LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: SINISTRA DEMOCRATICA 2 (del dopo elezioni).  (Letto 16305 volte)
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« Risposta #15 il: Maggio 02, 2008, 06:15:16 »

Massimo Mezzetti

Dobbiamo fare presto, abbiamo bisogno di un gruppo dirigente rinnovato


Ho letto con interesse l’intervento a doppia firma Salvi-Villone apparso su l’Unita’ e su questo sito. Condivido molti passaggi presenti nella prima parte del loro articolo, laddove viene indicata una possibile direzione di marcia da assumere dopo le sconfitte elettorali di queste settimane. Da parte mia ho gia’ proposto un mio modesto contributo nei giorni scorsi. Abbiamo ancora molto da approfondire in termini di conoscenza e analisi rispetto alle trasformazioni profonde che questo Paese ha subito in anni e anni, in termini culturali prima ancora che politici. Se manchiamo questa analisi, rischiamo di esercitarci ancora una volta in una discussione autoreferenziale tutta incentrata su formule politiche astratte, su alchimie organizzative e diatribe su gruppi dirigenti che non affondano la loro ragion d’essere sulla realta’ che dobbiamo “aggredire”. Mi ha fatto inoltre piacere cogliere, in particolare in Salvi, che ha condiviso in un ruolo di assoluto primo piano le responsabilita’ delle scelte e degli orientamenti assunti nel corso di questi mesi da Sinistra Democratica, un’autocritica – seppure non esplicitata in questo modo – riguardo all’appannamento della nostra mission originaria intervenuto nel corso di questo anno di vita del movimento. Cosi’ come riguardo alle “molte promesse mancate di Sinistra Democratica tra cui quella di un nuovo modo di far politica. La critica alla riduzione oligarchica dei processi democratici, alla mancanza di partecipazione da parte di iscritti e militanti, alla assunzione di decisioni in sedi ristrette e poco trasparenti…”.
Ora si tratta di capire come, con la consapevolezza degli errori compiuti e con un’assunzione di responsabilita’ collettiva, usciamo fuori dalla palude in cui si e’ cacciato tutto l’ex centro sinistra e come noi, Sinistra Democratica, possiamo dare un contributo in questa direzione.
Non c’e’ dubbio che, una volta compreso che “razza” di Paese abbiamo davanti a noi, la prima cosa a cui dobbiamo dare risposta e che dobbiamo definire e’ il progetto politico in cui dobbiamo incardinare la nostra strategia. Strategia che non puo’ non essere volta a recuperare, da una parte, un rapporto ed un radicamento con il territorio e i suoi concreti bisogni – senza produrci pero’ in una nuova “retorica del territorio” – e, dall’altra, la capacita’ di costruire alleanze politiche.
Il 13 e 14 aprile gli elettori hanno sancito la definitiva sconfitta di due diverse idee di autonomia, quella del Partito democratico e quella di una sinistra antagonista e d'opposizione.
La pesante e netta sconfitta elettorale subita dalla Sinistra Arcobaleno non deve pero’ far dimenticare quanto di buono, pur nelle difficolta’, e’ stato costruito in molte parti d’Italia nel corso di una campagna elettorale in cui le compagne e i compagni di Sinistra Democratica si sono spesi con il massimo impegno mettendosi a disposizione non di un cartello elettorale, ma di un’idea e di un progetto, per la Sinistra e per l’Italia.
Lo spirito che ha animato tanti comitati elettorali e tante compagne e compagni che, pur provenendo da percorsi politici diversi, si sono riconosciuti nel processo costitutivo di una sinistra nuova ci porta a chiedere con forza che parta subito una fase costituente per un soggetto forte e autonomo della sinistra italiana, in grado di concorrere a ricostruire le condizioni per una nuova alleanza di centrosinistra che è, ancora oggi, l’unica reale alternativa alla straripante avanzata delle destre e della loro egemonia culturale.
Chi dovra’ traghettare SD in questa direzione? Abbiamo sicuramente bisogno di un gruppo dirigente rinnovato non tanto e non solo in termini anagrafici – trovo abbastanza trita anche la “retorica generazionale” – ma perche’ espressione proprio di quanto si e’ stati in grado di costruire, pur fra mille difficolta’, sul territorio in questi mesi. Ma penso anche a personalita’ del mondo della cultura e del lavoro che si sono avvicinate a noi con tante speranze andate spesso anche deluse. E penso che, nelle forme, nei modi e nei tempi che insieme decideremo, Fabio Mussi dovra’ continuare a dare il suo contributo prezioso di idee e di cultura politica.
Chi dovra’ indicare le soluzioni organizzative – mi auguro agili ed efficienti – piu’ adeguate, ruoli di coordinamento e direzione politica del movimento? Concordo in linea teorica che il Comitato promotore nazionale non sia forse oggi l’organismo che meglio possa rappresentare la pluralita’ e la ricchezza di uomini e donne che miliatano in SD. Quell’organismo e’ rappresentativo di una delle sindromi di cui SD tarda ancora a liberarsi: quella di essere “corrente” di partito. Un partito “chioccia”, amato e odiato, che alla fine comunque garantiva, oltre che collocazioni politiche in rappresentanza delle minoranze, anche mezzi e risorse utili allo svolgimento dell’attivita’ politica. Una cosa che forse non abbiamo ancora compreso fino in fondo e’ che dobbiamo camminare con le nostre gambe, usare il nostro cervello e costruire il nostro futuro con le nostre mani.
Detto questo pero’, dico con franchezza che non mi convince l’ipotesi avanzata da Salvi e Villone. Anzi, sono contrario. Chiedo scusa a chi legge se trascendo, prosaicamente, nella “cucina” delle pratiche decisionali. In apparenza la proposta di assemblee provinciali che eleggono propri rappresentanti ad una assemblea nazionale – in definitiva e’ uno schema congressuale – e’ la piu’ logica e lineare. Ma non mi e’ chiaro quale e’ il criterio che assumiamo per la determinazione delle quote dei delegati e delle delegate, realta’ per realta’. Non abbiamo un’anagrafe certa e certificabile degli iscritti. Avevamo definito una quota minima di iscrizioni ma ogni realta’ ha messo in pratica criteri differenti con evidente disparita’ di “consegna” delle tessere.
Ho sentito dire che il criterio da assumere potrebbe allora essere quello di decidere le quote dei delegati in base ai partecipanti alle assemblee. Non scherziamo! Non commento neppure questa ipotesi. La democrazia congressuale ha bisogno di regole certe e rigorose. Nessuna furbizia.
Se proprio vogliamo fare perno sul territorio e sulle compagne e i compagni che hanno aderito a SD e hanno partecipato alla campagna elettorale, potremmo chiamare a decidere, piu’ correttamente e realisticamente e al termine di un percorso partecipato, tutti i coordinatori di SD regionali, provinciali e comunali, gli eletti e le elette a tutti i livelli istituzionali nel Paese, i parlamentari uscenti e quelli europei, i compagni e le compagne con incarichi nazionali. Non credo di sbagliarmi pero’, se dico che non ci discosteremo molto da quella che e’ l’attuale composizione del Comitato promotore nazionale.
Quello che credo, invece, e’ che dobbiamo fare presto perche’ abbiamo bisogno di rimboccarci subito le maniche e produrre una iniziativa politica forte ed incalzante. Dobbiamo in tempi rapidi costruire il percorso costituente “con chi ci sta” e tenerlo aperto nel Paese nei prossimi mesi con assemblee, incontri capillari nelle citta’, nei luoghi di lavoro, di studio. Dobbiamo fare nascere “Case della Sinistra” ovunque possibile. Dobbiamo puntare ad avere in autunno, in conclusione di questa prima “consultazione di massa”, un grande momento fondativo nazionale.  Guai se passasse l’idea che siamo in dismissione o, peggio, in vendita.

*Consigliere Regionale e Coordinatore SD dell’Emilia-Romagna

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« Risposta #16 il: Maggio 08, 2008, 06:39:27 »

Alla sinistra del Pd

Achille Occhetto


C’è qualcosa di inquietante nel panorama politico che è apparso ai nostri occhi dopo che i fumi dei fuochi d’artificio della campagna elettorale si sono depositati sul terreno. Lo spettacolo a sinistra è desolante. La duplice sconfitta della cosiddetta “area radicale” e del progetto riformista moderato del Pd, ci consegna una lacerante divaricazione tra una sinistra che perde se stessa lungo la strada del moderatismo e una che si abbarbica alle antiche radici intese non già come linfa vitale di una rigenerazione ma come feticcio o, ancor peggio, come mera difesa di piccole rendite di posizione.

Tra questi due poli divaricanti dovrebbe collocarsi una nuova sinistra. Ma chiediamoci: esiste lo spazio politico ideale per questa nuova sinistra?
Una cosa è certa: la sinistra arcobaleno non è riuscita a rappresentare tale esigenza. In verità, non ci ha nemmeno provato. Sono venuti meno alcuni presupposti - una cultura di governo e l’accettazione dell’orizzonte ideale del socialismo europeo - che potevano rendere credibile quel tentativo. L’anelito verso la ricerca di una nuova frontiera, che ha contraddistinto l’impegno di Sinistra democratica e di un parte di Rifondazione, è stato contraddetto dai ritardi e dalle resistenze che di fatto hanno ridotto l’insieme dell'iniziativa a un mero cartello elettorale. Lo stesso vagheggiamento dell’opposizione per l’opposizione ha favorito la macchina micidiale del “voto utile” che ha spinto gran parte degli stessi elettori di Rifondazione comunista a votare per il Partito democratico.

In questa commedia degli equivoci è rimasto sconfitto tutto il centrosinistra, vittima delle reiterate azioni autolesioniste con le quali i vecchi gruppi dirigenti partitici hanno, in vari momenti e in vari modi, affossato il “Grande Ulivo”. Ora, cosa possiamo fare?
Per debellare il male oscuro che ha paralizzato le diverse coalizioni di centrosinistra occorrerebbe superare alla radice l’idea nefasta delle due sinistre, una di governo e l’altra di opposizione. I due capisaldi - cultura di governo e identità socialista - chiamano in causa una sinistra che sappia superare la divisione tra riformisti e sinistra radicale, che sia ferma nei principi, ma di governo. Una simile sinistra non sta al governo ad ogni costo, ma non sta nemmeno ad ogni costo all’opposizione. Svolge il proprio ruolo - quello che le è stato affidato dai cittadini - con la medesima cultura di governo.

Tuttavia qualcuno potrebbe ancora obbiettare: al di là delle ragioni della politica, quali sono le ansie, i problemi, le rivendicazioni che potrebbero definire, sia pure a grandi linee, lo spazio di una nuova formazione politica?
Credo che per rispondere in modo compiuto - e non solo politicistico - a questi interrogativi, occorrerebbe ridefinire il terreno sociale ed economico sul quale si manifestano le contraddizioni del nuovo millennio. Ciò richiederebbe, come ciascuno può ben comprendere, una ricerca di ampio respiro. Tuttavia non intendo esimermi dal sottolineare alcuni temi di scottante attualità che contraddicono la cultura dominante neoliberista. Quella cultura che è la matrice di tutte le teorie tendenti a dichiarare morto e sepolto il mondo del lavoro salariato, inesistenti le contraddizioni - vecchie e nuove - interne al modello di sviluppo capitalistico, assurdamente palingenetiche le richieste di un rinnovamento radicale delle società attuali, al punto tale da rendere obsoleta, se non risibile, l’esistenza stessa di una sinistra alternativa.

In realtà tutto ci dice che siamo di fronte a una nuova fase critica del capitalismo su scala mondiale. Mutano i soggetti e la forma delle contraddizioni, ma rimane la sostanza della critica.
Prima considerazione. Il mondo del lavoro.
I dati parlano chiaro e in modo agghiacciante. Quando Marx era celebrato, copiato, vezzeggiato e usato da quasi tutta la cultura mondiale, i lavoratori salariati erano solo cento milioni. Adesso che l’intellettualità, cosiddetta moderna, si fa beffe dell’idea stessa dell’estensione del lavoro salariato, i lavoratori salariati sono passati da cento milioni a due miliardi.

Seconda considerazione. Di questi due miliardi una parte rilevante è costituita da un miliardo e mezzo di nuovi lavoratori globali aventi diritti e salari minimi e mezzo miliardo di lavoratori dei paesi sviluppati aventi diritti e salari elevati. Terza considerazione. Si ripropone in una forma nuova la tesi di Marx sulla funzione dell’“esercito industriale di riserva” (i disoccupati) nel determinare contraddizioni interne al mondo del lavoro e indebolire l’azione degli occupati per più alti salari e per la difesa dei diritti sindacali.
In tale contesto, la stessa flessibilità, oltre a trasformare la precarietà nel lavoro in precarietà di vita, contribuisce alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative.

Questa immane lotta tra i poveri su scala planetaria reca con sé nuovi conflitti sociali all’interno del popolo, determina una concorrenza cieca e senza esclusione di colpi di cui si alimentano tutte le nuove contraddizioni: da quelle legate agli attuali biblici movimenti migratori, ai temi stessi della sicurezza, su cui si fonda la scissione, anche nel voto, dello stesso operaio, tra la sua figura di produttore (che risponde ai sindacati) e quella di cittadino (che sente il richiamo della destra sui temi dell’immigrazione e della sicurezza).

Un altro terreno su cui mutano i soggetti e la forma delle contraddizioni, ma non la sostanza della critica all’attuale stato di cose, è quello ecologico. Anche questo è un tema che è diventato banale, fino a sfumare in un conformismo riformistico che si infrange impotente contro le alte scogliere delle cittadelle fortificate dell'attuale modello di sviluppo. Ciò avviene perché non si è ancora compreso che occorre ripensare la nozione stessa di progresso, dal momento che viviamo le laceranti contraddizioni tra la necessità di uno sviluppo allargato all’intera umanità e l’esigenza della difesa della natura e dell’equilibrio ecologico del pianeta; tra tecnologia e occupazione; tra internazionalizzazione dei processi produttivi e accentramento delle sedi di decisione e di controllo; tra sovranazionalità e particolarismi e conflittualità etniche e religiose.

E che dire del tema capitale su cui è nata la sinistra mondiale, quello della giustizia? Ormai tutti possono vedere che la più grande ingiustizia che sconvolge la comunità umana è il divario pauroso tra la ricchezza di pochi e l'abissale povertà della maggioranza degli uomini. Come non cogliere che tutto ciò non lo si risolve con la carità redistributiva - che pure è insufficiente - ma chiama in causa l’organizzazione economica e sociale, i modelli produttivi, di vita e di consumo, dei paesi più ricchi?

Chi rappresenta tutto questo? Chi darà voce al mondo dei salariati, dei precari, ai nuovi soggetti figli dei drammi del nostro tempo?
Ho visto che alla notizia della scomparsa della sinistra “radicale” dal Parlamento, alcuni commentatori si sono chiesti attoniti: ma ora chi rappresenterà le tensioni sociali? Correremo il rischio di manifestazioni violente? Il problema è ben più ampio. C’è da rappresentare un universo in movimento. Questo universo plurale e articolato non può essere compiutamente espresso né dalla sinistra radicale né da un riformismo pallido e appannato. Ci vuole una forza animata da una effettiva cultura di governo. Ma che abbia nello stesso tempo il senso e la dignità di un progetto autonomo.

