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Autore Topic: Maria Teresa MELI  (Letto 13767 volte)
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« il: Novembre 18, 2008, 02:54:02 »

L'intervista Al senatore sul caso VIGILANZA

Latorre: no a espulsione o altre sanzioni

Ormai logori i rapporti con Di Pietro

«Basta accuse meschine ai dalemiani. In questa vicenda c'è chi ha commesso errori »


ROMA — Senatore Latorre, Villari è presidente della Vigilanza Rai con i voti del Pdl e sembra difficile cambiare questa realtà.
«La decisione del centrodestra di votare un candidato dell' opposizione senza accordo costituisce uno strappo molto grave e rompe una consuetudine positiva, quella di condividere la scelta della presidenza della vigilanza, accettando la proposta dell'opposizione. Il comportamento del Pdl si è fatto sempre più pesante. Loro puntano a esasperare il clima: basti pensare, oltre a questa vicenda, alle ultime improvvide dichiarazioni di Brunetta. Sono segnali allarmanti».

Ciò detto, non pare proprio che Villari voglia dimettersi.
«Proprio perché è espressione della condivisione tra opposizione e maggioranza, il presidente della Vigilanza non può svolgere le sue funzioni pienamente, se non ha un ampio consenso e quindi ritengo che Villari si debba dimettere. Ma sono certo che lo farà e spero che ciò avvenga al più presto».

Niente da rimproverare al centrosinistra?
«Di fronte a un atteggiamento irresponsabile del centrodestra, con i suoi pregiudizi nei confronti di Orlando, e dopo oltre 40 votazioni, le opposizioni dovevano tenere un comportamento responsabile e non inseguire la destra in questa esibizione muscolare. Questo non è stato possibile perché altrimenti si sarebbe rotto il fronte dell'opposizione. Però adesso questo problema va affrontato, perché francamente è una cosa che lascia il segno il fatto che il segretario del Pd e il leader dell'Udc chiedano a Di Pietro una rosa di nomi e lui non solo non risponda, ma faccia replicare un esponente del suo partito, liquidando questa iniziativa ».

Che vuol dire, senatore?
«Questo è un episodio che segna in maniera seria i rapporti con l'Idv».

Ma tutta l'opposizione sembra non aver giocato al meglio.
«Già, a questo punto andrebbe svolta una riflessione rigorosa anche perché si fa un gran parlare di chi vuole mettere le mani sulla Rai trascurando il fatto che con la gestione di questa vicenda si è contribuito a mettersi sotto piedi la Tv di Stato. Per pure preoccupazioni di potere, per avere dei posti in vigilanza e nel Cda non si è affrontato il tema serio di come si dà un futuro a questa azienda».

I veltroniani dicono che voi dalemiani avete aiutato Villari. Veltroni lo ha ha lasciato intendere anche nell'incontro con il neo presidente.
«Spero che non sia vero. Se si vogliono far fuori D'Alema e i dalemiani lo si faccia a viso aperto senza ricorrere a queste meschinità. Non si può più tollerare che per nascondere eventuali responsabilità politiche ed errori in questa come in altre vicende si ricorra al tema del complotto dalemiano. Questa storia sta diventando grottesca e imbarazzante: ormai è chiaro che si usa questo argomento per distogliere l'attenzione dalle difficoltà reali».

Sembra che vogliate espellere Villari.
«Io penso che Villari si debba dimettere e che il Pdl abbia compiuto un grave strappo votandolo, però considero sbagliati metodi come quelli dell'espulsione e delle sanzioni che evocano dei precedenti e un'idea della vita democratica che dovrebbero essere ormai alle nostre spalle».

Comunque il muro contro muro non è solo sulla Rai.
«Un'esasperata conflittualità, alimentata dall'atteggiamento irresponsabile della destra e dall' ostinazione di alcune opposizioni, sta alimentando un clima che porterà a un ulteriore allontanamento tra politica e società. Dovremmo occuparci della grave situazione economica, incalzare la maggioranza a raccogliere il contributo del Pd su questo, invece di seguire una linea dipietrista...».


Maria Teresa Meli
18 novembre 2008

da corriere.it
« Ultima modifica: Aprile 10, 2010, 09:09:22 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Aprile 04, 2010, 03:24:50 »

Democratici - Cresce il pressing esterno e interno su Bersani

I cattolici e il Pd: il partito non c'è

E Di Pietro: fate pulizia e scegliamo un leader


ROMA — Il Pd ha molti fronti aperti. Interni ed esterni. Gli alleati non sembrano disposti a fare molti sconti a Pier Luigi Bersani. Antonio Di Pietro gli chiede senza troppi giri di parole di «mettere mano al proprio partito e di fare pulizia interna». Dopodiché, è il ragionamento del leader dell’Italia dei Valori, «dobbiamo attrezzarci a trovare il leader di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale ». Il che significa che Di Pietro dà per scontato che questo personaggio non possa essere Bersani.

Anche alla sua sinistra il segretario del Pd ha dei problemi. Nichi Vendola da un mesetto in qua non nasconde la sua intenzione di scendere in campo alle primarie per la scelta del candidato premier. È chiaro che il governatore della Puglia non pensa di diventare lui l’uomo che guiderà il centrosinistra alle prossime elezioni, ma è altrettanto chiaro che questo lavorìo al fianco sinistro disturba Bersani. Non abbiamo fatto il Pd per affidarlo a Vendola, è la riflessione ad alta voce del leader, che l’altro ieri mattina ha incontrato il presidente della Regione Puglia.

Al termine del colloquio con Bersani Vendola, incontrando un amico del Pd, si è lasciato sfuggire questa battuta: «A Pier Luigi ho spiegato che è stato più facile battere la destra di quanto lo sia stato battere il "giovane" Max». Dove Max sta per Massimo D’Alema.

La frecciatina dimostra come Vendola non abbia ancora metabolizzato la guerra che gli ha portato in casa il presidente del Copasir.
E questo è un altro elemento che certamente non migliora lo stato dei rapporti tra la Sel, il movimento del governatore pugliese, e il Pd.
Comunque, per non lasciare troppo campo libero a Vendola e neanche a Di Pietro, il quale ultimamente sta cavalcando alcune battaglie classiche della sinistra, Bersani ha deciso di riposizionare il suo partito per occupare quell’area.

Ma uno spostamento a sinistra del Pd fa entrare ulteriormente in sofferenza i già sofferenti ex ppi. Ieri il responsabile Welfare Beppe Fioroni ha inviato una email a tutti gli aderenti a «Quarta fase», la componente cattolica di Area Democratica. Una missiva che analizza impietosamente gli errori del Pd: «Forse non ci votano o non ci votano più semplicemente perché non sanno, votando noi, cosa votano». Secondo Fioroni «Grillo non ci ha rubato voti: li abbiamo persi noi», perché il Pd è diventato «la quinta scelta» degli elettori scontenti di Berlusconi che gli hanno preferito, nell’ordine, l’astensionismo, la Lega, i grillini e Italia dei Valori.

E a Bersani che aveva invitato il suo partito a «non guardarsi l’ombelico» perdendosi nelle diatribe interne, il responsabile Welfare replica con queste parole: «Ma il Pd non deve neanche continuare a coprirsi gli occhi ».

Maria Teresa Meli

03 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it
« Ultima modifica: Aprile 09, 2010, 09:12:27 da Admin » Loggato
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« Risposta #2 il: Aprile 09, 2010, 09:13:29 »

L'intervista - Il leader dei Democratici: al Paese servono misure immediate contro la crisi

Bersani: un incontro con il premier?

Solo per cose serie, no al chiacchiericcio


ROMA - «Innanzitutto vorrei sgombrare il campo da una versione caricaturale di alcune mie parole: io, dopo le Regionali, non ho cantato vittoria. Ho ammesso la nostra delusione e non ho mai nascosto la mia preoccupazione, che deve riguardare tutti, perché queste elezioni hanno rivelato il distacco che c’è tra la società italiana e la politica». Prima di parlare di qualsiasi argomento Pier Luigi Bersani vuole fare questa puntualizzazione. Ci tiene: «Comunque — aggiunge — è stata fatta un’analisi non veritiera: se si ha la pazienza di guardarsi i numeri, prendendo come riferimento le Europee, ci si rende conto che il Pdl perde 4 punti, che la distanza tra centrodestra e centrosinistra si è dimezzata, che solo due partiti sono andati avanti, di poco, la Lega di più ma senza compensare il calo del Pdl».

Che farà ora il Pd?
«Il Pd può riprendere il suo cammino se ha come punto di riferimento l’Italia. Il che significa che si deve partire dai temi economici e sociali. E in particolare da due questioni: primo, dall’indebolirsi del tessuto connettivo di questa nostra nazione, dove ormai rischia di vigere il si salvi chi può; secondo, dalle pessime prospettive di lavoro delle future generazioni. Il Paese sta facendo tutto il necessario per affrontare questi problemi? No, non stiamo mettendo a fuoco come priorità i temi economici e sociali e non stiamo facendo un patto nazionale per l’emergenza crisi. Ma se noi scantoniamo questo problema per affrontare mille altre pur nobili questioni il distacco tra società e politica diventerà enorme».

Le altre pur nobili questioni sarebbero le riforme istituzionali: perché non incontra Berlusconi?
«Ho già detto che se si vuole parlare di misure immediate per alleggerire i colpi di questa crisi e discutere sul serio di un pacchetto di riforme in campo economico e sociale, io vado veramente a piedi ad Arcore. Io non ho difficoltà a vedere Berlusconi, è normale che il capo del governo e quello dell’opposizione si incontrino, ma per cose serie, non per un chiacchiericcio che alimenta la confusione già esistente ».

A proposito di misure, il governo ha cancellato il suo operato e ha reintrodotto le tariffe minime.
«E’ un segnale negativo per l’Italia perché vuol dire "ognuno pensi per sé" ed è un sintomo di chiusura verso le nuove generazioni».

