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Autore Discussione: Marco TRAVAGLIO -  (Letto 54985 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Gennaio 22, 2008, 04:21:47 pm »

Lo smemorato della 194

Incredibile ma vero: Giuliano Ferrara fa il suo ingresso trionfale al comitato Valori del Pd 

DI MARCO TRAVAGLIO


Tutti gli autoriTutto si può dire del Pd, ma non che sia un partito prevedibile. Pochi dei 3,5 milioni di votanti alle primarie di ottobre potevano immaginare che Walter Veltroni avrebbe discusso la legge sull'aborto con Giuliano Ferrara e che il medesimo Ferrara avrebbe preso parte al comitato Valori del Pd, addirittura invitato a prendervi la parola dal presidente Alfredo Reichlin.

La bizzarra rimpatriata fra ex comunisti - un déjà vu anni Settanta - pareva impensabile ancora pochi giorni prima, quando in un'illuminante intervista alla 'Stampa' il supermazziere berlusconian-vaticano aveva gettato la maschera sul movente tutto politico della sua crociata contro l''omicidio' dell'aborto: "Mi piacerebbe che i promotori di questa iniziativa fossero un 'cattolico adulto' come Prodi, una cattolica democratica come la Bindi e una cattolica ex-comunista come la Turco".

E perché non l'amico Silvio, che si dice cattolico a ogni piè sospinto?
Ecco: la cosiddetta moratoria non riduce gli aborti, ma in compenso getta una questione sensibile come la 194 tra le ruote già storte del Pd. Altrimenti sarebbe partita durante il governo Berlusconi, che ben si guardò dallo sfiorare il tema.

Anche perché la signora Veronica, in una sofferta intervista a Maria Latella, ha raccontato: "Al quinto mese di gravidanza ho saputo che il bambino che aspettavo era malformato e per i due mesi successivi ho cercato di capire, con l'aiuto dei medici, cosa potevo fare, cosa fosse più giusto fare.
Al settimo mese sono dolorosamente arrivata alla conclusione di dover abortire" ('Corriere della sera', 8 aprile 2005). A sentire Ferrara ultimo modello, la signora - che fra l'altro è il suo editore - sarebbe un'omicida.

Per nobilitare una campagna tutta politica, l'astuto Ferrara invoca il "diritto alla vita" sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948 e due "laici perbene, seri e responsabili": Norberto Bobbio e Pier Paolo Pasolini, che si pronunciarono coraggiosamente contro l'aborto nel 1981 e nel 1975 (quando Ferrara era abortista sfegatato).

Quanto al diritto alla vita, è singolare che a farsene paladino sia un ultrà della guerra in Iraq che sorvola sulle centinaia di migliaia di civili ammazzati e giustifica le torture ad Abu Ghraib e le detenzioni illegali a Guantanamo.

Quanto al compianto Bobbio, le annate del 'Foglio' sono un florilegio di attacchi al filosofo torinese, dipinto come "papa laico", "guru azionista", "moralista" e "giacobino" da strapazzo che "non ha i titoli di profeta e guida della nuova Italia", "parla e scrive col ditino alzato" e "dovrebbe portare rispetto a se stesso, alla sua complicata storia etica e morale" (18. 5.1996) perché "scriveva tremebonde lettere d'amore al Duce" (12.1.1999) e "lusingava Togliatti facendosene lusingare" (17.1.1998).

Uno che osa vibrare "pugnalate sicarie" a Berlusconi "con gesti verbali da domatore di circo equestre" e lascia "incustodita la Costituzione, purché a manometterla siano gli amici" (13.11.1996).

Insomma un tipaccio abituato a "servire non la verità, ma i suoi rancori personali" e ad "aggiogarsi al carro dei vincitori" (15.9.1999).

Il che, detto da Ferrara a Bobbio, fa già ridere. Mai però quanto Ferrara che fa il suo ingresso trionfale al comitato Valori del Pd.

(21 gennaio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #16 inserito:: Gennaio 22, 2008, 04:27:58 pm »

Fanghi tossici in mare

di Marco Travaglio

Stoccare i sedimenti inquinanti in casse marine.

Lo prevede un decreto del ministro Pecoraro Scanio.

Che alza anche i limiti consentiti per le sostanze pericolose 


Che idea: creare decine di discariche a cielo aperto con vista mare, anzi sul mare. E riempirle di fanghi industriali, liquami tossici e veleni vari dragati dalle aree industriali e portuali più devastate d'Italia. Con quantitativi di metalli, pcb e idrocarburi contaminati anche 100 mila volte superiori ai limiti europei che rischiano di inquinare ancor di più i nostri mari. È tutto scritto in un 'Decreto del Ministro dell'Ambiente e della Tutela del territorio e del mare', che paradossalmente è il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, approvato in dicembre dalla Conferenza Stato-Regioni e in attesa del parere del Consiglio di Stato prima di entrare in vigore.

Un decreto che sta mettendo in allarme gli esperti di molte regioni, le associazioni ambientaliste a partire da Legambiente, nonché alcuni tecnici del ministero che hanno avvertito il governo dei pericoli contenuti nel provvedimento. Finora, invano. Il decreto "disciplina le operazioni di dragaggio nei siti di bonifica di interesse nazionale". Una danza macabra di tecnicismi, cifre, rimandi a leggi, regolamenti, codicilli da perderci la testa. Cerchiamo di districarci con l'aiuto di una tabella.

In Italia la gestione dei sedimenti portuali non è mai stata risolta una volta per tutte. Ogni anno si dragano milioni di metri cubi di materiali sott'acqua per garantire l'operatività dei porti. Dopodiché non si sa che fare dei fanghi, spesso altamente inquinati e inquinanti. Il problema è particolarmente drammatico nei 50 siti classificati "di interesse nazionale", dove i sedimenti marini sono troppo contaminati e necessitano di speciali cautele. Tra i più a rischio, quelli di Bagnoli, Priolo, Gela, Livorno, Piombino, Mestre. Decine di bombe ecologiche a orologeria. È per disinnescarle che nasce, con molto ritardo, il decreto del governo. Che però, secondo molti esperti, non rispetta le linee guida emesse dagli istituti tecnici e dallo stesso ministero: il 'Quaderno Icram'(Istituto centrale ricerca applicata al mare) del 2002 e il 'Manuale Ministero-Icram-Apat' (Agenzia protezione ambiente e servizi tecnici) del 2007, adottati come base per ogni futura legge da una recente risoluzione della commissione Ambiente della Camera.

In pratica il decreto fa di tutt'erba, anzi erbaccia, un fascio. In un'unica soluzione, prevede lo stoccaggio di tutti i sedimenti contaminati in grandi 'casse di colmata' sul mare: grandi vasche costiere protette da sbarramenti, impermeabilizzate da teli di plastica e destinate a diventare in futuro suoli utilizzabili per scopi portuali. Di fatto, discariche marine a cielo aperto. Oggi possono ospitare materiali con basse concentrazioni inquinanti, come quelle fissate dal 'protocollo di Venezia' del 1993 per la gestione dei sedimenti dragati dai canali della Laguna. Il protocollo prevede diversi utilizzi dei fanghi a seconda del grado di contaminazione: se i valori sono tollerabili, possono essere travasati nelle vasche a contatto col mare; se superano i massimi consentiti, vanno prima trattati per ridurne la pericolosità e poi collocati in siti lontani da mare. Altri limiti fissa la legge sulle bonifiche dei suoli industriali e urbani (decreto n. 152/2006). E finora nelle 'casse di colmata' finivano fanghi al di sotto dei valori di contaminazione per i suoli industriali (addirittura ridotti del 10 per cento per cautela).

Che cosa cambia col nuovo decreto? Si innalzano i valori-limite di centinaia di volte, con rischi altissimi per l'ambiente. Le discariche marine, infatti, non sono affatto sicure: il pericolo di versamenti o sgocciolamenti di percolato è sempre in agguato. I dati confrontati in tabella sono emblematici. Due esempi. Secondo il decreto 152/2006 le casse di colmata potevano ospitare non più di 4,5 milligrammi di mercurio per chilogrammo; col decreto, fino a 1000 (oltre 200 volte di più). Peggio ancora per i pesticidi, il cui livello massimo passerebbe da 0,1 a 10.000 mg/kg (100 mila volte di più). Tant'è che, al ministero, qualcuno si domanda che senso abbia dragare, trasportare e riversare quei fanghi dai fondali alle vasche senza prima trattarli per renderli innocui, aumentando il rischio di dispersione di sostanze cancerogene (secondo l'Airc, Agenzia internazionale ricerca sul cancro) nell'ecosistema marino: cioè ai pesci e quindi alle nostre tavole. Tanto varrebbe lasciarli dove sono.

