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Autore Topic: Maria Teresa MELI  (Letto 13528 volte)
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« Risposta #15 il: Gennaio 27, 2013, 06:05:22 »

Il retroscena - I dati registrano una flessione di 1-2 punti: Calo nei sondaggi, ora il Pd teme «l'effetto Mps»

Bersani deluso dagli attacchi del premier «Insinuazioni non da persona seria»


ROMA - C'è preoccupazione, e c'è rabbia nel quartier generale di Pier Luigi Bersani. Quanto durerà la bufera del caso Monte dei Paschi di Siena? «Non lo so», ammette lo stesso segretario. E quali saranno le conseguenze? Simili forse a quelle dell'affaire Unipol del 2005, che sprofondò gli allora Ds in grandi difficoltà? Su questo il leader del Partito democratico ha la risposta pronta: «So che stavolta non ci riusciranno».
Ma quando le luci dei riflettori si allontanano e Bersani si slaccia il primo bottone della camicia e allenta la cravatta restano solo i fedelissimi e gli amici. E con loro il segretario può essere più esplicito: «Avevo detto che non sarebbe stata una campagna elettorale facile, che non dovevamo già dare tutto per scontato. Sapevo che avrebbero provato in ogni modo a impedirci di vincere». A dire il vero sembra una magra consolazione avere azzeccato le previsioni. Ma tant'è. Quello che a Bersani non va assolutamente giù è la polemica innescata da Mario Monti. Gli insulti di Grillo erano preventivati, le accuse del centrodestra prevedibili, ma il comportamento del premier... no, quello non se lo aspettavano al Pd.

Con i suoi Bersani ragiona in questi termini: «Quello di Monti è stato un attacco a freddo per metterci in difficoltà e questo non è da persona seria». E ora gli occhi dei dirigenti del Partito democratico sono tutti puntati ai sondaggi. C'è un primo campanello d'allarme. Lo segnala in un articolo su Europa Paolo Natale, esperto di analisi dei dati statistici e dei sondaggi: c'è «un piccolo ma significativo decremento delle intenzioni di voto nei confronti del Pd. Poca cosa, per ora, diciamo uno/due punti percentuali». Magari non succederà nulla, spiega Natale, perché non è detto che il calo dei consensi sia direttamente legato alla vicenda Mps. Ma c'è il rischio che l'elettorato colleghi questa storia a quella dell'Unipol del 2005 e allora «potrebbe enfatizzare un rapporto mai molto chiaro, e mai molto chiarito, tra il Pd e il mondo bancario». In questo caso il tesoretto dei consensi del Partito democratico potrebbe essere «eroso in maniera sensibile».

Insomma, nonostante le parole d'ordine ufficiali in casa del Pd i timori non mancano. Non a caso anche Renzi, che ha sempre criticato il rapporto tra Mps e partito, tanto da chiudere a Siena la sua campagna elettorale per le primarie il 24 novembre dello scorso anno, oggi preferisce parlare poco o niente. Non vuole essere additato come un traditore, visto il clima che c'è, con Bersani che richiama il partito alle armi contro chi polemizzerà ancora con il Pd, e Massimo D'Alema che spiega ai compagni di partito: «Ci sono ambienti di questo Paese che non ci vogliono al governo». Ritornano nella sinistra italiana paure antiche, riferimenti ai poteri forti... e il 2005 sembra improvvisamente più vicino.

Bersani però non vuole dare l'impressione di un partito che gioca in difesa. Dal suo staff ieri minimizzavano gli effetti sul Pd dell'attacco di Monti: «Il premier - era la spiegazione che filtrava dall'entourage degli uomini del segretario - avrà deciso di andare addosso a noi per prendere voti a Berlusconi. Noi non abbiamo problemi, ma deve stare attento a non esagerare che così facendo rischia di imboccare una strada senza ritorno». Il segnale che parte da Largo del Nazareno all'indirizzo di Monti è chiaro: se su suggerimento di Larry Grisolano (l'uomo che per David Axelrod si occupa della campagna del Professore), il premier continuerà a bastonare sul Pd, allora non ci potranno essere rapporti di collaborazione nemmeno in futuro.

Dunque, il presidente del Consiglio è avvisato: se vuole avere un rapporto con il Pd all'indomani delle elezioni è bene che non travalichi i limiti. Piuttosto torni a essere la persona seria di un tempo. Ma siccome Bersani è uomo politico troppo accorto per non capire che bisogna mandare anche altri messaggi, questa volta all'opinione pubblica e all'elettorato, il Pd lascia intendere di essere comunque pronto ad avviare un'analisi seria e approfondita sul sistema delle banche italiane e disponibile a un confronto per elaborare nuove regole. È su questo terreno, spiegano a Largo del Nazareno, che Monti può innescare una sfida costruttiva con il Partito democratico, non su quello «delle insinuazioni degne di un Berlusconi».

Maria Teresa Meli

27 gennaio 2013 | 10:44© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_gennaio_27/pd-sondaggi-calo-mps_56f88442-6852-11e2-b978-d7c19854ae83.shtml
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« Risposta #16 il: Febbraio 28, 2013, 11:22:24 »

Elezioni 2013 - L'intervista

D'Alema: impegno con 5 Stelle e Pdl

«A loro la presidenza delle Camere. Ora dobbiamo salvare il Paese. No all'ipotesi di un governissimo. Neanche Grillo può volere che si precipiti verso le urne. Monti? Dialogo con chi è indispensabile»


Presidente D'Alema questo voto ha messo in agitazione tutti.
«La situazione dell'Italia era già grave prima, ma questo voto rischia di approfondire la crisi e renderla drammaticamente irreversibile, come si vede anche dalla prima sia pur contrastata reazione dei mercati finanziari. Viceversa, potrebbe rappresentare l'occasione per una svolta positiva».

In che senso?
«Nel senso che forze che si sono aspramente contrapposte potrebbero assumere una comune responsabilità e farlo in modo nuovo rispetto alla politica tradizionale».

Voi del Pd siete stati colti alla sprovvista. Pensavate di vincere.
«Non posso dire di essere tra quelli che sono stati presi di sorpresa. Non è stata colta la drammaticità della frattura tra cittadini e sistema politico che è emersa nel corso della campagna elettorale e che certamente viene da lontano».
Il voto grillino ha rappresentato una bella botta per voi.

«Si è pensato che i grillini pescassero solo a destra e questo è stato vero, in una certa misura, almeno all'inizio; ma poi a un certo punto una parte dell'elettorato del centrosinistra si è volto in quella direzione, tant'è che il voto per Grillo ha in parte prosciugato Sel e ha colpito fortemente noi per diverse ragioni: forse più per angoscia sociale nel Mezzogiorno e più per protesta contro la politica tradizionale nel resto del Paese. La spinta al cambiamento è stata per lo più intercettata dal Movimento 5 Stelle: è un dato con cui dobbiamo fare i conti. Però adesso vorrei soffermarmi sui dati più immediati».

Ossia?
«È chiaro che siamo di fronte a un voto che segna la fine di un'epoca, tuttavia il Paese deve essere governato. Non è che possiamo fare un convegno culturale, c'è una priorità: salvare il Paese e trovare una soluzione che passi attraverso un'assunzione di responsabilità da parte delle forze principali. Questo significa, innanzitutto, Movimento 5 Stelle, centrodestra e noi».

E Monti?
«Naturalmente, non sottovaluto il ruolo del centro di Monti, ma occorre rivolgersi alle forze che, per il peso del consenso ricevuto, sono indispensabili a garantire la governabilità del Paese. Mi dispiace che Monti abbia fatto una campagna elettorale come se i problemi del Paese fossero rappresentati da una sinistra non abbastanza riformista, non vedendo che razza di ondata stava per abbattersi sul Paese. Una violenta reazione di matrice populista, con un duplice segno: di critica all'Europa e anche al sistema politico italiano. Attenzione, entrambe le critiche hanno un fondamento, sono le risposte che non sono convincenti. In mezzo a tutto questo sommovimento, Monti pensava di fare l'ago della bilancia, quando invece il problema era fare argine alla destra e al populismo».

Tornando all'assunzione di responsabilità, che cosa vuol dire?
«Significa innanzitutto far funzionare le istituzioni. Parliamoci chiaro: nessuno può avere interesse a precipitare il Paese verso nuove elezioni, che sarebbero un drammatico choc. Neanche il Movimento 5 Stelle, che ha ottenuto un successo e che ragionevolmente credo voglia dimostrare la capacità di generare cambiamenti positivi per l'Italia».

Ma Grillo all'apertura di Bersani ha risposto picche.
«È presto per valutare le posizioni che alla fine verranno prese. Mi pare di vedere una certa difficoltà e anche, inevitabilmente, una tendenza a fare tattica. Mi pare anche che questa posizione di Grillo incontri qualche perplessità nel suo stesso mondo. Vedremo...».

Quindi cosa propone?
«Voglio essere assolutamente chiaro: c'è qualcosa che non può esser fatto nel modo più assoluto e cioè offrire al Paese l'immagine di partiti che cominciano le trattative per un qualche governissimo. È tale il fastidio verso la politica e i suoi riti che una cosa del genere non potrebbe mai funzionare. Quando parlo di assunzione di responsabilità mi riferisco alla possibilità che ciascuno, mantenendo la propria autonomia, possa confrontarsi in Parlamento alla luce del sole. Il primo problema è il funzionamento delle istituzioni e ritengo che le forze politiche maggiori debbano essere tutte coinvolte. E che quindi al centrodestra e al Movimento 5 Stelle vadano le presidenze delle due assemblee parlamentari, ovviamente sulla base della proposta di personalità che siano adeguate a ruoli istituzionali di garanzia».

