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Autore Topic: GOFFREDO DE MARCHIS.  (Letto 25142 volte)
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« Risposta #90 il: Aprile 04, 2015, 11:27:22 »

Italicum, Renzi avverte: “Da Bersani solo pretesti non cedo ai loro veti”
 Il premier: “Vado avanti, nessuno capirebbe una crisi”.
Documento di mediazione di una parte della minoranza

Di GOFFREDO DE MARCHIS
03 aprile 2015
   
 ROMA -   A Bersani Renzi risponde che i numeri ci sono, "che dopo Pasqua il clima sarà molto più tranquillo". Perché arriveranno delle modifiche all'Italicum? Perché il premier andrà incontro alla minoranza? Il contrario. "Quella di Pier Luigi è una polemica pretestuosa spiega Renzi parlando con i suoi collaboratori -. Ha sbagliato i toni. E noi andiamo avanti". I margini di una trattativa sono dunque ridotti all'osso. Come prima. Più di prima. Il capogruppo Roberto Speranza garantisce che ci proverà fino all'ultimo. Ha parlato anche ieri mattina con il segretario. Ma Renzi non appare ben disposto e racconta il perché. "Bersani sbaglia perché una crisi di governo su una legge elettorale discussa, modificata e votata tre volte non la capirebbe proprio nessuno". Chi vota contro, secondo Palazzo Chigi, si ritroverebbe isolato nel partito, nel Paese e nel Parlamento. Una missione kamikaze, quindi. Comunque la base di discussione non può essere quella emersa nel colloquio dell'ex segretario con Repubblica. "Sostanzialmente lui ha posto un veto sull'intera legge. L'ha demolita pezzo a pezzo. Ma che succede se io accetto un veto del genere? Che me ne ritrovo altri 10 sul tavolo, dagli alleati piccoli o meno piccoli, dalla minoranza del mio partito - è il ragionamento del premier -. Così non si finisce più. Eppoi io non sono l'uomo dei veti, questo dovrebbe essere chiaro ormai".

Secondo il segretario la prossima settimana tornerà il sereno sul Pd e sui destini dell'Italicum. Ma come? Se lui va avanti e non modifica neanche una virgola del testo che dev'essere approvata in via definitiva a Montecitorio, una parte del partito non lo seguirà. Non solo Bersani. "A Matteo - racconta Speranza - continuo a dire che non può permettersi di far vivere la legge elettorale su una maggioranza ristretta perdendo anche un pezzo del Pd". Il capogruppo ricorda i passaggi della norma. "Siamo partiti da un appello a tutti i partiti, compresi i grillini. Abbiamo siglato un patto con Berlusconi che poi si è sfilato. È rimasta la coalizione di governo ma se non vota una parte dei democratici, questo terreno diventa ancora più piccolo". Questo è il tema di cui discutono insieme Renzi e Speranza, ancora prima di entrare nella mischia delle preferenze, dei nominati o del doppio turno. "Io dico: ascoltiamoci tutti quanti. Siamo rimasti con il 51 per cento che se si sfilano alcuni deputati del Pd diventa il 49. Così si rischia di far passare l'Italicum con il soccorso di Verdini", avverte Francesco Boccia.

Renzi ascolta, ma non ha, per ora, scelto la strada della mediazione. Anzi. "Se faccio qualche concessione divento quello che molla - ripete ai collaboratori -. E io non mollo". Partendo da qui, è bene fare qualche conto. Nella commissione Affari costituzionali sono 11 i componenti del Pd appartenenti alla minoranza. Tra loro Bersani, Cuperlo, Rosy Bindi, D'Attorre. Il loro voto unito a quelli delle opposizioni potrebbe creare maggioranze a favore di emendamenti cambiando il testo. Ovvero quello che non vuole il governo. La partita vera si svolgerà in aula (la legge vi arriva il 27), ma la spaccatura può diventare lampante già in commissione. L'assemblea del gruppo parlamentare infatti verrà convocata il 20 aprile perché le votazioni in commissione cominceranno quel giorno e si rischia una polemica dirompente tra sostituzioni di dissidenti e la resistenza di altri.

Sullo sfondo resta il tema del voto di fiducia. Un'arma che Renzi continua a tenere carica e che ridurrebbe di molto l'area del dissenso che oggi conta fino a 110 parlamentari dem. L'obiettivo finale è contenere lo strappo a 30 deputati al massimo ma cosa succederà sui singoli emendamenti presentati dai ribelli? Uno di questi, sicuramente, proporrà il ritorno al Mattarellum, la legge su cui è nato l'Ulivo. E stavolta non potrà essere evitato con il canguro com'è successo al Senato.
 
© Riproduzione riservata 03 aprile 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/04/03/news/italicum_renzi_avverte_da_bersani_solo_pretesti_non_cedo_ai_loro_veti_-111105576/?ref=HREC1-9
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« Risposta #91 il: Aprile 16, 2015, 11:38:01 »

Italicum, Matteo Renzi e le ombre della scissione: "Ma io vado avanti"
Il retroscena: "Più di un anno di lavoro sulla legge elettorale fatto con il contributo di tutti".
Il pressing su Speranza

Di GOFFREDO DE MARCHIS
15 aprile 2015

ROMA - Dicono, renziani e dissidenti, che il tempo dei penultimatum è finito. Ci si conta e si decide. Il rischio è scattare la seguente fotografia: il capogruppo (Speranza), l'ex segretario e candidato premier (Bersani), gli sfidanti delle primarie (Cuperlo e Civati), ovvero una parte dello stato maggiore democratico, che vota contro la linea di Renzi. La certificazione di una frattura forse definitiva nel Pd. E se si dovesse confermare nel voto dell'aula a maggio, porterebbe dritti alla scissione.

Avendo questo possibile scenario presente Matteo Renzi si prepara alla battaglia nell'assemblea dei deputati: "Ricostruirò il percorso che abbiamo fatto fin qui. Più di un anno di lavoro sulla legge elettorale fatto con il contributo di tutti. Spero che il gruppo non si spacchi, ma non posso preoccuparmi più di tanto". Bersani prova a scherzarci su: "Mi rifugerò dal Papa. Francesco mi piace molto". Non prima di aver combattuto l'Italicum fino in fondo. Con quali truppe però? Sulla carta la minoranza conta su 110 deputati. E' un numero che non apre una ferita nel Pd ma mette in pericolo la stessa approvazione della legge, visto anche l'alto numero di voti segreti quasi certi. Ma è un numero molto ballerino.

Già ieri durante la riunione di Area riformista, la componente di Speranza, tanti hanno fatto capire che la strategia non è quella del muro contro muro. "Segniamo un punto politico in dissenso al gruppo. Ma poi al momento del voto vero ci atteniamo alle decisioni della maggioranza ", è la rotta indicata da Dario Ginefra. Come lui la pensano in tanti. Ancora una volta l'area dei dissidenti può spaccarsi favorendo la corsa del segretario. Gli occhi sono soprattutto puntati sul capogruppo Speranza. "Deve decidere cosa vuole fare da grande", spiega il vicesegretario Lorenzo Guerini.

Come dire: sceglie di stare con il futuro o rimane legato alla vecchia guardia? Su Speranza il pressing del mondo renziano è forte da tempo. Più o meno benedetti dal capo, sono parecchi a volergli fare le scarpe, malgrado finora abbia sempre tenuto unito un gruppo parlamentare che conta più di 300 teste. Ora circola la voce che potrebbe essere lo stesso Speranza a farsi da parte, a dare le dimissioni.

Il passaggio non è indolore. Stamattina il capogruppo vedrà Renzi per fare il punto. Ha una posizione netta sull'Italicum: va cambiato e non è giusto che lo approvi una maggioranza risicata con un Pd spaccato. Renzi potrebbe mettere sul piatto un ipotetico ritocco alla riforma costituzionale spostando il problema. Per alcuni può essere sufficiente. Per i più oltranzisti no. Adesso il pressing per le dimissioni Speranza lo deve subire anche dai suoi amici. Il gesto clamoroso di un capogruppo "moderato" e non antirenziano avrebbe l'effetto di terremotare il Pd molto più delle accuse di ex sconfitti.

Speranza replica con molta calma. "Aspettiamo di sentire Renzi. Ci sono ancora 24 ore per trovare una soluzione e dopo il gruppo altri 15 giorni per ragionare". Non c'è dubbio però la conta di oggi segnerà un punto di non ritorno. "E' un giorno cruciale  -  ripete Alfredo D'Attorre, bersaniano  -  Non sono possibili scambi con la riforma costituzionale. Forse perderemo qualche pezzo ma non credo che rimarremo 20-30 che è la vulgata renziana". Gianni Cuperlo fa ancora un appello a Renzi per l'apertura ad alcune modifiche mirate. Ma non nega la difficoltà del momento: "Stavolta i dissidenti non potranno abbandonare l'aula quando si voterà. Perché lo faranno anche le opposizioni e mancherebbe il numero legale". Insomma, bisognerà votare si o no, niente scorciatoie. Francesco Boccia invita il premier a fidarsi del Pd: "Approviamo insieme Senato e Italicum a luglio, facendo correzioni condivise".