Il decreto va pure in controtendenza con le norme europee. La direttiva sulle acque di Bruxelles (n.60/2000) raccomanda di ridurre entro il 2020 le emissioni di sostanze 'prioritarie' (già esistenti in natura) ed eliminare le 'prioritarie pericolose' (derivanti dalla sintesi di materiali organici prodotti dall'uomo). E l'Italia che fa? Aumenta le une e le altre. Rischiando l'ennesima procedura d'infrazione e sforando gli stessi limiti fissati dal decreto italiano 367/2003 sui sedimenti marini. Le sostanze 'pericolose' e 'prioritarie pericolose' si annidano nei fanghi di dragaggio: muoverli e trasportarli significa disperderle aumentando l'inquinamento marino.

Cui prodest questa follia? Lo smaltimento dei rifiuti tossici, anche in mare, è un business colossale. Sta per nascere, anche su questo fronte, un'apposita Autorità per la bonifica dei siti: un ente che, stando alle prime indiscrezioni, sarebbe controllato da capitali privati e gestirebbe i siti da bonificare e le attività economiche collaterali. Il decreto poi, stanziando soldi pubblici per le discariche marine, è tutta manna per le aziende inquinanti, che potranno gettarvi di tutto: una normativa più seria le costringerebbe a un'azione di trattamento e bonifica molto onerosa. Non solo: si parla di un accordo delle regioni Toscana e Campania col ministero per traghettare i fanghi del porto di Bagnoli in quello di Piombino: per tre anni una serie di navi 'bettoline' dragheranno i fondali del porto campano, 'aspireranno' fanghi altamente inquinanti grazie ai nuovi, altissimi limiti consentiti e li depositeranno a centinaia di chilometri, nella 'cassa di colmata' di Piombino (dove già la Lucchini ha montagne di polveri tossiche da smaltire).

Il tutto al costo di decine di milioni di euro, sottratti ai fondi destinati alle 'energie rinnovabili'. Con questi fondi si progetta pure di costruire qualche nuova strada ad hoc. "E dire", scuote il capo un tecnico, "che Pecoraro Scanio aveva persino cambiato nome al 'Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio', aggiungendo le parole 'e del Mare'. Oltre al danno, la beffa".

(22 gennaio 2008)

da espresso.repubblica.it

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« Risposta #17 inserito:: Gennaio 25, 2008, 04:56:49 pm »

Marco Travaglio

Bettino statista levantino


Paolo Pillitteri, che a 8 anni dalla morte di Bettino Craxi dedica un libro all'uomo che lo trasformò nel sindaco di Milano. E la figlia Stefania lo trasforma in una fiction  E' un bel gesto quello del cognatissimo Paolo Pillitteri, che a 8 anni dalla morte di Bettino Craxi dedica un libro all'uomo che lo trasformò nel sindaco di Milano. Ed è comprensibile che la figlia Stefania e il figlioccio Luca Iosi si prodighino per raccontarlo in una fiction: essendo entrambi titolari di società di produzione tv, con buone entrature in Rai e in Mediaset, non difettano dei mezzi necessari. Si comprende un po' meno la processione di politici e commentatori di ogni colore intorno alla memoria del defunto e presunto 'statista' per esaltare la 'modernità' del suo 'riformismo'. In un paese serio, a chiudere la questione basterebbero le tre sentenze definitive emesse dalla Cassazione (due condanne a un totale di 10 anni per le tangenti Eni-Sai e Metropolitana milanese; una prescrizione per le mazzette dalla berlusconiana All Iberian). O i 40 miliardi di lire giacenti nel '93 sui suoi tre conti svizzeri personali, gestiti non dai tesorieri del Psi, ma dall'ex compagno di scuola Giorgio Tradati e poi dall'ex barista Maurizio Raggio, e destinati agli "interessi economici anzitutto propri di Craxi" (sentenza All Iberian). Ma, dicono i nostalgici, "Craxi non può essere ridotto ai suoi guai giudiziari". Infatti ci sono pure quelli politici.
Economia: sotto il governo Craxi (1983-87) il debito pubblico balza da 400 mila a 1 milione di miliardi di lire e il rapporto debito-Pil dal 70 al 92 per cento.
Lotta al terrorismo: dopo aver caldeggiato, per fortuna invano, la trattativa tra Stato e Br durante il sequestro Moro, nel 1985 Craxi sottrae al blitz americano di Sigonella i terroristi palestinesi che hanno appena sequestrato la nave Achille Lauro e assassinato un turista ebreo disabile; si impegna a farli processare in Italia, poi fa caricare il loro capo Abu Abbas su un aereo dei servizi e lo spedisce in Iraq, gradito omaggio a Saddam Hussein.

Politica estera: ancor più filoarabo e levantino dei democristiani, Craxi appoggia acriticamente l'Olp, ben lontana dalla svolta moderata, paragonando Arafat a Mazzini; spalleggia e foraggia il dittatore sanguinario somalo Siad Barre; e nel 1982, durante la crisi delle Falkland, si schiera addirittura con
i generali argentini contro la Gran Bretagna.
Politica istituzionale: è il primo a picconare la Costituzione in vista della 'grande riforma' presidenzialista e ad attaccare le procure, che vorrebbe assoggettare al governo. Politica industriale: sponsor delle partecipazioni statali come grande macchina succhiasoldi e nemico di ogni privatizzazione, prima con i decreti Berlusconi e poi con la Mammì consacra il monopolio televisivo incostituzionale dell'amico Silvio, che fra l'altro paga bene e cash. Frequentazioni: dopo aver insultato Norberto Bobbio ("ha perso il senno") ed espulso galantuomini come Bassanini, Codignola, Enriquez Agnoletti, Leon e Veltri, il satrapo garofanato si circonda di faccendieri come Larini, Troielli, Giallombardo, Mach di Palmstein, Parretti, Fiorini, Chiesa e Cardella, per non parlare dei suoi legami con Gelli e Calvi e del suo consulente giuridico Renato Squillante. Oltre a decine di 'nani e ballerine', Craxi riesce a candidare al Parlamento Gerry Scotti e Massimo Boldi. Se sarà realistica, insomma, la fiction si annuncia avvincente.

(25 gennaio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #18 inserito:: Febbraio 01, 2008, 06:06:37 pm »

I fondi neri della Fininvest

Marco Travaglio


Il processo Sme-Ariosto bis, chiuso ieri fulmineamente dal Tribunale con l'autoassoluzione dell'imputato Berlusconi Silvio («il fatto non è più previsto come reato» perché chi l'ha commesso l'ha poi depenalizzato), è l'ultima coda del filone «toghe sporche» aperto dalla Procura di Milano nell'estate del 1995 in seguito alla testimonianza di Stefania Ariosto. E riguarda i falsi in bilancio contestati al Cavaliere, titolare del gruppo Fininvest, per far uscire clandestinamente dalle casse delle società estere il denaro necessario a corrompere, o comunque a pagare, alcuni magistrati che stavano sul libro paga del Biscione. Inizialmente il processo Sme-Ariosto era uno solo e vedeva imputati per corruzione giudiziaria Berlusconi, i suoi avvocati Cesare Previti e Attilio Pacifico e i giudici Filippo Verde (per la presunta sentenza venduta sul caso Sme del 1988) e Renato Squillante (per una tangente di 434 mila dollari del 1991); in più Berlusconi rispondeva anche di falso in bilancio.

Poi, nel febbraio 2002, il suo governo depenalizzò di fatto i reati contabili, fissando soglie di non punibilità così alte da sanare cifre stratosferiche di fondi neri. Su richiesta della Procura, il Tribunale stralciò il capitolo del falso in bilancio e ricorse contro la nuova legge dinanzi alla Corte di giustizia europea, che però lasciò ai giudici italiani la decisione se applicare la legge italiana o quella (più rigida e prevalente) comunitaria. Intanto, nel processo principale, Previti, Pacifico e Squillante se la cavano con la prescrizione, solo Verde viene assolto. E così Berlusconi, ma solo per insufficienza di prove.


Le accuse

Resta, omai sul binario morto, il processo sul falso in bilancio che s'è chiuso ieri. Nel capo d'imputazione si legge che «Berlusconi Silvio, in concorso con gli altri amministratori e dirigenti delle spa Fininvest ed Istifi, in esecuzione di un unico disegno criminoso, quale presidente della spa Fininvest e azionista di riferimento dell'omonimo gruppo, fraudolentemente concorreva a esporre nei bilanci di esercizio delle precitate società, relativi agli anni 1986/'87, '88, '89, nonché nelle relazioni allegate ai bilanci e nelle altre comunicazioni sociali, notizie false e incomplete sulle condizioni economiche delle medesime: operando perché Istifi gestisse la tesoreria del gruppo in modo tale da non consentire l'attribuzione e la ricostruzione delle operazioni finanziarie finalizzate a creare provviste di contanti nonché l'effettivo impiego in operazioni riservate ed illecite ed anche per l'esecuzione dei pagamenti di cui ai capi precedenti (le presunte tangenti ai giudici Squillante e Verde, ndr); creando, attraverso operazioni eseguite presso la Fiduciaria Orefici di Milano, delle disponibilità extracontabili utilizzate per operazioni riservate e illecite nonché per eseguire i pagamenti di cui ai capo che precedono; cosí occultando, nelle diverse comunicazioni sociali, sia la creazione di disponibilità finanziarie, sia il loro impiego, sia l'esistenza di società correlate e di posizioni fiduciarie riferibili alle precitate società (nonché gli impegni per la loro capitalizzazione, i costi relativi e le plusvalenze realizzate)».

