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Autore Discussione: Massimo GRAMELLINI.  (Letto 112733 volte)
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« inserito:: Febbraio 13, 2008, 07:09:17 pm »

13/2/2008 (7:12) - IL PERSONAGGIO

Silvio 2, da venditore a padre della patria

«Io Superman per i miei nipoti, ma con gli italiani è un’altra cosa»

MASSIMO GRAMELLINI


Nel cuore della notte italiana, l'uomo che vendeva miracoli se ne sta seduto con imbarazzo dietro la scrivania di ciliegio che Vespa ha estratto dal reliquiario Rai. La stessa su cui venne stipulato il famoso contratto del 2001. Milioni di anni fa. Il colpo d'occhio è notevole: lo studio, il conduttore, il doppiopetto presidenziale, il colore dei capelli (ma non il numero, centuplicato), la cravatta blu a pallini bianchi, tutto come una volta.
Tutto tranne lui.

Posso tornare al mio posto, chiede a Vespa, alzandosi dalla scrivania. Il suo posto non é più lì. L’uomo che vendeva miracoli ha cambiato merce, forse lavoro. E ha scelto la prima sortita televisiva della campagna elettorale per inscenare l’unico spettacolo a cui non ci aveva ancora abituati: la sua metamorfosi da outsider aggressivo a vecchio saggio della politica italiana. Da salvatore della Patria a presunto padre della medesima. E’ come se l’omino invadente che per tanti anni si era infilato in casa nostra per venderci il suo aspirapolvere, descrivendolo come l’ottava meraviglia del mondo, adesso si accontentasse di bussare discretamente, raccontandoci che sì, il suo funziona un po’ meglio di quello degli altri, ma che non dobbiamo caricarlo di troppe aspettative né farci troppe illusioni: la casa resterà sporca comunque, perché nessun aspirapolvere può togliere lo smog dalle pareti e i peli del gatto dagli angoli.

La metamorfosi di Berlusconi comincia quando ammette di essere Superman solo per i suoi nipotini. Solleticato nell’ego dal comunista-milanista Sansonetti, che gli riconosce virtù taumaturgiche unicamente nel calcio, si allarga a elencare i propri meriti nell’edilizia, nell’editoria e nella tv. Ma arrivato alla politica ha il pudore di fermarsi. Di ammettere i suoi limiti. Dice che di fronte allo sconquasso mondiale in atto, con il petrolio alle stelle e il lavoro che emigra in Oriente, nessun governo, nemmeno il suo, potrà ridare la prosperità agli italiani in tempi brevi. Che certo, solo lui potrà togliere i rifiuti dai marciapiedi di Napoli. Ma che nessun governo, nemmeno il suo, potrà farlo tutto in una volta. E quando Vespa cerca di sfruttare la suggestione della scrivania per strapparli un impegno mirabolante e solenne, Berlusconi non va oltre la promessa di quel che non farà: l’aumento delle tasse.
Ed è cosa diversa da dire: meno tasse per tutti.

Nel nuovo patto che gli piacerebbe sottoscrivere con gli italiani non c’è più spazio per i sogni caramellati della pubblicità. Ridurre il costo dello Stato, certo, ma un po’ alla volta e grazie all’esperienza acquisita. Abbassare le imposte sugli straordinari e gli incentivi aziendali per premiare gli sgobboni. E aumentare lo stipendio ai lavoratori dipendenti, che ne hanno bisogno più degli autonomi: detto dal santo patrono delle partite Iva, equivale a un’autentica controrivoluzione. Nel nuovo patto che gli piacerebbe sottoscrivere con gli italiani non c’è più spazio per i sogni caramellati della pubblicità. Ridurre il costo dello Stato, certo, ma un po’ alla volta e grazie all’esperienza acquisita. Abbassare le imposte sugli straordinari e gli incentivi aziendali per premiare gli sgobboni. E aumentare lo stipendio ai lavoratori dipendenti, che ne hanno bisogno più degli autonomi: detto dal santo patrono delle partite Iva, equivale a un’autentica controrivoluzione.

Con un transfert che affascinerà gli psicologi, Berlusconi trasforma Veltroni in uno specchio che riflette il suo passato. E’ il se stesso di un tempo che critica, quando dice che il rivale ha bisogno di fare discorsi onirici per nascondere il vuoto di proposte concrete e che la sinistra fa promesse impossibili da mantenere. Mentre lui, Silvio, l’uomo dei sogni e della crociata anticomunista, assicura cinque anni di governo pragmatico e senza ideologie. Si fa forza di ciò che aveva sempre irriso: la sua esperienza di politico, maturata nei cinque anni trascorsi a Palazzo Chigi, che gli permetterà di ridurre al minimo la percentuale di errori. Se Walter gioca a fare Obama, Berlusconi si sente Hillary: l’usato sicuro.

Qualcuno penserà che stia recitando l’immagine dello statista moderato e responsabile alla Kohl. Ma vera o falsa che sia, è comunque la rappresentazione di sé che ha deciso di dare in questa campagna. Ed è una mossa sorprendente e imprevedibile, tanto che qualcuno la addebiterà a uno sbalzo di umore o di pressione. Ai nostalgici del cumenda brianzolo, non resta che aggrapparsi agli squarci del berlusconismo d’antan. Quando rintuzza le profferte di Rambo Stallone, che lo vorrebbe presidente degli Stati Uniti, dicendo che gli costa già abbastanza fatica occuparsi dello 0,6% delle terre emerse (chi, se non lui, poteva definire l’Italia così?). Quando nomina Zaccagnini e invece intendeva Martinazzoli, tanto tutti e due erano democristiani tristi e pieni di zeta. Quando parla della madre chiamandola la mia mammina. Quando sostiene che il calo dei consumi dipende dalla lotta all’evasione fiscale, che avrebbe messo paura agli italiani, togliendo loro la voglia di spendere. Quando racconta per la terza volta in una settimana la storiella del ristoratore italoamericano di New York che per colpa dei servizi televisivi sulla spazzatura di Napoli è costretto a mostrare le sue cucine ai clienti.

