LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: BRUTTE e tristi STORIE...  (Letto 64749 volte)
Arlecchino
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« il: Maggio 24, 2007, 10:59:32 »

Brutte storie
Antonio Padellaro


Mentre alto ferve il dibattito sulla crisi della politica che non decide, da Napoli e da Roma Fiumicino rimbalzano su tutti i tg i relativi spot. Montagne di rifiuti date alla fiamme tra nuvole di diossina e rischio epidemie. Bivacchi di viaggiatori inferociti in attesa di un volo che non c’è. Ne risulta un’immagine pessima del nostro povero paese di cui il governo Prodi dovrebbe (o forse avrebbe dovuto) farsi carico con drammatica urgenza, e non solo perché lo chiede Napolitano. Indignato dalla visione della sua città sommersa dalla spazzatura, il capo dello Stato parla di situazione tragica puntando il dito sui colpevoli ritardi di quei parlamentari e amministratori che invece di risolvere i problemi «alimentano polemiche e capeggiano rivolte».

Si riferisce ai masanielli che impediscono l’apertura della discarica di Serre, facendosi forti anche della contrarietà espressa dal ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio. Si riferisce al comportamento del governo che non è in grado di far rispettare un suo decreto. Altre domande suscitano invece le deprimenti scene aeroportuali.

Sacrosanto protestare contro il muro di silenzio che avvolge il destino di migliaia di lavoratori Alitalia. Ma è uno sciopero contro chi visto che la vecchia proprietà statale non c’è più e i privati che dovrebbero acquistare non ci sono ancora? Due brutte storie italiane con hanno in comune soprattutto l’abitudine a far marcire i problemi e a mangiarci sopra strafregandosene dei diritti dei cittadini.

Da una parte, come ci ha raccontato Enrico Fierro, tredici anni di consulenze d’oro, poltrone per trombati di lusso, rimborsi spese miliardari, mentre la “monnezza” saliva. Dall’altra, la compagnia di bandiera distrutta e spolpata da stuoli di manager inetti (nel migliore dei casi) sistemati dai politici di turno.

Vogliamo dibatterne?

Pubblicato il: 23.05.07
Modificato il: 23.05.07 alle ore 11.55

l'Unità.
« Ultima modifica: Ottobre 23, 2008, 04:52:53 da Admin » Loggato
Arlecchino
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« Risposta #1 il: Maggio 24, 2007, 11:00:40 »

Giovedì, 24 Maggio 2007
 
 
Tutti i nomi dei 111 indagati: ci sono ancora 18 "Mister X" pizzicati solo nelle intercettazioni
 
 
Vicenza
NOSTRO INVIATO

Un lungo elenco con 129 posizioni diverse, 111 di persone identificate e quindi formalmenete indagate, altre 18 mister X" la cui voce è stata ascoltata nelle intercettazioni, ma che non hanno ancora un nome e un cognome. Spuntano dalle pieghe dell'inchiesta per Appaltopoli, dopo i 19 arrestati dell'altro giorno, anche coloro che risultano iscritti nel registro degli indagati, a diverso titolo, ma con un reato che ruota comunque attorno all'ipotesi di associazione per delinquere. Riportiamo qui di seguito coloro (una settantina) che vivono nel Nordest, tralasciando piemontesi, lombardi ed emiliani. Vi troviamo 15 vicentini, 11 padovani, 20 trevigiani, 14 veneziani, 2 rodigini, 4 veronesi, 2 pordenonesi, 1 goriziano e 2 bellunesi. Tra parentesi il numero degli appalti per i quali sono stati tirati in ballo. In realtà l'elenco si compone di due parti. La prima è quella del cosiddetto "cartello" vicentino, la seconda quella del "cartello" trevigiano.

"CARTELLO" VICENTINO: Lidio Gelmini, Conco, ditta individuale (13 appalti);Gregorio Gelmini, Conco, ditta individuale (13);Marianna Miotti, Marostica, Co.Ge.Mi srl (4);Paola Ruzza, Megliadino San Fidenzio (Pd), Ruzza Costruzioni srl (11);Nazario Marangon, Grumolo delle Abbadesse, titolare di ditta omonima (1);Mario Marangoni, Torri di Quartesolo, Impresa Edile Abbadesse (9);Patrizia Andriolo, Grumolo delle Abbadesse, Impresa Marangoni e Abbadesse (9);Ugo Cavallin, Jesolo, Secis srl (7);Fabio Contestabile, Mestre, Secis srl (7);Alfredo Muttin, Marostica, Mu.Bre Costruzioni srl (11);Eugenio Zago, Ceggia, Edil Lavori snc di Zago (5);Claudio Zago, Ceggia, Zago srl (4);Giuseppe Michieletto, Martellago, Fratelli Michieletto Strade (5);Gianluca Grosselle, Fontaniva, Grosselle Costruzioni srl (6);Monica Grosselle, Riva del Grappa, Grosselle Costruzioni (6);Ruggero Gobesso, Mogliano Veneto, Dani Costruzioni (4);Matteo Gobesso, Mogliano Veneto, Dani Costruzioni (2);Valter Antonio Montagna, Brogliano (Vi), Meccaniche Idroelettriche Service Arzignano (1);Renato Bertinato, Montecchio Maggiore, Meccaniche Idroelettriche;Roberto Neodo, Rovigo, Opra Costruzioni srl (1);Maurizio Biasuzzi, Treviso, Costruzioni Generali Biasuzzi (2);Mario Meucci, Mestre, Costruzioni Semenzato (3);Michelangelo Meucci, Mestre, Costruzioni Semenzato (3);Cecilia Simonetti, Venezia, Sacaim spa - Cementi Armati ing. Mantelli (2);Adriano Fracasso, Padova, dipendente Sacaim (2);Paolo Farronato, Romano d'Ezzelino, Co.Ma.C srl (11);Gastone Zeviani, Legnago, Zeviani Gastone srl (3);Giovanni Zeviani, Legnago, Zeviani Gastone srl (3).

"CARTELLO" TREVIGIANO: Matteo Freschi, Ponzano Veneto, Fratelli Paccagnin (18);Giuseppe Brion, Riese Pio X, Andreola Costruzioni Generali (20);Armando Cavallari, Preganziol, Ecis Scarl Edilizia Civile Industriale (1);Michele Da Rin, Marcon, Ecis (1);Fausto Toffoli, San Biagio di Calallta, Impresa Simonetti e Toffoli (1);Paolo Toffoli, San Biagio di Callalta, Impresa Simonetti e Toffoli (1);Arnaldo Giomo, Silea, Impresa Costruzioni Giomo srl (1);Silvano Martin, Treviso, Simi Impianti srl Installazioni Elettriche (1);Sante Casonato, Castelfranco veneto, Vilnai spa (3);Roberto Vilnai, San Martino di Lupari, Vilnai (3);Bruna dell'Agnese, Pordenone, Cave Asfalti Dell'Agnese (3);Alberto Fiocco, Motta di Livenza, Cave Asfalti Dell'Agnese (3);Monica Baù, Monselice, Monselasfalti srl (4);Demitri Castellin, Monselice, Monselasfalti (4);Sandro Spagnolo, Rotzo, Cooperativa Popolo di Rotzo (6);Federico Martini, Vo (Pd), Martini Silvestro srl (4);Simone Beozzo, Villa Bartolomea (Vr), Beozzo Costruzioni srl (17);Fabio Beozzo, Villa Bartolomea (Vr), Beozzo Costruzioni (18);Luigi Balin, Fontaniva (Pd), Brenta Lavori srl (15);Marco Battagello, Riese Pio X, Brenta Lavori srl (15);Giuseppe Zen, Riese Pio X, Pentaservice (17);Roberto Borsa, San Zenone degli Ezzelini, Pentaservice (16);Silvana Brisotto, Conegliano, Brussi Costruzioni del Gruppo Grigolin (18);Alberto Santamaria, Nervesa della Battaglia, Brussi Costruzioni (18);Luigi Giorgio Susanna, Noventa di Piave, Susanna Costruzioni (14);Italo Luigi Tonet, Santa Giustina (Bl), Tonet srl (6);Paolo Bombarda, Volpago del Montello. Impresa Costruzioni Guarise srl (20);Oriano Livotto, Nervesa della Battaglia, Impresa Costruzioni Guarise (11);Flavio Pellizzer, Fonte (Tv), Tessarolo Com. Giuseppe (6);Lucio Tessarolo, Silea, Tessarolo (6);Eugenio Furoni, Crespadoro (Vi), Furgoni Cav. Eugenio (2);Furgoni Massimo, Altissimo (Vi), Furgoni Cav. Eugenio (2);Sisto Romor, Ponte nelle Alpi (Bl), Romor Aurelio & Gino spa (5);Domenico Gerotto, San Donà di Piave, L'Edilve srl (9);Fernando Mazzaro, Campolongo Maggiore, Consorzio Edili Veneti (10);Carlo Nolli, Conegliano, Impresa Polese spa di Sacile (7);Maria Pighin, Sacile, Impresa Polese (7);Giorgio Basso, Sandrigo, Basso e Busatta spa (7);Arone Roni, Sedico (Bl) Roni Angelo spa (15);Alberto Costantini, Romano d'Ezzelino, Ottorino Costantini srl (12);Mario Durighello, Pederobba (Tv), Cedes srl (14);Paolo Fornasier, Susegana (Tv), Co.Ge.For srl del gruppo Grigolin (15);Stefano Guiducci, Badia Polesine (Ro), Euroscavi srl (13);Alessandro Crestani, Montebello Vicentino (Vi), Edilstrade (Figo;Paolo Bastianello, Preganziol, Veneta Scavi srl (11);Antonio Comelli, Gorizia, Edilnord srl (3).

