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Autore Topic: SINISTRA DEMOCRATICA 2 (del dopo elezioni).  (Letto 19254 volte)
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« Risposta #45 il: Luglio 28, 2008, 11:31:27 »

28/7/2008
 
Generazione perduta
 
 
 
 
 
ANTONIO SCURATI
 
Non bisogna fidarsi di nessuno che abbia più di trent’anni». Di fronte allo spettacolo senile e crepuscolare offerto dal congresso del Prc, verrebbe voglia di appropriarsi del motto dei rivoluzionari cubani che abbatterono Batista. Ma ce ne manca il fegato, e l’ardore. Primo perché i rivoluzionari in teoria dovrebbero essere loro, questi anziani signori sconfitti, litigiosi e spenti, secondo perché anche noi giovani scontenti, a furia di sperare nel rinnovamento della sinistra, abbiamo valicato da tempo la dorsale dei trent’anni. Il balletto di mozioni congressuali plurime, di odi di fazione, di scambi di voti a scrutinio segreto, di imboscate fratricide andato in scena a Chianciano ha la cadenza mesta di una danza macabra.

L’ostinata renitenza dei cosiddetti leader della sinistra che fu comunista a ogni ipotesi di ricambio generazionale è l’acuto finale del cupio dissolvi. In un clima di drammatico rischio d’estinzione di una gloriosa tradizione, emerge la figura di un leader di «nuova generazione», Nichi Vendola, che per caratteristiche personali e per storia politica potrebbe guidare la riscossa: un uomo del Sud che, pur del tutto anticonvenzionale, ha coraggiosamente strappato alla destra un suo feudo elettorale grazie all’entusiasmo popolare. Uno che odora di vittoria. I suoi compagni di partito che fanno? Fanno di tutto per affossarlo, a costo di gettare terra sulla propria sepoltura. Qui non si tratta di biasimare gli «stanchi riti della vecchia politica». Ad avvilirci è la loro monotonia ossessiva. Quegli anziani signori a congresso sembrano appassionarsi solo ai riti funebri; paiono aver dimenticato ogni gusto per quelli battesimali o propiziatori.

È lo sconforto di una generazione questo che ci prende. Una generazione perduta alla politica. Se per politica s’intende la possibilità individuale di agire nell’orizzonte grande della storia collettiva. Prima, negli Anni 70, un’infanzia funestata dalle foto segnaletiche dei terroristi di sinistra trasmesse dai tg. Poi, negli Anni 80, un’adolescenza «rieducata» dall’ideologia iperconsumistica delle tv commerciali. Questa l’educazione politica toccata alla generazione dei nati alla fine degli Anni 60, la mia generazione. Arrivati alla soglia dei vent’anni, incontrammo la fine di un’epoca iperpoliticizzata e iperideologica. Anche quelli che, per inclinazione caratteriale o provenienza familiare, si sarebbero sentiti vicini alla storia della sinistra, e dunque alla passione politica vissuta come impegno in prima persona, si affacciarono alla vita adulta con l’atteggiamento disincantato e sfiduciato dell’orfano. Il crollo del Muro di Berlino ci colse a gozzovigliare davanti alla tv, con un bianchino in mano e il sarcasmo obbligatorio in bocca. Nemmeno fosse una serata del Festival di Sanremo. Io, cresciuto a Venezia, di quella notte ricordo solo la battuta di un mio amico che sembrava nato già mezzo ubriaco. Abbandonò per un attimo la ciacola con le ragazze, gettò uno sguardo divertito al televisore e commentò: «Varda quel mona col picón».

Se rievoco quest’episodio apparentemente incongruo, è perché quella notte finì un’epoca della politica ma per la mia generazione non n’è mai iniziata un’altra. Non a sinistra, quantomeno. Siamo entrati nella vita adulta con la sensazione che nell’arena politica non ci fosse niente per noi e niente di noi: nessuno spazio, nessun riconoscimento, nessun nostro leader, nessun nostro progetto, nessun godimento. Quella sensazione ci accompagna ancora mentre ci avviamo ai quarant’anni. Si è corroborata fino a diventare abitudine e vi hanno contribuito tanto la tracotante volontà di potere della nuova destra quanto il decadente cupio dissolvi della vecchia sinistra.

Ci abbiamo fatto quasi il callo oramai. Siamo a un passo dal cinismo, l’ultima spiaggia della rassegnazione. Anche di fronte allo spettacolo di questi distruttori mascherati da rifondatori, sarei tentato di dire, come quel mio amico di tanti anni fa: «Varda quel mona col picón».
 
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« Risposta #46 il: Luglio 28, 2008, 11:32:18 »

28/7/2008
 
Piccolo mondo antico
 
 
RICCARDO BARENGHI
 
La storia non finisce mai, ma a volte mette la retromarcia. Una retromarcia così vistosa, così rapida, così spericolata che l’automobile potrebbe anche sbattere irrimediabilmente contro un muro. Questo rischia di accadere a Rifondazione comunista, vista la conclusione del congresso di Chianciano. Oppure, già che siamo in clima comunista (molto comunista), possiamo anche parafrasare Lenin e dire che il partito che fino a ieri è stato di Bertinotti, e che da oggi è di Paolo Ferrero, fa un passo indietro per farne altri due indietro.

La sconfitta di Nichi Vendola, che pure aveva ottenuto la maggioranza relativa ma non quella assoluta necessaria per diventare segretario, è una sconfitta che significa la cancellazione di tutto quello che è stato - nel bene e nel male - il partito guidato da Bertinotti. Con le sue svolte culturali e politiche, la rottura con la tradizione comunista più ortodossa, la scelta della non violenza, i rinculi movimentisti e a volte estremisti, ma anche la decisione di allearsi con il centrosinistra per tentare addirittura l’avventura del governo (avventura però fallita). Una sconfitta che cancella anche qualsiasi ipotesi di alleanze future, dal Pd a quel che resta della sinistra radicale (tranne forse con i comunisti duri e puri di Diliberto). Niente di tutto questo, la Rifondazione di Ferrero sarà un partito autarchico, molto identitario (dove l’identità sta nell’essere comunisti, che poi nessuno è ancora riuscito a spiegare che diavolo significhi nel terzo millennio), che non guarda la sfera della politica ma passa oltre per immergersi nel «bagno purificatore» del sociale e magari del giustizialismo di Di Pietro, che con la tradizione rifondarola non c’entra nulla «ma che almeno fa opposizione». Un partito che riscopre antiche parole d’ordine, slogan e inni che solo a sentirli non fanno venire nostalgia di un passato remoto ma glorioso, semmai provocano la sensazione sgradevole di non sapere più dove si sta, in che mondo si vive, in quale periodo storico. E soprattutto per fare che (ancora Lenin), con chi, quando, come...

Un tuffo all’indietro, insomma, a occhi chiusi e senza neanche sapere se sotto c’è un po’ d’acqua. Non indirizzato verso la tradizione comunista italiana, insomma il Pci, ma molto più modestamente ai quei gruppi extraparlamentari degli anni Settanta (e pure a quelli meno innovativi) che se non funzionarono allora, figuriamoci oggi. Mettendo oltretutto insieme pezzi sparsi che non c’entrano nulla l’uno con l’altro, vecchi militanti di Democrazia proletaria (appunto Ferrero e Russo Spena) con uomini nati e cresciuti nel Pci e poi nella Rifondazione cossuttiana (Grassi e Burgio), improbabili trotzkisti e comunisti anti-imperialisti, qualche scampolo stalinista. Una maggioranza fatta ad hoc, costruita artificialmente per battere Vendola, Giordano, Bertinotti.

I quali escono da questo congresso non solo sconfitti ma anche increduli, come se avessero scoperto solo oggi che genere di partito è il loro (o forse era, chissà quanto resisteranno lì dentro). E qui una qualche responsabilità dell’ex leader e di tutti quelli che per quattordici anni hanno gestito Rifondazione non manca, anzi. Cosa facevano, dove guardavano, chi pensavano di rappresentare mentre il loro partito gli si trasformava sotto gli occhi, cambiando così radicalmente natura? Un accenno di autocritica (altro concetto caro al comunismo storico) sarebbe stato gradito. Purtroppo non c’è stato.
 
da lastampa.it
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« Risposta #47 il: Luglio 29, 2008, 06:47:26 »

Fava: «Bandiera Rossa? È come fare la guardia al proprio museo»

Eduardo Di Blasi



Il Congresso di Rifondazione, spiega il portavoce di Sd Claudio Fava, ha fatto chiarezza.

Non tanto per la vittoria di Paolo Ferrero quanto perché, dall’altro lato «prende ancora più forza e più urgenza la necessità di organizzare a sinistra un incontro tra storie, culture, sensibilità, linguaggi, che hanno scelto la sinistra non come museo ma come luogo di trasformazione del presente, laboratorio politico». Parla alla minoranza di Nichi Vendola, ma non solo. «Bandiera Rossa non è una scelta politica, è una fuga dalla politica. Da questa parte può e deve esserci l’idea di un sinistra che riorganizza profondamente sè stessa».

