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Autore Discussione: MASSIMO FRANCO  (Letto 89883 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Settembre 23, 2008, 04:32:19 pm »

Il richiamo dei vescovi


di Massimo Franco


Il lessico usato dal cardinale Angelo Bagnasco riflette tutta la diffidenza dei vescovi italiani per il modo in cui è stato riempito finora il vuoto legislativo sul testamento biologico. Chiedere al Parlamento «una legge sul fine vita» tende a sollecitare una riflessione nuova; e a prevedere una serie di paletti legali che dovrebbero impedire «forme mascherate di eutanasia ». In sé il tema viene dibattuto da tempo. E Cei e Vaticano hanno scelto posizioni così nette da comportare anche polemiche laceranti. Ma l’accenno di Bagnasco ad alcuni recenti «pronunciamenti giurisprudenziali» sembra un riferimento alla sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Eluana Englaro, la ragazza di Lecco in coma dal 1992. È quel dramma ancora dolorosamente sospeso ad avere suggerito una pressione esplicita sul potere legislativo. Alcune decisioni della magistratura, è la tesi del presidente della Cei, avrebbero «inopinatamente aperto la strada all’interruzione legalizzata del nutrimento vitale»; e dunque condannato «queste persone a morte certa». Si tratta di critiche indirette, ma chiare; e del rifiuto di avallare una situazione che per Bagnasco può portare a «esiti aberranti ». Il suo appello alle Camere è un tentativo di esorcizzare quelle che le gerarchie cattoliche considerano interpretazioni inaccettabili.

L’impressione è che i vescovi confidino in una legge approvata a grande maggioranza: anche da quei cattolici che sono stati eletti nelle liste del centrosinistra. Per questo non è da escludersi qualche tensione soprattutto nel Pd. Ma nelle parole di Bagnasco si avverte la convinzione che in Parlamento esistano i numeri e la volontà trasversale per arrivare al risultato sperato. Sebbene la Cei continui a non mostrarsi particolarmente «governativa».

I giudizi sulla maggioranza sono in chiaroscuro. Si dà atto al centrodestra guidato da Silvio Berlusconi di avere fatto qualcosa in materia di riforme: scuola, federalismo fiscale, giustizia. E di avere affrontato alcune emergenze. Ma si tratta di riconoscimenti espressi con cautela, senza trascurare i rischi che comportano alcune misure e l’inadeguatezza di altre. Proprio in materia di famiglia le richieste al governo rimangono incalzanti, esigenti, critiche. Rappresentano la parte più puntuta di un discorso che non trascura di insistere sull’impoverimento di chi ha un solo reddito; e sui segnali pericolosamente negativi che comincia a dare il Paese nel rapporto con gli immigrati. Sono richiami che qualcuno può ritenere prevedibili e quasi di maniera. Eppure appaiono significativi, dopo i recenti episodi di violenza a Milano e in Campania, nei quali è difficile non scorgere anche germi di razzismo. Affiora l’immagine di un’Italia non bella, ma che la Cei si rifiuta di considerare «da incubo ». Forse, perché la vede come l’estrema diga contro una «cristianofobia» annidata perfino nelle pieghe dell’Europa e di alcune leggi italiane: un incubo da scacciare, a costo di essere accusata di ingerenza.

23 settembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #16 inserito:: Ottobre 27, 2008, 03:57:18 pm »

LA NOTA

Successo per il leader Ora la sfida è sfruttare la spinta della protesta

Veltroni si rafforza grazie anche ai passi falsi del governo


In un certo senso, sono state le seconde elezioni primarie di Walter Veltroni, ad un anno dalle precedenti. E la folla composta e civile del Circo Massimo gliele ha fatte vincere con facilità, ridimensionando i suoi critici e lo spauracchio di Antonio Di Pietro. Ma si è trattato di una vittoria che va tarata sulla lunghezza d'onda del comizio, per quanto «oceanico»; e che ha privilegiato l'autoreferenzialità della sinistra, incluse le lodi postume al governo Prodi, rispetto all'ambizione di rappresentare il Paese. Si può anche sostenere, come ha fatto ieri il segretario del Pd, che l'Italia è migliore della destra che la governa. L'affermazione, però, rimuove la sconfitta di aprile.

Soprattutto, finisce per riproporre una «diversità» virtuosa del centrosinistra, ed in primo luogo del Pd, che può apparire pretenziosa; ed incoraggiare quel filone dell'opposizione convinto di essere superiore allo schieramento berlusconiano. La richiesta veltroniana al premier di ritirare o almeno sospendere il decreto sulla riforma dell'istruzione è una delle poche proposte concrete emerse dalla manifestazione. Ma non si capisce se riaprirà davvero il dialogo, o porterà ad un nuovo rifiuto. La reazione liquidatoria del presidente del Consiglio, in visita a Pechino, non lascia prevedere spiragli.

«Non ci sarà nessun cambiamento nell'azione del governo», ha affermato Berlusconi, «perché questa è una manifestazione per uso interno alla sinistra.

Interna corporis, per le loro divisioni e per marciare contro il governo». Probabilmente l'analisi contiene una parte di verità. Ma trascura l'aiuto oggettivo che le ultime uscite del capo del governo hanno dato alla riuscita dell'adunata al Circo Massimo; forse abbinate alla scelta di palazzo Chigi di affidare ad un semplice decreto legge un cambio radicale del sistema scolastico e universitario. Come è già accaduto in altri momenti del passato, è stata la tendenza berlusconiana all'eccesso a favorire i suoi avversari; e a ricompattarli a dispetto di personalismi e contrasti politici.

Per quanto, non si può prevedere. Nell'immediato, tuttavia, la manifestazione è riuscita ad innervosire una parte del centrodestra; e, dicono i maligni, lo stesso Di Pietro, costretto al ruolo di comprimario con la sua raccolta di firme referendarie contro il «decreto Alfano» sull'immunità delle quattro alte cariche dello Stato: un'iniziativa dalla quale il Pd si è sempre dissociato. La polemica del Pdl sul numero dei manifestanti segnala una punta di sorpresa e di stizza. La cifra di due milioni e mezzo accreditata dagli uomini di Veltroni suona esagerata. La Questura di Roma parla di duecentomila manifestanti: una valutazione giudicata polemicamente dal Pd un po' al ribasso.

