si costruisce senza criterio e poi non si ha la capacità di affrontare le emergenze

(28 novembre 2011)

Si dice che le alluvioni sono "sciagure naturali" dovute al mutamento climatico e alle forze che dominano l'uomo. E' uno dei modi per non assumere le nostre responsabilità. Mentiamo anche con la natura, fingiamo che le colpe siano sempre tutte sue. Non è così: la presenza degli uomini è decisiva, nei paesi desertici le alluvioni possono fare ciò che vogliono ma non danneggiano nessuno, nelle zone umanizzate sono disastrose.

Qual è stata nella recente alluvione di Genova la responsabilità maggiore dei danni? I comportamenti abituali degli uomini in tema di alluvioni. Prima le prepariamo costruendo nelle zone in cui dovrebbero esondare le acque di piena, poi aggraviamo il disastro continuando a vivere nel corso delle alluvioni come se non ci fossero: bambini a scuola, automobili nelle strade, cittadini lenti a rifugiarsi anche sulle alture. Sicché vista dall'alto, vista da un terrazzo, la piena di un fiume appare come una corsa pazza di persone che non sanno cosa fare, dove andare, come ripararsi.

Ho conosciuto il comportamento dei miei simili anni fa durante l'inondazione del Polesine. Il Po era in piena da almeno una settimana, ma nel Polesine nessuno se ne curava. Solo la guardia municipale di un paese vicino a Ferrara, Occhiobello, si decise a sfidare quanti non volevano spaventare la gente di Occhiobello dando l'allarme suonando le campane, e il Po stava già precipitando nella breccia da cui stava invadendo le zone di Adria e Rovigo. Fu la mia scuola di alluvione.

Strana scuola, alle prime ore del mattino partivamo in auto da Ferrara, raggiungevamo il grande lago formatosi con la piena, salivamo sugli anfibi dei vigili o dei soldati arrivati in soccorso da tutta Italia e giravamo per quel mare immobile e azzurro in cui si specchiavano le nevi delle Alpi. Gli abitati apparivano con i loro campanili sorgenti dalle acque, si vedeva la gente che si era rifugiata sui tetti, alcuni erano rimasti impigliati come uccelli fra i rami di un albero. Un giorno arrivammo a Adria, la gente alle finestre applaudiva, la strada principale era diventata una specie di Canal Grande, a un balcone le signorine del bordello salutavano festose come educande.

Chi è scampato a un'alluvione sa bene quali sono le colpe e gli errori fatti dagli uomini. Anni fa feci un viaggio lungo il Po dalla sorgente alla foce. Era chiaro che almeno la metà delle case da Revello in poi sarebbero state allagate. Il disastro predisposto dagli uomini continuava per tutto il corso del fiume: scomparsi i canali di scolo dei boschi, asfaltate tutte le strade, un mantello di cemento attorno alle città, nessun taglio degli alberi cresciuti lungo le rive, una proliferazione di pioppi che non potevano trattenere le acque. E sì che gli spazi nella pianura del Po ci sembravano enormi, in Liguria in quegli stretti spazi strappati alla montagna la morte come dei topi in un secchio era sicura.

Un altro fatto importante nelle alluvioni dipende dalla "civiltà idrica" degli uomini: ci sono regioni in cui sono avvenute alluvioni disastrose, come il Friuli e il Biellese, in cui spontaneamente, per tradizioni storiche, gli abitanti del posto hanno immediatamente iniziato la ricostruzione e nel giro di poche settimane hanno rimesso le strutture del paese in condizioni di funzionare. A seguito di altre catastrofi nei paesi arretrati del Sud, come in Irpinia o nel Belice, le conseguenze e i danni si sono protratti per anni. In alcune zone d'Italia progredite gli uomini e le loro organizzazioni reagiscono immediatamente, mentre in altre comincia la lagna dei soccorsi dello Stato che non arrivano.

Il dramma di questo Paese è di avere queste contraddizioni che non possono essere guarite dall'intervento del governo, ma sono connaturate alla storia delle popolazioni.

da - http://espresso.repubblica.it/dettaglio/i-dissesti-tutta-colpa-nostra/2167164/18
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« Risposta #214 inserito:: Dicembre 25, 2011, 11:46:09 pm »

   

LA BIOGRAFIA

Giorgio Bocca, partigiano e scrittore

Difese e spiegò i valori della Resistenza

   
    Dai morti in fabbrica al Berlusconismo la storia d'Italia nelle pagine di Repubblica

GIORGIO BOCCA nasce il 28 agosto 1920 a Cuneo, da genitori insegnanti. Cresce nella condizione sociale tipica della borghesia piemontese e da ragazzo frequenta la Facoltà di Giurisprudenza. Per le sue abilità sciistiche e i risultati sportivi, noti in tutta la provincia, si iscrive al Gruppo Universitario Fascista. Le prime collaborazioni giornalistiche sono con il foglio cuneese del Partito Nazionale Fascista, esprimendo posizioni e idee vicine al partito.

L'amicizia con Benedetto Dalmastro, a sua volta connesso a Duccio Galimberti lo porterà a fondare dopo l'armistizio le formazioni "Giustizia e Libertà" con cui dopo l'8 settembre, Giorgio Bocca aderisce alla lotta partigiana. Nel 1945 firma le condanne a morte di cinque prigionieri dell'esercito della Repubblica Sociale.

L'uomo di lettere.  Bocca inizia a scrivere da adolescente, sospende l'attività sotto le armi e la riprende alla fine della lotta partigiana, sul giornale di Giustizia e Libertà. Arrivano poi le collaborazioni con L'Europeo e Il Giorno, e nell'Italia del boom economico degli anni sessanta realizza diverse inchieste che raccontano e mettono in luce il momento storico del Paese.

