LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: ILVO DIAMANTI -  (Letto 56441 volte)
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« Risposta #510 il: Luglio 10, 2017, 01:45:14 »


Nel dizionario degli italiani la politica da Renzi a Grillo è sinonimo di sfiducia
Partiti e i leader confinati nella mappa lessicale nella regione del passato.


Papa Francesco l’unico che suscita speranza.
Ambiente e lavoro gli obiettivi condivisi, i valori del futuro in base al sondaggio Demos-Coop

Di ILVO DIAMANTI
10 luglio 2017

Le parole sono importanti. Servono a rappresentare la realtà. Ma anche a costruirla. Perché la realtà sociale non esisterebbe senza le nostre parole. Senza le nostre rappresentazioni. (L’eco del famoso saggio di Berger e Luckmann non è casuale). Per questo ci pare utile ri-proporre la “Mappa delle parole”, come avviene ormai da 7 anni.

Perché attraverso le parole è possibile ricostruire i significati, ma anche la prospettiva e la valutazione, del mondo intorno a noi. Così, anche quest’anno, abbiamo condotto un sondaggio (Demos-Coop) su un campione rappresentativo, particolarmente ampio. Alle persone intervistate sono state proposte una quarantina di parole, che evocano diversi soggetti, eventi, valori; diverse persone e istituzioni del nostro tempo. Ci siamo concentrati, in particolare, sul contesto politico-sociale e mediale. In senso lato.

GUARDA LE TABELLE DEMOS

La mappa che tratteggiamo in queste pagine “proietta” le parole esaminate in base a due diversi “assi” di giudizio. Anzitutto, il gradimento espresso dagli italiani (intervistati), in misura crescente, da sinistra verso destra, cioè, lungo l’ascissa. Mentre dal basso verso l’alto (seguendo l’ordinata): le parole riflettono la tensione fra passato e futuro.
In questo modo abbiamo cercato di combinare il tempo e il sentimento. Ne emerge una mappa suggestiva. In qualche misura, complessa. Ma chiara, nelle indicazioni di fondo. Appare de-finita in tre aree, tre regioni di significato, dai confini - e soprattutto dai contenuti – piuttosto precisi. Agli estremi si oppongono due contesti alternativi.

In alto a destra, c’è il ponte verso il futuro condiviso. Dove insistono obiettivi attraenti e, appunto, condivisi. La promozione dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Quindi: il lavoro. Perché è necessità “materiale”, ma anche un “valore”. Accanto al lavoro: la ripresa, da un lato, e la meritocrazia, dall’altro. Nel duplice auspicio: che il lavoro riprenda, insieme allo sviluppo; e che sia orientato dal – e al – “merito”. Criterio universalista, oltre ogni raccomandazione e privilegio. Più in basso, tre parole “pubbliche”, ben incastrate fra loro. Popolo, democrazia. E l’Italia. Dunque: il governo del “demos”. Il popolo sovrano e responsabile. Dotato di diritti e doveri. Limiti e poteri. Fonte di “democrazia”, oltre ogni “populismo”. In mezzo: l’Italia. Popolare e democratica. Più in alto, a dare senso a questa regione di significato: la speranza e il cuore. Sentimento e passione che guardano lontano. Trainati dal volontariato. Più sopra, Papa Francesco. Nonostante tutto: l’unica figura, l’unica persona capace di suscitare passione. E speranza.

Nello spazio opposto, si incontrano politica, politici e partiti. Senza distinzione. Lo sguardo degli italiani, in questa direzione, è pervaso da sfiducia, verso un passato che non passa. E non cambia. Leader, partiti e anti-partiti. Sono tutti là in fondo. Salvini e la Lega, poco sopra il Pd. Vicino al M5s c’è Fi. In fondo a tutti, come sempre, Silvio Berlusconi. L’Uomo Nuovo degli anni Novanta. Il Capo. Oggi sfiora i confini dello spazio politico percepito dagli italiani. Quasi in-visibile. Non lontano, incombe Beppe Grillo. Ieri, il Nuovo contro tutti.

Oggi, a sua volta, ai margini. Non per insofferenza ma, piuttosto, per indifferenza. Accanto ai politici e ai partiti, che non piacciono agli italiani, c’è Donald Trump. Spinto alla presidenza degli Usa dal sostegno delle “aree periferiche”. Dall’inquietudine dei “ceti in declino”. Per gli italiani: un politico come gli altri.