Fa comunque apparire smisurata anche quella di due milioni accreditata dal Pdl a proposito del corteo del centrodestra di due anni fa. Quali che siano i veri numeri, rimane l'incognita di come i vertici del Pd useranno il successo nelle trattative con Berlusconi sulla commissione di vigilanza sulla Rai e sulle altre scadenze. In apparenza, il centrosinistra si presenta meno diviso. Ma bisogna vedere se questa unità ritrovata reggerà all'urto delle prime scelte. Raffigurando un partito libero che non teme di apparire né moderato, né estremista, Veltroni ha fotografato un'identità oscillante: un'ambiguità necessaria per cercare alleati, dopo la fase dell'autarchia elettorale segnata dalla sconfitta e dalla coabitazione forzata con Di Pietro.

Massimo Franco
26 ottobre 2008

da corriere.it
« Ultima modifica: Ottobre 27, 2008, 03:59:02 pm da Admin » Registrato
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« Risposta #17 inserito:: Novembre 19, 2008, 06:08:29 pm »

il caso vigilanza rai

Il triangolo


di Massimo FRANCO


L’idea di chiudere la guerra sulla presidenza della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai ricorrendo al nome di Sergio Zavoli, dice a che punto fosse arrivato lo scontro. Il senatore della tv di Stato, prima ancora che del Pd, è un «grande vecchio » con connotazioni professionali più che politiche.

Proprio per questo sembra l’unico in grado di rimettere d’accordo tutti, almeno in teoria; e di accreditare un simulacro di tregua fra governo e opposizione. Serpeggia la tentazione di considerarlo un parafulmine istituzionale che mette fine ad una vicenda seguìta con fastidio crescente dall’opinione pubblica. Ma forse la sua scelta di garanzia rappresenta qualcosa di più. È la vittoria in extremis di quanti hanno preferito tentare la strada della stabilità piuttosto che rassegnarsi al tanto peggio tanto meglio; e di un Walter Veltroni che fino a ieri mattina sembrava schiacciato in un angolo: anche se la soluzione appare più il frutto della disperazione del Pd che di una sua strategia.

La candidatura è emersa dopo l’udienza concessa ieri dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, al leader dell’opposizione; dopo le dimissioni degli uomini di Antonio Di Pietro dalla commissione; e dopo una mediazione del solito Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio di Silvio Berlusconi. Ora ognuno potrà dire di avere vinto: sebbene non sia esattamente così. L’indicazione di Zavoli al posto del «reprobo» del centrosinistra Riccardo Villari, scelto dal Pdl e da due commissari dell’opposizione, indebolisce di colpo manovre che con la vicenda avevano ormai poco a che fare.

Il compromesso si può considerare il frutto di una triangolazione fra Veltroni, Quirinale e Letta: almeno nel senso che gli schieramenti conoscevano la preferenza di Napolitano per una soluzione condivisa da tutti. Per il segretario del Pd si trattava di uscire da una trappola, e in qualche misura ci è riuscito. Il suo partito era in tensione e tentato, in alcuni settori, di offrire sponde contro di lui; l’Idv gridava studiatamente contro i «no» berlusconiani; e Villari si era rifiutato di gettare la spugna anche dopo avere incontrato Veltroni. Ma Zavoli è il candidato ecumenico che il neopresidente chiedeva come condizione per fare un passo indietro.

Le sue dimissioni, prima come minimo discutibili, ora appaiono motivate e attese. Non sono da escludersi ostacoli residui. La situazione, però, si è svelenita. Se davvero il Pdl ha eletto Villari con l’intenzione di sbloccare lo stallo, può considerarsi soddisfatto. E se Berlusconi, come ha ripetuto ieri, voleva che l’opposizione «cambiasse cavallo», è stato accontentato. Il rammarico è che per arrivarci siano state necessarie tante asprezze: l’identikit di Zavoli probabilmente si poteva indovinare già due settimane fa. Pochi, però, volevano vederlo, forti delle proprie ragioni pretestuose: nel governo, e soprattutto in una parte del centrosinistra.

19 novembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #18 inserito:: Novembre 25, 2008, 12:33:02 pm »

LA NOTA

Democratici prigionieri della strategia imposta da Di Pietro


E’un colpo di mano annunciato da parte della maggioranza; ed un autogol altrettanto previsto del centrosinistra. L’elezione di un esponente del Pd alla presidenza della Commissione di vigilanza sulla Rai coi voti del Pdl e due «sì» dell’opposizione risolve formalmente uno stallo durato tre mesi.

In parallelo, però, acuisce la tensione fra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni. Ma soprattutto, sottolinea l’impotenza e le divisioni del Partito democratico, e la sua subalternità ad Antonio Di Pietro. La reazione indignata della minoranza per la scelta del «suo» Riccardo Villari non cancella questa impressione. Anzi, il tentativo di farlo dimettere finisce per rafforzarla. Le accuse di «golpe», di gesto da dittatura sudamericana rivolte a palazzo Chigi suonano esagerate. Se il centrodestra ha potuto mettere a segno la sua provocazione, scegliendo il presidente della Commissione Rai nelle file avversarie, lo deve alla paralisi decisionale del Pd. L’insistenza su Leoluca Orlando, candidato di Di Pietro, alla fine è diventata un boomerang: al punto che lo stesso Veltroni, insieme con Casini dell’Udc, hanno chiesto in extremis a Di Pietro una rosa di nomi: senza ottenerla. Ma la difesa tetragona di Orlando ha dato un’ulteriore vantaggio alla manovra berlusconiana, lasciando il Pd sconfitto e infuriato.

Non c’è soltanto la critica impietosa di Enzo Carra sulla strategia «da kamikaze» del proprio schieramento. C’è anche la caccia ai due «traditori» che votando Villari hanno permesso al Pdl di additare le divisioni della sinistra. Ci sono le pressioni ed i sarcasmi sul neopresidente perché si dimetta subito; e le accuse al premier di «mettere le mani sulla Rai»: senza rendersi conto dell’effetto che hanno parole del genere mentre a guidare la Commissione va un esponente del Pd. Non sarà facile cancellare il sospetto che il centrosinistra tenda a scaricare sulla Rai i problemi interni.

Tanto più che, se pure Villari fosse costretto a gettare la spugna, una soluzione di ricambio mancherebbe.
La trincea orlandiana ormai risulta indifendibile, perché non viene presidiata neppure dall’intera opposizione. Quanto all’accusa al Pdl di non aver votato il candidato indicato dalla minoranza, mentre quest’ultima ha votato per quello berlusconiano alla Corte costituzionale, l’argomento regge solo in parte: il «sì» è passato per la rinuncia del Pdl a sostenere a tutti i costi Gaetano Pecorella, avvocato del premier. Adesso, voci isolate come Marco Follini accennano all’«alleanza onerosa con Di Pietro».

