AUGUSTO MINZOLINI -

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2/4/2009 (7:22) - AL VIA IL G20

"Le regole? Ci penseremo noi al G8"
 
La scommessa di Berlusconi "Un nuovo codice per la finanza"


AUGUSTO MINZOLINI
INVIATO A LONDRA

Mentre Silvio Berlusconi incontra il primo ministro giapponese, Taro Aso, in una delle salette del Claridges di una Londra attraversata da gruppi di contestatori contro il G20, in una giornata che alla fine sarà segnata anche dalla morte di uno dei manifestanti, nella hall dell’albergo il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, spiega da osservatore quello che c’è dietro al braccio di ferro che divide Londra, e più formalmente Washington, da Parigi e Berlino su quello che dovrebbero fare i governi dei grandi della terra per fronteggiare la crisi economica. «Forse a qualcuno potrà sembrare strano - racconta - ma i governi di destra sono quelli che vogliono intervenire con maggior forza, stabilire regole ferree per evitare che si ripeta quanto è successo, mentre quelli di sinistra, specie gli inglesi, non toccherebbero nulla. Anche Tremonti è un convinto interventista».

Sul fatto che il ministro dell’Economia italiano sia uno dei campioni della scuola che vuole a tutti i costi delle nuove regole efficaci non ci sono dubbi. Su questa posizione il nostro paese è schierato da tempo. Lo stesso Cavaliere qualche settimana fa in un incontro con il Presidente Napolitano aveva fatto questo ragionamento: «Soldi per intervenire non ne abbiamo tanti. Quello che dovevamo fare lo abbiamo fatto. Quello, invece, su cui noi italiani possiamo lavorare con efficacia, sono le regole». Una tesi che ha tra i suoi ispiratori proprio Tremonti, il quale considera questo capitolo fondamentale per mettere in piedi una strategia efficace contro la crisi. Né il ministro dell’Economia si sorprende più di tanto dell’atteggiamento di Londra. Anzi. «I laburisti - osserva - sono succubi della cultura della City. Fa parte della cultura inglese. La preghiera della City, è del ’700, si conclude con la richiesta a Dio di mantenere la "financial stability". Seguita dall’amen. A quell’epoca invece di pensare ai raccolti già pensavano a questo». Già, non potrebbe essere altrimenti: l’economia inglese è la finanza. Se Obama tenta di essere più autonomo, gli inglesi non possono.

E quello che sta avvenendo al G20 è la fotografia di questa condizione: Brown preferisce spostare l’attenzione più sull’aumento di risorse al Fmi, sulle politiche di stimolo fiscale; svicola, invece, il tema delle regole e la questione dei paradisi fiscali. Loro ce l’hanno in casa. Esattamente il contrario del cancelliere Merkel e del presidente francese Sarkozy. Quest’ultimo ha addirittura minacciato di lasciare Londra se non sarà data una soluzione alla questione. La reazione ha anche una sua ratio mediatica: «Il presidente francese - confida uno dei membri della delegazione italiana - ha bisogno di portare a casa un risultato che anche al bar capiscano: è più facile parlare alla gente della fine dei paradisi fiscali che non dei nuovi soldi a disposizione del Fmi». Un atteggiamento più che comprensivo se si pensa che in questo momento in Francia gli operai rapiscono padroni e manager.

E l’Italia? Siamo vicini a francesi e tedeschi. In fondo anche noi ci siamo battuti per la creazione di blacklist che facciano la radiografia della condizione di ciascun paese: nella lista nera i paradisi fiscali senza controllo, isole Cayman e dintorni; in quella grigia paesi come la Svizzera, il Lussemburgo, l’Austria; in quella bianca le anime candide. Solo che in quella grigia finirebbero tanti paesi europei. E potrebbe essere un problema: qualcuno, come la Svizzera, potrebbe ricordare che si è attenuta agli standard europei. «La verità - racconta Tremonti - è che quando siamo arrivati all’intesa è l’Europa che si è avvicinata alla Svizzera, non il contrario». Per cui dal punto di vista dei contenuti non ci sono dubbi sulla nostra collocazione. «Quella franco-tedesca - fa presente Berlusconi - è la nostra linea, siamo noi che stiamo preparando il cosiddetto ’legal standard act’». E’ probabile, però, che nel vertice manterremo una posizione più defilata rispetto a tedeschi e francesi. Almeno in apparenza. Questa almeno sembra essere l’intenzione del Cavaliere che ha una sua logica. Intanto se il G20 non porterà a casa un piano efficace, l’appuntamento del G8 diventerà ancor più fondamentale.