G. P.
 
 
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« Risposta #2 il: Giugno 01, 2007, 12:19:24 »

31/5/2007 (8:26) - IL CASO SULLE FIAMME GIALLE

Visco, allarme per la maggioranza
 
Tutta la vicenda è iniziata quando il comandante della Gdf Speciale aveva denunciato pressioni da parte di Visco per il trasferimento di quattro ufficiali che indagavano sulle scalate dell'Unipol

«Via la delega sulla Gdf», si allarga il fronte a Palazzo Madama


GUIDO RUOTOLO
ROMA

I segnali ci sono tutti perché al primo significativo appuntamento parlamentare del dopo elezioni amministrative, il governo inciampi, scivoli, si faccia male insomma. E l’appuntamento - al quale dovrebbe intervenire lo stesso presidente del Consiglio, Romano Prodi - è quello di mercoledì al Senato, quando l’Aula discuterà l’ordine del giorno dell’opposizione che chiede al governo di ritirare le deleghe sulla Guardia di finanza al viceministro Vincenzo Visco. Palazzo Chigi non può più contare su una maggioranza compatta. Dopo i quattro senatori di Italia dei Valori, ieri si sono aggiunti tre dell’Ulivo (Bordon, Manzione e D’Amico) hanno chiesto ufficialmente al viceministro di fare un passo indietro.

A questo punto, è l’appello a fine giornata di Giovanni Russo Spena, Rifondazione, «il presidente del Consiglio deve convocare per lunedì un vertice di maggioranza». Avverte Russo Spena: «Il rischio è che una pallina si trasformi in una valanga che sommerge tutti. Sono stupefatto dell’inerzia assoluta di fronte a un esito che oggi è scontato».

Quella di ieri è stata una giornata di «mobilitazione» dei dissidenti interni alla maggioranza e di una apparente immobilità dei vertici dell’Ulivo. Mentre Sinistra democratica, per il momento, continua a chiedere un (pre)vertice chiarificatore con il governo e fa sapere che potrebbe presentare una interrogazione parlamentare, Italia dei Valori ha reso noto il testo che presenterà in Aula. Non la mozione annunciata martedì sera, perché per farlo avrebbe avuto bisogno del sostegno di altri quattro senatori, e per evitare una «campagna acquisti» che avrebbe provocato una ulteriore fibrillazione nella maggioranza, - già aveva dato il suo assenso il senatore Sergio De Gregori - ha fatto un passo indietro, anche perché i tre dissidenti della pattuglia dell’Ulivo avevano fatto sapere che non l’avrebbero sottoscritta, non avendola concordata.

Una retromarcia solo da un punto di vista formale, perché il testo che Idv comunque presenterà mercoledì in Aula non è cambiato di una virgola: «Sarebbe opportuno che il ministro competente (Padoa-Schioppa, ndr) riprendesse in capo a se stesso la delega concernente la Finanza». Ma se non lo dovesse fare, Idv chiede al governo di revocare temporaneamente la delega al Visco, «al fine di evitare la permanenza di una situazione in cui potrebbe non risultare garantita la piena e totale imparzialità di tutti i soggetti interessati».

Se Nuccio Cusumano garantisce che la pattuglia dei tre senatori dell’Udeur (Mastella compreso) farà quadrato attorno a Palazzo Chigi e a Visco, pur chiedendo di «rimuovere le ombre» che ci sono, i mal di pancia nella maggioranza hanno contagiato diversi senatori. Non è un mistero, per esempio, che anche Lamberto Dini sia scocciato, anche se ieri non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione. Il problema, si interrogavano ieri sera autorevoli esponenti della maggioranza, a palazzo Madama, «è chi richiamerà all’ordine i dissenzienti?», «quale sarà la linea del governo?».

Per drammatizzare ancora di più il clima, c’era anche chi sussurrava che in queste ore Prodi avrebbe invitato Visco a valutare la situazione, insomma ad accogliere il suggerimento di fare un autonomo passo indietro. Ma delle intenzioni di Visco, per il momento, non trapela nulla ufficialmente, se non che sta preparando il suo dossier: un documento chiarificatori su tutti i punti «oscuri» della vicenda.

Se la situazione dovesse rimanere così come si presentava ieri sera, l’appuntamento di mercoledì si presenta con una grossa incognita. Perché è vero che Bordon-D’Amico-Manzione non voteranno mai l’ordine del giorno dell’opposizione, ma non è detto che il centrodestra non voti quelli della maggioranza critica. E a quel punto, gli sviluppi davvero sarebbero imprevedibili.


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« Risposta #3 il: Giugno 01, 2007, 11:56:54 »

Il generale Speciale sembra avere comunque le ore contate

Ecco come è stata costruita la trappola per il viceministro dell'Economia

Palazzo Chigi ha deciso cambierà il capo della Gdf

Un suggeritore dietro la campagna de "Il Giornale"

E' lo stesso comandante generale: solo lui sapeva certe cose

di CARLO BONINI
 

ROMA - Alla maggioranza non è rimasto più tempo. E ora, dunque, raccontano a Palazzo Chigi che il "caso Visco" sarà sciolto in tre mosse. Presto. Molto presto. Il generale Roberto Speciale, comandante generale della Guardia di Finanza, sarà destituito dal comando e destinato ad altro incarico. Il viceministro dell'Economia si autosospenderà dalle deleghe alla Guardia di Finanza in attesa che la magistratura lo "ripulisca" anche solo dal sospetto di indebite pressioni sui vertici delle Fiamme Gialle.

E a chiederglielo sarà Romano Prodi prima del dibattito e del voto di mercoledì al Senato, facendo coincidere la sua richiesta con il ritiro della mozione di Antonio Di Pietro.

Non è detto, evidentemente, che la maggioranza abbia la forza di fare ciò che pensa di dover o poter fare. Né, soprattutto, che Visco accetti di prendere una decisione che, fino a ieri sera, nessuno gli ha neppure accennato. Resta però un fatto: il generale Speciale ha le ore contate. In questi dieci giorni, ha lasciato le sue impronte digitali e quelle del suo ex capo di stato maggiore, Emilio Spaziante (oggi vicesegretario del Cesis), nella campagna condotta dal "Giornale", il quotidiano della famiglia Berlusconi, sul viceministro dell'Economia. E lo ha fatto in modo grossolano, accreditando circostanze inesatte, manipolando significativamente passaggi decisivi dell'affare.

Speciale era l'unico, per averne fatto esplicita richiesta all'Avvocatura dello Stato (che ne conservava copia in cassaforte), in possesso dei verbali di testimonianza che lui stesso, come i generali Spaziante, Pappa e Favaro, avevano reso un anno fa sul caso Visco. E quei verbali (con la sola curiosa eccezione della testimonianza di Spaziante) sono stati pubblicati dal "Giornale". Speciale era l'unico a disporre del carteggio integrale avuto con i generali Pappa e Favaro in cui i due alti ufficiali davano conto dei loro incontri con Visco nel luglio del 2006. E quel carteggio è finito sulle pagine del "Giornale".

Speciale era l'unico a conoscenza di una circostanza che lui solo poteva conoscere in modo parziale e inesatto e che in modo parziale e inesatto viene riferita dal "Giornale" il 23 maggio scorso: l'esistenza di un'inchiesta della Procura militare di Roma a carico dei generali Pappa e Favaro per aver raccolto e sostenuto le asserite pressioni di Visco. L'istruttoria, infatti, è figlia di un esposto che lo stesso Speciale ha presentato alla Procura militare nell'agosto del 2006.

Ma sul dettaglio temporale, il generale preferisce che "il Giornale" glissi, per dare la sensazione di un'inchiesta in movimento che, ad horas, potrebbe portare "all'iscrizione al registro degli indagati dei primi nomi". Le cose non stanno così. Pur non avendo ancora formalmente archiviato la pratica, il procuratore militare Antonino Intelisano ha da tempo concluso che il comportamento dei due generali "non configura nessuna responsabilità penale militare". Né quella, in astratto, prevista dal codice penale militare di pace, dell'"attentato ai poteri del comandante", né quella del codice penale ordinario dell'abuso di ufficio. Il che, evidentemente, ha un significato importante, se non decisivo.

Se i due generali - Pappa e Favaro - non hanno attentato ai poteri di Speciale, a maggior ragione non può averlo fatto il viceministro che a quei due generali si era rivolto, nel luglio 2006, sollecitandoli a concordare con il comandante generale i trasferimenti della catena di comando della Guardia di Finanza di Milano. Tutto questo, evidentemente, il generale Speciale non lo sa (e infatti fa cadere in errore "il Giornale"). O, se lo sa, preferisce tacerlo, come ha già taciuto il contenuto della lettera di ossequi con cui, il 14 luglio 2006, informava il viceministro Visco di aver dato tempestivamente corso alla procedura di trasferimento degli ufficiali di Milano ("Sempre ai suoi ordini", scriveva).

Del resto, commette un'altra imprudenza il comandante generale. Il 17 luglio 2006, ha annotato (o registrato?) non tanto il giorno, ma l'esatto minutaggio (le 9,26) della sua conversazione telefonica con Visco (quella in cui sarebbe stato "minacciato"). "Il Giornale" ne dà fedelmente conto. Con un particolare. Che, ancora una volta, tradisce la fonte dell'informazione. Di quella telefonata esistono dei testimoni. E uno di loro è il maggiore Giovanni Cosentino, aiutante di campo del generale. La telefonata con il viceministro era forse in "viva voce" ed ha potuto ascoltarla o registrarla? O a Cosentino ne ha parlato il Comandante generale?