Ho più volte affermato di non avere alcuna nostalgia conservatrice per la vecchia sinistra e di non avere nemmeno alcuna prevenzione verso la formazione di un nuovo partito democratico, che si inscrivesse nell’area della sinistra, capace di fondere, attraverso una effettiva contaminazione ideale e politica i diversi riformismi della tradizione politica italiana. Ma a mio avviso si è scelta una scorciatoia sbagliata. Sarebbe stato meglio meno ma meglio.
Quella ipotesi infatti, a mio parere, doveva essere favorita dal formarsi di una grande coalizione - soggetto politico - nella quale ogni componente, pur mantenendo, almeno all’inizio, la propria identità di partenza, fosse tuttavia ispirata dalla medesima tensione ideale e morale verso una politica profondamente rinnovata.

Era l’idea della Carovana. Il “Grande Ulivo” incominciò a incarnare quella idea. In quella occasione uomini e donne che il muro ideologico della guerra fredda aveva divisi si ritrovarono dalla stessa parte, dando vita ad una effettiva esperienza unitaria di base.
La rottura di quella esperienza perpetrata nel nome del primato dei vecchi partiti è stata un vero e proprio delitto politico. La formazione di un partito democratico che è rimasto isolato nel campo, ormai deserto, del vecchio centrosinistra ha fatto il resto. Rimane tutto intero il problema della rappresentanza politica di grandissima parte delle tensioni e delle aspirazioni che attraversano la nostra società.

In questa situazione abbiamo davanti a noi due strade da percorrere. La prima è quella di dar vita, tra il Pd e le componenti residuali di una vecchia sinistra radicale, ad una nuova formazione politica che, muovendosi all’interno dell’orizzonte ideale del socialismo europeo, vada oltre le antiche appartenenze. Si tratterebbe di un’opera immane, che oltretutto sarebbe costretta a muoversi contro il senso comune semplificatorio che sta infuriando alla cieca sul sistema politico italiano. La semplificazione - da me più volte invocata - rispetto al proliferare di partitini che non hanno alcuna ragione storica al di fuori dell’autovalorizzazione dei loro apparati, è un conto; altro conto è l’autentica rappresentanza di un imperativo di riscatto morale e ideale che sale da una parte rilevante delle moderne società sviluppate. Se non ci poniamo il problema di questa ineludibile “rappresentanza”, tutto il sistema politico italiano rischia di precipitare in una crisi irreversibile e la stessa gigantesca opera compiuta dopo la Liberazione da Togliatti e da De Gasperi per far uscire le masse popolari italiane dal sovversivismo endemico di cui erano ancora prigioniere, verrebbe vanificata.

Queste osservazioni mi suggeriscono l’ipotesi di un modello flessibile, insieme unitario e articolato. Un modello che si proponga l’obiettivo di costruire un nuovo centrosinistra.
Qualcuno ha anche suggerito di riorganizzare la sinistra di cui sto parlando all’interno del Pd.
Non mi faccio il segno della croce: anche questa seconda ipotesi potrebbe essere presa in considerazione. Tuttavia è da escludere un innesto di sinistra all’interno dell’attuale impostazione organizzativa, oltre che ideale e politica, del Pd. Anche in questo caso occorrerebbe un modello flessibile, insieme unitario e articolato. Qualcosa che sia una sintesi più alta tra l’attuale Partito democratico e l’esperienza del “Grande Ulivo”. Ma anche tale ipotesi richiederebbe un ripensamento collettivo delle prospettive strategiche dell’insieme dell’area di centrosinistra.

Lo stesso Pd, o ha un’ipotesi che riguarda l’insieme delle forze di centrosinistra, oppure da solo, come si è visto, non va da alcuna parte. Il gruppo dirigente del Pd, invece di pensare di reclutare, dopo la comune sconfitta di tutto il centrosinistra, piccole pattuglie di sbandati, dovrebbe avere la forza politica e morale dei momenti storici cruciali. Una forza che non si affida alle rese dei conti dentro la nomenclatura, che lasciano il tempo che trovano, ma che si pone il problema effettivo di un ripensamento generale.
Ciò comporterebbe la decisione di dar vita a una seconda costituente del Partito democratico e del nuovo centrosinistra.

Tuttavia in entrambi i casi, sia in quello dell’immediata formazione di un nuovo partito di sinistra, sia in quello di una flessibile e articolata ricostruzione del “Grande Ulivo”, non si potrà prescindere dalla presenza di una grande sinistra democratica e popolare.

Pubblicato il: 08.05.08
Modificato il: 08.05.08 alle ore 11.45   
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« Risposta #17 il: Maggio 12, 2008, 09:49:50 »

Mussi

Tutti i nostri errori Il primo 5 anni fa

«Nel 2003 non abbiamo dato risposte ai movimenti. In campagna elettorale abbiamo fatto un gioco delle parti con Veltroni. Ma un tentativo ancora va fatto. Alle europee». Il 26 luglio di due anni fa Fabio Mussi, ministro della ricerca da un paio di mesi, minacciò le dimissioni di fronte al taglio delle risorse per l'università deciso dal collega Padoa Schioppa. Adesso, che sta portando via le ultime cose dallo studio all'Eur che da stasera sarà di Mariastella Gelmini, ripensa a quel passaggio, «forse avrei fatto bene a dimettermi, questi due anni sono stati terribili, la sinistra era sottorappresentata al governo e noi ministri dell'arcobaleno abbiamo dovuto combattere su troppi fronti». Il risultato del 14 aprile, che ha colto Mussi in piena convalescenza da un'operazione che lo ha tenuto via dalla campagna elettorale, dimostra che i ripensamenti sono tutti utili: «E' stato un catastrofico fallimento».
E' passato un mese dalle elezioni, nella sinistra arcobaleno sono partite le ostilità fratricide ma non la riflessione sul tracollo. Incapacità o incoscienza?
Il fatto è che quello di aprile è stato un risultato epocale, richiede un'analisi complessa. Si è chiusa una fase iniziata nel 1992-93 quando il quadro politico della Repubblica si era ricomposto con i nuovi partiti eredi della Dc e del Pci. E' iniziata allora una lunga partita a scacchi rimasta per 15 anni sostanzialmente in equilibrio. Quando aveva vinto Berlusconi era andato in crisi subito, Prodi era durato due anni, poi i governi D'Alema e Amato, poi il 2001 con Berlusconi che resta in sella cinque anni ma cambiando ministri in continuazione e con una forte opposizione sociale, offrendo comunque una senso di instabilità. E poi la nostra vittoria illusoria di due anni fa, come solo adesso riconosce Veltroni.
Dice «abbiamo fatto finta di avere vinto», perché allora non c'era il Pd.
Falso, l'ipotesi del Pd era già fortemente in campo. E se con il discredito internazionale di Berlusconi, le leggi vergogna, la crescita zero si vinse per 24mila voti era il caso di preoccuparsi. Ed ecco il risultato del 2008 che è un vero finale di partita. Il lungo tira e molla durato 15 anni si è concluso con un deciso spostamento a destra. Non c'è mai stato un parlamento così clericale in Italia. Il paradosso è che il Pd era partito alla conquista dell'America ma si ritrova come il Pci: sostanzialmente senza prospettive, chiuso. E senza il radicamento sociale, la forza intellettuale e i legami internazionali del Pci. Ha assorbito i radicali, portato via la metà degli elettori di sinistra ma ha solo 100mila voti in più della somma di Ds e Margherita. Arriva al 33% perché c'è stato un calo dei votanti.
Parliamo invece del 3% della sinistra arcobaleno.
Non sfuggo, dico anzi che il nostro tentativo è stato tardivo e pasticciato e per questo fallimentare. Vorrei però cercare le cause alla loro origine, il ritardo è di molti anni. Tra il 2001 e il 2003, da Genova al social forum di Firenze, l'Italia partecipò non poco a quella che il New York Times definì la seconda superpotenza mondiale. Il movimento pacifista e alteromondista si sommò alla crescita del movimento sindacale sui diritti dei lavoratori, i 3 milioni per l'articolo 18. Poi l'opposizione a Berlusconi, i girotondi. C'era una battaglia politica forte nei Ds. E la sinistra ha lasciato passare quella fase senza riuscire a dare a quei movimenti una rappresentanza politica minimamente adeguata. Stiamo parlando di cinque anni fa, non del secolo scorso.

Ad un'assemblea del manifesto nel gennaio 2005 tu invitasti a guardare anche oltre il 13% che era allora la somma delle forze di sinistra.
Da allora si è persa una quantità incalcolabile di battute. Ci sono state complicazioni, come Cofferati che appare come possibile leader e poi si ritira. Ma la sostanza è che c'erano le condizioni e non siamo riusciti a costruire qualcosa di diverso a sinistra. Perché? Perché ha prevalso la logica settaria delle appartenenze. La frammentazione, la competizione che in un certo momento può anche essere un elemento di forza, ma alla fine è diventato un peso mortale.
Ma il 2008 non dimostra il contrario, che l'unità improvvisata non paga?
Così certo: durante la campagna elettorale che ho seguito da un letto di ospedale capivo che ripetere sempre "non siamo un cartello elettorale" voleva dire il contrario, "siamo proprio un cartello elettorale". Da quando siamo usciti dai Ds nel 2007 sono cominciati mesi estenuanti, guardinghi. Ad ottobre il Pd ha fatto le primarie, con tutti i limiti ma ha chiamato 3 milioni di persone. La sinistra ha fatto una manifestazione, quando era il momento di fare un partito.
Due cose non in contraddizione.
E invece ci si è fermati subito. Ricordo la fatica per fare l'assemblea del 7 e 8 dicembre. Ricordo il sospetto reciproco sulla riforma della legge elettorale. Alla fine lo scioglimento delle camere ci ha colto in mezzo al guado.
Basta questo per spiegare il tracollo?
Non basta. Ricordo che a febbraio fui io a chiedere insistentemente un incontro della sinistra arcobaleno con Veltroni per non dare per morta la coalizione. E invece la decisione di rompere a sinistra era stata già presa. E' rimasta la sensazione di un gioco delle parti con il Pd, è sembrata una separazione consensuale. E invece bisognava inchiodare Veltroni su questo punto, spiegare che così consegnava il paese a Berlusconi.
E adesso ci potrà essere un rapporto con il Pd?
Sono per tenere aperta una porta per il centrosinistra. Ma adesso è il momento della lotta politica a denti sfoderati. Veltroni dice che le alleanze per le amministrative si decideranno caso per caso? Rispondiamogli che vada da solo. Sinistra arcobaleno può ancora essere determinante in molti luoghi. Ero per questa linea anche prima delle elezioni, non mi piaceva che Veltroni ci cacciasse dall'alleanza nazionale ma ci chiedesse di sostenere i sindaci del Pd. Dovevamo uscire subito dalle giunte, e poi ragionare.
E adesso come si fa politica fuori dal parlamento, come si fa l'opposizione a Berlusconi?
La prima cosa è riprendere la parola sulle questioni essenziali. La sinistra in questo momento è al mutismo. Due mesi di congressi rischiano di bloccare tutto. L'opposizione fuori dal parlamento sarà indispensabile, anche perché ho l'impressione che dentro ce ne sarà poca. E' tutto un cinguettio: dialogo, collaborazione. Sembra di stare nel mondo di Heidi. Legislatura costituente? Ma cosa. Rimettiamo in piedi il movimento che aveva promosso il referendum del 2006 per difendere la Costituzione.
E la sinistra arcobaleno intanto? Progetto bocciato, progetto archiviato?
Secondo me dobbiamo fare un altro tentativo. Uno. Non è immaginabile un parlamento con nessuno che si dice di sinistra. Il progetto va rivisto, è chiaro. Per fortuna nessuno ha particolare voglia di aderire alla costituente comunista di Diliberto. Una delle cose da rivedere è l'idea di non avere nemici a sinistra. Non tutta la sinistra può essere unita. Ma nessuno può pensare che di fronte al nuovo quadro con due, tre grandi partiti noi si possa restare sbriciolati in quattro, cinque piccole forze. Dobbiamo dare un segno di vita, e velocemente. L'anno prossimo, alle europee, va fatto il tentativo di una lista che si proponga come ponte tra le forze del socialismo europeo e le forze di sinistra alternativa.

da sinistra-democratica.it
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« Risposta #18 il: Maggio 13, 2008, 04:21:19 »

NON SERVE RINTANARSI CIASCUNO A CASA SUA.

C'E' MOLTA PIU' SINISTRA DI QUANTO SI IMMAGINI


Da due giorni è il nuovo coordinatore della Sinistra democratica. Quella che una volta si chiamava sinistra diesse. Ha preso il posto di Fabio Mussi che ha lasciato. Anche per ragioni di salute. Fra i tanti telegrammi che ha ricevuto, subito dopo la nomina, c'era anche quello di Veltroni. Segretario del piddì che lui conosce da tempo e che, anzi, dieci anni fa - quand'era segretario del pds - si spese molto perché lui dirigesse l'organizzazione di quel partito in Sicilia. Il telegramma di Veltroni ha dato il via ad una serie di supposizioni, che hanno trovato molto spazio sui giornali. Insomma, diversi commentatori pensano che quelle poche parole fossero il segnale di un possibile riavvicinamento.
E' così? Cosa nasconde quel telegramma?
Penso che sia un atto quasi dovuto, che fa parte delle norme di buona educazione politica, se così si può dire. Ma se proprio c'è un messaggio in quel telegramma, non credo che sia quello di cui hanno parlato i media...

Perché? Che cosa ci hai letto?
Forse erano la spia che anche fra le fila del piddì comincia a farsi strada la consapevolezza che con l'autosufficienza non si va da nessuna parte. Forse, la richiesta di un incontro da parte di Veltroni, comincia a rivelare che anche lì si stanno sgretolando le certezze sulla propria solitudine. C'è tutto questo e altro ancora.
Altro? Sempre in quelle poche righe?
Forse c'è anche l'ammissione che di qua, a sinistra, non c'è più solo un cartello elettorale. Certo dopo la sconfitta si sono prese strade diverse, alcuni mettono l'accento su strategie che puntano solo a ricostruire la propria identità ma ci sono anche tanti che puntano a ricostruire un'idea di sinistra. Che sappia superare la tragedia del voto. E con la quale tutti dovranno misurarsi.
Tragedia del voto. Tu come la spieghi?
Col fatto che gli elettori hanno punito il nostro deficit di verità. Parlavamo di nuovo soggetto ma in realtà abbiamo proposto un cartello elettorale, che ha mostrato il lato peggiore della sinistra. Siamo stati percepiti come una somma di apparati che divideva per quattro ogni istanza, ogni spinta dal basso. Ogni passione.
Vuoi dire che ti spieghi quel 3 per cento solo con gli errori della campagna elettorale?
Ovvio che non è così. Il problema viene da più lontano. Quando ti dicevo che c'è stato un deficit di verità mi riferivo anche ad un'analisi mancata. Alla nostra incapacità - di tutti noi - a fare i conti con un linguaggio, con categorie politiche che sono state percepite come vecchie. Antiche. Non sapevamo cosa fosse diventato questo paese e abbiamo fato finta di nulla. E invece dobbiamo proprio partire da discorsi di verità se vogliamo ricostruire la sinistra. Una sinistra che sia percepita come utile.

