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Autore Topic: BERSANI -  (Letto 23644 volte)
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« Risposta #15 il: Dicembre 20, 2008, 05:01:23 »

Il Pd e la tregua interna

Veltroni e la sfida delle europee
 
  di Marco Conti


ROMA (20 dicembre) - Tanto tuonò che non piovve, ieri alla direzione del partito Democratico, chiamata a discutere di risultati elettorali deludenti e

di questione morale. Walter Veltroni è riuscito a rimettere insieme i cocci di un partito che sembra accerchiato dalle procure e in forte crisi di identità. Proprio quest'ultimo aspetto viene oggi sottolineato con maggior forza sui quotidiani. Non si tratta forse solo «dell'amalgama mal riuscito» evocato da Massimo D'Alema, quanto dell'incapacità dei vertici del Pd di indicare una direzione stretti tra la piazza dell'Onda, il giustizialismo di Di Pietro, le liturgie del sindacato e le esigenze del riformismo a suo tempo espresse al Lingotto. Il voto bulgaro sul documento conclusivo, da «vecchio comitato centrale», come sottolineava ieri sera un vecchio militante proveniente dall'esperienza del Pci, non cancella però i problemi. Soprattutto non è detto che rappresenti l'umore di eletti e militanti che ieri sera al Nazareno non c'erano e che da anni vivono con sempre maggiore rarefazione le scelte romane.

La decisione del sindaco di Torino Sergio Chiamparino di sbattere la porta e dimettersi da ministro ombra delle Riforme, salvo poi ripensarci dietro pressing dello stesso Veltroni, raccoglie proprio questo senso di frustrazioni e di forte disorientamento che si avverte nelle province più lontante del partito Democratico, e che l'arruolamento dello scrittore Saviano non basta a recuperare. C'è voglia di far da soli in molti quadri di partito e amministratori locali abituati a trattare ormai personalmente con il governo anche questioni rigurdanti la politica estera. Si avverte un disorientamento che la crisi econimica rischia di far diventare esplosivo. Ieri sera Veltroni ha tentato di dare su questo tema delle indicazioni e il gruppo dirigente, seppur tra mille mugugni, astensioni e distinguo, si è adeguato. Forse non avrebbe potuto fare altrettanto, visto che anche i più critici nei confronti del segretario hanno sinora condiviso con Veltroni scelte e potere. Resta ora l'appuntamento con le elezioni europee del prossimo anno l'appuntamento decisivo per il Pd e Veltroni. Se il partito dovesse precipitare rischia di saltare non solo il quadro dirigente, ma il progetto stesso.
 
da ilmessaggero.it
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« Risposta #16 il: Dicembre 22, 2008, 10:35:13 »

Intervista a Bersani: "Un partito solido sa anche distribuire i volantini"

"Da oggi al congresso del 2009 dobbiamo rimetterci in piedi per dare risposte alla crisi"

"Nessuna alternativa a Walter? Se serve non mi tiro indietro"

di SEBASTIANO MESSINA
 
ROMA

Onorevole Bersani, Veltroni ha messo il Pd davanti a un bivio: innovare o fallire. Ma cosa significa la parola "innovazione", per lei?
"E' una parola su cui son d'accordo, e che ho chiesto di qualificare. Per non renderla generica. Se parliamo di innovazione programmatica, Veltroni ha elencato alcuni punti, che io condivido e che è giusto proporre al Paese. Ma se parliamo di innovazione del profilo, della logica, della struttura di un partito, allora è meglio che ci chiariamo meglio le idee".

Le sembra un appello ambiguo?
"Io credo che il partito sia uno strumento, che deve funzionare per poter cambiare il Paese. Perché questo strumento funzioni, deve avere i piedi nella società, ma non deve esserne lo specchio. La società è piena di cose ottime, di energie vitali, ma è piena anche di diffettucci.
Il partito deve saper spostare energie e chiamare tutti a una riscossa civica".

Il Partito democratico è stato un po' zoppicante, su questo fronte?
"Secondo me all'inizio di questa nostra vicenda c'è stata questa utopia di una presa diretta tra il partito e la società, di un meccanismo automatico che può portarci dei guai. Prendiamo le primarie...".

Non le piacciono le primarie? Non crede che sia giusto che siano gli elettori del Pd a scegliere chi dovrà essere il candidato sindaco, o presidente della Regione?
"Sia ben chiaro, io sono favorevole alle primarie. Però dico: cos'è un partito?".

Già, cos'è un partito? Le è stato rimproverato di voler tornare al modello del Pci.
"No, io non voglio rifare il Pci. Voglio fare l'Avis".

E cioè?
"Una associazione di volontari della politica. Lì la sovranità è degli aderenti. I quali nei momenti decisivi la devolvono, per meccanismi statutari o per scelta, ai cittadini. Il collettivo di associati chiamato partito decide di fare le primarie per qualsiasi candidatura? Di fare l'elezione diretta per qualsiasi carica interna? Bene, ma lo decide lui. Non è possibile che in tutti i comuni d'Italia debbano esserci automaticamente le primarie, senza che il Pd faccia una valutazione collettiva. Altrimenti alla fine il partito diventa solo un regolamento. E diventa permeabile a qualsiasi cosa".

Massimo D'Alema ha parlato, nel suo intervento in Direzione, di un partito frutto di un "amalgama mal riuscito". Condivide?
"Un momento. D'Alema ha fatto un discorso più complesso. Ha detto: qualcuno sostiene che noi saremmo un partito a canne d'organo, un partito di correnti, ma non è così perché siamo in una fase precedente, quella in cui prevalgono semmai degli elementi di anarchia e di frantumazione. Altro che correnti. In questo momento noi non abbiamo nemmeno gli aderenti. Stiamo raccogliendoli adesso. E avremo il primo congresso nell'autunno prossimo. Sarà quello il momento in cui si confronteranno le diverse piattaforme politiche. Lì si creerà il pluralismo. Per adesso non è possibile parlare di correnti".

Che lei, mi pare di capire, non demonizza.
"Quando matureranno le condizioni, noi avremo certamente delle aggregazioni interne, che io vorrei che fossero anche statutariamente mobili e transitorie. Ma in un grande partito, come avviene ovunque, immagino che poi le varie sensibilità si organizzino in piattaforme, in proposte da mettere a confronto. Il nostro non sarà mai un partito con un padrone, dobbiamo tutti abituarci alla discussione".

E' vero che la leadership del Partito democratico avrebbe bisogno, come ha detto D'Alema, di più autorità e di più autorevolezza?
"Messa così, non sono d'accordo. Per me il leader è il vertice di un collettivo, un leader dei leader espressi dal basso. Nelle condizioni attuali, l'autorevolezza non è che te la puoi fabbricare. Oggi abbiamo un leader che ha un'investitura enorme ma non ha con sé un collettivo strutturato. Quindi rischia la solitudine, ma non perché si chiama Veltroni. Si chiamasse Bersani, o D'Alema, sarebbe la stessa cosa".

Teme il virus del cesarismo?
"Noi non possiamo mutuare dei meccanismi di autorità alla Berlusconi, alla Di Pietro, alla Bossi. Quelli sono partiti che emanano da persone. Noi no. Noi abbiamo chiesto il massimo della partecipazione per la scelta del segretario. Non è che il giorno dopo l'esercizio democratico può trasformarsi in autorità. O in autoritarismo".

Lei però ha condiviso la proposta di dare al segretario pieni poteri quando c'è da affrontare situazioni di emergenza locali che investano l'immagine del partito.
"Non solo l'ho condivisa ma mi sono battuto per farla passare. Però ho detto anche: attenzione, non c'è solo il problema di cacciare i disonesti, c'è anche il problema di difendere gli onesti. Perché se noi disamoriamo gli onesti, su quelle sedie potranno finirci solo i disonesti".

Dopo il crollo in Abruzzo, una sconfitta alle europee sarebbe un colpo durissimo per il Pd. E' davvero concreto il rischio di una disgregazione, di uno scioglimento?
"No. La nostra avventura di oggi è nel solco, almeno ai miei occhi, di 150 anni di storia di civismo, di riformismo, di battaglie democratiche. E questa vicenda ne ha viste tante. Se noi ci rendiamo conto di questo, relativizziamo anche la fase che stiamo attraversando. Non può esistere un futuro di questo Paese senza un grande partito riformista. Questo è sicuro. Io spero che le europee vadano bene. Ma, comunque vadano, non sono assolutamente in grado di provocare la fine del progetto del Pd".

Dunque una sconfitta non metterebbe a rischio la leadership di Veltroni?
"No, questo no. Io aspetto il nostro primo congresso per avere quel confronto di piattaforme politiche e culturali che aiutano a creare il profilo del partito. Nella situazione in cui saremo, certo".

Dice Massimo Cacciari: non c'è nessuna alternativa a Veltroni.
"Ma nessuno la sta cercando".

Però arriverà il momento del congresso, dice lei. E lì è possibile che l'alternativa a Veltroni si chiami Bersani?
"In tutta sincerità, questo problema io non me lo pongo. Vediamo come andrà il confronto sul profilo politico del Pd. Io so di avere delle idee, in proposito. E sono pronto a sostenerle, in un partito che possa condividerle".