Non è dato saperlo, ma, per dirne una, il maggiore Cosentino, indagato dalla procura di Salerno per falso ideologico, è un ufficiale che, in Campania, finisce sotto inchiesta per aver comprato in contanti una Mercedes in un concessionario controllato dalla criminalità organizzata (40 milioni di lire della cui provenienza decide di non dare spiegazioni al magistrato che lo interroga come indagato, avvalendosi della facoltà di non rispondere). Il comandante Speciale lo tiene in grande considerazione. Lo riempie di encomi. Al contrario dell'ufficiale (Francesco Di Tommaso) che, proprio a Salerno, comanda il nucleo provinciale della Guardia di Finanza e che su questo brutto affare lo scorso gennaio ha fatto luce. Per lui, Speciale, ha pensato a un bel trasferimento.

(1 giugno 2007)
 
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« Risposta #4 il: Giugno 04, 2007, 12:18:31 »

CRONACA

Viaggio nei paesi europei alla ricerca di un'integrazione possibile

Nel continente sono tra i 9 e i 12 milioni: ma non esistono censimenti

I rom e l'Europa, dal rigore tedesco alla Francia modello "bastone e carota"

I Rapporti della Divisione Roma and Travellers del Consiglio europeo

L'Italia ha la maglia nera. Ovunque esistono Uffici centrali nazionali

di CLAUDIA FUSANI

 
ROMA - Sono "qualcosa" che non può essere ignorato. "Esistono" e devi farci i conti. Sono, spesso, un "problema" per gli altri, cioè "noi"; ma soprattutto per se stessi: condizioni igienico sanitarie pessime, massimo della devianza, nessuna integrazione. Tutto vero. Eppure se cerchi di capire come l'Europa affronta la questione rom e zingari rimbalzi in un muro di vaghezza e pressapochismo. Nonostante gli sforzi del Dipartimento Roma and Travellers (Rom e camminati, due delle varie etnie zingare), l'ufficio nato nel 1993 a Strasburgo nell'ambito del Consiglio Europeo per fronteggiare la questione rom e che ogni anno produce pagine e pagine di relazioni, rapporti internazionali, raccomandazioni, manca totalmente un progetto esecutivo. Dalle parole non si riesce a passare ai fatti. Risultato: se l'Italia non sa da che parte cominciare per affrontare la questione rom, l'Europa è messa più o meno nelle stesse condizioni.

"Purtroppo non esiste un modello unico per affrontare la questione" dice Maria Ochoa-Llido, responsabile del Dipartimento rom e migranti del Consiglio di Europa. "La situazione varia da paese a paese e ogni governo affronta la questione con un proprio approccio politico. Negli ultimi venti anni le cose stanno cambiando e il Consiglio d'Europa se ne sta facendo carico sul fronte dei diritti umani, dei diritti delle minoranze e in funzione dell'integrazione sociale".

Negli anni, attraverso numerose Raccomandazioni - ad esempio sulle condizioni abitative (2005), sulle condizioni economiche e lavorative (2001), sui campi e sul nomadismo (2004) - si è cercato di dare almeno una cornice di riferimento, linee guida ai vari stati per gestire la continua emergenza rom. Buone intenzioni, quindi, ma scarsi risultati. Secondo il Rapporto annuale della Commissione europea contro il razzismo e le intolleranze presentato al Parlamento Europeo il 23 novembre 2005, i Rom risultano la popolazione più discriminata d'Europa. Svantaggiati nel lavoro, nell'alloggio, nell'istruzione e nella legislazione ma anche vittime regolari di continue violenze razziste. Il Rapporto - va detto - non si occupa dell'aspetto devianze, cioè criminale, che caratterizza da sempre la popolazione rom e che tanto pesa nel non-inserimento sociale degli zingari.

Una minoranza di 9-12 milioni di persone - Uno dei file più aggiornati della Divisione Roma and Travellers sono i numeri. Che vista l'assenza di censimenti della popolazione rom - per il timore che possano diventare strumenti discriminatori - è già tantissimo. In Europa si calcola che viva un gruppo di circa 9-12 milioni di persone, in qualche paese del centro e dell'est europa - Romania, Bulgaria, Serbia, Turchia, Slovacchia - arrivano a rappresentare fino al 5 per cento della popolazione. Scorrendo i fogli delle statistiche ufficiali europee (aggiornate al giugno 2006), colpisce come nei paesi della vecchia Europa, nonostante la presenza e l'afflusso continuo di popolazione rom, manchi del tutto un loro censimento. Eppure conoscere i contorni del problema dovrebbe essere il primo passo per approcciarlo. Sono censiti solo gli zingari che vivono nei paesi dell'est Europa, dal 1400 la "casa" dei popoli nomadi in arrivo dall'India del nord est.

La Romania guida la classifica dei paesi con maggior numero di gitani: l'ultimo censimento ufficiale del 2002 parla di una minoranza che si aggira tra il milione e 200 mila e i due milioni e mezzo. Seguono Bulgaria, Spagna e Ungheria a pari merito (800 mila), Serbia e Repubblica Slovacca (520 mila), Francia e Russia (tra i 340 e 400 mila; ma secondo il rapporto di Dominique Steinberger del 2000 in Francia vivrebbero almeno un milione di zingari), Regno Unito (300 mila), Macedonia (260 mila), Repubblica ceca (300 mila), Grecia (350 mila). L'Italia è al quattordicesimo posto con una stima, ufficiosa in assenza di un censimento, che si aggira sui 120 mila. Sappiamo che oggi quel numero è salito fino a 150-170 mila. Facendo un confronto con i paesi della vecchia Europa, è una stima inferiore rispetto a Spagna e Francia, Regno Unito e Germania. Sui motivi di queste concentrazioni la Storia conta poco: se è vero che la Germania nazista pianificò, come per gli ebrei, lo sterminio degli zingari (Porrajmos) e nei campi di concentramento tedeschi morirono 500 mila rom, in Spagna la dittatura di Franco ha tenuto in vigore fino agli anni settanta la legislazione speciale contro i gitani eppure gli zingari continuano ad essere, e sono sempre stati, tantissimi.

Il caso italiano - A scorrere i Rapporti del Consiglio europeo, l'Italia sembra avere la maglia nera nella gestione della questione rom. La lista delle "mancanze" italiane è lunghissima. Contrariamente agli altri paesi della vecchia Europa, non abbiamo una politica certa sui documenti di identità e di soggiorno mentre in altri paesi hanno la carta di soggiorno e anche i passaporti. Nonostante molti Rom e Sinti vivano in Italia da decenni, non hanno la cittadinanza col risultato che migliaia di bambini rom nati in Italia risultano apolidi; gli stessi bambini non vanno a scuola e non hanno accesso all'educazione; non sono riconosciuti come minoranza linguistica. L'Italia, soprattutto, continua ad insistere nell'errore di considerare queste persone nomadi segregandole in campi sprovvisti dei servizi e diritti basilari mentre invece sono persone a tutti gli effetti stanziali. Si legge a pag. 29 del rapporto: "Non si riscontra a livello nazionale un coordinamento. E in assenza di una guida a livello nazionale, la questione non potrà mai essere affrontata in modo valido". Bocciati, su tutta la linea. Persino "puniti" nel dicembre 2004 per la violazione della disposizione sul diritto alla casa. "Puniti" anche Bulgaria e Grecia.

Gli Uffici centrali - Il nome di per sé evoca scenari da tragedia, liste, schedature, concentrazione di informazioni. Nel 1929 a Monaco nacque "L'Ufficio centrale per la lotta contro gli zingari in Germania", furono schedati, nel 1933 furono privati di tutti i diritti, poi lo sterminio. Eppure un Ufficio centrale sembra essere l'unico modo per affrontare seriamente la questione rom, capire quanti sono, dove vivono, di cosa hanno bisogno, tenere sotto controllo arrivi, partenze, doveri e responsabilità oltre che diritti. All'estero esiste un po' ovunque qualcosa di simile, in Germania, in Francia, in Olanda, Belgio e in Spagna. "In questi uffici - racconta Massimo Converso, presidente dell'Opera nomadi - lavorano anche i rom, sono mediatori culturali, parlano la lingua e i dialetti, conoscono le abitudini dei vari gruppi, dettagli per noi insignificanti e invece per loro fondamentali. Non si può prescindere da questo se si vuole affrontare il problema con serietà e concretezza". Ministero dell'Interno e Solidarietà sociale hanno avviato dei "tavoli tecnici" con esperti e rom. Ma il ministro Giuliano Amato sta pensando a qualcosa di più: un Ufficio governativo e una conferenza europea per avere gli strumenti e il luogo dove fronteggiare la questione.

Lo statuto francese - Nonostante "la grande preoccupazione" del Consiglio europeo "per i ritardi e l'emarginazione", la Francia (con 340 mila o un milione di manouche) sembra aver adottato il modello migliore sul fronte dell'accoglienza per i rom. Un modello che si muove tra l'accoglienza e la tolleranza zero, due parametri opposti ma anche complementari: da una parte la legge Besson (la prima versione risale al 1990, una successiva è del 2000) che prevede che ogni comune con più di cinquemila abitanti sia dotato di un'area di accoglienza; dall'altra la stretta in nome della sicurezza dell'ex ministro dell'Interno, attuale presidente, Nicolas Sarkozy che nel febbraio 2003 ha voluto la stretta e ha previsto (articoli 19 e 19 bis della legge sulla sicurezza interna) sanzioni particolarmente pesanti contro le infrazioni allo stazionamento. Chi non rispetta le regole dei campi e dell'accoglienza è fuori per sempre. E chi occupa abusivamente un'area può essere arrestato e il mezzo sequestrato. La legge Besson immagina i campi come una soluzione di passaggio e prevede, contestualmente, un programma immobiliare di case da dare in affitto ai gitani stanziali e terreni familiari su cui poter costruire piccole case per alcune famiglie semistanziali e in condizioni molto precarie.

