LA-U dell'ulivo

Forum Pubblico => ARCHIVIO. => Topic iniziato da: Arlecchino su Maggio 24, 2007, 10:59:32



Titolo: BRUTTE e tristi STORIE...
Post di: Arlecchino su Maggio 24, 2007, 10:59:32
Brutte storie
Antonio Padellaro


Mentre alto ferve il dibattito sulla crisi della politica che non decide, da Napoli e da Roma Fiumicino rimbalzano su tutti i tg i relativi spot. Montagne di rifiuti date alla fiamme tra nuvole di diossina e rischio epidemie. Bivacchi di viaggiatori inferociti in attesa di un volo che non c’è. Ne risulta un’immagine pessima del nostro povero paese di cui il governo Prodi dovrebbe (o forse avrebbe dovuto) farsi carico con drammatica urgenza, e non solo perché lo chiede Napolitano. Indignato dalla visione della sua città sommersa dalla spazzatura, il capo dello Stato parla di situazione tragica puntando il dito sui colpevoli ritardi di quei parlamentari e amministratori che invece di risolvere i problemi «alimentano polemiche e capeggiano rivolte».

Si riferisce ai masanielli che impediscono l’apertura della discarica di Serre, facendosi forti anche della contrarietà espressa dal ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio. Si riferisce al comportamento del governo che non è in grado di far rispettare un suo decreto. Altre domande suscitano invece le deprimenti scene aeroportuali.

Sacrosanto protestare contro il muro di silenzio che avvolge il destino di migliaia di lavoratori Alitalia. Ma è uno sciopero contro chi visto che la vecchia proprietà statale non c’è più e i privati che dovrebbero acquistare non ci sono ancora? Due brutte storie italiane con hanno in comune soprattutto l’abitudine a far marcire i problemi e a mangiarci sopra strafregandosene dei diritti dei cittadini.

Da una parte, come ci ha raccontato Enrico Fierro, tredici anni di consulenze d’oro, poltrone per trombati di lusso, rimborsi spese miliardari, mentre la “monnezza” saliva. Dall’altra, la compagnia di bandiera distrutta e spolpata da stuoli di manager inetti (nel migliore dei casi) sistemati dai politici di turno.

Vogliamo dibatterne?

Pubblicato il: 23.05.07
Modificato il: 23.05.07 alle ore 11.55

l'Unità.


Titolo: Tutti i nomi dei 111 indagati:...
Post di: Arlecchino su Maggio 24, 2007, 11:00:40
Giovedì, 24 Maggio 2007
 
 
Tutti i nomi dei 111 indagati: ci sono ancora 18 "Mister X" pizzicati solo nelle intercettazioni
 
 
Vicenza
NOSTRO INVIATO

Un lungo elenco con 129 posizioni diverse, 111 di persone identificate e quindi formalmenete indagate, altre 18 mister X" la cui voce è stata ascoltata nelle intercettazioni, ma che non hanno ancora un nome e un cognome. Spuntano dalle pieghe dell'inchiesta per Appaltopoli, dopo i 19 arrestati dell'altro giorno, anche coloro che risultano iscritti nel registro degli indagati, a diverso titolo, ma con un reato che ruota comunque attorno all'ipotesi di associazione per delinquere. Riportiamo qui di seguito coloro (una settantina) che vivono nel Nordest, tralasciando piemontesi, lombardi ed emiliani. Vi troviamo 15 vicentini, 11 padovani, 20 trevigiani, 14 veneziani, 2 rodigini, 4 veronesi, 2 pordenonesi, 1 goriziano e 2 bellunesi. Tra parentesi il numero degli appalti per i quali sono stati tirati in ballo. In realtà l'elenco si compone di due parti. La prima è quella del cosiddetto "cartello" vicentino, la seconda quella del "cartello" trevigiano.

"CARTELLO" VICENTINO: Lidio Gelmini, Conco, ditta individuale (13 appalti);Gregorio Gelmini, Conco, ditta individuale (13);Marianna Miotti, Marostica, Co.Ge.Mi srl (4);Paola Ruzza, Megliadino San Fidenzio (Pd), Ruzza Costruzioni srl (11);Nazario Marangon, Grumolo delle Abbadesse, titolare di ditta omonima (1);Mario Marangoni, Torri di Quartesolo, Impresa Edile Abbadesse (9);Patrizia Andriolo, Grumolo delle Abbadesse, Impresa Marangoni e Abbadesse (9);Ugo Cavallin, Jesolo, Secis srl (7);Fabio Contestabile, Mestre, Secis srl (7);Alfredo Muttin, Marostica, Mu.Bre Costruzioni srl (11);Eugenio Zago, Ceggia, Edil Lavori snc di Zago (5);Claudio Zago, Ceggia, Zago srl (4);Giuseppe Michieletto, Martellago, Fratelli Michieletto Strade (5);Gianluca Grosselle, Fontaniva, Grosselle Costruzioni srl (6);Monica Grosselle, Riva del Grappa, Grosselle Costruzioni (6);Ruggero Gobesso, Mogliano Veneto, Dani Costruzioni (4);Matteo Gobesso, Mogliano Veneto, Dani Costruzioni (2);Valter Antonio Montagna, Brogliano (Vi), Meccaniche Idroelettriche Service Arzignano (1);Renato Bertinato, Montecchio Maggiore, Meccaniche Idroelettriche;Roberto Neodo, Rovigo, Opra Costruzioni srl (1);Maurizio Biasuzzi, Treviso, Costruzioni Generali Biasuzzi (2);Mario Meucci, Mestre, Costruzioni Semenzato (3);Michelangelo Meucci, Mestre, Costruzioni Semenzato (3);Cecilia Simonetti, Venezia, Sacaim spa - Cementi Armati ing. Mantelli (2);Adriano Fracasso, Padova, dipendente Sacaim (2);Paolo Farronato, Romano d'Ezzelino, Co.Ma.C srl (11);Gastone Zeviani, Legnago, Zeviani Gastone srl (3);Giovanni Zeviani, Legnago, Zeviani Gastone srl (3).

"CARTELLO" TREVIGIANO: Matteo Freschi, Ponzano Veneto, Fratelli Paccagnin (18);Giuseppe Brion, Riese Pio X, Andreola Costruzioni Generali (20);Armando Cavallari, Preganziol, Ecis Scarl Edilizia Civile Industriale (1);Michele Da Rin, Marcon, Ecis (1);Fausto Toffoli, San Biagio di Calallta, Impresa Simonetti e Toffoli (1);Paolo Toffoli, San Biagio di Callalta, Impresa Simonetti e Toffoli (1);Arnaldo Giomo, Silea, Impresa Costruzioni Giomo srl (1);Silvano Martin, Treviso, Simi Impianti srl Installazioni Elettriche (1);Sante Casonato, Castelfranco veneto, Vilnai spa (3);Roberto Vilnai, San Martino di Lupari, Vilnai (3);Bruna dell'Agnese, Pordenone, Cave Asfalti Dell'Agnese (3);Alberto Fiocco, Motta di Livenza, Cave Asfalti Dell'Agnese (3);Monica Baù, Monselice, Monselasfalti srl (4);Demitri Castellin, Monselice, Monselasfalti (4);Sandro Spagnolo, Rotzo, Cooperativa Popolo di Rotzo (6);Federico Martini, Vo (Pd), Martini Silvestro srl (4);Simone Beozzo, Villa Bartolomea (Vr), Beozzo Costruzioni srl (17);Fabio Beozzo, Villa Bartolomea (Vr), Beozzo Costruzioni (18);Luigi Balin, Fontaniva (Pd), Brenta Lavori srl (15);Marco Battagello, Riese Pio X, Brenta Lavori srl (15);Giuseppe Zen, Riese Pio X, Pentaservice (17);Roberto Borsa, San Zenone degli Ezzelini, Pentaservice (16);Silvana Brisotto, Conegliano, Brussi Costruzioni del Gruppo Grigolin (18);Alberto Santamaria, Nervesa della Battaglia, Brussi Costruzioni (18);Luigi Giorgio Susanna, Noventa di Piave, Susanna Costruzioni (14);Italo Luigi Tonet, Santa Giustina (Bl), Tonet srl (6);Paolo Bombarda, Volpago del Montello. Impresa Costruzioni Guarise srl (20);Oriano Livotto, Nervesa della Battaglia, Impresa Costruzioni Guarise (11);Flavio Pellizzer, Fonte (Tv), Tessarolo Com. Giuseppe (6);Lucio Tessarolo, Silea, Tessarolo (6);Eugenio Furoni, Crespadoro (Vi), Furgoni Cav. Eugenio (2);Furgoni Massimo, Altissimo (Vi), Furgoni Cav. Eugenio (2);Sisto Romor, Ponte nelle Alpi (Bl), Romor Aurelio & Gino spa (5);Domenico Gerotto, San Donà di Piave, L'Edilve srl (9);Fernando Mazzaro, Campolongo Maggiore, Consorzio Edili Veneti (10);Carlo Nolli, Conegliano, Impresa Polese spa di Sacile (7);Maria Pighin, Sacile, Impresa Polese (7);Giorgio Basso, Sandrigo, Basso e Busatta spa (7);Arone Roni, Sedico (Bl) Roni Angelo spa (15);Alberto Costantini, Romano d'Ezzelino, Ottorino Costantini srl (12);Mario Durighello, Pederobba (Tv), Cedes srl (14);Paolo Fornasier, Susegana (Tv), Co.Ge.For srl del gruppo Grigolin (15);Stefano Guiducci, Badia Polesine (Ro), Euroscavi srl (13);Alessandro Crestani, Montebello Vicentino (Vi), Edilstrade (8);Paolo Bastianello, Preganziol, Veneta Scavi srl (11);Antonio Comelli, Gorizia, Edilnord srl (3).

G. P.
 
 
da gazzettino.quinordest.it


Titolo: Re: Brutte storie... Vogliamo dibatterne?
Post di: Arlecchino su Giugno 01, 2007, 12:19:24
31/5/2007 (8:26) - IL CASO SULLE FIAMME GIALLE

Visco, allarme per la maggioranza
 
Tutta la vicenda è iniziata quando il comandante della Gdf Speciale aveva denunciato pressioni da parte di Visco per il trasferimento di quattro ufficiali che indagavano sulle scalate dell'Unipol

«Via la delega sulla Gdf», si allarga il fronte a Palazzo Madama


GUIDO RUOTOLO
ROMA

I segnali ci sono tutti perché al primo significativo appuntamento parlamentare del dopo elezioni amministrative, il governo inciampi, scivoli, si faccia male insomma. E l’appuntamento - al quale dovrebbe intervenire lo stesso presidente del Consiglio, Romano Prodi - è quello di mercoledì al Senato, quando l’Aula discuterà l’ordine del giorno dell’opposizione che chiede al governo di ritirare le deleghe sulla Guardia di finanza al viceministro Vincenzo Visco. Palazzo Chigi non può più contare su una maggioranza compatta. Dopo i quattro senatori di Italia dei Valori, ieri si sono aggiunti tre dell’Ulivo (Bordon, Manzione e D’Amico) hanno chiesto ufficialmente al viceministro di fare un passo indietro.

A questo punto, è l’appello a fine giornata di Giovanni Russo Spena, Rifondazione, «il presidente del Consiglio deve convocare per lunedì un vertice di maggioranza». Avverte Russo Spena: «Il rischio è che una pallina si trasformi in una valanga che sommerge tutti. Sono stupefatto dell’inerzia assoluta di fronte a un esito che oggi è scontato».

Quella di ieri è stata una giornata di «mobilitazione» dei dissidenti interni alla maggioranza e di una apparente immobilità dei vertici dell’Ulivo. Mentre Sinistra democratica, per il momento, continua a chiedere un (pre)vertice chiarificatore con il governo e fa sapere che potrebbe presentare una interrogazione parlamentare, Italia dei Valori ha reso noto il testo che presenterà in Aula. Non la mozione annunciata martedì sera, perché per farlo avrebbe avuto bisogno del sostegno di altri quattro senatori, e per evitare una «campagna acquisti» che avrebbe provocato una ulteriore fibrillazione nella maggioranza, - già aveva dato il suo assenso il senatore Sergio De Gregori - ha fatto un passo indietro, anche perché i tre dissidenti della pattuglia dell’Ulivo avevano fatto sapere che non l’avrebbero sottoscritta, non avendola concordata.

Una retromarcia solo da un punto di vista formale, perché il testo che Idv comunque presenterà mercoledì in Aula non è cambiato di una virgola: «Sarebbe opportuno che il ministro competente (Padoa-Schioppa, ndr) riprendesse in capo a se stesso la delega concernente la Finanza». Ma se non lo dovesse fare, Idv chiede al governo di revocare temporaneamente la delega al Visco, «al fine di evitare la permanenza di una situazione in cui potrebbe non risultare garantita la piena e totale imparzialità di tutti i soggetti interessati».

Se Nuccio Cusumano garantisce che la pattuglia dei tre senatori dell’Udeur (Mastella compreso) farà quadrato attorno a Palazzo Chigi e a Visco, pur chiedendo di «rimuovere le ombre» che ci sono, i mal di pancia nella maggioranza hanno contagiato diversi senatori. Non è un mistero, per esempio, che anche Lamberto Dini sia scocciato, anche se ieri non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione. Il problema, si interrogavano ieri sera autorevoli esponenti della maggioranza, a palazzo Madama, «è chi richiamerà all’ordine i dissenzienti?», «quale sarà la linea del governo?».

Per drammatizzare ancora di più il clima, c’era anche chi sussurrava che in queste ore Prodi avrebbe invitato Visco a valutare la situazione, insomma ad accogliere il suggerimento di fare un autonomo passo indietro. Ma delle intenzioni di Visco, per il momento, non trapela nulla ufficialmente, se non che sta preparando il suo dossier: un documento chiarificatori su tutti i punti «oscuri» della vicenda.

Se la situazione dovesse rimanere così come si presentava ieri sera, l’appuntamento di mercoledì si presenta con una grossa incognita. Perché è vero che Bordon-D’Amico-Manzione non voteranno mai l’ordine del giorno dell’opposizione, ma non è detto che il centrodestra non voti quelli della maggioranza critica. E a quel punto, gli sviluppi davvero sarebbero imprevedibili.


da lastampa.it


Titolo: Re: Brutte storie... Vogliamo dibatterne?
Post di: Arlecchino su Giugno 01, 2007, 11:56:54
Il generale Speciale sembra avere comunque le ore contate

Ecco come è stata costruita la trappola per il viceministro dell'Economia

Palazzo Chigi ha deciso cambierà il capo della Gdf

Un suggeritore dietro la campagna de "Il Giornale"

E' lo stesso comandante generale: solo lui sapeva certe cose

di CARLO BONINI
 

ROMA - Alla maggioranza non è rimasto più tempo. E ora, dunque, raccontano a Palazzo Chigi che il "caso Visco" sarà sciolto in tre mosse. Presto. Molto presto. Il generale Roberto Speciale, comandante generale della Guardia di Finanza, sarà destituito dal comando e destinato ad altro incarico. Il viceministro dell'Economia si autosospenderà dalle deleghe alla Guardia di Finanza in attesa che la magistratura lo "ripulisca" anche solo dal sospetto di indebite pressioni sui vertici delle Fiamme Gialle.

E a chiederglielo sarà Romano Prodi prima del dibattito e del voto di mercoledì al Senato, facendo coincidere la sua richiesta con il ritiro della mozione di Antonio Di Pietro.

Non è detto, evidentemente, che la maggioranza abbia la forza di fare ciò che pensa di dover o poter fare. Né, soprattutto, che Visco accetti di prendere una decisione che, fino a ieri sera, nessuno gli ha neppure accennato. Resta però un fatto: il generale Speciale ha le ore contate. In questi dieci giorni, ha lasciato le sue impronte digitali e quelle del suo ex capo di stato maggiore, Emilio Spaziante (oggi vicesegretario del Cesis), nella campagna condotta dal "Giornale", il quotidiano della famiglia Berlusconi, sul viceministro dell'Economia. E lo ha fatto in modo grossolano, accreditando circostanze inesatte, manipolando significativamente passaggi decisivi dell'affare.

Speciale era l'unico, per averne fatto esplicita richiesta all'Avvocatura dello Stato (che ne conservava copia in cassaforte), in possesso dei verbali di testimonianza che lui stesso, come i generali Spaziante, Pappa e Favaro, avevano reso un anno fa sul caso Visco. E quei verbali (con la sola curiosa eccezione della testimonianza di Spaziante) sono stati pubblicati dal "Giornale". Speciale era l'unico a disporre del carteggio integrale avuto con i generali Pappa e Favaro in cui i due alti ufficiali davano conto dei loro incontri con Visco nel luglio del 2006. E quel carteggio è finito sulle pagine del "Giornale".

Speciale era l'unico a conoscenza di una circostanza che lui solo poteva conoscere in modo parziale e inesatto e che in modo parziale e inesatto viene riferita dal "Giornale" il 23 maggio scorso: l'esistenza di un'inchiesta della Procura militare di Roma a carico dei generali Pappa e Favaro per aver raccolto e sostenuto le asserite pressioni di Visco. L'istruttoria, infatti, è figlia di un esposto che lo stesso Speciale ha presentato alla Procura militare nell'agosto del 2006.

Ma sul dettaglio temporale, il generale preferisce che "il Giornale" glissi, per dare la sensazione di un'inchiesta in movimento che, ad horas, potrebbe portare "all'iscrizione al registro degli indagati dei primi nomi". Le cose non stanno così. Pur non avendo ancora formalmente archiviato la pratica, il procuratore militare Antonino Intelisano ha da tempo concluso che il comportamento dei due generali "non configura nessuna responsabilità penale militare". Né quella, in astratto, prevista dal codice penale militare di pace, dell'"attentato ai poteri del comandante", né quella del codice penale ordinario dell'abuso di ufficio. Il che, evidentemente, ha un significato importante, se non decisivo.

Se i due generali - Pappa e Favaro - non hanno attentato ai poteri di Speciale, a maggior ragione non può averlo fatto il viceministro che a quei due generali si era rivolto, nel luglio 2006, sollecitandoli a concordare con il comandante generale i trasferimenti della catena di comando della Guardia di Finanza di Milano. Tutto questo, evidentemente, il generale Speciale non lo sa (e infatti fa cadere in errore "il Giornale"). O, se lo sa, preferisce tacerlo, come ha già taciuto il contenuto della lettera di ossequi con cui, il 14 luglio 2006, informava il viceministro Visco di aver dato tempestivamente corso alla procedura di trasferimento degli ufficiali di Milano ("Sempre ai suoi ordini", scriveva).

Del resto, commette un'altra imprudenza il comandante generale. Il 17 luglio 2006, ha annotato (o registrato?) non tanto il giorno, ma l'esatto minutaggio (le 9,26) della sua conversazione telefonica con Visco (quella in cui sarebbe stato "minacciato"). "Il Giornale" ne dà fedelmente conto. Con un particolare. Che, ancora una volta, tradisce la fonte dell'informazione. Di quella telefonata esistono dei testimoni. E uno di loro è il maggiore Giovanni Cosentino, aiutante di campo del generale. La telefonata con il viceministro era forse in "viva voce" ed ha potuto ascoltarla o registrarla? O a Cosentino ne ha parlato il Comandante generale?

Non è dato saperlo, ma, per dirne una, il maggiore Cosentino, indagato dalla procura di Salerno per falso ideologico, è un ufficiale che, in Campania, finisce sotto inchiesta per aver comprato in contanti una Mercedes in un concessionario controllato dalla criminalità organizzata (40 milioni di lire della cui provenienza decide di non dare spiegazioni al magistrato che lo interroga come indagato, avvalendosi della facoltà di non rispondere). Il comandante Speciale lo tiene in grande considerazione. Lo riempie di encomi. Al contrario dell'ufficiale (Francesco Di Tommaso) che, proprio a Salerno, comanda il nucleo provinciale della Guardia di Finanza e che su questo brutto affare lo scorso gennaio ha fatto luce. Per lui, Speciale, ha pensato a un bel trasferimento.

(1 giugno 2007)
 
da repubblica.it


Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Arlecchino su Giugno 04, 2007, 12:18:31
CRONACA

Viaggio nei paesi europei alla ricerca di un'integrazione possibile

Nel continente sono tra i 9 e i 12 milioni: ma non esistono censimenti

I rom e l'Europa, dal rigore tedesco alla Francia modello "bastone e carota"

I Rapporti della Divisione Roma and Travellers del Consiglio europeo

L'Italia ha la maglia nera. Ovunque esistono Uffici centrali nazionali

di CLAUDIA FUSANI

 
ROMA - Sono "qualcosa" che non può essere ignorato. "Esistono" e devi farci i conti. Sono, spesso, un "problema" per gli altri, cioè "noi"; ma soprattutto per se stessi: condizioni igienico sanitarie pessime, massimo della devianza, nessuna integrazione. Tutto vero. Eppure se cerchi di capire come l'Europa affronta la questione rom e zingari rimbalzi in un muro di vaghezza e pressapochismo. Nonostante gli sforzi del Dipartimento Roma and Travellers (Rom e camminati, due delle varie etnie zingare), l'ufficio nato nel 1993 a Strasburgo nell'ambito del Consiglio Europeo per fronteggiare la questione rom e che ogni anno produce pagine e pagine di relazioni, rapporti internazionali, raccomandazioni, manca totalmente un progetto esecutivo. Dalle parole non si riesce a passare ai fatti. Risultato: se l'Italia non sa da che parte cominciare per affrontare la questione rom, l'Europa è messa più o meno nelle stesse condizioni.

"Purtroppo non esiste un modello unico per affrontare la questione" dice Maria Ochoa-Llido, responsabile del Dipartimento rom e migranti del Consiglio di Europa. "La situazione varia da paese a paese e ogni governo affronta la questione con un proprio approccio politico. Negli ultimi venti anni le cose stanno cambiando e il Consiglio d'Europa se ne sta facendo carico sul fronte dei diritti umani, dei diritti delle minoranze e in funzione dell'integrazione sociale".

Negli anni, attraverso numerose Raccomandazioni - ad esempio sulle condizioni abitative (2005), sulle condizioni economiche e lavorative (2001), sui campi e sul nomadismo (2004) - si è cercato di dare almeno una cornice di riferimento, linee guida ai vari stati per gestire la continua emergenza rom. Buone intenzioni, quindi, ma scarsi risultati. Secondo il Rapporto annuale della Commissione europea contro il razzismo e le intolleranze presentato al Parlamento Europeo il 23 novembre 2005, i Rom risultano la popolazione più discriminata d'Europa. Svantaggiati nel lavoro, nell'alloggio, nell'istruzione e nella legislazione ma anche vittime regolari di continue violenze razziste. Il Rapporto - va detto - non si occupa dell'aspetto devianze, cioè criminale, che caratterizza da sempre la popolazione rom e che tanto pesa nel non-inserimento sociale degli zingari.

Una minoranza di 9-12 milioni di persone - Uno dei file più aggiornati della Divisione Roma and Travellers sono i numeri. Che vista l'assenza di censimenti della popolazione rom - per il timore che possano diventare strumenti discriminatori - è già tantissimo. In Europa si calcola che viva un gruppo di circa 9-12 milioni di persone, in qualche paese del centro e dell'est europa - Romania, Bulgaria, Serbia, Turchia, Slovacchia - arrivano a rappresentare fino al 5 per cento della popolazione. Scorrendo i fogli delle statistiche ufficiali europee (aggiornate al giugno 2006), colpisce come nei paesi della vecchia Europa, nonostante la presenza e l'afflusso continuo di popolazione rom, manchi del tutto un loro censimento. Eppure conoscere i contorni del problema dovrebbe essere il primo passo per approcciarlo. Sono censiti solo gli zingari che vivono nei paesi dell'est Europa, dal 1400 la "casa" dei popoli nomadi in arrivo dall'India del nord est.

La Romania guida la classifica dei paesi con maggior numero di gitani: l'ultimo censimento ufficiale del 2002 parla di una minoranza che si aggira tra il milione e 200 mila e i due milioni e mezzo. Seguono Bulgaria, Spagna e Ungheria a pari merito (800 mila), Serbia e Repubblica Slovacca (520 mila), Francia e Russia (tra i 340 e 400 mila; ma secondo il rapporto di Dominique Steinberger del 2000 in Francia vivrebbero almeno un milione di zingari), Regno Unito (300 mila), Macedonia (260 mila), Repubblica ceca (300 mila), Grecia (350 mila). L'Italia è al quattordicesimo posto con una stima, ufficiosa in assenza di un censimento, che si aggira sui 120 mila. Sappiamo che oggi quel numero è salito fino a 150-170 mila. Facendo un confronto con i paesi della vecchia Europa, è una stima inferiore rispetto a Spagna e Francia, Regno Unito e Germania. Sui motivi di queste concentrazioni la Storia conta poco: se è vero che la Germania nazista pianificò, come per gli ebrei, lo sterminio degli zingari (Porrajmos) e nei campi di concentramento tedeschi morirono 500 mila rom, in Spagna la dittatura di Franco ha tenuto in vigore fino agli anni settanta la legislazione speciale contro i gitani eppure gli zingari continuano ad essere, e sono sempre stati, tantissimi.

Il caso italiano - A scorrere i Rapporti del Consiglio europeo, l'Italia sembra avere la maglia nera nella gestione della questione rom. La lista delle "mancanze" italiane è lunghissima. Contrariamente agli altri paesi della vecchia Europa, non abbiamo una politica certa sui documenti di identità e di soggiorno mentre in altri paesi hanno la carta di soggiorno e anche i passaporti. Nonostante molti Rom e Sinti vivano in Italia da decenni, non hanno la cittadinanza col risultato che migliaia di bambini rom nati in Italia risultano apolidi; gli stessi bambini non vanno a scuola e non hanno accesso all'educazione; non sono riconosciuti come minoranza linguistica. L'Italia, soprattutto, continua ad insistere nell'errore di considerare queste persone nomadi segregandole in campi sprovvisti dei servizi e diritti basilari mentre invece sono persone a tutti gli effetti stanziali. Si legge a pag. 29 del rapporto: "Non si riscontra a livello nazionale un coordinamento. E in assenza di una guida a livello nazionale, la questione non potrà mai essere affrontata in modo valido". Bocciati, su tutta la linea. Persino "puniti" nel dicembre 2004 per la violazione della disposizione sul diritto alla casa. "Puniti" anche Bulgaria e Grecia.

Gli Uffici centrali - Il nome di per sé evoca scenari da tragedia, liste, schedature, concentrazione di informazioni. Nel 1929 a Monaco nacque "L'Ufficio centrale per la lotta contro gli zingari in Germania", furono schedati, nel 1933 furono privati di tutti i diritti, poi lo sterminio. Eppure un Ufficio centrale sembra essere l'unico modo per affrontare seriamente la questione rom, capire quanti sono, dove vivono, di cosa hanno bisogno, tenere sotto controllo arrivi, partenze, doveri e responsabilità oltre che diritti. All'estero esiste un po' ovunque qualcosa di simile, in Germania, in Francia, in Olanda, Belgio e in Spagna. "In questi uffici - racconta Massimo Converso, presidente dell'Opera nomadi - lavorano anche i rom, sono mediatori culturali, parlano la lingua e i dialetti, conoscono le abitudini dei vari gruppi, dettagli per noi insignificanti e invece per loro fondamentali. Non si può prescindere da questo se si vuole affrontare il problema con serietà e concretezza". Ministero dell'Interno e Solidarietà sociale hanno avviato dei "tavoli tecnici" con esperti e rom. Ma il ministro Giuliano Amato sta pensando a qualcosa di più: un Ufficio governativo e una conferenza europea per avere gli strumenti e il luogo dove fronteggiare la questione.

Lo statuto francese - Nonostante "la grande preoccupazione" del Consiglio europeo "per i ritardi e l'emarginazione", la Francia (con 340 mila o un milione di manouche) sembra aver adottato il modello migliore sul fronte dell'accoglienza per i rom. Un modello che si muove tra l'accoglienza e la tolleranza zero, due parametri opposti ma anche complementari: da una parte la legge Besson (la prima versione risale al 1990, una successiva è del 2000) che prevede che ogni comune con più di cinquemila abitanti sia dotato di un'area di accoglienza; dall'altra la stretta in nome della sicurezza dell'ex ministro dell'Interno, attuale presidente, Nicolas Sarkozy che nel febbraio 2003 ha voluto la stretta e ha previsto (articoli 19 e 19 bis della legge sulla sicurezza interna) sanzioni particolarmente pesanti contro le infrazioni allo stazionamento. Chi non rispetta le regole dei campi e dell'accoglienza è fuori per sempre. E chi occupa abusivamente un'area può essere arrestato e il mezzo sequestrato. La legge Besson immagina i campi come una soluzione di passaggio e prevede, contestualmente, un programma immobiliare di case da dare in affitto ai gitani stanziali e terreni familiari su cui poter costruire piccole case per alcune famiglie semistanziali e in condizioni molto precarie.

Di tutto ciò è stato realizzato poco ma comunque qualcosa. Nella regione di Parigi sono stati creati campi per 560 posti in dieci anni (ne servirebbero tra i 6 e gli 8 mila) e in tutto il territorio francese ce ne sono 10 mila, un terzo di quelli necessari. Ma molti gitani e manouche vivono in case popolari e in vecchi quartieri. Pagano affitto, luce e acque. "Siamo responsabilizzati - racconta Arif, rom kosovaro, un pezzo della cui famiglia vive in Francia - viviamo nei centri abitati, non siamo emarginati, facciamo lavori come facchino, gommista, piccolo trasporto, pulizie, guadagniamo e firmiamo un Patto di stabilità per cui i ragazzi sono obbligati ad andare a scuola ed è vietato chiedere l'elemosina. Se siamo disoccupati per sei mesi abbiamo il sussidio - un mio parente prende 950euro al mese - e abbiamo anche gli assegni familiari. Certo chi sbaglia, chi delinque, chi ruba, chi non manda i figli a scuola, viene cacciato dalla Francia. E su questo punto siamo noi i primi ad essere d'accordo". Un altro risultato, visibile, è che in Francia difficilmente si vedono zingari in giro, ai semafori o nelle vie dei centri cittadini. E' vietata l'elemosina e l'accattonaggio. Recentemente l'ex ministro dell'Interno Sarkozy ha sottoscritto un piano con la Romania per il rimpatrio dei rom romeni.

Il caso tedesco - Il Rapporto del Consiglio europeo, datato 2004, parla di "svantaggi sociali, pregiudizio, discriminazione per quello che riguarda la casa, il lavoro e la scuola e di casi clamorosi di razzismo" . Detto tutto ciò in Germania i 130 mila circa tra Rom e Camminanti sono considerati per legge "minoranza nazionale". Hanno diritti e doveri. "Dagli anni sessanta, con la caduta del modello socialista titino - racconta Massimo Converso, presidente dell'Opera nomadi italiana - e con le prime diaspore rom dall'est europeo verso l'occidente europeo che poi si sono ripetute negli anni ottante e novanta con le guerre nei Balcani, la Germania ha accolto queste migliaia di persone in fuga con un progetto di welfare. Sono state assegnate case, singole o in palazzine popolari, hanno avuto il sussidio per il vitto, chi ha voluto è stato messo in condizione di lavorare. Tutto questo - continua Converso - al prezzo di rispettare i patti e la legge. Altrimenti, fuori per sempre. Ci sono stati anni in cui interi gruppi stavano per lunghi periodi in Germania, poi venivano in Italia dove invece non è mai stato pensato un vero, severo e anche rigido piano di accoglienza e dove gli zingari hanno avuto da sempre maggiori e diverse fonti di reddito, ben più remunerative perché spesso illegali".

La Spagna come la Bulgaria - Nonostante Franco, le leggi speciali e le persecuzioni, la Spagna ha una delle comunità gitane più popolose e in Europa occupa il terzo posto dopo Romania e Bulgaria con 800 mila presenze. Dalla fine degli anni Ottanta il governo centrale ha elaborato un Programma di sviluppo per la popolazione rom anche se il budget annuale sembra abbastanza ridotto (3,3 milioni di euro a cui però si aggiungono i finanziamenti delle singole regioni e delle ong). Anche in Spagna ogni regione ha un Ufficio centrale che coordina gli interventi e le politiche per gli zingari in cui lavorano sia funzionari del governo che rom con funzioni di mediatori culturali. Il risultato è che non esistono quasi più campi nomadi, quasi tutti - chi non lavora ha un sussidio di circa 700 euro al mese per sei mesi - vivono in affitto nei condomini popolari o in case di proprietà, nelle periferie ma anche nelle città. Dipende dal livello di integrazione. Che è in genere buono anche se resta alto il tasso di criminalità: furti ma soprattutto spaccio di droga. Sono zingare il venti per cento delle donne detenute nelle carceri spagnole. Negli ultimi mesi nelle periferie delle grandi città, a Barcellona come a Madrid, a Siviglia e a Granada, stanno rispuntando baraccopoli e favelas: sono gli ultimi arrivati, i rom della Romania, la nuova emergenza.

La ricetta del "politico" gitano - La Spagna ha saputo produrre, finora, l'unico europarlamentare gitano: si chiama Juan de Dios Ramirez Heredia, è stato rappresentante dell'Osservatorio europeo contro il razzismo e la xenofobia e nel 1986 ha fondato la Union Romanì, federazione della associazioni gitane spagnole. Heredia , in un'intervista rilasciata al magazine europeo Cafè Babel , immagina il futuro della comunità rom: "Potrà essere migliore solo se sapremo mantenere una certa dose di sopravvivenza e riusciremo ad essere presenti dove si prendono decisioni politiche. Non ha senso che in paesi come la Spagna, dove siamo 800 mila, non ci sia un solo gitano deputato o senatore". A gennaio scorso, per la prima volta, la Serbia - 600 mila rom ufficiali senza contare quelli partiti negli anni e ora in giro per l'Europa senza documenti - ha accettato in Parlamento due deputati dei partiti delle minoranze gitane, l'Unione dei rom e il Partito dei rom.

Sono 36 milioni gli zingari nel mondo. Diciotto milioni vivono ancora in India. Un milione circa è riuscito ad arrivare anche negli Stati Uniti. A parte poche migliaia di loro che sono riusciti ad avere una vita normale e ad emergere, ovunque sono rimasti gli ultimi nei gradini della società.
(3 fine)


da repubblica.it


Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Arlecchino su Giugno 04, 2007, 11:01:31
I pm di Roma vogliono una copia della corrispondenza con il viceministro Visco-Gdf, Speciale rinuncia all'incarico

Con una lettera l'ex comandante della Finanza rifiuta il posto offertogli dal governo alla Corte dei Conti 


 
ROMA - Il generale Roberto Speciale, ex comandante della Guardia di Finanza, destituito dal governo nell'ambito del caso Visco ha rinunciato all'incarico prospettatogli dal governo alla Corte dei Conti. In una lettera inviata al ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, Speciale ha annunciato la rinuncia all'incarico presso la Corte dei Conti conferitogli dal governo venerdì scorso dopo la sua sostituzione con il generale Cosimo D'Arrigo. Una decisione che potrebbe preludere all'apertura di una controversia giudiziaria con l'esecutivo, come già fatto intendere dal generale nei giorni scorsi.

LE PRIME PAROLE - «Non sono interessato a svendere la mia dignità e nessun incarico può riparare l’oltraggio che ho ricevuto». Così l'ex comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale ha spiegato al presidente della Commissione Difesa Sergio De Gregorio, che ha avuto modo di sentirlo telefonicamente questo pomeriggio, le ragioni della sua rinuncia. De Gregorio riferisce di una determinazione molto forte del Generale Speciale nella tutela della propria onorabilità. «Mi ha detto che si difenderà con le unghie e con i denti» anche se il presidente della commissione Difesa dice di non sapere ancora se ci sarà o meno un ricorso giudiziario al Tar contro l'avvicendamento al vertice della Guardia di Finanza deciso dal Consiglio dei ministri.

INCHIESTA - Intanto copia della corrispondenza intercorsa tra l'ex comandante generale della Guardia di Finanza, e il viceministro dell'Economia, Vincenzo Visco, è stata chiesta dalla procura di Roma al Comando Generale delle Fiamme Gialle nell'ambito dell'inchiesta aperta sulla vicenda delle presunte sollecitazioni per il trasferimento di alcuni alti ufficiali della Gdf di Milano. Al vaglio del procuratore della Repubblica Giovanni Ferrara e del sostituto Angelantonio Racanelli ci sono già alcune copie della corrispondenza acquisite dalla procura militare, a sua volta titolare di un procedimento, e già trasmesse a piazzale Clodio insieme con altri documenti, dal procuratore Antonino Intelisano. Ma gli inquirenti vogliono l'intero carteggio e per questo è partita la richiesta ai vertici di via XXI aprile.

SOLLECITO - Alla procura di Roma, secondo quanto si è appreso, non sono ancora arrivati gli atti trasmessi dalla procura generale di Milano sul caso Visco-Speciale. Nei giorni scorsi i magistrati romani avevano inviato un sollecito ai colleghi del capoluogo lombardo dopo la prima richiesta fatta all'indomani dell'apertura del fascicolo processuale. Questo, stando alle indiscrezioni, è ancora intestato «atti relativi a», ossia senza ipotesi di reato e senza indagati.

04 giugno 2007
 


Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Arlecchino su Giugno 06, 2007, 04:31:22
Il parlamentare indagato a Napoli.

Contestata anche l'aggravante di aver agevolato un'associazione mafiosa

De Gregorio sotto accusa per riciclaggio

In un blitz a casa di un camorrista sequestrati assegni firmati e girati dal senatore 


ROMA — Nel novembre scorso disse che i magistrati dell'antimafia di Napoli stavano facendo uno sforzo «encomiabile» nella lotta al crimine, e che bisognava ascoltare il loro «grido di dolore» per la scarsità di mezzi a disposizione; oggi quegli stessi magistrati l'hanno messo sotto inchiesta, in uno dei tanti filoni delle loro inchieste sui clan camorristici e sul contrabbando. Il senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa di palazzo Madama, è indagato per il reato di riciclaggio, con l'aggravante di aver agevolato un'associazione mafiosa. Il procedimento è stato avviato dopo alcuni accertamenti svolti dalla Guardia di finanza, a seguito del ritrovamento di una serie di assegni girati dal parlamentare eletto con l'Italia dei valori di Di Pietro (e dunque nel centro-sinistra) e poi messosi «in proprio» col movimento Italiani nel mondo per votare quasi stabilmente insieme al centrodestra. Gli assegni che hanno portato a indagare sul senatore furono trovati durante una perquisizione a carico di Rocco Cafiero detto 'o capriariello, vecchia conoscenza delle forze dell'ordine per i suoi coinvolgimenti nel contrabbando e in altri traffici, più volte arrestato e finito sotto processo, non solo a Napoli. Abita a Marano, alle porte della città, ed è considerato dagli investigatori organico al clan Nuvoletta che proprio a Marano hanno la loro roccaforte. Nel 2005 la Guardia di Finanza, a seguito dell'ennesima indagine sul contrabbando tra la Campania e la Puglia che lo vedeva coinvolto, gli ha sequestrato beni mobili e immobili per un milione e mezzo di euro. L'elenco comprendeva la villa di Marano, denaro in contanti, due auto, una moto, anelli, pellicce e assegni per oltre quattrocentomila euro.

Molti di questi assegni erano firmati o girati proprio da De Gregorio. Una parte di essi, inoltre, proveniva da un altro personaggio noto ai magistrati napoletani, sotto inchiesta in un altro procedimento della Procura antimafia sui clan camorristici attivi nella zona di Fuorigrotta. Si tratta di Mario Nocerino, arrestato un anno fa con l'accusa di aver organizzato un voto di scambio di tipo mafioso per le elezioni comunali in cui il figlio Giuseppe era candidato con Forza Italia. Il tribunale del Riesame annullò l'ordinanza perché non considerò provata la natura camorristica dei legami, e ora per Nocerino la Procura si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per voto di scambio «semplice»: secondo l'accusa lui e il figlio pagarono per ottenere l'appoggio elettorale del presunto clan guidato da Salvatore Zazo. Gli accertamenti svolti finora in gran segreto dalla Finanza per comprendere il motivo della presenza di quegli assegni con la firma di De Gregorio a casa di Rocco Cafiero, non hanno consentito di dare una spiegazione lecita e plausibile. Una prima giustificazione emersa si riferiva all'acquisto di un immobile, a fronte del quale non è stato però trovato nemmeno l'atto di compromesso, particolare che la renderebbe poco credibile. Di qui la decisione, nelle scorse settimane, di iscrivere il nome del senatore sul registro degli indagati, un atto dovuto per proseguire le indagini e chiarire la natura dei rapporti tra lui, Cafiero e Nocerino, nonché la provenienza e l'utilizzo che doveva essere fatto di quei titoli di credito. Già nel 2003 Cafiero aveva subito una perquisizione e un maxi-sequestro per mano dei carabinieri, quando in un sotterraneo della villa di Marano, con l'accesso nascosto da una scaffalatura per vini, saltarono fuori oltre 600.000 euro in contanti, 30 orologi di marca, due chili di gioielli e circa 200 panetti di hashish per un totale d 50 chili.

Giovanni Bianconi
06 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Arlecchino su Giugno 06, 2007, 04:32:47
POLITICA

Domattina alle 9.30 a Palazzo Madama aula si aprirà la discussione

In arrivo un odg che compatta la maggioranza su un unico documento

Caso Visco, vigilia tesa nell'Unione

Di Pietro: "Il viceministro deve spiegare"

L'opposizione presenta una mozione e due odg.

Quattordici i documenti da votare

L'Unione teme imboscate.

Occhio ai numeri. Forse indispensabili i senatori a vita

 

ROMA - A poche ore dal voto parlamentare sul caso Visco-Gdf, resta alta la tensione su un caso che potrebbe riservare sviluppi negativi per il governo di Romano Prodi, alle prese con il risicatissimo vantaggio dell'Unione al Senato. Il via domattina alle 9.30: prima si discuteranno le mozioni, gli ordini del giorno e le interrogazioni. In tutto 14 documenti. Poi la discussione. La replica del governo è fissata per le 19,40 per bocca del ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. A seguire le dichiarazioni. Poi il voto, che Forza Italia ha spinto per aver in tarda serata (verso le 22-22,30).

Solidarietà alla Gdf da parte di governo e maggioranza - Non ci sarà l'odg di Antonio Di Pietro, che nei giorni scorsi non ha fatto mistero delle critiche sulla gestione dell'intera operazione: "Non voterò quelli della Cdl" ha assicurato l'ex pm. E la maggioranza, "assolutamente compatta" assicura Manuela Palermi, capogruppo Pdci-verdi al SEnato dopo la riunione dei capigruppo, ha deciso di presentare un odg che esprime "solidarietà" alla Gdf (e non ai vertici del corpo). Un documento che il ministro della giustizia Clemente Mastella aveva chiesto alzando anche i toni: "Se non viene votato, non c'è più il governo". Però il ministro delle Infrastrutture fa alzare la temperatura perché prende le difese di Speciale. "Occorre capire il motivo di questa rimozione - dice Di Pietro - ad oggi non si conosce se non dai borbottii di palazzo. Non sono ingenuo, ho capito cosa c'è dietro. Ma lo rendessero pubblico. L'accusa che il Comando della Guardia di Finanza sia portatore di interessi diversi da quelli di Giustizia deve essere provata altrimenti nemmeno lo si pensa. Questa vicenda deve essere chiarita dall'interessato, cioè da chi aveva richiesto lo spostamento dei quattro ufficiali".

"Se il Generale è stato rimosso per normale avvicendamento - osserva Di Pietro - dovrebbe essere avviata una procedura che preveda una serie di proposte alternative concordate con l'interessato, nei tempi e modi previsti dalla legge. Se viene messo fuori dalla sera alla mattina, ci vuole una motivazione.
In assenza di motivazioni ufficiali, diventano più drammatiche le motivazioni ufficiose. Bisogna capire il motivo di questa rimozione".

La strategia della Cdl - Intanto la Cdl rimodula la sua mozione e chiede il voto su altri due ordini del giorno. In una mozione, provocatoriamente, l'opposizione sostiene che "ci sono due comandanti della Gdf visto che manca un provvedimento di revoca all'incarico del generale Speciale". A questo il governo risponde con una nota in cui spiega che la sostituzione di Speciale con D'Arrigo "firmata dal presidente della Repubblica il 1 giugno" è ora "al vaglio della Corte dei Conti" che ha dei tempi tecnici. E comunque, specifica Palazzo Chigi, "il testo del decreto è in linea con gli analoghi provvedimenti di sostituzione dei comandanti generali della Gdf".

Nei due ordini del giorno invece la Cdl chiede al governo di rispettare la legge secondo cui la Finanza dipende dal ministro delle Finanze e poi un altro in cui si impegna il governo ad accogliere la richiesta di Speciale di rimanere al comando fino al 21 giugno "quale giusto riconoscimento alla carriera svolta al servizio della patria e delle sue istituzioni".

La maggioranza teme imboscate - "Pronto per la maratona di domani presidente Marini?". La risposta del presidente la dice lunga: "Speriamo di sì". Speriamo di sì perchè la giornata sarà lunga, molto lunga (dalle 9 alle 22 come ha insistito Forza Italia) e quello che la maggioranza teme è proprio questo: in un arco di tempo così lungo, in cui non puoi chiedere a tutta la maggioranza e ai senatori a vita di presidiare l'aula non stop, l'opposizione - che sui regolamenti e sui trabocchetti d'aula ha già dimostrato di saperne una più del diavolo - può tentare l'imboscata. Nel momento a lei più utile. Ecco che domani la maggioranza dovrà obbligatoriamente tenere sotto controllo presenze e voti.

I numeri - Obbligatorio, per l'ennesima volta, il pallottoliere. La maggioranza ha una maggioranza di 158 voti, al netto dei senatori a vita. L'opposizione tallona a 156. Il problema è che la maggioranza ha due senatori malati che non potranno essere in aula. Indispensabili, quindi, i voti dei senatori a vita.

Il ministro diessino Vannino Chiti sposta l'orizzonte in avanti e analizza l'accidentato stato dei rapporti interni al centrosinistra. La sua è una disamina preoccupata: "Il centrosinistra è incerto perché se non c'è unione è difficile rispondere con determinazione. Questo continua ad essere il nostro principale problema del centrosinistra".

Speciale: "Voglio gli onori militari". Continua a fare sentore la sua voce l'ex comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale. Prima sui giornali, adesso davanti alle telecamere di 'Porta a Porta'. "Sono e resto un soldato" dice Speciale, che, dopo aver rinunciato all'incarico presso la Corte dei Conti ("un contentino") dice di voler terminare la carriera da comandante generale della Guardia di Finanza. "Io voglio uscire con il mio onore militare che ho sempre difeso, schiena dritta e senza macchia, come sono sempre stato".

(5 giugno 2007)

da repubblica.it


Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Arlecchino su Giugno 06, 2007, 04:33:21
MASSONERIA

WOODCOCK, "C'E' UNA COMMISTIONE AFFARI-POLITICA"
 

"Una inquietante commistione tra massoneria, affari, politica e apparati pubblici di ogni genere e specie". La frase eloquente e' quella usata dal pm di Potenza, Henry John Woodcock, per descrivere le indagini sulle presunte attivita' illecite delle logge massoniche sulle quali indaga dal 2005. Anche in questo caso il magistrato potentino ha sviluppato il lavoro investigativo partendo da un filone principale: quello che circa due anni fa porto' in carcere, tra gli altri, il faccendiere Massimo Pizza per una truffa ai danni di alcuni imprenditori.

Contro i 24 indagati il magistrato ipotizza i reati di associazione a delinquere finalizzata a un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione. Per raggiungere questo scopo gli indagati avrebbero promosso e partecipato associazioni segrete vietate dall'art. 18 della Costituzione, in particolare costituendo strutture associative di tipo massonico la cui esistenza e' stata occultata. "Ovvero - aggiunge il Pm - venivano tenute segrete congiuntamente finalita' e attivita' sociali, rimanendo sconosciuti, in tutto o in parte, e anche reciprocamente i rispettivi soci".

Dalle intercettazioni e dalle indagini effettuate, gli indagati non apparterrebbero a famiglie massoniche conosciute, quali il Grande Oriente d'Italia (GOI) o la Grande Loggia d'Italia degli antichi liberi accettati muratori (GLDI). Infatti le due organizzazioni create dai personaggi finiti nell'inchiesta, ovvero la Gran Loggia Unita Tradizionale (GLUT) e il Grande Oriente Universale (GOU), non hanno ottenuto il riconoscimento di quelle che sono le organizzazioni massoniche piu' autorevoli in Italia. Secondo gli inquirenti, le indagini hanno messo in luce un quadro "piuttosto allarmante" riferito all'attivita' criminosa perseguita da un gruppo di persone "legate ed espressione di ambienti massonici deviati", riconducibili a logge 'coperte' e cioe' a strutture carenti di quelle caratteristiche di pubblicita' interna ed esterna e di reciproca conoscenza tra i componenti.

Secondo quanto accertato, inoltre, le logge che hanno le connotazioni di un gruppo 'ben organizzato' avrebbero una capacita' operativa su tutto il territorio nazionale e anche all'estero. Per gli inquirenti potentini i soggetti coinvolti, assidui frequentatori e animatori dell'associazionismo massonico in generale, "trovano in questo contesto un ambiguo ambito privilegiato nel quale, di volta in volta, instaurare contatti, raccogliere informazioni, cementare legami, procurarsi entrature, assicurarsi appoggi e rapporti privilegiati con la Pubblica amministrazione in particolare.

Sarebbero emersi interessi sterminati che riguardano opere pubbliche, costituzioni di societa' off shore, fino alla compravendita di istituti bancari e di lotti di idrocarburi". Una attivita' che poteva godere di un articolato intreccio di relazioni con soci in affari, ex commilitoni, fratelli di logge, ex appartenenti alla P2 e compagni di partito. Intercettazioni ambientali e telefoniche, avrebbero, infatti, permesso di accertare i forti legami con gli ambienti di alcuni partiti politici in particolare.

(AGI) - Potenza, 5 giu. -
 



Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Arlecchino su Giugno 06, 2007, 11:51:28
La scheda

Visco-Gdf, il documento del governo

Il dossier presentato al Senato: dai rapporti tra Speciale e Moggi alle telefonate «molto accese» con il viceministro

 
La vicenda della Guardia di Finanza nacque precisamente un anno fa, il 7 giugno 2006, e cioè quando al viceministro Vincenzo Visco vennero conferite le deleghe sulla Guardia di Finanza. E già all'epoca il nome del generale Speciale era sulle pagine dei giornali in merito alla bufera
giudiziaria che coinvolse il mondo del calcio.

Il documento del Governo depositato al Senato ricostruisce le tappe della vicenda. Ecco in sintesi, quelle più salienti.

- 7 giugno 2006. Al Viceministro Visco vengono conferite le deleghe sulla guardia di Finanza. Nel frattempo vengono pubblicate «intercettazioni riguardanti le indagini sullo scandalo del calcio in cui venivano citati fatti e nomi di alti ufficiali della Guardia di Finanza per i rapporti con Luciano
Moggi e tra questi emergeva quello del generale Speciale».

- 9 giugno 2006. Primo incontro tra Visco e Speciale il quale prospettò per prima cosa «l'opportunità di avvicendare il Capo di Stato Maggiore Generale Spaziante il quale, a suo dire, gli era stato imposto dal precedente Ministro».

- 26 giugno 2006. Nuovo incontro tra i due. Speciale presenta a Visco «un'ipotesi di impiego di dirigenti piuttosto ampia» con avvicendamenti presso importanti comandi operativi in molte sedi «ma non a Milano». Visco sconsiglia la rimozione del capo di Stato Maggiore e si riserva di esprimere un parere sulle proposte di trasferimento.

- Dopo il 26 giugno. Visco cerca di approfondire il motivo per cui «mentre venivano cambiate le posizioni di vertice di diverse importanti sedi, si mantenevano fermi tutti gli incarichi a Milano». A quel punto emergono «valutazioni negative» in particolare nei confronti del Generale Forchetti,
Comandante regionale delle Fiamme Gialle.

LE TELEFONATE - Il documento ricostruisce anche due telefonate fatte tra il viceministro e il Comandante della Guardia di Finanza nella quale furono usati «toni molto accesi». La prima telefonata è del 17 giugno, la mattina successiva alla notizia pubblicata dall'Ansa sull'avvicendamento dei vertici della Guardia di Finanza a Milano. «La mattina successiva (17 luglio) vi fu una telefonata tra il Vice Ministro e il Comandante Generale dai toni molto accesi - è scritto nel dossier - Il Vice Ministro, infatti, contestò al Generale Speciale di non aver posto in essere misure idonee ad impedire che trapelassero sulla stampa notizie distorte e strumentali, mentre la decisione dei trasferimenti era stata formalmente proposta al Vice Ministro dallo stesso Speciale in pieno accordo con i vertici del Corpo. Gli chiese, quindi, di procedere al completamento della procedura di trasferimento». «Di analogo tenore - ricostruisce il documento del governo - era stata un'altra telefonata avvenuta il 14 luglio pomeriggio, mentre il Comandante Generale si trovava a Bari. In nessuna delle due telefonate furono avanzate minacce, ma in ambedue fu sottolineato come il Vice Ministro considerasse una gravissima mancanza etica e deontologica l'aver interrotto immotivatamente una procedura partita per iniziativa dello stesso Comando Generale e concordata senza obiezioni di sorta, così come altrettanto grave era il fatto che il Comandante Generale, il successivo giorno 17, non avesse in alcun modo smentito il collegamento della vicenda con il caso Unipol, cosa che non ha fatto nemmeno nei mesi successivi». In sostanza il Vice Ministro - è scritto nel documento del governo - «ebbe la sensazione che il comportamento del Generale Speciale non fosse ispirato a quei criteri di lealtà e trasparenza che devono sempre caratterizzare i rapporti tra un Comandante di un Corpo militare come la Guardia di Finanza e l'Autorità Politica di vertice da cui funzionalmente dipende e, pertanto, gli ricordò con tono deciso il proprio ruolo di indirizzo e direzione».

06 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Arlecchino su Giugno 07, 2007, 03:41:27
Le accuse vanno dall'associazione a delinquere alla corruzione alla truffa

Potenza: perquisiti magistrati e politici

Il pm di Catanzaro indaga sul sottosegretario Bubbico (Ds) sul procuratore Tufano e su altri magistrati e poliziotti 


POTENZA - A Potenza sono in corso, nell'ambito dell'inchiesta coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, Luigi De Magistris e denominata «toghe lucane» in merito all'esistenza di un presunto «comitato d'affari», coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, alcune perquisizioni nelle abitazioni e gli uffici del sottosegretario allo Sviluppo economico, Filippo Bubbico (Ds), del Procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, dell'avvocato Giuseppe Labriola e della dirigente della Squadra Mobile di Potenza, Luisa Fasano, moglie di un parlamentare dell'Ulivo. Le perquisizioni sono eseguite dagli uomini delle Fiamme Gialle del Nucleo di polizia tributaria di Catanzaro.

RICERCA DOCUMENTI - L'obiettivo del magistrato è quello di acquisire documenti utili all'inchiesta e soprattutto necessari per provare i presunti reati su cui è concentrata l'attenzione degli investigatori. Nell'inchiesta sono coinvolti uomini politici, amministratori, imprenditori, funzionari e magistrati in servizio in Basilicata (fra questi ultimi, uno ha lasciato la magistratura e altri sono già stati trasferiti in altre sedi dal Consiglio Superiore della Magistratura).
Le ipotesi di reato sono quelle di abuso d'ufficio per Tufano; corruzione in atti giudiziari e associazione per delinquere per Labriola; abuso d'ufficio per Fasano; abuso d'ufficio, associazione per delinquere e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche per Bubbico. Secondo l'accusa, vi è chi avrebbe fatto parte di un «vero e proprio centro di affari occulto», che tutelava «interessi personali e di gruppi, anche occulti».

FASSINO - «Chiunque conosca Filippo Bubbico ha potuto apprezzarne l'onestà personale, la correttezza istituzionale, la competenza politica e amministrativa. E nessuno può davvero credere alle accuse che gli vengono rivolte» ha dichiarato il segretario Ds Piero Fassino a proposito dell'inchiesta aperta in Basilicata. Aggiunge il leader Ds: «Ci auguriamo che la Magistratura operi celermente accertando quello di cui noi siamo già oggi assolutamente sicuri: la totale estraneità di Filippo Bubbico a qualsiasi illecito». Insomma, per Fassino «non può non suscitare interrogativi preoccupanti il fatto che si attivino perquisizioni dall'evidente impatto pubblico e mediatico alla vigilia di un passaggio elettorale così impegnativo per la città di Matera».

07 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Arlecchino su Giugno 07, 2007, 10:26:20
CRONACA

L'inchiesta "toghe lucane" coordinata dal pm di Catanzaro De Magistris

Gli accusati avrebbero costituito un "vero e proprio centro di affari occulto"

Basilicata, "un comitato d'affari"

Perquisiti Bubbico (ds) e il Pg Tufano

Tra le ipotesi di reato abuso d'ufficio, corruzione in atti giudiziari e associazione per delinquere


POTENZA - Un "comitato d'affari" comprendente politici, magistrati, avvocati, imprenditori e funzionari avrebbe festito grosse operazioni economiche in Basilicata. La guardia di Finanza sta perquisendo le abitazioni e gli uffici del sottosegretario allo Sviluppo economico, Filippo Bubbico (Ds), del procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, dell'avvocato Giuseppe Labriola e della dirigente della squadra mobile di Potenza, Luisa Fasano. L'inchiesta, denominata "toghe lucane", è condotta dal pm di Catanzaro, Luigi De Magistris.

Le ipotesi di reato sono quelle di abuso d'ufficio per Tufano; corruzione in atti giudiziari e associazione per delinquere per Labriola; abuso d'ufficio per Fasano; abuso d'ufficio, associazione per delinquere e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche per Bubbico che è stato presidente della Regione Basilicata. Gli accusati avrebbero costituito un "vero e proprio centro di affari occulto", che tutelava "interessi personali e di gruppi".

Nell'inchiesta sono indagati uomini politici, amministratori, imprenditori, funzionari e magistrati in servizio in Basilicata (fra questi ultimi, uno ha lasciato la magistratura e altri sono già stati trasferiti in altre sedi dal Consiglio Superiore della Magistratura).

Bubbico, si legge nel decreto di perquisizione redatto dal pm di Catanzaro De Magistris, è "il punto di riferimento politico apicale, unitamente ad altri appartenenti alla politica", nel "comitato di affari" al centro dell'inchiesta. L'inchiesta avrebbe messo in luce, sempre a carico di Bubbico - che è stato presidente della Giunta regionale della Basilicata nella passata legislatura - "una logica trasversale negli schieramenti", con il "collante degli affari".

Mentre il procuratore Generale della Repubblica di Potenza, Vincenzo Tufano, era "il punto di riferimento" per avvocati e magistrati che volevano difendere "i 'poteri forti' operanti in Basilicata".

(7 giugno 2007) 

da repubblica.it


Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Arlecchino su Giugno 07, 2007, 10:27:08
Abu Omar e il ruolo di Pollari

Claudio Fava


La presidenza del Consiglio dei Ministri, per la penna del suo portavoce Sircana, ci fa sapere che sul caso Abu Omar in questi giorni sono state scritte un mucchio di sciocchezze. La più grave è aver attribuito al governo Prodi l’intenzione di porre il segreto di Stato su alcuni documenti che riguardano il sequestro dell’imam di Milano. Falso, scrive Sircana: Prodi ha semplicemente confermato il segreto di Stato che era stato già opposto dal presidente Berlusconi due anni fa. Ora, di fronte ad un uso così creativo del principio di responsabilità ogni commento potrebbe apparire superfluo. Se non fosse che su questa storia le cronache registrano, da un anno a questa parte, una collezione ormai imbarazzante di gaffes del nostro governo. Da qui un sospetto: forse non sono affatto gaffes. Forse, su Pollari e su Abu Omar, è in gioco qualcosa in più d’un semplice imbarazzo istituzionale.

La storia è nota e verrà ricostruita, a partire da domani, nel processo che si apre a Milano: ventisei agenti della Cia e cinque alti dirigenti del Sismi (tra cui il generale Pollari) rinviati a giudizio per il sequestro di persona di Abu Omar: rapito il 17 febbraio del 2003 a Milano, impacchettato, spedito via Aviano e Ramstein al Cairo per essere consegnato alle cure dei servizi di sicurezza egiziani. Che per quattordici mesi lo hanno detenuto senza alcun processo e a lungo torturato, somministrandogli il solito campionario di nefandezze, dall’elettroshock alla sodomia.

Un processo legittimo e inevitabile, eccellente il lavoro del procuratore Armando Spataro, ineccepibili le accuse formulate contro agenti segreti americani e italiani. Fino a quando l’Italia sarà un paese sovrano e il sequestro di persona un reato penale, è difficile ammettere che qualcuno possa farsi giustizia da sé in nome della lotta al terrorismo. Un processo da non celebrare affatto, sostiene invece il governo Prodi che ha sollevato (seconda gaffe) un durissimo conflitto di poteri contro gli uffici giudiziari di Milano. Le contestazioni mosse contro Pollari, dice il governo, si basano su documenti coperti dal segreto di Stato. Dunque, il generale non può essere processato.

Va promosso, semmai, e siamo alla terza gaffe consumata dall’esecutivo. Il generale Pollari è un benemerito della Patria, è giusto ricompensarlo per i servigi resi alla guida del Sismi con un incarico prestigioso: prima consigliere speciale di Palazzo Chigi, poi giudice del Consiglio di Stato. E così, mentre a Milano la Procura chiede che Pollari venga processato per concorso in un sequestro di persona, a Roma il governo gli manifesta gratitudine e solidarietà. Direte voi: ci sono o ci fanno? E se lo fanno, perché lo fanno? Cosa induce questo governo a difendere sempre e comunque l’ex comandante della Guardia di Finanza ed ex direttore del Sismi? Perché ci si agita così rumorosamente contro il processo di Milano rispolverando tutto il vecchio repertorio politico da porto delle nebbie? Segreti di Stato, conflitti di attribuzioni, piccole e grandi menzogne... E chi costringe il nostro governo a difendere e premiare perfino il braccio destro di Pollari, tal Pio Pompa, un maneggione che per conto del suo direttore aveva messo in piedi un ufficio «affari riservati» con il mandato di spiare, inquinare e fabbricare dossier falsi contro giornalisti, magistrati e rappresentanti dell’opposizione? Uno così (imputato anche lui a Milano per favoreggiamento) si mette alla porta senza pensarci su un istante. Il ministro Parisi lo ha promosso: capodivisione del ministero della Difesa!

Ora, su ciascuna di queste vicende Sircana potrà pure vergare un lungo comunicato per spiegare, precisare, rettificare: chiacchiere.

Resta la sostanza: qualcuno, a Palazzo Chigi, protegge Pollari e la sua gente. Potreste cortesemente spiegarci perché?

Pubblicato il: 07.06.07
Modificato il: 07.06.07 alle ore 8.28   
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Titolo: Commissione d'inchiesta, Pollari divide la maggioranza (che strano...).
Post di: Admin su Luglio 10, 2007, 12:13:20
Commissione d'inchiesta, Pollari divide la maggioranza


«Bisogna arrivare all'accertamento della verità e a questo punto la commissione d'inchiesta è indispensabile». Con queste parole il ministro della Giustizia Clemente Mastella, a Napoli, ha ribadito la necessità della istituzione di una commissione che faccia luce sul dossier Sismi. Dopo le minacce dell'ex numero uno del Sismi, Niccolò Pollari, di svelare i misteri d'Italia, il Guardasigilli ha risposto anche a chi si è detto nei giorni scorsi contrario a questa idea. «Voglio dire a quelli che sono reticenti alla costituzione della commissione, tra cui il mio amico Violante, che quando si utilizzano portavoce particolare, vuol dire che il Copaco perde di quell'aurea di cui, per definizione costituzionale era garanzia per l'accertamento della verità». Poi Mastella ha ribadito: «Io chiedo la commissione di inchiesta non come parlamentare o ministro della Giustizia, ma come cittadino».

Di diverso avviso i Ds. «Basta il Copaco» a fare luce sulla vicenda dei dossier illeciti del Sismi, mentre «una commissione d'inchiesta su temi a così alta conflittualità sarebbe solo un'altra arena di combattimento tra le forze politiche». Il presidente della commissione affari costituzionali della camera, Luciano Violante, si manifesta tutto interno ad una logica istituzionale per cui i segreti dei Servizi non si "mettono in piazza". «Ora il Copaco deve lavorare- ribadisce Violante- e consegnare entro luglio un rapporto al parlamento in cui si schiariscano tre punti: se lo spionaggio era fatto dal Sismi o da Pio Pompa, se i dossier arrivavano sul tavolo del presidente del consiglio e se il governo dava output indicando ai servizi cosa fare».

Al generale Nicolò Pollari che ha annunciato di voler rivelare i «Misteri d'Italia» degli ultimi vent'anni, Violante risponde: «Pollari scriva pure un suo libro di memorie, ma non può chiedere per i suoi racconti una commissione d'inchiesta». Quanto alla sua esortazione a «usare cautela» sulle eventuali responsabilità dell'ex premier Silvio Berlusconi, Violante precisa che avrebbe fatto «la stessa richiesta per qualsiasi presidente del consiglio, perché sappiamo come lavorano, in tutti i paesi, i servizi segreti».

L'Italia dei Valori, al contrario, chiede, dopo le parole di Pollari, le sue dimissioni da consigliere di Stato. «Chiarire su tutta la vicenda è suo preciso dovere, esattamente come non è suo diritto indicare in quale contesto o presso quale autorità farlo», afferma Massimo Donadi, capogruppo dell'Idv alla Camera, «E` inaudito che la Repubblica e l'intero concetto di democrazia debbano sottostare al giogo di un funzionario dello Stato, al quale, inoltre, fa da sponda un parlamentare che farebbe meglio a spiegare perché, da qualche tempo a questa parte, riveste il ruolo di portavoce ufficiale di alcuni esponenti delle forze armate - aggiunge -. Le parole di Pollari pur suonando come le minacce di chi non sa più a che santo votarsi, destano comunque preoccupazioni e perplessità. A questo punto, viste le modalità e il tenore delle sue affermazioni il Governo deve assicurarsi che l`ex direttore del Sismi giunga davanti alla Commissione d'inchiesta, o al Copaco, privo di ogni incarico pubblico».

Nessuna verità fino a che non verrà tolto il segreto di Stato. Dall'ala sinistra dell'Unione sulla vicenda Pollari non arriva nessun commento. Fatto salvo quello dei Verdi. «Pensiamo sia necessario fare chiarezza rispetto a questa vicenda inquietante di un servizio segreto che ha messo sotto schedatura magistrati italiani. Pensiamo che si debba lavorare sul segreto di Stato perchè qualunque commissione d'inchiesta si fermerà davanti a questo». Angelo Bonelli, capogruppo dei Verdi alla Camera, spiega qual è la posizione del partito in merito all'istituzione di una commissione di inchiesta sul Sismi. «Bisogna fare chiarezza fino in fondo - prosegue - perchè quel che ha fatto il Sismi equivale a quello fatto quando vi erano dei veri metodi golpisti».

«Pollari - aggiunge - dimostra che non si sta comportando da uomo di Stato, dimostrando di mandare messaggi a parti dello Stato dopo aver acquisito informazioni. Deve esserci una reazione democratica da parte del Parlamento ed una Commissione di inchiesta - sottolinea - può essere un utile strumento ma, dobbiamo lavorare anche sul segreto di Stato». A chi infine gli chiede perchè il Copaco non potrebbe bastare, il capogruppo dei Verdi risponde: «Crediamo che i cittadini debbano sapere e che quindi nel momento in cui saranno fatte affermazioni con degli omissis i dubbi saranno alimentati».


Pubblicato il: 09.07.07
Modificato il: 09.07.07 alle ore 18.39   
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Titolo: Re: BRUTTE STORIE...
Post di: Admin su Luglio 10, 2007, 03:06:45
Sismi-Telecom colpo doppio
Marco Travaglio


I pompieri di Pompa & C. sono già all’opera nel tentativo di spegnere lo scandalo di spionaggio illegale più grave dai tempi del caso Sifar: quello del Sismi dell’èra Pollari. Ma l’impresa di minimizzare i dossier sequestrati nell’ufficio pompesco di via Nazionale è ardua: salvo dimostrare che quegli appunti si sono scritti da soli, o che erano la bozza di un romanzo giallo, o magari che lo spione che li compilava e conservava era dotato di virtù divinatorie.

Visto che i bersagli delle sue attenzioni entravano ipso facto nel mirino di Berlusconi e della sua band. L'episodio più grave tra quelli finora emersi, dunque il più ignorato da pompieri & minimizzatori, è quello rivelato due giorni fa da Francesco Grignetti su la Stampa: il falso dossier di Pompa per screditare l'allora capo del Sismi, ammiraglio Gianfranco Battelli, poi sostituito dall'amico (di Pompa e di Berlusconi) Niccolò Pollari. Un caso da manuale di «tecnica di un colpo di mano», che fa il paio con quello gemello avvenuto in casa Telecom negli stessi giorni dell'estate 2001: la prima estate del secondo governo Berlusconi. Anche lì si trattava di epurare la vecchia guardia per rimpiazzarla con la banda Tavaroli, gemellata col Sismi pollariano tramite Marco Mancini. E anche lì non si esitò a ricorrere al falso per agevolare il cambio della guardia: una finta microspia nell'auto dell'amministratore delegato Enrico Bondi screditò i vecchi 007, prontamente rimpiazzati dai Tavaroli Boys. Due bufale d'autore per spianare la strada, ai vertici dell'intelligence dello Stato e del colosso telefonico nazionale, a quella che un generale del Sismi definirà poi «la Banda Bassotti», ora indagata a vario titolo per sequestro di persona, dossieraggi illegali, peculato, associazione a delinquere e così via.

Nell'agosto 2001 Berlusconi ha appena insediato il suo governo e già rischia di tracollare per la sciagurata gestione del G8 di Genova. Al Sismi c'è ancora Battelli, nominato dal centrosinistra dopo aver fatto il capo di gabinetto di Beniamino Andreatta, padre nobile dell'Ulivo e ministro della Difesa nel primo governo Prodi. Pollari scalpita nel suo ufficio di vicedirettore del Cesis (organo di coordinamento dei servizi) e intrattiene una fitta corrispondenza con l'«analista» Pio Pompa, segnalatogli dal comune amico don Luigi Verzè, il prete-affarista del San Raffaele che è una sorta di cappellano di Forza Italia. Pompa produce «report» a getto continuo sui presunti nemici del Cavaliere, un vero e proprio «network internazionale» da «disarticolare» anche con «metodi traumatici». Il nemico - avverte - si annida ovunque, financo a Palazzo Chigi, dove urge «bonificare». Cioè, anzitutto, cacciare l'ammiraglio Battelli, noto comunista, complice - secondo Pompa - delle manovre del «dispositivo» antiberlusconiano «tese a introdurre elementi di discredito e di depotenziamento della maggioranza… a seguito dei gravissimi fatti relativi al G8 e delle durissime polemiche sfociate nella costituzione del Comitato bicamerale di indagine conoscitiva». Il vertice Sismi (in una bozza dello stesso report, Pompa fa nome e cognome di Battelli) avrebbe addirittura «costituito una ristretta task force con il compito di produrre le prove circa la presenza di estremisti di destra negli incidenti di Genova». In pratica l'ammiraglio infedele starebbe trescando con l'ex maggioranza ulivista per sabotare il governo di centrodestra fabbricando una pista nera (Forza Nuova al posto dei No global) dietro ai Black Bloc «con l'intento di alleggerire la posizione di difficoltà dell'opposizione offrendole argomenti in grado di accrescerne il potere contrattuale nei confronti del governo, costringendolo a mediare sulle decisioni che investono i vertici di polizia e dei servizi di sicurezza». L'appunto, fondato sul nulla, è della fine di agosto del 2001. Il 27 settembre Berlusconi decapita i servizi: al Sismi esce Battelli ed entra Pollari, con Pompa al seguito.

Intanto l'operazione si ripete pari pari alla Telecom. Qui la patacca non è un dossier fasullo, ma una cimice-bufala. Protagonista il trio Tavaroli-Mancini-Cipriani (quest'ultimo un investigatore privato fiorentino amico di Gelli e intimo dei primi due). Secondo il gip milanese Paola Belsito, che li ha arrestati in blocco, Mancini come numero 2 del Sismi «acquisiva nell'ambito del suo ruolo istituzionale informazioni che trasmetteva a sua volta a Tavaroli, il quale le veicolava sull'investigatore Cipriani, retribuito dalle aziende di Tavaroli con cospicue somme di denaro». Prova regina della triangolazione: una «bonifica fasulla fondata su argomenti assai seri e convincenti» che consentì a Tavaroli di «acquisire un potere ancora maggiore» con l'«azzeramento dei vertici della security Telecom». Nell'estate 2001, quando Tronchetti Provera acquista la Telecom, Tavaroli è capo della security Pirelli. Ma, com'è ovvio, aspira a mettere le mani sulla prima compagnia telefonica del paese, che gestisce pure le intercettazioni per conto dei giudici. Ma Telecom una security ce l'ha già, diretta da Piero Gallina sotto la supervisione del segretario generale Vittorio Nola. Il primo deve saltare per far posto a Tavaroli e ai suoi boys, il secondo perché bolognese e dunque ritenuto un pericoloso «prodiano». Detto, fatto. Occhio alle date. Il 31 luglio 2001 il Cda Telecom nomina Enrico Bondi amministratore delegato. Il 7 agosto il top manager noleggia un'Audi A8 e avverte interferenze sospette nell'autoradio. Se ne occupa l'autista di Tronchetti Provera che, anziché affidare l'auto alla sicurezza Telecom, si rivolge a Tavaroli (Pirelli). Questi lo manda a Firenze all'officina Verzoletto, legata all'amico Cipriani. E qui, puntualmente, il 21 agosto viene trovata la presunta microspia. Tronchetti sporge denuncia contro ignoti, viene aperta un'inchiesta, la security Telecom - additata come incapace di proteggere da intrusioni i nuovi vertici del gruppo - è delegittimata: il 10 settembre Nola e Gallina si dimettono: al loro posto arriva Tavaroli, con 500 uomini, budget e poteri illimitati. Il 15 settembre la Polis d'Istinto fabbrica un dossier zeppo d'illazioni e veleni su Prodi e Nola a proposito di presunti finanziamenti occulti al Professore camuffati da attività promozionali della Telecom.

Solo cinque anni più tardi, indagando sul fallimento della Verzoletto, si scoprirà che la cimice era fasulla (un telefono cellulare smontato, senza display, tastiera e involucro esterno e dotato di un'antenna e un cavetto artigianale) e, per giunta, a infilarla nell'auto di Bondi era stata la stessa ditta indicata da Tavaroli per la «bonifica». La tecnica del colpo di mano la racconterà ai pm milanesi nel 2006 Lorenzo Baroncelli, esperto in bonifiche ambientali della Verzoletto Spa: «Il 20 agosto sera Verzoletto ci disse di prepararci a bonificare una macchina che sarebbe arrivata il mattino seguente. Il mattino seguente in laboratorio Verzoletto ci disse che la bonifica avrebbe portato a trovare una microspia di sicuro, ma io mi chiesi come poteva fare a saperlo visto che tra l'altro tutte le bonifiche che avevamo fatto fino a quel momento non avevano mai trovato un tubo. Ma il mio collega mi disse: 'Fava, la microspia la piazziamo noi'. A quel punto ci disse di fare finta di diventare operativi e cominciamo a lavorare su questa Audi A8 con operazioni solo tese a perdere del tempo in modo che l'autista potesse essere allontanato con la scusa di un caffè. A quel punto la microspia fu piazzata nella plafoniera della luce di cortesia. Al ritorno dell'autista, Verzoletto affermò che la microspia era stata ritrovata: si trattava di un cellulare sgusciato di quelli che preparavamo in laboratorio… ».

Fu così che nel settembre 2001, mentre Pollari e Pompa s'insediavano al Sismi, Tavaroli si installò alla security Telecom. La Banda Bassotti aveva preso il potere. E non era la sola.

Pubblicato il: 09.07.07
Modificato il: 09.07.07 alle ore 6.03   
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Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Admin su Luglio 10, 2007, 10:07:16
 2007-07-10

POLLARI: PARLERO' SE IL PREMIER MI AUTORIZZA

 ROMA - "Rispetto il segreto di Stato. Ma se il presidente del Consiglio riterrà di svincolarmi da questo segreto state tranquilli che sarò estremamente esaustivo. Ma solo se il premier mi autorizzerà". Lo ha detto l'ex capo del Sismi, Niccolò Pollari parlando con i giornalisti prima della colazione in un ristorante romano con il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga.

SISMI: DE GREGORIO, "POLLARI SEMPRE AUTORIZZATO"
"Le dichiarazioni di Pollari non rappresentano assolutamente un ricatto: quest'uomo si è chiuso in un silenzio di tomba, e quando si è visto raccontare come un eversore ha riflettuto con serenità e ha ritenuto che la cosa migliore da fare fosse quella di raccontare al Parlamento e al Paese tutta la verità, in modo da rivelare che mai il Sismi, sotto la sua direzione, si è mosso senza l'autorizzazione del Governo". Lo ha affermato il senatore Sergio De Gregorio, presidente della Commissione Difesa del Senato e leader del movimento politico Italiani nel Mondo, nel corso della trasmissione "Radio anch'io", condotta da Stefano Mensurati. "Pollari si è visto indicato - ha proseguito De Gregorio - come a capo di una cosca di eversori che ha tramato contro le istituzioni: uno scenario da incubo, che un funzionario dello Stato non può sopportare, avendo servito il Paese in questi anni e avendo consentito all'Italia di non contare le proprie vittime del terrorismo islamico, rafforzando inoltre il ruolo guida dell'intelligence nello scenario mediorientale. Ma evidentemente - ha concluso De Gregorio - a questo Governo non basta avvicendare alti uomini dello Stato, ma si avverte la necessità di ricoprirli di fango, come dimostra anche il caso Speciale".

DE GREGORIO, ITALIA SABOTO' MEDIAZIONE SISMI SOLDATI ISRAELE

Il governo italiano, attraverso il Sismi, tentò di mediare per la liberazione dei soldati israeliani catturati dagli Hezbollah in Libano, ma poi qualcuno dall'Italia fece saltare quella trattativa che portò allo scoppio della guerra del Libano: ad affermarlo è Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa del Senato e leader del movimento Italiani nel Mondo, in diverse interviste, una alla trasmissione radiofonica "Radio anch'io", una al quotidiano "L'Opinione" e l'altra al quotidiano israeliano "Maariv".

 "Il servizio di sicurezza italiano - dice De Gregorio alla radio - è stato capace di intrecciare relazioni straordinarie e di proteggere il paese dalle terribili minacce a cui è stata sottoposta l'Europa. All'epoca del governo Berlusconi, i servizi non solo hanno liberato ostaggi italiani dalle mani dei fondamentalisti, ma hanno operato persino per la liberazione di sequestrati di altre nazionalità, a testimonianza che la nostra rete di intelligence ha contatti fortissimi". "Nel corso di una missione istituzionale a Beirut - prosegue - io e il presidente della commissione Esteri Lamberto Dini venimmo a sapere dal presidente del Parlamento libanese che l'Italia era a un passo dalla liberazione dei prigionieri israeliani, il cui rapimento fu la causa scatenante del conflitto. Ci furono raccontati particolari, ci fu detto che erano già pronti gli elicotteri per la loro liberazione e per i prigionieri rilasciati dagli israeliani in cambio". Questo, conclude a 'Radio anch'iò, non accadde e per De Gregorio "la verità sul perché si sia interrotto questo circuito virtuoso appartiene a Pollari e al presidente del Consiglio Romano Prodi".

"E' vero - dice poi a 'l'Opinione' - che la guerra in Libano contro gli Hezbollah scoppio anche perché all'ultimo momento qualcuno dall'Italia fece saltare la trattativa condotta dal Sismi per la liberazione dei soldati Ehud Goldwasser ed Eldad Regev rapiti in territorio isrealiano il 28 giugno 2006? Purtroppo sì". De Gregorio accusa non precisati ambienti italiani di aver sostanzialmente sabotato una intesa che era ad un passo. Nell'intervista a 'L'Opinione', sempre a proposito della vicenda dei soldati israeliani, aggiunge infatti: "Pollari potrebbe raccontare come naufragò il tentativo congiunto con l'intelligence israeliana per avere indietro i due soldati rapiti in Libano dagli Hezbollah e come un contrordine politico giunto dall'Italia abbia mandato tutto all'aria all'ultimo momento, facendo precipitare la situazione". Insomma - chiede il giornale - la politica del governo italiano attuale ha fatto scoppiare la guerra tra Libano e Israele? "Fu quella - risponde De Gregorio - la conseguenza di quel mancato accordo con gli Hezbollah, come è sotto gli occhi di tutti. Pollari potrebbe raccontare chi veramente aveva a cuore la pace e chi curava solo interessi personali e strumentali".

JANNUZZI, 'SPIAI' IO, DA POMPA SOLO RITAGLI
Lino Jannuzzi, giornalista e senatore di Forza Italia, scrive per il prossimo numero di 'Panorama' la sua 'testimonianza' sulla provenienza delle carte circa il presunto "spionaggio" ai danni di magistrati trovate nell' ufficio di Pio Pompa al Sismi. "Confesso che ho spiato", scrive Jannuzzi, raccontando del suo articolo di 6 anni fa per 'Panorama' su un incontro (poi smentito dai magistrati citati nel pezzo, che vinsero anche la causa intentata per diffamazione) tra quattro magistrati a Lugano (Ilda Boccassini, Carla Del Ponte, Elena Paciotti e Carlos Castresana) che avrebbero "concertato" la "comune azione giudiziaria contro Berlusconi". Secondo Jannuzzi, è di quell'articolo e della eco che ebbe sul resto dei media che si è trovata traccia nel "presunto archivio" di Pompa al Sismi: solo "ritagli di giornali o file di Internet". 

da www.ansa.it


Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Admin su Luglio 10, 2007, 10:07:58
E sul senatore De Gregorio: «Sono l'unico portavoce di me stesso»

Pollari: «Parlerò se Prodi mi autorizza»

L'ex capo del Sismi: «Rispetto il segreto di Stato.

Ma se il presidente del Consiglio riterrà di svincolarmi sarò esaustivo» 
 

ROMA - «Rispetto il segreto di Stato. Ma se il presidente del Consiglio riterrà di svincolarmi da questo segreto state tranquilli che sarò estremamente esaustivo. Ma solo se il premier mi autorizzerà». Lo ha detto l'ex capo del Sismi, Nicolò Pollari parlando con i giornalisti prima della colazione in un ristorante romano con il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga. «Finché non sarò autorizzato rispetterò la legge, come ho sempre fatto in vita mia». ha aggiunto l'ex capo del Sismi,. Ma in che contesto intende parlare? «In tutti i contesti - ha risposto Pollari - in cui il premier mi autorizzerà a farlo».
«SONO L'UNICO PORTAVOCE ME STESSO» - «Io sono l'unico portavoce di me stesso», ha anche precisato Nicolò Pollari. Nei giorni scorsi era stato il presidente della commissione Difesa del Senato, Sergio De Gregorio, a rendere note alcune affermazioni di Pollari, secondo le quali l'ex capo del Sismi sarebbe stato intenzionato a dire tutto sui «misteri italiani».

10 luglio 2007
 
da corriere.it


Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Admin su Luglio 10, 2007, 10:08:30
L’amico Pollari
Antonio Padellaro


Ho incontrato Nicolò Pollari, direttore del Sismi, dopo l’uccisione di Nicola Calipari e il ferimento di Giuliana Sgrena. Fui introdotto nel suo ufficio da Pio Pompa che certo non passava lì per caso. Pollari mi sembrò sinceramente amareggiato per il modo con cui gli americani cercavano di minimizzare le loro gravi responsabilità. Nell’occasione mi trovai d’accordo con lui ma non per questo, oggi, mi sentirei di dire, come Valentino Parlato ha fatto su il manifesto, che il caso dei dossier illegali è una gran buffonata.

Da uomo schietto, Parlato si dichiara amico di Pollari. Siamo convinti che ancora di più lo sarà (amico) della verità. E dunque prima di emettere sentenze liquidatorie sulla sinistra che ha «strumentalizzato la vicenda per attaccare l’opposizione» non sarebbe il caso di stare ai fatti? Vogliamo credere che l’archivio di via Nazionale fosse l’hobby privato di Pompa, una sorta di collezione di farfalle per sbalordire le ragazze? È casuale che la cacciata del predecessore di Pollari dal vertice dei Servizi, l’Ammiraglio Battelli, sia stata preceduta da un puntuale lavorio diffamatorio a cura della premiata ditta Pio&C.? Infine, al Csm sono tutti impazziti? Eventualità che, infatti, Parlato non prende in considerazione ammettendo che «ci sarà un motivo» se sono intervenuti così duramente e all’unanimità.

Domanda finale. Una volta trattasi del «fedele servitore dello Stato» generale Speciale. Un’altra dell’«amico» Pollari (entrambi rappresentati casualmente dall’autorevole ventriloquo De Gregorio). Ma perché mai alla fine, gira e rigira la colpa è sempre della sinistra?

Pubblicato il: 10.07.07
Modificato il: 10.07.07 alle ore 9.55   
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Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne?
Post di: Arlecchino su Luglio 22, 2007, 11:29:00
OK

Non volete iscrivervi per discuterne?