Con Eugenio Scalfari, nel 1976 è tra i fondatori di Repubblica.

Bocca lavora anche per la tv, a cavallo tra gli anni '80 e '90, realizzando programmi per le emittenti della Fininvest di Silvio Berlusconi.

Ma la penna di Giorgio Bocca non è solo per i giornali. Sono molti i libri che firmerà, per raccontare la società italiana, i mutamenti del tessuto sociale e del territorio, il costume, gli infiniti e spinosi problemi dal nord al mezzogiorno. Particolare attenzione al tema del terrorismo, con inchieste e interviste ai protagonisti del periodo.

Lo sguardo di Bocca sulla realtà italiana è rimasto unico nel tempo, sempre originale e spesso spiazzante per le posizioni. Sostenitore di fenomeni politici come la prima Lega nord, antiberlusconiano per definizione, no global fuori dai movimenti. Soprattutto, difensore del revisionismo verso la Resistenza, in dura polemica con il collega Gianpaolo Pansa.

E lucido nell'analisi fino all'ultimo, nelle interviste rilasciate alla stampa e alla tv. In un'intervista a l'Espresso, Bocca dice: «Sono certo che morirò avendo fallito il mio programma di vita: non vedrò l’emancipazione civile dell’Italia. Sono passato per alcuni innamoramenti, la Resistenza, Mattei, il miracolo economico, il centro-sinistra. Non è che allora la politica fosse entusiasmante, però
c’erano principi riconosciuti: i giudici fanno giustizia, gli imprenditori impresa. Invece mi trovo un paese in condominio con la mafia.
E il successo di chi elogia i vizi».

(25 dicembre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/12/25/news/giorgio_bocca_partigiano_e_scrittore-27080769/index.html?ref=search
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« Risposta #215 inserito:: Dicembre 26, 2011, 04:28:16 pm »

Addio Giorgio Bocca: giornalista e partigiano

E' morto oggi nella sua casa di Milano Giorgio Bocca.

Il grande giornalista e scrittore era nato a Cuneo il 28 agosto del 1920.

Partigiano con Giustizia e Liberta', nel dopoguerra giornalista d'inchiesta per l'Europeo e per Il Giorno, nel 1976 tra i fondatori di Repubblica.

25 dicembre 2011

E' morto oggi pomeriggio nella sua casa di Milano, dopo una breve malattia, Giorgio Bocca. Lo rende noto la casa editrice Feltrinelli.
Il grande giornalista e scrittore era nato a Cuneo il 28 agosto del 1920.


Tra i grandi protagonisti del giornalismo italiano, Giorgio Bocca, scomparso oggi all'eta' di 91 anni, ha raccontato nei suoi articoli e nei suoi libri l'ultimo mezzo secolo di vita italiana con rigore analitico e passione civile, improntando sempre il suo stile alla sintesi e alla chiarezza.

Nato a Cuneo il 28 agosto del 1920, Bocca inizio' a scrivere gia' a meta' degli anni '30, su periodici locali e poi sul settimanale cuneese La Provincia Grande. Da giovane aderì alle organizzazioni fasciste. Durante la guerra si arruolo' come allievo ufficiale alpino e dopo l'armistizio fu tra i fondatori delle formazioni partigiane di Giustizia e Liberta'.

Riprese allora l'attivita' giornalistica, scrivendo per il giornale di GL, poi lavorando per la Gazzetta del Popolo, per l'Europeo e per Il Giorno e segnalandosi per le grandi inchieste. Nel 1976 fu tra i fondatori del quotidiano la Repubblica, con cui ha sempre continuato a collaborare. Al suo attivo, in una carriera cinquantennale, anche numerosi libri, che spaziano dall'attualita' politica e dall'analisi socioeconomica all'approfondimento storico e storiografico, senza mai dimenticare la sua esperienza partigiana.

Tra le sue opere: Storia dell'Italia partigiana (1966); Storia dell'Italia nella guerra fascista (1969); Palmiro Togliatti (1973); La Repubblica di Mussolini (1977); Il terrorismo italiano 1970-78 (1978); Storia della Repubblica italiana - Dalla caduta del fascismo a oggi (1982); Il provinciale. Settant'anni di vita italiana (1992); L'inferno. Profondo sud, male oscuro (1993); Metropolis (1994); Piccolo Cesare (2002, dedicato al fenomeno Berlusconi, libro che segno' il passaggio di Bocca da Mondadori, suo editore da oltre dieci anni, a Feltrinelli); Le mie montagne (2006); E' la stampa, bellezza (2008). Annus Horribilis, Milano, Feltrinelli (2010). Fratelli Coltelli (1948-2010 L'Italia che ho Conosciuto), Milano, Feltrinelli (2010). Nell'aprile 2008 Bocca ha vinto il premio Ilaria Alpi alla carriera.


da - http://www.unita.it/italia/addio-giorgio-bocca-giornalista-e-scrittore-1.365926
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« Risposta #216 inserito:: Dicembre 26, 2011, 04:31:19 pm »

IL RICORDO DI GIORGIO BOCCA

Il ruvido partigiano nella Milano di Mattei

Era uno dei protagonisti di quell'epoca, ma faceva finta di essere sempre un contadino, bastian contrario ottuso.

di di FRANCESCO CEVASCO

Ci ha lasciato così: «La politica, il parlar di politica come interminabile, ossessivo fiume di oscenità, come accadeva nella fanciullezza quando ci scambiavamo parole "sporche" persuasi che quello fosse il segno della raggiunta maturità, che eravamo uomini capaci di essere uomini. Giornali e televisioni sembrano dominati dalla foia delle immagini lubriche, dell'umorismo da caserma». Ci ha lasciati così Giorgio Bocca, con queste ultime, le sue solite, parole dure, cattive, arrabbiate. Mica le inutili smancerie di chi è consapevole di essere arrivato agli ultimi giorni della sua vita e te la mena con se stesso, con quanto è stato grande, bravo e bello e un primo della classe nel suo mestiere di giornalista.