Si sta candidando a fare il segretario?
"Chi conosce la mia mini-biografia sa che io non mi sono mai candidato a niente. Tutto quello che ho fatto è stato perché si pensava che potessi essere utile. Detto questo, non mi sono mai sottratto quando era necessario. C'è chi ama gli sport individuali e chi preferisce gli sport di squadra. A me è sempre piaciuto lo sport di squadra, sennò non mi diverto. Poi in uno sport di squadra uno può giocare in qualsiasi ruolo. Può fare il capitano ma può anche stare in panchina senza piangere".

E da qui al congresso che succede nel Pd?
"Guardi, io ho una grande, grandissima preoccupazione. La crisi sarà acuta e non sarà breve. Da qui all'estate noi ci troveremo in una situazione assolutamente inedita, sul piano produttivo e su quello sociale. Qualcosa che non abbiamo mai visto, almeno quelli della mia generazione. Noi rischiamo che la fascia più colpita, giovani precari, lavoratori e piccoli imprenditori, vengano abbandonati o alla compassione della destra o a qualche rigurgito rabbioso di tipo populista. Io sento acutamente che c'è bisogno di noi. Per questo dobbiamo rimetterci in piedi ed essere forti. Un partito come il nostro, deve esserci".

Cosa vuol dire, "esserci"? Non c'è, oggi, il Pd?
"Voglio dire che non basta che Bersani abbia la piattaforma giusta, se poi non abbiamo qualcuno che attacchi un volantino nella bacheca della fabbrica in crisi. Se agli occhi di un giovane precario, che ha perso anche quei 500 euro al mese che aveva, apparisse che a Roma siamo tutti d'accordo e diciamo che tutto va bene, ma dove va questo giovane? Ci vuole qualcuno che gli sia di riferimento e che gli dica: guarda, cerchiamo di combattere perché così non va. La mia preoccupazione più grossa oggi è questa: essere lì, accanto a quel precario che resta disoccupato".

(21 dicembre 2008)
da repubblica.it
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« Risposta #17 il: Gennaio 14, 2009, 05:55:44 »

Blindano il voto ma non il disagio di tutto il Paese

di Bianca Di Giovanni


«Non riusciranno mai a blindare il disagio del Paese, che c’è ed è forte».
Pier Luigi Bersani ha appena terminato il suo intervento in Aula. Ha parlato per mezz’ora di fila, ripetendo più volte: ascoltateci. «La crisi è dura e non si propone nessuna ricetta. Il premier dice che nel paese non c’è conflitto - dichiara - Ma il conflitto non c’è perché molti sono disperati. Non sanno cosa fare, e il governo non dà indicazioni».

Come giudica l’intervento di Fini. Ha un peso politico forte?
«Conosco troppo bene i giochi della politica: senza un’alternativa non succede mai nulla. Fini ha reagito come si fa quando la goccia fa traboccare il vaso. Non si è mai visto che con 20 emendamenti depositati non si permetta all’Aula di esaminare il testo. L’opposizione aveva selezionato 10 proposte: non c’era nessun rischio di sforare nei tempi. Il discorso di Vito è surrealismo puro, anzi dadaismo. Addirittura porre la fiducia per rispettare il Parlamento. Davvero troppo».

Anche con l’esame in Aula non sarebbe cambiato molto nel merito. Tremonti insiste che le risorse non ci sono.
«Non è così, perché nella democrazia c’è anche una forte valenza economica. La discussione democratica serve per capire meglio e per correggere gli eventuali errori. Ebbene, l’Italia è l’unico Paese del mondo che non ha mai discusso della crisi e delle misure per contrastarla in modo serio e consapevole. Nell’opinione pubblica si trasmettono slogan preconfezionati e conformisti: non c’è una vera analisi critica, è per questo che rischiamo di andare sempre più giù».

Resta il fatto che Tremonti non concede risorse.
«Allora, passiamo al merito. Questo governo ormai risponde sempre che non si può fare nulla, è impossibile tutto, perché c’è il debito, perché c’è Bruxelles, perché ci sono i titoli. Ricordo che il governo Prodi, pur rientrando del deficit, redistribuì 6 miliardi con il “tesoretto”. In qualche modo avrà fatto. E poi voglio dirlo chiaro e tondo agli elettori: loro sono pagati per trovare una soluzione, non per dire che non c’è. Cosa pensa la gente che perde lavoro di queste persone che siedono nei palazzi e dicono semplicemente: non possiamo fare nulla? Che immagine stiamo dando?».

E l’opposizione?
«Noi abbiamo proposto varie cose. Abbiamo chiesto un incontro: lì ci erano state assicurate aperture sulle nostre proposte. Invece poi non si è visto nulla, a parte qualche concessione marginale (come quella sul bonus degli ecoincentivi). L’ho ripetuto oggi (ieri, ndr) in aula: faccio appello alla maggioranza. Apriamo un tavolo anticrisi, a cui partecipino anche gli enti locali, e troviamo delle risposte per la parte debole del paese. In troppi stanno soffrendo: questa crisi la sta pagando la parte meno tutelata. Nell’inconsapevolezza di tutti. Se la crisi è così dura, non si risolve con una rapina da una parte, o una rissa nel Cipe, spostando risorse da una parte e sottraendone da un’altra. Io insisto: ci vuole un piano concordato anche sugli investimenti locali. Non serve scippare le amministrazioni decentrate dei loro fondi».

Non è d’accordo con la proposta Sacconi sui fondi per la formazione?
«Se funziona, nessuno si mette di traverso in questo momento così difficile. Ma io temo che sia una strada molto complicata e molto lunga.
Nel frattempo i lavoratori e le loro famiglie finiscono nel baratro».

bdigiovanni@unita.it


14 gennaio 2009
da unita.it
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« Risposta #18 il: Gennaio 15, 2009, 12:26:01 »

2009-01-14 21:59

Fini-Berlusconi, il gelo continua: ora Pdl in stand by

di Milena Di Mauro


ROMA - Vedersi, stringersi la mano, dare un segno anche plastico della ritrovata unità sarebbe stato facile, oggi che il premier è arrivato alla Camera a votare la fiducia sul decreto anticrisi e vi ha passato gran parte del pomeriggio. Invece così non è stato: tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi il gelo resta. E non basta il riconoscimento del Cavaliere al suo ex vicepremier: "Chapeau, Fini ha un ruolo istituzionale e lo interpreta bene - dice ai giornalisti in Transatlantico - svolgendo un ruolo non partigiano e cercando di dare giustamente l'impressione di essere super partes". Una lunga perifrasi che il presidente della Camera legge sulle agenzie, e che commenta solo muovendo le labbra ad un sorriso.

I due non si vedono e non si sentono, perciò. E l'ultimo contatto, per ammissione dello stesso Berlusconi, resta quello degli auguri telefonici per Natale. Mentre Fini confida a chi ci parla che da mesi non si confronta direttamente con il premier. Precisamente dal 30 ottobre, data in cui fu il presidente della Camera ad invitare a colazione a Montecitorio il Berlusconi (presentandogli nell'occasione l'indigesta pietanza del voto segreto sulla riforma della legge elettorale europea, infatti poi accantonata).

Dopo più nulla. "A fronte delle settimanali cene con Umberto Bossi, dei continui confronti con Giulio Tremonti, delle quotidiane consultazioni con ministri e maggiorenti di Forza Italia", osserva amaro un colonnello di An. Possibile che due leader che lavorano alla costruzione di un grande progetto politico, il Pdl, non parlino tra di loro? E' quello che hanno ripetuto ministri e big azzurri a Berlusconi oggi in diversi incontri, trovando il premier disponibile a non alzare ancora i toni dello scontro, disposto a riconoscere il bisogno di visibilità di Fini e pronto a riallacciare i rapporti, nonostante la persistente irritazione per le ultime stoccate del presidente della Camera. E della necessità di riannodare un filo è andato a parlare anche Ignazio La Russa a Berlusconi, in un incontro alla Camera che pare non sia stato dei più facili.

Finito il quale, dopo aver riferito a Fini, il 'reggente' di An ha dettato due eloquenti dichiarazioni.

La prima: "Berlusconi dice che il congresso del Pdl sarà il 27 marzo? La data è probabile, ma non è stata ancora decisa ufficialmente". Certo non stabilita di concerto da Berlusconi con Fini, come sarebbe stato d'uopo, secondo An. E ancora. Berlusconi assicura che "con Fini non ci sono incomprensioni" visti i quotidiani contatti con La Russa e Maurizio Gasparri? "Sono contento delle dichiarazioni di Berlusconi sul ruolo di Fini - replica La Russa, sempre dopo aver incontrato il leader di An - ma forse sarebbe auspicabile un contatto più assiduo tra presidente del Consiglio e presidente della Camera, che al momento non risulta". La frenata di An sulla data del congresso fondativo del Pdl non è che la punta di un iceberg di un malessere profondo.