Ma la novità più sorprendente, in mezzo a questo non-luogo semantico, è la presenza di Matteo Renzi. Solo due anni fa: campeggiava nello “spazio futuro”. Alternativo a Berlusconi. Mentre oggi sta proprio accanto a Berlusconi. La speranza di ieri si è consumata in fretta. Come le sorti del suo Pd. Il Pdr. Confuso in mezzo agli altri partiti. “Legato” a Fi. E, quindi, risucchiato nell’indifferenza, che è molto peggio dell’anti-politica.

Nella “terra di mezzo”, tra il “futuro condiviso” e la “marcia verso il passato”, si addensa una pluralità di parole che evocano contrasti e divisioni. Quasi un “Campo di battaglia”. L’euro e la Ue. Accanto alle “unioni gay”. E al mito dell’Uomo Forte, che negli ultimi anni sembrava il marchio della “nuova” politica. Mentre oggi sta a metà fra passato e futuro. Incapace di “emozionare”. Non per caso sia Renzi che Grillo, oggi, nella mappa, stanno “sotto” i loro partiti: Pd e M5s. All’opposto di qualche anno fa. A significare che oggi la personalizzazione non è più, necessariamente, una virtù.

Nel “Campo di battaglia” incontriamo l’immigrazione. Sul crinale fra accoglienza e integrazione. Fra “Ius soli” e respingimento. Le stesse ong si sono istituzionalizzate. E oggi appaiono distanti dal volontariato.

Fra le parole che stanno “in mezzo”, non per caso, ritroviamo i “media”. Vecchi. Tv e giornali. Mentre la radio resiste, ai confini della “terra promessa”. Sull’asse del futuro, i social media li sovrastano. Tuttavia, per costruire il consenso, i media, “tradizionali” restano centrali. La tv, per prima. Da ciò la questione evocata dalle parole del nostro tempo. Il futuro della democrazia.

Perché i soggetti tradizionali della “democrazia rappresentativa” partiti e politici - appaiono delegittimati. Isolati nella regione del “passato”. Mentre la Democrazia digitale, “immediata” più che “diretta”: è il futuro. Nella Mappa tracciata dagli italiani, si posiziona in alto. Eppure è spostata, anche se di poco, verso il quadrante della sfiducia. Meglio, della “prudenza”. Come i social media. Tra diffidenza e delusione. Gli italiani, per definire il futuro della democrazia, non usano parole rassicuranti.

© Riproduzione riservata 10 luglio 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/07/10/news/nel_dizionario_degli_italiani_la_politica_da_renzi_a_grillo_e_sinonimo_di_sfiducia-170413982/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1
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« Risposta #511 il: Luglio 18, 2017, 04:36:46 »

Se i giovani non sperano nel Paese...
 
Tra i 15 ai 34 anni l'opinione generale è che per far carriera l'unica speranza è andare all'estero. Siete d'accordo? Raccontate la vostra esperienza

Di ILVO DIAMANTI
17 luglio 2017

L'ITALIA non è un Paese per giovani. Lo sappiamo bene, ormai da tempo. Infatti, ogni 100 ragazzi, sotto i 15 anni, ce sono quasi 160, oltre i 65. E nei prossimi 10 anni, secondo l'Istat, sono destinati a crescere in misura esponenziale. Fin quasi a 260. D'altronde, l'età mediana, nel nostro Paese, sfiora i 50 anni. Sono dati ormai noti, anche ai non addetti ai lavori. Basta guardarsi intorno, per accorgersi che i giovani e i giovanissimi sono una razza in via di estinzione.

Fino a qualche anno fa la nostra demografia era sostenuta dagli immigrati. Ma anch'essi si sono adeguati. Infatti, gli immigrati di seconda generazione hanno, in media, 1,9 figli per coppia. Un numero ben superiore rispetto agli italiani, ormai scesi a circa 1,3. Ma comunque in calo costante. E ormai al di sotto dell'equilibrio generazionale. Così invecchiamo, sempre di più. E diventiamo sempre più in-felici e scontenti, visto che è difficile essere ottimisti e soddisfatti quando si invecchia. E il futuro scivola dietro alle nostre spalle.

TABELLE - LE PAROLE DEL FUTURO

Aggiungiamo che i flussi migratori non ci vedono solo come un Paese di destinazione. Ma soprattutto di passaggio, visto che buona parte degli immigrati che giunge in Italia lo fa per andare altrove. In Germania e in Gran Bretagna, anzitutto. Peraltro, anche l'Italia è divenuta Paese di "emigrazione". Nell'ultimo periodo, infatti, sono espatriati, in media, oltre 100 mila italiani l'anno. Nel 2016: 106 mila. In maggioranza: giovani, fra 18 e 34 anni. Con titolo di studio e livelli professionali elevati. Se ne vanno dall'Italia perché qui non trovano sbocchi occupazionali adeguati.