No, Bocca ha preferito il suo, solito, stile ruvido, contadino, duro come la terra del Piemonte da cui è arrivato in quella città chiamata Milano che gli è entrata talmente nel cuore e nel lavoro e negli affetti e nell'amore che ci ha scritto pure quel libro dal titolo Il Provinciale dove di provinciale non c'è niente, ma c'è la conquista di un mondo che allora era il mondo attorno al quale girava l'Italia intera. Milano. La Milano di Mattei, quella che nel giornalismo si chiamava Il Giorno. Di quella Milano Il Provinciale Giorgio era uno dei protagonisti ma faceva finta di essere sempre quel contadino ruvido, quel partigiano che aveva sfidato la morte nazista, quel giornalista che sfidava questori, prefetti, magistrati, poliziotti, spioni, padroni, burocrati, imprenditori esentasse, inventori di dossier tarocchi eccetera. Faceva finta di essere un bastian contrario ottuso, come i suoi compaesani di Cuneo che per far bella figura tenevano accese le luci sulle strade pubbliche anche di giorno, per tirare le sue stoccate (anche con male parole) ai democristiani, socialisti, comunisti, missini di turno.

Mica era un eroe il Vecchio Leone: «Confesso che per far quadrare i conti di qualche mia inchiesta - raccontò ventuno anni fa, in occasione di una delle mille interviste celebrative del suo settantesimo compleanno - ho un po' forzato le cose: vero era quello che ho scritto, ma, magari, un po' meno o un po' più vero di quanto non fosse vero davvero». Bocca aveva anche il coraggio delle sue paure. «Quando ero nel mirino dei terroristi - raccontava - non mi vergogno a dire che avevo appeso un lenzuolo annodato, come quelli dei carcerati, fuori dalla finestra per essere pronto scappare. E, ancora peggio, una volta ho lasciato che fosse mia moglie ad andare ad aprire la porta di casa quando avevo il sospetto che a suonare fosse una qualche brigata che voleva farmi la pelle». Insomma, dove lo troveremo un altro che, come lui, ha saputo sfidare i nazisti delle SS, gli agenti dei servizi deviati, i padroni del vapore e ha avuto il coraggio di non nascondere le debolezze di un qualunque «Provinciale»?

25 dicembre 2011 | 21:56

da - http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_dicembre_25/bocca-milano-cevasco-1902656546461.shtml
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« Risposta #217 inserito:: Dicembre 26, 2011, 04:34:58 pm »

LE REAZIONI

Addio a Bocca, il capo dello Stato Napolitano: «Sempre coerente con libertà e democrazia»

Scrittori, politici e colleghi ricordano il giornalista scomparso

Giorgio Napolitano: «Figura di spicco del movimento partigiano rimasto sempre coerente con quella sua fondamentale scelta di campo per la libertà e la democrazia. Dedicatosi subito al giornalismo di inchiesta e di battaglia civile, Giorgio Bocca ha scandagliato nel tempo la realtà del nostro Paese e le sue trasformazioni sociali con straordinaria intransigenza e combattività. Con sentimenti di riconoscenza per il suo vigoroso impegno partecipo al cordoglio della famiglia e del mondo dell'informazione».

Roberto Saviano: «Da lui ho capito che non bisognava mai lasciarsi ferire, né abbassare gli occhi: gli insulti sono spinte ad andare oltre, a entrare più in profondità nei problemi. La mia strada per l'inferno l'ha indicata lui, Gomorra si è nutrito della sua lezione»

Oliviero Diliberto: «Spietato commentatore della nostra Italia, coerente fino all'ostinazione è stato un autentico e rigoroso interprete dei valori costituzionali. Negli ultimi 20 anni è stato uno dei protagonisti delle battaglie contro il degrado culturale nel quale il nostro Paese è sprofondato».

Piero Fassino (sindaco di Torino): «Un uomo che ha creduto profondamente nei valori di libertà, democrazia, giustizia legalità e ha speso le migliori energie della sua lunga esistenza per affermarli, ispirando ogni giorno la sua straordinaria passione di giornalista e di scrittore a rigore etico, senso dello Stato, spirito repubblicano»

Fabrizio Cicchitto (presidente dei deputati del Pdl): «Non possiamo dimenticare due cose di Giorgio Bocca: i suoi servizi giornalistici negli anni '60-'70, fondati sull'analisi delle nuove realtà economiche e sociali del Paese e il suo libro su Palmiro Togliatti che mandò in crisi tutta la ageografia messa in piedi dal Pci. Purtroppo da diversi anni a questa arte Giorgio Bocca non ha fatto altro che riscrivere lo stesso articolo di condanna dell'Italia degenerata della quale Berlusconi era insieme il protagonista e il principale colpevole».

Carlo De Benedetti (editore di Repubblica e de L'Espresso): «Una persona che ho molto ammirato, soprattutto per la sua coerenza e per la cocciutaggine piemontese con cui, da grande giornalista, è sempre stato dalla parte di chi, per una ragione o per l'altra, godeva di meno privilegi e meno libertà»

Ezio Mauro (direttore Repubblica) «Giorgio Bocca era un grande amico, un uomo di Repubblica ma anche un personaggio appassionato della storia repubblicana incompiuta del nostro Paese. E proprio le vicende di questi giorni ci fanno dire quanto ancora ce ne sarebbe bisogno».