L'intero partito è in subbuglio, preoccupato dall'assenza di regole e di democrazia interna del nuovo soggetto politico, dai contorni eccessivamente oligarchici che l'operazione va assumendo, dal rischio che il Pdl sia solo una Forza Italia allargata, con un Berlusconi padrone e tutti gli altri relegati al ruolo di vassalli e valvassini. Un partito finto, dove Berlusconi decide tutto, dove non ci si conta e non ci si confronta. Fini perciò tira il freno a mano. Resta convinto della bontà della scelta di dare vita ad una forza unica di centrodestra, ma comincia a dare ascolto ai molti di An che vanno da lui in processione implorandolo di riprendere l'iniziativa politica, di tornare ad essere un punto di riferimento per la destra. E torna a prendere quota, nella mente di qualcuno l'idea di rinviare la nascita del Pdl o di tornare almeno sul progetto di una federazione, anche se per i più il ruolino di marcia resterà quello fissato. Nella giornata in cui Fini esce dall'Aula prima che Berlusconi vi entri per votare la fiducia (con l'avallo del regolamento per il quale a presiedere, durante la chiama e dopo le dichiarazione di voto, non è il presidente ma un vice) si rafforza invece l'asse con il Quirinale. Fini sale al Colle e dalle maglie del riserbo più stretto trapela una forte sintonia. In particolare, sulla decretazione d'urgenza Fini ha detto ieri il suo punto di vista sulla esigenza di una reale "centralità del Parlamento".

Il capo dello Stato, incontrando le alte cariche dello Stato il 17 dicembre, a sua volta aveva definito l'abuso di decreti "un punto dolente della politica italiana". "Per quanto si tratti di provvedimenti straordinari che il governo adotta sotto la sua responsabilità - sottolineò allora Napolitano - il presidente della Repubblica e i presidenti delle Camere non possono esimersi dal sollevare i problemi, costituzionalmente sensibili, che derivano sia da un'abnorme frequenza del ricorso a decreti".(ANSA). 

da ansa.it
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« Risposta #19 il: Febbraio 06, 2009, 10:06:50 »

Il ministro ombra annuncia che si candiderà alla leadership del Partito democratico:

"Sento il disamore dei nostro elettori. Ho fatto una cavolata a non correre alle primarie"

Pd, Bersani prepara la sfida di ottobre "Veltroni è solo il leader dei supporter"

dal nostro inviato GOFFREDO DE MARCHIS

 
CAGLIARI - Se non ora, quando? "La volta scorsa ho fatto una grandissima cavolata a non candidarmi alle primarie". Ci furono pressioni enormi, "sarei andato a chiedere i voti ai segretari delle federazioni mettendoli in imbarazzo perché il partito aveva fatto un'altra scelta. Mi rimaneva la possibilità di mettermi alla testa di una lista di consumatori.". Troppo poco per puntare al vertice. Ma gli errori non si ripetono.

Pierluigi Bersani ha un programma, un'idea di Partito democratico (opposta per molti versi a quella di Walter Veltroni), una visione di come si esercita la leadership. Persino l'età non è un problema, a dispetto dei soliti discorsi sul ricambio generazionale. "Sono un giovane di lungo corso, io", dice scherzando dall'alto dei suoi 57 anni. Dunque, ora. Il dado è tratto, Bersani lancia la sua corsa verso la segreteria del Pd. Con i tempi del partito che celebra il congresso a ottobre, certo. Con le variabili della politica: elezioni in Sardegna, amministrative, Europee. "Ma ho deciso di espormi subito perché sento il disamore dei nostri elettori, la mancanza di una prospettiva. Hanno bisogno di un punto di riferimento, altrimenti se ne vanno".

Bersani gira l'Italia da settimane, nei centri della crisi. Lavora per "la ditta", ma si guarda anche intorno, cerca di capire cosa chiedono i cittadini al Partito democratico. E a un eventuale nuovo segretario. Ieri era in Sardegna. Per Renato Soru, che potrebbe essere uno sfidante in autunno, e per ascoltare le domande del mondo del lavoro. Davanti ai cancelli della Syndial, fabbrica di cloro dell'Eni, trova ad aspettarlo tutti i 220 operai preoccupati per il loro futuro. Li rassicura, li prende sotto braccio, li coccola col suo accento emiliano, spiega anche qual è secondo lui la missione principale di un partito di sinistra. "Da 150 anni la nostra storia, con le sue evoluzioni, si fa carico del punto di vista dei più deboli, dei subordinati. Questo dobbiamo continuare a fare per costruire una società migliore". Poi nella sede regionale del Pd a Cagliari, accompagnato dal "commissario" Achille Passoni e dall'assessore all'Industria Concetta Rau, incontra i rappresentanti dell'Eurallumina, raffineria del Sulcis che il 23 febbraio rischia di chiudere i battenti per un anno. Così hanno deciso i proprietari russi.

Qui Bersani non si limita ad offrire sostegno, garanzie. Chiama l'ambasciatore russo perché nel Paese di Putin affari e politica vanno a braccetto. Telefona al ministro Scajola: "Quando lo aprite questo tavolo?". Il tour prosegue a nord: inaugurazione di un circolo del Pd a Uras, poi l'altra zona calda di Porto Torres.

I lavoratori sono la forza del Pd. E potrebbero essere la sua. Sia chiaro, questo fronte non va abbandonato. "Per il 13 febbraio ho aderito alla mobilitazione dei metalmeccanici e del pubblico impiego. E non mi venissero a dire che sono filo-Cgil. Quando si parla con gli imprenditori ci vogliono le truppe. Se hai dietro un consenso e una proposta ragionevole allora gli industriali ti stimano, ti ascoltano. Se lecchi i piedi, non ti stimano e non ti ascoltano". Questa bandiera quindi non la molla. "Ma lo sapevate che Di Pietro aveva aderito allo sciopero nazionale della Cgil? E che il 13 sarà in piazza sia con i metalmeccanici sia con i dipendenti pubblici? Ma vi pare che il Pd si deve far togliere la rappresentanza dei lavoratori da Tonino?".

No, così non va. Il partito, com'è oggi, non funziona. Le attenuanti non mancano, "perché lo so anch'io che siamo ancora nella fase costituente". Ma il Pd non riesce a darsi un profilo, una missione. "Perché esistiamo?", è la domanda senza risposta. Il riformismo "non è andar per funghi, come ho visto alla scuola di formazione di Cortona", fiore all'occhiello veltroniano. "Parla Rifkin, poi un altro professorone, un altro ancora e alla fine non si capisce l'obiettivo". Anche la conferenza programmatica di aprile può diventare un'occasione persa. "L'ho detto a Bettini. Coinvolgiamo subito la periferia, organizziamo assemblee sul territorio, facciamoci mandare dei documenti su 4-5 grandi temi: la crisi, l'Europa visto che si vota dopo poco, un Welfare universalistico, il Nord e il Sud. Mi ha ascoltato con grande attenzione, poi si è deciso il contrario. Si chiamano a raccolta 3000 persone il giorno prima, le si divide in una decina di gruppi, poi all'assemblea parlano i portavoce dei gruppi, due ospiti stranieri, magari Bono o chissà chi altro, si chiude con un discorso di Veltroni. Ma così Walter si riduce a fare il leader dei supporter e questo non può bastare a un grande partito". Invece è necessario motivare gli iscritti, farli partecipare. "Sennò tanto vale mettere nei circoli quei manifesti che si appendevano dal barbiere: vietato parlare di politica".

La sua candidatura è emersa da una riunione di Red, l'associazione dalemiana. Come dire che nasce nell'ambito dell'eterno dualismo tra Massimo e Walter. "Lo so, è una dinamica che ha stancato anche me. Però a Veltroni è piaciuto il cappello di D'Alema alle primarie.". Con il segretario in questi giorni ha il dente avvelenato. "Se hai un'opinione diversa vuoi distruggere il partito. Se ti acconci, come è avvenuto per la legge delle Europee, sei uno sconfitto. Adesso basta. Quando io e mia moglie litigavamo di brutto non andavo di là dalle bambine a dire che il papà voleva strangolare la mamma. Le consolavo: "Non succede niente, stiamo solo discutendo"". Bersani non scrive romanzi, non ha la barca, non cucina risotti. E' un antipersonaggio, per molti più un tecnico che un politico, molto competente sì, ma oltre questo? "Forse è pure vero, sembro un tecnico, ma ho anche approfittato di questa fama per rimanere fuori da certi meccanismi". Del suo privato si conosce soprattutto la passione per Vasco Rossi. "E chi dice che è un maschilista non capisce niente. Le donne sanno benissimo che il maschilismo di Vasco è solo un vezzo, un gioco. A far girare il mondo, anche in quelle canzoni, sono sempre loro".

(6 febbraio 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #20 il: Febbraio 12, 2009, 12:40:59 »

11/2/2009 (11:37) - IL CASO


Lo sciopero della Cgil divide il Pd
 
Epifani in pressing sui democratici: «Sul lavoro abbiano una voce chiara»

Il partito ufficialmente non aderisce.

E Bersani si smarca: io andrò in piazza

ROMA

Lo sciopero dei metalmeccanici e del pubblico impiego della Cgil di venerdì prossimo irrompe nel dibattito interno del Pd. Se il partito ha deciso di non prendere posizione, Bersani ha invece annunciato ieri la sua adesione alla mobilitazione spiegando che «il Pd deve far sentire la sua presenza nei luoghi dove si muovono i protagonisti della crisi economica: lavoratori, sindacati e piccoli imprenditori».