Utile, dici. Alla vostra ultima assemblea quest'aggettivo è stato sempre accompagnato dalla frase: «e di governo»...
Prima che formuli la domanda ti prevengo. E ti dico che trovo ridicola la contrapposizione fra chi è un teorico dell'opposizione e chi un sostenitore del governo. Contrapposizione falsa. La sinistra c'è e ci sarà se, in nome e assieme a chi vuole rappresentare, sarà in grado di trasformare questo paese. Se sarà in grado di progettare una trasformazione, di modificare lo stato delle cose presenti. E se questo è l'obiettivo, non ha senso che qualcuno dica: no, lì in quel posto dove si possono imporre le trasformazioni, non ci andrò in nessun caso. Non è mai stato così e non avrebbe molto senso riproporlo oggi.

Ma la discussione non è solo teorica. Alle spalle ci sono due anni di governo Prodi. Dammi un giudizio, in pillole, sull'esecutivo dell'Unione.
Un governo di mediazione, prudente, troppo prudente. Che ha balbettato e taciuto quando invece c'era bisogno di segnali forti. Ora la dice anche D'Alema, ora anche lui riconosce che forse si è dato più peso al pareggio di bilancio che non ai bisogni di chi lavora. Magari ci si sarebbe potuto pensare un attimo prima...
E adesso? Come si reinventa la sinistra?
Dovrà esserci un lavoro duro, di riflessione.
Anche se non tutte queste riflessioni vanno nella stessa direzione, non trovi?
E' evidente. Penso alla scelta del Pdci, che non condivido ma rispetto, penso al sofferto congresso di Rifondazione. Come ripartire? Innanzitutto una premessa: credo che anche le vicende di questi ultimi mesi ci hanno fatto capire che l'unità della sinistra non è un valore in sè. Stare tutti insieme, e per forza - come è accaduto prima del 14 aprile - può essere dannoso, per tutti.
Stai dicendo facciamo la sinistra con chi ci sta?
Se vuoi è la traduzione brutale del mio, del nostro pensiero. Facciamo la sinistra insieme a chi la vuole, senza le riserve mentali che abbiamo visto in campagna elettorale.
Da dove cominciare?
Io vedo che c'è molta più sinistra di quanto si possa immaginare. C'è tanta sinistra al di fuori delle organizzazioni politiche, c'è tanta sinistra in piazza a Bari contro la mafia, e in tante altre piazze d'Italia. Ce n'è tanta al di fuori dei partiti. Si deve ripartire da qui, non esistono scorciatoie. Occorre ricominciare dal sociale, dalle migliaia di organizzazioni che in questi anni hanno messo le radici nei territori. Non vedo alternative: alla costituente di una nuova sinistra a cui vogliamo dedicarci o protagonista sarà questa sinistra diffusa, o non se ne esce. E da qui, occorre riprogettare le future alleanze...
Alleanze elettorali?
Parlo di alleanze di progetto. Vedi, l'autosufficienza è una brutta idea del piddì ma lo è anche se la volesse praticare la sinistra. Io penso ad una sinistra autonoma, autorevole, forte, incisiva ma che ha piena coscienza che da sola non può farcela. A meno che non pensiamo di regalare per sempre questo paese alle destre. Ci vuole una nuova sinistra, allora, in un nuovo centrosinistra. Che non assomigli in nulla, però, a quello che abbiamo conosciuto. Quello era una zattera dove sono saltati tutti sopra, salvo poi abbandonarla, facendola affondare. No, io penso ad un'alleanza vera, fra attori che si parlano in condizione di parità.
Ma sii sincero: pensi che questa alleanza possa nascere con un piddì targato Veltroni?
Davvero non ha molto senso fotografare l'attuale situazione e fissarla per sempre. Viviamo un momento molto fluido e vedo, anche nel piddì tanti segnali di chi vuole mettere in discussione la linea seguita fin qui. Quella dell'isolazionismo. Apriamo confronti, incalziamo. Da posizioni separate ma senza la pretesa di autosufficienza da parte nostra.

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« Risposta #19 il: Maggio 13, 2008, 04:22:52 »

Una costituente per costruire il nuovo soggetto della Sinistra


È stata una lunga giornata di confronto quella del Comitato promotore di Sinistra Democratica che ha eletto Claudio Fava  nuovo coordinatore nazionale.

Apertura e conclusioni dei  lavori sono toccate al coordinatore uscente Fabio Mussi, che ha compiuto anche un’analisi della sconfitta elettorale. Il dibattito, così come il risultato della votazione di Fava, ha evidenziato come il movimento sia giunto a questo fondamentale appuntamento compatto nell’analisi e concorde negli obiettivi.
Un’analisi della sconfitta elettorale che riporta in quasi tutti gli interventi al voto utile, ma anche al fatto che la Sinistra l’Arcobaleno è stata percepita come un cartello elettorale e alla mancata interpretazione, da parte della Sinistra, dei problemi della società, effetto del distacco con il territorio.
L’obiettivo resta, per tutti, quello di costruire un nuovo soggetto unitario di Sinistra che abbia le carte in regola per riaprire il dialogo con il Pd, per costruire un nuovo centro-sinistra.
Quello che segue è un resoconto parziale di alcuni degli interventi che si sono susseguiti.
Achille Occhetto  individua la causa di quello che è successo il 13 e 14 aprile per poi proseguire di quello che la sinistra deve fare: “la sinistra è stata sconfitta soprattutto per colpa di quella macchina infernale che è il voto utile e proprio per questo noi avremmo dovuto dire dal principio che la campagna elettorale era iniziata subito con un colpo di mano anticostituzionale. In più bisogna aggiungere che la condotta della sinistra non è stata geniale, anzi, sono stati compiuti errori catastrofici. Non c’era la voglia di sinistra ne della Sinistra Arcobaleno, un dato politico e culturale estremamente grave. Il volto di alcuni era ancora piegato all’indietro, di quegli stessi che difendevano l’idea di una cultura di sinistra di opposizione e per l’opposizione”.
Occhetto usa una bella immagine, forte, che piace alla platea e che dà il senso di quello che questo movimento è stato e vuole continuare ad essere: “Sd è una scialuppa di salvataggio che tra i due estremi, una sinistra feticista e un partito di centro come il Pd, ha scelto la costruzione di una nuova sinistra. Lo spazio storico socio-culturale c’è, così come le motivazioni storiche, anche se cambiano soggetti e forme e dovremmo cambiare anche i linguaggi.
Nel 1892, all’inizio del movimento operaio, c’era un forte legame tra società politica e società civile. In questo senso dobbiamo parlare di partito di governo con autonomia di progetto, e passare da una guerra di posizione ad una di movimento. Non dobbiamo dire di no al Pd solo per partito preso: loro sono i veri sconfitti di questa battaglia e quindi abbiamo tutto il diritto di porre le nostre condizioni. Per me ce ne sono due fondamentali: un nuovo centro sinistra e una costituente di tematiche del centro sinistra. Non mi interessa il dibattito Veltroni-D’Alema, nel quale il primo, come un pugile suonato, ripete all’infinito di voler andare da solo, e il secondo, come sempre, parte da sinistra per volgere a destra. Noi dobbiamo gettare il seme del dubbio nel Pd e dobbiamo essere nel centro dell’operazione, coloro i quali reggono le relazioni con associazioni e movimenti. Mettiamo un gruppo che costruisca delle reti di informazione nuove e lavoriamo per costruire forme di mutualità nella società civile. Anch’io appoggio Claudio Fava- conclude Occhetto- persona che gode di grande prestigio nel Parlamento europeo e tra i colleghi del Pse. Grazie a Fabio Mussi per aver gettato questa scialuppa in mare”.
Poi è la volta di Cesare Salvi che accoglie la proposta di Claudio Fava come coordinatore. “Stiamo provando ad uscire dalle forme tradizionali dei partiti  quindi ad essere aperti a tutti quando si vota. Per Sd è un piccolo ma non irrilevante contributo, un modo diverso di fare politica. Restituire la parola agli iscritti perché decidano tutti quanti”. Secondo l’ex capogruppo di Sd al Senato bisogna  continuare a lavorare per un soggetto unitario della sinistra, secondo la linea decisa il 5 maggio. Sulla sconfitta è chiaro che “c’è un deficit politico istituzionale della sinistra: in questi due anni è mancata una sinistra di governo, con una cultura di governo, fin dal primo momento. E il Pd ha anteposto la conquista del governo a tutto il resto, ma così il governo non dura. Sono mancate alleanze politico-sociali, anche se lo spazio c’era. Questo la sinistra deve fare. Questa è la questione del Pse. È stato un pennacchio per marcare la differenza quando i Ds ne uscivano o ci dobbiamo credere?- si chiede Salvi-. Io credo che ci dobbiamo credere. In Francia e in Spagna sarebbe successo. È che in Italia c’ è un sistema da est Europa. Dobbiamo confrontarci ad ampio raggio: essere socialisti oggi significa anche porsi il tema di avere una cultura di governo. La capacità della sinistra in Italia, del resto, è stata sempre quella di coniugare gli ideali con i programmi”.
E’ la volta poi di Chiara Cremonesi, che, come coordinatrice provinciale di Sd a Milano, conosce a fondo la realtà della sinistra nel Nord del paese e avverte: “non dobbiamo dare risposte che servano solo a superare la crisi, ma trovare risposte che servano per ripartire. Ripartire dall’ascolto ma farlo davvero e iniziare a riempire uno spazio politico nuovo. Rivedere il ruolo della sinistra e le alleanze, anche sul piano nazionale. Siamo soli ma non dobbiamo correre il rischio di essere velleitari. Dobbiamo capire se i processi possiamo metterli in moto con altri soggetti. C’è bisogno di un’opposizione di verità per uscire dalle ambiguità”.
Dopo la Cremonesi, sale sul palco Fulvia Bandoli che, analizzando la sconfitta, parla di inadeguatezza seria della sinistra e si iscrive tra coloro che hanno sbagliato. “Oggi, dopo il voto, abbiamo quattro piccoli partiti comunisti. Prima ce n’erano due. Ormai sono un’enclave. Vogliamo dirlo questo? Vogliamo dirlo alla sinistra italiana? In Italia è possibile costruire una sinistra nuova con le forze che vogliono rinnovarsi. Dobbiamo partire da chi ci sta per creare comitati costituenti e partecipare a quelli che nascono nelle città dove non ci siamo. L’invito a votarci perché “una sinistra deve rimanere in vita in Italia” non poteva convincere nessuno. Bisogna darci degli obiettivi, ritornare a fare politica”. Sulla questione del coordinatore esprime il suo disaccordo nei confronti della linea del movimento: “io avrei proposto un coordinatore e una coordinatrice, in una fase come questa. Mi è stato detto che una regola di questo genere verrà inserita in un nuovo statuto. Ma non credo sia giusta una risposta di questo genere: se non c’è accordo si vota, e, eventualmente, si stabilisce la proposta duale. Inoltre, mi lascia poco convinta lasciare in vita per un mese e mezzo la presidenza dimissionaria. Io voterò Fava che avrebbe potuto scegliersi una squadra di collaboratori. Ritengo inoltre importante valorizzare il rapporto con i territori e le regioni”. Ma qual è la proposta politica?, si chiede la Bandoli: “unire la sinistra che vuole rinnovarsi, non tutta la sinistra. Io a discutere con Rizzo e Diliberto non ci sto più, perché una parte dei dirigenti della sinistra vuole soltanto restare nel proprio perimetro. Dobbiamo trarre la forza dai cittadini e dal territorio. Dare sostegno alle costituenti e non credere di essere autosufficienti”.
Quindi è il turno di Antonio Attili. Che si concentra soprattutto sul nodo dei territori e del rapporto che ci deve essere con il progetto di unificazione della sinistra. “Per il nuovo progetto di sinistra unita prevedo una struttura federale che lasci i giusti spazi ai partiti nei vari territori. Credo che  quello deve essere un punto dello statuto. Nei rapporti col Pd sono d’accordo con la pari dignità, ma sono totalmente in disaccordo a rispondere no alle alleanze locali se il Pd non cambia idea su un alleanza a livello nazionale”.
Nuccio Iovene parla della necessità di fare una riflessione all’altezza della sconfitta., che è di tutto il centro sinistra. “Il ‘96  ed il 2006 sono stati due fallimenti. Quali sono i problemi di fondo? Bisogna aprire da subito una sfida, un’interlocuzione col Pd, con un occhio attento ai movimenti e a quello che c’è fuori. Dobbiamo proporre un progetto credibile rispetto ai problemi che ci sono”.
Gianni Speranza, sindaco a Lamezia Terme, ha fra l’altro detto: “bisogna trovare un luogo dove la politica non sia né casta né cooptazione. È possibile lasciare la bandiera dell’innovazione istituzionale a movimenti qualunquistici come l’Italia dei valori?”.
Quindi è la volta di Titti Di Salvo. Per l’ex capogruppo di Sd alla Camera l’elemento principale della sconfitta elettorale è stato la grande rottura con la realtà. “La politica è utile se è rappresentanza non soltanto simbolo – avverte la Di salvo –. Non aspettiamo i congressi degli altri partiti ma apriamola noi la costituente, dandole un senso, decidendo che cos’è, privandola delle ambiguità tattiche. Dobbiamo costruire una sinistra popolare, nazionale, di governo e moderna, che sappia rinnovare la sua cultura politica e sappia leggere la realtà. Dobbiamo porci il problema del rapporto col sindacato, dobbiamo fare iniziativa politica per affermare un’altra idea di società”.
Carlo Leoni esprime soddisfazione per l’indicazione di Fava “perché dà il segnale che non smobilitiamo. Fava è un uomo di grande personalità, una persona con tante battaglie civili ed esperienza di movimento. Un dirigente che ha i pregi di quella sinistra orgogliosa. Lui ha avuto coraggio ad accettare, ma non lo lasceremo solo”. E indica come prioritaria la scelta “aprire un ampio processo costituente di una nuova sinistra che coinvolga nuove forze.
Noi dobbiamo influire nel dibattito interno al Pd, ma nello stesso tempo fare un piano di iniziative, assemblee pubbliche  aperte, case della sinistra sul territorio, partecipare alle iniziative di costituenti della sinistra come Firenze, aprire alle associazioni e alla Cgil, avere una nostra agenda di opposizione al governo Berlusconi”. E superare il fallimento elettorale, “non cercando più un’esperienza come la Sinistra Arcobaleno, federazione di forze distinte e non in comunicazione. È venuto il tempo di costruire un soggetto della sinistra, che lavori su un  nuovo centro sinistra. Solo se nascerà una sinistra della quale il Pd non possa fare a meno, nascerà un nuovo centro sinistra. Fava avrà pieni poteri ad operare. Insieme non solo saremo più forti tutti, ma più forte ognuno di noi”.
Per Alfiero Grandi il problema del governo è stato fin da subito quello di mettere in discussione i punti fondamentali del programma dell’unione.
Mentre Betty Leone individua nella mancanza di una nuova interpretazione dei problemi della società il vero problema della sinistra e indica tre priorità fondamentali per ripartire: “la questione del modello di crescita, il rapporto tra politica e sindacato e i luoghi della cultura e del lavoro, con un’attenzione particolare alle donne”.
Stelvio Antonimi, coordinatore di Sd nelle Marche, chiede di aprire l’assemblea nazionale non soltanto ai rappresentanti di Sd, ma anche a personalità nuove.
Finito il giro degli interventi, la parola torna a Fabio Mussi per le conclusioni.
Pochi punti, ma chiari, secondo l’analisi del coordinatore uscente. “Il Pd ha perso la scommessa. Ha perso perché l’alleanza con Di Pietro non era competitiva come quella tra il Pdl, la Lega e Lombardo. Dobbiamo agire per cambiare la posizione del Pd”. “Dobbiamo valutare nella formazione dell’opinione pubblica il peso dell’informazione”. “Dobbiamo regolare il sistema di alleanze. Ora che gli accordi per i voti locali vanno fatti prima del voto, dobbiamo far pesare il nostro sostegno. Non possiamo permettere che Cofferati a Bologna, ad esempio, dica sprezzante che non si alleerà più con noi, quando la sua giunta si regge sui voti determinanti dei nostri consiglieri. Veltroni non può pensare di scegliere gli alleati a la carte: qui non mi servi, vado da solo, qui mi servi e allora ti concedo di darmi i tuoi voti. L’apertura a sinistra deve essere il frutto di un’intesa politica. E questa posizione è condivisa anche da molti esponenti autorevoli del Pd. Lo stesso Bersani, con cui ho parlato pochi giorni fa, si è detto d’accordo con me. Nei governi delle regioni e dei comuni, del resto, c’è uno degli errori fatali di questa sinistra. Prima in Italia le amministrazioni locali della sinistra erano il mito del buon governo e senza miti, come diceva Gramsci, non esiste politica. Oggi invece tra le nostre esperienze ci sono macchie come quella della Campania e quella della Calabria, dove saremmo dovuti uscire dalla maggioranza. E tutto questo in un periodo in cui molte amministrazioni della destra al nord governano bene quanto noi, se non meglio”. “Il programma della Sinistra l’Arcobaleno era un bel programma. Peccato che durante la campagna elettorale non ce ne sia stata traccia. Ma non va buttato, anzi. Dobbiamo reagire ad atti gravi come quello di Sacconi che, da ministro del Welfare, come prima cosa ha attaccato la legge Nicchi”. “Sul sindacato c’è stato un pudore comprensibile nel dibattito di oggi. Del resto se questi 15 anni sono stati duri per la rappresentanza politica, lo sono stati anche per quella sociale. Non a caso l’Italia oggi è ultima in Europa per i salari insieme alla Grecia”. “Sull’assemblea dei primi di luglio, bisogna farla dandole un carattere strutturato”. La conclusione invita alla speranza: “le idee si possono cambiare – dice con quell’ironia tipica dei toscani – ma solo dopo un’adeguata resistenza a cambiarle rapidamente. Mio nonno, del resto, diceva che il mondo è dei fissati, intendendo per fissati quelli che hanno un’idea fissa e non la cambiano. Noi abbiamo sempre previsto che fosse sbagliato e improduttivo continuare a spostare verso il centro l’asse dei Ds in questi anni. E il risultato elettorale ci ha dato ragione. E abbiamo sempre pensato che questo spostamento avrebbe aperto un vasto spazio a sinistra e rinnovato le forze. Qui il risultato elettorale ci ha dato torto, ma bisogna insistere”.
Quindi si passa all’elezione di Claudio Fava, che procede senza intoppi proclamandolo rapidamente coordinatore nazionale di Sd all’unanimità con solo due astenuti.
L’ultimo discorso è il suo. E’ un discorso breve, intenso, chiaro, “per titoli” come dice Fava stesso. Cinque titoli, per la precisione, con cui dare il via al nuovo cammino di Sd: “Ricostruire il centro sinistra. Non l’Unone, ma un nuovo centro sinistra”. “Vogliamo autonomia per il nostro lavoro e pari dignità nei confronti del Pd”. “L’obiettivo è una costituente di sinistra: altro da noi e oltre noi. Una costituente in cui Sd sia uno strumento, non il padrone di casa”. “Le assemblee devono essere iniziative politiche, non formalità o semplice liturgia”. “Le assemblee che si terranno sui territori in questi giorni non potranno essere la nostra unica iniziativa politica”. L’ultima parte del suo discorso conclusivo è un appello al movimento: “La scelta di oggi è politica. Io vi chiedo un mandato politico pieno per questi 40 giorni. Non lo considero un passaggio formale”.
Come dicevamo questa è una sintesi parziale della discussione. Chi fosse interessato a proseguire il confronto può inviarci il suo contributo.