In secondo luogo, proprio per poter strappare di più a La Maddalena, proprio per poter svolgere il ruolo di mediatore al meglio, il Cavaliere ora non può raffreddare più di tanto i rapporti con gli inglesi. Ecco perché Berlusconi non si lascia andare alle dichiarazioni plateali di Sarkozy. «In questo vertice - si è limitato a dire - credo che qualche decisione sarà presa. Vi ricordo però che al G8 noi porteremo come nostra proposta il Global Standard e cioè una legislazione internazionale per il mondo della finanza e dell’economia. Quindi il G20 qualche cosa la comincerà a fare ma è al G8 che si pensa verrà redatto il nuovo codice». Il premier italiano, quindi, almeno in questa occasione non sembra intenzionato a partecipare più di tanto alle polemiche tra i grandi. Ha una posizione defilata come quella che ha Obama per altre ragioni: in fondo al Presidente Usa farebbe più che comodo che Sarkozy e la Merkel gli regolassero i conti con Wall Street. Un atteggiamento che il premier italiano può permettersi. Non è sotto i sondaggi come il presidente francese: «Sono al 66,4%» è il dato con cui ha salutato il primo ministro giapponese. Tant’è che ieri ha voluto dimostrare di non essere per nulla interessato alla solita corsa tutta europea dell’incontro bilaterale con Obama: «Non lo abbiamo chiesto perché non ci sono argomenti nuovi su cui intrattenerci». «Comunque nella cena di ieri sera - conclude il Cavaliere - ho avuto con Obama scambi di battute molto simpatiche. Lui si è definito il “ragazzo nuovo che deve imparare molto dall’esperienza degli altri”».

da lastampa.it

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25/4/2009 (7:31) - 25 APRILE

Un elogio ai comunisti

La tentazione di Silvio
 
Oggi a Roma e in Abruzzo la prima volta del premier alla festa


AUGUSTO MINZOLINI
ROMA


L’idea suggestiva è circolata in questi giorni e l’interessato ne ha parlato con i collaboratori più stretti ma non è detto che alla fine Silvio Berlusconi la lancerà.
Fa parte di quelle invenzioni con cui il Cavaliere supera «impasse» e contraddizioni, facendo un passo in avanti o un salto nel futuro. Nella sua prima volta alla Festa della Liberazione il Cavaliere vorrebbe che il 25 aprile diventasse la Festa della Libertà. Un modo per chiudere finalmente i conti con il passato pensando al futuro.
In fondo - spiega Gaetano Quagliariello, uno dei suoi consiglieri - Berlusconi ha tutti i titoli per pacificare ciò che è stato ed immaginare il futuro». Si può dire quel che si vuole, infatti, ma Berlusconi non ha un passato da dimenticare. Non è stato comunista, né fascista. Il suo primo approccio alla politica sono stati i manifesti attaccati sui muri per la Dc nel ’48.

Quindi ha sempre avuto un atteggiamento laico, non ideologico verso il 25 Aprile. Ha sempre riconosciuto l’importanza della Resistenza, ne ha avuto la memoria in famiglia, ma non ne ha mai accettato l’interpretazione ideologica per incasellare o, addirittura, mummificare il presente. L’ha sempre considerata un moto di popolo per la riconquista di un diritto naturale come la libertà. Un moto di popolo come quello che ha spinto oggi gli italiani a cimentarsi in una gara di solidarietà per soccorrere e aiutare i terremotati abruzzesi. E non è un caso che il Cavaliere abbia deciso come luogo del suo primo 25 Aprile Onna, il paesino abruzzese epicentro del sisma, che l’11 giugno del ’44 fu teatro di un massacro ad opera dei nazisti. In questi giorni in cui si è tanto discusso della sua partecipazione alla festa della Liberazione, il premier ha tentato, quindi, di darne una sua interpretazione originale.