E poi?
«Poi il Parlamento, e questo appello è rivolto ovviamente a tutti, deve consentire che il governo possa funzionare ricevendo il voto di fiducia. Il modello siciliano adombrato da Grillo può essere una buona idea, ma c'è una differenza istituzionale: in Sicilia il presidente è eletto dal popolo, a livello nazionale il capo del governo, se non riceve la fiducia del Parlamento, non può governare. Quindi, il confronto caso per caso finisce prima di cominciare. Dunque, ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità, senza ammucchiate e senza pasticci. Non dico che bisogna eliminare in modo artificioso le differenze che restano profonde, ma per una volta si può tentare di farne un elemento di ricchezza e di confronto e non necessariamente di scontro pregiudiziale, che rischierebbe di paralizzare le istituzioni e produrrebbe un danno difficilmente rimediabile al Paese».

Quindi niente governissimo Pd-Pdl?
«Esatto. Sono d'accordo con Bersani. A questo punto, il sistema politico-democratico è chiamato a una prova cruciale: se è in grado o meno di fare le riforme che tante volte ha annunciato e che sin qui non è stato capace di fare. E il sistema politico-democratico comprende, oggi, anche Grillo che, a mio parere, non può chiamarsi fuori».

E allora?
«La nostra è una proposta di radicale cambiamento che dovrebbe interessare innanzitutto le forze che vogliono il cambiamento. Allora dobbiamo fare una legislatura costituente. Dobbiamo dimezzare il numero dei parlamentari, ridurre quello degli eletti, riformare radicalmente la struttura amministrativa del Paese, mettere mano ai costi della politica, combattere la corruzione, varare una seria legge sul conflitto di interessi. Poi io sono anche dell'opinione che occorra una nuova legge elettorale. In una situazione frammentata come quella italiana l'unica soluzione sarebbe il doppio turno alla francese».

C'è chi dice che non abbia senso senza il presidenzialismo.
«Non demonizzo l'elezione diretta del presidente della Repubblica, che può anche servire a rafforzare l'unità del Paese. Si potrebbe fare un referendum di indirizzo sulla forma di governo, impegnando il Parlamento a seguire la decisione popolare».

E che altro si dovrebbe fare?
«Bisogna aggredire il tema del debito, facendo un'operazione sul patrimonio pubblico: valorizzazioni e dismissioni intelligenti, quindi non quelle industriali. E poi, ciò che è fondamentale è imprimere una svolta nel senso della crescita, del lavoro e della giustizia sociale. Non dimentichiamoci, infatti, che una chiave di lettura di questo voto è la disperazione sociale. La gente non ce la fa e comprensibilmente è esasperata verso tutti. Il voto dovrebbe mettere in allarme pure le tecnocrazie di Bruxelles, perché parla anche di loro: ci vuole un governo che abbia un mandato forte per fare valere queste ragioni anche in Europa. Il punto non è "Europa sì", "Europa no", ma "Europa come"».

E il reddito di cittadinanza?
«Ma chi può essere contrario al reddito di cittadinanza? Il problema è quello di trovare i soldi... Certo, se il Paese brucia un'enorme quantità di risorse in una crisi politica senza sbocchi ce ne saranno molte di meno anche per il reddito di cittadinanza».

Ma chi dovrebbe guidare questo governo? Bersani?
«Lo guiderà il partito che ha la maggioranza relativa al Senato e quella assoluta alla Camera. E che ha espresso come candidato premier Bersani».

Maria Teresa Meli

28 febbraio 2013 | 9:04© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/speciali/2013/elezioni/notizie/28-febbraio-dalema-impegno-5stelle-pdl-meli_d21c1dd0-8168-11e2-aa9e-df4f9e5f1fe2.shtml
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« Risposta #17 il: Marzo 05, 2013, 05:14:41 »

Il caso

Via targhe e vini: il Palazzo si piega ai 5 Stelle

Ma il veterano Colombo avverte: senza giacca li butto fuori


ROMA - Solo per Emilio Colombo il tempo sembra non passare mai. E non tanto perché porta i suoi quasi 93 anni bene che più bene non si può.
Il senatore a vita sembra essere l'unico, nei palazzi della politica, a restare attaccato alle tradizioni, e non c'è Beppe Grillo che tenga.

Colombo, che presiederà la prima seduta dell'assemblea di palazzo Madama essendo il più anziano in quel consesso, ha già messo le mani avanti con gli amici: «Se i senatori del Movimento 5 Stelle si presentano senza giacca e cravatta io non li faccio entrare in Aula».
L'esponente della «fu» Democrazia cristiana sembra l'unico a voler resistere all'onda dei grillini. Per il resto, nei palazzi della politica romana ci si adegua con incredibile velocità.

Alla Camera funzionari che annusano il vento hanno fatto sparire le tracce dei privilegi. Nella stanza riservata ai deputati che volevano leggere i giornali - ma che più che altro la usavano per lunghi pisolini - è sparita la targa che precisava come il luogo fosse off limits per i comuni mortali. All'ufficio della posta si è volatilizzata come d'incanto l'insegna d'ottone che ammoniva a dare la precedenza agli «onorevoli deputati». In Corea, il corridoio parallelo al Transatlantico, quello posto alle spalle dell'Aula, i commessi non inseguono più i giornalisti per cacciarli. Per un regolamento interno di Montecitorio anche quello spazio è riservato ai parlamentari. Ufficialmente perché possano tenere le loro riunioni lontane da orecchie indiscrete, in realtà perché non vengano visti in compagnia di clienti, lobbisti e ospiti di dubbia moralità. Ma con i grillini in arrivo meglio chiudere un occhio, anzi due, anzi ancora, meglio lasciarli entrambi serrati e voltarsi pure dall'altra parte. Non si sa mai dicano che la «casta» vuole tenersi stretto qualche metro quadrato di corridoio.

Anche alla buvette la Camera si è adeguata al nuovo che avanza. Sembra di entrare in un emporio bulgaro, dice qualcuno. No, sembrano i magazzini Gum della Mosca sovietica, replica qualcun altro. Le scatole di cioccolatini di marca sono scomparse. Le poche bottiglie di vino decenti anche. Restano sui banconi panini stantii, un po' di frutta dall'aria affranta e qualche tavoletta di cioccolato non particolarmente pregiato. I prezzi sono esposti ovunque, a mostrare che non sono più bassi che altrove. Fatica sprecata. L'altro giorno, quando hanno fatto la loro gita a Montecitorio, i grillini si sono tenuti ben lontani dalla buvette, quasi fosse un luogo del demonio.

Al Senato, nel frattempo, si provvede a competere in austerity con la Camera. Il ristorante che è stato chiuso pochissimo tempo fa, resterà sbarrato. Era stato la pietra dello scandalo per i prezzi bassissimi e ora è più opportuno evitare che i grillini si ricordino quell'episodio non propriamente commendevole. Si farà un altro appalto, si manterrà l'attuale, sarà quel che sarà, ma si deciderà solo quando si saranno insediati i nuovi senatori. Per ora basta e avanza il bar interno.

Maria Teresa Meli

5 marzo 2013 | 7:34© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_marzo_05/via-targhe-e-vini-il-palazzo-si-piega-allo-tsunami-5-stelle-maria-teresa-meli_8f8937a4-8556-11e2-b184-b7baa60c47c5.shtml
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« Risposta #18 il: Marzo 10, 2013, 11:22:33 »

l retroscena

Continuano i tentativi di convincere i 5 Stelle: in azione Errani e Puppato

Intesa con il M5S, Errani e Puppato in campo

I pontieri del Pd giocano l'ultima carta

La via della trattativa «alla luce del sole».

E tra i «giovani turchi» si guarda al sindaco di Firenze


ROMA - Il treno del Pd continua a correre su un doppio binario. Impresa improba, perché il rischio di deragliare è reale.
Le rotaie lungo le quali Bersani sta inseguendo la sua premiership fanno tappa dai grillini. Convincerli, blandirli, agganciarli... tutti obiettivi difficili, ma il segretario non demorde. E gioca su più piani questa partita.

Da un lato c'è Vasco Errani che continua a tessere la rete del rapporto con gli eletti del «Movimento 5 Stelle». A lui e ad altri parlamentari emiliani il compito di capire quale sia la disponibilità degli eletti di Grillo. Poi c'è il canale di comunicazione aperto con Sandra Bonsanti, figura di spicco del movimento Libertà e giustizia: in lei il Pd individua la possibile intermediaria con i parlamentari 5 Stelle. Quindi ci sono le amicizie personali. Il leader toscano del movimento che fa capo al comico genovese si chiama Massimo Artini: frequentava la stessa scuola di Matteo Renzi, ma, soprattutto, è grande amico di Lapo Pistelli. Gli cura il sito Internet e lo conosce da anni. Infine c'è la rete. Che serve per mobilitare un'ondata grillina a favore dell'accordo con il Pd. Ieri c'è stato l'appello via Internet di un gruppo di intellettuali che chiedono ai 5 Stelle di non voltare le spalle al Partito democratico. Ma questo è solo un assaggio perché i maggiorenti del Pd sanno bene che gli intellettuali più che attrarre possono respingere questi ambienti: perciò si punta alla mobilitazione «dal basso» del popolo della rete.

Domani verranno anche scelti i due parlamentari che tratteranno «alla luce del sole» con i grillini. Del tandem dovrebbe fare parte Laura Puppato, ma è chiaro che non è quella ufficiale la diplomazia che riuscirà a sbloccare la situazione. Nessuno in casa democratica crede che alla fine i 5 Stelle accetteranno l'offerta della presidenza della Camera, il che complica ulteriormente i giochi di Bersani. Già, perché se Grillo dicesse di sì il Pd potrebbe offrire la guida dell'assemblea di palazzo Madama al Pdl senza incorrere nell'accusa di voler «inciuciare». In questo schema il nome che era stato scelto era quello di Gaetano Quagliariello. Ma se i grillini insistono nel rifiutare questa offerta allora il Pd terrà per un suo uomo (Dario Franceschini) la poltronissima di Montecitorio e cederà la presidenza del Senato a un esponente della lista Monti (il nome più gettonato fino a ieri era quello dell'ex europarlamentare del Pdl Mario Mauro).