Ma silenziosamente, forse la pensa così una parte non piccola del Pd. Berlusconi si gode lo spettacolo, con l’aria del passante ignaro. «Io sono estraneo all’elezione di Villari», dichiara. «È stata una scelta autonoma dei gruppi parlamentari». Insomma, il pasticcio è servito. E obbligare Villari a rinunciare promette di peggiorare le cose, riportandole al punto di partenza.

Capita, quando si va all’attacco senza misurare bene le forze, e soprattutto non si è abbastanza uniti.

Massimo Franco
14 novembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #19 inserito:: Dicembre 03, 2008, 08:39:33 am »

LA NOTA

Un messaggio severo alle classi dirigenti che imbarazza il Pd

Ma il capo dello Stato chiede anche al governo più attenzione e soldi per il Sud


In apparenza sono parole che disorientano. Arrivano mentre il Pd si contorce sul proprio «nordismo», e l'ipoteca leghista sul governo rimane forte. In realtà, rappresentano un richiamo chiaro fin quasi alla brutalità alla vera emergenza del Paese: il Sud. Ieri Giorgio Napolitano ha rovesciato i termini della crisi italiana. Si è rivolto al Paese perché guardi al proprio Mezzogiorno per arginare una deriva dai contorni ormai strutturali. Ma quella del capo dello Stato non è una difesa d'ufficio del Meridione. Anzi: l'atto d'accusa contro la politica degli «ultimi quindici anni» nel Sud si rivela uno schiaffo anche per le amministrazioni locali, del Pdl e di centrosinistra.

La loro incapacità di usare i soldi dell'Ue, di contrastare la corruzione e la criminalità è stata sottolineata dal fatto che il presidente della Repubblica parlasse a Napoli. È una metropoli dominata da anni dalla sinistra; e teatro di un malgoverno che nei giorni scorsi ha portato al suicidio di un ex assessore indagato e ieri all'ennesimo omicidio; e che ha prodotto l'emergenza dei rifiuti. Nell'analisi impietosa di Napolitano, uno dei pochi riconoscimenti è al modo in cui il governo ha cercato di rimediare. Risultati «da consolidare». Ma si dà atto a palazzo Chigi di avere impostato «soluzioni esaurienti e durevoli». La spola del premier fra Roma e Napoli, le riunioni del Cdm nel capoluogo campano si sono rivelate un segnale importante. Ma il Quirinale ne aspetta altri, e non solo da Silvio Berlusconi. La preoccupazione nasce dalla riduzione delle risorse per le aree sottoutilizzate, deciso dal governo. Chiedendo a Parlamento e Regioni di «vigilare» perché il Sud continui a ricevere fondi soprattutto per le infrastrutture, Napolitano dà voce ad un malessere trasversale. Fra 2007 e 2013, saranno sottratti oltre 11 miliardi di euro, di cui 10 al Mezzogiorno: a conferma della disattenzione verso quest'area del Paese.

È una trascuratezza considerata a dir poco miope. Citando il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, Napolitano rammenta che i margini di sviluppo sono «molto più alti» al Sud; e che sfruttarli significa rilanciare l'economia nazionale. Ma si tratta di una correzione di rotta che impone una calibratura diversa dei tagli decisi dal ministero dell'Economia; e avvertiti in qualche caso come indiscriminati e punitivi. E rimanda ad una «qualità della politica» meridionale così scadente, secondo il capo dello Stato, da moltiplicare i danni ed alimentare in parallelo i pregiudizi più vieti.

Massimo Franco
02 dicembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #20 inserito:: Dicembre 04, 2008, 11:28:17 pm »

LA NOTA

La guerra delle tv mette il Cavaliere sulla difensiva

Più che l’Iva raddoppiata a Sky, pesa il nodo del conflitto di interessi


È difficile ignorare che il problema non è il raddoppio dell’Iva per le tv satellitari come Sky, ma il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi. A rendere incandescente un provvedimento del governo giustificato dalla normativa europea è la posizione del premier, proprietario di un impero mediatico; e dunque sospettato dagli avversari di favorire le sue aziende. L’unica verità politica su quanto accade sembra questa. Il resto è polemica strumentale: tanto più che non si capisce dove finisca l’immobilismo oggettivamente a favore di Sky del governo Prodi; e dove cominci l’iniziativa dell’attuale, considerata punitiva verso il gruppo di Rupert Murdoch. Il risultato è in chiaroscuro, per il Pdl ma un po’ anche per l’opposizione. Palazzo Chigi appare in imbarazzo: lo ha fatto capire lo stesso Berlusconi. Prima dicendo che non c’entrava nulla col decreto su Sky; poi avvertendo che se non si porta l’Iva dal 10 al 20 per cento, bisogna abbassarla a tutte le tv, Mediaset compresa; e alla fine assicurando che non ci sarà retromarcia del governo: una vittoria del titolare dell’Economia, Giulio Tremonti. Non solo. Ministri come Ignazio La Russa si sono smarcati, spiegando che il provvedimento andava preso magari dopo Natale: una smentita indiretta alla tesi che l’Ue stesse per aprire una procedura di infrazione. Al Pd è stato facile puntare il dito contro un conflitto di interessi caduto in oblìo; non risolto neppure dal centrosinistra; ma risuscitato dalla decisione berlusconiana. Con qualche imbarazzo parallelo a quello governativo, però. A Tremonti che ricordava un impegno preso da Prodi con l’Europa per eliminare l’anomalia di un’imposta diversa fra le tv, Pier Luigi Bersani ha risposto in modo singolare. Per Tremonti «la colpa è sempre degli altri», ha ironizzato. «Non vado neanche a controllare». Una maniera per bollare il conflitto di interessi, ed eludere il merito: un chiarimento chiesto a Prodi nel 2007 dalla Commissione Ue, dopo un esposto di Mediaset.

Ma la sensazione è che palazzo Chigi abbia fatto una mossa destinata a metterlo sulla difensiva e ad innervosirlo: a prescindere dalla giustezza delle misure prese. Ogni volta che sfiora materie legate alle televisioni, scatta automaticamente il sospetto che voglia avvantaggiare Mediaset. E parte l’offensiva di avversari che pure, quando erano al governo, non hanno saputo o voluto risolvere il conflitto di interessi; e magari potrebbero anche avere silenziosamente favorito Sky, non rispondendo alle sollecitazioni europee. Sembra di assistere ad una nemesi della storia: una multinazionale mediatica che si ribella a Berlusconi usando gli strumenti utilizzati in passato dal Cavaliere contro le leggi «punitive» del centrosinistra sulle sue tv. «Io Sky la capisco, perché è un'azienda. Ha avuto un privilegio...», ha detto ieri il presidente del Consiglio, accusando la sinistra di avere «un rapporto privilegiato» con l’emittente di Murdoch.

