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Autore Topic: MONDO DONNA N° 1  (Letto 55157 volte)
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« Risposta #15 il: Novembre 24, 2007, 04:59:28 »

CRONACA

Storie di dolore e di riscatto tra le ospiti di alcuni centri antiviolenza

Ma è polemica per l'esclusione degli uomini dalla manifestazione oggi a Roma

"Il giorno in cui ho smesso di avere paura..."

Donne in marcia contro la violenza

Il corteo in coincidenza con la giornata mondiale. I dati: un milione e 150 mila vittime in un anno, il 70 % in casa

Il sottosegretario Linguiti: "Sbagliato escludere gli uomini. Bisogna intervenire sui modelli culturali"

di CLAUDIA FUSANI


 ROMA - La voce di donna arriva per telefono, sono le sette di sera, in lontananza i rumori chi dovrà occuparsi della cena nella casa accoglienza del centro antiviolenza di Imola: "Non sono stati gli schiaffi, forse a quelli mi ci ero abituata. E neppure le botte, la violenza, quel fare sempre quello che voleva lui. Io ho detto basta quando mi trascinava davanti allo specchio e mi urlava: 'Guardati, fai schifo, sei una nullità'. Ecco, il mio riscatto comincia da lì, non dalle botte ma dall'umiliazione...".

Un'altra voce di donna, questa volta "protetta" in uno dei quattro centri antiviolenza Differenza donna di Roma: "Ci ho messo sette anni, sette anni di violenza davanti agli occhi dei miei figli. Poi quando ho detto basta è stato un basta deciso, difficile, drammatico, puoi immaginare cosa significa scappare via da casa tua sapendo che non la vedrai mai più, che non vedrai più le tue cose, e portare con te i bambini, piccoli, ma grandi abbastanza per avere i loro giochi e la loro camera... Ecco, è successo che un giorno, dopo sette anni, ho detto addio a tutto questo... e bentornata a me stessa".

Nel centro Roberta Lanzino di Cosenza vivono cinque donne, una è mamma di due bambini, anche loro vivono qua. Sono tutte italiane, tutte della provincia di Cosenza , hanno dai 35 ai 55 anni. Tra poco potrebbe arrivare una nuova ospite, una studentessa. In loro nome parla la responsabile Antonella Veltri: "Hanno impiegato mesi e anni per arrivare fin qui e quando lo hanno fatto è stato per disperazione assoluta. Oltre alle violenze fisiche e psicologiche qui devono combattere anche la cultura mafiosa. E' un'altra forma di violenza". Che andrebbe aggiunta ai tanti tipi di violenza che le donne possono subire.

Cifre da paura - Voci senza nome. Paura, vergogna, motivi di sicurezza: è terribilmente rischioso in Italia, oggi, anno 2007, dire no a un marito o a un convivente violento, ribellarsi e scappare via, cercare di recuperare la propria autonomia. Provare a smettere di avere paura. Sono voci di donne senza nome che accettano di parlare solo perché "più se ne parla e meno paura ci sarà in giro". Perché, forse, se avesse trovato il coraggio Barbara Spaccino, incinta del terzo figlio, uccisa dal marito, sarebbe ancora viva. E così Hina, la ragazza pakistana uccisa dal padre perché vestiva minigonne e non voleva il velo. E poi Anna, Paola violentata a Torre del Lago, Sara stuprata a Torino da un amico, Carla a Bologna. Anche Mez, la dolce ragazza inglese sgozzata in camera da letto a Perugia ancora non si sa da chi. Sono solo alcuni dei nomi di quel milione e 150 mila di donne vittime in Italia negli ultimi dodici mesi di violenze e abusi, il 22 per cento in più dell'anno scorso, il 5,4 per cento del totale delle donne. Alcuni - nomi - delle 180 morte per le violenze subìte, una ogni due giorni; di quel 3,5% vittima di violenza sesssuale, di quel 2,7che ha subìto violenza fisica e di quelle 74 mila stuprate o quasi.

La giornata contro la violenza sulle donne - "La violenza degli uomini contro le donne comincia in famiglia e non ha confini" è scritto nello striscione che oggi apre, vigilia della giornata mondiale, la marcia delle donne contro la violenza e in nome della propria autodifesa. Manifestazione (raduno piazza della Repubblica, ore 14; info: www. controviolenzadonne. org) partita dal basso, senza cappelli politici, grazie alla forza di mobilitazione di collettivi femministi come Amatrix, Libellule, Feramenta, Assemblea femminile via dei Volsci 22 e degli oltre settanta Centri antiviolenza sparsi in tutta Italia. Una manifestazione nata e cresciuta - hanno aderito il ministero delle Pari Opportunità, della Famiglia e della Sanità e oltre 400 organizzazioni tra cui Amnesty, Arci, Cgil, Udi, le donne del Prc - proprio perché quella massa di cifre e percentuali messi a disposizione quest'anno per la prima volta dall'Istat su richiesta del ministro Pollastrini non diventino solo statistiche. Ma restino volti e storie. Di dolore e, soprattutto, di riscatto.

Gli esclusi, cioè gli uomini - La manifestazione è sessista e le organizzatrici hanno deciso di tenere fuori gli uomini. Le polemiche si sono sprecate in questi giorni. "Non sono d'accordo, è una scelta sbagliata, che non condivido e non comprendo perché proprio in questo tema, nel momento in cui le cifre e i dati ci dimostrano che bisogna intervenire sui modelli culturali e sulla incultura patriarcale, è sbagliato tenere fuori una delle due parti interessate" sottolinea il sottosegretario alle Pari Opportunità Donatella Linguiti. Comunque il corteo sarà grande. E da qualche parte - si novella- gli uomini troveranno posto. Magari in fondo, magari ultimi ma ci saranno.
 
Una manifestazione femminista

"Il potere di ricatto delle famiglie" - Il 69, 7 per cento delle violenze avviene all'interno delle mura domestiche. Ma solo il 18,2% delle donne che ha subìto violenza in famiglia la considera un reato e solo il 7,2% la denuncia. Bisogna soffermarsi su queste cifre prima di "entrare" nel centro Roberta Lanzino di Cosenza. "L'80 per cento delle nostre ospiti non è autonoma dal punto di vista economico e il ricatto che può fare la famiglia è tale che sei su dieci rinunciano ad arrivare fin da noi, a fare questo passo" racconta Antonella Veltri responsabile del centro. Una signora ha saltato cinque colloqui. Si è fatta viva la prima volta un anno fa. La non cultura mafiosa aggiunge violenza a violenza. "Il potere di ricatto delle famiglie è altissimo e tocca una gamma svariata, dalla solitudine all'infamia, dal 'non vedrai più i tuoi figlì al 'nessuno al paese ti rivolgerà più la parola'". Una volta vinta la minaccia della famiglia, il passo successivo è "farsi credere": "Molte donne, prima di arrivare da noi per un colloquio, sono andate dal maresciallo disperate, gonfie, con i lividi, col referto medico, a una era stato sbattuto in testa l'oblò divelto dalla lavatrice... beh, si sono sentite rispondere 'Signora ci pensi bene, forse è meglio che si tenga suo marito...'". Nei centri si entra solo se c'è volontà di farlo "ma anche quando hanno trovato la forza di arrivare sin qua, il 10 per cento a un certo punto abbandona: la pressione da parte della famiglia o del marito è tale per cui non ce la fanno. Ci lasciano e di loro non sappiamo più nulla". Le altre, a cui la disperazione fa fare quello che non avrebbero mai immaginato - lasciare la famiglia - cominciano un faticosissimo ma meraviglioso viaggio "verso la consapevolezza, l'autostima, la propria autonomia. Il riscatto. Cerchiamo di insegnare loro un mestiere o di valorizzare quello che già sanno fare, troviamo una casa, una stanza, soprattutto le accompagniamo verso la separazione e il divorzio prima, il processo penale poi, un altro appuntamento a cui si arriva con molta difficoltà perché non ci sono pene per i mariti violenti".

"Dopo sette anni ho smesso di avere paura" - Maria, nome di fantasia, ha 30 anni. Mancano pochi minuti alle quattro e deve scappare a prendere i suoi figli a scuola, "sperando di non trovare lui che mi aspetta da qualche parte". Parla da uno dei centri Differenza Donna di Roma. "Sono riuscita a dire basta in modo deciso dopo sette anni di botte, insulti, umiliazioni, paura. Ma quando ho deciso è stato un basta definitivo. Non saprei dire cosa e quando: è successo che un giorno davanti a me non avevo altra via se non quella di andarmene. All'improvviso ho smesso di avere paura. Così ho guardato per l'ultima volta la mia casa e le mie cose che non avrei più rivisto, ho preso i miei due figli e sono venuta qua. Due, tre mesi prima avevo trovato il coraggio, aiutata dall'assistente sociale, di prendere il telefono, fare quella telefon0326ata e chiedere aiuto. La cosa più difficile era proprio raccontare quello che mi succedeva, far capire come era lui, il mio ex marito, come poteva cambiare all'improvviso dentro le mura di casa. La paura più grande, a quel punto, era quella di non essere creduta". Con l'assistenza del centro Maria ha potuto fare tre denunce penali e ha cominciato a ricostruire se stessa "perché ero distrutta. I miei figli sanno tutto, o meglio sapevano già perché hanno sempre visto tutto. Diciamo che adesso sanno dove è il bene e dove è il male e hanno imparato a rispettarmi di nuovo e a riconoscermi autorevolezza". Maria potrà stare qui sei mesi- un anno. "Durante il giorno lavoro come donna delle pulizie, qualche ora per non far mancare nulla ai miei bambini. Prima non lavoravo. Devo cominciare a guardarmi intorno perché tra sei mesi, un anno, dovrò fare da sola ed essere autosufficiente. Per me, per i miei figli, per la mia nuova vita".

Un problema culturale - Sabrina Frasca, responsabile di un centro Differenza donna, spiega che sarebbe "fondamentale, a livello generale e nell'interesse di tutti, poter lavorare e mettere in discussione il modello culturale patriarcale nel rapporto uomo- donna", non solo tra marito e moglie ma anche tra padre e figlia o tra superiore e dipendente, "ovunque ci sia una relazione donna-uomo in rapporto di autorità". "Solo così - aggiunge - si può sperare, in un tempo medio lungo, di poter correggere le statistiche disperate sulla violenza del partner e dentro le mura di casa". Alla cooperativa Trama di terre, in Romagna, le ospiti sono quasi tutte straniere, per l'esattezza nove mamme e dieci bambini. Le nazionalità coprono mezzo atlante geografico: Russia, Tunisia, Marocco, Angola, Pakistan, Romania, Armenia. Sono mogli-bambine di matrimoni combinati che poi una volta in Italia scappano dalla casa-prigione; ci sono ragazze cacciate di casa perché incinte; una ragazza rom di 23 anni abbandonata dal marito con due figli. "E' qui da pochi giorni - racconta Tiziana Dal Pra, responsabile del centro - ci guarda e ripete: da noi se una donna parla troppo il marito la picchia". Arriva al telefono Anna, un altro nome di fantasia, 32 anni, straniera, arrivata in Italia tre anni fa, primo approdo Bologna, una bimba - allora - di di cinque mesi: "Ho trovato lavoro come commessa. Tra poco andrò a vivere con mia figlia in una casa che divido con un'altra donna che ho conosciuto nel centro. Ora mi guardo allo specchio e sono fiera di me". Prima c'era stata una storia di violenze, botte e umiliazioni infinte. Anna era la "prima" voce parlante di questo viaggio nel dolore e nel riscatto: "Mio marito vedeva la tivù qui in Italia, vedeva le donne in tivù poi si girava verso di me e mi diceva che facevo schifo, che ero una nullità, che non avrei mai combinato nulla nella mia vita, mi trascinava davanti allo specchio e mi diceva 'ma guarda come sei diventata'. Adesso io ho un lavoro, tra poco avrò una casa mia, saprò crescere mia figlia e insegnarle ad avere rispetto di sé".

Oggi saranno tutte in marcia, a Roma. Anna, Maria, i loro figli e le altre avranno un cartello, uno striscione tradotto in tutte le lingue: "La violenza non ha né cultura né religione né nazionalità. Ha solo un sesso".

