LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: Maria Teresa MELI  (Letto 17509 volte)
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« Risposta #60 il: Febbraio 13, 2015, 02:48:48 »

Renzi: si va avanti, i numeri ci sono Berlusconi ora è in un vicolo cieco
Il premier ai suoi: al Senato pur di non andare alle urne voteranno molte nostre proposte

Di Maria Teresa Meli

ROMA «Più Silvio Berlusconi minaccia le elezioni più crescono i nostri numeri al Senato, è matematico», è un Matteo Renzi tranquillo, che non fa propaganda né tenta la carta dello sbruffone, quello che fa questi ragionamenti.

Un Matteo Renzi che fa il presidente del Consiglio e deve avere tutti i pezzi sulla scacchiera, inclusa la regina, quella che più volte aiuta a fare scacco matto. «In questo modo la nostra maggioranza è blindata fino al 2018, checché ne dica Silvio Berlusconi che vorrebbe andare al voto addirittura nel 2015 pur di mantenere il Consultellum, sperando di guadagnare qualcosa. Non solo, se va avanti così noi andiamo alle elezioni nel 2018 e vinciamo».

E ancora: «Ma ha interrogato i suoi in proposito? Vedrà che in Senato, dove abbiamo una maggioranza di più stretta misura più lui insiste più lì la situazione sarà tranquilla perché i parlamentari, pur di non andare al voto, a Palazzo Madama voteranno molti dei nostri provvedimenti».

Il presidente del Consiglio sembra quasi augurarsi il «Berlusconi furioso». Innanzitutto perché a primavera regalerà al centrosinistra la Campania. L’ennesima regione strappata alla destra, visto che in queste condizioni sarà assai complicato per il Nuovo centrodestra andare con Forza Italia in quella terra e non con il Partito democratico. Quella è un’operazione che il presidente del Consiglio aveva in mente sin dall’inizio. Cioè sin da quando ha visto che in quella regione il Partito democratico era diviso in bande e per questa ragione rischiava di perdere. L’apporto del Nuovo centrodestra consentirà a Renzi di ottenere anche questa regione.

Ma non solo. È una partita più ambiziosa delle elezioni regionali quella che Matteo Renzi si sta giocando: la partita di una «maggioranza blindata fino al 2018», che «intercetta la ripresa» e «non sciupa questa occasione» e, quindi, «vince» anche alle prossime elezioni, mettendo in cantiere «nuove riforme». Perché l’idea del premier è quella di «far uscire il Paese dalla crisi» e di rilanciarlo per «aprire una nuova stagione».

Perciò l’alzata di scudi di Silvio Berlusconi lo preoccupa nel contingente, ma solo fino a un certo punto: «Dai voti del primo giorno di ripresa della riforma costituzionale alla Camera, quelli in cui Forza Italia doveva dimostrare la grande opposizione - dice ai suoi - mi pare di aver visto solo un gran delirio da cui non sanno come uscire. E nonostante Berlusconi abbia tentato di fare tutto ciò per ricompattare il partito non mi pare che ci sia riuscito, anzi».

Secondo il presidente del Consiglio, che, come è noto, non usa le sfumature per descrivere la situazione politica, Berlusconi «si è infilato in un vicolo cieco». E si è messo «con Beppe Grillo e Matteo Salvini nel mondo di chi protesta e non propone». Peraltro, ultimo arrivato in una terra che non è la sua. Nemmeno tanto bene accetto. Tanto che i parlamentari di Forza Italia da ieri mandano sms a tutti, colleghi di Camera e Senato di diversi gruppi (dal Partito democratico al Nuovo centro democratico, per intendersi) e a giornalisti per dire loro che non capiscono più le mosse del «capo» e, soprattutto, non le possono approvare come facevano un tempo. Qualcuno di quei messaggini è arrivato anche agli emissari del presidente del Consiglio. Con un unico, evidente, scopo: far sapere all’inquilino di Palazzo Chigi che non tutti i deputati e senatori azzurri la pensano come l’ex Cavaliere. È per questa ragione che Renzi, tranquillo, assicura ai suoi: «Vedrete che una ventina di parlamentari di Forza Italia a Palazzo Madama voterà per noi ogni volta che ci sarà bisogno».

Dopodiché Renzi tutto è tranne che un incosciente, anzi è un gran calcolatore: studia ogni mossa con grande attenzione e non lascia nulla al caso. Sa bene che alla Camera «la partita è completamente diversa da quella del Senato per i numeri». A Montecitorio, ha spiegato ai fedelissimi, prima o poi passa tutto, magari più lentamente, se questi di Forza Italia continuano sulla linea di Renato Brunetta e magari sull’Italicum si può anche slittare a settembre ma ci si arriva, senza toccare una virgola, perché, come abbiamo detto più volte, quella legge ormai non si tocca più. È a Palazzo Madama «che comincia un’altra partita». Anche lì i «numeri ci sono». Ma non sono solidi come quelli della Camera, per cui «bisognerà procedere giorno per giorno», ma «ci aiuterà la mancanza di lucidità di Berlusconi che per andare dietro a Matteo Salvini sta ugualmente spappolando il suo partito e sta allontanando da lui il Nuovo centrodestra».

Perciò la parola d’ordine del presidente del Consiglio è una sola: «Sulle riforme si va avanti come prima, più di prima». Nessun tentennamento nemmeno verso la sinistra interna: «Pensare di ricambiare la legge elettorale adesso, dopo che l’abbiamo discussa, ridiscussa e cambiata un sacco di volte, accettando molte proposte della minoranza e delle altre forze politiche significa soltanto volerla mandare per le lunghe», spiega il presidente del Consiglio ai collaboratori. E «di fatto significa non farla per niente», ma «noi non ci fermeremo». E su questo il presidente del Consiglio non ha esitazioni o dubbi: «Non si torna indietro, io non torno indietro. Non si pensi che siccome Forza Italia è partita all’attacco, o perché c’è chi è scettico dentro lo stesso Partito democratico io ceda».
Anzi, di più. Ai parlamentari del Partito democratico, nella direzione prevista per lunedì 16 febbraio il premier-segretario farà un discorso più chiaro (e più semplice) del solito, benché l’eloquio esplicito non gli faccia certo difetto. Dirà loro senza tanti mezzi termini che «toccherà al Partito democratico dimostrare senso di responsabilità e di lealtà». Il che significa mettere ogni parlamentare del Pd di fronte alla propria coscienza.

11 febbraio 2015 | 07:30
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_febbraio_11/renzi-si-va-avanti-numeri-ci-sono-berlusconi-ora-un-vicolo-cieco-81397b8a-b1b6-11e4-a2dc-440023ab8359.shtml
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« Risposta #61 il: Febbraio 13, 2015, 02:54:12 »

Dietro le quinte
Il premier liquida le accuse: «Le parole di Berlusconi fanno ridere»
Renzi non sembra prendere troppo sul serio l’attacco del leader di Forza Italia


Di Maria Teresa Meli

«Quello che dice Berlusconi non vale nemmeno una risposta. Ma una risata. Sì quello che dice Berlusconi sulla deriva autoritaria delle riforme fa ridere», Matteo Renzi non sembra prendere sul serio l’attacco del leader di Forza Italia. «Propaganda, rivolta soprattutto all’interno dei suoi gruppi parlamentari», dice il premier ai suoi collaboratori per spiegare l’alzata di scudi dell’ex Cavaliere, che ha inasprito i toni nei suoi confronti. Renzi ostenta sicurezza e non sembra temere l’irrigidimento del leader di Forza Italia. Anzi: «Lui - spiega ai suoi - sa che quell’intesa che è stata stretta sulle riforme interessa al Paese e ai cittadini italiani, ma conviene anche a lui, se vuole rientrare in gioco. Non è un caso che sia stato sempre Berlusconi a volerla e a cercarla. Dopodiché, se adesso si contorna di cattivi consiglieri, affari suoi. Noi siamo sempre pronti a riprendere il discorso, ma senza ricatti: le regole si discutono alla luce del sole. A me interessa fare delle buone leggi per gli italiani, a lui non so».

Le riforme grande cosa per gli italiani
Per farla breve, il pensiero del presidente del Consiglio è questo: «Berlusconi decida se le riforme sono una schifezza come dicono Brunetta e altri soggetti dello stesso tipo o se sono un fatto positivo, come disse proprio il leader di Forza Italia all’inizio. Insomma, decida se ha cambiato idea, perché non sono un contentino per me, ma una grande cosa per il Paese e per gli italiani. E se pensa di ricattarmi io comunque arrivo fino al 2018 con o senza Forza Italia che vota le riforme».

Le risse non convengono
Insomma, Renzi vuole svelare il gioco di Berlusconi, vuole vedere se il Cavaliere arriverà veramente fino alla fine e oltrepasserà il confine da cui non potrà più tornare indietro o se un minuto prima dell’ultimo passo farà l’ennesima giravolta e ricomincerà la trattativa. Nell’attesa, il presidente del Consiglio, nonostante certi toni irridenti e anche provocatori - suoi, ma pure dei fedelissimi - preferisce non dare fuoco alle polveri e aspettare che si svelenisca il clima. Perché la verità è che al premier come al capo di FI non convengono le risse e le lotte senza ritorno. Il primo ha troppo a cuore le riforme e mandarle in porto con Berlusconi significa accorciarne i tempi. Il secondo non vede l’ora di tornare al tavolo dei leader che contano.

