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Autore Topic: ILVO DIAMANTI -  (Letto 59717 volte)
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« Risposta #510 il: Luglio 10, 2017, 01:45:14 »


Nel dizionario degli italiani la politica da Renzi a Grillo è sinonimo di sfiducia
Partiti e i leader confinati nella mappa lessicale nella regione del passato.


Papa Francesco l’unico che suscita speranza.
Ambiente e lavoro gli obiettivi condivisi, i valori del futuro in base al sondaggio Demos-Coop

Di ILVO DIAMANTI
10 luglio 2017

Le parole sono importanti. Servono a rappresentare la realtà. Ma anche a costruirla. Perché la realtà sociale non esisterebbe senza le nostre parole. Senza le nostre rappresentazioni. (L’eco del famoso saggio di Berger e Luckmann non è casuale). Per questo ci pare utile ri-proporre la “Mappa delle parole”, come avviene ormai da 7 anni.

Perché attraverso le parole è possibile ricostruire i significati, ma anche la prospettiva e la valutazione, del mondo intorno a noi. Così, anche quest’anno, abbiamo condotto un sondaggio (Demos-Coop) su un campione rappresentativo, particolarmente ampio. Alle persone intervistate sono state proposte una quarantina di parole, che evocano diversi soggetti, eventi, valori; diverse persone e istituzioni del nostro tempo. Ci siamo concentrati, in particolare, sul contesto politico-sociale e mediale. In senso lato.

GUARDA LE TABELLE DEMOS

La mappa che tratteggiamo in queste pagine “proietta” le parole esaminate in base a due diversi “assi” di giudizio. Anzitutto, il gradimento espresso dagli italiani (intervistati), in misura crescente, da sinistra verso destra, cioè, lungo l’ascissa. Mentre dal basso verso l’alto (seguendo l’ordinata): le parole riflettono la tensione fra passato e futuro.
In questo modo abbiamo cercato di combinare il tempo e il sentimento. Ne emerge una mappa suggestiva. In qualche misura, complessa. Ma chiara, nelle indicazioni di fondo. Appare de-finita in tre aree, tre regioni di significato, dai confini - e soprattutto dai contenuti – piuttosto precisi. Agli estremi si oppongono due contesti alternativi.

In alto a destra, c’è il ponte verso il futuro condiviso. Dove insistono obiettivi attraenti e, appunto, condivisi. La promozione dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Quindi: il lavoro. Perché è necessità “materiale”, ma anche un “valore”. Accanto al lavoro: la ripresa, da un lato, e la meritocrazia, dall’altro. Nel duplice auspicio: che il lavoro riprenda, insieme allo sviluppo; e che sia orientato dal – e al – “merito”. Criterio universalista, oltre ogni raccomandazione e privilegio. Più in basso, tre parole “pubbliche”, ben incastrate fra loro. Popolo, democrazia. E l’Italia. Dunque: il governo del “demos”. Il popolo sovrano e responsabile. Dotato di diritti e doveri. Limiti e poteri. Fonte di “democrazia”, oltre ogni “populismo”. In mezzo: l’Italia. Popolare e democratica. Più in alto, a dare senso a questa regione di significato: la speranza e il cuore. Sentimento e passione che guardano lontano. Trainati dal volontariato. Più sopra, Papa Francesco. Nonostante tutto: l’unica figura, l’unica persona capace di suscitare passione. E speranza.

Nello spazio opposto, si incontrano politica, politici e partiti. Senza distinzione. Lo sguardo degli italiani, in questa direzione, è pervaso da sfiducia, verso un passato che non passa. E non cambia. Leader, partiti e anti-partiti. Sono tutti là in fondo. Salvini e la Lega, poco sopra il Pd. Vicino al M5s c’è Fi. In fondo a tutti, come sempre, Silvio Berlusconi. L’Uomo Nuovo degli anni Novanta. Il Capo. Oggi sfiora i confini dello spazio politico percepito dagli italiani. Quasi in-visibile. Non lontano, incombe Beppe Grillo. Ieri, il Nuovo contro tutti.

Oggi, a sua volta, ai margini. Non per insofferenza ma, piuttosto, per indifferenza. Accanto ai politici e ai partiti, che non piacciono agli italiani, c’è Donald Trump. Spinto alla presidenza degli Usa dal sostegno delle “aree periferiche”. Dall’inquietudine dei “ceti in declino”. Per gli italiani: un politico come gli altri.

Ma la novità più sorprendente, in mezzo a questo non-luogo semantico, è la presenza di Matteo Renzi. Solo due anni fa: campeggiava nello “spazio futuro”. Alternativo a Berlusconi. Mentre oggi sta proprio accanto a Berlusconi. La speranza di ieri si è consumata in fretta. Come le sorti del suo Pd. Il Pdr. Confuso in mezzo agli altri partiti. “Legato” a Fi. E, quindi, risucchiato nell’indifferenza, che è molto peggio dell’anti-politica.

Nella “terra di mezzo”, tra il “futuro condiviso” e la “marcia verso il passato”, si addensa una pluralità di parole che evocano contrasti e divisioni. Quasi un “Campo di battaglia”. L’euro e la Ue. Accanto alle “unioni gay”. E al mito dell’Uomo Forte, che negli ultimi anni sembrava il marchio della “nuova” politica. Mentre oggi sta a metà fra passato e futuro. Incapace di “emozionare”. Non per caso sia Renzi che Grillo, oggi, nella mappa, stanno “sotto” i loro partiti: Pd e M5s. All’opposto di qualche anno fa. A significare che oggi la personalizzazione non è più, necessariamente, una virtù.

Nel “Campo di battaglia” incontriamo l’immigrazione. Sul crinale fra accoglienza e integrazione. Fra “Ius soli” e respingimento. Le stesse ong si sono istituzionalizzate. E oggi appaiono distanti dal volontariato.

Fra le parole che stanno “in mezzo”, non per caso, ritroviamo i “media”. Vecchi. Tv e giornali. Mentre la radio resiste, ai confini della “terra promessa”. Sull’asse del futuro, i social media li sovrastano. Tuttavia, per costruire il consenso, i media, “tradizionali” restano centrali. La tv, per prima. Da ciò la questione evocata dalle parole del nostro tempo. Il futuro della democrazia.

Perché i soggetti tradizionali della “democrazia rappresentativa” partiti e politici - appaiono delegittimati. Isolati nella regione del “passato”. Mentre la Democrazia digitale, “immediata” più che “diretta”: è il futuro. Nella Mappa tracciata dagli italiani, si posiziona in alto. Eppure è spostata, anche se di poco, verso il quadrante della sfiducia. Meglio, della “prudenza”. Come i social media. Tra diffidenza e delusione. Gli italiani, per definire il futuro della democrazia, non usano parole rassicuranti.

© Riproduzione riservata 10 luglio 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/07/10/news/nel_dizionario_degli_italiani_la_politica_da_renzi_a_grillo_e_sinonimo_di_sfiducia-170413982/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1
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« Risposta #511 il: Luglio 18, 2017, 04:36:46 »

Se i giovani non sperano nel Paese...
 