(24 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #16 il: Dicembre 10, 2007, 05:56:08 »

SPETTACOLI & CULTURA

Luttazzi, lettera di Giuliano Ferrara

"Era satira, ma un limite ci vuole"

di GIULIANO FERRARA


Caro Direttore, quella di Luttazzi su di me era satira, su questo non ci piove. Letta la frase in cui venivo messo oniricamente in una vasca e trattato come una latrina, per tirare fuori una pacifista antiamericana dallo smarrimento di fronte a una espressione per lei crudelmente surreale di Berlusconi ("ero contrario alla guerra in Iraq"), in un primo momento ho pensato che fosse una forzatura miserabile per tirarsi d'impaccio in un programma non particolarmente baciato dal successo e dallo scandalo. Ma non è così. La satira è un prodotto di ideologia e cultura, procede dai libri alla strada al palcoscenico in modo circolare. L'immaginario di Luttazzi, come lui dice, è Abu Ghraib e Ruzante, quella è per lui la cornice dello sketch a me dedicato (e anche ai miei compagni di latrina).

D'altra parte non sono forse una specie di Petraeus all'amatriciana? Esiste una satira cruda e coprolalica, che si è espressa e si esprime, con risultati migliori o peggiori, in tutte le lingue, in molte situazioni e in molti regimi politici, antichi e moderni.

Dunque era satira. Lui non sarà Aristofane o Molière, ma era satira.

Perché allora, visto che sono sempre stato difensore della libertà di satira, ho approvato la sospensione del programma di Luttazzi, e in particolare la motivazione del comunicato e delle successive dichiarazioni di Antonio Campo Dall'Orto, il dirigente libertario e frecceriano de La7 che si è sentito tradito dall'uso irresponsabile della libertà concordata anche contrattualmente tra la sua emittente e il comico? Me lo sono spiegato così come segue, e penso sia utile comunicarlo pubblicamente ai lettori o più genericamente al pubblico.

Il fondamento di una democrazia ormai sfasciata e sgangherata come la nostra è questo: Dio è relativo, è un culto privato, invece la libertà assoluta, è l'unico culto pubblico ammesso. E' noto che non sono d'accordo con questa impostazione e che penso sia vero il contrario. Ci sono criteri di valore e di vita non negoziabili, e pubblici per definizione anche al di là della fede religiosa o civile confessata, e invece la libertà, che prediligo e vorrei la più ampia possibile in ogni situazione della mia esistenza e di quella degli altri, è relativa. Culturalmente non sono spinoziano, sono cattolico romano. E' dunque naturale che io la pensi così. "Che c'entra?", direte. C'entra, c'entra.

Perché ogni discussione sulle esperienze limite, e l'esercizio crudele della satira è una di queste esperienze, è una discussione sulla libertà e sui termini del suo esercizio. Il comunicato de La7 ha fissato un limite, e la società vive anche di limiti. E' culturalmente la stessa cosa di un divieto alla produzione sperimentale e assassina di embrioni, ha lo stesso valore linguistico pur trattandosi in questo caso di faccende per fortuna effimere.

Non ho mosso un dito e nemmeno uno straccio di avvocato, non ho nemmeno corsivato alla mia maniera, quando Luttazzi ha portato in decine di teatri off off Broadway una definizione di "Giulianone" come del "residuo di sperma e cacca lasciato sul lenzuolo dopo un rapporto anale". Se sbiglietti in un teatro e la gente decide di venirti a vedere, lo puoi fare, e se a qualcuno non piacesse essere definito come sopra avrebbe al massimo il diritto di chiedere a un giudice una sanzione, posto che la ottenga, o di schiaffeggiare Luttazzi in pubblico o di denunciarne il linguaggio.

Un mio amico americano dice: c'è la libertà di guidare, anche a trecento all'ora in una pista riservata a un pubblico pagante, ma in autostrada esistono limiti. In una tv generalista, insomma, è diverso. C'è per esempio un problema di coesione commerciale.

La tv, come i giornali, è uno spazio in cui gli editori investono, e giornalisti e artisti praticano quello spazio contro pagamento di una mercede e devono praticarlo conoscendone i confini, sapendo, come dico da anni, che la loro libertà è relativa, che sono tecnicamente indipendenti ma sono dipendenti in senso stretto o soggetti, quando lavoratori autonomi, a un rapporto coordinato e continuativo che ammette la possibilità contrattuale di essere sciolto da chi investe e paga e ha il problema, non commerciale ma anche commerciale, di tutelare la propria identità di fronte al pubblico e agli inserzionisti.

Questo vale per Luttazzi e per il suo rapporto con La7 e i suoi spettatori, come dovrebbe valere per quei furbetti "de sinistra" e "de provincia" di Santoro & C., i quali danno per ore la caccia al funzionario Rai di turno (Del Noce? Saccà?) sputtanandolo come assassino di Enzo Biagi con i complimenti, i denari, e le marchette apposte alle loro buste paga dalla ditta che inquisiscono. Sgradevole e forse spregevole uso privato, non dirò "criminoso" perché non ho l'autorevolezza televisiva o bulgara di Berlusconi, del mezzo pubblico e televisivo in genere.

Il problema della libertà in Italia, come hanno spesso notato Aldo Grasso e Francesco Merlo, e con ragione, è proprio questo. Vogliono tutti fare Lenny Bruce, ma non vogliono vivere e morire nella gloria dell'outsider emarginato, alcolizzato e cirrotico, vogliono farlo con l'assistenza pubblica e privata del mercato televisivo per famiglie, possibilmente in prima serata, e con l'ulteriore assistenza del mercato della politica, che li fa deputati al primo segno di martirio. Ricchi e potenti perché liberi.

Nel caso del furbissimo Benigni, adesso aspirano anche alla vita eterna con il timbro di Sua Eminenza Reverendissima Tarcisio Cardinal Bertone. In America, che è una democrazia costituzionale under God più autorevole della nostra, non si fa così. Quando sgarri, te ne vai secondo regole di mercato e di etica pubblica convenzionale, e nessuno ti verrà a molestare se eserciti il massimo della libertà a spese tue e del tuo pubblico.

Questo tipo di libertà controassicurata, comunque, mi fa un po' ridere. E' la sanzione di un paese che non ha establishment, la cui grottesca rovina politica è cominciata nelle procure alla Tonino Di Pietro e alla Forleo, a loro modo eroi di satira televisiva anch'essi, ed è continuata con il clamoroso successo di pistaroli e demagoghi che invece di sbigliettare e faticarsi la libertà relativa di cui tutti godiamo, e facciamo l'uso che crediamo, chiedono e ottengono la libertà assoluta del prime time televisivo a una borghesia e a un sistema politico che non hanno più alcuna autorità, severità, ironia, significanza.

Insomma. Se il mio editore televisivo fissa nella responsabilità televisiva un limite alla libertà di satira io sono contento, mi spiace solo che per farlo si debba ricorrere al canone secondo cui quella di Luttazzi non è satira, il che non è vero anche se in un primo momento ho equivocato leggendo il testo delle sue parole fuori del loro contesto drammaturgico e della loro legittima cornice ideologica (per me, ovviamente, un pochino ributtante). Se la sospensione del programma serve a far discutere di questo, io sono contento. Se Luttazzi torna in onda su La7 dopo che questa discussione si è svolta, e ricomincia, sono contento. Se lui e Campo Dall'Orto volessero venire a parlarne a "8 e mezzo", quando desiderino, sarei contento.

Come vedete, sono molto contento. Sono contento anche della passione che il Manifesto, quotidiano comunista e dunque tribuna satirica fin nella testata, mette nella alta trattazione culturale del caso Ferrara-Luttazzi & Cacca.

Sarei anche molto contento, ancora più contento, se accettasse l'idea che si deve ridere del patriarcalismo autoritario degli islamici o imbastisse nelle sue dense pagine difese così sofisticate della libertà di satira nel caso in cui un comico di destra prendesse Rossana Rossanda, la mettesse in una latrina e la trattasse come sono stato satiricamente trattato io. Non dubito che i colleghi comunisti sarebbero inflessibilmente coerenti con i loro principi.

(10 dicembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #17 il: Febbraio 12, 2008, 11:00:45 »

L'intervista

Ferrara: mi candido con la Lista per la vita

E corro anche da solo

«Ci danno tra 4 e 6%. Con voti da sinistra»

 
ROMA — Giuliano Ferrara ha deciso: si candiderà alle elezioni con la sua lista pro-life. Alleato con il centrodestra o da solo. Comunque scenderà in campo e, di conseguenza, abbandonerà anche il suo programma televisivo a La7, Otto e mezzo.


Scalfari l'accusa di fare una lista della Cei.
«Una scemenza smentita il giorno stesso dal giornale della Cei, che sconsigliava la nascita di questa lista e si batteva per "salvare il soldato Casini". Il collateralismo non è il nostro metodo. È politica tradizionale. La Chiesa non è un soggetto politico e non mi verrebbe mai in mente di chiedere il suo appoggio. Il suo consiglio sì, non il suo appoggio».


C'è chi sostiene che attraverso la sua battaglia passerà la cancellazione della 194.
«Mi hanno accusato di qualsiasi nefandezza, figuriamoci. Il mio pensiero è semplice e si basa su tre principi. Primo, nessuna donna è obbligata a partorire; secondo, nessuna donna deve essere perseguita legalmente perché abortisce; terzo, l'aborto è un male, va sradicato, non può essere utilizzato come strumento di controllo delle nascite, come avviene quando le donne sono obbligate o incentivate ad abortire. L'aborto è legale ma non è un diritto legittimo o moralmente indifferente, come si è predicato in questi trent'anni, con un miliardo di aborti in Occidente. C'è una bella differenza tra atto legale e legittimo. Il diritto di autodeterminazione della donna non può affermarsi contro il bambino».


Non sta esagerando in integralismo?
«Casomai si esagera con la bandiera idolatrica dell'eugenetica. Tu sì, tu no. E siamo tornati a immettere il veleno nel corpo delle donne per abortire: cos'altro è la Ru 486 se non il prezzemolo moderno? Riporta l'aborto lontano dagli ospedali, tra il tinello di casa e il bagno dove si espelle il feto. La nuova frontiera su cui dare battaglia è quella dell'eugenetica e della barbarie, quella di chi vorrebbe che un neonato non venisse curato se non c'è l'autorizzazione dei genitori, come ho letto sull'Unità, giornale del Partito democratico».


Ma che senso ha una lista pro-life?
«C'è chi parla delle licenze dei tassisti, chi della privatizzazione di Alitalia, chi delle aliquote che vanno abbassate: questo argomento è almeno altrettanto importante».
L'aborto debutta di nuovo in politica.
«Negli Usa il veltroniano Obama e la dalemiana Clinton hanno un punto in comune: il sì all'aborto e all'eugenetica selettiva. Mc Cain invece dice di volersi battere per "i nati e per i non nati". È la nostra posizione».


Così negli Usa. E in Europa?
«Il Ppe è pro-life, ma è un po' in sonno come certi bei massoni, e il Pse è per le sorti magnifiche e progressive di questo tempo in cui si è dimenticato il bisogno di vita».
Lei ha chiesto l'apparentamento della sua lista a Berlusconi.
«Sì, ma non mi ha ancora risposto».


Che le ha detto?
«Mi ha controproposto di mettermi nel Pdl insieme ad altri tre, quattro, con la collocazione di numero due in qualche circoscrizione, poi mi ha chiamato amichevolmente "signor Testone" quando gli ho risposto: "No, grazie"».


Ma lei insiste con l'apparentamento.
«Il centrodestra sarebbe il luogo naturale di una lista così. Il sondaggista Pagnoncelli ha rilevato che una lista come la nostra avrebbe sicuro il 4 per cento, forse il 6. Se Berlusconi rispondesse di sì all'apparentamento lo sbarramento sarebbe al 2 per cento: riuscirei ad andare in Parlamento con un gruppo di persone che farebbe questa battaglia culturale. Se invece Berlusconi resiste, per chissà quali ragioni che non saprà spiegare né a me ne a se stesso, andrò avanti. Gli proporrò di apparentarsi con noi in alcune regioni al Senato».