L'obiettivo dei trattativisti è prendersi tutto il tempo possibile. Ci si aggrappa alla possibilità che i 12-13 membri della commissione Affari costituzionali contrari all'Italicum si facciano spontaneamente da parte lasciando il posto a fedelissimi renziani. Sono pronti a resistere solo Carlo Lauricella e Rosy Bindi. In questo modo ci sarebbero altre due settimane di contatti senza plastiche divisioni in commissione. Ma sono toppe temporanee. Resta un passaggio importante per una minoranza divisa e confusa ma anche per un segretario chiamato a difendere l'assetto di un partito del 41 per cento, con tutte le sue anime.

© Riproduzione riservata
15 aprile 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/04/15/news/italicum_il_premier_e_le_ombre_della_scissione_ma_io_vado_avanti_-111979661/?ref=HREA-1
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« Risposta #92 il: Luglio 30, 2015, 10:16:43 »

Azzollini, la linea bipartisan di Renzi: "Nessuno può impormi diktat, giusta la libertà di coscienza"
Il retroscena: il premier è sicuro che non dovrà pagare un prezzo troppo alto per il voto di ieri in Senato.
Perché la libertà di coscienza ha spaccato il Pd eppure non ha lasciato molte tracce nei rapporti con la minoranza


Di GOFFREDO DE MARCHIS
30 luglio 2015

ROMA. La scelta della libertà di coscienza è di Matteo Renzi e sapeva che avrebbe contribuito a "salvare" Antonio Azzollini dall'arresto. Palazzo Chigi l'ha comunicata al capogruppo Luigi Zanda nei giorni scorsi e ha trovato il terreno giusto per farla passare senza problemi: "Qui erano in tanti ad avere dei dubbi sulla richiesta della Procura", ha replicato Zanda. Anche la scelta di far litigare i due vicesegretari del Pd, esponendoli su fronti opposti, va ricondotta direttamente al premier.

Nessuno dei due ha fatto la propria mossa prima di consultarsi con il segretario. E lui ha risposto: "Fate quello che credete giusto, quando c'è un voto libero, com'è normale per le misure cautelari, è giusto esprimersi altrettanto liberamente ". Così Debora Serracchiani ha coperto il lato giustizialista e imbarazzato del Partito democratico mentre Lorenzo Guerini difendeva la scelta dei senatori e cercava di calmare il furioso Zanda, scaricato da uno dei vertici di Largo del Nazareno, dopo aver concordato i passaggi con gli uomini del premier.

Renzi adesso è sicuro che non dovrà pagare un prezzo troppo alto per il voto di ieri in Senato. Perché la libertà di coscienza ha spaccato il Pd eppure non ha lasciato molte tracce nei rapporti con la minoranza, certo molte meno di quelle che dividono sulle tasse, sulla scuola, sulle riforme. Solo Gianni Cuperlo e Alfredo D'Attorre hanno contestato la posizione del partito. Soprattutto la sua incoerenza.

Dopo aver votato sì all'arresto in commissione, in aula la rotta è decisamente cambiata. "Ma la verità -  spiegano a Palazzo Chigi -  è che l'opportunità politica ci ha condizionato nella decisione della commissione, non nel successivo voto dell'aula ". Insomma, prima Renzi e il Pd si sono lasciati influenzare dal danno d'immagine che poteva venire dal no all'arresto.

Solo più tardi hanno seguito la via maestra, secondo il quartier generale del Pd: leggere bene le carte e lasciare ai senatori la "libertà di convincimento", come ha scritto Zanda. Come dire: non si deve smentire l'indirizzo garantista che Renzi ha impresso fin dall'inizio evitando dimissioni di sottosegretari indagati. Indirizzo che è un messaggio ai magistrati: non può essere la giustizia, fino alla condanna definitiva, a decidere chi e come può stare in politica. Soprattutto nessuno può pensare di mettere la politica sotto controllo.

Poi ci sono gli equilibri della maggioranza. Azzollini era stato scaricato dal Nuovo centrodestra, ma è stato il capogruppo dello stesso Ncd Renato Schifani a battersi perché ce la facesse sapendo di poter contare su una caratteristica particolare del senatore. Quella di aver fatto a lungo il presidente della commissione Bilancio, cioè di aver ricevuto richieste e pressioni per le risorse della legge di stabilità da una buona fetta dei membri di Palazzo Madama. Da moltissimi di loro.

La minoranza, con le sue voci sparute, chiede chiarimenti. E lo farà ancora nei prossimi giorni. Non tanto sull'arresto mancato ma sul progetto di fondo del renzismo, ossia il Partito della Nazione, una forza con il cuore a sinistra ma che pesca voti a destra. Sembrava tramontato dopo le amministrative, ma i dissidenti lo vedono affacciarsi di nuovo all'orizzonte. La vicenda Azzollini accostata alla presentazione del gruppo dei verdiniani alimenta il sospetto che il premier voglia sostituire i ribelli (e i loro voti tra la gente, pochi o tanti che siano) con pezzi della destra ( e i sentimenti di chi li ha votati per 20 anni). Questo è il vero punto di dissenso di Cuperlo e D'Attorre e l'accusa silenziosa di tanti altri.

Renzi comunque punta a uscire dalla vicenda come chi non è mai intervenuto nè a favore nè contro la soluzione finale. In questo senso, la doppia dichiarazione dei vicesegretari è stata "benedetta" a Palazzo Chigi. Del resto nè Serracchiani nè Guerini negano di aver consultato il segretario prima di parlare. La governatrice del Friuli Venezia Giulia aveva anche un obbligo in più per criticare la decisione dei senatori Pd. Segue direttamente la crisi di Molfetta, la città di Azzollini, dove il sindaco dem Paola Natalicchio si è dimessa contro il Pd locale, secondo lei troppo invischiato con la destra del posto, compreso il senatore Ncd. A difendere Natalicchio ci sono Vendola, Emiliano, Boccia, manca però la voce ufficiale del partito. Ed è la Serracchiani che prova a farla sentire fino in Puglia, anche con le sue parole su Azzollini.

Ma basta aver sparato contro il voto dopo e non prima che avvenisse? Cuperlo risponde di no. E l'allusione è a un gioco delle parti, per difendere la scelta vera di Renzi: libertà di coscienza e un esito scritto per la vicenda Azzollini.

© Riproduzione riservata
30 luglio 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/07/30/news/la_linea_bipartisan_di_renzi_nessuno_puo_impormi_diktat_giusta_la_liberta_di_coscienza_-120080065/?ref=fbpr
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« Risposta #93 il: Agosto 06, 2015, 11:30:12 »

Azzollini, la linea bipartisan di Renzi: "Nessuno può impormi diktat, giusta la libertà di coscienza"
Il retroscena: il premier è sicuro che non dovrà pagare un prezzo troppo alto per il voto di ieri in Senato.
Perché la libertà di coscienza ha spaccato il Pd eppure non ha lasciato molte tracce nei rapporti con la minoranza

Di GOFFREDO DE MARCHIS
30 luglio 2015

ROMA. La scelta della libertà di coscienza è di Matteo Renzi e sapeva che avrebbe contribuito a "salvare" Antonio Azzollini dall'arresto. Palazzo Chigi l'ha comunicata al capogruppo Luigi Zanda nei giorni scorsi e ha trovato il terreno giusto per farla passare senza problemi: "Qui erano in tanti ad avere dei dubbi sulla richiesta della Procura", ha replicato Zanda. Anche la scelta di far litigare i due vicesegretari del Pd, esponendoli su fronti opposti, va ricondotta direttamente al premier.

Nessuno dei due ha fatto la propria mossa prima di consultarsi con il segretario. E lui ha risposto: "Fate quello che credete giusto, quando c'è un voto libero, com'è normale per le misure cautelari, è giusto esprimersi altrettanto liberamente ". Così Debora Serracchiani ha coperto il lato giustizialista e imbarazzato del Partito democratico mentre Lorenzo Guerini difendeva la scelta dei senatori e cercava di calmare il furioso Zanda, scaricato da uno dei vertici di Largo del Nazareno, dopo aver concordato i passaggi con gli uomini del premier.

Renzi adesso è sicuro che non dovrà pagare un prezzo troppo alto per il voto di ieri in Senato. Perché la libertà di coscienza ha spaccato il Pd eppure non ha lasciato molte tracce nei rapporti con la minoranza, certo molte meno di quelle che dividono sulle tasse, sulla scuola, sulle riforme. Solo Gianni Cuperlo e Alfredo D'Attorre hanno contestato la posizione del partito. Soprattutto la sua incoerenza.