Tra i 15 ai 34 anni l'opinione generale è che per far carriera l'unica speranza è andare all'estero. Siete d'accordo? Raccontate la vostra esperienza

Di ILVO DIAMANTI
17 luglio 2017

L'ITALIA non è un Paese per giovani. Lo sappiamo bene, ormai da tempo. Infatti, ogni 100 ragazzi, sotto i 15 anni, ce sono quasi 160, oltre i 65. E nei prossimi 10 anni, secondo l'Istat, sono destinati a crescere in misura esponenziale. Fin quasi a 260. D'altronde, l'età mediana, nel nostro Paese, sfiora i 50 anni. Sono dati ormai noti, anche ai non addetti ai lavori. Basta guardarsi intorno, per accorgersi che i giovani e i giovanissimi sono una razza in via di estinzione.

Fino a qualche anno fa la nostra demografia era sostenuta dagli immigrati. Ma anch'essi si sono adeguati. Infatti, gli immigrati di seconda generazione hanno, in media, 1,9 figli per coppia. Un numero ben superiore rispetto agli italiani, ormai scesi a circa 1,3. Ma comunque in calo costante. E ormai al di sotto dell'equilibrio generazionale. Così invecchiamo, sempre di più. E diventiamo sempre più in-felici e scontenti, visto che è difficile essere ottimisti e soddisfatti quando si invecchia. E il futuro scivola dietro alle nostre spalle.

TABELLE - LE PAROLE DEL FUTURO

Aggiungiamo che i flussi migratori non ci vedono solo come un Paese di destinazione. Ma soprattutto di passaggio, visto che buona parte degli immigrati che giunge in Italia lo fa per andare altrove. In Germania e in Gran Bretagna, anzitutto. Peraltro, anche l'Italia è divenuta Paese di "emigrazione". Nell'ultimo periodo, infatti, sono espatriati, in media, oltre 100 mila italiani l'anno. Nel 2016: 106 mila. In maggioranza: giovani, fra 18 e 34 anni. Con titolo di studio e livelli professionali elevati. Se ne vanno dall'Italia perché qui non trovano sbocchi occupazionali adeguati.

Ormai, si tratta di una convinzione diffusa e consolidata: circa 6 persone su 10, infatti, pensano, realisticamente, che i figli - a differenza del passato - non riusciranno a riprodurre o, a maggior ragione, a migliorare la posizione sociale dei genitori. Mentre 2 italiani su 3 ritengono che, per fare carriera, i giovani se ne debbano andare altrove. E si comportano di conseguenza. Se ne vanno e non ritornano. Per questo, la rappresentazione del mondo delineata dai giovani appare sempre più ripiegata sul passato. Sempre meno aperta. Il linguaggio riflette e ripropone, in modo marcato, questa visione.

Lo conferma il sondaggio dell'Osservatorio di Demos-Coop, dedicato al Dizionario dei nostri tempi, condotto e presentato nei giorni scorsi su Repubblica.

Le parole dei giovani, infatti, si distinguono e si caratterizzano proprio per questo. Perché richiamano il passato più del futuro. I giovani: guardano indietro. Ancor più dei loro genitori. La parola "Speranza", nella popolazione, è proiettata nel "futuro", da quasi due persone su tre. Ma fra i giovanissimi (15-24 anni) la proporzione si riduce sensibilmente: 57%. E fra i giovani-adulti (25-34 anni) crolla al 41%. La nostra gioventù: ha poca speranza. Tanto più nella transizione verso l'età adulta. Più che in avanti, pare scivolare indietro. Verso il passato prossimo. Per questo i giovani non credono molto nella "ripresa". I giovani-adulti ancor di meno. Più che a "riprendere" pensano a "resistere". Perché sono disillusi. Secondo loro, il "merito" conta poco, nel lavoro. E, in generale, nella vita. Oggi. E tanto più domani. Per questo di fronte all'Italia appaiono disillusi. Anche se non delusi.
 
Il problema, per loro, non è la "democrazia". Soprattutto i giovanissimi: ci credono. Magari con un po' di distacco. Perché sono cresciuti nell'era dei "Social media". E per loro l'orizzonte è marcato dalla "democrazia digitale". Il problema, invece, è proprio il futuro. Che non riescono a disegnare, ma neppure a immaginare. La famiglia, l'istituzione che ha sempre fondato e radicato la nostra società, oggi non basta più. Non perché abbia perduto importanza e significato. Al contrario. È sempre il riferimento obbligato per gli italiani. Un marchio oltre che un centro del nostro sistema. Ma, appunto, non garantisce più sicurezza nel futuro. Fra i giovani: molto meno che per il resto degli italiani. È in grado di offrire protezione, ma non proiezione. Tutela, ma non spinta.
 
Nel complesso, come abbiamo già osservato, il maggior senso di disagio pervade i giovani-adulti, fra 25 e 34 anni. Non più giovani. Non ancora adulti. Questo passaggio fra diverse stagioni della vita ne condiziona il sentimento. Perché i giovani-adulti non dispongono degli stessi strumenti per comunicare con gli altri. Per informarsi e per informare. La loro confidenza con i Social media, con il digitale: appare molto più limitata rispetto ai "fratelli minori". Cresciuti fra smartphone e tablet. Abituati a twittare prima che a parlare. Anzi, prima "di" parlare. Così, i giovani-adulti non riescono a vedere la "democrazia digitale" come metodo di governo di domani. Anzi, anche per questo, non sembrano molto convinti del futuro della democrazia.
 
L'orizzonte dei giovani e dei giovanissimi, d'altra parte, è oscurato dalla minaccia del terrorismo. Percepita in misura molto maggiore rispetto al resto della popolazione. Così, molto più degli adulti e dagli anziani, i giovani sembrano attratti dalle figure che riflettono e interpretano le paure del nostro tempo. I Nuovi Capi, che evocano Nuovi Muri. Popolari e populisti. Anzi, popolari perché populisti. Per tutti: Donald Trump.

Il Presidente degli USA, discusso per lo stile e i contenuti del suo messaggio, prima ancora che per le sue scelte politiche. Ebbene, secondo un quarto degli italiani, Trump è destinato ad avere più importanza. Domani. Nel futuro. Ma fra i giovani e ancor più fra i giovanissimi questa misura cresce ancora. Di più. Fino al 36%. Questi giovani: sembrano in difficoltà a orientarsi. A spingersi, a proiettarsi e a progettarsi. In avanti. A uno sguardo d'insieme, magari affrettato: evocano l'idea di una generazione che ha perduto la speranza. E non riesce a trovare buone ragioni per credere nel futuro. Questa generazione. Evoca un'ombra che incombe su tutta la nostra società. Perché i giovani sono il nostro futuro. E se i giovani perdono la speranza come possiamo sperare nel futuro della nostra società? Come possiamo sperare nel futuro?
 