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« Risposta #20 il: Maggio 15, 2008, 12:09:16 »


Di Salvo: Basta crociate contro la 194 e false promesse. serve coerenza


Laicità dello Stato, libertà e autodeterminazione delle donne sono l’obiettivo del tiro di fuoco incrociato a palle incatenate, aperto ieri tra  richieste di moratoria dell’aborto, giudizi politici “imbarazzati” sulla legge 194 dalla maggioranza e chiamata in causa del Papa.

Non è dato di capire quale è il metro di misura con il quale si parla della legge 194. In uno Stato laico sarebbe il confronto con la situazione della salute delle donne e del numero degli aborti prima della legge 194 e oggi. Le cifre parlano chiaro e indicano l’enorme riduzione del numero degli aborti. Caso mai il problema l’ostruzionismo alla  legge 194 praticato da medici obiettori.

La condizione materiale in Italia delle donne, è nota: le donne sono le più precarie, sono quelle pagate meno, le più povere. E in prospettiva per le stesse ragioni quelle che percepiranno le pensioni più  basse. Sono spesso costrette a lasciare il lavoro dopo una gravidanza per l’assenza di servizi di sostegno.
Ascoltiamo oggi tanta retorica da parte del governo e della maggioranza in questo senso. Dicono bisogna aiutare le donne madri. chiediamo meno promesse e più coerenza.

Allora perché Sacconi annuncia di voler cancellare la nostra legge contro le dimissioni in bianco: lo sanno che è quella che viene usata per cacciare le donne dal lavoro appena iniziano la gravidanza?

E perché ancora invece di usare le risorse per aumentare salari e pensioni Sacconi annuncia di voler incentivare gli straordinari? Lo sanno che gli straordinari li fanno gli uomini perché le donne non se li possono permettere?

La verità è che siamo di fronte ad una  nuova crociata contro la legge 194 e la laicità dello Stato: le donne italiane non lo consentiranno.



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Fava: il Pd si accontenta delle prime iniziative del governo, noi siamo preoccupati

Se il Partito Democratico si accontenta delle generiche aperture al dialogo di Berlusconi, a noi preoccupano le sue prime concretissime iniziative di governo: ripristinare il nucleare, costruire il Ponte sullo Stretto, trasformare i Cpt in galere, alzare fino a 18 mesi la detenzione per gli immigrati irregolari, nessun intervento a favore dei ceti deboli'.

Lo afferma il neo coordinatore nazionale di sinistra Democratica, Claudio Fava.

'Cosi' come ci preoccupano, ma non ci stupiscono - conclude l'esponente di sd -, i silenzi del governo sul conflitto d'interessi: che maggioranza e opposizione sembrano aver ormai archiviato tra i reperti di un'altra epoca'.



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« Risposta #21 il: Maggio 17, 2008, 09:16:16 »

16/5/2008
 
La tv non è la terza Camera
 
 
 
 
 
OLIVIERO DILIBERTO
 

Non siamo più in Parlamento. Colpa nostra, certo. Ma anche per via dello sbarramento previsto dalla legge elettorale. Ma quale legge ha stabilito la soglia di sbarramento anche per l’accesso alla televisione?

A La Stampa va il merito di aver aperto il dibattito sulla rappresentazione delle forze politiche dopo la tornata elettorale del 13 e 14 aprile. Marcello Sorgi - «Ridateci Bertinotti (alla tv)» - ieri ha rotto una sorta di tabù: quello di un autentico arbitrio che si sta consumando, in un lugubre silenzio, non già ai danni di alcune forze politiche, ma a danno di tre milioni di elettori. Stiamo infatti assistendo all’espulsione dalla televisione di chi non è più in Parlamento. Ma che continua ad esistere nella società. Pongo una domanda semplice: è giusto tutto ciò? E poi, chi lo ha deciso? In campagna elettorale abbiamo, giustamente, ascoltato la voce di tutti, dai più grandi ai più piccoli. Scopo era - ripeto: giustamente - quello di dare la più larga rappresentazione delle forze in campo, garantire il pluralismo e la dialettica in un sistema che non è bipartitico. Perché l’Italia è diversa dai Paesi a due soli partiti (perfino la Gran Bretagna, ormai, non lo è più), è plurale, vivace, ha una tradizione di grande ricchezza nel confronto politico e sociale.

Ciò che sta avvenendo non è la semplificazione del sistema, ma il suo azzeramento, una sorta di avvelenamento dei pozzi, l’idea che se non sei in Parlamento - ancorché non piccolo, tutt’altro che insignificante, ben radicato nella società italiana - non hai diritto di svolgere le tue argomentazioni dalle tribune televisive. Alcuni esponenti politici sono in televisione tutti i giorni. Chi scrive queste righe - è noto - non è mai stato amante del «minutaggio». La quantità non sempre coincide con la qualità. Né alcuno può ragionevolmente sostenere che io e la forza politica che rappresento siamo mai stati sovraesposti mediaticamente: anzi. Ma un conto è il senso della misura, un altro la cancellazione dagli spazi che - piaccia o no - consentono di parlare al Paese. Noi non siamo più in Parlamento, ma continuiamo a fare attività politica. Non siamo più in Parlamento, ma siamo nella società. Qualche giorno fa, mentre Berlusconi incontrava Napolitano per riceverne l'incarico (e giù fiumi di dichiarazioni in tv), io ero fuori dei cancelli della Bosch, fabbrica metalmeccanica di Bari. Non era la rappresentazione di come una forza politica cerca di riallacciare, con fatica, ma anche con caparbietà, il filo disperso con i propri elettori?

Tutto ciò è stato espulso dalla televisione pubblica, come in quella commerciale. Unanimità di censura.

Il problema è, dunque, molto serio. È il problema generale di come funziona in Italia l’informazione televisiva: si tratta di temi delicatissimi, quali il pluralismo e la libertà d’informazione. Di cui spesso si parla, ma per i quali pochissimo si fa. Temi che riguardano i diritti dei cittadini ad essere informati non a senso unico e non sulla base di una sorta di duopolio del pensiero unico, rappresentato da Pdl e Pd.

Le forze della sinistra italiana, passate attraverso quella sorta di linea d’ombra del 13 e 14 aprile, si stanno cimentando in un nuovo inizio. Per quanto ci riguarda, lo stiamo facendo con uno straordinario, necessario, anzi indispensabile, bagno d’umiltà. Vorremmo che tutto ciò venisse valutato almeno con un po’ di rispetto e di obiettività. Perché gli spazi di libertà che oggi vengono negati ad uno, domani potrebbero essere negati anche ad altri: e il danno, alla fine, sarà di tutti.
segretario del partito dei comunisti italiani

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« Risposta #22 il: Maggio 20, 2008, 05:46:34 »

Noi, sconfitti, facciamo come Gramsci


Stralci dell'intervento di Nichi Vendola, raccolti da Giovanna Nigi

Serve un nuovo spirito con cui affacciarsi alla nostra storia, per costruire una nuova storia di solidarietà: non è vero che una volta caduti ci si possa solo rialzare, si può andare anche più in profondità, facendosi ancora più male, come ha fatto Rifondazione Comunista.

Io mi ribello contro le scorciatoie e nel dolore, sia pubblico che privato, vedo l’occasione per fare due scelte completamente diverse. E il mio pensiero va alla morte del fratello di Bertinotti e a Fausto che in questo momento sta piangendo sia la sua morte che l’abbandono della sua parte politica. La prima scelta possibile è quella di un ripiegamento rancoroso, di un cinismo che mira a chiudersi, la seconda è quella di prendere una lente di ingrandimento per vedere di più e meglio.

Penso che le ragioni della sconfitta non possano essere cercate nel tempo corto dell’ultimo biennio. Certo, la tenaglia del voto ci ha schiacciato, ma se non avessimo accettato la sfida unitaria del governo saremmo stati travolti. Noi speravamo nel secondo tempo, Rifondazione era la garanzia che dopo il risanamento dei conti pubblici ci sarebbe stato il momento dell’aiuto verso le fasce più deboli: la raccomandazione che ci veniva dal nostro popolo era proprio questa, quella di resistere in attesa di questo secondo tempo, che purtroppo non è mai arrivato.

Io mi sento una persona molto sconfitta e per questo mi sono fermato a pensare alla persona più sconfitta del Novecento, Antonio Gramsci. Gramsci fu sconfitto tre volte: la prima fu teorica, qundo diversamente dalla sua tesi, l’avvento del comunismo arrivò in una società non avanzata industrialmente come quella russa. La seconda fu l’isolamento da parte del suo partito (…), la terza nel dolore privato, lontano dagli affetti. E mi sono chiesto: cosa fece Gramsci davanti a queste sconfitte? Scrisse i Quaderni dal carcere, che erano il tentativo di rispondere alla domanda sul perché abbiamo perso. E Gramsci trova le ragioni della sconfitta nel reducismo, nell’egemonia culturale, in tutti fattori contingenti: il suo pensiero si allarga, arriva gli Stati Uniti, arriva a chiedersi cosa è cambiato con la catena di montaggio, nella vita anche privata degli operai?

Io non cito Gramsci come santino, ma lo cito per lo stile intellettuale che ha saputo usare nella sconfitta. La nostra sconfitta è a Ponticelli. La cronaca nera sa dire molte più cose della cronaca politica per capire il clima e gli umori di una paese. La cronaca nera mi fa rabbrividire. Lo scorso anno dei ragazzi hanno torturato un down: nel video si possono distinguere il pianto disperato del ragazzo, le risate dei suoi torturatori e il silenzio dei più bravi, che continuano a studiare nel loro banco. E sono loro i peggiori, quelli che non parlano e continuano a fare i bravi ragazzi. Da lì ai doppi roghi della Campania, doppia opera di igiene della camorra, il passo è breve.

È sul lungo periodo che dobbiamo ritrovare le ragioni della sconfitta. Una, è il ritardo nel capire la periferia: Gramsci per capire le ragioni della sconfitta ha dovuto studiare Benedetto Croce. Oggi la destra ha vinto perché ha dato delle risposte ideologiche al problema della sicurezza, illuminata dai fantasmi del pianerottolo e dal ritorno di tutte le antiche figure che hanno sempre criminalizzato la povertà. E la sinistra che ha offerto in cambio? La Lega dava aiuto al vecchietto, al giovane, li faceva sentire al riparo di una comunità, parlava la loro stessa lingua.