Indipendentemente dalla conclusione dei processi, i versamenti in nero della Fininvest sono documentali e incontestabili. I primi risalgono al 1988, poco dopo la sentenza di Cassazione che chiuse la causa civile sulla mancata cessione, nel 1985, della Sme dall'Iri di Prodi alla Buitoni di De Benedetti per l'azione di disturbo inscenata dal trio Berlusconi-Barilla-Ferrero (Iar) su ordine di Bettino Craxi. Il 2 maggio e il 26 luglio 1988, da un conto svizzero di Pietro Barilla, partono due bonifici: il primo di 750 milioni, il secondo di 1 miliardo di lire, entrambi diretti al conto Qasar Business aperto presso la Sbt di Bellinzona dall'avvocato Pacifico. I 750 milioni vengono ritirati in contanti da Pacifico, che li porta in Italia e - secondo l'accusa - ne consegnati una parte (200 milioni) brevi manu al giudice Verde, che nel 1986 ha sentenziato a favore della Iar (che però viene assolto: manca la prova dell' ultimo passaggio). Il miliardo invece lascia tracce documentali fino al termine del suo percorso: il 29 luglio '88 Pacifico ne bonifica 850 milioni al conto Mercier di Previti e 100 milioni al conto Rowena di Squillante, trattenendone solo 50 per sè. Perché tutto quel denaro targato Barilla-Berlusconi (soci nella Iar) approda - secondo i pm - sui conti di due magistrati e di due avvocati che l'imprenditore parmigiano non conosce e che non hanno mai lavorato per lui? Perché mai il socio di Berlusconi dovrebbe pagare un miliardo e 750 milioni a due avvocati di Berlusconi che neppure conosce e a un giudice di Roma, anch'egli a lui sconosciuto, se nella causa Sme fosse tutto regolare?


Il bonifico Orologio

C'è poi il versamento del 1991, sganciato dall'affare Sme, ma rientrante - per l'accusa - nello stipendio aggiuntivo che Squillante riceveva da Fininvest per la costante disponibilità al servizio del gruppo: lo attesta un'impressionante sequenza di contabili bancarie svizzere sul passaggio di 434.404 dollari (500 milioni di lire tondi tondi) dal conto Ferrido (All Iberian, cioè Fininvest) al conto Mercier (Previti) al conto Rowena (Squillante), il 5 marzo 1991. Due bonifici diretti, della stessa identica cifra, nel giro di un'ora e mezza, siglati con il riferimento cifrato «Orologio». Previti parla di un errore della banca. Poi cambierà piú volte versione. All Iberian è la tesoreria occulta del Biscione e bonifica decine di miliardi di lire sui conti svizzeri Polifemo e Ferrido, gestiti dal cassiere centrale Fininvest, Giuseppino Scabini. Da dove arrivano i soldi? Da tre diversi sistemi. Anzitutto dai bonifici della lussemburghese Silvio Berlusconi Finanziaria. Poi, dall'aprile 1991, dal contante versato dalla Diba Cambi di Lugano: il denaro proveniva da due diverse operazioni effettuate grazie alla Fiduciaria Orefici di Milano. La prima è l'operazione «Bica-Rovares», condotta dal gruppo Berlusconi con l'immobiliarista Renato Della Valle, che frutta una ventina di miliardi; la seconda è strettamente legata al «mandato 500»: un mandato personale del Cavaliere aperto presso la Fiduciaria Orefici e utilizzato per acquistare 91 miliardi in Cct. I titoli di Stato vengono poi monetizzati a San Marino e il contante viene consegnato a Milano 2 a Scabini. Parte di questi soldi (18 miliardi circa) finiscono sui conti esteri del gruppo. A portarli in Svizzera provvede lo spallone Alfredo Bossert, che li consegna alla Diba Cambi di Lugano. Insomma, i conti esteri di All Iberian dai quali partono i versamenti ai giudici (ma anche 23 miliardi a Craxi) sono alimentati da denaro della Fininvest e - lo ammettono i suoi stessi difensori - «dal patrimonio personale di Silvio Berlusconi». E allora come può il Cavaliere non saperne nulla?


Una partita craxian-berlusconiana

La provvista del bonifico «Orologio» All Iberian-Previti-Squillante proviene da un altro conto del gruppo: il Polifemo, sempre gestito da Scabini. Il 1 marzo 1991, un venerdí, Polifemo riceve da Diba Cambi un accredito di 316.800.000 lire. Il denaro è giunto in Svizzera in contanti quattro giorni prima, il 26 febbraio, direttamente da palazzo Donatello a Milano 2 (sede Fininvest), trasportato dagli uomini di Bossert (la somma non fa parte della provvista creata col «mandato 500», che sarà operativo solo dal luglio 1991). Il lunedì successivo, 4 marzo, quei 316 e rotti milioni permettono a Polifemo di disporre il bonifico di 434.404 dollari a Ferrido (sempre All Iberian), dando cosí il via alla trafila che, attraverso Previti, approda al conto di destinazione finale: Squillante. Insomma, Polifemo gira 2 miliardi a Previti e (tra febbraio e marzo '91) 10 miliardi a Craxi. Nello stesso periodo Previti riceve un'altra provvista (2,7 miliardi) che utilizza in parte per girare a Pacifico i soldi necessari (425 milioni) a comprare la sentenza del giudice Vittorio Metta che annulla il lodo Mondadori e regala la casa editrice a Berlusconi: un altro affare che sta molto a cuore a Craxi. Nella primavera '91 dunque Berlusconi completa l'occupazione dei media e paga il politico, gli avvocati e i giudici che l'hanno aiutato. La sequenza temporale ricostruita dall'accusa è impressionante. Il 14 febbraio '91 Previti versa 425 milioni al giudice Metta tramite Pacifico. Il 6 marzo '91 bonifica 500 milioni a Squillante. Il 16 aprile '91, ancora tramite Pacifico, dirotta 500 milioni sul conto «Master 811» di Verde (poi assolto). Sempre con fondi Fininvest.

Non potendo negare i versamenti plurimiliardari a Previti in barba al fisco, Berlusconi li spiega cosí: «Normalissime parcelle professionali». Ma non esiste una sola fattura che le dimostri. E d'altronde: se quei soldi - come dice la difesa - erano «patrimonio personale di Berlusconi», che c'entrano con le parcelle? Berlusconi pagava le parcelle agli avvocati del gruppo di tasca propria? Assurdo.
Ultima perla. Dice Berlusconi che «da uno di quei conti vengono effettuati da Fininvest una serie di acconti ai vari studi legali del gruppo, fra cui lo studio Previti». Ma altri studi non ne risultano: Polifemo finanzia solo l'avvocato Previti e poi Craxi. Anche Craxi era un legale del gruppo Fininvest? Beh, in un certo senso...



Pubblicato il: 31.01.08
Modificato il: 31.01.08 alle ore 8.48   
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« Risposta #19 inserito:: Febbraio 02, 2008, 10:01:56 am »

Marco Travaglio

Unione Brancaleone


Berlusconi viaggia come un treno verso le urne. Correrà con tutti gli alleati, inclusi Mastella e Dini, poi abolirà le intercettazioni e la libertà di stampa  Silvio BerlusconiL'eterno ritorno di Silvio Berlusconi, candidato per la quinta volta a Palazzo Chigi a 71 anni suonati, ricorda i film horror sui morti viventi. Ma prendersela col destino cinico e baro, o col solo Mastella, o con gli eterni secondi Fini e Casini che tre mesi fa annunciavano sfracelli e ora son già rientrati all'ovile, sarebbe comico.

A novembre il Cavaliere era  un uomo politicamente defunto. Bossi flirtava con la sinistra in cambio di uno straccio di 'federalismo', An e Udc picconavano la Cdl e parlavano financo di conflitto d'interessi,  i Fini Boys schifavano "gli amici del mafioso Vittorio Mangano" e riscoprivano antiche affinità con Paolo Borsellino. Lo statista di Milanello, detronizzato dai partner, in picchiata nei sondaggi, fallite una dozzina di 'spallate' al governo, tentava di intercettare l''antipolitica' inventandosi un Avatar al femminile, Michela Vittoria Brambilla, fondando partiti dai nomi cangianti sul predellino di una Mercedes e millantando 10 milioni di baionette nei gazebo semideserti delle finte primarie. Un caso umano.

A quel punto entrò in scena Walter Veltroni, legittimato da tre milioni di voti veri. Anziché incunearsi  nelle divisioni del centrodestra, dialogando con Fini, Casini e Bossi su un unico tavolo che comprendesse legge elettorale, conflitto d'interessi e tv, scelse il Cavaliere come interlocutore privilegiato e lo riportò sul trono, isolandone gli alleati in fuga. Sordina
al conflitto d'interessi e al problema tv, dialogo su una riforma elettorale e addirittura costituzionale che consentisse ai due partiti maggiori di scrollarsi di dosso gli alleati.