© Riproduzione riservata 17 luglio 2017

DA - http://www.repubblica.it/politica/2017/07/17/news/se_i_giovani_non_sperano_nel_paese_-170953045/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2
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« Risposta #512 il: Agosto 03, 2017, 05:53:25 »

Ora avanza il Partito impersonale: dai leader troppe delusioni
Le mappe. La personalizzazione iniziata con Berlusconi e proseguita con Renzi pare al capolinea. La sigla torna ad essere più importante. L'eccezione è Salvini

Di ILVO DIAMANTI
31 luglio 2017

STIAMO attraversando una fase politica di attesa. Perché nella prossima primavera si voterà. E non è chiaro chi vincerà. O meglio: se qualcuno vincerà. Ma soprattutto: se riuscirà davvero a governare. Da solo o in coalizione con altri. I motivi per dubitarne sono molti e fondati. Fra gli altri, ne cito uno, in particolare. Dopo la lunga era dei "partiti di massa", è finito il tempo della "democrazia del leader", come la definisce Mauro Calise (in un saggio pubblicato da Laterza). Senza che si riesca a capire verso dove siamo "in marcia". A partire dagli anni Novanta, infatti, i partiti si sono rapidamente "personalizzati", anche in Italia. Fino all'affermazione del "partito personale", imposto da Silvio Berlusconi, nel 1994. Forza Italia: il suo partito-azienda. Altri, con risorse ed esperienze diverse, comunque più limitate, ne hanno seguito l'esempio. Lo stesso Pd, sotto la guida di Matteo Renzi, è divenuto PdR. Il Partito di Renzi. Il Partito del Capo. Indifferibile dall'immagine e dalla figura del leader.

Un leader che ha portato a Palazzo Chigi e, prima ancora nel Pd, un "abito mentale da sindaco" (come ha scritto lo stesso Renzi su 'Avanti', l'auto-biografia politica, appena pubblicata da Feltrinelli). D'altra parte, la Lega, il partito che più degli altri riflette il modello tradizionale del "partito di massa", si è a sua volta personalizzato. È divenuta "Noi con Salvini". Meglio: il PdS. Il Partito di Salvini. Il quale ha archiviato i riferimenti originari. Per primo, il Capo storico: Umberto Bossi. Ma lo stesso "non-partito" per (auto)definizione, il M5s, resta impensabile senza Beppe Grillo. Il proprietario legale del marchio. Ma, soprattutto, il "centro di gravità permanente" di un universo (non) politico sparso. Sul territorio e nella rete. Ebbene, ho l'impressione che quel tempo, questo tempo, stia finendo.

Ne offre una rappresentazione efficace la "Mappa delle Parole" costruita attraverso un sondaggio di Demos-Coop realizzato e pubblicato su Repubblica nelle scorse settimane. Basta concentrarsi, al proposito, sullo spazio occupato dalle parole della politica. Isolato. Alla periferia del linguaggio pubblico. Rivolto verso il passato. Oscurato dalla delusione. Proprio lì si concentrano tutti i principali partiti e i loro leader. Con una chiara differenza rispetto al passato. I leader non sono più davanti e sopra ai partiti. Non ne costituiscono più la bandiera. Almeno, i porta-bandiera. Solo Salvini, negli ultimi anni, è risalito, rispetto alla Lega. E oggi la affianca, senza, però, sovrastarla. Diversamente dagli altri. Per primo, il Pd che appare ai cittadini (intervistati) maggiormente gradito - e proiettato nel futuro - del proprio leader, Matteo Renzi. Il quale, rispetto al passato recente, ha subìto un forte arretramento. Oggi è, infatti, scivolato sotto al Pd, nella percezione dei cittadini. Lo stesso discorso vale per Grillo, che si pone all'ombra del M5s (almeno nella raffigurazione sociale). Ma riguarda, soprattutto, Berlusconi. L'archetipo e inventore del "partito personale", anch'egli sopravanzato da FI.

GUARDA LE TABELLE

La tentazione, di fronte a questo mutamento di scenario, è di affermare che il tempo dei "capi" è finito. Ci troveremmo, invece, di fronte al declino dei leader (come ha sostenuto Giuseppe De Rita sul Corriere). E al parallelo ritorno dei partiti al loro posto "tradizionale", Così, il Pd avrebbe ri-preso il sopravvento sul PdR. Il M5s si sarebbe "normalizzato". Un partito come tutti. Mentre la Lega avrebbe riaffermato la propria identità di partito, oltre o almeno accanto a Salvini.

Questa idea appare confermata dai sondaggi d'opinione che registrano il calo - più o meno sensibile - o comunque lo "stallo" della popolarità dei principali "capi di partito". Renzi, Berlusconi e Di Maio (insieme a Grillo), in primo luogo. Mentre, non per caso, il leader attualmente - e largamente - più apprezzato fra tutti risulta Paolo Gentiloni. "Capo del governo", ma non "capo-partito". E, per stile di comunicazione e di azione, in fondo, neppure un Capo. Ciò costituisce un indizio interessante di quanto sta avvenendo. Più che a un "ritorno dei partiti", a mio avviso, assistiamo al declino del "Partito del Capo" (come lo ha definito Fabio Bordignon). Perché i Capi hanno deluso. La loro esuberanza, nella vita pubblica e sui media, ha suscitato stanchezza. Soprattutto di fronte all'aggravarsi dei problemi economici e sociali. Al diffondersi dell'insicurezza sociale e della sfiducia verso le istituzioni. Così Paolo Gentiloni è divenuto il personaggio pubblico più popolare. Perché non è "il" leader del Pd. Non ambisce a diventarlo (altrimenti Renzi...). Né a fondare, tantomeno a imporre, un nuovo partito personale. Il PdG. Ma agisce sottotraccia. Mentre gli altri leader interpretano, con enfasi, un partito che non c'è. Perché sul territorio e nella società i partiti non si vedono. Appaiono e si esprimono solo in tv. È il tempo dei "partiti impersonali", che confliggono e si dividono al loro interno. Soprattutto a centro-sinistra. Ma non solo. Perché non si vedono più grandi fratture ideologiche e di valore. Mentre le fratture "personali" - l'anti-berlusconismo prima e l'anti- renzismo poi - non riescono più a mobilitare i sentimenti. Né i risentimenti.

Il "partito impersonale", ormai, diventa visibile soprattutto nelle campagne elettorali. Quando deve, comunque, "personalizzarsi". Visto che in tv ci vanno le persone, in nome dei partiti. Non le segreterie e le burocrazie. Mentre sui social media è il leader, meglio, la persona, a twittare. A cinguettare con altre persone. Oppure a "esporsi" nella sua pagina FB.
Per questo è facile prevedere, presto e per alcuni mesi, un ritorno dei partiti e dei loro leader. Ma per la stessa ragione è lecito immaginare che sia difficile, su queste basi, costruire governi solidi. Di lunga durata. L'affermarsi di un partito im-personale e s-radicato disegna, infatti, un futuro politico senza volto. Uno spazio in-finito. Senza fini e senza confini da difendere. Ma così ogni alleanza e ogni coalizione risulta instabile. E la politica, per echeggiare Bauman, diventa "liquida".

 Riproduzione riservata 31 luglio 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/07/31/news/ora_avanza_il_partito_impersonale_dai_leader_troppe_delusioni-172011802/?ref=RHPPRB-BH-I0-C4-P3-S1.4-T1
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« Risposta #513 il: Settembre 08, 2017, 05:19:09 »

M5s cresce: è sopra il Pd. Gentiloni miglior leader.
E Salvini stacca Berlusconi M5s cresce: è sopra il Pd.