Ma lei quali interventi urgenti farebbe?
«Un intervento urgente si può fare a partire da due cose: investimenti locali e green economy. E poi ci vogliono un po’ di soldi in tasca subito per i redditi bassi. E da domani un confronto su riforme strutturali che riguardino economia e politiche sociali. Dopodiché, nessuna obiezione se le commissioni parlamentari si confrontano su temi istituzionali. Ma anche su questo vorrei ristabilire la verità. In questo momento sulla materia esistono un progetto di legge Finocchiaro-Zanda consegnato al Senato e uno Bressa, identico, depositato alla Camera. Quindi una bozza del Pd esiste sul serio, fondata su un forte concetto di governo parlamentare, non c’è solo la bozza Calderoli che non è nemmeno giunta in Parlamento. Tra l’altro mi pare che nella destra si debbano chiarire prima le idee tra di loro perché se ne sentono di tutti i colori. Su due cose, però, ci par di capire che sono d’accordo: Senato federale e riduzione del numero dei parlamentari. Sono proposte contenute nei nostri progetti di legge. Perciò potremmo stralciare questi punti e approvare una legge in tempi rapidi».

E il semipresidenzialismo?
«A un Paese in cui gli elementi connettivi si sono lacerati, in questa bozza viene proposto un confuso percorso federale. E noi pensiamo che di fronte a tutto questo, il punto di equilibrio possa essere un presidente frutto di una contesa politica? Questa impostazione mette in gioco la Repubblica».

L’elezione diretta del presidente c’è in Francia.
«Il sistema prospettato da Calderoli non c’entra niente con la Francia. Per carità, sostenere il semipresidenzialismo è legittimo, ma in Francia non c’è il federalismo immaginato dalla Lega. E a proposito dell’elezione diretta del capo dello Stato, vorrei dire a chi avesse interesse a farsi vestiti su misura che noi non siamo una sartoria. Se Berlusconi la pensa così si cerchi una sartoria da un’altra parte».

Fini dice: rafforzare il Parlamento, cambiare legge elettorale.
«Chi si pone in modo sensato il tema del presidenzialismo in un sistema di tipo federale deve per forza fare un elenco tale di pesi e contrappesi di cui non si fa cenno nella bozza, e non basta certo una legge elettorale. Penso che i più consapevoli di loro abbiano il tema ben presente perché in realtà non si parlerebbe di Francia ma di Usa».

Berlusconi, però, non sembra voler cambiare la legge.
«E io non voglio fare un anno di chiacchiere. Mi si dica subito se si ritiene o no che si debba cambiare la legge. Poi ci possono essere varie soluzioni per me abbordabili: i meccanismi elettorali non sono un totem».

E allora perché non parla di legge elettorale con Berlusconi?
«Con quale credibilità viene a dire "parliamo con l’opposizione", dopo 30 voti di fiducia e 50 decreti che hanno svilito il Parlamento?».

La Lega, comunque, si è intestata la mediazione con voi.
«La Lega è un partito del 12 per cento, che ha avuto un aumento e che è riuscita a prendere la presidenza di due fondamentali regioni. La Lega è alla prova di una nuova responsabilità. Noi parliamo di riforme con la maggioranza e non abbiamo problemi a parlare con chi verrà incaricato di farlo. Mi pare che in casa loro ci sia qualche perplessità ad affidare a chi ha insultato il tricolore il ruolo di portabandiera. Noi siamo sempre stati autonomisti e federalisti, ma vogliamo essere il partito della nuova unità della nazione. Noi perciò diciamo alla Lega che tutti gli italiani devono avere parità nei diritti essenziali di cittadinanza e temiamo invece che i meccanismi ipotizzati da Calderoli deroghino da questi principi. Insomma, è sicuramente apprezzabile che la Lega voglia discutere con l’opposizione ma devono convincersi che federalismo significa costruire l’unità della nazione».

Perché non appoggiate il referendum sul legittimo impedimento?
«La strategia del referendum non è la nostra strategia in queste condizioni: si è visto che non porta risultati, perché ormai non si raggiunge più il quorum, e così si rischia l’effetto boomerang. Perciò presenteremo una nuova legge sull’istituto referendario. Ciò detto, ribadisco la nostra ferma contrarietà al legittimo impedimento ».

Maria Teresa Meli

09 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it
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« Risposta #3 il: Giugno 17, 2010, 06:28:01 »

«Mettere nell'angolo la Cgil non ha nessun senso strategico per il Paese»

La Fiat e Pomigliano, parla Veltroni: «Un accordo duro, ma inevitabile»

«Non ci sono ricatti, sull'assenteismo bisogna dire la verità, come i 1.600 permessi per le elezioni 2008»


ROMA — Onorevole Veltroni, un giudizio su Pomigliano.
«Questo accordo mi sembra inevitabile: è molto duro, però non avviene sotto un ricatto, bensì a causa di una condizione obiettiva che è figlia della nostra globalizzazione diseguale. Come sempre, bisogna mettere sul piatto della bilancia le due alternative: o si rinuncia come Paese a 700 milioni di investimenti e a 15 mila posti di lavoro nel Mezzogiorno, oppure ci si confronta con una sfida, sicuramente difficile dal punto di vista delle relazioni sindacali, e si cerca di trovare il punto più alto di equilibrio tra le esigenze dell' azienda e i diritti dei lavoratori, il primo dei quali è diritto di sciopero. A questo proposito voglio ricordare che la Fiat qualche anno fa sembrava sull'orlo del collasso, ora è un azienda che ha comprato Chrysler, è un azienda in sviluppo che ha investito in Italia molti milioni di euro, è uno dei pochi pezzi d'Italia che invece di essere acquistata, acquista e vuole passare, in cinque anni, da 700.000 a 1.600.000 auto prodotte nel nostro Paese. Dunque, non cimentarsi con questa sfida sarebbe molto rischioso: così come io rifiuto l'idea di Sacconi e di altri di trasformare questo accordo in un modello, pavento anche il rischio che diventi un modello il contrario, cioè l'idea di rifiutarsi pregiudizialmente di affrontare una nuova idea delle relazioni sindacali»

C'è dibattito su questo accordo.
«Già, e provo un po' di fastidio per tutti quelli, politici o opinionisti, che gestiscono liberamente il loro tempo di lavoro, che hanno redditi elevati e garantiti, che in questa materia pontificano con il ditino alzato. Fastidio, perché si parla di operai che stanno in catena di montaggio, che si vedono ridotto di dieci minuti il tempo di pausa, di persone di cui viene misurato lo spostamento del bacino per valutare la produttività. E' un accordo molto pesante che il sindacato credo avrebbe dovuto affrontare concentrandosi sulle due questioni più delicate: il diritto di sciopero e anche le misure di contrasto dell'assenteismo sul quale, però, è anche bene che si dicano delle verità. Quella è un'azienda in cui il giorno delle elezioni del 2008 su 4.600 lavoratori, 1.600 si misero in permesso perché dovevano stare ai seggi».

Un giudizio su Cgil, Cisl e Uil.
«Se fossi stato il sindacato avrei affrontato la questione come ho detto. Perché il sindacato è più debole se, senza sedersi a discutere, prima e insieme, già si pronunciano, di fronte a provvedimenti del Governo, dei no e dei sì, si annunciano firme o si convocano scioperi. Considero questo molto pericoloso per il Paese. Quando ero segretario del Pd chiedevo ai sindacati di fare un passo avanti in direzione dell'unità sindacale. Io penso che il giorno in cui dovessimo accettare che il sindacato italiano è spaccato come una mela, quello sarebbe un brutto giorno per il Paese e lo sarebbe sicuramente per il centrosinistra. Io penso che Cgil, Cisl e Uil non debbano perdere la voglia di cercare delle soluzioni insieme e di fare pesare la loro forza per ottenere risultati. Se le tre organizzazioni sindacali fossero andate alla Fiat e avessero posto delle esigenze negoziali ragionevoli credo si sarebbe potuto avere un accordo di livello superiore».

Ma la Cgil non rischia l'isolamento?
«La Cgil non è la quintessenza del conservatorismo: io ricordo il coraggio riformista di chi ha guidato questo sindacato - da Lama a Trentin a Cofferati e a Epifani - nella storia del risanamento finanziario di questo Paese: mettere nell'angolo la Cgil non ha nessun senso strategico per il Paese, naturalmente poi la Cgil deve stare dentro una sfida di innovazione. Però vorrei dire un'altra cosa. Oggi noi parliamo degli operai di Pomigliano, ma la vera questione sociale di cui nessuno si occupa e che per me è la più drammatica è quella dei figli degli operai di Pomigliano e di tutti i giovani italiani. Cresce una condizione angosciosa di precarizzazione della vita degli esseri umani. Crescono generazioni di ragazzi che non hanno alcuna certezza e alcuna fiducia nel futuro, che vivono di contratti temporanei e miseri, che non mettono al mondo figli, se non in età matura, che non hanno nessuna garanzia per le loro prospettive pensionistiche: questo per me è il problema sociale più spaventoso del nostro Paese. Un ragazzo su tre è in cerca di lavoro: è un dramma non misurabile. La politica invece di discutere ogni giorno delle sciocchezze di Radio Padania contro la nazionale o delle dichiarazioni di uno sciagurato deputato della Lega che auspica il suicidio dei detenuti, dovrebbe parlare di questo perché c'è un'intera generazione che ha paura del futuro. E di questo dovrebbe occuparsi ogni minuto un presidente del Consiglio che invece da venti anni tiene paralizzato il Paese con le sue fobie: i magistrati e la libera stampa».

Pessimista, onorevole Veltroni.
«Al contrario, il nostro è un Paese che ha una profonda malattia che si chiama assenza di innovazione. So che la parola innovazione sembra contraria allo spirito del tempo, ma tutto quello che noi stiamo vivendo è figlio dell'assenza di innovazione. Il tema di Pomigliano chiama in causa due grandi questioni: la legge sulla rappresentanza sindacale e la riforma del Welfare State, per garantire i nuovi poveri. Su questo l'opposizione deve sfidare il governo che non ha fatto nulla di innovativo, ha sottovalutato la crisi e non ha capito che proprio nei momenti di maggiore difficoltà bisogna fare le riforme più coraggiose».