Dopo aver votato sì all'arresto in commissione, in aula la rotta è decisamente cambiata. "Ma la verità -  spiegano a Palazzo Chigi -  è che l'opportunità politica ci ha condizionato nella decisione della commissione, non nel successivo voto dell'aula ". Insomma, prima Renzi e il Pd si sono lasciati influenzare dal danno d'immagine che poteva venire dal no all'arresto.

Solo più tardi hanno seguito la via maestra, secondo il quartier generale del Pd: leggere bene le carte e lasciare ai senatori la "libertà di convincimento", come ha scritto Zanda. Come dire: non si deve smentire l'indirizzo garantista che Renzi ha impresso fin dall'inizio evitando dimissioni di sottosegretari indagati. Indirizzo che è un messaggio ai magistrati: non può essere la giustizia, fino alla condanna definitiva, a decidere chi e come può stare in politica. Soprattutto nessuno può pensare di mettere la politica sotto controllo.

Poi ci sono gli equilibri della maggioranza. Azzollini era stato scaricato dal Nuovo centrodestra, ma è stato il capogruppo dello stesso Ncd Renato Schifani a battersi perché ce la facesse sapendo di poter contare su una caratteristica particolare del senatore. Quella di aver fatto a lungo il presidente della commissione Bilancio, cioè di aver ricevuto richieste e pressioni per le risorse della legge di stabilità da una buona fetta dei membri di Palazzo Madama. Da moltissimi di loro.

La minoranza, con le sue voci sparute, chiede chiarimenti. E lo farà ancora nei prossimi giorni. Non tanto sull'arresto mancato ma sul progetto di fondo del renzismo, ossia il Partito della Nazione, una forza con il cuore a sinistra ma che pesca voti a destra. Sembrava tramontato dopo le amministrative, ma i dissidenti lo vedono affacciarsi di nuovo all'orizzonte. La vicenda Azzollini accostata alla presentazione del gruppo dei verdiniani alimenta il sospetto che il premier voglia sostituire i ribelli (e i loro voti tra la gente, pochi o tanti che siano) con pezzi della destra ( e i sentimenti di chi li ha votati per 20 anni). Questo è il vero punto di dissenso di Cuperlo e D'Attorre e l'accusa silenziosa di tanti altri.

Renzi comunque punta a uscire dalla vicenda come chi non è mai intervenuto nè a favore nè contro la soluzione finale. In questo senso, la doppia dichiarazione dei vicesegretari è stata "benedetta" a Palazzo Chigi. Del resto nè Serracchiani nè Guerini negano di aver consultato il segretario prima di parlare. La governatrice del Friuli Venezia Giulia aveva anche un obbligo in più per criticare la decisione dei senatori Pd. Segue direttamente la crisi di Molfetta, la città di Azzollini, dove il sindaco dem Paola Natalicchio si è dimessa contro il Pd locale, secondo lei troppo invischiato con la destra del posto, compreso il senatore Ncd. A difendere Natalicchio ci sono Vendola, Emiliano, Boccia, manca però la voce ufficiale del partito. Ed è la Serracchiani che prova a farla sentire fino in Puglia, anche con le sue parole su Azzollini.

Ma basta aver sparato contro il voto dopo e non prima che avvenisse? Cuperlo risponde di no. E l'allusione è a un gioco delle parti, per difendere la scelta vera di Renzi: libertà di coscienza e un esito scritto per la vicenda Azzollini.

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30 luglio 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/07/30/news/la_linea_bipartisan_di_renzi_nessuno_puo_impormi_diktat_giusta_la_liberta_di_coscienza_-120080065/?ref=fbpr
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« Risposta #94 il: Settembre 23, 2015, 09:59:38 »

Senato, Renzi stoppa Bersani: "Si scordi i caminetti, chi rompe ne risponderà"
Per il premier l'intesa resta vicina: "Ma non farò tavoli con la minoranza. Adesso vorrebbero rivedere il numero dei seggi, che invece hanno già votato anche loro"

Di GOFFREDO DE MARCHIS
20 settembre 2015

ROMA - Matteo Renzi è sorpreso fino a un certo punto dai toni battaglieri di Bersani sulla riforma costituzionale: "Pierluigi vorrebbe ricostituire i vecchi caminetti del Pd. Un bel tavolo informale maggioranza-opposizione in cui si prendono tutte le decisioni più importanti. Ma a questo tipo di gestione del partito, fuori dagli organismi ufficiali, non mi piegherò mai". Semmai non capisce come farà l'ex segretario a giustificare un'eventuale rottura sul Senato, ora che il traguardo sembra a portata di mano. "Per me la strada di un accordo è aperta - spiega il premier ai collaboratori -, ma non si ricomincia daccapo. Adesso vorrebbero persino rivedere il numero dei parlamentari, una cosa su cui hanno votato anche loro della minoranza. Questo è troppo, ma le nostre porte sono aperte per miglioramenti e correzioni. Se si rompe, però, si prenderanno la responsabilità".

Il segretario dunque continua a considerare vicina l'intesa finale sulla riforma. Anche perché coglie alcune crepe nella minoranza, come dimostrano le parole di Gianni Cuperlo. Mentre Bersani attaccava, e non solo sulle riforme, l'ex presidente del Pd parlava di accordo vicino, vicinissimo: "Se, come mi pare di poter dire, si farà avremo un saldo attivo per tutti", è la posizione di Cuperlo. Ma il fronte renziano è più pessimista del premier. Giachetti invoca ancora una volta le elezioni, Guerini e Serracchiani puntano il dito contro l'ex segretario, Orfini si prepara alla rottura definitiva. In effetti, i bersaniani in senso stretto hanno rilanciato la battaglia. "Non c'è niente di chiaro, nessuna dichiarazione ufficiale, solo pissi pissi bau bau. Non è così che si fanno gli accordi", avverte Massimo Mucchetti che ha accompagnato Bersani in una visita a Brescia.

L'ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA O SU REPUBBLICA+
 
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20 settembre 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/09/20/news/matteo_stoppa_pierluigi_si_scordi_i_caminetti_chi_rompe_ne_rispondera_-123261456/?ref=nrct-2
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« Risposta #95 il: Ottobre 14, 2015, 03:03:51 »

Roma, Renzi ha già deciso: "Niente primarie per il dopo-Marino. Il nome lo scelgo io"
Tra i candidati a sindaco Gabrielli e Giachetti, che però resistono.
In corsa anche Moretti, Lanzillotta, Gentiloni

Di GOFFREDO DE MARCHIS
09 ottobre 2015

ROMA -  "Ora basta. Marino se ne deve andare e senza condizioni, senza trattative, senza buonuscite". Ieri mattina la telefonata definitiva tra Matteo Renzi e Matteo Orfini, commissario del Pd a Roma, si conclude così. "È finita e forse era meglio che finisse anche prima". I due sono sulla stessa lunghezza d'onda. Insieme avevano deciso di tenere in piedi il sindaco fino alla fine del Giubileo per votare nel 2017, con una sostanziale sovrapposizione del partito e dei suoi uomini nella gestione del Campidoglio. Ma la situazione è precipitata: con le parole di Papa Francesco e con la vicenda degli scontrini di "rappresentanza".

I tempi più brevi, con il voto in primavera accanto alle consultazioni di Milano, Napoli, Torino e Bologna, ha cambiato in corso la strategia del premier e del Pd capitolino. Renzi, già da alcune settimane, ha una lista di nomi per il prossimo candidato a sindaco, però non pensava di doverla tirare fuori subito. Soprattutto in questo contesto. Si parte da una certezza: non si faranno le primarie. La linea è: abbiamo già combinato troppi pasticci, non aggiungiamone altri. "Non ci sono le condizioni politiche per andare ai gazebo. Punto", dice un renziano. Ma l'argomento pubblico, quando partirà il tormentone primarie sì-primarie no, sarà diverso. "Con il Giubileo in corso sarebbe davvero singolare fare anche una competizione interna", dicono a Palazzo Chigi. Evitare altri guai, altre tensioni è la parola d'ordine visto che sarà già difficilissimo trovare un candidato competitivo. Per il momento infatti non c'è la solita corsa a mettersi in mostra per partecipare. Il contrario semmai. Si assiste in queste ore a un fuggi-fuggi generale.

Renzi si muove con due schemi. Un nome della società civile, capace di mascherare i problemi del Pd e di non farsi sfiorare dal processo di Mafia capitale che a maggio, mese del voto, sarà in pieno svolgimento con due udienze a settimane e una sfilata di politici come imputati o come testi. O un dirigente politico puro in grado di affrontare la battaglia onorevolmente anche con la prospettiva, al momento, di una sconfitta probabile.

