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Autore Topic: BERSANI -  (Letto 28353 volte)
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« il: Luglio 11, 2007, 05:00:06 »

POLITICA

Bersani: "Volevo una scelta plurale, ora non farò il feudatario"

Il ministro: "Credevo nella mia candidatura ma molti nei Ds non avrebbero capito"

"Rinuncio a correre ma serve un partito da combattimento"
di MASSIMO GIANNINI


"ORA - non mi dite che sono uno sconfitto. Cosa fatta capo ha: guardo avanti, io sono così...". Da buon pragmatico della bassa emiliana, Pierluigi Bersani prova a girarla in positivo. Costretto dal peso dell'apparato diessino, neanche fosse l'ombra del "comitato centrale" del vecchio Pci, ha dovuto rinunciare suo malgrado a correre con Veltroni per la leadership del Pd. Avrebbe voluto. Alla fine si è arreso alla logica dell'uomo solo al comando. Per disciplina di partito. Ma adesso, dopo un'ora di conversazione, non lo si può immaginare come il Pangloss di Voltaire, che ce le prende da tutte le parti ma resta convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili. "È stato un errore - confessa a bassa voce il ministro - e io l'avevo detto fin dall'inizio: partito nuovo, proposta nuova, meccanismi nuovi. Per la leadership è meglio una scelta plurale. Non mi hanno ascoltato...".

Non c'è astio. Non c'è polemica, nelle parole di Bersani. Ma la preoccupazione per una falsa partenza del Partito democratico, al di là dei destini personali, quella sì, c'è eccome. "Non è un mistero per nessuno - ragiona adesso nel suo ufficio al ministero di via Veneto - che avrei preferito una partenza plurale, anche dal lato Ds. Una formula aperta, che avrebbe potuto allargare il campo, aggregare maggiori consensi, riscaldare i nostri elettori. Ma strada facendo mi sono reso conto che questa, che a me appariva un'opportunità, stava diventando un problema...". Un problema interno alla Quercia, innanzi tutto. Ma non solo: "Sui grandi giornali ho letto commenti autorevoli secondo cui la discesa in campo di Veltroni lasciava spazio solo a candidature con piattaforme conservatrici, o tutt'al più a isolati gesti d'orgoglio. Nelle mie corde non c'è mai stata né l'una nè l'altra cosa. Così ho cominciato ad avvertire un disagio, che alla fine mi ha convinto a rinunciare".

Rinuncia costosa. Sul piano personale, ma anche sul piano politico. "Sì, lo so che ci sono stati parecchi delusi. Ma la mia non è una ritirata. Ci metto la stessa voglia e lo stesso entusiasmo di prima. Anzi, ce ne metto di più...". Non si fatica a credergli. Anche se qualche strascico, nei Ds, questa vicenda lo lascia. Pierluigi ha pagato il "patto di non belligeranza" segretamente sottoscritto tra lo stesso Veltroni, Fassino e D'Alema. In effetti non si può dire che i vertici del partito abbiano sostenuto la corsa di Bersani. Lui sfugge alla provocazione, ma con qualche sofferenza: "Mettiamola così: diciamo che dal mio partito non ho ricevuto sollecitazioni ad andare avanti. Ma d'altra parte io mi rendo conto che la situazione non era semplice. Tra la nostra gente erano in molti che sostenevano la mia candidatura, ma erano in molti anche quelli che non vedevano particolari ragioni per un antagonismo tra me e Walter. In fondo, tutti e due siamo impegnati allo stesso modo nella partita del cambiamento. E allora, mi dicevano, perché dovete distinguervi?".

Ragionamenti di pancia. Bisogno della base di sentirsi rassicurata, su una scelta finalmente unitaria, almeno sul leader. Il ministro del Nord capisce. E si adegua. Ma da qui a dire che tutto va bene, ce ne corre. Bersani non rinuncia alla battaglia. Cambia solo il terreno di gioco: dagli organigrammi ai programmi. "La leadership è importante, ma non è tutto. A questo punto io riverserò tutto il mio impegno per far vivere nel partito democratico le idee in cui credo. A partire da un punto cruciale: di che partito democratico ha bisogno questo Paese? Guardate, io in questi mesi ho girato l'Italia, e ho arato il Nord in lungo e in largo, altro che viaggio nei distretti. Ho incontrato associazioni territoriali, rappresentanti di oltre 100 categorie produttive. E vi dico questo: c'è una rottura acuta tra la società e la politica. Ma c'è una spaccatura ancora più profonda tra la società e il centrosinistra. La globalizzazione galoppa, il nostro sistema economico soffre l'anchilosi del Paese. A quelli che stanno sul fronte saltano i nervi, quelli che stanno al riparo si rinchiudono sempre di più nelle casematte difensive, nelle caste corporative, nelle reti familistiche, nel capitalismo di relazione. Questa frattura sociale produce reazioni anarcoidi e spinte centrifughe, di cui noi dobbiamo preoccuparci. Le idee unificanti diventano liquide, non fanno più presa. Tra queste io ci metto l'idea di uguaglianza, che invece per il centrosinistra rischi di spegnersi nella pura difesa dei simulacri delle vecchie conquiste".

Questo centrosinistra è miope, nella visione di Bersani: "Non vediamo più il punto fondamentale: nell'Occidente siamo il Paese in cui è più ampia la forbice tra i redditi, e in cui c'è meno mobilità sociale. Questa realtà deve diventare una vergogna, per chi dice di essere di sinistra. E allora, se questo è il problema, noi dobbiamo chiederci: c'è un leader che dice all'Italia "fai quel che vuoi", oppure c'è un leader che richiama gli italiani a una cittadinanza comune, a un civismo rinnovato? Io dico che abbiamo bisogno di un Partito democratico che, per rendere davvero un servizio a questo Paese, non può cadere in logiche verticistiche o parate comunicative, e deve evitare di caratterizzarsi per la sua insostenibile leggerezza. Noi abbiamo bisogno di gente che partecipa, non di gente che applaude...". Il ministro nega che in queste sue parole, vagamente allusive, si debba cogliere un qualche riferimento a una qualche natura "estetica", prima ancora che politica, del "veltronismo". "Sono cose che ho sempre detto e che ho sempre pensato - commenta - e da molto prima che Walter scendesse in campo...".

Ma in questo giudizio, evidentemente, sta comunque un'idea di Partito democratico non del tutto omogenea rispetto a quella vagheggiata dal sindaco di Roma. "Io - spiega Bersani - voglio che il Pd sia il partito delle riforme. Non più un partito riformista: questa formula mi ha stancato, ti puoi definire riformista quando le riforme le hai fatte, non più solo quando prometti di farle. Per questo serve un linguaggio fatto di proposte chiare e concrete, che la gente capisce: non rispondi più ai bisogni radicali del Paese, se vivi di un meccanismo comunicativo in cui usi una stessa parola con cinque significati diversi". L'uomo del Nord non lo dice, ma il riferimento può valere per tutti i nodi che il centrosinistra di oggi non riesce a sciogliere: dalle pensioni al referendum. Non solo. Bersani va oltre:
"Voglio che il Pd sia un partito da combattimento, sui contenuti: io non voglio lasciare incustodita la parola "sinistra", che per me vuol dire battersi per i valori del lavoro, della democrazia, della cittadinanza. Voglio che il Pd sia un partito a vocazione maggioritaria, ma pronta a fare la traversata nel deserto. Un partito popolare, perché deve mobilitare il popolo. Un partito federalista, perché deve avere un fortissimo radicamento territoriale. Deve essere aperto, libero, capace di dire cosa pensa, e deve essere costruito con forme diverse da quelle cui allude questa nostra falsa partenza...". Il messaggio alle nomenklature Ds e Margherita è implicito, ma un attimo dopo viene in chiaro: "Riterrei inammissibile che la scelta del comitato dei 45 sulla selezione dei candidati regionali avvenga in modo diverso da quella del leader nazionale. Noi non possiamo avere un leader del Pd votato direttamente dagli elettori a Roma, e tanti leader scelti da Ds e Margherita sul territorio. Sarebbe la fine".

Ce n'è in abbondanza. Ma per fare che cosa, ora che ha dovuto rinunciare a candidarsi alle primarie d'autunno? Viene il sospetto che lo sbocco sia una bella "corrente" del Pd, come succedeva alla vecchia Dc. "Sì, qualcuno magari ci proverà. Ma io non mi ci metto dentro. Se non ho fatto il candidato, tanto meno farò il feudatario...". Allora, in nome dell'unanimismo sovietico della Quercia, non resta che una bella "lista Bersani per Veltroni". "No - risponde - non credo nelle liste nazionali di appoggio a un solo candidato. Sa cosa sogno? Io per il 14 ottobre sogno un'assemblea dove si presentano 2.500 persone, e ognuna si porta dietro solo ciò che pensa, e non si presenta lì perché appartiene a una cordata. È una costituente, giusto? E allora serve l'ambizione dei costituenti, non la strategia della pattuglia. Almeno, io ci andrò con questo spirito: da uomo libero, come dev'essere il nuovo partito".

Belle parole. Belle immagini. resta il dubbio: perché uno così ha dovuto rinunciare a correre. Viene il sospetto che avrebbe potuto battersi di più, contro la campagna di persuasione dei suoi capi. Viene a molti, ma non a lui: "Sa cosa mi ha fatto più piacere, in tutta questa storia? Che tutti quelli con cui ho parlato, dopo la mia decisione, mi hanno dato atto di una cosa: il mio coraggio. Mi potrete dire che non sono abbastanza ambizioso, ma non che mi manca il coraggio". Anche se lui non è mai stato veltroniano, e forse non è più dalemiano, farà la sua parte: "Molto umilmente, nel mio piccolo mi considero un "bersaniano". E a questo punto vorrei che ciascuno, dentro al nuovo partito, portasse solo un pezzo di sé, non più del partito dal quale proviene. Solo così vinciamo la sfida". È con questo spirito che, alla fine, il "ministro che piaceva al Nord" ha deposto le armi e ha pronunciato il suo "obbedisco". Ora vede il bicchiere mezzo pieno, nella candidatura solitaria di Walter: "Ha ridato fiducia ed entusiasmo, questo non c'è dubbio. E poi, mi ha fatto osservare un amico: con le difficoltà che purtroppo ha il governo, forse una scelta unitaria sulla leadership serve anche a rassicurare i nostri. La città brucia, Annibale è alle porte, e noi che facciamo, ci mettiamo a scegliere il fiorellino? Forse ha ragione lui...".


(11 luglio 2007) 

da repubblica.it
« Ultima modifica: Giugno 29, 2008, 07:29:56 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Luglio 11, 2007, 05:08:41 »

Ma Veltroni non è Coppi
Gianfranco Pasquino


La partenza non è, purtroppo, stata buona. L’investitura di Walter Veltroni da parte del segretario dei Ds Piero Fassino ha reso praticamente impossibile la comparsa di qualsiasi sfidante. In attesa che Enrico Letta formalizzi la sua candidatura, anche la rinuncia di Pierluigi Bersani, per di più richiestagli da Fassino e accettata affinché i Ds non si dividano, non sembra affatto coerente con l’obiettivo di lungo periodo, ovvero costruire un partito nuovo nel quale molteplici identità si fondano in maniera efficace e propositiva.

È sperabile che Rosi Bindi decida di scendere in campo e non soltanto per rappresentare il punto di vista delle donne che, per quanto importante sarebbe riduttivo di tutto quello che lei stessa ha fatto in politica. Altrimenti, non considerando candidature a vario titolo poco più che folkloristiche, che fra l’altro avrebbero anche il sapore di una semplice presenza personale, l’onere e l’onore di una visione di partito competitiva e dinamica, nonché coerente, spetterebbe all’estroverso Arturo Parisi. Non soltanto Parisi non ha le stesse idee di Veltroni, a cominciare dal referendum elettorale e se ho capito correttamente, dal semipresidenzialismo (contrapposto al «sindaco d’Italia»), ma, comunque, nell’ambito dello stesso partito (Democratico), saranno le persone a contare, le loro biografie politiche, le loro proposte, persino il loro orgoglio e la loro convinzione di sapere interpretare e attuare meglio scelte politiche inevitabilmente simili, ma non eguali.

Poiché mantengo un salutare scetticismo sulla candidatura in ultima istanza di Parisi - al quale mi permetto di suggerire di trovarsi una donna capace come vice, mentre, a mio parere, malauguratamente, il vice di Veltroni, se sarà il margherito Franceschini, confermerà nelle critiche coloro che temono una deplorevole fusione di gruppi dirigenti - intravvedo il grande rischio che fra pochi giorni, se non da subito, Veltroni diventi «un uomo solo al comando», ovvero in fuga. Per rimanere in metafora, il traguardo è lontano e la fuga implicherà un’enorme dispendio di energie sotto il fuoco, non soltanto nelle critiche di parte opposta, ma anche di quelle amiche. Le primarie del 14 ottobre avranno perso del tutto il loro senso profondo di scelta tra candidature differenti, portatrici di progetti e di visioni, costrette a confrontarsi e nel fuoco della competizione a produrre innovazione politica.