Il sondaggio. Rabbia e voglia di stabilità, lo strano mix pre-elezioni. Di Maio ha il trend più positivo. Si fanno largo i nomi di Bonino e del ministro Minniti

di ILVO DIAMANTI

08 settembre 2017

ORMAI SIAMO in campagna elettorale. Lo rivelano le tensioni “fra” partiti e coalizioni. Ma anche “dentro” alle coalizioni. D’altronde, mancano due mesi alle elezioni regionali in Sicilia. Ma poco più di un mese al referendum sull’autonomia nel Lombardo-Veneto. Il dibattito politico, dunque, si è fatto acceso. E alimenta l’incertezza, come emerge dal sondaggio condotto nei giorni scorsi per l’Atlante Politico di Demos. Pubblicato oggi su Repubblica. Due le principali indicazioni, in apparenza, contrastanti. Perché rivelano insofferenza e, al tempo stesso, domanda di stabilità. Politica.

Le tabelle

Da un lato, la crescita sensibile dei consensi del M5S e del suo attuale leader, Luigi Di Maio. Dunque, della principale opposizione. Dall’altro, la fiducia personale verso il premier, Paolo Gentiloni. Elevatissima - e in aumento. Ma analizziamo nel dettaglio queste tendenze.Sul piano degli orientamenti di voto, rispetto allo scorso giugno, si assiste a una maggiore concentrazione dei consensi intorno ai due principali partiti, PD e M5S. Entrambi si rafforzano, negli ultimi mesi. Soprattutto il M5S, che cresce di circa 2 punti. Oggi, con oltre il 28%, è il primo partito. Più di un punto sopra al PD di Matteo Renzi. Dietro, nel Centro-destra, non cambia molto. La Lega e i Fratelli d’Italia appaiono stabili. Fra 13 e 14%. Ma Forza Italia scivola di oltre un punto. Superata dalla Lega di Matteo Salvini. A sinistra del PD, di scissione in scissione, il panorama appare confuso. Frammentario. Articolo 1-MdP, guidato da Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, perde qualcosa. Ora è poco sotto il 4%. Il Campo Progressista di Giuliano Pisapia si attesta al 2%. Anch’esso in calo. Poco più su, al 2,5%, c’è Sinistra Italiana, insieme alle altre formazioni dell’area. A loro volta in de-crescita.Fra gli altri, al Centro, AP di Alfano si aggrappa, a fatica, al 2%.

Detto in altri termini: oggi ci troviamo di fronte a un “bipolarismo imperfetto”. Da un lato, il PD e le forze di Centro-sinistra, che, insieme, potrebbero raggiungere il 40%. Dall’altro, il M5S, che trae la propria forza dalle divisioni degli altri. E dalla frustrazione della società. Accentuata dall’insoddisfazione (anti)politica.Tuttavia, i due principali partiti di Centro-destra, Lega e FI, insieme ai Fd’I, supererebbero il 30%. Sarebbero, dunque, competitivi. Tuttavia, si tratta di una prospettiva complicata. Da dinamiche di leadership. Come segnala l’analisi di Biorcio e Bordignon. Anzitutto perché l’unico soggetto “consolidato” sulla scena politica italiana, oggi, non è un partito, neppure il PD. Né un leader di partito. Ma il premier, Paolo Gentiloni. In aumento costante di consensi “personali”, dal momento dell’investitura. Oggi, prossimo alla maggioranza assoluta (49%).

La fiducia nel suo governo appare più limitata, ma è, comunque, (poco) oltre il 40%. Superiore, anche se di poco, rispetto al momento dell’investitura, lo scorso dicembre. Questi dati riassumono l’orientamento “diviso” degli elettori. Insoddisfatti dell’andamento politico – ma anche economico e sociale – del Paese. E quindi sensibili alla critica, espressa ad alta voce, dal M5S. Eppure, al tempo stesso, in cerca di stabilità. Di rassicurazione. Sentimenti ben interpretati – e rappresentati – da Gentiloni. Un leader “impopulista” - come ho scritto altre volte - in tempi di “populismo” intenso e diffuso. Non per caso, nella graduatoria dei leader, dopo di lui, incontriamo Emma Bonino, una leader estranea alla “politique politicienne”. Mentre, a notevole distanza, per grado di fiducia (intorno al 35-37%), si collocano Giorgia Meloni, Matteo Salvini, e Luigi Di Maio (il leader maggiormente in crescita di consensi). Accanto a Matteo Renzi. In lieve ripresa. Tutti, in diversa - e più evidente - misura, “populisti”. Peraltro, ben più comunicativi e appariscenti di Gentiloni. Tutti gli altri leader politici dispongono di un credito più limitato. Pisapia vicino al 30%. Alfano: poco sopra il 20%. Speranza: poco sotto. Fra gli altri, però, si distingue il ministro Marco Minniti. Oggi sotto osservazione critica per l’azione di “contenimento” degli sbarchi. Definito, dai critici, lo “sceriffo”. Ma anche per questo apprezzato. A destra. E non solo.
 
Il premier, dunque, è molto “stimato” come uomo di governo, e, personalmente, come leader “politico”. Ma non altrettanto come possibile leader di “partito”, o meglio, di coalizione. L’unico possibile candidato premier, secondo gli elettori di Centro- sinistra, risulta, infatti, Matteo Renzi. Senza alternative. Senza discussione. Senza avversari. Mentre nel Centro-destra gli orientamenti sono più distinti e distanti. Silvio Berlusconi non è candidabile (lo ha rammentato nei giorni scorsi Giovanni Toti), ma appare l’unico in grado di raccogliere consensi trasversali fra gli elettori della coalizione (e anche oltre). Matteo Salvini, infatti, è sostenuto da oltre un terzo della base di Centro-destra, ma fatica ad attrarre consensi oltre i confini della Lega. Come, a maggior ragione, Giorgia Meloni all’esterno dei Fd’I.Luigi Di Maio, infine, appare saldamente in testa alle preferenze degli elettori del M5S. Fra i quali non ha avversari. D’altra parte, guida un non-partito fortemente centralizzato. La sua leadership è “data per scontata”.
 
Così, ci avviamo al voto di primavera, mentre la campagna elettorale è già iniziata, in un clima di incertezza. Perché è “incerta” la struttura dell’offerta politica. In altri termini: le coalizioni, le alleanze. E le leadership. Di partito. Ma, ancor più, i candidati di coalizione. E i programmi. A sinistra, meglio, a Centro-sinistra, incombe l’ombra delle “larghe intese”, che coinvolgerebbero anche Berlusconi. Per approvare quelle riforme istituzionali ancora ir-realizzate. Ma che hanno segnato la fine del governo Renzi. Berlusconi, dunque, costituisce ancora il riferimento obbligato della prossima fase politica del Paese. Con lui, tanto più senza di lui, sarà difficile procedere. Per il Centro- sinistra. E non solo, ovviamente.
Insomma, la Seconda Repubblica non è ancora finita

da repubblica
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« Risposta #514 il: Settembre 20, 2017, 10:37:53 »

La Lega oltre Bossi. E oltre la Padania
Le mappe.
Il nuovo programma del partito è: richiamo all'ordine. E Matteo Salvini vola nel consenso personale.
Ma appare difficile che il Carroccio senza il traino e la mediazione di Berlusconi possa candidarsi a guidare il Paese

Di ILVO DIAMANTI
18 settembre 2017

A Pontida, anche quest'anno si è celebrato il rito dell'identità leghista. Come avviene, ormai, dal 1990. Si tratta, infatti, di un appuntamento importante, per i militanti e gli elettori della Lega.