Nel primo caso la scelta del premier è caduta da tempo sul prefetto Franco Gabrielli. Ma l'ex capo della Protezione civile ha detto di no, in maniera definitiva. E ha parecchi argomenti per motivare il rifiuto. Fino a novembre 2016 sarà il supercommissario al Giubileo e dopo si prepara a occupare la poltrona di capo della Polizia. Nel secondo caso l'uomo giusto, secondo il premier, è Roberto Giachetti. Ma il no del vicepresidente della Camera è altrettanto netto e irrevocabile.

Allora si affacciano altre soluzioni. Tra i tecnici spunta Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica, però Renzi ci pensa perché "non possiamo spostare i pilastri di un sistema". Per una partita dall'esito, come dire, incerto poi. In pista c'è anche Giovanni Malagò, attuale presidente del Coni, ma le sue chance vanno verificate e già nei prossimi giorni il Pd chiederà sondaggi a tutti per capire i margini dei nomi in ballo e del partito stesso. Con Alfio Marchini, Renzi si è incontrato in gran segreto una volta, proprio grazie alla "mediazione" di Malagò. Non è scattato un vero feeling e Marchini ha lasciato capire che il suo obiettivo è fare il candidato unitario del centrodestra con buone chance di arrivare al ballottaggio. È in campo anche Alfonso Sabella, l'ex assessore alla Legalità. E sullo sfondo l'ipotesi di un abboccamento con Luca di Montezemolo.

L'altro nome politico è Paolo Gentiloni. Fare il sindaco di Roma è il suo sogno, ma risale a prima della nomina al ministero degli Esteri. Oggi agli amici Gentiloni ripete "non ci penso proprio" ma qualche elemento in più di valutazione potrebbe convincerlo a buttarsi. Matteo Orfini si chiama fuori anche perché, ha spiegato, "con Renzi siamo d'accordo, sarò io con il segretario a gestire la partita". Ma come regista. Gira il nome di Fabrizio Barca ma ha maggiori possibilità Marianna Madia. Fu la prima a denunciare il marcio del Pd romano ma oggi fa il ministro della Pubblica amministrazione e come altri non sembra felice di buttarsi in un'impresa abbastanza disperata. Se ci fossero problemi con queste scelte, sarà fatto un tentativo con Linda Lanzillotta o, cercando un candidato di sinistra che annulli problemi con gli alleati, con Walter Tocci. Senatore dissidente, duro e puro, ma molto stimato da Renzi.

Per il momento, Renzi tace. Lo fa in maniera ostentata nel suo giro in Emilia, dove è arrivato nel pomeriggio, a distanza di sicurezza dalle beghe del Campidoglio. Una scelta che ha tutto il sapore di essere voluta, cercata. E che lo tiene lontano per 24 ore dalla confusione romana.

© Riproduzione riservata
09 ottobre 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/10/09/news/renzi_ha_gia_deciso_niente_primarie_il_nome_lo_scelgo_io_-124662736/?ref=fbpr
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« Risposta #96 il: Novembre 07, 2015, 09:44:51 »

Bersani: “Chi se ne va sbaglia, senza Pd addio sinistra. Nella manovra errori ma anche del buono”
L’ex segretario prende le distanze dalla mini-scissione.
Ma incalza il leader: “Darsi un profilo è importantissimo, non ci si rafforza pescando qua e là”


Di GOFFREDO DE MARCHIS
06 novembre 2015
   
ROMA -  Pier Luigi Bersani si accende un cigarillo. Non è il prezioso Romeo y Julieta donato da Matteo Renzi. "Forse sono demodè ma i regali fatti raccontandoli prima ai giornalisti non li gradisco. "Siamo uomini o caporali?" tanto per citare Totò che piace anche Renzi. L'ho lasciato a Speranza. Poi, i cubani sono dolciastri. Semmai mi fumo i toscani...". Dopo molto tempo l'ex segretario torna a parlare. Nel frattempo ha consegnato pillole del suo pensiero ipercritico con il premier: copia Berlusconi, l'abolizione della Tasi è contro la Costituzione, il Pd isolato e inconsistente. Insofferenza palpabile. Se ne sono anche andati via Fassina e D'Attorre, bersaniani in purezza. Come l'avvisaglia di qualcosa di più grosso. Ecco, premette Bersani, non è così. "Se io resto nel Pd non lo faccio perché ho una nostalgica passionaccia per la ditta, per motivi sentimentali. Lo faccio perché senza il Pd il centrosinistra non esiste perciò mi chiedo come fanno altri a pensare di costruirlo fuori dal Pd. La mia idea d'Italia sta qui. E se gli elettori abbandoneranno il partito, temo sia più facile che finiscano nelle braccia di Grillo piuttosto che in quelle di una sinistra che non è nel Pd".

Il "suo" Pd è ulivista, di centrosinistra, civico, diverso dal partito pigliatutto che sembra avere in mente il segretario. "Dare un profilo al partito è importantissimo. Lui pensa di rafforzarsi pescando qua e là, per me è il contrario. Più sei senza identità, più il tuo consenso è contendibile. Penso per esempio all'idea della Lorenzin: a Roma un bel patto trasversale dal Pd a Forza Italia intorno a Marchini. La via maestra per la vittoria dei 5stelle". Della manovra dice che non è il male assoluto. Ci sono cose "positive" e altre negative, a cominciare dal "balletto diplomatico e un po' ipocrita sulla sanità pubblica: duecento milioni sono tagli agli sprechi, dodici miliardi in tre anni sono il colpo di grazia, sparirebbe. Davanti alla salute per me non c'è nè ricco nè povero. Se un pensionato viene costretto a pagarsi la risonanza magnetica spende l'equivalente di due Tasi".

Il premier però spiega: non condanno il Pd al suicidio, la sinistra deve abbassare le tasse. La minoranza è il partito delle tasse?
"La legge di stabilità non si giudica con gli slogan. Chi sa leggere la manovra, dalla Corte dei conti a Bankitalia all'ufficio parlamentare del bilancio, esprime garbatamente una preoccupazione: oggi si fa una scommessa ardita ma dal 2017 può essere rimesso in discussione il percorso di risanamento. Allora, se vogliamo discutere sul serio, esiste un solo modo per mettere in sicurezza i conti: prendere, nel 2016, almeno un pezzo del programma antievasione proposto dal Nens. Solo così, tra clausole di salvaguardia, sovrastima dei tagli e andamento del deficit, proteggi i conti pubblici".

La crescita non basta?
"La crescita c'è, anche se a livello embrionale. Ma attenti agli slogan, ripeto, e all'ottimismo. Può diventare pericoloso anche a livello elettorale. Non basta dire: ho portato il bel tempo. Sa che fa la gente quando c'è il sole? Esce, si muove, si mette in libertà, va un po' dove gli pare. Proprio quando le cose prendono la piega giusta non è detto che gli elettori votino chi li ha messi in quelle condizioni favorevoli. In Polonia, che ha una crescita molto più alta, è successo proprio questo. Quindi bisogna rafforzare il proprio profilo, un profilo di centrosinistra. E occorre togliere gli impedimenti alla crescita. Si fa con investimenti pubblici e privati, il lavoro viene solo da lì. L'altro aspetto è la disuguaglianza, quella impedisce la crescita vera. In Parlamento, adesso, rafforziamo ciò che c'è di buono e correggiamo ciò che è sbagliato".

C'è del buono, quindi?
"Sì".

E' una notizia.
"L'ammortamento al 140 per cento sull'acquisto dei macchinari è un'ottima idea. Così come il ritorno dell'antico ecobonus. Se aggiungiamo qualche altra misura di questo tipo e la incentiviamo per il Sud, aiuteranno molto".

A proposito di disuguaglianza, viene introdotto il fondo per la povertà.
"Qualche soldino c'è, chi lo nega. Ma il vero contrasto alla povertà si regge su due gambe: welfare universale ovvero pensioni e salute, e fedeltà e progressività fiscali".

Si formerà un'asse contro il governo tra la minoranza e i governatori?
"Finora ho assistito a un balletto diplomatico mentre sarebbe giusto raccontare alla gente come stanno le cose: già nel 2016, ma ancora di più nel 2017 e nel 2018, i tagli previsti farebbero saltare il sistema sanitario. E' un punto interrogativo grande come una casa e bisogna uscire dall'ipocrisia".

Renzi dice che abolendo la Tasi si aiutano i pensionati non i benestanti. Lei invece parla di misura incostituzionale. Due mondi lontanissimi.
"Ho detto che è contro i valori della Costituzione. Ci vuole progressività: un terzo dei contribuenti quella tassa può pagarla a beneficio di altri interventi fiscali, come l'abolizione delle imposte sulle compravendite. In ogni caso, non mi piacciono certi slogan. Il centrosinistra non dice meno tasse per tutti. Dice meno tasse perché, a chi e per che cosa. Meno tasse per tutti è uno slogan da anarchismo dei ricchi. Meno tasse ok, ma per dare lavoro. E che le paghino tutti. Non puoi rubare il salario come cantava Pierangelo Bertoli, però non puoi nemmeno rubare agli altri italiani non pagando le imposte".