Ormai, si tratta di una convinzione diffusa e consolidata: circa 6 persone su 10, infatti, pensano, realisticamente, che i figli - a differenza del passato - non riusciranno a riprodurre o, a maggior ragione, a migliorare la posizione sociale dei genitori. Mentre 2 italiani su 3 ritengono che, per fare carriera, i giovani se ne debbano andare altrove. E si comportano di conseguenza. Se ne vanno e non ritornano. Per questo, la rappresentazione del mondo delineata dai giovani appare sempre più ripiegata sul passato. Sempre meno aperta. Il linguaggio riflette e ripropone, in modo marcato, questa visione.

Lo conferma il sondaggio dell'Osservatorio di Demos-Coop, dedicato al Dizionario dei nostri tempi, condotto e presentato nei giorni scorsi su Repubblica.

Le parole dei giovani, infatti, si distinguono e si caratterizzano proprio per questo. Perché richiamano il passato più del futuro. I giovani: guardano indietro. Ancor più dei loro genitori. La parola "Speranza", nella popolazione, è proiettata nel "futuro", da quasi due persone su tre. Ma fra i giovanissimi (15-24 anni) la proporzione si riduce sensibilmente: 57%. E fra i giovani-adulti (25-34 anni) crolla al 41%. La nostra gioventù: ha poca speranza. Tanto più nella transizione verso l'età adulta. Più che in avanti, pare scivolare indietro. Verso il passato prossimo. Per questo i giovani non credono molto nella "ripresa". I giovani-adulti ancor di meno. Più che a "riprendere" pensano a "resistere". Perché sono disillusi. Secondo loro, il "merito" conta poco, nel lavoro. E, in generale, nella vita. Oggi. E tanto più domani. Per questo di fronte all'Italia appaiono disillusi. Anche se non delusi.
 
Il problema, per loro, non è la "democrazia". Soprattutto i giovanissimi: ci credono. Magari con un po' di distacco. Perché sono cresciuti nell'era dei "Social media". E per loro l'orizzonte è marcato dalla "democrazia digitale". Il problema, invece, è proprio il futuro. Che non riescono a disegnare, ma neppure a immaginare. La famiglia, l'istituzione che ha sempre fondato e radicato la nostra società, oggi non basta più. Non perché abbia perduto importanza e significato. Al contrario. È sempre il riferimento obbligato per gli italiani. Un marchio oltre che un centro del nostro sistema. Ma, appunto, non garantisce più sicurezza nel futuro. Fra i giovani: molto meno che per il resto degli italiani. È in grado di offrire protezione, ma non proiezione. Tutela, ma non spinta.
 
Nel complesso, come abbiamo già osservato, il maggior senso di disagio pervade i giovani-adulti, fra 25 e 34 anni. Non più giovani. Non ancora adulti. Questo passaggio fra diverse stagioni della vita ne condiziona il sentimento. Perché i giovani-adulti non dispongono degli stessi strumenti per comunicare con gli altri. Per informarsi e per informare. La loro confidenza con i Social media, con il digitale: appare molto più limitata rispetto ai "fratelli minori". Cresciuti fra smartphone e tablet. Abituati a twittare prima che a parlare. Anzi, prima "di" parlare. Così, i giovani-adulti non riescono a vedere la "democrazia digitale" come metodo di governo di domani. Anzi, anche per questo, non sembrano molto convinti del futuro della democrazia.
 
L'orizzonte dei giovani e dei giovanissimi, d'altra parte, è oscurato dalla minaccia del terrorismo. Percepita in misura molto maggiore rispetto al resto della popolazione. Così, molto più degli adulti e dagli anziani, i giovani sembrano attratti dalle figure che riflettono e interpretano le paure del nostro tempo. I Nuovi Capi, che evocano Nuovi Muri. Popolari e populisti. Anzi, popolari perché populisti. Per tutti: Donald Trump.