Già, ma il Pd parla a più voci.
«Si ragiona come se ci fosse la politica di un tempo, pensiamo che essendo i partiti ancora figli di sistemi ideologici compiuti ci possano essere risposte univoche, ma non è più così, né per l'opposizione, né per la maggioranza. L'unità monolitica non ci sarà mai più. È bene che ci siano tante opinioni, questo non mi spaventa, mi spaventa quando si rinuncia a discutere e soprattutto non si passa poi a delle decisioni impegnative per tutti».

Una possibile ricetta per l'Italia.
«Io credo sia il tempo di un grande patto tra i produttori. Un patto non per fronteggiare un'emergenza ma per un cambiamento radicale. Non si può avere una pressione fiscale che cresce e un'evasione fuori controllo che ha superato largamente i 100 miliardi. Bisogna ridisegnare il Welfare ricostruendo un sistema di sicurezza sociale. Bisogna ridurre la spesa pubblica, che invece cresce, e fare delle infrastrutture materiali e conoscitive e della rivoluzione ambientale i motori di una nuova stagione di crescita italiana. In campagna elettorale dissi proprio sul Corriere che gli imprenditori erano dei lavoratori e si scatenò il putiferio, ma lo ribadisco. Un imprenditore che magari è un ex operaio che ha messo su una piccola impresa e che sbatte la testa tra una giustizia che ci mette anni a decidere, un sistema infrastrutturale inadeguato e una pressione fiscale esagerata non può essere considerato, e non è considerato, dai suoi lavoratori un nemico o un avversario: il destino dell'uno è legato al destino degli altri e viceversa. Se il centrosinistra vuole cambiare radicalmente il Paese deve proporre questo patto».

Ma Berlusconi va per la sua strada.
«E nessuno dice niente se da 4 mesi il proprietario di Mediaset è il ministro delle Comunicazioni. In quale altro Paese del mondo succederebbe una cosa del genere? In Italia si è persa la capacità di indignazione. Ogni giorno si scende un gradino. Non è che la barbarie arriva all'improvviso,ma avviene per slittamenti progressivi. Perciò il centrosinistra deve fare una battaglia a viso aperto, senza nessuna concessione alla cultura del Pdl che infrange le regole, né all'egoismo sociale e identitario della Lega. Un centrosinistra che facesse questo, che avesse questo coraggio, tornerebbe a parlare al Paese».

Maria Teresa Meli

17 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_giugno_17/Veltroni-un-accordo-duro-ma-inevitabile_077220b4-79e3-11df-b10c-00144f02aabe.shtml
« Ultima modifica: Giugno 17, 2010, 06:32:31 da Admin » Loggato
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« Risposta #4 il: Luglio 15, 2010, 12:33:35 »

«No a scorciatoie, come può pensare parte dell’opposizione»

«Dalla crisi non si esce con la via giudiziaria: ora governo di transizione»

D’Alema: patto per la crescita, come negli anni ’90


ROMA — «In questo momento le prospettive appaiono incerte mentre la crisi appare certa». Esordisce così Massimo D’Alema. E la sua non è una battuta: «Io penso che qualsiasi considerazione sulle prospettive politiche dovrebbe prendere le mosse da una preoccupazione vivissima dello stato del Paese. E non mi pare che Berlusconi ne sia consapevole, visto che continua a lanciare futili messaggi di ottimismo».

Che fa l’opposizione? Gufa?
«Il problema qui non è dividerci tra chi è ottimista e chi è pessimista. Tutti quanti abbiamo speranza nella capacità di questo Paese di riprendersi, ma il problema vero è che noi siamo di fronte a una grande crisi che non è solo economica. C’è anche una crisi morale, di credibilità dello Stato, di fronte alla quale non c’è nessuna risposta, perché c’è un vuoto di leadership politica impressionante. Berlusconi prova a trovare una via d’uscita cercando di costruire un equilibrio politico che lo tuteli di più, e perciò si lancia nel tentativo abbastanza maldestro di riassorbire nella maggioranza Casini. Ma la questione vera non è come puntellare l’attuale equilibrio, è come uscirne».

E come se ne esce secondo lei, onorevole D’Alema?
«Bisogna prendere atto che la lunga fase della parabola berlusconiana è finita. Nell’ultimo decennio lui è stato il principale arbitro della vita pubblica e ha governato per circa otto anni. Il risultato complessivo di questa esperienza è estremamente negativo. Non credo che l’anno prossimo Berlusconi possa andare all’assemblea della Confindustria e dire che vuole ridurre le tasse, semplificare la pubblica amministrazione, modernizzare il Paese ed essere di nuovo applaudito. Infatti è successo il contrario. La pressione fiscale è aumentata. L’inefficienza e la corruzione della pubblica amministrazione sono cresciute con fenomeni patologici che ricordano per dimensione e gravità la situazione dell’Italia all’inizio degli anni Novanta. Il Pil del 2009 è fermo: è uguale al Pil del 2000, mentre la spesa pubblica è cresciuta di 6 punti. Insomma, un disastro, è difficile usare una espressione diversa».

Lei dipinge un quadro a tinte assai fosche...
«Siamo di fronte a un bilancio fallimentare, il che pone il Paese in una condizione d’emergenza. E una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe dire: fermiamoci un momentino, altrimenti l’Italia va a rotoli, e cerchiamo dei rimedi. Naturalmente questo è un discorso che si rivolge a tutte le forze politiche. Nel senso che, secondo me, non ci sono scorciatoie: non si esce da una crisi di questo tipo attraverso una soluzione giudiziaria, come può immaginare una certa parte dell’opposizione, o attraverso una campagna moralista e giustizialista. Io voglio che si faccia giustizia e penso che le persone che sono gravemente indiziate o sotto processo si debbano dimettere. A questo proposito ritengo un fatto positivo che si siano ottenute le dimissioni di Cosentino, dopo le dimissioni di Brancher e dopo quelle di Scajola. Ma proprio questa sfilata di dimissioni dimostra che siamo di fronte a un problema più profondo. La portata della crisi richiede un salto di qualità politico ed escludo che possa farlo Berlusconi, perché non credo che abbia la capacità del barone di Münchausen che si sollevava da solo. Penso che questa riflessione la si stia facendo anche all’interno del Pdl».

Onorevole D’Alema, lei sembra ipotizzare una crisi di governo neanche troppo lontana nel tempo. A quel punto le soluzioni potrebbero essere diverse. Elezioni anticipate o un governo che guidi la transizione.
«La prospettiva delle elezioni obiettivamente c’è. Ma io sono d’accordo con la lettera che vi ha mandato Macaluso: ritengo che tornare a votare con l’attuale legge elettorale, per una sorta di referendum su Berlusconi sì, Berlusconi no, non sarebbe utile. C’è bisogno di un momento di responsabilità in cui si affrontino i problemi del Paese con coraggio. Abbiamo bisogno di un nuovo patto sociale. Come negli anni Novanta ci fu un patto per il risanamento, oggi abbiamo bisogno di un patto per la crescita. Tutto ciò l’attuale governo non è in grado di farlo, al di là di ogni valutazione, perché non ha credibilità».

Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini in un’intervista al «Corriere della Sera» ha proposto una soluzione diversa da quella delle elezioni anticipate: lui pensa piuttosto all’opportunità di dare vita a un governo delle larghe intese.
«Se si tratta di un’operazione di ceto politico intorno a Berlusconi non serve assolutamente a nulla. Ha un senso, viceversa, se è un appello alla responsabilità per aprire una fase nuova attraverso un governo di transizione, di larghe intese, o come vogliamo chiamarlo. Ovviamente, in una democrazia bipolare questa non può che essere una soluzione temporanea, legata a obiettivi precisi, ivi compresa la riforma della legge elettorale, che produce un bipolarismo fondato su una personalizzazione distorta della politica. E come la realizzazione di un compromesso ragionevole tra nord e sud in materia di federalismo, per evitare che questo diventi il tema di uno scontro lacerante per il Paese. Si tratta di un discorso che ha una logica e credo proprio che il maggior partito di opposizione sarebbe pronto a riconoscere la logica di un ragionamento di questo tipo».

Per la verità Pier Ferdinando Casini dice anche che il Pd è pronto a fare un governo guidato da Giulio Tremonti.
«Mi sembra una interpretazione un po’ sbrigativa e credo che tutte queste chiacchiere sui nomi servano solo ad ostacolare i processi politici ».

Ma non crede di esagerare le difficoltà del momento? Quella di questi giorni potrebbe anche essere una crisi passeggera e Berlusconi potrebbe continuare a governare fino alla fine della legislatura.
«È evidente anche agli esponenti della maggioranza che l’attuale equilibrio non regge più, gli elementi di scollamento sono troppi ».

Ma chi potrebbe mai essere la personalità che riesce a mettere insieme forze politiche tanto diverse?
«Questa è una decisione che spetta, come lei sa, al presidente della Repubblica».

E perché mai il Pdl dovrebbe scaricare Silvio Berlusconi per metter su un governo di transizione con le forze dell’opposizione?
«È chiaro che se questo discorso non troverà un ascolto nell’ambito della maggioranza è probabile che si arriverà alle elezioni anticipate, perché ormai la situazione non è più sostenibile. Però se dentro il Pdl ci sono persone preoccupate del destino del Paese e non soltanto cortigiani — e io non credo che ci siano esclusivamente cortigiani perché comunque è una grande forza politica che ha avuto il voto di tanti milioni di italiani — questa prospettiva è attuabile. Insomma, il Pdl deve dimostrare se è un partito o una sorta di sultanato. I partiti nelle democrazie moderne hanno la capacità di guardare agli interessi del Paese anche al di là del destino delle leadership, che possono anche cambiare. Per loro questa è una prova importante».

Maria Teresa Meli

15 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_luglio_15/meli_intervista-dalema_03bd51d4-8fd5-11df-b54a-00144f02aabe.shtml
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« Risposta #5 il: Luglio 30, 2010, 10:26:50 »

Il direttore del Foglio: gli ho detto di non rompere. La sua anomalia produce instabilità

Ferrara: Silvio sbaglia, pagherà un prezzo

«Ora si dividono ma poi dovranno rimettersi insieme o si suicidano entrambi. Ci voleva un divorzio razionale»


ROMA - L'altro ieri sera Giuliano Ferrara ci ha provato ancora a convincere Berlusconi alla tregua, ma non era aria. Anche la supercolomba Gianni Letta, raccontano, si era arreso.