Pazienza... che le leggiate, per ora, mi basta.

ciaoooooooooooooo

 


Titolo: Parlamentari e droga...
Post di: Arlecchino su Luglio 29, 2007, 11:13:30
CRONACA

La rivelazione dopo una giorno di polemiche in seguito al ricovero per overdose della squillo che era nell'hotel

Volontè: "Chi si droga non può legiferare". Lui: "Mi dimetto dal partito"

Sesso e coca col parlamentare Mele (Udc): "Sono io ma niente droga"

Mercoledì l'Udc di Casini organizza il test antidroga, bocciato dall'aula, davanti a Montecitorio

Vietti: "Se facciamo il test a chi guida il bus della scuola, a maggior ragione a chi guida il bus della vita pubblica"

di CLAUDIA FUSANI

 
ROMA - Si chiama Cosimo Mele, ha 50 anni, pugliese, deputato, in questa legislatura è membro della commissione Ambiente e qualche anno fa, nel 1999, fu coinvolto in una brutta storia di tangenti e corruzione. Alle 20 e 38 di stasera, dopo trentasei ore di atroci dubbi e cristiane sofferenze fa outing con l'agenzia di stampa Ansa "per evitare - dice - speculazioni politiche a danno del partito": " Quel parlamentare sono io, ma droga non ne ho vista e la signora mi era stata presentata quella sera a cena da amici". La "signora" è la squillo che è finita in overdose all'ospedale San Giacomo sabato mattina dopo una notte a luci rosse in compagnia di un parlamentare - e di un'altra squillo - all'hotel Flora, un luogo e un mito della "Dolce Vita" di Fellini, dove Mastroianni accompagnava Anita Ekberg e faceva a cazzotti con i paparazzi.

L'autodenuncia arriva dopo una giornata segnata da un tam tam senza tregua. Una "caccia" sulle basse frequenze dei telefonini, "allora, chi è?", "tu lo sai?", "ah è lui, e perché non lo dicono?". Telecamere e microfoni in cerca di indiscrezioni in una via Veneto quasi deserta mentre la direzione dell'hotel non rilascia dichiarazioni. Arriva in una domenica di fine luglio, la prima delle lunghe vacanze estive, in cui la ricerca del nome del parlamentare ha tenuto banco tra le top five della giornata, in buon piazzamento tra il dibattito politico sul welfare, gli incidenti stradali, le elezioni giapponesi e l'appello del Papa che chiede il disarmo del nucleare.

Soprattutto, l'outing di Mele arriva perchè preteso dal suo stesso partito. Dopo che in serata Luca Volontè, stato maggiore dell'Udc, quando probabilmente i sussurri sul parlamentare coinvolto nel festino sono diventati insopportabili, dichiara: "Chi si droga non può legiferare, chi è complice dello sfruttamento della prostituzione non può parlare di famiglia, figli e diritti umani. Un deputato al droga party con prostitute? Si faccia avanti. La vita privata è sacra ma per chi si occupa di rappresentare il popolo e legiferare per il bene comune, è lecito chiedere una condotta più consona e non drogarsi".

La ragazza-squillo che è finita all'ospedale sta bene. E questa è la cosa più importante. La sua collega non ha avuto problemi. Il parlamentare si era, fino a stasera, dileguato. La polizia, che è intervenuta, ha messo tutto per iscritto, ha ricostruito la dinamica della serata con nomi, cognomi e tipo di sostanze con presunte dosi utilizzate. Il verdetto finale è: "Nulla di penalmente rilevante". Fatti privati, dunque. Storia chiusa.

Un po' difficile, che si chiusa, visto che tra i protagonisti c'è un parlamentare della Repubblica, che l'uso di droghe e relativo dosaggio è oggetto di dibattito - e scontro - parlamentare dall'inizio della legislatura (il ministro Ferrero deve portare in Consiglio dei ministri il nuovo disegno di legge che riscrive la Fini-Giovanardi) e che proprio in questi giorni è stata bocciata la proposta del presidente dell'Udc Pierferdinando Casini di sottoporre i parlamentari al test antidroga. L'Udc però non si ferma. E mercoledì mattina organizza il test in piazza di Montecitorio. Spiega Michele Vietti (Udc), prima però di sapere che il responsabile è un suo compagno di partito: "Un parlamentare deve essere trasparente e coerente. Se io faccio il test all'autista che guida il pullmino della scuola, a maggior ragione lo devo fare a chi guida il pullman della vita pubblica". Giustissimo.

Mele è uscito allo scoperto spinto dalle polemiche della giornata. La senatrice azzurra Mariella Burani Procaccini aveva preteso che si sapesse "il nome del parlamentare che accompagnava le due signorine, una delle quali ricoverata in overdose: la gente deve sapere chi è costui. In queste situazioni non c'entra la privacy a cui comunque un parlamentare in parte rinuncia nel momento in cui è eletto, riceve la fiducia dei suoi elettori da cui viene anche stipendiato". Si era fatto sotto anche Francesco Storace, transfuga da An e diventato leader di un nuovo partito, "La destra": "E' scandaloso che un parlamentare debba essere protetto perché fa uso di droga".

Fin dal pomeriggio le indiscrezioni avevano stretto il cerchio intorno all'Udc che - amarissima ironia del destino - proprio per mercoledì ha organizzato il test antidroga per i parlamentari. Franco Grillini, sinistra democratica, era contrario a pubblicizzare il nome prima e lo è ancora di più adesso: "Sul piano umano il collega Mele ha tutta la mia solidarietà, la caccia al nome è sbagliata. All'Udc invece mi permetto di ricordare che è caratteristica degli uomini avere vizi privati e pubbliche virtù. Il partito di Casini quindi moderi l'estremismo: vedi cosa succede nel partito che fa della sessuofobia e del probizionismo la sua ragion d'essere...".

Volontè promette che "il deputato coinvolto mercoledì non sarà presente al test antidroga" e che "difficilmente voterà la legge a settembre". Significa che dimissioni di Mele saranno accettate? Eppure venerdì l'aula ha lavorato dalla dieci alle due della mattina dopo, duecento votazioni per approvare la riforma dell'ordinamento giudiziario. L'Udc ha votato contro. Ma Mele era già a cena con l'amica. "Appunto - insiste Volontè - il deputato non solo ha preferito un coca-fiesta al suo dovere ma ha pure infangato l'onore di tutti i colleghi". Mele insiste: "Un fatto privato, l'avventuretta di una sera...". Si dispera: "La cosa più difficile è stato dirlo a mia moglie...". Certo, pensare che è un deputato dell'Udc che fa del proibizionismo una bandiera e della lotta allo sfruttamento della prostituzione un obiettivo di governo, c'è da mettersi le mani nei capelli.

(29 luglio 2007) 

da repubblica.it


Titolo: Il protagonista «Una debolezza, ma non sono fuggito» ...
Post di: Arlecchino su Luglio 30, 2007, 05:03:31
Il protagonista «Una debolezza, ma non sono fuggito»

«Non ho il coraggio di dirlo ai miei figli»   
 

ROMA — «Ho sbagliato (silenzio) sono pentito (silenzio). Sono stato sfigato perché se la ragazza non si fosse sentita male non sarebbe successo nulla. Ma sono anche orgoglioso». Orgoglioso? «Sì, orgoglioso di me stesso. Quando ho avvertito la reception e poi chiesto di chiamare un'ambulanza ho capito che il mio nome poteva uscire. Molti altri se la sarebbero data a gambe».
Solo che Cosimo Mele — deputato dell'Udc, 50 anni, sposato, tre figli — la parola orgoglioso la pronuncia come un sussurro, con la voce tremante di chi si sente «cadere il mondo addosso».

Cosa è successo venerdì sera? «Sono uscito dalla Camera intorno alle nove, sono andato a cena con degli amici, non politici, al Camponeschi, un ristorante di Piazza Farnese. Dopo un po' è arrivata questa ragazza, che io non avevo mai visto prima, ma che conosceva i miei amici. È stata lei che ha cominciato a parlarmi...».

Sta dicendo che è stato adescato? «Adescato? Io non sono esperto di queste cose ma non avevo capito che fosse una prostituta».

E cosa pensava? «Pensavo fosse la ragazza che cercava un'avventura. Ho capito solo quando siamo arrivati all'Hotel Flora».

L'ha pagata? «Pagata... non proprio. Le ho fatto un regalo, una somma in denaro, niente di esagerato però. Poi siamo saliti su, siamo stati insieme, e dopo io mi sono addormentato».

Avevate preso cocaina? «Io non ho preso cocaina né altri tipi di droga. Non ho visto se quella ragazza l'ha presa oppure no. Forse sì, ma magari prima di incontrarmi oppure mentre dormivo».

Lei ha firmato la proposta di legge sul test antidroga per i parlamentari. «Francamente non ricordo, ma il test sono pronto a farlo anche subito».

Non c'era con voi un'altra ragazza? «Quando siamo saliti no. Quando mi sono svegliato ho sentito che, nel salottino della stanza, la mia accompagnatrice stava parlando con un'altra ragazza, straniera. Credo una sua amica, l'aveva chiamata lei».

E la sua accompagnatrice quando si è sentita male? «Poco dopo, ormai era quasi mattina. Delirava».

Agli infermieri del San Giacomo ha detto di essere stata costretta a prendere pasticche. «Se è per questo diceva anche che io l'avevo rapita, che non volevo chiamare l'ambulanza. Ma era in evidente stato di allucinazione. Per questo ho deciso di non accompagnarla in ospedale. Anche se tramite i miei amici, che la conoscevano, mi sono subito informato sulle sue condizioni».

Crede che la sua carriera politica sia finita qui? «Deciderà il mio partito. Ma non mi sento di aver tradito niente e nessuno, se non la mia famiglia».

Lei fa parte di un partito, l'Udc, che della difesa della famiglia ha fatto una bandiera. «Lo so, e per questo ho deciso di dare le dimissioni dall'Udc. Ma non vedo perché dovrei dimettermi da deputato, anche io sono un uomo con le mie virtù e le mie debolezze».

Una debolezza considerata grave a giudicare dalle sue dimissioni. «Guardi, credo che nella politica italiana ci sia una grande ipocrisia. Adesso mi spareranno addosso quelli di Forza Italia, come se loro fossero tutti santarelli. Per non parlare di quelli della sinistra, che anche loro, quando serve, si fanno gli affari loro. E invece noi politici siamo uomini come gli altri: anche a noi capita di sbagliare».

Era la prima volta, onorevole? «Non mi succedeva da tantissimi anni. Sono stato ragazzo anche io».

Come si sente adesso? «Mi sento il mondo cadere addosso. Lo so, è una frase fatta, ma è proprio quello che sento».

Cosa le ha detto sua moglie? L'ha perdonata? «Perdonato... Macché, piange tutto il giorno. Non so come andrà a finire».

E con i suoi figli ha parlato? «No, non ancora. Non ho il coraggio».

Lorenzo Salvia
30 luglio 2007
 
da corriere.it


Titolo: Notte hard del parlamentare. "Droga? Non ne so niente. Io dormivo".
Post di: Arlecchino su Luglio 30, 2007, 05:05:59
CRONACA

L'Udc accoglie le dimissioni di Cosimo Mele: "Non è compatibile con il partito"

"Droga? Non ne so niente. Io dormivo".

Mercoledì test antidroga davanti a Montecitorio

Notte hard del parlamentare

La procura apre un'inchiesta

 
ROMA - La Procura della Repubblica di Roma aprirà un fascicolo sulla vicenda a luci rosse che ha coinvolto il deputato dell'Udc Cosimo Mele. L'indagine prenderà l'avvio non appena all'ufficio del pubblico ministero la polizia presenterà un rapporto sui fatti accaduti all'hotel Flora, dove il parlamentare si era incontrato con due donne, una delle quali è stata ricoverata per aver assunto droga.

Alla relazione della polizia sarà anche allegato il referto dal quale sarebbe emerso che nel sangue di F. Z. sono state trovate tracce di cocaina. Il magistrato che riceverà il fascicolo, intestato "atti relativi", dovrà valutare se ci siano fatti penalmente rilevanti e valutare la posizione dei protagonisti della vicenda.

"Poco importa - hanno spiegato a palazzo di giustizia - che la ragazza non abbia presentato una denuncia contro il parlamentare o che non siano stati individuati estremi di reato da parte di chi ha verbalizzato il suo racconto. Questa è una valutazione che faremo noi".

Accolte le dimissioni dall'Udc. Intanto il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, in una conferenza stampa alla Camera, ha annunciato di aver accolto le dimissioni presentate da Mele: "Sono profondamente amareggiato per quello che è accaduto", ha esordito il segretario dell'Udc, ma poi ha aggiunto: "Ieri mi ha correttamente informato dell'accaduto e ha riconosciuto di aver sbagliato. Ma il suo comportamento non è compatibile con il partito. L'unica cosa positiva è stato rassegnare le dimissioni dall'Udc che io ho immediatamente accettato.".

Test antidroga ai parlamentari. Confermato dunque l'appuntamento organizzato dall'Udc mercoledì mattina davanti a Montecitorio per il test antidroga ai parlamentari. E per i deputati del partito, l'esito dell'esame sarà pubblico: "Noi continueremo le nostre battaglia testa alta", ha detto Lorenzo Cesa.

Mele: "Droga? Non ne so niente". Ma il parlamentare si difende dall'accusa di uso di stupefacenti e, pur ammettendo di aver trascorso la notte con una donna, giura: "La droga neppure l'ho vista": "Quella signora - afferma il deputato - l'ho conosciuta a cena, presentata da amici". Hanno trascorso la serata insieme in una suite all'hotel Flora in via Veneto ma dopo, assicura Mele, "ognuno è andato a dormire in stanze diverse della suite". Di cocaina l'onorevole dice non solo di non averne fatto uso, ma nemmeno di averla vista: "Forse quella donna ha preso delle pasticche. Che ne so: io dormivo". Mele insiste anche sul fatto che lui era in compagnia di una sola ragazza; la seconda, dice, l'ha chiamata l'altra: "A un certo punto poi se n'è andata e non so più niente".

(30 luglio 2007) 

da repubblica.it


Titolo: L’italiana che tifa per Bin Laden
Post di: Arlecchino su Agosto 07, 2007, 11:28:34
5/8/2007 (14:16)

L’italiana che tifa per Bin Laden
 
La moglie dell'imam di Carmagnola apre un sito Internet

MASSIMO NUMA
TORINO


Magdi Allam? Un «cialtrone». Dadullah, il capo Talebano ucciso dalle forze Isaf, colui che ha fatto sgozzare l’autista-interprete di Mastrogiacomo? «Un martire» a cui dedicare una poesia. L’Afghanistan? È L’Emirato Islamico «occupato» dagli Usa. Poi: attacchi contro il governo «reo» di cacciare dall’Italia gli islamici solo per «le chiacchiere della stampa»; la lettera di Fatimah, prigioniera di Abou Graib che inneggia al «martirio»; l’appello di Khadija, moglie di Kassim Britel, detenuto in Marocco per terrorismo. Citazioni illustri: «InshaAllah, la fine dell’America è imminente e questa fine non dipende dal povero schiavo. Che Usama muoia o resti, il risveglio è giunto». Firmato: shaykh Usama bin Ladin. Sono solo alcuni dei proclami, messaggi di sostegno per gli estremisti arabi impegnati nel Jihad, lanciati da un’italiana, musulmana convertita. È la milanese Barbara ‘Aisha Farina, 36 anni, moglie dell’ex Imam di Carmagnola, lo shaykh Abdelkader Fadl’Allah Mamour (espulso dal Viminale nel 2003 e ritornato in Senegal, dove ha fondato il Partito Islamico Senegalese, roccaforte dell’integralismo più intransigente). Ormai, ‘Aisha non nasconde più di essere un’aperta fiancheggiatrice di Al Qaeda, dei Taliban dell’Afghanistan e di tutto il sistema jihadista mondiale, dalle Filippine all’Europa.


La propaganda esplicita per Bin Laden e i suoi seguaci avviene attraverso il sito (in italiano) http://ummusama.splinder.com/. Tra le tante esternazioni, ‘Aisha, famosa a Carmagnola per il burka, i veli e i guanti neri, punta l’attenzione sul libro I soldati di luce della «meravigliosa sorella Malika Oum Obeyda, che Allah la protegga, vedova del fratello Shahîd Dahmane Abdessatar, che Allah abbia misericordia di lui», caduto in Afghanistan «sotto il piombo dei Crociati». Come pretesto, la recensione dal giornalista francese Jean Francois Mayer. Scrive ‘Aisha: «Anche un kâfir (infedele, ndr) che combatte contro l’Islam non può non dimostrare rispetto e stima per una sorella talmente coraggiosa, e deve ammettere che la verità riguardo all’Afghanistan, ai Talibani, ad Al-Qa’idah, e lo shaykh Usama, forse è lontana dalle menzogne degli occidentali. Il campo del bene e il campo del male si scambiano i posti, agli antipodi di ciò che ci va ripetendo il discorso della “guerra contro il terrorismo”». Nella recensione, Mayer riporta alcuni frammenti del libro, che ricostruiscono il percorso di una giovane belga di origine marocchina, che si trasforma (da laica, cioè «miscredente») in una combattente «fiera di essere moglie di combattente, amica di combattenti. Come potevo comprendere a 17 anni che il silenzio di mio padre dinanzi al mio abbigliamento svergognato e il fatto che egli mi seguisse silenziosamente con lo sguardo, nascondesse un vero grido di dolore davanti all’annientamento dei suoi valori e al suo stesso fallimento?». Poi, sulle sue radici occidentali: «Sono molto seria quando dico che sono Belga, e me ne vanto, io che non mi sono mai sentita marocchina, al punto tale da detestare il metter piede in questo paese che non ho mai considerato il mio». Ricorda le conversazioni con il marito ucciso in combattimento: «Il suo argomento preferito era parlare della gente musulmana oppressa nel mondo. Non aveva che l’imbarazzo della scelta.


Aveva paura di morire senza aver fatto il supremo sforzo nella Via di Allah. Il Jihad; e sentiva che era a lui, in particolare che Usama (bin Ladin) rivolgeva un messaggio. Lui, uomo musulmano in tutta la sua pienezza, si sentiva umiliato dinanzi alla propria impotenza, quella di vedere le donne della sua comunità farsi malmenare, violentare, fare a pezzi, come se l’insieme degli uomini del mondo musulmano fossero un solo uomo il cui onore fosse stato infangato, e lui, Abdessatar, fosse quest’uomo». Poi la «sorella» di Barbara Farina viene catturata dall’Alleanza del Nord e liberata dai Talebani. Che accettano - a malincuore - di lasciarla tornare in Belgio. Si chiude sui versi dedicati a Dadullah: «...Non compiangere un principe che è stato il signore della lotta!/Non compiangere un guerriero, un campione, un cavaliere!/Compiangi te stesso finché non romperai le tue catene/Compiangi te stesso finché non ti unirai alla battaglia/Ma non compiangere Dadullah!/Non era obbligato, eppure come uomo libero ha combattuto un impero/Dadullah, cammina con la tua sola gamba in Paradiso, era questo il tuo desiderio...».

da lastampa.it


Titolo: Il Giornale condannato, diffamazione. Cassazione Via Rasella fu atto di guerra
Post di: Arlecchino su Agosto 07, 2007, 11:32:56
CRONACA

I giudici condannano il quotidiano di Paolo Berlusconi

"Un atto rivolto contro un esercito straniero occupante"

Cassazione: "Via Rasella fu atto di guerra"

Il Giornale condannato per diffamazione

Il gappista Bentivegna: "E' la quarta sentenza che ci dà ragione"


 ROMA - Nel 1996 Il Giornale scatenò una vera e propria campagna contro i partigiani che compirono l'azione di via Rasella. Quell'attacco che provocò 33 morti e scatenò la rappresaglia delle Ss alle Fosse Ardeatine. Articoli che, in pratica, tendevano a "scaricare" sul gruppo dei gappisti guidato da Rosario Bentivegna, le responsabilità della strage che provocò 335 morti. Ora, però, la Cassazione, confermando la condanna al risarcimento per diffamazione (45 mila euro) a beneficio dei gappisti e di Rosario Bentivegna che li guidava, boccia quella campagna di stampa, ne sottolinea le falsità e condanna il quotidiano di Paolo Berlusconi.

La Cassazione parte da un dato di fatto: l'attentato contro i tedeschi del battaglione 'Ss Bozen', fu un "legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari". Militari che non erano, come aveva sostenuto Il Giornale "vecchi militari disarmati", ma "soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e pistole".

Ed ancora. Non è vero che il 'Bozen' "era formato interamente da cittadini italiani" in quanto, continuano gli ermellini, "facendo parte dell'esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica".

Poi la Cassazione si dedica alla contabilità delle vittime civili dell'attentato. Secondo Il Giornale erano sette. Ma non è così: "Ora nessuno più mette in discussione che le vittime civili furono due". Così come non era vero che dopo l'attentato erano stati affissi manifesti che invitavano gli attentatori a consegnarsi per evitare rappresaglie". Un punto, questo, portato avanti da una certa storiografia revisionista. Per smentire, la Cassazione parte dai fatti. "L'asserzione trova puntuale smentita nel fatto che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attentato - dicono i giudici - , e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si tenesse nascosta la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta".

Ad avviso dei supremi giudici, tutti questi fatti "non rispondenti al vero non possono essere considerati di carattere marginale". E anche se la Corte di Appello di Milano ha riconosciuto che si sarebbero potute esprimere "dure critiche sulla scelta dell'attentato, l'organizzazione, i suoi scopi", questo non basta per mettere in piedi un castello di inesattezze e falsità.

Per questo è da ritenersi "lesiva dell'onorabilità politica e personale" di Bentivegna "la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l'ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attentato di via Rasella e l'assimilazione tra Erich Priebke e Bentivegna". Un parallelo che Vittorio Feltri, allora direttore del quotidiano, aveva azzardato in un editoriale.

Soddisfatto il commento di Bentivegna: "E' la quarta sentenza di un'alta corte italiana, militare penale o civile che ci dà ragione con le stesse motivazioni, ma il il mondo è pieno o di imbecilli o di faziosi ancora disposti a sostenere il contrario. C'è poco da fare..".

(7 agosto 2007) 

da repubblica.it


Titolo: Re: BRUTTE STORIE...
Post di: Arlecchino su Agosto 08, 2007, 05:08:49
Una brutta storia

Vittorio Emiliani


Ogni volta che in Italia qualcosa non funziona, si grida al sabotaggio (in economia) o al complotto (in politica).

È puntualmente successo col maxi-ingorgo dei bagagli all’aeroporto di Fiumicino. Ma una rapida inchiesta ha accertato che di sabotaggio non c’è stata neppure l’ombra: si è trattato di un disservizio bello e buono. E adesso? Adesso il presidente dell’Enac, Vito Riggio, che aveva evocato quello spettro inquietante a Gr Parlamento, e quanti l’hanno assecondato si ritrovano con una pessima figura in più di fronte a tutto il mondo, in primis di fronte ai poveri utenti, in tal caso bastonati due volte. L’emergenza-bagagli non è stata immane soltanto nel primo scalo aeroportuale italiano.

Quella stessa emergenza si è verificata anche anche nel primo scalo aeroportuale d’Europa, il londinese Heatrow (68 milioni di passeggeri contro i 30,3 milioni di Fiumicino). Tuttavia la concomitanza consola poco noi tutti, a partire dagli utenti aeroportuali. A Londra il più duro di tutti è stato, al solito, il polemico sindaco Livingstone. Ken il Rosso ha detto senza mezzi toni: «È una vergogna». Anche se gli addetti di Heatrow si sono trovati a maneggiare i nuovi sistemi del Terminal 5, per i quali sono risultati pochi e poco preparati. La sola British Airways ha dovuto rincorrere almeno 22.000 colli da smistare in tutto il mondo.

Ma là, almeno, nessuno ha gridato, improvvisamente, al sabotaggio (e di chi poi? Di qualche milanese infiltrato per screditare gli scali romani?). A Fiumicino il sistema di handling ha bisogno di investimenti e il personale addetto di potenziamenti. Troppi stagionali - ha spiegato lo stesso presidente dell’Enac, Riggio - «spremuti da carichi di lavoro il più delle volte eccessivi». Se così stanno le cose, perché si è aspettato il picco estivo delle vacanze agostane per fare qualcosa di utile, prima che il primo aeroporto italiano finisse in ginocchio sommerso dai bagagli?

Una volta era facile prendersela con la gestione pubblica di questi servizi. Era una sorta di tiro al piccione rappresentato dall’ente pubblico. Ma, adesso, i servizi di handling vengono svolti a Fiumicino da tre gestori privati, oltre che da Alitalia. Il primo è Flightcare Italia (ex Aeroporti di Roma Handling) con un terzo dei passeggeri assistiti, entrato a far parte - ci informa puntualmente Il Sole 24 Ore - del gruppo spagnolo Fcc, del quale azionista principale risulta «la nobildonna Esther Kaplovitz, sorella maggiore di Alicia, protagonista della finanza iberica e tra le donne più ricche del mondo». Gli altri due gestori privati sono l’Eas del gruppo Toto (cioè Air One) e i belgi di Aviapartner. Insomma, la pluralità dei soggetti c’è, e però non basta a curare il disservizio: mancano personale e infrastrutture.

Pare anche che le due sorelle Kaplovitz avessero litigato e che ora si stiano riconciliando. Caduta l’ipotesi-Riggio del sabotaggio, non ci resta che sperare, per il futuro, nella ritrovata intesa familiare fra le due principesse? Sempre meglio che gridare (senza uno straccio di prova) al sabotatore cercando così alibi un po’ penosi. Fra l’altro, non si può neppure dare la colpa al gran caldo: sulla costa di Fiumicino la massima è stata sui 32 gradi; soffiano venti abbastanza freschi, da Nord.

Pubblicato il: 08.08.07
Modificato il: 08.08.07 alle ore 9.48   
© l'Unità.


Titolo: L'ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, critica la politica estera...
Post di: Arlecchino su Settembre 02, 2007, 12:03:58
AVVISO AI NAVIGANTI
Ambasciatore porta pena

di Massimo Riva


L'ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, critica la politica estera ed economica del nostro Paese.

Piovono critiche per la sua sovraesposizione mediatica.

Commenta  Ronald Spogli, ambasciatore Usa, con il ministro degli Esteri Massimo D'Alema

L'ambasciatore degli Stati Uniti in Italia ha avviato un'assidua strategia di comunicazione diretta con l'opinione pubblica nazionale. Su molti temi caldi interviene con lettere ai giornali per rappresentare il punto di vista americano su atti e fatti della nostra politica. Si è così pubblicamente espresso sull'impegno militare in Afghanistan come sul mancato ingresso di AT&T in Telecom. Nei giorni scorsi ha detto la sua sul 'Corriere della Sera' a proposito delle aperture italiane a Hamas e, in un'intervista al 'Sole-24 Ore' al meeting di Rimini, ha indicato le cause della scarsa attrazione di capitali esteri da parte del nostro paese.

Questa inusitata sovraesposizione mediatica fa correre inevitabilmente a Ronald Spogli qualche rischio. Per esempio, nel caso della missiva sul tema Hamas, suona non poco paradossale che sia un esponente dell'amministrazione Bush a mettere in guardia sui pericoli dell'unilateralismo nell'affrontare la partita politica medio-orientale. E così anche le sue critiche alle troppe chiusure della nostra economia, sebbene in qualche misura condivisibili, finiscono per attirare l'attenzione più su quello che l'ambasciatore non dice che su ciò che egli dice: soprattutto alla luce delle turbolenze in corso sui mercati del mondo intero.

Sull'argomento, Joseph Stiglitz - un signore che ha lavorato per la Casa Bianca e ha pure vinto un Premio Nobel per l'economia - non ha usato mezzi termini per descrivere le cause del dramma innescato dai mutui 'subprime'. A suo avviso, tutto nasce dal fatto che la politica di Bush ha spinto gli americani a vivere ancora di più al di sopra dei propri mezzi. Dopo di che le cartolarizzazioni dei crediti immobiliari sono servite per ridistribuire il rischio nel mondo. Insomma - è la sua tesi - l'America, avendo un tasso di risparmio sceso sotto zero, "ha spostato l'onere dei crediti in sofferenza sugli altri". Da mr. Smith al sig. Rossi.

Per l'autorevolezza della fonte si tratta di giudizi sulla strategia finanziaria degli Usa che risultano francamente inquietanti. Tanto più perché sono anni che anche su altri fronti fondamentali - il forte deficit nei conti con l'estero e il disavanzo del bilancio federale - Washington mostra di seguire una politica tutta intesa a finanziare la cosiddetta 'american way of life' drenando risorse liquide un po' dappertutto nel mondo. Per giunta, in proporzioni tali da far dire perfino al nostro ministro dell'Economia che oggi il maggior fattore di allarme per la tenuta dei mercati internazionali ruota proprio attorno alla sorte dei pesanti squilibri nei conti americani.

Sempre secondo il Nobel Stiglitz, il giorno della resa di questi conti sarebbe ormai arrivato. Ecco perché poteva essere interessante (e lo sarebbe ancora) conoscere l'opinione dell'ambasciatore Spogli su simili questioni. Infatti, i suoi consigli sul da farsi per migliorare l'economia italiana possono essere molto utili, ma sarebbero più credibili se accompagnati da qualche opportuno chiarimento su ciò che anche gli Usa devono fare per stabilizzare il mercato mondiale. Direbbe John F. Kennedy: prima di chiedere che cosa possono fare gli altri per te, chiediti che cosa puoi fare tu per gli altri.

(31 agosto 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: Una studentessa si confessa «Anch’io ho fatto la squillo» - BRUTTA STORIA??
Post di: Admin su Settembre 03, 2007, 06:43:20
LA CITTà a luci rosse

Una studentessa si confessa «Anch’io ho fatto la squillo»

Daniele Loss

«Volevo un altro tipo di vita e i soldi non mi bastavano più: ho preso casa in centro senza l’aiuto di papà» 


TRENTO. A Trento le prostitute sono circa 500: l’inchiesta giudiziaria che nei giorni scorsi ha portato in carcere tre protettori ha sollevato il velo su un fenomeno sommerso. Ma non tutte esercitano il mestiere più antico del mondo perché costrette.

Nello scorso mese di dicembre il periodico universitario «Studiare a Trento» svelò che anche nella nostra città esistevano le studentesse dalla «doppia vita», ovvero che si prostituivano per pagarsi gli studi o per avere un tenore di vita più alto.

Sul giornalino dell’ateneo una di loro si raccontava e spiegava il perché di questa sua scelta.

Ebbene, la protagonista di quell’intervista, ovviamente rimasta anonima, non era l’unica in città. Per un periodo anche Carla, la chiameremo con questo nome di fantasia, ha fatto «la vita». Una «vita» per nulla squallida, non sicuramente paragonabile a quella delle «lucciole» costrette a «battere» da sfruttatori senza scrupoli.

Adesso Carla ha terminato gli studi, è tornata nella sua regione e iniziato un percorso lavorativo. E ci racconta i suoi 4-5 mesi da prostituta «d’alto bordo».

Carla, la prima domanda è anche la più banale: perché?
«Perché volevo un altro tipo di vita e i soldi non mi bastavano. Non avevo alcun legame sentimentale e... l’ho fatto punto e basta. Ho guadagnato quanto bastava, poi ho deciso di smettere e da quel momento, diciamo, non ho più esercitato».

Ma i soldi le servivano per vivere oppure per concedersi qualche lusso in più?
«Entrambe le cose. Ho cambiato casa e sono andata ad abitare da sola (in una centralissima via cittadina, ndr) e poi sicuramente non dovevo fare i conti a fine mese e “tirare” su ogni singolo euro. Ai miei genitori non ho chiesto niente in più e ho deciso d’arrangiarmi».

Come funzionava, praticamente, la cosa? Come si procurava i clienti?
«Fondamentalmente con un passaparola. L’amico parlava all’amico e poi quello parlava con quell’altro. Mi contattavano tramite un numero di telefono che mi ero fatta apposta, e che poi ho disattivato, e ci si metteva d’accordo sull’ora e sul prezzo».

Si può dire quanto costava un rapporto con lei?
«100 euro».

Con qualche surplus in caso di prestazioni, per così dire, “particolari”?
«No, niente di particolare. Diciamo rapporto tradizionale, senza cose strane o estreme».

I clienti erano tutti studenti universitari o c’era anche qualche “extra”?
«Principalmente studenti o amici di studenti, ma non andavo mica con tutti. È capitato in un paio d’occasioni di dire “no” perché, onestamente, di fronte mi trovavo dei “mostri”».

Disponibile 24 ore su 24?
«No. Solitamente dopo pranzo oppure prima di cena, anche perché la scheda non era sempre attiva. Non ero mica come quelle che si trovano sui giornali».

Quanti clienti, diciamo, mensilmente?
«Una media di uno al giorno».

Trenta clienti per 100 euro fanno 3 mila al mese. Mica male...
«Una buona cifra».

Pentita?
«Un po’ sì, però ormai è fatta e indietro non si torna».

E adesso?
«Mi sono laureata, sto lavorando, ho un fidanzato con cui sto da qualche mese e sto bene. Non lo rifarei, questo è certo».

(03 settembre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: Bambini spariti
Post di: Admin su Settembre 10, 2007, 06:03:57
Bambini spariti

Un rapporto Fbi: «Angela, c'è un sospettato»

Trovato un «altarino» della bambina in casa di un uomo: «Viveva nel suo culto, forse l'ha uccisa».

La famiglia: speriamo ancora 
 
DAL NOSTRO INVIATO


VICO EQUENSE (NAPOLI) — Gli «americani » sono in cinque. Tre investigatori, più due assistenti legali. Entrano nella villa assieme ai carabinieri. I militari guardano in giro, aprono cassetti e sportelli, trovano delle riviste pornografiche, alcune videocassette. Sono i primi mesi del 2004, la casa si affaccia sul mare, dalle finestre si vede il Golfo di Napoli. Il primo detective che entra in camera da letto nota un ripostiglio, entra, alza improvvisamente la voce: «Venite qui subito». Gli altri si precipitano, sentono il sangue gelarsi nelle vene: sul retro della stanza c'è «un altarino alla vittima». La vittima è Angela Celentano, la bambina scomparsa undici anni fa, il 10 agosto 1996 durante un pic-nic sul Monte Faito. E il padrone di quella casa è il «principale sospettato» della sua sparizione.
La villa perquisita si trova proprio sul Faito. In un angolo nascosto, in penombra, sono allineate «immagini sacre, fotografie della bambina e un cappellino che somiglia molto » a quello che Angela indossava il giorno della scomparsa. Lo stesso che ha in testa nel video girato quella mattina, passato infinite volte in tv, con la piccola che sorride mentre gioca con altri bambini pochi minuti prima di essere inghiottita nel nulla.

AGENTI DELL'FBI - Gli «americani» sono agenti dell'Fbi. Per più di tre anni, a partire dal 2000, hanno collaborato con gli investigatori italiani nelle indagini sulla scomparsa. Nel luglio 2004 l'ufficio legale dell'ambasciata statunitense a Roma invia ai magistrati di Torre Annunziata una relazione con i dettagli e i risultati di quell'inchiesta. Tre pagine che contengono la «verità dell'Fbi» sul rapimento Celentano. L'ultima villa perquisita è dell'uomo intorno al quale gli ispettori speciali arrivati da Washington hanno stretto il cerchio.

LA VICENDA - Angela Celentano scompare una mattina d'estate. Era salita con i genitori sul monte, poco lontano dalla casa della famiglia, a Vico Equense. È la scampagnata annuale della Comunità evangelica, una cinquantina di persone, la madre Maria che chiede al marito: «Angela ha mangiato?». Lui si gira e non trova più la figlia, che era là intorno soltanto pochi minuti prima. Partono le ricerche. Per giorni viene setacciato ogni angolo della montagna. Cominciano indagini frenetiche, che si prolungano in anni di interrogatori, perquisizioni, intercettazioni. Si scava nel passato delle persone più o meno vicine alla famiglia. Si seguono tutte le piste: pedofilia, rapimento da parte degli zingari, un «padre biologico» che sarebbe andato a riprendersi la figlia. Finisce tutto nel nulla, mentre le segnalazioni si accavallano, fino a oggi. L'ultima è arrivata lo scorso aprile: Angela sarebbe in Bulgaria e si chiamerebbe Anna. Ipotesi verificata dall'Interpol, ennesima voce senza esito. Oggi Catello e Maria Celentano combattono con la fede e con la ragione, contro un'angoscia che non li abbandona: «Nostra figlia è finita nel circuito delle adozioni illegali», dicono. A volte, nella loro mente si affaccia il pensiero di una disgrazia: «Ma sentiamo che è viva ». E poi: «Se fosse morta, anche un cane senza coscienza manderebbe una segnalazione anonima per dire "il corpo è là, andate a recuperarlo". Non è possibile che dopo undici anni si tenga una famiglia in queste condizioni ».

LE INDAGINI - I fascicoli aperti dalla magistratura sono stati dieci. Ne rimane aperto solo uno, più che altro per poter permettere le ricerche in caso di nuove segnalazioni. La relazione dell'ambasciata Usa rivela però un filone di inchiesta che in questi anni è rimasto segreto. Nel 2000, a quattro anni dal rapimento, le autorità italiane hanno chiesto la collaborazione dell'Fbi.
Racconta un inquirente: «Negli Stati Uniti capitano molti più casi del genere, hanno più esperienza, per questo abbiamo cercato il loro aiuto».
Dopo la richiesta di «consulenza», la superpolizia americana invia tre fra gli uomini più esperti del Cirg/Ncavc, unità specializzata che interviene solo per delitti gravissimi come rapimenti di bambini o serial killer. Il gruppo si è messo al lavoro e ha riesaminato il caso di Angela secondo il metodo dei cold case, ai quali l'Fbi dedica da anni enormi risorse: investigatori esperti riprendono in mano le carte dei casi freddi e, anche dopo anni, scavano alla ricerca di particolari sfuggiti o piste non approfondite. Nella relazione inviata alla procura di Torre Annunziata, datata 30 luglio 2004, l'Fbi è convinta di avere in mano un colpevole e un'affidabile ricostruzione della vicenda. Gli investigatori hanno fornito «assistenza continua a partire dal marzo 2000», hanno riesaminato la scena del crimine, dato suggerimenti, partecipato a nuovi interrogatori. La prima conclusione è drammatica: gli uomini dell'Fbi ritengono «che lo scenario più probabile» sia la morte «accidentale della vittima nel giorno del picnic » e che «il corpo sia stato occultato». Secondo l'Fbi il responsabile sarebbe una uomo che quel giorno era sul monte Faito. Incrociando vecchi verbali e nuovi interrogatori, arrivano a individuare un uomo della zona che quel giorno era alla scampagnata. Per questo chiedono una perquisizione nella sua «seconda casa», e là scoprono l'«altarino ». Ma i rilievi successivi, nonostante la convinzione degli agenti di Washington di avere in mano un colpevole, non sono sufficienti a un'incriminazione.

I DUE DODICENNI - Il punto da cui è ripartita l'Fbi è la discordanza tra le parole di due ragazzi che all'epoca del rapimento avevano 12 anni e che ai carabinieri avevano dato due versioni incompatibili. Il primo, Renato, ha sempre raccontato che stava scendendo verso il parcheggio per portare un pallone in macchina e Angela l'ha seguito. A un certo punto lui ha detto alla bambina di tornarsene indietro e non l'ha vista più. Un mese dopo però un secondo bambino, Luca, racconta di aver visto Renato scendere per mano con la bambina e di essersi offerto di riportarla alla madre. Ma lui avrebbe rifiutato e continuato a scendere. Le due ricostruzioni sono sempre rimaste divergenti. C'è stato il sospetto di pressioni. Particolari taciuti, o falsi, o amplificati. A riprendere in mano quel lavoro saranno ora Daniele Berteggia e Clara Moretti, gli avvocati cui si è affidata la famiglia Celentano dallo scorso gennaio. I legali proveranno a far ripartire le indagini: «Il problema di oggi — spiegano — è che manca una visione di insieme. In questi anni c'è stata una grande evoluzione delle tecniche di indagine scientifica. Non è detto che alcune piste abbandonate all'epoca non possano dare ora uno sbocco diverso».

IL COMITATO - Catello Celentano non si arrende. È uno dei promotori del comitato «Troviamo i bambini». Una battaglia portata avanti assieme alla presidente Coralba Bonazza, che spiega: «Abbiamo chiesto alle compagnie telefoniche di poter inviare mms con i volti dei bambini scomparsi, ma non ci hanno aiutato. Chiediamo spot televisivi di pochi secondi. C'è una sola speranza per l'angoscia di troppe famiglie: che più persone possibile vedano il volto del loro figlio». Diffusione massiccia delle immagini come «dovere civile di uno Stato». Unica speranza di padri e madri: le segnalazioni. Anche a rischio della delusione, anche col timore di ritrovarsi all'improvviso catapultati, inutilmente, in un circolo di aspettative abnormi. Catello Celentano racconta il caso più clamoroso: «Una mattina mi chiamarono i giornalisti, parlandomi di una segnalazione certa su Angela. Non sapevo niente, cercai i carabinieri, mi mandarono una macchina perché avevano una bambina da farmi vedere. La notizia era già finita in tv e fuori dalla caserma attraversai due ali di folla, tutti battevano le mani e festeggiavano». Poco dopo Catello chiamò la moglie al telefono: «Non è Angela», disse semplicemente. E poi fu costretto, lui, a scendere in strada per avvertire i giornalisti e i curiosi: «Mia figlia non è stata ritrovata».


Gianni Santucci
10 settembre 2007
 


Titolo: In cattedra la grande truffa
Post di: Admin su Settembre 11, 2007, 09:59:31
In cattedra la grande truffa

Nicola Tranfaglia


Per chi vi ha passato gli anni migliori e più gratificanti della sua vita, affrontare il pasticcio dei test universitari è assai triste perché il numero chiuso è una dura necessità per gli atenei (e sono quasi la totalità) che non dispongono degli spazi e delle strutture didattiche necessarie per tutti gli studenti che aspirano a iscriversi a determinate facoltà (a cominciare da Medicina). Ma anche perché le vicende di questi giorni dimostrano che ci sono state gravi irregolarità e, in alcuni casi, reati gravi (come plichi aperti e moduli spariti) all’origine del colossale pasticcio che viene denunciato nelle università di Bari, Catanzaro e Messina.

Per chi vi ha passato gli anni migliori e più gratificanti della sua vita, affrontare il pasticcio dei test universitari è assai triste perché il numero chiuso è una dura necessità per gli atenei (e sono quasi la totalità) che non dispongono degli spazi e delle strutture didattiche necessarie per tutti gli studenti che aspirano a iscriversi a determinate facoltà (a cominciare da Medicina). Ma anche perché le vicende di questi giorni dimostrano che ci sono state gravi irregolarità e, in alcuni casi, reati gravi(come plichi aperti e moduli spariti) all’origine del colossale pasticcio che viene denunciato nelle università di Bari, Catanzaro e Messina.

Nulla può escludere, peraltro, che nei prossimi giorni si verifichi che altri casi sono avvenuti in altri atenei.

Dal punto di vista politico, c’è, da una parte, la necessità di garantire il massimo appoggio al governo e in particolare al ministro dell’Università Mussi, se, come ha già dichiarato,compirà un controllo rigoroso di quello che è avvenuto,delle responsabilità dell’istituzione universitaria, dei presidi e dei rettori che hanno sovrinteso, come la legge richiede, allo svolgimento delle prove e della loro regolarità.

Qui si toccano diritti fondamentali dei giovani che già in molti casi frequentano università carenti per corsi troppo affollati e scadenti strutture didattiche. Non si può continuare a sfornare test con errori anche marchiani, come quelli decisi quest’anno per le prove di Medicina. Da questo punto di vista non dovrebbe esser difficile accertare le responsabilità di chi ha sbagliato.

A leggere alcuni quesiti cosiddetti di cultura generale che riguardavano l’Unione Europea si è avuta l’impressione che fossero sbagliati sia i quiz sia le risposte previste da chi ha dettato il quiz. E questo è veramente il colmo.

Se poi a tutto questo si aggiunge l’indagine compiuta dalla Guardia di Finanza nelle università di Ancona, Bari e Catanzaro che ha verificato l’esborso enorme a cui vengono sottoposti gli studenti che aspirano a frequentare la facoltà di Medicina e che sono di fatto da aggiungere alle tasse di iscrizioni anche pagamenti supplementari con cifre che superano gli ottomila euro il quadro che ne deriva è tragico.

Se poi si verifica che per un simile ladrocinio di massa si formano gruppi affaristici che includono tra i propri organizzatori docenti universitari e impiegati dello stesso ateneo si deve parlare senza ritegno di vere e proprie organizzazioni a delinquere.

Quando si legge ancora, nel rapporto della Guardia di Finanza, che probabilmente molti si iscrivono alle prove con l’unico scopo di far superare il test a veri studenti (che a loro volta li pagano, obbligatoriamente in nero per compiere questo vero e proprio reato) si è presi di fronte a una vera e propria angoscia di fronte a un panorama contrassegnato, soprattutto nella società meridionale, di una vera e propria vocazione alla illegalità e di profonda sfiducia nelle leggi dello Stato. Proprio negli istituti superiori che dovrebbero essere più che mai il tempio dell’uguaglianza e della legge.

Del resto, anche i risultati che fanno vedere i più alti punteggi in alcune università che pure non compaiono come tra le migliori d’Italia sul piano didattico e scientifico non è facile per gli osservatori dei nostri studi credere alla regolarità di quelle prove.

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Pubblicato il: 11.09.07
Modificato il: 11.09.07 alle ore 13.21   
© l'Unità.


Titolo: BRUTTE STORIE... Pensionato ruba per fame in un minimarket a Cagliari
Post di: Admin su Settembre 25, 2007, 04:24:47
CRONACA

Sorpreso dalla negoziante con un pacco di pasta e un pezzo di formaggio

E' stato perdonato: "Nel quartiere in tanti non hanno il denaro per il cibo"

Cagliari, pensionato ruba per fame

"Non ce la faccio ad arrivare a fine mese"

Pensionato ruba per fame in un minimarket a Cagliari


CAGLIARI - Vedovo, 75 anni, una magra pensione da ex artigiano come unico reddito, al 25 del mese ha sempre avuto difficoltà ad arrivarci. Alfredo appartiene a quella schiera sempre più grande di anziani che non riescono più a sbarcare il lunario. La fame ieri l'ha spinto a rubare un pacco di pasta e un pezzo di formaggio dagli scaffali del piccolo negozio di generi alimentari sottocasa, a Cagliari. Ma alla cassa la refurtiva gli è scivolata a terra.

"L'ho visto così triste", ricorda la proprietaria del minimarket. "Aveva le lacrime agli occhi. Prima era sempre stato puntuale nei pagamenti. Forse è colpa di questa crisi..." L'uomo temeva di essere denunciato, invece la proprietaria lo ha perdonato anzi ha dato vita ad una colletta fra gli abitanti del quartiere per assicurargli provviste sufficienti per le prossime settimana.

Is Mirrionis è un quartiere popolare nella periferia degradata del capoluogo. "Nelle nostre strade - confida Valentina Camba, la titolare del negozio dove ha rubato il pensionato - sono tante le famiglie, e non solo di pensionati, che non riescono ad arrivare a fine mese e molto spesso non hanno neppure il denaro per poter comprare qualcosa da mangiare".

Come ripetono da tempo le associazione dei consumatori, "un disagio profondo affligge larga parte di cittadini italiani. E' colpa dei recenti aumenti", denunciano Federconsumatori e Adusbef.

La negoziante di Is Mirrionis queste cose le sa bene: "Da anni, generazioni di famiglie di tutto il quartiere vengono a fare la spesa da noi. E capita spesso che ci chiedano di trascrivere il debito su un quaderno: pagheranno a fine mese, quando ne avranno la possibilità. Non abbiamo mai negato niente a nessuno e mai nella nostra vita lo faremo".

Non l'hanno fatto neppure ieri quando hanno scoperto che il signor Alfredo aveva rubato un pacco di pasta e un pezzo di formaggio. Anzi: hanno pensato che fosse necessaria una colletta per aiutarlo.

"La solidarietà è importante", spiega la titolare del piccolo negozio di alimentari. "Capita spesso, soprattutto quando si consegna la spesa a domicilio, d'incappare in realtà che ti fanno accapponare la pelle. A pochi isolati dal nostro - racconta la commerciante - abita un'anziana che puntualmente scoppia in lacrime perché non ha il coraggio di dire che non ha i soldi per pagare. E noi ogni volta le diciamo che non c'è nessun problema: può pagare quando vuole. In un quartiere popolare come il nostro funziona così. La solidarietà è di casa".

(25 settembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: Cagliari, non si trova il pensionato che ha rubato il pacco di pasta (bufala?)
Post di: Admin su Settembre 26, 2007, 10:39:22
CRONACA

Cagliari, non si trova il pensionato che ha rubato il pacco di pasta


CAGLIARI - Tutte le tv lo cercano, molti cittadini e organizzazioni di solidarietà vogliono dargli una mano: ma il pensionato che a Cagliari ha rubato un chilo di pasta non si trova. Emerge anzi qualche particolare che getta ombre sulla ricostruzione di quanto sarebbe avvenuto, e perfino dubbi sulla stessa veridicità dell'episodio.

Non si trovano, infatti, nè il 75enne che avrebbe rubato un pacco di pasta e un pezzo di formaggio in un piccolo negozio di generi alimentari del quartiere popolare di Is Mirrionis, a Cagliari, nè i proprietari dell'esercizio commerciale che l'avrebbero subito perdonato e poi organizzato iniziative di solidarietà per aiutarlo.

In una e-mail inviata ad agenzie e altri organi di stampa, il presunto titolare del negozio Ignazio Fenudu, di 43 anni (sarebbe originario di Orroli, piccolo centro del nuorese al confine con la provincia di Cagliari, ma anche in questo caso mancano riscontri), spiega al cronista del quotidiano L'Unione sarda - che ha pubblicato la storia - di essere stato subissato ieri di telefonate al suo cellulare ma di non aver risposto a nessuno ("non volevo assolutamente pubblicità raccontando la vicenda del 'signor Nicolo', non ho risposto e non ho intenzione di rispondere").

E', però, un altro il passaggio che ha suscitato perplessità: "Le foto che sono state inviate - scrive sempre il presunto titolare del negozio con riferimento a quella pubblicata dal quotidiano sardo- non appartengono nemmeno al negozio mio e di mia moglie. Ma sono le immagini di un panificio situato all'ingresso di Degioz, capoluogo di Valsavarenghe, in Valle d'Aosta (rintracciabili su google ndr) dove io e mia moglie passiamo abitualmente le vacanze. Dopo che le ho mandate via email mi sono sentito in colpa ma l'ho fatto solo ed esclusivamente per non far riconoscere la nostra bottega di alimentari".

Un particolare quest'ultimo scoperto dal quotidiano "Il Sardegna" del gruppo E-polis che oggi ha titolato "Troupe tv a caccia del supermarket ma nessuno lo trova: è in Val d'Aosta".

Inutile qualsiasi tentativo di mettersi in contatto col signor Fenudu, così come hanno dato esito negativo le ricerche del pensionato da parte dei servizi sociali del Comune di Cagliari.

(26 settembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: Fortugno due anni dopo: suicida il pentito-chiave
Post di: Admin su Ottobre 17, 2007, 11:46:22
Fortugno due anni dopo: suicida il pentito-chiave

Enrico Fierro


L’unico fatto certo è che Bruno Piccolo, il pentito, è morto. Suicida come tutti i disperati. Impiccato in un anonimo appartamento di Francavilla, Abruzzo. Quella corda che si è stretta al collo e che lo ha ucciso, ora rischia di soffocare la verità sull’omicidio di Francesco Fortugno, il vicepresidente del consiglio regionale della Calabria ucciso il 16 ottobre di due anni fa. Piccolo, barista a Locri e mafioso per caso, ha scelto di farla finita il 15 ottobre, a poche ore dal secondo anniversario di quella tragedia.

Una tragedia che ha cambiato la sua vita e il destino dell’intera Calabria. Nell’appartamento che il servizio di protezione dei collaboratori di giustizia gli aveva messo a disposizione sono stati trovati tre biglietti. Parole senza senso. Frasi incompiute. Quasi una prova di scrittura di quella che forse avrebbe dovuto essere una lettera più completa per spiegare le ragioni del suo gesto.

«Io sono un giovane di 29 anni... ». Si legge nel primo. «Mio padre è morto e adesso mia madre vive da sola... Anch’io vivo da solo». Biglietto numero due. Frasi disperate, il racconto di una solitudine immensa. Perché ormai Bruno Piccolo era solo come un cane con la rogna, abbandonato da tutti, senza più nessun legame affettivo. Lo avevano ripudiato tutti. In paese, a Locri, non lo chiamavano più il barista, ma Bruno ’u ndegnu. Tradotto verrebbe l’indegno, ma l’italiano non rende affatto il senso di violenza, di schifo, di emarginazione che la parola detta in calabrese ha la forza di trasmettere. Altro foglio, ultima prova di scrittura. Umore cambiato. «Io sono una persona spensierata. Sono un giovane a cui piacerebbe divertirsi». Fine. E poi un sms trovato sul suo cellulare ed inviato ad un numero intestato ad una donna romena. «Non mi cercare più, è finito tutto... ». La fine di una relazione? Forse. L’ultimo pezzo di vita crollato in testa a Bruno ’u ndegnu.

Bruno Piccolo comincia a diventare l’indegno nel dicembre del 2005. Dall’omicidio di Francesco Fortugno sono passati due mesi. Nessuno sa perché quel politico calabrese, cattolico e per anni nella Dc, sia stato ucciso. Si parla di tutto, si indicano moventi.

Qualcuno si impegna a depistare. Perché hanno deciso di uccidere Franco Fortugno e proprio dentro un seggio delle primarie dell’Ulivo? Gli inquirenti hanno poco o nulla in mano. A Locri Bruno gestisce un bar, si chiama «Arcobaleno», un posto che diventa subito il luogo di ritrovo di Micu Novella, nipote dei Cordì, la cosca più potente del paese, Salvatore Ritorto e altri ragazzotti che fanno piccoli lavori per la «famiglia». Armi, rapine, droga. Si fanno le ossa prima di fare il grande salto nella ’ndrina. Mentre serve caffè e prepara dolci, Bruno ascolta i discorsi di quei picciotti. Si esalta quando sente i loro racconti di rapine, attentati e sparatorie per mettere in riga qualcuno. Si inebria quando tocca le loro armi. Quei picciotti lo affascinano.

«Dottore, io lavoro da quando avevo dieci anni. Ma sapevo che avvicinandomi a queste persone avrei potuto chiedere qualcosa. Io una cosa sola volevo: vendetta. Sì, volevo vendicarmi del farmacista di Locri. Mio padre stava lavorando a sistemare una casa sua quando cadde dall’impalcatura e morì. Lui non lo aiutò, lo trattò peggio di un cane. Ecco: volevo un po’ di giustizia per mio padre. Volevo ammazzarlo, il farmacista, ma gli ho bruciato solo la macchina». Piccolo racconta così i motivi che lo spinsero ad entrare in quel gruppo che tutti dicevano vicinissimo ai Cordì. E lo fa all’inizio del suo pentimento. «Si tratta di un soggetto - scrivono i pm della procura antimafia di Reggio - per lungo tempo educato all’importanza del lavoro che entra a far parte di un gruppo malavitoso composto da soggetti criminali più grandi di lui. E per questo entra dal grado più basso, quello del galoppino». È un tormento autentico, quello di Bruno il barista. Una lunga sofferenza vissuta nel carcere di Sulmona, che non sfugge ai vertici della cosca Cordì. A Locri si mormora, Bruno non sopporta il carcere. Lui e i suoi compari sono in galera per fatti che ancora non hanno attinenza con l’omicidio Fortugno, ma la polizia ha intercettazioni telefoniche, riscontri. Bruno può fornire elementi importanti.

I Cordì lo sanno e da quel momento iniziano a fare pressioni enormi su di lui e sulla sua famiglia. 3 dicembre 2005, Vincenzo Cordì incontra i suoi familiari nel carcere di Palmi dove è detenuto. «Piccolo è a Sulmona - dice - ci mandai a Filippo Barreca, così se lo prende lui quando sa che è con noi». 13 dicembre, Piccolo riceve la visita della madre e di uno zio. «Sta fermo, Bruno. Non ti scantare. Non parlare, tu non sei preparato a queste cose. Ricordati che hai due sorelle». 19 dicembre. Vincenzo Cordì gli scrive una lunga lettera. Paterni consigli e velate minacce. «L’importante in questi luoghi - scrive il boss - è stare tranquilli. Farsi la galera con onestà. Parlare poco e solo quando è necessario, e se c’è qualcuno che fa il furbo e ti dice chissà quanta galera ti fai, tu gli rispondi che non importa. L’importante è uscire a testa alta. Che la galera a noi non ci impressiona».

Come si fa resistere? Il carcere, la famiglia, quella di sangue, che ti rinnega, l’altra, quella di mafia, che ti preme fino a farti impazzire. Ma Bruno non molla, anche quando vogliono farlo passare per matto. Scavano nella sua vita privata: ha tentato il suicidio, pippava cocaina, lo hanno riformato dal servizio militare. Lui resiste, dalla sua ha la relazione del professor Chimenez che lo visita in carcere e lo giudica «munito di validi poteri attentivi e percettivi».

Davanti ai magistrati di Reggio dice tutto. Indica i nomi e l’organigramma del gruppo, parla dei Cordì e per la prima volta dell’omicidio Fortugno. «Dottore - dice al pm Marco Colamonici - ero a conoscenza di fatti che per me erano un peso enorme che non riuscivo più a portarmi dietro. Io non ho mai ucciso nessuno». Bruno fa i nomi, parla di Salvatore Ritorto (il presunto killer), di Micu Novella, il nipote dei Cordì, dice tutto quello che sa della «politica». Ma soprattutto aiuta Novella, il pentito numero due, a pentirsi e a gettare uno squarcio di luce importante sull’assassinio del vicepresidente del Consiglio regionale. Da allora Bruno Piccolo è ’u ndegnu. Scacciato da tutti.

Solo una lontana parente, dicono al servizio di protezione dei pentiti, aveva chiesto di fargli visita. La mamma e le sorelle no. Lui era ormai perso. Morto per i suoi. Forse è per questo che ha deciso di uccidersi a poche ore dal secondo anniversario di quel 16 ottobre che ha cambiato il destino suo e dell’intera Calabria.


Pubblicato il: 17.10.07
Modificato il: 17.10.07 alle ore 13.04   
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Titolo: BRUTTE STORIE. Il terribile segreto della contessa Thyssen (festino con strage)
Post di: Admin su Ottobre 19, 2007, 10:47:42
Quella notte l’Armata Rossa era a pochi chilometri da Rechnitz ma arrivò a massacro compiuto

Il terribile segreto della contessa Thyssen

Un festino nazista con strage di ebrei

Il 24 marzo del ’45 nel castello austriaco furono uccise 200 persone


BERLINO — Ci sono storie che, come i peggiori fantasmi, restano nell’aria per decenni. Poi, all’improvviso, si materializzano e lasciano senza fiato.

Questa è una di quelle. La notte tra il 24 e il 25marzo 1945, le truppe dell’Armata Rossa erano a 15 chilometri dal castello di Rechnitz, sul confine tra Austria e Ungheria, residenza di Margit Thyssen-Bornemisza, maritata al conte Ivan Batthyany. Che il Terzo Reich fosse al crollo era chiaro, ma gli dei caduti erano più sprezzanti e mostruosi che mai. Margit organizzò l’ultima festa: 40 persone, tra Gestapo, SS e giovani nazisti. Fino a mezzanotte, balli, vino, liquori. A quel punto, però, serviva qualcosa di speciale che potesse fare ricordare quei momenti cruciali.

Franz Podezin, un amministratore della Gestapo che aveva anche una relazione sessuale con la Thyssen-Bornemisza, prese l’amante e una quindicina di ospiti, li armò e li accompagnò a una vicina stalla.

In alcuni locali del castello, erano ospitati (in condizioni tremende) circa 600 ebrei che avevano il compito di rafforzare le difese della zona e Podezin ne aveva presi 200, non più in grado di lavorare, e li aveva portati in quella stalla. Raggiuntala assieme agli ospiti li invitò a sparare «a qualche ebreo». Cosa che i pazzi ubriachi fecero dopo avere fatto denudare le vittime. Un massacro. Un certo Stefan Beiglboeck, la mattina dopo, ancora si vantava di averne massacrati sei o sette a mani nude. Tutti morti, tranne 15 che dovettero scavare le fosse e che il giorno successivo furono ammazzati a loro volta.

I sovietici arrivarono pochi giorni dopo, il 29 marzo, e il 5 aprile compilarono un rapporto nel quale dicevano che «in tutto sono state trovate 21 tombe» ciascuna delle quali conteneva dai dieci ai dodici corpi. «Apparentemente — aggiungeva — sono stati colpiti con bastoni prima di essere uccisi» con armi da fuoco. Il documento fu ritenuto propaganda comunista e dimenticato.

Poi, negli Anni Sessanta, alcuni processi per stabilire i fatti finirono in nulla dopo l’omicidio di due testimoni chiave. Un giornalista austriaco, negli Anni Ottanta, abbandonò un’inchiesta dopo avere ricevuto minacce. E una registrazione inviata alla tv viennese Orf, nella quale una vecchia testimone oculare raccontava la sua storia, andò perduta. Margit Thyssen-Bornemisza scappò in Svizzera, dove il padre Heinrich aveva vissuto durante la guerra—a villa La Favorita di Lugano — e da dove aveva diretto le forniture di acciaio emunizioni che le sue fabbriche garantivano al Terzo Reich. Morì nel 1989, mai perseguita, dopo essere tornata sul luogo del massacro, per una battuta di caccia. Questo è il terribile segreto dei Thyssen-Bornemisza così come lo ha ricostruito e raccontato David Litchfield, un autore inglese, qualche giorno fa sull’Independent di Londra e, ieri, sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, probabilmente il giornale tedesco più autorevole.

 E qui sta la parte interessante dello sviluppo che potrebbe avere la storia: per la prima volta, in Germania si parla apertamente di una vicenda che tocca il cuore della famiglia Thyssen, una delle più famose e ricche d’Europa, industriali, collezionisti d’arte e jet-set di prima fila. Che la dinastia si fosse arricchita con le forniture militari durante la prima guerra mondiale e poi durante il nazismo è cosa nota anche se poco raccontata. Ora, però, le accuse arrivano direttamente in casa, in Germania. Ed è quella notte del marzo 1945 che può diventare il tragico fantasma dei Thyssen-Bornemisza.

Danilo Taino
19 ottobre 2007

da corriere.it


Titolo: Re: BRUTTE STORIE... Cogne, depositate le motivazioni
Post di: Admin su Ottobre 19, 2007, 10:49:08
ULTIMO MINUTO - CRONACA

Cogne, depositate le motivazioni

"Conflitto interiore all'origine dell'omicidio"


ROMA - Sono state depositate oggi le motivazioni della sentenza con cui la Corte d'Assise d'Appello di Torino ha condannato a 16 anni di carcere Annamaria Franzoni per l'omicidio del figlio Samuele. "La causa scatenante" di quello che i giudici definiscono "un massacro" risiederebbe, "in un conflitto interiore" di Annamaria Franzoni. Il documento è di 533 pagine e spiega perchè secondo i giudici la donna è colpevole e perchè c'è stata una riduzione di pena rispetto al primo grado. Stando alle motivazioni Il conflitto della Franzoni "aveva radice nell'ambito familiare". In particolare nella "difficile gestione da parte sua dei due figli bambini, gestione caratterizzata da sopraffaticamento e da stress".

Quella di Annamaria Franzoni, continuano i giudici, è stata una "condotta efferata, un dolo intenzionale di omicidio che ha superato in un breve momento ogni freno". Una violenza che non si fermò neanche davanti alla reazione di Samuele che "tentò un debole atto di difesa restando ferito alla mano".

(19-10-2007)


Titolo: Il siriano Kamel A., calunniato ed espulso
Post di: Admin su Ottobre 22, 2007, 09:18:46
Il siriano Kamel A., calunniato ed espulso

La notizia è apparsa su qualche giornale nel febbraio scorso, proprio mentre alla Camera si discuteva l'ipotesi di consentire agli ufficiali dei Servizi di opporre, anche se imputati, il segreto di Stato. Le polemiche attorno alla norma "salva Pollari" - come veniva chiamata perché pareva cucita addosso all'appena rimosso capo del Sismi coinvolto nelle indagini sul sequestro di Abu Omar - quasi nascosero quel fatterello. E anzi l'avrebbero del tutto oscurato se anch'esso non avesse chiamato in causa l'ex capo del nostro servizio segreto militare e una sua allarmata dichiarazione di un anno prima, precisamente del 13 gennaio del 2006.

"Un cittadino straniero - aveva fatto sapere quel giorno il generale, che era ancora al comando del Servizio - è coinvolto in un progetto terroristico da porre in essere nel territorio nazionale, in particolare nella città di Milano". Quindi la dettagliata descrizione di un attentato che sarebbe stato compiuto a qualche settimana dalle elezioni politiche "in modo da condizionarne l'esito". Qualcosa di terrificante, quanto e peggio le bombe nella stazione di Madrid. Due cariche esplosive programmate per esplodere a mezzora l'una dall'altra, "in modo da causare il maggior numero di vittime".

La notizia del febbraio scorso era che l'intera ricostruzione del temuto attentato, così come l'allarme rosso antiterrorismo a Milano, si erano fondati sulle dichiarazioni di un sospetto calunniatore. Un cittadino libanese squattrinato il quale si era fatto venire l'idea di conquistare delle benemerenze trasformandosi in informatore dei servizi segreti. E aveva deciso così di accusare di terrorismo il suo coinquilino Kamel A., un siriano. Questi era stato subito sottoposto a pedinamenti e intercettazioni, tutte le sue amicizie e frequentazioni erano state passate al setaccio. Ma alla fine sia la Digos di Milano, sia il sostituto procuratore incaricato dell'indagine, Maurizio Romanelli, erano arrivati alla conclusione che il libanese si era inventato tutto. E, infatti, nei suoi confronti, era stato anche aperto un procedimento penale per calunnia.

Poiché il personaggio del momento era il generale Pollari, la notizia - a parte alcune ovvie e legittime domande sull'affidabilità di un servizio segreto che si fa ingannare così facilmente da un millantatore - si fermava qua, sovrastata dalle polemiche politiche. Nulla si diceva della sorte di Kamel A., il siriano calunniato. Eccola.

La mattina del 23 febbraio del 2006, poco più di un mese dopo l'allarme terrorismo di Pollari e mentre erano in corso gli accertamenti che avrebbe dimostrato la sua assoluta innocenza, la polizia aveva sfondato la porta della casa di Kamel A., l'aveva portato in questura e quindi caricato un aereo per Damasco. Questo in base all'allora appena emanato "Decreto Pisanu", la norma che consente di disporre l'espulsione di uno straniero per il semplice sospetto di terrorismo.
Nel caso specifico, come si legge nella tortuosa motivazione, perché Kamel A. era ritenuto "referente di un complesso e consolidato circuito relazionale con esponenti del radicalismo islamico implicati in progettualità terroristiche". Le accuse che si stavano rivelando false false, per gli autori del provvedimento di espulsione continuavano a essere valide.

Giunto in Siria, Kamel A. è stato preventivamente chiuso in un carcere a Damasco, "interrogato" secondo le usanze locali, ed è tornato libero due settimane dopo. La scoperta della sua innocenza, l'incriminazione del calunniatore, non hanno determinato la revoca del provvedimento. Da mesi l'hanno chiesta, al Tar del Lazio, i suoi avvocati. L'udienza ancora non è stata fissata. Kamel A. è ancora in Siria. Al momento dell'espulsione era titolare di un regolare permesso di soggiorno, di contratto di lavoro, ed era incensurato.

(glialtrinoi@repubblica.it)

(21 ottobre 2007)


Titolo: Vittorio Emiliani - Parma, lo scempio del parcheggio
Post di: Admin su Ottobre 24, 2007, 06:26:49
Parma, lo scempio del parcheggio

Vittorio Emiliani


A Parma l’amministrazione di centrodestra insiste, tenace, per stravolgere l’antica zona, centralissima, della Ghiara che sta fra la mole farnesiana della Pilotta e il fiume Parma. Luogo di mercato all’aperto, di fiere, di tornei equestri e di commerci minuti, di socializzazione popolare fin dal 1180, e poi, in modo stabile, dal 1827 con le Beccherie realizzate per la illuminata Maria Luigia d’Austria dal bravo architetto Nicola Bertoli (purtroppo distrutte, improvvidamente, nel 1929). Prima il sindaco Ubaldi, poi il suo successore, e quasi discendente di tanta stirpe, Pietro Vignali si sono applicati a un maxi-progetto cementizio che prevede lo sfondamento di un terzo della piazza.

Il motivo? Ricavare un primo piano scoperto nell’interrato e altri due piani sottoterra per magazzini e garage. Una tettoia molto evidente dovrebbe poi alzarsi oltre il parapetto del Lungoparma. In un primo tempo si pensava anche di passare sotto i resti del ponte romano della Ghiara “valorizzando” ben bene anche quel manufatto. Poi, in un soprassalto di pudore, ci si è rinunciato. Essendo il tutto in project financing, è chiaro che, al di là dei 25 milioni di euro dell’appalto, comunque succulenti, bisogna comunque dare all’operazione, tutta privata, un rendimento, un profitto piuttosto sostenuto.

L’amministrazione di centrodestra si è mossa con molta sbrigatività sloggiando subito i banchi di vendita tradizionalmente presenti e gli ambulanti e dando vita ad uno strano pre-contratto di assegnazione senza avere ancora acquisito alcun parere da parte delle due Soprintendenze competenti. E qui è cascato l’asino. Nel senso che la pratica di Ubaldi-Vignali è finita dove doveva finire - Parma è un valore planetario e il suo centro antico è sempre più ammirato - cioè all’esame dei Comitati di settore del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Quello per i Beni storico-artistici ha pensato bene di inviare nella capitale dei Farnese un suo “scout” di valore come il professor Carlo Bertelli, noto storico dell’arte, già soprintendente a Brera. Il quale è tornato portando con sé una ricca documentazione, anche fotografica. Per dire un no secco al maxi-progetto in project financing e sì, invece, ad una riqualificazione “leggera” di quest’area: con «un flessibile moderno mercato mobile», scrive Bertelli, «dove gli esercenti abbiano garantiti i luoghi dove caricare e scaricare, i magazzini e le rimesse delle auto», con una «occupazione temporanea, e non definitiva, dello spazio aperto». Come si è fatto, con criteri aggiornati, in altre piazze di mercato tradizionalissime, per esempio a Campo de’ Fiori al centro di Roma. “Andare in Ghiara”, era un’espressione tipica nella parlata dei popolani di Oltretorrente che si recavano, al di là del ponte, nel cuore della Parma dei palazzi nobili, ma pure dei mercati, ancor oggi estesi, il mercoledì e il sabato, dalla Stazione ferroviaria a piazza Verdi, «fino a congiungersi (cito sempre il professor Bertelli) con il mercato stabile». Ma «l’area di Piazza della Ghiara», nota lo studioso, «si distingue per il suo carattere radicato di centro del commercio al minuto».

Già, ma i due sindaci di centrodestra si sono forse preoccupati, prima di lanciarsi nella discutibile impresa, di interpellare i cittadini e soprattutto i più diretti interessati, cioè i commercianti della Ghiara parmigiana? Neanche per idea. Hanno pensato loro per tutti. Allora la meritoria associazione cittadina Monumenta, presieduta dall’avvocato Arrigo Allegri, ha fatto, nell’estate scorsa, quello che il Comune - forse distratto, chissà - non aveva pensato di fare, ha cioè distribuito un limpido questionario in oltre 150 copie per verificare su quello opinioni e opzioni. E qui l’asino è cascato un’altra volta. Nel senso che appena sette dei commercianti fissi della piazza interessata hanno detto di approvare il maxi-progetto della Giunta di centrodestra. Mentre il 93 per cento l’ha sonoramente bocciato. Risultato analogo fra gli ambulanti del mercato bisettimanale: su 43 interpellati, appena due i favorevoli, 18 i contrari e, in questo caso, un po’ più le schede bianche (23). Ma, insomma, bocciatura secca su tutta la linea.

A questo punto però l’amministrazione si era già lanciata nella demolizione dei box, nel pre-contratto milionario (senza aggiudicazione e col rischio di dover sborsare 1.050.000 euro, soldi di tutti, a quel punto), nel mandare allo sbaraglio, cioè via dalla Ghiara, boxisti e ambulanti. E quindi non le restava che prendersela fieramente con le Soprintendenze parmigiane, col Ministero (e quindi con la “solita Roma”), colpevoli di ritardare un così illuminato e “gradito” progetto, scagliando anatemi contro l’associazione «Monumenta», giocando persino la carta di un “diffida”, condita da gratuiti insulti ai membri del Consiglio Superiore. La colpa non è di chi ha forzato tempi e procedure, ma di chi vuol vederci chiaro in un progetto pesante che interessa una zona storicamente strategica del centro storico di Parma. Possibile che prima Ubaldi e poi Vignali ignorassero che esistono normative rigorose intonate all’articolo 9 della Costituzione e quindi procedure per la tutela che portano i progetti fino ai Comitati di settore del Consiglio Superiore dei Beni Culturali? Non le ignoravano. Tant’è che nello strano bando di gara è stata inserita la clausola in base alla quale l’aggiudicazione avrebbe avuto luogo compatibilmente col benestare delle Soprintendenze. Può darsi però che si illudessero che i tempi fossero ancora quelli “dolci” del ministro Giuliano Urbani di Forza Italia, il quale “epurò” di forza lo stesso Consiglio Superiore e poi, di fatto, lo tenne chiuso per anni. Ma con Rutelli quell’organismo, composto da competenti di vaglia, c’è ed è stato riportato in onore. Sul mega-pasticcio della Ghiara di Parma non sono possibili ambigue mediazioni. La questione va risolta al più presto nel senso previsto, con rigore e con chiarezza, dai Comitati di settore: con un investimento assai più modesto e più rapido, dotare di infrastrutture e servizi leggeri piazza della Ghiara, come chiedono commercianti e ambulanti e restituirla agli stessi. «Pensare a parcheggi sotterranei nelle vostre città storiche», ha sentenziato di recente sir Richard Rogers, gran consulente di Tony Blair, «è una pura idiozia. Noi, a Londra, negli ultimi quarant’anni non abbiamo creato, neppure un parcheggio sotterraneo». I londinesi vanno a piedi, in bus, in metrò e in bicicletta. A Parma, si sa, la bicicletta va ancora, alla grande, ben più che a Londra.

Pubblicato il: 24.10.07
Modificato il: 24.10.07 alle ore 10.08   
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Titolo: Toni Jop Fontana di Trevi: il vandalo e il ridicolo (che non ci sia di peggio)
Post di: Admin su Ottobre 24, 2007, 06:30:40
Fontana di Trevi: il vandalo e il ridicolo

Toni Jop


Calma, calma, non spingete: siete proprio sicuri che, di fronte all’acqua della Fontana di Trevi arrossata dall’anilina, possiamo strapparci le vesti per l’indignazione senza sfiorare il ridicolo? Non c’è giornale perbene, non c’è telegiornale perbene che non abbia incoraggiato l’opinione pubblica a lanciarsi sullo scivolo di un «orrore», velenosamente glamour, temperato solo dal fatto che alla fine l’attentatore è stato identificato. Si capisce ciò che sta alle spalle: se qualunque pirla ora si mette a colorare le fontane d’Italia è un bel guaio, se si permette a chiunque di intervenire arbitrariamente sui nostri monumenti giusto per garantire visibilità ai nessuno di massa, possiamo chiudere la baracca italia e buttare la chiave.

Ma c’è modo e modo. Intanto, vai col ralenti: ecco le immagini rubate al crimine; scandiscono un tempo segreto inchiodato dall’occhio semprevigile di una telecamera nascosta, appostata ‘n coppa ‘a Fontana che Totò voleva vendere a un turista facoltoso. Morto Totò, c’è la minaccia integralista in agguato, non vogliamo sottovalutarla e quella telecamera fa il suo giusto mestiere. Purtroppo, la sicurezza, a dispetto del genere femminile del vocabolo, ha un carattere decisamente macho e come tale fortemente esposto (o esposta?) al contatto ridicolo con la banalità disarmata. Le immagini: i tg ci danno dentro. Seguiamo il vandalo in azione; lui, il fessacchiotto, - raccontano - non sapeva di essere nel mirino della sicurezza, ecco il vandalo camuffato, sperava di farla franca, guardate com’è bardato per non farsi riconoscere, eccolo che getta nell’acqua la misteriosa pozione, ma è tutto registrato, non la scamperà, e infatti le forze dell’ordine lo hanno già individuato. Togli l’audio e forse capisci che: c’è un tipo nascosto un bel niente e gli manca solo di salutare la mamma mentre la telecamera lo inquadra implacabile. Del resto, lui non può non sapere che c’è almeno un occhio elettronico attorno alla fontana più celebre della terra. Eccolo lì che nemmeno protetto da un comune momento confusionale della piazza, svuota un secchiello di roba nell’acqua bassa della fontana e tutto inizia a tingersi di rosso. Fuga a tutta velocità a bordo di un paio di piedi con scarpe. Lasciandosi alle spalle un pacco di volantini dal testo sbiellato, una intenzione per niente creativa, la delusione per l’assenza di una desiderabile soggettività artistica nonché il crimine orrendo, uno specchio d’acqua rosso carminio che racconta le forme morbide della vasca in modo inconsueto, dirompente, visivamente eccitante; quella macchia di rosso omogeneo vìola il regime grigio intenso del marmo, spiazza il monumento, gli solleva le gonne, lo fa ridere di imbarazzo di fronte al mondo. E non gli procura danno permanente.

Un frammento di action painting meno invasiva degli imballaggi con cui Christo si è divertito a vestire, ad esempio, il Reichstag di Berlino. Quel gesto, rubricatelo come volete, ma - parola di antifascista militante - è stato un inedito, anche se mediocremente consapevole, modello di scrittura che è entrato in relazione - senza permesso, è vero - con il cuore immobile della monumentalità italiana, immobile solo per chi ci crede. Poiché gli stessi organi di informazione che oggi si sbracciano indignati per questo lampo di situazionismo d’accatto che pretende una matrice futurista, raramente sottolineano come l’uso di massa stia sgretolando questo parco monumentale, lo sta corrompendo, non meno di molti restauri, a dispetto di qualunque programma di conservazione. Ma lì corre il dané e tutto è allora possibile, mentre in quella immagine di Fontana di Trevi incendiata dall’anilina non corre un «bezzo» e i costi della ripulitura verranno secondo giustizia addebitati al vandalo «criminale». Avviso a quanti ora sognano di replicare il gesto: non fatelo, sareste solo dei pirla che copiano il compito altrui.


Pubblicato il: 24.10.07
Modificato il: 24.10.07 alle ore 10.09   
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Titolo: Parla il carceriere:«L'ordine di sciogliere nell'acido il piccolo Di Matteo ...
Post di: Admin su Novembre 04, 2007, 09:29:37
3/11/2007 (8:27)

"Così quel bambino uccise Cosa Nostra"
 
Parla il carceriere:«L'ordine di sciogliere nell'acido il piccolo Di Matteo fece perdere ai clan faccia e rispetto della gente»

FRANCESCO LA LICATA
ROMA


«Lo chiamavano ‘u canuzzu’, ma non era un vezzeggiativo. Non era un modo amorevole per indicare un cucciolo. No, il piccolo Giuseppe Di Matteo aveva fatto la fine che fanno i ‘canuzzi’ in campagna: legati al collare, picchiati e poi ammazzati. Lo abbiamo ucciso, il piccolo Giuseppe, forse perché era diventato un problema, ancor di più di quando lo avevamo preso e tenuto prigioniero nella speranza di convincere il padre, il pentito Santino Di Matteo a ritrattare tutte le accuse che aveva rivolto contro Giovanni Brusca, contro Totò Riina e Leoluca Bagarella. E contro tutta la mafia. Più di due anni era durata la sua prigionia e per tutto quel tempo il padre aveva resistito e tenuto duro, continuando a collaborare coi giudici. Ecco perché Giuseppe alla fine era un problema: perché sulla sua pelle si giocava l’immagine di Cosa nostra e dei suoi capi. Fu Brusca a ordinare di affucarlo con la corda e poi sciogliere il corpo nell’acido. Era andato fuori di testa il boss, una volta tanto gelido da essere stato prescelto per premere il pulsante assassino che mise fine alla vita di Giovanni Falcone, della moglie e della scorta. Non ragionava più. Non c’era verso di fargli capire che l’uccisione del bambino sarebbe stato un terribile boomerang per tutte le “famiglie”. Era come accecato. E così pronunciò quell’ordine che, una volta emesso, nessuno poteva più raddrizzare senza correre il rischio di rimetterci la pelle. Chi poteva trovare il coraggio di “far ragionare” Giovanni Brusca? Così, mentre tutti restavamo prigionieri della paura, il piccolo Giuseppe scivolava verso una fine ingiusta e terribile. Ma non fu una vittoria della mafia. Un terribile castigo, anzi, si abbattè su Cosa nostra: come in un’esplosione atomica il clan dei corleonesi si è liquefatto. Riina è in galera e pure Provenzano e Bagarella e tutti i capi. Giovanni ed Enzo Brusca sono diventati pentiti. Anche Enzo Chiodo, che passò la corda attorno al collo di Giuseppe ora è collaboratore. E pure io, che mi porto appresso l’incubo di non aver saputo salvare Giuseppe. Ci credevamo immortali e potenti, noi uomini dei corleonesi. Avevamo messo nel conto di poter cambiare in nostro favore anche le sventure più grandi. E per fermare il pentito Di Matteo abbiamo scelto il ricatto più ignobile, prendergli il figlio. Così credevamo di aver risolto il problema ma invece andò a finire che quel bambino morto ammazzato, un bimbo, sconfisse la mafia. Fu peggio di una sconfitta militare, perché Cosa nostra perse la faccia e il rispetto della gente».

Sembra un ragazzino Giuseppe Monticciolo, il mafioso che racconta di essere stato incaricato da Giovanni Brusca di «risolvere il problema del bambino». Adesso che non è più un boss della mafia dice di sentirsi più libero. Vive nel Nord dell’Italia e da otto anni si è assuefatto alla vita del «signor nessuno»: anonima tranquillità, casa e lavoro. «Ma non sono stato mai così appagato», dice adesso accettando di incontrare il cronista in un posto «neutro». Soltanto oggi torna alla ribalta per aver scritto in un libro, affidandola al giornalista dell’Unità Vincenzo Vasile, «la storia del mio rapporto col piccolo Di Matteo» («Era il figlio di un pentito». Bompiani. pagg.203 E.15).

E’ un viaggio difficile, quello di Monticciolo. Lui sa che difficilmente potrà invocare perdono e comprensione. Ma cerca di «spiegare», nei limiti di una logica troppo lontana per chi non sta dentro gli ingranaggi mafiosi, il meccanismo, la trappola, «l’inganno» dice l’ex boss, che può portare l’uomo a trasformarsi in lupo. E racconta di quando «ammazzavo i cristiani senza pensare che stavo togliendo la vita ad esseri umani e padri di famiglia». Anche se poteva servire da alibi «la consapevolezza che a parti invertite le vittime non avrebbero avuto problemi a trasformarsi in carnefici». Già, andavano così le cose: «mi sentivo gratificato se il mio capo, Giovanni Brusca, sceglieva me per un omicidio “difficile”». Rivede mentalmente il film, Monticciolo. E tira fuori dalla moviola il campionario degli orrori. Come quando Bagarella «pretese che si uccidessero Giovanna Giammona, una donna, e il marito, Franco Saporito». Uno squadrone della morte partì alla volta di Corleone ed eseguì la sentenza in piazza: «Venne pure Bagarella perché voleva che si sapesse che la decisione era sua, anche contro la linea pacifista di Provenzano». Solo poco tempo prima «avevamo ucciso un commerciante, sempre a Corleone, perché Bagarella era convinto che congiurasse contro il nipote Giovanni, il figlio grande di Totò Riina».

Eccolo il delfino di don Totò, oggi condannato all’ergastolo proprio a causa delle confessioni di Monticciolo. Un ragazzetto ancora neppure diciottenne ma tanto determinato da rispondere allo zio (Bagarella) che chiede l’ennesimo omicidio: «Come lo dobbiamo ammazzare?». Così, senza l’ombra dell’indecisione.

In questo clima, Giovanni Brusca si imbarca nel «pessimo affare» del sequestro Di Matteo. Dice Monticciolo: «Pensava di averla vinta facilmente, anche perché contavamo nelle contraddizioni interne alla famiglia del bambino. Sapevamo che il nonno, il papà di Santino, non avrebbe esitato anche a sacrificare il figlio per salvare il nipote». E invece non andò così: caddero nel vuoto - per più di due anni - i messaggi terrificanti, le foto, i video inviati alla famiglia. Il piccolo Giuseppe, «sempre più magro, coi capelli lunghissimi, un fagotto di poco più di trenta chili che imprecava contro quel pentito di suo padre che lo aveva abbandonato» venne spostato per mezza Sicilia, affidato a mafiosi che lo vedevano come un «impiccio». Poi dovette occuparsene Monticciolo, dopo aver costruito un bunker, nella casa di campagna dei Brusca, che potesse ospitarlo. Ma era la fine. Così il pentito ricorda l’ultimo viaggio: «Infransi la regola che mi impediva di aver rapporti col bambino e ci parlai. Ricevetti una lezione di dignità, non mi permise mai di oltraggiarlo. Ricordo che, bendato, sentì il mare e i profumi dei fiori. Mi chiese di poterli vedere e toccare. Non potevo accontentarlo. Al contrario, però, riuscii a fargli avere diverse riviste sui cavalli. Gli piaceva cavalcare. Quando arrivò l’ordine feci in modo che non dovessi essere io a stringere il laccio. Questo incubo continua a vivere con me».

da lastampa.it


Titolo: «Ero spaventata e mi sono tappata le orecchie»
Post di: Admin su Novembre 07, 2007, 11:27:05
I verbali

Perugia, la verità di Amanda: lei era con Patrick e gridava

«Ero spaventata e mi sono tappata le orecchie»

 
PERUGIA — «Patrick e Meredith si sono appartati nella stanza di Meredith, mentre io mi pare che sono rimasta in cucina. Non riesco a ricordare quanto tempo siano rimasti insieme nella camera ma posso solo dire che a un certo punto ho sentito delle grida di Meredith e io spaventata mi sono tappata le orecchie. Poi non ricordo più nulla, ho una grande confusione in testa. Non ricordo se Meredith gridava e se sentivo anche dei tonfi perché ero sconvolta, ma immaginavo cosa potesse essere successo». È l'alba di ieri. Amanda Knox, l'amica americana di Meredith che con lei condivideva l'appartamento, racconta di aver assistito all'omicidio. Cede di fronte alle contestazioni dei poliziotti che l'accusano di aver mentito quando ha raccontato di essere uscita di casa alle 17 del primo novembre e di essere tornata soltanto la mattina dopo, quando è stato trovato il corpo straziato di Meredith. Il suo fidanzato Raffaele Sollecito è stato sentito qualche ora prima e ha già ammesso che quell'alibi è falso, pur negando di aver partecipato al delitto. Amanda capisce di non avere via d'uscita, però si ritaglia un ruolo marginale. Accusa Patrick Lumumba Diya di essere l'assassino. Il suo racconto è confuso, si capisce che la ragazza non dice tutta la verità. Ma il pm ritiene che le sue dichiarazioni siano comunque sufficienti per firmare il provvedimento di fermo anche nei confronti dei due uomini.