Ma forse non si è ancora reso conto che il conflitto di interessi è il miglior alibi per i suoi avversari. Permette al Pd di sostenere che con l’Iva doppia per Sky, il governo tasserà e danneggerà milioni di famiglie italiane; e di velare la sua porzione di responsabilità.

Massimo Franco
03 dicembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #21 inserito:: Dicembre 16, 2008, 11:10:25 pm »

Spallate e macerie


di Massimo Franco


Il fatto che Antonio Di Pietro gioisca perché il suo partito ha quasi sestuplicato i voti ufficializza il cannibalismo in atto nel centrosinistra.

È, almeno nelle sue intenzioni, l'inizio di una lunga spallata che dovrebbe avere come traguardo un riequilibrio col Pd alle europee di primavera.

Nelle elezioni regionali in Abruzzo la scommessa non era tanto su chi avrebbe vinto fra i due schieramenti: il successo del centrodestra era previsto, anche per lo scandalo che a luglio aveva portato all'arresto del governatore Ottaviano Del Turco, del Pd. L'incognita riguardava i contraccolpi nel campo dei perdenti.

Il Partito democratico poco sopra al 20% e l'Idv intorno al 15 porterebbe a rispondere che la geografia dell'opposizione cambia: l'esercito di Veltroni si sta rapidamente logorando, e quello di Di Pietro ingrassando. Ma l'astensione che sfiora la metà del totale, quasi 30 punti meno delle politiche, allunga su tutto il sistema l'ombra della sconfitta: perfino sul Pdl berlusconiano che ha vinto. E rende la soddisfazione dipietrista vagamente autoconsolatoria.

Dietro il trionfo del non voto non c'è soltanto un giudizio negativo sul malaffare nella regione, ma sull'insieme dei partiti.

Neppure il candidato preteso e ottenuto dall'Idv è riuscito a convincere i delusi; a mobilitarli e a portarli alle urne. La traduzione elettorale di una politica vista come una variante di «guardie e ladri» ha rivelato ancora una volta tutti i suoi limiti. Ridimensiona il centrosinistra; non gli evita un tracollo; drena una parte consistente del consenso del Pd, ma radicalizzandolo e dunque rendendolo meno spendibile. Insomma, Di Pietro canta vittoria su un panorama di macerie; e da oggi i suoi rapporti con gli alleati diventeranno, se possibile, ancora più avvelenati.

Ironizzare sui «ma anche » veltroniani ed esaltare la propria affermazione ai danni del Pd significa dichiarare la guerra dentro l'opposizione. Un simile atteggiamento dice che Di Pietro considera, o comunque vuole vedere la «sindrome abruzzese» come una tendenza non locale ma nazionale; e che ha una spietata determinazione ad approfittarne. Si candida come leader non solo dell'Idv ma anche degli spezzoni dell'estrema sinistra esclusi dal Parlamento, che hanno in odio il Pd; e come campione di un antiberlusconismo irriducibile.

Il sogno sempre meno nascosto è quello di trasformarsi in una sorta di Umberto Bossi del centrosinistra: il capo di una «Lega nazionale», pronta a succhiare voti alleati. Ma non sarebbe giusto additare l'ex pm di Mani pulite come la causa dei problemi del Pd. Semmai ne è il sintomo. Sottolinea ed esaspera l'identità indefinita della creatura veltroniana. E ripropone la domanda sui motivi veri che hanno indotto il Pd a sceglierlo come alleato.

Sono più comprensibili le ragioni per le quali Berlusconi lo ama come avversario: l'antiberlusconismo di Di Pietro infiamma i cuori di una parte dell'opposizione; e in parallelo contribuisce a farla perdere.


16 dicembre 2008
da corriere.it
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« Risposta #22 inserito:: Dicembre 21, 2008, 07:24:59 pm »

Politica     


La prudenza e la speranza del Quirinale

Il premier rilancia il presidenzialismo sognando una sponda nel Pd


Forse non è stato proprio dimesso. Ma prudente sì, e molto: attento a non dire una sola parola in più sulle questioni che potevano creare preoccupazione, o polemiche. In fondo, la novità del Silvio Berlusconi di ieri è l’avarizia studiata di promesse e di annunci. Non sul piano politico, perché affermare che il Paese è maturo per una riforma presidenzialista farà rumore. E nemmeno sulla politica internazionale, nella quale il premier italiano continua a vedersi nei panni molto ambiziosi del mediatore fra Usa e Russia. Ma la sensazione è che abbia un’idea chiara del panorama economico del 2009; e preferisca allineare i risultati ottenuti sui rifiuti e su Alitalia, più che addentrarsi nelle incognite della crisi. Si tratta di una scelta responsabile, per chi deve arginare un clima di sfiducia. Se si diffonde, Palazzo Chigi potrebbe trovarsi ad affrontare una flessione dei consumi foriera di guai per le industrie e, alla fine, per l’occupazione.

È stata la cautela selettiva nella conferenza stampa di fine anno a Villa Madama, sulle pendici di Monte Mario, a dare la misura della centralità che la politica economica occupa oggi nella strategia di Berlusconi. Non mancano i riferimenti di sempre alla giustizia: in primo luogo la volontà di arrivare ad una distinzione fra magistrati giudicanti e pm, definiti «avvocati dell’accusa». E si ribadisce il progetto di limitare il più possibile le intercettazioni telefoniche. Ma al di là della polemica contro il Pd «giustizialista », e l’esortazione ad abbandonare l’alleanza con Antonio Di Pietro, si coglie un allarme più profondo. il premier vuole evitare che rispuntino i fantasmi del passato; e si saldino a nuove paure. Per questo non interviene sul governo disastrato di Napoli. Esorcizza «una Tangentopoli rossa», e non solo in nome del garantismo: paventa un crollo destinato a scaricarsi sull’intero sistema politico. Gli scandali stanno esplodendo alla vigilia di un anno difficile. Le previsioni sul calo dei posti di lavoro sono fornite con pudore.