La svolta di Bersani
Il ministro ombra del Pd, nonché futuro candidato alla segreteria, ha approfittato del dibattito promosso da Movimento per la sinistra ("Politica e conflitto sociale: la sinistra e lo sciopero generale"), per chiarire la sua posizione: «Io credo che l’oggetto della reciproca autonomia tra sindacato e politica, non sia un partito che aderisce o meno a uno sciopero. Non è questo il tema in discussione». «Dobbiamo tuttavia essere presenti perchè la piattaforma che viene presentata per lo sciopero del 13 febbraio mi sembra ragionevole, non mi pare affatto estremistica». Bersani ha poi snocciolato i temi «sui quali anche il Pd è impegnato e sui quali mi sembra giusto portare la nostra presenza: riduzioni fiscali per salari, pensioni e stipendi, misure possibili e ragionevoli sul sistema degli ammortizzatori sociali, il tema di investimenti nelle infrastrutture locali e così via».

Il pressing dela Cgil
Dopo l'adesione di Bersani il segretario della Cgil Epifani aumenta oggi il pressing sui democratici invitandoli ad avere sui grandi temi «una voce chiara». «Chiedo al Pd che abbia proprie radici nel mondo del lavoro, recuperi una sua capacitàdi lettura dei processi che riguardano la condizione dei giovani, dei precari e degli anzini ed elabori delle proprie proposte perchè solo così si potrà avere una capacità di confronto», dice Epifani ai microfoni di Radio tre. Una richiesta che il sindacato lega, anche e sopratutto, all’ultimo accordo separato sulla riforma del modello contrattuale. «Di fronte ad uno strappo di queste dimensioni, un grande partito deve dire, con forza, quello che ha detto l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: che non si possono fare accordi senza la Cgil». E l'autonomia tra il sindacato e il Pd, -rincara Epifani- «non può essere indifferenza, perchè le ragioni del lavoro non possono stare a cuore solo al sindacato».

Cento parlamentari si smarcano con la raccolta firme
Il Pd ufficialmente ha deciso di non aderire allo sciopero ma un nutrito gruppo di parlamentari democratici ha promosso una raccolta di firme tra deputati e senatori che oggi verrà resa pubblica. Si tratta di oltre cento parlamentari che dichiarano la loro adesione allo sciopero, in contrasto con la decisione presa dalla segreteria. Tra loro ci sono nomi di un certo rilievo, da Anna Finocchiaro a Gianni Cuperlo, da Livia Turco a Vincenzo Vita, da Paolo Nerozzi a Maria Pia Garavaglia, da Walter Vitali a Ignazio Marino. Allo sciopero della Cgil aderiranno anche l’Italia dei Valori e la sinistra radicale, a cominciare dal Prc. «Siamo a fianco di tutti coloro che pagano sulla propria pelle le scelte sbagliate del Governo in campo economico», spiega Di Pietro. E il segretario di Rifondazione non risparmia una frecciata al Pd: «L’unica cosa che Veltroni realmente vuole è obbligare la Cgil a sottostare ai diktat del governo e di Confindustria».

da lastampa.it
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« Risposta #21 il: Febbraio 12, 2009, 12:42:03 »

11-02-09 

CRISI: VELTRONI SCRIVE A EPIFANI, SERVE GRANDE MOBILITAZIONE DI MASSA 
 


(ASCA) - Roma, 11 feb - ''Davanti alla crisi e' necessaria una grande mobilitazione unitaria di massa''. E' quanto ha sottolineato il segretario del Partito Democratico Walter Veltroni in una lettera inviata al segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, in vista degli scioperi dei metalmeccanici e dei dipendenti pubblici indetti dalla Confederazione. ''Stiamo vivendo un momento eccezionale che richiede unita' di intenti e piena consapevolezza della gravita' della situazione'' scrive il segretario del PD ''viviamo un periodo di grande incertezza e difficolta' cosi' come accade in tutti gli altri paesi'' ma ''da noi continuano a mancare pressoche' del tutto gli interventi per contrastare gli effetti della recessione, un piano organico di sostegno all'economia e alle imprese, alle migliaia di persone che rischiano di perdere il proprio posto di lavoro, a partire dai precari, alle famiglie che fanno sacrifici per necessita' o per prudenza''.

''Per questo - prosegue - siamo vicini ai quei lavoratori, e ne comprendiamo le ragioni, che decideranno venerdi' di rinunciare, pur in un periodo cosi' difficile, a una giornata di salario o di stipendio per chiedere con forza con il loro sciopero che si cambi rotta'' e ''siamo d'accordo, di fronte ai ritardi del governo, che e' necessario - come avviene negli altri paesi - esprimere questa domanda di cambiamento con la mobilitazione e la lotta, se e' possibile di tutte le forze produttive''.

Secondo Veltroni ''e' solo cercando e costruendo l'unita' tra le tutte le forze sociali e mettendo subito in atto una serie di azioni consistenti a sostegno dei lavoratori, delle imprese e delle famiglie che si potra' evitare al paese un periodo di drammatiche difficolta'''.

fgl/mcc/ss
 
da asca.it
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« Risposta #22 il: Febbraio 21, 2009, 06:33:26 »

L'ex ministro invita a un convegno Marcegaglia, Marchionne e Tremonti

Bersani lancia la sfida: «Proverò a rimettere il dentifricio nel tubetto»

All'appoggio di D'Alema si è aggiunto quello di Marini. E qualche giorno fa si è incontrato con Romano Prodi
 
 
ROMA — Pier Luigi Bersani non nasconde il pessimismo. Non a caso, a chi gli chiede di dire la sua, risponde con una delle metafore che l'hanno reso famoso. La più problematica: «Bisogna vedere se si riesce a rimettere dentro il dentifricio uscito dal tubetto». Ciò non toglie che l'ex ministro delle liberalizzazioni vedrebbe bene se stesso nei panni di chi si dovrà cimentare nella missione impossibile: politicamente parlando, la più grande occasione della sua vita. Lui ce la sta mettendo tutta per arrivare, a ottobre, in pole position. Ma da qui al congresso che incoronerà il successore di Walter Veltroni, sempre che la situazione non precipiti prima, il cammino è pieno di insidie. Contro, Bersani ha chi lo considera simbolo del vecchio apparato della Quercia, per questo incapace di innovare. Lui risponde ricordando di aver fatto «lo spezzatino dell'Enel, la riforma del commercio, la liberalizzazione delle ferrovie, le lenzuolate... ».

I GIOVANI - E non sono innovazioni? Già. Ma i giovani, la scommessa di Veltroni? «I giovani non vanno inventati, devono confrontarsi con un processo reale. Forse non sono stato io fra i primi a valorizzare, concretamente, i giovani?», rivendica. I nomi ce li ha sulla punta delle labbra: Maurizio Martina, trent'anni, segretario del Pd della Lombardia. Andrea Martella, classe 1968, ministro ombra delle Infrastrutture. Andrea Orlando, quarant'anni appena compiuti, portavoce del Pd. Ma sa, Bersani, che c'è pure chi nel Pd non gli ha mai perdonato proprio la mania delle liberalizzazioni. Come c'è chi prova imbarazzo quando ascolta Giulio Tremonti parlare di economia sociale di mercato, come fosse il portabandiera della sinistra. E lui rassicura anche loro: «Finora tutti i provvedimenti che ci hanno spacciato per economia sociale di mercato non hanno risolto un bel niente». È un Bersani diverso, quello che nella bufera della crisi corre per la segreteria.

IL PROTEZIONISMO - Un Bersani che dice «no al protezionismo », ma poi, come ha fatto giovedì alla presentazione dell'ultimo libro di Massimo Gaggi, La Valanga, riconosce che servono «strumenti in qualche modo difensivi» per le manifatture europee. Che parla di globalizzazione senza mettergli vicino la parola «opportunità ». E che non rinuncia a sottolineare gli errori storici del positivismo. Un Bersani impegnato nella lettura di un libro di Alberto Melloni: Papa Giovanni, un cristiano e il suo concilio. Consapevole che la Cgil può essere un potente alleato, ma pure che «le forze sociali devono trovare un compromesso non corporativo ». E che il mondo del lavoro non finisce con «chi ha l'idea balorda che chi sta con i lavoratori non può stare con gli imprenditori». Musica, per le orecchie di chi, come la Cisl, ha sempre sostenuto la partecipazione dei lavoratori al capitale. Una linea di pensiero che attraversa una vena importante, quella cattolica, del Pd, passando per Sergio D'Antoni.

D'ALEMA - E arrivando a Franco Marini: ancora una volta, con Massimo D'Alema, personaggio chiave dei destini del centrosinistra. Marini è concentrato a individuare un percorso che dopo le elezioni europee non spacchi il partito sulla scelta fra il Pse e il Ppe. Magari uno sparuto gruppo autonomo nel grande parlamento di Strasburgo, ma collegato esternamente al Pse. Bersani intanto incassa il sostegno dell'ex presidente del Senato (e di D'Alema) continuando a tessere la sua tela. A metà marzo ci sarà a Pisa una tre giorni in grande stile: il Manifutura festival. Ospiti Emma Marcegaglia, ma anche l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, Epifani, Claudio Scajola e Tremonti. Chi organizza? Il Nens, centro studi che Bersani ha fondato insieme a Vincenzo Visco. Già questo è piuttosto singolare. Che poi ci sia anche Tremonti, che una volta lo definì perfidamente «Nonsens», potrebbe sembrarlo ancora di più. Oppure no, nel clima concreto e «non settario» che Bersani vuole costruire intorno a sé. Qualche giorno fa si è incontrato con Romano Prodi, il convitato di pietra che lunedì aveva anche ricevuto sul Messaggero i sinceri complimenti del ministro dell'Economia. Un mortaretto, altrettanto sincero, lanciato da Tremonti fra i piedi di Veltroni. Senza immaginare che martedì sarebbe saltata per aria pure la Santabarbara.