Di tutto ciò è stato realizzato poco ma comunque qualcosa. Nella regione di Parigi sono stati creati campi per 560 posti in dieci anni (ne servirebbero tra i 6 e gli 8 mila) e in tutto il territorio francese ce ne sono 10 mila, un terzo di quelli necessari. Ma molti gitani e manouche vivono in case popolari e in vecchi quartieri. Pagano affitto, luce e acque. "Siamo responsabilizzati - racconta Arif, rom kosovaro, un pezzo della cui famiglia vive in Francia - viviamo nei centri abitati, non siamo emarginati, facciamo lavori come facchino, gommista, piccolo trasporto, pulizie, guadagniamo e firmiamo un Patto di stabilità per cui i ragazzi sono obbligati ad andare a scuola ed è vietato chiedere l'elemosina. Se siamo disoccupati per sei mesi abbiamo il sussidio - un mio parente prende 950euro al mese - e abbiamo anche gli assegni familiari. Certo chi sbaglia, chi delinque, chi ruba, chi non manda i figli a scuola, viene cacciato dalla Francia. E su questo punto siamo noi i primi ad essere d'accordo". Un altro risultato, visibile, è che in Francia difficilmente si vedono zingari in giro, ai semafori o nelle vie dei centri cittadini. E' vietata l'elemosina e l'accattonaggio. Recentemente l'ex ministro dell'Interno Sarkozy ha sottoscritto un piano con la Romania per il rimpatrio dei rom romeni.

Il caso tedesco - Il Rapporto del Consiglio europeo, datato 2004, parla di "svantaggi sociali, pregiudizio, discriminazione per quello che riguarda la casa, il lavoro e la scuola e di casi clamorosi di razzismo" . Detto tutto ciò in Germania i 130 mila circa tra Rom e Camminanti sono considerati per legge "minoranza nazionale". Hanno diritti e doveri. "Dagli anni sessanta, con la caduta del modello socialista titino - racconta Massimo Converso, presidente dell'Opera nomadi italiana - e con le prime diaspore rom dall'est europeo verso l'occidente europeo che poi si sono ripetute negli anni ottante e novanta con le guerre nei Balcani, la Germania ha accolto queste migliaia di persone in fuga con un progetto di welfare. Sono state assegnate case, singole o in palazzine popolari, hanno avuto il sussidio per il vitto, chi ha voluto è stato messo in condizione di lavorare. Tutto questo - continua Converso - al prezzo di rispettare i patti e la legge. Altrimenti, fuori per sempre. Ci sono stati anni in cui interi gruppi stavano per lunghi periodi in Germania, poi venivano in Italia dove invece non è mai stato pensato un vero, severo e anche rigido piano di accoglienza e dove gli zingari hanno avuto da sempre maggiori e diverse fonti di reddito, ben più remunerative perché spesso illegali".

La Spagna come la Bulgaria - Nonostante Franco, le leggi speciali e le persecuzioni, la Spagna ha una delle comunità gitane più popolose e in Europa occupa il terzo posto dopo Romania e Bulgaria con 800 mila presenze. Dalla fine degli anni Ottanta il governo centrale ha elaborato un Programma di sviluppo per la popolazione rom anche se il budget annuale sembra abbastanza ridotto (3,3 milioni di euro a cui però si aggiungono i finanziamenti delle singole regioni e delle ong). Anche in Spagna ogni regione ha un Ufficio centrale che coordina gli interventi e le politiche per gli zingari in cui lavorano sia funzionari del governo che rom con funzioni di mediatori culturali. Il risultato è che non esistono quasi più campi nomadi, quasi tutti - chi non lavora ha un sussidio di circa 700 euro al mese per sei mesi - vivono in affitto nei condomini popolari o in case di proprietà, nelle periferie ma anche nelle città. Dipende dal livello di integrazione. Che è in genere buono anche se resta alto il tasso di criminalità: furti ma soprattutto spaccio di droga. Sono zingare il venti per cento delle donne detenute nelle carceri spagnole. Negli ultimi mesi nelle periferie delle grandi città, a Barcellona come a Madrid, a Siviglia e a Granada, stanno rispuntando baraccopoli e favelas: sono gli ultimi arrivati, i rom della Romania, la nuova emergenza.

La ricetta del "politico" gitano - La Spagna ha saputo produrre, finora, l'unico europarlamentare gitano: si chiama Juan de Dios Ramirez Heredia, è stato rappresentante dell'Osservatorio europeo contro il razzismo e la xenofobia e nel 1986 ha fondato la Union Romanì, federazione della associazioni gitane spagnole. Heredia , in un'intervista rilasciata al magazine europeo Cafè Babel , immagina il futuro della comunità rom: "Potrà essere migliore solo se sapremo mantenere una certa dose di sopravvivenza e riusciremo ad essere presenti dove si prendono decisioni politiche. Non ha senso che in paesi come la Spagna, dove siamo 800 mila, non ci sia un solo gitano deputato o senatore". A gennaio scorso, per la prima volta, la Serbia - 600 mila rom ufficiali senza contare quelli partiti negli anni e ora in giro per l'Europa senza documenti - ha accettato in Parlamento due deputati dei partiti delle minoranze gitane, l'Unione dei rom e il Partito dei rom.

Sono 36 milioni gli zingari nel mondo. Diciotto milioni vivono ancora in India. Un milione circa è riuscito ad arrivare anche negli Stati Uniti. A parte poche migliaia di loro che sono riusciti ad avere una vita normale e ad emergere, ovunque sono rimasti gli ultimi nei gradini della società.
(3 fine)


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« Risposta #5 il: Giugno 04, 2007, 11:01:31 »

I pm di Roma vogliono una copia della corrispondenza con il viceministro Visco-Gdf, Speciale rinuncia all'incarico

Con una lettera l'ex comandante della Finanza rifiuta il posto offertogli dal governo alla Corte dei Conti 


 
ROMA - Il generale Roberto Speciale, ex comandante della Guardia di Finanza, destituito dal governo nell'ambito del caso Visco ha rinunciato all'incarico prospettatogli dal governo alla Corte dei Conti. In una lettera inviata al ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, Speciale ha annunciato la rinuncia all'incarico presso la Corte dei Conti conferitogli dal governo venerdì scorso dopo la sua sostituzione con il generale Cosimo D'Arrigo. Una decisione che potrebbe preludere all'apertura di una controversia giudiziaria con l'esecutivo, come già fatto intendere dal generale nei giorni scorsi.

LE PRIME PAROLE - «Non sono interessato a svendere la mia dignità e nessun incarico può riparare l’oltraggio che ho ricevuto». Così l'ex comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale ha spiegato al presidente della Commissione Difesa Sergio De Gregorio, che ha avuto modo di sentirlo telefonicamente questo pomeriggio, le ragioni della sua rinuncia. De Gregorio riferisce di una determinazione molto forte del Generale Speciale nella tutela della propria onorabilità. «Mi ha detto che si difenderà con le unghie e con i denti» anche se il presidente della commissione Difesa dice di non sapere ancora se ci sarà o meno un ricorso giudiziario al Tar contro l'avvicendamento al vertice della Guardia di Finanza deciso dal Consiglio dei ministri.

INCHIESTA - Intanto copia della corrispondenza intercorsa tra l'ex comandante generale della Guardia di Finanza, e il viceministro dell'Economia, Vincenzo Visco, è stata chiesta dalla procura di Roma al Comando Generale delle Fiamme Gialle nell'ambito dell'inchiesta aperta sulla vicenda delle presunte sollecitazioni per il trasferimento di alcuni alti ufficiali della Gdf di Milano. Al vaglio del procuratore della Repubblica Giovanni Ferrara e del sostituto Angelantonio Racanelli ci sono già alcune copie della corrispondenza acquisite dalla procura militare, a sua volta titolare di un procedimento, e già trasmesse a piazzale Clodio insieme con altri documenti, dal procuratore Antonino Intelisano. Ma gli inquirenti vogliono l'intero carteggio e per questo è partita la richiesta ai vertici di via XXI aprile.

SOLLECITO - Alla procura di Roma, secondo quanto si è appreso, non sono ancora arrivati gli atti trasmessi dalla procura generale di Milano sul caso Visco-Speciale. Nei giorni scorsi i magistrati romani avevano inviato un sollecito ai colleghi del capoluogo lombardo dopo la prima richiesta fatta all'indomani dell'apertura del fascicolo processuale. Questo, stando alle indiscrezioni, è ancora intestato «atti relativi a», ossia senza ipotesi di reato e senza indagati.

04 giugno 2007
 
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« Risposta #6 il: Giugno 06, 2007, 04:31:22 »

Il parlamentare indagato a Napoli.

Contestata anche l'aggravante di aver agevolato un'associazione mafiosa

De Gregorio sotto accusa per riciclaggio

In un blitz a casa di un camorrista sequestrati assegni firmati e girati dal senatore 


ROMA — Nel novembre scorso disse che i magistrati dell'antimafia di Napoli stavano facendo uno sforzo «encomiabile» nella lotta al crimine, e che bisognava ascoltare il loro «grido di dolore» per la scarsità di mezzi a disposizione; oggi quegli stessi magistrati l'hanno messo sotto inchiesta, in uno dei tanti filoni delle loro inchieste sui clan camorristici e sul contrabbando. Il senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa di palazzo Madama, è indagato per il reato di riciclaggio, con l'aggravante di aver agevolato un'associazione mafiosa. Il procedimento è stato avviato dopo alcuni accertamenti svolti dalla Guardia di finanza, a seguito del ritrovamento di una serie di assegni girati dal parlamentare eletto con l'Italia dei valori di Di Pietro (e dunque nel centro-sinistra) e poi messosi «in proprio» col movimento Italiani nel mondo per votare quasi stabilmente insieme al centrodestra. Gli assegni che hanno portato a indagare sul senatore furono trovati durante una perquisizione a carico di Rocco Cafiero detto 'o capriariello, vecchia conoscenza delle forze dell'ordine per i suoi coinvolgimenti nel contrabbando e in altri traffici, più volte arrestato e finito sotto processo, non solo a Napoli. Abita a Marano, alle porte della città, ed è considerato dagli investigatori organico al clan Nuvoletta che proprio a Marano hanno la loro roccaforte. Nel 2005 la Guardia di Finanza, a seguito dell'ennesima indagine sul contrabbando tra la Campania e la Puglia che lo vedeva coinvolto, gli ha sequestrato beni mobili e immobili per un milione e mezzo di euro. L'elenco comprendeva la villa di Marano, denaro in contanti, due auto, una moto, anelli, pellicce e assegni per oltre quattrocentomila euro.