I congressi di luglio hanno visto tutti i partiti stringersi attorno alla propria idea forza...
«L’idea forza di un partito è tale quando produce anche effetti sul piano elettorale. Con il voto di aprile gli elettori ci dicono che non si sentono rappresentati da partiti ridotti a segmenti brevi, minuti, autoreferenziali, e che vogliono una sinistra che sia capace di rappresentarli spostando in avanti il ragionamento sulle identità. Credo che il congresso di Rifondazione, in questo senso, aiuti ad una maggiore verità nel dibattito politico. Tra chi sceglie Bandiera Rossa e chi sceglie di riorganizzare la sinistra in un campo molto più vasto e inclusivo».

Il tempo che avete a disposizione non sembra molto.
«O questo progetto parte subito, o questo laboratorio comincia a riempirsi di contenuti, oppure ricadiamo nel politicismo, nel tatticismo, nell’analisi delle convenienze. Noi siamo stati seppelliti dalle nostre contabilità elettorali e dai nostri tatticismi. E dovremo sentire un po’ più il cuore della nostra comunità che ci dice “mai più ciascuno a guardia del proprio museo”. Tutto questo va fatto subito».

Un’occasione?
«Io penso all’Abruzzo come un primo appuntamento non solo elettorale ma anche politico. La giunta in Abruzzo è scivolata rumorosamente sulla sovrapposizione tra ceto politico e potere locale. Su un tema tragico e fondamentale come la Sanità, che da diritto pubblico diventa profitto privato, è scivolata manifestando l’assoluta assenza di un’etica civile nella politica. E quindi non si tratta solo di scegliere il primo appuntamento elettorale».

Il problema abruzzese tiene dentro anche il timore di riconsegnare la Regione al centrodestra. Di Pietro è intenzionato ad andare da solo...
«Nessuno può stare in campo da solo. A meno che non scelga di stare in campo soltanto per vanità personale. Il centrosinistra può riorganizzarsi in Abruzzo, ma deve riorganizzarsi a partire da un azzeramento di tutte le gerarchie pregresse. Il centrosinistra in Abruzzo, più che altrove, non può avere padroni di casa e ospiti. Questo vale per il Pd come per Di Pietro».

Uno dei temi della sinistra che ha vinto il congresso del Prc è quello di spostare il “conflitto”...
«Il limite di questo gruppo dirigente del Prc è che assume il conflitto come parola onnivora, singolare, capace di rinchiudere dentro di sè una realtà sempre più complessa. Noi parliamo di “conflitti”. Questo è un tempo in cui la politica si deve fare carico di questa complessità e deve assumersi la rappresentanza di tutti i conflitti, non solo del conflitto più ortodosso, più tradizionale, che è il conflitto di classe. Questa è una lettura semplicistica, consolatoria, ma inadeguata a leggere il Paese reale».

L’obiettivo di Sd era quello di tenere insieme la Sinistra, a distanza di un anno e più dall’ultimo congresso dei Ds a che punto è la notte?
«Il punto più cupo è stato il 14 aprile. Da quel voto abbiamo ricevuto una lezione che ci chiede di riorganizzare la sinistra su di un piano di verità, di innovazione, di critica del presente e del passato, di capacità di rischio, di fantasia politica, di inclusività. Alla fine di quest’anno possiamo dire che sappiamo cosa non dobbiamo fare».

Pubblicato il: 29.07.08
Modificato il: 29.07.08 alle ore 8.17   
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« Risposta #48 il: Luglio 30, 2008, 09:14:30 »

POLITICA

Cosa sta prendendo forma nella galassia del radicalismo italiano

Una formazione sotto la falce e al martello. Un'altra progressista, riformista e verde

La sinistra dopo il congresso Prc

Tra il Pd e la "dacia" di Diliberto

Il sondaggio di Repubblica.it: per la maggioranza dei lettori a sinistra del Pd c'è spazione per un solo partito

di CLAUDIA FUSANI

 

ROMA - Che ne sarà adesso dei quattro partiti che avevano dato vita al progetto, fallito, dell'Arcobaleno? Il mese dei congressi di Sinistra democratica, Comunisti italiani, Verdi e - più di tutti - Rifondazione, doveva dare risposte e indicazioni. Delle prime non si vede traccia. Le seconde abbondano. E la fotografia che abbiamo sotto gli occhi resta ancora molto sfuocata anche se definita da confini abbastanza certi.

Il sondaggio. L'umore dei lettori è misurato da un sondaggio di Repubblica. it (a cui è ancora possibile rispondere) lanciato dieci giorni fa. Un quesito e cinque opzioni di risposte: "E' il mese dei congressi delle forze politiche che facevano capo alla Sinistra Arcobaleno. Secondo voi, a sinistra del Pd: 1) C'è spazio per una sola forza politica; 2) c'è spazio per un partito di sinistra e per uno ambientalista; 3)non c'è spazio per altri partiti; 4) possono esistere solo i movimenti; 5) non so". La maggior parte dei lettori (50% su 33 mila risposte) dice che c'è spazio per una sola forza politica. A ruota (23%) si affaccia l'idea di un partito di sinistra e di uno ambientalista. Il 14% è convinto che, a sinistra del Pd, ci possano essere solo i movimenti; l'11 per cento che non c'è spazio per altri partiti.

La nebulosa. Il sondaggio, che non ha alcuna pretesa di scientificità, va verso la semplificazione del quadro politico. L'opposto di quella che è la situazione nella sinistra radicale dopo un mese di congressi e scelte di linee politiche. Più simile a una nebulosa che a una costellazione. Un quadro che gli stessi segretari appena eletti, confermati o sconfitti, preferiscono maneggiare con cura. Ma che devono affrontare il prima possibile

La nebulosa, quindi. E' dominata da due poli "attrattivi" , uno più spostato verso il centro - il Pd - e uno più verso l'estrema sinistra, la sinistra radicale dove - semplificando - domina la falce e il martello. E' più semplice partire da qui, dai pugni chiusi, da Bandiera Rossa e da quello che è stato definito "armamentario da vecchio museo".

La dacia di Diliberto. Qui, in qualche modo, il padrone di casa sembra essere Oliviero Diliberto, appena riconfermato segretario dei Comunisti italiani, la scelta del ritorno al "centralismo democratico", cioè divieto di ogni corrente. Il sogno di Diliberto è: "Comunisti uniamoci", romanticamente, sotto la stessa dacia. Il professore non ha commentato più di tanto la vittoria di Ferrero e della prospettiva comunista. "Sono certo - ha detto al neoeletto segretario di Rifondazione - che da oggi possa iniziare un percorso comune, un periodo di fattiva collaborazione fra i due partiti". C'è, ad esempio, la manifestazione contro il governo sui temi sociali prevista per l'autunno sia dal congresso del Pdci che da quello di Rifondazione. I punti di unione tra Diliberto e la Rifondazione di Ferrero-Grassi-Pegolo e Giannini sono anche molti altri: il comunismo, la lotta di classe, i simboli, il no ad ogni ipotesi di riedizione dell'Arcobaleno, e più di tutto il no ad ogni accordo col Pd. Insomma, forte identità, quasi settarismo, molto a sinistra e molto dal basso, molto di lotta e mai più di governo. Opposizione a vita e mani libere.
 
Uno scenario che, aggiustato e meglio definito, potrebbe allettare altri transfughi di Rifondazione come il Partito comunista dei lavoratori (Pcl) di Marco Ferrando e la Sinistra critica di Cannavò, Malabarba e Flavia D'Angeli. Quattro sigle che messe insieme sotto lo stesso simbolo possono pensare di raggiungere il 4-5 per cento.

La costituente di Sd - Più deluso di tutti per come sono andate le cose a Chianciano, oltre lo sconfitto Nichi Vendola, è il coordinatore di Sinistra democratica Claudio Fava. Il partito era nato nell'aprile 2007 dopo l'ultimo congresso del Pd e in polemica con l'idea stessa di Pd. Il disastro elettorale ha disperso le già poche truppe. Fava ha rilanciato, all'inizio di luglio, con l'idea della Costituente di sinistra che sarà in dialogo dialettico e continuo, sulla base di punti di programma certi e definiti, con il Pd di Veltroni. Il primo appuntamento è il 20 settembre. Ferrero è stato chiaro: mai col Pd. Diliberto ha in testa la dacia dei comunisti. I Verdi sono un po' in mezzo al guado. Con chi fare allora la Costituente? "Il progetto va avanti" spiega oggi Fava in un'intervista all'Unità "e deve partire subito o è già finito. Gli elettori ci dicono mai più ciascuno a guardia del proprio museo e ci chiedono di riorganizzare la sinistra in un campo molto più vasto e inclusivo. Invece, cantare Bandiera Rossa è come fare la guardia al proprio museo".