Ferrara, come giudica la decisione di Berlusconi?
«È un errore. Berlusconi pagherà un prezzo notevole perché è brutta l'immagine di un leader politico che caccia una persona che dice di pensarla in modo diverso da lui e di voler continuare lealmente a collaborare dentro lo stesso partito. Per Berlusconi sarà sempre più difficile porsi come lo stabilizzatore e il riformatore politico di questo Paese e come "rassembleur": questa è una scelta che lo condanna di nuovo a un'immagine di forte faziosità e di populismo spinto».

Veramente Ferrara non capisce perché lo abbia fatto?
«Io gli ho sempre consigliato di non rompere perché pagherà un prezzo troppo alto. Detto ciò, ammetto che c'è qualcosa di intellettualistico e di astratto in questo mio giudizio perché in realtà la questione che ha posto Fini è una questione esistenziale per la leadership berlusconiana».

Ossia?
«All'inizio Fini gli aveva detto: tu ti sei preso il corpo di An, hai fatto questo partito unico, io sono presidente della Camera, metto su un pensatoio e cerco di costruire il mio futuro dopo di te, tra molto tempo, delineando una destra diversa da quella anomala che rappresenti tu, ma lo faccio con gli intellettuali. Poi però, siccome Berlusconi ha respinto con asprezza anche questo, Fini ha cominciato a organizzare un'altra cosa: un conto lavorare con Filippo Rossi e Alessandro Campi, un conto è mettere in piazza Briguglio, Granata e Bocchino e teorizzare la necessità di una corrente organizzata fino alla sfida aperta. Con questo Fini ha contestato l'essenza di Berlusconi, perché lui non usò a caso l'espressione "discesa in campo", che è diversa da "entrare in politica". La sua è una partita personale con questa triangolazione: io, il popolo italiano e un sistema istituzionale da cambiare. Fini gli ha detto "questa identità non va più bene, si fa politica in un partito politico" e questo vuol dire che Berlusconi non è più il profeta ma il segretario generale. Gli ha prospettato una cosa che lui vede come il diavolo: un partito politico tradizionale secondo un modello che spegne quel fuoco nella pancia che in Berlusconi deriva dall'idolatria di se stesso. E così, effettivamente, ha ottenuto dei risultati in questi quindici anni: ha riformato nella prassi il sistema politico italiano».

Rottura definitiva, secondo lei?
«Rompono, ma poi dovranno rimettersi insieme e fare insieme le elezioni sennò sarebbe un suicidio per entrambi. E allora perché non fare una separazione consensuale, un divorzio razionale? E invece no, Berlusconi ha scelto la lite».

Berlusconi sostiene che Fini dovrebbe anche lasciare la presidenza della Camera.
«È una questione molto spinosa, quella della presidenza della Camera. Non si può dire che non abbia fondamento l'osservazione di Berlusconi, c'è una maggioranza che ha eletto Fini, e adesso questa maggioranza sostanzialmente lo sfiducia, però la prassi costituzionale non lo prevede, peraltro non prevede tante altre cose che dice Berlusconi. I presidenti del Parlamento sono cariche dello Stato e non incarichi politici, quindi si produrrà un altro conflitto tra la visione sbrigativa di Berlusconi e quella un po' parruccona di Fini. Comunque il problema vero è un altro: io non vedo lo sbocco di tutta questa vicenda».

Non lo vede nessuno...
«Capirei di più se Berlusconi dicesse "non mi fanno governare perché adesso mi tolgono il legittimo impedimento con la Corte costituzionale, vogliono assolutamente stroncarmi con le iniziative della magistratura, il Pd sta riprendendo le vecchie trame ribaltonistiche e se ne frega del risultato delle elezioni, io perciò ho bisogno di un nuovo involucro politico e quindi rompo con Fini per fare le elezioni e per riformare la Costituzione". E poi c'è la domanda delle domande che però va fatta se si è onesti».

Se la faccia e si dia una risposta.
«L'anomalia Berlusconi ha prodotto delle cose importanti, ma ha ancora delle cose da dire al Paese? Berlusconi... e ora cito grandi personalità della storia, ma non vorrei che questo fosse troppo eccitante per lui, non è Metternich, che disegna una mappa e crea un sistema di equilibrio. Però, vorrei dirgli, è dura essere Napoleone, che poi si sa come è finito: a Sant'Elena. Non puoi fare una crisi dietro l'altra, alla fine di questa parabola berlusconiana ci doveva essere il lieto fine stabilizzatore. Se lui riuscisse in questa legislatura, ma mi sembra un po' tardi, a portare a compimento un processo di maturazione del suo rapporto con le istituzioni, se facesse un po' pace anche con i vecchi meccanismi pure impolverati... Sulle intercettazioni per esempio poteva trovare una maggioranza presentando il ddl Mastella, ma niente. Lui rimette sempre tutto in discussione: è un gioco molto rischioso che mette in luce che l'anomalia berlusconiana oggi produce più che altro instabilità».

Nel frattempo Berlusconi è impegnato anche su un altro fronte, quello della giustizia.
«Io sono furioso per questa degenerazione da Stato di polizia della giustizia italiana. Mi sono così arrabbiato sulla storia P3. Dico, dimostratemi che c'è la corruzione, ma non c'è, non c'è nessuna prova, allora tirano fuori l'associazione segreta. Abbiamo già fatto l'esperienza nel '94: la cospirazione contro lo Stato della P2 si è sgonfiata come una bolla di sapone, tutti assolti, e si trattava di una loggia massonica con gente molto diversa da Pasquale Lombardi. Ecco, anche se dovessi stabilire che tutto quello che fa Berlusconi è errato politicamente, il solo fatto che sia l'ultimo baluardo contro una logica di quel tipo, contro lo Stato di polizia, me lo fa scegliere come uomo politico da sostenere».

Maria Teresa Meli

30 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_luglio_30/melli-ferrara-silvio-sbaglia_bda7e95e-9ba3-11df-8a43-00144f02aabe.shtml
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« Risposta #6 il: Settembre 13, 2010, 04:13:39 »

IL CASO
La tentazione dei veltroniani: gruppi parlamentari autonomi

L'ex leader Pd ha riunito i fedelissimi l'8 settembre e citato l'esempio di Fini


ROMA — Lui, Walter Veltroni, non c'era. E mancavano anche molti parlamentari che fanno riferimento all'ex leader del Pd. Non erano assenze casuali quelle alla festa di Torino, nel giorno del discorso di Pier Luigi Bersani. I veltroniani si sentono sempre più lontani da questo Partito democratico in cui fanno fatica a riconoscersi. Se lo sono detti, una volta tanto senza infingimenti, né furbizie politiche, l'otto settembre, in una riunione dei parlamentari convocata dall'ex segretario nella sede della sua fondazione, Democratica. E per la prima volta in quella sede si è parlato dell’ipotesi di dare vita a dei gruppi parlamentari autonomi. Un’operazione simile a quella fatta da Gianfranco Fini. E infatti Veltroni ha citato proprio l’esempio del presidente della Camera e di «Futuro e libertà». Del resto, con il riavvicinamento del capogruppo a Montecitorio Dario Franceschini e di Piero Fassino alla maggioranza, la battaglia interna rischia di diventare un’aspirazione vana. Sono pochi quelli che hanno un seggio o un incarico da difendere che accettano di stare in minoranza e non si acconciano a dei compromessi con i bersaniani.

Sia chiaro, ancora non c’è niente di definito. Si aspetta la direzione convocata per la seconda metà di settembre e si cerca di capire se il Pd cambierà rotta o se, invece, proseguirà lungo il solco tracciato da Bersani e D'Alema. Ma che non si tratti solo di chiacchiere lo dimostra il fatto che sono stati già presi in esame i possibili nomi dei nuovi gruppi parlamentari. All'ex segretario non dispiace «Innovazione e Riformismo». Nel corso di quell'incontro, però, più d'uno ha sollevato qualche obiezione su questo nome. La parola «riformismo», è stato osservato, non ha molto appeal in Italia ed è un concetto non prontamente comprensibile in un Paese come il nostro. Meglio «Democratici per la libertà» che esprime un messaggio molto chiaro: siamo noi il vero Pd.

I numeri per fare un gruppo alla Camera e un'analoga pattuglia parlamentare al Senato ci sono. Quindi non è questo il problema. Lo è invece la durata della legislatura perché una precipitazione degli eventi renderebbe difficile l'intera operazione. Ma in quella riunione si è parlato anche d'altro. Delle primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra, per esempio. Il voto per Bersani è escluso, mentre è stato preso in considerazione un eventuale ticket Chiamparino-Vendola, come possibile tandem per affrontare il centrodestra nelle prossime elezioni. Certo, è chiaro a tutti, e per primo allo stesso ex segretario, che la decisione di creare dei gruppi autonomi avrebbe dei contraccolpi inevitabili nel partito. Il nome di Veltroni è legato indissolubilmente al Pd. Lui ne è stato il primo segretario, lui ne parlava anni e anni fa, quando quel progetto veniva visto come un azzardo irrealizzabile dai suoi colleghi dei Ds. La mossa di Fini è niente in confronto, piuttosto sarebbe come se dal Pdl prendesse le distanze Silvio Berlusconi. Dei contenuti di quella riunione è trapelato poco o niente. All’esterno del partito, almeno, perché dentro il Pd qualche eco di quell’incontro ha raggiunto anche gli esponenti della maggioranza dalemian-bersaniana. E ora diventano più comprensibili le parole che diceva l’altro giorno a un ignaro senatore il vice capogruppo a palazzo Madama, Nicola Latorre: «Vedrai che adesso Veltroni cercherà di fare come Fini, la sua strada è sempre più lontana dalla nostra».