Tutta l’attenzione si riverserebbe su Veltroni, sulla sua incompatibilità, formalmente inesistente, con la carica di sindaco di Roma, ma certamente destinata ad obbligarlo ad un super lavoro, sulle sue dichiarazioni, talvolta inevitabilmente confliggenti con quelle dei governanti e dello stesso capo del governo, sulla sua posizione di successore designato a leader dell’Ulivo, dell’Unione, di quello che verrà.

Infatti, mi pare impensabile e persino assurdo che debbono tenersi altre primarie per la scelta del prossimo candidato a Palazzo Chigi a meno che Veltroni commetta qualche errore irreparabile e emergano candidature alternative a rompere un opprimente conformismo. Sarebbe/sarà molto brutto se il dibattito di idee e di soluzioni dovesse fin da subito tacere e se Veltroni venisse lasciato solo, con il suo staff(?), a proporre, suggerire, decidere. Temo che, da un lato, il governo ne uscirebbe inevitabilmente destabilizzato, anche contro la volontà dello stesso segretario del Partito Democratico, dall’altro, che Veltroni sarebbe costretto a operare in più o meno splendido isolamento senza avere potuto affinare il suo pensiero politico in un dibattito nazionale, duro, ma trasparente. Forse, se il regolamento relativo alla presentazione delle liste nei 475 colleghi lo permetterà, qualche confronto e, addirittura, qualche scontro di sostanza e di linea potranno essere recuperati.

Al momento, vedo poco slancio e pochi entusiasmi, se non di facciata. Si doveva fare meglio e di più. Credo che Veltroni debba cominciare proprio da qui, da rilanciare una grande operazione all’insegna del rinnovamento che è, prima che generazionali, di idee, di regole, effettivamente rispettati, di comportamenti e di modi di fare politica.

Confido, ma mi attendo gesti esemplari.

Pubblicato il: 11.07.07
Modificato il: 11.07.07 alle ore 8.01   
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« Risposta #2 il: Luglio 11, 2007, 10:31:32 »

Veltroni ai lettori dell'Unità online: «Grazie dei consigli, battiamoci insieme»

Rachele Gonnelli



"Volevo solo ringraziarvi tutti.le vostre parole sono utili per capire lo stato d'animo di una parte importante della cultura dei democratici.Quale che sia il mio ruolo state certi che continuerò a credere nella possibilità di costruire una grande forza democratica e riformista in italia.e a lavorare per questo. grazie ancora walter veltroni ".

È scritto così, senza maiuscole, linguaggio quasi parlato. Un messaggio che appare sullo spazio aperto alle opinioni dei lettori dell'Unità online, intasato da due settimane dai commenti sul discorso di Torino di Walter Veltroni.

Il post del sindaco di Roma, con cui ringrazia tutti per i suggerimenti, il tifo, e anche le critiche, è comparso a mezzanotte e tre minuti, senza preavviso. Viene da un indirizzo privato di posta elettronica, evidentemente da un'utenza domestica. Così, nella notte, il candidato alle primarie del Pd risponde da casa ai lettori.

A migliaia gli hanno mandato i loro pensieri dentro "bottiglie" virtuali targate Unità online, qualcosa come 100 e più pagine web. Un flusso ininterrotto da giorni. E lui, che di Internet è un passionista della prima ora (sotto la sua direzione l'Unità è stato il primo quotidiano ad apparire in Rete) li ha letti. E apprezzati. Così, rispettando il codice non scritto, si inserisce per dirlo come in una specie di chat.

Del resto è un amore corrisposto, quello tra Veltroni e il popolo della Rete. Anche i blog ne discutono. Sono stati aperti siti in streaming per seguire via computer il suo discorso al Lingotto. Un blogger piuttosto noto, SpinDoc, ha realizzato appositamente per lui un tag cloud, cioè una realizzazione grafica in cui le parole chiave del suo discorso di Torino compaiono come una nuvola, uno sciame. Più o meno evidenti a seconda della loro reiterazione. «Democratico» più di «Politica», «Essere» più di «Hanno», e così via. Un altro blogger, Pennarossa, lo ritrae come una Silvana Mangano a mezzagamba nel pantano delle risaie.

I lettori dell'Unità online sono decisamente più seri. Ma non meno appassionati. Oltre 200 hanno accettato di rispondere a otto domande-faq sui temi cardine del suo discorso-manifesto: precarietà, mobilità sociale e Stato sociale, ambiente, formazione, meritocrazia, laicità, quote rosa, nuovi italiani. La maggior parte chiede maggiori opportunità, anche per regolarizzare la propria posizione, ma soprattutto chiede diritti che non siano riservati «solo ai lavoratori più vecchi». Alcuni chiedono la revisione della legge Biagi. Tutti un'attenzione ai redditi più bassi, una abolizione dei privilegi, a cominciare da quelli dei politici e più attenzione alla scuola e alla ricerca. È questo dell'equità sociale, insieme a una nuova dignità e trasparenza della politica, il tema che appassiona di più.

"la politica offensiva,il livore della stampa,lo sport corrotto,la giustizia che non funziona,l'evasione delle tasse,ricerca ai minimi termini,politici inamovibili e corrotti.Walter può essere il punto di svolta" scrive ad esempio Piero Prati.

"Spero che le parole diventeranno fatti. Intanto, Veltroni ha fatto un bel discorso, finalmente si torna a parlare di idee, di progetti, di aspirazioni, di possibilità, di futuro! Finalmente un uomo colto, che conosce e probabilmente ama la storia del suo paese. Speriamo bene, io ci credo, io ci voglio credere", si firma Martina. E Giorgio Pirli, milanese, che ha seguito le conversioni da Pci in Pds e poi ai Ds spiega cosa gli piace di Walter Veltroni, « il suo modo chiaro, semplice, solare, pragmatico e con quella giusta carica di fattore emotivo che ha spezzato il vecchio modo di fare politica parlando direttamente al cuore della gente comune». C'è un generale apprezzamento per il riferimento alla laicità dello Stato, per i Dico. E su questo i lettori online dell'Unità chiedono un impegno più forte contro la xenofobia e l'omofobia «punendo chi si rende responsabile di atteggiamenti discriminatori» come scrive Mariano. E sparsa qua e là nella marea di messaggi spunta anche una tematica poco affrontata nel discorso con cui Veltroni si candida alla segreteria del nuovo partito. È il tema della televisione. Anche senza parlarne Veltroni incarna le speranze di una televisione di qualità, con «meno veline stile Mediaset e più cultura».

Ma anche chi lo vede come «il politico ideale» - come Giovanni Amenta - gli consiglia di abbandonare «il buonismo» per calarsi nella realtà «per salvare il centrosinistra». I giovani chiedono un partito nuovo «senza recinti né steccati né interni né esterni», vogliono partecipare anche solo al "battesimo" di questo partito «senza velleità né aspirazioni personali».«Se ricominceranno le guerre di posizione fra i partiti(i segnali ci sono) sarà un'altra occasione perduta», avverte Selma Bellomo. Anche la sua esperienza in Africa gioca come una carta in più. "Com'è lontana l'Africa! Lontana dai tatticismi, egoismi, edonismi cecità e sordità di una certa Italia, anche di sinistra. A me ha fatto ben andare in Africa, a te ancor di più. Lì si capisce veramente cosa è importante e cosa no, come parlare alle persone, dar loro speranza, essere uno di loro, che condivide con loro la vita. Walter, fai che tutto questo avvenga anche qui, anche nel PD. Amahoro...", lo saluta Angelo da Varese. E Maurizio Cerroni si fa portavoce dell'incoraggiamento «di tutta una generazione di uomini e donne , oggi 40enni, che non vedevano l'ora che arrivasse questo giorno». Un entusiasta, conclude: «Non chiedo niente, ho solo un grande voglia di dare una mano».


Pubblicato il: 11.07.07
Modificato il: 11.07.07 alle ore 19.53   
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« Risposta #3 il: Luglio 13, 2007, 11:26:16 »

Bersani: no a correnti nel Pd
Andrea Carugati


Tre giorni dopo l’annuncio del suo passo indietro nella corsa alla guida del Pd, ieri per Pierluigi Bersani è stato il giorno del bagno di folla tra la sua gente. Che alla festa dell’Unità di Caracalla, a Roma, lo ha accolto con un affetto disarmante. «Sei il mio mito», gli gridava una signora, mentre lui cercava di rispondere alle domande de l’Unità.

Qualche ripensamento, ministro Bersani?

«No, no. Sono già tre giorni che non ci penso più. Cosa fatta capo ha, si guarda avanti».

Che cosa pensa delle regole partorite dal comitato dei 45? È stata blindata la candidatura di Veltroni?

«Mi pare che le regole siano soddisfacenti. È stato trovato un punto di equilibrio, che ha lasciato in alcuni qualche perplessità. Non ne farei un dramma, ma mi concentrerei su due elementi di novità: le donne e un impianto federalista. L’elezione contemporanea del livello regionale allude a un partito molto radicato nei territori. Se parliamo di apertura alla società sono due aspetti che contano».

Anche oggi Prodi è tornato ad auspicare più candidature...

«La mia opinione è nota: credevo alla possibilità di una partenza un po’ diversa, in cui la pluralità dei candidati, anche dentro le stesse famiglie politiche, poteva farci bene. Ora non è affatto da escludere che ce ne sia più di uno. Anzi, non credo proprio che avremo un candidato solo. Comunque, non mi piacerebbe che, sotto l’ombrello dell’unico candidato, si creassero delle correnti preorganizzate».

E lei come si muoverà? Con una sua lista o appoggerà il listone riformista?

«Non credo molto alla logica dei listoni nazionali. Le regole favoriscono il collegamento tra liste a livello regionale, magari con delle affinità a livello nazionale. Conterà soprattutto la scala territoriale».

Il suo ruolo?

«Aiutare, portando in giro delle idee: sono queste che aggregano gli uomini. Comunque faremo le liste, alla fine avremo un’assemblea di uomini liberi. È un’assemblea costituente, non dimentichiamolo: la gente deve giudicare e votare anche sulla base delle idee che dobbiamo proporre. Io cercherò in questi mesi delle occasioni per poter dire con quali convinzioni appoggio la candidatura di Veltroni. Se ci sarà gente che è d’accordo ben venga. Ma nessuna lista Bersani: non farò il feudatario».

Come valuta questo pullulare di manifesti sul Pd? Ce n’è uno dei sindaci del Nord, uno di Rutelli...

«Arricchiscono la discussione e portano qualche elemento di contenuto. L’importante è che nascano sulla base di opzioni che abbiano dentro qualche pensiero, che non siano pure cordate. Io troverò la forma per dire la mia, magari anche a voce, girando un po’».

Ha letto il manifesto di Rutelli? C’è scritto anche che il Pd non dovrà essere prigioniero delle attuali alleanze con al sinistra radicale.

«Non riesco a ragionare in un’ottica così di breve periodo. Stiamo facendo il partito del secolo, dunque le proposte devono essere precise e gli orizzonti più lunghi. Il Pd può anche accettare una traversata del deserto, altro che alleanze. Il problema del distacco tra politica e società è talmente radicale che noi dobbiamo scavare di più. Non mi interessa discutere di cosa accadrà dopodomani, perché non avremmo comunque risolto il problema del rapporto con la società italiana. Ripeto: sono pronto a attraversare il deserto, ma sulla base di programmi che diano la scossa al Paese, che giochino una scommessa».

Forse il tema delle alleanze si fa sentire perché il governo balla in Senato...

«Oggi (ieri, ndr) c’è stato un incidente su un emendamento di nessun rilievo. Al Senato si balla sempre per un voto o due, queste cose possono succedere. Ma queste sono le vicende dell’oggi: dobbiamo gestirle al meglio, rigorosi e nel quadro delle alleanze che abbiamo. Ma non siamo come quel presidente americano che non sapeva masticare la gomma e contemporaneamente salire sulla scaletta dell’aereo. Noi due cose in una volta riusciamo a farle: Seguire la vita del governo ma anche pensare in lungo sulle prospettive di un partito che non deve concentrarsi troppo sulla gestione dell’attualità».

Che prospettive ha il governo?

La situazione è travagliata. Le pensioni sono un passaggio molto delicato. Penso che la strada la troveremo: e se superiamo questa vicenda ci saranno le condizioni per rimettere in sesto il percorso».

Questi primi mesi di gestazione del Pd hanno rafforzato il governo?

«Non abbiamo fatto un partito nuovo per rafforzare il governo. Naturalmente neppure per indebolirlo,.. ma bisogna avere fiducia in quello che mettiamo in moto. Ora ci sono i dolori del parto, ma se a ottobre ci sarà una grande partecipazione, come credo, per il governo sarà tutta salute».

Al voto del 14 ottobre sono ammessi anche i 16enni. Crede che i giovanissimi risponderanno all’appello? O saranno annoiati dal dibattito sulle regole?