Emilio Fede (giornalista): «Un grande amico, con il quale ho vissuto l'inizio della mia avventura giornalistica alla Gazzetta del Popolo di Torino. Ci facevamo compagnia, la notte, dopo la chiusura del giornale. Con Ugo Ronfani, Adalberto Minucci, Diego e Pierino Novelli, andavamo alla stazione di Porta Nuova, a Torino, per mangiare pane e mortadella alle bancarelle dove approdavano i nottambuli. Poi, insieme al mio inizio con le reti Mediaset. Insieme quella notte della Guerra del Golfo. Lo leggevo nei suoi editoriali su L'Espresso. Non importa quello che era da condividere e quello no. Ciao Giorgio. Molti ti ricordano e ti ricorderanno. Anche Berlusconi che qui ti aveva chiamato come voce libera».

Redazione online

25 dicembre 2011 | 22:15© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/cronache/11_dicembre_25/addio-a-giorgio-bocca_0c2f4f8c-2f1d-11e1-95dc-af938f95d8a0.shtml?fr=correlati
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« Risposta #218 inserito:: Dicembre 26, 2011, 04:37:21 pm »

IL RICORDO DI GIORGIO BOCCA

Milano, le cene e l'amore. Quel Provinciale che parlava poco e sapeva essere generoso

Arrivò al «Giorno» vestito come uno di Cuneo... E qualcuno gli suggerì: «Per conoscere la città vai in casa Cederna»

di  GIULIA BORGESE


Io me lo ricordo, il mio vecchio e carissimo amico, Giorgio Bocca, anzi «il Bocca» come era familiarmente chiamato, fin da quando arrivò a Milano, al Giorno di Baldacci: era un ragazzo chiaramente e dichiaratamente provinciale (e infatti sarà proprio Il provinciale forse il più bello dei suoi tanti libri) vestito come uno di Cuneo, la sua città, con maglioni lavorati a disegni di fiocchi di neve.

Lui stesso ricordava che arrivato a Milano non conosceva nessuno, ma qualcuno al giornale gli aveva suggerito: «Per conoscere la città vai subito in casa Cederna». E lui così aveva fatto, e lì da mia zia Camilla e mia nonna Ersilia lo incontravo spesso. Aveva fatto una intera pagina sul Giorno – una pagina a colori, che allora sui quotidiani era una rarità- intervistando un gruppo di miei amici, giovani della borghesia che si affacciavano appena al mondo del lavoro: chi era avvocato, chi industriale, chi designer, chi pubblicitario… E tutti poi sono diventati suoi amici. Lui allora aveva casa in via Pascoli e possedeva un magico libro di cucina, Il cuoco piemontese, settecentesco e un po’ unto e consunto: di lì si ispirava per certe sue cene indimenticabili. Per esempio telefonava alle sei del pomeriggio e diceva, col suo bell’accento piemontese che non aveva mai perduto: «Ho finito l’articolo e adesso faccio il manzo al cucchiaio, venite alle nove».

Il buon mangiare e il buon vino facevano parte integrante della sua vita, per esempio una delle ultime volte che ho pranzato a casa sua nella via privata Giovannino De Grassi, tra via San Vittore e corso Magenta, mi aveva attirato con la promessa di assaggiare un forma del famoso formaggio Castelmagno che gli avevano appena regalato. Aveva sposato nel 1972 o ’73 una mia amica della Valtellina, Silvia Giacomoni. Anzi ero proprio stata io a presentarli, tutti e due da poco abbandonati dai loro rispettivi coniugi, tutti e due un po’ tristi e soli. Incredibile, in un attimo il carattere valtellinese di lei e quello piemontese di lui si sono accordati, e loro si sono proprio innamorati, di un amore che è durato fino ad oggi. Giorgio aveva una figlia, Nicoletta, la Silvia due bambini Bruno e Davide: in breve hanno messo su casa insieme, in via Bagutta, dando vita a una grande e nuova famiglia. In vacanza andavano tutti nella bella casa in Val d’Aosta oppure sulla barca a vela che tenevano a Lerici, con Davide che era diventato subito un bravissimo skipper.

Parlava poco, il Bocca, aveva conservato quella sua simpatica ruvidezza montanara –o partigiana- ma sotto le camicie a quadri che gli regalava il Tai Missoni, batteva un cuore –come si usa dire- davvero generoso: spesso sapeva addirittura essere dolce se un amico era un po’ depresso e aveva bisogno di speciale affetto. E di amici ne aveva molti. Adesso sta per uscire il suo ultimo libro e –mi dice Carlo Feltrinelli, il suo editore- è almeno riuscito e vederlo finito, a prenderlo in mano, a guardarselo bene. Ma che dire? Il Bocca è una persona indimenticabile .

25 dicembre 2011 | 21:54

da - http://milano.corriere.it/milano/notizie/arte_e_cultura/11_dicembre_25/giorgio-bocca-giulia-borgese-1902656733377.shtml
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« Risposta #219 inserito:: Dicembre 26, 2011, 04:39:02 pm »

Il giornalista racconta la lunga vita in un'intervista a Maria Pace Ottieri e Luca Musella

«Senza lotta partigiana, sarei un avvocato»

Le nozze con una ballerina e l'amore ('eccessivo') per i nipoti

Giorgio Bocca a tutto tondo in un dvd della Feltrinelli

di PAOLO DI STEFANO


MILANO - L’ultima intervista a Giorgio Bocca è consegnata a un dvd pubblicato un paio di mesi fa dalla Feltrinelli.
C’è quasi tutto Bocca: gli inizi, la carriera, le sue idiosincrasie, le sue passioni, il passato e il presente. Il giornalista racconta la sua lunga vita a Maria Pace Ottieri e Luca Musella. Senza la lotta partigiana, ricorda Bocca, sarebbe stato destinato alla carriera di avvocato: «Era la sorte che aveva un giovane piccolo-borghese come me».