Maria Teresa Meli

http://www.corriere.it/politica/10_settembre_13/tentazione-veltroniani-gruppi-parlamentari-maria-teresa-meli_2fae2742-bf18-11df-8975-00144f02aabe.shtml


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« Risposta #7 il: Febbraio 04, 2011, 06:11:19 »


L'OPPOSIZIONE

Il Pd e la «santa alleanza» «Con Udc e Fli vinciamo»

Nel progetto c’è Vendola ma non Di Pietro. D’accordo Veltroni

ROMA — E ora che Silvio Berlusconi per l’ennesima volta ce l’ha fatta, il Partito democratico si interroga sulla propria strategia. Che fare? Andare avanti così o cambiare linea? «Innanzitutto — osserva Beppe Fioroni — dovremmo smetterla di caricare di grandi significati politici i voti che vengono dati alla Camera, visto che il premier ha la maggioranza e che di fronte a tutte queste sconfitte parlamentari i nostri elettori si scoraggiano. Poi dovremmo smetterla di seguire pedissequamente il soviet supremo delle Procure» . Questo per l’oggi. Ma c’è il domani e la non ancora sopita speranza del Pd che si vada alle elezioni anticipate. Temute e demonizzate fino a un mesetto fa, ora le consultazioni sono diventate per i dirigenti del Partito democratico un oggetto del desiderio. Il cambio di passo nasce dai quasi quotidiani contatti con il terzo polo.

Negli ultimi tempi Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani si sono andati convincendo che la santa alleanza anti-Berlusconi non è più una chimera, né è soltanto lo spauracchio con cui fare pressioni sul presidente del Consiglio. Pier Ferdinando Casini questa volta ha lasciato aperta la porta e non ha detto di no all’ipotesi di andare assieme al Pd alle elezioni. È una strada percorribile, ha spiegato ai colleghi dell’Udc e agli ambasciatori del Partito democratico. Raccontano che la svolta del leader centrista sia nata dopo che, con l’esplodere del caso Ruby, la Conferenza episcopale ha cambiato atteggiamento su Berlusconi. Ora il primo obiettivo di Casini è quello di fare fuori— politicamente, s’intende— il Cavaliere. E se per questo bisogna imbarcarsi in un’avventura con il centrosinistra, il numero uno dell’Udc è disposto a farlo. «Vi avevo detto che piano piano Casini si sarebbe convinto» , è il ritornello che in questi giorni un Massimo D’Alema soddisfatto ripete nelle sue conversazioni con deputati e senatori del Pd. E Gianfranco Fini? Potrebbe mai l’ex leader di Alleanza nazionale finire in uno schieramento di questo tipo? Al Partito democratico sono convinti di sì: il presidente della Camera non si staccherà da Casini, farà quello che fa lui. Dunque la sortita di D’Alema, che ha rilanciato l’intesa con il terzo polo in un’intervista a Repubblica la settimana scorsa, non era un’uscita estemporanea. Era il frutto dei contatti che si sono intensificati in questi ultimi tempi. Da questa alleanza resterebbe fuori il solo Di Pietro: «C’è il rischio che prenda più voti, ma non è un problema» , ha spiegato il presidente del Copasir. Non è un problema perché nei due sondaggi commissionati di recente dal Partito democratico uno schieramento che va da Fini a Vendola, passando per Bersani e Casini, avrebbe ottime probabilità di successo sulla coalizione formata da Pdl e Lega.

Insomma, al Pd sono assolutamente sicuri che con la santa alleanza la vittoria sarebbe scontata. Tant’è vero che anche gli esponenti della minoranza interna, i cosiddetti Modem di Walter Veltroni, Paolo Gentiloni e Beppe Fioroni hanno deciso di non mettere i bastoni tra le ruote alla maggioranza. Pure loro sono pronti a giocare la partita politica secondo questo schema. «Del resto — spiegava l’altro giorno Gentiloni a un compagno di corrente— se andassimo alle elezioni con questa formazione Berlusconi perderebbe di sicuro. Ed è per questo motivo che lui non vuole assolutamente il voto anticipato. E per la stessa ragione non lo vuole più nemmeno la Lega» .

Maria Teresa Meli

04 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/11_febbraio_04/pd-santa_alleanza-bersani-casini_bbe4796e-3029-11e0-b267-00144f02aabc.shtml
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« Risposta #8 il: Marzo 10, 2011, 06:23:32 »

L'incontro

Veltroni «chiama» Renzi. E lui stronca il partito

«Le firme? Non servono a nulla. Mi auguro che Berlusconi possa dimostrare la sua innocenza». Asse per le primarie


ROMA - Sono tutti là. Walter Veltroni, il leader del Pd originale, quello prima versione, che fa gli onori di casa ai due ospiti.
Sergio Chiamparino, che poteva essere leader ma che poi ha preferito finire il suo mandato di sindaco di Torino. E Matteo Renzi, il leader che verrà.

Sono tutti insieme al teatro dei Servi a Roma, per un convegno di Democratica, la fondazione di Veltroni. Parlano linguaggi differenti tra di loro, ma un filo li unisce, e anni luce li allontanano da Bersani e dal «suo» Pd. Renzi più di ogni altro in quella sala rappresenta la rottura con certe liturgie della politica del centrosinistra. Arriva senza essersi nemmeno tolto dal viso il cerone che ha messo per partecipare a Matrix. Nessun altro lì lo avrebbe fatto, per timore di un possibile accostamento a Berlusconi. Lui sì. Anche perché di questa «ossessione del Pd» per il premier è bello che stufo. Per questo non esita a dire quello che gli altri due si limitano a pensare: «La raccolta di firme non serve a nulla».

Il suo linguaggio è diverso e diretto: «Spesso raccontiamo un'Italia triste e i nostri in tv sono tristi e polemici. Però è a Roma e in Parlamento che è così, sul territorio è tutta un'altra storia». Non si preoccupa di abbattere un totem del centrosinistra, la concertazione: «Io sono contrario, andava bene all'epoca di Ciampi, per il governo nazionale, ma non può essere replicata in sedicesimo in tutte le città italiane». Non rinnega la rottamazione, anche se ha abbandonato i rottamatori: «Il senso era di dire: gente non potete svernare in Parlamento...c'è chi ci ha fatto le ragnatele lì». Il sindaco di Firenze non risparmia critiche a nessuno, nemmeno al Bersani che non vuole mettere il suo nome sul simbolo del partito: «È una decisione che ci riporta indietro di 30 anni». E fa anche di più, rompe un tabù che non romperebbe anima viva nel centrosinistra: «Io mi auguro - e so che verrò criticato per questo - che Berlusconi possa dimostrare la sua innocenza al processo perché in un Paese civile non si augura una condanna a nessuno».

Tutte parole che farebbero rabbrividire Rosy Bindi, che, però, lì non c'è: il suo Pd non è sicuramente quello che Veltroni ha deciso di mandare in scena al teatro dei Servi. Dunque, il sindaco di Firenze non nasconde la sua diversità, non si trincera dietro giri di parole o astuzie diplomatiche, non abbraccia la cautela. E questo lo rende differente anche da Veltroni e da Chiamparino. Ma poi Renzi parla lo stesso linguaggio del sindaco di Torino - e viceversa - quando si tratta di delineare il Pd come dovrebbe essere e come non è. Per il sindaco di Torino «la sinistra fa un'analisi inadeguata di come evolve la società italiana». Per Renzi il Pd perso nel suo antiberlusconismo non ha altra identità se non questa e non rappresenta quindi un'alternativa di governo. Entrambi sono ostili alla Santa Alleanza. «Va rivista questa strategia», dice il sindaco di Torino. E quello di Firenze: «Basta con gli inciuci, le ammucchiate e i tatticismi, smettiamola di inseguire Fini, Bocchino o altri statisti di questo tipo». Anche sulle primarie la pensano nello stesso modo. Per Chiamparino «sono il metodo più trasparente e democratico», tanto più che i partiti «non hanno più autorevolezza». Per Renzi «non si può chiedere agli elettori di andare nelle sezioni, anche perché la maggior parte sono chiuse», perciò bisogna coinvolgerli con le primarie: «È assurdo che decidano i gruppi dirigenti dei partiti che non rappresentano più niente».

Veltroni, soddisfatto, guarda Renzi e Chiamparino, seduto in prima fila. Sale sul palco solo alla fine per un discorsetto di due minuti. Annuncia che la settimana prossima presenterà un ddl per istituire le primarie per legge. Poi chiude così: «Non basta sostenere che questo è l'autunno del Paese, bisogna preparare la primavera». Come a dire: caro Bersani, non puoi solo parlar male di Berlusconi devi anche dire che cosa vuoi fare tu per costruire un'alternativa credibile.

Ma in quella sala tutti sembrano guardare a Renzi per quell'alternativa. Lui sorride, nega di essere sceso in campo, ma da un mese è in campagna elettorale per preparare la sua futura candidatura.

Maria Teresa Meli

10 marzo 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/politica
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« Risposta #9 il: Giugno 08, 2011, 10:57:43 »

L'INTERVISTA

Vendola: noi e il Pd in un nuovo soggetto

«Basta etichette stantie: anch'io voglio allargare all'Udc e so che il vecchio welfare non regge»



ROMA - Vendola, che insegnamento dovrebbe trarre il centrosinistra dal voto?
«Alle Amministrative ha vinto una spinta anti-oligarchica, che si era già affacciata nello straordinario processo democratico delle primarie e ha restituito vitalità e anima alla proposta politica del centrosinistra. E ha perso il politicismo che domina soprattutto nei palazzi».

A che cosa si riferisce?
«A quei ragionamenti astratti sulle formule magiche della vittoria: si vince al centro, il moderatismo è la chiave di volta, ecc. Ciascuno di noi dovrebbe cimentarsi con il futuro invece che con il passato. Lo dico con affetto ai leader del Pd: c'è qualcosa di stantio, c'è puzza di naftalina nell'uso disinvolto delle etichette ideologiche con cui reciprocamente ci chiamiamo... Radicale, riformista, moderato... Rompiamo con il retaggio delle nostre biografie e mettiamoci tutti quanti in mare aperto, a guardare la scena nuova della politica perché c'è una scena nuova della società».