Sergio Rizzo

21 febbraio 2009
da corriere.it
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« Risposta #23 il: Febbraio 25, 2009, 05:44:26 »

«Riportiamo il PD in fabbrica»

Itervista di Fabrizio Forquet
 
 

 
«L'impresa è una barca – racconta Pier Luigi Bersani, 57 anni –, se naviga bene ci stanno su sia gli imprenditori sia i lavoratori. Se va giù, vanno giù tutti.
E bevono, quanto bevono». Da ministro ombra dell'Economia, Bersani si è spesso trovato in disaccordo con il suo segretario. Ora vede le condizioni per un cammino nuovo: «Siamo stati troppo tempo lontani dalle fabbriche, ma nelle ultime settimane, già con Veltroni, si è cambiata rotta: ci sono le condizioni per lavorare nella direzione giusta».

Mentre sabato discutevate in assemblea sul successore di Veltroni, il Governatore Mario Draghi dal Forex ha lanciato il suo allarme sul fronte del lavoro. Qualcuno a sinistra le ha chiesto di ripartire da lì e di annunciare subito il programma del Pd?
Con l'elezione di Franceschini, abbiamo evitato di cadere nel ridicolo, ritrovandoci in piena crisi a dividerci nei nostri gazebo su chi aveva i capelli e chi no. Ora possiamo concentrarci con tutte le nostre energie su questo durissimo passaggio economico e sociale. Mi aspetto che, come un sol uomo, riprendiamo il filo di una proposta per le imprese e i lavoratori che nelle ultime settimane era finalmente migliorata.

Veltroni aveva riunito le parti sociali e aveva lanciato un piano che coinvolgeva le piccole e medie imprese. Che fine fa quel lavoro?
Dobbiamo procedere in continuità con quelle ultime iniziative. Se il partito è arretrato in tante zone industriali è perché per troppo tempo lì non ci siamo stati. Io stesso ho fatto assemblee dei lavoratori dentro le fabbriche come non facevo da tempo. Con i lavoratori e con gli imprenditori, perché lì capisci come sia una caricatura quella di chi dice che devi stare o con i primi o con i secondi.

Ma lei che ruolo avrà nel partito nei prossimi mesi?
Darò una mano occupandomi di questi temi, dei miei temi (salvo sorprese, Bersani sarà il coordinatore del partito per l'economia, Ndr). È Franceschini che decide, ma qui si tira tutti la carretta. L'importante è che, superato il trauma, ci buttiamo a capofitto nei temi sociali e non ci facciamo più rappresentare come una realtà che discute solo su se stessa.

Ieri il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha osservato che la crisi non sarà superata finché non si garantirà stabilità ai mercati e alle banche. Da dove si comincia: dalle banche o dal lavoro?
Terrei conto del monito di un altro banchiere centrale, del presidente della Bce Trichet: c'è il rischio che le banche tengano al loro interno i prestiti e non li trasmettano alle imprese. Perciò non credo che i cosiddetti Tremonti-bond siano lo strumento migliore per il rilancio del sistema industriale. Almeno bisognava prevedere meccanismi più stringenti per la trasmissione dei finanziamenti alle aziende e andava dato un segnale sul management che ha sbagliato. Quei bond non basteranno: servono soluzioni diverse o tante imprese nei prossimi mesi ci lasceranno la pelle.

La priorità, sembra di capire, è l'economia reale.
La priorità è il lavoro e sono le imprese: che poi è la stessa cosa. Quello che serve è un intervento straordinario fatto di politiche fiscali e politiche pubbliche per il sistema industriale.

Ma queste misure costano, mentre i Tremonti-bond sono a costo zero.
Lo so. Togliamoci, tuttavia, dalla testa che la crisi si superi senza spendere. Per fronteggiare la situazione abbiamo bisogno di una manovra di 15-17 miliardi.

È possibile? Il debito pubblico corre già verso il 114%...
Non mi si dica che un grande Paese come l'Italia, in questa situazione, non è in grado di mobilitare le risorse che servono. Diamoci uno spazio di tre anni: nel primo investiamo e per i successivi già prevediamo il meccanismo di rientro. Con l'euro lo abbiamo fatto, dovremmo tornare a quell'esempio. Non puoi dire non ci sono i soldi se hai la gente per strada.

Il Governo ha stanziato otto miliardi per ammortizzatori.
Ma le basi di finanziamento sono incerte e discutibili e i soldi veri non si vedono ancora. Non basterà. Guardi, io sono stato a Bergamo nei giorni scorsi. Solo lì, esclusi i precari, servono 10 milioni di euro nel 2009. La verità è che si sottovaluta una situazione che può avere risvolti sociali poco controllabili. Sto girando tutta Italia, vorrei che lo stesso facesse il governo. Convochi tutti intorno a un tavolo. Montezemolo ha parlato di Stati generali. Ottimo. Facciamoli. Noi a marzo abbiamo la nostra iniziativa ManiFutura a Pisa. È un'altra occasione per discutere. C'è tanta gente che sta male. Non solo lavoratori e precari, ma anche piccoli imprenditori nei cui occhi ho letto il panico. Il clima è davvero brutto, corriamo il rischio di una stagione molto calda. Servono misure immediate per impedire che tutto questo degeneri.
 
Lei cosa propone?
Innanzi tutto è giusto intervenire su una categoria particolare di imprese: sono quelle che, virtuosamente, hanno investito nel 2008, ma ora si trovano strangolate tra il difficile ammortamento di macchinari che non producono e le banche che chiedono di rientrare. Su queste aziende bisogna intervenire con sgravi fiscali retroattivi. Glielo dobbiamo: sono gli imprenditori che hanno dato di più.

E per tutti gli altri?
Va rafforzato il programma di incentivi legato a Industria 2015, in riferimento alla mobilità sostenibile, al risparmio energetico e alle tecnologie del made in Italy. Bisogna accelerare davvero i pagamenti della pubblica amministrazione, un piccolo tesoro che può essere da subito disponibile. E vanno concentrate le risorse per le infrastrutture sui cantieri locali, che sono immediatamente attivabili.

Come giudica la proposta per trattenere in azienda il Tfr destinato all'Inps?
Era giusta. Tremonti ha detto che si toglievano soldi ai lavoratori, in realtà quelli sono soldi del Tesoro.

Sulle questioni sindacali lei non ha nascosto il suo malumore nei mesi scorsi per una certa lontananza del Partito democratico dalla Cgil.
Io non sono filo-Cgil. Faccio il mio mestiere, sto dove stanno i lavoratori e dove stanno i piccoli imprenditori.

Ma se i lavoratori stanno su posizioni diverse, come è avvenuto sulla riforma dei contratti?
Guardi, l'errore lo ha fatto il Governo. Se io fossi stato al suo posto non avrei mai chiuso quell'intesa senza la partecipazione di tutti, soprattutto in questa fase. Non perché sono amico di questo o di quello, ma perché nelle difficoltà un Paese deve stare insieme.

Ma nell'approccio verso il sindacato si aspetta novità dall'uscita di Veltroni?
Mi aspetto che il mio partito stia nelle fabbriche, vicino ai lavoratori e vicino ai piccoli imprenditori. Per un po' non lo abbiamo fatto, ora abbiamo ricominciato. Anche con Veltroni. Siamo tornati sulla barca. E mi auguro di non scenderne più.

da ilsole24ore.com
« Ultima modifica: Marzo 05, 2009, 10:14:23 da Admin » Loggato
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« Risposta #24 il: Marzo 06, 2009, 09:37:11 »

«Riportiamo il PD in fabbrica»

Itervista di Fabrizio Forquet
 
 

 
«L'impresa è una barca – racconta Pier Luigi Bersani, 57 anni –, se naviga bene ci stanno su sia gli imprenditori sia i lavoratori. Se va giù, vanno giù tutti.
E bevono, quanto bevono». Da ministro ombra dell'Economia, Bersani si è spesso trovato in disaccordo con il suo segretario. Ora vede le condizioni per un cammino nuovo: «Siamo stati troppo tempo lontani dalle fabbriche, ma nelle ultime settimane, già con Veltroni, si è cambiata rotta: ci sono le condizioni per lavorare nella direzione giusta».

Mentre sabato discutevate in assemblea sul successore di Veltroni, il Governatore Mario Draghi dal Forex ha lanciato il suo allarme sul fronte del lavoro. Qualcuno a sinistra le ha chiesto di ripartire da lì e di annunciare subito il programma del Pd?
Con l'elezione di Franceschini, abbiamo evitato di cadere nel ridicolo, ritrovandoci in piena crisi a dividerci nei nostri gazebo su chi aveva i capelli e chi no. Ora possiamo concentrarci con tutte le nostre energie su questo durissimo passaggio economico e sociale. Mi aspetto che, come un sol uomo, riprendiamo il filo di una proposta per le imprese e i lavoratori che nelle ultime settimane era finalmente migliorata.