I «non ricordo» di Amanda

Il racconto della giovane statunitense comincia alle 5.45 di ieri mattina. «Voglio riferire spontaneamente quello che è successo perché questa vicenda mi ha turbata profondamente e ho molta paura di Patrick, il ragazzo africano proprietario del pub Le Chic dove lavoro saltuariamente. L'ho incontrato la sera del primo novembre dopo avergli mandato un messaggio di risposta al suo, con le parole "ci vediamo". Ci siamo incontrati intorno alle 21 al campetto di basket di piazza Grimana e siamo andati a casa mia. Non ricordo se la mia amica Meredith fosse già a casa o se è giunta dopo. Quello che posso dire è che si sono appartati». Entra nei dettagli, descrive il momento della violenza. Poi aggiunge: «Ho incontrato Patrick questa mattina (il 5 novembre ndr) davanti all'università per Stranieri e mi ha fatto alcune domande. Voleva sapere che domande mi erano state fatte dalla polizia. Penso che mi abbia anche chiesto se volevo incontrare i giornalisti, forse al fine di capire se sapevo qualcosa della morte di Meredith». Poi parla del fidanzato: «Non sono sicura se fosse presente anche Raffaele quella sera, ma ricordo bene di essermi svegliata a casa del mio ragazzo, nel suo letto, e che sono tornata al mattino nella mia abitazione dove ho trovato la porta aperta». I poliziotti della squadra mobile e dello Sco, il servizio centrale operativo, danno atto al termine del verbale che «la Knox si porta ripetutamente le mani alla testa e la scuote ». Scrive il pm nel provvedimento di fermo: «Il rapporto sessuale tra Meredith e Patrick deve ritenersi di natura violenta, considerato il contesto particolarmente intimidatorio nel quale si è svolto e nel quale la Knox deve ritenersi abbia dato comunque un contributo al Diya».

Le bugie del fidanzato

I tabulati telefonici esaminati dalla polizia postale si sono rivelati fondamentali per ricostruire gli spostamenti dei ragazzi. E per smentire quanto avevano sino ad allora affermato. Il primo ad ammettere di aver «raccontato un sacco di cazzate» è Sollecito. Il giovane viene convocato in questura alle 22.40 del 5 novembre, due sere fa. Dopo la scoperta del cadavere di Meredith era già stato interrogato, ma aveva detto di non sapere che cosa fosse accaduto: «Ero fuori con Amanda», si era giustificato. Ora capisce che la situazione è cambiata. E così decide di modificare anche la propria versione. Il verbale di Raffaele Sollecito comincia alle 22.40 di martedì. «Conosco Amanda da due settimane. Dalla sera in cui l'ho conosciuta lei ha cominciato a dormire a casa mia. Il primo novembre mi sono svegliato verso le 11, ho fatto colazione con Amanda, poi lei è uscita e io sono tornato a letto. L'ho raggiunta a casa sua verso le 13-14. C'era anche Meredith che è uscita frettolosamente verso le 16 senza dire dove andasse. Io e Amanda siamo andati in centro verso le 18 ma non ricordo che cosa abbiamo fatto. Siamo rimasti in centro fino alle 20.30 o 21. Io alle 21 sono andato da solo a casa mia, mentre Amanda ha detto che sarebbe andata al pub Le Chic perché voleva incontrare dei suoi amici. A questo punto ci siamo salutati. Sono andato a casa, mi sono fatto una canna, ho cenato, ma non ricordo che cosa ho mangiato. Verso le 23 mi ha chiamato sull'utenza fissa di casa mio padre. Ricordo che Amanda non era ancora tornata. Ho navigato al computer per altre due ore dopo la telefonata di mio padre e ho smesso solo quando Amanda è rientrata, presumibilmente verso l'1. Non ricordo bene come fosse vestita e se era vestita allo stesso modo di quando ci siamo salutati prima di cena. Non ricordo se quella sera abbiamo consumato un rapporto sessuale. La mattina successiva ci siamo svegliati verso le 10 e lei mi ha detto che voleva andare a casa a farsi una doccia e cambiarsi gli abiti. Infatti è uscita verso le 10.30 e io mi sono rimesso a dormire. Quando è uscita Amanda ha preso anche una busta vuota, dicendomi che le sarebbe servita per metterci i panni sporchi. Verso le 11.30 è ritornata a casa e ricordo che si era cambiata i vestiti. Aveva con sé la solita borsa». È a questo punto che, secondo Sollecito, Amanda gli avrebbe detto di essere preoccupata. «Mi ha raccontato — sostiene il giovane — che quando è arrivata a casa sua ha trovato la porta d'ingresso spalancata e tracce di sangue nel bagno piccolo. Mi ha chiesto se la cosa mi sembrava strana. Io gli ho risposto di sì e le ho consigliato di telefonare alle sue amiche. Lei mi ha detto di aver telefonato a Filomena (un'altra ragazza che abita nella casa dell'omicidio ndr), mentre ha detto che Meredith non rispondeva».

Il ritorno a casa

I due vanno insieme nell'appartamento. E così Sollecito ricostruisce quei momenti: «Lei ha aperto la porta con le chiavi e sono entrato. Ho notato che la porta di Filomena era spalancata con dei vetri per terra e la camera tutta in disordine. La porta di Amanda era aperta e invece era tutto in ordine. Poi sono andato verso la porta di Meredith e ho visto che era chiusa a chiave. Prima ho guardato se fosse vero quello che mi aveva detto Amanda sul sangue nel bagno e ho notato gocce di sangue sul lavandino, mentre sul tappetino c'era qualcosa di strano, una sorta di mista acqua e sangue, mentre il resto del bagno era pulito.... Il resto era in ordine. In quel mentre Amanda entrava nel bagno grande e usciva spaventata e mi abbracciava forte dicendomi che prima, quando aveva fatto la doccia, aveva visto delle feci nel water che invece adesso era pulito. Mi sono chiesto che cosa stesse succedendo e sono uscito per vedere se riuscivo ad arrampicarmi sulla finestra di Meredith... Ho cercato di sfondare la porta ma non ci sono riuscito e a quel punto ho deciso di chiamare mia sorella e mi sono consigliato con lei perché è un tenente dei carabinieri. Mi ha detto di chiamare il 112, ma nel frattempo è arrivata la polizia postale. Nel precedente verbale vi ho riferito un sacco di cazzate perché lei mi aveva convinto della sua versione dei fatti e non ho pensato alle incongruenze».

Fiorenza Sarzanini
07 novembre 2007

da corriere.it


Titolo: "Volevamo divertirci poi ho sentito le urla"
Post di: Admin su Novembre 07, 2007, 11:30:10
CRONACA

IL RETROSCENA. Amanda e il ricordo di quella notte.

Le accuse all'amico africano "Diya la voleva, io e Raffaele siamo andati in un'altra stanza..."

"Volevamo divertirci poi ho sentito le urla"

di CARLO BONINI


COSA è accaduto dunque tra la mezzanotte e le tre della notte tra l'1 e il 2 di novembre? Amanda Marie Knox racconta la morte di Meredith Kercher così. "Quella sera, volevamo divertirci un po'", dice. Lei, il suo ragazzo, Raffaele Sollecito, il congolese Diya Patrick Lumumba. "Abbiamo invitato anche lei a farlo". Diya "la voleva". "Io e Raffaele siamo andati in un'altra stanza. Poi ho sentito le urla...".

Lunedì notte, nell'ammettere la sua presenza sulla scena del crimine, nell'accusarne quale autore materiale Lumumba, Amanda Marie Knox consegna a chi la ascolta una sequenza di fatti che, a prescindere se o meno veri, accompagnata da un affollato quadro indiziario, consente di associare tre nomi a un reato da ergastolo. Ma la sua confessione, per quel che se ne può capire in queste ore, lascia monca la ricostruzione delle ultime ore di Meredith, il peso e la condivisione della responsabilità nella sua morte.

Amanda è una bugiarda. Per quattro giorni, non ha mai smesso di mentire. E forse, lo diranno le prossime ore, continua a farlo. Almeno in parte. La mattina in cui viene scoperto il cadavere di Meredith, si fa "sorprendere" dai vicini e dalla polizia mentre, "sconvolta" rientra in casa per "scoprire" cosa vi è accaduto in sua assenza. Quindi, per quattro giorni, si afferra ad un alibi di cartapesta, secondo cui avrebbe trascorso la notte del delitto fuori da casa, insieme al fidanzato Raffaele.

Quando poi Raffaele la contraddice e finisce con il sostenere che, in realtà, la notte del delitto lei e Amanda si sono separati, spiega di essere sì tornata nella casa che divideva con Meredith, ma di non ricordare nulla di ciò che era accaduto. "Avevo bevuto. Mi sono addormentata". Quindi, l'ammissione. "Lui (Lumumba) la voleva... Ho sentito le urla".

Giuliano Mignini, il pm incaricato di venire a capo del delitto, è un magistrato prudente. Sa che le parole di Amanda sono sufficienti a un fermo che fissa un primo punto in questa storia, ma non spiegano ancora tutto. Che saranno un'eccellente leva per stimolare la memoria di Raffaele Sollecito (che ha sin qui continuato a negare la sua presenza nella casa di Meredith e Amanda), mettendone alla prova le sue confuse dichiarazioni. Per chiedere conto a Lumumba (non ancora interrogato) dei suoi spostamenti di quella notte. Ma, appunto, sono parole che ancora non completano definitivamente il quadro.

Le circostanze acclarate dicono che l'ultima persona ad ascoltare la voce di Meredith prima che incontri i suoi assassini (o il suo assassino) è la madre, in Inghilterra. Meredith la chiama alle 21.30 del 1 novembre. È in casa (almeno così le dice), dove è rientrata dopo aver cenato dalla sua amica Sophie, con cui ha visto un film in dvd ("The notebook" di Nick Cassavetes).

Verosimilmente (la circostanza non è ancora accertata), Meredith in quel momento è sola. E soltanto dopo qualche ora la raggiungeranno Amanda, Raffaele e Diya. Qui, se Amanda dice il vero, le viene offerto di "divertirsi un po'". Qui, se Amanda dice il vero, Meredith resiste a Diya e, lontana dagli occhi dei due fidanzati, paga con la morte. Tra la mezzanotte e le tre del mattino, secondo il referto medico-legale. Più probabilmente, intorno alla mezzanotte.

La posizione del cadavere, l'assenza apparente di segni di trascinamento, le tracce di sangue concentrate nelle immediate vicinanze del corpo, lasciano pensare a chi lavora all'indagine che Meredith venga uccisa nella sua stanza, ai piedi del letto. Esattamente dove verrà ritrovata il mattino successivo. Stando all'esame autoptico, prima di morire, ha avuto un rapporto sessuale non consenziente.

L'assassino (o gli assassini) l'hanno quindi uccisa con un colpo di "arma da taglio e punta" inferto al collo, da sinistra verso destra e ne hanno quindi ricoperto il corpo seminudo con un piumone, prima di richiudersi la porta della sua stanza alle spalle, assicurandola con alcune mandate di una chiave di cui si libereranno. Al pari dell'arma.

Per gli investigatori, a prescindere dalle parole di Amanda, quel che accade di lì in avanti sarebbe "ragionevolmente provato" da indizi di natura scientifica e tecnica. Prima di lasciare la casa, l'assassino (o gli assassini) simulano goffamente un tentativo di furto, sfondando il vetro di una delle porte-finestra con una pietra che sarà ritrovata nel salotto. Forse (ma questo lo potranno dire solo esami scientifici ancora in itinere) abbozzano una "ripulitura" della scena del crimine.

Quindi, una volta fuori della colonica, si liberano dei due cellulari di Meredith scagliandoli nel giardino di una villetta distante meno di un chilometro (l'esame delle impronte sui due apparecchi è risultato impossibile perché maneggiati da troppe mani dopo il loro ritrovamento da parte della padrona della villa).

Poi, si separano. Il traffico dei tabulati telefonici tra le tre utenze (Amanda, Raffaele e Diya) nelle ore immediatamente successive al delitto, sembra indicare che i due fidanzati si riuniscono, mentre Lumumba prende un'altra strada. In ogni caso - sostiene un investigatore - quelle chiamate provano la falsità degli alibi inizialmente forniti da Amanda e dal fidanzato Raffaele.

Nell'appartamento, la polizia scientifica, insieme al sangue, ha individuato alcune decine di impronte e sta lavorando all'individuazione di possibili tracce di liquido seminale che verranno presto incrociate con campioni biologici prelevati dai fermati. Potranno aiutare a stabilire se Amanda ha cominciato a dire la verità o ne continua ad occultare parte significativa.


(7 novembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: "I Savoia chiedono 260 milioni - E' il risarcimento per i 54 anni di esilio"
Post di: Admin su Novembre 20, 2007, 06:53:59
ULTIMO MINUTO - CRONACA

Ballarò: "I Savoia chiedono 260 milioni

E' il risarcimento per i 54 anni di esilio"


ROMA - I Savoia chiedono 260 milioni di euro allo Stato italiano. 170 milioni di euro è la richiesta di Vittorio Emanuele; 90 milioni quella di suo figlio Emanuele Filiberto, più gli interessi. Vogliono il risarcimento dei danni morali per i 54 anni di esilio. Inoltre i Savoia vogliono la restituzione dei beni confiscati dallo Stato al momento della nascita della Repubblica Italiana. Lo rivela un servizio che andrà in onda questa sera su Rai Tre a Ballarò.

La famiglia Savoia "ha chiesto ufficialmente i danni al Governo Italiano", anticipa la redazione del programma televisivo. "La richiesta è arrivata circa 20 giorni fa con una lettera di sette pagine inviata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al presidente del Consiglio Romano Prodi dai legali dei Savoia Calvetti e Murgia. Tra i motivi della richiesta di risarcimento illustrati nella lettera e spiegati da Emanuele Filiberto in un'intervista all'interno del servizio ci sono - spiega la redazione del programma - "i danni morali dovuti alla violazione dei diritti fondamentali dell'uomo stabiliti dalla Convenzione Europea per i 54 anni di esilio dei Savoia sanciti dalla Costituzione Italiana".

"Secca la replica del governo attraverso il segretario generale della presidenza del consiglio Carlo Malinconico che spiega -conclude la redazione di Ballarò. "Il Governo non solo non ritiene di dover pagare nulla ai Savoia, ma pensa di chiedere a sua volta i danni all'ex famiglia reale per le responsabilità legate alle note vicende storiche".

(20-11-2007)

da repubblica.it


Titolo: "Il re del mattone ha evaso 6 milioni"
Post di: Admin su Dicembre 01, 2007, 11:13:03
Indagine della Finanza: in 40 anni di attività nessun contratto regolare, falsificati anche i timbri per le registrazioni

"Il re del mattone ha evaso 6 milioni"

Alessandro Cori


Il costruttore Sergio Brusori affittava in nero 256 immobili

Gli agenti della Gdf hanno censito 115 case e 135 uffici fra Bologna e provincia  Appartamenti per studenti, magazzini utilizzati da stranieri e intere palazzine abitate da famiglie. Tutti immobili rigorosamente in affitto e tutti rigorosamente in nero. Secondo la Guardia di finanza, a gestire le proprietà, sparse tra Bologna e provincia, c´era una sola famiglia che a partire dagli anni ‘60, mattone dopo mattone, ha tirato su un vero e proprio impero sconosciuto all´erario: ben 256 immobili per un´evasione totale di 6,5 milioni di euro, solo dal 2003 ad oggi. Per alcuni di questi immobili il contratto non era mai stato registrato, per altri era stata depositata una documentazione falsa.

Quando, a marzo, le Fiamme gialle si sono imbattute in due capannoni industriali (affittati a cinesi clandestini) di proprietà della stessa persona, hanno avuto qualche sospetto e hanno deciso di fare accertamenti. Mano a mano che le indagini andavano avanti quello che emergeva è sembrato sempre più sorprendente perfino agli agenti. La famiglia proprietaria dei due capannoni possedeva, oltre a quelli, più di 250 immobili: la maggior parte li aveva costruiti il capofamiglia, il 72enne Sergio Brusori, con la sua impresa edile chiusa poi a metà degli anni ‘90. Nessun appartamento di lusso, auto di grossa cilindrata o yacht parcheggiati all´estero, i Brusori non hanno mai dato nell´occhio, a loro "bastava" il mattone. A carico di Sergio Brusori, pende anche una accusa di sfruttamento della prostituzione, per fatti risalenti al 1997. Anche allora, come in questo caso, nella vicenda furono coinvolte le figlie.

Degli immobili in "nero" finora scoperti, sono 115 gli appartamenti a uso abitativo, alcuni a Bologna (via San Gervasio, via dei Lapidari, via Dallino) ma molti di più quelli in provincia. Altri 135 invece, ad uso ufficio, si trovano soprattutto ad Argelato. Basti pensare che a Funo ci sono strade intere in cui tutti i magazzini sono di proprietà dei Brusori.

Le verifiche fiscali effettuate dalla Guardia di finanza sulla famiglia hanno rivelato che nelle dichiarazioni dei redditi c´erano unicamente le rendite catastali degli immobili: che si aggiravano intorno ai 40-50 mila euro a testa. Uno sproposito. Questo ha fatto scoprire l´incredibile numero di proprietà, poi risultate quasi tutte affittate in nero. E, in quei pochi casi in cui un contratto c´era (27 su 250) era stato falsificato il timbro e dichiarato una cifra fasulla. Dagli accertamenti fatti finora, le fiamme gialle parlano di un reddito complessivo evaso, da parte dei componenti della famiglia, di almeno 6 milioni e mezzo di euro. A cui sono da aggiungere 200 mila euro evasi per il mancato pagamento dell´imposta di registro e quelli relativi all´Ici, ancora da quantificare ma certamente «decine di migliaia di euro» dice il colonnello della Gdf Gianfranco Frisani. Nei pochi casi in cui la famiglia Brusori aveva depositato un contratto di affitto, aveva provveduto a falsificare il timbro di registrazione del contratto e anche il modulo F23, che serve per il versamento dell´imposta di registro, pagata al 50% dall´inquilino.

I finanzieri, coordinati nelle indagini dal pm Enrico Cieri, hanno accertato questo "mondo sommerso" bussando alla porta di ciascuno dei 256 immobili e facendo compilare agli inquilini il questionario relativo agli affitti in nero. Ora i quattro componenti della famiglia (padre, madre e due figlie), più un genero, sono stati denunciati per dichiarazione fiscale infedele e falsificazione di impronta di pubblica certificazione.

(30 novembre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: Malata per il tribunale, era in regata giudice punita col trasferimento
Post di: Admin su Gennaio 14, 2008, 12:55:49
CRONACA

Cecilia Carreri, magistrato a Vicenza, in permesso per sei mesi a causa di un forte mal di schiena, partecipava a gare estreme in barca a vela

Malata per il tribunale, era in regata giudice punita col trasferimento

Il Csm le ha tolto un anno di anzianità e l'ha spostata d'ufficio

Ha detto che lo sport le era stato prescritto come cura

 
ROMA - In ufficio non poteva andare per un mal di schiena talmente forte da impedirle di stare addirittura seduta. In barca vela, però, riusciva a muoversi con disinvoltura tanto da partecipare a una difficile regata in preparazione di una transaoceanica. Cecilia Carreri, giudice per indagini preliminari in servizio a Vicenza, è stata "condannata" dalla sezione disciplinare del Csm a una sanzione tutto sommato lieve: la perdita di un anno di anzianità e il trasferimento ad altro ufficio.

La vicenda risale al 2005 ed è arrivata al Consiglio superiore della magistratura grazie a un rapporto del presidente della Corte d'appello competente che raccontava come la collega si fosse "assentata dall'ufficio a più riprese e per periodi molto lunghi per motivi di salute" ma che tutto ciò non le aveva impedito di "svolgere 'attivita' fisica altamente impegnativa". Quindi il Pg della Cassazione Mario Delli Priscoli aveva promosso il procedimento contestando alla donna di aver "gravemente mancato ai propri doveri".

Nel 2005, la skipper con la toga aveva goduto prima di 45 giorni, poi di sei mesi di aspettativa per ragioni di salute, dal 26 febbraio al 26 agosto. Ma tra luglio e agosto di quell'anno aveva partecipato, a bordo di "Mare verticale" alla Rolex Fastnet race, una gara tra le imbarcazioni di altura che si disputa al largo delle coste della Gran Bretagna e che è preparatoria della transoceanica Transat Jacques Vabre. Una circostanza impossibile da negare, visto che della presenza del giudice-skipper dava conto il diario di bordo scaricato da un sito Internet, con tanto di foto e di un suo pensiero. Ma non era bastato. Dal 30 agosto al 28 ottobre il magistrato con la passione della vela aveva preso un ulteriore periodo di aspettativa per malattia, al termine del quale aveva partecipato in congedo ordinario alla transoceanica. La sua presenza a quest'ultima regata aveva avuto una "vasta eco" sulla stampa nazionale e locale e persino sul quotidiano francese "Liberation". Delle sue avventure estreme, in mare, in montagna, anche in solitaria, esiste in rete abbondante documentazione. Cecilia Carreri ha anche un bel sito nelle quali le racconta e ne ha scritto almeno un libro intitolato, appunto, "Mare verticale".

Lei, però, raggiunta telefonicamente dall' Ansa, dice: "Non sono io. Non mi riconosco in quella notizia. Ma se se vuole parliamo di vela e di alpinismo. La regata transoceanica che ho fatto l' ho compiuta in un periodo di ferie accordato dal presidente del Tribunale. Il ritorno mediatico che c'è stato è stato solo un fatto positivo che ha dato onore e prestigio alla magistratura".

Tutto ciò, però, aveva provocato "disagio" e "commenti critici" tra i colleghi e gli avvocati del suo distretto, quantomeno sorpresi dal fatto che il giudice-skipper avesse potuto partecipare a una "prova così fisicamente impegnativa" dopo 9 mesi di congedo per malattia.

Invano davanti al Csm, la Carreri si è difesa spiegando che attività sportive di una certa difficoltà e di livello elevato le erano state "caldamente prescritte" per la sua patologia e che in ogni caso le sue assenze non avevano determinato alcun disservizio. "Le fatiche sportive, sicuramente, non sono state oggetto di prescrizioni mediche" l'ha contraddetta il Csm, citando i suoi stessi certificati medici. Nessun dubbio, dunque, sulla sua colpevolezza: "Nel partecipare alle regate veliche nei periodi di aspettativa concessi per motivi di salute ha violato i doveri di correttezza". Ma non solo: la grande eco data alla sua partecipazione alla regata "ha determinato indubbiamente un grave danno alla immagine del magistrato e alla credibilità dell'istituzione giudiziaria".

(13 gennaio 2008)

da repubblica.it


Titolo: Rosa Bazzi: «Vedo il fantasma di Raffaella»
Post di: Admin su Gennaio 20, 2008, 04:48:53
Strage di Erba

Rosa Bazzi: «Vedo il fantasma di Raffaella»

Frasi da brivido nei pizzini di Olindo: «Avevi tutto e ci hai rovinato. Che cosa vuoi ancora da noi?»
 
 
COMO – A volte ritornano.
Rosa Bazzi ha confessato al marito Olindo Romano, in un colloquio avvenuto nel carcere di Como dove i due sono rinchiusi per aver sterminato la famiglia di Azouk Marzouk, che di notte Raffaella viene a trovarla.

O meglio, non proprio Raffaella, ma il fantasma della donna massacrata in casa dalla coppia di vicini.


DICE CHE ABBIAMO FATTO BENE - «Oggi a colloquio con la mia vita – Olindo chiama così, “la mia vita”, la moglie Rosa Bazzi – mi ha raccontato che sono alcune notti che vede Raffaella davanti alla sua branda, come quella sera, con il sangue che le scende sul volto e i colpi che io le ho inferto quando la uccidemmo. Le ha detto che abbiamo fatto bene a uccidere».

Sono frasi da brivido quelle che Olindo Romano scrive nei suoi «pizzini», trovati in una Bibbia e ora nelle mani del sostituto procuratore Massimo Astori, che si prepara all'apertura del processo prevista per il 29 gennaio.


L’INCUBO - In uno di quei messaggi descrive l'incubo che sua moglie avrebbe raccontato nel maggio scorso. «Raffaella vaga tra i due mondi nel vento finché anche lei non troverà la sua pace. Noi ti sentiamo. Ti abbiamo perdonato. Siamo pentiti anche se non completamente. Un giorno ti perdoneremo con tutto l'amore dei nostri cuori. Ci hai rovinato la vita e il resto della nostra esistenza. Dicci cosa vuoi, noi te lo daremo affinché tu possa trovare la pace. Avevi tutto e ci hai rovinato. Che cosa vuoi ancora da noi che stiamo scontando le nostre pene per causa tua e della tua famiglia?
Anche per noi verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Raffaella».


20 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Il mistero degli 8 scheletri nel bosco
Post di: Admin su Gennaio 21, 2008, 12:29:56
In Florida è Caccia al serial killer.

I volti delle vittime ricostruiti da una scultrice

Il mistero degli 8 scheletri nel bosco

I cadaveri appartengono a uomini uccisi dalla fine degli anni Ottanta al Duemila. Ora due hanno un nome


ST. PETERSBURG (Florida) — Arcadia Street porta fino ad un boschetto fitto, chiuso tra la zona industriale di Fort Myers e l'autostrada. Una zona poco frequentata, terreno di scambio tra malavitosi e deposito di resti di animali. Alle 10.30 del 23 marzo di un anno fa, un funzionario incaricato di eseguire un sopralluogo si inoltra fra gli alberi. Fa due passi e scorge «qualcosa» che spunta tra le foglie. Un altro passo. Il «qualcosa » gli buca lo stomaco: è un teschio. E non sarà l'unico. Prima del tramonto la polizia scopre i resti scheletriti di almeno otto individui. La Omicidi chiede aiuto alla Scientifica, convoca specialisti, ingaggia periti che hanno lavorato sulle vittime dell'11 settembre. Ad un antropologo forense è affidato il compito di «leggere le ossa», ad un botanico l'analisi del terreno, all'unità «scomparsi » l'esame delle denunce.

Passano i mesi prima che la polizia arrivi alle prime conclusioni. Le persone sono state assassinate tra la fine del 1980 e il 2000. Sono di razza bianca o ispanica; tutti, con l'eccezione di uno, hanno una buona dentatura; la loro età è compresa tra i 20 e i 40 anni. Non c'è traccia di vestiti né di un anello o di una collanina. Nulla che possa fare da gancio per l'inchiesta, affidata ai sergenti Jennifer De Soto e Barry Lewis. La polizia, come spesso accade nei casi freddi, si affida ai miracoli del laboratorio e all'aiuto dei cittadini. Vengono lanciati appelli in tv, si spera che qualche parente di scomparso si faccia vivo. Sarà il test del Dna a confermare l'esistenza di un legame. È così che il sergente De Soto arriva al primo break nell'indagine.

A novembre la Scientifica conferma che due degli scheletri appartengono a Erik Kohler e John Bevlins, due ventenni scomparsi nel 1995. Non si conoscevano tra loro, l'unico punto in comune una vita da vagabondi, tra denunce e piccoli crimini. Avevano rotto i ponti con la famiglia, nessuno li cercava. Li ha invece trovati l'assassino. Il profilo delle prime due vittime e la cattiva dentatura di uno degli scheletri spinge i poliziotti a pensare che il killer abbia scelto i suoi obiettivi tra quanti vivono al margine della società. Prede facili. Ma è solo un'ipotesi, lontana comunque dalle voci in città che parlava di Arcadia Street come del «cimitero della mafia».

In passato, una famiglia di Cosa Nostra aveva scaricato i corpi dei nemici eliminati in un boschetto. Una teoria che affascina ancora l'addetto alla stazione di servizio. Per lui gli otto «sono tizi che hanno combinato qualche guaio con le persone sbagliate». I sospetti che salgono dalla strada non distraggono il sergente De Soto da altre piste. Una è quella che porta al «sentiero del maiale selvatico». Sembra il titolo di una favola è invece la storia truce di un serial killer, Daniel Conahan, in prigione per l'uccisione di un giovane. Gli inquirenti non escludono che sia coinvolto in almeno altri cinque omicidi che presentano analogie con la vicenda degli scheletri. E una mancata vittima è stata trascinata da Conahan in una zona boscosa vicina ad Arcadia Street.

Il presunto killer ha sempre respinto ogni accusa denunciando di essere perseguitato perché gay. Inoltre alcune delle vittime sarebbero state assassinate dopo la sua cattura. Senza un vero sospetto la polizia si è rivolta, per la seconda volta, all'opinione pubblica. Venerdì sono stati mostrati i volti, ricostruiti da una scultrice forense del Wyoming, dei sei scheletri ancora da identificare. Sei teste senza corpo che colpiscono per la loro eccessiva somiglianza. L'angosciante passerella è finita, sabato sera, nella popolare trasmissione dedicata ai super ricercati d'America. La ballata degli scheletri continua.

Guido Olimpio
21 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Ennio Caretto - Una croce sul fiume riapre il giallo dell'amante di Jfk
Post di: Admin su Gennaio 31, 2008, 04:29:45
Mai trovato l'assassino. La pista dei servizi segreti

Una croce sul fiume riapre il giallo dell'amante di Jfk

Mary fu uccisa un anno dopo Kennedy.

Le voci su un diario segreto ispirarono le teorie sul complotto

 
WASHINGTON — Una croce di legno bianca misteriosamente riapparsa sul sentiero tra il fiume Potomac e il canale di Georgetown, lungo cui i washingtoniani fanno quotidianamente jogging, è al centro di un nuovo giallo sui Kennedy. Alla croce è affissa una cartolina rossa con l'Aquila americana, che contiene all'interno la fotografia di una donna e due scritte: «Mary Pinchot Meyer, 1920 — 1964» e «Ciliegie nella neve ». S'ignora chi ve l'abbia piantata e la Guardia forestale, che in passato asportò più volte identiche croci dallo stesso posto (le insegne private sono vietate nei parchi pubblici) indaga per scoprirlo. Ma l'America si chiede se quest'ultima croce non celi un messaggio, se qualcuno non stia per svelare chi e perché uccise Mary Pinchot Meyer.

La donna, ex moglie di Cord Meyer (direttore dell'Ufficio disinformazioni della Cia) e amante di John Kennedy, venne assassinata su quel punto del sentiero un anno dopo l'omicidio del presidente, e due anni dopo il suicidio, vero o presunto, di un'altra amante di lui, Marilyn Monroe. Ma non si trovò mai l'assassino, né si appurarono i suoi moventi.

A suo tempo, la tragedia venne ricostruita nei particolari. Mary, una pittrice di successo, lasciò il suo studio nel primo pomeriggio del 12 ottobre del '64 per fare jogging come al solito, risalendo il fiume. Un tenente dell'aeronautica, William Mitchell, che procedeva in senso contrario, la vide passare seguita da un uomo a una distanza di circa 200 metri. Poco più tardi, Henry Wiggins, un meccanico che lavorava a un'auto in panne sulla strada sopra il canale, sentì grida d'aiuto e due colpi di pistola. Gettò uno sguardo sul sentiero, vide una donna sanguinante a terra, sovrastata da un uomo, e corse al più vicino distributore di benzina. La polizia giunse subito e arrestò un giovane nero, Raymond Crump, mentre usciva dal fiume grondante d'acqua. Ma al processo, Crump, che si dichiarò innocente, fu assolto per insufficienza di prove.

Ben Bradlee, il futuro direttore del Washington Post, che avrebbe denunciato lo scandalo Watergate nel '72, era il cognato di Mary, ne aveva sposato la sorella Tony. Nel suo libro di memorie ha raccontato che quella notte ricevette due telefonate «che conferirono al delitto una nuova dimensione». La prima, del tutto inaspettata, da Parigi, fu di Pierre Salinger, l'ex portavoce del presidente Kennedy. La seconda, invece attesa, da Tokio, fu di Anne Truitt, una scultrice, la migliore amica della Meyer. La Truitt gli chiese di recarsi d'urgenza a casa di Mary per recuperare «un importante diario». Scossi, Ben e Tony Bradlee lo fecero la mattina successiva, e vi incontrarono con loro sorpresa James Angleton, il direttore del controspionaggio della Cia: i tre rinvennero il diario, lo lessero, si resero conto del rapporto segreto tra Mary e John Kennedy, ne giudicarono il contenuto delicato, e dopo qualche tempo lo distrussero.

La tragica scomparsa di Mary Pinchot Meyer generò teorie opposte: chi sostenne che fu uccisa perché in possesso di informazioni sull'assassinio Kennedy, indizi di un complotto della Cia; e chi affermò che la scoperta della tresca avrebbe danneggiato il clan Kennedy. Anni più tardi, alla pubblicazione delle memorie di Timothy Leary, il guru psichedelico, emerse una terza tesi: che Mary fosse stata assassinata per questioni di droga. «Mary — riferì Leary — mi telefonò poche ore dopo la morte di John Kennedy piangendo: "Aveva appreso troppe cose, non riuscivano più a controllarlo. Sono spaventata"». A oltre quarant'anni di distanza, l'America vorrebbe sapere la verità. Ma non sono molte le probabilità che quella croce bianca sul sentiero lungo il fiume sia il preannuncio che la verità sta per emergere. Semmai, il mistero s'infittisce.


Ennio Caretto
31 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Quando Lo Piccolo perorava la causa degli scappati
Post di: Admin su Febbraio 08, 2008, 11:09:42
MAFIA

Quando Lo Piccolo perorava la causa degli scappati

Il boss e i pizzini a Bernardo Provenzano per favorire gli esponenti del clan Inzerillo fuggiti in Usa negli anni '80


 PALERMO - «Si tratta di un impegno e di una decisione di almeno 25 anni fa, da allora ad oggi molte persone non ci sono più. Siamo arrivati al punto che siamo quasi tutti rovinati, e i pentiti che ci hanno consumato girano indisturbati. Purtroppo ci troviamo in una situazione triste e non sappiamo come nasconderci». Con queste parole il boss Salvatore Lo Piccolo cercava di convincere Bernardo Provenzano ad autorizzare il rientro in Sicilia dei cosiddetti 'scappati', esponenti del clan Inzerillo costretti, negli anni '80, dalla commissione provinciale di Cosa nostra, a lasciare la Sicilia dopo la guerra di mafia.

La vicenda è descritta in uno dei capitoli del provvedimento di fermo disposto dalla direzione distrettuale antimafia di Palermo. Nel pizzino, Lo Piccolo si rivolge al padrino di Corloene chiedendogli di arruolare gli Inzerillo «che non escono fuori dal seminato». «Comunque - conclude la lettera - in ogni caso qualsiasi decisione prenderete sarà fatto». Ma Provenzano, che deve fare i conti anche con chi, come il boss Nino Rotolo, del reintro degli esuli non vuole sentir parlare, è consapevole che il suo eventuale assenso potrebbe scatenare una nuova guerra di mafia. Per questo prende tempo e non si pronuncia mai in modo definitivo sulla vicenda. Dei cosiddetti scappati si torna a parlare in Cosa nostra nel 2004 col rientro in patria di Rosario Inzerillo, detto Sarino, fratello di Totuccio, Santo e Pietro, tutti morti nella guerra di mafia. «Lo schieramento, capeggiato da Rotolo - scrivono i magistrati - si opponeva al rientro degli Inzerillo, principalmente per il timore di possibili propositi di vendetta non disgiunti dal riconoscimento delle potenzialità degli avversari; dall'altra parte, una pluralità eterogenea di soggetti mafiosi, alcuni dei quali storicamente legati agli Stati Uniti d'America e alle famiglie della Lcn (La Cosa Nostra) statunitense, tra i quali spicca la figura di Salvatore Lo Piccolo, era invece favorevole».

Per capire le preoccupazioni di Rotolo rispetto al rientro dei nemici basta solo una frase detta dal capomafia a un suo fedelissimo nel 2005 e intercettata dalla polizia. «Michè (Michele Oliveri n.d.r.) - dice Rotolo - Non è che ci possiamo scordare, perchè se questi prendono campo ci scippano le teste a tutti». E sulla annosa vicenda gli investigatori, grazie alle intercettazioni, sono riusciti a sapere anche il punto di vista di alcuni esponenti del clan Inzerillo. Come Francesco che, detenuto, in un colloquio in carcere, invita i nipoti Gianni e Pino a non rimanere in Italia. «Non dall'Italia - dice - devi andare via dall'Europa.. non si può stare.. non si può lavorare liberamente.. moralmente.. Qua futuro non c'è, mi dispiace; è una bella terra, ma futuro non ce ne è. Se tu vuoi un pò di pace, te ne devi andare fuori».


07 febbraio 2008

da corriere.it


Titolo: Il New Jersey e quel cadavere ammanettato nella macchina
Post di: Admin su Febbraio 08, 2008, 11:10:38
Le indagini: Un omicidio avvenuto nel 1982 e svelato solo nel 2005

Il New Jersey e quel cadavere ammanettato nella macchina

L’ultima generazione pronta ad archiviare i vecchi odi


PALERMO — «C’è una bomba nella macchina parcheggiata davanti all’hotel Hilton di Mont Laurel», disse la voce anonima che aveva telefonato all’ufficio di polizia del New Jersey, Stati Uniti, il 14 gennaio 1982.

Il poliziotto andò e vide un’auto Mercury Cougar, con targa della Pennsylvania intestata al ristorante «Joe Pizza» di Filadelfia gestito da un esponente della famiglia Gambino, ricoperta di neve. Non ne scendeva più da due giorni, di neve, e quindi erano almeno due giorni che quella macchina era lì. Quando riuscì ad aprirla, il poliziotto trovò una pistola sotto uno dei sedili anteriori. Si allarmò. Poi guardò nel portabagagli e vide il cadavere di un uomo, con i polsi legati da un paio di manette, congelato e «duro come una roccia», scrisse nel rapporto al giudice. A quell’uomo avevano sparato sei volte, e in bocca avevano infilato una banconota da 5 dollari. Si chiamava Pietro Inzerillo, nato a Palermo 33 anni prima, esiliato negli Stati Uniti dopo che la mafia corleonese aveva ammazzato, in Sicilia, i suoi fratelli Totuccio e Santo.

«Non è chiaro il motivo dell’uccisione dell’Inzerillo Pietro, anche se egli era coinvolto con il traffico di eroina a livello internazionale », concluse il poliziotto nel suo rapporto. A Palermo, invece, fu subito chiarissimo: Pietro, mafioso anche lui, era uno degli «scappati» dalla furia omicida scatenata dalla fazione di Totò Riina contro gli Inzerillo e gli uomini d’onore dell’altro boss concorrente, Stefano Bontate. Uno zio di Pietro, Antonino Inzerillo, due mesi prima era uscito dalla sua casa americana, sempre nel New Jersey, senza tornarci più, e tutti pensavano che fosse rimasto vittima della «lupara bianca»; sicuramente, per andare all’appuntamento con i propri assassini, Pietro aveva seguito qualcuno di cui si fidava e che invece l’aveva tradito.

Ventitré anni dopo, il 30 agosto 2005, nel casotto dove teneva le sue riunioni di mafia, il boss Nino Rotolo—convinto seguace della tradizione «corleonese» — discuteva con un altro capomafia, Antonino Cinà. Non sapevano che una cimice piazzata dalla polizia registrava tutto. Parlavano dell’imminente uscita dal carcere di Tommaso Inzerillo, detto Masino u’ muscuni, nato nel 1949, rientrato in Italia dagli Usa e finito in carcere per vecchie pendenze.

«Masino, quello che era il sottocapo, gli fece la base al fratello di Totuccio per salvarsi lui! — racconta Rotolo a Cinà —. Perciò, vedi che uomo è». «Traditore», riassume Cinà, e Rotolo chiarisce: «In America... gli hanno fatto fare il cambio... Pietro, quello che hanno trovato nel bagagliaio...». Tradotto dal linguaggio malavitoso e dall’intreccio di nomi, Rotolo vuol dire che Masino Inzerillo fece da basista per l’omicidio di suo cugino Pietro (fratello di Totuccio e Santo, già eliminati a Palermo). E «fece il cambio»: aiutò i killer a far fuori Pietro per salvarsi lui.

Non solo. Due mesi più tardi lo stesso Rotolo spiega a un altro interlocutore che Masino Inzerillo ha «portato» ai suoi assassini anche lo zio Antonino, il fratello del padre scomparso poco prima dell’omicidio di Pietro. E lo svela per dire che lui, con un tipo come Masino ’u muscuni non vuole avere niente a che fare. Anche perché ne teme la vendetta, visto che Rotolo partecipò, al fianco di Riina, alla guerra contro gli Inzerillo e all’uccisione di Totuccio. E di Masino dice: «Era uno che addirittura aveva detto che sapeva pure casa mia, e doveva venire lui a casa mia! Non è che me lo posso scordare! Qua ci sono cose personali... ma a questo ce ne possiamo avere fiducia? Ha preso il fratello di suo padre, glielo ha portato e glielo ha fatto affogare. E a suo cugino gli ha sparato lui! Fiducia ne possiamo avere?... S’è venduto il suo sangue e a noi... tu pensi che ha riguardi per noi? Questo è un cane!».

Così parlava il «corleonese» Nino Rotolo, e per i magistrati che ieri hanno fatto notificare a Masino Inzerillo (già nuovamente in galera per un’altra vicenda) un ordine d’arresto per gli omicidi del cugino e dello zio del 1981 e ’82, quei discorsi intercettati valgono più delle parole di un pentito. Un atto d’accusa diretto, inconsapevolmente lanciatogli da un suo nemico interno a Cosa Nostra, dal quale ’u muscuni è chiamato ora a difendersi.

La guerra con gli «scappati» per uno come Rotolo non è ancora finita, e fino ai rispettivi arresti lui e Salvatore Lo Piccolo duellavano a colpi di pizzini (cercando la mediazione dell’attendista Provenzano) per stabilire se intimargli un nuovo esilio—come lui avrebbe voluto — o lasciarli in Sicilia e imbastirci qualche traffico con gli Stati Uniti, secondo il programma di Lo Piccolo. Tra i suoi fedelissimi, però, ce n’era almeno uno che con gli Inzerillo d’oltreoceano era già entrato in contatto: è Gianni Nicchi, tuttora latitante, considerato tra i più pericolosi killer di mafia rimasti in circolazione, nonostante la giovanissima età, 27 anni da compiere la prossima settimana.

 Nicchi è il figlioccio di Rotolo, lo chiama «padrino», e ci sono intercettazioni in cui parlano di omicidi compiuti e da compiere, di come si ammazza meglio, il primo colpo per buttare a terra la vittima e il secondo in testa per finirla, «poi basta». A uno così, di un’altra generazione rispetto a Rotolo, con tutto il rispetto dovuto la guerra agli Inzerillo sembra non interessare più di tanto. Quando il primo della stirpe morì ammazzato, nel maggio 1981, lui era un neonato di pochi mesi e così, nei suoi viaggi in America insieme a Nicola Mandalà (boss di Villabate, quello che organizzò il viaggio di Provenzano nella clinica di Marsiglia), non disdegna affatto d’incontrare e organizzare allegre cene in compagnia delle rispettive fidanzate con Frank Calì, uomo d’onore della famiglia Gambino e cognato di un Inzerillo, Pietro, nipote del Masino ’u muscuni tanto temuto e disprezzato dal suo «padrino» Rotolo. Le foto scattate durante un soggiorno statunitense del novembre 2003 e sequestrate dalla polizia sono piuttosto eloquenti, così come i rapporti dell’Fbi sui contatti newyorkesi di Mandalà e Nicchi col giovane Pietro Inzerillo. In un colloquio registrato Nicchi riferisce a Rotolo dei suoi incontri, assicurandogli che «questo Pietro è amico nostro, Frank Calò (che sarebbe Calì, ndr) è amico nostro...». Nell’ultima generazione mafiosa, evidentemente, quando ci sono affari in ballo le antiche divisioni si superano più facilmente; e anche i vecchi boss che hanno combattuto le guerre tra cosche e continuano a covare rancori, alla fine finiscono per adeguarsi.

Giovanni Bianconi
08 febbraio 2008

da corriere.it


Titolo: Il boia di Pol Pot "Chi entrava doveva morire"
Post di: Admin su Febbraio 10, 2008, 07:57:02
10/2/2008 (7:26) - INTERVISTA A DOUCH

Il boia di Pol Pot "Chi entrava doveva morire"
 
Furono ammazzati in 17 mila. Solo 6 i sopravvissuti
 
Douch parla per la prima volta: “Eseguivo ordini”

VALERIO PELLIZZARI
PHNOM PENH


Douch, il professore di matematica, per quaranta mesi sterminò tutta la classe intellettuale cambogiana con rigore scientifico, dentro il liceo di Tuol Sleng, nel cuore della capitale Phnom Penh, impegnato in un teorema personale di algebra degenerata. La sua voce è bassa, rispettosa, ma nello stesso tempo si snoda senza incertezze e soggezione. Sembra stia recitando un mantra, una preghiera buddista, invece incide la colonna sonora di un incubo ancora carico di interrogativi. E il suo aspetto mite, anonimo, quasi gracile, in nessun modo si concilia con il ruolo del carnefice. Tra il 1975 e l’inizio del 79, durante il regime tenebroso e maniacale di Pol Pot, due milioni di uomini e donne, quasi un terzo della intera popolazione, furono brutalmente eliminati. In mezzo a loro oltre diciassettemila cambogiani - quadri del partito, diplomatici, monaci buddisti, ingegneri, medici, professori, studenti, artisti della antichissima tradizione nazionale di musiche e danze - entrarono nella scuola trasformata in centro di tortura. Solo sei ne sono usciti vivi. Gli altri furono portati alla periferia della città e uccisi in una risaia. Di notte. Uccidere con il buio era una ossessione degli uomini con il pigiama nero, ovunque.

Douch è il soprannome scelto da giovane quando entrò nella guerriglia. Il vero nome è Kang Khek Ieu. Dopo la caduta dei khmer rossi il carnefice si era mescolato con i suoi compatrioti, tra campi profughi e villaggi di provincia, scomparso come tanti nel caos del dopoguerra, inghiottito dal nulla. Si era convertito al cristianesimo attraverso i missionari della Golden West Christian Church di Los Angeles. La sua vera identità è stata scoperta nel '98, e in breve tempo i soldati lo hanno arrestato. Dopo la morte di Pol Pot e di Ta Mok, il «macellaio» zoppo, resta il testimone più inquietante della follia politica progettata dai khmer rossi. Oggi è custodito nella prigione dell’Onu, a Phnom Penh, in attesa che si apra dopo trenta anni e infiniti rinvii il processo ai khmer rossi per genocidio. Ma per oltre otto anni, dopo la cattura, è stato in un carcere cambogiano, controllato dai militari del suo Paese.

Questa è l’unica intervista autorizzata in tutto il periodo di detenzione. Senza registratore, senza macchina fotografica, senza parlare direttamente con lui in francese o in inglese, ma con la mediazione obbligata di un interprete cambogiano. Il generale Neang Phat, segretario di Stato, e altri generali sono seduti nella stessa stanza, ascoltano e scrutano questo uomo indefinibile e inafferrabile, che alcuni di loro vedono per la prima volta. Douch è il ritratto perfetto della banalità e della innocenza del male.

Quando era stato creato il centro di tortura dentro il liceo di Tuol Sleng?
«Il 15 agosto 1975, quattro mesi dopo l’ingresso dei khmer rossi a Phnom Penh. Ma cominciò a funzionare effettivamente solo nel mese di ottobre».

Lei è stato il responsabile fino dall’inizio?
«Sono stato chiamato con l’incarico preciso di crearlo, di metterlo in funzione. Anche se non ho mai saputo perché la scelta fosse caduta su di me. Certo, prima del ‘75, quando i khmer rossi vivevano nella clandestinità, nella giungla, nelle zone liberate, io ero il capo dell’Ufficio 13, ero il responsabile della polizia nella zona speciale confinante con Phnom Penh».

Chi organizzava la vita nel centro, chi decideva i metodi degli interrogatori?
«Quelli che interrogavano venivano in parte dall’Ufficio 13, erano uomini che avevano lavorato con me, ex quadri dell’organizzazione. E poi c’erano quelli provenienti dalla divisione 703, militari, gente che usava violenza e brutalità. Si può dire che i carcerieri erano di due tipi. Quindi il personale della prigione in gran parte non era reclutato da me».

Come si svolgeva la sua giornata in quel luogo?
«Ogni giorno dovevo leggere, controllare le confessioni. Facevo questa lettura dalle sette di mattina a mezzanotte. E ogni giorno, verso le tre del pomeriggio, mi chiamava il professor Son Sen, il ministro della difesa. Lo conoscevo da quando insegnavo al liceo. Era lui che mi aveva chiesto di unirmi alla guerriglia. Mi chiedeva come procedeva il lavoro».

E poi?
Arrivava un messaggero, un emissario, che raccoglieva le confessioni pronte e le portava a Son Sen. Lei sa che i khmer rossi avevano svuotato le città. Non c’era popolazione urbana, le scuole erano chiuse, gli ospedali chiusi, le pagode vuote, le strade vuote. Solo pochissime persone potevano muoversi. Questi messaggeri erano gli unici collegamenti tra un ufficio e un altro. La sera non dormivo a Tuol Sleng. Avevo varie case, e per ragioni di sicurezza dormivo ogni notte in un luogo diverso».

Lei ha avuto momenti di incertezza, dubbi, sentimenti di ribellione mentre sterminava tutta la classe intellettuale del suo paese?
«Per capire quel mondo, quella mentalità, lei deve tenere presente che la pena capitale è sempre esistita in Cambogia».

Anche nei bassorilievi dei templi di Angkor Wat ci sono scene di massacri orrendi, ma erano state scolpite molti secoli fa.
«Certo i capi dei khmer rossi avevano studiato alla Sorbona a Parigi, non erano selvaggi incolti. Ma a Tuol Sleng comunque c’era una convinzione diffusa e tacita, che non aveva bisogno di indicazioni scritte. Io, e tutti quelli che lavoravano in quel luogo, sapevamo che chi entrava lì dentro doveva essere demolito psicologicamente, eliminato con un lavoro progressivo, non doveva avere scampo. Qualsiasi risposta non serviva per evitare la morte».

Sopra di lei qualcuno chiedeva il suo parere?
«Quei metodi non mi convincevano da quando lavoravo all’Ufficio 13. Ma allora, se vuole, c’era il pretesto della lotta rivoluzionaria, della clandestinità, l'idea di neutralizzare le spie infiltrate, o quelle che potevano essere spie. Poi quando è cominciato il lavoro a Tuol Sleng ogni tanto chiedevo ai miei capi: ma dobbiamo usare tutta questa violenza? Son Sen non rispondeva mai. Nuon Chea, il Fratello numero due nella gerarchia del potere, che stava sopra di lui, invece mi diceva: non pensare a queste cose. Personalmente non avevo risposte. Poi con il passare del tempo ho capito: era Ta Mok (considerato da tutti il più sanguinario dei khmer rossi) che aveva ordinato di eliminare tutti i prigionieri. Vedevamo nemici, nemici, nemici dappertutto. Quando scoprii che nella lista delle persone da eliminare c'era anche Von Vet, il ministro dell’economia, rimasi veramente sconvolto, scioccato».

Lo interrompe con rabbia il generale Neang Phat, fino a quel momento composto e taciturno. Si toglie le scarpe, le calze, gli mostra i segni delle torture che ha ancora oggi sulle gambe, a distanza di oltre trenta anni. «Eravamo quattromila uomini nel mio gruppo, siamo sopravvissuti in quattro. E per salvarci siamo dovuti scappare oltre confine. Voi invece avete continuato a torturare ed uccidere». Tacciono gli altri militari. Tace l'interprete. Suo padre era l’ambasciatore cambogiano in Cina, il Paese grande protettore di Pol Pot. Fu richiamato in patria e morì a Tuol Sleng, amministrato da quel piccolo uomo a piedi scalzi che adesso gli sta davanti. Douch risponde al generale, la sua voce riprende fiato, si esprime in modo concitato. Poi congiunge le mani, si piega in avanti, nel gesto dei monaci buddisti, sul viso si disegna un sorriso. In Cambogia e in molte regioni d'Oriente sorridere è un gesto di dolcezza, di cortesia, ma anche di ambiguità, di imbarazzo a volte di autentica perfidia. Questa stanza rettangolare, silenziosa, pulita, bene ammobiliata, è piena di incubi. Fuori è una bellissima giornata di sole e di clima mite.

Che cosa provava davanti a quel numero crescente di vittime che lei contribuiva ad alimentare?
«Ero spinto in un angolo, come tutti in quel meccanismo, non avevo alternativa. Nella confessione di Hu Nim, il ministro dell’informazione, uno dei grandi dirigenti khmer, anche lui arrestato, c’era scritto che la sicurezza in una certa zona era garantita, bene assicurata. Ma Pol Pot, il Fratello numero uno, il capo di tutto, non era soddisfatto per questa affermazione, era troppo normale, bisognava sospettare sempre, temere qualcosa. E quindi arrivava la solita richiesta: interrogateli ancora, interrogateli meglio».

Che significava solo una cosa, nuove torture.
«Succedeva così. Per esempio nel caso di mio cognato. Lo conoscevo bene, si erano creati sinceri legami di parentela, ma dovevo egualmente eliminarlo, sapevo che era una brava persona ma invece dovevo fingere di credere a quella confessione estorta con la violenza. Così per proteggerlo non avevo analizzato con troppo rigore quelle dichiarazioni. E in quella stessa occasione i superiori avevano cominciato a non avere più fiducia piena in me. Contemporaneamente non mi sentivo più sicuro».

In concreto cosa era successo?
«Un giorno mi telefonano alle cinque di mattina. Quello per noi non era un orario normale. Mi dicono che sono convocato per una riunione nell’ufficio dei messaggeri. Come ho detto prima quello era un centro molto importante nel sistema di potere creato da Pol Pot, erano gli unici che potevano muoversi. Nemmeno i diplomatici delle pochissime ambasciate rimaste aperte avevano libertà di movimento. Mandavano qualcuno in strada, chiamavano il soldato che stava lì vicino, quello ascoltava e poi andava a riferire».

Una impossibilità totale di movimento.
«Erano state eliminate le comunicazioni telefoniche nel Paese, non esisteva più il servizio postale. Tutte le direttive arrivavano e tornavano indietro attraverso questi messaggeri, questi corrieri, nelle strade vuote una persona veniva notata subito».

E allora quel giorno della telefonata?
«Alle cinque di mattina prendo una motocicletta e vado vicino alla stazione ferroviaria, appunto dove si trovava quell'ufficio. Vedo una luce accesa in una casa. Ho pensato che fosse arrivata anche per me l’ora di essere eliminato. Trovavano sempre qualche accusa infondata. E invece lì mi dicono: deve venire da voi un messaggero, quando arriva arrestatelo e poi cominciate con gli interrogatori».

Lei ha mantenuto il suo incarico fino all'ultimo. Era un esecutore perfetto?
«Obbedivo, chi arrivava da noi non aveva possibilità di salvezza. E io non potevo liberare nessuno».

Fino a quando ha continuato a funzionare il campo di Tuol Sleng?
«Fino al sette gennaio 1979, quando le forze di liberazione cambogiane appoggiate dai vietnamiti hanno conquistato Phnom Penh. In quel momento il mio superiore era Nuon Chea, il Fratello numero due».

Non esisteva un piano per l’emergenza, non c’era il timore che ormai gli oppositori avessero forze sufficienti per far cadere il regime?
«Non c’era alcun piano in caso di fuga, di ritirata. Organizzammo tutto sul momento. Eravamo trecento uomini a Tuol Sleng. Tutti insieme ci dirigemmo a piedi verso la stazione della radio, che a quel tempo era in una zona piuttosto periferica. E da quel punto ci dividemmo in due gruppi, ognuno per la sua strada».

Da quel momento lei scompare dalle cronache cambogiane, si perdono le sue tracce. E un giorno si converte al cristianesimo. Cosa la porta a quella decisione?
«Mi sono convinto che i cristiani sono una forza, e che questa forza può vincere il comunismo. Al tempo della guerriglia io avevo venticinque anni, la Cambogia era corrotta, il comunismo era pieno di promesse, io ci credevo. Invece quel progetto è completamente fallito. Sono entrato in contatto con i cristiani nella città di Battambang, con la Golden West Christian Church, con il pastore Christopher LaPelle».

Sembra un nome francese.
«No, è un cambogiano. Si chiama Danath La Pel. Ha adottato quel nome per diffondere meglio il messaggio di Cristo nel mondo. All’inizio degli Anni 80 si è trasferito in America. E nel ‘92 è tornato in Cambogia, per aiutare i suoi compatrioti a trovare Cristo».

Quindi lei non segue più gli insegnamenti del Bhudda, è un cristiano?
«Sì».
E padre Christopher conosceva la sua vicenda, il suo ruolo a Tuol Sleng? «All’inizio no, però dopo la conversione ho raccontato tutto».

Gli altipiani dell’Indocina sono stati il santuario di Pol Pot, gli stessi luoghi quaranta anni dopo ospitano adesso le chiese dei missionari cristiani.
«Significa che anche altri hanno fatto la mia scelta».

Lei oggi è pentito, ma tutte quelle migliaia di vittime, quella violenza con metodi primitivi, quelle menzogne trasformate in verità?
«Se uno cerca la responsabilità, e i diversi gradi di responsabilità, io dico che non c’erano vie di fuga per chi entrava nella macchina del potere ideata da Pol Pot. Solo ai vertici conoscevano la vera situazione del Paese, ma i quadri intermedi non sapevano. E poi c'era quella ossessione della segretezza. Certo lei mi chiede se non potevo ribellarmi, almeno fuggire».

Appunto.
«Ma se tentavo di fuggire loro avevano in ostaggio la mia famiglia, e la mia famiglia avrebbe subito la stessa sorte degli altri prigionieri di Tuol Sleng. La mia fuga, la mia ribellione non avrebbe aiutato nessuno».

Oggi non c’è un khmer rosso, anche tra i capi di quel regime, come Khieu Samphan o Jeng Sary, che ammetta di avere avuto colpe, responsabilità. Eravate tutti codardi allora, o siete tutti bugiardi oggi?
Dalla bocca di Douch non esce alcuna parola. Dal fondo della sala qualcuno insistentemente dice che il tempo a disposizione è scaduto, che è arrivata l’ora del pranzo per il prigioniero. Il pretesto più banale, più burocratico, per interrompere il racconto del carnefice. Douch, il seguace di Pol Pot, e oggi seguace di Cristo, congiunge le mani, si inchina, e si allontana. La scodella di riso è pronta. L’ora della giustizia per il genocidio della Cambogia invece aspetta da trenta anni.

da lastampa.it


Titolo: Morì dopo il controllo di polizia.
Post di: Admin su Febbraio 10, 2008, 07:59:10
Ferrara Le immagini della scientifica. Registrate frasi e una risata

Federico, spunta un video sugli agenti sotto accusa

Morì dopo il controllo di polizia.

I fotogrammi sembrano non collimare con le foto del medico legale


MILANO — Nuove ombre sul caso di Federico Aldrovandi, il diciottenne morto a Ferrara il 25 settembre 2005 dopo un intervento della polizia. Un video di dodici minuti, registrato alla Scientifica quando il ragazzo era già cadavere, ma ancora disteso sull'asfalto, sembra aggiungere altro orrore alla vicenda. Immagini girate prima dell'arrivo del medico legale (alle 9.30), acquisite durante il processo in corso a carico di quattro agenti accusati di omicidio colposo, documentano ulteriormente la scena del delitto (dove compaiono una decina di poliziotti): il volto tumefatto del ragazzo, le mani livide e sporche di terra, i pantaloni abbottonati, il suo telefonino su una panchina, a distanza di oltre 20 metri.

Non ci sono manganelli nelle vicinanze, neppure il portafoglio di Federico. Poi niente sangue accanto al volto adagiato sulla strada. Fotogrammi che sembrano cozzare, secondo i legali della famiglia, con le fotografie scattate dal medico legale: qui il ragazzo è ritratto con una macchia di sangue del diametro di 20 centimetri alla sinistra del capo, il suo portafoglio compare nella tasca del giubbotto, i jeans sono slacciati. Quanto ai manganelli, rotti durante la colluttazione tra gli agenti e il ragazzo, si materializzano in questura solo nel pomeriggio. E poi ci sono i dialoghi del video, elemento nuovo dell'indagine, per i quali il pm ha ordinato la trascrizione: frasi mescolate a rumori di fondo, pronunciate da chi forse non immaginava di essere registrato. Subito, all'inizio delle riprese, si sente una gran risata, proveniente da qualcuno, non immortalato dalla telecamera, ma chiaramente vicino al cadavere.

Ma ci sono anche i singhiozzi di un agente che piange: «Sono un genitore anche io» sembra dire. Altre parole, collegate a una telefonata, sembrerebbero riferire di un colloquio con un magistrato. Se fossero verificate, potrebbero spiegare come mai il pm di turno quella mattina non è mai arrivato sul luogo del delitto. «Si è ammazzato da solo». «Qui ci vuole la benzina». Altri dialoghi da verificare, parole apparentemente senza senso, che forse, nel processo, potrebbero trovare una spiegazione. Grande attesa dunque per l'udienza di mercoledì 13 febbraio: saranno in aula alcuni dei protagonisti del video, come Marco Pirani e Paolo Marino, entrambi indagati in un'inchiesta bis per falso e abuso.

Grazia Maria Mottola
10 febbraio 2008

da corriere.it


Titolo: Giuseppe Caruso. Decoder, Paolo Berlusconi e il socio di Cosa Nostra
Post di: Admin su Febbraio 21, 2008, 10:47:32
Decoder, Paolo Berlusconi e il socio di Cosa Nostra

Giuseppe Caruso


Mafia, soldi sporchi, incentivi pubblici e interessi privati. C’è tutto questo sullo sfondo dell’inchiesta sul misterioso rapimento fallito ai danni di Giovanni Cottone, fino a pochi mesi fa socio al 49% di Paolo Berlusconi nell’azienda Solari.com. Adesso un pentito di quel rapimento, il suo uomo di fiducia per quattro anni, svela: «Giovanni Cottone faceva parte della malavita».

Solari.com è la società salita all’onore delle cronache in quanto beneficiaria della legge che destinava un contributo statale all’acquisto dei decoder per il digitale terrestre. Il governo guidato da Silvio Berlusconi a quel tempo aveva fatto le cose in grande: non solo aveva previsto denaro pubblico per il fratello del premier (la Solari aveva iniziato a distribuire i decoder Amstrad del tipo mhp nel gennaio 2005, in concomitanza con il lancio del servizio pay per view Mediaset premium), ma addirittura si era premurato, attraverso alcuni articoli della legge Gasparri, di far sì che in Sardegna, regione pilota dello switch off (la definitiva transizione dal sistema televisivo analogico a quello digitale terrestre) l’unico decoder in grado di ricevere il segnale fosse proprio l’mhp distribuito dalla Solari.com. Il risultato era stato quello di far più che raddoppiare il fatturato dell’azienda (passata a 141 milioni di euro in un anno) e di ricevere diverse interrogazioni parlamentari a riguardo, che vedevano come primo firmatario il senatore dell’allora Ulivo Luigi Zanda. L’indignazione per quel regalo familiare era molta, ma sarebbe stata maggiore se si fosse saputo chi era in realtà Giovanni Cottone, il proprietario dell’altra metà della Solari.

Il mistero svelato
A svelare il mistero ci ha pensato uno degli uomini che nel giugno scorso aveva tentato di rapirlo, di nome Giuseppe Sanese, professione ufficiale: buttafuori. Gli altri arrestati erano stati la moglie di Cottone (in via di separazione) Giuseppina Casale, Antonio Cottone (uomo d’onore, zio di Giovanni), Giovan Battista Rosano (altro uomo d’onore, da tempo in affari con Cottone) ed il poliziotto Alfredo Li Pira. Il piano del gruppo era di rapire Giovanni Cottone, farsi consegnare almeno 40 milioni di euro ed eliminarlo. Un sequestro molto simile, secondo gli inquirenti, a quello che ha portato all’uccisione del finanziere Gianmario Roveraro. Il piano era saltato perché la moglie di Cottone, Giuseppina Casale (descritta in un informativa della guardia di finanza come «persona in contatto con i salotti della Milano “bene” ma al contempo con la malavita palermitana») era stata sottoposta ad intercettazioni ambientali da parte del Gico palermitano per questioni relative al traffico di droga. Questi avevano informato gli omologhi milanesi, che erano intervenuti, arrestando il gruppo. Sanese era stato per più di quattro anni l’uomo di fiducia dello stesso Giovanni Cottone e collaborando con gli inquirenti ha svelato non solo i dettagli del sequestro fallito, ma anche i rapporti di Giovanni Cottone con Paolo Berlusconi e con la mafia. Gli interrogatori di Sanese sono avvenuti alla presenza dei pubblici ministeri Mario Venditti ed Alberto Nobili e del gip Guido Salvini, il 7 e l’11 giugno del 2007, e sono contenuti nella richiesta di rinvio a giudizio. Anche per le parole di Sanese, la procura di Milano ha aperto un’inchiesta su un’altra intricata vicenda, quella della truffa da almeno 40 milioni di euro che Cottone avrebbe realizzato ai danni di Paolo Berlusconi. Un capitolo oscuro di cui ci occuperemo nei prossimi giorni.

Il racconto
Ecco cosa dice Sanese ai magistrati. «Ho conosciuto Giovanni Cottone tramite Giovan Battista Rosano, che era compare, amico intimo di mio nonno. Rosano, che nella zona in cui abita a Palermo, che noi chiamiamo Borgo Nuovo, è molto rispettato, a Milano è molto amico dei Taormina, dei Carollo, dei Fidanzati (tutti clan mafiosi ndr). Una volta ha ucciso un uomo a coltellate... Rosano era il garante delle cavolate che il Cottone combinava. L’altro garante era lo zio del Cottone, Antonio, che lo ha cresciuto ed educato. I due, Rosano e Antonio Cottone, erano compari dello stesso gruppo mafioso. Perché ce l’avevano con Giovanni Cottone? Per diversi motivi. Il fatto più grave è quello del 1995. Giovanni Cottone era stato sequestrato dai catanesi perché aveva fatto un buco da 400 milioni. I catanesi poi gli hanno spaccato mani, mascelle e lui si è rivolto per salvarsi a Giovanni Rosano, lo zio Giovanni come lo chiamava lui, che è accorso con lo zio Antonio. Gli hanno salvato la vita, gli hanno evitato legnate, come raccontano loro, ma hanno dato 200 milioni in contanti ai catanesi. E Giovanni Cottone non li ha mai restituiti. «Qual era il mio ruolo a Milano?». Continua Sanese: «Facevo una finta sicurezza per Giovanni Cottone, perché poi l’interesse era portare capitali all’estero. Ogni settimana, ogni quindici giorni, portavo delle valigette con dei soldi all’Ubs, dove mi aspettava una persona e depositavo questi soldi (anche un miliardo di vecchie lire alla volta) e rientravo poi a Milano. Erano valigette Samsonite nere, con combinazione. Il compenso per questo lavoro era di un milione di vecchie lire. L’ho fatto per una decina di volte».

Al «Mangia & Ridi»
«Formalmente lavoravo presso il suo locale, che era il “Mangia & Ridi”. I soci del “Mangia & Ridi” erano Paolo Berlusconi, Giovanni Cottone e Roberto Guarneri. Già in quel periodo era in società con Paolo Berlusconi, stavano assieme ventiquattro ore al giorno. Infatti Katia Noventa, che era l’ex di Paolo Berlusconi, e la signora Casale, erano sempre insieme, cenavano e mangiavano sempre insieme. Se Berlusconi sapeva delle attività del Cottone? Quando ne parlavano a tavola, ne parlavano tranquillamente... Dicevo del “Mangia & Ridi”. In quel periodo nel locale andava tantissimo tirare di cocaina, lo facevano tutti. Cottone all’epoca mi ha presentato uno spacciatore di Opera, io andavo a prendere la coca davanti al carcere di Opera, i soldi me li dava lo stesso Cottone. Io mi preoccupavo di prepararla e dividerla e la davo a Claudio, l’ex direttore del “Mangia & ridi”. I camerieri servivano la coca a tavola ai vari artisti che venivano, vari vip che venivano, i soldi poi venivano contati da me e Claudio e divisi al 50% col Cottone. Siamo riusciti a prendere anche venti milioni delle vecchie lire in una sera». «Se Cottone faceva parte della malavita? Faceva parte della malavita, veniva anche il figlio di Nitto Santapaola (capo della mafia catanese negli anni ottanta ndr) a cena con noi, mi sono trovato a cena con i Vernengo (potente clan mafioso palermitano ndr). Sempre al “Mangia & Ridi”, nel ‘98, ‘99. Queste cose le so perché ero sempre accanto al Cottone. Lui fa comodo per pulire tanti soldi, questo è sicuro. In ristoranti, alberghi, comprare immobili... queste cose qua. Investiva soldi di altri che provenivano sicuramente da proventi illeciti... Con Paolo Berlusconi hanno realizzato anni fa una società in Germania, mi ricordo perché in quel periodo parlavano sempre con Paolo di questa cosa grossa che stavano facendo in Germania» «Come nasce la fortuna economica del Cottone? Come lui vanta, dallo spaccio di soldi falsi nei paesi del Nord Africa e poi da una mega truffa di gioielli e da una ricettazione grossa di rapine di gioielli, anche in via Montenapoleone. I gioielli li ho visti io, tanto oro l’ho portato in Svizzera. E poi tanta elettronica rubata, ricettazione di elettronica. I furgoni li scaricavo io».
(1 - segue)

Pubblicato il: 20.02.08
Modificato il: 20.02.08 alle ore 10.02   
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Titolo: Giuseppe Caruso La misteriosa truffa a Paolo Berlusconi
Post di: Admin su Febbraio 21, 2008, 03:52:10
La misteriosa truffa a Paolo Berlusconi

Giuseppe Caruso


C’è un capitolo misterioso nel rapporto d’affari tra Giovanni Cottone e Paolo Berlusconi. È quello che vuole chiarire l’inchiesta aperta dal pubblico ministero Mario Venditti per truffa ai danni di Paolo Berlusconi e che vede come indagato proprio il suo ex socio Giovanni Cottone. L’inchiesta ha preso il via per quanto emerso dalle intercettazioni ambientali che hanno portato all’arresto del gruppo che voleva rapire Cottone e soprattutto per quanto dichiarato da Giuseppe Sanese nei due interrogatori del 7 e dell’11 giugno del 2007. Il dato particolare di questa vicenda è che Paolo Berlusconi ha sempre negato di essere al corrente della truffa, nonostante sia Sanese nel suo interrogatorio, sia Giuseppina Casale (moglie di Cottone e mente del sequestro) in un intercettazione ambientale dicano il contrario. Eppure in ballo ci sono almeno 40 milioni di euro, una bella cifra. Soprattutto se si tiene conto che la Pbf, la cassaforte del fratello del leader del Pdl, aveva mandato in archivio il bilancio 2006 con un buco di 37 milioni, aperto non solo dalle difficoltà de Il Giornale (che aveva salvato l´esercizio cedendo la sede alla Fininvest) ma soprattutto dai 63 milioni bruciati dalla Solari.com. Le perdite della controllata nell´elettronica di consumo avevano messo in allarme il collegio sindacale, tanto da chiedere un intervento di ricapitalizzazione al socio di controllo. La situazione dei conti della Pdf ha reso poi necessario l’intervento dell’avvocato Roberto Poli, oggi presidente dell’Eni, già protagonista in altre occasioni come consulente a fianco delle società del gruppo Berlusconi.

L’avvocato Ghedini, legale di Paolo Berlusconi, contattato da l'Unità lunedì scorso, ha dichiarato che «dai conti della Solari.com non risulta niente di anomalo. Aspettiamo notizie dalla procura». Anche l’avvocato di Giovanni Cottone, Jacopo Pensa, ha spiegato al nostro giornale che «si tratta di un buco dovuto a normali perdite di una società in difficoltà. Non c’è stata nessuna truffa da parte del mio cliente». Ma come detto, i protagonisti del mancato rapimento affermano che Paolo Berlusconi fosse perfettamente a conoscenza del fatto, tanto che l’obbiettivo del gruppo criminale era proprio quello di impadronirsi della cifra truffata.

Giuseppina Casale (definita dal Gico di Palermo in ottimi rapporti con i salotti della Milano “bene” e con la malavita palermitana) in un intercettazione ambientale con lo zio di Cottone, Antonio, racconta di una sua telefonata con Paolo Berlusconi. I due, come racconta Sanese, erano in ottimi e datati rapporti. Ecco il testo della telefonata della Casale iscritta negli atti di richiesta di rinvio a giudizio: «Perché (Cottone) viene a Palermo, inizia a fare “io mi compro tutta Palermo con i miei soldi...ha rubato...ha rubato a Paolo settantacinque milioni di euro e Paolo l’unica cosa che mi ha detto, mi ha chiamato mi fa: “Accetto che tu fai la separazione, appena che tu fai la separazione io a questo lo metto in mezzo alla strada».

Sanese racconta più dettagliatamente come Berlusconi fosse a conoscenza della truffa e spiega come sarebbe avvenuta. Cottone e la Casale nel periodo precedente al fallito sequestro si erano a lungo frequentati. Ecco il testo, anch’esso contenuto negli atti di rinvio a giudizio: «Perché tutti sanno di questa nota truffa che (Cottone) ha fatto a Paolo Berlusconi di 40 milioni di euro, almeno 40 milioni di euro che sono venuti a mancare a Paolo Berlusconi...dice: “come l’ha fatta?”. Io sentivo parlare a casa, che c’erano innanzitutto i pezzi dentro l’Amstrad, ha fatto una serie di di forniture di elettrodomestici dell’Amstrad (la marca dei decoder ndr), tutta con roba fasulla dentro e anziché mettere il materiale originale...e poi usava il meccanismo dei container...lo stesso che faceva con me in Svizzera. Cioè faceva entrare tre container, ne dichiarava due e uno lo vendeva. Ed ha fatto questa mega truffa, ha fatto questo buco a Paolo di almeno 40 milioni. Io poi ho visto una registrazione che aveva sul telefonino la Casale, che mi ha fatto ascoltare l’ultima telefonata che aveva fatto con Paolo Berlusconi, dove Paolo diceva: “Senti, senti tu continua così...” e che Paolo alla fine, dopo tutto lo sdegno, diceva “lo voglio vedere ridotto...ha tradito la mia amicizia ventennale” e non mi ricordo le parole di preciso, ma mi ricordo benissimo che lo voleva ridotto sul ciglio della strada a chiedere l’elemosina. Io la voce di Paolo Berlusconi la conosco bene, ci ho parlato tantissime volte. Se voleva fare un’azione legale? L’azione che voleva fare Paolo non lo so, la Casale mi ha raccontato ma io non ero presente quindi...i rapporti tra la Casale e Paolo Berlusconi? Ottimi rapporti, erano entrambi contro Cottone, tanto che la Casale ha detto a Paolo Berlusconi, dice: “Se dovessi fare qualcosa a mio marito, aspetta che prima avvenga la separazione”. Perché la Casale inizialmente voleva procedere per via legale».

(2 - fine)

Pubblicato il: 21.02.08
Modificato il: 21.02.08 alle ore 13.15   
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Titolo: Museo Troisi chiuso per furti, ora gira il mondo
Post di: Admin su Febbraio 23, 2008, 11:24:00
Museo Troisi chiuso per furti, ora gira il mondo

Massimiliano Amato


La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il mancato rinnovo del comodato d’uso gratuito, scaduto il 31 dicembre, da parte dell’amministrazione di San Giorgio a Cremano, nel Napoletano.

Ma Alfredo Cozzolino, che pure ha pazientemente atteso per due mesi che qualcuno lo chiamasse dal Comune, la sua decisione la stava maturando da tempo. Più o meno da quella mattina in cui, entrando nel «Museo Troisi» a Villa Bruno che lui, vecchio amico di Massimo, aveva costruito pezzo su pezzo, si accorse che qualcosa non quadrava.

Non gli ci volle molto per accorgersi che mancava un cimelio. E che cimelio: il ciak usato sul set dell’ultimo film di Troisi, Il Postino. Trafugato. Alfredo non sporse nemmeno denuncia. Per lo sconforto. La stessa scena, peraltro, si sarebbe ripetuta altre volte nelle settimane successive: i predatori di souvenir si erano portati a casa polverosi fondali teatrali dei tempi de La Smorfia, fotografie dai vari set frequentati da Massimo, perfino vecchi nastri magnetici con la voce dell’artista che ci ha fatto ridere commuovendoci, mostrandoci l’altra faccia di Napoli. Quella che non intende rassegnarsi all’oleografia dominante e ironizza con intelligenza sui luoghi comuni che la perseguitano, ma anche sui tanti mali che la affliggono. Senza indulgere a sceneggiate. Anzi, bandendo la visceralità del vicolo.

Due giorni fa Alfredo Cozzolino ha noleggiato un camioncino, si è presentato a Villa Bruno e ha caricato quel che ormai rimaneva del museo, portandoselo a casa. «Almeno là sarà al sicuro», ha spiegato. Poi ha aggiunto: «Mi sono già messo in contatto con Lello Arena ed Enzo Decaro. Sono tutti e due d’accordo con me: il museo non avrà più una sede stabile, organizzeremo una mostra itinerante. Porteremo i cimeli di Massimo in giro per il mondo, non mancheranno certo quelli che apprezzeranno. Più di quanto non abbiano saputo fare i napoletani». Possibile tappa futura: a Lucera, in provincia di Foggia.

«Anche se questa amministrazione guidata dal sindaco Domenico Giorgiano - spiega Cozzolino - aveva fatto richiesta di rinnovo del comodato, non ho voluto. Ho ritenuto opportuno portare via la mostra perché la passata amministrazione l’aveva gestita politicamente e questo non mi è piaciuto. Ho soltanto mantenuto la parola». Dal Comune il sindaco Giorgiano, a capo di una giunta di centrosinistra come la precedente, commenta: «Cozzolino aveva tutto il diritto di fare quello che ha fatto». Cioè, di riprendersi gli oggetti messi faticosamente insieme scavando con affetto pari solo alla tenacia nei ricordi di una carriera finita troppo prematuramente ma intensissima: dai costumi di scena ai ciak usati nei film girati da Massimo, dalle cassette con le sue comparsate in televisione (memorabile l’intervista a Gianni Minà dopo la vittoria del primo scudetto del Napoli) a quelle con le prime performance teatrali al fianco di Arena e Decaro. Testimonianze di un percorso artistico unico e irripetibile, lasciate quasi completamente incustodite e alla mercè di ladri e cacciatori di memorabilia. Uno scandalo. Quasi quanto le tonnellate di immondizia putrescenti che hanno cancellato ormai intere strade di San Giorgio, arrivando fin davanti al portone della storica Villa Bruno, un tempo vanto della cittadina vesuviana e da qualche giorno ex Museo Massimo Troisi.

Pubblicato il: 23.02.08
Modificato il: 23.02.08 alle ore 10.39   
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Titolo: Uno scrittore, un giallo - Donato Bilancia - Di Alberto Bevilacqua.
Post di: Admin su Febbraio 24, 2008, 04:13:32
Uno scrittore, un giallo - Donato Bilancia

Il doppio enigma del killer degli anonimi


QUANDO MI CHIEDONO DI SCRIVERE UN GIALLO (NE HO SCRITTO SOLTANTO UNO, E SUI GENERIS, GIALLO PARMA) NON PENSO A UN DELITTO SPECIFICO, A UN ASSASSINO SPECIFICO, ISCRITTO NELLA CRONACA NERA, SUL QUALE SVOLGERE UN'INDAGINE OGGETTIVA.

A UNA CONGETTURA CHE NON È PARADOSSO, MA UN'INTERPRETAZIONE TRASLATA DELLA REALTÀ.

A un uomo che ha scritto un giallo attraverso se stesso, quasi il suo corpo, la sua mente, fossero un fascio di fogli sui quali stendere una storia delittuosa con un capo e una coda, smarrendo troppo spesso il filo. Penso a Donato Bilancia. Troppi difetti d'autore, di commediante della perversione: eccesso di complessi, di fantasia macabra, di istrionismo del male, di contraddizioni nel comportamento. Sì, l'uomo è proprio Donato Bilancia. E assimilo la sua disgraziata avventura a un mucchio di fogli pieni di cancellature, note in margine, frasi incise con inchiostro rossosangue come incazzature di un autore che non ce la fa con la sua trama.

Dati di fatto: Bilancia resta l'assassino più famoso d'Italia. Nessuno ha ucciso come lui nel nostro Paese. Le ragioni? Un girotondo di motivi, senza che nessuno, in apparenza, prevalga. All'avvocato Nino Marazzita dichiara: «Io per primo sono interessato a capire. Ho bisogno di fare un viaggio dentro la mia testa. Sono in grado di raccontare le cose che ho fatto, i delitti che ho commesso, ma non le ragioni».
L'unico legame che collega i suoi crimini è apparso, ai più, la pistola Smith Wesson 38. Altro record sinistro: tredici ergastoli e una ventina di anni in più per un tentato omicidio e una rapina. Vittorino Andreoli, che ha condotto la perizia psichiatrica della difesa e che ha chiesto, senza ottenerla, l'infermità mentale, ha ammesso di essersi trovato davanti all'enigma personificato. Le parole di Andreoli tornano alla memoria sconvolgenti: i crimini di Bilancia sono l'evento più drammatico nello scenario del crimine dell'Italia del Novecento, e Bilancia nel suo genere è eccelso, una specie di Leopardi del crimine che ha distrutto ogni teoria criminologica.


Senza motivi
Nessuno prima di lui aveva ucciso così freneticamente senza un motivo apparente, né un vantaggio economico: Bilancia è un assassino anonimo che uccide anonimi, e uccide per uccidere, quando si sente completamente solo decide di annullarsi, spara per violenza autodistruttiva, una pulsione di morte per dirla con Freud. Bilancia uccide perché è già morto... Dunque non esistono le spinte dell'odio, della ritorsione, dell'ossessione, dell'erotomania o della sessualità ridotta a marciume? Visto che va esclusa l'incapacità di intendere e di volere, essendo stata negata l'infermità mentale, dobbiamo convenire che quello che abbiamo definito «un giallista attraverso se stesso», pur avendo il talento «di un Leopardi del crimine», altro non è che un autore velleitario, un grafomane dissennato, che non ha niente da dire, da proporsi, se non il silenzio della morte altrui per assimilarlo al silenzio mortale che si porta in corpo? Ma non c'è già, in questa constatazione che pare nullificante sull'«autore », almeno un barlume di una tematica tutt'altro che misera, insignificante?


Il complesso di Pollicino
Nel percorso, diciamo paradossalmente «creativo» di Bilancia, non tutto è soltanto cruento, vago. Ci sono spunti degni di nota, anche se sommersi, non evidenziati a dovere dai «critici giudicanti». Questi spunti si espongono alla derisione facile dei superficiali, al motteggio. Parliamo di complessi. Jung indica con questa parola un elemento dell'io che si separa dalla coscienza e che continua nell'inconscio a regolare l'atteggiamento dell'individuo. I complessi di cui ha sofferto Bilancia hanno, scientificamente, nomi buffi. Il «complesso di Pollicino», anzitutto. Bilancia trova il coraggio di manifestarlo, con disperazione, quando lo psichiatra Andreoli lo incontra in carcere. Il serial killer (definizione impropria, in quanto i delitti seriali si susseguono, in genere, con intervalli più lunghi) non ha più bisogno di fingere, e non finge. C'è qualcosa che vuol mostrare subito. Insiste. «Guardi!». È la parte inferiore del suo corpo, dalla cinta in giù, che considera atrofica. Una scena sconcertante.
Quel «Guardi!». La supplica contiene il tormento di una vita. Un complesso dal nome buffo, contenuto latente nella favola di Pollicino.

Portiamoci indietro nel tempo. Quando, d'estate, Bilancia tornava al Sud dai parenti, il padre mostrava il suo corpo nudo a tre cugine («Le mummie!» le chiama l'autore) per esporre il suo difetto. Nel giallo in chiave personale si legge: «Avrei voluto scomparire, mi attorcigliavo su me stesso, pregavo in ginocchio di smetterla, ero morto di vergogna ».

Lo deridono anche i compagni. Comincia a rubare. In riformatorio confronta i suoi genitali con quelli dei coetanei. Bilancia sarà sempre capace di simili prove di autolesionismo, dettate dalla disperazione, consumate con una spavalderia che è come una lama conficcata. Poi, nel giallo scritto attraverso se stesso, l'autore non insiste più drammaticamente sulla sua menomazione. La ricorda, in varie occasioni, in apparenza rassegnato, con una profonda malinconia carnale. Subentra, infatti, un altro complesso dal nome buffo: il «complesso di Cirano ». Ossia l'atteggiamento a soddisfare per vie traverse i propri desideri. Col gioco d'azzardo: il gioco dei dadi, in particolare, una sfida al destino ingrato. Bilancia si racconta come giocatore: «Giocavo, perdevo, vincevo forti somme, anche diventare uno scassinatore internazionale era gioco. Avevo intorno donne da copertina, avventuriere». Ma queste donne si dileguano dopo il primo rapporto deludente, e a conti milionari pagati.