Chi non ricorda gli amorosi sensi tra i due "grandi riformatori" nonché "padri della Terza Repubblica",le telefonate quotidiane tra Gianni Letta e Goffredo Bettini, gli entusiasmi dei dalemiani vedovi inconsolabili della Bicamerale e le serenate di Cicchitto&Bondi sotto il Campidoglio? Giuliano Ferrara coniava la figura del 'CaW' (mezzo Cav. e mezzo Walter), Veltroni rilasciava mega-interviste al 'Foglio' e il Pd invitava il consigliori berlusconiano a presenziare alla riunione del comitato Valori. Invano Prodi e i suoi mettevano in guardia dalla pluricollaudata inaffidabilità del Cavaliere, rassicuravano gli alleati su un ritorno al Mattarellum e insistevano sul conflitto d'interessi per tener insieme l'Unione Brancaleone.


Il 19 gennaio, tre giorni dopo l'arresto di lady Mastella e di mezza Udeur, il colpo di genio: Veltroni annuncia agli alleati che "il Pd correrà da solo" con qualunque legge elettorale. Una mossa gabellata come innovativa, che in realtà - come ha scritto Barbara Spinelli - è quanto di più vecchio si possa immaginare: "un partito che si presenta alle urne e poi deciderà con chi e con quale programma governerà". Due giorni dopo Mastella lascia l'Unione e cade il governo. Mentre i papaveri Pd lo invitano al "governo istituzionale" e al "senso di responsabilità" (sic!), Berlusconi dimostra quel che si era sempre saputo: delle riforme non gliene importa nulla. E viaggia come un treno straniero verso le urne, per capitalizzare il mega-vantaggio dei sondaggi. Correrà con tutti gli alleati, nessuno escluso, anzi inclusi Mastella e Dini, poi abolirà le intercettazioni e la libertà di stampa. Per il Pd si annuncia una campagna elettorale muta. Non potrà nominare il conflitto d'interessi, non avendolo risolto nemmeno stavolta. Né potrà evocare lo spauracchio Berlusconi, avendoci dialogato fino all'altroieri. Se questi sono i professionisti della politica, ridateci i dilettanti.

(01 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #20 inserito:: Febbraio 15, 2008, 09:28:37 pm »

Marco Travaglio

La privacy sono io

C'è grande confusione, sia a destra che a sinistra, in tema di intercettazioni e tutela della sfera privata. Spesso si definisce 'processo mediatico' la semplice cronaca giudiziaria  Bruno VespaGrande è la confusione sotto il cielo d'Italia in tema di processi mediatici, intercettazioni e privacy. Siccome Silvio Berlusconi ha già annunciato di volervi puntare la sua campagna elettorale, e siccome da sinistra qualcuno già lo rincorre su quel terreno, sarà bene avere chiaro di che si sta parlando. Fare un 'processo mediatico', con buona pace dell'Autorità per le comunicazioni, non significa raccontare i processi e le sentenze (per esempio, la condanna di Totò Cuffaro): questa, dacché mondo è mondo, si chiama 'cronaca giudiziaria'.

Il processo mediatico è quello che sostituisce i tribunali con gli studi televisivi o le pagine dei giornali, per accusare qualcuno di qualcosa che nessun giudice gli ha mai contestato: per esempio discutere a 'Porta a Porta' su chi è colpevole tra Annamaria Franzoni, imputata per l'omicidio del figlio, e i suoi vicini di casa, mai indagati. O dare fiato a falsi testimoni come Mario Scaramella sui presunti legami di Romano Prodi con il Kgb; e come Igor Marini sulle fantomatiche tangenti della Telekom Serbia a Prodi, Fassino e Dini (a proposito, Dini è appena tornato fra le braccia di chi lo dipinse come un tangentaro al servizio di Milosevic: auguri).

Quanto alla 'privacy', è sacra e inviolabile finché non intervengono 'esigenze di giustizia': quando cioè un giudice dispone controlli sulla vita di una persona per accertare le verità in un processo. Ora il Cavaliere, nel solco della legge Mastella (a sua volta copiata da un progetto berlusconiano della scorsa legislatura), sventola la "privacy dei cittadini" per minacciare "5 anni di carcere per chi esegue e usa intercettazioni e 2 milioni di multa per chi le pubblica, al di fuori di indagini per terrorismo, mafia e camorra" (sulla 'ndrangheta si tiene sul vago). Non specifica quanti anni di galera dovrà fare chi ha approvato la legge che consente le intercettazioni per reati finanziari: forse perché i suoi avvocati-legislatori gli hanno spiegato che quella norma l'ha fatta lui. È la legge 62 del 18 aprile 2005, che recepisce la direttiva europea sul market abuse, alza le pene per l'aggiotaggio

e consente le intercettazioni per indagare sull'abuso di informazioni privilegiate e sulle manipolazioni di mercato. Grazie a quella legge, la Procura di Milano e il gip Clementina Forleo scoprirono lo scandalo delle scalate illegali a Bnl, Antonveneta e Rcs, recuperando centinaia di milioni rubati dai 'furbetti del quartierino'.

Tornare indietro significherebbe abiurare all'ordinamento comunitario con una legge illegittima, che i giudici potrebbero tranquillamente disapplicare, facendo prevalere la normativa europea. La privacy fu invece violentemente calpestata dal Sismi del generale Niccolò Pollari e del fido Pio Pompa, che negli anni del governo Berlusconi spiò centinaia fra giornalisti, magistrati e politici del centrosinistra, manco fossero pericolosi per la sicurezza militare. Ma su quello scandalo il Cavaliere ha sempre taciuto, proteggendo Pollari e Pompa (che ora scrive sul 'Foglio' edito dalla sua signora). Il 18 gennaio, poi, Berlusconi ha rivelato di possedere un elenco di 50 dirigenti Rai con rispettive amanti: "Se mi fanno arrabbiare, lo tiro fuori". Ecco, sarebbe interessante sapere chi gliel'abbia procurato, quale reato commetta chi ha l'amante e cos'aspetti il Garante della Privacy ad attivarsi in materia. Ma forse è allo studio una legge per rendere legali i controlli illegali e illegali quelli legali.

(11 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #21 inserito:: Febbraio 15, 2008, 09:29:27 pm »

Marco Travaglio

Partito smemocratico


Walter Veltroni si sta riscattando in campagna elettorale: l'annuncio della corsa solitaria consente al Pd di trattare da posizioni di forza con gli alleati della cosiddetta 'sinistra radicale'  Walter VeltroniDopo aver gestito nel peggiore dei modi il rapporto col governo Prodi e il dialogo con Berlusconi sulle riforme, Walter Veltroni si sta riscattando in campagna elettorale. L'ha notato Giovanni Sartori: l'annuncio della corsa solitaria consente al Pd di trattare da posizioni di forza con gli alleati della cosiddetta 'sinistra radicale'. E l'accordo con Di Pietro, oltre a capitalizzare il consenso raccolto dall'ex pm con il no all'indulto e ad altre porcherie, rassicura tanti ulivisti scettici e delusi sul fronte della legalità e del conflitto d'interessi.

Ora però, una volta stilato un programma in pochi punti, il Pd dovrebbe sottoporlo a tutti gli alleati per vedere chi ci sta. Compresa l'estrema sinistra, che nell'ultimo biennio, diversamente dal '98, ha sostenuto lealmente Prodi. Se si trovasse un'intesa, sarebbe più serio presentarsi subito con i futuri alleati, anziché chiamarli al tavolo dopo il voto: visto che Veltroni esclude larghe intese, se il Pd vincesse non avrebbe comunque il 51 per cento e dovrebbe allargarsi all'Arcobaleno. Un briciolo di memoria insegna che 'correre da soli' è tutt'altro che una novità. Achille Occhetto nel '94 corse da solo con la "gioiosa macchina da guerra", anziché allearsi col centro antiberlusconiano di Segni e Martinazzoli: insieme avrebbero vinto, divisi regalarono il paese al Cavaliere (che comunque, privo di maggioranza al Senato, dovette reclutare due senatori centristi, Giulio Tremonti e Luigi Grillo, e sperare nei senatori a vita). Nel '96 Prodi corse con l'Ulivo e la desistenza di Rifondazione e battè Berlusconi.

Nel 2001 il centrosinistra tornò a dividersi, rifiutando l'accordo con Bertinotti (al Senato) e con Di Pietro (in entrambe le Camere), e perse. Unito, almeno al Senato, avrebbe pareggiato. Nel 2006, con l'Unione unita, Prodi ottenne una maggioranza risicatissima, ma sconfisse di nuovo il Caimano, salvo cadere per i tradimenti al centro. Posto che anche stavolta Berlusconi non lascerà per strada nemmeno una pagliuzza, è troppo chiedere al Pd di sottoporre il programma all'Arcobaleno per verificare possibili intese, anche tecniche, affinché nemmeno un voto vada disperso? È troppo chiedere le primarie per le candidature, così da smontare il meccanismo infernale delle 'liste bloccate' dal Porcellum? Interpellando gli elettori, anziché gestire tutto nelle segrete stanze, forse l'intesa con una parte della sinistra radicale è meno impossibile. A proposito di memoria: vien da domandarsi con quale faccia Marco Pannella e Marco Follini strillino contro l'accordo con Di Pietro.