Renzi l'ha sfidata sul contante: vedremo se cambia qualcosa con il tetto a 1000 o a 3000 euro.
"Il tetto a 3000 euro facilita l'evasione a valle. Mi sembra quasi un insulto all'intelligenza spiegare che non è normale girare con 3000 euro in tasca. Chi lo fa o evade o ricicla. Dice Renzi: ma facciamo le banche dati. E io devo sentire un premier e un ministro del Tesoro che dicono queste cose? Il nero come fa a finire nella banca dati, su".

È una manovra di destra allora?
"Nell'insieme questa legge ha dentro degli spunti interessanti. Ma bisogna cautelarsi sulle prospettive e puntare di più su investimenti e riduzione delle disuguaglianze".

Voterà la fiducia?
"Non c'è bisogno della fiducia. Il Parlamento può migliorare la legge. Speranza e Cuperlo hanno presentato le correzioni necessarie".

La minoranza non rischia la sindrome del can che abbaia non morde? In fondo l'uscita di D'Attorre e Fassina si spiega anche così.
"Riconosco che la nostra posizione debba essere più netta, più visibile ma credo che l'alternativa noi dobbiamo costruirla nel Pd. Non sarò io, ovviamente. Sarà un altro e vedremo chi. L'alternativa è un Pd che non ammaina la sua bandiera, che non fa il partito della Nazione, che costruisce il centrosinistra ulivista, civico, riformista, moderno. Non sono contento, come invece sembra essere Renzi, del fatto che parecchi escano. In loro c'è un pezzo di forza del Pd. Ma ho anche qualcosa da dire a quelli che se ne vanno".

Cosa?
"Con Fassina e D'Attorre siamo d'accordo su ciò che serve all'Italia. Non serve un partito neocentrista. Loro escono dicendo che vogliono costruire un nuovo centrosinistra. Ma dove? Senza il Pd il centrosinistra non lo fai più. Se il Pd fosse irrecuperabile, quella prospettiva verrebbe cancellata, punto. E se è così la nostra gente va prima da Grillo che nella sinistra nascente".

Un bel viatico per il nuovo soggetto che nasce domani...
"Non lo dico con inimicizia, anzi spero che ci ritroveremo. Ma la penso così. E non credo che la sinistra nel Pd sia una ridotta indiana".

Se arrivano Verdini e altri forzisti può succedere.
"Per me è impossibile che il Pd perda la sua missione e cioè i suoi veri punti di forza. Pensare che la destra ti faccia fare il suo mestiere è alla lunga illusorio, velleitario. La destra esiste. Esiste ormai in maniera strutturale anche Grillo. Se non alzi le tue bandiere ti disarmi".

© Riproduzione riservata
06 novembre 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/11/06/news/bersani_chi_se_ne_va_sbaglia_senza_pd_addio_sinistra_nella_manovra_errori_ma_anche_del_buono_-126737952/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_06-11-2015
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« Risposta #97 il: Dicembre 17, 2015, 07:10:17 »

Il doppio forno di Renzi: "Su alcuni temi si dialoga con l'M5S"

Di GOFFREDO DE MARCHIS
17 dicembre 2015

ROMA. Matteo Renzi ha preso atto della vittoria dei falchi sulle colombe dentro Forza Italia e la mozione di sfiducia al governo ha certificato un dato di fatto. "Con Berlusconi non si possono fare più accordi. E' incapace di tenere uniti i suoi. Se la loro linea è quella di scimmiottare Grillo e Salvini, allora tanto vale fare l'accordo con i Cinque Stelle", è stato il ragionamento del premier. Il minimo comun denominatore, quando gli azzurri lo trovano, ricalca semmai la linea Brunetta, cioè lo scontro frontale con il governo. Così è nato il cambio di rotta, che ironicamente il leader pd definisce il "Risveglio della forza". Ne ha parlato con il capogruppo Ettore Rosato, regista delle operazioni in Parlamento. "All'ultima votazione il 20 per cento dei deputati di Forza Italia non si è nemmeno presentato in aula - ha spiegato Renzi ai suoi collaboratori -. Senza contare quanti di loro hanno sabotato l'intesa". Era impossibile non mutare strategia. Tanto più con la benedizione di Sergio Mattarella, sempre più preoccupato dallo stallo sull'elezione di ben tre giudici costituzionali.

A quel punto Renzi ha persino usato la mozione di sfiducia individuale presentata dai grillini contro Maria Elena Boschi e ha provato a girarla a suo favore. "Secondo me, questo è il momento giusto per fare un accordo con Grillo". Perché i grillini avranno subito l'occasione di evitare la trappola dell'inciucio. "Loro hanno la mozione su Maria Elena. Possono fare casino lì. Ma adesso conta portare a casa i giudici".

Approfittare dell'attimo, dunque, senza farsi illusioni su collaborazioni future. E' vero che l'ala dialogante del Movimento 5stelle era la più soddisfatta dell'accordo e come notava un deputato del Movimento Luigi Di Maio in Transatlantico "camminava a un metro da terra". Ma il patto della Consulta non avrà un seguito. Anzi, la prossima settimana sarà di nuovo battaglia sul caso della Banca Etruria. Anche se a Palazzo Chigi contano di tornare a parlare con il Movimento: sulle unioni civili e sulla riforma delle banche, ad esempio.

L'ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA E SU REPUBBLICA +
© Riproduzione riservata
17 dicembre 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/12/17/news/il_doppio_forno_di_renzi_su_alcuni_temi_si_dialoga_con_l_m5s_-129642943/?ref=nrct-2
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« Risposta #98 il: Dicembre 30, 2015, 06:02:40 »

Azzollini, la linea bipartisan di Renzi: "Nessuno può impormi diktat, giusta la libertà di coscienza"
Il retroscena: il premier è sicuro che non dovrà pagare un prezzo troppo alto per il voto di ieri in Senato.
Perché la libertà di coscienza ha spaccato il Pd eppure non ha lasciato molte tracce nei rapporti con la minoranza

Di GOFFREDO DE MARCHIS
30 luglio 2015

ROMA. La scelta della libertà di coscienza è di Matteo Renzi e sapeva che avrebbe contribuito a "salvare" Antonio Azzollini dall'arresto. Palazzo Chigi l'ha comunicata al capogruppo Luigi Zanda nei giorni scorsi e ha trovato il terreno giusto per farla passare senza problemi: "Qui erano in tanti ad avere dei dubbi sulla richiesta della Procura", ha replicato Zanda. Anche la scelta di far litigare i due vicesegretari del Pd, esponendoli su fronti opposti, va ricondotta direttamente al premier.

Nessuno dei due ha fatto la propria mossa prima di consultarsi con il segretario. E lui ha risposto: "Fate quello che credete giusto, quando c'è un voto libero, com'è normale per le misure cautelari, è giusto esprimersi altrettanto liberamente ". Così Debora Serracchiani ha coperto il lato giustizialista e imbarazzato del Partito democratico mentre Lorenzo Guerini difendeva la scelta dei senatori e cercava di calmare il furioso Zanda, scaricato da uno dei vertici di Largo del Nazareno, dopo aver concordato i passaggi con gli uomini del premier.

Renzi adesso è sicuro che non dovrà pagare un prezzo troppo alto per il voto di ieri in Senato. Perché la libertà di coscienza ha spaccato il Pd eppure non ha lasciato molte tracce nei rapporti con la minoranza, certo molte meno di quelle che dividono sulle tasse, sulla scuola, sulle riforme. Solo Gianni Cuperlo e Alfredo D'Attorre hanno contestato la posizione del partito. Soprattutto la sua incoerenza.

Dopo aver votato sì all'arresto in commissione, in aula la rotta è decisamente cambiata. "Ma la verità -  spiegano a Palazzo Chigi -  è che l'opportunità politica ci ha condizionato nella decisione della commissione, non nel successivo voto dell'aula ". Insomma, prima Renzi e il Pd si sono lasciati influenzare dal danno d'immagine che poteva venire dal no all'arresto.

Solo più tardi hanno seguito la via maestra, secondo il quartier generale del Pd: leggere bene le carte e lasciare ai senatori la "libertà di convincimento", come ha scritto Zanda. Come dire: non si deve smentire l'indirizzo garantista che Renzi ha impresso fin dall'inizio evitando dimissioni di sottosegretari indagati. Indirizzo che è un messaggio ai magistrati: non può essere la giustizia, fino alla condanna definitiva, a decidere chi e come può stare in politica. Soprattutto nessuno può pensare di mettere la politica sotto controllo.