Il dilemma verde. La spaccatura di Rifondazione riflette, con le dovute differenze, la divisione nei Verdi. Grazia Francescato è stata eletta portavoce dieci giorni fa, in continuità con la gestione Pecoraio Scanio e con forti differenze rispetto alle corrente di Marco Boato, l'ex deputato che al congresso ha strappato un buon successo personale. Francescato ha commentato a caldo chiudendo a Ferrero e aprendo allo sconfitto, per otto voti, Nichi Vendola. "Auguri a Ferrero - ha detto- ma ora Vendola ha le mani libere per costruire il futuro di una sinistra fuori dagli schemi e all'altezza delle sfide del prossimo millennio, cosa che se fosse diventato segretario con una maggioranza risicata, non gli sarebbe stata permessa". Messaggio chiaro: insieme per una costituente di sinistra. Ma come la mette con l'anima più radicale che l'ha votata, Paolo Cento, De Petris, Bonelli? In quanto a mani libere, nei Verdi le ha forse di più Marco Boato che il 26 ottobre lancia nelle elezioni in Trentino il simbolo del Sole che ride con la dicitura "Verdi e democratici nel Trentino" e dove in lista, tutta di indipendenti, ci sarà Lucia Coppola, ex capogruppo di Rifondazione. L'ex deputato dice "no ad ogni riedizione mascherata di Arcobaleno". "Diliberto e la Rifondazione di Ferrero sono scelte identitarie che difendono spazi da riserva indiana" aggiunge. Fatta questa premessa, quale futuro per i Verdi? "E' presto per parlare di modalità di confronto ed eventuali alleanze. I Verdi che ho in mente li immagino comunque con un proprio simbolo e disponibili ad alleanze col centrosinistra, con una vocazione alla cultura di governo anche se sono all'opposizione e fuori dal Parlamento".

Il boccino in mano a Vendola. Che farà il governatore della Puglia? Esce e porta fuori Rifondazione 2? Oppure resta e fa opposizione dall'interno? La domanda deve fare i conti con due scadenze elettorali molto importanti: il voto anticipato in Abruzzo travolto dallo scandalo sanità e dove Rifondazione è in giunta e le Europee. La linea ufficiale è restare. Ma l'area "Rifondazione per la sinistra", i vendoliani, si riunisce oggi a Roma per la prima volta e a settembre avranno anche un loro organo di informazione. Ma se Vendola esce e allea con sé Sd, parte dei socialisti, parte dei Verdi, creando quel partito di sinistra indicato dal sondaggio, porta via voti al Pd e non certo alla sinistra della falce e del martello. Se Vendola resta può invece prendere tempo, che non guasta, e attendere qualche fibrillazione interna. C'è più di un mese di tempo per riflettere. Anche per il Pd che se non trova spazi e alleanze a sinistra deve per forza guardare al centro.

(29 luglio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #49 il: Luglio 31, 2008, 03:07:26 »

Politica
 
Luxuria: il congresso? Un brutto «compagnicidio».


Simone Collini


«Una brutta lotta compagnicida». A Vladimir Luxuria non ha fatto una bella impressione il congresso di Rifondazione comunista. «Ero presente quando, dopo il discorso di Ferrero, una parte della platea ha intonato Bandiera rossa, come per far passare l’idea che c’è chi difende il comunismo e chi invece vuole annacquarlo». A Chianciano è andata come osservatrice esterna, visto che la tessera del Prc non l’ha mai presa: «La mia non è una storia di militanza nel partito. La candidatura è stata frutto della decisione di aprire a personalità esterne. Io mi considero un’espressione del movimento lesbo gay trans, e ho continuato a mantenere questa mia autonomia». Però dice: «Le storie dei partiti vanno calate nel contemporaneo, le ideologie non vanno viste come rifugio ma bisogna essere pronti alle contaminazioni, a mettersi in discussione. Le identità forti sono quelle capaci di avere dei dubbi, di assorbire i cambiamenti che avvengono nella società e anche di dialogare con i movimenti che lottano per la libertà».

Sperava in un esito diverso?

«Ho sperato fino alla fine che si evitasse la spaccatura. Alla fine a decidere è stata una manciata di voti. Per me non ha né vinto Ferrero né perso Vendola. Ha perso tutto un partito, che ha fatto quanto di peggio potesse fare dopo una batosta elettorale: una lotta compagnicida. E agli altri non va meglio. Mi sembra siamo in pieno divide et impera, stiamo attraversando davvero un deserto: il Prc con questo congresso di spaccatura, i Verdi con i fischi, il Pdci con una parte dei delegati che non è rimasta fino alla votazione finale. Per non parlare di come si stanno muovendo Pd e Di Pietro. Ci sarebbe da resettare tutto, per sperare di poter davvero riconsegnare l’Italia a un centrosinistra».

Come si può rilanciare la sinistra, secondo lei?

«Sicuramente non con un dialogo privilegiato tra comunisti, tenendo fuori le altre forze politiche e i movimenti. Io continuo a credere in un forte partito della sinistra unita, che abbia anche interessi ambientalisti e animalisti».

Ferrero pensa a un’immersione nel sociale, evitando operazioni politiciste. Che ne pensa?

«È giusto immergerci nel sociale. Ma non bisognava aspettare una batosta elettorale per farlo. Ognuno dovrebbe mantenere i rapporti col proprio elettorato e la propria storia. Io sono stata applaudita in tutti i Gay pride, non ho ricevuto fischi. Forse perché, io che provengo dal movimento lesbo gay trans, in questi due anni ho continuato a mantenere questo rapporto».

Cosa è mancato in questi congressi, secondo lei?

«La solidarietà, la coesione, il rimboccarci le maniche e invece di cercare i capri espiatori di lottare e coalizzarci. Credo fosse anche quello che si aspettava il nostro elettorato».

Ferrero ha detto: meno televisione e più popolo. È la ricetta giusta?

«La televisione è un grande strumento, come lo sono i comizi, le feste di partito. Io ho fatto e continuerò a fare tv, ma in questi giorni sono stata alla Festa di Liberazione a Osnago, in provincia di Lecco, al campeggio dei Giovani comunisti a Pineto, sabato sarò alla Festa di Liberazione di Chioggia, poi a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia. Non mi sembrano incompatibili le due cose. Bisogna parlare alla gente che già ci vota e anche alla gente che o non vota o preferisce altri a noi».

È per questo che ha deciso di partecipare all’Isola dei famosi, scelta che ha creato anche dei malumori nell’elettorato Prc, per veicolare messaggi?

«Io spero di poter fare un’Isola dei famosi civile, nella quale cioè a prevalere non siano le risse e l’idea che per vincere bisogna essere lupo tra lupi, ma l’idea che si possa essere coesi e che si possa anche parlare di argomenti interessanti».

Non sarà facile, visti format e precedenti, non crede?

«Si devono rispettare coloro che vedono questa trasmissione. Io mi auguro di vincere questa sfida. Si può essere vittime di momenti trash anche in luoghi importanti. L’episodio con la Gardini (la deputata forzista l’attaccò perché aveva usato il bagno delle donne, ndr) è avvenuto dentro un Parlamento. Magari invece all’Isola dei famosi potremo dimostrare una convivenza con le donne più da sorellanza. È una sfida. Magari la perdo, magari avrò fame e andrò subito fuori di testa. Però più le sfide sono difficili e più mi stuzzicano».

Pubblicato il: 31.07.08
Modificato il: 31.07.08 alle ore 10.14   
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« Risposta #50 il: Agosto 03, 2008, 07:42:07 »

Europee, Ferrero scrive a Berlusconi


Signor Presidente,
nelle settimane immediatamente successive alle elezioni del 13/14 aprile - che hanno sancito l'esclusione dalla rappresentanza parlamentare delle forze di sinistra - molti esponenti politici di entrambi gli schieramenti hanno notato come questo fatto determinasse un elemento distorsivo nel rapporto tra istituzioni e Paese.

È infatti evidente che le forze comuniste e di sinistra, pur non essendo rappresentate in Parlamento, sono parte integrante della dialettica politica e sociale del Paese. Per affrontare questa situazione alcuni esponenti politici del suo schieramento hanno segnalato la necessità di audire, su questioni di particolare rilevanza, le forze di sinistra, al fine di avere un quadro completo delle posizioni in campo.

Vista la volontà espressa dal suo governo di intervenire al fine di modificare la legislazione relativa alle elezioni europee e vista la possibilità che tali modifiche determinino contemporaneamente la riduzione dei diritti dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti e l'espulsione delle forze di sinistra dallo stesso Parlamento europeo, con la presente Le chiedo di avere un incontro ufficiale con i ministri competenti al fine di poter esprimere le posizioni del Partito della Rifondazione Comunista.

È infatti del tutto evidente che la modifica della legge per le elezioni europee, non avendo per altro alcuna giustificazione dal punto di vista della governabilità delle istituzioni europee, avrebbe l'unico ma gravissimo effetto di determinare un ulteriore ed inaccettabile distacco tra il Paese reale e la rappresentanza istituzionale. Tale indirizzo è con ogni evidenza del tutto estraneo allo spirito della Costituzione che, affidando al popolo la sovranità, non contempla che questa possa essere conculcata da una oligarchia composta dalle maggiori formazioni politiche.

È quindi nella consapevolezza dell'importanza della discussione in corso e della gravità di una modifica non condivisa della legge in questione che Le rinnovo la richiesta di un incontro da tenersi in tempi rapidi. Certo dell'attenzione che vorrà prestare a questa mia, le invio Cordiali saluti,
Paolo Ferrero, segretario nazionale Prc

Pubblicato il: 02.08.08
Modificato il: 02.08.08 alle ore 18.52   
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« Risposta #51 il: Agosto 28, 2008, 09:13:04 »

Comiso, la destra cancella Pio La Torre

Claudio Fava


Quando la mafia ammazzò Pio La Torre, l'attuale sindaco di Comiso Giuseppe Alfano aveva solo otto anni. Pochi. Un'età in cui le cose della vita hanno ancora contorni sfumati, e anche il dolore di un popolo, la violenza, la rabbia sono parole sfocate, concetti astratti. Non so se sia questo vizio di memoria a non permettere al sindaco Alfano di capire la gravità del suo gesto. Che non è solo un gesto inconsulto o uno sberleffo agli avversari sconfitti: è un gesto mafioso. Nel senso che riproduce l'intima cultura della mafia, la sua vocazione a cancellare uomini e memorie, a pretendere che si parli d'altro, che ci si preoccupi d'altro, che si guardi altrove.