Riassumendo tutti i passi compiuti da chi ha militato in campi avversi per arrivare alla pacificazione, ad una Festa condivisa. A partire dalle parole che l’ex comunista Luciano Violante pronunciò a Montecitorio nel ’96: «Dobbiamo capire i vinti di Salò». Appunto, Berlusconi riconosce e comprende i punti di vista di tutti. Lo ha spiegato ieri ai suoi che lo hanno aiutato a limare e rivedere il discorso di oggi: bisogna ricordare quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata, che sono morti per i loro ideali; ma va riconosciuto innanzitutto l’impegno di chi di fronte ad un dramma nazionale come la guerra e l’occupazione nazista, ha reagito per riconquistare il paese alla libertà.
E sono stati tanti: ci sono stati i partigiani cattolici, socialisti, liberali, ma anche una resistenza comunista a cui il Cavaliere potrebbe addirittura riconoscere il merito di aver partecipato a questo moto di popolo. Non si sa con quali parole Berlusconi, divulgatore del libro nero del comunismo, affronterà questo argomento delicato.

Magari sarà solo un elenco dei tanti che hanno avuto un ruolo in un’impresa, come si conviene quando si consegnano errori e medaglie di ciascuno alla Storia.
Ma è un passaggio importante per chi vuole individuare una memoria comune del passato, in cui si riconosca l’intero Paese, punto di partenza indispensabile per scrivere un futuro anch’esso comune che coinvolga tutto il Paese. Di questi argomenti il Premier ha parlato e discusso in tante occasioni in questi giorni. E la sua suggestione, quella di passare da una Festa di Liberazione ad una festa della Libertà, parte dall’idea di aggiornare quel momento importante, di coniugarlo al presente, superando il carattere «antifascista» che ne ha caratterizzato il substrato ideologico in un monito più ampio, che contenga in sé gli anticorpi necessari per fronteggiare tutte le tragedie del secolo scorso e quelle che sono ancora presenti nel mondo d’oggi, cioè l’«anti-totalitarismo».

Non si tratta solo di un passaggio lessicale ma del tentativo di costruire - come dicono i suoi consiglieri - «una coscienza nazionale», «un sentimento nazionale», in cui possano riconoscersi tutti: nella storia non c’è stato solo il fascismo, ma anche lo stalinismo, il regime sovietico, Pol Pot, Saddam Hussein e tanti altri. Quella coscienza nazionale, quel sentimento nazionale condiviso, indispensabile per chi vuole modernizzare il Paese. In fondo la decisione del Cavaliere di partecipare per la prima volta alle celebrazioni del 25 Aprile sul piano dell’immagine è un modo per tendere la mano anche a chi l’ha sempre osteggiato e combattuto più come un nemico che come un avversario.
Una premessa essenziale per chi vuole riformare un Paese, per chi considera necessario e non più eludibile un aggiornamento della sua Carta Costituzionale, dettato dalla constatazione pragmatica e concreta che in questi sessant’anni il mondo è cambiato profondamente, che i tempi delle decisioni per chi vuole davvero incidere nella realtà, cogliere occasioni e fronteggiare crisi, si sono fatti terribilmente più veloci. Il primo 25 Aprile del Cavaliere è essenzialmente un atto di fiducia.