Il Presidente degli USA, discusso per lo stile e i contenuti del suo messaggio, prima ancora che per le sue scelte politiche. Ebbene, secondo un quarto degli italiani, Trump è destinato ad avere più importanza. Domani. Nel futuro. Ma fra i giovani e ancor più fra i giovanissimi questa misura cresce ancora. Di più. Fino al 36%. Questi giovani: sembrano in difficoltà a orientarsi. A spingersi, a proiettarsi e a progettarsi. In avanti. A uno sguardo d'insieme, magari affrettato: evocano l'idea di una generazione che ha perduto la speranza. E non riesce a trovare buone ragioni per credere nel futuro. Questa generazione. Evoca un'ombra che incombe su tutta la nostra società. Perché i giovani sono il nostro futuro. E se i giovani perdono la speranza come possiamo sperare nel futuro della nostra società? Come possiamo sperare nel futuro?
 
© Riproduzione riservata 17 luglio 2017

DA - http://www.repubblica.it/politica/2017/07/17/news/se_i_giovani_non_sperano_nel_paese_-170953045/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2
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« Risposta #512 il: Agosto 03, 2017, 05:53:25 »

Ora avanza il Partito impersonale: dai leader troppe delusioni
Le mappe. La personalizzazione iniziata con Berlusconi e proseguita con Renzi pare al capolinea. La sigla torna ad essere più importante. L'eccezione è Salvini

Di ILVO DIAMANTI
31 luglio 2017

STIAMO attraversando una fase politica di attesa. Perché nella prossima primavera si voterà. E non è chiaro chi vincerà. O meglio: se qualcuno vincerà. Ma soprattutto: se riuscirà davvero a governare. Da solo o in coalizione con altri. I motivi per dubitarne sono molti e fondati. Fra gli altri, ne cito uno, in particolare. Dopo la lunga era dei "partiti di massa", è finito il tempo della "democrazia del leader", come la definisce Mauro Calise (in un saggio pubblicato da Laterza). Senza che si riesca a capire verso dove siamo "in marcia". A partire dagli anni Novanta, infatti, i partiti si sono rapidamente "personalizzati", anche in Italia. Fino all'affermazione del "partito personale", imposto da Silvio Berlusconi, nel 1994. Forza Italia: il suo partito-azienda. Altri, con risorse ed esperienze diverse, comunque più limitate, ne hanno seguito l'esempio. Lo stesso Pd, sotto la guida di Matteo Renzi, è divenuto PdR. Il Partito di Renzi. Il Partito del Capo. Indifferibile dall'immagine e dalla figura del leader.

Un leader che ha portato a Palazzo Chigi e, prima ancora nel Pd, un "abito mentale da sindaco" (come ha scritto lo stesso Renzi su 'Avanti', l'auto-biografia politica, appena pubblicata da Feltrinelli). D'altra parte, la Lega, il partito che più degli altri riflette il modello tradizionale del "partito di massa", si è a sua volta personalizzato. È divenuta "Noi con Salvini". Meglio: il PdS. Il Partito di Salvini. Il quale ha archiviato i riferimenti originari. Per primo, il Capo storico: Umberto Bossi. Ma lo stesso "non-partito" per (auto)definizione, il M5s, resta impensabile senza Beppe Grillo. Il proprietario legale del marchio. Ma, soprattutto, il "centro di gravità permanente" di un universo (non) politico sparso. Sul territorio e nella rete. Ebbene, ho l'impressione che quel tempo, questo tempo, stia finendo.

Ne offre una rappresentazione efficace la "Mappa delle Parole" costruita attraverso un sondaggio di Demos-Coop realizzato e pubblicato su Repubblica nelle scorse settimane. Basta concentrarsi, al proposito, sullo spazio occupato dalle parole della politica. Isolato. Alla periferia del linguaggio pubblico. Rivolto verso il passato. Oscurato dalla delusione. Proprio lì si concentrano tutti i principali partiti e i loro leader. Con una chiara differenza rispetto al passato. I leader non sono più davanti e sopra ai partiti. Non ne costituiscono più la bandiera. Almeno, i porta-bandiera. Solo Salvini, negli ultimi anni, è risalito, rispetto alla Lega. E oggi la affianca, senza, però, sovrastarla. Diversamente dagli altri. Per primo, il Pd che appare ai cittadini (intervistati) maggiormente gradito - e proiettato nel futuro - del proprio leader, Matteo Renzi. Il quale, rispetto al passato recente, ha subìto un forte arretramento. Oggi è, infatti, scivolato sotto al Pd, nella percezione dei cittadini. Lo stesso discorso vale per Grillo, che si pone all'ombra del M5s (almeno nella raffigurazione sociale). Ma riguarda, soprattutto, Berlusconi. L'archetipo e inventore del "partito personale", anch'egli sopravanzato da FI.