Del resto, lo stesso Bersani non sembra di certo sprizzare ottimismo da tutti i pori e ieri ad alcuni parlamentari che gli chiedevano lumi sulle trattative con i grillini per il governo rispondeva con queste parole: «Non credo che siano possibili cambi di casacca nell'immediato... magari più in là. E questo non risolve il problema, tanto più che in questa situazione così complicata c'è la variabile impazzita di Berlusconi. Se il Cavaliere vuole davvero le elezioni le otterrà, è inutile prenderci in giro. Il quadro è così instabile che basta una qualsiasi forzatura per non farlo reggere».

Ma, come si diceva, il treno del Partito democratico sferraglia anche su altre rotaie. Dietro il Bersani che cerca di dare al suo partito ciò che secondo lui merita, e cioè la guida del Paese, c'è uno stato di agitazione permanente da parte del Pd. Non si sta parlando dei dirigenti che hanno già fatto mostra di essere pronti a ripiegare su Renzi, nel caso in cui il tentativo del segretario non vada in porto. Ora sono i «giovani turchi» a muoversi. E non lo fanno più come una falange compatta sotto l'insegna di «Bersani o morte». Adesso la nuova sinistra del Pd annusa Renzi. Sì, proprio lui, quello che fino a poco tempo fa era lo «spauracchio» dei giovani turchi, l'«uomo nero» contro cui combattere nelle primarie prossime venture. Corre voce che anche Bersani, il quale ha sempre detto di aborrire i «personalismi», abbia aperto uno spiraglio alla via d'uscita che vede nel sindaco di Firenze candidato premier di un centrosinistra alleato con Monti e con Vendola (se ci sta).

L'altro giorno Matteo Ricci, presidente della provincia di Pesaro, bersaniano, vicino ai giovani turchi, ha voluto parlare a tu per tu con Renzi per capirne le mosse e per ribadirgli le sue idee. Ricci aveva già anticipato al Foglio questa inversione di rotta: «Matteo può essere il leader di una nuova generazione». Non si tratta di un caso isolato. Già il sindaco di Bologna Virginio Merola aveva dichiarato che Renzi rappresentava «l'unica speranza di rinnovamento». E persino Orfini, che del sindaco rottamatore è stato acerrimo nemico fino a pochissimi giorni fa, l'altro ieri ragionava così con un compagno di partito: «Non è detto che occorra andare a una sfida all'Ok Corral con Renzi: in realtà le nostre posizioni dopo le elezioni sono più vicine di prima».
D'altra parte è sempre stato Bersani il primo a dire che «la ruota deve girare». E ora potrebbe girare in favore del vento renziano.

Maria Teresa Meli

10 marzo 2013 | 8:18© RIPRODUZIONE RISERVATA

DA - http://www.corriere.it/politica/13_marzo_10/errani-puppato-pontieri-pd-trattativa-m5s_1153cba6-8952-11e2-9abc-68ed907a89d3.shtml
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« Risposta #19 il: Marzo 15, 2013, 11:29:00 »

A Grillo dovremmo dire che cosa vogliamo fare noi»

Renzi riunisce i «suoi» parlamentari: basta con i tatticismi, così destinati all'insuccesso

Il sindaco di Firenze: «Non vogliamo parlare di presidenze, vogliamo parlare agli italiani dei problemi che hanno»


ROMA - Parola di Matteo Renzi prima, durante e dopo la riunione con i «suoi» parlamentari: «Noi non cerchiamo rese dei conti interne, ma non ci si chieda nemmeno di condividere un'impostazione destinata all'insuccesso». Per farla breve, il sindaco di Firenze è già in campagna elettorale, perché non crede che questa legislatura sia destinata a durare molto. «Se la sbrogliassero loro», dice un parlamentare renziano per semplificare il quadro. Il sindaco non si esprime così, ma nell'incontro dice: «Non cogestiamo questa linea e non vogliamo partecipare a logiche di potere interne». Insomma, ripete il primo cittadino rottamatore, «niente tatticismi», perché «non vogliamo parlare di presidenze, vogliamo parlare alla gente, vogliamo parlare agli italiani dei problemi che hanno».

Per la verità Renzi vorrebbe parlare pure dei tanti giovani parlamentari, suoi ma anche bersaniani, che il Pd ha portato alla Camera e al Senato. «E invece - confessa amareggiato a un amico - si finisce per discutere solo dei grillini perché il Pd si concentra esclusivamente su Bersani, Franceschini, Finocchiaro, e non si dà spazio ai nostri tanti nuovi parlamentari, non li si valorizza e questo è un peccato». Non piacciono a Renzi (ma pure a tanti deputati e senatori che si rifanno alle sue posizioni) né i compagni di partito che ora inneggiano alle manette per Berlusconi, né quelli che inseguono Beppe Grillo e i suoi seguaci.

«Il problema - dice il sindaco di Firenze - non è quello di mandare il Cavaliere in galera, ma di mandarlo in pensione». Quanto alla rincorsa al Movimento 5 Stelle, anche su questo fronte il primo cittadino di Firenze è netto nello spiegare le sue idee: «Stiamo chiedendo a Grillo: "cosa vuoi fare?" E invece dovremmo dirgli noi quello che vogliamo fare». Per Renzi è assurdo «continuare a inseguirlo mentre lui ci sputa in faccia, senza nemmeno metterlo in difficoltà rilanciando sul finanziamento pubblico ai partiti e sui costi della politica». Perché, ricorda il sindaco rottamatore, il rinnovamento non può essere una rappresentazione ma deve essere reale. L'idea che il grillino sia «offerto à la carte » fa sorridere il sindaco di Firenze. Il quale non si spinge a dire, come alcuni parlamentari renziani, «lasciamo che Bersani vada a sbattere contro un muro», ma appare evidente in ogni suo gesto e in ogni sua parola che questo è quello che pensa. Il primo cittadino del capoluogo toscano non sembra apprezzare nemmeno le trattative sotto banco che qualcuno nel Pd (non Bersani, ovviamente) sta facendo con Scelta Civica e con il Pdl. Renzi, infatti, ritiene superato il governo Monti: per lui non può esserci un «sequel».

E per questo elenca i punti deboli di quell'esperienza. Sarà su questo terreno che darà battaglia. In Parlamento, se non si andrà alle elezioni. Nella campagna elettorale per le primarie e in quella per le elezioni vere e proprie se la situazione precipiterà. Il patto di stabilità dei Comuni, innanzitutto. È un problema che va affrontato una volta per tutte. Renzi ne ha parlato anche prima della riunione con il presidente dell'Anci Graziano Delrio, e ne discute durante l'incontro a cui è presente pure il sindaco di Reggio Emilia. Quindi la semplificazione della burocrazia amministrativa. L'ultima questione (non certo per importanza, perché anzi da questo punto di vista è la prima) riguarda il lavoro: «Elsa Fornero sbagliava perché insisteva sulla libertà di licenziare, invece noi dobbiamo puntare sulla libertà di assumere». Su lavoro si incentrerà la sua campagna elettorale contro Grillo, quando sarà.

Sono discorsi, quelli di Renzi, che convincono soprattutto i giovani parlamentari, i quali non si stancano mai di ripetere: «Siamo qui perché vogliamo fare qualcosa di utile, non perché intendiamo occuparci delle beghe di partito». Il sindaco ascolta e parla quel che basta. Quel che serve a capire che lui vuole passare per le «primarie». Anche «a maggio, se il voto sarà a giugno». Non vuole farsi cooptare dai maggiorenti del partito, che già sono tutti in processione da lui: chi si limita a una telefonata, chi chiede un colloquio a tu per tu. Servono le primarie per legittimare il nuovo leader e per far ripartire il centrosinistra. Dicono che Mario Monti sia d'accordo con questa impostazione e che tra Bersani e Renzi abbia scelto il secondo.

Ma non è a questo che punta il sindaco rottamatore. Lui è più ambizioso e vorrebbe «cambiare la politica». Intanto non potendo rivoltare il Pd «come un calzino» ha cambiato il modo di riunirsi dei suoi parlamentari: all'uscita della riunione ogni partecipante ha dovuto sborsare dieci euro per pagare la sala.

Maria Teresa Meli

15 marzo 2013 | 7:42© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_marzo_15/renzi-riunisce-i-suoi-meli_07267aa8-8d39-11e2-b59a-581964267a93.shtml
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« Risposta #20 il: Marzo 18, 2013, 04:38:49 »

DOPO IL VOTO - Il piano di riforma del finanziamento pubblico.

Bersani ai suoi: governo anche solo di due anni

Renzi: meglio se Pier Luigi va avanti. L'obiettivo del leader è un esecutivo breve che si occupi delle riforme


ROMA - «Ragazzi, si può andare avanti: c'è la concreta possibilità di fare un governo». Pier Luigi Bersani è convinto che dall'altro ieri si sia aperto uno spiraglio e cerca di galvanizzare i suoi. Con questa spiegazione: «Ieri tutti quelli che volevano il governissimo sono stati sconfitti: l'elezione di Grasso al Senato dimostra che non c'è una maggioranza alternativa alla nostra. Insomma, ora siamo più forti e legittimati per chiedere un mandato». Bersani è fiducioso: «Sono pochi quelli che vogliono veramente andare a votare. La Lega, per esempio, ha bisogno di tempo».