Ma la Metamorfosi prevale. Il Berlusconi demagogo mai avrebbe detto che la colpa dei partitini è degli italiani che li votano. E mai avrebbe attaccato frontalmente le minoranze che bloccano le maggioranze, come nel caso dei termovalorizzatori e della Tav. Se si aggiunge che ha parlato male dei magistrati una volta sola, in un inciso, che ha fatto gli auguri a Veltroni e i complimenti a Bertinotti, e che ha inneggiato alla libertà di stampa, definendo inevitabili e legittime le critiche che verranno fatte al suo governo, perché la situazione economica è quella che è. Ecco, se uno mette in fila tutte queste suggestioni, diventa naturale immaginare che Berlusconi si sia ricordato della profezia di Montanelli sugli italiani che, dopo averlo provato una volta, si sarebbero vaccinati e non l’avrebbero votato più. Vaccinati contro il vecchio Silvio. Perciò lui si è fatto nuovo. Silvio 2, come Rambo, ma senza vendetta.

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« Ultima modifica: Novembre 14, 2008, 10:37:54 pm da Admin » Registrato
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« Risposta #1 inserito:: Marzo 05, 2008, 10:21:21 am »

5/3/2008
 
Terrone di Padania
 
 
Nel commentare la sconvolgente notizia che non tutti i candidati del centrosinistra in Lombardia sono nati in Lombardia (pare che uno risieda a Parma Sud, pur avendo la nonna a Busto Arsizio) il senatore Calderoli della corrente illuminata della Lega ha dichiarato che il partito democratico non è «la forza dei meridionali, sostenuti dal Mpa di Lombardo, ma la forza dei terùn, ovvero di quelli che si fanno mantenere dagli altri a Roma». Si tratta di una rottura con il passato, quando per la Lega tutte le popolazioni situate al di là del confine morale di Abbiategrasso erano una massa indistinta di parassiti dediti a procreare figli dalla carnagione olivastra e ad appendere agli e caciotte sui davanzali. Con il coraggio dei visionari, il Calderoli si libera dello stereotipo. Continua, è vero, a situare Roma nel Corno d’Africa. Però ammette che persino fra i terùn esistano degli esseri umani e li promuove al rango di «meridionali». Elettori del partito autonomista di Lombardo. Il quale è siculo, ma un siculo alleato di Calderoli, che in un afflato di bontà deve avergli cambiato il cognome (quello originale era Montalbano-Sono) come si faceva con gli schiavi nelle piantagioni di cotone.

La storica svolta ci costringe a rivedere la logora definizione di terùn: è ancora tale solo il meridionale che non lavora. Resta da trovare un nome per il suo omologo del Nord: il settentrionale che non ha mai combinato un tubo in vita sua, se si esclude una legge elettorale scriteriata e uno spogliarello di canottiere maomettane in tv. Che ne dite di «calderulùn»?

Massimo Gramellini
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« Risposta #2 inserito:: Novembre 06, 2008, 11:52:32 am »

6/11/2008
 
Nato negli Anni Sessanta
 
MASSIMO GRAMELLINI 

 
«Ma ti rendi conto di cosa significa per il mondo?», diceva ieri mattina mia moglie, vedendo un presidente nero sorridere in tv. «Quell’uomo ha la tua età». Altro che il colore della pelle. È questa la vera rivoluzione. Alla Casa Bianca arriva un giovane nato sull’uscio degli Anni Sessanta. Dico giovane, perché ci chiamano così da quando lo eravamo davvero e dopo non hanno smesso più. È come sui tram: chi è seduto non scende, chi sta dietro non spinge (o non riesce a salire) e allora noi rimaniamo lì, in piedi, con un’aria svagata da puer aeternus e la paura che una frenata troppo brusca ci faccia cadere giù. La Meno Peggio Gioventù.

Ah, ma adesso il tram lo guida uno di noi. Vedrete di che pasta siamo fatti. Non troppo frolla, anche se all’esterno sembriamo morbidi. Amiamo il rock, i Blues Brothers, le Donne Roccia (di solito le sposiamo per proteggerle dai nostri cambi d’umore), il pesce crudo, le energie rinnovabili, i verbi coniugati al futuro, il talento individuale, l’anarchia e il romanzo «Moby Dick»: facciamo un tifo sfrenato per la balena. Non amiamo il country, gli Inti Illimani, le Donne Iceberg (ma ce ne innamoriamo platonicamente per puro diletto cerebrale), la carne cotta, il petrolio, le polemiche fresche fresche su Resistenza e Vietnam, le cordate gregarie dei sessantottini alla Clinton e il loro inarrivabile cinismo, che li rende così poco credibili quando provano a dire «Yes, we can». Se non vi spiace, quello lo diciamo noi, che non saremo buoni ma almeno abbastanza decenti da poterci ancora concedere il lusso di sognare.
 
da lastampa.it
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« Risposta #3 inserito:: Novembre 14, 2008, 10:37:17 pm »

14/11/2008
 
Tra un padre e una figlia
 
 
 
 
 
Prima di parlare di giudici arroganti e omicidio di Stato, come hanno fatto nelle ultime ore politici e preti, vale la pena ricordare che il «caso Eluana» non è una disputa astratta che percorre i cieli stellati della metafisica, ma la storia vera di una persona e della sua famiglia. Prima di affermare con tanta sicurezza cosa è giusto e cosa è sbagliato per tutti, cosa obbedisce alle leggi di natura e cosa no, bisognerebbe fare lo sforzo di immaginarsi nei panni di un gruppo di umani che certi problemi teorici si è trovato a viverli sulla propria pelle.