«Il nostro dibattito sulle regole credo interessi pochissimo. Ma chiamarli a votare per far nascere un nuovo partito è di per sé un messaggio che ha appeal. Per questo penso che verranno. Tocca a anche a noi avere un linguaggio che esca dalle pastoie burocratiche, che faccia capire il senso dell’operazione. Ma alla fine il messaggio di fondo è che si va a votare per una cosa nuova: e questo arriverà»

Pubblicato il: 13.07.07
Modificato il: 13.07.07 alle ore 7.49   
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« Risposta #4 il: Novembre 30, 2007, 06:13:43 »

Inflazione, Bersani: preoccupati, ma Italia più virtuosa dell'Ue


Inflazione al 2,4 per cento in novembre. Il dato - registrato dall'Istat - è quello più alto dal mese di giugno 2004. Su base mensile, i prezzi sono aumentati dello 0,4 per cento. In ottobre, i prezzi erano cresciuti del 2,1 per cento su base annua e dello 0,3 per cento su base mensile. «L'inflazione di novembre «preoccupa» il governo ma l'Italia si conferma «più virtuosa dei suoi partner europei» e questo grazie alle «liberalizzazioni già attuate che hanno fatto da scudo alle tensioni internazionali sui prezzi delle materie prime (cereali e prodotti petroliferi) dovute anche a comportamenti speculativi», afferma Pier Luigi Bersani, il ministro dello sviluppo economico, commentando l'andamento dei prezzi fotografato dall'Istat.

Bersani mette in evidenza che il dato italiano «è inferiore a quello del 3 per cento registrato a livello europeo». una differenza che, questo mese, «è maggiore rispetto a quella di ottobre, a conferma del fatto che la crescita dell'inflazione italiana è più lenta di quella dei nostri partner».
Sulla base dei dati finora pervenuti all'Istituto, gli aumenti congiunturali dei prezzi più significativi si sono verificati per i capitoli trasporti (+0,8 per cento), abitazione, acqua, elettricità e combustibili, altri beni e servizi (+0,6 per cento per entrambi), prodotti alimentari e bevande analcoliche e mobili, articoli e servizi per la casa (+0,5 per cento). una variazione nulla si è verificata nel capitolo istruzione, mentre si è registrata una variazione congiunturale negativa nel capitolo servizi ricettivi e di ristorazione (-0,6 per cento).

Gli incrementi tendenziali più elevati si sono registrati nei capitoli trasporti (+3,9 per cento), prodotti alimentari e bevande analcoliche (+3,7 per cento e mobili, articoli e servizi per la casa (+3,0 per cento). Una variazione tendenziale negativa si è verificata nel capitolo comunicazioni (-8,1 per cento).

A novembre anche in Euro 13 l'inflazione annuale balza al 3 per cento. Lo rileva l'Eurostat. Il dato di ottobre era 2,6 per cento. L'esperienza mostra che negli ultimi due anni la stima ha anticipato esattamente il tasso di inflazione 17 volte mentre sette volte ha registrato una differenza di 0,1 per cento.

Solo la stabilità dei prezzi può salvaguardare la credibilità della Banca Centrale Europea e creare le precondizioni per nuovi posti di lavoro all'interno di Eurolandia, è il ragionamento del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, per il quale «vanno evitati effetti secondari. Bisogna impedire che gli aumenti dei prezzi di petrolio, energia e prodotti alimentari si propaghino all'intera economia. Useremo i nostri strumenti per questo».

Pubblicato il: 30.11.07
Modificato il: 30.11.07 alle ore 16.05   
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« Risposta #5 il: Gennaio 16, 2008, 02:00:09 »

ECONOMIA

Bersani: mai più finanziamenti alle imprese, solo detrazioni

"Non voglio più sentir parlare della legge 488. Basta, la chiudo. E' superata"

"Troppi scandali con i fondi europei meglio restituirli che sprecarli"

di ANTONELLO CAPORALE


I SOLDI fanno bene o fanno male? "I soldi possono far bene, possono far niente e possono far male", dice Pierluigi Bersani. Negli ultimi anni al Sud i soldi (troppi soldi?) hanno creato molti problemi. Più problemi che soluzioni, più emergenze che sviluppo, più delinquenza che legalità. Cinquanta miliardi di fondi straordinari, per metà europei, negli scorsi sei anni sono corsi via come un fiume in piena. Spesi ma già persi. Fuggiti dalle tasche di Bruxelles, bruciati in migliaia di progetti senza capo né coda.

Nei prossimi sei anni la cifra salirà a cento miliardi. Raddoppierà. Come il rischio che ancora una volta si comporrà il treno dei desideri, gettoni d'oro smistati per pacchetti di clientele invece che per bisogni certi da soddisfare. L'uomo che è chiamato - pro tempore - a firmare decreti, assegni, provvidenze è Bersani. Tocca a lui, ministro per lo Sviluppo Economico, rispondere alla moltitudine che avanza pretese. Tocca a lui prendersi il rischio di dire, come però ora dice: "Piuttosto che vederli sperperati li rimando indietro. Meglio non spenderli che impegnarli male".

C'è un guaio in più, paradossale ma attualissimo, e l'opportunità, derivata dalla vergogna della gestione campana dei rifiuti, di stilare un prontuario della buona pratica, pochi punti ma chiari e fermi: "Metto tutto in un fondo. Da lì, solo da lì si prende. Ma per prendere io chiedo una condizione: finanzio il progetto solo se tu mi dimostri che è così indispensabile al punto da realizzarlo con i soldi tuoi, da farti i debiti pur di vederlo attuato". Si riducono le categorie del bisogno: finanziare l'essenziale, il primario. Strade e scuole o asili, acqua e inceneritori. Non la vertigine da lusso che ha accecato tutti.

E poi, secondo punto: "Azzero i finanziamenti all'impresa. Non voglio più sentire parlare di sussidi. Esiste un'equazione indiscutibile: l'imprenditore sta bene se la condizione sociale in cui si sviluppa la sua intrapresa è accettabile, degna. Quindi occhio al "capitale sociale", ai luoghi, alla qualità della vita delle città, ai servizi essenziali e quelli tecnologici, per esempio alla rete di banda larga nei più piccoli centri. L'imprenditore in quanto tale non riceverà più un euro. Capovolgo il meccanismo: tutto quel che investirà per il benessere dell'azienda gli verrà poi detratto dal fisco". Detrazione d'imposta: per avere devi dare.

"Non voglio sentir parlare più della legge 488. Basta, la chiudo. Solo chi merita adesso verrà ricompensato. Ricompensa significa che c'è un prima - l'investimento - e c'è un dopo, appunto la detrazione dall'imposta. Bella e gonfia di soldi, mica spiccioli. Ma successiva al rischio corso, allo sforzo fatto, alla serietà dimostrata".

I soldi, tanti soldi, sono un pericolo: "Generalmente i soldi imbolsiscono, per esperienza dico che rischiano di portare grasso ai muscoli. Con la pancia piena non si corre, si passeggia. I soldi producono spesso un altro guaio: trasformano la politica in pura intermediazione finanziaria, l'impresa in un'assemblea questuante, i cittadini in clientes senza parola. Non è purtroppo dimostrato il contrario invece. Ma i soldi ci sono, sono nel bilancio dello Stato e io intervengo quando tutti i piani sono stati presentati. Sono chiamato a vigilare affinché siano spesi bene. Però, per difendere il meccanismo virtuoso, qualche contromisura in corso d'opera l'ho dovuta prendere. Una parte l'ho accantonata già adesso".

Di tre miliardi di euro si compone il tesoretto di Bersani: "Non è una cifra ridicola, anzi... Sono premi. Premi a chi fa. A chi ha un'idea e la rende sostenibile. Si propone e si assume il rischio. A chi diviene un modello da imitare". Un modello alternativo a quello basato sull'emergenza che ha degradato il criterio di rappresentanza e prodotto la deresponsabilizzazione generale.

"La vicenda dei rifiuti in Campania insegna tutto: il commissario è divenuto lo Stato, l'unica controparte a cui avanzare pretese. Mai dare. E i sindaci, i presidenti di provincia, assessori si sono uniti, si sono messi a guidare le rivolte invece che sentire il bisogno, l'impellenza di offrire soluzioni. Trovandosi senza più funzioni hanno scelto l'irresponsabilità. Non può andare avanti così: devono prendersi il carico delle loro colpe e dei bisogni delle loro comunità. Devono garantire, per esempio, e da subito, la raccolta differenziata e io devo, voglio fare in modo che chi meglio fa abbia molto più di quel che si attende. Lo premio tre volte. Soldi a chi corre e niente a chi passeggia. Vero, la velocità di spesa non significa tutto. Anzi, a volte vuol dire poco. Ma qui sta l'ultimo cono, l'ultimo spicchio della mia fatica".

Governance, in inglese. Come governare il progetto complessivo difendendolo da una moltitudine di soggetti, decine di enti territoriali che siedono al tavolo perché lo vedono bene imbandito. "E' un problema grande, che io non posso risolvere e non c'è tempo per affrontarlo. La classe politica avrà le sue colpe, ma la burocrazia è più decisiva di quanto si creda". Eliminare dal tavolo un bel pacco di consulenti, mandare in pensione coloro che curano gli affari, e che affari!, senza uno straccio di risultato? "Al ministero ho chiamato un quarantenne a dirigere settori di grande rilievo. Togliere il tappo, e poi umilmente mettersi a scoprire quanta gente capace, che noi paghiamo, c'è ed è pronta a darci una mano. Forse siamo fuori tempo massimo per i miracoli, ma per fortuna dobbiamo garantire soltanto qualcosa di buono".

(16 gennaio 2008)

da repubblica.it
« Ultima modifica: Febbraio 21, 2012, 11:46:02 da Admin » Loggato
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« Risposta #6 il: Febbraio 08, 2008, 10:43:18 »

Bersani: «Soli al voto con le nostre radici di sinistra»

Ninni Andriolo


I sondaggi che premierebbero la Cdl? «C’è qualcosa che non torna». Pierluigi Bersani non crede che gli elettori possano riconoscersi «nella foto sbiadita di gruppo» dei leader Cdl. E il Pd ha le carte in regola per inviare al Paese un messaggio netto.

«L’andar da soli, in realtà, è una derivata della necessità di parlar chiaro al Paese, ma in un quadro di rapporti positivi con tutto il centrosinistra». Secondo il ministro, però, occorre far convivere «continuità e discontinuità». E non servono gli «strappi con il prodismo».

Il Pd? Statuto e Carta dei valori definiscono il profilo di una forza «che riafferma radici popolari, solidali, progressiste e di sinistra». Altro che partito di centro, quindi.

Ministro, da dove riparte una campagna elettorale che, in realtà, non si è mai interrotta?
«La prima buona abitudine di una campagna elettorale è ricordarsi che c’è un avversario...»

Perché, non è chiaro?
«Il nostro avversario è il centrodestra e questo deve essere ancora più chiaro. È la Cdl che deve pagare il prezzo di avere imposto al Paese, per ben due volte, una legge elettorale assurda che consente ai partiti, a prescindere da ogni loro procedura democratica, di nominare senatori e deputati. Una legge che ha dei buchi, come ha sancito la Corte costituzionale. Una legge che provoca instabilità».

La destra vorrebbe riformare quelle norme dopo le elezioni...
«Cosa significa “dopo”? Che prima giochi e poi fai le regole? Ma così imbrogli».

Lei non crede alla legislatura costituente, quindi?
«Siamo sempre stati disponibili a fare le regole del gioco in Parlamento. Sono stati gli altri a tirarsi indietro».

E la grande coalizione? Da destra si sente suonare anche questa musica...».
«Capisco chi ne parla, ma vorrei sapere chi ci crede. Gli stati di necessità possono sempre determinarsi, per carità. Ma solo un sognatore può pensare che Berlusconi possa mettere in conto di vincere per poi governare insieme a qualche altro. Qui si vince o si perde, punto. Dopodiché, per l’amor di Dio, le regole vanno cambiate e vanno cambiate assieme».

E basterà mettere il dito nella piaga del “porcellum” per vincere?
«Voglio ricordare che Berlusconi ha chiuso rapidamente il libro della riorganizzazione del centrodestra. E che per mesi abbiamo assistito a discussioni piuttosto animate che prospettavano novità...

Allude al popolo delle libertà?
«Appunto. Quel libro lo hanno chiuso in quarantott’ore, perché tutti hanno pensato solo ad afferrare il malloppo elettorale. Con il risultato che noi dovremmo farci governare da una foto di gruppo, già sbiadita nel 2006, che ci ripropone una compagnia che risale al 1994»

Berlusconi, Fini, Bossi e Casini...
«Ecco, in quella foto è impossibile intravedere un piccolo angolo di futuro per il Paese».

E un Pd ancora in gestazione quale futuro potrà indicare?
«Noi ci mettiamo un po’ di rischio e un po’ di futuro in questa campagna elettorale. Le scelte le abbiamo compiute già quando decidemmo di fare il Partito democratico, riconoscendo che la riforma del sistema doveva partire dal lato della politica. Con uno sforzo di ricomposizione e di semplificazione che rispondesse all’esigenza di parlare un linguaggio più chiaro».