«I soli momenti in cui mi sentivo vivo erano al Casinò. Il tavolo dei dadi mi faceva impazzire, era l'unico modo di salvarmi dal mondo. Meglio il gioco che le donne». Anche nei rapporti di polizia si sottolinea: «Aveva paura che le donne lo prendessero in giro per la sua scarsa virilità». Ma la scia tormentosa di questi complessi, di questi transfert in altre dimensioni di avventura in cui i sensi venivano messi in gioco, è il caso di dirlo, bastano a giustificare la nascita del killer di prostitute, dell'assassino di donne sui treni?
Nel giallo attraverso se stesso, l'autore lascia molte pagine bianche. Fino al marzo del 1998, quando ha inizio la primavera di sangue, la mattanza. Nei mesi precedenti, si segnalano comportamenti di disprezzo e disgusto nei confronti delle prostitute. Bilancia le porta ai tavoli da gioco per insultarle, maltrattarle, giustificandosi: «Della vita non me ne frega più niente, ormai. Anche di me non me ne frega più niente». Aggiunge con rancore: «Le donne tutte puttane!». La notte del 9 marzo, a Cogoleto, Bilancia ammazza, dopo un rapporto, la prostituta albanese Stala Truya («Le ho detto di scendere dall'auto, nuda, di guardare il mare. C'era la luna, le ho coperto la testa con un panno »). È la volta di Ljudmila Zuskova, ucraina, il 18 marzo, a Pietra Ligure. Ancora un delitto, sempre a Cogoleto, il 29, tocca a una ragazza nigeriana: Tessy Adodo. Poi, a Pietra Ligure, a una prostituta slava, Kristina Walla.


La strage continua.
Il serial killer sceglie, via via, prostitute di nazionalità diverse, quasi volesse insanguinare il mondo intero che mette in vendita i corpi, degradando la dignità femminile fino all'abiezione. A un certo punto, nel giallo criminale l'autore inserisce un nuovo elemento: una chiave universale, a sezione quadra, in grado di aprire la toilette dei treni. È una svolta simbolica e capiremo perché. Il 12 aprile, Bilancia sale sul pendolino per Venezia. In prima classe siede Elisabetta Zoppetti, infermiera, sola. Quando va in bagno, il serial killer la segue, apre, lei si mette a urlare, lui le copre la faccia con la giacca, le spara. Sei giorni dopo, Bilancia prende il treno a Sanremo, ammazza con la stessa modalità Maria Angela Rubino e scende con lucido tempismo a Bordighera. Due soli delitti in carrozze ferroviarie basteranno a imprimere su Bilancia il marchio dell'«assassino dei treni». A Novi Ligure la notte che gli sarà fatale. Il serial killer carica in macchina il transessuale venezuelano Julio Castro, di 23 anni, detto Lorena. Fra i due scoppia un litigio, Bilancia pretende un rapporto senza preservativo, ma il transessuale si oppone, lui leva dalla tasca la Smith Wesson, la ragazza reagisce con tutte le sue forze, grida, accorrono due metronotte. Bilancia spara ad entrambi, dopo aver colpito Lorena nel ventre; si preoccupa di dare il colpo di grazia ai metronotte, per assicurarsi della loro morte. Torna sul corpo della ragazza per l'ultimo colpo, ma c'è un clic dalla pistola scarica. Sarà Lorena a incastrare Bilancia, che si allontana da lei con un'alzata di spalle, credendola cadavere. In seguito, di questo episodio il serial killer dà versioni contraddittorie: «Un errore? Una superficialità? Se avessi voluto, stando attento come sono sempre stato, non mi avrebbero mai preso. Sarebbe bastato coprirmi la faccia, cosa che non ho mai fatto».

È il punto estremo.
Superato ogni limite, il protagonista del giallo che gronda sangue esorbita nelle pagine, l'assassinio lo deforma in mostro. Immagino l'«autore» del giallo gettare la penna dopo la sfuriata dei passi scritti con una veemenza atroce, uno sfogo demonico che gli ha incendiato il cervello. Si interrompe per riacquistare un minimo di lucidità, sottrarsi all'astrazione della follia, al nonsenso della trama. Cerca, quindi, un nesso, un senso che possano, se non giustificare, rendere meno arbitraria la messa in pagina.
La sua mente stravolta non gli offre spunti. Ma poi, ecco, come un vento lontano, quasi una straziante musica, si fa strada in lui. Nei suoi occhi, un pianto trattenuto, di cui non si sarebbe considerato più capace.
Rivede una sera del passato, che si fa prossima. La sera del 18 marzo 1987. Bilancia è col fratello Michele. Si passano la chitarra, la suonano. Una profonda serenità finisce per legarli. Ad ascoltare il suono della chitarra, a dar respiro alla serenità dei due uomini, c'è da un lato un bambino di quattro anni, il figlio di Michele che, in quei momenti, non pensa a nulla di sgradevole, alla moglie che lo ha lasciato, forse preferendogli un altro, nemmeno al rischio che, dopo la separazione, il Tribunale possa affidare il bambino alla madre. Ecco, Bilancia è felice proprio perché vede il fratello sorridere e rallegrarsi insieme al piccolo figlio...

Il suicidio
Rivede tutto questo, l'autore del giallo, ma, subito, una morsa alla gola. Rivede anche la scena di qualche giorno dopo. Un treno fermo, i viaggiatori attoniti che fissano un punto sotto il treno, fra le rotaie sporche di sangue, dove c'è un fagotto fatto di due corpi senza vita, abbracciati con tutta la forza di un'anima comune, di un sangue comune che li aveva resi vivi... è lui, Michele, che si è gettato sotto il treno dopo aver saputo che il Tribunale ha deciso di affidare il bambino alla madre. Michele si è buttato sotto il treno stringendo fra le braccia il figlio piccolo. E toccherà a Bilancia riconoscere i corpi straziati... L'«autore» si prende la faccia fra le mani, si chiede se quella scena che gli è entrata in ogni fibra, che lo ha spinto a esclamare sull'insanguinato fagotto umano «per colpa di una puttana», possa servire come detonatore per le pagine criminali scritte con l'inchiostro del diavolo, per la malinconia acerrima che, a causa di una malformazione fisica, ha sempre provato verso il sesso femminile. Una solitudine così irrimediabile, che impedisce le gioie dell'amore addirittura con la possibilità di essere derisi, è già un delitto, e l'ha commesso la natura... Bilancia pensa al padre, alla madre, si rende conto di quanta ingiusta condanna abbia pesato nel loro sangue, e nel sangue dei figli, sangue, sangue... Ha una preghiera d'amore per il padre e la madre, e la ripeterà al momento dell'arresto.

Si tratta, ora, di mettere sul brogliaccio, il titolo, il nome dell'autore, del protagonista. Bilancia dichiara: «Dentro di me ci sono due personaggi: Bilancia 1 e Bilancia 2. B1 è riuscito a controllare, anche se solo parzialmente, B2 fino al giorno del mio primo delitto. Poi non è stato più possibile. Quando B2 commetteva un omicidio, B1 assisteva passivamente. E quando mi hanno arrestato, B1 è cascato dalle nuvole ».

Chi lo ascolta ritiene che il serial killer cerchi pretesti con la solita astuzia. Bisogna andare di nuovo indietro nel tempo per trovare qualche fondamento a questa dichiarazione. A quindici anni, per impedire che i compagni di classe continuino a deridere il suo nome, Bilancia decide di cambiarlo: non più Donato, ma Walter (si sente gratificato anche quando, in carcere a Marassi, c'è chi lo chiama Gaber, per via del nasone e dei capelli lunghi come il cantante). Donato no, insopportabile, cancellato. Ma chi è il B1 e chi il B2? B1 è Walter, B2 è Donato. Walter è l'umiliato che si costruisce attraverso la sua rassegnazione, è l'uomo della forzata conciliazione col mondo, che recita il ruolo del mite, del simpatico, dell'amico anche spiritoso. Donato è la radice malata, il ladro, lo scassinatore, il vendicatore con la pistola, per torti subiti da chi si proclamava amico, il giocatore tra follia e azzardo nelle bische genovesi, l'assassino scatenato. Walter è quello che accetta e riceve, in carcere, un vitalizio di 528 euro al mese dall'Istituto per l'assicurazione degli infortuni sul lavoro (lo intasca dal 1973, per un brutto incidente in macchina). Mentre è Donato che, nell'agosto del 1998, si decide a scrivere al pontefice, Giovanni Paolo II, commentando: «Anche se non dovesse rispondermi, la sola idea di avergli scritto mi dà pace».


Alberto Bevilacqua
24 febbraio 2008

da corriere.it


Titolo: "Umiliazioni, pestaggi, sputi ecco l'inferno della Bolzaneto"
Post di: Admin su Febbraio 26, 2008, 07:55:45
CRONACA

Requisitoria del processo per le violenze e i soprusi durante i G8

Il pm cita agghiaccianti episodi, facendo nomi e cognomi

"Umiliazioni, pestaggi, sputi ecco l'inferno della Bolzaneto"

 di MASSIMO CALANDRI


GENOVA - Qualcuno dovrà pure spiegare l'odio e la violenza, la barbarie, la crudeltà gratuita. L'accanimento. Gli insulti, le umiliazioni, le botte.
I capelli tagliati a colpi di forbice, gli sputi, i volti marchiati, le dita spezzate. Qualcuno dovrà spiegare, ed assumersene le responsabilità.

Nella seconda udienza dedicata alla requisitoria del processo per le violenze e i soprusi nella caserma di Bolzaneto, i pubblici ministeri si sono concentrati sull'attendibilità dei testi. Spiegando che non furono solo le 209 vittime a raccontare nei dettagli l'orrore di quei tre giorni, ma che gli stessi imputati generali, funzionari di polizia, ufficiali dell'Arma, guardie carcerarie, poliziotti, carabinieri, medici hanno più o meno direttamente confermato quegli sconcertanti resoconti.

Vale allora la pena di riportare alla lettera una parte dell'intervento di Vittorio Ranieri Miniati, a nome anche dell'altro pm, Patrizia Petruzziello.
Un breve elenco di fatti specifici accaduti nel "carcere del G8". Una esemplare tessera del mosaico. Miniati cita ad esempio "le battute offensive e minacciose con riferimento alla morte di Carlo Giuliani o di alcuni motivi parafrasati a scopo di scherno". "Per la giornata di venerdì, in particolare: il malore di Angelo Rossomando e quello di Karl Schreiter. Il taglio di capelli di Taline Ender e Saida Teresa Magana. Il capo spinto verso la tazza del water a Ester Percivati. Lo strappo della mano di Giuseppe Azzolina, le ustioni con sigaretta sul dorso del piede a Carlos manuel Otero Balado, percosso tra l'altro sui genitali con un grosso salame. Le percosse con lo stesso grosso salame sul collo di Pedro Chicarro Sanchez".

"Per la giornata di sabato, in particolare: il malore di Katia Leone per lo spruzzo in cella di spray urticante. Il malore di Panagiotis Sideriatis, cui verrà riscontrata la rottura della milza. Il pestaggio di Mohammed Tabbach, persona con arto artificiale. Gli insulti a Massimiliano Amodio, per la sua bassa statura. Gli insulti razzisti a Francisco Alberto Anerdi per il colore della sua pelle. Le modalità vessatorie della traduzione di David Morozzi e Carlo Cuccomarino, che vengono legati insieme e le cui teste vengono fatte sbattere l'una contro l'altra".

"Per la domenica, in particolare: il malore di Stefan Brauer in seguito allo spruzzo di spray urticanti, lasciato con un camice verde da sala operatoria al freddo. Il malore di Fabian Haldimann, che sviene in cella ove è costretto nella posizione vessatoria. L'etichettatura sulla guancia, a mo' di marchio, per i ragazzi arrestati alla Diaz nel piazzale al momento dell'arrivo a Bolzaneto. La sofferenza di Anna Julia Kutschkau che a causa della rottura dei denti e della frattura della mascella non è neppure in grado di deglutire. Il disagio di Jens Herrrmann, che nella scuola Diaz per il terrore non è riuscito a trattenere le sue deiezioni e al quale non è consentito di lavarsi. La particolare foggia del cappellino imposto a Thorsten Meyer Hinrrichs: un cappellino rosso con la falce ed un pene al posto del martello, con cui è costretto a girare nel piazzale senza poterlo togliere".

Per chi lo avesse dimenticato, i responsabili di questi episodi sono uomini dello Stato. Quello che ci dovrebbero proteggere dai criminali.

(25 febbraio 2008)

da repubblica.it


Titolo: G8, i pm su Bolzaneto: violenze anche in infermeria
Post di: Admin su Febbraio 26, 2008, 07:56:53
G8, i pm su Bolzaneto: violenze anche in infermeria


Serviranno almeno altre quattro udienze per completare il racconto di quelle giornate del luglio del 2001 quando Genova ospitò il G8. Ma l’assaggio dato lunedì dai pubblici ministeri che hanno iniziato la loro requisitoria al processo per le violenze nella caserma di Bolzaneto fanno di nuovo, quasi sette anni dopo, accapponare la pelle.

I pm Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello in questi anni hanno raccolto più di duecento testimonianze di chi quella notte finì in caserma.
Sotto accusa ci sono 45 tra vertici apicali, appartenenti al personale della polizia penitenziaria, polizia di Stato, carabinieri e medici.

Quella che descrivono, più che una caserma, è un luogo di tortura: ragazzi e ragazze picchiate, tenuti ore e ore in piedi con le mani alzate, accompagnati in bagno e lasciati con le porte aperte, insultati, spogliati, derisi e minacciati. Le dichiarazioni raccolte, secondo i pm, trovano attendibilità in varie tipologie di riscontri, a cominciare dai referti medici successivi alla detenzione e dai racconti di numerosi testimoni.

Tra i ricordi più agghiaccianti ripercorsi dai pm, c’è quella di Massimiliano A., 36 anni, napoletano, disabile al cento per cento, insultato per la sua bassa statura e a cui era stato negato perfino il permesso di andare in bagno.

Ma sono decine e decine le altre vessazioni che i manifestanti del Genoa Social Forum furono costretti a subire, dallo stare in piedi per ore o a fare la posizione del cigno e della ballerina, ad abbaiare come cani per poi essere insultati con minacce di tipo politico e sessuale. Nemmeno chi stava male ricevette conforto: «L'infermeria – ha denunciato il pm Ranieri Miniati – che doveva essere un aiuto in caso di sofferenza è diventata un luogo di ulteriore vessazione».

La requisitoria proseguirà nei prossimi giorni. Ci sarà molto altro di cui discutere: «Su oltre duecento persone offese – ha spiegato il pm Miniati – i casi di persone che non hanno reso dichiarazioni sono veramente poche: questo – ha aggiunto – denota non solo una non volontà di sottrarsi al processo, ma anzi la volontà di cercare questo processo e la verità».

Pubblicato il: 25.02.08
Modificato il: 25.02.08 alle ore 20.00   
© l'Unità.


Titolo: Gravina, nuovi esami medico legali Un bimbo: "Li ho visti entrare lì"
Post di: Admin su Febbraio 28, 2008, 03:40:36
CRONACA

Gli accertamenti saranno lunghi e approfonditi: "Non prima di un mese i risultati"

L'adolescente che ha salvato Michele parlò con la polizia "ma non mi hanno creduto"

Gravina, nuovi esami medico legali Un bimbo: "Li ho visti entrare lì"

 
BARI - I medici legali nominati dalla Procura eseguiranno una risonanza magnetica per ricostruire in tre dimensioni i cadaveri di Francesco e Salvatore. L'esame servirà per capire quando e come Ciccio si è fratturato la gamba destra e se quel tipo di lesione è compatibile con una caduta accidentale nel pozzo abbandonato. Poi gli anatopatologi eseguiranno gli esami sui resti di cibo conservati nello stomaco dei due fratellini per risalire all'ora della loro morte.

"Saranno esami lunghi", hanno detto i medici. Forse non prima di un mese si conosceranno i risultati degli accertamenti. Poi le salme saranno consegnate alle famiglie e saranno celebrati i funerali. Per quel giorno, sarà proclamato il lutto cittadino. Ma non sarà il Comune di Gravina a pagare le esequie. La famiglia Pappalardi ha rifiutato l'offerta avanzata dall'amminstrazione locale. Il legale del padre dei fratellini ha spiegato perché la famiglia non vuole la loro solidarietà": "E' sempre stata trattata da famiglia poco affidabile e adesso non vuole quel tipo di aiuto".

LE IMMAGINI DEL POZZO

"Ciccio e Tore giocavano sempre là dentro. Ci andavamo in gruppo. Era una sfida entrare in quelle stanze buie. E' pieno di posti come quello qui intorno". I ragazzi di Gravina raccontano della masseria dalle cento stanze, come in paese è chiamato il caseggiato abbandonato dove sono morti Ciccio e Tore. Il compagno di Michele - il tredicenne che cadendo nel pozzo dell'orrore tre giorni fa indirizzò i soccorritori verso la cisterna dove erano conservati i corpi dei fratellini - ricorda di aver visto Francesco e Salvatore Pappalardi entrare anche loro nella vecchia casa, "ma non ricordo quando. L'ho detto alla Polizia, ma forse non mi hanno creduto".

L'INTERVISTA

Il suo amico Michele, caduto nel pozzo tre giorni fa, sta lentamente migliorando. Ha entrambe le gambe fratturate e lesioni anche alle vertebre. "Da ieri respira autonomamente - spiega il direttore sanitario dell'ospedale dove il ragazzino è ricoverato - e in giornata dovrebbere essere dimesso dalla terapia intensiva per essere trasferito in un reparto ortopedico".

(28 febbraio 2008)

da repubblica.it


Titolo: MOLFETTA, FORSE MORTI PER IDROGENO SOLFORATO
Post di: Admin su Marzo 04, 2008, 11:24:04
2008-03-04 21:31

MOLFETTA, FORSE MORTI PER IDROGENO SOLFORATO


Non sono state le esalazioni di polvere di zolfo, sostanza tutt'altro che mortale, ad uccidere il titolare e quattro lavoratori della 'Truck center' di Molfetta. E' questa la novità più importante, secondo fonti vicine agli investigatori, emersa dalle prime indagini e in particolare dai rilievi eseguiti nell'autocisterna in cui è avvenuta la tragedia. Forse, sostengono sempre le stesse fonti, a provocare le cinque morti potrebbe essere stata la presenza di idrogeno solforato, gas incolore e velenoso. Se fosse così, bisognerà stabilire come e dove il gas si sia formato nella cisterna. Per avere risposte certe bisognerà attendere i risultati dei prelievi che stamani i nuclei specializzati di carabinieri e vigili del fuoco hanno compiuto alla presenza del magistrato inquirente, il pm della Procura di Trani Giuseppe Maralfa, nonché di tossicologi ed esperti dell'Arpa (Agenzia regionale per l'ambiente) Puglia.

Il magistrato ha aperto un fascicolo d'inchiesta a carico di ignoti con l'ipotesi di reato di omicidio colposo plurimo. Il sopralluogo è durato circa un'ora e al termine il pm si è allontanato in auto dribllando giornalisti e telecamere. La cisterna della tragedia, si è saputo, è di proprietà di Fs Logistica, società del gruppo Ferrovie dello Stato, e veniva utilizzata per il trasporto di zolfo dalla società 'Cinque Biotrans', che a sua volta affidava alla 'Truck center' la bonifica del mezzo.

Intanto i carabinieri stanno acquisendo di ora in ora documentazione relativa sia ai lavori che venivano eseguiti alla 'Truck center', sia alle misure di sicurezza adottate durante le operazioni di lavaggio delle cisterne e alla posizione dei dipendenti, a partire ovviamente dalle vittime di ieri. Il pm ha anche nominato oggi quali periti due consulenti dell'istituto di medicina legale dell'Università di Bari che dovranno eseguire le autopsie, affiancati dal tossicologo Roberto Gagliano Candela, dello stesso istituto. Nel pomeriggio i periti hanno compiuto un esame superficiale sul corpo di Guglielmo Mangano, il primo a cadere nella cisterna. Le autopsie dovrebbero concludersi in settimana, in modo da consentire al più presto la celebrazione dei funerali delle vittime, quasi certamente con un unico rito e a spese del Comune, che ha proclamato sino a quel giorno il lutto cittadino. Servirà più tempo invece, cioé almeno 15-20 giorni, per avere un primo quadro sufficientemente preciso di ciò che è accaduto alla 'Truck center', sulla base dei risultati dei prelievi e degli esami eseguiti.

Parallelamente bisognerà accertare se effettivamente siano state adottate tutte le misure di sicurezza previste dalla legge per operazioni come quella della pulitura di cisterne adibite al trasporto di zolfo. Anche stamani, durante il sopralluogo, i tecnici di carabinieri e vigili del fuoco sono scesi nella cisterna muniti di tute speciali di protezione per evitare rischi. Ieri, quando c'é stata la tragedia, nessuna delle vittime indossava materiale protettivo, forse perché il lavaggio era stato quasi ultimato. Ai periti anche il compito di spiegare se nella tragedia ci sia stata una componente di fatalità o imprudenza. Anche oggi intanto si sono contati altri due morti sul lavoro: un pensionato è annegato, travolto dal liquame, in una azienda agricola del bergamasco di proprietà di un cugino.

Nella provincia di Imperia ha perso invece la vita travolto dal muro perimetrale di una casa, mentre stava lavorando al tracciato di un impianto fognario, un operaio edile di 38 anni. 

da ansa.it


Titolo: La prostituta e il sindaco Il delitto che scuote Detroit...
Post di: Admin su Marzo 06, 2008, 03:10:48
La prostituta e il sindaco Il delitto che scuote Detroit

Uccisa nel 2003. Un agente rivela: sono stati i miei colleghi


WASHINGTON — «Fragola» è bella ed è molto desiderata. Per questo la pagano bene quando lascia cadere il vestito nei night di Detroit. I clienti apprezzano. Ma forse non sono gli unici. «Fragola» ha mostrato il suo corpo a qualcuno di importante. In un fine settimana nel settembre 2002, l'avrebbero vista alla «Manoogian Mansion», la residenza del sindaco di Detroit Kwame Kilpatrick. Una esibizione seguita da un fuoriprogramma. La moglie del sindaco, Carlita, sarebbe piombata nella villa ed avrebbe preso a sberle la spogliarellista. «Spazzatura», ribattono gli amici di Kilpatrick convinti di cancellare le ombre.
Ma ombre ancora più nere tornano il 30 aprile di un anno dopo. «Fragola», il cui vero nome è Tamara Greene, 27 anni, è assassinata a colpi di pistola in una via di Detroit. Il killer risparmia il compagno della donna che le è seduto accanto nella vettura. A terra rimangono diversi bossoli. Per la scientifica potrebbero essere stati sparati da un Glock, arma in dotazione alla polizia, ma comune anche tra i criminali. Il delitto rilancia, sotto una luce diversa, la presunta esibizione di «Fragola». Kilpatrick reagisce con veemenza. Smentisce tutto e caccia il vice capo della polizia Gary Brown, colpevole di indagare sulla spogliarellista e sui comportamenti illegali all'interno del Comune. In soccorso di Kilpatrick interviene il procuratore Mike Cox che liquida la vicenda del balletto come «una leggenda metropolitana ».

Si muove anche la polizia di Stato — separata da quella metropolitana — e raccoglie testimonianze che sembrano dare ragione al magistrato. Ma l'atmosfera a Detroit è putrida. C'è un clima di sospetto, di pugnalate nell'ombra, di ricatti. Un ambiente che piacerebbe allo scrittore James Ellroy. Accade così che una pattuglia fermi per eccesso di velocità l'assistente del sindaco, Christine Betty. Una donna in carriera e molto — forse troppo — vicina al primo cittadino. Lei risponde telefonando al capo della polizia e insultando gli agenti: «Voi non sapete chi c... sono io?». Poi insinua che si è trattato di una trappola ordita dalla polizia. La poltrona di Kilpatrick diventa rovente.

Nell'aprile del 2004 la polizia di stato afferma che il giudice Cox ha ostacolato l'indagine e un tenente della Omicidi di Detroit, Alwin Bowman, accusa: «Mi hanno trasferito per impedire che facessi luce sul delitto di Tamara». Il giallo di «Fragola» si intreccia con le beghe consiliari. La stampa picchia duro, i reporter scavano nella melma, si attaccano dove possono. È di nuovo la moglie Carlita a finire in prima pagina perché usa un gigantesco Suv fornito al Comune per le esigenze della polizia. Nulla rispetto ai guai che aspettano il marito. Vengono infatti diffusi dei messaggi sms dai rivelano rapporti troppo «stretti» tra Kilpatrick e l'assistente Christine Betty. Agli schizzi di fango segue un altro colpo. L'ex tenente Bowman presenta, il 29 febbraio, una denuncia che scuote il Palazzo: «Tamara è stata uccisa da qualcuno della polizia. E c'era un legame tra la vittima e uno stretto collaboratore del sindaco».

L'ufficiale aggiunge che i suoi superiori hanno sempre mostrato «un interesse inusuale» per il caso. L'allora capo Jerry Oliver e il suo successore, l'ambiziosa Ella Bully Cummings, pretendevano di aver libero accesso alle carte dell'indagine. Una via vai di cartelline che avrebbero causato la perdita di documenti importanti. Un altro detective testimonia che alcune informazioni sono state cancellate dai computer del Dipartimento. Il tiro si sposta sulla Cummings che ha passato, contro ogni logica, il dossier Fragola all'unità «Cold case». Un modo per affossare l'inchiesta, dicono i nemici. «Non è vero», ribatte la Cummings chiedendo la collaborazione dei cittadini. Le ha risposto un amico della vittima: «Tamara doveva ricevere un grossa somma di denaro ». Era il prezzo del silenzio? Forse hanno preferito pagarla con una scarica di piombo.

Guido Olimpio
06 marzo 2008

da corriere.it


Titolo: Gb: il giallo dell'orfanotrofio degli orrori
Post di: Admin su Marzo 11, 2008, 05:52:03
sarebbero 160 le presunte vittime: indagini frenate per anni da una rete di complicita'

Gb: il giallo dell'orfanotrofio degli orrori

Jersey: rinvenute 2 camere delle torture nella struttura di Haut de la Garenne.

All'interno anche resti umani


LONDRA (GRAN BRETAGNA) - Come in un film dell'orrore. E' quello che ha per protagonista un orfanotrofio del Jersey un isola nel canale della Manica, l'Haut de la Garenne, che sarebbe stato almeno fino al 1986, un vero e proprio luogo di tortura e morte per i bambini che vi dimoravano. Torture che sarebbero venute alla luce solo dopo anni per la presunta complicità delle stesse forze di polizia che avrebbero insabbiato le denunce. Così solo da una settimana a questa parte le forze dell'ordine si sono mosse alla ricerca di prove per sostenere le testimonianze delle vittime. E così dopo la prima ora gli inquirenti britannici ritengono di aver individuato dopo una prima anche una seconda camera sotterranea delle torture nell’orfanotrofio.
 
La polizia scientifica al lavoro in una delle camere delle torture dell'orfanotrofio (Reuters)
Un cane poliziotto ha inoltre rilevato la presenza di resti umani. La seconda stanza è stata individuata vicino allo scantinato contenente tracce di sangue umano, un paio di catene e un bagno in muratura, scoperto all’inizio del mese, e gli inquirenti sospettano l’esistenza di altre due camere. Sono circa 160 le presunte vittime che hanno denunciato le violenze subite tra il 1960 e il 1986 nell’orfanotrofio Haut de la Garenne, violenze venute fuori solo ora, quando è stato violato il muro del silenzio, edificato da una rete di poliziotti, politici e imprenditori locali. Tanto che da più parti è stato richiesto al ministro della Giustizia di inviare magistrati indipendenti sull'isola per avere la certezza di un equo processo.

 LA CAMERA DEGLI ORRORI - Un portavoce della polizia, citato dal quotidiano Times di Londra, ha dichiarato: «Questa stanza può essere tre volte più grande della prima stanza e ci vorrà del tempo per esaminarla con cura. Manderemo prima un cane, attraverso un varco nel soffitto. Quindi entrerà un’unità di medici legali. Ovviamente, se troveranno qualcosa di rilevante, questo rallenterà l’intera operazione». La polizia ha inoltre denunciato iniziative avviate da ex funzionari di polizia, politici e imprenditori per screditare le indagini. Un portavoce delle forze dell’ordine ha dichiarato: «Alcuni funzionari hanno lasciato il corpo di polizia in circostanze diverse dopo essere stati accusati di attività che possono essere definite di corruzione. Questi funzionari e i loro associati, tra cui un imprenditore locale e un ristretto numero di politici, hanno lanciato una campagna volta a screditare gli inquirenti impegnati sul caso. Sono state inviate diverse lettere, tra cui alcune contenenti minacce contro uno degli agenti. Dopo l’annuncio dell’avvio delle indagini, un politico che ha partecipato al dibattito sugli abusi su minori è stato avvicinato da uno di questi ex funzionari di polizia e ammonito a non fidarsi e a non cooperare con gli inquirenti. Vogliamo sottolineare che al momento non ci sono prove del fatto che questi ex funzionari siano coinvolti in attività volte a coprire gli abusi. Obiettivo dell’indagine rimane quello di individuare le persone che hanno commesso gli abusi sui bambini».


11 marzo 2008

DA corriere.it


Titolo: Il dramma della star di un reality "Avevo paura che si sapesse in giro"
Post di: Admin su Marzo 13, 2008, 05:34:55
CRONACA

LA STORIA. "Ho fatto una scelta, e non devo renderne conto a nessuno

Andando in quello studio però non sapevo di commettere un reato"

Il dramma della star di un reality "Avevo paura che si sapesse in giro"

di MASSIMO CALANDRI e MARCO PREVE

 
GENOVA - Ha passato i trent'anni da un po'. È sempre molto bella. Dicono non abbia grandi doti artistiche, ma possiede una determinazione straordinaria. Il suo sogno è quello di continuare nella carriera televisiva, nonostante tutto. Nonostante gli alti e bassi degli ultimi tempi. E nonostante quella gravidanza che non si aspettava, che non voleva, che ha scoperto all'inizio dell'anno. "In questo momento potrebbe compromettere la mia vita professionale", aveva confessato al ginecologo. È andata proprio così, giusto un mese fa. Ha bussato allo studio privato di Ermanno Rossi per una prima visita. Pochi giorni dopo, l'intervento. "Nessun dolore, nessun rimorso. Almeno, non ora. Non ho figli, ma ci penserò tra qualche anno".

Divorziata, già protagonista di un noto reality show e di alcuni calendari, ospite di numerosi salotti tv, indossatrice e modella. La prossima settimana sarà interrogata da Sabrina Monteverde, il pubblico ministero che gestisce la delicata inchiesta genovese sugli aborti clandestini. Si è affidata ad uno dei migliori penalisti del capoluogo ligure. "Non immaginavo di essere indagata, l'ho saputo dai carabinieri che mi hanno convocato", si confida con chi la può aiutare. "Mi sono sempre fidata di quel medico, lo conoscevo bene. Una persona corretta". Ha bussato al suo ambulatorio privato. E questo è un reato. "Sono andata nel suo studio unicamente perché non volevo che trapelasse la notizia. Ho fatto una scelta, e non devo renderne conto a nessuno. Ma sono un personaggio pubblico, avevo il terrore che si sapesse in giro. Semplicemente, non credevo di commettere un reato".

Il medico avrebbe dovuto avvertirla: poteva tranquillamente sottoporsi all'intervento in una struttura pubblica come il San Martino. "Sono sicuro che l'ha fatto per aiutarmi, ero stata io a chiedere la massima discrezione. Il fatto che si sia tolto la vita mi ha profondamente colpito. Non era colpevole, non aveva cattive intenzioni: ne sono sicura".

Ufficialmente è indagata ai sensi dell'articolo 19 della legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza al di fuori delle strutture e delle procedure previste dalla legge. Se dice la verità, e cioè che l'aborto clandestino è avvenuto nei novanta giorni dal concepimento, pagherà una multa di 51 euro. "L'ho già detto al mio avvocato. Sono disponibile a parlare subito con il magistrato. A spiegare, chiarire. Pagherò la multa. Tutto quello che voglio è chiudere la vicenda al più presto. E che il mio nome non venga mai pubblicato dai giornali. Non per questa storia, voglio dire".

Tra le altre persone indagate per essersi rivolte al medico suicida c'è anche una impiegata di 28 anni, di Chiavari. Ha già ricevuto l'invito a presentarsi in procura la prossima settimana. E racconta: "Ermanno Rossi era da tempo il mio ginecologo, mi ha sempre seguito". Anche lei non ha figli. "Avevo un fidanzato. Una storia che andava avanti da molto, ma che recentemente è andata in crisi. Ci siamo lasciati, siamo ritornati insieme. Alla fine, la rottura definitiva. Insomma, ci siamo lasciati". E lei ha scoperto di aspettare un bambino da lui. "Ero rimasta incinta. Sono stati giorni duri, tormentati. Non è stato facile, ma alla fine ho deciso che quel figlio non lo volevo. E mi sono rivolta al ginecologo".

Il dottor Rossi le ha detto che l'interruzione di gravidanza si pratica regolarmente in tanti ospedali pubblici? "Mi ha detto che potevo andarlo a trovare nel suo studio. E così ho fatto". È andata all'ambulatorio privato di Rapallo? "Sì". E ha pagato cinquecento euro. "Di questo preferisco non parlare". Cosa è accaduto, nello studio? "Il medico è stato molto gentile. E premuroso. Ha usato un aspiratore. È durato tutto pochi minuti. Non è stato doloroso". Lo sapeva di commettere un reato? "No, assolutamente. L'aborto è legale, in Italia. Davvero, pensavo che tra uno studio privato e un ospedale pubblico non ci fosse una grande differenza. L'unica cosa era forse il costo, ma soprattutto la discrezione. In quel modo non lo avrebbe saputo nessuno". Invece, lunedì l'hanno chiamata i carabinieri. "Sì, credo sia accaduto mentre stavano perquisendo il suo studio di Rapallo. Quello dove è successo tutto. Ma io non lo sapevo di fare qualcosa di illegale, giuro".


(13 marzo 2008)

da repubblica.it


Titolo: Berlusconi: "Contro la precarietà? Sposare mio figlio o un milionario"
Post di: Admin su Marzo 13, 2008, 05:52:54
POLITICA

La battuta del Cavaliere ad una studentessa durante un programma tv

Reazioni indignate da Pd e SA. Franceschini: "Si scusi", Bertinotti: "Allarmante"

Berlusconi: "Contro la precarietà? Sposare mio figlio o un milionario"

 
ROMA - La ricetta di Silvio Berlusconi contro la precarietà? Sposarsi un ricco. La battuta, cui il leader del Pdl non ha saputo resistere, era diretta ad una studentessa che ieri nel corso del programma "Punto di Vista" del Tg2 gli chiedeva come fosse possibile per le coppie giovani mettere su famiglia senza la sicurezza di un posto, e un reddito, fisso.

"Io, da padre - ha risposto Berlusconi sorridendo - le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere". Poi, ha elencato le proposte contenute nel programma del Pdl per aiutare i giovani, dalle agevolazioni sui mutui al piano-casa.

All'obiezione del conduttore della trasmissione, Maurizio Martinelli, che "di figli di Berlusconi in giro ce ne sono pochi" il Cavaliere, sempre sorridente, ha insistito: "Se dovessi dire qual è il consiglio più valido, penso sia quello che le ho dato all'inizio...".

La battuta ha scatenato un coro di reazioni indignate da parte del Pd e della Sinistra Arcobaleno. "Come italiano mi vergogno delle parole di Berlusconi" commenta Dario Franceschini. "Di fronte a centinaia di migliaia di giovani italiani che vivono la precarietà del loro rapporto di lavoro come un'ipoteca sul loro futuro, rispondere ad una ragazza precaria che il modo di uscire dalla sua situazione è sposare il proprio figlio, o il figlio di un milionario, suona come un'offesa insopportabile" continua il vicesegretario del Partito Democratico, aggiungendo: "Penso che in qualsiasi paese un leader politico, a prescindere da quale parte politica esso appartenga, sarebbe costretto a scusarsi per quella battuta offensiva".

Per Fausto Bertinotti, l'uscita di Berlusconi, anche se si tratta di uno scherzo, è allarmante e "indicativa di una cultura che propone ai giovani una realizzazione fuori dalla loro vita ordinaria". Per il candidato premier di Sinistra Arcobaleno viste le proposte della destra non resta che augurare ai precari "che vincano la lotteria", ma la ricetta della sinistra è quella di "cancellare l'idea della lotteria" a favore di miglioramenti concreti.

(13 marzo 2008)

da repubblica.it


Titolo: "Io, l'infame della caserma che ha denunciato quelle torture"
Post di: Admin su Marzo 18, 2008, 08:51:02
CRONACA

Marco Poggi, infermiere penitenziario, era in servizio in quei tre giorni

Il racconto al pm e un libro sulla vicenda: "Quegli uomini dovevano essere sospesi"

"Io, l'infame della caserma che ha denunciato quelle torture"

di GIUSEPPE D'AVANZO

 

MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. "Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro". "Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell'androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio...".

Marco Poggi dice che sa che cos'è la violenza. "Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l'avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"".

Marco Poggi è "l'infame di Bolzaneto". Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l'infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall'altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. "Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c'erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l'ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c'era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l'ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch'io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l'ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l'ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani".

Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. "Beh! - dice - un po' sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l'infame di Bolzaneto".

Dice Marco Poggi che "se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare". Dice che lui "lo sapeva fin dall'inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione". Dice Poggi che però "quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell'autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch'io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c'è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo".


(18 marzo 2008)

da repubblica.it


Titolo: Abu Jamal, il peccato originale del razzismo
Post di: Admin su Marzo 29, 2008, 06:31:02
Abu Jamal, il peccato originale del razzismo

Giancesare Flesca


La storia che avanza sfiora appena le ricorrenti tentazioni razziste della giustizia americana. Dopo decenni di lotte contro questo sistema, sostenute da movimenti non necessariamente progressisti in tutto il mondo, ieri l’altro la condanna a morte di Mumia Abu Jamal, pronunciata nel 1982, è stata annullata e probabilmente sarà convertita in carcere a vita. Questo vuol dire che lo stato della Pennsylvania lo considera ancora responsabile dell’uccisione di un agente della polizia di Philadelphia, nonostante decine di prove dimostrino il contrario. L’America potrà forse avere un presidente nero ma difficilmente si libererà di quel che lo stesso Obama ha definito «il peccato originale» del razzismo. Sia chiaro che Mumia Abu Jamal e i suoi compagni delle pantere nere avrebbero considerato Obama un «negruzzo»,cioè un nero che si è integrato nel potere bianco.

A quell’epoca, la metà degli anni 60, dopo l’uccisione di Malcom X a Manhattan, il movimento nero era diventato ancora più radicale. Non era questione di liberarsi dall’ingiustizia dei bianchi, ma di «scrollarsi i bianchi di dosso», come aveva detto George Jackson, uno dei leader dell’organizzazione, della quale faceva parte anche Angela Davis. Si proclamavano «marxisti-leninisti» e questo bastava a rendere la persecuzione contro di loro ancora più forte e più sporca.

Nella sentenza che condanna a morte Abu Jamal è considerata come una prova di colpevolezza l’aver condiviso una famosa frase di Mao, «il potere politico cresce sulla canna del fucile». Philadelphia, il cui nome significa città dell’amore, fu una delle protagoniste più spietate nel reprimere i movimenti neri (e gli omosessuali,se ricordate il film omonimo). Abu Jamal, che lì è nato nel 1954, a soli 15 anni aderisce alle Pantere nere, ormai declinanti. Ma questo Wesley Cook (è il vero nome di Abu Jamal) non poteva saperlo. Sapeva della moltitudine di neri mandati a morire in Vietnam, dei ghetti dove le istituzioni segrete dello Stato facevano correre a fiumi l’eroina per devitalizzarli, e ricordava tutti i 10 punti per cui lottavano le Pantere nere. L’ultimo, il più immediato, diceva: «Vogliamo terra, pane, abitazioni, istruzione, vestiti, giustizia e pace».

Tutto questo gli passava in mente mentre nel 1968 veniva arrestato per aver protestato contro un meeting del candidato segregazionista alle presidenziali, George Wallace. Nel 1969 Abu Jamal fu nominato responsabile del partito per l’informazione. Come tale, l’FBI lo inserì in una lista di cittadini da sorvegliare e internare in caso di «allerta nazionale». Ma la sua condanna a morte l’aveva firmata nel 1978, quando il gruppo nero dei MOVE fu aggredito e bombardato dagli elicotteri (cosa che si ripetè nell’81 e perfino nel 1986) lasciando in terra undici morti. A dirigere l’operazione c’è il capo della polizia Frank Rizzo. Abu, diventato radio-giornalista, ne denuncia la brutalità. Rizzo gli promette: «Faremo i conti con te e con questa setta di fanatici».

L’occasione per «fare i conti» si presenta dopo tre anni, nel 1981. Ormai ministro dell’Informazione di tutto il Black Party e giornalista apprezzato, Mumia, sposato e padre di due figli, deve arrotondare guidando il taxi. Il 9 dicembre di quell’anno, all’alba, aveva un appuntamento con il fratello più giovane. Il ragazzo era lì, dall’altra parte della strada. Ma non era solo. C’era un poliziotto che gli contestava una contravvenzione, e lo faceva in modo violento, picchiandolo. Abu Jamal attraversa la strada correndo e gridando all’agente di lasciar stare. Il poliziotto si volta e gli spara freddamente in pancia. Lui cade a terra in una pozza di sangue. Perde i sensi. Erano in un quartiere nero. Qualcuno vide che avevano sparato al popolare giornalista. E sparò a sua volta tre colpi che freddarono l’agente Daniel Faulkner. Ma quando Abu Jamal riaprì gli occhi si trovò nel reparto carcerario di un ospedale, incriminato per aver ucciso un poliziotto. Per di più un poliziotto bianco.

Il processo arriva presto, nell’estate dell’82. A presiederlo è Albert Sabo, ex sceriffo e grande amico del capo della polizia Rizzo. Viene chiamato «capestro» perché è autore di 32 condanne a morte: 2 comminate a bianchi, le altre trenta, ovviamente, a neri. È il record americano. Nel processo contro Abu Jamal tutti i giurati sono bianchi, tranne due, anche se a Philadelphia i neri sono il 40% della popolazione. All’inizio del processo il giornalista chiede di auto-difendersi, mentre l’avvocato d’ufficio gli fa solo da spalla. Dopo qualche seduta il giudice Sabo gli impedisce l’auto-difesa perché «troppo distruttiva». Allora Jamal chiede di avere per avvocato John Africa, fondatore della comunità MOVE. Il giudice Sabo nega, dicendo che la presenza di Africa sarebbe stata «ulteriormente distruttiva». Dove il «distruttiva» significa una difesa attiva, che mette sotto accusa la congiura «bianca», che non pietisce il favore della Corte.

Mumia Abu Jamal non sta al suo posto. E allora si fa di tutto per mandarlo a friggere sulla sedia elettrica. In quell’aula a dichiarare di aver visto l’imputato sparare al poliziotto furono una prostituta e un tassista. Un terzo testimone affermò di aver visto un uomo attraversare di corsa la strada ma di non poter dire se era Abu Jamal o no. La prostituta Veronica Jones, pilastro dell’accusa, in un primo momento aveva dichiarato di aver visto due neri fuggire dalla scena della sparatoria. Ma di fronte al giudice Sabo cambiò completamente la sua deposizione, dicendo che la prima versione non è attendibile perché lei era strafatta di marijuana. Il 2 luglio 1982 la giuria dichiara Abu Jamal colpevole e il giudice Sabo non si smentisce, infliggendogli la pena di morte. Le spese sostenute dal Tribunale per la difesa dell’imputato indigente, a Philadelphia 6500 dollari di media, nel caso di Abu Jamal sono di 150 dollari.

Le irregolarità procedurali e sostanziali furono tantissime. Al punto che, quando Jamal ottenne una revisione del processo e il giudice Sabo fu autorizzato a rientrare dalla pensione per dirigere anche quel dibattimento, furono migliaia i giuristi di tutto il mondo che ne chiesero invano l’esonero per quel che da noi si definisce «legittima suspicione». Tutto ciò non impedì a Sabo di fare il processo e di moltiplicare la vena accusatoria, alimentata da nuovi testimoni pescati dalla «Fratellanza della polizia di Philadelphia» di cui sia il giudice che Frank Rizzo sono magna pars.

Abu Jamal spende così nel braccio della morte i 26 anni successivi Il suo caso diventa una vicenda internazionale. Amnesty lo difende a gran voce. Mille avvocati dei tribunali britannici chiedono una radicale revisione. Dalla sua storia nasce un film, «In prigione la mia intera vita». Il sindaco di Parigi lo nomina cittadino onorario. Lui scrive il suo diario, «Live from the death row». Ma tutto è vano, anche se nel 1999 un vecchio sicario, Arnold Beverly, confessa a un avvocato di aver ucciso il poliziotto Faulkner. Tutto questo gli ha salvato la vita soltanto per regalargli nella migliore delle ipotesi un ergastolo. «In prigione la mia intera vita», appunto.

Pubblicato il: 29.03.08
Modificato il: 29.03.08 alle ore 10.10   
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Titolo: Toni Jop. Mosley: frusta, nazista frusta
Post di: Admin su Aprile 01, 2008, 10:23:10
Mosley: frusta, nazista frusta

Toni Jop


Vatti a fidare, vecchio Mosley, neppure le prostitute sono più quelle di una volta. Non si può nemmeno passare un pomeriggio scacciapensieri, e soprattutto in commovente omaggio al padre, senza finire sulle retine di qualche miliardo di persone. È la webcam, bellezza, e non puoi farci niente. Della vicenda che ha coinvolto l’intimo di uno degli uomini più ricchi di Gran Bretagna, Max Mosley, sessantasette anni, presidente della Federazione Internazionale Auto, ci sono almeno un paio di elementi che meritano di essere celebrati.

Saprete ormai che il potente uomo d’affari è stato ripreso per ben cinque ore, a sua insaputa, mentre se la spassava assieme a cinque prostitute frustando e facendosi frustare, e sono del tutto affari suoi. La vibrante scena di sesso era poi calata in una situazione che dal punto di vista coreografico voleva evocare quel tenero clima di violenza e di coazione tanto caro ai nazisti nei campi di sterminio. Ciascuno si eccita come può e vediamo di non star lì a dire: questo è normale, quest’altro no poiché questo moralizzare infingardo porta dritto tra i denti di una cultura dittatoriale e oscurantista. Una messinscena non è mai «colpevole». In questo caso, addirittura, è candida quanto una confessione su un lettino psicoanalitico. Infatti, il poveruomo è figlio del fondatore del partito nazista inglese, e si chiamava Oswald. Amico di Hitler e di Mussolini, si sposò in casa di Göbbels: foste nati voi in quella famiglia, vi sareste già ammazzati di fronte alle foto del matrimonio dei vostri genitori. Oppure avreste fatto la fine di Max che da un lato insiste a dire di suo padre che era una «persona meravigliosa» ma, accidenti, «troppo morbida», e dall’altra, coerentemente, si fa frustare da ragazze svestite come vestivano gli ebrei nei lager mentre conta in tedesco le frustate che subisce.

D’accordo, il padre di Max era una vera schifezza d’uomo, noi lo sappiamo, ma non abbiamo ereditato quello che ha ereditato il boss della Fomula 1, oppure pensiamo che il ragazzo si sia fatto da solo? Gli avesse lasciato debiti, i suoi ricordi d’infanzia avrebbero un altro colore, invece lo ha condannato a questa memoria riconoscente che comprende tuttavia anche questa passioncella per il sesso che porta svastiche al posto delle esse, e ce n’è tante. Questa è la strada maestra, forse, che ci permette di entrare in quel boudoir senza fare i guardoni e nemmeno i moralisti.

Ma ce n’è un’altra che, se piacesse di più a quel disgraziato di Max, potremmo prendere in considerazione: il rampollo di questa famiglia nazista, disonore di Gran Bretagna, è un cinefilo, attratto come il nostro amico critico cinematografico, Steve Della Casa, dalla filmografia di serie «C». Non solo, si è formato intellettualmente nei cinemini di periferia di Londra, quando, negli anni Settanta, impazzavano le pellicole semi-hard - girate in Italia - ambientate molto spesso in carceri naziste dove capitava che le donne facessero la voce grossa, insomma menavano alla grande. Vedi Helga, la belva delle SS, oppure Lager femminile dove, pure, le donne le prendevano in ossequio a una realtà che non le ha mai risparmiate, oppure, ancora, l’irresistibile Lager Ssadist kastrat Kommandatur, in cui un demente nazista va alla caccia di un paio di balle, possibilmente ebree, da agganciare alla sua carcassa per rimediare al danno procuratogli da una ragazza ebrea che non aveva gradito di essere stuprata.

Niente da fare: quando un immaginario viene catturato ci resta. E così, ogni volta che Max deve scrollarsi un po’ di ormoni dalle spalle, eccolo ripiombare in quella nicchia onirica che lo costringe a spendere molti soldi. Il problema, in questo caso, è che il suo sogno erotico pretende, purtroppo, un piccolo set cinematografico, è impegnativo.

Cinque prostitute alla volta, non sono uno scherzo mentre si può sorvolare sulle fruste, che costan poco, e sugli attrezzi di tortura che uno se li inventa. Poi le divise: è vero che puoi riusarle e non c’è una questione di taglie, del resto non c’è mai stata. In altre parole, la situazione liberatrice ha bisogno di una sua grandguignolesca grandiosità, come fossimo davanti alla cinepresa di Pasolini.

Questo, è evidente, espone il committente a dei rischi, nel caso non voglia far sapere in giro che, benché figlio di un porco nazista, lui si fa frustare da delle ragazze in divisa da lager solo perché gli piace il cinema di serie «C». E siccome non è Kubrick, l’unico uomo al mondo che riusciva a non far filtrare neppure una parola del film al quale stava lavorando, ecco che con un cast così numeroso il segreto può saltare.

Non solo, come abbiamo visto, trova anche chi gli gira nascostamente un film nel film della sua sessualità, e glielo distribuisce anche, gratis. C’è della crudeltà in tutto questo, ma che colpa abbiamo noi?

Pubblicato il: 01.03.08
Modificato il: 01.04.08 alle ore 13.11   
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Titolo: Giampiero Rossi. Viaggio nella fabbrica della morte
Post di: Admin su Aprile 27, 2008, 07:04:44
Viaggio nella fabbrica della morte

Giampiero Rossi


Che ci sei venuto a fare qua dentro? Anche tu sei venuto a morire? Alla tua età?». Anche se il tono della voce si sforzava di suonare bonario, non fu proprio un benvenuto cordiale quello che il vecchio operaio grugnì in faccia al giovane appena arrivato. «Pondrano Nicola», così si era presentato quel ragazzone vercellese con lo sguardo che bruciava dritto davanti a sé. «Marengo», gli aveva risposto secco l’anziano che lo aveva accolto scrutandolo perplesso da testa a piedi. Il giovanotto non poteva capire, in quel momento, il significato vero di quelle battute aspre. Era troppo preso dal guardarsi attorno.

L’ antro in cui si trovava, lì nel reparto «molazze», aveva un aspetto spettrale, tetro, buio, pieno di materia prima accumulata, con il vecchio Marengo che masticava platealmente il suo panino seduto su un cumulo di sacchi di amianto. Pondrano ne rimase impressionato anche se quello per lui doveva essere un bel giorno. Era l’11 novembre del 1974 e lui aveva trovato un buon lavoro. Un’assunzione all’Eternit era considerata da sempre una fortuna, da quelle parti. Per questo lui aveva accettato di buon grado di trasferirsi da Vercelli, venticinque chilometri più in là, tra le risaie per affrontare una vita che ora ruotava attorno a tre turni, albe e notti comprese. Si lavorava dalle quattro del mattino a mezzogiorno, da mezzogiorno alle otto di sera e dalle otto alle quattro del mattino. Orari assurdi altrove, ma non a Casale, dove il 60 per cento almeno dei lavoratori proveniva dalle campagne e con quel sistema di turni poteva ancora trovare il tempo per badare ai propri campi. Entrare in quella fabbrica, però, significava avere un salario garantito. Altro che morire: quella era un’assicurazione sulla vita, gli avevano sempre detto, la garanzia di arrivare un giorno a godersi la vecchiaia con una bella pensione e, magari, persino una casetta tutta sua comprata poco alla volta. «Quando nel ’55 ho cominciato a lavorare, scelsi come medico il dottor Sampietro, che aveva lo studio non lontano dallo stabilimento – ricorda, per esempio, Anna Maria Giovanola, dipendente della fabbrica di cemento-amianto fino alla chiusura del 1986 – e quando gli dissi che ero entrata all’Eternit lui mi rispose che per un operaio era come per un impiegato riuscire a entrare in banca. Un posto sicuro dove si prendevano dei bei soldi, così mi disse il medico. Poi anche lui morì di mesotelioma». Insomma, prima che la pericolosità dell’amianto fosse nota, questo significava per tante famiglie quel benedetto stabilimento di via Oggero, ché da quando avevano deciso di piazzarlo proprio lì da loro, a Casale, aveva cambiato le sorti di intere generazioni di ex agricoltori. (...)


IL SOSPETTO
Qualcosa di strano accadeva ai lavoratori dell’Eternit: morivano. Certo, tutti prima o poi dobbiamo lasciare questa valle di lacrime, questo è il dannato ciclo della vita e non c’è mai stato verso di cambiarlo. Ma tra i dipendenti della multinazionale svizzera avveniva qualcosa di molto particolare: quasi tutti soffrivano di una forma di disturbo respiratorio che procurava loro tosse eterna e un numero abnorme finiva i suoi giorni precocemente, senza fare in tempo a godersi la sudata pensione, in seguito a una micidiale malattia polmonare. Quasi tutti quelli che avevano lavorato alle sfilacciatrici, tanto per dirne una, erano morti, anche molto giovani, pochissimi erano arrivati alla pensione. Eppure nessuno aveva mai detto loro che quella era un’attività pericolosa... Che diavolo stava accadendo, dunque, a Casale? C’era qualcosa, in quella fabbrica, in quella polvere, che non andava, non poteva essere del tutto casuale, perché gli operai morivano così giovani? E perché anche altre persone, che con la fabbrica non c’entravano niente, erano morte di quella stessa stramaledetta malattia che annientava i polmoni?

Ci vollero parecchi anni, però, prima che dagli operai dell’Eternit arrivassero esplicite rivendicazioni. In tutta Italia i tempi non erano ancora maturi per le lotte dei lavoratori. Così, per oltre mezzo secolo l’azienda aveva potuto disporre di quelle «risorse umane» a proprio piacimento. Ma quando il movimento sindacale era riuscito a far arrivare il suo messaggio in tutti i luoghi di lavoro d’Italia le cose cambiarono anche a Casale Monferrato. Uno dei primi a «rompere le balle ai padroni» era stato proprio Mario Pavesi, che una volta eletto al consiglio di fabbrica aveva iniziato a chiedere con insistenza mascherine, filtri, ventilatori e tutto quello che, almeno in apparenza, poteva proteggere un po’ gli operai da quella polvere invadente e onnipresente. A quei tempi nessuno pensava che l’amianto potesse uccidere, ma che facesse male era già chiaro, perché l’asbestosi, quella tosse secca e irrimediabile, ce l’avevano praticamente tutti lì dentro. L’Inail, tra l’altro, riconobbe il primo caso di asbestosi contratta da un dipendente dell’Eternit nel 1947. Ma il massimo che si riuscì a ottenere,da allora in poi, fu il riconoscimento di qualche punto di invalidità e soltanto dopo una certa soglia di malattia. Per i più fortunati (e meno rompiballe) anche il trasferimento in reparti meno polverosi. «Sapevamo che la polvere faceva male – raccontava Giampaolo Bernardi, operaio Eternit dal ’62 all’86, prima di morire di mesotelioma pleurico – perché c’era chi faceva domanda e gli veniva riconosciuta. Certo, chi ne aveva molta diceva che gli mancava il fiato, però che facesse morire no, non lo sapevamo. Nessuno ce lo ha detto. Né, quando siamo entrati in direzione, ci hanno mai detto che lavorare lì comportasse un rischio. Anzi, quando qualcuno si lamentava perché faceva fatica a respirare gli rispondevano di fumare di meno». E nei reparti in cui erano stati installati dei rudimentali filtri, il rischio amianto non veniva riconosciuto a nessuno. (...)


IL TUMORE DI CASALE
Gli anni passavano, gli operai si ammalavano e sempre di più, tra coloro che avevano lavorato all’Eternit, morivano di una forma di cancro che qualcuno iniziò a definire «il tumore di Casale». A quel punto era chiaro, anche in assenza di una seria indagine epidemiologica, che c’era un nesso molto preciso tra la polvere della fabbrica e tutte quelle malattie polmonari, quelle morti. Non passava settimana, infatti, senza che sui muri di fronte alla fabbrica comparisse un nuovo manifesto funebre per la morte di un ex operaio Eternit. Era impossibile non notarli, anche perché vigeva la tradizione di una colletta tra i lavoratori per pagare la corona di fiori.

Fu a partire dagli anni settanta che si capì chiaramente che lavorare lì dentro poteva costare anche la vita. E anche diversi tra i dirigenti che prima negavano infastiditi nel sentire parlare di nesso causale tra amianto e tumori iniziarono a preoccuparsi, soprattutto quando constatarono che la morte non faceva sempre distinzione tra tute blu e colletti bianchi. Il mesotelioma, infatti, si portò via un ex direttore dello stabilimento che aveva avuto la pessima idea di abitare tare addirittura in fabbrica, e successivamente molti altri tra i quadri e i dirigenti dell’Eternit di Casale. (...)

Pubblicato il: 27.04.08
Modificato il: 27.04.08 alle ore 14.53   
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Titolo: «Portai la Orlando in auto dai boss della Magliana»
Post di: Admin su Giugno 22, 2008, 04:38:46
«Portai la Orlando in auto dai boss della Magliana»

Rivelazioni di una super-testimone, inchiesta riaperta

 
 
ROMA - C’è una traccia finalmente consistente per accertare che fine abbia fatto Emanuela Orlandi, la figlia del commesso della Casa Pontificia del Vaticano scomparsa 25 anni fa, il 22 giugno del 1983, quando aveva quindici anni. Una super-testimone, interrogata in gran segreto, ha rivelato ai magistrati un particolare da loro ritenuto decisivo per tentare di ricostruire la vicenda. Il mistero, ancora una volta, ruota attorno alla Banda della Magliana, la famigerata organizzazione (nata alla fine degli anni ’70 dalla fusione di vari gruppi criminali) in contatto con camorra, mafia, destra eversiva e loggia P2. A un sequestro deciso e ordinato per chissà quale (ancora) oscuro motivo dai boss che nulla avrebbe a che vedere, al contrario di quello che era stato ipotizzato fino a poco tempo fa, con i Lupi Grigi e con i colpi di pistola esplosi contro Giovanni Paolo II a piazza San Pietro, il 13 maggio dell’81, dal turco Alì Agca.

La svolta sugli accertamenti per la sparizione di Emanuela Orlandi è arrivata inaspettata. Il procuratore aggiunto Italo Ormanni (nominato in settimana da Palazzo Chigi responsabile del Dipartimento per gli affari di giustizia del ministero di via Arenula) e i pm Simona Maisto e Andrea De Gasperis hanno lavorato in silenzio, affidando alla polizia le prime verifiche e cercando riscontri al racconto della donna. Che non è una delle tante figure più o meno equivoche apparse in tutti questi anni nelle varie inchieste: è stata a lungo la donna di uno dei boss della banda della Magliana, conoscerebbe molti segreti dell’organizzazione e, soprattutto, avrebbe avuto un ruolo attivo nel rapimento.

È questo il passaggio più delicato dell’inchiesta. Tutto, allo stato, ruota attorno al racconto della super-testimone, che avrebbe fornito almeno un particolare che può essere riscontrato e che, in parte, è stato già ritenuto credibile dagli investigatori: ha detto di aver fatto salire Emanuela Orlandi su un’auto da lei guidata nel luogo in cui era stato fissato un appuntamento con un’altra macchina che l’aveva prelevata, quella sera del 22 giugno dell’83 (era domenica) quando aveva finito la lezione di musica. Forse proprio quella Bmw nera nella quale un vigile urbano (l’ultimo che la ricorda) ha sostenuto di averla vista entrare davanti al palazzo del Senato. E la super-testimone avrebbe anche aggiunto a Ormanni, alla Maisto e a De Gasperis di averla a sua volta lasciata in un altro posto e il motivo per cui si sarebbe prestata a fare questa operazione: glielo aveva chiesto il boss di cui era la compagna e aveva eseguito il compito, senza chiedere spiegazioni, né tantomeno opporsi. Sui motivi del sequestro, allo stato, i magistrati non hanno elementi precisi. Negli ambienti investigativi viene solo escluso che emerga qualcosa che lo leghi all’attentato al Papa di 27 anni fa, alla pista bulgara e ai Lupi Grigi di Agca.

Un appello al Papa per squarciare il «pesante silenzio» calato sulla vicenda è stato lanciato dalla mamma di Emanuela, Maria Orlandi (che è stata sentita dai magistrati insieme alla figlia Natalina e all’altro figlio): la famiglia continua a pensare di poter riabbracciare Emanuela, che adesso avrebbe 40 anni. «Penso che un po’ di coscienza la si debba avere. Sono passati venticinque anni nei quali c’è stata sottovalutazione e, soprattutto, troppo silenzio, quasi che si volesse dimenticare. Ma per me non accadrà mai», ha detto Maria Orlandi. La quale pensa che «se papa Ratzinger facesse un appello, anche se è passato tanto tempo, oltre che a fare piacere servirebbe a smuovere le coscienze». E l’ex giudice istruttore dell’attentato a Karol Wojtyla, Ferdinando Imposimato, conferma le novità: «So che la procura si sta muovendo. Sono fiducioso».

Flavio Haver
21 giugno 2008(ultima modifica: 22 giugno 2008)

da corriere.it



Titolo: Tony, il falsario di nome Br
Post di: Admin su Giugno 29, 2008, 06:26:49
Tony, il falsario di nome Br

Vincenzo Vasile


Nella Roma degli anni di piombo si aggirava uno strano personaggio. Si chiamava Antonio Chichiarelli, Tony per gli amici. E furono i suoi amici a farlo finire sui giornali, e anche - e soprattutto - a farlo finire morto ammazzato. Gli piaceva dipingere, ma invece dell´arte intraprese in grande stile l´artigianato della contraffazione. Perché gli piacevano soprattutto i soldi, soldi facili, vita spericolata. Per cui a un certo punto si creò anche un piccolo mercato delle sue «opere», considerate - a volte - meglio degli originali. Di professione, infatti, Tony faceva il falsario: di quadri, di documenti, di tutto.

Finché non falsificò il comunicato numero sette delle Brigate rosse che annunciava, in anticipo la morte di Aldo Moro attirando la polizia e i giornali nelle acque limacciose del Lago della Duchessa. Perché?, per conto di chi?, con quali scopi? Nel 1984, proprio nell´anno in cui Vasco cantava la «vita spericolata», Chichiarelli compie la rapina del secolo, acciuffando un bottino di 35 miliardi di lire presso la Brink´s Securmack. Era amico stretto di quelli della banda della Magliana, Danilo Abbruciati e Ernesto Diotallevi , coltivava amicizie e idee di estrema destra, unite a una specie di conclamata passionaccia per le imprese dei brigatisti, e - ovviamente - circolava a braccetto con agenti dei servizi segreti. Che lo controllavano a vista, passo dopo passo, eppure lo lasciarono fare. In una stagione smemorata, in cui impera la moda editoriale e pubblicistica che nega qualsiasi retroscena ed esorcizza qualsiasi mistero, questa microstoria è utile, dunque, per recuperare, se non la memoria, qualche pizzico di buonsenso nella ricostruzione di pagine di cronaca che sono diventate storia. «La vicenda umana di Tony Chichiarelli si intreccia così con la Storia d´Italia, che viene riletta in chiave criminale», ha scritto un esperto del ramo, Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore, nella prefazione a Il falsario di Stato, (Cooper editore, 10 euro), scritto da Nicola Biondo e Massimo Veneziani, due giovani giornalisti free lance, «topi di archivio», e degli archivi più segreti. Biondo e Veneziani il loro prezioso volumetto l´hanno scritto come un noir, scandito - anzi - come la sceneggiatura di una fiction, ma non c´è alcuna finzione, e sarebbe utile che si riflettesse su alcune parole pronunciate qualche tempo fa da uno che di misteri se ne intende, il senatore Giulio Andreotti: «L´autore del comunicato falso fu Chichiarelli, ma non è verosimile che sia stato effettivamente lui. Il 17 aprile del ´78 una persona ci avvertì che il giorno seguente sarebbe uscito un comunicato e ci disse di non spaventarci». La fonte era un contatto che il Vaticano utilizzava per la trattativa con le Br: 50 miliardi in cambio della vita di Moro.

Esattamente quello che scrisse il giornalista un po´ ricattatore e un po´ profeta, Mino Pecorelli sul suo OP dopo la scoperta del covo delle Br in via Gradoli: «Ci sono almeno due fazioni delle Br», di cui una trattava un clamoroso riscatto, e questa è proprio l´ala delinquenziale delle Brigate. E Chichiarelli è implicato ovviamente anche nell´assassinio del giornalista. Nel corso dell´inchiesta sulla morte di Pecorelli, la sua compagna e segretaria, Franca Mangiavacca, riconoscerà proprio il falsario come l´uomo che nell´ultima settimana di vita del giornalista li pedinava.

Gli piaceva lasciare tracce di sé. Per esempio dopo la rapina alla Brink´s, lasciò la sua firma, il numero sette, come quello del falso comunicato brigatista: prima di fuggire, fotografò i guardiani sotto un drappo rosso con la scritta Br, lasciò oltre che un sacchetto di polvere da sparo, una bomba «Energa» proveniente dal deposito della Banda della Magliana, e sette spezzoni di catena, sette chiavi e sette proiettili 7.62 Nato. Sette, come appunto il comunicato che aveva contraffatto. Come un messaggio cifrato perché chi sapeva e doveva capire, capisse. A casa sua oltre ai quadri falsi teneva armi vere. Un amico descrisse l´arsenale: kalashnikov, bazooka, bombe a mano e revolver. Chichiarelli gli aveva mostrato anche la testina rotante Ibm che gli era servita per redigere il comunicato brigatista, vantandosi di esserne l´autore, e di avere intenzione di far ritrovare in un taxi un borsello con la testina, un revolver e altri volantini. Cosa che fece, altro messaggio in bottiglia, che non gli salvò la vita, anzi forse accelerò la sentenza di morte. Perché questa storia, dovunque la giri, è la storia di un falsario di Stato. L´epitaffio lo scrisse a verbale un suo amico, Luciano Del Bello, anche lui confidente dei servizi: «Toni era pazzo, un pazzo fascista, se l´è andata a cercare». Gli trovarono a casa le foto originali di Aldo Moro, scattate nella «prigione» delle Br. E l´avvocato Pino De Gori, legato a Flaminio Piccoli, scrisse un altro necrologio, in chiave spy story: «È stato il Mossad ad autorizzare la rapina del secolo compiuta da Chichiarelli, ed era una ricompensa per il volantino falso del Lago della Duchessa, poi però l´hanno fatto fuori». Dietrologia? Resta il fatto che quelle foto provano quanto meno che un tipo così aveva avuto accesso al «carcere del popolo» dove era rinchiuso il presidente dc.

Nel Falsario di Stato si possono leggere anche alcune pagine inedite del diario di uno dei personaggi cruciali di quegli anni di piombo e di trame, il capitano del Sid Antonio La Bruna, che consegnò le sue memorie a uno degli autori, Nicola Biondo, poco prima di morire.


Pubblicato il: 29.06.08
Modificato il: 29.06.08 alle ore 10.20   
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Titolo: Non solo donne, gli affari di Saccà per la «Hollywood calabrese»
Post di: Admin su Giugno 29, 2008, 06:28:39
Non solo donne, gli affari di Saccà per la «Hollywood calabrese»

Enrico Fierro


Non solo «gnocca». Non solo attricette da sistemare in fiction barbosissime, altrimenti «fanno le pazze» e chissà cosa vanno a dire in giro. Non solo profumo di letto, insomma, ma affari, soldi, rapporti politici, mazzette che dalla Svizzera transitavano in Italia: c´è tutto questo nelle carte dell´inchiesta della procura di Napoli. Al centro sempre lui, Agostino Saccà, infaticabile gran signore della Rai, amico di Berlusconi, ma anche di molti esponenti del centrosinistra, attivo nella campagna di reclutamento di deputati e senatori pronti a saltare il fosso ai tempi del traballante governo di Romano Prodi. Insomma, l´inchiesta che vede al centro delle polemiche Silvio Berlusconi è uno spaccato dell´intramontabile, invincibile, eterno sistema della corruzione made in Italy. Al centro del gioco «una fitta rete di interessi, trasversale agli ambienti politici, dell´alta finanza e dell´imprenditoria coordinata da Agostino Saccà».

Uomo dalle inesauribili risorse, Saccà, scontento dei ruoli che riveste in Rai, decide di mollare e di mettersi in proprio: ha due progetti che lo lanceranno a livello internazionale. Uno si chiama «Pegasus» ed è la realizzazione di una grande company per la produzione internazionale di fiction e format tv, l´altro è una sorta di Hollywood in Calabria, la sua terra. Per entrambe le operazioni ha le amicizie giuste, i contatti, a tutti ha fatto favori, tutti gli debbono qualcosa e molti - a destra come a sinistra - gli fanno richieste. Quella rete di interessi - scrivono i pm napoletani - è stata predisposta «in maniera capillare con l´obiettivo di coinvolgere nel progetto "Città della fiction", amici e fiduciari dotati di notevole potere politico ed economico. Non casuale, appare, in tal senso, la circostanza secondo la quale Saccà assecondi in maniera più o meno evidente le richieste del "Presidente" (Berlusconi, ndr) attraverso l´inserimento di attrici in programmi tv». Per i suoi «sogni» Pegasus e Città della fiction, Saccà stabilisce contatti con Corrado Passera e Luca Cordero di Montezemolo, porta in Calabria imprenditori americani e tedeschi della fiction, insomma costruisce quello che i pm napoletani chiamano «un centro di potere d´interesse transnazionale, con plurimi scopi di natura trasversale rispetto al conseguimento di profitti aziendali e di vantaggi di carattere politico-finanziario, la cui rilevanza penale è tuttora in fase di valutazione». Per raggiungere lo scopo, soprattutto quello di creare una mega struttura per la fiction che veda insieme anche Rai e Mediaset (più volte nelle telefonate viene messa in evidenza la necessità di avere dentro «un uomo di Berlusconi»), Saccà si avvale della collaborazione di Pietro Pilello. Un passo indietro per lasciare al calabrese Pilello (socialista in gioventù proprio come Saccà) la possibilità di raccontarsi: «Sono massone, iscritto al grande Oriente d´Italia. Non dormo da venti giorni e sono oggetto di oscure minacce. Sono sconvolto». E´ lo sfogo che il dottore commercialista fa nel 1988 ad un grande inviato del Corsera, Adriano Baglivo. Pilello era finito nel tritacarne delle inchieste sulla massoneria del procuratore di Palmi Agostino Cordova, soffrì ma quando l´inchiesta venne trasferita a Roma la sua posizione venne archiviata. E uscì indenne anche da un´altra indagine su una storia di riciclaggio di titolo rubati, un affaire da 450 miliardi di vecchie lire. Tutto cancellato, ora Pilello vive a Milano, ha incarichi in società pubbliche come La Metropolitana milanese e la Finlombarda, è presidente del collegio dei sindaci di Rai International e poi di Rai Way. E´ a lui che Saccà si affida per studiare il piano degli investimenti delle sue società. In cambio, Pilello gli chiede un incontro con Berlusconi. Il 12 settembre del 2007, prende il telefono e fissa un appuntamento con il Cavaliere. Lo stesso giorno comunica al suo amico la notizia: «Il Presidente ti aspetta martedì alle 18,30 ad Arcore. Io ho detto alla segretaria Marinella che tu hai un cugino che ha una rete di ristoranti lì e quindi lo conosce bene, mi ha chiesto lui me lo puoi fare incontrare e ho detto come faccio l´australiano...Giocatela bene è importante». I ristoranti lì, in Australia, l´australiano: è il tentativo di convincere il senatore Antonio Randazzo, eletto per il centrosinistra nel collegio Oceania, a far cadere il governo Prodi. Saccà conosce bene «la pratica», tanto che quando gli agenti della Gdf gli perquisiscono la casa, trovano una lettere inviatagli da Pilello «avente oggetto senator Antonio Randazzo-Australia». Sei giorni dopo, il 18 settembre 2007, Saccà chiama Pilello e gli chiede come è andato l´incontro con Berlusconi. Il commercialista è estasiato. «E´ andato bene, lui è affabile, molto garbato, molto attento». Saccà: «Hai visto come è diverso da come appare all´esterno». Pilello: «Ha tardato cinque minuti e mi ha chiesto dieci volte scusa per il ritardo». Poi il commercialista parla di politica: «Questo paese va male, mi ha detto, abbiamo bisogno di fare qualcosa, io mi sto dando da fare, ma voglio raggiungere un numero molto alto di senatori che votano contro, per cui la ringrazio per tutto quello che può fare. Presidente, gli ho detto, io mi taglierei una mano per far cadere Prodi. Non mi sono mosso perché voglio capire come impostare la cosa, non vorrei farle danno». Ma Berlusconi è perentorio: «Guardi, non mi possono fare nessun danno, ho il diritto di farlo, lei vada tranquillamente dica che nella prossima campagna elettorale li prendiamo tutti noi, gli prometto che lo ricandidiamo, lo rieleggiamo». E´ sempre il senator Randazzo in cima ai pensieri del Cavaliere. E Saccà vuole saperne di più: «Tu gli hai spiegato la situazione, i rapporti con lui?». Pilello: «Gli ho detto che ho tanti parenti in Australia e che è stato tante volte a mangiare al ristorante di mio cugino». L´affare è delicato, Saccà si preoccupa, al punto che prima dell´incontro tra Pilello e Berlusconi, fa una telefonata al suo amico, è il 3 settembre. Pilello: «Sviluppi per la cosa Australia?». Saccà: «Niente perché lo devo vedere lui...capito...non voglio parlarne al telefono».

Senatori da comprare, attrici da piazzare, affari e politica, sembra una commedia all´italiana, ma sono soldi. Tanti. «L´uomo più ricco d´India, Pata, che è un grande produttore e che vorrebbe, mi ha detto Montezemolo, è un suo grande amico. E allora tu fai bene a tenere tutto più, come dire, autofinanziabile, in qualche modo per tenere alta la mia quota». E Pilello: «Se io aumento il capitale sociale a dismisura diranno e Agostino, su cento...che noi diciamo la società si paga da sola, e a questo punto è il management che vale tanto». Il sospetto dei pm napoletani è che dietro i progetti messi in campo dal duo Saccà-Pilello, si celi un giro di tangenti. Nel mirino una commercialista partenopea con studi a Londra, Stefania Tucci, ex moglie dell´ex ministro Gianni De Michelis. Per i pm «assicurava la formazione della provvista di euro 275.513 attraverso rapporti estero su estero con le società Bavaria». Sempre secondo l´ipotesi investigativa sarebbe stato Giuseppe Proietti ad aver consegnato somme di danaro a Saccà, che così consentiva l´acquisto da parte della Rai di alcune fiction prodotte all´estero. Bavaria è una delle società che avrebbe dovuto realizzare la città della fiction in Calabria. «Lolliwood», l´ha definita con indubbio sarcasmo «CalabriaOra», un quotidiano regionale calabrese. Perché Saccà, vero uomo bipartisan, in terra calabra si muove con tutti. Contatta il governatore Agazio Loiero, con lui progetta ipotesi di fiction, e poi il fratello di questi, Tommaso, funzionario regionale impegnato in Calabria film Commission. Ha buoni rapporti Saccà anche con Nicola Adamo, Pd, che gli promette interessamento e finanziamenti regionali, e con Doris Lo Moro, oggi deputata del Pd, all´epoca assessore regionale alla Sanità. Loiero e Saccà si parlano il 5 luglio 2007. Il tema è sempre quello della città della fiction a Lamezia,ma ad un certo punto il governatore ricorda al suo amico che «Francesca (la figlia di Loiero che lavora a Rai-fiction, ndr) deve passare dal terzo al primo livello di programmista». Saccà: «Esatto, esatto». Loiero: «Va bene». Saccà: «Ma non è necessario che gli dica i particolari, c´è una lettera del direttore Rai fiction che la riguarda con un passaggio di categoria più che legittimo...».

Della Città della fiction in Calabria venne anche posta una prima pietra, ci fu una cerimonia dove parteciparono tutti, presidente, assessori e rappresentanti della Bavaria e della altre società estere interessate. Mancava solo Gianni Speranza, il sindaco della città. All´epoca lo interpellammo, ci disse che non era rimasto dispiaciuto dall´esclusione, «tanto è solo una presa in giro». E sono le parole di Claudio Cappon, sentito come persona informata sui fatti, a confermarlo. «Non esiste - disse il direttore generale della Rai il 16 novembre del 2007 - all´evidenza della Direzione generale alcun progetto denominato Città della fiction da localizzarsi a Lamezia Terme. Successivamente ho appreso che il dottor Saccà aveva ricevuto un avviso di garanzia. Come non esiste un progetto Rai denominato Pegasus». Non esiste. Ma in una telefonata del 27 giugno 2007 Agostino Saccà ne parla con la figlia Graziella in termini entusiastici. Saccà le dice che presto incontrerà «Il Presidente», la figlia è contenta, «fidati, papino, per una volta ascoltami. Quello è il cavallo vincente, l´altro (presumibilmente Veltroni, ndr) no, tu sei bravo, tu non hai bisogno di nessuno».

Affari e politica, ma anche qualche risvolto comico come nelle migliori commedie all´italiana. I progetti di fiction da girare in Calabria sono tanti, uno sta particolarmente a cuore al governatore Loiero, quello su Natuzza Evola, una santona mistica che dice di parlare con i morti. Saccà ne parla al telefono con Tommaso Loiero, c´è una difficoltà il figlio della «santona» vuole associarsi all´impresa, fare il produttore. Saccà: «Spiega ad Agazio che quelli non so... qua ci sono produttori internazionali, gente in gamba e noi la prima cosa che facciamo ci sputtaniamo». Tommaso Loiero: «Ma Agazio ci tiene moltissimo a Natuzza». Saccà spazientito: «Ma questi qua li possiamo associare, lo chiedo a De Angelis (il produttore, ndr) di associarli al 20% che ne so». Tommaso Loiero: «Va bene Agostino, va benissimo questa è la soluzione migliore». Santi, santone, attrici, attricette, letti e senatori da comprare. Il fantastico mondo di Agostino.

Pubblicato il: 29.06.08
Modificato il: 29.06.08 alle ore 10.19   
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Titolo: NEANCHE UN RIGO DI CRONACA. SILENZIO, DIMENTICANZA O OMERTA’ ?
Post di: Admin su Luglio 01, 2008, 06:26:10
NEANCHE UN RIGO DI CRONACA. SILENZIO, DIMENTICANZA O OMERTA’ ?

di Fulvio Vassallo Paleologo*


Nella notte tra il 29 ed il 30 giugno un immigrato africano è morto nel centro di identificazione all’interno del centro polifunzionale ( CPT, CID e CARA) di Pian del lago a Caltanissetta, dopo essersi sentito male nel pomeriggio della domenica, ed avere ricevuto, per quanto risulta dalle prime testimonianze, soltanto un bicchiere d’acqua ( non si sa se con i soliti tranquillanti di cui si fa largo uso nei centri di detenzione). Solo nella mattina del 30 giugno quando alle 7,30 sono arrivati i medici della Croce Rossa ne è stato constatato il decesso, malgrado gli altri migranti avessero sollecitato per ore l’intervento di un medico. Nel centro si respira ancora una atmosfera di grande tensione, probabilmente i migranti testimoni dei fatti saranno presto trasferiti altrove, in silenzio, prima che la vicenda diventi di dominio pubblico, come avviene di solito in queste circostanze. Anzi, in molti casi, la morte di uno significa la libertà di tanti altri, perché piuttosto che trattenere scomodi testimoni, si preferisce ributtare nella clandestinità quanti potrebbero raccontare cosa è successo. Tutto diventa più facile – se non è possibile una deportazione immediata - con la liberazione immediata dei testimoni e la consegna dell’ordine di lasciare entro 5 giorni il territorio nazionale. Senza soldi, senza documenti, un ordine impossibile da eseguire. Ed alla fine, scomparsi nella clandestinità i testimoni, nessuno ricorderà più nulla, neppure chi aveva il dovere di garantire la dignità, la salute e la vita di un immigrato senza nome rinchiuso in un centro di identificazione.

Abbiamo atteso per ore un comunicato da parte della direzione del centro o della Questura di Caltanissetta, o una agenzia di stampa che almeno desse notizia del fatto, confermato da fonti diverse durante la giornata. Niente. Una cappa di silenzio è calata sul centro polifunzionale di Pian del Lago, mentre probabilmente si staranno sistemando registri e referti, testimonianze e documenti vari, per dimostrare che alla fine si è trattata, come al solito, di una tragica fatalità. Tutti erano al loro posto, tutti hanno fatto il proprio dovere, medici, operatori dell’ente gestore e poliziotti di guardia. Come al solito, nessun colpevole, nessun responsabile per la vita di un uomo, di un “clandestino”.

Un copione tante volte visto, in Sicilia ed in altre parti d’Italia, ma di fronte al quale non cesseremo mai di esprimere la nostra indignazione. Ed una richiesta di chiarezza, in una struttura sempre più affollata, nella quale arrivano molti immigrati sbarcati a Lampedusa ancora da identificare, un centro che è stato negli anni teatro di episodi inquietanti sui quali ancora dovrebbe indagare la magistratura. Anche la relazione della Commissione De Mistura non aveva lesinato critiche alla gestione del centro di Caltanissetta, ed oggi la situazione sembra più grave che in passato, perché i centri di detenzione si vanno riempiendo per le retate di “clandestini” che la polizia sta intensificando nelle grandi aree urbane, mentre i centri di identificazione esplodono per l’aumento esponenziale degli sbarchi a Lampedusa e in altre parti della Sicilia.

Una giovane vita si spegneva nel centro di Pian Del Lago, e il ministro Ronchi dormiva a Lampedusa il sonno del “giusto”, o, dopo una lauta cena a base di pesce,  era ospite di una qualche missione notturna delle nostre forze navali, che continuano a salvare vite umane nel Canale di Sicilia, malgrado le diverse direttive operative dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere marittime FRONTEX.
 
Caro ministro, piuttosto che appropriarsi di meriti che non le appartengono, perché la situazione a Lampedusa è migliorata prima del suo avvento al governo, solo grazie al trasferimento ed alla apertura del centro alle organizzazioni umanitarie, a partire dal 2007, perché non spendeva una parola sul destino buio che attenderà in futuro i migranti dopo il loro arrivo a Lampedusa ? Soprattutto quelli che non riusciranno ad ottenere lo status di rifugiato o di protezione umanitaria, ma che in molti casi non sarà possibile espellere. Magari una breve dichiarazione, anche per avvertire che con il sovraffollamento dei centri di detenzione e di “accoglienza” nelle altre parti d’Italia, effetto delle nuove politiche securitarie del governo Berlusconi, dell’aggravante della clandestinità, del prolungamento a 18 mesi della durata della detenzione amministrativa, a Lampedusa si rimarrà non solo due ma anche dieci -dodici giorni, e forse mesi, come in passato, ai tempi del precedente governo Berlusconi, in 1600 persone, in uno spazio che ne potrebbe accogliere meno della metà. Mentre i fondi per finanziare la seconda accoglienza ed il sistema di protezione per i richiedenti asilo verranno drasticamente tagliati.

Un vero albergo a cinque stelle lo diventerà di certo in futuro, il nuovo centro di accoglienza di Lampedusa, forse talvolta un po’ troppo affollato, ma al sicuro da giornalisti curiosi ( come Gatti non ce ne sono tanti in giro) e da magistrati invadenti ( Il Tribunale di Agrigento è lontano). Magari il ministro potrebbe mandarci qualche suo dipendente in vacanza, così almeno potrebbe essere un poco più informato di quelle tragedie quotidiane dell’immigrazione che si consumeranno nel silenzio, in futuro anche a Lampedusa, come negli altri centri di detenzione in Italia. L’estate è lunga e non appena il nuovo pacchetto sicurezza sarà approvato, e i centri di detenzione in Italia arriveranno al collasso, Lampedusa scoppierà di nuovo, a meno che qualcuno non ritorni alla prassi ignobile di rispedire i migranti appena arrivati, in Libia, nelle carceri e nei fossati desertici che Gheddafi chiama centri di accoglienza, una pratica per la quale la Corte Europea dei diritti dell’uomo nel 2004 ha condannato l’Italia.

 Intanto, per l’ennesima volta, non rimane che chiedere chiarezza sulle circostanze della morte del migrante senza nome che ha concluso il suo viaggio della speranza, e la sua vita, nel centro di identificazione di Caltanissetta. Almeno che sia fatta una autopsia e che questa non sia quella farsa che spesso diventa nei tribunali siciliani (a Palermo si attende ancora di conoscere il risultato dell’autopsia di una donna rom morta otto mesi fa, all’ospedale di Villa Sofia, per cause mai chiarite). Vorremmo che qualche magistrato cerchi di capire che tipo di servizio di assistenza garantisce la Croce Rossa nelle diverse sezioni del centro polifunzionale di Caltanissetta. E vorremmo che si facesse finalmente chiarezza sul personale civile impiegato in questa struttura. Magari anche per sapere chi fosse presente al momento del decesso dell’immigrato, e chi fosse il responsabile in quel momento dell’ente gestore. Soprattutto vorremmo un magistrato che abbia la voglia di accertare se nel centro si continua ancora a fare largo uso di psicofarmaci. Alcuni anni fa, qualcuno aveva definito anche Pian del lago come un albergo a cinque stelle. La penna dei velinari si ripete sempre ma la realtà è più forte delle menzogne e delle omertà.