GUARDA LE TABELLE

La tentazione, di fronte a questo mutamento di scenario, è di affermare che il tempo dei "capi" è finito. Ci troveremmo, invece, di fronte al declino dei leader (come ha sostenuto Giuseppe De Rita sul Corriere). E al parallelo ritorno dei partiti al loro posto "tradizionale", Così, il Pd avrebbe ri-preso il sopravvento sul PdR. Il M5s si sarebbe "normalizzato". Un partito come tutti. Mentre la Lega avrebbe riaffermato la propria identità di partito, oltre o almeno accanto a Salvini.

Questa idea appare confermata dai sondaggi d'opinione che registrano il calo - più o meno sensibile - o comunque lo "stallo" della popolarità dei principali "capi di partito". Renzi, Berlusconi e Di Maio (insieme a Grillo), in primo luogo. Mentre, non per caso, il leader attualmente - e largamente - più apprezzato fra tutti risulta Paolo Gentiloni. "Capo del governo", ma non "capo-partito". E, per stile di comunicazione e di azione, in fondo, neppure un Capo. Ciò costituisce un indizio interessante di quanto sta avvenendo. Più che a un "ritorno dei partiti", a mio avviso, assistiamo al declino del "Partito del Capo" (come lo ha definito Fabio Bordignon). Perché i Capi hanno deluso. La loro esuberanza, nella vita pubblica e sui media, ha suscitato stanchezza. Soprattutto di fronte all'aggravarsi dei problemi economici e sociali. Al diffondersi dell'insicurezza sociale e della sfiducia verso le istituzioni. Così Paolo Gentiloni è divenuto il personaggio pubblico più popolare. Perché non è "il" leader del Pd. Non ambisce a diventarlo (altrimenti Renzi...). Né a fondare, tantomeno a imporre, un nuovo partito personale. Il PdG. Ma agisce sottotraccia. Mentre gli altri leader interpretano, con enfasi, un partito che non c'è. Perché sul territorio e nella società i partiti non si vedono. Appaiono e si esprimono solo in tv. È il tempo dei "partiti impersonali", che confliggono e si dividono al loro interno. Soprattutto a centro-sinistra. Ma non solo. Perché non si vedono più grandi fratture ideologiche e di valore. Mentre le fratture "personali" - l'anti-berlusconismo prima e l'anti- renzismo poi - non riescono più a mobilitare i sentimenti. Né i risentimenti.

Il "partito impersonale", ormai, diventa visibile soprattutto nelle campagne elettorali. Quando deve, comunque, "personalizzarsi". Visto che in tv ci vanno le persone, in nome dei partiti. Non le segreterie e le burocrazie. Mentre sui social media è il leader, meglio, la persona, a twittare. A cinguettare con altre persone. Oppure a "esporsi" nella sua pagina FB.
Per questo è facile prevedere, presto e per alcuni mesi, un ritorno dei partiti e dei loro leader. Ma per la stessa ragione è lecito immaginare che sia difficile, su queste basi, costruire governi solidi. Di lunga durata. L'affermarsi di un partito im-personale e s-radicato disegna, infatti, un futuro politico senza volto. Uno spazio in-finito. Senza fini e senza confini da difendere. Ma così ogni alleanza e ogni coalizione risulta instabile. E la politica, per echeggiare Bauman, diventa "liquida".

 Riproduzione riservata 31 luglio 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/07/31/news/ora_avanza_il_partito_impersonale_dai_leader_troppe_delusioni-172011802/?ref=RHPPRB-BH-I0-C4-P3-S1.4-T1
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« Risposta #513 il: Settembre 08, 2017, 05:19:09 »

M5s cresce: è sopra il Pd. Gentiloni miglior leader.
E Salvini stacca Berlusconi M5s cresce: è sopra il Pd.

Il sondaggio. Rabbia e voglia di stabilità, lo strano mix pre-elezioni. Di Maio ha il trend più positivo. Si fanno largo i nomi di Bonino e del ministro Minniti

di ILVO DIAMANTI

08 settembre 2017

ORMAI SIAMO in campagna elettorale. Lo rivelano le tensioni “fra” partiti e coalizioni. Ma anche “dentro” alle coalizioni. D’altronde, mancano due mesi alle elezioni regionali in Sicilia. Ma poco più di un mese al referendum sull’autonomia nel Lombardo-Veneto. Il dibattito politico, dunque, si è fatto acceso. E alimenta l’incertezza, come emerge dal sondaggio condotto nei giorni scorsi per l’Atlante Politico di Demos. Pubblicato oggi su Repubblica. Due le principali indicazioni, in apparenza, contrastanti. Perché rivelano insofferenza e, al tempo stesso, domanda di stabilità. Politica.