Molti di questi assegni erano firmati o girati proprio da De Gregorio. Una parte di essi, inoltre, proveniva da un altro personaggio noto ai magistrati napoletani, sotto inchiesta in un altro procedimento della Procura antimafia sui clan camorristici attivi nella zona di Fuorigrotta. Si tratta di Mario Nocerino, arrestato un anno fa con l'accusa di aver organizzato un voto di scambio di tipo mafioso per le elezioni comunali in cui il figlio Giuseppe era candidato con Forza Italia. Il tribunale del Riesame annullò l'ordinanza perché non considerò provata la natura camorristica dei legami, e ora per Nocerino la Procura si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per voto di scambio «semplice»: secondo l'accusa lui e il figlio pagarono per ottenere l'appoggio elettorale del presunto clan guidato da Salvatore Zazo. Gli accertamenti svolti finora in gran segreto dalla Finanza per comprendere il motivo della presenza di quegli assegni con la firma di De Gregorio a casa di Rocco Cafiero, non hanno consentito di dare una spiegazione lecita e plausibile. Una prima giustificazione emersa si riferiva all'acquisto di un immobile, a fronte del quale non è stato però trovato nemmeno l'atto di compromesso, particolare che la renderebbe poco credibile. Di qui la decisione, nelle scorse settimane, di iscrivere il nome del senatore sul registro degli indagati, un atto dovuto per proseguire le indagini e chiarire la natura dei rapporti tra lui, Cafiero e Nocerino, nonché la provenienza e l'utilizzo che doveva essere fatto di quei titoli di credito. Già nel 2003 Cafiero aveva subito una perquisizione e un maxi-sequestro per mano dei carabinieri, quando in un sotterraneo della villa di Marano, con l'accesso nascosto da una scaffalatura per vini, saltarono fuori oltre 600.000 euro in contanti, 30 orologi di marca, due chili di gioielli e circa 200 panetti di hashish per un totale d 50 chili.

Giovanni Bianconi
06 giugno 2007
 
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« Risposta #7 il: Giugno 06, 2007, 04:32:47 »

POLITICA

Domattina alle 9.30 a Palazzo Madama aula si aprirà la discussione

In arrivo un odg che compatta la maggioranza su un unico documento

Caso Visco, vigilia tesa nell'Unione

Di Pietro: "Il viceministro deve spiegare"

L'opposizione presenta una mozione e due odg.

Quattordici i documenti da votare

L'Unione teme imboscate.

Occhio ai numeri. Forse indispensabili i senatori a vita

 

ROMA - A poche ore dal voto parlamentare sul caso Visco-Gdf, resta alta la tensione su un caso che potrebbe riservare sviluppi negativi per il governo di Romano Prodi, alle prese con il risicatissimo vantaggio dell'Unione al Senato. Il via domattina alle 9.30: prima si discuteranno le mozioni, gli ordini del giorno e le interrogazioni. In tutto 14 documenti. Poi la discussione. La replica del governo è fissata per le 19,40 per bocca del ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. A seguire le dichiarazioni. Poi il voto, che Forza Italia ha spinto per aver in tarda serata (verso le 22-22,30).

Solidarietà alla Gdf da parte di governo e maggioranza - Non ci sarà l'odg di Antonio Di Pietro, che nei giorni scorsi non ha fatto mistero delle critiche sulla gestione dell'intera operazione: "Non voterò quelli della Cdl" ha assicurato l'ex pm. E la maggioranza, "assolutamente compatta" assicura Manuela Palermi, capogruppo Pdci-verdi al SEnato dopo la riunione dei capigruppo, ha deciso di presentare un odg che esprime "solidarietà" alla Gdf (e non ai vertici del corpo). Un documento che il ministro della giustizia Clemente Mastella aveva chiesto alzando anche i toni: "Se non viene votato, non c'è più il governo". Però il ministro delle Infrastrutture fa alzare la temperatura perché prende le difese di Speciale. "Occorre capire il motivo di questa rimozione - dice Di Pietro - ad oggi non si conosce se non dai borbottii di palazzo. Non sono ingenuo, ho capito cosa c'è dietro. Ma lo rendessero pubblico. L'accusa che il Comando della Guardia di Finanza sia portatore di interessi diversi da quelli di Giustizia deve essere provata altrimenti nemmeno lo si pensa. Questa vicenda deve essere chiarita dall'interessato, cioè da chi aveva richiesto lo spostamento dei quattro ufficiali".

"Se il Generale è stato rimosso per normale avvicendamento - osserva Di Pietro - dovrebbe essere avviata una procedura che preveda una serie di proposte alternative concordate con l'interessato, nei tempi e modi previsti dalla legge. Se viene messo fuori dalla sera alla mattina, ci vuole una motivazione.
In assenza di motivazioni ufficiali, diventano più drammatiche le motivazioni ufficiose. Bisogna capire il motivo di questa rimozione".

La strategia della Cdl - Intanto la Cdl rimodula la sua mozione e chiede il voto su altri due ordini del giorno. In una mozione, provocatoriamente, l'opposizione sostiene che "ci sono due comandanti della Gdf visto che manca un provvedimento di revoca all'incarico del generale Speciale". A questo il governo risponde con una nota in cui spiega che la sostituzione di Speciale con D'Arrigo "firmata dal presidente della Repubblica il 1 giugno" è ora "al vaglio della Corte dei Conti" che ha dei tempi tecnici. E comunque, specifica Palazzo Chigi, "il testo del decreto è in linea con gli analoghi provvedimenti di sostituzione dei comandanti generali della Gdf".

Nei due ordini del giorno invece la Cdl chiede al governo di rispettare la legge secondo cui la Finanza dipende dal ministro delle Finanze e poi un altro in cui si impegna il governo ad accogliere la richiesta di Speciale di rimanere al comando fino al 21 giugno "quale giusto riconoscimento alla carriera svolta al servizio della patria e delle sue istituzioni".

La maggioranza teme imboscate - "Pronto per la maratona di domani presidente Marini?". La risposta del presidente la dice lunga: "Speriamo di sì". Speriamo di sì perchè la giornata sarà lunga, molto lunga (dalle 9 alle 22 come ha insistito Forza Italia) e quello che la maggioranza teme è proprio questo: in un arco di tempo così lungo, in cui non puoi chiedere a tutta la maggioranza e ai senatori a vita di presidiare l'aula non stop, l'opposizione - che sui regolamenti e sui trabocchetti d'aula ha già dimostrato di saperne una più del diavolo - può tentare l'imboscata. Nel momento a lei più utile. Ecco che domani la maggioranza dovrà obbligatoriamente tenere sotto controllo presenze e voti.

I numeri - Obbligatorio, per l'ennesima volta, il pallottoliere. La maggioranza ha una maggioranza di 158 voti, al netto dei senatori a vita. L'opposizione tallona a 156. Il problema è che la maggioranza ha due senatori malati che non potranno essere in aula. Indispensabili, quindi, i voti dei senatori a vita.

Il ministro diessino Vannino Chiti sposta l'orizzonte in avanti e analizza l'accidentato stato dei rapporti interni al centrosinistra. La sua è una disamina preoccupata: "Il centrosinistra è incerto perché se non c'è unione è difficile rispondere con determinazione. Questo continua ad essere il nostro principale problema del centrosinistra".

Speciale: "Voglio gli onori militari". Continua a fare sentore la sua voce l'ex comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale. Prima sui giornali, adesso davanti alle telecamere di 'Porta a Porta'. "Sono e resto un soldato" dice Speciale, che, dopo aver rinunciato all'incarico presso la Corte dei Conti ("un contentino") dice di voler terminare la carriera da comandante generale della Guardia di Finanza. "Io voglio uscire con il mio onore militare che ho sempre difeso, schiena dritta e senza macchia, come sono sempre stato".

(5 giugno 2007)

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« Risposta #8 il: Giugno 06, 2007, 04:33:21 »

MASSONERIA

WOODCOCK, "C'E' UNA COMMISTIONE AFFARI-POLITICA"
 

"Una inquietante commistione tra massoneria, affari, politica e apparati pubblici di ogni genere e specie". La frase eloquente e' quella usata dal pm di Potenza, Henry John Woodcock, per descrivere le indagini sulle presunte attivita' illecite delle logge massoniche sulle quali indaga dal 2005. Anche in questo caso il magistrato potentino ha sviluppato il lavoro investigativo partendo da un filone principale: quello che circa due anni fa porto' in carcere, tra gli altri, il faccendiere Massimo Pizza per una truffa ai danni di alcuni imprenditori.

Contro i 24 indagati il magistrato ipotizza i reati di associazione a delinquere finalizzata a un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione. Per raggiungere questo scopo gli indagati avrebbero promosso e partecipato associazioni segrete vietate dall'art. 18 della Costituzione, in particolare costituendo strutture associative di tipo massonico la cui esistenza e' stata occultata. "Ovvero - aggiunge il Pm - venivano tenute segrete congiuntamente finalita' e attivita' sociali, rimanendo sconosciuti, in tutto o in parte, e anche reciprocamente i rispettivi soci".