*Università di Palermo

da sinistra-democratica.it


Titolo: «Ho scavato, là sotto c’erano gli occhi di Karl»
Post di: Admin su Agosto 07, 2008, 11:22:00
IL DIARIO DELLA TRAGICA SPEDIZIONE SUL NANGA PARBAT

«Ho scavato, là sotto c’erano gli occhi di Karl»

Volevamo portarlo via, non ci siamo riusciti

Gli aiuti? Non li abbiamo chiesti noi


DI WALTER NONES E SIMON KEHRER



DOMENICA 13 LUGLIO
L'attesa al campo base

Siamo al campo base del Nanga Parbat, ai 3950 metri. E' tutto pronto per partire, gli zaini sono fatti. Il tempo va migliorando, ormai ci siamo. Sento un'emozione identica a quella della vigilia del primo giorno di scuola. Abbiamo studiato tutto nei dettagli, con le fotografie, ma la verità è che non sappiamo cosa ci attende, è tutto nuovo. Karl sta cambiando modo di fare l'alpinismo e sono felice di farlo con lui. Cerca pareti nuove, difficili e non attrezzate. Se in vetta troveremo tempo buono abbiamo pensato di aprire una via nuova anche per la discesa perché la Buhl ormai è un'autostrada. Vedremo.
(Walter Nones)
E' un mesetto che ci stiamo acclimatando, ora ci sentiamo tutti e tre in forma. Domani ha tutta l'aria di essere il grande giorno. La montagna è gigantesca, sembra un labirinto di ghiaccio e neve. Mi chiedo se ce la faremo ad arrivare in vetta. In montagna le cose non diventano mai più semplici di come sono in partenza. E' il mio primo ottomila, un'emozione infinita. (Simon Kehrer)

LUNEDI' 14
È notte, si parte

E' incredibile la calma e la serenità che è in grado di trasmetterci Karl. Ci carica di entusiasmo e allo stesso tempo ci tranquillizza sulla nostra preparazione tecnica. Stamattina abbiamo chiamato Karl Gabl, che da Innsbruck prepara il tempo per gli alpinisti di tutto il mondo. Ci ha detto che il Nanga non l'ha ancora fatto, di richiamare. (Simon)
Karl ha risentito Gabl alle 10 di sera, là è ancora pomeriggio. Ci hanno detto che fino a giovedì sarà bello, poi potrebbe cambiare, di richiamare per gli aggiornamenti. Ci siamo guardati tutti e tre negli occhi. Ci è bastato uno sguardo. Si parte!! Ci mettiamo subito in marcia. Walter ha pure i tortellini nello zaino! Ce li faremo fuori alla prima sosta, così eliminiamo 250 grammi! Abbiamo scalato 2000 metri. La scelta di partire di notte è stata corretta: ci sono continue scariche di pietre e ghiaccio, ma almeno il freddo trattiene meglio i sassi. Percorriamo una morena. A mezzanotte siamo sotto la parete, la vera partenza. Ci riposiamo un po', beviamo qualcosa. Ma è già ora di riprendere la marcia. (Walter)

MARTEDI' 15
La neve ha rapito Karl

Siamo ripartiti tranquilli, come se avessimo un navigatore in corpo. Invece avevamo solo il fanalino in testa e la luna piena che ci ha accompagnati nella notte. Abbiamo affrontato lo spigolo slegati, ma lì sotto ci sentivamo protetti perché scaricava sui due lati. Le regole le abbiamo decise prima di partire: fino a pendenze di 60˚ si va slegati, distanti 50 metri. Ci siamo incantati di fronte all'alba, uno spettacolo incredibile: il rosso su un'infinità di bianco. Karl è davvero forte, non perde mai il buonumore, non sembra mai stanco. Ci dice: «Ci fermiamo a un autogrill a bere qualcosa?». Siamo scoppiati in una sonora risata. L'unico rumore umano su quella montagna. Ci siamo studiati tutto il percorso con i binocoli e Karl ha una memoria di ferro, ricorda e soprattutto riconosce ogni pendenza, ogni crepaccio. Per lui osservare la parete è come leggere un libro. E noi ora stiamo imparando a farlo come lui. Gli ultimi 80 metri sono stati una faticaccia. Due tiri misti su ghiaccio e roccia, legati perché i passaggi erano molto complicati. Ci abbiamo messo tre ore! Alla fine dello spigolo siamo finiti in neve fresca, poi un altro tiro per uscire da un seracco, poi ancora neve fresca. Che giornata infinita! Abbiamo scalato dalle 22 alle 16 del giorno dopo. Ci siamo macinati 2400 metri di dislivello. Io ero un po' lento, Karl mi ha chiesto come stavo. Mi sentivo bene. (Walter)

È questo il momento più difficile da ricordare e da scrivere. «Vi piace? Non è bellissimo? » ci ha detto Karl, con il suo solito sorriso contagioso. Ormai era ora di accamparci. Da lontano io e Karl abbiamo individuato un posto per la tenda. Gli ho detto di stare attento, che sembrava una crepacciata e lui: «Vado a vedere». Sono le ultime parole che gli ho sentito pronunciare. L'ho visto calpestare prudentemente la neve, passo dopo passo. Ero a tre metri. A un certo punto è sparito nella neve. Non l'ho sentito gridare, non ho sentito nulla. Ho pensato fosse caduto in un crepaccio di duetre metri. Io non avevo messo in conto che potesse essere morto. Per me era come fosse immortale, e mi rendo conto che è una cosa stupida. L'ho chiamato, ho urlato, ma non rispondeva. Ho gridato a Walter che stava dieci metri indietro che Karl era caduto in un buco, ma ho visto che pure lui stentava a capire. (Simon)

Sono corso su, ho urlato come un pazzo, ma Karl non rispondeva e non lo si vedeva. Probabilmente si è aperto un ponte di neve e ci è finito dentro. Non sapevamo che fare perché la corda ce l'aveva Karl nel suo zaino. Allora abbiamo preso tutte le fettucce e i cordini e li abbiamo uniti per formare un'unica fune, lunga una quindicina di metri. Simon si è legato e io l'ho calato. Non abbiamo mai smesso di chiamare, ma da là sotto arrivava solo silenzio. (Walter)

Mi sono calato nel crepaccio. C'era un vuoto di almeno trenta metri, ma non si vedeva nulla. Ho avuto paura, sì, mi sono spaventato. Ho visto la traccia della caduta, era dritta. Ho scavato con le mani, avrò tirato su settanta centimetri, ma dopo una giornata così lunga ero sfinito. Non si vedeva niente accidenti. E stava diventando tardi, dovevamo piantare la tenda. Allora ho preso la piccozza, ho sondato la neve e ho individuato lo zaino di Karl, incastrato. Ho cercato il viso, l'ho liberato dalla neve. Era molto pallido, gli occhi aperti. Il volto era quello di sempre, sereno e contento. Gli ho toccato il polso, ma non c'era più niente da fare. Ho avuto l'impressione che Karl nella caduta si sia rotto l'osso del collo, ma il suo volto era felice. Ci abbiamo provato a portarlo su, ma eravamo in bilico su un ponte di neve. Ho pensato a Silke, volevo riportarglielo il suo uomo, ma era un'impresa impossibile con il materiale che avevamo. Con due corde forse ce l'avremmo fatta. Ho tirato su lo zaino, ci serviva la corda per poter continuare. Ci siamo presi anche il satellitare, ma era una continua «ricerca rete». Alle 19, stravolti, abbiamo montato la tenda lì, vicino a Karl. La prima sosta, già senza il nostro capo squadra. (Simon)

Io e Simon non ci siamo più parlati. Avevamo bisogno del silenzio per elaborare il nostro lutto, ognuno per conto suo. Solo che i tempi dei sentimenti e quelli della montagna non vanno a braccetto. C'era la nostra vita in ballo e allora mi sono deciso ad aprire bocca: «Dobbiamo decidere che cosa fare, di Karl e di noi». Dopo ore di silenzio abbiamo cominciato a discutere, abbiamo analizzato ogni possibilità. Salire ci dava più sicurezza. Scendere con due viti da ghiaccio e due da roccia ci sembrava pericoloso. Ci siamo chiesti se arrivare in vetta. Ma abbiamo deciso che la cima era di Karl, che non era giusto arrivare in due se eravamo partiti in tre, era come rubargli qualcosa. Ci siamo messi a dormire. E' stato l'unico momento di debolezza che mi sono concesso. Un pianto per Karl. (Walter)

MERCOLEDI' 16
Il suo zaino come croce


Abbiamo trascorso la notte a ripeterci: «Dormi?» «No, sto pensando». Non vedevo l'ora che Walter attaccasse a parlare. A un certo punto, all'alba, ho sentito come una persona che fischiava. Siamo usciti in fretta dalla tenda, ci siamo aggrappati all'idea che qualcuno stesse arrivando, forse Karl stava tornando. E' una cosa assurda, lo so. Karl l'ho visto con i miei occhi, immobile nel ghiaccio. Devi rassegnarti, devi accettare la morte, ma la verità è che non vuoi. Mi sono tornati in mente Silke e i loro tre bambini. La loro vita sarebbe cambiata, ma ancora non lo sapevano. (Simon)
Finalmente la mattina, spostandoci di qualche metro, abbiamo trovato campo. Io alle dieci ho chiamato Manuela, le ho detto di Karl, ma di stare tranquilla perché noi stiamo bene e saremmo scesi dalla Buhl, che avrei richiamato dal campo base. Simon ha chiamato il manager di Karl, Herbert Mussner. Poi il telefono si è scaricato definitivamente. Siamo tornati nel buco dove c'era Karl, ci siamo calati ancora, ma era impossibile recuperarlo, non ce l'avremmo mai fatta. Così abbiamo preso il suo zaino e lo abbiamo messo sopra il crepaccio: quando arriverà l'elicottero sapranno dov'è. Ora l'obiettivo della nostra missione cambiava: fare in fretta per tornare da Karl. (Walter)

GIOVEDI' 17
Un dolore senza parole


Ci siamo alzati alle due di notte e messi in marcia alle 3.30 del mattino. Sembra una sciocchezza, ma ci vuole un'ora e mezza per fare acqua e preparare un tè. Dallo zaino di Karl abbiamo preso la sua macchina fotografica prima di partire. Il tempo era buono, abbiamo proceduto a zig zag. Faticosamente siamo saliti di 400 metri, ma alle tre è arrivato il brutto tempo. Ci siamo cercati un seracco idoneo per passare la notte, ai 6.800 metri più o meno. Tra il nevischio abbiamo piantato la tenda. In silenzio. Tutti e due eravamo molto a terra, ma cercavamo di non darlo a vedere l'uno all'altro. (Walter e Simon)

VENERDI' 18
Ghiaccio, pietre e paura


Ha nevicato tutta la notte. Vento e neve. La mattina siamo saltati fuori dalla tenda e scappati via. Arrivavano giù pietroni e ghiaccio che hanno piegato il telo. Un bello spavento davvero. La neve ci arrivava alla cintura, allora siamo saliti legati, a zig zag, con sci e pelli di foca, con pendenze fino ai 45˚. E' stata una giornata faticosissima per soli 120 metri di dislivello. Abbiamo montato la tenda e siamo crollati in un sonno profondo, stremati. (Walter e Simon)

SABATO 19
Telefono sceso dal cielo


Stamattina alle 7.30 ci hanno svegliati gli elicotteri. Non ci abbiamo fatto caso, erano lontani, pensavamo fossero per Karl. Sapevamo bene che non potevano aiutarci a quelle altitudini. Poi un elicottero ci ha buttato un sacco a 500 metri. Dieci minuti dopo un altro elicottero ha buttato un altro sacco, stavolta 150 metri a valle. Noi facevamo segno che andavamo in su, loro segno di andare in giù, forse per dirci dove era il sacco. Praticamente siamo scesi di tutti quei metri che faticosamente avevamo percorso il giorno prima per arrivare al pacchetto. Una faticaccia! (Walter)
L'ho aperto io il pacco. C'erano due bombole per il gas, cibo, un telefono satellitare e un bigliettino di Gnaro che ci diceva di tenere duro. Ho pensato che Gnaro stesse scalando il K2. Ci siamo portati via il telefono e il biglietto, cibo e gas li abbiamo lasciati per non appesantirci. Il telefono non prendeva. Siamo ripartiti. Ai 7.000 metri abbiamo scavato due ore nel ghiaccio per cercare di far stare la tenda in piano e l'abbiamo ancorata sopra gli sci. (Simon)

DOMENICA 20
Pronto, sono Walter


Il tempo è peggiorato. Abbiamo percorso un traverso di 400 metri, durissimo. Speravamo di arrivare alla sella, ma ci siamo fermati ai 7.300. C'è un po' di campo e chiamiamo il numero indicato in un sms: «Sono Walter Nones, mi hanno detto di chiamare qui». Dall'altro capo del mondo ha risposto Agostino Da Polenza. Siamo rimasti un po' sorpresi e gli abbiamo spiegato che era tutto ok, che saremmo scesi dalla Buhl. (Walter e Simon)

LUNEDI' 21
In tenda nella bufera


Ci siamo svegliati con una bufera micidiale, si vedeva a stento dove andare. Abbiamo girovagato fino alle 16, fino ai denti d'argento e montato la tenda ai 7.500 metri, nella bufera. Abbiamo parlato a lungo delle nostre donne. Le nostre imprese appartengono anche a loro, al loro coraggio di restarci accanto e capire le nostre passioni. Ad accettare il rischio che potremmo non tornare più. (Walter e Simon)

MARTEDI' 22
Pensiero fisso sull'incidente


Siamo partiti con una splendida giornata, ma dopo 200 metri di nuovo nebbia. Ci siamo fermati perché la nebbia non ci fa proseguire. Ci sono temporali, sembra di dormire accanto a una centrale elettrica. Siamo preoccupati per il tempo. Agostino ci ha detto che era in miglioramento, ma il cielo è troppo carico. Dormiamo quasi tutto il giorno. Karl ci manca. Ci manca il suo entusiasmo e la sua allegria. Le sue battute: «Chi mi dà il bacino della buonanotte?». Non abbiamo neppure più voglia di fare foto. Ancora non capiamo cosa sia successo. Era tutto normale, stavamo solo cercando un posto dove mettere la tenda. (Walter e Simon)

MERCOLEDI' 23
Con gli sci fino a 6400


Tutti ci avevano parlato di bel tempo. Invece c'è una nebbia micidiale. Decidiamo di fermarci, proseguire è troppo pericoloso. Agostino ci dice se possiamo chiamare due volte al giorno perché i media vogliono sapere. Non riusciamo a capire bene chi può essere interessato a noi. Nel pomeriggio c'è una schiarita. Smontiamo le tende e scendiamo con gli sci fino ai 6.400. La tenda è praticamente distrutta, sta in piedi solo da un lato. Per risparmiare peso avevamo solo un telo. (Walter e Simon)

GIOVEDI' 24
Elicotteri non richiesti


Decidiamo di non fare la Buhl: con la neve fresca significava valanghe. Tiriamo una linea dritta e arriviamo ai 5.200. Gnaro ci manda gli elicotteri, che ci fanno arrivare al campo base un giorno prima del previsto. Noi volevamo andare da Karl, ma ci ripetono che è impossibile. Volevamo restare al campo base a recuperare la nostra roba, ma ci portano a Gilgit, dove i giornalisti non fanno che chiederci chi pagherà i soccorsi. Ma l'intervento ha anticipato solo di un giorno il rientro al campo base che avremmo completato da soli. Comincia qui il nostro calvario mediatico. Non avevamo capito il casino che era scoppiato in Italia. L'avessimo saputo non avremmo telefonato da lassù. (Walter e Simon)

A cura di Cristina Marrone
07 agosto 2008

da corriere.it


Titolo: Robert Kennedy
Post di: Admin su Agosto 07, 2008, 04:15:13
Il 6 Giugno 1968 veniva assassinato all'Hotel Ambassador di Los Angeles un senatore che aveva appena vinto le primarie in California, guadagnandosi la nomination alle presidenziali per il partito democratico. Nonostante fosse il fratello del famoso presidente ucciso a Dallas nel 1963, e nonostante avesse egli stesso ottime possibilità di diventare presidente, la sua vita e la sua morte sono finite nell'oblio.

Soprattutto la seconda, avvenuta ufficialmente per mano di Shiran Bishara Shiran, è stata sbrigativamente archiviata dalla storia senza mai essere stata presa seriamente in esame. D'altronde, mentre a Dallas abbiamo forse il più intricato "giallo" della storia moderna, Shiran ha sparato sotto gli occhi di tutti, e di cospirazione vera e propria - almeno a livello popolare - non si è mai parlato.

Ma la storia, com'è noto, "è scritta dai vincitori". Ed il vincitore di quella tornata elettorale fu lo stesso Richard Nixon che aveva inaspettatamente perso, otto anni prima, contro lo sconosciuto John Kennedy, e che rischiava ora di fare la stessa figura contro il fratello più giovane. Rimasto invece senza avversari, nell'autunno Nixon riusci finalmente a rientare in quella Casa Bianca da cui era uscito nel 1959, come vice di Eishenower, convinto di fare una semplice passeggiata elettorale.

(Nel 1964 Nixon aveva saggiamente scelto di non candidarsi, visto che in quel momento la popolarità di Johnson, appena succeduto a Kennedy, era alle stelle. Johnson infatti stravinse contro Barry Goldwater, mentre fu lui stesso a dover rinunciare a candidarsi, nel 1968, sotto il peso delle disastrose notizie che arrivavano dal Vietnam. Questo aprì la strada alla candidatura di Bob Kennedy - che era contrario a restare in Vietnam - e che venne così a trovarsi in piena rotta di collisione con il rientrante Nixon).

Vale la pena di ricordare una frase emblematica, pronunciata da Kennedy poco prima di candidarsi: "Soltanto i poteri di un presidente permetteranno un giorno di rivelare al mondo la verità sull'assassinio di mio fratello." E' chiaro quindi che la sua morte deve aver giovato sia chi ha poi vinto quelle elezioni, sia chi nel passato aveva tramato per la morte del fratello. Sempre che non si trattasse della stessa persona.

"Il coraggio morale è ancora più raro e prezioso del coraggio in battaglia, o di una grande intelligenza. Ma è  una dote assolutamente indispensabile per chi voglia cambiare un mondo che accetta così faticosamente il cambiamento. Ogni volta che una persona si batte per un'idea, agisce nell'intento di migliorare la situazione degli altri, o si scaglia contro un' ingiustizia, mette in moto sottili rivoli di speranza che, convergendo da mille sorgenti di energia e di coraggio, vanno a formare una corrente in grado di travolgere il più poderoso muro di oppressione e resistenza" - RFK
 

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IL FATTO

All'Ambassador Hotel di Los Angeles è passata da poco la mezzanotte del 5 Giugno, quando Robert Kennedy conclude il suo discorso di ringraziamento alla platea che lo festeggia per la vittoria nelle primarie, che gli vale anche la  candidatura alle presidenziali. A quel punto il programma prevede che il Senatore lasci il palco alla sua sinistra, per raggiungere la sala stampa dove lo attendono i giornalisti. Ma una sua guardia del corpo, Bill Barry, annuncia che il percorso è completamente bloccato dalla folla, e dirige tutti ad uscire invece dal lato opposto (vedi grafico, più sotto). Dopo un corridoio ci sono due porte metalliche "a molla", che danno alle cucine dell'albergo. Kennedy è preceduto dal maitre dell'hotel, Karl Uecker, che lo tiene per il polso e gli apre la strada fra la gente che gli viene incontro. Sul lato destro di Kennedy cammina Thane Eugene Ceasar, la nuova guardia del corpo che ha sostituito all'ultimo momento quella abituale del Senatore. L'altra guardia del corpo di Kennedy, Bill Barry appunto, è rimasto inspiegabilmente indietro.

Mentre procedono, Kennedy risponde alle domande di un giornalista, che sta trasmettendo via radio, senza saperlo, gli ultimi istanti della sua vita (l'audio/video a fine pagina, sottotitolato in italiano). Una volta nelle cucine, Kennedy si ferma a stringere la mano a camerieri e cuochi che lo festeggiano. L'ultimo a farlo è un bus-boy di 18 anni, John Romero, che resterà immortalato con lo sguardo fisso nel vuoto, accanto al Senatore morente.

In quel momento Uecker "sente qualcosa insinuarsi fra lui e il tavolo metallico che ha davanti". E' il braccio di Shiran, che punta verso Kennedy una calibro .22 ed inizia a sparare. Kennedy lo vede, e alza le mani davanti a sè, in un gesto instintivo di protezione. Uecker ed altri si avventano sul polso di Shiran, e cominciano a sbatterlo furiosamente contro il bordo del tavolo metallico. Ma Shiran non molla la presa, e ne nasce una colluttazione che sembra non finire mai, con le urla di chi ha paura, le urla di Shiran, e quelle di chi grida agli altri cosa fare per immobilizzarlo.

Quando Shiran viene finalmente disarmato, Kennedy si ritrova a terra con tre pallottole in corpo. Una quarta gli ha forato la giacca, sotto l'ascella destra, senza ferirlo. Il Senatore fa ancora in tempo a chiedere "is everybody allright?" (stanno tutti bene?), e poi crolla in una pozza di sangue. Viene operato d'urgenza al vicino Good Samaritan Hospital, mentre l'intera nazione attende, col fiato in sospeso, davanti ai televisori. Ma l'incubo di Dallas si ripete: Kennedy non supera la crisi, e muore, alle 1.44 del mattino, senza aver più ripreso conoscenza.

Dalla registrazione dell'intervista in corso, si sente con chiarezza solo il primo colpo, e forse il secondo sovrapposto (subito dopo la parola "camouflage"), poi le urla dei presenti coprono tutto ciò che accade. Nel parapiglia risulteranno ferite 5 altre persone: Ira Goldstein, che ha ricevuto due colpi (uno gli ha attraversato il pantalone, senza ferirlo, l'altro l'ha colpito alla natica), Paul Schrade (che si trovava immediatamente dietro a Kennedy, e ha ricevuto una pallottola in testa), William Weisel, Richard Lubic ed Elizabeth Evans, anche lei colpita alla testa ma, come gli altri quattro, miracolosamente sopravvissuta.

Shiran viene arrestato, giudicato e condannato in tempi molto brevi. Basti dire che il referto autoptico, rallentato  a sua volta da strani problemi burocratici, arrivò in tribunale quando già Shiran, pur non ricordando assolutamente nulla dell'attentato, aveva ammesso la propria colpevolezza, nella speranza di ricevere una pena più mite.

Sembrò a tutti un caso chiuso.

Ma se si prova a fare il conteggio dei proiettili, scopriamo che dovremmo averne quattro per Kennedy, due per Goldstein, e uno ciascuno per gli altri quattro feriti, il che porta ad un totale di dieci proiettili, quando la pistola di Shiran - ammesso e non concesso che li abbia sparati tutti - poteva contenerne soltanto otto.

In realtà furono poi sette i proiettili estratti dal corpo delle varie vittime, due risultarono conficcati nello stipite della porta alle spalle di Kennedy, e due fori furono trovati nel pannello del soffitto proprio sopra di lui, portando il minimo a undici proiettili sparati.

Decisamente troppi per il solo Shiran.

Di fronte alla necessità di scovare un secondo sparatore - e quindi di ammettere anche una "cospirazione" - inizia a questo punto, nella versione ufficiale della polizia, un balletto di proiettili di fronte al quale il famoso "magic bullet" di Dallas è una certezza statistica inconfutabile.

Qui infatti l'unico modo per fare tutti quei danni con otto proiettili è che a) il proiettile che ha forato la giacca di Kennedy sotto l'ascella, abbia poi compiuto una deviazione di 80 gradi verso l'alto, per colpire la testa di Shrade che era subito dietro di lui (non a caso Paul Schrade, che non è mai stato indennizzato, è stato fra i più instancabili nel chiedere una riapertura del caso). Che b) il proiettile che ha colpito il pantalone di Ira Goldman dal davanti sia poi rimbalzato su una piastrella dietro di lui, per rientrargli nella natica in direzione opposta, ma soprattutto che c) un colpo imprecisato abbia subito anch'esso una deviazione verso l'alto di 90 gradi, per forare il pannello del soffitto sopra Kennedy, rimbalzare su "qualcosa" di non meglio indentificato nell'interstizio, tornare indietro praticando un secondo foro accanto al primo, e ferire infine Kennedy dall'alto. Insomma, una specie di cartone animato, in cui le pallottole instancabili rimbalzano dappertutto, mentre nessuno riesce a impedire a Shiran di sparare nemmeno uno degli otto colpi che aveva in canna.

Nella foto sopra a sinistra, i due fori rilevati nello stipite della porta, contenenti un proiettile ciascuno (il che sarebbe già sufficiente a far "saltare" la tesi di Shiran come assassino unico, poichè 7+2=9). Nella foto a destra i due fori rilevati nel pannello del soffitto, proprio sopra il punto in cui si trovava Kennedy, per i quali invece "nessuna pallottola è mai stata trovata".

Ci si domanderà a questo punto come sia stato possibile condannare il solo Shiran, di fronte ad una contraddizione matematica così lampante.


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IL PROCESSO

La risposta è che tutte queste informazioni non arrivarono mai alla giuria. Non dimentichiamo che nel sistema americano il giudice ha enormi poteri nel condurre il processo a suo piacimento, e questo ovviamente torna molto comodo nell'ipotesi di una cospirazione. Inoltre, l'avvocato d'ufficio di Shiran, che fu scelto dallo stesso giudice, mostrò una scarsissima predilezione per il semplice calcolo aritmetico, preferendo concentrare tutti i suoi sforzi per far apparire Shiran come uno psicopatico. Ciò appariva ai giurati come un nobile tentativo per alleviarne i termini di una condanna ormai sicura, ma in realtà sviava radicalmente il processo da quello che avrebbe dovuto essere il suo corso naturale. Vi fu poi un grosso "intoppo procedurale", come già detto, per cui la giuria non potette nemmeno vedere l'autopsia sul corpo di Kennedy, che avrebbe smentito in pieno - come vedremo in seguito - la versione ufficiale dei fatti.

A questa procedura chiaramente deformata, si aggiunga il fatto che tutti gli elementi rimossi dal luogo del delitto (lo stipite della porta, i pannelli del soffitto, e la pistola stessa di Shiran) o "andarono perduti" dopo il processo, oppure "furono buttati via" dalla polizia di Los Angeles, perchè "occupavano spazio inutilmente". Che nessuno si sognasse mai, in altre parole, di riaprire un caso chiuso così abilmente sotto gli occhi di tutti.

(Sorte simile era toccata agli appunti di 7 ore di interrogatorio a Lee Harvey Oswald, che furono "buttati via" dalla polizia di Dallas, subito dopo la sua morte, perchè "tanto era chiaro che era stato lui." Strano paese, dove ti registrano su nastro persino la deposizione per una multa non pagata, ma poi se ammazzano il presidente buttano via tutto quello che ha detto l'assassino).

"Pochi sono disposti a sfidare la disapprovazione dei compagni, la critica dei colleghi, e la rabbia della società, in nome della semplice verità." - RFK
 


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IL CORONER DELLE CELEBRITA'


Ma il problema più grosso, per la versione ufficiale, si chiama Thomas Noguchi. Noguchi non è stato semplicemente un coroner (il medico legale, responsabile dell'autopsia), ma colui che ha trasformato alla radice il concetto stesso di indagine post-mortem, nella storia della criminologia americana. Soprannominato "Coroner of the Stars", per aver operato da sempre su Los Angeles, Noguchi partecipò già all'autopsia di Marylin Monroe (in cui suggerì la soluzione all'enigma del finto suicidio), condusse quelle di Robert Kennedy, di Sharon Tate (la moglie di Polansky uccisa dai seguaci di Manson), di John Belushi e di tanti altri personaggi dello spettacolo, e fu inoltre colui che dimostrò, per conto della famiglia Calvi, l'impossibilità del suicidio del "banchiere di Dio", trovato impiccato sotto un ponte di Londra.

La differenza fra Noguchi e gli altri coroners sta nell'approccio globale con cui affronta i casi a lui affidati. Noguchi non esamina semplicemente il cadavere sul tavolo della morgue, ma vuole arrivare a "ricollocarlo" (idealmente, s'intende) nella precisa dinamica dell'azione. E' quindi in realtà un investigatore a sè stante, che tende ad integrare le osservazioni sul cadavere con i rilevamenti sul luogo del delitto. (Ad esempio: muovendo nelle varie posizioni il braccio destro di Kennedy, Noguchi notò che solo ad una certa angolazione il foro di entrata di un proiettile sotto l'ascella risultava perfettamente rotondo. Grazie a questo dedusse che quel colpo poteva essere giunto solo quando il Senatore aveva già alzato il braccio davanti a sè, arrivando a stabilire con precisione in che punto della sequenza fosse partito quel colpo).

Purtroppo il suo metodo, invece di venire apprezzato per l'evidente contributo che può dare alle indagni, è stato spesso osteggiato dalla polizia di Los Angeles, che ha sempre visto in Noguchi un personaggio troppo ingombrante e difficile da controllare. E avevano tutt'altro che torto.

F.B.I. contro  L.A.P.D. (Los Angeles Police Department)

A differenza di Dallas, dove l'FBI tolse di forza la giurisdizione del caso alla polizia locale (storico l'episodio in cui lo sceriffo di Dallas si mette di traverso nel corridoio dell'ospedale, cercando di bloccare gli uomini di Kennedy che se lo stanno portando via nella bara) la polizia di Los Angeles seppe prendere in mano il caso e portarlo fino alla conclusione senza alcun intervento federale. Questo ha reso molto più facile controllare, ad esempio, certe testimonianze scomode, come quelle di chi inizialmente aveva sentito la famosa "ragazza in polka-dot" dire "abbiamo ucciso Kennedy", ma poi al processo, stranamente, non si ricordava più di nulla. Ma soprattutto, non dovendo spiegazioni a nessuno, hanno potuto concedersi tutte le "distrazioni" già citate, alle quali si possono aggiungere episodi come l'incenerimento "accidentale" di 2400 fotografie, "convinti che fossero solo dei duplicati". La misura della sfacciataggine è qui anche la misura dell'impunità in cui sapevano di muoversi gli alti livelli del dipartimento di polizia.

Tutto questo ha da sempre tagliato le gambe in partenza ad un'eventuale riapertura del processo: oggi di quegli elementi esistono solo le fotografie pubblicate in questa pagina, e poche altre.

Nove anni dopo però l'FBI fu costretta ad entrare in gioco, quando il giudice indipendente Thomas Kranz fu incaricato dal procuratore della Contea di Los Angeles di una revisione del caso, in seguito alle montanti proteste da parte di un numero crescente di voci pubbliche, a cui stava a cuore la verità. Il rapporto fu il solito atto di equilibrismo verbale - molto simile a quello della commissione HSCA nel caso JFK - che tendeva a ristabilire almeno una parte di verità, per accontentare le voci più esigenti, senza per questo smentire pubblicamente le stesse autorità che avevano agito inizialmente per coprirla del tutto.


IL RAPPORTO KRANZ

Nel 1977 Kranz consegnò ai suoi superiori un rapporto completo sull'assassinio di Robert Kennedy (qui l'originale in pdf.zip, 3 vol. 7.7 Mb), nel quale riportava, fra le altre cose, i risultati dell'autopsia di Noguchi. Leggendoli, diventa più facile capire perchè quest'ultima faticò così tanto ad arrivare in tempo utile al processo.

Ecco cosa dice, in sintesi, il passaggio sopra citato (che compare a pagina 7 del I Volume): il colpo mortale (3, nello schema di Noguchi a sx.) ha penetrato il cranio dietro all'orecchio destro, frantumandosi poi al suo interno. Bruciature di polvere da sparo sull'orecchio indicano che il colpo è stato sparato da circa 3-4 cm. di distanza. (Tutti i presenti hanno testimoniato che Shiran non si è mai avvicinato a meno di un metro da Kennedy).

Altri due colpi sono penetrati accanto alla scapola e sotto l'ascella destra (il primo si è piantato nelle vertebre cervicali di Kennedy, il secondo è fuoriuscito all'altezza della spalla).

A destra vedete la giacca di Kennedy, con i fori di entrata e uscita del colpo n. 2. Anche questi colpi risultarono sparati da distanza ravvicinata.
 

Il paradosso è impossibile da ignorare. Shiran spara da davanti, in orizzontale, e Kennedy viene colpito da dietro, tre volte, in verticale dal basso verso l'alto (da cui i buchi nel soffitto).


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THANE EUGENE CESAR


Molto meno rumore ha fatto invece la storia di Thane Cesar, l'uomo verso il quale puntano il dito tutti gli indizi emersi finora. Presto scomparso nel nulla, fu lo stesso capo della polizia di Los Angeles a suggerire a Kennedy questa guardia del corpo privata, dopo che una delle sue aveva improvvisamente dato forfait per la serata all'Ambassador. Thane Cesar risultò poi essere un fervente sostenitore di George Wallace, il governatore del Texas a sua volta candidato presidenziale di quell'anno per l'estrema destra. Un dichiarato sostenitore del Ku-Klux-Klan, Wallace, che combatteva praticamente ogni riforma propugnata da Kennedy, sarebbe finito a sua volta su una sedia rotelle, nel 1972, in seguito ad un attentato. (L'elezione del 1968 fu poi vinta da Nixon, contro Wallace appunto, e contro Hubert Humphrey, il candidato democratico che Kennedy aveva appena sconfitto nelle primarie, e che era rientrato in lizza dopo l'assassinio).

Notiamo inoltre come la società di detectives che aveva fornito le prestazioni di Cesar a Kennedy, la Ace Security, fosse di proprietà della Lockeed Corporation, un ambiente tutt'altro che "liberal" dal punto di vista ideologico. Stupisce infatti che nell'entourage di Kennedy non abbiano pensato di rivolgersi a organizzazioni più "amiche", nell'affrontare il delicato problema della sostituzione. Ma non va dimenticato che fu proprio Bill Barry, la prima guardia del corpo di Kennedy, a suggerire all'ultimo momento la deviazione attraverso le cucine dell'Ambassador (dove si trovava Shiran in attesa), e che lui stesso poi "non riuscì" ad essere accanto all'uomo che doveva proteggere, nel momento del bisogno.


LA TESI PIU' ACCREDITATA

Thane invece marciava immediatamente alla destra di Kennedy, e lo tirò a terra "per proteggerlo" - come da manuale - immediatamente dopo i primi spari. E' quindi l'unico ad aver potuto sparare a Kennedy da dietro, a bruciapelo e verso l'alto, e fu anche l'unico a farsi ritrovare con una pistola in mano, alla fine della sparatoria. Non disse però se la pistola avesse sparato o meno, e nessuno si preoccupò mai di chiederglielo. E nonostante questa fosse una calibro .22 - esattamente come quella di Shiran - non fu mai esaminata al processo, e scomparve poi nel nulla, insieme agli altri mille elementi "scomodi" sequestrati dalla polizia di Los Angeles. Stessa fine fece la pistola di Shiran, a causa di una "confusione fra due buste", in cui fu gettata naturalmente quella sbagliata.

C'è infatti chi ha suggerito che la pistola di Shiran fosse caricata a salve (nel qual caso basterebbe un rapido esame per scoprirlo), per evitare di ferire Thane Cesar mentre svolgeva il suo lavoro, coperto dalle urla e dai suoi colpi a vuoto. Questo sarebbe possibile, nonostante gli 11 colpi (che a sua volta non può aver sparato Thane da solo), se si considerano due testimonainze colte sul momento, ma poi significativamente ignorate dal giudice al processo: una certa Lisa Urso disse di aver notato, subito dopo la sparatoria, un uomo biondo, vestito di grigio, che riponeva la pistola in una fondina, mentre un altro testimone disse di aver visto un uomo coi capelli scuri, vestito di scuro, sparare due colpi e allontanarsi in fretta dalla cucina. (Con Thane, e forse altri, che sparavano a Kennedy da dietro, diventa anche pù facile spiegare il colpo ricevuto nella natica da Ira Goldsten, che invece prima obbligava a suggerire un improbabile "rimbalzo su una piastrella alle sue spalle").

Qualunque sia stata la dinamica effettiva dell'omicidio, è chiaro che ruota tutta intorno a Thane Cesar, ed alla sua posizione privilegiata al fianco di Kennedy.

A destra vedete una foto emblematica, che ritrae proprio Thane Cesar accanto a Shiran, subito dopo l'attentato. Sarebbe interessante conoscere i loro rispettivi pensieri in quel preciso momento. (Per non pensare alla faccia che avrebbero fatto i due uomini sulla destra, se gli avessero detto che l'assassino di Kennedy non è quello che tengono fermo, ma quello accanto, in divisa, che li sta aiutando a farlo).

Alcuni vedono le cose come sono, e si chiedono "perchè". Io sogno cose che non sono mai state, e mi chiedo "perchè no" - RFK
 
da www.luogocomune.net


Titolo: Boss paralitico l´incredibile fuga.
Post di: Admin su Agosto 08, 2008, 05:25:38
Boss paralitico l´incredibile fuga

Enrico Fierro


Una storia di mafia e latitanti che è già una leggenda nera. Nei bar di Africo, di Platì e di San Luca, i picciotti ne parlano: Ciccio Pakistan sta «fottendo» tutti: i carabinieri, i poliziotti, i giudici di Reggio e quei «vastasi» delle altre famiglie di ´ndrangheta che lo cercano per fargliela pagare.
È da un anno che tentano di stanarlo facendogli terra bruciata attorno: zero. Francesco Pelle, classe 1977, boss emergente di Africo, continua ad essere un imprendibile. Il 30 agosto dell´anno scorso i carabinieri setacciarono la sua casa di Africo, ma di «Pakistan» neppure l´ombra: si era nascosto nell´intercapedine di una doppia parete. A fine luglio di quest´anno i «cacciatori» del Ros dell´Arma hanno sfondato la porta della casa del suocero, sapevano che c´era un bunker nel sottoscala: hanno trovato tracce, questo sì, ma Ciccio niente. Continua a scappare. E mai uso di questo verbo fu così fuori posto, perché «Ciccio Pakistan», l´imprendibile, è paralitico. Dalla sera del 31 luglio di tre anni fa le sue gambe sono immobili come pezzi di legno, ha il bacino fracassato, la spina dorsale diventata ormai insensibile.

Inchiodato su una sedia a rotelle defeca e orina nei sacchetti, a trentuno anni vive nel ricordo di quando era un uomo completo. Per «scappare», per continuare la sua vita di fantasma ha bisogno di persone fidatissime. Gente che gli guarda le spalle, lo sposta quando il covo che lo nasconde è bruciato, lo accudisce, medici e infermieri che lo curano. Per gestire la latitanza di un uomo ridotto in quelle condizioni occorrono almeno una decina di persone a disposizione ventiquattr´ore al giorno, servono case, bunker, macchine e armi, soldi.

Prima di quella sera sciagurata, Ciccio era un giovane uomo col mondo in pugno in quel «Libano» di boss e guerre di mafia che va dai paesi dell´Aspromonte alla Locride. «Pakistan» voleva diventare il capo di Africo, paese dagli equilibri mafiosi fragilissimi dopo la cattura di un boss del peso di Giuseppe Morabito, «Peppe Tiradritto», ammanettato in un fienile puzzolente una notte del 2004. Aveva tutto: la gioventù´ e il prestigio, perché lui era il rampollo di famiglie importanti, i Pelle ("Gambazza") e i Vottari ("Frunzu"), padroni di San Luca. E poi si era rafforzato col matrimonio, come impongono le antiche regole della ´ndrangheta, sposando una Morabito, la figlia di Leo «Scassaporte». «Pakistan» si sentiva un intoccabile, ma era diventato un problema per le altre cosche della zona. «Ciccio diventerà il capo di tutta Africo», dice un mafioso una sera di febbraio del 2006. «Ciccio deve stare attento - avverte il suo interlocutore - perché le cose sono difficili, volevano ammazzarlo tempo fa e se non lo hanno fatto è solo perché suo cugino ha garantito per lui». La ´ndrangheta è governata da regole antiche e rigidissime, raramente una sentenza di morte viene annullata, quando questo accade è solo perché un altro boss, rappresentante di una «famiglia» di peso, si offre come «garante». La garanzia viene accettata per non turbare equilibri, ma può essere revocata quando ci si accorge che solo l´assassinio può rimettere a posto le cose. E forse, quella sera di luglio, per Ciccio Pakistan erano scadute tutte le garanzie.

È sulla verandina della sua casa di Africo a respirare il vento che viene dal mare e che si mescola ai mille profumi che regala l´Aspromonte. La giornata è di quelle che un uomo di ´ndrangheta si scolpisce nella mente: è nato il suo figlio maschio. Lo ha appena portato dall´ospedale, lo tiene in braccio, lo coccola, ne fissa i caratteri del viso per stabilire somiglianze. Dentro, in cucina, ci sono i suoi parenti, la famiglia. Di fronte una brutta casa ancora in costruzione, in basso un giardino con alberi e una siepe troppo fitta. È un attimo, Francesco Pelle si volta verso la moglie porgendogli quel fagottino, si gira sul fianco sinistro, il tempo che la donna accoglie il bambino tra le sue braccia e dalla siepe parte un lampo seguito da un rumore forte come il tuono. Il primo pallettone gli squarcia la schiena, un secondo gli frantuma il bacino, altri due colpi gli straziano il corpo. Ora Ciccio Pakistan è a terra, ancora vivo ma gravissimo. Quando a mezzanotte arrivano i carabinieri su quella verandina non c´è una goccia di sangue, le donne di casa hanno pulito tutto, il pavimento è lindo. Una omertà covata per secoli e diventata tratto genetico indelebile le ha indotte a cancellare ogni traccia. Ma il sangue non sparisce con un colpo di straccio. Rimane impresso nei ricordi perché la sua linea rossa possa scorrere ancora e rigenerarsi in interminabili vendette. Ciccio Pakistan lo hanno colpito in un giorno che un uomo non dimentica, altre famiglie piangeranno i loro morti nei giorni colorati di rosso sul calendario.

La sera del Natale 2006 verseranno lacrime di dolore i Nirta, i nemici dei Pelle, per Maria Strangio falciata da una raffica di mitra. Passeranno mesi con i maschi rintanati come lupi sulle montagne o nei bunker scavati sotto le case di San Luca. Latitanti volontari, uomini che fuggono dalla vendetta. Poi una sera qualcuno entra in una porcilaia e scanna tutti i maiali maschi, solo la scrofa viene lasciata vivere. È un segnale: le donne non si toccano. È il segnale che otto mesi dopo, il 15 agosto 2007, porta un killer poco più che ventenne ad appostarsi nella notte davanti a un ristorante di Duisburg. Sei morti giovani: il sangue scorre ancora.

Per i magistrati dell´antimafia reggina, la seconda guerra di mafia che ha sconvolto San Luca e i paesi dell´Aspromonte prima di deflagrare in Germania, scoppia il 6 gennaio del 2005, Epifania. È il giorno dell´ammazzatina di Pasquale Favasuli, 21 anni. Qualcuno, «un amico», gli ha dato appuntamento in una contrada di Casignana, qualcuno che voleva spiegazioni. Perché la sera prima di quell´appuntamento, Pasquale è nervoso assai, sospetta la «tragedia», così gli uomini della ´ndrangheta - veri cultori della materia - chiamano l´omicidio organizzato con l´inganno. Lo ammazzano, dicono, per una questione di «corna», perché Pasquale - legato ai Pelle - avrebbe insidiato la fidanzata di Domenico Giorgi, un picciotto legato da vincoli di sangue con i Nirta e gli Strangio "Jancu" di San Luca. Passano 9 mesi appena e quel sangue verrà vendicato con un altro omicidio, quello di Antonio Giorgi, giovane vittima pure lui. Non di una vendetta d´onore, questo è materiale buono per una soap-opera in salsa calabrese, ma di una vera e propria guerra per la conquista del potere mafioso. In ballo, ne è convinto il pm dell´Antimafia Franco Mollace che all´epoca indaga su quegli omicidi, c´è la droga e gli affari, appalti, commesse, racket. Per questo, una sera di luglio, sparano a Ciccio Pakistan. Per i soldi e per il potere.

«´U figghiolu è contento che mi ha fottuto», dice con un filo di voce ai compari che vanno a trovarlo il 5 agosto del 2006. È ricoverato a Reggio, i suoi picciotti temono un nuovo attentato e non lo lasciano un minuto. Minacciano medici e infermieri, occupano militarmente il reparto. Ma Ciccio Pakistan non si dà pace. «Mi hanno fatto il regalo per il bambino». Soffre le pene dell´inferno: «Mi hanno rovinato la vita. Sono ridotto come il Signore sulla croce». Vuole a tutti i costi vendicarsi: «Li sfondo quei bastardi». Lo trasferiscono in una clinica specializzata del Nord dove i medici non gli danno speranze. Non camminerà più, ha appena trent´anni e lo hanno ridotto come un mezzo uomo. «Carissimo cugino - scrive il 7 novembre 2006 in un sms indirizzato al parente - ti vorrei dire che forse non cammino più». Convoca i cugini del ramo Vottari e con loro, ne sono convinti i pm dell´Antimafia, organizza la vendetta. Il 13 dicembre 2006 lascia la clinica e torna in Calabria, due giorni prima ha buttato il vecchio cellulare e si è fatto un numero nuovo. A San Luca e Africo i capi delle cosche temono l´esplosione di una guerra senza fine. E hanno ragione, perché il giorno di Natale Ciccio Pakistan, secondo le accuse della Direzione antimafia, vendica le sue gambe perse per sempre e la sua vita di uomo ridotto a metà. È la strage di Natale. Maria Strangio, la moglie di Giovanni Luca Nirta, viene falciata da una raffica di mitra. Il resto della storia si conclude, per il momento, la notte di ferragosto in Muellheimerstrasse, Duisburg.

Ma dov´è adesso Ciccio Pakistan? In un anfratto dell´Aspromonte, o forse in un bunker tra San Luca e Africo, è in questi posti che hanno trovato sue povere tracce: medicamenti e pannoloni per incontinenti. È malato, ha bisogno di assistenza, polizia e carabinieri sanno che si è curato a Milano, forse in Slovenia, in un centro specializzato dell´Austria e in una clinica nelle Marche. Dicono che gli abbiano offerto la possibilità di consegnarsi, che una trattativa sia stata già avviata ma senza successo. Pakistan vuole continuare ad essere libero, latitante, nonostante le sue difficili condizioni.

Perché? È la domanda che assilla gli investigatori. Quali altre mosse sta preparando l´uomo che sognava di essere il capo dei capi della potente ´ndrangheta di Africo?

Pubblicato il: 08.08.08
Modificato il: 08.08.08 alle ore 10.51   
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Titolo: Stazzema: si ricordano le vittime della strage
Post di: Admin su Agosto 13, 2008, 10:52:06
Stazzema: si ricordano le vittime della strage


È iniziata martedì 12 agosto alle 10, con la Messa celebrata dall'arcivescovo di Pisa monsignor Giovanni Paolo Benotto, la commemorazione dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema: il 12 agosto 1944 centinaia di persone, 560 per l'esattezza, per buona parte anziani e bambini, vennero massacrate durante una delle stragi nazifasciste più efferate che la storia ricordi. Alle 11 il corteo è salito lungo la Via Crucis per raggiungere il Monumento Ossario dove il sindaco di Stazzema Michele Silicani e il presidente dell'Associazione Martiri Enrico Pieri hanno salutato gli intervenuti.

«La commemorazione di vittime inermi della barbarie nazifascista deve essere di monito a non dimenticare gli orrori della guerra e dell'odio tra i popoli e vale a spronare, anzitutto i giovani, a promuovere i valori della pace e della dignità della persona attraverso il dialogo, la tolleranza e la coesione sociale». Lo afferma il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato al Sindaco del comune di Stazzema. «L'impegno con il quale la vostra comunità contribuisce a mantenere vivo il ricordo dei Martiri di Stazzema - sottolinea il capo dello Stato - conferma che i valori che animarono le scelte dei tanti, che si sono impegnati nelle fila della resistenza per restituire all'Italia libertà ed istituzioni democratiche, costituiscono ancora oggi le fondamenta condivise della nostra Democrazia».

Quella di Sant’Anna di Stazzema, insieme all’eccidio di Marzabotto, è una delle stragi più efferate compiuti dagli occupanti nazifascisti. Solo nel 2004 il tribunale militare di La Spezia ha condannato gli ufficiali delle SS tedesche per gli omicidi compiuti in periodo di guerra. Durante il processo sono emersi degli aspetti inquietanti. Dal dopo guerra fino al 1994 sono stati occultati dei documenti che riportavano i numeri ed i responsabili delle stragi dei civili compiute dai nazifascisti. Le Fosse Ardeatine, Boves, Marzabotto e S.Anna di Stazzema hanno trovato dopo tanti anni giustizia, per lo meno quella del tribunale.

«Il processo riaperto dopo cinquant'anni, e il cui definitivo atto si è celebrato lo scorso novembre con la conferma delle condanne inflitte in primo e secondo grado - ricorda l'assessore alla cultura della Regione Toscana, Paolo Cocchi, durante la commemorazione - suona anche come suggello di verità storica, oltre che di giustizia e pietà verso le vittime e i loro familiari. Fu un crimine di guerra senza attenuanti. Via via che si spengono i protagonisti di quegli anni e ci viene a mancare la forza emotiva di chi vide e visse direttamente la guerra, - ricorda l’assessore - i lutti, le violenze, il riscatto antifascista, tocca ai figli di quella ultima generazione fare delle scelte. Scegliere cioè gli strumenti e le forme più idonee a far sì che i valori e le esperienze vissuti dai padri si trasmettano ai nipoti, a persone separate da quegli eventi da un vero e proprio abisso storico e culturale».

«È una nuova politica della memoria quello di cui abbiamo bisogno - aggiunge ancora Cocchi - che si nutra di verità storica, di un nuovo senso di giustizia che faccia tesoro dei molti drammi del '900 e di quelli odierni, che innervi le istituzioni e diventi pedagogia diffusa, educazione civica e non più lotta politica»

Pubblicato il: 12.08.08
Modificato il: 12.08.08 alle ore 13.28   
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Titolo: «Quella strage compiuta anche grazie alle camicie nere»
Post di: Admin su Agosto 14, 2008, 08:04:48
«Quella strage compiuta anche grazie alle camicie nere»

Ella Baffoni


È giusto sostenere che quella di Sant’Anna di Stazzema è stata «solo» una strage nazista? È giusto rimuovere le responsabilità dei fascisti italiani, come fa il presidente della Camera Fini? Lo chiediamo a Paolo Pezzino, docente di storia contemporanea a Pisa, già consulente della procura di La Spezia per le indagini su diversi eccidi dell’«armadio della vergogna», tra cui Sant’Anna e Marzabotto. E che ha scritto, tra l’altro, «Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage tedesca» (il Mulino)
Il presidente Napolitano parla di «Stragi nazifasciste». Il presidente della Camera Fini ricorda la brutalità delle Ss. Non è una differenza forte?

«Non risulta nelle inchieste parlamentari né al processo sui fatti di sant’Anna di Stazzema la presenza di truppe regolari della Repubblica sociale o reparti di camice nere. Cosa che avvenne invece in altri episodi sanguinosi, come la strage di Vinca, a dieci chilometri da sant’Anna. Là ad agire c’era un reparto delle Brigate nere di Carrara».

Però tra i superstiti molti dichiararono che c’erano italiani a fianco dei tedeschi.

«Questo è sicuro. C’erano i portatori di munizioni, che spesso i tedeschi costringevano, e poi eliminavano perché non testimoniassero. Ma a sant’Anna quei portatori non furono uccisi dopo la strage. Uno di loro, Antimo Garibaldi, ebbe addirittura un lasciapassare tedesco. È anche vero che, processato all’epoca per collaborazionismo, fu assolto. Un’assoluzione che non cancellò i dubbi né i sospetti: sua moglie e sua figlia furono uccisi anche se risulta che lui li avvertì il giorno prima. È sicuro che collaborò con le Ss, che montò le mitragliatrici. Certo è che lui c’era, ed è sopravvissuto».

Insomma, ci fu la collaborazione di singoli italiani, non di reparti repubblichini o delle Brigate nere. La commissione parlamentare d’inchiesta, però, intendeva indagare «sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti».

«Certamente, questo era il titolo di quella commissione, due legislature fa, ed è una dizione corretta. In altri casi infatti - Marzabotto, ma non solo - la collaborazione della Repubblica sociale è accertata. Anche se il “lavoro più sporco” lo hanno sempre fatto le Ss».

Non la colpisce il lapsus di Fini, autodichiarato post fascista, che ricorda le responsabilità delle Ss ma non quelle dei fascisti italiani?

«Un po’ mi impensierisce. Bisogna riconoscere che la collaborazione degli uomini della Repubblica sociale fu sicuramente accertata in moltissimi casi. Le fonti dimostrano anche i motivi che scatenavano le stragi: le Ss ritenevano le popolazioni responsabili in solido degli atti dei partigiani - anche se a sant’Anna non ci fu una rappresaglia: i partigiani se ne erano andati da tempo - e anche i repubblichini pensavano che la popolazione fosse d’accordo con i partigiani e contro Mussolini, ed era infatti così. In ultima analisi la dizione «crimini nazifascisti» mi sembra corretta».

Colpisce un’altra differenza tra i due messaggi ufficiali. Quello di Napolitano richiama i valori della Resistenza, quello di Fini si richiama ai principi della Costituzione. Che è sì nata dalla Resistenza, ma non è la stessa cosa.

«Indubbiamente tutte le stragi servivano a fare «terra bruciata» attorno ai partigiani. Cosa che dimostra come la presenza di bande armate e organizzate fosse davvero pericolosa per i nazisti, soprattutto vicino alla linea del fronte, dov’era Sant’Anna. È la dimostrazione, tra l’altro, di quanto fosse importante l’azione partigiana in quelle zone. Non si può ricordare l’orrore di quelle stragi dimenticando il valore e i sacrifici dei partigiani. La terza carica dello stato, poi, dovrebbe avere memoria della Resistenza. Del resto, che dire? Il presidente del consiglio Berlusconi non ha mai celebrato il 25 aprile». e. b.



Pubblicato il: 13.08.08
Modificato il: 13.08.08 alle ore 10.38   
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Titolo: Massimo Franchi. Strage di Brescia, quelle foto che aiutano la verità
Post di: Admin su Agosto 31, 2008, 12:32:32
Strage di Brescia, quelle foto che aiutano la verità

Massimo Franchi


Il primo dei tanti depistaggi sulla strage di piazza Loggia a Brescia lo fece Il Secolo d'Italia. Per il giornale dell’Msi il 28 maggio 1974 in piazza c’era Renato Curcio, fondatore delle Br. «Volevano intorpidire le acque», racconta Manlio Milani, presidente dell’associazione familiari delle vittime, che quella piovosa mattina perse la moglie Livia. «Sapevamo che quella era una strage fascista e decidemmo di fare qualcosa». La reazione della città, ancora affranta dal dolore per gli 8 morti e il centinaio di feriti, fu immediata. «Pensammo che la cosa migliore era fare un appello: portateci foto della strage, riconoscetevi in quegli scatti». E Brescia rispose «con un impegno senza eguali, un impegno che ci fece sentire in dovere di lottare contro i depistaggi e per la verità».
Il “depistaggio Curcio” fu poi subito smentito da Giancarlo Caselli: «Arrivarono sul mio tavolo delle foto che sembravano di Curcio e che, se la memoria non m’inganna, erano di una commemorazione della strage di Brescia. La somiglianza c’era, ma già il profilo la metteva in forse. Riuscimmo poi ad individuare l’uomo e a smentire definitivamente quella versione».
Più di vent’anni dopo, in una delle migliaia di foto raccolte, un volto sullo sfondo colpì i magistrati Di Martino e Piantoni, che aprirono l’ultima inchiesta nel 1993. Lo scatto immortala lo strazio di Arnaldo Trebeschi. Piange il fratello Alberto, militante del Pci, il cui corpo è coperto alla buona da una bandiera. Dietro di lui, da un improvvisato cordone di sicurezza, spunta il caschetto di uomo. I magistrati ci vedono subito Maurizio Tramonte, la "fonte Tritone" dei servizi segreti, uomo che ha scritto e riscritto il corso delle indagini. Nel 2001 affidano la perizia per il riconoscimento al professor Luigi Capasso, ordinario di Antropologia a Chieti. Attraverso accurati confronti antropometrici, Capasso giunge ad un «un positivo giudizio d’identità».
La perizia fa parte degli atti dell’istruttoria che ha portato al rinvio a giudizio lo scorso maggio dello stesso Tramonte, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi e Pino Rauti con il via al processo previsto per il prossimo 25 novembre. Un impressionante mare di documenti in cui la verità potrebbe essere stata annegata dai tanti depistaggi. Un mare che la Casa della memoria di Brescia ha ora raccolto. «È stato un lavoro durissimo che ci è costato 45 mila euro. Ora è tutto digitalizzato e consultabile, grazie ai finanziamenti del Comune e della Provincia, co-fondatori con la nostra associazione della Casa della memoria».
Una Casa piena di foto. «I primi furono i fotografi: lo studio Cinelli e lo studio Eden, da cui è tratta la foto di Tramonte. Entrambi i titolari sono morti. La figlia di Cinelli ci ha donato l’intero documentario. Poi molti cittadini portarono le foto a noi perché della Questura non si fidavano». E facevano bene. A guidare la prima inchiesta fu proprio il generale Francesco Delfino, ora rinviato a giudizio. Fu lui ad accreditare subito la falsa pista del trafficante Buzzi.
«Io vivo a Roma», spiega Lorenzo Pinto, che di Milani nell’associazione delle vittime è il vice e che a Brescia perse il fratello Luigi, «eppure sono sempre colpito dall’impegno della città: qualche anno fa il famoso Ken Damy decise di fotografare tutti coloro che erano in piazza quel giorno e poi ne fece una bellissima mostra».
La perizia sulla foto rafforza le possibilità di arrivare finalmente ad uno straccio di giustizia. «Preferiamo lasciar parlare i fatti e non commentare - conclude Manlio Milani -. In questi 34 anni di delusioni ne abbiamo avute troppe, basta pensare a tutti gli indagati morti o uccisi (Buzzi fu il primo) a pochi giorni dalle deposizioni. La cautela ci deriva dalla storia, ma siamo almeno contenti di aver portato per la prima volta a giudizio ben due uomini dei servizi segreti: Tramonte e Delfino. A testimonianza del fatto che i depistaggi nella storia dello stragismo nero ci sono eccome e sono compravati anche grazie all’impegno civico del popolo della nostra città».

Pubblicato il: 30.08.08
Modificato il: 30.08.08 alle ore 20.58   
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Titolo: Petrini, presidente Slow Food: «Non andate nei ristoranti cinesi»
Post di: Admin su Settembre 24, 2008, 11:00:56
Problemi causati da uno sviluppo a volte incontrollabile

Petrini, presidente Slow Food: «Non andate nei ristoranti cinesi»

Applicare severità e rigore come per i prodotti italiani.

Sono pochi i locali veramente affidabili

 
 
MILANO - Vicina. Fin troppo. «È uno sconquasso quello che sta avvenendo in Cina: un processo di crescita tumultuoso che porta con sé pericoli per l'ambiente, per la salute e per la sicurezza alimentare». Vista con gli occhi di Carlo Petrini, 59 anni, profeta e presidente internazionale dello slow food, l'uomo che ha costruito sul mangiare una risposta alla frenesia di tutti i giorni, al fast food esistenziale, la Cina del latte contaminato, ma anche dei dentifrici taroccati, dei coloranti nelle uova, dei pesticidi e degli anabolizzanti, dà sempre più spesso l'impressione di «essere fuori controllo, di non riuscire ad incanalare dentro una griglia di regole uno sviluppo che non ha precedenti».

Per uno, come lui, che sulla genuinità e il rispetto delle risorse ha costruito eventi come «Terra Madre», capace di mettere a confronto comunità locali di contadini e pescatori provenienti da oltre 150 Paesi, l'idea che dalla grande pancia cinese possano uscire veleni di tal genere allunga ombre inquietanti anche su un segmento commerciale, come quello del ristoranti cinesi, da decenni radicato in Occidente: «Sì, sotto il profilo della sicurezza alimentare, nutro riserve verso questo tipo di attività. A parte alcuni locali, che si attestano su un livello medio-alto, la stragrande maggioranza rientra in uno standard basso e utilizza prodotti di dubbia qualità».

Eppure, nonostante le notizie che arrivano da Pechino, i ristoranti cinesi continuano a riscuotere un buon successo in Italia e in Europa...
«È vero, ma soprattutto perché praticano prezzi molto economici, il target della loro clientela è circoscritto. Ma la qualità media dei cibi è piuttosto modesta, soprattutto se la si paragona con la vera cucina cinese: varia e affascinante, un intreccio di gastronomie unico al mondo, da quella imperiale a quella dei monaci, dalla vegetariana alla cantonese...».

Niente ristorante cinese, insomma, di questi tempi?
«Beh, io non li consiglio, fermo restando che esistono anche locali del tutto affidabili. L'importante comunque sono i controlli: spero che la severità e il rigore che vengono giustamente applicati nei confronti dei prodotti italiani valgano anche per quelli made in China».

Il problema comunque è a monte, il caso del latte è l'ennesimo episodio di contaminazione. Come lo spiega?
«Penso che il problema cinese nasca dal mix tra l'alto tasso di inquinamento ambientale e il basso livello di gran parte della produzione. Una miscela pericolosa, che, nel campo della sicurezza alimentare, ha provocato enormi danni, facendo venir meno garanzie e filtri che invece sono indispensabili».

Va poi considerato anche l'alto fabbisogno alimentare di quel Paese, non crede?
«Certo, il fenomeno dell'inurbamento ha raggiunto dimensioni spaventose. Le città sono prese d'assalto dai contadini. L'esigenza di cibo è aumentata a dismisura. Anche perché un conto è trovare cibo nelle campagne, altra cosa è reperirlo nelle città. È chiaro che, in questa situazione, ci siano produttori e imprese che non vanno tanto per il sottile».

E l'Occidente come si difende: alzando ponti levatoi?
«No, alzando il livello dei controlli e costruendo un'agricoltura che non dipenda da alcuni prodotti cinesi, che sono ad alto rischio e lo saranno a lungo».

Il governo di Pechino promette mano pesante per chi sgarra: c'è da crederci?
«Penso che le intenzioni siano serie: ne va del loro futuro. Il problema sarà l'attuazione pratica: quando un Paese corre in quel modo, è difficile far rispettare le regole. Anche da parte di un regime».

Francesco Alberti
24 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Luca: un mese d’inferno nel carcere greco
Post di: Admin su Ottobre 22, 2008, 11:12:49
Luca: un mese d’inferno nel carcere greco

Gigi Marcucci


«Signor Zanotti, mi faccia capire: come mai lei sembra un bravo ragazzo ma si droga occasionalmente?». La signora Pritsakou, presidente della Corte d’assise di Kalamata, piccolo centro nel sud del Peloponneso, fissa per un istante interminabile l’uomo che ha di fronte. Luca Zanotti, 25 anni, studente di filosofia, cinque settimane passate nel carcere greco di Nafplion, da pochi giorni in quello decisamente meno ospitale di Kalamata, fatica a trovare la voce. Ancora non vede in quella parola «occasionalmente», la chiave che gli aprirà la porta della cella. L’avvocato Georgios Assimakis lo incoraggia a rispondere, lo rampogna.

«Avanti, rispondi alla domanda del presidente, spiega perché», gli dice guardandolo con occhi paternamente torvi. Luca dichiara: «Non lo faccio più da quando mi è successa questa cosa in Grecia: l’ho fatto quando ero giovane, adesso non lo faccio più». Si può violare la legge senza essere delinquenti, traduce l’avvocato.

La presidente si scioglie, è la prima volta da quando è apparsa in aula, alza il fascicolo davanti al viso, parlotta coi due giudici a latere, poi dispone la libertà di Luca su cauzione, 10.000 euro, fissa l’udienza successiva per il 16 dicembre. Poche ore dopo, Luca, frastornato, lascia il carcere, racconta dei detenuti che lo chiamavano, alternativamente “Mafia” o “Berlusconi”, ma lo trattavano bene. «A Kalamata la luce era sempre accesa, dormivo su due materassi a terra, la testa infilata sotto una branda. Mi sono abituato anche a quello. Il momento peggiore è stato all’inizio del processo, quando non capivo cosa stesse succedendo». È stata Margherita Bovicelli, corrispondente consolare onorario e interprete, punta di diamante della task force coordinata dall’addetto dell’ambasciata italiana Martin Brook, a mostrargli per prima l’uscita, ancora lontana ma un po’ più vicina, dal tunnel diplomatico, politico e giudiziario in cui lo hanno infilato i 20 grammi di hashish che la polizia greca gli trovò addosso nell’estate di tre anni fa. L’accusa di traffico internazionale di stupefacenti, il mandato di cattura internazionale, l’arresto a Sant’Arcangelo di Romagna, dove vive con padre, madre, un fratello e i nonni.

A travolgere Luca è stata una valanga. «Vado in vacanza con il fumo nascosto nei calzini, chi vuoi che mi scopra?» . Esuberanza, giovanile assenza di senso dei propri limiti. «In altre parole, un patacca, che però è maturato molto dopo questa esperienza», sintetizza il vicesindaco di Santarcangelo, Fabrizio Nicolini. La frana si è ingrossata per lo snellimento delle procedure di estradizione, non accompagnato da una maggiore omogeneità dei diritti penali nazionali. Luca, con l’amico Davide Orsi (la Corte d’Appello di Bologna deve ancora decidere domani se consegnare anche lui alla giustizia greca) finì in carcere per due giorni nel 2005. Si presentò alla prima udienza, ma il suo precedente difensore non lo avvertì della seconda. In Italia sarebbe stato dichiarato contumace, per la Grecia era diventato un latitante, anche se rintracciabile a casa sua o a Trieste, dove studia. In Italia esiste la detenzione di stupefacenti per uso personale, in Grecia bisogna dimostrare che l’uso personale è anche occasionale. Altrimenti, spiega l’avvocato Assimakis, che ha affiancato il collega italiano Carlo Zaina, si rischia una condanna fino a dieci anni in carcere. Il giorno più lungo di Luca Zanotti è lo stesso in cui la Grecia si ferma per uno sciopero generale contro la politica economica del premier Kostas Karamanlis. Fermi i trasporti, chiuse le banche, a braccia incrociate anche cancellieri e impiegati del Tribunale di Kalamata dove si è concentrata una piccola folla giunta dall’Italia. Una comitiva che forse non sarebbe dispiaciuta a Guareschi. Ci sono due parlamentari, Elisa Marchioni, del Pd, e Sergio Pizzolante, del Pdl: in disaccordo su tutto, ma uniti dall’obiettivo di «riportare Luca a casa, perché non si può finire in carcere per qualche spinello». Pizzolante, che si definisce «ex socialista craxiano», attacca i «giudici burocrati» e vuole che sulle estradizioni decidano i ministri. Marchioni, disponibile a rivedere la legge, non vuole sentire attacchi alla magistratura. Alla fine però le divergenze vengono messe da parte. In fondo anche Peppone e don Camillo unirono gli sforzi per salvare un connazionale finito nei guai per una ragazza nella Mosca dei soviet. Nella Grecia di Karamanlis c’è il rischio che il processo subisco un rinvio. Il procuratore Hristopoulos non vuole che Luca torni in libertà. Ma la presidente decide di interrogarlo.

Pubblicato il: 22.10.08
Modificato il: 22.10.08 alle ore 9.25   
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Titolo: Sperandeo: «Aiutatemi, altrimenti mi ammazzo piano piano»
Post di: Admin su Ottobre 23, 2008, 04:50:43
Sul numero di oksalute in edicola

Sperandeo: «Aiutatemi, altrimenti mi ammazzo piano piano»

Lo sfogo dell'attore siciliano: «Sette anni fa il suicidio di mia moglie. Ora non dormo più la notte»


Sto male. Molto male, da tantissimo tempo ormai. Forse da tutta la vita. Ma solo da poco, da un mese, ho capito che dovrei chiedere aiuto. Che tipo di aiuto non lo so. A me, quelli dati allo psicologo, mi sono sempre sembrati soldi buttati. E poi, per come la vedo io, ammettere di aver bisogno di una mano ha il sapore della sconfitta. No, no, forse è vero il contrario: per essere forti a un certo punto gli uomini devono ammettere la propria debolezza. Io, finalmente ho il coraggio di dirlo, avrei bisogno di qualcuno con cui comunicare, qualcuno da cui farmi conoscere veramente. Perché mi sembra di non esserci mai riuscito. Amavo mia moglie, ma litigavamo in continuazione. Lei voleva fare l’estetista a Palermo, io le dicevo: «Vieni nella capitale, viviamo insieme». Ma lei piangeva, non mi seguiva, e io andavo a Roma perché dovevo lavorare. Film, fiction, teatro, un sacco di cose.

MIA MOGLIE SI É BUTTATA DAL BALCONE - Per me ma anche per lei e i nostri figli, Tony e Priscilla, che ora hanno 19 e 16 anni. Quando tornavo a casa bisticciavamo, per un sacco di motivi. Discussioni normali tra marito e moglie, io così pensavo. Invece un giorno, io ero a Roma, mi telefonano che mia moglie, Rita, si è buttata dal balcone e si è ammazzata. A 32 anni e mezzo. Io non lo auguro a nessuno quello che ho passato la notte di sette anni fa. C’era pure uno sciopero degli aerei e sono riuscito ad arrivare a casa solo alle sei del mattino. La prima cosa che mio suocero mi disse fu: «Sei contento, adesso?» E in chiesa, al funerale, quando mi sono avvicinato al microfono per salutare un’ultima volta Rita, mio figlio, aveva 12 anni allora, si è alzato ed è andato via. Io non credo che sia colpa mia quello che è successo. Io lavoravo, lavoravo, non so se avevo capito o no che mia moglie era depressa. So che, anche quando litigavamo, io urlavo, sbraitavo, dicevo: «Ora me ne vado». Poi scendevo di un piano e mi dicevo: «Ma che sto facendo?». E così tornavo subito su. Mia moglie chissà che credeva andassi a fare a Roma. Io facevo solo il mio mestiere. Il problema mio è che non riesco a comunicare. Non riesco neanche a fare capire ai miei figli quanto li amo. Loro vivono a Palermo, con le sorelle di mia moglie. Tutti pensano: «Sperandeo fa l’attore, è un duro, guadagna soldi, se la spassa». Ma la verità è che sono solo e che non ho il coraggio di ammazzarmi tutto in una volta, come ha fatto mia moglie. Allora io mi ammazzo, piano piano: dieci anni fa sono stato operato di enfisema polmonare, eppure fumo come un turco. Poi non dormo la notte, non dormo mai, e m’incazzo. Sono un morto che cammina. La verità è che io sono uno che ama tantissimo gli altri ma non ama per niente se stesso. Ho cercato di fare di tutto per dimostrare tutto questo amore che avevo dentro. Ma alla fine ci rimetto sempre. Ho amato altre donne, ma loro, o le loro famiglie, vedevano sempre Sperandeo il duro, magari un poco di buono, sarà colpa della mia faccia o di come parlo, con l’accento siciliano. E così sto male. Talmente male che io, che sono uno che sul lavoro dà cento, ci sono giorni che do sessanta. E allora m’incazzo con me stesso.

HO PARLATO SOLO CON MIA MADRE - La prima volta che sono riuscito a dire queste cose, a parlare di quello che avevo dentro, è stato con mia madre. Lei mi ama davvero e crede che io non pensi a lei perché per mesi non mi faccio sentire. Se non chiamo è per non farle capire che sto male. Quella volta, due anni fa, le aprii il mio cuore. Certe mie fragilità io le ho prese da lei. Ma lei è una persona buona, mentre a me queste fragilità fanno soffrire. Comunque mia madre mi ha fatto capire una cosa: dopo la morte di mia moglie, io sono andato a cercare a chi dare amore, perché ho l’animo del bambino sperduto. Magari avrei dovuto concentrarmi sui miei figli. Però come? Per loro un giudice ha scelto che crescessero lontano da me: io sono un padre distante, lontano. Ora sto recuperando un po’ di dialogo con mia figlia Priscilla, di tanto in tanto mi manda degli sms. Ma Tony, il grande, l’ho perso. Io lo so, ne sono certo, mi serve aiuto. Ma non so neanche se il mio male si chiama depressione. O se è solo il bisogno di ritrovare l’amore dei miei figli.

Testo raccolto da Barbara Rossi
22 ottobre 2008

da corriere.it


Titolo: Caro Sperandeo, si lasci salvare da noi
Post di: Admin su Ottobre 23, 2008, 04:51:35
IL PARERE DELLO PSICHIATRA


Caro Sperandeo, si lasci salvare da noi

Una volta toccato il fondo, dove ci si macera aspettando che la la luce torni a scaldare, si può risalire


Caro Sperandeo, lei il primo passo l’ha già compiuto.
È questa richiesta d’aiuto. Disperata, com’è disperato ogni grido di dolore che preme per uscire. Ma il grido stesso nasconde il germe della rinascita. Ora le spetta intraprendere il cammino.

BISOGNA ACCETTARE L'AIUTO DEI MEDICI - Si inizia in un solo modo, su questo non transigo: accettando l’aiuto dei medici. Dovrà recuperare il rapporto con se stesso, anche con il suo fisico. Poi potrà dedicarsi a ricostruire il legame con i suoi ragazzi. Un padre che si autocommisera e si vuole annientare con le sigarette non sarà mai accettato dai propri figli.

SUPERARE IL SENSO DI COLPA - Venga da noi, si faccia aiutare a superare quel senso di colpa che la schiaccia. Non si spaventi se le proporremo una cura farmacologica da seguire per il tempo necessario e una psicoterapia di supporto. Non vuol dire che lei passerà il resto della sua vita su un lettino. Smettere di fumare sarà un altro momento decisivo, come liberarsi da un mucchio di scorie che la trascinano verso l’autodistruzione. Determinazione e pazienza: vedrà, le troverà. Vedendo in lei una nuova luce, i suoi figli riacquisteranno fiducia nella figura paterna, che tornerà a essere un punto di riferimento. Ma ricordi: tutto comincia quando accetterà di aver bisogno di aiuto. Questa è la più grande manifestazione d’affetto che lei può far giungere ai suoi ragazzi. Verrà ascoltato e premiato. E piano, come dice il poeta, tornerà a riveder le stelle. Tornerà a sorridere, con quell’intensità che l’ha resa un grande attore.

Rosanna Cerbo
psichiatra
22 ottobre 2008

da corriere.it


Titolo: Helg Sgarbi strappa 7 milioni per il suo silenzio alla ricca ereditiera ...
Post di: Admin su Ottobre 31, 2008, 03:54:22
Helg Sgarbi strappa 7 milioni per il suo silenzio alla ricca ereditiera dell'impero Bmw

Diceva che la mafia lo minacciava di morte e voleva essere risarcita

"Paga 40 milioni o svelo tutto" Il ricatto del gigolò alla manager


dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO

 

È stata ricattata per mesi e costretta a pagare sette milioni e mezzo di euro per mettere a tacere il gigolò svizzero che aveva registrato i loro incontri erotici e minacciava di spedire il dvd alla stampa tedesca: ma alla seconda, enorme richiesta di denaro - 40 milioni - Ursula Susanne Klatten, 45 anni, azionista della Bmw e titolare di alcune importanti aziende farmaceutiche, ha denunciato l'amante e i suoi complici, sfidando la prevedibile eco mediatica dell'affaire.

Lui, Helg Sgarbi, 41 anni, prestante, poliglotta (otto lingue compreso l'arabo ed il cinese), è stato così arrestato insieme al socio Ernano Barretta, 63 anni, capo di una setta religiosa nata a Pescosansonesco di Pescara e proprietario dell'agriturismo "Rifugio Valle Grande": era Barretta il "regista" che filmava gli incontri amorosi del compare. Insieme poi ricattavano le prede.

Il nome di Susanne Klatten e quello di altre sue amiche, anch'esse milionarie, cadute nella stessa rete, era stato finora protetto dal riserbo della Procura e della squadra mobile di Pescara. Ma nei giorni scorsi è stato emesso l'avviso di conclusioni delle indagini e sono venuti fuori i verbali della vicenda, che coinvolge una delle donne più note della imprenditoria internazionale.

Susanne Klatten infatti è un'ereditiera chiave nel casato dei Quandt, azionista di riferimento della Bmw delle cui azioni detiene il 46% insieme alla madre Johanna e al fratello Stephan. Possiede anche il 50 % di Altana, uno dei colossi tedeschi del medico-farmaceutico, e attualmente investe in Nordex, un big dei mulini a vento per la produzione di energia. È da sempre nelle classifiche mondiali della ricchezza e del successo, a cominciare da quella di Forbes.

La storia giudiziaria in Abruzzo comincia il 15 febbraio scorso, quando la procura di Monaco di Baviera contatta quella di Pescara per una rogatoria dopo l'arresto di Helg Sgarbi. L'inchiesta viene affidata al sostituto procuratore Gennaro Varone, che ordina intercettazioni ambientali e telefoniche nella sede della setta e nelle abitazioni di Barretta e dei familiari e poi il sequestro dei beni loro intestati: due milioni di euro trovati nascosti nell'intercapedine di un tetto, appartamenti, fabbricati, terreni e auto di lusso (tra queste una Lamborghini, una Ferrari, una Rolls Royce Silver Shadow, una Limousine).

Tutti acquistati con i sette milioni di euro estorti a Susanne Klatten e con un'altra decina di milioni pagati dalle sue amiche che avevano relazioni con Helg Sgarbi.

Molti altri milioni di euro, oltre 20 secondo gli investigatori, sono però già al sicuro, investiti dai due complici a Sharm El Sheik, in paesi dell'America latina e nelle banche dei paradisi fiscali. E nascosti sono ancora i filmini degli incontri amorosi di Sgarbi con le facoltose signore tedesche. I convegni avvenivano in lussuosi alberghi di mezzo mondo, ma soprattutto a Monaco di Baviera e a Montecarlo. Helg Sgarbi e Ernano Barretta prendevano sempre due stanze comunicanti. In una avevano luogo gli incontri di Sgarbi con le spasimanti, l'altra stanza diventava una vera e propria sala di regia dalla quale Barretta filmava e registrava tutto.

Poi i rapporti tra il gigolò svizzero e le sue donne s'interrompevano e Sgarbi, inventandosi storie pietose - come quella di essere minacciato dalla mafia italo americana - chiedeva un "aiuto" economico. Susanne Klatten è stata convinta così a sborsare sette milioni e mezzo di euro, le sue amiche due o tre milioni a testa, più altri regali.

Ma i due soci successivamente gettavano la maschera e aumentavano la posta chiedendo altro denaro, tanto denaro, per evitare che i filmini degli incontri fossero
resi pubblici.

Il primo avvertimento arriva alla Klatten il 2 novembre 2007. L'ultimo - una lettera e un dvd - è del 12 dicembre successivo, e contiene la richiesta di 40 milioni di euro, poi ridotti a quattordici. Dovevano essere consegnati in un albergo di Montecarlo: ma la donna a quel punto avverte la polizia e fissa un appuntamento per il 14 gennaio di quest'anno.

Al rendez-vous però Helg Sgarbi, anziché incontrare la signora, trova i poliziotti tedeschi, che lo arrestano per truffa ed estorsione. Anche le amiche della Klatten sporgono denuncia e la vicenda si allarga a macchia d'olio, arrivando a coinvolgere anche i servizi segreti tedeschi.



(31 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: Trovati sul Cuneo-Ventimiglia: «I genitori? Sgozzati a Kabul»
Post di: Admin su Ottobre 31, 2008, 03:58:10
31/10/2008 (7:50) - LA STORIA

Un treno salva i fratelli in fuga dai talebani
 
Donne e bambini in fuga dalla provincia di Kunduz, Afghanistan
 
Trovati sul Cuneo-Ventimiglia: «I genitori? Sgozzati a Kabul»


M. NEIROTTI e A PRIERI
LIMONE PIEMONTE (CUNEO)


Lei quindici anni, lui tredici. Chiusi ciascuno nel proprio giubbotto di stoffa ruvida, in uno scompartimento del convoglio Cuneo-Ventimiglia, che parte dall’Italia, taglia 42 chilometri di territorio francese e arriva al mare. Silenziosi e spauriti.
«Afghanistan. Afghanistan», ripetono arresi e sollevati agli uomini della Polizia di Frontiera in borghese che li controllano. E quando l’ispettore chiede se sono soli, domanda dei genitori, insieme, lenti e muti e in lacrime, strisciano tutti e due la mano sulla gola.

Alle 9,30 di ieri una goccia di tragedia lontana ha rappresentato se stessa al controllo di Limone Piemonte. Fratello e sorella, lei incinta di sette mesi, seduti a guardar fuori, indifferenti a quegli uomini che si avvicinano. Poi vedono i tesserini, capiscono «polizia», ma capiscono anche che vogliono aiutarli. Poche parole, il trasferimento in ufficio, assistenti sociali, un interprete, memoria di sangue e brandelli di viaggio. Poi la quiete in una comunità in Liguria.
L’ispettore capo, che non vuole il nome sul giornale («nessuno in prima fila sotto i riflettori, noi siamo una squadra»), è diviso tra i passaggi della prassi e l’emozione di uomo: «Per noi è diventata, purtroppo, un’abitudine. Andiamo in borghese per non spaventare. Alcuni ragazzi - dal Maghreb, dalla Romania - fuggono al primo dubbio e così sfuggono all’aiuto». Invece questi due no. Rimangono seduti tra passeggeri sorpresi pure loro dalla rapidità di quel che avviene: «Siamo la polizia. Passport? Documenti?». Niente. Nessuna risposta. «Tranquilli. Vogliamo aiutarvi. Venite con noi».

In ufficio, a Limone, viene l’assistente sociale. Ma c’è un problema di lingua. Una pattuglia sta accompagnando da Cuneo un impiegato di origine afghana. Sarà lui l’interprete. Intanto si prova. Tentativi per sapere qualche cosa di più. «Mamma? Papà?». In italiano, in inglese. Parole che, forse, aprono una breccia, un contatto, uno spiraglio di comprensione. Le lacrime scendono con il ritmo delle gocce da una boccetta di ansiolitico. Alzano il braccio, distendono la mano destra e la fanno scorrere sulla gola. «Taleban», dicono. E «Taleban», stesso gesto, per il papà del bambino che dilata il ventre della ragazzina.

Gli agenti portano panini, Coca Cola, sorridono, tentano un dialogo che non c’è. Loro li fissano come per leggere sui volti e sulle divise che cosa succederà. Succede che arriva questo signore e incomincia a parlare adagio nella loro lingua. E il racconto diventa da simbolico concreto, seppur tutto da verificare, da inseguire nelle pieghe di un itinerario che dilata tempi, sofferenze, passaggi di mano in mano di chi si occupa dei viandanti della disperazione. Si dicono originari dell’area di Kabul. Stretti uno all’altra ripetono di aver perso i genitori per una lama nella gola così come lacerato è finito il fidanzatino-padre di lei. E tracciano un itinerario che perde sicurezza man mano che si va avanti: la Turchia prima, e di qui la Grecia. Nascondigli nei Tir. Un imbarco e il mare e dal mare l’Italia. Ancona? Brindisi? Non sanno rispondere, «forse», «no», «ma». Da lì fino al Piemonte, ancora non è chiaro come.

Intanto, la loro serata è in una comunità. Senza cinismo, con la malinconia dell’esperienza, dicono che il dialogo proseguirà «se non fuggono», come capita con tanti cui viene trovato un riparo. Ma la ragazzina ora ha bisogno di un’assistenza medica, di una sosta da quella fuga che, vista così, sembra disordinata e casuale, una storia ancora da inseguire nelle sue verità, nei suoi echi, nelle sue paure.
 

da lastampa.it

 
 


Titolo: Enrico Fierro. In ostaggio dell'amianto
Post di: Admin su Novembre 02, 2008, 10:46:29
In ostaggio dell'amianto


Enrico Fierro


Pericolo amianto. Chiudetevi in casa. Sbarrate finestre e balconi. Non uscite. E se uscite non respirate. E' questo l'ordine diramato dalla società privata «Eurokomet» alle migliaia di persone che vivono a Borgo Ferrovia, un quartiere di Avellino. Un volantino affisso davanti a tutti i palazzi che ha riportato alla memoria dei vecchi i bombardamenti americani del '43.

Ora, però, la gente trema per quella moderna peste che ammorba la vita di vecchi e giovani, donne e uomini: l'amianto. Quello che per anni un imprenditore senza scrupoli ha sotterrato nel cortile della sua fabbrica, «L'Isochimica», ammassato nei capannoni, sversato nei fiumi, nelle campagne, dentro i boschi dell'Irpinia. Da vent'anni il mostro è lì col suo veleno nella pancia, i capannoni malamente sigillati, e quintali di amianto chiusi in bare di cemento ormai lacerate dalle crepe.

Nessuno ha mai seriamente pensato alla bonifica di quel concentrato di morte. Tentò il Comune, ma il costo era elevato: 2 milioni e mezzo di euro. Furono anche fatte delle ricerche utilizzando i georadar per capire quanto amianto ci fosse nel sottosuolo. Solo tentativi, inutili chiacchiere. Fino all'arrivo di «Eurokomet», l'impresa privata che ha affisso il volantino («fino al 31 marzo 2009, tenete gli infissi chiusi ed evitate di stendere biancheria») e che si appresta a fare la bonifica. Ma qui la storia cambia registro. Ci parla di suoli e speculazioni e del tentativo di costruire dove c'erano le fabbriche centri commerciali, palazzi, uffici: la nuova frontiera degli affari nel Sud. Il consorzio che gestisce l'area industriale tre anni fa ha avviato le procedure per rientrare in possesso dei suoli Isochimica. «La legge ce lo consente - dice il presidente dell'Asi Pietro Foglia - abbiamo già fatto una offerta al curatore fallimentare. Siamo un ente pubblico e possiamo offrire garanzie per la bonifica. Il curatore conosce le nostre intenzioni dal 2005, non ci ha ancora dato una risposta».

Risposta che è invece arrivata ai privati di «Eurokomet», un'azienda fondata nel 2003 da un commercialista, Sergio De Lisa, e dai suoi figli. «Progettazione di programmi pubblicitari, organizzazione di spettacoli, gestione di hotel e ristoranti, somministrazione di alimenti», queste le sue poco rassicuranti «specializzazioni». Spettacoli e hotel a parte, De Lisa è riuscito ad ottenere dal curatore fallimentare, l'avvocato Leonida Gabrieli, un diritto di prelazione per l'acquisto dei 45mila metri quadrati dell'«Isochimica» con l'impegno al risanamento. La confusione è tanta e l'affare è grosso, quei suoli valgono oro, sono collegati alla ferrovia, vicinissimi al raccordo autostradale, nella parte pianeggiante della città. Un business tra i 7 e i 9 milioni di euro. «Una brutta storia, meglio portare tutte le carte in procura». Giuseppe Di Iorio, ex sindacalista Cgil, è membro del Consiglio di amministrazione dell'Asi e vuole vederci chiaro. Ma le polemiche non impressionano Sergio De Lisa. Un personaggio molto noto ad Avellino. Negli anni ottanta da consigliere provinciale del Psdi fu uno dei protagonisti dell'affaire prefabbricati pesanti per i terremotati.