Eluana Englaro aveva vent’anni quando un incidente d’auto al ritorno da una festa la ridusse in coma vegetativo. Era il 18 gennaio del 1992. Il signor Beppino, che certa pubblicistica ha fatto passare per un padre sbrigativo e degenere, cominciò a fare la spola fra gli ospedali.

Andava alla ricerca di un medico che gli dicesse quel che nessun medico, in coscienza, avrebbe mai potuto dirgli: che per sua figlia esisteva una speranza microscopica di ritornare in vita. Ogni volta che usciva da un responso funesto, il signor Beppino non si arrendeva. Si limitava ad abbassare le aspettative. Se all’inizio cullava ancora il sogno di riabbracciare una Eluana saltellante, col passare dei mesi sarebbe stato disposto ad accontentarsi di vederle muovere un braccio, un mignolo, un ciglio di quell’occhio raggrumato nella fissità che spiava dal bordo di un lettino, in una clinica di Lecco, per ore intere. Gli sarebbe bastato sentire la voce di sua figlia dire parole anche prive di senso, anche con un timbro diverso da quello che lui ricordava nel cuore, purché quei suoni uscissero dal petto di Eluana e la riconnettessero in qualche modo alla vita.

Non mollò facilmente la presa, Beppino. Per cinque anni combatté la sua battaglia disperata a favore della sopravvivenza, sebbene gli affiorasse di continuo alla mente la reazione di sua figlia quando si parlava di coma: se succedesse a me, promettimi che staccherai la spina. Ma il giorno in cui accettò la sconfitta, si buttò con la stessa pulsione in un’altra battaglia non meno disperata: quella volta a regalare a Eluana il finale di partita che lei avrebbe voluto. Degno di un essere umano.

Credo che questa pulsione abbia un nome preciso: amore. Non egoismo, non disinteresse, non voglia sbrigativa di liberarsi di un peso, non senso di onnipotenza, non paura. Amore. La capacità di assumersi una responsabilità terribile fino in fondo, in nome e per conto di chi quella responsabilità non era più in condizione di esercitarla e che, ironia della sorte, sopravviveva solo grazie a quella tecnologia che proprio i teorici della vita-a-ogni-costo considerano spesso la nemica della morale.

La nuova battaglia del signor Englaro è durata fino a ieri sera. In assenza di una legge in materia, di sua figlia hanno parlato tutti, dai preti ai politici, dai medici ai giornalisti. Ma l’ultima parola, come è giusto che sia in uno Stato di diritto che confina col Vaticano ma non ne fa più parte da oltre un secolo, è toccata alla magistratura suprema: la Corte di Cassazione. Li hanno chiamati giudici arroganti, perché si sono «arrogati» una decisione sul destino di Eluana. Ma come dovremmo chiamare le istituzioni lombarde che non intendono eseguire nelle loro strutture sanitarie una sentenza della Repubblica italiana? E i politici che, agitando lo spettro di un’eutanasia generalizzata, ritardano da anni una legge sul testamento biologico che consenta almeno a chi si trova nelle condizioni di Eluana - nessuna possibilità di miglioramento, volontà manifesta del paziente - di disporre liberamente del proprio destino?

 
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« Risposta #4 inserito:: Dicembre 03, 2008, 12:12:11 pm »

Massimo Gramellini
 
3/12/2008
 
Ilaria Party
 
 
Fu nella drammatica notte del 2 dicembre 2008 che il consiglio di amministrazione di Sky prese l’unica decisione in grado di garantirgli la sopravvivenza: fondare un partito politico. Ilaria Party, dal nome dell’on. D’Amico, candidata al ministero della Difesa e Contropiede. «L’Italia è il Paese che amo», disse il presidente Murdoch doppiato dal telecronista Caressa, ispirandosi a un format di successo degli Anni 90 di cui aveva comprato i diritti.

Il programma fu redatto da una squadra di esperti guidata da Vialli e Topolino (in quota Disney Channel): 1. lotta all’ultima parabola contro il regime berluscomunista; 2. più partite di calcio e film a luci rosse per tutti, anche gratis e a mezzogiorno; 3. inaugurazione dell’Albinoleffe Channel (per sottrarre voti alla Lega); 4. riduzione dell’Iva sulla pay-tv allo 0,1%, pagabile in comode rate quarantennali. Un documento riservato suggeriva di concentrare gli sforzi soprattutto sul punto numero 4.

Essendo le frequenze di destra tutte occupate, l’Ilaria Party decise di schierarsi a sinistra, dove il segnale era debole, praticamente assente. Ottenne il sì di Rifondazione in cambio di un canale dedicato alle interviste di Gianni Minà, mentre per convincere Veltroni bastò garantirgli le repliche di “Giovanna, la nonna del corsaro nero” su Sky Classic. L’unico a tenere duro fu D’Alema: «Lo dissi nell’autunno del 1993 e lo ripeto oggi: in Italia non può succedere che il padrone di una tv riesca a fondare un partito».