DA lastampa.it

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13/5/2009 (7:12) - RETROSCENA

Dal Cavaliere un colpo a Fini e uno alla Lega
 
«An non esiste più e Maroni esegue i miei ordini»

AUGUSTO MINZOLINI
ROMA


Forse l’occasione per precisare la posizione del governo sull’immigrazione non poteva essere più adatta per Silvio Berlusconi. Davanti al presidente, Hosni Mubarak, esponente di primo piano del mondo arabo e dei Paesi non allineati, durante il vertice italo-egiziano a Sharm el Sheik. Nel vertice in cui sono stati firmati 14 contratti di collaborazione tra i due Paesi, il Cavaliere ha rimarcato il carattere globale del problema: nel giro di qualche decennio la popolazione mondiale aumenterà di 2 miliardi di persone, concentrate nelle aree più povere del mondo, e «senza una democratizzazione questi Paesi non usciranno dall’indigenza e la pressione migratoria sarà più intensa». Ecco perché la soluzione dell’immigrazione con la «I» maiuscola riguarda le organizzazioni sovrannazionali a cominciare dalla Ue. E’ un punto su cui anche Mubarak si è trovato d’accordo e che rende tutte le polemiche nostrane un po’ paradossali, almeno per il Cavaliere.

La nostra legislazione in materia non è infatti molto diversa da quella degli altri Paesi (basta guardare alla Francia), il problema semmai è se deve essere applicata o no. Ogni volta che da noi un barcone di immigrati clandestini viene riportato al porto di provenienza, cioè che certe misure si rivelano efficaci, comincia una polemica politica senza fine, che addirittura coinvolge anche gli organismi internazionali. Se poi «i casi» scoppiano in campagna elettorale gli echi, secondo una vecchia tradizione italiana, si moltiplicano. C’è chi esagera, chi si intesta il merito in solitudine, chi invece cavalca la posizione contraria che piace alla Chiesa, per ovvi motivi, e ad una certa sinistra. Anche in questa occasione il ministro Maroni ha rivendicato il merito dei rimpatri, Fini ha cavalcato il tema della difesa degli immigrati clandestini con diritto di asilo e la sinistra, a parte Fassino e Rutelli, è andata ancora più in là. A Berlusconi, quindi, nella «querelle» non è rimasto che difendere una posizione mediana.

Scelta facile rispetto a quelle che il premier è costretto a prendere di questi tempi, perché se c’è una posizione prevalente nell’opinione pubblica italiana, che non lascia dubbi (basta guardare i sondaggi), riguarda proprio la politica sull’immigrazione, quella che il premier ha sintetizzato con un’espressione studiata: la «porta socchiusa» da contrapporre a quella della «porta spalancata» cara, secondo Berlusconi, alla sinistra. Il premier, convinto che questo sarà ancora una volta uno dei temi «forti» della campagna elettorale, ha voluto rimarcare il suo primato in quella politica del governo che, grazie anche agli accordi con la Libia, sta permettendo all’Italia di riportare nei porti di partenza gli immigrati clandestini intercettati nel Canale di Sicilia. «Sono intese - ha spiegato - che ho gestito io. Le ho sottoscritte, Maroni esegue quegli accordi che sono stati assunti direttamente da me. E Gheddafi sta rispettando gli accordi che aveva preso con me». Una rivendicazione dei propri meriti rivolta anche agli elettori settentrionali, i più sensibili al tema dell’immigrazione.

Contemporaneamente il premier ha negato ogni polemica dentro il Pdl (Fini) sull’argomento, arrivando a negare l’esistenza di una posizione diversa. «An - ha spiegato il Cavaliere - è un partito che non esiste più nominalmente perché è confluito nel Pdl. Per cui c’è una sola politica, quella del Pdl». Un modo per smorzare polemiche interne che danno un’immagine distorta della posizione della maggioranza su questo, come su altri temi. «Certamente - ha precisato in proposito - la Lega esagera. Ma sono esagerazioni più di facciata che di sostanza. Poi sono le polemiche interne a dare dei pretesti all’opposizione. Basta pensare a quello che è avvenuto sulle ronde». La stessa cosa sta avvenendo ora sul respingimento degli immigrati clandestini. Berlusconi ha sottolineato che l’Italia darà sempre asilo «a chi fugge da una situazione pericolosa, ma non a chi si affida ad un’organizzazione criminale che offre di venire in Italia a chi paga un biglietto». Una posizione analoga a quella degli altri Paesi dell’Unione Europea. «Se noi non avessimo questo atteggiamento - fa presente il premier - diventeremmo una groviera», cioè l’itinerario preferito di chi organizza l’immigrazione clandestina. Del resto i dati della «Frontex», l’agenzia Ue sull’immigrazione clandestina, sono indicativi e dimostrano che la politica messa in piedi dall’Italia è in linea con quella Ue: dal 2005 al 2008 ci sono stati 150 mila respingimenti di immigrati clandestini da parte della Ue.