A parte il fatto che il peso elettorale dei due Marco è irrilevante, mentre Di Pietro è accreditato dai sondaggi di un 4-5 per cento, l'ex pm è sempre rimasto fedele al centrosinistra. Pannella invece era alleato di Berlusconi nel '94 e, in tandem con Sgarbi, nel '96 (quando firmò addirittura un contratto col Cavaliere, che si impegnava a versargli una decina di miliardi per l'intera legislatura; e, visto che non pagava, Pannella lo denunciò e minacciò di pignorare palazzo Grazioli). Follini è rimasto con Berlusconi per 13 anni fino al 2006 e ha votato tutte le leggi vergogna, come segretario Udc e vicepremier. Ora incredibilmente è responsabile del Pd per l'informazione. C'era da attendersi una sua vibrante dichiarazione sulla sentenza della Corte europea che ha bocciato la normativa italiana sulle tv dal '97 a oggi (leggi Maccanico e Gasparri) perché priva Europa7 delle frequenze, occupate da Rete4 che però non ha più la concessione dal '99. Ma Follini, forse perché lui la Gasparri l'ha votata, non ha detto una parola. Non pervenuto. Che uno così faccia addirittura il buttafuori e il buttadentro del Pd, appare francamente eccessivo.

(15 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #22 inserito:: Febbraio 23, 2008, 02:32:39 pm »

Marco Travaglio

Un americano a Roma


Walter Veltroni è mal consigliato in maniera di informazione: promette il 'divieto di pubblicare le intercettazioni', quando il Codice di procedura penale prevede una scoperta progressiva degli atti di indagine  Walter VeltroniPrima a 'Porta a Porta', poi alla Costituente del Pd, Walter Veltroni ha promesso il "divieto assoluto di pubblicare tutta la documentazione relativa alle intercettazioni e alle indagini, le richieste e le ordinanze cautelari fino al termine dell'udienza preliminare". Questo

"per tutelare i diritti fondamentali dei cittadini e le stesse indagini, che risultano spesso compromesse dalla divulgazione indebita di atti processuali". È singolare che il giornalista Uòlter, già direttore de 'l'Unità', sia così male informato o mal consigliato in materia di informazione. Sarebbe opportuno se il suo pullman verde facesse tappa presso la Federazione della stampa e l'Unione cronisti, per discutere le sue bizzarre proposte con qualcuno del mestiere. Il Codice di procedura penale del 1989 prevede una 'discovery' progressiva degli atti d'indagine. Così è più garantito il diritto di difesa, ma anche il controllo dell'opinione pubblica sull'attività giudiziaria. Quando un atto (avviso di garanzia, ordinanza cautelare o

di perquisizione, verbale d'interrogatorio, richiesta di rinvio a giudizio con le fonti di prova, intercettazioni comprese) viene notificato alle parti, non è più segreto e può essere raccontato. Anzi, deve. Per due motivi. 1. Si deve sapere in tempo utile (non dopo anni, quando termina l'udienza preliminare) cosa fanno gl'inquirenti, per verificarne eventuali errori, deviazioni, insabbiamenti. Gli atti dell'indagine sui presunti pedofili di Rignano Flaminio, una volta noti, hanno consentito alla stampa di criticare l'impianto accusatorio, a vantaggio delle persone forse ingiustamente accusate. 2. Si deve sapere in tempo utile se un personaggio pubblico

è sospettato di condotte incompatibili con la sua carica, per poterlo allontanare subito, non quando inizierà il processo. Senza la pubblicazione delle intercettazioni del governatore Fazio con i furbetti, di Moggi, Carraro & C., di dirigenti Rai come Bergamini e Saccà, tutti questi personaggi sarebbero ancora al loro posto a inquinare il mercato finanziario, il calcio, la tv pubblica; e i vari Fiorani, Ricucci, Gnutti e Consorte avrebbero probabilmente espugnato Antonveneta, Bnl e 'Corriere della Sera'. In nessuno di questi casi, infatti, le udienze preliminari si sono concluse con rinvii a giudizio. E ancora: segretando le ordinanze di custodia, la gente verrebbe arrestata e non si saprebbe il perché. Non è vero poi, come dice Veltroni, che "le indagini sono compromesse dall'indebita divulgazione di atti processuali".


La divulgazione non è affatto indebita (salvo che si pubblichino carte segrete, il che però è già vietato e non occorre ribadirlo con una nuova legge). E il pm deposita gli atti alle parti quando lo ritiene opportuno: se teme per le indagini, provvede a 'secretarli'. Quando il 'Washington Post' e il 'New York Times' presero a pubblicare i dossier top secret che incastravano l'amministrazione Johnson per il complotto del Tonchino, la Casa Bianca li fece bloccare dalla magistratura di New York in nome della sicurezza nazionale. Ma i giornali ricorsero

alla Corte suprema, che emise una sentenza memorabile:

"I padri costituenti hanno riconosciuto la libertà di stampa nel primo emendamento per tutelare non i governanti, ma

i governati". Strano che Uòlter, il nostro americano a Roma, se la sia scordata.

(22 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #23 inserito:: Marzo 08, 2008, 04:58:48 pm »


Marco Travaglio.

Disgrazia & Ingiustizia

I programmi dei partiti per risolvere gli annosi problemi della giustizia italiana colpiscono solo per la vaghezza. Così i processi sono sempre più lunghi e i fondi sempre di meno  Clementina Forleo"Separare le carriere di giudici e pm". "Pene più severe". "Intercettazioni solo per i reati gravi". "Certezza della pena". E via banaleggiando. Ora che sono stati ufficializzati, si può notare tutta la desolante pochezza dei programmi dei partiti di destra e di sinistra su una materia cruciale come la giustizia.
 
Le solite giaculatorie, le solite ricette parolaie che, negli ultimi dieci anni, hanno prodotto soltanto l'allungamento dei processi, l'aumento esponenziale delle prescrizioni, l'incertezza delle pene, anzi la certezza dell'impunità. Nessuno, salvo rare eccezioni, va alla radice dei veri problemi: pochi fondi, poco personale, troppi processi, troppe fasi di giudizio (indagini, udienza preliminare, primo grado, appello, Cassazione). Escono per decorrenza dei termini di custodia un condannato in primo grado per pedofilia e il figlio di Riina condannato in appello? "Pene più severe", è il grido unanime del Palazzo (per non parlare di strampalerie tipo castrazione dei pedofili, lanciata da Calderoli e rilanciata con qualche distinguo da Uòlter). Ma che c'entrano i massimi di pena edittale con le scarcerazioni per decorrenza? Per evitarle, non serve alzare le pene, ma irrogarle per tempo. O si allunga la custodia cautelare (già lunga) o accorcia il processo.

Ma come? Nulla di concreto è in programma. Grazie alle intercettazioni disposte dalla Procura di Milano e dal gip Clementina Forleo, lo Stato ha già incamerato oltre 300 milioni dai vari furbetti: quanto basta per finanziare le intercettazioni in tutt'Italia per un anno intero. Fosse già in vigore la proposta del Pdl ("Intercettazioni solo per mafia e terrorismo", non più per reati finanziari e tangenti), non si sarebbe scoperto né sequestrato un euro. E, siccome al peggio non c'è limite, Berlusconi & his friends insistono con la "separazione delle carriere"
, che ora trova d'accordo Gianfranco Fini e Alfredo Mantovano: gli stessi che nel 1998 la fecero togliere dal testo della Bicamerale. Dicono che "è prevista negli altri paesi", ma è una balla: quasi tutti i paesi d'Europa consentono i passaggi dalla requirente alla giudicante, e viceversa. E il Consiglio d'Europa, il 30 giugno 2000, ha raccomandato agli Stati membri di "adottare misure per consentire alla stessa persona di svolgere successivamente le funzioni di pm e poi di giudice, e viceversa", per "la similarità e la natura complementare delle due funzioni".

L'Italia, una volta tanto presa a modello, vuol diventare la pecora nera? Tutti son d'accordo: il problema numero uno è la lunghezza dei processi. Ma allora perché nessuno indica una sola misura concreta per abbreviarli? Nei famosi 'altri paesi' la prescrizione dei reati smette di galoppare dopo il rinvio a giudizio: perché non imitarli in quel che fanno, anziché in quello che crediamo che facciano ma non fanno? Solo Di Pietro ha proposto di bloccare la prescrizione dopo l'udienza preliminare, eliminando ogni interesse dell'imputato a tirare in lungo. Ma la cosa è poi scomparsa nel programma del Pd.