Ma non solo. Perché la Lega occupa un ruolo importante, nella politica italiana. Pontida costituisce, dunque, un'occasione utile per verificare le strategie di questo soggetto politico. Per molti anni ha sottolineato la natura movimentista e nordista della Lega. Raccolta e mobilitata, nel "sacro suolo", situato nelle valli bergamasche. Intorno al Capo. Interpretato, oggi, da Matteo Salvini. Che ha sancito, definitivamente, la rottura con il leader storico, Umberto Bossi. Il quale ieri, per la prima volta, a Pontida, non ha parlato. E ha commentato, acido, più che deluso: "È un segnale che devo andarmene via".
 
Bossi, d'altronde, era stato "allontanato" dalla Lega già da tempo. In fondo, Pontida, oggi, è un teatro situato "oltre" il territorio. "Oltre" la Padania. Un teatro dove recita un attore protagonista, un one man show, presente e visibile in molti e diversi media. Perché fa ascolti. Personalmente: ha un pubblico più ampio del partito. E ciò, in qualche misura, suscita qualche preoccupazione nel suo stesso partito. Fra gli stessi leader storici. Roberto Maroni, suo predecessore alla guida della Lega, ha criticato apertamente la decisione di "silenziare Bossi". Perché, ha scandito, "Pontida è Bossi". Ma, dietro alla dichiarazione di lealtà verso "il padre della patria padana", si coglie anche l'inquietudine nei confronti di un leader poco disposto ad ascoltare - e accettare - altri leader autorevoli, intorno a sé.

D'altronde oggi il programma, ribadito ieri da Salvini, indica orientamenti piuttosto chiari. Il richiamo all'ordine. Meglio: alle "forze dell'ordine". Alle quali ha promesso di dare "mano libera ". Quindi: l'abolizione dell'obbligo dei vaccini, ma anche della legge Fiano che punisce la propaganda del fascismo e del nazismo con immagini o contenuti di cui vieta produzione e vendita. Ancora, propone l'elezione popolare dei giudici. Infine, ma certo non per importanza: rivendica il contrasto all'immigrazione. All'invasione che minaccia la nostra società, la nostra vita, la nostra sicurezza. Si tratta di un discorso dai contenuti precisi. Anche sul piano simbolico e dei valori. Coerenti con l'azione e la comunicazione dei principali soggetti neopopulisti di destra, in Europa. D'altronde, non per caso, il modello - e interlocutore - politico privilegiato, di Salvini, è il Front National di Marine Le Pen. A sua volta, la leader verso la quale il "Capo" leghista dimostra maggiore confidenza. Puntualmente ricambiato. Per questo ho sostenuto, ormai da un paio d'anni, che la Lega Padana ha lasciato il posto alla "Lega Nazionale", un partito personale, più che personalizzato. Ben raffigurato dalla denominazione "Noi con Salvini", proposta nel Centro-Sud.

La Lega Nazionale di Salvini (LNdS), peraltro, oggi è stimata, dai sondaggi, intorno al 13-14%. Più o meno, come Forza Italia. Insieme a Fratelli d'Italia, di Giorgia Meloni, il Centro-destra supererebbe il 32%. Qualche punto sotto rispetto alle forze di Centro-sinistra. Che, tuttavia, hanno maggiori difficoltà e problemi crescenti a "coalizzarsi". Perché le tensioni e le divisioni, fra loro, sono molto più profonde. E meno superabili, anche in vista della competizione elettorale. Peraltro, Salvini, come abbiamo osservato, dispone di un livello di consenso personale elevato: 37% (Sondaggi Demos). Superiore a Renzi. E a Silvio Berlusconi. Matteo Salvini, secondo gli elettori di Centro-destra, costituisce, inoltre, il candidato premier migliore. Preferito allo stesso Berlusconi. Ulteriormente penalizzato perché, attualmente, non è candidabile, a causa della condanna definitiva (nel 2013) per frode fiscale. Tuttavia, Salvini fatica a intercettare consensi politici "personali" oltre i confini della Lega. La stessa Lega fatica a sfondare oltre i territori tradizionali. Oggi, infatti, appare forte e radicata nel Nord Ovest e ancor più nel Nord Est. Si è consolidata anche nelle regioni - un tempo "rosse" - dell'Italia centrale. Ma è ancora "straniera" (per quanto meno di un tempo) nel Sud e nelle Isole.

Il problema principale della Lega (e della LNdS), però, è che, senza il traino e la mediazione di Berlusconi, la sua candidatura alla guida del Paese, apertamente annunciata a Pontida, appare improponibile. Non ha possibilità di realizzarsi. Per la posizione anti-europea, ma soprattutto: anti-Euro. E perché non è in grado di "saldare" il Centro-destra. In quanto è troppo spostata a Destra. Silvio Berlusconi stesso, nella Convention azzurra, che si è svolta (anch'essa) ieri a Fiuggi, ha rammentato, in modo inequivocabile, che: "il Centro-destra l'abbiamo fatto noi e abbiam sempre avuto il leader per realizzare il programma. Siamo noi che abbiamo portato al governo forze che erano sempre state escluse ". Non per caso, l'interlocutore privilegiato della LNdS, fra i leader di Forza Italia, oggi è Giovanni Toti. Eletto governatore della Liguria. Insieme alla Lega ha "vinto tutto quel che c'era da vincere ". Come ha scandito ieri, a Pontida. Emozionato, perché (parole sue) è "il primo non-della- Lega a parlare da questo palco". Toti, per Salvini, è un interlocutore affidabile (e affezionato a Pontida, dove era già venuto, pur senza parlare). Con il quale è più facile negoziare.

A Pontida, dunque, è partita la campagna elettorale della Lega. In vista del voto politico del prossimo anno. Ma anche - e anzitutto - in vista dei referendum per l'autonomia del Veneto e della Lombardia. In caso di successo, la LNdS (la Lega Nazionale di Salvini) rafforzerebbe la propria immagine personale e politica. Ma, forse, indebolirebbe la nuova identità territoriale. Nazionale. Perché rischierebbe di riprodurre la tradizionale immagine. Nordista, se non (solo) Padana. Salvini-Zaia-Maroni-Toti, insieme, interpreterebbero "la marcia su Roma" del Lombardo- Veneto. Con la mediazione della Liguria.