8 febbraio 2015 | 08:18
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_febbraio_08/premier-liquida-accuse-le-parole-berlusconi-fanno-ridere-8d421f9c-af61-11e4-bc0d-ad35c6a1f8f9.shtml
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« Risposta #62 il: Marzo 18, 2015, 10:45:14 »

Il gelo di Renzi sul ruolo ddi Lupi
«Un problema c’è, serve chiarezza»
Nessun contatto tra premier e titolare alle Infrastrutture. Delrio: passi indietro?
È presto La linea del capo del governo è netta: non prendo lezioni di moralità da nessuno

Di Maria Teresa Meli

ROMA Più che gelido è glaciale l’atteggiamento che Matteo Renzi riserva a Lupi nel giorno in cui il ministro viene coinvolto nell’indagine su Ercole Incalza. Il premier non cerca nemmeno il ministro per chiedergli spiegazioni. Meglio non parlargli, perché un colloquio telefonico del genere, in una giornata come questa, potrebbe finire molto male.

«Domani (oggi per chi legge ndr ) ne sapremo di più grazie a quello che uscirà e già adesso stiamo approfondendo quanto sia grave questa vicenda, ma è inutile girarci intorno, il problema c’è», dice ai suoi il presidente del Consiglio. E ha l’aria grave di chi non accetta che qualcuno gli rovini la festa proprio nel giorno in cui il governo sta andando avanti sul ddl anticorruzione: «Nessuno tuttavia utilizzi questi fatti per dare il messaggio che sono tutti uguali, che i grandi eventi tipo Expo non si possono fare, che siamo condannati a soccombere alla corruzione».

E ancora, sempre con i collaboratori, sempre con lo sguardo più cupo di chi non ammette «sgarri»: «Diciamoci la verità, parliamoci chiaramente senza troppi giri di parole, politicamente, Lupi non è facile da sostenere». E infatti dalla bocca del premier non esce una sola parola di solidarietà nei confronti del ministro delle Infrastrutture. L’importante per Renzi è «avere massima fiducia nella magistratura» e «attendere che faccia piena chiarezza».

Quel che gli uomini del premier lasciano intendere è che sarebbe quasi un sollievo per tutti se fosse lo stesso Lupi a trarre d’impaccio il governo dimettendosi preventivamente per ragioni di opportunità. In modo da non alimentare nuove polemiche o attacchi contro l’esecutivo. Se arrivasse una mozione di sfiducia individuale questa volta difficilmente si ripeterebbe il solito copione del governo che si stringe compatto al ministro messo nel mirino.

Del resto, la guerra contro quell’unità di missione che operava alle Infrastrutture e in cui lavorava Ercole Incalza Renzi l’aveva ingaggiata da tempo. E questo non può essere un caso. Il premier non era poi riuscito nel suo intento originario. Cioè quello di sopprimere del tutto quell’organismo. Ma non si era arreso e con lui non si erano arresi i renziani di Palazzo Chigi che continuano la loro lotta ai cosiddetti «mandarini» sempiterni del potere italiano. E infatti alla fine sono riusciti a «prepensionare» Incalza, che attualmente ricopriva il ruolo di consulente esterno del ministero di Lupi.

È chiaro, come spiega il sottosegretario Delrio a «Otto e mezzo», che «è prematuro chiedere le dimissioni di Lupi» e infatti nessun renziano di rango al momento le chiede. Però, come ripete il premier ai collaboratori, «un problema c’è e serve fare la massima chiarezza, cosa che dovrà fare anche Lupi». Il quale Lupi ieri sera ha incontrato Alfano, che, al contrario del ministro delle Infrastrutture, ha parlato con Renzi e ha compreso bene quale sia lo stato d’animo del premier. Toccherà a lui convincere Lupi a fare un passo indietro?

Comunque, per il momento a Palazzo Chigi si attende di capire quale sia la vera portata della vicenda. Oggi la lettura dei giornali servirà a Renzi per farsi un quadro più chiaro della situazione, poi assumerà le sue decisioni. Su un punto però il premier nutre una granitica certezza: «Io non prendo lezioni di moralità da nessuno». Il che vuol dire che si può essere garantisti, come lui è già stato in passato. Ma se invece non si intravedono buoni motivi per seguire questa linea, allora è diverso. In casi come questi Renzi è pronto ad agire con quella determinazione che ha dimostrato in altre occasioni.

17 marzo 2015 | 08:00
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_marzo_17/gelo-renzi-ruolo-ministro-un-problema-c-serve-chiarezza-f617d182-cc72-11e4-a3cb-3e7ff6d232c1.shtml
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« Risposta #63 il: Marzo 23, 2015, 11:12:09 »

Il retroscena

Indagati nel governo, mossa di Palazzo Chigi: pronti a sostituirli
Infrastrutture, le pressioni su Cantone che dice no.
Il leader Pd non vuole avallare il doppio binario per evitare problemi con Ncd

Di Marco Galluzzo, Maria Teresa Meli

ROMA «E poi sarà la volta dei sottosegretari»: così Matteo Renzi spiega i suoi piani futuri ai fedelissimi. Perché il presidente del Consiglio non vuole offrire il fianco a nessuna accusa di doppiopesismo che desti un polverone sul governo.

Dunque toccherà ai sottosegretari inquisiti e indagati farsi da parte, dopo le dimissioni di Maurizio Lupi, che, peraltro, era stato solo sfiorato dall’inchiesta giudiziaria fiorentina. E questo non certo perché «è la magistratura, che pure deve fare la sua parte, a dettare i tempi dell’azione di governo», visto che ormai «la parola è tornata alla politica», che «è autonoma», proprio come «autonoma è la magistratura». Ma perché non si possa dire che Renzi difende alcuni (magari quelli del Partito democratico o che al suo partito sono più vicini) mentre molla gli altri. Vuole essere inattaccabile, il premier. E non intende avere ricadute negative nel suo rapporto con il Nuovo centrodestra.

Per questa ragione non ha mai voluto smentire la versione dei fatti data da Lupi, anzi l’ha ufficialmente avvalorata. Quando, in realtà, il colloquio che ha poi portato l’ex ministro a dimettersi è stato assai meno gioviale di quanto i due lo abbiano voluto raccontare. O molli tu o ti facciamo mollare noi: è stato questo il succo del ragionamento che il presidente del Consiglio ha fatto all’allora ministro. Però non ha voluto che all’esterno trapelasse niente e con i suoi si è raccomandato: «Se Maurizio ha bisogno di qualche ora per rendersi conto della strada che deve prendere, faccia pure, noi non diciamo niente». E a coloro che apparivano un po’ perplessi rispetto a questa linea, dopo l’annuncio dell’ex ministro, Renzi ha replicato: «Avete visto chi aveva ragione? Vi avevo detto di stare tranquilli, perché sapevo quello che stavo facendo».

Ma ora c’è chi teme che possano nascere nuove tensioni con Ncd, proprio adesso che nuovi provvedimenti sono alle porte e che i numeri della maggioranza, a Palazzo Madama, sono risicati.

Ancora una volta Renzi fa sfoggio di serenità: «Non preoccupatevi che tutto si sistemerà. Ho la fila di quelli che vogliono stare con noi al Senato». E a quanto si sussurra dalle parti del Nuovo centrodestra ci sarebbe la fila anche altrove. Nello stesso Ncd. Nel mirino il ministro Beatrice Lorenzin. Le malelingue la danno in partenza, sebbene non in un futuro immediato, verso il Pd.

Appare ancora complessa la questione del ministero delle Infrastrutture e del dicastero da dare all’Ncd dopo le dimissioni di Lupi. Raccontano che Alfano abbia chiesto l’Istruzione, ma che finora Renzi glielo abbia negato. Il premier non va pazzo per la Giannini (quattro giorni prima di presentare il disegno di legge sulla buona scuola ha cestinato il progetto del ministro e lo ha riscritto daccapo), però, ormai, soprattutto adesso che la titolare di quel dicastero è passata al Partito democratico, rimuoverla diventerebbe complicato. Tanto più che quel ministero, a cui assegna grande importanza, Renzi lo controlla per interposta persona. Complicata anche la questione delle Infrastrutture. Spacchettarle ridividendole in Trasporti e Lavori pubblici? O tenerle in un unico ministero? E in questo caso a chi affidarlo? È circolato il nome di Nicola Gratteri (il magistrato che Renzi avrebbe voluto alla Giustizia al posto di Orlando), ma il presidente del Consiglio, che pure ieri lo ha visto, nega recisamente. Dicono che abbia invece insistito con Raffaele Cantone, il quale, però sarebbe propenso per il no.

A questo punto sembrerebbe prevalere l’ipotesi spacchettamento. In quel caso l’unità di missione in cui lavorava Ettore Incalza verrebbe inglobata a Palazzo Chigi, sotto il controllo del fido Luca Lotti. E il resto del ministero, depotenziato, andrebbe a un Ncd. Mentre la dem Anna Finocchiaro approderebbe agli Affari regionali.