C'è poi lo scandalo del Csm, sempre più politicizzato anche nella parte togata (eletta dai magistrati): infatti si accanisce contro chi fa il suo dovere senza coperture politiche, vedi De Magistris e Forleo. Il procuratore torinese Bruno Tinti, un po' per celia un po' per non morir, ha proposto di sorteggiare i togati fra i 10 mila magistrati in servizio. Potrebbe funzionare. Ma l'unica che ha fatto propria l'idea è Daniela Santanchè. Siamo in buone mani.

(07 marzo 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #24 inserito:: Marzo 12, 2008, 10:45:54 pm »

Ciarrapico: camicia nera, fedina pure. Ma nel Pdl fa tendenza

Marco Travaglio


Che sia fascista, lo dice pure lui. E sarebbe pure una cosa grave, se non fosse per la fedina penale, che è molto più nera della camicia nera. Giuseppe Ciarrapico in arte Ciarra, stando al casellario giudiziario, vanta una collezione di condanne, arresti, rinvii a giudizio, prescrizioni e processi in corso da non temere rivali. Le condanne definitive, confermate dalla Cassazione, sono quattro, per reati che vanno dalla bancarotta fraudolenta alla ricettazione fallimentare, dallo sfruttamento del lavoro minorile alla truffa pluriaggravata, ma potrebbero presto aumentare.

In primo grado, il camerata pregiudicato è stato di recente condannato per truffa e violazione della legge sulle trasfusioni. Il Cavaliere è stato di parola. Aveva promesso di non candidare «supposti autori di reati»: infatti candida quelli sicuri.

La carriera penale del futuro senatore del Pdl - ricostruita dalla Voce delle Voci (già Voce della Campania) - inizia nel 1973, quando la Corte di Appello di Roma conferma la sentenza del Tribunale di Cassino e lo condanna per truffa aggravata e continuata a Inps, Inail e Inam per non aver registrato sui libri paga gli stipendi dei dipendenti. La Cassazione conferma la truffa, ne dichiara prescritta una parte e incarica la Corte d’appello di rideterminare la pena per l’altra. Nel 1974 altra condanna: il pretore di Cassino lo multa di 623.500 lire per aver violato per quattro volte la legge che tutela «il lavoro dei fanciulli e degli adolescenti», sentenza confermata in Cassazione. Poca roba, rispetto a Tangentopoli e anche dopo. Nel marzo ’93 viene arrestato dal gip Augusta Iannini per lo scandalo Italsanità dal quale verrà poi assolto (condannato però il figlio). Aprile ’93: Di Pietro lo fa di nuovo arrestare per una stecca di 250 milioni al segretario del Psdi Cariglia su richiesta di Andreotti. «Era vero, li diedi per arruolare Modugno alle feste del Psdi», dirà lui anni dopo. Passa un mese e torna dentro, stavolta per un presunto miliardo alla Dc andreottiana nello scandalo delle Poste. A giugno, condanna in primo grado a 6 mesi per diffamazione: aveva affisso a Fiuggi un manifesto in cui dava a un consigliere comunale del «mentitore diffamatore mestatore». Nel 1997 la Procura di Roma lo rinvia a giudizio per peculato, abuso e falso nella sua attività di re delle acque minerali: secondo il pm Maria Cordova, mentre era custode giudiziario dell’Ente Fiuggi, omise di versare 20 miliardi al Comune e si appropriò di denaro per spese pubblicitarie, interessi passivi e acquisto di beni capitalizzati, rinnovando il contratto di vendita dell’acqua Fiuggi a una sua società che offriva prezzi inferiori (e danneggiando il Comune, che percepiva un tot a bottiglia). Nel 1995 è condannato con rito abbreviato per falso in bilancio delle Terme Bognanco. Ma questi processi finiscono in nulla. Nel 1998, la prima mazzata: condanna in Cassazione a 4 anni e 6 mesi per bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano. La sua Fideico, nel 1982, aveva ottenuto dalla Banca di Calvi e della P2 un improvviso aumento di credito da 4 a 39 miliardi, restituendo solo le briciole. Nel 1999, il kappaò: altra condanna definitiva a 3 anni per il crac da 70 miliardi della società che controllava la Casina Valadier, il palazzetto liberty romano trasformato in ristorante. Ma il Ciarra, pur dovendo scontare 7 anni e mezzo, non finisce in carcere: per l’età e gli acciacchi ottiene l’affidamento ai servizi sociali. Intanto i processi avanzano, con qualche botta di fortuna. Nel ’99, condannato in appello per emissione di assegni, è assolto in Cassazione perché il reato è stato appena depenalizzato. Nel 2000 cade in prescrizione la condanna in primo grado per violazione della legge sulle assunzioni obbligatorie di invalidi. Nel 2001, condanna in primo grado a Perugia per abuso d’ufficio con il giudice fallimentare di Frosinone che nel ’93 regalò l’amministrazione controllata alla sua capogruppo Italfin 80, evitandogli il crac: reato poi estinto per prescrizione.Intanto s’è dato alle cliniche private. E anche in quel ramo riesce a dare lavoro alla Giustizia. Nel 2002 il Tribunale di Roma lo condanna a 1 anno e 8 mesi per truffa e violazione della legge sulle trasfusioni: insieme ad alcuni dirigenti della Quisisana, avrebbe imposto a una cinquantina di pazienti sottoposti a trasfusioni parcelle gonfiate per 3-400 mila lire l’una. Nel 2005 è rinviato a giudizio per ricettazione nella vecchia vicenda delle tangenti al ministero delle Poste. Ma ci sono pure questioni recentissime, come quella che lo investe per la sua attività di editore di giornali locali, 11 «cooperative» tra la Ciociaria e il Molise, finanziate dallo Stato. Del novembre 2007 il Ciarra è indagato a Roma per truffa ai danni di Palazzo Chigi: pare che tra il 2002 e il 2005 abbia incassato il doppio dei contributi, attestando falsamente che le società Editoriale Ciociaria Oggi e Nuova Editoriale Oggi avevano gestione separata. In attesa, il Gip ha sequestrato i 2,5 milioni della Presidenza del Consiglio. Ma ieri Berlusconi ha detto di averlo candidato per avere finalmente qualche giornale amico: tra qualche mese, se tutto va bene, Fedina Nera a Palazzo Chigi potrà entrare quando gli pare.

Pubblicato il: 12.03.08
Modificato il: 12.03.08 alle ore 8.25   
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« Risposta #25 inserito:: Marzo 15, 2008, 12:27:17 pm »

Marco Travaglio

Papà mi manda sola


Dal seggio maggioritario al seggio ereditario. Nelle liste elettorali, sia a destra che a sinistra, spiccano i nomi di parecchi figli di.  Come nasce una candidatura? A Berlusconi è inutile chiederlo. Ha portato in Parlamento e al governo metà azienda, i suoi avvocati, coimputati, compagni di scuola, medici personali, portavoce, assistenti, segretari & segretarie, la prima moglie di suo fratello, la figlia del compare d'anello, la consorte
del telemaggiordomo. Ora imbarca pure la fisioterapista e, a sentir lui, qualche fidanzata, "ma non tutte quelle che mi attribuiscono, perché alla mia età.". I valori della famiglia: anzi, delle famiglie.

E nel Pd, come nasce una candidatura nel Pd? Lo sforzo di Uòlter per svecchiare le liste è encomiabile, anche se certe candidature-spot ricordano più le sfilate di moda (o i nani & ballerine di craxiana memoria) che la Politica. Poi però parla Daniela Cardinale, figlia d'arte, 26 anni, studentessa in Scienza della comunicazione.  E bisogna ascoltarla in religioso silenzio, perché c'è tutto un mondo intorno. Com'è che l'erede di Totò Cardinale, vecchio volpone della Dc siciliana e manniniana,  poi dell'Udeur, poi della Margherita, è atterrata al sesto posto in Sicilia Occidentale,  con garanzia assoluta di elezione? Nella lista abbozzata dal segretario regionale  Pd Francantonio Genovese, con la consulenza di Mirello Crisafulli e di papà Cardinale (escluso per sovrabbondanza di legislature), il nome di Daniela era affiancato dalla dicitura 'donna', poi sbianchettata da una mano pietosa. "Giuro che non mi hanno messa al posto di mio padre", assicura lei al 'Corriere della Sera'. E allora perché proprio lei? "Il ministro Fioroni mi ha onorata della proposta. Ma ha deciso Marini".