È indicativo l’impegno ad aumentare gli «ammortizzatori sociali»; e ancora di più l’ipotesi di concedere la cassa integrazione alle imprese, stando attenti che non approfittino della crisi per licenziare. Sono messaggi che vogliono comunicare l’impegno a garantire non un progresso, ma almeno la conservazione delle posizioni attuali per la massima parte della popolazione. L’invito a non alimentare sfiducia e polemiche; l’accusa ad alcune trasmissioni tv di fomentare divisioni e pessimismo: sono tutti riflessi della paura oscura del premier che la situazione sfugga di mano; che le sue iniezioni di ottimismo vengano vanificate. In questa fase, Berlusconi non ha avversari che lo insidino. Sentirgli dire che preferisce un’opposizione anche violenta alla sua assenza, conferma la voglia di condividere le responsabilità. Se riesce a pilotare la crisi senza traumi, il suo orizzonte personale sembra già tracciato.

Il presidente del Consiglio continua a dichiarare percentuali di popolarità oltre il 70 per cento. Ed è difficile non vedere la sua silhouette dietro il rilancio del presidenzialismo. «È auspicabile una riforma della Costituzione», sostiene. «Il capo del governo deve almeno avere gli stessi poteri che hanno gli altri premier europei», aggiunge sognando la sponda del Pd. Ma un cambiamento così radicale provocherebbe una modifica degli equilibri istituzionali; ed avrebbe riflessi anche sui rapporti fra Palazzo Chigi e Quirinale.

E comunque, usare il condizionale è obbligatorio: sono scenari che per il momento dovranno fare i conti con emergenze più immediate.

Massimo Franco
21 dicembre 2008


da corriere.it
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« Risposta #23 inserito:: Febbraio 05, 2009, 05:09:21 pm »

Le difficoltà del dialogo


di Massimo Franco


Fragile, circoscritta e senza ambizioni di sistema; e così sottile che definirla «dialogo» suona improprio, tanto il termine è usurato. Ma la trama che governo e opposizione stanno imbastendo segnala una novità. Le intese su Rai e legge elettorale europea e i passi avanti sul federalismo sono indizi non di un progetto di riforme comuni, ma certo di una convergenza di interessi. È il trionfo di una sorta di carpe diem istituzionale, basato sulle convenienze reciproche; e cementato dal tentativo di Pdl e Pd di marcare il proprio primato ridimensionando gli avversari interni.

Il rischio che questa evoluzione appaia come un armistizio di puro potere non va sottovalutato. La sofferenza di alcuni settori del centrosinistra per le ultime accelerazioni veltroniane rappresenta un indizio. E il modo in cui Antonio Di Pietro cerca di accentuare il profilo di oppositore unico, continuando a sparacchiare contro il Quirinale, segnala un vittimismo calcolato; e forse redditizio in termini elettorali.

Eppure, per quanto prosaici, gli accordi che stanno prendendo corpo sono l'unico gancio al quale appendere le speranze di una legislatura meno avvelenata.

Le caute aperture che stanno affiorando dall'opposizione perfino su un tema- tabù come la giustizia contribuiscono a dare la sensazione di rapporti meno tesi. Solo una sensazione, però: pensare che la mano tesa di una parte del centrosinistra preluda a un voto con la maggioranza è azzardato. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, comincia a sperare in una «riforma condivisa»; assecondata da un Pd colpito dalle inchieste giudiziarie.

Ma la preoccupazione di non irritare la magistratura continua ad apparire prevalente, rispetto alla tentazione di emanciparsi dall'alleanza con Di Pietro.
Le critiche del potere giudiziario contro la legge che vuole limitare le intercettazioni sono radicali; e ad oggi è difficile immaginare che il partito di Veltroni possa prescinderne. Tanto più in presenza dell'offensiva provocatoria del leader dell'Idv contro Giorgio Napolitano: un atteggiamento che mira a far saltare qualunque compromesso. Il Pd mostra di considerare l'iniziativa dell'alleato almeno come una forzatura.

Ma l'argomento rimane controverso un po' per tutti.
Anche l'intesa nel centrodestra sulle intercettazioni, annunciata nei giorni scorsi, in realtà è in fieri.

Scivoloni parlamentari come quello di ieri sera al Senato sulla sicurezza proiettano un'ombra di precarietà perfino su una maggioranza schiacciante come quella berlusconiana. L'irritazione della Lega annuncia tensioni nel centrodestra. E tanta incertezza spiega perché qualunque avvicinamento al fronte avversario viene salutato come un progresso; e in parallelo osservato con diffidenza. Il minimalismo riformista rappresenta un'occasione, e insieme una conferma dei limiti nei quali è costretto il confronto fra vincitori e vinti delle elezioni del 2008.

Per avere futuro, gli accordi debbono essere sostenuti da schieramenti compatti e strategie chiare.
Altrimenti, rischiano di diventare piccoli capolavori tattici; ma dal respiro corto.


05 febbraio 2009
da corriere.it
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« Risposta #24 inserito:: Febbraio 06, 2009, 12:50:25 pm »

IL CASO

Eluana è diventato una questione politica

La tragedia e la rissa

Le bordate di Fini e Lega mostrano le difficoltà del partito unico nel centrodestra


Sembra quasi che non sia più «il caso Eluana». Da ieri la tragedia è diventata una questione politica: con tutte le implicazioni sgradevoli delle polemiche strumentali e dei giochi di sponda; con qualche rischio di un braccio di ferro fra istituzioni.

Le motivazioni di principio della Chiesa cattolica contro la scelta di non dare più da mangiare e da bere ad Eluana Englaro si sono riversate sull'atteggiamento di gran parte del governo; e di rimbalzo hanno schierato quasi tutta l'opposizione su un altro versante culturale, presidiato dai radicali. Il «no» alle misure in extremis tentate da Palazzo Chigi si è caricato di altri significati. È diventato difesa delle sentenze della magistratura, perché secondo il centrosinistra il decreto ipotizzato da Silvio Berlusconi per impedire la morte della ragazza aveva il sapore di un'usurpazione delle decisioni della Cassazione. Nel frastuono della triangolazione polemica Vaticano-governo-opposizione, sono state accreditate perplessità da parte di Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato sarebbe apparso poco convinto dello strumento ipotizzato dal premier per fermare le procedure che porteranno alla morte di Eluana. Ma si tratta di voci che il Quirinale cerca di schivare. La rissa scatenatasi intorno alla tragedia ha rivelato la tentazione irrefrenabile di usarla come un qualunque altro argomento. Berlusconi, incalzato dalla Chiesa, ha dovuto fare i conti con la contrarietà esplicita del presidente della Camera, Gianfranco Fini. «Il decreto sarebbe un grave errore», ha scolpito Fini.