Un’operazione che puntava al Pd timone del centrosinistra, non già al Pd che va da solo...
«Non è che siamo arroganti o abbiamo voglia di solitudine. L’andar da soli, in realtà, è una derivata della necessità di parlar chiaro a un Paese che ha bisogno di essere risollevato. Di nominare riforme che abbiano un nome e un cognome e di spiegare che le tasse devono pagarle tutti se tutti vogliono pagarle meno, e che le professioni vanno riformate, e che in un ciclo dei rifiuti ci devono stare anche i termovalorizzatori. Noi vogliamo aggregare attorno a proposte chiare. Tutto questo, però, lo puoi fare assumendoti un rischio. E nel rischio stesso c’è un messaggio: l’idea di una politica che scommette qualcosa».

Sì, ma un Paese si guida con i numeri e con le alleanze...
«Intanto i numeri si contano alla fine. In ogni caso, la scelta di parlar chiaro al Paese deve avvenire in un quadro di relazioni positive con tutte le forze del centrosinistra, con le quali abbiamo e dovremo avere tantissime convergenze sul piano programmatico. A partire dai luoghi dove già governiamo assieme. E ricordandoci sempre, appunto, che il nostro avversario è il centrodestra».

Il problema del Pd è non dire prima del voto ciò che si potrebbe dire dopo? E con chi farete il governo in caso di vittoria?
«Il meccanismo elettorale è fatto in modo che o sfondi o non sfondi. Dopodiché non è detto che un solo partito debba reggere il governo. Noi, oggi, proponiamo un soggetto, che io credo sia in espansione, e avanziamo nella chiarezza le nostre proposte. Gli eventuali punti di compromesso per un’azione di governo sono sul tavolo del Paese, nella legittimità assoluta. E non nell’implicito o nell’uso stiracchiato di un aggettivo».

E adesso? Perché Pannella e Bonino “no” prima ancora che il Pd metta in campo un programma?
«Si parte sempre dai contenuti per verificare la possibilità di aggregazione, ma stavolta non a prezzo di confusioni o balbettii».

Ministro, il Pd archivia l’Unione e sembra voler creare una cesura anche con Prodi. Letture errate?
«Prodi non si ricandida, questa notizia di per sé segna un ciclo. Quello in cui, con Prodi alla testa della coalizione, abbiamo impedito un ventennio berlusconiano battendo Berlusconi già due volte; abbiamo salvato la finanza pubblica, abbiamo agganciato definitivamente l’Italia all’Europa; abbiamo praticato parole come Euro, lotta all’evasione fiscale, liberalizzazioni, nuova politica estera, nuova legislazione sul lavoro, ecc. Quel ciclo lo abbiamo affrontato con il migliore equilibrio possibile nel campo del centrosinistra. Vorrei ricordare che il bipolarismo si è aperto nel momento in cui - nella nostra metà campo - c’era una grande frammentazione».

C’è chi rimprovera a Prodi di aver scelto l’equilibrismo per galleggiare...
«Un rimprovero che non fa i conti con la realtà. Prodi stesso, in ogni caso, ha visto che quel punto di equilibrio del centrosinistra andava oltrepassato e ha contribuito in modo fondamentale alla nascita del Partito democratico. Da qui devono prendere le mosse i nuovi passi da compiere. Bisogna inserire novità programmatiche, facendo riconoscere però quei grandi nuclei di politiche riformatrici che abbiamo praticato».

Ma Prodi è un impaccio o una risorsa per la campagna elettorale del Pd?
«Prodi è il presidente di questo partito e tocca a lui fare al Paese la narrazione di questi anni. A Veltroni tocca riprendere da lì. Sto parlando di contenuti, del messaggio da dare agli italiani. Attenzione, perché nelle cose nuove che dobbiamo dire, magari ci stanno cose che in nuce sono già state espresse. E quando affermo che non bisogna buttar via la parola sinistra, dico - ad esempio - che l’espressione “tutti devono pagare le tasse per pagarne meno” non possiamo gettarcela alle spalle. Questo vale per le liberalizzazioni, per la Tav, ecc. E ciò non rappresenta uno strappo dal prodismo. Quello che serve, in realtà, è un equilibrio tra continuità e discontinuità da declinare nella chiave dell’innovazione».

Veltroni propone di destinare subito l’extragettito ai lavoratori dipendenti, lei è d’accordo?
«Spesso ci chiedono se ci dispiaccia lasciare l’incarico di governo. Quello che ci amareggia, in realtà, è aver abbandonato a metà un’operazione di straordinaria rilevanza che avevamo concepito tra marzo e giugno. Un forte intervento sulla fiscalità del salario dei lavoratori dipendenti, accompagnato da misure per il rilancio della produttività. Dico, tra parentesi, che tra qualche giorno presenterò il credito d’imposta sulla ricerca e mi aspetto che il sistema industriale italiano faccia un grande sforzo di innovazione utile alla produttività. Al di là di questo, comunque, noi abbiamo raccolto risorse da finalizzare ad un intervento a favore dei salari. E io ritengo che, se ce ne fossero le opportunità, queste decisioni debbano essere prese. Credo necessario mettere in sicurezza decisioni che possono essere successivamente disperse».

Ministro, l’accusa da sinistra è quella di un Pd che si riposiziona al centro. È così?
«Si favoleggia su una sinistra, la “cosa rossa”; su una destra, la Cdl; e su un centro che saremmo noi. Per quel che ci riguarda noi stiamo facendo il partito e il più grande botto d’inizio campagna elettorale sa quale potrebbe essere?».

Quale ministro?
«Che sabato prossimo l’Assemblea costituente approvi statuto, carta dei valori, ecc».

E che partito profilano quei documenti?
«Un partito che è di centrosinistra - o come piace dire a me il partito di una nuova, grande sinistra democratica - e che riafferma radici popolari, solidali, progressiste, di sinistra, chiarendo che valori antichi vanno serviti con politiche nuove. Credo che questo profilo debba essere messo in evidenza. Visto che ci presentiamo con il nostro volto e nel nome della chiarezza, il “chi siamo” è una cosa piuttosto importante».

E i suoi timori sul “partito liquido”?
«Lo Statuto è convincente e il meccanismo che propone risolve il problema. Quando parlai di “partito liquido” partivo dall’Italia. Questo Paese ha bisogno di elementi coesivi, non possiamo continuare a galleggiare sulla frantumazione. Dobbiamo inserire una controtendenza politica, culturale e organizzativa. Lo Statuto consente anche di immaginare una vita dell’organizzazione che selezioni le piattaforme culturali e politiche, cioè i luoghi di discussione delle nuove elaborazioni. Faccio un esempio, sarebbe ben curioso che avessimo fatto il Pd e non riuscissimo a elaborare una nuova dottrina sul tema laici e cattolici. Queste elezioni ci colgono in corso d’opera, ma ci propongono un’opportunità micidiale per presentare un programma per il Paese. Ma anche per delineare un volto, una idealità, una cultura. L’Assemblea costituente del 16 è un appuntamento da non perdere».

Ministro, i sondaggi favoriscono il centrodestra. Lei è fiducioso ugualmente?
«Sì, perché la situazione è in movimento. E in quei sondaggi c’è qualcosa che non torna. Il nostro problema è se riusciamo a smuovere gli umori disillusi di questo Paese, che sono molto ampi. Io un po’ l’orecchio a terra lo tengo, e non mi risulta che l’elettorato del centrodestra sia così convinto e animato dalla foto di gruppo dei suoi leader. La Cdl ha molti problemi. Si vedranno, eccome se si vedranno. Per vincere la sfida, in ogni caso, dobbiamo mostrare una grande solidarietà e una grande convinzione unitaria, così come sta avvenendo in questi giorni. Abbiamo la possibilità di avere una leadership espressiva, dobbiamo organizzare una grande coralità e fare in modo che la narrazione sia univoca. Ricordandoci che andar da soli e avere idee chiare non sono necessariamente sinonimi, bisogna lavorare con coerenza perché ciò avvenga».


Pubblicato il: 08.02.08
Modificato il: 08.02.08 alle ore 8.15   
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« Risposta #7 il: Maggio 04, 2008, 11:33:31 »

«Niente ritorni indietro Rafforziamo il Pd nel Paese»

Ninni Andriolo


Ministro Bersani, prima la vittoria di Sarkozy, poi quella di Berlusconi, ora la sconfitta dei laburisti inglesi. Con l’eccezione della Spagna di Zapatero l’Europa va irrimediabilmente a destra?
«Di fronte alle nuove tensioni indotte dalla globalizzazione la destra in Europa fornisce mediamente risposte più confortevoli, anche se poi i risultati non vengono, come dimostra l'esperienza francese. Anche la Gran Bretagna ci dice che la sinistra europea ha di fronte a sé il tema dell'allargamento dei propri orizzonti. Sia dal punto di vista del dialogo con altre posizioni di natura liberale, sia dal punto di vista del bagaglio programmatico».

In Italia il Pd è nato dalla necessità di «allargare gli orizzonti», i risultati del 14 aprile però non sono stati all'altezza delle aspettative. Perché?
«C’è l’esigenza di rafforzare urgentemente il nostro progetto, questa è la reazione giusta da far seguire al voto. Attenti, però, non creiamoci falsi bersagli tipo: “c’è qualcuno che vuol tornare indietro”. Noi ci siamo lasciati il passato alle spalle e l'unica discussione possibile è sul come andare avanti. Il nostro problema, oggi, è che votiamo molto e discutiamo poco. Un metodo non più riproponibile».

Quale sarebbe la strada giusta?
«Abbiamo bisogno di una discussione ordinata e formalizzata. Serve una conferenza di taglio politico-organizzativo che coinvolga tutti i livelli del Pd, e metta a fuoco il profilo del partito riformista come grande partito popolare, come partito dei territori, come forza organizzata capace di stare sui problemi e di avere rapporti sociali ravvicinati. È a partire da questo che dobbiamo porci il tema delle alleanze».

Quali alleanze immagina per il Pd?
«In Europa ogni partito a vocazione maggioritaria si pone il problema delle alleanze. Per noi ora si tratta di seguire con grande attenzione la riflessione che dovranno fare tutte le forze che si oppongono, o che si sono opposte, al centrodestra. Per capire a cosa approdano e, se ci fossero le condizioni, per costruire un lavoro comune su nuove basi programmatiche. Che riconoscano la specificità del territorio. Immagino, cioè, una fase in cui ciascuno deve fare i conti con quel che è avvenuto e tiri le somme. Da questo si può capire quali forme di dialogo possibili si possono ricavare. È chiaro che non possiamo tornare ai luoghi di prima...»

Al vecchio centrosinistra, cioè?
«Non è quella la strada. Vocazione maggioritaria, però, non significa vocazione all’autosufficienza».

Può fare un esempio concreto del percorso che lei immagina?
«È evidente che sarà difficile delineare un confronto utile con una posizione ambientalista che non faccia i conti, a sua volta, con un ambientalismo del fare. Un problema che si pone anche per gli ambientalisti, e che dopo la loro riflessione magari si definirà in termini diversi».

Lei esorta a ripartire dal Pd. Ma non sarebbe il congresso la sede più idonea per definire il profilo popolare e riformista che auspica?
«Noi abbiamo abbondato nel votare e siamo stati troppo parchi nel discutere. Questo è il punto. Dopodiché, io ho detto la mia opinione. Ascoltiamo quella di tutti, però, e discutiamo assieme l’esito. Dobbiamo essere consapevoli che in questo momento non possiamo farci distrarre da una discussione larga, di merito, che coinvolga tutti e che abbia innanzitutto un profilo politico e organizzativo».

Che riguardi la struttura del Pd, cioè?
«Per prima cosa dobbiamo costruire gli organismi. Perché c’è bisogno di chiudere i caminetti e di mettere in piedi strutture dirigenti che siano realmente rappresentative. E bisogna eleggerli subito. Dobbiamo utilizzare darci un solido impianto federale e discutere in concreto di cosa significhi quel famoso radicamento di cui tutti parliamo».

Radicamento significa rimettere in piedi le vecchie sezioni?
«Guardare ai territori non significa voltarci indietro. Il problema, qui, è fondamentalmente quello della selezione dei gruppi dirigenti e di chi rappresenta a ogni livello il partito».

E come fare una selezione che dia spazio a una nuova generazione di dirigenti?
«Misurando i rapporti reali con i soggetti sociali e con i cittadini. Le nuove leve e i giovani da far scendere in campo non sono supporter, ma protagonisti reali, che abbiano maturato esperienze e relazioni a partire dai problemi. A questo si aggancia anche la libertà di scegliere i gruppi dirigenti. Visto che ormai siamo un partito, è ora di capire come sviluppare un pluralismo non meccanico ma politico-culturale».

Di gruppi dirigenti, cioè, che non si misurino con il bilancino delle quote da riservare a ex diessini ed ex diellini?
«Appunto. Dicevo, con una battuta, che non bisogna fare Bibì e Bibò, da Brisighella fino a Roma. Sono tra quelli che percepiscono maggiormente l’esigenza di una fusione politico-culturale. Credo, ad esempio, che abbiamo l'assoluta urgenza di valorizzare di più, e più visibilmente, una cultura cattolico-democratica e cattolico-liberale. Ma questo, come per le altre culture, deve avvenire in forme meno meccaniche, proprio per non dare un profilo di giustapposizione, ma di fusione politico-culturale, a un partito che deve avere una propria identità. Non si tratta di dare meno visibilità a questo o a quello, ma di individuare un percorso che lasci margini di libertà più ampi. Chi si riconosce nel Pd deve poter decidere da chi vuole essere guidato e deve poter essere guidato da chi ha i migliori rapporti con la realtà. Questo vuol dire radicamento».