La guerra civile, a cui Bocca ha dedicato saggi e racconti (da Partigiani della montagna a Una Repubblica partigiana sulla resistenza in Val d’Ossola), ha rappresentato per lui una perfetta coincidenza tra «fare una cosa meritoria e fare una cosa divertente», una «meravigliosa vacanza», «andare in giro per le montagne, senza una lira in tasca, padrone del tuo destino…». Sul senso di libertà provato durante la Resistenza, Bocca ha scritto molte pagine, ma qui quell’esperienza viene inserita in un contesto ampio che riguarda il senso religioso, anzi superstizioso, della famiglia d’origine, la passione per la montagna e lo sci, le prime amicizie (con il futuro cognato Detto Dal Mastro), il senso del dovere militare tipicamente piemontese. La guerra partigiana viene ricordata da Bocca come «illusione bellissima», una speranza delusa di cambiamento radicale per l’Italia: «il grosso del Paese l’ha subita ma non l’ha fatta», si trattava in realtà di una rivoluzione minoritaria, come il Risorgimento.

Con il suo tono severo, Bocca si sofferma poi sulla Liberazione e sull’immediato dopoguerra, sulle prime elezioni, sulla convinta appartenenza al Partito d’Azione e sulle divisioni politiche all’alba della ricostruzione. «I partiti che contavano per la gente erano quelli che davano la garanzia che o comandava il papa o comandava Stalin: le scelte erano quelle». Poi il miracolo economico, in cui «c’erano già tutti i vantaggi e i difetti della società italiana». Un’espansione molto disordinata che badava solo al guadagno immediato e che trascurava il futuro.

Il suo paesaggio interiore è sempre rimasto quello cuneese, ma Bocca si trasferisce ben presto a Torino al tempo dell’università: lì percepisce la centralità della Fiat come una sorta di «corte monarchica» in cui la città si riconosce ancora oggi. Tra le persone incontrate da Bocca e raccontate da vicino nei loro tratti particolari c’è l’Avvocato, che , dice, «se non fosse stato un miliardario, sarebbe stato un ottimo giornalista». Camilla Cederna, la miglior giornalista d’Italia, «la correttezza in persona»; Oriana Fallaci, «una carogna veramente, di cui non mi sono mai fidato»; Dino Buzzati, un austroungarico gentile, amato «anche per la sua follia»; Umberto Eco, «un uomo di ghiaccio»; Emilio Tadini, «un vero amico», eccetera.

Bocca parla anche di argomenti privati: del primo matrimonio e della separazione («ho voluto sposarmi con una ballerina e poi tutti in famiglia a dirmi: te lo avevamo detto!»), della figlia Nicoletta…

L’Italia di Bocca, vista dalle redazioni dei giornali, dalla «Gazzetta del Popolo» all’«Europeo», dal «Giorno» alla «Repubblica», è un Paese che non gli piace particolarmente, specie nei suoi miti che sembravano incrollabili e indiscutibili: la classe operaia, che «aveva in sé la verità e la virtù», il comunismo, la Democrazia cristiana, e in genere la politica.

L’anticomunismo di Bocca è risaputo, così come è nota però la sua stima per Togliatti, cui ha dedicato una monografia: «Effettivamente Togliatti era uno che aveva capito tutto (…) ha compiuto un miracolo politico». Il ricordo del primo viaggio in Russia è anche il ricordo della reazione negativa che ebbero i suoi reportage: «Bocca schifoso detrattore». Altri temi dell’intervista sono argomenti-chiave della storia italiana del dopoguerra. L’epoca del terrorismo: «Per la stessa ragione per cui io avevo deciso di combattere (nella Resistenza n.d.R.), pensavo fosse comprensibile, non giusto, ma comprensibile, che alcuni giovani, per opporsi al sistema borghese, sparassero».
D’altra parte però Bocca non nasconde l’amicizia e l’ammirazione per il generale Dalla Chiesa. Il controverso rapporto con il Sud (cui si legano giudizi durissimi: «è il terrore, è il cancro») e le inchieste sul terremoto dell’Irpinia: «l’occasione perché il sistema clientelare mafioso facesse i suoi affari, così come è successo con il terremoto dell’Aquila. Chi ne ha approfittato e lo ha usato è stato Berlusconi».

E gli ultimi vent’anni vissuti da vicinissimo con curiosità e poi con disgusto: dalla fine del craxismo e della Dc a Tangentopoli, alla nascita della Lega, con la proposta del senatore Bossi: «Vuoi diventare senatore? Per carità! Insomma, avrei potuto fare carriera politica come leghista perché allora mi consideravano un amico. Non avevano capito invece che, come uomo di Giustizia e Libertà, li detestavo. Capivo che erano persone prive di ogni cultura…». L’antiberlusconismo degli ultimi tempi è praticamente attualità. Seguono i giudizi sul giornalismo di ieri e di oggi, sul vino «buonissimo» che fa sua figlia, un’autocritica sul suo essere «un cattivo nonno per eccesso: eccesso d’amore e soprattutto eccesso d’incitamento al successo. Voglio che abbiano fortuna come me».