© Riproduzione riservata 18 settembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/09/18/news/le_lega_oltre_bossi_e_oltre_la_padania-175818649/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T2
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« Risposta #515 il: Settembre 25, 2017, 11:59:29 »

Il Paese dei campanili così legato alle tradizioni: "Noi prima di tutto italiani"
Nell’indagine realizzata da Demos, Veneto e Lombardia sono lontani da Barcellona: i venti d’autonomia spirano sempre più deboli

Di ILVO DIAMANTI
25 settembre 2017

L'IDENTITÀ territoriale, in Italia, appare, fin dai tempi dell'Unità, attraversata da tensioni profonde. I referendum sull'autonomia, che si svolgeranno in Lombardia e nel Veneto, fra meno di un mese, sono destinati ad acuire le divisioni. Tanto più perché il clima del confronto fra centro e periferia, fra Stato e Regioni, si è surriscaldato, dopo l'intervento del governo contro la legge veneta che prevede l'esposizione del gonfalone di San Marco negli edifici pubblici.

Un provvedimento che rischia di accendere una campagna elettorale fin qui piuttosto spenta. Evocando, con qualche forzatura, l'esempio catalano.

L'Italia è storicamente segnata dalla distinzione, per alcuni versi una "frattura", fra Nord e Sud. E, quindi, dalla "questione meridionale", affiancata e sfidata, negli ultimi decenni, da una "questione settentrionale", polemica non solo verso il Mezzogiorno, ma, anzitutto, contro lo Stato. L'Italia, peraltro, ha sempre presentato un'identità frammentata da particolarismi. Carlo Azeglio Ciampi, Presidente della Repubblica nella seconda metà degli anni Novanta, una fase particolarmente accesa da conflitti territoriali, era solito dire che "l'Italia è un Paese di paesi. E di città. Unito dalle sue differenze." In altri termini, dal suo pluralismo di tradizioni, culture, paesaggi. Un "Paese di paesi". Mi sembra una definizione efficace e di lunga durata dell'Italia. Evoca, infatti, un profilo che si ripropone ancora oggi, quando si indaga sulle diverse e principali appartenenze territoriali dei cittadini.

Lo dimostrano i dati di un sondaggio di Demos (per Intesa Sanpaolo), condotto nelle scorse settimane. Dal quale emerge un sentimento di appartenenza territoriale composito e frastagliato. I contesti nei quali si riconoscono gli italiani, infatti, sono diversi. Anzitutto, l'Italia, indicata come primo riferimento dal 23% del campione. Quasi 1 italiano su 4. Ma ciò significa che gli altri 3 guardano altrove. In particolare: alla loro città (quasi 2 su 10). Quindi, alla loro Regione (12%). Poi alla "macro- area". Nord, Centro e Sud, insieme, raccolgono quasi il 20% delle preferenze "territoriali". Ci sono, infine, molte persone che si orientano oltre i confini nazionali e locali. L'8% si definisce, anzitutto, europeo. Mentre il 18% si rivolge in primo luogo "al mondo". Esprime, dunque, uno spirito apertamente "cosmopolita".

LE TABELLE

Nell'insieme, dunque, circa metà delle persone intervistate si richiama anzitutto all'ambito "locale". Gli italiani. Si dicono milanesi, napoletani, siciliani, veneti, piemontesi. Bolognesi, toscani. Romani. Marchigiani. Ma anche: del Nord oppure meridionali. Nel Mezzogiorno, in particolare, il sentimento "meridionalista" scavalca il 22%. Tuttavia, se consideriamo anche la seconda indicazione, cioè l'altra identità territoriale possibile per i cittadini, l'Italia si ripropone con forza, su livelli molto elevati. E ciò sottolinea una tendenza anch'essa di "lunga durata", del nostro "Paese di paesi". Ne ho scritto altre volte, in passato, visto il mio vizio di osservare il territorio, come chiave di lettura degli orientamenti politici, ma anche sociali. Noi siamo un popolo di "e italiani". Oppure, reciprocamente, di "italiani e". Detto in altri termini: siamo milanesi, napoletani, siciliani, veneti, piemontesi. Bolognesi, toscani. Cuneesi e vicentini. Romani. Marchigiani. Meridionali, settentrionali. "E" italiani. Ma anche viceversa. Italiani "e"... romani, napoletani, emiliani. E via dicendo. Le diverse identità territoriali, dunque, non appaiono in contrasto con quella nazionale. Ma ne costituiscono, semmai, il complemento.

La conferma giunge se osserviamo questi orientamenti in controluce. Attraverso il contesto territoriale ritenuto "più lontano". Il distacco dall'Italia, infatti, continua ad apparire limitato. Espresso da una quota di persone inferiore al 10% (il 7%, per la precisione). Nonostante i localismi e le pulsioni indipendentiste - anche se non più apertamente secessioniste - che agitano il Paese. L'ambito che ha visto crescere maggiormente il distacco dei cittadini, negli ultimi 10 anni, è, invece, l'Europa. Com'era prevedibile.

Dunque, siamo e restiamo un "Paese di paesi". Di città e di regioni. Un Paese dall'identità incompiuta e, quindi, "debole". Ma, per questo, dotato di "resistenza". In grado di superare le sfide che vengono dall'esterno. Dalla globalizzazione. Dal cammino incerto dell'Europa. Dalle presunte "invasioni". Perché il perimetro delle nostre appartenenze è aperto e flessibile. Capace, per questo, meglio di altri, di adattarsi ai cambiamenti e alle tensioni che giungono anche dall'interno.

Così, i referendum che si svolgeranno nel Lombardo-Veneto vanno ricondotti al significato reale che assumono presso i cittadini. Esprimono, cioè, una domanda di autonomia, non di distacco. (Il quesito referendario, d'altronde, parla di autonomia, non di indipendenza). Ma riflettono anche la ricerca di consenso politico e personale, da parte dei partiti e dei governatori - leghisti - che guidano le Regioni. (Come suggerisce un sondaggio dell'Osservatorio Nordest di Demos, di prossima pubblicazione sul Gazzettino). Così, a mio avviso, ha ragione Massimo Cacciari quando recrimina contro coloro (il governo regionale del Veneto) che hanno approvato la legge sull'esposizione della bandiera con il "Leone di San Marco". Ma anche contro chi l'ha "impugnata" (il governo nazionale). Perché: "queste cose non fanno che alimentare le pulsioni di quelli che andranno a votare al referendum". In altri termini: questa polemica rischia di amplificare la campagna elettorale in vista del referendum autonomista. Con l'effetto - imprevisto e non voluto dal governo nazionale - di mobilitare i cittadini. Fino ad oggi piuttosto distratti, intorno a questa scadenza.

Peraltro, anche l'iniziativa del governo regionale del Veneto potrebbe avere effetti imprevisti, dai promotori. Perché la bandiera "venetista" issata non "al posto di", ma "accanto a" quella italiana potrebbe essere concepita come una conferma ai dati presentati in questa Mappa. Che non pre-vedono l'alternativa: veneti O italiani. Ma, al contrario, l'integrazione reciproca: veneti E italiani. Guidati da Luca Zaia: il governatore di una Regione italiana. Perché il Lombardo-Veneto non è la Catalogna.