La conseguenza sarebbe la messa in mora dell’equilibrio che guida i rapporti tra i soci fondatori del Pd...
«Radicamento vuol dire flusso dal basso verso l’alto e non dall’alto verso il basso. Noi abbiamo assolutamente urgenza di questo. Se il percorso che avviamo poggerà sia sulla gamba del profilo politico, sia su quella dell'insediamento organizzativo e del radicamento, credo che in pochi mesi riusciremo a dare al Pd un linguaggio che accorci le distanze dalla società».

Sta affermando che il Pd pecca per eccesso di verticismo?
«Sottolineai l’esigenza che Statuto e Carta dei valori venissero votati dall’Assemblea costituente prima del voto. Menomale che lo abbiamo fatto, perché il partito adesso lo abbiamo. Per il resto, però, ci siamo trovati con le elezioni da fare, mentre navigavamo tra la fase costituente e quella di insediamento. E, quindi, un po’ per necessità e un po’ per limiti, siamo stati largamente segnati da meccanismi provvisori che, spesso, partivano dal centro verso la periferia. Una situazione che dobbiamo assolutamente correggere».

Lei ha parlato di scelte dall’alto anche a proposito della nomina dei capigruppo alla Camera e al Senato. Si era ipotizzata una sua autocandidatura alla presidenza dei deputati Pd…
«Non c'è stata alcuna questione personale, né di autocandidature. L'idea era di poter discutere e scegliere mettendoci tutti a disposizione. A me sembrava il modo migliore per reagire immediatamente, e nel modo più utile, al risultato elettorale. La decisione è stata diversa: va bene, procediamo così, non c’è problema. Ma adesso dovremo aprire una fase in cui le decisioni avvengono a valle e non a monte di una discussione».

Il Pd del dopo voto viene spesso accostato alla “resa dei conti” o all'«assalto alla leadership di Veltroni». Non è così?
«Assurdità senza fondamento. Il segretario c’è, è stato eletto con le primarie. Quel che non abbiamo ancora è una posizione ragionata e partecipata di cosa deve essere un grande partito riformista. Su questo dobbiamo essere impegnati tutti, raccogliendo per intero le forze di cui disponiamo».

Nel Pd non ci sono linee diverse che si scontrano, quindi?
«La dico così: oggi è difficile anche capire se ci sono linee politiche diverse. Ad esempio, dobbiamo ancora fare un’analisi approfondita, e se possibile condivisa, del voto di aprile. Non è che in questo momento abbiamo idee diverse, abbiamo un approfondimento da fare. A questa esigenza corrisponde la proposta di una conferenza politico-programmatica. Al di là delle forme, però, la priorità è discutere».

E dopo la discussione è possibile che il Pd si organizzi in correnti?
«L’esigenza è di esplorare, non di separare. Se immaginassimo di fare un partito che non può fare la mossa del cavallo, che non può spostare gli orizzonti della discussione, suoneremmo le campane a morto. Dobbiamo spostare in avanti i temi, per vedere, sulla base di questi, se è necessaria una riconsiderazione anche delle posizioni politiche. Discutiamo del profilo di questo partito, a quel punto credo che saremo in grado di uscire dai residui fossili del passato».

E al temine del percorso si possono realizzare piattaforme politico-culturali diverse dentro lo stesso Pd?
«Certamente sì, ma sulla base di una discussione trasparente. Io, ad esempio, penso a un partito che possiamo anche chiamare di centrosinistra, purché questo non nasconda il trattino. Penso a un partito, cioè, che non sia il luogo di mediazione quotidiana tra posizioni più centriste e posizioni più di sinistra. I temi eticamente sensibili, per esempio: ma come li affronti se non con la mossa del cavallo, con idee nuove? Forse limitandoci a mediare tra posizioni che ripropongono la laicità e altre che ripropongono stabilmente l'attenzione al problema religioso? Così negheremmo la vocazione fondativa del Pd».

Come giudica la campagna elettorale del Pd? Soddisfatto di quel trentatré e rotti per cento?
«Non mi aspettavo una distanza di quelle proporzioni dal Pdl, avevo percepito però che c'erano aree della nostra società nelle quali non penetravamo. Dopodiché, abbiamo portato avanti una campagna elettorale fatta bene. Riflettiamo, se mai, sul perché una campagna elettorale che ha mostrato il meglio della nostra capacità comunicativa abbia registrato una tale distanza dalla società. Rimango convinto di ciò che ho sempre detto. Che la modernità sta in una comunicazione che avviene nel concreto del territorio. Inutile dire cosa votano gli operai, bisogna dire quali operai. Quelli di Varese, di Modena o di Battipaglia? Una comunicazione forte avviene, per forza di cose, attraverso meccanismi di insediamento assolutamente indispensabili. Solo a Berlusconi è consentito fare un partito in un supermercato. Noi abbiamo un altro destino».

Lei è d'accordo con i coordinamenti Pd del Nord e del Sud?
«Primo: a me non convincono le architetture del tipo Nord, Centro e Sud. Io penso che se un partito è dei territori sarà del Nord al Nord, del Centro al Centro e del Sud al Sud. Secondo: bisogna uscire da meccanismi astratti. Non posso dire di conoscere la vicenda romana, ma ragiono su quella bolognese di qualche anno fa. Quando governai l'Emilia Romagna fui sempre in polemica sui temi dei “modelli”. Perché c'è il rischio di una dissonanza e di un distacco tra il proprio vissuto e la prepotenza di un messaggio politico-comunicativo che ti racconta un altro vissuto. Per me partito dei territori vuol dire partito che sta sui problemi e che, dove governa, segnala per primo i problemi anche quando non è in condizione di risolverli».

Il centrodestra ha vinto sia nel Nord che nel Mezzogiorno. Il problema del Pd è il Settentrione, ma anche il Sud. Non crede?
«Certo, c’è il problema del Nord. Ma dobbiamo essere in grado di dire le stesse cose da Milano fino a Palermo, essendo tuttavia un partito insediato sui problemi di Milano e di Palermo. Se non la facciamo noi questa operazione di radicamento nelle diversità, ma anche di unificazione nazionale, non lo fa nessuno. Per il Sud, in particolare, che si rivela forse il problema principale, dobbiamo predisporci a un forte impegno che parta dai diritti di cittadinanza, da un federalismo equo e dal contrasto alla tendenza che si passi dal divario territoriale a un separatismo strisciante che vedo già in corso».


Pubblicato il: 03.05.08
Modificato il: 03.05.08 alle ore 16.20   
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« Risposta #8 il: Giugno 23, 2008, 12:08:15 »

Bersani: «Costruiamo il partito fuori dal Palazzo, tra la gente»

Ninni Andriolo


Onorevole Bersani, come giudica l’Assemblea costituente di venerdì?
«Come è andata l’altro ieri lo si vedrà dalle prossime settimane, perché è chiaro che quando si prende una botta non si sta bene subito. Sicuramente l’Assemblea rifletteva un disagio. Penso, però, che il punto sia quello di uscire dalla depressione e di rimboccarsi le maniche tutti assieme. La Costituente ha dato primi segnali in questa direzione».

Una tregua nel gruppo dirigente, si è scritto. Basterà a rimotivare il popolo delle primarie?
«Tutti gli interventi, e non solo quelli del gruppo dirigente, hanno mantenuto un equilibrio tra la sofferenza per la botta elettorale e la spinta unitaria a rimettersi in movimento. Non c’è dubbio che un tratto unitario, che non credo tattico, sia venuto fuori. Lo ritengo utile sia per la costruzione del partito che per la battaglia d’opposizione di cui il Paese ha bisogno».

Maggiore unità nel Pd perché torna in campo il Berlusconi di sempre?
«Anche su questo ci siamo messi tutti a pari. Chi riteneva che quello di Berlusconi non fosse solo un atteggiamento tattico, e chi pensava che la destra avrebbe ricominciato a fare il mestiere di sempre, non solo dal punto di vista degli strappi alle regole della democrazia, inevitabili nel berlusconismo che, non dimentichiamolo, ha sempre dato lo scettro al consenso e mai alle regole. Ma, soprattutto, nell’impostazione della politica economica. Se vogliamo che gli italiani si indignino per gli strappi alle regole, bisogna che mostriamo loro anche quanto siano fallimentari le ricette economiche e sociali di questo governo».

Lei le ha definite vecchie, inutili per la crescita…
«Se qualcuno pensasse una cosa diversa, avverto che il centrodestra non farà quello che non siamo riusciti a fare noi, perché non ne siamo stati capaci. Loro, in realtà, metteranno in pratica la loro ricetta. Con qualche accorgimento in più, con qualche pensata nuova. Ma la sostanza sarà: abbassare l’asticella per chi già ce la fa, lanciare messaggi demagogici e compassionevoli per chi è in difficoltà, difendere paratie corporative o di altro genere».

In campagna elettorale avevano promesso ben altro…
«Le loro manovre non le pagheranno mai davvero le rendite e gli evasori fiscali. Ma i consumi popolari e i servizi, come si vedrà nelle prossime settimane. Poi, naturalmente, attorno a questa ricetta ci potrà stare questa o quella misura condivisibile, la furbizia di un messaggio demagogico, cose sulle quali ci potrà stare, per così dire, un’opposizione più duttile. Ma il segno complessivo è disvelato già da alcune misure…»

Quali?
«Davvero si pensa che i petrolieri non recupereranno i soldi che dovranno pagare allo Stato? È un gioco da ragazzi scaricare l’incremento fiscale sui consumatori. Ed è di un’evidenza solare che le banche hanno avuto in cambio il blocco della Class action e l’accordo sui mutui…»

C’è la cosiddetta carta dei poveri, però…
«Che la dice lunga su come loro leggono il disagio sociale. Noi una misura di questo genere non ce la saremmo nemmeno sognata. Con quei soldi, aggiungendone altri, avremmo fatto l’aumento delle pensioni piu’ basse, come l’anno scorso. Per noi un povero è una persona con una dignità. Credo, comunque, che non dobbiamo lasciarci impressionare dai fuochi d’artificio».

L’assenza di molti delegati dall’Assemblea di venerdì riflette la delusione della gente del Pd. Non crede?
«Abbiamo il compito di passare dalla fase costituente a quella di costruzione del partito e dobbiamo farlo nel vivo di una battaglia d’opposizione. Se protratta troppo a lungo, la fase costituente non regge. Dobbiamo lavorare immediatamente per la costruzione ideologica, politica e organizzativa del partito. La battaglia d’opposizione dovrà essere la fucina in cui forgeremo il Pd. Le cose si vedono meglio girando per strada, che non dal Palazzo. E io credo che questa sarà l’occasione per riprendere i contatti con i soggetti sociali che ci interessano».

Veltroni propone una manifestazione nazionale contro la politica del governo. Perché in autunno e non subito?
«Non perché non manchino argomenti per far scendere già adesso la gente in piazza. Ricordo le misure economiche, gli attacchi di Berlusconi ai giudici, le sue iniziative per salvarsi dai processi. O la provocazione spropositata sul Comune di Roma con l’obiettivo di delegittimare Veltroni, un tentativo di fronte al quale tutti dobbiamo reagire. Nel Paese, però, deve maturare la consapevolezza dei danni che produce questo governo. La costruzione e il radicamento del partito devono servire anche a questo. Dobbiamo avviare il tesseramento in tempi rapidissimi. Contemporaneamente, cogliendo l’occasione delle feste, dobbiamo sviluppare una campagna sui temi economici e sociali. E predisporre le tracce della discussione politica che avremo, senza conta, nella Conferenza autunnale che coinvolgerà tutto il partito. Questo lavoro di opposizione e di composizione avrà poi un’espressione di massa. Le grandi manifestazioni rappresentano anche l’esito di un lavoro che mette in movimento energie e costruisce rapporti».

In questi mesi più che a costruire il Pd si è pensato a edificare le sue correnti, è d’accordo?
«Tutte queste espressioni sono convintissimo che rappresentino una ricchezza. Ha ragione anche Veltroni, però, quando afferma che le fondazioni, gli istituti, le associazioni devono esprimere qualcosa di vero in termini di radicamento e di posizione culturali. Servono affluenti veri, che portino acqua. Dopodiché noi non possiamo osservare il fenomeno senza essere sicuri che ci sia il fiume. Senza organizzare, cioè, il partito, come palestra politica di tutti. A questo dovrà servire la Conferenza d’autunno. È lì, nel fiume del partito, che bisognerà dipanare, per esempio, la matassa del rapporto tra politica e valori, o quella delle riforme istituzionali che vogliamo. Il luogo della sintesi, quindi, deve essere il partito. Se manca questo, la gente andrà a discutere da altre parti. Noi, tra l’altro, non abbiamo avuto un dibattito di massa sull’esito del voto…»

Anche nella Costituente si è registrato un deficit di analisi sulle elezioni…
«È mancata una discussione di massa sul voto. Questa avrebbe aiutato a ritrovarsi, a reagire prima, a elaborare il lutto, a sentirsi comunità. Tutto questo dobbiamo recuperarlo. L’Assemblea costituente ha rappresentato il primo segno di questo recupero».