Questo ha avuto presa perché oggi sono saltate tutte le forme di comunità. Non c’è più Di Vittorio, non c’è più Cipputi, non ci sono più i vecchi operai che aiutano i giovani. Oggi c’è solo la precarietà che ha operato una mutazione profonda. Che senso ha dire torniamo nei posti di lavoro come se fossero rimasti sempre come li abbiamo lasciati? Che conoscenza abbiamo dei precari? Il nostro deve essere un lavoro di grande umiltà, di riconoscimento che oggi gli operai sono diversi da quelli di un tempo, anche i ricercatori universitari oggi sono operai. Dobbiamo liberarci dalla nostra spocchia e sarà un lavoro duro. Bisogna fare propria la lezione delle donne che ci hanno insegnato a partire da sé. Un tempo il partito era un pezzo del territorio ma dagli anni Settanta tutto è cambiato: enormi periferie programmate scientificamente senza piazze, ghetti mostruosi che impedivano dei rapporti di comunità. Le periferie sono state create apposta così, e la maggior parte delle giovani generazioni ha sviluppato una cultura nomade nel mangiare, nel ballare, e in tutto quello che fa. Questo è un tema decisivo per capire la sconfitta, la nuova conformazione della città. E un’altra è la crisi della famiglia, non solo nelle sue implosioni nevrotiche, ma nella sparizione di una delle tre generazioni che fino a trent’anni fa costituivano la famiglia. Oggi sono stati espulsi i nonni e le nonne, i bambini non sanno dire che lavoro facevano i nonni e non ascoltano più le loro storie, forse per questo otto bambini su dieci dicono che il loro maggiore problema è la solitudine.

Tre piste di ricerca, tre oggetti di analisi per trovare la ragione del nostro senso di smarrimento: in basso e in alto, da nord a sud, la destra parla una lingua unificata, noi parliamo un dialetto che sta diventando incomprensibile.

Noi abbiamo il problema di sopravvivenza di un mondo a rischio, si vince quando si è credibili agli occhi di chi vuole cambiare. Che vogliamo fare dopo la sconfitta, cercare un cielo di stelle fisse? No, per me il comunismo non è una risposta, è una domanda, e i miei alleati sono tutti quelli che vivono processi di liberazione. Per questo mi batto per il diritto alla vita di tutti, a cominciare da quello del mio avversario. Con Gramsci ritengo che l’avversario lo devi conoscere nella sua verità interna. Basta con l’icona del nemico che ci ubriaca e offusca i nostri sogni. I mezzi cattivi hanno inquinato le alte finalità, è importante scegliere il mezzo con cui lottare, perché il fine non lo giustifica. E come faccio a capire il mondo se non faccio mie anche storie diverse? Per prime quelle delle donne che un linguaggio criminale ha voluto accomunare al termine “uomini” per dire “uomini e donne”: abbiamo bisogno di questo, di una cultura di ambientalismo perché il buco della testa è anche il buco dell’ozono, e viceversa. E c’è chi pensa ancora che vita e bellezza siano solo dei vincoli.

Bisogna partire dalla differenza e dalla diversità: i rom ci dicono che abbiamo sempre bisogno di capri espiatori per sentirci al riparo. Donne, rom, gay, poi tutti gli altri. Come costruire un nuovo mondo se non ci arricchiamo delle differenza? Dobbiamo ripartire dall’idea che il mondo si può cambiare solo se troviamo un punto di contatto tra politica e società. È ancora una volta Gramsci a dire che per cambiare la società si deve stare dentro la politica e la società. Quindi non un esodo, non un rimanere chiusi nel palazzo, né scioglierci nel sociale. Né l’uno né l’altro, tutte e due le cose insieme: restituire alla politica la sua forma, che è quella di una bussola.

Pubblicato il: 19.05.08
Modificato il: 19.05.08 alle ore 22.07   
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« Risposta #23 il: Maggio 20, 2008, 05:47:23 »

Incontro Veltroni-Fava: «Ora ricomincia il dialogo»


Patto di consultazione, confronto permanente sulle riforme, dialogo per trovare punti di convergenza all'opposizione e nuovo incontro la prossima settimana tra gli organi dirigenti. È quanto emerge dall’incontro tra il segretario del Pd, Walter Veltroni e Claudio Fava, coordinatore di Sinistra democratica. «L’epoca dell’autosufficienza declamata e conclamata come un valore è finita», sostiene Fava che continua, «con Veltroni ora comincia un lavoro per la costruzione di un nuovo centrosinistra». In quarantacinque minuti di faccia a faccia Fava assicura che tra lui e Veltroni non c'è alcuna voglia di riproporre l’Unione perché quella «è un esperienza accantonata», ma bisogna costruire «un terreno concreto di linee comuni di opposizione oggi e di governo domani». Il numero uno di Sinistra Democratica rassicura sull'ipotesi di una futura confluenza nel Pd: «È fuori discussione. Abbiamo già fatto una scelta alcuni anni fa e non dobbiamo ribadirla ogni volta».

Nel corso dell'incontro, informa anche una nota congiunta, «si è convenuto sulla necessità di dar vita ad un dialogo - nel rispetto delle reciproche autonomie - con l'obiettivo di individuare punti programmatici e politici di convergenze nell'opposizione al governo Berlusconi». In quest'ottica «il Partito democratico si è impegnato a stabilire con Sinistra democratica e con le altre forze di sinistra disponibili, un patto di consultazione per far emergere in Parlamento temi e proposte che tengano conto delle sensibilità e del punto di vista di forze che alle Camere non sono rappresentate. Si è altresì convenuto sulla necessità di avviare un confronto politico per costruire, in Italia e a livello locale, le condizioni di un nuovo centrosinistra basato su reali intese programmatiche e su una sfida di governo capace di innovare il Paese».

«Infine - conclude la nota - si è altresì convenuto che sia sulle riforme istituzionali che sulla eventuale modifica della legge elettorale europea si stabilirà una consultazione permanente con l'obiettivo di raggiungere soluzioni comuni. Claudio Fava e Walter Veltroni hanno infine concordato un incontro tra i gruppi dirigenti del Pd e di Sd che si svolgerà nelle prossime settimane».

Pubblicato il: 19.05.08
Modificato il: 19.05.08 alle ore 19.10   
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« Risposta #24 il: Maggio 23, 2008, 12:26:54 »

Il confronto è partito, ora bisogna trovare forme e contenuti nuovi


Si è svolta a Roma la prima assemblea del Movimento romano per la Sinistra, a un mese di distanza dalla Assemblea convocata a Firenze dalla Associazione per una Sinistra unita e plurale. Si è svolta alla presenza dei rappresentanti più importanti della sinistra politica e dell’associazionismo, presso l’associazione culturale Baobab, un coloratissimo locale tra Piazzale delle Province e Via Tiburtina. La folla di militanti e il nutrito gruppo di giornalisti riempiono tutti gli spazi dell’ampio locale in attesa di sentire i promotori dell’incontro e i big presenti, da Nichi Vendola a Claudio Fava, da Paul Ginsborg a Maurizio Acerbo e Paolo Cento.
La platea è attenta alle parole pronunciate dal palco, è carica, non risparmia qualche critica e qualche “battutaccia” nei confronti dei leader, sommerge di applausi l’intervento di Paul Ginsborg, ma si scalda moltissimo anche per Don Roberto Sardelli.
Quello che è emerso dagli interventi più rilevanti, a un mese dalla riunione di Firenze e dalla sconfitta elettorale, è la mancanza di novità nelle forme, nei contenuti, nei linguaggi; nonché nei metodi che presiedono all’organizzazione di questi eventi. L’urgenza di cambiare questa realtà ieri è stata ancora più evidente per l’assenza pressoché totale di under 30, un difetto che sta diventando strutturale e congenito a questo tipo di iniziative. Un dato ancor più grave se pensiamo all’importanza dell’incontro.
E questo non lo dice solo chi scrive, ma anche alcuni dei più insigni relatori.
Claudio Fava apre il suo intervento parlando degli ultimi fatti di cronaca – Ponticelli – e di cronaca politica – decreto sicurezza –. “L’Italia ha ricevuto fondi dall’Unione Europea per creare le condizioni per dare accoglienza e integrazione ai rom. Fondi che, tuttavia, non sono mai stati utilizzati. Il centrosinistra – Fava non si riferisce solo al governo nazionale, ma anche alle amministrazioni locali – non ha voluto usare quelle risorse perché considerava quelle problematiche marginali”. Critica Fassino che si è schierato contro le proteste del governo spagnolo di Zapatero sul decreto sicurezza, non rendendosi conto che la posizione spagnola era la posizione che avrebbe dovuto assumere il Pd. Definisce il suo incontro con Veltroni “un atto di cortesia personale e politica”, ma avverte: “abbiamo il dovere di indagare sulla possibilità di un centrosinistra diverso, e basato sulle affinità di progetti e di proposte".
Allo stesso tempo, però, "deve essere chiaro che se questa indagine non sarà possibile la responsabilità non sarà certo nostra”. Il coordinatore nazionale di Sd afferma che “bisogna ripartire da noi stessi per capire che c’è un problema della Sinistra. I conflitti sociali e le contraddizioni non possono essere affrontati per titoli, restando nei nostri recinti, mentre fuori il Paese cambia. L’infelicità è un tema complesso, che non abbiamo voluto affrontare”. Lamenta linguaggi vecchi: “Anche oggi non ho sentito la parola dubbio. E’ necessario modificare lo sguardo con cui decifriamo questo paese. Bisogna guardare prima alla comunità che alle sue forme, costruire una comunità di sinistra, mettersi in marcia e navigare in mare aperto. Non possiamo rimanere fermi e autosufficienti”.
Ad aprire il dibattito è stato Adriano Labbucci, esponente di Sinistra Democratica ed ex presidente del Consiglio provinciale di Roma: “Di fronte al tracollo della Sinistra Arcobaleno sarebbe sbagliata e velleitaria una risposta che veda il ritorno di ognuno nei propri accampamenti, alle proprie insegne e alle vecchie appartenenze, anche perchè quello che c'era prima, in larga parte, non c’è più. Evitiamo- sollecita Labbucci- di aggiungere al tracollo elettorale anche il nostro tracollo politico”. Serve insomma, per Labbucci, "un processo costituente della sinistra, che allarghi e che includa, che chiami a partecipare non soltanto quel milione e più che ha votato Sinistra Arcobaleno, ma anche tanti di quelli che non l’hanno votata. Ci sono ragioni, motivi e spazi per la Sinistra: la giustizia, la libertà, i diritti delle donne, i diritti dei lavoratori, le questioni etiche: sono questi gli spazi che la sinistra, con un progetto ambizioso, deve tornare ad occupare. Ma soprattutto – conclude Labbucci – bisogna reagire, dare segni di vitalità, riprendere a fare politica. Bisogna partire costruendo un profilo di opposizione qui a Roma”.
Ma è Don Roberto Sardelli a riscuotere i primi applausi, con un’analisi appassionata e lucida della situazione, lui che più di ogni altro si è battuto per i poveri, i diseredati e gli esclusi nella Capitale e che assiste ora allo scempio del decreto sicurezza del nuovo governo, non risparmiando critiche a Veltroni che, dice, da sindaco di Roma lo volle incontrare, ma che poi non fece niente di concreto e non diede alcun seguito a quell’incontro. “Per risolvere la crisi attuale della politica occorrono terapie d’urto che riescano a denotare una discontinuità chiara e tonda. Per questo le leadership politiche, oggi più che mai, devono essere scelte dal basso e non devono essere elargizioni delle segreterie di partito. L’essere di sinistra – conclude Don Sardelli – è a costruire perché parla all’intelligenza, laddove l’essere di destra è istintivo perché parla al ventre”.
Paul Ginsorg, con la pacatezza e l’ironia che lo contraddistinguono, è ancora più analitico. Richiama i militanti alla calma e alla lucidità, perché questo è ancora il momento degli interrogativi, non delle risposte. Con una provocazione efficace esorta i leader presenti ad essere all’altezza della sconfitta scioccante che abbiamo subito, perché rappresenta un’occasione irripetibile dalla quale ripartire in forme nuove, superando i vecchi modelli del Novecento. Se questo non verrà fatto, avverte, la Sinistra non riuscirà più a tornare in Parlamento. Plaude alle iniziative e agli incontri autoconvocati che si stanno moltiplicando in tutta Italia e pone a se stesso quattro interrogativi come tracce di riflessione da seguire per provare a ricostruire. “Finora, la prima reazione alla sconfitta è stata ampliare le divisioni: non credo che abbiamo perso perché miravamo a un processo unitario, anzi. Dobbiamo andare avanti sul cammino di un processo costituente e per farlo dobbiamo ripensare a come stare insieme, partendo da questioni di genere e di generazione, superando anche forme di riunione un po’ antiquate come quella di questa sera: bisogna essere più attivi e meno riflessivi, perché i giovani vogliono fare qualcosa, non ascoltare soltanto. Bisogna abbracciare nuove forme di democrazia: la democrazia deliberativa – che aumenta il grado di partecipazione attiva dei militanti alle decisioni –, la democrazia in movimento, sulla strada di riforme che partano dal basso”. E conclude con un’altra provocazione delle sue, citando proprio uno dei padri del liberalismo, John Stuart Mill: “Vogliamo cittadini attivi, critici, istruiti, pronti a intervenire”.
Nichi Vendola è in sintonia con Fava. Esorta a modificare i luoghi in cui la sinistra è cresciuta e vuole fare un discorso di metodo. Vorrebbe scrivere un saggio intitolato “Per la critica del verbo tornare”, che è impedimento alla rinascita della sinistra. “Si sente parlare di tornare alla base, tornare al territorio, tornare al lavoro: in queste espressioni vedo una pericolosa torsione demagogica, una distorsione dei problemi”.
L'invocazione del ritorno alla base, ad esempio, “ha un retrogusto oligarchico, soprattutto per chi per base intende un recinto ristretto: noi dobbiamo rompere il recinto che non ci consente di allargarci, altrimenti la base è come una curva sud che ognuno si porta dove vuole”. Ancora più “distorta”, per Vendola, l'espressione “Tornare al territorio: non può esistere un territorio mummia, il territorio vive e si trasforma.
E noi dobbiamo attraversarlo, non tornare a un territorio mitico.
Il verbo tornare, indica il rifugio in una nicchia identitaria, vista come un conto in banca da preservare, un bene da esibire dentro un ipotetico museo delle glorie del passato. Per me invece è altro, è ansia di conoscere e andare avanti”. E riguardo al nuovo ruolo della sinistra afferma: “siamo una minoranza, ma non vogliamo parlare come una minorità. Siamo una minoranza che vuole essere maggioranza e vogliamo far sentire a tutti la nostra voglia di cambiare il mondo”.
 
 
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« Risposta #25 il: Maggio 27, 2008, 06:48:29 »

Cara Sinistra ecco perché perdi

* Sandro Bondi


Gentile Direttore,

Alfredo Reichlin, in un recente articolo su l’Unità, ha testimoniato un’onestà intellettuale non comune. Del resto, dobbiamo a Reichlin un importante saggio di alcuni anni fa dedicato alla memoria ed al futuro della sinistra. Un saggio che, senza nascondere le difficoltà, apriva ad un riformismo progettuale di ampio respiro. Il capitolo generale della crisi attuale del mondo globalizzato attende ancora una lettura analitica e operativa. La politica non può che attrezzarsi a questo compito. Il sostanziale riconoscimento dell’arretratezza culturale della sinistra, che la rende inadeguata a questa sfida, è sotto gli occhi di tutti. Reichlin non fa sconti e fa bene. Se è vero, come è vero, che l’oligarchia finanziaria ha finora guidato la mondializzazione, è altrettanto vero che la sinistra si è trastullata in improbabili annessioni di modelli neoliberistici, oggi messi in discussione da esponenti dello stesso liberismo americano. Un errore culturale e quindi strategico.