Le tabelle

Da un lato, la crescita sensibile dei consensi del M5S e del suo attuale leader, Luigi Di Maio. Dunque, della principale opposizione. Dall’altro, la fiducia personale verso il premier, Paolo Gentiloni. Elevatissima - e in aumento. Ma analizziamo nel dettaglio queste tendenze.Sul piano degli orientamenti di voto, rispetto allo scorso giugno, si assiste a una maggiore concentrazione dei consensi intorno ai due principali partiti, PD e M5S. Entrambi si rafforzano, negli ultimi mesi. Soprattutto il M5S, che cresce di circa 2 punti. Oggi, con oltre il 28%, è il primo partito. Più di un punto sopra al PD di Matteo Renzi. Dietro, nel Centro-destra, non cambia molto. La Lega e i Fratelli d’Italia appaiono stabili. Fra 13 e 14%. Ma Forza Italia scivola di oltre un punto. Superata dalla Lega di Matteo Salvini. A sinistra del PD, di scissione in scissione, il panorama appare confuso. Frammentario. Articolo 1-MdP, guidato da Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, perde qualcosa. Ora è poco sotto il 4%. Il Campo Progressista di Giuliano Pisapia si attesta al 2%. Anch’esso in calo. Poco più su, al 2,5%, c’è Sinistra Italiana, insieme alle altre formazioni dell’area. A loro volta in de-crescita.Fra gli altri, al Centro, AP di Alfano si aggrappa, a fatica, al 2%.

Detto in altri termini: oggi ci troviamo di fronte a un “bipolarismo imperfetto”. Da un lato, il PD e le forze di Centro-sinistra, che, insieme, potrebbero raggiungere il 40%. Dall’altro, il M5S, che trae la propria forza dalle divisioni degli altri. E dalla frustrazione della società. Accentuata dall’insoddisfazione (anti)politica.Tuttavia, i due principali partiti di Centro-destra, Lega e FI, insieme ai Fd’I, supererebbero il 30%. Sarebbero, dunque, competitivi. Tuttavia, si tratta di una prospettiva complicata. Da dinamiche di leadership. Come segnala l’analisi di Biorcio e Bordignon. Anzitutto perché l’unico soggetto “consolidato” sulla scena politica italiana, oggi, non è un partito, neppure il PD. Né un leader di partito. Ma il premier, Paolo Gentiloni. In aumento costante di consensi “personali”, dal momento dell’investitura. Oggi, prossimo alla maggioranza assoluta (49%).

La fiducia nel suo governo appare più limitata, ma è, comunque, (poco) oltre il 40%. Superiore, anche se di poco, rispetto al momento dell’investitura, lo scorso dicembre. Questi dati riassumono l’orientamento “diviso” degli elettori. Insoddisfatti dell’andamento politico – ma anche economico e sociale – del Paese. E quindi sensibili alla critica, espressa ad alta voce, dal M5S. Eppure, al tempo stesso, in cerca di stabilità. Di rassicurazione. Sentimenti ben interpretati – e rappresentati – da Gentiloni. Un leader “impopulista” - come ho scritto altre volte - in tempi di “populismo” intenso e diffuso. Non per caso, nella graduatoria dei leader, dopo di lui, incontriamo Emma Bonino, una leader estranea alla “politique politicienne”. Mentre, a notevole distanza, per grado di fiducia (intorno al 35-37%), si collocano Giorgia Meloni, Matteo Salvini, e Luigi Di Maio (il leader maggiormente in crescita di consensi). Accanto a Matteo Renzi. In lieve ripresa. Tutti, in diversa - e più evidente - misura, “populisti”. Peraltro, ben più comunicativi e appariscenti di Gentiloni. Tutti gli altri leader politici dispongono di un credito più limitato. Pisapia vicino al 30%. Alfano: poco sopra il 20%. Speranza: poco sotto. Fra gli altri, però, si distingue il ministro Marco Minniti. Oggi sotto osservazione critica per l’azione di “contenimento” degli sbarchi. Definito, dai critici, lo “sceriffo”. Ma anche per questo apprezzato. A destra. E non solo.
 