Già, il Carroccio. Raccontano che l'elezione di Laura Boldrini sia stata interpretata da Roberto Maroni come una chiusura. Ma così non è. Tant'è vero che Stefano Fassina, intervistato dall' Avvenire , dichiara: «La Lega sa che Bersani ha una cultura autonomista non improvvisata ed è un interlocutore affidabile, ci può essere attenzione reciproca».

Quindi c'è il capitolo Grillo. Come spiega il segretario del Pd: «Lì dentro si è aperto un confronto politico e questo è un fatto positivo.
La verità è che se si va sul loro terreno si aprono delle brecce. Perché ci saranno delle occasioni in cui dovranno decidere se stare con il centrosinistra o con Berlusconi».

Infine, i montiani, perché servono anche loro per un futuribile governo. Bersani non nasconde «l'amarezza» per l'atteggiamento del premier, tant'è vero che l'altro ieri si è negato al telefono quando Monti lo cercava. Però da politico pragmatico sa che con il centro bisognerà comunque arrivare a un accordo se si vuole dare vita a un governo. Che, secondo Bersani, potrebbe durare non meno di due anni, due anni e mezzo, «nonostante la fragilità di questa legislatura».

Infatti nel programma su cui il leader del Pd intende far convergere anche le altre forze politiche sono previsti: il «superamento del finanziamento pubblico», compensato da «un sistema di piccole contribuzioni private assistite da parziali detrazioni fiscali»; il dimezzamento dei parlamentari (da 630 deputati a 300, da 315 senatori a 150); l'equiparazione dello stipendio dei parlamentari a quello di un sindaco di un capoluogo di provincia; l'istituzione di un tetto per i dirigenti pubblici.

Un governo che deve fare queste riforme ha bisogno di tempo, perciò, per dirla con Bersani, «una volta che è partito, poi è difficile staccargli la spina, perché chi si prende la responsabilità di affossare le riforme? Grillo?». Il quale Grillo, sia detto per inciso, continua a crescere nei sondaggi a disposizione del Partito democratico. Ormai ha oltrepassato quota 30 per cento. Certo, bisogna vedere se dopo le ultime mosse di Bersani (l'elezione di Laura Boldrini e Piero Grasso) e il confronto interno che si è avviato dentro il Movimento 5 stelle i nuovi sondaggi, tra qualche giorno, registreranno un'inversione di tendenza. Ma per ora la situazione è questa.

Perciò una parte non indifferente del Pd dubita che in caso di insuccesso di Bersani si vada a votare a giugno. Perché per il centrosinistra le elezioni anticipate possono rivelarsi un azzardo pericoloso. Quindi c'è chi - non Bersani - ipotizza un governo del Presidente presieduto da Grasso o un altro esponente estraneo ai partiti. Ma c'è pure chi - tra i bersaniani - in caso di fallimento punta alle elezioni con Renzi candidato. Il sindaco, invece, non ci pensa. Come ha spiegato ai suoi l'altro giorno: «Se si fa un governo che dura una legislatura per me è anche meglio. Mi ricandido a sindaco e ho il tempo di rafforzarmi nel partito e all'esterno».

Maria Teresa Meli

18 marzo 2013 | 9:23© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_marzo_18/bersani-ai-suoi-governo-anche-solo-di-due-anni-maria-teresa-meli_94433786-8f8d-11e2-a149-c4a425fe1e94.shtml
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« Risposta #21 il: Marzo 22, 2013, 06:31:02 »

La «conta» - L'incarico al Segretario del Pd

L'altra carta di Bersani : una Convenzione per riforme bipartisan

«No a governi col Pdl: ma le regole sì. Ci vuole un governo politico, a questo punto, per come è messa la situazione»


ROMA - «Ragazzi, poteva anche andare peggio»: il segretario del Pd, con i fedelissimi, ha voluto sdrammatizzare con questa battuta l'esito dell'incontro con Napolitano.
In realtà il colloquio non è stato facilissimo, anche se, ad avviso di Bersani, «non è andato male». Il leader del Pd si è sentito rinfacciare certe «forzature» fatte per ottenere l'incarico pieno in modo da arrivare in Parlamento senza prima passare per il Quirinale. Ma nel Monopoli della politica italiana di questi giorni quella casella non la si può saltare. Incarico sì, ma con l'obbligo di riferire al Colle prima di tentare l'avventura dell'esame delle aule. «Sono prudente», diceva ancora ieri sera, scaramantico, Bersani.

Il segretario del Partito democratico ha tutta l'aria di uno che intende fare sul serio. «Ci vuole un governo politico, a questo punto, per come è messa la situazione», ha ribadito con i suoi. Il che non esclude che nell'esecutivo immaginato da Bersani vi siano anche tecnici, come, per esempio, Saccomanni. I nomi dei possibili ministri il leader del Pd li ha già in mente, ma in questo momento quello che importa non sono le persone, bensì «le cose da fare». E anche su quello Bersani sembra avere delle idee ben precise. Le ha confrontate con il capo dello Stato, il quale gli ha chiesto di non tirare giù la saracinesca con il centrodestra in modo definitivo, perché il governo è una cosa, ma la normale dialettica istituzionale è un'altra. Perciò Bersani si è ripromesso di seguire quello che lui definisce «un doppio binario». Da una parte c'è il governo del Paese e, soprattutto, dell'emergenza economica e sociale che attanaglia l'Italia. Dall'altra ci sono le regole e le riforme delle istituzioni che riguardano tutti i partiti, di maggioranza o di opposizione che siano. «Abbiamo sempre detto - è stato il ragionamento di Bersani - che questa sarebbe stata una legislatura costituente e non abbiamo certo cambiato idea. Quindi in Parlamento si può dare vita a una Convenzione che si occupi di cambiare la legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari e trasformare il Senato in una camera delle autonomie. È un compito che spetta al Parlamento, ovviamente, ma il governo può fare da stimolo propulsivo».

Una «Convenzione», dice Bersani. Traguardo ambizioso che rimanda alla «Convenzione» per antonomasia, quella che dal 1792 al 1795 elaborò la Costituzione della nuova Repubblica francese. Ma Bersani non ha mai nascosto il suo pensiero: «Il Paese è in uno stato tale per cui c'è bisogno del massimo impegno: questa crisi può essere un'occasione per rilanciare l'Italia». E il Parlamento e la Convenzione possono essere i luoghi dove confrontarsi con il Pdl, che dice di volere la riforma elettorale o con la Lega, che aspira a trasformare il Senato in una Camera delle autonomie.

Ciò non significa, però, che Bersani abbia cambiato idea sull'ipotesi di governare con il centrodestra: «Noi non appoggeremo mai nessun governo, di qualsiasi tipo e natura, in cui ci sia il Pdl e non il Movimento 5 Stelle». Su questo Bersani è disposto, ad andare alla conta interna. È pronto a vedere le carte dei renitenti al voto: Matteo Renzi, Dario Franceschini ed Enrico Letta. Con lui ci saranno i «giovani turchi», perché, come dice Orfini: «Un governo con il Pdl e senza grillini sarebbe il nostro suicidio». Il partito, è probabile, si dividerà. Ma su questo Bersani, almeno al momento, non sembra voler fare passi indietro: «La stabilità per il nostro Paese è importante, ma non si esaurisce tutto nella governabilità: ci vuole pure il cambiamento».

Maria Teresa Meli

22 marzo 2013 | 8:01© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_marzo_22/altra-carta-leader-meli_e35bfb54-92bd-11e2-b43d-9018d8e76499.shtml
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« Risposta #22 il: Marzo 26, 2013, 11:19:21 »

Esecutivo a «bassa intensità politica» se il segretario fallisse

Il piano B del Pd: senza il leader un governissimo di otto-nove mesi

Nel Partito democratico fronte ampio contro le urne subito per poi lanciare la candidatura di Renzi

Ha già un nome: «Governo a bassa intensità politica». E un programma preciso e delimitato: riforma elettorale, riforma del finanziamento pubblico dei partiti, riduzione dell'Imu per determinate fasce di cittadini e (ovviamente) approvazione della legge di stabilità.


Questo governo dovrebbe prendere il via nel caso in cui il tentativo di Pier Luigi Bersani dovesse fallire. Scenario, questo, niente affatto improbabile, viste le difficoltà che sta incontrando il segretario del Partito democratico. L'unica carta che potrebbe consentire al leader del Pd di mettere in piedi un suo esecutivo è quella di un accordo segreto stipulato con un gruppo di grillini che fanno capo all'associazione «agenda rossa» di Salvatore Borsellino (che peraltro hanno già votato per Pietro Grasso in dissenso dal Movimento 5 Stelle) e con quelli che sono vicini a Libertà e giustizia di Gustavo Zagrebelsky. Ma se il segretario del Pd non ha questa carta in mano il suo tentativo pare proprio destinato a fallire, anche se ieri girava voce che giovedì Bersani potrebbe chiedere a Giorgio Napolitano un supplemento di indagine.

Nel Partito democratico, comunque, non si parla d'altro che di questo governo che dovrebbe vedere la luce in aprile. E dovrebbe durare otto-nove mesi, non di più. Giusto il tempo che serve per mandare in porto i punti programmatici. Lo voterebbero Pd, Pdl, Scelta civica e chiunque altro sia interessato a questo ennesimo tentativo di far uscire dalle secche la politica italiana. Certo, adesso pubblicamente tutti a largo del Nazareno (e anche a Palazzo Vecchio) sostengono Bersani e il suo sforzo. Com'è giusto che sia, visto che il segretario sta cercando di dare vita a un governo a guida Pd. Ma poi molti pensano che non sia opportuno tornare alle elezioni in fretta e furia.