Dalle intercettazioni e dalle indagini effettuate, gli indagati non apparterrebbero a famiglie massoniche conosciute, quali il Grande Oriente d'Italia (GOI) o la Grande Loggia d'Italia degli antichi liberi accettati muratori (GLDI). Infatti le due organizzazioni create dai personaggi finiti nell'inchiesta, ovvero la Gran Loggia Unita Tradizionale (GLUT) e il Grande Oriente Universale (GOU), non hanno ottenuto il riconoscimento di quelle che sono le organizzazioni massoniche piu' autorevoli in Italia. Secondo gli inquirenti, le indagini hanno messo in luce un quadro "piuttosto allarmante" riferito all'attivita' criminosa perseguita da un gruppo di persone "legate ed espressione di ambienti massonici deviati", riconducibili a logge 'coperte' e cioe' a strutture carenti di quelle caratteristiche di pubblicita' interna ed esterna e di reciproca conoscenza tra i componenti.

Secondo quanto accertato, inoltre, le logge che hanno le connotazioni di un gruppo 'ben organizzato' avrebbero una capacita' operativa su tutto il territorio nazionale e anche all'estero. Per gli inquirenti potentini i soggetti coinvolti, assidui frequentatori e animatori dell'associazionismo massonico in generale, "trovano in questo contesto un ambiguo ambito privilegiato nel quale, di volta in volta, instaurare contatti, raccogliere informazioni, cementare legami, procurarsi entrature, assicurarsi appoggi e rapporti privilegiati con la Pubblica amministrazione in particolare.

Sarebbero emersi interessi sterminati che riguardano opere pubbliche, costituzioni di societa' off shore, fino alla compravendita di istituti bancari e di lotti di idrocarburi". Una attivita' che poteva godere di un articolato intreccio di relazioni con soci in affari, ex commilitoni, fratelli di logge, ex appartenenti alla P2 e compagni di partito. Intercettazioni ambientali e telefoniche, avrebbero, infatti, permesso di accertare i forti legami con gli ambienti di alcuni partiti politici in particolare.

(AGI) - Potenza, 5 giu. -
 

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« Risposta #9 il: Giugno 06, 2007, 11:51:28 »

La scheda

Visco-Gdf, il documento del governo

Il dossier presentato al Senato: dai rapporti tra Speciale e Moggi alle telefonate «molto accese» con il viceministro

 
La vicenda della Guardia di Finanza nacque precisamente un anno fa, il 7 giugno 2006, e cioè quando al viceministro Vincenzo Visco vennero conferite le deleghe sulla Guardia di Finanza. E già all'epoca il nome del generale Speciale era sulle pagine dei giornali in merito alla bufera
giudiziaria che coinvolse il mondo del calcio.

Il documento del Governo depositato al Senato ricostruisce le tappe della vicenda. Ecco in sintesi, quelle più salienti.

- 7 giugno 2006. Al Viceministro Visco vengono conferite le deleghe sulla guardia di Finanza. Nel frattempo vengono pubblicate «intercettazioni riguardanti le indagini sullo scandalo del calcio in cui venivano citati fatti e nomi di alti ufficiali della Guardia di Finanza per i rapporti con Luciano
Moggi e tra questi emergeva quello del generale Speciale».

- 9 giugno 2006. Primo incontro tra Visco e Speciale il quale prospettò per prima cosa «l'opportunità di avvicendare il Capo di Stato Maggiore Generale Spaziante il quale, a suo dire, gli era stato imposto dal precedente Ministro».

- 26 giugno 2006. Nuovo incontro tra i due. Speciale presenta a Visco «un'ipotesi di impiego di dirigenti piuttosto ampia» con avvicendamenti presso importanti comandi operativi in molte sedi «ma non a Milano». Visco sconsiglia la rimozione del capo di Stato Maggiore e si riserva di esprimere un parere sulle proposte di trasferimento.

- Dopo il 26 giugno. Visco cerca di approfondire il motivo per cui «mentre venivano cambiate le posizioni di vertice di diverse importanti sedi, si mantenevano fermi tutti gli incarichi a Milano». A quel punto emergono «valutazioni negative» in particolare nei confronti del Generale Forchetti,
Comandante regionale delle Fiamme Gialle.

LE TELEFONATE - Il documento ricostruisce anche due telefonate fatte tra il viceministro e il Comandante della Guardia di Finanza nella quale furono usati «toni molto accesi». La prima telefonata è del 17 giugno, la mattina successiva alla notizia pubblicata dall'Ansa sull'avvicendamento dei vertici della Guardia di Finanza a Milano. «La mattina successiva (17 luglio) vi fu una telefonata tra il Vice Ministro e il Comandante Generale dai toni molto accesi - è scritto nel dossier - Il Vice Ministro, infatti, contestò al Generale Speciale di non aver posto in essere misure idonee ad impedire che trapelassero sulla stampa notizie distorte e strumentali, mentre la decisione dei trasferimenti era stata formalmente proposta al Vice Ministro dallo stesso Speciale in pieno accordo con i vertici del Corpo. Gli chiese, quindi, di procedere al completamento della procedura di trasferimento». «Di analogo tenore - ricostruisce il documento del governo - era stata un'altra telefonata avvenuta il 14 luglio pomeriggio, mentre il Comandante Generale si trovava a Bari. In nessuna delle due telefonate furono avanzate minacce, ma in ambedue fu sottolineato come il Vice Ministro considerasse una gravissima mancanza etica e deontologica l'aver interrotto immotivatamente una procedura partita per iniziativa dello stesso Comando Generale e concordata senza obiezioni di sorta, così come altrettanto grave era il fatto che il Comandante Generale, il successivo giorno 17, non avesse in alcun modo smentito il collegamento della vicenda con il caso Unipol, cosa che non ha fatto nemmeno nei mesi successivi». In sostanza il Vice Ministro - è scritto nel documento del governo - «ebbe la sensazione che il comportamento del Generale Speciale non fosse ispirato a quei criteri di lealtà e trasparenza che devono sempre caratterizzare i rapporti tra un Comandante di un Corpo militare come la Guardia di Finanza e l'Autorità Politica di vertice da cui funzionalmente dipende e, pertanto, gli ricordò con tono deciso il proprio ruolo di indirizzo e direzione».

06 giugno 2007
 
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« Risposta #10 il: Giugno 07, 2007, 03:41:27 »

Le accuse vanno dall'associazione a delinquere alla corruzione alla truffa

Potenza: perquisiti magistrati e politici

Il pm di Catanzaro indaga sul sottosegretario Bubbico (Ds) sul procuratore Tufano e su altri magistrati e poliziotti 


POTENZA - A Potenza sono in corso, nell'ambito dell'inchiesta coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, Luigi De Magistris e denominata «toghe lucane» in merito all'esistenza di un presunto «comitato d'affari», coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, alcune perquisizioni nelle abitazioni e gli uffici del sottosegretario allo Sviluppo economico, Filippo Bubbico (Ds), del Procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, dell'avvocato Giuseppe Labriola e della dirigente della Squadra Mobile di Potenza, Luisa Fasano, moglie di un parlamentare dell'Ulivo. Le perquisizioni sono eseguite dagli uomini delle Fiamme Gialle del Nucleo di polizia tributaria di Catanzaro.

RICERCA DOCUMENTI - L'obiettivo del magistrato è quello di acquisire documenti utili all'inchiesta e soprattutto necessari per provare i presunti reati su cui è concentrata l'attenzione degli investigatori. Nell'inchiesta sono coinvolti uomini politici, amministratori, imprenditori, funzionari e magistrati in servizio in Basilicata (fra questi ultimi, uno ha lasciato la magistratura e altri sono già stati trasferiti in altre sedi dal Consiglio Superiore della Magistratura).
Le ipotesi di reato sono quelle di abuso d'ufficio per Tufano; corruzione in atti giudiziari e associazione per delinquere per Labriola; abuso d'ufficio per Fasano; abuso d'ufficio, associazione per delinquere e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche per Bubbico. Secondo l'accusa, vi è chi avrebbe fatto parte di un «vero e proprio centro di affari occulto», che tutelava «interessi personali e di gruppi, anche occulti».

FASSINO - «Chiunque conosca Filippo Bubbico ha potuto apprezzarne l'onestà personale, la correttezza istituzionale, la competenza politica e amministrativa. E nessuno può davvero credere alle accuse che gli vengono rivolte» ha dichiarato il segretario Ds Piero Fassino a proposito dell'inchiesta aperta in Basilicata. Aggiunge il leader Ds: «Ci auguriamo che la Magistratura operi celermente accertando quello di cui noi siamo già oggi assolutamente sicuri: la totale estraneità di Filippo Bubbico a qualsiasi illecito». Insomma, per Fassino «non può non suscitare interrogativi preoccupanti il fatto che si attivino perquisizioni dall'evidente impatto pubblico e mediatico alla vigilia di un passaggio elettorale così impegnativo per la città di Matera».

07 giugno 2007
 
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« Risposta #11 il: Giugno 07, 2007, 10:26:20 »

CRONACA

L'inchiesta "toghe lucane" coordinata dal pm di Catanzaro De Magistris

Gli accusati avrebbero costituito un "vero e proprio centro di affari occulto"

Basilicata, "un comitato d'affari"

Perquisiti Bubbico (ds) e il Pg Tufano

Tra le ipotesi di reato abuso d'ufficio, corruzione in atti giudiziari e associazione per delinquere


POTENZA - Un "comitato d'affari" comprendente politici, magistrati, avvocati, imprenditori e funzionari avrebbe festito grosse operazioni economiche in Basilicata. La guardia di Finanza sta perquisendo le abitazioni e gli uffici del sottosegretario allo Sviluppo economico, Filippo Bubbico (Ds), del procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, dell'avvocato Giuseppe Labriola e della dirigente della squadra mobile di Potenza, Luisa Fasano. L'inchiesta, denominata "toghe lucane", è condotta dal pm di Catanzaro, Luigi De Magistris.