E se la risposta sarà un no?
«In questo caso non riuscirò a presentare una lista alla Camera, probabilmente, ma la farò al Senato in alcune regioni come Lazio, Lombardia, Sicilia e Sardegna. Potrei superare lo sbarramento molto alto, e se non lo supererò, pazienza. Ci sono splendide vittorie e splendide sconfitte. Comunque, funzionerà da spinta per tutti».


Candidandosi dovrà lasciare La7.
«Lascerò la tv, questa tv fantastica che mi ha dato grande libertà, ma penso che sia giusto fare così. Non per far circolare delle liste, ma per far circolare delle idee».


Da solo farà perdere voti al centrodestra.
«No. Pagnoncelli dice che prenderò voti a sinistra ».


Ma a sinistra dicono che la sua è una battaglia contro le donne.
«Sono violenze verbali, è una crociata ad personam. Mi hanno dato dello stupratore culturale. Ma non è così. Questa è una versione grottesca e bugiarda della moratoria. Del resto anche la Chiesa non chiede, come si vuol far credere, l'abolizione della 194, ma la sua integrale applicazione e quindi anche questa sordida polemica è pura controinformazione vecchio stile. Disonesta».


Ferrara, chi ci sarà nelle sue liste?
«Ci saranno alcuni collaboratori del Foglio, esponenti del movimento della vita, lo proporrò a Susanna Tamaro e ad altre donne e uomini liberi. Mi piacerebbe avere anche mia moglie in lista, è una femminista storica ma sa che alle origini del femminismo c'era il disprezzo per gli uomini che inducevano le donne all'aborto. Lei però resiste, dice che non ha il mio fuoco nella pancia, fire in the belly ».


 Che dice a Berlusconi per convincerlo?
«Gli dico solo che almeno mi dia una risposta in fretta. Quando mi propose al telefono di candidarmi contro Di Pietro nel Mugello, io ero in macchina a pochi minuti dal teatro dove dovevo partecipare a un Costanzo Show. Cinque minuti dopo salii sul palcoscenico e annunciai in quella trasmissione che mi sarei candidato. A Berlusconi chiedo stile: mi risponda presto, anche con un no, ma lo faccia senza perdere tempo».


Maria Teresa Meli
12 febbraio 2008

da corriere.it
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« Risposta #18 il: Aprile 16, 2008, 12:16:48 »

Saraceno: «L’Italia rompa il monopolio maschile del potere»

Marina Mastroluca


«Non è questione di quote ma di norme contro il monopolio maschile della politica».
Visto con gli occhi di Chiara Saraceno, sociologa, docente all’Università di Torino, il neonato governo Zapatero non potrebbe essere più lontano dall’Italia, con una forte, dichiarata presenza delle donne anche in un ministero pesante. «Quello è stato il massimo, mettere una donna incinta al settimo mese alla Difesa. Mentre da noi alle donne si lasciano ministeri leggeri leggeri, a volte praticamente inventati».

Perché un governo al femminile succede solo nei Paesi degli altri?
«La classe politica spagnola, e Zapatero in particolare, si è concentrata nell’enfatizzare i diritti civili, l’uguaglianza, almeno come opportunità se non sul piano delle politiche sociali. Quello che impressiona è che la Spagna che si è affacciata più tardi di noi alla democrazia sia molto più veloce nel seguire i cambiamenti della società. Il fatto è che noi abbiamo una delle classi politiche più fossilizzate, anche per età. L’ultimo cambiamento di ceto politico c’è stato con l’ingresso di Berlusconi, ma ormai anche quello è datato: una volta lì, guai a chi si muove».

In campagna elettorale si è parlato di percentuali di rappresentanza, Berlusconi arriva al 33%, Veltroni promette «il più alto numero di donne» mai visto al governo.
«Non c’è stata finora una differenza sostanziale. Sinistra e centrosinistra magari fanno grandi dichiarazioni di principio, ma poi la presenza delle donne diventa l’ultima cosa da prendere in considerazione. Al momento delle decisioni emerge il fatto che il nostro è un ceto politico maschile monopolistico. Bisognerebbe semmai chiedersi perché l’emarginazione delle donne non riesce a diventare un tema prioritario della politica in Italia».

Perché secondo lei?
«In parte per la nostra cultura, che è vecchia, preoccupata solo di salvaguardare rendite di posizione che sono in larga parte maschili: c’è sempre qualche altra priorità, che si chiami equilibrio della maggioranza o altro. Quando venne formato il governo Prodi io scrissi alle donne che non avrebbero dovuto accettare quel poco che era stato offerto, che avrebbero dovuto protestare come hanno fatto altri. Ma anche qui, e io lo posso capire, è prevalsa la paura di perdere quello che con tanta fatica si era riuscito ad avere».

Quindi la questione non è prioritaria nemmeno per le donne?
«Lo è a livello individuale. Ma non riusciamo - mi ci metto anche io come italiana - ad articolare una protesta, non facciamo paura, non abbiamo potere negoziale. Ne aveva di più un Mastella, o un Bossi. Anche in questa campagna elettorale sarebbe stato utile se avessimo esplicitato con un’azione pubblica la possibilità di non votare. E invece anche le donne nell’assemblea del Pd non sono riuscite a farsi sentire, a far valere il loro peso: non c’è stata una protesta organizzata per ottenere una presenza più significativa nelle liste nelle posizioni che contano. Paghiamo anche anni di un certo femminismo che guardava con disprezzo al potere, squalificando il discorso della rappresentanza delle donne».

In Norvegia hanno imposto una presenza obbligatoria delle donne nei consigli d’amministrazione delle imprese, anche private. In Spagna già dagli anni 80 il Psoe ha introdotto le quote al suo interno. Non spetta alla politica indirizzare il cambiamento anche con le quote rosa?
«Innanzi tutto bisognerebbe smetterla di chiamarle così: sono politiche antimonopolistiche. Non è un dettaglio, è una questione sostanziale. Se avessimo la stessa situazione di monopolio che c’è nella politica in altri settori sarebbe dichiarata fuorilegge. Le quote protette non sono quelle delle donne, ma quelle attuali degli uomini, ulteriormente enfatizzate dalla legge elettorale in vigore: qualcuno sceglie chi può entrare e chi no. Quello che dobbiamo dire con chiarezza invece è che questo monopolio maschile è altamente lesivo della democrazia e per questo combattuto».

Pubblicato il: 14.04.08
Modificato il: 14.04.08 alle ore 9.11   
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« Risposta #19 il: Aprile 17, 2008, 03:18:40 »

Ministre spagnole a Berlusconi: «Ci ha offeso»

Il governo Zapatero ha una forte presenza femminile? «il presidente del consiglio se l'è voluta e ora dovrà guidarle...». Lui dirà che era una battuta, ma per tutta Europa si tratta della prima gaffe internazionale del Berlusconi Terzo. Una gaffe che ha provocato la reazione delle ministre spagnole.

La titolare delle Infrastrutture, la socialista andalusa Magdalena Alvarez, ha definito «assolutamente inappropriati» i commenti del leader del centrodestra italiano Silvio Berlusconi sulla composizione «troppo rosa» del nuovo governo di Madrid del premier Josè Luis Zapatero.

In dichiarazioni riportate dall'agenzia Europa Press, Alvarez ha detto anche di ritenere che le parole di Berlusconi siano «un'offesa» per tutti i cittadini. «Probabilmente - ha detto ancora a proposito del leader del centrodestra italiano - non avrà mai questo problema, perchè molte donne non vorrebbero lavorare con un politico che pensa questo delle donne». Noi, ha aggiunto, «in molte non entreremmo mai in un governo presieduto da Berlusconi».

Un altra delle 9 donne ministro (su 17) del governo "Zapatero Due", la titolare del nuovo dicastero dell'Uguaglianza uomo-donna, Bibiana Aido, ha detto ai cronisti che «è ovvio che le donne sono preparate quanto gli uomini ad assumere responsabilità politiche». «Questo è più che dimostrato» ha aggiunto.

Prima di Alvarez e Aido aveva già replicato a Berlusconi la segretaria per le relazioni internazionali del Psoe, il partito socialista di Zapatero. «In Italia, come in Spagna, ci sono abbastanza donne qualificate e intelligenti da occupare posti di ministro o per altri impegni di governo», aveva affermato.

Elena Valenciano ha aggiunto che il leader del Pdl dovrebbe rispettare le decisioni dei premier di altri paesi e anzi seguire l'esempio di Zapatero, perch‚ in tal modo «ne beneficerebbero la politica e l'Italia».

Sulla vicenda è intervenuta anche la dirigente del Partido Popular (opposizione di centrodestra) Esperanza Aguirre, presidente della comunità di Madrid. «Questo è il secolo delle donne - ha detto ai giornalisti - ed una delle cose migliori che abbia fatto il presidente (Zapatero) è stato nominare tante donne in questo governo».

Intanto re Juan Carlos di Spagna ha formalmente inaugurato a Madrid la nuova legislatura invitando il paese e le forze politiche a dare prova di «grandezza, dialogo, coesione e solidarietà» nel fare fronte alle «difficoltà e all'incertezza economica».

In un intervento davanti a deputati e senatori riuniti nell'aula del Congresso, in presenza del governo presieduto dal socialista Josè Luis Zapatero, Juan Carlos si è anche pronunciato per una «Spagna moderna, unita, plurale e diversa, che esige di conciliare e armonizzare gli interessi per garantire che la nostra vita collettiva sia un progetto solidale e integratore». La IX legislatura spagnola, nata dalle elezioni politiche del 9 marzo vinte dal Psoe di Zapatero, avrà una durata di 4 anni. Le prossime elezioni legislative regolari sono previste nel 2012. Nel nuovo Congresso dei Deputati il Psoe ha una maggioranza relativa di 169 seggi su 350 contro 154 al Partido Popular (opposizione).


Pubblicato il: 16.04.08
Modificato il: 16.04.08 alle ore 15.36   
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« Risposta #20 il: Aprile 18, 2008, 05:56:16 »

Berlusconi difende Putin "minacce" a giornalista russa

"Gestaccio" contro gossip sentimentale


La giovane giornalista russa, quando ha visto il gesto, è scoppiata in lacrime. Natalia Melikova, della Nezavsinaya Gazeta, aveva rivolto al suo presidente Vladimir Putin una domanda scomoda. Gli aveva chiesto conferme sulla sua relazione con l'ex olimpionica di ginnastica artistica Alina Kabayeva, neoeletta deputata a soli 24 anni, e se fosse imminente un divorzio dalla moglie. Il futuro premier italiano Silvio Berlusconi ha anticipato la risposta del leader del Cremlino mimando il gesto che vedete nella foto. Un mitra. Peccato che in Russia i giornalisti, a cominciare da Anna Politkoskaja, vengano uccisi. Davvero.

E così, dopo il "gestaccio", si assiste ad una doppia scena. Da una parte Berlusconi che scherza sulla giovane e minuta cronista indicando a Putin un noto «retroscenista» italiano e dicendogli: «Tu mi lasci questa giornalista e io ti mando lui». Dall'altra la giornalista, visibilmente scossa, che cerca di tranquillizzarsi ripetendo: «Ho visto il gesto di Berlusconi ma so che il vostro presidente è abituato agli scherzi. Non avrà alcuna conseguenza».

Putin, meno incline agli scherzi, mette intanto in chiaro con i giornalisti, quello che gli preme. Ovvero di «non mettere il naso» nelle sue faccende private. Un addetto all'informazione del governo russo si affretta ad assicurare alla Melikova e ai giornalisti italiani che il monito del presidente «non era rivolto a lei personalmente ma alla stampa in genere».

Pubblicato il: 18.04.08
Modificato il: 18.04.08 alle ore 16.14   
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« Risposta #21 il: Aprile 25, 2008, 12:04:34 »

CRONACA

La proposta di Rutelli sul dispositivo anti stupro spacca il fronte femminista

Il Pd: in Inghilterra si usa già. Le militanti del Pdl manifestano con il burqa

Ma il braccialetto divide le donne "Non siamo cani". "Così più sicure"

Patrizia Sentinelli (SA): "Può essere uno strumento utile ma è la cultura del possesso del corpo che va stroncata"

di ALESSANDRA PAOLINI

 
ROMA - "Contro lo stupro anche il braccialetto elettronico va bene", parola di femminista. "No. E' un'aberrazione", rispondono le trenta donne del Pdl che si incatenano velate di nero, indignate, davanti alla stazione romana della Storta. Si gioca a parti invertite l'ultimo scontro sulla sicurezza, il nuovo fronte che nel pieno della battaglia per il Campidoglio ha aperto la violenza sessuale a La Storta, sei mesi dopo la morte violenta di Giovanna Reggiani.