Veltroni aveva riunito le parti sociali e aveva lanciato un piano che coinvolgeva le piccole e medie imprese. Che fine fa quel lavoro?
Dobbiamo procedere in continuità con quelle ultime iniziative. Se il partito è arretrato in tante zone industriali è perché per troppo tempo lì non ci siamo stati. Io stesso ho fatto assemblee dei lavoratori dentro le fabbriche come non facevo da tempo. Con i lavoratori e con gli imprenditori, perché lì capisci come sia una caricatura quella di chi dice che devi stare o con i primi o con i secondi.

Ma lei che ruolo avrà nel partito nei prossimi mesi?
Darò una mano occupandomi di questi temi, dei miei temi (salvo sorprese, Bersani sarà il coordinatore del partito per l'economia, Ndr). È Franceschini che decide, ma qui si tira tutti la carretta. L'importante è che, superato il trauma, ci buttiamo a capofitto nei temi sociali e non ci facciamo più rappresentare come una realtà che discute solo su se stessa.

Ieri il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha osservato che la crisi non sarà superata finché non si garantirà stabilità ai mercati e alle banche. Da dove si comincia: dalle banche o dal lavoro?
Terrei conto del monito di un altro banchiere centrale, del presidente della Bce Trichet: c'è il rischio che le banche tengano al loro interno i prestiti e non li trasmettano alle imprese. Perciò non credo che i cosiddetti Tremonti-bond siano lo strumento migliore per il rilancio del sistema industriale. Almeno bisognava prevedere meccanismi più stringenti per la trasmissione dei finanziamenti alle aziende e andava dato un segnale sul management che ha sbagliato. Quei bond non basteranno: servono soluzioni diverse o tante imprese nei prossimi mesi ci lasceranno la pelle.

La priorità, sembra di capire, è l'economia reale.
La priorità è il lavoro e sono le imprese: che poi è la stessa cosa. Quello che serve è un intervento straordinario fatto di politiche fiscali e politiche pubbliche per il sistema industriale.

Ma queste misure costano, mentre i Tremonti-bond sono a costo zero.
Lo so. Togliamoci, tuttavia, dalla testa che la crisi si superi senza spendere. Per fronteggiare la situazione abbiamo bisogno di una manovra di 15-17 miliardi.

È possibile? Il debito pubblico corre già verso il 114%...
Non mi si dica che un grande Paese come l'Italia, in questa situazione, non è in grado di mobilitare le risorse che servono. Diamoci uno spazio di tre anni: nel primo investiamo e per i successivi già prevediamo il meccanismo di rientro. Con l'euro lo abbiamo fatto, dovremmo tornare a quell'esempio. Non puoi dire non ci sono i soldi se hai la gente per strada.

Il Governo ha stanziato otto miliardi per ammortizzatori.
Ma le basi di finanziamento sono incerte e discutibili e i soldi veri non si vedono ancora. Non basterà. Guardi, io sono stato a Bergamo nei giorni scorsi. Solo lì, esclusi i precari, servono 10 milioni di euro nel 2009. La verità è che si sottovaluta una situazione che può avere risvolti sociali poco controllabili. Sto girando tutta Italia, vorrei che lo stesso facesse il governo. Convochi tutti intorno a un tavolo. Montezemolo ha parlato di Stati generali. Ottimo. Facciamoli. Noi a marzo abbiamo la nostra iniziativa ManiFutura a Pisa. È un'altra occasione per discutere. C'è tanta gente che sta male. Non solo lavoratori e precari, ma anche piccoli imprenditori nei cui occhi ho letto il panico. Il clima è davvero brutto, corriamo il rischio di una stagione molto calda. Servono misure immediate per impedire che tutto questo degeneri.
 
Lei cosa propone?
Innanzi tutto è giusto intervenire su una categoria particolare di imprese: sono quelle che, virtuosamente, hanno investito nel 2008, ma ora si trovano strangolate tra il difficile ammortamento di macchinari che non producono e le banche che chiedono di rientrare. Su queste aziende bisogna intervenire con sgravi fiscali retroattivi. Glielo dobbiamo: sono gli imprenditori che hanno dato di più.

E per tutti gli altri?
Va rafforzato il programma di incentivi legato a Industria 2015, in riferimento alla mobilità sostenibile, al risparmio energetico e alle tecnologie del made in Italy. Bisogna accelerare davvero i pagamenti della pubblica amministrazione, un piccolo tesoro che può essere da subito disponibile. E vanno concentrate le risorse per le infrastrutture sui cantieri locali, che sono immediatamente attivabili.

Come giudica la proposta per trattenere in azienda il Tfr destinato all'Inps?
Era giusta. Tremonti ha detto che si toglievano soldi ai lavoratori, in realtà quelli sono soldi del Tesoro.

Sulle questioni sindacali lei non ha nascosto il suo malumore nei mesi scorsi per una certa lontananza del Partito democratico dalla Cgil.
Io non sono filo-Cgil. Faccio il mio mestiere, sto dove stanno i lavoratori e dove stanno i piccoli imprenditori.

Ma se i lavoratori stanno su posizioni diverse, come è avvenuto sulla riforma dei contratti?
Guardi, l'errore lo ha fatto il Governo. Se io fossi stato al suo posto non avrei mai chiuso quell'intesa senza la partecipazione di tutti, soprattutto in questa fase. Non perché sono amico di questo o di quello, ma perché nelle difficoltà un Paese deve stare insieme.

Ma nell'approccio verso il sindacato si aspetta novità dall'uscita di Veltroni?
Mi aspetto che il mio partito stia nelle fabbriche, vicino ai lavoratori e vicino ai piccoli imprenditori. Per un po' non lo abbiamo fatto, ora abbiamo ricominciato. Anche con Veltroni. Siamo tornati sulla barca. E mi auguro di non scenderne più.

da ilsole24ore.com
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« Risposta #25 il: Marzo 29, 2009, 11:18:58 »

Bersani attacca: «Il discorso di Fini demolisce l'azione di governo»

Di Pietro: fermeremo progetto piduista, premier compra consenso. Casini: abbiamo idea diversa da Berlusconi

 
ROMA (28 marzo) - Le parole di Fini rappresentano «una clamorosa bocciatura delle principali misure del governo». Parla chiaro il responsabile economico del Pd Pierluigi Bersani. «Dall'immigrazione al testamento biologico, dall'economia alle misure anti-crisi - ha detto - abbiamo assistito allo smontaggio degli architravi delle politiche di Berlusconi».

Il dirigente Pd parla di «un'autorevole voce dissenziente dentro la maggioranza che non va derubricata come semplice dialettica congressuale».
«Prima dinanzi all'inerzia dell'esecutivo - afferma Bersani - sul fronte della crisi ha auspicato gli stati generali dell'economia con tutte le parti sociali. Poi ha bocciato i principi stessi delle norme in tema di immigrazione inserite nel pacchetto sicurezza, fino ad arrivare ad oggi alla sconfessione della legge sul testamento biologico».

Di Pietro: fermeremo progetto piduista. L'Italia dei Valori ha il «dovere civico» di impedire che si porti a compimento «quel progetto di rinascita piduista che è sempre stato nel cuore dell'attuale presidente del Consiglio». Secco il commento di Antonio Di Pietro sulla nascita del Pdl. Ieri Dario Franceschini: «Berlusconi guardi avanti, stesse cose e stessi slogan dal '94».

Berlusconi «vuole totalmente delegittimare il Parlamento togliendo anche il diritto di voto e di pensiero ai deputati - ha detto Di Pietro - ancora ieri ha riconfermato la validità di questa legge elettorale che gli assegna il dominio nella scelta dei candidati e quindi trasforma il Parlamento in un esercito di dipendenti». Il premier «ha delegittimato un organo costituzionale dello Stato come la magistratura, che considera un nemico, mentre considera vittime tanti personaggi contigui, vicini alla mafia». «Berlusconi - ha concluso - vuole avere in mano tutta l'informazione pubblica e privata, come dimostra la vicenda Rai, ed eliminare i controlli di legalità contro il suo operato. Noi cerchiamo di frenare la deriva antidemocratica».

«Il premier compra il consenso di maggioranza del Paese. Non è vero che ce l'ha, illude i cittadini ogni giorno con promesse nuove e con l'informazione li convince. Ma presto - aggiunge Di Pietro - i cittadini passeranno dalla illusione alla desolazione».

«Ha scritto la Costituzione con Gelli». «Credo che in Italia ci siano due Costituzioni, quella dei nostri padri e quella di Berlusconi, il quale l'ha scritta con Licio Gelli». 
«Ci sono altre centinaia di Catania in tutta Italia» ha conluso il leader dell'Idv riferendosi alla «mala gestione» della città emersa dalla trasmissione televisiva Report. «Questo modo di fare - ha sottolineato Di Pietro - deve essere contrastato mandando a casa a zappare la terra chi si comporta in questo modo. Viceversa li mandano in parlamento a fare gli onorevoli».

Casini: abbiamo idea diversa da Berlusconi. Il congresso del Pdl «dimostra più di ogni altra cosa l'idea che Berlusconi ha della politica e del Paese. È un'idea che rispettiamo ma la nostra è diversa». «Noi lavoriamo per il futuro del Paese - afferma Casini -Non abbiamo bisogno di rivendicare uno spazio al centro. Questo spazio c'è ed è documentato da tutti. Siamo impegnati per il futuro dell'Italia. È importante tutto ciò perché il nostro lavoro guarda anche alla possibilità di creare una alternativa in Calabria».