25 dicembre 2011 | 22:00

da - http://www.corriere.it/cultura/11_dicembre_25/di-stefano-bocca_78afb66c-2f2f-11e1-95dc-af938f95d8a0.shtml
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« Risposta #220 inserito:: Dicembre 26, 2011, 04:53:07 pm »

La grande caccia all'Azionismo

di GIORGIO BOCCA

L'ANTICOMUNISMO senza comunisti è superato in livore e ossessione solo dall'antiazionismo senza azionisti, ultimo un intervento di Giuliano Ferrara su "l'Unità", una sorta di esorcismo contro il demonio che continua ad aggirarsi per l' Italia. Sono passati cinquantaquattro anni dalla caduta del governo Parri che segnò la fine della brevissima avventura politica del Partito d'Azione, ma l'azionismo resta un partito centrale della politica italiana: un partito virtuale, in gran parte immaginario, l'opposto di tutti i vizi e le debolezze secolari della nazione, di una virtuosità giacobina, estranea alla cultura clericale del paese, di fronte a cui anche i suoi vecchi militanti si sentono impari: ma davvero eravamo un partito di vipere come diceva Giannini il fondatore dell' Uomo qualunque del professor Codignola? Un partito di incorreggibili sovversivi come dicevano di Riccardo Lombardi e di Emilio Lussu i liberali? O più semplicemente gli eredi delle minoranze laiche, illuministe, repubblicane, riformiste fatte regolarmente a pezzi dalle restaurazioni borboniche o papaline, una minoranza scomoda in un paese diviso fra guelfi e ghibellini?

L'avventura politica del Partito d'Azione fu breve, resa possibile forse solo dall'anomalia della Resistenza, un periodo corto e così eccezionale da permettere la guida delle élite sulle masse, dell'utopia sulla realpolitik, della progettazione riformista sulla conservazione del vecchio stato.

La grande maggioranza dei partigiani di Giustizia e Libertà sapeva poco o niente dei fratelli Rosselli e di Gobetti, delle due anime del partito, diviso fra il moderatismo di La Malfa e il giacobinismo di Lussu ma gli andava bene la voglia di modernizzare il paese, di toglierlo dalle dipendenze clericali, cattoliche o comuniste che fossero; gli andava molto bene e questo era il cemento che li univa, la affermazione di una politica etica, sottratta ai peggiori commerci elettorali, a una accettazione acritica della democrazia; per
una democrazia forte capace di difendersi, di cui Leo Valiani era il più deciso sostenitore. Che si trattasse di una avventura breve lo si era già capito nella primavera del '45 quando gli italiani tornarono a fare la fila per iscriversi ai vecchi partiti socialista o cattolico, dandogli milioni di voti alle prime elezioni e trascurando questo partito nuovo dal nome strano "di azione", infelice nome che poteva ricordare l'attivismo, l'interventismo fascisti.

La diaspora degli azionisti fu rapida dopo il congressso del febbraio '46 che ne segnò il dissolvimento: alcuni tentarono di sopravvivere in nuove formazioni politiche effimere, altri passarono nel Partito socialista o repubblicano ma restandovi sempre in certo modo come corpi estranei. Il loro merito, la ragione per cui l'azionismo senza azionisti è ancora così odiato e temuto è che rimasero nella memoria spesso nella fantasia come i portatori di una eresia, di ciò che il paese rassegnato a volte sembrava desiderare ma che poi, come spaventato, rifiutava: la politica non disgiunta dalla etica, la indipendenza da ogni potere clericale, la cura della società.

Che resta dell'azionismo?

Quanto basta per essere odiato.

Resta lo stupore, la incredulità di fronte a certi spettacoli della restaurazione: tutti quei ministri e notabili della repubblica "nata dalla Resistenza", ma neppure il suo presidente se ne ricorda, che vanno in piazza San Pietro ad ascoltare genuflessi gli ultimatum di un pontefice che fa il suo mestiere di integralista; e questa politica che per il terrore che ha dell'etica, predica ogni giorno a destra come a sinistra l'assoluzione generale, Tristano Codignola era una vipera per il qualunquista Giannini, Lombardi e Foa dei giacobini, l'intero partito una minoranza che tentava una fuga in avanti. Però meglio sconfitti che vincitori se i vincitori hanno prodotto i personaggi contemporanei che non hanno ritegno a dare di sé pubblico e disgustoso spettacolo: ex ministri che pagavano con le tangenti in un anno un conto in albergo di mezzo miliardo, che facevano sparire i miliardi dei "conti protezione" e ora chiedono che gli si restituisca la dignità e l'onore. Ma dignità e onore ognuno se li guadagna da sé, non li aspetta da una amnistia.

C'È evidentemente in questo paese un azionismo che dura, che spaventa, che è ancora di stimolo, di esempio a cinquantaquattro anni dalla sua morte, che forse resisterà anche al neo liberismo e alla globalità, qualcosa come fu il costume repubblicano nella Roma imperiale, lo spirito conciliare nella Chiesa di Andreotti e di Marcinkus. Allargare la definizione di azionista a tutto ciò che di pulito e di coraggioso sopravvive nella repubblica è una retorica, a cui gli azionisti si sarebbero opposti per primi.

Ma anche se l'azionismo fosse solo un mito, una bella leggenda da cavalieri della tavola rotonda, se fosse solo una aspirazione, una affinità elettiva conserviamolo ringraziando i suoi molti nemici che con il loro odio sempiterno lo onorano, e lo perpetuano.

La Repubblica
18 novembre 1999

http://www.circolorossellimilano.org/MaterialePDF/la_grande_caccia_azionismo.pdf
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« Risposta #221 inserito:: Settembre 12, 2013, 11:22:31 am »

Giorgio Bocca | La sinistra delle regole

Scomparso il ‘diamante’ del proletariato, omologati il look e le attese, la sinistra s’è arresa alla deregulation e alle ragioni del proprio fallimento.