Poi ci sono gli equilibri della maggioranza. Azzollini era stato scaricato dal Nuovo centrodestra, ma è stato il capogruppo dello stesso Ncd Renato Schifani a battersi perché ce la facesse sapendo di poter contare su una caratteristica particolare del senatore. Quella di aver fatto a lungo il presidente della commissione Bilancio, cioè di aver ricevuto richieste e pressioni per le risorse della legge di stabilità da una buona fetta dei membri di Palazzo Madama. Da moltissimi di loro.

La minoranza, con le sue voci sparute, chiede chiarimenti. E lo farà ancora nei prossimi giorni. Non tanto sull'arresto mancato ma sul progetto di fondo del renzismo, ossia il Partito della Nazione, una forza con il cuore a sinistra ma che pesca voti a destra. Sembrava tramontato dopo le amministrative, ma i dissidenti lo vedono affacciarsi di nuovo all'orizzonte. La vicenda Azzollini accostata alla presentazione del gruppo dei verdiniani alimenta il sospetto che il premier voglia sostituire i ribelli (e i loro voti tra la gente, pochi o tanti che siano) con pezzi della destra ( e i sentimenti di chi li ha votati per 20 anni). Questo è il vero punto di dissenso di Cuperlo e D'Attorre e l'accusa silenziosa di tanti altri.

Renzi comunque punta a uscire dalla vicenda come chi non è mai intervenuto nè a favore nè contro la soluzione finale. In questo senso, la doppia dichiarazione dei vicesegretari è stata "benedetta" a Palazzo Chigi. Del resto nè Serracchiani nè Guerini negano di aver consultato il segretario prima di parlare. La governatrice del Friuli Venezia Giulia aveva anche un obbligo in più per criticare la decisione dei senatori Pd. Segue direttamente la crisi di Molfetta, la città di Azzollini, dove il sindaco dem Paola Natalicchio si è dimessa contro il Pd locale, secondo lei troppo invischiato con la destra del posto, compreso il senatore Ncd. A difendere Natalicchio ci sono Vendola, Emiliano, Boccia, manca però la voce ufficiale del partito. Ed è la Serracchiani che prova a farla sentire fino in Puglia, anche con le sue parole su Azzollini.

Ma basta aver sparato contro il voto dopo e non prima che avvenisse? Cuperlo risponde di no. E l'allusione è a un gioco delle parti, per difendere la scelta vera di Renzi: libertà di coscienza e un esito scritto per la vicenda Azzollini.

© Riproduzione riservata
30 luglio 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/07/30/news/la_linea_bipartisan_di_renzi_nessuno_puo_impormi_diktat_giusta_la_liberta_di_coscienza_-120080065/?ref=fbpr
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« Risposta #99 il: Marzo 19, 2016, 04:55:52 »

Fini: "Meloni presuntuosa e sconclusionata.
Berlusconi? Altro che fascisti, non sa innovare"
L'intervista. "Roma, ballottaggio già scritto: Raggi e Giachetti"

Di GOFFREDO DE MARCHIS

17 marzo 2016
   
Fini: "Meloni presuntuosa e sconclusionata. Berlusconi? Altro che fascisti, non sa innovare"
ROMA. Proprio parlando di Roma Berlusconi ha rispolverato una categoria, "i fascisti", che nel 1993 aveva definitivamente archiviato indicando Gianfranco Fini come la scelta giusta per il Campidoglio. "È una battuta di cui non conosco le origini. Non so nemmeno chi ci sia nella lista Noi con Salvini, non li conosco e penso che non li conoscano neanche i romani, come si vedrà dai risultati elettorali. Il problema del centrodestra è molto più complesso di quella battuta. Anzi, direi che è un dramma". Fini è seduto nel suo studio da ex presidente della Camera. Il telefonino squilla spesso: "Sono gli amici che vogliono capire come andrà a finire a Roma".

Qual è il dramma?
"Che il centrodestra, come lo abbiamo conosciuto, è finito. Che ormai è nato un blocco di destra, che è naturale chiamarlo lepenista, formato da Meloni e Salvini divenuto il baricentro di quello schieramento politico, oggi".

E Berlusconi?
"Berlusconi vuole tenere unito tutto il fronte, federarlo come fece 20 anni. Un'impresa impossibile. Come fa la Merkel con Alternative di Frauke Petry o come Sarkozy con Marine Le Pen, Berlusconi dovrebbe considerare avversari Salvini e Meloni, non alleati. Purtroppo Silvio ha perso qualsiasi capacità innovativa e non per un dato anagrafico. Se qualcuno vuole farmi incazzare mi parli di rottamazione. Non è l’età che va cambiata, ma lo schema e Berlusconi avrebbe ancora qualche freccia da tirare".

Per esempio non mollando Bertolaso.
"Esattamente. Non lo farà e se anche fosse Bertolaso a ritirarsi, dubito che il giorno dopo Silvio darebbe l'appoggio alla Meloni. Nei prossimi 15 giorni potrebbero esserci delle sorprese".

Comunque sia non ha scelto Berlusconi la fine del centrodestra. Sono stati Salvini e Meloni a scaricarlo.
"Ma per Forza Italia può essere un'opportunità. Riprenda un'identità e un posizionamento che in termini di contenuto non sia solo quello di tenere unita la coalizione a ogni costo, non accetti mai più le parole d'ordine del blocco lepenista, faccia opposizione a Renzi ma con la cultura di governo che significa che non c'è bisogno di dire di no a tutto".

Lei chi voterà a Roma?
"Storace ha governato la regione, non ha pendenze penali ed è sicuramente il più competente. Sulla destra abbiamo idee molto diverse ma qui si sceglie il sindaco. Bertolaso è bravo nelle emergenze ma finora le ha gestite su direttive politiche di altri. Marchini ha fatto un'esperienza in consiglio comunale ed è trasversale. Meloni rappresenta una parte del mondo di An".

Quindi?
"Ho ancora un po' di tempo per decidere. Non voglio fare Ponzio Pilato ma direi che al momento il ballottaggio Giachetti-Raggi è già scritto".

Salvini sostiene che Bertolaso sia un candidato a perdere per coprire un patto con Renzi sulle aziende.
"Nella domanda c'è la risposta. E questo sarebbe un alleato?".

Meloni comunque è l'ultima scelta per lei.
"La sua candidatura è frutto del tatticismo e degli errori. È costretta a fare la corsa. Poteva dire di sì a Marchini, che ha persino vinto le primarie della Lega, invece Marchini mai. Venti giorni fa ha detto sì a Bertolaso poi ha detto di no. L'obiettivo di Giorgia non era far vincere il centrodestra ma rafforzare Fratelli d'Italia. Ha agito in modo sconclusionato e quando si è accorta che Storace raccoglie una base identitaria e ha la forza di un'esperienza amministrativa, ci ha ripensato altrimenti Fdi sarebbe stata asfaltata. Aggiungo che Meloni non parla con Storace, che pure può prendere il 5-6 per cento. Credo per presunzione. O forse per disistima".

Il punto è che Forza Italia ormai ha meno voti della Lega.
"Ma se insegue quei presunti alleati non attirerà mai più i voti dei cosiddetti moderati. Il primo passaggio di una nuova unità potrebbe essere il referendum costituzionale, il modo in cui si dirà no a Renzi".

© Riproduzione riservata
17 marzo 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/03/17/news/gianfranco_fini_giorgia_presuntuosa_e_sconclusionata_teme_storace_berlusconi_altro_che_fascisti_il_dramma_e_che_non_-135663899/?ref=HREC1-13
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« Risposta #100 il: Maggio 07, 2016, 11:50:09 »


"Fermare Renzi", bufera sul consigliere Csm Morosini. Orlando chiede chiarimenti
Il magistrato di Md, membro del Consiglio superiore, partecipa alla campagna del No al referendum: "Rischio democrazia autoritaria, bisogna bloccare il premier".
Il Guardasigilli chiede un incontro "formale" al vicepresidente del Csm Legnini che dice: "Inaccettabili attacchi al governo".
Ermini (Pd): "Sarei terrorizzato a farmi giudicare da uno come lui".


Di GOFFREDO DE MARCHIS
05 maggio 2016

ROMA - Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha chiesto al vice presidente del Csm Legnini "un incontro formale per un chiarimento" sulla vicenda dell'intervista del consigliere del Csm Piergiorgio Morosini pubblicata dal Foglio e smentita dal consigliere. Lo ha detto lo stesso Legnini durante il plenum del Consiglio superiore della magistratura che ha discusso la vicenda. "Sono inaccettabili gli attacchi a esponenti di governo e parlamento - dice Legnini -. Noi pretendiamo rispetto per le nostre funzioni, ma per farlo dobbiamo prima di tutto assicurare rispetto ai rappresentanti dei poteri dello Stato". Il vicepresidente del Csm prende atto della rettifica di Morosini, ma evidentemente, per lui, non basta.