Rutelli evoca il braccialetto elettronico per lanciare l'allarme, già in vigore in Inghilterra per controllare i detenuti in libertà provvisoria. Adottato anche in Italia in via sperimentale. Ed allora era la destra a cavalcare l'idea. Ma adesso le truppe di Berlusconi si scandalizzano davanti a una soluzione del genere: "Non siamo né schiave né cani né macchine dotate di antifurto", ha spiegato Barbara Saltamartini neo eletta del Pdl anche lei alla Storta col burqa.

Alle associazioni femministe, in mattinata riunite nella Casa internazionale della donna a Trastevere per fare il punto su un problema che nasce dalla violenza sessista, invece l'idea rutellina non dispiace: "Perché no? Non è una misura obbligatoria, e se ci fa sentire più tutelate, ben venga", ha commentato Manuela Moroli di Differenza Donna. "Può essere uno strumento utile, una tecnologia a difesa dei cittadini come le paline dell'Sos in ogni stazione della metro o alla fermata dell'autobus. Anche se è la cultura del possesso del corpo che va stroncata", afferma Patrizia Sentinelli ex sottosegretaria agli Esteri, una delle leader romane della Sinistra Arcobaleno.

Ma la proposta "indecente" per le velate del Pdl non è che un'idea tutta di Rutelli buttata là sull'onda dell'emotività davanti a una Roma scossa per l'ennesimo fatto di violenza. Il braccialetto fa parte del programma del Pd. Un'idea di Walter Tocci, deputato Pd copiata su un format tutto inglese, messo in pratica in alcuni comuni d'Oltremanica. Spiega Enrico Morando, curatore del programma veltroniano: "Ho studiato bene come si può mettere in pratica. Non è fantascienza, ma una realtà a portata di mano. Roma e Milano potrebbero già adottarla perché si basa sul sistema della banda larga, sul cosiddetto Wi-max". In pratica schiacciando il bottone del bracciale il segnale arriva via Internet alla centrale operativa delle forze dell'ordine. Il segnale dà le coordinate precise del punto da dove è partito l'Sos.

"Indispensabile chiaramente che sul territorio ci siano 24 ore su 24 delle volanti che possano intervenire - spiega Morando - Il costo dell'apparecchio è minimo, quello che va potenziato è il pattugliamento in ogni zona della città". Un segnale dunque, che istante dopo istante rivela dove sei. E qui stanno le perplessità del Garante della Privacy.

Per Francesco Pizzetti presidente dell'Authority in questo caso bisogna capire a fondo la tecnica, le modalità. "Se il segnale è fisso e in qualsiasi momento si può essere individuati, un problema di privacy c'è. Di sicuro serve un consenso molto informato. E' una misura molto rilevante e va studiata con cautela".

In attesa di sviluppi c'è già chi si propone sul mercato. E' la società di Codroipo vicino Udine, "OmniaEvo" che ha ultimato un sistema articolato su un portale web e su un dispositivo portatile, che ha le dimensioni di un piccolo cellulare. "Il suo utilizzo potrebbe migliorare la sicurezza personale di noi donne", spiega l'ideatrice del congegno, l'ingegnere Loredana Valentino. Intanto, chi può si attrezza: spray urticanti al peperoncino, e corsi di difesa personale. Il "Mugging" che arriva dall'America, sorta di arte marziale molto mirata e non troppo difficile da imparare, va per la maggiore. Corsi strapieni al centro "Difesa Donna" a Milano e allo Iusm romano.

(22 aprile 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #22 il: Aprile 25, 2008, 12:10:44 »

25/4/2008 (7:13) - IL DOPO VOTO - LA MOGLIE DEL CAVALIERE

"Io, la Lega, il Ponte e il Bagaglino"
 
«Sono la leghista della famiglia, basta con snobismi e puzza sotto il naso»

LUCA UBALDESCHI


MILANO
C’è un filo che unisce Shakespeare ad Arthur Miller, arriva fino a Gioele Dix e per quanto sorprendente possa sembrare si srotola nell’Italia del dopo voto.

Perché per riflettere sul Paese uscito dalle urne Veronica Berlusconi chiede aiuto al teatro, sua grande passione. Walter Veltroni diventa Amleto, il dramma «Morte di un commesso viaggiatore» di Miller lo specchio della crisi economica e lo spettacolo «Tutta colpa di Garibaldi» di Dix l’escamotage per analizzare il successo di Bossi, la vera novità elettorale.

«Un risultato straordinario», spiega la moglie del futuro premier, «che impone di affrontare subito le questioni poste dalla Lega e di smetterla di considerare con snobismo o con la puzza sotto il naso i suoi esponenti».

Ripete più volte di parlare da cittadina - «Privilegiata, lo so, però sento molto forte la novità che preme sul Paese» - e non ha timore di mettere in guardia su quale ritiene essere la vera posta in gioco: «Dobbiamo ammettere che l’Italia non si riconosce più in un valore come l’unità del Paese. Da un punto di vista ideale ci vorrebbe un governo tecnico, con un leader al di sopra degli schieramenti. Ma la realtà è diversa.

Dobbiamo ascoltare ciò che chiede la Lega e a mio marito spetta un compito da vero statista: da una parte traghettare le istanze leghiste in progetti concreti e dall’altra dialogare con il Pd per avviare le riforme. Credo che così si ridurrebbe il rischio di una spaccatura dell’Italia».

Veronica Berlusconi leghista. Possiamo dirlo?
«Diciamo (e ride, ndr) che sono la componente leghista della famiglia. Ma, come è ovvio, non ho votato Lega».

Che spiegazione dà dell’affermazione del partito di Bossi?
«Questo è un Paese stanco e sfiduciato, anche dopo la vittoria di Berlusconi. Le difficoltà economiche sono pesanti, il Nord - un Nord i cui confini si sono allargati verso il Centro - patisce di più a causa di un costo della vita superiore anche del 30% rispetto al Sud. Sceglie la Lega, ma non chiamiamolo voto di protesta. La Lega esprime esigenze concrete, della parte d’Italia più produttiva, che è stanca di fare da traino al Paese e che non trova rappresentanza nella sinistra estrema, nonostante una persona come Bertinotti di cui certo non si può dir male».

La crisi economica è tanto grave?
«La nostra realtà assomiglia sempre più alla “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, a quell’America dove la ricerca del denaro e del benessere sembrava un traguardo facile, ma poi si rivelava un’illusione al punto da spingere il protagonista al suicidio dopo la perdita del lavoro. L’Italia di oggi è così, il rischio del degrado aumenta. Speriamo di non dover contare troppi suicidi eroici».

Un paragone molto duro, non crede?
«Sì, mi rendo conto, ma la crisi è davvero seria. D’altronde anche mio marito ha fatto una campagna elettorale che si poteva intitolare “Attenzione a sognare”. Non ha voluto creare illusioni».

Come si può uscire da questa situazione?
«Gli italiani chiedono il federalismo. Cominciamo da quello fiscale, da interventi diversi a seconda delle Regioni. Il governo rinunci alle idee imprenditoriali, lasciamo riposare in un cassetto il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. Per i grandi progetti potrà giocare sulla politica estera, che anche in passato è stata una carta vincente per tenere unita la maggioranza».

Ma non aumenterà il divario tra Nord e Sud?
«Già oggi il Paese si muove a velocità diverse, prendiamone atto, c’è un’unità artificiale. Consiglio di assistere a “Tutta colpa di Garibaldi”, uno spettacolo in cui Gioele Dix, con intelligenza, dimostra come l’unificazione dell’Italia sia stata una forzatura. Il Paese non è mai stato pronto né adatto per essere uno stato unitario e non è mai maturato a sufficienza per diventarlo».

Signora Berlusconi, evoca la secessione?
«No, dico però che c’è un Nord che vuole rompere gli argini e bisogna gestire le richieste delle Lega senza guardare con folclore ai suoi rappresentanti. Certo che Tremonti è un fiore all’occhiello del Paese, ma se la gente vota Calderoli, significa che impone una sua credibilità. Sarà compito della Lega fare ora un salto di qualità, dimostrare che sa realizzare le sue idee».

Quando il Pd muoveva i primi passi, Walter Veltroni disse che gli sarebbe piaciuto un contributo da parte sua. C’è stato un seguito a quelle parole?
«No. Ho pensato che quella frase fosse sì una forma di stima, ma anche un messaggio che passava sopra la mia testa».

Come valuta l’esperienza del Partito democratico?
«Veltroni mi ricorda Amleto, quando dice “Ah Dio, potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e sentirmi re di uno spazio infinito, se non fosse che faccio brutti sogni”. Poteva rimanere nel suo guscio, ma ha fatto il sogno di cambiare il suo schieramento. Non è il killer della sinistra, ha capito che la situazione era già compromessa, senza Pd sarebbe andata ancora peggio. E’ stato bravo, ma ora temo che possa restare vittima di un complotto per sostituirlo. Però chi potrebbe andare al suo posto? Avrebbero bisogno di un Berlusconi. Credo che il Pd dovrebbe evitare guerre interne, non aiutano a capire che cosa pensa l’Italia. Come forse non l’hanno capito i giornali».

Lo dice da lettrice o da editrice del «Foglio»?
«Tanti articoli che ho letto prima del voto sul recupero di Veltroni indicano che probabilmente i giornali non intercettano i sentimenti prevalenti nel Paese. E mi lascia perplessa anche un altro aspetto: con il centrodestra che è ampia maggioranza, perché “Il Giornale” non vende molte più copie? Gli italiani hanno un pensiero più libero e meno facilmente influenzabile di quanto si creda e i giornali dovrebbero imparare ad ascoltarli di più».

Lei rimarrà una first lady nell’ombra?
«Impegni di Stato a parte, non ho mai fatto la first lady e continuerò a non farla. Non è un ruolo che si addice al Paese. L’Italia non è come gli Stati Uniti in cui si assiste a scene agghiaccianti come quella del governatore di New York che si presenta in tv a confessare l’adulterio con la moglie a fianco, come fosse una garante del pentimento. E poi, in Europa, con Sarkozy che sposa Carla Bruni, con la storia di Putin e della ginnasta, la politica ha rotto gli schemi della famiglia tradizionale. Lasciamo la first lady in cantina».

Lei ha citato Sarkozy. Che ne pensa dell’ex moglie Cecilia che gli è rimasta al fianco per le elezioni anche se i segni della crisi erano già evidenti?
«E’ stata una gran bella operazione di marketing, per me le vere rappresentanti del Paese sono le donne che lavorano nei partiti. Mio marito può portare sotto i riflettori della politica la Brambilla, mentre la moglie resta tranquillamente nell’ombra».

Un’altra donna in prima linea: Hillary Clinton. Come la giudica?
«Facciamo un discorso emotivo. Se Obama identifica il cambiamento, l’idea di un’America giovane, dove resiste il sogno dell’uomo che riesce a farsi strada da solo, McCain è l’immagine di una nazione vecchiotta e più chiusa in se stessa. Hillary rappresenta una mediazione tra le due istanze. Io la voterei».

Quali donne vedrebbe bene al governo in Italia?
«Donne con una storia politica e un peso specifico importanti. Recentemente, con questo clima da Bagaglino, con le battute e le barzellette si è un po’ imbastardito il discorso sulla presenza femminile in politica. Un clima che penalizza anche donne capaci come Anna Finocchiaro: è stata sconfitta drasticamente in Sicilia anche perché il Paese guarda le donne con diffidenza. Per dirla con una battuta di Daniela Santanché, le vede orizzontali».