Un grido per una sinistra che abbia ancora il coraggio dell’utopia.

di Giorgio Bocca, da MicroMega 2/1999

Chiedere oggi che cosa sia la sinistra è una domanda politicamente imbarazzante se non scorretta. Chiedersi che cosa sia questa mitica sinistra in un’Europa in cui i suoi tradizionali partiti socialisti e comunisti sembrano acquisiti ai teoremi e ai miti del neoliberismo più irresponsabile socialmente, in cui senza vergogna, almeno intellettuale, ripete i ragionamenti sulle superiori necessità economiche contro le quali combatté per più di un secolo, sembra sempre più spesso inutile quando non ridicolo. A volte vien voglia di tornare a quelle definizioni da biologia ottocentesca del tipo «si è rivoluzionari da giovani e conservatori da vecchi». Ecco tutto.

Meno banalmente si è tentati di definire la sinistra in modi psicologici o moralistici: è uno stato d’animo, è una misteriosa mescolanza di memorie, di geni e di caratteri nativi, una sorta di affinità elettiva. Bobbio ha cercato di ancorarla a un minimo concreto dicendo che la sostanza della sinistra, del socialismo è l’eguaglianza, non quella totale delle colonie dei gesuiti o delle utopie, ma l’eguaglianza delle possibilità, che sembra un modo un po’ gobettiano, un po’ elitario di rimandare il tutto alle intelligenze e ai caratteri individuali che della diseguaglianza sono le cause perpetue. Più modestamente o forse da quell’incerto e tiepido uomo di sinistra che sono direi che la distinzione fra sinistra e destra oggi, nel trionfo del capitalismo mondialista, può essere questa: non perdere l’attenzione per i diritti e i bisogni degli uomini in carne e ossa, non cedere alle necessità superiori della tecnica e dello sviluppo, non accettare il trionfalismo e le retoriche delle rivoluzioni scientifiche e tecnologiche, non separare le decisioni, i progetti dai prevedibili effetti che avranno.

Questa proprio mi sembra la debolezza maggiore della democrazia liberista americana e della socialdemocrazia europea: questo accettare e rincorrere e incoraggiare le mutazioni nel modo di produrre e di distribuire senza chiedersi che effetti avranno sugli uomini, sulla loro vita. A volte la sinistra europea sembra compiacersi delle ragioni o non ragioni della destra, sembra scoprire con eccitazione le necessità superiori per cui essere di sinistra in simili frangenti è molto difficile, quasi impossibile. Una sinistra pronta a tutte le autocritiche che dà per scontato che il capitalismo sia un sicuro vincente, che non si accorge – come si accorgono i capitalisti – che esso sta diventando sempre più un «capitalismo difficile» che i suoi gestori non riescono più a controllare in una globalità dove uno sternuto in un paese dell’Estremo Oriente si ripercuote in tutti i continenti, dove gli avventurieri e i grandi speculatori possono combinare guai che fanno tremare le banche nazionali. Un capitalismo mondiale senza freni che, anche se può sembrare retorico, ci può condurre all’autodistruzione del pianeta. Che succederà, si chiedono gli esperti, quando la Cina sarà industrializzata e riverserà i suoi veleni, i suoi fumi nel Pacifico? Chi resisterà alla motorizzazione universale? Domande drammatiche per risposte evasive.

C’è molta pigrizia, molta arrendevolezza nella sinistra. Si direbbe che passi il tempo più a leccare le proprie ferite, a riconoscere le proprie sconfitte che a pensare alla riscossa. Che si può fare, si chiede, se il fordismo è morto e la fabbrica diffusa ha ucciso «il diamante del lavoro», la compattezza del proletariato di fabbrica? Che si può fare contro le segmentazioni specialistiche che dividono il mondo del lavoro, della ricerca, della scienza in settori non comunicanti fra di loro? E come condannare i ritorni agli sfruttamenti del passato che ora vanno sotto il nome di flessibilità se comunque essi danno lavoro?

È difficile oggi essere di sinistra, le eguaglianze e uniformità consumistiche possono ingannare. Non vestiamo, mangiamo, viaggiamo tutti quasi allo stesso modo? Non ci curiamo, divertiamo, congiungiamo in modi simili? L’uguaglianza possibile non è forse stata raggiunta? E invece la diseguaglianza continua e aumenta, appare come una legge fisica inderogabile che si diffonde come per vasi comunicanti, che scopre e impone nuove forme. La casta degli informatici, dei cittadini di Internet, di quelli che si distinguono facendo seguire al loro nome quelle formule di tipo algebrico che definiscono il sito, appartiene a un nuovo mondo apparentemente di libero accesso, oltre ogni separazione e frontiera: ma a fare un po’ di conti si tratta di una minoranza che possiede mezzi di comunicazione e di conoscenza formidabili all’interno di una maggioranza che ne resta priva.

In tale situazione una sinistra che abbia ancora il coraggio dell’utopia sembra perdente in partenza. Come proporre riforme radicali come quella di sopprimere l’eredità economica quando in tutti i paesi dove si è tentato il comunismo o ancora lo si costruisce si è tornati all’indietro agli antichi, fondamentali rapporti familiari? Il mondo attuale appare come un sovrapporsi per ora confuso e imprevedibile di innovazioni e di conservazioni, un vai e vieni in cui gli scopritori, gli innovatori procedono trionfanti mentre la risacca gli toglie la terra sotto i piedi, in cui uno Stalin seguace di Lenin deve nel corso della guerra tornare ai vecchi indiscutibili valori della religione patriottica, deve richiamare in servizio i pope dalle mitrie sfavillanti.