NOTA. Tranne l’ultima frase, il testo è frutto della fantasia dell’autore.
 
 
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« Risposta #5 inserito:: Marzo 06, 2009, 05:25:07 pm »

6/3/2009
 
I tulipani dei ponti di Torino

 
MASSIMO GRAMELLINI
 
Appassito per mancanza di risorse, il Comune di Torino ha deciso di togliere gli addobbi floreali dai ponti della città. Insieme con le luci colorate che di notte ne illuminano (illuminavano?) gli angoli più suggestivi, i tulipani affacciati sul Po hanno contribuito a trasformare l’ex capitale dei visi grigi in un luogo di eleganti godurie. Col taglio di tulipani, viole e petunie si risparmieranno 250 mila euro, l’equivalente di cinque messe in piega dell’attrice Jennifer Aniston (notizia agra di ieri). Ma si ricomincerà a spennellare tristezza sul panorama, con effetti deprimenti per la psiche collettiva e per lo status di attrazione turistica conquistato di recente.

Questa crisi rischia davvero di abbruttirci. Ci abbruttisce nelle scelte collettive, dominate dalla retorica di chi si oppone all’abrogazione degli enti inutili e continua a sprecare denaro pubblico in convegni allucinanti e consulenze lobbistiche, ma in compenso cerca di far passare per superfluo il bello che invece superfluo non è mai, perché essendo bello riempie le anime, le quali non sono certo meno importanti delle pance.

Ma questa crisi ci abbruttisce anche nelle scelte individuali. Ha ragione Carlin Petrini quando sostiene che si può mangiare sano, e bene, con pochi soldi. Ma per farlo bisogna poter far la spesa nei posti giusti e cucinare con calma.

Bisogna cioè avere a disposizione qualcosa che nella nostra società declinante scarseggia quanto il denaro: il tempo.

Ben venga un ridimensionamento della quantità dei consumi. Ma per evitare che a rimetterci sia la qualità, e che l’impoverimento delle nostre tasche si traduca in un impoverimento delle nostre vite, diventa indispensabile mettere un freno alla deriva, aggrapparsi a un simbolo e combattere per esso. I tulipani dei ponti di Torino possono diventare quel simbolo. Non ce li lasceremo portare via.

Ci chiedevamo dov’era il futuro? Eccolo. Il futuro sono cittadini disposti, come in America, a pagare una sovrattassa per affiancare le istituzioni nella gestione di certi servizi graditi alla comunità: in fondo una fioriera costa solo 70 euro l’anno e ci sono ancora persone che possono concedersi il lusso di adottarne una. Ma il futuro sono anche istituzioni più dignitose, capaci di rinunciare ai cenoni nelle ville di proprietà pubblica per finanziare iniziative che servano a ingentilire l’esistenza di tutti.

da lastampa.it
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« Risposta #6 inserito:: Marzo 26, 2009, 10:27:53 am »

26/3/2009
 
I nuovi capri espiatori
 
Massimo Gramellini
 
Il primo effetto della crisi sull’umore e sull’ordine pubblico è che l’ira popolare sta cambiando bersaglio: dai politici ai manager, dalla Casta alla Borsa, dalle monetine contro i segretari di partito ai sassi contro il capufficio francese della Sony. Ieri, sempre in Francia, il direttore di una multinazionale è stato sequestrato nel suo ufficio dai sindacalisti degli operai licenziati. E in Gran Bretagna un gruppo di vandali ha devastato la casa dell’amministratore delegato che aveva messo sul lastrico la Royal Bank of Scotland e i suoi correntisti. Il nome di battaglia scelto dagli incursori è già tutto un programma: «Bank bosses are criminals», i banchieri sono criminali.

L’immagine degli «uomini del fare» era passata indenne attraverso gli scandali degli Anni Novanta, che l’opinione pubblica aveva addebitato ovunque ai politici: a chi le bustarelle le prendeva, più che a chi le dava. Ma il crollo di Wall Street ha ribaltato i ruoli, con la politica che cerca, o almeno fa finta, di contrapporsi all’avidità dei finanzieri senza scrupoli.

Il risultato è che i bersagli da odiare non sono più i burocrati di partito, e neppure gli imprenditori di beni e servizi concreti. Sono gli alchimisti del denaro, incapaci di costruire un bottone.

E così staccati dalla realtà circostante che in piena recessione utilizzano i fondi di salvataggio dello Stato per continuare ad auto-assegnarsi prebende da favola.

La svolta ha un nome e un cognome: Barack Obama. È lui, primo politico dopo decenni a essere trattato come una rockstar, che addita alla platea mondiale i nuovi capri espiatori.

Lo speculatore Madoff ne incarna l’esemplare perfetto. Non ha fatto i soldi con le cose ma con i soldi, per lo più millantati. Deve la sua fortuna a scatole illusorie, a gigantesche cambiali elettroniche. Ma qui scatta la differenza fra le due sponde dell’oceano. Negli Usa la giustizia si mette subito in azione e con una condanna esemplare offre lo scalpo di Madoff alla furia dei truffati. L’imputato, a sua volta, chiede scusa alle vittime, completando un copione di pentimento e redenzione tipicamente americano.

Invece in Europa la scena è molto più confusa, le dimissioni rare, i processi lenti, le condanne impalpabili. E la rabbia, non incanalata nei riti della gogna collettiva, tende a crescere, fino a sfociare in atti inaccettabili di sopraffazione. La deriva è appena cominciata. Perciò va segnalata subito: non per aizzare i bassi istinti, ma per riportarli nell’alveo della ragione. Questo compito, nei sistemi civili, spetta alla politica e alla giustizia.