Ma il capo del governo si è anche scontrato con le resistenze della Lega. Roberto Maroni ha commentato gelidamente il provvedimento che il Consiglio dei ministri dovrebbe discutere oggi. È difficile non indovinare distanze di principio; e insieme contrasti interni al Pdl. La bordata di Fini induce a pensare che esistano tuttora problemi aperti sul partito unico del centrodestra. Si nota una vistosa sintonia fra le sue parole ed il «passo indietro della politica » invocato dal segretario del Pd, Walter Veltroni. Non bastasse, le norme approvate ieri con le quali i medici debbono denunciare gli immigrati clandestini in cura da loro, trovano ostacoli ben oltre i confini dell'opposizione. La Cei fa sapere che non denuncerà nessuno, riproponendo uno scontro culturale fra gerarchie cattoliche e Lega. Su questo sfondo convulso, il «caso Eluana» rischia di ridursi a pretesto scelto dalle forze politiche per regolare altri conti. In un clima così precario, non è neppure sicuro che alla fine si concordi una legge sulla «fine della vita» per scongiurare altri conflitti e forzature. Il dialogo parlamentare sembra riuscire solo quando coincide con interessi concreti di potere.

Massimo Franco
06 febbraio 2009

da corriere.it
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« Risposta #25 inserito:: Febbraio 08, 2009, 06:16:38 pm »

L'analisi

Dietro lo scontro: i perché di un affondo

Non si tratta più soltanto di uno scontro istituzionale, ma è diventata un'offensiva in piena regola


Non è più un conflitto istituzionale, ma un'offensiva in piena regola. Silvio Berlusconi non si ferma. Anzi, avanza e alza il tiro. Continua a bersagliare Giorgio Napolitano, e intanto punta sulla Costituzione «approvata con i filo-sovietici»: quel Pci di cui il capo dello Stato è un figlio.

I toni lasciano capire che lo scontro con il Quirinale si incattivirà. Nella scia del «caso Eluana» Napolitano si limita a replicare che nessuno ha «un monopolio» della vicinanza ai malati e che comunque lui «confida nei cittadini». Sembra una risposta al premier e alle critiche del Vaticano. Ma appare sulla difensiva; e con lui le sinistre e i radicali che lodano il suo «no» al decreto del governo. Il «caso Englaro» si sta rivelando l'occasione scelta da Berlusconi per riequilibrare a proprio favore i poteri fra Palazzo Chigi e presidenza della Repubblica. Importa relativamente la virulenza con la quale tende a delegittimare la Carta fondamentale. È più interessante chiedersi perché lo faccia; perché abbia deciso l'affondo contro il presidente della Repubblica.

A favorire l'accelerazione è stato probabilmente l'uso politico della lettera dal Quirinale che anticipava la bocciatura del decreto sul «caso Eluana» mentre il Consiglio dei ministri stava ancora decidendo; e forse, la convinzione che il Paese sia più diviso di quanto non appaia su una vicenda inizialmente sottovalutata. La campagna della Chiesa cattolica ha modificato la percezione dell'agonia della ragazza in coma da diciassette anni. Ha seminato dubbi sulle sentenze della Cassazione e sulle procedure scelte. E Berlusconi ha colto questi umori e deciso di cavalcarli, sicuro di avere dietro il Vaticano e i vescovi italiani; e di potere con un colpo solo spiazzare Napolitano, opposizione, avversari interni e magistratura. Sostenere che la prassi delle lettere preventive del Colle al governo «è ridicola» significa liquidare una prassi mal sopportata; e vedere «un'implicazione dell'eutanasia» nella nota arrivata venerdì accentua il fossato fra governo e presidenza della Repubblica.

Il risultato è quello di accreditare uno schema bipolare non solo in termini politici, ma quasi esistenziali. Berlusconi sembra deciso a intensificare una pressione insieme culturale e istituzionale; a contrapporre «cultura della vita e della morte», nelle sue parole. Da una parte il centrodestra, appoggiato dalle gerarchie cattoliche. Dall'altra la sinistra, sulla quale Palazzo Chigi cerca di schiacciare Napolitano e il suo profilo di imparzialità; e i radicali, con le loro posizioni a favore dell'eutanasia. Affiora qualche ammissione sulla debolezza della sinistra e della cultura laica come una delle cause di quanto sta accadendo. Ma prevale la polemica contro le «ingerenze vaticane». È un fantasma evocato a intermittenza: fra l'altro, i vescovi italiani hanno attaccato il governo di recente per la legge che permette ai medici di denunciare gli immigrati clandestini in cura da loro; ma nessuno ha protestato. Eppure, l'intervento doveva rientrare nella tesi dell'ingerenza. Probabilmente, nel «caso Eluana» lo scontro fra Palazzo Chigi e Quirinale ha reso inevitabile un'attenzione inedita; e ha portato a rimarcare la convergenza fra governo e Santa Sede e il contrasto inaspettato con Napolitano.

Comincia a prendere corpo il sospetto che sia lui o meglio la Presidenza della Repubblica, il bersaglio grosso berlusconiano. Se è così, le polemiche di questi giorni sono destinate ad avere un lungo seguito. E, purtroppo, ad accompagnare la vicenda di Eluana Englaro come una colonna sonora stonata, modulata inevitabilmente su massicce dosi di strumentalità da entrambe le parti. A fermare l'offensiva del premier potrebbe essere solo un difetto nella tenuta del centrodestra. Ma osservando l'esito del Consiglio dei ministri di venerdì che ha confermato il decreto, per ora Berlusconi sembra in grado di governare la propria maggioranza: con la carota o col bastone.

Massimo Franco

08 febbraio 2009
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« Risposta #26 inserito:: Febbraio 17, 2009, 09:21:30 am »

L'onda lunga


di Massimo Franco



Dire che è un risultato locale suona scontato e, insieme, molto riduttivo. La tesi sarebbe convincente se la sconfitta del Pd in Sardegna arrivasse come una parentesi inaspettata ed isolata. Ma segue di nemmeno un anno le elezioni politiche; di due mesi la disfatta in Abruzzo; e arriva in coincidenza con le primarie fiorentine, nelle quali è stato scelto come candidato sindaco del centrosinistra l’esponente che si opponeva al vertice nazionale del partito.