21 marzo 2015 | 07:01
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_marzo_21/indagati-governo-dimissioni-f96547ba-cf8e-11e4-b8b8-da1e3618cfb1.shtml
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« Risposta #64 il: Aprile 16, 2015, 04:17:55 »

Il retroscena

Renzi: prendere o lasciare. Se la legge non passa dovrò salire al Quirinale
L’apertura sul Senato Il leader disposto a trattare solo su alcune parti della riforma del Senato

Di Maria Teresa Meli

ROMA Matteo Renzi non vuole fare forzature con la sua minoranza interna, né inasprire i toni della polemica, ma ciò non significa che non sia più determinato che mai, anche perché considera già vinta questa partita. All’assemblea di oggi chiederà ai deputati di votare sulla sua proposta che contiene due punti precisi: l’immodificabilità dell’Italicum e la richiesta ai parlamentari del Pd di non presentare emendamenti sulla legge elettorale voluta dal governo.

Prima della riunione il segretario ha in programma un colloquio con Roberto Speranza, che ha già rimesso il mandato di capogruppo a Montecitorio in Direzione e che potrebbe confermare le dimissioni. L’idea di Speranza è che, libero dai vincoli impostigli dal ruolo, potrebbe rafforzare la sua leadership nella minoranza. Però non ha ancora sciolto tutti i nodi e aspetta di parlare con il premier per compiere un passo definitivo. Spera di convincerlo che «la spaccatura del Pd sull’Italicum potrebbe diventare un problema per la segreteria». Ma da quell’orecchio Renzi non ci sente. In compenso ha già fatto sapere al capogruppo che non vuole farlo andare via, nonostante sia uno dei leader della minoranza, ma che a questo punto sta a lui decidere il da farsi.
Per quel che riguarda invece il suo, di programma, il premier è più che sicuro: «Il confronto è durato un anno, il testo della legge è stato modificato, se ora dico che non ci sono margini di manovra non lo faccio per forzare ma perché è arrivato il momento di decidere. Adesso si vota nel gruppo e l’esito di quel voto sarà vincolante per tutti».

Renzi è convinto di avere i numeri. A suo giudizio «la maggioranza sull’Italicum è blindata, anche perché alla stessa minoranza non conviene esasperare i toni». E infatti Renzi dà per scontato che una grossa fetta di quell’area in Aula voterà «sì» alla riforma della legge elettorale: «Una decina voterà contro e qualche altro magari se ne andrà», sostengono nello staff del premier.

Ma gli scrutini segreti rischiano di essere tanti. E segreto sarà, con tutta probabilità, anche il voto finale. Quindi il rischio di possibili imboscate trasversali è sempre dietro l’angolo. Eppure il segretario del Pd è ugualmente convinto che alla fine prevarranno le ragioni della prudenza: «Se la legge non passasse, io non potrei fare altro che trarne le inevitabili conseguenze e salire al Quirinale da Mattarella». Una frase, questa, che il presidente del Consiglio ha ripetuto a diversi interlocutori in questi giorni e che induce alla cautela quanti vogliono evitare lo scioglimento anticipato delle legislatura e l’incognita delle urne.

Quanto alla fiducia, per ora resta uno spauracchio. Agitato più che altro per raffreddare i bollenti spiriti degli oppositori interni, che, per la verità, con il passar delle ore, si stanno facendo sempre più tiepidi. Insomma, la fiducia, in realtà appare assai improbabile, anche se i renziani difendono questo strumento e non accettano le critiche di chi dice che utilizzarlo per l’Italicum sarebbe una forzatura inaudita. Questo il ragionamento che viene opposto alle critiche: «La fiducia è un atto eminentemente politico e che cosa c’è di più politico di una riforma elettorale voluta dal governo?».

Insomma, il premier non lascia più margini di mediazione. Il suo è un «prendere o lasciare», posto in maniera urbana ma molto netta. La minoranza lo ha capito e non si fa troppe illusioni. Ci potrebbe essere una sola apertura, perché lo stesso premier, benché si senta già vincitore anche di questa partita, non vuole strafare. E l’eventuale apertura potrebbe riguardare un altro fronte. Quello della riforma costituzionale che dalla Camera tornerà prossimamente a Palazzo Madama. Lì (anche se la cosa non è stata ancora decisa) potrebbero essere accettate delle modifiche. Ovviamente solo nella parti del testo che sono state cambiate dall’assemblea di Montecitorio, perché ciò che è già passato nella stessa versione sia al Senato che alla Camera non è più emendabile.

15 aprile 2015 | 07:14
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DA - http://www.corriere.it/politica/15_aprile_15/renzi-prendere-o-lasciare-se-legge-non-passa-dovro-salire-quirinale-074ac410-e32e-11e4-8e3e-4cd376ffaba3.shtml
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« Risposta #65 il: Maggio 01, 2015, 12:34:58 »

Il retroscena
Italicum, Renzi: «Il partito è con me E ora li scavalcheremo a sinistra»
L’idea del premier di un «piano anti povertà» e la scommessa sulle Regionali la «vera prova» sul consenso alle sue mosse dopo la controversa fiducia sulla legge elettorale


Di Maria Teresa Meli

ROMA Matteo Renzi è convinto che il can can suscitato dalla decisione di una parte della minoranza di non votare la fiducia «durerà poco».

In verità la sfilata dei big che usciranno dall’Aula preoccupa gli stessi fedelissimi del premier. Ma il presidente del Consiglio li rassicura così: «Vedrete che alla fine non sarà controproducente per il nostro elettorato, anche se il loro obiettivo è proprio questo. L’importante è spiegare bene le cose. Io lo farò anche a Bologna, nel mio discorso alla festa dell’Unità. E poi nelle prossime settimane li scavalcheremo a sinistra con l’azione di governo». Come? L’inquilino di palazzo Chigi pensa all’utilizzo del tesoretto in questa chiave. Immagina un «grande piano anti-povertà» perché quelle risorse, a suo giudizio, devono essere destinate alla «parte più debole del Paese».

Per evitare la durissima reazione di Bersani, Letta, Bindi, Speranza e degli altri che oggi diserteranno le votazioni, Renzi avrebbe dovuto rinunciare allo strumento della fiducia. Era l’opzione del mediatore a oltranza Andrea Orlando che, ieri, in Consiglio dei ministri, ha invitato Renzi a considerare l’ipotesi di rinunciarvi nel caso fossero arrivati da parte della minoranza interna «significativi segnali politici».

Ma quel che è giunto è stato invece il pronunciamento dell’ex capogruppo Roberto Speranza: «Non voterò la fiducia». «Il richiamo della foresta è stato più forte», secondo il premier che, a quel punto, ha avuto gioco facile a convincere anche i più perplessi: «Facciamo questa battaglia a viso aperto, come sempre. O passa la riforma o andiamo al voto e non sono certo io a temere le elezioni».

Del resto, in cuor suo, Renzi non ha mai avuto dubbi in proposito, convinto com’era convinto, che sull’emendamento che prevede l’apparentamento al secondo turno, i suoi oppositori interni ed esterni avrebbero «cercato di metterci sotto», vanificando così l’impostazione bipartitica dell’Italicum.

Ma sulla riforma elettorale Renzi non poteva non «tirare dritto». «È un impegno - ha spiegato ad alcuni parlamentari - che ho preso con i cittadini italiani, non saremmo credibili se non facessimo questa riforma. Io ci metto la faccia, come sempre».

E non c’è solo questo, ovviamente. Il premier crede veramente che l’Italicum, per quanto non sia un provvedimento «perfetto», sia pur sempre un «ottimo compromesso» e che, soprattutto, raggiunga gli obiettivi che si era prefissato: «Così daremo la stabilità necessaria ai governi e la faremo finita una volta per tutte con le coalizioni disomogenee che non funzionano».

Queste sicurezze del premier non debbono far pensare che Renzi ritenga che non accadrà nulla: «Vedrete - confida ai più stretti collaboratori - che una parte dei mass media ci salterà sopra ed è proprio quello che vuole una fetta della minoranza, l’ala più oltranzista, quella che magari medita di andarsene oppure di riprendersi in qualche modo la ditta». Ma la prima ipotesi, quella della scissione, con questa riforma elettorale diventa molto più difficile e la seconda, quella caldeggiata da Massimo D’Alema, per Renzi, è improbabile: «Non mi fermeranno».

Insomma, il presidente del Consiglio è disposto a scontare un po’ di «caos mediatico», per dirla con le parole di un renziano di stretta osservanza, perché è sicuro di poter ribaltare la situazione: «Il partito è con noi, soprattutto gli iscritti. La stragrande maggioranza mi chiede di non fermarmi e di non arretrare».

Renzi non ci sta a essere dipinto come un dittatore, non accetta il fatto che Bersani e compagni lo facciano passare per quello che ha voluto dividere il partito imponendo la fiducia sull’Italicum: «Diciamoci la verità, abbiamo modificato questo disegno di legge un sacco di volte per andare incontro alle richieste espresse dalla minoranza. Ora quelli non vogliono cambiarlo nel merito, vogliono affossarlo e, magari, con l’Italicum affossare anche me. Noi però non glielo permetteremo».

E comunque la «vera prova» per il presidente del Consiglio sarà rappresentata dalle elezioni regionali. Se in quelle consultazioni il Pd riporterà un successo (cosa di cui il presidente del Consiglio sembra abbastanza convinto), allora «ogni discussione lascerà il tempo che trova».