Anni Ottanta, Milano da bere e Sud da sbranare, gli anni di Elio Graziano. Uno dei padroni della città. Era amico dei potenti ministri socialisti Claudio Signorile e Carmelo Conte quando sbarcò ad Avellino con la sua «Isochimica». Una fabbrica destinata a liberare dall'asbesto vetture e treni. Trecento operai, tremila carrozze «scoibentate», 20mila quintali di amianto accumulato. Un lavoro ad altissimo rischio fatto nel cuore del quartiere, a pochi metri dalle case, da un campo sportivo, da un asilo, dalle scuole elementari e medie, dal parco giochi per i bambini. Il veleno dentro la vita delle persone. Ai sindacati che ponevano problemi di sicurezza per gli operai, Graziano rispondeva a modo suo: «Non mi scassate i coglioni che in questa città la disoccupazione è tanta e la gente è arrapata di lavoro». Era sicuro di sé l'ex ferroviere diventato ingegnere chimico in Francia. Gli amici della «sinistra ferroviaria», quella di Signorile e Rocco Trane, gli avevano assicurato miliardi di lire con la fornitura del tnt (tessuto non tessuto), quello delle lenzuola d'oro per le cuccette dei treni, e poi ad Avellino aveva legato con altri potenti della politica. Era diventato «'o presidente» della squadra di calcio, serie A, e in tribuna d'onore sedeva con De Mita, con Mancino e con Salverino De Vito, il ministro del Mezzogiorno. Tutti insieme a gridare «Forza Lupi». Intanto un lupo vorace, l'amianto, divorava la vita degli operai e della gente del quartiere. La stessa che ieri è scesa in piazza per il diritto alla salute e al futuro.

«Mia sorella Annamaria aveva 47 anni quando è morta di tumore. Io stesso sto male, ho un carcinoma al retto e problemi ai polmoni». Antonio Esposito ha vissuto per anni con la sua famiglia in una casa di campagna a pochi metri dalla fabbrica. «Lo vedevamo l'amianto quando lo portavano via nelle cassette. Erano matasse bianche». Fibre di asbesto che la gente ha respirato per anni. Mentre il Comune di Avellino si limitava a classificare l'«Isochimica» «azienda di seconda classe», non pericolosa. «Sono stato in quella maledetta fabbrica dall'83 all'88. Nei primi anni lavoravamo senza protezioni. Solo dopo sono arrivate le mascherine di plastica. Quando ci obbligarono a mettere gli scafandri fu un problema, perché rallentavano il lavoro. E allora i «capi» ci dicevano di togliercelo così facevamo prima. Tanti colleghi sono morti, tantissimi si sono ammalati». Sergio ora ha seri problemi di respirazione e ogni due anni si sottopone ad esami clinici. Pino, invece, oggi lavora al Comune. «Ma lo sai che mangiavamo accanto alle cataste di amianto, che non avevamo tute, che tornavamo a casa con i vestiti sporchi di quella merda?».

L'«Isochimica» ha chiuso i battenti nel 1989, Graziano è stato travolto dagli scandali e dai fallimenti. Gli operai si sono dispersi. Non tutti hanno avuto la fortuna di assistere allo strano finale di questa storia.
«Sì è una storia strana, non conosciamo quale sia il progetto del privato, quali le sue esperienze in campo industriale» dice Foglia, il presidente dell'Asi. L'ultima riunione tra «Erokomet», Asl, Arpac e Asi c'è stata giovedì scorso ed è finita con un altro rinvio. Per il rappresentante del Comune di Avellino «mancavano notizie sulle modalità delle operazioni di bonifica».

Insomma, non è chiaro quali tecnologie verranno applicate, quali misure di sicurezza per la salute delle persone del quartiere saranno adottate. Solo nebbia. Nando Romano è un poliziotto ed è presidente della Circoscrizione: «Ho chiesto spiegazioni e sono stato allontanato. Ora ho una sola preoccupazione capire quali danni ha fatto l'amianto, per questo chiedo alla gente del quartiere di raccontare ai nostri uffici quanti morti per tumore hanno avuto in famiglia, quali problemi di salute hanno».

Nella chiesa del quartiere dedicata a San Francesco c'è un enorme murale che Ettore de Conciliis disegnò nel 1965. Fece scandalo quell'opera che parlava di guerre e di atomica. Si vedono i volti di Pasolini, di Di Vittorio e di folle che circondano il santo. Sofia Loren è una mamma coperta di stracci che alza le braccia al cielo in un mondo di macerie. La guerra seminava morte, ora il male si chiama amianto. Le macerie sono quelle lasciate da anni di malapolitica e da una famelica speculazione.


Pubblicato il: 02.11.08
Modificato il: 01.11.08 alle ore 20.57   
© l'Unità.


Titolo: Messico: uccidono bambino con un'iniezione di acido solforico
Post di: Admin su Novembre 10, 2008, 06:42:43
Il piccolo Javier Morena aveva cinque anni

Messico: uccidono bambino con un'iniezione di acido solforico

I rapitori hanno deciso di sopprimerlo quando hanno saputo che la polizia era sulle loro tracce
 

CITTA' DEL MESSICO - Lo hanno ucciso brutalmente, iniettandogli una siringa d'acido solforico nel cuore dopo aver scoperto che la polizia era sulle loro tracce. E' finito tragicamente il sequestro del piccolo Javier Morena, bambino messicano di soli 5 anni, rapito lo scorso 26 ottobre da 5 gangster a Iztapalapa, quartiere operaio di Città del Messico. I rapitori volevano chiedere poco più di 18 mila euro di riscatto alla famiglia, ma quest'ultima non avendo i mezzi per pagare qualsiasi somma, ha deciso di contattare la polizia e di mostrare una foto di Javier durante una trasmissione televisiva. A questo punto i gangster, tra cui una donna e un minorenne, hanno preso la fatale decisione di uccidere il bambino. Gli costerà cara: sono stati tutti arrestati e adesso rischiano di passare il resto dei loro giorni in galera

RAPIMENTO - Il bambino è stato rapito mentre giocava in un centro commerciale. I genitori, che lavorano al mercato ortofrutticolo, non sono ricchi e vivono in una casa modesta, hanno subito pensato al sequestro di persona visto che negli ultimi tempi sono aumentati a dismisura i rapimenti di persone che non appartengono a famiglie agiate, a cui però si può estorcere un pur modesto riscatto. Laura Vega, la mamma, di Javier ha setacciato per tre giorni tutti gli angoli di Iztapalapa, dalle case più povere ai bordelli dove numerosi bambini di strada sono costretti a prostituirsi, ma non ha trovato traccia del suo Javier. A questo punto si è rivolta alla polizia che si è messa sulle tracce del piccolo. Dopo che la foto di Javier è stata mostrata in un programma televisivo andato in onda su una televisione locale, un tassista ha chiamato le autorità affermando di aver accompagnato il bambino della foto in una casa fuori città. Il piccolo piangeva ed era in un compagnia di un teenager che affermava di essere suo fratello

NUOVA SEPOLTURA - La polizia immediatamente eè corsa all'indirizzo indicato dal tassista, ma non ha trovato più nessuno. Secondo gli inquirenti appena i banditi hanno visto la foto del piccolo in tv, si sono fatti prendere dal panico e hanno deciso di sbarazzarsene. Dopo averlo ucciso atrocemente, lo hanno seppellito su una collina fuori città. Il suo corpicino è stato recuperato qualche ore dopo dalle autorità su ordine del procuratore generale Miguel Mancera ed è stato sepolto lunedi scorso in una bara bianca vicino la casa della sua famiglia. I gangster sono stati velocemente acciuffati e portati in galera. Ma ciò non consola il dolore della madre: nonostante la pena capitale sia stata abolita tre anni fa in Messico, la donna ha invitato i giudici a ricorrervi per punire i colpevoli: «Cosi potranno capire ciò che ha sofferto il mio bambino» ha concluso la donna.


Francesco Tortora
09 novembre 2008(ultima modifica: 10 novembre 2008)


da corriere.it


Titolo: Cefalonia, chiusa l'indagine "Processate quell'ufficiale"
Post di: Admin su Novembre 26, 2008, 10:56:38
La Procura militare di Roma ha completato l'inchiesta sull'eccidio dei nostri militari avvenuto nel 1943 per mano tedesca.

Otmar Muhlhauser ordinò le fucilazioni

Cefalonia, chiusa l'indagine "Processate quell'ufficiale"

di ALBERTO CUSTODERO

 
LA PROCURA militare di Roma ha chiuso l'indagine preliminare per la strage di Cefalonia. E si prepara a chiedere il rinvio a giudizio dell'unico indagato, Otmar Mühlhauser, il sottotenente tedesco che, il 23 settembre del '43, alla Casetta Rossa, fece fucilare il comandante della divisione Acqui, generale Antonio Gandin, e altre decine di ufficiali. Nei giorni scorsi, all'anziano ex sottotenente del Reggimento 98 dei "cacciatori alpini" (i gebiergsjäger), due carabinieri inviati dal procuratore militare Antonino Intelisano e dal sostituto Gioacchino Tornatore hanno notificato, per rogatoria, la chiusura indagini.

Mühlhauser, 88 anni (ne aveva 23 nel settembre del 1943), mastro pellicciaio, vive a Dillingen sul Danubio, nel cuore della Svevia, a 100 chilometri da Monaco. Ora ha 20 giorni di tempo per depositare a Roma la sua memoria difensiva, dopodiché la procura chiederà il suo rinvio a giudizio. In quel momento, chiederanno di costituirsi parti civili Marcella De Negri, figlia del capitano Francesco, e Paola Fioretti, figlia di Giovanni Battista, capo di stato maggiore, entrambi fucilati alla Casetta Rossa.

L'ex ufficiale Mühlhauser, per la verità, non è la prima volta che finisce sotto processo. Fu indagato nel 1967 in Germania, ma il processo fu insabbiato un anno dopo. Una seconda indagine a suo carico avviata il 12 settembre del 2001, è stata conclusa con una sentenza choc della procura di Monaco: "Archiviazione perché - secondo il giudice tedesco - i soldati italiani a Cefalonia erano traditori, e quindi andavano trattati come i disertori tedeschi: fucilati".

Anche nel nostro Paese l'eccidio di Cefalonia ha avuto nel Dopoguerra una travagliata vicenda giudiziaria. Scrive lo storico Giorgio Rochat: "Negli anni Cinquanta in Italia furono processati 30 ufficiali tedeschi accusati della strage, tutti assolti nel '60 anche per gli ostacoli frapposti dai ministri Martino e Taviani, più preoccupati di non creare difficoltà al governo tedesco che di rendere giustizia ai caduti italiani".

Quell'"insabbiamento" in nome di una ragion di Stato non s'interruppe nel 1980, quando Sandro Pertini, denunciando la "congiura del silenzio", dichiarò che "l'olocausto di Cefalonia fu dimenticato per omertà tedesca e ignoranza italiana". E neppure nel 1994, quando fu trovato in un armadio nascosto nei sotterranei degli uffici giudiziari militari (il cosiddetto "armadio della vergogna"), fra tanti fascicoli "dimenticati" sulle stragi nazifasciste, anche quello con il numero 1188 relativo all'eccidio di Cefalonia. Anche allora fu "dimenticato".

S'è dovuto attendere quasi un decennio, perché la procura militare romana, all'indomani delle archiviazioni choc avvenute in Germania, aprisse finalmente, il 30 ottobre del 2007, un fascicolo sulla strage. E questo nonostante il mastro pellicciaio Mühlhauser non abbia mai negato il suo ruolo nella fucilazione degli ufficiali italiani alla Casetta Rossa.

Anzi, fin dal 1967 è, si può dire, reo confesso, avendo allora, e poi ancora nel 2004, spiegato e ribadito ai giudici tedeschi nei minimi dettagli come comandò il plotone d'esecuzione che sterminò gli ufficiali della Acqui. È ora quella sua confessione resa il 24 marzo del 2004 negli uffici di polizia criminale del Land Baviera - e acquisti dalla procura militare romana - a inchiodarlo alle sue responsabilità dinanzi la giustizia italiana.

"Ricevetti l'ordine di fucilare gli italiani dal maggiore Klebe. Per primo fu condotto Gandin, il maggiore Klebe gli lesse la sentenza della corte marziale nella quale il generale veniva condannato a morte mediante fucilazione. Dopo la lettura, il maggiore chiese al condannato se voleva essere giustiziato con gli occhi bendati, ma Gandin rifiutò la benda". "A quel punto - dichiara ancora Mühlhauser - Klebe si rivolse direttamente a me dicendomi "attenda al suo ufficio". Poco prima di impartire l'ordine "fate fuoco", il generale urlò "Viva l'Italia, viva il re". Subito dopo crollò a terra".

È sufficiente questa ammissione per rinviare a giudizio l'ottantottenne mastro pellicciaio, processarlo e condannarlo? Non si avvarrà anche lui, come tutti gli ufficiali tedeschi nella sua situazione e con il suo grado, dell'esimenti di aver obbedito durante la guerra ad un ordine superiore? L'ordine di "non fare prigionieri", del resto, arrivò direttamente da Hitler, infuriato con gli italiani a Cefalonia perché, dopo l'Armistizio, non solo rifiutarono, il 9 settembre, l'ordine di resa e di consegnare le armi ai tedeschi. Ma, dopo un referendum fra i soldati, le impugnarono, il 14, contro gli ex alleati nazisti. L'epilogo fu una carneficina: degli 11 mila soldati e 525 ufficiali presenti a Cefalonia, 3800 furono trucidati in settembre, e 1360 affogarono durante il successivo sgombero per mare. Per l'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, "fu in quel momento che nacque la Resistenza italiana".

(26 novembre 2008)
da repubblica.it


Titolo: Morire nell'aula dei veleni memoriale di un ricercatore
Post di: Admin su Novembre 29, 2008, 09:48:12
Il caso: Catania, 29 anni, stroncato da un tumore.

Altre 4 le vittime

Morire nell'aula dei veleni memoriale di un ricercatore

dai nostri inviati FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI


CATANIA - Lo chiamava "il laboratorio della morte". A Raffaella, la sua fidanzata, a suo padre Alfredo, lo aveva detto più volte: "Quel laboratorio sarà anche la mia tomba". Una stanza di 120 metri quadri, tre porte e tre finestre non apribili, due sole cappe di aspirazione antiche e inadeguate e tutte le sostanze killer, le sue "compagne" di studio e lavoro lasciate lì sui banconi, nei secchi, in due frigoriferi arrugginiti: acetato d'etile, cloroformio, acetonitrile, diclorometano, metanolo, benzene, con vapori e fumi nauseabondi e reflui smaltiti a mano.

Lì dentro il laboratorio di farmacia dell'Università di Catania nel quale sognava di costruire il suo futuro, Emanuele, "Lele" Patanè, negli ultimi due anni aveva visto morire e ammalarsi, uno dietro l'altro, colleghi ricercatori, studenti, professori amministrativi: Maria Concetta Sarvà, giovane ricercatrice, entrata in coma mentre era al lavoro e morta pochi giorni dopo; Agata Annino stroncata da un tumore all'encefalo; Giovanni Gennaro, tecnico di laboratorio, ucciso anche lui da un tumore. E poi quella giovane ricercatrice, al sesto mese di gravidanza, che aveva perso il bambino per mancata ossigenazione. E diagnosi di tumori a raffica: per uno studente, per una docente, per la direttrice della biblioteca, per un collaboratore amministrativo. Fino a quando, nel dicembre 2003, è toccato a lui. Ad Emanuele, 29 anni, un ragazzone forte e sportivo, laureato con 110 e lode, idoneo all'esercizio della professione farmaceutica, dottore di ricerca, stroncato in meno di un anno da un tumore al polmone.

Il suo diario, adesso, è finito agli atti dell'inchiesta che tre settimane fa ha portato al sequestro e all'immediata chiusura del laboratorio di farmacia dell'Università e alla notifica di avvisi di garanzia per disastro colposo ed inquinamento ambientale all'ex rettore dell'Università ed attuale deputato dell'Mpa Ferdinando Latteri e al preside della facoltà Angelo Vanella, ad altri sette tra docenti e responsabili del laboratorio di farmacia. Da anni, ha già accertato l'indagine, sostanze chimiche e residui tossici utilizzati giornalmente venivano smaltiti attraverso gli scarichi dei lavandini, senza alcuna tutela per chi in quel laboratorio studia e lavora. Adesso, dopo la denuncia dei familiari di Emanuele Patanè, alle ipotesi di reato si è aggiunta anche quella di omicidio colposo plurimo e lesioni. Per i cinque morti e i dodici ammalati che negli ultimi anni in quegli ambienti hanno vissuto.

"Quello che descrivo è un caso dannoso e ignobile di smaltimento di rifiuti tossici e l'utilizzo di sostanze e reattivi chimici potenzialmente tossici e nocivi in un edificio non idoneo a tale scopo e sprovvisto dei minimi requisiti di sicurezza". Così Emanuele comincia le cinque pagine datate 27 ottobre 2003, tre mesi prima della sua morte. È stato l'avvocato Santi Terranova a consegnare in Procura il tragico diario ritrovato nel computer del giovane ricercatore. Nei giorni scorsi, dopo aver sentito del sequestro del laboratorio disposto dal procuratore di Catania Vincenzo D'Agata, l'anziano padre di Emanuele, Alfredo Patanè, 70 anni, si è ricordato di quelle pagine lette nel pc del figlio.

"Quel memoriale Lele lo voleva consegnare ad un avvocato per denunciare quello che accadeva lì dentro, che lì dentro si moriva - racconta - Ma l'avvocato a cui si era rivolto gli aveva detto che ci volevano dei testimoni perché contro i "baroni" dell'Università non l'avrebbe mai spuntata...". Adesso saranno i sostituti procuratori Carla Santocono e Lucio Setola a valutarne la valenza.

Emanuele evidentemente si rendeva conto delle condizioni di estremo pericolo in cui lavorava, ma la paura di perdere la sua opportunità di carriera deve averlo fatto continuare. E così particolarmente grande fu la sua amarezza quando il coordinatore del dottorato di ricerca, Giuseppe Ronsisvalle, ("nonché proprietario della facoltà di Farmacia", scrive) gli negò la borsa di studio, a lui, unico partecipante al concorso, solo perché ormai ammalato di tumore. Meglio conservare la borsa di studio per l'anno successivo per un altro studente. "Io non avevo nessuna raccomandazione - scrive Emanuele - mi chiedo come sia possibile che un concorso pubblico venga gestito in questo modo, senza nessuna trasparenza, legalità, senza nessun organo di controllo".

Lele racconta così i suoi due anni trascorsi in quel laboratorio, fino al luglio 2002, quando anche per lui arrivò la terribile diagnosi. "Durante il corso di dottorato, trascorrevo generalmente tra le otto e le nove ore al giorno in laboratorio per tutta l'intera settimana, escluso il sabato. Non c'era un sistema idoneo di aspirazione e filtrazione, c'erano odori e fumi tossici molto fastidiosi e spesso eravamo costretti ad aprire le porte in modo da fare ventilare l'ambiente". C'erano due cappe di aspirazione antiquate "quindi lavorare lì sotto era lo stesso che lavorare al di fuori di esse". "Dopo la diagnosi della mia malattia, cioè nel 2002, una di questa cappe è stata sostituita con una nuova. Le sostanze chimiche, i reattivi ed i solventi erano conservati sulle mensole, sui banconi, in un armadio sprovvisto di sistemazione di aspirazione e dentro due frigoriferi per uso domestico tutti arrugginiti. Dopo avere trascorso l'intera giornata in laboratorio avvertivo spesso mal di testa, astenia ed un sapore strano nel palato come se fossi intossicato".

Lele aveva annotato uno per uno tutti i suoi colleghi scomparsi e ammalati: "Sono tutti casi dovuti ad una situazione di grave e dannoso inquinamento del dipartimento e sicuramente non sono da imputare ad una fatale coincidenza. La mancata accortezza nello smaltimento dei rifiuti tossici e l'utilizzo di sostanze e reagenti chimici in assenza dei minimi requisiti di sicurezza ha nuociuto e potrà ancora nuocere se non verranno presi solerti provvedimenti". Ma nessuno, fino alla presentazione dell'esposto da parte dei familiari di Emanuele, si era accorto che quel laboratorio si era trasformato da anni in una fabbrica di morti.


(29 novembre 2008)
da repubblica.it


Titolo: LORENZO MONDO Assassini e brutte figure
Post di: Admin su Novembre 30, 2008, 10:50:31
30/11/2008
 
Assassini e brutte figure
 
LORENZO MONDO

 
Sui due assassini di Erba non c’è molto da dire, quel misto di stupidità e ferocia lascia impietriti, ci inchioda davanti al «mysterium iniquitatis». È possibile invece soffermarsi, quasi toccando terra, sulle figure di contorno per tirarne qualche lezione. Lasciamo stare l’asserzione dei difensori che i loro assistiti sono innocenti o, se colpevoli, matti: in linea con una logica processuale che, come capita per il linguaggio di altre istituzioni, non ha alcun rapporto con il senso comune. Ma trovo impareggiabile l’arringa dell’avvocato Enzo Pacia, là dove spicca il volo appoggiandosi a una spicciola erudizione e a una retorica tribunizia: «Nulla mi commuove di più della sordità di Beethoven, della cecità di Galileo, del pianto di un innocente in carcere». Ma sì, sta parlando di Olindo e della sua sposa, convocati con sprezzo dell’umorismo in un consesso di spiriti magni.

È stato il solo momento di buonumore in una vicenda sconvolgente. Perché altrove, se riso c’è stato, ha dovuto piegarsi in sarcastico sdegno.
Alludo alla sortita di Azouz Marzouk, il marito di Valeria Castagna e padre del piccolo Youssuf. Dal carcere dove si trova per spaccio di cocaina, ha fatto pervenire alla Corte, con sorprendente tempismo, mentre si era in attesa della sentenza, una strana storia: i suoi genitori hanno ricevuto in Tunisia la visita di uno sconosciuto, il quale asserisce che a compiere la strage di Erba non sono stati i due imputati ma altre persone.

È stato un chiaro espediente per richiedere la sospensione del processo e ottenere, chissà, un rinvio del provvedimento di espulsione che lo attende all’ormai prossimo termine della pena.

I giudici non hanno abboccato, Azouz ha attenuato il senso delle sue dichiarazioni. Resta il fatto che per un momento si è schierato, con sinistro opportunismo, tra i difensori della diabolica coppia che gli ha massacrato la moglie e il figlioletto.

Il pianto a ciglio asciutto, l’ombroso desiderio di una giustizia vendicativa, cancellati dalla speranza di starsene in Italia, di continuare i suoi loschi traffici. Penso ai parenti delle vittime che hanno dovuto sopportare anche questa. E mi auguro che, quando giunga il momento, non si levino recriminazioni per il rimpatrio dello sgradevole personaggio, che potrà vivere laggiù accanto ai suoi dilettissimi morti.

da lastampa.it


Titolo: Fiorenza Sarzanini Gli spinelli L’elenco dei suoi ragazzi La notte dell’omicidio
Post di: Admin su Dicembre 03, 2008, 12:09:06
Gli spinelli. L’elenco dei suoi ragazzi. La notte dell’omicidio

Tutti gli uomini di Amanda

Aspettando il processo, seconda puntata del diario in cui la principale imputata del delitto di Perugia si confessa


Fiorenza Sarzanini per il Magazine


Quando arrivi a Perugia usi un “quaderno di colore giallo”, continui a scrivere quello che accade durante la giornata, i pensieri, le sensazioni. Ormai ti sei sistemata nella villetta di via della Pergola. E un giorno scrivi, in tedesco.

E allora qui c’è qualcosa di strano. Sono seduta in cucina e fumo con le mie compagne di casa. Tra un po’ andiamo a mangiare la pizza, se loro vengono. Ovviamente sono in forma. È stato l’hashish che abbiamo fumato. E quindi sono in forma. Ho giocato a scacchi con un amico di Laura. E così ho deciso che devo scrivere almeno una pagina in tedesco… Qui bisogna decidere di non fumare. In Italia e anche in Germania è una grande possibilità poter fumare perché le sigarette sono sopra ogni cosa. Generalmente le persone fumano e quindi non fumare è una decisione. Le mie compagne di casa vogliono fumare con me perché è un modo di fare amicizia e socializzare. Io ho già fumato hashish. E penso che queste persone ne avranno un grande influsso, come per James.

Il 18 ottobre sei all’università. Ma alle lezioni non presti grande attenzione, il tuo interesse è proiettato su altro. Scrivi in italiano e fai alcuni errori, ma quello che hai in testa lo spieghi in maniera chiara.

Ci sono io nella mia classe della cultura italiana, è perché devo ascoltare alle informazioni sulla politica italiana. Grazie a Dio io non ho un esame per questa classe. Non posso ascoltare. Invece penso al ragazzo dietro a me, perché lui è più interessante per me. Lui gioca a calcio. Ma quando penso alle mie emozioni ho l’ordine dei ragazzi in mente: Dj: lo amo, ma lui non è qui e infatti non posso vederlo fino a luglio (tra nove mesi). Spyros: non mi piace il suo corpo, ma lui ha una personalità che mi piace molto. Penso che ha una buona mente. Non sono sicura, ma credo che siamo amici. Giacomo: il mio vicino. Timido, ma molto simpatico. È anche uno studente che suona la chitarra. Penso che gli piaccio, ma non ho parlato molto con lui perché è timido e perché parla soltanto italiano. Jodoro: non sono sicura sul suo nome, ma lui è un uomo della mia classe che mi piace e ho già parlato un po’ con lui.

È come se fossi sempre a caccia di maschi. Elenchi le tue conquiste e sembra che le esibisca come trofei. Nel diario c’è un’altra lista, ma il contenuto è sempre lo stesso: “Persone con le quali ho fatto sesso”. Ci sono quattro nomi chiusi con una parentesi graffa che comprende Seattle e New York. Altri tre di Firenze e Perugia. Poi il tuo commento:

Interessante no? Penso che significhi che la mia vita sessuale non corrisponde alla mia romantica vita emotiva. Dichiarazione ovvia perché l’unico di cui sono innamorata (anche se per la verità non è l’unico con il quale voglio fare sesso) è incredibilmente lontano. Mi manca il contatto emotivo che riguarda palesemente la nostra vita sessuale. Ciò che è strano è il fatto che ho avuto partner migliori, più esperti/con più esperienza, ma niente paragonato al contatto emotivo che ho sentito soltanto con Dj. Mi fa pensare che in questo caso il sesso sia inutile, be’, non inutile ma sempre deludente a meno che io non riesca a stabilire un contatto emotivo con qualcuno. Ma, in verità, tutto ciò che riesco a pensare è solo quanto vorrei stare con lui. Forse non me ne rendo conto, ma per ora questo è veramente ciò che provo. Cosa provo ora? Mi piace abitare con le mie compagne. Mi piace mangiare. Mi piace mangiare.

Quando arrivi in cella e rimani da sola, hai tempo per pensare. E la tua mente ricomincia a vagare. Allora scrivi di nuovo, aggiungi dettagli sulla sera del delitto, poi li modifichi, riesci addirittura a costruire un’altra versione che pensi possa scagionarti. E invece ottiene l’effetto di apparire completamente fuori di testa.

Oh mio Dio! Sono un po’ sconvolta perché ho appena parlato con la suora e finalmente ricordo. Non può essere una coincidenza. Ricordo ciò che stavo facendo con Raffaele quando la mia amica è stata uccisa! Siamo entrambi innocenti! Ecco perché: dopo cena Raffaele ha cominciato a lavare i piatti in cucina mentre io gli facevo un massaggio alla schiena… Dopo abbiamo fumato marijuana… Abbiamo cominciato a parlare di noi e di che tipo di persone siamo. Abbiamo parlato del fatto che io sono meno problematica e organizzata di lui e di come lui sia molto organizzato a causa del periodo che ha trascorso in Germania. È stato durante questa conversazione che Raffaele mi ha raccontato del suo passato. Del fatto che ha avuto una terribile esperienza con le droghe e con l’alcool. Mi ha raccontato di quando si è recato con alcuni amici a un concerto e in quell’occasione avevano fatto uso di cocaina, marijuana, che lui aveva bevuto rhum e di quando, dopo il concerto, ormai completamente “fuori”, aveva realizzato che cosa terribile avesse combinato e aveva deciso di cambiare. Mi ha raccontato di quando in passato si era tinto i capelli di giallo e di un’altra volta che si era fatto tagliare i capelli in un modo particolarmente stravagante. Aveva anche l’abitudine di portare gli orecchini. Si era conciato così perché quando era bambino giocava con i videogiochi e guardava Sailor Moon, la protagonista di un cartone giapponese e per questo non era considerato granché dai compagni di scuola, che lo prendevano in giro. Gli raccontai che neanche io, quando frequentavo la scuola superiore, ero molto benvoluta perché a scuola pensavano che fossi lesbica. Parlammo dei suoi amici, del fatto che non avevano smesso di drogarsi e di giocare con i videogiochi e di quanto lui fosse dispiaciuto per loro. Par lammo di sua madre, di come era morta, mi disse che si sentiva in colpa perché l’aveva lasciata da sola prima della sua morte… Questo è ciò che è veramente accaduto e potrei giurarlo. Mi spiace di non averlo ricordato prima e mi dispiace di aver dichiarato che avrei potuto essere a casa quando è successo. Ho detto quelle cose perché ero confusa e spaventata. Non ho mentito quando ho detto che pensavo che l’assassino fosse Patrick. In quel momento ero molto stressata e ho veramente pensato che fosse lui l’assassino. Ma ora ricordo che non posso sapere chi è l’assassino perché io non sono tornata a casa. So che la polizia non ne sarà contenta, ma questa è la verità. Non so perché il mio ragazzo abbia raccontato delle bugie su di me, ma penso che sia spaventato e neanche lui ricordi bene. Ma questo è ciò che so, questo è ciò che ricordo.

Maschi, sesso, droga, alcool. Ti ubriachi, ti fai le canne, stai in giro la notte. Questo raccontano di te. La polizia verifica, fruga nella tua vita, fra i tuoi oggetti. Esplora il tuo lato più intimo, cerca nel tuo computer e nel telefonino. Scopre che l’hai spento poco prima che Meredith tornasse a casa e lo hai riacceso soltanto la mattina dopo. Strano. Scopre che prima hai mandato un Sms a Patrick e lui ti ha subito risposto. Strano. Scopre che tu hai raccontato di essere stata tutta la sera a casa di Raffaele, ma lui dice che invece sei uscita. Strano. Tutto troppo strano. E allora devi tornare alla polizia, rispondere ad altre domande. Ricordare, ricostruire, giustificare. (…) Troppo spesso l’immagine che dai di te non coincide con quella che è stata raccontata da altri. Lo sai e perciò provi a mettere ordine.

Nei giorni scorsi sono stata chiamata in molti modi, una povera ragazza, una bugiarda una brava ragazza, una prigioniera. Le persone mi hanno parlato dolcemente, mi hanno urlato, colpito, mi hanno fatto molte domande. In questo periodo non ho conosciuto qualcuno in cui avere fiducia. Anche nel buio ho avuto paura del mio ragazzo perché non so che cosa è successo e non so chi ha fatto questo… Da sola o con la polizia, io temo la mia mente. Immagino l’orrore che la mia amica può aver subito nei suoi momenti finali. La mia immaginazione diventa sempre più precisa con le domande della polizia. Per un istante vedo la mia amica violentata prima di essere uccisa. Io posso solo immaginare che cosa ha provato in quei momenti spaventata, ferita, violentata. Ma di più immagino che cosa ha provato quando il sangue è uscito da lei. Che cosa ha sentito? E la mamma? Disperazione? Ha avuto il tempo di trovare pace o alla fine ha avuto solo terrore?

Parli di Raffaele, speri che ti difenda: “Sinceramente voglio vederlo di nuovo. Perché no? Lui è un buon ragazzo in una brutta situazione come me”. Pochi giorni prima avevi scritto che volevi incontrarlo e chiedergli “perché hai raccontato bugie su di me, visto che questa è una cosa che non capisco”. Poi i tuoi pensieri si trasformano quasi in una supplica.

Spero che esco presto (venerdì!!!).
Spero che vedo la mia famiglia presto.
Spero che posso parlare con Dj presto.
Spero che sono negli Stati Uniti per Natale.
SPERO CHE I GIUDICI CREDONO A ME.
Voglio essere liberata, sono degna di essere liberata. Liberami!
Liberami! Liberami! Voglio tornare a casa!!!


Fiorenza Sarzanini
02 dicembre 2008(ultima modifica: 03 dicembre 2008)


da corriere.it


Titolo: "Paga o diciamo che hai toccato la nostra bambina"
Post di: Admin su Dicembre 05, 2008, 09:42:17
5/12/2008 (7:25) - NELL'ALESSANDRINO

"Paga o diciamo che hai toccato la nostra bambina"

Giuseppe Papalia 63 anni, si uccide dopo aver ceduto ai ricatti

L'uomo si uccide: innocente, temeva lo scandalo

SELMA CHIOSSO

CASTELNUOVO SCRIVIA
(ALESSANDRIA)


Sembrava un suicidio. Anche se la figlia Marina non ci ha mai creduto. L’aveva ripetuto a tutti: ai carabinieri, in Procura, in tv: «Qualcuno stava ricattando mio padre e lo ha ucciso o lo ha portato alla disperazione fino a togliersi la vita». E aveva ragione. Tre persone sono state denunciate per «estorsione e morte come conseguenza di altro delitto». Ora, a indagini chiuse, il pm ne ha chiesto il rinvio a giudizio. Il giallo di Giuseppe Papalia, 63 anni, muratore di Castelnuovo Scrivia, paese in provincia di Alessandria, inizia il 28 marzo 2007, quando l’uomo scompare e termina il 6 maggio, quando viene trovato impiccato nel cantiere di un’abitazione in costruzione. A 100 metri da casa. Due elementi creano il mistero: i piedi per terra e il cappellino dell’Inter in testa. In tasca ha un paio di biglietti e da questi partono le indagini. Sono fogli che imitano grossolanamente la carta intestata della Procura di Tortona.

C’è scritto di un procedimento penale per molestie sessuali verso una ragazza di 16 anni. Basta pagare per uscire dai guai. E così fa Papalia, uomo semplice, che conosce la ragazza, perché è una lontana parente, ma che con lei non ha mai avuto a che fare. Ma ha il terrore di infangare la famiglia. Sposato, padre di due figli, si sente morire di vergogna per una storia falsa. E’ fine febbraio 2007. In due mesi, quasi ogni giorno incontra la sedicenne, a cui consegna, 200, 300, 500 euro per volta. Diventa taciturno. Ma a tutti dice che gli fa male una gamba. E’ marzo, quando si rivolge al suo datore di lavoro e si fa anticipare 2 mila euro. Poi va in banca e chiede un prestito di 5 mila euro. Li esige in contanti.

Dice che li deve dare a un compaesano come anticipo per una casa che intende comprare in Calabria. Intanto continuano a spillargli denaro. Sono lontani parenti, emigrati dalla Calabria da un anno. Abitano a Isola Sant’Antonio, paese poco distante da Castelnuovo. La mente di tutto, secondo i carabinieri, è Teresa Angela Camillo, madre della ragazza. Prende i soldi che la figlia consegna e li versa sul conto. Ma a reinvestire il denaro, spesso, è il convivente della donna, Salvatore Caccamo, 26 anni. Dal 7 al 19 marzo i prelievi si fanno incalzanti. L’ultimo è di 1600 euro. E’ la sera del 28 marzo. Papalia è appena rincasato, quando il cellulare squilla. Prende un marsupio e dice alla moglie «Torno subito, ho dimenticato una cosa in cantiere». Invece sparisce.

La famiglia si dispera. In paese arriva la troupe di «Chi l’ha visto? », il sindaco Gianni Tagliani attiva un link sul sito del Comune. Ed è la sera del 6 maggio quando un passante sente un odore insopportabile provenire dal cantiere. Appeso a tondino di ferro della soletta del piano interrato penzola impiccato, e in stato di decomposizione, il corpo di Papalia. Il marsupio giallo non c’è più. Forse è stato il pacchetto dell’ultima consegna. Ma in tasca ci sono i foglietti infamanti. Il controllo incrociato dei conti correnti rileva in uno, quello di Papalia, i prelievi e nell’altro, quello di Teresa Angela Camillo, i versamenti.

I Ris di Parma individuano nel pc della donna lo strumento per scrivere i foglietti. Con un filo di voce Marina, la figlia, al tenente colonnello Giuseppe Bevacqua e al capitano Giorgio Sanna ha semplicemente detto: «Grazie». Ieri, Valeria Arduino pm di Tortona, ha chiesto il rinvio a giudizio per Teresa Angela Camillo e Salvatore Caccamo. La posizione della ragazza è stata stralciata e se ne occuperà la Procura dei minori. I tre sono tornati in Calabria.

da lastampa.it


Titolo: Sotto il tram, fino all’ultimo guida i soccorsi
Post di: Admin su Dicembre 15, 2008, 11:48:38
15/12/2008 (13:8) - TRAGEDIA

"Aiutatemi ho 300 quintali addosso"
 
Silvia, 19 anni è morta al Maria Vittoria

Tram investe una ragazza in corso Potenza
 
Sotto il tram, fino all’ultimo guida i soccorsi

MASSIMO NUMA
TORINO


La voce di Silvia arriva da sotto il vagone numero 2 del tram «9». Sono le 19,34 di sabato. Appena travolta sulle strisce (distratta dal cellulare?) e trascinata per una decina di metri. Un passante l’avvicina, è già in contatto con il 115 dei vigili del fuoco. Silvia è cosciente, sta parlando - con il suo telefonino - con i genitori. Adesso però è in linea con l’operatore del 115. Sembra il set di Grey’s Anatomy, il telefilm Usa dedicato agli interventi d’urgenza, ma è tutto vero, purtroppo. «Sì, sono io, la ragazza sotto il tram...». La voce arriva da laggiù, dal ventre buio, dalle lame tagienti di ferro e dalla selva di cavi. «Come ti senti? Senti male, dove?», le dice calmo l’operatore. «Le gambe e l’addome, sento male dappertutto... ho trecento quintali addosso... non posso muovermi».

Piange un po’, Silvia, e le fanno coraggio. E’ come cullata dai suoi angeli custodi. Come se fosse la loro figlia, sorella, moglie. I medici del 118 stanno arrivando, i vigili del fuoco - in pochi secondi - hanno già deciso come intervenire per sollevare il vagone. Con una grande gru, perché i marciapiedi alti non consentono di usare i martinetti idraulici. Coordina Vincenzo Bennardo, il funzionario che guida le due squadre. Una manciata di secondi, mentre Silvia riesce ancora a parlare con i genitori, la mamma e il papà che nel frattempo hanno raggiunto la fermata del tram, a pochi metri di distanza. Vorrebbero correre ad abbracciarla, a tenerla per mano. Ma non si può. I nastri passati sotto il pavimento del mezzo; il braccio della gru che lo solleva, dolcemente, di 30 centimetri, quanto basta per inserire i martinetti.

I medici e gli infermieri del 118 s’infilano sotto il vagone, la raggiungono. Quel piccolo tratto è diventata una camera operatoria. Compiono le prime operazioni. I sedativi. Gli anti-dolorifici. I farmaci salvavita. E Silvia, così, è stretta tra le braccia di altri angeli, perché così le saranno sembrati, in quei pochi minuti di lucida coscienza, di vita vera, scivola nel sonno. Il telefonino al suo fianco, ultimo contatto con il mondo. Senza più dolore, con la consapevolezza di avere avuto, al suo fianco, sino all’ultimo secondo, i suoi genitori e i familiari. Non soffrirà più un solo istante. La posano sul marciapiede, per tentare di fermare le emorragie interne, per cercare di ridurre l’entità delle lesioni. Ci vorrebbe un chirurgo subito, ma si decide di trasferirla al Maria Vittoria. Non si può aspettare. Tempi velocissimi, l’ambulanza scortata dai vigili urbani, il traffico bloccato. Muore poco dopo il ricovero.

Angelo R., 41 anni, da tre alla Gtt, è l’autista del «9». Sotto choc. Disperato: «Ho azionato i freni immediatamente, con i dispositivi d’emergenza, mi è finita sotto... L’ho vista ma era troppo tardi». Cinque, sei metri di frenata. «Vuol dire che il mezzo procedeva a velocità bassa - spiegano i responsabili della Gtt -, aspettiamo i risultati dell’inchiesta. Il tram, modello «5000», costruito nel ‘90 è considerato tra i più sicuri. Ora è stato sequestrato.

Ci sono tre testimoni. Due autisti Gtt e un passante. Tutti e tre affermano di aver visto la ragazza passare sulle strisce pedonali (comunque veramente poco illuminate) con il rosso. Ma la verità, forse, è ancora lontana.

da lastampa.it


Titolo: «La Reggiani resisteva. Sconto di pena a Mailat»
Post di: Admin su Dicembre 25, 2008, 09:49:18
Motivazione choc. Gasparri: sentenza che fa ribrezzo

«La Reggiani resisteva. Sconto di pena a Mailat»

I giudici: niente ergastolo anche perché il romeno era ubriaco
 
 
ROMA — Romulus Mailat, il romeno che la sera del 30 ottobre 2007 stuprò ed uccise la signora Giovanna Reggiani vicino alla stazione di Tor di Quinto, agì da solo. Ed ha avuto la condanna a 29 anni in primo grado e non l'ergastolo perché «la Corte, pur valutando la scelleratezza e l'odiosità del fatto, commesso in danno di una donna inerme e, da un certo momento in poi esanime, con violenza inaudita, non può non rilevare che omicidio e violenza sessuale sono scaturiti del tutto occasionalmente dalla combinazione di due fattori: la completa ubriachezza e l'ira dell'aggressore, e la fiera resistenza della vittima». Lo sostiene la motivazione della sentenza della Corte d'Assise presieduta da Angelo Gargani. E Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato del Pdl, esplode: «Provo ribrezzo per questa decisione». Paradossalmente, secondo la Corte, è anche l'incredibile forza d'animo della Reggiani ad aver attenuato le responsabilità dell'assassino: «In assenza degli stessi fattori — si legge — l'episodio criminoso, con tutta probabilità, avrebbe avuto conseguenze assai meno gravi ». Mailat, invece, a causa della reazione della vittima «non riesce ad averne ragione a mani nude» e deve usare il bastone. Però il romeno «all'epoca era ventiquattrenne, incensurato, e l'ambiente in cui viveva era degradato. Queste circostanze, assieme al dettato costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione, inducono la Corte a risparmiargli l'ergastolo, concedendogli le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate, pur irrogando la pena massima per l'omicidio».

 Lette le motivazioni, Gasparri, che aveva già criticato l'entità della pena, attacca: «Questi giudici — dice — si devono vergognare. Se non si dà l'ergastolo per una persona del genere, a chi lo si da?». Ma non è solo questo, ad indignare Gasparri: «Di fronte a queste motivazioni, più che di separazione di carriere, bisognerebbe parlare di "abolizione di carriere". Certi magistrati andrebbero cacciati... Spero che il Natale porti un po' di saggezza». Il parlamentare non si ferma qui: «Come legislatore farò tutto il possibile per evitare che si ripetano certe cose, ma come italiano mi vergogno ». I giudici hanno anche ricordato la necessità di non trascurare la Carta nella parte in cui richiama all'esigenza di un recupero del detenuto. Gasparri però non ci sta: «Io credevo nella magistratura. Ma ogni giorno ci sono prove che inducono chi può a rivederne sia il ruolo sia le responsabilità ». Secondo i giudici l'esclusiva responsabilità di Mailat «è pienamente provata. La selvaggia violenza dei colpi sarebbe stata inutile se l'azione fosse stata condotta da più persone». Presenterà appello l'avvocato del romeno, Piero Piccinini: «È una motivazione di una semplicità sconcertante, che lascia interdetti. Sono state fatte forzature logiche che dimostrano che le prove erano insufficienti ». Pronta all'appello anche la procura, contraria alla concessione delle attenuanti generiche. E secondo l'avvocato di parte civile Tommaso Pietrocarlo «è proprio la fiera resistenza della povera signora Reggiani che rende più grave l'episodio ».

Laura Martellini
Ernesto Menicucci
24 dicembre 2008

da corriere.it


Titolo: Ecstasy e cocaina, poi il volo di 25 metri dal cavalcavia, quattro vittime...
Post di: Admin su Dicembre 29, 2008, 10:45:11
La strage al ritorno dalla discoteca: quattro vittime tra i 16 e i 21 anni

Salvo solo il conducente. Ecstasy e cocaina, poi il volo di 25 metri dal cavalcavia

Civitavecchia, positivo al narcotest il giovane che guidava l'auto

di MARIA ELENA VINCENZI e FEDERICA ANGELI


ROMA - Un volo nel vuoto per colpa dell'asfalto bagnato e della cocaina. Cinque ragazzi, alle cinque del mattino, al ritorno da una discoteca di Ronciglione, a bordo di una Nissan Micra sono precipitati da un cavalcavia al km 2,2 della statale che collega Civitavecchia all'Aurelia, all'altezza di via delle Vigne. Quattro sono morti sul colpo: due cugini minorenni Daniele e Indro Mercuri, entrambi sedicenni, Giovanni Siena, 21 anni e Giancarlo Cocciolone, 19 anni. Tutti di Civitavecchia. L'unico sopravvissuto è Juri Capparella, 19 anni, il conducente che invece di seguire la strada in discesa e di fare la curva, è andato dritto, ha sfondato il guardrail della sopraelevata e da un'altezza di dieci metri, dopo un volo di 25, si è schiantato sul terrapieno sottostante.

A notare l'auto capovolta in via delle Vigne e a dare l'allarme, alle 7 e 30, sono stati alcuni operai dell'Etruria Servizi, la municipalizzata del comune di Civitavecchia, che stavano andando a lavorare alla vicina discarica.

Due squadre dei vigili del fuoco insieme agli agenti della polizia stradale sono arrivati poco dopo. Prima di tutto hanno salvato il sopravvissuto che rantolava dentro la carcassa. Per estrarre dalle lamiere i corpi degli altri quattro, pompieri e poliziotti hanno impiegato oltre due ore. Juri è stato trasportato all'ospedale San Paolo di Civitavecchia e, dopo un primo intervento, in eliambulanza è stato portato a Roma, al San Filippo Neri dove è stato operato alla milza, intubato e ricoverato in terapia intensiva. Il ragazzo ha riportato numerose fratture e le sue condizioni sono piuttosto gravi.

Sottoposto al narcotest, su disposizione della magistratura, il giovane è risultato positivo all'assunzione di stupefacenti. Durante la serata, a quanto risulta agli inquirenti, aveva preso cocaina ed ecstasy. L'autopsia sui corpi delle quattro vittime, che verrà eseguita oggi, accerterà se anche gli altri avessero assunto droghe.

"Mio figlio è un ragazzo d'oro - dice Andrea Capparella, 41 anni, fuori dalla rianimazione del San Filippo Neri - lavora insieme a me, nella mia ditta. Da qualche tempo si era anche fidanzato e purtroppo uno dei quattro amici morti nell'incidente era il fratello della sua ragazza".

La procura di Civitavecchia ha aperto un'inchiesta per chiarire le cause dell'incidente, anche se la dinamica, secondo i rilievi della polizia stradale appare piuttosto chiara. Sull'asfalto non ci sono segni di frenata e la velocità, trattandosi di un'utilitaria, spiegano gli investigatori, non doveva essere elevatissima. "Riteniamo sui 100 all'ora". Juri, positivo al narcotest e unico a indossare la cintura di sicurezza, sotto l'effetto del cocktail di droghe ha dunque perso il controllo.
"Davanti all'ennesima tragedia del sabato sera, questa volta complice la cocaina - dice Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla droga - rivolgiamo un nuovo appello ai responsabili locali perché non si perda altro tempo per un'efficace azione di controllo e di contrasto delle situazioni a rischio".

(29 dicembre 2008)
da repubblica.it


Titolo: GERMANIA: USA SAPEVANO ATTENTATO A HITLER MA RIFIUTARONO AIUTO
Post di: Admin su Dicembre 30, 2008, 05:33:57
GERMANIA: USA SAPEVANO ATTENTATO A HITLER MA RIFIUTARONO AIUTO


(AGI) - Berlino, 29 dicembre -


Gli Stati Uniti sapevano che il conte Claus Schenk von Stauffenberg intendeva attentare alla vita di Adolf Hitler, come poi avvenne con esito negativo il 20 luglio 1944, ma non gli fornirono alcun appoggio. A tre settimane dall'uscita in Germania del film "Operation Valkyrie", in cui Tom Cruise impersona Stauffenberg, il quotidiano 'Berliner Zeitung' rivela che uno dei motivi che indussero il presidente americano a rifiutare il sostegno degli Alleati al gruppo che pianifico' l'attentato al Fuehrer e' che tra di loro c'erano troppi nobili. Il quotidiano della capitale scrive che nelle settimane successive al fallito attentato "migliaia di oppositori e le loro famiglie vennero giustiziati e la stampa britannica e americana esulto'". Il 'New York Times' scrisse che il clima in cui era maturato l'attentato da parte dei massimi ufficiali della Wehrmacht, l'esercito tedesco, assomigliava "piu' al sottobosco di gangster che ad un corpo di ufficiali". Il 'Berliner Zeitung' aggiunge che "la Bbc diffuse addirittura i nomi degli attentatori che erano sfuggiti alla Gestapo", poiche' secondo gli Alleati, "se i tedeschi si ammazzano tra loro, ci risparmiamo dopo la guerra molti imbarazzi".

Era stato il futuro capo della Cia, Allen Welch Dulles, ad inviare il 27 gennaio 1944 dalla Svizzera un telegramma cifrato a Washington, in cui informava il suo governo che c'era un gruppo della Resistenza tedesca pronto ad eliminare Hitler. "Vorrei sapere", scriveva Dulles, responsabile a Berna del'Oss (Office of Strategic Services), il servizio antesignano della Cia, "che aiuto possiamo fornire alla resistenza". Tra gli aiuti richiesti c'era anche un "sostegno politico" da parte di Washington. Dulles aveva ricevuto le informazioni sul progettato attentato a Hitler dal vice console del Terzo Reich in Svizzera, Hans Bernd Gisevius, che lavorava per il controspionaggio nazista alle dipendenze dell'ammiraglio Wilhelm Canaris, anch'egli al corrente della congiura contro il Fuehrer. Canaris venne arrestato tre giorni dopo il fallito attentato e fatto impiccare su ordine di Hitler il 9 aprile 1945 nel lager di Flossenbuerg, lo stesso in cui mori' il fratello dell'ex presidente della Repubblica Sandro Pertini. La richiesta di Dulles presso le autorita' americane non ebbe successo, poiche' da Washington i capi dell'Oss gli fecero sapere che nel Dipartimento di Stato esisteva un "estremo antagonismo" nei confronti della Resistenza tedesca.

Dulles non si dette tuttavia per vinto e chiese ad uno dei suoi agenti, il tedesco Otto John, di stanza in Spagna, di contattare le autorita' inglesi, per comunicare loro che il gruppo di Stauffenberg auspicava un'invasione della Germania da parte degli Alleati in concomitanza del caos che si sarebbe verificato nel caso in cui l'attentato fosse riuscito. Ma anche dal servizio segreto britannico MI6 arrivo' l'informazione che Londra aveva interdetto a tutti i suoi militari ogni contatto con l'opposizione tedesca al nazismo. Il 12 luglio 1944, una settimana prima del fallito attentato a Hitler, Dulles telegrafava al capo dell'Oss, William Donovan, che gli attentatori intendevano consegnarsi agli Alleati, ma Roosevelt rifiuto' ogni aiuto, per mantenere la promessa fatta a Stalin di non immischiarsi nella politica tedesca.

da agi.it


Titolo: FARES AKRAM. "Mio padre ucciso da una bomba"
Post di: Admin su Gennaio 06, 2009, 11:27:49
La drammatica testimonianza di un giornalista dell'Independent a Gaza

"Era non violento, detestava quello che faceva Hamas nella Striscia"

"Mio padre ucciso da una bomba"

Il racconto di un reporter palestinese

di FARES AKRAM


 GAZA - Per Fares Akram, reporter dell´Independent da Gaza, l´invasione israeliana si è trasformata in una tragedia personale quando ha scoperto che suo padre era tra le prime vittime dell´attacco da terra.
La telefonata è arrivata attorno alle 16.20 di sabato. Una bomba era stata sganciata sulla casa nella nostra piccola fattoria ubicata nella parte settentrionale di Gaza. Mio padre in quel momento preciso stava recandosi a piedi dal cancello alla porta di ingresso. Quello era il nostro luogo più amato: era una piccola casa di campagna, bianca, a due piani, con un tetto rosso, annidata in una piatta distesa agricola a nord-ovest di Beit Lahiya. C'erano alberi di limoni, di arance e di albicocche e da poco avevamo comperato una sessantina di mucche. La nostra era la fattoria più vicina al confine settentrionale con Israele.

Poco prima del tramonto, sabato scorso, mentre le truppe di terra israeliane e i tank invadevano Gaza, la pace di quel luogo è andata in pezzi e la vita di mio padre si è spenta a 48 anni. Caccia ed elicotteri vi hanno fatto incursione, bombardando per spianare la strada ai tank e alle truppe di terra che sarebbero seguite una volta calate le tenebre.

È stata una bomba scagliata da un F16 a togliere la vita a mio padre. La casa è stata ridotta a poco più di un ammasso di polvere e di mio padre non è rimasto granché da recuperare. Mia madre, mia sorella, mia moglie � incinta di nove mesi � e io abbiamo trascorso l'ultima settimana dell'attacco israeliano rinchiusi nel nostro appartamento di città. Mio padre, invece, aveva deciso di restare alla fattoria.

L'ultima volta che l'ho visto è stata giovedì, quando ci ha portato dei soldi e un sacco di farina: abbiamo parlato dell'imminente nascita del mio primo figlio e di come avremmo potuto portare mia moglie Alaa all'ospedale, in mezzo alle bombe. Naturalmente, sabato sera non c'è stata possibilità alcuna di mandare un'ambulanza alla fattoria. Così mio zio e mio fratello hanno percorso in automobile otto chilometri mentre noi siamo rimasti seduti immobili, in stato di shock, nell'appartamento buio.

Quando mio zio e mio fratello sono arrivati a destinazione hanno trovato un ammasso di macerie fumanti. Quasi tutte le mucche erano morte. Mahmoud, un adolescente nostro parente, si trovava con mio padre quando la bomba israeliana ha abbattuto la nostra casa. La potenza dell'esplosione lo ha scagliato a trecento metri di distanza. Ieri mattina abbiamo seppellito lui e mio padre con una cerimonia funebre molto veloce.

Mio padre, Akrem al-Ghoul non era un militante. Detestava quello che Hamas stava facendo al sistema legale di Gaza, introducendo la giustizia islamista, ed era assolutamente contrario alla violenza. Si sarebbe adoperato in ogni modo possibile per raggiungere una giusta intesa con Israele e per assicurare un futuro migliore ai palestinesi. Il mio dolore non è appesantito da un desiderio di vendetta, che so essere sempre e in ogni caso vana.

Ma in verità, essendo io un figlio in lutto che piange il proprio padre, mi risulta difficile distinguere tra quelli che gli israeliani chiamano terroristi e i piloti israeliani e gli equipaggi dei carri armati che hanno invaso Gaza. Che differenza c'è tra il pilota dell'aereo che ha disintegrato mio padre e il militante che spara un piccolo razzo? Non so rispondere a questa domanda, ma nel momento in cui sto per diventarlo io stesso, ho perduto mio padre.

(Copyright The Independent-la Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti)

(6 gennaio 2009)
da repubblica.it


Titolo: Sofri: «Dissi "Calabresi sarai suicidato". Sono innocente. Ma corresponsabile»
Post di: Admin su Gennaio 09, 2009, 04:54:16
In uscita a metà gennaio

Sofri: «Dissi "Calabresi sarai suicidato"

Sono innocente. Ma corresponsabile»

L'ex leader di Lotta Continua, condannato per l'omicidio del commissario, scrive un libro sulla morte di Pinelli.
 

 
MILANO - Un libro, in uscita a metà gennaio, destinato a riaprire discussioni e polemiche sugli anni Settanta in Italia e sulla lunga striscia di sangue che hanno lasciato. Un autore, Adriano Sofri, che ha vissuto da protagonista di quel periodo e che ora è tra i condannati per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. In «La notte che Pinelli», edito da Sellerio, offre ai lettori la sua ricostruzione sulla morte dell'anarchico coinvolto nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana e anche le sue considerazioni sul proprio ruolo nell'omicidio di Calabresi. Continuando a proclamarsi innocente dal punto di vista materiale, Sofri ammette una responsabilità «morale»: «Di nessun atto terroristico degli anni Settanta mi sento corresponsabile. Dell'omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, "Calabresi sarai suicidato"».

«IL COMMISSARIO NON C'ERA» - Nell'anticipazione che viene pubblicata da l'Espresso questa settimana, c'è una parte della versione di Sofri sul caso Pinelli, basata sulle carte giudiziarie. La ricostruzione parte dal pomeriggio del venerdì 12 dicembre 1969, dalla strage di Piazza Fontana. Subito dopo gli attentati si procede agli arresti degli anarchici: tra loro ci sono Pinelli e Pietro Valpreda, che rimarrà a lungo in carcere. Secondo Sofri lo stesso Calabresi era convinto che la pista anarchica fosse quella giusta e in un passaggio del libro riporta l'episodio in cui a Pinelli e ad un altro anarchico interrogato Calabresi dice: «Non venirmi a raccontare (...) che sono stati i fascisti; la matrice è anarchica, fa parte della tradizione vostra». Nel libro dell'ex leader di Lotta Continua emergono altri due elementi: il primo è che Pinelli diffidava di Valpreda, considerandolo pericoloso; il secondo è relativo alla presunta amicizia tra Pinelli e Calabresi. Un'amicizia che, secondo l'autore, non ci sarebbe stata. Quanto alle circostanze della morte di Pinelli, Sofri si sofferma sull'orario della tragedia che viene cambiato nel corso degli anni e delle inchieste. All'inizio si parla di mezzanotte, ma, ricostruisce Sofri, la versione verrà cambiata fino ad arrivare alle 19,30 forse per dimostrare che Calabresi non era in quella stanza. Ma secondo Sofri è stato un esercizio inutile poiché il commissario realmente non era nella stanza della questura nel momento in cui Pinelli volò dalla finestra.


08 gennaio 2009

da corriere.it


Titolo: La squadra Wiesenthal
Post di: Admin su Gennaio 14, 2009, 06:01:20
La squadra Wiesenthal

di Claudia Fusani


Uno è stato recuperato che alzava sbarre al porto di La Spezia, Luigi Di Mari, guardia di Finanza. Il brigadiere Franz Stuppner guidava tranquillo la sua stazione dei carabinieri in Val Senales. Sandro Romano, anche lui dell’Arma, napoletano cresciuto in Germania, era al radiomobile di Bolzano. E così il maresciallo Alessandro Isgrò, pure lui mezzo siciliano e mezzo tedesco. Tutti, per un motivo o per l’altro perfettamente bilingue, la mattina del 15 dicembre 2002 si ritrovano in uno stanzone al piano terra della procura militare di La Spezia. Hanno tra i trenta e i quaranta anni. Li ha chiamati Marco De Paolis, pm della procura militare di La Spezia.

Roma ha finalmente ordinato e distribuito tra le - allora - nove procure militari italiane i 695 fascicoli dell’armadio della vergogna, le indagini sulle stragi naziste compiute nel 1944 per lo più in Toscana e lungo la linea Gotica, il confine costruito con terrore e sangue e che andava dalla provincia di Massa sul Tirreno fino all’altezza di Rimini sull’Adriatico. A nord tedeschi e partigiani arroccati sulle montagne. A sud le truppe alleate.

Improvvisamente, quella mattina del 15 dicembre, dopo quasi cinquant’anni di silenzio in nome della ragion di stato, quei fascicoli tornano a gridare e a pretendere di fare i conti con la verità e con la giustizia.
Franz, Luigi, Sandro, Alessandro nulla sanno di cosa raccontano quelle carte. Li ha convocati il colonnello Roberto D’Elia, il cacciatore del boia di Bolzano («Seifert è in carcere, ancora adesso, e ci resta, la giustizia arriva, prima o poi»), ha bisogno di una squadra che lavori a tempo pieno sui fascicoli.
«Ricordo ancora – sorride Romano – che li guardai per dire ma voi siete pazzi. Era impossibile fare quelle indagini, ritrovare oggi il sottufficiale tedesco che nell’agosto del 1944 aveva scaricato a S.Anna un intero mitra su una bambina di due mesi…. Impossibile. Quella stanza era sommersa di polvere e immersa nella nebbia». La nebbia che si deposita quando si decide che un pezzo di storia va dimenticato.

Comincia così tra nebbie della storia e della memoria e polvere vera il primo giorno di lavoro del Pool multilingue di polizia giudiziaria militare addetto alle indagini sulle stragi naziste. Sono i nostri ‘piccoli’ Wiesenthal, cacciatori di ufficiali e sottufficiali nazisti. In sei anni ne hanno scovati una quarantina, qualcuno come Schiffmann, responsabile per la strage di S.Cesareo sul Panaro, è morto l’ultimo giorno del processo, per poche ore, a ottant’anni, ha mancato la sentenza che lo avrebbe condannato all’ergastolo.
Hanno tutti imparato la storia lavorando. «Non sapevamo nulla della Linea Gotica, delle stragi, di cosa è successo in quegli anni in quella parte d’Italia» raccontano oggi seduti intorno a un tavolo. La loro sede è a Bolzano, ma si dividono tra la procura militare di Verona e quella di Roma, nucleo ormai ridotto all’osso per uomini (quattro) e mezzi anziché essere valorizzato e protetto. «All’inizio eravamo scettici e anche distaccati, è roba vecchia, ci si diceva, saranno tutti morti, a chi interesserà mai. Poi però - aggiunge Stuppner – non siamo più riusciti a stare senza. È diventata come una droga, mesi e mesi di ricerche disperate, dalle otto del mattino fino a mezzanotte in ufficio a La Spezia e mesi e mesi in Germania, tra gli archivi di Berlino e quelli di Friburgo».

Tra settembre 1943 e il 1945 i tedeschi, indietreggiando lungo l’Italia che li aveva «traditi», uccisero migliaia e migliaia di persone, per lo più anziani, donne, bambini, parroci perché gli uomini era nei gruppi partigiani , almeno diecimila civili innocenti secondo i 695 fascicoli dell’armadio della vergogna. «Finchè ci sarà anche solo uno dei loro parenti che chiede di sapere chi ha ucciso» dice il colonnello D’Elia, «il nostro lavoro non deve finire». La verità storica pesa quanto quella giudiziaria. Scelte politiche e tagli alla Finanziaria permettendo.
«Indagini atipiche», Sandro Romano le chiama così. I nostri Cold case. Ogni indagine è cominciata con la lettura dei report dei Sib, le special investigation branch inglesi che risalivano l’Italia e ricostruivano appena possibile le stragi naziste. Luogo, data, numero dei morti, testimonianze sull’accaduto. Questo il materiale contenuto in ognuno dei fascicoli dell’armadio della vergogna che il pool ha cominciato a spulciare quella mattina del 15 dicembre 2002.

«Capiamo subito – racconta il colonnello D’Elia – che avevamo a che fare con dodicimila sadici pazzi, la famigerata Sedicesima divisione delle SS: case incendiate con all’interno persone vive; mitra scaricati su bambini di pochi mesi; gente sepolta viva e altri fatti saltare, da vivi, con cariche di esplosivo messe in tasca; altri impiccati con il filo spinato…». Le parole sono insufficienti per descrivere le foto d’epoca trovate nei fascicoli impolverati. Sono uomini grandi e grossi, ma molti di loro hanno perso il sonno in quelle carte.
Per procedere nell’indagine atipica occorre dare nome e cognome ai «dodicimila sadici» e dimostrare, sessant’anni dopo, che erano lì e in quel giorno. Costruire la prova. E qui bisogna dir grazie a quella arguzia e tenacia un po’ speciali che possono venir fuori mescolando un altoatesino con un napoletano. O un siciliano. «Diciamo che con molto impegno personale ci siamo aperti le porte del Paradiso, dal ministero della Giustizia tedesco alla procura generale, dalla Bka, la polizia federale, alla Lka, quella locale, altrimenti eravamo ancora ad aspettare di vedere una carta» sintetizza Romano. Il punto è che i tedeschi hanno archiviato ogni loro mossa. Bisogna solo trovare lo schedario giusto.

La prima tappa è Friburgo, Kranchen buchlager, l’archivio militare che conserva tutte le mappe e i diari di guerra. Da qui si risale al Reparto in azione in quel luogo e in quella data, nomi, cognomi e gradi, e ai Rapporti giornalieri con il diario della giornata.
La seconda tappa è Berlino, il Bundes archive, 180 milioni di atti conservati compreso l’elenco delle piastrine di ogni militare tedesco a partire dal 1939.
«A quel punto confrontando – spiega Stuppner - fascicoli, libretti matricolari, ricoveri ospedalieri con feriti e morti, siamo arrivati all’elenco dei militari tedeschi coinvolti nelle stragi e ancora in vita».
Romano ricorda soprattutto una cosa: «Uno degli archivi di Berlino era stata la sede delle SS, la storia tornava dove era cominciata. Abbiamo lavorato per quattro mesi in quelle celle gelide, i rapporti di Himmler, Goering, Hitler, abbiamo tenuto la realtà in mano, un puzzle da cinquantamila pezzi e alla fine abbiamo capito la vera storia capitata  all’Italia».

Arriva la fase della ricerca degli indagati, atti di rogatoria condotti insieme all’autorità giudiziaria tedesca, in genere ottantenni pensionati in anonimi paesini tedeschi. All’emozione della storia tenuta tra le mani, subentra lo choc di incontrare persone affatto preoccupate dalla giustizia che li viene a cercare sessant’anni dopo, sicure di sé, della loro impunità, certi che la Germania ha già prescritto tutto, «protetti da una rete molto ideologizzata di mutua assistenza legale». Anziani gerarchi che rivendicano tutto e ridono in faccia agli investigatori italiani.
«Uno interrogato in una stazione di polizia – ricorda Stuppner – mi disse urlando che lo stavo offendendo perché se non c’erano lui e le SS io adesso non sarei stato un poliziotto e il procuratore non sarebbe stato un magistrato. Lui ci aveva dato la libertà e noi lo accusavamo, sessant’anni dopo. Era fuori di sé».
Un imputato austriaco per la strage di S. Anna di Stazzema si alzò in tribunale urlando: «Se la Germania mi chiama io vado anche ora». A Baden-Baden un ufficiale indagato e interrogato s’arrabbiò: «Io non sono un ex delle SS e lei (il brigadiere Romano ndr) non mi faccia domande stupide su cosa abbiamo fatto in quei giorni: abbiamo eseguito ordini». Il giudice tedesco lo ha punito con mille euro di multa per oltraggio a pubblico ufficiale.
Facce e storie che si rincorrono nella memoria del pool con brividi diversi. «Un teste tedesco non voleva collaborare. Il figlio che era magistrato, volle essere presente all’interrogatorio e non sapeva nulla del passato militare del padre. Quando capì, supplicò il padre di parlare. Il vecchio tacque, comunque, evitando di diventare agli atti un traditore dei suoi commilitoni e un assassino per il figlio. Non scorderò mai quella faccia».

Per non parlare di un altro indagato per la strage di Civitella che negava di essere coinvolto anche perché non aveva mai avuto il grado come risultava dai rapporti. Aveva 86 anni, era arrivato senza bastone e non aveva chiesto soste in dieci ore di interrogatorio. Alla fine Stuppner lo incastra con la domanda della pensione trovata in archivio da dove risultava il grado.
Il pool capisce di aver fatto la cosa giusta accettando di andare a vedere in quella «nebbia» della storia, via via che incontra i parenti delle vittime. Lo scetticismo e la diffidenza iniziale di gente che per decenni era stata ignorata e che ora veniva sentita da giovani che nulla sapevano di loro, donne di 80 anni che mostrano ferite, ex bambini sopravvissuti perché nascosti da qualche parte che hanno visto le loro famiglie sterminate e che ricordano ogni dettaglio, persino le voci. «La memoria di certi ex bambini ha fatto venire i brividi a molti» racconta il colonnello D’Elia. «Abbiamo sofferto con loro» aggiunge Romano. Stuppner ricorda l’aula alla sentenza per la strage di S.Anna di Stazzema: «Silenzio, compostezza, nessun urlo, nessun odio. “Oggi siamo rinati” mi disse una persona. “Adesso posso morire in pace” disse un’altra». Una storia a parte andrebbe dedicata ai sacerdoti e ai parroci che si sono fatti uccidere anche solo per ritardare la morte di altri.

In nome di tutte queste persone e di tutti quelli che vogliono sapere e ricordare, il lavoro del pool non può finire. Decine di stragi sono state archiviate per pigrizia: anche se sono morti gli ufficiali nazisti c’è comunque la necessità di scrivere le cronache di quei giorni lungo la linea Gotica e di mettere a posto i pezzi del puzzle.

Quante di queste stragi potevano essere evitate?
«Abbiamo sentito come testimoni ex camicie nere, uomini ma anche donne che avevano relazioni con i tedeschi, persone che conducono una vita insospettabile e che ci hanno pregato di non rivelare niente a nessuno» racconta D’Elia.

Ieri a Roma è cominciato il processo a dieci gerarchi nazisti accusati di omicidio e violenze: in una settimana, tra il 19 e il 24 agosto 1944 hanno ucciso, sotto gli ordini del maggiore Reder e del tenente Fischer, più di 400 persone in una dozzina di paesini della Lunigiana. In aula ci sono solo i parenti delle vittime. Ma l’udienza è stata dichiarata aperta «in nome del popolo italiano».

Della sua memoria.



cfusani@unita.it


14 gennaio 2009
da unita.it


Titolo: Storie di vita, storie di follia: l'esperienza di Psichiatria democratica
Post di: Admin su Gennaio 15, 2009, 11:34:43
Storie di vita, storie di follia: l'esperienza di Psichiatria democratica

di Davide Madeddu


Alice che non riusciva a vivere più perché quelle voci le rendevano l’esistenza impossibile. Dormiva e sentiva le voci, camminava e sentiva le stesse voci. Un incubo da cui non riusciva a uscire. Poi Giuseppe che rinchiuso in carcere fissava la finestra per ore e stava senza parlare. Non una parola, non un sorriso. Un’esistenza persa per quel giovane che «in tanti consideravano pericoloso». Eppoi tutti gli altri. Quelli che sono finiti in un manicomio perché “matti” e gli altri ancora che hanno fatto la spola da un ospedale all’altro passando per case protette, carceri e comunità di recupero.

Esistenze disperate costrette a fare i conti con la malattia invisibile e, molto spesso, anche con la paura del giudizio degli altri e della vergogna. Perché «quando si dice che qualcuno è matto, si ha sempre vergogna». Storie di vita distrutta che gli psichiatri di Psichiatria democratica hanno deciso di raccontare, in occasione del trentacinquesimo anno di fondazione dell’associazione nazionale, nella pubblicazione “Storie di vita, storie di follia”. Che è poi un viaggio nel mondo dei cosiddetti “matti”. Quello che «forse è meglio far finta di non conoscere». Che in tanti fanno finta anche «che non esista».

«Con questo lavoro abbiamo scelto di narrare le storie dei protagonisti delle lotte di questi anni, utenti innanzitutto, ma anche operatori, familiari. Questo - spiega Paolo Tranchina, psichiatra e promotore di Psichiatria democratica in Italia - ci ha permesso di dare un volto concreto alla ricchezza delle pratiche, dei rapporti, della vita, e alla unicità di ogni essere umano. I pazienti, insieme a vissuti e esperienze profonde, hanno espresso con chiarezza ciò di cui hanno bisogno quando stanno male, permettendo così di fare affiorare in primo piano aspetti fondamentali della relazione terapeutica». Nelle numerose pagine che compongono l’edizione monografica “Storie di vita storie di follia” ci sono soprattutto le storie. Quelle delle persone che vivono e che ogni giorno devono fare i conti con i loro problemi, i drammi della vita. Storie che i volontari di Psichiatria democratica - come spiegano - hanno voluto raccontare per lasciare un segno. «Scrivere le storie - prosegue Tranchina - ha implicato per tutti momenti di profondo coinvolgimento emotivo, disvelamento della propria interiorità, esposizione al confronto, ma anche esplicitazione di aspetti riservati della propria soggettività, silenzi, intimità, segreti, e l'emergere della dimensione affettiva, indispensabile al nostro lavoro».

E dentro le pagine ci sono appunto le storie. Cinquantatré che, partendo dai manicomi, viaggiano seguendo il percorso che ha determinato la chiusura e il passaggio alle altre strutture. Il tutto senza dimenticare poi le esistenze. Le storie, come tengono a rimarcare i responsabili di Psichiatria democratica. Dalla signora bolognese che vede la distruzione della sua famiglia e la frammentazione lenta ma progressiva della sua esistenza, oppure del giovane che finisce all’ospedale psichiatrico giudiziario.
«Sia chiaro un aspetto che non deve essere mai dimenticato e sottovalutato - spiega Emilio Lupo, presidente nazionale di Psichiatria Democratica - prima di tutto ci sono le persone, le loro storie, la loro esistenza, non le cartelle cliniche, quelle vengono dopo».

Un punto di partenza indispensabile, a sentire lo psichiatra che opera in una struttura pubblica di Napoli, che tende a valorizzare sempre e comunque l’aspetto umano. «Non possiamo limitarci a considerare i casi, e le persone come semplici numeri. Qui si deve partire da un principio: quello delle storie legate alle persone, al contesto in cui vivono. Se non si parte da questo fatto non si può pensare di andare avanti e di trovare soluzioni ai problemi giacché i problemi vanno visti nel loro insieme». Premessa indispensabile per spiegare poi il lavoro che da 35 anni tutti i medici e i volontari di Psichiatria democratica portano avanti in tutta Italia. «Proprio per questo motivo - prosegue - siamo convinti che sia necessario, quando si interviene, studiare il contesto in cui nascono i problemi. Ed è per questo motivo che, noi di Psichiatria democratica, da tempo stiamo lanciando il progetto casa lavoro, perché per risolvere i problemi questi due elementi sono necessari e indispensabili». Motivo? « Non si può trovare una soluzione senza avere una casa di riferimento e un lavoro. Quando mai ci potrà essere la crescita e il recupero di una persona?».


15 gennaio 2009
da unita.it


Titolo: Pinelli me l'hanno ucciso mille volte - di Chiara Valentini
Post di: Admin su Gennaio 15, 2009, 11:37:55
Pinelli me l'hanno ucciso mille volte

di Chiara Valentini


La tragedia. Le 'bugie dei processi'. Le difficoltà della sua famiglia. Parla la vedova dell'anarchico Colloquio con Licia Pinelli  Non è facile avvicinare Licia Rognini. Da quella notte di quasi quarant'anni fa, quando suo marito, il ferroviere anarchico Pino Pinelli, era volato giù dal quarto piano della Questura di Milano, ha sempre scelto di parlare pochissimo. Ma il rumore che ancor prima di arrivare in libreria ha provocato il libro di Adriano Sofri anticipato da 'L'espresso' ('La notte che Pinelli', Sellerio) l'ha convinta. Di quelle vicende drammatiche che hanno cambiato per sempre la sua vita d'altra parte Licia Pinelli non ha mai smesso di occuparsi. Attiva e lucidissima a 81 anni compiuti (ma ne dimostra dieci di meno), nella sua casa dietro Porta Romana a Milano sta scannerizzando la montagna degli atti dei vari procedimenti giudiziari "perché la carta cominciava a disfarsi e invece la memoria deve restare". Ma va anche a scuola di yoga, si occupa dei quattro nipoti che ha avuto dalle figlie Claudia e Silvia, bambine di 8 e 9 anni al momento della tragedia. E con un'amica scrive inaspettatamente piccoli trattati di astrologia, quasi una parentesi nella severità della sua vita.

Signora Licia, Sofri ha ricostruito puntigliosamente la vicenda di suo marito sulle carte giudiziarie spiegando, queste sono le sue parole, "è il debito che pago alla memoria di Pinelli". Pensa che ce ne fosse bisogno?
"Molto probabilmente è un lavoro utile. Tanti, da Camilla Cederna a Marcello Del Bosco ad altri l'avevano fatto negli anni '70. Io stessa ne avevo parlato in un libro scritto nell'82 con Piero Scaramucci che è da tempo introvabile. Ma rivedere tutto quel che è successo con gli occhi di oggi, mostrando le contraddizioni dei vari processi, può servire. La morte di mio marito, a 40 anni di distanza, è una ferita aperta, un'ingiustizia che deve essere riparata".

Crede che sia possibile?
"Ancora oggi mi è difficile parlarne. Quel che ho vissuto mi ha fatto diventare dura, diffidente. Non sopporto i bugiardi, gli ipocriti, le versioni di comodo. Ma nonostante tutto spero che qualche margine ci sia ancora. Sono troppe le bugie di quei processi, le contraddizioni fra Caizzi, il primo giudice che archivia il fatto come morte accidentale, il giudice Amati che parla di suicidio e D'Ambrosio che conclude per il 'malore attivo'. Non posso credere che questa tragedia sia sepolta senza una verità".

Pensa che Sofri, che sta scontando una condanna come mandante dell'omicidio del commissario Calabresi, sia la persona più adatta?
"Non ho mai creduto alla colpevolezza di Sofri e dei suoi compagni, neanche come ispiratori di quel delitto. Sofri non l'ho mai conosciuto di persona, ma anni fa ho risposto a una sua lettera arrivata dal carcere appunto dicendogli questo. Non so neanche se poi gliel'avevano recapitata".

Alla fine del suo libro è Sofri stesso, che pure si è sempre dichiarato innocente, ad assumersi nuovamente una corresponsabilità morale di quell'omicidio per la campagna di Lotta continua contro il commissario.
"È mia convinzione che i responsabili vadano cercati altrove. So che è un'opinione poco condivisa, ma credo che Calabresi sia stato ammazzato perché non potesse più parlare, come tanti altri che avevano avuto a che fare con la strage di piazza Fontana".

Qualcuno ha osservato che dopo quarant'anni potrebbe trovare una pacificazione con la famiglia Calabresi, incontrare quell'altra vedova.
"Potrebbe anche darsi".

Che cosa ha provato quando ha saputo della morte del commissario?
"Per me era stato come se mettessero una pietra sopra la ricerca della verità. Ma a caldo avevo avuto anche una reazione emotiva, smarrimento e paura per me e le mie figlie. Non ci potevo credere, non volevo affrontare un'altra tragedia, essere bersagliata di nuovo dalle telefonate, dalle lettere anonime. Pensi che proprio quel giorno, il 17 maggio 1972, a Milano si doveva presentare a Palazzo Reale un quadro di Enzo Baj con la caduta di mio marito dalla finestra della Questura. Ovviamente non se ne fece più niente".

In quegli anni era riuscita a ritrovare un po' di normalità quotidiana?

"Non è stato facile. Per sfuggire all'assedio della stampa ho dovuto cambiare casa e mettere le bambine in una nuova scuola. Eravamo una famiglia di sole donne, noi tre più mia madre e una gatta, che cercavano di far barriera contro le ostilità esterne".

Che cosa l'aveva più colpita?
"C'era stato il tentativo di infangarmi per rendermi meno credibile. Il giudice Caizzi, invece di cercare la verità mi aveva chiesto se avevo degli amanti. Mia suocera poi era stata fermata per strada da uno sconosciuto che le aveva detto: 'Lo sa che sua nuora quella sera era con un altro uomo?'".

Ma aveva anche molte persone che la sostenevano. Pinelli era diventato un simbolo.
"Sì, mi stavano vicino i vecchi amici e poi erano arrivate persone nuove, di un ambiente diverso, come gli avvocati, come Camilla Cederna. Dopo la sua morte è stata volutamente dimenticata, non le hanno perdonato di aver scritto con tanta maestria di Pinelli e di piazza Fontana".

Dario Fo ha raccontato la storia di suo marito in un testo grottesco, 'Morte accidentale di un anarchico', che ha contribuito a fargli assegnare il Nobel e che è ancor oggi uno dei lavori più rappresentati al mondo. Si è mai chiesta perché?
"Perché non è una vicenda solo italiana. L'ingiustizia e gli abusi del potere ci sono dappertutto".

Nel libro Sofri ricostruisce i tre giorni di suo marito in questura. Lei che cosa ricorda?
"Fino alle ultime ore non ero molto preoccupata. Pino aveva telefonato più volte per rassicurarmi, aveva una voce calma. Erano anche venuti i poliziotti a frugare in casa e si erano accaniti su una delle tesi di laurea che battevo a macchina per gli studenti della Cattolica. Credo parlasse di una rivolta contro lo Stato Pontificio nelle Marche, ma loro l'avevano presa per un documento sovversivo".

Da chi aveva saputo del volo dalla finestra?
"Da due giornalisti, arrivati all'una di notte. Mi ero precipitata a chiamare in Questura, chiedendo di Calabresi. Me l'avevano passato subito. Chiesi cos'era successo e perché non mi avevano avvertito. 'Sa signora, abbiamo molto da fare', era stata la risposta. La verità è che intanto il questore Guida stava preparando la famosa conferenza stampa dove disse che Pinelli si era ucciso perché schiacciato dalle prove. Il 28 dicembre l'avevo querelato per diffamazione. Ma anche se intanto avevano dovuto ammettere che Pinelli non era colpevole, Guida era stato assolto".

'Le ultime parole' è il titolo di uno dei capitoli del libro di Sofri. Pensa che suo marito abbia cercato di dire qualcosa prima di morire?
"Non ne ho nessuna prova. Quel che so è che non hanno lasciato entrare nella stanza mia suocera, che era corsa in ospedale mentre io portavo le bambine a casa di amici. Finché Pino non è morto, vicino al suo letto ci sono stati i poliziotti. Solo quando tutto è finito hanno aperto la porta".

Sofri conclude il suo lavoro rispondendo con tre semplici parole, "non lo so", alla domanda su come è morto Pinelli. E lei cosa risponde?
"L'ho detto anche ai giudici che me l'hanno chiesto, ne sono così convinta che è come se l'avessi visto con i miei occhi. L'hanno colpito, l'hanno creduto morto e l'hanno fatto volare dalla finestra. Solo qualcuno che era in quella stanza può raccontare la verità, non ho mai smesso di sperarlo"

(15 gennaio 2009)
da espresso.repubblica.it


Titolo: Freddati a Mosca...
Post di: Admin su Gennaio 20, 2009, 11:22:16
L'avvocato Markelov e la reporter del quotidiano della Politkovskaia freddati a Mosca

Indagavano sui crimini delle forze russe.

Manifestazioni a Grozny, su Facebook un minuto di silenzio

Baburova, sdegno anche in Cecenia

Il Consiglio d'Europa: "Si faccia piena luce"

 
GROZNY - Sconcerto e rabbia nella capitale cecena Grozny dopo l'uccisione dell'avvocato Stanislav Markelov e di Anastasia Baburova, collaboratrice di 'Novaia Gazeta', lo stesso giornale per cui lavorava Anna Politkovskaia. Manifestazioni di protesta hanno attraversato il centro della città. A Mosca, sul luogo dove ieri i due sono stati assassinati, sono state depositate corone di fiori dai difensori dei diritti umani.

Markelov è il settimo avvocato ucciso in Russia negli ultimi dieci anni, la Baburova il quinto giornalista eliminato negli ultimi dodici mesi. I due sono stati ammazzati da un killer con il volto coperto: ha freddato con un colpo alla nuca il legale e poi la giornalista che tentava di inseguirlo in via Precistenka, nella zona del 'Miglio d'oro'.

Entrambi erano appena usciti da una conferenza stampa: Markelov aveva annunciato ricorso contro la liberazione anticipata del colonnello Iuri Budanov, condannato a dieci anni per il sequestro e lo strangolamento di una diciottenne in Cecenia, Elza Kungaieva, durante la seconda guerra contro la Russia. Secondo il padre di Elza, Markelov nell'ultima settimana aveva ricevuto minacce.

Gli investigatori non hanno ancora un identikit preciso (si parla genericamente di un uomo alto circa un metro e ottanta e di aspetto slavo) e ipotizzano che il movente sia da ricercare nell'attività professionale del legale, noto per il suo impegno civile e per aver difeso numerosi ceceni contro le violenze di militari russi, anche di fronte alla Corte di Strasburgo, davanti alla quale intendeva impugnare la liberazione di Budanov.

Tra gli ultimi casi di cui si era occupato anche la brutale aggressione contro Mikhail Beketov, direttore del quotidiano 'Khimkinskaia Pravda', che aveva ripetutamente denunciato la speculazione edilizia in un sobborgo di Mosca: il giornalista, al quale è già stata amputata una gamba, è in coma da metà novembre.

L'arma del delitto non è ancora stata trovata; la videocamera del palazzo accanto al luogo del delitto non era in funzione. "Uccisioni del genere sono una vergogna per il Paese", ha commentato Liudmila Alexeieva, responsabile del gruppo di Helsinki per i diritti umani. I dimostranti hanno chiesto l'apertura di un'inchiesta urgente sull'attentato.

La condanna del Consiglio d'Europa. Il Consiglio d'Europa chiede "piena luce sull'assassinio. Guai a consentire che simili delitti restino impuniti". E' l'appello lanciato in un comunicato dal liberale svizzero Dick Marty, responsabile della situazione dei diritti umani nel Caucaso settentrionale per l'Assemblea parlamentare dell'organismo di Strasburgo, che non ha niente a che fare con l'Unione Europea e che conta 47 stati membri tra cui anche la Russia.

"Sono profondamente scioccato - scrive Marty nella nota- di apprendere dell'assassinio di Stanislav Markelov, i cui instancabili sforzi per combattere l'impunità di quanti si sono resi responsabili di violazioni dei diritti umani in Cecenia e altrove nel nord del Caucaso gli sono costati la vita".