Del resto, è il ragionamento che viene fatto nei conversari privati di questi giorni, sarebbe difficile per tutti dire di no a un governo del genere di fronte a quel programma. Un programma che, peraltro, contiene delle proposte su cui il Pd si è sempre detto d'accordo. Anzi, che sono le stesse del Partito democratico. È chiaro che ci sarà una discussione interna molto aspra, che ci si dividerà e si litigherà, ma alla fine bisognerà pur dare una risposta. Ed è difficile che possa essere negativa. Com'è difficile per il Pd spiegare che non vuole riformare la legge elettorale, il finanziamento pubblico dei partiti e non vuole ridurre l'Imu dai mille euro in giù perché anche il Pdl sarebbe disposto a votare quel programma.

Del resto si sa già che personaggi influenti come Walter Veltroni sono favorevoli a un cosiddetto governo del Presidente. E Matteo Renzi ha sempre detto: «Se il capo dello Stato ci proponesse un governo istituzionale che faccia poche cose utili come potrebbe il Pd dirgli di no?». Anche gli ex Ppi come Enrico Letta, Dario Franceschini e Beppe Fioroni non sono favorevoli a un ritorno alle urne. Insomma, in realtà, dentro il Pd c'è un fronte ampio e trasversale a favore di un'ipotesi del genere.

Una road map così concepita consentirebbe a Renzi di candidarsi alle primarie nel tardo autunno e di riuscire a non bruciarsi perché i tempi delle elezioni si allungano troppo. Il sindaco di Firenze dovrebbe comunque avere un competitore perché non è sua intenzione, come ha ripetuto più volte, «farsi cooptare» dai maggiorenti del Pd: «Non ci penso proprio». E il competitore non potrebbe essere più Bersani dal momento che, un minuto dopo il fallimento del suo tentativo, dentro il partito si aprirebbe il processo al segretario che nessuno ha mai innescato perché c'era l'incarico in ballo.

Mentre dietro le sue spalle si svolgono tutti questi movimenti (di cui comunque Bersani è consapevole) il leader del Pd prosegue il suo sforzo con grande determinazione. Quale sia il discorso che il segretario ha fatto alle delegazioni incontrate finora lo ha sintetizzato il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi in una lettera ai vertici locali dell'associazione: «Il percorso di formazione del governo, ipotizzato dall'onorevole Bersani, vede il coinvolgimento dei tre principali partiti a partire dalle riforme istituzionali, su cui è possibile trovare una convergenza che consenta l'avvio dell'attività di governo. L'onorevole Bersani ha parlato espressamente di "porta di ingresso" per l'attività del governo. Trovata una convergenza sui temi istituzionali, si dovrebbe passare ai temi dell'agenda, ovvero quelli che toccano più da vicino l'economia". Ma l'«agenda Bersani» rischia di rimanere vuota.

Maria Teresa Meli

26 marzo 2013 | 8:13© RIPRODUZIONE RISERVATA

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« Risposta #23 il: Aprile 02, 2013, 06:16:58 »

«La priorità ora è l'elezione del presidente della Repubblica»

Bersani, la carta di Prodi per evitare le larghe intese

Il segretario cerca di uscire dall'angolo e punta sull'ex premier per il nuovo Quirinale


ROMA - Pier Luigi Bersani è convinto: «La priorità ora è l'elezione del presidente della Repubblica», annuncia ai suoi. E aggiunge: «Dopo la scelta del nuovo capo dello Stato ci saranno ancora più elementi che giustificheranno l'esigenza di un governo di cambiamento, e che chiariranno che le ipotesi delle larghe intese o di un nuovo esecutivo tecnico retto da una strana maggioranza sono impraticabili».

Già, perché se l'elezione del presidente avvenisse senza l'aiuto del Pdl ma con l'apporto dei grillini e, magari, di qualche montiano, sarebbe veramente difficile mettere di nuovo insieme attorno a un tavolo il Pd e il Pdl. Ed è proprio questa l'idea che sta accarezzando Bersani per uscire dall'angolo e rilanciare. Un capo dello Stato di rottura nei confronti di Berlusconi scriverebbe la parola fine sul tormentone delle «grandi intese», come su quello di un governo modello Monti.

Il nome vincente in questo senso potrebbe essere quello di Romano Prodi. Ai più è sfuggito il post pubblicato sul blog di Grillo sabato scorso. Ma al Pd lo hanno letto con attenzione e grande interesse. È vero, il leader del Movimento 5 Stelle sostiene di non voler vedere un politico già usato al Quirinale, però poi accusa Partito democratico e Pdl che «vorrebbero un presidente "quieta non movere et mota quietare", non un Pertini, ma neppure più modestamente un Prodi che cancellerebbe dalle carte geografiche Berlusconi».

Sì, Prodi sarebbe l'uomo giusto al posto giusto (anche se si parla pure di Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky). Al Pd pensano che l'ex premier dell'Ulivo potrebbe ridare l'onore al centrosinistra e l'incarico a Bersani. Ma per ora nessuno vuole bruciare né tappe né nomi, perciò la raccomandazione è: «Prudenza».

Anche perché Silvio Berlusconi ha subodorato che c'è qualcosa che non torna. E si è insospettito non poco anche delle mosse di Giorgio Napolitano che a suo avviso servono «a prendere tempo e rendere impraticabile la strada delle elezioni in estate» e rischiano di «metterci fuori dai giochi sul Quirinale». «Stiamo attenti - ripete incessantemente ai suoi il leader del centrodestra - perché come ai tempi di Monti è in atto un'operazione contro di noi, questa volta per eleggere il capo dello Stato senza che i nostri voti siano determinanti».

Il Cavaliere è convinto di essere al cospetto di «una trappola» e come i bersaniani guardano con un certo sospetto Enrico Letta, Massimo D'Alema e Matteo Renzi, perché pensano che stiano lavorando di sponda con il Quirinale, per dare vita a un governo che non sia presieduto dal segretario, così lui teme che riparta dentro il Pdl il tentativo di parricidio. «Se c'è qualcuno che nel centrodestra pensa di approfittarne per mettermi da parte, sta facendo male i suoi calcoli, perché io rovescio il tavolo», è il ritornello che più di un suo interlocutore si è sentito ripetere da Berlusconi. Ma in queste stesse ore, quasi fossero predestinati a cadere insieme, anche Bersani fa riflessioni analoghe: «I saggi non possono preparare il terreno per le larghe intese, se c'è qualcuno nel partito che invece ha in mente questo obiettivo lo dica chiaramente». E a sentire certe affermazioni, in mente, quell'opzione, la hanno in diversi. Paolo Gentiloni, per esempio, che dice: «Sto dalla parte di Enrico Letta che ha dato sostegno e fiducia a Napolitano». Mentre un altro renziano, Angelo Rughetti, propone: «Si potrebbero stabilizzare i gruppi di lavoro in un nuovo governo».

Per questa ragione Bersani si è reso conto che è quanto mai necessario uscire dall'angolo e non assecondare il tentativo di chi nel Pd vuole prendere tempo e, magari, sfruttare l'allungarsi dei giorni per lavorare all'insaputa del segretario su una candidatura al Quirinale che non guardi solo a sinistra. «Io - spiega ai suoi Bersani - rimango in campo e non mi ritiro. La linea resta quella del governo di cambiamento: non si possono fare le larghe intese solo perché i saggi dicono che c'è l'accordo su due, tre punti».

Del resto, continuano a ripetere i bersaniani del giro stretto, il presidente della Repubblica non ha dato l'incarico a nessun altro, quindi... Quindi, avanti ancora sulla linea di sempre. Ne è convinto uno come Matteo Orfini, secondo il quale «la soluzione proposta da Bersani è la più forte anche perché non ci sono nomi nuovi per la premiership». E quindi, per dirla con Alessandra Moretti: «Noi vogliamo un governo di cambiamento e Bersani deve esserne a capo».

Maria Teresa Meli

2 aprile 2013 | 9:33© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_aprile_02/bersani-carta-di-prodi-meli_adfdd380-9b53-11e2-9ea8-0b4b19a52920.shtml
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« Risposta #24 il: Aprile 04, 2013, 05:20:20 »

LA CORSA AL COLLE, il Retroscena: Divisioni anche su Marini

Quelle 120 firme per fermare la corsa di Prodi

Orfini: «Nessuno dei nomi che girano funziona, serve il metodo Grasso»


ROMA - L'incontro ci sarà, su questo non dovrebbero esserci dubbi: Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi si incontreranno a breve. D'altra parte, nonostante le polemiche e le incomprensioni, il Partito democratico non ha mai chiuso i canali di comunicazione con il Pdl. Maurizio Migliavacca colloquia spesso con Denis Verdini. Vasco Errani in questi giorni ha parlato sia con Gianni Letta sia con Verdini. E dicono che ieri sera ci sia stato un primo contatto diretto tra Bersani e Arcore.
Insomma, la saracinesca del Pd non si è mai completamente chiusa nemmeno nei momenti peggiori. Ma le carte che Bersani ha in mano per convincere Berlusconi a un accordo sul Quirinale che sia propedeutico alla nascita del suo governo sono sempre meno. I nomi di Franco Marini, Giuliano Amato e Massimo D'Alema non piacciono nemmeno agli esponenti del Pd. «Ormai - ha detto Matteo Renzi ai suoi deputati e senatori - è guerra e quindi a Pier Luigi non sarà tanto facile fare giochini sul Quirinale». Per dirla in parole povere, sull'elezione del nuovo presidente della Repubblica i 51 parlamentari renziani non garantiscono nulla. Certamente, non sono disposti a votare per esponenti politici che secondo loro sono degni di essere rottamati.