29 aprile 2015 | 07:29
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« Risposta #66 il: Giugno 09, 2015, 11:26:44 »

Landini, Piperno e Scalzone: i compagni di strada di Potere operaio che sarebbe meglio perdere
Alla Costituente di Coalizione sociale spuntano due volti noti del passato

Di Maria Teresa Meli

Grazie all’occhio attento di una giovane cronista dell’Huffington Post che, nonostante l’età, conosce anche i pezzi dell’antiquariato politico, non è sfuggita la partecipazione alla convention di Maurizio Landini di Franco Piperno, classe 43, e Oreste Scalzone, classe 47. Un duo un tempo assai affiatato (ma anche ora i rapporti sono ottimi). Anzi, per amor di precisione, all’epoca a cui ci si riferisce, Piperno e Scalzone componevano con Toni Negri un trio. Insieme fondarono Potere operaio. Insieme, come equilibristi non molto saldi sulle gambe si inerpicarono su quel filo che divideva le Brigate rosse dai movimenti di sinistra che non disdegnavano le spranghe, i roghi e le pistole. Poi c’è stata la galera, la fuga in Francia, ci sono stati i libri, le dichiarazioni e infine il semi-oblio.

Scalzone è tornato a farsi vivo di recente. Con le lotte di Pomigliano d’Arco, tanto care a Landini. Piperno è rimasto più defilato. Ma nel 2011 ha scatenato una notevole polemica, quando, nel decimo anniversario dell’attentato alle Torri gemelle, ha definito quel gesto un «evento dalla bellezza sublime», «compiuto da un pugno di audaci intellettuali». Per quell’atto provava «ammirazione», per quanto (bontà sua) «non scevra da raccapriccio». L’altro giorno Renzi - che Landini si è scelto come l’avversario perfetto - criticava quella sinistra che è convinta che «il passato sia stata la pagina più bella» ed è invece preoccupata del futuro (il riferimento alla Coalizione sociale era voluto e non casuale). Ma il premier è giovane. Aveva solo tre anni quando Piperno nel ’78 esaltava la «geometrica potenza dispiegata dalle Brigate rosse a via Fani».

Quella era una brutta pagina del passato. E la sinistra la ricorda come tale. Insieme ad altre, che a guardarle adesso, un po’ ingiallite e un po’ sgualcite, incarnate da uomini che cercano un’ennesima nuova vita, in fondo sempre uguale a se stessa, nella Coalizione sociale, non fanno paura: diffondono solo un’infinita mestizia. Sono come la pagine di quei racconti che ti mettono il magone e che preferiresti chiudere di scatto e non prendere mai più in mano. Chissà se Landini in cuor suo ha dato peso o no a quelle due presenze. Chissà se ha capito che per averla vinta sullo «storytelling» renziano è meglio perdere qualche compagno di strada.

8 giugno 2015 | 08:44
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_giugno_08/landini-piperno-scalzone-compagni-strada-landini-potere-operaio-f2678e6c-0da7-11e5-9908-1dd6c96f23f8.shtml
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« Risposta #67 il: Giugno 14, 2015, 03:45:45 »

L'INTERVISTA
Migranti, Renzi: «Battaglia forte in Europa ma è pronto un piano B»
Il premier sull’Italia: «È un buon momento. Noi fino al 2018 ma il Pd non teme il voto».
Su Marino: «Lo rispetto ma non si può sottovalutare il messaggio che arriva da Roma»

Di Maria Teresa Meli

Presidente Renzi è un momento complicato per l'Italia.
«No, è un bel momento, con buona pace dei gufi e dei profeti di sventura. L'occupazione sale di 200 mila unità. La crescita ha di nuovo il segno più, i consumi segnano un risveglio. Veniamo da un G7 dove non eravamo più il problema, ma parte della soluzione. La fame di Italia nel mondo tira l'export come non mai. E l'Expo che doveva essere un disastro annunciato è un fiore all'occhiello. Potrei proseguire con esempi di tutti i tipi. Eppure il dibattito politico interno è incartato solo sulle cose che non vanno. Sembra che una parte della classe dirigente di questo Paese non viva senza ricorrere alla paura. Del diverso, dell'immigrazione, del futuro. Ma noi abbiamo scommesso sul coraggio, non sulla paura, e dunque avanti tutta».

Bè, l'immigrazione è una vera e propria emergenza.
«Guai a sottovalutarla. È un tema grave e - diciamolo chiaro - le risposte che l'Europa sta dando sono insufficienti. Redistribuire solo 24 mila persone è quasi una provocazione».

Ma se la Ue non vi ascolterà è vero che adotterete una linea più dura sull'immigrazione?
«Nei prossimi giorni ci giochiamo molto dell'identità europea e la nostra voce si farà sentire forte perché è la voce di un Paese fondatore. Se il consiglio europeo sceglierà la solidarietà, bene. Se non lo farà, abbiamo pronto il piano B. Ma sarebbe una ferita innanzitutto per l'Europa. Vogliamo lavorare fino all'ultimo per dare una risposta europea. Per questo vedrò nei prossimi giorni Hollande e Cameron e riparlerò con Juncker e Merkel. In Europa va cambiato il principio sancito da Dublino II e votato convintamente da chi oggi protesta contro il nostro governo. La comunità internazionale è responsabile di ciò che accade in Libia in ragione dell'intervento di 4 anni fa e della scarsa attenzione successivamente dedicata al tema. Se la Libia non trova un assetto istituzionale, diventa la calamita per fanatici e terroristi e dunque ci stiamo giocando una partita di portata storica. La vogliamo affrontare con la serietà di un Paese che è una potenza mondiale o inseguendo chi fa tweet sulla scabbia e propone di sparare al primo che passa? Torniamo al buon senso».

Si riferisce a Salvini, presidente?
«Certo che mi riferisco a lui. Strillare di epidemie significa procurare allarmismo ma tutti i report medici dicono che non è così. Se volessimo fare polemica, potremmo criticare il fatto che la Lega a Strasburgo ha votato contro la proposta di aiutare l'Italia ridistribuendo le quote di immigrati: il colmo! Ma non è tempo di divisione: ieri ho chiamato Zaia e Maroni. Ho offerto e chiesto collaborazione istituzionale».

Intanto la Francia respinge i profughi e le Regioni non li vogliono.
«La situazione è tesa, ma i numeri sono appena più alti dello scorso anno: al 13 giugno 2014 avevamo accolto 53.827 persone. Al 13 giugno 2015 siamo a 57.167. Numeri sostanzialmente simili. Senza contare che le persone che sono ferme nelle stazioni hanno un biglietto per lasciare l'Italia: il blocco di qualche giorno di Schengen li sta tenendo fermi qui, ma per loro non è l'Italia la destinazione. Il tempo della campagna elettorale è finito: noi stiamo aprendo un fronte in Europa difficilissimo, mi piacerebbe che l'intero sistema istituzionale - compresi i governatori leghisti - facesse il tifo per l'Italia. Quando vado all'Expo vedo cittadini di tutto il mondo arrivare entusiasti e felici di Milano, dell'Italia. Apro i siti e sembra che Milano sia il sobborgo di una megalopoli malata. Gridare al lupo ti fa ottenere un voto in più, ma quando i quotidiani internazionali mettono in discussione la tenuta del sistema turistico come accaduto ieri, ci rendiamo conto che stiamo facendo danno all'Italia? Il problema c'è. Ma quando vedo iniettare nel dibattito pubblico dosi di terrore verbale, temo la reazione istintiva, di pancia. In economia possiamo rilanciare solo se le aziende, i risparmiatori, gli investitori vivono una fiducia che è ben giustificata dalle riforme in atto. E nella vita di tutti i giorni abbiamo necessità di tornare a credere nelle istituzioni».

Squinzi si lamenta perché l'Italia è esclusa dai vertici europei sulla Grecia.
«Rispetto la sua posizione. Ma a quei vertici non vado. Non è un problema di inviti, visto che Tsipras mi ha più volte chiesto di partecipare. Solo che noi abbiamo una cultura europeista per cui i problemi si affrontano nelle sedi istituzionali, non nei caminetti. Alexis si è affidato alla Merkel e a quelli che hanno seguito la sua campagna elettorale spunta un sorriso, visto ciò che diceva allora. Ma se questo è ciò che vuole la Grecia, ok. Solo che l'Italia partecipa ai vertici istituzionali, non a quelli informali. Per spiegare ai greci che non possiamo pagare le baby pensioni a loro dopo aver fatto tanta fatica per toglierle agli italiani non serve una riunione. Tutti noi vogliamo la Grecia nell'Euro, ma devono volerlo anche loro: noi siamo pronti a dare una mano. È maturo il momento della svolta economica per l'Europa, puntando più sulla crescita che sull'austerità. Ma per arrivarci occorre aver completato il percorso delle riforme strutturali, a cominciare dalle nostre».

Voterete sì all'arresto di Azzollini?
«Leggeremo le carte. Se emergerà il fumus persecutionis voteremo contro l'arresto. Se tutto sarà in linea con la Costituzione e con le leggi, voteremo a favore dell'arresto, come abbiamo fatto anche con i nostri. Gli sconti si fanno nei negozi, non in Parlamento».