Insomma, l’immigrazione clandestina è un problema che dovrebbe essere affrontato senza demagogia se non si vuole ottenere l’effetto contrario a quello che si vuole. Ad esempio, per le polemiche interne alla maggioranza (franchi tiratori) qualche mese fa sparì da un decreto legge un emendamento che dava la possibilità di trattenere per sei mesi nei Centri di identificazione e di espulsione gli immigrati clandestini e che sarà reintrodotto dal disegno di legge del governo: ebbene, è evidente che in due mesi non si può fare nessuna identificazione per cui la politica di respingimento deve essere più intransigente; con i sei mesi, invece, potrebbe essere modulata diversamente. Così un’iniziativa condotta per rendere meno rigida la disciplina sull’immigrazione clandestina in questi mesi ha prodotto un risultato opposto.

da lastampa.it

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21/5/2009 (7:10)  - PERSONAGGIO - AUGUSTO MINZOLINI

Il cronista da marciapiede nella stanza dei bottoni

Augusto Minzolini prende il posto di Gianni Riotta

L'inviato e le notti insonni per raccontare la politica

MARIA CORBI
ROMA


Il giornalista meno ufficiale d’Italia sul trono del tg più paludato. Augusto Minzolini al Tg1, dalla carta stampata alla tv, da inviato a direttore, da libero battitore a capitano: una scommessa, ma con la certezza che al timone del più importante tg italiano arriva un giornalista inusuale, un cronista dal cui cognome si è coniato un neologismo: minzolinismo. Ossia, come spiega il vocabolario, una «forma di giornalismo che si basa sulla raccolta di dichiarazioni anche informali di uomini politici, senza alcuna verifica delle affermazioni raccolte». La passione della notizia origliata, rubata ai potenti italiani nelle loro riunioni segrete come ai congressi, o per strada: il retroscena. E se qualcuno smentisce, “Minzo” ci passa sopra con disinvolta sicurezza: «Confermo quello che ho scritto».

Tutti conoscono la tecnica ma continuano a cascare nella sua rete pregandolo sempre allo stesso modo: «Mi raccomando quello che ti dico non lo scrivere», quando neanche un bambino gli rivelerebbe mai un segreto. Stesso trattamento con tutti, anche con Berlusconi. Quando nel 2000 il Cavaliere si recluse alle Bermuda per dimagrire e prepararsi al ritorno in campo è l’unico inviato a violare la privacy di quella villa. Riesce a farsi invitare all’aperitivo con l’ospite che si scusa: «Queste due settimane mi voglio tirar fuori da tutto. Mi sono negato a tutti, e non voglio far torto a nessuno. Eppoi non voglio parlare di politica». Solo una chiacchiera. Ma alla fine quella paginata su La Stampa è piena di anticipazioni e retroscena con una frase di chiusura che è in puro stile Minzolini: «E’ stato di parola, ha sorvolato sul tema Italia ma nei monasteri, si sa, anche le mura parlano». E tra i corridoi della redazione romana della Stampa la frase è un tormentone. Come il giocoso «te lo dico con franchezza... me so rotto» con cui tronca una conversazione. O la battaglia col caporedattore per qualche riga in più, o per mandare il pezzo oltre il tempo imposto dalle rotative e poter aggiungere l’ultimo particolare. E qualcuno oggi ci scherza: «Chissà se il Tg1 andrà in onda alle 20.15...».