Suona il cellulare, e Veronica Berlusconi lascia i discorsi politici per tuffarsi in quella che chiama «la mia normalità». Organizzare una giornata con il nipotino Alessandro («Adoro fare la nonna») o l’appuntamento per vedere un film con Luigi. E’ proprio l’ultimogenito a chiamare: «Luigi è entusiasta di suo padre e della vittoria elettorale. Lui in politica? No, ama troppo la finanza. A meno che - dice sorridendo la moglie del Cavaliere - non diventi un finanziere alla Soros, che fa pure politica. Ma anche per i figli della borghesia italiana oggi non è facile seguire i propri sogni».

da lastampa.it
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« Risposta #23 il: Aprile 26, 2008, 05:15:11 »

Il terrore delle donne dentro casa

Pasquale Colizzi



C’è chi se le immagina solo "orizzontali", chi le porta al governo per promuovere politiche contro le discriminazioni di genere, chi invece usa loro violenza o le forza psicologicamente. I numeri sulle donne che subiscono abusi in casa da parte del marito, dell’ex o di un conoscente sono preoccupanti ma ancora di difficile lettura. Se è vero che, lo dice l’Istat, più del 90% dei casi non viene denunciato.

Amnesty International, che porta avanti la campagna "Il terrore dentro casa", parla di una esplosione di violenza "trasversale": poche differenze tra nord e sud del mondo e per classe sociale. Persino il cinema ha avuto reticenze a spiegare il problema, forse incapace di inquadrarlo. Pochi i titoli. A Hollywood nel ’91 tirarono fuori un thriller, A letto con il nemico, in cui Julia Roberts per sfuggire al marito che scopre psicopatico si finge addirittura morta.

E nel pacifico nord Europa? Arriva dalla Svezia Racconti da Stoccolma, che al Festival di Berlino ha vinto il Premio Amnesty International. Tre vicende, in parte ispirate a fatti reali. Una nota giornalista si decide a denunciare il marito violento e si candida al Parlamento europeo per fare politica attiva sul tema. Il proprietario di un locale e l’amico buttafuori testimoniano, a rischio della vita, dopo aver subito un attentato. Una giovane mediorientale si ribella ai rigidi codici morali del clan familiare inorridita dal terribile destino toccato alla sorella maggiore.

Sullo sfondo di una città considerata a ragione una delle più tolleranti del mondo, con una società multietnica e abbastanza integrata, il regista Anders Nilsson ha assunto lo scomodo ruolo di quello che “scoperchia” il pentolone. La sua idea di film, con qualche momento spettacolare e un uso attento del realismo di denuncia, è stata di porre al centro il problema della violenza sulle donne, senza avviare la pellicola sul binario del semplice thriller o del poliziesco. E ha usato una efficace metafora, mutuata dal titolo originale: Quando scendono le tenebre arriva il lungo inverno, le famiglie si ritirano in casa e accendono candele per tenere lontani gli spiriti che vengono a rapire i bambini. Le stesse candele che si vedono numerose per tutto il film, a ricordare che il pericolo è sempre in agguato.

Come si può intervenire? Amnesty dice che innanzitutto bisogna parlarne. L’Istat ha calcolato, attraverso indagini telefoniche anonime, che circa un terzo delle donne italiane nel corso di una vita ha subito violenza fisica o sessuale. Solo il 6% degli stupri è a opera di estranei, per il 70% sono coniugi o ex. Più di due milioni sono quelle sottoposte a "stalking", cioè "comportamenti persecutori" da parte di un partner da cui si sono separate. Fallita la discussione in Parlamento di disegni di legge avviati dal vecchio governo, nel nostro Paese resta la Legge 154 del 2001, che prevede l’allontanamento del partner violento.

Niente a che vedere con la "Legge di genere" da poco approvata in Spagna, che prevede una sezione speciale nei Tribunali dedicata alla violenza sulle donne, corsi di aggiornamento sul tema per funzionari, programmi di riabilitazione per i “maltrattanti”, facilitazioni lavorative per le donne che denunciano e finanziamenti per i centri anti-violenza. Adesso, però, precisa Amnesty, ci vorrebbe anche l’impegno e i soldi per attuarla.
pasquale.colizzi@fastwebnet.it


Pubblicato il: 24.04.08
Modificato il: 24.04.08 alle ore 17.32   
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« Risposta #24 il: Aprile 27, 2008, 11:18:39 »

Consiglio d'Europa: garantire il «diritto all'aborto legale»

Garantire alle donne il «diritto all´aborto legale e senza rischi per la salute».


Lo chiede espressamente il Consiglio d´Europa con una risoluzione che raccomanda anche la depenalizzazione dell´interruzione volontaria di gravidanza. Il testo, presentato da una deputata socialista, è il primo in cui si parla esplicitamente di "diritto delle donne ad abortire". Alle donne che scelgono l´interruzione di gravidanza devono essere infatti offerti sostegno e cure medico-psicologiche e soprattutto supporto finanziario. Bisogna operare per la rimozione di tutti gli ostacoli e le condizioni che restringono la possibilità di abortire senza rischi per la salute. Quanti tra gli Stati aderenti non abbiano già provveduto dovranno «rispettare la libera scelta delle donne» e «superare le restrizioni, di fatto o di diritto, all´accesso a un aborto senza rischi».

L´aborto deve essere considerato l´extrema ratio, la soluzione a cui ricorrere in ultima istanza, e non deve mai essere adottato come «un metodo di pianificazione familiare». Il divieto dell´aborto non è conduce affatto alla sua diminuzione bensì all´aumento delle pratiche clandestine e traumatiche e alla diffusione di quello che viene chiamato il "turismo abortivo". La legge lo consente per salvare e tutelare la vita della madre in quasi tutti gli Stati membri del Consiglio d´Europa; nella maggioranza è anche permesso per altre ragioni o entro un determinato lasso di tempo. Il rapporto, redatto dalla Commissione sulle Pari Opportunità per le donne e gli uomini del Consiglio d'Europa e presentato dalla parlamentare socialista Gisela Wurm, ha evidenziato che sebbene la maggior parte dei paesi europei consenta l'aborto in caso di pericolo di vita della madre, in diversi paesi, quali Andorra, l'Irlanda, Malta, Monaco e la Polonia l'aborto è illegale o severamente limitato.

Secondo il Consiglio d´Europa, nelle scuole dovrebbe essere prevista, obbligatoriamente, l´educazione sessuale e sentimentale, adeguata naturalmente all´età e al sesso, per evitare gravidanze indesiderate e di conseguenza il ricorso all´aborto. La costruzione di una cultura di rispetto della donna passa soltanto attraverso campagne di sensibilizzazione sociale, che contrastano anche ogni tentativo di strumentalizzazione e di cattiva informazione di una materia così delicata, che investe la vita di migliaia di persone.

Si tratta, però, di una risoluzione, la "1607", che non ha valore «vincolante» per gli Stati membri. L´assemblea, che raccoglie i parlamentari di 47 Paesi europei in rappresentanza di 800 milioni di europei, l´ha approvata con 102 voti a 69 dopo un dibattito di 4 ore e l´esame di 72 emendamenti.

Secondo il Vaticano, però, la donna non dovrebbe abortire. Il «diritto all'aborto è un falso diritto», attacca l'Osservatore romano, in un articolo di prima pagina firmato da mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontificia accademia per la vita. Per Sgreccia non si deve garantire alle donne «il diritto effettivamente d´accesso all´aborto sicuro e legale». La risoluzione sull'aborto del Consiglio d'Europa contiene «un'affermazione contraria ai diritti umani». Quell'atto è, a suo parere, un «pericoloso precedente in quanto introduce per la prima volta in un documento internazionale un nuovo diritto, quello di aborto legale e senza rischi per la salute».

Pubblicato il: 26.04.08
Modificato il: 26.04.08 alle ore 17.41   
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« Risposta #25 il: Aprile 27, 2008, 06:13:54 »

Nel corso di una inchiesta sulla 194, la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, mi sono imbattuta in una serie non indifferente di scogli che hanno reso l’inchiesta particolarmente lunga, al punto da non arrivare ancora ad una conclusione definitiva.

La prima fondamentale difficoltà è legata ad una interminabile burocrazia che rende difficile parlare con chi si occupa di questa pratica, almeno in Emilia Romagna: paura, reticenza, necessità di evitare facili scontri con i movimenti per la vita, molto attivi e presenti nei centri preposti alla pratica abortiva. Dato sconcertante correlato a questa situazione è la massiccia presenza di obiettori di coscienza all’interno delle strutture pubbliche che dovrebbero soddisfare questo servizio.

E così nasce l’esigenza di raccontare l’esperienza di una delle vittime di questo stato delle cose: la storia è vera, il nome di fantasia… la chiameremo Laura

By Maria Genovese

Laura e Luca (anche questo di fantasia) si sono conosciuti nell'aprile del 2005. Nato come gioco è diventato presto amore, al punto da trasformarsi rapidamente in convivenza.
Dopo pochissimi mesi Laura rimane incinta: è un evento che ha del miracoloso, dal momento che ad entrambi era stata diagnosticata una sorta di sterilità!
Evento eccezionale! Chiunque si sarebbe aspettato solo gioia da questa incredibile novità... invece per Laura è un dramma, al punto da maturare la sofferta scelta dell'aborto.
E comincia così un piccolo calvario personale, che molte donne, con motivazioni analoghe o molto diverse dalle sue, hanno dovuto vivere nell'affrontare un percorso già di per se doloroso.
E' l'8 marzo... sono trascorsi più di 2 anni da allora. E Laura accetta di raccontare la sua storia, rappresentativa di come si può trasformare una buona legge in carta straccia!
Difendiamo la 194: è un patrimonio di civiltà!

Babylonbus: Per comprendere meglio il racconto che seguirà, è bene partire cominciando a spiegare: perchè un evento così incredibile, lo hai accolto così male? Cosa ti ha portato alla scelta dell'aborto?
Laura: Conoscevo Luca da soli 3 mesi e la paura che non potesse funzionare tra noi era tanta... Mi sentivo gia molto sicura del nostro rapporto tanto che per la prima volta sentivo di voler intraprendere una convivenza, dopo tanti anni che vivevo da sola per scelta. Sentivo di aver trovato la persona giusta per me e di aver raggiunto un giusto equilibrio interiore per poter condividere il quotidiano insieme a lui. Ma tre mesi erano pochi pensando che nel caso fosse nato....sarebbe stato tutto a spese del bambino. Mi ponevo tanti dubb, ma il terrore per questa scelta era legato a qualcosa di molto più profondo. La mia malattia!
Soffro da anni di depressione, una depressione vera, non uno stato emotivo che porta questa parola sulla bocca di tanti

B. Cosa avrebbe comportato una gravidanza in relazione alla tua depressione?
L. Innanzitutto per poter svolgere una vita, un quotidiano più o meno stabile devo aiutarmi con farmaci assunti sistematicamente e continuamente nel tempo: pur avendo provato tante volte negl'anni a non assumerne
Purtroppo questa scelta è sempre stato un fallimento perchè nonostante la mia tanta volontà di stare bene ha sempre vinto il cervello e sono sempre ricaduta nel buio.
Come potevo pensare di mettere a rischio la serenità e l'equilibrio del bambino con una madre così? Una mamma che a periodi alterni non riesce ad uscire di casa, a condurre una sana vita sociale,con una grande difficoltà perfino ad andare al lavoro. Sicuramente l'amore per un figlio da una forza inimmaginabile ma la depressione non lascia nessuno spazio alla volontà di combattere con lei.
Si diventa qualcuno fuori dal comune e un figlio ha bisogno di sicurezza e stabilità: cosa di cui non potevo neanche pensare di deprivarlo, rendendolo un figlio infelice per sempre.

B. L'uso di psicofarmaci durante la gravidanza, al di la del successivo allattamento che avresti potuto scegliere di non fare, avrebbe potuto comportare rischi per il feto? E nel caso, avresti potuto fare a meno di assumerne nel corso dei 9 mesi di gestazione?
L. Non sono al corrente dei rischi sul feto: il problema era sicuramente non poter affrontare un così lungo tempo senza essere coperta dal farmaco. Ma quello che mi terrorizzava era soprattutto il dopo.
Come potevo scegliere l'egoismo di tentare? Si tratta di una vita non di un giocattolo!