È sempre il loro sonno che genera i mostri della violenza.

In tempi di crisi, più che mai.

 
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« Risposta #7 inserito:: Aprile 09, 2009, 11:11:04 am »

9/4/2009
 
Il Premier giacca e maglione
 
 Massimo Gramellini 
 
 
Ci voleva un incubo per realizzare il sogno degli elettori di Berlusconi. Vederlo fare finalmente il Berlusconi. Assieme alle case dell’Aquila, il terremoto si è portato via il Palazzo della politica che lo teneva imprigionato da quindici anni, con qualche breve intervallo ludico nei summit internazionali. Per la prima volta lo abbiamo visto all’opera non come politico né come imprenditore, ma come imprenditore dotato di potere politico. Il capufficio dell’azienda Italia.
Un presidente del Consiglio, sì, ma d’amministrazione. Forse il mestiere che gli riesce meglio. Di sicuro quello che gli piace di più.

Abbandonato il doppiopetto dei traffici romani che tanto lo annoiano, ha rispolverato il maglione della libertà, gli ha arrotolato le maniche e sopra ci ha messo il timbro istituzionale di una giacchetta. E così, maglione più giacchetta, il presidente-imprenditore è sceso in campo. Il suo campo, quello del «fare», dove può esprimere la personalità debordante senza i vincoli delle procedure formali. Come ai tempi eroici della tv, quando spostava personalmente le telecamere negli studi, ha fatto del centro devastato dell’Aquila il suo posto di lavoro quotidiano.

Per tre giorni ha ispezionato luoghi, preso decisioni e dato ordini a persone che non erano lì per vanificarli o sottoporli agli estenuanti riti della democrazia, ma per eseguirli celermente. Ha stretto mani e consolato telespettatrici ideali del Tg4, indossando il casco da Mazinga dei vigili del fuoco. Ha sciorinato numeri, la sua ossessione - 2962 tende, 24 cucine da campo, 14 ambulatori operativi - e dispensato consigli terra-terra che mai erano fioriti sulla bocca di un premier: spedite soldi e non viveri, quelli piuttosto vendeteli e mandateci il ricavato.

L’emergenza lo ha rivitalizzato con la furia di mille lifting, spingendolo a gesti innovativi - ha dato disposizioni ai ministri in diretta tv durante «Porta a Porta» - e ad altri imprevedibili: ha tenuto le sue conferenze stampa in una caserma della Guardia di Finanza, uno di quei luoghi davanti ai quali, un tempo, sarebbe passato facendosi il segno della croce.

Ci eravamo dunque sbagliati sul suo conto, quando profetizzavamo che il capofila dei berluscottimisti non potesse sopravvivere al declino del capitalismo arrembante e fosse la persona meno adatta a governare la tristezza. Per qualche strana alchimia che si identifica con l’arci-italianità della sua natura, nei momenti difficili l’uomo della cuccagna riesce a riproporsi come uomo della provvidenza. Gigione con Obama, ma efficiente fra le macerie, in un alternarsi di barzellette e di decreti, di sorrisoni e di decisioni. Però sempre spiazzante rispetto alle regole del cerimoniale e alle profezie dei suoi detrattori.

La sua diversità, che a volte fa piacere e altre fa paura, procede di pari passo con la sua imprevedibilità. Il tedesco Schroeder aveva ribaltato l’esito di un’elezione presentandosi in stivaloni fra gli alluvionati dell’Elba, come l’indimenticabile vicesindaco Carpanini nella Torino allagata dalla Dora. Ma da noi nessun leader politico nazionale si era mai sognato di affrontare una catastrofe con questo piglio, conquistando da subito il centro della scena con una presenza fisica che indicava la volontà di agire e di metterci, è il caso di dirlo, la faccia. Quella faccia da generale insonne che la televisione ha proiettato in tutti i tinelli del Paese e che è diventata la faccia di uno Stato che non pontifica da lontano, ma in maglione arrotolato e giacchetta si presenta su un territorio distrutto per stare accanto ai cittadini che soffrono.

Una esibizione del genere azzera tutte le altre e fa risaltare ancora una volta le difficoltà dell’opposizione nell’adattarsi a un «format» che non le è proprio: il giorno della tragedia Franceschini non è andato in Abruzzo ma in Parlamento, altrimenti tutti avremmo scritto che aveva voluto copiare il rivale. Così in Abruzzo è andato ieri e non se n’è accorto nessuno.

Se fosse un elemento, Berlusconi sarebbe l’acqua che allaga ogni spazio dove non è in funzione una diga. Il terremoto d’Abruzzo ha rotto la diga. Adesso vedremo chi riuscirà a riportare il premier dentro gli antichi argini. Magari la Lega. Di certo non i suoi elettori, che da qualche giorno sono probabilmente un po’ di più.
 
da lastampa.it
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« Risposta #8 inserito:: Agosto 12, 2009, 03:17:03 pm »

12/8/2009
 
No Certosa, no party
 
Una notizia leggera ma buona, per ricominciare. Il settanta per cento degli italiani vorrebbe trascorrere il Ferragosto a Villa Certosa con il padrone di casa, i suoi cari e le sue care. «Accetterebbe l’invito senza esitazioni», recita testualmente il sondaggio di «Novella 2000». Qual è la buona notizia? Beh, che un trenta per cento di italiani non accetterebbe l’invito. O avrebbe almeno un’esitazione prima di tuffarsi sotto la doccia con Topolanek.