© Riproduzione riservata 25 settembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/09/25/news/il_paese_dei_campanili_cosi_legato_alle_tradizioni_noi_prima_di_tutto_italiani_-176427225/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P4-S1.8-T1
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« Risposta #516 il: Ottobre 09, 2017, 05:48:04 »

Il Pd ha 10 anni, ma ne dimostra molti di più
Il 14 ottobre 2007 nasceva il principale partito del centrosinistra, l'ultimo erede di Dc e Pci. Ma da allora molte cose sono cambiate

Di ILVO DIAMANTI
09 ottobre 2017

IL PARTITO democratico compie (quasi) dieci anni. Il 14 ottobre del 2007 si svolgevano, infatti, le primarie per l'elezione dell'Assemblea costituente. E del segretario. Le primarie rappresentano, dunque, il "rito fondativo" del Pd, per citare la formula coniata da Arturo Parisi. Insieme a Prodi, il sostenitore più determinato - e determinante - del passaggio dall'Ulivo dei partiti al partito dell'Ulivo. Un soggetto politico unitario del centrosinistra (senza trattino) capace di aggregare i principali partiti che avevano accompagnato la storia della Prima Repubblica: Dc e Pci. Per allargarne i confini. Da allora, molto tempo è passato e molte cose sono cambiate. Mi limito a indicarne due. La "scissione" recente delle componenti - e di alcuni leader - di sinistra, che ne ha mutato l'identità originaria. E la progressiva personalizzazione, che ha segnato il passaggio da Pd a PdR. Tanto più dopo le primarie (stra)vinte da Matteo Renzi, lo scorso fine aprile.

LE TABELLE …

C'è però un aspetto, meno dibattuto, che vale la pena di analizzare. Perché, a mio avviso, ha contribuito e contribuirà a modificare ulteriormente l'identità del PD. Ma, soprattutto, la sua capacità di interpretare un progetto. Di agire da "spina dorsale di un sistema malato" come ha scritto di recente, su queste pagine, Ezio Mauro. Mi riferisco alla struttura sociale della base attiva. Coinvolta nelle Primarie. Riguarda, soprattutto, il profilo dell'età. Infatti, il PD compie 10 anni, ma, in realtà, ne (di)mostra molti di più.

È invecchiato, soprattutto negli ultimi anni. Un aspetto significativo, che va tenuto sotto osservazione. Da chi si riconosce nel PD. Ma non solo. Anche se, considerando le intenzioni di voto "politico", emergono indicazioni più articolate. Il PD (Demos, settembre 2017) ottiene, infatti, consensi molto maggiori rispetto alla media fra gli "anziani" (con oltre 65 anni). Ma anche fra i più "giovani" (sotto i 30 anni). Presso i quali il PD "compete" con il M5s. Che, invece, cala sensibilmente fra gli "anziani". PD e M5s, secondo i sondaggi, risulterebbero i partiti più "votati", in questa fase.

È significativo che entrambi si affidino alle primarie, per selezionare i propri candidati. E, nel caso del M5s, per scegliere il leader. Naturalmente, interpretano due modelli diversi. Anzi: alternativi. Come rivelano i metodi utilizzati per le Primarie. Online, in-rete, nel caso del Movimento 5 Stelle. Un non-partito anti-partito, che tende a distanziarsi dagli altri. Anche nelle forme di partecipazione. Dall'altro lato, il PD. Erede dei partiti di massa.

Che, per questo, adotta metodi di partecipazione più tradizionali. Le Primarie costituiscono il tentativo di superare il passato. Adottando il modello utilizzato negli USA. Non per caso, per il PD, viene evocata la "via americana". Con la differenza, decisiva, che in Italia le (sue) Primarie avvengono nel solco dei partiti storici, che facevano della partecipazione un metodo di radicamento sul territorio.

Per questo è particolarmente interessante osservare come sia cambiata la partecipazione nel corso del tempo. Dal 2007 ad oggi, nel 2017. Anzitutto dal punto di vista della base coinvolta. Che si riduce progressivamente. In modo molto rilevante. Da oltre 3milioni e 550mila elettori (militanti), nel 2007 (quando si afferma Veltroni), si scende, infatti, a 3 milioni e 100mila, nel 2009 (affermazione di Bersani). Nel 2013 l'affluenza si ridimensiona ancora: 2 milioni e 800mila. Quest'anno, infine, scivola di circa un milione. E si attesta intorno a 1 milione e 800 mila. È interessante osservare come il calo più sensibile, per non dire il crollo, della partecipazione avvenga con l'avvento di Matteo Renzi. L'innovatore. Anzi: il "rottamatore". Il quale, lo scorso aprile, trionfa con il circa 70% dei voti. Eppure non riesce a frenare il disincanto politico, che consuma la passione verso i partiti. Ma soprattutto il PD. Perché il PD resta "l'ultimo partito", come recita il titolo di un interessante saggio di Paolo Natale e Luciano Fasano, appena pubblicato (da Giappichelli). Insieme all'ampiezza, cambia, in modo significativo, anche la struttura della partecipazione. Soprattutto, riguardo all'età. Se ci limitiamo alle due ultime consultazioni, l'evoluzione appare evidente. I votanti più giovani (16-34 anni) scendono dal 19%, nel 2013, al 15% nel 2017. Ma, soprattutto, nelle Primarie, è la quota di elettori "anziani" (65 anni e oltre) a crescere in misura rilevante: dal 29% nel 2013, al 42% nel 2017. Mentre, per quel che riguarda il voto al PD alle elezioni politiche, dal 2007 al 2017 (stime Demos) l'incidenza delle classi di età più giovani (18-34 anni) e anziane (65 anni e oltre), appare costante. Rispettivamente, intorno al 23-24%, i giovani, e al 40%, gli anziani.

Questi dati suggeriscono come sia in atto un cambiamento sensibile nella base del PD. Sta invecchiando. In misura molto più rapida e sensibile rispetto alla popolazione - e all'elettorato nell'insieme. Ma se il partito riesce ancora a intercettare il voto dei più giovani, in misura perfino superiore alla media, non riesce, però, ad appassionarli. I "giovani- adulti" (30-40enni), d'altronde, sono sempre più attratti dal M5s. Così, alle Primarie, come abbiamo osservato alcuni mesi fa, si è recato un "popolo dai capelli grigi" (o con pochi capelli...). Affiancato e accompagnato, talora, dai figli (e dai nipoti...). E ciò proietta ombre inquietanti sul futuro.

Perché è vero che la partecipazione attraverso i partiti è in declino.
Ma senza partecipazione i partiti non hanno speranza. Tanto più i partiti che hanno una storia radicata nella società e nel territorio. Come il PD. Per loro, oggi, la "rete" è utile, anzi necessaria. La televisione: inevitabile. Ma non possono bastare. Parallelamente, la "personalizzazione" procede senza sosta. Tanto più in tempi di "democrazia del pubblico". Di "democrazia digitale". Ma rischia di diventare deleteria. Trasformarsi in un "Partito personale", nel "Partito del capo" (per citare le note definizioni di Calise e Bordignon), diventare PdR. Distaccarsi dalla società e dal territorio.

A dispetto dei propositi di rottamazione: significa "invecchiare". Perdere il futuro.
 