B. Fatte queste valutazioni hai deciso per l'interruzione della gravidanza... e così è iniziato l'iter. Innanzitutto a chi ti sei rivolta?
L. Mi sono rivolta subito all'ausl di appartenenza, era estate, periodo di ferie per molti. E nonostante sia stata seguita con interesse dall'impiegata a cui mi sono rivolta, è stato impossibile trovare un medico che potesse farmi avere il certificato che attesta la volontà di interruzione di gravidanza.
Ricordo che fece molte telefonate. anche a due ospedali ma niente, nessuno voleva farmi quel certificato

B. Perchè tanta difficoltà?
L. Proprio non capivo perchè... a quasi 40anni mi ritrovavo acerba come una bambina perchè proprio non capivo... una scelta molto sofferta, un periodo molto triste per me e il mio compagno e ci ritrovavamo davanti ad una burocrazia (così credevo) inverosimile.
Tornata a casa mi sono rivolta all'unica persona che conoscevo, una ostetrica: forse lei mi poteva aiutare, una grande amica!
Mi ha spiegato che l'obiezione di coscienza è molto radicata ma non proprio vera, in quanto fuori dalle strutture poteva verificarsi altro.....

B. Quindi era un problema di obiezione di coscienza?
L. Si

B. Ma la difficoltà ad ottenere questo certificato a cosa era dovuta? Daccordo l'obiezione di coscienza, ma un medico che non fosse obiettore non era disponibile?
L. A quanto pare no!

... A questo punto la mia amica si è offerta di aiutarmi e ha chiesto presso il reparto di ginecologia ed ostetricia dove lavora ma senza esito positivo. L'unico che con certezza mi avrebbe fatto il certificato era in ferie . Lo ha contattato telefonicamente e nel giro di 3 o 4 g avevo il certificato tra le mani. Ancora ho il magone quando penso a quel momento perchè proprio da quel momento ho cominciato a sentirmi un'assassina!
Il mio corpo gia da tempo mi faceva sentire diversa ed ora era tutto diventato così reale...
Ho cominciato subito a chiedermi perché mai bisogna sempre conoscere qualcuno! E le altre? Chi non ha “conoscenze? Cosa avrebbero fatto in quella situazione?

B. Ottenuto il certificato cosa è successo?
L. Ormai ero nelle mani della mia amica, che mi ha indicato l'unica strada percorribile: io ero gia provata, veramente, e non potevo certo avere la forza di sudare 7 camice alla ricerca di medico quindi mi ero affidata completamente alle sue direttive.
La mia amica mi ha portata subito in ambulatorio per fare tutti gli esami del sangue, dell'urina, ed un elettrocardiogramma e mi ha informata che la stessa mattina avrei fatto anche una ecografia transvaginal. Mi ha spiegato che saremmo poi andate insieme in un ufficio dove viene fissato il giorno per l'interruzione in base alle settimane di gravidanza.
Dopo aver fatto gli esami mancava solo l'eco... e a quel punto lei mi ha chiesto di isolarci un momento

B. Perchè?
L. Era come se lei sentisse cosa avrei potuto pensare o come avrei potuto reagire perchè si è posta con un atteggiamento dolce, rassicurante, protettivo...
Mi ha riferito che l'ecografista era obiettore e che sicuramente dentro l'ambulatorio sarebbe successo qualcosa, avrebbe sicuramente detto qualcosa di più o meno velato, e quindi, conoscendomi, mi ha proposto di entrare insieme. Sarebbe rimasta al lato del lettino, opposto al medico, mi avrebbe tenuto sempre per mano e io non avrei dovuto guardare mai il monitor qualunque cosa avessi udito. Lei poteva rimanere li con me in quanto di casa, e cosi insieme siamo entrate.

B. E una volta dentro, cosa è successo?
L. Andò tutto come previsto da lei ed è stata una vera pugnalata al cuore e a mio parere anche alla schiena...

B. Perchè?
L. Io volevo fare tutto quello che mi aveva consigliato lei e avevo gia capito perchè, ma non potevo immaginare tanta crudeltà in nome di un proprio credo. Io guardavo sempre la mia amica, tenendole la mano e facevo molta fatica a mantenermi decorosa. Non mi sono mai voltata verso il medico, quindi verso il monitor, ma lui nonostante questo ha scelto di dire alla sua collega (la mia amica), come se io non fossi li, svalutando la mia anima, le mie emozioni: "Ecco vedi? ora c'è il battito, lo vedi è qui! E' da qui che nasce la vita!"
Lei mi ha stretta la mano forte forte e così sono riuscita a non crollare li dentro.

B. La domanda è ovvia, quasi superflua... ma è importante porla, per capire cosa succede in una donna quando si affronta un aborto: cosa ti ha provocato quel commento? Hai parlato di crudeltà... perchè?
L. L'ho vissuta veramente come una violenza, e non credo di esagerare nel dire che questo atteggiamento, queste parole hanno contribuito ad un aborto pieno di sensi di colpa...una giusta parola potrebbe aiutare tanto la donna in quei momenti. Una parola sbagliata fa danni... eccome!
La crudeltà sta nel fatto che lo sconvolgimento interiore è grande e non si può svalutarlo in questo modo. Non si può avere tanta mancanza di sensibilità nei confronti di una donna, che non fa una simile scelta con superficialità. Non tutti hanno la forza e la salute per poter affrontare una gravidanza ma rimane comunque il fatto che abortire, anche se per scelta, ti fa morire un po’.

B. Sai che la 194, la legge sull'aborto, prevede che sia garantito a livello pubblico, assistenza per chi avesse intenzione di interrompere una gravidanza indesiderata? Hai visto rispettata questa parte della legge?
L. Fino a quel momento assolutamente no!!! Poi non posso pronunciarmi oltre in quanto la natura mi ha aiutata tantissimo.

B. In che senso la natura ti ha aiutata?
L. Nel senso che non ho dovuto affrontare nessun intervento: una notte mi sono sentita male e ho abortito naturalmente. Sono stata ricoverata e da quel momento trattata con rispetto ma solo fino al giorno del raschiamento perchè un'altro incontro infelice si è presentato.
Una notta di contrazioni e sanguinamento rendeva certo che fosse un aborto spontaneo, quindi la mattina mi hanno fatto un'altra eco transvaginale per stabilire se fare o no il raschiamento.
Continuavo ad essere sempre molto provata, inutile ripetermi, ma salvavo l'apparenza. Quando il medico, osservando il monitor, mi ha detto che il battito non c'era più, sono crollata. Mi sono messa a piangere in un modo molto composto e lui guardandomi negl'occhi mi ha detto:” non posso farci niente, queste cose se le deve risolvere da sola!” Per carità, vero! Ma bastava la scelta di parole e tono diversi

B. Sapeva che avresti dovuto affrontare un aborto?
L. I medici erano al corrente non solo dell'aborto già fissato in un altro ospedale, ma anche della mia depressione. La notte del ricovero mi è stato chiesto, molto velatamente, com'era accaduto, tanto da sentirmi in dovere di rispondere che non avevo avuto nessun rapporto sessuale violento per causarlo. Perchè tanta freddezza intorno? A questo punto non so se l'ecografista ne fosse al corrente, ma era tutto nella cartella clinica.

B. La 194 regolamenta l'interruzione volontaria di gravidanza, specificando innanzitutto che l'aborto non deve essere una forma di contraccezione, e in quanto tale, alla donna oltre all'assistenza di natura strettamente sanitaria, deve essere assicurata anche l'informazione necessaria per una scelta consapevole, che passa tra le altre cose attraverso l'illustrazione di possibili alternative all'aborto. La tua situazione era particolare, a causa della tua depressione: hai ricevuto da qualcuno questo tipo di assistenza, che ti desse modo di conoscere condizioni che ti consentissero di portare avanti questa gravidanza, senza conseguenze legate alla tua malattia?
L. No, nessuno mi ha spiegata nulla di nulla!

B. Quindi di tutto quello che è il principio alla base della legge sull'aborto, non hai ricevuto alla fine nessuna delle forme di assistenza che ti dovrebbero essere garantite: ne la possibilità di essere assistita da qualcuno che non fosse un obiettore, ne di essere assistita anche per scongiurare l'azione che stavi per compiere.
L. No, no, no! Ho solo un ricordo "felice". Un medico in visita una mattina, mai visto personalmente, ha battibeccato un pò con le infermiere per il giorno da fissare il raschiamento. Loro volevano mettermi in lista e lui voleva intervenire al più presto. Mi ha guardata e mi ha detto: stia tranquilla che in giornata lo facciamo. .E' stato per me il primo ed unico che abbia usato il giusto tono, le giuste parole ed uno sguardo comprensivo. Forse aveva lettodella mia depressione nella cartella o ne aveva parlato col collega che mi aveva ricoverata.

B. Hai qualcosa che vorresti aggiungere a tutto questo?
L. Solo che spero che donne "povere di conoscenze" possano ugualmente avere la giusta assistenza, e poi che i miei incontri, la mia esperienza, siano stati solo un caso...

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Last edited by mammamaria on 08 Mar 2008 04:16; edited 1 time in total
 
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 Posted: 08 Mar 2008 04:13    Post subject:     

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Gloria - Storia di una operatrice di chat line

Ce l’ho duro… fammi sentire come godi, puttana!

Ma come si fa? Come si fa a rispondere una cosa qualsiasi ad una simile richiesta? Puoi solo ansimare!
Ma tu per loro non sei una operatrice, sei una ragazza in cerca di divertimento… non ce l’hai a comando l’orgasmo!
Come fai a sembrare credibile, ad iniziare così ad ansimare, sospirare, gemere….

Ma probabilmente chi esordisce così non ci pensa neanche: ha solo bisogno della voce di una donna, di sussurri, urletti, moine…
Diodiodiodio… come si fa?
Gloria Gloria Gloria…. Stringi i pugni… e prova a ricordare quando da bambina ti sei calata nella parte per fare Pulcinella alla recita di carnevale!
Vai Gloria! Sei in scena!

Ciao, io sono Gloria, e chiamo da Roma... e tu chi sei?

La vera difficoltà di questo lavoro è quella di gestire la famiglia: lavoro prevalentemente di notte, mentre tutti dormono, nella speranza di non farmi sentire. L’appartamento non è grande, e non ci sono molte porte tra me ed i bambini, per cui devo fare attenzione: una notte il piccolo si è svegliato, aveva la pipì. Ma io non me ne sono accorta: ero presa dal turbine della follia di chi mi parlava al telefono… ero praticamente in un altro mondo.

“Mamma… perché piangi?”
Dio mio, anima mia! Ha creduto che la mia voce rotta fosse un pianto… e le lacrime sono spuntate davvero. Ho spento il telefono, l’ho preso tra le braccia e l’ho tenuto stretto, rassicurandolo…

Avevo solo nostalgia, piccolo mio, sono solo un po’ triste. Ma va tutto bene, amore mio, chiudi gli occhi e fai la nanna tra le braccia della mamma.

Poveri piccoli: che sacrificio gli sto imponendo! Non è mica facile per dei bambini piccoli sapere di avere la mamma, li a portata di coccola, e sapere di non poterla avvicinare, di non poter correre a prendere quel gesto di amore che desiderano. Quel bacio nascosto all’angolo della bocca che tanto sapeva di mamma per Peter Pan. Sapere di non potere fare nulla di più che guardarla attraverso la porta a vetro della cucina, dove mi chiudo abitualmente a lavorare quando sono tutti in casa: guardarla mentre ti fa le smorfie per farli ridere.