Il premier, dunque, è molto “stimato” come uomo di governo, e, personalmente, come leader “politico”. Ma non altrettanto come possibile leader di “partito”, o meglio, di coalizione. L’unico possibile candidato premier, secondo gli elettori di Centro- sinistra, risulta, infatti, Matteo Renzi. Senza alternative. Senza discussione. Senza avversari. Mentre nel Centro-destra gli orientamenti sono più distinti e distanti. Silvio Berlusconi non è candidabile (lo ha rammentato nei giorni scorsi Giovanni Toti), ma appare l’unico in grado di raccogliere consensi trasversali fra gli elettori della coalizione (e anche oltre). Matteo Salvini, infatti, è sostenuto da oltre un terzo della base di Centro-destra, ma fatica ad attrarre consensi oltre i confini della Lega. Come, a maggior ragione, Giorgia Meloni all’esterno dei Fd’I.Luigi Di Maio, infine, appare saldamente in testa alle preferenze degli elettori del M5S. Fra i quali non ha avversari. D’altra parte, guida un non-partito fortemente centralizzato. La sua leadership è “data per scontata”.
 
Così, ci avviamo al voto di primavera, mentre la campagna elettorale è già iniziata, in un clima di incertezza. Perché è “incerta” la struttura dell’offerta politica. In altri termini: le coalizioni, le alleanze. E le leadership. Di partito. Ma, ancor più, i candidati di coalizione. E i programmi. A sinistra, meglio, a Centro-sinistra, incombe l’ombra delle “larghe intese”, che coinvolgerebbero anche Berlusconi. Per approvare quelle riforme istituzionali ancora ir-realizzate. Ma che hanno segnato la fine del governo Renzi. Berlusconi, dunque, costituisce ancora il riferimento obbligato della prossima fase politica del Paese. Con lui, tanto più senza di lui, sarà difficile procedere. Per il Centro- sinistra. E non solo, ovviamente.
Insomma, la Seconda Repubblica non è ancora finita

da repubblica
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« Risposta #514 il: Settembre 20, 2017, 10:37:53 »

La Lega oltre Bossi. E oltre la Padania
Le mappe.
Il nuovo programma del partito è: richiamo all'ordine. E Matteo Salvini vola nel consenso personale.
Ma appare difficile che il Carroccio senza il traino e la mediazione di Berlusconi possa candidarsi a guidare il Paese

Di ILVO DIAMANTI
18 settembre 2017

A Pontida, anche quest'anno si è celebrato il rito dell'identità leghista. Come avviene, ormai, dal 1990. Si tratta, infatti, di un appuntamento importante, per i militanti e gli elettori della Lega.

Ma non solo. Perché la Lega occupa un ruolo importante, nella politica italiana. Pontida costituisce, dunque, un'occasione utile per verificare le strategie di questo soggetto politico. Per molti anni ha sottolineato la natura movimentista e nordista della Lega. Raccolta e mobilitata, nel "sacro suolo", situato nelle valli bergamasche. Intorno al Capo. Interpretato, oggi, da Matteo Salvini. Che ha sancito, definitivamente, la rottura con il leader storico, Umberto Bossi. Il quale ieri, per la prima volta, a Pontida, non ha parlato. E ha commentato, acido, più che deluso: "È un segnale che devo andarmene via".
 
Bossi, d'altronde, era stato "allontanato" dalla Lega già da tempo. In fondo, Pontida, oggi, è un teatro situato "oltre" il territorio. "Oltre" la Padania. Un teatro dove recita un attore protagonista, un one man show, presente e visibile in molti e diversi media. Perché fa ascolti. Personalmente: ha un pubblico più ampio del partito. E ciò, in qualche misura, suscita qualche preoccupazione nel suo stesso partito. Fra gli stessi leader storici. Roberto Maroni, suo predecessore alla guida della Lega, ha criticato apertamente la decisione di "silenziare Bossi". Perché, ha scandito, "Pontida è Bossi". Ma, dietro alla dichiarazione di lealtà verso "il padre della patria padana", si coglie anche l'inquietudine nei confronti di un leader poco disposto ad ascoltare - e accettare - altri leader autorevoli, intorno a sé.