Pio La Torre, a Comiso, non è il nome di un aeroporto: è la storia di un popolo, raccolta in uno dei suoi rari e felici momenti di indignazione. Pio La Torre sono i centomila siciliani che ventisei anni fa si presero le piazze e le strade di quel paese e andarono a manifestare davanti ai cancelli della base americana contro i missili cruise. Io c'ero, e ne porto memoria non come una consolazione o come un privilegio: c'ero e basta, confuso tra gli altri, convinto che quel giorno finiva qualcosa, forse il tempo di un'adolescenza che si era protratta troppo a lungo, e che dopo quella manifestazione nessuno di noi avrebbe potuto fingere di non capire. Pio La Torre lo ammazzarono ventisei giorni dopo. Anche per quella mobilitazione, per i centomila in piazza, per il milione di firme che seppe raccogliere in poche settimane, per aver mostrato ai mafiosi l'esistenza di un'altra Sicilia, d'un altro modo di stare al mondo e di battersi contro le cose oscene di quel mondo. Per questo gli hanno avevano intitolato l'aeroporto di Comiso un quarto di secolo dopo la sua morte. Tardi. Ma comunque in tempo a recuperare il filo di quella storia e di quella morte. Adesso arriva questo sindaco di trent'anni scarsi, s'appunta sul petto la sua stella da sceriffo e - come gli hanno mostrato tanti suoi colleghi sceriffi, da destra e da sinistra - si convince anche lui che la politica é far rumore, maneggiare delibere come pistole, dettare la propria legge. Solo che altrove se la prendono con i filippini o i lavavetri; in Sicilia, con i morti di mafia.

Ci aveva già provato Gianfranco Micciché, quando faceva il gran cerimoniere all'Assemblea regionale siciliana: "Liberiamoci da questa vocazione al lutto, da questi repertori di lapidi, basta parlar sempre di mafia: togliamo i nomi di Falcone e Borsellino dall'aeroporto di Palermo...". E' per il turismo, si giustificò Miccichè il giorno dopo. Geniale, davvero. Stavolta é peggio. Stavolta il sindaco di Comiso pretende di darsi ragione da solo, e lo fa con poveri argomenti, con parole di miseria: ''Come rileva un sondaggio effettuato a suo tempo, l'intitolazione a La Torre aveva riscontrato scarso gradimento fra i cittadini''. Ecco: è tutto là, in quell'espressione da mercatino televisivo, da auditel della politica: scarso gradimento. E pazienza per Pio La Torre, per le sue battaglie, per il modo in cui è crepato. Pazienza per questi morti di mafia, che ha ragione signor sindaco, troppi morti, tutti lì a prendersi in faccia il vento invece di ripiegarsi come giunchi ad aspettare che la mala giornata fosse passata. Pazienza anche per quei siciliani che per un giorno ebbero l'illusione di essere un popolo fiero e libero. Adesso é tempo che di mafia si torni a parlare a bassa voce. E che si riscriva per benino la storia restituendo all'aeroporto di Comiso il nome che la storia gli aveva dato: quello del generale Vincenzo Magliocco, morto in Africa nel 1936. Altro che mafia.

Pubblicato il: 28.08.08
Modificato il: 28.08.08 alle ore 10.34   
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« Risposta #52 il: Settembre 14, 2008, 06:12:13 »

«Ha ragione su LICIA Pinelli: Stato incapace di riconoscere il dolore di quella famiglia»

Giordano: «Un commissario vale quanto un comunista»

L'ex leader del Prc: Sofri sbaglia, il poliziotto fu una vittima come Guido Rossa e Bachelet

 

ROMA — «Il mio è un giudizio politico, nulla a che fare con le sentenze della magistratura. So bene che gli imputati del caso Calabresi non sono mai stati condannati per terrorismo... però dico che quell'omicidio fu un atto di terrorismo. E che valenza terroristica ebbero tutti gli omicidi di cui si macchiarono le Brigate rosse in quegli anni, per citarne solo due Vittorio Bachelet e Guido Rossa». Parola di Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione Comunista dal 2006 al 2008. La sua critica a Adriano Sofri è chiara così come il totale appoggio a Piero Sansonetti, direttore di «Liberazione», che ha attaccato lo scritto dell'ex leader di Lotta continua apparso su «Il Foglio» l'11 settembre scorso.

Piero Sansonetti attacca Sofri: non si può «distinguere in base alla biografia delle vittime», scrive il direttore di «Liberazione».
«Mi ritrovo fedelmente nelle contestazioni di Piero. Quella distinzione di Adriano, anche se maturata in un lungo ragionamento culturale e politico, è sbagliata. Premetto, a scanso di equivoci, di non aver mai creduto alla colpevolezza di Sofri nella vicenda Calabresi. Mi sono sempre battuto per una soluzione politica e continuerò a farlo: Adriano deve poter lasciare, dopo anni, una condizione dolorosa di detenzione che ormai è stata lunghissima. Detto questo, non posso condividere la separazione che lui sembra voler compiere tra un terrorismo di natura stragista, che fa della violenza il fine per gettare nel panico un nemico indistinto, dagli atti di sangue contro i singoli che in qualche modo potrebbero — secondo lui — portare a un recupero, in via drastica, di torti subiti...».

Anche quello è terrorismo, dunque?
«Lo ripeto. Senza dubbio. Come potrei maturare un giudizio diverso? Sansonetti parla correttamente di giustizialismo. E io non sono un giustizialista. Non lo sono nella versione vendicativa con cui spesso le istituzioni statali decidono di rivalersi verso una persona che ha sbagliato: sono culturalmente contro l'ergastolo e a favore di pene alternative al carcere. Figuriamoci se posso essere giustizialista nel caso di forme violente, e magari nel nome di una "altra giustizia"».

Tornando alla distinzione di Sofri...
«Ecco, ripeto, qui Adriano veramente sbaglia. Prendendo per buono quel distinguo, come ha correttamente argomentato Piero Sansonetti, si potrebbe arrivare a sostenere che l'omicidio di un poliziotto non è un atto di terrorismo. Non sono d'accordo. Io non posso distinguere tra un militante comunista e un commissario di polizia».

Sansonetti arriva anche a un'altra conclusione. Cioè che così si azzererebbero anni di discussione politica.
«Giustissimo. Ammettere una diversa classificazione vorrebbe dire veramente annullare un dibattito maturato a sinistra e che ha permeato ormai persino chi ha praticato la lotta armata negli anni Settanta. Sansonetti paventa possibili disastri culturali e politici, e anche qui concordo con l'analisi. Su un punto, però, sono completamente d'accordo con Adriano. Trovo il passaggio su Licia Pinelli giustissimo. C'è stata incapacità, da parte dello Stato e delle istituzioni pubbliche così come della società civile, di riconoscere alla famiglia Pinelli la stessa intensità del dolore della famiglia Calabresi».

In quanto, appunto, al comportamento negli anni della famiglia Calabresi?
«Ho sempre avuto la massima considerazione per loro. Ho conosciuto Mario, il figlio giornalista, negli anni di lavoro alla Camera e ne ho sempre apprezzato la bravura e la correttezza. In quanto alla vedova e a tutti loro, trovo straordinaria la modalità in cui sono riusciti a vivere il loro dolore: indiscutibile compostezza, sempre la ricerca della giustizia e mai della vendetta. Il tutto con profonda sofferenza e non comune dignità».

Paolo Conti
14 settembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #53 il: Settembre 25, 2008, 12:34:44 »

L’opposizione è nelle nostre mani

di Francesca Santoro

 
Si è svolta oggi presso l’Hotel Nazionale in Piazza Montecitorio la conferenza stampa degli organizzatori della manifestazione dell’11 ottobre. Un incontro che ha riunito esponenti della società civile, del mondo politico e di quello sindacale. Insieme ai promotori Anna Picciorini, Ciro Pesacane e Piero Di Siena erano presenti, tra gli altri, anche Fulvia Bandoli, Silvana Pisa, Giorgio Mele, Manuela Palermi (Comunisti italiani), Loredana De Petris e Paolo Cento (Verdi), Mario Sai della Cgil. I promotori sono rappresentanti di associazioni ambientaliste che operano da tempo sul territorio occupandosi di tematiche molto importanti per la comunità e che per questo hanno resistito alla sconfitta elettorale, come sostiene Anna Picciorini, “la nostra ragion d’essere non è mai venuta meno dopo quella sconfitta”.

Dopo la debacle elettorale si riparte dunque fuori dal Parlamento e dai temi sociali con una manifestazione che vuole portare in piazza insieme ai bisogni di tante persone che non si sentono rappresentate e anche la propria idea di Italia.  Piero Di Siena sottolinea che indicendo questa manifestazione “ci siamo assunti la responsabilità di chiedere a tutta la sinistra di assolvere un compito che è doveroso per il Paese”. L’11 ottobre, quindi, non può che essere un punto di partenza perché ci sia un’opposizione viva nel nostro Paese: per affermare un autonomo punto di vista rispetto ai temi sociali”; e riguardo alla manifestazione organizzata da Di Pietro, ricorda come sia fondamentale “creare una duratura trama di rapporti sociali e politici per dare una boccata d’aria all’opposizione”.