Ma nel Pd non si pone l’esigenza di rinnovare i gruppi dirigenti e di passare il testimone a generazioni più fresche?
«Se invece di spendersi in improbabili paragoni con il Midas i giornali si fossero occupati di andare a spulciare la composizione della nuova direzione, avrebbero visto che in atto c’è già la promozione - certo ancora insufficiente - di nuove personalità, di nuovi gruppi dirigenti e di nuove generazioni. Il processo di rinnovamento è in corso, lo vedo in giro per l’Italia. Al centro, certo, bisogna essere più permeabili a valorizzare quelle esperienze. Ma non basta essere giovani. Servono giovani di lungo corso, che abbiano già maturato esperienza, che godano di credibilità esterna. Ne abbiamo tantissimi nel nostro partito».

Senza il "rimescolo" di cui lei parla anche il rinnovamento verrà stretto dentro il gioco delle componenti…
«Questo famoso rimescolo può avvenire solo sul terreno politico e della cultura politica. Senza discutere del rapporto tra valori e politica o del nostro concetto di mercato o della nostra visione di partito, ad esempio, non si capisce in che direzione possa andare l’intreccio tra posizioni socialiste, liberali, cattolico-democratiche, ecc. Io credo che il rimescolo debba avvenire senza buttar via le parole. Né la parola sinistra, né la parola popolare. Che, però, bisogna far coesistere con nuovi termini. Il punto non è quello di mettere d’accordo me e Fioroni. Ma di consegnare alle nuove leve una cultura politica che non le inscatoli dentro cose che non ci sono più».

Veltroni ricollega il Pd all’Ulivo del ’96, lei mette in evidenza il ruolo di Prodi. Ma è il Professore che prende le distanze dal Partito democratico…
«Nella relazione di venerdì Veltroni ha sistemato le cose nel modo giusto. Sia dal punto di vista delle elezioni, che del profilo della nostra battaglia di opposizione, che del rapporto con l’Ulivo. Io dico sempre che le nostre radici sono lì, nell’Ulivo. E che da lì è iniziata una stagione che possiamo chiamare con il nome di Prodi. Noi dobbiamo riconoscere che, in quella fase di frantumazione, nella quale si affacciava il bipolarismo, quella politica ha rappresentato un punto di raccordo indispensabile. Che ha consentito di evitare un ventennio berlusconiano e di riportare dal cielo alla terra parole d’ordine che ci hanno dato un profilo: sulla politica estera, sulle liberalizzazioni, sull’evasione fiscale, ecc. Dopodiché quella fase conteneva in sé, e Prodi era il primo a esserne consapevole, visto che lanciò l’idea del Partito democratico, tutte le contraddizioni e i limiti che la hanno fatta esaurire. Oggi abbiamo compiuto la scelta di un partito a vocazione maggioritaria, ma non isolato. Capace di trovare un raccordo con le altre forze di opposizione».

È riduttivo ricondurre Parisi al Professore, ma tra i "prodiani" si registra una notevole insoddisfazione…
«Anche io mi sento parte del prodismo. Prodi continua a girare nella nostra aria, nella nostra atmosfera, nel nostro mondo. A prescindere dal fatto che lui sia presidente del Pd, come avrei voluto anche io, o non lo sia. Per me sarebbe stato inelegante procedere venerdì alla nomina di un altro presidente. Dopodiché vedremo assieme, con il contributo di Romano, che sono certo non mancherà, come eventualmente procedere anche ad altre soluzioni. L’applauso che la platea gli ha rivolto è stato un segnale evidente di affetto e di riconoscimento del ruolo esercitato e del lavoro svolto».

Marini ha detto sì al patto federativo Pd-Pse, un segnale importante di "rimescolo", non crede?
«Nelle cose dette da Marini si individua il terreno per una soluzione che riconosca il nostro progetto e la nostra identità. E l’ambizione di portarli in Europa, in collegamento con i luoghi dove si addensa la stragrande maggioranza del centrosinistra europeo».

Pubblicato il: 22.06.08
Modificato il: 22.06.08 alle ore 14.39   
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« Risposta #9 il: Agosto 03, 2008, 07:39:56 »

Bersani: «Il governo ci porta nel baratro della crisi sociale»

Bianca Di Giovanni


«A ottobre se ne accorgeranno tutti: quando mancheranno servizi sanitari, quelli scolastici, e quelli garantiti dagli enti locali. Per ora si è visto solo qualche frammento, con gli assegni sociali e la questione precari». Pier Luigi Bersani suona l’allarme 24 ore dopo il sì del Senato alla manovra e a poche ore del varo definitivo: la cura Tremonti avrà un costo sociale altissimo. Per il ministro ombra dell’Economia finora l’opinione pubblica è piombata nella totale inconsapevolezza. Poca attenzione? «No, semplicemente potenti armi di distrazione di massa - continua Bersani - Per esempio montando sui giornali il pericolo zingari, e poi tagliando 3 miliardi alla sicurezza. Oppure parlando in pubblico di fannulloni, e poi tagliando le buste paga dei pubblici di 2-300 euro». In una parola: demagogia. Questa è stata l’arma letale del centrodestra esplosa in piena estate con le famiglie distratte da vacanze in tono minore vista la crisi economica.

E l’opposizione? Anche lei distratta?
«L’opposizione si è confrontata con una manovra sul filo delle regole, con procedure accelerate, esami in notturna, valanghe di emendamenti di governo e maggioranza depositati e non esaminati, due voti di fiducia. È chiaro che Tremonti ha approfittato della luna di miele, anzi di melassa, ed ha puntato a tirare dritto, scavalcando anche la sua maggioranza. Ma i nodi verranno presto al pettine. Il 6 ottobre il Pd terrà la sua Conferenza economica, dove si definiranno i punti d’attacco alle proposte del governo. Su questi punti c’è una grande convergenza con l’Idv e l’Udc, oltre che un rapporto continuo con le forze rimaste fuopri dal Parlamento».

Eppure la velocità di Tremonti è stata apprezzata: il Paese chiede decisioni.
«Fare alla svelta va bene: ma bisogna fare bene. Ma quando torneremo in autunno sarà difficile che Tremonti se la cavi con due tabelle. Rischiamo in realtà di discutere per nove mesi, invece che per tre».

Perché non gli basteranno le tabelle?
«Sa, l’esperessione “ tagli ai ministeri” è molto bella, ma nasconde cifre pesantissime per lo stato sociale. Significa 9 miliardi sottratti a scuola, sanità, sicurezza, servizi locali. Tremonti indica la cifra, ma non dice come si arriva ai tagli. Molte misure sono state prese nell’inconsapevolezza anche dei parlamentari di maggioranza. Ma i tagli senza riforme non sono credibili».

Qual è l’effetto dal punto di vista sociale?
«Da questo punto di vista la manovra è assolutamente inefficace. Non coglie il punto del potere d’acquisto. Quindi non risponde al problema sociale, che in questo modo si avvita a quello economico in termini di minori consumi. Per questo credo davvero che la manovra non è finita qui: anche perché ci sono tavoli con le forze sociali che da qualche parte dovranno pur portare».

Si aspetta allora una sessione di bilancio analoga a quelle già viste?
«Certamente l’intenzione di Tremonti è quella di chiudere al più presto. Ma questo è impossibile senza un lavoro compiuto. Scrivere di tagliare 84mila insegnanti senza dire come, dove e in che cosa, significa votarsi al fallimento. Questo vale per tutti i comparti. Certamente c’è bisogno di una riforma vera delle leggi di bilancio, che inserisca più razionalità. Ma procedere nottetempo come si è fatto finora, aggiungendo norme che non funzionano, non serve a nulla. Verrà fuori una miriade di problemi».

Intanto però Tremonti si è assicurato il risanamento.
«Su questo chiedo chiarezza. Gli ultimi dati confermano che il fabbisogno è nettamente sovrastimato. Continuano ad esserci 19 miliardi di differenza tra i dati e l’obiettivo indicato. Dove vanno a finire questi soldi non è dato saperlo. Anche scontando minori entrate per l’allentamento sulla lotta all’evasione, 19 miliardi sembrano davvero troppi».

Il ministro ha replicato sostendendo che i numeri sono certificati da autorità indipendenti e istituti internazionali.

«Ma lui deve spiegare, conti alla mano. È una cosa vergognosa: mi stupisco dei suoi colleghi di governo e della maggioranza. Il ministro deve dire cosa fa di quei soldi. Paga il debito della sanità? Stima una drastica crescita degli interessi sul debito? Noi dobbiamo chiedere e lo facciamo, ma anche la maggioranza e gli altri ministri devono farlo».

Chi colpisce e chi premia la manovra?
«Prima di tutto bisogna dire che la manovra rischia di avvitare la questione sociale con quella economica. Già la crisi tende a impoverire il ceto medio. Così come è impostata la manovra la forbice aumenta, l’inflazione si scarica sui più deboli, e certamente colpendo i consumi non si aiuta la crescita. La dinamica infernale è questa».

Il centrodestra replica però che non si sono chieste più tasse ai cittadini come ha fatto il governo Prodi.
«Veramente prima loro dicevano che le tasse erano troppo alte e che le avrebbero abbassate. Quest’anno le imprese avranno il cuneo fiscale, la nuova Ires e il forfettone per i piccoli, mentre tre milioni di pensionati più poveri ricevono stabilmente la quattordicesima inserita da Prodi. Il governo è caduto mentre si stava aprendo un tavolo per le detrazioni sul lavoro, detrazioni che poi abbiamo riproposto negli emendamenti alla manovra. La destra non può dire ora: non aumento le tasse. Deve dire perché non le abbassa, a cominciare dalle detrazioni, visto che ha urlato tanto prima. Noi abbiamo consegnato un bilancio nei binari».

C’è comunque chi ci guadagna dalla manovra?
«C’è sicuramente uno scambio con il sistema produttivo. Deregolazione al posto della riduzione fiscale. Naturalmente la deregulation è mascherata da semplificazione. Alla ripresa dimostreremo qual è il messaggio fiscale: allentamento vistoso della lotta all’evasione. Questa operazione può essere accattivante per un’impresa, ma abbassare l’asticella non fa mai bene. Per non parlare dell’enorme settore di piccole imprese che lavorano sui consumi interni, come i commercianti. Come la metteranno con i consumi fermi? E come la mettono le piccole imprese con il credito d’imposta per l’occupazione del Mezzogiorno che è stato definanziato per eliminare l’Ici? Basta la deregolazione per sostituire queste misure?»

Tremonti dice però che fa pagare i forti: banche e petrolieri.
«Qui siamo davvero alla beffa. Questa manovra rappresenta il più grande compromesso tra governo e settori protetti. Banche, petrolieri e assicurazioni, in cambio di qualche soldo, hanno ricevuto parecchi vantaggi. Fuori la class action, nesuno parla più di massimo scoperto, , l’operazione sui mutui è vergognosa perché mette gli istituti al riparo dalla concorrenza (tutto sulle spalle dei consumatori), è stata intimorita l’autorità per l’energia, di cui volevano decapitare il vertice con un blitz. Il gioco è a tutto vantaggio delle società, perché i soldi in più saranno recuperati dai consumatori. Un governo che non incontra le parti sociali, ma fa tavoli con le assicurazioni che puntano a rivedere tutte le norme delle lenzuolate è assai strano. Questo è lo statalismo. avere un rapporto negoziale con questi comparti, non a nome dei consumatori».

E per i cittadini?
«Solo un messaggio populista, quello della social card che servirà a pochissimo: sono briciole. Ricordiamo che l’azzeramento Ici è andato ai ceti medio-alti, non certo ai poveri. Il centrosinistra avrebbe fatto cose molto diverse: le risorse Ici e quelle del maggior gettito sarebebro state destinate in parte alle detrazioni sul lavoro dipendente, in parte agli investimenti».

Infatti anche il capitolo sviluppo sembra a secco. In Parlamento si sono lamentati soprattuto i rappresentanti del sud. Sarà il Mezzogiorno il tallone d’Achille in ottobre?
«Il Sud è chiamato a pagare un prezzo altissimo perché sono state sottratte risorse consistenti. Si sono eliminati i fondi europei destinati a importanti infrastrutture. Ma anche il Nord non starà zitto: anche Formigoni e colleghi chiederanno qualcosa. Il nord non si accontenta certo di un dito medio alzato contro l’inno nazionale. Qualcosa dovranno raccontare agli elettori tutti gli amministratori locali chiamati da Tremonti a contribuire alla manovra con pesanti tagli. E allora saranno guai: il risveglio d’autunno sarà un vero incubo».