Immaginavo fossero molti, ma molti di meno. Colpa dei pregiudizi che mi portano spesso a sottovalutare le risorse morali di questo straordinario Paese. Trenta per cento. Per inciso, più di quelli che votano Pd. Se ne deduce che il Pd non riesce a raggiungere nemmeno tutti gli allergici al Certosismo: figuriamoci gli altri.

Poiché ho deciso di seguire il consiglio del settanta per cento dei lettori, non parlando più di B, e di seguire il consiglio dello stesso B, non parlando più di tutto ciò che rattrista le masse e intralcia la loro propensione al consumo, non mi resta che baloccarmi con quel numero gravido di ottimismo.

Trenta per cento. Augurandomi che venga presto ottenuto in altre classifiche. Trenta per cento di italiani che non evadono il fisco. Trenta per cento di italiani che leggono libri. Trenta per cento di italiani che si risvegliano dal torpore e pensano, ridono, piangono e si appassionano con la propria pancia e la propria testa.

Mi accontenterei anche del venti, dài.

 
da lastampa.it
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« Risposta #9 inserito:: Settembre 22, 2009, 11:12:38 am »

22/9/2009 - ADDIO AGLI EROI. IL RITO COLLETTIVO


Il lutto scorrevole

Massimo Gramellini

   
La rappresentazione del dolore più intenso ha mostrato due Italie diverse: quella ufficiale ha riempito le chiese, l'altra era distratta dalla sua quotidianità
Gli anziani ricordano che durante i funerali del Grande Torino l'Italia intera si arrese al dolore. Saracinesche abbassate e lutto al braccio, da Bolzano a Palermo. Un senso di sgomento collettivo, immortalato in pagine stupende da Indro Montanelli, che raccontò una partita di calcio giocata in piazza San Marco dai ragazzini veneziani: si passavano il pallone evocando i nomi dei caduti. Il lutto allora era il Lutto.

Scavava nelle persone e restava aggrappato per sempre ai fili della memoria. Ma ancora negli anni Settanta la morte di un Papa o una strage terrorista provocavano le stesse reazioni solenni. La tv di Stato dettava la linea, abolendo di colpo i programmi di svago per trasmettere musica classica, mentre le sale da ballo spegnevano le luci e il silenzio regnava assoluto nelle piazze e dentro gli stadi. Era tale la convinzione che il lutto dovesse avere quel genere di struttura tragica che il giorno in cui a Dallas venne assassinato Kennedy i giornali italiani si rifiutarono di pubblicare gli articoli dei loro inviati, che testimoniavano invece il disinteresse dell’America profonda per lo storico evento, surclassato dal campionato di baseball.

Poi il lutto ha incominciato a cambiare anche qui. È successo quando le immagini hanno preso il posto delle parole e le emozioni quello dei sentimenti. Le immagini e le emozioni sono potenti, ma brevi e superficiali. Come certi temporali estivi che sconquassano il suolo ed evaporano in fretta, senza penetrare in profondità e lasciando la terra più arida e assetata di prima. Nessun evento recente, a parte le Due Torri, è apparso abbastanza memorabile da coinvolgere intensamente una comunità intera. Nessun evento, nemmeno la morte di sei soldati a Kabul. La rappresentazione del dolore che è andata in scena ieri ci ha mostrato due Italie. Quella ufficiale, raccolta lungo il corteo delle bare, nella basilica di san Paolo e nelle tante chiese italiane, come la Gran Madre di Torino, che alla stessa ora si sono riempite di militari. E l’Italia dei telespettatori, la nostra Italia, che ha continuato a lavorare e vivere come sempre. Dove le uniche serrande abbassate erano quelle dei negozi chiusi per turno e molte scuole non avevano neppure la bandiera a mezz’asta. Tutti abbiamo dato un’occhiata ai telegiornali, alla ricerca di un pretesto per commuoverci, purché fosse un pretesto in grado di farci sentire meno bellicosi e più buoni. Lo abbiamo trovato in due bambini. Uno di due anni, l’innocenza assoluta, che indica la bara del papà quasi fosse un gioco. E l’altro di sette, l’infanzia resa adulta dal dolore, che corre sotto l’altare della chiesa per accarezzare il legno che racchiude le spoglie di suo padre. Ci siamo commossi, innaffiando il fazzoletto come il nostro premier in prima fila: stavolta ci ha rappresentati proprio tutti. Abbiamo pianto, ci siamo soffiati il naso. Poi abbiamo chiesto in cucina cosa c’era per secondo. È normale, funziona così ed è persino sciocco scandalizzarsi di questa incapacità cronica di stare dentro le situazioni per più di un attimo. La stessa incapacità che portava la conduttrice di un telegiornale a decantare con occhio umido gli eroi di Kabul e, girato il foglietto, ad assumere un'espressione da maliarda per svelarci l’ultimo gossip post mortem su Lady Diana e l'ex presidente Valéry Giscard d’Estaing.

Il simbolo plastico del cambiamento rimane l’uso dell’applauso. Fu inventato per sottolineare un'approvazione, mentre oggi si direbbe che la sua funzione principale consista nel coprire i baratri aperti dal silenzio, questa brutta bestia che ci induce a pensare, quindi fa paura e va rimossa come la morte. Le persone che fuori dalla basilica applaudivano le bare erano convinte in buona fede di esprimere solidarietà. In realtà stavano scacciando il dolore che passava dinanzi ai loro occhi, temendone il contagio. Ci avete fatto caso che i familiari delle vittime, gli unici a soffrire davvero, non applaudono mai?