Non è facile parlare di una persona con cui si è condiviso tanto per tanti anni, ma certo non è indulgenza ripetere che il nuovo direttore del Tg1 è stato un grande cronista parlamentare, che ha avuto come maestro Guido Quaranta, retroscenista storico dell’Espresso, dominato dall’ansia di arrivare prima sulla notizia, dare il «buco» ai colleghi. E ne ha dati tanti, da quando nella prima Repubblica aveva scoperto che salendo sulla tazza del bagno nella sede del Psi di via del Corso si potevano origliare le riunioni della direzione. Craxi fece murare la toilette. Mentre dai democristiani, dietro una tenda pesante, venne scoperto perché spuntavano le sue scarpe. Inglesi, ovviamente, come gran parte dei pezzi del suo abbigliamento a cui tiene moltissimo.

Amante della forma fisica (che cura ogni giorno in palestra) e degli abiti ben tagliati, con qualche dettaglio da gagà come i pantaloni a tubo, strettissimi, o gli spolverini con il colletto di fustagno. Certamente è stato fra i primi a capire che quando Berlusconi annunciò la scesa in campo faceva sul serio e, soprattutto, gli italiani lo avrebbero preso molto sul serio. Da quel momento non ha mollato l’osso, anche quando «emigrò» come corrispondente negli Stati Uniti e continuò a battere sul suo computer scoop sulla politica interna rubati ai politici arrivati oltre oceano in viaggio di affari e di piacere. Tanti gli aneddoti che possono spiegare il nuovo direttore del Tg1, come quando nel ‘97, a notte fonda, era ancora ad aspettare fuori casa Letta il risultato di una cena tra leader del Polo e dell’Ulivo. «Mi chiamò come sempre agitatissimo - ricorda Enrico Zanetti, per anni anima della segreteria di redazione - perché gli era finita la batteria. Corsi da lui con una nuova». E tutti poterono sapere del «patto della crostata». Chissà se Massimo D’Alema ricorda quando, arrabbiatissimo, disse a Minzolini: «La verità è che su di te un sacco di giornalisti hanno fatto fortuna e sono diventati direttori, mentre tu sei sempre qui a pestare il marciapiede». Ora la carriera l’ha fatta anche lui, che negli ultimi anni non ha mai mollato la marcatura a uomo del Cavaliere. Adesso si dice felice, ma forse a Saxa Rubra gli mancherà davvero il marciapiede.

da lastampa.it

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Scheda/


Da "Ecce Bombo" a Montecitorio chi è Minzolini
 
 

Con l'arrivo di Augusto Minzolini al Tg1 arriva alla direzione della testata ammiraglia della Rai una figura storica del giornalismo parlamentare italiano. Per lui, romano, 51 anni, è stato coniato perfino un termine, il "minzolinismo", che sta a significare un giornalismo che ricostruisce il "dietro le quinte", basato anche su dichiarazioni spesso informali di esponenti politici. Lo storico cronista politico dell' Espresso, Guido Quaranta, decano di Montecitorio, gli affibbiò un nomignolo eloquente "lo squalo". Un soprannome dalla valenza positiva visto che per Quaranta i cronisti parlamentari si dividono in due categorie: gli squali, che lavorano da soli, fiutano gli eventi, pedinano i protagonisti e spesso provocano la notizia, e i tonni, la maggioranza dei cronisti parlamentari, che seguono gli eventi politici, li riportano con scrupolo, ma non fanno notizia.

Editorialista politico del quotidiano La Stampa, dove lo chiamò l'attuale direttore di Repubblica Ezio Mauro, nel 1992 Augusto Minzolini fu promosso inviato da Paolo Mieli. Incarico per cui volò a Washington per seguire le elezioni Usa che si conclusero con la vittoria di Bill Clinton.

Minzolini divenne giornalista appena ventenne, entrando all'agenzia Asca dopo la maturità classica conseguita al liceo Dante Alighieri. E dalle aule dell'istituto del quartiere romano di Prati finì sul set di Ecce bombo girato da Nanni Moretti nel 1977: era uno degli amici di Lotta studentesca di Valentina, la sorella del protagonista Michele, impegnata nell'occupazione della scuola.

Già in precedenza lavorò con il regista culto della sinistra nel lungometraggio d'esordio di Moretti, Io sono un autarchico, del 1976.

20 maggio 2009 
ilsole24ore.com

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