Vendola, pare di capire che lei stia prefigurando la nascita di nuova sinistra tutta unita.
«Io non ho ricette già pronte, però dico con umiltà ai miei compagni, a quelli del Pd, e a tutti gli alleati: prendiamo il coraggio di affrontare l'inadeguatezza della forma partito, andiamo in campo aperto. E questo vale per tutti, a cominciare dal mio movimento, Sel: al congresso fondativo abbiamo detto che il nostro obiettivo non era tanto far nascere un partito quanto riaprire una partita. Noi non dobbiamo recuperare lo spazio residuo che fu della sinistra radicale. Sarebbe come scrivere vecchi copioni: il nostro compito invece è quello di rimescolare le carte insieme a tanti altri e altre».

Ma crede veramente che Bersani e il Pd accetteranno la sua proposta?
«Nel Pd si è aperta una discussione molto interessante. Bettini propone la creazione di un nuovo soggetto unitario. Latorre invita noi e il Pd a essere i cofondatori di un nuovo partito. Il presidente della Toscana Rossi ipotizza una lista unitaria di Sel, Idv e Pd. Sono tutti ragionamenti incoraggianti. Finalmente c'è un'altra idea della politica. Nel cantiere dell'alternativa non distribuiamo le magliette con i colori delle squadre, ma apriamo piuttosto le porte anche a tanti altri che non vengono dai partiti e che portano, competenze, esperienze di vita, ricchezza di cultura. E in quel cantiere, insieme agli altri, proviamo a farci le domande giuste e a darci le risposte giuste: non è forse questo il programma dell'alternativa?».

Insomma, secondo lei il Pd, Sel, i partiti del centrosinistra sono pronti sul serio a compiere questo passo.
«Perché no? È accaduto che parte rilevante della cultura riformista italiana e del Pd, che aveva militato nella trincea dell'energia nucleare, abbia rapidamente ripiegato le proprie bandiere, è accaduta la stessa cosa sul tema dell'acqua di cui molti propugnavano la privatizzazione. E non voglio fare un discorso provocatorio: anche la sinistra radicale deve accorgersi, per esempio, che non si può tenere in piedi il vecchio welfare. Oggi siamo tutti quanti chiamati a metterci in gioco».
Intanto nei palazzi c'è chi prepara una riforma elettorale che possa piacere anche al terzo polo...
«Non ho difficoltà a discutere le regole del gioco con tutti, però evitiamo di incartarci».

E le primarie? Bisogna accelerare, secondo lei?
«Dovremmo concepirle come il catalizzatore di una formidabile mobilitazione delle idee, sapendo che chi le vince ha come compito primario (se posso usare questo bisticcio di parole) quello dell'allargamento della coalizione».

Ma potrebbe mai svolgere questo compito lei, il leader di Sel?
«Io nella mia modesta esperienza ho governato facendo dell'ascolto della proposta dei centristi un mio dover essere quotidiano e oggi ho un rapporto molto buono con l'Udc nel Consiglio regionale della Puglia. Faccio un altro esempio: Pisapia che chiede a Tabacci di entrare in giunta. Mi pare emblematico del fatto che se si libera il campo da argomenti speciosi e pregiudiziali possiamo tutti impegnarci per lo stesso obiettivo».

Vendola, per caso vuole rubare il mestiere a D'Alema e allargare lei all'Udc?
«Non mi permetto di rubare il mestiere. Dico solo che mi sento in gioco e spero che tutti quanti si sentano in gioco... alla pari».

Maria Teresa Meli

08 giugno 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/politica/11_giugno_08/vendola-noi-pd-soggetto-meli_b355f59c-919b-11e0-9b49-77b721022eeb.shtml
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« Risposta #10 il: Dicembre 18, 2011, 05:53:10 »

Pd


Veltroni «torna» e prova a insidiare il leader Bersani sulla premiership

Strategie divergenti, il governo Monti rimescola le carte anche a sinistra


ROMA - Raccontano che l'altro ieri sera, quando la Lega, a mò di scherno nei confronti di Bersani, ha cominciato a urlare nell'aula di Montecitorio «Veltroni, Veltroni», il segretario del Pd non abbia gradito e abbia avuto un moto di stizza.

Non è dato sapere il grado di consapevolezza che i deputati del Carroccio hanno messo nella loro malizia. Chissà se erano consci del fatto che in questo particolare periodo Bersani soffre l'improvviso attivismo dell'ex leader. Risvegliatosi da un lungo letargo Veltroni è più che mai determinato a tornare a condizionare la linea del partito. Ed è per questa ragione che con ancor maggiore slancio degli altri compagni del Pd ha sposato la linea del governo Monti. Certo, non è riuscito a raggiungere l'obiettivo massimo che si era prefisso. Ovverosia la gestione collegiale del partito. Quella è una richiesta che Bersani si guarda bene dall'esaudire. Ma intanto un primo risultato lo ha raggiunto. Come spiegava Ermete Realacci il giorno del voto della manovra: «La rottura con Di Pietro è un fatto acquisito. Pensate che poteva succedere se andavamo alle elezioni, vincevamo e dovevamo governare questa crisi economica con Idv e Sel».

Nichi Vendola che è furbo ha capito il gioco ed evita di polemizzare con il Pd per la scelta di appoggiare Monti, Di Pietro, invece, si è messo fuori da solo. E la strategia bersaniana immortalata nella foto di Vasto è ormai un sogno del passato. Rischia di diventarlo anche la candidatura del segretario alla premiership del centrosinistra. Anche su quella Veltroni sta già lavorando. E, ancora una volta, questo suo progetto dipende dal governo Monti. O meglio dalla sua durata. Se si arriva sino a fine legislatura, l'ex leader ha molte più chance di mandare in porto i suoi piani. Ma se invece si va alle elezioni anticipate Veltroni dovrà dire addio alla sua strategia. E un piccolo rischio, stando a Beppe Fioroni, c'è: «Tutti quelli che si rendono conto che se questo governo dura gli attuali equilibri politici verranno modificati e si apriranno molti nuovi giochi, potrebbero avere interesse a staccare la spina a Monti. E non parlo solo di Berlusconi, anche dalla nostra parte c'è chi potrebbe pensarla così, sbagliando perché chi stacca la spina perde le elezioni».

Ma se la legislatura va avanti, nel Pd muterà inevitabilmente il quadro. Congresso o non congresso, che per statuto dovrebbe svolgersi nell'ottobre del 2013, cioè dopo le elezioni di fine legislatura. Veltroni e i suoi, in un primo tempo avevano pensato di mettere in pista Matteo Renzi. Ma il sindaco di Firenze appare all'ex segretario un candidato difficile da far accettare al «corpaccione» del Pd, composto da ex Ds, e agli apparati. Archiviata questa ipotesi, ora Veltroni guarda con un certo interesse a Enrico Letta. Il vicesegretario ha dalla sua molte carte: è giovane, è un moderato a cui la foto di Vasto non è mai piaciuta, ed è già stato al governo. Potrebbe essere lui il candidato ideale per la premiership del centrosinistra nel segno del Pd riformista e non socialista d'antan. Insomma di quel Partito democratico che Veltroni aveva immaginato nel 2008, quando lo ha messo al mondo.

Maria Teresa Meli

18 dicembre 2011 | 10:44© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/11_dicembre_18/meli_veltroni-torna-insidia-leadership-bersani_99e74602-2957-11e1-b27e-96a5b74e19a5.shtml
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« Risposta #11 il: Marzo 22, 2012, 12:20:23 »

Democratici divisi sull'esito del negoziato. Fioroni apprezza. Fassino: sbagliato

Bersani all'esecutivo : «I patti non erano questi»

Il Pd costretto a dire sì, anche di fronte al no di Camusso. Il leader teme le tensioni sociali e lo strappo con la Cgil


ROMA - Al Pd lo hanno battezzato il «disaccordo concordato». E ai più anziani tra i dirigenti del partito ha ricordato un termine del politichese del tempo che fu: le convergenze parallele. Tradotto, significa che a Largo del Nazareno sperano di gestire senza strappi, rotture e polemiche con la Cgil questa vicenda della riforma del lavoro.

Non sarà facile. Quando il provvedimento arriverà in aula il Pd sarà costretto a dire il suo sì, anche di fronte al no di Camusso. «Il nostro voto favorevole, pur con tanti distinguo, non può essere in discussione», sottolinea infatti Enrico Letta. Bersani, che in serata parla con la leader della Cgil, preferisce non essere così esplicito. È fortemente irritato con il governo: «Non ha cercato con convinzione l'accordo. I patti non erano questi, i patti erano che si sarebbe tentata l'intesa in tutti i modi», è il suo rimprovero.

Quello che più temono in questo momento i vertici del Pd è lo scoppio di focolai di tensione sociale. Il segretario è stato chiaro con i suoi: «Prepariamoci, perché adesso si apre una fase non facile. La questione sociale esiste e potrebbe aggravarsi nei prossimi mesi. Chi protesta, chi non ce la fa più a fare sacrifici va ascoltato». A questo proposito si mostra preoccupato anche Stefano Fassina: «Il governo rifiutando le aperture fatte dalla segreteria della Cgil alimenta una tensione sociale che non fa bene a nessuno. Quando parlava dell'articolo 18 in conferenza stampa Monti sembrava Sacconi».

Sul merito del provvedimento, come era prevedibile, nel Pd ci sono reazioni diverse. Beppe Fioroni non ha dubbi: «Credo che sia stata trovata, sia nel metodo che nel contenuto, una soluzione importante. Si incentiva il lavoro a tempo indeterminato, vengono rafforzati gli ammortizzatori sociali, l'articolo 18 resta con una significativa manutenzione. Nella riunione, altro fattore degno di nota, si è registrata l'unità su tanti punti. Adesso nessuno faccia saltare il banco». Di tutt'altro tenore le osservazioni di Fassina: «Da quello che si può capire finora ci sono dei punti positivi, ma anche molti buchi, per esempio per quel che riguarda gli ammortizzatori sociali. La parte che riguarda l'articolo 18 non va bene perché lo svuota completamente». Secondo il responsabile economico infatti va introdotto il sistema tedesco nel senso pieno del termine, ossia affidando sempre al giudice la decisione, anche nel caso dei licenziamenti economici. La pensa nello stesso modo Cesare Damiano: «Il modello tedesco, al quale si fa spesso riferimento, prevede nel caso di licenziamento per motivi economici senza giusta causa di lasciare al giudice la possibilità di scegliere tra reintegrazione e risarcimenti».