In fondo non è poi mica più facile con E. il mio amore. E’ scattato in me una sorta di istinto protettivo nei suoi confronti: vorrei tanto che non percepisse nulla dello schifo che mi sento addosso. Quando butto giù il telefono vorrei togliermi di dosso quella strana sensazione di ormoni sulla pelle, ma per quanto io mi lavi, quell’odore è sempre li… probabilmente perché è nella mia mente. E quando facciamo l’amore mi chiedo sempre se lo sta facendo con me, o con Lei, il mio allegro e disinibito alter ego che si lascia fare di tutto da mille voci sconosciute.
La prima volta che mi ha sentito ero in cucina, la porta non era ben chiusa. Davo le spalle alla porta, e non mi ero resa conto che fosse li: quando mi sono voltata l’ho visto li, che mi sorrideva, facendo dei gesti come a dirmi “Sei bravissima, mi stai facendo eccitare!”
C’era una specie di complicità rassicurante nei suoi modi… ma io mi sono sentita morire: era come se mi avesse colta in flagrante, in pieno tradimento! Ho buttato giù il telefono e sono scoppiata a piangere… giorni e giorni di tensione, vergogna, ansia che finalmente si scioglievano. Giorni e giorni a chiedermi come avessi fatto a ridurmi così, come fosse possibile che questa vita fosse proprio la mia. Avrei voluto sparire: invece lui mi ha presa tra le braccia e mi ha tenuta stretta, accusando i sobbalzi dei miei singhiozzi concitati. Non riuscivo a fermarmi. Non potevo fermarmi: tra le sue braccia tutto sembrava di più un incubo. Avrei voluto che mi schifasse, che mi allontanasse, che mi desse della troia…
“Ma come fai? Come puoi fare questo con altri uomini? Come fai a guardarmi negli occhi e farmi credere che sei la stessa donna che ho sposato, la madre dei miei figli!?”
E invece era li, comprensivo ed attento al mio dolore, e mi baciava, con tenerezza… e abbiamo fatto l’amore. E’ stato bellissimo!

E per un attimo ho dimenticato.
 
 
 
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« Risposta #26 il: Aprile 29, 2008, 12:08:27 »

Le donne della libertà

Maurizio Chierici


Un giorno nei boschi, Appennino reggiano attorno a Felina. Trecento persone ascoltano Gianluca Foglia. Ricorda a suo modo il 25 aprile. Alle pareti dello chalet quattro ritratti coperti da garze. I suoi disegni. Foglia è autore di fumetti che interrogano la storia per far capire ai ragazzi con quale dignità è possibile affrontare la vita. «Once de septiembre», prigione e torture di una donna sopravvissuta a Pinochet.

Ne «La notte di San Nessuno» illustra l’ingiustizia sociale che sfinisce i popoli schiacciati dalle multinazionali. Si avvicina al ritratto di una donna. Nella sala allungano gli occhi ragazzi sui vent’anni, signori sopra i quaranta, vecchi partigiani. «Giovanna Quadreri aveva la vostra età quando curava i volontari della libertà feriti dai nazisti. Il dottor Marconi di Castelnuovo Monti nascondeva fasce e medicine nella cassetta da idraulico. I fascisti non avrebbero sospettato. “Se la ferita è grave portameli all’ospedale”».

Pagine del passato che svegliano la curiosità. Qualcuno vuol sapere: come poteva Giovanna portarli all’ospedale quando fascisti e tedeschi avevano in mano il paese?
Foglia sorride. Sessant’anni dopo Giovanna mantiene il segreto. Scopre il quadro di Laura, la sorella, ecco il disegno di Lidia Zafferri, classe 1921.

La staffetta Tullia Fontanili aveva 30 anni quando le brigate nere bloccano la sua bici. «Conosci questa?». Non la conosceva ma due pedalate dopo si ferma, cuore in gola.
È la sua foto pettinata diversa. Cercano lei e lei va in montagna.

In ogni posto del nord tante storie così, ma i ragazzi si distraggono perché le celebrazioni a volte suonano così diverse dalle parole sciolte nelle Tv.

Ecco perché Foglia racconta i racconti delle donne partigiane come un cantastorie nel mercato del tempo. Un fumetto, due chitarre, la fisarmonica accompagnano con Bella Ciao, Fischia il Vento, Cosa rimiri mio bel partigiano. Parole che non rimbombano; mai sacrificio, eroismo, coraggio. Solo gli inciampi quotidiani di un impegno che ha liberato la vita di tutti. I ragazzi non perdono una sillaba, i vecchi si commuovono. E quando cade la garza dell’ultimo disegno,

Foglia attraversa il pubblico. Prende per mano quattro piccole donne e le porta nella luce del riflettore: «Ecco Giovanna, Ilde, Laura, Tullia. Loro possono raccontarvi di più». Tutti in piedi e attorno per capire dalla tenerezza orgogliosa delle nonne come cercare la speranza. I ragazzi vogliono scoprire in quale modo sono cambiati i giorni delle famiglie nelle quali stanno crescendo anche perché la conoscenza virtuale del passato a volte si smarrisce nei discorsi di chi consacra il 25 aprile. Troppo solenni per le generazioni internet.

E il passato lontano e il passato prossimo ingrigiscono nella disattenzione.

Non sanno come si viveva 63 anni fa attorno ai banchi dove oggi cercano il futuro.
Nelle città o nei paesi che al mattino attraversano in fretta. La grande storia può insegnare qualcosa se misurata sulle abitudini negate. Nonni e padri impauriti nelle stesse strade sulle quali i nipoti sorridono coi telefonini dentro lo zaino. Nonni e padri avevano fame, e un pezzo di pane nero restava sogno proibito, mentre agli adolescenti 2000 si raccomanda «niente carboidrati», lievito dell’obesità.

Le paure e i delitti; soprattutto il disprezzo verso chi non si piegava al pensiero unico dell’Italia fascista, restano pagine rimpicciolite da programmi e da troppi insegnanti, eppure i vincitori delle elezioni annunciano di voler sfuocare nei libri di testo i ricordi sopravvissuti. Si vergognano di avere nostalgia dei massacri, e degli ebrei impacchettati nei vagoni merci come bestie da macello, non solo a Varsavia o Praga, come qualche film fa sapere; «bestie» arrestate a Roma, Milano, Ferrara, Firenze. In ogni piccola comunità d’Italia i compagni di classe sparivano e i professori diventavano ombre schiacciate dai passi delle brigate nere.

Stivali di Hitler, gagliardetti italiani. Insomma, memorie che a tirarle fuori danno fastidio alle corporazioni del fascismo al quale si aggrappano le corporazioni mercantili che trionfano in questi giorni. Con la stessa determinazione, leghe e popoli della libertà si impegnano a cancellare la memoria. Anche perché qualche vecchio signore che marciava nei battaglioni di Salò domani rientra in Parlamento.

I ragazzi non capirebbero un onorevole così.

Con la trasformazione della Tv commerciale nell’arma di disattenzione di massa dove le notizie strisciano e i grandi fratelli piangono, manganelli e deportazioni non servono, ormai. L’espianto si può fare a domicilio. Senza prediche o lezioni di retorica: un bel niente allegro aiuta a seppellire il passato prossimo che è ancora presente.

Qualche tempo fa ascoltando una ragazza, laurea in architettura, concorrente nei quiz seminati attorno ai Tg, si è capito come l’operazione «non parliamo del passato» stia dando risultati che confortano. Domanda del conduttore: «Quanti ebrei sono morti nei campi di concentramento nazisti?». La dottoressa stringe le labbra. Comincia a fare i conti. «Diecimila?». Silenzio imbarazzato del signore che fa le domande: «Troppi?». La povera si scompone: «Allora dico mille».

E se i «bamba» che sono andati in piazza a tener viva la memoria arrossiscono per desolazione, Vittorio Feltri (giornalista) ci ride su: «Ridotti al folklore, non riescono a cambiare». Val la pena insegnare ai giovani come diventare protagonisti del giornalismo lavanderia. Con la stessa femminilità di Maria Giovanna Maglie (ex giornalista Unità), Feltri ha sempre avuto un debole per gli uomini forti. Debutto anni Ottanta: portavoce dei socialisti craxiani alle assemblee del Corriere della Sera. L’impegno era rovesciare Alberto Cavallari chiamato dal presidente Pertini a riconfortare la dignità di un giornale sconvolto dalla mafia in doppiopetto della P2. Purtroppo Cavallari denuncia le cose che Mani Pulite avrebbe scoperto qualche anno dopo. Craxi si arrabbia. Urgente farlo tacere. Feltri è la manovalanza che serve. Oggi la P2 ha solo cambiato nome: i suoi uomini ridono al governo. Feltri marcia al passo di Berlusconi. È successo 30 anni fa; proibito spiegare nelle aule dove si forma la classe dirigente, chi sono, cosa volevano e le belle carriere dei protagonisti P2.

Intanto affoghiamo la Resistenza che spaventa le anime dei nuovi ministri. Il «bamba» lombardo del titolone Feltri è un frescone; cretino di campagna. Com’è possibile prendere sul serio i bamba che ricordano il 25 aprile? Marcello Veneziani, intellettuale della nostalgia nera, regala il consiglio decisivo: «Liberiamoci dall’ipocrisia di dire che il popolo italiano sia insorto per liberarsi dell’oppressore. Non è vero».

Cicale che nei prossimi mesi sciameranno in ogni Porta a Porta, dal Tg2 ai Tg Mediaset. Raggiungeranno le anime che si incantavano nel bosco dell’Appennino ormai impigrite sulle poltrone dell’inverno Tv. Ieri ascoltavano racconti e canzoni; interrogavano vecchie signore protagoniste di una piccola storia che illumina l’Italia 1945; oppure sfogliavano le lettere di un libro inventato dagli allievi del liceo Ulivi di Parma. Hanno scelto di fermare il tempo per dialogare con un compagno di classe fucilato dai fascisti a Modena nei giorni de «la guerra civile», per dirla con Veneziani: 10 novembre 1944. Giacomo Ulivi, 19 anni, non aveva fatto niente. Niente per modo di dire: le regole del tempo non permettevano di preferire Croce a Gentile e a Mussolini. Delitto imperdonabile. Ulivi costretto a nascondersi per colpe che oggi fanno ridere: qualche libro sgradito al podestà e amici «poco raccomandabili dalle idee liberali». Fucilato per rappresaglia.

Plotone italiano.

Nelle ore che precedono l’esecuzione, scrive lettere nelle quali sentimenti e rabbia affiorano senza voler graffiare. Con la lucidità di chi si sente rubare la vita, analizza gli errori della pigrizia di una generazione che sopravviveva nella zona grigia. Ulivi disegna le virtù indispensabili al futuro se davvero si vuole voltare pagina «quando sarà caduta la dittatura». Invita i compagni di scuola a evitare «il desiderio invincibile di quiete». Galleggiare e far finta di non capire «è il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione, o di educazione negativa, che martellando da ogni lato è riuscita a inchiodare in molti di noi il pregiudizio».

Sessant’anni dopo i ragazzi dello stesso liceo imbucano le risposte: «Caro Giacomo, come faccio a spiegarti che al posto del regime ci pensa la Tv a rendere schiave le nostre menti con la differenza che non ce ne accorgiamo?». Nel bosco dell’Appennino un po’ tutti vogliono sapere cosa è successo alle signore quando è finita la guerra.

Medaglie, posti comodi, paghe buone. Insomma, i benefici naturali di chi oggi è tentato di imitare il prossimo ministro dell’Istruzione che si è guadagnato la carriera mettendo in dubbio le stragi delle bande nere sulle quali piangevano i suoi discorsi quand’era sindaco Pci vicino a La Spezia.

Bondi, esempio dell’Italia nuova. Le vecchie signore ridono.

Sono invecchiate cameriere in Svizzera o nelle mense di fabbrica; mondine con l’acqua a mezza gamba nelle risaie, o nelle fornaci a fare mattoni o a vangare l’orto quando perdevano il lavoro e dovevano tirare giornata. «Abbiamo combattuto per fare ragionare la gente».

Ma certa gente si è distratta. I ragazzi che ascoltavano nel bosco, speriamo di no.


mchierici2@libero.it

Pubblicato il: 28.04.08
Modificato il: 28.04.08 alle ore 10.48   
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« Risposta #27 il: Aprile 30, 2008, 07:17:43 »

CRONACA

Precari, appello-choc di una donna napoletana al capo dello Stato

"Caro presidente pochi soldi per un figlio, la ragione prevale sul cuore"

"Solo 1300 euro al mese ho deciso di abortire"

di LAURA LAURENZI

 
ABORTIRE perché non bastano i soldi. Non perché il bambino è gravemente malformato, non perché si è vittime di uno stupro, non perché si è sole senza un uomo accanto. Sandra (nome di fantasia) a 29 anni non se la sente, non ce la fa a diventare mamma: il motivo è che il suo è un lavoro precario, la sua esistenza è precaria, precari sono i suoi orizzonti. Ha fatto i conti e con sgomento ha deciso: un figlio è un lusso che non può permettersi.