Eppure sarebbe stucchevole rimpiangere il bel lutto che fu. Ogni epoca ha le sue rappresentazioni. La nostra ha espulso il sacro e con esso i riti comunitari che gli davano un’aura di credibilità. Si pattina leggeri sulla superficie, affastellando emozioni e mescolando ricordi: fra sei mesi non sapremo più se la tragedia di Kabul è accaduta prima o dopo quella di Nassiriya. D’altronde tutti si rammentano in modo vivido il Vietnam, pure chi non c’era, mentre delle due guerre irachene resta una macedonia di sensazioni in qualche angolo della testa. Proviamo di tutto, ma dimentichiamo anche tutto.

Persino la nostra bandiera. Per onorare i caduti, il Pd del Lazio ha stampato un manifesto nero con striscia rossa, bianca e verde: i colori dell’Ungheria.

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« Risposta #10 inserito:: Ottobre 03, 2009, 11:13:53 am »

3/10/2009

Proibire moltiplica
   
MASSIMO GRAMELLINI


Una storia di sesso & potere, sepolta da tempo sotto cumuli di battutine e sbadigli, è riuscita a radunare davanti al focolare televisivo oltre 7 milioni di italiani.

Strapazzando colossi come don Matteo e il dottor House. Certo, la trasmissione era ben costruita e ben condotta, e anche la voce del centrodestra ha avuto modo di farsi sentire con vigore (l’interrogatorio di Belpietro alla D'Addario - teso a dimostrare che la signora è a libro paga degli accusatori del premier - aveva l’incisività di un episodio di Perry Mason).

Certo, l’argomento era pruriginoso e si sa come siamo noi telespettatori: schizofrenici. Con una mano scriviamo ai giornali che sarebbe ora di occuparsi di cose serie e con l’altra digitiamo sul telecomando alla ricerca di un’inchiesta sotto le lenzuola che appaghi la nostra sete di morbosità e funga da pretesto per indignarci di nuovo. Certo, la corte del Capo, servile al pari di tutte le corti, con le sue minacce spuntate di censura ha lanciato il programma come il migliore degli uffici stampa, creando un’attesa che ha reso ancora più peccaminosa, e quindi irresistibile, la tentazione di sbirciare Annozero.

Sta di fatto che un terzo del pubblico televisivo si è bevuto lo show di Santoro dall’inizio alla fine. E un terzo di quel terzo, oltre due milioni di persone evidentemente non paghe, si è poi trasferito con Belpietro nel salotto di Bruno Vespa dedicato ai commenti del post-partita. Così, dopo aver taciuto sull’argomento per mesi, la Rai ha parlato della D’Addario dalle nove di sera fino all’una e mezzo di notte, e sui due canali «berlusconiani» per giunta, mentre la terza rete «comunista» trasmetteva un film di evasione. Il mondo alla rovescia, come mille altre volte in questo strano Paese. Ma se tutto questo è potuto succedere, è perché ancora una volta i cortigiani del potente di turno (e il potente medesimo, obnubilato dalla sua stessa potenza) hanno sottovalutato una legge infallibile della storia: il proibizionismo non paga, anzi, moltiplica gli effetti di ciò che si vuol proibire.

Che tu nasconda whisky o notizie scomode, alla fine otterrai l’unico risultato di veder ricomparire quei «mostri», ingigantiti dalle aspettative e dal fascino del peccato. Nel frullatore nevrotico dell’informazione moderna, dove persino Obama dopo meno di un anno è già venuto a noia, aver negato per tutta l’estate l’esistenza televisiva della D’Addario ha realizzato la bella impresa di consegnarla intatta alla curiosità morbosa dell’autunno. E meno male che i berluscones erano dei maghi nella comunicazione…

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« Risposta #11 inserito:: Ottobre 08, 2009, 11:45:53 am »

8/10/2009

Le disgrazie sono di sinistra

Massimo Gramellini.

   
Dopo il proclama del Capo, il quadro è finalmente chiaro. I magistrati sono di sinistra, e questo già si sapeva. La tv pubblica, eccetto Topo Gigio, è di sinistra. Il 72% dei giornali è di sinistra (non il 71 e nemmeno il 73: il 72, l’ha detto Lui). La Corte Costituzionale è di sinistra, il Quirinale è di sinistra, gli arbitri in genere sono di sinistra, e anche i vigili che danno le multe sono di sinistra, i professori che rifilano 4 a mio figlio sono di sinistra, il vicino di casa che appesta il pianerottolo con la sua frittura è di sinistra, la signora che mi ha scippato il parcheggio è di sinistra, come la Regina di Biancaneve, Veronica Lario e la Costituzione: tutte di sinistra.

La sveglia alle sette è di sinistra, la barba da radere è di sinistra, il caffè amaro è di sinistra, i calzini bucati e gli ingorghi al semaforo sono di sinistra, il capufficio odioso è di sinistra, la moglie che mi ricorda le commissioni da fare è di estrema sinistra. Il Superenalotto è di sinistra, altrimenti vincerei. Gli stranieri, i comici, i miliardari e i gatti neri sono di sinistra. Le escort sono di sinistra, ma solo quelle che chiacchierano, naturalmente. Cavour era di sinistra, come Montanelli e Barbarossa, del resto. Fini è di sinistra e pure le previsioni del tempo, se segnalano pioggia. Persino io, quando non digerisco la peperonata, divento di sinistra.