Chiedere oggi che cosa debba fare la sinistra sembra difficile se non impossibile. E forse ci sono solo risposte prudenti come: sopravvivere, resistere al regno di Behemot, il biblico simbolo del¬l’anarchia, del grande disordine sotto il cielo. La sinistra, specie quella europea che sembra essere andata a scuola dalla Thatcher, che accetta come modelli la flessibilità americana e il globalismo economico dovrebbe scegliere fra deregulation e regulation. E convincersi che la prima è la scelta connaturata alla destra irresponsabile, la quale non vuole ostacoli nella sua marcia alla massimizzazione dei profitti e alla cancellazione degli Stati sociali, e che la sua sopravvivenza oggi sta nel ritorno alle regole, nel ritorno a un minimo di ordine, di freno, di progetto nello scatenarsi degli «spiriti animali» del neocapitalismo che nel fallimento del comunismo vede l’autorizzazione a un’espansione continua, divorante, caotica.

Un capitalismo, un liberismo che sembrano aver perso l’idea del bene comune, delle mediazioni fra forti e deboli, fra vincenti e perdenti; ostili a ogni tipo di ordine come ad ostacoli alla loro espansione. Non a caso nemici di tutte le forme dell’ordine sociale come il fisco, la giustizia, la trasparenza, la netta divisione fra società legale e società malavitosa, la difesa dell’ambiente, la difesa della storia. Non a caso gli argomenti della deregulation più o meno camuffati battono sempre sull’avversione ai baluardi del¬l’ordine: le cose vanno male, ripete la destra, perché c’è troppa fiscalità, troppa invadente e arrogante giustizia, un’esagerata antieconomica difesa dell’ambiente, un conformismo storico che non tiene conto dell’altra parte, dell’altra voce. A guardarle nel concreto tutte queste richieste di deregulation sono rivendicazioni dei ricchi e dei potenti a fare quel che vogliono, quando vogliono, a continuare a farlo.

Nel fisco come nella giustizia chi ha denaro e buoni avvocati finisce sempre per vincere. Per rendersene conto basta la lettura dei quotidiani. Non passa giorno senza che una giustizia addomesticabile non cancelli le accuse e le condanne dei grandi corrotti e corruttori: riabilitati quelli che specularono indegnamente sulla sanità pubblica, sugli appalti, sui falsi in bilancio. E commenti spudorati: ha prevalso la giustizia, smentito il pool di Mani Pulite, sconfitto il partito delle manette. In questi anni la grande alleanza trasversale dei potenti, padrona di tutti o quasi i mezzi di informazione, ha lavorato di concerto, spingendo avanti ora l’uno ora l’altro dei suoi grandi calibri, pagando e premiando la diffamazione. Una sinistra debole e spesso pusilla ha pensato che l’unico modo per opporsi a questa offensiva fosse quello di secondarla, di concederle delle vie di sfogo, senza capire che la reazione conservatrice, da noi ma credo in tutto il mondo, non si accontenta mai delle mezze misure, che la sua vittoria non si traduce in mediazione ma in imposizione autoritaria. Non ha pensato che l’arrendevolezza sarebbe presto diventata un segnale del cambiar del vento, che in tutta Italia in tutti i palazzi di giustizia molti giudici avrebbero seguito il nuovo corso con una serie di sentenze «riparatrici».

In tutti i campi la deregulation conservatrice ha messo con le spalle al muro la sinistra che non ha il coraggio della chiarezza e dell’ordine. La rigenerazione dello Stato nelle province mafiose è stata elusa, insabbiata dietro gli exploit polizieschi, dietro gli arresti clamorosi e teatrali dei boss, cioè della parte minore e primitiva della mafia diffusa, della mafia che si estende a gran parte della borghesia parassitaria. Riina e Bagarella finivano nelle carceri di alta sicurezza e la borghesia mafiosa tornava nei palazzi del potere, trovava nuovi partiti nazionali pronti a coprirla, nuovi killer e diffamatori pronti a dare dell’assassino a Caselli. Bastano pochi soldi al vecchio potere per trovare gente per i bassi servizi, basta pagare la rivista di un comunista storico, assumerne i figli in una televisione, bastano le briciole rimaste sulla tavola padronale.

La deregulation è congenita alla destra, adesso che nelle grandi città del Nord si allargano le aree dismesse le amministrazioni scoprono che sono state inquinate, che occorreranno centinaia di miliardi per bonificarle e che i vecchi proprietari non hanno la minima intenzione di pagarli. Ecco perché l’ordine ecologico, l’ordine verde e oggettivamente di sinistra, si oppone oggettivamente alla dilapidazione di un bene pubblico come il territorio. La sinistra dovrebbe anche farsi custode dell’ordine storico, combattere il revisionismo truffaldino, la storia dei dubbi e del relativismo che viene spacciata per storia alta raffinata. Non come la storia dei vincitori tagliata a blocchi con la spada, ma come la storia dei cervelli fini che vedono le contraddizioni e le ambiguità. Con il fine neppur troppo nascosto di dimostrare che i potenti hanno sempre ragione anche se hanno scelto per loro tornaconto la parte sbagliata, anche se erano dalla parte delle camere a gas e delle pulizie etniche. Non occorre essere un filosofo per sapere che la complessità e la casualità del mondo sopraffanno spesso la ragione, ma che altro deve fare la sinistra se non difendere la ragione, se non cercare di riportare sempre un minimo di ordine morale e sociale?

(26 dicembre 2011)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/giorgio-bocca-la-sinistra-delle-regole/
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