E così ha scritto un appello al presidente Napolitano cui ha dato un titolo terribile: "Necrologio di un bimbo che è ancora nella mia pancia". Scoprirsi incinta le ha procurato "un'emozione bruciante, una felicità incontenibile", ma ben presto "la ragione ha preso il posto del cuore". Scrive nella lettera-appello che sta per inoltrare al Quirinale e che ha spedito al nostro giornale: "Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza, oppure andare su quel lettino d'ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà per sempre".

Ieri mattina Sandra, che vive con il marito in un centro dell'area vesuviana, ha fatto la prima ecografia al Policlinico di Napoli, ha firmato le carte, ha saputo la data in cui abortirà: il 27 maggio, un martedì. Chiede di mantenere l'anonimato perché sua madre non sa niente di questa gravidanza: "Nonostante tutti i problemi sarebbe felice di diventare nonna e di potermi aiutare".

Ha una famiglia alle spalle, un uomo che la ama, una casa. E' sicura di una decisione così importante?
"Mi prenderò questo periodo di tempo per riflettere. E rifletterò molto. Sono sempre in tempo a cambiare idea, intanto però ho prenotato l'intervento. E non mi perdono di non esserci stata attenta, nel breve periodo in cui ho sospeso l'anticoncezionale. Nel frattempo mi chiedo: dove è andata a finire la mia dignità? Ce l'ho messa tutta per costruirmi un futuro. Dopo avere fatto tanti sacrifici, dopo essermi quasi laureata in Scienze Politiche con 18 esami su 22, dopo avere collaborato a un giornale con oltre cento articoli senza mai avere un centesimo e neppure la tessera di pubblicista, dopo aver fatto, io e mio marito, infiniti lavoretti che definire umilianti e sottopagati è dir poco, mi ritrovo a non avere i mezzi per crescere un figlio. Perché se ti manca la moneta da un euro per prendere la metropolitana non importa, ma se ti mancano i cento euro per portare il tuo bambino dal dottore importa eccome".

Alla Asl non paga. Quanto guadagna al mese?
"Io, che oggi faccio la commessa in un negozio di informatica ma non sono ancora regolarizzata, prendo 800 euro al mese. Mio marito, che è più giovane di me, ha 25 anni, è cubano, diplomato all'Accademia, un artista, ha trovato un posto da apprendista sempre nel campo dei computer e guadagna 500 euro al mese. Lavoriamo sei giorni alla settimana e insieme le nostre entrate ammontano a circa 1.300 euro. E meno male che non paghiamo la casa perché ci ospita una mia vecchia zia".

Con duemila euro al mese non abortirebbe?
"Sicuramente mi terrei il bambino. La mia, oggi, è una scelta iper obbligata. Mio marito è più deciso di me: più di me vede la cosa dal punto di vista della concretezza. Pensa sia un fallimento non potere dare a un figlio ciò di cui ha bisogno. In altri paesi le coppie vengono aiutate, qui si parla tanto di baby bonus ma poi nei fatti non succede niente. Lo credo che l'Italia è alla crescita zero".

Perché ha scelto di rivolgersi a Napolitano?
"Perché è la più alta carica dello Stato. Perché è un simbolo. Perché è una persona che sento di rispettare più di tutti. La mia lettera è soprattutto uno sfogo, un gesto di disperazione e di impotenza. Gli scrivo che qui non c'è nessuno che ti tende una mano quando hai veramente bisogno. Gli scrivo anche: per favore, mi risparmi banalità del tipo: 'Dove si mangia in due si mangia anche in tre!. Mi risparmi la retorica, perché è l'unica cosa di cui non ho bisogno'".

Spesso le banalità sono vere. Cosa le ha detto stamattina l'ecografista?
"Che sono alla quarta settimana di gravidanza. L'embrione è ancora così piccolo che quasi non riusciva a vederlo. Poi la ginecologa mi ha prescritto degli esami del sangue per sapere l'età esatta del feto. Ho anche parlato con l'assistente sociale. Mi hanno fatto leggere e firmare una carta in cui sono elencati tutti i rischi che l'interruzione di gravidanza comporta".

Suo marito l'ha accompagnata?
"Purtroppo non poteva assentarsi dal lavoro, che ha trovato da poco, e al suo posto è venuta una mia amica. Ma mi ha telefonato molte volte. Sa qual è la cosa che mi fa più rabbia? La mancanza di prospettive. Mio padre, che è morto 15 anni fa, era un ingegnere, mia madre è una bancaria in pensione. Noi di questa generazione occupiamo ruoli sociali molto inferiori rispetto ai nostri genitori La mobilità sociale esiste, però in forma peggiorativa. Fra i vari lavori che ho fatto c'è anche quello di baby sitter, prima con un'agenzia, poi anche da sola. Amo moltissimo i bambini: ti riempiono la vita, sono splendidi. Avrei anche già scelto il nome per mio figlio, perché sento che è un maschio: lo stesso nome di mio padre".

Non ha pensato alla possibilità di farlo nascere e poi darlo in adozione?
"Non lo farei mai. Mai, per nessun motivo. Sapere che esiste da qualche parte nel mondo un mio bambino e io non mi occupo di lui sarebbe lo strazio peggiore".

(30 aprile 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #28 il: Maggio 04, 2008, 11:40:49 »

CRONACA

L'autrice della lettera-choc inviata al nostro giornale ci ripensa: "Ho ricevuto tanto affetto, mio figlio nascerà"

Sandra adesso cambia idea "Ho deciso, non voglio più abortire"

di LAURA LAURENZI


 ROMA - Sandra ha cambiato idea e ha scelto di non abortire. La precaria che attraverso le pagine del nostro giornale aveva rivolto un appello-choc al presidente della Repubblica, una lettera dal titolo "Necrologio di un bimbo che è ancora nella mia pancia", il prossimo 27 maggio dunque non si presenterà al Policlinico di Napoli per sottoporsi a un'interruzione di gravidanza, come fissato. Un aborto deciso "perché non bastano i soldi, perché con 1300 euro in due al mese non ce l'avremmo fatta". E invece. Qual è il motivo che l'ha spinta a fare questa scelta? "È per ragioni morali che mio marito ed io, dopo averne tanto discusso, abbiamo deciso di accogliere questo bambino in arrivo. Riflettendoci meglio, non avrei potuto sopportare di sopprimere una vita", spiega Sandra, 29 anni, da dietro il bancone del negozio di computer dove lavora come commessa.

Dunque quella sua "lettera che stringe il cuore", come l'ha definita il ministro per le pari opportunità Barbara Pollastrini e che centinaia di messaggi, di solidarietà ma anche di perplessità, ha suscitato, ormai è superata.

"Sono felicissima. Spaventata ma felicissima. Mercoledì sera, grazie all'aiuto di una mia amica chirurgo (precaria anche lei) ho fatto in ospedale le analisi del sangue e un'altra ecografia, la seconda. Il ginecologo mi ha detto che l'embrione aveva cominciato a formarsi da poco e mi ha indicato sul monitor un piccolo pallino dai contorni più chiari raggomitolato in un angolo della sacca gestazionale. È stato davvero emozionante. La cosa incredibile è che quando il dottore mi diceva di non respirare il piccolo pallino si fermava, invece appena mi diceva di riprendere a respirare il mio piccolo bambino riprendeva a pulsare sincronizzato con il mio respiro. È stato davvero incredibile, commovente".

Il feto è di dieci settimane, come è stato evidenziato dalle analisi del sangue. "Purtroppo non ho potuto ancora dirlo a mia madre, che è all'oscuro di tutto e dovrà presto sottoporsi a un piccolo intervento chirurgico di coronarografia. Sono certa che sarà molto felice e si offrirà di aiutarmi". Sandra è sorpresa dalle reazioni provocate dal suo Sos lanciato sotto forma di lettera a Napolitano. Le critiche non sembrano scalfirla, è invece molto colpita dalle parole di affetto: "Non avrei mai sperato di suscitare tanto calore, di essere circondata da così tanta solidarietà. Vorrei dire a coloro che mi hanno scritto (anche sul forum online di Repubblica), che li ringrazio e che sapere di aver dato un piccolo input a una discussione su quello che oserei definire il nostro dramma generazionale, vale a dire l'assenza totale di prospettive, mi fa sperare che forse, se ci uniamo in un unico grido, le cose potranno cambiare. Lo scopo della mia lettera non era in nessuna misura quello di piangermi addosso. La mia rabbia era dettata dalla triste constatazione che questo Paese è strutturato in modo che non si possa mai crescere. Dal fatto che, nonostante io sia una persona adulta, mi sento costretta in una condizione da adolescente. Perché in Italia i lavoretti non si trasformano mai in lavori, a trent'anni vivi ancora in famiglia e il futuro è un concetto vacuo che non ci appartiene. Eppure a un certo punto il futuro arriva, magari sotto forma di un test di gravidanza positivo, e in quel momento senti che tutti i tuoi sforzi non sono riusciti a darti nessuna stabilità, nessuna autonomia".

Quanto alle molte trasmissioni televisive che hanno fatto a gara per individuare Sandra e portarla davanti alle telecamere, la protagonista, per lo meno fino ad oggi, è stata irremovibile: "Non voglio spettacolarizzare una situazione che ritengo privata".

(3 maggio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #29 il: Maggio 05, 2008, 12:36:01 »

ESTERI

MEDIO ORIENTE, UN DIARIO IN BICI 1) LA PARTENZA

Una corsa di pace, ma scortate dall'esercito

Trecento donne sui pedali in Libano è una festa

di CECILIA GENTILE

 
BEIRUT - Dai boschi di cedri all'odore pungente della macchia mediterranea. Dalla montagna al mare in 40 chilometri di splendida pedalata con 250 donne di 39 nazioni diverse. Anche questo è il Libano. Anche questa è “Follow the woman”, la manifestazione che si è aperta ieri a Beirut, arrivata alla sua quarta edizione che invita le donne di tutto il mondo a pedalare attraverso i paesi del Medio Oriente per condividere un'esperienza di pace.

L'ideatrice e la promotrice è una donna statunitense, Detta Regan, che ha portato con sé anche le due figlie. Intorno a lei, un gruppetto di volontarie che ogni anno cercano sponsor e contatti con i territori attraversati per rendere visibile e fruttuosa la loro iniziativa.

Quest'anno si parte dal Libano, per passare in Giordania e in Siria e terminare il tour nei Territori occupati della Cisgiordania. Le donne che partecipano vengono dalla Palestina, dall'Iran, dalla Turchia, dal Marocco, dall'Estonia, dalla Francia, la Danimarca, la Spagna, il Canada, e per i giorni prossimi è atteso anche un gruppo di donne israeliane. Le italiane sono in 20, due da Roma, il grosso da Padova, due dalla provincia di Siena, le altre da Venezia e Treviso.

Dopo i discorsi ufficiali al Palazzo dell'Unesco, la carovana parte da Bakleen, Mount Lebanon, 900 metri sul livello del mare, sale e scende per i tornanti di un paesaggio che d'inverno è coperto di neve ed ora è un'esplosione di verde. Si passa per Ain-Bal, Ghariefi, Hasrout, Aanout, Daraxa, Sheim. In ogni paese la gente saluta, scatta foto con il cellulare, accoglie la comitiva con danze, distribuzione di fiori, dolci locali e narghilè. E' una festa.

Ma a proteggere il corteo ci sono i mitra dell'esercito libanese, le camionette, le moto. Uno scontro armato potrebbe scoppiare all'improvviso, la gente lo sa. “Il paese è paralizzato”, dicono gli organizzatori locali del Pyo, il Progressive Youth Organization, un'emanazione del partito al governo, “ma libero e con una sua agenda indipendente”, ripetono i leader. E' paralizzato perché da una parte c'è la coalizione di governo, dall'altra gli Hezbollah, uno stato nello stato. Due universi paralleli che non riescono a comporsi. E' per questo che da tre anni, in Libano, si rinviano le elezioni del presidente. E in mezzo a tutto questo le donne e la bicicletta, mezzo umile, povero, senza difese, quasi ridicolo nella complessità e nella drammaticità di questi territori. Ma le donne pedalano...
(1-continua)

(4 maggio 2008)

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