D'Alema: non è l'unico governo possibile. Sull'affermazione del premier, secondo il quale quello del centrodestra sarebbe l'unico governo possibile per il Paese D'Alema ha detto: «Certamente non è l'unico governo possibile. In questi 15 anni ha governato anche il centrosinistra, e lo abbiamo fatto meglio di loro». L'esordio del Pdl? «E' rivolto al passato».
 
da ilmessaggero.it
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« Risposta #26 il: Marzo 30, 2009, 11:09:27 »

Bersani «Un’autoapoteosi.

Ma non una risposta alla crisi dell’Italia»

di Federica Fantozzi



Il PdL? Un tritasassi ideologico del berlusconismo dove An sarà biodegradata in 15 giorni. Ma sul fronte laico Fini ha aperto una breccia». Pier Luigi Bersani analizza il nuovo partito dal punto di vista del Pd: «Al congresso dovremo organizzare il campo o ci sorbiremo a lungo le prediche del Cavaliere».
Che chiama «a raccolta il suo popolo» e sfida Franceschini a imitarlo alle Europee. Populista o avveduto?
«Berlusconi sa sempre ciò che fa, ma non sempre sta in una logica democratica piena. Nessun leader in Europa chiede un voto inutile e una preferenza ingannevole. È l’ennesima distorsione: i meccanismi democratici prevedono eletti, non bandiere».

Rivendica il rapporto senza mediazioni con gli elettori: il PdL «nasce dal popolo per il popolo». Cosa cambia rispetto a Forza Italia?
«Niente. Il congresso è stato un rito autocelebrativo, un’auto-apoteosi che è nelle corde eterne del berlusconismo. Non è qualcosa di nuovo per il Paese ma ha introdotto novità da non sottovalutare. Una: la vocazione maggioritaria che gli porterà spine».

Il partitone del 51% fa più paura agli alleati che all’opposizione?
«L’appello di Berlusconi è destinato a creare fibrillazioni con la Lega e l’Udc. La nascita del PdL porterà movimenti in politica ma la distanza dai problemi reali è siderale».

Annunciando la «terza ricostruzione» il premier ha ammesso la gravità della crisi. Una svolta realista?
«È la solita retorica: usciremo dalla crisi e sarà merito del governo. Un messaggio privo di rilievo per chi la vive già: operai, cassintegrati non hanno voce. Il premier ha annunciato una misura, un’iniziativa, una proposta, un atto, un gesto che incida sulla crisi? Nulla: solo parole».

Ha lanciato il premierato forte. Da solo se l’opposizione non collabora. Cosa farete?
«Anche qui, nessuna novità. Ha aggirato gli argomenti di Fini sia sulle riforme che sulla laicità dello Stato. Le riforme che gli interessano per rinsaldare i suoi poteri se le fa».

Qual è la posizione del Pd sulle riforme costituzionali?
«Anche noi vogliamo revisione del bicameralismo, rafforzamento dei poteri di bilanciamento e ammodernamento dei poteri del governo. Però Berlusconi va avanti a colpi di decreti e voti di fiducia ma si lamenta che gli impediscono di governare. È falso e mistificatorio».

Fini è stato coraggioso, un uomo di Stato come ha scritto Scalfari, o gioca una partita sua?
«Semplicemente ha intuito che per fare un partito conservatore di stampo europeo non si possono coltivare i riti di An né affidarsi al populismo. Fini insegue il profilo di una forza emancipata dalle arretratezze storiche e dall’ipoteca di Berlusconi. Tentativo intellettualmente apprezzabile ma in pratica velleitario: il leader ha fatto valere il predellino».

Non è detto che alla Camera la partita del testamento biologico non andrà diversamente che al Senato.
«Sì, su quel fronte Fini ha aperto una breccia. Ha fatto un’avance consapevole dell’aria che tira: nel centrodestra ci sono perplessità. Restare attaccati al sondino 15 anni per Quagliariello e Gasparri è un po’ esagerato».

Coglierete la sponda di An sul referendum sulla legge elettorale?
«È chiaro che ne uscirebbe una legge pessima, ma il testo Calderoli è due volte pessimo. Sarà l’occasione per il Pd di annunciare che legge vogliamo e, dopo le Europee, riflettere su come rappresentare un’alternativa alla cappa del berlusconismo».

Da ieri il PdL è realtà. Vi spaventa?
«Il loro abbrivio gli porterà problemi. C’è un troppo pieno. Detto questo, dobbiamo prendere atto che il sistema politico si evolve. Il nostro ruolo è crescere e organizzare il campo sennò ci sorbiremo a lungo le prediche del Cavaliere».

Significa: appuntamento al congresso? Per quale piattaforma?
«Una riflessione di fondo sul profilo politico e organizzativo che vogliamo dare al partito, sulla società, sulle alleanze, sulla costruzione di uno schieramento e rapporti di forza».

Tutti i ministri, da Berlusconi e Tremonti, hanno dedicato gli interventi ai guasti della sinistra. Un’ossessione?
«No, una tecnica connaturata al berlusconismo: ha bisogno del nemico per veicolare un messaggio ideologico».

Loro si ritengono post-ideologici..
«Macché. C’è un sistema concettuale e di pensiero che viene prima e a prescindere dall’azione di governo. E noi dobbiamo ribadire il nostro sistema ideologico: regole, civismo, uguaglianza. Esserne orgogliosi. Avere un programma non basta: la questione in gioco è culturale».

Cosa l’ha colpita della kermesse?
«I ragazzi sul palco. Berlusconi sta organizzando le truppe. Facce fresche in prima fila. È un tritasassi ideologico che assorbe tutto: An sarà biodegradata in 15 giorni».
ffantozzi@unita.it


30 marzo 2009
da unita.it
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« Risposta #27 il: Aprile 20, 2009, 11:36:40 »

Bersani: «Stavolta dalla crisi si esce solo riducendo le disuguaglianze»
 
Confindustria: «Il peggio è passato»

di Claudio Sardo


ROMA (20 aprile) - «Questa crisi economica ci cambierà. E cambierà anche la politica. A sinistra è finito il tempo della buona retorica e della leggerezza comunicativa. Tornano in campo parole dure come produzione, redistribuzione, welfare. Ma la sinistra democratica e liberale ha buoni strumenti nel suo zaino: l’uguaglianza sarà nei prossimi mesi motore decisivo della crescita». Pierluigi Bersani sta preparando per giovedì (insieme a Vincenzo Visco e all’associazione Nens) un convegno con economisti e intellettuali dal titolo: «Uno sguardo oltre la crisi».

«Raccolgo materiali e li metto a disposizione del Pd», spiega. Non è ancora il tempo del congresso e Bersani tiene a preservare la tregua interna, necessità assoluta in questa difficilissima campagna elettorale. Tuttavia ha annunciato la candidatura a segretario e non intende ritirarla. Giovedì al convegno ci sarà anche il cardinal Silvestrini: vale come una prima risposta a chi l’ha accusato di preoccuparsi troppo della rappresentanza della sinistra e poco dell’apporto dei cattolici.

Ma l’uguaglianza ha davvero a che fare con la crescita economica?
«Dal dopoguerra agli anni ’80 la crescita fu accompagnata da una riduzione delle diseguaglianze. Dagli anni ’80 ad oggi è accaduto il contrario. Ma proprio questo meccanismo ha prodotto la crisi. Oggi non è neppure pensabile tornare a crescere senza un nuovo equilibrio economico e sociale. Tanto più nel nostro Paese...».

La crisi è globale. Non penserà a soluzioni nazionali?
«La crisi è globale, certo. Ma le diseguaglianze in Italia sono più gravi che altrove, come dicono tutti i centri studi. È da noi che si è allargata maggiormente la forbice tra i redditi più alti e quelli più bassi. Sono aumentate anche le distanze tra Nord e Sud, si è ridotta più che altrove la mobilità sociale e c’è minore scorrimento generazionale. Sono handicap gravissimi, che pesano sulla nostra capacità di ripresa. Ma possono essere il punto di partenza del nostro lavoro: è nella ricomposizione di queste fratture sociali che c’è la maggiore riserva di energia per la crescita».

Secondo lei il governo si sta muovendo bene?
«Il governo è immobile. Parla d’altro. Spera che passi presto la nottata. Ma stavolta non è la solita crisi ciclica. L’inerzia rischia di farci perdere per sempre attori importanti. Ad esempio: i più esposti oggi sono proprio gli imprenditori più innovativi, quelli che hanno investito di recente e che ora si trovano gravati da impegni finanziari. Bisogna aiutarli. Governare la crisi vuol dire scegliere, darsi delle priorità».

Ma la sinistra è capace di scegliere la mobilità sociale, di puntare sui giovani rompendo con le corporazioni, insomma di declinare l’uguaglianza con uno spirito liberale?
«Ha già dimostrato di esserne capace. Ora si tratta di andare avanti. Fedeltà fiscale, nuovo modello di welfare, liberalizzazioni, scuola e università, politica degli affitti. Ci vuole una grande forza etica e culturale perché il Paese ha bisogno di un nuovo senso civico dopo 15 anni di abbattimento delle difese immunitarie».