Quando sospenderà De Luca?
«Sulla Severino faremo ciò che prevede la legge, senza interventi ad personam. Esiste una contraddizione, perché de Magistris e De Luca sono nella stessa situazione, non si capisce perché uno dovrebbe essere sospeso e l'altro no. Vedremo le decisioni dei giudici. Nel frattempo sto dialogando con De Luca sui dossier più importanti, a cominciare dalla nomina del commissario di Bagnoli che andrà in cdm venerdì assieme ad alcuni decreti fiscali e molto altro».
Dopo il suo incontro con Putin come sono i rapporti con gli Usa?
«Ottimi. Obama ha più volte espresso apprezzamento per le riforme italiane che al G7 ha definito "coraggiose". Sull'economia gli americani sono punto di riferimento: più crescita, meno austerity. Sulla Libia, sono gli unici che hanno chiara la situazione e ci stanno fornendo tutto il supporto come noi facciamo con loro altrove. Sulla Russia abbiamo discusso in amicizia soprattutto nel vertice alla Casa Bianca, condividendo anche le sfumature. Il G7 è uscito con una posizione condivisa: si dia corso integralmente agli accordi di Minsk 2. Lo stesso Putin si è detto favorevole. Adesso lavoriamo per passare dalle parole ai fatti».

Se l'inchiesta romana dovesse decapitare altri vertici del Pd in giunta e in consiglio comunale continuerete a dire «o Marino o morte»?
«Ho rispetto per Ignazio Marino. Non possiamo però sottovalutare il messaggio che viene da Roma. Ci sono due questioni differenti. Sul piano giuridico aspettiamo le carte, ma personalmente non vedo elementi per sciogliere il Comune per mafia. Non si tratta solo di una questione mediatica internazionale, ma di un giudizio basato su quello che ad ora abbiamo letto. Se - come credo - la questione scioglimento per mafia non esiste, dovremo affrontare politicamente (in sede Pd) la questione Roma. Il partito va rifondato come ha iniziato a fare bene Orfini. Migliaia di ragazzi vogliono fare politica in quella città e un Pd capitolino profondamente ripensato può accoglierli, valorizzarli, esaltarli. Possiamo studiare una grande campagna sui circoli, come propone lo studio di Barca. Possiamo inventarci il modello organizzativo del partito del nuovo secolo, prendendo dal male di questa situazione il bene. Il governo è pronto a fare la propria parte ma è finito il tempo in cui si davano i soldi a Roma capitale con leggerezza. Se decideremo di andare avanti lo faremo solo se convinti, non per paura di perdere il Comune. Dobbiamo cambiare l'Italia e l'Europa, possiamo aver paura di Di Battista o dei delfini di Alemanno? Il mio Pd non può mai aver paura delle elezioni. Mai. Altrimenti diventa come gli altri».

Ma veramente crede di arrivare fino al 2018 con i numeri del Senato?
«Al Senato i numeri sono più solidi del passato. Credo che la maggioranza dei parlamentari non voglia interrompere questo percorso di riforme. Il mio governo oggettivamente ha fatto in 15 mesi cose ferme da anni: riforma elettorale, Jobs act, il pacchetto di interventi sulla giustizia. E siamo in pista su riforma costituzionale, diritti e terzo settore, pubblica amministrazione, fisco. Gli interventi economici, dagli 80 euro al taglio Irap del costo del lavoro, hanno rilanciato l'economia italiana. Gli investitori internazionali tornano a credere in noi. Vorrei essere chiaro: si può sempre fare di più. E cercheremo di farlo. Se poi deputati e senatori si sono stancati di noi, basta togliere la fiducia delle Camere e vediamo chi prenderà quella dei cittadini. Ma non vedo praticabile questo scenario: a mio giudizio la legislatura andrà avanti fino al 2018».
Sta per cambiare i vertici della Cdp?
«Bassanini e Gorno Tempini hanno fatto un buon lavoro. Nelle prossime ore decideremo le nuove tappe. Cassa depositi e prestiti è strategica per il futuro del nostro Paese e ci sono tutte le condizioni per fare un ulteriore passo in avanti».
Non la imbarazza sapere che Buzzi ha finanziato alcune sue iniziative? Restituirà quei soldi?
«La fondazione Open restituisce in automatico i denari ricevuti da realtà discusse. Il Pd ha uno statuto diverso. Ma troverà la strada per restituirli. Quello di cui sono fiero invece è il meccanismo all'americana che stiamo mettendo in atto per finanziare la politica. Superato il finanziamento pubblico, siamo l'unico partito che non ha licenziato il personale, ricorrendo a una seria spending e aumentando donazioni liberali e trasparenti. Meglio così che i diamanti in Tanzania o le lauree a Tirana del Trota, mi creda».

Non le sembra che sia cambiato il vento nei suoi confronti?
«Mi chiedono di inventarmi qualche colpo a effetto. Ma dopo anni di immobilismo in Italia l'unico colpo a effetto che può fare il capo del governo è governare quotidianamente con serietà e responsabilità. Il tasso di attuazione dei decreti è salito al 65%, tutti i dossier procedono, le aziende pubbliche, a partire da Eni, Enel e Finmeccanica, dopo il cambio dei vertici viaggiano più spedite. Certo se il Jobs act lo avessero fatto quelli di prima, oggi staremmo meglio. Se si fosse fatta prima la legge elettorale, avremmo un sistema più stabile. Se avessero già fatto la riforma costituzionale non impiegheremmo mesi per approvare una legge. Chiunque può passare il tempo a piangere e rimpiangere. Ma noi siamo diversi da chi ci ha preceduto. Non vogliamo trovare alibi, ma trovare soluzioni. Ora dobbiamo continuare sulla strada delle riforme, più decisi che mai. Ma la prima riforma, strutturale, è restituire orgoglio all'Italia e fiducia agli italiani. E in questo clima questa è la sfida più difficile. Però è anche la più bella. Dopo quindici mesi di governo sono più convinto di prima che il nostro Paese tornerà a guidare l'Europa. A noi toccherà sudare e lavorare molto. I nostri figli però staranno meglio di noi. Questo è il vero motivo per cui facciamo politica. Non per godere della rendita del passato, ma per costruire una speranza per il domani».

14 giugno 2015 | 08:20
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_giugno_14/noi-senato-piu-forti-avanti-fino-2018-ma-pd-non-teme-voto-a6b5cce6-125b-11e5-85f1-7dd30a4921d8.shtml
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« Risposta #68 il: Giugno 27, 2015, 10:31:50 »

IL PD
Renzi dopo la frenata ai ballottaggi “Basta mediare, tornerò a fare Renzi”
Il bilancio del premier: c’è chi mi vorrebbe spianare, a Venezia la sinistra ha perso
Di Maria Teresa Meli

ROMA «La sintesi è questa: abbiamo perso dove ci siamo fermati a mediare. Adesso Renzi deve tornare a fare Renzi». Pensare che il premier torni indietro dopo quello che lui stesso ha definito «un insuccesso» significherebbe non conoscere bene di che pasta è fatto il presidente del Consiglio. «So - dice il premier - che c’è gente che vorrebbe spianarmi e vorrebbe approfittare di queste Amministrative per farlo, ma mi dispiace per loro, vinceremo anche questa battaglia».

Eppure la situazione è quanto mai delicata e Renzi lo sa bene. Basti pensare alla questione della scuola al Senato. È sufficiente che il governo vada sotto in Commissione per rendergli impossibile il giochetto di mettere la fiducia in Aula e sveltire la pratica. «Sarebbero dei pazzi irresponsabili - ripete il premier ai collaboratori - se la riforma viene rinviata ci saranno centomila persone che non verranno assunte a settembre per colpa della minoranza del Partito democratico, e grazie anche al sindacato, bella vittoria per loro».

Renzi non sembra scoraggiarsi. Anche se i suoi avversari dentro e fuori il Partito democratico sono pronti a scommettere che dopo le elezioni amministrative, con un doppio turno che ha penalizzato il centrosinistra, «sarà costretto a cambiare l’Italicum». Il bersaniano Gotor e il berlusconiano Minzolini sono i più accesi sostenitori di questa tesi. «Cambiarlo? Non ci penso nemmeno», ha spiegato lui a tutti i parlamentari che ieri glielo hanno chiesto.

Il presidente del Consiglio continua a ritenere che «Forza Italia non tirerà la corda», a «meno che non voglia finire sotto Salvini». Insomma, sembra essere sicuro che il primo a garantirgli in qualche modo i numeri al Senato sarà proprio Silvio Berlusconi, perché l’immagine dell’ex Cavaliere che si acconcia all’idea di fare il numero due del leader leghista non gli sembra proprio verosimile.

E, del resto, «anche la minoranza interna», è il ragionamento che va facendo il presidente del Consiglio con i fedelissimi a Palazzo Chigi, «deve stare molto cauta, perché a questo giro non possono sottovalutare il risultato di queste elezioni: loro hanno perso». Il riferimento è a Felice Casson, il candidato che già nel 2005 si era scontrato contro Cacciari per la poltrona di sindaco ed era stato sconfitto. Ma anche a Mirello Crisafulli, battuto ad Enna, a cui Renzi, alle Amministrative, ha negato il simbolo del partito.

Morale della favola, il premier è convinto, anche se non lo dice ad alta voce e lo sussurra solo nelle orecchie dei più fidati collaboratori che «non ci sono alternative» al suo governo. A meno che qualcuno «non preferisca andare a votare».