L’orizzonte teorico deve aprire, infatti, al recupero di una visione politica all’altezza della crisi.

In una seria analisi dello stato delle cose non si può censurare questo dato. La categoria rubricata alla voce “destra” non favorisce la comprensione della realtà: di che si tratta? Lo stesso Reichlin accoglie nella sua disamina politica elementi critici e analitici svolti da Tremonti nel suo ultimo saggio. Tradotto in termini più direttamente politici: la politica deve ritornare a guidare l’economia come cifra del governo della globalizzazione. E ciò a fronte di tre crisi che si stanno sovrapponendo: finanziaria, energetica ed alimentare. Il Rapporto Unicef 2008 conferma che ci troviamo di fronte a un’emergenza devastante che tocca in primo luogo le radici dello sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo ed, in parte, anche di quelli in via di sviluppo. I Paesi democratici più avanzati non possono non farsi carico di una tragedia che rischia di produrre un effetto di crisi sull’intero sistema mondiale, a cominciare da quello europeo-occidentale, attraversato già da una rilevante crisi finanziaria. Quando aumenta vertiginosamente il prezzo delle derrate alimentari e la fattura cerealicola dei Paesi poveri aumenta proporzionalmente, e quando abbiamo ben trentasette Paesi che attualmente attraversano crisi alimentari, dalla Somalia al Nicaragua, c’è anche il rischio che i gruppi religiosi più integralisti possano sfruttare questa situazione. Si tratta perciò di ristabilire il nesso tra lo sviluppo basato sul capitalismo democratico e la necessità di “spezzare le catene della povertà. È questa la sfida principale da vincere per ridare senso e slancio alla politica occidentale, europea ed americana. Questo tema è posto all’ordine del giorno da 21 saggi che hanno scritto un appello contro la “mondializzazione selvaggia”, pubblicato su Le Monde. Fra questi, vi sono fior di liberisti, a cominciare da Robert Rubin e Robert Solow, premi Nobel.

In gioco non sono solamente le dimensioni partitiche del confronto politico italiano. La posta in gioco è ben più corposa. Le dinamiche strutturali del capitalismo stanno mutando tutti gli scenari. Tutti. Anche quelli politico-istituzionali. Anche la democrazia. La sinistra perde e non convince più neanche gli operai perché traduce la crisi in reattività polemica in chiave moralistica oppure si fa scudo di corpi estranei come il neoliberismo, sul piano economico, e il laicismo, sul piano culturale. Senza aver costruito quel che Reichlin auspica: un modello culturale per la politica.

Ora, anche la questione della sicurezza, su cui ha ragionato Reichlin, con toni stavolta assai meno efficaci, si comprende all’interno di queste complesse dinamiche strutturali e non motivando una critica di natura etico-soggettivistica, che rischia di fermarsi alla denuncia del male, senza produrre lo scatto in avanti dell’analisi che conduce all’azione politica, al governo della realtà. Il territorio è diventato strategico non solo come spazio economico, ma, ancor più radicalmente, come spazio economico-politico, dunque la sicurezza come affermazione della legalità diventa la cartina di tornasole più netta di una chiara scelta culturale: si tratta della riaffermazione della legalità repubblicana e democratica. L’emergenza che vediamo oggi è l’esito di una mondializzazione mal concepita e non governata. Occorre andare al di là dell’emergenzialismo e situare le risposte con una visione strategica. Il che equivale a riaprire i capitoli della legalità e dell’immigrazione in tutta Europa. Basterebbe comparare i provvedimenti del nostro governo con quelli di Francia, Germania e Spagna, per comprendere quanto il governo del territorio e l’affermazione della legalità democratica siano uno dei fattori chiave della democrazia, anzi del modello di democrazia europeo. Questo significa “piantare i pedi sul terreno dei nuovi grandi conflitti”. Con un pensiero ed una risposta politica. La modernità è complessità allo stato puro, la politica deve stare al passo di questa congerie di mutamenti che spiazzano le modalità culturali ed analitiche classiche. Il confronto politico deve dunque spostarsi sul terreno dei conflitti reali, con un assetto culturale all’altezza dei tempi. Altrimenti la filosofia politica e, con essa, la politica faranno la fine della celebre nottola di Minerva che si leva sul far della sera. Troppo tardi.

*Ministro dei Beni e delle Attività Culturali



Pubblicato il: 27.05.08
Modificato il: 27.05.08 alle ore 13.36   
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« Risposta #26 il: Giugno 06, 2008, 04:50:06 »

Ferrero è in testa e Bertinotti torna per aiutare Vendola


Simone Collini


C’è chi guarda al pomodoro olandese (il “partito sociale” a cui punta Paolo Ferrero) e chi si interroga ancora sulle ragioni della sconfitta (Fausto Bertinotti), chi prova a far decollare il ticket per la costituente della sinistra che verrà (Nichi Vendola-Claudio Fava, primo faccia a faccia pubblico lunedì alla Festa della sinistra, a Genova) e chi si abbandona a una «dormita conviviale nel verde per combattere il mito della crescita infinita» (sabato a Torino, in chiusura della tre giorni titolata “Sinistra pride”). Libera da impegni parlamentari, la sinistra radicale prepara i congressi estivi ma intensifica anche le iniziative che dovrebbero portarla a risalire la china. Gli appuntamenti in piazza sono all’insegna dell’ottimismo, ma all’interno dei partiti il clima è tutt’altro che buono, complici gli ultimi sondaggi (il Prc non si muove dal 2,9% e il Pdci ruota attorno allo 0,9%) e divisioni precongressuali che nessuno sa dire a cosa potrebbero portare una volta che i congressi saranno terminati.

I rapporti più tesi si registrano dentro Rifondazione comunista, nella quale la discesa in campo di Vendola finora non ha portato alla linea bertinottiana della costituente della sinistra quel valore aggiunto che ci si era aspettati: alla fine delle votazioni nei comitati politici la mozione con cui il governatore della Puglia si candida a segretario del Prc ha incassato la maggioranza dei consensi nelle regioni del sud e nelle isole, ma nel nord a prevalere è stata la mozione Ferrero-Grassi, che ha anche ottenuto un successo superiore alle aspettative in una regione importante come la Toscana. È vero, come dice l’ex responsabile Organizzazione del partito Francesco Ferrara, che il vero congresso inizia ora e che finora sono stati consultati soltanto i gruppi dirigenti. Ma visti i botta e risposta delle ultime settimane, è facile intuire cosa succederà se la mozione Vendola vincerà senza però ottenere il 50%, oppure se (visto che dalla mozione Ferrero-Grassi già è partita qualche frecciata su un presunto tesseramento gonfiato nel sud) il governatore vincerà grazie ai tanti iscritti di Puglia, Campania e Calabria, pur non riuscendo a prevalere nelle regioni dal Lazio in su.

A rilanciare nei prossimi giorni la proposta della costituente di sinistra sarà Bertinotti. L’ex presidente della Camera ha pianificato una graduale rentrée politica che prevede lunedì la presentazione a Roma del libro di Piero Bevilacqua “Miseria dello sviluppo”, martedì un dibattito a Genova con Edoardo Sanguineti, giovedì un convegno dal titolo “Le ragioni della sconfitta”: Bertinotti aprirà e chiuderà i lavori, e con lui ci saranno Vendola, Rossana Rossanda, Ritanna Armeni, Franco Giordano, Alfonso Gianni.

Nello stesso giorno, nelle stesse ore, Ferrero sarà a un convegno sul cosiddetto «partito sociale», insieme all’ex ministro della Pianificazione sociale del governo del Venezuela Jorge Giordani e al parlamentare del Partito socialista olandese Tiny Cox. Il progetto di rilancio di Rifondazione, nelle intenzioni dell’ex titolare della Solidarietà sociale, si ispira proprio al cosiddetto partito del pomodoro (è nel simbolo, come richiamo alla protesta), che grazie al forte radicamento locale e alla centralità data alla questione morale (tetto massimo degli stipendi dei suoi eletti fissato a 2000 euro) è passato negli ultimi cinque anni dal 6 al 16%. Al convegno ci saranno associazioni di base che sperimentano pratiche contro il carovita, palestre popolari, centri sociali. «Non è un caso che organizziamo l’iniziativa al Pigneto», dice il responsabile politiche sociali del Prc Francesco Piobbichi.

Anche nel Pdci le acque si fanno piuttosto agitate. Per la prima volta dalla nascita del partito, ci saranno mozioni contrapposte a quella del segretario. A sfidare Oliviero Diliberto e la linea dell’«unire i comunisti» sarà Katia Bellillo, prima firmataria della mozione «Unire la sinistra». Nel documento si dice che «bisogna superare tutte le posizioni settarie e anacronistiche» e che «fra la sinistra e il Pd dobbiamo costruire un leale rapporto di collaborazione-competizione». Potrebbe non essere la sola a sfidare il segretario, visto l’attivismo dimostrato in commissione politica da Marco Rizzo, il suo parlare di una più specifica «costituente dei comunisti» e l’insistenza con cui ricorda che lui l’aveva detto che l’Arcobaleno era un fallimento. Se verrà bocciata la proposta di andare al congresso con documenti emendabili, Rizzo potrebbe uscire allo scoperto al comitato centrale di questo fine settimana, data ultima per la presentazione delle mozioni.

Pubblicato il: 06.06.08
Modificato il: 06.06.08 alle ore 12.12   
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« Risposta #27 il: Giugno 21, 2008, 04:54:10 »

Programma minimo per una sinistra egemone

(Proposta di integrazione al documento nazionale: Unire la sinistra che vuole rinnovarsi)


Per avviare una rigenerazione, su basi nuove, della sinistra nel nostro paese risulta indispensabile, unitamente al processo costituente di un nuovo soggetto politico della sinistra, individuare alcune basi programmatiche ed organizzative in grado di ristabilire una nuova “connessione sentimentale” fra La Sinistra ed il proprio, ricostruito, popolo. Connessione sentimentale che sarà possibile realizzare solamente prefigurando un nuovo modello sociale e di relazioni basato su forti principi di democratizzazione del governo della società, dell’economia, delle relazioni umane, della cultura e della sostenibilità sociale ed ambientale.

Fare comunità
Un nuovo soggetto della sinistra deve riscoprire, proiettandole verso il futuro, le proprie radici comunitarie e solidari. Non possiamo lasciare alla destra, ed al suo uso regressivo ed egoistico, l’idea di comunità. La Sinistra, a cavallo fra il 19° ed il 20° sec., è nata, con una vocazione di massa, dal “brodo di coltura” delle mutualità, delle società di mutuo soccorso, delle cooperative e delle leghe contadine.
Tali forme di associazionismo rappresentavano gli allora moderni strumenti di risposta e di organizzazione sociale di un popolo che, lottando per il proprio riscatto e per maggiori opportunità di benessere sociale, individuava nell’agire pensando i primi embrioni di una società diversa. Su quelle basi l’idea di liberazione dell’umanità, quindi l’idea di socialismo, ha saputo costruire, al di là delle differenziazioni storiche, una propria forza, un sogno collettivo su basi di massa, intendendo per massa l’aggregato tendenzialmente maggioritario di soggetti che nella società viveva e condivideva le medesime condizioni esistenziali e materiali.
Dobbiamo ripartire dai territori, costruire nuove forme di mutualità e socialità che rimettano in connessione, appunto sentimentale, la capacità di risposta ai nuovi bisogni di un nuovo, molteplice, popolo con i primi embrioni di un’idea diversa di società.
A tale scopo i Gruppi di acquisto solidale (GAS), le banche non profit, l’azionariato sociale, le banche del tempo, la costruzione di nuovi luoghi di socializzazione e di confronto possono rappresentare le nuove opportunità di costruzione di modelli di vita basati non più sul predominio della mercificazione ma su l’orientamento socialmente ed ambientalmente compatibile della produzione e dell’uso dei prodotti materiali ed immateriali.
Le nuove sedi della sinistra devono rappresentare un punto di riferimento essenziale per il sorgere e crescere di tali iniziative.

I nuovi beni comuni
I disastri sociali ed ambientali degli ultimi decenni, sono dovuti essenzialmente al crescere e consolidarsi dell’egemonia culturale del neo liberismo con il portato ideologico di una furia privatizzatrice che ha ridotto tutto a merce. L’acqua, la terra, il cibo, le fonti energetiche sono state (e sono) sempre più oggetto degli interessi delle multinazionali e quindi sottoposti sempre più alla logica del profitto. La finanziarizzazione dell’economia e le logiche speculative hanno preso come virtuali anche le fonti energetiche, quelle idriche, le stesse fonti alimentari. Oramai anche il grano, il mais, il riso che rappresentano gli alimenti base per la gran parte dell’umanità, sono diventate occasione di speculazioni, indicatori dei futuri rendimenti. La fame, le rivolte per il cibo e per il caro energia probabilmente non rientrano neppure nei fattori di costo dei moderni speculatori.
Gli organismi internazionali, primi fra tutti il FMI e la Banca Mondiale, hanno sottoposto gli stati ed i loro popoli alla logica imperante delle privatizzazioni e delle dismissioni, del ritrarsi degli stati dalla gestione, prima finalizzata all’universalità, dei beni comuni.
I disastri provocati in America latina hanno determinato la nascita di movimenti che, in risposta a tale situazione, hanno messo in crisi il neo liberismo facendo rinascere, su basi nuove, una sinistra che, diventata maggioranza, si ripropone di riportare in mani pubbliche la gestione dei beni comuni.
Anche nel nostro paese la nascita di una nuova sinistra deve essere in grado di proporre una visione aggiornata dei beni comuni e della gestione democratica ed universalistica degli stessi.
L’acqua, l’aria, la terra, le fonti di energia, le reti di trasmissione dell’energia, le reti di comunicazione e di conoscenza, i saperi, rappresentano la nuova frontiera dei beni comuni sui quali la Sinistra deve proporre e praticare, a partire dai territori, forme di gestione tese a garantire l’universalità della fruizione ed un nuovo controllo pubblico - dei molti - in grado anche di superare la dicotomia novecentesca fra privatizzazione e statalizzazione.
A tale proposito i territori rappresentano un elemento fondamentale sia di sperimentazione di nuove forme di gestione, sia di una nuova visione dei beni pubblici.
È fondamentale la battaglia per la pubblicità dell’acqua, così come le iniziative che gli enti locali, dove è e sarà presente il soggetto unitario della sinistra, riusciranno a realizzare in merito all’autosufficienza energetica, all’accessibilità per le reti di trasmissione della conoscenza e della comunicazione, per le reti di trasporto pubblico, per i sistemi dei servizi sociali, d’istruzione ed educativi.
Le forme proprietarie di tali beni comuni dovranno basarsi sul controllo democratico delle popolazioni interessate (es. gestione comunale, azionariato sociale).
L’ampliamento o, in antitesi, l’ulteriore riduzione di spazi di democrazia passano innanzitutto dalla capacità di gestione e dal controllo democratico che andrà a determinarsi sui beni comuni.