Da noi l’unica disgrazia che non sia di sinistra è la sinistra.

P.S. Viva l’Italia, viva Berlusconi! (anche questo l’ha detto Lui).

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« Risposta #12 inserito:: Ottobre 25, 2009, 04:11:40 pm »

24/10/2009

Allons enfants de la Patrie
   
Massimo Gramellini

Riemergo carico di ottimismo dalla pagina di «Le Monde» dedicata alle reazioni dei lettori al caso Due Sarkozy. Il figlio del Presidente, studente universitario poco più che ventenne, era stato inopinatamente candidato alla guida di un’importante società statale, ma la sollevazione dell’opinione pubblica, capeggiata dagli stessi elettori di Sarkò, ha bloccato il sopruso sul nascere. Nonostante il signor Carlabruni, con uno di quei sofismi in cui eccellono i politici, avesse cercato di ribaltare il senso degli eventi, considerando un’ingiustizia non che il suo pargolo ottenesse una carica per la quale non aveva né titoli né competenze, ma che non potesse concorrervi perché figlio del Capo dello Stato.

La Francia profonda conserva una pancia monarchica ed egualitaria. Ama eleggere un re, ma poi vigila sui suoi comportamenti, fino a ergersi a contrappeso dell’autorità suprema, quando essa tende a ricostituire quell’Ancien Régime di privilegi, nepotismi, caste e prebende che i francesi si scrollano continuamente di dosso da oltre duecento anni. Ci sono riusciti anche stavolta. E in coda a una settimana italiana che alimenta la tentazione di lasciar perdere, tanto tutti i politici rubano, tutti fanno sesso spericolato, tutti raccomandano tutti e nessuno ha il senso dell’istituzione che rappresenta, i lettori di «Le Monde» spediscono un messaggio di speranza. Indignarsi contro il Potere serve ancora. Perché, scrive uno di loro, «essere eletti dal popolo non dà dei diritti, ma dei doveri».

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« Risposta #13 inserito:: Ottobre 28, 2009, 05:07:47 pm »

28/10/2009

Senza sapere

Massimo Gramellini
   
Se più niente ha il potere di stupirvi, ascoltate questa conversazione carpita dall’emittente Reggio Tv il giorno dei funerali delle vittime di Messina. C’è il governatore siciliano Lombardo che si lamenta con alcuni amici per aver firmato un decreto che consente a un consigliere comunale di costruirsi una casa in riva al torrente (quindi lievemente abusiva). «Capite? Chissà quanti ne firmo senza sapere, perché c’ho tanto di carte».

Per certi versi sarebbe stato meglio che avesse agito in malafede. Mi sarei sentito un po’ più sicuro, un po’ meno affidato al caso. Quel che invece apprendiamo dalla viva voce di Lombardo è che siamo nelle mani di una banda di politici superficiali e stressati che non hanno alcuna consapevolezza dei loro atti. Non hanno consapevolezza di quel che dicono e che di solito è pensato e scritto da altri. Non hanno consapevolezza delle mani che stringono, perché vengono portati in giro come madonne pellegrine e indotti a dar retta a persone di cui ignorano la storia e la fedina penale. E non hanno consapevolezza dei documenti che firmano, spesso a tarda sera, nei ritagli di tempo fra il collegamento tv e la dichiarazione ai giornali: il loro vero lavoro. E’ chiaro che gente così dovrebbe almeno circondarsi di collaboratori preparati e integerrimi.

Invece a prosperare in quella palude sono spesso i più servili, gli eterni portaborse. E così, dopo aver passato una vita a reclamare che fossero pulite, ci accorgiamo quanto sia importante che le mani della politica siano anzitutto attente, concentrate.

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« Risposta #14 inserito:: Ottobre 29, 2009, 10:27:52 am »

29/10/2009


Un po' di ipocrisia

di Massimo Gramellini

Montanelli raccontava che suo nonno, marito e padre esemplare, una volta al mese prendeva il calesse per andare alla «fiera di Lucca». Tutto il parentado, moglie compresa, sapeva che a Lucca il nonno si recava a trovare l’amante. Ma le regole della società borghese obbligavano il fedifrago a mettere una distanza anche fisica fra il tempio della rispettabilità e il luogo del peccato. Oggi un simile scenario sarebbe doppiamente impensabile. Intanto perché la moglie lo farebbe nero, oppure si farebbe un amante a Lucca pure lei. E poi l’amante fisso, e di sesso completamente diverso dal proprio, sta diventando una banalità. Chiunque si aggiri per i palazzi romani, battuti in questi giorni da un forte vento di pettegolezzi ormonali, viene relazionato su ogni genere di intrecci plausibili: il ministro e il ragazzino, l’onorevole e il viado, il presidente e la escort. Ormai il fotografo che sorprendesse un uomo politico a letto con una donna si rifiuterebbe di sprecare il rullino.

Certo, quel che stupisce nel comportamento dei nostri notabili smutandati è la totale mancanza di precauzioni. Ricevere prostitute in casa o adescare trans per la strada con l’auto di servizio tradisce un senso strafottente di onnipotenza, ma anche un’ingenuità venata d’autolesionismo: alla lunga, ma anche alla breve, come puoi pensare di farla franca? Avendone i mezzi, e loro li hanno, non farebbero meglio a prendere il calesse, cioè un aereo, e andare alla «fiera di Lucca», mettendo qualche migliaio di chilometri fra i propri vizi e gli sguardi di chi è interessato a scoprirli?


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