Pubblicato il: 03.08.08
Modificato il: 03.08.08 alle ore 14.26   
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« Risposta #10 il: Settembre 14, 2008, 06:02:49 »

Bersani: «Alitalia, ci metteranno una pezza e sarà un disastro»

Laura Matteucci


«Berlusconi e la destra per ragioni puramente elettorali e politiche hanno messo Alitalia su un percorso accidentale, lungo e pericoloso. Siamo in un imbuto drammatico. Un’eventuale soluzione delle prossime ore sarebbe solo una tappa, una pezza che lascerebbe aperte tonnellate di problemi. Per i mesi a venire continuo a vedere solo ostacoli e intoppi».

Berlusconi dà la colpa ai sindacati e alla sinistra, che «vuole dare uno smacco al governo». Si sente perseguitato.

«Berlusconi è il campione mondiale della faccia tosta. Non è nemmeno il caso di commentare».

Invece è il caso, parla da presidente del Consiglio.

«Lui non dovrebbe dormire di notte. Proprio lui, che ha infilato Alitalia in questo disastro per pure ragioni elettorali. È totalmente irresponsabile. Gli sfuggono le proporzioni del disastro». Pierluigi Bersani, ministro ombra dell’Economia per il Pd, è esasperato. Alitalia è a un passo dal fallimento, tra incontri concitati, nuovi allarmi e, in serata, la convocazione dei sindacati da parte del governo. Ma Berlusconi, che aveva dichiarato di avere la soluzione in tasca, per cercare di salvare la faccia scarica le responsabilità sulla sinistra e sul sindacato perchè si pieghi a firmare contratti che non raggiungono neanche quelli delle compagnie low-cost».

Tra l’altro, tra le prime a rifiutare le condizioni per l’accordo ci sono le organizzazioni sindacali dei piloti, politicamente connotate a destra.

«Infatti. Comunque, lasciamo perdere destra e sinistra. Siamo di fronte a un dramma, e Berlusconi tende solo a cercare di fare bella figura a carico dei contribuenti. Vorrei capire bene quali carte il governo intenda giocare: perchè se sono carte di spesa pubblica, deve dirlo».b>

Che cosa teme?

«Se oltre a mettere a carico pubblico 1 miliardo, 1 miliardo e mezzo, si fanno provvedimenti speciali di decontribuzione dei costi del lavoro a favore delle aziende, allora attenzione: perchè in Italia ci sono crisi dappertutto, non si possono accettare condizioni differenti a seconda delle situazioni. Si andrebbe a creare un precedente, e a quel punto tutti potrebbero vantare gli stessi diritti. Giustamente».

Perché dice che un’eventuale soluzione non sarebbe comunque definitiva?

«La scelta di Berlusconi ha portato ad un progetto che non è affatto la nuova Alitalia, ma la nuova AirOne domestica e monopolistica, con capacità di azione e di investimento limitate. Si è creato un notevole scarto tra i problemi aperti e le soluzioni proposte. Per questo la situazione resta precaria, anche in prospettiva. In questo momento ci stiamo occupando del problema sociale, del passaggio drammatico che riguarda 20mila dipendenti, che non sono affatto dei privilegiati, i precari, e non dimentichiamo le migliaia di lavoratori dell’indotto. Ma poi di problemi se ne affacceranno altri in primo piano. Le procedure, innanzitutto, che fanno acqua da tutte le parti, e che coinvolgono creditori, fornitori, azionisti, obbligazionisti. Ci sono molte zone oscure in questa vicenda, e molti conflitti di interesse. Tremonti dovrà chiarire parecchie questioni: due mesi fa si è fatto garante della continuità aziendale di Alitalia, e su quella base è stato approvato il bilancio, fornitori e creditori sono rimasti immobili. Adesso invece non c’è alcuna garanzia. Morale: chi paga? Bisognerà chiarire anche il prezzo dell’operazione, e capire quanto vale davvero AirOne. Poi, la nuova società non riuscirebbe mai a dare risposte territoriali adeguate: ma come, prima una polemica infinita per i due hub di Fiumicino e Malpensa, e adesso che non ce ne sarebbe nemmeno uno tutti zitti? Del resto, chi ha smontato la soluzione Air France?».

È stato Berlusconi. Diceva di avere un’altra soluzione, che avrebbe salvaguardato l’italianità della compagnia.

«Per le prospettive industriali e strategiche, per il prezzo dell’operazione (a Air France sarebbe costata quasi 3 miliardi, senza oneri per i contribuenti), per pulizia delle procedure, quella di Air France era una soluzione indiscutibilmente migliore. La bandiera? Si sarebbe potuto investire perchè imprenditori italiani entrassero nell’azionariato. Meglio partecipare ad una cosa grande che essere padroncini di una cosa piccola».

L’atteggiamento della cordata nella trattativa è insolitamente rigido. Non è che mira al fallimento, ovvero al massimo ribasso?

«Non credo, perchè a quel punto potrebbe arrivare chiunque a bussare. Il fatto è che questa cordata ha la dimensione e la vocazione solo per un’altra AirOne, non si sta discutendo con un grande gestore di traffico aereo».

Pensa potrebbero esserci altre offerte, magari della stessa Air France?

«Penso che in queste ore convulse dovrebbe essere esperito un percorso alternativo. Perchè un conto è parlare, come prima, dell’intera Alitalia, un altro è parlare solo della “polpa”. Cambiano i termini dell’operazione, i costi, le prospettive».

Pubblicato il: 14.09.08
Modificato il: 14.09.08 alle ore 8.19   
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« Risposta #11 il: Novembre 27, 2008, 10:19:23 »

Scontro fra le due anime del partito. "E' un giudizio sul governo". "Epifani si modernizzi"

Ancora incerta la partecipazione di Veltroni e D'Alema

Bersani andrà, Enrico Letta no lo sciopero Cgil divide il Pd


di GOFFREDO DE MARCHIS


ROMA - Almeno due ministri ombra del Partito democratico saranno in piazza con la Cgil il 12 dicembre, giorno dello sciopero generale indetto da Guglielmo Epifani senza Cisl e Uil. Nomi di peso, leader ex diessini. Parteciperanno senza se e senza ma. Piero Fassino, titolare degli Esteri, farà di tutto per essere presente. "Se sono a Milano andrò al corteo di Milano", dice.

A dir la verità, nella sua agenda è scritto che quel giorno dovrebbe andare a Bangkok. "Ma anche se non ci fossi il mio sostegno è totale". Pierluigi Bersani, ministro ombra dell'Economia, sarà invece alla manifestazione di Bologna accanto allo stesso Epifani che parlerà nel capoluogo emiliano. Ma Enrico Letta, che guida il dicastero Pd del Lavoro, diserterà la piazza.

Come la pensa si sa: "Ormai le differenze tra Cisl, Uil e la Cgil sono strategiche. Non possiamo fare finta di niente". Lui è sicuramente più vicino alle posizioni "strategiche" della Cisl. "Non andrò. Il Pd è autonomo, lo è anche il sindacato. Ma ho il massimo rispetto dello sciopero della Cgil": sceglie una via di mezzo Andrea Martella che nel governo del Pd si occupa di Infrastrutture.

L'adesione allo sciopero è esclusa. Ma poi c'è la partecipazione diretta o il sostegno o la presa di distanza. Tanti modi di porsi rispetto alla mobilitazione decisa dalla Cgil. Il 12 dicembre segnerà uno spartiacque per il Pd. Una prova vera per Veltroni, fuori dal confronto un po' autoreferenziale di questi giorni. Plasticamente sarà diviso, in piazza e a casa. E il giorno dopo lo sciopero si misurerà l'effetto Cgil sul Pd. Quella data servirà a capire cosa ancora tiene vicini un grande partito del centrosinistra e le organizzazioni dei lavoratori, quale deve essere il filo di collegamento ora che la cinghia di trasmissione è o dovrebbe essere un reperto archeologico.

È una questione aperta per il segretario, chiamato a far convivere almeno due linee. Veltroni - che promuove l'iniziativa Ue e boccia il governo ("le risorse sono sempre quelle, le spostano come fossero le famose mucche di un altro tempo storico...") - ancora non sa se andrà alla manifestazione, anche se. Così come Massimo D'Alema, ormai da quindici giorni in viaggio nel Centroamerica. Ma nel partito le differenze sono lampanti. Dice Achille Passoni, ex segretario confederale della Cgil e oggi senatore democratico: "Che il Pd non aderisca allo sciopero non è una novità. Non è mai successo, con nessun partito. Ma quando domani scopriremo le misure del governo per la crisi, il partito dovrà dire se le condivide oppure se è vicino alla piattaforma di Epifani". "Se le nostre piattaforme sono simili non ho problemi a riconoscerlo", spiega Bersani.

Ma non la pensa così Beppe Fioroni: "Ognuno va dove vuole, anche in piazza. Ma se cambia il mondo deve cambiare il sindacato. Il Pd deve stare fuori dalle dinamiche sindacali. Ma se può fare qualcosa è aiutare Epifani a diventare più moderno".


(27 novembre 2008)
da repubblica.it
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« Risposta #12 il: Dicembre 01, 2008, 03:23:04 »

Bersani: confronto possibile, ma serve una svolta su stipendi e pensioni
 
di Claudio Rizza


ROMA (1 dicembre) - Pierluigi Bersani non vuole parlare di “intese fuori dai contenuti”, espressione che nel gergo politico significa “niente inciuci”, ma un dialogo sul merito delle cose non lo demonizza. «Non abbiamo pregiudizi», spiega rispondendo al pressing del governo che, per bocca di Sacconi, chiede una «vera coesione nazionale» per far fronte alla crisi. I «ma» avanzati dal ministro ombra dell’Economia del Pd sono comunque tanti.

Lei dice che un dialogo sulle cose sarebbe possibile. A che condizione?

«Le condizioni minime sono: una misura strutturale su salari, pensioni e stipendi in termini di detrazione fiscale, fuori dalle una tantum; un rafforzamento e chiarimento sul tema degli ammortizzatori sociali; e il ripristino di investimenti pubblici e privati con carattere di automatismo».

Questo basterebbe?

«Però vorrei ricordare che questi tagli sul 55% e sul credito d’imposta sulla ricerca vengono dopo la sospensione del credito d’imposta per gli investimenti nel Sud. E’ proprio una linea: distruggere le novità del governo Prodi, non ci può essere altra spiegazione. In epoca di recessione queste sono scelte irrazionali, spiegabili solo da pregiudizio ideologico».

Il taglio del 55% è quello sul risparmio energetico?

«Chi ha fatto ristrutturazioni nel 2008 per rispamio energetico in casa, dagli infissi ai pannelli alle caldaie, se prenderà i soldi sappia che potranno essere decurtati fino a 15 mila euro. Una bella botta, ed è un taglio retroattivo».

Torniamo al governo: il dialogo istituzionale auspicato riguarda anche le Regioni sui fondi europei e i sindacati sui contratti.

«Vorrei dire una cosa molto semplice: da luglio a oggi, dopo tre decreti e una Finanziaria, abbiamo presentato proposte sotto forma di emendamenti. Solo un bugiardo può affermare che abbiamo detto solo dei no. Non abbiamo mai trovato accoglienza, ora c’è un vago cenno...».

La crisi s’è aggravata e la recessione incombe, se ne esce solo tutti insieme.

«E’ incredibile, dopo quanto è successo, che ci si dica “collaboriamo”. Comunque faremo un nostro pacchetto di proposte per costruire il confronto. Di fronte a soluzioni potabili non ci tireremmo indietro».

Che giudizio dà del piano anti crisi?

«E’ totalmente prociclico, non sposta nulla. Come è stato a luglio: la manovra era sbagliata, troppi soldi sull’Ici, sull’Alitalia, la detassazione degli straordinari...tutto questo fa almeno 8-9 miliardi. Ora le norme sull’energia si occupano di elettricità invece che di gas; in una fase di tariffe decrescenti bloccano le tariffe di distribuzione e trasporto d’energia con la conseguenza di stasi degli investimenti; la riduzione dell’anticipo fiscale non riguarda gli autonomi; sugli ammortizzatori ci sono pochissimi soldi e una miriade di norme limitanti».

Il dialogo sui Fondi comunitari?

«Se accettassero un consiglio, il centrodestra dovrebbe dire a Regioni e Comuni: non voglio portarvi via i soldi per gli investimenti previsti nel Fas o nei piani europei, ma casomai accelerarli. Quindi portatemi qui un pacchetto di interventi già cantierati e fermi e partiamo con quelli, pro quota per Regione».

Invece il governo che fa?

«Continuare a rastrellare soldi per metterli su ipotetiche grandi opere nazionali propone due strade: o le opere sono già in corso, come la Salerno-Reggio Calabria, e il cavallo beve quel che beve; o sono nuove, come il Ponte sullo Stretto, ma ne parleremo tra ics anni. Allora meglio mandare avanti i cantieri locali, no?».

Sugli ammortizzatori che dice?