Diritto alla casa e legge dei suoli
La bolla speculativa che ha accompagnato, sostanzialmente nell’ultimo decennio, la politica dell’abitare non solo nel nostro paese, si sta finalmente sgonfiando. Dove è già esplosa ha reso palese che tale bolla speculativa era oramai diventata un elemento fondante della finanziarizzazione dell’economia. La crisi dei c.d. crediti subprime ha coinvolto le borse internazionali, le maggiori banche ed ha avvitato l’economia in un ciclo che tende a sostanziarsi come una vera fase di recessione.
Nel nostro paese, lo sgonfiarsi della bolla speculativa non ha avuto significative ripercussioni finanziarie ma ha comunque determinato serie problematiche sociali, incoraggiate anche da una visione particolarmente ristretta della BCE con la sua politica di innalzamento del tasso di interesse.
Il nostro paese si caratterizza su questo aspetto anche per un’assenza di programmazione e pianificazione, per un ritrarsi del pubblico dalla gestione del territorio, per una subordinazione culturale, anche ed in particolare degli amministratori locali, alle logiche delle imprese e dei costruttori.
Un aspetto determinate della bolla speculativa (e delle conseguenti cementificazioni e distruzioni del territorio che caratterizzano da decenni le politiche urbanistiche nel nostro paese) è ravvisabile in una legge dei suoli che incoraggia proprio la logica speculativa. Riteniamo importante rivedere tale normativa anche sulla base di quanto espresso più volte da un urbanista del livello di Campos Venuti, il quale afferma, nella sua proposta di riforma urbanistica, che non occorrerebbe più trattare i privati “come se avessero diritto ad avere gratis l’edificabilità.”
Le possibili soluzioni devono basarsi su una rinnovata politica abitativa, strettamente connessa ad una politica urbana socialmente ed ecologicamente compatibile. I Piani Regolatori Urbanistici devono essere strettamente connessi ai Piani Regolatori Sociali. Risulta necessario un rinnovato intervento dello Stato, come iniziato con il precedente governo, con nuovi e cospicui finanziamenti che consentano agli enti locali una nuova gestione pubblica della situazione urbana.
Occorrerà ragionare inoltre su strumenti, anche innovativi, che consentano processi di integrazione fra l’Ente locale ed il privato sociale e sulla necessità di programmare non solo quanto si costruisce ma anche le modalità, i costi e le forme di partecipazione del pubblico (cioè il chi ed il perché).
In particolare gli enti locali, devono decidere e programmare, sull’esempio di quanto avviene in altri paesi europei, gli interventi urbanistici determinando quote consistenti di edilizia pubblica e di edilizia destinata alla locazione in una visione progettuale uniforme stabilita dal livello dell’interesse pubblico.

Il mondo dei lavori
“La complessità si governa o con la democratizzazione o con la coercizione”
La nuova sinistra che vogliamo costruire dovrà essere in grado di dare espressione ad una nuova centralità multipolare del variegato e frammentato mondo dei lavori, frutto della odierna società complessa, superando vecchie logiche di centralità di una categoria rispetto alle altre.
A partire dalla rivoluzione informatica abbiamo assistito all’emergere di una costruzione ideologica basata sulla fine della classe operaia, e quindi del lavoro complessivamente inteso, come rappresentazione autonoma e potenzialmente antagonista rispetto alla logica del profitto e dello sfruttamento.
Più concretamente il capitale, unitamente a forme di fordizzazione dei nuovi lavori e del lavoro intellettuale, con i propri modelli produttivi e culturali di indiscriminato saccheggio dell’umano e del naturale, ha sussulto l’intera società.
Paradossalmente proprio quando, in particolare nei nuovi lavori ed in settori sempre più vasti del lavoro intellettuale proletarizzato, emerge l’inutilità e l’inefficienza del comando, la costruzione ideologica dominante controlla e rende in funzione patologica, asservita alla propria irrazionalità, il general intellect, facendone modalità organizzativa di atomizzazione e consenso e deprivandolo delle immanenti potenzialità di liberazione.
La Sinistra, per avere una vocazione maggioritaria, dovrà mettere in connessione politica, essere contenitore molteplice di queste differenti soggettività sociali e solo così potrà percepirne le esigenze materiali, quelle retributive, le condizioni di vita - ma con grande attenzione a quelle psicologiche - del mondo dei lavori subordinati e parasubordinati, dei lavori apparentemente autonomi, manuali o intellettuali, fino alle figure di alta professionalità che agiscono nell’ambito della ricerca, innestando e promuovendo processi di democratizzazione dei luoghi di lavoro.
La democrazia (e quindi la partecipazione) nei luoghi di lavoro assume un carattere fondante nella sperimentazione di più efficaci sistemi organizzativi, in grado di produrre sulla base del maggiore risparmio di energia naturale umana ed energia naturale extra umana.
Infatti l’irruzione continua, violenta e totalizzante dell’irrazionale modo di produzione agisce direttamente non solo nelle alterazioni naturali e climatiche ma anche nelle sfere psicologiche più profonde degli individui e delle individue, soggiogandole ad inumana impotenza – pensiamo alle generazioni private della prospettiva di  futuro, annichilite dal precariato, o subordinate a ricatti o violenze psicologiche sui luoghi dei lavori, e/o ingabbiate a tal punto nella costrizione da non poter più nemmeno rivendicare il diritto inalienabile alla salute e alla sicurezza del lavoro.
Nella fabbrica, per almeno due decenni tra gli anni ’60 e ‘70, la riflessione, l’indagine e le lotte su questo terreno furono molto avanzate, riuscendo a creare senso comune ed egemonia su battaglie di civiltà, contribuendo a far nascere associazioni di grande impegno e valore morale, professionale e politico quale ad esempio “Medicina Democratica”.
Ora si tratterebbe di riappropriarsi di quell’esempio per approfondire nuove forme di conoscenza e di critica degli odierni modi di lavorare, nei diversi settori, privati e pubblici, e delle odierne ripercussioni sull’integrità fisica morale e psicologica delle lavoratrici e dei lavoratori, manuali ed intellettuali. Senza questo sforzo non saremo in grado di contrastare nemmeno le forme più marcatamente schiaviste che ha assunto lo sfruttamento per una parte dei lavoratori (pensiamo ai migranti, ma non solo). Il caporalato, da forma residuale di sfruttamento, è divenuto, con l’appalto e il subappalto di umani, forma plusmoderna della nostra economia.
L’impossibilità di garantirsi un futuro, di incidere minimamente sulla funzione sociale, ambientale e dell’organizzazione del proprio lavoro crea oggi una nuova forma di alienazione, più penetrante, che non è più solo disagio rispetto ad un contesto, ma destabilizzazione interiore.
Individui e individue con forti connotazioni di insicurezza, di fragilità, ma culturalmente subordinate al mito della potenza. Questo rappresenta un terreno fertile al generarsi e all’estendersi della violenza nella società e alle violente risposte repressive di un potere forte.
La democrazia (e quindi la partecipazione) nei luoghi di lavoro, assume carattere fondamentale nella decisione sociale di cosa e come produrre (merci materiali ed immateriali) sia per recuperare un nuovo senso della propria esistenza che vada oltre l’isolamento individuale, ma anche, più concretamente, nell’invertire il massiccio spostamento di ricchezza dal lavoro alla rendita ed al profitto che si è realizzato in questi anni.
La realizzazione di forme più avanzate di democrazia presuppone quindi la realizzazione di forme di partecipazione non tanto agli utili di impresa ma in particolare alle decisioni della stessa.

Il lavoro pubblico e la pubblica amministrazione
La pubblica amministrazione ed i circa 3,5 milioni di lavoratori che ne rendono possibile il funzionamento sono da ormai troppi anni soggetti ad un attacco ideologico teso a mettere in discussione la stessa necessità del pubblico. L’attuale Parlamento rappresenta emblematicamente, proprio nella visione del pubblico impiego, la costruzione culturale di un pensiero unico volto non tanto ad un miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza della pubblica amministrazione in rapporto ai servizi che deve fornire ma, tolti i veli della propaganda ideologica, alla riduzione massiccia di questi servizi per liberare, in nome di una fallimentare ideologia del mercato, nuovi spazi di profitto ad un sistema economico-finanziario che con le precedenti privatizzazioni ha saputo realizzare enormi profitti scaricando sui cittadini i costi sociali e l’inefficienza dei risultati.
La riforma della Pubblica amministrazione a partire dai primi anni novanta (e dal 1983 per quanto concerne i sistemi contrattuali dei dipendenti), a fronte di un significativo aumento delle produttività, dovuta in particolare all’informatizzazione ed a una semplificazione dei procedimenti, è rimasta comunque incompiuta. Le ragioni di tale situazione sono ravvisabili essenzialmente nei pregiudizi ideologici non fondati su dati reali che sottostavano a tale riforma, nel non aver saputo fare i conti con il problema oramai plurisecolare dell’inefficienza delle classi dirigenti nel nostro paese, con la loro capacità di farsi casta (nelle professioni, nei dirigenti pubblici, nella politica, nell’economia), di resistere a tentativi di innovazione e modernizzazione.
La selezione inefficace delle classi dirigenti, l’aumento spropositato delle loro retribuzioni, l’endemica incapacità di rendere conto dei risultati, la connessione sempre più stretta fra classi dirigenti e ceto politico sono state le ricadute forse evitabili della c.d. riforma Bassanini. Tale riforma si è dimostrata decisamente carente negli aspetti del controllo da parte dell’utente, nella capacità di mettere in rete, rendere partecipi le tante professionalità presenti nel pubblico impiego.
La cancellazione dei controlli sulla legittimità e correttezza contabile, la commistione / subordinazione fra dirigenti e vertici politici, fondata su una visione falsamente americanizzante della PA, hanno reso palese il divario fra gli obiettivi proclamati ed i risultati raggiunti, fino ai casi più eclatanti, di distorsione di risorse pubbliche a fini privati o, peggio, con mezzi o fini assimilabili alla criminalità.
Nella costruzione sociale dei pubblici dipendenti assistiamo, come dato anomalo del nostro paese rispetto all’Unione Europea, ad una massiccia divisione di classe con caratteri propri di una visione castale decisamente preoccupante. Infatti, in particolare nel pubblico impiego, si denota una capacità-concretizzazione di crescita professionale e di carriera direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. A partire dagli anni novanta le nuove immissioni di personale nella PA, mediamente con una conseguita preparazione culturale superiore al proprio inquadramento, rappresentato essenzialmente dai figli dei ceti operai e popolari che avevano avuto, a seguito della scolarizzazione di massa, accesso a forme di istruzione superiore o universitaria, si sono trovati a dover competere con una classe dirigente mediamente poco professionalizzata ed ancor meno propensa a lasciar spazio al nuovo che avanza. Le carriere automatiche o pilotate, le clientele precostituite, hanno visto consolidato il proprio potere, reiterato la selezione di funzionari dello status quo, e sono state in generale poco propense, se non del tutto avverse, a mettersi in discussione e a favorire un reale rinnovamento e l’innovazione del funzionamento della macchina amministrativa, forzatamente relegando a volte anche persone motivate al ruolo di assemblatori della catena di montaggio del procedimento amministrativo.
Venuto meno il vecchio compromesso democristiano, che vedeva nel pubblico impiego una propria base elettorale e clientelare, fra bassi stipendi e basso rendimento, i lavoratori e le lavoratrici del pubblico si sono trovati a dover fare i conti con basse retribuzioni, poche possibilità di crescita professionale ed un substrato ideologico, divenuto senso comune, che li etichetta con il poco esaltante appellativo di fannulloni ed assenteisti. Il danno e la beffa.
Nonostante tutto i tentativi generosi di innovazione non sono mancati, pensiamo ad es. alla c.d. scuola del benessere organizzativo, alla capacità di mutuare da altre esperienze sistemi organizzativi ”a staff” che motivino il personale al raggiungimento di obiettivi “utili” per l’utenza, in un’alleanza democratica, che ove sperimentata ha dato dei risultati decisamente incoraggianti e soddisfacenti, sia per il personale che per l’utente esterno.
Riteniamo che tali modalità organizzative, unitamente alla soluzione dell’oramai ineludibile problematica delle basse retribuzioni, possano fornire le indicazioni giuste su cui muoversi per una pubblica amministrazione realmente in grado di dare servizi efficienti ai cittadini, considerando che tutti i pubblici dipendenti sono anche cittadini, sia quando lavorano (e molti, dall’interno, vorrebbero che la Costituzione fosse rispettata alla lettera, dove impone, attraverso l’esercizio pubblico, imparzialità, correttezza ed efficacia per il buon andamento della pubblica amministrazione) che quando a loro volta si trovano ad essere utenti (3,5 milioni di utenti) di altri pubblici servizi.

La democratizzazione dell’economia
La Sinistra del nuovo millennio dovrà porsi, se vuole realmente essere in grado di incidere, di prospettare un’idea diversa di società, il problema della democratizzazione dell’economia. Non è possibile infatti affrontare i gravi problemi climatici, la catastrofe annunciata del mondo in cui viviamo, le profonde diseguaglianze sociali, senza porsi il problema di chi decide su cosa, come e per chi produrre.
La finanziarizzazione dell’economia, la dislocazione dei processi produttivi alla ricerca spasmodica di una manodopera a costo sempre più basso, la logica del profitto totalmente insensibile alle necessità reali dei popoli richiedono risposte adeguate ai tempi. Se non è possibile continuare nella direzione imposta dall’ideologia neoliberista non è tuttavia neanche possibile riproporre modelli storicamente determinati. Occorre superare definitivamente la falsa dicotomia fra privato e statalizzazione. Le forme del pubblico e dell’attivazione di processi di democratizzazione non potranno più inseguire superati e sconfitti modelli gerarchici ma dovranno più opportunamente seguire le forme del “rizoma”, dell’”edera” della “rete” in grado di adattarsi alle esigenze dei territori, di rendere flessibili e mobili le forme di partecipazione. La partecipazione dei produttori nei sistemi decisionali non è più scindibile dalla partecipazione dei consumatori, quindi dalla partecipazione sociale nel decidere dove, cosa e come produrre.
Di conseguenza anche le forme proprietarie dovranno adattarsi a tali necessità.

Un’economia fondata sulla pace.
Un nuovo modello sociale deve considerare le politiche di pace come fattore determinante di progresso sociale basato sulla consapevolezza che le guerre, con il connesso aumento del PIL ed il parallelo deteriorarsi di tutti gli indicatori di benessere sociale, sono un sistema inefficiente di allocazione delle risorse. Un nuovo modello sociale non può che basarsi su una diversa redistribuzione fra spese sociali e spese militari attivando politiche di riconversione dell’industria bellica ed invertendo sostanzialmente la tendenza all’aumento delle spese per scopi militari e di difesa che hanno caratterizzato, in modo preoccupante, anche il nostro paese.
Per costruire e praticare scelte di economia di pace è necessario infatti riconvertire le imprese belliche in attività civili ricordando, a tal proposito, quanto già scritto da leader politici del calibro di Willy Brandt ed Olof Palme o da un premio Nobel per l'economia come il prof. Wassily Leontief e Faye Duchin i quali hanno prodotto un modello econometrico sulle spese militari teso a dimostrare i benefici per l’economia mondiale che deriverebbero dall’investire quanto speso dal settore dell'industria belliche in attività civili.