Ma non basta. Anche tra i «giovani turchi» ci sono perplessità, tanto per usare un eufemismo. Matteo Orfini, che non è uno che le manda a dire, spiega: «Va bene il candidato condiviso, ma non può essere Marini, né un altro nome come quelli che girano. Ci vuole qualcosa di nuovo, ci vuole il metodo Boldrini e Grasso anche qui». Già, raccontano che i rapporti tra i «giovani turchi» e Bersani si siano deteriorati. Il segretario è sempre più portato a rinchiudersi nel «tortello magico» e a escludere l'ala sinistra del Pd che pure ha contribuito non poco alle sue primarie. Nel frattempo gli ex Ppi sono invece impegnati a far passare la candidatura Marini. In prima linea c'è Dario Franceschini. Ma anche Beppe Fioroni muove le sue truppe. Per entrambi non sarebbe giusto se l'area cattolica non avesse un suo rappresentante ai vertici delle istituzioni: non al Quirinale, non alle presidenze delle Camere e nemmeno a palazzo Chigi.

Come se non bastasse, anche il piano B di Bersani ha molti oppositori. L'ipotesi di andare a votare Prodi, coinvolgendo così almeno una parte dei grillini, rischia di non funzionare. Ben 120 tra senatori e deputati del partito sono pronti a sottoscrivere una lettera pubblica per bloccare questa operazione. Ovviamente, non si tratterebbe di un'iniziativa per dire «Prodi non passerà». Perché una cosa del genere nei confronti del padre dell'Ulivo non può farla nessuno. Sarebbe piuttosto una presa di posizione per esprimere contrarietà all'ipotesi di un candidato «divisivo». L'iniziativa partirà solo nel caso in cui il segretario intenda veramente buttare sul tavolo da gioco del Quirinale la carta Prodi. Del resto, che certe candidature non siano opportune lo pensano in tanti: «Non si può candidare Prodi perché divide troppo», spiegava l'altro ieri Orfini.

E dunque? Dunque adesso nel Partito democratico è forte la sensazione (e in alcuni anche la preoccupazione) che Berlusconi approfitti delle divisioni interne per riuscire a strappare un candidato non del Pd. «Se ci presenta una donna, una come Emma Bonino, ci spiazza», era il commento generale di un capannello di deputati, ieri sera. «Sarebbe una iattura», osservava Fioroni. «Non potremmo non votarla», gli replicava il veltroniano Walter Verini.

Maria Teresa Meli

4 aprile 2013 | 8:49© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_aprile_04/120-firme-per-fermare-corsa-Prodi-Colle_376e3aee-9ce7-11e2-a96c-45d048d6d7eb.shtml
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« Risposta #25 il: Aprile 04, 2013, 11:43:34 »

Il centrosinistra

Il segretario vuole andare in Aula

Ma i renziani spingono per le urne

Bersani rilancia la sfida: ci vuole un passaggio parlamentare

I dubbi di Orfini: «Elezioni anticipate sarebbero una sciagura»


ROMA - Pier Luigi Bersani rilancia la sua sfida a Silvio Berlusconi. Il segretario del Pd invia al Cavaliere questo messaggio: per noi va bene una soluzione condivisa per il Quirinale, ma tu accetta di far nascere il governo del centrosinistra senza porre ostacoli, altrimenti... Altrimenti c'è sempre Romano Prodi sullo sfondo.


Stufo delle voci che lo davano ormai in disarmo, chiuso a Bettola e poco propenso a tornare e a parlare prima di domani, il leader del Pd ha voluto chiarire qual è la sua posizione. A scanso di equivoci. «La nostra proposta di governo è l'unica alternativa al voto». Non che Bersani ufficialmente si auguri le elezioni. «Sarebbero una sciagura», dice in favore di telecamere. Semplicemente, il segretario non può ammettere che «si accantoni il piano del Pd senza alcun voto parlamentare». Insomma, Bersani è pronto, quando vi sarà un presidente della Repubblica nuovo, e nel pieno delle sue funzioni, a riprovarci. «Tra l'altro - dicono i suoi - con un capo dello Stato che ha il potere di scioglimento, vi saranno pochi parlamentari maldisposti verso un governo guidato dal nostro leader». Il responsabile organizzativo del partito, Nico Stumpo, assiso su un divanetto nel Transatlantico di Montecitorio, spiega a un amico che gli chiede lumi: «La nostra posizione è semplice: o andiamo al governo con Bersani, o al voto sempre con lui». E Matteo Orfini afferma: «Sono pienamente d'accordo con tutto quello che ha detto il segretario, solo su una cosa dissento: sul fatto che le elezioni anticipate sarebbero una sciagura».


Bersani, dunque, ci spera ancora e vuole far capire a tutti, soprattutto agli esponenti del Pd che non sono d'accordo con la sua linea, che lui è ancora in campo. «In tutti i Paesi normali - spiega il segretario - il leader del partito che ha più voti e più parlamentari governa.
Non si capisce perché qui dovrebbe essere diverso e soprattutto non si comprende perché i voti del Pd dovrebbero contare meno degli altri».
L'iniziativa dei dieci saggi non è piaciuta a Bersani, ma è chiaro che non può dirlo pubblicamente. Sarebbe come attaccare Napolitano. Però quello che pensa di questa mossa del Colle, il segretario lo spiega ai suoi: «Io non ho indicato nessun nome al Quirinale, i saggi che hanno come riferimento la nostra area sono autonomi da noi e noi da loro. Comunque queste due commissioni non hanno certo il compito di fare un governo, scriverne il programma e decidere chi lo deve guidare. Quello che possono fare, e che sarebbe utile facessero, è un progetto di riforma elettorale condiviso, così potremmo liberarci del Porcellum».


Il segretario, comunque, è convinto che se il suo governo andasse alla prova delle Aule parlamentari potrebbe prendere il via. Sennò, ripetono per l'ennesima volta, gli esponenti del «tortello magico», c'è solo il voto perché con il Pdl non si può proprio governare. E se si andasse alle urne in estate, i bersaniani sostengono che non ci sarebbe tempo per avere un candidato del Pd alternativo a Bersani. Già, il tempo stringe e non ce n'è abbastanza per votare una seconda norma transitoria in deroga allo Statuto che consenta anche ad altri Democrat di scendere in campo contro il segretario e poi organizzare le primarie. In questo modo i supporter del segretario ritengono di poter bruciare Renzi.


Ma è veramente così? Il sindaco di Firenze la pensa diversamente e ai suoi in gran segreto ha confidato che per lui prima si vota e meglio è.
A ottobre, persino a giugno. Tutto purché non parta il treno di una legislatura di lunga durata. Il che sarebbe pur sempre possibile. Infatti, una volta instradato sui binari un nuovo governo, del presidente o di Bersani che sia, sarebbe difficile fermarlo: se arrivasse all'anno prossimo, gli sarebbe facilissimo giungere a quello dopo ancora. Sì, perché il primo luglio del 2014 l'Italia assumerà la presidenza del semestre europeo, il che vuol dire che c'è bisogno di un governo nella pienezza dei suoi poteri. Ciò significa che prima del 2015 non si va a votare.
Ma è un orizzonte temporale troppo lontano per Renzi: rischierebbe di non prendere l'ultimo treno a sua disposizione.

Maria Teresa Meli

3 aprile 2013 | 8:25© RIPRODUZIONE RISERVATA

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« Risposta #26 il: Aprile 12, 2013, 11:06:31 »

I Retroscena - Veltroni al rottamatore: interessati anche del partito

Democratici, tutti contro tutti

Il sindaco Renzi: «Sperano che vada via»

E non esclude di candidarsi alla segreteria pd.

Alessandra Moretti: «Un ruolo per Renzi? Il partito è pieno di primedonne»


ROMA - Uno che di Pd se ne intende, l'ex deputato Peppino Caldarola, ha notato un particolare che a tutti è sfuggito: da qualche tempo in qua Pier Luigi Bersani «ha un tic al naso quando è nervoso, cioè sempre». È dai piccoli dettagli, alle volte, che si afferra quello che sta succedendo. Il segretario del Pd è sotto pressione. E ne ha ben donde: «Rischiamo l'implosione», avverte Beppe Fioroni.
Già nel Partito democratico è ormai il tutti contro tutti: la presidente Bindi attacca il segretario, il segretario tenta di mettere sotto tiro Renzi, l'ex capogruppo Franceschini ventila la possibilità di una scissione. E il sindaco di Firenze si è convinto che qualcuno dentro il Pd stia lavorando, di provocazione in provocazione (l'ultima è la vicenda che riguarda i grandi elettori del Quirinale), per costringerlo a uscire dal partito. Lo ha spiegato ieri a qualche fedelissimo: «Ho la certezza che i bersaniani vogliono che io me ne vada. Questo è il loro obiettivo. Ma io rimango».

Eccome se rimane. Anzi rilancia: adesso non esclude più di candidarsi alla segreteria del Pd. E a Porta a Porta annuncia: «Non metto nessun niet all'ipotesi di candidarmi al congresso». Renzi è talmente convinto di voler lanciare l'Opa sul partito che in questi ultimi tempi ha incontrato i due Grandi Rottamati: Walter Veltroni e Massimo D'Alema. Il primo colloquio, tenuto segreto, è avvenuto a Roma, a casa dell'ex segretario, alla vigilia della Direzione che si è tenuta dopo le elezioni. «Io voglio tornare allo spirito originario del Pd», ha spiegato Renzi a Veltroni. Che, soddisfatto per il riconoscimento, gli ha dato questo consiglio per il suo futuro da leader: «Devi entrare nell'ottica che ti devi interessare del partito, non puoi pensare solo al governo: nel Pd leader e premier coincidono». E il sindaco, come si è visto, ha seguito il suggerimento. Cominciando a tessere la sua tela anche nel Pd.