Il che, precisa Renzi, «sarebbe da irresponsabili», da «politici che pensano solo a loro stessi e non al bene del Paese che gradualmente si sta riprendendo».

Ma, è il ragionamento che fa l’inquilino di Palazzo Chigi con i suoi, «se quelli che vogliono spianarmi pensano che questa sia la strada, allora...».

Allora che? «Allora se andassimo alle elezioni anticipate oggi io vincerei a mani basse. Basta guardare i dati generali per capirlo e non fissarsi su questa o quella vittoria o sconfitta. Anzi dirò che ogni tanto mi prende quasi la voglia di sfidare gente come Matteo Salvini o Beppe Grillo alle urne, però poi mi trattengo perché so quale deve essere il mio ruolo, il fatto è che, a quanto pare, gli altri leader politici non sanno quale debba essere il loro e pensano che si debba stare in campagna elettorale permanente, accada quel che accada, tanto del Paese chi se ne frega».

Il premier, con i fedelissimi a Palazzo Chigi, passa in rassegna tutte le possibilità: «Che possono fare? - ironizza -. Abbattermi e mettere su un governo Salvini-Bersani-Brunetta e Grillo? Forse nemmeno in quel caso avrebbero i numeri. E, comunque, nel Partito democratico la maggioranza assoluta l’ho io. In direzione e nei gruppi parlamentari».

Come a dire: la minoranza pd può abbaiare, persino mordere, ma non è in grado di costruire nessuna alternativa e non tornerà mai più a tenere in mano le chiavi della «ditta».

16 giugno 2015 | 07:07
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DA - http://www.corriere.it/politica/15_giugno_16/renzi-la-frenata-ballottaggi-basta-mediare-tornero-fare-renzi-d25f5a58-13e4-11e5-896b-9ad243b8dd91.shtml
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« Risposta #69 il: Luglio 19, 2015, 06:15:34 »

Il retroscena
Le scelte dem da Roma a Palermo Così Renzi vuole ribaltare il partito
L’idea di candidare la politologa Gualmini l’anno prossimo a Bologna
Oggi a Milano l’assemblea nazionale pd: serve aria nuova, tornerò a fare Renzi

Di Maria Teresa Meli

Se fosse un film (cosa che, almeno attualmente, non è perché assomiglia più a una «soap opera») quello che va in onda oggi, all’Expo, potrebbe avere un titolo insolito per un sequel: «Renzi uno, la vendetta». Già, l’assemblea nazionale del Pd, convocata per obbligo, a termini di Statuto, di per sé non avrebbe storia. Sarebbe solo il pedissequo ripetersi di un rito che un regolamento interno vuole che si reciti almeno due volte l’anno. La minoranza, che ora minaccia fuoco e fiamme, in realtà, ne avrebbe fatto volentieri a meno, perché sa che quella sarà la platea davanti alla quale il premier preannuncerà le sue mosse, stoppando e prevenendo, di fatto, quelle dell’opposizione interna. E non solo. Perché pure chi lo ha sostenuto finora, in questo periodo, lo sta facendo penare. Anche se su questo il premier non sarà mai esplicito. Per dirla in soldoni, a Renzi non piace l’accanimento terapeutico senza costrutto della giunta Marino, anche se a non voler staccare la spina è il presidente del partito Matteo Orfini. Come non gli piace il Crocetta che, al di là delle presunte intercettazioni, ha lasciato la Sicilia abbandonata a se stessa, nonché preda dei grillini.

Elisabetta Gualmini potrebbe correre come sindaco a Bologna
E non si appassiona per Michele Emiliano che in Puglia corteggia «il Movimento 5 Stelle» e a Roma va a una cena di ex dc patrocinata da Beppe Fioroni. Il segretario vuole «aria nuova nel partito». Al centro come in periferia. E qualcuno interpreta così le voci secondo le quali Elisabetta Gualmini, politologa e vicepresidente della giunta dell’Emilia-Romagna, potrebbe correre come sindaco di Bologna. «Renzi - dice il premier parlando di sé - deve tornare a a fare Renzi e quindi basta mediazioni al ribasso». Il che non significa che il premier voglia fare tutto da solo. Anzi. C’è un motivo se ha aperto un dialogo a dir poco intenso con una fetta importante, nonché preponderante, della minoranza interna, capeggiata dal ministro Maurizio Martina. Quella parte della sinistra del Pd gli serve per sostituire i bersaniani renitenti al Pd versione renziana, ma anche quei «giovani turchi» che giocano delle partite in proprio, come è accaduto a Roma, con Orfini.

Trattare con la minoranza
In più, Martina e i suoi servono perché i numeri, nonostante il sempiterno ottimismo renziano, sono quelli che sono e quindi al Senato bisognerà trattare con la minoranza, o almeno con parte di essa, per approvare la riforma costituzionale, perché, come avrà modo di ribadire anche oggi il premier, «sulle riforme bisogna correre». Già, perché secondo Renzi, su questo ha ragione Napolitano: «Non si può sempre disfare la tela». Bersani nei panni di Penelope? Eppure secondo i renziani il sì dell’ex segretario pd dovrebbe essere acquisito perché «non possono essere tutti voti di coscienza». Insomma, basta: «Si torna ad accelerare su tutto e su questo oggi sarò chiarissimo».

Riforme
C’è però chi non crede ancora che il premier abbia veramente intenzione di spingere il piede sull’acceleratore e andare avanti, sul partito, sulle riforme, contro i potentati locali e contro le «burocrazie interne e internazionali». «C’è chi spera nella restaurazione», scherza Renzi con i fedelissimi alla vigilia di questa assemblea del Pd, nella quale il premier ha deciso di «parlare con grande franchezza al partito, ma anche al Paese». Gli avversari interni, come sempre, lo aspettano al varco, anche se avrebbero preferito rinviare la pugna a dopo la calura estiva. Se non altro per il timore che il premier chieda loro un voto in commissione Affari costituzionali del Senato che li vincoli sulla riforma costituzionale. Un voto che non consenta l’indomani, ma nemmeno il mese dopo, di rimettere tutto in discussione, come ha spiegato Renzi ai suoi: «Io sono pronto alla mediazione e ho offerto un ventaglio di ipotesi su cui lavorare. Siamo tutti disponibili a farlo. Se c’è un no, a questo punto, è solo preventivo e mira a far impantanare tutto». Se la gioca, questa volta, Renzi, convinto che non vi siano alternative: «Nemmeno un governo Bersani, Salvini, Brunetta, avrebbe i numeri in Parlamento», è la battuta che ama fare con i fedelissimi.

18 luglio 2015 (modifica il 18 luglio 2015 | 11:21)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_luglio_18/scelte-dem-roma-palermo-cosi-renzi-vuole-ribaltare-partito-84549304-2d17-11e5-ab2f-03a10057a764.shtml
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« Risposta #70 il: Luglio 30, 2015, 10:26:31 »

Il retroscena
Caso Marino, la linea di Renzi: «Se ha il coraggio di farlo spetta a lui andare avanti»
Il via libera condizionato del premier: nessun nome per gli assessori.
«Se farà bene non gli mancherà l’appoggio del governo», dice ancora il segretario del Pd

Di Maria Teresa Meli

Matteo Renzi sa che Roma non può essere derubricata a un «affare locale». Perciò, dopo aver taciuto fin tanto che ha potuto ed essersi limitato a frasi generiche, ieri il premier ha dovuto affrontare la questione. Nel suo stile. Ossia, senza fare nessuna vera apertura di credito a Marino, ma cercando di mantenere l’unità del Pd e il «buon nome» della Capitale.

E questo si è tradotto in un «via libera» condizionato al sindaco, che potrebbe essere anche l’anticamera della fine della giunta. Può sembrare un paradosso, ma è così. Basta sentir parlare Renzi: «Un sindaco viene eletto dai cittadini e questo è un fatto importante. A lui, quindi, toccano tutti gli onori ma anche gli oneri. Lo so bene io che ho fatto il suo mestiere fino a poco tempo fa».

Insomma, «spetta a Marino, se ne ha il coraggio e se è capace di farlo, andare avanti con la nuova giunta: se riuscirà a fare cose concrete e a risollevare la città, non gli mancherà l’appoggio del governo». Ma alla giunta, sia detto per inciso, i renziani, stando almeno alle notizie di ieri sera, non daranno un nome per un assessorato, benché la richiesta sia venuta sia da parte del primo cittadino della Capitale che dal commissario del Pd romano Matteo Orfini. Con il quale, ci tiene a ribadire l’inquilino di palazzo Chigi, «l’obiettivo è comune». Ossia la rinascita della Capitale.

Renzi, «blitz» alla festa dell’Unità di Roma: «Verdini nel Pd? Mai»
Questa volta Renzi non prende la questione di petto. Non fa come al suo solito. Ma si lascia uno spazio per tirarsi fuori nel caso in cui Marino non riesca a definire la sua operazione, o, comunque, non riesca ad andare avanti ancora per molto, nonostante il rimpasto della giunta. «Io - è il ragionamento che fa il premier, stufo di sentirsi tirato in ballo per ogni alito che viene dal Campidoglio - sono più che disponibile, perché, ripeto, so quanto sia difficile il mestiere di primo cittadino». Insomma, da pari a pari. Da sindaco a sindaco, Renzi spiega a Marino che ora tocca a chi guida Roma dimostrare di essere all’altezza della situazione.