A Roma, dunque, l’11 ottobre partirà alle 14.00 da Piazza della Repubblica il corteo per protestare contro l’azione di Governo e Confindustria, come spiega il documento organizzato in sette punti che presenta gli obiettivi che promotori, organizzatori e circa duecento firmatari fra rappresentanti della cultura e della politica si propongono.  “Spetta alla sinistra contrapporre un ‘altra idea di società e un coerente programma in difesa della democrazia e delle condizioni di vita delle persone. Sette punti che riguardano la politica estera, con particolare attenzione per lo scacchiere del Caucaso, retribuzioni e pensioni falcidiate dal caro vita, precariato, la condizione della scuola pubblica, la violenza contro le donne, le vertenze territoriali (no Tav e no Dal Molin), la tutela delle fondamentali libertà democratiche e civili.

Prima di questo grande appuntamento tanti sono quelli che lo precederanno per dimostrare come questa iniziativa per creare una nuova e forte opposizione debba essere vigile e continua: il 5 ottobre in molte piazze italiane verranno allestiti dei banchetti per spiegare e promuovere il documento in sette punti, il 4 ottobre verrà organizzata una manifestazione contro il razzismo, il 17  ci sarà lo sciopero dei sindacati di base.

Claudio Fava nei giorni scorsi aveva chiesto alle forze di centrosinistra di unirsi in una sola piazza, ed ha dichiarato: “prendo atto prendo atto che il Pd non è disponibile a una manifestazione che rimetta insieme le opposizioni, né alla costruzione di un nuovo centrosinistra, né a unificare la cifra della manifestazione del 25 ottobre che sembra sempre più il Pd pride. Ne prendiamo atto, così l’11 ottobre diventa il momento in cui l’opposizione torna a parlare al Paese: ci sono tutte le premesse per cui questa manifestazione non sia quella dell’orgoglio della sinistra, che dimostra di essere ancora in saluto, ma rilanci l’opposizione, e credo che sarà l’unica piazza che parlerà in questi termini”.

Giorgio Mele, presente alla conferenza, ha ribadito che la manifestazione : “è importantissima per tutta la sinistra, ed è compito di tutti i soggetti che la compongono portare più gente possibile in piazza”, anche per dimostrare come “il Pd in realtà stia facendo un’opposizione flebile a questo Governo”.

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« Risposta #54 il: Settembre 25, 2008, 12:35:27 »

Intervista a l'ex ministro pubblicata su Liberazione del 24 settembre 2008

Mussi: Cara Rifondazione è ora di fare un altro partito

di Stefano Bocconetti


Bisogno di un partito.

Di un nuovo partito della sinistra. «Perché la situazione non è mai stata così difficile come adesso, ma c’è anche una straordinaria opportunità per mettere in campo un pensiero nuovo».

Fabio Mussi, ex ministro della ricerca, dirigente del Pci e dei diesse prima di ”rompere“ con Fassino al congresso di Firenze, per un po’ di tempo - a cavallo delle elezioni - è stato costretto a stare lontano dalla battaglia politica. Un’operazione difficile e poi una dura convalescenza. Ora torna a dire la sua. E a fare. Per esempio, quando lo si sente al telefono, è appena tornato da una riunione sull’occupazione di una scuola. Torna a dire la sua, sul futuro della sinistra. Un tema che, lo sa bene, divide le forze politiche, un tema sul quale - anche questo sa bene - in Rifondazione ha prodotto un dibattito lacerante. Ma la sua la dice lo stesso.

E a quell’obbiettivo - un nuovo partito della sinistra, «un nuovo partito alla sinistra «un nuovo partito alla sinistra del piddì» - ci arriva con un lungo ragionamento. Che comincia con una domanda sull’attualità, sulle cose di questi giorni.


Proprio stamane Maurizio Zipponi, sul nostro giornale, scriveva che sarà in piazza l’11 ottobre nella manifestazione promossa da un appello di intellettuali. Ma che quella manifestazione rischia di rivelare l’inefficacia di questa oppposizione. Che ne pensi?
Ho letto... Penso soprattutto una cosa: credo che le manifestazioni, i cortei siano importantissimi. Anche quelli che magari servono solo a scaldare i cuori. Sono importanti anche quelli. Ma mai risolutivi. Sono un evento, se si è in tanti è meglio. Ma poi i cortei finiscono e c’è il giorno dopo. E non si sfugge al problema: un corteo non risolve nulla se non c’è un progetto. Un progetto politico.

Progetto che, naturalmente, non c’è.
Vedo i tentativi che si fanno per definirlo, vedo i passi in avanti che non sottovaluto ma ancora non siamo approdati. Siamo lontani, insomma. E stando così le cose, la strada è chiusa per tutti.

Per tutti chi?
Sto parlando di quel campo che è azzardato definire oggi di centrosinistra. Piuttosto lo chiamerei antiberlusconiano e a-berlusconiano. E in questo campo tutti mi sembrano in un vicolo cieco. Perché c’è un piddì che galleggia sul trenta per cento e che - come dice oggi anche D’Alema, ripetendo una cosa che avevo già sostenuto tempo fa... ma non ha molto senso rivendicare primogeniture davanti a questi drammi...

Perché, cosa sostiene oggi D’Alema?
Che il piddì è passato da quella che chiamavano ”vocazione maggioritaria“ ad una situazione di strutturale minoranza. Un’aspirazione a rimanere minoranza. Con una continua emorragia verso l’altro partito personale della politica italiana, l’Italia dei Valori. E naturalmente, con una sinistra che - lo sanno tutti - è restata fuori dal Parlamento. E che oggi appare come una micronesia di forze, divise, frammentate. Che potranno offrire una testimonianza, ma così non c’è partita.

Però, non si può far finta di nulla: la partita l’hanno chiusa soprattutto gli elettori. Non è così?
Non credo di dire nulla di originale se ti rispondo che gli elettori non si sono fidati di un miniprogetto partorito in qualche mese, vissuto soprattutto fra stati maggiori. E che già all’epoca faceva capire che si sarebbe dissolto. La Sinistra arcobaleno, insomma, ha chiesto un voto per la sopravvivenza. Anche lì, senza un progetto. E la gente non dà mai una cambiale in bianco. Ma tutto questo l’abbiamo analizzato, capito, su questo abbiamo riflettuto. Ma oggi intanto...

Già, intanto cosa accade?
Che è finita quell’orribile manfrina: dialogo sì, dialogo no. Ed è venuta fuori la destra, il pugno di ferro della destra. Che sta modellando un paese esattamente come vuole lei. Senza incontrare una efficace, vera resistenza. Questo è il problema. Se fossi un esperto militare direi che le truppe nemiche stanno dilagando nella pianura, hanno rotto tutti gli argini.

Ma forse gli argini non li hanno superati col voto di aprile. Forse la destra ha vinto tanto tempo fa, quando le sue politiche, le sue scelte sono entrate dappertutto.
In qualche modo hai ragione. Anch’io sono convinto che le ragioni della drammatica sconfitta di aprile siano da ricercare in una lunga storia. In cui la parte maggioritaria della sinistra ha perseguito un’idea di modernizzazione che l’ha portata a spostarsi progressivamente a destra. Ma dall’altra parte, fammelo dire anche se so che susciterà polemiche fra i tuoi lettori...

Nessun problema, di che si tratta?
Credo che qualche responsabilità l’abbia anche una sinistra che è rimasta ancorata a puri principi identitari tradizionali.  Questi due movimenti contrapposti hanno prodotto il deserto.

E adesso?
C’è un’ultima chance per ricominciare. Ma dobbiamo farlo ora, adesso. Tenendo presente però che abbiamo un doppio problema, che non può essere separato. Nè affrontato uno alla volta.

Qual è questo doppio problema?
Sto parlando della sinistra e del centrosinistra. Due questioni che si tengono. Sto parlando in sostanza del tema del governo.

Non è per sminuire il senso delle tue affermazioni ma ti sembra un tema di attualità?
Non c’entra nulla. Non credo che il tema vada posto quando ci sia la possibilità di andare al governo. E’ un argomento che però la sinistra deve porsi. Poi, può essere delegata dagli elettori a governare, scegliere se collocarsi in un’alleanza, se rinunciarci, può decidere dove stare, ma deve porselo. Ti faccio un esempio, così ci capiamo. Nel ’56, il Pci non aveva la minima possibilità di governare. Le elezioni le vinceva la Dc, c’era una situazione internazionale che non rendeva possibile l’alternanza. Eppure, anche in quella situazione, il Pci proponeva un progetto politico, faceva una proposta di governo: si chiamava esecutivo per la pace. Insomma, io non credo che la politica sia solo potere. E’ passione, valori, ideali. Ma esiste una questione che riguarda il potere, ignorarla non serve.

Resta la domanda: e ora che si fa?
La sinistra ha un compito immediato. Quello di ricostruire un popolo, una coscienza, una visione, una cultura politica. Costruire un nuovo blocco sociale, che sappia immaginare alleanze.