La nuova questione morale e la rinascita sociale. Per una Carta Etica della Sinistra.
La proposizione di una nuova questione morale, di una serie di principi e pratiche a cui attenersi dell’agire politico rappresentano la cartina di tornasole per la costituzione di un nuovo soggetto politico della sinistra. La sinistra per essere credibile deve saper riconquistare, unitamente alla concretezza nell’agire per la risoluzione delle questioni sociali ed ambientali che affliggono la nostra società, ad una rinnovata visione del mondo, una propria “diversità” che identifichi e caratterizzi i propri militanti, i propri quadri dirigenti. Tale diversità rispetto all’immoralità diffusa, ad una pratica politica intesa come opportunità di carriera, alla sempre più stretta identificazione fra amministratori e dirigenti politici, deve concretizzarsi in una “carta etica” nella quale si riconoscano i militanti della sinistra e che faccia nel contempo riconoscere gli stessi come reali portatori di interessi dei ceti popolari. Una diversità che sia in grado di ridare all’immaginario sociale la funzione alta e disinteressata della politica quale la forma prima di volontariato, di servizio alla società.

I principi di tale carta dovranno basarsi essenzialmente su:
•    la separazione fra incarichi di dirigenza politica ed incarichi amministrativi;
•    lo stabilire un tetto massimo per le cariche retribuite (ad es. non oltre il 50% rispetto al proprio reddito precedente all’incarico ricoperto);
•    la previsione, per i militanti della sinistra che abbiano incarichi retribuiti elettivi o di nomina politica, che una quota del 50% di tale retribuzione sia devoluta al soggetto politico della Sinistra per le iniziative politiche e sociali;
•    la previsione del c.d. vincolo del II mandato, per cui i militanti della Sinistra che ricoprano incarichi elettivi e/o di nomina politica non possano essere riconfermati oltre il II mandato.
•    La previsione generale di una forbice retributiva per cui il reddito medio, derivate da incarichi di nomina politica e/o elettiva non possa comunque essere superiore di oltre il 50% al reddito medio di impiegati ed operai.

Passato e Futuro
La Sinistra per proiettarsi nel futuro, per dare un senso alle domande di equità e giustizia sociale che hanno costituito la propria missione storica, non può, non deve, rimuovere il proprio passato. Le rimozioni creano sempre disfunzioni psicologiche, perdite del senso di sé, di cui il Partito Democratico rappresenta un esempio da non seguire.
Nel contempo la Sinistra non deve trasformare il proprio passato in un’icona intangibile, irraggiungibile. Le icone, le cerimonie e santificazioni del passato sono il miglior modo per renderlo inattivo, per cancellarne la memoria.
La differenziazione storica, le divisioni che hanno attraversato al sinistra nel secolo scorso non hanno più senso, rappresentano differenze storicamente determinate che hanno esaurito la propria ragione d’essere. La sconfitta dell’esperienza storica del movimento comunista internazionale non è il contraltare della vittoria di quella che è stata la socialdemocrazia, anch’essa in crisi e riferibile ad una fase storica determinata. Lo stesso ambientalismo attraversa una crisi derivante dal non essere riuscito a coniugare, nel senso comune, la questione ambientale con la questione sociale.
Tutto questo non implica però che le motivazioni, le ragioni d’essere, che hanno dato un senso di massa a quei movimenti siano venuti meno; non implica neppure che termini come comunismo, socialismo, ambientalismo debbano essere seppelliti quali residui del passato, debbano essere rimossi. Al contrario, per dare nuova vitalità a quello che tali termini hanno rappresentato, occorre ricostruire, senza rimuovere né perdonare, una nuova visione del mondo, una nuova idea di socialismo che faccia tesoro del passato ma sia in grado di proiettarsi nel futuro.

Non ha alcun senso dividersi oggi fra comunisti e socialisti, le antiche scissioni avevano un senso, una propria funzione ed uno scopo, quando si sono determinate. Non rappresentavano la rinuncia all’idea di socialismo ma una ridefinizione delle pratiche, dei tentativi, dei percorsi da costruire. Anche la vecchia terminologia che divideva fra riforme e rivoluzione rappresentavano le differenti modalità per costruire un’altra società.
A noi spetta il compito di ridefinire la stessa idea di un’altra società, la stessa idea di socialismo che abbia senso e consenso nel sentimento comune, nei sogni collettivi delle classi popolari. A noi spetta il compito di ricostruire un movimento che muti lo stato di cose presenti, verso la liberazione umana.

*Sd di Chiaravalle

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« Risposta #28 il: Giugno 29, 2008, 06:40:29 »

Mussi: costituente di sinistra e riaprire un rapporto col Pd



Claudio FavaLa Sinistra Democratica continua a puntare con decisione verso la costruzione di una Costituente di sinistra che sia il primo passo verso la realizzazione di un nuovo soggetto politico. Alla seconda giornata di lavori dell'Assemblea nazionale di Chianciano Terme che si conclude domenica, gli interventi hanno ribadito che l'esperienza della Sinistra arcobaleno alle ultime elezioni politiche è stata un errore, come è stata un errore l'idea di «autosufficienza» che ha caratterizzato la linea politica del Partito democratico. «Certe somme di identità - dice il coordinatore Claudio Fava - sono diventate solo un cartello elettorale e sono state percepite come tale dal nostro elettorato».

Per il coordinatore del movimento , la sinistra non può più essere una somma di piccole patrie, o un arcipelago o una addizione di nomenclature «altrimenti il paese sarà a lungo consegnato alle destre». C'è interesse nella Sinistra democratica per un rapporto con un Pd che sappia rivedere criticamente se stesso, che comprenda che la sua nascita è stata una sorta di «fusione a freddo» con una parte del centro della politica.  Sintetizza Fabio Mussi: «Senza alleanze non si va da nessuna parte». L'unico scoglio per il ritrovato rapporto con i democratici può essere quello del feeling tra Pd e centristi dell'Udc: «Cosa sarebbe - si chiede Fava - un abbraccio tra democratici e Udc? Un circo equestre, un minestrone indigeribile...». Tra l'altro, ammonisce, «non credo che Casini e il suo partito abbiano in mente di unirsi con chi è a sinistra del Pd e con chi chiamano, genericamente Rifondazione».

La sinistra disegnata da Fava e da Mussi non dovrebbe adeguarsi, come in parte ha fatto il Pd a un qualunque mutamento di sentire del Paese. «Un esempio fra tutti, la sicurezza, tema che non va lasciato alla destra ma che il Pd - sottolinea Fava - imposta in modo spesso improprio».

«Da soli non si va da nessuna parte - ha ricordato Fabio Mussi nel suo intervento -. Voglio ricordare che i due partiti che da soli in Italia hanno ottenuto nel passato il 75% dei voti, c'era il Partito comunista e la Democrazia cristiana, non hanno mai teorizzato, persino quando la Dc aveva la maggioranza, di governare da soli, ma hanno sempre cercato alleanze». «L'agenda politica - prosegue Mussi - è in mano alla destra, bisogna riaprire una prospettiva di centrosinistra. Prendo atto che Veltroni ha precisato di non aver mai parlato di autosufficienza ma il Pd ha poi seguito questo principio che ripeto non porta da nessuna parte». Per l'ex coordinatore di Sinistra Democratica, «la linea è chiara: cercare di aggregare quanto più possibile a sinistra, per poter condizionare la politica del Pd, riaprire il rapporto col Pd ed una prospettiva di centrosinistra in Italia che oggi, allo stato dei fatti, è chiusa. Quello che fu il centrosinistra è in un vicolo cieco, e con la configurazione attuale non si va da nessuna parte. È impensabile che nel Parlamento di un grande paese europeo non ci sia una forza che si definisce di sinistra».

Il progetto di Sd incassa l'interesse di Franco Giordano, già segretario di Rifondazione, il quale boccia senza appello il progetto di Oliviero Diliberto di unità dei comunisti, che cancellerebbe in un istante 15 anni di esperienza politica di Rifondazione. «Io penso - dice Giordano nel suo intervento - che bisogna avviare un progetto costituente a sinistra anche perché Rifondazione non si salva e rischia di estinguersi se vive in una maniera statica e identitaria».

Per Giordano, la relazione di Fava è «un intervento costruttivo, assolutamente utile nell'ottica della ricostruzione di questo campo largo», mentre l'unità dei comunisti avanzata dal Pdci «è improponibile, cancellerebbe di colpo 15 anni di innovazione politica e culturale di Rifondazione. Negherei me stesso, la mia cultura, la mia storia su tanti terreni come la nonviolenza e il rapporto coi movimenti».

Riguardo al possibile confronto col Pd per un nuovo centrosinistra, l'ex segretario di Rifondazione ha puntualizzato che «una cosa è confrontarsi con chi vuole importare il modello americano in Italia, insistendo sulla logica bipartitica e autosufficienze; altra cosa è farlo con chi vuole stare dentro il modello europeo. Il modello americano presuppone la cancellazione della sinistra, o il suo confinamento ad iniziative sociali, o ad un aspetto marginale e folcloristico».



Pubblicato il: 28.06.08
Modificato il: 29.06.08 alle ore 0.42   
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« Risposta #29 il: Luglio 01, 2008, 06:29:29 »

Tre riflessioni sul Salvi di Chianciano

Gianni Zagato*


La decisione di Salvi di riesumare dal passato – un passato che si era chiuso con la fine  della vicenda politica dei Democratici di Sinistra – l’associazione chiamata Socialismo Duemila  mi suggerisce tre riflessioni. Proverò ad esporle con una certa schiettezza.
Prima riflessione. Il dibattito politico e culturale intorno al socialismo, se sia vivo o morto, se abbia un futuro e come debba fare i conti col suo passato, è un dibattito che ci accompagna da diversi anni, in tutta Europa e non solo in Italia.  Si è certo caricato di una valenza nuova dopo la caduta del muro di Berlino, vent’anni fa, quando è sembrato di assistere al tramonto di ogni ideologia tranne una, l’ideologia del mercato come unica verità della nuova Storia. Ma  le domande sul destino del socialismo, sull’esaurimento o meno della socialdemocrazia dentro la vicenda europea se le ponevano già prima  - erano gli anni Settanta – uomini come Olof Palme, Willy Brandt. E da noi, Enrico Berlinguer. E le loro domande erano serie e profonde. Partivano da un’analisi che faceva i conti con la fine annunciata di un modello storico di sviluppo  che proprio nei paesi europei aveva conosciuto i maggiori successi nell’emancipazione sociale e civile e che finiva per chiamare in causa, attraverso  una crisi che appariva irreversibile, la forma  del partito politico, la sua capacità di rappresentanza, la forza della sua organizzazione dentro la società.  Ora, diversi anni dopo, siamo nel pieno di quella crisi. I risultati elettorali, in Italia come in tanta parte d’Europa,  ne sono soltanto  l’epifenomeno. Se guardiamo la questione partendo dal titolo di un’intervista, finiamo per essere strumentali anche senza volerlo.

Seconda riflessione. Il limite di questo dibattito sul socialismo che da anni ci attraversa è che restiamo fermi su una appartenenza quasi fine a se stessa, senza che dentro quell’appartenenza si sviluppi un campo reale e profondo di ricerca, prima di tutto culturale,  del pensiero della crisi e di come uscirne. E’ Gramsci (Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce) a dirci che il socialismo è “una filosofia che è anche una politica e una politica che è anche una filosofia”.  Ma purtroppo il socialismo che oggi abbiamo davanti agli occhi in Europa non tiene più insieme queste due dimensioni, coessenziali invece  per un suo nuovo protagonismo , tanto di  fronte alla critica di questo modello di sviluppo ipercapitalistico, quanto alla necessità di indicare un’alternativa, una nuova e diversa agenda di fronte ai mali del mondo contemporaneo, primo dei quali il riproporsi dell’ingiustizia sociale in una dimensione che appare immensa e sconvolgente. La domanda principale che dobbiamo porci – per  chi sta beninteso nel campo della sinistra da rimettere in cammino – non è se siamo tanto o poco socialisti, fedeli o meno a questa parola come ad un a priori che ci consegni la soluzione dei nostri problemi.  La domanda invece fondamentale su cui lavorare è piuttosto quale teoria critica di questo capitalismo dominante il pensiero socialista – e con esso i partiti  che a quel pensiero fanno riferimento – sa sviluppare. Si tratta di guardare il mondo non da un balcone dell’Ottocento come nostalgicamente finisce per fare Salvi a Chianciano, ma di guardarlo dalla tromba delle scale, perché è lì purtroppo che ci troviamo.  Non il richiamo allora  al socialismo come a una ricetta tranquillizzante, bensì una ricerca  dura e difficile che chiama quel pensiero ad andare non solo dentro se stesso, ad andare anche fuori incontrando culture – il femminismo e l’ambientalismo, ad esempio – che non sono fondative originariamente del socialismo ma senza le quali quella ricerca non produrrebbe risposte nuove. Negli anni Trenta Martin Heidegger giungeva a dire che “la politica è morta, solo un dio ci può salvare”. E quel dio poteva essere il credo di una religione o il dio del mercato e del consumo. Molti anni dopo un economista e filosofo italiano, Claudio Napoleoni, prendendo spunto da quella frase arrivava a dire: “dobbiamo cercare ancora”. Il socialismo ha un senso se sa cercare ancora.

Terza riflessione. Riguarda noi, noi di Sinistra Democratica. Quello che stiamo cercando di fare è, insieme, capire attraverso lo specchio del voto cosa è successo in Italia e come mettere in atto una risposta, una risposta chiamata sinistra. Non abbiamo rappresentanza parlamentare, non abbiamo risorse materiali comparabili con altri nostri competitori. Vogliamo costruire una risposta alla crisi del centrosinistra e proporla, per un comune lavoro e impegno, tanto a chi sta con noi a sinistra ed è attraversato da una riflessione interna che pone rischi seri di altre frammentazioni e rotture, quanto al Partito Democratico che ha dispiegato fin qui una strategia solitaria e perdente. Mi chiedo: c’è proprio bisogno che dentro Sinistra Democratica, per opera di uno dei suoi più esposti dirigenti, si dia luogo ad una associazione a sé stante? Con aderenti, iscrizioni, statuti, risorse suppongo. Non assomiglia tutto questo a quella frammentazione leaderistica e correntizia che già sta pregiudicando l’esistenza, ancora prima di nascere veramente, del partito democratico? Cosa finiremo per fare, caro Salvi, lavorare la mattina per Sinistra Democratica e il pomeriggio per Socialismo Duemila?  Oltre tutto il nome ci riporta indietro, inutile nasconderlo. Al tempo dei ds, del correntone che era una cosa e socialismo duemila un’altra. E’ un bene che un movimento come il nostro abbia tanti e autorevoli leaders. Ma prima ancora, se vogliamo fare strada, ci serve una comunità. E leaders capaci di costruire comunità, rimboccandosi le maniche con tutto il loro impegno. Siamo dentro una disfatta, non dimentichiamolo, siamo a ridosso della tromba delle scale. Non stiamo più guardando il mondo da un balcone dell’Ottocento.

*Responsabile Organizzazione Sd

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