D'altronde oggi il programma, ribadito ieri da Salvini, indica orientamenti piuttosto chiari. Il richiamo all'ordine. Meglio: alle "forze dell'ordine". Alle quali ha promesso di dare "mano libera ". Quindi: l'abolizione dell'obbligo dei vaccini, ma anche della legge Fiano che punisce la propaganda del fascismo e del nazismo con immagini o contenuti di cui vieta produzione e vendita. Ancora, propone l'elezione popolare dei giudici. Infine, ma certo non per importanza: rivendica il contrasto all'immigrazione. All'invasione che minaccia la nostra società, la nostra vita, la nostra sicurezza. Si tratta di un discorso dai contenuti precisi. Anche sul piano simbolico e dei valori. Coerenti con l'azione e la comunicazione dei principali soggetti neopopulisti di destra, in Europa. D'altronde, non per caso, il modello - e interlocutore - politico privilegiato, di Salvini, è il Front National di Marine Le Pen. A sua volta, la leader verso la quale il "Capo" leghista dimostra maggiore confidenza. Puntualmente ricambiato. Per questo ho sostenuto, ormai da un paio d'anni, che la Lega Padana ha lasciato il posto alla "Lega Nazionale", un partito personale, più che personalizzato. Ben raffigurato dalla denominazione "Noi con Salvini", proposta nel Centro-Sud.

La Lega Nazionale di Salvini (LNdS), peraltro, oggi è stimata, dai sondaggi, intorno al 13-14%. Più o meno, come Forza Italia. Insieme a Fratelli d'Italia, di Giorgia Meloni, il Centro-destra supererebbe il 32%. Qualche punto sotto rispetto alle forze di Centro-sinistra. Che, tuttavia, hanno maggiori difficoltà e problemi crescenti a "coalizzarsi". Perché le tensioni e le divisioni, fra loro, sono molto più profonde. E meno superabili, anche in vista della competizione elettorale. Peraltro, Salvini, come abbiamo osservato, dispone di un livello di consenso personale elevato: 37% (Sondaggi Demos). Superiore a Renzi. E a Silvio Berlusconi. Matteo Salvini, secondo gli elettori di Centro-destra, costituisce, inoltre, il candidato premier migliore. Preferito allo stesso Berlusconi. Ulteriormente penalizzato perché, attualmente, non è candidabile, a causa della condanna definitiva (nel 2013) per frode fiscale. Tuttavia, Salvini fatica a intercettare consensi politici "personali" oltre i confini della Lega. La stessa Lega fatica a sfondare oltre i territori tradizionali. Oggi, infatti, appare forte e radicata nel Nord Ovest e ancor più nel Nord Est. Si è consolidata anche nelle regioni - un tempo "rosse" - dell'Italia centrale. Ma è ancora "straniera" (per quanto meno di un tempo) nel Sud e nelle Isole.

Il problema principale della Lega (e della LNdS), però, è che, senza il traino e la mediazione di Berlusconi, la sua candidatura alla guida del Paese, apertamente annunciata a Pontida, appare improponibile. Non ha possibilità di realizzarsi. Per la posizione anti-europea, ma soprattutto: anti-Euro. E perché non è in grado di "saldare" il Centro-destra. In quanto è troppo spostata a Destra. Silvio Berlusconi stesso, nella Convention azzurra, che si è svolta (anch'essa) ieri a Fiuggi, ha rammentato, in modo inequivocabile, che: "il Centro-destra l'abbiamo fatto noi e abbiam sempre avuto il leader per realizzare il programma. Siamo noi che abbiamo portato al governo forze che erano sempre state escluse ". Non per caso, l'interlocutore privilegiato della LNdS, fra i leader di Forza Italia, oggi è Giovanni Toti. Eletto governatore della Liguria. Insieme alla Lega ha "vinto tutto quel che c'era da vincere ". Come ha scandito ieri, a Pontida. Emozionato, perché (parole sue) è "il primo non-della- Lega a parlare da questo palco". Toti, per Salvini, è un interlocutore affidabile (e affezionato a Pontida, dove era già venuto, pur senza parlare). Con il quale è più facile negoziare.

A Pontida, dunque, è partita la campagna elettorale della Lega. In vista del voto politico del prossimo anno. Ma anche - e anzitutto - in vista dei referendum per l'autonomia del Veneto e della Lombardia. In caso di successo, la LNdS (la Lega Nazionale di Salvini) rafforzerebbe la propria immagine personale e politica. Ma, forse, indebolirebbe la nuova identità territoriale. Nazionale. Perché rischierebbe di riprodurre la tradizionale immagine. Nordista, se non (solo) Padana. Salvini-Zaia-Maroni-Toti, insieme, interpreterebbero "la marcia su Roma" del Lombardo- Veneto. Con la mediazione della Liguria.

© Riproduzione riservata 18 settembre 2017

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