Continui a parlare di sinistra. Ma te come la immagini?
A me piace parlare in modo diretto: io immagino un partito. L’alternativa quale sarebbe? La micronesia di cui ti parlavo. Servirebbe a qualcuno? A qualcosa? Ma ci rendiamo conto con che cosa abbiamo a che fare?

Con cosa?
vedo che nel nostro paese parliamo di tutto meno di quel che accade nel mondo. Ma ci rendiamo conto che c’è il gigante Usa che ha nazionalizzato il debito delle più grandi banche d’affari? Ci sono osservatori che hanno scomodato Keynes per l’occasione. Ma ad una cosa così Keynes non aveva mai pensato. Aveva pensato ad interventi sulla domanda aggregata, aveva immaginato lavori per far crescere la domanda. Ma mai ad un intervento come quello deciso dal governo Usa. Il tutto dopo anni in cui ci hanno spiegato e insegnato che doveva essere il mercato a dettare le regole. Noi, la sinistra, sapevamo che il puro mercato era un’idea immaginaria. Evocarla significava solo adattarsi ai rapporti di forza economici, sociali, adattarsi alla legge del più forte. Sono anni, da Seattle, che la sinistra elabora progetti nuovi per contrastare la ”bestia feroce” - per citare Spiegel - del capitalismo finanziario. E quando si arriva al dunque che accade? Che la sinistra non c’è. Sono anni che la sinistra si affanna a riflettere su come governare la complessità. E poi che accade? Che arriva la destra e offre la risposta più semplice. E noi, a guardare.

Ma insomma cosa proponi?
Te l’ho detto e lo ripeto. Un nuovo partito, una nuova sinistra. Naturalmente anch’io penso ai movimenti, ai movimenti sociali. Che sono in una fase di riflusso ma non mi preoccupo. So che torneranno. Ma ha poco senso credo indicare l’obiettivo del semplice ritorno al sociale...

Come fa Ferrero. Ce l’hai con lui?
Sto discutendo, non faccio polemiche. Ma anche qui, nel sociale occorre tornare non a fare propaganda, non testimonianza. Ma a dire: badate, stiamo lavorando a trasformare la vostra  condizione con un progetto politico che ha l’ambizione di diventare maggioranza. Non lo sarà oggi, ma io voglio diventare maggioranza. E a scanso di equivoci ti dico che quando parlavo di alleanza non mi riferivo all’attuale fase, all’attuale piddì. Oggi vedo  una fase di conflitto coi democratici. Ma non dobbiamo smarrire l’obiettivo di cambiare la loro linea, di costringerli a fare i conti con i bisogni di chi vogliamo rappresentare.

E tutto questo lo può fare un partito?
Lo deve fare un partito. Che avrà un compito immane. Non deve rinunciare alle culture di provenienza, libertaria, socialista, comunista. Ma deve essere in grado di costruire una sinistra che sfida i meccanismi che regolano il mondo. L’alternativa, ti ripeto, è coltivarsi il proprio orticello. Ma di sinistra in Italia non se ne parlerà più per un pezzo. E’ una prospettiva che a me fa paura, vale la pena provarci.


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« Risposta #55 il: Settembre 28, 2008, 04:41:56 »

Prc, Vendola annuncia un «tesseramento allargato»


Simone Collini


Figurarsi se pronuncia la parola «scissione», o se anche dà soltanto ad intenderla in modo esplicito. Il tempo gioca a suo favore, e poi bisogna aspettare le europee prima di compiere qualsiasi passo avventato. Però tassello dopo tassello, Nichi Vendola sta preparando il terreno per un’operazione che va ben al di là dei confini di Rifondazione comunista. La settimana scorsa il governatore della Puglia, battuto da Paolo Ferrero al congresso di luglio, si è incontrato a Roma con esponenti di Sinistra democratica, della Cgil, dei Verdi, della minoranza del Pdci. Oggetto della discussione: come rilanciare il processo della costituente di sinistra.

Ieri c’è stato il passo successivo: al parco Brin del quartiere romano della Garbatella, Vendola non solo ha tenuto a battesimo “Rifondazione per la sinistra”, l’area interna al Prc che riunisce quel 47% del partito uscito sconfitto a Chianciano, ma ha anche annunciato l’avvio di un tesseramento rivolto «all’interno ma anche all’esterno di Rifondazione comunista». Parole dette davanti a un migliaio di persone, una platea che ha applaudito con forza tutti gli interventi che più hanno spinto in direzione di un nuovo soggetto di sinistra, come quello del coordinatore di Sd Claudio Fava: «Non ha senso perdersi in discussioni se debba venire prima il contenuto o il contenitore del nuovo soggetto. Il contenuto siamo noi, sono anni e anni di lotte a sinistra. Ora dobbiamo fare presto e bene».

Vendola non ha spinto allo stesso modo sull’acceleratore, anche perché veniva da una giornata di riunioni con i coordinatori dell’area, divisi tra quanti vorrebbero rompere subito con la maggioranza e altri che invece consigliano maggiore prudenza. Però in un’ora e mezza di intervento ha sparato contro la maggioranza del suo «piccolo partito» e ha dato il via all’operazione di unità a sinistra: «Basta con gli annunci, dobbiamo aprire qui e ora i cantieri della nuova sinistra, dobbiamo far partire il processo costituente». Passaggio molto applaudito, così come quello sull’avvio del tesseramento e quelli in cui il governatore pugliese ha criticato la linea politica della maggioranza del Prc, «inefficace», «di nicchia», «di pura testimonianza», fino all’affondo finale: «Non ci si può rinchiudere in un fortino identitario unendo i frammenti e le scorie di tutti i tipi di comunismo».

Il riferimento è, tra le altre cose, all’ipotesi che la maggioranza del partito, di cui fanno parte anche la componente trotzkista e quella che è andata al congresso chiedendo l’unità dei comunisti, proponga di presentarsi alle europee con una lista in cui convivano i simboli del Prc e del Pdci. Molto dipenderà dalla soglia di sbarramento. Secondo i calcoli che vengono fatti in via del Policlinico (con sfumature diverse tra il secondo piano, dove stanno i vendoliani, e il terzo, dove si sono sistemati quelli della maggioranza) se venisse accolta la proposta del Pd di fissarla al 3%, il Prc andrebbe da solo; col 5% richiesto dal Pdl sarebbe necessario unire quante più forze possibili, come vorrebbe Vendola; ma col 4% potrebbero spuntarla i sostenitori della lista Prc-Pdci. Vendola e i suoi aspettano di conoscere la nuova legge elettorale e la proposta di Ferrero su come andare al voto. E intanto si preparano, chiedendo una «consultazione orizzontale democratica con i territori» per la composizione delle liste nel caso in cui venissero abolite le preferenze e dando subito ulteriore sostanza alla costituente di sinistra: prima della manifestazione dell’11 ottobre, insieme a Sd, Verdi, minoranza Pdci e agli altri, verrà stilato un documento fondativo e verranno nominati i coordinatori di questa operazione.


Pubblicato il: 28.09.08
Modificato il: 28.09.08 alle ore 14.50   
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« Risposta #56 il: Settembre 29, 2008, 11:34:56 »

Lun, 29/09/2008 - 06:58

Sinistra Democratica a Castelvolturno

Una mattina particolare. Un modo diverso di fare politica, di essere sinistra

di Arturo Scotto*,Tonino Scala**


Arrivo alle 9.30 stazione di Napoli. Dall’altra parte della piazza c’è il concentramento della manifestazione della CGIL. Una marea di bandiere, il solito camioncino colorato e rumoroso dell’UDS, l’incontro con i nostri compagni del sindacato. Una marea di lavoratori, la sveglia ad un’opposizione politica che non funziona, una domanda di unita’ che un popolo smarrito, ferito, scaraventato nell’angolo del minoritarismo fa salire in questa piazza.

Il corteo è grande, lungo, colorato, incrocia diverse vertenze: da Pomigliano all’Atitech, dagli insegnanti precari della scuola ai migranti che portano la voce di Pianura, Ponticelli, Castelvolturno. Le viscere dell’inferno che si materializzano in racconto collettivo di una lotta per la dignità, i dannati della terra che chiedono non solo diritti, ma cittadinanza, protagonismo, verità. Incontriamo tanti compagni e lavoratori: molti fermano Claudio, chiedendogli di andare avanti nel processo di unificazione della sinistra.

Non è solo un richiamo, ma anche un ringraziamento: quello di esserci ancora, anche dopo lo sconquasso di Aprile; non una semplice cellula di resistenti, ma la scintilla di un nuovo inizio. Lasciamo la manifestazione e ci avviamo a Castelvolturno. Attraversiamo la tangenziale, sfioriamo la bellezza nervosa della costa flegrea ed intravediamo gli allevamenti di bufale del casertano. Castelvolturno è davvero molto estesa, un territorio sterminato, dove la pineta mediterranea che si spinge fino al Circeo, separa plasticamente il mare dalla campagna. Due risorse straordinarie, deturpate da anni di malgoverno, di crescita a dismisura dell’abusivismo e di stupro dei terreni agricoli, trasformati in discariche infinite di rifiuti tossici illegali, di dominio anche fisico della camorra dei casalesi. Qui si è consumato uno dei grandi scempi della speculazione edilizia degli anni settanta: Villaggio coppola, una serie di grattacieli costruiti sul demanio che hanno distrutto la pineta e mangiato la spiaggia fino ad ingoiare il mare. Arriviamo nella Piazza del municipio.