Un minuto di silenzio su Facebook. Solidarietà è stata espressa anche dal popolo di Facebook, che ha indetto per questa sera alle 19 un minuto di silenzio in nome della libertà di stampa e delle vittime morte per difenderla.

(20 gennaio 2009)
da repubblica.it


Titolo: "La mia vita con un padre che si chiama Totò Riina"
Post di: Admin su Gennaio 28, 2009, 03:13:16
Parla Maria Concetta la figlia del boss: "Non ho problemi a parlare di mafia ma temo di essere interpretata male. Ora vorrei una vita normale"

"La mia vita con un padre che si chiama Totò Riina"

dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI

 
CORLEONE - Comincia a parlare anche di quando erano tutti fantasmi, latitanti in Sicilia. Lei con sua madre Ninetta, con i fratelli Gianni e Salvo, con la sorella Lucia. E con suo padre Totò Riina: "Chi eravamo, noi lo sapevamo da sempre: noi lo sapevamo che eravamo latitanti. Da quando io mi posso ricordare, l'ho sempre saputa questa cosa che mio padre era ricercato e che noi dovevamo scappare perché lo cercavano, perché mio padre era accusato di tutti questi omicidi". Ricorda ancora di quella vita in fuga: "Per me però era una cosa che era al di fuori da quello che vedevo io o che sentivo in tv. Era una cosa lontana da quello che vivevo nella mia famiglia". Parla Maria Concetta Riina, la figlia del capo dei capi di Cosa Nostra. Per la prima volta si fa intervistare da Repubblica e si concede alle nostre telecamere per raccontare suo padre, l'uomo più pericoloso d'Italia per un ventennio, il mafioso che è stato catturato - il 15 gennaio del 1993 - dopo un quarto di secolo di omicidi e trame.

Maria Concetta è nella sua Corleone. Ha deciso di uscire allo scoperto "per il futuro dei miei figli". Parla un poco di quel suo passato oscuro e tanto del suo tormentato presente. Mai di affari di famiglia. Di vittime. Di una Sicilia soffocata e insanguinata. Parla molto dei fratelli in carcere e "di quel 41 bis che mi fa soffrire tanto per Gianni" e parla del nome terribile che porta. E si presenta: "Io sono Maria Concetta Riina, ho 34 anni, tutti gli amici mi chiamano Mari. Sono sposata con Toni Ciavarello e abbiamo tre figli: Gian Salvo, Maria Lucia e Gabriele. Vivo a Corleone dal 16 gennaio del 1993, il giorno dopo che si sono portati via mio padre".

Quale è stata la sua prima reazione quando ha scoperto che suo padre era il nemico numero uno dello Stato italiano, quello accusato di avere ucciso anche Falcone e Borsellino?
"Era una situazione surreale, assurda. Quello che dicevano su di noi io lo sentivo ma è come se non mi appartenesse. È come se non parlassero di me, di mio padre, della mia famiglia ma di qualcun altro".

Suo padre è stato condannato per decine di omicidi, misfatti di eccezionale crudeltà, stragi. È mai possibile che tutto questo per lei fosse soltanto "assurdo" o "surreale"? Come poteva non credere a tutto quello che si diceva sul conto di suo padre?
"Per me, e questo lo pensa anche lui, è stato un parafulmine per tante situazioni. Faceva comodo a molti dire che tutte quelle cose le aveva fatte Totò Riina. Tutti sanno benissimo comunque che qualsiasi cosa gli avessero chiesto, lui non sarebbe andato più di là, oltre. Non avrebbe mai fatto nomi e cognomi di nessuno. A lui hanno chiesto tante volte in maniera esplicita di pentirsi, ma il suo è sempre stato un no tassativo. È stato detto e non detto anche che quel suo l'avrebbero fatto pesare su di noi. Sui figli, su tutta la sua famiglia".

Perché quando parla di suo padre non pronuncia mai la parola mafia?
"Non ho problemi a parlarne. Però quella parola messa in bocca a me.... Se dico qualcosa può venire mal interpretata. Direbbero: guarda, parla di mafia proprio la figlia di Totò Riina... A casa mia, io non l'ho vissuta quella mafia".

Per lo Stato italiano è un assassino, per lei chi è suo padre?
"Sembrerà strano... mio padre viene presentato come un sanguinario, crudele, quasi un animale, uno che addirittura avrebbe fatto uccidere anche i bambini. Ma a me, come figlia, tutto questo non risulta. So io quello che mi ha trasmesso. Educazione. Moralità. Rispetto. E quando parlo di rispetto non parlo in quel senso, in senso omertoso. La persona che io sono ora, è quella che mio padre e mia madre hanno lasciato".

Si rende naturalmente conto che c'è un contrasto nettissimo tra come suo padre è descritto in centinaia di sentenze e come lo sta descrivendo lei adesso. Come può parlare di moralità e di rispetto una persona che ha fatto uccidere tanti uomini?
"Ecco perché ho detto che vi sembrerà strano, ma mio padre per me è così. E io così l'ho vissuto e così lo vivo ancora".

Dopo 19 anni che lei ha vissuto in latitanza con tutta la sua famiglia è arrivata a Corleone nel gennaio del 1993. Come è stato il passaggio dalla clandestinità alla visibilità?
"Come una seconda vita. Abbiamo potuto fare una cosa che non avevamo mai fatto prima: incontrarci di presenza con tutti i nostri parenti. Abbiamo trovato tutte le mie zie, mia nonna...".

Corleone è sempre stato il regno di suo padre, il paese che aveva in pugno, per alcuni il paese più mafioso e omertoso della Sicilia dove la paura poteva "proteggere" la sua famiglia. Come è stato il ritorno?
"Il paese ci ha accolti bene, non ci ha isolati. Anzi, molte persone hanno cercato di farci sentire a nostro agio. Come se avessimo vissuto lì da sempre".

Chiamarsi Riina molte volte vi ha fatto comodo, è un nome che in Sicilia faceva tremare. Lei sente di esercitare qualche potere?
"Perché non pensate alle difficoltà che ho avuto?".

Quali difficoltà?
"Il problema vero per noi è sempre stato trovare un lavoro... Tutti hanno paura di essere messi sui giornali, paura magari di essere considerati collusi. Qualche tempo fa ho frequentato i corsi di una cooperativa a Palermo, poi a un certo punto mi è stato detto che dovevo andarmene perché altrimenti quella cooperativa la chiudevano. Non è bello sentirsi dire certe cose. Giustamente tu dici: io non ho fatto niente, mi sono comportata bene con tutti. Mi hanno penalizzato solo perché mi chiamavo Riina. E non è stata l'ultima volta".

Ma Totò Riina per lo Stato è sempre stato "il capo dei capi": se ne dimentica?
"Ma per me ormai è un calvario. Tempo fa avevo anche fatto una domanda di accesso a un corso che organizzava servizi finanziari. Sono salita a Milano, è andato tutto bene, ho legato con tutti, anche con il direttore commerciale. Tutto a postissimo. Poi hanno visto sul mio documento di identità nome e provenienza: Riina e Corleone. Alla fine mi hanno fatto la fatidica domanda: "Ma tu sei parente di?". Io ho risposto: certo, sì, sono la figlia. L'ho detto con naturalezza... io non lo dico mai prima, non cammino con il cartello appeso al collo con su scritto "Sono la figlia di Riina", però se me lo domandano non ho problemi a dirlo. Non è passata nemmeno mezz'ora e mi ha chiamato il direttore dicendo che era offeso perché non gliel'avevo detto prima. Era un grosso problema per lui, per l'immagine della sua azienda".

Torniamo a suo padre. È in isolamento da 16 anni. Ma quando va a colloquio, lo vede dietro un vetro blindato e non gli ha mai chiesto conto delle accuse che gli vengono rivolte?
"È dalla mattina del 16 gennaio '93 che non lo accarezzo, certo se non ci fosse quel vetro... Prima ci andavo spesso a trovarlo ma adesso è complicato, ho tre figli. Mio padre ha condizioni peggiori del 41 bis normale, non ha contatti con altri detenuti, è messo in un'area a parte fatta apposta per lui".

In casa Riina non ci sono più figli maschi. Gianni è all'ergastolo per tre omicidi. Suo zio Leoluca Bagarella è in carcere dal 1995. Suo fratello Salvo è tornato dentro qualche giorno fa per scontare una pena residua. Lei parlava delle "sofferenze" del carcere, ma ha mai letto gli atti che accusano suo padre e suo fratello Gianni, le carte che raccontano i loro delitti?
"Loro devono scontare quello che devono e io non voglio giudicare i processi o sentenze. Dico solo che ho sofferenza, soprattutto per Gianni che è un ragazzo, ha vissuto troppo poco la sua adolescenza. E dico anche che, secondo me, si potrebbe evitare con lui un certo accanimento. Potrebbero farlo studiare in carcere, insegnargli un mestiere".

Lei parla di vita normale, difende sempre suo padre ma non prende mai le distanze dai delitti di cui è accusato: quale futuro si aspetta?
"Come figlia mi aspetto che cambi tutto. Per me, per mio marito, per i miei figli. Vorrei una vita normale o quasi normale. Vorrei lavorare. Vorrei che mi si giudicasse per quello che sono e faccio. Vorrei soprattutto che i miei figli fossero considerati domani uomini e donne come tutti gli altri. Oggi sto parlando per loro".

Ha mai pensato di andare via da Corleone?
"Chi lo sa, forse un giorno... ".

(28 gennaio 2009)
da repubblica.it


Titolo: Lory Del Santo confessa si su ok salute
Post di: Admin su Febbraio 01, 2009, 03:51:30
Cronache         

Lory Del Santo confessa si su oksalute

Le molestie dell’uomo della mamma e i miei sogni infranti di bambina

«La prima violenza, brutale, che mi ha segnata per tutta la vita. Avevo 14 anni»



Una femme fatale.

Questo è il mio posto nell’immaginario erotico dei maschi. Fin da ragazzina sono stata bersaglio di attenzioni maniacali: gli uomini mi desiderano e vorrebbero possedermi, comprarmi. Io sto al gioco della seduzione. Ho capito troppo presto qual era l’obiettivo dell’altro sesso e quindi il mio ruolo. Quando guardo indietro, riaffiorano i fantasmi del passato. Mi sono resa conto in modo brutale che gli uomini possono essere malvagi, spietati. Possono infrangere i sogni innocenti di una bambina. Anche in famiglia si può essere massacrati.

SVALUTAZIONE - Mia madre era vedova: ha sempre pensato che le donne valgono meno dei maschi e che sono sempre a rischio. È stata molto rigida, mi ha perseguitato con le sue ossessioni. Forse per questo non le ho detto mai che quando avevo 14 anni il suo compagno di allora mi aveva sbattuta sul letto e immobilizzata. Era stato un raptus: mi ritrovai addosso le sue mani, sotto le mutandine. Non capivo perché, ma sentivo qualcosa di sbagliato, di volgare, di violento. Per fortuna non abusò di me. Mi lasciò perdere e se ne andò bofonchiando. Ma quella fu una molestia, la prima, che non cancellerò mai dalla mente e che non avevo mai avuto il coraggio di confessare prima d’ora. Con mia madre l’argomento sesso era tabù. Non sapevo niente del ciclo mestruale: mi sono impaurita vedendo la prima emorragia. Il suo commento è stato: «Sono cose che succedono».

SEGNATA DALLA VIOLENZA - Se mi ha segnata la violenza del suo compagno? Credo di sì. A lungo non ho saputo cosa fossero l’amore e un’intimità soddisfacente. Il primo rapporto, per esempio, è stato casuale. A 17 anni ho deciso di fare un esperimento: lui era bello, sui trenta, mi ha colpito la sua Mercedes e l’ho scelto come cavia. Mi ha fermata per strada, abbiamo bevuto un drink e io ho finto di essere emancipata. Ci siamo ritrovati a letto, tutto si è consumato in pochi minuti e non l’ho più rivisto. Ho pensato che il sesso fosse una cosa stupida. Non conoscevo il mio corpo e per anni non ho provato l’orgasmo, ma non mi ponevo il problema: ero interessata alla mia carriera di attrice, cercavo la sicurezza materiale. Pensavo che il piacere non mi riguardasse, ero preda degli uomini con cui mi accompagnavo: ricchi e potenti, spesso sposati o impegnati, in cerca di avventure.

AGNELLI E KASHOGGI - I miei amanti volevano appagare un desiderio erotico, nel più breve tempo possibile, secondo le loro modalità. Ero un oggetto per loro, ma andava bene così: vivevo in una sorta di fascinazione, penso alle mie relazioni con Gianni Agnelli, con Kashoggi. L’amore è un’altra cosa, non ne conoscevo il significato, credevo di esserne immune. Crescendo ho cominciato a desiderare dei figli e a 26 anni, a Milano, ho incontrato Eric Clapton. Mi sono innamorata. Con lui ho scoperto il sentimento, la passione, il coinvolgimento fisico. Ho capito cosa significa godere, prima il sesso si riduceva a una serie di operazioni meccaniche, scontate. Poi è arrivata la sofferenza. Ho pianto per amore, non pensavo fosse possibile. E ancora di più ho pianto per la morte di nostro figlio, caduto dalla finestra: un dolore straziante, ineguagliabile. Il mio rapporto con la maternità è stato travagliato. Ho perso un altro figlio, partorito al sesto mese, e anche per Loren, che adesso ha nove anni, ho vissuto un’odissea della speranza in attesa che fosse fuori pericolo: è nato prematuro e la sua vita era a rischio. Sono sempre stata forte davanti alle difficoltà e fin da bambina ho imparato a cavarmela da sola. Me la sono cavata per conto mio anche dopo quella molestia, sul letto di casa. Nel silenzio, in me stessa ho trovato il coraggio di reagire: tirando fuori i valori che potessero tenermi ancorata alla vita, aggrappandomi alle motivazioni più profonde per andare avanti, anche quando tutto, apparentemente, non aveva più senso.


testo raccolto da Francesca Turi
27 gennaio 2009(ultima modifica: 31 gennaio 2009)


da corriere.it


Titolo: I «bimbi rubati» della Ddr ora rivogliono i loro genitori
Post di: Admin su Febbraio 02, 2009, 11:19:54
Germania: I figli aspettano ancora di essere riconosciuti come vittime

I «bimbi rubati» della Ddr ora rivogliono i loro genitori

Forse migliaia i piccoli tolti alle famiglie «asociali»

La battaglia di Katrin, che aiuta gli «orfani»


Dal nostro inviato  Mara Gergolet

 
BERLINO — Di quella notte ricorda il freddo. La madre stava dietro la porta, lei dall'altra parte del corridoio. L'avevano svegliata le urla e il pianto. Poi la madre la tirò, le mise le lunghe calze di lana che graffiavano. Lei si ribellava, e la madre le mise una mano in faccia. Quando la porta s'aprì, gli uomini dai lunghi mantelli entrarono e fecero tutto in fretta. La sua famiglia, quattro persone, fu portata nella piazza di Gera, la mamma in una macchina, lei in un'altra. «Vai dalla nonna», le mentirono.

Katrin Behr aveva 4 anni e 9 mesi quando la separarono dalla madre, e la perse per sempre. È una delle vittime delle adozioni forzate della Ddr, le Zwangsadoption. Nessuno sa quanti siano questi bambini, forse centinaia, forse migliaia. Oggi Katrin ha 42 anni, vive sempre a Gera, nell'Est, e si batte perché lei e gli altri vengano riconosciuti come vittime della dittatura della Ddr.

Un computer, un telefono, un sito Internet. Ha trasformato la sua casa in ufficio un anno fa. Aiuta i figli a trovare i genitori o i fratelli: sa a quali uffici rivolgersi, come navigare negli archivi della Stasi. Sua madre era stata definita un'«asociale », come altri genitori a cui venivano strappati i bambini. Ossia, persone che non riuscivano a integrarsi nel socialismo: sbandati, prostitute, o, semplicemente, persone che avevano contatti in Occidente e venivano sospettati d'essere degli oppositori. Katrin, perché l'hanno tolta a sua madre? «Era una ribelle. Voleva andare all'Ovest. L'aveva detto a qualche amica».

Katrin per anni non ci aveva pensato. Solo nel '91, quando rimase incinta, un medico notò che le mancava un'articolazione a un dito. È perché sua madre s'è ammalata mentre era incinta di lei, le disse. Il passato tornò, tutto all'improvviso. I ricordi rimossi di quella notte, la visita della nonna all'orfanotrofio («la tua famiglia non c'è più, cercatene una nuova»). Rintracciò la madre, le scrisse, lei rispose. Andò a trovarla. «Fui scioccata quando vidi il gabinetto a pompa nel giardino. Ma poi pensai: non è perché è povera che è anche un'asociale».
Per anni non sapeva se crederle. Se non erano tutte bugie. Solo nel 2007, quando ebbe l'accesso alla sua documentazione della Stasi, vide che non si era inventata nulla. «Non ha mai avuto la possibilità di tenermi con sé o di riavermi indietro».

In un anno l'hanno cercata circa 350 persone. Altre decine di persone hanno contattato un altro portale (Suchpool Ddr Bürger), costruito 6 mesi fa da un'altra donna a Lipsia, Eva Siebenherz. Lasciano messaggi sul muro come questo. «Wilfried Marschall, nato il 26.10.1958 a Berlino. Cerco i miei due bambini Henry e Heidi, gemelli. Al tempo della Ddr ero in prigione, accusato attraverso il paragrafo 249 di comportamento asociale: mi sono rifiutato di fare il servizio militare, e ho presentato una richiesta per un viaggio all'estero per me e per mia moglie. Ho perso allora i contatti con la mia famiglia, le lettere non sono mai state spedite». Qualcuno di quelli che si rivolgono a Katrin, come Oliver (che ha trovato la madre due mesi fa) ha poco più di vent'anni.

Eppure, per i figli della Zwangsadoption avere qualche forma di riconoscimento non sarà facile. La Ddr non elaborò mai una dottrina ufficiale, anche se la pratica era nota dagli anni '70, anzi ne fu ritenuta paladina l'odiata «Strega viola» Margot Honecker. Però, a oggi, sulle Zwangsadoption non c'è una documentazione, il punto di raccolta-dati, creato dal governo federale tra il '91-93, fu un fiasco. Già la definizione è problematica: «Formalmente — dice la giurista Maria Louisa Warnecke —, c'è una vera Zwangsadoption solo quando i figli sono tolti definitivamente alla famiglia perché i genitori agivano contro lo Stato». Ossia, se fuggivano all'Ovest: i casi documentati sono pochissimi. Di più, una sentenza del 2000 non riconosce gli «asociali» come vittime della dittatura della Ddr. «Occorrerebbe una nuova definizione giuridica per riconsiderare il loro caso».

Katrin Behr si batte per questo: ha raccolto una petizione, il Parlamento l'ha invitata a presentarla in marzo. «Ovvio che non furono solo persecuzioni politiche — dice — ma i metodi furono comunque inflessibili e disumani ». Più passa il tempo, racconta, e più le persone mi chiamano, «è come una palla di neve che si ingrossa». Lei risponde a tutti, in rete ha messo anche il suo numero di cellulare. «Però dopo le 8 di sera lo stacco. Non voglio portarmi gli incubi a letto».


Mara Gergolet
02 febbraio 2009


da corriere.it


Titolo: Accanimento continuo...
Post di: Admin su Febbraio 06, 2009, 12:44:07
Il pm chiede la sospensione del protocollo. I medici: stop solo con un atto formale

La procura indaga sulle volontà di Eluana

Convocati nuovi testimoni, acquisita la cartella clinica. Ipotesi di sequestro per la casa di riposo
 

UDINE - La procura di Udine indaga sulla volontà di Eluana. Lo comunica ieri mattina Antonio Biancardi, procuratore capo, seduto alla scrivania, tra le mani alcuni fogli parte del fascicolo appena aperto. Al suo cospetto Giuseppe Campeis, avvocato della famiglia Englaro, e Amato De Monte, il rianimatore capo dell'équipe di volontari che assisterà Eluana. Un incontro preannunciato, che avrebbe dovuto portare alla consegna di nuova documentazione. Invece arriva la sorpresa. Il magistrato, riferisce il legale, parla di una lettera, firmata da Pietro Crisafulli che accusa papà Beppino di essersi inventato tutto, nella quale scrive che non sarebbe vero che sua figlia, «ridotta a un vegetale, avrebbe voluto morire». In più ci sono altri esposti sui quali Biancardi vuole vedere chiaro. Spiega così che ha intenzione di sentire parenti e amici per accertare le volontà di Eluana (audizioni disposte già in serata a Lecco, Padova e altre città del Nord) e che ha disposto di acquisire la sua cartella clinica (prelevata ieri sera). Venti minuti di colloquio, non solo per illustrare l'iniziativa della procura, ma anche per chiedere informalmente che venga sospeso il protocollo. Richiesta sulla quale l'avvocato Campeis si riserva di dare una risposta solo dopo essersi consultato con il collega Vittorio Angiolini e Beppino Englaro. Alle 9.20 Campeis torna in studio, telefona, decide: il protocollo non si fermerà, se non di fronte a un provvedimento formale o un atto con valore di legge.

La giornata prosegue non senza emozioni. Il procuratore capo convoca la stampa per le 12. Appuntamento disdetto, sostituto da un comunicato laconico: «In merito alla drammatica vicenda della giovane Eluana, comunico che questo ufficio sta attentamente valutando i numerosi esposti qui pervenuti. Alla polizia giudiziaria sono state delegate opportune direttive». Sarà Campeis a spiegarne il senso: «Verranno svolte indagini per valutare se ci sono i presupposti per formulare ipotesi di reato». E qui si intravede un nuovo scenario: secondo il legale non sarebbe improbabile che la procura decidesse di intervenire, mentre sono in corso le indagini, bloccando di fatto l'applicazione della sentenza che autorizza la sospensione di idratazione e alimentazione artificiali ad Eluana. Così più che l'eventuale decreto del governo, sembra preoccupare l'interesse della procura: non è escluso, infatti, la possibilità di un provvedimento cautelare come il sequestro preventivo della stanza di Eluana. Per adesso solo un'ipotesi. Di fatto il protocollo non si ferma. Ieri Amato De Monte e Carlo Alberto Defanti, neurologo di Eluana, hanno visitato la donna nella prospettiva di dimezzarle l'alimentazione e idratazione sin da oggi. Domani una seconda riduzione. Da domenica, in teoria, solo farmaci e sostanze per alleviare le conseguenze.

Grazia Maria Mottola
06 febbraio 2009

da corriere.it


Titolo: Gli ispettori lasciano la clinica di Udine
Post di: Admin su Febbraio 07, 2009, 05:21:29
Gli ispettori lasciano la clinica di Udine

Scritte ingiuriose contro Beppino Englaro sono state tracciate nel corso della notte a Udine. I vigili urbani hanno subito provveduto a cancellarle.
Carabinieri e Polizia stanno svolgendo indagini. Ma davanti alla casa di riposo 'La Quietè, dove Eluana è ricoverata da martedì, sono stati anche  esposti cartelli con scritte in favore di Eluana e per invitare papà Beppino «a non uccidere la figlia».

Il dramma di Eluana sempre più sullo sfondo. Adesso conta solo la prova forza di forza del Governo, l'applauso della Chiesa, lo Stato di diritto ridotto a uno zerbino. E intanto  il ministero del Welfare  Sacconi ha inviato gli ispettori a Udine "per fare chiarezza sulla vicenda di Eluana Englaro": «Ho provveduto a inviare gli ispettori a Udine,perchè purtroppo mancano alcune risposte ad alcuni interrogativi che abbiamo rivolto».
Questo dice il ministro in un comunicato, non chiarendo quali siano gli "interrogativi".

I tre ispettori inviati a Udine dal  Ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, hanno voluto vedere Eluana Englaro abbandonando poi la clinica alle ore 15.15.  "Siamo tranquilli e tutto procede come da protocollo": lo ha detto l'avvocato Giuseppe Campeis, che assiste la famiglia Englaro, al termine della visita degli ispettori del Ministero del Welfare a Udine. "Ritengo che abbiano acquisito elementi di conoscenza - ha spiegato Campeis - e in base a quelli operaranno delle valutazioni che a nostro avviso non possono che essere positive per quanto ci riguarda".  E intanto è iniziata la riduzione dell'alimentazione della paziente.  «Confermo che sono  stati sospesi sia l'alimentazione che l'idratazione artificiali, ma non è ancora iniziata la sedazione. In questa fase, infatti, non si è ancora resa necessaria». Lo ha spiegato Carlo Alberto Defanti, il neurologo che da anni segue Eluana nel suo stato  vegetativo persistente.

Gli ispettori hanno avuto incontri, sabato mattina, all'assessorato regionale alla Sanità e all'Azienda sanitaria n.4 'Medio Friuli nella cui giurisdizione ricade la casa di riposo 'La Quiete'.  Gli ispettori - si è appreso da fonti regionali - sono tre e sono arrivati alla clinica per visitare la struttura e vedere la stanza in cui si trova Eluana.  In particolare intendono chiarire i rapporti intercorrenti tra l'associazione 'Per Eluana', che da lunedì sera ha assunto in carico la ragazza, l'Azienda sanitaria e la stessa casa di riposo. Questi tre soggetti sono i firmatari del protocollo di attuazione del decreto della Corte di Appello di Milano che autorizza l'interruzione della nutrizione di Eluana.
 
Ma le intimidazioni di Sacconi non fermano i medici. «È fuori di ogni discussione: si  andrà avanti». Lo ha detto il prof. Vittorio Angiolini, legale  della famiglia Englaro. Angiolini ha assicurato che la sospensione  dell'idratazione e dell'alimentazione artificiali, cominciata  oggi, «andrà avanti». Non è chiaro però in che termini: «In questa fase non ha senso parlare di percentuali»: ha detto Carlo Alberto Defanti, neurologo che ha in cura Eluana Englaro da 17 anni, che non ha voluto dire se è già cominciata, o meno, l'interruzione totale dell'alimentazione di Eluana. Defanti ha riferito che sarà a Udine lunedì. «In questa fase - ha spiegato - non servono due medici per coordinare l'equipe che sta lavorando a 'La Quiete' di Udine».

«Sono sconvolto, è un tormento  senza fine, non riesco neppure a pensare e riflettere e  preferisco continuare a restare nel silenzio». È l'unico  commento di Beppino Englaro, il padre di Eluana. Englaro ha deciso di osservare un rigoroso silenzio stampa da  martedì mattina, da quando la figlia è ricoverata a Udine,  dove oggi è stato avviato il protocollo medico per la  sospensione dell'alimentazione.

«Non importa come mi sento io - ha ripetuto - Quello che conta è la volontà di Eluana». Sono le ore più sconvolgenti per papà Beppino.
Da stamattina Eluana, la figlia in stato vegetativo da 17 anni dopo un incidente stradale, ha cominciato il suo cammino verso la morte. Un cammino che, iniziato dopo anni di battaglie legali, rischia di interrompersi subito. Il decreto legge del governo contro l'interruzione dell'alimentazione, non è stato firmato dal presidente della Repubblica. Ma nuovi ostacoli potrebbero trattenere ancora Eluana sospesa nel vuoto della sua, come è definita, 'non vità.

Avrebbe voluto essere vicino alla figlia ma per il momento non ha potuto lasciare Lecco. Anche se, con molto pudore e riservatezza, non ne accenna quasi mai, c'è un'altra tragedia nella sua vita. La moglie Saturna, da lui chiamata affettuosamente Sati, da anni è ammalata di cancro e le sue condizioni negli ultimi tempi si sono aggravate.

È una mamma che si è consumata prima nella speranza di vedere di nuovo la figlia sorridere.
Poi nel dolore di assistere alla sua trasformazione in una persona prigioniera di un sonno senza fine. Per questo è rimasta sempre in disparte. Chiusa come ogni genitore stroncato da una tragedia simile. Protetta dal marito che ha cercato di risparmiarle altra angoscia.

A casa, Beppino Englaro è stato informato da legali, parenti, amici di quanto stava accadendo a Roma. «Ma dove vogliono arrivare?», ha mormorato più volte, incredulo. Incredulo della battaglia che si è scatenata.
Il Dl approvato, non firmato, un ddl in arrivo, centinaia di commenti e reazioni, il parere di tanti esperti.

«Siamo solo due genitori stravolti e una figlia...», ha ripetuto. Qualche momento di sollievo solo per le posizioni del presidente della repubblica, Giorgio Napolitano. «La prova che siamo in uno stato di diritto», altra frase ribadita in tante circostanze negli ultimi mesi.


06 febbraio 2009


Titolo: La passione di Cristo Uomo (narrata da un medico).
Post di: Admin su Febbraio 09, 2009, 11:49:56
La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo

Alcuni anni fa un dottore francese, Barbet, si trovava in Vaticano insieme con un suo amico, il dottor Pasteau. Nel circolo di ascoltatori c'era anche il cardinale Pacelli. Pasteau raccontava che, in seguito alle ricerche del dottor Barbet, si poteva ormai essere certi che la morte di Gesù in croce era avvenuta per contrazione tetanica di tutti i muscoli e per asfissia.

Il cardinal Pacelli impallidì. Poi mormorò piano: "Non non ne sapevamo nulla; nessuno ce ne aveva fatto parola".

In seguito a quella osservazione Barrbet stese per iscritto una allucinante ricostruzione, dal punto di vista medico, della Passione di Gesù. Premise un'avvertenza:"Io sono soprattutto un chirurgo; ho insegnato a lungo. Per 13 anni sono vissuto in compagnia di cadaveri; durante la mia carriera ho studiato a fondo l'anatomia. Posso dunque scrivere senza presunzione".

***

"Gesù entrato in agonia nell'orto del Getsemani - scrive l'evangelista Luca - pregava più intensamente. E diede in un sudore come di gocce di sangue che cadevano fino a terra". Il solo evangelista che riporta il fatto è un medico, Luca. E lo fa con la precisione di un clinico. Il sudar sangue, o ematoidròsi, è un fenomeno rarissimo. Si produce in condizioni eccezionali: a provocarlo ci vuole una spossatezza fisica, accompagnata da una scossa morale violenta, causata da una profonda emozione, da una grande paura. Il terrore, lo spavento, l'angoscia terribile di sentirsi carico di tutti i peccati degli uomini devono aver schiacciato Gesù.

Questa tensione estrema produce la rottura delle finissime vene capillari che stanno sotto le ghiandole sudoripare...Il sangue si mescola al sudore e si raccoglie sulla pelle; poi cola per tutto il corpo fino a terra.

***

Conosciamo la farsa di processo imbastito dal Sinedrio ebraico, l'invio di Gesù a Pilato e il ballottaggio della vittima fra il procuratore romano ed Erode. Pilato cede e ordina la flagellazione di Gesù. I soldati spogliano Gesù e lo legano per i polsi a una colonna dell'atrio. La flagellazione si effettua con delle strisce di cuoio multiplo su cui sono fissate due palle di piombo o degli ossicini. Le tracce sulla Sindone di Torino sono innumerevoli; la maggior parte delle sferzate è sulle spalle, sulla schiena, sulla regione lombare e anche sul petto.

I carnefici devono essere stati due, uno da ciascun lato, di ineguale corporatura. Colpiscono a staffilate la pelle, già alterata da milioni di microscopiche emorragie del sudor di sangue. La pelle si lacera e si spacca; il sangue zampilla.

A ogni colpo il corpo di Gesù trasale in un soprassalto di dolore. Le forze gli vengono meno: un sudor freddo gli imperla la fronte, la testa gli gira in una vertigine di nausea, brividi gli corrono lungo la schiena. se non fosse legato molto in alto per i polsi, crollerebbe in una pozza di sangue.

***

Poi lo scherno dell'incoronazione. Con lunghe spine, più dure di quelle dell'acacia, gli aguzzini intrecciano una specie di casco e glielo applicano sul capo. Le spine penetrano nel cuoio capelluto e lo fanno sanguinare (i chirurghi sanno quanto sanguina il cuoio capelluto). Dalla Sindone si rileva che un forte colpo di bastone dato obliquamente, lasciò sulla guancia destra di Gesù una orribile piaga contusa; il naso è deformato da una frattura dell'ala cartilaginea. Pilato, dopo aver mostrato quello straccio d'uomo alla folla inferocita, glielo consegna per la crocifissione.

***

Caricano sulle spalle di Gesù il grosso braccio orizzontale della croce; pesa una cinquantina di chili. Il palo verticale è già piantato sul Calvario. Gesù cammina a piedi scalzi per le strade dal fondo irregolare cosparso di ciottoli. I soldati lo tirano con le corde. Il percorso, fortunatamente, non è molto lungo, circa 600 metri. Gesù a fatica mette un piede dopo l'altro; spesso cade sulle ginocchia. E sempre quella trave sulla spalla. Ma la spalla di Gesù è coperta di piaghe. Quando cade a terra la trave gli sfugge e gli scortica il dorso.

***

Sul Calvario ha inizio la crocifissione. I carnefici spogliano il condannato; ma la sua tunica è incollata alle piaghe e il toglierla è semplicemente atroce. Non avete mai staccato la garza di medicazione da una larga piaga contusa? Non avete sofferto voi stessi questa prova che richiede talvolta l'anestesia generale? potete allora rendervi conto di che si tratta.

Ogni filo di stoffa aderisce al tessuto della carne viva; a levare la tunica, si lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto nelle piaghe. I carnefici danno uno strappo violento. Come mai quel dolore atroce non provoca una sincope?

Il sangue riprende a scorrere; Gesù viene steso sul dorso. Le sue piaghe s'incrostano di polvere e di ghiaietta. Lo distendono sul braccio orizzontale della croce. Gli aguzzini prendono le misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi e l'orribile supplizio ha inizio. Il carnefice prende un chiodo (un lungo chiodo appuntito e quadrato), lo appoggia sul polso di Gesù; con un colpo netto di martello glielo pianta e lo ribatte saldamente sul legno.

Gesù deve avere spaventosamente contratto il viso. Nello stesso istante il pollice, con un movimento violento, si è messo in opposizione nel palmo della mano: il nervo mediano è stato leso. Si può immaginare ciò che Gesù deve aver provato: un dolore lancinante, acutissimo che si è diffuso nelle sue dita, è zampillato, come una lingua di fuoco, nella spalla, gli ha folgorato il cervello. E' il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, quello dato dalla ferita dei grossi tronchi nervosi. Di solito provoca una sincope e fa perdere la conoscenza. In Gesù no. Almeno il nervo fosse stato tagliato di netto! Invece (lo si constata spesso sperimentalmente) il nervo è stato distrutto solo in parte: la lesione del tronco nervoso rimane in contatto col chiodo. Quando il corpo di Gesù sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà fortemente come una corda di violino tesa sul ponticello. A ogni scossa, a ogni movimento, vibrerà risvegliando il dolore straziante.

Un supplizio che durerà tre ore.

Anche per l'altro braccio si ripetono gli stessi gesti, gli stessi dolori. il carnefice e il suo aiutante impugnano le estremità della trave; sollevano Gesù mettendolo prima seduto e poi in piedi; quindi facendolo camminare all'indietro, lo addossano al palo verticale. Poi rapidamente incastrano il braccio orizzontale della croce al palo verticale.

Le spalle di Gesù hanno strisciato dolorosamente sul legno ruvido. Le punte taglienti della grande corona di spine hanno lacerato il cranio. La povera testa di Gesù è inclinata in avanti, poiché lo spessore del casco di spine le impedisce di riposare sul legno. Ogni volta che Gesù solleva la testa, riprendono le fitte acutissime.

Gli inchiodano i piedi. E' mezzogiorno. Gesù ha sete. Non ha bevuto nulla né mangiato dalla sera precedente. I lineamenti sono tirati, il volto è una maschera di sangue. La bocca è semiaperta e il labbro inferiore già comincia a pendere. La gola è secca e gli brucia, ma Gesù non può deglutire. Ha sete. Un soldato gli tende, sulla punta di una canna, una spugna imbevuta di una bevanda acidula in uso tra i militari.

***

Ma questo non è che l'inizio di una tortura atroce. Uno stano fenomeno si produce nel corpo di Gesù. I muscoli delle braccia si irrigidiscono in una contrazione che va accentuandosi: i deltoidi, i bicipiti sono tesi e rilevati, le dita si incurvano. Si tratta di crampi. Alle cosce e alle gambe gli stessi mostruosi rilievi rigidi; le dita dei piedi si incurvano. Si direbbe un ferito colpito da tetano, in preda a quelle orribili crisi che non si possono dimenticare. E' ciò che i medici chiamano tetanìa, quando i crampi si generalizzano: i muscoli dell'addome si irrigidiscono in onde immobili; poi quelli intercostali, quelle del collo e quelli respiratori. Il respiro si è fatto a poco a poco più corto. L'aria entra con un sibilo ma non riesce quasi più a uscire. Gesù respira con l'apice dei polmoni. Ha sete di aria: come un asmatico in piena crisi, il suo volto pallido a poco a poco diventa rosso, poi trascolora nel violetto purpureo e infine nel cianotico.

Gesù, colpito da asfissia, soffoca. I polmoni, gonfi d'aria non possono più svuotarsi. La fronte è imperlata di sudore, gli occhi gli escono fuori dall'orbita. Che dolori atroci devono aver martellato il suo cranio!

***

Ma cosa avviene? Lentamente, con uno sforzo sovrumano, Gesù ha preso un punto di appoggio sul chiodo dei piedi. Facendosi forza, a piccoli colpi, si tira su, alleggerendo la trazione delle braccia. I muscoli del torace si distendono. La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano e il viso riprende il pallore primitivo.

Perché tutto questo sforzo? Perché Gesù vuole parlare:"Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno".

Dopo un istante il corpo ricomincia ad afflosciarsi e l'asfissia riprende. Sono state tramandate sette frasi di Gesù dette in croce: ogni volta che vuol parlare, Gesù dovrà sollevarsi tenendosi ritto sui chiodi dei piedi....inimmaginabile!

***

Uno sciame di mosche (grosse mosche verdi e blu come se ne vedono nei mattatoi e nei carnai), ronza attorno al suo corpo; gli si accaniscono sul viso, ma egli non può scacciarle. Fortunatamente, dopo un po', il cielo si oscura, il sole si nasconde: d'un tratto la temperatura si abbassa.

Fra poco saranno le tre del pomeriggio. Gesù lotta sempre; di quando in quando si risolleva per respirare. E' l'asfissia periodica dell'infelice che viene strozzato e a cui si lascia riprendere fiato per soffocarlo più volte. Una tortura che dura tre ore.

Tutti i suoi dolori, la sete, i crampi, l'asfissia, le vibrazioni dei nervi mediani, non gli hanno strappato un lamento. Ma il Padre (ed è l'ultima prova) sembra averlo abbandonato: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"

Ai piedi della croce stava la madre di Gesù. Potete immaginare lo strazio di quella donna?

Gesù dà un grido: "E' finito".

E a gran voce dice ancora:"Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito".

E muore.

---

Brano tratto dal libro "L'Apocalisse", edito dal centro Mater Divinae Gratiae di Rosta (Torino).

Traduzione dal greco e commento di Carlo De Ambrogio

1967


Titolo: La terribile telefonata fatta al 118 dall'operaio Piero Barbetta
Post di: Admin su Febbraio 14, 2009, 03:29:59
In aula anche l'audio della terribile telefonata fatta al 118 dall'operaio Piero Barbetta

Drammatica udienza al Processo Thyssen Video, foto, audio e testimonianze choc

L'ispettore capo della polizia: «Ho scavalcato un corpo e all'inizio non ho capito che era un essere umano»


TORINO - Un video «choc» girato dalla polizia scientifica la notte del rogo alla Thyssen è stato proiettato in aula su richiesta del pm, nonostante la difesa non fosse d'accordo. Il filmato e altre foto proiettate mostravano le immagini del cadavere di Antonio Schiavone, il primo operaio a perdere la vita nella tragedia dello stabilimento di corso Regina. Alcuni parenti delle vittime e altri operai sono usciti prima che venissero mostrate, altre persone sono scoppiate in lacrime durante la proiezione. A illustrarle è stata chiamata come testimone una ispettrice di polizia, che ai tempi del rogo era in servizio alla squadra scientifica di Torino e intervenuta per i rilievi.

IL POLIZIOTTO SOCCORRITORE - È stata una giornata drammatica al processo «Thyssen» anche per il commovente ricordo dell'ispettore capo della polizia Massimo Galasso chiamato come testimone dell'accusa: «Ho scavalcato un corpo e all'inizio non ho neanche capito che era un essere umano, mi era sembrato un sacco dell'immondizia, poi un altro mi è sbucato davanti e mi ha detto che non voleva morire allora io gli ho stretto la mano». La notte del 6 dicembre 2007, nella quale morirono 7 operai, l'ispettore Galasso fu il primo ad intervenire e ricorda che «siamo stati chiamati da un gruppo di operai agitatissimi che ci gridavano che c'era un incendio in corso, che c'erano dei loro compagni feriti». Alle domande sulle condizioni delle vittime il poliziotto ha risposto che «erano coscienti, non si lamentavano ma parlavano, uno era totalmente nudo, un altro aveva una piccola parte di indumenti all'altezza del pube».

GLI ADDETTI ALLA SICUREZZA - Il poliziotto ricorda poi la testimonianza diretta che gli fece in quei momenti Antonio Boccuzzi ex operaio Thyssen e ora parlamentare del Pd rimasto ferito nell'incendio. «Era agitato -ricorda l'ispettore- e l'ho invitato più volte ad andare via ma lui insisteva a rimanere. Quando gli abbiamo detto che un suo compagno era morto si è sentito male ed è stato portato in ospedale». L'ispettore ricorda poi che «mancava un addetto alla sicurezza, le indicazioni ce le davano gli operai e solo dopo circa tre quarti d'ora siamo riusciti ad identificare le persone addette alla sicurezza e a rintracciarle tramite il personale di vigilanza alla guardiola che ha contattato il responsabile sicurezza prevenzione infortuni e il responsabile alla sicurezza industriale».

LA TELEFONATA AL 118 - In aula è stato diffuso anche l'audio della terribile telefonata fatta al 118 da Piero Barbetta, uno degli operai della ThyssenKrupp la notte dell'incendio. Urla strazianti e un grido disperato: «Non voglio morire, non voglio morire». È quanto si sente in sottofondo: «C'è un incendio con tre o quattro ragazzi bruciati, abbiamo cercato di spegnerli, sono senza vestiti, ha preso fuoco un impianto, c'è della carta, dell'olio, guarda come sono, ma come è successo, l'acqua, l'acqua portate l'acqua». Sono alcune delle parole disperate di Piero Barbetta, operaio primo addetto alla linea 4. Con la voce rotta dal piano Barbetta ha poi risposto puntualmente a tutte le domande dei pm, degli avvocati di parte civile e della difesa, ricordando quella tragica notte, parlando di quelli che lui stesso ha definito «una famiglia più che colleghi di lavoro» e delle condizioni di lavoro all'interno dell'azienda in particolare dopo che era stata comunicata la decisione di chiudere lo stabilimento di Torino. Il processo riprenderà il 17 febbraio.


13 febbraio 2009
da corriere.it


Titolo: «L'ho sentito addosso, poi quel puzzo di birra. Mi diceva: stai ferma»
Post di: Admin su Febbraio 16, 2009, 09:26:42
Il racconto della 15enne di bologna

«L'ho sentito addosso, poi quel puzzo di birra. Mi diceva: stai ferma»

Chiara, stuprata da un tunisino, ha gli occhi tumefatti e il naso rotto per gli schiaffi e i pugni ricevuti

DAL NOSTRO INVIATO


BOLOGNA — L'orco le è stato addosso fino all'ultimo, finché ha potuto, finché un poliziotto non l'ha sollevato di peso da quella ragazzina schiacciata a terra, la faccia nell'erba, il naso sanguinante, neanche la forza di piangere. «Ero paralizzata, non vedevo niente, non capivo niente, sentivo solo un odore terribile, il suo fiato addosso, l'alito che puzzava di birra...»: da ieri Chiara (la chiameremo così) ha lasciato l'ospedale Maggiore, è tornata a casa, ha raccontato agli agenti quello che ha potuto, brandelli di un incubo troppo grande, troppo feroce, per i suoi 15 anni. Ha gli occhi tumefatti e il naso rotto per gli schiaffi e i pugni ricevuti: «Mi diceva di stare buona, di non fare rumore, che non mi avrebbe fatto niente». Dalle finestre dell'appartamento in zona San Vitale, dove vive con la madre, un fratello e una sorella (il padre, separato, abita poco distante), si può scorgere la fermata del tram dove Chiara, venerdì sera, avrebbe dovuto incontrare i suoi amici. E invece ha trovato l'orco: Jamel Moamib, 33 anni, tunisino che avrebbe dovuto essere espulso dall'Italia da un pezzo o essere ancora in carcere o almeno in un centro di permanenza, dovunque, ma non lì, in quello stradone di mezza periferia: belva senza scopo, se non quello di sfregiare una vita.

Chiara è minuta, esile. Fa il primo anno delle Superiori. Ha la passione per Internet. E quando esce, è per trovarsi con il gruppo di amici nel parco vicino a casa, «troppo presto per discoteche o altre cose». L'unico che ieri ha potuto vederla è stato l'uomo che quella sera ha tentato di salvarla, che ha chiamato la polizia, anche se non è riuscito ad impedire lo stupro. È un'ex guardia giurata di 44 anni, un vicino di casa. «I genitori — ha raccontato — mi hanno dato il permesso di vederla, ma è stato davvero brutto. La ragazza è sconvolta, quasi assente. Mi è venuto spontaneo avvicinarmi, ho provato ad abbracciarla. Sa, l'ho vista crescere, per me è ancora una bambina. Ma lei si è tirata indietro con uno scatto, quasi terrorizzata, chissà quali mostri popolano la sua mente». E poi il pianto disperato del padre. Lo sguardo perso nel vuoto della mamma. La rabbia dei fratelli.
Gli amici, tra cui anche il figlio dell'ex guardia giurata, non se la sono sentita di entrare in quella casa: «Ti siamo vicini» le hanno fatto sapere.

Ha bisogno di aiuto, Chiara. Ma dovrà anche trovare la forza di aiutarsi da sola. Le sequenze di quella sera sono ancora lì, a bruciarle il cervello, a svuotarle l'anima. Lei che alle 21.30 saluta la madre: «Dai, ma', non ti preoccupare, ho il cellulare, gli amici mi aspettano alla fermata». Lei che scende in strada e nota un'ombra poco distante, ma sul momento non ci fa caso. Si dirige verso la fermata e, quando si accorge che non c'è nessuno, telefona all'amica, scoprendo che l'appuntamento è saltato. «A quel punto — parole di Chiara — stavo tornando verso casa». Ed è in quel momento che si accorge che l'ombra è ancora là, in fondo alla strada. «Ho affrettato il passo, poi ho sentito dietro di me un rumore di corsa: non ho avuto il tempo di pensare e già mi era addosso». L'uomo le ha tappato la bocca con la mano. L'ha trascinata sull'altro lato della strada, tra i cespugli di un parco, dietro una rete di recinzione. «Ho provato ad urlare, lui mi ha picchiata...». L'ha schiacciata a terra. «È diventato tutto buio, il cervello non rispondeva più». Poi l'intervento dell'ex guardia giurata. L'arrivo della volante. Chiara è a casa, o forse no: «È come se fossi morta dentro».


Francesco Alberti
16 febbraio 2009

da corriere.it


Titolo: Massimo Franchi «Senza sicurezza muore il diritto di cittadinanza»
Post di: Admin su Febbraio 16, 2009, 11:50:29
«Senza sicurezza muore il diritto di cittadinanza»

di Massimo Franchi


Cofferati, un altro stupro nella “civilissima” Bologna. Questa volta una ragazzina di 15 anni.
«Un fatto gravissimo. Che si è reso possibile per un clamoroso vuoto nelle leggi italiane: quella persona non doveva stare lì, doveva essere già stata espulsa. La vicenda ripropone non solo il tema della violenza contro le donne, ancor più se si tratta di una ragazzina, ma lo scarto tra l’allarme lanciato dal governo e le leggi inadeguate che ci sono: la totale mancanza della certezza della pena, persone pericolose che ritornano in libertà troppo in fretta. C’è un aspetto trascurato, quello dei tempi dell’identificazione dei clandestini: per avere i dati da certi Paesi spesso servono due mesi, un tempo inaccettabile».

Nel caso di Bologna il tunisino arrestato era libero dopo un ricorso al Tribunale della Libertà. È un problema di leggi o di interpretazioni da parte dei giudici?
«In questo caso non vedo soluzioni tecniche che risolvano il problema. Le decisioni sono molto soggettive, non si può far altro che appellarsi al rigore dei giudici».

La ragazza ha detto che un passante non si è fermato: «Non mi interessa», avrebbe motivato. Ormai siamo assuefatti a questi crimini?
«No. Perché per fortuna gli episodi di questo genere sono pochissimi. Certo, anche un solo episodio non deve portare ad una sottovalutazione. Questi comportamenti, benché isolati, confermano il venir meno del senso civico nelle persone. In generale c’è una tendenza a chiudersi in sé, a considerare meno l’altro. Del resto i modelli di comportamento che ci vengono imposti sono volti sempre più all’individualismo: questo è l’inevitabile risultato».

L’altro caso di violenza è avvenuto a Roma. Alemanno e la destra hanno vinto le elezioni sul tema della sicurezza, ma niente sembra cambiato in quasi due anni.
«Da tempo sostengo che il problema della sicurezza sia il più importante per le società contemporanee. La mancanza di sicurezza è una privazione di un diritto di cittadinanza. È una questione che andrebbe sottratta dalle campagne elettorali, è inaccettabile sentir dire: “Io ti garantisco, gli altri no”. Poi capisco benissimo le differenze nelle politiche che devono garantire la sicurezza».

E quali sono, fra destra e sinistra, queste differenze?
«L’azione sul territorio prodotta da Amato e Minniti durante il governo di centro-sinistra ha dato ottimi risultati. L’idea alla base è quella del controllo del territorio e va fatta impegnando più uomini e più mezzi. Va invece evitata la propaganda che ha usato il centro-destra sull’uso dei militari: possono essere utilizzati, ma solo per il controllo di luoghi sensibili, liberando agenti di Polizia e Carabinieri per pattugliare ad esempio i parchi dove sono avvenuti gli ultimi stupri. Perché un militare non ha le competenze specifiche per intervenire in casi come questi. Se l’utilizzo delle forze è indistinto siamo alla pura demagogia».

A lei è stato affibbiato il soprannome di “sceriffo”. Da uomo di sinistra cosa deve venire prima, la legalità o la solidarietà?
«La sinistra deve avere ben fermo davanti agli occhi il desiderio della solidarietà, nel senso di azioni di prevenzione di qualsiasi pericolo. Dove però la prevenzione non basta, allora servono azioni repressive. La sinistra deve evitare giustificazioni sociologiche e non deve avere timore di azioni repressive. Se sta lontano da questi rischi, anche la solidarietà avrà più senso».

La mente va subito alla questione delle baracche sul fiume Reno.
«Abbattemmo le baracche perché quelle persone rischiavano di venire sommerse. Ma subito dopo demmo a donne e bambini una casa e una scuola da frequentare. Furono espulsi solo i clandestini».

Ma erano i loro mariti e padri...
«Non c’è dubbio. Non ci siamo fermati davanti a questo: la solidarietà non può essere indistinta. La solidarietà c’è stata. E tanta. Donne e bambini ora sono integrati».

mfranchi@unita.it

16 febbraio 2009
da unita.it


Titolo: Soria, parla il maggiordomo ...
Post di: Admin su Febbraio 20, 2009, 03:35:39
Ma Sepulveda e la Betancourt difendono il re del Grinzane

«Multato per un cappuccino»

Soria, parla il maggiordomo «Via 30 euro in caso di pulizie contestate. Provò a entrare nel mio letto, mi chiamava schiavo»


Dal nostro inviato  Giusi Fasano

 
TORINO — «Quando provavo a difendermi diceva: forse non hai capito bene. La legge qui sono io. Io sono grande e tu sei piccolo, ti schiaccio come e quando voglio, chiaro?». Nitish si schiarisce un po' la voce e scandisce ogni sillaba: «Era ve-ra-mente ca-tti-vo». Mette assieme i ricordi di un anno e tre mesi «da incubo», come dice lui: quelli passati al servizio (come aiutante tuttofare) di Giuliano Soria, fondatore, padre e padrone del Premio letterario Grinzane Cavour. Oggi le parti sono invertite. Il «grande» adesso è lui, il ragazzo mauriziano di 28 anni che si fa chiamare Nitish (in realtà si chiama Hemratjing Dabeedin) e che con la sua denuncia, con le sue quattro ore di interrogatorio davanti ai pubblici ministeri, con la sua audio-prova registrata con il telefonino ha fatto decollare uno scandalo che rischia di distruggere il Premio Grinzane. E il «piccolo» del momento, Soria, per adesso incassa i colpi di Nitish, comprese le accuse di molestie sessuali e di maltrattamenti e vessazioni di ogni genere.

«Voleva che io fossi a disposizione giorno e notte, magari per dirmi di lavare le scale all'una del mattino. Si arrabbiava ogni volta che non era soddisfatto: mi diceva "ti butto giù dal balcone" e mi toglieva soldi dalla paga, 30 euro se pulivo male, 50 per un cappuccino che non gli piaceva. Ma le parole che mi ferivano di più erano quelle razziste: negro, non sei fatto per vivere qui, sei un bastardo schiavo, mi diceva. E quando l'altra domestica lo pregava di smetterla lui urlava ancora di più: "È qui per lavorare, non per dormire. E deve fare quello che dico io". Mi costringeva perfino a mangiare carne rossa che per gli induisti come me non è consentito». Nitish dice di temere ritorsioni. «Ho paura che mi faccia cacciare dal-l'Italia. Lo diceva sempre: "Io ho tanti amici in polizia... una persona del suo giro mi ha mandato un sms di minaccia... ma io non ho fatto nulla di male. Ho studiato biologia e vorrei finire gli studi e vivere in Italia. Lo so che sono stato sfortunato. A parte lui io sono grato a questo Paese».

La procura torinese accusa Soria di maltrattamenti («qualche volta mi ha dato sberle», racconta Nitish), di violenza sessuale per le avances registrate in audio dal ragazzo («ha provato a entrare nel mio letto, mi ha messo le mani addosso») e di malversazione, perché avrebbe usato illecitamente i fondi pubblici destinati alle attività culturali. Ma di quest'ultima accusa non è Nitish l'autore. Sono le decine di suoi ex collaboratori che stanno aiutando i pm a ricostruire il puzzle del potere di Soria, capace come nessun altro, in Piemonte, di raccogliere milioni di euro di finanziamenti. Su una cosa sono tutti d'accordo, amici e nemici: Giuliano Soria non è un campione di rapporti umani. Conosce la diplomazia se deve trattare con premi Nobel e letterati, «ma è anche un uomo che vive di prepotenza, forse perché alla fine è un tipo insicuro » valuta Luciano De Venezia, per un anno e mezzo suo consulente per le comunicazioni esterne. «Io sono di Napoli e quando mi vide la prima volta mi disse "tu saresti il terrone che vuole venire a lavorare qui al Nord...". Fortuna che ero stato avvertito del suo carattere. Gli ho risposto per le rime ed è rimasto così spiazzato che poi andavamo quasi d'accordo. Ma se ti mostravi più debole era un disastro. Si partiva da cose tipo "oggi lei è vestito che è uno schifo" oppure "lei è troppo idiota per restare qui" fino alle fobie sulla segretezza dei computer».

Eppure quel «disastro» di padre- padrone in questa settimana nera ha raccolto un migliaio di messaggi di solidarietà. Il mondo letterario lo difende. Primo fra tutti il suo amico Sepúlveda. L'ultima a fargli sapere che lo stima è stata Ingrid Betancourt, qualche giorno fa. Lui passa di tanto in tanto dai suoi dipendenti, al Grinzane, prova a convincerli che la bufera passerà: «Lo so che è dura, ragazzi, ma vedrete che ce la faremo. Contro di me hanno montato attacchi personali. Tanto onore, tanti nemici. Ma il Premio deve andare avanti ».


20 febbraio 2009
da corriere.it


Titolo: "Non c'è pietà per Tommy guardate qui che schifo"
Post di: Admin su Marzo 02, 2009, 11:13:32
"Non c'è pietà per Tommy guardate qui che schifo"


La denuncia della mamma di Tommaso Onofri nel giorno del terzo anniversario del rapimento e dell'uccisione del piccolo.

Paola Pellinghelli, al cippo di via del Traglione, dove tra preservativi e rifiuti, anche oggi ha dovuto pulire la stele diventata nonostante il degrado un luogo di pellegrinaggio



di Giacomo Talignani

 Esattamente tre anni dopo il rapimento e la morte di suo figlio, il piccolo Tommaso Onofri, Paola Pellinghelli scuote la testa, schifata e arrabbiata, mentre raccoglie decine di preservativi usati, gettati sulla strada che portano al cippo di via del Traglione. Non c’è pace per il suo angelo, per il bimbo che tutt’I talia dopo quella terribile tragedia ha deciso di adottare: “Tommy è sempre con me – sussurra Paola – e credo che sia la forza del mio bambino, che c’è ancora, a portare questa gente qui, a riempirmi di messaggi, di peluche. Ma per alcune persone manca il rispetto, pulisco perché qui è indecente, prostitute e clienti buttano di tutto. Mi fa schifo”. 

Tre anni dopo, il fango ha coperto ogni cosa. Paola arriva in via del Taglione, una lunga e stretta strada che costeggia il fiume Enza battuta notte e giorno dalle prostitute, con in mano sacchi neri e guanti. “Puliamo un po’, vero Tommy?” dice mentre raccoglie una ranocchia giocattolo zuppa di acqua piovana. Insieme a lei, occhi lucidi e il pensiero costante del marito Paolo in coma da oltre sei mesi (guarda il video), c’è Michele Cocchi della associazione Tommy nel cuore e la sorella Patrizia. Senza sosta, per quasi due ore, raccolgono e sistemano, spazzano e puliscono peluche immersi nel fango, fotografie sbiadite dalla pioggia, foglie secche che coprono i ricordi. “La cosa che fa più schifo – dice Paola – sono quei preservativi laggiù. Chiediamo solo un po’ di rispetto, invece c’è chi viene qui e se ne frega. La sbarra che chiude la via dovrebbe essere sempre abbassata e invece è aperta, così clienti e prostitute possono appartarsi. Guarda, c’è di tutto, parrucche, preservativi, perfino vestiti abbandonati. E’ irrispettoso, Tommy non merita questo”.

Mentre Paola racconta, come pellegrini in fila indiana, decine di visitatori camminano fra il fango per raggiungere il cippo, osservarlo, portare rispetto, mandare un bacio o un saluto, appoggiare sull’erba rimasta un peluche gigante o una scatola di cioccolatini. “Non potevo mancare il 2 marzo – dice un signore che arriva da Maranello – sono tre anni che quegli orchi ce l’hanno portato via. Gli ho portato dei fiori”.  Sei ragazzi, di Castelnovo Monti e Mantova, nemmeno ventenni, hanno lo sguardo ferito mentre osservano la grande stele di granito con in cima la foto dell’ “ angelo biondo”. “Non c’è da dire nulla – dice uno di loro – c’è solo rabbia e l’incredulità per quel che è successo. La storia di Tommaso ci ha colpito davvero”.

Ha colpito tutti, la signora che da Milano ogni mese passa a trovare “il mio piccolo”, le ragazzine 15enni che hanno chiesto al padre di accompagnarle al Traglione pur di rendere omaggio al bimbo, e perfino il sensitivo che racconta di sapere “dove era il corpicino, ma ormai era troppo tardi”. Perché Tommy “è Tommy da Parma alla Sicilia, da Torino a Napoli. La sua storia ha fatto piangere tutti noi” dice Michele Cocchi, responsabile della associazione www.tommynelcuore.it, che raccoglie fondi destinati a progetti a favore dei bambini e che sta pensando, insieme a Paola, di far intitolare la via a Tommaso Onofri oppure, in futuro, di creare una fondazione. “C’è poco da dire. Oggi il nostro sito è chiuso, lo facciamo per rispetto”. Una sola scritta, con tanto di ranette ricordo, l’animale portafortuna del piccolo, campeggia sul portale on line: “Ciao Tommy 2 Marzo 2006 – 2 Marzo 2009”.

Nient’altro da dire. “E che c’è da dire? – continua Paola mentre pulisce senza mai fermarsi – lui c’è ancora, lui è qui con me. Sempre. Per me Alessi, la Conserva e tutta quella combriccola non sono mai esistiti”. Non c’è più spazio per la rabbia. “Ora dobbiamo dare una bella sistemata a questo spazio. Per me è un posto fatato. Mi infonde sicurezza, qua mi sento sicura, come se ci fosse qualcuno che mi protegge. Lui è la mia stellina, è la più grande, la più luminosa. Solo lui può darmi forza e serenità per andare avanti”.

(02 marzo 2009)
da repubblica.it


Titolo: Affetto da una malattia rara si uccide nel bagno del medico
Post di: Admin su Marzo 03, 2009, 04:52:09
Affetto da una malattia rara si uccide nel bagno del medico
 
 
 
RAVENNA (2 marzo) - È entrato nel bagno del suo medico e si sparato con una pistola regolarmente detenuta. Così a Massa Lombarda (Ravenna) si è tolto la vita Giancarlo Guiaro, 55 anni, pensionato delle Poste, da tempo afflitto da una rara patologia: la Mcs, la sensibilità chimica multipla.
 
Il caso dell'uomo era salito alla ribalta nel gennaio 2007 quando si era rivolto al Tribunale di Ravenna per farsi riconoscere il diritto al rimborso per uno specifico trattamento della malattia messo a punto da Hans von Rolbeck, medico tedesco esperto in immunotossicologia, e per chiedere che l'ospedale più vicino, quello di Lugo, si attrezzasse di idoneo locale per trattare pazienti colpiti dalla Mcs.

Il giudice Roberto Riverso, nonostante la malattia in Italia, a differenza degli Usa, non fosse ancora stata classificata, aveva deciso che la Regione Emilia-Romagna e l'Ausl di Ravenna dovevano provvedere, in via cautelare, e per quanto di loro competenza, al rimborso di ogni spesa sostenuta dall'uomo. In seguito al reclamo di Regione e Ausl a fine estate il collegio del Tribunale, sulla scorta di una perizia, aveva stabilito che la cura non poteva essere efficace, ribaltando le precedente decisione.
 
Guiaro, che non poteva toccare quasi nulla e per respirare spesso si doveva affidare a una mascherina dotata di carboni attivi e era allergico perfino alla cornetta del telefono e ai profumi, si era sempre più isolato. In una lettera inviata tempo fa ad alcuni mezzi di informazione, aveva raccontato di vivere da tempo in auto e di non potere avvicinare le persone se non decontaminate. Aveva anche precisato di essere fuggito in un paesino come Massa Lombarda perché a Bologna, dove viveva, sarebbe morto in breve. Stamattina - hanno riferito i carabinieri - non ha lasciato biglietti.

La sensibilità chimica multipla, secondo la definizione che ne dà il National Institute of Environmental Health Sciences, statunitense, è una malattia cronica e ricorrente causata dall'impossibilità di una persona a tollerare un dato ambiente chimico o una classe di sostanze chimiche. 

da ilmessaggero.it


Titolo: «Oggi uccido il Duce, per la libertà del popolo»
Post di: Admin su Marzo 06, 2009, 09:31:18
«Oggi uccido il Duce, per la libertà del popolo» 

Scritto da Michele Schirru (martire antifascista)   
 

Il fascismo, come tutte le dittature e tirannie, mi ha sempre ispirato orrore. Mussolini con le sue vigliaccherie, con le sue persecuzioni feroci di tutto un popolo, coi suoi cinismi brutali, non aventi altro scopo che di conservargli il potere, io l’ho sempre considerato un rettile dei più dannosi per l’umanità. Le sue pose da Nerone, da boia, da carnefice di un popolo e della libertà, che si gloria di strozzare e di calpestare, mi hanno sempre ispirato odio, odio e ribrezzo, non per l’uomo, mezzo quintale di carne flaccida ed avariata, ma pel tiranno, massacratore dei miei compagni, traditore di quei lavoratori che fino a pochi anni fa l’avevano sfamato. Fino al 1922 pensavo che per stroncare la tirannia bisognava stroncare il tiranno. La libertà non è un corpo putrefatto, che si possa calpestare impunemente. La storia ci insegna che in tutti i tempi la libertà, calpestata dai tiranni, ha trovato difensori arditi. La tirannia assolda sicari, ma la libertà crea i vindici e gli eroi. E nessun esercito di sicari è mai riuscito a trionfare sulla volontà né ad arrestare la mano del giustiziere. Ai primi di quest’anno venni in Europa col solo scopo di incontrare questo boia e ricordargli che la libertà è ancora più viva che mai, che ancora riscalda il cuore dei ribelli e li spinge al sacrificio e che non è ancora spenta la buona e vecchia razza degli uomini liberi, che sanno vendicare le crudeltà e le torture inflitte ai loro compagni.

Nel maggio di quest’anno, in occasione dei viaggi clamorosi del tiranno nell’Italia settentrionale, e specialmente a Milano, cercai inutilmente di mettere in esecuzione il mio piano. Dovetti purtroppo constatare che non basta avere la volontà, occorre anche avere il mezzo adeguato per colpire. E vista l’inanità del mio sforzo, ripigliai la via dell’estero onde aver agio di prepararmi meglio e preparare il materiale che mi occorre per poter colpire bene e con sicuro effetto.
Oggi ritento la prova, certo di riuscire, certo che la vendetta cadrà inesorabile e provvidenziale sul mostro che, non contento del martirio inflitto a quaranta milioni di italiani, fra poco, sempre per libidine di potere, d’accordo con la monarchia sabauda, razza di traditori e di codardi, e con la complicità di tutti gli altri fascismi d’Europa, scatenerà su tutto l’umano genere il flagello sterminatore di una nuova guerra.
Il mio gesto non sarà delitto, perché riparazione di crudeltà senza numero e prevenzione di stragi ancora maggiori, non sarà assassinio perché volto contro una belva, che d’umano non ha che l’apparenza: sarà un servizio reso all’umanità, ed è dovere d’ogni uomo amante della libertà, d’ogni uomo libero compierlo.
Ma se io cadrò senza avere raggiunto il risultato, che da tanti anni spero di raggiungere, sono sicuro che altri prenderà il mio posto.
Ai tiranni non si perdona, non si deve dar tregua. Facciamo nostro il moto del tiranno stesso: «Rendere la vita impossibile ai nemici». Nessuno più di lui è nemico del genere umano. Ebbene, noi dobbiamo cercare con tutti i mezzi ed in tutti i luoghi di rendere impossibile la vita tanto al boia che ai suoi tirapiedi. Ce lo impongono le esigenze della lotta. La tirannia muove alla libertà una guerra spietata, senza tregua. Noi non abbiamo soltanto il diritto, ma anche il dovere di difendere nella libertà i destini dell’umanità. Accettiamo la sfida e la vittoria sarà nostra.
L’ideale, che educa l’individuo alle sublimi bellezze dell’amore sconfinato, della solidarietà sociale, della giustizia e della libertà integrali, è anche animatore dello spirito di vendetta contro il male e di distruzione per tutto ciò che è obbrobrio e vergogna. Ed il fascismo col suo capo sanguinario, con la sua monarchia fedifraga, è la vergogna e l’obbrobrio insieme del nostro tempo.
Questo nobile ideale, che è tanta parte di me, ha dato tanti martiri per la libertà, un gran numero di eroi giustizieri. Io non dubito che anche questa volta saprà far giustizia.
Se riuscirò nei miei intenti, veglino gli anarchici tutti perché alla demagogia politica, sempre pronta a trarre profitto dal sacrificio altrui, non sia lecito travisare i meriti che avrà il gesto che sto per compiere, gesto che non può essere che umano. Veglino perché non si tenti di togliere di fronte agli uomini e alla storia l’onore e la gloria all’alto ideale che lo ispira.

Dicembre 1930


Michele Schirru
nato a Padria (Sassari), 19 ottobre 1899


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Roma, 29 maggio 1931 – Lo portarono al forte di Casal Braschi prima dell’alba di venerdì 29 maggio (Schirru fu il primo ad essere giudicato - il 28 maggio 1931- con il Codice Rocco, allora appena entrato in vigore. Non riuscì nell’attentato a Mussolini, ma l’averlo programmato bastò per condannarlo). Nella notte senza luna, 22 ufficiali e 462 camicie nere, becchini in fogge castrensi, sono forzati a dare solennità a un assassinio. Come l’anarchico, triste ma composto, va alla sedia, loro, comparse di recita mortuaria, a un comando sguainano i pugnali e tenendoli alzati gridano “A noi!”. Albeggia. I fucilatori, 24 “volontari”, tutti sardi (altra aberrazione voluta dal regime), si dispongono a 15 passi.
Nel silenzio, una voce. È Schirru che grida:
«ABBASSO IL FASCISMO. VIVA L’ANARCHIA!».
Non ha che 31 anni. Lo sotterrano alla svelta in una fossa non si sa dove.
(“Indymedia” – Si ringrazia Carlo Felici per la segnalazione)

 
da radicalsocialismo.it


Titolo: Carlo Lucarelli Storia di mafia al nord
Post di: Admin su Marzo 07, 2009, 10:04:55
Storia di mafia al nord


di Carlo Lucarelli


Dalle agenzie di stampa del 28 febbraio. «Ha chiuso il suo negozio di abbigliamento e stava rientrando a casa quando una macchina con il lampeggiante lo ha affiancato. Ha accostato, pensando a un controllo di polizia, ma è stato subito minacciato con una pistola da un uomo che lo ha poi legato e imbavagliato al sedile, minacciandolo ripetutamente. È stato liberato attorno alle 20,30».

C’è solo un posto in cui si dice ancora che la mafia non esiste, che è solo un’invenzione per screditare un luogo, ed è il Nord Italia.

Ci sono alcuni amministratori qualche politico e molta altra gente ancora convinti che questo problema, la criminalità organizzata mafiosa, sia solo un problema del Sud perché «certe cose qui da noi non accadono». Invece poi accade quello che abbiamo appena letto. Si chiama Guido Gallo Stampino ed è vicepresidente dell’associazione antiracket «Sos Italia Libera » l’uomo di cui parlano quelle poche righe d’agenzia.

Sì, al Nord, a Varese, accade anche questo. Che un commerciante onesto, un cittadino coraggioso che va in televisione a parlare delle vicende che lo riguardano, a denunciare il racket, venga sequestrato, legato, minacciato.

Per fortuna non tutti hanno bisogno di fatti come quello accaduto la sera di sabato 27 febbraio a Varese. C’è tanta altra gente che pensa che la mafia esista eccome anche al Nord, e che bisogna combatterla con le denunce pubbliche, con le associazioni antiracket come quella del signor Gallo Stampino o come quella di Tano Grasso.
C’è tanta gente convinta che bisogna fare in modo di far diventare la mafia non una invenzione ma un ricordo.

07 marzo 2009

da unita.it


Titolo: 10 marzo 1948: muore Zelda Scott Fitzgerald, bella e dannata
Post di: Admin su Marzo 13, 2009, 12:31:51
10 marzo 1948: muore Zelda Scott Fitzgerald, bella e dannata

di Marco Innocenti
 
 
 
Dossier Storie dalla storia
 

Zelda Fitzgerald, moglie di Francis Scott, muore ad Asheville il 10 marzo 1948, bruciata viva nell'incendio dell'ospedale psichiatrico in cui è ricoverata. L'ultimo incubo per i suoi occhi azzurri è una barriera di fuoco, estrema e tragica testimonianza di una storia che nessuno dimenticherà: quella di Zelda e Scott, protagonisti di un mondo di dorata follia e di struggente brevità inghiottiti dal più crudele dei loro romanzi, il romanzo della vita. Ora Zelda è sepolta accanto a Scott, in un piccolo cimitero del Maryland. Sono vicini, quasi abbracciati, come ai tempi in cui vivere era una favola. Sulla lapide la figlia ha fatto incidere le ultime parole del "Grande Gatsby": «Così continuiamo a battere l'acqua, barche contro corrente, risospinte senza posa dal passato».

Una bellezza del Sud
La donna magnifica e tragica che morirà a 48 anni, nasce nel 1900, a Montgomery, nell'Alabama. Con il nome che viene da una regina degli zingari e una bellezza speciale, è il sogno di ogni uomo che abbia occhi per vedere e coraggio per provare. Non c'è ragazzo di Montgomery che non se ne innamori, ma Zelda Sayre è nel destino di Scott Fitzgerald, l'enfant prodige della letteratura americana. Si sposano nel 1920. Da poco è uscito il primo romanzo di Scott, "Di qua dal paradiso", subito diventato un bestseller e un caso letterario per il taglio trasgressivo. L'America è percorsa da un brivido: Scott, a 24 anni, seduce i giovani che detestano il vecchio mondo e stanno per abbandonarsi all'esaltante età del jazz. Precocemente baciato dalla fortuna, Scott vuole tutto e subito. Zelda, al suo fianco, impazza scatenata, incarnazione della bellezza e della gioia di vivere, ragazza viziata che vive in un vuoto spinto: balla, ride, spende, si ubriaca, si lascia andare e interpreta il ruolo della donna di Scott, moglie, amante e creatura, la sua ispiratrice, il personaggio chiave dei suoi romanzi.

Il successo
Nel '21 nasce Frances, detta Scottie, la loro unica figlia, ma Zelda non ha la vocazione di madre. L'anno dopo Scott pubblica "Belli e dannati" ed è un altro successo. Diventano modelli di vita: lui fa impazzire una generazione, lei fa tendenza, è ammirata, esaltata, copiata come donna emancipata e moderna. Nel '25 esce "Il Grande Gatsby", il libro più famoso di Scott. Zelda entra in crisi, si sente emarginata e usata. Dalla complicità fra i due si passa alla rivalità e anche l'alcol, abituale collante, non funziona più. «Voglio realizzarmi da sola», dice, e batte disperatamente le strade della danza, della pittura e della scrittura.

Il crollo
Nel '30 Zelda crolla. Attacchi di panico, allucinazioni, voci che gridano aiuto, eczemi su tutto il corpo. I medici non hanno dubbi: si tratta di schizofrenia, la malattia annidata nell'infanzia più profonda che è venuta alla luce. Comincia il calvario delle cliniche psichiatriche. Nel '36 Scott la fa trasferire nell'ospedale di Asheville, nella Carolina del nord. La "stella del sud" è in preda a un'acuta mania suicida: una seduttrice sconfitta e malata che ha tentato di rendersi indipendente e ha fallito.
Anche Scott, che ha pubblicato "Tenera è la notte" e lavora a "Gli ultimi fuochi", è allo stremo, demolito dall'alcol.

Muore d'infarto, a Hollywood, nel '40.

Gli ultimi anni di Zelda sono una sofferenza: è triste, tormentata, si detesta, ha 40 anni e sembra una vecchia. La vita della ragazza che aveva sedotto l'America non ha più senso. Quando morirà, qualcuno commenterà: «Con il fuoco si distruggono le ribelli, le streghe e le sante».

10 marzo 2009
 
da ilsole24ore.com


Titolo: Atr72: gli ultimi quattro minuti e mezzo di terrore registrati in volo
Post di: Admin su Marzo 23, 2009, 11:52:22
2009-03-23 17:02

Atr72: gli ultimi quattro minuti e mezzo di terrore registrati in volo

Quattro minuti e mezzo di terrore.

Sono quelli registrati dal 'Cokpit voice recorder' (registratore audio cabina di pilotaggio) dell'Atr 72 della Tuninter, Tui 1153, in volo da Bari a Djerba, precipitato il 6 agosto 2005 dinanzi alla costa palermitana (16 morti e 26 sopravvissuti). Sull' incidente la perizia disposta dai magistrati di Palermo indica che i passeggeri non furono informati della situazione e furono poco assistiti. I colloqui registrati dal cockpit voice recorder riguardano quelli in cabina di pilotaggio e con Palermo controllo.

E' la registrazione degli ultimi 4'20" prima dell' ammaraggio.

Le frasi sono tradotte dall'inglese, arabo e francese.


Ore 15.34'33"
Comandante (Chafik Garbi):
Confermi la distanza, per favore.
Palermo controllo: 20.
Comandante: Confermi la distanza, per favore.
Palermo: La distanza è ora 20 miglia.
Comandante: Penso...non siamo, non siamo in grado di raggiungere la terra. Siamo a quattromila piedi e non siamo in grado, abbiamo perso entrambi i motori. Ci potete mandare elicotteri o qualcosa di simile? Veloce, veloce, veloce.
Palermo: Posso avvisare.
Il secondo pilota (Lassoued Alì Kebaier) legge ad alta voce indicazioni tecniche. Meno 3'33" all'ammaraggio
Comandante: E' bene che giriamo da quella nave là, è bene se giriamo verso quella nave. No, no, il vento è forte Alì, il vento è forte, o Dio sii clemente. In nome di Dio il misericordioso, il clemente, in nome di Dio, il misericordioso, il clemente....non è partito? La batteria che ha. No, no
Secondo pilota: Cabina e cockpit, preparatevi. (Parole incomprensibili)
Palermo: 1153, Palermo, per vostra conoscenza informiamo le .....navi. La vostra posizione è circa 22 miglia ora radiale 20...036, ...radiale 036, 22 miglia
Comandante: Uhhh, la batteria! Non in grado di raggiungere, non in grado di raggiungere, 2200 piedi. Ci sono due barche, dirigiamo verso di loro, sul lato sinistro, prua 180, potete avvisarle per favore?
Comandante: Aspetta, riaccendi, dai riaccendi
Palermo: Prua 180, confermate?
Comandante: Quale hai acceso, quale hai acceso?
Secondo pilota: Destro
Comandante: Dai, andiamo, andiamo. L'altro, l'altro
Palermo: Tuninter 1153, Palermo, ripetete il messaggio
Comandante: C'é una barca, c'é una barca ... lato sinistro...stiamo andando là. 1100 piedi
Comandante: O Dio, o Dio, sii clemente
Secondo pilota: Auto, press, dump
Comandante: Prepararsi all'emergenza, ditching. Meno 1'55" all'ammaraggio
Palermo: Siete a circa...ora la posizione è circa...20 miglia ad est del campo
Comandante: Non in grado, non in grado di raggiungere
Secondo pilota: Non in grado di raggiungere. Tuninter 1153, non in grado di raggiungere il campo, vediamo due barche sul lato sinistro, grandi barche. Proviamo ad atterrare...ad ammarare vicino. Se potete chiamare...per favore
Palermo: (incomprensibile)....chiamiamo i militari.
Il secondo pilota legge indicazioni per l'ammaraggio.
Comandante: Bene secondo (incomprensibile). Meno 27" all'ammaraggio - Comandante: Non avere paura....no, l'altro, l'altro. Per cinque volte viene azionato un comando. - Comandante: ... sentilo, sentilo
Secondo pilota: Uguale, uguale, non vuole fare niente
Comandante: O mio Dio, sii clemente, o mio Dio sii....
Secondo pilota: Landing gear level...up...ditch push button before
Comandante: Dai va bene, dai sta con me, stai con me Alì eh. Stai attento, preparati Chokri (il meccanico che aveva raggiunto la cabina di pilotaggio ndr), Chokri preparati
Chokri: Sono pronto
Comandante: Tocca, tocca il mare.
Comandante: In nome di Dio il misericordioso, il clemente, in nome di Dio il misericordioso, il clemente, in nome di Dio il misericordioso, il clemente, in nome di Dio il misericordioso, il clemente, testimonio che non c'é altro Dio che Allah e Mohammad è il suo profeta, in nome di Dio il misericordioso, il clemente....
Splash-down ore 15.38'53". 

da ansa.it


Titolo: Cadaveri fatti saltare dopo le torture, che spesso venivano anche filmate
Post di: Admin su Aprile 27, 2009, 04:37:21
Rivelazioni

Due militari dei corpi speciali al Sunday Times

«Li polverizzavamo con l'esplosivo»

Le confessioni-choc dei russi in Cecenia

Cadaveri fatti saltare dopo le torture, che spesso venivano anche filmate
 

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


MOSCA — La documenta­zione sulle atrocità commesse in Cecenia dalle truppe specia­li russe e dalle forze locali fede­li a Mosca è abbondante, ma proviene quasi interamente dai racconti delle vittime. Adesso per la prima volta ab­biamo le ammissioni dei car­nefici. Due componenti delle truppe speciali russe che han­no raccontato al settimanale britannico Sunday Times co­me in dieci anni di «sporca guerra» hanno torturato, ucci­so e fatto sparire i corpi polve­rizzandoli con l’esplosivo. Il tutto in una lotta senza esclu­sione di colpi contro «terrori­sti disumani» che rapivano, stupravano a loro volta gli ostaggi, torturavano con le motoseghe i soldati russi cat­turati e filmavano il tutto.

Una guerra che si è trascina­ta dal 1999 e che il Cremlino ha appena dichiarato conclusa (vittoriosamente) ordinando il ritiro delle truppe federali e la­sciando il territorio nelle mani delle milizie locali guidate dal presidente Ramzan Kadyrov, un ex guerrigliero diventato al­leato dei russi. Una guerra non paragonabile a eventi che han­no coinvolto in questi anni sol­dati europei o americani. Af­ghanistan, Iraq, la prigione di Abu Ghraib sono un altro mon­do rispetto a Grozny e ai centri nei quali operava­no gli spetsnaz del ministero dell’Inter­no russo e quelli dell’Fsb, il successo­re del Kgb.

Due ex agenti speciali hanno ac­cettato di parlare della loro esperien­za con il corrispon­dente del Sunday Times Mark Fran­chetti, spiegando che le loro erano azioni compiute «per amor di pa­tria» allo scopo di sradicare un terrori­smo colpevole di delitti atroci, come i sequestri di ostaggi nel teatro Dubrovka di Mosca e nella scuola di Be­slan, dove morirono 334 ostag­gi, in buona parte bambini.

Andrej, dieci anni di Cece­nia, ha raccontato di quando con i suoi ha fatto irruzione in una casa dove era stata segnala­ta la presenza di una donna che istruiva le «shakidka», ra­gazze- kamikaze da spedire in giro per la Russia (su aerei, nei mercati, alle stazioni del me­trò). Grazie all’elettroshock, la donna confessò. Dopo averle sparato in testa, i soldati porta­rono il corpo in un campo, do­ve lo polverizzarono letteral­mente con una forte carica di esplosivo: «Niente corpo, nien­te prove, nessun problema». La questione importante, han­no raccontato gli agenti, «era di agire secondo la volontà im­plicita dei superiori ma senza farsi beccare: sapevamo che se ci fosse stato uno scandalo ci avrebbero abbandonato al no­stro destino».

I sospetti venivano interro­gati senza troppi complimenti. E non con il waterboarding di dubbia efficacia. «Uno dei me­todi migliori è quello del piano­forte — ha raccontato Vladi­mir, l’altro spetsnaz —. Con un martello si procede con il soggetto dito dopo dito, fino a che non parla. Si possono an­che rompere le ginocchia, altra parte molto sensibile».

Una volta quattro agenti rus­si furono ammazzati e gli agen­ti speciali risalirono a duecen­to persone che avevano, secon­do loro, collaborato al rapimen­to e all’uccisione degli uomini. Uno a uno furono trovati, cattu­rati ed eliminati. Una donna cecchino una vol­ta venne eliminata facendole passare sopra un carro armato. In un’operazione, Andrej incap­pò in una specie di ospedale da campo in una grotta, con dozzine di terroristi feriti e al­cune donne che li curavano.

Quelli in buone condizioni furono portati via per essere in­terrogati, gli altri furono elimi­nati sul posto assieme ad alcu­ne delle infermiere. A volte le torture venivano filmate, an­che in risposta ai video che i ce­ceni facevano pervenire alle tv russe. «Ne trovammo uno che aveva vari filmati di ostaggi russi torturati. Militari decapi­tati, uno sul quale avevano in­fierito con una motosega. E poi una bambina di dodici an­ni alla quale avevano staccato tre dita dopo averla stuprata. Eravamo fuori di noi. Un mio uomo non riusciva a togliergli le manette per farlo alzare in piedi. Allora ha preso un’ascia e gli ha staccato una mano».


Fabrizio Dragosei
27 aprile 2009

da corriere.it


Titolo: Dokic choc: «Mio padre abusò di me»
Post di: Admin su Maggio 04, 2009, 05:00:28
La confessione

Dokic choc: «Mio padre abusò di me»

La tennista serba: «In quel periodo nulla mi rendeva felice.

Desideravo la vita di qualcun altro»
 


SYDNEY - «Posso dire con certezza di avere passato le peggiori esperienze di qualunque altra persona nel mondo del tennis professionistico». Quella di Jelena Dokic è una verità terribile: la tennista serba ha confessato di avere subito abusi fisici da parte del padre Damir nel corso del tumultuoso rapporto che ha segnato i primi anni di carriera nel circuito professionistico della ventiseienne. «Quando ti ritrovi in una situazione del genere, giocare un match di tennis non è una cosa facile», ha rivelato la Dokic in una intervista concessa al magazine Sport&Style.

CADUTA E RISALITA - Nel 2002 la Dokic salì fino al numero 4 del ranking Wta nel 2002. Nello stesso anno fuggì dal padre, dichiarando di non avere un buon rapporto con lui. La sua parabola discendente la portò nella posizione n. 617 nel 2006, mentre adesso è risalita fino al 74. «Oggi però quando vinco un match provo una soddisfazione decisamente maggiore» racconta.

LA VITA DI UN ALTRO - Nel pezzo si specifica anche che Damir Dokic è stato contattato dalla redazione per replicare alle accuse della figlia, ma che ha attaccato il telefono in faccia all’interlocutore. «La situazione», come la definisce la Dokic nell’intervista, aveva portato la tennista «a desiderare la vita di qualcun altro», perché in quel lungo periodo «non c’era nulla in grado di rendermi felice». Tanto meno i successi in campo: a cominciare dal clamoroso successo all'età di sedici anni, entrata nel tabellone principale dalle qualificazioni, al primo turno di Wimbledon 1999 sulla svizzera Martina Hingis, alle semifinali dell'anno seguente, ai cinque tornei Wta vinti sempre quell’anno. Nata nella ex Yugoslavia, ma trasferita a Sydney con la famiglia a causa della guerra, la Dokic ha rappresentato l'Australia alle Olimpiadi del 2000, quindi è tornata a giocare per la Serbia nel 2001 e infine è tornata "australiana" nel 2006. «Perché proprio a me?», ha confessato di avere spesso pensato. «Ma alla fine, qualsiasi cosa ti accade nella vita, ti accompagnerà per sempre e farà di te quello che sei».