Il secondo colloquio, come si sa, è di ieri. Chissà se D'Alema ha fatto a Renzi la profferta che ha in animo di fargli da giorni, secondo quanto scrive su «Panorama», con lo pseudonimo di Keyser Söze, un noto parlamentare. E cioè di assumere la guida di un governo di salvezza nazionale.

Non c'è quindi da stupirsi se la tensione tra Renzi e Bersani (che ieri ha cercato di rabbonire il sindaco) è altissima. La si palpa con mano, al centro come in periferia. Spiega Angelo Rughetti, deputato renziano: «La verità è che il partito è gestito come se le primarie non fossero mai avvenute e non vi fosse un 40 per cento del nostro elettorato che ha votato Matteo». Rughetti racconta anche alcuni episodi che lo hanno molto colpito: «Nelle sezioni se accompagni un cittadino o un amministratore locale a fare una tessera del Pd, se è renziano non gliela fanno».

Ma il malessere è generalizzato. Anche gli ex ppi sono a disagio: si sentono esclusi dai giochi. Questo spiega il nervosismo di Franceschini, per esempio. Che si è acuito con l'avvicinarsi dell'elezione del Presidente. «Se non ci sarà un cattolico al Colle vuol dire che è finita una stagione», afferma Fioroni. Sì il Quirinale fa fibrillare ancora di più la situazione. Secondo il direttore di Europa Stefano Menichini il Pd si sta avviando alla partita del Colle come la Dc: «Diviso in correnti». E un autorevole esponente di Largo del Nazaremo aggiunge questa chiosa: «Come la Democrazia Cristiana del 92, che elesse Scalfaro e poi esplose».

Sia Renzi che gli ex ppi (che, va detto per inciso, non vanno spesso d'accordo) guardano con sospetto anche ai movimenti a sinistra del Pd. E si chiedono che cosa significhi questo tentativo di matrimonio con Sel. O che rappresenti l'improvviso attivismo di Barca, che l'altro ieri si è incontrato addirittura con il leader Fiom Maurizio Landini in un bar dal nome evocativo: «Ritorno al passato». Renziani ed ex ppi avrebbero potuto avere qualche indizio di ciò che si muove a sinistra se avessero ascoltato ieri in Transatlantico uno dei luogotenenti di Vendola, Gennaro Migliore, che diceva a un amico: «Renzi potrebbe farsi il suo partito e arrivare anche al 20 per cento». Insomma sembrerebbe che nel centrosinistra ci sia chi ritiene che la somma non faccia il totale. E che se ex Ds (con l'innesto di Sel) ed ex margheritini si dividessero per poi allearsi alle elezioni prenderebbero più voti del Pd. «Una solenne stupidaggine», l'ha definita Veltroni nel suo colloquio con il sindaco di Firenze. E Matteo Renzi ha concordato con lui.

Maria Teresa Meli

12 aprile 2013 | 8:28© RIPRODUZIONE RISERVATA

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« Risposta #27 il: Aprile 14, 2013, 07:43:29 »

RETROSCENA -

ANCHE CASINI PRONTO AL VIA LIBERA, MA PESA IL NO DI FRANCESCHINI

Il fronte (da Renzi a D'Alema) che punta su Prodi per il Colle

L'ok di Veltroni e la preoccupazione del segretario


ROMA - Il primo, inequivocabile, indizio è la presenza quasi quotidiana di Arturo Parisi alla Camera e il suo insistere sul fatto che «all'Italia serve un De Gaulle». Il secondo è l'intervista di Graziano Delrio all' Unità , per spiegare che «Prodi al Quirinale sarebbe una figura di garanzia». Il terzo è rappresentato dalle parole di Matteo Renzi a Porta a Porta : «Prodi è uno dei candidati. Berlusconi farà di tutto pur di averne un altro, ma tutto dipende da un fatto: se si farà o meno l'accordo con il centrodestra». Il quarto lo fornisce sempre il sindaco di Firenze quando annuncia il suo «no» a Franco Marini. Insomma, per farla breve, lo scontro congressuale del Partito democratico si è spostato sul campo di battaglia del Quirinale: in questo momento si stanno confrontando due armate, una punta su Prodi, l'altra su Marini. E una cosa è certa: ci saranno morti e feriti.

Bersani, che l'altro ieri mattina ha sondato Veltroni e ieri D'Alema e Bindi, in questi giorni ha fatto il nome di Marini come quello di un possibile candidato condiviso con il Pdl. Ma Veltroni, che ha invitato il segretario a consultare maggiormente il Pd in questo frangente delicato, perché, altrimenti, per dirla con Ermete Realacci c'è il rischio che «i gruppi parlamentari non diano una risposta convinta alla proposta che verrà fatta», non pensa che Marini possa essere il candidato giusto, pur apprezzandolo e stimandolo. Anche D'Alema ha delle perplessità, legate all'identikit del futuro presidente della Repubblica. Secondo l'ex premier il nuovo capo dello Stato deve avere «credibilità internazionale».

Fioroni e Franceschini, invece, non la pensano così: loro sono posizionati su Marini e non vorrebbero discostarsi di lì.
Ma ora che Renzi ha ufficializzato il suo «no» all'ex presidente del Senato, proprio dopo l'incontro con D'Alema, i giochi sono cambiati.
L'ex premier sta cercando un candidato condiviso. Non con il Pdl. Ma prima di tutto dentro il Pd perché capisce che sennò non si va da nessuna parte. Perciò ha voluto parlare con Renzi e ha cercato di convincere Bersani a seguire un percorso più lineare. A D'Alema Prodi non dispiace. E nemmeno a Veltroni. Infatti Fioroni cerca di correre ai ripari: «Renzi e gli altri che vogliono un presidente divisivo non pensano all'interesse generale del Paese».

E Bersani, che pensa di Prodi? L'altro giorno Angelo Rughetti, neo deputato renziano, ragionava così con un capannello di colleghi di partito: «Mi pare che siamo alla "nuova" politica dei due forni. C'è il piano A, che prevede l'accordo con Berlusconi per Marini al Quirinale e un governo Bersani delle "quasi larghe intese". Poi c'è il piano B: accordo con il Movimento 5 Stelle per Rodotà o un personaggio simile, che garantirebbe l'incarico a Bersani, ma in questo caso gli sarebbe più difficile ottenere la fiducia». Le riflessioni ad alta voce di Rughetti sono condivise da molti. Ma la domanda che si fanno tutti o quasi è questa: «Come farà Bersani a dire pubblicamente no a Prodi?». Già, il progetto è di mettere il segretario con le spalle al muro e metterlo di fronte a un bivio: dire ufficialmente che in nome dell'accordo con Berlusconi preferisce sacrificare il leader fondatore dell'Ulivo o accettare la candidatura di Prodi? La novità in questo campo è anche un'altra: Casini, che ieri ha visto pure lui Bersani, si sta spostando su Renzi perché con il sindaco di Firenze candidato premier non avrebbe problemi a schierarsi con il centrosinistra. E il leader dell'Udc non disdegna l'idea di appoggiare Prodi.

Insomma, i giochi per il Quirinale in casa democratica sono complicati, anche se si sta lavorando per trovare un'unità interna su un nome (ma Matteo Orfini, per esempio, ancora ieri sparava sia su Prodi sia su Marini). E anche in questo campo Renzi ha introdotto la sua innovazione: «Non pugnalerò mai Bersani alle spalle e non vi saranno franchi tiratori». Insomma, il dissenso verrà reso pubblico, con gli effetti mediatici che ne conseguiranno. Alla luce di queste vicende l'esclusione del sindaco di Firenze dai grandi elettori operata da franceschiniani e bersaniani assume un significato prettamente politico, che non può essere derubricato a fatto locale.

Maria Teresa Meli

13 aprile 2013 | 7:48
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da - http://www.corriere.it/politica/speciali/2013/elezioni-presidente-repubblica/notizie/meli-fronte-renzi-dalema-punta-prodi-colle_1066a140-a3fc-11e2-9657-b933186d88da.shtml
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« Risposta #28 il: Aprile 16, 2013, 02:53:41 »

Scontro Renzi-Bersani, terremoto nel Pd

Ex dc in rivolta. Già si contano i franchi tiratori

Il sindaco: per loro meglio perdere che andare oltre la sinistra


ROMA - La vicenda del Quirinale ha terremotato il Partito democratico. Pier Luigi Bersani sente la maggioranza sfuggirgli sotto i piedi. I cattolici, infatti, o per meglio dire, gli ex democristiani sono sul piede di guerra: hanno capito che non sarà Franco Marini il candidato del partito al Colle e minacciano fuoco, fiamme e scissioni.

Seduto su un divanetto Beppe Fioroni scuote la testa e mormora ironico: «Amato da gran paraculo può fare anche il para-cattolico». Dario Franceschini fa avanti e indietro per il Transatlantico con l'aria forzatamente svagata. I «Mpm», ossia i «malmostosi per Marini» (così sono stati battezzati nel Pd gli ex Dc) sono gli unici ad aggirarsi per una Camera semivuota. Intanto il segretario che vede inevitabilmente sgretolarsi la maggioranza fa convocare una riunione di bersaniani «puri» allargata anche agli «impuri». Cioè ai «giovani turchi», che gli uomini del segretario vogliono incorporare alla loro corrente per riallargare una maggioranza che rischia di essere una minoranza. Il clima è tale che un parlamentare di lungo corso profetizza: «Ci saranno minimo ottanta franchi tiratori chiunque sia il candidato».

Intanto Matteo Renzi parte alla volta di Parma: «C'è chi mi ha sconsigliato di andarci, ma chi se ne importa: l'inciucio con Berlusconi lo sta facendo Bersani, mica io». Il sindaco di Firenze sa che i due lo temono. Il segretario soprattutto perché sono già due candidati che gli ha fatto saltare. Guardando a come lo trattano, non sembrerebbe che Renzi abbia tutta questa influenza, ma è così. Lui critica Marini e Finocchiaro, dirigenti e parlamentari del Pd li difendono, però, spiega un autorevole esponente della maggioranza bersaniana, «se non sono più che immacolati, alle accuse di Matteo seguono quelle della gente, dei grillini e in questo clima meglio lasciar perdere».