Parlando con il Foglio, Morosini, ex Gip a Palermo oggi consigliere del Csm in quota Magistratura democratica, la corrente di sinistra, annuncia che parteciperà attivamente alla campagna per il No al referendum costituzionale. Girerà per le città, ha già pronto un tour. "Bisogna guardarsi bene dal rischio di una democrazia autoritaria. Un rapporto equilibrato tra Parlamento e organi di garanzia va preservato. Per questo occorre votare No ad ottobre". Quindi, l'obiettivo è fermare Renzi, anche se Morosini precisa: "Non vedo l'ora di tornare in trincea", ovvero a fare il magistrato. "Al Csm è tutto politica. Correnti, membri laici...".
Durante il plenum del Csm, Morosini si difende: "Mi sento ferito. Le mie parole sono state travisate". Giovanni Legnini però non molla. Critica anche la partecipazione del consigliere alla campagna referendaria. Definisce "inaccettabili" anche i suoi giudizi sui colleghi Gratteri e Cantone, che nell'intervista vengono definiti "uomini Mondadori". Annuncia che porterà il caso anche al presidente della Repubblica che guida anche il Consiglio superiore. Interviene pure il primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio: "Delegittimare i poteri dello Stato, denigrare i magistrati anch'essi servitori dello Stato lede l'immagine del Csm e l'indipendenza della magistratura".

Era già scoppiato il caso politico con la dura reazione del responsabile Giustizia del Pd David Ermini. Ma la presa di posizione di Orlando e Legnini sposta ora il terreno sul piano istituzionale.

"Avrei terrore a farmi giudicare da uno così", è la replica di Ermini alle parole di Morosini. Ennesimo atto dello scontro tra i democratici e le toghe. Durante la trasmissione Omnibus, Ermini critica le dichiarazioni del magistrato e si preoccupa per il suo ritorno in Procura. "Avrei terrore a farmi giudicare da uno così". Così politicizzato, intende.

L'intervista alimenta i sospetti che già serpeggiano a Palazzo Chigi da giorni, quelli di una manovra delle procure contro Renzi collegando l'inchiesta di Tempa Rossa, all'indagine sul presidente del Pd campano Stefano Graziano fino all'arresto di Simone Uggetti, sindaco di Lodi dem. Ma la linea non cambia. "Per noi garantismo non significa difendere i singoli indagati, anche quando pensiamo che siano puliti - spiega Ermini -. Significa invece ricordare tutti i provvedimenti anticorruzione che abbiamo approvato. Strumenti utili ai magistrati per combattere il fenomeno e anche per procedere più velocemente. Questo è anche il modo per non essere simili a Berlusconi nel rapporto con la giustizia. I magistrati dovrebbero riconoscerlo al Pd, invece di dire che non è cambiato niente".

Morosini conferma il "colloquio informale" con il Foglio, ma ne smentisce il contenuto: "Mi sono state attribuite delle affermazioni che non ho mai fatto e dalle quali prendo con nettezza le distanze. Prima fra tutte quella del titolo: non ho mai detto che Renzi va fermato". Smentita che non è bastata nè a Orlando nè a Legnini.

© Riproduzione riservata
05 maggio 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/05/05/news/il_pd_contro_morosini_membro_del_csm_fa_politica_come_puo_essere_un_giudice_imparziale_-139123757/?ref=HRER1-1
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« Risposta #101 il: Giugno 13, 2016, 01:01:12 »

Staino a Renzi: "Allarghi il cerchio magico, basta circondarsi di fedelissimi"
Appello dell'inventore di Bobo sull'Unità: "Diamo un cuore al Pd".
Firma anche Francesco Guccini


Di GOFFREDO DE MARCHIS
09 giugno 2016

ROMA - "Lo statista è lui, tocca a lui tenere unito il partito. Allarghi il cerchio magico, basta con la logica dei fedelissimi". Sergio Staino, l'inventore di Bobo, il narratore a fumetti dei travagli della sinistra, pubblica oggi sull'Unità un appello a ritrovare l'anima del Pd, un'anima progressista e si rivolge in primo luogo a Matteo Renzi. L'appello ha già ricevuto il sostegno di Francesco Guccini, Sergio Givone, Massimo Cirri, Mario Primicerio e Silvio Greco. Si attendono altre firme.

Staino, stavolta se la prende con Renzi?
"Il mio appello è rivolto a tutti. Matteo però è il segretario, la responsabilità di unire il Pd è principalmente sua".

Non la sta esercitando?
"Lo aveva fatto all'inizio cercando una gestione collegiale. Penso alla presidenza del partito conquistata da Gianni Cuperlo e poi passata ad Orfini. Penso all'offerta della direzione dell'Unità allo stesso Cuperlo. Poi si è chiuso a riccio. Per esempio tante persone dentro al Pd, in modo scorretto, vivono il referendum costituzionale come l'occasione per far cascare il premier. Ma c'è tanta altra gente nella sinistra che ha dei dubbi in buona fede, sia sulla legge costituzionale, sia sulla legge elettorale. Possiamo ascoltare anche queste voci senza farci prendere dall'ira?".

Cosa deve fare Renzi?
"So cosa non deve fare. Non deve più fare il duro e basta. Nel partito ci sono tante sensibilità e soprattutto c'è molta umanità. Usi di più il cuore. Se vuole ricostruire un gruppo dirigente guardi al curriculum delle persone e non al loro posizionamento nel gioco delle correnti interne. A me dispiacerebbe molto se andasse a sbattere. Ma se non vuole sbattere deve cambiare qualcosa".

Sono in parte gli argomenti di Bersani.
"D'Alema e Bersani non vedono l'ora di riprendersi il partito, il giocattolo. Ma con tutto il rispetto per la loro storia, secondo me dovrebbero mettersi a fare film, come Veltroni. O il vino. Certo, meglio i film perchè almeno danno un contributo alla sinistra...".

E Renzi?
"Se lo statista è lui, deve fare la prima mossa per dare un cuore al Pd. Un partito di soli renziani doc non esiste, non fa molta strada. Non perdiamo l'anima di sinistra. Sono i nostri compagni".

Fassina compreso, che dà il titolo al suo ultimo libro?
"Fassina ha dato indicazione di votare scheda bianca al ballottaggio di Roma tra Raggi e Giachetti. Per me è irrecuperabile".

© Riproduzione riservata
09 giugno 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/06/09/news/staino_a_renzi_allarghi_il_cerchio_magico_basta_circondarsi_di_fedelissimi_-141624202/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_09-06-2016
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« Risposta #102 il: Giugno 18, 2016, 12:06:25 »

Olimpiadi a Roma, Renzi prepara un nuovo affondo contro i 5 stelle
Il premier inaugura la nuova sede del volley, occasione per attaccare ancora Virginia Raggi e Beppe Grillo.
Presto andrà a Rio de Janeiro per i giochi brasiliani accompagnato dalla famiglia. Arrivo il 3 agosto, ritorno il 7.
Vedrà le gare dei suoi "amici" Nibali e Fiamingo


Di GOFFREDO DE MARCHIS
09 giugno 2016

ROMA - Che c'azzecca, nell'agenda di un presidente del Consiglio, l'appuntamento di oggi a mezzogiorno: inaugurazione della nuova sede della Federazione Italiana Pallavolo? C'entra molto se Matteo Renzi ha deciso di puntare tutte le carte, per rimontare la sfida della Capitale, sulla candidatura olimpica del 2024.

Il premier prepara dunque un nuovo affondo contro i "no" dei 5Stelle. Il sogno delle Olimpiadi viene individuato da Palazzo Chigi come il tema forte che consentirà a Roberto Giachetti di colmare lo svantaggio prima del secondo turno di domenica 19. Obiettivo: trasformare il ritorno alle urne in un "referendum" olimpico. La politica del "sì" contro i dubbi di Virginia Raggi, la politica dello sviluppo (posti di lavoro, Pil, riassetto urbano) contro la decrescita felice sempre sostenuta da Beppe Grillo.

Secondo Renzi questo è l'unico argomento in grado di spostare gli equilibri a Roma. "Tutti dicono che sono matto, ma penso che Roberto ce la possa fare", ripete continuamente il premier. E l'appuntamento di oggi è uno dei passaggi della sua campagna per i ballottaggi. Lontano dai candidati, con i quali non farà più manifestazioni pubbliche, ma vicino ai programmi che possono aiutarli a conquistare la vittoria.

La scelta della Federazione Pallavolo non è casuale. Il volley porterà alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, che cominciano il 5 agosto, ben 30 atleti, il record assoluto di partecipazione per quello sport. Gareggeranno sia la squadra maschile sia quella femminile e per la prima volta l'Italia ha tre coppie nel beach volley: 2 maschili e una femminile.