Le ipotesi di reato sono quelle di abuso d'ufficio per Tufano; corruzione in atti giudiziari e associazione per delinquere per Labriola; abuso d'ufficio per Fasano; abuso d'ufficio, associazione per delinquere e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche per Bubbico che è stato presidente della Regione Basilicata. Gli accusati avrebbero costituito un "vero e proprio centro di affari occulto", che tutelava "interessi personali e di gruppi".

Nell'inchiesta sono indagati uomini politici, amministratori, imprenditori, funzionari e magistrati in servizio in Basilicata (fra questi ultimi, uno ha lasciato la magistratura e altri sono già stati trasferiti in altre sedi dal Consiglio Superiore della Magistratura).

Bubbico, si legge nel decreto di perquisizione redatto dal pm di Catanzaro De Magistris, è "il punto di riferimento politico apicale, unitamente ad altri appartenenti alla politica", nel "comitato di affari" al centro dell'inchiesta. L'inchiesta avrebbe messo in luce, sempre a carico di Bubbico - che è stato presidente della Giunta regionale della Basilicata nella passata legislatura - "una logica trasversale negli schieramenti", con il "collante degli affari".

Mentre il procuratore Generale della Repubblica di Potenza, Vincenzo Tufano, era "il punto di riferimento" per avvocati e magistrati che volevano difendere "i 'poteri forti' operanti in Basilicata".

(7 giugno 2007) 

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« Risposta #12 il: Giugno 07, 2007, 10:27:08 »

Abu Omar e il ruolo di Pollari

Claudio Fava


La presidenza del Consiglio dei Ministri, per la penna del suo portavoce Sircana, ci fa sapere che sul caso Abu Omar in questi giorni sono state scritte un mucchio di sciocchezze. La più grave è aver attribuito al governo Prodi l’intenzione di porre il segreto di Stato su alcuni documenti che riguardano il sequestro dell’imam di Milano. Falso, scrive Sircana: Prodi ha semplicemente confermato il segreto di Stato che era stato già opposto dal presidente Berlusconi due anni fa. Ora, di fronte ad un uso così creativo del principio di responsabilità ogni commento potrebbe apparire superfluo. Se non fosse che su questa storia le cronache registrano, da un anno a questa parte, una collezione ormai imbarazzante di gaffes del nostro governo. Da qui un sospetto: forse non sono affatto gaffes. Forse, su Pollari e su Abu Omar, è in gioco qualcosa in più d’un semplice imbarazzo istituzionale.

La storia è nota e verrà ricostruita, a partire da domani, nel processo che si apre a Milano: ventisei agenti della Cia e cinque alti dirigenti del Sismi (tra cui il generale Pollari) rinviati a giudizio per il sequestro di persona di Abu Omar: rapito il 17 febbraio del 2003 a Milano, impacchettato, spedito via Aviano e Ramstein al Cairo per essere consegnato alle cure dei servizi di sicurezza egiziani. Che per quattordici mesi lo hanno detenuto senza alcun processo e a lungo torturato, somministrandogli il solito campionario di nefandezze, dall’elettroshock alla sodomia.

Un processo legittimo e inevitabile, eccellente il lavoro del procuratore Armando Spataro, ineccepibili le accuse formulate contro agenti segreti americani e italiani. Fino a quando l’Italia sarà un paese sovrano e il sequestro di persona un reato penale, è difficile ammettere che qualcuno possa farsi giustizia da sé in nome della lotta al terrorismo. Un processo da non celebrare affatto, sostiene invece il governo Prodi che ha sollevato (seconda gaffe) un durissimo conflitto di poteri contro gli uffici giudiziari di Milano. Le contestazioni mosse contro Pollari, dice il governo, si basano su documenti coperti dal segreto di Stato. Dunque, il generale non può essere processato.

Va promosso, semmai, e siamo alla terza gaffe consumata dall’esecutivo. Il generale Pollari è un benemerito della Patria, è giusto ricompensarlo per i servigi resi alla guida del Sismi con un incarico prestigioso: prima consigliere speciale di Palazzo Chigi, poi giudice del Consiglio di Stato. E così, mentre a Milano la Procura chiede che Pollari venga processato per concorso in un sequestro di persona, a Roma il governo gli manifesta gratitudine e solidarietà. Direte voi: ci sono o ci fanno? E se lo fanno, perché lo fanno? Cosa induce questo governo a difendere sempre e comunque l’ex comandante della Guardia di Finanza ed ex direttore del Sismi? Perché ci si agita così rumorosamente contro il processo di Milano rispolverando tutto il vecchio repertorio politico da porto delle nebbie? Segreti di Stato, conflitti di attribuzioni, piccole e grandi menzogne... E chi costringe il nostro governo a difendere e premiare perfino il braccio destro di Pollari, tal Pio Pompa, un maneggione che per conto del suo direttore aveva messo in piedi un ufficio «affari riservati» con il mandato di spiare, inquinare e fabbricare dossier falsi contro giornalisti, magistrati e rappresentanti dell’opposizione? Uno così (imputato anche lui a Milano per favoreggiamento) si mette alla porta senza pensarci su un istante. Il ministro Parisi lo ha promosso: capodivisione del ministero della Difesa!

Ora, su ciascuna di queste vicende Sircana potrà pure vergare un lungo comunicato per spiegare, precisare, rettificare: chiacchiere.

Resta la sostanza: qualcuno, a Palazzo Chigi, protegge Pollari e la sua gente. Potreste cortesemente spiegarci perché?

Pubblicato il: 07.06.07
Modificato il: 07.06.07 alle ore 8.28   
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« Risposta #13 il: Luglio 10, 2007, 12:13:20 »

Commissione d'inchiesta, Pollari divide la maggioranza


«Bisogna arrivare all'accertamento della verità e a questo punto la commissione d'inchiesta è indispensabile». Con queste parole il ministro della Giustizia Clemente Mastella, a Napoli, ha ribadito la necessità della istituzione di una commissione che faccia luce sul dossier Sismi. Dopo le minacce dell'ex numero uno del Sismi, Niccolò Pollari, di svelare i misteri d'Italia, il Guardasigilli ha risposto anche a chi si è detto nei giorni scorsi contrario a questa idea. «Voglio dire a quelli che sono reticenti alla costituzione della commissione, tra cui il mio amico Violante, che quando si utilizzano portavoce particolare, vuol dire che il Copaco perde di quell'aurea di cui, per definizione costituzionale era garanzia per l'accertamento della verità». Poi Mastella ha ribadito: «Io chiedo la commissione di inchiesta non come parlamentare o ministro della Giustizia, ma come cittadino».

Di diverso avviso i Ds. «Basta il Copaco» a fare luce sulla vicenda dei dossier illeciti del Sismi, mentre «una commissione d'inchiesta su temi a così alta conflittualità sarebbe solo un'altra arena di combattimento tra le forze politiche». Il presidente della commissione affari costituzionali della camera, Luciano Violante, si manifesta tutto interno ad una logica istituzionale per cui i segreti dei Servizi non si "mettono in piazza". «Ora il Copaco deve lavorare- ribadisce Violante- e consegnare entro luglio un rapporto al parlamento in cui si schiariscano tre punti: se lo spionaggio era fatto dal Sismi o da Pio Pompa, se i dossier arrivavano sul tavolo del presidente del consiglio e se il governo dava output indicando ai servizi cosa fare».

Al generale Nicolò Pollari che ha annunciato di voler rivelare i «Misteri d'Italia» degli ultimi vent'anni, Violante risponde: «Pollari scriva pure un suo libro di memorie, ma non può chiedere per i suoi racconti una commissione d'inchiesta». Quanto alla sua esortazione a «usare cautela» sulle eventuali responsabilità dell'ex premier Silvio Berlusconi, Violante precisa che avrebbe fatto «la stessa richiesta per qualsiasi presidente del consiglio, perché sappiamo come lavorano, in tutti i paesi, i servizi segreti».

L'Italia dei Valori, al contrario, chiede, dopo le parole di Pollari, le sue dimissioni da consigliere di Stato. «Chiarire su tutta la vicenda è suo preciso dovere, esattamente come non è suo diritto indicare in quale contesto o presso quale autorità farlo», afferma Massimo Donadi, capogruppo dell'Idv alla Camera, «E` inaudito che la Repubblica e l'intero concetto di democrazia debbano sottostare al giogo di un funzionario dello Stato, al quale, inoltre, fa da sponda un parlamentare che farebbe meglio a spiegare perché, da qualche tempo a questa parte, riveste il ruolo di portavoce ufficiale di alcuni esponenti delle forze armate - aggiunge -. Le parole di Pollari pur suonando come le minacce di chi non sa più a che santo votarsi, destano comunque preoccupazioni e perplessità. A questo punto, viste le modalità e il tenore delle sue affermazioni il Governo deve assicurarsi che l`ex direttore del Sismi giunga davanti alla Commissione d'inchiesta, o al Copaco, privo di ogni incarico pubblico».