Li’ ci aspettano alcuni compagni, il sindaco Nuzzo e Rosalba Scafuro, assessore di Sd all’immigrazione e le politiche sociali. Con noi c’è anche Renato Natale, ex sindaco di Casal di Principe dei primi anni novanta, animatore del centro don Peppino Diana, un prete che nel 94 fu barbaramente ammazzato su mandato di Sandokan perché  non temeva dal suo pulpito domenicale di fare i nomi e i cognomi dei veri padrini del territorio. Renato non fa più politica attiva, non è iscritto a nessun partito, fa politica in altro modo, raduna giovani, li sottrae alla fascinazione camorristica, li collega alle altre mille reti di Libera. Ma anche Renato ci chiede: che facciamo? Quando nasce una sinistra degna di questo nome, che riaccenda lo spirito pubblico, che rimotivi quelli che in questi anni hanno scelto il disimpegno?

Col sindaco Nuzzo ci intratteniamo una buona mezz’ora: il tempo sufficiente per raccogliere un grido di dolore che proviene da un uomo delle istituzioni, un magistrato che ha dedicato la vita alla difesa dello stato di diritto e che a sessant’anni si ritrova in trincea e con i riflettori puntati addosso.

Dice che anche il governo Prodi ha sottovalutato ampiamente l’emergenza camorristica che sul territorio andava assumendo contorni terroristici. E racconta di essere stato costretto ad affrontare  da solo la folla inferocita di ghanesi e nigeriani che all’indomani della strage di Lago patria aveva deciso di esternare la propria rabbia e la propria disperazione marciando lungo la domiziana e mettendo in poche ore a soqquadro la città. Ha costruito mediazioni, ha ritessuto i fili di un dialogo difficile che non puo’ essere relegato nella mera dimensione dell’ordine pubblico. Nuzzo non vuole – e dichiara di utilizzare in questi giorni i mezzi di informazione anche per questo – che improvvisamente cali il sipario sulla potenza di fuoco dei casalesi per spostare l’attenzione sugli immigrati. Problemi ce ne sono, soprattutto con alcune mafie extracomunitarie che si alimentano con lo spaccio e la prostituzione, ma i migranti oggi possono essere anche un argine significativo contro la camorra e la manifestazione dell’altro giorno dimostra esattamente questo.

Di fronte ad una società civile addormentata, timorosa o collusa, per la prima volta emerge direttamente da coloro che sono percepiti e considerati gli ultimi una capacità di resistenza, una domanda di giustizia e di sicurezza. Lasciamo il Municipio, con l’impegno di tornare entro un mese, per una grande iniziativa contro la mafia. Arriviamo al centro Fernandes della caritas, un centro d’accoglienza e di mediazione culturale di Castel Volturno, nell’immediata periferia del centro storico. Qui operano diversi volontari e uomini di chiesa, che assistono, nutrono e aiutano ad inserire decine e decine di persone.

Ci sono camere da letto, sale di lettura, una mensa molto grande. Ci introduce Jean Renee’ Bilongo, compagno di Sd ed esponente di punta della comunità camerunese, che ci presenta il dirigenti del centro e alcuni ragazzi che vivono li’. Facciamo una bella assemblea in sala mensa. Una discussione vera, sui problemi, sulla paura che vive addosso a decine di giovani migranti che qui sono concepiti come semplice manovalanza, vittime di un nuovo caporalato che comincia a massacrarti la schiena alle sei di mattina ed in cambio alla fine del turno di lavoro ti abbandona su una terra dove rischi di beccarti qualche pallottola anche se non c’entri nulla. La paura ed il disorientamento, il razzismo e la voglia di riscattarsi. Di dare un senso ad un’esistenza piegata da un paese da cui ci si aspettava qualcosa in più che un semplice permesso di soggiorno.

Con loro parliamo della difficoltà di far decollare progetti di inserimento concreto dentro un mercato del lavoro regolare, dello sforzo degli operatori Caritas a trovare aperte le porte delle istituzioni, da cui al momento arrivano solo sostegni verbali. Con Tonino Scala, capogruppo Sd alla regione, ci impegniamo a presentare un emendamento in finanziaria regionale che sostenga questo centro d’accoglienza ed altri laici e cattolici che operano sulla zona. Alla fine della riunione, tante sono le parole di riconoscimento di una presenza e di una solidarietà, ma è anche forte l’appello degli operatori a non rendere episodico un appuntamento come questo.

L’impegno è portare Sd qui, a Castel Volturno, entro un mese per una grande mobilitazione nazionale che metta insieme esperienze concrete di lotta e volontariato, che incroci i migranti e i cattolici impegnati nel sociale, le associazioni e quel che resta della sinistra politica: fare di questo angolo di mezzogiorno il paradigma di un nuovo impegno, la cifra di un tentativo di riscatto che si nutre di presidi politici e non di presidi militari, di contenuti educativi ed inclusivi e non di una risposta asimmetrica alla strategia del terrore dei casalesi.

*del Coordinamento nazionale di Sd
**Capogruppo Sd alla Regione Campania

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« Risposta #57 il: Settembre 30, 2008, 11:50:25 »

di Grazia Paoletti, Simona Zoccola*



Riflessioni dopo la riunione del 20 settembre
 

Finalmente il 20 settembre si è prodotta un'accelerazione del processo di ricostruzione della Sinistra evocato dall'assemblea al Palaeur del 5 maggio 2007. Questa accelerazione risponde alle aspettative di quel “popolo della sinistra” che si mostrò numeroso, entusiasta e disponibile all'obbiettivo di dar vita ad una Sinistra unita in Italia che mettesse insieme persone provenienti da esperienze politiche diverse. Molti degli intervenuti alla riunione hanno espresso con chiarezza l'indispensabilità di portare a buon fine l'obbiettivo della “Sinitra Unita”.
Tuttavia a leggere i commenti in alcuni blog relativi alla riunione del 20 sett. dispiace e sconcerta che appaiano ancora delle chiusure e preclusioni, segno non soltanto di immaturità (o infantilsmo politico), ma anche di colpevole sottovalutazione della gravità del momento.
Eppure le indicazioni sono state chiare: iniziamo a costruire un soggetto politico di Sinistra, che faccia sintesi tra uguaglianza e libertà, che abbia capacità di analisi, che sia in grado di elaborare un progetto di società e che si doti di strumenti per essere forza di governo e perciò in grado di recuperare il consenso elettorale perduto negli ultimi anni, e sia capace di costruire coerenti alleanze con le altre forze del centrosinistra, non semplicemente per governare il sistema, ma per cambiarlo.
Non bisogna dare l’impressione di voler fare emergere un pensiero al posto di un altro, ma sentiamo l’urgenza di ridare voce al popolo della sinistra, per riaffermarne i valori,  per costruire nell’interesse del paese e di tutte le donne e gli uomini, a cominciare dai lavoratori e dai soggetti più deboli o in difficoltà, considerati niente più che una merce o un ingombro nel capitalismo globalizzato, una nuova Sinistra democratica e riformista, alternativa e di governo, con la volontà  di cambiare il sistema secondo i nostri valori.  Fare politica per noi implica mirare al potere, correttamente, senza scendere ad inaccettabili compromessi, per operare nell’ interesse del paese, dei soggetti e delle classi sociali che a noi fanno riferimento. Per mutare il sistema bisogna necessariamente essere al potere, riportando a livelli alti la politica, non impantanandosi nella partitocrazia.
Dunque è necessario ripensare insieme a un modello di società, promuovendo un processo politico ed anche culturale, costruendo un percorso per ricominciare a parlare con la gente motivandola a partecipare, a trovare insieme le soluzioni per migliorare la nostra società.
 Bisogna anche ripensare  a un confronto e a una coalizione forte con il centrosinistra. Le elezione europee sono una tappa importante e la nostra presenza per tale scadenza è auspicabile, perché se perdiamo questo appuntamento stiamo per lungo tempo fuori giuoco.
E' chiaro che a questo scopo sono necessarie una organizzazione ed una struttura,  altrimenti la costruzione manca delle fondamenta per stare in piedi e funzionare.
Si è parlato di una struttura a rete, valida per la partecipazione diffusa e per collegarci fra di noi e sul territorio, ma non sufficiente di per sé a raggiungere e implicare tutto il popolo della sinistra: questo richiede di  coinvolgerlo nelle proposte di soluzione, richiede democrazia interna, capacità di relazione, di ascolto, di dialogo, e radicamento sul territorio. Queste, oltre la capacità politica, dovrebbero essere le doti dei dirigenti, non  la fedeltà di parte né l'obbedienza acritica come talvolta è avvenuto. La partecipazione non ha niente a che fare con il populismo, tanto meno con il plebiscitarismo; si tratta di convincere e non di vincere, ed in questo processo tutti gli interlocutori danno e ricevono qualcosa, ed alla fine sono diversi, hanno qualcosa in più.
Tutto questo evoca uno degli strumenti di analisi e conoscenza della realtà tradizionali della Sinistra, l’inchiesta, molto diffusa e praticata sul campo in un passato non molto remoto e che si è sempre rivelato una strumento efficace di coinvolgimento, di partecipazione e  di discussione, che oggi è praticamente scomparso, sostituito dai sondaggi, estremamente distorcenti della realtà.
Oggi il nostro obbiettivo comune è la Costituente della Sinistra, da perseguire con urgenza, peraltro evitando gli obbiettivi intermedi politicisti che hanno distrutto la Sinistra arcobaleno, come ad esempio la formazione di liste prima di essere davvero UN soggetto politico. La sommatoria non funziona mai politicamente, e costruire un soggetto unico non è una passeggiata, ma è l’unica possibilità di avere nel paese una Sinistra non autoreferenziale e con lo sguardo rivolto all'indietro. In un’ottica lunga sosteniamo che c'è bisogno di un Partito che si faccia carico dei problemi della realtà di oggi, di questo capitalismo globalizzato, diverso e peggiore rispetto a quello che abbiamo conosciuto nel dopoguerra, e che miri a cambiare il sistema.