Sembra la fotografia di un partito paralizzato, ma l'impressione che ricava il sindaco di Firenze è tutt'altra: «Vogliono comandare loro, sempre e solo loro (gli ex ds, ndr ), adesso si sono inventati anche Barca, ma facessero quello che vogliono: se preferiscono perdere per non allargare il perimetro oltre la sinistra, affari loro». Renzi in questi giorni si sente sotto attacco: «E nessuno mi difende, perché mi vivono come un corpo estraneo». Non lo consola il fatto che i vertici del Pd non abbiano difeso nemmeno Romano Prodi dagli attacchi di Berlusconi e dei suoi (lo ha fatto, due giorni dopo, solo Enrico Letta). E a qualche amico che lo invita ad andare avanti nella conquista del partito confida il suo vero timore: «Se continuano così, io rischio di ereditare una terra bruciata».

La tensione spezza gli ultimi fili del rapporto che legava Bersani e Renzi. Il segretario è arrabbiato e si sfoga così con i suoi: «Quello è un irresponsabile. Ha paura che io riesca a fare un governo che duri mentre lui vuole andare alle elezioni anticipate. Ma ha fatto male i suoi calcoli». Nonostante il buon numero di solerti pompieri che cercano di spegnere i mille fuochi che si accendono nel campo del Pd, il compromesso appare impossibile. Per tutto il giorno continuano gli attacchi dei bersaniani a Renzi. Solo Berlusconi li ha impegnati con la stessa intensità. Renzi non vuole replicare direttamente agli insulti. Ma c'è chi si chiede quanto potrà durare una situazione del genere. E il deputato renziano Angelo Rughetti offre una chiave di lettura di quanto sta accadendo: «È strano che Bersani non senta la necessità di fare in modo che le relazioni politiche in questa fase delicata vengano portate avanti anche con il contributo di chi ha preso il 40 per cento dei consensi e si affidi solo alla vecchia guardia».

È una delle critiche che vengono fatte al segretario, quella di procedere senza coinvolgere una parte importante del partito. E c'è chi, come l'ex parlamentare del Pd Peppino Caldarola, imputa questo modo di fare agli uomini più vicini al leader: «Gotor e gli altri che circondano il segretario dovrebbero ispirarsi a letture più liberali se non vogliono far degenerare la vita interna del Pd e passare alla storia come il più ottuso gruppo dirigente che la sinistra abbia mai avuto». E c'è anche un'altra accusa che viene rivolta a Bersani. Dai renziani, ma è condivisa dai dalemiani e dai veltroniani. È di nuovo Rughetti a spiegare di che cosa si tratta: «Mi piacerebbe che Bersani facesse più il segretario e meno il candidato premier. Tutti sanno che il governo di minoranza non esiste e non serve: un esecutivo che così non è utile e non va messo in pista». Già, però Bersani è seriamente intenzionato ad andare avanti con il suo governo di minoranza. Non spera che i grillini cambino casacca adesso, però è convinto che con il tempo alcuni lo faranno.

Maria Teresa Meli

16 aprile 2013 | 8:23© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/speciali/2013/elezioni-presidente-repubblica/notizie/16-aprile-terremoto-pd-ex-dc-in-rivolta-si-contano-franchi-tiratori-meli_1c6861a6-a657-11e2-bce2-5ecd696f115c.shtml
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« Risposta #29 il: Aprile 21, 2013, 06:11:07 »

Retroscena - Epifani potrebbe sfidare il sindaco. Che è sicuro: ora cambiare si può

Renzi convince i Giovani turchi

Al via la «Rifondazione democratica»

I nuovi equilibri del partito dietro la «gaffe» di Barca pro Rodotà


ROMA - La chiamano già «Rifondazione democratica». È il nuovo corso del Pd che si è liberato dei «padri», cioè di D'Alema, Veltroni e Bersani. Alla guida di questo processo ci sarà - sembra quasi superfluo dirlo - Matteo Renzi.
Il sindaco rottamatore sabato è rimasto nella sua Firenze, ma ha seguito passo dopo passo quello che succedeva a Montecitorio. E ai fedelissimi ha spiegato: «Molti sono stati colpiti a affondati, io no. Ieri in questo partito c'erano Bersani e Bindi, oggi non ci sono più: il Pd può finalmente cambiare. Ora dovrò pormi il problema del congresso, dovrò decidere se candidarmi alla segreteria, è vero, ma andiamo avanti un passo per volta. Intanto abbiamo conquistato la possibilità di fare cose nuove. E poi vedremo quello che succederà in futuro: magari dovrò confrontarmi alle primarie con quello del catoblepismo». E quest'ultima parola è affogata in una risata.

Già, perché Fabrizio Barca ha sbagliato tempi e modi della sua uscita a favore di Rodotà, giocandosi le simpatie dei Giovani turchi. A immaginare con lui un nuovo partito che si fondi con Sel sono rimasti Gianni Cuperlo e il governatore della Toscana Enrico Rossi. Mentre Laura Puppato ha lasciato il Pd per veleggiare verso Nichi Vendola. Quel che resta del Partito democratico starà con Renzi. Il sindaco è su di giri: non lo preoccupa nemmeno il fatto che potrebbe nascere un nuovo governo, facendo slittare i tempi delle elezioni e, quindi, della sua candidatura: «Aspetto, ho tutto il tempo che voglio». Anche perché è sensazione diffusa che questo esecutivo, se mai vedrà la luce, non godrà di vita lunga: un annetto al massimo.

Quel che sta accadendo nel Pd è un rinnovamento generazionale e non solo. A Roma Matteo Orfini delinea già le possibili novità. Che partono da subito: «Intanto alle consultazioni non ci possono andare Enrico Letta, Speranza e Zanda perché non mi rappresentano. Qualsiasi impegno che loro possono prendere non mi riguarda. Non si può fare finta di non vedere quello che è successo. Perciò la delegazione che andrà al Quirinale dovrà rispettare tutti e non solo le vecchie correnti: bersaniani, lettiani e franceschiniani. Non sono più quei tempi e infatti deve cessare anche la conventio ad excludendum nei confronti di Matteo Renzi. Il sindaco rappresenta il 40 per cento di questo partito».

Insomma, i Giovani turchi vogliono anche loro la Rifondazione democratica, anzi puntano ad arrivare all'obiettivo il prima possibile. E c'è un aspetto della rivoluzione operata dentro il Pd che può incidere nel prossimo futuro. Basta ascoltare di nuovo Orfini: «Non è affatto scontato che ci sia il nostro "sì" al governo e non è affatto detto che un esecutivo si possa mettere in piedi solo con il Pdl. Vogliamo discutere pure di questo». Insomma, tutto viene rimesso in gioco in questo Pd che corre verso Renzi. E non c'è Barca che tenga. Tanto più dopo l'appoggio a Rodotà. «Una roba inaccettabile», sibila Stefano Fassina. Del resto, i Giovani turchi hanno ormai rotto il legame che li teneva a Sel: «Sono come Bertinotti». Ora il loro interlocutore politico si chiama Renzi. Sarà con il sindaco che dovranno trovare l'accordo e sarà con lui che dovranno lavorare. I vecchi equilibri si sono spezzati per sempre. Cercano di farlo intendere anche al povero Roberto Speranza, capogruppo da troppo poco tempo per comprendere quello che sta accadendo.

Adesso dovrà mettersi in moto la macchina congressuale, perché le assise nazionali devono tenersi al più presto. C'è chi le vorrebbe fare già a giugno, senza aspettare ottobre. Ma i tempi dipenderanno inevitabilmente dalle vicende politiche: se non si riuscisse a fare un governo e si dovesse andare alle elezioni, allora il congresso potrebbe slittare.
Ma i «padri» non hanno veramente troppa fretta di essere sloggiati dalle loro rendite di posizione. Perciò si stanno cercando di riorganizzare e di resistere al ricambio generazionale. E guardano a Guglielmo Epifani come al possibile segretario del dopo Bersani. L'ex leader della Cgil è una figura rassicurante, è l'unico del Pd che in questi giorni è riuscito a parlare con la gente che manifestava fuori del Palazzo. Ed Epifani, sul governo che verrà, ha idee diametralmente opposte a quelle di Orfini. Secondo lui «l'unica chance» è l'esecutivo «con il centrodestra»: «Non ho paura di dirlo, anche perché, dopo tutti gli scioperi che ho organizzato contro di lui nessuno mi può dare del berlusconiano».

È Epifani, dunque, la carta che potrebbe essere giocata da una parte del Pd al tavolo delle primarie? Sarà lui a sfidare Matteo Renzi alle primarie quando verrà il momento di decidere di chi è la leadership del Partito democratico? L'ex segretario della Cgil si schermisce, ma è proprio lui quello che in questi giorni di sbandamento di Bersani ha cercato di aggiustare la linea e di evitare che il Pd in affanno da eccesso di insulti via web, finisse fuori strada. Certo, Epifani e Renzi sono due mondi opposti. Che però convivono nello stesso partito. «È vero - ammette lo stesso Epifani - ci sono nel Pd due tronconi politici e culturali diversi e in questi giorni, durante la vicenda del Quirinale, si è visto con particolare evidenza».

Maria Teresa Meli

21 aprile 2013 | 9:31© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_aprile_21/renzi-convince-i-giovani-turchi-al-via-la-rifondazione-democratica-maria-teresa-meli_138fbe64-aa3d-11e2-968c-b1e4e5776c81.shtml
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