04 maggio 2009

da corriere.it


Titolo: GIOVANNA ZUCCONI I figli in ostaggio
Post di: Admin su Maggio 09, 2009, 10:37:58
9/5/2009
 
I figli in ostaggio
 

GIOVANNA ZUCCONI
 
Nessuno più di un genitore sa che cos’è la paura, e fra tutte le infinite paure la peggiore è quella che i figli spariscano. Vai a prenderli a scuola e non li vedi, non li trovi, non ci sono più. Ieri la signora Marinella Colombo, milanese, 47 anni, è andata a prendere a scuola i figli, Leonardo e Niccolò, e non c’erano più. Puro horror. Senti lo strappo anche soltanto a leggere una storia come questa. Gli artisti hanno il privilegio, o la condanna, di creare dei mondi dove le paure s’avverano, e di portarci ad abitarli.

In un racconto di Massimo Carlotto, la porta di una metropolitana di Città del Messico si chiude, il bambino rimane di qua, chi lo cercherà per tutta la vita rimane di là. In un romanzo di Ian McEwan, la sparizione avviene in un supermercato. Quel carrello vuoto... Tanti anni dopo averli letti, ancora ti abitano. Nessuno più di un genitore al quale un figlio è scomparso sa che cos’è l’immaginazione.

La signora Colombo invece non deve immaginare, lei sa che cosa è successo e perché, e l’ha raccontato ieri ai giornalisti, davanti al Tribunale dei minori di Milano. «Non mi fanno entrare», e dentro forse ci sono i suoi bambini di sei e dieci anni. La polizia è andata a prenderli a scuola, senza avvisare la madre. Tutto legale, tutto brutale. La donna si è separata dal marito tedesco e ha portato i figli in Italia. La magistratura tedesca ha emesso a suo carico un mandato di cattura internazionale per sottrazione di minori. La magistratura italiana ha respinto la richiesta di estradizione e di arresto ma ha ordinato il rimpatrio dei bambini, mentre la madre rimane indagata per sottrazione dei minori che ora le vengono sottratti. Sotto la scabra terminologia giuridica, tocca a noi immaginare. Perché la polizia abbia agito proprio adesso e proprio in questa maniera, quale la catena dei torti e delle violenze reciproche, e soprattutto che cosa stiano vivendo (e vivranno) quei due piccoletti divelti, armi di un duello. Figli in ostaggio. Dove si sentiranno a casa, quale la loro lingua, quanta sofferenza nell’amputazione alla quale le guerre dei grandi li condannano.

Ci tocca immaginare, anche, che cosa possa avere trasformato quel padre e quella madre nell’Uomo Nero, nell’entità maligna che fa scomparire i bambini, nell’incarnazione della paura che ogni genitore conosce ed esorcizza. Nel contrario di un genitore, insomma. Come si può vivere, quando il mostro non è un bruto misterioso, non è l’orco, non ha nulla di primordiale, ma è l’uomo (o la donna) con cui hai fatto dei figli. Come si può vivere, giorno dopo giorno, avendo strappato i propri figli alla madre (o al padre). Come si può vivere, quando il mostro che rapisce i bambini sei tu.

Lette sui giornali, storie come questa riassumono di frequente il famoso scontro fra civiltà. Padre islamico e madre italiana, eccetera. Questa volta la cultura è la stessa, europeo lui europea lei, non c’è neppure l’alibi della differenza. Forse è più facile incolpare costumi e mentalità lontani, piuttosto che riconoscere quanto abita vicino a noi quella visceralità animalesca che porta una madre o un padre a sequestrare suo figlio, a farne strumento d’odio, puro possesso, puro potere. Anche quando non scompaiono fisicamente, bambini come questi è come se non esistessero neppure agli occhi dei genitori.

da lastampa.it


Titolo: L'uomo è morto
Post di: Admin su Maggio 09, 2009, 10:38:53
8/5/2009 (15:51)

Sanremo, resta dieci ore in coma sul pianerottolo: nessuno lo aiuta
 
 L'uomo è morto


SANREMO

Dramma dell’indifferenza in Liguria: Caduto dalle scale dello stabile dove abitava, un uomo di 47 anni è rimasto per 10 ore in coma sul pianerottolo, con una pozza di sangue vicino alla testa, senza che i vicini lo soccorressero. È successo in una palazzina di via Corradi, nel centro storico di Sanremo.

Secondo una prima ricostruzione, l’incidente sarebbe avvenuto nella notte tra mercoledì e giovedì, ma a dare l’allarme, intorno alle 11 della mattina seguente, è stata l’ex compagna del 47enne che, tornando a casa, ha trovato il corpo di Bruno Fazzini, ex panettiere, riverso a terra, apparentemente privo di vita. I condomini, invece, pensando che fosse semplicemente ubriaco e stesse dormendo, avrebbero addirittura scavalcato il corpo dell’uomo, per guadagnare l’uscita. Ad avvallare questa ipotesi, il ritrovamento, nella pozza di sangue, fuoriuscita da una profonda ferita alla testa che Fazzini si era procurato cadendo, di un’impronta di una scarpa che, secondo gli inquirenti, apparterrebbe proprio ad un vicino di casa.

Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 che hanno trasportato il 47enne all’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, dove è morto. Sulla vicenda indaga il commissariato di polizia di Sanremo, che invierà un rapporto dettagliato alla Procura della Repubblica. Spetterà invece al magistrato stabilire se ci siano gli estremi per denunciare i condomini per omissione di soccorso.

da lastampa.it


Titolo: I due figli di Walter Tobagi e l’invito del Quirinale alla vedova Pinelli
Post di: Admin su Maggio 09, 2009, 04:34:27
I due figli di Walter Tobagi e l’invito del Quirinale alla vedova Pinelli

La lettera: «Chiudiamo una stagione di odio e rancore»

«Bisogna invece lasciare spazio a una volontà condivisa di costru­ire un futuro diverso»
 

E’ importante che la vedova Pinelli sia stata invitata alla ceri­monia di oggi al Quiri­nale, che lei abbia accet­tato di essere lì con noi. È importante che il Paese superi un senti­mento di divisione ideo­logica che dura da trop­po tempo.

Bisogna invece lasciare spazio a una volontà condivisa di costru­ire un futuro diverso. È importante che, soprattutto fra coloro che hanno pagato un prezzo altissimo a una stagione di odio inutile, si manifesti la vo­lontà di fare un passo per inclu­dere tutti in questo sforzo di su­peramento delle barriere, perché certi eventi drammatici non si ri­petano. Che questo avvenga proprio nel quarantesimo anniversario della strage di piazza Fontana e della morte di Pino Pinelli, even­ti che forse più di ogni altro han­no lacerato la coscienza colletti­va, «non rientra — per citare le parole di papà — nel novero dei fatti previsti o scontati»: è il se­gno che si sta aprendo una pagi­na nuova. Questo non significa sciogliere le tensioni in un acritico abbrac­cio collettivo, ma promuovere il dialogo, il confronto e la condivi­sione, anche delle memorie trau­matiche: virtù civili che nostro padre ha coltivato per tutta la vi­ta. Le responsabilità rimangono per sempre, le conseguenze dei gesti violenti non si cancellano con poche parole di pentimento.

Occorre una riflessione seria e onesta su molte cose. A distanza di tanti anni, questa riflessione deve svilupparsi, final­mente, anche sul piano della sto­ria. La libertà individuale di avere idee e provare sentimenti, di sce­gliere se ammettere o meno un errore, di concedere o meno un perdono, va sempre rispettata, ma non deve giustificare ostacoli e forzature nello sviluppo di un processo di riconciliazione e pro­gresso civile. Una democrazia libera e matu­ra non può che rifiutare la violen­za e le ideologie che la alimenta­no, ma deve essere capace di riac­cogliere e reintegrare, a tempo debito e in modo opportuno e mi­surato, senza eccessi, coloro che hanno percorso una strada sba­gliata e ne hanno preso coscien­za. Non abbiamo bisogno di com­memorazioni per ricordare no­stro padre e sentirne l’assenza: la cicatrice è sempre lì, il vuoto non si può colmare. Come figli, però, siamo orgo­gliosi di pensare che il lavoro cui ha dedicato la sua vita possa rap­presentare ancora oggi, a quasi trent’anni di distanza, un punto di riferimento e un modello a cui ispirarsi per la riflessione e il su­peramento delle difficoltà di una fase storica per molti aspetti non conclusa.

Il seme di speranza che nostro padre vedeva nella presenza di tanti giovani al funerale di tre po­­liziotti, pochi mesi prima di esse­re ucciso, si rinnova nella presen­za degli studenti di Trento, auto­ri del libro «Sedie vuote», alla ce­rimonia del Quirinale. Questo stesso seme è anche il nostro: che la violenza sia lascia­ta alle spalle, la ricerca della veri­tà prosegua e le nuove generazio­ni siano dotate degli strumenti per conoscere gli orrori di un pas­sato ingombrante, che a volte grava ancora sul presente del no­stro Paese. Vorremmo che non pesasse sul nostro futuro.


09 maggio 2009

da corriere.it


Titolo: "La verità sulla morte di Mimì" Berté accusa il padre padrone
Post di: Admin su Maggio 22, 2009, 12:00:44
IL RACCONTO

"La verità sulla morte di Mimì" Berté accusa il padre padrone

Lo sfogo su "Musica leggera".

"Tre giorni prima di morire mia sorella andò a trovarlo e lui l'aveva sistemata da schifo. Era piena di lividi. E' sempre stato violento"

di GINO CASTALDO

 

ROMA - Finalmente l'ha raccontata la "sua" sconvolgente verità. La nuda, cruda e brutale verità che la insegue da una vita intera, il macigno che spiega, almeno in parte, il disagio, le follie, le ombre scure che hanno martoriato la sua esistenza e quella della sorella Mimì, meglio nota come Mia Martini, scomparsa in circostanze drammatiche il 12 maggio del 1995.

Questa inconfessabile verità Loredana Berté l'ha raccontata in una lunga intervista rilasciata alla rivista Musica leggera, in edicola la prossima settimana, di cui anticipiamo i passi più significativi. A cominciare dalla morte della sorella: "Ho saputo che Mimì era andata due giorni dal padre (a Cardano al campo, ndr), che non vedeva da 40 anni". Da notare che si riferisce "al padre" con agghiacciante distacco, come se non fosse anche il suo di padre, Giuseppe Radames Berté, stimato professore di latino e greco a Bagnara Calabra, dove sono nate lei e le tre sorelle. "Lui le ha dato un appartamento del c..., dove non c'era niente. C'era un materasso steso per terra e basta. Mimì si lamentava, diceva che quel posto faceva schifo e che non ci sarebbe rimasta. C'è stata in tutto tre giorni: uno da viva e due da morta, ma in quell'appartamento ce l'ha messa il padre, poteva tenersela lui... poi quando l'ho vista dentro la bara, era massacrata, piena di lividi".
Maurizio Becker, l'intervistatore della rivista, è incredulo, chiede spiegazioni, anche perché il referto ufficiale, redatto dopo l'autopsia, parlava di arresto cardiaco per overdose di stupefacenti. "Che ne so, magari Mimì si è fatta uno spinello, e lui è entrato e l'ha massacrata. Perché è sempre stato così: un padre padrone. A mia madre la prendeva a calci in c.., le dava il veleno".


Becker le fa notare l'enormità di queste affermazioni, ma la Berté è decisa, come mai aveva fatto prima, a dire tutto: "È vero. Voglio vedere cosa mi fa. Cosa mi fa? Ma lo sai cos'ha fatto al funerale di Mimì? Renato (Zero, ndr) mi ha lasciata sola con lui, nella camera mortuaria. Io non lo vedevo da quando avevo 5 anni, e la prima cosa che gli ho detto è stata: "Che le hai fatto? L'hai ammazzata!". E lui mi ha preso per i capelli. Renato mi ha dovuto portare a Roma, per 6 mesi ho fatto delle siringhe, perché in testa avevo dei buchi grandi così, dove mi mancavano i capelli che gli erano rimasti in mano. Dai cazzotti che mi ha dato io sono cascata nella bara di Mimì, che era aperta".

Più che un'intervista è uno sfogo, a lungo trattenuto. La Berté descrive il padre con toni furenti, un ritratto impietoso che in parte aveva già tratteggiato (in particolare in una vecchia puntata di Tempo reale di Santoro) ma mai con questa spietata dovizia di particolari. I racconti lasciano immaginare un'infanzia devastata dalla presenza di un padre violento, ai limiti della perversione. Ma questa volta Loredana è decisa a non lasciare nulla all'immaginazione. I racconti d'infanzia, se possibile, sono ancora più agghiaccianti: "Mimì aveva un sesto senso, aveva capito che quando in casa si sentiva Beethoven a tutto spiano, stavano per arrivare le botte. Allora scappava e mi portava via, mi portava davanti al mare. Alla sorella più grande, Leda, un giorno l'ha fatta volare dalla finestra solo perché aveva preso 6 in latino, e lui che era professore di latino e greco non poteva sopportarlo. Mimì allora, una volta che prese 4 in inglese, non ci pensò due volte e scappò di casa: porella, la ritrovarono tutta graffiata, in mezzo ai rovi di non so quale prato vicino Roma. L'unica ad averla scampata sono io. Mica ero scema. Ero piccola, ma le cose le vedevo: ad esempio che lui gonfiava di botte la mamma ogni volta che rimaneva incinta...".

Un orrore senza fine, che lascia sbalorditi. Alla domanda di Becker sulla loro capacità di sopportazione e sul momento in cui hanno deciso di sottrarsi alle violenze paterne, la Berté è molto precisa: "Quando nostra madre aspettava il maschio. Lui la prese a calci nella pancia e io vidi il pavimento del bagno che aveva cambiato colore: aveva ammazzato l'unico figlio maschio. Allora ce ne siamo andate, io e Mimì. E così purtroppo quello è morto, non ce l'ha fatta".

C'è poco da commentare. Sono parole cariche di dolore, una ferita profonda, mai rimarginata, e che verosimilmente ha condizionato l'intera esistenza di Loredana. Tanto da far sbiadire il resto dell'intervista dove con sboccata e irriverente sfrontatezza racconta le sue avventure musicali, i suoi incontri con Renato Zero, con Mastroianni, col vecchio pioniere della discografia italiana Ladislao Sugar, con Lavezzi, Fossati e tanti altri. Episodi che alla luce del racconto della sua infanzia sembrano solo tappe di una disperata fuga dall'orrore.

(22 maggio 2009)
da repubblica.it


Titolo: Cassino, accusati del lancio di un masso che causò 1 morto e 5 feriti: assolti
Post di: Admin su Maggio 22, 2009, 12:16:44
Cassino, accusati del lancio di un masso che causò 1 morto e 5 feriti: assolti
 
   
 
 CASSINO (21 maggio) - Sono stati assolti con formula piena dalla Corte d'assise di Cassino, Gregorio Mattia e Agostino Mastrangeli, due giovani di Villa Santa Lucia accusati di omicidio volontario e tentato omicidio, aggravato da futili motivi, perché ritenuti responsabili del lancio sull'autostrada di un masso di 41 kg. Quel gesto causò un incidente nel quale perse la vita Natale Gioffré, operaio calabrese residente a Torino e rimasero ferite altre 5 persone, due in modo gravissimo.

Il masso fu lanciato da un cavalcavia dell'A1 all'altezza di Piumarola, frazione del Comune di Villa Santa Lucia, nella notte tra il 12 e 13 agosto 2005. Per Mattia e Mastrangeli la pubblica accusa, forte di un testimone oculare, aveva chiesto la pena del carcere a vita. Gli avvocati difensori, Daniele Bartolomucci e Marco Paliotta sostenevano l'estraneità ai fatti dei loro assistiti. La camera di Consiglio si era riunita alle 11 circa di stamattina e, dopo quasi cinque ore, il presidente Anna Maria De Santis ha letto la sentenza di assoluzione.

In aula era presente solo Gregorio Mattia. 
 

da ilmessaggero.it


Titolo: Il sultano e la modella in fuga "Seviziata per un anno intero"
Post di: Admin su Giugno 02, 2009, 11:33:59
La malese Manohara fugge e racconta in tv la sua odissea

"Mi tagliava parti del corpo con il rasoio". Come è scappata

Il sultano e la modella in fuga "Seviziata per un anno intero"

di RAIMONDO BULTRINI

 
 BANGKOK - Una storia d'amore da rotocalco, un giovane sultano ereditario del Kelantan malese che incontra un'attraente modella sedicenne considerata tra le "cento donne più preziose dell'Indonesia" e la sposa nell'agosto 2007 alla presenza delle più alte personalità della politica e dell'aristocrazia malese. Ma la realtà era un'altra. Dopo un anno di clausura e sevizie, la ragazza fugge dalla stretta sorveglianza del potente marito e delle sue bodyguard dentro l'ascensore di un grattacielo di Singapore monitorato da telecamere collegate alla polizia. Ed è così che finisce l'inquietante fiaba del moderno Barbablù asiatico, al secolo principe Tengku Temenggong Mohammad Fakhry, 31 anni, e di Manohara Odelia Pinot, che oggi ne ha 17, figlia di una donna indonesiana e di un imprenditore franco-americano che tentò inutilmente di opporsi al matrimonio.

La storia delle violenze subite dalla ragazza e dei suoi tentativi di fuga dalla reggia dell'isolata provincia nord orientale della Malesia circolava già da più di due mesi, sebbene gli annunci di querele e l'influenza della famiglia di lui (il padre Ismail Shah II è governatore del Kelantan e vanta una parentela con l'attuale premier malese) fossero riusciti finora a contenere lo scandalo. Ieri Manohara, "Colei che ruba il cuore", è ricomparsa però a Giakarta per raccontare in tv la drammatica vita di consorte-bambina chiusa in una stanza da letto regale e sorvegliata a vista da guardie armate, mentre il governo malese negava addirittura a sua madre Daisy il visto per visitarla ("sono fatti privati", aveva commentato un ministro di Kuala Lumpur).

"Abusi e violenze sessuali erano una specie di routine quotidiana, e (il principe) lo faceva ogni volta che rifiutavo di avere rapporti...", ha rivelato l'ex modella. A un cronista che le domandava se fossero vere le voci di numerose ferite al seno, un'intimidita Manohara ha ammesso anche questo dettaglio: "Sì, è vero, certe parti del mio corpo sono state tagliate con un rasoio".

La modella ha raccontato anche di iniezioni di potenti droghe ogni volta che tentava di scappare dalla reggia di Kota Bharu. Una sola volta Manohara era riuscita a fuggire e a raggiungere sua madre in Indonesia, ma venne rintracciata, rapita e riportata dal sadico consorte. Da allora usciva dal castello solo per partecipare a feste dell'alta società "con il sorriso stampato in volto - ha detto - per timore di ritorsioni violente".

Finalmente a fine maggio l'occasione propizia, durante un viaggio medico a Singapore con il marito e il suocero-Sultano. Manohara fugge in ascensore lasciando le guardie del corpo reali con un palmo di naso sotto gli occhi delle telecamere collegate alla polizia già preavvisata. "Ora spero che anche altre ragazze segregate nelle case degli aristocratici malesi possano liberasi come me".

(2 giugno 2009)
da repubblica.it


Titolo: Strage, l’autista guidava da 44 giorni consecutivi: «Fogli ferie virtuali»
Post di: Admin su Giugno 07, 2009, 12:10:16
cronaca

Strage, l’autista guidava da 44 giorni consecutivi: «Fogli ferie virtuali»

Il titolare dell’azienda padovana: «Nessun falso, così fan tutti e gli stessi camionisti ce lo chiedono»

L'8 agosto 2008, nell'A4 di Treviso un tir salta la corsia: sette i morti



CESSALTO (Treviso) - Quel tragico pomeriggio stava lavo­rando per il quarantaquattresi­mo giorno di fila. Perché i ripo­si certificati sul foglio ferie fir­mato dall’azienda, in realtà non li aveva mai goduti Ro­man Baran, il conducente del camion-killer che l’8 agosto dello scorso anno causò un’au­tentica strage sull’A4 a Cessal­to, provocando la morte di set­te persone fra cui lo stesso po­lacco. Ad ammetterlo l’altra se­ra ad Anno Zero è stato Arman­do Bizzotto, contitolare del­l’azienda di autotrasporti Bfc di Tombolo di cui il 48enne era dipendente. «Ma non era un falso e comunque lo fanno tutti», si giustifica ora l’im­prenditore.

Nella puntata di giovedì, il programma di Michele Santo­ro ha proposto il reportage «Corri bisonte corri!». Un’am­pia parte dello speciale è stata dedicata all’incidente per il quale sono attualmente inda­gati cinque rappresentanti del­l’azienda padovana e tre espo­nenti di Autovie Venete. Secon­do le consulenze disposte dal­la procura di Treviso, a deter­minare la brusca sterzata a sini­stra del tir sarebbe stato un guasto tecni­co, non un malore occor­so all’autista. Le testimo­nianze raccol­te dalla trou­pe di RaiDue gettano però un’ombra in­quietante sul­le condizioni di lavoro del camionista e dei suoi colle­ghi. A rivelarle sono stati alcu­ni ex dipendenti della Bfc, og­gi aderenti ai Cobas. Ha riferi­to uno: «Per quarantaquattro giorni Roman ha lavorato inin­terrottamente, senza mai un giorno totale di riposo». Ha commentato un altro: «È una cosa disumana». Ecco il rac­conto dei ritmi lavorativi: «Non avevamo tempo di respi­rare, non potevamo tornare a casa. Giorno e notte, ventiquat­tr’ore su ventiquattro. Qual­che momento di riposo buttati in cuccetta, ma poi basta. Ho viaggiato con Roman in Rus­sia, addirittura abbiamo ripara­to il suo camion una notte inte­ra, a meno venti-venticinque in centro a Mosca».

L’ultima chiacchierata con Baran prima della fatale partenza per la Rus­sia: «Ho detto: 'Dove stai an­dando?'. E lui: "Sto andando a Mosca, però non me la sento di andare. Guarda in che condi­zioni mi mandano via: con le gomme lesse. L’ho già detto che mi cambino le gomme, lo­ro non vogliono cambiarle. Fai un altro viaggio, mi hanno det­to". Tutto così». Ma è sui tem­pi di guida che i sindacalisti hanno lanciato le accuse più pesanti ai loro ex principali. Carte alla mano, i camionisti hanno mostrato le discrepan­ze tra i fogli ferie e le buste pa­ga di Baran e degli altri. Secondo questa denuncia, era prassi che gli autisti figu­rassero in vacanza in periodi in cui invece erano stati rego­larmente in servizio: nel caso di un controllo stradale, la sot­toscrizione del dipendente e della ditta avrebbe salvato en­trambi dalle sanzioni per lo sforamento del monte-ore.

«Ma questo è un falso materia­le », ha osservato l’inviato di Anno Zero. «No - ha replicato Bizzotto - questo è un escamo­tage che si faceva ancora pri­ma che entrassero in funzione i famosi cronotachigrafi digita­li ». E poi, zoppicando sui con­giuntivi, ma fermo sulla pro­pria posizione: «Se io mi sen­tissi in colpa, se io avessi pro­vocato delle forzature». E anco­ra: «L’autista è complice, ma non dell’orario di guida, è com­plice del tempo impiegato. La sicurezza è fatta sulle ore di guida. Quello che facciamo, d’accordo con l’autista, è di im­piegarlo più giorni in un me­se». All’indomani della trasmis­sione, l’imprenditore si difen­de: «Mi hanno massacrato, in­fangando senza un contraddit­torio noi e tutta la categoria. Ora ha in mano tutto il nostro avvocato, probabilmente de­nunceremo i nostri ex dipen­denti».

Bizzotto torna anche a sostenere la pratica dal foglio ferie «virtuale», per così dire: «È l’unico modo che abbiamo per poter lavorare, altrimenti non teniamo il ritmo della con­correnza. Ma non siamo certo gli unici. Quel documento non sarà ortodosso al cento per cento, ma non è un falso. Ma­gari su dieci giorni di ferie indi­cati, l’autista ne ha effettiva­mente goduti solo sette o otto. Ma quei due o tre che avanza, non glieli rubiamo mica: li fa­rà più avanti, accorpati ad al­tri. Sono gli stessi dipendenti a chiedercelo, perché in questo modo staccano per un periodo più lungo. Così come sono lo­ro a chiederci di fare più ore, se hanno bisogno di soldi».

Angela Pederiva
06 giugno 2009
da corriere.it


Titolo: La verità di Margherita Agnelli
Post di: Admin su Giugno 11, 2009, 05:41:39
La figlia dell'avvocato porta l'attacco più duro nell'affaire dell'eredità del "signor Fiat".

Gabetti replica: risponderemo entro una settimana "Il tesoro nascosto dell'Avvocato"

La verità di Margherita Agnelli

di ETTORE BOFFANO e PAOLO GRISERI

 

TORINO - Ieri mattina, infatti, la figlia dell'Avvocato e le sue controparti, oltre a Gabetti anche l'avvocato Franzo Grande Stevens, il commercialista svizzero Siegfried Maron e la madre Marella Caracciolo, hanno depositato le memorie finali davanti al giudice del Tribunale civile di Torino Brunella Rosso.
(l'udienza decisiva è fissata per il 30 giugno). E se Gabetti e Grande Stevens ribadiscono di non aver mai amministrato i soldi dell'Avvocato, la vedova Agnelli ha prodotto copia di una citazione inoltrata alla giustizia elvetica nella quale chiede di dichiarare la validità della divisione ereditaria stipulata in Svizzera nel 2004 con la figlia.

Ma il vero colpo di scena emergerebbe dalle carte consegnate proprio da Margherita: la figlia di Gianni Agnelli, infatti, avrebbe quantificato per la prima volta ciò che, a suo dire, le sarebbe stato tenuto in buona parte nascosto. L'unica erede diretta dell'Avvocato non chiede quel denaro, ma conferma al giudice la sua istanza: quelli che lei considera i "gestori" degli averi del padre, Grande Stevens, Gabetti e Maron, devono consegnarle il rendiconto di tutto. Un gesto clamoroso e un'affermazione molto pesante che si spiegano solo col duro scontro giudiziario che ormai si è imposto nella causa civile cominciata due anni fa. A sostegno della sua posizione, Margherita indica una serie di documenti e le sofisticate operazioni finanziarie che costituiscono l'asse della sua tesi. Una vicenda che corre tra Svizzera, Liechtenstein, Lussemburgo, Usa e paradisi fiscali dei Caraibi. Un possibile "tesoro" estero che, a detta del gruppo di analisti internazionali ingaggiati per tre anni dalla figlia dell'Avvocato, avrebbe il suo fulcro in un'operazione finanziaria del 1998 celebrata all'epoca come una delle più importanti dal dopoguerra: l'Opa Exor.

"L'Opa pour rire". "Un'Opa per ridere" e dunque finta, secondo invece i consulenti di Margherita. Cerchiamo di spiegare i perché di questa tesi clamorosa. Nel 1996 Gianni Agnelli deve subire un delicato intervento al cuore a Montecarlo. e scrive un "memoriale" per indicare la successione alla guida della Famiglia e della Fiat: tocca al primogenito di Margherita, John Elkann. Superata l'operazione, l'Avvocato capisce che è necessaria una costruzione più accurata della questione ereditaria con l'obiettivo di attribuire al nipote la guida dell'accomandita di famiglia. Il problema più importante, sostengono i legali di Margherita, sarebbe però quello del "patrimonio" estero riconducibile a Gianni Agnelli. Somme ingenti, a detta della figlia, le cui tracce potrebbero essersi addirittura intersecate con i "fondi neri" Fiat emersi nel processo torinese contro Cesare Romiti sui falsi in bilancio.

Il "salvadanaio" del Lussemburgo. Nella ricostruzione degli analisti dell'erede Agnelli, tutto sarebbe accaduto nel Granducato dov'era quotata la società "Exor Group". In realtà essa esisteva dal 1966 (ma aveva un altro nome) come filiale dell'Ifi ed era stata creata da Gianni Agnelli e dal cugino Giovanni Nasi. Col trascorrere dei decenni, però, la partecipazione dell'Ifi e dell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli Sapaz", diminuisce costantemente, sino a rappresentare all'inizio del 1998 solo il 19,74 per cento, mentre oltre il 60 per cento è in mano ad "azionisti anonimi" rappresentati nelle assemblee da fiduciari. Al momento della fondazione, Exor Group ha un capitale di mille dollari, ma esso crescerà con dodici aumenti sino a consentire la quotazione nella Borsa del Lussemburgo per usufruire dei benefici fiscali di una legge del 1929. La società lussemburghese è strategica nel Gruppo Agnelli-Fiat e ha distribuito dividendi anche dieci volte superiori a quelli delle finanziarie italiane, Ifi e Ifil: dal 1974 al 2002, infatti, Exor assicura un miliardo e 808 milioni di euro a fronte di 215 milioni di euro da parte delle finanziarie italiane. Quanto alla quotazione in borsa essa appare, a detta degli analisti, "flebile": il flottante resterà sempre inferiore all'1 per cento.

Questioni di fisco. Nel 1998 Exor è ricchissima grazie alle numerose filiali negli Stati Uniti e in Asia. Al 31 dicembre 1997 il patrimonio netto è di 737 milioni di euro, ma il consolidato è di due miliardi e 286 milioni. A questo punto, nello scenario dei consulenti, la società mette in vendita le filiali creando un maxidividendo pari a un miliardo e 750 milioni di euro sul quale i soci italiani (sia ufficiali che anonimi) dovrebbero poi versare al nostro fisco somme molto elevate. Secondo la consulenza, chi comandava davvero in Exor avrebbe allora deciso di trasformare quei dividendi in plusvalenze pagabili all'estero e non tassabili. Si tratterebbe di "un'operazione geniale": la famosa Opa lanciata ufficialmente dalla "Giovanni Agnelli e Sapaz" il 10 novembre 1998 per 2600 miliardi di lire.

L'amico americano. In realtà l'accomandita fonda, sempre in Lussemburgo, una nuova società. È il 12 novembre e la chiama "Giovanni Agnelli & C. International". Sarà quest'ultima a lanciare ufficialmente l'Opa (il prospetto è di 15 pagine e l'offerta va dal 21 dicembre 1998 al 15 gennaio 1999) su tutte le azioni di Exor escluse quelle detenute dall'Ifi, dall'accomandita di famiglia e da Sopraexo (della famiglia Mentzelopoulos): tutti i titoli degli azionisti anonimi. Per farlo, però, la nuova società chiede un prestito di 1,3 miliardi di dollari alla Chase Manatthan Bank controllata da un grande amico di Agnelli e Gabetti: David Rockefeller. Il prestito è subito concesso, nonostante un capitale sociale di 16 milioni di dollari. L'Opa ha un effetto immediato tra gli azionisti sconosciuti: i titoli acquistati ammontano a un totale di un miliardo 364 milioni 474.680 dollari finiti nelle casse degli "anonimi" i quali, da quel momento, escono per sempre da Exor Group. Il 21 giugno, la stessa Exor delibera il futuro pagamento del maxidividendo da un miliardo 526 milioni 915.745 dollari e il 30 giugno assorbe la sua azionista, la "Giovanni Agnelli & C. International", che sparisce. A questo punto, Exor delibera infine di saldare il debito con la banca di Rockefeller (debito che ha "eredidato" dalla società scomparsa) e lo fa utilizzando proprio il denaro del maxidividendo. Al termine dell'operazione, Ifi e accomandita controllano assieme l'84,79% della società lussemburghese (che nel frattempo è uscita dalla Borsa) anche se nessuna delle società italiane coinvolte ha dichiarato di aver ricevuto un reddito dall'Opa. Gli "anonimi", invece, avrebbero lasciato Exor portando con sé un miliardo e trecento milioni di dollari.

Il "sancta sanctorum". Ma chi sono i "soci anonimi" che hanno rotto il "salvadanaio lussemburghese"? Qui sta il perno della tesi di Margherita Agnelli. I fiduciari in realtà avrebbero rappresentato, secondo quel che dice la consulenza, quasi sempre una sola persona: Gianni Agnelli. In altre parole, il lento declino azionario di Ifi e dell'accomandita dal 100 per cento di Exor del 1966 sino al 19,74 per cento del 1998 avrebbe avuto un contraltare "riservato": chi comprava le azioni da altri membri della Famiglia sarebbero stati lo stesso Avvocato o dei suoi fiduciari. Ma in quale percentuale? Gli analisti hanno varato due ipotesi: da un minimo del 33% (in questo caso Agnelli avrebbe ricavato un miliardo 44 milioni 54.418 euro dall'Opa del 1998) a un massimo del 100 per cento (pari a 2 miliardi 514 milioni 675.897 euro). Nell'ipotesi mediana (il 50 per cento), quell'accumulazione di capitale all'estero ammonterebbe a un miliardo 463 milioni 243.000 euro: proprio quest'ultima è quella prospettata al Tribunale. Dal 1999 il denaro sarebbe poi transitato su una decina di trust offshore già indicati da Margherita Agnelli nella citazione a giudizio del 2007.

La risposta di Exor. Gianluigi Gabetti, interpellato ieri da "Repubblica", ha scelto di non replicare: "Non ho ancora visto le carte - ha detto - Le stanno valutando i miei legali e ci vorrà almeno una settimana. Per ora non com-mento".

(11 giugno 2009)
da repubblica.it


Titolo: Stacca la spina alla moglie dopo la liposuzione
Post di: Admin su Luglio 12, 2009, 04:37:39
L’operazione aveva provocato danni su tutto il corpo

Stacca la spina alla moglie dopo la liposuzione

L’ex capitano della Scozia decide di far morire la donna al termine di un calvario durato 7 anni


MILANO — Il capitano Hendry ancora una volta si è comportato da capitano. Si è assunto la responsabilità di far spegnere la macchina che teneva in vita sua moglie Denise.

È la storia che commuove tutta la Gran Bretagna quella di Colin e Denise Hendry, sposati da oltre vent’anni. Lui, 43 anni, leggenda del calcio scozzese, ex capitano della nazionale ai mondiali di Francia ’98, una lunga carriera da ruvido difensore nella Premier League inglese con le maglie del Blackburn Rovers e del Manchester City. Lei, 42 anni, madre di quattro figli, l’esatto contrario dello stereotipo della compagna di una star del football.

Denise Hendry con i 4 figli (Daily Mail e Paul Lewis)
Denise Hendry ha iniziato a morire sette anni fa quando decise di sottoporsi, dopo la quarta gravidanza, ad un intervento di liposuzione per ridurre l’addome e riconquistare la silhouette perduta. «Voleva tornare ad indossare i suoi bikini preferiti», ricordava nei giorni scorsi il marito. Doveva essere un’operazione di routine, oltretutto eseguita da un mago della chirurgia estetica, lo svedese Gustav Aniansson, in seguito espulso dall’ordine dei medici britannico dopo aver pagato 300 mila sterline (350 mila euro) alla famiglia Hendry a titolo di risarcimento. Invece, quella liposuzione si è trasformata in un incubo: danni irreversibili all’intestino e al colon, setticemia e il cuore che, dopo l’intervento, per quattro minuti aveva smesso di battere.

Da allora, Mrs. Hendry si è sottoposta a una ventina di operazioni per riparare i danni causati da quella maledetta liposuzione del 2002. L’ultimo intervento per ricostruire l’addome, durato ben 16 ore, in maggio presso il Salford Royal Hospital di Manchester. L’ennesimo errore dei medici, o forse solo sfortuna: sotto i ferri la donna ha contratto la meningite cadendo nuovamente in coma (il legale degli Hendry sta valutando l’opportunità di far causa all’ospedale).

Fino a settimana scorsa, sia il marito Colin che i figli (Rheagan di 19 anni, Kyle di 18, Calum di 10 e Niamh di 9), avevano rifiutato l’ipotesi di staccare la spina alla macchina che teneva in vita, da sei settimane, Denise. «Ha mostrato qualche segno di miglioramento, è una grande combattente. Io e i miei figli non ci arrendiamo, la speranza è che riprenda conoscenza », diceva ai giornali inglesi l’ex capitano della nazionale scozzese.

La coppia Colin e Denise Hendry. (Daily Mail e Paul Lewis)
Poi, le speranze si sono affievolite fino ad azzerarsi del tutto. E quando i medici del Salford Royal Hospital hanno rinnovato a Colin Hendry la possibilità di mettere fine ai tormenti della sua amata Denise, il capitano ha detto di sì. «Non ci sono parole per descrivere il nostro dolore», sono state le uniche parole dell’ex calciatore. Durante le ultime sei settimane lui e i suoi figli maggiori passavano tutto il tempo al capezzale di Denise: «Il mio più grande rimpianto è che i miei fratelli minori non hanno alcun ricordo della mamma prima della malattia—ha detto in lacrime Rheagan, il più grande dei quattro —. Lei non era la tipica moglie del calciatore, viveva solo per la nostra famiglia».

La storia di Colin e Denise ha fatto scalpore anche per l’atteggiamento della coppia verso la vita e nei confronti di chi gliel’ha rovinata, come il chirurgo estetico Aniansson. «Sarebbe facile guardare indietro e dire che vorremmo che Denise non si fosse mai affidata a quel dottore—spiegava qualche giorno fa l’ex calciatore al quotidiano Daily Telegraph —, ma è successo e dobbiamo vivere facendo i conti con la negligenza del medico ».

Roberto Rizzo
12 luglio 2009

da corriere.it


Titolo: "Vi sembra giusto dopo 5 mesi di tenda finire in una camerata?"
Post di: Admin su Settembre 03, 2009, 05:23:57
L'Aquila, al via lo smantellamento del campo di piazza d'Armi

"Vi sembra giusto dopo 5 mesi di tenda finire in una camerata?"

La tendopoli chiude l'ira degli sfollati


L'AQUILA - La notizia rimbalza di tenda in tenda. "Ci mandano via, ci deportano come gli ebrei". C'è paura, nella tendopoli di piazza d'Armi. "Per ora - raccontano alcuni sfollati in attesa del pranzo in mensa - non ci sono conferme ufficiali, solo annunci di prossime riunioni. Ma noi sfollati abbiamo già capito che qui stanno smobilitando tutto. Ci sono già i primi segnali: hanno smontato alcuni bagni e lavandini e altri servizi. E poi - ecco un altro segnale - sono arrivate le televisioni, come se sapessero che sta per succedere qualcosa. In tenda si sta male ma fuori si può stare peggio. C'è già chi minaccia di incatenarsi da qualche parte per non farsi deportare. Le voci sono tante. "Ci portano nella caserma della Guardia di Finanza, quella del G8". "Ci faranno entrare a forza nelle nostre case anche se ancora le scosse non si sono fermate".
Dopo cinque mesi di tenda dovremo finire nelle camerate di una caserma?".

La conferma arriva dopo pochi minuti. "Parte oggi pomeriggio - annuncia Guido Bertolaso, il capo della Protezione civile - lo smantellamento delle tendopoli dell'Aquila.
Si comincia con piazza d'Armi. Non sarà un intervento drastico ma un alleggerimento progressivo fino allo smontaggio definitivo".

E dove andranno gli ex ospiti? Bertolaso si mostra sicuro. "Ci hanno chiesto di dare un tetto agli aquilani e così stiamo facendo. I 18.000 aquilani che hanno avuto la casa inagibile saranno sistemati nelle nuove case antisismiche mentre il resto degli sfollati - le cui abitazioni richiedono interventi minori - sarà ospitato nei residence, negli alberghi e anche negli alloggi della Guardia di Finanza".

Per quanto riguarda i tempi dei lavori per la costruzione delle abitazioni antisismiche, il sottosegretario ribadisce che "a dispetto delle critiche siamo nel rispetto dei programmi". E aggiunge: "A L'Aquila ci sono ottomila operai che lavorano, giorno e notte, per cinquanta imprese in 45 cantieri dove si stanno costruendo case, moduli abitativi e scuole, che inizieranno regolarmente il 21 settembre. Dunque - conclude - a quelli che dicono che l'Aquila è ferma rispondo che oggi L'Aquila è il più grande cantiere d'Italia, dove si rispettano tutte le norme di sicurezza sul lavoro".

Solo Bertolaso comunque si mostra sicuro. Il sindaco Massimo Cialente e la presidente della Provincia Stefania Pezzopane denunciano che le case non basteranno per tutti e le famiglie che non avranno un tetto non potranno nemmeno mandare a scuola i loro figli. Fra coloro che hanno la casa agibile molti non sono rientrati perché le scosse continuano a fare paura.

Chi ha l'abitazione B o C, che necessita di "piccoli interventi", ha scoperto che per i lavori servono ancora molti mesi. Per tanti l'unica prospettiva è un hotel sulla costa fino alla prossima primavera.

(3 settembre 2009)
da repubblica.it


Titolo: Ghedini: il Cavaliere spiegherà che non è impotente
Post di: Admin su Settembre 06, 2009, 10:36:36
La strategia

Ghedini: il Cavaliere spiegherà che non è impotente

Il legale di Berlusconi: la controparte dimostri il contrario. Frasi che offendono, per questo vogliamo andare in Tribunale


ROMA — «Senta, scusi: ma se io ora dicessi che lei è un gran porco? Eh? Un gran porco e, per giunta, impotente? E lo dicessi a tutti gli italiani? Mi risponda sinceramente: si arrabbierebbe o no?».

Avvocato Ghedini, è libero di dire ciò che vuole. Per altro, io sono un cronista del Corriere, non sono il premier di questo Paese.
«Guardi, mi creda: stavolta ci siamo mossi per una pura questione di principio. Un giornale, vale a dire l'Unità, non può scrivere che una persona è impotente, è un maiale, senza aspettarsi che poi la persona accusata si dispiaccia, e reagisca».
(Niccolò Ghedini, deputato della Repubblica per il Pdl e avvocato personale di Silvio Berlusconi è, come sempre, rapido, con soprassalti di insospettabile ironia).

Va bene, lei dice che chiedete due milioni di risarcimento danni all'Unità per una questione di principio: solo che ora tutti, e non solo noi, ma anche Libero e il Giornale, siamo qui, ancora costretti a parlare di certi presunti problemi sessuali del Cavaliere. «È stata l'Unità a tirar fuori i problemi di erezione di Berlusconi».

Ma perché, ce li ha? «Cosaaa? Scherza?».

Comunque, l'opinione pubblica, tornata dalle vacanze, quasi se ne era dimenticata. Ora invece con la vostra azione legale... «L'Unità ha passato il limite. L'avvocato Fabio Lepri, citando gli articoli, è piuttosto preciso...».

Molto. Riportando il contenuto di alcuni articoli scrive che «si spazia da "rapporti anali non graditi", a "ore e ore di tormenti in attesa di una erezione che non fa capolino"». «Sì, sono queste alcune delle frasi che offendono il premier».

Avvocato, scusi la brutalità: ma in aula il punto sarà fisico, e non politico. «Può essere più chiaro?».

Bisognerà accertare se Berlusconi è potente, come lui lascia intendere quasi ad ogni comizio, o impotente. «Ho capito. Vuol sapere se noi dovremo fornire prove? No, noi assolutamente no. La controparte, semmai, se crede...».

Ci sono così tante ragazze che dicono di aver frequentato Villa Certosa e Palazzo Grazioli... «Vedremo. Vedremo in aula cosa riusciranno a dimostrare».

In aula ci sarà Berlusconi? «Se il giudice lo riterrà opportuno, sì. Il rito civile, di fatto, non impone la sua presenza».

Ma poniamo che il giudice voglia ascoltarlo: Berlusconi dovrà spiegare se, davvero, come scritto dal direttore dell'Unità, Concita De Gregorio, che riporta una frase della comica Luciana Littizzetto, «egli pratichi iniezioni nel corpo cavernoso che trasformano in una stecca da biliardo...». «Vedo che anche lei è piuttosto affascinato da queste immaginarie iniezioni sul... eh?».

Su questo argomento avete chiesto due milioni di euro di danni a un giornale. Un po' di curiosità, ammetterà, è legittima. «Mah... comunque, se è questo che vuol sapere, Berlusconi è pronto ad andare in aula a spiegare che non solo non è un gran porco, ma nemmeno impotente».

Va bene, ha risposto a tutte le domande. Ma io, se permette, insisto: davvero è convinto che questa citazione per danni sia stata una buona mossa? «Vede, non tutto è frutto di astuzia politica. Ci sono anche mosse dettate dal puntiglio, dall'orgoglio. E perché mai, mi risponda lei, allora, perché mai Berlusconi non dovrebbe poter spiegare a venti milioni di italiani, suoi affezionati elettori, che è perfettamente funzionante?».

Fabrizio Roncone
04 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Nazisti per sempre
Post di: Admin su Settembre 12, 2009, 11:42:41
Nazisti per sempre

di Paolo Tessadri


Grazie alle indagini di un pm si apre a Verona il processo contro 14 responsabili di efferati crimini nel 1944.

Sono tedeschi che non si sono mai pentiti
 

Allora erano ventenni, con l'uniforme del Terzo Reich e l'ordine di fare terra bruciata. Ora sono diventati vecchi, ma non si pentono di avere massacrato la popolazione di interi paesi sui monti tra Toscana ed Emilia. Ne parlano al telefono, senza rimorsi. "Anche le donne? Anche i bambini?". "Sì". "Non avete quindi fatto alcuna differenza: avete falciato tutto?". "Sì". L'importante è che questa storia resti sepolta, che i magistrati tedeschi e italiani finiscano di dargli la caccia: "Io ho sempre negato: ho fatto lo gnorri e non mi veniva nemmeno difficile. Anche se avessi riconosciuto qualcuno... Lo sai com'era da noi: non avevamo sempre le mani pulite e non posso certo tradire i camerati". E l'altro veterano delle stragi ride: "Certo che no. Però noi due sappiamo quello che succedeva...". "Sì. Dopo la guerra non volevo ricordare niente: l'ho rimosso fino a ora e continuerò a rimuoverlo. Sono passati tanti anni e mi sono rotto le scatole".

Queste conversazioni sono un documento unico. A parlare sono 14 dei militari che nella primavera del 1944 massacrarono la popolazione dei borghi di Monchio, Cervarolo e Vallucciole sull'Appennino tosco-emiliano uccidendo 360 persone, incluse - come ricordano serenamente - donne e bambini. Non fu una rappresaglia, non fu una vendetta per gli attacchi dei partigiani, ma un'operazione preventiva per rendere sicure le retrovie della linea gotica. I fucilatori appartenevano a un'unità molto speciale, la divisione Hermann Göring, che già prima dell'armistizio si era distinta per i crimini contro la popolazione. Ora i superstiti di quella macchina di morte finiranno sotto processo il 5 ottobre a Verona, rintracciati grazie alle indagini del pm Marco De Paolis che ha condotto le più importanti istruttorie sugli eccidi nazisti in Italia. In questo caso determinante è stata la collaborazione con gli investigatori tedeschi, che con perquisizioni e intercettazioni hanno smantellato la rete difensiva degli imputati.

A tradirli è stato proprio il loro attaccamento alla memoria dei giorni di battaglia. In casa di Alfred Lühmann, all'epoca giovane caporale, è stato trovato il diario di guerra, con l'attività di ogni singola compagnia coinvolta negli eccidi. Herbeck Döneke al telefono gli aveva raccomandato invano: "Per carità, nascondilo". E Horst Gabriel, un altro dei vecchietti impenitenti, si infuria: "Ma sei matto? Glieli hai fatti vedere! Io ho sempre detto "non lo conosco, mai visto" anche se c'erano alcuni volti conosciuti. Ma io ho sempre negato...".

C'è chi. come Lühmann, racconta ai camerati di essere tornato in vacanza proprio sui luoghi dello sterminio. E poche ore dopo mente anche ai propri famigliari. Al figlio che gli domanda: "C'è differenza tra sparare a partigiani o a civili", lui risponde che era solo un soldato e ha sparato "solo a partigiani che erano fuggiti nella valli laterali". Invece ricorda bene, sa "che si sono verificate altre atrocità". E Schulze-Rohnoff gli consiglia: "Eviterei quindi del tutto di parlarne". Mentre a un altro camerata Lühmann riferisce che al procuratore non ha detto nulla, nemmeno di quel sottufficiale che ha sparato in testa a una o più donne. "Lo sai quello... Quello, lo conosci no, quello che ha sparato in testa alle donne. Io ricordo ancora, come si chiamava?", gli chiede Horst Gabriel. E Lühmann: "Sì, sottufficiale Hausmann, mi pare". Poi racconta un massacro "in cui alcuni bambini sono sopravvissuti". Si lasciano andare alle confidenze sui giorni di guerra. "Sì, sì, non ci siamo tenuti per niente indietro", ricorda Gabriel a Lühmann. Che risponde: "Certo, lì ci abbiamo dato dentro... Ma se vengo interrogato dirò che non ricordo nulla".

"Neppure oggi c'è un pur pavido rimorso", spiega l'avvocato di parte civile Ernesto D'Andrea. È un orrore senza limiti, che ogni tanto viene squarciato proprio dall'eccesso di nostalgia. Come Wolfgang Bach, ex ufficiale che ha scritto un memoriale sulla divisione Göring, finito sui giornali e usato per identificare i responsabili dei massacri. I suoi camerati lo insultano: "Quelli da dove l'hanno saputo? Eh certo, dal comportamento da minchione di Bach!", si sfoga Lotz: "Sono talmente arrabbiato: ci hai messo nella merda, accidenti! A questo punto, Wolfgang, devo dire: stai attento! Nell'azione verso monte Falterona sono stati uccisi anche bambini, anche un neonato di tre mesi. L'omicidio non è caduto in prescrizione". E invita Bach a tacere: "Lì sono capitate quelle cose con il neonato di tre mesi, eccetera e Wolfgang... Tu lì non ci sei stato, non ci sei stato per niente". Lotz cerca di convincere Bach a negare qualsiasi partecipazione, scrive la polizia tedesca, e a dire che in quelle azioni non erano presenti bambini. I depistaggi sono stati sistematici. "Devono aver ripulito ben bene. Non riesco nemmeno a immaginare...", commenta Bach. E Lotz conferma: "È andata davvero così, ma di questo ne parliamo più tardi".

L'episodio si riferisce con molta probabilità alla strage di Vallucciole dove un anziano ha raccontato che "i tedeschi non risparmiarono neppure una donna con il suo bambino appena nato che stava allattando. Erano spietati, delle belve assetate di sangue". Wolfgang Bach non sarà in tribunale: è morto da poco. A impartire la consegna del silenzio è stato soprattutto Lotz, ex ufficiale del comando e presidente dell'Associazione del corpo dei paracadutisti. Al telefono ammette che la morte del neonato "è stata veramente un porcheria. Lì di reazioni esagerate ce ne sono state e alcuni camerati mi hanno detto apertamente come hanno operato: ahiahiahiahi!". La polizia tedesca sintetizza i suoi discorsi: "Lotz conferma che per un comandante di compagnia non vi sarebbe stata nessun'altra possibilità che "distruggere alla radice" un simile covo. Non sarebbe stato possibile dividere prima le donne e i bambini dagli uomini". Anzi, i bambini erano un bersaglio: "All'epoca egli avrebbe avvertito di continuo di "stare attenti ai bambini. Sono i più pericolosi poiché non sembravano strumenti dei partigiani, maledetti italiani!".

Lotz invita gli altri reduci a tacere o mentire. E se necessario può aiutarli finanziariamente nella scelta di un avvocato: "Ma per l'amor di Dio chiudete la bocca così che né io né i camerati andiamo a finire nel fango", ripete a tutti. Il vecchio combattente nazista ha però paura dei magistrati e si fa fare un certificato medico per sfuggire all'interrogatorio. Telefona a un medico compiacente "che da buon camerata ancora una volta sarebbe stato al suo fianco", scrive la polizia federale. Poi parla con la figlia a cui legge il certificato e alla fine "entrambi ridono": "Tanto il procuratore è uno stupido". Ma la rete di connivenze di Lotz è estesa. Arriva anche in alto: "Ho appena parlato con quel procuratore generale importante di qui, che dice naturalmente: "Come si può fare una cosa del genere a un ottantottenne! Deve presentare un certificato medico, dire che non è in grado di subire interrogatori". Anche se le sue stragi se le ricorda ancora molto bene.

(08 settembre 2009)
da espresso.repubblica.it


Titolo: "Gli stavo parlando, poi solo sangue"
Post di: Admin su Settembre 19, 2009, 06:35:06
19/9/2009 (7:26)  - LA TESTIMONIANZA

"Gli stavo parlando, poi solo sangue"

Il racconto choc del caporale ferito: «Ho visto l’inferno con i miei occhi»

FULVIO MILONE
ROMA


«Mi sono ritrovato fra le braccia il corpo di un compagno con cui avevo parlato fino a qualche istante prima. Non aveva più la testa. “Adesso muoio anch’io”, ho pensato quando ho visto tutto il sangue che mi scorreva addosso: c’è voluto un po’ perché capissi che non era mio, ma di quel poveraccio. E mi sono detto: “Ecco l’inferno”».

Ecco Kabul, alle 12,10 di giovedì, sulla Airport road che porta al centro della città. In uno dei due «Lince» italiani saltati in aria c’era anche Ferdinando Buono, 30 anni, primo caporalmaggiore della «Folgore». Gli è andata bene, l’onda d’urto provocata da 150 chili di tritolo fatti esplodere dai talebani ha ucciso sei suoi commilitoni, ma ha solo lambito lui e altri tre soldati. Se l’è cavata con una brutta ferita a una mano e un trauma al timpano sinistro. L’hanno portato con gli altri all’ospedale militare francese, e da lì ha telefonato a casa, a Napoli, al fratello Vincenzo, per dirgli del fumo nero e dell’odore insopportabile che stagnavano sulla strada, dei corpi riversi sul selciato in pose innaturali e di un blindato, quello che precedeva il suo, «squagliato dal calore». In fondo non ha fatto altro che raccontare l’orrore della guerra che infiamma l’Afghanistan: un conflitto che nel linguaggio freddo degli esperti è definito «a bassa intensità» per il numero esiguo di vittime contate fra i militari, ma che nulla toglie al dolore di chi, di quelle vittime, era amico o parente.

Ferdinando conosceva bene Roberto Valente, uno dei sei militari uccisi: anche lui un parà, anche lui napoletano. Il suo racconto comincia proprio dal ricordo di quella amicizia. Erano tornati insieme a casa per una licenza di 15 giorni, e insieme sono andati all’aeroporto di Fiumicino, mercoledì mattina, per rientrare a Kabul. Giovedì, il giorno della strage, si trovavano entrambi nei “Lince” che avevano appena superato la rotonda Massud ed erano diretti al comando della missione Nato. «Roberto si trovava nel primo blindato, io nel secondo - ha raccontato Ferdinando -. La tensione era alle stelle, l’allarme massimo. Come sempre, da settimane, questi viaggi sono diventati delle lotterie: se vinci sopravvivi, se perdi muori. Insomma, ogni volta stai lì a chiederti se tornerai o no alla base».

E la morte, questa volta, Ferdinando l’ha davvero sfiorata: ne ha sentito l’odore, l’ha vista portarsi via i suoi amici. «Ricordo che l’autobomba era ferma sul ciglio della strada ed è esplosa al passaggio del primo “Lince”, quello su cui viaggiava Roberto. Il botto è stato spaventoso. Era come se una mano gigantesca avesse sollevato il blindato per poi lasciarlo ricadere pesantemente al suolo. Per qualche attimo è calato il silenzio. Non capivo più nulla, mi sono ripreso solo quando qualcosa mi è caduta addosso. Era il corpo del mitragliere che si trovava allo scoperto in ralla (torretta, ndr). L’esplosione l’aveva decapitato». Ferdinando Buono non ne fa il nome, ma probabilmente si tratta di Giandomenico Pistonami, 28 anni, un parà che appena un mese fa, a un giornalista di un settimanale, aveva rilasciato un’intervista che a leggerla oggi dà i brividi: «Il mio, qui a Kabul, è il ruolo più importante della pattuglia, ho più campo visivo e uditivo, con un gesto posso fermare le auto che passano...».

Ferdinando prosegue nel suo racconto: «Sentivo i lamenti dei compagni feriti. Dovevamo uscire al più presto da quella trappola d’acciaio che minacciava di andare a fuoco. Ho trovato a tentoni la botola sul pianale del blindato e sono sgattaiolato all’esterno. Quando mi sono alzato ho visto che la strada era completamente devastata, poi ho visto il “Lince” che mi precedeva: era quasi disintegrato, quel po’ di lamiere che si potevano ancora distinguere erano accartocciate, come liquefatte dal calore».

E’ stato allora che Ferdinando ha visto il suo amico Roberto: «L’esplosione l’aveva catapultato fuori dal mezzo. A guardarlo sembrava ancora vivo: sul corpo non c’erano ferite evidenti, solo un braccio aveva una posizione strana, come fosse fratturato. Allora l’ho chiamato: “Roberto, Roberto”, ma lui non rispondeva. Gli sono andato vicino, ho tentato di sollevarlo, ma il corpo era come afflosciato. Allora ho capito che il mio amico non c’era più».

Del resto della storia fanno parte i ricordi di una bella amicizia. Sia Ferdinando che Roberto avrebbero concluso il loro lavoro a fine ottobre. Roberto aveva deciso di farla finita con le missioni all’estero, voleva vivere accanto alla moglie e al figlio; Ferdinando avrebbe atteso una nuova partenza perché, come dice il fratello Vincenzo, «per lui la Folgore è tutto».


Titolo: OMICIDIO GHIGLIENO Fantasmi di Killer a Torino
Post di: Admin su Settembre 21, 2009, 04:09:21
21/9/2009 - OMICIDIO GHIGLIENO

Fantasmi di Killer a Torino
   
CESARE MARTINETTI


Trent’anni fa un commando di Prima linea uccise sparandogli alle spalle Carlo Ghiglieno: ingegnere, un uomo mite, un dirigente sconosciuto ma strategico nell’universo Fiat. L’attentato segnò una svolta negli anni di piombo e nelle relazioni industriali tra la grande azienda e il sindacato.

Piovigginava, quel mattino. L'aria era grigia. Nell'ultimo tratto di via Petrarca chiusa da una volante blu della polizia, il silenzio era di piombo. A pochi passi da corso Massimo una grande macchia bianca appariva sull'asfalto umido, un lenzuolo copriva, non interamente, un corpo. Accanto, una borsa di pelle e un ombrello. Tutti si muovevano lentamente, là intorno. Poliziotti, passanti, giornalisti, fotografi. Il sindaco Novelli, il presidente della Regione Viglione. Una donna composta e silenziosa, che a un certo punto si è quasi inginocchiata accanto a quel corpo portandosi una mano sulla bocca. Nessun grido. Era come se l'enormità della ferocia che si era manifestata improvvisa in quell'angolo composto di città avesse risucchiato tutto in un grande vuoto.

Capitava così, allora, a Torino. Quasi sempre di mattino, spesso all'alba. I testimoni raccontavano ogni volta la stessa scena: erano giovani, si sono sentiti quattro cinque colpi secchi, sono scappati di là, correvano... Per terra, su strade quasi sempre di periferia o sui marciapiedi accanto alle grandi fabbriche rimanevano rivoli di sangue e lenzuoli bianchi. Fantasmi i killer, fantasmi anche le vittime: persone normali, un vecchio avvocato, capisquadra o sorveglianti Fiat, poliziotti, carabinieri, dirigenti industriali, politici di seconda fila improvvisamente e spesso casualmente eletti a bersagli inermi e simbolici da quegli altri fantasmi, vili e spietati.

Anche Carlo Ghiglieno era una di quelle persone normali. Un ingegnere che aveva appreso una moderna cultura industriale alla scuola di Adriano Olivetti e che in Fiat svolgeva un ruolo importante e sconosciuto. Un uomo del dialogo, come tutte le vittime del terrorismo. Il suo omicidio, rivendicato da Prima linea, fu un punto di svolta. I funerali, nella chiesa del Sacro Cuore in via Nizza, furono un altro momento simbolico. C'era tutto lo Stato: dal presidente Pertini al presidente del Consiglio Cossiga, buona parte del governo, il mondo dell'industria, i capi del sindacato, i segretari dei partiti, Giovanni e Umberto Agnelli, Romiti, dirigenti come Ghiglieno che avevano lavorato con lui e che avevano sentito quelle pallottole fischiare da vicino.

Pochi giorni dopo partivano le lettere di licenziamento per 61 operai Fiat, alcuni dei quali - si seppe dopo - erano militanti delle Br: l'equilibrio della paura era saltato. La caduta di rappresentanza del sindacato dei consigli che aveva trasformato gli Anni Settanta in un autunno caldo permanente si sarebbe rivelata di lì a poco di fronte alla crisi dell'auto e della Fiat. E per uno di quei casi che diventano simbolici anch'essi, un anno dopo, la marcia dei quarantamila sarebbe partita a pochi metri da quel tratto di via Petrarca, dove tre giovani assassini avevano spento la vita mite di Carlo Ghiglieno.

da lastampa.it


Titolo: Tutti colpevoli Mosley in testa
Post di: Admin su Settembre 22, 2009, 11:09:47
22/9/2009


Tutti colpevoli Mosley in testa
   
CRISTIANO CHIAVEGATO


Flavio Briatore esce distrutto dal crashgate, ma in questa vicenda non sembra che anche gli altri protagonisti se la siano cavata meglio. Partiamo dalla testa: Max Mosley. Sapeva da tempo dei dubbi sull’incidente di Piquet. Ha temporeggiato, ha cavalcato la storia per attuare una vendetta meditata da tempo. Astuto ma anche dotato di una bella faccia di bronzo. Dopo aver superato con troppa disinvoltura lo scandalo dell’orgia sadomaso, dopo gli assurdi diktat sui regolamenti, ha dato un altro bel colpo alla credibilità della F1. Le decisioni del Consiglio Mondiale sembra essere la somma di una serie di compromessi, di giochi d’interesse personali.

Anche il suo amico-(finto)nemico Bernie Ecclestone ha avuto la sua parte. Il boss del circus non voleva che la Renault venisse cacciata: ha pensato soprattutto ai quattrini. Briatore avrebbe dovuto discutere con lui la questione dei diritti commerciali e televisivi, ora chiunque sostituirà il manager italiano non avrà lo stesso potere. Non ha difeso quello che è il suo socio nella proprietà della squadra di calcio dei Queens Park Rangers, mostrando tutto il cinismo possibile. Quando Piquet padre gli aveva chiesto cosa avrebbe dovuto fare contro Flavio, gli rispose senza mezzi termini: «Fottilo».

In realtà il tre volte campione del mondo brasiliano degli anni Ottanta, ora imprenditore di successo, rivelando la confessione di suo figlio a un giornalista di Rede Globo ha affossato la carriera del figlio. Voleva difenderlo e cercare di colpire Briatore. Alla fine però ha tolto a Nelsinho la possibilità di tornare in F1. Chi vorrà un pilota che accetta comportamenti illeciti? A meno che non si tratti del proprietario di una scuderia che voglia farsi pubblicità ingaggiando un driver così chiacchierato e quindi interessante per i media.

Il povero Nelsinho, 24 anni, cocco di papà che lo ha fatto sempre gareggiare in team di proprietà o sponsorizzati da amici, è stato l’anello debole della catena. Con 17 incidenti in meno di due stagioni voleva il rinnovo del contratto per il 2009. E così, a quanto pare, ha accettato la proposta di Symonds e Briatore. Poteva ribellarsi allora. E’ anche lui il simbolo di uno sport che ha toccato il fondo, in attesa del prossimo scandalo.

da lastampa.it


Titolo: Frane e crolli nel Messinese, 20 morti
Post di: Admin su Ottobre 02, 2009, 11:04:51
Bertolaso: «dissesto idrogeologico causato dall'abusivismo»

Frane e crolli nel Messinese, 20 morti

Il governo dichiara lo stato d'emergenza

Una decina i dispersi. Molti comuni isolati, interrotte strade e ferrovia

   
MILANO - Sicilia orientale devastata da un violento nubifragio: diciotto vittime (ma altri due cadaveri sono già stati avvistati in mare), una quarantina di feriti e dieci dispersi nella provincia di Messina. Il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato d'emergenza. La zona più colpita da frane e smottamenti è tra i comuni di Scaletta Marina, Giampilieri, Briga e Scaletta Zanchea: un'area di circa 3,5 chilometri. La situazione più grave a Giampilieri Superiore, frazione a circa 20 chilometri dal capoluogo, dove un costone roccioso ha travolto alcune palazzine. Qui due donne sono state estratte vive dalle macerie di due palazzine. Le due ferite sono state portate in elicottero in ospedale. L'elicottero è per il momento l'unico mezzo in grado di raggiungere il piccolo centro, su cui peraltro sta nuovamente cadendo una pioggia battente. I soccorritori fino a poche ore fa erano costretti a scavare con le mani nel fango. Ora i Bobcat, piccoli mezzi meccanici, sono riusciti ad aprirsi un varco e raggiungeranno presto la zona alluvionata.

L'ALLARME - A fare scattare l'allarme è stata la segnalazione di un'auto finita in mare. Ma quando i militari sono giunti sul posto lo spettacolo che si sono trovati davanti è stato ben peggiore. Le città sono isolate: le frane hanno interrotto l'autostrada A18 Messina-Catania (Bertolaso ha disposto che debba essere utilizzata soltanto dai mezzi di soccorso), la strada statale 114 e il tratto ferroviario all'altezza di Giampilieri-Scaletta. «Fino ad ora abbiamo contato venti edifici crollati» afferma l'ingegnere Mario Arrigo, responsabile delle emergenze della Protezione civile regionale. «Gli sfollati, almeno fino a questo momento, sono 415 - aggiunge. Ma i numeri sono destinati a cambiare in peggio». Intanto la procura della Repubblica di Messina ha aperto un'inchiesta. Lo conferma il capo dell'ufficio Guido Lo Forte: «Ho disposto - ha detto - l'apertura di un procedimento penale nei confronti di ignoti. L'ipotesi di reato è di disastro colposo. Ho delegato il comando provinciale dei carabinieri di Messina a svolgere accertamenti preliminari, d'intesa con una serie di organismi amministrativi, per verificare in concreto e con la serietà e il rigore di un'indagine giudiziaria le cause del disastro e le eventuale responsabilità».

BERTOLASO - «Eravamo in allerta meteorologica da giovedì mattina, più di questo non potevamo fare: o si fa una grande opera di messa in sicurezza di tutto il territorio nazionale o queste tragedie sono destinate a ripetersi - ha detto il capo dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso, durante una conferenza stampa in Prefettura a Messina -. Non può essere la Protezione civile a risolvere i problemi di dissesto idrogeologico creati dall'abusivismo. È stato difficile raggiungere i luoghi della tragedia perché erano chiuse l'autostrada, la ferrovia e la strada statale e perché c'erano le strade dissestate tra le due vallate dove si trovano i comuni che sono stati maggiormente colpiti dal nubifragio. Stiamo facendo tutto il possibile per intervenire al più presto». Bertolaso ha spiegato che i soccorsi, pur se tempestivi, sono molto difficili: «Anche se la zona interessata da crolli è strettamente localizzata si tratta di un'area estremamente difficile da raggiungere. Sono due vallate strettissime, in cui i mezzi di soccorso non possono arrivare via terra perché le strade sono sbriciolate dal fango e gli elicotteri non possono atterrare». Il presidente Napolitano ha chiamato il prefetto Franco Alecci, chiedendo di essere aggiornato ed esprimendo il proprio cordoglio alle famiglie delle vittime, mentre il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo andrà a Messina per un sopralluogo tecnico.

SINDACO - Il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca ha disposto che sabato le scuole di ogni ordine e grado di tutto il territorio comunale sospenderanno le attività scolastiche. «È una situazione critica, la macchina dei soccorsi è in azione anche se è difficile raggiungere le zone colpite dal disastro. Giampilieri è isolata; le squadre possono raggiungerla solo a piedi. Alcune persone sono state soccorse via mare dalla Guardia costiera» ha detto il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca. Il sindaco ha poi lanciato un appello: c'è bisogno di volontari, soprattutto medici e infermieri. «Siamo ancora isolati da Catania, i soccorsi sono venuti da Palermo e dalla Calabria - osserva Buzzanca -, ma sui posti dove l'emergenza è maggiore, come la zona sud della città, si arriva soltanto a piedi e il traffico è completamente paralizzato». Tanto che negli ospedali di Messina i feriti arrivano via mare. «I malati e i feriti delle zone periferiche li facciamo arrivare in un piccolo porticciolo e con mezzi navali sono trasportati nel porto di Messina e trasferiti negli ospedali» spiega Buzzanca.

VITTIME - Sono 17 i morti finora accertati, secondo l'unità di crisi della prefettura di Messina. Il maggior numero di vittime, 10, nel villaggio di Giampilieri Superiore, altre 6 a Scaletta Zanclea e una a Briga Marina. Otto vittime sono state identificate: Pasquale Bruno, 40 anni, travolto e soffocato dal fango nella piazza di Giampilieri, e un pensionato di 70 anni, Francesco De Luca, annegato nello scantinato della sua casa in contrada Vallone. Un terzo cadavere è stato recuperato dentro un'auto travolta da un torrente in piena nei pressi di Scaletta Zanclea: è Roberto Carullo, sovrintendente della Polizia ferroviaria. La quarta e la quinta vittima sono un pensionato di ottant'anni, Martino Scibilia e Salvatore Scionti, 64 anni, trovati nelle rispettive abitazioni a Scaletta. Onofrio Sturiale, di 26 anni, è stato travolto da una frana tra Giampilieri e Scaletta Zanclea. Il cadavere di una donna, Agnese Pellegrino di 44 anni, è stato recuperato a Briga Superiore. Un'enorme massa di fango e terra è precipitata sulla casa dove viveva con la famiglia: il casolare in contrada Iannazzo è stato travolto. La parete della cucina in cui la vittima si trovava coi familiari è venuta giù. Il marito e i ragazzi, dopo avere sentito il boato della frana, sono riusciti a rifugiarsi in un'altra stanza, mentre Agnese è rimasta intrappolata in cucina ed è stata travolta dalla parete crollata. Il marito e i figli sono stati tirati fuori dalle macerie dai vigili del fuoco. E l'ottava vittima è Ketty De Francesco, 30 anni, rimasta uccisa a Scaletta.

SI SCAVA NEL FANGO - Le squadre di soccorritori stanno scavando nel fango, alto in alcuni punti più di un metro. «La situazione è drammatica. Si scava anche con le mani senza pausa e senza fermarsi mai tra i detriti e il fango per cercare i dispersi con l'aiuto dei cani» dice il capo del Protezione civile regionale Salvatore Cocina. Parecchie centinaia gli uomini in campo tra Protezione civile, forze dell'ordine, 118, vigili del fuoco e volontari, mentre sono mobilitate squadre da Pisa specializzate nella ricerca dei dispersi. «C'è la massima mobilitazione e il massimo sforzo da tutta la regione e non solo» conclude Cocina. Da Calabria e Campania sono arrivate squadre di vigili del fuoco, dalla Toscana nove unità dell'Usar, il nucleo specializzato in ricerche, con due cani.

TASK FORCE - In provincia di Messina è stata attivata una task force: le operazioni sono coordinate dallo stesso Cocina, attraverso l'Unità di crisi istituita nella Prefettura di Messina. Le squadre dei vigili del fuoco, della Protezione civile e dell'esercito sono coadiuvate da due elicotteri, uno della Marina militare e uno della Guardia costiera. Centinaia di persone - tra cui molti feriti - sono state portate in salvo dalle zone costiere con un pattugliatore d'altura della Guardia di Finanza, mobilitato insieme a quattro motovedette per portare soccorso nelle località non raggiungibili via terra. Altre unità navali delle Fiamme Gialle stanno trasportando gli evacuati, tra cui molti anziani, al porto di Messina. Nel Policlinico di Messina sono ricoverate 15 persone, due sono rimaste ustionate per lo scoppio di una bombola di gas dovuto a una frana a Scaletta. I soccorritori hanno allestito due posti medici avanzati, con brande, coperte e generi di prima necessità: uno nella palestra di Gravitelli a Messina, dove sono stati trasferiti 75 sfollati, il secondo a Roccalumera. Un altro presidio è stato istituito presso la Polstrada di Giardini Naxos. A Giampilieri la Protezione civile ha organizzato un centro di primo soccorso nella scuola elementare Da Vinci.

STRADE CHIUSE - Centinaia di persone sono rimaste bloccate dentro le auto e molte altre, a decine, si sono arrampicate sui tetti delle case per sfuggire alla piena: i soccorritori cercano di raggiungerli in elicottero. «I soccorsi, seppur attivati tempestivamente, stanno incontrando grandissime difficoltà - spiega il comandante dei Ris di Messina Sergio Schiavone -. La gente si è rifugiata nei balconi e sui tetti delle case per evitare il peggio». Allagamenti e case evacuate anche a Giardini Naxos: una trentina di famiglie ha trovato riparo nella caserma dei carabinieri. Sull'autostrada A18 Messina-Catania molti automobilisti sono rimasti bloccati e hanno passato la notte in auto, a causa delle frane: l'autostrada è chiusa da diverse ore in direzione Catania e viene consentito il transito solo ai mezzi di soccorso. La circolazione ferroviaria è sospesa da giovedì sera fra Messina e Santa Teresa Riva, sulla linea che collega Catania e Messina, spiega in una nota il gruppo Ferrovie dello Stato. La contemporanea chiusura dell'autostrada e della statale 114 non consente a Trenitalia di attivare il servizio di autobus sostitutivi per i treni regionali. Per i viaggiatori dei treni a lunga percorrenza il trasferimento viene effettuato con bus tra Catania e Termini Imerese (Palermo). La statale 114, che da Messina porta a Taormina è invasa da montagne di detriti, fango, fiumi di acqua. Le auto sono state sepolte dalla terra e l'acqua è entrata nei piani bassi delle abitazioni, negli scantinati e nei garage. I marciapiedi sono coperti da montagne di terra alte anche dieci metri. «Ogni anno appena dal cielo cade un po' di acqua in più avviene sempre la stessa tragedia» dice un anziano.

PALERMO E TRAPANI - Il maltempo ha colpito anche le province di Palermo e Trapani. Nel capoluogo i sommozzatori dei vigili del fuoco sono intervenuti per gli allagamenti nei sottopassi lungo la via Regione siciliana, l'asse che taglia la città e collega le autostrade Trapani-Palermo e Palermo-Messina. Un'impalcatura è crollata in piazza Santa Cecilia, molti automobilisti sono rimasti bloccati in via Oreto, in via Orsa Minore, in via Messina Marine, nelle borgate di Mondello e Partanna dove le strade sono diventate torrenti in piena. In via Ciaculli sono intervenuti i carabinieri per salvare un uomo in un'ambulanza in panne. Il nubifragio ha provocato anche il parziale allagamento del pronto soccorso dell'ospedale Buccheri La Ferla e di alcuni reparti dell'ospedale Civico. Nella borgata di Belmonte Chiavelli ci sono state delle frane e gli abitanti che erano tornati nelle proprie case dopo le piogge dei giorni scorsi sono di nuovo sfollati. Allagamenti e disagi anche a Trapani, Valderice e Mazara del Vallo.


01 ottobre 2009(ultima modifica: 02 ottobre 2009)
da corriere.it


Titolo: ADRIANO SOFRI. Il calvario di Stefano
Post di: Admin su Ottobre 31, 2009, 11:00:48
COMMENTI

Il calvario di Stefano

di ADRIANO SOFRI


PRIMA di tutto riguardiamo le fotografie di Stefano Cucchi. Quelle di un giovane magro, un geometra, che ha avuto a che fare con la droga e sa che gli potrà succedere ancora, e intanto vive, sorride, lavora, abbraccia sua madre, scherza con sua sorella. I giornali in genere hanno preferito pubblicare queste. E quelle di un morto, scheletrito, tumefatto, infranto, il viso che eclissa quello del grido di Munch e delle mummie che lo ispirarono, il corpo di una settimana di Passione dell'ottobre 2009.

La famiglia di Stefano ha deciso di diffondere quelle fotografie.

Nessuno è tenuto a guardarle. Ma nessuno è autorizzato a parlare di questa morte, senza guardarle.
Per una volta, sembra che tutti (quasi) ne provino orrore e sdegno, e vogliano la verità e la punizione. È consolante che sia così. Ma è difficile rassegnarsi alle frasi generiche, anche le più belle e sentite. C'è un andamento provato delle cose, e le parole devono almeno partire da lì. Certo, le parole possono osare l'inosabile. Possono, l'hanno fatto perfino questa volta, dire e ripetere che Stefano Cucchi "è caduto dalle scale".

Non è nemmeno una provocazione, sapete: è una battuta proverbiale. Se incontrate uno gonfio di botte in galera, lo salutate così: "Sei caduto dalle scale". Hanno un gran senso dell'humour, in galera. Lo si può anche mettere per iscritto e firmare. Sembra che anche Stefano l'abbia messo a verbale presso il medico del carcere: "Sono caduto dalle scale". È un modo per evitare di cadere di nuovo dalle scale. Il meritorio dossier Morire in carcere curato da "Ristretti orizzonti" certifica che le morti per "cause da accertare" sono più numerose di quelle per "malattia".

Tuttavia bisogna guardarsi dall'assegnare senz'altro il calvario di Stefano al capitolo carcerario. Per due ragioni, già documentate a sufficienza. La prima: che fra la persona integra arrestata col suo piccolo gruzzolo di sostanze proibite e la persona cui vengono certificate nell'ambulatorio del tribunale "lesioni ecchimodiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente", e che lamenta "lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori" (i medici del carcere le preciseranno come "ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione", e quelli dell'ospedale come "frattura del corpo vertebrale L3 dell'emisoma sinistra e frattura della vertebra coccigea") fra quelle due condizioni c'è stata solo una notte trascorsa in una caserma di carabinieri.

Il ministro della Difesa - un avvocato penalista - pur declinando ogni competenza nel caso, ha creduto ieri di dichiarare: "Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione". Non so come abbia fatto. So che qualcuno vorrà ammonirmi: "Ci risiamo". Infatti: ci risiamo. I medici e la polizia penitenziaria che dichiarano che Stefano "è arrivato in carcere così" hanno dalla loro una sequenza temporale interamente vidimata.

Questa era la prima ragione. La seconda è che nell'agonia di Stefano - di questo si è trattato, questo sono stati i suoi ultimi sette giorni - sono intervenute tante di quelle autorità costituite da far rabbrividire. Carabinieri, dall'arresto fino al trasporto al processo e alla consegna al carcere. Magistrati, uno dell'accusa e uno giudicante, che in un processo per direttissima per un reato irrisorio e con un giovane imputato così palesemente malmesso da suggerire la visita medica nei locali stessi del tribunale, rinviano l'udienza al 13 novembre e lo rimandano in carcere ammanettato.

Agenti di polizia penitenziaria, che piantonano così rigorosamente il pericoloso detenuto nell'(orrendo) reparto carcerario dell'ospedale intitolato a quel gran detenuto che fu Sandro Pertini, al punto di impedire ai famigliari del giovane di chiederne una qualche notizia ai medici, facendo intendere che occorra un'autorizzazione del magistrato: espediente indecente, perché per parlare col personale sanitario non occorre l'autorizzazione di nessuno. (Sono stato moribondo e piantonato in un ospedale, e nessuno si sognò di dire ai miei che non potevano interpellare i medici: e vale per chiunque). Espediente, oltretutto, che costringe a chiedersi quale movente lo ispirasse.

Una sovrintendente e, a suo dire, un medico di turno, che, anche ammesso che non abbiano saputo delle visite ripetute e trepidanti dei famigliari, hanno dichiarato di non aver notato i segni delle lesioni sul volto di Stefano, "in quanto si teneva costantemente il lenzuolo sulla faccia"! Frase che insegue l'altra sulla caduta dalle scale: un detenuto malconcio al punto di essere tradotto in ospedale non viene visto da chi lo sorveglia e da chi lo cura perché si tiene il lenzuolo sulla faccia.

Non hanno visto "il volto devastato, quasi completamente tumefatto, l'occhio destro rientrato a fondo nell'orbita, l'arcata sopraccigliare sinistra gonfia in modo abnorme, la mascella destra con un solco verticale, a segnalare una frattura, la dentatura rovinata"... Non era un lenzuolo: era l'anticipazione di un sudario. Questo non ha impedito a un medico di turno di stilare un certificato in cui si legge che Stefano è morto "di presunta morte naturale".

Infine, c'è l'autopsia eseguita sul cadavere straziato, nel corso della quale si proibisce al consulente di parte di eseguire delle foto. (Quelle che guardiamo oggi, chi ne ha la forza, sono state prese per la famiglia dal personale delle pompe funebri). È stata, la settimana di agonia di Stefano, una breve marcia attraverso le istituzioni. Questo sono infatti, al dunque, le istituzioni: persone che per conto di tutti si trovano a turno ad avere in balia dei loro simili: persone delle forze dell'ordine, giudici, medici, e anche politici e giornalisti...

Tutti (quasi) chiedono giustizia e verità. Bene. Un pubblico ministero ha già imputato di omicidio preterintenzionale degli ignoti, ieri. I colpevoli non sono certo noti, e non lo saranno fino a prova provata: ma gli imputati sono noti. Quanto al preterintenzionale, è un segno di garantismo notevole, venendo da una magistratura che quando l'aria tira imputa di omicidio volontario lo sciagurato che abbia travolto qualcuno con l'automobile.

© Riproduzione riservata (31 ottobre 2009)
da repubblica.it


Titolo: Monfalcone. Cancellata frase di Ciampi dal monumento alle vittime delle foibe
Post di: Admin su Novembre 18, 2009, 10:22:34
Monfalcone. Cancellata frase di Ciampi dal monumento alle vittime delle foibe

Il vicesindaco: «Esprimeva la volontà di superare divisioni ma non volevamo creare altri motivi di dolore»
 
                   
 MONFALCONE (18 novembre) - È destinata a sollevare un piccolo vespaio la decisione di cancellare la frase dell'ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi dal monumento alle vittime delle foibe. La decisione del Comune è stata presa per cercare di non creare nuovi conflitti che, secondo alcuni, avrebbero potuto essere sollevati dalla frase di Ciampi.

Al momento dell'inaugurazione, la targa con le parole dell'ex presidente è stata coperta con nastro adesivo. Parole che forse sarebbero normali in altre zone d'Italia, ma che a Monfalcone sono sembrate "pericolose". Sulla targa coperta c'è scritto: “L’odio e la pulizia etnica sono stati l’abominevole corollario dell’Europa tragica del Novecento, squassata da una lotta senza quartiere fra nazionalismi esasperati. È giunto il momento che i ricordi ragionati prendano il posto dei rancori esasperati".

L'inaugurazione è avvenuta senza la presenza dell'Unione degli Istriani, della Lega nazionale e dell'Associazione nazionale Venezia Giulia.

Secondo quanto scrive il sito Bora.la, la cerimonia di inaugurazione del monumento si è svolta in forma ridotta e il vicesindaco Altran ha difeso la scelta del Comune, sottolineando che la frase di Ciampi «esprime la volontà di superare drammi e divisioni», e che la scelta di rimuoverla dal monumento è stata accolta perchè la sua presenza «avrebbe costituito per molti motivo di dolore».
 
da ilgazzettino.it


Titolo: Trovata morta carbonizzata la trans Brenda. (la trappola x Marrazzo 2° morto)
Post di: Admin su Novembre 20, 2009, 11:53:57
Trovata morta carbonizzata in casa la trans Brenda

Il legale di Marrazzo: inquietante.

Il 2 novembre era stata sentita dal pm nell'inchiesta sul presunto ricatto all'ex governatore

 
ROMA (20 novembre) - Il corpo della transessuale brasiliana Brenda, coinvolta nella vicenda di Piero Marrazzo, è stato trovato carbonizzato stamani all'interno di un appartamento in via Due Ponti a Roma. Lo si apprende da fonti investigative. Sul posto sono arrivati gli agenti della polizia scientifica della questura di Roma. L'ingresso della casa, dove sono assiepati giornalisti e cameramen, è sbarrato e presidiato dalla polizia.

Secondo le prime testimonianze, accanto al cadavere c'era una bottiglia di whisky. Alle sue colleghe avrebbe detto ieri sera che non ce la faceva più e voleva togliersi la vita.

I vigili del fuoco della capitale sono stati chiamati per un incendio che si stava sviluppando all'interno delle cantine di una palazzina in via Due Ponti alle alle 4:16 della notte scorsa. Arrivati sul posto alle 4:33 i hanno trovato il corpo della viado ormai carbonizzato all'interno del suo appartamento.

Immediato l'intervento della polizia scientifica. La transessuale brasiliana coinvolta nel caso che ha portato alle dimissioni dell'ex presidente della regione Lazio per i rapporti che avrebbe intrattenuto con lui, era stata ascoltata in procura a Roma, come testimone, nell'ambito dell'inchiesta sul presunto ricatto ai danni dell'ex governatore del Lazio il 2 novembre scorso.

L'audizione del viado svolta di fronte al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal sostituto Rodolfo Sabelli doveva chiarire tra l'altro, la questione dell'esistenza di un secondo video in cui apparirebbe Marrazzo e del quale hanno fatto cenno alcuni transessuali. Pochi giorni dopo, il 9 novembre, Brenda era rimasta coinvolta in una rissa dalla quale era uscita con ferite al volto. Era stata fermata dai carabinieri in via Biroli, sulla via Cassia. I militari in quell'occasione dovettero difendersi perché la trans dava in escandescenza. In quell'occasione le era stato anche rubato il telefono cellulare.

«È inquietante». Così Luca Petrucci, legale di Piero Marrazzo, commenta all'agenzia Adnkronos la morte di Brenda. «Bisogna indagare - dice Petrucci - per vedere se c'è qualcosa di più grosso di quel che sia già emerso».

da ilmessaggero.it


 


Titolo: BRUTTE e tristi STORIE... (fine prima parte)
Post di: Admin su Dicembre 07, 2009, 03:48:34
La prima raccolta di BRUTTE E TRISTI STORIE si ferma qui ma prosegue NELLA NORMALE RASSEGNA.

ggiannig