La linea ufficiale del Pd sull'articolo 18 è questa. E pubblicamente Bersani dice: «Su questa riforma dovrà pronunciarsi il Parlamento». Come a dire che è pronto a chiedere delle modifiche: «Prenderemo le nostre iniziative», assicura Fassina. Ma Bersani sa bene che non si faranno altri passi avanti nella ricerca di un'intesa con la Cgil. Inevitabilmente, le strade del Pd e quelle del sindacato di Camusso si divideranno. E a largo del Nazareno, nonostante le dichiarazioni contrarie, ci si prepara già ad affrontare l'eventuale richiesta del governo di inserire la riforma in un decreto.

Maria Teresa Meli

21 marzo 2012 | 8:30© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/12_marzo_21/gelo-di-bersani-sull-esecutivo-i-patti-non-erano-questi-maria-teresa-meli_00023f4c-7321-11e1-85e3-e872b0baf870.shtml
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« Risposta #12 il: Aprile 09, 2012, 10:26:39 »

L'intervista

Bersani: «Nuove regole in pochi mesi sul finanziamento. Nessuno si metta di traverso»

«Senza controlli sui bilanci dei partiti, codici etici e regole sulle candidature l'Italia non è una democrazia moderna»


ROMA - Onorevole Bersani, che cosa l'ha spinta ad appellarsi ad Alfano e Casini per promuovere una legge sui bilanci dei partiti?

«Io sono convinto che nei prossimi dodici mesi dovremo affrontare un passaggio drammatico: o saremo in grado di consegnare all'Italia un assetto costituzionale occidentale del nostro sistema politico, riformandolo, o ci arrenderemo a un'eccezione italiana, passando da un populismo all'altro. Siccome il nostro obiettivo è il primo, è chiaro che dobbiamo riuscire ad affermare una democrazia moderna in cui i partiti non rispondano solo ai loro elettori e iscritti. Per raggiungere questo traguardo dobbiamo riuscire a varare una legge seria perché le forze politiche abbiano bilanci certificati e controllati, codici etici, meccanismi trasparenti di partecipazione alla vita interna, regole per le candidature. In questo senso vanno previste anche delle sanzioni, come l'esclusione dai finanziamenti ed eventualmente anche il divieto di presentazione liste. Noi avevamo presentato per tempo una nostra proposta e ora diciamo "acceleriamo assolutamente", perché i fatti che stanno emergendo sono allucinanti».

Si riferisce alla Lega?
«Sì ma non solo, e in ogni caso c'è un punto da sottolineare: in questi anni siamo slittati verso una personalizzazione talmente accesa, con la costituzione di partiti quasi personali, che, com'era inevitabile, ha portato alla creazione di cerchie ristrette, familismi, corti, sistemi feudatari di vassalli valvassori e valvassini, con imperatori capaci di nominare anche i cavalli. Insomma, in queste condizioni non poteva non prendere piede un sistema opaco. Quando io tre anni fa dicevo che non metterò mai il mio nome sul simbolo non volevo fare demagogia, ma intendevo dire che i partiti devono essere un patrimonio collettivo, quasi istituzionale, non posso essere piegati a una logica personale, che tra l'altro ci ha consegnato una legge elettorale dove sono stati possibili casi come quelli di Calearo e Scilipoti che lasciano esterrefatti. Dobbiamo correggere queste derive e prendere esempio dalle normali democrazie occidentali che non hanno questi fenomeni perché lì i leader sono leader pro tempore, secondo regole che i partiti si danno».

Lei pensa che i partiti italiani abbiano gli anticorpi necessari?
«Assolutamente sì, guardi noi: per esempio, le primarie, che pure sono un meccanismo da migliorare, rispondono proprio all'esigenza di avere un partito, per così dire, all'aria aperta. Lo stesso dicasi per la decisione che abbiamo preso a suo tempo di far certificare i bilanci. Per lo stesso motivo affermo che dopo Bersani ci saranno le primarie, niente cooptazioni, ma meccanismi di partecipazione. La strada è questa e non riguarda solo noi che per primi abbiamo adottato questo meccanismo, dovrà riguardare tutti se vogliamo un sistema trasparente e democratico».

Sarete in grado di fare questa legge o ancora una volta toccherà al governo cavarvi d'impaccio?
«Un minimo comune denominatore tra i partiti per fare una legge sui finanziamenti c'è e ci può essere. C'è tutta la possibilità di lavorare su questo nelle prossime settimane».

Non le sembra di peccare d'ottimismo?
«Voglio dire la verità: io avevo scritto questa lettera dicendo di tenerla riservata e di lavorarci sopra, sono stati Alfano e Casini a dirmi "no, tiriamola fuori e impegniamoci a fare queste cose". Questo significa che la volontà c'è. Immagino perciò che nei prossimi giorni si avvierà una discussione approfondita non solo tra noi tre. Se ci mettiamo seriamente all'opera ce la possiamo fare in poco tempo. Faccio un esempio, nella mia proposta di legge si prevede di mettere a sistema un meccanismo di primarie, ma se gli altri non sono pronti, possiamo vedere questa questione più avanti; però sulla certificazione dei bilanci, sulla necessità di inserire una soglia molto bassa per cui bisogna dichiarare i soldi che un partito ha ricevuto, sull'obbligatorietà di pubblicazione su Internet dei nostri bilanci possiamo metterci d'accordo rapidamente».

E poi verrà varato un decreto per fare velocemente?
«Per quel che riguarda lo strumento, per me può anche essere un progetto di legge di pochi articoli, che abbia una corsia ultrapreferenziale. Non escludo nemmeno, una volta stabilito il contenuto, sentito il governo, e, naturalmente il presidente della Repubblica, che ci si possa avvalere di uno strumento straordinario come il decreto. A me interessa la sostanza: in pochi mesi dobbiamo arrivare a una soluzione».

Intanto continuerete a prendere rimborsi senza spenderli tutti per le attività elettorali.
«Vorrei chiarire subito una cosa. C'è già stata una drastica riduzione del finanziamento della politica perché nel 2010 erano stanziati 289 milioni di euro, che diminuendo di anno in anno arriveranno ai 143 del 2013. Inoltre non è più vero che se si interrompe la legislatura continua il finanziamento. Dal 2011 non è più così. Con questa tagliola significa che non sarà più nemmeno possibile che partiti ormai morti ricevano dei soldi. Con queste novità, il finanziamento della politica in Italia diventerà inferiore a quello che è in Germania, in Francia o in Spagna. Ciò detto, è vero che il meccanismo adesso lascia un margine d'ambiguità. Sotto il titolo rimborso elettorale c'è, come negli altri Paesi, un forfait che riguarda il finanziamento dell'attività politica e non solo quello della campagna elettorale. Si può riconsiderare questo aspetto, ma l'importante è essere d'accordo su due punti di fondo. Primo, il finanziamento alla politica da Clistene e Pericle in poi c'è sempre stato nelle democrazie per evitare plutocrazie, oligarchie e dominio. Secondo, è vero che bisogna adeguarsi ai parametri europei, laddove non ci fossimo ancora, ma è soprattutto necessario prevedere un sistema di controllo che ora non c'è. Bisogna dire quali sono le regole, scriverle in una legge e avere qualcuno che le certifichi. Su questo fronte l'Italia adesso non è a posto. Senza certificazione regolare non deve essere più possibile prendere i soldi: i partiti non sono associazioni private per cui possono anche mantenere le famiglie dei loro leader, sono l'ossatura della democrazia».

Che cosa risponde a chi dice che i partiti si sono svegliati solo ora che sono ricoperti dagli scandali? Lo sapete che gli elettori non hanno più fiducia nelle forze politiche.
«Veramente sono due o tre anni che noi del Pd abbiamo elaborato quattro-cinque progetti in materia che ora abbiamo unificato. E voglio essere chiaro: se non riusciamo a risolvere un problema di questo genere ci meritiamo come sistema politico la sfiducia degli italiani. Su questo sconti non se ne faranno. Adesso partiamo, troviamo una soluzione e chi si volesse mettere di traverso se ne prenderà la responsabilità. Facciamo quattro articoli e poi parliamo con la Lega, con l'Idv, con chi sta in Parlamento. Il resto lo vedremo più approfonditamente dopo».

La gente non ha più fiducia nei partiti: perché dovrebbe accettare che vengano finanziati pubblicamente?
«Se vogliamo somigliare alle democrazie europee dobbiamo prevedere che la politica venga finanziata. Altrimenti ci ribeccheremo un miliardario che suona il piffero con tutti che gli vanno appresso».

Maria Teresa Meli

8 aprile 2012 | 9:16© RIPRODUZIONE RISERVATA

DA - http://www.corriere.it/politica/12_aprile_08/nuove-regole-in-pochi-mesi-nessuno-si-metta-di-traverso-maria-teresa-meli_1429dd06-8148-11e1-9393-421c9ec39659.shtml
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« Risposta #13 il: Maggio 11, 2012, 12:30:49 »

L'intervista Il sindaco di Firenze

«Sfido Bersani alle primarie, dovrà farle Non è legittimato da quelle 2009»

Renzi: «Se prende un voto di più sarà il candidato premier del Pd.

Amministrative? Abbiamo lasciato sul campo 91 mila voti


ROMA - «Se i dirigenti del Pd pensano di aver vinto queste elezioni vuol dire che vivono nell'iperuranio»: Matteo Renzi non si smentisce mai. Pane al pane e vino al vino, senza troppe diplomazie o giri di parole.

Sindaco, comunque il Pd ha tenuto.
«Non ha senso dire "siamo solo feriti ma non siamo morti". Continuare a dare una lettura relativa di queste elezioni senza sottolineare il dato più importante che è quello dell'astensionismo mi sembra una cosa ridicola. Quando a Genova vota un elettore su due qualche domanda bisognerà pur porsela. E mi pare che l'astensionismo, unito al voto di protesta, fotografa un'Italia totalmente diversa da quella che emerge dai commenti dei leader dei partiti. Dopodiché, per carità, io sono molto felice che il Pd prenda qualche sindaco in più del passato, però è anche vero che lascia sul terreno 91 mila voti. È una cifra bestiale. Persino dove abbiamo vinto abbiamo perso molti consensi».