Il presidente del Senato? "È venuto da noi in campagna due anni fa e ha avuto modo di apprezzarmi". Wow. Sulla natura dell'apprezzamento, però, è buio pesto. Papà Totò assicura che la ragazza "ha il morbo della politica". Ma a lei non risulta: "Esperienze politiche? No, ma ricordo quando hanno eletto mio padre: avevo cinque anni, una festa bellissima, sventolavano le bandiere Dc". E poi, perbacco, "vado a cavallo". E ancora, last but not least, non ricorda di aver letto libri di recente, "perché studio". Non legge: studia. Dunque alla Camera "mi farò valere". Auguri sinceri. Ma, con tutto il bene che si può volere a questa giovine, forse in altri tempi qualcuno - letta l'intervista - l'avrebbe chiamata, le avrebbe spiegato che c'era stato un errore ed era meglio risentirsi alle prossime elezioni. Invece nessuno l'ha fatto: segno che va bene così. Papà Totò si porta appresso da un quarto di secolo un bel pacchetto di voti e ora lo passa alla figlia. Tutto in famiglia: dal seggio maggioritario al seggio ereditario. Intanto non s'è trovato un posto per Nando Dalla Chiesa. Anche lui è un figlio di. Ma ha troppi handicap. Di libri ne legge molti, e ne scrive anche parecchi. Ha una grande passione politica, dalla parte della legalità. Non fa pic-nic con Marini. E, quel che è peggio, ha sbagliato padre.

(14 marzo 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #26 inserito:: Marzo 21, 2008, 07:39:37 pm »

Piersilvio Airways

Marco Travaglio


Quand’erano un filo più giovani, i due figli di primo letto Marina e Piersilvio servivano al Cainano per giurare il falso sulle loro povere teste. Ora che son cresciuti, vengono adibiti agli usi più disparati. C’è da sistemare una precaria? Che problema c’è, se la sposa Piersilvio (il poveretto non viene nemmeno consultato sui suoi gusti sessuali). C’è da salvare l’Alitalia? Ghe pensi mi, «ci sono i miei figli pronti a rilevarla, insieme a Toto e Banca Intesa». Purtroppo Toto ha già perso la sua chance.

Mentre Banca Intesa, non avendo legami di parentela con la famiglia Berlusconi (ma solo cospicui crediti con Forza Italia e con Toto), ha subito smentito. I due incolpevoli pargoli, invece, non osano nemmeno fiatare.

Del resto papà lo conoscono bene: lui le spara così, a raffica, come gli vengono. Infatti, col venir meno della banca, nonno Silvio fa presente che «la cordata è sempre pronta», ma c’è una piccola postilla: bisogna trovare qualcuno che metta i soldi, che sarà mai. Di qui l’idea geniale: il governo Prodi potrebbe lanciare un «prestito ponte», prelevandolo dalle tasche dei contribuenti, per finanziare l’operazione. In Europa si ride di gusto, visto che le regole comunitarie vietano gli aiuti di Stato. Ancora qualche ora e il Cainano dirà di essere stato frainteso dai soliti comunisti.

Peccato, però, che sia finita così. Intanto perché una compagnia aerea denominata «Piersilvio Airways» («Air Marina» avrebbe ingenerato equivoci col trasporto nautico) non avrebbe guastato affatto, in alta quota. Poi perché il conflitto d’interessi berlusconiano languiva da qualche anno sulle solite cosucce tipo tv, giornali, radio, portali internet, banche, assicurazioni, calcio, cinema, processi penali, insomma poca roba. Inglobare anche una compagnia di bandiera nel gruppo del futuro premier avrebbe conferito al conflitto d’interessi un frizzante tocco di novità, al punto che persino Uòlter, forse, avrebbe dovuto occuparsene. Ma l’operazione Piersilvio Airwaiys avrebbe giovato soprattutto per un terzo motivo: avrebbe inaugurato una nuova via tutto italiana al «fare impresa». Un tizio, uno a caso, mettiamo Berlusconi, diventa presidente del Consiglio nel 2001 e si incarica di mandare definitivamente a picco un’azienda pubblica già cagionevole di salute. Per essere sicuro che non ne resterà più traccia, la affida nelle mani sicure della Lega e di An, che ci giochicchiano per l’intera legislatura con i loro leggendari supermanager. Si comincia con l’ex deputato leghista Giuseppe Bonomi, promosso presidente di Alitalia e rimasto celebre per aver sponsorizzato i mondiali di equitazione indoor salto a ostacoli, ad Assago (Milano), dove lui stesso si esibì in sella al suo cavallo baio. Poi Bonomi viene spedito alla Sea (Linate e Malpensa) e ad Alitalia arriva un fedelissimo di Fini: Marco Zanichelli. Ma subito Tremonti litiga con Fini: «Giù le mani da Alitalia, non c’è più una lira». Zanichelli, preso fra le risse di potere del Cdl, se ne va dopo appena 70 giorni, rimpiazzato dall’ottimo Giancarlo Cimoli, che aveva già fatto così bene alle Ferrovie. Il tempo di scortare la compagnia verso il burrone, poi anche lui leva il disturbo, con una modica liquidazione di 5 milioni di euro.

A quel punto, affondata la flotta, il Cainano se ne va in ferie per un paio d’anni. E al suo posto arriva gente seria, come Prodi e Padoa Schioppa che tentarono di riparare ai guasti suoi. Quando ce la stanno per fare, trovando Airfrance interessata a rilevare un bidone che brucia 1 milione e ha perso 15 miliardi in 15 anni, riecco l’Attila di Arcore che, travestito da Buon Samaritano, tenta di sabotare la trattativa con l’aiuto consapevole di Bobo Formigoni, Bobo Maroni e Morticia Moratti e l’aiuto inconsapevole dei soliti sindacati miopi. Dice che compra tutto lui, anzi «i miei figli», più il celebre Toto, naturalmente coi soldi degli altri: o delle banche, o dello Stato. Perché lui, com’è noto, è un imprenditore che si è fatto da sé, e anche un vero liberale.

Una compagnia della buona morte talmente inguardabile che perfino Bonomi, da Malpensa, prende le distanze e, sotto sotto, si tocca. Basti pensare che ­ come rivelava ieri sulla Stampa Minzolini ­ sul caso Alitalia il consigliere più ascoltato di Berlusconi è il deputato forzista Giampiero Cantoni, già presidente craxiano della Bnl, più volte inquisito e arrestato, dunque titolare delle giuste credenziali per occuparsi della faccenda: per esempio, un patteggiamento di 11 mesi di reclusione per corruzione (con risarcimento di 800 milioni di lire) e un altro di 13 mesi per concorso in bancarotta fraudolenta del gruppo Mandelli. Un esperto. È la via berlusconiana al risanamento. Chi si chiama al capezzale di un’azienda dalla bancarotta? Un bancarottiere. Per dargli un’altra chance.

Pubblicato il: 21.03.08
Modificato il: 21.03.08 alle ore 8.21   
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« Risposta #27 inserito:: Marzo 21, 2008, 07:41:37 pm »

Marco Travaglio

Se Spitzer fosse italiano

Dopo lo scandalo il governatore americano di New York si è dimesso. Se un caso analogo fosse successo in Italia, il politico coinvolto sarebbe rimasto al suo posto  Eliot SpitzerIl governatore democratico di New York, Eliot Spitzer, già procuratore anticorruzione, eletto nel 2006 col 70 per cento dei voti, si è dimesso perché il suo nome è finito in un'indagine dell'Fbi su un giro di squillo d'alto bordo, rivelata in anteprima dal 'New York Times'. Spitzer non è imputato né accusato di alcun reato, ma l'Fbi sta verificando se non possa essere incriminato per 'structuring', cioè per aver tentato di schermare l'origine dei fondi usati per saldare i conti del club; e per violazione della legge Mann del 1910, che proibisce "il trasporto di donne da uno Stato all'altro per scopi immorali" (il governatore incontrò in un albergo di Washington una prostituta proveniente da New York). Insomma, bazzecole. Tutto nasce dalle denunce di alcune banche all'Internal Revenue Service (l'Agenzia delle entrate) a proposito di pagamenti sospetti riconducibili a Spitzer. Paventando una storia di tangenti, l'Irs si rivolge all'Fbi, che investe il ministero della Giustizia e ottiene il permesso di intercettare telefoni e caselle e-mail dei protagonisti della sexy-agenzia. Le intercettazioni, con tutti i particolari dell'incontro fra il 'cliente n. 9' e la bella Kristen, finiscono in un affidavit di 47 pagine degli agenti dell'Fbi ai procuratori di New York Sud. E di lì sul 'New York Times' - che rivela di aver avuto la notizia da "tutori della legge che hanno parlato a patto di restare anonimi" e sui siti web (http://tinyurl.com/ 2ul3uy). Anziché prendersela con chi ha diffuso la notizia, il governatore ammette che è tutto vero e parla di "questione privata". Ma il 'Nyt' gli dà dell'"arrogante" perché ha "tradito la famiglia e i concittadini". Lui chiede scusa a tutti. E toglie il disturbo.