«Sacconi vuole fare un fondo per il lavoro, ricavato dal Fas o dai fondi europei. L’idea di usare risorse del fondo sociale europeo per gli ammortizzatori viola un vincolo. Non dico che non si possa essere flessibili, ma spostarlo sic et simpliciter dalla formazione all’ammortizzatore ci porta su un vicolo cieco. Cerchiamo soluzioni intermedie. Ma avverto Tremonti e Sacconi che le Regioni, anche se non hanno ancora speso i soldi, hanno procedure aperte in corso: non si può andare con l’accetta e portar via loro i soldi. Solo con un dialogo ragionevole se ne esce».

E il confronto con il sindacato?

«Consiglierei di venir via da posizioni ideologiche. A luglio c’era l’onda per lo sviluppo della contrattazione decentrata e della produttività e si sono imbarcati in un privilegio degli straordinari, totalmente sbagliato. Ora si sono fermati, e spero facciano autocritica, e hanno spostato il tiro sui premi di produzione. Bene, lo dice anche Bonanni, lo si fa per lo sviluppo delle forme decentrate di contrattazione. Ma attenzione, il tema sarà pure interessante, ma non c’è coerenza con quanto sta avvenendo: è una pista non sbagliata ma scollegata, troppo ideologica. Rispetto al fatto che i problemi di oggi si chiamano “produzione” e “occupazione”».

Ma lei è favorevole all’intesa sui contratti o no?

«Certo che sì, auspico che si arrivi all’intesa sul secondo livello a firme congiunte. Ma aggiungo: non possiamo in questi due mesi occuparci di metodo, cioé di come sarà la nuova contrattazione, mentre di fatto è in corso una crisi epocale. I lavoratori potrebbero anche non capire di cosa discutiamo. La priorità e le preoccupazioni oggi sono tutt’altre».

La carta acquisti?

«Dico sempre che c’è chi ha bisogno anche di 40 euro. Male non fanno, ma bisogna darli in modo più dignitoso. Meglio darli sulla pensione, che loro sanno come fare. se no c’è sempre l’idea che ci sia lo sguardo del miliardario compassionevole sul povero. Non abbiamo bisogno di questo ma di redditi sicuri e di libertà dei consumatori».
 
da ilmessaggero.it
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« Risposta #13 il: Dicembre 20, 2008, 12:29:14 »

20/12/2008 (7:33) - RETROSCENA

D'Alema rinuncia al colpo del ko
 
Durissimo Bersani: abbiamo smesso di essere un partito riformista

FABIO MARTINI
ROMA


Da sei minuti, davanti alla Direzione Pd, Sergio Chiamparino sta sciorinando le sue critiche alla gestione del partito, l’irritato Walter Veltroni guarda altrove, ma non può certo immaginare le parole con le quali il sindaco di Torino sta per congedarsi: «....e dunque rassegno le dimissioni da ministro nel Governo Ombra perché credo sia un organismo inadeguato». E con gesto plateale per un uomo sobrio come lui, Chiamparino consegna la lettera di dimissioni nelle mani di Veltroni. In “diretta”. Davanti alle telecamere di YouDem, la tv del Pd. E’ il passaggio più cruento nelle nove ore di dibattito della attesissima Direzione democratica, durante la quale l’autorità di Walter Veltroni è stata messa a dura prova, oltreché dal gesto di Chiamparino, da una pioggia acida di critiche mai ascoltate prima d’ora. Diversi “pezzi grossi” del partito hanno distillato perifrasi più affilate del solito, Massimo D’Alema è arrivato a dire che per il Pd «l’innovazione» invocata da Veltroni non basta, perché «serve l’autorevolezza». Come dire, senza dirlo, che il suo “amico” Walter è poco autorevole. Ma alla fine, al momento della conta, tutti quelli che erano venuti allo scoperto - Pierluigi Bersani e Francesco Rutelli tra gli altri - si sono riallineati. Proprio come Chiamparino. Interpellato in privato dal segretario, il sindaco ha ritirato le sue dimissioni e il suo dietrofront simboleggia bene la frustrazione dei critici di Veltroni, il “vorrei ma non posso” che ha attraversato la fronda al leader. Nella trattativa dietro le quinte che durava da 48 ore e che si è conclusa alle 20 di ieri sera, con la votazione del documento di “fiducia” a Veltroni da parte di tutte le “correnti”, si era consumato questo scambio: il segretario ha rinunciato all’annunciato «rinnovamento immediato della classe dirigente» e agli strombazzati «poteri straordinari», ha accanonato l’idea di dare un forte segnale di rilancio all’opinione pubblica, ma in cambio ha ottenuto il voto di “fiducia” da parte dei capi della “fronda”, Massimo D’Alema, Franco Marini, Francesco Rutelli, Enrico Letta. Anche se per il leader il prezzo da pagare è stato un pubblico “schiaffeggimento” da parte dei suoi critici, con accenti mai ascoltati nei 14 mesi di vita del Pd.

Il tutto si è consumato in uno scenario da film di Ettore Scola. Il salone della Direzione del Pd è collocato ai lati di una bella, grandissima terrazza che si affaccia sui tetti del centro di Roma, compreso quello di uno dei licei cattolici più esclusivi di Roma, il Nazareno, dove hanno studiato tanti rampolli della borghesia romana, da Carlo Verdone a Cristian De Sica: per nove ore, dalla terrazza si sono irradiate verso i tetti circostanti, le voci amplificate e contrite dei leader democratici. I più impegnati nella critica sono stati gli amici di D’Alema. Il colpo di assaggio è toccato all’intellettuale del gruppo, Gianni Cuperlo: «Non regge un partito che è il contenitore di tutto», «ci sono aspetti del nuovo inconsistenti», «c’è un deficit di autorevolezza nelle nostre classi dirigenti», «si fatica a trasmettere l’immagine del Pd», «in alcune aree il partito non c’è». Ma la sorpresa è stato Pierluigi Bersani. Sempre misurato nelle critiche, il ministro ombra dell’Economia ha depositato argomenti che in un altro contesto avrebbero fatto male. Ha parlato di un Pd nel quale «ci sono abbandoni silenziosi e arrivi che non arrivano», ha descritto «l’utopia distruttiva di un partito che va in automatico con la società, che tira su tutto come un’idrovora», rinunciando ad essere un partito riformista, «che vuole cambiare la società». Affilatissimo Marco Follini: «Si invoca il rinnovamento, ma io, Walter e Massimo, mese più mese meno, abbiamo la stessa età e quando arrivasse il rinnovamento, dovremmo farci tutti da parte». Tutti a chiedersi: fin dove si spingerà Massimo D’Alema? Spinge ma non assesta il colpo del ko: «Abbiamo bisogno di un partito vero», dice che «l’appannarsi di una visione politica incoraggia il ripiegamento egoistico». Le correnti? «Nel Pd non esistono, semmai siamo una amalgama mal riuscita». Certo, le correnti «sono discutibili, un modo non bello a vedersi, anche se darebbero un ordine».

Ed è D’Alema a dare il colpo di grazia al sistema delle Primarie, criticatissime nel dibattito: «Vanno ricondotte alla scelta dei candidati per le cariche istituzionali», ma se continueranno ad essere utilizzate anche per l’elezione del segretario del Pd, «a quel punto il rischio è che nessuno si iscriva più». Critiche condivise da tanti, in quello che alla fine è risultato una sorta di “de profundis” delle Primarie, forse la novità più rilevante emersa dal dibattito della Direzione.

da lastampa.it
« Ultima modifica: Marzo 06, 2009, 03:25:05 da Admin » Loggato
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« Risposta #14 il: Dicembre 20, 2008, 12:32:28 »

Retroscena I veltroniani: l'unico filo che unisce i vari distinguo è il legame con i «vecchi» partiti

La nostalgia per Pci e Dc e l'esultanza di Bettini

Bettini soddisfatto, freddi Bersani, Fassino e Finocchiaro


Nel terrazzo della sede del Pd — che qualcuno propone di destinare a miglior uso organizzando dei party — Goffredo Bettini ragiona così: «Ci sono state critiche, ma non una proposta politica alternativa portata avanti in maniera unitaria. L'unico punto unificante di quanti hanno mosso rilievi a Walter è la nostalgia per i partiti d'appartenenza, la Dc e il Pci, eccezion fatta per Rutelli, ovviamente, che non appartiene a quelle tradizioni» .
Chissà cosa direbbe Massimo D'Alema se ascoltasse quel che dice il coordinatore dell'esecutivo. Lui che ha appena finito di spiegare che il troppo nuovo stroppia. Ma non sente. È dentro e sta parlando al cellulare. Quando chiude la conversazione spiega: «Ero al telefono con la Marcegaglia, volevo sapere come stava... Certo, quando c'ero io al ministero degli Esteri queste cose non succedevano». È un'altra, in questo momento, la nostalgia che prova D'Alema.
Ma sarà poi vero quel che sostiene Bettini? Certo, il rischio i veltroniani lo avvertono, non c'è che dire. Basta pensare al segretario che si dice convinto che se si tornasse ai posti di partenza — ai vecchi partiti insomma — sarebbe come fare la fine dei seguaci del «reverendo Jones». Quei signori, per intendersi, che morirono bevendo un'aranciata avvelenata in quel della Guyana.
Che di nostalgia o di orgoglio si tratti — a seconda di come la si vede — è innegabile che in molti interventi in direzione il richiamo a non dimenticare le radici è forte. Ed è insistito e ripetuto nei discorsi di tutti quelli che criticano il leader del Pd. Facendo precedere gli appunti alla linea di Veltroni con un «approvo la relazione del segretario», proseguendo poi con un «ma» o un «tuttavia», come si faceva ai tempi del Pci quando si voleva criticare il numero uno. È il caso di Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd del Senato, che a un certo punto osserva: «Non vogliamo tener conto del fatto che la storia del riformismo italiano oggi possa esserci molto utile?». E Fassino — che è stato uno degli uomini chiave per la mediazione che ha portato a un documento unitario ma che qualche critica da fare ce l'ha — si dice convinto che «si debba avere coscienza della propria storia e appartenenza politica ».
Per non parlare di Bersani, che all'ingresso della saletta in cui si svolge la direzione del partito, ricorda il Pci degli anni 50 come un grande esempio, e che, poi, nel suo intervento, sottolinea: «Non dobbiamo dimenticare la grande solidità delle nostre radici perché noi il riformismo ce l'abbiamo davanti, ma ne abbiamo almeno cinquant'anni alle nostre spalle». Anche gli ex democristiani ci tengono alla loro casa madre. Marco Follini per attaccare il sistema delle alleanze messo su dal segretario invita il Pd a fare come la Dc di De Gasperi. L'ex presidente del Senato, Franco Marini, non vuol sentir parlare di adesione al partito socialista europeo: «C'è una cultura che è entrata nel Pd e che chiede rispetto».
E anche il tema della questione morale porta gli uomini del Pd a dividersi in ex qualcosa. Racconta Giovanni Lolli, democratico di radici diessine: «Io in Abruzzo, dopo la storia di D'Alfonso, mi vergogno a tornarci. I miei mi chiedono: ma perché ci siamo messi con quelli lì?». Dove per «quelli lì», naturalmente, si intendono gli ex margheritini. In compenso basta vedere le facce che fanno i popolari e ascoltare i loro commenti quando prende la parola Antonio Bassolino. A parti rovesciate, lo stesso discorso che fanno gli elettori di Lolli, soprattutto dopo che il presidente della Campania nel suo intervento non ha nominato nemmeno per sbaglio il termine «questione morale».
Quindi sembra proprio che quel Pd sognato da Veltroni — quella forza politica «in cui chi non viene dalle storie dei partiti fondatori si sente a casa propria» — stenti ancora a decollare. Sarà anche per questa ragione, oltre che per il susseguirsi di vicende giudiziarie che lo coinvolgono, che il Pd nel sondaggio riservato che viene dato ai leader del centrosinistra ogni venerdì registra un ulteriore calo dei consensi. Il Partito democratico, che la scorsa settimana stava al 27,5 è sceso al 26. E per paradosso — o forse no — la popolarità di Veltroni continua invece ad aumentare. L'altra settimana i consensi nei confronti del segretario erano superiori a quelli per il Pd di 9,7 punti in percentuale. Adesso Veltroni è 11 punti sopra. Dunque nel Pd i due partiti continuano a convivere. Anche per questo motivo chi non è d'accordo con il segretario fa fatica a metter su una «proposta politica alternativa unitaria», per dirla alla Bettini. Ma è anche vero che in questa Direzione si sono sentiti i primi scricchiolii della maggioranza che sostiene il segretario. Anna Finocchiaro, Pierluigi Bersani e Piero Fassino finora sono stati con Veltroni. E per adesso ci stanno ancora. Ma hanno cominciato a prenderne le distanze e ad ammettere, come ha fatto la Finocchiaro, che «la questione dell'assetto dirigente verrà dopo ». E' vero che la capogruppo del Senato ha aggiunto un «forse», ma la questione della leadership rimane lì, sullo sfondo, in attesa dell'appuntamento delle elezioni ammini-strative ed europee. Anche se alla fine, siccome alternativa non c'è, in Direzione hanno votato tutti lo stesso documento. Insomma, come dice l'ultra-prodiano Franco Monaco «sono stati d'accordo nel fingere di essere d'accordo».


Maria Teresa Meli
20 dicembre 2008

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