I fattori regionali c’entrano poco, dunque. E pesa molto, invece, l’onda lunga del voto dell’aprile scorso. È la conferma che quel risultato non ha rappresentato solo una vittoria, ma uno spartiacque nel Paese. Il «domino» che sta travolgendo ad una ad una le roccheforti dell’opposizione appare una conseguenza di quanto è accaduto allora; e dell’incapacità degli avversari di Silvio Berlusconi di capirlo e di affrontare una stagione nuova. Per questo lo schiaffo sardo ha un’eco dolorosamente nazionale, per Walter Veltroni. E porta a chiedersi se non abbia funzionato «l’effetto Soru»; oppure se il governatore uscente della Sardegna sia vittima della maledizione di un Pd ormai incapace di leggere le pulsioni più profonde dell’Italia. Gli indizi mostrano un elettorato d’opposizione in lenta erosione; e avviato ad un voto europeo che si profila ogni giorno di più come una disfatta.

La crisi economica comincia a mordere il Paese. Il paradosso è che le responsabilità non si scaricano sul governo, ma sui suoi avversari. Merito, senz’altro, di un presidente del Consiglio che continua a macinare consensi, nonostante tutto; e che sulla Sardegna ha investito con una campagna martellante quanto invadente. Ma anche demerito del centrosinistra, che non è stato capace di opporre alla «politicizzazione» del voto regionale un antidoto credibile. Si possono evocare come scusante la guerra di logoramento all’interno del Pd; e le voci velenose su un Soru futuro leader nazionale. Tanto che all’inizio, mentre i dati affluivano con lentezza esasperante, lunare per un Paese occidentale, veniva accarezzata l’illusione di una sua vittoria. Tutto questo, però, non basta a cancellare il sospetto di un’implosione che coinvolge la nomenklatura del centrosinistra e la sua cultura politica.

Ormai non serve sottolineare neppure l’inutilità di un antiberlusconismo che mobilita porzioni sempre più minoritarie. Il problema del Pd e dei suoi alleati è la mancanza di un’analisi seria della vittoria berlusconiana del 13 e 14 aprile del 2008. La domanda da porsi è se il centrosinistra non abbia avuto il coraggio di farla; o se più banalmente non ne sia stato capace. Qualunque sia la risposta, viene da pensare che sia stato sciupato quasi un anno. E la lotta per la successione a Veltroni, che già si intravede, non promette recuperi miracolosi.

17 febbraio 2009
da corriere.it
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« Risposta #27 inserito:: Febbraio 17, 2009, 05:45:41 pm »

L'onda lunga


di Massimo Franco



Dire che è un risultato locale suona scontato e, insieme, molto riduttivo. La tesi sarebbe convincente se la sconfitta del Pd in Sardegna arrivasse come una parentesi inaspettata ed isolata. Ma segue di nemmeno un anno le elezioni politiche; di due mesi la disfatta in Abruzzo; e arriva in coincidenza con le primarie fiorentine, nelle quali è stato scelto come candidato sindaco del centrosinistra l’esponente che si opponeva al vertice nazionale del partito.

I fattori regionali c’entrano poco, dunque. E pesa molto, invece, l’onda lunga del voto dell’aprile scorso. È la conferma che quel risultato non ha rappresentato solo una vittoria, ma uno spartiacque nel Paese. Il «domino» che sta travolgendo ad una ad una le roccheforti dell’opposizione appare una conseguenza di quanto è accaduto allora; e dell’incapacità degli avversari di Silvio Berlusconi di capirlo e di affrontare una stagione nuova. Per questo lo schiaffo sardo ha un’eco dolorosamente nazionale, per Walter Veltroni. E porta a chiedersi se non abbia funzionato «l’effetto Soru»; oppure se il governatore uscente della Sardegna sia vittima della maledizione di un Pd ormai incapace di leggere le pulsioni più profonde dell’Italia. Gli indizi mostrano un elettorato d’opposizione in lenta erosione; e avviato ad un voto europeo che si profila ogni giorno di più come una disfatta.

La crisi economica comincia a mordere il Paese. Il paradosso è che le responsabilità non si scaricano sul governo, ma sui suoi avversari. Merito, senz’altro, di un presidente del Consiglio che continua a macinare consensi, nonostante tutto; e che sulla Sardegna ha investito con una campagna martellante quanto invadente. Ma anche demerito del centrosinistra, che non è stato capace di opporre alla «politicizzazione» del voto regionale un antidoto credibile. Si possono evocare come scusante la guerra di logoramento all’interno del Pd; e le voci velenose su un Soru futuro leader nazionale. Tanto che all’inizio, mentre i dati affluivano con lentezza esasperante, lunare per un Paese occidentale, veniva accarezzata l’illusione di una sua vittoria. Tutto questo, però, non basta a cancellare il sospetto di un’implosione che coinvolge la nomenklatura del centrosinistra e la sua cultura politica.

Ormai non serve sottolineare neppure l’inutilità di un antiberlusconismo che mobilita porzioni sempre più minoritarie. Il problema del Pd e dei suoi alleati è la mancanza di un’analisi seria della vittoria berlusconiana del 13 e 14 aprile del 2008. La domanda da porsi è se il centrosinistra non abbia avuto il coraggio di farla; o se più banalmente non ne sia stato capace. Qualunque sia la risposta, viene da pensare che sia stato sciupato quasi un anno. E la lotta per la successione a Veltroni, che già si intravede, non promette recuperi miracolosi.

17 febbraio 2009
da corriere.it
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« Risposta #28 inserito:: Febbraio 25, 2009, 11:30:09 pm »

LA NOTA

Un patto strategico che può accelerare la riforma delle regole Ue

Oltre al nucleare si intravede un’integrazione militare.

L’ostilità dell’opposizione


Limitarsi a definirlo incontro bilaterale significherebbe ridurne la portata. Le stesse reazioni ostili dell’opposizione sottolineano implicitamente i risultati e le potenzialità dei colloqui romani del presidente francese Nicolas Sarkozy con Silvio Berlusconi. Se ne intravede l’impatto strategico non soltanto per la decisione di costruire quattro centrali nucleari in Italia con l’aiuto francese: un tentativo di assicurare una fonte di energia venuta meno dopo il referendum del 1987. Dopo l’accordo Cai-Air France, prende corpo un rapporto che prelude anche all’integrazione di alcune missioni militari all’estero.