Nessun ultimatum, «perché la Capitale non si merita di essere trascinata in una situazione di ingovernabilità». Ma «il sindaco di Roma deve dare un segnale», insiste Renzi. E quale sarebbe mai il segnale che il premier attende? Innanzitutto un corposo pacchetto di «proposte concrete», perché «Roma ne ha bisogno», tanto più adesso che si avvicina il Giubileo. E poi «basta con le polemiche a distanza», che, secondo Renzi, hanno il sapore della «politica vecchio stampo». Per farla breve: Marino non faccia finta che la questione Roma è una competizione tra lui e il premier, perché così non è. «Io - confida Renzi ai collaboratori - finora non ho messo bocca su questa storia proprio per questo, per evitare che i miei sembrassero dei diktat dall’alto, nei confronti di un sindaco che è stato eletto direttamente dai cittadini». Il che non vuol dire che il premier non sia preoccupato per quanto è avvenuto a Roma e per quanto potrebbe ancora avvenire, perciò avverte il sindaco e non solo lui: «Stop con il piccolo cabotaggio».

È vero, Marino «sta sforzandosi in tutti i modi» per fare andare avanti la giunta e la città. Però questo non basta. È chiaro che «Roma è la capitale e il governo farà di tutto per sostenerla». Ma è altrettanto chiaro che Renzi non muoverà un dito se si renderà conto che l’operazione rimpasto è solo il frutto di «personalismi». L’appoggio è garantito, a patto che sia per la Capitale. Non per le velleità dei protagonisti romani di questa vicenda. È per questa ragione che il governo non darà più un euro che non sia «motivato» per Roma. Non un soldo andrà a finire nella voragine del buco del Campidoglio.

Dopodiché, se Marino «è in grado e ha coraggio», «dimostri quello che sa fare», partendo, come ogni sindaco, dai problemi veri: «Le buche, l’immondizia, i trasporti...». E i romani, senz’altro, potrebbero aggiungere qualche altra voce a questo elenco renziano.

28 luglio 2015 (modifica il 28 luglio 2015 | 09:19)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_luglio_28/marino-linea-renzi-se-ha-coraggio-vada-avanti-1de58520-34eb-11e5-984f-1e10ffe171ae.shtml
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« Risposta #71 il: Agosto 02, 2015, 04:30:01 »

Quel piano studiato da mesi per spiazzare destra e sinistra
Avvio in concomitanza con le Amministrative, «ma non è una manovra elettorale»
Il leader non dà per scontate modifiche al ddl Boschi di riforma del Senato

di Maria Teresa Meli

Quello che Matteo Renzi enuncia dal palco dell’Auditorium dell’Expo è un vero e proprio programma per la fase due del suo governo, di qui al 2018. Era da mesi che aveva messo sotto i suoi consiglieri economici e lavorava a stretto contatto con il ministro Padoan alla riduzione delle tasse. Perché per il premier è quello l’obiettivo più importante, non solo per il suo esecutivo ma anche per il suo partito: «Voglio modificare radicalmente l’immagine del Pd, questa è la vera svolta per il Partito democratico. Perciò ho preferito annunciare adesso queste misure, che avremmo dovuto invece annunciare in autunno, per dare subito il segno del cambiamento».
Renzi è perfettamente conscio che nel 2018, quando affronterà l’ultimo punto del suo programma fiscale, quello degli scaglioni Irpef, «diranno che la mia è una manovra elettorale» per le politiche. Ed è anche per questa ragione, spiega, «che voglio dirlo qui e ora». Perché si sappia, appunto, che di un progetto si tratta e non di un mero marchingegno per vincere le prossime elezioni.

Il messaggio
Insomma, il messaggio è che il «taglio delle tasse non è più un tabù». Però il fatto che il primo step del suo programma giunga in coincidenza con le amministrative non può essere un caso fortuito. Il tema delle tasse è un’arma vincente. Spiazza tutti gli avversari, al di là delle loro dichiarazioni polemiche di ieri. A destra come a sinistra sarà difficile, per esempio, condurre una battaglia contro l’abolizione della tassa sulla proprietà della prima casa, quando il governo attuerà il suo piano. Tanto più che Italia, come è noto, i proprietari di un’abitazione sono la stragrande maggioranza e in alcuni dei comuni in cui si voterà il prossimo anno la tassazione è altissima.

La seconda tappa
Nel 2017 Renzi passerà alla seconda tappa del suo programma. Gli interventi su Irap e Ires. «Sulla tassazione dei profitti delle società voglio arrivare ai livelli della Spagna», è il vero obiettivo del premier. Anche questo difficile da contrastare. Sarebbe complicato per Berlusconi spiegare al suo elettorato il motivo per cui non appoggia Renzi. Ma anche la minoranza interna è rimasta spiazzata dal discorso del presidente del Consiglio. Lo si vedeva dai volti e dagli sguardi lì all’Auditorium. Dalla difficoltà di replicare alle sue parole. Del resto, il premier, che si è guardato bene dal fare qualsiasi concessione ai bersaniani, su un punto è stato tassativo: «Dobbiamo occuparci dell’Italia, non discutere solo tra di noi». Come a dire: «Basta occuparci del nostro ombelico». E infatti, mentre gli esponenti della minoranza, sul palco, sembravano rimasti ancora alla puntata del giorno prima e criticavano l’eventuale appoggio dei verdiniani alla riforma costituzionale, il presidente del Consiglio il nome di Denis Verdini non lo ha nemmeno pronunciato. Ai fedelissimi, prima, aveva già anticipato che non lo avrebbe fatto e aveva spiegato: «Dov’è lo scandalo se una decina di senatori vogliono votare la nostra riforma? Non è che noi diamo in cambio presidenze di commissione o posti di governo. Questo non esiste. Abbiamo sempre detto che più gente condivideva il ddl meglio era. Forse il problema è per altri, perché più voti ci sono per la riforma costituzionale, meno contano i loro veti».

La doppia veste di Renzi
Sì perché il Renzi di questa Assemblea nazionale veste i panni del presidente del Consiglio, ma nel contempo quelli del Renzi prima maniera. E si capisce chiaramente che non dà per scontate le modifiche al ddl Boschi. Per carità, lui è pronto al dialogo, ma quel che si arguisce è che la riforma si cambia solo se la maggioranza è d’accordo, certamente non perché la minoranza interna lo impone.

E c’è un terzo messaggio che il Renzi prima maniera ha lanciato ai dirigenti che pensano di gestire le realtà locali a modo loro o credono di riprendersi le chiavi della «ditta»: nel Pd, sino a quando ne sarà il leader, comanderà lui. Nessuno si illuda.

19 luglio 2015 (modifica il 19 luglio 2015 | 09:52)
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_luglio_19/quel-piano-studiato-mesi-spiazzare-destra-sinistra-cbfc6234-2de1-11e5-804a-3dc4941ce2e9.shtml
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« Risposta #72 il: Agosto 28, 2015, 11:36:39 »

Renzi non vuole errori sul Giubileo: dopo l’Expo massimo impegno
L’idea di evitare il voto a Roma nel 2016. A meno che non ci siano le urne anticipate.
Il leader punta a tenere sotto scacco il sindaco, bersagliato dai dirigenti pd

Di Maria Teresa Meli

Matteo Renzi ripone ben poca fiducia nella speranza che la situazione nella Capitale migliori, anche dopo il rimpasto della giunta e l’innesto della coppia Marco Causi-Stefano Esposito. Non è questione di scarso apprezzamento nei confronti dei due nuovi assessori, lo scetticismo del premier riguarda piuttosto la situazione romana in generale e la gestione Marino, in particolare.

Ciò nonostante, il premier vuole che questa giunta vada avanti e non venga sciolta: «Non salviamo Marino, salviamo Roma», ha spiegato ai suoi. E poi ha precisato: «Non voglio aggiungere la Capitale alla lista delle città in cui si vota».

Solo in un caso l’inquilino di Palazzo Chigi correrebbe il rischio delle urne nella Capitale senza temere di regalare la città ai grillini: se si arrivasse veramente allo scioglimento prematuro della legislatura e alle elezioni anticipate. Allora, sarebbe la campagna elettorale di Renzi a livello nazionale che farebbe da traino a Roma.

Se si avverasse una simile ipotesi, sarebbero gli stessi vertici del Pd, nei primi mesi del prossimo anno, a staccare la spina a Ignazio Marino. Ma a bocce ferme, l’ipotesi del voto capitolino viene scartata. Il che non impedisce, però, a Renzi di lasciare che i parlamentari del Pd che si riconoscono in lui continuino a sparare ad alzo zero contro il sindaco.

Lorenza Bonaccorsi, Angelo Rughetti e Gennaro Migliore hanno rinnovato di recente le loro critiche a Ignazio Marino, invitandolo a lasciare il Campidoglio e il presidente del Consiglio non fa cessare le critiche e gli attacchi per due motivi. Da una parte, vuole che sia chiaro che Renzi e i renziani nulla hanno a che spartire con l’attuale gestione capitolina: «La situazione a Roma è tale che io non voglio essere tirato in mezzo e pubblicamente preferisco metterci bocca il meno possibile», ripete il premier ai suoi. Dall’altra, il presidente del Consiglio non ferma i parlamentari anti Marino perché intende tenere sotto scacco il sindaco per fargli capire che da ora in poi sarà sotto tutela e non potrà agire troppo di testa sua.