*Associazione Luigi Longo


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« Risposta #58 il: Ottobre 18, 2008, 10:37:25 »

Manifesto per un nuovo patto sociale

Achille Occhetto


Uno degli organi vitali del capitalismo - la finanza - è stato aggredito da un male terribile che rischia di estendersi a tutto il sistema, di passare dalla crisi creditizia e bancaria a quella dell’economia reale.

In questa situazione indubbiamente rischiosa per tutte le classi sociali si è posto il problema della più vasta solidarietà possibile per andare in soccorso del sistema bancario. Non c’è dubbio che la minaccia del crollo dei fondi pensione, dell’insolvenza delle banche e della bancarotta delle assicurazioni colpisce la sicurezza e l’avvenire di tutti i cittadini. In questo frangente drammatico si rendeva e si rende pertanto necessario uno sforzo comune per fronteggiare la crisi. Ma tale sforzo non poteva e non può prescindere da una precisa constatazione. Di fronte a questa crisi non siamo tutti uguali: ci sono i colpevoli e ci sono le vittime. Per questo anche nell’opera di soccorso occorre distinguere tra intervento immediato per rianimare il sistema bancario e sostegno al vecchio modello di sviluppo. Nelle grandi crisi epocali la diversità degli interessi e il conflitto sociale non scompaiono, anzi si acuiscono e si manifestano in forme diverse dal passato. Per questo la sinistra non può dividersi tra solidarietà unanimista e protesta corporativa. Occorre lanciare un Manifesto di comportamento che tracci a grandi linee il rapporto che ci deve essere tra la sinistra - e più in generale il centro sinistra - e la crisi.

Ecco quelli che potrebbero essere alcuni capisaldi di tale manifesto:

1 Siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità nazionali e internazionali per fronteggiare nel modo più rapido ed efficace possibile l’emergenza ma attraverso una netta distinzione tra il salvataggio immediato del sistema bancario, la rimozione delle cause della bolla finanziaria e immobiliare, la rianimazione del mercato dei prestiti interbancari, da un lato, e il salvataggio dei banchieri e dei leaders politici che hanno creato la crisi, dall’altro.

2 Operiamo una netta distinzione tra salvataggio del sistema finanziario e rilancio del vecchio modello di sviluppo. Lo stesso salvataggio del sistema finanziario non deve essere funzionale alla ripresa del modello di sviluppo neoliberista. Nel momento più acuto della crisi i santoni del neoliberismo hanno riscoperto il valore della mano pubblica, dalle forme più indirette come quelle che vanno da vaste iniezioni di denaro statale alla compartecipazione negli istituti di credito privati, fino a giungere alle decisioni, assunte dal santuario del neoliberismo, di vere e proprie nazionalizzazioni. Dopo essere stati costretti per un decennio a mangiare la polvere, trascinati dietro al carro del vincitore neoliberista, siamo arrivati a un mutamento di clima solo alcune settimane fa inimmaginabile! Non possiamo tuttavia accettare che i soldi dei cittadini servano soltanto a ridare fiato ai vari responsabili della crisi.

3 Occorre avere ben presente che si rischia che gli stessi interventi pubblici siano una forma rovesciata di privatizzazione, qualora, come sta avvenendo, si risolvano esclusivamente in una sorta di salvataggio, con i soldi dei cittadini, che finirebbe per rafforzare il circolo vizioso del reciproco rapporto di dipendenza tra classe politica e i sedicenti capitani coraggiosi della speculazione finanziaria. Così, dopo avere dissanguato le casse dello Stato - che dovranno essere rimpinguate dalle tasse e dai tagli della spesa pubblica - gli stessi cittadini si troveranno di fronte allo spettro della disoccupazione e della recessione.

4 Lo stesso intervento dello Stato non è neutro: occorre mettere in campo un sistema pubblico diverso per il modo di operare e per le finalità produttive e sociali che lo devono contraddistinguere. Non vogliamo il ritorno dei boiardi di Stato! Chiediamo pertanto che la compartecipazione dello stato nelle banche private sia accompagnata da una compartecipazione democratica dei cittadini da realizzarsi attraverso forme efficaci di nuova democrazia economica. Deve riemergere, al di sopra del mercato, il tema ineludibile delle regole. Ciò comporta il rafforzamento dei controlli pubblici e la discussione democratica degli orientamenti di spesa e di investimento. Questa è la prima condizione per realizzare un effettivo passaggio dalla finanziarizzazione selvaggia di questi anni alla centralità del lavoro produttivo.

5 Riteniamo che la ripresa dei flussi finanziari e il mercato dei prestiti bancari - il cosiddetto money market - debbano essere messi al servizio di nuovi modi di consumare e di produrre che abbiano al proprio centro l’economia del sole e dell’aria al posto di quella del petrolio, del carbone e del nucleare. Ciò comporta un deciso spostamento delle risorse finanziarie dalle politiche riarmiste a quelle dell’intervento per la salvezza del pianeta.

6 Affermiamo la necessità che la compartecipazione del pubblico da mero salvataggio transitorio dei vecchi poteri forti si trasformi in un nuovo patto sociale che comporti una diversa distribuzione del reddito e del potere tra capitale e lavoro e sposti il baricentro a favore delle classi e dei paesi meno abbienti.

Si tratta come si vede solo di alcune direttici molto generali che tuttavia, a mio avviso, potrebbero essere messe alla base di un lavoro ben più ponderoso di discussione e elaborazione di concreti progetti alternativi rispetto al fallimentare pensiero unico globale del monetarismo neoliberista, messo in ginocchio dalla più grave crisi del capitalismo dal 1929.

Pubblicato il: 18.10.08
Modificato il: 18.10.08 alle ore 13.47   
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« Risposta #59 il: Ottobre 29, 2008, 10:59:34 »

Valori e identità, la sinistra guardi lontano


Luigi Manconi


Con la sgradevolezza e la trasandatezza un po' snob di chi "poche palle, vi dico io come stanno davvero le cose", Luca Ricolfi (sul Corriere della Sera) contesta quanto da me scritto sull'Unità di lunedì scorso. L'argomento è quella affermazione di Walter Veltroni ("l'Italia è migliore della destra che la governa") che ha già suscitato qualche scandalo.

La polemica affronta malamente due questioni che sono, invece, cruciali. Ovvero: la politica richiede una "concezione del mondo"? E poi: che cosa qualifica la "concezione del mondo" della sinistra? Per quanto riguarda la prima domanda la risposta è ovvia: una delle ragioni della sconfitta della sinistra è stata proprio quella di aver attribuito agli avversari un'idea tutta pragmatica e angusta dell'azione politica.

I partiti del PdL sono stati presentati, in definitiva, come "comitati d'affari" destinati a gestire gli interessi materiali (proposti nella versione più gretta) di ceti e lobbies, interamente concentrati sul "particulare". Insomma, partite IVA e manager, piccoli imprenditori e grande borghesia degli affari, tutti rigorosamente "senz'anima", interessati ad una politica votata solo alla tutela della "roba" (il proprio benessere economico). Questa rappresentazione caricaturale dell'elettorato di centrodestra, oltre che falsa sotto il profilo socio-culturale, è risultata disastrosa sotto quello politico-elettorale.

La destra è dotata di una sua concezione del mondo, che è poi nient'altro che la sintesi tra interpretazione della realtà e valori che orientano le scelte individuali e collettive. Insomma, un'efficace difesa degli interessi materiali richiede un quadro di riferimento, costituito da un sentimento condiviso e da una comune interpretazione della società. Dei suoi problemi e delle strategie per risolverli. Quel sentimento e quell'interpretazione possono apparirci abietti, o semplicemente non condivisibili, ma formano una concezione del mondo.

Ad essa nemmeno la politica più pragmatica può rinunciare, pena l'inefficacia. A sua volta, la sinistra ha bisogno come il pane di ricomporre una propria concezione del mondo: che pure, smozzicata e frantumata, sopravvive. E che può essere ricostruita, nella speranza che sia "migliore" (più lungimirante) di quella dell'avversario. D'altra parte, l'identità della sinistra può aggregarsi solo a partire dalla capacità di guardare lontano (almeno un po') nello spazio e nel tempo. Nello spazio: ed ecco la questione dell'immigrazione.

Nel tempo: ed ecco la tematica ambientale che ci impone di pensare, oltre la congiuntura presente, ai nostri figli e alle generazioni future.

Pubblicato il: 29.10.08
Modificato il: 28.10.08 alle ore 21.22   
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