L’asse è cementato da interessi economici e strategie europee: a cominciare da una modifica delle regole Ue «dell’altro secolo». Pesa la relazione fra Berlusconi e Sarkozy, alla guida di due Paesi governati dal centrodestra. I complimenti che si sono scambiati in pubblico hanno trasmesso la sensazione di un’intesa profonda; e il più prodigo di riconoscimenti è stato il presidente francese. Si intravede la competizione fra Germania e Francia; ed il ruolo che Roma e Parigi azzardano fra Russia e Usa.

Le implicazioni del ritorno al nucleare non sono del tutto chiare. Lasciano prevedere un adattamento rapido della legislazione italiana al modello francese, superando i ritardi del Parlamento; e il superamento delle resistenze di quella parte della sinistra che non vuole il progetto. La linea del premier italiano per convincere l’opinione pubblica sembra già pronta. Addita «il fanatismo ideologico» che negli anni Settanta impedì la costruzione di due centrali quasi terminate. E fa notare che, grazie al nucleare, i francesi pagano l’energia la metà di noi.

Ma i contrasti del passato fra governo e poteri locali sullo smaltimento delle scorie e sull’individuazione dei siti rimangono come un memorandum degli ostacoli da superare. Nel governo si fa presente che non bisogna perdere tempo fra scelta del luogo dove costruire le centrali e inizio dei lavori. Si parla di interesse nazionale, contrapponendolo al «potere di veto» dei sindaci: un conflitto istituzionale che ha frenato la realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione, rilanciata ieri a Roma.

È a questa percezione di avere perso tempo che Berlusconi punta per trasformare l’intesa in un piano di opere pubbliche. L’estrema sinistra considera l’operazione una follia. La radicale Bonino dice che è un favore alla Francia. Il Pd, cauto, chiede che il Parlamento venga informato. Il processo, però, sembra a prova di obiezioni. La prontezza con la quale il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha detto sì all’idea di un battaglione misto italo-francese conferma l’accelerazione. E Giorgio Napolitano, dopo avere incontrato Sarkozy, ha salutato gli ottimi rapporti fra i due Paesi. Il futuro dirà chi ne saprà trarre maggiori vantaggi.

Massimo Franco

25 febbraio 2009
da corriere.it
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« Risposta #29 inserito:: Marzo 02, 2009, 06:34:23 pm »

LA NOTA

Uno scontro duro che rischia di creare un clima da referendum


Il percorso della legge sul cosiddetto «bio-testamento » sembra condannato a risentire del clima avvelenato delle scorse settimane. La maggioranza si sente «tirata per i capelli» dall’esito contestato del caso di Eluana Englaro, la ragazza morta dopo diciassette anni di coma. E vuole coprire subito un vuoto riempito arbitrariamente, a suo avviso, dalla magistratura. Le schermaglie procedurali al Senato e le accuse di ostruzionismo al centrosinistra sono ingredienti che sembrano preludere ad una vittoria degli estremisti in entrambi gli schieramenti. I tentativi di mediazione e i distinguo possono rallentare le cose; ma non appaiono in grado di cambiare la rigidità crescente delle posizioni. Se c’è un dissenso, tende paradossalmente a rendere qualunque accenno di dialogo ancora più proibitivo.

Le correzioni proposte da Francesco Rutelli sono state accolte con irritazione dall’Idv e da alcuni settori del suo Pd: vengono tacciate sbrigativamente di eccessiva contiguità con il Vaticano. Non solo. Dalle colonne della rivista Micro- Mega è arrivata una lettera a Dario Franceschini, che somiglia ad un ruvido altolà. Il neosegretario del Pd viene accusato di arrendevolezza. Personaggi come l’oncologo Umberto Veronesi e il giurista Stefano Rodotà gli chiedono che il Pd non conceda «libertà di coscienza» ai parlamentari: non sarebbe ammissibile di fronte ad una legge che reputano «liberticida ». È una conferma delle tensioni, sebbene Franceschini replichi che nessuno può «dettare la linea» al Pd.

Ma anche il centrodestra tende ad analizzare con scetticismo, se non con fastidio, la dissidenza interna: per motivi opposti a quelli degli avversari. Il presidente dell’Antimafia, Giuseppe Pisanu, ha annunciato che non voterà la legge. E la sortita gli ha procurato bacchettate dal governo e da Avvenire, il quotidiano della Cei. E ieri è arrivato un documento di una cinquantina di parlamentari del Pdl, più quattro sottosegretari e l’ex capo dello Stato, Francesco Cossiga, con la richiesta di norme ancora più restrittive: ritengono che il disegno di legge sul testamento biologico non sia abbastanza «pro vita». Insomma, fra dubbi di costituzionalità e voglia di decidere in fretta, ci si avvia ad uno scrutinio con le peggiori premesse. La preoccupazione è confermata dalla riunione dei senatori del Pdl alla quale ieri ha partecipato anche Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

La presenza del braccio destro di Silvio Berlusconi segnala l’interesse e l’allarme di Palazzo Chigi per una soluzione caldeggiata apertamente dal Vaticano. La sottolineatura che Letta ha fatto sull’identità di vedute fra il governo e la propria maggioranza sul testamento biologico lascia intravedere le perplessità emerse nel gruppo del Pdl a Palazzo Madama. Il timore è che prevalga in Parlamento una strategia di scontro, foriera di tensioni esterne e forse di tentazioni referendarie. Per il momento il tema è appena abbozzato, ma se ne intravede già il possibile approdo. Il centrodestra vuole scongiurare altri «casi Eluana»; e dunque evitare che qualcuno possa di nuovo sospendere di nutrire e dar da bere ad un malato nelle sue condizioni. In sintonia con la Chiesa cattolica, considera quanto è successo una tappa verso l’eutanasia. Il fronte opposto, invece, vede nella legge un attentato ai diritti individuali, da respingersi a tutti i costi.

Schiacciate da questo braccio di ferro, le «questioni di coscienza » vengono osservate come malcelati sabotaggi o tradimenti: sebbene il linguaggio ufficiale le ammetta e le consideri legittime. D’altronde, il tema ha assunto contorni così politicizzati da impedire un’analisi pacata e condivisa del problema. Prevalgono tesi sovrastate da una miscela di valori, ideologia e calcolo. E, a qualunque soluzione si approdi, è verosimile che i perdenti cercheranno il modo più rapido e plateale per rovesciarla: per questo nel Pdl sembra spuntare una voglia in più di mediazione; e nel Pd le questioni etiche diventano la frontiera dell’identità futura. Non si parla di referendum, ma i toni sono quasi da campagna referendaria virtuale.

Massimo Franco

26 febbraio 2009
da corriere.it
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