Insomma, la pallavolo è un fiore all'occhiello della spedizione azzurra. Renzi ha stabilito un filo diretto con il presidente della Fipav Carlo Magri che è a suo modo un simbolo dell'anti-rottamazione: ha 76 anni e guida la pallavolo italiana da ben 21 anni. Ma tra i due c'è feeling. All'inaugurazione della nuova sede sarà presente anche il presidente del Coni Giovanni Malagò.

Roma 2024, Malagò: "Incontro con Raggi? Molto positivo, lei non è prevenuta"
Le Olimpiadi sono una scommessa di Renzi, a prescindere dal voto comunale. Il premier infatti volerà a Rio de Janeiro per i Giochi brasiliani. Arriverà il 3 agosto per l'inaugurazione di Casa Italia dove sono invitati tutti i membri del Cio (comitato olimpico internazionale), gli stessi che avranno l'ultima parola sulla città che organizzerà le gare del 2024. Il 4 assisterà all'alzabandiera nel villaggio olimpico e la sera vedrà il capo di Stato brasiliano. Il 5 c'è la cerimonia d'apertura, il 6 invece è giorno di sport.

Renzi vedrà dal vivo le prove di Vincenzo Nibali, il vincitore del giro d'Italia, e di Rossella Fiamingo, spadista catanese, campionessa mondiale, destinata a diventare uno dei volti più belli di questa edizione dei Giochi. 

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09 giugno 2016

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« Risposta #103 il: Settembre 26, 2016, 05:23:40 »

Vertice senza Renzi, il premier: "Un avvertimento, ma non smetterò di criticare la Ue"
Il retroscena.
Il governo resta sulle posizioni di Bratislava: "Una palude che mette a rischio l’Unione"


Di GOFFREDO DE MARCHIS
24 settembre 2016

"NON VOGLIO essere complice di questa palude, di un clamoroso errore. Non voglio che si pensi, tra sei mesi, che ho assecondato una strategia che non funziona e anzi mette a rischio l'Europa". Renzi dice di non essere stupito dalla convocazione del direttorio franco-tedesco di mercoledì, officiante Juncker, che lo esclude e cancella in parte i risultati di Ventotene.

Non è nemmeno arrabbiato, garantisce parlando con i suoi collaboratori. Ma certamente, spiega, quel vertice senza l'Italia non fermerà la sua ondata di accuse all'Unione: per le regole vecchie, per il patto di stabilità inconcludente, per la gestione dei migranti e per il ritardo sulla crescita. "Continuerò a criticare la deriva dell'Europa con ancora maggiore intensità. Lo dico con convinzione assoluta. L'ho fatto anche in Emilia ripetendo che la sicurezza dei nostri figli viene prima dei rituali di Bruxelles".

Il film dell'incontro di Berlino, secondo il premier, è già scritto. "Fanno finta che sia un meeting sull'agenda tecnologica - spiega ancora ai suoi fedelissimi - ma il vero obiettivo è blindare un percorso che porta dritto al vertice di Roma 2017", quando nella Capitale si celebreranno, in primavera, i 60 anni della firma dei Trattati, con Renzi padrone di casa. "Vogliono arrivare a quella data con una specie di nulla di fatto. Come a Bratislava dove è finita come tutti sappiamo, con un documento vuoto e del tutto inutile".

Non esclude che i leader di Francia e Germania, insieme con il presidente della Commissione, gliela stiano facendo pagare. Troppi attacchi alla Ue, troppe richieste da parte dell'Italia. "Casualmente - ironizza - , dopo la rottura di Bratislava non vengo invitato. Conoscendo il modo di ragionare della Merkel si può interpretare l'appuntamento di Berlino come un segnale a me, un avvertimento. Ma deve sapere che per me non cambia nulla". Se l'Unione, e l'asse che la guida, puntano a fermare le proposte italiane, "devono essere consapevoli che io continuerò a martellare".

Se anche Giorgio Napolitano sposa le critiche a Bruxelles ma gli suggerisce di mantenere una dialogo con le istituzioni europee, il premier replica che lui non si può permettere di essere complice "di questo andazzo". E osserva con i suoi collaboratori: "Dopo lo schiaffo della Brexit, con Angela Merkel e François Hollande eravamo d'accordo che l'Europa avesse bisogno di un rilancio serio, di uno scatto. Ventotene rispondeva a questa logica. Poi è venuta Bratislava". Il premier ha già ricordato che le scadenze elettorali della Germania, della Francia (nel 2017) e anche dell'Italia (il referendum sulla riforma costituzionale) condizionano le scelte e le mosse dei leader. “Lo capisco, naturalmente". Ma non capisce come non si veda lo sbaglio di tanti messaggi che portano tutti a un solo risultato: "L'Europa non riesce a riformare se stessa".

Il meeting di Berlino, con quel copione scontato, per Renzi sarà la conferma di questa verità. Forse si poteva fare buon viso a cattivo gioco, forse si potevano ascoltare le rassicurazioni della Cancelliera che nega qualsiasi intento discriminatorio nei confronti dell'Italia, forse conveniva rimanere aggrappati agli incontri di Ventotene e al duetto con la Merkel di Maranello, avvenuti recentissimamente. Ma la preoccupazione di Renzi è quella di una "nuova occasione mancata", come dice al Washington Post. "Carpe diem", sintetizza. Ai fedelissimi ripete: “Il momento è adesso. O L'Unione riesce a rilanciare il suo progetto, le sue istituzioni o finisce male". E conclude: "Io non voglio essere complice della seconda ipotesi".

© Riproduzione riservata 24 settembre 2016

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2016/09/24/news/ma_la_cancelliera_non_vuole_provocare_un_caso_italia_-148406581/?ref=HRER3-1
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« Risposta #104 il: Ottobre 21, 2016, 12:46:42 »

Renzi rottama House of cards: "Ho smesso di guardarla già dalla seconda stagione"
Il presidente del Consiglio, alla direzione del Pd nel 2014, aveva lanciato l'idea di creare una scuola di partito studiando anche le serie tv americane.
L'autore del libro Michael Dobbs all'epoca inviò al segretario dem un messaggio: "È solo intrattenimento e non un manuale di istruzioni"

Di GOFFREDO DE MARCHIS
20 ottobre 2016

ROMA - La House of Cards è crollata, almeno agli occhi di Matteo Renzi. "In realtà ho smesso di guardare la serie già dalla seconda stagione, quando Frank Underwood uccide la giornalista. Va bene appassionarsi agli intrighi di potere, ma non esageriamo, mi è sembrato un po' troppo…".

La sera della cena di Stato, il premier e la moglie hanno avuto l’occasione di visitare la parte privata della Casa Bianca. Sono scesi dalla Yellow Oval insieme con Michelle e Barack Obama e nelle stanze dell’appartamento si sono preparati prima di presentarsi agli invitati. Proprio in quell’area, ricostruita in studio, si consumano le trame della coppia presidenziale, per fiction, Frank e Claire Underwood impersonati da Kevin Spacey e Robin Wright. Cinici, spietati, ambiziosi, senza scrupoli, pronti veramente a tutto, anche all’omicidio, per raggiungere l’apice.

La serie in verità piace moltissimo a Obama. Ma Renzi fece di più che giudicarla da spettatore. La indicò, con altri prodotti la cui trama ruota intorno al mondo della politica, come un elemento di formazione delle nuove classi dirigenti. "Proporrei - disse alla direzione del 29 maggio 2014 - di creare una scuola di partito". Ma non usando solo gli strumenti tradizionali. "Bisogna studiare - spiegò - anche le serie tv americane, so che qualcuno si mette le mani nei capelli ma imparare da un racconto è importante". Ma pochi giorni dopo fu lo stesso autore del libro Michael Dobbs che raccontò: "Quando ho saputo che Renzi aveva acquistato una copia in libreria di House of Cards ho ritenuto prudente inviargli una nota per ricordargli che il libro è solo intrattenimento e non un manuale di istruzioni".

Renzi non citò esplicitamente House of Cards, ma tutti pensarono a quell’opera. Lo fecero soprattutto gli avversari interni, che scambiarono l’interesse di Renzi per un’immedesimazione nel carattere del personaggio di Spacey: spregiudicatezza, cinismo, ambizione sfrenata. Ci tornò sopra Enrico Letta, detronizzato proprio da Renzi, con parole di totale disprezzo verso la serie. "Io detesto House of Cards, credo che sia la peggiore delle fiction televisive che si possa far passare, l’idea di politica che esce da lì è una politica tutta fatta di intrighi, di cose terrificanti". Parlava di Renzi usando la metafora del telefilm?

Adesso però, complice la visita a Washington, si scopre che anche il premier, dopo aver pensato di farne un modello, ha abbandonato Underwood. E forse vuole abbandonare anche un’immagine di sé.

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20 ottobre 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/10/20/news/renzi_house_of_cards-150224839/?ref=HREC1-4
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