Nessuna verità fino a che non verrà tolto il segreto di Stato. Dall'ala sinistra dell'Unione sulla vicenda Pollari non arriva nessun commento. Fatto salvo quello dei Verdi. «Pensiamo sia necessario fare chiarezza rispetto a questa vicenda inquietante di un servizio segreto che ha messo sotto schedatura magistrati italiani. Pensiamo che si debba lavorare sul segreto di Stato perchè qualunque commissione d'inchiesta si fermerà davanti a questo». Angelo Bonelli, capogruppo dei Verdi alla Camera, spiega qual è la posizione del partito in merito all'istituzione di una commissione di inchiesta sul Sismi. «Bisogna fare chiarezza fino in fondo - prosegue - perchè quel che ha fatto il Sismi equivale a quello fatto quando vi erano dei veri metodi golpisti».

«Pollari - aggiunge - dimostra che non si sta comportando da uomo di Stato, dimostrando di mandare messaggi a parti dello Stato dopo aver acquisito informazioni. Deve esserci una reazione democratica da parte del Parlamento ed una Commissione di inchiesta - sottolinea - può essere un utile strumento ma, dobbiamo lavorare anche sul segreto di Stato». A chi infine gli chiede perchè il Copaco non potrebbe bastare, il capogruppo dei Verdi risponde: «Crediamo che i cittadini debbano sapere e che quindi nel momento in cui saranno fatte affermazioni con degli omissis i dubbi saranno alimentati».


Pubblicato il: 09.07.07
Modificato il: 09.07.07 alle ore 18.39   
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« Risposta #14 il: Luglio 10, 2007, 03:06:45 »

Sismi-Telecom colpo doppio
Marco Travaglio


I pompieri di Pompa & C. sono già all’opera nel tentativo di spegnere lo scandalo di spionaggio illegale più grave dai tempi del caso Sifar: quello del Sismi dell’èra Pollari. Ma l’impresa di minimizzare i dossier sequestrati nell’ufficio pompesco di via Nazionale è ardua: salvo dimostrare che quegli appunti si sono scritti da soli, o che erano la bozza di un romanzo giallo, o magari che lo spione che li compilava e conservava era dotato di virtù divinatorie.

Visto che i bersagli delle sue attenzioni entravano ipso facto nel mirino di Berlusconi e della sua band. L'episodio più grave tra quelli finora emersi, dunque il più ignorato da pompieri & minimizzatori, è quello rivelato due giorni fa da Francesco Grignetti su la Stampa: il falso dossier di Pompa per screditare l'allora capo del Sismi, ammiraglio Gianfranco Battelli, poi sostituito dall'amico (di Pompa e di Berlusconi) Niccolò Pollari. Un caso da manuale di «tecnica di un colpo di mano», che fa il paio con quello gemello avvenuto in casa Telecom negli stessi giorni dell'estate 2001: la prima estate del secondo governo Berlusconi. Anche lì si trattava di epurare la vecchia guardia per rimpiazzarla con la banda Tavaroli, gemellata col Sismi pollariano tramite Marco Mancini. E anche lì non si esitò a ricorrere al falso per agevolare il cambio della guardia: una finta microspia nell'auto dell'amministratore delegato Enrico Bondi screditò i vecchi 007, prontamente rimpiazzati dai Tavaroli Boys. Due bufale d'autore per spianare la strada, ai vertici dell'intelligence dello Stato e del colosso telefonico nazionale, a quella che un generale del Sismi definirà poi «la Banda Bassotti», ora indagata a vario titolo per sequestro di persona, dossieraggi illegali, peculato, associazione a delinquere e così via.

Nell'agosto 2001 Berlusconi ha appena insediato il suo governo e già rischia di tracollare per la sciagurata gestione del G8 di Genova. Al Sismi c'è ancora Battelli, nominato dal centrosinistra dopo aver fatto il capo di gabinetto di Beniamino Andreatta, padre nobile dell'Ulivo e ministro della Difesa nel primo governo Prodi. Pollari scalpita nel suo ufficio di vicedirettore del Cesis (organo di coordinamento dei servizi) e intrattiene una fitta corrispondenza con l'«analista» Pio Pompa, segnalatogli dal comune amico don Luigi Verzè, il prete-affarista del San Raffaele che è una sorta di cappellano di Forza Italia. Pompa produce «report» a getto continuo sui presunti nemici del Cavaliere, un vero e proprio «network internazionale» da «disarticolare» anche con «metodi traumatici». Il nemico - avverte - si annida ovunque, financo a Palazzo Chigi, dove urge «bonificare». Cioè, anzitutto, cacciare l'ammiraglio Battelli, noto comunista, complice - secondo Pompa - delle manovre del «dispositivo» antiberlusconiano «tese a introdurre elementi di discredito e di depotenziamento della maggioranza… a seguito dei gravissimi fatti relativi al G8 e delle durissime polemiche sfociate nella costituzione del Comitato bicamerale di indagine conoscitiva». Il vertice Sismi (in una bozza dello stesso report, Pompa fa nome e cognome di Battelli) avrebbe addirittura «costituito una ristretta task force con il compito di produrre le prove circa la presenza di estremisti di destra negli incidenti di Genova». In pratica l'ammiraglio infedele starebbe trescando con l'ex maggioranza ulivista per sabotare il governo di centrodestra fabbricando una pista nera (Forza Nuova al posto dei No global) dietro ai Black Bloc «con l'intento di alleggerire la posizione di difficoltà dell'opposizione offrendole argomenti in grado di accrescerne il potere contrattuale nei confronti del governo, costringendolo a mediare sulle decisioni che investono i vertici di polizia e dei servizi di sicurezza». L'appunto, fondato sul nulla, è della fine di agosto del 2001. Il 27 settembre Berlusconi decapita i servizi: al Sismi esce Battelli ed entra Pollari, con Pompa al seguito.

Intanto l'operazione si ripete pari pari alla Telecom. Qui la patacca non è un dossier fasullo, ma una cimice-bufala. Protagonista il trio Tavaroli-Mancini-Cipriani (quest'ultimo un investigatore privato fiorentino amico di Gelli e intimo dei primi due). Secondo il gip milanese Paola Belsito, che li ha arrestati in blocco, Mancini come numero 2 del Sismi «acquisiva nell'ambito del suo ruolo istituzionale informazioni che trasmetteva a sua volta a Tavaroli, il quale le veicolava sull'investigatore Cipriani, retribuito dalle aziende di Tavaroli con cospicue somme di denaro». Prova regina della triangolazione: una «bonifica fasulla fondata su argomenti assai seri e convincenti» che consentì a Tavaroli di «acquisire un potere ancora maggiore» con l'«azzeramento dei vertici della security Telecom». Nell'estate 2001, quando Tronchetti Provera acquista la Telecom, Tavaroli è capo della security Pirelli. Ma, com'è ovvio, aspira a mettere le mani sulla prima compagnia telefonica del paese, che gestisce pure le intercettazioni per conto dei giudici. Ma Telecom una security ce l'ha già, diretta da Piero Gallina sotto la supervisione del segretario generale Vittorio Nola. Il primo deve saltare per far posto a Tavaroli e ai suoi boys, il secondo perché bolognese e dunque ritenuto un pericoloso «prodiano». Detto, fatto. Occhio alle date. Il 31 luglio 2001 il Cda Telecom nomina Enrico Bondi amministratore delegato. Il 7 agosto il top manager noleggia un'Audi A8 e avverte interferenze sospette nell'autoradio. Se ne occupa l'autista di Tronchetti Provera che, anziché affidare l'auto alla sicurezza Telecom, si rivolge a Tavaroli (Pirelli). Questi lo manda a Firenze all'officina Verzoletto, legata all'amico Cipriani. E qui, puntualmente, il 21 agosto viene trovata la presunta microspia. Tronchetti sporge denuncia contro ignoti, viene aperta un'inchiesta, la security Telecom - additata come incapace di proteggere da intrusioni i nuovi vertici del gruppo - è delegittimata: il 10 settembre Nola e Gallina si dimettono: al loro posto arriva Tavaroli, con 500 uomini, budget e poteri illimitati. Il 15 settembre la Polis d'Istinto fabbrica un dossier zeppo d'illazioni e veleni su Prodi e Nola a proposito di presunti finanziamenti occulti al Professore camuffati da attività promozionali della Telecom.

Solo cinque anni più tardi, indagando sul fallimento della Verzoletto, si scoprirà che la cimice era fasulla (un telefono cellulare smontato, senza display, tastiera e involucro esterno e dotato di un'antenna e un cavetto artigianale) e, per giunta, a infilarla nell'auto di Bondi era stata la stessa ditta indicata da Tavaroli per la «bonifica». La tecnica del colpo di mano la racconterà ai pm milanesi nel 2006 Lorenzo Baroncelli, esperto in bonifiche ambientali della Verzoletto Spa: «Il 20 agosto sera Verzoletto ci disse di prepararci a bonificare una macchina che sarebbe arrivata il mattino seguente. Il mattino seguente in laboratorio Verzoletto ci disse che la bonifica avrebbe portato a trovare una microspia di sicuro, ma io mi chiesi come poteva fare a saperlo visto che tra l'altro tutte le bonifiche che avevamo fatto fino a quel momento non avevano mai trovato un tubo. Ma il mio collega mi disse: 'Fava, la microspia la piazziamo noi'. A quel punto ci disse di fare finta di diventare operativi e cominciamo a lavorare su questa Audi A8 con operazioni solo tese a perdere del tempo in modo che l'autista potesse essere allontanato con la scusa di un caffè. A quel punto la microspia fu piazzata nella plafoniera della luce di cortesia. Al ritorno dell'autista, Verzoletto affermò che la microspia era stata ritrovata: si trattava di un cellulare sgusciato di quelli che preparavamo in laboratorio… ».

Fu così che nel settembre 2001, mentre Pollari e Pompa s'insediavano al Sismi, Tavaroli si installò alla security Telecom. La Banda Bassotti aveva preso il potere. E non era la sola.

Pubblicato il: 09.07.07
Modificato il: 09.07.07 alle ore 6.03   
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