Immaginiamo un caso analogo in Italia. Il politico in questione strilla in Parlamento contro la "giustizia politicizzata" e la "fuga di notizie a orologeria". Promette: "Resterò al mio posto perché non ho commesso reati, non sono indagato e comunque ho avuto il 70 per cento dei voti". Solidarietà bipartisan da destra, centro e sinistra. Il capo dello Stato, i presidenti delle Camere, il vicepresidente del Csm e il Garante della privacy deplorano "la gogna mediatica", invocano il "segreto istruttorio", auspicano "la fine dello scontro politica-giustizia" e sollecitano "una legge sulle intercettazioni". Il ministro della Giustizia sguinzaglia gli ispettori in Procura, mentre gli investigatori vengono trasferiti in Sardegna. Bruno Vespa allestisce uno speciale 'Porta a Porta' dal titolo 'Come Tortora e Anna Falchi', ospite Andreotti. I quotidiani pubblicano editoriali di fuoco, tutti con lo stesso titolo: 'Chi paga?'. Galli della Loggia, Panebianco e Ferrara osservano che "queste cose in America non potrebbero mai accadere". Berlusconi e Veltroni, con una dichiarazione congiunta, riaprono la Bicamerale per "una moratoria sulle intercettazioni, al di là degli steccati ideologici, come nelle grandi democrazie liberali". Il cardinal Ruini, in onore del politico intercettato, organizza un'edizione straordinaria del Family Day.

(21 marzo 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #28 inserito:: Marzo 31, 2008, 07:09:24 pm »

Marco Travaglio

Vi incrimino anzi no

Il leader del Pd Walter Veltroni ha proposto di attenuare l'obbligo dell'azione penale. Una scelta che porta il marchio di Gelli, Craxi, Berlusconi e della bicamerale, tradendo però la Costituzione  Veltroni l'ha scritto sul 'Riformista', per non farlo sapere troppo in giro. Ma l'ha scritto: l'"obbligatorietà dell'azione penale" va attenuata con "criteri di priorità" fissati da "Parlamento, Csm e Procuratori della Repubblica". Peccato, perché nella prima parte dell'articolo aveva fatto bene i compiti: i mali della giustizia sono i troppi "colpevoli impuniti, scarcerazioni incomprensibili, sentenze dopo moltissimi anni", dunque occorrono più mezzi, più organizzazione e meno cavilli.

Poi però Uòlter è scivolato su una ricetta che, oltre a portare il marchio di Gelli, di Craxi, di Berlusconi e della Bicamerale, tradisce la Costituzione proprio nel 60 compleanno e butta a mare uno dei rari fiori all'occhiello del nostro sistema. Perché la legge sia uguale per tutti, i pm e i giudici devono essere "indipendenti da ogni altro potere". E, per esserlo davvero, devono coltivare tutte le notizie di reato. Senza poter scegliere quelle che preferiscono. Si dirà: i reati sono troppi e si è già costretti a scegliere. Bene, anzi male: il rimedio è depenalizzare i reati ritenuti superflui. Ma dire "questo è reato, ma non sarà punito" è assurdo e devastante.

Obiezione: il procuratore torinese Marcello Maddalena ha raccomandato ai suoi pm di accantonare i processi destinati a pena indultata e dare la precedenza a quelli nuovi. Vero, ma è una misura eccezionale per fronteggiare l'emergenza indulto, che costringe i giudici a processare anche imputati per reati commessi fino al 2006 e dunque destinati, in caso di condanna, a subire una pena puramente virtuale. Pessima poi l'idea di far decidere al Parlamento, cioè ai partiti, quali reati perseguire e quali no. Perché metterebbe fine all'indipendenza della magistratura. E perché gli ultimi 15 anni di 'riforme' la dicono lunga su quali siano, per i nostri partiti, i 'reati gravi': quelli degli altri.

Nel 1997 destra e sinistra depenalizzarono l'abuso d'ufficio non patrimoniale, legalizzando lottizzazioni, favoritismi, concorsi truccati. Nel '99 destra e sinistra tentarono di depenalizzare il finanziamento illecito dei partiti, e dovettero rinunciare solo grazie al no di Di Pietro e di alcuni grandi giornali. Nel 2000 destra e sinistra depenalizzarono l'uso di fatture false con relative frodi fiscali. Nel 2002 Berlusconi cancellò di fatto il falso in bilancio e dimezzò la prescrizione per i reati di Tangentopoli: due controriforme che, nonostante le promesse, l'Unione non cancellò. La Lega bloccò il reato di tortura (e Uòlter, che ora chiede "piena luce" su Bolzaneto, dovrebbe ricordarlo). Dal 2006 il governo Prodi boicotta il processo sul sequestro di Abu Omar. E da anni destra e sinistra tentano di dimezzare le pene per la bancarotta.

Se il Parlamento mette becco pure nell'azione penale, sappiamo già come va a finire: i reati 'meno gravi' sono quelli delle classi dirigenti, cioè proprio i più dannosi per la collettività. Quelli che, nei paesi seri, sono puniti con la galera. E in Italia, invece, con la presidenza del Consiglio. Ma chissà che gli è preso, a Uòlter: per dire certe castronerie, non bastava Berlusconi?

(28 marzo 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #29 inserito:: Marzo 31, 2008, 07:18:05 pm »

Malpensa pitonata


Il patrimonio della famiglia Berlusconi è tale che potrebbe risanare il deficit nazionale. Ecco le principali ipotesi risolutive  Marina Berlusconi con il padreL'annuncio di una cordata guidata dai figli di Berlusconi per sottrarre le spoglie di Alitalia ai francesi è stata accolta con grande interesse dagli analisti finanziari. Secondo alcuni la liquidità della famiglia, finora destinata soprattutto all'acquisizione di centinaia di ville identiche, con patio e pozzo rustico, in tutte le località turistiche del pianeta, basterebbe da sola a ripianare l'intero deficit nazionale e risollevare le sorti di tutti i comparti industriali. Sono allo studio diversi interventi risolutivi. Vediamo i principali.

Malpensa La famiglia Berlusconi rileverà Malpensa soprattutto per riqualificarla dal punto di vista estetico e urbanistico. Ogni pista sarà dotata di patio e ogni aereo di un prestigioso pozzo rustico, proprio dietro la cabina del pilota. Le sale d'attesa, delimitate da anonime vetrate secondo la sciatta usanza mondiale, saranno finalmente perlinate per conferire all'aerostazione il giusto orgoglio 'local', molto apprezzato dalla Lega che ha già fatto perlinare l'intera provincia di Varese. Ogni passeggero, con una modica spesa aggiuntiva, potrà ricoprire la sua valigia con uno speciale cellophan pitonato, ideato da Marina Berlusconi in persona, e prendere posto nelle salette vip, che saranno identiche alle altre ma si distingueranno per la scritta 'saletta vip', la presenza di soli passeggeri con bagaglio pitonato e una hostess che si premura di chiudere personalmente la bocca dei passeggeri che si addormentano con la bocca aperta.

Autogrill Le tristi cataste di caciotte e peluche, grazie alla gestione Berlusconi, verranno soppiantate da allestimenti di tutt'altro livello: le caciotte saranno confezionate in prestigiosi reggiseni, i peluche non rappresenteranno più i soliti orsetti e delfini, ma donnine nude, alcune a grandezza naturale, in grado di dire 'ti amo' con una semplice pressione sulle natiche. L'idea di moquettare l'intero tracciato dell'Autosole è invece stata abbandonata dopo avere valutato i costi del battitappeto. Si è ripiegato sulla moquettatura delle sole aree di parcheggio. I caselli saranno sostituiti da pozzi rustici, nei quali gettare il denaro contante, oppure da Telepass di nuova concezione, che riconoscono l'automobilista, lo salutano con nome e cognome e gli gridano di tornare subito indietro perché deve ancora ascoltare alcuni consigli pubblicitari, pena il raddoppio della tariffa.


Caffè Greco Perché lasciare il più prestigioso caffè di Roma nel suo decrepito aspetto di locale storico? Piersilvio Berlusconi in persona intende rilevarlo e trasformarlo in sushi bar. I vecchi camerieri potranno rimanare al loro posto ma verranno tatuati e dovranno servire i clienti a torso nudo, con un gilet argentato, danzando al suono della musica techno. Gli anziani clienti (senatori, intellettuali, professori con la gotta, turisti americani per bene) saranno costretti dai buttafuori a intingere il sushi nel cappuccino. In alternativa, a farsi un piercing. Un medico interno provvederà a soccorrere il presidente Napolitano quando, appena entrato nel locale, cadrà per terra inseguendo il suo caffè che fugge sul nastro rotante.

Fiat I modelli della gamma attuale rimangono legati a un concetto di popolarità che mortifica le ambizioni nei nuovi proprietari. Nemmeno la Panda con le basette lanciata da Lapo Elkann per ricordare il nonno viene ritenuta sufficientemente pacchiana dallo staff di Berlusconi, che intende rivoluzionare la produzione, valorizzando l'esperienza immobiliare del gruppo. Via la Punto e la Croma, arriveranno l'ammiraglia 'Superattico', con pozzo rustico nel bagagliaio, la media 'Prestigioso quadrilocale', con citofono, e l'utilitaria 'Soluzione interessante', parcheggiata sempre a soli venti minuti dal proprietario. Attesa anche la city-car per signore 'Luana', con il paraurti anteriore rifatto. Tutti i modelli avranno la possibilità di montare ruote col rialzo e come optional un avvocato seduto al fianco del guidatore.

(28 marzo 2008)

da espresso.repubblica.it
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