In compenso la destra è andata malissimo.
«Alla destra si potrebbe dedicare una puntata di Chi l'ha visto . Ma attenti a entusiasmarsi troppo: sottovalutare Berlusconi oggi sarebbe un clamoroso errore. Il centrodestra oggi non ha più niente da perdere e quindi potrebbe buttare il tavolo all'aria».

Ossia mandare a casa Monti?
«No, parlo del tavolo politico. Berlusconi potrebbe inventarsi un nuovo soggetto. E questo provocherebbe il bis del '93. Io sento un'assonanza tra quel periodo della gioiosa macchina da guerra di Occhetto e questa fase. Sia dal punto di vista del tipo di coalizione - la foto di Vasto - sia per la sicurezza di vincere che sembra albergare in larga parte dei nostri dirigenti. Attenzione: lo ripeto, Berlusconi può rialzare la testa, inventarsi una cosa nuova e poi noi passiamo i prossimi cinque anni, dal 2013 al 2018, come un gruppo di alcolisti anonimi a chiederci perché abbiamo perso elezioni che avevamo già date per vinte. E non vorrei essere scortese con gli alcolisti anonimi».

Intanto c'è chi parla ancora di elezioni anticipate.
«Se nel centrosinistra c'è, come io credo, la tentazione di costringere Berlusconi a staccare la spina a Monti per andare alle elezioni a ottobre, vuol dire che ci si sta preparando a commettere un errore politico bestiale».

E che cosa dovrebbe fare nel frattempo il Pd?
«Io so quello che faccio io adesso: chiedo formalmente al segretario del mio partito di convocare le primarie del Pd. Non vorrei che Bersani pensasse di fondare la propria legittimazione sulle primarie del 2009. Se si vota a marzo del 2013 si facciano le primarie a ottobre o a novembre, senza inventarsi alibi».

Renzi, lei parla di primarie del Pd, non di coalizione.
«Io sono per farle di partito, come in tutti i Paesi civili. Bersani le vuol fare di coalizione? Ci spieghi perché. In Francia Hollande non le ha fatte con Melenchon».

E se Bersani vince, lei che fa?
«Se ottiene un voto in più degli altri ha il diritto di essere lui il candidato e tutti noi gli daremo una mano con correttezza ma l'idea di andare a ricercare la sua legittimazione su primarie di tre anni fa, cioè di un'era geologica fa, perché in politica è cambiato tutto, sarebbe assurdo. Bersani deve avere il coraggio di indire le primarie. Mettendosi in gioco lui, se lo ritiene, ma è ovvio che parteciperanno anche altri. Ognuno con il proprio programma».

Cioè?
«Ognuno dovrà dire come la pensa, quello che intende fare. Per esempio, io trovo timido il Pd sulla legge elettorale perché non può esser un meccanismo alla fine del quale non si sa chi ha vinto le elezioni. Che sia il modello francese, inglese o uzbeko, la sera alle dieci e mezzo si deve sapere chi ha vinto. E ancora, per dirne un'altra. A me non piace l'idea novecentesca del partito che ha il segretario: pensare di togliere il nome dal simbolo, di combattere la personalizzazione così. Oggi la comunicazione è tutto nella vita politica e lo abbiamo visto anche con i movimenti di Grillo e dintorni».

Lei accennava alla legge elettorale. Ma crede che i partiti riescano a fare le riforme?
«Questa classe politica è già sufficientemente screditata ma se non le fa si condanna al suicidio. Hanno toccato la pensione alla signora sessantenne, possibile che non riescano a toccare il numero dei parlamentari?».

Tornando alle primarie, potrebbero cambiare le regole.
«Non si cambiano le regole quando fa comodo e il gioco è in corso. Io le preferisco di partito, ma se le vogliono di coalizione bene. Però con le stesse regole con cui sono stati eletti Prodi, Veltroni e Bersani. Non si inventino giochetti strani. Che siano primarie aperte a tutti».

Insomma, Renzi, lei è rimasto il rottamatore di sempre.
«Mi hanno dato del maleducato quando ho usato il termine rottamazione. Ora posso dire di essere stato fin troppo sobrio: non rivendico il copyright . Avevamo semplicemente detto quello che pensa l'ottanta per cento della gente».

Oggi sul Fatto Quotidiano Flores D'Arcais sostiene che dovrebbe essere rottamato anche lei, sindaco.
«Quando io andavo all'asilo Flores era stato già espulso dalla Fgci per trotzkismo».

E cosa pensa di Grillo?
«Che dovrebbe fare un monumento ai partiti politici. Lui è il campione delle contraddizioni: ha sempre affermato tesi che ha poi smentito. Mi riferisco al Beppe Grillo testimonial pubblicitario e poi fustigatore degli spot, al Grillo testimonial delle convention aziendali e oggi fustigatore dei costumi. Dopodiché dice delle cose vere: dopo due, tre mandati i parlamentari non dovrebbero più ricandidarsi. Il Pd ha questa regola interna ma è un partito che si fonda sulle deroghe. Torniamo invece a vivere sulle regole».

Maria Teresa Meli

11 maggio 2012 | 7:52© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/12_maggio_11/renzi-sfido-bersani-primarie-maria-teresa-meli_0af0ca32-9b2a-11e1-81bc-34fceaba092f.shtml
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« Risposta #14 il: Ottobre 15, 2012, 06:08:27 »

L'ex premier potrebbe essere spinto a rinunciare

Pd, l'addio di Veltroni scuote la vecchia guardia D'Alema spiazzato medita il ritiro

La mossa crea problemi anche a Bindi, nel mirino di Renzi


ROMA - A Pier Luigi Bersani, con cui ha parlato ieri sera, l'ha spiegata così: «E' una scelta del tutto personale, senza altre letture. Non è per fare polemica: avevo preso un impegno nel 2006 e dentro di me l'avevo confermato quando mi sono dimesso da segretario». Ma è indubbio che, al di là delle sue intenzioni e della sua volontà, la scelta di Walter Veltroni è destinata a mutare il corso delle cose nel Partito democratico. Ed è singolare in questo senso che, seppure per caso, il suo annuncio sia caduto proprio nel giorno del compleanno di quel Pd che lui ha fondato.

Da settimane l'ex leader spiegava di «non poterne più di essere messo nel calderone dei vecchi che hanno fatto cattiva politica», da mesi ripeteva che «la storia del patto tra i big del partito per cui io mi sarei prenotato la presidenza della Camera per la prossima legislatura è una balla». E ora si sente finalmente «in pace» con se stesso. Il che non vuol dire che si defilerà dalla lotta. Lo ha assicurato al segretario: «Farò campagna elettorale e mi impegnerò per far vincere il Pd». Bersani ha ringraziato sia per la promessa fattagli sia perché con questa decisione Veltroni spiana la strada al leader che vuole rinnovare «senza umiliare o mettere da parte nessuno»: «Dobbiamo far vedere che anche noi vogliamo il ricambio, anche perché è vero».

E adesso tutti si chiedono che cosa farà D'Alema. Perché l'annuncio di Veltroni pone un problema ai maggiorenti di lungo corso del Pd. Per dirla con il giovane onorevole Fausto Recchia «in molti oggi si sentiranno invecchiati». Bersani spera in suo autonomo passo indietro. Il presidente del Copasir ha ammesso in più di un comizio che due mesi fa aveva pensato di dimettersi ma che poi di fronte «all'aggressione di Renzi» ha cambiato idea. E ora? Ora che Emanuele Fiano dice «facessero anche gli altri questo gesto». Ora che Alessandra Moretti, portavoce del comitato elettorale di Bersani, non ha fatto e non fa mistero di voler pensionare anche lui, che cosa farà D'Alema?

È spiazzato, di certo, perché questa sua scelta l'ex segretario del Pd l'aveva maturata da solo, una settimana fa. Ne era al corrente, in qualche modo, Bersani, ma erano pochissimi quelli che sapevano tutto: la moglie Flavia e l'indispensabile braccio destro Walter Verini. Il presidente del Copasir sostiene che «come sempre, farà quello che è bene per il partito». E lascia intendere che potrebbe defilarsi. Ma intanto non si sa quanto spontaneamente più di seicento politici, economisti, uomini di cultura meridionali oggi su l'Unità sosterranno che per loro «D'Alema è un punto di riferimento».

Si badi bene, questo non è un tentativo di ricandidatura da parte del presidente del Copasir. Semplicemente, D'Alema è amareggiato per il trattamento riservatogli: «Sono stato preso come il simbolo negativo della politica». E il fatto che i vertici del Pd non lo abbiano difeso gli ha fatto male. Un conto è uscire dalla mischia politica tra i fischi, un altro uscirne tra gli applausi. Ma non c'è solo D'Alema a essere spiazzato - e nel suo caso anche anticipato - dalla mossa di Veltroni. C'è anche Rosy Bindi. È in Parlamento da una vita e Renzi glielo ricorda ogni volta che può. Lei dice «mi rimetto alle decisioni del partito». Però spiega anche perché e per come si è meritata la ricandidatura. Ora non potrà riscendere in pista senza fare la figura di quella attaccata alla poltrona. Perciò sta riflettendo sul da farsi. Lo stesso dicasi per Anna Finocchiaro. Non ha problemi invece l'ex presidente del Senato Franco Marini che, qualche mese fa, in un'intervista alla Stampa disse che non si sarebbe ricandidato.

Ora c'è chi per rito o chi per convinzione, chiede a Veltroni, come fa Enrico Letta, di «ripensarci». Ma lui spiega: «Non ritornerò mai sui miei passi». E non esclude in un prossimo futuro un altro viaggio in quel continente che, al di là delle ironie che sono state fatte, gli è rimasto nel cuore: l'Africa.

Maria Teresa Meli

15 ottobre 2012 | 11:18© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/12_ottobre_15/meli-annuncio-rischia-fermare-d-alema-bindi_65259f74-168a-11e2-be27-71fc27f55c26.shtml
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