Non rischia di scadere ora nel moralismo?
«Non propongo soluzioni pedagogiche o propagandistiche. La serietà della politica sta nella concretezza del programma. Dobbiamo dare vantaggi concreti ai cittadini in regola con il pagamento delle tasse, all’imprenditore che paga per tempo i fornitori, al gestore del servizio pubblico che soddisfa gli utenti, al dipendente pubblico che ottiene risultati ottimali. I valori etici, il senso civico devono diventare programma politico».

Forse è anche quello che vuol dire Tremonti con il suo Dio, Patria e Famiglia.
«Di certo per la destra sta finendo il tempo in cui ha potuto fare entrambe le parti in commedia. Da un lato è stata paladina delle libertà del liberismo, dunque di tutti i fattori più dinamici del mercato. Dall’altro ha agitato le paure della globalizzazione, difendendo particolarismi ed egoismi. Anche la destra ora deve scegliere».

Sui temi etici intanto il Pd rischia il cortocircuito: tra laici e cattolici si fatica, a dir poco, per trovare un compromesso.
«Nel nostro tempo la questione antropologica ha un valore essenziale. Nessuno può sottrarsi al confronto sui limiti della scienza e le possibilità dell’uomo. Del resto, i nostri umanesimi hanno in fondo una matrice cristiana. Un partito però non può che fondarsi sul principio dell’autonomia e della responsabilità della politica nelle scelte concrete».

È uno dei principi del cattolicesimo democratico.
«Dobbiamo recuperare e dare nuova forza a parole come uguaglianza, popolare, cattolico-democratico. In queste parole non c’è solo il passato, ma una parte importante del futuro del Pd. Il nuovismo sembrava una ideologia moderna, ma proprio la crisi ha dimostrato la sua inconsistenza. Abbiamo bisogno di un pensiero strutturato, di autonomia politica e culturale, tutto il contrario insomma del piccolo cabotaggio congeniale solo al pensiero unico».

In questi giorni di emergenza terremoto intanto l’Italia ha sperimentato una forma di solidarietà nazionale. Può essere preludio di nuovi rapporti con il governo?
«Sul terremoto non si litiga, ma si lavora insieme. Questa è una regola iscritta nel dna di ogni persona responsabile. Ma siamo già in una fase nuova. Il governo ha detto che non metterà nuove tasse per far fronte alla prima ricostruzione. Siamo d’accordo. Ma non accettiamo che vengano prosciugate tutte le risorse del Fas destinate al Mezzogiorno per i prossimi sette anni. Il prezzo sarebbe salatissimo, e non solo per il Sud. Se Berlusconi vuole che la collaborazione continui venga in Parlamento prima di varare il decreto in consiglio dei ministri. Abbiamo proposte alternative all’azzeramento delle riserve del Fas. Ma se ci volterà le spalle, si assumerà la responsabilità di rompere questa solidarietà».

 
da ilmessaggero.it
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« Risposta #28 il: Maggio 10, 2009, 06:09:11 »

Bersani, le domande che nessuno fa alla destra

di Bianca Di Giovanni

«E' un governo più impegnato ad accrescere consensi che a risolvere i problemi veri. Passa per il governo del fare? Certo, nessuno pone le domande giuste e nessuno pretende risposte vere». Pier Luigi Bersani dà un giudizio senza appello sul primo anno del governo Berlusconi quater. Detto in due parole: racconta favole. Evidentemente, però, le racconta bene, visto che la popolarità è in aumento (dicono). «Certo, questo è un governo nato per accrescere consenso: è la sua prima missione», spiega Bersani.

Quali sono le domande non fatte?

«Per esempio nessuno ha chiesto a Giulio Tremonti e colleghi come mai l’Europa parla di un milione di disoccupati in più in Italia per quest’anno (nelle previsioni di primavera, ndr) che non compaiono nella sua Relazione unificata. Gran parte di quei nuovi disoccupati è costituita da precari, a cui non è stato dato nulla. Altro che governo del fare. Nella stessa Relazione si stima che gli investimenti diminuiranno di 5 miliardi in un anno. E tutte le chiacchiere sulle infrastrutture e le promesse sul Ponte?».

Altre domande?

«Ci aspettiamo qualche risposta per esempio sulle garanzie date dal Tesoro sull’operazione Alitalia, in cui sono rimasti intrappolati piccoli azionisti e obbligazionisti che ora si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Ancora: c’è qualcuno che ricordi a Tremonti che abbiamo speso 1,7 miliardi per coprire i “buchi” delle sue cartolarizzazioni? È più di quanto è costato il bonus famiglie. E qualcun altro che rammenti le perdite della finanza locale, avviata grazie a una circolare del Tesoro dell’altro governo Berlusconi? Nessuno ricorda nulla. D’altro canto questo governo è una macchina del consenso, per cui bisogna ogni giorno attivare un meccanismo di rappresentazione di nuove “conquiste”, che poi si perdono».

Cosa si è perso?

«Dov’è finito il maestro unico, su cui si scatenò all’inizio una guerra di religione? Dov’è l’esercito nelle strade? Dove sono i Tremonti bond? Lo sa la gente che li ha richiesti solo in una banca, il banco popolare? Cosa fanno esattamente i prefetti sul credito? Nessuno lo sa e nessuno vuole saperlo».

Insomma, con la crisi che morde, i problemi sociali, gli italiani crederebbero alle favole?

«Dopo gli ultimi fatti di cronaca su Veronica, consentitemi di dire che ci raccontano cose inverosimili e vogliono farcele credere. Non voglio parlare di divorzi, ma si sentono delle tesi sulle feste, l’arrivo all’ultimo minuto, il gioiello ritrovato per caso, che in altri paesi ci si vergognerebbe pure a raccontarle».

Resta il fatto che di fronte alla crisi (che è reale) il centrodestra non perde consensi.

«La loro tesi è che la crisi viene da altrove, che noi siamo solo delle vittime e dobbiamo resistere e dunque che non si può fare molto. Su questo comunque io andrei a contare i voti reali dopo le elezioni. Se si fa questo esercizio ci si accorge che Berlusconi non ha mai sfondato nell’altro campo. Quello che è riuscito a fare è rendere utilizzabile tutto il voto di destra del paese. Quando il centrosinistra si è unito, è riuscito a batterlo, ma poi si è visto che l’unità era una composizione piuttosto che una sintesi. Questo è il problema».

Non c’entra nulla la poca credibilità dell’opposizione?

«Anche noi ci abbiamo messo del nostro, rimanendo poco credibili sul come si costruisce un’alternativa. Dobbiamo lavorare a costruire e rilanciare un progetto».

Lei è ancora candidato alla segreteria?

«Su questo ho già parlato e non voglio aggiungere altro. Ora pensiamo alle elezioni, poi si vedrà».

Sul centrosinistra resta forte l’accusa di non saper leggere la realtà. Il Corsera scrive che ha bisogno di alfabetizzarsi per parlare alle partite Iva e alle piccole imprese.

«Le piccole imprese sono arrabbiatissime anche con la destra, che non le aiuta a superare la crisi. Mi pare che lo scriva proprio il Corsera. Dunque non mi pare che sia un fatto di alfabetizzazione. La verità è quella che il centrosinistra ripete ormai da mesi: noi siamo l’unico Paese che non ha fatto nulla di espansivo per fronteggiare l’emergenza, ma si è limitato a spostare fondi da una voce all’altra, per di più senza avere la cassa. Si impacchettano nuove voci di spesa, per l’Abruzzo o per la sicurezza, ma in cassa non c’è un euro».

Le preoccupazioni di Tremonti per il debito sono sacrosante.

«E lo dice a noi che abbiamo sempre rimediato al debito della destra? Ma correggere il debito vuol dire anche far crescere il Pil».

Questo lo dicevano loro quando facevano ancora i liberisti.

«Sì, ma loro giocavano con i numeri. Spargevano ottimismo e scrivevano una crescita del 3% quando il Pil era a 1. Noi proponiamo misure concrete per un punto di Pil e un percorso di rientro in due anni. Se non si sa come reperire mezzo punto di Pil in un anno, significa che non si sa governare. Il governo Prodi ha corretto il deficit dal 4,5% al 2,7% erogando anche il cuneo fiscale. Per rientrare di mezzo punto basta diminuire la circolazione del contante rendendo tracciabili i pagamenti e controllare meglio la spesa corrente».

Perché il centrosinistra ha proposto il prelievo sull’Irpef dei ricchi (che sono più poveri comunque degli evasori) e nulla sulle rendite?

«La proposta era di un contributo straordinario per la povertà estrema, e prevedeva anche misure contro l’evasione. Quanto alle rendite, abbiamo contrastato la seconda operazione Ici, dicendo chiaramente che non andava fatta».

10 maggio 2009
da unita.it
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« Risposta #29 il: Maggio 14, 2009, 04:46:12 »

Politica


PD: BERSANI, HO IN TESTA UN PARTITO POPOLARE CONTRO POPULISMO





ultimo aggiornamento: 13 maggio, ore 20:19
Roma, 13 mag. (Adnkronos)

- "Io ho in testa un partito popolare e non classista, molto radicato nei territori con un linguaggio popolare che possa distruggere il populismo, un partito che esprime un certo modello sociale e che comprenda modifiche nella struttura attuale che permettano al territorio di basare il partito sui capi e le cape locali, pronti a misurarsi per prima cosa a casa propria. Allora si che poi ci potrebbe essere un capo dei capi".

Lo ha detto Pier Luigi Bersani a 'Titoli' su Red Tv.
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