Anche per questa ragione, Renzi si appresta a sfilare la gestione del Giubileo (e non solo di quello) al sindaco. Del resto, l’appuntamento dell’8 dicembre è troppo importante per vederlo fallire, perché, inevitabilmente, la responsabilità di un eventuale insuccesso dell’Anno Santo ricadrebbe anche sul governo. «Avremo gli occhi di tutto il mondo puntati addosso, ancora di più che per l’Expo, non si possono fare errori o sciocchezze», è il convincimento del presidente del Consiglio, il quale non vuole che, dopo il successo dell’Esposizione universale, che «sta registrando dei numeri pazzeschi», il governo inciampi sul Giubileo. «Non possiamo vanificare il risultato dell’Expo», spiega a collaboratori e fedelissimi il premier.

Tutto deve filare liscio. Perciò l’inquilino di Palazzo Chigi ha fatto pressing sul riluttante Pier Carlo Padoan perché sbloccasse dei fondi a favore del Giubileo.

Ma la domanda che si fanno in molti nel Pd (soprattutto in quello romano) è questa: accetterà Marino di essere messo pubblicamente in un angolo a occuparsi solo del traffico? Perché è chiaro che i provvedimenti che il governo si accinge a prendere sulla gestione della Capitale lasciano poco spazio ai dubbi: il sindaco verrà sottoposto a una sorta di amministrazione controllata.

C’è chi ritiene che alla fine, nonostante l’indubitabile «umiliazione», Ignazio Marino non reagirà a questo stato di cose, perché mediaticamente sarà lui a tagliare i nastri del Giubileo e ciò gli basta. Ma c’è anche chi, nel Pd, teme una sua reazione.

E in questo senso c’è molta preoccupazione per il libro che il primo cittadino sta scrivendo sui suoi primi due anni da sindaco e che uscirà a dicembre. Ossia proprio a qualche mese di distanza dalle elezioni amministrative. Chi conosce bene Marino è infatti convinto che con la pubblicazione delle sue «memorie» dal Campidoglio, il sindaco voglia prendersi una vendetta nei confronti del Partito democratico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
27 agosto 2015 | 07:34

Da - http://roma.corriere.it/notizie/politica/15_agosto_27/renzi-non-vuole-errori-giubileo-l-expo-massimo-impegno-aaec3e02-4c7c-11e5-9b47-ed94dd84ed07.shtml
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« Risposta #73 il: Settembre 02, 2015, 04:38:39 »

Il premier: nessun passo indietro sulla cancellazione di Tasi e Imu
Renzi: «Le riforme danno frutti». L’incontro con Padoan sulla legge di Stabilità: rispetteremo i parametri Ue. «Nessuna ragione di preoccuparsi»

Di Maria Teresa Meli

ROMA Europa o non Europa, per Matteo Renzi è semplicemente «impossibile» non andare avanti con il progetto di cancellare la tassa sulla casa. «Io non torno indietro», ha spiegato il premier ai suoi collaboratori senza perdersi in troppi giri di parole.

Il presidente del Consiglio ha precisato che le sue proposte in materia di fisco sono «un punto centrale» delle priorità del governo: «Rappresentano un patto che facciamo con gli italiani». E un patto del genere, secondo Renzi, non si può disattendere. «Basta con i politici che parlano, promettono e non fanno», è il suo leit motiv.

Insomma, per Renzi «i segnali di crescita ci sono» e le «riforme stanno portando i loro frutti», quindi non vi è motivo per non procedere come stabilito. «In Europa saremo decisi», ha annunciato il premier ai fedelissimi. E ha illustrato questo suo orientamento anche al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che ha incontrato ieri per esaminare la prossima legge di Stabilità. Legge che sarà fondamentale nelle intenzioni di Renzi per raggiungere l’obiettivo che si è dato: quello di una «rivoluzione copernicana» del fisco.

Perciò non sarà l’Europa a convincerlo a venire meno alla parola data agli italiani. Del resto, Renzi ha confermato che «il nostro Paese osserverà i parametri» fissati dall’Unione europea, quindi, a suo giudizio, la stessa Ue non ha ragione di preoccuparsi. Tanto più che, ha osservato il premier con più di un interlocutore, «continueremo a fare le riforme».

Dunque, Renzi ha rassicurato i collaboratori che non solo non cambierà direzione di marcia, ma non vi saranno nemmeno dei rallentamenti. D’altra parte il premier è convinto, e lo ha ribadito ieri ai fedelissimi, che l’Europa «non ci può dire quali tasse abbassare». Non lo può certo fare quell’Europa che è stata «assente» sul fronte dell’immigrazione, lasciando l’Italia e la Grecia da sole a fronteggiare l’arrivo dei barconi e le stragi in mare. «Non penso che ci proveranno e se ci provano avranno una risposta adeguata», è la linea che ha illustrato ieri ai suoi.

Per Renzi la posta della «rivoluzione fiscale» è troppo alta. Ha studiato questa uscita da mesi, è andato poi definendola e quindi ora non intendere abbandonare quella che sarà «una parte fondamentale» del suo programma. E questo non solo perché le elezioni amministrative sono previste per la primavera del prossimo anno, o perché si potrebbe scivolare e arrivare anche alle politiche anticipate (ipotesi, questa, a cui Renzi continua a dire di non credere): «É l’Italia che ha bisogno di questa ulteriore spinta, ed è per l’Italia che questo progetto deve andare avanti, non per il destino futuro del governo o per il mio personale».

Quindi, se non ci sarà da litigare o da alzare la voce con l’Unione europea, per Renzi, è ovviamente meglio. Ma se invece per raggiungere il suo scopo dovrà sbattere i pugni sul tavolo di Bruxelles, allora non si tirerà indietro. É pronto a farlo. Per un’unica cosa il premier non è disponibile: ritirarsi in buon ordine e rinviare il progetto di cancellare la tassa sulla casa nel 2016.

2 settembre 2015 (modifica il 2 settembre 2015 | 09:13)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/politica/15_settembre_02/premier-nessun-passo-indietro-cancellazione-tasi-imu-761bdf42-5141-11e5-addb-96266eadb506.shtml
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« Risposta #74 il: Ottobre 26, 2015, 11:47:01 »

Se la satira volgare prende di mira il ministro donna e le unioni gay
Una vignetta inserita nella nota quotidiana di Forza Italia ironizza sul ministro Boschi e sulle unioni civili.
Ma il risultato è tutt’altro che divertente


Di Maria Teresa Meli

Ci sono uomini (politici) che odiano le donne. Accade in Italia. E succede anche che nella nota q quotidiana del gruppo di Forza Italia, il cosiddetto Mattinale, creatura del presidente dei deputati azzurri Renato Brunetta, appaia una vignetta sessista (che il Corriere ha deciso di non pubblicare) contro Maria Elena Boschi. La libertà di satira è sacra. Anzi è più che sacra. Ed è inviolabile, naturalmente. Ma se il sarcasmo è al servizio di una parte politica, allora le cose cambiano e criticare quella «striscia» è legittimo.

La storia è questa. In un fumetto dal titolo «Boschi, unioni civili con chi ci sta» si vedono le gambe nude di una donna, che è distesa su un letto e che chiede ammiccante: «Chi vuole fare un’unione civile con me?». Ovvio che una vignetta simile non poteva non suscitare un «caso» e una polemica che non si è sopita nemmeno dopo le «scuse» (tardive). Renato Brunetta giustamente si indigna ogni volta che qualche politico fa della greve ironia sulla sua statura. Ma, evidentemente, il capogruppo di Forza Italia alla Camera usa due pesi e due misure. Quel che vale per lui non vale per gli altri. Tanto più se i bersagli in questione sono una donna, colpevole di essere bella e giovane (oltre che brava), e un tema (l’omosessualità) che non divide più i cittadini italiani, ma solo i parlamentari nostrani. La ministra delle Riforme sta riuscendo a completare l’iter difficile di un disegno di legge costituzionale che ha il suo nome, e che aveva avuto in prima battuta i voti di Forza Italia. É ovvio che questo sia motivo di grande disappunto per Brunetta. Non solo: Boschi si è anche espressa con grande nettezza (unica nel governo) a favore delle unioni civili. Ma il capogruppo di Forza Italia, invece di rilasciare delle dichiarazioni critiche nei suoi confronti, come avrebbe fatto se il suo avversario politico fosse stato un uomo, ha preferito affidarsi alla satira volgare del Mattinale.

Insomma, a quanto pare, la colpa della ministra Maria Elena Boschi è doppia, anzi, tripla: è giovane, bella ed è una donna. Perciò contro di lei è meglio utilizzare il sessismo e non la polemica politica. Quella si riserva ai «maschietti». Per le «femminucce» non vale la pena. Come non vale la pena prendere sul serio i problemi di tutti gli omosessuali italiani che vorrebbero riconosciuti quei diritti che nel resto del mondo occidentale sono acquisiti ormai da tempo.

22 ottobre 2015 (modifica il 22 ottobre 2015 | 10:46)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/politica/15_ottobre_22/se-satira-volgare-prende-mira-ministro-donna-unioni-gay-5208888e-788e-11e5-95d8-a1e2a86e0e17.shtml
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