© Riproduzione riservata 09 ottobre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/10/09/news/il_pd_ha_10_anni_ma_ne_dimostra_molti_di_piu_-177744552/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P9-S3.4-T2
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« Risposta #517 il: Novembre 04, 2017, 07:33:33 »

No a politica e religione, per i giovani è l’era delle passioni tiepide
Osservatorio Demos-Coop: si assottigliano le differenze tra generazioni e cresce la dipendenza dalla famiglia. Italiani sempre più incapaci di accettare le responsabilità della vita adulta.
La vecchiaia è l’unica paura comune e la gioventù dura fino a 52 anni

Di ILVO DIAMANTI
30 ottobre 2017

PARAFRASANDO il titolo di un noto libro, potremmo dire che viviamo in un'epoca di "passioni tiepide". Non "tristi", come quelle evocate da Miguel Benasayag e Gérard Schmit nel loro saggio (pubblicato nel 2004 da Feltrinelli). Piuttosto: "disincantate". Interpretate con realismo. In particolare dai giovani. Abituati a proiettare il futuro nel loro sguardo. E a orientare il nostro. Perché i giovani "sono" il futuro.

È l'immagine suggerita dal sondaggio dell'Osservatorio di Demos-Coop, condotto nei giorni scorsi e proposto oggi su Repubblica.

D'altronde, la società, e soprattutto i giovani, si sono abituati al clima di sfiducia che grava su di noi. Ormai da troppi anni. Così, lo attraversano senza troppa paura. In particolare, i "giovani-adulti" (secondo i demografi), la "generazione del millennio", secondo l'Istat.

Insomma, coloro che hanno fra 25 e 36 anni e stanno a metà fra giovinezza ed età adulta. E cumulano l'insicurezza di chi ha di fronte un futuro carico di incognite e la sicurezza di chi i problemi del futuro ha iniziato a sperimentarli. È la metafora di una società che non accetta di invecchiare. Dove tanti, quasi tutti, vorrebbero restare "per sempre giovani". A costo di protrarre all'infinito le incertezze degli adolescenti. È un aspetto che avevamo già osservato altre volte, in passato. Ma oggi si ripropone, in modo, se possibile, più marcato. La giovinezza, secondo gli italiani, si allunga sempre più. Quanto più gli anni passano. Fra coloro che non superano i 36 anni, la giovinezza finisce poco più avanti: a 42 anni. Poi, via via che gli anni passano, anche la giovinezza si allunga. Fino a 62 anni, per coloro che hanno superato 71 anni. La "generazione della ricostruzione". Parallelamente, si allontana anche la soglia della vecchiaia. Tanto che, secondo i più anziani, pardon, i "meno giovani", si diventa "vecchi" solo dopo aver compiuto 80 anni. Non è una novità. La nostalgia della giovinezza spinge a negare la vecchiaia. E induce ad accettare di essere vecchi... solo dopo la morte. Eppure, ogni volta mi stupisco. Non riesco a farmene una ragione. La vecchiaia come dis-valore: significa negare l'importanza dell'esperienza. La maturità. D'altra parte, l'età adulta si restringe sempre di più. Così, la nostra biografia accosta e oppone gioventù e vecchiaia. Una accanto all'altra. E riduce l'età adulta a un passaggio rapido. Quasi occasionale. "Diventare grandi", una promessa attesa, quando ero bambino, oggi appare quasi una minaccia. Al più ci è concessa la condizione di "adulti con riserva" (per citare un bel libro di Edmondo Berselli).

Le fratture generazionali, così, appaiono meno evidenti e meno marcate di un tempo. Io stesso, alla fine degli anni Novanta, avevo definito i giovani una "Generazione invisibile" (Ed. Il Sole 24ore, 1999). Per sottolineare la progressiva marginalità dei giovani, ma, ancor più, la loro coerenza con gli orientamenti degli... adulti. Meglio, dei genitori. Al punto da non coglierne più le distanze. Cioè: le specificità generazionali. D'altronde, gli anni delle contestazioni sociali, ma prima ancora, familiari - dei figli contro i genitori - erano lontani. In seguito, non si sono più riproposte. Anzi: i genitori, la famiglia, sono divenuti l'appiglio che permette ai figli di condurre la loro transizione infinita all'età adulta. Si spiega soprattutto così l'importanza attribuita dai più giovani ai rapporti con la famiglia. Ma soprattutto all'indipendenza e all'autonomia. Tre su quattro, fra quanti hanno fino a 24 anni, li considerano molto importanti. Nel 2003 erano poco più di uno su due. Segno evidente che il sostegno della famiglia è necessario, ma, al tempo stesso, aumenta, la domanda di in-dipendenza. Di crescere e auto- realizzarsi. Di affermarsi e "fare carriera". Obiettivo ambito dal 41% dei più giovani: quasi 10 punti in più rispetto ai primi anni 2000. Una speranza che, per essere realizzata, li spinge a guardare - e andare - altrove.

I più giovani, insieme ai giovani-adulti, i millennials, sono la generazione della rete, la generazione più globalizzata. Abituati a comunicare a distanza. E a orientarsi verso "altrove", sostenuti dai genitori. E dai nonni. Per questo non riescono a sfuggire al senso di solitudine, che grava su tutta la società. Certo, i giovani-più-giovani sono sostenuti e aiutati da reti amicali più fitte. Ma i loro fratelli maggiori, i giovani-adulti, la "generazione del millennio", ne soffrono più degli altri. Nel sondaggio di Demos-Coop, il 39% di essi, quasi 4 su 10, ammettono di "sentirsi soli". D'altra parte, internet e i social media permettono di restare sempre in contatto con gli altri. Gli amici. Ma sei tu, davanti al tuo schermo. Da solo. Oppure in mezzo agli altri. A comunicare. Da solo. Con il tuo smartphone.

Così, le passioni non diventano "tristi", ma più tiepide. Perché le stesse "fedi" sbiadiscono. E si perdono. La politica: non interessa più quasi a nessuno. Anche fra i più giovani. Presso i quali la componente che considera importante la politica non va oltre il 14%. Poco sopra alla media generale. Sono lontani i tempi della "contestazione". La stessa "generazione dell'impegno" - del '68 - appare disillusa. Elisa Lello, in una ricerca pubblicata alcuni anni fa, ha parlato di una "triste gioventù", (Maggioli, 2015). Insomma, non c'è più fede. Soprattutto fra i più giovani. Lo ha spiegato Franco Garelli, studioso delle religioni giustamente ri-conosciuto, in un testo dal titolo esplicito: "Piccoli atei crescono" (Il Mulino, 2016). L'indagine di Demos- Coop lo conferma, visto che la religione è ritenuta importante solo dal 7% della "generazione della rete". Un quarto, rispetto alla popolazione nell'insieme. Meno di un terzo rispetto al 2003.

In altri termini, "non c'è più religione". Soprattutto fra i più giovani. Così, diventa difficile provare "passioni". Accese e perfino tristi. Prevale il disincanto.
E le passioni si raffreddano. Divengono tiepide. Eppure conviene "credere" nei giovani. Perché, comunque, più di tutti gli altri, "credono" nell'Europa. Perché sono il nostro futuro. E più di tutti gli altri, "credono" nel futuro.

© Riproduzione riservata 30 ottobre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/10/30/news/no_a_politica_e_religione_per_i_giovani_e_l_era_delle_passioni_tiepide-179732808/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1
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